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Sinistra populista e sinistra radicale? Bene, i riformisti sono altrove.

Beh, non è necessario scomodare politologi, analisti, sondaggisti o commentatori di vario genere per sapere che il campo della sinistra populista e della sinistra radicale è distinto e distante, per non dire alternativo, rispetto a quello dei riformisti. A qualsiasi cultura politica appartengano i riformisti. Del resto, e per uscire dalla metafora, la saldatura quasi naturale della sinistra populista e demagogica dei 5 stelle – che resta sempre quella, al di là del linguaggio trasformista di Conte – con la sinistra radicale, libertaria ed estremista della Schlein è così evidente che non merita neanche di essere commentata o ulteriormente approfondita. Perché si tratta, appunto, di una saldatura culturale. Oserei quasi dire pre–politica.

E trovo, francamente, alquanto singolare e stucchevole la polemica delle “anime belle” del Pd che si stupiscono, o che lanciano addirittura l’allarme, sulla deriva che sta assumendo la nuova leadership politica del principale partito della sinistra italiana. Una polemica stucchevole perché il progetto, almeno per quello che pubblicamente emerge, perseguito dalla Schlein punta dritto ad un’alleanza politica, culturale, valoriale, sociale e programmatica con gli alfieri e i rappresentanti quasi esclusivi del populismo nastrano. Cioè il partito di Grillo e di Conte.

Ora, è altrettanto evidente, nonchè quasi oggettivo, che tutto ciò è sideralmente lontano dalla cultura e dall’approccio riformista per come si sono manifestati storicamente nel nostro paese. E le parole di Grillo, al riguardo, non sono affatto estranee a quell’impasto di radicalismo e di populismo che insieme cementano la “sinistra per caso” e populista dei 5 stelle con la sinistra massimalista e radicale del Partito democratico a guida Schlein.

Certo, è del tutto inutile infierire sul ruolo e sulla presenza degli ex popolari all’interno di quel conglomerato. Si tratta, quella, di una presenza puramente opportunistica perché sotto il profilo politico e culturale non c’è alcuna coerenza e alcuna lungimiranza. Utile per partecipare alla distribuzione del potere all’interno del partito e nelle relative e conseguenti istituzioni ma del tutto estranea a percorrere un disegno politico coerente con la propria storia e la propria tradizione. Del resto, come si concili il populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 stelle e il radicalismo libertario della Schlein con l’esperienza storica del cattolicesimo popolare e sociale, resta un mistero laico che possono spiegare solo esponenti come Delrio e coloro che si riconoscono nella sua corrente all’interno del Partito democratico.

Ecco perché, anche alla luce di ciò che concretamente sta capitando, i riformisti che provengono dall’area cattolico democratica, popolare e sociale, debbono nuovamente essere protagonisti di una stagione politica dove la coerenza con la propria cultura e la propria storia ritorni ad essere un fatto centrale e non un espediente puramente strumentale rispetto al ruolo concreto che si vuole giocare nella società contemporanea. Ne va della credibilità, e anche della serietà, del nostro essere cattolici democratici, popolari e sociali.

Insidie metropolitane nel brusio della vita quotidiana

Gli agglomerati urbani sono giganteschi contenitori di polveri sottili, reticoli senza identità, luoghi di addensamento e solitudine. Ma sono anche affascinanti barnum di contaminazioni etniche, crocevia di incontri cosmopoliti, multiproprietà dei sentimenti condivisi, contesti di vita vera. Qui uno spazio, pur minimo, quasi rubato, è pur sempre appannaggio di chi arriva primo: uno può sostare e osservare, passeggiare e indugiare, il palcoscenico è grande, ci sono tante comparse e non si paga il biglietto.

Nel suo genere ogni città sa ospitare democraticamente. Le città e le metropoli assomigliano a enormi mantici che ogni giorno aspirano e soffiano i mille indistinti rivoli di varia e colorata umanità. Uno esce al mattino ed è subito inghiottito da questi flussi che ondeggiano come serpenti ubriachi. In città non ci si muove mai da soli. È come se ci si sentisse trasportati da un invisibile tappeto volante con infinite code svolazzanti: tutti al bar, tutti, in autobus, tutti in metropolitana, tutti in coda.

Finché non si arriva alla meta – il luogo di lavoro, l’ambulatorio, la scuola, il negozio – si è come mescolati in un impasto di gambe che corrono, di mani che gesticolano, di voci che si coprono, di rumori che si sovrastano. Senza contare i pensieri, che non si leggono ma che pesano più delle persone che li portano con sè. A volte in questo traballante caravanserraglio si prova la sensazione di sentirsi in compagnia, si osservano i volti, si scrutano gli stati d’animo, si mischiano le ansie, si percepiscono i pericoli.

Le città non sono mai mute, ti parlano con il brusio del vociferare senza trama, con il chiacchiericcio colto al volo, con le frasi lasciate a metà, con le storie rubate a chi ti sta accanto, con i saluti furtivi, con le stizzite imprecazioni di chi vuole segnare i confini della propria presenza. Le parole metropolitane sono curiose, gettate lì per caso, raccolte ora con indifferenza ora con malcelata attenzione: raccontano la vita, la quotidianità, le ricchezze e le povertà, l’ieri, l’oggi e il domani, le speranze e la rassegnazione. Le voci della città corrono lungo i marciapiedi e si alzano fino ai trenta piani dei similgrattacieli, salgono e scendono i gradini del metrò, entrano ed escono dai portoni che inghiottiscono i passanti distratti e frettolosi, come imbuti grigi e uguali.

Sono distratte ma insidiose, rapide e insinuanti, composite e disvelatrici. Sono motivo di intrattenimento e a volte di fastidio, ora si ascoltano con sufficienza e disinvoltura, ora si eludono con irritazione, ora si cacciano in malo modo nei rifiuti della giornata. Riaffiorano – insieme ai gesti e alle azioni, ai dettagli al momento trascurati, ai rumori del proscenio – nel viaggio di ritorno, nelle occasioni di stacco, al rientro a casa. Abbiamo atteso tutto il giorno il momento del commiato dalla città, ci mancavano i nostri rituali nascosti, le nostre intimità, i cantucci domestici. Ripartiremo domattina per affrontare ancora le insidie urbane. Ogni sera è davvero speciale a casa nostra: le pulizie arretrate, la bolletta del telefono, la lettera dell’avvocato, la convocazione condominiale, i voti dei figli, le analisi da prenotare, il cane da portare dal veterinario.

Sfogliamo distrattamente i depliant per le prossime vacanze, siamo in genere troppo stanchi per tracciare bilanci e poi c’è poco da stare allegri: il carovita, le bollette, le violenze, i fatti di cronaca, la pandemia, la guerra, la politica, l’età della pensione. La città è lontana, dimenticata.

Meno male che c’è la televisione: l’annunciatrice ha appena detto che è in programma “una serata tutta all’insegna del crimine”, era ora, che bellezza! Violenze di ogni genere, omicidi, armi a go-go.

Finalmente un po’ di relax.

Eur e dintorni, omaggio con irritazione e amore.

Sono cresciuta all’ombra delle geometrie dell’EUR, espressione maggiore dell’architettura razionalista e appannaggio del Ventennio.

Fascista è una brutta parola, ma bisogna scriverla ogni tanto.

Doveva essere un’esposizione, addirittura universale, non se n’è più fatto nulla, non capita di rado in Italia.

Eppure, è ancora qui, questo quartiere precisamente incompiuto, a riempirmi gli occhi di spigoli, a raddrizzarmi le giornate, a sorvegliarmi le voglie.

Cinque anni di Liceo, il Cannizzaro, storico, solido, cubico, solenne, un invito ad ambire. Sì, ma a cosa?

Dentro, tra le mura, generazioni infelici, a modo nostro, come le famiglie di Tolstoj…non meno sensibili, tuttavia, di altre passate e più perdonate.

Figlia di mia madre a sua volta germogliata tra le vetrine, panchine e fioriere dell’epoca d’oro, quando la ‘provincia’ chiamata EUR sapeva di soldi, di nuovo e di mare.

Non volevo più tornarci: ho scarabocchiato percorsi lontani da queste vie dell’Arte, dell’Europa, di Beethoven e dell’Aeronautica. Andate tutti a quel paese: l’Umanesimo e la Scultura e l’armamentario, avevo pensato.

E invece, eccomi tornata, dopo anni sparsa altrove, a insegnare…all’Eur per l’Eur e dintorni. In questi bordi, ricamati, imperlati, merlati, ma pur sempre bordi, periferici sbocchi fertili e ideali per osservazioni ‘astroletterarie’. I miei planetari.

Ci rotolo ancora a mestiere su questi marmi, non miei, di altri, ma con eleganza, nonostante. Mi sostengono i portici, che mi solfeggiano gli echi, dagli orizzonti ampi, per contenere i miei sogni, le velleità, i sentimenti, e quei lasciti di Fellini e Antonioni e del cinema visionario di un’epoca che respira ancora dalla pelle dei capodogli bianchi, quando cala il sipario, alla sera, sulle onde anomale della nostra Roma Sud.

Nutro un misto di irritazione e di amore, insomma, per l’ordine scomposto di questi spazi, per i loro appuntamenti mancati, per i trascurati contrasti tra le diligenti linee e la colorita popolazione che ci scorre e ricorre.

Ricorre, allora, il tema ben noto del mio malcelato sgomento di fronte a ciò che sarebbe dovuto essere, ma è altro, a sorpresa…più bello!

In quel fitto mistero della fede che è l’eterogenesi dei fini.

Un caffè da Palombini, l’ennesimo sole al Laghetto, un buon vino. Me di nuovo da Giolitti, a riflettere sul tempo che passa sotto le mie finestre alte. Un settimo piano per vederlo da lontano, quel Palazzo della Civiltà impropriamente chiamato Colosseo Quadrato e che io arrotondo da anni nelle curve lente della mia nostalgia. E vedo anche San Pietro e Paolo, in due… perché un solo patrono per Roma non basta.

Siamo romani domani anche all’EUR, incastrati in parcheggi difficili, tra palazzi imponenti, e frasi scolpite d’orgoglio, a sentirci più piccoli, eppure, ancora, ancora, significanti.

[Il testo sarà pubblicato prossimante in “Rame, materiale per una termo-poetica”, una raccolta di prose poetiche di Cecilia Lavatore]

D’Amato in rotta con il Pd e a un passo da Azione

Con un gesto che suona come ennesima contestazione del nuovo corso del Pd, Alessio D’Amato si dimette dall’Assemblea nazionale del Pd. Il candidato alle ultime elezioni per la Presidenza della Regione Lazio mette nero su bianco il suo disappunto per la
scelta compiuta dalla Schlein di portare il saluto dei Democratici all’apertura della manifestazione indetta ieri dal Movimento Cinque Stelle. Il malessere non trova argini, anzi pare assumere dimensioni sempre più vistose.

Il dissenso dalla linea del partito si è materializzato in un post su tweet: “Ho comunicato a Stefano Bonaccini – così si legge – le mie dimissioni dall’Assemblea Nazionale del PD. Brigate e passamontagna anche No. È stato un errore politico partecipare alla manifestazione dei 5S. Vi voglio bene, ma non mi ritrovo in questa linea politica”. Per adesso la decisione di D’Amato riguarda l’Assemblea nazionale, ma non si esclude nemmeno l’uscita dal partito.

Giorni fa, in un’assemblea promossa da Rita Padovano, candidata alle regionali proprio della Lista D’Amato in rappresentanza dell’area cattolico democratica, D’Amato aveva mostrato insofferenza per l’indirizzo radicale sulle questioni etiche, esprimendo in particolare il rifiuto della cosiddetta gravidanza per altri (Gpa). Una presa di posizione nient’affatto scontata, specie in considerazione della provenienza comunista di D’Amato.

Cosa può accadere ora? Secondo fonti accreditate, Calenda sarebbe pronto ad offrire al “suo” candidato alla Regione – imposto da Azione alla riluttante segreteria Letta – il posto di segretario del Lazio. Non è escluso che D’Amato possa accettare. Nel Pd c’è aria di tempesta per uno strappo che matura mentre sono in corso le primarie per eleggere il nuovo segretario regionale.

A sinistra Conte e Grillo sgambettano la Schlein, al centro Calenda apre ai Popolari.  

Un sabato romano da dimenticare per i cultori del campo largo. A Piazza della Repubblica, la manifestazione dei Cinque Stelle è iniziata con l’equivoco dell’abbraccio tra Elly Schlein e Giuseppe Conte e si è conclusa ai Fori Imperiali con l’invettiva di Grillo contro gli aiuti militari all’Ucraina e per una mobilitazione dei giovani in chiave pseudo-welfarista e semi-anarchica (con accenni ambigui all’uso della violenza). C’è da dire che l’Elevato sa come rompere, al momento giusto, l’incantesimo di un Movimento che si vorrebbe emendato dall’infantilismo dei suoi dogmi. Insomma, poteva essere l’occasione per un aggiornamento della proposta politica dei pentastellati e invece, a riprova della immaturità e inaffidabilità della leadership, è prevalso l’istinto di conservazione o più ancora il ritorno alle acque materne dell’estremismo parolaio. Troppo anche per il Pd del nuovo corso, tant’è che pure il mite Guerini, sempre avaro di prese di posizione troppo nette, stavolta ha reagito con inusitata fermezza sul posizionamento dell’Italia nel conflitto russo-ucraino.

Su un altro versante, ovvero nell’area di centro, si è aperto invece uno spiraglio. Calenda, intervistato da Avvenire, ha fatto un passo avanti nel delineare i rapporti con i Popolari. Vale la pena riportare il passaggio in cui esplicita il criterio direttivo della nuova strategia dopo il (relativo) fallimento del “partito unico” con Italia Viva: “…è fallito un grande progetto politico – dice il leader di Azione – perché Renzi non lo voleva e ha preferito tenersi le mani libere. Ora riapriremo il cantiere con Emma Fattorini, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini, Matteo Richetti per coinvolgere il mondo popolare orfano di rappresentanza. Vogliamo creare una grande forza politica plurale in cui stiano insieme liberali, riformisti e popolari, culture politiche orfane sia nel PD sia a destra. Sono le tre culture politiche matrice dell’Europa e se non stanno insieme verranno messe in minoranza da sovranisti e populisti. Il problema è trovare i compagni di viaggio che non vogliano fare solo un cartello elettorale. Ma continuiamo a credere che dal centro si possa rifondare la politica”.

Indubbiamente, con questo fermo immagine, Calenda ridisegna una politica che a più riprese ha viaggiato sul doppio binario del programmismo e dell’integralismo, con la conseguenza di essere percepito come sognatore di un improbabile concepimento solitario della rifondazione “al centro” di un progetto innovativo. Resta sullo sfondo un’esigenza di chiarezza e di coerenza, perché l’apertura ai Popolari non si concilia con il corteggiamento degli ex radicali di Più Europa. C’è una sensibilità che orienta il cattolicesimo democratico, almeno nella versione confacente al recupero di autonomia nel solco della tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro, ed essa consiste nel ripudio di una opzione per la quale l’alternativa al “partito radicale di massa” finisca per accartocciarsi nella logica di un “partito radicale di nicchia”. Su questo punto non ci sono sconti da esigere o accettare, ma semplicemente la constatazione di una impraticabilità di campo. Ben venga dunque l’apertura, a patto di farne la leva di un autentico processo di scavo e integrazione di valori impegnativi che laici e credenti, secondo una terminologia antica ma non per questo priva di mordente ancora oggi, dovrebbero o potrebbero assumere come cardini di un nuovo pensiero democratico.  

La Voce del Popolo | Berlusconi, due errori tra guadagni e perdite.

Ci vorrà tempo, molto tempo, perché si possa formulare un giudizio meditato e profondo (e magari condiviso) a proposito di Berlusconi e delle sue conseguenze. Il tempo che serve a lasciar depositare la polvere di tante controversie e a capire meglio quello che resta e quello che sfuma della sua straordinaria avventura politica.

Personalmente credo che la persona di Berlusconi fosse meglio di come lo raccontavano gli avversari e che la politica di Berlusconi fosse peggio di come la raccontavano i suoi tifosi. Ma il mio giudizio vale quel che vale. È un’impressione e non vuole essere una sentenza. Il punto è un altro. E sta forse nel fatto che c’è sempre un elemento di passionalità, quasi epico, che accompagna il percorso di Berlusconi. Come se non lo si potesse mai giudicare al di fuori di quel contesto arroventato, fatto di tifo e di vituperio.

Il senso comune attribuisce a Berlusconi il merito di avere modernizzato la politica italiana. Ma si tratta di un merito assai controverso. Infatti, politicamente, egli da un lato ha nutrito l’immaginazione. Dall’altro però ha svuotato la rappresentanza. Così, diventa difficile misurare la somma algebrica tra quello che si è guadagnato e quello che si è perduto.

Il mio personalissimo calcolo dei profitti e delle perdite è che alla fine resti a tutti noi un segno meno. Berlusconi ha interpretato gli italiani dal lato dei loro difetti. E li ha assolti. Chi gli ha mosso guerra ha lungamente pensato che dalla parte opposta ci fossero tutti i pregi. Due errori che si sono alimentati a vicenda. Errori di tutti noi, viene oggi da dire.

Fonte: La Voce del Popolo – 15 giugno 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Youtuber, delitti, castighi e un possibile rimedio

Di queste ore la morte di un bimbo a causa di un incidente tra una Smart e una Lamborghini Urus, guidata da unoyoutuber impegnato in una gara di resistenza in auto per oltre cinquanta ore. Urus è nome di origine di una specie bovina utilizzata nel mondo delle corride, qualcosa di poco attuale per le vie delle nostre città. Lo youtuber è quello che fa il “tube”, che fa insomma la televisione autonomamente e mette il prodotto del suo genio in rete così che possa essere apprezzato da un branco di seguaci.

Il nome del nostro youtuber si legge sia quello di Borderline, uno che insomma straborda di intelligenza e fa fatica a contenersi nei limiti comuni, uno che è lì sul filo per non andare a manetta fuoribordo, ma che questa volta ha debordato, facendo fuori una creatura che nulla sapeva di queste faccende. Sembra peraltro che ci sia però abbastanza mestiere per ingannare i followers perché non corrisponderebbe sempre a verità l’effettiva prestazione messa in bella mostra per gli ammiratori del genere.

Idiota proviene dal greco e vuol dire “privato”, cioè che non ha la competenza per gestire la cosa pubblica. In questo caso, privato di ogni acume, lo youtuber ha avuto la fregola di mettersi in pubblico con una impresa dalle conseguenze che sappiamo. Imbecille in origine designava chi era malfermo e senza bastone. E forse di un bastone o di un tutore ci sarebbe bisogno per questi ragazzi a digiuno di ogni sostanza che pure guadagnano la pagnotta vendendo le proprie bravate, sostenute da aziende ansiose di farsi pubblicità.

Senza cadere in analisi sociologiche che rinviano a modelli di educazione fallimentari, ciascuno ricorderà lo scandalo di noti marchi di abbigliamento che facevano profitti sfruttando il lavoro di povera gente con paghe da miserabili. Così anche torturavano animali per ricavarne quanto occorreva per acconciare i loro prodotti. La difesa era di negare ogni responsabilità rinviando ai fornitori l’imputazione del malfatto.

Ci sarebbe un modo semplice per evitare che uno youtuber non si sbizzarrisca in imprese pericolose. Potrebbe farlo lo Stato o qualche autorità competente in materia. Dare pubblica notizia delle aziende che sostengono questi geni del web, una messa alla berlina che non farebbe comodo alle loro tasche. Più ruvidamente lo Stato potrebbe vietare di dare pubblicità a youtuber di questa risma, spacciatori di possibile pericolo per il prossimo. Tutto più facile che attendere un rinsavimento che presenta tempi più lunghi del necessario. Se lo Stato c’è, si faccia avanti.

Discorsi sull’Europa dall’Atlantico agli Urali dimenticando la profezia di Sturzo

A cercare nella cronaca quotidiana degli ultimi tempi un esempio o un “caso” di uso politico e strumentale della storia per piegarla alla propaganda di parte, si potrebbe convenire che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ce ne offre uno abbastanza chiaro e  significativo.

Dal sito ufficiale della Presidenza del Consiglio si apprende che pochi giorni addietro “Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha partecipato a Chisinau, in Moldova, al Vertice della Comunità Politica Europea dove ha tenuto un intervento alla Sessione Plenaria”. Nel corso dell’intervento ha tra l’altro affermato: “…saremo vicini all’Ucraina, aiutandola a 360 gradi per tutto il tempo che sarà necessario. Per questo sosteniamo anche il cammino che Ucraina, Moldova, Georgia, ma anche i Balcani occidentali stanno compiendo verso l’adesione all’Unione europea. Siamo qui per ricordare che non esiste un’Europa di serie A e un’Europa di serie B; c’è solo l’Europa e quell’Europa ha bisogno, come ha detto Papa Giovanni Paolo II, di respirare con due polmoni: l’Occidente e l’Oriente.”

La Meloni, dunque, offre il sostegno a Ucraina, Moldova e Georgia per il loro ingresso nella Unione Europea e, per tale disegno politico, non esita a chiamare il causa il Papa polacco arruolandolo tra i “costruttori” di un’Europa a due polmoni, ma che si fermi sul confine orientale dell’Ucraina.Il passo per arruolarlo tra i sostenitori dell’allargamento della Nato è breve. Non c’è dubbio, come da più parti si afferma, che la Storia è, prima di tutto, “scienza del contesto”. Se uno storico, che sia tale, vuole raccontare un evento non può che inserirlo in uno scenario più allargato che tenga conto della  pluralità di elementi e di accadimenti che rendono complessa l’analisi. Se, invece, lo storico estrapola l’avvenimento dallo scenario complesso nel quale è collocato, può in tal modo piegarlo all’obiettivo che si propone di realizzare compiendo così un uso distorto  della storia.

Dove si colloca l’affermazione di Papa Giovanni Paolo II? Quali i riferimenti culturali, spirituali e religiosi? Il 31 maggio 1980 a Parigi, nel corso di un incontro con i rappresentanti delle Comunità cristiane non cattoliche, dopo aver ricordato la sua visita fraterna al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e sottolineato che  la divisione storica delle Chiese è una ferita sempre aperta, Giovanni Paolo II ha affermato: “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”.

Con la Lettera apostolica Aegregiae virtutis Papa Wojtyla, poco dopo, proclama i Santi Cirillo e Metodio compatroni d’Europa assieme a San Benedetto. Cirillo e Metodio erano greci nati a Tessalonica, ma divennero famosi perché evangelizzarono l’antica Russia cui diedero la lingua e la liturgia. Ed infatti Pio IX autorizzò il culto dei Santi Cirillo e Metodio e nel 1880 Leone XIII con l’Enciclica Grande Munus sottolineò i grandissimi meriti dei due Santi fratelli  ed estese il loro culto alla Chiesa Universale.  

Nel 2013 il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, così commentava la citata Aegregiae Virtutis e la nomina dei due Santi a Compatroni dell’Europa: “Oltre che un concreto gesto di solidarietà con il popoli slavi, … il Papa ha voluto dare un contributo alla ricostruzione dell’unità del continente europeo al di là di ogni divisione ideologica e politica. La nuova prospettiva europeistica delineata in questa Lettera offre l’occasione di un approfondimento delle radici cristiane nelle nazioni europee attraverso la riscoperta dei loro valori, tradizioni e cultura, nella prospettiva di una Europa intera, che dall’Atlantico agli Urali respira a due polmoni…”.

Con la “Aegregiae virtutis” Giovanni Paolo II ci ricorda, dunque, che l’Europa è frutto dell’azione di due correnti di tradizioni cristiane e indica in San Benedetto il riferimento della cultura che parte da Roma e in Cirillo e Metodio il riferimento della cultura greca e della tradizione orientale irradiata tra tanti popoli dell’Est europeo. Non c’è dubbio che la scelta dei due santi slavi come compatroni dell’Europa obbediva ai segni del tempo del Concilio e prefigurava un più intenso dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa.

Un’ultima notazione, a conferma del radicamento dei due Apostoli nella Russia profonda: intorno al 1963 uno storico dell’arte scoprì per caso nell’attuale Bosnia-Erzegovina una icona di medie dimensioni, raffigurante i fratelli Cirillo e Metodio, con una iscrizione in russo: “Questa icona è stata dipinta nel governatorato di Samara con i denti dal contadino Grigorij Zhuravljov, senza braccia e senza gambe, nel 1885, il 2 Luglio”. Samara era una provincia dell’impero russo attraversata dal Volga nelle Russia europea orientale. Dal 1991, in Russia è stata istituita una festa annuale della Letteratura e della Cultura slava che cade nel giorno della memoria della Chiesa di Cirillo e Metodio. A Mosca in Piazza Slavyanskaya è stato eretto un monumento ai due Santi “Uguali agli Apostoli”, così come vengono definiti.

Voler contenere, quindi, il respiro del polmone orientale al di qua della Russia, coinvolgendo il Papa polacco, è senz’altro un’operazione politica strumentale del tutto arbitraria e poco rispettosa, fra l’altro, del vasto respiro ecumenico di Giovanni Paolo II.

Per giunta, in tema dell’allargamento dei confini dell’Europa non è inopportuno sottolineare le affermazioni profetiche di don Luigi Sturzo, riproposte proprio da Il Domani d’Italia in un numero del 2019. “L’Europa – dichiarava testualmente Sturzo nel 1944 – deve andare verso l’unificazione di tutti gli stati, compresi Gran Bretagna e Russia. La federazione europea – a suo parere – si sarebbe dovuta estendere dall’Atlantico agli Urali e dal Mediterraneo al Baltico”. La visione profetica di Sturzo forse andrebbe meglio approfondita per contrastare tutti i sovranismi e le insorgenze nazionalistiche. Infatti, il recupero dell’insegnamento del Prete di Caltagirone non è un atto nostalgico, bensì il richiamo ad una visione politica e morale di grande attualità allorché si toccano con mano le difficoltà a comporre virtuosamente culture e tradizioni alternative.

Giovanni Palladino, in un suo contributo come sempre ben documentato, ci ricorda queste parole profetiche del fondatore del Partito Popolare: “Dopo la tragica guerra civile americana del secolo scorso, una guerra tra la Louisiana e l’Illinois non è più immaginabile, così come un giorno una guerra tra la Francia e la Germania non sarà più immaginabile, se tra i due paesi si realizzerà una integrazione economica e politica. Un giorno il comunismo verrà sconfitto e sarà possibile creare una Grande Europa dall’Atlantico agli Urali. Così la pace finalmente regnerà nel nostro meraviglioso Continente, sempre colpito da guerre sanguinose”. In definitiva, Sturzo era convinto che l’integrazione politica ed economica fra gli stati – prima fra tutte l’integrazione europea dall’Atlantico agli Urali – avrebbe sconfitto “il diritto alla guerra” qualora significative forze morali avessero sorretto questa prospettiva.

Card. Zuppi, “Flavia spesso diceva che per ogni strappo c’è un rammendo”.

Mentre trascorre la vita solo tu non sei mai. Santa Maria del cammino sempre sarà con te”. Un cammino. Non possiamo stare fermi, altrimenti la vita ci cammina davanti e la perdiamo. In questa casa, la sua parrocchia, con la sua comunità, dove si capisce che la Chiesa è una casa e che contiene i nostri fratelli e sorelle del cielo, accompagniamo Flavia con affetto, incredulità, dolore ma anche tanta consolazione e speranza. Cammina. Riprende il suo cammino bruscamente interrotto e insieme a San Francesco, che la attendeva sulla terra e la accoglie in cielo, insieme ai suoi cari, ultima la mamma Paola, il piccolo grande Matteo, ai tanti, ai quali la sua vita è legata, giunge dove termina la via degli uomini, che non è mai un cerchio che si chiude su sé stesso ma un cammino che giunge alla sua meta: la casa del cielo. È un legame che ci unisce e che nessuno può spezzare, perché un legame di amore. E solo un legame e un legame di amore vero ci rende liberi, autonomi non perché individualisti ma persone e insieme. Insieme, tanto che si entra in simbiosi, si assomigliano persino le calligrafie, ma diversi perché insieme è la garanzia della diversità. E l’amore è concreto, non è mai solo spirituale. Prende tutta l’anima ma anche tutto il corpo e tutta la mente.

Un legame, il giogo dolce e leggero di cui parla il Vangelo. È un legame abbondantemente d’oro che ha legato Flavia a Romano e viceversa, legame dove si confonde la metà dell’uno e dell’altra, eppure dove ognuno era se stesso proprio perché insieme, dove si impara insieme, dove lo sguardo univa sempre, tanto che spesso sembrava che lei non ci fosse ma c’era, invece. Legame dove tutti diventano belli perché pieni di amore ma legame che richiede quel trucco, come dice Romano, fondamentale che è la manutenzione. Ha funzionato. Fino alla fine e adesso si trasforma, la manutenzione, che è sempre necessaria e possibile! Il legame dei nostri legami, che li genera e li mantiene più di tutti, è quello con Gesù, vero compagno della nostra e della vostra vita, che è stato in mezzo a voi, dentro di voi, davanti a voi.

È legame di amore che unisce Flavia a Giorgio e Antonio, alle loro famiglie, ad Alessandro, alla grande – non dico quanto le stelle del cielo, ma quasi – famiglia Prodi (fratelli, sorelle, zii, nonni e cugini di ogni ordine e grado). È legame che unisce alle sue e ai suoi nipoti, Chiara, Benedetta, Maddalena, Davide, Giacomo e Tommaso che, con curiosità, rispettoso e profondo affetto, con cui tutti ricordiamo, Flavia contemplava e ascoltava con tanto intelligente e libero cuore insieme ai loro amici.

Una grande nonna. Insomma è il legame di amore che ci aiuta a capire quel giogo dolce e leggero di Gesù, legame di amore che rende pieni i nostri, al di là di noi, che unisce terra e cielo, presenti anche quando il male sembra spezzarlo e rende amara e atroce l’assenza. È il legame che vince la nostra solitudine, ogni solitudine, perché niente ci può separare da Gesù e da quanti vivono con lui.

Oggi è la festa del Sacro Cuore. Ci aiuta a meditare sul cuore di Gesù: chi ama, come ama, a chi si lega, dove metteva il suo cuore. Il cuore è il centro dell’organismo, delicatissimo in realtà, sempre, che contiene il soffio della nostra vita – davvero un soffio – e che ha e richiede i suoi tempi che bisogna conoscere e rispettare. Il cuore ha i suoi occhi che quando sono aperti fanno vedere tante cose altrimenti invisibili; ha i suoi orecchi che ci fanno capire nel profondo, perché il cuore illumina la mente che non è piena se non è unita al cuore. Gesù ci aiuta a trovare il cuore. Non è una regola, una morale, lo sappiamo, una legge, fosse la più giusta e convincente. È un amore che richiede amore. “Se mi si domanda perché sono dolce e buono, devo dire: ‘Perché sono il servo di uno più buono di me’”, diceva Fratel Charles. “Dio è amore: chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. Ecco cosa non finisce, cosa resta, esigente come è l’amor vero che non si vende e non si compra, che non possiede e per questo possiede tutto, ma anche pienezza della nostra umanità, perché l’amore tutto copre e tutto trasforma. Dio non fa una lezione sull’amore, non lo spiega e non lo interpreta. Ama. E quindi anche soffre, come chi ama qualcuno per davvero.

La devozione del Sacro Cuore è affettiva: ci aiuta a sentire il tanto amore per noi per liberarci dalla paura di amare tanto. Era una devozione legata alla riparazione, cioè, aiutare, amando, a riparare quello che il male rompe. Lo vediamo nella povertà, nell’ingiustizia, nella guerra che uccide gli uomini e l’umanità, nel desolante e colpevole abbandono dei profughi in mezzo al mare. Flavia spesso diceva che per ogni strappo c’è un rammendo. E questo come sappiamo richiede pazienza. Ma l’amore ripara e guarisce, anche strappi dolorosi che richiedono rammendi ancora più attenti. Ecco perché Gesù, cuore di Dio che ci rende umani e ci fa trovare il nostro vero cuore, facendolo funzionare, liberandolo dal volgare e consumista amore per noi stessi e restituendoci al vero amore per noi stessi che è sempre unito all’amore per il prossimo e per Dio.

Gesù invita gli uomini stanchi e oppressi. “Io vi darò ristoro”. Conosce la fatica del cammino e non vuole che ci fermiamo oppure che cerchiamo il ristoro in quello che poi ci fa del male o fa male al nostro prossimo. È un invito e una promessa tenera quella di Gesù: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Un legame e prendere esempio da lui. Non una lezione, ma un amore mite e umile da vivere insieme. Insieme apre agli altri, non chiude! Come è stato per Romano e Flavia: insieme e con tanto impegno per il prossimo. “Ben superiore alle perle è il suo valore. Forza e decoro sono il suo vestito e fiduciosa va incontro all’avvenire. Apre la bocca con saggezza e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà”, abbiamo ascoltato. Ecco Flavia, che ha importato tanto da Gesù mite e umile di cuore. Mite lo è sempre stata, con quel radicalismo dolce che era la sua fermezza e che la coinvolgeva intimamente alle vicende del prossimo. Amava i piccoli. Riservata, in un mondo sguaiato, pieno di vanagloria (davvero vana), di penosa esibizione perché riduce l’amore nelle apparenze, Flavia preferiva la sobria e solida vicinanza alla vita vera, partendo dai più fragili, legandosi a loro nella sua ricerca accademica mai chiusa nei corridoi ma facendo i luoghi dell’umanità le vere aule dove imparare e vivere, da studiare con cuore e intelligenza, con curiosità e interesse, per provare l’urgenza di cambiare e la programmazione per costruire le soluzioni.

Non a caso collaboratrice di tanti progetti dal gruppo Abele a Libera, vicina a don Giulio Salmi, don Saverio Aquilano, Aldina Balboni, senza dimenticare don Giacomo Stagni e anche don Gherardi. Anche per questo un punto di riferimento per tanti giovani dell’Università di Bologna, sempre con tanta semplice – cioè senza supponenza alcuna – e infinita generosità. E generosità significa anche passare il proprio sapere senza appropriarsene, consegnarlo agli altri, perché non ne ha mai fatto strumento di potere ma di servizio.

Generosa ma non accomodante. Si schermirebbe a questo punto e mi inviterebbe alla sobrietà! Però è giusto ricordare come con Achille Ardigò e tanti altri scelse una branca della sociologia vicina alle marginalità, che per certi versi verifica e corregge le decisioni degli economisti (certi tagli alla spesa, ad esempio, con conseguenze spesso lasciate a chi viene dopo perché vede il mondo a partire dai poveri e non viceversa), con tanta passione civile per i servizi sanitari e sociali, uniti e uniti alla comunità umana, indispensabile perché sia pubblico e universalistico, con prossimità e cura, con la pazienza di un lavoro all’uncinetto. Una sua amica ha scritto, con intelligenza, che Flavia riportava ogni cosa al senso profondo delle cose, in politica, nelle relazioni occasionali e in quelle profonde, familiari. Era come se lei avesse la bussola. Ci si può smarrire, senza un orientamento così. Ma anche ritrovare, certo, definitivamente. E questa bussola ci porta nel cuore di Gesù, e vince e vincerà ogni solitudine.

Faccio mie le parole di papa Francesco: “Sono certo che dopo più di 50 anni di matrimonio saprai raccogliere l’eredità di fede e di fortezza di Flavia, continuando a testimoniare, nel suo vivo ricordo, la bellezza del vincolo di amore che vi ha tenuto uniti, mano nella mano, fino all’ultima passeggiata insieme”.

Caro Romano, cari tutti: “Mentre trascorre la vita solo tu non sei mai; Santa Maria del cammino sempre sarà con te”. Ecco, cara Flavia: Dio “ti rialzerà, ti solleverà su ali d’aquila ti reggerà sulla brezza dell’alba ti farà brillar come il sole, così nelle sue mani vivrai. Dal laccio del cacciatore ti libererà. Poi ti coprirà con le sue ali e rifugio troverai”.

Prega per noi, stella luminosissima del cielo. Di Dio, dove le stelle risplendono in pieno giorno, luce altissima e intima, legame di amore dal quale nessuno ci può separare.

Il Centro Popolare dopo Berlusconi

La fase politica che si è aperta dopo la scomparsa di Berlusconi archivia definitivamente una stagione politica del nostro paese. Alcuni parlano di “tramonto definitivo della seconda repubblica” mentre altri di apertura “di una una nuova fase politica”. Sono riflessioni, appunto, calzanti perchè Berlusconi e il suo partito hanno rappresentato, al di là del giudizio storico e politico sulla sua presenza trentennale nello scenario pubblico italiano, uno snodo fondamentale per il Centro. Sia per il ruolo politico che hanno concretamente occupato e sia, soprattuto, per il massiccio consenso elettorale che hanno riscosso per molti anni. Certo, è stato un Centro che si è storicamente collocato a destra e che, al contempo, ha introdotto nel nostro paese la categoria del bipolarismo tra i due schieramenti maggioritari. Oltre ad aver registrato un vasto consenso in un bacino elettorale che, nella prima repubblica, si riconosceva massicciamente in alcuni partiti: la Dc, il Psi e le formazioni politiche laiciste. Una pagina, questa, che si è chiusa definitivamente ed irreversibilmente con la scomparsa del capo e fondatore di Forza Italia.

E nella fase politica che si apre per il nostro paese, è di tutta evidenza che ritorna il tema della ricostruzione di un Centro politico aderente al principio della democrazia dell’alternanza; un Centro tuttavia destinato a mettere in discussione la tesi di quel “bipolarismo selvaggio” che è nuovamente decollato dopo la vittoria della destra democratica e di governo alle ultime elezioni politiche e, soprattutto, dopo l’affermazione della Schlein alla guida di un Pd sempre più radicale, estremista, massimalista e libertario. Un bipolarismo che scivola sempre più verso la sub cultura degli “opposti estremismi” dove l’unico ed esclusivo obiettivo resta quello di demolire ed annientare il “nemico” politico.

Ed è proprio in questa cornice che quasi si impone la necessità di ridar voce, rappresentanza e consistenza politica ed organizzativa ad un soggetto politico centrista. Indubbiamente plurale al suo interno ma accomunato da un progetto politico autenticamente riformista e di governo,che è destinato ad incrinare la logica e la deriva degli “opposti estremismi”. Ed è altrettanto quasi naturale, al riguardo, che un processo del genere non può essere guidato da protagonisti, esponenti e culture che fanno della radicalizzazione politica e della polarizzazione ideologica la loro ragion d’essere nella cittadella politica italiana. Penso, nello specifico, al Pd della Schlein da un lato o alla Lega e a molti settori dei Fratelli d’Italia dall’altro, malgrado il profilo  moderato della Presidente del Consiglio.

Ecco perché, se ci sono intelligenza politica, freschezza intellettuale, capacità organizzativa, coraggio civico e, soprattutto, coerenza culturale, ora i cattolici democratici, popolari e sociali possono giocare un ruolo politico decisivo per costruire i nuovi equilibri che si determineranno nel nostro paese. Certo, non si può ridurre il tutto ad un ruolo del tutto ancillare e marginale all’interno di partiti che perseguono un altro disegno politico e con metodi ispirati alla più spietata radicalizzazione dello scontro politico – penso, nello specifico, alla sinistra estremista e massimalista del Pd e alla Lega – ma, al contrario, si deve essere in grado di essere determinanti nel consolidare il principio della democrazia dell’alternanza ma guidando, però, questo processo dal Centro. Perché è a tutti evidente che c’è uno spazio politico che va interpretato, intercettato e rappresentato. Certamente a livello politico, ma anche e soprattutto sul versante culturale, sociale ed elettorale.

Per questi motivi, adesso, tutti coloro che si riconoscono in una cultura e in una “politica di centro” hanno il dovere di lavorare per far decollare una iniziativa concreta, e culturalmente plurale, che sia in grado di rappresentare un’area che oggi si sente semplicemente orfana perché non rappresentata nella geografia politica italiana.

La nuova fase della galassia politica ed economica berlusconiana

In principio ci fu il Silvio Berlusconi imprenditore di successo, poi venne il politico ma sempre diversamente navigato imprenditore. Esperto di marketing, con la discesa in campo del 1994 lanciò il brand “Forza Italia”, il partito-azienda destinato a conquistare una larga fetta del mercato politico orfano del pentapartito e antagonista della sinistra. Numeri alla mano e consapevole che non bastava, assemblò spregiudicatamente una aggregazione capace di intercettare quei segmenti di consensi che il suo partito liberal-moderato non poteva ottenere. Aggiunse al valore preminente del suo partito, quei pesi marginalmente utili al fine di ottenere la maggioranza necessaria per un governo. Nonostante l’evidente enorme conflitto di interessi, l’operazione fu ripagata da ampio consenso che gli permise di massimizzare il valore di se e del suo progetto per i decenni a venire. Dei suoi vizi e furbizie matricolate si può scrivere un’enciclopedia ma aver compreso il valore aggiunto che offre una coalizione nei sistemi maggioritari, è stato sicuramente un merito. Anche nella creazione del suo impero economico ha puntato sulla forza di un gruppo di persone, ormai note, capaci e fedeli; e dove ci sono ricchi utili ci devono essere lauti dividendi per tutti e in questo Berlusconi è stato cospicuamente generoso con chiunque si sia alleato con lui anche solo per l’affare utile al momento.

La coalizione è stata il “patrimonio” che ha gestito e difeso strenuamente anche a scapito del suo partito nell’ottica di salvaguardare il “gruppo”, ove per Forza Italia (cioè lui) ha ritagliato il ruolo di holding, titolare della golden share che esercitava negli snodi complicati.

Anche per le opposizioni era l’interlocutore nelle situazioni istituzionali complesse. Ha mantenuto il “patrimonio” che gli ha consentito di mantenere il potere nonostante i cali elettorali, gli scandali e i contenziosi con la giustizia. Una capacità evidenziata da Marco Tarquinio dalle pagine di Avvenire: “Già la coalizione, l’altro capolavoro del Cavaliere. Capace di mettere insieme e di amalgamare a partire dal 1993-94 pezzi a lungo incomponibili della politica e dell’elettorato del Bel Paese. Di fonderli nella percezione di tanti italiani (negli ultimi tre turni elettorali nazionali, milioni di voti si sono spostati nell’area, travasandosi dall’uno all’altro dei partiti alleati in un centrodestra diventato infine destra–centro) e sulla spinta di slogan spesso radicali e di una propensione alla contrapposizione frontale con gli avversari di turno. Un capovolgimento di senso (di marcia, e non solo), se si ripensa all’operazione compiuta da chi, all’alba della Repubblica, aveva accompagnato una generazione di italiani cresciuta sotto il fascismo a radicarsi nella nuova e piena democrazia repubblicana…”.

Dopo il lutto e il clamore, cosa succederà per la coalizione e gli avversari? La scomparsa ovviamente apre la discussione sugli scenari politici italiani ed europei perché Forza Italia è il riferimento del Ppe per le elezioni del 2024. La famiglia Berlusconi e i principali dirigenti del partito possono rinunciare a questo patrimonio? Possibile vi siano dirigenti tentati dalla fuga verso FdI temendo il tracollo, ma è ragionevole ritenere che la premier Meloni non abbia interesse ad alimentare tensioni che potrebbero ripercuotersi sul governo. Ed è plausibile valutare che la famiglia Berlusconi cercherà di mantenere il controllo della holding (Forza Italia) magari con una candidatura alla leadership di qualcuno della dinastia o delle persone di stretta fiducia. Almeno questo sino alle elezioni europee, poi i risultati e i movimenti sociali e politici – prevedibili e imprevedibili – potrebbero aprire nuovi corsi storici.

Dibattito | L’unità dei Popolari? Sì, con chi ci sta secondo i nostri principi.

Caro Direttore, rispondo al commento con il quale hai presentato la mia nota ieri su “Il Domani d’Italia”, ripetendo quanto da me già scritto: le elezioni europee regolate dalla legge elettorale di tipo proporzionale con le preferenze e lo sbarramento al 4%, favoriscono, da un lato, il confronto tra le diverse culture politiche in campo, e, dall’altro, non obbligano a quelle alleanze cui sprona la legge elettorale maggioritaria, tanto a destra quanto a sinistra.

Per gli amici che si rifanno alla tradizione politica Dc e popolare, si tratta di un’importante opportunità per verificare lo stato di rappresentanza che riusciamo ancora a svolgere, specie nei confronti di quel 50% di elettori renitenti al voto, che, da molto tempo, non trovano più risposte ai loro interessi e ai loro valori dai partiti del bipolarismo forzato, oggi rappresentato a destradall’egemonia di Giorgia Meloni, specie dopo la scomparsa del Cavaliere, e a sinistra dalla Schlein, che guida il PD su posizioni radicali. Idee e proposte politiche, quelle della leader del Pd, che confliggono con i valori e i principi di larga parte dei Popolari che un tempo avviarono l’esperienza della Margherita e poi la confluenza nel PD, di fatto rivelatasi insostenibile.

Ecco perché credo sia opportuno rivolgere un invito a tutti gli amici dell’area cattolica – democratica, liberale e cristiano sociale – e a quanti militano nelle diverse realtà organizzate a livello territoriale. Urge promuovere un incontro, che potremmo svolgere anche in via telematica, per uno scambio di idee, con l’obiettivo di concorrere tutti insieme alla formazione di una lista unitaria alle prossime elezioni europee. Credo che la discriminante per detta formazione possa essere la scelta condivisa a sostegno dei principi ispiratori dei padri fondatori dell’Unione europea – De Gasperi, Adenauer e Schuman – e l’appartenenza al Partito Popolare Europeo.

L’obiettivo principale sarà quello di avviare il progetto di ricomposizione politica della nostra area, dopo la lunga stagione della diaspora scoppiata dopo la fine ingloriosa della Dc (1993-2023). In secondo luogo, raggiungere e superare il 4 % dello sbarramento alle europee, necessario per eleggere qualche nostro rappresentante al Parlamento europeo. Obiettivo impossibile, se ciascuna delle nostre realtà organizzate pensasse di presentarsi con lista autonoma.

Anche qualora non superassimo lo sbarramento, insieme, dopo il voto, rappresenteremo una realtà politica concreta, misurata sul campo, disponibile a scegliere programmi e alleanze per le elezioni regionali e nazionale, attraverso un congresso politico, da indire da un’assemblea nazionale, le cui modalità saranno da concordare circa i tempi e le  condizioni della sua realizzazione. Qualcuno sta ipotizzando di ricomporre la vecchia Casa delle libertà ideata da Berlusconi, rimanendo nell’area del centro destra, oggi sempre di più destra-centro. Altri, addirittura, sognano di trasformare Fratelli d’Italia nella nuova Dc: ipotesi scellerata  espressa da chi, da anni, utilizza rendite di posizioni per mera sopravvivenza politica personale.

Noi crediamo, invece, che sia indispensabile impegnarci tutti per la nostra ricomposizione, per la conferma dei nostri principi e valori, e, dopo – solo dopo – ci si porrà il tema delle alleanze politico programmatiche, sia a livello nazionale che regionale, da decidere con gli amici delle nostre realtà territoriali. Non comprendiamo le titubanze di chi, scottato dall’esperienza nel Pd, ne è uscito ma continua a ipotizzare l’idea di correggere la rotta di quel partito. Al riguardo gli amici Giorgio Merlo e Giuseppe Fioroni hanno scritto note importanti sulla fine di quell’esperienza. Ecco perché alla tua domanda: va bene la nostra unità, ma con chi? Rispondo così: con chi ci sta ed è pronto per questa sfida.

Patto stabilità Ue, Gentiloni: lettera 11 paesi non aiuta

Sulla proposta di riforma del Patto di stabilità sui bilanci dei paesi Ue, “penso che le posizioni dei singoli paesi siano ovviamente legittime, ma credo che alla Commissione spetti il compito di costruire soluzioni comuni”.
Lo ha detto il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, al suo arrivo alla riunione dell’Eurogruppo a Lussemburgo, in risposta alla lettera congiunta dei ministri delle Finanze di 11 paesi dell’Eurozona (Germania, Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca Croazia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia), pubblicata oggi da diversi giornali, in cui si chiede il mantenimento di condizioni di bilancio rigorose nel nuovo Patto di stabilità.
Penso, ha aggiunto Gentiloni, “che questo sia il momento di costruire ponti tra le diverse posizioni, e non di fortificare le posizioni di ciascun paese, creando schieramenti; perché questo, onestamente – ha sottolineato – non aiuta la soluzione generale.
Quindi, legittime le posizioni, ma facciamo uno sforzo per andare verso una posizione comune”, ha concluso il commissario.

“Si avrebbe dovuto fare di più”: è l’errore più evidente e sorprendente della strana versione in italiano della lettera inviata oggi da 11 ministri delle Finanze dei paesi cosiddetti “frugali”, guidati dalla Germania, ai giornali del gruppo Lena (Leading European Newspaper Alliance), in cui si prende posizione a favore di una versione della riforma del Patto di stabilità più favorevole al rigore di bilancio e alle politiche d’austerità, rispetto alla proposta presentata in aprile dalla Commissione europea.

Quella pubblicata in Italia è, in realtà, una versione più corta, tradotta male e sintetizzata peggio, della versione originale completa, pubblicata in altri giornali europei, come il testo francese di FigaroVox/Tribune. La lettera è stata pubblicata, non a caso, alla vigilia della riunione del Consiglio Ecofin che discuterà della proposta di riforma del Patto, domani a Lussemburgo.

Nella versione italiana sono stati omessi dei passaggi fondamentali per capire le argomentazioni degli 11 paesi “frugali” (Germania, Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia) e per evidenziarne l’ispirazione ancorata nelle sciagurate politiche dell’austerità che condannarono molti paesi dell’Eurozona a una seconda crisi, a causa della mancanza d’investimenti e della speculazione dei mercati contro il debito sovrano, dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.

Mentre il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, non perde occasione di ricordare che durante l’austerità gli investimenti pubblici nell’Eurozona vennero azzerati e le politiche Ue intervennero in modo pro-ciclico, invece che anticiclico, gli 11 ministri “frugali” ripetono il mantra ideologico dell’austerità secondo cui non esiste debito buono (quello degli investimenti produttivi) e debito cattivo, ma il debito è sempre un male.

Ecco la frase in questione, riportata dalla versione francese, e assente nella sintesi pubblicata in italiano: “Una cosa dovrebbe essere chiara per tutti: per i mercati dei capitali, un debito è un debito. I mercati dei capitali non si interessano ai motivi dell’indebitamento, per quanto validi possano essere. Per preservare la loro credibilità di fronte ai mercati dei capitali, gli Stati membri devono evitare i deficit e i livelli d’indebitamento eccessivi, o mettere in opera delle riduzioni realistiche, opportune e sufficienti dei deficit e dei tassi d’indebitamento”.

Un’altra frase omessa nella versione italiana, spiega bene il motivo dell’opposizione degli 11 ministri a una delle proposte chiave della Commissione, che consentirebbe di spostare dal breve al medio termine i tempi richiesti per gli aggiustamenti di bilancio, dando più margine agli Stati membri impegnati a realizzare investimenti pubblici in alcuni settori prioritari.

“Noi non siamo convinti – scrivono gli 11 ministri nella versione originale – che i calendari degli sforzi di consolidamento necessari che si estendono ben al di là del ciclo di una legislatura produrranno i migliori risultati possibili”.

Il testo italiano contiene anche una svista che rende incomprensibile un’altra argomentazione dei frugali: “Mentre gli Stati membri dell’area euro nel 2019 avevano un debito pubblico medio dell’86% del Pil, nel 2020 questo indice era salito quasi al 100%, per scendere poi nel 2020 a circa il 93%. Nel 2002, quando fu introdotto l’euro, la percentuale ammontava al 68%”.
Dalla versione francese, si capisce che la riduzione del debito/Pil al 93% si riferisce al 2022, e non al 2020.

Interessante anche la frase secondo cui “prima della pandemia, la politica di bilancio era a volte troppo espansiva in Europa. Si sarebbe dovuto fare di più per consolidare e costituire delle riserve di bilancio quando l’economia funzionava a un ritmo regolare e sano. Le regole del Patto (di stabilità, ndr) sono state concepite con questo intento, ovvero permettere ai paesi di accumulare delle riserve di bilancio nei periodi di congiuntura favorevole e utilizzarle nei periodi di congiuntura sfavorevole”.

La lettera degli 11 ministri è stata criticata oggi dal commissario Gentiloni, secondo cui “questo è il momento di costruire ponti tra le diverse posizioni, e non di fortificare le posizioni di ciascun paese, creando schieramenti; perché questo, onestamente – ha concluso – non aiuta la soluzione generale.
Quindi, legittime le posizioni, ma facciamo uno sforzo per andare verso una posizione comune”.

Interessante anche il fatto che l’Olanda (un altro paese considerato tradizionalmente “frugale”) non abbia firmato la lettera degli Undici. La ministra delle Finanze Sigrid Kaag ha ricordato, a margine della riunione dell’Eurogruppo a Lussemburgo, di aver firmato nella primavera scorsa una proposta congiunta con la collega spagnola Nadia Calviño, proprio per superare la tradizionale frattura tra paesi del Nord e del Sud Europa.

“Speriamo – ha osservato Kaag – di poter trovare dei modi per andare avanti, che alla fine portino a un Patto di stabilità e crescita riformato ed efficace, e che sia rispettato”. Invece – ha avvertito-, “un ritorno verso il vecchio Patto significherebbe il fallimento politico del nostro sforzo collettivo; perché il vecchio Patto di stabilità e crescita non funziona, non è efficace, e molti paesi non vi aderiscono”.

Assicurare il rispetto del Patto, “è un problema reale; e preferisco spendere tutto il nostro tempo e tutti i nostri sforzi, con i colleghi ministri delle finanze e ovviamente con la Commissione, per focalizzarci su ciò che funziona meglio per creare consenso”, ha concluso la ministra olandese.

Missione di pace africana in Europa: oggi in Ucraina, domani in Russia.

Per la prima volta nella storia moderna una missione di pace africana si propone come mediatrice, e ai più alti livelli, di un conflitto in un altro continente. E questo continente è l’Europa dilaniata dalla guerra in Ucraina. Oggi, 16 giugno, è previsto l’incontro della missione di pace africana con il presidente ucraino Zelensky e domani con quello russo Putin.

La delegazione è formata da sette capi di stato africani. Non è un esercizio di nozionismo citare i loro nomi, perché stanno entrando come nuovi protagonisti sulla scena internazionale. Si tratta dei presidenti: del Sudafrica, e presidente di turno del Coordinamento Brics, Cyril Ramaphosa; dell’Unione delle Comore, Azali Assoumani, e presidente dell’Unione Africana; della Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Denis Sassou Nguesso; dell’Uganda, Yoweri Museveni; del Senegal, Macky Sall; dello Zambia, Hakainde Hichilema e dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi.

Vi è anche un interesse diretto dell’Africa alla ricerca della pace tra Ucraina e Russia, legato alle forniture alimentari, e derivante dalla loro domanda di grano verso entrambi i Paesi belligeranti, e di fertilizzanti.

L’iniziativa è stata preceduta da un paziente lavoro diplomatico coordinato dal presidente sudafricano Ramaphosa anche per rimarcare il crescente ruolo dell’Africa anche in campo diplomatico. Il Sudafrica in particolare non ha mai inteso la guerra in Ucraina come una maratona, come l’ha definita ieri il segretario americano alla difesa Lloyd Austin alla Nato, ma come un conflitto regionale rispetto al quale il governo di Pretoria si è mantenuto neutrale, senza per questo rinunciare a intrattenere buoni rapporti con l’Occidente, come attesta anche l’accordo di cooperazione in materia di difesa siglato con il Portogallo (membro Nato e UE) durante la visita del presidente lusitano, Marcelo Rebelo de Sousa, in Sudafrica del 6 giugno scorso, preceduta il giorno prima da una telefonata tra Ramaphosa e Putin sulla missione di pace africana ora in corso e sul prossimo vertice Russia – Africa previsto a luglio a San Pietroburgo, che fa del Sudafrica uno dei principali snodi da cui passano i tentativi di ricerca di una soluzione diplomatica per il conflitto ucraino, dove possono avvenire, anche in forma indiretta, contatti che altrove, nell’emisfero boreale, apparirebbero ostici.

Questo aspetto sembra trovare conferma anche dal ruolo avuto nella preparazione dell’iniziativa di pace africana dalla Fondazione Brazzaville, ong britannica, fondata e diretta da Jean-Yves Ollivier, uomo d’affari francese e già consigliere del presidente Chirac. È stata proprio la sua fondazione a dare l’annuncio dell’iniziativa africana volta a esplorare modi che possano portare alla fine del conflitto che ha come sua causa più recente l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, confermando di aver favorito importanti incontri diplomatici preliminari.

L’incontro tra i presidenti africani e il presidente russo Putin, che segue quello odierno con il presidente ucraino Zelensky, si terrà domani in Russia a San Pietroburgo dove il leader del Cremlino è impegnato a conclusione dell’annuale Forum economico internazionale di San Pietroburgo, che sta diventando sempre più un punto di incontro per gli operatori economici del Sud Globale che negli anni hanno rimpiazzato, anche se non del tutto, la presenza occidentale.

Questa missione di pace avviene in una delle fasi più cruente della guerra, nella quale su entrambi i fronti non si lesina il sacrificio di vite umane anche solo ad uso di futili comunicati stampa di fine giornata atti ad alimentare la propaganda. Ma, indipendente dal suo esito, pone l’Africa alla ribalta internazionale, collocandola accanto alla Cina – che può vantare il successo della sua mediazione per la normalizzazione dei rapporti fra due storici nemici come Arabia Saudita e Iran, e che ha avanzato mercoledì scorso nell’incontro tra Xi Jinping e Abu Mazen, un piano in tre punti per risolvere la questione palestinese – tra i nuovi protagonisti della diplomazia globale.

Ci dovremo abituare ad altre iniziative di questo genere. È il mondo multipolare che sboccia, anche sulle praterie lasciate sguarnite da un Occidente che appare ad un tempo ipersicuro della sua autosufficienza e bloccato al suo interno da spregiudicati circoli di potere dell’ancien régime a inserirsi nella nuova realtà globale.

Un contesto al quale quanti, come i Popolari, rivendicano l’eredità di Aldo Moro, dovrebbero saper guardare con lo stesso spirito positivo con cui lo statista democristiano guardava ai tempi burrascosi del ’68, come ebbe a dire nel suo storico intervento al Consiglio Nazionale Dc quell’anno: “Il nostro dovere è oggi dunque estremamente complesso e difficile. Perché siamo davvero a una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse”.

Dibattito | Uniti sui valori ispirati alla dottrina sociale cristiana.

Con la morte di Silvio Berlusconi il centro della politica italiana vivrà un profondo rivolgimento. L’adesione di Forza Italia al Partito Popolare Europeo, suggerita a suo tempo da Sandro Fontana e da don Gianni Baget Bozzo, fu una mossa di quelle strategiche, tale da assegnare agli Azzurri un ruolo decisivo negli equilibri interni al Ppe.

Non a caso Marcello Pera è intervenuto in questi giorni per sollecitare una scelta della Meloni e di Fratelli d’Italia analoga a quella intrapresa da Berlusconi, proprio nel momento in cui lo stesso Ppe va alla ricerca di un partito forte italiano in sostituzione di Forza Italia, destinata a un’inevitabile erosione, se non drammatica implosione, tra filo meloniani e filo leghisti. Sbaglieremmo, però, come fa Travaglio e il Fatto Quotidiano a ridurre il partito del Cavaliere a un gruppo di potere che, dopo la morte del Capo, non potrà che dividersi tra Fratelli d’Italia e Lega. Ritengo, infatti, che l’essere Forza Italia l’unico partito italiano  che si riconosce nel Ppe lasci uno spazio non solo di sopravvivenza, ma anzi di crescita in un nuovo partito “Ppe Italia” che, superando Forza Italia, da molti considerata come partito di gestione troppo personale, raggruppi tutte le forze di centro. Un partito nel quale, finalmente, trovi una sua concreta presenza la componente di matrice cattolico democratica, liberale e cristiano sociale.

Ciò presuppone impegnarsi tutti insieme a superare le nostre divisioni e a costruire la lista unitaria dei democratici cristiani e popolari alle prossime elezioni europee. Elezioni che, grazie alla legge elettorale con preferenze, ci libera dalla necessità di alleanze a destra o a sinistra. È d’altronde evidente che lo sbarramento al 4% imponga l’unità di tutte le diverse anime della nostra articolata area politico culturale, considerando che, da soli, non si va da nessuna parte.

Se, alle europee, le discriminanti dovrebbero essere quelle dell’adesione senza riserve alle scelte euro atlantiche dei padri fondatori e l’appartenenza al Partito Popolare Europeo, alle prossime elezioni regionali e in vista di quelle politiche l’obiettivo sarà quello di costruire un centro ampio e plurale nel quale possano confluire le grandi culture politiche che hanno fondato la repubblica: popolare, liberale, socialista e repubblicana. Un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità, oggi ridotta alla condizione di “partito radicale di massa”. Alle regionali e alle politiche, dopo la verifica del voto europeo, questo centro ampio e plurale potrebbe rappresentare il rifugio di larga parte di quell’elettorato che da troppo tempo è renitente al voto perché estraneo al bipolarismo forzato; un bipolarismo favorito, in effetti, da una legge elettorale dimostratasi incapace di esprimere l’equilibrio reale degli interessi e dei valori presenti nella società italiana.

Sarebbe da suicidi non cogliere quest’opportunità e lasciare campo aperto all’iniziativa della Meloni e di Fratelli d’Italia, pronta a raccogliere parte importante dell’eredità politica di Forza Italia, e verso la quale molti dei “cattolici della morale” e dell’area più moderata hanno espresso sin qui adesione. Ora è il tempo del coraggio per raccogliere sino in fondo l’appello della lettera spedita nei giorni scorsi da Papa Francesco ai parlamentari del Ppe, con la quale ha richiamato la necessità di rifarsi ai valori dei padri fondatori e ai principi essenziali della dottrina sociale cristiana.

Qualche annotazione sull’omelia dell’Arcivesco di Milano Delpini alle esequie di Berlusconi

Prepare l’omelia per le esequie di Berlusconi non deve essere stato un compito facile per l’Arcivescovo Delpini. ma Egli lo ha degnamente assolto in quanto ci ha ricordato che in Chiesa, l’uomo di Stato – il politico – che ci ha cambiato i costumi morali forse per sempre, è e resta solo un uomo con il suo percorso di vita. 

E questo bagno di realtà, e insieme di umiltà, ci fa bene a tutti, mentre facili facili i primi di noi erano già saliti all’altare della gloria “degli eroi della Patria” con una sorta di santificazione laica quando nella concretezza delle cose, come nella vita di tutti, per Berlusconi ci sono luci ed ombre. Ma si sa che male antico degli italiani è quello di apprestarsi veloci a soccorrere il vincitore, come notava con arguzia senza fine Flaiano. E qui si giocava anche la partita di essere nella prima fila di quelli che contano nel Paese  e non temono di essere dimenticati.

Che Berlusconi amasse la vita e il vivere bene non vi è alcun dubbio. La fatica fatta fin dall’inizio per lo studio e per ingrandire l’impresa del padre partono dal lodevole desiderio di riscatto da una condizione di vita che non soddisfaceva più e da una ricerca di collocazione in settori della vita della Milano bene, raggiungibili solo con duro lavoro, ambizione e portafoglio ben gonfio. 

Invero però la Milano bene questo milanese non lo ha mai accolto del tutto, lo ha sopportato per la verità, tollerato per i modi da “gaffeur” di provincia. Le delusioni della vita di Berlusconi nell’omelia di Delpini non ci sono, gentile e cortese dimenticanza in onore del defunto, ma è giusto dire che ci avrebbero aiutato a ricordare come la misura della felicità ha il suo controaltare nella tristezza delle prove della vita. 

Quanto all’essere amato ed amare, il ritratto di Berlusconi sconfina nello “sciocco benefattore” di ogni passibile miseria incontrata, assolvendo se stesso e gli altri (anche dall’amarlo, s’intende) per la forza vitale che spinge a andare avanti senza valutare le conseguenze delle proprie azioni e soprattuto senza voltarsi mai indietro. Contrariamente a quanto lo esorta Delpini, Berlusconi nella sua vita non ha mostrato di trovare in Dio il suo giudice e né di rimettersi al giudizio della Chiesa e della comunità dei cattolici per le molte vite sovraposte che si è creato. Di buono c’è che non ha mai detto “imitatemi”, ma sottilmente ha detto che se c’ha fatta lui allora “potete farcela anche voi” (i signori nessuno che noi tutti siamo). E un po’ troppi uomini, del resto, hanno pensato che il gaudente saltar di fiore in fiore coincidesse con l’amore fedele. Ci siamo adagiati su un sogno che non era il nostro e nella malia del dormiveglia sono passati i decenni. 

Certo un uomo ama vivere, essere amato, quindi amare e gioire, ma chi è costui senza il dolore della fatica stessa di vivere? C’è un punto che nell’omelia di Delpini che mal si combina con le encicliche di Papa Francesco sullo sviluppo econonico solidale e inclusivo: è quel tipo di “uomo d’affari che deve fare affari” che sembra involontariamente dare una benedizione al modello del liberalismo più sfrenato e che ha prodotto quella recessione in cui siamo tutti. Ecco, forse qui una riflessione su un modello di capitalismo che non è inclusivo (se non formalmente) avrebbe dovuto riguardare lo stesso Berlusconi. Questo figlio della Chiesa è stato un esempio non di liberalismo “ben temperato”, ma di liberlismo sfrenato ed ingordo, e pur nella carità cristiana e nella generosità dell’animo di fronte alla morte, dovremmo non dimenticare quanto sia distante da Papa Francesco. 

Poi sull’incontro con Dio nulla può essere detto e lo affidiamo com’è giusto alla fede di ognuno di noi, non dimentichi della nostra fragilità di creature.

Noi di qua e lui di là: Berlusconi è morto, occorre prenderne atto.

Foto IPP/giandotti/spgr Milano 14/06/2023 funerali di Stato di Silvio Berlusconi Nella foto l'arrivo del feretro all'interno del duomo di milano

“De mortuis nihil nisi bonum”. Chilone di Sparta, uno dei setti savi e sapienti dell’antica Grecia, raccomandava di non dire nulla dei morti, se non bene. Anche nella educazione del secolo scorso si raccomandava in famiglia di non parlare mai male dei morti. Tutt’al più, se proprio non venisse di dire qualcosa di buono, si potrebbe semplicemente tacere. Oggi, venendo meno il senso della morte, sembra che questa regola di buona educazione sia caduta nel dimenticatoio. Per chi è di fede cristiana, il senso della trascendenza dovrebbe far comprendere l’inutilità di ogni commento che consegni al presente quello che ormai non è più.

 

Per i laici sprovvisti di questa dimensione potrebbe valere la rinuncia ad ogni riflessione che trattando di morte non ha più il carattere di una impellente attualità da sbandierare ad ogni costo per far sentire la propria voce. Berlusconi è morto, non appartiene più a questo mondo ed ogni parola al riguardo è priva di senso. Lui che è stato il genio del populismo ne patisce ora gli aspetti di esso deleteri. Una semplice lettera, una “esse” aiuta i denigratori dell’uomo politico Berlusconi così, anteponendola al suo nome, lo sberleffano e gli danno sberle.

 

La “esse” è anche quella della stridulazione dei serpenti o se preferite del suo sibilo quando vuole avvertire della sua presenza. Il sibilo è quello anche di frecce e proiettili, è simile ad un fischio proprio di quando si vuole insultare o contestare un avversario, anzi un nemico che è l’opposto dell’amico, cioè di quando corre un rapporto fraterno con l’altro, la philia greca per dirla in modo chiaro.

 

Amore ed amare hanno alla base la identica radice ma non si può pretendere che si abbia con tutti. Verso i morti, dalla inimicizia in vita, basterebbe tacere e tenere per se stessi le riflessioni pure dettate dal cuore desideroso di sfoghi. Si ha la sensazione che le sollecite parole di chi lo ha avversato ed anche odiato abbiano ancor più oggi il fine di voler contestare la rassegnazione dell’evento, il sintomo di uno smarrito da non saper fronteggiare. Senza Berlusconi non si può più essere sulla breccia, si cade con lui nelle tenebre dell’aldilà. Mai più ci sarà un nemico che, di sponda, mi darà tanto ascolto. Occorre perpetuarlo e tenerlo in vita almeno nelle parole e nei giudizi. Ma è operazione che ha il fiato corto.

 

“Chi è Hernry Kellerman e perché parla male di me” è un film da non trascurare. Ciascuno di noi ha un Henry Kellerman poco generoso nei giudizi. Da qui alla mancanza di pietà c’è un baratro del quale essere avvertiti. Il nostro è un Paese di antichi contrasti e divisioni. Si discute e ci si contrappone su tutto. Si è faziosi persino su Fazio in Tv, come primo argomento. Figuriamoci sul Cavaliere! Il travaglio è segno di sofferenza, serve alle donne per dare la vita, serve ad altri per aggiungere morte alla morte. Nel latino medioevale il trepalium era uno strumento di tortura da infliggere ai meritevoli di castigo. Il travaglio è anche l’uomo angosciato di pensieri che non sa bene come destreggiarsi.

 

In queste ore, oltre al travaglio sulla posizione da scegliere c’è odore di livore, qualcosa che macchia l’anima di chi lo possiede e ne rende livida la fisionomia. “Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / Che se veduto avesse uom farsi lieto /Visto m’avresti di livore sparso”, direbbe Dante. C’è odore di irriducibile acrimonia, di acidità tale da, se possibile, levare di mezzo anche l’acro di terra dove Berlusconi idealmente sarà sepolto. 

 

Berlusconi è morto. Occorre prenderne atto. Amici e nemici si rassegnino.

Un bilancio del berlusconismo andando alla radice del fenomeno politico

Al di là delle motivazioni che lo spinsero a entrare in politica, la discesa in campo di Berlusconi rappresentò un momento straordinariamente importante perché impedì la vittoria di una sinistra ancora immatura e inadatta a governare (emblematicamente raffigurata dalla inconsistente leadership di Occhetto) e perché si presentò come l’avvio di un processo riformista (si parlò retoricamente addirittura di rivoluzione liberale). Da quel momento la politica è cambiata radicalmente grazie soprattutto alla forza dello strumento televisivo utilizzato con grande disinvoltura e spregiudicatezza e grazie alla immensa ricchezza personale che ha drogato la competizione elettorale (in un palese conflitto di interessi che mai nessuno è riuscito a risolvere). 

Ma il berlusconismo è stato molto di più. 

Si è parlato di inizio del populismo o, forse meglio, direi di precursore del populismo (cavalcato successivamente dai suoi epigoni) lanciando l’idea di un dialogo diretto e senza intermediazioni partitiche col popolo. La stessa Forza Italia non è mai stata un vero partito nel senso novecentesco del termine, ma un contenitore elettorale al servizio del capo da assecondare anche nelle vicende più spericolate e discutibili sul piano etico. 

Ma non è questo il vero cuore del fenomeno. 

L’essenza del berlusconismo è stata la subordinazione della politica agli interessi personali, il venir meno di un riferimento ad un bene comune o a una solidarietà sociale come fine dell’azione politica, la considerazione della politica non come arte nobile ma come un teatrino e un inutile perditempo rispetto alla capacità del fare, propria dell’economia (con l’esaltazione dell’imprenditore e dell’homo economicus che agisce per mero egoismo, per mero tornaconto materiale e che vede, per esempio, nella solidarietà fiscale un intralcio, oggi si parla anche di pizzo…

Da qui le contraddizioni, le ipocrisie, le aporie che hanno caratterizzato il suo cammino. 

L’incapacità di cogliere che solo valorizzando la politica come modalità essenziale della coesistenza umana finalizzata al bene comune e come unico strumento per comprendere e guidare le trasformazioni sociali ed economiche, si possa avviare una vera stagione di riforme.  Da qui le intuizioni rimaste tali, i programmi mai realizzati, le occasioni mancate nonostante alcune buone intenzioni soprattutto in campo internazionale, la difficoltà a dare vita a una classe dirigente all’altezza dei tempi e delle ambizioni del leader. Il lascito del berlusconismo, al di là delle intenzioni del suo iniziatore, è un Paese più chiuso, più egoista, più vuoto di etica pubblica che, non a caso,  ha aperto le porte del governo alle forze più reazionarie e conservatrici risolvendosi in un paradossale fallimento.

Dibattito | Invece io sono dalla parte di Rosy Bindi e Montanari.

Mi permetto di dissentire. In un paese democratico come l’Italia mi permetto di andare fuori dal coro e di dissentire su quanto sta accadendo per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Non che non si debba essere rattristati per la morte di una persona e dare il giusto tributo ad un Senatore della Repubblica e all’uomo che ha introdotto il bipartitismo creando il “Polo delle Libertà”, quel centro-destra che oggi ci governa per volontà degli italiani. Tuttavia un cordoglio pubblico così esteso, sancito dalla proclamazione del lutto nazionale, sia a dir poco fuori luogo. 

So già che mi cadranno in testa gli strali di tutti coloro che, anche del partito avverso, leggeranno le parole di questa illustre sconosciuta, ed è già accaduto a RosY Bindi, a cui va la mia stima. So perfettamente che qualcuno neanche penserà ad esprimere un giudizio su quanto scrivo proprio perché viene da una sconosciuta. Ma, credete a me, rappresento la voce di molti italiani che oggi, pur davanti alla memoria di un uomo che non c’è più, ricordano a quella parte del paese che ne sta tessendo le lodi – a ragione o a torto – che Silvio Berlusconi non ci ha mai rappresentato e che è stato un politico pragmatico, non uno statista, che ha saputo tirare acqua al suo mulino facendo gli interessi di una sola classe sociale, quella che gli apparteneva ed appartiene alla sua famiglia, quella che include persone come un noto signore che si permette di dire che “i poveri non hanno mai fatto ricchezza”, e che in fin dei conti non hanno neppure voglia di lavorare e si aggrappano al reddito di cittadinanza. 

No, non iniziamo il processo di santificazione di Berlusconi. Non dobbiamo dimenticare che il Caro Estinto ha fatto della verità qualcosa di estremamente “relativo”, legandola in molti casi ai suoi interessi di parte e a quelle mancate condanne che un poveraccio qualsiasi avrebbe espiato senza sconti di pena perché privo del potere del denaro, che, lo sappiamo, compra tutto. E del resto lui stesso, Silvio, ha sempre detto che ha avuto tutto quello che voleva. Non gli tolgo la fatica ed il sudore di averlo ottenuto, ma mi consento pure di guardare un poco oltre per rendermi conto che tante cose probabilmente gli sono venute per forza di inerzia. Non dimentichiamo neppure che, durante la sua Presidenza del Consiglio ha fatto diventare l’Italia lo zimbello d’Europa – che pure oggi gli tributa grande onore grazie alle sue battute poco consone ad un uomo di Stato, giusto per ricordarne una. 

Non mi rappresenta un uomo che ha fatto della morale un paio di calzini sforacchiati e della donna un mero oggetto di piacere – e parlo degli scandali pubblici, non del privato che non conosco e non mi compete – da usare a piacimento. Mi unisco a persone, come il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha deciso di non ricordare istituzionalmente questa morte certamente illustre, ma esageratamente celebrata. Io neppure lo faccio perché sono coerente con la mia coscienza che mi impedisce di dimenticare chi è stato. Qualcuno ha detto che i funerali di Berlusconi avranno una risonanza pari o superiore a quelli di Lady Diana: se per i mezzi di comunicazione forse, dico forse, sì, ma ricordo che Diana era una principessa soprattutto nell’anima.

Qualche annotazione sull’omelia dell’Arcivesco di Milano Delpini alle esequie di Berlusconi

Foto IPP/giandotti/spgr Milano 14/06/2023 funerali di Stato di Silvio Berlusconi Nella foto l'arrivo del feretro all'interno del duomo di milano

Prepare l’omelia per le esequie di Berlusconi non deve essere stato un compito facile per l’Arcivescovo Delpini. ma Egli lo ha degnamente assolto in quanto ci ha ricordato che in Chiesa, l’uomo di Stato – il politico – che ci ha cambiato i costumi morali forse per sempre, è e resta solo un uomo con il suo percorso di vita.

 

E questo bagno di realtà, e insieme di umiltà, ci fa bene a tutti, mentre facili facili i primi di noi erano già saliti all’altare della gloria “degli eroi della Patria” con una sorta di santificazione laica quando nella concretezza delle cose, come nella vita di tutti, per Berlusconi ci sono luci ed ombre. Ma si sa che male antico degli italiani è quello di apprestarsi veloci a soccorrere il vincitore, come notava con arguzia senza fine Flaiano. E qui si giocava anche la partita di essere nella prima fila di quelli che contano nel Paese  e non temono di essere dimenticati.

 

Che Berlusconi amasse la vita e il vivere bene non vi è alcun dubbio. La fatica fatta fin dall’inizio per lo studio e per ingrandire l’impresa del padre partono dal lodevole desiderio di riscatto da una condizione di vita che non soddisfaceva più e da una ricerca di collocazione in settori della vita della Milano bene, raggiungibili solo con duro lavoro, ambizione e portafoglio ben gonfio.

 

Invero però la Milano bene questo milanese non lo ha mai accolto del tutto, lo ha sopportato per la verità, tollerato per i modi da “gaffeur” di provincia. Le delusioni della vita di Berlusconi nell’omelia di Delpini non ci sono, gentile e cortese dimenticanza in onore del defunto, ma è giusto dire che ci avrebbero aiutato a ricordare come la misura della felicità ha il suo controaltare nella tristezza delle prove della vita.

 

Quanto all’essere amato ed amare, il ritratto di Berlusconi sconfina nello “sciocco benefattore” di ogni passibile miseria incontrata, assolvendo se stesso e gli altri (anche dall’amarlo, s’intende) per la forza vitale che spinge a andare avanti senza valutare le conseguenze delle proprie azioni e soprattuto senza voltarsi mai indietro. Contrariamente a quanto lo esorta Delpini, Berlusconi nella sua vita non ha mostrato di trovare in Dio il suo giudice e né di rimettersi al giudizio della Chiesa e della comunità dei cattolici per le molte vite sovraposte che si è creato. Di buono c’è che non ha mai detto “imitatemi”, ma sottilmente ha detto che se c’ha fatta lui allora “potete farcela anche voi” (i signori nessuno che noi tutti siamo). E un po’ troppi uomini, del resto, hanno pensato che il gaudente saltar di fiore in fiore coincidesse con l’amore fedele. Ci siamo adagiati su un sogno che non era il nostro e nella malia del dormiveglia sono passati i decenni.

 

Certo un uomo ama vivere, essere amato, quindi amare e gioire, ma chi è costui senza il dolore della fatica stessa di vivere? C’è un punto che nell’omelia di Delpini che mal si combina con le encicliche di Papa Francesco sullo sviluppo econonico solidale e inclusivo: è quel tipo di “uomo d’affari che deve fare affari” che sembra involontariamente dare una benedizione al modello del liberalismo più sfrenato e che ha prodotto quella recessione in cui siamo tutti. Ecco, forse qui una riflessione su un modello di capitalismo che non è inclusivo (se non formalmente) avrebbe dovuto riguardare lo stesso Berlusconi. Questo figlio della Chiesa è stato un esempio non di liberalismo “ben temperato”, ma di liberlismo sfrenato ed ingordo, e pur nella carità cristiana e nella generosità dell’animo di fronte alla morte, dovremmo non dimenticare quanto sia distante da Papa Francesco.

 

Poi sull’incontro con Dio nulla può essere detto e lo affidiamo com’è giusto alla fede di ognuno di noi, non dimentichi della nostra fragilità di creature.

Noi di qua e lui di là: Berlusconi è morto, occorre prenderne atto.

“De mortuis nihil nisi bonum”. Chilone di Sparta, uno dei setti savi e sapienti dell’antica Grecia, raccomandava di non dire nulla dei morti, se non bene. Anche nella educazione del secolo scorso si raccomandava in famiglia di non parlare mai male dei morti. Tutt’al più, se proprio non venisse di dire qualcosa di buono, si potrebbe semplicemente tacere. Oggi, venendo meno il senso della morte, sembra che questa regola di buona educazione sia caduta nel dimenticatoio. Per chi è di fede cristiana, il senso della trascendenza dovrebbe far comprendere l’inutilità di ogni commento che consegni al presente quello che ormai non è più.

 

Per i laici sprovvisti di questa dimensione potrebbe valere la rinuncia ad ogni riflessione che trattando di morte non ha più il carattere di una impellente attualità da sbandierare ad ogni costo per far sentire la propria voce. Berlusconi è morto, non appartiene più a questo mondo ed ogni parola al riguardo è priva di senso. Lui che è stato il genio del populismo ne patisce ora gli aspetti di esso deleteri. Una semplice lettera, una “esse” aiuta i denigratori dell’uomo politico Berlusconi così, anteponendola al suo nome, lo sberleffano e gli danno sberle.

 

La “esse” è anche quella della stridulazione dei serpenti o se preferite del suo sibilo quando vuole avvertire della sua presenza. Il sibilo è quello anche di frecce e proiettili, è simile ad un fischio proprio di quando si vuole insultare o contestare un avversario, anzi un nemico che è l’opposto dell’amico, cioè di quando corre un rapporto fraterno con l’altro, la philia greca per dirla in modo chiaro.

 

Amore ed amare hanno alla base la identica radice ma non si può pretendere che si abbia con tutti. Verso i morti, dalla inimicizia in vita, basterebbe tacere e tenere per se stessi le riflessioni pure dettate dal cuore desideroso di sfoghi. Si ha la sensazione che le sollecite parole di chi lo ha avversato ed anche odiato abbiano ancor più oggi il fine di voler contestare la rassegnazione dell’evento, il sintomo di uno smarrito da non saper fronteggiare. Senza Berlusconi non si può più essere sulla breccia, si cade con lui nelle tenebre dell’aldilà. Mai più ci sarà un nemico che, di sponda, mi darà tanto ascolto. Occorre perpetuarlo e tenerlo in vita almeno nelle parole e nei giudizi. Ma è operazione che ha il fiato corto.

 

“Chi è Hernry Kellerman e perché parla male di me” è un film da non trascurare. Ciascuno di noi ha un Henry Kellerman poco generoso nei giudizi. Da qui alla mancanza di pietà c’è un baratro del quale essere avvertiti. Il nostro è un Paese di antichi contrasti e divisioni. Si discute e ci si contrappone su tutto. Si è faziosi persino su Fazio in Tv, come primo argomento. Figuriamoci sul Cavaliere! Il travaglio è segno di sofferenza, serve alle donne per dare la vita, serve ad altri per aggiungere morte alla morte. Nel latino medioevale il trepalium era uno strumento di tortura da infliggere ai meritevoli di castigo. Il travaglio è anche l’uomo angosciato di pensieri che non sa bene come destreggiarsi.

 

In queste ore, oltre al travaglio sulla posizione da scegliere c’è odore di livore, qualcosa che macchia l’anima di chi lo possiede e ne rende livida la fisionomia. “Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / Che se veduto avesse uom farsi lieto /Visto m’avresti di livore sparso”, direbbe Dante. C’è odore di irriducibile acrimonia, di acidità tale da, se possibile, levare di mezzo anche l’acro di terra dove Berlusconi idealmente sarà sepolto.

 

Berlusconi è morto. Occorre prenderne atto. Amici e nemici si rassegnino.

Un bilancio del berlusconismo andando alla radice del fenomeno politico

Al di là delle motivazioni che lo spinsero a entrare in politica, la discesa in campo di Berlusconi rappresentò un momento straordinariamente importante perché impedì la vittoria di una sinistra ancora immatura e inadatta a governare (emblematicamente raffigurata dalla inconsistente leadership di Occhetto) e perché si presentò come l’avvio di un processo riformista (si parlò retoricamente addirittura di rivoluzione liberale). Da quel momento la politica è cambiata radicalmente grazie soprattutto alla forza dello strumento televisivo utilizzato con grande disinvoltura e spregiudicatezza e grazie alla immensa ricchezza personale che ha drogato la competizione elettorale (in un palese conflitto di interessi che mai nessuno è riuscito a risolvere).

 

Ma il berlusconismo è stato molto di più.

 

Si è parlato di inizio del populismo o, forse meglio, direi di precursore del populismo (cavalcato successivamente dai suoi epigoni) lanciando l’idea di un dialogo diretto e senza intermediazioni partitiche col popolo. La stessa Forza Italia non è mai stata un vero partito nel senso novecentesco del termine, ma un contenitore elettorale al servizio del capo da assecondare anche nelle vicende più spericolate e discutibili sul piano etico.

 

Ma non è questo il vero cuore del fenomeno.

 

L’essenza del berlusconismo è stata la subordinazione della politica agli interessi personali, il venir meno di un riferimento ad un bene comune o a una solidarietà sociale come fine dell’azione politica, la considerazione della politica non come arte nobile ma come un teatrino e un inutile perditempo rispetto alla capacità del fare, propria dell’economia (con l’esaltazione dell’imprenditore e dell’homo economicus che agisce per mero egoismo, per mero tornaconto materiale e che vede, per esempio, nella solidarietà fiscale un intralcio, oggi si parla anche di pizzo…

 

Da qui le contraddizioni, le ipocrisie, le aporie che hanno caratterizzato il suo cammino.

 

L’incapacità di cogliere che solo valorizzando la politica come modalità essenziale della coesistenza umana finalizzata al bene comune e come unico strumento per comprendere e guidare le trasformazioni sociali ed economiche, si possa avviare una vera stagione di riforme.  Da qui le intuizioni rimaste tali, i programmi mai realizzati, le occasioni mancate nonostante alcune buone intenzioni soprattutto in campo internazionale, la difficoltà a dare vita a una classe dirigente all’altezza dei tempi e delle ambizioni del leader. Il lascito del berlusconismo, al di là delle intenzioni del suo iniziatore, è un Paese più chiuso, più egoista, più vuoto di etica pubblica che, non a caso, ha aperto le porte del governo alle forze più reazionarie e conservatrici risolvendosi in un paradossale fallimento.

Dibattito | Invece io sono dalla parte di Rosy Bindi e Montanari.

Mi permetto di dissentire. In un paese democratico come l’Italia mi permetto di andare fuori dal coro e di dissentire su quanto sta accadendo per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Non che non si debba essere rattristati per la morte di una persona e dare il giusto tributo ad un Senatore della Repubblica e all’uomo che ha introdotto il bipartitismo creando il “Polo delle Libertà”, quel centro-destra che oggi ci governa per volontà degli italiani. Tuttavia un cordoglio pubblico così esteso, sancito dalla proclamazione del lutto nazionale, sia a dir poco fuori luogo.

 

So già che mi cadranno in testa gli strali di tutti coloro che, anche del partito avverso, leggeranno le parole di questa illustre sconosciuta, ed è già accaduto a RosY Bindi, a cui va la mia stima. So perfettamente che qualcuno neanche penserà ad esprimere un giudizio su quanto scrivo proprio perché viene da una sconosciuta. Ma, credete a me, rappresento la voce di molti italiani che oggi, pur davanti alla memoria di un uomo che non c’è più, ricordano a quella parte del paese che ne sta tessendo le lodi – a ragione o a torto – che Silvio Berlusconi non ci ha mai rappresentato e che è stato un politico pragmatico, non uno statista, che ha saputo tirare acqua al suo mulino facendo gli interessi di una sola classe sociale, quella che gli apparteneva ed appartiene alla sua famiglia, quella che include persone come un noto signore che si permette di dire che “i poveri non hanno mai fatto ricchezza”, e che in fin dei conti non hanno neppure voglia di lavorare e si aggrappano al reddito di cittadinanza.

 

No, non iniziamo il processo di santificazione di Berlusconi. Non dobbiamo dimenticare che il Caro Estinto ha fatto della verità qualcosa di estremamente “relativo”, legandola in molti casi ai suoi interessi di parte e a quelle mancate condanne che un poveraccio qualsiasi avrebbe espiato senza sconti di pena perché privo del potere del denaro, che, lo sappiamo, compra tutto. E del resto lui stesso, Silvio, ha sempre detto che ha avuto tutto quello che voleva. Non gli tolgo la fatica ed il sudore di averlo ottenuto, ma mi consento pure di guardare un poco oltre per rendermi conto che tante cose probabilmente gli sono venute per forza di inerzia. Non dimentichiamo neppure che, durante la sua Presidenza del Consiglio ha fatto diventare l’Italia lo zimbello d’Europa – che pure oggi gli tributa grande onore grazie alle sue battute poco consone ad un uomo di Stato, giusto per ricordarne una.

 

Non mi rappresenta un uomo che ha fatto della morale un paio di calzini sforacchiati e della donna un mero oggetto di piacere – e parlo degli scandali pubblici, non del privato che non conosco e non mi compete – da usare a piacimento. Mi unisco a persone, come il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha deciso di non ricordare istituzionalmente questa morte certamente illustre, ma esageratamente celebrata. Io neppure lo faccio perché sono coerente con la mia coscienza che mi impedisce di dimenticare chi è stato. Qualcuno ha detto che i funerali di Berlusconi avranno una risonanza pari o superiore a quelli di Lady Diana: se per i mezzi di comunicazione forse, dico forse, sì, ma ricordo che Diana era una principessa soprattutto nell’anima.

Funerali Berlusconi: Omelia del monsignor Mario Delpini, Arcivescovo della diocesi Ambrosiana

Celebrazione delle Esequie
del Sen. Silvio Berlusconi
CELEBRAZIONE EUCARISTICA – OMELIA
Milano, Duomo – 14 giugno 2023

Ecco l’uomo: un desiderio di vita, di amore, di felicità

1. Vivere.
Vivere. Vivere e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come una occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Foto IPP/giandotti/spgr
Milano 14/06/2023
funerali di Stato di Silvio Berlusconi
Nella foto l’arrivo del feretro all’interno del duomo di milano

2. Amare ed essere amato.
Amare e desiderare di essere amato. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande.
Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare. Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

3. Essere contento.
Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento

4. Cerco l’uomo.
Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio

Rosy Bindi sbaglia a definire inopportuno il lutto nazionale per Berlusconi

foto IPP / Vincenzo Bruni Roma 29-05-2015 Presentazione della lista dei "non candidabili" al termine dell'analisi della Commissione Antimafia. nella foto: Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia.

Sulla posizione assunta da Rosy Bindi a riguardo della inopportunità del lutto nazionale per la scomparsa di Silvio Berlusconi abbiamo pubblicato ieri, nel tardo pomeriggio, la nota di Askanews nella sezione “ultimora” del nostro blog.
Potete rileggerla, quindi, così come riportata dall’agenzia di stampa.

Volendo facilitare la corretta contestualizzazione del giudizio per noi essenziale e largamente condivisibile espresso dalla ex Presidente dell’Antimafia: “I conti col berlusconismo non sono stati fatti quando era vivo, spero che verranno fatti ora”.

Da ciò non può conseguire, tuttavia, la reazione estremista che porta a contestare il lutto nazionale deciso dal governo in concomitanza con i funerali di Milano. Se anche fosse riscontrabile l’inopportunità denunciata dalla Bindi, resterebbe da constatare egualmente l’inopportunità di tale presa di posizione, di sicuro in contrasto con il forte sentimento di cordoglio diffuso in ogni angolo del Paese.

Ci piace per altro osservare come nel modo di interpretare e rappresentare questo sentimento pubblico vi sia ancora una volta una dimostrazione di sensibilità da parte del Presidente Mattarella, capace indubbiamente di trasmettere, anche con la sua presenza in Duomo alle esequie di Stato, un messaggio di unità e compostezza della nazione.
In queste ore deve prevalere su tutto la coscienza di quanto valga e sia necessario un rispettoso atto di raccoglimento di fronte alla scomparsa di un uomo che ha occupato un posto di assoluto rilievo nella vita politica degli ultimi trent’anni anni.

 

Il popolarismo in salsa Schlein

Verrebbe quasi da dire ‘chapeau’. Dopo le affermazioni – ovviamente del tutto legittime e anche coerenti -, le riflessioni, le azioni, le proposte e gli annunci politici e culturali della segretaria del Pd Elly Schlein, fare i “popolari’ in quel partito è un esercizio che richiede grandi doti di intelligenza. O meglio, un vero e proprio talento di adattamento, di tatticismo, di curvature e di silenzi che solo menti eccelse possono permettersi. E, al riguardo, la ‘fantasia creativa’ di un Delrio e di chi si riconosce nella sua corrente può essere di grande insegnamento. Perchè, lo ripeto, rivendicare la propria specificità culturale, valoriale, politica e forse anche etica – di matrice cattolico democratico, popolare e sociale beninteso – in un partito con una chiara, netta e definita identità radicale, libertaria, massimalista ed estremista ci vuole veramente un “coraggio da leoni”, come si suol dire. Oppure, e molto più semplicemente, per citare una vecchia e sempre attuale battuta di Carlo Donat-Cattin, “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Ora, quasi tutti sanno le vere ragioni – molto più pratiche ed umane per dirla con nobiltà e buona educazione… – che fanno restare gli ex popolari in un partito come quello diretto da Elly Schlein. Che, comunque sia e per non essere equivocati, si tratta di una guida e di una linea politica e culturale frutto di un libero e democratico esito popolare culminato con le primarie di qualche mese fa. Ma quello che incuriosisce sempre di più, almeno per chi continua a credere che i valori, i principi, la cultura e la prassi del popolarismo di ispirazione cristiana conservano una straordinaria attualità anche nella fase politica contemporanea, è come si possa esaltare da un lato quella storica cultura politica e poi, dall’altro, annacquarla in un soggetto politico che persegue, ripeto del tutto legittimamente, una prospettiva politica e culturale non dico lontana ma forse addirittura alternativa rispetto a tutto ciò che ispira quella cultura politica. 

Del resto, è appena sufficiente ascoltare con un minimo di attenzione ciò che dice concretamente – almeno quando si capisce il contenuto – la segretaria del Pd Schlein per rendersi conto di questa idiosincrasia. E, al riguardo, e lo dico con il massimo rispetto di tutte le opinioni, ciò che ha detto la Schlein alla recente manifestazione del Gay Pride di Roma non è che l’ennesima conferma.

Ora, al di là di tutte le opinioni e di tutto ciò che accompagna, e giustifica, il posizionamento all’interno di singoli partiti, un dato è sufficientemente chiaro. E forse anche oggettivo, anche se su questo versante resto prudente. Ovvero, a volte – e forse anche inconsapevolmente – un patrimonio culturale, una cultura politica, un sistema di principi e un universo valoriale rischiano di essere sacrificati sull’altare di qualche convenienza personale o di gruppo o di corrente o di schieramento. A volte, cioè, non ci si rende conto che conciliare l’inconciliabile è più dannoso della semplice indifferenza o dello stesso disimpegno, seppur auspicabilmente momentaneo o temporaneo. Perchè, sempre a volte, pretendere di essere i veri depositari di una cultura politica e di un filone di pensiero e poi ricondurlo in un contenitore radicalmente estraneo ed esterno a quella cultura politica e a quel filone di pensiero, si corre solo il rischio di ridicolizzare quel patrimonio e di renderlo, di conseguenza, del tutto ininfluente se non addirittura strutturalmente e platealmente inutile.

Ecco perchè anche la ‘fantasia creativa’ dei Delrio di turno forse sarebbe opportuno impiegarla altrove. Ed ecco perchè tocca a tutti coloro che continuano a credere nei valori e nei principi del popolarismo di ispirazione cristiana, possibilmente con maggior coerenza e lungimiranza culturale e politica, far sì che quel patrimonio e quel filone di pensiero non debbano essere ulteriormente ridicolizzati nel dibattito politico contemporaneo.

Codice degli appalti o codice per non fare appalti?

Tra poche settimane diventerà operativo il nuovo codice degli appalti, noto come codice Salvini, che modificherà sostanzialmente le modalità degli affidamenti dei lavori e delle forniture da parte delle amministrazioni pubbliche.Le norme creeranno preoccupazione e timori negli amministratori pubblici. Con il nuovo codice il governo ha scaricato sulle amministrazioni responsabilità nuove per gli affidamenti senza appalti.

Finora gli affidamenti sono avvenuti attraverso appalti per garantire la concorrenza tra diverse offerte delle imprese al fine di consentire alle amministrazioni pubbliche di scegliere l’offerta ritenuta comparativamente migliore. La procedura delle gare d’appalto è una procedura dettagliata che ha lo scopo di garantire pubblicità, massima concorrenza, necessaria trasparenza e imparzialità dell’amministrazione pubblica. In sostanza finora non è consentito alle amministrazioni pubbliche, tranne qualche eccezione introdotta durante l’emergenza pandemica, scegliere direttamente l’esecutore di un’opera o il fornitore di un servizio. 

Dal primo luglio questo impianto amministrativo di garanzia andrà in soffitta e prenderà il via, attraverso il nuovo codice, “una rivoluzione infrastrutturale, economica e sociale che – assicura il Ministro Salvini – porterà l’Italia a vivere il boom economico che hanno vissuto i nostri genitori”. Ecco la ricetta miracolosa del Ministro: meno appalti pubblici e più affidamenti diretti senza gara pubblica. Possibile? Sì, lo prevede l’articolo 50 del codice, che dovrebbe essere correttamente definito “codice per non fare gli appalti”, anziché codice degli appalti:

  • affidamento diretto fino a 150.000 euro
  • procedura negoziata senza bando, previa consultazione di 5 operatori economici, per lavori d’importo compreso fra 150.000 e 1.000.000 di euro
  • procedura negoziata senza bando, previa consultazione di 10 operatori economici, per lavori d’importo fra 1.000.000 e 5.382.000

Sono condivisibili le preoccupazioni dell’ANAC, Autorità Nazionale Anticorruzione: “soglie troppo elevate per gli affidamenti diretti e le procedure negoziate rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”.

Per questi motivi ritengo che le nuove modalità di affidamento senza gara creeranno preoccupazione e timori negli amministratori pubblici, e nelle strutture amministrative, perché la scelta per un affidamento diretto rischia di essere ritenuta arbitraria, così come l’individuazione dei 5 o 10 operatori per fare una procedura negoziata. Proviamo a immaginare che cosa potrebbe succedere in quei Consigli Comunali dove l’affidatario di un lavoro viene ritenuto, anche a torto, amichevolmente o politicamente vicino al Sindaco, o all’assessore ai lavori pubblici o al funzionario dell’assessorato: interrogazioni, ordini del giorno, accuse e molto probabilmente esposti alla magistratura. 

I tempi lunghi per la realizzazione delle opere pubbliche non sono determinati dalle procedure delle gare d’appalto, necessarie per favorire la concorrenza, ma da altri fattori. Nel 2019 la Banca d’Italia, utilizzando dati dell’Agenzia per la coesione territoriale, constatò che la fase di gara di appalto pesa solo per il 12% sull’intero processo e che i tempi  lunghi sono dovuti invece alla progettazione, alle lungaggini burocratiche, alle incertezze negli iter autorizzativi (spesso in capo agli organi periferici dello Stato) e ai ritardi, da parte del governo, nella concreta assegnazione delle risorse per progetti già oggetto di accordi di programma finanziati e approvati dai ministeri. 

A questi problemi reali il governo non ha dato concrete e immediate soluzioni, neppure in prospettiva. Ha preferito ridurre drasticamente le gare d’appalto e basta. Non ha neppure varato un piano per la qualificazione delle stazioni appaltanti, anche se è dimostrato che nei Comuni dove esiste un attrezzato e qualificato ufficio appalti, la durata delle fasi di affidamento e di esecuzione delle opere si riduce drasticamente. Non ha censito le professionalità esistenti nel nostro Paese in materia di contratti nelle amministrazioni pubbliche per supportare nell’immediato le diverse stazioni appaltanti. Non ha definito un piano per concentrare le 26.500 stazioni appaltanti, ad esempio in capo alle Province e alle Città metropolitane, per garantire specializzazione e competenze alle amministrazioni che non le hanno. Non ha neppure predisposto un piano di assunzione di personale per rafforzare le competenze tecnico-amministrative nella pubblica amministrazione che negli anni si sono ridotte.

Con il nuovo codice il governo ha scaricato sulle amministrazioni pubbliche responsabilità nuove per gli affidamenti senza appalti. Sindaci, presidenti di Province, Regioni, Direttori generali di ASL, etc. d’ora in poi sono obbligati dalla ‘rivoluzione’ Salvini a non fare gare d’appalto fino a un importo di 5.832.000. E chi tra di loro ha dubbi e timori cosa può fare per tutelarsi? Se fossi Sindaco non avrei dubbi nel chiedere direttamente al Ministero dei lavori pubblici il nome di una impresa a cui affidare una fornitura. Oppure non rispetterei il codice e avvierei una gara d’appalto che il Ministro bloccherebbe ‘censurando’ il mio comportamento perché illegittimo e quindi sarei denunciato, non so dove e a chi, per la gara d’appalto.  

Conclusione amara: non avrei mai immaginato che un giorno il governo avrebbe costretto gli amministratori pubblici a fare affidamenti senza gare  d’appalto calpestando così alcuni principi fondamentali della pubblica amministrazione quali la trasparenza e la concorrenza!

RaiNews | Cosa ha rappresentato il settimanale Settegiorni? Intervista a Guasco.

Riportiamo di seguito il testo centrale dell’intervista curata da Pierluigi Mele (RaiNews) allo storico Alberto Guasco, uno dei relatori del convegno odierno.

[…]

Sono passati più di cinquant’anni da quel lontano 18 giugno del 1967 quando uscì un settimanale, “Settegiorni” appunto, davvero unico nel panorama del giornalismo politico italiano. Cosa rendeva unico il settimanale?

Direi la sua capacità di porsi in maniera del tutto originale nella grande temperie politica e culturale (come pure ecclesiale) che l’Italia attraversa tra il 1967 e il 1974. Ovvero, muovendosi su una linea di frontiera più culturale che politica e più politica che di corrente e – negli anni della ricezione del Concilio – facendo coabitare cattolici senza partito, cattolici irregolari, socialisti cattolici, cattolici comunisti, non cattolici e chi più ne ha più ne metta.

 

Come nasce l’idea di “Settegiorni”? Da chi è partita l’idea? Puoi darci qualche “retroscena”?

 

Come si dice in questi casi, la “pistola fumante” è difficile da trovare. Mi pare però che ci siano ben pochi dubbi sul fatto che l’idea del settimanale maturi da un lato dall’intelligenza politico-culturale di Carlo Donat Cattin e degli ambienti a lui più vicini, dall’altro dalla loro capacità di scorgere quelli che pochi anni prima Giovanni XXIII aveva definito i “segni dei tempi”. In termini spicci: di leggere culturalmente i mutamenti sociali degli anni Sessanta e Settanta e di fornire loro una interpretazione politica.

 

Quali sono le ragioni sociali che sono alla base della nascita di “Settegiorni”?

 

Quelle legate ai grandi mutamenti che il nostro paese attraversa tra il 1967 e il 1974: in primo luogo, la contestazione studentesca e il protagonismo operaio; ma anche – essendo tempo di post-Concilio – la crisi dei rapporti tra identità politica e ragioni della fede. Poi ci sono tutti gli altri fenomeni in cui è “immersa” la parabola di “Settegiorni”: i mutamenti economici dei primi anni Settanta (la fine del regime dei cambi fissi dollaro-oro; lo shock petrolifero, l’avvio di robotica e computeristica); quelli relativi al mondo del lavoro e al sindacato; ancora, dei diritti collettivi e dei mutamenti, diciamo così, di costume.

 

Il settimanale è stata una palestra per una generazione di giovani, democristiani e non, che successivamente hanno fatto un percorso significativo nel giornalismo e nella politica . Ma non c’erano solo giovani, c’erano anche prestigiosi collaboratori. Puoi ricordarci qualche nome significativo?

 

Lidia Menapace, Alberto Papuzzi, David Maria Turoldo, Luigi Accattoli, e moltissimi altri. Tra tutti questi, ne ricordo solo tre. In primis Walter Tobagi, che per “Settegiorni” firma una ventina di articoli, perché questa pagina della sua biografia non è molto ricordata. In secondo luogo Sandro Magister: scorrendo le sue biografie online sembra non aver avuto una vita prima del 1974 e de “L’Espresso”, ma per “Settegiorni” firma oltre 300 articoli. In terzo luogo Adriana Zarri, lei pure autrice di oltre 300 articoli, in larga parte editi nella sezione “Religioni”.

 

La direzione e la redazione di “Settegiorni” era in via della colonna Antonina, a Roma, sede della corrente DC di Forze Nuove.. Questo non ha mai limitato l’autonomia di analisi politica e culturale della rivista. Ed è lo stesso leader della sinistra sociale dc, Carlo Donat-Cattin , a ricordare questa caratteristica, qualche anno dopo, in una intervista: “La vita di Settegiorni – affermava Donat-Cattin- fu sempre autonoma rispetto al gruppo di Forze Nuove. Sviluppò una linea che sembrò voler stabilire tra il pensiero di Aldo Moro (…) e il pensiero di Franco Rodano e dei suoi amici, provenienti dal partito della sinistra cristiana e poi inseriti nel PCI”. Insomma moroteismo, integrato dai contenuti duella sinistra sociale, e rodanismo agirono da propulsori 

 

“ideologici” tale da consentire alla rivista di esercitare una egemonia culturale e politica in quel periodo. Si può dire che la rivista anticipò la strategia morotea dell’attenzione al PCI?


Forse, più che anticiparla, la accompagnò, le viaggiò parallela, contribuì da un punto di vista culturale a preparare il terreno che lo stesso Aldo Moro – al quale Donat Cattin riconosceva un’intelligenza politica superiore – avrebbe tentato di dissodare in quegli anni e in quelli successivi. In una parola, a Donat Cattin e a Forza Nuove l’asse con lo statista pugliese appare la via più opportuna per contrastare i ritorni di fiamma per la vecchia formula centrista e per assecondare – talora con formule inclini alla lotta di classe – lo spostamento a sinistra del baricentro del paese.

 

Torniamo alla battaglia politica del settimanale. La rivista si battè contro la “doroteizzazione” della DC. Qual era l’idea della DC che aveva il settimanale?

 

Verso la Democrazia Cristiana l’atteggiamento è, diciamo così, critico-possibilista; critico poiché il grande tema sotteso alle cronache dell’attualità è quello della fine del collateralismo e delle vie che si aprono ai cattolici; di più, critico verso i dorotei, definiti senza mezzi termini “estremisti della moderazione, uomini che vogliono far tornare il paese ai tempi ormai tramontati del centrismo se non più a destra; e possibilista, anzi favorevole, al progetto del tutto differente tessuto da Moro, non a caso ritenuto un’incarnazione della “politica che pensa”.

 

Il settimanale era piuttosto contrario ad un secondo partito cattolico, perché?

 

Sfumerei. Almeno per un momento, Donat Cattin intravede l’eventualità di portare la sua sinistra sociale fuori dalla Dc e di fondare un nuovo soggetto politico a sinistra dello scudo crociato, grazie all’incontro con ciò che va elaborando prima dentro e poi fuori dalle Acli Livio Labor, l’ala lombardiana del Psi e con la sinistra cristiana del Pci. “Settegiorni” si muove lungo questa linea di frontiera, oscillando tra la convinzione che la Dc abbia ancora un ruolo e quella che l’unità politica dei cattolici sia finita.

 

Un settimanale così robusto sul piano politico culturale, con grande attenzione anche alla politica internazionale, com’era visto dal mondo della grande stampa laica?

 

A questa domanda proprio non saprei rispondere. Forse bisognerebbe distinguere a quale stampa laica ci si riferisce e a quale tema specifico.

 

Com’era vista dal Vaticano la rivista?

 

Anche il termine “Vaticano” è molto flessibile. Diciamo così, gli uomini che guidano la rivista – il direttore Ruggero Orfei e il condirettore Piero Pratesi sono cattolici “irregolari” che hanno avuto qualche problemino con la Cei, anzi con la stampa legata alla Cei hanno avuto qualche problemino – non sono profili del tutto malleabili e tranquillizzanti. E le loro posizioni come quelle di quasi tutti i redattori del giornale appartengono più al campo di coloro che ritengono il Concilio “tradito” che alla linea progressivamente sempre più moderata imposta da Paolo VI allo sviluppo conciliare. Come tali, diventano particolarmente problematiche quando si tratta di valutare documenti magisteriali come Humanae vitae, o di prendere posizione in merito al divorzio. 

 

La rivista cessa le pubblicazioni nel luglio del 1974, dopo il Referendum sul divorzio. Una chiusura che renderà più povera la battaglia politica dei cattolici democratici italiani. Quali furono le ragioni profonde della chiusura?

 

La fine dell’esperienza di “Settegiorni” avviene sì all’indomani del Referendum sul divorzio del 1974. Esperienza terribile che mette in gioco cosucce come la comunione ecclesiale, la valenza sacramentale e civile del matrimonio, la libertà di coscienza dei cattolici e l’impalcatura d’una repubblica costruita, fin dai tempi dell’asse De Gasperi-Montini, sull’unità politica dei cattolici. Ma il motivo della chiusura non sono le posizioni della rivista generalmente favorevoli al “No”. Certo, c’è un bilancio in rosso. Ma più ancora, l’opzione politica per la quale “Settegiorni” ha lavorato si è esaurita. L’idea di formare un altro partito a sinistra della Dc naufraga sullo scoglio delle elezioni del 1972. Dalle quali, invece, esce rafforzato il Msi, che raddoppia i consensi salendo dal 4,5% all’8,5%).  E a seguito delle quali il governo – con il Psi che esce e il Pli che entra – si sposta a destra. Non c’è più spazio per il progetto di “Settegiorni”.

 

Per saperne di più

https://www.rainews.it/articoli/2023/06/settegiorni-una-rivista-di-frontiera-intervista-ad-alberto-guasco–200fc94b-c0dc-4ca8-8e12-4ce2304d0a1d.html

Bodrato ci diceva di andare avanti, “cammin facendo troverete la strada”.

Per molti di noi, provenienti da varie parti d’Italia, che siamo qui a rendergli l’ultimo saluto, Guido è stato ben più che un amico, è stato un maestro. La nostra era una specie di corrente all’interno della Dc, ma non in senso stretto. Il suo capo, infatti, non era uomo di potere, non proteggeva, non garantiva posti e candidature, era un uomo di pensiero. Il suo potere coincideva con la forza e la profondità del suo pensiero, e questo ci bastava, anzi ci seduceva.

In genere non replicava semplicemente il pensiero di altri leaders e maestri, preferiva i pensieri non pensati prima, e ciò intrigava molto anche i suoi interlocutori, dentro e fuori il partito. Zaccagnini non sarebbe stato ciò che è stato senza Bodrato. Martinazzoli pure. E anche De Mita. Le sue interlocuzioni con loro aprivano sempre squarci nuovi di possibilità, prospettive nuove, spesso decisive a risolvere nodi anche complessi. Questa, infatti, un’altra delle sue caratteristiche: mettere a disposizione le sue riflessioni, le sue letture della storia, perché diventassero patrimonio comune.

Bodrato ha sempre detestato piccinerie, maldicenze, personalismi, insomma la mediocrità della politica. Non rifuggiva le battaglie, purchè non fossero finalizzate a conquistare centimetriquadrati di spazio di potere, ma a perseguire orizzonti politici larghi e lunghi. Più giustizia sociale, più uguaglianza, più futuro: questo il senso della politica appreso dai suoi storici riferimenti, ripetutamente evocati anche negli ultimi tempi, Carlo Donat Cattin, Aldo Moro e padre Michele Pellegrino. Tra i colleghi parlamentari gli era cara la consuetudine di relazioni e pensieri con Sergio Mattarella.

Non si stancava di ripetere che il compito dei cattolici in politica doveva essere ambizioso e non ristretto, l’ambizione di cambiare la storia, anzi, di fare storia e mobilitare il popolo, così come seppero fare i cattolici all’Assemblea Costituente e nelle prime legislature della vita della Repubblica. Ancora nei suoi ultimi giorni di vita, attraverso i social che aveva imparato a padroneggiare,  ci esortava a guardare la profondità dei problemi della nostra democrazia, per poterli curare e risolvere, perché i cattolici nella storia del Paese sono stati rilevanti quando si sono cimentati con le grandi sfide. Con Moro sottolineava che i cattolici avrebbero dovuto stare dentro sempre le situazioni nuove, anziché restare incagliati in quelle ormai superate.

Osservava in modo severo il presente della politica: “senza popolo e senza partiti non c’è né politica né tantomeno democrazia”. Meno di due mesi fa, se n’era andata in Cielo Irma, la compagna insostituibile della sua vita. “Siamo sempre stati una cosa sola, Irma era dentro la mia vita e ai miei pensieri, sempre condivisi. E viceversa”. 

Non c’è dubbio che da quel giorno anche i suoi pensieri non avrebbero potuto più essere gli stessi. Non solo per la solitudine dei suoi novant’anni, pur confortati dall’affetto preziosissimo di figli e nipoti, ma la fusione spirituale e sentimentale con la sua sposa era evidentemente e naturalmente altra cosa. Adesso c’era stata l’amputazione di una metà di ciò che fino al giorno precedente era “una cosa sola”. E così ha deciso di lasciarsi ricongiungere con ciò che gli era venuta a mancare.

Dopo Marini, De Mita, Bianco, la partenza di Guido oggi chiude anche plasticamente un ciclo della storia della Repubblica. Si chiude un ciclo storico, ma sbaglieremmo se pensassimo che non ci sono più spazi e aspettative per l’impegno politico dei cattolici. 

Il ritorno della guerra nel nostro continente, la crisi climatica e ambientale, su entrambe le quali ogni giorno papa Francesco richiama la responsabilità della politica, le minacce che si annunciano sul futuro dell’Europa e la conservazione delle sue radici solidaristiche e umanitarie, i nuovi equilibri di potere che si stanno organizzando nel mondo, le domande stesse di spiritualità e nuovo umanesimo che interrogano la politica e la vita delle nostre società, ci interpellano, se possibile, ancora più di prima.  Ma cosa facciamo, da dove ripartiamo, con quali strumenti? “Andate avanti, cammin facendo troverete la strada”, fu la sua risposta nell’ultima telefonata.

Berlusconi in sé ma anche Berlusconi in me

Parafrasando una felice battuta di Giorgio Gaber, questo breve contributo non vuole essere tanto un articolo sul Cavaliere (di cui in queste ore abbondano i ricordi e i commenti di ogni tipo) ma su quello che ha rappresentato agli occhi della generazione di chi scrive: cioè di chi, nel 1994, aveva dieci anni. 

Gli adulti di allora, presi dalla fine traumatica della Repubblica dei partiti, “non lo avevano visto arrivare”. Oggi è un’espressione di gran moda epperò, a pensarci bene, di scarso significato politico. I bambini di allora ricordano – più o meno lucidamente – la “discesa in campo” e ciò che ne è seguito. C’è stato un prima e un dopo, per tutti. Prima a contare erano i partiti: le battaglie politiche erano sul terreno delle idee e le leadership erano perlopiù plurali. Il dopo è il partito gestito come un’azienda, le sezioni sostituite dai Club, i candidati scelti tra i ranghi Mediaset, all’insegna del ghe pensi mi.

Per un ragazzo del 1994, era impossibile discutere – di qualsiasi argomento – senza considerare la sua presenza totalizzante nella vita pubblica: dal calcio (il Milan degli Invincibili) alle televisioni private (“torna a casa in tutta fretta, c’è il Biscione che ti aspetta”), dalla stampa all’imprenditoria, ottenendo risultati che pochi altri possono vantare in Italia. Certo ha avuto anche le sue debolezze, i guai giudiziari, la salute talvolta malferma (a dispetto dell’immagine pubblica da “superman”).

Il primo atto politico del Cavaliere arriva nel novembre 1993 quando dichiara – a sorpresa – che se fosse stato residente a Roma avrebbe votato alle amministrative Gianfranco Fini (allora segretario del Msi). Fino a quel momento nessuno si era impegnato pubblicamente a favore del candidato di un partito che non rientrava nel cosiddetto “arco costituzionale”. E certo non poteva immaginare che, trent’anni dopo, la leadership del “suo” centro destra e del governo sarebbero stati conquistati da un’erede di quello stesso partito.

Come ha scritto il nostro direttore Lucio D’Ubaldo, Berlusconi “lascia un’eredità complessa”: anzitutto, non ci sono eredi politici. Poi Forza Italia – al di là delle intenzioni del fondatore – non è (né poteva essere) un partito “di sistema” che poteva tenere insieme forze eterogenee, se non per convenienze elettorali. Chi scrive ricorda le accese discussioni, tra i cattolici delle “due sponde”: di qua Bianco e Marini, di là Buttiglione e Casini. Una frattura trentennale, che non è destinata a sanarsi in futuro.

Come saggiamente concludeva ieri sul nostro blog  Francesco Provinciali, sarà la Storia a giudicare la persona, il politico, l’imprenditore e a “chiarire i passi del suo transito terreno”. A noi resta solo il silenzio: tutti zitti (e buoni?!).

Il Cavaliere le donne e l’arme.

Berlusconi è morto. Con lui se ne va l’immagine di un costume morale, culturale e sociale che ci ha contraddistinto per quattro decenni. In questa dimensione agiva anche il modo di pensare alla donna, un modo che univa il “cerimonioso” di fine anni ’50, la sua epoca di gioventù, al satiro gaudente degli anni ’80.

Questa visione sociale e morale, che abbiamo definito nel tempo disinibita, era destinata a finire inesorabilmente come tutti i costumi sociali che caratterizzano un’epoca, non lasciando un patrimonio culturale da trasmettere alle nuove generazioni. Prima che Forza Italia iniziasse il suo declino, si diceva che la macchina elettorale impegnata a tenere in vita il partito-persona fosse appannaggio delle donne sue coetanee –  e di quelle poco più grandi abituate a quella “gentilezza affettata” dell’uomo con i soldi e le maniere simil cortesi. Simil cortesi perché di fatto di bon ton ed educazione Berlusconi aveva lasciato molto a desiderare nel tempo.

E poi vi erano tutte le altre donne, come mia madre che di anni ne ha 94, che di quei modi e di quel “trattare le donne” avevano serbato un odio viscerale, quasi un moto repentino di fastidio profondo che faceva cambiare il canale TV alla prima apparizione, accompagnando il gesto con commenti non lusinghieri, anche nei confronti delle donne che lo accompagnavano (la solidarietà femminile è un percorso ancora oggi accidentato).

Cosi avremo signore e signorine che giustamente ne piangeranno la scomparsa poiché egli aveva la capacità naturale, attraverso il sottile gigioneggiare, di far sentire le persone un unicum a dispetto di qualsiasi realtà avversa. Adulazione, viene detta, ed è ciò che alimenta l’io egoistico presente in ciascuno di noi, fino a confondere l’immaginazione con la realtà, trasformandoci in narcisi (ovvero in cigni quando siamo sgraziati anatroccoli). E in tutti i settori toccati dal berlusconismo questo si è poi verificato, e cioè un ribaltamento delle aspettative: basti pensare a quell’Italia sognata nel 1994 e mai più realizzata (per ingratitudine di molti, dirà Berlusconi).

Ma Berlusconi non ha avuto soltanto estimatrici e  detrattrici, ognuna delle quali con i propri stendardi, ma anche donne che potremmo definire indifferenti, via via più numerose con la crescita dell’astensionismo; donne che non necessariamente si sono voltate dall’altra parte, bensì, più semplicemente, hanno disertato la competizione non per ignavia, ma appunto per indifferenza, trovando il costume sociale e morale del berlusconismo privo di valori per esse riconoscibili, e pertanto di scarso interesse.

A costoro appartengo anche io che per comprendere cosa fosse il fenomeno Berlusconi decisi, come molte invero, di vedere da vicino il governo del 1994, dopo aver visto da vicino il governo Craxi. Ne trovai similitudini e distanze abissali, ma direi in generale che i berluscones mancavano di bon ton, come direbbe Lina Sotis. ma anche di scarsa cura per gli interessi collettivi del Paese (sensibilità istituzionale) quando non coincidenti con gli interessi propri. 

Quella lunga crepa della visione della donna da angelo del focolare a oggetto del desiderio privo di personalità (vuoto simulacro di cui vedi solo il corpo) inizia in quegli anni. Sono trascorsi i decenni, il sogno dell’Italia Felix – Paese prospero e dinamico – si è infranto inesorabilmente contro le austerità europee e gli effetti collaterali della globalizzazione. Le donne sono diventate il ”soggetto fragile” della società, compresse tra la violenza di un fenomeno feroce come quello del femminicidio e l’apartheid, in ultima istanza,  della differenza di genere.

I premi Nobel hanno firmato in piazza San Pietro la Dichiarazione sulla fraternità umana

«Siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni, ma siamo fratelli e vogliamo vivere in pace» (Papa Francesco).

Ogni uomo è mio fratello, ogni donna è mia sorella, sempre. Vogliamo vivere insieme, da fratelli e sorelle, nel Giardino che è la Terra. È il Giardino della fraternità la condizione della vita per tutti.

Siamo testimoni di come in ogni angolo del mondo l’armonia perduta rifiorisce quando la dignità è rispettata, le lacrime vengono asciugate, il lavoro è remunerato equamente, l’istruzione è garantita, la salute è curata, la diversità è apprezzata, la natura è risanata, la giustizia è onorata e le comunità abbracciano solitudine e paure.

Insieme scegliamo di vivere le nostre relazioni basate sulla fraternità, che è alimentata dal dialogo e dal perdono, che «non implica il dimenticare» (ft, n. 250), ma il rinunciare «ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva» (ft, n. 251) di cui tutti soffriamo le conseguenze.

Uniti a Papa Francesco vogliamo ribadire che «la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente» (ft, n. 244). Questo nel contesto dell’architettura dei diritti umani.

Lo vogliamo gridare al mondo nel nome della fraternità: Non più la guerra! È la pace, la giustizia, l’uguaglianza a guidare il destino di tutta l’umanità. No alla paura, alla violenza sessuale e domestica! Cessino i conflitti armati. Diciamo basta alle armi nucleari e alle mine antiuomo. Mai più migrazioni forzate, pulizia etnica, dittature, corruzione e schiavitù. Fermiamo l’uso manipolativo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, anteponiamo e fecondiamo di fraternità lo sviluppo tecnologico.

Incoraggiamo i Paesi a promuovere sforzi congiunti per creare società di pace, come ad esempio, l’istituzione di un Ministero per la pace.

Ci impegniamo a bonificare la terra macchiata dal sangue della violenza e dell’odio, dalle disuguaglianze sociali e dalla corruzione del cuore. All’odio rispondiamo con l’amore.

La compassione, la condivisione, la gratuità, la sobrietà e la responsabilità sono per noi le scelte che nutrono la fraternità personale, quella del cuore.

Far crescere il seme della fraternità spirituale inizia da noi. Basta piantare un piccolo seme al giorno nei nostri mondi relazionali: la propria casa, il quartiere, la scuola, il luogo di lavoro, la piazza e le istituzioni in cui si prendono le decisioni.

Crediamo anche nella fraternità sociale che riconosce uguale dignità per tutti, alimenta l’amicizia e l’appartenenza, promuove l’educazione, le pari opportunità, condizioni di lavoro dignitose e la giustizia sociale, l’accoglienza, la solidarietà e la cooperazione, l’economia sociale solidale e una giusta transizione ecologica, una agricoltura sostenibile che garantisca l’accesso al cibo per tutti, per promuovere relazioni armoniose, radicate nel rispetto reciproco e nella cura del benessere per tutti.

In questo orizzonte è possibile sviluppare azioni di prossimità e leggi umane, perché «la fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (ft, n. 103).

Insieme vogliamo costruire una fraternità ambientale, fare pace con la natura riconoscendo che “tutto è in relazione”: il destino del mondo, la cura del creato, l’armonia della natura e stili di vita sostenibili.

Desideriamo edificare il futuro sulle note del Cantico delle Creature di san Francesco, il canto della Vita senza fine. La trama della fraternità universale tesse l’ordito delle strofe del Cantico: tutto è in relazione e nella relazione con tutto e con tutti è la Vita.

Pertanto noi, riuniti in occasione del primo Incontro Mondiale della Fraternità Umana, rivolgiamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà il nostro appello alla fraternità. I nostri figli, il nostro futuro possono prosperare soltanto in un mondo di pace, giustizia ed uguaglianza, a beneficio dell’unica famiglia umana: solo la fraternità crea umanità.

Sta alla nostra libertà volere la fraternità e costruirla insieme in unità. Sottoscrivi insieme a noi questo appello per abbracciare questo sogno e trasformarlo in prassi quotidiane, affinché giunga alle menti e ai cuori di tutti i governanti e a chi, ad ogni livello, ha una piccola o grande responsabilità civica.

Adesso il silenzio onori la scomparsa di Silvio Berlusconi

È morto Silvio Berlusconi. Oggi 12 giugno, alle 9.30, il leader di FI se n’è andato dopo essere stato ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano. I valori di Silvio Berlusconi, ricoverato da venerdì scorso per accertamenti legati alla leucemia mielomonocitica cronica di cui soffriva da tempo, non accennavano a migliorare. Poi il precipitare della situazione sino al decesso.

Nonostante le cure assidue e competenti la malattia ha avuto il sopravvento, il fisico era sofferente anche se Berlusconi è stato lucido, combattivo, determinato, partecipe alla vita politica del suo partito e del Paese fino all’ultimo: da qualunque posizione si osservi la sua lunga vicenda umana si può tuttavia affermare con certezza che nessuno come lui ha saputo essere riferimento indiscusso per l’Italia a livello nazionale e internazionale dopo la fine della cd. “Prima Repubblica”, dalla discesa in campo del 1994 fino a ieri.

Ha vissuto una vita piena, amato e criticato, forse qualcuno è arrivato a provare sentimenti di odio personale nei suoi confronti e di indifferenza per la sua fine. Dobbiamo aspettarci commenti di ogni tipo, l’umanità attende sempre impietosa al varco per giudicare il prossimo, specie se si tratta di personalità che hanno lasciato un segno indelebile della loro presenza. Non dimentico le parole di Silvia Tortora: “L’invidia è il motore del mondo”… né quelle di Alda Merini raccolte al suo capezzale: “se la gente si accorge che vali ti divora come un implume”.

Non si può confondere il dissenso politico, anche profondo, alternativo con l’animosità di chi lo ha criticato duramente, non si può giustificare la meschinità di chi ha persino fatto fortuna combattendolo, senza esser stato degno di allacciargli i calzari. Ha saturato un’era con la sua presenza, era imprescindibile argomentare di politica senza tenere in considerazione la sua forte personalità, la sua vita piena: dal calcio alle televisioni, dalla stampa all’imprenditoria, dalla fondazione e rifondazione del suo movimento politico – da subito Forza Italia, poi Popolo delle libertà e infine ancora Forza Italia – nessuno ha riassunto in sé come lui doti eccezionali di intraprendenza, concretezza, visione, ottenendo risultati che nessun altro ha realizzato.

Si chiude un’epoca, con la sua scomparsa. Credo che non ci sia stato giorno in cui stampa e TV non si siano occupati della sua vicenda esistenziale, spesso con giudizi prevenuti e fondamentalmente cattivi. La vita – quella di ciascuno di noi – è costituita da fattori oggettivi e da soggettività personali. È stato la fortuna di chi lo ha esaltato e pure di chi lo ha vituperato, prendendolo a bersaglio di strali polemici e di veleni. La sua lunga vicenda giudiziaria è diventata una sorta di polarizzazione: da una parte lui, dall’altra la magistratura. E questa è una storia che deve restare chiusa nelle aule dei tribunali, nei verbali e nelle sentenze scritte: sono quest’ultime che chiudono sempre le partite giudiziarie.

Sono convinto che fosse un uomo generoso, sempre positivo, sorridente, ottimista e che molti debbano la propria ascesa politica più alla sua fiducia che ai propri meriti, che molti grazie a lui abbiano avuto il lavoro, la casa, una vita di rassicuranti certezze esistenziali. E questo non è da tutti: si sentono molte ciance dalla politica ma si toccano con mano pochi fatti. In mezzo a tanto grigiore e alla spocchia dei sofismi salottieri si distingueva per dinamismo e voglia di fare.

Come tutti i grandi protagonisti ha avuto meriti e ha commesso errori: nessuno è titolato a giudicare perché anche chi lo avversava faceva parte della contesa. Sarà la Storia a chiarire i passi del suo transito terreno. Ma adesso l’unico sentimento che deve accomunarci è il rispetto per la persona, il politico, l’imprenditore, lo statista. Tutti zitti per favore: lo accompagnino il silenzio e la preghiera nel suo ultimo viaggio.

La morte di Berlusconi, il cordoglio dei cattolici democratici nelle parole di Prodi e Fioroni.

Appresa la notizia della scomparsa di Berlusconi, l’ex Presidente del Consiglio e leader dell’Ulivo, Romano Prodi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Partecipo al profondo cordoglio per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Lo ricordo come un leader politico che, nel suo lungo e intenso impegno pubblico, ha esercitato una grande influenza nella vita del nostro paese, incidendo non solo sulle Istituzioni, ma anche nella vita di tutti i cittadini”.

“Nel nostro lungo confronto politico – aggiunge – abbiamo rappresentato mondi diversi e contrapposti, ma la nostra rivalità non è mai trascesa in sentimenti di inimicizia sul piano personale, mantenendo il confronto in un ambito di reciproco rispetto. Ho apprezzato il suo sostegno alla causa europeista, soprattutto perché confermato e ribadito in un periodo in cui il nostro comune destino europeo era messo duramente e imprudentemente sotto accusa. Porgo alla sua famiglia e a tutti i suoi cari le mie più profonde condoglianze”.

Di analogo tenore le parole di Giuseppe Fioroni, ex ministro della Pubblica Istruzione nel secondo governo Prodi e leader oggi di “Tempi Nuovi – Popolari Uniti”. Questo il suo commento: “Con Berlusconi è nata un’Italia che vedeva smarrite le ragioni del lungo cammino democratico, dal secondo dopoguerra a Tangentopoli, e chiedeva una risposta di continuità all’insegna tuttavia di un nuovo approccio comunicativo, con la trasformazione dei canoni tradizionali della politica. Ha rappresentato, in questo modo, l’immagine più viva e seduttiva di quella combinazione di fattori per la quale “moderazione e modernità” hanno modellato il profilo del centro-destra di governo”. Fioroni ha poi continuato: “Chi pure ha contrastato negli anni la politica di Berlusconi – e tra questi indubbiamente i cattolici democratici e popolari – non può non riconoscere che l’attenzione ai sentimenti e agli umori dell’Italia profonda ha dato, non a caso, forza e prestigio alla sua leadership. È stato certamente un uomo politico sui generis – va detto con rispetto –  che non hai mai ceduto alla tentazione di fare del potere un mezzo per umiliare gli avversari. Gli si deve il merito di aver trasmesso agli italiani, anche nei momenti più difficili della vita civile ed economica della nazione, il senso dell’ottimismo come arma vincente rispetto allo scoraggiamento o peggio alla rassegnazione”.  In conclusione, l’ex ministro ha voluto esprimere ai famigliari, agli amici personali e di partito le sue più sentite condoglianze. “Non potremo non ricordarci di Silvio Berlusconi, anche noi schierati a lungo nell’altro campo, consci comunque della sovrabbondanza di una eredità complessa”.

Berlusconi, morto il fondatore di forza Italia, Mediaset e del centrodestra

Roma, 12 giu. (askanews) – Quanti appellativi gli sono stati dati. C’è anche chi li ha contati: sono una trentina. Soprannomi affettuosi, come il ‘dottore’, usato dai suoi più stretti collaboratori. Altri meno lusinghieri come il Caimano, così come per anni lo descriveva la sinistra e come lo ha immortalato in un film Nanni Moretti. O anche ‘Sua emittenza’, usato più per sottolineare i suoi interessi privati in affari di Stato che non per riconoscergli il ruolo di fondatore dell’impero Mediaset. E poi ce ne sono tanti altri: Banana, il Cavaliere, lo zio Silvio (come spesso era chiamato tra i giornalisti che lo hanno seguito per molti anni), o Papi, quel nome che rimanda in un attimo alla stagione non esaltante delle ‘cene eleganti’.

Perché Silvio Berlusconi, certamente, è stato molto amato e molto odiato. Tante volte sull’altare, molte volte nella polvere. Guai giudiziari – e un costante rapporto di opposizione frontale con la magistratura – che lo hanno portato persino alla decadenza da senatore della Repubblica.

Quella della sua vita di imprenditore è invece una storia di successo, cominciata nell’edilizia e poi continuata nel mondo della televisione. E poi, una delle sue più grandi passioni, il Milan, di cui diventa presidente nel 1986 e che ha portato nell’Olimpo del calcio mondiale. ‘Sono il presidente di club che ha vinto di più nel mondo’, amava dire. Una storia irripetibile, anche se molti anni dopo ci ha riprovato diventando presidente di quel Monza che, sotto la sua egida, è passato dalla serie B alla serie A.

Ma è nell’ottobre del 1993 che la sua vita prende la svolta che lo porterà a essere quattro volte presidente del Consiglio: la scelta di ‘scendere in campo’ per fermare la ‘gioiosa macchina da guerra’ della sinistra messa in piedi da Achille Occhetto, mentre tutt’intorno ancora giacevano le macerie dei vecchi partiti mandati in frantumi dallo scandalo Tangentopoli. Senza nessuna esperienza politica diretta, ma con alle spalle un impero della comunicazione, mise in piedi Forza Italia come fosse una delle sue aziende, con la stessa logica scelse i suoi compagni in quell’avventura.

Con quel famoso discorso fatto al Paese, con il noto incipit ‘l’Italia è il Paese che amo’, Silvio Berlusconi entrava di prepotenza sulla scena politica portando il suo partito in pochi mesi a vincere le elezioni del 1994 e se stesso sulla poltrona di palazzo Chigi. Certo, guidare un governo non è proprio come gestire un’azienda e certe logiche di quella che poi avrebbe spesso chiamato ‘politica politicante’ in contrasto con il suo essere un ‘uomo del fare’, all’inizio gli furono fatali. Quel governo durò pochissimo, solo sette mesi. A voltargli le spalle fu la Lega di Umberto Bossi, con il quale diventerà invece in futuro fedele amico e alleato. Nelle successive elezioni, quelle del 1996, comincia la rivalità politica con Romano Prodi che diventerà uno dei suoi crucci.Né in quell’occasione, né poi nel 2006, riuscirà mai a batterlo nelle urne. Anche per colpa del Senatùr del Carroccio che decise di correre da solo, nel 1996 Silvio Berlusconi si trovò ad affrontare quella che poi ha sempre chiamato la sua lunga ‘traversata nel deserto’. Dopo cinque anni di governi di centrosinistra, però, nel 2001 il Cavaliere stringe un patto politico con tutti i partiti del centrodestra dando vita alla Casa delle libertà.

Di quella campagna elettorale che da lì ai successivi cinque anni lo porterà a guidare due governi (il Berlusconi bis e ter), rimane nell’immaginario collettivo il famoso ‘Contratto con gli italiani’ siglato in diretta tv dal salotto di Bruno Vespa. Nel 2006, una nuova sfida con Romano Prodi per la presidenza del Consiglio lo vede perdente, ma questa volta a durare poco sarà il governo del Professore. Nel 2008 si torna alle urne e il centrodestra stravince. Ma a quella vittoria, il ‘dottore’ ci arriva dopo aver nuovamente mescolato le carte in tavola. Il 18 novembre 2007, dopo un discorso in piazza San Babila passato alla storia con il nome di ‘Svolta del predellino’, Berlusconi dà vita a un nuovo partito che fonde insieme Forza Italia e Alleanza nazionale in nome di una spinta bipolarista. Comincia allora il suo rapporto di amore e odio con Gianfranco Fini, lo stesso a cui aveva dato la sua benedizione come candidato sindaco di Roma nel 1993 quando ancora valeva la ‘conventio ad excludendum’ nei confronti della destra sociale.

Quel rapporto altalenante sarà una costante dell’ultima esperienza di governo di Berlusconi, vissuta in continuo contrasto con quello che aveva scelto come suo vice ma con il quale il feeling si era presto consumato. Dalla poltrona di presidente della Camera, d’altra parte, Gianfranco Fini contribuì a non rendere la vita facile al Cavaliere fino alla plateale lite durante un appuntamento del partito in cui Berlusconi sbottò con l’alleato e lui gli rispose con l’ormai celebre ‘Che fai, mi cacci?’.

Ma non saranno soltanto i complicati equilibri politici a minare alle basi le sorti del Berlusconi quattro. Scoppia il caso della sua presenza alla festa della diciottenne campana Noemi Letizia, poi l’affaire Ruby, quindi voci di feste e festini, di ‘Bunga bunga’, consumati tra palazzo Grazioli, la residenza romana in cui viveva non essendosi mai voluto trasferire a palazzo Chigi, e la sua villa di Arcore. Lo scandalo lo sovrasta, ne lede irrimediabilmente l’immagine. Tutto questo mentre l’Italia finisce nel mirino della speculazione internazionale, lo spread schizza alle stelle, si parla di un Paese sull’orlo del fallimento. Nel novembre del 2011, mentre la gente scendeva in piazza chiedendo la sua ‘testa’, Silvio Berlusconi fu ‘convinto’ a dimettersi. Dopo di lui arriverà il governo di Mario Monti. Il Cavaliere ha sempre definito tutto ciò che successe in quel periodo come un vero e proprio colpo di Stato. Ma la sua parabola politica non si era ancora conclusa. Con le elezioni del febbraio 2013 verrà eletto per la prima volta a palazzo Madama, uno scranno che sarà costretto a lasciare pochi mesi dopo, il 27 novembre, quando l’aula voterà a favore della decadenza del suo mandato a seguito della condanna in via definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, l’unica del suo travagliato rapporto con la giustizia che lo ha visto imputato più volte, fino all’ultima assoluzione in un filone della vicenda Ruby.

Quella sentenza lo tiene fuori dalle aule parlamentari a lungo, avendolo reso momentaneamente ineleggibile. Nel 2019, però Silvio Berlusconi torna a vincere una elezione, diventando europarlamentare di Forza Italia. La chiusura di quel cerchio, arriva però a compimento nel 2022 con la vittoria del centrodestra alle elezioni Politiche, l’arrivo a palazzo Chigi di Giorgia Meloni, e il suo ritorno proprio a palazzo Madama.

I numeri della sua storia politica sono da record: con 3.340 giorni complessivi (corrispondenti ad oltre nove anni) è il politico che è rimasto in carica più a lungo nel ruolo di presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana, superato in epoche precedenti solo da Benito Mussolini e Giovanni Giolitti, inoltre ha presieduto i due governi più duraturi dalla proclamazione della Repubblica. È stato l’unico leader politico mondiale ad aver presenziato a 3 vertici del G7 come presidente del Paese ospitante (1994 a Napoli, 2001 a Genova e 2009 a L’Aquila). Di quel primato si è spesso vantato, annoverando i suoi buoni rapporti sia con l’America di George W. Bush che con la Russia di Vladimir Putin come una sua ragione di onore. Anzi, ha sempre rivendicato per sé il merito di aver fatto inserire la Russia nel contesto dei Grandi della terra in una ottica che chiamava ‘lo spirito di Pratica di mare’. Rapporti, quelli con Zar Vlad, che non si sono mai interrotti nemmeno nei mesi della guerra in Ucraina e con l’Italia apertamente schierata a fianco di Kiev. Anche molto odiato, si diceva. Politicamente lo è certamente stato, ma dal punto di vista caratteriale anche gli avversari gli hanno sempre riconosciuto un grande savoir faire e la sua capacità di ammaliare. Era celebre per le barzellette che raccontava molto spesso, talvolta anche ripetendo più volte le stesse, sia in pubblico che in privato. Raccontava le sue ‘storielle’ anche in contesti seri, come accadde una volta in cui l’allora ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, portò a palazzo Chigi dei sindacalisti sardi. E alla fine l’esponente della Cgil ammise con candore: ‘Io politicamente sono all’opposto, però è davvero simpatico’.

Talvolta, tuttavia, le sue uscite sono state decisamente fuori contesto: basta pensare al cucù alla Merkel, alle corna nelle foto opportunity con i capi di governo stranieri o all’Obama ‘abbronzato’. Insomma, un gaffeur per chi lo avversava. Un genio per chi lo idolatrava.

E’ rimasto sempre saldamente alla guida di Forza Italia, battezzando di volta in volta potenziali delfini che mai hanno preso il suo posto. Ciononostante, la storia del partito è caratterizzata dall’alternarsi, alla destra del fondatore, di molti personaggi o esponenti politici passati spesso dall’essere ascoltatissimi e potenti al diventare quasi reietti. Persino il fidatissimo Gianni Letta, suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio negli anni a palazzo Chigi, ha avuto alterne fortune. Lo dimostra un episodio su tutti: nei giorni in cui Berlusconi, insieme a Salvini, porta di fatto alla caduta del governo di Mario Draghi, nessuno riesce a parlare con lui per provare a farlo ragionare sulle conseguenze di quella scelta. Non ci riesce Letta, ma per la verità nemmeno il Quirinale. Sono i giorni in cui l’ex premier se ne sta a villa Grande, la ex casa di Zeffirelli eletta a sua nuova residenza romana dopo l’addio a palazzo Grazioli, e in cui diventano sempre più influenti accanto a lui da una parte la senatrice Licia Ronzulli, dall’altra Marta Fascina, la donna che ha preso il posto di Francesca Pascale come sua compagna, che Berlusconi chiama ‘mia moglie’, anche se il matrimonio, che si è tenuto a marzo del 2022, è stato puramente simbolico. La vittoria elettorale del settembre 2022 apre una nuova stagione di rapporti all’interno del centrodestra, con Forza Italia solo terzo partito e Giorgia Meloni leader indiscussa. All’inizio Berlusconi fatica un po’ nel suo ruolo di gregario e le trattative per la formazione del governo portano a momenti di tensione altissima, prima quando Forza Italia decide di non votare Ignazio La Russa presidente del Senato, poi quando la leader di Fratelli d’Italia si oppone all’ipotesi che la fedelissima Ronzulli diventi ministro.

Pochi mesi dopo, però, il quadro cambia nuovamente. Berlusconi, fortemente consigliato da Fascina e con l’accordo della figlia Marina, mette da parte la linea critica nei confronti di Meloni e diventa il più governista dei governisti. Cadono in disgrazia le stesse persone che portava in palmo di mano poco prima: Alessandro Cattaneo viene estromesso da presidente del gruppo alla Camera mentre Licia Ronzulli mantiene quel ruolo in Senato ma perde l’importante guida del coordinamento della Lombardia. E, non a caso, ai tavoli con il governo a rappresentarlo torna Gianni Letta, da sempre il suo uomo del dialogo.

Proposte e alleanze chiare in vista delle elezioni europee

Il capogruppo dei Popolari europei, Manfred Weber, appartenente all’ala destra dei cristiano sociali bavaresi, esce a testa bassa dalle giornate di studio organizzate a Roma con l’intento, neppure troppo velato, di ottenere da Papa Francesco una sorta di benedizione al progetto mirante a saldare il Ppe al partito dei Conservatori e dei Riformisti, presieduto da Giorgia Meloni. Si sa che la Cdu, a cui si affianca nel Parlamento federale tedesco la Csu della Baviera, è molto più cauta su questo punto, giacché vede nella rottura a Strasburgo e Bruxelles dell’asse con socialisti e liberal-democratici un’avventura dai contorni poco chiari. A Roma si è visto come Weber insista nell’operazione, sebbene con effetti per adesso negativi, dal momento che qui trova sponda proprio in Forza Italia, e segnatamente in Antonio Tajani, dato evidentemente l’interesse del mondo berlusconiano a rimettere in discussione gli equilibri all’interno della coalizione oggi alla guida del governo.  

Si dimostra ancora una volta come la dissoluzione della Dc abbia determinato in Europa il superamento della dialettica tra l’anima popolare dei democristiani italiani e la vocazione moderata ed efficientistica dei cristiano democratici tedeschi, spostando il Ppe su posizioni che finiscono per oscurare il contributo e l’apporto della cultura politica originaria. Non si capirebbe il messagggio di Papa Francesco, indirizzato ai parlamentari convenuti a Roma, se non in questa ottica di preoccupazione per l’appannamento dell’ideale democratico di ispirazione cristiana. Weber ne deve tener conto e con lui l’insieme dei Popolari europei.

Ma cosa ha detto il Pontefice? Vale la pena riportare uno stralcio del messaggio: “…a me piace dire che ci vogliono dei «sogni» […] Per affrontare [le] sfide come Europa unita, ci vuole un’ispirazione alta e forte. E voi […] dovreste essere i primi a fare tesoro degli esempi e degli insegnamenti dei padri fondatori di questa Europa”. Parole che vanno meditate, non per farne strumento di reciproche rivendicazioni, a dispetto della necessaria distinzione tra ruolo della Chiesa universale e quello dei cristiani impegnati nella vita democratica. In sostanza, l’appello di Papa Francesco deve costituire l’orizzonte di un sano pluralismo per uomini e donne che vogliano comunque, con la loro autonomia, animare una proposta poltica adeguata ai tempi e alle circostanze.        

Ora, se pensiamo a una ripresa d’iniziativa dell’area cattolico democratica, essendo questa nostra componente la chiave di volta della possibile ricostruzione di un “baricentro” della politica italiana, lo dobbiamo fare con il cuore e la mente orientati al “sogno” di un europeismo vitale e generoso, impegnativo per il mondo intero. Per questo abbiamo bisogno di non disperdere il senso dell’appartenenza a una determinata visione della democrazia e della libertà, specie nel contesto di un’Europa che si vorrebbe, da parte di forze ultra liberiste, trasformare nel fortilizio dei diritti individuali, intesi radicalmente come leva di una società post-umanista. C’è dunque bisogno di coerenza.

Ecco allora che alcune battute polemiche risultano prive di fondamento. Quando il “radicale” Riccardo Magi (Più Europa) ostenta una linea aggressiva verso il tentativo di comporre una lista democratica e solidarista per le europee, aggredendo in questo caso “Tempi Nuovi” a causa del suo essere esigente sul piano programmatico e politico si cade nella confusione delle lingue e nella mancanza di rispetto degli uni verso gli altri. Noi vogliamo proporre un discorso nuovo, ma non confusamente e in modo equivoco. È dunque logico che una lista, per la quale ci disponiamo a dare un apporto significativo, si caratterizzi come luogo di rispecchiamento di ideali convergenti con la nostra ispirazione democratica e cristiana.

Alle volte anche Calenda sembra incline a rimarcare questo tratto di “identitarismo laico”, dando l’impressione che l’alleanza con Più Europa sia uno sbocco inevitabile. Se così fosse, Magi e Calenda facciano la loro strada, sapendo che non sarà la strada che potremo percorrere insieme. A ognuno compete infatti di rivolgersi agli elettori con tutta la chiarezza necessaria, perché il passaggio delle elezioni europee richiede una grande mobilitazione, oggi più di ieri, in nome di un progetto all’altezza delle sfide per l’integrazione e la convivenza civile, che interessano i popoli e le nazioni del Vecchio Continente. 

Il sogno della fraternità interpella la politica

L’ideale della fraternità continua ad essere proposto dalla Chiesa come orizzonte nel quale ricondurre i progetti dei diversi blocchi geopolitici che si sono formati nel mondo attuale e che non sembrano ancora aver trovato un accordo che ne garantisca il reciproco riconoscimento in un nuovo quadro di sicurezza e di pace. La fraternità nelle sue implicazioni umanitarie, è stato il motivo ispiratore della missione del cardinal Zuppi a Kiev come del Meeting Mondiale sulla Fraternità di sabato scorso in piazza San Pietro. Ed è stato riproposto nel recente messaggio inviato da Papa Francesco al gruppo del Ppe con l’invito a fare tesoro degli errori compiuti dall’Europa nel secolo scorso prima di intraprendere un percorso volto a costruire uno spazio comune di rispetto delle diversità. L’ispirazione originaria dell’Europa è proprio quello, osserva il pontefice, di cui c’è bisogno per il mondo intero.

Il messaggio della Chiesa, un messaggio universale, ai responsabili politici non potrebbe essere più chiaro nel ricordare che sempre è possibile la via del dialogo.Per questo diventa centrale il tema di come la politica può recepire un tale messaggio, in modo laico, nella sua specifica sfera di azione temporale e soprattutto nelle situazioni date.

In Italia questo significa tenere conto delle responsabilità derivanti da un preciso quadro di alleanze internazionali, che per ora non lascia intravedere un cambio di strategia rispetto al conflitto che insanguina l’Ucraina, che si è fatto più cruento negli ultimi giorni con schemi di battaglia che contemplano un costo elevatissimo in termini di vite umane.

E tuttavia, anche con questa grave ferita aperta di una guerra in corso, è possibile attingere agli strumenti della politica per costruire relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulla collaborazione con pari dignità con gli altri popoli.

Verso l’Africa l’Italia sta facendo molto in tal senso. Scoprendo nella maggior parte dei casi che lo schema da nuova cortina di ferro, che sembra esse calato in Europa, non coinvolge il continente nero, dove non di rado aziende cinesi e russe si trovano a fianco di quelle europee e americane, coinvolte in progetti di sviluppo decisi dai singoli stati africani.

Anche l’Eurasia, pur nel quadro di una tendenza al  disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento, sta conoscendo una stagione di intenso sviluppo degli scambi commerciali, in particolare in Asia Meridionale. L’Italia che si trova tra Eurasia e Africa, percepisce forse più di altri il fatto che lo sviluppo del cosiddetto Sud Globale ha assunto dimensioni tali non poter essere ignorato. In questa prospettiva si apre una pista di impegno concreto nell’esercitare un’azione di persuasione insieme ai nostri Alleati sulla necessità di intraprendere una svolta. I processi economici che si sono innescati nel nostro secolo appaiono inarrestabili, erigere nuovi muri non può essere la soluzione.

I nuovi assetti di cui il mondo ha bisogno, non si potranno ottenere per via militare, pur mettendo nel conto il mantenimento per tutto il tempo necessario del conflitto ucraino, finché questa sarà la strategia prevalente fra gli Alleati, ma solo riscoprendo, come suggerisce il Papa, le ragioni della fraternità, le ragioni del vantaggio reciproco a fare del mondo uno spazio comune in cui sistemi diversi possano convivere. Che per noi europei significa attingere dalle origini del progetto europeo un modello capace di dare un contributo di grande attualità per le esigenze del mondo attuale.

Dibattito | Papa Francesco sollecita i Popolari europei a qualificare il loro pluralismo.

Ieri, domenica 11 giugno, Papa Francesco ha inviato un messaggio al Presidente del Gruppo Parlamentare del Partito Popolare Europeo Manfred Weber e ai Membri del relativo Gruppo parlamentare.

Nel messaggio, il Papa fa riferimento al pluralismo che un partito che si estende a livello continentale è necessario che manifesti e al patrimonio ricchissimo a cui un partito di ispirazione cristiana è opportuno che attinga, per portare un contributo originale alla politica europea; tale patrimonio è dato dalla dottrina sociale della Chiesa. Scrive Papa Francesco: “È chiaro che un grande gruppo parlamentare debba prevedere un certo pluralismo interno. Tuttavia, su alcune questioni in cui sono in gioco valori etici primari e punti importanti della dottrina sociale cristiana occorre essere uniti”.

A tal proposito, tenendo conto delle matrici etico-culturali che interessano il Partito Popolare Europeo, come scritto poc’anzi, necessariamente plurale, e il riferimento al patrimonio di principi, di criteri di giudizi e di direttive d’azione provenienti dalla dottrina sociale della Chiesa, con particolare riferimento alla nozione di “bene comune”, più volte richiamata dal Santo Padre nel suo messaggio, credo sia possibile immaginare un popolarismo europeo che tenga insieme la matrice sturziana del popolarismo italiano e quella dell’economia sociale di mercato, proveniente dalla matrice tedesca, di ispirazione protestante. 

 

Il bene comune, inteso come metodo del vivere insieme in una società libera, è dato dalle condizioni civili e dalle comuni regole del gioco che consentono il perseguimento del bene di ciascuno: le comuni regole della civile convivenza che normano il conflitto, rendendolo civile, senza per questo negarlo. In fondo, il bene comune, per usare le parole di Sturzo, non esprime altro che il «finalismo della persona umana» che si fissa in regole e consuetudini che chiamiamo istituzioni. In questa prospettiva, il bene comune non si distingue dal bene individuale, dal momento che ogni bene individuale, affinché sia tale, dovrà risolversi nel bene comune e viceversa; qualora dovesse nascere un contrasto tra i due beni vorrebbe dire che uno dei due o entrambi «non sono veri beni». Scrive Sturzo: «io non ammetto che ci sia bene comune che non si risolva in bene individuale, né bene individuale che come tale sia opposto al bene comune. Il linguaggio ordinario è ingannevole quando oppone individuo a società, bene individuale a bene comune […]. Il bene individuale che è vero bene (sia il più soggettivo possibile come la scienza o l’onestà) diviene per se stesso bene comune».

 

il bene comune rinvia, prima di tutto, a un metodo: il metodo di libertà, la discussione critica su questioni di interesse comune. Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo delle istituzioni della società civile nel suo complesso, immaginando la politica non come il campo che perimetra il regno della verità, quanto piuttosto una sfera particolare e delimitata della stessa società civile: la sua forma politica. Un ambito che contribuirà al bene comune nella misura in cui indicherà la via istituzionale che favorisce l’ordine e la pace: la “tranquillitas ordinis” agostiniana, per il perseguimento personale e associativo delle condizioni che descrivono il bene di ciascuno.

 

Nell’ambito della cultura politica legata alla tradizione dell’economia sociale di mercato tedesca, ciò significa che la libera concorrenza, intesa come cum-petere (cercare insieme, convergere), regolata dal diritto (law – norme di rango costituzionale), è assunta come parte integrante della politica sociale e un elemento indispensabile del bene comune: una parte del bene comune politico; la competizione è il dispositivo che ottimizza la capacità di problem-solving degli operatori politici ed economici ignoranti e fallibili, riducendo al minimo le possibilità di errore e, soprattutto, imparando dagli errori propri ed altrui (ordine spontaneo, non naturale). Compito dell’autorità politica è di promuoverla e di difenderla dai nemici di ogni tipo, specie e ideale, attraverso la costituzione di un ordinamento le cui istituzioni siano forti e credibili.

 

Secondo il giurista Franz Böhm, uno dei tre firmatari del manifesto di Friburgo del 1936, insieme a Walter Eucken e Hans Grossman Dörth, il ruolo del diritto è di servire il bene comune, inteso come il contrario dell’interesse corporativo, compresi gli interessi dei civil servants. Nel momento in cui il diritto si piega ai “privilegi acquisiti”, il rispetto per il diritto è compromesso e, con esso, anche il bene comune, in quanto principio organizzativo della vita economica, tende a scomparire. Il che produce effetti sul settore privato e sul comportamento degli imprenditori, i quali piuttosto che esercitarsi nell’arte dell’imprenditorialità e nella creazione di ricchezza, troveranno più vantaggioso manipolare le istituzioni politiche, dedicandosi al lobbismo politico. In questo scenario, i consumatori sono coloro che ci perdono, a causa dell’azione coordinata di imprese, partiti politici e sindacati ben organizzati, che essenzialmente manipolano i mercati a proprio vantaggio. La cornice morale della visione dell’economia sociale di mercato sul bene comune ha al centro il ruolo del diritto, in quanto dispositivo che tenta di rendere il mercato il più possibile privo di privilegi.

 

Credo che il senso più profondo dell’idea di bene comune che emerge dal messaggio del Papa sia racchiuso nelle seguenti parole: “Cari amici, facciamo memoria delle origini: non dimentichiamo come è nata l’Europa unita; non dimentichiamo la tragedia delle guerre del XX secolo. Il graduale e paziente lavoro di costruzione di un’Europa unita, in ambiti prima particolari e poi sempre più generali, che cosa aveva dentro come ispirazione? Quale ideale, se non quello di generare uno spazio dove si potesse vivere in libertà, giustizia e pace, rispettandosi tutti nella diversità?”.

Il richiamo da parte del Pontefice del metodo gradualista e funzionalista, ovvero della “cooperazione strutturata”, che ha caratterizzato l’inizio del processo di integrazione europea, con il suo corollario in termini di politiche per la concorrenza, ci aiuta a comprendere come, per la tradizione dell’economia sociale di mercato e per il popolarismo sturziano, “competizione” e “cooperazione” sono termini complementari, almeno nella logica, rispettivamente, della costituzionalizzazione della concorrenza e di un ordine politico autenticamente popolare. Inoltre, entrambi sono allergici all’interpretazione olistica della nozione di bene comune e condividono l’idea che il primo “bene”, comune a tutti, è dato dalle comuni regole del gioco, quelle che in Hayek assumono il nome di “norme di mera condotta”, mentre per l’economia sociale di mercato sono le norme di rango costituzionale e per Sturzo “l’utile politico possibile”. Infine, per entrambe le culture politiche, il bene comune si interpreta in maniera plurarchica e, dunque, ciascuna forma sociale partecipa quota parte e nessuna possiede il monopolio sul bene comune.

Il futuro tra fascinazione e rischio di estinzione della vita sul pianeta

La fascinazione del futuro ha sempre esercitato una forza di attrazione irresistibile per la scienza, non solo per gli addetti ai lavori ma anche nel campo dell’immaginazione descrittiva che si ritrova ad esempio nelle narrazioni distopiche di George Orwell, Stanley Kubrick, Isaac Asimov e Aldous Huxley. Possiamo ora affermare che le nuove tecnologie e la digitalizzazione pervasiva stanno imprimendo una vistosa accelerazione ai processi di innovazione che cambiano in modo radicale la nostra vita, spesso in modo ubiquitario e imprevedibile, tanto da modificare nell’immaginario collettivo le stesse nozioni di spazio e di tempo.

Si tratta di una deriva inarrestabile ma osservandola e riflettendo sulle conseguenze e gli effetti non sempre potenzialmente positivi si è indotti a più di una riflessione che investe nella sua interezza lo stato attuale del mondo.

Da anni seguiamo con apprensione i moniti delle organizzazioni internazionali che si occupano di sostenibilità ambientale, a cominciare dai Rapporti dell’ONU e dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici) l’ultimo dei quali ha drammaticamente annunciato la possibilità della sesta estinzione della vita sulla Terra, la prima per mano dell’uomo). Basti ricordare gli studi del biologo Edward Osborne Wilson che faceva due conti sulla crescita demografica: abbiamo superato gli 8 miliardi di umani ma a 6 miliardi e mezzo era già suonato il campanello della sostenibilità ambientale. Pandemia e guerra (guerre) ci hanno proposto altri temi di grande criticità che sommano il loro peso sul grande piano inclinato che sta facendo scivolare l’umanità e la vita stessa verso il baratro. Inquinamento, disboscamenti, innalzamento dei mari e delle temperature, scioglimento dei ghiacciai in montagna e ai Poli, dissesto idrogeologico, infrastrutture pervasive, cementificazione selvaggia, sono solo alcuni macro-temi di cui ci occupiamo o sentiamo parlare con crescente intensità e allarmismo. Per questo specialmente in Europa – (teniamo presente questo tema in vista delle elezioni del prossimo anno) – ha preso l’abbrivio una campagna di progettazione nel contesto del Green Deal, quale manifesto della Grande Transizione digitale, energetica ed ecologica partendo dal Recovery plan e fino al PNRR, per un rilancio su nuovi paradigmi degli standard di sostenibilità e qualità della vita.

Le nuove tecnologie e le potenzialità scientifiche sono una componente essenziale di ogni prospettiva di crescita, mentre l’innovazione è a un tempo metodo e finalità di ogni auspicabile percorso di miglioramento. Tutti tocchiamo con mano l’incidenza di questi fattori nella nostra vita. Ci sono potenzialità evolutive enormi ma anche rischi impliciti ad esse connessi. Il tema del momento riguarda le applicazioni dell’I.A. e la via immersiva nel metaverso la cui frequentazione potrebbe facilitare e implementare la dimensione spazio-temporale della conoscenza, lasciando aperta la porta della riconversione dal mondo virtuale a quello reale. La platea dei potenziali fruitori dell’I.A. e del metaverso ingloba di fatto l’intera umanità, a livello di fruizione individuale e comunicativa. 

Tuttavia dopo lo slancio iniziale viviamo una fase di ripensamento: ha cominciato Geoffry Hinton (ne abbiamo già trattato) che si è dimesso da Google paventando rischi incalcolabili dall’abuso dell’I.A. per il futuro dell’uomo, cui ha fatto seguito Elon Musk che – nel presentare il progetto Neuralink che prevede l’impianto cerebrale di microchip con finalità terapeutiche e medicali – non si è sottratto al dubbio che un utilizzo distorto e concentrato nelle mani di persone senza scrupoli di questa epocale innovazione (per la prima volta si entra nel cervello con la tecnologia)  possa alterare il pensiero e strumentalizzare la mente umana per finalità non etiche. Chiedendo una moratoria di almeno 6 mesi per riflettere sullo sviluppo di modelli più potenti del GPT-4 di OpenAI, al fine di elaborare protocolli di sicurezza condivisi. 

La fascinazione per il futuro non deve prenderci la mano e portarci verso esiti nefasti e irreversibili. Anche in questo contesto tecnologico – segnatamente in tema di I.A. – alcuni scienziati come Sam Altman a.d. di Opena A1 che ha creato ChatGPT, Yoshua Bengio uno dei padri dell’I.A, Demis Assabis a.d di Google DeepMind, Yann LeCunn docente alla NYU, Jaan Tallinn co-fondatore di Skype e altri 350 colleghi hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Center for al Safety in cui mettono in guardia da potenziali distorsioni applicative delle applicazioni che loro stessi hanno creato. 

“Mitigare il rischio di estinzione derivante dall’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare“. Questo sta scritto nel testo condiviso e per noi che siamo spettatori affacciati al balcone ad osservare gli sviluppi imprevedibili delle evoluzioni applicative di I.A. più azzardate ed iperboliche è una rassicurazione e un campanello d’allarme. Qualcosa potrebbe sfuggire di mano e l’uomo-robot, l’androide e il fyborg diventare gli artefici del “cupio dissolvi”. Detto da loro…“l’I.A. potrebbe portare all’estinzione dell’umanità”. Dovremmo essere noi, allora, usando il nostro senso critico (finché ne possiamo disporre) a chiedere una moratoria su I.A., metaverso e digitalizzazione pervasiva, sottraendoci ad una forsennata rincorsa verso l’ignoto.

Papa Francesco tira le orecchie ai Popolari del capogruppo PPE Weber

Messaggio del Santo Padre

Ai membri del Gruppo del Partito Popolare Europeo nel Parlamento Europeo

Illustri Signore e Signori!

Sono lieto di rivolgere un saluto cordiale a voi, membri del Gruppo del Partito Popolare nel Parlamento Europeo, istituzione che ho visitato nel novembre del 2014, e colgo l’occasione per condividere con voi alcune riflessioni.

La prima: siete parlamentari, dunque siete rappresentanti dei cittadini che vi hanno affidato un mandato. Quando ci furono le prime elezioni del Parlamento Europeo, la gente si è interessata, era una novità, un passo avanti importante nella costruzione dell’Europa unita. Ma, come sempre, col passare del tempo l’interesse diminuisce; e allora è necessario curare bene il rapporto tra i cittadini e i parlamentari. Questo è un problema classico delle democrazie rappresentative. E se già è difficile tenere vivo il legame all’interno di ciascun Paese, a maggior ragione lo è per il Parlamento Europeo, che è ancora più “lontano”. Ma d’altra parte oggi la comunicazione può aiutare molto a superare le distanze.

Un secondo spunto: il pluralismo. È chiaro che un grande gruppo parlamentare debba prevedere un certo pluralismo interno. Tuttavia, su alcune questioni in cui sono in gioco valori etici primari e punti importanti della dottrina sociale cristiana occorre essere uniti. Questo mi sembra un aspetto particolarmente interessante, perché chiede di pensare alla formazione permanente dei parlamentari. È normale che anche voi abbiate bisogno di momenti di studio e di riflessione in cui approfondire e confrontarsi sulle questioni eticamente più rilevanti. È una sfida appassionante, che si gioca soprattutto al livello della coscienza, e che mette anche in luce la qualità di chi fa politica. Il politico cristiano dovrebbe distinguersi per la serietà con cui affronta i temi, respingendo le soluzioni opportunistiche e tenendo sempre fermi i criteri della dignità della persona e del bene comune.

A questo proposito, voi avete un patrimonio ricchissimo a cui attingere per portare il vostro contributo originale alla politica europea, cioè la dottrina sociale della Chiesa. Pensiamo, ad esempio, ai due principi di solidarietà e sussidiarietà e alla loro dinamica virtuosa. Ci sono aspetti etico-politici, legati ad ognuno di questi due principi, che voi condividete con colleghi di diverse appartenenze, i quali accentuano rispettivamente o l’uno o l’altro; ma l’intreccio dei due, il fatto di attivarli insieme e farli funzionare in maniera complementare, questo è proprio del pensiero sociale ed economico di ispirazione cristiana, e quindi è affidato particolarmente alla vostra responsabilità.

Un altro aspetto che ha analogia con questo: la visione di un’Europa che tenga insieme unità e diversità. Questo è fondamentale; ho avuto modo di sottolinearlo recentemente nella visita in Ungheria. Un’Europa che valorizzi pienamente le diverse culture che la compongono, la sua ricchezza enorme di tradizioni, di lingue, di identità, che sono quelle dei suoi popoli e delle loro storie; e che nel contempo sia capace, con le sue istituzioni e le sue iniziative politiche e culturali, di far sì che questo mosaico ricchissimo componga figure coerenti.

E per questo ci vuole una forte ispirazione, un’“anima”, a me piace dire che ci vogliono dei “sogni”. Ci vogliono valori alti, e una visione politica alta. Non intendo con ciò sminuire l’importanza della gestione ordinaria, della buona amministrazione normale, anzi, se è buona questa è già moltissimo. Ma non basta, non basta a sostenere un’Europa che si trova a far fronte alle grandi sfide globali del XXI secolo. Per affrontare tali sfide come Europa unita, ci vuole un’ispirazione alta e forte. E voi, vorrei dire, dovreste essere i primi a fare tesoro degli esempi e degli insegnamenti dei padri fondatori di questa Europa. La scommessa originaria, che può essere anche la scommessa attuale, è di puntare non solo a un’organizzazione che tuteli gli interessi delle nazioni europee, ma a un’unione dove tutti possano vivere una vita «a misura d’uomo, fraterna e giusta».[1]

Vorrei mettere in evidenza questo termine: fraterna. Come sapete, la fraternità e l’amicizia sociale è il grande “sogno” che ho condiviso con tutta la Chiesa e tutti gli uomini e le donne di buona volontà (cfr Enc. Fratelli tutti, 8). Penso che la fraternità possa essere anche fonte di ispirazione per chi vuole oggi ri-animare l’Europa, perché risponda pienamente alle attese sia dei suoi popoli sia del mondo intero. Perché un progetto di Europa oggi non può che essere un progetto di respiro mondiale. Ritengo che i politici cristiani oggi si dovrebbero riconoscere dalla capacità di tradurre il grande sogno di fraternità in azioni concrete di buona politica a tutti i livelli: locale, nazionale, internazionale. Ad esempio: sfide come quella delle migrazioni, o quella della cura del pianeta, mi pare che si possano affrontare solo a partire da questo grande principio ispiratore: la fraternità umana.

Cari amici, facciamo memoria delle origini: non dimentichiamo come è nata l’Europa unita; non dimentichiamo la tragedia delle guerre del XX secolo. Il graduale e paziente lavoro di costruzione di un’Europa unita, in ambiti prima particolari e poi sempre più generali, che cosa aveva dentro come ispirazione? Quale ideale, se non quello di generare uno spazio dove si potesse vivere in libertà, giustizia e pace, rispettandosi tutti nella diversità? Oggi questo progetto è messo alla prova in un mondo globalizzato, ma può essere rilanciato attingendo all’ispirazione originaria, che è più che mai attuale e feconda non solo per l’Europa, ma per l’intera famiglia umana.

E vorrei concludere con un’ultima osservazione: chi sono quelli che vivono di più l’Europa unita? Voi me lo insegnate: sono i giovani. Oggi si comincia presto a fare periodi di studio all’estero; poi, per l’università, specialmente le specializzazioni, l’orizzonte è europeo; e così per la ricerca del lavoro… Non mi riferisco alla triste necessità, che purtroppo c’è, di andare altrove per la mancanza di opportunità in patria; no, ma al fatto che per i giovani ormai è normale, ad esempio, fare una prima parte di studi nel proprio Paese e specializzarsi in un altro. Un po’ come avveniva nel Medioevo: si studiava un po’ a Padova, un po’ a Parigi, un po’ a Oxford o a Heidelberg… Guardiamo a loro, ai giovani, e pensiamo a un’Europa e a un mondo che siano all’altezza dei loro sogni.

Per questo vi incoraggio ad andare avanti con coraggio e speranza, con l’aiuto di Dio. Il Vangelo sia la vostra stella polare e la Dottrina sociale la vostra bussola. Benedico di cuore tutti voi e i vostri cari. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie.

Roma, Policlinico “Gemelli”, 9 giugno 2023

FRANCESCO

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[1] P.H. Spaak,Discorso pronunciato in occasione della firma dei Trattati di Roma, 25 marzo 1957.

Fonte

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/06/11/0438/00980.html

Il futuro è all’orizzonte e sollecita la nostra partecipazione

Quanti saranno gli italiani residenti? Quali lavori faremo? Chi pagherà le pensioni? Chi si prenderà cura degli anziani? Quale sarà la temperatura della terra? Come sarà la democrazia? Le risposte a queste domande sono già scritte, almeno in parte, ma dalle scelte politiche di domani dipenderà la qualità di vita degli italiani nei prossimi decenni. Il futuro è lontano solo per chi guarda alle “prossime elezioni”, vicino per chi guarda alla “prossima generazione”. 

Secondo l’Istat, la popolazione italiana passerà da 59,6 milioni di inizio 2020 a 58 nel 2030, a 54,1 milioni nel 2050. Ci saranno 12 milioni di italiani in meno nel giro di mezzo secolo. Nessuno può prevedere con precisione il singolo lavoro del futuro, ma possiamo prevedere le macro aree di competenza. Alcune professioni scompariranno a causa dell’Intelligenza Artificiale, altre nasceranno o si evolveranno per adattarsi alle nuove esigenze della società e dell’economia. Tra i lavori più richiesti nel futuro ci saranno quelli legati al digitale, al green, alla salute, alla cura della persona e alla creatività. 

L’Italia sarà uno dei paesi con il maggior numero di pensionati e over 50 inattivi ogni 100 lavoratori (OCSE). Il rapporto potrebbe arrivare a 1-1 o addirittura invertirsi. Gli anziani in Italia nel 2050 saranno molti di più di oggi. La popolazione over 65 passerà dal 24% del totale nel 2020 al 34,9% nel 2050 (Istat). 

Secondo il rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, la temperatura media globale, nel 2050, potrebbe aumentare di circa 1,4-1,8 °C nel caso di una forte riduzione delle emissioni. Oppure potrebbe aumentare di oltre 3 °C qualora la cooperazione globale non dovesse scattare. 

La democrazia liberale sarà a rischio se non riusciremo ad intervenire sul rapporto politica-partecipazione. Solo con un modello di partecipazione attiva, potremo salvaguardare la democrazia ed arginare la spinta populista verso la democratura. Dobbiamo superare la contrapposizione tra Politica (“sporca”) e società civile (“pulita”).

Questi sono dati oggettivi, non riguardano una parte politica, bensì l’intera nazione ed è all’interno di questa cornice sociale ed economica che ogni pensiero politico dovrà immaginare la società nel 2050. La Politica dovrebbe occuparsi della qualità della vita di ogni cittadino, cambiando i parametri del benessere, per questo abbiamo il dovere di mirare a un progetto politico basato sull’Umanesimo civile 5.0. La cura di ogni persona umana, la comunità in cui vive, l’aria che respira, la qualità del lavoro e del tempo libero, la corresponsabilità di tutti i cittadini e la passione civile, l’integrazione tra spazi fisici e digitali.  Su tutto questo dobbiamo essere pronti a muoverci con intelligenza e passione, per “mettere a terra” un programma ben articolato, senza svolazzi demagogici, capace di coniugare speranza e responsabilità.

Elly Schlein alle prese con i gattopardi del Pd

Ad una domanda di Aldo Cazzullo, in un’intervista apparsa sul “Corriere della Sera” del 30 Agosto 2015, Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio ed eletto Segretario del PD sull’onda della rottamazione e del cambiamento, così rispondeva: “La Rivoluzione non è un pranzo di gala. No?”. L’avvertimento maoista era rivolto agli amici della Ditta ed in particolare a D’Alema e Bersani. 

 

Uno dei destinatari dell’ammonimento, Pier Luigi Bersani,  esperto di polemiche nel mondo marxista, non ritenendo Renzi un vero “rivoluzionario”, ma un “rivoluzionario a parole”, gli rispondeva da una festa dell’Unità dicendosi pronto a preferire piuttosto, in fatto di citazioni, l’invito di Mao alle guardie rosse a “Servire il Popolo”.

 

Ricordiamo tutti cosa avvenne: sulle orme de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “ai gattopardi e ai leoni” sono succeduti gli sciacalli, le iene e  le pecore. Nessuno, come auspicava Alan Friedman, ha “ammazzato il Gattopardo”, e nessuno si è accorto che “la mucca era nel corridoio” e anticipava il populismo e la deriva a destra.

 

Dopo circa otto anni Elly Schlein, commentando i disastrosi risultati elettorali di quel che resta del centro sinistra, ormai ridotto ad un campo stretto e parafrasando ancora Mao, invita i suoi presunti oppositori a starsene comodi e significativamente afferma  che “il cambiamento non è un pranzo di gala”. Evocando il “pranzo di gala”, il pensiero corre alla rivoluzione auspicata da Mao, intesa non come atto di cortesia e di eleganza, ma come atto di “insurrezione” con il quale una classe ne rovescia un’altra. La Schlein è dunque impegnate a rovesciare il vecchio equilibrio per crearne un altro? Gianni Cuperlo, con eleganza e raffinatezza, in un’intervista a “La Stampa” così ha replicato: “Occore liberarsi dall’idea che il Pd con la sua storia fatta di successi e sconfitte sia una bad company da congelare e che la sfida della nuova segreteria sia dar vita a una newco, una forza slegata dall’identità che del Pd è stata la radice”.

 

Le bad company o le bad bank hanno un precedente molto conosciuto. Dopo la liquidazione del Banco di Napoli, Ferdinando Ventriglia suggerì al Tesoro di costituire una “bad bank” nella quale far confluire i rami secchi del vecchio Banco, ovvero i crediti deteriorati, liberando il nuovo istituto di tutta la zavorra preesistente. I risultati conseguiti dalla Bad-bank, contrariamente alle ipotesi iniziali, furono sorprendenti.

 

Orbene il Pd, con tutte le luci e le ombre, i successi e gli insuccessi che hanno caratterizzato la sua pur breve vicenda politico-elettorale, non può essere ridotto ad una bad company destinata ad annullare, quasi fossero “cenci innominabili”, la memoria storica e l’identità. Se così fosse, di fronte al nuovo enfaticamente evocato, dovremmo ripensare a ciò che scrisse il poeta Vladimir Majakovskij all’indomani della rivoluzione bolscevica: “Le nostre gesta saranno più difficili di quelle del creatore che ha riempito il vuoto di cose. Noi dobbiamo creare il nuovo con l’immaginazione e anche dinamitare il vecchio”. Ecco, saprebbe Schlein non solo creare il nuovo, ma addirittura “dinamitare” il vecchio? Ma c’è di più. Molti gattopardi, attenti alle armonie cromatiche al variar delle stagioni, dovrebbero dinamitare se stessi se proprio volessero dar vita ad un nuovo partito-comunità. L’evento non pare realistico.

L’Osservatore Romano | L’esigente parola di don Primo Mazzolari

… [La] visione di Mazzolari è fondato [secondo Giorgio Campanini, ndr] sulla «presa d’atto che il cristianesimo è chiamato non solo ad un fondamentale compito di formazione delle coscienze (come noto, fu questo il privilegiato campo di impegno di Mazzolari, negli incontri diretti, nella guida spirituale di quanti a lui si rivolgevano, nei suoi numerosi scritti, insieme ad un forte impegno per la trasformazione delle strutture della società̀). In questo secondo ambito, Mazzolari — proprio per avere constatato quanto oppressivo fosse stato il peso esercitato dal regime fascista sulla Chiesa negli anni successivi al Concordato — metteva in guardia contro ogni compromissione con il potere e richiamava con forza l’esigenza di una piena libertà della Chiesa». Campanini riflette sulla società degli anni ’20-’40 e descrive quella come «una difficile stagione, caratterizzata non solo dal deserto della politica ma anche dal grigiore di una comuinità cristiana spesso paga dell’apparente “trionfo” — dopo sessant’anni di laicismo imperante — del Concordato e poco incline a valutarne il prezzo in termini religiosi e pastorali. Chi, come Mazzolari, metteva in guardia contro ogni compromissione rischiava di essere considerato poco meno che il disturbatore di una “quiete” faticosamente raggiunta; né si valutava appieno, anche in autorevoli ambiti ecclesiastici, il costo che la Chiesa avrebbe rischiato di pagare per la parziale perdita della sua autonomia e della sua libertà̀.

 

Una Chiesa attraversata dalla tentazione del quieto vivere e del conformismo rischiava di rifiutare […] tutte le voci critiche e tutte le istanze al cambiamento che pure provenivano, come nel caso di Mazzolari, non soltanto da pur importanti frequentazioni libresche (come quelle degli amati teologi e pastoralisti francesi, le cui opere furono largamente recepite nella canonica di Bozzolo) ma anche e soprattutto da una personale e diretta esperienza di azione pastorale.

Si spiegano, in questa luce — e sullo sfondo dei difficili rapporti fra la Chiesa e il fascismo che aveva proprio a Cremona, nel gerarca Roberto Farinacci, uno dei suoi esponenti più duri ed intransigenti — le riserve, le perplessità ed alla fine le condanne ecclesiastiche che, a partire da quelle che sono state chiamate le “disavventure” de La più bella avventura, colpirono ripetutamente gli scritti di Mazzolari, indussero i vertici ecclesiastici a porre limiti alla sua predicazione fuori del territorio di Bozzolo, fecero del parroco padano l’oggetto di una serie di interventi disciplinari (e, contemporaneamente, di polemiche e anche di aggressioni ad opera dei più esagitati esponenti fascisti)».

 

La sua fu, è un’espressione sempre di Campanini, una “difficile profezia”. 

 

Don Primo poeta e profeta, disarmato come tutti i poeti e profeti ma forte proprio della sua debolezza, armato solo dalla fede e dalla parola che interpella e interroga.

 

E qui concludo tornando all’altra ricorrenza che incornicia questa bella iniziativa su Mazzolari: il 21 giugno 1963 veniva eletto Papa Giovan Battista Montini, Paolo VI . È stato già scritto molto sul rapporto tra Montini e Mazzolari e qui ora non mi dilungo. Ho cercato di tratteggiare qualcosa di don Primo evidenziando come ci sia anche una sua profezia intesa come un’anticipazione rispetto ai nostri tempi. Non ci dobbiamo meravigliare che Bergoglio è venuto qui a Bozzolo. Non poteva non farlo. E che poi lo stesso giorno è andato da don Milani, a Barbiana, due luoghi periferici. Ma il cuore lo si sente ascoltando il polso. Il centro si vede bene solo dalla periferia. Il centro lo si salva solo dalla periferia.

 

Il 1 maggio 1970, festa di San Giuseppe lavoratore (e qui si aprirebbe un altro aspetto molto ricco di spunti), Paolo VI ebbe a dire su Mazzolari parole toccanti e lungimiranti: «Io gli ho voluto bene. Certo…non era sempre possibile condividere le sue posizioni: camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tener dietro. E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». Come ogni profeta e poeta, Mazzolari è stato, uso una sua autodefinizione, «uomo di pace, non un uomo in pace», che ha intuito che «L’era atomica» che lui ha vissuto sulla sua pelle (ma stiamo per viverla di nuovo anche noi, oggi), «prima di essere una tecnica è un animo, l’animo di Caino». È proprio quello che dice il Papa quando parla della umanità testarda, innamorata della guerra, vittima dello spirito di Caino. Perché ogni guerra è un fratricidio e l’unica risposta veramente alternativa è la riscoperta della fratellanza, dell’amore fraterno e dell’amicizia sociale. Perché, e qui davvero chiudo con una citazione di un grande poeta citato a sua volta da don Primo, «solo la pace conquistata con l’amore è “la casa che i soldati non potranno mai distruggere”» (C.Péguy).

 

Per leggere il testo integrale 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-06/quo-133/don-primo-e-la-parola-che-interroga.html

Guido Bodrato, l’ultimo scritto su Fb e il video di una sua intervista

Quella che segue è l’ultima nota che Guido Bodrato aveva scritto qualche giorno fa su Fb. Noi contribuiamo a diffonderla, aggiungendo ad essa il link della video-intervista concessa l’anno scorso a “Il Domani d’Italia” in occasione del convegno intitolato “Con le lenti di De Gasperi” (Viterbo, 1-3 aprile 2022), svolto in collaborazione con il Centro Studi Aldo Moro di Viterbo.

Può esistere una democrazia senza Popolo e senza partiti?

Guido Bodrato

Può esistere una democrazia senza popolo e senza partiti? Con il tramonto delle ideologie rischiano di tramontare le idee su cui sono fondate le diverse forze politiche, ed anche i valori sanciti dalla Costituzione repubblicana.

In questo contesto la tendenza a ridurre la democrazia alla ricerca di un “capo” cui affidare tutto il potere, ha infine riguardato il ruolo del Parlamento e la sua centralità; così la democrazia decidente è diventata il terreno su cui è cresciuta l’antipolitica. Su questo terreno affondano anche le radici di movimenti populisti che finiranno per minacciare la stessa democrazia rappresentativa, alimentando una pericolosa deriva autoritaria.

In questo inquietante orizzonte si colloca il disorientamento degli elettori cattolici che hanno vissuto la secolarizzazione della società civile, il declino della centralità democristiana (referendum del 1974) e vedono messo in discussione il difficile approdo dei “popolari” ad un assetto culturale che – con la nascita dell’Ulivo – doveva rappresentare l’avvio di un ciclo storico riformista in cui fosse possibile “essere in politica da cristiani”, camminando insieme a chi viene da un’altra storia, ma cammina nella stessa direzione. Questo è il tormento della “generazione del Concilio”, dei cattolici che credono nell’autonomia e nella laicità della politica, che non pensano sia possibile la rinascita dell’unità politica dei cattolici. Donne e uomini che anche se hanno nostalgia del “partito di centro che guarda a sinistra”, non sanno come votare, poiché in questa stagione politica non c’è spazio per un confronto vero, non condizionato da un disegno di potere personale. 

La politica sembra ormai senz’anima e non c’è movimento o partito in cui riconoscersi. Questo tuttavia non significa assenza del mondo cattolico dalla vita e dai problemi del nostro tempo: basta pensare alla presenza del volontariato, che esprime la tradizionale preferenza del mondo cattolico per l’azione sociale rispetto all’azione politica. Un disorientamento che, come indica il Cardinal Bassetti, sollecita “una nuova rappresentanza politica dei cattolici”, ricordando che “la politica è la più alta delle carità”. Il tormento dei cattolici che vorrebbero lavorare per il rinnovamento della politica è condiviso anche da molti elettori della sinistra storica, alla ricerca di una nuova rappresentanza politica, di fronte a una globalizzazione dell’economia che ha favorito l’egemonia del pensiero liberista, intrecciandosi con una rivoluzione tecnologica che ha prodotto la rottamazione del modello fordista e spinto la classe operaia ed i partiti che la rappresentavano ai margini della lotta politica.

Anche la sinistra storica, socialista e comunista, è andata in mille pezzi, mentre alcuni avvenimenti, imprevisti ma prevedibili (penso alle migrazioni bibliche dal Sud al Nord del mondo, dalla fame e dalle guerre verso i paesi del benessere) fanno rientrare in scena, sull’onda della crisi economica e di una disoccupazione sempre più diffusa, delle tensioni sociali e delle crescenti diseguaglianze, della paura del terrorismi islamico e del riemergere – in molti paesi europei – delle ombre di un passato che non passa. Se dobbiamo ancora fare i conti con la storia, se la democrazia deve ancora misurarsi con regressioni nazionalpopuliste ed antieuropee, quale contributo possono dare i cattolici al rinnovamento della politica? Questa questione, che riguarda la “qualità della democrazia”, esprime il bisogno di ripartire dalla cultura e di riflettere sulle contraddizioni del “tempo che ci è dato da vivere”; richiede cioè un impegno di lungo periodo, che potrebbe apparire, ma non è, un modo per sottrarsi all’emergenza democratica del nostro tempo.

Se è necessaria una indicazione di marcia, ricordo l’insegnamento di Lazzati: vi è “una città dell’uomo a misura d’uomo” che è responsabilità dei credenti concorrere a costruire ed a difendere con coraggio, ritornando all’appello sturziano ai “liberi e forti”, con un supplemento di disponibilità al confronto con quanti camminano nella stessa direzione, al servizio del bene comune.

 

2 giugno 2023

 

Il video dell’intervista

https://www.youtube.com/watch?v=YGP2G2MUjAk

Guido ci lascia il dono dell’amicizia

Pensando a Guido Bodrato, mi viene alla mente subito la parola “amico”. Guido aveva un modo tutto suo di pronunciare questa parola, al singolare e al plurale, sembrava quasi che volesse caricarla di uno spessore totalizzante. Tra i tanti doni, ha avuto anche quello di sapere praticare l’amicizia nelle sue diverse sfaccettature. L’amicizia politica, certo, fatta di lealtà e di rispetto, mai ipocrita. L’amicizia paterna verso noi più giovani, indulgente sì, ma anche esigente. L’amicizia culturale, cui concorreva la sua insaziabile curiosità intellettuale, così che era difficile scambiare con lui anche soltanto qualche parola senza apprendere qualcosa di nuovo.

Di questa amicizia, caro Guido, mi e ci hai fatto dono sempre, e ancora di recente, quando, lo scorso marzo, abbiamo presentato in Alessandria, come Centro di cultura dell’Università Cattolica, il tuo ultimo libro sulle stagioni dell’intransigenza e non avremmo mai smesso di ascoltarti, sia pure da remoto, come oggi si dice. E anche in quell’occasione (non potevamo sapere che sarebbe stato uno dei tuoi ultimi interventi pubblici, come tu non potevi sapere che, di lì a poco, la tua amatissima Irma ti avrebbe preceduto nell’”andare avanti”) hai dimostrato, ancora una volta, il tuo volto amico, la sapienza e la lucidità dell’analisi e la capacità di ascolto, tanto da impressionare anche chi, come il sindaco della nostra città (di Alessandria, ndr), non aveva mai avuto, per ragioni di anagrafe e di percorso politico-culturale, la possibilità di conoscerti.

La tua vita, caro Guido, è stata davvero il paragone delle tue parole, perché in te, nella sobrietà dei comportamenti e dei costumi, nel rigore morale con cui hai esercitato cariche di partito, di parlamento (italiano ed europeo) e di governo, ci siamo spesso specchiati, vedendo riflessi in te quella capacità di adempiere “con disciplina e onore”, come dice la nostra Costituzione da te amata e attuata, alle funzioni pubbliche affidate.

Riposa nella pace del Cristo risorto, amico Guido. Ci mancheranno i tuoi ragionamenti a tutto tondo, ci mancherà la tua amicizia. Mi piace pensare che continuerai a coltivarli e a viverla nella tua nuova e definitiva condizione. A noi, il compito di non dispendere i doni che ci hai fatto. 

La Voce del Popolo | Giorgia Meloni sembra dare fuoco alle polveri

Sia detto con tutti dovuti riguardi: ma chi glielo fa fare a Giorgia Meloni? Quale diavoletto le suggerisce di randellare la Corte dei conti ? E di entrare a viale Mazzini col passo di un esercito di occupazione ? E di far avventurare i suoi scudieri sugli impervi sentieri dell’egemonia culturale? E infine di dare tanta corda ai Paesi più marginali del contesto europeo?

Davvero non si comprende perché mai la compagine di governo insista a vestire panni che si attaglierebbero assai meglio a una compagnia di outsider. La (il?) presidente ha dalla sua i numeri e il tempo. E ultimamente si capisce che può godere anche delle sventure delle opposizioni, divise tra loro e piuttosto lontane, quale più quale meno, dal grosso dell’elettorato. Dunque avrebbe tutte le ragioni per cercare di ergersi a forza tranquilla.

Invece, sembra insistere a voler dar fuoco alle polveri, andando a cercarsi qualche avversario in più perfino tra quanti vorrebbero tanto evitare di schierarsi. Può darsi che questa postura così combattiva piaccia a una parte del suo mondo. Ma di certo non propizia consensi in più. E soprattutto non parla a quella vasta platea che è così stanca dei combattimenti – veri e finti – di questa stagione che aspetta solo l’avvento di una leadership politica capa- ce di ricucire il tessuto logoro e strappato delle nostre infinite e un po’ vane dialettiche.

Nessuno invoca la pace dei sensi, per carità. Ma una misura più discreta nel cercare di affermarsi sarebbe altamente consigliabile. Soprattutto a chi governa.

 

 

Titolo originale: Ha dalla sua il tempo, ma dà fuoco alle polveri – 8 giugno 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Centro, molte ragioni ma anche molti ostacoli.

Tifenn Degornet

Sono numerose le motivazioni e le ragioni che testimoniano in favore della costituzione in Italia di un solido partito di Centro. La principale probabilmente consiste nel recupero di una modalità di interpretazione della battaglia politica non urlata, non assolutista, non vittimista e al contrario moderata nei toni, disponibile e capace di interlocuzione con l’avversario politico quando necessario e utile ai fini dell’interesse generale, competente e puntuale sui contenuti di merito. E al tempo stesso alimentata da alti principi di fondo informati alla democrazia, alla tolleranza, alla solidarietà, alla libertà, sui quali esercitare una sana radicalità.

 

Un esercizio insomma di moderazione che la gran parte degli italiani in cuor suo chiede oggi alla politica senza trovare risposta. Moderazione che, come ci ripeteva spesso Mino Martinazzoli, è cosa assai diversa dal moderatismo. Un’altra delle necessità di questi tempi, ridare un senso proprio e corretto alle parole, troppo di frequente affastellate senza filo logico e rigore etimologico nel delirante talk show quotidiano di una politica povera di idee e ricca di improperi.

 

Dunque una ragionata ipotesi circa l’interesse di una larga parte della popolazione ad una contesa politica incentrata sul merito delle cose piuttosto che sullo scontro para-ideologico. Una quota di cittadini che sta progressivamente abbandonando la cabina elettorale proprio perché insoddisfatta e fors’anche delusa dalle modalità urlate della politica bipolare. Qualcuno obietterà che però è proprio con questi sistemi comunicativi che Grillo e poi Salvini e ora Meloni hanno conquistato larghi consensi. Al punto che il Pd ha immaginato ora, con la elezione di Elly Schlein, di adottarli esso pure al fine di riconquistare i punti perduti.

 

È però alquanto facile obiettare che non solo si è trattato, nei primi due casi, di vittorie effimere, ma che sono state conseguite – inclusa l’ultima, quella dell’attuale Premier – al prezzo di percentuali di astensionismo elettorale crescenti e ormai decisamente preoccupanti dal punto di vista del reale consenso popolare alle istituzioni parlamentari. Un astensionismo che va quindi almeno in parte recuperato alle buone ragioni della politica democratica. Ed è esattamente qui che si gioca la scommessa del Centro.

 

Sono però numerose anche le ragioni che non depongono in favore dell’esito positivo di questa scommessa e che pertanto esigono da chi evoca l’esistenza di questo spazio politico oggi pressoché sguarnito risposte convincenti e prontamente concretizzabili nella costituzione di una forza politica vera, e non un mero e poco attrattivo rassemblement di sigle, in grado di presentarsi con una buona dose di credibilità alle elezioni europee del prossimo anno. Che offrono un’opportunità unica, essendo proporzionali. Un’opportunità unica per un risultato importante sul piano numerico, tale da indurre nell’elettorato il convincimento che il bipolarismo forzato indotto dalla legge elettorale possa venire superato. 

 

La ragione più evidente delle difficoltà di questa eventuale nuova iniziativa politica è la frammentazione nella quale essa arranca. E già questo è un macigno posto sulla via che dovrebbe condurre ad una credibile – soprattutto credibile agli occhi dell’elettorato, dei cittadini semplici non impegnati direttamente nella contesa politica – costituzione del nuovo partito di Centro.

 

È clamoroso constatare come a fronte della evidente considerazione, assolutamente incontrovertibile, che solo una sostanziale unità – reale, non meramente esibita – può rendere attrattivo il Centro presso gli elettori vi sia una bulimica proliferazione di sigle, certo tutte orientate nella medesima direzione (almeno in teoria) ma tutte l’una contro l’altra armate. La rottura fra Azione e Italia Viva (o meglio, più precisamente, fra Calenda e Renzi) è solo l’ultimo e più eclatante (e devastante) segnale in tal senso. Che ha provocato un danno, qui è stato già scritto da chi redige questa nota, di immagine e non solo, recuperabile (forse) con grandi fatiche e dispendio d’energie che sarebbe stato meglio dedicare all’azione politica vera e propria invece che alla disfida interna.

 

Una produttiva e armoniosa convivenza di diverse culture non è certo esercizio di semplice realizzazione, e la storia complicata del Pd è lì a dimostrarlo. La breve vicenda della Margherita, agli inizi del secolo, è forse un possibile esempio, pur con tutti i suoi limiti, che potrebbe essere considerato utile materia di studio fornitrice di qualche buona idea. Lì convissero un’anima cattolico democratica e sociale, una liberal democratica e una ambientalista convergenti nella direzione politica (l’alleanza di centro-sinistra) e sufficientemente amalgamate all’interno, pur con la prevalenza territoriale e dunque organizzativa della componente ex Popolare.

 

Lì – sia detto come inciso per suggerire uno spunto di riflessione – si intravide anche un interessante prova di ambientalismo serio e non ideologico che avrebbe meritato un’attenzione maggiore, anche all’interno del partito, e che potrebbe venir recuperato con gli opportuni aggiornamenti anche oggi, a fronte degli eventi derivanti dal cambiamento climatico che si registrano con sempre maggiore frequenza. 

Fatte queste sommarie ma non certo banali considerazioni, i problemi che da qui originano sono, evidentemente, due. Più un terzo che riguarda direttamente e specificamente noi cattolici democratici e sociali.

 

Il primo riporta alle alleanze. Anche se non è un tema immediato, e se come detto alle europee ognuno va per conto proprio, è pur vero che al Parlamento di Strasburgo poi le alleanze andranno fatte e questo è un tema che verrà posto già in campagna elettorale. Non solo. Si è già scritto qui per tempo, e ora il tema è di dominio pubblico, del possibile tentativo di Meloni di costruire una coalizione Conservatori-Popolari in grado di cambiare radicalmente la UE. Sul punto un partito di Centro non potrà, evidentemente, rimanere silente.

 

Del resto, come disse Moro nel grande discorso di Benevento, le alleanze sono importanti “perché il partito anche in esse si definisce” anche se, naturalmente, “il significato di ogni partito – aggiungeva – non risiede in misura preminente nella natura delle alleanze che esso contrae, ma in prima linea nella consapevolezza che esso ha della sua natura”. Il tema dunque si pone, anche se non è l’unico né il principale, e non è possibile evaderlo. Certo va affrontato in maniera attiva e non supina, non ancillare ad una forza prevalente. Ma va affrontato.

 

Il secondo inerisce alla leadership. Pur in un contesto nel quale il Centro dovrebbe favorire in massima misura non solo la coesistenza fattiva di diverse culture fondative ma pure l’emersione di quante più possibili personalità di spessore ad esse richiamantesi rimane inevitabile (purtroppo, aggiungo) la necessità di avere un leader, un front runner, che le regole imposte dalla odierna società della comunicazione impongono. Questo come qui si è visto è un problema che rischia di divenire insormontabile se dovessero continuare a prevalere personalismi, egocentrismi, solipsismi assolutamente negativi e invisi all’opinione pubblica.

 

Il terzo e ultimo punto riguarda l’arcipelago cattolico democratico e sociale. Ridotto nella consistenza rispetto a tempi ormai andati ma ancora degno di produrre una vivacità politica e progettuale significativa. Oggi diviso fra chi ritiene ancora possibile esprimere una soggettività all’interno del Pd nonostante la torsione radicaleggiante e la virata a sinistra imposta al medesimo dalle Primarie di questo inizio anno. E chi al contrario considera chiusa e fallita, o comunque superata, quell’esperienza e pertanto ritiene necessario avviare una nuova iniziativa sotto le insegne del Centro. Un Centro, naturalmente, che rappresenti e contenga in sé al meglio anche l’espressione politica e la sensibilità valoriale del cattolicesimo democratico e sociale. Anche qui, naturalmente, non tutto è così chiaro e lineare. Toccherà parlarne in un prossimo contributo.

È scomparso il ‘maestro’ Guido Bodrato.

Guido Bodrato, l’ultimo grande maestro e testimone del cattolicesimo democratico italiano se n’e’ andato. Aveva 90 anni. Recentemente era mancata la moglie, la sua storica compagna di vita e il suo primo appoggio: morale, umano, culturale e politico. Ma Guido Bodrato è stato, appunto, un “maestro”. Di molte generazioni e un autorevole e qualificato punto di riferimento culturale della storia nobile e gloriosa del cattolicesimo politico italiano. Lo conferma la sua vita e la sua lunga e feconda carriera politica. Perché Bodrato non è stato solo un politico ma, soprattutto, è stato un uomo di pensiero prestato alla politica. Me lo ha ripetuto molte volte in questi ultimi anni a casa sua, a Chieri, dove le conversazioni erano intrecciate – come sempre – di cultura politica, di prospettiva e di riflessioni private. E Bodrato, del resto, ha sempre anteposto la cultura politica rispetto alla sola azione politica. 

Questa è stata la sua cifra distintiva nella geografia politica italiana. Nella Democrazia Cristiana prima e nel Partito Popolare Italiano. Gli unici due partiti a cui Bodrato è stato iscritto. Perché credeva e ha creduto sino all’ultimo nei partiti con una identità culturale netta e definita, dove la politica aveva il sopravvento rispetto alla personalizzazione e alla sua banale spettacolarizzazione e, soprattutto, dove il progetto politico non era appaltato al capo ma era il frutto di un percorso fatto di condivisione, di elaborazione e di confronto continuo e costruttivo. E Bodrato, lo possiamo dire con forza e con convinzione, è stato un vero ed autentico “democratico cristiano”. Lo è stato perché credeva nei partiti e nella tradizione democratico cristiana; lo è stato perchè era espressione autentica della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare; lo è stato perché credeva nella politica, nella sua capacità di saper affrontare e risolvere i problemi; lo è stato perché la Dc è stato un partito “popolare, interclassista, di ispirazione cristiana e riformista” come amava dire quando gli si chiedeva della sua carta di identità politica. 

Ma Bodrato è stato anche e soprattutto un protagonista delle vicende politiche italiane per oltre 40 anni. Deputato, dirigente di partito, Ministro, Direttore del Popolo, Eurodeputato e raffinato intellettuale. Era quasi scontata la sua radicale identificazione con la sinistra democristiana. Quella sinistra Dc che lo ha portato prima ad essere il più stretto collaboratore di Carlo Donat- Cattin nella componente di Forze Nuove e poi nell’area Zac con Benigno Zaccagnini. Ma Bodrato non è stato solo un uomo, seppur autorevole e qualificato, di corrente. Perchè con Bodrato tutti si dovevano confrontare. E questo per la semplice ragione che Guido era un interlocutori politico e culturale che rappresentava un tassello insostituibile della storia del cattolicesimo politico italiano.

La sua eredità politica, frutto del suo magistero e della sua lezione, non può e non deve andare dispersi. “Senza, però, guardare avanti con le spalle rivolte all’indietro” come diceva sempre a noi ex giovani Dc con cui aveva una confidenza più stretta e più costante. “La Dc è stato un fatto storico, un prodotto specifico di una fase storica del nostro paese. Non tornerà più perchè è come un vetro infrangibile che quando si rompe va in mille pezzi e non è più ricomponibile. Ma la cultura politica, i valori, i principi e l’idea democratica di partito non tramontano”.

Ed è proprio riflettendo su queste sue parole che l’insegnamento politico e culturale e anche etico di Guido Bodrato è destinato a lasciare un segno. Un segno profondo e diretto, come era profonda e diretta la sua analisi e la sua progettualità.

 

Ci ha lasciati il nostro amico Guido Bodrato

“Guido ci ha lasciati ieri sera per unirsi alla sua amata Irma. Fino all’ultimo lo ha sostenuto una invincibile passione politica, a difesa della Costituzione e della rappresentanza democratica del Parlamento. Che il suo esempio ci conduca. Una preghiera”.

Questo l’annuncio apparso sulla sua bacheca ieri sera.

Su Twitter PierLuigi Castagnetti scrive: “Il vuoto di Irma è  risultato troppo pesante, anche per un una personalità forte come la  sua. E, adesso, il vuoto lo sentiremo noi suoi fratelli minori. Ci  mancherà la sua intelligenza politica, la sua determinazione, la sua  luce nei momenti più cupi e difficili. ‘Andate avanti!”’.

Lo vogliamo ricordare con un suo scritto già pubblicato sulle nostre pagine.

Gli anni di una “democrazia difficile”

(Guido Bodrato)

Le “storie” della Repubblica hanno riservato a Benigno Zaccagnini un posto importante tra i personaggi che hanno partecipato a vicende decisive per la vita del Paese, senza tuttavia considerarlo tra i protagonisti. E il revisionismo, che ha cercato di ridimensionare ulteriormente il significato della fase politica della solidarietà nazionale, ha finito col dimenticarlo. I Popolari debbono ricordarlo, poiché ha scritto una pagina importante della loro storia.

Non è estraneo alla censura dei revisionisti l’obiettivo di dare un significato di “svolta storica” alla fase post-consociativa e ad una polemica contro la “democrazia dei partiti” che in realtà si è dissolta in pochi anni. Quella che doveva essere una “rivoluzione democratica” si è esaurita infatti in un’ondata populista e la riforma istituzionale, che avrebbe dovuto garantire consenso elettorale e stabilità di governo, rischia di farci naufragare in un nuovo trasformismo.

Cresce così il bisogno di recuperare la memoria del passato e di tornare a riflettere sul significato di un’esperienza che ha segnato una generazione, anche se si sono indebolite le speranze che facevano riferimento a uomini come Zaccagnini. La storia della solidarietà nazionale è stata più tragica e più seria di quanto hanno scritto i teorici del “doppio stato”, che non a caso sono costretti a rifugiarsi nei “misteri” e nel teorema della “restaurazione”, per mettere in ombra il fallimento dell’uso politico della storia, cui sono spregiudicatamente ricorsi. La storia di quegli anni si è accompagnata a straordinari mutamenti della società italiana, che hanno riguardato anche i valori cui si è ispirata la Costituzione, ma che in qualche modo anticipavano le trasformazioni che ormai condizionano tutte le grandi democrazie.

L’evoluzione del Paese è stata tutt’altro che lineare: per comprenderlo è sufficiente ricordare gli anni delle stragi “nere” e del terrorismo “rosso”, sui quali è comunque prevalsa la strategia dei partiti democratici. Zaccagnini ha vissuto quel periodo con la consapevolezza delle contraddizioni che pesavano sulla realtà italiana e anche dei limiti della DC, ma con una straordinaria passione democratica. C’è un evidente rapporto tra la strategia dell’attenzione di cui parlava Moro (contrapponendola alla strategia della tensione), e la politica del confronto cui si sono riferite le scelte di Zaccagnini (che rifiutava la logica dello scontro), sia quando facciamo riferimento alla questione democristiana, sia alla vicenda nazionale.

Da un lato la secolarizzazione, dall’altro gli orientamenti post conciliari, avevano inciso in profondità sull’unità politica dei cattolici, che era stata per trent’anni punto di riferimento per la DC e per la vita democratica italiana. Anche l’opposizione comunista aveva tenuto presente questa “coordinata”, sin dalla stagione costituente.

I comunisti non potevano tuttavia ignorare la evoluzione della situazione italiana, come è dimostrato dagli anni della contestazione e poi dal referendum sul divorzio. Quel referendum, voluto dai radicali ma anche da una parte rilevante del mondo cattolico, ha sconvolto gli schieramenti tradizionali, assegnando al PCI una centralità che aveva a lungo, ma inutilmente, inseguito. Nella DC, Fanfani pensava di poter giocare una carte decisiva per il rilancio dell’unità politica dei cattolici sul tema dell’unità della famiglia. Moro cercò di evitare un conflitto che avrebbe minato l’alleanza tra cattolici e laici; tuttavia dopo un inutile rinvio, pensò che la cosa migliore fosse non logorare i rapporti con il mondo cattolico. Zaccagnini avrebbe voluto evitare la “politicizzazione” del referendum, lasciando questa scelta alla coscienza degli elettori; ma quando nella Direzione del Partito una minoranza fece propria la proposta elaborata della DC emiliano romagnola, fini con lo schierarsi con l’amico e maestro Aldo Moro, anche se non nascose le sue preoccupazioni.

La sconfitta referendaria, più pesante del previsto, ha preparato la sconfitta delle elezioni regionali del ’75, che per la prima volta fecero temere l’isolamento della DC. Il referendum ha messo in crisi la strategia degasperiana: i cattolici democratici si sono trovati in conflitto con i partiti laici, registrando una spaccatura dell’elettorato cattolico. E la sinistra ha conquistato il governo delle grandi città e la maggior parte delle regioni, restando tuttavia convinta di non poter rischiare uno scontro frontale con la DC per la conquista del governo nazionale. La riflessione berlingueriana sul “compromesso storico” aveva anticipato questa vicenda di qualche mese. Ora i revisionisti sostengono che Berlinguer ha commesso l’errore storico di non perseguire l’alternativa alla DC. Secondo i revisionisti lo avrebbe fatto per la debolezza della sua cultura istituzionale. Ma dimenticano che il PCI era ancora legato al socialismo reale, che i socialisti italiani pretendevano di guidare l’alternativa di governo, che quando entrerà in crisi il compromesso storico, la “base” e la “nomenclatura” del partito comunista solleciteranno una svolta anti-capitalistica, in contrasto con la strategia riformista. La rottura della “solidarietà” avverrà infatti contro l’adesione al sistema monetario europeo, e poco tempo dopo il partito comunista promuoverà il referendum contro il costo del lavoro. Sono considerazioni insignificanti?

Torniamo al referendum sul divorzio ed alle elezioni regio-nali.

Questa duplice sconfitta metteva i democristiani di fronte ad un bivio: la maggioranza moderata proponeva di consolidare in modo pragmatico i legami con l’area intermedia della società, anche se questa scelta comportava l’indebolimento dei rapporti con l’ispirazione cristiana e con la tradizione popolare del Partito; i cattolici democratici ritenevano invece necessario rinnovare il riferimento ai valori cristiani e stimolare un nuovo rapporto tra le correnti riformiste impegnate nella politica di centro-sinistra, per contrastare la deriva conservatrice cui avrebbe portato la strategia dei moderati. La linea dei cattolici democratici comportava un profondo rinnovamento della DC, che – come dichiarò Aldo Moro – doveva “‘essere opposizione di se stessa” e liberarsi dall’immagine di partito segnato dall’arroganza del potere. Eppure non era possibile abbassare la guardia nei confronti di un partito comunista che non aveva consumato lo strappo con Mosca e che sognava ancora una società socialista.

Come coniugare la continuità dell’ispirazione ed il rinnovamento dell’azione politica? Come arginare il declino eletto-rale, evidente soprattutto sulla sinistra, senza indebolire il ruolo storico di un partito che aveva evitato la radicalizzazione dello scontro sociale e aveva tenuto sul terreno democratico la polemica anticomunista, contrastando le tentazioni reazionarie che covavano nelle viscere del Paese? Oggi si calcolano i costi di quella “politica di mediazione”, e si mettono in evidenza i suoi limiti, ma si ignorano del tutto i risultati cui ha portato, sia in termini di democrazia che di diffusione del benessere. E poi, perché imputare tutti gli errori alla DC, anche quelli (per dirlo con parole di Berlinguer) che non potevano non essere commessi?

In quella situazione, straordinariamente difficile, tormentata dall’affiorare di una violenza che diventerà terrorismo, si delinea la candidatura di Zaccagnini alla guida della DC. Doveva essere una segreteria di “transizione”, verso il congresso del Partito; le circostanze costrinsero Zaccagnini a restare segretario per quattro anni. La “nuova DC”, che recupera tutti i voti persi alle regionali col voto politico del 76, ha il volto di Zac, dell’uomo che un anno prima, parlando come presidente del Consiglio Nazionale, aveva condannato con severità il degrado morale della vita politica. Su questo tema insisterà con decisione, invitando il Partito a ritornare di valori originari ed a comportamenti capaci di fare recuperare la fiducia degli elettori.

Anche la “politica del confronto” esprime un ritorno alle ori-gini, cioè ai valori della Resistenza e della Costituzione, a ciò che poteva unire gli italiani nella lotta contro ciò che cercava di dividerli. Eppure “il confronto” conteneva anche gli elementi essenziali della “sfida” impliciti nella “confrontation” anglosassone; non si trattava di un azzeramento delle differenze ideali e programmatiche, né di un patto fondato sulla debolezza della DC e del PCI. Non si può dimenticare che il voto del ’76, con due vincitori, aveva rafforzato la polarizzazione elettorale e che un nuovo voto avrebbe accentuato questa polarizzazione, e insieme il potere di condizionamento delle “estreme”. D’altra parte, la cronaca di quegli anni dimostra che non si è trattato di un compromesso di potere, ma di una scommessa politica di straordinario valore. Se in quegli anni si fosse inasprito lo scontro sociale e politico, potemmo oggi parlare di “Ulivo”? Lo sottolineo ricordando molto bene che lo svolgimento di quella fase politica fu condizionato dalla strage di via Fani e dall’assassinio di Moro e sapendo che c’è continuità tra una vicenda ormai lontana e la realtà da cui ha preso le mosse la stagione dell’Ulivo.

Per Zaccagnini, la politica del confronto (con la sinistra) è incomprensibile se non è considerata come l’altra faccia della politica del rinnovamento della DC. Ed il rinnovamento morale della politica, che nelle riflessioni di Zaccagnini ha radici nella intransigenza, non comportava affatto una chiusura settaria dei cattolici. Zaccagnini era consapevole della valenza reazionaria del clericalismo, e della subalternità del “gentilonismo” (cioè del trasformismo dei clerico-moderati) agli interessi economici di volta in volta dominanti. Zaccagnini apparteneva, come ha scritto Biagio Bonardi nel suo libro dedicato alla “vitalità interiore della sua fede”, ad una generazione che era giunta alla politica attraverso una severa formazione religiosa e la dura prova della lotta, ad una generazione consapevole della necessità di dare una misura umana alla politica. Zaccagnini aveva compreso che eravamo a un tornante decisivo della storia del cattolicesimo democratico, a un tornante che richiedeva grande coerenza ma altrettanta apertura al dialogo. Si trattava di “superare”, non di negare l’esperienza fatta dopo la Resistenza, nel corso della ricostruzione e poi del lungo cammino verso l’Europa.

Ma su quei temi, come abbiamo già accennato, si misuravano strategie diverse, anche tra i sostenitori della politica di soli-darietà: alcuni si proponevano la “riaggregazione dell’area cattolica”, anche se in una prospettiva che doveva fare i conti con la secolarizzazione; altri ritenevano ormai del tutto consumate le ragioni dell’unità e pensavano che i cattolici più aperti dovevano convergere sui partiti di sinistra, per favorirne l’evoluzione riformista. Dove avrebbe portato la “democrazia compiuta”? E cos’era il “partito diverso” cui pensava Berlinguer?

Molti sono i problemi rimasti. Tuttavia, chi continua a polemizzare contro le radici consociative della “politica del confronto e contro la stagione della solidarietà nazionale, poiché non poneva al primo posto la questione delle riforme istitu-zionali, in realtà ignora la drammaticità di un tempo che ha messo alla prova la stessa democrazia e riduce l’orizzonte della ricerca storica. Si può sostenere che Zaccagnini e Berlinguer sono stati sconfitti; la stessa osservazione è stata fatta per Moro, quando si è affermato che ha pagato con la vita i limiti della sua politica. Ma queste affermazioni non aiutano a delineare una alternativa alle scelte che hanno fatto, e non mettono in campo una politica più “alta” e più lungimirante di quella che ha caratterizzato l’esperienza di una “democrazia difficile”, ma vera e profondamente umana, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di pensare la politica. Quella politica aveva un’anima.

La Fondazione Donat-Cattin presenta l’edizione digitalizzata della rivista Settegiorni

«Settegiorni» (1967-1974) è stata una rivista di formazione, di dialogo e di battaglia politica e culturale. Nata negli ambienti della sinistra sociale della Dc, e segnalatamente  per iniziativa di Carlo Donat-Cattin, ebbe modo di caratterizzarsi per l’apertura al dialogo tra le forze progressiste, per la capacità di interpretare il tumultuoso cambiamento sociale, per l’attenzione ai fermenti del cattolicesimo post-conciliare, per lo sguardo ampio e approfondito sul mondo.

È stato il settimanale che più di altre pubblicazioni periodiche ha accompagnato una generazione di giovani cattolici lungo quasi un decennio di forti tensioni e cambiamenti. Attraverso la rilettura dei diversi numeri sarà possibile cogliere anche le idee per le quali Carlo Donat-Cattin ha sempre lottato; idee che hanno segnato la storia nazionale, con significativi riflessi sul dibattito europeo e sulla contemporaneità e che oggi, libere dai condizionamenti del passato, potrebbero ancora una volta essere principi di ispirazione, trovando nuovo senso e nuovi interpreti. 

Analizzare l’attività, le tematiche, l’impegno politico-culturale di «Settegiorni», significa anche ripercorrere otto anni di vita politica italiana in un periodo cruciale dell’Italia repubblicana, per farne partecipe la comunità, perché la conoscenza e la memoria storica costituiscono il momento primo di ogni azione di tutela.

Accanto alla nutrita schiera dei redattori e collaboratori, scrissero sulla rivista i nomi più prestigiosi della cultura di quel periodo. Un modello di giornalismo politico e culturale che potrà essere conosciuto e apprezzato da tutti grazie appunto a questo lavoro di digitalizzazione dei 366 numeri. In definitiva, il convegno romano della Fondazione Carlo Donat-Cattin sarà l’occasione per approfondire, insieme a un qualificato gruppo di relatori, cosa ha rappresentato «Settegiorni» nel contesto politico nazionale degli anni ‘60-‘70.

 

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1967 – 1968 – 1969 – 1970 – 1971 – 1972 – 1973 – 1974