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Il lento tramonto del populismo.

Che il populismo sia una delle cause principali del decadimento etico della democrazia e della  crisi della politica, è ormai un dato di fatto. Pochi continuano a considerare il populismo – anti  politico, manettaro, giustizialista e demagogico – come una risorsa su cui continuare ad investire.  Il tutto, come ben sappiamo, accompagna la crisi del grillismo e la parabola politica ed elettorale  declinante del partito di Grillo e forse di Conte lo conferma in modo persin plateale.  

Ora, però, al di là di questa fotografia, peraltro oggettiva, resta un particolare non affatto  trascurabile. Ovvero, il populismo – che poi è degenerato nel più bieco trasformismo  opportunistico politico e parlamentare – continua a circolare prepotentemente nel sottosuolo della  società italiana e, purtroppo, anche nel comportamento di molti partiti che restano ancorati a  quella prassi. Del resto, un partito come i 5 stelle – che, a tutt’oggi, nessuno sa bene cosa sia se  non un partito di potere e di sistematica occupazione del potere – difficilmente può rinunciare a  quei totem ideologici che l’hanno contraddistinto sin dall’inizio pur avendo abbandonato  progressivamente, come tutti sanno, quasi tutti i caposaldi costitutivi dell’ideologia grillina. E il  populismo, come il giustizialismo manettaro – al di là delle simpatiche “scuse” di Di Maio – restano  gli ultimi baluardi prima di scomparire definitivamente dall’orizzonte politico contemporaneo. Ma il  problema si aggrava ulteriormente quando ci si allea con un partito dichiaratamente e  manifestamente populista. Perchè è difficile, oggettivamente, battere il populismo con tutte le sue  degenerazioni quando si stringe un’alleanza politica e di governo con un partito del genere.  Semplicemente non si può, pena mettere in discussione la valenza stessa della alleanza politica  ed elettorale.  

Ecco perchè il dibattito attorno al populismo è destinato a restare centrale nella politica e nella  cultura del nostro paese. Certo, ormai ne conosciamo i suoi limiti e le sue oggettive pericolosità.  Ma è altrettanto indubbio che il verbo populista è ormai radicato nella cultura politica italiana  anche se le mode sono sempre passeggere e momentanee. E dopo le mode, di norma, ritorna la  politica. Quella con la P maiuscola, come si suol dire. Ma non sempre la traiettoria è lineare e  coerente. A volte, le degenerazioni che hanno raggiunto le radici della nostra democrazia sono più  salde di come appare e difficilmente vengono sradicate nel breve tempo. Sono, cioè, destinate a  restare saldamente piantate nel terreno della contesa politica concreta.  

Compito di chi si oppone culturalmente, politicamente ed eticamente alla deriva populista,  demagogica, anti politica e giustizialista è quella di mettere in campo una iniziativa larga e diffusa  che sia in grado di isolare questa malapianta che ha causato enormi danni al tessuto stesso della  nostra democrazia. Se qualcuno pensa, dopo molti anni, che si può ancora rinnovare la politica,  riqualificarne il suo ruolo e rilanciare la salute della nostra democrazia convivendo con la deriva  populista, corre il serio rischio di consolidare questa deriva nel futuro. Con tanti saluti alla  credibilità della politica e alla stessa solidità delle nostre istituzioni democratiche. 

L’intuizione di Walter Benjamin

Tra il 1935 e il 1939 Walter Benjamin – filosofo, scrittore, critico letterario e teatrale, sociologo, epistemologo tedesco- si cimentò in  più stesure del saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. L’ultima versione del 1939 uscì postuma solo nel 1955. La prima traduzione italiana apparve nel 1966 pubblicata dalla casa editrice Einaudi. Soggetto a varie revisioni e integrazioni da parte dello stesso autore ma anche a tagli redazionali non autorizzati e ad arbitrarie  manipolazioni il saggio fu di fatto riconsiderato dalla critica a partire dagli anni 60, diventando addirittura un testo citato e approfondito nelle Università durante il periodo della contestazione studentesca.

Tuttavia a poco a poco guadagnò una sua centralità nella cultura sociologica e artistica ortodossa del secondo 900 fino a diventare un classico nello studio, nell’analisi e nella valutazione della cultura di massa partendo da un particolare profilo di considerazione che peraltro si riassume nel titolo stesso del suo lavoro che – va precisato- non esprime solo una critica in senso deteriore sulla cd. “arte di massa”, volendone peraltro cogliere aspetti positivi e potenzialità culturali di cui oggi ci capacitiamo nella pienezza della loro valenza divulgativa.

Considerata l’epoca in cui Benjamin mise mano al suo lavoro di revisione critica del concetto di arte alle soglie della modernità, possiamo senza forzature concettuali ed epistemologiche considerare questo saggio come uno dei primi- forse il primo in assoluto- compendio di interpretazione intuitiva più che metodologica di un iniziale fenomeno di tensione verso la globalizzazione, partendo proprio dalla matrice artistica dell’analisi nella sua accezione estensiva di ”fruizione di massa” e di “divulgazione estesa dell’opera d’arte prodotta in altre parentesi temporali della storia.

Già dal primo paragrafo- per entrare subito in medias res – Benjamin evidenzia come l’opera d’arte – per sua natura fortemente identificata e contestualizzata nel suo autore e in un’epoca fino a caratterizzarla in modo distintivo  – è sempre stata riproducibile e riprodotta, per studio, passione o lavoro, attraverso procedimenti quali la xilografia ed altre tecniche grafiche, ma queste forme di riproduzione erano comunque procedimenti artigianali, di dimensioni limitate, legate ad una produzione prettamente manuale, con tempi e modi limitati per quantità e abilità del duplicatore. La stampa – e siamo nel 1455 per merito di Johannes Gutenberg anche se in Asia si usava un sistema similare inventato da Bi Sheng  già dal 1041 – è stato il primo procedimento di riproduzione meccanico, che ha trasformato profondamente la produzione scritta e le sue forme di utilizzo. Allo stesso modo e con lo stesso ritmo la litografia ha reso possibile una riproduzione ed una diffusione commerciale capace di riprodurre anche le immagini e le scene della quotidianità e di riconfigurare il rapporto tra l’oggetto dell’arte, tradizionalmente elevato, e la vita. Queste tecniche erano tuttavia ancora legate ai modi e ai tempi della manualità: la fotografia e la ripresa cinematografica, dipendenti dal senso della vista, hanno impresso un’ulteriore accelerazione, raggiungendo la velocità del “qui e adesso” che era in tempi remoti privilegio intrinsecamente legato all’opera d’arte nella sua unicità al momento irripetibile: il concetto di fermo immagine (oggi usato ad es. nella scienza, nello sport, nella criminologia) derivava dalla lastra su cui era impresso il fissaggio di una ripresa in tempo reale. Ma le potenzialità tecniche presenti nella prima metà del XX° secolo non riguardavano solo la capacità di produzione e riproduzione artistica, ma modificavano anche le modalità di fruizione dell’arte da parte del pubblico.

L’intuizione di Benjamin consisteva dunque nell’evidenziare come lo sviluppo della scienza e della tecnica poteva incidere sotto diversi aspetti nell’accesso di un target sempre più esteso di persone al godimento estetico dell’opera d’arte, indipendentemente dall’epoca e dal luogo della sua produzione: ciò poteva avvenire in modo esponenzialmente crescente per rapidità e differenziazione grazie appunto all’evoluzione dei mezzi tecnici che ne consentivano la fruizione. 

Intuizione decisiva come spartiacque nel rapporto tra opera d’arte in sé, fissata nella storia, unica e irripetibile e modalità della sua potenziale fruibilità, ciò che riguarda in sintesi estrema la relazione tra l’arte e il talento dell’autore da una parte e lo spettatore dall’altra. L’autenticità intesa come unicità ed irripetibilità dell’opera d’arte, dal suo esistere solo all’atto della sua produzione configurava addirittura fino ad allora il concetto stesso di falsificazione rispetto ad ogni tentativo della sua riproduzione. 

Tuttavia – e in questo si misura la potenzialità innovativa dell’intuizione di Walter Benjamin – l’avvento di nuove tecniche riproduttive già a partire dalla prima metà del ‘900 poteva contribuire a diffondere a livello di massa la fruibilità dell’opera arte, prima vincolata all’hic et nunc della sua creazione: in ciò il sociologo tedesco – ben a ragione – anticipava con lungimiranza i temi della democrazia come metodica sociale che consente il più esteso accesso alla singolarità di un oggetto o di un evento ed è facile immaginare come questo concetto abbia radicalmente mutato l’idea di fruibilità.

Un tempo privilegio di pochi, poi attraverso la stampa, i musei, l’inclusione nei programmi di studio, un fenomeno sempre più divulgativo. Benjamin seppe cogliere per primo la portata di questo fenomeno, intuendo come l’introduzione di nuove tecnologie volte a produrre, riprodurre e diffondere l’arte potrebbero condizionarne l’originalità creativa, la genialità, l’unicità, finanche il valore eterno e l’alea di mistero che la avvolge. Fino alla perdita di quella che Benjamin definisce la sua “aura”, intesa come carattere individuale e di unicità dell’opera d’arte originale: da evento unico e irripetibile essa si trasforma attraverso la molteplicità delle riproduzioni.

Basti pensare al cinema come forma primordiale della fruizione artistica di massa: lo spettatore viene soppiantato dal pubblico e l’evento estetico diventa consumo. Per poi considerare l’influenza dei media e dei social nell’era contemporanea, dalla TV al web, dalla tecnica alla tecnologia alla digitalizzazione che viene adesso enfatizzata come modello di comunicazione necessario.

Nel ragionamento di Benjamin -che resta attuale- la riproducibilità dell’opera d’arte attraverso modalità sempre più sofisticate ed evolute enfatizza la preponderanza della rappresentazione e della fruizione estetica-espositiva rispetto allo spirito primordiale del gesto dell’artista, che è essenzialmente un valore culturale, quasi di immedesimazione e di intima devozione.

In ciò consiste “l’aura” che viene scemando: la diffusione estensiva dell’opera d’arte mentre democratizza la cultura finisce per perdere quel legame primigenio che univa l’artista alla sua produzione, fino all’immedesimazione dell’unicità-autenticità che all’atto pratico non sarà mai riproducibile.

Sviluppo della tecnica e formazione di società massificate fino alla globalizzazione possono generare una dissolvenza dell’arte tradizionale, attraverso la perdita dell’aura e dell’originalità autentica.

La comunicazione e la cultura dei social e dei media ha sostituito a poco a poco quella che si trasmette per esperienza e competenza, perdendo in originalità e soggettività.

La globalizzazione è anche questo livellamento in cui siamo – come dice De Rita – coriandoli sparpagliati e fruitori di una conoscenza imposta e fatta prevalentemente di luoghi comuni e di pensiero pensato altrove.

Si finisce allora nell’isolarsi per scrivere, leggere, suonare, produrre per se stessi, pur nella consapevolezza che la divulgazione di un testo, di un saggio, di uno spartito sono legati a incidenze commerciali: la tecnologia non sempre valorizza la qualità del prodotto, quanto la sua ricettività nel mercato globale.

L’estetica diventa moda imponendo criteri non squisitamente artistici, il destinatario finale non è lo spettatore del bello ma l’utente della tendenza prevalente: ci sono sempre meno artisti in senso classico, capaci di produrre un unicum e sempre più influencer come divulgatori di azioni e prodotti massificati.

Circola molta frustrazione tra chi si cimenta nel tentativo di produrre qualcosa di personale: la democrazia applicata all’arte non sempre coglie originalità e talento, in genere la genialità è un valore riconosciuto postumo, a forza di duplicare e riprodurre l’omologazione prende il posto dell’originale.

Ma credo che sottotraccia questi inediti d’autore riemergano a poco a poco, per il gusto e il piacere di chi si occupa di riscoprirli e valorizzarli.

Oggi viviamo in una sorta di casting mediatico in cui ci sono molte comparse e poche eccellenze note.

Mi chiedo anche spesso perchè un Caravaggio, un Mozart, un Leopardi per tralasciare il resto oggi non ci sono più: la stagione dei geni universali svincolati dal tempo e dallo spazio sembra essere finita.

Ci sono pochi autori e molti traduttor dei traduttori: e qui forse lo stesso Benjamin potrebbe essere colto da un ripensamento nel considerare la riproducibilità dell’opera d’arte come conquista della democrazia.

La possibilità di fruire di un’immagine , di un quadro di un brano musicale grazie alla tecnica che ne facilita la diffusione forse ci ha allontanato dal gusto di produrre qualcosa di veramente originale.

Bisogna saper distinguere tra passione (che dipende dalla volontà) e talento che è DNA, estro, genialità intrinseca: una dote innata, per dirla a chiare lettere.

Forse l’arte sta diventando un terreno fertile dove coltivare molte illusioni.

Guardando a ritroso, leggendo un testo d’autore, ascoltando un brano classico  o visitando un museo sembra di capire che da tempo la bellezza artistica – come immediatezza espressiva irripetibile se pur certamente riproducibile all’infinito-  volge sempre più al passato. 

Recovery Plan: nasce Libenter per monitoraggio attuazione Pnrr.

A lanciarlo è stato oggi don Luigi Ciotti, presidente di  Libera/Gruppo Abele, intervenuto alla presentazione del progetto Libenter, nato con l’obiettivo di monitorare in modo trasversale l’attuazione del Pnrr.

“La lotta alle mafie e alla corruzione richiede adeguate misure giuridiche e repressive, ma perché siano incisive è necessario un grande impegno culturale, educativo, sociale”, ha avvertito don Ciotti, secondo il quale oggi “riscontriamo un pericolo strisciante: c’è tanta disattenzione che porta alla normalizzazione di questi fenomeni, cioè il fingere che il problema sia meno grave di quel che sembra o che addirittura non esista, complice il suo manifestarsi in forme anche nuove e meno aggressive”.

Dunque, «la lotta alle mafie e alla corruzione non può essere una questione solo delegata agli addetti ai lavori, come se fosse un settore specifico della vita pubblica: è necessario allargare a tutti questa battaglia, attraverso percorsi di partecipazione”. Questo “è il senso delle comunità monitoranti di Libera”,  il contributo che p”ortiamo a questo progetto” perché “fa piacere costruire un noi e camminare con altri”.

Oltre alle comunità monitoranti, per una riuscita dei progetti contenuti nel Pnrr e per un utilizzo corretto delle risorse europee serve in primis l’elaborazione di un metodo di valutazione soprattutto delle Amministrazioni regionali e/o locali chiamate a spendere il denaro. Ne è convinto il presidente di Fondazione etica Gregorio Gitti: “Una buona capacità amministrativa è la premessa essenziale per i Comuni e/o le Regioni che puntano su investimenti trasparenti e di successo”.

“La riuscita dei singoli progetti e più in generale del Pnrr – ha concluso il presidente del Cnel Tiziano Treu – è strettamente connessa, oltre che alla qualità del monitoraggio attuato dai soggetti e delle categorie sociali direttamente interessate”, allo “strumento della partecipazione” dei corpi intermedi.

Il modello economico neoliberista e la crisi della città ai tempi della pandemia.

I due primi mesi del lockdown imposto dalla pandemia del Covid-19 hanno reso evidente la distruzione del welfare urbano da parte dell’economia liberista. Il contagio è infatti dilagato senza che nessuno se ne accorgesse in tempo perché a partire dagli anni ’90 era stata smantellata la rete decentrata di tutela territoriale della sanità pubblica, dai medici di base ai piccoli presidi ospedalieri. Nella grande privatizzazione della sanità, non c’era alcuna convenienza nel gestire le funzioni minute di monitoraggio dello stato di salute dei territori. Era più conveniente mettere le mani sul sistema ospedaliero. Si è in questo modo affermata una politica di concentrazione dei luoghi della cura che ha portato alla costruzione di grandi ospedali nelle città maggiori e alla parallela rarefazione delle strutture decentrate di presidio territoriale. 

È come se le lancette dell’orologio fossero state spostate indietro per farci tornare nella città medievale, in cui esistevano ospedali per la cura dei malati ma mancava la concezione del sistematico controllo dello stato di salute della popolazione e dei territori, che sarebbe stato acquisito soltanto nei secoli successivi. Il paradosso è che in quelle lontane città il servizio sanitario era gratuito. Oggi gli ospedali a pagamento sono all’incirca la metà di quelli pubblici. Del resto, le stime più attendibili parlano di una carenza di personale medico vicina ai 50 mila addetti. La sanità pubblica doveva diminuire la sua influenza e, anche per questo, l’Italia vanta il tragico primato in Europa per il numero di morti per contagio del coronavirus rispetto alla popolazione residente.

All’interno del sistema della cura, un ruolo particolare nella diffusione del virus è stato svolto, come noto, dalle residenze sociali assistite (Rsa). Nella città delle regole liberali erano avvenuti rilevanti esperimenti di decoro urbano come la realizzazione del Pio albergo Trivulzio. Una struttura nata dalla filantropia di un mecenate si collocava all’interno della città, ne qualificava le funzioni e ne ricavava un rapporto di integrazione. Negli anni della cancellazione delle regole, conta solo l’estrazione di valore e le città scompaiono. Le ispezioni effettuate dalle autorità pubbliche a seguito dei focolai di contagio hanno messo in luce inadeguatezze strutturali, illegalità e, appunto, la casualità delle localizzazioni, spesso lontane e isolate rispetto al contesto urbano. Non sono state più le regole inclusive a disegnare la rete di quei nuovi servizi. È la proprietà immobiliare ad aver imposto il proprio disegno.

Gli altri capitoli della distruzione del welfare urbano messi in luce dal lockdown riguardano il sistema scolastico e quello dei trasporti pubblici. Il primo si è dimostrato incapace di rispondere alla sfida e i corsi delle classi superiori e delle università sono stati a lungo interrotti in presenza. Quasi tutti i paesi europei hanno lasciato aperte le scuole anche nei periodi di chiusura totale. In Italia no. Il sistema scolastico non è stato in grado di adeguarsi alla nuova fase e, a parte le imbarazzanti iniziative di acquisto dei banchi monoposto, nessun plesso scolastico è stato sottoposto al radicale ripensamento che era lecito attendersi. È noto che anche in questo settore vengono stanziate risorse economiche inferiori a quelle degli altri paesi europei. E, come nel campo sanitario, a causa dei tagli di bilancio degli ultimi decenni, mancano all’appello almeno 80 mila docenti. La scuola pubblica, uno dei pilastri del welfare urbano, è stata resa marginale, specie nelle aree geografiche marginali.

Per il segmento del trasporto pubblico, è il caso di rammentare che di fronte all’incalzare della pandemia, erano stati promessi progetti per il potenziamento della rete locale anche per differenziare gli orari di accesso negli uffici e nelle strutture scolastiche. Dalla fine del primo lockdown sono passati nove mesi e il trasporto pubblico non ha avuto alcun segnale di attenzione. Mesi preziosi gettati al vento, con la conseguenza di aver reso più difficili gli spostamenti nelle aree urbane. 

Ma oltre a questi tre fondamentali diritti dei cittadini smantellati dalla concezione liberista della città, è ormai indispensabile riflettere sulla distruzione della stessa concezione della città da parte dell’economia dominante. 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/modello-economico-neoliberista-crisi-citta-tempi

A maggio 2021 il settore statale mostra un fabbisogno di 15,1 miliardi

Nel mese di maggio 2021 il saldo del settore statale si è chiuso, in via provvisoria, con un fabbisogno di 15.100 milioni, in miglioramento di circa 10.500 milioni rispetto al risultato del corrispondente mese dello scorso anno (25.586 milioni). Il fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno in corso è pari a circa 68.900 milioni, in miglioramento di circa 5.600 milioni rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2020 (74.464 milioni). Sul sito del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato è disponibile il dato definitivo del saldo del settore statale del mese di aprile 2021.

Nel confronto con il corrispondente mese del 2020, il saldo ha beneficiato di un miglioramento degli incassi fiscali che lo scorso anno avevano subito una forte contrazione per la sospensione dei versamenti tributari e contributivi disposta dai provvedimenti legislativi emanati al fine di contenere l’emergenza Covid-19.

Di contro si segnala un aumento dei pagamenti dovuto alla maggiore spesa delle Amministrazioni Centrali e Territoriali nonché alle prestazioni erogate dall’Agenzia delle Entrate e dalla Protezione civile per sostenere le misure previste dai provvedimenti per il contenimento dell’emergenza epidemiologica.

La spesa per interessi sui titoli di Stato è in linea con quella di maggio 2020.

Vaccini Lazio in farmacia, cosa c’è da sapere

La campagna vaccinale anti-Covid con Johnson & Johnson è partita nelle oltre 600 farmacie della Regione Lazio dove ci saranno, per ogni singolo esercizio, 25 dosi a settimana fino al 27 giugno e le prenotazioni sono già sold out per le prime due settimane. Lo ricorda, in una nota, Federfarma Roma, dopo l’avvio della campagna vaccinale in farmacia, alla presenza del governatore del Lazio Nicola Zingaretti e dell’assessore alla Sanità Alessio D’Amato, che hanno spiegato come la campagna proseguirà, nei prossimi mesi, con più dosi, in tutte le 800 farmacie che hanno aderito e che saranno centrali, insieme ai medici di famiglia, per la vaccinazione autunnale.

“Quello fatto negli ultimi 20 giorni dall’organizzazione messa in piedi dalle farmacie di Roma e del Lazio e dalla struttura regionale – dice Andrea Cicconetti, presidente di Federfarma Roma – è stato uno sforzo enorme. In poco tempo sono state messe in rete tutte le farmacie attualmente autorizzate a somministrare i vaccini (e alle quali se ne aggiungeranno di giorno in giorno tantissime altre), sono state distribuite le dosi e siamo andati a regime nei tempi prestabiliti. Si tratta di un punto importantissimo nella lotta alla pandemia perché i cittadini potranno tranquillamente recarsi nella farmacia sotto casa per ricevere la somministrazione del vaccino anti-Covid Johnson & Johnson”.

L’accesso alla vaccinazione in farmacia – ricorda la nota di Federfarma -avviene solo attraverso il sistema di prenotazione on-line della Regione Lazio: non è possibile prenotare direttamente nelle farmacie. Le persone che vogliono prenotare il vaccino devono: avere a disposizione la propria tessera sanitaria (in corso di validità) per comunicare il codice fiscale e le ultime 13 cifre del codice numerico Team posto sul retro della tessera; scegliere nell’elenco la farmacia dove intendono ricevere il vaccino; selezionare il giorno; lasciare il proprio numero di telefono: la farmacia scelta chiamerà per fissare l’orario dell’appuntamento. Una volta effettuata l’inoculazione del vaccino sarà rilasciato un attestato di avvenuta vaccinazione, fondamentale per accedere al green pass.

La Repubblica, 75 anni di speranze e attese

A 75 anni dalla sua nascita, la Repubblica si trova di fronte a un nuovo tornante della sua storia, saranno necessarie scelte difficili come quelle fatte negli anni del dopoguerra democristiano: fu quella la stagione della grande trasformazione economica e sociale. In quel periodo, infatti, si decise il modello di sviluppo economico, sociale e culturale della Repubblica e, tra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta, l’exploit dell’Italia fu incredibile, investendo la mentalità, le abitudini di vita, i sistemi produttivi, i costumi dell’intera popolazione.

Questa congiuntura favorevole coincise con la nascita e lo sviluppo dei partiti di massa, capaci di rappresentare gli interessi di diversi gruppi sociali e di collegarli con le istituzioni di governo, coinvolgendo attivamente tantissime persone. Nella semplificazione delle formule politiche, si potrebbe periodizzare la «Repubblica dei partiti»: gli anni cinquanta sono quelli del dominio centrista, sotto il governo di De Gasperi con i suoi piccoli alleati, ma anche sotto le pressioni della Guerra fredda; poi arrivano gli anni sessanta con il primo centrosinistra (Moro-Nenni), un’alleanza di democristiani e di socialisti fondata su un modello di riforme; seguono gli anni settanta caratterizzati dall’intesa fra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, che prende il nome di «compromesso storico».

Si giunge al decennio ottanta, dove nel vuoto di potere si inserisce Craxi, ma l’evento storico più rilevante è rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino, ultimo baluardo della Guerra fredda che, per riprendere il titolo di un celebre saggio politico di Francis Fukuyama, segna l’inizio della «fine della storia». Fu indubbiamente un periodo di crescita, di cambiamenti, di conquiste sociali, di diritti civili, ma furono anche anni pieni di conflitti e contraddizioni, in alcuni casi dei veri e propri spartiacque storici: il governo Tambroni, per esempio, il Sessantotto, la drammatica vicenda di Aldo Moro. In questi tre quarti di secolo la Repubblica è stata colpita dal terrorismo di estrema sinistra e dallo stragismo di estrema destra, una offensiva eversiva che segnò l’intensificazione della «strategia della tensione», e infine dall’attacco più violento e più devastante portato avanti dalla mafia.

Oggi ricorrono anche i 40 anni dalla morte di Rino Gaetano, un grande artista che con graffiante ironia e con uno sguardo poetico ha saputo raccontare i disagi, i vizi e quelle contraddizioni della società italiana. Il cantautore, giocando con le parole, nei versi non mancava di ricordare la sua Calabria e il Sud.

Rileggendo, di recente, Questo Novecento di Vittorio Foa, mi sono soffermato su una riflessione ripresa dall’autore in riferimento alla stagione dei grandi cambiamenti e ai conseguenti sconvolgimenti sulla vita quotidiana: l’ho trovata tanto attuale, come i testi di Rino Gaetano. È di Vera Lutz, economista inglese e studiosa del Sud: «Le strade costruite dalla Cassa del Mezzogiorno servono ormai agli abitanti per andarsene per sempre dai loro paesi».

Ecco, in questo nuovo tornante della storia, festeggiamo la Repubblica ma proviamo anche a ricostruire e, soprattutto, a unire il Paese, sul serio.

 

 

Le scuse di Di Maio: questione di toni o di sostanza?

Pare che una delle categorie della politica nostrana sia diventata quella delle “scuse”.

Categoria apprezzabile sul piano personale, ma da considerare con prudente cautela su quello politico.

Dice Giuseppe Conte che Di Maio ha fatto bene a scusarsi con l’ex Sindaco di Lodi.

È giusto riconoscere – sostiene Conte – che in passato il Movimento ha usato “toni” sbagliati.

“Toni sbagliati”?

È dunque una questione di “bon ton” quella che si pone in materia di giustizia e di rapporto tra essa, i cittadini e la politica? O invece di sostanza?

Erano sbagliati i toni o erano sbagliate la concezione di fondo e l’architettura di pensiero sulle quali il M5S ha costruito in tutti questi anni il suo successo elettorale (sul terreno della giustizia come su tutti gli altri)?

Il populismo è questione che riguarda i “toni” oppure la degenerazione della democrazia e del rapporto virtuoso tra la politica e la pubblica opinione, come magistralmente ha scritto nel suo ultimo libro il compianto Padre Sorge?

Bastano un modo forbito e pacato di esprimersi e le antiche frequentazioni cattoliche per trasformare, da nuovo leader, un movimento populista, forcaiolo e demagogico in un soggetto politico che ambisce a occupare lo spazio del “centro” rimasto privo di solidi presìdi e di generosi autentici interpreti (che pur ci sono qua e là, ma non sembra affatto che abbiano tanta voglia di superare le loro auto referenzialitá)?

Domande, tutt’altro che faziose e irrispettose, che meritano una riflessione, sopratutto da parte di chi (a sinistra come anche al centro) scommette su questa improbabile trasformazione e su di essa pare disposto a investire le ambizioni (altrettanto improbabili) del futuro equilibrio politico del Paese.

L’Italia della repubblica e della costituente

Sono passati, ormai, settantacinque anni dal 2 giugno 1946, dal Referendum su Monarchia o Repubblica e dall’elezione dell’Assemblea Costituente.

Sembra che si parli del passato remoto, di un’Italia che non ci appartenga più (soprattutto se si tiene conto dell’involuzione politica di almeno gli ultimi vent’anni); eppure il 2 giugno rappresenta non solo la memoria storica di un percorso democratico e politico-istituzionale che l’Italia e il popolo italiano si sono dati, ma soprattutto un momento di riflessione su quello che dovrebbe essere il prosieguo di una vita repubblicana nel suo significato più autentico.

Il ricordo e le commemorazioni come tali non bastano per celebrare una tra le migliori stagioni del nostro Belpaese. Occorre andare alle radici di un sentimento comune che, anche nelle diverse situazioni soprattutto di pensiero e di costume tra Nord e Sud, ha saputo intrecciarsi nella convivenza sulla base del sentimento di unità come Nazione e come Popolo.

Del resto, già in sede di Assemblea Costituente si colgono i valori ispiratori di un sentimento che, pur nella divisione ideologica accesa, sanno introdursi nel crogiuolo del confronto corretto (mai offensivo), democratico, disinteressato per arrivare a quel fine che porta il nome di Costituzione della Repubblica Italiana.

Certo, non può non rilevarsi che questo risultato fu pagato a caro prezzo: la lotta di liberazione partigiana sparse sangue, orrore e dolore dappertutto. Ma si trattava di un pedaggio da pagare per costruire una Nazione nuova, un Popolo nuovo che volevano sostituire alla pseudo cultura della barbarie, della guerra e dell’odio razziale, una nuova cultura basata sul principio dell’amore umano e cristiano.

A distanza di tanti anni, cosa resta di quella cultura? Il Mondo è sicuramente cambiato! Il concetto stesso di Popolo travalica ormai i confini stessi di Nazione per inverarsi in quel sentimento che Papa Francesco ha sintetizzato nel titolo dell’enciclica “Fratelli tutti”.

Ciononostante, i problemi non mancano, le guerre aumentano, l’odio razziale è cronaca quotidiana, i Paesi poveri vengono ancora abbandonati a sé stessi e sfruttati a fini economici, il dibattito politico è regredito a livelli di sottocultura.

Allora, ripensare al 2 giugno 1946 significa anche (ma direi soprattutto) riscoprire i veri valori della vita e della convivenza pacifica tra i popoli. Significa ricordarsi che il cammino umano ha un termine e che va inteso come propensione ed impegno (ciascuno nel suo piccolo) nel realizzare una vita dignitosa per tutti. Significa sostituire alla cultura economica del profitto quella della persona che vive in una comunità per elevarla sul piano umano e sociale.

È in grado questa politica, questa classe dirigente di spendersi per la realizzazione di questi ideali? Basta accendere la TV e guardare uno dei tanti talk show per rendersene conto.

La politica ridotta a spettacolo è quello cui si assiste quotidianamente, quasi impotenti rispetto a personaggi che usano l’aggressione verbale, la voce alta nella consapevolezza che solo così si possa aver ragione e demonizzare l’avversario di turno.

Siamo arrivati ad un livello così basso che memoria storica non ricordi. Non esiste più quella capacità di lungimiranza nel saper disegnare un nuovo progetto di sviluppo che riguardi tutti. Non esiste più quel costume e quella cultura secondo i quali la politica è essenzialmente propensione al bene comune e, come tale, rifiuta il settarismo.

Nell’ottobre del 1989, qualche settimana prima di morire, in un incontro pubblico a Cesena, Benigno Zaccagnini disse: “dobbiamo avere, anzi abbiamo il dovere di fare delle cose grandi.”

Spetta ad ogni persona il dovere di impegnarsi per fare delle cose grandi, ciascuna nel suo ruolo; ma ciascuna anche consapevole che il dovere di fare delle cose grandi oggi significa anzitutto ripudiare questa politica per tornare ai valori, alla cultura ed all’impegno del 2 giugno 1946.

Al centro ritroviamoci noi, tutti insieme

Ci proviamo dal 2012, con il costante impegno per la ricomposizione politica della DC  con Gianni Fontana e Renato Grassi e, dal 2019, con la nascita della Federazione Popolare DC presieduta dall’amico Peppino Gargani. E’ stato il ventennio della diaspora DC, che ho ampiamente descritto nel mio: DEMODISSEA, la Democrazia cristiana nella lunga stagione della diaspora (1993-2020) –Edizioni Il Mio Libro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/562226/demodissea/

Ci hanno provato, senza riuscirci,  gli amici Rotondi e Tabacci a  costituire un gruppo parlamentare di Popolari a sostegno del  governo Conti 2. Il primo, Gianfranco Rotondi, con il proposito di mettere insieme ex DC, esponenti di Forza Italia e dei Verdi, come sperimentato a St Vincent nel Novembre 2020. Il secondo, Bruno Tabacci, più orientato a sinistra, con gli amici del Centro democratico più Europa. Da parte sua il governatore Toti, staccatosi dal Cavaliere, di cui fu uno degli ultimi eredi predestinati, dopo avere dato vita al movimento “ Cambiamo”, nei giorni scorsi ha raccolto l’invito del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, per avviare il progetto di un nuovo gruppo parlamentare dei “moderati”: “ Coraggio Italia”.

C’è, dunque, un tentativo affannoso di occupare uno spazio al centro dello schieramento politico italiano, dopo la crisi progressiva e forse inarrestabile di Forza Italia. Quello che fu un movimento-partito aziendale capace di ereditare larga parte della crisi del quadripartito moderato della prima repubblica, trova adesso in alcune frazioni di Forza Italia, Cambiamo di Toti e amici di Quagliariello ( “ Idea” con Carlo Giovanardi), già  con la supervisione e controllo del “parmesan della politica”, Brugnaro, la sua sostituzione con lo strumento, “ Coraggio Italia”, col quale si tenta di prolungare la funzione di rappresentanza dei moderati già assicurata dal Cavaliere.

Servivano le risorse finanziarie e molti speravano/sollecitavano Urbano Cairo, sin qui in surplace. Ha colto, invece, al balzo l’opportunità, Brugnaro, che, da tempo, aspira a un ruolo politico più ampio di quello di sindaco della città Serenissima. Imposto già il suo colore elettorale, rosa fucsia, Brugnaro si appresta a trasferire nel nuovo partito i metodi sbrigativi aziendali già sperimentati a Venezia con i suoi assessori e collaboratori. 

Deputati e senatori quasi certi della difficile, se non sicura prossima rielezione, hanno prontamente adempiuto a quella che, nel Veneto, chiamiamo la regola dell’articolo quinto: “chi  che gà i schei el gà sempre vinto” ( chi ha i soldi ha sempre vinto) e, così,  il gruppo-partito neo fucsia di Brugnaro, Toti e Quagliariello si è con rapidità realizzato con il rassicurante titolo di “Coraggio Italia”.

Se la politica è l’arte con cui si tenta di dare risposte a livello istituzionale agli interessi e ai valori prevalenti in un dato contesto storico politico, culturale  e sociale, a me pare che in questa fase dominata a livello globale dal finanz-capitalismo, gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e di quelli popolari, molto difficilmente potranno essere rappresentati da questa nuova compagine politica. In tutta la nostra storia nazionale, dall’unità d’Italia in poi, senza il contributo decisivo delle componenti di area democratico popolare e cristiano sociale, ispirate dalla dottrina sociale della Chiesa, il nostro Paese ha conosciuto solo crisi e difficoltà.

Il PPI di Sturzo prima e la DC di De Gasperi, Fanfani e Moro poi, sono stati gli straordinari strumenti politico partitici che hanno permesso a vaste masse popolari e dei ceti medi produttivi laiche e cattoliche di assumere il ruolo di classe dirigente, alla fine dello stato liberale prima e, dopo,  in tutto il dopoguerra e per oltre quarant’anni.

Ecco perché dal 2011-12 ho rivolto il mio impegno, da un lato, a promuovere e concorrere al progetto di rilancio della DC, partito mai giuridicamente sciolto, e dal 2019 ad avviare con la Federazione Popolare DC, quello della ricomposizione politica della più vasta area cattolico democratico popolare e cristiano sociale italiana.

Sono convinto, infatti, che in questa fase storico politica dominata dal superamento del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), in cui la finanza detta i fini, subordinando ad essa l’economia reale e la stessa politica, solo un partito ispirato dalla dottrina sociale cristiana, oggi espressa, soprattutto, dalle encicliche “Laudato SI”, come bene ha inteso Rotondi, e “Fratelli Tutti” annunciante la buona politica ( capitolo quinto), possa offrire una nuova speranza ai ceti medi e alle classi popolari italiane. Dispiace che agli sforzi portati avanti dagli amici Grassi della DC e Gargani della Federazione Popolare, resistano ancora, per la DC, i comportamenti assurdi e autolesionisti di alcuni sabotatori seriali impenitenti e, probabilmente, telecomandati da qualche vecchio DC già impegnato nella spartizione del de cuius mai morto; per la Federazione Popolare dal solito Cesa che, al dunque, subisce nell’UDC il dominio del padovano De Poli, già accolito forzista di Galan, oggi di Ghedini e di Zaia, giungendo a considerare “interessante” la proposta di Salvini di unità di tutte le destre in Europa. Ho ricordato a Cesa che i DC e i Popolari italiani sono per un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alle destre populiste e nazionaliste e distinto e distante da una sinistra senza identità. 

Questo il progetto della DC e della Federazione Popolare che concreteremo sul piano del programma con la prossima “Camaldoli 2021”e, in seguito, con un’assemblea costituente nazionale del nuovo soggetto politico di centro come quello descritto. Spetta agli amici di “Insieme”, guidati da Infante e Tarolli e a quanti si ritrovano  sulle linee indicate dal “manifesto Zamagni”, come “Rete bianca” degli amici D’Ubaldo e Merlo, raccogliere il nostro invito. Noi, come tutti loro, da soli, non ce la possiamo fare, ma tutti insieme, invece, sapremo capaci da cattolici democratici popolari e cristiano sociali di offrire ai ceti medi produttivi e alle classi popolari una nuova e sicura rappresentanza politica.

 

Ora dobbiamo guardare avanti, forti dei principi della Costituzione, per vincere la sfida della libertà.

Forse chi ha lottato per un’Italia democratica e repubblicana mai avrebbe potuto pensare che dopo tre quarti di secolo la Repubblica si sarebbe trovata nella peggior crisi della sua storia. Il Due Giugno 1946 però si elesse anche l’Assemblea Costituente per redigere la Costituzione.

Se riusciamo adesso, dopo i terribili 15 mesi di pandemia e dopo il durissimo decennio di austerità autoimposta che la ha preceduta, a intravvedere una via d’uscita lo dobbiamo in gran parte proprio al lavoro inscalfibile dei padri costituenti che 75 anni fa ricevettero il loro mandato.

È grazie agli ideali e alle concezioni giuridiche, sociali, antropologiche e ontologiche a cui essi si ispirarono, che la Costituzione contiene le risposte per far fronte alle molteplici crisi in corso.

Proprio mentre abbiamo dovuto affrontare ogni tipo di restrizioni dei diritti fondamentali e delle libertà per motivazioni sanitarie – che col tempo si sono mostrate sempre più opinabili – abbiamo sperimentato la solidità delle garanzie ai cittadini dell’impianto costituzionale.

La Repubblica Italiana infatti esprime una concezione temperata dello stato. Lo stato non è originario e onnipotente, esso viene collocato agli antipodi dell’assolutismo hegeliano e delle sue terribili realizzazioni storiche. Lo stato viene dopo la società civile. Il diritto naturale, la persona, la famiglia e tutti i corpi intermedi preesistono all’autorità statale, che li “riconosce” e li coordina in armonia e in modo sussidiario, dunque discreto e non invasivo, sempre attento a non invadere ambiti che non gli spettano. E meno che mai propenso a invertire l’onere della prova in materia di libertà, di giustizia , di sanità, di fisco o di quant’altro. È sempre bene ricordare che nostro ordinamento giuridico e costituzionale non esiste l’idea che tutti sono considerati trasgressori, colpevoli, malati o evasori fino a prova contraria da esibire a loro discolpa. Nessuno deve giustificare le proprie libertà, dimostrare di non esser colpevole o di non essere malato o di non essere evasore. Sono gli organi dello stato, in un solido quadro di garanzie, che nel caso devono farlo.

Una concezione che trova solenne e suprema espressione nell’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…”.

In quel verbo “riconoscere” c’è tutta la differenza fra la nostra Repubblica democratica e i regimi totalitari. Per il grande filosofo e giurista Giuseppe Capograssi che fu tra i maggiori ispiratori di questa concezione dello stato, ciò che contava nella Costituzione era la seguente domanda: in essa “c’è questo senso di rispetto della vita in tutte le sue forme concrete, del libero muoversi e realizzarsi della varia, incredibilmente varia, natura umana?”. Sì c’è, è codificato al massimo grado. Nessuno e per nessun motivo può disporre dei diritti inalienabili della persona umana e delle società naturali che essa forma.

Questa costituisce la pietra angolare su cui edificare il ritorno alla normalità post covid. Ciò che è successo con lo stato di emergenza rappresenta una situazione di fatto e con inderogabili limiti temporali, che ha potuto imporsi solo perché accettata dalla maggioranza delle persone e non in ragione del diritto. No, la Costituzione non dà ragione a Carl Schmitt. In essa sono presenti gli anticorpi per impedire il disegno che ciclicamente riemerge nella storia, di consegnare la sovranità a chi provoca lo stato d’eccezione.

È proprio grazie ai principi fondamentali in essa enunciati che stiamo sconfiggendo il disegno di chi pensa di poter aggirare gli “intralci” costituzionali, infondendo terrore senza fine per realizzare un modello di governo che abbia le caratteristiche gradite ai santuari del capitalismo della sorveglianza, che hanno come modello la Cina comunista e come scopo quello di soddisfare gli appetiti delle corporations-stato globali.

Dal lavoro dei costituenti troviamo anche la via con cui affrontare la crisi dell’Europa, impantanata da anni nelle sabbie mobili di un mercantilismo che fa aumentare, anziché ridurre, le divergenze fra gli stati membri. La misura di tutto è la sacralità della persona umana, con ciò che ne deriva in termini di diritti e di socialità, non cervellotiche regole di bilancio. E la pari dignità, in una, per fortuna, inesauribile diversità dei popoli che la compongono. Se l’Europa intera si ricorderà delle sue origini post belliche, e in essa la nostra Repubblica saprà recuperare lo spirito di libertà che ha circondato la sua nascita, allora potremo guardare con un certo ottimismo sia alla conclusione definitiva dell’emergenza sanitaria che alla ripresa di un vero cammino costituente europeo.

Istat: Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,1 punti percentuali.

Rispetto a marzo, nel mese di aprile 2021 si registra un lieve aumento degli occupati e una crescita più consistente dei disoccupati, a fronte di una diminuzione degli inattivi.

La crescita dell’occupazione (+0,1%, pari a +20mila unità) coinvolge le donne, i dipendenti a termine e i minori di 35 anni; diminuiscono, invece, gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e gli ultra 35enni. Il tasso di occupazione sale al 56,9% (+0,1 punti).

L’aumento del numero di persone in cerca di lavoro (+3,4% rispetto a marzo, pari a +88mila unità) riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione sale al 10,7% (+0,3 punti), tra i giovani scende al 33,7% (-0,2 punti).

Ad aprile, rispetto al mese precedente, diminuisce anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-1,0%, pari a -138mila unità) a seguito del calo diffuso sia per sesso sia per età. Il tasso di inattività scende al 36,2% (-0,3 punti).

Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2021 con quello precedente (novembre 2020-gennaio 2021), il livello dell’occupazione è inferiore dello 0,4%, con una diminuzione di 83mila unità.

Nel trimestre aumentano le persone in cerca di occupazione (+4,8%, pari a +120mila) a fronte di un calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,6%, pari a -79mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione, registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021, hanno determinato un calo tendenziale dell’occupazione (-0,8% pari a -177mila unità). La diminuzione coinvolge gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e prevalentemente i 35-49enni. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,1 punti percentuali.

Rispetto ad aprile 2020, le persone in cerca di lavoro risultano in forte crescita (+48,3%, pari a +870mila unità), a causa dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria; d’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-6,3%, pari a -932mila), che ad aprile 2020 avevano registrato, invece, un forte aumento.

Lavoro, fare inclusione: un grande progetto e una grande rete.

Nasce un sito – www.fareinclusione.it – per raccontare un grande progetto e una grande rete. Tutto parte da quattro lettere, due consonanti e due vocali, un verbo cortissimo che usiamo tutti i giorni: “fare”. Un verbo transitivo: si fa (o non si fa) qualcosa. Se lo andiamo a cercare sul vocabolario troviamo: “compiere una determinata azione o attività, eseguire, realizzare: fare un gesto, un urlo; fare un passo avanti, un’escursione; fare una buona azione, un gioco”. Ma anche: “passare all’azione, essere attivo”.

Una parola semplice e fondamentale che ben spiega non solo l’idea di partenza (FARE è qui acronimo per Formazione, Appartenenza, Responsabilità, Esperienza), ma anche e soprattutto un percorso che si concretizza nei fatti. Si tratta di un progetto nato per sensibilizzare l’inserimento nel mondo del lavoro di persone socialmente fragili, un’organizzazione per mettere al centro la dignità di ogni individuo. La rete è costituita da associazioni ed enti che si occupano di inclusione sociale nelle province di Novara, Verbania, Varese e Vercelli.

Lo scopo? Trasformare in risorsa sociale ed economica uomini e donne che sono di solito esclusi da dinamiche aziendali e lavorative. L’idea? Affiancare persone a persone: chi insegna e chi impara, nell’ottica di un’impresa sociale totalmente sostenibile. I lavoratori che vengono formati e inseriti in azienda diventano una risorsa: una catena virtuosa che dà il via a una crescita personale, professionale ed economica per tutti gli attori coinvolti. Essere parte attiva di una comunità vuol dire davvero mettersi a FARE.

Le parole chiave sono due: inclusione sociale e volontariato. E anche il sito fareinclusione.it è stato pensato e diviso in due aree per essere un’importante cassa di risonanza. L’obiettivo è proprio quello di fare rete per offrire la possibilità a persone disabili o in difficoltà di formarsi. L’organizzazione è aperta e accogliente: non solo per raccontare le tante attività e azioni già in atto, ma anche per aprirsi a nuovi enti e associazioni, aziende e realtà lavorative, persone che vogliono dedicare un po’ del proprio tempo e delle proprie competenze al volontariato. Per farsi avanti ci sono due email: fare@fareinclusione.it | volontariato@fareinclusione.it

Le associazioni e organizzazioni del terzo settore che, a oggi, fanno parte di FARE sono: Associazione Amici di Tommy e Cecilia (Sesto Calende, VA), Associazione Dignità e Lavoro – Cecco Fornara ODV (Borgomanero, NO), Il Ponte Cooperativa Sociale (Invorio, NO), Centro Gazza Ladra (Invorio, NO), Il Sogno Cooperativa Sociale (Domodossola, VB), Insieme si può (Massino Visconti, NO), Irene Impresa Sociale (Borgomanero, NO), L’Aquilone Cooperativa Sociale (Sesto Calende, VA), La Bitta Cooperativa Sociale (Domodossola, VB), Mamma Parliamone (Arona, NO), Rete Nondisolopane (Arona, NO), Risorse Cooperativa Sociale (Verbania, VB), Associazione di Volontariato Villa Rolandi (Quarona, VC), Cooperativa Bi.plano (Venegono, VA). FARE nasce anche grazie al bando del terzo settore della Regione Piemonte.

Green pass covid, tutto quello che c’è da sapere

Green pass o certificato Covid europeo digitale per viaggiare in Europa. Un lasciapassare che dovrebbe esentare i viaggiatori all’interno dell’Ue dagli obblighi di test e/o quarantene. Ma chi può ottenerlo? E come? Quanto dura? Il Green pass sarà valido “quattordici giorni dopo l’ultima dose” di vaccino anti-Covid e, per i guariti dal coronavirus, per 180 giorni a partire dal test Pcr positivo. Per i test, invece, quelli molecolari avranno una validità di “72 ore”, mentre quelli rapidi “48 ore”, ha spiegato il commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders presentando, in conferenza stampa a Bruxelles, la nuova proposta di raccomandazione per i viaggi nell’Ue, chiesta dal Consiglio europeo la settimana scorsa in vista della stagione estiva.

Da oggi, 1 giugno, sarà tecnicamente possibile, per gli Stati Ue che sono pronti e interessati a farlo, emettere già certificati Covid Ue digitali, o Green Pass, e riconoscere quelli emessi da altri Stati membri. Oggi la Commissione europea renderà pienamente operativo il Gateway, la piattaforma che consentirà al certificato Ue di funzionare attraverso i confini. Il pass sarà un diritto di tutti i cittadini Ue che hanno i requisiti (vaccinazione, guarigione o test) a partire dall’1 luglio, quando entrerà in vigore il regolamento che lo istituisce.

“La data prevista per il via del green pass europeo è il 15 giugno: sarà un modello informatico, ma finché non entrerà in funzione potrà essere sostituito da un documento cartaceo”, ha spiegato il ministro del Turismo Massimo Garavaglia che ha sottolineato: “In Europa si viaggerà con tre regole: vaccino, tampone, oppure anticorpi. L’importante è che siano chiare le regole e semplici”.

Le persone pienamente vaccinate, cioè con due dosi per AstraZeneca, Pfizer/BioNTech e Moderna e con una dose per Janssen (J&J), che detengono il certificato, dovrebbero essere esentate, in viaggio, da test e quarantene 14 giorni dopo aver ricevuto l’ultima dose. Lo stesso deve valere per le persone che sono guarite e che hanno ricevuto una sola dose di vaccino, considerata sufficiente per la protezione dalla malattia.

Nel caso in cui uno Stato membro accetti una prova di vaccinazione per rimuovere le restrizioni alla libera circolazione dopo la prima dose, allora deve accettare anche i pass Ue per i vaccini alle stesse condizioni. Se un Paese vuole essere “più flessibile” rispetto alla raccomandazione, “può farlo”, spiega un alto funzionario Ue. Ma questa flessibilità deve valere per tutti, non può essere limitata ai cittadini di quel determinato Paese.

Le persone guarite dalla Covid-19 dovrebbero essere esentate da test e/o quarantene nei 180 giorni successivi al test Pcr positivo, che attesta l’avvenuta infezione (la validità è a partire dall’undicesimo giorno dopo il test, una volta terminato il periodo di contagiosità). Per chi non è vaccinato né guarito, allora resta l’opzione del test, che il pass certifica e che viene così riconosciuto anche all’estero.

Per i test viene proposto un periodo di validità standard (oggi ogni Paese stabilisce il periodo di validità autonomamente): per i test Pcr o molecolari la validità è di 72 ore, mentre per quelli rapidi antigenici è di 48 ore. Viene previsto un meccanismo di freno d’emergenza: gli Stati possono reintrodurre le restrizioni anche per le persone vaccinate e guarite, se la situazione epidemiologica si deteriora rapidamente o dove è riportata un’elevata prevalenza di varianti preoccupanti.

In generale, al di là dei titolari del pass, vengono anche proposte la semplificazione, per quanto possibile in un’Unione a 27, e il chiarimento dei requisiti necessari per viaggiare. Per i viaggiatori che arrivano dalle aree verdi (secondo la mappa aggiornata ogni giovedì dall’Ecdc), non dovrebbero esserci restrizioni.

Per chi arriva dalle zone arancioni, è possibile richiedere un test (rapido o Pcr) prima della partenza. Per chi viaggia da una zona rossa, gli Stati possono chiedere una quarantena, in assenza di un test Pcr o rapido negativo.

Per i viaggiatori provenienti dalle aree rosso scuro, vale il principio che i movimenti da queste zone andrebbero “fortemente scoraggiati”. In questi casi, dovrebbero rimanere i requisiti di test e (non ‘o’) quarantena.

Per evitare di separare le famiglie alle frontiere, i minorenni che viaggiano con genitori esentati dall’obbligo di quarantena, per esempio perché sono vaccinati, dovrebbero essere esentati anche loro dalla quarantena (in caso contrario, le vacanze all’estero per le famiglie con figli sarebbero impossibili). I bambini sotto i 6 anni di età dovrebbero essere esentati anche dai test.

Inoltre, la Commissione propone di adattare le soglie utilizzate per le mappe dell’Ecdc, che fanno fede per molti Stati Ue e per le raccomandazioni del Consiglio, anche se poi all’interno dei propri confini gli Stati usano la scala cromatica che vogliono (la zona bianca italiana, per esempio, non esiste nella gamma utilizzata in Ue).

Per le zone arancioni (oggi è arancione buona parte d’Italia, fatta eccezione per Valle d’Aosta, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, che sono rosse) si propone di aumentare la soglia del tasso di notifica cumulativo di nuovi casi negli ultimi 14 giorni da 50 a 75; per le zone rosse il tasso viene alzato dagli attuali 50-150 a 75-150.

Infine, per le persone che fanno la prima iniezione di vaccino in uno Stato membro e la seconda in un altro, ciascuno dei due Stati è tenuto a fornire certificazione dell’iniezione, di modo che il titolare può avere un certificato composto dai certificati emessi da due Stati membri diversi.

Le scuse, la goliardia e la politica.

Dunque, è partita la stagione delle “scuse”. Come ovvio e come quasi tutti sanno, si tratta di  atteggiamenti dettati unicamente ed esclusivamente dalle opportunità del momento, dalla  contingenza politica finalizzata ad un riposizionamento personale nello scacchiere politico  nazionale. E questo per due motivi di fondo. Innanzitutto non si tratta di “scuse” accompagnate  da un percorso politico, culturale e di merito. Sono, appunto, solo battute che possono essere  espresse in un giorno e tranquillamente smentite dopo pochi giorni perchè non più funzionali per il  proprio disegno politico. In secondo luogo si tratta di “scuse” ad intermittenza. Non a caso,  possono valere per i compagni di viaggio e, puntualmente, non vengono applicate ai momentanei  nemici politici. Attenzione, nemici e mai avversari, come ovvio. 

Ora, non è il caso di stracciarsi i capelli per spiegare simili atteggiamenti. Siamo in un contesto  politico dominato, da tempo, dal trasformismo e dal più spietato opportunismo. Ogni strategia  politica che viene messa in campo prescinde radicalmente da una prospettiva politica a lungo  termine perchè, appunto, è riconducibile a quei disvalori. È appena il caso di osservare da  spettatori il capitolo delle alleanze tra il Pd e i 5 stelle per rendersene conto in modo persin  plateale. Da nemici irriducibili ed implacabili per molti anni ad alleati storici ed organici ad alleati  tra diversi. Insomma, il tutto e il contrario di tutto. Le “scuse”, pertanto, sono il frutto e la  conseguenza di questa stagione politica singolare ed anacronistica che ormai dura da molti anni e  che stenta ad uscirne fuori con dignità e coerenza. E questo per motivi altrettanto semplici da  spiegare e da capire. Quando una forza come i 5 stelle ha fatto la propria fortuna politica e  soprattutto elettorale per due elementi costitutivi, ovvero il populismo e il giustizialismo, non c’è  scusa che tenga. Perchè se si rinuncia a questi due totem cade l’intero castello politico di un  partito che ha già dovuto rinunciare, per motivi di puro potere, a tutto ciò che ha promesso e  predicato per molti anni. E tutti conosciamo a memoria i vari tasselli e le molteplici promesse  sacrificati sull’altare del potere. 

Ma, al di là di questa ovvia e persin scontata considerazione, credo che senza magnificare  atteggiamenti destinati a cadere alla prima occasione utile – e, nello specifico, nello stesso giorno  è già partito un attacco ad un “nemico” politico della Lega…- l’unica alternativa credibile passa  attraverso un recupero di dignità e di credibilità della politica. Stavolta però con la P maiuscola,  come si suol dire. Tutto il resto appartiene al campo della goliardia e del battutismo quotidiano.  Che, purtroppo, è la naturale conseguenza di una politica ridotta al folklore di derivazione  populista. 

Abbiamo perso il duende e la coscienza morale

L’articolo di Pierluigi Castagnetti, che evoca lo smarrimento del “duende” ha suscitato in me un forte impatto emotivo. Ho scelto da anni questa parola di origine spagnola per il mio indirizzo e.mail personale.

In realtà in Brasile e nell’America latina duende è usato per significare uno spirito interiore, declinato come “folletto”, energia vitale, forza dirompente: la molla che ci spinge ad osare, a proporci, il suggeritore più intimo e nascosto nei meandri della nostra vitalità sopita, delle nostre scelte ai bivi e agli incroci della vita.

L’intervento di Castagnetti- se mai ce ne fosse stato bisogno- conferma la sua intelligenza intuitiva: è talmente pregnante di motivazioni e di scosse emotive che non ha certo bisogno di ulteriorità, per esplicitare il senso più recondito e profondo del messaggio che reca con sé.

In filosofia, ma anche nelle scienze umane come l’antropologia, la sociologia, la pedagogia esso richiama il valore della motivazione e dello slancio vitale, l’esplicitazione di una potenzialità inespressa.

Per questo motivo l’invito alla riscoperta del nostro duende interiore può essere utile anche alla politica in senso lato e alla società in generale, dopo la lunga parentesi della crisi pandemica non ancora conclusa.

Lo stato di “sospensione” che stiamo vivendo – come mi ha ricordato Giuseppe De Rita nella Sua ultima intervista – coinvolge le azioni e i comportamenti ma prima ancora i pensieri e i desideri, la stessa volontà che resta conculcata in una condizione di latenza.

Non tutto è ancora finito e questa esperienza planetaria lascerà il segno.

Confido che come ogni fase di trapasso e di dolore, di sofferenza e di condizionamenti ci lasci almeno l’eredità di un ripensamento globale: sulla vita, la sostenibilità ecosistemica, quella generazionale, il rapporto tra progresso e rispetto della natura, lo sviluppo demografico, le compatibilità tra interessi generali, beni comuni e diritti e doveri collettivi e individuali, le regole dell’economia e quelle legate alla dignità umana.

Per questo motivo riconsiderare quello che Bergson chiamava lo “slancio vitale” è la premessa di ogni ripresa.  Abbiamo bisogno a questo punto di una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose”, come la descriverebbe San Paolo.

Per questo motivo il duende va liberato dai lacci e lacciuoli della burocrazia opprimente, della politica debordante, della progettualità senza lungimiranza.

In questo senso si ricomincia a parlare di nuovo umanesimo: rimettere l’uomo al centro delle auspicate ripartenze ma contestualizzarlo in un disegno di compatibilità con la natura: virtuale e reale devono coesistere, non confliggere, lo slancio deve essere compensato dal ‘lento pede’, dalla ragionevolezza.

Troppe fughe in avanti hanno contribuito ad una sorta di spaesamento generale e senza approdi, a scelte acefale e orfane di previsioni e di controlli. 

Abbiamo rivissuto la metafora del naufragio e dobbiamo evitare di ripeterla.

Ecco allora che il duende – evocato con forza come motore della ripresa – richiama la necessità di una guida razionale e di un coinvolgimento emotivo che recuperi una dimensione relazionale basata sui sentimenti positivi.

Da troppi anni il CENSIS ci ricorda che siamo come avvitati in una spirale autoreferenziale che ci impregna di diffidenza, indifferenza, cattiveria, rancore: sono derive negative che pervadono lo stesso immaginario collettivo, nella sua dimensione poietica.

Accanto al duende è necessario allora collocare la coscienza morale come fonte cui attingere per ogni scelta che ci aspetta: la rileggo in senso kantiano perché mi sembra la descrizione più completa e pertinente per esprimerne un completo e utile significato.

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”.

La storia – a ben vedere – ha sempre fatto i conti con questo imperativo categorico che nobilita la condizione umana.

Transizione ecologica. Ci riusciremo?

A chi vi pone la domanda: “Cosa si può fare da subito per favorire gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi?”. La risposta, più banale ed appropriata,  non può che essere quella di diminuire gli inquinanti presenti nell’aria.

Stile di vita e mobilità incidono sulla decarbonizzazione.  E questo è un fatto assodato. Come altro fatto assodato è che non si può più difendere modelli energetici vecchi e inquinanti.

Già lo scorso anno, a seguito delle restrizioni agli spostamenti e alle attività produttive causate dalla pandemia di Covid-19, abbiamo potuto notare come le emissioni di anidride carbonica si siano effettivamente abbassate  fino a farci tornare ai livelli giornalieri globali del 2006.

Ma se il lockdown planetario ha contributo a ridurre fortemente le emissioni di molte sostanze inquinanti e di gas serra (in particolare anidride carbonica) nell’atmosfera, l’impatto sulle concentrazioni stabili di CO2, già presenti nell’aria accumulatesi in anni di emissioni, è stato pressoché nullo.

Secondo gli analisti di DNV GL per mantenere l’aumento della temperatura mondiale sotto 1,5 gradi, dovremmo replicare il calo emissivo del 2020 praticamente ogni anno.

Inoltre, questa esperienza ci ha fatto comprendere come non siano sufficienti, per quanto meritevoli, le azioni individuali per contrastare l’impatto sul clima.  E ci ha indicato come sia necessario imporre delle azioni “strutturali” di grande impatto.

Quindi non possiamo lasciare alla bontà dei singoli individui la sensibilizzazione ambientale.

Servono azioni più stringenti. Bisogna poter regolare tutti i principali settori delle società moderne, dall’economia all’ambiente. Bisogna incentivare la mobilità sostenibile, lo smart working (incentivando con specifici finanziamenti le aziende che ne fanno un uso massivo) e  la trasformazione digitale. Bisogna continuare, senza ambiguità, a seguire una linea di una decarbonizzazione sempre più rigorosa. Dare il via libera all’innovazione per accelerare la transizione, applicando politiche di innovazione mirate e accelerando la diffusione delle tecnologie. Riorganizzare il sistema finanziario in linea con i rischi climatici di lungo termine e le opportunità, ovviando agli incentivi distorti.

E seppur questo obbiettivo sarà impegnativo da raggiungere, non possiamo farci scappare dalle mani la lezione, unica positiva, che il covid ci ha lasciato.

Floridi: “Non abbiate paura dell’Intelligenza artificiale: non è così intelligente”

AGI – Intelligenza artificiale: quanta confusione possono fare due parole. Prima di tutto perché di intelligente non c’è nulla. E poi perché l’accostamento trae in inganno: sembra il frutto di un matrimonio, quello tra ingegneria e biologia, unite nel tentativi di ricreare la mente umana. “In realtà è un divorzio”, afferma Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’informazione a Oxford e presidente dell’International Scientific Board di Ifab. Niente drammi: un divorzio può essere una tappa per creare un matrimonio tra “blu e verde”. Cioè tra digitale e tutela dell’ambiente.

Professore, perché l’intelligenza artificiale è un divorzio?

Perché creare artefatti e provare a replicare l’intelligenza umana sono in realtà divergenti. Con l’intelligenza artificiale divorziano la capacità di agire con successo e la necessità di essere intelligente per farlo. Faccio un esempio…

Prego…

Il robot che taglia l’erba, muovendosi nel giardino in totale autonomia, ha intelligenza zero, ma fa una cosa molto bene. Se dovessi farla io, sarei meno efficiente e dovrei applicare la mia intelligenza per evitare di distruggere il cespuglio di rose. È un miracolo: non è mai successo prima di avere grande successo in qualcosa senza applicare l’intelligenza. Di fatto, oggi produciamo straordinarie lavatrici, capaci però di fare cose sempre più complesse.

Come si fa a far funzionare questo divorzio?

Il divorzio funziona quando è possibile “scollare” processo e intelligenza. Il successo dipende quindi da quanto riesco a trasformare l’ambiente in modo che sia accogliente per l’AI. Guardiamo le auto a guida autonoma: riescono già ad andare da A verso B, ma per funzionare devono cambiare le strade. Il semaforo è fatto per i nostri occhi, mentre all’intelligenza artificiale serve un trasmettitore radio. Grazie a questo processo di trasformazione, il divorzio può funzionare: va ripensato il problema in modo che sia risolvibile da un’intelligenza artificiale.

Plasmare l’ambiente per l’intelligenza artificiale apre questioni etiche e potenziali rischi…

Sì, certo. Capacità di agire e intelligenza hanno sempre viaggiato insieme. E nel gap creato da questo scollamento inedito nascono i problemi. Il primo riguarda il valore delle persone e la nostra autonomia. È pericoloso, ad esempio, che nella gig economy ci siano uomini gestiti da software. È l’inizio di una società distopica in cui non vogliamo vivere. Ma la nostra autonomia è in gioco anche quando guardiamo un film in streaming: se hai guardato A, la piattaforma ti suggerisce di vedere B e C, condizionando le tue scelte. Poi c’è anche un altro problema.

Quale?

Sono i bias [“pregiudizi” che un algoritmo tende a rafforzare, ndr]. Se un software prende decisioni ingiuste, non bisogna prendersela con l’intelligenza artificiale ma con i dati. L’intelligenza artificiale non ha capacità di correggere i bias. Se un’azienda ha sempre assunto uomini, i manager possono capire che è un comportamento scorretto e decidere di assumere anche donne. Ma se si incaricasse un’intelligenza artificiale di selezionare i candidati sulla base dei dati, continuerà a indicare uomini.

È per questo che afferma che la vera sfida non è l’innovazione digitale ma la governance?

A fare la differenza è chi ha le mani sul volante, non chi ha il piede sull’acceleratore. La legislazione europea, ad esempio, dice che deve esserci una supervisione umana costante.

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https://www.agi.it/innovazione/news/2021-05-24/floridi-intelligenza-artificiale-nasce-da-divorzio-12662387/

 

La pandemia colpisce anche il settore delle rinnovabili

La pandemia colpisce anche il settore delle rinnovabili: nel 2020 si è registrata una drastica riduzione del numero degli impianti «utility scale» ed una brusca frenata per il segmento «commercial» (+3% su base annua, contro il +20% nel 2019 rispetto al 2018) e per il segmento «small industrial» (+20% su base annua, contro il +41% nel 2019 rispetto al 2018).

Va in controtendenza solo il segmento «industrial» (500kWp-1MWp) che traguarda un incredibile +64% (contro un -12% nel 2019 rispetto al 2018). «Ma solo grazie al Decreto FER1, e nonostante le complicazioni ed i tempi della burocrazia» osservano gli analisti di EnergRed.com.

Più in generale l’effetto COVID-19 sulle rinnovabili nel 2020 è stato pesantissimo, facendo segnare un crollo del 35%, con il fotovoltaico che resiste con una perdita meno gravosa (-15%).

Ad approfondire il tema è ora uno studio realizzato da EnergRed, E.S.Co. impegnata nel sostenere la transizione energetica delle pmi italiana attraverso soluzioni di efficientamento energetico, oggi in primissima linea per lo sviluppo di soluzioni di generazione elettrica distribuita da fonti rinnovabili, con un particolare focus sul solare fotovoltaico.

Basandosi sui dati dell’associazione ANIE Rinnovabili (Osservatorio FER) e del GreenVestingForum (Quaderno Energia, Economia e Società nro. 3) e sui modelli economici ed ingegneristici di EnergRed (metodologia Care&Share), i ricercatori Dorina Polinari e Giorgio Mottironi, analizzano nei dettagli l’attuale situazione ed il trend 2030.

«Nel 2019 il solare aveva battuto ogni record di crescita rispetto al settore delle rinnovabili stesse, rappresentando il 62% di tutte le installazioni. Ed è anche quello che nel 2020 ha subito il minor rallentamento. Ma, se si guarda agli obiettivi PNIEC 2030, sconta purtroppo un grande ritardo accumulato negli anni precedenti, un ritardo che riguarda soprattutto i cosiddetti impianti “utility scale” per cui è più difficile gestire la burocrazia, ma che tocca anche le aziende, quelle più restie al cambiamento, dove manca la cultura della sostenibilità ambientale» dichiara Giorgio Mottironi.

Guardando al futuro, per raggiungere gli obiettivi del Piano Energia e Clima 2030 l’Italia deve ancora installare 40,7GW di capacità da fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica. Si tratta di uno sforzo titanico per ridurre le emissioni del comparto e per sostenere la continua elettrificazione dei consumi a basse o zero emissioni, per cui si rende necessario raddoppiare l’attuale capacità.

Ma se fonti come l’idroelettrico ed il geotermoelettrico hanno praticamente esaurito il loro ruolo, il solare e l’eolico stanno accumulando un grande ritardo, avendo rispettivamente raggiunto appena il 41% ed il 56% dell’obiettivo fissato dal piano.

«Per riallinearsi al piano, il solare dovrà addirittura crescere del 14% all’anno per i prossimi 10 anni —includendo anche il 2021— il che significa quintuplicare la capacità installata ogni anno, passando dagli attuali 620MWp fatti registrare nel 2020 a circa 3GWp di installazioni annue» .

Nel 2020 la taglia media delle installazioni del segmento «commercial» (10-100kWp) è stata di fatti di circa 28kWp, inferiore del 49% alla media aritmetica, mentre in quello «small industrial» (100-500kWp) è stata pari a 220kWp, inferiore del 22% alla media aritmetica.

Tutt’altra storia nel segmento «industrial» (500kWp-1MWp) dove la taglia media si è attestata nel 2020 a 800kWp, addirittura leggermente superiore alla media aritmetica del 7%.

«Guardando i numeri della crescita complessiva che si era innescata tra il 2018 ed il 2019, almeno mille aziende sono rimaste fuori dalla transizione energetica e sono stati persi circa 48MWp di potenza destinata all’autoconsumo, con un danno economico pari a 128 milioni di euro. Per questo abbiamo deciso di dare ancora più forza alla nostra azione espandendo i nostri investimenti diretti al fianco delle piccole e medie imprese italiane per un totale di 22MWp all’anno per i prossimi 5 anni» si impegna l’ingegner Moreno Scarchini, ceo di EnergRed.

Oggi portare le aziende italiane verso l’autoconsumo, sfruttando la configurazione SEU (Sistema Efficiente di Utenza) di un impianto fotovoltaico, è una missione imprescindibile per portare nei territori e nelle comunità una maggiore prosperità economica ed ambientale: secondo le stime di EnergRed per ogni kilowatt di potenza installata si possono infatti generare fino a 3.000 euro di benefici economici tra risparmi diretti e crescita di valore degli asset, oltre a generare una riduzione di 0,7tonCO2/anno.

«L’autoconsumo nella dimensione “impresa” è il primo passo verso la costruzione delle comunità energetiche, potendo spesso sfruttare spazi più ampi rispetto alle esigenze di autoconsumo interne, e destinando così potenza fotovoltaica al territorio limitrofo» ci ricorda il ceo di EnergRed, Ing. Moreno Scarchini.

«Considerando che dobbiamo portare le nostre emissioni pro capite ad una media di 2,7ton/CO2 all’anno entro il 2050 e che l’Italia si trova oggi in una situazione di 5,7tonCO2 pro capite all’anno, dovremmo installare circa 4,3kWp per ogni cittadino italiano, ovvero installare ulteriori 260GWp di potenza fotovoltaica, ben 6 volte gli obiettivi 2030 del Piano Energia e Clima, premurandoci ovviamente di spostare i consumi e dunque le varie utenze sul vettore elettrico, a partire della mobilità privata e pubblica» puntualizza l’ingegner Paolo Cecchini, cto di EnergRed.

Assemblea di Bankitalia: le considerazioni finali del governatore Ignazio Visco

Nelle considerazioni finali del governatore Ignazio Visco in occasione della relazione annuale di Bankitalia, inevitabilmente al centro c’è la pandemia e le politiche messe in campo per i prossimi mesi e anni per contrastare gli effetti negativi sull’economia. A partire dal Pnrr passando per i sostegni all’economia e le misure di semplificazione appena approvate.

Qui il testo completo cf_2020

Lo spegnimento del duende

È vero, siamo cambiati per la solitudine della pandemia e ora dobbiamo ritrovare tutti, non solo i giovani, un nostro slancio vitale. 

“Molti anziani sono morti e molti giovani si sono spenti”. È l’immagine fin troppo icastica degli effetti della pandemia, fatta l’altro ieri da un mio amico sacerdote. 

Questo processo di spegnimento della personalità e della vitalità di tanti giovani mi intriga particolarmente, sia perché lo trovo ben raccontato sia perché ha investito non solo i giovani. Guardiamoci intorno con onestà. 

Chi di noi può dire di non avere cambiato almeno il proprio umore di fondo dopo il lockdown, un’esperienza che ci ha tolto o ridotto le relazioni personali, gli interessi intellettuali (per mesi si è parlato solo di COVID), la visione della realtà esterna alla propria persona sempre più rattrappita, l’attesa del futuro (quando sarà il mio turno vaccinale?), i problemi da affrontare e decidere (pensiamo ai pubblici amministratori o ai politici in genere), il ritmo sconvolto e frammentato del percorso scolastico dei nostri figli e nipoti, i weekend diventati uguali ai giorni feriali, la chiusura delle attività di ristoro culturale ed emotivo del tempo libero diventato uguale al tempo obbligato, la cessazione di ogni stimolo esterno alla routine familiare. 

Insomma tutto ha concorso a trasformarci in persone almeno più “spente” rispetto a prima (senza parlare dei casi più gravi di insorgenza di patologie psicologiche). 

Ci si è spento il duende!

Cos’è il duende? È una parola spagnola praticamente intraducibile. Allude a un elemento interiore misterioso che le persone conoscono ma non sanno dire (consiglierei la lettura di una magnifica Lectio sul tema di Garcia Lorca, in spagnolo possibilmente, tanto è comprensibile). Qualcuno lo traduce con “folletto”, ma è qualcosa di più e di diverso. È un atteggiamento interiore, psicologico, spirituale, è una sorta di spirito della vita. È vita e vitalità. È anima e futuro. 

È proprio necessario che i giovani, ma non solo loro, ritrovino il duende. Perché così questo tempo è troppo cupo e pesante da portare.

[Dal profilo Fb dell’autore]

Gli “Indipendenti” di Marco Bentivogli. Il lavoro al tempo dei nuovi modelli di organizzazione.

L’ex segretario generale della Fim-Cisl esce in libreria con questo suo ultimo libro, Gli Indipendenti. Guida allo Smart working (Rubettino, 2021), presentato a mo’ di semplice manuale, ma in realtà denso di analisi e riflessioni sul futuro del lavoro nei paesi più avanzati sul piano industriale e tecnologico. Riportiamo di seguito la presentazione dell’editore.

Durante la pandemia lo smart working è arrivato a coinvolgere più di 6 milioni di lavoratori. 

Per molti è stato un sogno, per altri un cottimo digitale a 20 ore al giorno, per altri ancora si è trattato di riposo forzato. Il “fai da te” di questi mesi è stato spesso deludente, ma lo smart working in realtà rappresenta una grande sfida di sostenibilità per riprendersi la vita e costruire un lavoro migliore. 

Una sfida che ha molto a che fare con la fiducia: il rapporto fra manager e lavoratore infatti si modifica, in quanto non più fondato sulla presenza fisica e sul numero delle ore di servizio, ma sui risultati ottenuti. Ma soprattutto sulla libertà e l’autonomia in opposizione alla cultura di “controllo” su cui si fondano gran parte delle organizzazioni. 

Si tratta di un processo di innovazione dell’impresa e dell’organizzazione del lavoro, delle città, della vita. Per questo è importante che coinvolga tutti, per approdare insieme ad un cambiamento culturale prima che organizzativo. L’autore mette in luce i vantaggi del lavoro agile senza però trascurare i pericoli di un utilizzo improprio. 

Questa guida pratica offre un percorso per realizzarlo nelle organizzazioni e indicazioni utili per regolare meglio diritti e doveri dello smart worker. Il messaggio è che lo smart working è un lavoro “intelligente” perchè valorizza la reciprocità e trasferisce quote di responsabilità e libertà alle persone, favorendo il loro benessere e la produttività.

Perché le parrocchie devono occuparsi di politica

Questo intervento appare senza dubbio coraggioso. L’autore, animatore del gruppo online dei cattolici democratci C3Dem, mette il dito nella piaga. Le parrocchie si sentono impreparate e impaurite di fronte a ogni iniziativa che riguardi la politica; è un compito non consueto e che appare superiore alle loro forze, anche perché occasione di gravi contrasti intra-comunitari che sembra opportuno evitare. D’altra parte, non affrontare questi problemi costituisce una vera colpa, anche grave: significa infatti non mettere i cristiani nella condizione di vivere da cristiani nella loro condizione.

Il vangelo è una realtà trascendente, ma gli uomini e i popoli vivono nella storia e dunque è necessario per la chiesa e per i cristiani essere dentro questo mondo.

E’ anche il messaggio di Gesù nell’ ultima sua preghiera, quando dice degli apostoli che “non sono del mondo, ma sono nel mondo”.

L’intera storia del cristianesimo è una storia che vede costantemente intrecciati lo sviluppo della società politica e lo sviluppo della presenza e dell’espressione della chiesa, a volte in conflitto a volte in forme pacifiche, ma sempre influenti uno nei confronti dell’altro.

Il contributo che la comunità cristiana ha dato alla civiltà in ogni campo rappresenta un’opera culturale immensa; se l’età moderna tende a dimenticarlo, non è difficile, per chi vuole, vederne il suo rilievo anche attuale, magari attraverso opere secolarizzate.

Anche la storia italiana, il risorgimento e la questione cattolica, il non expedit, il formarsi del movimento cattolico sociale, le prime esperienze politiche dei cattolici, il partito popolare, la democrazia cristiana, hanno costituito momenti importanti attraverso cui i cattolici hanno partecipato e contribuito, spesso in contradditorio con altre forze, al formarsi della coscienza politica del nostro paese.

Questa espressione di interesse per lo sviluppo della società italiana sembra oggi essersi spento, esaurito.

Esiste molto impegno sociale (volontariato, Caritas, Acli, comunità e cooperative), ma si tratta di una realtà ben diversa; è una realtà positiva e meritevole, ma per così dire settoriale, mentre la politica è globalità, visione integrale della società, delle sue prospettive, della sua coscienza collettiva.

Perché questo declino, questa posizione passiva, questo disarmo, questa vera e propria resa, di fronte alla politica?

Indubbiamente la situazione attuale della società non si presenta incoraggiante: tutta la vita e l’organizzazione sociale sono ormai laicizzate e secolarizzate e non si capisce come esprimere una posizione “cattolica”, l’orizzonte quotidiano della vita di molti sembra rivolto esclusivamente al benessere materiale, domina l’individualismo che rende difficile ogni proposta sociale e associativa.

In sostanza due sembrano i maggiori problemi che impediscono l’assunzione di un impegno degno di questo nome, da parte della chiesa e dei cristiani.

  • Manca un’idea su come affrontare questa realtà e che cosa proporre
  • Tra i cristiani è presente un ventaglio così ampio e diversificato di opinioni politiche che rende complicato anche solo aprire un discorso.

Se oggi la situazione si presenta difficile, se tutto sembra cambiato, se abbiamo di fronte tanti problemi nuovi, da capire prima ancora di affrontarli, ciò vuol dire che è l’intera società a trovarsi in questa condizione, non solo la chiesa.

Allora con umiltà e con ragionevolezza si può prendere coscienza che questo non è il momento delle grandi prospettive politiche (che tutti desideriamo), ma piuttosto un’epoca che richiede un lavoro costruttivo di lunga lena.

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https://www.c3dem.it/perche-le-parrocchie-devono-occuparsi-di-politica/

Roma, «città disuguale», tra forme di povertà radicata e nuovi disagi

Il vicegerente Mons. Giampiero Palmieri e il vescovo Benoni Ambarus (pastorale della carità) hanno dato lo scorso 25 maggio il loro contributo in videoconferenza alle audizioni della Commissione Affari costituzionali della Camera, sull’esame delle proposte di legge costituzionale in materia di ordinamento e poteri della Capitale della Repubblica. L’articolo apparso ieri su “RomaSette”, supplemento domenicale di “Avvenire”, era stato già pubblicato sul sito online il giorno dopo l’audizione. Giustamente, da parte degli autorevoli prelati, non sono venute proposte tecnico-giuridiche in materia di riforma istituzionale, anche perché, a questo specifico riguardo, si continua da parte delle forze politiche e sociali nel gioco di specchi assai generico, se non confuso, che serve a celare sostanzialmente la richiesta di fondi aggiuntivi per la Capitale.

Alberto Colaiacomo

«Un’idea di città può nascere dal contributo di tutti e deve essere frutto di un sogno e di un lavoro condiviso». È questo il filo conduttore degli interventi di monsignor Gianpiero Palmieri, vicegerente della diocesi di Roma, e di monsignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare incaricato per la pastorale della carità, dei migranti e delle missioni, nel corso dell’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera che si è tenuta ieri, 25 maggio. I due presuli sono stati invitati nell’ambito dell’esame congiunto delle proposte di legge costituzionale recanti modifica all’articolo 114 della Costituzione, in materia di ordinamento e poteri della città di Roma, Capitale della Repubblica.

Sono cinque i testi attualmente in discussione a Montecitorio sui quali i due vescovi, collegati in streaming durante lo svolgimento dell’Assemblea generale della Cei, non sono entrati nel merito preferendo invece indicare quelle che, secondo il Vicariato di Roma, sono da ritenersi alcune priorità. Un processo che valorizzi gli ambiti culturali, le radici cristiane, la storia e i valori della Città eterna ma che tenga conto dell’espansione e di una popolazione che ormai vive le grandi periferie urbane; ma anche una riforma che metta ordine nella sempre più farraginosa macchina amministrativo-burocratica, alla dispersione di poteri e indirizzi tra molti enti, per venire incontro in primo luogo ai cittadini più deboli e svantaggiati.

«Le proposte di legge – ha detto monsignor Palmieri – hanno tutte l’obiettivo di migliorare il governo amministrativo di Roma partendo da una diversa ripartizione dei poteri, nel rispetto dall’articolo 114 della Costituzione, andando meglio a specificare quella che era l’intenzione dei costituenti nel ritenere la Capitale come una amministrazione meritevole di uno status proprio rispetto alla regolamentazione degli altri enti locali». Il vicegerente si è detto d’accordo con quelle iniziative che individuano in Roma Capitale e in Roma Metropolitana «un territorio che per caratteristiche amministrative, sociali, economiche e culturali sia tale da richiedere uno specifico ordinamento, al pari di quanto avviene in altre Capitali europee».

Il presule ha poi messo in luce alcune peculiarità della città di Roma che derivano dall’essere il centro mondiale del cattolicesimo con la presenza di istituzioni internazionali, congregazioni religiose e ben diciannove atenei pontifici. Vi è inoltre la specificità che «la diocesi di Roma è l’unica al mondo a coincidere quasi interamente con un territorio comunale». Elemento questo che nella costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe emanata da Paolo VI nel 1977 ha visto «l’organizzazione amministrativa e pastorale della diocesi promuovere delle prefetture pastorali che rispecchiavano la suddivisone in circoscrizioni che all’epoca si era data la città».

Il direttore della Caritas, il vescovo Ambarus, ha sottolineato anche le enormi contraddizioni della città che già prima della pandemia vedeva «un forte peggioramento delle condizioni di precarietà socio-economica sofferte da un numero sempre maggiore di persone e di famiglie e allo stesso tempo l’allargamento della forbice tra classi sociali, con forti polarizzazioni». Una città diseguale e con forme di povertà radicata a cui si aggiungono forme nuove di disagio acuite dal Covid-19. L’ausiliare ha poi indicato due temi in particolare, la sanità e l’edilizia residenziale pubblica, in cui «un maggiore coordinamento di competenze tra Regione e Comune sarebbe auspicabile e necessario». Per Ambarus, nel territorio di Roma Capitale «vi sono tre Asl che operano con una complessa rete di Aziende ospedaliere e Policlinici universitari in cui ripartizioni e competenze si moltiplicano. Questo, oltre a creare disorientamento e inefficienze, porta spesso all’erogazione dei servizi in modo disomogeneo. La pandemia ha messo in luce tutte le difficoltà derivanti da un simile sistema».

 

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https://www.romasette.it/roma-citta-disuguale-tra-forme-di-poverta-radicata-e-nuovi-disagi/

 

Europei 2021: i 28 convocati di Mancini

Il ct dell’Italia, Roberto Mancini, ha convocato 28 azzurri per la seconda fase del raduno in preparazione dell’Europeo al via a giugno. Quessti i nomi.

PORTIERI: Gianluigi Donnarumma (Milan), Meret (Napoli), Sirigu (Torino).

DIFENSORI: Acerbi (Lazio), Bastoni (Inter), Bonucci (Juventus), Chiellini (Juventus), Di Lorenzo (Napoli), Emerson Palmieri (Chelsea), Florenzi (Paris Saint Germain), Mancini (Roma), Spinazzola (Roma), Toloi (Atalanta).

CENTROCAMPISTI: Barella (Inter), Cristante (Roma), Jorginho (Chelsea), Locatelli (Sassuolo), Lorenzo Pellegrini (Roma), Pessina (Atalanta), Sensi (Inter), Verratti (Paris Saint Germain).

ATTACCANTI: Belotti (Torino), Berardi (Sassuolo), Bernardeschi (Juventus), Chiesa (Juventus), Immobile (Lazio), Insigne (Napoli), Politano (Napoli).

Enzo Carra: il caso Uggetti fa germogliare la speranza che la politica stia recuperando il suo ruolo.

In questo colloquio con l’agenzia Adnkronos, che ripubblichiamo per gentile concessione dell’intervistato, emerge un commento sagace alle reazioni – da Di Maio a Salvini – sugli eccessi di Mani pulite. Ora però non bisogna passare, chiarisce Carra, dal tintinnar di manette a una bisboccia garantista.

 

(Redazione)

 

“Di Maio si pente. Salvini si mette alla testa del movimento riformatore della giustizia. Questa è politica. Siamo ancora a una prima prova, ma questo è il ritorno della politica”. Enzo Carra conosce bene quali possono essere le conseguenze del rapporto tra politica e giustizia, a partire da tutto quello che accadde con Mani Pulite. Della vicenda dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, Carra riesce a cogliere un aspetto molto particolare, a ragionarci senza amarezze e in termini positivi.

 

“Non conosco Uggetti, ne ho letto sui giornali. Le sue dichiarazioni sono eloquenti. Descrive il suo dolore, il grande problema di aver visto come il suo partito lo abbia abbandonato e abbia fato fatica a riconoscere in questo momento una assoluzione così importante – spiega all’Adnkronos l’ex dirigente della Dc, deputato, le cui foto con gli ‘schiavettoni’ ai polsi ai tempi di Mani pulite ancora oggi fanno scalpore.

 

Ma Uggetti riconosce anche di essere stato un tifoso di Mani pulite, dice di avere avuto conferma dei suoi dubbi ai tempi della vicenda che coinvolse un altro sindaco di Lodi, di essersi posto degli interrogativi. E dice, bisognerà pensare a cosa è successo”. Ma non è un dettaglio, in una storia così complessa come quella dell’ex sindaco di Lodi e con le reazioni che sta provocando in questi giorni? “Uggetti spiega che si vergogna per aver esultato per gli arresti di Mani pulite, per i ceppi, il tintinnar di manette, gli

schiavettoni di cui io so qualcosa – dice ancora Carra. Questo mi pare contenga un qualcosa di più, una persona felice per aver visto finita una parte della sua disgrazia ma che pensa anche ci sia bisogno di rivedere una intera stagione”.

 

Per Carra non è affatto un passaggio secondario: “La vicenda Uggetti attiene al sistema classico della politica, che può sbagliare. Stiamo parlando di un dramma Ma quanti sindaci durante Mani pulite erano criminali? Tutti? Non credo. Ma parliamo dei metodi:

quelli di Mani pulite erano di chi pensava che la politica andava atterrata. Adesso Uggetti stesso richiama Mani pulite. Nella Seconda Repubblica, un periodo sterile, nato dalle ceneri di Tangentopoli, nessuno faceva i conti con Mani pulite perchè quella non era una inchiesta ma un modo di vedere la politica”.

 

Per l’ex dirigente Dc, “se non ci fosse stato un caso classico di inchiesta politica non ci sarebbero state le scuse di Di Maio. Se le mettiamo insieme a quello che oggi dice Salvini, erede del cappio e di Bossi che al mio processo venne a dare coraggio a Di Pietro, allora vuol dire che di fronte alla politica si riesce a combinare qualcosa e a ragionare. Siamo ai primi segnali, ma si comincia a rivedere qualche segno di vita”.

 

Ma dov’è il passo in avanti nel fatto di parlare, dopo 30 anni, ancora degli squilibri del rapporto politica-giustizia? “Oggi ci sono le condizioni per ripensare agli errori del passato, questo è un fatto positivo. Basta che non si esageri e che da un enorme squilibrio giustizialista non si passi a una bisboccia garantista. Se non andavano bene il cappio e gli arresti facili, non andrebbe bene

nemmeno trovarci tra qualche anno ad ammettere di aver sbagliato in senso opposto. Cerchiamo un equilibrio per la ricostruzione di un sistema democratico che per essere tale ha bisogno dei partiti”.

Il mondo cambia. Ma come? La minaccia del Great Reset non va sottovalutata.

Sulla scia delle considerazioni legate alle vicende di Tangentopoli, con i ripensamenti e le autocritiche che per fortuna emergono nell’ambito della politica, l’autore propone un dubbio poco amletico sul destino dell’umanità a seguito della sofisticata e invasiva gestione della pandemia.

 

(Giuseppe Davicino)

 

L’equilibrio tra diritti inviolabili da un lato, e giustizia e informazione dall’altro, deve essere allargato alla sfera sanitaria. Va ripristinato un giusto equilibrio tra le esigenze di sicurezza sanitaria, la privacy e l’inviolabilità del corpo umano. Non può reggere ancora per molto una situazione da esperimento sociale alla Mao Tse-tung o alla Pol Pot, dove si è malati fino a prova contraria, come per Davigo i politici sono tutti criminali ancora non scoperti, e dove sta ad ognuno l’onere, incostituzionale, di dimostrare di non esserlo.

 

La via ormai è tracciata: i vaccini, che non immunizzano dal raffreddore, servono solo a introdurre il pass vaccinale. Nel contempo viene portato a termine la messa al bando del contante, sostituito dalle valute digitali emesse dalle banche centrali.

 

Cosicché verranno ampliati i dati certificati dal green pass che sarà digitale, impiantato nell’organismo: esso conterrà non solo la nostra cartella clinica, ma anche la fedina penale, il conto finanziario, i dati fiscali e di ogni altro rapporto con la PA, tutti i dati sui nostri spostamenti, contatti sociali, azioni, la trascrizione di tutte le nostre conversazioni pubbliche e private, resi disponibili da sistemi di sorveglianza totale.

 

Al che la moneta digitale verrà convertita in credito sociale, tramite il quale esisterà solo chi si piegherà totalmente alla tirannia.

 

Ecco, credo che nella stagione degli eccessi di Mani Pulite, regalataci dai nostri “amici” franco-tedeschi (distruggere la Dc per distruggere l’Italia, per realizzare una Europa agli antipodi di quella sognata da De Gasperi e tradendo la fiducia americana accordata, senza merito, alla Germania), non abbiamo visto niente ancora rispetto alla barbarie incipiente.

 

Intendo dire che esiste un rischio in prospettiva. Se i sistemi di sorveglianza (tecnicamente illimitati) non saranno regolarmentati e se non si farà chiarezza su un futuribile utilizzo del sistema dei crediti sociali che per natura implicano la rieducazione (in tutto, ovvero nella salute, nell’alimentazione, nelle opinioni…) allora si potrebbe dire che il Paese intero rischia di assomigliare a un grande lagolai dove “sorveglianza e rieducazione” vengono estese a tutti i cittadini. Meglio discuterne prima, o no? Questi sono temi centrali per il nostro futuro.

 

L’accelerazione in corso del Great Reset non promette nulla di buono e, senza un’iniziativa politica adeguata, il futuro non potrà che riservarci solo la scelta fra differenti tragedie: una nuova riedizione storica del regno dell’Anticristo, come lo furono il nazismo, lo stalinismo (ma molto peggio perché ora la dittatura può penetrare nella sfera più intima della persona, fino ad annullare il libero arbitrio), oppure una stagione di eventi cruenti che potrebbero riguardare il mondo intero come ribellione al sistema più antiumano che mai sia esistito sulla terra.

 

[Testo estratto da una conversazione nel gruppo whattsapp di “Rete Bianca”]

La scelta di Sophie

Il 9 maggio di cento anni fa nasceva la giovane della Rosa Bianca, simbolo della resistenza al nazismo, uccisa con il fratello Hans Scholl e lamico Christoph Probst. Il supplemento “Donne Chiesa, Mondo” dell’Osservatore Romano ne ha ricordato la figura.

 

Grazia Villa

 

In occasione dell’8 marzo 2021 l’Europarlamento ha deciso di dedicare a due donne due dei suoi edifici: a Clara Campoamor, avvocata e politica spagnola e a Sophie Scholl, la giovane studentessa tedesca, che pagò con la vita la sua opposizione al nazismo. Della resistenza dei giovani della Rosa Bianca molto si è scritto e anche il cinema ne ha efficacemente narrata la storia. Le tracce della vita dell’unica ragazza del gruppo sono, però, da scoprire nelle pagine dei suoi diari, nella sua copiosa corrispondenza, nel verbale degli interrogatori della Gestapo, negli atti del suo processo lampo, nelle testimonianze di familiari e delle persone sopravvissute della Weisse Rose.

 

Seguendo i suoi passi s’incontra una fonte di acqua cristallina e ci s’immerge nel pozzo profondo e luminoso di una coscienza retta e libera, un tesoro prezioso racchiuso tra due battesimi. Il primo regala due nomi alla piccola Sofia Magdalena, il segreto della sua esistenza: la sapienza della “Sofia” e l’amore sconfinato della Magdalena, uniti nel motto in lei incarnato, di Jacques Maritain «bisogna avere un cuore tenero e uno spirito duro».

 

Il secondo è quello del suo sogno finale la notte prima dell’esecuzione. Sophie sta portando un bambino a battesimo, si sente sprofondare, ma lo mette in salvo, mentre lei cade nel baratro: «Il bambino simboleggia le nostre idee… trionferanno dopo la nostra morte».

 

Solo guardando al suo spirito e al suo cuore si comprende… la scelta di Sophie.

 

Nasce in Germania il 9 maggio 1921 a Forchtenberg, cent’anni orsono, muore ghigliottinata a Monaco di Baviera il 22 febbraio 1943, a 22 anni

 

É la quarta di sei figli, il loro legame forte segnò profondamente la vita di Sophie e anche la sua sorte. Il padre Robert, cristiano liberale, sindaco della cittadina, fu sempre avverso al nazismo, particolarmente alla sua propaganda verso le giovani generazioni, tanto da osteggiare apertamente l’iniziale adesione dei figli Hans e Sophie alle organizzazioni della gioventù nazista. La madre Magdalena Muller, cristiana luterana devota, il Vangelo al centro della sua vita, trasmesso alle figlie e ai figli, come messaggio di liberazione da ogni forma di potere e di male.

 

La famiglia Scholl vive in una casa aperta all’ospitalità delle persone e delle idee, un luogo ricco di affetto e di allegria, di rispetto delle differenze, di uguaglianza tra maschi e femmine, uno spazio ampio di letture, anche di libri proibiti dal regime, di scambi intellettuali, di appassionata ricerca. È il terreno fertile in cui fiorirono i primi petali di quella che sarà poi la Rosa Bianca, tanto che i biografi definiscono questo laboratorio familiare un vero Scholl-Bund, la Lega Scholl.

 

Dolce e ironica, timida e sfrontata, piccola e bruna, d’aspetto italiano più che ariano, senza trecce bionde, con frangia scomposta e impenitente, così è descritta Sophie, mentre lei chiarisce ben presto le sue aspirazioni di bambina: «La più brava non sono, la più bella non voglio essere, ma la più intelligente sì!».

 

L’adesione della giovanissima Sophie alla Lega delle ragazze tedesche, oltre che per le escursioni nella natura e per lo sport, rappresenta un’occasione per attrezzarsi alla lotta e rifiutare un modello edulcorato e sentimentale dell’essere donna. Subisce il fascino della Fuhrerin “Charlo” che aveva modificato per le sue ragazze il saluto dell’Heil Hithler in un gesto affettuoso che consisteva nello sfiorare la fronte della compagna e scompigliarle i capelli!

 

La libertà femminile e la sua autonomia di pensiero la spingono presto a uscire da tutte le organizzazioni della gioventù hitleriana, a contestarne la pedagogia sperimentata anche nel lavoro obbligatorio, ”trovavo il servizio noioso e sbagliato, quindi brutto e ingiusto perché mortificava l’individualità personale dei bambini e delle bambine”, a ipotizzare un ruolo speciale per le donne come nella sua tesina di maturità: «La mano che muove la culla, muove il mondo».

 

È poi negli affetti e nelle sue relazioni amicali che lo spirito indomito appare slegato da forme e condizionamenti. Non temeva di dire alle amiche: «non voglio mettermi dalla parte di tutto ciò che è banale» o al fidanzato: «io posso pensare tranquillamente a te. E sono contenta di poter fare così come voglio, senza alcun obbligo».

Il suo amore per la natura, la bellezza e la musica, traboccante nei suoi diari non solo ne manifesta lo slancio vitale, fino all’ultimo respiro, ma diventa una vera forma di contemplazione spirituale, rivelando una fede schietta e forte, anche dentro il buio dell’oppressione, della guerra, della prigione, una fede viva che alimenta la sua coerenza. Il cuore tenero di Sophie si esprime con l’esultanza della giovinezza:

 

«Come posso non vedere un torrente limpido senza bagnarvi i piedi, così non posso passare davanti a un prato a maggio senza fermarmi». La musica «ammorbidisce il cuore, mette in ordine la sua confusione, scioglie la sua rigidità … Sì, silenziosamente e senza violenza, la musica apre le porte dell’anima». «Non è anche questo un mistero, che tutto sia così bello? Nonostante l’orrore, continua a essere così. (…) Per questo soltanto l’uomo è capace di essere veramente crudele, coprendo questo canto col rumore di cannoni, di maledizioni e di bestemmie. Ma il canto di lode ha il sopravvento… ed io voglio fare tutto quello che è possibile per associarmi alla sua vittoria».

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-04/dcm-005/la-scelta-di-sophie.html

Re-immaginare Roma: ombre e speranze della capitale secondo la psicologia dei luoghi

 

L’autore, in segno di preordinata volontà di scuotere l’attenzione del pubblico, aggiunge tra parentesi alla sua firma l’appellativo di “Scomodo”. L’articolo appare su “Atlante” della Treccani.

 

Su Roma si sono versati fiumi di inchiostro e fatte un’infinità di riflessioni in merito alla sua storia, al suo corredo immateriale e materiale sempre incredibilmente ingombrante. Eppure, più se ne parla e più la fotografia dell’immaginario che la città, le sue risorse e i suoi problemi ci restituiscono si fa complessa. La complessità che è propria di Roma – come luogo, entità storica e simbolica – richiede ulteriori approfondimenti, che abbiano come oggetto e obiettivo non solo le questioni relative alla produttività e alla qualità della vita espressa in funzione di benessere economico, sanità e sicurezza, ma anche eminentemente inerenti al vissuto psicologico che ad essa si accompagna e che la città stessa genera, continuamente esibendolo e mostrandone i tratti condivisi e comunitari.

 

In accordo con Stern e Gardner infatti, il compito principale della psicologia in relazione ai cambiamenti socio-ambientali non è tanto quello di analizzarne le organizzazioni, strutture sociali, tecnologie e modalità politico-economiche, quanto piuttosto quello di approfondire immaginari, attribuzioni, valori e significati propri di ognuna di esse.

Accanto alle descrizioni di Roma, dei suoi abitanti e dei vissuti, forniti da studiosi e ricerche che provengono dai campi della indagine tradizionale sulla città ‒ urbanistica, ricerca demografica, psicologia, sociologia, politica ecc. ‒ utilizzare una griglia interpretativa di tipo psicologico e psicodinamico potrebbe costituire un’ipotesi di lavoro che rimetta al centro l’abitante nel suo rapporto con i luoghi abitati vissuti affinché, nella fenomenologia dell’urbe, il “non detto”, i desideri e i bisogni che i cittadini manifestano nel vivere il quotidiano non rimangano offuscati dal trambusto caotico della metropoli e dalle luci scintillanti delle sue insegne, dalle modalità del consumo e della produzione che fanno riferimento alle sue configurazioni più superficiali.

Per questo l’abitare, in contrapposizione al semplice vivere la città, e l’alienazione come concausa di molti problemi psicosociali che affliggono la metropoli, sono due ambiti applicativi esemplari e privilegiati del costrutto dell’ambiente psicologico che permettono di delineare un perimetro che diminuisca l’estrema complessità di Roma e della sua fenomenologia. Essi verranno affrontati nella seconda parte di questa proposta di lavoro come casi studio.

 

Lo stato dell’arte della psicologia dell’abitare: un rinnovamento necessario

 

Cosa vuol dire abitare in un luogo? Cosa cambia il vivere in una città invece che in un’altra? Che risposte ci ha dato la psicologia fino ad ora?

 

Il concetto e l’esperienza di abitare in un luogo ci riconducono a vari costrutti come l’individualità, l’identità, i valori, l’estetica, la collettività, la società e a diversi campi di indagine come la politica, l’architettura, la topografia, l’urbanistica e l’economia, i quali, in queste righe, verranno osservati attraverso una lente psicologica [1].

 

Partendo da un breve esame dello stato dell’arte della psicologia in riferimento all’abitare, si nota come il tema fosse affrontato in larga misura già prima dell’avvento della psicologia come disciplina, da campi di studio come la sociologia e l’antropologia, materie che si approcciano al fenomeno dal punto di vista rispettivamente sociale e biologico-culturale.

 

La psicologia ha iniziato ad affrontare la tematica della collettività con Freud, ma non quella dell’abitare per la quale dobbiamo aspettare la nascita della psicologia sociale e più nello specifico della psicologia ambientale.

 

Tuttavia, l’abitare, anche in questi ambiti, non viene indagato dal punto di vista fenomenologico [2] (o lo è molto marginalmente), bensì dal punto di vista statistico, oppure deterministico. L’abitare cioè, spesso non è indagato da un punto di vista squisitamente psicologico, quanto piuttosto da un punto di vista ora sociologico, ora antropologico, ora economico, tutt’al più comportamentista.

 

Anche quando, più raramente, la psicologia ambientale nelle sue più recenti concezioni è passata da un paradigma di adattamento all’ambiente quasi esclusivamente comportamentista ad uno incentrato sulle interpretazioni cognitive dell’ambiente (Robert B. Bechtel, Arza Churchman, Handbook of Environmental Psychology, 2002), le riflessioni psicologiche restano applicate agli individui e non al luogo stesso.

 

Marino Bonaiuto, una delle massime autorità in tema di psicologia ambientale in Italia, ritiene che: «la psicologia ambientale può sinteticamente essere definita come lo studio psicologico delle relazioni (…) tra le persone e l’ambiente fisico, anche se molto spesso si tratta di ambiente fisico-sociale» (M. Bonaiuto, La psicologia ambientale in Italia, 2017).

 

A un’attenta riflessione appare evidente come l’ambiente venga descritto come ente fisico o al massimo sociale: ciò che viene tralasciato da questo tipo di costrutto è la qualità psicologica dell’ambiente stesso, quella “dimensione” che rende l’ambiente dotato di qualità psicologiche e quindi soggettive, come l’identità. Questa, infatti, per come è descritta nel Dizionario italiano di psicologia (U. Galimberti, 2004), è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ripensare al futuro di Roma da questa prospettiva significa riflettere sulle sue qualità uniche ed irripetibili.

 

Ciò che si propone, è un nuovo costrutto, quello dell’ambiente psicologico: l’ambiente cioè non è un unico contenitore, ovvero l’insieme di tutte le cose che sono fuori dall’individuo, ma diventa luogo, e il luogo ha un’identità precisa che va oltre la somma delle singole variabili quantitative che essa mostra. Questo particolare tipo di prospettiva riprende in parte il concetto di Genius loci, rendendolo un costrutto psicologico moderno.

 

È proprio a Roma che nacquero una certa sensibilità ed una capacità di concezione del luogo ed è per ripensare Roma che questo tipo particolare di sensibilità portata dal Genius loci potrebbe rivelarsi fondante.

 

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/Re-immaginare_Roma.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Discutiamo sulla tassa di successione, ma soprattutto discutiamo sulla maniera di spendere bene.

Non si deve manifestare un pregiudizio ideologico sulla proposta di Letta, benché vi sia un elemento di improvvisazione, in molti discorsi, nel modo di collegare tassazione e incentivi (realmente) produttivi.

 

Raffaele Bonanni

 

La proposta di Enrico Letta di destinare il ricavato dall’eventuale aumento della tassa di successione dall’attuale 4% al 20% per offrire a giovanissimi una “dote”, in questi giorni ha attirato l’attenzione di molti media, ed ancora se ne parla.

 

Devo confessare che a prima vista ha destato in me un moto di fastidio. Subito ho pensato: “Siamo alle solite! Non si chiede al sistema pubblico di usare meglio i soldi dei contribuenti risparmiandoli, ma si assomma tassa su tassa per distribuire i proventi in bonus, ora qui ora lì”. Certamente la tassa sulle successioni risulta più bassa che in altri paesi europei, ma è un caso unico nel sistema fiscale italiano, datosi che con la generalità delle tassazioni nazionali, regionali e comunali, siamo arrivati a livelli stratosferici, non per finanziare con certezza investimenti e servizi pubblici, bensì per alimentare un sistema che disperde ingenti risorse non sempre per finalità di interesse generale.

 

Ho poi approfondito il merito della proposta Letta di affidare 10 mila euro ai giovani in base al reddito delle loro famiglie, per eventualmente impiegarli nelle attività di formazione, istruzione, lavoro e piccola imprenditoria, casa ed alloggio. È condivisibile preoccuparsi di sostenere i meno abbienti, soprattutto nelle attività relative ai corsi universitari, visto che il numero dei giovani laureati italiani sono mediamente inferiori a quelli della media dei laureati dei paesi OCSE nostri concorrenti. Conosciamo sin troppo bene il fenomeno ormai molto vistoso del divario tra professionalità richieste dalla domanda del mercato e quelle della offerta.

 

L’esigenza di aumentare sensibilmente i giovani laureati, segnatamente nelle specializzazioni tecniche per attrezzarci adeguatamente ai ritmi imposti dalla rivoluzione digitale è per noi un obbiettivo primario. Infatti se dovessimo accumulare ulteriori ritardi nel colmare questo nostro handicap, le conseguenze sarebbero rovinose per la nostra capacità competitiva nel mercato mondiale. Peraltro  l’impoverimento  ulteriore  delle famiglie provocato dalla pandemia,  rende ancora più precario il sostegno ai loro figli riguardo agli studi universitari.

 

Negli Stati Uniti Joe Biden ha posto al centro della discussione il tema del costo insostenibile della partecipazione ai corsi universitari dei più poveri ed intende per questo intervenire facendosi carico di questa incombenza con risorse pubbliche federali e addirittura programmando anche interventi per sgravare gli studenti indebitati con mutui specifici per le rette universitarie, che non riescono a sostenere, benché siano entrati nel mercato del lavoro. Dunque un tema di grande attualità ed interesse per coloro che in questa epoca di cambiamento pensano alla leva della istruzione e preparazione professionale come la prima leva dello sviluppo. Ed allora la finalità principale della proposta del segretario del Pd coglie nel segno la nostra esigenza e va raccolta e sostenuta proprio in queste circostanze di uscita sostanziale dalla emergenza pandemica.

 

Riguardo invece alle tasse di successione, pur avendo ragione sulla esiguità dell’aliquota del 4%, è meglio che l’adeguamento rientri in una logica di revisione dell’intero sistema fiscale, che per esigenza della nazione dovrà considerare la diminuzione drastica dei pesi del fisco, da finanziare con i risparmi della spesa pubblica improduttiva, oltre che dalla celebratissima lotta alla evasione e elusione. Gli aiuti vanno fatti senza la logica dei bonus, con sostegni qualificati in ragione di un impegno meritorio. Nel recente passato i bonus a giovani e categorie varie di cittadini, nonché altre importanti provvidenze, sono stati erogati anche se sprovvisti di precise finalità, motivati solo genericamente pur di venir incontro alle persone che si volevano beneficiare.

 

C’è da sperare che ci sia davvero cambiamento nel modo di concepire la spesa pubblica, da orientarsi esclusivamente in chiave produttivistica. L’Italia cambierà davvero quando i soldi dei contribuenti verranno impiegati per finanziare un interesse settoriale sì, ma che riveste importanza strategica per la generalità dei cittadini. Appunto come è l’esigenza di avere giovani istruiti e professionalizzati per fecondare con il loro genio l’intera economia della Nazione.

Noi siamo indulgenti con Gigino

Sul caso dell’ex sindaco di Lodi, giudicato innocente dopo anni di gogna mediatica alimentata anzitutto dai grillini, Di Maio chiede scusa. Meglio tardi che mai. Il Paese, in ogni caso, ha bisogno di uscire dal gorgo del giustizialismo.

 

Gianfranco Moretton

Immagino che quando un giudice deve definire la sentenza sia sempre preso da qualche preoccupazione. Immagino che in fondo, si chieda se quanto stabilisce sia giusto o non sia giusto. Lo fa solo in base alle prove dibattimentali, ma gli resterà sempre il dubbio che vi possa essere una svasatura tra la verità della sentenza. Sia che sia a favore sia che sia contro il presunto imputato.

Questa premessa per dire che, a conti fatti, il gesto di Luigino Di Maio di scuse nei confronti del sindaco di Lodi, riconosciuto qualche giorno fa non colpevole di un fatto accaduto cinque anni fa, mette in risalto solo la acerba, ingiustificata, fanciullesca, barbarica accusa che l’allora esponente di primo piano del movimento 5Stelle aveva rivolto al presunto criminale.

I forcaioli, sanno alzare con una certa tendenza quel cupo strumento di epoche arcaiche, perché così pensano di essere i salvatori della patria, i moralisti con l’anima candida, i ben pensanti che additano il male comunque dall’altra parte rispetto alla propria santa posizione.

 

Di fronte a simili manifestazioni, qualora ricapitassero, dovremmo saper prendere le giuste distanze e non attendere, come il caso suddetto, il momento del pentimento per rimettere in ordine le vicende.

 

Non vorrei comunque passare per quello che intende impedire a chi ha sbagliato, di trovare il modo e il tempo per scusarsi. Ci si può sempre rivedere, altrimenti una volta commesso un errore non potremmo mai più rimediare.

 

Di Maio rimedia, spero solo che questo pentimento gli sia servito per non ricadere nuovamente lui e molti dei suoi, in quell’inqualificabile giudizio espresso sull’onda di un giustizialismo da loro voluto imperante.

 

Mettiamoci solo nei panni di chi, innocente, si era trovato già nell’inaccettabile condizione di essere condannato senza aver fatto alcunché.

Giustizialismo a corrente alternata?

Una rondine non fa primavera. Dopo le scuse di Di Maio dovrebbero seguire ulteriori e conseguenti gesti politici. Che dire? È difficile cancellare il tratto forcaiolo della originaria propaganda del M5S.

 

Giorgio Merlo

 

Abbiamo letto lo scritto spedito da Di Maio al “Foglio” dove sostanzialmente chiede “scusa” per i soliti, collaudati e conosciutissimi attacchi del passato rivolti contro un esponente politico caduto in disgrazia per motivi giudiziari. Si tratta, nello specifico, dell’ex Sindaco di Lodi accusato, arrestato e poi assolto per vicende amministrative che riguardavano quel comune. Al contempo, abbiamo anche letto altre dichiarazioni – come quelle del suo compagno di partito Toninelli – che confermano, come sempre, i postulati centrali della cultura grillina sul fronte della demolizione delle persone quando i politici vengono coinvolti in vicende giudiziarie.

 

Certo, ci troviamo di fronte ad un passo in avanti almeno da parte di Di Maio. Dopo tonnellate di insulti, attacchi personali, violenza verbale, “gogna mediatica” e tutto ciò che ormai conosciamo quasi a memoria su questo versante, che ci sia un politico professionista da quelle parti che abbia addirittura il coraggio di chiedere “scusa” fa indubbiamente notizia. Ma, per citare un vecchio proverbio, “non è una rondine che fa primavera”.

 

Non a caso, non ci pare che le dissociazioni dai virulenti insulti e attacchi personali sferrati, come di consueto, contro altri esponenti politici, abbia suscitato particolari entusiasmi da quelle parti. E questo per un motivo molto semplice. Anzi, semplicissimo, per non dire addirittura banale. I partiti, soprattutto i partiti populisti, che si ispirano all’anti politica e all’antiparlamentarismo, non cambiano identità dalla sera al mattino. Se la cifra distintiva, a livello quasi ideologico, è quella, difficilmente cambia la ragione sociale di quel partito. Perchè delle due l’una. O il partito di Grillo e forse di Conte cambia radicalmente pelle, strategia, identità, ruolo, mission, cultura di riferimento, modalità d’essere e soprattutto linguaggio, allora le “scuse” hanno un senso. Altrimenti, se tutto resta come prima, come effettivamente è, si tratta di un sapiente gesto propagandistico – l’ennesimo, del resto – che non fa che confermare l’identità esclusiva e caratterizzante di quel partito.

 

Del resto, il giustizialismo era, è e resta la vera identità e il vero collante di quel partito. Al di là della propaganda, peraltro poca, contraria a ciò che storicamente caratterizza il partito di Grillo e forse di Conte. Un giustizialismo e un populismo che continuano ad essere i veri totem ideologici di riferimento del movimento dei 5 stelle. E, talvolta, chiedere “scusa” non è che l’eccezione che conferma la regola.

Africa armata Africa affamata

Hic sunt leones. Nella rubrica da lui curata sull’Osservatore Romano l’autore torna a segnalare l’anomalia di un continente che spende cifre cospicue per gli armamenti e non combatte l’endemica denutrizione di ampie fasce di popolazione.

 

Giulio Albanese

 

Un settore che non conosce recessione di sorta nel mondo è quello delle armi. Partendo dall’assunto che parlare di  “difesa”, soprattutto nel Sud del mondo, è un eufemismo, bisogna prendere atto a malincuore che il  “comparto bellico” – perché di questo si tratta – è in continua ascesa. A tale proposito, per comprendere la gravità della situazione è fondamentale leggere il recente Rapporto annuale dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri, www.sipri.org).

 

Nel 2020 la spesa militare totale nel mondo è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2019, malgrado una diminuzione del Pil globale del 4,4 per cento. La pandemia del coronavirus (covid-19) non è dunque riuscita ad intaccare la produttività di questo settore, ma addirittura, stando alla stessa fonte svedese, ha rafforzato o aggravato conflitti, violazioni dei diritti umani, sforzi di disinformazione, disuguaglianza di genere e fratture sociali. Il mondo emergente post-pandemia, dunque, nelle previsioni del Sipri  “rischia di essere più violento e meno democratico”. La cronaca parla chiaro: le tensioni geopolitiche e l’azione unilaterale sono aumentate, mentre la necessità di un’azione collettiva da parte del consesso delle nazioni, è diventata più che mai urgente. Sempre secondo il Sipri, le soluzioni multilaterali, come peraltro auspicato in più circostanze da parte della Santa Sede, sono fondamentali per affermare il sacrosanto diritto alla pace.

 

Per quanto concerne il continente africano, nonostante la crisi sanitaria ed economica scatenata dal coronavirus, nel 2020 le spese militari sono tornate a crescere, soprattutto nei Paesi più penalizzati dalle ribellioni jihadiste, come il Mali (+22 per cento), la Mauritania (+23 per cento), la Nigeria (+29 per cento), il Ciad (+31 per cento) e, caso a parte, l’Uganda (+41 per cento). Queste percentuali del 2020 sono allarmanti perché in effetti, prendendo in esame l’ultimo quinquennio nel suo complesso, sono in controtendenza per quanto concerne il volume delle consegne di sistemi d’arma.

 

Infatti, rileva il Sipri, le importazioni da parte degli Stati africani dal 2016 al 2020 sono calate del 13 per cento. In questo quinquennio, i tre maggiori importatori africani di armi sono stati l’Algeria (4,3 per cento delle importazioni globali), il Marocco (0,9 per cento) e l’Angola (0,5 per cento). Sommando le importazioni dell’Algeria e del Marocco, si evince che queste hanno rappresentato il 70 per cento delle importazioni totali africane di armi. Rispetto al quinquennio precedente, l’Algeria ha registrato una crescita del 64 per cento posizionandosi così al sesto posto fra le principali nazioni importatrici di armi. Invece, le importazioni di armi da parte del Marocco sono diminuite del 60 per cento.

 

Nell’Africa subsahariana il Sipri registra che questa macro regione ha rappresentato il 26 per cento del totale delle importazioni di armi africane, rispetto al 41 per cento del quinquennio precedente. L’incremento dell’importazione di armi, tra il 2016 e il 2020, riguarda la fascia Saheliana e nello specifico il Burkina Faso (83 per cento) e il Mali (669 per cento), in quanto gli eserciti regolari di questi Paesi fanno parte della Forza congiunta del gruppo dei cinque per il Sahel (G5 Sahel) con l’intento dichiarato di contrastare le formazioni jihadiste che imperversano nella regione.

 

È importante notare, comunque, che i dati sulle spese militari del Sipri sono relative al commercio mondiale di alcune categorie di armi, riferendosi soprattutto ai maggiori sistemi d’arma (mezzi corazzati, navi, aerei, artiglieria pesante). Per quanto riguarda specificamente il continente africano, il traffico di armi davvero più preoccupante è quello costituito dalle armi leggere e piccole, ovvero le armi che possono essere trasportate ed impiegate da una persona o due persone senza l’ausilio di altri operatori (la definizione è di Salw acronimo di Small Arms and Light Weapons). Le stime di Small Arms Survey indicano che in Africa i civili detengono più di 40 milioni di armi leggere sul continente, mentre le forze armate e le forze dell’ordine poco meno di 11 milioni. Come se non bastasse, nel quadro degli obblighi derivanti dagli strumenti internazionali quali il Programma d’azione delle Nazioni Unite per prevenire, combattere e sradicare il commercio illecito di armi leggere e di piccolo calibro, è noto che in almeno 11 Stati africani vengano legalmente prodotte armi leggere, mentre in 18 vengono prodotte munizioni.

 

“La letalità delle armi leggere è estremamente alta — afferma Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo — se si considera il numero di vittime che ogni anno esse provocano, sia in conflitti interni e internazionali, sia come strumento principale in mano a terroristi e organizzazioni criminali per la commissione di delitti e come mezzo di intimidazione. Dei circa 1.900 miliardi di dollari spesi ogni anno nel mondo per gli armamenti in genere, le armi leggere rappresentano una quota esigua, ma il prezzo umano della loro diffusione incontrollata è incalcolabile, tanto da essere definite da alcuni autori “le vere armi di distruzione di massa” e, se si considera il numero di vittime da imputare ogni anno al loro impiego, più o meno legale, tale definizione non sembra affatto fuori luogo”. Da rilevare che le armi e munizioni che circolano sul circuito dei cosiddetti traffici illeciti in Africa sono in grandissima parte leggere. Si tratta di un mercato che coinvolge molte delle formazioni armate ribelli che operano nelle aree di crisi; per citarne alcune: dal Sahel, al settore orientale della Repubblica Democratica del Congo; dalla Repubblica Centrafricana, alla Somalia; dalla regione mozambicana di Cabo Delgado, al nord della Nigeria.

 

Il tema in questione è comunque complesso e si fonda su due principali canali di approvvigionamento, come spiega la professoressa Monica Massari, docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano:  “Da un lato, c’è il cosiddetto mercato nero, cioè il mercato propriamente illegale dove le leggi in materia di armi sono chiaramente violate: secondo le organizzazioni internazionali e i centri di ricerca che si occupano di monitorare il mercato delle armi, questa quota del mercato è quella meno consistente da un punto di vista del volume e del valore delle transazioni che si verificano al suo interno, ma è quella che vede protagoniste le organizzazioni criminali attive a livello internazionale, fra cui le mafie italiane. Dall’altro vi è il cosiddetto mercato grigio, cioè un mercato pur sempre illecito, ma tecnicamente legale, che vede protagonisti soprattutto attori governativi, statali, come ad esempio i governi oggetto di sanzioni internazionali, ma anche gruppi guerriglieri e movimenti separatisti”.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-119/africa-armata-br-africa-affamata.html

L’attualità di Pitirim A. Sorokin nel XXI secolo. Dalla crisi alla rinascita dell’umanità.

Il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia, con il patrocinio dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS), dell’Association internationale des sociologues de langue française (AISLF), della sezione di Studi di Genere dell’AIS e dell’Associazione Festival della Sociologia, organizza a Narni il 7 ottobre 2021 un Convegno Internazionale dedicato al sociologo Pitirim Alexandrovich Sorokin.

 

Le teorie e il metodo di un grande della sociologia come Pitirim A. Sorokin hanno determinato un suo isolamento nel mondo accademico, in particolare in quello americano. È stato, difatti, considerato un “profeta” piuttosto che un sociologo con una visione del futuro ben chiara e con un’idea ancora più precisa di quale dovesse essere il ruolo della sociologia. Ciò di riflesso ha determinato lo scivolamento nel dimenticatoio delle sue brillanti intuizioni e teorie che hanno caratterizzato lo sviluppo della sociologia negli USA e in altre parti del mondo.

 

In uno dei suoi ultimi lavori, l’autore poneva un dilemma all’intera umanità che, oggi, ancora non è sciolto: “Per le misteriose forze del destino l’umanità si trova di fronte ad un grande dilemma: continuare le politiche predatorie, basate sull’egoismo individuale e tribale, che la portano verso un inesorabile destino di estinzione o abbracciare le politiche della solidarietà universale che conduce l’umanità verso l’agognato paradiso in terra. Ad ognuno di noi la scelta di quale delle due strade scegliere” (Sorokin, 1954, trad. it., 2005, p. 686). Da qui la proposta di una profonda riflessione congiunta, nel momento in cui si sta palesando una ri-visitazione dei fondamentali delle Società umane occidentali nell’epoca post pandemica.

 

Al di là della più o meno forte presenza di studiosi delle teorie di Sorokin, quest’ultimo ha prodotto un corpo di conoscenze tale da meritare attenzione anche perché il suo modo di fare sociologia è stato confuso con un “umanesimo sociologico”, ma si trattava, invece, di una “sociologia umanistica” che aveva il fine di provare a trasformare il modo di interagire degli esseri umani orientandoli verso fenomeni positivi (la gratitudine, l’altruismo, la solidarietà, la cooperazione, ecc.). E ciò significa anche tendere alla costituzione di una nuova modalità del fare ricerca, capace di privilegiare proprio gli aspetti positivi della società.

 

Il voler proporre una Call for Papers non è una forma di celebrazione per uno dei maestri della sociologia, ma un momento per riflettere su come alcuni dei classici della sociologia abbiano ancora una loro attualità e di come, troppo spesso, vengano dimenticati. Il tentativo è di riprendere alcune delle sue concettualizzazioni e provare ad ancorarle alla società contemporanea di cui spesso non si riescono a leggere le trasformazioni, soprattutto a seguito della drammatica crisi che sta investendo tutti gli aspetti della vita degli individui, e, infine, evidenziare come il ruolo della sociologia in quanto scienza abbia perso di vista il suo fondamento ontologico di servizio all’umanità o di servizio pubblico.

 

[Presentazione del convegno di Narni]

 

A partire da oggi, entro e non oltre il 10 luglio, è possibile inviare una proposta di partecipazione, inviando un abstract di massimo 300 parole (in italiano o inglese) al seguente indirizzo: convegnonarni.unipg@gmail.com.

L’impegno civico dei centristi

Bisogna partire o ripartire dal basso. De Cardona diceva, già nei primi del ‘900, che “il Municipio è del popolo”. Più avanti sarà il Partito popolare a incarnare la spinta municipalistica dei cattolici. E oggi?

 

Armando Dicone.

 

Quante volte ci siamo detti che il cambiamento può avvenire solo se innescato dal basso? Tantissime, ma spesso non siamo riusciti a concretizzare questa buona idea. Lo ripetiamo nei nostri articoli, nei convegni, ma poi non riusciamo a mettere in pratica quello che professiamo. La nostra storia culturale e politica è piena di buoni esempi di elaborazione politica dal basso, cioè con la partecipazione popolare attiva, a partire dall’impegno dei nostri padri politici a favore delle autonomie locali. Nelle sezioni locali e nei municipi si formavano infatti le classi dirigenti.

 

Già nel primo decennio del ‘900, don Carlo De Cardona scriveva:“Il Municipio è del popolo; è fatto per gli interessi del popolo e non per la propaganda delle idee repubblicane o socialiste o cattoliche. Questo è il punto fondamentale: nel Municipio devono essere trattati, studiati, discussi gli interessi del popolo, diciamo di tutti i cittadini, qualunque sia la loro fede e il loro modo di pensare”.

 

L’elezione diretta del sindaco facilita tale interesse generale? Nei fatti direi di no. Il mito della stabilità, seppur importante, svilisce il senso di comunità, facendo emergere le differenze tra i candidati, più che tra i diversi programmi per il futuro dei nostri Comuni.

 

Nell’appello ai “liberi e forti” del 18 gennaio 1919, si legge chiaramente quella che sarà la visione del partito popolare: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

 

Don Luigi Sturzo nel 1923 metteva in risalto le differenze con il fascismo: “la concezione popolare affida lo sviluppo locale alle energie locali; la concezione fascista lo fa di scendere dall’alto dello stato, unico centro di propulsione. Noi ne combattiamo il centralismo, noi riconosciamo che è necessaria la semplificazione nelle sue funzioni”. Sia nell’appello che nell’articolo citato, emerge l’idea politica circa la centralità della persona umana, che esprime i propri talenti negli organismi a lui prossimi e che per essere “liberi”, necessitano dell’autonomia di funzione rispetto allo Stato centrale.

 

Nel 1931 con la lettera Enciclica “Quadragesimo Anno”, Papa Pio XI afferma: “Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che nelle minori e inferiori comunità si può fare”.

 

Ancora più netto è Luigi Einaudi che ne “L’Italia e il secondo Risorgimento», il 17 luglio 1944 scriveva: “Lo Stato lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura e nessuna unità è salda se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo Stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo e amiamo e che sono la famiglia, il comune, il territorio dove si vive e i suoi usi e costumi”.

 

Stessa visione politica la ritroviamo in Alcide De Gasperi nella sua relazione del 23 luglio 1944 in un’assemblea della Democrazia Cristiana:”Il comune che raccoglie le famiglie del territorio, in cui c’è la torre che ricorda un passato, un campanile che indica il cielo, delle libere istituzioni le quali vengono dai padri e rappresentano il patrimonio della nostra storia italiana, il comune deve rimanere la base della futura democrazia. Questa unità territoriale è tanto più necessaria perché l’esperimento che essa ha fatto e tutt’altro che negativo. Quando il fascismo ha voluto cominciare a distruggere il tessuto delle nostre libertà, ha iniziato il suo attacco ai comuni perché la’ nei consigli comunali anche nei più piccoli che il popolo impara a reggersi”.

 

Luigi Sturzo, in “Politica di questi anni”, 1950-51, torna su autonomie locali e cittadinanza attiva: “La nostra aspirazione è quella che le energie locali possano bene e ordinatamente sviluppare e consolidarsi, non contro uno stato unitario, ma entro lo stato e garantite dallo stato“; “La provincia autonoma e il comune autonomo, in un coordinamento di poteri e di limiti, devono creare finalmente il cittadino autonomo”.

 

Questo breve excursus storico del pensiero centrista, dei nostri padri politici, lo ritroviamo nell’articolo 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”e nell’articolo 5 comma 3 del trattato sull’unione europea: “In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione”.

 

Come si può notare da questo breve “viaggio” nel tempo, l’impegno dei centristi per le autonomie locali viene da lontano.

L’impegno civico, che non vuol dire privo di valori o riferimenti ideali, non vuol dire civismo ideologico, bensì vuol dire impegno dal basso per una vera partecipazione popolare non telecomandata dall’alto, dove ogni essere umano può mettere in condivisione le proprie competenze per il bene comune. Le prossime elezioni comunali di autunno vedranno impegnate molte amiche ed amici, che meritano il nostro sostegno, il nostro supporto, specie se impegnati nel portare avanti la nostra idea di municipalismo fuori dallo schema populisti contro sovranisti.

Per ascoltare davvero un continente ignorato

In «Creature» le riflessioni di Giulio Albanese sullAfrica e sugli africani. La recensione dell’Osservatore Romano.

 

È un libretto di piccolo formato Creature (Frate Indovino 2021, pagine 160, euro 9), elegante nella grafica e stampato su carta di ottima qualità, che raccoglie le riflessioni sull’Africa e sugli africani maturate da Giulio Albanese, nella sua attività di missionario comboniano, in anni di frequentazione del continente più martoriato della terra.

Il sottotitolo Libercolo sulle creature nell’umile percezione di un missionario ispirato dal serafico Francesco non deve trarre in inganno, l’analisi di Albanese scava in profondità nelle realtà di quello che ormai si definisce quarto mondo. Dieci capitoli raccontano in tono pacato ma senza debolezze della bellezza dell’Africa, delle sue ricchezze immense e dello sfruttamento cui è sottoposta da parte delle nazioni ricche del mondo. Uno sfruttamento che diviene oppressione politica e militare, che si trasforma in corruzione e inefficienza, in povertà diffusa e privilegio di pochissimi, in mancanza di istruzione, libertà e democrazia, quando non dei beni necessari a garantire alimentazione e salute. Tutto ciò si ripercuote sulla natura, vittima terminale della rapacità umana. Albanese scrive di paesaggi abitati fino a qualche decennio orsono da elefanti e gazzelle e ormai privati della presenza dei grandi mammiferi, sterminati dal bracconaggio, mentre il deserto sahariano avanza in ogni direzione.

Non mancano tracce di apertura alla speranza, a ogni livello. Creature racconta del gigantesco programma in corso d’opera che prevede la creazione di una barriera capace di fermare l’avanzata del deserto: la Grande muraglia verde africana, ossia la realizzazione di una striscia di foresta lunga 7.800 chilometri e larga 15, dal Senegal a Gibbuti, considerata dalla Nazioni Unite il progetto di punta del decennio 2021-2031. Un’iniziativa di riorganizzazione sociale e ambientale che seppure lentamente è già in movimento, anche se ha raggiunto solo il 15 per cento degli obbiettivi fissati.

A fianco delle attività promosse dagli Stati, Albanese scrive di iniziative partite dal basso, come quella di Yacouba Sawadogo, un contadino che recuperando tecniche tradizionali di conservazione dell’acqua e di concimazione è riuscito a realizzare quasi solo con le proprie mani una foresta estesa su 50 ettari, ripopolata con animali che nella regione sembravano destinati a scomparire.

Con preciso senso della narrazione, Albanese pone nel finale del libro gli elementi che descrivono, e svelano agli ignari, la condizione strutturale africana. Nel 1960 il continente contava 284 milioni di abitanti, divenuti oggi un miliardo e 306 milioni. Nel 2050 si prevede saranno circa due miliardi e mezzo. Se l’Italia avesse vissuto uno crescita demografica analoga adesso avrebbe quasi duecento milioni di abitanti. L’indice di dipendenza, ossia il rapporto tra la componente adulta della popolazione e quella troppo giovane o troppo vecchia per lavorare, è attualmente simile a quello europeo, anche se speculare. In Africa ci sono molti bambini, da noi tanti anziani. Ma il dato è destinato a cambiare, divenendo favorevole agli africani. L’inurbamento nelle grandi città procede con ritmi ancora più accelerati che nel resto del mondo, provocando problemi gravissimi, in termini di mancanza di acqua, igiene ed energia. Si stima che nell’Africa sub sahariana più della metà dei quasi seicento milioni di abitanti non abbia accesso all’elettricità, i 48 Paesi della macroregione producono insieme la stessa energia della Spagna, pur avendo una popolazione 18 volte superiore.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-117/per-ascoltare-davvero-br-un-continente-ignorato.html

Le famiglie italiane nell’indagine della Banca d’Italia

Nel mezzo della emergenza da Covid-19, le due ricercatrici di Via Nazionale hanno portato alla luce dati importanti sulla condizione economica e sociale dell’universo familiare italiano. Il testo integrale della ricerca.

 

 

Concetta Rondinelli e Francesca Zanichelli

 

È online la Nota “Principali risultati della terza edizione dell’Indagine Straordinaria sulle Famiglie italiane”, curata da ricercatrici della Banca d’Italia.

 

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 2021, prima delle nuove misure di contenimento dell’emergenza sanitaria, la Banca d’Italia ha condotto la quarta edizione dell’Indagine Straordinaria sulle Famiglie italiane (ISF) per raccogliere informazioni riguardo agli effetti dell’epidemia di Covid-19 sulla situazione economica e sulle aspettative delle famiglie.

 

Le attese sulle prospettive dell’economia e sul mercato del lavoro sono migliorate; tuttavia le famiglie non si aspettano che l’emergenza sanitaria sia superata in tempi brevi. Poco meno di un terzo dei nuclei ha riferito di aver subito un calo del reddito nell’ultimo mese; il peggioramento delle condizioni reddituali è mitigato dalle misure di sostegno al reddito. I comportamenti di consumo continuano a risentire dell’emergenza sanitaria: per le famiglie che arrivano con difficoltà alla fine del mese la contrazione dipende in prevalenza dalle minori disponibilità economiche; per i nuclei più abbienti pesano soprattutto le misure di contenimento e la paura del contagio. Una quota significativa di famiglie ha risparmiato nel 2020: solo un terzo del risparmio accantonato lo scorso anno verrebbe speso nel 2021.

 

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https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-covid-19/2021/Nota_Covid_ISF4_210521.pdf

Addio a Carla Fracci

La regina della danza italiana si è spenta a 84 anni. Un artista unica, una protagonista sia dell’esclusivo mondo del balletto classico che di quello della televisione e dei rotocalchi.

Milanese doc, classe 1936, è uno dei simboli della danza mondiale. Il suo nome e la sua carriera sono legati a doppio filo alla Scala di Milano. Era universalmente considerata come una delle più grandi ballerine del ‘900. Nel 1981 il New York Times la definì prima ballerina assoluta.

La sua notorietà si lega alle interpretazioni di ruoli romantici e drammatici, quali Giselle, La Sylphide, Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini, Medea. Ha danzato con vari ballerini, tra i quali Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Mikhail Baryshnikov, Marinel Stefanescu, Alexander Godunov, Erik Bruhn, Gheorghe Iancu, Roberto Bolle.

Da Giselle danzata con Bruhn viene tratto un film nel 1969. Ha interpretato Medea, Concerto barocco, Les demoiselles de la nuit, Il gabbiano, Pelléas et Mélisande, Il fiore di pietra.

Da sempre impegnata in politica (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze) si è battuta contro lo smantellamento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche, anche con un appello nel 2012 all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Bisogna avere uno sguardo largo sulla ripresa dell’Italia

Abbiamo di fronte impegni importanti e non possiamo sbagliare. L’esempio dei nostri Padri, capaci di rimettere in piedi il Paese dopo la seconda guerra mondiale, ci deve sostenere in questo sforzo straordinario.

 

Mariapia Garavaglia

 

Resilienza dal latino resilire che significa rimbalzare. Non può che essere questo il risultato del Recovery Plan. Si è anche qualificato come un impegnativo programma per la new generation europea. Crescita e resilienza non sono automatiche. Bisogna governare (gubernare dal latino ‘reggere il timone’) perché le scelte ottengano i risultati desiderati.

 

L’augurio agli Italiani per la Festa della Repubblica quest’anno è reso concreto dall’impegno del Governo Draghi e del Parlamento per una nuova rinascita del Paese in sintonia di intenti e volontà con quella che fu avviata il 2 giugno 1946. Mai prima d’ora – nemmeno il piano Marshall, fatte le debite proporzioni – l’Italia fu provvista di una massa così ingente di fondi da investire, e non per ripianare debiti. Con meno di 100 miliardi a fondo perduto, tutti gli altri (il totale è di poco superiore a 248 miliardi di euro) sono prestiti da restituire entro un trentennio a tassi minimi.

 

Nessun altro Paese della Unione ha ricevuto una dotazione tanto ampia e quindi si spiega l’interesse di tutti gli altri Stati membri perché l’Italia rispetti i patti e le scadenze. Ma anche le generazioni future hanno il medesimo interesse perché il debito pubblico – enorme – se non diventa “buono” (conio Mario Draghi) ricadrà sulle loro spalle. Per questo motivo è indispensabile che si riproducano, attualizzate, le virtù dei governanti che ricostruirono l’Italia e che procurarono il boom economico degli anni ‘60. Maggioranze e opposizioni hanno la responsabilità di sostenere le scelte che si sono decise perché dovranno, nelle alternanze possibili di governo, continuarne l’attuazione. Credo sia utile rivedere metodi e virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia: come vivevano anche le loro vite private, i tempi di decisone, la severità nel rispettare i fondi pubblici. Si studi come furono progettate, finanziate e attuate le grandi opere che hanno reso l’Italia uno dei Paesi G7.

 

Al rigore freddo delle norme e della contabilità la classe politica dovrà infondere il ‘gusto del futuro’, perché il cambio di passo che il Paese crede di intuire faccia raggiungere le mete indicate. Il piano attuativo del Recovery indica con precisione le scadenze e le riforme richieste, per cui nel caso non fossero rispettate, non solo non otteremmo le rate dei finanziamenti ma addirittura dovremmo restituirle.

 

I pilastri di questo importante augurio all’Italia sono la cornice europea, il Sud, la modernizzazione del Paese. Senza Europa – gli Stati Uniti d’Europa – ogni Stato europeo per quanto grande e importante, non potrebbe competere con le economie e gli sviluppi socioculturali dei giganti a est e a ovest, Cina, India, Stati Uniti, Russia.

 

Senza il Sud, completamente recuperato e integrato alle infrastrutture nazionali, l’intero Paese manterrebbe una zavorra ai passi avanti di cui siamo capaci. Perciò Sud, Sud, Sud! Il turismo e l’industria agroalimentare hanno bisogno di strutture, tempestivamente adeguate. Anche un’industria pesante come l’ILVA, deve trovare finalmente pace; i progetti erano pronti da almeno due governi fa: perché tanto ritardo? La tecnologia e la buona volontà possono rendere compatibile una grande industria con l’ambiente e la salute. L’Italia non può rinunciare alla materia prima che aiuta la sua manifattura ad essere la seconda in Europa. L’altro grave ritardo che riguarda anche la modernizzazione del Paese è lo scandalo Alitalia. Per una inutile italianità, in Europa e nel mondo sono stati bruciati miliardi senza mantenere i livelli occupazionali e assicurare una compagnia di bandiera competitiva.

 

Come dimenticare la situazione scandalosa in cui versano ancora i territori colpiti dal terremoto decenni fa. Ci sono modi e metodi per rimuovere gli ostacoli alla velocizzazione, nella legalità, e consentire alle popolazioni e ai territori di tornare alla invocata, ma disattesa da troppo tempo, normalità.

 

La modernizzazione del Paese corre su due binari, quello digitale e quello della trasformazione ecologica: entrambi fautori di nuova occupazione e di miglioramento ambientale. Tutto è sostenuto da una architrave che è la Next Generation EU: istruzione, formazione continua e ricerca. Anche questo ambito esige l’armonizzazione fra Nord e Sud. Lo stesso criterio deve guidare la programmazione e il controllo dei servizi sanitari perché, come è apparso evidente a tutti a causa della pandemia, devono essere garantiti secondo i principi e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione da oltre settant’anni promette: uguaglianza di tutti i cittadini, da Nord a Sud, senza diseguaglianze territoriali; equità e perciò a ciascuno secondo il suo bisogno nella migliore qualità possibile e, infine, equità per garantire gli accessi a tutti.

 

È dibattito attuale utilizzare strumenti che rendano possibile raggiungere gli obiettivi entro il 2026, come richiesto dal Recovery Plan. Tre sono le spine che le forze politiche si stanno reciprocamente infliggendo e riguardano gli appalti (la velocità delle procedure si può ottenere senza il massimo ribasso, anzi!). I livelli occupazionali hanno bisogno di flessibilità ma non di blocchi. Il personale, indispensabile per far funzionare qualsiasi ingranaggio del Paese, deve essere preparato secondo necessità e reclutato secondo le regole. Per esempio i concorsi, qualora necessari per immettersi nella PA, devono essere periodici e continuativi per non trovarci come ora con carenza di medici, infermieri, operatori ai vari livelli non solo in sanità, ma anche nella scuola. In questo servizio – il più delicato del Paese – si formano sacche di precariato, seguite da inique sanatorie. L’intero comparto soffre poi per contratti scaduti da decenni… Basta con gli esempi, perché a ciascuno tornano alla mente.

 

La nostra Repubblica rinasce con la resilienza di tutti i suoi cittadini, perché è la partecipazione che la rende viva. Vorrei poter concludere il mio augurio personale agli Italiani e alla sua classe dirigente con l’esortazione “non aver paura”. Questo incitamento è ripetuto 365 volte nella Bibbia, un augurio per ogni giorno dell’anno.

Roma, i candidati e i sondaggi.

 

Nella Capitale si profila una competizione che può rimettere in discussione le forze di centro, ovunque dislocate, del sistema politico italiano.

 

Giorgio Merlo

 

La partita di Roma, è inutile negarlo, è destinata a segnare il cammino della politica italiana nei prossimi mesi. E questo per tanti motivi. Per il peso dei candidati, indubbiamente. Ma anche, e soprattutto, per gli equilibri politici complessivi.

 

Andiamo con ordine. Sanno almeno 3 i punti centrali attorno ai quali questa partita è sempre più interessante per la politica nazionale.

 

Innanzitutto la scelta di ripresentarsi della Sindaca uscente Virginia Raggi. Una candidatura accompagnata da sondaggi, almeno sino ad oggi, incoraggianti. Se dovesse andare al ballottaggio, sarà curioso verificare il comportamento politico del Partito democratico – se eliminato dalla competizione – che in questi ultimi 5 anni le ha rovesciato addosso ogni sorta di accusa politica, personale e gestionale. La voterebbe il Pd? Lascerebbe libero l’elettorato di riferimento? Oppure, in ultimo, continuerebbe nel giudizio negativo mettendo sempre più a rischio quella strana alleanza tra il Pd e ciò che resta del populismo anti politico nostrano? Un risiko tutto da gustare.

 

In secondo luogo, e specularmente, se il candidato del Pd Gualtieri dovesse andare al ballottaggio sarà curioso registrare l’atteggiamento politico concreto di ciò che resta dei 5 stelle. E questo per la semplice ragione che nei lunghi mesi di campagna elettorale sarà un continuo stillicidio degli uni contro gli altri. Anche se sappiamo, ormai per esperienza consolidata, che la prassi trasformistica messa in campo dai due partiti nei mesi scorsi sul tema specifico delle alleanze può concederci di tutto.

 

In ultimo la candidatura di Calenda. Un esperimento elettorale? Un’avventura politica a cui seguirà un progetto nazionale? Una candidatura di testimonianza? Certo, molto se non tutto dipenderà anche e soprattutto dal concreto risultato elettorale che uscirà dalle urne. Un fatto è certo: la corsa di Calenda può innescare un meccanismo di scomposizione e di ricomposizione del quadro politico – come si diceva un tempo – che non investe solo il “centro” di ogni schieramento, ma potrebbe avere effetti collaterali. Appunto, per la ristrutturazione dell’intero quadro politico.

 

Ho trascurato, volutamente, il campo del centro destra non solo perchè non c’è ancora un candidato ufficiale a Sindaco, ma anche perchè è abbastanza evidente che quel campo andrà al ballottaggio ed essendo una coalizione già definita, nonchè coesa, non ci sono particolari novità da registrare.

 

Ecco perchè, comunque sia, le elezioni romane assumeranno inesorabilmente una valenza politica nazionale. E non solo per la candidatura autonoma, e forte, di un esponente di punta dei 5 stelle a Sindaco ma anche per le dinamiche che potrebbero svilupparsi al “centro” del sistema politico. Elementi che non ci sono nè a Torino, nè a Bologna, nè a Napoli e tanto meno a Milano. A Roma, insomma, ci si avvicina al crocevia delle prossime elezioni politiche generali. E anche da Roma passa il destino politico di alcuni capi partito. Perchè mai come questa volta il voto sarà decisivo per l’una e per l’altra cosa. Al di là dei sondaggi compiacenti che ci vengono propinati dai vari partiti. Che, tutt’al più, sono piacevoli divagazioni per simpatici creduloni.

Ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo un ampio stralcio delleditoriale del direttore di Orbisphera. L’autore, citando l’invito del Papa a far sì che “la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza”, sviluppa alcune riflessioni sul “magistero ecologico” di Francesco.

 

“Rinnovo il mio appello: prendiamoci cura della nostra madre Terra, vinciamo la tentazione dell’egoismo che ci rende predatori delle risorse, coltiviamo il rispetto per i doni della Terra e della creazione, inauguriamo uno stile di vita e una società finalmente ecosostenibili: abbiamo l’opportunità di preparare un domani migliore per tutti. Dalle mani di Dio abbiamo ricevuto un giardino, ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto”.

 

Lo ha detto Papa Francesco nel corso di un videomessaggio diffuso in occasione della presentazione della Piattaforma Laudato si’, avvenuta il 25 maggio alle 11:30 in diretta streaming

 

Il Pontefice ha ricordato che, con l’Enciclica Laudato si’ promulgata nel 2015, ha invitato “tutte le persone di buona volontà a prendersi cura della Terra, che è la nostra casa comune”.

 

Purtroppo – ha spiegato – “da tempo, ormai, questa casa che ci ospita soffre per ferite che noi provochiamo a causa di un atteggiamento predatorio, che ci fa sentire padroni del pianeta e delle sue risorse e ci autorizza a un uso irresponsabile dei beni che Dio ci ha dato”.

 

Per questo motivo – ha sottolineato Francesco – “abbiamo bisogno di un nuovo approccio ecologico che trasformi il nostro modo di abitare il mondo, i nostri stili di vita, la nostra relazione con le risorse della Terra e, in generale, il modo di guardare all’uomo e di vivere la vita”.

 

É necessaria “un’ecologia umana integrale che coinvolge non solo le questioni ambientali ma l’uomo nella sua totalità, diventa capace di ascoltare il grido dei poveri e di essere fermento per una nuova società”.

 

Per far capire quanto gravi siano i rischi della crisi ecologica e della cultura predatoria, il Pontefice ha detto: “Che mondo vogliamo lasciare ai nostri bambini e ai nostri giovani? Il nostro egoismo, la nostra indifferenza e i nostri stili irresponsabili stanno minacciando il futuro dei nostri ragazzi!”.

 

Ed è per dare soluzione a questi problemi che Francesco si è detto lieto di annunciare che l’Anno 2020 dedicato all’Enciclica Laudato si’ ha dato luogo ad una iniziativa concreta: la Laudato siAction Platform, “un cammino di sette anni che vedrà impegnate in diversi modi le nostre comunità perché diventino totalmente sostenibili, nello spirito dell’ecologia integrale”.

 

Il Papa ha spiegato che famiglie, diocesi e parrocchie, scuole e università, ospedali, imprese e aziende agricole, organizzazioni, istituti religiosi, gruppi e movimenti lavoreranno insieme per creare un mondo più inclusivo, fraterno, pacifico e sostenibile.

 

Si tratta di un cammino comune che durerà sette anni e punterà a realizzare sette obiettivi: la risposta al grido della Terra, la risposta al grido dei poveri, l’economia ecologica, l’adozione di uno stile di vita semplice, l’educazione ecologica, la spiritualità ecologica e l’impegno comunitario per realizzare l’ecologia integrale.

 

“C’è speranza”, ha concluso il Papa. “Tutti possiamo collaborare, ognuno con la propria cultura ed esperienza, ciascuno con le proprie iniziative e capacità, perché la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza e la creazione torni a risplendere secondo il progetto di Dio”.

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/4092/Ai_nostri_figli_non_possiamo_lasciare_un_deserto

Il gioco si fa duro?

Il cammino del governo Draghi è costellato di buoni propositi e cattivi comportamenti. Nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore di perdere appeal nella contesa elettorale del prossimo autunno.

 

Paolo Pombeni

 

Non che far funzionare a pieno ritmo la campagna vaccinale o mandare in tempo e in forme adeguate il PNRR a Bruxelles sia stata un’operazione facile. Però Draghi ha potuto contare, sia pure solo in parte, sul clima della cosiddetta “luna di miele” di chi inizia un’avventura politica. E poi c’era un po’ sempre la spada di Damocle di un possibile, per quanto difficile scioglimento della legislatura con rinvio di tutti alla prova delle urne: un esito di cui a parole nessuno ha paura, ma che in realtà tutti temono moltissimo.

 

Adesso però la luna di miele è finita e l’ipotesi di una conclusione anticipata della legislatura a due mesi dall’inizio del semestre bianco appare surreale. Invece si moltiplicano le decisioni che il governo deve prendere, mentre i partiti sono impegnati in una campagna elettorale per le amministrative che è densa di incognite. Tutto questo crea un clima poco favorevole alle intese che pure sarebbero necessarie.

 

Ci sono alcuni nodi da sciogliere che sono evidenti e ce ne sono altri che sono meno percepibili. Al primo genere appartengono i piani per le tre riforme che la UE ci impone per dare l’avvio ai finanziamenti del Next Generation UE: giustizia, fisco, pubblica amministrazione (a cominciare dalle semplificazioni). Su tutte e tre abbiamo già visto attivarsi la competizione fra partiti che sono vittime delle narrazioni che hanno sparso ai quattro venti negli anni passati. Perché è inutile nasconderselo: se sostieni per anni che senza una certa impostazione crollerà il palco, poi diventa difficile fare marcia indietro. Dovresti poter contare su leader con una credibilità personale così alta da far digerire agli elettorati qualsiasi cosa e contemporaneamente da tenere sotto controllo il proliferare di fazioni che c’è in ogni partito. Merce rarissima di questi tempi.

 

Sulla giustizia, l’abbiamo già scritto, c’è lo scoglio dei Cinque Stelle che Conte non è in grado di mettere in riga e che Letta continua a ritenere un alleato indispensabile per cui gli si deve concedere tutto. Sul fisco c’è la solita contrapposizione fra ideologie da fumetti: togliere ai ricchi per dare ai poveri contro diminuire drasticamente le tasse a tutti per realizzare il paese di bengodi. Sulla riforma della pubblica amministrazione sono a parole tutti d’accordo, salvo che quando scendi nel dettaglio ti accorgi che è tutto maledettamente complicato. Esemplare la storia degli appalti: un sistema barocco che serve solo ad intasare i TAR e a non far partire i lavori, ma che non si può riformare perché ogni abolizione di clausole preventive di sbarramento è vista come un favore verso la criminalità organizzata e il malaffare.

 

Eppure Draghi ha assoluta necessità di realizzare quelle riforme, altrimenti si mette a rischio tutta la macchina dei finanziamenti, ma nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore che questo risulti pregiudiziale nella contesa elettorale d’autunno. Molti osservatori ritengono che il premier non abbia problemi a tirare dritto per la sua strada lasciando ai partiti lo spazio per dar sfogo a vuoto lle varie propagande. E’ sicuramente così da vari punti di vista, ma da altri la questione è differente.

 

Perché adesso Draghi deve mettere mano ad una lunga serie di nomine nelle aziende pubbliche e partecipate.

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/il-gioco-si-fa-duro/2074

Vaccino Covid, Sanofi e Gsk avviano fase 3: approvazione entro 2021

Sanofi e Gsk annunciano l’avvio dello studio clinico di fase 3 che valuterà la sicurezza, l’efficacia e l’immunogenicità del loro vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti. Lo si legge in una nota che spiega: “Lo studio di fase 3 randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo includerà più di 35.000 volontari adulti (dai 18 anni in su) provenienti da diversi Paesi in Stati Uniti, Asia, Africa e America Latina”.

L’endpoint primario dello studio è la prevenzione della malattia Covid-19 sintomatica in adulti naïve al Sars-Cov-2, mentre gli endpoint secondari sono la prevenzione della malattia Covid-19 grave e la prevenzione dell’infezione asintomatica. In due fasi distinte, lo studio analizzerà inizialmente l’efficacia di una formulazione del vaccino mirata al virus originario D.614 (Wuhan), mentre una seconda fase valuterà una seconda formulazione mirata alla variante B.1.351 (variante sudafricana).

Recenti prove scientifiche mostrano che gli anticorpi creati contro la variante B.1.351 possono fornire un’ampia protezione crociata contro altre varianti a maggiore trasmissione. Il disegno della fase 3, condotto in diverse aree geografiche, permette anche di valutare l’efficacia del vaccino candidato contro una varietà di varianti circolanti. A seguito degli incoraggianti risultati intermedi del recente studio di fase 2, si legge ancora nella nota, nelle prossime settimane le aziende inizieranno anche uno studio clinico per valutare la capacità del vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti di indurre una forte risposta come dose di richiamo, indipendentemente dalla tipologia di vaccino ricevuto in precedenza.

 

È tornato di moda. Considerazioni e appunti sul trasformismo.

Un fenomeno ridotto a formula di malcostume disvela nella sua genesi storica e nel suo pratico impatto politico una potenzialità che attinge a un elemento di saggezza e prudenza, forse anche di verità.

 

Nino Labate

 

Devo ringraziare mons. Ravasi che dalle pagine del Sole Ore mi ha fatto conoscere la poesia di Trilussa “Er carattere”. Scritta moltissimo tempo dopo che Agostino de Pretis aveva varato il suo governo “trasformista”, Trilussa scherza, al suo solito in romanesco, su un dialogo tra un camaleonte e un rospo: “…ognuno crede a le raggioni sue, disse er camaleonte, io cambio sempre e tu nun cambi mai”. “Credo che se sbajamo tutt’e due”, rispose il rospo. Ecco, Trilussa dopo che in un primo tempo aveva parlato male del trasformismo, avanza ora il sospetto, in questa poesia, che se uno crede rigidamente alle proprie opinioni  senza mai avere dei dubbi, può incorrere in  errori allo stesso modo di chi le cambia spesso.

 

Gli studiosi  possono spiegare meglio. Io in tempo di Covid ho solo passato un poco di tempo spulciando articoli e leggendo  qualche cosa  su Internet. E divagando.

 

Sul trasformismo sono stati pubblicati decine di libri. Ed è  stato approfondito in tutti i suoi aspetti. Quasi sempre demonizzato come paradigma dei voltagabbana senza spina dorsale,  dell’incoerenza e della mancanza di rispetto verso la propria identità. Come populismo antipolitico. Subentrato ai nostri giorni alla crisi dei partiti politici del  Novecento e della loro cultura ormai naufragata nel maremagnum del mondialismo. Sempre ricordato e citato nel suo lato negativo di interessi individuali o di lobby su cui si è soffermato con molta superficialità anche Galli della Loggia citandolo come “luogo paludoso di centro” dove ormai confluiscono destra e sinistra, oggi scomparsi e senza più significato  nell’offerta  politica (sic!).

 

Osservato infine come segno di una  etica volgare, liquida e ballerina: quella del proprio tornaconto. Mentre collocandolo sui profondi cambiamenti sociali e culturali che viviamo,  potrebbe anche suggerire una più convinta etica solida, storicamente determinata, in funzione della responsabilità e della propria consapevole coscienza del momento storico, al di là dei nostri pregiudizi.

 

Comunque stiano le cose e benché di fronte ad una  enorme mole di riflessioni, i paradossi della storia politica legati a questo sostantivo non si riesce a contarli. Uno fra i tanti, e credo il più significativo, è  le centinaia di volte che è stato citato a sproposito, dalla fine del governo Renzi in poi, transitando da Conte e sino al Draghi dei nostri giorni, che,  volendole contare, superano certamente tutte le volte che è stato citato da De Pretis ad oggi. Per molti commentatori il nostro è un tempo di trasformismo…a prescindere.

 

Ma vediamo meglio partendo da lontano. Dalla Calabria. Cosa centra la Calabria con il trasformismo? L’antropologia, la cultura e la storia dei calabresi ci suggeriscono una costante degna di rilievo. E questo nonostante il continuo fango gettato su questa infelice ma nobile e antica terra. La costante è quella greca (e grecanica) del ritorno ad Itaca. Dell’accoglienza. Della nostalgia della propria casa. Dell’amore verso le proprie radici. Del forte attaccamento al passato e alle tradizioni. Del “familismo”: anche di quello “amorale” purtroppo. Ma anche quella del rispetto della parola data e della coerenza dei comportamenti. Del giuramento sul proprio onore, nel bene e nel male, specie quando si trasferisce agli “uomini d’onore”. Quella insomma  che racconta di “donne e uomini …di parola” che, ahimé, non riescono mai a mettersi insieme.

 

Succede tuttavia che interrogando la storia risorgimentale, il primo incoerente e “voltagabbana camaleontico” italiano, sia stato proprio un calabrese: tale Giovanni Nicotera. Repubblicano convinto ed esponente del partito della sinistra liberale, nato a Sambiase (Catanzaro) da “famiglia di tradizioni illuministiche e giacobine”. Che possedendo alcuni valori, era però di vista acuta e aveva il dono di guardare lontano. Condivisibili o meno. Un massone ex mazziniano sin dalla Giovane Italia e un progressista, anticlericale, attivo e presente, assieme al suo amico Pisacane, nella spedizione di Sapri per liberare i prigionieri di Ponza. E dopo, vestito da combattente, nella presa di Porta Pia e in Aspromonte accanto ai garibaldini. Eh… insomma un carattere impulsivo, dicono gli studiosi.

 

Fu però proprio lui che da Ministro dell’Interno, senza  invocare i pieni poteri ed esibire nei comizi  la  croce di Gesù e il Vangelo, spinge successivamente il suo compagno di partito Agostino De Pretis a creare un governo trasversale assieme ad una modesta quota parte della destra italiana di quegli anni. Il motivo del calabrese era scontato. Ed era un motivo centrale per i suoi ideali: avviare le riforme per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia,  e mettere al primo posto dell’azione di governonla Questione Meridionale. Pensate un poco…eravamo nel 1876 e,  dopo la bellezza di 145 anni, è ancora  un tema prioritario nell’agenda di Mario Draghi.

 

Ma proseguiamo.

 

Perché Nicotera, con il preciso, solo e unico scopo di realizzare questo suo sogno, aveva iniziato a contattare diversi deputati della destra e si stava dando da fare per trovare accordi in Parlamento al di là del suo partito, delle appartenenze e degli schieramenti politici. Insomma è lui che pone le basi del cosiddetto trasformismo, che poi in quegli anni  conclude a piene mani  De Pretis. A Nicotera interessava solo risolvere i gravi problemi sociali e lavorativi  del Sud, e combattere il brigantaggio. Ed era completamente disinteressato del colore di chi aderiva a questo suo utopico progetto.

 

Fu a quel punto che De Pretis, avendo fiutato la mossa e capito dove voleva andare a parare Nicotera, per non farsi spiazzare dal suo collega di partito, trovatosi  nel paesino di Stradella per la sua campagna elettorale, dove aveva il suo collegio elettorale – paesino distante appena 16 chilometri da Bressana Bottirone, suo paese di nascita vicino Pavia –  pronunciò ufficialmente e ad alta voce il suo famoso discorso. Illustrando anche un intero programma di riforme e concludendo: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista come posso io respingerlo?.

 

Grazie a queste parole, rimaste a futura memoria e interpretate sempre, ma sbagliando sempre, come metafora disonorevole della classe politica, De Pretis formò successivamente il suo governo con diversi deputati disponibili della destra storica. Disponibili perché convinti del programma annunciato. E disponibili a sedersi “formalmente” dalla parte opposta da dove si erano  sempre seduti in Parlamento dopo la loro elezione. Con qualche tornaconto personale non c’è dubbio: questione secondaria però rispetto al serio disegno riformista posto sul tappeto da De Pretis.

 

Per curiosità e per capire meglio il determinato momento storico e sociale di quel periodo, va ricordato che i  votanti italiani  di quell’anno – siamo, ripeto, nel 1876 –  erano solo uomini di età superiore ai 25 anni.Tutti alfabetizzati. E tutti  in grado di pagare le tasse: 530 mila circa. Il 2% della popolazione italiana formata, all’epoca, da 26 milioni di cittadini. Un misero 2% di italiani aristocratici cosi composto, che decideva  dunque le sorti dell’intero Paese, l’assetto di potere e il programma di governo, su cui il trasformismo aveva un impatto sicuramente scandaloso, anche per i concreti interessi terrieri che tutelava la elitaria classe politica di quel periodo.

 

Quali sono allora i rimproveri da muovere a Nicotera ?

 

Questo tenace, non lineare, discusso e discutibile uomo calabrese può solo rimproverarsi di non aver insistito molto sulla (sua) “Questione Meridionale”.  Perché  tale è  rimasta e tale la troviamo ancora ai nostri giorni. Tuttavia, il suo costante impegno, ambiguo quanto si voglia, e la sua  lungimiranza sono  serviti  almeno a far capire che quando si vuole risolvere una questione annosa e centrale per il futuro del Paese, gli schieramenti, i partiti e dove perciò si sta seduti nello spazio geometrico dell’emiciclo  parlamentare sono inutili  e  contano poco.

 

Credo allora sia giusto interrogarci se per caso nei  momenti in cui bisogna risolvere enormi e gravi problemi nazionali si debba andare alla sostanza delle cose e non fermarsi alla superficiale forma del partito, al suo spazio geometrico o agli interessi personali dei suoi deputati. La vicenda di Draghi potrebbe servire da lezione. Ma Michele Salvati sul Foglio del primo maggio di quest’anno guarda molto avanti e si spinge oltre interrogandosi se “siamo sicuri che un governo tra forze politiche ideologicamente opposte debba essere considerata come un’esperienza unica piuttosto che una nuova normalità?”. Se siamo “tutti sulla stessa barca” e bisogna remare tutti insieme per uscire fuori dalla tempesta, allora quando si cerca il bene comune, ovvero il bene di tutti, si può anche andare al di là della forma, dei propri convincimenti e delle proprie ideologie e  “trans-formarsi“, appunto. Senza scandalizzare e scandalizzarsi.

 

E quando la storia cambia velocemente e la societa avanza verso lidi globali sconosciuti, verso un ignoto futuro, si rimane  in pochi a pensare che i partiti, la loro cultura, i loro accordi, le loro ideologie, i programmi, lo stesso elettorato di riferimento, debbano invece rimanere fissi e ancorati alle idee del passato. Bello quanto si voglia, ma inutile anche solo per farci capire i segni dei tempi.

 

Circa duemila anni fa Paolo di Tarso, in una sua accorata e profonda lettera ai Corinzi, e senza cedere nulla al relativismo ontologico, ci avvertiva sui cambiamenti dei modi di pensare a cui siamo sottoposti nel corso della vita. Dopo averci raccomandato che corriamo il rischio di trasformarci in meri e inutili  “bronzi che rimbombano…” se ci facciamo mancare la Carità, ci ha ricordato in una  prospettiva di ricerca e attesa del Divino, l’inevitabilità dei cambiamenti dei  nostri modi di pensare e di valutare le cose: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino”.

Passi decisivi per liberare la Chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale delleditoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».

I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.

A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.

Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.

Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.

A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.

Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».

Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.

Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.

Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.

I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.

Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.

I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.

Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».

Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».

Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.

Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».

Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.

Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.

Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

Eu-Bielorussia: Nessuno voli sul cielo di Lukashenko

<> on May 15, 2017 in Beijing, China.

La newsletter dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale fa il punto sulla vicenda dell’aereo dirottato e rileva la difficoltà per l’Italia di attirare, in questo momento di tensione internazionale, l’attenzione dell’Europa sulla questione degli immigrati clandestini.

ISPI

Il Consiglio europeo ha dato mandato ai ministri Ue di imporre nuove sanzioni sulla Bielorussia. La decisione arriva dopo il dirottamento di un volo Grecia-Lituania, fatto atterrare a Minsk da Lukashenko per arrestare il dissidente Roman Protasevich e la sua compagna. Le sanzioni europee dovrebbero vietare il sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di compagnie bielorusse, ed essere accompagnate da misure economiche mirate.

La reazione dell’Ue è stata rapida, anche perché l’intercettazione di un aereo civile ha pochi precedenti persino durante la guerra fredda. Difficile, al momento, capire se sia stata incisiva: gli strumenti a disposizione dell’Europa sono comunque limitati.

E ora? Per l’Europa quella di Minsk resta una spina nel fianco, e ora la ferita si è riaperta. Le pressioni Ue su Lukashenko si sono rivelate inefficaci, l’opposizione appare demoralizzata e meno attiva, e le voci critiche al regime restano in carcere o in esilio. E la repressione continua: Lukashenko ha appena varato una legge che di fatto vieta le proteste e “silenzia” la stampa.

Ma c’è di più. Il ruolo di Mosca nel dirottamento sembra esser stato diretto: quattro dei sei agenti presenti sull’aereo su cui viaggiava Protasevich sarebbero russi. Anche per questo la reazione del Consiglio europeo non si è fatta attendere, con la condanna delle “attività illegali, provocatorie e destabilizzanti della Russia contro l’UE”. Tuttavia Mosca, già sotto sanzioni per il ruolo del Cremlino nell’avvelenamento e poi arresto di Navalny, non sembra temere ulteriori ritorsioni.

L’affaire bielorusso ha sconvolto l’agenda dei leader europei, ma soprattutto quella dell’Italia, che sperava di riportare sul tavolo il tema migranti. Con il fallimento degli accordi di Malta (meno di mille migranti ricollocati in altri paesi Ue su 45.000 sbarcati), Roma è alla ricerca di un rilancio della redistribuzione su base volontaria e di soluzioni alternative, come un nuovo accordo diretto con la Libia. Ma i 27 governi Ue restano divisi, e il dirottamento ha offerto un’ottima scusa per relegare le migrazioni ai tavoli bilaterali (come l’incontro Draghi-Macron).

Se ne riparla più seriamente, forse, a fine giugno, quando potrebbe essere già troppo tardi.

Fatti di Minsk gravissimi. Chiediamo una immediata inchiesta internazionale e la liberazione degli arrestati.

 

Discorso del Presidente del Parlamento europeo al Consiglio Ue del 24 maggio 2021. Testo integrale.

 

Signore e signori,

 

A più di un anno dall’inizio della pandemia di COVID-19 ci troviamo in un contesto che ci propone sfide senza precedenti. La campagna vaccinale avanza, i meccanismi di ripresa si sono messi in moto, ma nuove minacce alla nostra sicurezza impongono una forte voce europea. I fatti della Bielorussia, con l’ipotesi di un dirottamento di Stato di un aereo civile per arrestare oppositori del regime, ci impongono un salto di qualità e tempestività della nostra risposta.  Su questo torneremo dopo, ma vorrei cogliere l’occasione per un’osservazione preliminare sul funzionamento delle nostre istituzioni.

 

Cambiamento climatico

 

Oggi siete chiamati a discutere di misure importanti che riguardano gli impegni presi dall’Unione europea nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima. I nostri cittadini si aspettano giustamente che vengano rispettate quelle promesse e il Parlamento lo sta facendo lavorando sulle proposte legislative.

 

Più precisamente, come sapete, stiamo negoziando insieme al Consiglio proprio la Legge sul Clima. La questione dell’obiettivo climatico per il 2030 e quella dell’applicazione del principio di neutralità climatica sono state oggetto di discussioni complesse.  Ora siamo pervenuti a un accordo, il che è di per sé una buona notizia anche se vi è ancora molto lavoro da fare.

 

Vorrei rispettosamente osservare che, secondo i Trattati, le conclusioni del Consiglio europeo sono accordi politici tra i capi di Stato e di governo. Il Parlamento non può essere chiamato solo ad apporre il suo timbro d’approvazione a fatti compiuti. Il ruolo di colegislatore del Parlamento europeo, negli ambiti ad esso attribuiti dai trattati, non deve essere compromesso. Invece assistiamo a tentativi in tal senso con riguardo a vari settori e materie, come appunto la Legge sul Clima.  Sono certo che anche in questo caso – come per il QFP – possiamo trovare il modo di lavorare insieme nel rispetto delle rispettive prerogative, per un risultato migliore per l’Unione Europea.

 

Per quanto ci riguarda, il Parlamento si impegna ad arrivare ad un ambizioso pacchetto sul clima e l’energia prima dell’estate, con un sistema rafforzato di scambio di quote di emissioni e target più ambiziosi sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo impegno è indissociabile dall’adozione di misure sociali di ampia portata: la transizione verde deve essere giusta e accompagnare i lavoratori e le lavoratrici in questo passaggio, con formazione, protezione e sostegno all’occupazione. A Porto abbiamo dato la nostra parola alle parti sociali e ai cittadini europei e dobbiamo agire per mantenerla.

 

Relazioni esterne / Russia

 

Sulla scena internazionale ora più che mai è necessaria una voce europea forte e comune. La democrazia non è incisa nella pietra. È fragile e se non la proteggiamo può sgretolarsi più velocemente di quanto osiamo immaginare. Assistiamo a un aumento della disinformazione, delle provocazioni dirette agli Stati membri e all’intera UE e alle strumentalizzazioni delle crisi da parte di regimi autoritari per mettere a tacere le voci critiche o limitare le libertà dei media. In questo contesto mutevole, l’UE deve ridefinire e rafforzare il suo ruolo sulla scena mondiale. Un attacco a uno Stato membro è un attacco a tutti. Infatti la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti.

 

I fatti di ieri relativi all’atterraggio forzato a Minsk del volo Ryanair da Atene a Vilnius sono di una gravità inaudita. Il regime del presidente Lukashenko ha privato della libertà Roman Protasevich ed un’altra persona che lo accompagnava e ora si trovano detenuti a Minsk. Chiediamo l’immediato rilascio di entrambi senza condizioni e la possibilità per loro di lasciare il Paese. È senz’altro necessaria un’indagine internazionale per verificare se la sicurezza del trasporto aereo e dei passeggeri è stata messa a repentaglio da uno Stato sovrano e se siamo in presenza di una violazione della Convenzione di Chicago.

 

Ma la nostra risposta dev’essere forte, immediata e unitaria. L’Unione europea deve agire senza esitazioni e punire i responsabili. Stasera avete una grande responsabilità per dimostrare che l’Unione non è una tigre di carta. Per quanto riguarda le nostre relazioni con la Russia e la Cina, oppure l’allargamento o le politiche di vicinato, il Parlamento ha sempre affermato che i nostri interessi strategici vanno di pari passo con i nostri valori.

Risulta evidente che le ultime sanzioni della Russia non erano dirette soltanto contro la mia persona e quella della Vice Presidente Jourova ma anche contro le nostre rispettive istituzioni. Anziché intimidirci, questo ci incoraggia a non fermarci. La Russia rilasci Alexei Navalny.

 

NGEU / Risorse proprie

 

L’anno scorso ha dimostrato di cosa siamo capaci quando restiamo uniti. Abbiamo adottato un importante strumento per la ripresa.  Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, cospicue risorse di bilancio finanziate da un prestito comune sono destinate agli Stati membri dell’UE. Vale la pena ricordare che stiamo parlando di un totale di 390 miliardi di euro in sovvenzioni per tre anni.

 

Adesso dobbiamo concentrarci sull’attuazione del dispositivo per la ripresa e la resilienza, che sarà decisivo nel sostenere la ripresa in Europa dopo il COVID-19. Esso offre opportunità uniche per migliorare il potenziale di crescita delle economie europee, promuovendo al contempo gli obiettivi dell’UE di migliorare l’equità economica e di ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici.

L’adozione della decisione sulle risorse proprie è necessaria per dare impulso alla nostra ripresa. Contiamo sui parlamenti e i governi nazionali per portare a termine quanto prima i processi di ratifica.

 

Certificato europeo COVID-19

 

Ci avviciniamo alla seconda estate dall’inizio della pandemia di COVID-19 e le persone desiderano una ben meritata pausa. Sfortunatamente il virus non va in vacanza. Per questo, i nostri cittadini guardano a noi per una soluzione che garantisca la protezione della loro salute ma anche la ripresa di una mobilità e di una vita normale.

 

Stiamo particolarmente soddisfatti per il lavoro svolto insieme al Consiglio sul Certificato Covid-19 per evitare un mosaico di soluzioni nazionali che avrebbe effetti dannosi per i cittadini, per il turismo e per la ripresa economica. Salutiamo il risultato del trilogo che ha portato ad un accordo provvisorio giovedì scorso.

 

Per il Parlamento, il certificato non può essere una condizione ostativa per la libera circolazione. Abbiamo inoltre indicato chiaramente che nessuno deve essere discriminato per le sue condizioni di salute o le scelte sanitarie e vogliamo che soltanto i dati necessari vi siano inclusi.

 

La vera svolta sarà rappresentata dalla rapidità della campagna vaccinale nell’Unione europea. Inoltre, data la situazione sanitaria attuale in molti paesi del mondo, è fondamentale pensare e agire al di là delle nostre frontiere. Per questo, come ho detto al Forum globale per la salute del G20, occorre che tutti seguano l’esempio dell’Unione europea esportando i vaccini e donando le dosi in sovrannumero ai Paesi a basso e medio reddito.

 

Ma non basta. Occorre impegnarsi per potenziare la produzione in questi Paesi e, nel medio periodo, consentire la condivisione obbligatoria delle licenze per questo fine – utilizzando le flessibilità già consentite all’interno degli accordi TRIPs in sede di OMC.

 

Saluto la proposta complessiva di azione della Commissione in seno all’OMC, una proposta coraggiosa che sosteniamo e che pone l’Unione insieme agli Stati Uniti all’ avanguardia dell’azione globale multilaterale in questa crisi.

 

Crediamo anche che sia giusto esplorare tutte le opzioni che possono consentire la vaccinazione della popolazione mondiale in breve tempo, incluse opzioni di sospensione dei brevetti, se contribuiscono a questo fine.

 

Immigrazione

 

Signore e signori,

 

so che oggi non parlerete di immigrazione, ma credo che l’anno che abbiamo alle spalle – in cui siamo stati insieme capaci di scelte coraggiose e inedite – ci ponga davanti alla responsabilità di fare scelte altrettanto coraggiose.

 

Una grande potenza come l’Unione Europea può presentarsi come attore globale solo se mostra di essere capace di gestire unita un fenomeno strutturale come quello della mobilità umana.

 

Anche in questi giorni assistiamo invece a naufragi di carrette del mare nel Mediterraneo, a persone disperate che arrivano a nuoto sulle coste spagnole, a tante tragedie umane che si consumano nel cammino attraverso i Balcani o sulle alpi italiane e francesi.

Siamo davvero sicuri che questa sia la nostra carta di identità? Che questa assenza di concertazione sia all’altezza della nostra storia?

 

Io credo di no e penso che sia necessario insieme agire su tre versanti.

 

Primo, salvare vite umane. Questo è un obbligo giuridico e morale e non possiamo lasciare questa responsabilità solo alle ONG che svolgono una funzione di supplenza nel Mediterraneo. Dobbiamo tornare a pensare a una grande operazione comune dell’Unione Europea nel Mediterraneo che salvi vite e tolga terreno ai trafficanti. Occorre un meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee.

 

Secondo, le persone bisognose di protezione devono poter arrivare nell’Unione Europea in modo sicuro e non rischiando la vita. Abbiamo bisogno di canali umanitari da definire insieme all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e di un sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune. Stiamo parlando di persone che possono dare un contributo importante anche alla ripresa delle nostre società colpite dalla pandemia e dal calo demografico, grazie al loro lavoro e alle loro competenze.

 

E infine, quindi, abbiamo bisogno di una politica europea di accoglienza degli immigrati. Il Parlamento europeo ha adottato proprio la scorsa settimana la sua risoluzione in materia. Definiamo insieme i criteri di un permesso unico di ingresso e di soggiorno e valutiamo a livello nazionale le necessità dei nostri mercati del lavoro, che sono grandi – lo abbiamo visto durante la pandemia quando interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati. Saremo all’altezza della ripresa se sapremo aprire le porte a una immigrazione regolata e necessaria per il futuro delle nostre società e dei nostri sistemi di protezione sociale.

 

Signore e signori,

 

Non è sufficiente limitarsi a chiedere di essere più vicini ai cittadini negli interventi durante la Giornata dell’Europa. Tale principio deve guidare ogni nostra singola azione ed essere al centro di tutte le nostre discussioni, anche quelle che avranno luogo quest’oggi.

Il revenge porn: considerazioni socio pedagogiche

Secondo una ricerca condotta da ‘Women for Security’, la community fondata da Cinzia Ercolano (CEO di Astrea e membro dell’Advisory Board dell’associazione) che raggruppa le donne italiane che si occupano professionalmente della sicurezza informatica, pubblicata il 19 marzo 2021 dall’Agenzia ANSA – rubrica tecnologia – internet & social, il 90% degli italiani conosce il fenomeno del Revenge Porn, l’88% sa che si tratta di un reato penalmente rilevante, mente il 75% ritiene che lo strumento principale per contrastarlo sia la denuncia all’autorità giudiziaria.

Cos’è il Revenge Porn? Letteralmente significa “pornovendetta”, secondo la definizione dell’Accademia della Crusca, ma più estensivamente consiste in una locuzione che comprende comportamenti tendenti all’utilizzo diffusivo di immagini o video a contenuto pornografico in danno di una o più persone non consenzienti, carpite nell’intimità o estrapolate da rapporti sessuali consensuali, fino ad includere il sexting, ovvero l’invio a terzi di auto-riprese a contenuto intimo da parte della vittima stessa che le consegna spontaneamente o a cui vengono carpite o usate a sua insaputa. Inoltre, riguarda anche la messa in rete di momenti di intimità personale del danneggiato, realizzate ad es. nei bagni pubblici attraverso webcam o riprese occultate, intrusione nel cloud personale). Il fenomeno è stato solo recentemente codificato e integrato nel codice penale come reato, in relazione speculare alla crescita esponenziale e massiva delle nuove tecnologie specialmente tra gli adolescenti, esiste una vasta letteratura di considerazione e di approfondimento della materia,  che discende dalla molteplicità dei casi segnalati e di cui sempre più spesso la cronaca e la saggistica si sono occupate.

Una legislazione mirata è stata finora adottata da alcuni Paesi: Australia, Canada, Filippine, Giappone, Malta, Israele, Regno Unito, Spagna e in 45 Stati degli USA, nonostante il fenomeno abbia rilevanza mondiale, come inevitabilmente accade in una società interconnessa e globalizzata.

In Italia il Revenge Porn è stato studiato come fenomeno specifico, peculiare e stigmatizzato come azione penalmente rilevante a motivo della “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” e come tale incluso con un emendamento della deputata Federica Zanella – presidente del Corecom Lombardia – nella legge 19 luglio 2019, n. 69 (entrata in vigore il 9 agosto succ.vo) meglio conosciuta come “Codice rosso”, che introduce nuove disposizioni per la tutela contro la violenza domestica e di genere.

La norma inglobata nella legge citata prevede sanzioni nei cfr. di questo fenomeno, stabilendo all’art. 10 che “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro danno.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale”.

Vanno dunque considerati alcuni aspetti caratterizzanti il reato del Revenge Porn: l’uso deliberatamente strumentale di immagini o video a carattere sessuale nei confronti di una persona inconsapevole che diventa quindi vittima dell’azione diffusiva ma anche il dolo di chi riceve questo materiale pur conoscendone la provenienza illecita e quindi esprime la consapevolezza di recare un danno alla parte offesa. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto una pagina web dedicata al Revenge Porn e alla pornografia non consensuale, con indicazioni, suggerimenti, riferimenti per la difesa personale.

Se la tutela giuridica interviene a livello sanzionatorio, a livello preventivo l’informazione mediante i canali istituzionali, la stampa, la TV, ma in primis attraverso il controllo genitoriale-parentale e l’azione educativa della scuola, è un efficace strumento per mettere in guardia dalla molteplicità delle situazioni che possono generare situazioni riconducibili a tale fattispecie.

Occorre peraltro considerare che i soggetti a rischio sono i più deboli: le donne e i minori in primis a motivo della vulnerabilità della loro privacy. Molto spesso la cronaca ci riferisce di azioni criminose che si esprimono sotto forma di violenza fisica. Il Revenge Porn può essere un’aggravante che integra la fattispecie di abuso, poiché lo utilizza in modo abietto e strumentale sotto forma di violenza simbolica che reca un danno incommensurabile alla vittima fino a distruggerne o annientarne l’identità personale nella sua unicità irripetibile sotto il profilo psichico, fisico, affettivo e di sentimento, per tutta la vita.

Lo studio dei casi e l’approfondimento antropologico, sociale e culturale consentono dunque di giungere ad una “tipizzazione” del reato per identificare e stigmatizzare i comportamenti illeciti che lo originano: tuttavia va rilevato come in un contesto dove l’uso delle tecnologie ha un’incidenza diffusiva, totalizzante e pervasiva, il Revenge Porn si inserisce in un ambito di comportamenti criminali che comprende altre azioni ad esso propedeutiche: il cyberbullismo, la violenza di genere, l’abuso sui minori, lo stupro, lo stalking, le minacce, il sexting, l’adescamento, la frequentazione di siti pedopornografici, la violazione dei dati e delle immagini private, fino ad esserne una conseguenza e fino al punto di indurre stati d’animo autodistruttivi nella vittima, esposta alla gogna mediatica del totale annullamento della privacy.

La stretta interconnessione con la sofisticata e intrusiva evoluzione tecnologica e i processi di digitalizzazione in atto dovrebbero indurre decisori politici, autorità, educatori e genitori a più di una riflessione: verso quale modello sociale ci stiamo (inconsapevolmente) dirigendo? Quali sono i valori che sottendono la formazione, l’educazione e i comportamenti dell’individuo? Quali limiti bisogna porre al dilagare incontrollato di programmi, filmati, video, immagini a cui gli strumenti informatici ormai alla portata di tutti ci consentono di accedere?

Viviamo una situazione di sovraesposizione al rischio poiché l’utilizzo strumentale e illecito delle tecnologie sfugge al controllo emotivo e razionale: nella vita domestica, nei gruppi dei pari, nel mondo degli adolescenti, nella prevalente concezione predatoria della donna considerata oggetto di cui liberamente disporre, il buco nero del web, l’accesso facile a tutto ciò che è liberamente disponibile creano un gap tra pensiero critico, coscienza e controllo emotivo da un lato e azioni irresponsabili dall’altro spesso sostenute da alcuna valutazione delle conseguenza, senso di impunità, azzardo impulsivo senza freni inibitori. Il fenomeno è particolarmente allarmante ma crescente e diffuso nel mondo degli adolescenti che caricano-scaricano immagini a sfondo sessuale e pornografico, anche personale o del proprio partner e le diffondono in rete sui profili social o utilizzando canali accessibili programmati.

Il danno di queste azioni è incalcolabile, le conseguenze spesso irreversibili, lo stile comportamentale e di vita esponenzialmente compromesso: l’adultizzazione precoce e la disponibilità di dotazioni strumentali sempre più sofisticate abbassano l’età di accesso e il livello di guardia.

La crisi della famiglia e della scuola passano anche attraverso i vissuti emotivi reconditi, come in una sorta di dualismo parallelo tra la legittimazione sociale dell’azione educativa e il mondo sommerso e imperscrutabile delle azioni nascoste.

Il fenomeno è palpabile e non va sottovalutato, altrimenti i processi formativi consapevoli e mirati alla crescita intellettiva e morale delle giovani generazioni rischiano di essere vanificati dal radicarsi di comportamenti devianti e sovraesposti ai limiti della stessa legalità.

Più volte, da più parti, si è sottolineata la necessità di una educazione sentimentale che origini da una solida consapevolezza dei ruoli genitoriali e formativi della scuola, recuperando i concetti di responsabilità, autorità e autorevolezza.

La pirateria informatica, la disinvoltura con cui gli hacker attaccano persino i siti della Giustizia e delle istituzioni, l’esistenza di una malavita che crea vere e proprie organizzazioni criminali finalizzate all’uso illecito dei dati personali, la sovraesposizione mediatica e l’intrusività dei singoli, affetti da patologie mentali o da scopi predatori ma spesso ammantati da un perbenismo di facciata che li rende insospettabili, creano un contesto estremamente problematico e pericoloso, capace di gestire il business dei reati a sfondo sessuale per via informatica, ivi compreso il Revenge Porn, tra tutti uno dei più odiosi perché spietato e vendicativo, un vero killer di vittime inconsapevoli.

Dietro la crisi del mestiere di Sindaco

A forza di mettere l’accento sull’investitura popolare dei Primi cittadini si è arrivati a deprimere la democrazia locale

 

L’osservazione di Stefano De Martis (v. “La Repubblica di tutti. Ridare rispetto e valore al mestiere di sindaco” – Avvenire, 23 maggio 2021) sul logoramento della figura del sindaco a elezione diretta punta il dito sull’effetto distorsivo dell’analoga elezione, disciplinata legislativamente dopo qualche anno, dei Presidenti di Regione.

 

La tesi ha un suo fondamento perché individua nel regionalismo, specie dopo l’onda lunga della cosiddetta devolution, una tendenza di antica radice a invadere e comprimere l’autonomia dei Comuni.

 

C’è tuttavia da riconoscere che la prassi, dal 1993 ad oggi, ha consolidato nei Comuni la spinta a trasformare l’investitura popolare in mandato senza contrappesi, conferendo ai Primi cittadini l’aureola di nuovi Podestà.

 

Anche se la legge prevede che i Consigli comunali conservino importanti competenze, il loro indebolimento è sotto gli occhi della pubblica opinione.

 

La democrazia locale ha perso in fretta il suo carattere di labotatorio dell’innovazione. Invece di rilanciare la partecipazione, il sistema elettorale incentrato sul ruolo del Sindaco l’ha depressa.

 

È difficile trovare persone, specie se professionalmente qualificate, che sentano lo stimolo di candidarsi a far parte delle assemblee elettive. Piuttosto che misurarsi con l’elettorato per entrare in Consiglio comunale, in tanti preferiscono attendere la vittoria del “proprio” Sindaco  per essere cooptati in Giunta.

 

In questo modo la politica di deteriora nel gioco di specchi di un confronto che appare più che mai rivolto alla nuda verifica dei rapporti di forza. Dopodiché il vincitore si sente autorizzato a brandire l’arma del consenso ricevuto, sicché finisce che il rapporto con le opposizioni si disarticoli nella episodica logica delle convenienze.

 

Da ciò deriva, in ultima istanza, il senso di immiserimento della vita democratica locale. Ora, quanto più si personalizza la lotta politica, passando per l’esaltazione del potere monocratico, tanto più si rende povera la comprensione del valore insostituibile del pluralismo, come dovrebbe pienamente esprimersi nelle Aule consiliari.

 

Se il mestiere di Sindaco non è più così attrattivo è anche perché qualcosa si è rotto nell’ingranaggio di un sistema che dovrebbe anzitutto “dare voce” alle diverse parti in gioco, sempre possibilmente con la premura di orientare il conflitto in direzione di un comune sentire per il bene della comunità locale.

Partiti tra propaganda e cultura di governo

 

La dialettica esasperata tra i partiti di maggioranza tende fatalmente a indebolire Draghi. Letta ne è consapevole?

Ormai è diventato quasi un classico. Quotidianamente Letta attacca Salvini e, come da copione, Salvini replica a Letta. Ovviamente la politica centra poco, se non nulla, in questa contesa finta e virtuale. È solo e soltanto una polemica tesa a risalire nei sondaggi da un lato – che, però, puniscono entrambi i contendenti, almeno sino ad oggi – e per atteggiarsi a leader alternativi dei rispettivi campi in vista delle prossime elezioni politiche generali. Che, malgrado il Pd non le voglia mai, prima o poi ci saranno.

Ora, però, si tratta di capire se queste forze coltivano realmente la volontà di aiutare, supportare e rafforzare l’azione del Governo Draghi nei prossimi mesi o se, al contrario, hanno come unico ed esclusivo obiettivo quello di continuare a piantare le rispettive bandierine identitarie. Al riguardo, il caso del Pd di Letta è persin tropp plateale. Di norma ogni settimana ne pianta una. A prescindere, come ovvio, dalla reale ricaduta politica di tale slogan.

È una strategia che rientra nella riaffermazione identitaria del proprio partito per far capire ai potenziali elettori che il Pd è autenticamente un “partito di sinistra”. Al contempo, è persin inutile ricordare che tutto ciò non centra assolutamente nulla con una possibile ricaduta politica e legislativa di tali slogan nell’attuale legislatura. Perchè l’obiettivo, come ormai tutti tutti sanno, non è affatto quello. L’obiettivo, semmai, è postumo. Guarda solo alle prossime elezioni. A cominciare da quelle amministrative di ottobre.

E allora, quindi, la domanda è una sola. Ovvero, tutto ciò aiuta il governo Draghi o lo ostacola? Ad occhio, come ormai quasi tutti i commentatori rilevano – tranne quelli che sono funzionali alle strategie di partito del Pd – si tratta di un progetto che deliberatamente finisce per creare guai all’esecutivo. Non a caso, Letta continua a sostenere che la Lega va cacciata dal Governo. Ma, al di là dei piani del Nazareno, è persin ovvio arrivare alla conclusione che l’obiettivo del Pd esula dalla salute del Governo Draghi e pensa esclusivamente alle fortune elettorali della maggioranza giallo/rossa che scenderà in campo alle prossime consultazioni.

Sull’altro versante persiste la strategia della Lega di Salvini che fa della propaganda e della esaltazione della propria identità la propria ragion d’essere nella politica italiana. Da sempre, però, e non solo con l’arrivo del Governo Draghi. Con alcune proposte anche interessanti e da non sottovalutare, però, come il referendum sulla giustizia. Un tema che, come credo tutti sanno, difficilmente può essere oggetto di una riforma complessiva con questo Governo per la troppa disomogeneità politica ed ideologica dei vari soggetti in campo.

Ecco perchè, infine, si tratta anche di capire – quando si parla della durata e dell’efficacia del Governo Draghi – se nelle prossime settimane e nei prossimi prevarrà la sola propaganda da parte di alcuni partiti con inevitabili ricadute negative per l’esecutivo o se, al contrario, trionferà il senso di responsabilità e l’invito ripetuto del Capo dello Stato a privilegiare gli interessi del paese a scapito di quelli di partito. Saranno solo i fatti a dircelo e non gli ormai noiosi e logori comunicati stampa vergati ogni sera dai rispettivi uffici stampa.