Home Blog Pagina 654

Regione Lazio: dal Pd via libera all’alleanza con il M5s ma si creano dissapori con Base riformista.

L’apertura di Zingaretti al M5S, con l’ingresso in giunta regionale, ha trovato nella Direzione del Pd Lazio l’opposizione di Base Riformista. Ospitiamo, a riguardo, il parere di Gregori.

Partiamo dalla domanda… cos’è un partito? Un luogo dove più aree di pensiero si uniscono e riconoscono l’una all’altra il diritto ad esprimere il proprio punto di vista sulle “questioni” che, di volta in volta, si presentano.
Questo è quanto il Partito Democratico sin dalla sua origine ha fatto e deve continuare a fare.

Nella fase che stiamo attraversando tante sono le incognite e tanti i punti su cui poter discutere: così il contributo di ciascuna delle aree di pensiero diviene ancora più importante per definire scelte condivise e che prendano in considerazione ogni aspetto delle vicende.
Per quanto riguarda la decisione dell’ingresso del Movimento 5 stelle nella giunta regionale della Regione Lazio questo pare proprio non essere accaduto, dato che la notizia è stata prima appresa dai giornali e poi, a decisione già presa, è stato concesso un confronto “postumo” nella direzione regionale del Partito.

L’attuale guida del Partito Democratico – Presidente della Regione Lazio – si voleva caratterizzare per lo spirito di collaborazione che sin dalle primarie del 2019 proponeva a tutte le componenti del partito. La vicenda e soprattutto l’accelerazione che riguarda l’allargamento dell’area di governo regionale del Lazio al Movimento 5 stelle, anche se da tempo si collaborava in consiglio, non sembra andare in quel senso e ha creato sorpresa in quelli che stavano e stanno cercando di fare del confronto e della pluralità il giusto metodo per ogni decisione e percorso.

Il nostro partito ha certamente bisogno di guardare con favore ad una estensione del proprio campo politico – che deve essere ampio – nel rispetto della vocazione maggioritaria dalla quale è nata nel 2008 la nostra comune casa democratica, tuttavia ha il dovere di non dimenticare quel metodo plurale nel prendere le decisioni che ci ha sempre contraddistinto. Perché proporre, dibattere, voler dare un contributo, non vuol dire tornare indietro ma fare tutti – insieme – un passo in avanti.

La Cisl c’è e farà fino in fondo il suo dovere

Il nuovo Segretario generale della Cisl indica la strada della continuità, ma osserva che il tempo del coraggio è adesso. Riportiamo ampi stralci dell’intervento di Luigi Sbarra, svolto davanti alla platea dei delegati al termine delle votazioni che lo hanno insediato alla guida della confederazione di Via Po.

Grazie per la vostra fiducia. Per l’amicizia e l’affetto che mi state dimostrando. Grazie per l’immenso onore che mi fate. Mai avrei creduto, e nemmeno sognato, quando da giovane mi innamorai dell’attività sindacale, di poter essere eletto, un giorno. Questi ultimi giorni sono stati di grande emozione per me. Ma anche di tristezza. Una tristezza condivisa con tutti voi, per non avere qui, oggi, un grande uomo che ha fatto tanto per la Cisl, per il sindacalismo italiano, per il Paese: Franco Marini. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. Se ne è andato un amico, un padre nobile, un grande orgoglio per la nostra Organizzazione, e una vera Riserva dello Stato. Un uomo che ha reso più forte la democrazia italiana, dedicando l’intera vita alla difesa dei lavoratori, ai più deboli, alla costruzione del bene comune. Un mediatore infaticabile, di lui mancherà tutto. L’apparente bruschezza dei modi, che nascondeva un carattere dolce, umile, umano. La capacità di leggere le complessità e di assumere decisioni giuste, lontane dalle sirene del populismo e della demagogia. La concretezza e la propensione a disinnescare conflitti e a edificare concordia sono virtù che tanto servirebbero a chi abita i palazzi della politica di oggi. Valori e insegnamenti che, dopo la grande stagione della concertazione, si sono affievoliti a vantaggio di una deriva personalistica e di una disintermediazione che ha creato 20 anni di stallo delle riforme. Ci mancherà, Franco. Ma continueremo a farlo vivere ogni giorno, con il nostro lavoro, sperando di esserne all’altezza. 

Mai avrei immaginato di poter raccogliere il testimone di grandi “costruttori di futuro” come lui, come Giulio Pastore, Bruno Storti, Pierre Carniti, Sergio d’Antoni…come te, Annamaria [Furlan, Segretario generale uscente, ndr]. A te va il senso più profondo della mia gratitudine. Grazie soprattutto per aver permesso alla Cisl, con la tua guida, di arrivare dove è oggi. Un grande sindacato-associazione, con i piedi ben piantati nel terreno dell’autonomia e della contrattazione. Un sindacato ‘del fare’, riformatore, rinnovato, ma radicato fortemente nei valori che ne hanno ispirato la nascita e l’azione. Ci hai davvero portati dentro il nuovo secolo, Annamaria. Per di più sei riuscita a farlo in tempi eccezionali e drammatici. Sulle macerie di una crisi di sistema che nel 2011 aveva fatto tremare le fondamenta del Paese, rendendo visibili i punti deboli del nostro paradigma di crescita e dell’incompleto processo di unificazione comunitaria. 

Da convinta europeista hai promosso le ragioni di una Unione più democratica, coesa, vicina ai cittadini. Un’Europa dei popoli e del lavoro, una federazione che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. Sei riuscita, siamo riusciti, a raggiungere approdi sicuri muovendoci tra le insidie di modelli culturali d’assalto, sventolanti l’insegna falsamente moderna di una illusoria disintermediazione. Non era facile e non era scontato smontare la logica assurda e sbagliata dell’uomo solo al comando, con corpi intermedi isolati, messi all’angolo, marginalizzati nel ruolo e nella legittima funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori e dei pensionati in questo Paese, che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. 

Ecco, se noi abbiamo superato tante insidie e siamo andati così avanti, in questi anni, è perché tu sei stata, per lo straordinario equipaggio di militanti, di delegati, di quadri e dirigenti che formano la comunità della Cisl, timone e vela ineguagliabili. Perché sei stata, e sei, uno speciale insieme di ragione e di passione. Di intelligenza e di cuore. Il cuore grande di una donna coerente, coraggiosa e lungimirante. Doti che ti hanno permesso di individuare la rotta giusta e di indicarla a tutti noi. Ti abbiamo seguito, tutta la Cisl ti ha seguito. Il solco è tracciato, sia nell’impostazione sindacale e politica, sia nella dimensione e nella progettualità organizzativa. A noi, ora, il compito di proseguire, con determinazione. Cercando di allargarlo e di renderlo ancora più fertile. Passo dopo passo. Sempre avanti, come in ogni momento della vita del nostro Paese ha saputo fare la Cisl.

È tempo di costruire un Patto Sociale che coniughi solidarietà e competitività, partecipazione e produttività. L’agenda di questo Accordo deve essere scritta insieme. Solo così potrà iniziare quella “stagione dei costruttori” indicata dal Presidente Mattarella. 

Quanto al Recovery Plan, esso rappresenta davvero un’occasione storica che sarebbe un delitto non cogliere. Quello che chiediamo al Governo è concretezza progettuale, con un vero cronoprogramma e reali valutazioni d’impatto sui riflessi occupazionali, sociali ed economici di ogni progetto. E poi la pandemia: la guerra al virus non è finita. Bisogna garantire l’approvvigionamento dei vaccini e piena copertura, moltiplicando le strutture abilitate. Al Governo chiediamo di lavorare insieme, aggiornando i protocolli sulla sicurezza per facilitare la somministrazione nei luoghi di lavoro. La nostra Prima Linea è diventata una trincea di solidarietà, presidiata da delegati, operatori, quadri, dirigenti, Rls e sindacalisti dei servizi, a partire da Inas e Caf, che hanno continuato a lavorare sfidando il pericolo. Ecco cosa vuol dire per noi esserci per cambiare. La pandemia ci conferma che ci sono radicali riforme e profonde innovazioni da fare. Intanto centinaia di migliaia di posti sono andati persi. Il rischio è che senza adeguate protezioni ed investimenti nel 2021 ne scompaiano il doppio. Non possiamo permetterlo.

  L’Italia sarà tanto migliore quanto più a costruirla saranno le donne, tenuto conto della necessità di colmare il divario occupazionale e salariale, per favorire ed inconraggiare il welfare contrattuale volto alla conciliazione tra vita e lavoro. Quanto ai giovani serve un “patto tra generazioni” che garantisca equità e faccia in modo che migliaia di cervelli non debbano più essere costretti ad emigrare, cosa che potrà avvenire se miglioreranno le possibilità di accesso al mondo del lavoro. Il futuro non può che fondarsi sui giovani. 

Serve una svolta sullo stato sociale, rispetto ambientale, sostegno alla terza età, cominciando con la rivalutazione dei trattamenti delle pensioni e da una riforma della flessibilità in uscita più sostenibile che parta dal presupposto che i lavori non sono tutti uguali.

La coesione deve essere consolidata con una riforma fiscale, sgravi sui redditi da lavoro e da pensione, una battaglia contro evasione ed elusione. Sulla non autosufficienza invochiamo una svolta e giusti riconoscimenti ai lavoratori del soccorso e della sicurezza. E poi la questione del Mezzogiorno: bisogna colmare lo storico divario tra aree forti e aree deboli. È interesse di tutti. L’Italia vive della propria unità. Crescerà davvero solo se crescerà il Sud.

Quanto alla Pubblica Amministrazione non ci può essere crescita senza il rilancio della sanità pubblica, assunzioni e stabilizzazioni, senza l’ammodernamento della P.A., con più servizi al cittadino e valorizzando i lavoratori che meritano il rinnovo dei contratti, senza tutele a postali, bancari, assicurativi.

Infine le politiche  industriali. Occorre difendere e rilanciare i nostri asset strategici, dalla manifattura, a partire dall’acciaio e dall’automotive, dalla chimica e dal tessile all’elettronica, dall’agroalimentare all’artigianato, al turismo, ai servizi, dai trasporti all’edilizia. E le politiche attive e gli  ammortizzatori universali, per il sostegno al reddito, per innovare il sistema formativo dalla scuola, all’università, alla ricerca, per atipici e somministrati, per i lavoratori delle telecomunicazioni e del settore energetico. 

In conclusione, proseguiamo il cammino iniziato settant’anni fa e che ci ha portato fin qui. Continuiamo a difendere la dignità, e ad affermare i diritti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, dei giovani e di ogni persona, specie le più deboli e fragili, che siano nate qui o che abbiano scelto di vivere in questo nostro meraviglioso Paese. 

Cambiamo il Paese in quel che c’è da cambiare, per renderlo più giusto, aperto, inclusivo, ricco di opportunità, di lavoro e di vita. Per l’Italia il tempo del coraggio è adesso. La Cisl, come sempre, c’è. E farà fino in fondo la sua parte.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Ha avuto solo una parziale soluzione la questione dei “lavoratori fragili”,  per i quali la legge di bilancio 2021 – n.° 178 del 30/12/2020 all’art. 481 prevedeva tutele sanitarie  estese fino al 28 febbraio 2021.  

Trattasi delle tutele a suo tempo stabilite dall’art 26 comma 2 e 2 bis del cd. “Decreto cura Italia”, per le quali i lavoratori fragili erano in attesa di una proroga,  motivata dall’incremento  esponenziale dei contagi in atto, anche a causa delle numerose varianti del virus in circolazione.

Tuttavia il DPCM del 2 marzo 2021 all’art. 6 ha solo parzialmente rinnovato tali tutele, limitandole all’area del cd. “lavoro agile”: con esclusione della previsione normativa più favorevole che equiparava la condizione dei cd. lavoratori fragili al ricovero ospedaliero. (codice INPS V07) al fine di sottrarli al  pericolo di contagio.

E’ evidente che un utilizzo lavorativo in un contesto ove siano continuativamente presenti altre persone può favorire promiscuità e contatti fisici.

Ed è altrettanto evidente che una persona fragile per costituzione fisica necessiti del ventaglio più ampio di protezioni e tutele: un contagio potrebbe essere addirittura fatale.

Occorre intanto che sia chiarito il concetto stesso di “lavoro agile”: infatti è stata usata nel DPCM questa dizione, anzichè la più restrittiva e protettiva collocazione in “smart working”.

“Lavoro agile” è una definizione che può prestarsi ad interpretazioni applicative disparate, potenzialmente persino creare situazioni di prassi organizzative diverse e conflittuali tra loro, in contesti attuativi differenti.

Perché fare retromarcia rispetto a quanto previsto dall’’art. 481 della Legge di Bilancio per tutto il 2021?

Un DPCM in retromarcia ha le sembianze di un post-scriptum di Ponzio Pilato.

Inutile sottolineare che si tratta del venir meno di una condizione di protezione  poichè non tutti i lavoratori fragili possono essere utilizzati secondo la fattispecie del cd. “lavoro agile” se tale fattispecie non viene circostanziata e definita. 

Forse è sfuggita ai decisori del DPCM la gravità della loro condizione, inquadrata in un contesto normativo fortemente restrittivo e caratterizzato da limitazioni, aree a rischio, divieti, obblighi e raccomandazioni.

Al punto che la riduzione delle tutele rispetto a quanto previsto dall’ultima legge che le regolamentava, appare una contraddizione logica rispetto all’aumentata pericolosità del virus, per le varianti e per l’abbassarsi dell’età media dei contagi.

Chiudere tutto e mandare a lavorare i malati di cancro non mi pare concettualmente coerente.

Ma chi sono i lavoratori fragili? Ne abbiamo scritto a lungo ma… repetita iuvant.

Sono i malati di tumore, i chemioterapici, gli affetti da artrite reumatoide, gli immunodepressi, coloro che sono sottoposti a terapie salvavita, i tutelati dalla legge 104/92,  La loro condizione di fragilità non viene certificata da un medico di famiglia compiacente ma dalle autorità sanitarie della AST o dal cd. “medico competente” nominato dal datore di lavoro al fine di verificare in modo rigoroso e attendibile la tipologia della condizione di inidoneità al servizio normalmente svolto.

Inoltre l’inidoneità è spesso legata al dichiarato periodo di emergenza: c’è un nesso logico fin troppo evidente che lega le due condizioni: la fragilità e l’emergenza (divieti di spostamenti, di uscite, chiusura di esercizi commerciali, di attività pubbliche e sociali ecc.) .

L’emergenza è determinata dunque dalla facilità incrementale del contagio.

Mentre l’art. 481 della legge di Bilancio 2021 n.° 178 del 30/12/2020 prevedeva entrambe le possibilità (lavoro agile e – a seconda della certificazione di inidoneità al servizio- il collocamento in congedo d’ufficio senza far ricorso al  periodo di malattia contrattuale (il cd. “periodo di comporto”) , il DPCM del 2 marzo u.s.  non solo limita l’utilizzo al “lavoro agile” dei lavoratori fragili certificati inidonei ma demanda la definizione della modalità di utilizzo e della pratica attuazione del concetto stesso di lavoro agile  ai singoli dirigenti degli uffici ove il dipendente presta servizio. Si corre il concreto rischio di decisioni diverse da ufficio a ufficio e quindi una possibile, anche se non voluta, oggettiva  disparità di trattamento.

Fa specie riscontrare che mentre una legge dello Stato  ipotizzava una tutela più ampia , un atto gerarchicamente inferiore qual è il DPCM, restringa le ipotesi normative di cui possono avvalersi i “fragili”.

E ciò affidando i criteri del loro utilizzo alla discrezionalità dei singoli dirigenti i quali sono loro stessi, in questa situazione, privati di una normativa unica, legislativa e a carattere nazionale che li tuteli ope legis. 

Ed esposti quindi a possibili contenziosi, nonostante la loro volontà di ben operare.

La situazione che si viene a creare introducendo una discontinuità con la normativa precedente, l’ultima temporalmente in vigore, fino al 28/02 u.s ,  che tutti si aspettavano fosse rinnovata nella sua interezza (ed esattamente il già citato art. 481 della legge 178/2020) merita un sollecito ripensamento in sede legislativa e intanto di decreto legge governativo.

“Fratelli tutti” e “Laudato si”, bussola dei programmi delle Nazioni Unite

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«Insieme a Papa Francesco voglio che i governi ed i popoli del mondo lavorino in armonia tra loro come una famiglia di nazioni; questo è l’unico modo in cui saremo in grado di affrontare i problemi che abbiamo davanti e risolverli».
Così Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha risposto a una domanda di Paolo Mastrolilli, nel corso di una intervista pubblicata il 1° marzo dal quotidiano “La Stampa”.
«Nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti – ha osservato Mastrolilli – Papa Francesco discute la riforma dell’Onu…».
Ha risposto Guterres: «Sono convinto che le Nazioni Unite siano l’unica organizzazione che può aiutare a riunire i Paesi del mondo per affrontare insieme le principali minacce che fronteggiamo: dal Covid-19 al cambiamento climatico al sostegno finanziario verso le nazioni che soffrono. Ma anche la nostra organizzazione ha bisogno di una riforma. Abbiamo bisogno di un multilateralismo in cui si sentano voci diverse. Un multilateralismo che produca risultati e una riforma delle strutture di “governance” basata sulla realtà del presente e orientata verso il futuro, non bloccata nel mondo di 75 anni fa. Gli Stati membri devono concentrarsi sulla riforma del Consiglio di sicurezza che va al cuore della credibilità dell’Onu. Ho avvertito che stiamo affrontando una crescente ondata di nazionalismo in un momento in cui dovremmo concentrarci sulle soluzioni multilaterali ai problemi che fronteggiamo».
Mastrolilli ha poi rivolto a Guterres una domanda in merito alla tempistica per la conversione verde e la riduzione delle emissioni che influenzano il cambiamento climatico.
«Quest’anno sarà decisivo per affrontare l’emergenza climatica generale», ha risposto il Segretario Generale delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo centrale del 2021 è costruire una coalizione globale per la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ogni Paese, città, istituto finanziario ed azienda dovrà adottare piani credibili per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010».
«Devo rendere onore – ha sottolineato Guterres – alla leadership costante del Santo Padre, in particolare attraverso la sua fondamentale Enciclica Laudato si’, nella lotta al cambiamento climatico e alle ingiustizie che esso comporta…».
Come rivelano queste parole, mai nella storia moderna le Nazioni Unite hanno avuto un punto di vista così vicino a quello del Pontefice romano, e mai le Encicliche scritte dal Papa sono state prese in tale considerazione.
Un nuovo mondo sta nascendo e forse è la volta buona che anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu superi le logiche del dopoguerra e si allarghi ad un arco più vasto di nazioni.

Dante e i Papi. Karol Wojtyła e la «Divina Commedia». Il dono di «trasumanare».

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

La specola del dantismo permette di scoprire “percorsi paralleli” seguiti dai Pontefici che hanno operato sotto la stella dell’umanesimo cristiano e che, pertanto, hanno segnato profondamente la storia della Chiesa: «L’umanesimo cristiano (…) per la più grande felicità dell’uomo (…) scongiura le minacce contro la sua dignità di persona, soggetto di diritti e di doveri, e contro la sua stessa esistenza» (Messaggio al Pontificio Consiglio della cultura, 19 novembre 1999). L’essenza di codesto umanesimo è stata perfettamente delineata da Jacques Maritain (Humanisme integral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, 1936), complessa riflessione sul temporale e lo spirituale, secondo un punto di vista teologicamente “orizzontale”. Seguendolo, si può dire che gli eventi della vita e della storia avvicinano Giovanni Paolo II a Pio II , eletto Papa nel 1458, sia per l’importanza della formazione umanistica e letteraria sia per la partecipazione attiva al concilio di Basilea (1431-1445), da parte di Enea Silvio Piccolomini, e al concilio Vaticano II (1962-1965), da parte di Karol Wojtyła, sia perché entrambi, eletti Pontefici, hanno costituito l’ago della bilancia politica europea e non solo europea.

È il 1938 quando Karol Wojtyła si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università Jagellonica di Cracovia: la sua personalità e la sua spiritualità vengono scolpite dagli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche dalla vocazione religiosa che non cancella ma esalta la passione per le humanae litterae e per il teatro, grazie anche all’amicizia con Mieczyslaw Kotlarczyk fondatore del Teatro Rapsodico. Nel 1946, a Cracovia, Karol è ordinato presbitero, ma prosegue gli studi a Roma, presso l’Angelicum, dove discute la tesi di dottorato sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Il ritorno in Polonia (1948) è caratterizzato dall’intreccio fortissimo tra missione pastorale e docenza universitaria presso l’università Jagellonica di Cracovia e l’università Cattolica di Lublino. Nel 1958 è nominato vescovo ausiliare di Cracovia e, da Paolo VI , il 13 gennaio 1964, arcivescovo della stessa città. A quello stesso anno risale il primo documento dantesco del futuro Papa, una lettera-recensione all’amico Kotlarczyk, per una messa in scena della Commedia: «Ecco che al posto di questi contorni obiettivistici, pieni di una realtà escatologica e nello stesso tempo storica, la Divina Commedia è emersa come un poema personale di Dante». Sono gli anni del concilio Vaticano II a cui Wojtyła partecipa, dando il suo contributo alla stesura della Dignitatis humanae. L’umanesimo cristiano si declina in lui in direzione cristologica, come i documenti del Vaticano II dimostrano: nel 1965 dà il suo contributo alla Gaudium et spes, pronunciando il 28 settembre un importante discorso in difesa dell’antropologia personalista. L’Imitatio Christi è il nuovo umanesimo e il nuovo stile di vita, che, all’inizio del pontificato, si tradurrà nell’accorato appello «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (omelia del 22 ottobre 1978). Nel rapporto antropocentrismo-cristocentrismo si inserisce la fonte dantesca e non è certo un caso che le citazioni dall’opera di Dante connotino, dal 1979 al 2003, tutti gli anni del pontificato.

Il suo dantismo ha una precisa matrice teologica e sboccia, come un fiore, dal dantismo dei predecessori Giovanni XXIII e, in particolare, Paolo VI , dei quali sceglie il nome papale. La funzione retorica di codesto dantismo è la climax, che è possibile articolare in tre momenti: citazione, sviluppo, preghiera: «Mi piace ricordare un’esortazione che Paolo VI , mio venerato predecessore, (…) rivolgeva a dodicimila giovani (…). Solo in Cristo è la soluzione dei vostri problemi; è Lui che libera l’uomo dalle catene del peccato e di ogni schiavitù: è lui la luce che risplende fra le tenebre; è lui la verità che tanto ci sublima (Paradiso, XXII , 42)» (1 marzo 1979, omelia per i rappresentanti dell’esercito italiano). Le parole pronunciate da san Benedetto nel cielo di Saturno, per ribadire che la Verità innalza i credenti fino a Dio, sembrano indicare un verso-chiave del pontificato di Giovanni Paolo II , non tanto perché è citato due mesi dopo, in occasione della visita all’abbazia di Montecassino (18 maggio 1979) e ancora dieci anni dopo (19 maggio 1989), sempre a Montecassino, ma soprattutto perché è possibile leggerlo in controluce nell’avvìo dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998): «La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’interazione tra teologia e filosofia consente l’evangelizzazione della cultura e quindi l’evangelizzazione tout court, realizzando gli auspici dei concili Vaticano I e Vaticano II . Solo la libertà interiore permetterà la vera conoscenza, «(l’uomo) solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all’amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé»; parole che sembrano riecheggiare «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’ è più apprezza / fu de la volontà la libertate» (Paradiso, V , 19-22). La memoria dantesca permette il suo sviluppo nella direzione che le è più congeniale: la preghiera. Papa Wojtyła coglie il significato teologico del Padre nostro dantesco e interpreta la «cotidiana manna» come metafora della Eucaristia: «L’aveva intuito con lucida chiarezza Dante Alighieri, uomo di mondo e di fede, genio della poesia ed esperto nella teologia, quando nella parafrasi del Padre nostro (…) insegna che nell’aspro deserto della vita senza l’intima unione con Gesù, la “manna” del Nuovo Testamento, il “Pane disceso dal cielo”, l’uomo, che vuole andare avanti con le sue forze, in realtà va indietro. «“Da’ oggi a noi la cotidiana manna / senza la qual per questo aspro deserto / a retro va chi più di gir s’affanna”(Purgatorio, XI 13-15)» (19 agosto 1979, omelia per studenti e docenti dell’Opus Dei). Nella stessa direzione la preghiera in occasione del restauro della statua dell’arcangelo Michele (29 settembre 1986). «Rivolgo anch’io al Signore la preghiera che tutte le riassume: “Come del suo voler gli angeli tuoi / fan sacrificio a te cantando osanna / così facciano li uomini de’suoi” (Purgatorio, XI , 10-12)», una preghiera culminante, nell’anno 2000, nell’auspicio dell’avvento del Regno di Dio: «Vegna ver noi la pace del tuo regno, esclama Dante nella sua parafrasi del Padre nostro ( PG , XI , 7), un’invocazione che orienta lo sguardo al ritorno di Cristo e alimenta il desiderio della venuta finale del Regno di Dio» (Udienza generale del 6 dicembre 2000). È un procedimento che raggiunge il suo apice nella preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso, versi ampiamente citati dai predecessori di Giovanni Paolo II , ma che in lui assumono un particolare significato, alla luce del suo motto apostolico. Dalla lettura in seminario del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignon de Monfort alle parole del Testamento spirituale, «Tutto, anche questo momento, depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus» (6 marzo 1979), nel pensiero teologico del Papa santo, ogni affermazione si può collegare al culto della Madre di Dio. Particolarmente illuminanti sono le parole dell’Angelus dell’8 dicembre 2001: «Tornano alla mente le parole che Dante nel canto trentaduesimo del Paradiso si sente rivolgere da san Bernardo, ultima guida nel suo pellegrinaggio ultraterreno: “Riguarda omai nella faccia ch’a Cristo / più si somiglia; ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo” (vv.85-87)». Per san Giovanni Paolo II , canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, cristologia e mariologia coincidono proprio come nella teologia dantesca. Codesta mirabile sintesi basterebbe da sola per definire il sacro dantismo, ma manca ancora un tassello, essenziale, che si incastona come la gemma nell’anello pontificale: la dimensione estetica del pensiero teologico, così come è delineata, in generale, nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) e, in particolare, nel discorso all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano (30 maggio 1985). Nella Lettera, partendo dal presupposto che il Bene è la condizione metafisica della Bellezza, Giovanni Paolo II afferma la possibilità di un’alleanza feconda tra Vangelo e Arte, pur rimanendo distinti i due percorsi dell’itinerario verso Dio: «Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica» (par. 6). Si tratta della dimensione estetica dell’umanesimo, che nel medioevo cristiano aveva generato l’arte romanica e gotica, «mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre “il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Paradiso, XXV , 1-2)» (par. 8), e che «non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio» (par. 9).

Si tratta di una dimensione estetica che si esprime nelle innumerevoli rappresentazioni della Vergine Santa, che «il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso, come “bellezza, che letizia / era ne li occhi a tutti li altri santi”» (Paradiso, XXXI , 134-135)» (par. 16) e che implica un sforzo al limite dell’umano: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica, per questo spiritualizzò il sistema planetario, vide i cieli come narratori privilegiati della gloria di Dio, inondò di luce le balze del Purgatorio e i cieli del Paradiso» (Discorso per la mostra Dante in Vaticano, 30 maggio 1985).

Neera Tanden: la prima nomina di Biden che fa un passo indietro

Neera Tanden, direttrice del think tank progressista Center for American Progress nominata dal presidente Usa Joe Biden direttrice dell’Ufficio di gestione del bilancio, ha fatto un passo indietro e rinunciato alla nomina.

Lo ha confermato la Casa Bianca. Quella di Tanden è la prima nomina di Biden a non essere andata a buon fine.

Nelle scorse settimane diversi senatori avevano espresso riserve per una serie di commenti incendiari e insulti di Tanden rivolti a diversi parlamentari tramite Twitter. E’ stata la diretta interessata a inviare una lettera al presidente, affermando che “appare ormai chiaro che non esiste alcun percorso possibile per ottenere la conferma” della nomina.

Nella missiva, rilanciata dalla stampa Usa, Tanden afferma di non voler essere “una distrazione dalle altre priorità” della Casa Bianca.

Per gli esperti l’accanimento democratico contro questa nomina è dovuto a una vendetta postuma nei confronti di Hillary Clinton, di cui la Tanden è stata consigliera, collaboratrice, alleata, amica.

Ora per la successione le fonti del Congresso parlano  John Jones, Shalanda Young, Jared Bernstein – consigliere di lunga data di Biden- e Gene Sperling, che è stato uno dei massimi consiglieri economici degli ex presidenti Barack Obama e Bill Clinton.

Covid: il pass vaccini salverà il turismo estivo

Il green pass vaccinale che consente gli spostamenti tra Paesi dell’Unione Europea salva l’estate degli stranieri in vacanza in Italia che vale 11,2 miliardi per il sistema turistico nazionale in spese per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Bankitalia in riferimento all’importanza della presentazione da parte della Commissione europea il prossimo 17 marzo della proposta legislativa per un Digital green pass con l’obiettivo di consentire gradualmente agli europei di muoversi in sicurezza all’interno o all’esterno dell’Ue, per lavoro o turismo.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è fortemente dipendente dall’estero per il flusso turistico con ben 23,3 milioni di viaggiatori stranieri che la scorsa estate hanno dovuto rinunciare a venire in Italia per effetto delle limitazioni agli spostamenti e per le preoccupazioni sulla diffusione del contagio. Si tratta un vuoto pesante nel periodo da giugno a settembre che purtroppo non è stato compensato dalla svolta vacanziera patriottica degli italiani. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia grava sull’ospitalità turistica nelle mete più gettonate che risentono notevolmente della loro mancanza anche perché – sottolinea la Coldiretti – i visitatori da paesi europei hanno tradizionalmente una elevata capacità di spesa.

Ad essere avvantaggiate saranno soprattutto le città d’arte, che sono le storiche mete del turismo dall’estero, ma anche gli oltre 24mila agriturismi nazionali dove gli stranieri in alcune regioni secondo Campagna Amica rappresentano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti. E’ importante che con l’avanzare della campagna di vaccinazione e l’apertura delle frontiere si proceda anche alla ripartenza delle attività di ristorazione a pranzo e cena, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. Il cibo infatti – conclude la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

Sicilia: integrazione più forte con IncluCities

Migliorare l’integrazione dei migranti nelle città di medie dimensioni con un processo di formazione. È lo scopo del progetto ‘IncluCities’, che unisce otto città europee tra cui Partinico in Sicilia (in coppia con la città belga di Mechelen). Finanziato dal Fondo Amif per l’asilo, il progetto è guidato dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (Ccre) che lo ha proposto come esempio virtuoso in un incontro online sull’impatto locale del nuovo approccio europeo alla migrazione.

All’epoca dell’inaugurazione di ‘IncluCities’ nel 2020, il portavoce del Consiglio dei comuni e delle regioni europee (Cemr), Pietro Puccio, lo aveva definito “un’opportunità per creare un territorio di dialogo multiculturale, spostando il focus dall’accoglienza, intesa come gestione dell’emergenza, a una rigorosa strategia di inclusione”. Per riuscirci sarà fondamentale la cooperazione tra le otto città, che hanno tutte diversi gradi di esperienza in questo campo, e le varie associazioni nazionali di governo locale e regionale. Opinione condivisa dal vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, che ha dichiarato: “I governi locali possono dimostrare come gestire la migrazione senza rimanere bloccati nei dibattiti”. Schinas ha inoltre sottolineato la necessità che i governi locali e regionali svolgano un ruolo cruciale nei negoziati sul nuovo patto Ue.

Vaccino: “Una sola dose per chi già ha avuto covid”

In una circolare del ministero della Salute con parere sia dell’Aifa e del Css, si prevede la somministrazione di “una sola dose per quanto riguarda i soggetti già infettati in passato, in quanto l’infezione sostanzialmente svolge il ruolo di ‘priming’ normalmente svolto dalla prima dose”.

Per quanto riguarda la validità dei vaccini sulle varianti Locatelli ha chiarito che: “Il virus tende a mutare” e “tendono a emergere alcune varianti, soprattutto quelle “connotate da maggiore capacità contagiante”, ma “da qui a dire che la variante possa sfuggire all’effetto indotto in termini di immunità protettiva dal vaccino andrei estremamente cauto. Credo che tutte queste valutazioni debbano essere improntate a sobrietà comunicativa e senso di responsabilità”.

Serve un centro… di sostanza

Dopo che l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto una scelta diversa da quella che in tanti auspicavano, che invece era quella di chi lo avrebbe visto bene come federatore del centro, e non solo, ma anche di quelle tante realtà che si riconoscono nel centro-sinistra ma con cui l’attuale Pd fa fatica a interloquire, risulta a mio avviso importante seguire l’indicazione che ieri Giorgio Merlo ha dato su Il Domani d’Italia, ovvero quella che nello spazio politico del centro c’è ancora un campo aperto per tale progetto, anche per noi Popolari. A condizione che si sappia rappresentare un’agenda popolare, consapevole delle difficoltà attuali ed insieme capace di proporre una visione di futuro, a un governo che dispone di straordinarie competenze al suo interno, che vanno fatte interagire costantemente con le istanze della classe media.

Qualche punto di una tale agenda e delle urgenze socioeconomiche da cui scaturisce, è senz’altro rimbalzata nei colloqui dell’incontro bilaterale tra Italia e Santa Sede svoltosi ieri in occasione della ricorrenza dei Patti Lateranensi.

Ma sarebbe illusorio rifugiarsi passivamente sotto le ali di Draghi, sperando che dalla sua “magica” covata possa schiudersi l’uovo di un centro forte. Quest’ultimo sarà tale, credo, solo se saprà rappresentare un punto di vista distinto, propositivo e originale rispetto a quello di Draghi e dei suoi principali collaboratori. Non certo per logorarlo o indebolirlo bensì per il fine opposto, di rispondere con i fatti a quanti soprattutto nell’area dei Paesi “frugali” tendono a dare una lettura dell’attuale governo prevalentemente in termini di ultima spiaggia per l’Italia, o di anticamera della Troika, quando non addirittura di mera parentesi tra l’ondata populista del 2018 e una possibile in futuro.

Per scongiurare quest’ultimo rischio serve un centro di sostanza, capace di dare reale rappresentanza politica alla fascia di mezzo della società, erodendo la terra da sotto i piedi a nuovi populismi con una strategia concreta e convincente.

Perché come ha ben colto l’editoriale dell’ultimo numero della Civiltà Cattolica, se nelle ultime settimane il ceto politico ha mostrato di voler convergere verso il centro, con una svolta generalmente moderata, è lecito chiedersi se l’elettorato, abituato alle polarizzazioni, farà lo stesso movimento dei partiti. La risposta non è per nulla scontata. Su questo fronte in particolar modo credo si debba collocare l’impegno di quanti oggi cercano di allargare i confini del centro come base per un nuovo centro-sinistra.

Si potrebbe osservare che al medesimo fine, quello di evitare un riemergere del consenso a vecchie e nuove formazioni populiste, talora servirebbero anche atteggiamenti meno perentori da parte dell’establishment. Come certe fughe in avanti a cui ormai sembra abituata la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen che l’altro ieri ha ribadito al Financial Times una sua personale road map che sembra uscita dal Bill Gates-pensiero, che contempla un’”era di pandemie” e di conseguenti restrizioni e misure, come il passaporto sanitario, che oltre che a prestare il fianco ai concorrenti dell’Europa (il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov ha subito messo il dito nella piaga della contraddizione fra la necessità del passaporto vaccinale e la non obbligatorietà dei vaccini) generano degli interrogativi su quanto sia reale la disponibilità dei cosiddetti “poteri forti” a concepirsi come una parte anziché come il tutto. Ma questo, a ben vedere, è la ragione sociale del centro “popolare”, rappresentare le ragioni, gli interessi dei tanti “piccoli” che insieme fanno una nazione e di porre e presidiare i giusti paletti affinché i pochi grandi non si ergano a misura di ogni cosa. Una tentazione mai così forte come nell’ora attuale ma che, come in passato, se non sarà temperata può produrre ancora effetti incontrollabili.

Il popolarismo non è stato un incidente di percorso

Dalle ultime riflessioni di Giorgio Merlo e di Lorenzo Dellai su queste colonne è emersa chiaramente la volontà di costruire qualcosa di nuovo per la politica italiana.

Ce n’è davvero bisogno ora più che mai, soprattutto in ragione di questa nuova alleanza a sinistra tra M5S, PD e LEU in funzione pro Conte.

Dellai ha messo efficacemente in risalto come il PD di Zingaretti, ormai, sia scivolato su posizioni populiste che non appartengono né alla vicenda politica della sinistra storica, né a quel residuo di presunto cattolicesimo democratico che ancora vi alberga in funzione della poltrona ministeriale.

Allora, se questa è la realtà politica italiana, l’invito di Merlo a far decollare un centro politico risulta essere non solo affascinante, ma anche necessario. 

Qualche osservazione, però, occorre pur farla; non tanto per il gusto di distinguersi, ma per aiutare un dibattito che si fa sempre più vivace e sempre più interessante.

L’obiettivo è senz’altro comune; non per appartenenza politica legata al passato, ma per la realtà che sta dinanzi al nostro Paese: un’area di centro è oggi necessaria e vitale per la politica italiana.

Con serenità e con altrettanta umiltà, però, non può essere archiviato il problema della questione identitaria.

Nessuno ha nostalgia per un passato che non c’è più e che non può più ritornare, ma il popolarismo non è stato un incidente di percorso e, dunque, proprio da lì occorre ripartire.

Gli avvenimenti consumatisi tra il 1994 e i primi anni 2000 dovrebbero sviluppare un’analisi sulle responsabilità politiche di una classe dirigente (non tutta) che ha preferito prima di tutto autoproclamarsi tale e poi che ha preferito il potere al dibattito e al confronto, le scorciatoie ad una organizzazione capillare sul territorio, l’ibrido politico alla riaffermazione di principi e valori ancora attuali.

Ecco perché la questione identitaria assume un rilievo fondamentale: riferimenti alti e validi per tutti (credenti e non credenti) sono alla base di un impegno politico laico, ma cristianamente ispirato.  Dalla questione del lavoro, che non può essere un semplice assistenzialismo a 5 Stelle, alla questione dell’ambiente, della vita, dell’agricoltura sostenibile, del primato delle comunità e degli enti intermedi tra società e Stato, dell’economia che non può essere più ispirata al puro e semplice profitto economico.

Sono questi i veri temi che oggi stanno di fronte ad un cattolicesimo democratico e popolare che vuol tornare protagonista sul piano ideale e non del puro e semplice potere.

Del resto, siamo anche avvantaggiati dal fatto che le encicliche dei papi indicano un cammino da intraprendere senza tentennamenti.  Dalla Populorum Progressio di Paolo VI alle ultime encicliche di Francesco vi è quel sottile ma profondo modo di essere del cristiano impegnato in politica.

Certo, il discorso è troppo lungo e non può essere sciorinato integralmente in un articolo, ma vale la pena riaffermare che un nuovo partito di centro non può che nascere da queste motivazioni, privilegiando la cultura dell’ascolto e poi del servizio verso una società, soprattutto giovanile, che va rispettata ma anche rieducata dopo il ventennio berlusconiano.

Si vocifera

I toni miti non sembrano appartenere alle consuetudini comunicative del nostro tempo.

Difficile trovare consensi parlando sottovoce: le ragioni si conquistano con modi sovrastanti, vince l’effetto domino, non ci si può sottrarre alla gratificante soddisfazione dell’essere i depositari dell’ultima battuta. 

Si parla, ci si scambiano idee e opinioni, si partecipa più o meno convintamene a questo straordinario palcoscenico planetario della recita a soggetto, dove ormai nessun contatto ci è precluso.

Si pensa, si parla, si dice:  ma si sa anche ascoltare?

C’è una selezione naturale nelle scelte di quello che si ascolta, operata dalla nostra mente, dai nostri interessi e dalla nostra attenzione ma non sempre ci riesce di escludere quello che vorremmo restasse fuori.

Viviamo infatti nel magma indistinto della comunicazione al punto che ci riesce difficile separare la realtà dalla sua rappresentazione.

In una società definita complessa, senza centro e senza periferie, finisce per essere vero il tutto ma anche il suo contrario, prevalgono sempre i punti di vista, la soggettività.

Siamo solisti che ambiscono di appartenere al coro ma abbiamo la velleità di pensare che il consenso è meglio acquisirlo partendo dalle nostre personali valutazioni.

Il vociare indistinto che ci circonda finisce col diventare un limbo di soggettività.

La complessità consiste infatti nella multicorde compresenza delle voci dove poco resta sottotraccia: tutti devono dire, esprimersi, aggiungere, puntualizzare.

Si alzano i toni senza preoccuparsi di elevare pure le altezze: quelle dei contenuti, dell’etica che li ispira e dei messaggi, del rispetto verso gli interlocutori.

Più che sussurrare ormai si vocifera convintamene, per abitudine o per scelta non ci si può escludere da questo presenzialismo della parola.

C’è una sorta di brusio diffuso che abbraccia l’umanità e la pervade ma non sempre si riesce a decifrarne il senso: vociferare infatti significa esprimersi comunque, senza riguardo ad un principio di identità, è sempre più importante partecipare. 

Più del messaggio in sé diventa significativa la presenza: esserci, dire.

A partire dai “si dice” tutto diventa ipotetico e possibile, non c’è miglior palestra per esercitare la nostra fantasia: fare congetture, diffondere notizie incerte, mormorare, insinuare. 

Si parla per dire o si parla per parlare?

C’è un autocompiacimento celebrativo nell’eloquio: ad esempio i politici migliori sono infatti quelli che usano la retorica per mascherare la carenza di senso pratico.

Trovo che oggi ci si pongano meno domande di un tempo, che l’umiltà del dubbio abbia ceduto il posto alla spavalderia, che tutti si affrettino ad accreditarsi come depositari di autorevoli risposte.

Questo mondo ci fa crescere in fretta, troppo in fretta e ci proietta sulla ribalta della vita con il solo paracadute dei luoghi comuni, facendoci credere che la rete della comunicazione possa sostenere l’onere della prova e delle scelte.

Ma questa rete ha maglie troppo larghe e sottili per reggere la trama della vita e a volte, quando si alza il sipario, siamo chiamati a qualche monologo senza partitura.

Trovo che il vociare collettivo produca ingolfamenti nell’anima, un surplus di stimoli che spesso genera azioni uguali e contrarie:  ci “resettiamo” solo nel silenzio, se ne siamo capaci.

Si dice, si vocifera: nel bene o – più sovente – nel male finiamo col vivere una condivisione inconsapevole, priva di autenticità.

Zingaretti/M5S – Base Riformista di Roma e Lazio: no ad accordi al buio che fanno male alla comunità del PD

  1. Dopo aver espresso la nostra contrarietà ieri durante la direzione regionale alla relazione del segretario Astorre sull’alleanza con il M5S, non partecipiamo oggi  al voto perché costretti dalla mancanza di dialogo e di confronto e da una scelta sbagliata nel tempo sbagliato, senza condivisione della base. Un partito con una vocazione maggioritaria ridotto a “stampella” del M5S. Dopo Conte o morte l’accordo fuori da un quadro organico per le elezioni amministrative di Roma e degli altri comuni del Lazio ci relega di fatto ad un ruolo ancillare del M5S.

Dopo l’incoronazione di Grillo alla Raggi, rispetto al malgoverno che incarna a Roma e a cui noi siamo alternativi e distinti, fa si che questa alleanza a freddo porti preoccupazione nella “base” disegnando uno scenario di grave rischio per le prossime elezioni comunali per i quali i sondaggi nazionali sono indicativi.

La completa disconnessione con i cittadini di Roma che si sono sempre riconosciuti nel profilo riformista e di centro sinistra del Partito Democratico rende questa scelta, portata avanti in questa maniera, totalmente sbagliata. Noi non restiamo silenti davanti a tutto questo. Per questo non partecipiamo al voto. Non vogliamo essere accostati a questa follia politica. Lo dobbiamo alla nostra Regione e alla nostra Città.

Lo dichiarano in una nota i rappresentanti di Roma e del Lazio di Base Riformista, la corrente dei cosiddetti ex renziani.

Il testo integrale del nuovo Dpcm in vigore dal 6 marzo

E’ stato pubblicato il nuovo DPCM con le ulteriori misure restrittive anti Covid del governo Draghi in vigore dal prossimo 6 marzo fino al 6 aprile.

Il provvedimento è stato approvato nella serata del 2 marzo dal premier e introduce diverse novità.

La principale novità riguarda la scuola: gli istituti di ogni ordine e grado saranno obbligati a passare alla didattica a distanza nelle zone rosse e nelle aree del Paese dove l’incidenza dei contagi supera quota 250 ogni 100mila abitanti.

Nelle zone rosse, inoltre, d’ora in poi dovranno chiudere i battenti parrucchieri, barbieri e centri estetici. Proprio come avvenuto nel lockdown nazionale della scorsa primavera.

Restano confermati il sistema a colori, il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino e, fino al 27 marzo, lo stop agli spostamenti tra Regioni. A partire da quella data, scattano nuove riaperture: musei aperti anche il sabato e nei festivi e via libera a teatri e cinema nelle zone gialle (ma solo su prenotazione e con capienza del 25%).

Viene istituito un tavolo di confronto tra ministero, Iss, Comitato tecnico scientifico e Regioni “con il compito di procedere all’eventuale revisione o aggiornamento dei parametri per la valutazione del rischio epidemiologico, in considerazione anche delle nuove varianti“.

Qui di seguito il testo integrale

DPCM testo integrale

Gli Uffizi si diffondono in Toscana

Ci vorrà ancora molto tempo prima che si possa avere un turismo di massa. Per questo il direttore degli Uffizi vuole assicurarsi un modo per permettere ai visitatori di visitare il museo anche allontanandosi dalla stessa Firenze.

“Uffizi diffusi”, è una rivisitazione del concetto italiano di “hotel diffusi” , in cui le singole “stanze” si trovano in diverse case di un villaggio.

In questo progetto, le opere conservate nel deposito degli Uffizi saranno esposte in tutta l’area circostante la Toscana, trasformando la regione più famosa d’Italia in un grande museo “sparpagliato”.

Il primo nucleo comprende la Villa Medicea di Careggi, il Museo della Battaglia di Anghiari e il Museo Civico di Pescia in via di apertura, il Centro visite del parco Nazionale delle foreste casentinesi, Monte Falterona e Campiglia al Castagno di Andrea. Poi la villa dell’Ambrogiana a Montelupo.

Non è la prima volta che Schmidt presta opere d’arte alle città locali. Nel 2019, ha inviato un disegno di Leonardo da Vinci a Vinci, città natale dell’artista, nell’anno del 500 ° anniversario della sua morte.

Mentre la mostra del 2019 sulla Battaglia di Anghiari del XV secolo, nella Toscana orientale, tenutasi ad Anghiari stessa, ha fatto quadruplicare il numero di visitatori al museo locale.
Il presidente della Regione Toscana  Eugenio Giani è convinto che “Grazie a questo progetto la galleria potrebbe espandersi sull’intero territorio regionale e valorizzare il rapporto tra l’arte, la storia ed il territorio riservando a ciascuna area le opere ad essa più strettamente legate”.

Concorsi: in arrivo 4.536 posti nelle PA

Sono 4.536 i prossimi posti da destinare a concorso nel 2021 nelle amministrazioni centrali e negli enti pubblici non economici. In base ai più recenti fabbisogni comunicati, sono 4.000 le unità di personale diplomato di Area II che saranno destinate alle amministrazioni centrali con apposito concorso. Il Dipartimento della Funzione pubblica bandirà una selezione per 250 funzionari di area III per il ministero dei Beni culturali. Per Agid e ministero dell’Economia saranno banditi concorsi per 101 funzionari informatici e per 93 collaboratori amministrativi. Per il ministero delle Infrastrutture saranno reclutati invece 80 tecnici di alta specializzazione ed elevata professionalità (ingegneri, architetti e geologi). In deroga al concorso unico 2021 l’Inps bandirà una selezione per 189 posti di medici di prima fascia funzionale e l’Agenzia italiana del farmaco per 40 unità tra dirigenti e funzionari.

Nel primo semestre 2020, secondo la fotografia scattata dal Dipartimento in collaborazione con Formez, sono stati 6.343 i posti messi a bando su tutto il territorio nazionale, così suddivisi:

  • Servizio sanitario: 3.371
  • Comuni: 1.790
  • Università: 766
  • Enti pubblici non economici: 279
  • Enti di ricerca: 125
  • Avvocatura dello Stato: 12

 

Il protocollo anti-Covid adottato il 3 febbraio 2021 dal dipartimento, previa validazione del Comitato tecnico-scientifico, in applicazione del Dpcm del 14 gennaio, ha permesso la ripresa delle procedure concorsuali limitando per ragioni di sicurezza la presenza dei candidati a un massimo di 30 persone per sessione-sede. Un paletto che rallenta l’organizzazione di maxi-selezioni per oggettive difficoltà legate alla prevenzione del contagio. Secondo la mappatura del Dipartimento, sono in corso di svolgimento, o si sono conclusi di recente, concorsi per 13.478 unità tra funzionari e dirigenti.

Ammontano già a 400 i nuovi concorsi banditi o ripresi da parte di Comuni e altri enti sulla base del protocollo del 3 febbraio.

Il Dipartimento della Funzione pubblica sta inoltre definendo, d’intesa con il Garante della Privacy, le linee guida per l’organizzazione e lo svolgimento a distanza delle prove concorsuali (il cosiddetto “proctoring”), che in questi tempi di emergenza epidemiologica rappresenta una doverosa innovazione tecnologica per non bloccare la macchina delle assunzioni.

L’Ufficio per i concorsi e il reclutamento del Dipartimento è a disposizione delle amministrazioni per fornire supporto, consulenza e assistenza sull’attuazione del protocollo e, più in generale, sulle procedure concorsuali.

Mercato immobiliare: Istat, rilevante flessione nella prima metà del 2020.

Nel I e nel II trimestre 2020 si osserva una rilevante flessione delle convenzioni notarili di compravendita e delle altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari. Il totale delle compravendite ammonta a 157.126 nel I trimestre 2020 (-17,9% rispetto al IV trimestre 2019 e -17,7% su base annua) e a 149.764 nel II trimestre (-17,3% rispetto al trimestre precedente e -30,8% su base annua).

Nel II trimestre il settore abitativo segna variazioni congiunturali negative in tutte le aree geografiche del Paese (Centro -23,7%, Sud -20,7%, Isole -19,9%, Nord-ovest -14,1%, Nord-est -10,7%, totale Italia -16,9%) cosi come il settore economico (Centro -38,9%, Isole -27,3%, Sud -22,6%, Nord-ovest -20,6%, Nord-est -13,8%, totale Italia -24,4%).

Il 95,0% delle convenzioni stipulate riguarda trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (142.265), il 4,7% quelle a uso economico (7.002) e lo 0,3% le convenzioni a uso speciale e multiproprietà (497).

Rispetto al II trimestre 2019 le transazioni immobiliari diminuiscono del 30,8% (-30,4% l’abitativo, -37,9% l’economico), accelerando la flessione su base annua già evidenziata nel I trimestre (-17,7%).

La diminuzione tendenziale osservata nel II trimestre interessa tutto il Paese sia per l’abitativo (Isole -38,8%, Sud -34,9%, Centro -30,8%, Nord-ovest -30,5% e Nord-est -23,5%; piccoli e grandi centri: -31,6% e -29,0%) sia per l’economico (Isole -42,5%, Nord-ovest -39,9%, Centro -39,0%, Sud -38,0% e Nord-est -31,9%; grandi e piccole città: -38,3% e -37,6%).

Nel II trimestre le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare (84.284) scendono dell’11,5% rispetto al trimestre precedente e del 20,9% su base annua, accentuando il calo congiunturale e tendenziale del I trimestre (rispettivamente -9,9% e -14,0%). La flessione interessa tutto il territorio nazionale sia su base congiunturale (Centro -22,5% Sud -14,9% Isole -12,8% Nord-est -6,8% e Nord-ovest -5,3%) sia su base annua (Isole -30,2% Isole -26,6% Centro -22,0% Nord-ovest -20,3% Nord-est -14,7%; piccoli e grandi centri: rispettivamente -24,0% e -16,8%).

Leggere i segni della violenza

Lunedì 15 marzo alle 17.30, l’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino ed il Segretariato Italiano Studenti in Medicina di Torino (SISM) organizzano una conferenza on line dal titolo “Leggere i segni della violenza”. La violenza, in particolare la violenza domestica, è da molti anni un grave problema sociale, che la pandemia e i lockdown hanno ancora inasprito. L’Associazione ha scelto quindi di inaugurare le proprie attività collaborando con gli studenti di medicina ad un momento formativo di particolare significato clinico e sociale.

Dopo i saluti da parte del Presidente dell’Accademia di Medicina, prof. Giancarlo Isaia, e dell’incaricato locale del SISM Torino Giuseppe Cantelmo, interverrà la dr.ssa Paola Castagna, responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale del S. Anna, sulle difficoltà a leggere e comprendere i segni della violenza. Seguiranno gli interventi del dott. Gianluigi D’Agostino, Presidente della Commissione Albo degli Odontoiatri di Torino e della dott.ssa Maria Teresa Sorrentino, Dirigente Medico Spec. Radiologia della Città della Salute di Torino. Infine, la dr.ssa Gabriella Tanturri, già Direttrice Struttura Semplice Day Surgery ORL (otorinolaringoiatria), Città della Salute di Torino, parlerà di “Lesioni ORL da violenza: strategie di riconoscimento” mentre la dr.ssa Cristina Biglia, che opera nei consultori come referente territoriale della rete antiviolenza, affronterà il tema “Risorse del territorio come risposta ai bisogni delle persone esposte a violenza e delle loro famiglie”. Sono previsti anche tre interventi da parte di rappresentanti del SISM per declinare l’incontro sulle domande degli studenti di medicina.

L’iniziativa è nata in seguito ad un’osservazione di una studentessa di medicina, lamentava come i suoi colleghi ritenessero che la violenza fosse essenzialmente sessuale, quindi competenza ginecologica. In realtà, quasi tutte le specialità, per non parlare dei medici di famiglia, entrano in contatto con patologie o lesioni causate dalla violenza di genere. E’ importante che i giovani medici e gli studenti di medicina acquisiscano strumenti per saper “leggere” e interpretare i segni clinici o radiologici di violenza.

In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro collegandosi alla pagina Facebook dell’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino (https://www.facebook.com/AAAMedicinaTorino).

Centro, adesso c’è il campo aperto.

La scelta di Giuseppe Conte di guidare il partito dei 5 stelle – ovviamente si tratta di una guida  politica a sovranità limitata perchè, come tutti sanno, da quelle parti conta solo e soltanto una  persona: il fondatore comico del movimento – semplifica e chiarisce il quadro politico nel campo  della sinistra. A questo punto l’alleanza tra Pd, 5 stelle e i post comunasti di Leu può salpare  definitivamente. Una alleanza, è facile capirlo, che difficilmente può competere con il campo  politico del centro destra e di ciò che ruota attorno a quella alleanza perchè i numeri, al di là dei  sondaggi compiacenti, difficilmente possono essere sufficienti per una eventuale vittoria  elettorale. 

Ma, al di là di ciò che capita nell’area della sinistra, quello che adesso diventa sempre più urgente  è di far decollare, seriamente e senza la vocazione testimoniale e fallimentare del passato recente  e meno recente, un’area di centro riformista e plurale che, oltre a coprire un’area politica oggi di  fatto non rappresentata, può diventare un elemento di stabilità per il futuro governo del paese.  

Certo, si tratta di contribuire a superare definitivamente quella deriva trasformista, opportunista e  populista che ha caratterizzato profondamente la stagione politica che ha preceduto l’arrivo del  Governo Draghi. Ma è indubbio che adesso quest’area deve essere strutturata e consolidata. Non  può essere, com’è del tutto evidente, un’area vagamente identitaria ma dev’essere  necessariamente plurale e capace, al contempo, di inserire alcuni ingredienti che in questi ultimi  anni sono stati sacrificati sull’altare di una presunta e maldestra modernità: e cioè, cultura della  mediazione, cultura di governo, rispetto delle istituzioni e senso dello Stato, rifiuto della  radicalizzazione dello scontro politico, cultura della sintesi, qualità della democrazia e spiccata e  profonda cultura riformista e democratica. Elementi che, in un clima dominato appunto dal  trasformismo e dal populismo, non potevano in alcun modo fare breccia nella cittadella politica  italiana. Ma con l’avvento del Governo Draghi anche quella triste e decadente stagione è arrivata  al capolinea e si può, pertanto, inaugurare una nuova fase della politica italiana. E’ proprio in  questa cornice che può decollare una nuova scommessa politica. Un progetto politico che,  inesorabilmente, avrà una genesi extraparlamentare come è stato giustamente evidenziato ma  che dovrà essere caricato di contenuti politici e di classe dirigente autorevole e qualificata. Che  resta l’altro decisivo tassello per invertire una rotta che in questi ultimi anni dominati dal  populismo grillino ha spadroneggiato in modo incontrastato e con il favore di molti settori  giornalistici e politici. 

Ecco perchè, adesso, occorre attivarsi con una proposta unitaria, qualificata e specifica.  Dopodichè arriverà il leader. Ma senza limitarsi solo a individuare nel leader la soluzione di tutti i  problemi capace di sciogliere i nodi politici, programmatici e di classe dirigente diffusa e  articolata. Ma la precondizione realtà sempre e solo una: va perseguita sino in fondo l’unità di  tutte le componenti culturali, politiche e sociali che rifiutano che la politica sia soltanto una lotta  muscolare e quotidiana tra la destra e la sinistra.  

Un progetto di centro accompagnato da una “politica di centro”. Questa era e resta la vera  scommessa in vista delle prossime elezioni politiche. 

Conte indica al M5S la via del populismo ragionevole. Che vuol dire? Il PD non reagisce, i Popolari non si riorganizzano: troppe ombre sullo scenario politico.

A quanto pare, il “caminetto” del M5S (strano ambito decisionale per un Movimento che si è affermato col mantra della democrazia diretta a trecentosessanta gradi) ha ratificato la disponibilità di Giuseppe Conte ad avere un ruolo di primo piano nel percorso di rigenerazione del partito di Beppe Grillo.
La cosa non mi sorprende affatto.

Dovrebbe sorprendere invece quanti, anche in ambienti a noi vicini, avevano immaginato – con sconsiderata spudoratezza – di incoronarlo nell’improbabile ruolo di “nuovo Degasperi”.
“Populisti ma nel centro sinistra” sembra abbia sentenziato Conte, mentre accettava di “rifondare” il M5S su spinta del comico bardato da astronauta.

Un centro sinistra siffatto non sarebbe più la mia casa, questo è certo.
Stupisce che il PD prosegua imperterrito su questa deriva.

E preoccupa che la politica italiana si acconci così ad archiviare la stagione di Draghi (che essa ha subito e accettato con grande faccia tosta, senza nessuna autocritica e nessuna riflessione sulle fragilità del sistema) riproponendo lo scenario di una competizione tra populismo di sinistra e populismo (pur apparentemente attenuato) di destra.
Dove sta l’innovazione politica che servirebbe per aprire una nuova stagione di rappresentanza e di crescita di un Paese allo sbando?

Archiviata di fatto (temo) la riforma elettorale in senso proporzionale (sbandierata come ragionevole scelta di equilibrio dopo la dissennata riduzione dei parlamentari e come strumento di rigenerazione del sistema della rappresentanza) pare che il destino sia quello del “già visto”: aggregazioni pensate solo per provare a vincere (aspirazione peraltro piuttosto temeraria da parte di una siffatta sinistra) ma totalmente inadatte per governare.
Se così fosse, Draghi sarà veramente solo una parentesi, una foglia di fico momentanea, buona per generare un surplus di credibilità europea ai fini dei soldi del Recovery Fund, ma non capace, nonostante il suo personale prestigio, di imprimere al Paese una svolta di maturità e di serietà di lungo periodo.

In un quadro di questo genere, esiste un dovere civile e politico di chi non è d’accordo (e sono in realtà più di quanti si ritenga). Occorrerebbe costruire subito una proposta alternativa e nuova.
Ma, purtroppo, le possibili forze di una area di questo tipo sono, in parte, prigioniere delle sigle attuali e, in parte, frammentate e balcanizzate in una miriade di soggetti a carattere più che altro personale. Molte anche apprezzabili, ma da sole incapaci di determinare un “fatto politico” sufficientemente forte e autorevole da poter sperare di essere punto di riferimento di una larga parte degli elettori.

Lo stesso nostro mondo popolare non è immune, purtroppo, da questo cancro, come abbiamo cercato di dire in questi mesi.
E ciò conferma che il problema italiano sta nell’offerta, prima che nella domanda politica.
Urge qualche generoso tentativo, fin che siamo ancora in tempo. Altrimenti il destino è segnato.

Meglio non stare con i piedi per terra. Intervista a Roberto Vecchioni.

Proponiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Fabio Canessa

Intanto, l’insegnante è più un mestiere o una vocazione?

In un mondo ideale dovrebbe essere una missione per traghettare anime da un nulla a un qualcosa. Quello della vocazione è un concetto romantico molto bello, ma inevitabilmente l’insegnante sta diventando sempre più un mestiere, perché i precari hanno bisogno di uno stipendio.

Per definire l’insegnamento, perché lei ha intitolato il suo libro «Lezioni di volo e di atterraggio»?

Il mito di Icaro dimostra che l’uomo ha di per sé un’aspirazione all’alto. Ma nella nostra costituzione psichica abbiamo una tendenza verso il sublime e una tendenza al terreno, come dei due cavalli di Platone, uno tira verso l’alto e uno verso il basso. Pensi a Petrarca, dimidiato. Abbiamo una parte di angeli e una di fango, perché tutti quanti siamo stati creati con l’argilla da uno sputo di Dio e quindi queste due cose ogni tanto si prendono a pugni. La tendenza al volo fortunatamente ce l’abbiamo e, quando scatta la scintilla, ci diciamo che non siamo fatti per stare coi piedi per terra a ripetere ossessivamente e quotidianamente azioni incomprensibili. Dobbiamo fare qualcosa che rallegri, dia vita, forza e vigore al desiderio che abbiamo dentro di noi di uscire dal guscio e vedere il mondo con occhi che non sono solo utilitaristici. Quello che conta di più al mondo è partecipare dell’essere, dell’esistenza, tentando di coglierne il segreto, andando dietro alla luce, mai al buio. Questo è volare: porsi continuamente domande e, quando si può, appropriate risposte. L’atterraggio non è camminare a terra, ma è l’arte di tornare dal sublime alle cose quotidiane, con molta dolcezza, perché la vita può essere interpretata in due modi: o sei uno che vive sulla terra e ogni tanto fa dei voli oppure sei uno che in genere vola e ogni tanto fa qualche atterraggio.

Lei di quale gruppo fa parte?

Del secondo. Cerco di insegnare ai miei studenti che bisogna sempre tornare alla vita comune, ma non deve essere la nostra costante: la libertà di pensiero e di emozione deve essere l’acme e il senso dell’esistenza. Non si trovano nell’atterraggio, che è materia; io preferisco annusare il celeste, anziché riempirmi le narici di terra.

Qual è il maggiore ostacolo che l’insegnante di oggi deve superare?

Viviamo tutte le cose come se non esistesse una teleologia. Non sappiamo quale sia il fine vero di costruire un palazzo o di tirar fuori il latte da una mucca o di produrre auto: tutte queste cose hanno il fine limitato di soccorrere un bisogno del momento, al di là del quale non c’è altro. Tutto il produrre umano, tutta l’economia umana è senza scopo, è difficile trovare un finale perfino per cose bellissime come salvare una foresta o insegnare cos’è la democrazia. Ma perché, da dove viene l’idea, giustissima, che bisogna essere tutti uguali? Questo fine ultimo va ricostruito nella società, prima di tutto negli studenti, da professori che sappiano adeguatamente suggerire conforti filosofici o religiosi all’esistenza. Che altrimenti, presa così com’è, diventa solo mangiare e vivere. La missione dell’insegnante è quella di uscire dal bisogno consumato (aver mangiato, accoppiarsi, vedere il cielo, abitare in una casa) andare al di là dei bisogni primari. Non è la prima soluzione quella che conta, ma la successiva.

Qui l’articolo completo

Smart working, nel 33,3% delle PA arrivano i Pola

Sono 54 su 162, pari al 33,3%, le amministrazioni statali monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica che alla scadenza del 31 gennaio 2021 fissata dal “Decreto Rilancio” hanno pubblicato i POLA, Piani organizzativi del lavoro agile. Il Ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha dato mandato al coordinatore, Antonio Naddeo, d’insediare e avviare mercoledì 3 marzo, alle ore 11, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, istituito presso la Presidenza del Consiglio e previsto dal “Decreto Rilancio”.

“Lo smart working è stato certamente fondamentale durante la fase acuta della pandemia e ha segnato un cambiamento culturale da cui bisogna trarre tutte le conseguenti analisi”, afferma il ministro Brunetta. Ora occorre ricondurlo a essere uno degli strumenti di organizzazione del lavoro delle singole amministrazioni, strettamente connesso al livello di qualità dei servizi da fornire a cittadini e imprese. Sarà un punto all’ordine del giorno della nuova contrattazione, per quanto riguarda la regolazione. Un tema su cui le parti sociali pubbliche e private sono chiamate a riflettere. Il fenomeno va studiato a fondo e servono grandissimi investimenti dal punto di vista progettuale, di relazioni sindacali, regolativi, infrastrutturali e di intelligenza sociale anche alla luce della sfida della transizione digitale che l’Europa ci chiama a raccogliere”.

Istat: nel 2020 il Pil crolla dell’8,9%. Rapporto debito/Pil salito al 155,6%

Nel 2020 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è diminuito dell’8,9%.

Dal lato della domanda interna nel 2020 si registra, in termini di volume, un calo del 9,1% degli investimenti fissi lordi e del 7,8% dei consumi finali nazionali. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono scese del 13,8% e le importazioni del 12,6%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente alla dinamica del Pil per 7,8 punti percentuali. L’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,8 punti e quello della variazione delle scorte per 0,3 punti.

Il valore aggiunto ha registrato cali in volume in tutti i settori: -6,0% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, -11,1% nell’industria in senso stretto, -6,3% nelle costruzioni e -8,1% nelle attività dei servizi.

Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari a -6,0% (+1,8% nel 2019).

Birmania: stop Ue alle agevolazioni dopo la repressione

La Ue sospenda le agevolazioni tariffarie al riso dei Militari golpisti. E’ quanto chiede la Coldiretti nell’apprezzare l’annuncio dell’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Josep Borrell che l’Unione prenderà a breve misure in risposta alla repressione brutale delle proteste pacifiche nel Paese. La Birmania (Myanmar) gode ancora di un sistema di preferenze generalizzato con l’Ue che si concretizza nell’applicazione dell’accordo Eba (tutto tranne le armi) che consente al Paese asiatico – denuncia la Coldiretti – di esportare in Europa tutto senza dazi, tranne appunto le armi. Un regime di aiuti concesso dall’Unione Europea che ha comportato – precisa la Coldiretti – ingenti aumenti delle esportazioni soprattutto nel campo del tessile e alimentare.

Gli arrivi in Italia di riso birmano fanno registrare un balzo del 70% in quantità nei primi undici mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat. L’aumento delle importazioni dalla Birmania – denuncia Coldiretti – è destinato inevitabilmente a sostenere i golpisti in divisa al centro dell’accusa di violazione dei diritti umani ma anche di “genocidio intenzionale” per i crimini commessi contro la minoranza musulmana dei Rohingya alla quale sono stati sottratti i terreni coltivati.

Alla luce del colpo di Stato e della repressione di regime è quindi necessario – conclude la Coldiretti – attivare al più presto la sospensione totale del regime agevolato Eba (tutto tranne le armi), concesso dall’Unione Europea.  Il paese asiatico infatti continua a godere delle esenzioni tariffarie sulle produzioni di riso della varietà Japonica che sono sospese, invece, per la varietà Indica per la decisione Ue di applicare la cosiddetta clausola di salvaguardia.

 

 

Von der Leyen: “Serve un piano europeo di biodifesa”.

Ursula Von der Leyen in un’intervista concessa al “Financial Times” ha chiarito che in Europa bisogna allestire strutture mediche con l’obiettivo di gestire “un’era delle pandemie”, anche quando il Covid-19 sarà stato sconfitto.

Secondo Von der Leyen, l’Unione Europea non si può permettere soste e ha la necessità di possedere un piano per una risposta rapida alle minacce sanitarie che coinvolgono il continente. “L’Europa è determinata a rafforzare la propria capacità di produrre vaccini. Stiamo entrando in un’era delle pandemie. Se si guarda a quanto è accaduto negli ultimi anni, con l’Hiv, Ebola, Mers e Sars, quelle erano epidemie che potevano essere contenute, ma non possiamo pensare che sia tutto finito una volta superato il Covid-19.

Tra le proposte per un piano contro le minacce sanitarie, La presidente ha ricordato anche che lo scorso mese ha presentato un piano per la biodifesa, chiamato “Hera Incubator”, progetto che unirà ricercatori, aziende biotech, produttori e autorità pubbliche con l’obiettivo di monitorare emergenze sanitarie e lavorare anche in tempi quanto più brevi possibili sui vaccini.

C’è il rischio di una nuova ondata pesante di infezioni

“Ci troviamo a dover fare i conti con queste nuove varianti” di Sars-CoV-2 “che avevamo già presenti nel nostro territorio e nostri ospedali, e che ci fanno prevedere che malati ne avremo molti di più e rischiamo di dover di nuovo fronteggiare un’ondata pesante di infezioni”. E’ lo scenario prospettato da Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco e dell’università degli Studi di Milano, intervenuto ad ‘Agorà’ su Rai3.

“Un 37 o 40% in più di capacità di trasmissione”, dato indicato dall’Istituto superiore della sanità per la variante inglese di Sars-CoV-2, “vuol dire che” il virus “va anche più lontano del solito metro e mezzo” raccomandato come distanza minima da mantenere fra una persona e l’altra per evitare il contagio, sottolinea.

“Sono ipotesi che hanno una loro logica e che ci spaventano in modo particolare”, spiega l’esperto, soprattutto perché la variante Gb è destinata a diventare presto prevalente in Italia “se non lo è già – precisa Galli – come mi era già capitato di dire qualche giorno fa, essendo abbastanza curiosamente smentito anche sulla realtà materiale che invece si è confermata nei giorni immediatamente successivi”. La maggiore trasmissibilità del mutante Uk significa che “probabilmente una concentrazione magari anche inferiore delle goccioline che vengono emesse” respirando “riesce ad arrivare ugualmente qualche centimetro più in là e a infettare – chiarisce l’infettivologo – semplicemente perché la maggiore affinità di questa variante per i nostri recettori cellulari fa sì che probabilmente cariche inferiori siano ugualmente in grado di infettare”.

Risultato: anche se “per fortuna non sembra che sia più capace di ammazzare”, ricorda Galli, la ‘versione’ inglese del nuovo coronavirus contagia di più ed “è in grado di infettare più efficacemente anche i bambini e i giovani”. Infatti, conferma, “la media dell’età dei pazienti che abbiamo è un po’ più bassa rispetto al solito”. Non cambia però il bersaglio finale, perché “come sempre si infettano di regola prima i giovani e i bambini”, poi il virus arriva “a quelli di mezza età” e infine “anche agli anziani. Ed ecco che di nuovo avremo un quantitativo importante di fragili a rischio. Lo avremo – puntualizza lo specialista – se non riusciremo a completare in tempi brevi e realmente con efficacia la campagna vaccinale”.

“E’ evidente che le cose non stanno andando per niente bene e che certi comportamenti sono sciagurati”, ha detto ancora Galli commentando gli assembramenti che – a dispetto di ogni raccomandazione anti-Covid – si sono visti nel weekend a Milano e in altre città italiane. “C’è l’illusione di avere alle spalle qualcosa che abbiamo ancora davanti, questo è l’elemento più tragico”, sottolinea. “Sono stato bersagliato da critiche per aver detto prima degli altri quella che è un’evidenza”, spiega. Descrivere una situazione che evolve negativamente “non diverte nessuno – precisa l’esperto – ma sta negli elementi banali di previsione che qualsiasi tecnico della materia, che abbia un approccio serio e scientifico, può fare”.

Parlando poi del lockdown dice: “Non piace a nessuno” ma “ha un pregio e un limite. Il pregio è quello di far crollare le infezioni, il limite è che quando riapri, se le situazioni non vengono contenute, sei punto a capo. Però ora abbiamo il vaccino”.

Alcide e Francesca: intervista a Paola De Gasperi e Marco Odorizzi.

Gentile Signora Paola De Gasperi, questo libro – definito in copertina “una storia familiare”- pur essendo la Sua terza opera sulla vita di Suo Padre, esprime un’originalità precipua  in quanto racconta,  fin dalle origini della loro conoscenza e dell’iniziale frequentazione, la vita sentimentale dei Suoi genitori. Una storia con due protagonisti posti sullo stesso piano in quanto persone legate da un afflato di stima, rispetto e simpatia che diventa affetto e poi amore, per durare l’intera loro esistenza. Lei è la quarta figlia di questa coppia di sposi: quali ricordi conserva dei Suoi genitori? Quanto è importante il carteggio tra suo padre e sua madre (con molte lettere inedite, specie di Lei) per narrare la trama, i caratteri, le affinità dei due protagonisti di una bella storia d’amore?

[Risponde Paola] Il ricordo dei miei genitori, fin da quando ero piccola, era di una coppia assolutamente unita. Papà lodava sempre mamma e , quando la sentiva scherzare con le figlie, diceva: “Beate voi che avete una mamma così allegra”. Ricordo che quando Papà lavorava al mattino alla Biblioteca Vaticana, il pomeriggio dettava i testi che traduceva dal tedesco alla mamma che li batteva a macchina senza mai lamentarsi di essere stanca. A volte prima di sera, lasciando noi bambine alla zia, si prendevano sottobraccio per fare una passeggiata che li portava in un negozio dove compravano al massimo un po’ di formaggio. In quel periodo, malgrado papà non guadagnasse molto, noi non avevamo nessuna idea che ci fosse qualche problema per mantenere una famiglia con quattro figlie e una sorella: in effetti nessuno si lamentava e noi trovavamo perciò normale che nostra madre, con l’aiuto di una sartina, ci cucisse i vestiti e anche quelli delle bambole, che trovavamo come nuove la sera di Natale. La loro storia d’amore era qualcosa che vivevano ogni giorno e che per noi era un esempio di come doveva essere un rapporto famigliare. Non ci avevano mai detto che papà era stato in prigione perché non volevano che crescessimo nell’odio. Solo nel 1953, quando papà pensava di pubblicarle, essi decisero di fare leggere a me e a Lia le lettera dal carcere che ci colpirono molto e ci fecero conoscere fino in fondo il coraggio e la fede dei nostri genitori. Le lettere vennero poi pubblicate due anni dopo la morta di papà,  nel 1955 da nostra madre, ma non contenevano le lettere della mamma, che credevamo eliminate da lei perché non le riteneva all’altezza. Così passarono gli anni e solo poco tempo fa abbiamo ritrovato un pacco che conservava le lettere della mamma, che ci hanno permesso di conoscere meglio la loro storia d’amore.

Dott. Odorizzi, non è consuetudine esordire in una intervista facendo i complimenti agli interlocutori ma questa volta è un dovere che diventa un piacere: per la delicatezza del racconto, la sua ambientazione, la misura che inizialmente ha il garbo di circoscrivere nell’introduzione: “questa non è la Storia ma una storia”…. Eppure, come disse un predicatore francese del 600 , Jacques Benigne Bossuet,  “io appartengo al tempo: ma esso appartiene a Dio prima che a me, è originato da Lui, resta sotto il suo sguardo e fa parte del suo dominio. Ciò che avrò seminato raccoglierò, ciò che faccio nel tempo migra nell’eternità”. Ecco allora che, come Lei ci ricorda, sono sempre gli uomini a fare la Storia:  anche Alcide e Francesca sono stati chiamati a lasciare il proprio segno nella Storia e, a loro modo, nell’eternità. Li avete chiamati per nome (Alcide stesso diceva “non ci sono uomini straordinari”) per evidenziare i tratti umani della loro unione terrena: che cosa può insegnarci questa narrazione, non romanzata ma che a suo modo è un romanzo d’amore,  che mette al centro la vita di una famiglia, dove vicende politiche e faccende domestiche non entrano mai in bisticcio tra loro? 

[Risponde Marco] Credo che questa storia ci insegni essenzialmente una cosa: che si può essere liberi anche vivendo tra mille vincoli e limitazioni esterne. Se vogliamo, la straordinarietà di Alcide e Francesca sta prima di tutto qui: nel loro essere stati testimoni di libertà. Può sembrare paradossale parlando di persone che, come raccontiamo nel libro, sperimentano a più tratti l’emarginazione, la violenza e perfino il carcere. Ma la loro libertà non viene dalle cose, ce l’hanno dentro: per loro le limitazioni del corpo non sono mai limitazioni dello spirito. Come ognuno di noi, anche loro conoscono lo smarrimento, la paura e il pianto… ma poi, nonostante tutto, non smettono mai di cercare e trovare un senso nelle cose. E alla fine accettano la vita per quello che è, consapevoli che non tutto è nelle loro mani. Così, pur adattandosi a tante situazioni e contesti differenti, non si lasciano cambiare dalle pressioni che vengono da fuori e restano se stessi. Anche quando gli viene tolto tutto, non ci appaiono mai sconfitti. Questa dimensione d’umanità rende la loro esperienza allo stesso tempo straordinaria e molto vicina a quella di ognuno di noi: non ci appaiono straordinari per quello che fanno, ma per quello che sono. In altre parole, se di De Gasperi, statista e padre d’Europa, ce n’è solo uno, Alcide potrebbe essere ognuno di noi, a modo suo. Quanto alla coerenza tra vita pubblica e privata, c’è da dire che Alcide e Francesca non li vediamo quasi mai recitare un ruolo e tantomeno improvvisare una parte: le loro vite si muovono sullo sfondo di valori solidi e concreti, che guidano le loro azioni e li aiutano a non perdere mai la strada. Sia come individui che come coppia, sono interpreti di un progetto, maturato con serietà anche attraverso esperienza dure e drammatiche. Ecco perché i rovesci inattesi della vita li colpiscono ma non li abbattono: perché il loro orizzonte è largo e loro sanno guardare lontano.  

Sig.ra Paola, tra Suo padre e Sua madre c’erano 13 anni di differenza e, per Lui,  un’esperienza politica iniziata da giovanissimo che lo aveva portato prima al Parlamento di Vienna come deputato del sud Tirolo, poi alla ‘Dieta regionale di Innsbruck, più tardi a Montecitorio e ai vertici nazionali del partito fino alla Presidente del Consiglio dei Ministri, a rapporti con i capi di Stato di tutto il mondo. Certamente riconosciamo in Lui il più grande statista italiano del 900. Eppure Alcide consapevole che la carriera nelle istituzioni (che era una scelta e un dono, un carisma e una vocazione)  lo avrebbe tenuto spesso lontano da casa e anche delle diverse esperienze umane tra loro,  già nel dicembre del 1921, pochi mesi prima delle nozze,  scriveva a Francesca: «Ti voglio libera compagna, amica di pari iniziativa e indipendenza, e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza». Fu questa l’ispirazione ad una vita domestica intima e normale, desiderata e voluta per tutta la loro vita matrimoniale?

[Risponde Paola] Riguardo alla frase di mio padre a mia madre che lei mi fa notare (p.32) io le ricordo che Alcide aveva creato il loro particolare rapporto in alcuni anni di lettere e incontri che lo avevano reso sicuro della capacità di Francesca di affrontare con lui la vita che stava per aprirsi. Può darsi però che egli avesse sentito in lei qualche timore di essere troppo inferiore a lui per l’età e la differenza di esperienza e perciò le vuole garantire che “la vuole libera compagna, amici di pari iniziativa e indipendenza e nulla mi ripugna di più che il farti da maestro e frugare nella tua coscienza”. Io che sono nata molti anni dopo le posso garantire che mio padre non ebbe mai un atteggiamento di superiorità verso mamma, ma anzi la lodava sempre come una madre straordinaria. Guardi la lettera di Lucia dell’ultimo giorno di vita di papà (p.138): “Per te deve essere un gran conforto il pensiero di avere condiviso tanta parte della sua vita, di non averlo abbandonato nelle ore più buie, di averlo aiutato a essere quello che era, deciso, coraggioso, senza mai indietreggiare alle responsabilità. Tua è la gioia di avergli creato intorno un’atmosfera di serenità coadiuvata dal suo così cristiano e umano altruismo”.

Dott. Odorizzi, la vita politica di De Gasperi resta sempre sullo sfondo di quella domestica e “i ritmi familiari si adeguano al respiro affannoso del Paese”. Eppure Alcide continua da Roma in via epistolare il carteggio con Francesca. Persino Don Sturzo gli rimprovera di lasciarla tra le montagne del Trentino, di non portarla con sé. E Lui le scrive chiamandola “mia vedovella” ma non manca di esprimerle il desiderio di averla accanto: “Mio eterno amore… ho un grande desiderio: quello di finire presto e riabbracciarti……E’ tanto tempo che non sento il profumo dei tuoi baci, che mi sembrerà una cosa nuova”. Ma sempre con un rispetto profondo: “Ti ringrazio di avermi raccomandato al Signore, sento la sua mano che veglia su di me”. Quanto cementò questo amore la comune fede, il rivolgersi a Dio chiedendo protezione reciproca, il fondamento cristiano di quella unione? Immedesimandosi nei tempi e nell’assenza delle tecnologie attuali, quale peso e quale valore ebbe l’incessante rapporto epistolare per entrambi?

[Risponde Marco] Sicuramente la dimensione della fede è un elemento che colpisce chi legga i carteggi tra Alcide e Francesca. In una certa misura, la pervasiva presenza del sacro è uno degli aspetti che marcano maggiormente la distanza rispetto al nostro tempo, ma sarebbe limitante e sbagliato archiviare il discorso ricordando che i nostri protagonisti sono entrambi nati nel XIX secolo e partecipano dunque di una cultura religiosa in parte diversa da quella di oggi. Il fatto, a mio avviso, è un altro: la fede per loro non si limita mai all’atto devozionale, non è una dimensione vincolata a precisi momenti e che si esplica attraverso determinate liturgie, comunitarie o individuali che siano. La fede è per loro come l’aria che respirano: non c’è alcun diaframma a dividere nelle loro giornate il tempo della vita e il tempo del sacro, perché la vita è essa stessa comunione col sacro. Ecco allora che anche una lettera tra coniugi assume l’intensità di una preghiera e Dio entra nelle loro vite con la forza di una presenza, non solo come un richiamo convenzionale o come un mero tratto d’eleganza formale. La fede inoltre è per entrambi uno spazio dinamico, aperto alla contemplazione, al conforto, alla disperazione, anche alla rabbia a volte. E naturalmente alla speranza e all’accettazione. Questa dimensione profonda sostiene sin dagli esordi il dialogo tra Alcide e Francesca: un dialogo sincero, senza stanze segrete, in cui si mescola il bisogno di raccontare fatti e avvenimenti e quello di interpretarli e di dare sfogo alla propria interiorità. Non c’è da stupirsi che essi trovino un alleato nei tempi lenti della scrittura, che anche quando appare stesa di getto, lascia comunque sempre al pensiero lo spazio per dilatarsi e ripulirsi. Senza dubbio il loro scriversi è dovuto molto spesso all’impossibilità di stare insieme e di avere un rapporto più diretto, ma non credo che possa dirsi solamente un ripiego. Nella vita ci sono alcune cose che vanno dette, altre che vanno semplicemente vissute e altre che hanno bisogno di fissarsi su un supporto concreto, attraverso la scrittura. Nemmeno la rivoluzione digitale ha cambiato del tutto questa cosa, anche se senza dubbio le tecnologie attuali e il ritmo frenetico della nostra quotidianità hanno reso la scrittura epistolare un po’ fuori moda. 

Erano i primi anni della loro vita coniugale che coincisero con un periodo drammatico per il Paese, di cui cito solo alcuni eventi che ormai appartengono alla Storia: la marcia su Roma di Mussolini, le elezioni truffa che ribaltarono gli equilibri parlamentari, l’omicidio Matteotti, l’inizio della lunga persecuzione personale nei confronti di De Gasperi: lui preoccupatissimo e addolorato – mentre Don Sturzo aveva preso la via dell’esilio a Londra – non mancava di cercare conforto nelle lettere che Francesca gli scriveva, e nei suoi rientri a casa. In quegli anni nacquero le prime figlie, Maria Romana e Lucia: la famiglia restava al centro del suo cuore mentre si occupava  dei destini del Paese, fronteggiando apertamente il fascismo. Possiamo pensare ad una Francesca lontana ma non triste, allietata dalla presenza delle bambine e rinsaldata ad Alcide in un rapporto affettivo che cresceva in intensità. Solo una grande donna, una Penelope legata per sempre al suo amato, poteva resistere ad aspettarne i ritorni? Quando la situazione politica precipitò, lo fu per entrambi. L’arresto da parte dei fascisti nella casa di Borgo Valsugana, la traduzione di lui a Vicenza, il ritorno a Roma, dove Francesca lo raggiunse, mentre le piccole Maria Romana e Lucia erano rimaste a casa di parenti in Trentino, fino all’arresto sul treno alla stazione di Firenze: lei finì alle Mantellate, per lui si aprirono le porte di Regina Coeli. E dal carcere inizia un nuovo carteggio con Francesca, di cui finora mancavano, e sono un inedito, le lettere di lei a lui. Quali sentimenti, quale intensità emotiva, quali angosce vissero l’uomo in carcere e la moglie dapprima alle Mantellate e poi lontana?

[Risponde Paola] L’intensità emotiva che accompagna la vicenda emerge in maniera emblematica dal carteggio tra Alcide e Francesca, con una ricchezza di sfumature che solo le loro stesse parole possono restituire in maniera compiuta. Le “lettere dalla prigione” di Alcide sono note da tempo: sono state pubblicate ormai molti anni fa e l’ultima riedizione si deve all’editrice Mariotti nel 2003. Una novità invece è il ritrovamento delle lettere di Francesca, avvenuto in questi ultimi anni, perché ci consente di capire il loro reciproco sentimento d’amore. Francesca decise di scrivere tutti i giorni una lettera in modo da confortare e incoraggiare il marito in ogni modo. Così poté anche superare le difficoltà che il controllo della censura metteva, ritardando l’arrivo delle lettere e scompaginando l’ordine cronologico del carteggio.

[Risponde Marco] A Francesca non mancò certo la pazienza, ma questo essenzialmente perché non le mancò la fiducia. Alcide dovette sopportare l’umiliazione di essere punito per colpe non commesse, non per qualcosa che aveva fatto, ma per qualcosa che pensava e rappresentava. Ma sopportò tutto questo, sia facendo appello alle radici più profonde della sua ispirazione civile e religiosa, sia ricordando, ogni giorno, che fuori da quella cella c’era chi ne attendeva il ritorno e che aveva bisogno della sua forza, proprio come lui aveva bisogno della forza di Francesca. In una delle lettere più commuoventi che Alcide le indirizza, una vera e propria confessione, egli scrive: “Io t’ho sempre letto negli occhi che, se fossi stato vile, mi avresti disprezzato”. Con queste parole egli non vuole certo dire che  quando si trovò a resistere al fascismo lo fece per non sfigurare con la moglie! Al contrario vuole dire che egli mai si sentì chiamato o peggio ancora costretto dalla moglie a rinunciare alle sue idee e al suo ruolo di rappresentanza popolare per proteggere la loro dimensione familiare. Francesca riconosceva il valore della missione pubblica a cui Alcide era stato chiamato e non gli chiese mai di rinnegare se stesso per portare vantaggio alla loro famiglia. Non è cosa scontata. Alcide ne trasse un coraggio e una determinazione che forse da solo non avrebbe trovato. Le difficoltà, le angosce e le paure non mancarono, ma il tratto che più emerge è che nella prova non li vediamo mai allontanarsi, mai incolparsi l’un l’altro di qualcosa, mai rimproverarsi. Al contrario, li vediamo stringersi e sostenersi, compensando l’una alle fragilità dell’altro e viceversa. 

Francesca si preoccupò, una volta uscita dalle Mantellate, che ad Alcide non mancassero libri, vitto (da una trattoria vicina al carcere) ed effetti personali e iniziò un carteggio epistolare che si incrociava tra loro (alcune lettere arrivarono prima delle risposte a quelle precedenti) ed è questo l’elemento di novità che mancava nei loro scritti, poiché per lungo tempo le lettere di Francesca rimasero nascoste, poi trovate come  per fortuna e costituiscono oggi un inedito sentimentale con un valore anche storiografico che merita studio e attenzione. Personalmente sono rimasto colpito dalla fede (intesa come “affidamento”)  di Francesca, il suo rivolgersi continuamente alla Madonna affinché intercedesse per la buona sorte di Alcide, e poi dalla sua forza, dal suo incoraggiare lui, condividendo i suoi tormenti e infondendogli speranza. “Ti bacio mio caro, nella speranza ardente di abbracciarti costì, domani (Si sarebbero in effetti incontrati il giorno dopo)  Che il Signore ci aiuti a superare tanti dolori e ci conforti Tua per sempre, Francesca”. Quanto influì la religiosità di Francesca (“faccio tutte le mattine la comunione per te”) nel cementare quella unione nelle alterne vicende della vita? Dal carteggio risulta che da quell’incontro in carcere Francesca non faceva passare giorno senza scrivere ad Alcide, specie dopo il ritorno di lei in Trentino…

[Risponde Marco] Come è stato accennato in precedenza, fede e vita nell’esperienza di Francesca sono esperienze indistricabili e pertanto è inevitabile che la sua dimensione spirituale giochi un ruolo nel modo in cui rilegge e interpreta ciò che capita a lei e al marito. Su questo piano si costruisce anche la loro relazione, che affianca ad un innamoramento istintivo una condivisione profonda di orizzonti anche spirituali e dunque un progetto di vita comune ben definito e ispirato dalla fede. Detto questo, è difficile dare delle letture troppo nette, perché l’interiorità di una persona è troppo vasta per poterla raccontare e, in ogni caso, mi mancherebbero gli strumenti ermeneutici per farlo. Mi posso solo limitare a leggere le lettere di Francesca e a restituirne qualche spunto. Ecco, ad esempio, che queste testimonianze tendono a restituire oltre alle similitudini tra Francesca e Alcide anche alcune differenze, che sono evidenti. Tra queste c’è proprio il dato dell’affidarsi, che è presente anche in Alcide, ma è in lui più sofferto: Francesca invece sembra incrollabile nel riporre la sua fiducia nella Provvidenza e nel disegno divino. La forza che trae da questa dimensione è impressionante: è vero che in quegli stessi anni molti antifascisti andavano incontro a sorti anche peggiori di quella di Alcide, ma nondimeno quella in cui si trova Francesca è senza dubbio una di quelle situazioni in cui sarebbe facile perdersi d’animo. Se è vero che Francesca è una donna abituata al sacrificio e a rimboccarsi le maniche, nel all’inizio del 1927 di colpo si ritrova sola, con due figlie piccole da accudire e un marito incarcerato a 500 chilometri di distanza da casa. Non ha un lavoro, deve dividersi continuamente tra Trento e Roma per tenere unita la sua famiglia e ha di fronte un avversario inaffrontabile, il regime fascista, contro giustizia e verità cessano di essere argomenti validi. Le sue speranze iniziali di un giusto processo vengono a più riprese vanificate, finché non pare evidente che non ci sia altra via d’uscita che subire e “portare la croce” in silenzio. Eppure non si scompone, regge il colpo. Non impreca, non si arrende, non cede all’odio. Semplicemente attende, si affida al Signore chiedendo la forza di sopportare il dolore. C’è una lettera molto bella in cui scrive ad Alcide: “Non protestare. Quando l’uomo, maltrattato ingiustamente da altri uomini, riesce a vincere quel senso di vendetta, sia anche di pensiero, e non solo a perdonare ma anche a ringraziare il Signore per le tribolazioni che gliene vengono, allora mi pare che sia raggiunto il massimo sforzo umano” e poi prosegue “io mi voglio unire a te nel tentativo di questo sforzo perché non voglio essere indegna di te e prego Iddio che mi dia il coraggio”. Così facendo, Francesca sta già guardando oltre, preparando la strada al domani con fiducia. 

Francesca esprimeva nel suo scrivere all’amato una fede incrollabile e una bontà d’animo straordinaria: … “io sarò sempre accanto a te, compagna fedele e le nostre bambine saranno la nostra gioia. Il Signore ci ricompenserà così: tanto è grande ora il dolore e tanto maggiore sarà poi la consolazione. Confidiamo e preghiamo… anche per chi ci perseguita e perdoniamo loro cristianamente. Nessun rammarico, nessuna vendetta verso loro; perdonare è più bello e generoso”. Eppure il nemico non fu clemente ed arrivarono giorni tremendi. De Gasperi sperava nell’assoluzione al processo e invece fu condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione e 20 mila lire di multa per il tentato espatrio clandestino. Fermiamoci un momento a riflettere: lui in carcere per presunti reati ideologici, politici, lei a casa tra Trento e Borgo Valsugana. Quanto siamo debitori, oggi, a chi come loro subì l’oppressione della minaccia e le angherie e i soprusi del regime? Questa storia d’amore non andrebbe forse raccontata ai giovani di oggi, ai loro genitori che per egoismo o incomprensioni  soffrono vicende di disgregazioni familiari ? Rileggendo la Storia che si intreccia con questa famiglia possiamo dire che conoscevamo la grandezza e la statura morale di De Gasperi ma che questo racconto ci restituisce una figura altrettanto coraggiosa, fedele, forte, nobile d’animo come fu Francesca?

[Risponde Paola] Lei mi domanda se questa storia d’amore non andrebbe raccontata ai giovani d’oggi. Beh, coglie nel segno le nostre intenzioni: per quale altra ragione pensa che io e il dott. Odorizzi avremmo scelto di pubblicare questo libro? Di certo non solo per celebrarne i protagonisti, che non hanno bisogno di piedistalli. La loro è una storia che vorremmo consegnare al presente e al futuro, unendo la nostra voce a quella dei molti che già lo hanno fatto, perché crediamo possa essere d’ispirazione per molte persone. Le dirò di più: il libro è solo un veicolo per far circolare una storia che volevamo raccontare e, non appena  la pandemia che ancora è diffusa nel nostro paese ci darà tregua, faremo il possibile per far conoscere questa coppia straordinaria anche attraverso incontri e presentazioni. Speriamo che il vaccino e una maggiore responsabilità della popolazione possa farci arrivare a una estate migliore… 

Furono tempi di disperazione…”L’altra sera dopo la triste sentenza… mi pareva di perdere la fede… avevo pregato tanto ed ero stata abbandonata. Non dobbiamo perdere la fiducia, Alcide mio, il Signore è buono e non permetterà l’ingiustizia”…”Scrivimi sempre a lungo, mettici i tuoi pensieri più belli, che non andranno perduti poi un giorno li rileggeremo assieme, perché quel giorno se Dio vuole verrà. Questo avveniva cinque anni dopo il loro matrimonio: ”Ti amo Alcide mio come t’amai il primo istante, sia da vicino che da lontano e ti porto sempre nella mente e nel cuore”. Nel frattempo le condizioni di salute di Alcide peggioravano a causa di disturbi gastroenterici e ad un rene, gli fu ridotta la pena e dal Carcere fu trasferito alla clinica Ciancarelli. L’epistolario continuò più fitto e con fermo-immagini di icone che descrivevano i reciproci ambienti di vita. Il 16 luglio 1928 De Gasperi fu rimesso in libertà. Ci volle ancora del tempo prima che lei lo raggiungesse a Roma e che la famiglia si ricomponesse a Borgo Valsugana. Nel 1930 nacque la terzogenita Cecilia e tre anni dopo venne alla luce Lei, Signora Paola, la piccola di casa. Che cosa ricorda della sua infanzia in famiglia?

[Risponde Paola)  Non potrei aggiungere altre parole a quelle che ho espresso rispondendo alla prima domanda. Le confermo tutte.

La salute di Alcide lo indusse a scrivere una sorta di testamento spirituale che Francesca lesse alle figlie venti anni dopo, nella circostanza della morte dello statista avvenuta il 19 agosto 1954. Giustamente Voi autori evidenziate come in quei venti anni che separano la lettera-testamento e la scomparsa di De Gasperi nulla cambiò nelle loro ispirazioni, nella fede incrollabile, negli affetti familiari e negli orientamenti politici e che “la vita di Alcide come quella di Francesca si sia mossa sempre in un solco di coerenza ideale e valoriale profonda” Il “restare se stessi” che De Gasperi raccomandava ai giovani mi ricorda la descrizione forse più calzante che su di Lui io abbia sentito: quanto Andreotti mi disse “era un tutto uno”. Ma mi fa venire in mente anche l’insegnamento che De Gasperi stesso aveva ricevuto nel 1928 da Mons Celestino Endrici: “Avere carattere vuol dire seguire i dettami della retta coscienza nell’adempiere a qualunque costo il proprio dovere”. Possiamo affermare che questi insegnamenti erano la parte morale del cemento che unì per tutta la vita Alcide e Francesca?

[Rispondono Marco e Paola] Come in parte è stato detto, Alcide e Francesca attraversano un percorso umano intenso, aperto al cambiamento ma ancorato ad un progetto di vita solido e ben determinato nei suoi capisaldi valoriali imprescindibili. Avere dei riferimenti chiari non li rende rigidi, ma al contrario più elastici nel reagire al mutare dei contesti senza scoraggiarsi e senza farsene travolgere. Per così dire, non è il ruolo che essi si trovano a rivestire che dà loro identità e senso. Ecco perché il testamento spirituale che abbiamo citato non fa che dare una sistemazione a una visione che traspare da altre testimonianze e dall’esperienza vissuta. Alcide lo scrisse nel 1935 e lo consegnò al cognato Pietro perché lo desse a Francesca in caso di sua morte. Non sappiamo a dire il vero se fosse l’espressione di un timore eccessivo per un piccolo intervento chirurgico che dovette affrontare allora o se la ragione di questo scritto fosse un’altra: in ogni caso fortunatamente resta come una summa dei suoi sentimenti di fede e di amore verso Dio e verso Francesca. Quello che mi colpisce di quel testo [è Paola a dirlo] è che la fede in Dio e l’amore per Francesca per Alcide sono una cosa sola: “La fede nella paternità di Dio aiuterà Francesca a fare crescere le bambine”; “Cara Francesca io ti sarò sempre vicino in ispirito e ti aiuterò presso il Signore”; “Gesù mia suprema e ultima speranza sarà anche il tuo conforto quotidiano”; “Addio Francesca, supera il dolore del distacco e vivi per le nostre bambine sulle quali veglierò dal cielo”… A me sembra poi molto interessante notare che egli non vuole solo che le sue figlie crescano buone, ma che apprendano per quale ideale di umana bontà e di cristiana democrazia il loro padre combatté e sofferse e imparino ad apprezzare la giustizia, la fratellanza cristiana e la libertà.

Venne la guerra, la caduta del regime, il periodo di clandestinità e poi l’ascesa politica di De Gasperi: padre della Patria e ispiratore con Adenauer, Schumann, Monnet di una Comunità Europea. La famiglia rimase sempre unita, le figlie cresciute e fatte donne (Lucia, si fece Suora) , l’unione sentimentale di Alcide e Francesca più forte che mai. L’epistolario era finito verso l’inizio degli anni 40, Francesca seguì Alcide nei suoi viaggi all’estero, anche negli USA nel 1951 e in Canada. Fu Lei a scrivere alle figlie, mentre si trovava con Lui a Strasburgo: ”Papà ieri ha avuto un successone: la nomina per acclamazione a Presidente della CECA”. Fu uno degli ultimi atti politici del Presidente: l’aggravarsi delle sue condizioni di salute non gli evitarono lo sconforto di veder naufragare l’idea della nascita della CED (Comunità europea di difesa),  esprimendo la sua desolazione in una lettera ad Amintore Fanfani, neo segretario della DC. Venne chiamato alla casa del Padre il 19 agosto 1954. La storiografia della vita di De Gasperi ci ha consegnato una figura straordinaria per coerenza, rettitudine, dignità. E accanto a Lui, specie con questo Vostro libro, ora ci ha fatto conoscere meglio la figura della moglie Francesca Romani, che gli fu sempre accanto in modo esemplare, come donna, moglie madre. Penso che siate orgogliosi di questo lavoro: è un dono per tutti. E’ stato un dono anche per Voi, raccontare qui “una storia” esemplare di vita familiare?

[Risponde Marco] La devo ringraziare innanzitutto per le sue parole generose. Il primo dono per me è arrivato quando la Signora Paola mi ha proposto di associarmi a lei in questo lavoro, perché di fatto mi ha aperto la porta di un vissuto familiare che conoscevo solo in parte e che ha potuto arricchirsi della sua testimonianza diretta. Lo considero un privilegio e una responsabilità che si è espressa nel libro, ma che investe anche la mia attività professionale e si salda all’impegno assunto da anni dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi di farsi spazio di memoria e di stimolo per il presente. 

 

Paola De Gasperi , la figlia minore di Alcide e Francesca Romani. è testimone della figura dei suoi genitori, in incontri e conferenze. Ha scritto “L’accordo De Gasperi-Gruber nell’opera e nel pensiero di mio padre” (2011) e con la sorella Romana ha curato il volume “De Gasperi scrive” (ediz.San Paolo , 2018) 
Marco Odorizzi, Laureato in Storia, dal 2016 è Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi che gestisce il Museo della casa natale dello Statista. E’ autore di saggi e articoli su riviste.

L’iperbole del “centro extraparlamentare” cosa ci suggerisce?

Lo sviluppo del dibattito politico intorno alla prospettiva di un nuovo soggetto politico di centro assume, giorno per giorno, nuovo spessore e contributi rilevanti dal punto di vista ideale, ma anche decise deformazioni politico-culturali.

Agli occhi degli osservatori politici più attenti non sarà sfuggita la strategia messa in piedi da alcuni sulla federazione, sull’individuazione di un federatore e sulla necessità di operare un’iniziativa parlamentare per costituire gruppi parlamentari che si richiamino al Partito Popolare Europeo.

Quest’ultima riflessione appare bizzarra non solo per le motivazioni ideali fragili che la sostengono, ma soprattutto allorquando si fa riferimento a Rotondi, Tabacci e addirittura a Berlusconi. Perché non estendere l’invito anche a Buttiglione, Casini, Cesa, Tassone, Mastella e via dicendo?

Dunque, appare obbligata una riflessione seria e chiarificatrice che sgombri il campo da equivoci arcaici e preistorici, anche perché il perno essenziale di un’operazione politica importante non può che partire da un punto centrale: l’etica e il rigore morale della politica.

In questo contesto torna alla mente l’ultimo discorso politico di Luigi Granelli, al Congresso del Partito Popolare a Rimini del 1999 qualche mese prima di morire, perché è di una straordinaria attualità se riferito a questa situazione dei cattolici democratici.

Ma lungi dall’essere una riflessione nostalgica, essa si lega al convincimento che la memoria storica è fondamentale per chi voglia fare politica seriamente e disinteressatamente.

Granelli metteva in guardia i popolari di allora nel raccogliere l’invito di Francesco Cossiga di abbandonare lo schema e gli ideali del popolarismo per operare in funzione di una federazione di centro giscardiana ove ci fosse tutto e il contrario di tutto. E ammoniva: “il punto di riferimento dei popolari restano Sturzo, Dossetti, Moro, Vanoni”; ma si può aggiungere De Gasperi, La Pira, Lazzati, Zaccagnini, Donat Cattin, Granelli, Martinazzoli e Galloni.

Non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma certo di una riconsiderazione delle fonti originarie dell’impegno politico popolare e cattolico democratico e di come reinverarle nella società attuale.

Certamente quando si vuol costruire una casa non si inizia mai dal tetto, ma dalle fondamenta. Ed allora, a cosa servono gruppi parlamentari o qualche sottosegretario se si è assenti nella società? Le fondamenta sono il patrimonio ideale del popolarismo e da qui occorre ripartire per una azione non di palazzo, ma all’interno della società italiana.

Una iniziativa, come ama dire Lucio D’Ubaldo, per un centro extraparlamentare, fuori dalle stanze del potere, con una nuova classe dirigente che sappia agire ed influire all’interno della società con le idee e non con il potere.

Prima di parlare di liste, di organigrammi, di statuti e di regolamenti, occorre essere presenti nella società. L’iniziativa non può che partire dal basso, dalle motivazioni ideali di un rinnovato impegno politico.

L’amicizia sociale per guardare lontano

Proponiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine di Comunità di connessioni a firma di Padre Francesco Occhetta

L’amicizia è spesso considerata una forma limitata di amore, un sentimento molto più debole e non impegnativo. È certamente meno celebrata e cantata rispetto all’amore, ma nella vita di ogni persona si rivela come una dimensione indispensabile, soprattutto nei momenti di crisi in cui ci si chiede: quale senso avrebbe la mia vita senza i miei amici?

I veri amici, in senso aristotelico, si offrono reciproci benefici; per dirlo con le parole del filosofo di Stagira: «É proprio dell’amico piuttosto fare il bene che riceverlo, […] è proprio dell’uomo buono e della virtù il beneficare». Secondo Aristotele una delle ragioni per cui vale la pena coltivare amicizie sarebbe avere persone a cui fare del bene. È per questa ragione che persino gli uomini perfettamente felici hanno bisogno di amici, poiché senza di loro sono incompleti. Per questo definisce l’amicizia come «cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni» (Etica Nicomachea, Libro VIII, cap. I).

L’amicizia si mostra dalle piccole cose, senza bisogno di essere spiegata. È stato scritto che l’amico «è colui che ci rende giustizia», senza essere però tribunale e giudice delle nostre azioni. Due amici possono avere cammini molto diversi, fino ad evolvere in direzioni religiose o politiche diverse, ma la forza sta nell’«accogliere tali cambiamenti come un’occasione […]. L’amico non è soltanto colui che mi arricchisce, può essere anche colui che mi interroga, mi critica, mi rende più povero. Potrà essere che viene a ricordarmi che il mio itinerario non è l’unico possibile e che, proprio a partire da ciò che ci unisce, sono possibili altre scelte spirituali, intellettuali o esistenziali» (Aa.vv, L’avventura dell’amicizia, Magnano (Bi), Qiqajon, 2007, cit., p. 17).

Questa «avventura esistenziale» è anche la luce e il sapore delle relazioni sociali e politiche. Ne ribalta le logiche perché nello spazio pubblico, tra politici o colleghi, ci si allea con altri per far fronte a nemici comuni, rischiando di vivere sempre “contro” e mai in “favore” di qualcosa e qualcuno. Ciò che trasforma profondamente una società sono esattamente le caratteristiche intrinseche dell’amicizia: la fedeltà, l’accoglienza, la parità, la benevolenza e la gratuità. Ma esiste anche un’altra peculiarità dell’amicizia: la presenza, un gesto capace di andare al di là di qualsiasi parola.

La banalità del male, invece, inizia quando si nega l’amicizia sociale: omissioni e gesti, parole e alleanze perverse, anche se in apparenza innocue, possono essere come la fiamma di un fiammifero che, una volta innescata la miccia, è capace di devastare intere foreste.

Quando la costruzione dell’amicizia sociale si eclissa ritornano i genocidi, come quello del Rwanda, in cui nel 1994 in soli 100 giorni vennero massacrate tra le 800 mila e 1 milione di persone; gli stermini, come quelli dell’11 luglio 1995 a Srebrenica, in cui in 72 ore vennero ammazzati 8.000 bosniaci; i campi profughi del Medio Oriente, gli orrori nei campi della Libia, le guerre senza fine in molti Stati dell’Africa e tante altre violazioni in molte parti del mondo.

Oppure quando un Paese è costretto a piangere la barbara uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Moustaphà Milambo che stavano donando la loro vita per gli altri costruendo la pace in un luogo che ne ha perso la memoria della pace e pensa possibile solo la guerra. In questo senso sono paradigmatiche le parole del Cardinale De Donatis nell’omelia delle esequie: «In questo giorno sentiamo come nostra l’angoscia di tre famiglie, di due Nazioni e dell’intera famiglia delle Nazioni. […] Angoscia perché manca la pace tanto desiderata; angoscia perché vi sono ancora troppi cuori di uomini che, invaghiti dal denaro e dal potere, tramano la morte del fratello. Angoscia perché le promesse di giustizia sono disattese».

Sembra una provocazione, ma l’alternativa alla notte è la luce dell’alba: guerra o pace, armonia o conflitto, tertium non datur. Questa luce è rappresentata dal bene insito nella relazione dell’“amicizia sociale” che il mercato non può vendere ma che, nell’ultima enciclica sociale della Chiesa, Francesco utilizza 14 volte, definendola anzitutto come il modo per risolvere i conflitti. «Più volte ho proposto “un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. […] Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto” […] in un ambito dove i conflitti, le tensioni e anche quelli che si sarebbero potuti considerare opposti in passato, possono raggiungere un’unità multiforme che genera nuova vita» (Fratelli tutti, n. 245).

C’è anche chi sostiene che bisogna stare con i piedi per terra, perché nemmeno il Nuovo Testamento dà spazio a storie di amicizie. Invece nel Vangelo di Giovanni troviamo le parole con cui Gesù definisce, in termini di amicizia, il suo rapporto con i discepoli. Quell’amicizia comunitaria è la prima forma di amicizia sociale, quei dodici uomini hanno cambiato il mondo: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi» (Gv 15, 15). Dio chiama l’uomo: amico. Secondo il testo, questa è un’amicizia offerta come dono al discepolo, che, nella sua libertà, è chiamato ad accettarla e a viverla. Ci sarebbe di più, ed è proprio la continuazione del Vangelo di Giovanni a svelarci il valore assoluto: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Qui l’articolo completo

Lo stadio della Roma è pane per i denti di Calenda

Cade il progetto di Tor di Valle. È un bene per la città, anche se attesta come sia complicato nella capitale eludere la “prassi inibitoria” di Caltagirone. L’imprenditore del cemento e dell’editoria quello stadio dalle parti dell’ex ippodromo, in un’ansa del Tevere subito dopo l’Eur, non lo voleva. Questioni ambientalistiche? Anche. È noto tuttavia che lo vorrebbe a casa sua, ovvero nell’area di proprietà dell’ateneo di Tor Vergata, dove vige un protocollo che permette senza di assegnare al gruppo Vianini (controllato da Caltagirone) le opere di natura edilizia. Nel quadrante ci sarebbe modo di sistemare con razionalità il (finalmente rilanciato) prolungamento della metro A e la migliore riutilizzazione della città dello sport (Vela di Calatrava) e quindi accelerare e rafforzare la straordinaria operazione dell’Orto botanico (voluto dal direttore scientifico dell’omonimo dipartimento universitario, professoressa Antonella Canini, già candidata alla carica di rettore).

A Tor Vergata lo stadio della Roma avrebbe una destinazione logica, in ossequio alle previsioni di sviluppo ad est che contempla il Piano regolatore ultimo, proprio sulla scia di quello approvato nel 1962-65. In sostanza, il Campidoglio dovrebbe aprire un confronto alla luce del sole, all’occorrenza chiedendo significative contropartite a beneficio della città, per una scelta che in effetti andrebbe a favore del vero e controverso dominus della politica urbanistica romana. Invece, in questi lunghi anni, si è seguito un percorso diverso, prima con Marino (Pd) e poi con la Raggi (M5S), coprendo gli interessi di Unicredit e Parnasi (finito male, strada facendo, per la solerte azione della Procura di Roma). L’intervento, calato su un’area che in teoria avrebbe dovuto o dovrebbe accogliere un Parco a tema, è andato avanti a fisarmonica, con un poco decoroso tiremmolla con i privati su cubature e servizi.

Dunque, si volta pagina. E allora sarebbe giusto mettere a fuoco il disegno urbanistico che s’intende realizzare. Andrebbe chiarito il futuro dell’Olimpico e affrontato l’altro corno del problema, ovvero lo stadio della Lazio. Sarebbe poi necessario stabilire cosa fare del Flaminio, destinato a un degrado inarrestabile a causa di vincoli ambientali e architettonici, con gli eredi del grande progettista, l’ingegner Pier Luigi Nervi, a difesa della preservazione strutturale e funzionale dell’impianto. Infine occorrerebbe valutare in che modo e in che misura questa operazione urbanistico-sportiva s’inserisca in una nuova visione dello sviluppo economico di Roma. Per adesso, nel dettaglio e in generale, non si veda nulla.

Chi può lanciare un discorso nuovo, non avendo il carico di responsabilità pregresse, deve rompere l’assedio del vaniloquio e dell’inconcludenza. Anche se si votasse a settembre, ormai s’annuncia l’imminenza dei primi fuochi di una campagna elettorale a cui si annette, nel giudizio unanime degli osservatori, grande importanza per la possibile rinascita di Roma. In questo scenario, l’ex ministro Calenda appare in effetti come homo novus nella sfida per il Campidoglio. Calenda ha deciso di andare avanti e non accetta di ritirarsi dalla competizione, neppure se il Pd optasse per la candidatura di Gualtieri o Zingaretti. Da lui i romani si attendono un colpo d’ala. Perché non cominciare con un esame rigoroso della “questione stadio”, finora gestita o meglio maneggiata tanto poco rigorosamente?

 

Twitter pensa a Super Follows

Un servizio in abbonamento in cui gli utenti paghino contenuti speciali postati da account di alto profilo. È l’idea a cui sta lavorando Twitter, il social network fondato da Jack Dorsey.

Secondo il sito specializzato The Verge, Twitter ha mostrato agli investitori un esempio di abbonamento di 4,99 dollari al mese che l’utente pagherebbe per ricevere contenuti da account speciali. L’avvio di questa funzionalità di contenuti in abbonamento – di cui però non è stata resa nota nessuna tempistica – sarebbe il secondo grande cambiamento della piattaforma da quando il primo tweet è stato lanciato 15 anni fa, il 21 marzo 2006 (poi la piattaforma si aprì al pubblico il 15 luglio dello stesso anno). Il primo grande cambiamento è stato l’estensione dei caratteri, dai celebri 140 degli inizi ai 280 caratteri del 2017.

In arrivo anche nuova funzione per creare gruppi legati da interessi specifici.

Clima: sui banchi fave e asparagi con 1 mese di anticipo

I cambiamenti climatici sconvolgono i cicli stagionali della natura e la spesa degli italiani con l’arrivo sui banchi le primizie con un mese di anticipo per effetto di un inverno anomalo che ha mandato in tilt le colture, con la raccolta di zucchine e fragole nel Lazio già avviata, ma anche l’arrivo degli asparagi in Campania e delle fave in Sicilia molto prima del tradizionale appuntamento del primo maggio. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica sugli effetti concreti dei cambiamenti climatici con un lungo anticipo di primavera.

Nelle campagne laziali si trovano così – sottolinea la Coldiretti – anche gli agretti oltre agli asparagi, arrivati almeno quindici giorni prima del normale, mentre nel Napoletano e in Sicilia i piselli hanno accelerato di due settimane e sono pronti al consumo. In Calabria ci sono già – continua Coldiretti – cipollotti, carciofi e fragole come in Sardegna dove si raccolgono anche gli spinaci. Il caldo fuori stagione – sottolinea la Coldiretti – ha stravolto completamente i normali cicli colturali e di conseguenza anche le offerte stagionali presenti su scaffali e bancarelle in questo periodo dell’anno.

Con il carrello degli italiani che al tempo del Covid è diventato sempre più green, come dimostra l’incremento dell’11% degli acquisti di frutta e dell’8,4% di quelli di verdura, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea relativi ai primi 9 mesi del 2020, è allora importante fare attenzione a ciò che si compra e non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy. Coldiretti consiglia dunque di verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche più freschi e durano di più.

Se nei banchi del mercato di Campagna Amica di Roma gli agricoltori offrono anche asparagi e fragole – rileva la Coldiretti -, al mercato contadino di Napoli ci sono anche i fiori di zucca assieme alle zucchine, mentre al mercato di Campagna Amica di Catania è possibile acquistare fave e piselli e in quelli sardi di Sassari, Monserrato, Oristano e Nuoro le favette. Cipollotti carciofi e zucchine arricchiscono inoltre l’offerta dei mercati di campagna Amica calabresi, da Catanzaro a Cosenza, fino a Reggio Calabria ma i carciofi si trovano anche in quello di Campobasso, in Molise.

La natura è dunque in tilt e a macchia di leopardo lungo la Penisola dove – riferisce la Coldiretti – si sono verificate anche fioriture anticipate di mandorli e peschi ma nei campi è fiorito pure il rosmarino e sono comparse già le margherite. Un clima pazzo che non aiuta certamente la programmazione colturale in campagna ma espone le piante anche al rischio di gelate nel caso di brusco abbassamento delle temperature con conseguente perdita delle produzioni e del lavoro di un intero anno.

L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Il nuovo virtual tour del Museo Egizio

Un museo Egizio sempre più vicino, come non lo abbiamo mai visto, quello svelato dal nuovo virtual tour lanciato dall’istituzione torinese. Un’esperienza che consente di entrare, da remoto, tra le sale che rappresentano il fiore all’occhiello della collezione torinese.

Grazie a una serie di foto panoramiche a 360 gradi in alta definizione, il tour virtuale ricostruisce gli ambienti dedicati ai reperti provenienti dalla tomba dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, con l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che si è preservato fuori dall’Egitto, e dal villaggio degli artigiani e degli operai di Deir el-Medina.

In questo spazio che raccoglie 245 reperti, testimonianza delle professioni artigianali e operaie nell’ Egitto dal XVI al XI a.C., ascoltiamo il curatore Cédric Gobeil svelarci segreti e misteri.

Nel corso della camminata virtuale è possibile zoomare, ma anche intrattenersi davanti ai tesori del museo – bellissimo il cosiddetto “Papiro dello sciopero”, un documento amministrativo scritto in ieratico che riporta la notizia di uno sciopero durante il regno di Ramesse III – o saperne di più sul “Papiro delle Miniere di Torino”, una delle più antiche mappe geografiche conosciute.

Vaccino AstraZeneca: “Seconda dose anche dopo 3 mesi”

“Con il vaccino” anti coronavirus “AstraZeneca è possibile andare avanti con una sola dose inizialmente e aspettare a dare la seconda anche dopo 3 mesi. Anzi i dati che abbiamo – perché abbiamo dati clinici al riguardo – dimostrano che questa strategia può essere anche vincente”. Lo ha spiegato Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e Prodotti terapeutici per Covid-19 dell’Agenzia europea del farmaco Ema, intervenuto a ‘Caffè Europa’ su Rai Radio1.

Su questo fronte, diverso è il discorso per i vaccini a mRna, ha evidenziato l’esperto. Per questi “invece non ci sono dati a sufficienza per avere una strategia simile, ma anche lì si può comunque ritardare la seconda dose fino a 6 settimane e non dovrebbero esserci problemi, ma andare oltre le 6 settimane comporta qualche rischio che gli inglesi si stanno prendendo. E’ bene aspettare di avere qualche evidenza al riguardo prima di andare in quella direzione”.

Mentre in alcune aree d’Europa i contagi mostrano nuovamente una tendenza all’aumento, Cavaleri ha sottolineato come bisogna “cercare di vaccinare, con tutto quel che abbiamo a disposizione di approvato, soprattutto i più fragili. Deve essere la priorità numero uno. Perché sono loro che poi vanno in ospedale e rischiano la vita”.

Lo stesso Cavaleri racconta di non essere ancora stato vaccinato. “Sto aspettando pazientemente il mio turno”. In Olanda, dove ha sede l’Ema, “non stanno andando in modo particolarmente veloce e ho fatto presente anche al nostro direttore che sarebbe bene che venissimo considerati quanto prima. Io – ribadisce – aspetterò il mio turno e prenderò il vaccino che sarà disponibile”.

Donne, politica e pari opportunità

La polemica è stata inevitabile. Nella direziona nazionale del Pd il segretario Zingaretti aveva annunciato un new deal femminile e poi al governo ha mantenuto ministri solo uomini, annunciando il contentino di una squadra di sottosegretari tutta femminile. Effettivamente il numero è stato quasi rispettato ma la logica no: perché congedare Sandra Zampa dal Ministero della Salute, per lasciare tre uomini, nessuno del Pd, e il sostituto è un geometra? La competenza non è il titolo di studio ma conoscenza della materia, studiando dossier e interessandosi degli ambienti di contesto.

Il Ministro non deve essere un professionista della materia (non un medico alla sanità, perché non si tratta di gestire solo la medicina), perché è vertice della Amministrazione, si avvale dei tecnici e guida la burocrazia. Convinta come sono che partecipare al governo del Paese è sempre un grande onore e che una volta nominati se si vuole, e si è capaci, si riesce a lavorare in modo ‘visibile’ (perché di questo si tratta). Considero anche i ministeri senza portafoglio importanti. A me, per esempio, mi fosse offerta la possibilità di scegliere, avrei gradito il Ministero dei rapporti col Parlamento. È un ponte che favorisce il rapporto fra parlamentari e governo e può agevolare la messa all’ordine del giorno e quindi il dibattito di argomenti di interesse comune, senza mortificare l’iniziativa legislativa e di sindacato del parlamento.

Purtroppo nonostante le ‘quote’ (brutta parola quasi quanto rottamazione) hanno garantito percentuali ma non parità sia numerica che di posti qualitativi. Al governo, nelle aziende e negli enti le donne sono nominate, nelle liste sono cooptate: emergono poi le loro qualità ma comunque non avanzano autonomamente.

La percentuale delle donne nel mondo supera il 50% e anche in Italia le elettrici sono oltre il 51% ma in parlamento sono circa il 35% (rispettato di poco il 30% chiesto dalla legge). Senza una legge elettorale con preferenze le donne non possono emergere.
Per simboleggiare il nemico da abbattere si è ricorso ad una metafora affascinante, il tetto di cristallo. È stato certamente scalfito, anzi ci sono molte pericolanti crepe, ma non è ancora crollato.

Molti esempi fanno sognare e rafforzano impegno e speranze. Guardiamoci attorno. Gli esempi più recenti ci fanno vedere il mondo da un altro punto di vista. Kamala Harris è la prima donna vicepresidente degli USA, il Paese più potente e di antica democrazia eppure anche là è stato eletto prima un presidente nero piuttosto che una donna. Yellen e Lagarde vertici mondiali finanziari, Von der Leien e Merkel vertici politici europei, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala è la prima donna ai vertici del WTO e poi, leader dei paesi del nord Europa, sono donne. È stato registrato che dove governano le donne la pandemia è stata affrontata con maggior efficacia. Nei CdA delle Società per Azioni, secondo le più importanti agenzie di rating, dove le donne sono presidenti o consigliere in numero significativo, i risultati economici sono più performanti.

In realtà l’efficienza, la operosità e i risultati anche domestici, da sempre, confermano essere de donne ‘multitasking’ ma è tempo di una maggiore consapevolezza per tutti. Se metà della società è esclusa dalla formazione più alta e dalle diverse occasioni di lavoro, lo sviluppo del Paese è menomato e ridotto. Oggi sembra che tutto, anche il superamento del gap di genere, sia affidato ai finanziamenti del Recovery fund. La questione viene da lontano ed è cronica.

Nei primi due mesi di quest’anno ci siamo addolorati e indignati per ben 13 femminicidi. Tocca agli uomini ribellarsi, reagiscano. Si indeboliscono anche loro se non diventa una ‘vertenza’ culturale generalizzata la condanna della violenza. Incomincia dalla educazione familiare e scolare.

Con la Legge Balestracci del 1981, la riforma della Polizia di Stato, si stabilì il principio di parità, ma la prefetta Maria Luisa Pellizzari è stata nominata Vice Capo della Polizia dopo 39 anni da quella norma! (a quando Capo?)

L’acceso al lavoro e allo sviluppo delle carriere delle donne hanno bisogno del sostegno con strutture sociali. Con la legge Mosca si è introdotto nei CdA delle Società per Azioni il 30% di donne. Nella società tuttavia mancano servizi di integrazione al lavoro femminile: solo il 12% dei bambini possono usufruire dei nidi e non godono del tempo pieno l’80% dei ragazzi. E al sud le differenze di genere sono più accentuate. Le donne non sono una categoria ma soggetto svantaggiato per oltre il 50% della popolazione mondiale. Per loro si tratta del riconoscimento di diritti e non concessioni, per cui si evidenzia quanto la politica non faccia seguire ai proclami le scelte conseguenti.

In Italia, considerando il presente, sembra che una donna primo ministro, e ancor più presidente della repubblica, è al di là da venire.
In Parlamento non emergono figure leader femminili e si registra una certa impreparazione culturale. Purtroppo la rottamazione ha annullato competenze acquisite con un lungo tirocinio e donne dal curriculum di lungo corso sono in pensione e con vitalizi tagliati… è un bel traguardo per le donne impegnate in politica. Che esempio possono offrire alle giovani, nuove e vitali generazioni di donne esperte di conoscenze anche internazionali?
Non basta Draghi a rifare la faccia ai partiti che trascinano nel disonore la politica. In squadra sono state indicate e quindi nominate persone che si sono denigrate a vicenda e che addirittura espressero disprezzo per Draghi (nobiltà dell’uomo). Una grande conversione per un posto; chiedano scusa in pubblico dimostrando ravvedimento e così dando un buon esempio per ciò che non si fa, ne’ si dice. In politica come nella vita la ruota gira e non è bello doversi contraddirsi o vergognarsi (a meno che manchi anche la capacità di vergognarsi).

Un bel tacere non fu mai scritto, motto non di Dante ma di mia nonna!

Il Partito di Conte? No, grazie.

Mi dispiace, ma io resto dell’opinione che con il tentativo politico del partito di Conte noi, e per noi intendo quanti ci richiamiamo alla tradizione del popolarismo sturziano, abbiamo corso il pericolo, ancora non del tutto tramontato, di veder rinascere in Italia il vecchio trasformismo cattolico moderato di stampo giolittiano, per intendersi: lo storico trasformismo del modello “patto Gentiloni”.

Possibile che non ci dica nulla il tentato “mercato delle vacche”, alla ricerca dei costruttori, salvatori della Patria, attraverso la più indecente compravendita pubblica, fortunatamente fallita? Il tentativo di fondare un partito sul nulla culturale e programmatico?

Ma non riusciamo a capire in quale baratro sta sprofondando la vita pubblica italiana quando i discorsi dei massimi leaders politici sono del tutto vuoti di contenuti, di idee e sono fondati solo su appelli a vivere insieme, a stare insieme, a colloquiare, a dibattere, senza un oggetto, una finalità, un’analisi storico-politica del recente passato e una proposta di proiezione sul futuro?

Se la politica perde l’anima

Dalla situazione attuale di crisi in cui sono sprofondati l’Italia, l’Europa, il Mondo ad una analisi seria delle cause e dei germi che hanno determinato questo malessere generale.

La crisi attuale affonda le sue radici su tre ordini, distinti ma non separati, di fattori: crisi politica, crisi economica, crisi culturale.

Non vi è dubbio che la crisi politica a livello mondiale risente di una assenza di modelli ai quali faceva riferimento nel corso del secolo scorso.

La caduta delle ideologie e l’inizio del nuovo Millennio hanno sancito di fatto la fine di quei partiti politici del Novecento così come si erano strutturati ed organizzati. Sono caduti miti e paradigmi che avevano accompagnato la politica degli Stati, lo sviluppo internazionale, il dibattito ed il confronto tra posizioni diverse.

La politica è stata incapace di autorigenerarsi come scienza più alta per il governo della società: personalismi, sigle elettorali, appiattimento su modelli economici superati, miopia nel saper interpretare il corso dei nuovi eventi hanno determinato un progressivo scivolamento verso l’incompetenza e l’improvvisazione della classe dirigente.

Quello a cui si assiste oggi è la progressiva perdita di valori di una società che marcia sempre più verso un individualismo sfrenato, senza regole morali. Eppure, dovrebbe essere proprio l’etica della politica a guidare le sorti di una società verso il bene comune.

Non è certo un caso se in una situazione tale l’economia abbia preso il sopravvento, forte della caduta delle ideologie, e soprattutto del mito comunista, per infondere nei partiti, nei cittadini, nella società il modello unico neo-liberista.

Tutto si risolve oggi secondo quest’ottica: quello che resta dei partititi politici (se ancora possono essere definiti tali) si coglie nel momento in cui si analizzano le proposte di natura economica che offrono alla società. Non vi è più nessun partito che non si dichiari essere neo-liberista.

Ma nessuno ha riflettuto sul fatto che anche il capitalismo, il neo-liberismo sono ormai in crisi profonda. Basta guardare la situazione degli Stati Uniti d’America per rendersene conto.

Le migrazioni di popoli, l’esplodere del terrorismo religioso e, da ultimo, questa pandemia globale sono i segni della crisi anche del capitalismo.

Occorre allora prendere coscienza di questo e cominciare ad immaginare un nuovo modello di società che metta insieme popoli diversi, culture diverse, abitudini diverse; perché la diversità non è il male da abbattere, ma il nuovo che avanza e sul quale si giocherà il futuro del genere umano.

La storia ci insegna che in ogni passaggio da un’epoca all’altra la crisi è stata anche motivo di rinascita per un mondo nuovo, diverso, più giusto. Ma c’è bisogno, appunto, di cultura storica; senza cultura storica non si fa politica e si degrada a semplice amministrazione dell’esistente.

Allora se la politica perde l’anima, il risultato sarà solo quello di una continua perdita di capacità nel rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, di rinuncia alle sue motivazioni etiche, di abbandono del principio del bene comune, ossia il rincorrere costantemente quel populismo che in Italia ha dimostrato chiaramente essere uno specchietto per le allodole in funzione di una nuova élite dominante.

Cambiamo il passo. Ipotesi di ricomposizione dell’area popolare.

Il M5S in forte scomposizione e il PD in fibrillazione precongressuale; la destra divisa tra governisti e opposizione meloniana: è quanto sta verificandosi dopo l’avvenuta formazione del governo Draghi. Uno tsunami delle e tra le forze politiche della cosiddetta “terza Repubblica”. L’alleanza PD-M5S del governo Conte 2, fallita dopo la mancata operazione dei “responsabili” e con le fratture aperte nei due partiti, sembra naufragare e la chiamata in campo del possibile federatore, il prof. Giuseppe Conte, al massimo potrà funzionare come collante della disastrata formazione grillina. Anche la speranza di un Conte ascrivibile alla tradizione politica cattolico democratica e popolare coltivata da alcuni amici dopo l’incontro novembrino a Saint Vincent, sembra svanire, e solo l’incarico affidato all’On. Bruno Tabacci, erede della migliore tradizione marcoriana della DC lombarda, costituisce la sicura presenza governativa della nostra cultura popolare.

Il progetto da qualche tempo avviato della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, ossia della cultura politica che ha attraversato l’intera storia repubblicana nazionale, di cui il Paese avrebbe una grande necessità, assume adesso l’esigenza di una forte accelerazione. Qualche amico propone di ripartire dai territori dove esistono realtà associative disponibili all’impegno politico amministrativo sin dai prossimi rinnovi dei consigli comunali. Trattasi di un’ipotesi ragionevole, ancor più efficace se accompagnata dal riavvicinamento delle esperienze maturate a livello nazionale. Realtà associative come quelle della Federazione Popolare dei DC, di Insieme e Rete Bianca, le quali hanno facilitato la ricomposizione di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, potrebbero costituire, se unite, il catalizzatore indispensabile per ricomporre anche a livello territoriale la più ampia unità dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Un’unità ampia e plurale, aperta alla partecipazione di altre realtà politico culturali di ispirazione democratico liberale e riformista, che condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, sono interessate alla difesa e all’integrale attuazione della Costituzione repubblicana e alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Anche a livello parlamentare gli amici Rotondi e Tabacci potrebbero/dovrebbero facilitare la nascita di un gruppo ispirato ai valori del popolarismo, nel quale potrebbero confluire diversi parlamentari che lo tsunami in atto ha reso orfani delle loro appartenenze e/o che stanno riscoprendo gli antichi valori democratici e popolari. Un gruppo largo di parlamentari moderati provenienti dal centro-destra e dal centro-sinistra. L’appello dell’amico Rotondi a Berlusconi per dar vita al Partito Popolare in Italia, si inserisce in tale prospettiva.

Tali iniziative, avviate tanto a livello centrale che territoriale, favorirebbero quella ricomposizione politica dell’area di ispirazione popolare da sperimentare sia nelle elezioni amministrative locali che in quella politico nazionale, che si terrà, in ogni caso, dopo l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. L’annunciato impegno della Federazione popolare DC per l’incontro di programma che si potrebbe denominare: “ La nuova “visione” del centro politico. Una nuova …”Camaldoli”, potrebbe rappresentare l’occasione per facilitare l’unità di quanti condividono i sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono i sei pilastri assunti come punti di riferimento e di studio dal comitato tecnico scientifico della Fondazione DC coordinato dall’amico prof. Giannone:

– Umanesimo integrale: al centro, Persona e Dignità;
– Dottrina Sociale della Chiesa, con le Encicliche dei Pontefici, dalla Rerum Novarum di Leone XIII, alla Populorum Progressio di Paolo VI, alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI, alla Evangelii Gaudium e alle Laudato Si’ e Fratelli tutti di Papa Francesco;
– Popolarismo e Personalismo. I Testimoni che hanno fatto diventare nel 1987 l’Italia la VI^ Potenza industriale nel mondo;
– Ecologia integrale ed Etica ecologica, con il riferimento ai contenuti della Enciclica Laudato Sì;
– Costituzione della Repubblica Italiana;
– CEDU (Carta Europea dei Diritti Umani)

Credo che su tali premesse da sviluppare e tradurre politicamente nella realtà italiana, si possa e debba finalmente ricomporre la nostra unità. Servirà però, un deciso cambiamento di passo dopo la lunga surplace di questi mesi.

Le conseguenze del covid sul turismo italiano

Il Censis nel quarto rapporto Agi-Censis dedicato al turismo di fronte alla pandemia rivela che: “Nei primi 11 mesi del 2020 sono state circa 219 milioni le presenze in meno negli esercizi ricettivi rispetto al 2019: -52,2%, nonostante la parziale ripresa registrata nella scorsa estate”.

Per la componente straniera la contrazione è stata ancora più marcata: -68,9% tra gennaio e ottobre 2020. Lo scorso anno i passeggeri in transito nel sistema aeroportuale nazionale sono diminuiti complessivamente del 72,6%: -61,3% per i voli nazionali, -78,4% per gli internazionali.

Per quanto riguarda l’impatto sulla dimensione occupazionale, gli addetti del settore turistico inteso in senso ampio sono 1.647.000 (il 7,1% del totale). Si tratta di lavoratori che sono impiegati con contratti a termine o stagionali in percentuali superiori alla media, dunque meno protetti dal blocco dei licenziamenti. Nel comparto alloggio e ristorazione si stima una perdita del 12,2% delle ore lavorate nel primo trimestre 2020, del 77,8% nel secondo trimestre e del 30,3% nel terzo.

Per superare tutto ciò il censis vede la necessità di ripensare il turismo. Serve, secondo l’istituto, un piano nazionale di ripresa e resilienza che permetta di superare storiche criticità. I punti principali riguardano la qualità dell’offerta extralberghiera, la spiccata stagionalità, la prevalenza del turismo balneare e delle città d’arte, l’eccessiva prevalenza del segmento tedesco (il 47% dei turisti stranieri proviene dalla Germania), la ridotta durata media dei soggiorni, la polarizzazione sulle località più rinomate (il 58% dei flussi riguardano 5 sole regioni).

A tutto ciò si aggiungono i problemi della logistica, del sistema portuale e aeroportuale e dei collegamenti ferroviari. Fattori che contribuiscono a porre l’Italia al settimo posto nell’indicatore mondiale di competitività turistica.

Verso il #Dantedì del 25 marzo

Il 25 marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebrerà per la prima volta il Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo. ‪Il sommo Poeta è il simbolo della cultura e della lingua italiana, ricordarlo insieme sarà un modo per unire ancora di più il Paese in questo momento difficile, condividendo versi dal fascino senza tempo.

‪L’appuntamento è per le 12 di mercoledì 25 marzo, orario in cui siamo tutti chiamati a leggere Dante e a riscoprire i versi della Commedia.

Il Mibact e il Ministero dell’Istruzione insieme a scuole, musei, parchi archeologici, biblioteche, archivi e luoghi della cultura proporranno inoltre sui propri account social immagini, video, opere d’arte, rare edizioni della Divina commedia per raccontare quanto la figura del Sommo Poeta nel corso dei secoli abbia segnato profondamente tutte le espressioni culturali e artistiche dell’identità italiana.

Al Dantedì parteciperà attivamente anche la Rai che con Rai Teche ha selezionato le lecturae Dantis interpretate dai maggiori artisti del nostro tempo che saranno programmate in pillole di 30” nelle tre reti generaliste della Rai e su Rai Play.

Al momento è già pronta  “La GraphiCommedia”, la rappresentazione di alcuni canti dell’Inferno realizzata da una classe dell’Istituto Tecnico G. Falcone di Gallarate (VA) e la D.A.8, ‘Dante Alighieri 8’, il droide che interpreta i versi del sommo poeta, creato, grazie al coding e alla robotica, dalle studentesse e dagli studenti dell’Istituto Tecnico G. Russo di Paternò, in provincia di Catania.

Sarà possibile partecipare al racconto, postando il proprio contributo con l’hashtag #Dantedì e taggando il profilo Instagram del Ministero dell’Istruzione, @ministeroistruzione fino al 25 marzo, Giornata nazionale dedicata a Dante.

Covid. Trovate tracce delle varianti inglese e brasiliana nelle acque di scarico.

Le varianti del virus Sars-Cov-2 inglese e brasiliana sono state individuate per la prima volta nelle acque di scarico italiane. La ricerca, prima in assoluto sulle varianti in reflui urbani in Italia e tra le prime al mondo, è stata condotta dal gruppo di lavoro coordinato da Giuseppina La Rosa del Dipartimento Ambiente e Salute e da Elisabetta Suffredini del Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità pubblica Veterinaria dell’Iss, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico della Puglia e della Basilicata. I risultati dello studio dimostrano che le acque di scarico posso essere un utile strumento per valutare la circolazione delle varianti di Sars-CoV-2 nei centri urbani.

Per consentire uno screening rapido, pratico e semplice delle varianti circolanti nella popolazione italiana è stato sviluppato, infatti, un metodo che prevede l’amplificazione e il sequenziamento di una parte del gene S contenente specifiche mutazioni in grado di caratterizzarle.

Il metodo, testato inizialmente su campioni clinici (tamponi naso-faringei), è stato successivamente applicato all’analisi delle acque di scarico raccolte in fognatura prima dei trattamenti di depurazione. L’esame di questa matrice ha individuato, per la prima volta in campioni ambientali, la presenza di mutazioni caratteristiche delle varianti UK e brasiliana in alcune aree del nostro paese dove la circolazione di tali varianti era stata accertata in campioni clinici di pazienti Covid-19.

No ai politici da bar

Alcuni politici non hanno ancora compreso che la fase della confusione è finita. Continuano ad assecondare la pancia dei cittadini nella speranza di aumentare la loro popolarità e di dare comunque la sensazione di essere protagonisti della giornata mediatica.

Si aggrappano al pretesto elementare che la gente è stanca di essere limitata nella propria libertà a causa della pandemia e quindi bisognerà apprestarsi a restituire a tutti più libertà, riaprendo le attività, mitigando le restrizioni, rientrando nella normalità non consci dei forti danni che possono svilupparsi nella psicologia di massa. Non mettono in guardia rispetto ai rischi che si correrebbero, si riferiscono solo al desiderio naturale di normalità come fossero al bar. Mi chiedo come si possa essere catturati da un vortice di astrazione così avvilente ed evidente? I contagi in Italia non scendono di numero, in moltissime regioni gli ospedali fanno fatica ad accogliere gli ammalati a causa di saturazioni impreviste, e intorno a noi altri paesi come Germania e Francia adottano misure più restrittive, e noi dovremmo addirittura indebolire le difese già precarie dovute all’incuria passata prodotta dalle stesse cicale? Persino capi di governo portati ad esempio all’inizio della pandemia dai negazionisti nostrani ed esteri come Johnson del Regno Unito, si sono convertiti al rigore; chissà poi perché dovremmo abbandonare la cautela.

Certamente le limitazioni per bar ristoranti palestre, teatri, cinema, e zone sciistiche comportano conseguenze economiche per gli imprenditori interessati e per l’economia nazionale, ma decisioni maldestre ci procurerebbero danni ancora più ingenti. Costerebbe molto meno per la comunità indennizzarli che attizzare altri focolai d’infezione. Con le vaccinazioni siamo giunti alla fase più delicata e conclusiva come tutti possono ben intendere; stringere i denti qualche mese ancora potrà farci finalmente uscire dal tunnel indenni. Ma allora perché con un governo così importante appena varato, i rappresentanti di questa nuova maggioranza annunciata come di salvezza nazionale, non riescono proprio a stare al posto loro?

Con Mario Draghi alla guida della politica italiana il livello della discussione e dei propositi alti è molto cresciuto, e questo ha spiazzato gran parte della dirigenza dei partiti impegnati ormai da troppo tempo a concepire solo una comunicazione di tipo elettoralistica. Il livello delle attività nazionali ed internazionali di Draghi, potenzialmente possono mettere in crisi le dirigenze politiche, abituati come non sono a stare ‘sul pezzo’, soprattutto in momenti delicati come quelli che stiamo vivendo. Dunque un po’ per abitudine, un po’ perché è diventato ancor più arduo stare nell’agone politico, taluni capi di partito o aspiranti tali, fanno la voce grossa per farsi notare o addirittura a intenzionalmente disturbare. Se le cose stanno così, le precauzioni del nuovo Presidente del Consiglio saranno ben presto prese dentro e fuori l’esecutivo.

È evidente che in questi mesi gli italiani si giocano l’ultima chance per la propria condizione economica e sociale e per la loro reputazione internazionale. La posta in gioco è così alta che non può essere sacrificata sull’altare di giochi di palazzo che abbiamo già conosciuto anni fa, quelli messi in atto già con Monti, reo in quell’epoca di agire con politiche economiche di rigore, purtroppo ancora necessarie per curare i mal d’Italia. Ed allora le forze politiche più avvertite dovranno prendersi le loro responsabilità ed adottare posizioni forti per evitare questa deriva. Ma anche il sistema di informazione dovrà scegliere sentieri più virtuosi, dando risalto alle notizie più adatte alla battaglia in atto, anziché proporre discussioni fuorvianti.

Quando si affronta una nemico così dannoso per tutta la comunità come è il COVID, l’esigenza di sterilizzare ogni comportamento egoistico che può contrastare con gli interessi generali non può che essere la regola basica di comportamento per ciascuno. C’è lo hanno insegnato i nostri avi, così come lo pretende il buon senso. Proprio in queste circostanze, le classi dirigenti devono attenersi al silenzio laborioso.

Il potere nella società italiana è molto parcellizzato; non esiste una forza politica che non abbia un proprio aderente che non sia sindaco di una città, che non sia Presidente di una regione, e poi assessori ministri e sottosegretari. Se vogliono fare qualcosa di utile spronassero ad una gara per azioni virtuose e non a chi la spara più in alto per compiacere chi in quel momento è esasperato ed ha bisogno di aiuto non con le parole ma con i fatti.È il momento di cambiare, con il silenzio laborioso.

Ma cos’è diventato il Pd?

Che Matteo Renzi abbia quasi liquidato il Pd con la sua gestione personale e spregiudicata non  c’è alcun dubbio. L’aver trasformato un partito plurale in un partito sostanzialmente personale –  l’ormai famoso Pdr, anche se, è sempre bene non dimenticarlo mai, erano renziani tifosi ed incalliti  quasi il 70% del partito – è stato un elemento che ha fiaccato le potenzialità di quel partito. E  infatti Renzi si è congedato da quel partito dopo averlo riportato al 18%, isolato radicalmente  sotto il profilo politico e, quel che più conta, sempre più lontano dai cittadini e da settori crescenti  della pubblica opinione perchè rifletteva l’indole e il carattere del suo segretario. 

Ora, al di là di quella stagione – anche se la “corrente renziana” nel Pd continua ad essere forte e  forse sarà determinante per il ritorno, da capo, del loro beniamino – adesso, però, si tratta di  capire che cos’è diventato quel partito. Al di là dei cambiamenti continui della linea politica  dettata dall’ideologo Bettini al segretario – almeno così pare per chi si informa quotidianamente  dagli organi di informazione – in quest’ultimo anno, quello che più colpisce è la continua lotta tra  le varie tribù o correnti o gruppi interni che si contendono il potere. Una lotta, appunto, senza  esclusione di colpi dove però non è ben chiara quale sia la diversità politica all’interno di questa  maionese sempre più impazzita. Se Zingaretti a settimane alterne parla di “ripartenza” o di  “rigenerazione” – termini che ormai hanno la stessa efficacia dell’acqua che scorre sulla pietra – il  corpo concreto del partito è impegnato in una lotta spietata al suo interno su chi deve, di volta in  volta, esercitare la leadership. Una contrapposizione frontale che si estende dal centro alla  periferia senza eccezione alcuna.  

Ma, senza indugiare ulteriormente su ciò che capita realmente nelle sempre più innumerevoli  correnti e sottocorrenti che campeggiano nel partito, quello che semmai è urgente capire –  possibilmente senza mutare strategia e linea politica ogni mese – è la prospettiva politica concreta  che persegue il Partito democratico. Alleanza secca e strategica con il partito di Grillo e con i post  comunisti di Leu? Alleanze anche con forze centriste, moderate e liberali che si stanno  organizzando in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? Ripresa della mai smentita “vocazione  maggioritaria del partito? O cambiamento delle alleanze a seconda delle convenienze del  momento e delle opportunità di potere che si presentano all’orizzonte come è capitato dal 2019 in  poi?  

Sono domande legittime, credo, a cui è necessario dare risposte politiche altrettanto chiare e  trasparenti. Non vorrei che adesso, con la scusa del dibattito congressuale – che sarà sempre più  lungo, tortuoso e complesso causa la pandemia – tutto viene sospeso in nome delle assise che  saranno celebrate chissà quando. Quello che si definisce il perno dell’alternativa al sovranismo  non può continuare ad essere un luogo dove prevalgono solo risse, scontri e l’eterno e ormai  strutturale duello tra le infinite correnti. E questo per il bene del riformismo di governo e non solo  per la sopravvivenza del Pd, come ovvio.

Al centro del centro

Sto seguendo con vivo, partecipe interesse il lungo dibattito sulla collocazione dei cattolici impegnati in politica, tra aneddoti, ricordi, rievocazioni, esperienze, visioni, progetti, speranze.

“Centro” è il  leit motiv, la parola magica ora occultata con malcelato distacco, ora rivendicata per definire un posizionamento. Ma è anche la storia, il passato, un presente più intenzionale che reale, un’idea di futuro: in ogni caso un luogo di transito obbligato per misurare e commisurarci.

I corsi e ricorsi storici consentono aspettative, lusinghe e ambizioni ma – mutatis mutandis – nulla sarà come prima: anche se i valori sommi restano, i principi ispiratori sono le molecole del nostro DNA,  è il contesto esterno che ce lo impone, l’evoluzione sociale, sono i codici espressivi e semantici che dettano regole diverse, i temi cambiano anche se le radici sono forti e solidamente piantate.

Ne ha preso atto la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano secondo e fino a Francesco: “i tempi cambiano e anche noi dobbiamo cambiare con essi”. Mi domando se non sia doveroso per un cattolico prendere atto della realtà e assecondare questa deriva: “Adaequatio rei et intellectus” .

Si tratta della definizione della “verità come corrispondenza”, di cui ci parla San Tommaso ma che è condivisa da tutti coloro che muovono da una concezione realistica della conoscenza, sia partendo da Platone o da Aristotele o da una visione fenomenistica: non è una digressione filosofica, è il fondamento del nostro “essere, oggi”

Molto di quello che si dice e si scrive sul centro soffre di un condizionamento oggettivo: la dimensione del vivere – che lo si voglia o no – nel suo continuo divenire.

E il pathos che ci spinge ad occuparcene risente dei vissuti personali, esperienze, memoria del passato, prospettive di valutazione: tutto ciò forma un inconsapevole retropensiero soggettivo che è l’aspetto speculare di questo condizionamento. Un gioco di rimandi inconcludenti tra specchi che si fronteggiano.

Il lungo, interminabile dibattito che ne può derivare ha le sembianze di una impegnativa partita a scacchi, senza vinti né vincitori: disquisendo sull’essere, l’essere stati o il dover essere non portiamo luce per rischiarare i coni d’ombra delle valutazioni soggettive: immaginiamo di ampliare il campo delle opzioni, l’approfondimento dei teoremi e delle ipotesi, diventando ciascuno un isolato depositario di verità inconciliabili. Paradossalmente c’è più frammentazione al centro che nelle polarizzazione degli estremi.

Ho colto persino atteggiamenti di velato livore in certe disamine senza prova: si formano cenacoli per soli iniziati e si litiga sulle parole senza che la realtà ne tragga giovamento. Direi: basta esegesi.

Il centro politico è nelle idee ma soprattutto nei fatti: occorre una certa flessibilità di approccio per accettare questo assioma. 

E’ un valore che si forma e si riforma nel tempo, come traguardo empirico da perseguire.

La polarizzazione e la personalizzazione della politica generano sparigliamento, il centro è sfarinato un po’ di qua e un po’ di là, non regge alla prova dei fatti e non sempre mantiene una sua consistenza organica.

Paradossalmente si ricompone ma in modo indeterminato, non per appartenenze , quando il Paese ha urgente bisogno di stabilità e governabilità, dopo ondivaghe oscillazioni.

Passa più dalla testa di un uomo saggio, equilibrato, carismatico, lungimirante che da estenuanti tavoli di concertazione sui comuni denominatori simbolici e lessicali.

Il centro non è preambolo ma azione. Il centro oggi ha un nome e un cognome: si chiama Mario Draghi.

Ed è partendo proprio dall’indicazione del bagaglio culturale che il politico oggi deve possedere, riassunto nelle tre virtù politiche della conoscenza, del coraggio e dell’umiltà che Draghi compie un’operazione che ignora i piani per elevare le altezze.

Il centro non ha una dimensione orizzontale ma verticale: è elevazione verso la moderazione, la saggezza., l’equilibrio, la temperanza non disgiunti da valori etici che gli sono a un certo punto fondativi: la rettitudine, la competenza come dovere, la responsabilità come missione, la giustizia sociale, il rispetto, la dignità della persona. L’esame di coscienza e “fare le cose per bene” come ha scritto Mario Rigoni Stern.

Mi chiedo quanto questa prospettiva – senza essere conclamata, connotata o denotata- sia distante dall’ispirazione fondativa del cattolicesimo sociale.

Napoleone e il mito di Roma

Fino al 10 maggio 2021 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospitano la nuova mostra “Napoleone e il mito di Roma” che celebra il bicentenario dalla morte di Bonaparte, ripercorrendo il rapporto tra l’imperatore francese, il mondo antico e Roma, annessa all’Impero tra il 1809 e il 1814, che Napoleone avrebbe voluto trasformare in una seconda Parigi.

Il percorso espositivo si snoda attraverso 3 macro-sezioni e comprende oltre 100 opere – tra cui sculture, dipinti, stampe, medaglie, gemme e oggetti di arte cosiddetta minore – provenienti dalle Collezioni Capitoline e da importanti musei italiani ed esteri.

La prima macro-sezione evidenzia il rapporto tra Napoleone e il mondo classico. In mostra, opere antiche e moderne di eccezionale valore storico, che illustrano il percorso biografico di Napoleone e i suoi modelli e riferimenti culturali. Tra queste, citiamo il gesso di Louis Rochet per la statua di Napoleone cadetto a Brienne dal Musée d’Yverdon et Région (Yverdon-les-Bains).

La seconda macro-sezione è dedicata al rapporto di Napoleone con l’Italia e Roma. Tre opere di particolare bellezza ne illustrano il ruolo come Re d’Italia: il gruppo scultoreo di Pacetti, “Napoleone ispira l’Italia e la fa risorgere a più grandi destini”, dal Castello di Fontainebleau, e due ritratti da Milano (Galleria d’Arte Moderna e Palazzo Moriggia-Museo del Risorgimento).

La terza macro-sezione approfondisce alcuni aspetti relativi alla ripresa di modelli antichi nell’arte e nell’epopea napoleonica, come quello dell’aquila romana, esemplificato in mostra dal vessillo del 7° Reggimento Ussari dal Musée de l’Armée di Parigi.

“Napoleone e il mito di Roma” si conclude con il famoso quadro Napoleone con gli abiti dell’incoronazione, dipinto da François Gérard nel 1805 e conservato ad Ajaccio, nel Palais Fesch-Musée des Beaux-Arts: il dipinto raffigura l’imperatore al suo apice e rappresenta la sintesi più evidente dello straordinario uso che seppe fare dei simboli.

COVID-19 e Qualità dell’Aria, disponibile il terzo rapporto LIFE PrepAIR sulla composizione chimica del particolato

E’ stato presentato, nel corso di un webinar a cui hanno partecipato oltre 200 addetti ai lavori, il terzo rapporto dello studio sugli effetti delle misure COVID-19 sulla qualità dell’aria nel bacino padano curato dai partner del progetto Life PrepAIR. Fin dall’avvio del lockdown della scorsa primavera, questo è uno dei temi a cui il progetto dedica maggiore attenzione: nei mesi scorsi sono stati pubblicati i primi due report, che si sono occupati di concentrazioni ed emissioni nel periodo febbraio-maggio 2020.

Il rapporto presentato questa mattina si concentra invece sull’analisi della composizione chimica del particolato, in questo caso il PM10.

È noto che il materiale particolato aerodisperso è un insieme eterogeneo di sostanze di diversa natura, particelle solide e liquide sospese in aria ambiente. Gli inquinanti emessi dalle diverse sorgenti possono essere definiti primari, quando una volta emessi non subiscono variazioni, mentre sono secondari quando si producono a seguito di una serie di reazioni chimico-fisiche che avvengono direttamente in atmosfera. Il composto secondario si forma quindi interagendo con la luce solare, l’ossigeno, l’acqua e gli altri inquinanti primari presenti in aria ambiente. L’analisi chimica permette di caratterizzare tale particolato e di tentare di distinguere la parte primaria da quella secondaria.

Lo studio di tale frazione granulometrica è avvenuto attraverso l’analisi dei dati rilevati in quattro stazioni speciali presenti nel bacino padano nell’ambito del progetto PrepAIR (Torino, Milano Pascal, Schivenoglia -MN- e Bologna) a cui si è aggiunta la stazione di Aosta. L’obiettivo era verificare e consolidare le conclusioni preliminari dei report precedenti e ottenere, quindi, ulteriori elementi di conoscenza necessari ad impostare la prossima fase di pianificazione in materia di qualità dell’aria.

 

I primi due rapporti del progetto PrepAIR sugli effetti del lockdown sulla qualità dell’aria hanno evidenziato che la drastica riduzione dei determinanti ha causato la riduzione emissiva sia di NOX (che è arrivato a un massimo decremento settimanale del 40%) che di PM10 primario (massimo decremento settimanale 20%). È stato inoltre analizzato da un lato il decremento considerevole delle concentrazioni in aria dei gas (sia primari che secondari), derivante delle riduzioni emissive, dall’altro il comportamento della massa totale di PM10, caratterizzato da variazioni negative e positive discontinue durante il periodo di lockdown totale, con un andamento legato più alle condizioni meteorologiche.

L’analisi della composizione chimica è stata condotta confrontando due periodi: uno di pre lockdown (2 gennaio – 9 marzo) e uno di lockdown (10 marzo – 18 maggio) principalmente per gli anni 2019 e 2020.

Analizzando il periodo lockdown 2020 rispetto al 2019 i dati mostrano:

  • nessuna evidente riduzione dei composti secondari in tutte le stazioni;
  • diminuzione di carbonio elementare e rame in tutte le stazioni, elementi legati in buona parte alle emissioni da traffico la cui diminuzione è coerente con i limiti imposti alla mobilità;
  • aumento del tracciante della biomassa legnosa (levoglucosano) nella maggioranza delle stazioni.

Nel complesso è evidente, sia nel 2019 che nel 2020, la variabilità di molte componenti legate al passaggio dalla stagione invernale a quella più calda.

L’analisi del particolato secondario inorganico (Secondary Inorganic Aerosol – SIA), una delle componenti maggioritarie nel bilancio di massa del PM10 nel bacino padano, evidenzia una omogeneità nell’area interessata, con l’unica differenza per la stazione di Aosta che mostra contributi più bassi. La maggior parte del SIA misurato in tale sito risulta però di origine remota e principalmente dal bacino padano. Il SIA non è altro che la somma dei tre principali ioni inorganici del particolato: ione ammonio (NH4+­), ione nitrato (NO3) e ione solfato (SO42-), che a loro volta derivano dai loro precursori (ammoniaca – NH3 e ossidi di azoto – NOX e anidride solforosa – SO2) che sono risultati presenti durante il periodo di lockdown. L’ammoniaca non ha subito variazioni in quanto i provvedimenti legati alla pandemia non riguardavano l’ambito del settore agricolo-zootecnico, anzi, in diversi siti, la sua concentrazione ha mostrato valori più alti rispetto all’anno precedente; il biossido di azoto, nonostante il suo calo considerevole, è rimasto comunque disponibile.

Questi inquinanti sono quindi risultati presenti in quantità sufficiente a sostenere la formazione di particolato secondario. Inoltre il levoglucosano, tracciante principale della sorgente biomassa legnosa, in tre delle cinque stazioni analizzate, ha mostrato un aumento durante il periodo di lockdown totale (nel sito rurale di Schivenoglia ha mostrato valori quasi triplicati rispetto allo stesso periodo nel 2019), probabilmente a causa dei provvedimenti di limitazione della circolazione e del conseguente confinamento domestico delle persone, oltre che alla diminuzione delle temperature in alcune aree.

I risultati dello studio mostrano come lo “spegnimento” o la riduzione delle emissioni di una parte degli inquinanti non sia sufficiente a determinare una variazione apprezzabile nella formazione del particolato secondario e confermano che gli interventi che possono essere intrapresi per una riduzione del particolato non solo devono essere coordinati a livello di bacino, ma devono riguardare tutte le attività che concorrono alla produzione di precursori (principalmente l’agricoltura e tutte le combustioni, quali traffico, biomassa legnosa, comparto industriale e  servizi) agendo in maniera incisiva sulle emissioni.

L’esperienza del lockdown – ha detto nella sua relazione di chiusura Marco Deserti di Regione Emilia-Romagna, coordinatore tematico nell’ambito del progetto dell’ambito Qualità dell’aria e valutazione delle emissioni ha dimostrato che un fermo quasi totale dei trasporti e di moltissime attività commerciali ha determinato un crollo della concentrazione in aria di NOX, legato direttamente alle emissioni dei motori a combustione, mentre le PM10 son calate molto meno e vi sono stati addirittura superamenti del limite vigente. Questo fenomeno è attribuibile a due fattori: il riscaldamento domestico dovuto alla permanenza in casa di gran parte della popolazione ha portato ad un aumento delle emissioni in atmosfera di PM10 da combustione, soprattutto di biomasse; le attività agricole hanno continuato regolarmente immettendo in atmosfera ammoniaca in grado di produrre, assieme a ossidi di azoto e solfati, PM secondario che costituisce fino al 70% del PM presente in pianura padana.

Serve allora un piano che agisca a breve termine sulle misure emergenziali applicate durante i periodi di elevato inquinamento, e a lungo termine sulle misure strutturali applicate durante il periodo invernale.

Il programma deve agire nelle seguenti direzioni:

  • aumentare la copertura territoriale delle misure;
  • estendere la durata delle misure applicate;
  • rafforzare il sistema dei controlli;
  • adottare preventivamente i provvedimenti di limitazione, in modo da evitare l’occorrenza dei superamenti del VL giornaliero, ed aumentare la frequenza dei giorni di verifica”.

Di PrepAIR fanno parte, tra i 18 partner italiani e sloveni, tutte e cinque le Regioni del bacino padano e la Provincia Autonoma di Trento: è questo il principale palcoscenico su cui si attivano le iniziative previste, dalla raccolta dei dati fino alle azioni di sensibilizzazione. Il progetto mira ad implementare le misure previste dai piani regionali e dall’Accordo per la qualità dell’aria del Bacino padano, ed a rafforzarne la sostenibilità e la durabilità dei risultati.

Le azioni di progetto riguardano una pluralità di settori – agricoltura, combustione di biomasse per uso domestico, trasporto di merci e persone, consumi energetici – e lo sviluppo di strumenti comuni per il monitoraggio delle emissioni e per la valutazione della qualità dell’aria su tutta l’area di progetto.

 

Per consultare il Rapporto, http://bit.ly/Prepair_COVID19

Ciclabilità, le Associazioni chiedono una nuova politica nazionale

Sono una trentina le sigle del Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti firmatarie della lettera inviata oggi al Governo Draghi per chiedere interventi e politiche a favore della ciclabilità, a partire dalla destinazione di una quota importante del Recovery Fund e dalla riorganizzazione della governance per la ciclabilità in Italia con un attivo coordinamento tra i Ministeri coinvolti e con l’istituzione della figura del Bike Manager nazionale.

“La forza della bicicletta è enorme e muoversi sulle due ruote è un valore che fa bene alle persone, alle città, all’economia e all’ambiente, tanto che la transizione ecologica non può essere disgiunta dallo sviluppo di una mobilità sostenibile, di cui la bici è protagonista”, si legge nel testo della lettera.

Pur apprezzando le intenzioni positive manifestate dal Governo in tema di mobilità e ambiente, le associazioni sottolineano all’unanimità l’urgenza di una nuova politica nazionale a favore della ciclabilità, in cui lo Stato si assuma in pieno il compito di guidare il cambiamento, come indicato nella legge 2/2018 che prevedeva anche la definizione del Piano Generale della Mobilità Ciclistica a cura del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ad oggi ancora non disponibile.

L’azione dello Stato è fondamentale, si legge ancora della lettera, per aiutare comuni e regioni nel cambiare la mobilità urbana e per sviluppare il turismo sostenibile a favore delle aree interne.

Sono cinque, in sintesi, le proposte avanzate dal Coordinamento Associazioni e Movimenti Cicloattivisti e Ambientalisti, affinché il Governo proceda attraverso l’individuazione delle migliori competenze a:

  1. Istituire una Direzione per la mobilità ciclistica all’interno del Dipartimento
  2. Attribuire a un Sottosegretario con competenze e sensibilità adeguate le deleghe per la ciclabilità, mobilità attiva e micromobilità elettrica in combinazione con quelle relative al Codice della Strada e alla sicurezza
  3. Confermare nella Segreteria tecnica del Ministro una persona dedicata alla ciclabilità e alla micromobilità elettrica con il compito di tenere il raccordo con le associazioni e tra queste e le varie direzioni del
  4. Individuare la nuova figura del “Bike Manager” all’interno della struttura tecnica di missione, con l’obiettivo di sovrintendere all’attuazione della legge 2/2018 e più in generale verificare l’attuazione degli obiettivi del Ministro in questo
  5. Recuperare e completare il lavoro, ora sospeso, sul regolamento del Codice della Strada per la moderazione del traffico.

Ecco il testo integrale della lettera

Il vaccino Johnson & Johnson verso l’approvazione dell’Ema

Il vaccino anti Covid di Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson, “credo sia in dirittura d’arrivo. Nei primi 15 giorni di marzo potrebbe arrivare la decisione dell’Agenzia europea dei medicinali Ema” sull’approvazione. Ad annunciarlo è Armando Genazzani, rappresentante italiano nel comitato tecnico Chmp dell’Ema, ai microfoni di ’24Mattino’ su Radio24.

Quanto alle forniture che verranno messe a disposizione dopo l’ok europeo, “come per tutte le altre aziende che hanno i vaccini approvati la produzione aumenterà nel corso del tempo molto velocemente”, aggiunge Genazzani che è anche docente di Farmacologia all’università del Piemonte Orientale.

Alle persone che si sono ammalate di Covid-19 e sono guarite si potrà somministrare una sola dose di vaccino? “E’ possibile che si vada in questa direzione”, supportata da “un fortissimo razionale biologico”, risponde Genazzani.

E’ un “tema scientificamente molto interessante. Si può immaginare che chi ha avuto il Covid sintomatico, e quindi sa di averlo avuto perché in quel momento ha fatto il tampone, abbia già ‘visto’ il virus e abbia bisogno solamente di un ‘ricordo’, quindi di una singola dose di vaccino.

Ci sono dei dati che stanno in qualche maniera suggerendo che questa è una strategia possibile. Questi dati non sono completi”, ha precisato l’esperto, però “si può immaginare che le persone che non hanno mai visto il virus abbiano bisogno di due dosi di vaccino, mentre per quelle che hanno già avuto il Covid basti il richiamo”.

Le relazioni transatlantiche. Un’occasione straordinaria

La nuova America di Biden comincia a muoversi ed è bene che l’Europa inizi ad affrontare la nuova fase con cognizione di causa, considerando cioè con la necessaria rapidità le opportunità – ma anche gli obblighi – ad essa connessi.

“America is back” è diverso da “America first”. Almeno quanto Biden è diverso da Trump. Sarebbe però un errore imperdonabile immaginare che dietro quel “back” non ci sia anche un “first”. Perché il messaggio che il nuovo Presidente USA ha inviato ai partner occidentali è chiaro: gli Stati Uniti rilanciano il loro approccio multilaterale ma con esso la loro leadership mondiale, e dunque non intendono cedere ulteriore spazio al loro principale competitor, la Cina, né a stati autocratici, l’esempio è la Russia, che attraverso l’utilizzo improprio della tecnologia mirano a indebolire le democrazie occidentali. Chi aveva previsto che i Democratici non avrebbero fatto sconti in argomento, magari solo per marcare un visibile distacco dalla politica estera di Donald Trump, non si sbagliava.

Il ragionamento di Biden è semplice, abbastanza schematico come è tipico degli americani e quindi non si presta a troppe interpretazioni più o meno capziose. Innanzitutto c’è un dato valoriale: i sistemi democratici occidentali sono quelli che meglio di altri tutelano le libertà individuali e collettive; sono sotto attacco da parte di autocrazie che non si fanno scrupoli di utilizzare l’hackeraggio informatico per minarli alla base, nel loro rapporto con i propri cittadini, e quindi vanno difesi attivamente; le democrazie vanno infatti protette, rafforzate e rinnovate, ogni giorno (un concetto espresso con nettezza anche da Obama nella sua simpatica intervista a Fabio Fazio).

In secondo luogo c’è l’indicazione precisa dei principali pericoli, con due preminenti accusati: il regime dittatoriale cinese, che sarà un “duro rivale di medio termine” e quello autocratico russo, il cui evidente obiettivo è “indebolire il progetto europeo e la NATO”.

La conseguenza diretta è, in primo luogo rivolta agli europei, da un lato – come detto – il rilancio dell’iniziativa multilaterale da parte di Washington e dall’altro l’auspicata rinnovata solidarietà atlantica che comporterà, senza dubbio alcuno, il rilancio della NATO (che solo un anno fa il presidente francese Macron aveva definito come sostanzialmente moribonda).

Biden riconosce però, e agli europei lo dice a chiare lettere, che gli anni recenti sono stati non molto buoni nelle relazioni fra le due sponde dell’Atlantico: il riferimento ovvio è a Trump, ma sarebbe interessante sapere se dietro queste parole non vi sia anche un po’ di autocritica per come la politica estera di Obama, e quindi pure di Biden, non abbia trascurato l’Europa e i suoi problemi durante gli anni di una crisi finanziaria generatasi proprio negli USA. In ogni caso, oggi gli Stati Uniti “sono determinati” a rinnovare il loro impegno con l’Europa.

Ma l’Europa o, meglio, l’UE quale tipo di interesse intende manifestare? Qualche giorno fa in una trasmissione televisiva il direttore dell’ISPI Paolo Magri ha usato un’efficace metafora per spiegare quale sia oggi la situazione: è come in un rapporto matrimoniale dopo un tradimento ammesso e perdonato. L’unione fra i coniugi viene confermata…ma non tutto è esattamente uguale a prima. Ovvero: quanto è accaduto durante il quadriennio trumpiano (ma aggiungerei anche, un po’, l’indebolimento delle relazioni nel nuovo secolo, con le presidenze di Bush jr e di Obama) non può essere dimenticato in poche settimane. Non tutto è come prima. 

E’ difficile per Bruxelles dimenticare, ad esempio, le rilevazioni circa le attività spionistiche condotte dagli americani nei confronti dei leader delle nazioni europee; o i danni causati dall’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano; o le minacce di un disimpegno della NATO se gli europei non avessero adeguato il loro contributo economico alle spese ad essa relative; o la fuoriuscita  dagli accordi di Parigi sul clima (non a caso una delle prime e positive iniziative di Biden: il rientro degli USA nei medesimi).

Ora però l’Amministrazione americana sta proponendo un riavvicinamento atlantico ideale (la difesa della democrazia), militare (il rilancio della NATO), economico (un comune e conseguente approccio multilaterale al mondo globalizzato). A fronte delle immani sfide che il dopo-pandemia presenterà a tutte le nazioni il rinsaldamento dell’asse transatlantico dovrebbe costituire un imperativo per i paesi dell’occidente: da questo punto di vista non appare allora casuale l’accento posto dal nuovo primo ministro italiano nel suo discorso di insediamento sull’atlantismo, oltre che sull’europeismo. Una dichiarazione d’intenti – senza alcuna ambiguità e nella massima trasparenza – che risulta tanto più gradita a Washington in considerazione del fatto che sarà proprio l’Italia quest’anno a presiedere il G20. Le relazioni dirette ai massimi livelli mondiali che il Presidente Draghi detiene da oltre un decennio ne potrebbero fare, nell’anno in cui Angela Merkel lascerà la Cancelleria, il leader europeo più influente, in grado di progettare il futuro prossimo delle relazioni transatlantiche. Un’occasione, a ben guardare, straordinaria per l’Italia tutta.

David Sassoli: “Non possiamo tornare al mondo di prima”

“Signore e signori, 

Da un anno a questa parte, la pandemia di Covid ha invaso e sconvolto le nostre vite. La  pandemia non ha risparmiato le nostre economie, le nostre scuole, i luoghi di lavoro e i nostri  cittadini. Abbiamo dovuto trovare soluzioni molto creative per far sì che la democrazia non  smettesse di funzionare. Affrontare questa emergenza non è stato facile per nessuno, ma sono  lieto di dire che siamo uniti nella solidarietà, nella trasparenza e nella democrazia e che questo  ci sta guidando verso un’Europa più efficace nella lotta contro la pandemia e contro la crisi.  

Sono convinto che siamo sulla strada giusta per uscire insieme da questa tragedia. Come ora la  strategia Covid chiede di agire. La pandemia ci ha dato nuove responsabilità e doveri: la  responsabilità di fare delle scelte e il dovere di farlo nell’interesse generale e non di pochi. I  vaccini saranno una parte fondamentale della nostra ripresa a lungo termine e nessuno dovrà  essere lasciato solo. Abbiamo bisogno di un’azione che porti una risposta trasversale all’Europa  con benefici tangibili per i nostri cittadini. 

Oggi, per la prima volta da quando ci siamo visti a dicembre, possiamo dire finalmente che si  intravede una luce in fondo al tunnel. Tre vaccini sono stati autorizzati dall’Agenzia europea  per i medicinali e altri sono in arrivo, mentre il ritmo dei programmi di vaccinazione è  aumentato: oltre 27 milioni di europei hanno ricevuto una prima dose, e di questi 9 milioni  hanno ricevuto le 2 dosi che sono necessarie. Il portafoglio europeo di vaccini continua a  crescere e l’UE ha acquistato 600 milioni di dosi supplementari, portando il portafoglio a 2,6  miliardi di dosi, una quantità più che sufficiente per vaccinare l’intera popolazione dell’Unione.  È stato un gesto di lungimiranza dei nostri governi incaricare la commissione europea di  acquisire vaccini da distribuire a tutti e 27 gli stati membri. 

La via europea, ci ha permesso di evitare la concorrenza tra i paesi europei e impedire che paesi  ricchi si accaparrassero la maggior parte dei vaccini. Sono fortemente contrario a qualsiasi  accordo bilaterale e vi chiedo di essere chiari nel rifuggire ogni tentazione di nazionalismo sui  vaccini. Un approccio comune consente anche di monitorare, indagare e sanzionare ogni  tentativo di frode ai danni degli stati membri. Solo una politica comune può permettere di  regolare anche la mobilità. Il certificato vaccinale può essere lo strumento adatto a consentire  a tutti, in modo uguale e non discriminatorio, di tornare alla normalità. Non possiamo aspettare  e questo è il momento giusto per decidere. 

La nostra è una corsa contro il tempo. Le mutazioni virali emerse ultimamente sono  preoccupanti e per questo motivo accolgo con favore l’iniziativa relativa all’incubatore HERA.  I nostri sforzi devono essere orientati all’individuazione e al contrasto delle nuove varianti, con  test PCR specializzati, a un aumento del sequenziamento del genoma, e alla garanzia che i  vaccini siano efficaci contro di esse. 

Le campagne di vaccinazione hanno successo se i cittadini hanno fiducia. Dovremmo, inoltre,  prevedere ulteriori accordi preliminari di acquisto qualora siano necessarie dosi di vaccini  adattati alle nuove varianti. La fiducia è basata sull’informazione e sulla trasparenza.  La risposta alla crisi deve prevedere più democrazia. Anche per questo è importante che venga  instituito il gruppo di contatto tra la Commissione e il PE. Il nostro lavoro comune aumenterà  la trasparenza e il controllo della strategia vaccinale, anche per quanto riguarda l’utilizzo dei  fondi dell’UE. Tutti gli sforzi ora devono concentrarsi sull’aumento della produzione di vaccini,  esistenti e futuri, basata nell’UE. Non abbiamo altra scelta – è la sola chiave per realizzare il  nostro obiettivo di vaccinare il 70 % della nostra popolazione adulta entro la fine dell’estate.  

Ovviamente le case farmaceutiche dovrebbero onorare i loro obblighi contrattuali, ma  dovremmo anche continuare ad agevolare tutte le soluzioni pratiche di concessione di licenze  che permettano di accelerare la vaccinazione su grande scala dei nostri cittadini. Per aumentare  in tempi rapidi la produzione è essenziale affrontare le carenze e le strozzature nella catena di  approvvigionamento. La nostra ripresa economica sarà più forte se la diffusione dei vaccini  sarà maggiore. 

Più in prospettiva, questa pandemia dovrebbe portarci a una riflessione sul rapporto tra  protezione della proprietà intellettuale e il massiccio finanziamento pubblico erogato per la  ricerca a livello europeo. 

Inoltre, la drammatica crisi attuale ha di fatto istituito competenze in capo all’Unione europea  in materia di salute pubblica che dovremmo forse nel tempo codificare. La pandemia ci ha  mostrato infatti che decisioni importanti sulla sicurezza, la salute, l’approvvigionamento di  materiale medico e di vaccini, la ricerca e la produzione, la regolazione della circolazione e  della apertura e chiusura delle nostre frontiere possono essere pienamente governate solo nella  dimensione europea.  

Lo sforzo della Commissione Europea ha dimostrato coraggio e capacità di risposta. L’Unione  europea si è assunta – rispettando i trattati esistenti – compiti complessi e carichi di implicazioni  perché era necessario, ma nell’assenza di una vera competenza europea in materia di salute. La  lezione che ci offre la pandemia non potrà farci tornare al punto di partenza. Sarebbe un errore,  uno spreco di energie e non avremmo la possibilità di affrontare le sfide future. Siamo chiamati  a costruire una politica europea della salute, radicando competenze precise in materia nelle  istituzioni dell’Unione Europea. 

Alcune contraddizioni e limiti delle nostre risposte alla crisi sanitaria sono dovute in gran parte  al fatto che stiamo creando, giorno dopo giorno, tali competenze in uno sforzo che dimostra  una grande responsabilità politica e morale che sconta l’assenza di reali poteri.  Converrete con me che non potrà essere più un tabù emendare i trattati per arricchirli e rendere  efficace la risposta europea.  

Questo mese lo strumento COVAX inizierà a consegnare i vaccini. So che tutti gli Stati membri  hanno la possibilità di donare le dosi in eccesso a paesi che ne hanno bisogno. Incoraggio un  approccio unificato con gli Stati membri che donano le loro dosi attraverso il COVAX, al fine di garantire una ridistribuzione giusta ed equa. È mia profonda convinzione che il  multilateralismo e il coordinamento degli sforzi sono gli strumenti di cui abbiamo bisogno per  uscire da questa crisi, aumentare la resilienza dei nostri sistemi sanitari e migliorare la capacità  di preparazione e di risposta alle pandemie.

La pandemia COVID-19 è stata un campanello d’allarme che ci ha fatto capire che abbiamo  bisogno di una politica estera e di sicurezza più forte, unita e decisa, e che dobbiamo rafforzare la leadership dell’Unione sulla scena internazionale e approfondire i partenariati con i paesi che  la pensano allo stesso modo e che sono impegnati per la democrazia, lo stato di diritto e i diritti  umani.  

So che questa discussione è già in corso da molto tempo, ma ora è il momento di agire perché  c’è ancora un grande potenziale non sfruttato di tutte le componenti dell’hard power e del soft  power dell’azione esterna dell’UE. Vorrei anche sottolineare in questo contesto, il valore della  dimensione parlamentare, anche noi del PE siamo parte del “Team Europa”. 

Accogliamo con favore al Parlamento l’avanzare di una politica di difesa comune verso un  sistema di difesa a piena titolo, così come accogliamo con favore l’iniziativa di adottare uno  Strategic Compass nel 2022. Tuttavia, dovremmo finalmente andare oltre le dichiarazioni e  passare all’azione. Il che significa attuare le decisioni esistenti per fornire capacità di difesa e  personale per le missioni, nonché fare pieno uso delle nuove iniziative di difesa dell’UE per  rafforzare la base industriale di difesa europea attraverso il fondo europeo di difesa, e per  garantire un’attuazione più rapida e coerente della cooperazione strutturata permanente che  lavora. 

Il Parlamento europeo ritiene che l’UE dovrebbe migliorare la consapevolezza delle nuove  minacce e costruire una capacità di resilienza comune per ottenere l’autonomia strategica  dell’UE.  

L’Unione europea deve inoltre svolgere un ruolo attivo nel Dialogo Mediterraneo, nel contesto  della sua politica di vicinato. Pertanto, accogliamo con favore la Nuova Agenda per il  Mediterraneo, che invia un messaggio fondamentale sull’importanza che l’UE attribuisce al suo  vicinato meridionale.  

Il Parlamento europeo è pronto a fare la sua parte, attingendo alle proprie strutture e  all’esperienza. Siate certi che durante la nostra presidenza dell’Assemblea dell’Unione per il  Mediterraneo, saremmo impegnati a promuovere il ruolo del dialogo interparlamentare per  affrontare le grandi sfide regionali. La lotta al cambiamento climatico nella regione attraverso  lo sviluppo sostenibile, così come la lotta contro le crescenti disuguaglianze socio-economiche  rappresenteranno il fondamento della nostra presidenza.  

Cari capi di Stato e di governo,  

Lotta la pandemia, risposta alla crisi economica e politica estera comune corrono  parallelamente con l’ambizione di definire meglio l’Europa di questo secolo. Non possiamo  fermarci, non possiamo permettercelo.  

Buon lavoro!”