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Assalto al Congresso americano: adesso Trump rischia la rimozione.

L’ipotesi di invocare il 25esimo emendamento per rimuovere Donald Trump, dopo l’assalto al Congresso, si sta rafforzando.

Il venticinquesimo emendamento delinea le procedure per la destituzione del presidente dall’incarico quando viene riconosciuto incapace di ”adempiere ai poteri e ai doveri della carica”. Può farvi ricorso il vicepresidente, che a quel punto lo sostituisce, e la maggioranza degli ufficiali esecutivi del presidente, o un altro organo designato dal Congresso.
Questo scenario impensabile sino a 24 ore fa, è ormai non solo un’idea ma un terreno di discussione aperto, perché è ormai evidente, anche ai Repubblicani, come il presidente abbia fomentato le violenze ripetendo per mesi accuse infondate su presunti brogli, mai avvenuti nelle elezioni del 3 novembre.

Anche  Padre James Martin, gesuita, ha scritto’ ieri sera su Fb:

“La violenza di oggi al Campidoglio USA, una disgrazia nazionale, è il risultato inevitabile delle infinite bugie sulle elezioni diffuse dal presidente Trump e dai suoi sostenitori. Qui vediamo il risultato di queste bugie, il frutto del peccato: rabbia, odio, discordia, disperazione e violenza. Questo è ciò che fa il peccato, soprattutto il peccato su così vasta scala”.

“Il presidente non è idoneo a rimanere in carica per i prossimi 14 giorni – ha scritto il il Washington Post – Ogni secondo in cui mantiene i vasti poteri propri della presidenza è una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

Intanto è salito a quattro morti il bilancio degli scontri. Lo rende noto il capo della polizia di Washington Robert Contee.

Sono 52, invece, le persone arrestate per aver partecipato all’assalto, 4 perché in possesso di pistole, uno per possesso di arma proibita, 47 per violazione del coprifuoco e ingresso illegale al Congresso.

Ma chi sono questi rivoltosi sostenitori di Trump?

I Proud Boys sono quelli che ad ogni occasione il presidente uscente chiama “patrioti”, ma che i rapporti dell’intelligence Usa definiscono da tempo come “un pericoloso gruppo della supremazia bianca”, un’organizzazione di stampo neofascista attiva non solo negli Stati Uniti ma anche in Canada. Il loro leader è Enrique Tarrio.

Anche Twitter, Facebook e Instagram prendono le distanze da Trump, bannandolo temporaneamente per non consentirgli di dare il via a nuove iniziative violente.

 

Hong Kong: decine di oppositori in galera

Dozzine di ex legislatori e attivisti dell’opposizione sono stati arrestati Hong Kong, sospettati di violare la legislazione sulla sicurezza nazionale della città , nel più grande giro di vite da quando la legge è stata imposta da Pechino lo scorso anno.

Tra i 53 oppositori vittima della retata, sei sono stati arrestati per aver organizzato e programmato un’elezione primaria tenutasi lo scorso luglio , mentre i restanti 47 sono stati arrestati per la loro partecipazione all’evento, che era progettato per assottigliare il campo dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni legislative di settembre.

Tra i detenuti ci sono molti eminenti ex legislatori, attivisti e consiglieri distrettuali. Anche un avvocato americano, John Clancey, che aveva assistito alle elezioni primarie.

Su Twitter, il candidato alla carica di Segretario di Stato del presidente eletto Joe Biden, Anthony Blinken, ha affermato che “i radicali arresti di manifestanti pro-democrazia sono un assalto a coloro che coraggiosamente difendono i diritti universali”.
“L’amministrazione Biden-Harris starà con il popolo di Hong Kong e contro il giro di vite di Pechino sulla democrazia”, ​​ha aggiunto Blinken.

Nonostante musei e luoghi culturali siano chiusi dal 4 novembre 2020, la cultura resiste e non si ferma.

Sono diverse le iniziative legate al mondo della cultura che sono state lanciate durante il periodo della pandemia, una situazione che ha prodotto un aumento esponenziale di iniziative culturali legate alla fruizione dell’arte, con visite virtuali ed esperienze digitali, che —benché non abbiano lo scopo di sostituire la visita in sito— rappresentano comunque una valida alternativa.

Il momento della pandemia è stata un’ottima occasione, per tutti coloro che si occupano di cultura, per riformulare la propria offerta comunicativa, ma anche per sfruttare il ruolo sociale dell’arte e del suo potere di accomunare e raccontatore esperienze ed emozioni di uno stato emotivo comune.

Il mare magnum di iniziative atte a valorizzare l’offerta culturale ha riscontrato un grande successo grazie ad un aumento considerevole dell’audience digitale. Secondo gli studi elaborati da «We are social» e «Hoot Suite», in Italia gli utenti dell’arte presenti online sono 50 milioni e quelli attivi sui social sono 35 milioni, con un tempo passato sul web pari mediamente a 6,5 ore.

Tutto ciò ha portato ad un riassestamento del panorama dell’offerta digitale relativo alla cultura ed in particolar modo all’arte. Riviste digitali, blogger e profili individuali di influencer dell’arte sono diventati punti di riferimento di un pubblico che è alla costante ricerca di aggiornamento.  

In questo contesto hanno avuto un ruolo importante i social network che hanno visto aumentare il numero degli utenti online. Facebook ed Instagram sono rispettivamente la terza e quarta piattaforma social più utilizzata, dopo YouTube e WhatsApp.

Innumerevoli sono i profili e le pagine di riviste specializzate nella divulgazione del settore culturale presenti sui social. A questi bisogna aggiungere anche i profili professionali, i blogger ed i digital curator che raccontano e diffondono esperienze culturali.

Tra le pagine di profili Facebook che vendono servizi relativi all’arte spiccano: Travel on Art di Anastasia Fontanesi e Anna Fornaciari con 8814 like, Amalia di Lanno Arte e Cultura di Amalia di Lanno con 5139 like, Andrea Concas con 5856 like, Art Nomade Milan di Elisabetta Roncati con 853 like, The girl in the gallery di Cristina Giopp con 870 like, Sutnaj Contemporary Art con 602 like, ArteXy con 492 like e Culturush di Virginia Bianchi con 209 like.

E tra le pagine Facebook italiane di riviste ufficiali dedicate all’arte spiccano: Arte con 3.1 milioni di like, Finestre sull’arte con 376.129 like, Inside Art con 334.351 like, Artribune con 328.816 like, Artslife con 320.125 like, Exibart con 159.816 like, My Art Guides con 58.358 like, Artuu con 27.546 like, Arte Magazine con 26.316 like, Treccani Arte con 23.338 like, Flash Art Italia con 7.964 like e Close Up Art 2.551 like.

Poi, tra le pagine Instagram italiane di riviste ufficiali dedicate all’arte, troviamo: Artribune con 206 mila follower, Exibart con 72 mila follower, Finestre sull’arte con 68.1 mila follower, Artuu Magazine con 48.2 mila follower, Arte.it 39.2 follower, Treccani Arte 34.5 follower, Arts Life 20.6 follower, My Art Guides 13.4 follower, Inside Art 3.946 follower, Close Up 919 follower

E tra le pagine Instagram che vendono servizi relativi all’arte:  Art Nomade Milan di Elisabetta Roncati con 34.7 mila follower, Sutnaj con 31,2 mila follower, Maria Vittoria Baravelli con 25.1 mila follower, The girl in the gallery di Cristina Giopp con 21.4 mila follower, Andrea Concas con 20 mila follower, Travel on Art di Anastasia Fontanesi e Anna Fornaciari con 7.352 follower, Amalia Surreale di Amalia di Lanno con 6.475 follower e Culturush di Virginia Bianchi con 3.411 follower. (AJ-Com.Net)

Oms: “Pandemia ancora grave”.

“La pandemia è ancora grave. Siamo in una corsa per salvare vite e porre fine a questa pandemia”. Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, nel suo intervento alla prima conferenza stampa del 2021 dell’Organizzazione mondiale delle sanità dedicata alle raccomandazioni sull’uso del vaccino anti-Covid Pfizer-BioNTech.

“In alcuni Paesi durante il recente periodo di ferie e di ondata di freddo, le persone si sono mescolate di più. Questo sappiamo essere un rischio e avrà delle conseguenze” ha detto il direttore generale dell’Oms, aggiungendo che “nuove varianti, che sembrano essere più trasmissibili, stanno peggiorando la situazione”.

“L’Oms non sta solo combattendo la pandemia Covid-19 – ha poi sottolineato – ma stiamo combattendo numerosi focolai di malattie in tutto il mondo, raccogliendo e analizzando centinaia di potenziali segnali ogni settimana”.

“Abbiamo imparato molto nell’ultimo anno, non da ultimo che la salute è un investimento nello sviluppo globale fondamentale per le economie fiorenti e un pilastro fondamentale della sicurezza nazionale – ha affermato il direttore generale dell’Oms – Questo è tanto importante per affrontare la pandemia Covid-19, quanto per ripristinare i servizi essenziali dedicati ai malati”.

Nel suo intervento Tedros Adhanom Ghebreyesus ha inoltre rimarcato che “un anno dopo che l’Oms ha pubblicato il suo primo rapporto, ‘Disease Outbreak News’, sull’epidemia di coronavirus, più di 30 Paesi hanno iniziato a vaccinare le loro popolazioni ad alto rischio con vari vaccini anti Covid-19”, ed “è stato anche incoraggiante vedere l’inizio del lancio del vaccino AstraZeneca nel primo Paese”.

“Vaccinare i lavoratori sanitari e chi è ad alto rischio per malattie gravi è il modo più veloce per stabilizzare i sistemi sanitari, garantire che tutti i servizi sanitari essenziali siano attivi e funzionanti e che si possa arrivare ad una ripresa economica veramente globale” ha sottolineato.

“Chiediamo a tutti i Paesi di aumentare i test e il sequenziamento del virus – ha affermato ancora – in modo da poter monitorare e rispondere efficacemente a qualsiasi cambiamento”.

Tedros Adhanom Ghebreyesus si è poi detto “deluso” dal governo cinese: “Oggi abbiamo appreso che i funzionari cinesi non hanno ancora finalizzato le autorizzazioni necessarie per l’arrivo della squadra di esperti in Cina” per esaminare le origini del Covid-19. “Sono molto deluso da questa notizia, dato che due membri avevano già iniziato i loro viaggi e altri non erano in grado di viaggiare all’ultimo minuto”, ha rimarcato.

La coalizione che non c’è.

Che in Italia non esistano più le coalizioni politiche e programmatiche coese e trasparenti è un  dato di fatto. E che la stessa “cultura delle alleanze” abbia subito un duro contraccolpo negli  ultimi tempi è un fatto altrettanto evidente. Ma, se vogliamo essere ancora più chiari, le coalizioni  oggi sono semplici pallottolieri. Cioè una sommatoria di sigle, espressione di cartelli elettorali e di  partiti personali, che scelgono di mettersi insieme per cercare di vincere le elezioni. Certo, in un  clima ancora fortemente dominato dal trasformismo politico e parlamentare, la “cultura della  coalizione e delle alleanze” stenta a farsi largo se non per meri calcoli tattici e di puro potere. Ciò  che è capitato concretamente nel nostro paese dal 2018 in poi ne è la plateale conferma. Alleanze  tra partiti che sino al giorno prima erano fieri avversari con programmi alternativi sbandierati e  propagandati fino alla nausea; contrapposizione frontale tra i diversi capi partiti salvo poi  accordarsi in un batter di ciglio; disponibilità ad allearsi con chiunque pur di restare al potere.  Sotto questo versante, l’esempio e il comportamento concreto dei 5 stelle non merita neanche di  essere commentato talmente è chiaro e paradigmatico.  

Ed è proprio in un contesto del genere che è sempre più indispensabile, invece, ritessere con  pazienza ma con determinazione, una “cultura delle alleanze”. Sapendo, come diceva  l’indimenticabile Mino Martinazzoli, che “In Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica  delle alleanze”. Una tendenza che era perfettamente funzionale al sistema elettorale proporzionale  ma, va pur detto, anche con il maggioritario le alleanze hanno dominato la dialettica politica  italiana, anche perchè, per dirla con Pietro Scoppola, proprio nel nostro paese si è riusciti a  “proporzionalizzare il maggioritario”. 

Ora, però, se si vuole ricostruire una credibile, seria e trasparente “cultura delle alleanze” è persin  ovvio che devono prevalere alcune condizioni di fondo che potrebbero riassumersi in almeno 3  punti.  

Innanzitutto credere in una “cultura della coalizione”, piantandola definitivamente con le  “vocazioni maggioritarie” da un lato e con il semplice “potere di ricatto” dall’altro. Lo squallido  esempio che la maggioranza di governo sta offrendo da settimane, ad esempio, non è che la  riprova che in Italia, attualmente, non esiste una credibile cultura delle alleanze. Cioè non esiste  una coalizione credibile. E questa, purtroppo, è una condizione presente in entrambi gli  schieramenti. 

In secondo luogo le alleanze si formano se c’è un comune disegno politico e programmatico dei  vari contraenti. Al riguardo, e per fare un solo esempio, c’è qualcuno in Italia che saprebbe  spiegare in parole semplici e rapidamente comprensibili che cos’è oggi il piccolo partitino  personale di Renzi e che cosa realmente persegue? Cioè, detto in altre parole, qual’è il suo vero  obiettivo politico e attraverso quali modalità concrete lo persegue se non attraverso il potere di  veto continuo e la spregiudicatezza permanente degli atteggiamenti del suo capo? Ecco, basta un  solo piccolo esempio per arrivare alla banale conclusione che con partiti personali del genere ogni  cultura delle alleanze è destinata a saltare prima ancora di essere annunciata pubblicamente. 

In ultimo, le alleanze si formano quando c’è anche un omogeneo sistema valoriate che le ispira.  Certo, in una fase caratterizzata dalla post politica e dalla radicale cancellazione di tutti i  riferimenti culturali, è estremamente difficile ricostruire una comune visione etica, culturale,  politica e programmatica. Cioè quella che un tempo veniva giustamente definita come una  “visione della società”. Eppure, anche se siamo immersi in una situazione di radicale perdita di  credibilità della politica, dei partiti e anche, purtroppo, dei suoi capi/leader, non si può che ripartire  da lì. Cioè dal valore delle alleanze, dal pluralismo che le ispirano, dalla politica che le nobilitano e  dai programmi che le qualificano. Senza questa assunzione di responsabilità e senza, soprattutto,  questa riscoperta politica e culturale, dovremmo inevitabilmente rassegnarci alla degenerazione  trasformistica e alla mera ragione di potere. Che, detto fra di noi, è quello che attualmente  registriamo nella dialettica politica italiana. 

Una nuova primavera

Se una rondine non fa primavera, comunque annuncia l’arrivo della bella stagione.

E’ quanto si preannuncia nei prossimi mesi nel panorama politico italiano ormai stagnante e privo di valori ideali forti.

Certo, la pandemia sta giocando un ruolo non secondario in questo blocco di attività che coinvolge anche la politica. Ma se per altri tipi di attività può essere una giustificazione, non lo è sul piano delle idee e delle proposte che stentano a venir fuori e a trovare il largo.

Si naviga a vista! Eppure un sasso è stato lanciato nelle acque stagnanti del cattolicesimo democratico al fine di ritrovare le ragioni e le origini di un impegno politico nuovo,  carico di passione ideale e di programmi concreti per uscire da questa crisi.

A tal riguardo, però, non servono a nulla richiami ad un recente passato, come ha osservato giustamente Lucio D’Ubaldo, “nel peggiore stile doroteo.”

Occorre, invece, nuova linfa, nuovo entusiasmo, nuovo e realistico convincimento che il popolarismo non è morto, tutt’altro!

Non a caso negli ultimi anni padre Sorge ha speso le sue ultime energie e le sue intuizioni sempre acute per distinguere non solo la categoria del popolarismo dal populismo, ma anche per far rilevare come quest’ultimo sia nemico del popolo.

Purtroppo la questione non riguarda solo il nostro Paese, ma tutto l’Occidente ormai preda di un’antipolitica che dietro la maschera del tutto per il popolo e niente senza del popolo, nasconde l’essenza vera e becera della reazione.

Risulta indubitabile, da questo punto di vista, almeno per il momento, che non spetta la popolarismo italiano dare lezioni di politica in Europa e nell’Occidente; si tratta invece di partire dalla nostra realtà per ridefinire preliminarmente le caratteristiche di una buona politica. Ma anche qui ci soccorre l’intuizione di padre Sorge, allorquando affermava che un buon politico deve avere due qualità: la competenza e l’onestà. Ma io vorrei aggiungere anche quella dell’umiltà.

Tra l’altro, occorre anche osservare come tutte queste qualità non possono essere scisse: la sola competenza non serve in politica se poi non si ha il dono dell’onestà e dell’umiltà.

Lo stesso dicasi per l’onestà e l’umiltà scisse tra loro e dalla competenza.

Chi non ricorda nella seconda metà degli anni Ottanta la Primavera di Palermo, che ebbe come protagonisti proprio padre Bartolomeo Sorge, padre Ennio Pintacuda e Leoluca Orlando.

A quell’epoca si gridò allo scandalo negli ambienti politici più retrogradi (anche all’interno della DC) per un’esperienza che aveva tutta l’aria del cattocomunismo.

Fu invece una grande stagione politica contro la mafia e contro i poteri forti che detenevano nel capoluogo siciliano il monopolio dell’economia e dei traffici illeciti.

Credo che una nuova Primavera, sull’onda proprio dell’esperienza palermitana, sia possibile anche per l’Italia, affinché si possa chiudere questa brutta parentesi politica di incompetenza, di privilegi e di poca attenzione ai problemi reali di questo Paese.

Il ricordo della “ prima deportazione politica” da Roma a Mauthausen Era il 4 gennaio 1944, nel 77esimo anniversario commemorazione al Verano

Spesso è triste, ma è doveroso ricordare, perché senza ricordo non si conosce la nostra storia e non ci si rende conto del lungo cammino e con quanti sacrifici è stata costruita la nostra attuale Repubblica. Esistono ricordi che richiamano periodi particolari della vita della nostra Nazione, in modo specifico anche quelli accaduti nella Città Eterna. Uno di questi è quello successo il 4 gennaio 1944,  durante i 269 giorni dell’occupazione nazista della Capitale, (dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944), nel corso della Seconda Guerra mondiale. Infatti furono innumerevoli gli atti di violenza nella città, con morti e deportazioni. I cittadini di Roma, uomini e donne, giovani e anziani, subirono umiliazioni, rastrellamenti, carcere, privazioni, paura, e tanta fame.

Tanti i giorni, di quei nove mesi dell’occupazione militare, ricordano fatti, avvenimenti, tragedie che sono rimaste nel cuore, in modo particolare di chi le ha subite direttamente e indirettamente, per i danni provocati da quella condizione, dove ogni libertà era negata. Il richiamo agli avvenimenti del 4 gennaio 1944, il giorno in cui ci fu quella che venne definita la “ prima deportazione politica”, dal Carcere di Regina Coeli di Roma a Mauthausen, un campo di concentramento nel nord dell’Austria al confine con la Germania, soprannominato “l’inferno dei vivi”. 

Furono deportati  292  romani tra cui undici ebrei, prelevati dal carcere, vennero  condotti allo Scalo di Roma Tiburtina e stipati in un treno merci, composto da 10 carri, con destinazione il campo di Mauthausen, dopo una sosta a Dachau, arrivarono a destinazione il 13 gennaio 1944. Nel famigerato lager, dove furono portati i prigionieri provenienti da Roma, indicato dalla propaganda nazista come “campo di lavoro”, in questo luogo lo sterminio degli uomini avveniva attraverso il lavoro forzato, nella vicina cava di granito, per la consunzione per denutrizione e stenti.

Questo è stato il primo trasporto di deportati politici diretto a Mauthausen: la polizia italiana su cui pesava una grande responsabilità – con questa operazione di rastrellamento – aveva dimostrato di voler tempestivamente obbedire al comandante militare della piazza di Roma, il generale Maeltzer (incriminato alla fine del conflitto bellico per crimini di guerra), ed ai suoi ordini di rappresaglia contro gli attentati nella capitale, che la Resistenza cercava di contrastare la tirannide. Fra i deportati del 4 gennaio 1944, c’erano i nipoti di Badoglio, i fabbri di via della Fornaci, e tante  persone semplici e benpensanti, che rappresentavano  “una Roma che credeva in certi principi che hanno portato a combattere il fascismo e il nazismo.” 

In una pubblicazione di Eugenio Iafrate, dal titolo  “Elementi indesiderabili”, storia e memoria di un “trasporto” Roma – Mauthausen 1944, dedicato alla memoria dei deportati, il racconto e la ricostruzione di una vicenda, che ancora oggi è oggetto di ricerca e di riflessione, per ciò che ha rappresentato l’occupazione  nazista della Capitale del nostro Paese. Alla liberazione  del campo di concentramento nel 1945, i superstiti che tornarono alle proprie case furono una sessantina.

Ogni anno, il 4 gennaio, si celebra al cimitero monumentale del Verano, di fronte al “ Muro del deportato”, sacrario romano delle vittime della deportazione nazista nei campi di concentramento, una cerimonia a ricordo. In quest’anno, che è il 77esimo anniversario della deportazione, hanno partecipato alla commemorazione  l’Aned di Roma (Associazione nazionale ex deportati nei campi di concentramento), l’Anpi, la Comunità ebraica e il Comune di Roma con la sindaca Raggi.

Un ricordo per pensare agli orrori della guerra e un momento per capire sempre meglio il valore della pace.

 

Il crollo del mercato auto

Il mercato italiano dell’auto chiude il 2020 in profondo rosso. Nell’intero anno sono state immatricolate 1.381.496, il 27,93% in meno del 2019.

Quindi con il calo del 2020, il fatturato delle immatricolazioni di autovetture in Italia ha subito una contrazione di 12,17 miliardi rispetto al 2019, mentre il gettito Iva è calato di 9,97 miliardi. E’ del tutto evidente che per il comparto dell’auto un’altra annata come il 2020 avrebbe effetti catastrofici.

Nel mese di dicembre sono state immatricolate 119.454 auto con un calo del 14,95% rispetto allo stesso mese del 2019. Un mercato, quindi, a livello degli anni ’70 del secolo scorso, secondo il centro Studi Promotor.

Ora si spera negli incentivi. Per Anfia, Unrae e Federauto, “bisogna guardare avanti per ripartire”. Se, come abbiamo detto, il 2020 era partito già col piede sbagliato, con un calo delle immatricolazioni del 5,9% a gennaio e dell’8,8% a febbraio, il Coronavirus, da marzo in poi, con la chiusura delle concessionarie e i vari divieti di spostamento, ha aggravato la situazione:

Spagna: disoccupazione mai così alta dal 2009, cresciuta del 22,9 per cento

Il 2020 si è chiuso in Spagna, a causa della pandemia del coronavirus, con un aumento di 724.532 disoccupati (il 22,9 per cento in più), il più alto incremento annuale dal 2009 (oltre 800 mila persone). Secondo quanto reso noto dal ministero del Lavoro, il volume totale dei disoccupati ha così raggiunto a fine anno i 3.888.137, dopo aver registrato nell’ultimo mese del 2019 un aumento mensile di 36.825 disoccupati (più 0,9 per cento).

Il ministero ha evidenziato, tuttavia, che l’aumento della disoccupazione nell’ultimo trimestre è stato quasi sette volte inferiore rispetto alla prima ondata della pandemia. Questi dati non includono i lavoratori che sono in congedo o con orario ridotto e che stanno, beneficiando, dunque, della cassa integrazione straordinaria in quanto non sono stati contabilizzati come disoccupati. Tra aprile e novembre 2020, oltre 8 milioni di spagnoli hanno usufruito dell’Erte con il massimo mensile a maggio e con una spesa complessiva per la cassa dello State di circa 14,1 miliardi di euro.

Epifania: calza in 1 casa su 3 ma -23% acquisti

Con la pandemia e l’Italia in zona rossa torna la tradizione della calza della Befana che viene appesa in oltre una casa su tre (38%) mentre ad una minoranza del 12% la Befana porta altri regali ed il resto non festeggia anche perché non ha bambini in casa. E’ quanto emerge da una elaborazione Coldiretti/Ixe’ per la Festa dell’Epifania al tempo del Covid, segnata quest’anno dalla solidarietà nei mercati di Campagna Amica, dalla calza sospesa per i bambini meno fortunati al pranzo gourmet a km 0 per i più poveri.

Le difficoltà economiche, il lockdown e la chiusura dei negozi hanno pesato sugli acquisti, in calo stimato del 23% rispetto allo scorso anno ma immancabili nella calza sono cioccolate, caramelle e carbone dolce anche se la spinta provocata dall’emergenza Covid verso una alimentazione più salutista contagia la Befana 2021 e in molte famiglie – sottolinea la Coldiretti – tornano anche fichi e prugne secche, nocciole, noci e soprattutto biscotti fatti in casa. Una tendenza favorita dall’impossibilità di uscire dalle mura domestiche con la zona rossa durante le festività con ben il 49% degli italiani che ha passato più tempo ai fornelli, anche a preparare nuove ricette con i propri figli. Un ritorno alla naturalità nel contenuto delle calze “appese” al camino dalla simpatica vecchietta che in passato ai più “discoli” regalava solo aglio, peperoncino, patate e carbone vero.

Non mancano però iniziative per aiutare a riempiere la calza secondo le tradizione locali del territorio in molti mercati degli agricoltori di Campagna Amica dove per l’occasione sono stati organizzati anche appuntamenti con la solidarietà a favore delle famiglie in difficoltà. Sono circa 840mila i bambini con età inferiore ai 15 anni che in Italia hanno bisogno di aiuti anche per mangiare secondo una proiezione della Coldiretti su dati del fondo indigenti (Fead).

A Napoli nel giorno dell’Epifania arriva la “calza sospesa” presso il mercato Campagna Amica di Fuorigrotta, in via Guidetti 72 al parco San Paolo con la possibilità per i cittadini di acquistare dolcetti, agrumi, marmellate e ogni altra leccornia, rigorosamente a km zero, da mettere nelle apposite calze donate in dono ai ragazzi dei quartieri disagiati della metropoli. Mentre in Puglia la Befana solidale arriva grazie ai cuochi contadini di Campagna Amica che hanno scelto di donare i pasti cucinati negli agriturismi alle mense per gli indigenti della parrocchia di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa a Lecce, di Maria Santissima del Rosario a Bari e alla mensa sociale Paolo VI° a Fasano (Brindisi).

Per molti bambini – continua la Coldiretti – l’arrivo della Befana è anche l’occasione per ricevere gli ultimi regali delle feste con l’arrivo di giochi e giocattoli, spesso anche per sanare le delusioni del Natale. Da qualche anno però – sostiene la Coldiretti – l’appuntamento si è diffuso anche tra gli adulti che sfruttano l’occasione per scambiarsi o farsi doni, anche simbolici, spesso approfittando dell’inizio della stagione dei saldi. Una ultima occasione di festa – conclude la Coldiretti – fa salire a quasi 4,5 miliardi il valore dei regali acquistati durante le festività di fine ed inizio anno.

Al via la fase 1 del vaccino italiano

Vaccino anti Covid italiano, al via oggi la presentazione dei risultati della Fase 1 della sperimentazione del ReiThera Grad-Cov2 allo Spallanzani di Roma. A spiegare come funziona il siero, e le reazioni rispetto agli altri vaccini già approvati come Pfizer e Moderna, è Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi.

“Abbiamo iniziato la sperimentazione del vaccino il 24 agosto e a 21 giorni non è stato osservato nessun evento avverso. Ci sono stati effetti indesiderati nel sito di iniezione – ha detto -, ma assolutamente rientrati senza la necessità di intervento medico e minori rispetto ai vaccini di Pfizer e Moderna. Il vaccino produce anticorpi neutralizzanti” rilevabili nel 92% delle persone vaccinate e “usato in emergenza basta una sola dose”.

“Il vaccino induce anticorpi e dai dati preliminari protegge dall’infezione ed è ben tollerato. Questi studi ci hanno consegnato la sperimentazione clinica e serviranno a consolidare i dati della sicurezza”, ha sottolineato quindi Antonella Folgori, presidente ReiThera, nel suo intervento alla presentazione allo Spallanzani. “Puntiamo a sviluppare 100 milioni di dosi di vaccino per anno”, ha aggiunto, precisando: “Il vaccino è stabile ad una temperatura tra 2 e 8 gradi”.

La crisi non si risolve con il rimpasto. E’ in gioco la testa di Conte.

Mentre si diffonde un certo malumore della pubblica opinione, il braccio di ferro nella maggioranza non cessa di produrre un effetto di distanziamento tra le varie componenti del governo. Più si cerca di banalizzare la crisi, riducendola a una partita di ambizioni personali, più diventa complicato il gioco delle soluzioni. Il dato incontestabile è che la baldanza di Conte ha perso la sua maggiore virulenza, tanto da far trasparire quella debolezza politica che gli osanna del Pd avevano nascosto fino ad ora.

In una recente intervista a formiche.net, l’ex dirigente socialista e sempre lucido osservatore politico, l’ultra novantenne Rino Formica, accosta la figura di Conte a quella di Tambroni. Non usa mezzi termini: il problema, a suo dire, è come si debella l’eccentrica protervia dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. “Dobbiamo richiamarci – sostiene Formica – ad un solo esempio di resistenza di un capo del governo a fare da sé, al di fuori delle forze politiche che lo avevano espresso: Tambroni, che poi fu licenziato non solo dalla resistenza della sinistra. Quella sua velleità a fare da solo fu stroncata da Moro. C’era un sistema politico molto forte dove la Dc si assunse la responsabilità di licenziare un suo presidente del Consiglio. Quindi si torna alla questione di partenza: in caso di grandi crisi un sistema robusto la risolve se ha gli anticorpi giusti. In caso contrario, quella crisi porta al decesso”.

In questo quadro l’azione del principale antagonista di Conte, vale a dire Matteo Renzi, si fa più nitida e incisiva. Anche lui non usa mezzi termini. Ieri ha smentito – forse obtorto collo, ma non importa – di essere interessato a un suo ritorno al governo. Invece, sempre ha proposito di Conte, si è espresso con quella freddezza che di solito accompagna la comunicazione di licenziamento. Prima l’accordo sui contenuti, poi la verifica sul ruolo di Conte: un modo neppure troppo velato, questo di Renzi, per consacrare con ritrovato piglio da rottamatore una ipotesi di defenestrazione. La crisi, dunque, rimane complicata e al fondo minacciosa. Può anche chiudersi con un semplice rimpasto, ma non è detto che ad esso subentri una prospettiva di reale pacificazione.

Cadde la testa di Tambroni, infine può cadere quella di Conte.

La tradizione monastica per rileggere Dante

Articolo pubblicato sulle pagine di Vatican News a firma di Paolo Ondarza

Un’invocazione nascosta in un antico commento al Pentateuco redatto dal monaco alto-medievale, Bruno di Segni, che fu vescovo della città di Asti ed entrò in contatto con personaggi chiave della cultura dell’XI secolo avrebbe ispirato l’incipit della Divina Commedia. “Ma ora io rendo grazie a Dio onnipotente, che fino a qui mi ha guidato sulla via dritta, come credo, per questa selva oscura assai fitta”, scrive il religioso al termine della faticosa stesura del commento al libro dell’Esodo. Impossibile non riconoscere in queste poche righe una forte analogia con l’incipit della Divina Commedia. Un’assonanza che poche righe più giù ritorna ancora in Bruno di Segni quando definisce la selva “aspra” e “amara”. La scoperta destinata ad accendere il dibattito culturale è il frutto del lungo ed articolato studio condotto da Giulio d’Onofrio, docente di storia della filosofia medievale all’Università di Salerno, nel libro “Per questa selva oscura”, appena pubblicato da Città Nuova.

La cultura alto-medievale e Dante

“É la testimonianza – spiega l’autore a Vatican News  – che Dante utilizza e conosce le fonti che costituivano la base della tradizione monastica”. Una simile premessa, “apre alla possibilità di leggere Dante non come classicamente si fa, ovvero come un aristotelico, dipendente per lo più da Tommaso d’Aquino e Alberto Magno. Senza negare l’influenza di questi autori del XIII secolo, si può quindi affermare che la cultura alto-medievale, patristica e monastica, abbia fortemente influenzato la concezione dantesca in relazione ad un tema molto forte nella Divina Commedia come la purificazione dell’uomo dal male e l’attuazione delle virtù, intesa come realizzazione del progetto che Dio ha pensato quando ha creato l’uomo”.

Come essere felici

In estrema sintesi si comprende meglio la missione di Dante: “portare la verità del Vangelo agli uomini che l’hanno dimenticata e mostrare che per tutti c’è la possibilità di essere felici”. La mentalità monastica infatti era tutta “finalizzata alla realizzazione dell’uomo perfetto che attua in sé, ciò che Dio vuole per lui fin dai tempi della creazione”. Questa visione della vita ricalca quella della filosofia antica secondo cui l’uomo è felice quando realizza la propria perfezione dell’anima, entelechia, le capacità e le virtù che ha in sé”.

Beatrice e la Vergine Maria

La conoscenza da parte di Dante di queste idee apre a nuove interpretazioni della sua opera: “É una concezione di tipo platonizzante – prosegue d’Onofrio –  che implica la presenza di archetipi, di idee eterne nella mente di Dio. In questo modo possiamo leggere in modo nuovo famosi testi come il sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare: da sempre studiato come ispirato all’amore cortese e all’ideale della donna angelo, se riletto alla luce delle fonti monastiche si comprende che l’ideale di bellezza incarnato da Beatrice è quello dei filosofi greci antichi: perfezione dell’idealità dell’essere umano che realizza in modo perfetto la volontà divina. Beatrice in questo sonetto è infatti anticipazione delle virtù di Maria descritte da Dante nell’ultimo canto del Paradiso”.

Desiderare ciò che Dio desidera

“Nella terza cantica inoltre – prosegue d’Onofrio – Il luogo dove sono i santi è la mente di Dio. Dante viene accolto nella mente di Dio per poter raccontare agli uomini come purificarsi dagli errori e raggiungere la beatitudine. É nella mente di Dio che le creature diventano come Dio, perché desiderano ciò che Dio desidera.

Il “saluto” e la salvezza

Lo studio di D’Onofrio è una testimonianza della fecondità e della ricchezza, ancora da penetrare a fondo, dell’opera di Dante Alighieri, il cui messaggio, a quasi settecento anni dalla morte, è “immensamente attuale”. “Le prospettive aperte da questo studio – aggiunge l’autore – non sono state finora considerate abbastanza. Se ad esempio leggiamo la parola virtute la traduciamo automaticamente come “virtù, perfezionamento etico”, ma nel linguaggio alto medievale essa indica la potenzialità, l’attuarsi di ciò che è nelle capacità dell’uomo e che con una conversione al bene si può attuare”.  “Allo stesso modo va compresa la parola salute: Dante si innamora di Beatrice quando gli concede il saluto. Lei, è mediatrice tra umano e divino, venuta da cielo in terra a miracol mostrare, salutando si fa portatrice di salvezza”. Per intendere pienamente il pensiero di Dante quindi occorre penetrare ciò che lui ha studiato e comprendere il contesto nel quale si è formato e dal quale ha preso le mosse per compiere l’alta missione, teoretica ed etica, di elevazione e rieducazione dell’umanità, dispersa in una selva oscura.

Un libro di Massimo De Angelis su Nietzsche oltre il nichilismo. Il deserto e la sete di Dio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

Il libro di Massimo De Angelis, Serve ancora Dio? La via di Nietzsche oltre il nichilismo, (Roma, Castelvecchi, 2020, pagine 288, euro 25) conduce nel deserto, per fare esperienza della sete di Dio. Facendo il bilancio della articolata interpretazione del pensiero nietzschiano in ambito cristiano sarebbe legittimo domandare: cosa resta di Dio? Nella serrata critica di Nietzsche all’idea di verità come descrizione oggettiva-assoluta delle cose, solo il soggetto nel suo atto di volontà, non altri, non altro, diventa ermeneuta del reale. Si rigetta l’idea di un ordine del mondo, e per liberare il proprio sì alla vita non si potrebbe far altro che rinunciare a Dio. Ma, se riprendiamo la famosa enunciazione di Paul Ricoeur che unisce Marx, Nietzsche e Freud nella definizione di «maestri del sospetto», potremmo comprendere l’utilità di questo libro. Il “sospetto” incrina gli equilibri, e sollecita un distanziamento da come le cose stanno, rivelando, insieme, la fallacia della realtà e l’apparire di qualcosa di nuovo. La forza distruttiva diventa generativa, con la conseguenza che bisogna congedarsi dal vecchio, per porsi nella direzione di un altro evo: il “sospetto” genera krisis, separazione, vaglio per una nuova consapevolezza dello stare al mondo, e così scegliere, decidersi. Lo dovremmo a noi stessi, scoprendoci impastati di “infingimenti”.

In questo libro l’autore assume la sfida della krisis. Accetta la sfida di un «un rigoroso confronto» con la propria fede, come lo scolpisce Nietzsche in Aurora, «finché non siate andati lontano» dal cristianesimo. Divenendo esuli (una rinuncia teoretica alle metafisiche e al cogito cartesiano), i gesti, la vita come inveramento, condurranno all’autenticità dei significati, in cui le parole ritroveranno i loro suoni di verità: un nuovo inizio, povero di sicurezze, ma in cui tempo ed eternità, corpo e spirito, si daranno finalmente la mano. E qui diventa centrale l’umanità di Gesù, facendo emergere una paradossale cristologia filosofica, la cui radice alimenta la teologia dell’umano. Se ne evince già dal visibile connubio tra autobiografia dell’autore e biografia di un pensiero tellurico, all’apparenza solo distruttivo. I sommovimenti sismici aprono una strada: la via di Nietzsche oltre il nichilismo. Come in ogni conversione o riforma, la crisi e la morte sono una necessità che perde rilievo di fronte alla vita che germina in esse.

Gesù, l’uomo «eternamente sacro e degno di venerazione» è la chiave della risoluzione della lotta che avrebbe estenuato il cristianesimo, quella tra l’umano e il divino, tra il corpo e lo spirito, nel segno dell’intangibile dualismo che ha contrassegnato la riflessione e l’esperienza cristiana. Le pagine si rincorrono intrecciandosi a frammenti di meditazione di una vita che si guarda allo specchio dei pensieri nietzschiani. Il libro innerva un processo discendente e ascendente, composto lungo due sezioni asimmetriche che paiono riprendere la struttura dell’Ottava sinfonia di Mahler, quella che più di ogni altra ha cercato la soluzione della tensione tra suono e parola. Ogni capitolo, trova il suo tempo interiore nella misurazione musicale: andante, lento, adagio, mosso, rondò, allegro, e così via. Lo sfondo musicale coispira la “meditazione” filosofica di De Angelis, che con Nietzsche percorre il suo esodo strappando i rivestimenti teoretici, per mostrare una verità che deve dissolversi per riprendere il suo corpo, rigenerarsi nella distanza per abitare una patria, perdersi per scoprirsi sulla via, contrastare la corrente per risalire il fiume, manifestarsi nella sete e nella fame, per alimentare il fuoco del desiderio. Coerente, ci pare, con quanto avvenuto nelle partiture mahleriane, che mentre portavano alla dissoluzione della forma sinfonica, purificavano nel fuoco la fedeltà alla tradizione. E non è un caso che si attribuisca a questo compositore il celebre aforisma che «la tradizione non è la venerazione delle ceneri, ma tener vivo il fuoco».

La fiamma è il Cristo exodus, motore e primo passo del benefico peregrinare per liberarsi dalla sententia Christi, dai concetti, e scorgere finalmente il corpus Christi, presenza che si rivela nella carne, unendola a sé dove altri vorrebbero separarla, ritenendola indegna di Dio. Il dualismo è la soluzione analgesica dei tormenti della creaturalità, il sintagma intorno al quale si sono costituite tante soluzioni falsificanti, come lo gnosticismo e il pelagianesimo. Errori antichi che ancora costringono l’idea di salvezza nel rigido assoluto della legge e nell’immanente solitudine delle proprie ragioni, perdendo la verità di Dio che si presenta in Gesù, e trapassa permanentemente nel “sacramento” del tu-noi, all’ombra della grazia che dà gioia ai cieli, come direbbe Nietzsche, per il fatto che Dio è sulla terra. A questo si aggiunge la lotta contro quella ragione che ogni cosa riempie annichilendo, e da cui si esce, ancora nichilismo, svuotando di valore le categorie a cui tutto è appeso: scopo, unità, essere. Un congedo che si trasforma in oblio. Tutto frana, sembrerebbe.

Ma si potrebbe verificare, invece, che a cadere sia la maschera di una ostinata prepotenza intellettuale che incatena i passi di chi vuole andare oltre. Allora, i muri di acqua che hanno aperto e difeso la via nel mar Rosso si trasformano nella tempesta che travolge i deduttivi, dispersit superbos mente cordis sui, per mettere al centro la vita che brama l’oltre, et exaltavit humiles (Luca 1, 51-52).

La scena di questo mondo si trasfigura nel sacrificio delle proprie certezze, al prezzo di trovarsi nella massima distanza da Dio. Ed è nella più estrema lontananza che si acclara che il Regno di Dio è qui (Matteo 5-7), e la gloria di Dio è l’uomo vivente pensato da Ireneo (Adversus haereses 4, 20, 5-7), nella tensione di sguardo alla vita, di presa in carico di essa, dissipando la menzogna e rinunciando alle illusioni, per vedere Dio. Il minimo coincide con il massimo, e quello che per Cusano trascende ogni possibilità dell’intelletto, non è per Nietzsche negato alla vita, al suo sapore-sapere, alla pratica dell’esistere. Egli danza tra gli opposti, ma la musica sembra esaurirsi lì dove, secondo un’interpretazione costante del suo pensiero, ponendo in alternativa fede e religione, tra soggettività e alterità, io o Dio, non riesce a cogliere, questa la tragedia di Nietzsche, che la natura relazionale della fede non è soltanto rinuncia-perdersi dell’uscire da sé, ma è un perdersi per trovare Dio dentro di sé, intimior intimo meo (Agostino, Confessiones III , 6): mai relazione fu più intima e profonda, delicata rimembranza di una possibilità perduta e ridonata, liberante dalla trappola dell’autoreferenzialità, nuova forma — superamento e dignità ritrovata — dell’umano. Il minimo e il massimo si compenetrano fino alla sorpresa di Matteo 25, quando la coincidenza proietta luce sulla fine per generare un nuovo inizio, inatteso e impensabile come solo una teofania può esserlo: quello «che avete fatto ai miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», pienamente umanizzante, nel vuoto, nell’assenza, nell’indigenza, nella nudità, nella solitudine, nella vulnerabilità. E cos’altro avrebbe potuto ispirare quanto raccolto in Al di là del bene e del male: «Amare l’uomo per amore di Dio — fu questo, fino a oggi, il sentimento più nobile e più remoto che sia stato raggiunto dagli uomini. Che l’amore per l’uomo senza una qualche segreta finalità che lo santifichi sia una sciocchezza e una bestialità in più, che l’inclinazione a questo amore umano debba ricevere soltanto da una inclinazione superiore la sua misura, la sua finezza, il suo granello di sale e il suo pulviscolo d’ambra — chiunque sia stato l’uomo che per la prima volta ha sentito e “ha vissuto” tutto questo, per quanto la sua lingua possa aver balbettato, allorché tentò di esprimere una tale delicatezza di sentimento, egli sarà per noi eternamente sacro e degno di venerazione, in quanto è l’uomo che ha volato più in alto sino a oggi e si è smarrito nel modo più bello».

Lo smarrimento, lo straniamento di un essere che deve trapassare sé stesso, avvertire la vertigine del vacuum per scoprirsi capax Dei. Ma qui, come giustamente avvertirebbe De Angelis, siamo oltre Nietzsche. Nello stesso tempo, però, dalle pagine di questo libro emerge la gratitudine al suo pensiero, che riesce a far ascoltare quello che non è riuscito a sentire: un canto alla vita, nostra e, non sorprenda, alla necessaria vita di Dio.

La Spagna e il Regno Unito negoziano un accordo di cooperazione militare

La Spagna e il Regno Unito stanno negoziando un accordo sulla sicurezza e la difesa come tassello fondamentale della nuova fase di cooperazione. Tale accordo, secondo fonti diplomatiche spagnole, includerà la lotta al jihadismo, la difesa informatica e le missioni militari congiunte; ma anche accordi sulla base britannica di Gibilterra, fonte di continui attriti tra i due paesi .

Il Regno Unito è, insieme alla Francia, la principale potenza militare europea, che possiede una propria forza nucleare e un seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma, con decisione di Londra, l’accordo di recesso dell’UE ha sigillato il lo scorso 24 dicembre non comprendeva alcun capitolo sulla politica estera e di difesa, il che lascia ampi margini alla cooperazione bilaterale.

Scartato, almeno per il momento, il forum europeo (dove il Regno Unito non è mai stato un partner molto attivo, bensì il contrario), la cooperazione militare con Londra e Madrid è ora circoscritta al quadro dell’Alleanza Atlantica, a cui entrambi i paesi appartengono.

La realtà, però, va ben oltre questo breve quadro giuridico: la compagnia britannica BAE Systems è un partner chiave del velivolo da combattimento Eurofighter, il più grande programma di armamenti a cui partecipa la Spagna ; e Rolls-Royce è, fino a quando non si concretizza la sua intenzione di sbarazzarsene, proprietaria di ITP, la principale azienda automobilistica spagnola.

9,6 mld di cibi e vini invenduti con i ristoranti chiusi

Il crollo delle attività di bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e agriturismi ha un effetto negativo a valanga sull’agroalimentare nazionale, con una perdita di fatturato di oltre 9,6 miliardi per i mancati acquisti in cibi e bevande nel 2020. E’ quanto emerge dal bilancio della Coldiretti sulle conseguenze delle nuove chiusure e delle limitazioni imposte alla ristorazione dalle misure anti contagio per l’emergenza Covid.

I consumi fuori casa degli italiani per colazioni, pranzi e cene fuori casa sono crollati del 48% nel corso del 2020 con una drastica riduzione dell’attività che – sottolinea la Coldiretti – pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – continua la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato ma ad essere stati piu’ colpiti sono i prodotti di alta gamma dal vino ai salumi, dai formaggi fino ai tartufi.  Il crollo delle vendite nella ristorazione – sottolinea la Coldiretti – non è certamente compensato dal leggero aumento del 12% che si è verificato negli acquisti familiari di alimenti e bevande nel 2020.

Nell’attività di ristorazione – continua la Coldiretti – sono coinvolte circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi lungo la Penisola ma le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,8 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che vale 538 miliardi pari al 25% del PIL nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. Occorre salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui con l’emergenza Covid il cibo ha dimostrato tutto il suo valore strategico per il Paese.

“In questo momento difficile chiediamo agli italiani di privilegiare il consumo di prodotti alimentari Made in Italy per aiutare l’economia, il lavoro ed il territorio nazionale #mangiaitaliano” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza che “misure di ristoro adeguate siano previste per l’intero sistema agroalimentare su cui ricadono gli effetti negativi delle chiusure e delle limitazioni del canale ristorazione”.

Nasce il quarto costruttore automobilistico mondiale

Stellantis sarà il quarto costruttore automobilistico mondiale per volumi. La creazione di Stellantis è l’unione tra il gruppo PSA e FCA.

Rimarranno nella società tutti i 15 brand che fanno parte di FCA e PSA; Stellantis, oltre al nome, ha già anche il suo logo. L’Olanda è il Paese scelto per la sua sede, John Elkann sarà il presidente, la guida sarà nelle mani di Carlos Tavares, il CEO di PSA. Mike Manley sarà l’amministratore delegato.

Dopo le assemblee degli azionisti mancheranno soltanto le formalità per la quotazione di Stellantis alle Borse di Parigi, Milano e New York. «Il nuovo gruppo Stellantis è pronto a investire in misura cospicua per affrontare le sfide che dovremo affrontare e preparare un futuro brillante» ha detto Carlo Tavares, che sarà l’amministratore delegato.

Per quanto riguarda il personale non vi sarà nessuna chiusura e nessun licenziamento. Però nei prossimi mesi però bisognerà capire come sfruttare al meglio alcune linee produttive che risultano sotto utilizzate (come ad esempio lo stabilimento di Kragujevac in Serbia).

Vaccino AstraZeneca, prime dosi somministrate in Gb

E’ un uomo di 82 anni, Brian Pinker, a ricevere la prima dose del vaccino AstraZeneca-Oxford contro il coronavirus. Nel Regno Unito è iniziata oggi la somministrazione del farmaco, che si aggiunge quindi al vaccino Pfizer.

Le autorità britanniche hanno ordinato 100 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca-Oxford, di cui 520mila sono già disponibili. Questa settimana in Inghilterra è prevista l’apertura di centinaia di nuovi centri di vaccinazione, oltre ai 730 già esistenti.

Il ministro della Salute, Matt Hancock, alla radio della Bbc Hancock si detto “incredibilmente preoccupato per la variante sudafricana” del nuovo coronavirus, descrivendolo come “un problema ancora maggiore” rispetto alla cosiddetta variante inglese, che sarebbe più contagiosa dei ceppi già noti. Per fronteggiare la nuova variante, il Regno Unito ha limitato i voli dal Sudafrica e ordinato l’obbligo di quarantena per i passeggeri in arrivo dal Paese

«Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» Tutto concorre al bene

di mons. Gualtiero Sigismondi Assistente ecclesiastico generale dell’Ac e vescovo di Orvieto-Todi. L’articolo è l’editoriale di «Dialoghi» (4/2020), il trimestrale culturale promosso dall’Ac, in arrivo in questi giorni ai suoi abbonati.

La storia, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, fa dire all’apostolo Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene» (Rm 8,28). Dio conduce la storia che si dipana, sotto il suo sguardo misericordioso, nel suo intreccio di bene e di male. Egli, nella sua Provvidenza d’Amore, «tutto dispone con forza e dolcezza». L’opera della salvezza è un “fiume carsico” che scorre nelle “vene” della terra, ma non sfugge dalle mani di Dio. «Niente accade senza che Dio lo permetta – scriveva Madeleine Delbrêl – e Dio niente permette che non possa tornare a sua gloria». Pertanto, occorre leggere negli avvenimenti della storia non soltanto il funesto elenco dei drammi e delle tragedie, ma in primo luogo la potenza e la grandezza del disegno di Dio. Egli, assicura il Salmista, «è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce» (Sal 46,2).

Uno degli ossimori più sorprendenti della fede cristiana, felix culpa, ci assicura che Dio ricava il bene da tutto: anche dal peccato, dalla morte, dalla croce, dalla tomba. Egli – recita un noto proverbio portoghese – «scrive dritto sulle righe storte tracciate dagli uomini». Dio volge a provvidenza ogni cosa, crea vita dalla morte, trae dal male un bene più grande, «lo fa servire a un bene» (cfr. Gen 50,20). Egli guida la storia con un preciso disegno, aprendo nuovi spazi al cambiamento di rotta, a una “speranza affidabile” che non delude (cfr. Rm 5,5). «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).

Non tutto ciò che accade è volontà di Dio, ma in ogni cosa che capita c’è una via che rimane dentro il suo piano di salvezza. Il deserto è una terra di speranza, è un luogo dove è sempre incipiente, pur nascosta, una fioritura di vita, un’oasi di primavera. Nella desolazione, quando la sofferenza sembra travolgerci, occorre mantenere vivo il dialogo con il silenzio di Dio, attraverso il gemito, il grido, il pianto. Decisivo nell’esistenza del cristiano è continuare a bussare, a domandare, a non temere di porre la nostra debolezza davanti a Lui, dicendogli: «Svegliati! Perché dormi?» (Sal 44,24). Navigando nel mare della vita nessuno è dispensato dalle tempeste e a tutti viene spontaneo dire, come hanno fatto i discepoli: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38).

È consolante credere che Dio, il quale guida il corso degli eventi nel mondo, «non permette che siamo tentati oltre le nostre forze ma, insieme con la tentazione, dà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (cfr. 1Cor 10,13). «Ho sognato – così si legge in un famoso testo anonimo – che camminavo in riva al mare con il mio Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia quattro orme, le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto due sole orme, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. E Lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho mai abbandonato: i giorni nei quali vedi soltanto due orme sulla sabbia, sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”».

Il Signore proprio nelle ore più oscure ci prende in braccio, come chi solleva un bimbo alla sua guancia (cfr. Os 11,4), e ascolta il nostro grido, talora simile allo sfogo di Elia: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita» (1Re 19,4), talvolta analogo al lamento del Salmista: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?» (Sal 13,2), talaltra paragonabile alla supplica che gli Edomiti rivolgono a Isaia: «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21,11). Questa richiesta, ripetuta due volte, interpreta il pensiero che, nelle circostanze attuali, attraversa il mondo intero, scosso dalla tempesta provocata dal Covid-19, la cui carica virale mostra la drammatica concretezza dell’immagine del “contagio”, a cui Paolo ricorre per indicare come si è propagato il “peccato di Adamo” (cfr. Rm 5,12). L’Apostolo assicura, però, che «il dono di grazia non è come la caduta» (Rm 5,15). Anche di questo stiamo facendo esperienza in una stagione, segnata dalla seconda ondata della pandemia, che contribuisce a trasformare la nostra fragilità in una più forte coscienza di fraternità e di solidarietà, che vede in prima linea medici, infermieri e operatori sanitari. Essi commentano, anche nelle “corsie” degli ospedali da campo, la parabola del buon Samaritano, alleviando il peso della sofferenza e l’estrema solitudine della morte.

Testimonianze così esemplari tengono viva e lieta la speranza, sintetizzata da questo annuncio pasquale: «Ma Dio lo ha risuscitato dai morti» (At 13,30). Si tratta di una formula di fede, pronunciata da Paolo nella sinagoga di Antiochia, che ripropone quella suggerita da Pietro nel discorso tenuto nel tempio di Gerusalemme (cfr. At 3,15) e nella casa di Cornelio (cfr. At 10,40). La storia si regge sul Ma di Dio, che è completamente diverso da quello dell’uomo. Il ma dell’uomo spesso è seguito dal però, creando un cortocircuito sintattico. Il ma dell’uomo sovente è preceduto da un sì che ha la stessa accezione del se. Al contrario, il Ma di Dio non ha né premesse, né postille: è il Ma della luce che dissipa le tenebre; è il Ma della vita che vince la morte; è il Ma della grazia che sovrabbonda là dove abbonda il peccato (cfr. Rm 5,20). Con il suo Ma Dio ha modificato l’orientamento della storia, «sbilanciandola una volta per tutte dalla parte del bene».

Questa certezza di fede impedisce di fare naufragio, da cui ci mette in guardia Papa Francesco, avvertendo che «peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». Per evitare di sciupare questa fase della storia è necessario chiederci: cosa abbiamo imparato e cosa non riusciamo ad apprendere da un’emergenza sanitaria, sociale ed economica che ha reso globale la provvisorietà? Per attraversare questo momento, «che può essere letto come un kairòs per ripensare il passato e avere un disegno nuovo sul futuro», occorre passare dalla logica dell’emergenza alla cultura della progettualità. Servono scelte coraggiose che possano avviare processi di cambiamento di lungo respiro e tracciare percorsi di riforma dagli ampi orizzonti. Occorre trovare il coraggio di innovare, non solo nella società civile ma anche nella comunità ecclesiale. Non si tratta di mettere «un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore» (cfr. Mt 9,16). Non si tratta nemmeno di «versare vino nuovo in otri vecchi, ma vino nuovo in otri nuovi» (cfr. Mt 9,17). Dio non taglia e cuce, ma tesse e ricama; Egli non risciacqua ma ricrea e rinnova.

La comunità cristiana non può limitarsi a rimanere in attesa di vedere se i fedeli torneranno a Messa o agli incontri di catechesi, se si adatteranno a strumenti e modalità nuove di comunicazione, ma deve chiedersi come fare di questa fase così complessa un’occasione di conversione missionaria della pastorale. C’è bisogno di una Chiesa che cammina e si rinnova «dando prova di un eccezionale risveglio di creatività». C’è bisogno di una Chiesa che coltiva l’essenziale, dedicando una cura speciale a una formazione cristiana di grande qualità. C’è bisogno di una Chiesa che riscopre nella domus Ecclesiae l’ambiente vitale della trasmissione della fede. C’è bisogno di una Chiesa che, esplorando un modo nuovo di essere comunità, educa a frequentare l’ambiente digitale e a scoprirne risorse e limiti. C’è bisogno di una Chiesa consapevole che la condizione di piccolo gregge non diminuisce ma accresce la sua vocazione cattolica, quella di contribuire a «far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità». In questo frangente è indilazionabile un cambio di strategia più che di tattica: siamo ancora troppo impegnati a gestire spazi e a organizzare eventi. È necessario, invece, aprire vie nuove: per osare occorre immaginare, per immaginare si deve sognare, per sognare è indispensabile pensare, per pensare non si può fare a meno di ascoltare, per ascoltare è inevitabile camminare insieme e dialogare.

La “Danza campestre” di Guido Reni nuovamente alla Galleria Borghese.

“Danza campestre” di Guido Reni (1575-1642), dipinto a lungo dato per disperso, attribuito prima alla mano di altri maestri del Seicento e soltanto nel 2017 (grazie all’antiquario Patrick Matthiessen) riconosciuto opera del grande esponente del Barocco emiliano, è tornato nella collezione della Galleria Borghese. Acquistata per circa 800 mila euro, la tela raggiunge un altro importante lavoro di Guido Reni di proprietà della Galleria, di tipologia e soggetto del tutto diversi, opera matura dell’autore: il “Mosè con le tavole della Legge”.

”Avere individuato un dipinto che certamente veniva dalla collezione del Cardinale Scipione Borghese ci dà grandissima soddisfazione – ha detto Francesca Cappelletti, neo direttrice della Galleria – non solo perché già apparteneva alla raccolta, ma anche perché parliamo di Guido Reni, il pittore preferito da Scipione Borghese e da Papa Paolo V”.  

Durante il Seicento il quadro è descritto in maniera inequivocabile, come riporta la citazione nell’inventario dettagliato di Palazzo Borghese redatto nel 1693: “quadro in tela con un Paese con molte figurine con un ballo in Campagna alto p.mi 3 e mezzo Cornice dorata del N.°(sic) di Guido Reni”. In seguito, del dipinto si erano perdute le tracce fino a ritrovarlo menzionato nel catalogo delle vendite del 1892, che lo attribuiva alla scuola fiamminga. Infine, nel 2008 il quadro ricompare in un’asta di Bonham’s a Londra. Riferito inizialmente ad Agostino Carracci poi viene riconosciuto opera di Reni, di cui finalmente si coglie la sapiente pennellata. 

Nell’opera si percepisce il movimento di un Barocco iniziale: feste che creano armonia tra i personaggi raffigurati e lo spazio circostante, dove la natura si fa protagonista. Si avvertono spinte pittoriche rivolte all’attenzione del “creato”, quella terra collocata al pari di una divinità che genera l’evoluzione della vita. Spunti di un genere paesaggistico che si svilupperà negli anni seguenti. Ritornano alla memoria, iconograficamente e simbolicamente, le pitture dei Carracci e le intuizioni visive di Giorgione. L’uomo vive un rapporto intenso con la Natura e Reni ne è testimone, cercando un modo di reinventare le tradizioni classiche, in un’atmosfera di crisi rinascimentale libera da pregiudizi.

Un quadro pittorico, con una visione in “profondità”, aperto, dalla “chiarezza relativa” e con una festosa sintesi di unicità. Tutte queste sono caratteristiche di una pittura barocca che dialoga formalmente con la classicità, come, circa tre secoli dopo, seppe ben tratteggiare Heinrich Wöllflin (1864-1945).

In questa tela l’elemento sociale, tipico di una festa campestre, è costituito dalle diverse classi che interagiscono nella convinta ricerca di una, seppur contingente, felicità collettiva. La gente del popolo è frammista a persone di alto rango, ciascuno di loro rappresentando quello che è nella vita. Del resto Reni, che subì in giovinezza l’influenza di Caravaggio e del grande maestro della luce studiò con attenzione il chiaroscuro, optava per un realismo senza eccessi cromatici e concettuali. I suoi punti luminosi, costituiti da pennellate bianche e vivide trasparenze, preannunciano già l’essenzialità degli artisti seicenteschi dei Paesi Bassi. In tal senso, è d’uopo prefigurare future elaborazioni, tra cui quelle indimenticabili di Johannes Vermeer.

In “Danza campestre” Guido Reni posiziona alcune figure in modo da creare un cerchio all’interno del quale due protagonisti ballano. La modularità ritmica circolare si ritrova in tutta la tela, facendo interagire differenti iconografie. La natura, noncurante dell’allegria popolare, si manifesta con toni velatamente minacciosi: il verde delle foglie s’inscurisce ed il cielo temporalesco incombe. Non è chiaro se il cattivo tempo sia già passato o stia per arrivare. Come ne “La tempesta” di Giorgione il quesito resta sospeso. Sullo sfondo s’intravedono sagome di montagne rischiarate da bagliori lontani. Il tempo sembra essersi fermato. Il fruitore, partecipe di questa “scenografia teatrale”, si appropria del paesaggio ed osserva i particolari dell’intera scena nella quale non può non percepire quasi una nuova armonia strutturale.  Il centro, rappresentato dalla coppia danzante, si trova di lato, simbolo di un “centro” dell’umanità che, con le scoperte astronomiche del tempo (Keplero, sulla scia delle intuizioni copernicane, accerta il movimento ellittico dei pianeti, tra cui la terra, intorno al sole) ha perso la sua collocazione dominante e dato l’avvio ad un nuovo significato di Infinito. Architetture (poche) e vegetazione (molta) racchiudono tocchi di bianco e luci alternate, quasi a ricercare una sorgente luminosa personale in sintonia con il divenire dell’Universo. Tutto questo abbraccia la scena: allegria e speranza con dolcezza reniana.

Anche in questo caso la poesia visiva di Reni esprime una ricerca che mette assieme avanguardie del periodo con filoni classici, in cui il naturalismo non è realismo puro, ma espressione legata ad una realtà interpretata. Il pittore dipinge in punta di pennello con tocchi preziosi, che superano anche la scuola veneta, perfettamente allineati con il suo amore per la bellezza e l’eleganza. Un bagliore di coscienza di stile e mimesi, che poi sarà sviluppata da altri autori come, primo tra tutti, Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.

Gli artisti del Seicento hanno influenzato e trasformato la concezione del “fare arte”, riproporre la visione del reale, rendere immagini ellittiche e in divenire. La ritmica spaziale barocca è risultata fondamentale per le trasformazioni della fenomenologia delle arti e non soltanto in ambito pittorico. Si pensi, ad esempio, allo scultore toscano Filippo Valle (1696-1768) che osservava con minuzia predecessori della scuola bolognese, con particolare riferimento proprio allo stile espresso nelle immagini di Guido Reni, di cui seguiva rigorosamente i canoni estetici.

Quella “casa” del Bambino Gesù sul colle del Campidoglio

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Fratini

Adiacente al Campidoglio, a ridosso dell’imponente struttura del Vittoriano, sorge la chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Luogo ricchissimo di arte e storia, è indubbiamente una delle chiese più famose di Roma. Questa basilica è legata ad un’antica leggenda che vide come protagonista l’imperatore Ottaviano Augusto. Si narra, infatti, che i senatori romani chiesero allo stesso imperatore di potergli attribuire gli onori riservati agli dei; Augusto, di tutta risposta, volle chiedere numi alla sibilla di Tivoli che, dopo tre giorni, emise tale vaticinio: «Ecco i segni del giudizio. Presto la terra sarà madida di sudore, dal cielo verrà il Re dei secoli». In quell’istante lo stesso imperatore vide apparire, su di un altare, una donna recante in braccio un bambino, accompagnata da una voce che annunciava: «Questa è la Vergine che accoglierà nel suo grembo il Redentore del mondo. Questo è l’altare del figlio di Dio». A seguito di ciò, Augusto decise di erigere sul posto della visione un altare. Da qui, molto probabilmente il titoto di Santa Maria in Aracoeli (“altare del cielo”).

Al tempo di Augusto qui sorgeva il tempio di Giunone Moneta e, adiacente ad esso, un palazzo imperiale. Una delle colonne della navata centrale infatti, la terza di sinistra per l’esattezza, si dice provenga dalla stanza da letto dello stesso imperatore, luogo in cui avvenne la presunta visione. Nel transetto sinistro della Basilica, inoltre, si può ammirare un’urna di porfido che poggia su un altare incassato nel pavimento, ritenuto l’altare originale fatto erigere dallo stesso Augusto.

Tale basilica, tuttavia, è famosa in tutto il mondo e particolarmente a Roma, poiché al suo interno custodisce una veneratissima immagine del Bambino Gesù ritenuta prodigiosa. Quella oggi visibile tuttavia è una copia fedele dell’originale che fu misteriosamente trafugata nel 1994. Si tratta di una graziosa scultura in legno di circa 60 centimetri. L’orginale, risalente al XIV secolo, si dice fosse stata intagliata da un frate francescano con il legno di ulivo proveniente dal Getsemani. Tale statuina, circondata da numerossimi e preziosi ex voto e lettere scritte perlopiù da bambini, è custodita in una cappella apposita accanto alla sagrestia. Si narra che già nel 1794 una donna trafugò la sacra immagine sostituendola con una copia perfetta. Tuttavia, a mezzanotte dello stesso giorno, le campane dell’Ara Coeli si misero a suonare ed i francescani sbalorditi trovarono fuori dalla porta la scultura originale del Santo Bambino che fu collocata nuovamente al suo posto, mentre la copia andava in mille pezzi.

La Sacra effigie, inoltre, era solita lasciare la chiesa per far visita ai malati che ne avessero fatto richiesta; a tale scopo, a partire dall’800 veniva utilizzata una carrozza messa a disposizione dal principe Alessandro Torlonia e successivamente un’automobile cardinalizia. Famoso l’episodio in cui alcuni militari fermarono l’automobile che trasportava il Sacro Bambino a piazza Venezia durante un comizio di Mussolini.

Tra le varie leggende legate a tale effigie, poi, c’è quella che vuole che le labbra del Bambino diventino rosso acceso se quest’ultimo sta per concedere la grazia mentre, al contrario, diventino pallide se non vi è più alcuna speranza.

Anche la famosa scalinata, costituita da 122 gradini ed edificata nel 1348 a seguito di un voto fatto alla Madonna per scongiurare la fine della peste, è teatro di leggende e tradizioni, come quella secondo cui le donne in cerca di marito o desiderose di avere un bambino avrebbero dovuta salirla in ginocchio. Stessa cosa avrebbe dovuto fare chi avesse voluto vincere al gioco del Lotto, pregando i tre re Magi durante la salita e ricavando i numeri in base a tutto ciò che si osservava o ascoltava.

Ancora oggi, il 6 gennaio, con la scultura del Bambino Gesù (che durante le feste di Natale viene posta nel caratteristico presepe) viene benedetta la città di Roma mediante una suggestiva cerimonia.

Il nuovo anno inizia con 4 mln di italiani senza cibo

Il 2021 inizia con circa 4 milioni di italiani che sono stati costretti a chiedere aiuto per mangiare a Natale e a Capodanno, un numero praticamente raddoppiato rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da una stima della Coldiretti sulla base dell’ultimo rapporto di attuazione sugli aiuti alimentari distribuiti con il fondo di aiuto agli indigenti (Fead) relativo al periodo 1994-2020. Si tratta della punta dell’iceberg della situazione di difficoltà in cui si trova un numero crescente di persone costrette a far ricorso alle mense dei poveri e molto più frequentemente – sottolinea la Coldiretti – ai pacchi alimentari, anche per le limitazioni rese necessarie dalla pandemia.

Tra le categorie più deboli degli indigenti – continua la Coldiretti – il 21% è rappresentato da bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi il 9% da anziani sopra i 65 anni e il 3% sono i senza fissa dimora secondo gli ultimi dati Fead. Fra i nuovi poveri– sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche.

Contro la povertà – sottolinea la Coldiretti – è cresciuta la solidarietà con le molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio. E si contano ben 10.194 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute.

La novità di quest’anno è tuttavia il crescente impegno nei confronti degli altri di singoli, famiglie, aziende pubbliche e private, enti ed associazioni non ufficialmente dedicate alla solidarietà. Quasi 4 italiani su 10 (39%) hanno infatti dichiarato di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno. A beneficiarne sono soprattutto quei nuclei di nuovi poveri “invisibili” che, proprio a causa del repentino peggioramento della propria condizione economica, non sono stati ancora integrati nei circuiti “consolidati” dell’assistenza.

Con le Feste di fine anno sono oltre 5 milioni i chili di prodotti tipici Made in Italy, a chilometri zero e di altissima qualità distribuiti dagli agricoltori della Coldiretti nel 2020 per garantire un pasto di qualità ai più bisognosi di fronte alla crescente emergenza provocata dalla pandemia Covid. Si è trattato della più grande iniziativa di solidarietà mai realizzata dagli agricoltori italiani resa possibile dalla partecipazione volontaria dei cittadini al programma della “Spesa sospesa” e dal contributo determinante del management dei Consorzi Agrari D’Italia (Cai) e della Coldiretti che ha deciso di rinunciare a propri compensi straordinari.

Tutti i cittadini nei mercati e nelle fattorie di Campagna Amica diffusi lungo la Penisola possono decidere di donare cibo e bevande alle famiglie più bisognose sul modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso si tratta però di frutta e verdura, ma anche pasta fatta con grano 100% italiano, salumi e legumi delle aree terremotate di Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria, olio extravergine d’oliva a Denominazione di origine protetta (Dop), pecorino dei pastori sardi e altri generi alimentare Made in Italy, di qualità e a km zero che gli agricoltori di Campagna Amica andranno a consegnare gratuitamente alle famiglie bisognose sul territorio italiano.

“Con la spesa sospesa abbiamo voluto dare un segno tangibile della solidarietà degli agricoltori verso le fasce più deboli della popolazione più colpite dalle difficoltà economiche”, ha spiegato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il nostro obiettivo è far sì che questa esperienza diventi un impegno strutturale che aggiunge valore etico alla spesa quotidiana degli italiani”.

Pena di morte: Comunità Sant’Egidio, “soddisfazione per abolizione in Kazakistan”

La Comunità di Sant’Egidio saluta con grande soddisfazione l’abolizione della pena di morte in Kazakistan. Il Paese centroasiatico ha infatti ratificato il Secondo Protocollo Facoltativo al Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, come dichiarato oggi, 2 gennaio 2021, dalla Presidenza della Repubblica, dopo l’adesione allo stesso trattato nel settembre scorso.

Il passo decisivo verso il rispetto per la vita segue una moratoria di fatto inaugurata nel 2003, che comunque non aveva impedito l’emissione di nuove condanne capitali per crimini eccezionali, che saranno convertite in ergastolo.

La Comunità di Sant’Egidio ha accompagnato fin dal 2006 il Kazakistan in questo cammino, ormai irreversibile, verso l’eliminazione completa della pena di morte attraverso svariati incontri internazionali su tematiche relative alla giustizia e alla pace cui lo stesso attuale Presidente della Repubblica, Kassym-Jomart Tokayev ha preso parte.

In particolare ricordiamo l’inesauribile impegno quasi ventennale di Tamara Chikunova e della sua associazione “Madri contro la Pena di Morte e la Tortura” per l’abolizione della pena capitale in tutta la zona centroasiatica ex sovietica: a cominciare dal suo paese, l’Uzbekistan, dove ha contribuito grandemente all’abolizione della pena capitale nel 2008, ha esteso nei paesi limitrofi una corrente abolizionista che ha riscontrato successo nell’intera area in questione, fino alla Mongolia.

La Comunità di Sant’Egidio continuerà ad accompagnare ogni iniziativa del Kazakistan mirante a difendere la vita, sempre e comunque, in ogni circostanza.

Con il lockdown meno 30,5% di incidenti stradali nel 2020

Con l’emergenza Covid anche l’infortunistica stradale ha subito una sensibile diminuzione. Dal 1 gennaio al 27 dicembre 2020 si è registrata, infatti,  una drastica riduzione del fenomeno infortunistico rispetto allo stesso periodo del 2019. In particolare, a fronte di una diminuzione della incidentalità complessiva del 30,5% (51.103 incidenti contro i 73.496 del 2019), gli incidenti mortali (1.079) e vittime (1.158) sono diminuiti rispettivamente del 26,9% e 28,3% mentre gli incidenti con lesioni (20.676) e le persone ferite (29.858) diminuiscono rispettivamente del 34,6% e del 38,3%.

Per le stragi del Sabato sera dall’inizio dell’anno al 20 dicembre scorso (ultimo dato disponibile), nelle notti dei fine settimana (dalle ore 00,00 alle 06,00 di sabato e domenica), la Polizia Stradale ha impiegato nei posti di controllo 7.400 pattuglie, rilevando 29 incidenti mortali che hanno cagionato 30 vittime (33 in meno dello scorso anno). I conducenti controllati con etilometri e precursori sono stati 37.697, il 5% dei quali (pari a 1.871, di cui 1.603 uomini e 268 donne) è risultato positivo al test di verifica del tasso alcolemico (nel 2019 la percentuale era stata del 5,6%). Le persone denunciate per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti sono state, invece, 48. I veicoli sequestrati per la confisca 36.

Per quanto riguarda le autostrade, il Tutor ha consentito di accertare 263.429 violazioni dei limiti di velocità, mentre complessivamente le violazioni per eccesso di velocità accertate si attestano a 533.595.

Nel 2020 acquistati attraverso gare Consip 4,3 miliardi di farmaci

Assorted pills

Il Sistema dinamico d’acquisto della PA (Sdapa) Farmaci di Consip ha raggiunto nel 2020 i 4,3 miliardi di euro di valore delle gare bandite dalle amministrazioni (+155% rispetto al 2019), per oltre 50 appalti specifici.

A ricorrere maggiormente allo SDAPA Farmaci sono le Amministrazioni regionali, per lo svolgimento di procedure in forma aggregata (come nel caso della Regione Umbria) e per stipulare Convenzioni o Accordi quadro che consentono alle strutture sanitarie di scegliere fra diversi fornitori (come nel caso della Regione Friuli Venezia Giulia).

Lo Sdapa è lo strumento di negoziazione messo a disposizione da Consip nell’ambito del Programma di razionalizzazione degli acquisti della PA per l’approvvigionamento di prodotti farmaceutici destinati alle strutture del SSN. A oggi consente di acquistare oltre 6.500 prodotti farmaceutici, inclusi i farmaci salvavita, gli antineoplastici, i farmaci biologici e i vaccini.

Il supporto fornito alla PA nell’emergenza COVID è testimoniato dall’incremento di oltre 6 volte rispetto al 2019 dell’acquisto di farmaci per i reparti di terapia intensiva, per un importo complessivo di 43,4 milioni di euro,

Dentro la crisi del governo opera il dilemma sul futuro del Pd

La nota politica dell’Agenzia Italia, qui riprodotta in appendice, esamina varie possibilità di uscita dalla crisi. È un’analisi che obbliga a una scelta, viste le condizioni difficili del Paese. Il ricorso alle urne sarebbe la soluzione peggiore. Si ripropone infatti lo stesso dilemma del 2019, quando con lo “strappo” di Salvini si dovette scegliere tra elezioni anticipate e nuova maggioranza di governo.

In quel frangente “Il Domani d’Italia” sostenne quest’ultima ipotesi nella convinzione che rappresentasse il male minore. Oggi ripetiamo lo stesso concetto: andare al voto sarebbe pericoloso. Ne uscirebbe probabilmente un’Italia più divisa, con margini di governabilità più esigui, con tensioni più accentuate. Occorre pertanto frenare la voglia di tirare una riga, pensando poi di ricominciare in forma smagliante, senza le attuali contraddizioni. Ciò non autorizza a pensare che si possa andare avanti con l’astuta baldanza di Conte e l’ardito movimentismo di Renzi.

Anche se il “centro” esiste fondamentalmente in uno spazio che abbiamo definito extraparlamentare, è pur sempre un “centro” che pensa e vive la politica senza nebbiose estraniazioni dalla realtà quotidiana. Guarda perciò alla crisi con serietà e preoccupazione, cogliendo l’insidia nascosta nel vociare scomposto della destra pro-elezioni.

Qual è dunque l’auspicio di un “centro” responsabile, forte più di quel che si creda nella coscienza del Paese, dinanzi alla crisi? L’auspicio è che il Partito democratico assuma un profilo politico e sviluppi una iniziativa da cui possa ricavarsi la certezza di un nuovo punto di equilibrio, al tempo stesso coesivo ed espansivo, più di quanto finora la segreteria Zingaretti sia riuscita a garantire con il suo felpato approccio ai giochi di palazzo.

È una scommessa difficile, ma non ci sono alternative all’orizzonte. La lezione di Biden è stata solo evocata nel dibattito italiano, finendo subito nel limbo delle astratte congetture. Invece il problema è che in Italia, come appunto in America, una proposta di “governo progressista” regge se ricompone in modo autentico l’asse del riformismo democratico, acquisendo il connotato di un “centro aperto a sinistra”, più che di una sinistra sforzatamente benevola verso le istanze di centro.

Per molti aspetti la soluzione della crisi passa attraverso questo chiarimento sul ruolo del Partito democratico.

Tutte le strade sul tavolo per uscire dalla crisi, da un Conte III al voto.

(AGI)

Tutela lavoratori fragili: necessarie ulteriori precisazioni

Come precisato nel recente, precedente articolo la LEGGE DI BILANCIO dello STATO, approvata in via definitiva il 30 dicembre 2020 , ha ripristinato le tutele per i lavoratori fragili che erano state sospese dal 16 ottobre al 31 dicembre u.s., assai probabilmente per una mera dimenticanza del legislatore, che ora ha posto rimedio reintroducendo la normativa previgente, di cui all’art 26 comma 2 e 2bis del cd. “DECRETO CURA ITALIA”.

Poichè sono apparsi in rete commenti che confondono la condizione di lavoratore fragile – che è uno status riconosciuto e certificato dalle Autorità sanitarie a favore dei soggetti affetti da patologie immunodepressive, chemioterapiche e da invalidità ex legge 104/1992- con il periodo di quarantena a favore dei lavoratori contagiati da Covid 19, giova puntualizzare una differenza formale e sostanziale che distingue la prima categoria dalla seconda.

La legge di Bilancio prevede all’art. 481 che “Le disposizioni dell’articolo 26,

commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni,
dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, si applicano nel periodo dal 1° gennaio 2021
al 28 febbraio 2021″.

Questa è la fonte di riferimento per sancire in via legislativa il ripristino delle citate tutele preesistenti e poi sospese, come sopra precisato.
Rileggendo dunque il testo normativo richiamato- nella fattispecie l’art. 26 comma 2 e 2bis del testo previgente –  si evince che i lavoratori fragili possono ora usufruire – in via di utilizzo prevalente e prioritario- dello smart working ove ciò sia possibile in relazione alla loro condizione lavorativa.

Nel caso in cui ciò non sia possibile i lavoratori fragili possono chiedere di essere collocati in malattia a carico dell’INPS,. senza attingere al periodo di comporto del proprio CCNL, e vengono equiparati alla condizione del ricovero ospedaliero.
Chiaramente è nell’interesse dei lavoratori fragili che si trovano in questa condizione , il preciso dovere di dimostrare in modo ineccepibile e inoppugnabile la propria condizione di fragilità documentata dalle certificazioni rilasciate dalle commissioni sanitarie prov.li.
Tuttavia ciò non significa assolutamente che essi si debbano trovare nella situazione di chi ha contratto il COVID e viene allontanato in quarantena o in stato di domicilio vigilato.
Sono due cose diverse

Chiaramente chi dovesse contrarre il COVID sarebbe allontanato per profilassi dalla propria sede di servizio lavorativo, anche se non “fragile” certificato..
Ma per i lavoratori fragili la questione è diversa: è proprio per evitare che essi contraggano il COVID,  che la tutela reintrodotta con la legge di bilancio pare  prevedere che essi possano richiedere di essere preventivamente posti in malattia, ove non possano essere utilizzati in smart working, come condizione prevalente di utilizzo, o adibiti ad altra mansione.

Per usufruire della possibilità di ottenere il congedo per salute non debbono trovarsi in quarantena o ammalati da Covid: al contrario la tutela che tiene conto della loro condizione di fragilità considera che la sede dal loro servizio attivo sul posto di lavoro, potrebbe essere  motivo di promiscuità e di probabilità di contagio.

Ciò era esattamente quanto la norma prevedeva fino al 15 ottobre 2020.
Poi c’ è stata l’incongruenza di una sospensione mai spiegata, durata fino al 31 dicembre 2020, periodo in cui i “fragili” hanno dovuto far ricorso al congedo per malattia , attingendo al cd. “periodo di comporto” previsto dal rispettivo CCNL.
Chi ha commentato diversamente ha confuso la precisione estremamente sintetica ma efficace e chiarissima del citato art. 481 con i successivi articoli della legge di Bilancio, dove si riferisce dei periodi di quarantena per i lavoratori colpiti dal COVID.

Il lavoratore fragile per usufruire delle tutele reintrodotte dalla legge di bilancio 2021 non deve necessariamente essere stato contagiato dal Covid.
La legge sembra andare nella direzione opposta: evitare appunto che possa esserlo e tutelare in via preventiva la sua certificata condizione di fragilità attraverso l’utilizzo in smart  working o – in caso di comprovata impossibilità di dar seguito a questa via- la possibilità di chiedere congedo al di fuori del periodo di comporto. Ciò vuol dire che, dall’1 gennaio al 28 febbraio p.v. , i lavoratori fragili, la cui attività possa essere ordinariamente svolta in smart working, avranno diritto ad avvalersi di tale modalità, mentre i lavoratori a rischio la cui prestazione risulti incompatibile con tale soluzione avranno diritto di assentarsi dal lavoro beneficiando della malattia, equiparata al ricovero ospedaliero, con relativa tutela a carico dello Stato.”

Il 2021 sarà l’anno più buio per Boris Johnson

Il 2 gennaio 2020, il primo ministro britannico Boris Johnson ha twittato che i successivi 12 mesi sarebbero stati un “anno fantastico per la Gran Bretagna”. Invece, una pandemia globale e le turbolenze politiche della Brexit hanno portato il tessuto sociale del Regno Unito al punto di strappo.

La politica e gli accordi costituzionali tra le quattro nazioni che compongono il Regno Unito sono una fonte costante di dolore per qualsiasi leader che cerchi di conciliare le loro priorità politiche e sociali sostanzialmente diverse.
Ma le due maggiori crisi in tempo di pace affrontate dalla Gran Bretagna  si sono combinate per creare una tempesta perfetta di insoddisfazione per lo status quo.

Inoltre la pandemia ha messo a nudo quanta distanza politica esiste tra il governo centrale e Edimburgo, Cardiff e Belfast.

Il movimento per l’indipendenza in Scozia è cresciuto dal referendum del paese nel 2014, dove gli scozzesi hanno votato dal 55% per rimanere nell’Unione. Secondo un recente sondaggio del quotidiano Scotsman, l’indipendenza è attualmente in vantaggio di 16 punti.
Gran parte di questo sostegno è attribuito all’obiezione della Scozia alla Brexit.

Anche mentre Johnson celebrava la conclusione di un accordo commerciale con l’UE, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha twittato che “non esiste un accordo che possa mai compensare ciò che la Brexit ci porta via. È tempo di tracciare il nostro futuro come nazione europea indipendente. . ”

In Irlanda del Nord, i politici nazionalisti hanno ammesso di non essere mai stati così sicuri che, in caso di votazione, il nord potrebbe essere riunito con la Repubblica d’Irlanda.

Tutto ciò rappresenta un problema per Boris Johnson, che non è solo il leader del partito conservatore e unionista, ma anche l’auto-nominato ministro dell’Unione. In effetti, da quando è entrato in carica, Johnson si è dipinto come un difensore dell’Unione e ha parlato a lungo di rafforzare i legami tra le quattro nazioni.
Ma gli unionisti del suo stesso partito sono scettici su quanto il primo ministro si preoccupi davvero di tre paesi in cui la maggioranza dell’elettorato non vota conservatore e dove i suoi indici di popolarità personali sono bassi.

Peggio ancora per Johnson, sarà il 2021. Un vero e proprio campo di battaglia. La più pericolosa è l’elezione parlamentare scozzese di maggio. Se l’SNP vince le elezioni di maggio con l’indipendenza al centro della sua campagna, Johnson ha due opzioni: continuare a ignorare le richieste di referendum o provare a combattere l’SNP. Nessuna delle due opzioni è attraente, poiché l’unico modo efficace per contrastare l’SNP è combattere alle loro condizioni.

Altrettanto pericoloso, anche se meno immediato, è l’aumento della fiducia tra i repubblicani nordirlandesi. L’Irlanda del Nord è stata a la vittima della Brexit. E in questo clima il 2021 -anno in cui l’Irlanda del Nord doveva festeggiare il suo centenario- sembra invece avviarsi verso la più grande divisione politica della sua storia.

Per fortuna per Johnson, la situazione è meno pericolosa in Galles, dove non c’è un movimento separatista serio. Tuttavia, poiché Johnson affronta la prospettiva di combattere in Scozia e Irlanda del Nord, rischia di trascurare il Galles.

E il primo ministro, a cui piace avvolgersi nella bandiera dell’Unione, potrebbe essere tentato di tenere la testa bassa e ignorare le urla separatiste.
Ma se Johnson non è in grado di far sembrare un successo l’uscita dall’UE e allontana gli elettori in Scozia, Irlanda del Nord e Galles, è inevitabile che sempre persone si chiederanno se l’erba è più verde al di fuori del Regno Unito.

Nigeria: liberati il vescovo ausiliare di Owerri e il suo autista

Secondo quanto riferito dall’agenzia Fides il Vescovo ausiliare rapito di Owerri Achdiocese, S.E. Mons. Moses Chikwe e il suo autista, Ndubuisi Robert, hanno riconquistato la libertà.

Mons. Chikwe, Vescovo ausiliare di Owerri nello Stato di Imo era stato rapito insieme all’autista la sera del 27 dicembre.

Confermando il loro rilascio, il portavoce del comando della polizia di Stato, Orlando Ikeokwu, ha detto che il Vescovo e il suo autista sono stati rilasciati illesi e senza alcun riscatto pagato, grazie a un’operazione di Polizia dello Stato di Imo.
L’autista è stato tuttavia portato d’urgenza in ospedale per le cure rese necessarie dalle ferite di arma da taglio.

L’Arcivescovo di Owerri, Sua Ecc. Mons. Antony J. Obinna, ha confermato in un comunicato la liberazione dell’Ausiliare, rendendo grazie a Dio per la sua liberazione. “Ho visitato il Vescovo Chikwe, nella sua residenza, appariva debole per la traumatica esperienza” riporta Mos. Obinna, confermando che l’autista è stato trasportato in ospedale per una profonda ferita di arma da taglio inferta dai rapitori.

Italia: bruciati 156 miliardi di ricchezza in un anno

A fronte di una caduta che nel 2020 parrebbe attestarsi al 9,9 per cento, nel 2021, invece, il Pil dovrebbe tornare a crescere del 4,1 per cento. Traducendo questi dati in valori assoluti e nominali, emerge che nel 2020 la crisi avrebbe bruciato 156 miliardi di euro di ricchezza presente nel Paese. Durante quest’anno, invece, dovremmo risalire la china e recuperarne 83, registrando un saldo negativo in questo biennio di 73 miliardi. Sono questi i risultati che emergono da una analisi condotta dall’Ufficio studi della Cgia in merito alla comparazione del Pil italiano riferito al biennio 2020-2021.

Come spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, “a livello pro capite stimiamo che l’anno scorso ogni italiano abbia perso mediamente 2.600 euro di reddito, mentre quest’anno ne riguadagnerà poco meno di 1.400 euro. Nel biennio 2020-2021, pertanto, il saldo sarà negativo e pari a poco più di 1.200 euro. Quest’anno, quindi, assisteremo a un rimbalzo della nostra economia che ci farà recuperare solo una parte della contrazione registrata nel 2020. Di conseguenza, è verosimile sostenere che torneremo a una situazione pre Covid non prima del 2024. Sarà perciò decisivo spendere tutti e bene i 209 miliardi di aiuti che ci arriveranno dall’Unione Europea. Altrimenti, rischiamo che il nostro Paese finisca su un binario morto e la crisi economica in atto si trasformi in una crisi sociale senza precedenti, dove a pagare il prezzo più alto saranno i più deboli, come i giovani e le donne”.

Secondo le stime elaborate nel novembre scorso dalla Commissione Europea, prosegue l’associazione mestrina, tra gli indicatori economici italiani destano molta preoccupazione i consumi delle famiglie. Questi ultimi, che costituiscono la componente più importante del Pil nazionale (circa il 60 per cento del totale), nel 2020 subiranno una contrazione importante. In termini assoluti le famiglie “risparmieranno” circa 110 miliardi di euro (-10,5 per cento rispetto al 2019). In buona sostanza, ogni famiglia italiana ridurrà la spesa annua per gli acquisti di circa 4.400 euro. Nel 2021, invece, la ripresa sarà “solo” del +3,8 per cento.

Ancor più preoccupante è il trend riferito agli investimenti. Nel 2020 sono destinati a crollare del 13,6 per cento, mentre per l’anno in corso è previsto un aumento del 7,2 per cento. Anche le esportazioni subiranno un tracollo. Nel 2020 si stima una caduta del 16,7 per cento che solo in parte verrà recuperata quest’anno. Le previsioni di Bruxelles, infatti, indicano per il 2021 una crescita delle nostre vendite all’estero del +10,3 per cento.

In linea generale, concludono dalla Cgia, “la gravità della situazione emerge in maniera ancor più evidente se paragoniamo l’attuale situazione economica con quanto accaduto nel 2009, annus horribilis dell’economia italiana degli ultimi 75 anni”.

Allora, il Pil scese del 5,5 per cento e il tasso di disoccupazione, nel giro di 2 anni, passò dal 6 al 12 per cento. Se le cose andranno bene, nel 2020 il Pil diminuirà del 10 per cento circa. Con un crollo quasi doppio rispetto a quello registrato 12 anni fa, è evidente che una caduta verticale del genere avrà degli effetti molto negativi sul mercato del lavoro. Infatti, quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, previsto per il prossimo 31 marzo, corriamo il rischio di vedere aumentare a dismisura il numero delle persone senza una occupazione. Un problema che colpirà soprattutto i giovani e le donne.

Zona rossa, arancione, gialla: cosa succede dal 7 gennaio

Zona rossa, arancione e gialla: dal 7 gennaio, con la fine delle regole anti covid previste dal decreto Natale, l’Italia torna al sistema diversificato di colori in base a contagi e dati. E su quelli, governo e regioni decideranno misure e ordinanze ad hoc da applicare di volta in volta. Sul fronte dell’istruzione, almeno sulla carta, ricomincerà quindi la didattica in presenza nelle scuole superiori di secondo grado.

In questa prima fase, secondo la previsione del Dpcm, in ogni istituto sarà garantito il rientro in presenza per il 50% degli studenti. In scadenza quindi, a partire dal 15 gennaio, le rigide limitazioni per il comparto ristorazione. Ma almeno fino a quella data – e salvo nuove regole varate da governo e premier -, in zona gialla bar, ristoranti e pizzerie resteranno aperti (anche nei giorni festivi) con consumo al tavolo solo dalle ore 5 alle ore 18, mentre dopo sarà vietato consumare cibo e bevande nei locali o per strada. Dalle ore 18 alle ore 22 sarà tuttavia consentito l’asporto, mentre la consegna a domicilio resterà sempre possibile.

A pesare sulle decisioni di governo e regioni però, come detto, saranno i dati forniti dalla Cabina di regia per il monitoraggio regionale. Che al momento non sono buoni: l’ultimo report dell’Iss ha infatti evidenziato la risalita dell’indice Rt a 0.93. “In particolare – analizza il documento – 9 Regioni e province autonome sono classificate a rischio basso: 11 sono classificate a rischio moderato, di cui tre (Emilia-Romagna, Valle d’Aosta e Veneto) hanno una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese nel caso si mantenga invariata l’attuale trasmissibilità. Una Regione (Sardegna) ha una classificazione del rischio ‘non valutabile’ – equiparato a rischio alto – data la bassa percentuale di completezza dei dati”. Le Regioni Calabria, Liguria e Veneto hanno un Rt puntuale compatibile con uno scenario tipo 2 nell’epidemia di coronavirus in Italia.

Dati permettendo, un eventuale allentamento non sarà comunque un ‘libera tutti’. A confermare al Corriere della Sera che con ogni probabilità dopo l’Epifania rimarrà presente il coprifuoco, è il ministro della Salute Roberto Speranza: “Finché i vaccini non produrranno un impatto epidemiologico sulla popolazione, l’unica cosa che funziona sono le misure restrittive. L’indice Rt dà segni di ripresa, dopo la Befana dovremo ripristinare il modello delle fasce di rischio e confermare le misure base delle zone gialle. Sì, ristoranti e bar chiusi alle 18, chiusi piscine, palestre, cinema, teatri, stadi. Siamo ancora dentro la seconda ondata, Londra torna verso misure molto dure e anche noi abbiamo ancora troppi casi e troppi morti”.

Mattarella, un intervento che passerà alla storia.

Non è stato solo il discorso di fine anno che ha raggiunto il massimo di share durante il suo  mandato. E questo perchè l’intervento di Sergio Mattarella del 31 dicembre 2020 passerà alla  storia dei discorsi dei Presidenti della Repubblica nella lunga e travagliata vicenda democratica  del nostro paese. E questo per tre motivazioni, tra le molte che si potrebbero evidenziare. 

Innanzitutto la serietà e lo stile di Mattarella. Mai sopra le righe, mai banalmente retorico e,  soprattutto, mai solo formale o protocollare. Uno stile sobrio, appunto. Volutamente asciutto ed  essenziale ma vero perchè autentico. Ma anche uno stile ispirato alla forte responsabilità  istituzionale e al “senso del dovere” di morotea memoria che nei momenti più drammatici della  storia del nostro paese emergono dalla palude del conformismo e del vittimismo. 

In secondo luogo il forte accento sull’essere “costruttori” e protagonisti di una nuova stagione  politica che si profila all’orizzonte. Un richiamo e una responsabilità che vale per tutti, nessuno  escluso. E il discorso di Mattarella, su questo versante, è stato semplice ma vibrante. Cioè ha  lanciato un messaggio alto capace di scuotere le coscienze senza abbandonarsi a richiami  burocratici o di circostanza. Lo impone il momento drammatico che stiamo attraversando e  vivendo ma lo richiede anche e soprattutto questa precisa fase storica. E cioè, alla vigilia di una  necessaria e non più procrastinabile fase di “ricostruzione” economica, morale, politica e anche  morale, la responsabilità della politica – maggioranza e opposizione -, del Governo e di tutti gli  attori sociali e culturali deve essere all’altezza. Senza reticenze e senza ipocrisie. E Mattarella è  riuscito a toccare questa corda che resta il nervo scoperto della fase che ci coinvolge tutti. 

In ultimo, e per fermarsi a queste sole tre considerazioni, ritrovare il senso dell’”unità morale e  civile degli italiani”. Pur senza “annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma per realizzare  quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro paese di superare momenti storici di  grande, talvolta drammatica difficoltà”. Ecco, in questo forte richiamo all’unità pur senza  cancellare o ridimensionare il pluralismo politico che storicamente caratterizza la nostra società e  la nostra cittadella politica, risiede la vera sfida a cui siamo chiamati a dare una risposta concreta  e il più possibile efficace. E Mattarella ce lo ha ricordato con pacatezza ma con fermezza.  

Ecco perchè l’intervento del nostro Presidente della Repubblica è destinato ad entrare nella storia.  Per il momento drammatico in cui l’ha pronunciato, indubbiamente, ma soprattutto per i contenuti  che ha trasmesso. E, non ultimo, parole che provengono da una persona che si è contraddistinta  in questo suo alto magistero per la sua credibilità morale, politica ed istituzionale. Elementi  decisivi e qualificanti quando si deve richiamare un intero popolo ad assumersi una forte e quasi  inedita assunzione di responsabilità per “ripartire” e “ricostruire” il nostro paese. 

Dietro l’angolo

Chiedeva una volta un noto conduttore televisivo ai suoi intervistati: “che cosa c’è dietro l’angolo”? 

Tra tutti coloro che si cimentavano nella risposta solo in pochi ci hanno poi veramente azzeccato, parecchi non sono neppure stati in grado di prevedere le proprie faccende personali.

Questo dimostra che non tutto dipende dalla volontà e che lo stesso destino si fa spesso beffe persino del più acuto discernimento critico.

Non c’è una scienza esatta della previsione: non parlo della meteorologia e neppure dei terremoti, mi riferisco- e mi basta – ai comportamenti umani.

Si è chiuso un “annus horribilis” ma nessuno può scommettere che quello che si apre possa essere un “annus mirabilis”.

La pandemia reca il senso nel suo nome: pan (tutto) demos (popolo): penso che si stia vivendo l’aspetto più devastante di una insensata globalizzazione, il flagello planetario la spiega in tutti i suoi volti negativi e irrazionali.

A cominciare dal conflitto progresso-natura: pare che quasi tutto nasca da lì.

Impossessarsi del proprio futuro è un’utopia millenaria: chi interrogava le stelle, chi scrutava la sfera di cristallo, chi si affidava ai riti propiziatori, chi declinava ogni auspicio nella scaramanzia.

Immaginare: ultima e gratuita frontiera della libertà, aquilone del pensiero cui affidare sogni e speranze, fantasma di amori e di paure.

Sottratto troppo spesso al rapporto diretto con la natura – che è fonte di ispirazione e maestra di verità – manca all’uomo di oggi il respiro della gratuita immaginazione: sembra che tutto sia vincolato, quasi prigioniero dei luoghi comuni che si impossessano della nostra anima.

Trovo che l’umanità sia come incanalata in un gigantesco imbuto dove prevalgono risposte scontate: la prima, la più sconcertante, è quella che riguarda quasi tutte le nostre scelte, persino le più apparentemente banali. 

Spesso, in ogni contesto e situazione, ci viene ossessivamente insegnato che cosa ‘dobbiamo’ fare e la vita diventa la trama di un copione già scritto da realizzare ad ogni costo, segnando ogni contatto della nostra presenza senza il pudore di una saggia e prudente misura delle cose.

Oggi è tutto ultimativo: quello che facciamo, che dobbiamo fare e che faremo.  “Si deve”: punto e basta.

Ma dietro ad ogni angolo ne scopriamo un altro e poi un altro ancora, fino alla fine: non importa fermarsi e guardarsi intorno, non è mai il tempo di dare la mano in modo amichevole alla vita.

Programmare il futuro, svoltare l’angolo e scoprirlo già noto, anticipare gli eventi, lasciare una traccia del nostro passaggio, accanirsi in modo maldestro contro gli altri per migliorare se stessi.

Credo che avremmo il dovere di ritornare ogni tanto spiritualmente bambini.

Ricordo che da piccolo qualcuno mi aveva insegnato a lanciare i sassolini in mare facendoli saltellare sul pelo dell’acqua: si cercavano quelli sottili, piatti e poi di scatto, assecondando il tiro con un gesto sapiente, si scagliavano di lato cercando il maggior numero possibile di rimbalzi sulla superficie, fino a vederli scomparire, terminata la loro breve corsa. 

Oppure si scrivevano i nomi e le parole sulla sabbia, calcando con il piede in modo che resistessero alle onde e tracciandoli così profondamente da sperare di ritrovarli l’indomani.

Ma non restava nulla: i sassi inghiottiti per sempre, le impronte cancellate.

Erano le prime gare con la vita, nell’ingenuità di quegli anni di infanzia, e quegli inconcludenti passatempi sembravano invece epiche imprese, riuscivano a divertirci e a farci sognare.

Poi – a poco a poco – ho cominciato a vedere il mare e la vita con occhi diversi, a occuparmi delle cose ‘veramente importanti’, a dare retta agli altri: in molti facciamo reciprocamente a gara nell’essere maestri di verità, peccato che nessuno ci abbia ancora insegnato – o che noi abbiamo finalmente imparato- ad essere veramente felici.

C’è sempre un angolo da scoprire, una svolta che sarà epocale, un’impronta da lasciare. 

Torno spesso sulla riva del mare che non trovo cambiato: è lì e quasi mi deride perché dei due chi ha perso più scommesse sono io, non so come è andata ma credo che sia un sentimento che provano in molti, quando si siedono – soli – sulla riva e ascoltano il suo irriverente sciacquio.

Lo osservo intensamente e mi vengono in mente le parole di Claudio Magris, quando descrive il mare come grande prova dell’anima: “L’epico mare insegna la libertà di riconoscersi sconfitti, pur lottando: libera dalla smania di affermazione e di vittoria che è segno dell’ossessione di impotenza. E quel fulgore talora troppo intenso è puro invito ad abbandonarsi, a dormire: quella grande acqua spegne la sete, aiuta a capire che non è poi troppo tragico se la risacca cancella le orme sulla spiaggia”.

 

Saldi, Confcommercio: “A causa del Covid la spesa in Italia calerà di 1 miliardo”

Mentre i saldi partono, secondo l’Ufficio Studi Confcommercio quest’anno le promozioni, per effetto della situazione di emergenza provocata dalla pandemia, muoveranno 1 miliardo in meno dell’anno scorso: in totale 4 miliardi di euro contro 5. Gli acquisti in saldo interesseranno oltre 15 milioni di famiglie e ogni persona spenderà circa 110 euro.

Ma se oggi già partono in  Basilicata, Valle d’Aosta e Molise in totale zona rossa, bisognerà aspettare sarà il 7 gennaio, data di partenza ad esempio della Lombardia, del Piemonte e della Sicilia, mentre l’Umbria partirà il 9, il Lazio il 12, il 16 le Marche e la Provincia Autonoma di Bolzano (comuni non turistici).

Per la  Liguria, il 29, ed il 30 in Emilia Romagna, Toscana, e Veneto. In queste ultime regioni però come in altre , era stato possibile effettuare vendite promozionali già nei 30 giorni precedenti.

Infine, per comprare in saldo nei comuni turistici della Provincia Autonoma di Bolzano, bisognerà attendere il 13 febbraio. La durata sarà variabile: si va dalle 4 settimane della Toscana, fino ai 2 mesi di diverse regioni.

Ed ora arriva il Cashback standard

Dal primo giorno del 2021 si passa al Cashback “standard”, che prevede un rimborso sempre pari al 10%.

Non sarà necessaria alcuna procedura per attivarlo, chi si è già iscritto sull’app IO o con altre modalità al Cashback di Natale è automaticamente iscritto anche alla procedura “standard”. Gli acquisti dovranno sempre essere effettuati nei negozi fisici con carte o app di pagamento.

Come per l’Extra Cashback di Natale non valgono per il rimborso gli acquisti effettuati online.

Sono invece validi i pagamenti in bar, ristoranti, ad artigiani o professionisti e per la benzina.

Il rimborso massimo ottenibile è di 300 euro all’anno in due tranche. Bisogna effettuare un minimo di 50 pagamenti ogni 6 mesi. Quindi ogni 6 mesi si può ottenere il rimborso del 10% su quanto è stato speso, per un massimo di 150 euro.

Però accanto al Cashback “standard” arriva anche il Super Cashback. Il Super Cashback spetta ai primi 100mila cittadini che realizzano il maggior numero di transazioni con carte e app. In questo caso il rimborso è di 1.500 euro a semestre, ovvero fino a 3.000 mila euro l’anno. Quindi tra il Cashback di base e il Super Cashback è possibile ottenere un rimborso fino a 3.300 euro l’anno.

I rimborsi saranno erogati sul conto corrente entro 60 giorni dal termine di ciascun periodo: quindi ad agosto 2021, febbraio 2022 e agosto 2022.

Il report sulle vaccinazioni

E’ arrivato a 22.789 il totale delle vaccinazioni anti-Covid in Italia.

Secondo i dati del report si conferma in testa il Lazio con 6.116 somministrazioni. Seguono Campania con 2.204, Lombardia con 2.171, Piemonte con 1.618, Toscana con 1.472, Veneto con 1.461, Puglia con 1.209, Liguria con 1.125. La fascia d’età più vaccinata è quella tra i 50 e i 59 anni, con una netta prevalenza di operatori sanitari e sociosanitari.

“Sommando le dosi di vaccino che abbiamo” e che avremo “a disposizione da parte di Pfizer e di Moderna, sostanzialmente arriviamo a sfiorare i 62 milioni di dosi. E questo deve essere sottolineato come ulteriore elemento della capacità dell’Italia di dotarsi delle dosi che servono per avviare una campagna vaccinale importante” come quella contro Covid-19, che “a tutti gli effetti sarà la più grande campagna vaccinale che la storia di questo Paese ha mai vissuto”, ha affermato ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css), facendo il punto sui numeri di dosi vaccinali destinate all’Italia per il quale è “ingeneroso dire ora che l’Italia è in ritardo”.

Gli scienziati riescono a filmare una misurazione quantistica

La fisica quantistica si occupa di sistemi microscopici come atomi e particelle di luce. È una teoria che permette di calcolare le probabilità dei possibili risultati di qualsiasi misura effettuata su questi sistemi. 

Tuttavia, ciò che accadeva durante la misurazione era un mistero. Un team di ricercatori dell’Università di Siviglia, dell’Università di Stoccolma (Svezia) e dell’Università di Siegen (Germania) è riuscito, per la prima volta, a “filmare” ciò che accade durante la misurazione del sistema quantistico. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica Physics World che ha selezionato questo miglioramento nella misurazione, come uno dei i progressi più importanti del 2020.

“Questi risultati gettano nuova luce sul funzionamento interno della natura e sono coerenti con le previsioni della fisica quantistica moderna”.

Per fare ciò, hanno usato uno ione stronzio (un atomo caricato elettricamente) intrappolato in un campo elettrico. La misurazione dello ione dura appena un milionesimo di secondo ma i ricercatori sono riusciti a fare un “film” del processo ricostruendo lo stato quantistico del sistema in momenti diversi. I risultati confermano una delle previsioni più sottili della fisica quantistica

”Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere…”. L’asciutta retorica di Mattarella.

Nel difficile mestiere di Presidente della Repubblica il messaggio di fine d’anno occupa un posto tutto suo, all’epicentro di ogni difficoltà. È il sigillo della comunicazione o la forma riassuntiva di uno stile presidenziale. Sono importanti i contenuti, ma nondimeno il tono e il gesto. Se si sbaglia, prevale fatalmente l’innaturalezza.

Mattarella non ama la retorica, né predilige l’uso di parole immaginifiche, tanto per fare effetto. L’uomo risente di quella sicilianità che condensa l’eloquio in un lessico asciutto, non sempre rotondo. Mons. De Luca, chiamato a celebrare gli 80 anni di Luigi Sturzo, fece notare che la scrittura di questo grande siciliano increspava un pensiero ricco e fecondo, ne deviava il corso, come per un torrente impetuoso, dando così una versione scabra e finanche ruvida di questa impetuosità. Mattarella, anche per tale aspetto, reinterpreta la mistica del concreto che appare dominante nella connessione sturziana tra pensiero e prassi.

Al cuore del messaggio di questo finale di 2020 si coglie dunque la concreta esortazione del Presidente, quell’invito cioè a farsi tutti consapevoli della necessità che uno spirito di “serietà, collaborazione, e anche senso del dovere” giunga a sostenere la ripresa della vita sociale e politica dell’Italia. Ognuno di noi dovrebbe concentrarsi su questa frase tanto semplice, eppure tanto densa di valore. Una frase che antepone all’ornatezza del linguaggio la forza di un precetto, e non di un precetto imposto.

Mattarella si accinge a coprire l’ultimo tratto del suo mandato. Lo ha voluto ricordare lui stesso, facendo intendere che da questo momento la sua responsabilità, lungi dall’essere meno nitida, entra in una sfera di ancor maggiore sobrietà, fino a contrarsi con l’ingresso nel “semestre bianco”. Questo significa che il paracadute del Quirinale, rispetto alle inquietudini della politica, avrà per forza un’incidenza materiale più ridotta. Ma ciò renderà forse più stringente e necessario il compito che traluce dall’essere il Presidente il grande moderatore della dialettica democratica, senza escludere nessuno. Avremo più bisogno di Mattarella.

 

 

2021, un nuovo patto di cittadinanza

La pandemia ha accelerato fenomeni che stavano già accadendo nel mondo: l’egemonia del commercio elettronico e del lavoro a distanza, la prevalenza della vita virtuale su quella reale. Purtroppo, tra questi aspetti c’è anche l’impoverimento dei rapporti umani, il degrado silenzioso delle relazioni sociali. Naturalmente non è un fenomeno nato con il Covid. Risale a quando abbiamo iniziato a svuotare i luoghi di incontro: le piazze, i centri storici, i borghi, le parrocchie, le sezioni di partito.

Erano luoghi in cui si imparava a conoscersi e a confrontarsi, ad ascoltare gli altri. A questo si aggiunge il crollo della cosiddetta “buona educazione”, il dilagare dell’idea per cui rivolgersi al prossimo con rispetto è considerata una forma di debolezza e dare del “tu” anche a chi non si conosce è un gesto di avanguardia. La pandemia ha desertificato il tessuto urbano delle nostre città, tra chiusure fisiche imposte dal lockdown e pesanti ricadute occupazionali.

Ha desertificato l’animo delle persone, stanche e psicologicamente provate. Ha portato un carico di sospetto, paura, diffidenza. Eppure l’anno che abbiamo appena lasciato alle spalle, ha avuto (almeno) un merito: quello di averci riportato, anche bruscamente, con i piedi per terra. L’immagine simbolo è quella di Papa Francesco che il 27 marzo scorso, nella piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia, ci ricordava che “nessuno si salva da solo”. Nel 2021 un po’ più di umiltà non guasterebbe, insieme a una nuova solidarietà nei confronti di chi è stato colpito dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia. Un nuovo patto di cittadinanza. Anche perché non si può pensare davvero che la salute non abbia un costo, né che ci si possa indebitare tutti senza limiti, con uno Stato “prestatore di ultima istanza” sempre pronto a sussidiare.

Se l’anno che inizia oggi si fosse aperto senza la prospettiva di una vaccinazione di massa, lo scenario sarebbe stato assai più cupo. Invece, la vaccinazione di massa sarà il sigillo di questo nuovo patto di cittadinanza. L’architrave di una nuova società. “E’ il tempo dei costruttori” come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel consueto messaggio di fine anno. Un altro tipo di solidarietà, che dovremmo recuperare nel 2021, è quella fiscale.

Porto un piccolo ma significativo esempio che riguarda due giovani tennisti italiani, noti al grande pubblico. Entrambi hanno deciso nel corso del 2020 di fissare la residenza a Montecarlo, chiamandosi fuori dalla comunità nel momento del bisogno. Come se fossero esentati (o comunque non tenuti) a contribuire a quella comunità che li ha cresciuti, anche sportivamente.

Naturalmente non c’è una legge che impedisce agli italiani di trasferire la propria residenza a Montecarlo (mentre non è consentito, ad esempio, ai cittadini francesi). C’è però la considerazione che i proventi fiscali servono anche ad acquistare macchinari per le terapie intensive e sub intensive, dove vengono assistiti i pazienti. L’idea che il Welfare State non è dato per sempre. Certo, combattere il Covid è difficile, ricostruire sarà complicato, ma prendersi cura dei propri comportamenti (anche fiscali) e non rassegnarsi al degrado dei rapporti sociali dipende solo da noi.

Buon anno a tutti.            

Buon 2021

Finalmente questo difficile 2020 volge al termine. Nonostante le restrizioni e i divieti, vogliamo, con tutto il cuore, augurare a tutti voi un buon 2021.

Vorremmo poi ringraziare personalmente tutti coloro che hanno contribuito in questo anno al nostro piccolo successo.
Non siamo al livello dei grandi giornali nazionali, ma due milioni di pagine lette ci rendono orgogliosi. Vorremmo potervi fare gli auguri a voce. Ma questo non è possibile e ce ne rammarichiamo.

Per questo utilizziamo queste poche righe di Madre Teresa di Calcutta per inviarvi un buon 2021

Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno?
Sorridetevi
gli uni gli altri;
sorridete a vostra moglie
a vostro marito
ai vostri figli
alle persone con le quali lavorate
a chi vi comanda;
sorridetevi a vicenda;
questo vi aiuterà a crescere nell’amore
perché il sorriso è il frutto dell’amore.
(Madre Teresa di Calcutta, Nuovo anno)

Giornata mondiale della pace

Anche quest’anno – ad onta delle difficoltà e dei limiti derivanti dall’epidemia covid 19 – il Coordinamento interconfessionale del Piemonte “Noi siamo con voi”, intende celebrare la giornata mondiale della pace. Ciò avverrà tramite  diretta streaming sulle piattaforme Facebook e You Tube alle rispettive pagine di Noi siamo con voi il giorno 1° gennaio 2021, tra le h 18.00 e le  h 20.00 al link https://www.facebook.com/events/693201661342102/ 

L’evento, condotto dalla giornalista e scrittrice Antonella Frontani, inizierà con la lettura del documento/appello, prodotto dal Coordinamento interconfessionale, di cui darà lettura il portavoce Giampiero Leo

Seguiranno quattro messaggi di personalità di primo piano del mondo religioso, delle istituzioni e della società civile: l’Arcivescovo di Torino e Susa Mons. Cesare Nosiglia, il Presidente della Regione Piemonte on Alberto Cirio, il Presidente della Fondazione CRT Prof. Giovanni Quaglia, e il Presidente del Comitato Interfedi della Città di Torino prof. Valentino Castellani. Dopodichè la parola sarà alla musica, offerta  dalla nostra orchestra –  composta da ragazze e ragazzi delle varie religioni –  che offrirà un concerto ispirato al tema da noi scelto come titolo per il nostro documento: “Rinascere nella speranza”.  Questo è l’impegno del Coordinamento Interconfessionale del Piemonte per il Concerto di Capodanno 2021.

Con la nostra orchestra multireligiosa, proponiamo note di fraternità per alleviare le grandi paure che abbiamo nel cuore, nel tempo sospeso della pandemia
La musica come “suggerimento”, come guida evocativa per resistere alla crudeltà del mondo, ricreare legami, sanare conflitti, affermare la pace, affrontare insieme il futuro. Proponiamo l’universalità della musica per ritrovare la consolazione della preghiera, per ammansire l’inquietudine trasformandola in disponibilità.

E riscoprire quella fraternità fragile come la coscienza, fragile come l’amore, la cui forza tuttavia è inaudita. Questo non è più il tempo dell’indifferenza, degli egoismi, delle divisioni perché il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia. Se c’è qualcosa che stiamo imparando in questo tempo è che nessuno si salva da solo. Di fronte al virus le frontiere cadono, i muri si sgretolano e tutte le parole possibili si dissolvono, di fronte ad una presenza quasi impercettibile che manifesta tutta la fragilità di cui siamo fatti. Per questo noi credenti proponiamo in questo avvio d’anno  il “vaccino” dell’amore, la sfida più ambiziosa dell’intera esistenza, la più intensa, la più gratificante.

per la diretta Facebook:
https://facebook.com/events/s/concerto-interreligioso-di-cap/693201661342102/?ti=wa
da computer e cellulari

per la diretta su yuotube (solo da computer e NON da cellulare)
https://youtu.be/SQXX21EuGiE

Il ritorno della politica

Lasciamo alle spalle un anno tra i più tristi della nostra esistenza, un anno che soprattutto le nuove generazioni difficilmente potranno dimenticare.

Certo, anche il futuro appare incerto, non facilmente decifrabile, ma anche problematico sul piano strettamente politico.

Qualcuno ha osservato, giustamente, che questa pandemia porterà con sé nell’esaurirsi anche tutta una classe politica improvvisata, incompetente ed incapace.

La questione non è di poco conto, se si considera tutto uno stuolo di “politici” che dai livelli più bassi salgono via via sino alle due sedi romane di Monte Citorio e di Palazzo Madama.

Tornerà la vera politica? La domanda non è fuori luogo: la politica, questa scienza umana che oggi evoca solo disgusto, disprezzo nell’opinione pubblica, deve recuperare quella moralità perduta per disegnare un futuro nuovo del genere umano. Ma politica non è semplice organizzazione dell’esistente, non è solo semplice propensione alla risoluzione dei problemi materiali della persona umana: questi sono aspetti preliminari e doverosi. La politica deve avere come obbiettivo quello della felicità di tutti i cittadini.

I richiami che Papa Francesco non manca di indirizzare a tutti gli uomini di buona volontà con cadenza quasi quotidiana suggeriscono riflessioni che non possono non essere riprese politicamente. L’attenzione verso i più deboli deve costituire il cuore di una politica cristianamente ispirata: ce n’è tanto bisogno  oggi in questo mondo globalizzato, senza più valori e in questa Italia sempre più succube dei poteri forti.

In questo 2020 ormai concluso, sembra che il genere umano abbia riscoperto i veri valori dello stare insieme, della solidarietà, dei fini veri dell’esistenza terrena.

In altre parole, non può essere l’economia il motore dello sviluppo di una società: l’economia, questa economia porta immancabilmente all’individualismo, all’edonismo, alla ricerca spasmodica del piacere personale, al consumismo senza regole, al denaro come fine e non come mezzo per una vita più dignitosa.

E questa economia, quasi come una pandemia, contagia anche la politica che diventa fine personale e non mezzo per la realizzazione del bene comune.

Il nuovo anno dovrà, per forza di cose, portare con sé una nuova speranza per tutto il genere umano: quella speranza che bisogna ricavare da una classe politica competente e che abbia, come diceva Aldo Moro, del filo da tessere

Il ritorno della politica è la nuova sfida per i cattolici democratici: il coraggio delle idee per andare controcorrente rispetto a questa barbarie economica e globalizzata.

La lettera di un paziente Covid al direttore dello Spallanzani

E’ scritto nel Talmud di Babilonia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Voi avete salvato la mia, dedicandomi tempo e passione. Non mi sarà possibile dimenticarlo” e anche se “non so se mi ricorderete, io sicuramente vi porterò nel cuore. Avete un’amica in più”. E’ il grazie di una paziente Covid curata all’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, che in una lettera postata su Facebook dal direttore sanitario dell’ospedale, Francesco Vaia, racconta la sua esperienza di malata assistita con amore, guarita e dimessa: “Io mi inchino davanti a chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri”, scrive.

“Egregio direttore Vaia, egregio professor Nicastri, gentile dottoressa D’Abramo, è finita – è l’incipit della missiva, inviata ai medici ieri sera – La mia degenza nel vostro ospedale si chiuderà tra pochissimo, dopo oltre 45 giorni carichi di emozioni. Ho avuto paura, non lo nascondo: questo virus maledetto incute terrore nonostante voi, uomini e donne di scienza, lo abbiate sufficientemente identificato e parzialmente snidato”.

“Ho avuto paura, lo confermo – ma qui mi sono sentita spalleggiata, protetta in ogni momento. Diciamo anche ‘coccolata’, perché anche questo serve quando si trascorre così tanto tempo lontano dai propri affetti. Non vi siete risparmiati, sappiatelo. In nulla. Non potrò dimenticare la grande cortesia di Andrea, lui che per primo si prese cura di me quando, in lacrime, la sera del 13 novembre, salutai mio marito e mio figlio e presi possesso del mio letto, il numero 14 (poi diventato 5). E come non citare tutte le infermiere che operano nella Quarta Divisione: instancabili, professionali e sempre con il sorriso”.

“Sapete quale è stato, per giorni, il mio cruccio più grande? Quello di temere che, una volta uscita da qui, nel caso avessi incontrato uno di voi, non avrei mai potuto riconoscerne le fattezze – prosegue la lettera della donna curata allo Spallanzani – Fa venire questi pensieri la bestia Covid. Perché ci costringe a vivere mascherati, come astronauti.

“E’ stato un onore avervi conosciuto. Grazie, direttore Vaia, grazie professor Nicastri. Grazie dottoressa D’Abramo, anche per quella sua straordinaria sensibilità che, appena pochi minuti fa, mi ha dimostrato venendomi a salutare. Grazie a tutti per avermi riportato alla vita. Grazie – conclude la paziente – per avermi dimostrato che in questo Paese le eccellenze ci sono”.

“Care amiche, cari amici, che risveglio stupendo. Una lettera meravigliosa che riempie il cuore. Premio unico e insostituibile al nostro lavoro” è “l’affetto dei nostri pazienti”. Così Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, commenta il commosso grazie. “Chiudiamo l’anno con tre certezze”, scrive il direttore: “Il virus c’è, si può battere, con la nuova arma del vaccino lo sconfiggeremo”.

Coldiretti, Recovery: dall’agricoltura progetti cantierabili

Per cogliere una opportunità unica abbiamo elaborato e proposto per tempo progetti concreti immediatamente cantierabili per l’agroalimentare con una decisa svolta verso la rivoluzione verde, la transizione ecologica e il digitale in grado di offrire un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni.

E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini che invita a non trascurare nel recovery plan e potenzialità che vengono dall’agricoltura per colmare i ritardi accumulati. Digitalizzazione delle campagne, foreste urbane per mitigare l’inquinamento in città, invasi nelle aree interne per risparmiare l’acqua, chimica verde e bioenergie per contrastare i cambiamenti climatici ed interventi specifici nei settori deficitari ed in difficoltà dai cereali all’allevamento, dalla quarta gamma  fino all’olio di oliva sono – sottolinea Prandini – alcuni dei progetti strategici elaborati dalla Coldiretti insieme a Filiera Italia per la crescita sostenibile a beneficio del sistema Paese.

Bisogna ripartire dai nostri punti di forza e l’Italia – conclude Prandini – è prima in Europa per qualità e sicurezza dell’alimentazione dove è possibile investire per dimezzare la dipendenza alimentare dall’estero nei prossimi 10 anni.

Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Care concittadine e cari concittadini,

avvicinandosi questo tradizionale appuntamento di fine anno, ho avvertito la difficoltà di trovare le parole adatte per esprimere a ciascuno di voi un pensiero augurale.

Sono giorni, questi, in cui convivono angoscia e speranza.

La pandemia che stiamo affrontando mette a rischio le nostre esistenze, ferisce il nostro modo di vivere.

Vorremmo tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete. Ad avere ospedali non investiti dall’emergenza. Scuole e Università aperte, per i nostri bambini e i nostri giovani. Anziani non più isolati per necessità e precauzione. Fabbriche, teatri, ristoranti, negozi pienamente funzionanti. Trasporti regolari. Normali contatti con i Paesi a noi vicini e con i più lontani, con i quali abbiamo costruito relazioni in tutti questi anni.

Aspiriamo a riappropriarci della nostra vita.

Il virus, sconosciuto e imprevedibile, ci ha colpito prima di ogni altro Paese europeo. L’inizio del tunnel. Con la drammatica contabilità dei contagi, delle morti. Le immagini delle strade e delle piazze deserte. Le tante solitudini. Il pensiero straziante di chi moriva senza avere accanto i propri cari.

L’arrivo dell’estate ha portato con sé l’illusione dello scampato pericolo, un diffuso rilassamento. Con il desiderio, comprensibile, di ricominciare a vivere come prima, di porre tra parentesi questo incubo.

Poi, a settembre, la seconda offensiva del virus. Prima nei Paesi vicini a noi, e poi qui, in Italia. Ancora contagi – siamo oltre due milioni – ancora vittime, ancora dolore che si rinnova. Mentre continua l’impegno generoso di medici e operatori sanitari.

Il mondo è stato colpito duramente. Ovunque.

Anche l’Italia ha pagato un prezzo molto alto.

Rivolgendomi a voi parto proprio da qui: dalla necessità di dare insieme memoria di quello che abbiamo vissuto in questo anno. Senza chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

La pandemia ha scavato solchi profondi nelle nostre vite, nella nostra società. Ha acuito fragilità del passato. Ha aggravato vecchie diseguaglianze e ne ha generate di nuove.

Tutto ciò ha prodotto pesanti conseguenze sociali ed economiche. Abbiamo perso posti di lavoro. Donne e giovani sono stati particolarmente penalizzati. Lo sono le persone con disabilità. Tante imprese temono per il loro futuro. Una larga fascia di lavoratori autonomi e di precari ha visto azzerare o bruscamente calare il proprio reddito. Nella comune difficoltà alcuni settori hanno sofferto più di altri.

La pandemia ha seminato un senso di smarrimento: pone in discussione prospettive di vita. Basti pensare alla previsione di un calo ulteriore delle nascite, spia dell’incertezza che il virus ha insinuato nella nostra comunità.

È questa la realtà, che bisogna riconoscere e affrontare.

Nello stesso tempo sono emersi segnali importanti, che incoraggiano una speranza concreta. Perché non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell’energia necessaria per ricostruire, per ripartire.

Nella prima fase, quando ancora erano pochi gli strumenti a disposizione per contrastare il virus, la reazione alla pandemia si è fondata anzitutto sul senso di comunità.

Adesso stiamo mettendo in atto strategie più complesse, a partire dal piano di vaccinazione, iniziato nel medesimo giorno in tutta Europa.

Inoltre, per fronteggiare le gravi conseguenze economiche sono in campo interventi europei innovativi e di straordinaria importanza.

Mai un vaccino è stato realizzato in così poco tempo.

Mai l’Unione Europea si è assunta un compito così rilevante per i propri cittadini.

Per il vaccino si è formata, anche con il contributo dei ricercatori italiani, un’alleanza mondiale della scienza e della ricerca, sorretta da un imponente sostegno politico e finanziario che ne ha moltiplicato la velocità di individuazione.

La scienza ci offre l’arma più forte, prevalendo su ignoranza e pregiudizi. Ora a tutti e ovunque, senza distinzioni, dovrà essere consentito di vaccinarsi gratuitamente: perché è giusto e perché necessario per la sicurezza comune.

Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili.

Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi.

Io mi vaccinerò appena possibile, dopo le categorie che, essendo a rischio maggiore, debbono avere la precedenza.

Il vaccino e le iniziative dell’Unione Europea sono due vettori decisivi della nostra rinascita.

L’Unione Europea è stata capace di compiere un balzo in avanti. Ha prevalso l’Europa dei valori comuni e dei cittadini. Non era scontato.

Alla crisi finanziaria di un decennio or sono l’Europa rispose senza solidarietà e senza una visione chiara del proprio futuro. Gli interessi egoistici prevalsero. Vecchi canoni politici ed economici mostrarono tutta la loro inadeguatezza.

Ora le scelte dell’Unione Europea poggiano su basi nuove. L’Italia è stata protagonista in questo cambiamento.

Ci accingiamo – sul versante della salute e su quello economico – a un grande compito. Tutto questo richiama e sollecita ancor di più la responsabilità delle istituzioni anzitutto, delle forze economiche, dei corpi sociali, di ciascuno di noi. Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere, sono necessari per proteggerci e per ripartire.

Il piano europeo per la ripresa, e la sua declinazione nazionale – che deve essere concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse – possono permetterci di superare fragilità strutturali che hanno impedito all’Italia di crescere come avrebbe potuto.

Cambiamo ciò che va cambiato, rimettendoci coraggiosamente in gioco.

Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle giovani generazioni.

Ognuno faccia la propria parte.

La pandemia ci ha fatto riscoprire e comprendere quanto siamo legati agli altri; quanto ciascuno di noi dipenda dagli altri. Come abbiamo veduto, la solidarietà è tornata a mostrarsi base necessaria della convivenza e della società.

Solidarietà internazionale. Solidarietà in Europa. Solidarietà all’interno delle nostre comunità.

Il 2021 deve essere l’anno della sconfitta del virus e il primo della ripresa. Un anno in cui ciascuno di noi è chiamato anche all’impegno di ricambiare quanto ricevuto con gesti gratuiti, spesso da sconosciuti. Da persone che hanno posto la stessa loro vita in gioco per la nostra, come è accaduto con tanti medici e operatori sanitari.

Ci siamo ritrovati nei gesti concreti di molti. Hanno manifestato una fraternità che si nutre non di parole bensì di umanità, che prescinde dall’origine di ognuno di noi, dalla cultura di ognuno e dalla sua condizione sociale.

È lo spirito autentico della Repubblica.

La fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle istituzioni con i sentimenti delle persone.

La pandemia ha accentuato limiti e ritardi del nostro Paese. Ci sono stati certamente anche errori nel fronteggiare una realtà improvvisa e sconosciuta.

Si poteva fare di più e meglio? Probabilmente sì, come sempre. Ma non va ignorato neppure quanto di positivo è stato realizzato e ha consentito la tenuta del Paese grazie all’impegno dispiegato da tante parti. Tra queste le Forze Armate e le Forze dell’Ordine che ringrazio.

Abbiamo avuto la capacità di reagire.

La società ha dovuto rallentare ma non si è fermata.

Non siamo in balìa degli eventi.

Ora dobbiamo preparare il futuro.

Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova.

Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. E’ questo quel che i cittadini si attendono.

La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l’unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà.

L’Italia ha le carte in regola per riuscire in questa impresa.

Ho ricevuto in questi mesi attestazioni di apprezzamento e di fiducia nei confronti del nostro Paese da parte di tanti Capi di Stato di Paesi amici.

Nel momento in cui, a livello mondiale, si sta riscrivendo l’agenda delle priorità, si modificano le strategie di sviluppo ed emergono nuove leadership, dobbiamo agire da protagonisti nella comunità internazionale.

In questa prospettiva sarà molto importante, nel prossimo anno, il G20, che l’Italia presiede per la prima volta: un’occasione preziosa per affrontare le grandi sfide globali e un’opportunità per rafforzare il prestigio del nostro Paese.

L’anno che si apre propone diverse ricorrenze importanti.

Tappe della nostra storia, anniversari che raccontano il cammino che ci ha condotto ad una unità che non è soltanto di territorio. Ricorderemo il settimo centenario della morte di Dante.

Celebreremo poi il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, il centenario della collocazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria.

E ancora i settantacinque anni della Repubblica.

Dal Risorgimento alla Liberazione: le radici della nostra Costituzione. Memoria e consapevolezza della nostra identità nazionale ci aiutano per costruire il futuro.

Esprimo un ringraziamento a Papa Francesco per il suo magistero e per l’affetto che trasmette al popolo italiano, facendosi testimone di speranza e di giustizia. A lui rivolgo l’augurio più sincero per l’anno che inizia.

Complimenti e auguri ai goriziani per la designazione di Gorizia e Nova Gorica, congiuntamente, a capitale europea della cultura per il 2025. Si tratta di un segnale che rende onore a Italia e Slovenia per avere sviluppato relazioni che vanno oltre la convivenza e il rispetto reciproco ed esprimono collaborazione e prospettive di futuro comune. Mi auguro che questo messaggio sia raccolto nelle zone di confine di tante parti del mondo, anche d’ Europa, in cui vi sono scontri spesso aspri e talvolta guerre anziché la ricerca di incontro tra culture e tradizioni diverse.

Vorrei infine dare atto a tutti voi – con un ringraziamento particolarmente intenso – dei sacrifici fatti in questi mesi con senso di responsabilità. E vorrei sottolineare l’importanza di mantenere le precauzioni raccomandate fintanto che la campagna vaccinale non avrà definitivamente sconfitto la pandemia.

 

Care concittadine e cari concittadini,

quello che inizia sarà il mio ultimo anno come Presidente della Repubblica.

Coinciderà con il primo anno da dedicare alla ripresa della vita economica e sociale del nostro Paese.

La ripartenza sarà al centro di quest’ultimo tratto del mio mandato.

Sarà un anno di lavoro intenso.

Abbiamo le risorse per farcela.

 

Auguri di buon anno a tutti voi!

 

Mario Monti e il partito di Conte

Il senatore a vita Mario Monti è tornato ieri a parlare del suo partito, nato e abortito nel 2013-2014, cercando in questo modo di suggerire alcuni spunti di riflessione sul futuro politico di Conte. Nell’intervista resa al Corriere della Sera rivendica la ragione di fondo che giustificò l’operazione “Scelta Civica”, ovvero la costruzione di una  diga al centro dello schieramento politico contro “una maggioranza, di destra o di sinistra, marcatamente populista e antieuropea”. Sotto questo profilo il bilancio è stato positivo: “Quella pattuglia – dice Monti -, con il suo 10%, ha fatto da argine alle derive populiste. Senza, non ci sarebbero state la rielezione di Napolitano e poi l’elezione di Mattarella. Né a Palazzo Chigi la sequenza Letta-Renzi-Gentiloni”.

Fin qui la pagella dei voti positivi. Il problema tuttavia è un altro. Quel partito, messo in piedi con affanno allo scadere della XVI legislatura e dato in mano a un gruppo dirigente eterogeneo, anzitutto preoccupato di sfruttare il “montismo” più che di proporne una versione ideologica adeguata, è naufragato per un difetto di visione politica. A un certo punto, nel mezzo della campagna elettorale, sembrava svanita la giustificazione della proposta neo-centrista: a conti fatti il risultato del 10 per cento conseguito nelle urne premiava oltre misura un’intuizione originariamente  valida, sebbene poi gestita, appunto, nel peggiore stile doroteo. Il resto, nella successiva pratica parlamentare, non poteva che essere lo scomposto svoltolarsi di una funzione importante ma residuale, senza più quell’ambizione che avrebbe dovuto innervare una sedicente iniziativa di taglio addirittura neo-degasperiano.

Monti sorvola sulle cause di questo fallimento. Preferisce destreggiarsi, senza impegno, così da rendere fungibile il parere sul nuovo partito personale a guida Conte. Traspare un certo scetticismo, non fino al punto, tuttavia, di certificare l’inadeguatezza del proposito. Sarebbe invece interessante approfondire il perché degli eventi e delle connesse aspettative che resero comunque inevitabile l’operazione Monti del 2013; tanto più che a confronto, nel groviglio attuale delle vicende politiche nazionali, ben diverso è il carattere dell’ipotetica operazione Conte. Ci sono troppe differenze tra l’una e l’altra, giacché latita al momento tra gli addetti alla fureria del vagheggiato esercito contiano quel fattore di “eroismo civico” che pure si coglieva alla base dell’avventura, ben motivata e mal congegnata, dell’ex rettore della Bocconi.

Oggi il massimo di legittimazione al sorgere del partito di Conte deriva dalle incerte e sempre mutevoli convenienze del Pd. Si vuole a sinistra, in qualche modo, incerottare il consenso fluttuante dell’elettorato intermedio, dando la stura a un rilancio della tattica di copertura al centro, in modo persino fantasioso, quale che sia cioè la natura e la consistenza ideale di questo centro. Dove non ci sono suggestioni e stimoli, con l’ardore di un impegno al servizio del Paese, difficilmente cresce la pianta della buona politica. Gli amici compulsano i sondaggi, finora benevoli all’eccesso, ma questa aritmetica del consenso non autorizza a celebrare anzitempo il successo di una rischiosa trasformazione di Conte da capo di governo a capo di partito. Per fare che? Per andare dove? Sono domande più che ragionevoli, se si pensa alla complessità delle sfide che si annunciano a ridosso della presa in carico di una gigantesca politica di ricostruzione post Covid-19.

Spesso si confonde la vera politica con la manutenzione degli affari correnti o il fervido controllo delle leve di comando. Tra la fortuna e la virtù ì Machiavelli del marketing politico si attengono preferibilmente alla fortuna, senza inibizioni. A Palazzo Chigi, anche nel clima di una strisciante crisi di governo, una certa baldanza la fa da padrona. È un’ebbrezza da vincitori a tavolino, con anche l’arma del partito nella guaina. Forse Monti, nella gustosa curialità della sua intervista, avrebbe potuto dire quanto sia insidioso l’entusiasmo del potere e come al solito possa farsi maschera dell’opportunismo.

Il Federico Fellini di Gianfranco Angelucci.

Gianfranco Angelucci, scrittore, regista e docente accademico, è uno dei massimi esperti dell’opera di Federico Fellini. In occasione dell’anniversario della nascita del grande regista romagnolo, egli ha pubblicato quest’anno un libro intitolato Glossario felliniano per “raccontare il genio italiano del cinema”. È una lettura di straordinario interesse per tutti, conoscitori approfonditi o distratti dell’arte felliniana, in quanto rivela fatti, anche poco noti, del suo percorso cinematografico e non solo. Un ritratto affascinante dal forte sapore intimo ed alchemico. Nel far ciò l’autore non risparmia la narrazione anche di innumerevoli, piccoli ma oltremodo significativi, episodi del suo rapporto umano e professionale, focalizzando l’attenzione del lettore nel magico personale mondo di Fellini. Dopo aver gustato la narrazione, dalla prima all’ultima pagina, ho sentito il desiderio di approfondire con l’Autore alcuni punti per avere una visione ancora più completa della lezione impartitagli dal Maestro. Ne è scaturita un’intervista di cui ripropongo testualmente il contenuto.

Un glossario … Come ti è venuta l’idea?

Il Glossario è stato concepito come una sorta di liturgia dell’Avvento per la ricorrenza del 20 gennaio 2020 data di nascita di Fellini e inizio del suo Centenario: un grande momento, una vera opportunità per l’Italia di raccogliersi, per una volta in armonia, attorno alla celebrazione del suo più grande artista del Novecento. Il Paese avrebbe potuto ritrovare di nuovo un vanto, una dignità, un’occasione di tripudio e una spinta di rinnovamento in nome del nostro autore cinematografico osannato in tutto il mondo, insignito per ben cinque volte con il Premio Oscar. Ma esiste anche una seconda ragione, che potremmo chiamare di marketing fatto in casa. Ormai il pubblico dei lettori è molto svogliato, giorno dopo giorno si è disabituato al testo scritto, ne diffida, preferisce rifugiarsi in comunicazioni più facili, passive, meno impegnative. Allora ho pensato che forse un glossario, cioè un prontuario rapido da aprire anche a casaccio, si ponesse in maniera più amichevole nei confronti del lettore, lo avrebbe aiutato a scardinare la resistenza, soprattutto tra i giovani che iniziano ad accostarsi spesso svogliatamente alla lettura. Mi è sembrato che raccogliere l’universo di un grandissimo artista come Fellini in una sequenza di capitoli autonomi potesse suscitare un interesse più giocoso e sollecitare la curiosità di chi entra in libreria, o ci affaccia alla rete in cerca di un titolo. Avrebbe facilitato l’accesso a una galassia sconosciuta ma allo stesso tempo a portata di mano. Il nome di Fellini infatti è universalmente famoso nel mondo perché è straripato dall’ambito cinematografico, ma la sua notorietà in realtà non corrisponde a una vera conoscenza dei suoi film. A quasi trent’anni dalla morte i suoi capolavori, che per noi rappresentano un valore eterno, non vengono quasi più visti, e così si disperde il loro valore artistico che è invece attualissimo. Adesso quando qualcuno mi confida di aver comprato il libro, di averlo letto e di aver avuto subito voglia di andare a vedere o rivedere i suoi film, la mia esultanza è incontenibile: era quella la mia autentica e principale intenzione, mi sento orgoglioso della mia scelta. Spero di contribuire con il mio Glossario a interrompere questo malaugurato vuoto di memoria che sta disgregando il tessuto culturale nella nostra epoca. 

Un Fellini in 50 voci? Qualcuno potrebbe obiettare che servirebbero cento, forse mille. 

Perché no: intanto però cominciamo da quelle. Lasciamoci coinvolgere da queste pagine che sono di natura narrativa più che saggistica. Il Glossario conduce in tanti porti in cui gettare l’ancora, a seconda della curiosità, dell’umore, dell’istinto, della scelta di ciascuno. In questo senso, può essere anche un portolano, una effemeride; il giornale di bordo di un viaggio a zonzo sui flutti di un racconto insieme vero e leggendario. Oppure una navigazione spaziale, all’interno di una nebulosa ancora in buona parte inesplorata, che ho voluto ripercorre con il cuore rivolto ai felliniani ma la mente piuttosto ai giovani, che avranno a disposizione una carta nautica attendibile per circumnavigare l’artista che ha cambiato le nostre vite, senza perdersi nelle secche dell’intellettualismo. Il testo è pensato per loro, mettendo a frutto anche gli anni di insegnamento nelle Accademie di Belle Arti che considero tra i più fecondi umanamente e intellettualmente. Condividere il sapere con creature in formazione è un’emozione irripetibile. Non c’era per me stanchezza che non si dissolvesse nel momento stesso in cui mettevo piede in aula, risarcendomi di un’energia che mi avrebbe sostenuto e accompagnato per tutto il resto della giornata. Anche questo segreto ho forse rubato a Fellini, la consuetudine con i giovani come metodo di bottega, prassi ancora praticabile nel mondo del cinema; Federico preferiva circondarsi di persone più giovani a cui dischiudere transiti abbaglianti nello scintillio del suo universo.

Il tuo libro inizia con alcune osservazioni di Georges Simenon. Tra tutte: “Fellini… una testimonianza scomoda, e davvero inquietante, dell’uomo di oggi”. Ritieni valida questa considerazione anche in relazione alla società odierna? In che senso?

Georges Simenon è stato il primo a intuire la portata rivoluzionaria del cinema di Fellini; si batté al Festival di Cannes per l’assegnazione del Palmares a La Dolce Vita, e parlò esplicitamente della scandalosa onestà artistica dei suoi film in grado di sovvertire ogni ordine e schema convenzionale. Aveva aggiunto nella sua potente dichiarazione: “Fellini ama l’uomo e non l’inganna”.  I progetti di Fellini, che avevamo in preparazione prima della sua prematura scomparsa, erano una meravigliosa, sbalorditiva anticipazione del cambiamento epocale che ci stava raggiungendo e forse travolgendo.  Non dimentichiamo che 8 ½  è il ‘poema’ del nostro tempo, come La divina commedia di Dante lo fu nel Trecento, o l’Orlando Furioso di Ariosto nel Cinquecento. Se nel Novecento l’Ulisse di Joyce era riuscito a imporsi come il racconto letterario dell’uomo contemporaneo, 8 ½ ne rappresenta per essenza il racconto cinematografico. Tuttavia il film va anche molto oltre, perché coniuga Shakespeare con Eliot e trasporta l’arte cinematografica ad estremi espressivi mai prima tentati e da cui sarà impossibile tornare indietro. Fellini introduce nel cinema l’anima (ASANISIMASA), la psicanalisi, il sogno, l’io narrante dell’autore, l’angoscia esistenziale, la religione e Dio, l’amante e la moglie, l’artista e l’uomo, il tempo fenomenologico di Husserl contrapposto alla semplice cronologia quotidiana; anticipa incredibilmente la teoria scientifica dei Quanti sullo spazio-tempo, applicata al mondo dell’arte, offrendoci un unico racconto in cui tutto si amalgama e convive senza forzature. Il film non è più una semplice storiella cinematografica, lo svolgimento più o meno brillante di una trama, ma l’evento artistico in grado di cambiare le prospettive e da cui non si potrà più prescindere in futuro, tanta è potente la sua innovazione. L’opera di Fellini segna lo spartiacque nella storia del cinema: c’è un prima di 8 ½ e un dopo 8 ½ : una volta apparso sugli schermi nulla è stato più uguale a prima.  

Durante la lettura si percepiscono intime riflessioni, profonda ed autentica amicizia ed ammirazione. Chi è per il tuo cammino nell’arte cinematografica Federico Fellini?

 Negli anni successivi alla scomparsa di Federico ho pubblicato alcuni libri sull’artista. In GLOSSARIO FELLINIANO appena uscito ho cercato di raccogliere il suo pensiero, la sua vita, la sua arte, e tutto ciò che ho appreso da lui nei molti anni fortunati in cui la sorte mi ha concesso di stargli vicino.  Dovunque mi chiamino mi reco a parlare del suo cinema con gioia immutabile, ogni volta ritrovando e rinnovando l’emozione di compiere insieme al pubblico l’immersione mentale capace di rendere più evidenti i segreti della tua creatività, di attingere passo dopo passo a quel filone d’oro che ci ha lasciato in consegna per meglio affrontare la nostra vita. Presto o tardi giunge inevitabile la domanda di qualche spettatore: “Che cosa ha appreso da Fellini?”  “Vorrà dire che cosa non ho appreso!” Mi verrebbe spontaneo ribattere, dal momento che ora, in vecchiaia, non riesco neppure a immaginare quale sarebbe stata la mia vita senza quell’incontro all’Hotel Plaza. Tutti noi fantastichiamo su le ‘sliding doors’; a me capita piuttosto di pensare a un invisibile ‘scambista’ che sta alle nostre spalle: ricordate quel ferroviere che una volta, all’uscita delle stazioni, tiravano a mano la lunga leva con cui avviare il treno sull’uno o sull’altro binario? Ecco, credo che ognuno di noi nella vita incontri il proprio scambista. Per me si materializzò nella figura di Francesco Arcangeli, il mio docente di Storia dell’Arte all’Università di Bologna che, quando andai a chiedergli la tesi, invece di assegnarmi un oscuro pittore del Barocco, mi dirottò inaspettatamente su Fellini. Rimasi lì per lì interdetto e obiettai: “Ma Fellini è un regista”. Non mi fece neppure concludere la frase: “No, è il più grande artista visivo del Novecento”.  Caro Federico, quando gli raccontai questo scambio di battute, non aveva reagito scherzandoci sopra, come inevitabilmente accadeva, con tempi brucianti, per qualsiasi affermazione capace di provocargli un turbamento: si limitò a increspare uno di quei suoi sorrisi timidi, sornioni, di immediata simpatia, e non replicò con un commento. Conosceva Arcangeli di nome e non lo stupì la sua intuizione, la sua ammirazione. Era al corrente dell’assoluta libertà di giudizio dello studioso: sul Corriere della Sera, scandalizzando la lobby intellettuale, Arcangeli aveva da poco scritto un elzeviro di elogio per un film di Eriprando Visconti, “La monaca di Monza”, infischiandosene del potentissimo e intoccabile zio Luchino! Momi Arcangeli fu dunque il mio scambista, né saprò mai, senza di lui, dove sarebbe andato a fermarsi il mio treno, che è invece approdato a Cinecittà, presso la ‘casa’ di Federico, la sua corte. Accanto al regista sono cresciuto alla vita, mi sono formato, mi sono plasmato nella conoscenza, nel mestiere e nel mondo del cinema. Non era tipo da impartire lezioni Federico, ma mi ha insegnato a mettermi in ascolto, mi ha accolto nella cella dell’Alchimista dove potevo carpire le sue formule, osservare ogni suo gesto.

Sei riuscito a raccontare creando una sorta di percorso a tre: Fellini, tu ed il lettore. Si percepisce una unità indissolubile in cui Federico F, citando il tuo libro del 2000, crea l’immaginario che diviene reale e la realtà si trasforma in ricordo. Una sorta di sceneggiatura della “visione”?

 È lo stile che identifica l’artista, il sigillo che lo distingue da chiunque altro e diventa lo specchio in cui chi guarda può riconoscersi. Nel cinema Fellini ha dispiegato per intero il proprio universo, che è anche miracolosamente il nostro: ciascuno vi si può riflettere, e in tal modo sentirsi assolto, meno solo, meno colpevole. Ecco la ‘santità’ dell’artista, il quale elargisce proprietà salvifiche e rassicura lo spettatore dicendogli: “Tutto ciò che ti capita è capitato prima a me, non aver paura di essere te stesso”. Nessuno come Fellini ci ha donato tanta profusione di libertà parlando di sé senza reticenze e pudori, senza autocensure, senza nascondersi, al contrario smascherando ogni mistificazione, ogni abuso del potere, ogni forma di autoritarismo, di distorsione ideologica.  Incurante di qualsiasi ‘scomunica’ aveva strappato senza alcun riguardo il bavaglio soffocante della Chiesa, aveva ridicolizzato il fascismo e i fascismi, aveva contrastato da solo la dittatura dei media prendendo letteralmente a calci, nell’ultima sua opera, il potente di turno che gli spezzettava i film nel tritatutto delle sue emittenti televisive. “Non si interrompe un’emozione”, aveva gridato al vento, perdendo la causa nei tribunali ma vincendola nell’opinione pubblica.  Rischiando da solo, senza alcuna solidarietà da parte delle associazioni di categoria, pur egemonizzate dai registi politicamente impegnati.  Non accettò la laurea ad honorem dall’Università di Bologna, perché – spiegò nel suo rifiuto – “mi sentirei come Pinocchio decorato dal Preside e dai Carabinieri per essersi divertito nel paese dei Balocchi (…) C’è una specie di capovolgimento delle regole che mi lascerebbe disorientato e scontento. È più forte di me. Sarei indotto a forzarmi in un ruolo, un comportamento, un atteggiamento mentale che non mi appartengono e che finirei per vivere con autentico malessere.” Voleva restare libero come quando, adolescente, sedeva nei banchi del liceo e disegnava la caricatura dei professori pretendendo oltretutto di essere applaudito per la sua impertinenza.  Fellini era principalmente un anarchico che amava l’ordine. Il suo cinema, con il solo strumento della poesia, è sempre rimasto fedele a quel medesimo spirito, e non si piegava a compromessi. Avverso alla stampella delle ideologie, lontano dallo strepito dei comizi, dall’inautenticità delle tendenze, dalle parole d’ordine, dai falsi profeti, dal pensiero unico di massa; il più individualista e apolitico dei registi, il più disimpegnato, scanzonato e imprevedibile, si esprimeva dischiudendo la porta al mistero e affidandosi alla voce dell’arte, l’unica che non potrà mai essere manipolata e adulterata, il cui messaggio è destinato a durare nitido e immutabile nel tempo.  “L’unico vero realista è il visionario” aveva ripetuto con assoluta convinzione, persuaso che la funzione più aristocratica della mente umana resti l’immaginazione. Sono certo che condividesse la massima di San Gregorio di Nissa: “I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce”.   

Hai lavorato con lui moltissimo, hai, tra l’altro, sceneggiato il film “Intervista”. Quanti personaggi singolari e quante “magie”. Anche il circo ed il clown, incarnazione per Fellini (“Io sono l’Augusto del mio Clown Bianco”) dell’ambivalente natura umana. Tra spiritualità ed analisi della società. Quanti aneddoti nelle tue 50 parole…  Qualche ricordo in particolare non ancora svelato?

 Un giorno, quando ormai il nostro rapporto si era consolidato e ci capitava di rimanere a chiacchierare da soli, non era infrequente che si creasse uno spazio propizio alle confidenze. Gli avevo così ribadito quanto fossi stato toccato più intimamente, tra i suoi film, da Il Bidone. Credo che lui lo sapesse già, lo aveva letto nella mia tesi e certo non gli era sfuggito. “Andiamo a pranzo” propose, lasciando cadere il discorso. Salimmo in macchina e mi indirizzò verso un ristorante di Monte Mario, sotto lo Zodiaco, in cui non eravamo mai stati. Esiste ancora, si chiama Il Bagatto (come la carta dei Tarocchi) e si apre su un’enorme terrazza, una visione a grandangolo di Roma, capace davvero di togliere il fiato. Pranzammo con del pesce. Parlava lui, io ascoltavo; aveva preso a raccontarmi della lavorazione del film Il Bidone e soprattutto di Broderick Crawford che era quasi sempre ubriaco. Mi riferiva gli scherzacci goliardici con cui l’americanone si divertiva a stuzzicare Franco Fabrizi, omosessuale mascherato da sciupafemmine, che poi andava a lamentarsi da lui raccontando per filo e per segno, con malcelato compiacimento, le molestie del collega. Mi aveva rivelato che i macchinisti erano stati costretti a costruire una specie di corsia di legno con palanche e cantinelle, in modo che Crawford, nei carrelli a precedere, potesse avanzare a favore della macchina da presa senza sbandamenti. Ma alla fine, aveva commentato con ammirazione: “Broderick era il vero attore americano che quando lo inquadri riempie tutto l’obiettivo: nessun altra faccia sarebbe stata in grado di restituire con altrettanta esattezza ciò che cercavo dal personaggio”. Ancora oggi ricordo il sole, l’atmosfera, e i dialoghi di quel pranzo, come se fosse ieri. Eppure mi era sfuggita la coincidenza più importante, la ragione nascosta per cui Federico mi aveva condotto in quel luogo. Se adesso rievoco l’episodio è soltanto per rimediare alla mia svista imperdonabile. Giorni fa, rivedendo Il Bidone nel DVD da poco uscito in edicola per il Centenario, ho riconosciuto il locale in cui Augusto, il capo dei bidonisti, travolto dalla tenerezza per la figlia (Lorella De Luca) incontrata per caso a Piazza del Popolo, la porta a pranzo con sé. Con un sobbalzo ho avuto la certezza che si trattasse del ristorante il Bagatto, che allora si presentava ancora come una semplice trattoria. Per chi non sapesse cosa significhi questa parola, il Bagatto è la prima carta degli arcani maggiori dei Tarocchi; è conosciuta anche come il Mago, il Giocoliere. Nei mazzi di più vecchia tradizione il Bagatto è rappresentato come un giovane artista di strada, un prestigiatore; su un tavolo portatile ci sono gli attrezzi del suo mestiere, ma lo sguardo è rivolto verso un punto lontano. In seguito il Bagatto è stato raffigurato più spesso come un artigiano intento a svolgere la sua arte nel proprio laboratorio, per poi evolversi nel Mago delle raffigurazioni cartomantiche contemporanee.   Ora, rimesse insieme tutte le tessere, il disegno mi sembra più chiaro, e capisco cosa volesse dirmi Federico. Questo era il solo suo modo di insegnare. 

Alcuni capitoli sono dedicati alle donne. Fellini era innamorato dell’Amore, specchio della sua natura? E Giulietta?

Il rapporto tra i due coniugi era inestricabile, un groviglio di radici annodate a profondità irraggiungibili. Inseparabili nell’arte e nella quotidianità nonostante le tante tempeste che si erano abbattute sulle loro esistenze. “La compagna di una vita, l’attrice dei miei film, mia moglie Giulietta Masina”, proclamò Federico Fellini dal palco del Dorothy Chandler Pavilion, dedicando il quinto Premio Oscar a sua moglie, di fronte a un pubblico televisivo di quasi due miliardi di spettatori. “And please, Giulietta, stop crying…” la esortava con un sublime colpo di teatro rivolgendosi direttamente a lei che, in prima fila, si scioglieva letteralmente in lacrime mentre l’intera platea, sull’esempio di Gregory Peck, si alzava in piedi per una frenetica standing ovation, un applauso commosso, caldo e prolungato. Era la fine di marzo del 1993, appena sei mesi dopo il regista avrebbe preso congedo. Il suo era stato un pubblico testamento. Non c’è stata donna o avventura, vera o presunta, che sia mai riuscita a mettere seriamente in crisi il patto infrangibile tra Giulietta e Federico, basato verosimilmente su un segreto rimasto a lungo sepolto e inviolato.  L’arcano sembrò dissolversi un pomeriggio in cui la signora Anna, per anni intima di Fellini, mi confidò senza alcun preavviso che Giulietta era una figlia illegittima, concepita dal padre con la domestica di casa; quella che l’attrice chiamava la sua balia. L’aveva appreso – mi rivelò la signora – da un avvocato, il proprietario dell’albergo di un paesino della Valsugana in cui andava ogni estate in villeggiatura. Non essendo figlia di sua madre, la bambina ad appena quattro anni era stata allontanata da casa e affidata a una zia di Roma.” Restai senza fiato: se la rivelazione fosse risultata autentica, avevamo finalmente in mano la chiave del mistero che aveva cementato l’unione tra Federico e Giulietta e che aveva generato da oscure ombre La strada. Quel capolavoro sconvolgente ed enigmatico aveva dischiuso a entrambi, quasi per una sorta di fatato risarcimento, il viale della gloria, della ricchezza, della popolarità, del consenso universale, durato ininterrotto fino alla loro morte. Avrebbero mai potuto Federico e Giulietta separarsi, avendo celato nel cuore quel segreto così scottante e gravido di destino?  Nel Glossario ci sono ben tre capitoli dedicati alla figura di Giulietta, ai segreti che la circondano, ai tanti misteri che ancora avvolgono la sua maestosa ‘figurina’ protagonista di alcuni capolavori impareggiabili e di due film insigniti del Premio Oscar. Ho scritto un libro su Giulietta che rivedrà la luce il prossimo anno in occasione del suo Centenario. Un appuntamento che oltre a celebrare degnamente una delle attrici più importanti del nostro cinema, possa servire anche a innalzarla in tutto il Pianeta a simbolo delle donne in grado di rialzarsi sempre, dopo ogni sopraffazione, violenza, angheria, prepotenza, abominio perpetrato nei secoli contro di lei. Cabiria è la donna che risorge e che nessuno riuscirà mai a piegare, meno che mai a distruggere, essendo portatrice di vita. Dei genetrix. Vorrei che insieme a Giulietta risuonasse la famosa affermazione di Fellini, pronunciata nel 1965, prima di ogni possibile femminismo, a commento del suo film Giulietta degli Spiriti:  «Nessun uomo sarà veramente libero finché non sarà libera anche l’ultima donna».

Quali sono i tuoi progetti futuri in ambito letterario e cinematografico?

Ho incontrato Federico quando ero poco più di un ragazzo, in occasione della mia tesi di laurea, gli sono stato accanto per un quarto di secolo e ora ho raggiunto l’età che aveva lui quando è morto. In venticinque anni di assidua, ininterrotta frequentazione, ho appreso da lui molto di ciò che c’è da capire della vita, dell’arte e anche dei libri, sì ho imparato a leggere i libri con un estro diverso, affrancato da ogni ricatto intellettualistico o accademico. Federico mi ha aperto lo scaffale più inebriante, quello della libera immaginazione, insegnandomi a vedere e riconoscere ciò che c’è dietro ogni rappresentazione. E mi sembra mio dovere, anzi un obbligo morale, restituire agli altri ciò che ho appreso dalla sua vicinanza. Alle 50 voci del Glossario Felliniano potranno seguirne altre, gli argomenti non sono certo esauriti e il continente Fellini offre continuamente nuovi spunti. Un critico amico e spiritoso mi ha scritto questo messaggio: “Numerosi fan, tra i quali il sottoscritto, promuovono un fondo di sostegno per l’estensione del tuo Glossario.” Il suo invito scherzoso giunge a proposito, lo considero di buon auspicio per continuare a occuparmi di Fellini anche dopo il Centenario. In questi mesi sto girando per conto dell’Istituto Luce-Cinecittà, una serie di dieci puntate su “I mestieri del Cinema”, raccontati attraverso l’opera di Federico Fellini. Tra i committenti c’è anche il Ministero della Pubblica Istruzione che, in occasione del Centenario Felliniano, ha voluto dedicare l’iniziativa agli studenti di ogni ordine e grado. Studiando Fellini, indagando il suo magistero, disinquineremo noi stessi e l’aria che respiriamo. Se la scienza ci rende consapevoli, l’arte ci rende liberi: auguriamoci che le due Muse non vadano mai disgiunte. Il nostro compito è cercare in ogni modo di realizzare i doni che ci sono stati assegnati gratuitamente, trasformandoli in una ricchezza per tutti. Solo questo conta, e si chiama cultura, la ricchezza più prodigiosa che possiede l’umanità, il passaggio del “testimone” da una mano all’altra in una staffetta che non avrà mai fine. Senza cultura saremmo ancora dei primati aggrappati ai rami degli alberi. Con la cultura, un passo alla volta siamo andati sulla luna, colonizzeremo presto altri mondi, ci spingeremo in galassie raggiungibili, e racconteremo tutto ciò con l’originaria poesia di Omero, il primo Aedo, incantando qualcuno che resterà ad ascoltarci a bocca aperta.

 

Quale Europa dopo la Brexit?

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Walton

Il raggiungimento di un accordo consensuale tra il Regno Unito e l’Unione europea ha reso meno amara la separazione di Londra da Bruxelles. Le trattative tra le parti, seppur a fasi alterne, si sono trascinate per molti mesi ed in più di un’occasione la tanto agognata intesa sembrava ormai compromessa. La svolta è giunta all’ultimo momento, quasi inattesa, ed è nata dalla volontà di Londra e Bruxelles di iniziare a costruire le basi delle relazioni che verranno. Si apre ora un periodo di grande incertezza: quale Europa ci attende dopo la Brexit? Come cambieranno i rapporti tra le due sponde della Manica?

Il primo gennaio terminerà la fase di transizione che, nel corso del 2020, ha tenuto legati il Regno Unito e l’Unione europea e da quella data cambieranno molte cose. I cittadini britannici non potranno più godere della libertà di movimento qualora si vogliano recare negli Stati dell’Unione ed in caso di permanenza superiore ai novanta giorni in un periodo di centottanta giorni necessiteranno del visto. Lo stesso varrà, ovviamente, a parti inverse. La Corte di giustizia dell’Unione europea non avrà più voce in capitolo su quanto accade Oltre Manica, gli studenti universitari europei non potranno più usufruire del programma Erasmus nel Regno Unito.

A salvarsi sono, soprattutto, gli scambi commerciali che continueranno ad essere privi di quote e dazi. L’accordo raggiunto tra Regno Unito e Unione europea vale 660 miliardi di sterline l’anno ed eventuali dispute tra le parti dovranno essere sanate da un organismo terzo ed imparziale che vigilerà sul rispetto dell’accordo.

Il premier britannico Boris Johnson ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato, quello di restituire al Regno Unito un ruolo di primo piano negli affari politici globali e senza alcuna subordinazione nei confronti dell’Unione europea. Le ambizioni di Londra sono chiare e vertono sulla ricostruzione di una sfera d’influenza britannica nel mondo e su una solida alleanza con buona parte del Commonwealth. Il Regno Unito, già alleato speciale degli Stati Uniti, vuole espandere significativamente i legami con Australia, Canada e Nuova Zelanda, a cui è legato da rapporti culturali plurisecolari. La costruzione di un’alleanza globale, dunque, che potrebbe permettere a Londra di tornare ad assumere un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale.

I rapporti tra Regno Unito ed Unione europea sono stati segnati, nel corso dei decenni, da freddezza. In più occasioni Londra ha dimostrato scetticismo e ritrosia nei confronti della progressiva espansione dei poteri di Bruxelles. Ora la scelta del Regno Unito potrebbe portare a una maggiore coesione tra i partner europei e a una semplificazione degli eventuali e futuri processi di riforma dell’Unione. C’è però un punto che non va sottovalutato: Bruxelles non può però prescindere, nel medio termine, dall’amicizia di Londra, che è un alleato chiave e un’entusiasta sostenitrice dell’Alleanza atlantica. Non è immaginabile un’accesa rivalità tra le due sponde della Manica quanto, piuttosto, un rapporto cordiale e distaccato.

L’unica insidia che si intravede è legata alle pulsioni indipendentiste della Scozia, rafforzate dalla Brexit. L’opinione pubblica scozzese è schierata su posizioni europeiste e nel referendum del 2016 in merito alla permanenza del Regno Unito nell’Unione aveva votato, entusiasticamente, per rimanervi. Non è escluso che, a breve scadenza, l’esecutivo scozzese di tendenze nazionaliste guidato da Nicola Sturgeon possa invocare una consultazione popolare con lo scopo di secedere dal Regno Unito. Uno sviluppo di questo genere porrebbe l’Unione europea in una posizione imbarazzante e Bruxelles si troverebbe costretta a scegliere tra i legami con Londra o la stima della Scozia.

Legge di bilancio: ripristinate fino al 28 febbraio 2021 le tutele per i lavoratori fragili.

La Legge di Bilancio approvata prima dalla Camera e ieri dal Senato prevede che, dall’inizio del 2021, i lavoratori più fragili potranno avvalersi delle tutele sanitarie in vigore fino al 15 ottobre u.s., secondo la previsione normativa di cui all’art.26 comma 2 del cd. “Decreto cura Italia”. Tali provvidenze normative previgenti alla data sopra richiamata erano state annullate nella legge di conversione del citato decreto: si era venuta perciò a creare una situazione di vacatio legis, per cui dal 16/10 al 31/12/2020 i lavoratori fragili del settore pubblico e privato (trattasi di malati oncologici, immunodepressi, invalidi spesso rientranti nelle situazioni di cui all’art.3 commi 1 e 3 della legge 104/92) erano costretti – per non incorrere nel rischio di contrarre il Covid nell’ambiente di lavoro – ad usufruire di periodi di assenza per malattia utilizzando il congedo previsto nel periodo di comporto, quindi secondo i rispettivi CCNL.

Pare dunque che dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021 le tutele sanitari preesistenti saranno ripristinate.

Anche Il Domani d’Italia aveva segnalato con due articoli l’anomalia della situazione creata dall’annullamento improvviso delle garanzie sanitarie precedenti.

https://ildomaniditalia.eu/annullate-le-tutele-sanitarie-per-i-lavoratori-fragili/

https://ildomaniditalia.eu/niente-ristoro-per-i-lavoratori-fragili-una-dimenticanza-che-li-punisce/

Pertanto la Legge di Bilancio 2021 con un emendamento introdotto in sede di Commissione referente della Camera restituisce la possibilità ai lavoratori più fragili di andare in malattia per evitare di contrarre il Covid-19, tutelando come in passato coloro che hanno problemi di salute gravi e versano in condizioni aumentate di rischio nel caso di coronavirus. La volontà del Governo è quella di sanare-  come detto- una incongruenza presente nel decreto Cura Italia e di tutelare in modo corretto le persone più deboli di salute.                     Fino ad oggi era rimasta, per i lavoratori dichiarati inidonei temporaneamente al servizio a motivo dei rischi pandemici, la possibilità di avvalersi del cd. smart working, come alternativa all’attività ordinaria nella propria sede di servizio, anche con modifica delle mansioni nell’ambito del rispettivo CCNL.

Tuttavia tale opportunità non poteva essere estesa ope legis a “tutte” le categorie di lavoro. Si cita a titolo di esempio il caso dei lavoratori della scuola: ciò poteva valere per il personale ATA (amministrativo-tecnico e ausiliario) ma non per i docenti a cui era consentito di accedere allo smart working solo previa stipula di un contratto temporaneo ad personam, con modifica maggiorativa dell’orario di servizio settimanale, al termine del periodo di emergenza finora fissato al 31 gennaio p.v. La novità introdotta dalla legge di bilancio consente ora due opportunità per i più volte citati lavoratori fragili: lo smart working per mansioni compatibili con il lavoro a casa mentre  – nel caso l’attività lavorativa possa essere svolta esclusivamente in presenza-  gli interessati potranno richiedere la tutela della malattia riconosciuta dall’INPS e ciò allo scopo di proteggere queste persone che, contraendo il Covid-19, rischierebbero la vita a motivo della loro particolare condizione di fragilità (a condizione che sia riconosciuta e certificata dalle autorità sanitarie competenti).

Come anticipato di tratta di una tutela  già prevista e in vigore nel Decreto cura Italia ma solo fino al 15/10/2020, per patologie gravi come l’immunodepressione, le malattie oncologiche e le invalidità ex legge 104/92: ora il nuovo dispositivo della legge di bilancio ripristina le pregresse tutele, applicando dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021 le previsioni dell’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27. In sostanza tali patologie consentono di avvalersi di un congedo per salute, senza computo nel periodo di comporto ed equiparabile al ricovero ospedaliero.

Gli interessati dovranno produrre al proprio datore di lavoro apposita istanza contestualizzata alla produzione del certificato redatto dal medico di base recante l’indicazione del periodo di prognosi, corredato  dalla documentazione comprovante la condizione di fragilità peraltro già accertata dalle autorità sanitarie competenti. Salvo diverso avviso tali istanze dovranno essere presentate dopo la pubblicazione della Legge di Bilancio sulla G.U. Si tratta di una soluzione temporanea che sarà auspicabilmente riconsiderata alla scadenza del 28/2, per evitare il ripetersi di un periodo senza previsione di tutele normative.

Recovery Fund: Uecoop, “per il 51% delle imprese le risorse non arriveranno prima di un anno. Persi fino a due terzi del fatturato”

Per oltre la metà delle imprese (51%) i fondi promessi dal Recovery Plan non arriveranno prima di un anno rendendo ancora più difficile un 2020 che a causa dell’emergenza Covid si chiude con pesanti effetti su economia, lavoro e salute delle persone. E’ quanto emerge dall’indagine dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su un campione nazionale di realtà produttive in riferimento al piano di aiuti del Governo a imprese e famiglie con le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea con l’allarme del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sul rischio di perdita dei fondi in caso di mancato utilizzo nei tempi e secondo i criteri indicati.

E se dopo il primo lockdown le aziende avevano sperato in un rilancio fra Natale e Capodanno, adesso la maggioranza (81%) non crede più a una rapida ripresa dell’economia. Quasi la metà (48%) delle imprese denuncia cali di fatturato con perdite fra il 30 e il 70% in 1 caso su 5 (22%) ma che per alcune realtà (9%) sfiorano i 2/3 dell’attività di un intero anno. Anche se tutti riconoscono l’esigenza di fare presto, il rischio è che le risorse del Recovery Plan arrivino troppo tardi per recuperare il terreno perso e difendere i livelli occupazionali considerato che a marzo 2021 scade anche il blocco dei licenziamenti.

La pandemia sta mettendo a dura prova tutti i settori, dai servizi al commercio, dalla logistica alla manifattura, dall’agroalimentare al turismo con perdite di fatturato, sospensione dei progetti di investimento e difficoltà a garantire i livelli occupazionali. L’attesa per gli aiuti è il sintomo evidente di una sofferenza sociale ed economica che colpisce imprese e famiglie mettendo in pericolo l’intero sistema economico nazionale.