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Cleopatra Meloni e la navigazione

Di certo non ci saremmo aspettati che la nostra regina Cleopatra Meloni, da noi lasciata tante miglia fa all’inizio del viaggio di primavera, si appropriasse così presto dei temini marinari. La sua nave va e allora incoraggia se stessa e l’equipaggio a proseguire la navigazione. L’occasione è la scesa al porto della Lombarda Milano, nel regno degli imprenditori che contano nell’impero, e chiare sono le parole da capitano di  Cleopatra Meloni: “Siamo sempre la nave più bella del mondo. Saremo sempre la nave più bella del mondo. Il nostro scafo può avere qualche danno ma è sicuro. Non dobbiamo temere alcun tipo di onda indipendentemente da quanto alta possa essere, perché siamo l’Italia”.

Ricaviamo una serie di informazioni. La barca si chiama come l’impero affidatogli dal potente Cesare e il battesimo deve essere avvenuto in mare, perché alla partenza lo scafo aveva un nome generico: governo del paese. La barca è bella; e questo dato non può che confortare tutti perché una barca brutta non piace a nessuno e nessun capitano di mare si metterebbe al timone di una brutta barca; ma qui è solo una affermazione generica, cattura consenso/audience. Lo scafo ha dei danni ma sono stati riparati. Che avesse avuto dei danni ne erano certi, visto che le procelle insidiose si erano fatte avanti in mare aperto e che l’equipaggio non è dei più esperti di navigazione in alto mare (ma questo lo avevamo già detto, però nessuno è ancora sceso dall’imbarco). Di certo sono stati imbarcati bravi carpentieri perché riparare lo scafo in navigazione è una bella impresa, oltre che faticosissima. 

Ma il capitano Cleopatra Meloni ha preferito così piuttosto che attraccare in un porto amico o quanto meno sicuro, governato dai suoi. La navigazione è sicura anche con le onde alte. E qui un po’ di sconsideratezza e tracotanza la vediamo proprio. Perché le onde alte sono di loro stessa natura traditrici (le vedi alte solo all’ultimo) e non capisci mai quanta acqua alzano e siccome la cosa è incerta, visto il moto ondoso, metti la prua dritta e inizi a pregare. Ti può andare bene o male, e la sorte o il mare, se si preferisce, decidono se affondarti o meno. La virtù necessaria nella navigazione è l’umiltà, senza di essa, con la superbia e la tracotanza, non si va molto lontani e il rischio naufragio è alto. Ora senza dover fare le Cassandre della nostra regina Cleopatra Meloni, tifando per lei come ardita navigatrice per di più femmina, c’è da sperare che qualche armatore metta in acqua una nave con equipaggio forte e competente, in soccorso di tanta spericolata navigazione.

Perché l’entusiasmo per aver imparato e messo in pratica alcune regole semplici della navigazione va riconosciuto come un valore positivo, ma se non è accompagnato da assennatezza e autentico timore per l’ignoto, dalla prudenza che sempre guida per il meglio, la situazione sfugge facile di mano e il fasciame dello scafo può risultare irreparabile. Se poi l’equipaggio poco si fa vedere e ancor meno si impegna, giocoforza che i  “secondi” del capitano giochino a primeggiare ciascuno a danno dell’altro; lo sbarco è prossimo o l’ammutinamento non tanto lontano all’orizzonte. Per il bene suo e di noi tutti che stiamo a terra, non solo a guardare ma anche a patire o gioire per le scelte sue, un pensiero in più per la ciurma ci starebbe bene, quanto meno per riassortirla. Cesare, intanto, che di tanta scelta è l’artefice e  promotore, osserva e tace, l’impero è grande si sa e la nave di Cleo naviga in una zona circoscritta: il Mediterraneo e poco fuori le colonne d’Ercole, non atta all’Atlantico mare aperto. Non se ne dispiaccia il capitano Cleopatra. Bona fortuna princeps Cleo.

Da Meloni a Tajani un freno a Salvini sull’Europa tutta a destra

Gli europeisti si distinguono in base alle diverse famiglie politiche di appartenenza, ognuna con la propria storia e identità. Tuttavia il pluralismo delle radici culturali non mette in discussione l’impegno a convergere per il bene delle istituzioni comunitarie. Popolari, socialisti e liberali condividono nell’Europarlamento una consolidata forma di collaborazione, definita nel gergo politico comune con la formula di “maggioranza Ursula”. A questa maggioranza si oppongono i sovranisti, dalla Le Pen a Salvini, per i quali sarebbe necessario un radicale spostamento a destra. Ipotizzare che gli europeisti si dividano, con i popolari disponibili ad assecondare l’accordo con i sovranisti, è priva di qualsiasi fondamento.

Ora, l’appuntamento (ancora ben lontano) delle elezioni europee crea già tensioni nel centrodestra italiano. Mentre la premier Giorgia Meloni lavora a un avvicinamento tra il Ppe e i conservatori di Ecr da lei presieduti, il numero uno di Forza Italia Antonio Tajani dice no a una alleanza con gli ultranazionalisti tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD) e con Marine Le Pen, alleati di Matteo Salvini, che tuona: “Non accetto veti”. Si preannuncia così lunga e tortuosa la strada che porterà al voto nel giugno del prossimo anno per il rinnovo dei vertici di Bruxelles.

Meloni, che proprio mercoledì sarà a Varsavia per un incontro di Ecr, ormai da qualche mese sta lavorando a una ‘alleanza’ con il Ppe, con l’obiettivo di creare una maggioranza di centrodestra che superi l’assetto ‘Ursula’ alla guida dell’Europa. Una tela non facile da tessere, viste le resistenze di parte del Ppe (in particolare la Cdu tedesca) a governare insieme ad alcuni dei partiti presenti tra i Conservatori e riformisti. Sulla proposta di un un patto per un centrodestra europeo senza i socialisti – ha detto la premier in una intervista al Corriere della Sera – “non ci sono trattative in corso. Di certo cresce la consapevolezza che l’accordo innaturale tra popolari e socialisti non sia più adeguato alle sfide che l’Europa sta affrontando”. Da qui al 9 giugno, ha ricordato, “ci saranno elezioni nazionali importanti. In Spagna, dove si vota a luglio, è possibile un governo di centrodestra con popolari e conservatori, dopo che in Italia, Svezia e Finlandia si sono imposti governi di centrodestra. Intanto a Bruxelles sui singoli provvedimenti si creano alleanze allargate alternative alla sinistra. È una fase stimolante, i conservatori e l’Italia possono giocare un ruolo centrale”.

Se la strada è ancora lunga per poter arrivare a un eventuale accordo Ppe-Ecr, la strada dei popolari sembra già nettamente sbarrata per Matteo Salvini e per i suoi alleati nel gruppo di ‘Identità e democrazia’. Tajani, vicepresidente del Ppe, ieri ha detto in modo “molto chiaro” che è “impossibile” per Forza Italia “fare un accordo” in Europa “con Alternative fur Deutschland e il partito della signora Le Pen”. Certo, ha aggiunto, “la Lega è cosa ben diversa, saremmo lieti di avere la Lega come parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e Afd”.

Parole che hanno fatto infuriare Salvini, che proprio oggi avrebbe avuto in programma un incontro faccia a faccia con Marine Le Pen. Il colloquio di persona è saltato per quanto sta avvenendo in Francia, ma i due si sono parlati in videocollegamento. Salvini, ha fatto sapere la Lega, ha ribadito la “determinazione a costruire una casa comune del centrodestra alternativa ai socialisti, senza veti” con l’obiettivo di “realizzare il primo storico governo di centrodestra”. “Mai la Lega andrà con la sinistra e i socialisti e non accetto veti sui nostri alleati”, ha detto il leghista, secondo cui “l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente, fa un favore ai socialisti”, ha avvertito.

Parole chiare, toni roboanti. Sta di fatto però che lo scenario prospettato da Salvini è destinato a rimanere sulla carta, contribuendo in ogni caso ad alimentare tensioni, non facili da comporre, all’interno dell’attuale compagine di governo. Non a caso, i boatos di palazzo trasmettono l’annuncio, per adesso sotto voce, di un prossimo smarcamento della Premier, convinta di dover ormai varare un’operazione analoga a quella compiuta da Fini nel 1995: una Fiuggi 2 per rimodellare Fratelli d’Italia e accorciare le distanze dall’elettorato moderato. Si vedrà.

Pensieri sulla cittadinanza

La cittadinanza si fa riconoscere e pesa politicamente quando interpreta fino in fondo il suo ruolo esercitando “i doveri inderogabili “(artt. 2, 4, 53). Aldo Moro ci ammoniva oltre quaranta anni fa: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Ed è sempre la stagione dei doveri, qui e oggi. recentemente anche il capo dello stato ha richiamato un particolare dovere, quello di contribuire al bene comune pagando le tasse: “la repubblica è nel senso civico di chi paga le tasse perché questo serve a far funzionare l’italia e quindi al bene comune”. 

La Costituzione definisce con chiarezza il nostro obbligo: si è cittadini se si pagano le tasse, No taxation without rapresentation. Lo Stato le riceve certamente dai pensionati, dai lavoratori dipendenti pubblici e privati e dalle imprese che subiscono il dumping da quelle infedeli al fisco. Gli evasori perciò sono la maggioranza e non rubano allo Stato ma ai concittadini e in particolare ai più poveri, che dipendono dai servizi erogati dalle istituzioni.

Non vale la giustificazione secondo cui per alcuni mesi dell’anno lavoriamo per lo stato, perché lo Stato ci garantisce tutti i giorni dell’anno gli ospedali, le scuole, le pensioni, il lavoro, le autostrade, ecc. i governanti che amano la nazione non dovrebbero promettere meno tasse ma più lotta alla evasione affinché tutti paghino di meno e soprattutto i ceti più bisognosi abbiano esenzioni chiare, invece di vincolarli ad una rete di bonus, detrazioni e altro, che non sono al riparo da frodi e malversazioni. 

I cittadini non sono estranei a nessun problema che riguardi la vita collettiva; tra questi anche il cambiamento climatico. Uno dei dati più evidenti è certamente il cambiamento climatico. Non c’è dubbio che al tempo non si comanda ma anche che i dati di una lunga serie storica e le analisi scientifiche confermano che i ‘delegati’ a custodire il creato lo hanno dominato da padroni.

Dopo un primo momento di ammirazione per la testarda Greta Thunberg sono arrivate le critiche, perché “avrebbe stancato”. Non ha imbrattato monumenti ne’ inscenato gazzarre, ci ha ricordato responsabilità collettive. Il Papa con l’enciclica Laudato Si ha proposto urbi et orbi una generale, tempestiva e organizzata iniziativa a difesa della casa comune, ma l’economia ‘spicciola’ invece organizza una silenziosa e individuale ignavia: non si risparmia energia, non si fanno invasi d’acqua, non si puliscono nemmeno i fossi.

Quanto suolo si consuma, per esempio per costruire nuovi edifici invece di agevolare recupero e restauro soprattutto nei centri storici.

Sono infiniti i comportamenti privati e quelli pubblici, da ottenere con partecipazione consapevole dei cittadini che devono imporre scelte di prevenzione per non spendere di più in vite umane e ricostruzioni ambientali. E consentirebbero di migliorare il nostro ambiente di vita, di lavoro e di svago.

E le nostre città? La casa delle nostre case ci impone di amarla, custodirla, abbellirla. Al dovere dei cittadini di non deturparla (non si sporcano le strade, non si danneggiano i luoghi e i servizi pubblici, ecc.) corrisponde il dovere degli amministratori che mettano a disposizioni gli strumenti per ottenere il risultato desiderato. il dovere delle istituzioni comprende il controllo accurato. i vigili urbani si facciano vedere e si facciano sentire, anche con le sanzioni. purtroppo pare che si capiscono le lezioni solo se sono…costose.

Penso ad un’altra modalità per mantenere i cittadini nella loro integrità personale. Confesso che per questo motivo sono contro tutte le droghe. Ho lavorato vent’anni in una comunità. Sono stata testimone a favore di Muccioli nel processo di Rimini. Ero relatrice per la riforma della legge n.685. Mi chiedo come possa la sinistra difendere la liberalizzazione: su quali elettori pensa di guadagnare i voti? I tossicodipendenti non votano e non sono liberi, perché dipendono da una cosa di cui sono schiavi…soprattutto la sinistra vuole avere degli zombi invece che cittadini? Essere antidroga significa essere umanitari.

Sono cittadini anche gli insegnanti che in un consiglio di classe promuovono gli studenti che hanno sparato pallini in faccia ad una professoressa. Mi colpisce la mancanza di solidarietà verso la collega e forse, anche nessuna relazione con i genitori dei ragazzi coinvolti. In nessun caso la cittadinanza si è espressa nella forma alta della responsabilità.

A chi giova non affiancare famiglie, insegnanti, cittadini, prima delle sanzioni e delle punizioni, in percorsi di aiuto, di counseling, di attenzione ai bisogni non solo materiali dei più vulnerabili, con servizi efficienti?

La guerra continua ma ora Putin è più debole

La guerra è sempre una follia umana. E spesso chi la inizia con grande sfoggio di ottimismo circa il suo esito finale deve poi fare i conti con una realtà ben diversa da come la si era immaginata. Non di rado subisce l’eterogenesi dei fini perdendo il potere e, spesso, la vita. Non sappiamo se sarà questa la fine di Vladimir Vladimirovič Putin, ma è certo che a quasi un anno e mezzo dall’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina le cose si sono messe in maniera del tutto diversa da come ritenuto e annunciato in pompa magna il 24 febbraio 2022.

Tutto pareva semplice. Un intervento rapido, qualche giorno al massimo. Nel giro di una settimana, non di più, un governo fedele a Mosca si sarebbe insediato a Kiev e il “mondo russo” incarnato dall’unione culturale e politica di Russia, Bielorussia e Ucraina si sarebbe finalmente realizzato alla faccia delle ambizioni occidentaliste degli ucraini. Ma “nessun piano sopravvive al contatto col nemico”, come disse il famoso generale prussiano Helmuth von Moltke. E infatti ben presto Putin dovette assistere all’impantanamento dell’avanzata dei carri armati marchiati “Z” e alla reazione determinata, e certo non prevista, degli ucraini, assistiti prontamente dall’occidente (e forse neppure questo era stato previsto). 

Ora, sedici mesi più tardi, lo zar del Cremlino deve cominciare a preoccuparsi del fronte interno. Il suo sistema di potere è ancora solido, ma l’ammutinamento di Eugenij Prigozhin al di là di come si è concluso ha segnalato una possibile avaria, come quando nelle auto si accende una lucina arancione: non è rossa, ma non è neppure verde. Putin negli anni ha creato un mondo parallelo a quello istituzionale da poter utilizzare e pilotare direttamente, attraverso uomini a lui legati da sempre, per lo più provenienti dalla comune e antica esperienza nel KGB. Un’area grigia extra legem di fatto finanziata in modo oscuro e dubbio.

Il Gruppo Wagner, questo esercito di mercenari comandato dall’ex cuoco dello zar, appartiene a questa realtà parallela. Ampiamente utilizzata nel conflitto siriano e in numerose operazioni nel continente africano. Al punto da far ritenere agli analisti internazionali che Wagner fosse una sorta di “estensione” delle Forze Armate russe, libera però dai “limiti” che in un modo o nell’altro anche gli eserciti hanno.

Non sappiamo ancora i motivi reali che hanno indotto Prigozhin negli ultimi sei mesi ad attaccare sempre più duramente i vertici militari e il Ministero della Difesa di Mosca: forse ha  immaginato – illudendosi – di poterli sostituire in forza dei “successi” raggiunti in Africa (anche se non tutto è andato alla perfezione da quelle parti) e del suo necessario contributo in Ucraina oppure se (ipotesi più probabile) ha compreso che i suoi avversari al Cremlino avevano ormai convinto Putin a tarpargli le ali, bloccandone il lauto finanziamento statale e preparandosi a chiedere ai mercenari, come in effetti è avvenuto, di inquadrarsi nelle fila dell’esercito regolare.

Fatto è che la teatrale sceneggiata posta in atto da Prigozhin – rimasta allo stato delle conoscenze attuali assolutamente poco comprensibile, sia nella dinamica di svolgimento sia in quella di improvvisa chiusura – ha incredibilmente dimostrato al mondo la pochezza dell’apparato difensivo russo. Un pugno di mercenari con un po’ di carri armati ha conquistato senza colpo ferire una città russa dal valore logistico altissimo ed è avanzata spavalda sino a 200 km da Mosca. Un evento inimmaginabile che però si è concretizzato. 

Cosa significa? Che l’esercito russo è debolissimo? O che, più probabilmente, esso è guidato da generali privi del minimo sostegno delle loro truppe, dei loro sottoposti? O forse entrambe le cose, come del resto il fallimentare attacco all’Ucraina ha dimostrato in tutti questi lunghi mesi di guerra? Un fatto è certo: anche se la Wagner verrà smantellata, anche se lo stato russo rafforzerà la propria presa sulla società più di quanto non faccia già ora, anche se le epurazioni, sicure, nelle alte sfere di comando militari daranno l’idea di un repulisti generale l’immagine di uomo forte di Putin ha subìto dalla vicenda un severo oltraggio. Ponendo diverse domande ai suoi alleati e semi-alleati, a cominciare dai cinesi. 

Avviare una guerra non è mai una buona idea. Perché non si sa mai come va a finire…

Salvini immagina una Europa a destra ma rischia di rimanere isolato

La lunga intervista concessa ieri al “Corriere della Sera” è un messaggio che Salvini lancia a tutto il centrodestra in vista delle elezioni europee. Ad una lettura superficiale, le parole del leader leghista – che oggi per altro incontra la Le Pen – sembrano scontate: il tono è quello di chi sollecita gli alleati a stringere i ranghi quanto prima, vista l’importanza che riveste l’appuntamento elettorale del prossimo anno. Non solo. Salvini chiede in effetti di ragionare attorno all’idea di un nuovo sistema di alleanze che ricalchi in Europa il modello politico italiano: tutti insieme, senza barriere a destra, libererai-moderati e sovranisti. E qui viene fuori il problema che affanna la Lega, vale a dire la sua difficoltà ad uscire dallo stato attuale di isolamento, con inevitabili ripercussioni nelle relazioni intergovernative dei ministri leghisti (in primis lo stesso Salvini).    

Dice infatti Salvini: “La Lega è pragmatica: siamo certi che a Bruxelles serva una maggioranza chiaramente di centrodestra. Non posso credere che, tra i nostri alleati ed elettori, ci sia qualcuno che preferisca le sinistre o Macron al centrodestra unito. Escludere qualcuno a priori dall’alleanza di centrodestra è miope. Il vento è chiaro e le elezioni europee saranno decisive. Non vanno riaperte le porte ai socialisti e a una maggioranza Ursula, con Pd e 5 Stelle”. In sostanza, l’allarme generico diventa un ammonimento concreto affinché gli alleati non pensino di scaricare la Lega, relegandola ai margini del grande gioco di Bruxelles e Strasburgo.

È tuttavia evidente che qualcosa non quadra nella maggioranza. La tesi di Antonio Tajani, ribadita ancora di recente, indica piuttosto la ricerca delle condizioni per allestire un’alleanza “tra popolari, conservatori e liberali”. Sulla stessa lunghezza d’onda, anche se in modo più enfatico e contorto, è giunta ieri attorno all’ora di pranzo una dichiarazione di Maurizio Gasparri come replica indiretta a Salvini. Soprattutto stamane è arrivata, sempre sul Corriere, la precisazione della Premier: nessun cambiamento può estendersi – asserisce la Meloni – alle forze anti-europeiste. Ciò significa che al posto dell’attuale asse di governo, costituito in Europa da popolari socialisti e liberali, si dovrebbe realizzare una nuova intesa, escludendo i socialisti e inserendo il partito dei Conservatori e Riformatori, di cui Giorgia Meloni è presidente. Questa prospettiva eccita la fantasia del “falco” bavarese, Manfred Weber, per il quale la sopravvivenza della centralità del Ppe richiederebbe questa svolta a destra.

Sta di fatto, però, che neppure Weber contempla l’allargamento della coalizione a Salvini e Le Pen, anche perché il loro gruppo (Identità e Democrazia) ospita anche l’AfD, in questi giorni particolarmente ringalluzzita per la vittoria nel Circondario amministrativo di Sonneberg, in Turingia; ma, com’è noto, sull’AfD (accusata persino di simpatie filo-naziste) pesa la pregiudiziale della Cdu, il vero partito cardine della famiglia popolare europea. Il dibattito in corso tra i democristiani tedeschi non lascia margini alla possibile revisione della linea di rigetto della collaborazione con l’ultra destra. E dunque, quale realismo incorpora il disegno di Salvini? Non basta alzare la voce. Sempre nell’intervista citata, ecco la risposta in stile Papete su come egli vede il futuro dell’Unione Europea: “Tutto il centrodestra unito, senza i socialisti”. Ebbene, proprio questo scenario si presenta al momento come il più improbabile, a meno di un crollo politico e morale del Partito popolare.

È invece probabile che il fallimento di questa strategia finisca per ripercuotersi sulla coesione del centrodestra in Italia. Sarebbe molto strano, infatti, che la strozzatura dell’operazione in sede europea lasci impregiudicata la tenuta dell’anomalia che risale alla disinvolta manovra di Berlusconi nel 1994, quando fu rimossa di colpo la “riserva costituzionale” nei confronti della destra post-fascista. Insomma, dopo le europee si capirà quale grande opzione guiderà la politica del Vecchio Continente e quale riflesso potrà avere sulla realtà politica italiana. L’irruenza.  di Salvini non fa che chiarire quale sia la posta in gioco.

Possibile che la Dc coprisse l’eliminazione di Fidel Castro?

Per quanto si possa familiarizzare con il moderno concetto di storia come storia delle interpretazioni, alcune di queste interpretazioni suscitano una certa meraviglia. Come quella contenuta nell’articolo apparso ieri su Repubblica a firma di Paolo Mastrolilli dal titolo “Roma, 1965. Quando l’Italia e la Dc coprivano i dissidenti cubani per uccidere Castro”. Sorprende l’arbitrarietà con la quale l’Autore pone delle relazioni tra un fenomeno che pure esiste, quello delle trame in Italia di servizi segreti (più o meno fedeli, talvolta apertamente deviati), americani e italiani, e i governanti dell’epoca con la formula da pool di Mani Pulite: “È altamente improbabile che non sapessero nulla”.

In tal modo, sulla base di documenti Cia desecretati che attesterebbero il fatto che dei cittadini cubani in Italia fossero stati attenzionati da spie americane in relazione a un presunto piano per assassinare Fidel Castro, si costruisce il messaggio della “copertura Dc” a una tale manovra e addirittura si fanno alcuni nomi, fra cui quello di Aldo Moro, che per il solo fatto di esser stati presidenti del consiglio a metà degli anni sessanta non potevano non sapere. Come se solo la Dc, e non l’insieme delle forze politiche e sociali, che operavano in quegli anni, fosse stata oggetto delle attenzioni dei servizi americani. Come se, ad esempio a Bologna, dove il Pci esprimeva il massimo della sua forza, non fossero stati disseminati centri americani il cui ruolo poteva andare anche al di là di quello ufficiale, nel monitorare il più grande Partito Comunista dell’Europa occidentale.

Va dunque respinta la narrazione di una Dc che offre coperture al piano della Cia per assassinare Fidel Castro. E il solo accostamento a queste manovre di uno statista come Aldo Moro, che fu, lui sì, una vittima di trame internazionali per eliminarlo, colpendo col sacrificio della sua persona una politica che aveva avuto importanti conseguenze sul piano interno e avrebbe potuto dare frutti di pace e di distensione sul piano internazionale, suscita amarezza e sconcerto, tanto più se a riportare tale tesi è una testata con la storia e la reputazione di Repubblica.

È appena il caso di ricordare che il pensiero di Moro, la sua concezione della vita sociale e della politica, e il metodo che ne deriva, risultano ancora di grande attualità in una fase nella quale “il moto incessante della storia” procede forse più speditamente ancora che negli anni già difficili in cui operò lo statista democristiano, ponendo alla politica inedite sfide. L’attenzione a ciò che si muove nella società non può, per Moro, essere disgiunta da quella per ciò che si muove nel mondo, e la politica non può stare separata dall’umano anelito alla libertà, alla giustizia e alla pace. Se manca quest’ultima condizione, la politica non riesce ad adempiere al suo compito in modo soddisfacente e capace di generare stabilità e progresso.

La lezione di Moro, anche nella sua concezione delle relazioni internazionali, ci aiuta a orientarci in questo cambio d’epoca che stiamo vivendo. A differenza di altri piani, di altre concezioni dei rapporti fra Stati Uniti e resto del mondo, che si sono imposte dalla fine della guerra fredda ad oggi (a volte anche forzando la volontà del popolo e del presidente americano di turno), e che sembrano aver reso più complicato il ruolo degli Stati Uniti e dell’Occidente in un mondo che tende a cambiare in un modo non controllabile da una sola parte.

Pastorella e Carfagna, due linee opposte azzoppano la leadership di Calenda.  

 

 

Giulia Pastorella, vice presidente di Azione, aveva proposto sul Foglio online del 27 giugno di restringere la lista di centro, per la quale si lavora nel cosiddetto Terzo Polo in vista delle elezioni europee, alle sole forze di matrice liberale. Al riguardo, suggeriva ai potenziali interlocutori di guardare alla Danimarca, giacché nel Paese della Sirenetta tre partiti liberali si dividono una quota di circa il 30 per cento dell’elettorato e tengono in piedi al tempo stesso una proficua e stabile collaborazione politica. In questo scenario non ci sarebbe spazio per i popolari o i cattolici in genere, essendo ancorati a “ideologie” – così dice Pastorella – incomponibili evidentemente con l’autentico spirito del liberalismo. In pratica, una voce autorevole di Azione pone il veto sul coinvolgimento di un’area che mostra comunque una tangibile volontà di riscossa.

 

A correggere il tiro, però, ha provveduto ieri un’altra autorevole voce del partito di Calenda.  “L’obiettivo è quello di costruire un’area politica che non abbia l’ossessione per il consenso e che parli esclusivamente al proprio elettorato, cioè se sei di destra devi dire cose di destra e se sei di sinistra devi dire cose di sinistra, ma un’area politica che abbia il coraggio di dire e fare le cose che producono sviluppo e benessere per il paese”. A dirlo è stata Mara Carfagna parlando a margine dell’iniziativa “Sole e maletiempo. La Campania cuore e volano di sviluppo, organizzata da Campania in Azione, in corso a Napoli a Città della Scienza.

 

Per l’ex ministra, l’obiettivo è anche quello di “costruire un’area politica che la smetta di fare perdere tempo al paese con le battaglie identitarie e che abbia la capacità di concentrarsi sui nodi strutturali di questo paese come la sanità, l’istruzione, il lavoro povero, precario e sottopagato. La capacità di sostenere il mondo economico e produttivo attraverso gli incentivi di industria 4.0. Il dovere di portare avanti la lotta contro i divari territoriali, generazionali e di genere”. E così ha concluso: “Cose concrete. Questa è la politica che noi vogliamo portare avanti che è cosa ben diversa di chi ama invece la retorica, il folklore e i comizi fino a sé stessi”.

 

Insomma, tra Pastorella e Carfagna non sembra correre il fluido della comune aspettativa politica: l’una cerca l’esclusivo abbraccio dei liberali, l’altra pone l’accento sulla necessità di unire uno schieramento vasto, capace in prospettiva di guadagnare il consenso della maggioranza degli italiani. Spetta a Calenda fare chiarezza, il suo atteggiamento non può essere scisso in opzioni così divergenti. Più che l’azione corrosiva di Renzi, causa ed effetto del divorzio nel Terzo Polo, è proprio la confusione di linea a destrutturare la politica di Azione. E non è un gioco di parole.

Il centro esiste se non è subalterno alla destra o alla sinistra

 

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Per mesi, l’opinione pubblica è stato ossessionata da una propaganda concentrata sulla necessità di “polarizzare” la scelta politica. Secondo i media, solo uno scontro tra destra e sinistra interpreta, in modo efficace, l’obiettivo di modernizzare il sistema, di favorire la democrazia dell’alternanza, di dare stabilità al governo.

A questo fine sia i conservatori che i progressisti hanno usato in modo truffaldino la legge maggioritaria, dando vita a coalizioni eterogenee, senza confini a destra e sinistra, con l’unico scopo di schiacciare il centro rendendo inutile il voto dato al Patto per l’Italia.

In questa spregiudicata operazione, le principali responsabilità si debbono attribuire alla cultura di sinistra, che pur di sgombrare il campo dal cattolicesimo democratico (storicamente espresso nella Democrazia cristiana), ha favorito il costituirsi della grande destra che infine ha travolto il polo progressista. Quando ormai le carte erano state distribuite, questi apprendisti stregoni si sono retoricamente interrogati sul senso della svolta in atto nel paese: “Stiamo realizzando la democrazie dell’alternanza, o un nuovo regime dispotico?”.

Da qualche giorno, la propaganda di regime ha cambiato spartito. Ora tutti corrono al centro. Questo appare il luogo della politica, e non soltanto per le forze che si apprestano a governare e che sono tenute insieme dalla colla del potere, ma anche per chi è stato confinato all’opposizione degli elettori.

Era facile prevedere che per Berlusconi la questione principale sarebbe diventata quel che riguarda la formula politica del governo. Non è facile entrare in Europa, ed aggregarsi alla coalizione dei conservatori, rivendicando radici liberiste ma senza avere segnato una chiara frontiera sull’estrema destra. Il programma di destra è stato rapidamente riscritto, per adattarlo alla cultura riformista europea. Ora si riconosce che la situazione italiana non è sull’orlo dello sfascio ma alla vigilia di una ripresa; che non è possibile tagliare le tasse senza provocare l’esplosione del deficit ed una disastrosa ondata inflazionistica; per produrre nuovi posti di lavoro, la strada è quella di una forte ripresa di competitività sul mercato estero e non quella del miracolo televisivo. Tutto questo affannarsi, svela l’inganno elettorale ma non accredita a livello internazionale.

Per definirsi di “centro-destra”, è necessario avere alleati al centro; ma per avere alleati al centro – che non siano burattini – è necessario liberarsi della scomoda presenza di una destra che si presenta ancora come erede del fascismo. Bastano le acclamazione di un’assemblea di giacobini, risvegliatisi bonapartisti, per assegnare al “polo della libertà“ la qualificazione politica di “riformisti“?

 

 

Se stiamo alle scelte che sono state annunciate, Pannella suggerisce a Berlusconi la strada della ulteriore radicalizzazione della lotta politica, con la cancellazione della quota di rappresentanza proporzionale che garantisce la voce alle minoranze, e con la forzata e definitiva imposizione dello scontro tra destra e sinistra come regola aurea della seconda Repubblica.  Non è difficile prevedere il passo successivo, con l’elezione plebiscitaria del “capo”.

Se questo è “centro“, qual è la “destra“?  Altrettanto rapida è stata la convergenza al centro della sinistra. Ma altrettanto strumentale, almeno per chi era affannato a demonizzare la strategia moderata dei popolari, considerandoli un’area politica da processare e da indicare come responsabile della corruzione della democrazie dei partiti.

Ora questa sinistra ha compreso che il massimalismo allontana in modo irrimediabile dalle responsabilità di governo; che il moralismo esprime un’idea perversa e settaria della politica e non ha nulla a che fare con la moralità della politica, che senza recuperare un positivo rapporto con la espressione politica del centro, il polo progressista è condannato ad avere un ruolo minoritario specie nella società contemporanea.

 

 

Cosa assai diversa dal ruolo di una opposizione parlamentare che si proponga di costruire l’alternativa di governo.

È dunque chiaro, per chi voglia guardare alla concreta realtà del paese, e quindi anche ad una posizione di centro che – per quanto umiliata dal sistema elettorale ed imbavagliata dai mass-media – non sia disponibile a diventare ruota di scorta della destra e della sinistra.

In un sistema democratico, vi è un grande potere di condizionamento riservato ad una minoranza che rappresenta un’area sociale viva, un’area sociale che sui valori e sui problemi è assai più vasta di quella che ha votato “partito popolare”. Questo è, realisticamente, il centro che vuole essere rappresentato con coerenza in parlamento; solo in questo modo potremmo contribuire, a testa alta, alla rinascita dell’Italia

 

 

[Il Popolo, 12 aprile 1994]

Campo largo e salario minimo, perché scatenano la opposizione di Renzi?

 

Il confronto sul cosiddetto “salario minimo” ci offre l’opportunità per chiarire ed approfondire alcuni aspetti decisivi sulle attuali dinamiche politiche nel nostro paese. E, per fermarsi al “patto” sottoscritto da quasi tutte le forze dell’opposizione su questa tematica peraltro importante, abbiamo anche la possibilità di sottolineare che la posizione politica assunta da Matteo Renzi coglie nel segno per almeno tre ordine di motivi.

 

Innanzitutto, come giustamente ha evidenziato l’ex Premier, non far parte di una maggioranza di governo non significa automaticamente e meccanicamente riconoscersi nel cosiddetto schieramento alternativo. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, chi non cavalca volgarmente la radicalizzazione della lotta politica e la polarizzazione ideologica tra i vari schieramenti in campo, non può rinunciare alla poltica, alla sua coerenza e alla sua credibilità programmatica ed ideale solo perchè l’obiettivo è quello di criminalizzare ed annientare politicamente l’avversario/nemico giurato. È una logica, questa, riconducibile alla sub cultura degli “opposti estremismi” e non ispirata ai canoni di una seria e credibile democrazia dell’alternanza.

 

In secondo luogo, chi vuol costruire nell’attuale scenario pubblico italiano un polo di centro, o meglio una moderna ed intelligente “politica di centro”, non può lanciarsi in modo irresponsabile e spericolato a costruire una alleanza con forze politiche che individuano proprio nel centro, nel suo progetto riformista, nella “politica di centro” e nel mondo moderato l’avversario/nemico irriducibile ed implacabile da battere e da sconfiggere. Non a caso, l’alleanza ormai granitica – anche se politicamente ingarbugliata e largamente minoritaria – tra la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica di Conte e di Grillo e la sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni e di Bonelli è semplicemente alternativa a tutto ciò che anche lontanamente è riconducibile al Centro. Un motivo in più, quindi, per tenersi distinti e distanti da quella prospettiva politica.

 

In ultimo il merito della vicenda. Al di là delle diverse interpretazioni che ogni partito contraente questo singolare accordo offre – è appena sufficiente scorrere le dichiarazioni dei vari capi dello schieramento di sinistra per rendersene conto – non possiamo non evidenziare che anche nel sindacato esistono posizioni profondamente diverse al riguardo. Perchè un conto è la tesi della Cgil – fortemente impegnata a liquidare al più presto questo governo attraverso un’azione squisitamente e lucidamente politica – che, come quasi sempre nella sua lunga storia, antepone logiche di schieramento al merito delle singole questioni, altra cosa è invece la tesi dalla Cisl che storicamente, culturalmente e politicamente resta legata alla strategia della “contrattazione”. Una cultura, questa, che confligge con chi ha del sindacato una concezione puramente politica e che stenta a recidere definitivamente quella logica della “cinghia di trasmissione” che periodicamente riemerge come un fiume carsico e che, di conseguenza, è destinato a caratterizzare il rapporto tra il partito e il sindacato all’interno di quel campo politico. Ed è proprio il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra a dirlo in modo chiaro e trasparente.

 

Ovvero, “Noi della Cisl pensiamo che il salario minimo in questo paese vada fatto ma con i contratti e non con la legge. Perchè – ha aggiunto sempre Sbarra – altrimenti rischiamo di creare alibi e pretesti ad imprese che a quel punto possono decidere di uscire dall’applicazione dei contratti e attestarsi rigorosamente sul rispetto della eventuale legge e determinare una spirale verso il basso della dinamica delle retribuzioni”. Appunto, priorità della contrattazione e non di una legge astratta che non tiene conto della complessità e della articolazione del tessuto produttivo del nostro paese.

 

Ecco perchè la posizione politica assunta da Renzi merita di essere richiamata. Perchè oltre ad essere politicamente coerente e coraggiosa, evidenzia – ancora una volta – le profonde contraddizioni che agitano e attraversano lo schieramento della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni. Uno schieramento che, se permangono queste lacune storiche e politiche, è destinato a radicalizzare sempre di più la sua posizione coprendo il campo dell’opposizione ma senza alcuna speranza di trasformarsi in una cultura di governo e, soprattutto, di diventare maggioritario nel contesto politico italiano.

Sul salario minimo ha ragione Renzi, in gioco è l’autonomia del centro.

Italia Viva si è sfilata. Hanno prevalso ragioni eminentemente politiche, visto come si è giunti alla firma sulla proposta di salario minimo e come le singole forze politiche hanno interpretato l’accordo. Renzi, al solito, coglie velocemente il dato di fragilità di un’operazione che pure s’ammanta dell’obiettivo ambizioso di schierare contro il governo le opposizioni unite. È fragile infatti il tentativo che simula una convergenza proficua, quando per contro rimangono tra i firmatari alcuni significativi distinguo. Non pare che l’area di centro, nella misura in cui opera per rimarcare la sua autonomia, possa utilmente aderire a un processo dalle basi incerte.

 

E veniamo alla cronaca puntuale. Dopo giorni di lavoro Pd, M5s, Verdi-Sinistra e Azione trovano l’accordo su una proposta comune che fissa a 9 euro l’ora il compenso sotto il quale non si può scendere, un’intesa che però ogni partito interpreta a modo suo. Elly Schlein parla al Tg3, trascura di commentare l’assenza di Iv dall’accordo e afferma che avere unito le opposizioni è “un segnale molto forte”. Giuseppe Conte ci tiene però a rivendicare una primazia del Movimento 5 stelle, dicendosi “particolarmente orgoglioso perché c’è la mia prima firma”. Carlo Calenda brucia tutti sul tempo annunciando l’intesa su Twitter e facendo arrabbiare Riccardo Magi di Più Europa, ma non solo (“polemiche inutili” la replica del leader di Azione), salvo chiarire che l’accordo non ha valore politico, come ripete anche Mariastella Gelmini.

 

Un panorama che descrive bene la situazione in quello che nel Pd chiamano “campo largo”: le diverse forze dell’opposizione fanno una fatica tremenda a marciare assieme e sia M5s che centristi continuano a respingere qualunque ipotesi di alleanza strutturale con i democratici. Ma al Nazareno non ci si scompone, le ritrosie di Conte e Calenda sono ben note, mentre Matteo Renzi viene considerato ormai in rotta per altri lidi. Con M5s e Azione ci sarà tempo per parlare dopo le europee, è il ragionamento, fino ad allora – dice un parlamentare democratico – “continueranno gli attacchi contro di noi, gli smarcamenti, i distinguo…Lo sappiamo. Ma l’importante è intanto riuscire a concludere operazioni come questa”. Di certo in casa Pd hanno ben chiaro che solo rimettendo insieme una coalizione di centrosinistra si potrà pensare di sfidare davvero la destra alle elezioni.

 

La fatica di costruire un accordo si rintraccia persino nelle firme sulla proposta di legge. Conte è effettivamente il primo firmatario, come rivendica, ma – chiariscono dal Pd – solo perché si è scelto un “ordine alfabetico”: Conte, Fratoianni, Richetti, Schlein. E Magi e Bonelli, che pure sono firmatari, vengono dopo “perché non avevano già presentato proposte di legge, a differenza degli altri”, viene chiarito. Piccole acrobazie, per concedere qualcosa a ciascuno. Uno sforzo che la Schlein compie di buon grado, pur di incassare il risultato di una iniziativa comune. Poco male che il leader si sforzi di rivendicare il merito della proposta: “Da anni il Movimento 5 stelle si batte per introdurre, anche in Italia. Questa battaglia – questa la novità – non la combatteremo più da soli”. Al Pd va bene comunque, l’importante è il risultato. Lo stesso si proverà a fare su altre materie come la sanità.

 

In questo quadro Renzi ha buon gioco a prendere le distanze da un intervento legislativo che mette a disagio, per altro, una componente sindacale come la Cisl a motivo del suo ancoraggio alla cultura della contrattazione. Il rischio è anche quello di “regalare” alla Meloni una sensibilità presente nel sindacato. “Votiamo le leggi che ci convincono – ha dunque precisato Renzi – ma restiamo all’opposizione di Meloni e distanti dalle posizioni sul lavoro di Fratoianni Conte e Schlein”. Posizione limpida, anche se sgradita al Pd. Tant’è che dalle parti del Nazareno si ribatte con sfrontata malizia: “È importante – dice ad AskaNews un parlamentare che preferisce rimanere anonimo – la firma di Calenda. Per noi è comunque un altro passo verso lo sganciamento da Renzi”. Insomma, si vedrà dopo le europee.

Il centro in Europa è una politica alla ricerca di futuro

La definitiva scomparsa delle forze politiche di centro a giudizio di molti analisti politici sarebbe l’incubo che si aggira in Europa. Ce lo ricorda padre Antonio Spadaro sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” nel suo Punto dedicato alla crisi del modello liberal-democratico.

Per quanto possa sembrare paradossale, il dibattito sui rischi della scomparsa del centro in Europa, può rivelarsi molto interessante per fare emergere la profonda necessità di politiche di centro.

Infatti, i contraccolpi del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando, che investono nel contempo la sfera geopolitica, quella economica, sociale, antropologica necessitano di risposte improntate al realismo, alla gradualità, al dialogo e all’apertura alla novità dei tempi. Elementi questi che qualificano le politiche di centro. E se è pur vero che strutturali cambiamenti socio-economici stanno erodendo il terreno sopra il quale si sono sviluppate le tradizioni politiche liberal-democratiche e socialdemocratiche, figlie di quel compromesso fra capitalismo e democrazia che diede i suoi frutti migliori in Europa nella seconda metà del secolo scorso, è altrettanto vero che il modello alternativo, quello neoliberista, risulta inadeguato  in un mondo che sta cambiando in un modo diverso da quel che si attendevano i fautori della globalizzazione.

Ora certo, sta venendo meno la base sociale per forti partiti di centro in Europa, ma al momento lo scontento sembra più rifugiarsi nell’astensionismo che nei movimenti di protesta, come se a prevalere fosse l’attesa di una svolta nella continuità e non il richiamo di modelli regressivi. Questo può consentire ai più fedeli interpreti delle culture politiche liberal-democratiche e sociali, di dare il meglio di loro stessi proprio mentre vedono materializzarsi la loro crisi e addirittura il rischio di scomparsa. Fare politiche di centro non significa ripetere come un mantra formule di un passato che non può più tornare. Ma significa scrutare l’orizzonte, dando prova nel contempo di realismo e di visione. Significa credere che l’Europa può stare al passo con i cambiamenti, rinnovandosi e inventandosi un futuro. Nel XXI secolo sta venendo meno una supremazia occidentale che durava da circa cinque secoli. Ma non per questo verrà meno il ruolo e il contributo dell’Europa per il mondo. L’errore più grande che si possa compiere sarebbe quello, come ha ricordato il presidente Mattarella al Cotec Europa, di sentirsi arroccati nel club dei Paesi agiati, in un mondo irrimediabilmente diviso. Ecco perché l’obiettivo delle politiche di centro, anziché coltivare la nostalgia dei tempi che furono, deve diventare quello di interagire con le nuove dinamiche che stanno emergendo nel mondo attuale, in campo geopolitico e in quello economico. In questo compito l’Italia appare avvantaggiata rispetto agli altri Paesi europei, sia per la sua posizione geografica sia per la sua tradizione politica di relazioni con i Paesi mediterranei e africani, improntate alla pari dignità e al reciproco vantaggio. Nello spirito di Enrico Mattei, che è molto simile, come modello di relazioni internazionali, alla logica win-win che sta alla base della cooperazione interna ed esterna ai Paesi Brics.

Aprendosi alla nuova realtà del mondo riusciremo anche a frenare e a invertire la crisi del modello liberal-democratico. Non possiamo pensare che tale modello sia indissolubilmente legato a una situazione effimera che ha visto l’Occidente per qualche decennio raggiungere dei livelli di sviluppo e di benessere che il resto del mondo non aveva. La sfida per le forze di centro è impegnarsi a dimostrare che la liberal-democrazia può rafforzarsi in un mondo in cui in quasi tutti i Paesi è partita la corsa allo sviluppo. E nel contempo può rafforzarsi se è capace di concepirsi come modello relativo, non assoluto, così da poter vedere e confrontarsi sul modo in cui altri sistemi e culture provvedono a rispondere alle istanze dei loro popoli di sviluppo, di libertà e di democrazia in modi diversi e originali, dismettendo quel senso di superiorità e di doppio standard di giudizio che è sempre meno accettato nel resto del mondo.

Nel definirsi in rapporto ai nuovi attori internazionali il modello liberal-democratico potrà riguadagnare all’interno degli Stati occidentali quella credibilità e quella fiducia popolare che è andata calando, sia per effetto dei nuovi processi economici, sia per l’inadeguatezza della strategia sinora mostrata nei confronti dei Paesi non occidentali. In questi vivono, del resto, sei dei sette miliardi di esseriumani. Con realismo e dialogo il centro in Europa non solo può evitare di scomparire, ma può concorrere ad aprire una nuova pagina di storia.

Bodrato, lo sguardo sul futuro dopo la Dc e il Partito popolare.

Gentile direttore, ho molto apprezzato che il suo giornale – ancora una volta! – si sia distinto nel dare spazio alla notizia della scomparsa di un vero, straordinario e coerente leader politico cristiano democratico. Infatti ha ragione il lettore Stefano Passaggio, quando segnala come notizie e commenti relativi alla vita, al pensiero e all’opera dell’on.Bodrato, siano state in larga misura obnubilate dalla strabordante attenzione mediatica, dedicata alla scomparsa del Presidente Silvio Berlusconi.

Naturalmente sarei uno sciocco e un fazioso se non comprendessi le ragioni di tutta l’attenzione dedicata all’on. Berlusconi (persino il presidente Putin lo ha ricordato riempiendolo di elogi…anche se – data la fonte – non ci sarebbe da esserne particolarmente orgogliosi…). Ciò nondimeno, io sono profondamente convinto che una rilettura attenta e seria dell’opera politica e culturale di un uomo come Guido Bodrato, potrebbe fornire un contributo vitale per la preservazione e il rilancio di un cultura cattolico democratica (o cattolico sociale/popolare che dir si voglia), di cui il nostro Paese e la nostra epoca avrebbero tanto bisogno. Spero, quindi, che le pur ben argomentate considerazioni del dr. Stefano Passaggio si rivelino fallaci, almeno nella parte in cui scrive che la dipartita di Bodrato “delinei in maniera emblematica le sorti di un funerale di un’esperienza politica, quella del cattolicesimo democratico, in particolare quello piemontese”. Penso che se ciò si verificasse compiutamente, si registrerebbe una perdita irreparabile a livello di cultura storica, ideale e politica.

La ricchezza culturale e politica a cui faccio riferimento, è egregiamente documentata dal bellissimo pezzo di Mario Berardi, uscito sul vostro settimanale di domenica 25 giugno u.s. Nella sua ricostruzione sono ben centrati tutti i passaggi essenziali e le caratteristiche salienti di questo nostro grande maestro, per cui io mi permetto di aggiungere solamente alcune sottolineature: la prima è che Guido Bodrato – ad onta dei suoi numerosi compiti istituzionali – riusciva a trovare sempre il tempo per i giovani di una parrocchia, di un Movimento, di una sezione del Movimento giovanile della DC, di una scuola ecc. Io ho avuto la fortuna di godere di questa sua generosità fin da quando giovanissimo, nella mia terra natia calabrese (dove ero un leader studentesco trasversalmente riconosciuto e molto votato), avevo aderito al Movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Di conseguenza ero stato invitato – grazie al “moroteo” on. Mario Tassone e al “forzanovista” Alfonso Riccio – a incontri e corsi di formazione, dove avevo potuto ascoltare e interloquire in particolare con Aldo Moro, Claudio Donat Cattin e Guido Bodrato!

Da allora – semplificando al massimo – mi sento di dire che il mio percorso politico culturale ha seguito una linea il più possibile coerente con quanto imparato. Leader degli studenti universitari cattolici a Torino, Consigliere comunale e quindi primo assessore alla Gioventù d’Italia, per esplicita scelta di Guido Bodrato. Fui convintamente sulla sua linea in altri due momenti cruciali: l’opposizione alla decisione della liquidazione del partito democristiano e, ancor prima, nella battaglia referendaria contro la linea politica tendente ad abolire le preferenze e approdare al maggioritario e quindi al bipolarismo.

Dopo la fine della Dc e anche del Partito Popolare venne un periodo di enorme confusione per poi ritrovarci negli ultimi sette/otto anni a riflettere sull’ipotesi – e la speranza – della ricostruzione di un’area – quanto meno culturale – “cattolico/popolare/democratica”. In tutte le iniziative prese in questa direzione (penso già nel 2017/2018 il lancio del movimento “Rete Bianca” con Giorgio Merlo e altre coraggiose amiche/amici, oppure alla Associazione de “I Popolari”, guidata generosamente prima da Alessandro Risso e oggi da Franco Campia, fino ai tentativi del partito/movimento “Insieme” ispirato dal prof. Zamagni ecc. ecc.) la figura e il pensiero di Guido Bodrato – sempre lucido, intellettualmente onesto e rigoroso, coerente e obbiettivo, severamente realista e nobilmente idealista – sono stati indiscutibilmente il riferimento più autorevole e apprezzato.

Bodrato, per le qualità succitate, non era particolarmente ottimista, ma ci ha sempre incitato ad andare avanti. Certo, la situazione attuale presenta moltissime difficoltà e ostacoli, ma anche qualche elemento di opportunità e di speranza. Penso alle ultime encicliche di Papa Francesco (dalla “Laudato Sii”, alla “Fratelli Tutti”, fino alla rinnovata – pur se ancora flebile  – attenzione della Chiesa Cattolica alla politica “come massima forma di carità”). Anche nel nostro Piemonte, questa sensibiità si sta declinando con molte modalità interessanti, come  quelle di un forte rilancio delle “Scuole di politica”. Rilancio avvenuto col pieno sostegno dell’Arcivescovo mons. Repole e in coerenza con la grande azione sociale, dimostrata dal suo predecessore mons. Cesare Nosiglia.

Infine, come i due amici che mi hanno preceduto nello scrivervi, mi permetto anche io una piccola nota personale: Guido Bodrato è stato il mio testimone di nozze. Allora mi piace pensare, che oltre alla protezione del buon Dio, il legame fra mia moglie Elena e me sia così intenso e forteanche grazie ai testimoni che abbiamo avuto a fianco nella celebrazione del sacramento del matrimonio.

[La lettera è stata pubblicata dal settimanale torinese con il titolo “L’eredità politica di Guido Bodrato”]

Cisl, la Fondazione Tarantelli presenta la ricerca su democrazia e partecipazione.

Certamente per il suo oggetto: lo stato di difficoltà, talora di crisi, dei modelli di democrazia rappresentativa nel nostro tempo: dall’assalto al Congresso degli Stati Uniti nel giorno dell’Epifania 2021; alla sua riedizione in Brasile l’8 gennaio 2023; alle procedure di infrazione per violazione dei principi dello Stato di diritto attivate dalla Commissione Europea nei confronti dei Governi polacco ed ungherese; alla crescita diffusa dell’astensionismo nelle consul-tazioni elettorali di non poche democrazie europee, all’estensione dei regimi autoritari che si propongono, esplicitamente, come alternativa vincente alle democrazie.

La CISL, rigorosamente democratica per DNA, ha ritenuto, dalla nascita, che la miglior difesa della democrazia liberale risiedesse nello sviluppo al suo interno di ordinamenti autonomi riconosciuti del lavoro e della società, capaci, in quanto tali, di confrontarsi e contrattare col Governo centrale e periferico, costruendo, nella dialettica tra rappresentanza politica e rappresentanza sociale, la miglior sintesi di bene co-mune per il Paese. 

È la nostra visione della democrazia partecipativa, elevata a modello e  prassi istituzionale. La forma più giusta e più efficace di radicamento organico nel popolo sovrano di una democrazia che ne garantisce pienezza reale di cittadinanza. A ben vedere, si tratta del tentativo, più lungimirante e realistico, di mediazione fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa nelle società moderne dopo le esperienze storiche (dall’Atene di Pericle alla Comune di Parigi) ed i progetti visionari (dall’Utopia di Tommaso Moro, alla Città del sole di Tommaso Campanella, alla Costituzione di Ginevra di Jean-Jacques Rousseau), comunque circoscritte al perimetro di piccole comunità alternative.

Il pensiero politico della Cisl ha, pertanto, un obiettivo rilievo nella storia del dibattito sulla democrazia in Occidente. Al quale ha apportato, altresì, il contributo della sua visione integrale della democrazia che deve estendersi, in forme sistemiche, dalle sedi politiche istituzionali ai centri di potere economici e sociali. Anche su questa linea di riforma, che estende e modula  gli istituti della democrazia liberale, la CISL può annoverare convergenze di grande autorevolezza, a partire da Norberto Bobbio che ne fece oggetto di specifica riflessione in merito alle promesse mancate della democrazia liberale. 

Il Disegno di legge di iniziativa popolare presentato dalla CISL, per il quale è in atto la raccolta delle firme, opera, con lodevole lungimiranza, coerenza, determinazione su questa frontiera avanzata della democrazia e rappresenta il tentativo, storicamente più sistematico, di attuazione dell’art. 46 della Costituzione in materia di diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione dell’impresa. 

Esso compendia, la lunga, straordinaria storia, di elaborazione strategica e di militanza, finalizzata al completamento della democrazia liberale nella democrazia partecipativa; offre il quadro giuridico strutturato di legittimazione sistemica alle numerose e straordinarie brecce di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, aperte dalla contrattazione aziendale; pone la domanda, ineludibile, se alla base delle difficoltà e delle crisi della democrazia liberale non operi la sua  mancata metamorfosi nella democrazia partecipativa, aprendo un orizzonte fondamentale ed originale di analisi critica, di progetto, di futuro sul quale la storia e la cultura della CISL hanno ancora molto da dire.

Giuseppe Gallo

Presidente Fondazione Ezio Tarantelli.

Nell’invitarvi a partecipare, vi alleghiamo l’edizione n. 24 del Working Paper, il programma del Webinar e di seguito le credenziali di accesso alla piattaforma Zoom.

è

Webinar di Presentazione del Working Paper (edizione n. 27)

3 lug 2023 15:00 

Entra nella riunione in Zoom

https://us02web.zoom.us/j/89326243802?pwd=SUJ6VkhXajl2N1BDWWxBdlJ5RTNTQT09#success

ID riunione: 893 2624 3802

Passcode: 16427

Testo in pdf del Working Paper

La Voce del Popolo | Il giusto mix da trovare… tra la guida e l’ascolto.

Fa bene Giorgia Meloni a sottolineare il buon risultato del centrodestra in Molise. Farebbe meglio, però, a tener presenti le difficoltà che negli ultimi giorni stanno attraversando la sua maggioranza.

L’allegra gestione delle aziende di Santanchè, tipico esempio di una concezione predatoria dell’attività imprenditoriale. Il silenzioso abbandono del suo portavoce, rivelatore di una certa inquietudine nel suo inner circle. La guerriglia di Salvini e della Lega. E via dicendo, da un caso all’altro.

È noto che una certa turbolenza attraversa sempre il campo di governo. Quello che fa la differenza è se questa turbolenza viene gestita oppure lasciata a se stessa; se il capo della coalizione dispensa pazienza o effonde nervosismo; se il richiamo all’ordine è l’eccezione o diven- ta la regola. Ecco, l’impressione in questi ultimi tempi è che la guida della compagine riveli una crescente insofferenza.

La stessa minaccia del voto anticipato, fatta trapelare qua e là dalle veline di Palazzo Chigi, sembra più che altro la rivelazione di una debolezza strategica. Il governo di coalizione non è mai una passeggiata su un letto di rose. Ma tanto più ci si aspetterebbe che chi guida la carovana si rivelasse capace di mediazione. Non per dar ragione ai suoi critici. Ma per togliere armi alle loro obiezioni.

E invece sembra di cogliere in lontananza l’eco di una serie di malumori incrociati che i soci di maggioranza hanno preso a scambiarsi a vicenda. Nulla di nuovo, si dirà. È sempre accaduto. Tanto più, però, diventa importante per il/la leader trovare il giusto mix tra la guida e l’ascolto.

[Pubblicato su “La Voce del Popolo” il 29 giugno 2023. L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale]

Con Elly Schlein il centro sinistra perde i connotati tradizionali

Dunque, la coalizione tradizionale di centro sinistra rischia di essere ormai alle nostre spalle. L’alleanza sempre più organica secca anche se ad oggi drasticamente perdente, tra la sinistra massimalista della Schlein, la sinistra populista e “per caso” di Conte e Grillo e quella estremista ed ideologica di Fratoianni e Bonelli, è la conferma plateale che si è aperta una nuova fase politica e culturale da quelle parti. E le manifestazioni di piazza, ripetute e ripetitive, di queste ultime settimane lo confermano anche a chi è ancora perplesso di fronte a questa nuova pagina della sinistra italiana.

Certo, anche su questo versante si registra il profondo cambiamento politico e culturale del nuovo corso del Partito democratico. Del resto, l’intuizione originaria che diede vita a quel partito, ovvero la convergenza tra la miglior tradizione ex comunista e l’esperienza della ex sinistra democristiana, è definitivamente alle nostre spalle. Come, del resto, lo sforzo e la continua elaborazione progettuale e politica di creare una sintesi efficace e costruttiva tra le varie culture fondanti di quel partito. E, ancora, costruendo una coalizione che si caratterizzava per la sua capacità, costante e testarda, di legare nel medesimo progetto politico il centro riformista e plurale con la sinistra democratica e di governo. Ora, con buona pace dei vari Delrio e compagnia cantante, è evidente a tutti – ma proprio a tutti – che il centro e la stessa “politica di centro” sono categorie del tutto estranee, per non dire alternative, al progetto delle nuove sinistre. E, al contempo, la stessa cifra riformista diventa quasi un peso per il nuovo cartello politico ed elettorale.

Ora, però, intendiamoci. Si tratta di un progetto certamente innovativo e discontinuo rispetto alla tradizione politica italiana ma non per questo negativo o da respingere pregiudizialmente. Risponde, come ovvio, al profilo politico e culturale del nuovo Pd a guida Schlein da un lato e alla costruzione di un progetto politico chiaro e definito dall’altro che superano la tradizionale coalizione di centro sinistra a vantaggio di un’alleanza di sinistra che, non a caso, riflette anche ciò che capita nel campo alternativo della destra. E questo risultato, indubbiamente positivo, è anche il frutto di un ritorno della politica dopo la sbornia populista, demagogica, anti politica e qualunquista caratterizzata dai 5 stelle in questi ultimi anni. Un epilogo che riflette le nuove dinamiche politiche frutto e conseguenza del profilo politico dei nuovi protagonisti. A cominciare, sul versante della sinistra, del profilo dirompente, nonchè chiaro e trasparente, di Elly Schlein che ha chiuso definitivamente una fase del principale partito della sinistra italiana per aprire una stagione del tutto nuova ed originale. Certo, ci sono molte somiglianze con alcune stagioni del passato dove si perseguiva l’obiettivo dell’unità delle sinistre. E cioè, l’avversione verso i moderati, i centristi e i riformisti; l’esaltazione della “piazza” come luogo salvifico e miracolistico per il rinnovamento della politica; la necessità di radicalizzare il conflitto politico e accentuare la polarizzazione ideologica; cavalcare tutte le opposizioni sociali e via discorrendo. Metodi e obiettivi che poco hanno a che vedere con le modalità, i comportamenti e gli obiettivi del tradizionale centro sinistra nel nostro paese.

Per questi motivi, semplici ma oggettivi, tutti coloro che non si riconoscono nella piattaforma della “nuova sinistra unita” hanno il diritto, e soprattutto il dovere, di avviare una iniziativa politica distinta e distante dal massimassimo, dal radicalismo e dall’estremismo del nuovo corso della sinistra italiana. Una iniziativa, e lo dico senza alcuna polemica, che si rende necessaria anche grazie al progetto della nuova segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha avuto il merito di far chiarezza all’interno di quel campo tracciando i confini e indicando concretamente gli obiettivi del nuovo progetto della sinistra italiana. Una iniziativa politica, infine, che deve vedere in prima linea proprio quei cattolici democratici, popolari e sociali che per coerenza personale e per lungimiranza con la propria storia, non possono conciliare la loro presenza in un cartello politicamente e culturalmente estraneo se non addirittura alternativo ai propri valori di riferimento.

Modernissimo o modernista? Ritorna un testo fondamentale per capire Buonaiuti.

Curato da Pietro Urciuoli e dal compianto Vittorio Bellavite – storico coordinatore di Noi Siamo Chiesa – arriva nelle librerie la nuova edizione de “La Chiesa romana” (Gabrielli editore) del sacerdote e studioso accusato di eresia.

È  un libro da leggere per capire la complessità del pensiero di questo incompreso teologo e storico del cristianesimo. “La Chiesa romana” si presenta con un’ampia prefazione del giornalista, regista e scrittore Gilberto Squizzato. Ecco, qui di seguito, un ampio stralcio del suo scritto.

«Ernesto Buonaiuti fu, insieme ad altri, esponente del movimento culturale che sotto il nome di modernismo, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, e non solo in Italia, provava a rileggere il messaggio cristiano alla luce delle istanze e dei mutamenti di pensiero della società contemporanea. Nel momento della sua redazione (il 1932) già da sei anni l’autore era stato colpito dalla scomunica (il 26 gennaio 1926), da appena tre anni Mussolini e il cardinal Gasparri avevano firmato il Concordato e da un anno a Buonaiuti, per essersi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, era stata tolta con la cattedra universitaria anche ogni fonte di dignitoso sostentamento personale.

Il lettore troverà in queste pagine una sequenza organicamente coerente di analisi storiche pienamente argomentate e documentate che decenni più tardi non avrebbero (quasi) più fatto scandalo dentro la Chiesa: questa radicale critica storica a molti snodi decisivi (e involutivi, rispetto al Vangelo) della storia della Chiesa di Roma proposta da Buonaiuti non faceva che porre le basi, nella coscienza cattolica più aperta e avveduta, per quella richiesta di radicale riforma che sarebbe stata esplicitata trent’anni più tardi dal Concilio Vaticano convocato a Roma nel 1962 proprio da quel papa Roncalli che di Buonaiuti era stato compagno di seminario all’inizio del secolo».

E Squizzato conclude con le parole stesse dell’autore: «Il lettore potrà riconoscere in queste pagine un Buonaiuti perfino temerario, per amore del Vangelo, che suonano come attualissima critica del Romanesimo e come visione profetica che anticipa nuovi doveri per l’uomo di fede attento alle mutazioni di tempi che sa di doversi misurare con il pensiero e la sensibilità moderni. “Tutta impigliata nei teoremi irreformabili della sua teodicea, la Chiesa è imprigionata in una raffigurazione filosofica del reale battuta irrimediabilmente dall’esperienza scientifica” e così “sorda e cieca ai segni imperiosi ed eloquenti dei tempi (…) si inaridisce, ribadendo, con uniformità monotona, le sue stilizzate formulazioni teologali. (…) Non si può più schematizzare il divino e il suo operare misterioso sulla traccia di una ricostruzione dell’universo in conflitto con i dati intuitivi della quotidiana esperienza e della tecnica empirica. E la nuova sensazione, fluida e mobile, della realtà, postula, a più o meno breve scadenza, tutta una nuova impalcatura concettuale”». 

“La Chiesa romana” è uno dei testi più significativi della vastissima produzione letteraria di Ernesto Buonaiuti; un testo della maturità, scritto, come dice egli stesso, «per un indeclinabile comando della coscienza, in un momento risolutivo della mia vita», essendo ormai stato privato sia della dignità sacerdotale che della qualifica di professore universitario. Un testo che è al tempo stesso una riflessione sulla bimillenaria storia della Chiesa e un accorato appello affinché ritorni a proporre al mondo il messaggio evangelico nella sua originaria purezza, e nel quale si alternano, attraverso un gioco di audaci e sapienti collegamenti, analisi storiche e visioni future. Le posizioni espresse dal Buonaiuti sono di una sorprendente attualità e rendono testimonianza di una figura complessa di sacerdote e di studioso che attende ancora il giusto riconoscimento.

[Tratto dal sito della casa editrice]

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/esce-la-nuova-edizione-di-la-chiesa-romana-opera-del-teologo-modernista-ernesto-buonaiuti/

Cisambiente regala alla destra una platea di imprenditori arrabbiati con l’Europa

Sala Pininfarina al gran completo. Nicola Porro gioca in casa, il convegno organizzato nel Palazzo di Confindustria all’Eur è un regalo di Cisambiente alla maggioranza di governo. L’evento chiude la giornata dedicata all’Assemblea generale di questa associazione “voluta – come recita la presentazione nel sito web – da un gruppo di imprenditori del settore ambiente ed energia rinnovabile”. A leggere il programma non si fatica a decifrare il significato politico dell’operazione: la parola spetta al centrodestra, segnatamente a tre donne (una vice ministro, una sottosegretaria e un’europarlamentare), mentre la rappresentanza dell’opposizione semplicemente non esiste. Anche il titolo del convegno –  “Limiti e Responsabilità della Comunità Europea nei confronti dell’Industria Italiana” – fa l’occhiolino ai pregiudizi del sovranismo anti-europeo. Gli organizzatori hanno persino rispolverato l’antica denominazione di “Comunità Europea” al posto di “Unione Europea”.

A scanso di equivoci, il direttore generale di Cisambiente, Lucia Leonessi, spiegherà in un comunicato stampa che “il Legislatore comunitario interviene sulla normativa riguardante i rifiuti, ed in generale sulle questioni ambientali, con un approccio tale da generare rilevanti incrementi dei costi di produzione nei conti economici delle imprese italiane, e non solamente quelle impegnate nel settore”.  E dunque “siamo lontani dal fare qualcosa di positivo per l’industria italiana, senza che atteggiamenti troppo disinvolti danneggino l’ambiente”. Nel mirino, evidentemente, c’è l’Europa dei burocrati, nemica del vitalismo di medie e piccole aziende.

Invogliati a dovere da Porro, gli imprenditori non mancano di rilevare i limiti, le difficoltà, le strozzature del sistema Italia. Tanti gli spunti, sebbene Il dibattito corra monotono  lungo i binari di una logica scontata: troppe regole, anche appesantite da Bruxelles, rendono complicata l’azione degli operatori. Accade perciò che il presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana, lamenti il disagio che monta nel vedere come sia più più attraente l’offerta di Paesi fuori dall’ombrello europeo. In concreto, dov’è l’alternativa? Sta sull’altra sponda del Tirreno. A suo giudizio, oggi è proprio l’Albania un esempio di accoglienza per il mondo dell’impresa, dato che qui, nella terra delle aquile, effettivamente “le cose si possono fare”. Insomma, c’è vita su Marte! Sicché verrebbe quasi da dire che al capitalismo renano, croce e delizia di tanta indagine scientifica, si venga oramai a contrapporre la felice esperienza del modello albanese.

Si giunge così alle conclusioni e la domanda, gira e rigira, non può che riguardare la politica. “E voi che fate, nell’europarlamento?”, chiede appunto il moderatore a Susanna Ceccardi, eletta a Strasburgo nelle liste della Lega. E che si può fare? Un conto è l’impegno, altro i risultati. C’è un “cordone sanitario”, risponde la deputata, che “blocca ogni nostra iniziativa”. In effetti, il governo reale dell’Europa tiene a debita distanza le forze nazional-sovraniste. In Germania, la vittoria dell’ultra destra (AfD) nel piccolo circondario di Sonneberg, ha messo in allarme la classe dirigente democratica. La CDU della cittadina ha preso a scapaccioni i suoi rampolli della Junge Union per un incauto tweet di congratulazioni (subito cancellato) al neoeletto presidente, Robert Sesselmann. “Una cooperazione con l’AfD sarebbe tradire l’essenza del connotato cristiano della nostra Unione”, hanno scritto i leader locali della CDU.

Ora si dà il caso che l’AfD aderisca in Europa allo stesso raggruppamento, “Identità e Democrazia”, di cui fa parte la Lega. Nessuno a Strasburgo o a Bruxelles ne ammette la presenza ai tavoli che contano. Ecco il punto: quando parla di “cordone sanitario”, l’onorevole Ceccardi omette di spiegare cause e motivi di questa apparente vessazione. Certo, il suo silenzio si comprende, mira a nascondere il dato politico di un isolamento per niente casuale. Invece resta da comprendere perché gli imprenditori di Cisambiente, legittimamente preoccupati di difendere in Europa le loro ragioni, si affidino ai leghisti. Se lo dovrebbero chiedere anche i vertici confindustriali di Viale dell’Astronomia.

Il nodo della giustizia è fondamentale per il buon andamento della democrazia  

Ho sempre detto che come Associazione non dobbiamo se non a titolo personale dare valutazioni e anche su questa questione particolare della giustizia possiamo dire che le proposte di Nordio ancorché timide sono sulla strada giusta.

A noi deve interessare il vulnus che deriva da uno squilibrio dei poteri che si è determinato in Italia e che è vistoso per la democrazia. Il problema non è solo italiano ma nel nostro paese ha una patologia particolare. Il problema è il rapporto anomalo tra la politica e la magistratura e posso indicarlo con pochi esempi per evitare di dilungarmi anche su questo problema. Nell’ultimo numero della rivista “Questione giustizia”, organo ufficiale della corrente magistratura democratica, il direttore scrive:

“In moltissimi casi della vita sociale ed economica” – scrive Nello Rossi – “è il giudiziario ad intervenire in esclusiva, o almeno in prima battuta, nella ricerca di soluzioni di problemi inediti talora incancreniti dalla paralisi e dall’inerzia della politica…. e quindi c’è bisogno di una magistratura che assolva un incisivo ruolo di garanzia dei diritti individuali e della dignità delle persone” …. all’affermazione di diritti dolorosi come quelli relativi al fine vita; alle soluzioni offerte sul terreno dell’eguaglianza di genere; alla protezione di diritti umani fondamentali come nel caso dei migranti; alle azioni a tutela dei risparmiatori e delle finanze pubbliche in contesti finanziari sempre più complicati e vorticosi; agli interventi sulla condizione dei lavoratori marginali, come i rider o i lavoratori della logistica”. ….. il magistrato non può pensare di essere un semplice passacarte, un freddo tutore dell’ordinamento giudiziario, ma deve rivendicare il suo ruolo speciale nella società, anche a costo di allargare il perimetro delle proprie prerogative…. La Costituzione non indica più una direttrice di marcia univoca nel cui solco il giudiziario possa identifica re una sua funzione unitaria, storica…!”

Tutto ciò è in coerenza con quanto scritto, nel lontano 1983 sulla stessa rivista che io ho ricordato molte volte in questi anni, dal pubblico ministero Gherardo Colombo. “La mancanza di una profonda, incisiva e penetrante opposizione politica da parte degli apparati cui lo svolgimento di questa funzione spetta istituzionalmente e costituzionalmente, ha indotto come conseguenza un fenomeno che riguarda direttamente la magistratura. II controllo giurisdizionale, tradizionalmente e istituzionalmente diretto alla composizione dei conflitti e all’accertamento di comportamenti devianti di singoli, si è via via trasformato per una molteplice serie di motivi, che hanno complessivamente portato al risultato di modificarne la natura…

“È stata devoluta alla magistratura una serie di compiti che non sono suoi propri e che investono più la funzione politica che non quella giurisdizionale. In tema di terrorismo, ad esempio, tutto il complesso fenomeno, di chiarissima natura politica, è stato affrontato a livello giudiziario e risolto – per quanto si è potuto attraverso strumenti utilizzati dalla magistratura. Quello del terrorismo è uno dei tanti settori nei quali si è verificata l’imposizione alla magistratura di un’attività di supplenza da parte di altri apparati dello Stato…. non mancano altri campi, più o meno estesi e più o meno evidenti, in cui sono state scaricate sulla magistratura responsabilità che spetterebbero, in linea di principio, ad altri organi o settori dello Stato. Cio ha portato necessariamente l’ordine giudiziario ad invadere, perché richiesto, sfere di intervento istituzionalmente riservate ad altri. È successo, inoltre, che gli spazi lasciati liberi dalla mancanza o dalla più o meno grave insufficienza della opposizione politica siano stati essi pure, ed essi pure necessariamente, occupati dall’intervento giudiziario”.

È molto significativo come vi sia una costante in parti della magistratura di costruire un protagonismo istituzionale fuori dal dettato della Costituzione, ed è incomprensibile questa ostinazione di costruire una magistratura – politica. So bene che la colpa è della politica ma è la classe dirigente non solo politica che deve avere consapevolezza e allarmarsi.L’evoluzione del ruolo della funzione della magistratura non può avvenire in queste forme perché costituirebbe un vulnus per la democrazia.

La distinzione dei poteri non è superata perché dall’epoca di Montesquieu sono passati tanti anni, ma è l’anima dello stato di diritto, dell’equilibrio tra i poteri perché nessuno deve prevalere sull’altro e ogni potere deve essere fedele alle sue rigorose competenze. Riconosciamo che la crisi della legge ha affievolito la sua supremazia a vantaggio di un ruolo più consistente del giudice, che dunque si attribuisce una funzione pressoché illimitata di interprete della norma, e quindi assume di fatti un ruolo etico: quello di attribuire al giudice la funzione di controllo il “sistema” di operare per una funzione catartica: di far vincere il bene sul male!

Voglio citarvi la frase di un costituzionalista dell’Università di Yale Robert H. Bork il quale (…) conclude il suo libro “Il giudice sovrano” con queste parole: “La rivoluzione politica porta con sé una rivoluzione culturale. Leggendo le opinioni di molti giudici sembrerebbe che essi ormai credono che la propria missione sia quella di proteggere la civiltà…l’attivismo giudiziario, per le sue caratteristiche e per l’esempio che fornisce, incrina le fondamenta su cui sono basate le democrazie occidentali. Il concetto di rule of law, nato in Europa, essenziale negli ordinamenti statunitense e canadese è imprescindibile per tutte le civiltà occidentali, è ormai ridotto a un rispetto di facciata. Se non comprendiamo il deterioramento della funzione giudiziaria a livello mondiale, la portata della rivoluzione politica che sta avvenendo in tutte le nazioni occidentali e che sta portando alla graduale ma incessante sostituzione del Governo dei rappresentanti eletti con quello dei giudici nominati”.

Nei Tg Rai e Mediaset la destra ruba spazi alle opposizioni

L’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom) monitora le trasmissioni televisive per verificare il rispetto del pluralismo politico e periodicamente pubblica i risultati sul suo sito. I dati del mese di aprile sono preoccupanti perché la destra ha avuto un “tempo di parola” (tempo per parlare direttamente ai microfoni) notevolmente superiore alla sua rappresentanza parlamentare e quindi a discapito delle opposizioni parlamentari.

Nei quattro Tg della Rai (tg1, tg2, tg3 e rainews24) la maggioranza ha parlato per 9 ore e 23 minuti così ripartiti: Meloni 2 ore e 9 minuti, governo 4 ore e 7 minuti, esponenti dei partiti di maggioranza 3 ore e 7 minuti. Le minoranze hanno parlato per 4 ore e 59 minuti. La destra ha utilizzato il 63,5 % dello spazio per dichiarazioni, spazio che avrebbe invece dovuto essere del 56/57%. La maggioranza si è cioè impossessata di un ‘tempo di parola’ di 1 ora e 15 minuti che sarebbe spettato alle minoranze.

I Tg della Rai si stanno così avviando a conformarsi ai quattro Tg di Mediaset, arcinota società privata. Ai microfoni di tg4, tg5, studio aperto e tgcom24, la maggioranza ha parlato per 17 ore e 53 minuti, la minoranza soltanto 6 ore e 25 minuti. Così la maggioranza ha occupato il 73,6% degli spazi e la minoranza ha potuto parlare soltanto il 29,5%. La destra ha così sottratto alle minoranze 4 ore e 10 minuti.

In sostanza dai Tg Rai e Mediaset non è garantita un’informazione equilibrata e il rispetto della parità di trattamento tra i soggetti politici, che tenga conto del grado di rappresentatività parlamentare e dell’autonomia editoriale e giornalistica. Si sta così instaurando un dominio della destra su tutte le televisioni che è una lesione al principio del pluralismo informativo sul quale sono fondate le democrazie.

Queste considerazioni riportano al dibattito sulla disciplina del sistema radio televisivo che si concluse con l’approvazione della legge Mammì (1990), la quale si limitò a consolidare il duopolio Rai – Fininvest. Allora la sinistra democristiana contrastò quella legge, fino al punto in cui cinque ministri del governo Andreotti si dimisero (Mino Martinazzoli, Sergio Mattarella, Calogero Mannino, Carlo Fracanzani e Riccardo Misasi). L’onorevole Guido Bodrato, allora vice segretario della DC, guidò quella battaglia con acute riflessioni, tuttora valide, sul rapporto tra pluralismo informativo e sistema politico. Vi sottopongo uno stralcio di un suo articolo che sintetizza il contenuto e il valore di una battaglia, da riprendere, a difesa della democrazia, della libertà, del pluralismo e anche dell’economia di mercato, contro le posizioni dominanti.

Guido Bodrato

Libertà di Stampa, pluralismo, democrazia

(La Discussione del 16/12/1989)

Con il graduale costituirsi della società contemporanea, si è venuto definendo anche il ruolo della stampa come “quarto potere”. La crescente complessità del sistema dell’informazione e dell’affermarsi della televisione hanno poi fatto parlare di “persuasione occulta” ed hanno messo in evidenza la capacità dei media di influire sulle scelte e sui comportamenti della gente. Si è infine richiamata l’immagine della “grande sorella”, proprio con riferimento alla pervasività della comunicazione televisiva, che in qualche misura ripropone l’idea totalizzante del “grande fratello” di Orwell, ma in una concezione meno negativa.

Il rapporto tra informazione e politica diventa così, specie con il consolidarsi della società dei consumi e con l’intreccio sempre più stretto tra potere economico e potere politico, sempre più ambiguo. La politica, quando prende la forma di un “regime”, s’impadronisce dell’informazione e la trasforma in propaganda; all’opposto il potere economico finanziario per affermare il proprio dominio nella vita politica, compra televisioni, quotidiani e settimanali e li piega al ruolo di strumenti che formano e gestiscono il consenso della gente, e che condizionano le decisioni del parlamento e del governo. Per questo motivo il pluralismo politico, che è l’essenza della democrazia rappresentativa, richiede il pluralismo dell’informazione; e per la stessa ragione, quando crollano i sistemi totalitari, insieme alla libertà politica rinasce anche la libertà di stampa.

Guardando al dibattito in corso sulle riforme delle istituzioni ritenute necessarie per rendere più efficiente una democrazia che rischia di degenerare in partitocrazia, diventa evidente lo stretto rapporto tra modello politico e modello informativo: ad esempio, si può sostenere che la cosiddetta “ democrazia plebiscitaria” (di cui è anche espressione il presidenzialismo) ha bisogno di essere sostenuta dalla concentrazione dei mezzi d’informazione. La questione del pluralismo dell’informazione diventa così di grande attualità e importanza; ma non la si può ridurre a una questione di convenienza, a uno scontro tra due “partiti trasversali” contrapposti nella lotta per la conquista del potere.

La scelta di Panetta conferma Bankitalia sulla linea della prudenza monetaria

Non è stata una sorpresa la designazione del nuovo governatore di Bankitalia. Il nome di Panetta girava da tempo e la scelta del Consiglio dei Ministri è giunta ieri, nel tardo pomeriggio, a mo’ di conferma di un orientamento che trovava larghi consensi in ambito politico. Nel centro sinistra è stato netto il plauso di Pierferdinando Casini: “Panetta è una nomina – ha scritto il senatore eletto come indipendente nelle liste del Pd – che fa onore all’Italia! Piena condivisione della scelta del governo”.

Con questa nomina, bisognosa di ulteriori passaggi di perfezionamento, si stabilizza l’indirizzo del vertice operativo dell’Istituto di Via Nazionale in favore di una poltica monetaria equilibrata. Ciò significa che la rappresentanza italiana in seno alla Banca centrale europea continuerà a svolgere un ruolo di contenimento delle spinte aggressive attribuite ai cosiddetti “falchi”, sostenitori nella BCE di una linea di rigore finanziario.

Ora, quali sono le procedure che porteranno all’insediamento di Panetta il prossimo 1 Novembre. al  termine cioè del mandato di Ignazio Visco?

In base allo Statuto della Banca d’Italia, la nomina del governatore avviene “con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore” della stessa Bankitalia. Così recita l’articolo 18 dello Statuto, precisando che per esprimere il suo parere il Consiglio superiore di Bankitalia “è convocato e presieduto dal componente più anziano in ordine di nomina e, a parità di nomina, di età“.

Il parere viene deliberato a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti del Consiglio.

Il governatore rappresenta la stessa Banca d`Italia “di fronte ai terzi in tutti gli atti e contratti e nei giudizi”. Lo statuto prevede che abbia competenze e i poteri riservati ai membri degli organismi decisionali della Bce previsti dal Trattato e dallo statuto del Sistema europeo delle Banche centrali.

Partecipa, in particolare, al Consiglio direttivo della Bce, dove vengono assunte le decisioni di politica monetaria dell’istituzione relative a tutta l’area euro (ad esempio sui tassi di interesse ufficiali).

Il governatore, inoltre “dispone, sentito il Direttorio, le nomine, le promozioni, le assegnazioni, i trasferimenti e gli incarichi del personale di grado superiore e nomina i direttori nelle sedi e nelle succursali. E “sottopone al Consiglio superiore le proposte di decisione”.

La Banca d’Italia è stata istituita nel 1893 e inizialmemnte a guidarla era il direttore generale con due vice, che formavano un Collegio di direzione. Lo statuto approvato nel 1899 abolì il Collegio di direzione e ridusse da 2 a 1 il numero dei vice direttori generali. Il nuovo direttorio fu istituito con la riforma statutaria del 1928 che prevede un governatore e, a lui subordinati, un direttore generale e un vice direttore generale.

Dal 1969 i vice sono tornati ad essere due.

A partire dalla riforma del 1928 si sono succeduti 10 governatori: Bonaldo Stringher (1928-1930), Vincenzo Azzolini (1931-1944), Luigi Einaudi (1945-1948), Donato Menichella (1948-1960), Guido Carli (1960-1975), Paolo Baffi (1975-1979), Carlo Azeglio Ciampi (1979-1993), Antonio Fazio (1993-2005) e Mario Draghi (2005-2011), Ignazio Visco (da fine 2011 ad oggi).

Settimana Sociale dei cattolici, trasformare il presente e liberare più bellezza.

È stato presentato nei giorni scorsi il programma della Settimana Sociale del prossimo anno. Si tratta di un appuntamento (Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro — 3-7 luglio 2024) che riveste molta importanza per capire come si orienta la comunità dei cristiani in Italia. Il percorso sinodale fa da sfondo a un incontro che si configura in termini di matura riflessione all’interno della realtà ecclesiale, con un richiamo esplicito al nuovo ruolo dei laici nel contesto sociale del Paese.  Nella nota che illustra l’iniziativa si fa preciso riferimento alla “scelta non casuale” della sede.  

“Trieste – si legge – è città di confine, proiettata verso l’Europa e aperta verso Est, con una presenza storica di tante Confessioni cristiane e religioni diverse; una terra segnata da divisioni politiche che ne hanno attraversato la storia, con luoghi che ricordano dove porta la negazione della democrazia, dalla Risiera di San Saba alle Foibe. “Vogliamo capire – spiega il Documento – qualcosa di più di questi confini che uniscono e dividono, di questa Europa e del suo sogno di pace tante volte tradito, del mondo che vi arriva a piedi – piedi feriti dal cammino e provati dalla fatica – dopo aver percorso le strade della guerra e della disperazione”.

La nota poi continua: “L’importanza dell’apertura alla multiculturalità e al pluralismo così come del dialogo sono richiamati in modo plastico dal logo, che raffigura dei baloon che si intrecciano: l’intersezione delle forme e dei colori crea una croce, simbolo delle radici e dei valori che sono alla base dell’appuntamento”.

A conclusione viene evidenziato il valore dell’aspetto grafico del manifesto. “La comunità – fattore chiave del cambiamento proposto – è invece rappresentata dall’immagine scelta per la 50ª edizione che, riecheggiando le grafiche degli anni ‘60, in particolare dell’optical art, utilizza elementi geometrici semplici per generare, grazie alla loro ripetizione, un grande cuore fatto di persone”.

Contro l’impostazione data a questa edizione si è scagliato Silvio Brachetta, direttore dell’Osservatorio Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, per il quale saremmo di fronte a un Convegno che riduce il cristianesimo a laboratorio. Si tratta, evidentemente, di una lettura sbilanciata in senso tradizionalista, da cui si ricava una nota di pessimismo, segno di una forte insofferenza dell’ala più conservatrice della Chiesa italiana.  

Testo del Documento preparatorio

https://www.settimanesociali.it/wp-content/blogs.dir/57/files/sites/61/2023/06/Settimana-Sociale_DocumentoPreparatorio.pdf

Forum di Padova, quale futuro per il Veneto (ex) bianco?

Ho partecipato alcuni giorni fa al forum organizzato a Padova da “Il Giornale del Veneto”, diretto dall’amico Dino Bertocco, sul tema: Civismo, Popolarismo, Sussidiarietà. Dopo la relazione iniziale, quanto mai coinvolgente, di Paolo Giaretta e la sintesi introduttiva di Bertocco, erano molto attesi gli interventi delle due ex ministre: Mariastella Gelmini (Azione–Calenda) e Elena Bonetti (Italia Viva-Renzi). Interpreti qualificate del pensiero cattolico, hanno entrambe esaltato l’impegno a ricomporre la più ampia unità tra le culture di ispirazione liberal democratica e riformista con quella, riconosciuta come fondamentale, della tradizione popolare.

Nel mio intervento ho evidenziato la positività di queste affermazioni, che hanno fatto seguito alle ultime svolte diCalenda, poiché superano quella che, con una certa ironia, avevo connotato come una sorta di “azionismo de noantri”, espressione di una cultura radicaleggiante anti cattolica e anti popolare, che, se fosse confermata, condannerebbe quell’esperienza a una condizione di permanente minorità.

Siamo alla vigilia di due importanti scadenze politico elettorali: le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo e di alcune realtà regionali, mentre tanto il terzo polo che la nostra frastagliata area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, sono accomunate dall’opposizione alla destra sovranista e nazionalista a dominanza di Fratelli d’Italia, e dalla distinzione e distanza da una sinistra oggi avviata sulla strada di una progressiva radicalizzazione, come confermato dal recente incontro  di Campobasso della Schlein con Conte e  Fratoianni.

Se l’obiettivo strategico è fissato sull’esigenza di un’alternativa concreta al governo della destra in Italia, i passaggi intermedi delle europee e regionali, favoriscono, col sistema proporzionale, una nostra possibile e doverosa  ricomposizione, premessa indispensabile per concorrere alla formazione di un più ampio centro plurale con le culture politiche liberal democratiche e riformiste come è emerso dal forum di Padova. Un autentico spartiacque della politica per noi veneti da cui intendiamo ripartire. Positivo ciò che si è avviato con la piattaforma popolare 2024 dagli amici Tarolli e D’Ubaldo.

Nella nostra Regione del Veneto stiamo vivendo un momento molto delicato del partito che dal 2010 ha assunto la guida del governo regionale. La Lega ha appena eletto segretario il giovane Stefani, battendo nettamente il pur bravo Manzato, espressione più vicina all’impostazione tradizionale del leghismo veneto, cui è mancato l’apporto indispensabile del gruppo dell’assessore Marcato, che aveva denunciato il clima di violenza in cui si erano svolti i congressi provinciali. Il caso delle dimissioni del sindaco leghista di Castelfranco veneto si aggiunge alle denunce di Marcato, per cui sembra si stia verificando la teoria paretiana delle volpi e dei leoni: le volpi leghiste della prima ora si sono lentamente trasformate in leoni che, certo dispongono del potere derivante dal controllo assoluto regionale e di molti enti locali, ma, come ha denunciato Marcato, difettano “nella testa, nei piedi e nel cuore”. L’assessore regionale padovano intendeva rilevare la carenza strategica e tattica del partito, il venir meno dell’impegno diffuso sui territori, e una passione civile che non è più quella dei tempi eroici della prima ora della Liga Veneta.

Credo vada fatta una seria riflessione sulla Lega Veneta, considerato che i cinquant’anni della vita regionale sono contrassegnati dagli oltre venti anni di egemonia della Dc(1970-1995), con l’intervallo della giunta Pupillo (1993-94), il quindicennio infausto di Galan (1995-2010), quello de “Il Veneto sono io”, e i tredici anni ( 2010-2023) del presidente Zaia, tuttora in atto.

Guai se riducessimo la nostra analisi a una semplificazione eccessiva del fenomeno leghista. Sarebbe utile un seminario sul Veneto a oltre cinquant’anni dall’istituzione regionale: dall’egemonia Dc a quella leghista (2010-2023), che segue i quindici anni di guida di Galan (1995-2010),  oggi insidiata dalla destra e con una partecipazione elettorale passata dal 94,6 % degli anni ’70 al 66,4 % degli anni’70, a poco più del 50% oggi.

Partiamo da una prima considerazione: il Veneto era bianco finché la società civile era bianca, e cioè dominata dalla cultura delle parrocchie. Quindi abbiamo conosciuto un mutamento sia nel contesto socio–culturale e religioso dei veneti che nel sistema politico elettorale. Dalla religione di senso comune all’autonomia del credere…Una commissione di studio da me coordinata, formata dai professori Nicola Berti (storico), Ulderico Bernardi(sociologo), e Ferrucio Bresolin, economista, fu voluta dalla Dc veneta a metà degli anni ’80, al verificarsi dei primi smottamenti elettorali verso la Lega, specie nell’area pedemontana del Veneto. Partiva dalla realtà artigiana, contadina e commerciale quel disimpegno dal voto alla Dc, identificata come responsabile di “Roma ladrona”.

La Lega, che assume l’egemonia-dominio dal 2010 in poi, non riesce tuttavia a imporre un proprio modello culturale,incentrato sulla primigenia idea della “veneticità”: il basso continuo, in senso metaforico, rappresentato dal cattolicesimo, nonostante i colpi subiti a causa della secolarizzazione, esercita ancora una discreta influenza, mentre  invece “il venetismo” della Lega si limita a mettere il cappello (ideologico) sulla vitalità linguistica e dei costumi popolari, che la società veneta continua ad esprimere.

Il ruolo della “famiglia impresa” dagli anni antichi e sino a oggi: dai metalmezzadri degli anni ’60-70, anche nelle nuove professioni, rimane la famiglia come centro di autofinanziamento e di risparmio. Osserviamo che, dopo oltre 2000 giorni dal referendum vinto per l’autonomia, si è ancora al surplace per l’autonomia differenziata, che vede scarse possibilità di concreta realizzazione.

Persa la battaglia per l’autonomia, cosa rimane, allora, se non alcuni valori originari discendenti dalla cultura familiare di origine bianca, in larga parte ereditata da molti dei dirigenti e quadri della Lega, che abbiamo personalmente sperimentato nell’appoggio ricevuto nella battaglia vinta dal comitato dei Popolari per il NO alla riforma costituzionale renziana? Credo che esistano le condizioni per una svolta nella politica del Veneto, se, come ci auguriamo anche dopo l’incontro di Padova, riusciremo a costruire un’ampia alleanza popolare, liberale, socialista e repubblican, ossia un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista che, anche in questa regione, sta erodendo consensi alla Lega e a ciò che rimane di Forza Italia dopo la scomparsa di Berlusconi, capace di rappresentare gli interessi e i valori di quel 50% di elettorato che anche nel Veneto è renitente al voto.

Un centro–terzo polo che, come confermato nei lavori del forum, non può ridursi a una rappresentazione tardo azionista, anticlericale e anti popolare, considerato che nel Veneto, ancor più che nel resto del Paese, la cultura dei Popolari e dei democratici cristiani – si pensi a Tomelleri eBernini, sino a Bottin e a Frigo – rimane una di quelle ancora vitali, nonostante l’impetuoso fenomeno della secolarizzazione e del relativismo etico, anche da noi così diffusi.

Costruire una visione di centro del cambiamento geopolitico in corso

L’attivismo sulla scena internazionale del presidente del Consiglio non risponde solo a una volontà di protagonismo della Meloni, ma in qualche modo riflette il peso che la geopolitica riveste in una fase di passaggio d’epoca come quella che stiamo vivendo. Parafrasando Ralph Nader, si potrebbe dire che se non ci occupiamo della politica estera, la politica estera si occupa di noi e i suoi effetti sono percepibili da tutti nella vita quotidiana.

La destra, dal canto suo, ha nell’idea di nazione la sua stella polare, che almeno in teoria, al netto di interessi contingenti, le permette di leggere gli avvenimenti su scala europea e globale, secondo una prospettiva ben definita e piuttosto percepibile dall’elettorato che tende a premiarla, come è successo nuovamente domenica scorsa in Grecia con il successo di Mitsotakis (che ha scelto di prestare giuramento religioso davanti a Sua Beatitudine Ieronimos II, capo della Chiesa ortodossa greca).

La sinistra d’altro canto, tende a vedere le società naturali, a partire dalla famiglia per arrivare fino alla nazione, più come un ostacolo per l’affermazione di una società senza radici culturali e “senza frontiere” ma a senso unico, nel senso che il mondo non dovrebbe opporre frontiere a un modello di società, e di governance, deciso e promosso da determinati ambienti ai vertici del potere occidentale. Un modello alla fine neocoloniale perché basato sul doppio standard dei giudizi, non attrezzato a esprimere adeguato rispetto verso culture e sistemi politici e istituzionali diversi da quelli occidentali. La sinistra mostra nei fatti di rifarsi ancora a una concezione tolemaica della geopolitica, dove l’Occidente occupa il centro rispetto agli altri sistemi regionali. Tuttavia, va tenuto presente che i leader attuali della sinistra –  Elly Schlein, perché è una insider del potere “americano”, Giuseppe Conte perché dà del tu al trasformismo – sembrerebbero esser ben posizionati rispetto a un possibile cambio di linea sull’evoluzione in atto del quadro internazionale, che inevitabilmente dovrà arrivare dal centro del nostro sistema, dagli Stati Uniti. Credo dunque sarebbe un errore considerare la sinistra come destinata a prolungare indefinitamente il proprio sostegno all’ancien régime. Non appena Washington avrà sdoganato il multipolarismo, ci si deve attendere che i leader del campo largo della sinistra saranno i primi e i più svelti a interpretare quell’atteso cambio di linea in Italia.

Il centro in Italia, a differenza che in Francia e ancora, fin che potrà reggere, in Germania, sembra tardare a uscire da una pluridecennale situazione di frammentazione e di personalismi, da una situazione da maionese impazzita, in cui i pur validi ingredienti costituiti dalle culture politiche di riferimento non riescono a produrre un’amalgama significativa per l’elettorato e per il Paese. Le prossime elezioni europee potrebbero costituire l’occasione giusta per mettere insieme non solo delle sigle, ma innanzitutto una visione di centro dei problemi geopolitici. La destra e la sinistra hanno una loro visione, anche piuttosto ben comprensibile all’elettorato. Mentre il centro fatica a ritrovarsi attorno ad alcune idee guida caratterizzanti. Tra queste idee da declinare nel contesto attuale vi è senz’altro quella della sussidiarietà come alternativa a anacronistiche e miopi visioni nazionali. Vi sarebbe inoltre, un’autostrada da percorrere, se solo si avvertissero le motivazioni per farlo, costituita dal problema di come ci poniamo, come Paese e come Occidente nei confronti degli “altri”, a cominciare  dall’ambito G20, il vero organismo politico globale. La tragica emergenza della guerra in Ucraina, non può farci dimenticare un più ampio problema aperto, costituito dal tipo di rapporto fra Occidente e Resto del Mondo, dove in questo secolo per le nuove proporzioni demografiche, geografiche, economiche il resto siamo diventati noi.

Il centro deve costruire e saper trasmettere all’elettorato, una propria visione delle relazioni internazionali improntata al realismo, alla gradualità, alla pari dignità e reciprocità con gli altri popoli e sistemi, al multilaterarismo possibile. Una visione adeguata al nostro secolo e capace di esprimere un’idea positiva di composizione dei contrasti ma soprattutto di affermare il prevalere di una logica win-win, di reciproco vantaggio sull’attuale miope via del confronto muscolare e sull’ossessione di ricercare sempre e comunque un nuovo nemico da combattere.

Così facendo, il centro può reagire alla sfida di Giorgia Meloni che ha denominato “Piano Mattei” la strategia italiana verso un continente che sta diventando protagonista sulla scena internazionale, l’Africa. Ma per poterlo fare occorre ritornare a Mattei per capire il nostro futuro. Il presidente del Sudafrica Ramaphosa, commentando la missione di pace africana per l’Europa, ha indicato nelle pressioni ricevute da un importante stato occidentale sui governi dei Paesi promotori, un ostacolo a cui tutti e sette gli stati hanno risposto nello stesso modo: non si accettano intromissioni. È questa la vera forza dell’Africa oggi. Sono sempre più i governi che chiamano cinesi, americani, russi, indiani, europei a collaborare per progetti di sviluppo alle loro condizioni, e stanno sparendo i governi che accettano di farsi corrompere dagli stranieri per svendere le ricchezze dei loro Paesi. Allo stesso tempo occorre prendere atto, anche alla luce della, reale o presunta che sia, rivolta in Russia, che lo schema che prevedeva la progressiva cooptazione nel club dei miliardari occidentali dei nuovi ricchi della globalizzazione, è fallito. Non solo in Russia, ma anche in Cina e in altri grandi Paesi emergenti. La gran parte di questi nuovi ricchi sono stati man mano “arruolati” alla causa dello sviluppo dei loro Paesi, anziché a quella dell’egemonia occidentale.

In conclusione, non sembra una missione impossibile quella di costruire un centro con una politica estera all’altezza delle sfide che pongono i nostri tempi. C’è solo da fare un salto di qualità genetico: passare dal primato di personalismi di piccolo cabotaggio al primato di una visione politica adeguata ai tempi.

Extreme challenge, tra vita e morte la sfida agguanta l’assurdo.

Se Ulisse fosse rimasto accanto al telaio di Penelope anziché partire alla ricerca di itinerari mitologici l’Odissea non sarebbe mai stata scritta e Omero si sarebbe soffermato a descrivere l’intimità della quiete domestica anziché il fascino dell’avventura e l’angoscia dell’attesa.

Le Odissee della post-modernità si caricano di pulsioni narcisistiche e di brividi dell’azzardo, immersi come siamo in una confusione indecifrabile tra virtuale e reale, le dimensioni umane nascoste soccombono di fronte al trionfalismo degli effetti speciali. Stockton Rush, A.D. di OceanGate il gestore di Titan aveva minimizzato i rischi dell’immersione: “La sicurezza è un puro spreco. Se vuoi rimanere al sicuro non ti devi alzare da letto, non devi andare in auto, non devi fare niente”: abbiamo visto in questi giorni come è andata a finire negli abissi dell’Atlantico l’esplorazione dei resti del Titanic. Da quando tecnologia e dotazione di mezzi informatici ci consentono di fare azioni un tempo impensabili siamo usciti dalle categorie fisiche spazio-temporali e da quelle razionali del controllo di sé e del dominio del mondo.

Non si può fermare il vento con le mani, cosi come non si può arrestare la corsa verso l’ignoto imperscrutabile dell’I.A., del metaverso, del web e di tutto ciò che crea situazioni imponderabili, incontrollabili, imprevedibili e irrazionali che superano la gestibile sostenibilità dell’insieme. La cartina di tornasole per leggere i fatti e le loro conseguenze è la crescita esponenziale della violenza che – secondo Vittorino Andreoli- finisce spesso per diventare sfuggente e inarrestabile distruzione. Influencer e creator sarebbero le nuove professioni che risolvono il problema dei giovani NEET: vendono il nulla e raccolgono milioni di follower coinvolgendoli con un effetto domino non solo come spettatori ma come attori dell’azzardo, la vita e la morte si giocano sul rimbalzo di una moneta, testa o croce. Sono i profeti, coloro che invitano a compiere determinate azioni. Ma chi li chiama in TV a spiegare le loro idiozie si rende complice della loro popolarità e dell’effetto emulazione che si diffonde: sono questi i nuovi eroi, gli Ulisse del terzo millennio? Direi decisamente il contrario: in genere si tratta di ragazzi viziati da genitori più immaturi di loro, che non hanno mai avuto il coraggio di dire un secco “no”, di educarli al senso della misura.

In genere soggetti privi di cultura ma depositari di luoghi comuni e suggestioni emotive irrazionali. Si sale su un tetto e si salta giù, ci si sdraia sui binari mentre passa un treno, ci si ubriaca o ci si droga fino allo sfinimento spesso in modo irreversibile perché si ingoia di tutto, per due gusci di noccioline o una macchia caduta su una scarpa si ammazza di botte un uomo, senza contare la caccia grossa ai clochard massacrati a calci e pugni, si spara in classe all’insegnante e ci si merita un bel nove in condotta, se invece la si pugnala e si è sospesi e bocciati monta l’indignazione parentale, con il challenge automobilistico si pone fine alla vita di un bambino – ma si tratta solo di una bravata, tutto poi si risolve- mentre su Tik Tok prende quota tra le ragazze il “sex roulette” che consiste nell’avere rapporti non protetti dal rischio dell’HIV/Aids: perde chi resta incinta.

Ma sarebbe ingiusto farne solo una questione generazionale: i delitti più efferati li compiono gli adulti, in genere si tratta di femminicidi, vere e proprie esecuzioni crudeli e premeditate, una vicenda rimuove mentalmente l’altra mentre si ripete il rituale di una magistratura spesso incerta sulle misure cautelari e la gente comune tacita la coscienza con le fiaccolate e le marce della pace. Come nel caso atroce di mamma Giulia e del piccolo Thiago che portava in grembo.

Negli USA nel giro di due giorni rispettivamente un bambino di due anni nell’Ohio ha sparato uccidendo la mamma incinta mentre nel Kentucky un bimbo di 7 anni ha fatto altrettanto con il fratellino di 5. Si tratta dell’ennesimo episodio: piccole creature innocenti che maneggiano armi incustodite e lasciate cariche in giro per la casa da genitori incoscienti. D’altra parte ricordo che da quelle parti a Natale i minori, in media a 7/10 anni, ricevono in dono “il primo fucile”. La diffusione delle armi è ormai inarrestabile ovunque, per latitudine e target di età e una domanda sorge spontanea: in via preventiva cosa deve fare la politica? La gente confonde il MES con il MEF, non ha molta fiducia nel PNRR ma è strabiliata, stordita, annichilita dal montare dell’odio sociale e del rancore.

I social stanno diventando la fogna virtuale che trasforma la vita reale in una gigantesca e confusa finzione. Con un anno come questo a ottobre il CENSIS avrà il suo bel daffare per tracciare un quadro sociale che comprenda la molteplicità dei fenomeni delittuosi, nella macroanalisi di cui è maestro sarà difficile ricomporre e spiegare le iperboliche allucinazioni a larga diffusione. Intanto, non c’è solo la ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica: c’è gente disperata per la povertà, la solitudine, l’indifferenza, l’ignavia di chi ci sta accanto. Tutto si decide in un attimo: farla finita risolve tutto, basta un ponte, un cavalcavia, una manciata di pastiglie. Nel mondo dei miraggi e degli effetti speciali, dominato dal dio-denaro e dal successo, si diffonde la psicosi del fallimento esistenziale. Eppure gira l’icona della famiglia felice intorno al desco o nei momenti di svago, sull’auto nuova, rigorosamente elettrica. Siamo ecologisti ma infelici, ci tagliano il cuneo fiscale ma non ce ne accorgiamo, il dissesto idrogeologico distrugge il lavoro di generazioni ma noi puntiamo sulla digitalizzazione senza accorgerci che abbiamo perso l’antico abc del vivere insieme.

Anche a scuola si commette il grave errore di pensare di educare i giovani all’uso degli algoritmi, ai test che non valutano, ai tablet che sostituiscono i libri, ai neologismi criptici che prendono il posto delle parole. Gli alunni di oggi sono candidati a diventare creator e influencer per alimentare nuove challenge. Ma a nessuno viene in mente che bisogna ripartire dai fondamentali?

Urge recuperare il culto della bellezza, la gioia di stare insieme, l’immersione nel gusto di imparare, la reciproca educazione sentimentale.

Per adesso siamo ancora persone, non avatar.

Una Cisl “più cislina” al tavolo del governo sulla previdenza

Agli occhi degli osservatori, la posizione della Cisl tende a rimarcare una linea di maggiore flessibilità rispetto al governo, non collimando con il movimentismo della Cgil. Ciò corrisponde alla fisionomia storica di sindacato pragmatico, legato alla contrattazione, geloso della propria autonomia. Tuttavia, il segretario generale Luigi Sbarra, giunto al suo secondo mandato e per ragioni di età non più ricandidabile alla guida dell’organizzazione, ha tradotto lo stile cislino in un canone di osservanza della politica del giorno per giorno, senza la necessaria tensione strategica.

Ora, mentre Landini è alla ricerca di una ragione che porti plausibilmente alla indizione dello sciopero generale, appare invece evidente come nelle stanze del quartier generale della Cisl questa prospettiva di radicalizzazionenon trovi facile udienza. A via Po, infatti, si preferisce incalzare la Meloni sulle risposte da dare ai problemi che sono sul tappeto. Si tratta di un  esercizio di concretezza che avrebbe bisogno comunque di uno sforzo maggiore di argomentazione. Uno sforzo cioè di elaborazione e approfondimento per strutturare in modo adeguato l’iniziativa sindacale.

Intanto ci si prepara al confronto sulla previdenza. “Èsicuramente un aspetto positivo (la convocazione dei sindacati, ndr) che risponde alle aspettative della Cisl”. Lo ha detto ieri il segretario confederale Ignazio Ganga alla vigilia dell’incontro al ministero del Lavoro. “Sarà necessario capire con che metodo si intenderà procedere – ha affermato – individuando platee e riscontri per rispondere alle aspettative di milioni di lavoratori e pensionati”.

Nelle parole del sindacalista s’insiste sulla necessità di una operazione-verità: “Considerato che è ripreso il tam tam sui costi salati della previdenza dovrà quanto meno essere risolto il tema della separazione tra questa e l`assistenza, rispetto al quale è operativo da qualche settimana un osservatorio ministeriale sulla spesa, che ci auguriamo faccia chiarezza al più presto per stemperare l`attuale clima di difficoltà a varare misure sostenibili in materia previdenziale”. E poi ha aggiunto: “Per quanto concerne le aspettative della Cisl, queste sono note e rimandano alla piattaforma unitaria e, quindi, alla necessità di dare risposte di maggior flessibilità in uscita dal mercato del lavoro; sostenere le donne con il ripristino delle regole della pensione con Opzione donna; riconoscere previdenzialmente il lavoro di cura; trovare una soluzione strutturale per la previdenza dei giovani e dei lavoratori che svolgono attività gravose e usuranti. Infine non bisogna trascurare il rilancio del secondo pilastro e la rivalutazione dei trattamenti in essere al costo della vita”.

In sostanza, il richiamo alla piattaforma unitaria (Cgil-Cisl-Uil) si sposa con la sobrietà della dichiarazione. Ignazio Ganga conosce il mestiere, sa quanto pesi la linearità di condotta nelle trattative, specie quando la controparte è il governo – e un governo guidato da una destra in cerca di un organico accreditamento sociale. Dunque, vale la pena vedere se con lui la Cisl…può dare di più.

Dibattito | La politica estera torni al centro come nella stagione di governo della Dc

Se c’è un elemento importante della Presidenza di Giorgia Meloni, al di là dei soliti attacchi personali e delle pregiudiziali politiche ed ideologiche della sinistra radicale ed estremista della Schlein e di quella populista dei 5 stelle, è quello di aver ridato spazio e dignità alla politica estera. Ovvero, inquadrare i problemi nazionali in un’ottica sempre più europea ed internazionale. Perché, come ovvio, è sempre più necessario collocare il nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale avendo però una precisa bussola politica e di orientamento. E Giorgia Meloni, sin dall’inizio del suo insediamento a Palazzo Chigi, ha pianificato una serie di iniziative diplomatiche e di relazioni politiche ed istituzionali con i principali paesi europei e mondiali con il preciso obiettivo di ridare prestigio ed autorevolezza al nostro paese. Certo, si tratta di una iniziativa che coltiva anche l’obiettivo di costruire uno schieramento politico europeo più congeniale agli orientamenti politici e culturali della Premier italiana. Ma, al di là di questo sacrosanto e legittimo obiettivo, è indubbio che si tratta di una impostazione che contribuisce anche a ridare prestigio e autorevolezza all’intera politica. Nel caso specifico, all’importanza della politica estera. E questo al netto delle differenze politiche e delle legittime e scontate convinzioni politiche, culturali e programmatiche di ciascun partito e schieramento.

Una iniziativa, questa, che non può non farci ricordare le migliori stagioni della politica italiana. Che non coincidono, come ovvio, con la decadenza e lo squallore della stagione populista, demagogica, anti politica e qualunquista di marca pentastellata. Mi riferisco, nello specifico, a quella stagione caratterizzata dai grandi statisti della Democrazia Cristiana che facevano della politica estera il nerbo centrale della strategia politica del partito e, soprattutto, della coalizione di governo di volta in volta. La politica estera, cioè, come elemento decisivo del profilo di un partito e come elemento caratterizzante di una alleanza politica. L’esatto opposto di quello che ha caratterizzato larga parte della cosiddetta seconda repubblica, soprattutto dopo l’esplosione della sub cultura populista e anti politica. Del resto, era consuetudine per tutti i grandi partiti popolari della prima repubblica, in particolare della Dc, del Pci e del Psi, di iniziare ogni riflessione politica partendo sempre dai temi riconducibili alla politica estera. E non c’era corso di formazione, dibattito politico, congresso di partito o convegno di corrente che non partisse, appunto, dalle grandi tematiche della politica estera. E proprio l’esperienza della Dc e delle sue correnti, al riguardo, è stata esemplare. Una esperienza che era segnata e caratterizzata dalla politica, dalla sua capacità di elaborazione progettuale, dall’essere espressione di una cultura politica e, non ultimo, da una visione e da un progetto di società. E ciò era possibile nella misura in cui era chiara la collocazione strategica del nostro paese nello scacchiere mondiale e il nostro rapporto con l’Europa e gli altri paesi europei. Cioè l’esatto opposto del verbo e della sub cultura populista grillina.

Ecco perché l’iniziativa di Giorgia Meloni non può essere considerata banale, propagandistica o fuorviante come recita la vulgata della sinistra estremista, radicale e populista. Può rappresentare invece, e al contrario, e nel rispetto delle varie opinioni in campo, un tassello fondamentale per ridare qualità all’intera politica e credibilità alle nostre istituzioni democratiche.

Dibattito | È possibile legittimare il regionalismo differenziato?

Ad iniziativa del giovane segretario provinciale del PD di Trapani, Domenico Venuti, si è tenuto nei giorni scorsi ad Alcamo un interessante convegno sul Regionalismo differenziato in cui la tesi di fondo emersa tra i relatori chiamati a dibattere il tema (gli onn. Barbagallo, Piro, Safina, il sottoscritto e, naturalmente, Venuti) non ha oscillato tra l’approvazione incondizionata della riforma “Calderoli” ed il suo netto rifiuto ma si è attestata su una posizione più interessante ed equilibrata. Il regionalismo differenziato –è stato detto- non è di per sé una risposta sbagliata alla domanda di riforma del regionalismo storico. Ma sbagliato è il come tale modello di istituzionalismo asimmetrico (previsto dall’art. 116, 3° comma, Cost.) si è voluto attuare finora da parte di alcune Regioni e del Governo nazionale.

A partire dalle famose leggi del Veneto nn. 15 e 16 del 2014 (con le quali si ponevano quesiti referendari del tipo: “Vuoi che una percentuale non inferiore all’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti all’amministrazione centrale venga utilizzata nel territorio regionale in termini di beni e servizi?”; “Vuoi che la Regione mantenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale?”;etc.) che miravano ad utilizzare la maggiore  autonomia  per consentire alla Regione (fra le più ricche!) di aumentare i propri poteri economici puntando a recuperare e mantenere per sé il surplus di gettito fiscale determinato dal reddito prodotto nel proprio territorio grazie agli investimenti che l’intero Paese vi aveva fatto in tempi diversi. Per venire alla narrazione che giustificava la richiesta dell’ampliamento dei poteri regionali con ragioni di presunta efficienza ed economicità di gestione delle funzioni e dei servizi connessi alle materie richieste senza, però, mai indicare criteri e parametri per verificare la corrispondenza alla realtà delle situazioni organizzative o dei dati di bilancio. Per arrivare, infine, al ddl “Calderoli” che afferma che per attribuire alle Regioni a statuto ordinario “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” relative a materie o ambito di materie riferibili ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale è necessario determinare i “relativi livelli essenziali delle prestazioni” (LEP) per favorire un’equa ed efficiente allocazione delle risorse e il pieno superamento dei divari territoriali nel godimento di dette prestazioni. Soltanto che poi collega i LEP ed i relativi costi e fabbisogni standard, per la loro “copertura” finanziaria, alla legge dello Stato legata a sua volta al principio di invarianza di bilancio. Il che significa che, così impostata, la pregiudizialità dei LEP rispetto al trasferimento  delle funzioni si fermerà alla loro semplice determinazione rinviando sine die la loro effettiva realizzazione.

A ciò bisogna, inoltre, aggiungere che il ddl “Calderoli” manca completamente di delineare quali siano i “confini” di quello che le Regioni possono chiedere: “se tutte le materie tout court o soltanto specifiche funzioni sulla base di motivate ragioni di contesto per ciascuna materia e non già di generiche dichiarazioni di maggiore efficienza delle Regioni” (F. Cerniglia, Autonomia differenziata in Il Sole 24 Ore del 31 maggio 2023). Con la conseguenza che, se una Regione come ha fatto il Veneto rivendicasse il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia per tutte le venti materie di legislazione concorrente, verrebbe travolto il disegno costituzionale del regionalismo perché le varie materie diventerebbero tutte di potestà legislativa esclusiva: dello Stato o delle Regioni e quindi trasformerebbero l’ordinamento da regionale in federale. Rompendo così l’unità giuridica ed economica della Repubblica. E tutto ciò proprio quando a più di vent’anni dalla riforma del titolo V della Costituzione, alcune delle materie assegnate pure alla competenza delle Regioni -come le “grandi reti di trasporto e di navigazione”, la “produzione, (il) trasporto e (la) distribuzione nazionale dell’energia” e il “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”– andrebbero riportate sotto l’ombrello esclusivo della competenza dello Stato.

Ed, in ultimo, bisogna ricordare il ruolo che questo disegno di legge governativo riserva al Parlamento sia in ordine alla determinazione dei LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard che al procedimento di approvazione delle intesefra Stato e Regioni. In entrambi i casi si tratta di procedure confuse che alla fine, però, ruotano intorno al rapporto verticistico fra gli esecutivi dello Stato e delle Regioni. Ignorando le Camere, relegate al ruolo marginale di organismi consultivi che esprimono un parere non vincolante sullo schema di intesa preliminare fra Stato e Regione e quando sono chiamate ad approvare la legge non hanno alcun potere di emendamento:devono votare si o no e basta! Così come non possono fare altro che esprimere un parere sui LEP elaborati da una Commissione tecnica e “determinati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”. Per non dire, infine, della Commissione paritetica Stato-Regioni, costituita interamente da rappresentanti dei governi nazionale e regionali, che avrà il potere di determinare le risorse umane, strumentali e finanziarie necessarie all’esercizio da parte delle Regioni delle “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Insomma, un colpo di spugna a tutte le garanzie e tutele costituzionali ed un vulnus irreparabile alla democrazia.

Evidenziato e stigmatizzato con nettezza questo falso approccio, un pò tutti i relatori hanno invece sottolineato che il regionalismo differenziato potrebbe rappresentare una ben diversa prospettiva. Addirittura, secondo alcuni, lo strumento per realizzare un regionalismo moderno la cui finalità non è certamente quella di creare diseguaglianze o disparità di trattamento tra i cittadini ma di valorizzare le differenze dei territori e delle comunità per concorrere al meglio alla costruzione dell’unità repubblicana. Non solo. Ma potrebbe addirittura costituire, secondo il  segretario Venuti, l’avvio della grande riforma dello Stato che il nostro Paese attende dalla legislazione costituzionale del 1999/2001 e che costituirebbe anche un forte impulso alla trasformazione dell’Europa da Unione di Stati in vera Comunità di Popoli. In termini espliciti, secondo la mia interpretazione, funzionalizzando in sostanza il regionalismo differenziato alla costruzione di macroregioni nazionali e, soprattutto, europee.

Perché è bene sapere che il regionalismo italiano ha dovuto subire fin dal suo ingresso in Costituzione (art. 131) una costrizione in confini impropri, seppure tradizionali, dettati dalla necessità di evitare di rivivere pericolose memorie storiche faticosamente superate nel tempo e di accogliere le richieste di ispirazione populista formulate dai partiti che in Assemblea costituente invocavano Regioni ancora più piccole, di quelle “storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni statistiche”, per farle corrispondere agli interessi dagli stessi rappresentati. Il che implica chiaramente che la possibilità (ex art. 116, 3° comma, cost.) di attribuire alle Regioni ordinarie “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” va connessa non ad una qualsiasi generica motivazione ma ad una precisa prospettiva di ampliamento territoriale per farne uno strumento di riattualizzazione delle funzioni, delle reti e dei servizi che le Regioni riterranno di dover gestire in comune con altre Regioni (art. 117, 8° comma, cost.) e, contestualmente, ad un innovativo principio di coesione geo-politica per farne una modalità di superamento dei “confini fra gli Stati-membri” al fine di rendere più efficace l’azione che veda come protagoniste aree territoriali contigue, accomunate da problematiche simili.

In conclusione, l’unica ragione per legittimare il regionalismo differenziato, secondo le interessanti considerazioni emerse da questo convegno, è quella di finalizzarlo alla costruzione di strategie macroregionali frutto di iniziative innovative di concertazione, collaborazione ed integrazione, che non si fermino però ai confini dei territori del nostro spazio nazionale ma coinvolgano le aree limitrofe dei Paesi viciniori che condividono gli stessi problemi, ad esempio, ambientali e le stesse opportunità di sviluppo. Come dimostrano le prime esperienze macroregionali (la Adriatico-Jonica e la Alpina, per non dire di una terza iniziativa del Mediterraneo, finora rimasta però sulla carta) che hanno viste interessate alcune Regioni italiane. Esperienze che, se pure non costruite come un nuovo livello istituzionale, si configurano come strategie di governance (ex Risoluzione del Parlamento europeo A7-0219/2012) per garantire la partecipazione delle autorità regionali e locali alle politiche di cooperazione europea, formando una sorta di rete dove annodare le politiche che costituiscono i settori portanti di una crescita economica intelligente e sostenibile.

Prigozhin ritorna al suo posto ma la Russia si scopre più debole

Nelle cancellerie internazionali girava la voce di un possibile attacco alla leadership di Putin. Secondo il New York Times l’intelligence americana aveva raccolto informazioni precise. Il colpo di scena c’è stato ma dalla marcia su Mosca al dietrofront il passo è stato fin troppo breve: nell’arco di poco più di mezza giornata la “ribellione militare” – questo il capo d’accusa russo – di Yevgeny Prigozhin e della Wagner sembra essersi al momento esaurita senza tuttavia che siano chiare le esatte circostanze – e la durata – di questo esito a dir poco rocambolesco.

Annunciata ieri notte, la ribellione era iniziata con l’attraversamento della fortiera russa e l’arrivo a Rostov sul Don, confermato solo nelle prime ore della mattina in Italia; una posizione strategica, sia perché vi si trova il comando del distretto militare meridionale russo – e il principale hub logistico delle forze di Mosca impegnate in Ucraina – sia perché, con un milione di abitanti, non è un bersaglio attaccabile dall’esercito regolare senza conseguenze politiche gravissime per il Cremlino.

E il Cremlino ha rotto il silenzio solo alle 9 del mattino, in un breve discorso in cui Putin ha parlato di “pugnalata alla schiena” e di “tradimento”, richiamandosi alla Prima guerra mondiale piuttosto che alla seconda, e minacciando di farla pagare ai responsabili, Prigozhin in primis. Tuttavia, lareazione pratica delle autorità moscovite si è concretizzata nel rafforzamento delle misure antiterrorismo e poco altro: le colonne della Wagner sono perciò avanzate praticamente indisturbate (“senza versare neanche una goccia di sangue”, dirà poi Prigozhin) fino ad arrivare a 200 chilometri dalla capitale. Parallelamente, è partito il negoziato con il presidente bielorusso, Aleksander Lukashenko, con l’esito favorevole arrivato nel pomeriggio: il dietrofront di Prigozhin, “per non versare sangue russo”. Il Cremlino non ha commentato, né lo stesso Prigozhin ha fornito chiarimenti in merito ad eventuali garanzie sulla sua sicurezza personale. Men che meno sul quadro d’insieme di questa repentina contromanovra.

Secondo alcune testimoninze locali le forze della Wagner stanno quindi preparandosi a lasciare Rostov, ma quanto potrà durare questa situazione di calma apparente rimane ancora un mistero. È soprattutto difficile capire se Putin conservi intatto il suo potere. Dietro la mediazione di Lukashenko c’è indubbiamente la regia del Cremlino e dietro la ritirata di Prigozhin la conferma di un equilibrio di potere che poggia sul ruolo forte dei “nemici” del capo della Wagner, in primo luogo di Sergei Shoigu, ministro della difesa. E su tutto domina l’interrogativo in ordine agli sviluppi della guerra, perché nel frattempo, quale che sia il contraccolpo del mezzo golpe fallito, resta lontana la speranza di un cessate il fuoco.

AsiaNews | Lo scontro nel mondo ortodosso russo sul pacifismo ecumenico

…si moltiplicano le “radiazioni canoniche” di membri del clero russo, con l’accusa di “eresia pacifista”, la risposta di Kirill a chi dal resto del mondo ortodosso lo indica come sostenitore del “filetismo”, l’identificazione della religione ortodossa con la causa nazionale, che Costantinopoli aveva condannato nella prima metà dell’Ottocento per contrastare i movimenti di rivolta contro l’impero ottomano. Allora a essere tacciati di eresia erano stati i greci e i bulgari, che aprirono la strada all’accettazione del principio etnico della “Chiesa nazionale”, poi diventato il sistema organizzativo di tutte le Chiese ortodosse. In realtà il principio era stato introdotto dai russi fin dalla proclamazione del patriarcato della “Terza Roma”, la vera origine dell’eresia filetista.

Non può quindi sorprendere che Kirill si scagli contro il pacifismo “ecumenico”, che nega non soltanto l’appoggio alla “operazione militare speciale” in Ucraina, ma le fondamenta stesse della ideologia ecclesiastica russa. Del resto, questa discussione aveva infiammato gli animi di tutta la Russia agli inizi del Novecento, quando venne lanciato l’anatema contro Lev Tolstoj, lo scrittore più religioso-umanista, e anticlericale allo stesso tempo, di tutta la letteratura russa. Il 22 febbraio 1901 l’autore di Guerra e Pace fu scomunicato dal Sinodo della Chiesa, allora senza patriarca, sotto la presidenza del ministro zarista del culto (oberprokuror) Konstantin Pobedonostsev, il “Torquemada” russo della disperata difesa della Santa Russia poco prima delle rivoluzioni. Si dimise infatti poco dopo, nel 1905, dopo un’insensata guerra della Russia contro il Giappone, che tanto ricorda l’attuale rovinosa campagna in Ucraina: i russi pensavano di sottomettere l’impero del Sol Levante in una settimana, rimanendo bloccati tra le isole e i porti per settimane, prima di soccombere all’intrepida controffensiva giapponese. Anche allora, una buona parte dei soldati e marinai russi era costituita da ex-detenuti inviati a forza dai lager a redimersi nella guerra, che non seppero opporre alcuna resistenza ai samurai, essendo in buona parte in preda ai fumi dell’alcool, come i soldati russi di Bakhmut e Kherson.

Alla guerra rovinosa fece seguito la prima rivoluzione russa, annunciata fin dal mese di gennaio dalla manifestazione popolare guidata dal pope Gapon, un sacerdote di simpatie socialiste che aveva chiesto a tutti i gruppi di togliere le bandiere e le scritte politiche e polemiche, avanzando verso il palazzo d’Inverno innalzando le sacre icone processionali. Gapon voleva che lo zar Nicola II scendesse a incontrare il popolo, e sarebbe bastata una sua apparizione per accontentare le folle, ma i generali e i parenti avevano convinto lo zar a rifugiarsi nel castello di Tsarskoje Selo, lontano da San Pietroburgo, e aprirono il fuoco sulle masse dei pacifici dimostranti disarmati. Il governo dichiarò 130 morti, altre fonti ne contarono tra i 600 e i 2000, e fu l’inizio della fine del regime zarista.

Lo scomunicato Tolstoj alzò la sua voce contro le stragi, affermando anche che “mai le persecuzioni religiose furono così frequenti e feroci come oggi”, e fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di “eresia tolstojana”. Lo scrittore aveva in effetti ispirato una nuova variante di religione pacifista, chiamata appunto tolstojanstvo e spregiativamente tolstovščina, proprio il termine utilizzato in questi giorni da propagandisti e predicatori putiniani per esporre al pubblico ludibrio i preti contrari alla guerra. Lo ieromonaco Afanasij (Bukin), che era in servizio alla missione russa a Gerusalemme, era stato allontanato lo scorso febbraio, quando si era espresso contro l’operazione militare in occasione del suo primo anniversario. In questi giorni ha spiegato su Facebook di essere stato ridotto allo stato laicale dal tribunale ecclesiastico con motivazioni estremamente aggressive, come recita la sentenza: “il chierico ha tradito il giuramento ecclesiastico e le regole apostoliche, con motivazioni ancora più depravate, non solo per le parole espresse, ma per il rifiuto a sottomettersi all’autorità ecclesiastica”.

Un altro ieromonaco, padre Jakov (Vorontsov), ha spontaneamente abbandonato la metropolia ortodossa russa del Kazakistan, prima di essere a sua volta cacciato, affermando delle autorità ecclesiastiche che “il Maligno si è impossessato dei loro cuori, che ormai sono incapaci di distinguere il bene dal male… possibile che i santi russi abbiano compiuto invano i loro grandi miracoli e sacrifici? Possibile che la cultura russa sia diventata terreno fertile per la crescita dell’Anticristo? Io credo di no, e confido nei tanti russi che non vogliono la guerra, anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente”.

Non è un caso che a parlare chiaro siano dei monaci, per lo più in sedi periferiche. La maggior parte dei loro confratelli vive infatti in comunità guidate da fedeli esecutori delle direttive patriarcali, e il clero parrocchiale è frenato dalle numerose famiglie, essendo uxorato per tradizione. La grande maggioranza dei preti deve proteggere i tanti figli, molti dei quali proseguiranno la missione dei genitori, diventando a propria volta popy e popady, preti e mogli di preti, secondo le “tradizioni di casta” restaurate dopo l’inverno sovietico. Del resto, anche sotto il regime ateista erano le poche famiglie sacerdotali a conservare la fede ortodossa, tanto che lo stesso patriarca Kirill è figlio e nipote di preti.

Uno dei pochi sacerdoti che ha avuto il coraggio di rischiare anche i destini della propria famiglia è il parroco di Kostroma, 500 chilometri a nord di Mosca, Viktor Burdin, chiamato anche il “Savonarola di Kostroma”. 51 anni, sacerdote dal 2015, all’inizio era il vicario della chiesa del villaggio di Karabanovo, il cui parroco era uno storico dissidente religioso anti-sovietico, padre Georgij Edelštein, oggi 91enne, con il quale ha firmato diverse lettere di protesta già prima dell’invasione dell’Ucraina, e fu tra i promotori della lettera di 300 sacerdoti dopo l’inizio dell’operazione. Anch’egli è ormai ridotto allo stato laicale, con l’accusa formale di “pacifismo menzognero” o “pseudopacifismo”, da distinguere da quello “autentico” che definisce la pace secondo gli interessi del popolo russo e delle vittime del “genocidio ucraino nel Donbass”, secondo il verbale patriarcale della sua condanna.

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Per leggere il testo integrale

https://www.asianews.it/notizie-it/L’eresia-pacifista-dell’Ortodossia-russa-58659.html

La Gaudium et spes alla luce delle parole di Mons. Paglia

“È un testo straordinario e ancora oggi ispirante”. Così Mons. Vincenzo Paglia, vescovo tra i più vicini a Papa Francesco, in un lungo articolo apparso sull’Unità (tornata da poco in edicola) del 22 giugno scorso ha definito la Gaudium et spes. Perché è un testo straordinario? Possiamo metterla,in questo modo. Proprio nel cuore del Concilio Vaticano II, nel lontano dicembre del 1965, una voce risuonò potente all’interno delle mura vaticane. Era appunto la Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, un testo audace e coraggioso che avrebbe gettato un ponte tra la millenaria Tradizione cattolica e la realtà tumultuosa del ventesimo secolo.

In effetti, a distanza di quasi sessant’anni continua ad essere la traccia fondamentale per comprendere l’identità e la missione della Chiesa nel mondo, rappresentando una sorta di manifesto di apertura al dialogo con la società contemporanea, con una visione profonda e umana della fede cristiana. È l’esortazione alla Chiesa a immergersi nel mondo, a conoscere e comprendere le gioie e le speranze, le angosce e le tristezze degli uomini di ogni tempo e luogo. Non a caso si afferma che la Chiesa è chiamata ad essere il “sacramento di unità del genere umano” e a costruire ponti di dialogo e collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. Questa apertura al mondo non significa però un abbandono delle proprie radici o dei propri valori. Al contrario, si sottolinea che la Chiesa deve portare avanti la sua missione evangelizzatrice senza timore, testimoniando la bellezza e la verità del Vangelo in un contesto culturale e sociale in continua evoluzione.

La Costituzione affronta anche questioni cruciali come la dignità umana, la pace, la giustizia sociale, la famiglia e il lavoro. Con questo si ribadisce che ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha diritto a essere rispettato e tutelato in ogni fase della sua esistenza. In un mondo segnato da conflitti e disuguaglianze, la Chiesa è chiamata a promuovere la giustizia e la pace, lavorando per la costruzione di una società più equa e fraterna. Siriconosce, per altro, l’importanza fondamentale della famiglia come cellula base della società. La famiglia è un dono di Dio e deve essere sostenuta e protetta, in quanto luogo privilegiato di amore, educazione e crescita umana. La Chiesa si fa carico delle sfide che le famiglie affrontano nel mondo moderno, offrendo sostegno e orientamento, promuovendo la centralità dei valori morali e spirituali all’interno delle relazioni familiari.

In più, la Gaudium et Spes riconosce il valore e la dignità del lavoro come strumento di realizzazione personale e contributo al bene comune. I cristiani allora si impegnano – e ciò suona come vivo incoraggiamento – a sostenere i lavoratori e a promuovere una giusta distribuzione delle risorse, affinché ogni individuo possa vivere dignitosamente e sviluppare appieno le proprie potenzialità. Dunque, nelsuo messaggio profetico e attuale la Costituzione ci ricorda che la Chiesa non può chiudersi in se stessa, scegliendo di vivere in una torre d’avorio. Essa è chiamata piuttosto a uscire, a incontrare le persone nelle loro realtà concrete, a comprendere le loro sfide e a offrire una risposta ispirata alla fede e alla carità. Sono le premesse, a voler semplificare il discorso, delle “linee guida” del Pontificato di Francesco.

Questo documento che abbiamo definito rivoluzionario ha aperto le porte alla rinnovata missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, incoraggiandola a essere una presenza attiva e responsabile nella società. Senza dimenticare, per giunta, che ha ispirato numerosi movimenti di impegno sociale e di promozione umana, spingendo i fedeli ad essere testimoni di speranza e agenti di trasformazione sociale. Tuttavia, non possiamo ignorare che alcune sfide del mondo contemporaneo si sono intensificate nel corso degli anni. La globalizzazione, le disuguaglianze economiche, le crisi ambientali e le nuove sfide etiche richiedono una risposta sempre più urgente da parte della Chiesa. La Gaudium et Spes ci invita a non avere paura di affrontare queste sfide, a cercare soluzioni creative e a promuovere un autentico sviluppo integrale che tenga conto della dignità della persona e della salvaguardia del creato. In un’epoca in cui l’individualismo e l’egoismo sembrano prevalere, giova ricordare che la vera felicità si trova nel dono di sé agli altri, nell’amore fraterno e nel servizio disinteressato. La Chiesa è chiamata ad essere una presenza luminosa nel mondo, annunciando la buona notizia del Vangelo e portando speranza ai più deboli e bisognosi.

Occorre pertanto superare i confini e le divisioni, dialogare con rispetto e ascolto reciproco, costruire ponti di fratellanza e a lavorare insieme per il bene comune. Da ciò deriva, in conclusione, che la Gaudium et Spes ha rappresentato e rappresenta tuttora una fonte d’ispirazione importante per la comunità dei credenti. Essa ci ricorda che la fede cristiana non può rimanere separata dalla realtà quotidiana, ma deve permeare ogni aspetto della nostra vita e del mondo in cui viviamo. È un messaggio “ispirante”, stando insomma alle parole di Mons. Paglia, che sollecita i cristiani a prendere sul serio la sollecitazione a camminare insieme, come popolo di Dio, nel complesso scenario del mondo contemporaneo, portando la speranza e l’amore di Cristo a tutti coloro che incontriamo lungo il cammino.

Aria di putsch militare a Mosca per l’attacco del capo della Wagner

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La presa di posizione di Prigožin come capo della Wagner, la milizia che conduce le operazioni più spregiudicare in Ucraina, apre uno scenario di tensioni al massimo livello, con possibili ripercussioni sugli equilibri politici del Cremlino. Nelle ultime settimane ambienti della Nato avevano registrato una sorta di accerchiamento politico militare di Putin. In queste ore si rincorrono voci di ‘colpo di Stato’ per le quali anche l’annuncio di un discorso alla nazione, previsto in mattinata. E’ la dimostrazione di quanto il Presidente sia in difficoltà.

Non sembra che l’iniziativa di Evgenij Prigožin, per la verità ostile ai vertici militari più che a quelli politici, sia isolata come si tende ad accreditare a Mosca. La situazione potrebbe precisare da un momento all’altro:

Il sindaco di Mosca – come riferisce AscaNews – Sergei Sobyanin ha annunciato che in città sono in corso “misure antiterrorismo”. In relazione alle informazioni in arrivo, riferiscono le agenzie russe, a Mosca vengono prese misure antiterroristiche volte a rafforzare le misure di sicurezza: controlli aggiuntivi sulle strade, possibili limitazioni agli eventi pubblici.

Nella notte sulle strade della capitale sono stati visti e filmati veicoli blindati ma stamattina le agenzie di stato hanno negato il dispiegamento di carri in città. Secondo i media ufficiali, le truppe antisommossa OMON sono in stato di allerta a Mosca, “le autorità statali e le strutture di trasporto sono state prese sotto state poste sotto innalzata protezione”.

Pd, la storia a volte si ripete. La sinistra di oggi come il vecchio Pci.

Scrivevamo su queste colonne nei giorni scorsi che il Pd non è più il vecchio Pci. Considerazione ovvia e persino scontata per una pluralità di motivi. Ma è indubbio che la foto pubblicata sui giornali che arriva da Campobasso e che inquadra Schlein, Conte e Fratoianni attorno ad un caffè – cioè la sinistra radicale e massimalista, quella populista e quella estremista – è la dimostrazione plastica che nella politica italiana cambiano gli addendi ma non la somma complessiva dell’addizione. Detto in altre parole, i numeri elettorali del vecchio Pci corrispondono in modo quasi plastico alla somma delle varie sinistre oggi in campo. È una riflessione, questa, abbastanza semplice ma significativa nella sua essenza. Ovvero, il campo della sinistra nelle sue multiformi resta quasi sempre lo stesso. Certo, cambia il profilo e la natura delle forze politiche ma c’è una costante, che oserei definire storica e strutturale, che ci porta ad una conclusione persin oggettiva se non addirittura scientifica: il perimetro elettorale della sinistra resta sempre quello.

Eppure c’è una differenza fondamentale in questo confronto storico. E cioè, il vecchio Pci era una chiara forza di opposizione ma con una spiccata cultura di governo. E, soprattutto, affondava le sue radici in un sistema ideologico definito ed organico. Ovvero, lo schema marxista e leninista/ gramsciano. Altri tempi, altra classe dirigente, altri riferimenti valoriali e culturali, altro progetto politico e altra prospettiva politica. Ma, oggi come allora, con lo stesso bacino elettorale. Con l’aggiunta che più si radicalizza lo scontro politico e più si rafforza e si consolida quello spazio elettorale. E il trio inquadrato a Campobasso ne è la conferma, lo ripeto, persino plastica. Oggi Schlein, Conte e Fratoianni rappresentano tre sinistre che hanno un altro elemento in comune rispetto al passato: e cioè, una scarsa cultura di governo. E che fanno della radicalizzazione politica e della polarizzazione ideologica la loro ragion d’essere. Il tutto condito da un collante populista e demagogico che nega alla radice qualsiasi possibilità di estendere quel campo ad altre culture politiche, ad altri settori sociali e, soprattutto, ad altri mondi vitali che semplicemente non si riconoscono in quella tenaglia ideologica e massimalista. Ma, al contempo, non si può negare che c’è un filo rosso che lega oggi quelle tre formazioni politiche rappresentato da un comune quadro valoriale, culturale e quindi pre politico. E proprio l’elezione della Schlein alla guida del Pd ha confermato questo assunto. Ovvero, un mix di radicalismo, di estremismo e di populismo che, indubbiamente, rappresenta un settore consistente e significativo della società italiana ma, altrettanto oggettivamente, largamente minoritario rispetto al resto del consenso elettorale.

Ecco perchè, a fronte di questa straordinaria somiglianza del potenziale bacino elettorale tra il vecchio Pci e l’attuale sinistra estremista, radicale, populista e massimalista, tutti coloro che non si riconoscono o semplicemente non sono riconducibili a quell’universo valoriale e politico hanno il dovere di organizzarsi e, al contempo, di affinare la propria offerta politica e progettuale. E, per restare ai confronti con la prima repubblica – anche se con un pizzico di forzatura ma comunque con un fondamento più che reale – chi si riconosceva nei valori, nei principi, nelle politiche e nel progetto del cattolicesimo politico, sociale e democratico difficilmente può convivere e convolare a nozze con gli alfieri contemporanei del radicalismo, dell’estremismo, del massimalismo e del populismo. Per una questione di coerenza politica e di lungimiranza culturale e non di pregiudizio moralistico o di semplice convenienza personale o di gruppo.

La maggioranza di governo alle prese con le sue fragilità

La politica italiana è solo una idea, un’eco che viene da un tempo dove c’erano cittadini organizzati dai partiti, una fitta rete di rappresentanza di interessi, sindacati non assorbiti dal sistema dispensatore di gratifiche, un associazionismo espressione alta di socialità.

Oggi tutto questo non c’è più. Anche i ricordi si appannano e si disperdono. L’architrave su cui si era garantito lo sviluppo nella libertà e nella democrazia, dopo il secondo dopoguerra, cede. Luci e ombre proprie del vivere civile non hanno impedito che le grandi idee si affermassero e le istituzioni di rappresentanza democratica fossero i garanti dello sviluppo civile. Il logoramento della Politica parte da lontano e oggi siamo a un “giro di boa”.

Quando le fondamenta di una costruzione si indeboliscono, non ci sono accorgimenti per frenare il crollo. Così come non è bastata la maggioranza di voti conquistata dal centro destra nelle ultime elezioni del 25 settembre a rendere coesa una coalizione e consapevole degli obiettivi da raggiungere. Quando non c’è la Politica, forza generatrice di scelte, essendo essa sostituita dalla gara di presunti eroi,tutto è risucchiato in un personalismo che produce schiere di individualità. Quando una maggioranza di governo si astiene dal partecipare ai lavori della Commissione Esteri chiamata ad esprimersi sul Mes e il primo voto sul provvedimento di ratifica passa con i voti della opposizione, siamo al disastro politico.

Quando Salvini declassa il parere reso dal Ministro della Economia Giorgetti – per altro del suo partito – a parere tecnico, negando valenza politica, siamo all’oltraggio del Parlamento e a un ulteriore comportamento vile di un Ministro che non si ribella a una offesa che ricade purtroppo sulle istituzioni. Si ha contezza della gravità che un Ministro dell’Economia, all’atto di esprimere al Parlamento il parere, viene ridotto a un complemento tecnico burocratico? E poi vorremmo rispetto dall’Europa?

Il sistema non regge quando si violano principi costituzionalmente garantiti. Senza politica e senza i grandi movimenti di pensiero motori della storia non si va da nessuna parte. Si va a sbattere. È durata troppo la rappresentazione di un “mondo” di pochi senza la gente. È un controsenso. È il ritrovarsi con tante ambizioni, solo ambizioni che uccidono la democrazia.

[Testo pubblicato su Fb dall’autore]

Il governo annaspa e la Meloni si dedica all’Europa

Non si può dire che dalle parti del governo tiri un vento di bonaccia. D’altronde, come si legge nel Vangelo, a ciascun giorno basta la sua pena. Tuttavia è un quadro che non lascia tranquilla Giorgia Meloni, malgrado i tentativi di minuzzare le tensioni, palesi e nascoste, esistenti nella maggioranza.

La giornata della premier è iniziata con un colloquio con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, con cui – secondo quanto filtrato – ha discusso delle prospettive economiche e di crescita dell’Italia e dello scenario generale dei tassi di interesse. Chissà se sul tavolo c’è stato anche il Mes, che solo l’Italia al momento non ha approvato. Proprio nelle stesse ore la commissione Esteri di Montecitorio adottava il testo base del ddl di ratifica del Meccanismo europeo di stabilità, partendo dalle proposte di legge presentate da Pd e Iv. A favore hanno votato le opposizioni, mentre il centrodestra non ha partecipato. “Tutto il centrodestra, dalla Meloni al sottoscritto – ha ribadito Matteo Salvini – ha sempre ritenuto che in questo momento il Mes non è strumento utile per il Paese. Sul Mes decide il Parlamento: se arriverà la discussione in Parlamento, lì si voterà“.

Duro l’attacco della segretaria Pd Elly Schlein: “I partiti di maggioranza sono talmente divisi che non si sono presentati a votare sul Mes, non si era mai visto. Ieri(mercoledì per chi legge, ndr) la maggioranza è andata sotto sul dl lavoro al Senato. Praticamente un governo fantasma”. Ora il provvedimento passerà al vaglio per i pareri delle altre commissioni prima di approdare in Aula il 30 giugno. Un appuntamento – con Giorgia Meloni a Bruxelles per il Consiglio europeo – che si preannuncia come un passaggio pericoloso per il centrodestra e che si sta cercando di ‘sminare’ con contatti sull’asse Camera-Palazzo Chigi.

A far crescere la tensione, oggi, anche il caso di Daniela Santanchè: la ministra del Turismo è stata al centro di una puntata di ‘Report’ che denuncia, tra le altre cose, fornitori non pagati e dipendenti che attendono ancora il Tfr dopo essere stati licenziati. Le opposizioni invitano Meloni (che al momento sul fatto non si esprime) a riferire in Parlamento e chiedono le dimissioni della ministra, che però respinge le accuse al mittente. La ricostruzione dei fatti, scrive in una nota Santanchè, “risulta radicalmente non corrispondente al vero, ispirata esclusivamente dalla finalità di screditare l’immagine e la reputazione della sottoscritta” e per questo “ho dato mandato ai legali di fiducia per le necessarie iniziative nelle opportune sedi giudiziarie”.

In questo contesto, nel primo pomeriggio è arrivata la notizia del rinvio del Consiglio dei ministri. “La presidente del Consiglio era impegnata altrove e ci ha chiesto la cortesia di essere presenti tra qualche giorno, tutto qua. Non vi inventate problemi che non esistono, non c’è nessun problema politico”, ha assicurato il ministro per le Politiche del Mare Nello Musumeci, arrivando a Palazzo Chigi per una seduta lampo sulle leggi regionali, senza la presenza della premier. Qualche problema, però, rivelano altri esponenti del governo. Ci sarebbe stato, in particolare con Salvini, ancora sulla nomina del commissario per la ricostruzione dopo l’alluvione in Emilia Romagna.

Comunque, la presidente del Consiglio ha lasciato il Palazzo subito dopo l’incontro con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Meloni ha l’obiettivo di arrivare all’appuntamento con un’alleanza tra i conservatori di Ecr (Conservatori e Riformatori Europei), di cui è presidente, e il Ppe, di cui fa parte la Metsola. Tra i temi sul tavolo i migranti e l’economia, in particolare la discussione sulle nuove regole del Patto di stabilità. La presidente del Consiglio, sul primo punto, ha auspicato la “puntuale attuazione” del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. Per quanto riguarda i temi economici, ha ribadito la necessità di un “approccio ambizioso”, orientato alla crescita economica, con una “piena flessibilità” su fondi europei.

(Fonte: AskaNews. L’articolo, con lievi differenze, è inserito nella sezione delle Top News in collaborazione con l’agenzia di stampa (Titolo originale: Tensione nel governo sul Mes e il caso Santanchè, e Meloni rinvia anche il Consiglio dei ministri)

La Voce del popolo | Schlein, il radicalismo davanti alle difficoltà.

Per affrontare i suoi critici, alla direzione del suo partito, Elly Schlein si è affidata alle citazioni dei cantanti (Daniele Silvestri, Diodato, Niccolò Fabi) piuttosto che dei padri storici della sinistra. Ha promesso “un’estate militante”. E ha invitato a non sparare sul quartiere generale, evitando di evocare il libretto rosso di Mao. Ne ha ricavato due minuti di applausi finali (non pochi) e un certo numero di obiezioni e di mugugni.

Il fatto è che la leader del Pd tende a pensare che a ogni difficoltà convenga reagire con un di più di radicalismo. Così, mano a mano che sale il coro delle critiche e si fanno più aspri certi dilemmi si avverte qua e là una certa sua attitudine al rilancio e alla sfida piuttosto che al compromesso. Scelta legittima, per carità. Che però induce a prevedere un futuro turbolento dalle parti del Nazareno.

C’è un conflitto identitario, mai sanato del tutto, all’origine del Pd. Lo sforzo di mettere insieme le contrapposte eredità di Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure non si può dire che abbia mai prodotto una perfetta ricucitura. E oggi l’olio bollente versato da Conte e dai grillini sulle ferite dell’opposizione sembra preludere a nuovi conflitti, tra chi punta a metabolizzare il populismo e chi pensa invece di doverlo sfidare in campo aperto.

A questo punto è facile immaginare che le tensioni di questi giorni annuncino una navigazione tutt’altro che tranquilla. Tanto più che la leader del Pd ha fatto capire che intende proseguire lungo una rotta volutamente impaziente e forse anche un po’ imprudente. A tutto vantaggio della Meloni, temo.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

La rivolta della borghesia nel voto a destra del 1994

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Alle elezioni del 27 e 28 marzo il Partito popolare ha raccolto nella quota proporzionale oltre 4 milioni di voti.Proposto così, nelle sue cifre assolute, il risultato resta tutt’altro che marginale. Perciò la nostra collocazione non può essere ridotta a un problema solo di schieramento.Non l’abbiamo fatto prima delle elezioni, sarebbe paradossale dividerci adesso su tale questione. Adesso che, per coerenza con le scelte compiute abbiamo pagato un prezzo così alto nuovo al meccanismo maggioritario. Ilproblema delle alleanze esiste e dobbiamo tenerlo presente fin d’ora, ma cominciando a fare bene l’opposizione.

Che cosa ci ha detto il voto di fine marzo? Che tutta una parte della borghesia del paese si è rivoltata contro il vecchio sistema politico. Una borghesia dell’imprenditoria, del risparmio, delle professioni, dell’apparato pubblico privato. Più la media e piccola borghesia del paese, e non la grande. E infatti gli Agnelli, i De Benedetti, i Visentini da quale parte stavano? Una borghesia che da tempo si sentiva stretta in un contesto generale nel quale pure era cresciuta ma che non funzionava più…Che si sentiva oppressa, anche il piccolo operatore di più diversi settori, da logiche inefficienti, spesso superabili solo attraverso il sistema del padrinato e della corruzione. E che avvertiva invece al suo interno una grande voglia di semplificazione, di creatività e di capacità di esprimersi.

È qui che la rivolta contro il vecchio si è legata a un’idea di cambiamento e di novità. Perché in tanti hanno creduto di vedere in Bossi, in Fini e soprattutto in Berlusconi i simboli, gli emblemi di questa possibilità di movimento. Solo in parte il voto è stato la richiesta miracolistica di una soluzione dall’alto dei problemi, la domanda di protezione di interessi egoistici e l’affrettarsi trasformistico sul carro del vincitore. Dobbiamo fermare di più la nostra attenzione sul desiderio, sull’affermazione di questa vasta borghesia di voler assumere un ruolo di classe dirigente; e di volerloesercitare in una condizione generale più moderna e più rapida di leggi, di burocrazia, di amministrazione, contro un dirigismo lento e solo in parte utilmente assistenziale.Risposte concrete a quotidiani bisogni concreti. Questo è stato nelle sue migliori intenzioni, il grande moto borghese del 27 e 28 marzo. Quello che ha prodotto la differenza, come il carico nella stiva che smuove di qua o di là la nave.L’idea, il credere di conquistare finalmente più spazio per la propria capacità di iniziativa, la raccomandazione del merito contro quella del padrinato.

Certo che tutto ciò è in parte una illusione. Che in parte tutto ciò nasconde una debolezza e una responsabilità proprio della borghesia italiana nel non aver contribuito a costruire gradualmente il processo delle novità del Paese.Ma sta di fatto che adesso questa speranza si è manifestata con forza, ed è sorta contro il vecchio sistema e fuori di esso, immaginando di aver trovato altri riferimenti.Riferimenti più estemporanei che credibili e autorevoli, ma egualmente ritenuti da una maggioranza di italiani quelli possibili, quelli degni di maggiore fiducia, salvo la squallida prova di sé che tali riferimenti hanno subito cominciato a dare dopo il voto.

Il Mulino | Il nazionalcapitalismo avanza tra modello socialdemocratico e modello liberista

Oggi l’ascesa del nazionalcapitalismo tra le classi dirigenti è frenata da due ostacoli. Il primo è che è cessato il “pericolo comunista”, che ebbe un ruolo chiave nei divorzi tra capitalismo e democrazia sia tra le due guerre mondiali sia durante la Guerra fredda. Il secondo è che oggi l’élite del capitalismo è globalizzata. La concentrazione del potere economico e dell’influenza politica si trova nella finanza e nelle industrie immateriali (telecomunicazioni, mass media, intelligenza artificiale ecc.). Per costoro la (ri)nazionalizzazione del capitalismo è un pericolo serio. E dall’altra parte del fronte questo scontro viene molto ben volentieri enfatizzato attraverso la retorica contro le élite cosmopolite, antipopolari, senza patria (e senza Dio).

I leader d’ispirazione nazionalcapitalista alla guida di Paesi occidentali, finora, non hanno prodotto i disastri economici previsti dagli economisti mainstream. Ciò è dovuto solo in parte alla moderazione delle promesse elettorali insita nelle responsabilità di governo. Tuttavia il loro modello di ricomposizione sociale sotto il grande mantello protettivo della Nazione è contraddittorio in quanto esso stesso crea nuova polarizzazione e frammentazione. La valvola di sfogo del debito pubblico crea instabilità finanziaria ed erode la sovranità nazionale, soprattutto per i Paesi membri dell’Unione europea.

A favore dei nazionalcapitalisti giocano però le contraddizioni create e lasciate dal capitalismo globalizzato. Per giunta la pandemia Covid-19 e la guerra della Russia all’Ucraina (che pure qualcosa hanno a che fare con una globalizzazione non governata) hanno fatto precipitare le condizioni per la “deglobalizzazione”, ossia una ristrutturazione dell’economia mondiale per blocchi geopolitici, tracciati secondo criteri di sicurezza strategica nazionale, in cui le pure logiche di mercato sono messe in secondo piano. Su questo fronte sono eloquenti alcuni passi compiuti anche dall’amministrazione Biden.

In questo quadro una parte importante della classe dirigente economica, con il pragmatismo “né di destra né di sinistra” che la contraddistingue, può diventare nazionalcapitalista, o lo sta già diventando, specie nei Paesi dove sono meno presenti i settori globalizzati ricordati prima, e meno consolidati sono gli stili di vita libertari e cosmopoliti, come l’Italia e la fascia orientale dell’Unione europea. La linea rossa dei principi democratici non negoziabili che il nazionalcapitalismo non deve oltrepassare potrebbe spostarsi sempre più in là, e magari dissolversi.

https://www.rivistailmulino.it/a/il-nazionalcapitalismo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+|+22+giugno+[9173]

L’allarme sul berlusconismo lanciato da Martinazzoli all’atto delle sue dimissioni

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C’è un vincitore di queste elezioni e si chiama Berlusconi. Si deve a lui se una destra missina, certamente in crescita ma gravata dal peso della sua origine e della sua ideologia, e un movimento leghista in crisi di assestamento sono stati trascinati al ruolo di una “grande destra“.

Il riconoscimento di questa demiurgia illumina, peraltro, i problemi che si trascina appresso. Riguardano, questi problemi, i nodi essenziali delle democrazie moderne e, specificamente, la qualità della vocazione politica italiana. Se il “berlusconismo“ ha potuto essere definito con la formula gobettiana dell’autobiografia della nazione, occorre anche andare ben al di sotto della superficie iridescente del fenomeno per tornare a leggere, là dove si colloca, la consistenza storica della questione.

Questa riflessione faranno bene ad alimentarla anche i mondi cattolici, cui tocca di uscire dalla letteratura del “dover essere“ per prendere atto di una scelta – di resistenza o di insignificanza – che li riguarda nell’attualità e nella realtà della politica.

Bisognerà pure indagare il senso che si vuole attribuire alla immagine, ormai corrente, della “seconda repubblica“, spesso dichiarata come ripudio dei valori storicamente fondanti della prima repubblica. Stando così le cose, ciò che conviene è la chiarezza: chi ha vinto ha il dovere di governare, chi ha perso ha il dovere dell’opposizione. Solo così, e non per una mistificazione ma nel vivo della politica, potrà illimpidirsi questa stagione democratica e tornare a formarsi l’opinione e il giudizio degli italiani su questo presente piuttosto che su un passato da rimpiangere o da maledire.

In questa condizione il Partito popolare è chiamato ad una prova decisiva. La sua misura, pur breve ma accentuata nella prova elettorale, non gli nega una sorte ma gli impone decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accanito ed intenso. Ma poiché gli insuccessi elettorali portano, inevitabilmente, all’indugio dei processi sulla responsabilità è bene che queste siano riconosciute ed accettate. Così è avvenuto, serenamente avvenuto. Per fedeltà.

[Qui abbiamo riportato solo la seconda parte della nota apparsa in prima pagina su “Il Popolo” del 31 marzo 1994]

L’Osservatore Romano | La storia di Ringhio commovente simbolo di Corchiano.

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Esiste anche una Banca dei racconti per custodire e tramandare la memoria di questo luogo e della sua comunità. Corchiano è diventato così il paese dell’inclusione e le avventure di un cane randagio hanno finito con l’esserne il tenero, commovente simbolo.

Una storia di straordinaria grazia che Battisti così ricorda: «Un mattino si affacciò in paese un cane — taglia media, pelo rosso, carattere dolce ma determinato — e conquistò subito il cuore di quasi tutti per il suo essere così partecipe alla vita del paese e presente a tutte le ricorrenze, sia civili che religiose. Il suo luogo prediletto era la chiesa, tanto che fu chiamato Ringhio per la sua abitudine di ringhiare a chi dalla chiesa cercava di allontanarlo.

Quando ottenne da don Domenico il permesso di assistere alle funzioni in fondo alle scale dell’altare, gli rimase il nome, ma di ringhiare non ebbe più bisogno. Senza saperlo aveva ottenuto non solo una libertà per sé ma anche per gli altri: con lui, infatti, si interruppe la tradizione che voleva i cani fuori dalle chiese.

Ringhio, fra le altre, aveva una caratteristica singolare, assumeva sempre un atteggiamento idoneo alla circostanza: seguiva mesto i riti funebri, scodinzolava felice ai matrimoni, precedeva festoso la banda musicale. Insomma in poco tempo divenne il cerimoniere di Corchiano e in più era amatissimo dai bambini che accompagnava al mattino a scuola aspettando poi paziente il suono della campanella che ne annunciava l’uscita.

Fu l’incomprensibile avversione di pochi a guastargli la vita. Dopo essere stato segnalato all’autorità giudiziaria, Ringhio fu catturato e chiuso in un canile dove, perdute libertà, affetti e abitudini, cominciò a lasciarsi morire rifiutando il cibo. Discutemmo in Municipio su come riportarlo a casa e trovammo infine la soluzione.

Lo nominarono ufficialmente, con un atto deliberativo, “cane di comunità” con assicurazione e chip a carico del Comune. Ringhio tornò così alla sua vita e nella vita di tutti noi».

Le vicende di questo cane, un tempo randagio poi non di uno solo ma di tutti, riassumono le virtù di una comunità, la generosità di un medico che non si è mai risparmiato mettendo mente e cuore al servizio di tutti e l’impegno di amministratori che hanno esercitato le loro funzioni pubbliche nella ricerca del bene comune. È una di quelle storie che consola e che ci ricorda che non dobbiamo mai né arrenderci, né rassegnarci. Un modello diverso di convivenza civile è possibile, fare e fare bene significa cominciare a cambiare il mondo.

Questo è un estratto dell’articolo pubblicato su L’Osservatore Romano.

L’articolo completo, molto interessante,  lo trovate online sul sito de L’Osservatore Romano.

Mes: c’è tensione dopo il parere del Mef ma il governo non cambia linea e vuole un rinvio

Sul Mes la linea del governo non cambia e non c’è una divergenza “politica” sulla questione. E’ questo ciò che filtra da Palazzo Chigi, dopo la pubblicazione della lettera che il ministero dell’Economia ha inviato alla commissione Esteri della Camera, presieduta da Giulio Tremonti.

La valutazione del Mef era stata richiesta lo scorso 27 aprile, a un mese dall’incardinamento delle due proposte di legge di Pd e Iv per la ratifica del Mes, che solo l’Italia ancora non ha adottato, nonostante il ‘pressing’ di Bruxelles e di alcuni Stati membri. Nel documento, firmato dal capo dipartimento di via Venti Settembre, si afferma – tra le altre cose – che “sulla base di riscontri avuti da analisti e operatori del mercato, è possibile che la riforma del Mes, nella misura in cui venga percepita come un segnale di rafforzamento della coesione europea, porti ad una migliore valutazione del merito di credito degli Stati membri aderenti, con un effetto più pronunciato per quelli a più elevato debito come l’Italia”.

Parole che appaiono fuori linea con quanto affermato più volte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui il Meccanismo europeo di stabilità è uno “stigma”, uno strumento inutile perchè “non è stato mai utilizzato da nessuno”. Però, si fa notare da piazza Colonna, quello del Mef è un parere “tecnico” e non “politico”, che non cambia la valutazione più volte espressa: il Mes è “una parte di una serie di strumenti” a partire dal nuovo Patto di stabilità, “che vanno discussi nel loro complesso” e dunque “sarebbe stupido aprire il tema adesso”.

Le due proposte di legge, però, creano imbarazzo nel governo e nella maggioranza. L’esame in commissione è stato intanto rinviato di 24 ore, a giovedì, mentre sono in corso “interlocuzioni” tra Palazzo Chigi e la maggioranza. La bocciatura ‘tout court’ delle due proposte è una strada possibile, anche se si preferirebbe evitarla per non esporre l’Italia a una ‘figuraccia’ internazionale. Per questo la via maestra che il centrodestra vorrebbe percorrere – spiegano fonti parlamentari – è un rinvio, almeno a dopo l’estate, dell’esame in Aula al momento previsto il 30 giugno, mentre prosegue il confronto con Bruxelles. Anche se la Lega ribadisce il suo “no” alla ratifica.

L’opposizione, però, non ci sta e attacca. Il leader M5s Giuseppe Conte parla di “governo allo sbando” e anche per la segretaria Pd Elly Schlein “la maggioranza è nel caos”. Secondo Maurizio Lupi, di Noi moderati, però, “è chiaro che nella maggioranza di governo esistono sensibilità diverse e che la firma di un importante impegno internazionale richiede attenzione, ma, come sempre, si troverà una sintesi in Parlamento e il centrodestra voterà compatto quando sarà il momento”.

Un capitolo a parte merita quello che è accaduto sul Dl lavoro: in mattinata il governo è andato sotto in commissione Bilancio al Senato dove sono stati bocciati i pareri sugli emendamenti presentati dalla relatrice Paola Mancini di Fratelli d’Italia. A mancare, secondo quanto sostenuto dall’opposizione, i voti dei membri di Forza Italia. Un incidente, secondo Riccardo Magi di +Europa, che mostra come stia “scattando la resa dei conti dopo la scomparsa di Berlusconi”. Dal governo si minimizza, ma la situazione degli azzurri è tenuta sotto osservazione. “Questi problemi, con il taglio del numero dei parlamentari, si verificano – riflette un esponente dell’esecutivo -. Certo è che se nelle prossime settimane si dovessero ripetere episodi del genere potrebbe emergere un problema di tenuta del gruppo. Staremo a vedere”.

Cosa ha detto Blinken a Helsinki sulla minaccia della Russia

[…] Per la prima volta ho assistito con i nostri alleati a Bruxelles all’alzabandiera della Finlandia presso la sede della NATO. Il Presidente Niinistö ha dichiarato, e cito: “L’era del non allineamento militare in Finlandia è giunta al termine. Inizia una nuova era”.

È stato un cambiamento epocale, addirittura impensabile tornando indietro di un anno. Prima dell’invasione in grande stile della Russia in Ucraina, un finlandese su quattro sosteneva l’adesione del paese alla Nato. Dopo l’invasione, tre finlandesi su quattro si sono convinti dell’adesione. Non è stato difficile per i finlandesi calarsi nei panni degli ucraini. Avevano già vissuto la stessa condizione nel novembre 1939, quando l’Unione Sovietica ha invaso la Finlandia. Come l’operazione “speciale” del Presidente Putin contro l’Ucraina, la cosiddetta “operazione di liberazione” dell’URSS accusava falsamente la Finlandia di provocare l’invasione. Al pari dei russi con Kiev, i sovietici erano sicuri di conquistare Helsinki in poche settimane – tanto sicuri che Dmitri Shostakovich compose musica per la parata della vittoria prima ancora dell’inizio della guerra d’inverno. Come Putin in Ucraina, allorché Stalin stentava a sopraffare la feroce e determinata resistenza dei finlandesi, passò a una strategia di terrore, incendiando interi villaggi e bombardando così tanti ospedali che i finlandesi cominciarono a coprire i simboli della Croce Rossa sui tetti. Alla stessa maniera dei milioni di rifugiati ucraini di oggi, centinaia di migliaia di finlandesi furono costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa dell’intervento sovietico. Tra questi c’erano due bambini, Pirkko e Henri, le cui famiglie dovettero abbandonare le loro case in Carelia – i genitori del nostro ospite, il sindaco della città.

Per molti finlandesi, i paralleli tra il 1939 e il 2022 sono apparsi evidenti. Valeva un sentimento viscerale. E non si sbagliavano. Capirono che se la Russia violava i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite – sovranità, integrità territoriale, indipendenza – dando la misura del loro arbitrio in Ucraina, avrebbero messo in pericolo anche la pace e sicurezza della Finlandia. Anche noi lo abbiamo capito. Per questo motivo, nel corso del 2021, mentre la Russia aumentava le minacce contro Kiev e accumulava sempre più truppe, carri armati e aerei ai confini dell’Ucraina, abbiamo fatto ogni sforzo per ottenere da Mosca una de-escalation della crisi e risolvere le questioni attraverso l’azione della diplomazia. Il presidente Biden ha detto al presidente Putin che eravamo pronti a discutere delle comuni preoccupazioni in materia di sicurezza – un messaggio che ho ribadito più volte, anche di persona, al ministro degli Esteri Lavrov. Abbiamo fornito proposte scritte per ridurre le tensioni. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo utilizzato ogni sede per cercare di prevenire la guerra, dal Consiglio NATO-Russia all’OSCE, dalle Nazioni Unite ai nostri canali diretti.

In questi incontri, abbiamo delineato due possibili percorsi per Mosca: un percorso diplomatico, che avrebbe portato a una maggiore sicurezza per l’Ucraina, la Russia e tutta l’Europa; oppure un percorso di aggressione, che avrebbe comportato severe conseguenze per il governo russo. Il presidente Biden ha chiarito che, indipendentemente dal percorso scelto dal presidente Putin, saremmo stati pronti. E se la Russia avesse scelto la guerra, ci saremmo impegnati a fare tre cose: sostenere l’Ucraina, imporre costi severi alla Russia e rafforzare la NATO, riunendo alleati e partner attorno a questi obiettivi. Mentre le nubi tempestose si addensavano, abbiamo incrementato l’assistenza militare, economica e umanitaria all’Ucraina. Prima nell’agosto 2021, e poi nuovamente a dicembre, abbiamo inviato attrezzature militari per rafforzare le difese dell’Ucraina, inclusi i missili Javelin e gli Stinger. E abbiamo schierato una squadra del Cyber Command degli Stati Uniti per aiutare l’Ucraina a proteggere dagli attacchi informatici la rete elettrica e le altre infrastrutture critiche.

Abbiamo preparato un insieme senza precedenti di sanzioni, alzato i controlli sulle esportazioni e innescato altre misure economiche per determinare severe e immediate conseguenze alla Russia in caso di un’invasione su larga scala. Abbiamo preso misure per non lasciare alcun dubbio sul fatto che noi e i nostri alleati avremmo mantenuto l’impegno a difendere ogni centimetro del territorio NATO. E abbiamo lavorato incessantemente al consolidamento dei rapporti con alleati e partner per aiutare l’Ucraina a difendersi, bloccando le mire di Putin su obiettivi strategici. Fin dal primo giorno del suo mandato, il presidente Biden ha spinto sulla ricostruzione e rivitalizzazione delle alleanze e delle partnership americane, sapendo che siamo più forti quando lavoriamo insieme a quanti condividono con noi interessi e valori. Prima dell’invasione russa, abbiamo dimostrato la potenza di queste partnership – coordinando le linee di pianificazione e strategia anti-aggressione, con la NATO l’UE il G7 e gli altri alleati e partner di tutto il mondo.

Durante le fatidiche settimane di gennaio e febbraio 2022, è diventato evidente che nessuno sforzo diplomatico avrebbe cambiato la decisione del Presidente Putin. Aveva scelto la guerra. Il 17 febbraio 2022 mi sono rivolto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per avvertire il mondo dell’imminente invasione russa dell’Ucraina. Nel mio discorso, ho delineato i passaggi che la Russia avrebbe intrapreso, tra cui la creazione di un pretesto e l’utilizzo di vari mezzi come missili, carri armati, truppe e attacchi informatici per colpire obiettivi pre-identificati, inclusa Kyiv. L’obiettivo era rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Ucraina e cancellare la sua indipendenza come nazione. Sebbene avessimo sperato di essere smentiti, le nostre paure sono state confermate. Una settimana dopo il mio avvertimento, il Presidente Putin ha lanciato l’invasione.

Per tutta risposta, gli Stati Uniti hanno agito prontamente e risolutamente in un quadro di solidarietà con i nostri alleati e partner. Abbiamo mantenuto i nostri impegni sostenendo l’Ucraina, imponendo costi alla Russia e rafforzando la NATO. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo lavorato per raggiungere questi obiettivi. L’Ucraina, con il nostro sostegno collettivo, ha difeso coraggiosamente il suo territorio, la sua indipendenza e la sua democrazia. La guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina si è rivelata un fallimento strategico, accusando significativamente la diminuzione del potere militare, economico e geopolitico della Russia e la sua influenza per gli anni a venire. Cercando di esibire forza, Putin ha rivelato invece debolezza. I suoi tentativi di dividere hanno solo unito. Quello che cercava di impedire, si è al contrario realizzato. È un risultato non è casuale giacché scaturisce dal coraggio e dalla solidarietà del popolo ucraino, come pure dalle azioni concrete e decisive intraprese da noi e dai nostri partner per sostenere il Paese. Inoltre, gli obiettivi strategici a lungo termine di Putin, consistenti nell’indebolire e dividere la NATO, si sono rivelati controproducenti. Prima dell’invasione russa della Crimea, e dell’Ucraina orientale nel 2014, la posizione della NATO rifletteva una convinzione condivisa circa il fatto che un conflitto in Europa fosse improbabile. Gli Stati Uniti e molti paesi europei avevano ridotto la loro presenza militare in Europa e la NATO considerava la Russia alla stregua di un partner.

Tuttavia, a seguito dell’invasione nel 2014 della Crimea e del Donbas, questa tendenza è mutata. Gli alleati si sono impegnati a spendere il due per cento del PIL per la difesa e hanno dispiegato nuove forze lungo il confine orientale dell’Alleanza atlantica in risposta all’aggressione russa. L’Alleanza ha accelerato la sua trasformazione proprio a seguito dell’invasione russa, non per costituire una minaccia o perché la NATO cerchi il conflitto. La NATO è sempre stata e sarà sempre un’alleanza difensiva. Tuttavia, l’aggressione, le minacce e le provocazioni nucleari della Russia ci hanno spinto a rafforzare la nostra deterrenza e quindi il nostro sistema di difesa. Poche ore dopo l’invasione, abbiamo attivato la Forza di Risposta difensiva della NATO. Nelle settimane successive, diversi alleati, tra cui il Regno Unito, la Germania, i Paesi Bassi, la Danimarca, la Spagna e la Francia, hanno inviato tempestivamente truppe, aerei e navi per rafforzare il confine orientale della NATO. Abbiamo raddoppiato il numero di navi che pattugliano i mari del Nord e il Baltico, nonché il numero di gruppi di combattimento nella regione. Gli Stati Uniti hanno stabilito la loro prima presenza militare permanente in Polonia. E, naturalmente, la NATO ha aggregato la Finlandia come suo trentunesimo alleato, e presto aggregheremo la Svezia come trentaduesimo.

Mentre ci avviciniamo al Vertice della NATO a Vilnius, il nostro messaggio comune sarà chiaro: gli alleati della NATO sono impegnati a potenziare il loro schema di deterrenza e di difesa, la spesa per un dispositivo militare difensivo più potente e intelligente, i legami sempre più profondi con i partner dell’Indo-Pacifico. La porta della NATO è aperta ai nuovi membri, e rimarrà aperta. L’invasione della Russia ha anche spinto l’Unione Europea a fare di più, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, più di quanto sia stato fatto in passato. L’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina oltre 75 miliardi di dollari per garantire un adeguato sostegno militare, economico e umanitario. Ciò include 18 miliardi di dollari per l’assistenza in materia di sicurezza, dai sistemi di difesa aerea ai carri armati Leopard, alle munizioni. Coordinandosi strettamente con gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri partner, l’UE ha adottato le sanzioni più energiche mai viste, immobilizzando oltre la metà degli asset sovrani della Russia. Inoltre, le nazioni europee hanno accolto più di 8 milioni di rifugiati ucraini, ai quali non solo è stato concesso l’accesso ai servizi pubblici, ma anche il diritto di lavorare e studiare. […]

Blinken ha parlato di fronte a una platea qualificata – presente il sindaco della capitale, Juhana Vertiainen, e altre autorità – che aveva risposto all’invito del direttore dell’Istituto per gli Affari Internazionali della Finlandia, Mika Aaltola.

[Tradotto da il Domani d’Italia]

Per un centro “altro” dalla linea Schlein serve il contributo dei Popolari

Nonostante le sconfitte elettorali sin qui inanellate e nonostante un partito in cui è ancora minoranza, perché eletta con l’apporto determinante dei non tesserati, la guida di Elly Schlein si rafforza nel Pd e nel polo di sinistra. I malumori emersi all’ultima direzione del Pd non sembrano in grado di incidere sulla linea politica. Che rimane quella di una leader che parla ad alcune minoranze, nella quale la maggioranza del Paese fatica a riconoscersi. Di una segreteria allergica ad ascoltare consigli o anche solo pareri diversi, che ha messo insieme le varie sfaccettature di un massimalismo della sinistra, tanto radical-chic, poco sociale e semplicemente estraneo alla dimensione popolare.

Ma proprio per questo suo voler lavorare senza esser “disturbati” dalla collegialità e dalla democrazia interna (in questo assomiglia molto alla gestione renziana del Pd), la linea della Schlein crea compattezza, lancia messaggi ben definiti a precisi settori della società. La strategia appare piuttosto chiara: ricompattare tutto il popolo della sinistra, il campo largo, recuperare il vasto astensionismo progressista, riducendo anche la frammentazione di quest’area politica, scommettendo sul fatto che il deterioramento della situazione sociale ed economica del Paese, non consenta al destra-centro di fare altrettanto, di motivare al voto tutto il suo potenziale elettorato.

E pazienza se questa strategia contempli per il Pd un certo grado di confusione, come quella vista alla manifestazione di sabato scorso con il M5S, e più di una concessione al populismo. La storia recente fornisce vari esempi di leader (con i pentastellati maestri indiscussi) che hanno badato a raccattare voti nei modi più disinvolti per poi fare politiche talora anche diametralmente opposte a quelle enunciate in campagna elettorale.

La domanda semmai è cosa c’entra in tutto questo il centro, al di fuori del poco ambito ruolo da mero portatore di consensi.

Credo che alla componente di quest’ area politica che fa riferimento al popolarismo non possa bastare quanto è stato già detto da altri settori di centro come critica alla linea della Schlein, e i toni utilizzati per farlo. A partire dal tema delle alleanze dove la netta contrarietà al campo largo deve significare chiusura ad accordi elettorali con forze populiste ma non ad alcune delle istanze che i populisti si limitano a sfruttare a loro favore.

Prendiamo il tema della pace. È un fatto che una parte della sinistra cerca di alimentare la narrazione-truffa di una qualche presunta sua perplessità al sostegno anche militare all’Ucraina, nonostante l’oggettivo profilo culturale e biografico della Segretaria, con passaporto anche americano, smentisca ogni possibile incertezza al riguardo.  Ora, la risposta delle forze di centro nel riaffermare con chiarezza la linea atlantista dell’Italia nel supporto all’Ucraina “as long as it takes” non credo possa esaurirsi nei toni usati da certi “falchi” di Azione o di Più Europa, più vicini al disegno dei neocons americani, che alle ragioni dell’Europa e di una pace “giusta” e ai vari tentativi, tra cui quello della Santa Sede, di costruire le condizioni per una cessazione delle ostilità. La voce del centro si deve sentire sia sulla determinazione a sostenere l’Ucraina sia nel ricercare tutte le possibili alternative alla continuazione della guerra.

E un discorso analogo credo si possa fare per  alcune delle altre piste rilanciate dal Pd, come la casa ad esempio. Come pensa la Schlein di sviluppare politiche abitative adatte alla classe media con alleati i seguaci di Beppe Grillo che in vari modi ha dimostrato di fare propria senza mediazioni, la visione che sul problema abitativo hanno i circoli di miliardari che lo ispirano? Ovvero la piccola proprietà immobiliare ceduta a poche concentrazioni del real estate, perché come spiegava ieri un’entusiasta Chiara Saraceno su La Stampa, “vivere in affitto è diventato più sicuro”. La difesa della piccola proprietà privata, compresa la casa (oggetto di una abnorme patrimoniale che gradualmente andrà riportata entro soglie più sostenibili), a sostegno di una più equa ridistribuzione della ricchezza che fa da motore all’economia e fa da garante alla libertà personale, credo sia uno fra i filoni qualificanti delle politiche di centro di cui il Paese ha bisogno.

In generale quindi, non è sufficiente per il centro criticare la linea movimentista della Schlein, occorre che sappia esprimere una propria diversa prospettiva, anche con l’apporto della cultura politica del popolarismo, sia sulle alleanze che nel merito dei problemi.

Il Pd non è il Pci ma un nuovo Partito radicale e massimalista.

Forse è giunto il momento per dirlo con chiarezza e senza equivoci. In effetti, non c’è alcun confronto o paragone possibile tra l’attuale Pd e il vecchio Pci. Innanzitutto perchè, come sanno anche i sassi, la storia non si ripete mai meccanicamente. In secondo luogo perchè la segretaria nazionale Schlein è “nativa democratica” come si suol dire, ed è del tutto estranea al vecchio impianto comunista. Gramsciano, togliattiano o berlingueriano che sia. In terzo luogo, ed è l’aspetto politicamente più rilevante, perché il nuovo Pd ha assunto un impianto culturale radicaleggiante e libertario e, sotto il profilo politico, ha una precisa e definita identità massimalista ed estremista.

Ci sono due soli elementi che, però, continuano ad accomunare il vecchio Pci con il nuovo Pd: la plateale avversione nei confronti della cultura e della prassi riformista da un lato e la convinzione profonda di rappresentare il “meglio” della società italiana dall’altro. Con la naturale e persin scontata conseguenza di considerare gli avversari di turno del “nuovo verbo” dei nemici incalliti da delegittimare prima sotto il profilo morale e poi da sconfiggere senza appello e senza alcuna remora sul terreno politico. Del resto, il filo rosso che lega questa concezione giacobina, salottiera ed altezzosa è l’odio e l’avversione maturati nel tempo contro l’avversario più temibile e più insidioso che si presenta di volta in volta: la Dc per molti decenni, poi Berlusconi, poi Renzi, poi la Lega salviniana e infine la Meloni. Ovvero, chiunque possa lontanamente ostacolare il disegno salvifico ed avveniristico della sinistra non può che essere un nemico da abbattere. Un disegno, questo – attuale ieri come oggi – condiviso con tutto il caravanserraglio di opinionisti, conduttori televisivi, artisti, intellettuali à là carte, editori e nani e ballerine che seguono il carro dei “migliori”.

Ora, però, e al di là di questa persin banale considerazione, quello che va rilevato – anche all’indomani di una interessante Direzione nazionale del partito – è la progressiva trasformazione del Pd a guida Schlein. Che, detto fra di noi, si sta confermando anche una leader coraggiosa e soprattutto coerente con il programma politico con cui si è presentata all’esame prima degli iscritti al partito e poi dei cittadini che l’hanno votata liberamente alle primarie. Ma la direzione di marcia, per mutuare una dizione antica ma sempre efficace, è quantomai chiara rispetto anche solo ad un passato recente. Il PD, cioè, – almeno così pare – non è più il partito governista per eccellenza.

Non è più solo ed esclusivamente un ‘partito di potere’ perché non è più il ‘partito del potere’. Il Pd non è più ormai da tempo, e va pur detto, il partito che unisce la miglior tradizione ex comunista con quella ex democristiana perché il Pd, di fatto, è diventato un partito radicale, libertario, massimalista ed estremista. Ma, comunque sia, si tratta di un partito vivo, vitale, con una leader, appunto, coraggiosa e fortemente coerente con il suo passato e con il progetto che vuole perseguire nell’attuale contesto politico italiano. Ma si tratta anche di un progetto, e quindi di una cultura politica e di un quadro valoriale, distinto e distante da quello delle origini di quel partito. E chi si attarda a rifarsi a quel passato o, peggio ancora, a rimpiangere una esperienza che ormai appartiene alla storia, anche se recente, di quel partito rischia di vivere di ricordi ormai avulsi da ciò che capita concretamente nel campo dei Democratici.

Ecco perché, anche alla luce di questa novità positiva che contribuisce, comunque sia, a riscoprire la politica e le conseguenti culture politiche dopo una lunga stagione caratterizzata dal “nulla della politica” per dirla con un celebre ed efficace slogan di Mino Martinazzoli, è arrivato anche il momento per rafforzare e consolidare il campo dei riformisti. Da qualunque area politica e culturale provengano. Sarebbe curioso se, dopo il decollo di una destra democratica e di governo, dopo il ritorno di una sinistra radicale e massimalista, e con la permanenza di un populismo demagogico e qualunquista grillino, i riformisti di centro si limitassero, ancora una volta, a fare da semplici spettatori. Perché, così facendo, sarebbero i soli responsabili dell’eventuale crisi, o involuzione, dell’attuale politica italiana.

Riforma delle Province, non basta il ripristino della elezione diretta degli organi.

Antonio Saitta

Ritengo che il nostro Paese abbia la necessità di un ente come la Provincia per svolgere, con risorse e personale adeguati, le tante funzioni che  non possono essere gestite dai singoli comuni (strade, scuole superiori, ambiente, piani urbanistici sovracomunali, difesa del suolo, vigilanza ittico-venatoria, protezione civile, etc.) e per supportare amministrativamente e tecnicamente i piccoli e medi comuni nella realizzazione di opere pubbliche, così come avviene in tutti i paesi europei.

Per questo motivo ho apprezzato la volontà trasversale del Parlamento di mettere mano alle modifiche della legge Delrio del 2014 che ridimensionò sia le funzioni dell’Ente sia la sua rappresentanza democratica, impedendo ai cittadini di eleggere Presidenti e Consiglieri, trasformando inoltre dieci province in Città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Roma capitale). La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha unificato in un testo le otto proposte di legge presentate dai diversi gruppi politici ed è pertanto ora possibile esprimere un’opinione in merito.

È positiva la proposta di ritornare all’elezione diretta del presidente e del consiglio provinciale, del consiglio metropolitano e anche del sindaco della città metropolitana che non sarà più automaticamente il sindaco del comune capoluogo. È condivisibile anche la reintroduzione del sistema elettorale vigente prima del 2014, proporzionale e basato su collegi nei quali è ripartito il territorio provinciale, che consente una rappresentanza politica in tutti i collegi e un fortissimo legame tra il consigliere e la comunità che l’ha eletto. Peccato che questo sistema elettorale non sarà applicato nelle prossime elezioni provinciali, che dovrebbero tenersi nel mese di giugno del 2024 insieme alle elezioni europee e regionali, perché nel disegno di legge unificato non sono indicati i collegi elettorali. A questo dovrà provvedere il governo con un decreto legislativo entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge che, se tutto andrà bene, sarà approvata in autunno; verosimilmente il percorso si concluderà nel 2025.  Non è certo casuale la norma transitoria inserita nel testo unificato che prevede che, se al momento delle elezioni i collegi non saranno definiti, si voterà con liste uniche per l’intero territorio provinciale; in questo modo si darà più peso elettorale alle grandi città a svantaggio dei piccoli centri, dei territori agricoli e montani snaturando di fatto il sistema di rappresentanza tipico della Provincia.

Era logico attendersi il potenziamento delle funzioni delle Provincie che, in applicazione della legge Delrio, sono state in parte trasferite alle Regioni, alle agenzie regionali e a enti strumentali determinando diseconomie, deresponsabilizzazione e aumenti di costi. Il testo unificato si limita a indicare le ‘funzioni fondamentali’ che potranno subito essere esercitate, ma che sostanzialmente sono quelle che svolgono già adesso le Province. Per le nuove funzioni occorrerà attendere all’incirca tre anni dato che il governo, entro diciotto mesi dall’entrata in vigore della legge, dovrà individuarne altre con un apposito disegno di legge sulla base di criteri generici.

Le Province elette a giugno non potranno neppure contare su nuove risorse. Anche in questo caso occorrerà attendere un decreto legislativo del governo; nel frattempo come faranno le Province, che hanno già avuto pesanti tagli finanziari in passato, a garantire ancora per esempio la manutenzione e gli investimenti dei 130 mila chilometri di strade provinciali e delle 7000 scuole superiori che sono di competenza provinciale? Si interromperà la manutenzione di strade e scuole aspettando il decreto del governo?

Più che una proposta di legge, il testo unificato ha le caratteristiche di un fumoso manifesto politico condito di ovvietà e concetti organizzativi ormai abusati. Avrà effetti solo sull’elezione diretta dei presidenti e dei consigli provinciali che, ripeto, è positivo, ma non potenzierà la Provincia, come sarebbe stato auspicabile, e non produrrà miglioramenti nei servizi, obiettivo principale di una politica che voglia rispondere efficacemente alla domanda dei cittadini.

È sicuramente mancato il coraggio di compiere delle scelte. Per i collegi elettorali, in fase di prima applicazione della norma, si potevano utilizzare quelli vecchi, magari accorpandoli ed eventualmente correggerli in seguito. Per il potenziamento delle funzioni c’è ancora tempo per un confronto con regioni e comuni per una ricomposizione delle funzioni di area vasta in capo alla Provincia, problema sicuramente difficile perché in questo periodo le regioni hanno una sorta di ‘bulimia’di potere, ma risolvibile con la determinazione del governo. Per le risorse infine, il disinteresse del governo è imbarazzante!

La riforma Delrio è stata condizionata dal crescente populismo contro la politica di quegli anni e le province sono state le prime vittime sacrificali. La riforma attuale è condizionata da una ’annuncite’ diffusa che serve solo a dimostrare un attivismo politico che presto mostrerà i suoi limiti, con il risultato scontato che i ‘consensi’ del più grande partito, quello degli elettori che non votano e che sono il 40%, cresceranno ancora.

Alla direzione del Pd la Schlein rilancia: il gioco del logoramento non funzionerà

Più di sei ore di dibattito nel Pd per il primo vero “franco” chiarimento dell’era di Elly Schlein. Una discussione vera, con la segretaria democratica che sceglie di attaccare per difendersi dalle critiche delle ultime settimane e con una direzione che replica rispondendo per le rime, a cominciare da Lorenzo Guerini, ma con suggerimenti anche da parte di uno dei più convinti sostenitori della leader Pd come Giuseppe Provenzano, che chiede di non attaccare “strumentalmente la segretaria” ma che invoca anche “luoghi dove maturano le decisioni”. Alla fine si vota un documento di sintesi, che riassume le “sette piste” indicate dalla segretaria per “l’estate militante e di mobilitazione” che ha in programma per lanciare la corsa alle Europee del prossimo anno.

Schlein era stata netta aprendo i lavori: “Il gioco al logoramento del segretario non funzionerà, mettetevi comodi perché siamo qui per restare, e per restare insieme e fare quello che ci hanno chiesto alle primarie”. Le critiche per la partecipazione alla manifestazione M5s non sono andate giù alla leader Pd, come anche le polemiche striscianti delle scorse settimane: dalla sconfitta alle amministrative, al voto al Parlamento europeo su armi e Pnrr, passando per la sostituzione di Piero De Luca nel ruolo di vice-capogruppo alla Camera con Paolo Ciani, fino ad arrivare ai sindaci schierati a favore dell’abolizione dell’abuso di ufficio e, appunto, alla manifestazione di sabato. Tutte questioni sulle quali è riemersa la tradizionale anima turbolenta delle varie correnti Pd, a cominciare ovviamente dalla minoranza.

Per questo la segretaria ha insistito molto: “L’avversario è la destra non è il mio compagno di partito, la gente è stufa di gare sul centimentro mentre Meloni spacca il paese”. E ancora: “Quando sento che non ci sarebbe una linea politica sorrido… Di contenuti e proposte siamo pieni, ma siamo bravi a coprirli con le polemiche. Se a qualcuno la linea non piace sarebbe più onesto ammetterlo, chi cerca l’incidente mi troverà da un’altra parte”.

Perché l’obiettivo, insiste Schlein, è costruire l’opposizione alla destra. Appunto attraverso la mobilitazione, le mille iniziative che la segretaria ha messo in calendario per le prossime settimane: la manifestazione contro l’autonomia di Calderoli, le iniziative nei territori sul Pnrr, le battaglie per il diritto alla casa, la mobilitazione sulla sanità (sabato prossimo con la Cgil), la segreteria che si terrà in Emilia Romagna per manifestare la vicinanza alle popolazioni colpite dall’alluvione. Un Pd ‘di piazza, da combattimento, che deve avere una “identità chiara” perché “se si tenta di essere tutto e il contrario di tutto si rischia di non rappresentare più nessuno e lasciare spazio ad altri”. Peraltro, sottolinea, è vero che ai ballottaggi il candidati del Pd hanno perso, ma al primo turno è stato il primo partito e “in questi mesi è stata ritrovata una una connessione sentimentale con la nostra gente” e i sondaggi dicono che i democratici sono risaliti dal 16% al 21%.

Ma è la sferzata sulle polemiche interne che agita la minoranza. Stefano Bonaccini cerca di evitare un’escalation di toni, chiede alla segretaria di evitare “approcci minoritari”, ma invita anche i suoi a “non indebolire” la segretaria, anche perché sarebbe “autolesionismo”. Al tempo stesso ricorda a Schlein che “se gestione unitaria deve essere, si discuta di più e meglio di quanto fatto finora, perché un grande partito, che è altra cosa da un movimento, solo così si tiene”.

Questo però non evita che Lorenzo Guerini, per esempio, rimproveri la segretaria: “Possiamo confrontarci, avere opinioni diverse. Ed è bene che ce le diciamo, e non è lesa maestà dircele. E non è utile – credo – la conclusione secondo me inutilmente polemica della tua relazione su questo punto”. Ma anche Gianni Cuperlo incalza: “Segretaria, il congresso è finito e tu hai il compito di guidare questa comunità. Tu incarni una domanda di innovazione che oggi è la tua e anche la nostra migliore risorsa. Ma attorno a quella spinta tu hai bisogno – direi il dovere – di portare tutto il partito a condividere la lotta, il linguaggio, il traguardo. Questo è il compito di chi guida”. Provenzano, poi, difende la scelta di andare in piazza con M5s, ma appunto chiede “un metodo democratico” per le decisioni.

La discussione va avanti a lungo, la segretaria fa una breve replica poco prima delle 21, spiegando che il “pluralismo” è certamente “una ricchezza”, ma aggiungendo che bisogna evitare di fare il gioco della destra e dei media che raccontano un Pd diviso. Il primo “chiarimento” si conclude così, adesso c’è da lavorare per preparare le Europee del prossimo anno e Schlein si augura che cessino le turbolenze di queste settimane.

La figura di Emilio Colombo a dieci anni dalla sua scomparsa

Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…” Con queste parole il presidente Emilio Colombo ricordava gli inizi della sua attività politica, in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia, uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente, col quale ho avuto amicizia lunga e feconda, è per me motivo di commozione e di onore:egli è stato un vero e grande statista, tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto, e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia, realizzato la Costituzione repubblicana, promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente grazie a oltre 21 mila voti. Tuttavia il suo retroterra e la sua formazione sociale sono più remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico, addirittura adolescente, negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo stato ormai stabilmente dominato dal fascismo, ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi: il fascismo voleva il pieno controllo soprattutto della formazione dei giovani, per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso.

È in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo, una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo ormai da anni in esili all’estero pressoché sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento, un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo: l’Azione Cattolica che proprio grazie al Concordato del ’29 aveva diciamo una certa autonomia, pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica anche se non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo nel 1931 si vide costretto a pubblicare una lettera documento, ”Non abbiamo bisogno”, con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli, detto dalle iniziali Papà Pericoli, una figura mitica in quel periodo il primo vero formatore di giovani in anni così difficili.

In ogni caso, l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica, nella quale aveva iniziato a militare; durante un incontro di formazione, intorno agli anni 1935/36 incontra il Presidente della GIAC, il prof.Luigi Gedda (1902-2000) che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo, studioso e riservato, ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. Negli anni quaranta, precisamente nel 1942 Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici.

Arrivano poi gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari, ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza. Proprio sul finire della guerra, già trasferitosi a Roma, viene nominato insieme ad Agostino Maltarello segretario della GIAC, carica che Gedda crea appositamente per loro e che non c’era fino ad allora negli statuti dell’organizzazione. Da quel momento, il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita. Ma l’incontro diciamo del “risveglio”politico era avvenuto qualche anno prima: nell’estate del 1943, in un frangente drammatico per l’Italia, a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si erano riuniti dal 18 al 24 luglio. Si trovarono in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra.

L’incontro a cavallo tra il primo bombardamento di Roma e il crollo del fascismo fu sollecitato da mons. Giovanni Battista Montini, oggi S.Paolo VI, e dal domenicano padre Mariano Cordovani, nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli” detto allora “Per una comunità cristiana”. Un documento formidabilmente moderno, il quale, insieme alla scelta che l’anno dopo Pio XII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi, spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.

Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo, egli mi ripeteva spesso che proprio il codice di Camaldoli, le intuizioni in esso contenute avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso.Il documento “Per una comunita cristiana” venne redatto dal giovane Sergio Paronetto, che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945, e l’impatto fu dirompente. Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”, già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali, ma uno contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”.Questo sarà il leit motiv che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana, alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari: il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2 (“…lo stato riconosce…”) prima l’uomo coi suoi diritti poi lo stato espressione della tutela di essi. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino, dove non si parlava mai di cittadini ma di sudditi! Inevitabile quindi l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42, riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa, ”Per l’Italia e per l’Europa”,  ripercorrendola a mo’ di conversazione con l’amico Arrigo Levi, Colombo ricordava la sua vita politica. Si soffermava su alcuni aspetti importanti collegati fra loro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico; e proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi, al quale come spesso ricordava ”…ho dato sempre del Lei, come anche a Togliatti”. La figura e il prestigio di De Gasperi sono l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo: l’idea delle coalizioni, la politica come mediazione, l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo. Seppe restituire la Basilicata all’Italia, fino a condurne poi lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo.

La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta in poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a ricordarne alcune parti, per me molto significative. All’inizio degli anni ’50, il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la Riforma Agraria, ebbe riflessi forti anche in Basilicata. Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera, vergogna d’Italia, evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita. Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra, Colombo,  giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura, promosse la cosiddetta “legge dei sassi”, che erano  pressoché caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni. Grazie a quella legge, ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.

La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria, delle finanze, ma soprattutto lungamente del tesoro, dove, egli giurista, impostò attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli una politica accorta di stabilizzazione economica, dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica. Presidente del consiglio dal 1970 al 1972, biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria, volle promuovere la nascita dell’università di Calabria e Lucania. Mai tradcurò la sua vocazione europeista: fu lui a insistere per riportare indietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota. Come si Sto arrivando!, divenne sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo. Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati, all’inizio degli anni ’80 e poi all’inizio degli anni ’90, quando portò a casa  gli accordi Colombo/Genscher, con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale.

Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale, non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà, giustizia e libertà per tutti purché al centro vi sia sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo, che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013? Abbiamo un decennio alle spalle e possiamo tracciare un giudizio sereno. Credo che nel suo impegno si riconosca la premura costante con la quale ha cercato la via per superare relativismo e individualismo, anche andando oltre un certo contrattualismo, perché l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto. Credo inoltre che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito, tra i pochissimi ad esserlo, del premio Carlo Magno e del premio Monnet, oltre a ricevere il laticlavio a vita negli ultimi anni e a reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per lungo tempo, significhi adoperarci affinché una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e il superamento di ogni divisione di sesso, razza, religione per una società non fondata su sovranismi, populismi e ideologie, bensì sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

Giulio Alfano – Titolare della Cattedra di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Lateranense e Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier.

*Il testo riprende, con poche variazioni, un articolo apparso sul sito dell’Istituto Mounier nel mese di Aprile del 2020, in occasione del centenario della nascita, con il titolo “Emilio Colombo: la politica come impegno sociale”.

La surrogazione scompone il materno e riduce il figlio a tabula rasa

Ora, forse non si è sin qui riflettuto a sufficienza sul fatto che, se quello della surrogacy è nella sostanza un fenomeno (economico) globale, l’orizzonte con cui deve essere pensato, anche sul piano giuridico, non possa che essere quello dell’universalità. A questo proposito risulta, anzi, importante ricordare che la battaglia per la sua abolizione universale è stata portata avanti in primis dal mondo femminista della sinistra francese che ha promosso nel 2015 a Parigi la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, poi firmata e condivisa da molti intellettuali di vari orientamenti. Non si tratta, dunque, di una battaglia della destra contro la sinistra o dell’ennesima riedizione di un infelice scontro tra conservatori e progressisti, ma di un impegno ineludibile per la salvaguardia dell’umano – come si è fatto quando si sono riuscite a superare sul piano delle leggi le resistenze di chi non voleva abolire la schiavitù e quando si è riusciti a proteggere per via giuridica la gravidanza dal lavoro, anche se proprio di questa conquista di civiltà, oggi, non sembra importarci più molto, visto che chi cerca di legittimare socialmente la surrogacy lo fa paragonandola esattamente a una professione.

L’importanza della ‘battaglia’ culturale per l’abolizione universale della maternità surrogata è spiegata, comunque, dalla stessa Carta di Parigi, per la quale essa «cancella il valore intrinseco e la dignità degli esseri umani», dato che configura «una messa a disposizione del corpo delle donne» a scopi generativi che, «lungi dall’essere un gesto individuale», rinvia invece a «imprese che si occupano di riproduzione umana, in un sistema organizzato di produzione, che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie ecc. Questo sistema ha bisogno di donne come mezzi di produzione in modo che la gravidanza e il parto diventino delle procedure funzionali, dotate di un valore d’uso e di un valore di scambio, […] nella cornice della globalizzazione dei mercati che hanno per oggetto il corpo umano».

In ogni caso dal punto di vista etico una proposta non è davvero universale, in senso buono, se non riesce anche a tenere conto delle persone cui si riferisce.

Se ci chiediamo quali siano, allora, le persone in gioco in questa pratica, ne troviamo diverse. Sicuramente ci sono le madri (addirittura moltiplicate: genetiche, gestazionali e sociali), ma poi ci sono anche i padri che rischiano di essere o i grandi assenti di questo dibattitto o coloro che rivendicano per sé una sorta di diritto (misogino) all’uso del corpo femminile. Poi ci sono i figli che già sono nati dalle madri surrogate, i quali assistono alla sparizione di un fratellino o una sorellina, che non possono che aver atteso durante il tempo della gravidanza, finendo inevitabilmente per chiedersi – come è stato acutamente notato – se un destino analogo di sparizione non sarebbe potuto capitare anche a loro. Ed infine c’è lui, il protagonista, in realtà l’oggetto di tutta la pratica: il figlio che perde il legame con la madre che lo ha messo al mondo, nella misura in cui la surrogacy,a differenza dell’adozione, è l’istituzione, e non il rimedio, a una condizione di abbandono.

E il tema decisivo è che il figlio non può essere non solo comprato, ma nemmeno donato: perché se ogni persona può sempre donare qualcosa di sé, questa facoltà di dono non può estendersi al dono di un’altra soggettività (il figlio). A poter essere donate sono solo le cose e non le persone. L’universalità dell’obiezione fa sì, insomma, che essa riguardi sia la maternità surrogata commerciale, sia quella cd. solidale. A chi obiettasse, infatti, che a essere comprato o donato è solo il servizio (o la capacità) gestazionale, senza che questo implichi la compravendita o il dono del figlio, si deve rispondere che non è così, perché non c’è servizio gestazionale senza la presenza effettiva del figlio. Al di là dell’alternativa tra dono e mercato, resta polare dal punto di vista etico l’universalità della condizione umana.

Alessio Musio è Professore Ordinario di Filosofia Morale presso l’Università Cattolica di Milano, dove tiene i corsi di Filosofia Morale, Filosofia della politica e Filosofia delle relazioni. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo di Bioetica della stessa Università e del Comitato Direttivo della Rivista Medicina e Morale (Rivista Internazionale di Bioetica).

Per leggere il testo integrale dell’articolo
https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-maternita-surrogata-tra-universalita-descrizioni-e-valutazioni-6192.html

Vaticano | Pascal ci rammenta che l’uomo non può rimanere in se stesso

La filosofia di Pascal, tutta in paradossi, procede da uno sguardo tanto umile quanto lucido, che cerca di raggiungere «la realtà illuminata dal ragionamento». Egli parte dalla constatazione che l’uomo è come un estraneo a sé stesso, grande e miserabile. Grande per la sua ragione, per la sua capacità di dominare le sue passioni, grande anche «in quanto si riconosce miserabile». In particolare, aspira ad altro che ad appagare i propri istinti o a resistervi, «infatti, ciò che è natura negli animali, noi la chiamiamo miseria nell’uomo». Esiste una sproporzione insopportabile tra, da una parte, la nostra volontà infinita di essere felici e di conoscere la verità e, dall’altra, la nostra ragione limitata e la nostra debolezza fisica, che conduce alla morte. Perché la forza di Pascal è anche nel suo implacabile realismo: «Non occorre un’anima molto elevata per capire che in questo mondo non esistono soddisfazioni autentiche e stabili, che tutti i nostri piaceri non sono altro che vanità e i nostri mali sono infiniti, e che infine la morte, che ci minaccia ad ogni istante, deve immancabilmente metterci entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annientati o infelici. Nulla è più reale né più terribile di questo. Facciamo pure gli spavaldi quanto vogliamo: ecco la fine che attende la vita più bella del mondo». In questa condizione tragica, si comprende che l’uomo non possa rimanere in sé stesso, poiché la sua miseria e l’incertezza del suo destino gli risultano insopportabili. Ha bisogno quindi di distrarsi, ciò che Pascal riconosce di buon grado: «Da qui deriva che gli uomini amano tanto il clamore e il movimento». Se infatti l’uomo non si distrae dalla propria condizione — e tutti sappiamo tanto bene distrarci con il lavoro, i piaceri o le relazioni familiari o amicali, ma ahimé anche con i vizi a cui ci portano certe passioni — la sua umanità sperimenta «il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. [Ed escono] dal fondo della sua anima […] la noia, l’umor nero, la tristezza, il dispiacere, la stizza, la disperazione». E tuttavia il divertimento non placa, né colma, il nostro grande desiderio di vita e di felicità. Questo, tutti noi lo sappiamo bene.

È allora che Pascal pone la sua grande ipotesi: «Cosa dunque ci gridano quest’avidità e quest’impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo un’autentica felicità di cui ora gli restano soltanto il segno e l’orma del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto ciò che lo circonda, chiedendo alle cose assenti l’aiuto che non ottiene dalle presenti? Ma invano, perché quest’abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, ossia da Dio stesso». Se l’uomo è come «un re spodestato», che tende solo a ritrovare la grandezza perduta e che tuttavia se ne vede incapace, chi è dunque? «Quale chimera è dunque l’uomo? Quale stramberia, quale mostruosità, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, debole verme della terra, depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo. Chi sbroglierà questo groviglio?». Pascal, come filosofo, vede bene che «quanto più si hanno lumi, tanto più si scopre grandezza e bassezza nell’uomo», ma che questi opposti sono inconciliabili. Perché la ragione umana non può armonizzarli, né risolvere l’enigma.

Per questo Pascal rileva che, se c’è un Dio e se l’uomo ha ricevuto una rivelazione divina — come diverse religioni affermano — e se tale rivelazione è veritiera, là deve trovarsi la risposta che l’uomo attende per risolvere le contraddizioni che lo tormentano: «Le grandezze e le miserie dell’uomo sono così palesi che necessariamente occorre che la vera religione ci insegni che c’è nell’uomo qualche grande principio di grandezza, e che c’è un grande principio di miseria. Inoltre, occorre che essa ci spieghi questi stupefacenti contrasti». Ora, avendo studiato le grandi religioni, Pascal conclude che «nessun pensare e nessun fare ascetico-mistico può offrire una via di salvezza», se non a partire dal «superiore criterio di verità della irradiazione della grazia nell’anima». (37) «Invano, o uomini — scrive Pascal immaginando ciò che il vero Dio potrebbe dirci — cercate in voi stessi il rimedio alle vostre miserie. Tutti i vostri lumi possono giungere al massimo a capire che non troverete in voi né la verità né il bene. I filosofi ve l’hanno promesso e non vi sono riusciti. Essi non sanno né quale sia il vostro vero bene, né quale sia la vostra vera condizione».

Arrivato a questo punto, Pascal, che ha scrutato con la singolare forza della sua intelligenza la condizione umana, la Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa, intende proporsi con la semplicità dello spirito d’infanzia quale umile testimone del Vangelo. È quel cristiano che vuole parlare di Gesù Cristo a quanti concludono un po’ in fretta che non ci sono ragioni consistenti per credere alle verità del cristianesimo. Pascal, al contrario, sa per esperienza che ciò che si trova nella Rivelazione non solo non si oppone alle richieste della ragione, ma apporta la risposta inaudita alla quale nessuna filosofia avrebbe potuto giungere da sé stessa.

Potete leggere il testo integrale della Lettera apostolica

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20230619-sublimitas-et-miseria-hominis.html

La lista dei riformisti per l’Europa esige chiarezza sui programmi

Fino a qualche mese fa teneva banco una versione laica e liberale, legata in parte all’azionismo, della possibile convergenza tra le forze riformiste di centro. Con il fallimento dell’unificazione di Italia Viva e Azione, è cambiato il tono del confronto: tanto Renzi quanto Calenda, protagonisti finora di questo appello, hanno incominciato a battere sul tasto della necessaria collaborazione con i cattolici democratici. Indubbiamente è un passo avanti, se davvero s’intende preparare il terreno in vista delle elezioni europee del prossimo anno.

Servono tuttavia dei chiarimenti, per non ingenerare aspettative poco fondate. Mettersi insieme a prescindere da un programma chiaro, realmente condiviso, può valere solo come labile e momentanea suggestione. A quale Europa intendiamo rifarci? Spesso si evoca Altiero Spinelli, profeta della scelta federalista, per voltare le spalle all’europeismo di Alcide De Gasperi: i meriti dell’uno non avrebbero peso se non inseriti nel disegno politico dell’altro. Con De Gasperi l’unità europea è passata dall’utopia alla concretezza storica. Per questo il nostro Novecento mantiene traccia visibile dell’opera svolta dai grandi partiti democratici cristiani sul fronte di battaglia per l’Europa, a lungo in opposizione ai comunisti.

L’impegno comune richiede uno sforzo comune. Non si può pensare a una lista delle forze riformatrici di centro se permane l’idea di una generica e confusa aggregazione. Ci sono partiti che nell’europeismo riversano la loro ideologia liberal-libertaria, usando i diritti individuali come arma di discriminazione verso tutti coloro che su delicate questioni etiche esprimono riserve motivate. L’individualismo sfrenato, sia nell’etica che nell’economia, rende complicato l’accordo tra le autentiche tradizioni del riformismo democratico. Con il dovuto rispetto, la lista con Maggi e la Bonino sta fuori dall’orizzonte dei cattolici democratici.

La questione esige in fondo più chiarezza sul come liberal-democratici e liberal-popolari, garantendo nell’insieme l’afflato solidaristico-sociale e gli stimoli provenienti dal civismo, possano dar vita a una lista fortemente innovativa, capace di aderire alle speranze e ai bisogni dei ceti popolari. Se si vuole raggiungere l’obiettivo, occorre mettere da parte l’orgoglio partigiano che nasconde il più delle volte incoercibili e inaccettabili presunzioni. Ci vuole, al contrario, tanta umiltà e tanta generosità. Le idee camminano sulla gambe degli uomini ed essi, per stare all’altezza del compito, non possono arroccarsi nei loro tornaconti e neppure adagiarsi nell’amore per i transfughi.

Verso le elezioni europee con la nostalgia dell’Ulivo

Nel 2024 rinnoveremo il Parlamento e questo voto è forse quello più significativo che l’Europa ha mai affrontato dalla sua nascita e non solo per la presenza di un conflitto alle porte dei suoi confini. All’appuntamento, complice il sistema elettorale proporzionale, ogni partito arriverà cercando di ottenere il massimo vantaggio elettorale possibile sia per incidere sulla formazione del parlamento e degli altri organi dell’UE (la partita dei tanti finanziamenti ricevuti del PNRR è tutta ancora aperta) che per calcolare l’andamento dei rapporti di forza tra i partiti nel nostro Paese.

Ora, se tutto resta così appare chiaro che questo voto mentre sarà utile alla destra per ristabilire i pesi dentro la coalizione, per tutti gli altri partiti l’esito di queste elezioni rischia di rafforzare una difficoltà in assenza di accordi per una proposta di governo alternativa, con ricadute sulla partecipazione dei cittadini alle urne che coinciderà con una stagione di voto amministrativo dove le alleanze tornano ad essere importanti.

L’unica esperienza positiva, a mio avviso, per il centrosinistra è stato l’Ulivo, velocemente interrotto per fare spazio al Pd a vocazione maggioritaria. Nato carico di molte attese e speranze, oggi esso si trova ad affrontare la sfida più importante da superare, che non è la sua esistenza, ma il “come” essere e la sua capacità di interpretare i cambiamenti socio-economici che sono intervenuti, avvalendosi dell’apporto delle due grandi culture – quella cattolico democratica e quella comunista – protagoniste della politica del secolo scorso, che nel 2007decisero di fondersi e dare vita a un nuovo soggetto politico.

Anche in questo caso occorre fare un’analisi profonda partendo dalla relazione fatta a Chianciano da Pietro Scoppola. Questi ammonì i popolari, e la sua classe dirigente di allora in modo preminente, a non fare del nascente partito “un’edizione aggiornata” di quel modello di socialdemocrazia europea perché esso non è replicabile da noi in quanto nel nostro Paese esistono tipicità uniche e di grande peso, come la presenza dell’esperienza cattolico democratica, che è stata forte e significativa, accanto all’incidenza avuta dall’eredità comunista a scapito, proprio, della socialdemocrazia, in Italia debole e poco pregnante.

A ciò occorre poi aggiungere un altro fattore, anch’esso di grande rilevanza, ovvero la presenza della Chiesa cattolica nel nostro Paese, che deve spingerci ad evitare di consegnarla a quella destra che ricorda il tempo grigio e buio della prima metà del Novecento.

Un’impresa faticosa, non priva di dolori, e chi l’ha intrapresa, da De Gasperi a Moro lo sa, il cui obiettivo era ed è quello di allargare i confini della laicità della politica per realizzare una convivenza pacifica. Per dirla con Scoppola, per “tenere la Chiesa agganciata alla democrazia”. Un’idea cara a Tocqueville. Per realizzare ciò Scoppola suggerì di creare una forma partito in grado di interpretare la società che cambia partendo dai nuovi interessi, materiali e immateriali, da essa germinati, in cui i partiti siano strumenti e non fine dell’operato politico.

Cambiare il sistema elettorale nazionale, tornando al proporzionale, appare cosa assai improbabile. Se la compagine di centro destra mostra tutta la sua presa, viceversa il centro sinistra sconta l’evidenza di una ricomposizione ancora in forse. Il dopo Berlusconi esige uno scatto di fantasia politica. Resta appunto l’Ulivo, il tentativo più alto e più equilibrato finora conosciuto e in qualche modo sempre attuale, a dispetto delle forzature in chiave radicale del Pd, come memoria di unità delle forze riformatrici e democratiche. A questo sforzo di ricomposizione sono chiamati tutti quelli che siedono nelle istituzioni e nei partiti, non senza però il contributo decisivo della società civile, avendo comunque i cattolici democratici impegnati in prima fila, con la loro creatività e autonomia.