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15 settembre 1864: Firenze è la nuova capitale d’Italia.

A Fauntainbleu Italia e Francia stipulano la cosiddetta Convenzione di Settembre. Da ciò deriva la scelta di avvicinarsi a Roma, ultima e decisiva meta per completare l’unificazione nazionale. Firenze diventa la capitale del Regno e a Torino scoppia la rivolta.

Lo scontro in Aspromonte del 29 agosto 1862 tra camicie rosse ed esercito regolare italiano, motivato dalla manifesta volontà di Garibaldi di puntare su Roma per occuparla, non fece altro che irrigidire Napoleone III, il quale minacciò un intervento militare nel caso si verificasse un attacco contro Papa Pio IX. Quell’episodio, che provocò il ferimento e l’arresto dello stesso eroe nizzardo, destò vivissima preoccupazione in tutta Italia. L’esecutivo di governo dovette necessariamente e immediatamente ricucire i rapporti con Parigi.

In realtà, non erano solo le relazioni italo-francesi a rimanere condizionate dallo scacchiere geopolitico determinatosi nell’estate del ’62, ma poteva prospettarsi, visti gli eventi, un accordo tra Napoleone III e l’Austria allo scopo di rafforzare la protezione del pontefice da possibili tentativi di occupazione. Le trattative tra Italia e Francia, lunghe e complicate, si conclusero solo nel settembre del 1864 e si impegnarono a stabilire la garanzia dell’incolumità dello Stato Pontificio in cambio del ritiro progressivo delle truppe francesi dal Lazio. In aggiunta, per dare un segno tangibile del rispetto degli accordi, il governo italiano, allora presieduto da Marco Minghetti, decise di spostare la capitale da Torino a Firenze come prova dell’impegno italiano di rinunciare a occupare Roma. La firma del trattato, avvenuta il 15 settembre 1864 a Fountainebleu, Parigi, passò alla storia come Convenzione di Settembre. 

Quell’accordo, oltre a confermare l’ingerenza della Francia nelle questioni italiane e la subordinazione reiterata dei Savoia verso Napoleone III, provocò gravissimi problemi di ordine pubblico e dunque anche in politica interna. La volontà di stabilire a Firenze la nuova capitale del Regno (l’ipotesi Napoli fu scartata subito), infatti, provocò due giorni di sanguinosi scontri nel capoluogo sabaudo, i quali causarono ben 62 vittime tra manifestanti e militari. Quanto successe a Piazza Castello e a Piazza San Carlo il 21 e 22 settembre 1864 produsse inchieste e interrogazioni alla Camera dei Deputati; a seguito dell’istituzione di una commissione monocamerale ante litteram, una delle prime in assoluto, Minghetti dovette dimettersi il 28 settembre. 

«Lo stato attuale di cose, non potendo durare perché troppo triste; Lei e i suoi colleghi siete invitati a dare le dimissioni».

Questo il comunicato diramato da Re Vittorio Emanuele II all’indirizzo del governo dopo i drammatici fatti di Torino. Suddetti avvenimenti suscitarono feroci polemiche, soprattutto riferite al fatto che Roma non fosse diventata, come paventato più volte dopo la prima fase dell’Unità, la nuova capitale di un’Italia finalmente unita. La scelta cadde su Firenze per due motivi principali: in primo luogo per la sua storia culturale di madre della lingua italiana, e in secondo luogo per la sua posizione geografica centrale e considerata strategica. Ma i malumori – e le conseguenti agitazioni, proseguite per settimane – derivavano anche dalla possibilità che una città importante come Torino, culla della patria e polo commerciale dell’Italia Settentrionale, perdesse la sua centralità politica ed economica. Il 23 settembre Alfonso La Marmora venne incaricato di formare un nuovo esecutivo e presiedere le inchieste in corso, che dopo intercessione di Bettino Ricasoli, vennero archiviate nel gennaio del 1865. Firenze rimase capitale del Regno d’Italia per circa sei anni, dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871.

 

Amministrative 2021. Storia e mappa elettorale delle grandi città. La quarta analisi dell’Istituto Cattaneo: Roma.

Dove la destra post-missina è stata sdoganata ed è nato il bipolarismo, dove il centrosinistra ha vinto in cinque elezioni su sette, consolidando il suo consenso nelle zone agiate del centro, ma ha perso il consenso della periferia Est, sua storica base popolare.

Come è noto, le comunali di Roma del 1993, tra le prime nelle quali veniva applicata la legge sull’elezione diretta dei sindaci, furono segnate dal sostegno (per niente scontato) di Silvio Berlusconi alla candidatura dell’allora leader del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini, espressione di una destra fino ad allora isolata, anti-sistema, storicamente forte a Roma, soprattutto in quartieri “ricchi” come Parioli, Flaminio, Eur, che pareva a molti destinata a rima- nere minoritaria. Segnarono quindi l’avvio della legittimazione politica e della conversione moderata degli eredi di Giorgio Almirante. 

Furono la prima tappa per la costruzione, intorno a Berlusconi, della coalizione di centrodestra e l’inizio della dinamica bipolare. D’altro canto, quelle elezioni rappresentarono, a Roma, l’avvio di una fase abbastanza lunga di governo del centrosinistra, iniziata con la vittoria di Francesco Rutelli che sconfisse al ballottaggio Fini con il 53% dei voti, poi proseguita con il suo secondo mandato e con le due elezioni di Walter Veltroni. Grazie a strategie di sviluppo concepite nel rapporto con una molteplicità di interlocutori del mondo economico e sociale della città, e alla buona immagine dei sindaci, in questa fase si registrò un significativo allargamento dei consensi per il centrosinistra, in occasione delle amministrative, soprattutto nel voto per il secondo mandato sia di Rutelli che di Veltroni, come si può vedere dai grafici che seguono. Forse da qui l’ipotesi che quella stagione potesse continuare con gli stessi protagonisti. 

Rutelli nuovamente candidato nel 2008 viene battuto però al ballottaggio da Gianni Alemanno (altro esponente della destra missina, dal 1995 confluita in Alleanza Nazionale) con il 54% dei voti, al termine di una campagna nella quale quest’ultimo aveva calcato i toni sulla sicurezza e il degrado delle periferie. Nello stesso giorno, del resto, nello stesso comune di Roma, al ballottaggio per l’elezione del presidente della Provincia, il candidato del centrosinistra (Nicola Zingaretti) sopravanzò, seppure di un solo punto percen- tuale, il suo antagonista di centrodestra. Nel 2013 fu Ignazio Marino, candidato PD, l’interprete più efficace delle attese di cambiamento e del disagio. I 5 Stelle, che avevano già ottenuto un notevole successo alle politiche di febbraio, alle amministrative di maggio videro i loro consensi dimezzati e Marino travolse Alemanno al secondo turno con il 64% dei voti. La sua immagine risultò poi presto appannata dai conflitti interni al Pd e da alcuni passi falsi, fu indotto a dimettersi, ritirò le dimissioni, infine i componenti della (sua) maggioranza si dimisero dal consiglio provocando il commissariamento del comune ed elezioni anticipate, nel mezzo dalla tempesta giudiziaria di Mafia capitale. Si creò così il più favorevole dei contesti per l’ascesa al Campidoglio di un esponente del M5S. Virginia Raggi vinse nel 2016 con il 67% dei consensi contro Roberto Giachetti (PD) al ballottaggio.

La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue dunque, innanzitutto, per il notevole radicamento della destra post-missina, che pur avendo progressivamente perso peso dopo l’ex- ploit del 1993, quando il solo Movimento Sociale ottenne il 31% dei voti, ha espresso stabil- mente la prima forza politica del centrodestra, fino a quando Alleanza Nazionale confluì nel Popolo delle Libertà (2009). Uno dei principali quesiti a cui risponderanno le elezioni di ottobre non è “se” ma “in che misura” il partito di Giorgia Meloni rispristinerà tale primato. La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue, in secondo luogo, per una tendenziale prevalenza del centrosinistra, fino ad ora interrotta solo in due elezioni su sette. In terzo luogo, per una notevole volatilità, con passaggi consistenti di elettori tra voto e astensione, oltre che tra candidati di aree politiche diverse. In tre casi (1997, 2006, 2013) a vantaggio del centrosinistra, in due (2008, 2016) a vantaggio degli avversari. 

È importante notare che sia nelle ele- zioni del 2013 che in quelle del 2016 lo spostamento ha riguardato elettori fluttuanti tra il centrosinistra e il M5S, che nel 2013 confluirono su Ignazio Marino, nel 2016 su Virginia Raggi. Il secondo quesito, quindi, non è “se” ma “in che misura” questo fenomeno si ripeterà al ballottaggio del 17-18 ottobre se – come ad oggi appare più probabile, sia sulla base dei sondaggi che della storia elettorale – la sfida finale sarà tra il candidato del PD, Roberto Gualtieri, e quello del centrodestra, Enrico Michetti.

Per vedere e scaricare il rapporto clicca qui

https://www.cattaneo.org/roma-la-mappa-e-la-storia-elettorale/

II trimestre 2021. Il mercato del lavoro nell’analisi dell’Istat: l’Italia va.

Ancora una positiva rilevazione sul fronte dell’economia e del lavoro. L’Istituto di statistica fornisce i dati che inducono a un cauto ottimismo. Infatti nel secondo trimestre 2021 l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra un aumento del 3,9% rispetto al trimestre precedente e del 20,8% rispetto al secondo trimestre 2020; anche il Pil è aumentato, del 2,7% in termini congiunturali e del 17,3% in termini tendenziali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre 2021 si registra un aumento di 338 mila occupati (+1,5%) rispetto al trimestre precedente, dovuto alla crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (80 mila, +0,5%), degli indipendenti (33 mila, +0,7%) e, soprattutto, dei dipendenti a termine (226 mila, +8,3% in tre mesi). Contestualmente, si osserva un calo sia del numero di disoccupati (-55 mila, -2,2%) sia di quello degli inattivi di 15-64 anni (-337 mila, -2,4%). I dati mensili provvisori di luglio 2021 mostrano un arresto del trend in crescita registrato tra febbraio e giugno 2021, con un lieve calo dell’occupazione rispetto a giugno (-23 mila, -0,1%) che si associa a quello dei disoccupati (-29 mila, -1,2%) e all’aumento degli inattivi di 15-64 anni (+28 mila, +0,2%).

Rispetto al secondo trimestre 2020, l’aumento dell’occupazione (+523 mila unità, +2,3%) coinvolge soltanto i dipendenti a termine (+573 mila, +23,6%); continua infatti, seppur con minore intensità, il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-29 mila, -0,2%) e degli indipendenti (-21 mila, -0,4%). Crescono sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale (+1,8% e +4,8%, rispettivamente). In aumento il numero di disoccupati (+514 mila in un anno), mentre si riducono marcatamente gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1 milione 253 mila, -8,5% in un anno), dopo cinque trimestri di crescita progressiva. Il tasso di occupazione 15-64 anni, pari al 58,0%, mostra un aumento in termini congiunturali (+1,0%) che si associa alla diminuzione del tasso di disoccupazione e di quello di inattività 15-64 anni; i dati provvisori del mese di luglio evidenziano la stabilità congiunturale del tasso di occupazione, con lievi variazioni dei tassi di disoccupazione (-0,1 punti) e di inattività (+0,1 punti). Il confronto tendenziale conferma la crescita del tasso di occupazione (+1,7 punti rispetto al secondo trimestre 2020) e la diminuzione di quello di inattività, accompagnati da un aumento di quello di disoccupazione.

Dal lato delle imprese, nel secondo trimestre 2021 prosegue la crescita delle posizioni lavorative dipendenti che, in termini congiunturali, segnano un aumento dello 0,7% nel totale. Il segnale positivo caratterizza sia la componente a tempo pieno (+0,6%) sia quella a tempo parziale (+0,9%), con una maggiore accelerazione di quest’ultima che, nel trimestre precedente, aveva segnato un calo coincidente con la reintroduzione delle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Su base annua, la tendenza dell’occupazione registra una crescita particolarmente sostenuta (nel totale pari a 3,6% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, +3,5% a tempo pieno e +3,6% a tempo parziale) quale effetto di riflesso della fase interessata dalle misure più restrittive di limitazione della pandemia, particolarmente concentrate nel secondo trimestre 2020. 

Rispetto al trimestre precedente, le ore lavorate per dipendente crescono del 3,4%; su base tendenziale, anche per questo indicatore, si osserva un incremento eccezionalmente marcato (+29,2% rispetto al secondo trimestre 2020), associato a una riduzione altrettanto straordinaria del ricorso alla cassa integrazione, che si abbassa a 78,7 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,6 punti percentuali su base congiunturale e di 1,0 su base annua. Il costo del lavoro, per unità di lavoro, cresce dello 0,6% in termini congiunturali, con un aumento più sostenuto delle retribuzioni (+0,7%) e di minor intensità degli oneri sociali (+0,3%), quale effetto del persistere delle misure di sostegno all’occupazione attuate attraverso gli sgravi contributivi. Su base annua si rileva, invece, un calo del costo del lavoro pari a -3,1%. 

A diminuire sono entrambe le componenti: le retribuzioni scendono del 2,3% rispetto al secondo trimestre 2020, quale effetto di riflesso della crescita straordinaria registrata nello stesso trimestre dell’anno precedente, quando la ricomposizione dell’occupazione provocata dai provvedimenti di sospensione delle attività economiche aveva privilegiato la presenza delle componenti a profilo retributivo più alto; parallelamente, la riduzione più intensa degli oneri sociali (-5,4%) è conseguenza, da un lato, della riduzione della componente retributiva e, dall’altro, del persistere degli effetti delle misure di decontribuzione.

Le indagini statistiche dirette e l’acquisizione delle fonti di natura amministrativa per finalità statistiche risentono ancora degli effetti dell’emergenza sanitaria sulla raccolta dei dati di base e sulla continuità di altre fonti; permane dunque il carattere provvisorio delle stime che potranno subire revisioni.

Per leggere il testo integrale

https://www.istat.it/it/files//2021/09/Mercato-del-lavoro-II-trim_2021.pdf

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. La nota politica di “The Post Internazionale” (Tpi).

Le cose non si mettono bene per il centrodestra. E se fosse un problema circoscritto alla Capitale, potrebbe anche non dare troppa noia. Invece può accadere – e di questo è consapevole Berlusconi – che una sconfitta nelle principali città metterebbe a forte repentaglio le speranze di successo alle politiche. 

Marco Antonellis

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. Nella storia delle campagne elettorali non si è mai sentito un candidato non presentarsi ad un convegno organizzato da uno dei big della sua coalizione, oltretutto da colei che lo ha voluto nella politica che conta.

“Non sono andato da Meloni? Avevo un’agenda fitta, ho ritardato su Roma. Figuriamoci se non vado da Giorgia che l’aveva organizzata proprio per me”. Questa la “giustificazione di Enrico Michetti, candidato sindaco di Roma per il centrodestra. “Abbiamo fatto tanti confronti – ha aggiunto Michetti – In un’occasione sono andato via perché è finita in rissa e nell’altra perché mi aspettavano 250 tranviari da una mezzora e al convegno erano in ritardo e non mi davano la parola. Ho un’agenda serrata e devo ancora girare buona parte di Roma”.

Il problema però è che dalle parti del vertice di Fratelli d’Italia non hanno affatto preso bene il forfait del “loro” candidato sindaco. Nel frattempo, tutti si stanno finalmente accorgendo quello che noi andiamo scrivendo da tempo e cioè che il candidato sindaco di Roma Michetti è segnalato dai sondaggi (quelli seri, sono rari ma ci sono) molto al di sotto delle liste che lo sostengono; in sostanza fa perdere voti.

Tant’è che (sempre sperando in un improbabile miracolo) i partiti del centrodestra si stanno già ritagliando un vero e proprio Piano B in caso di sconfitta. Piano che prevederebbe per FdI di puntare comunque ad essere il primo partito della capitale, per la Lega di dare la colpa della sconfitta alla Meloni “incapace di scelte di governo” e per Forza Italia galleggiare in un ‘aurea di mediocrità’ (del loro candidato di punta, la Matone si sono perse del tutto le tracce).

Continua a leggere

https://www.tpi.it/politica/se-non-ci-fosse-michetti-bisognerebbe-inventarlo-20210913825649/

Gli 89 splendidi nomi di Dio. Il nuovo libro di Mattiew Fox, sostenitore di una nuova spiritualità del creato.

Il teologo americano, autore di “In principio era la gioia”, giovedì 23 settembre, alle ore 18, presenterà via zoom il volume di Gabrielli Editore. “Noi diciamo Dio – scrive Fox – e non possiamo dire Dio… il paradosso colpisce al cuore il nostro desiderio compulsivo di controllo”. Pubblichiamo di seguito la sinossi curata dalla casa editrice.

Cosa intendiamo per “Dio” oggi? Quanti sono i nomi di Dio che gli esseri umani hanno inventato? Quali di essi possono esserci più utili e quali nuovi nomi possono aiutarci, come individui e come specie, nell’affrontare un’epoca critica di svolta, come l’attuale, per la storia umana e planetaria? La tradizione islamica si fregia di una pratica religiosa molto potente, la recitazione dei “99 splendidi nomi di Dio”. 

Questa ha ispirato l’Autore nella scrittura del libro nel quale presenta 89 nomi oggi usati per dire Dio e che ritiene siano i più belli e i più utili per il nostro tempo. Così facendo, offre alla nostra immaginazione una gamma colorata di nomi divini raccolti da scienziati, poeti e mistici del passato e del presente, invitandoci a iniziare sempre da dove inizia la vera spiritualità: dall’esperienza.

In definitiva, nessun nome per Dio è sufficiente. Siamo sfidati a continuare a sondare la ricca ecologia della spiritualità umana per porre domande, abbracciare il paradosso e ascoltare in silenzio i misteri più profondi della vita.

Qual è il metodo e la struttura del libro “Gli 89 splendidi nomi di Dio” di Matthew Fox? Il metodo utilizzato “è quello di presentare, pagina per pagina, uno dei nomi per il Divino, facendolo seguire da una modesta meditazione su di esso. Il nome stesso può derivare dalla scienza, dalla mistica o dalle Scritture, o semplicemente dalla mia esperienza e dalla mia immaginazione. La prova non viene tanto dalla sua origine quanto dall’uso che ne facciamo, ovvero da ciò che esso suscita nella nostra coscienza e nella nostra anima”.

Il libro di Fox è pensato in tre parti: per la prima parte del volume, l’Autore ha scelto 80 nomi di Dio tra i miliardi di nomi possibili. Questa è detta tradizione catafatica, la tradizione del Divino come luce. Per la seconda parte del volume ha individuato 9 nomi della Divinità apofatica, la Divinità che non può essere nominata. La parola “apofatico” significa “attratto verso l’oscurità”. Nella terza parte, Fox presenta alcuni esercizi che possono favorire l’approfondimento dell’esperienza della lettura e della meditazione, tenendo conto che, come egli sostiene, “nessuna persona e nessuna ideologia possiedono il marchio “Dio”.

Per partecipare iscriversi al seguente link

https://bit.ly/MatthewFox2021

Post-Incendi tra organizzazione, prevenzione, gestione forestale. L’Uncem chiede al governo un piano triennale.

Le drammatiche settimane vissute nell’estate 2021 sono un ennesimo campanello d’allarme sulle quotidiane sfide dei cambiamenti climatici che toccano Appennini e Alpi, sulla natura che ha un corso incontrollato e che ci vede poco attenti, ma anche su temi sociali, antropologici e istituzionali sui quali aprire gli occhi. Pubblichiamo le conclusioni del documento elaborato dall’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (Uncem). Attraverso il link, a fondo pagina, si può accedere al documento integrale.

L’Uncem chiede al Governo e al Parlamento 1 miliardo di euro per le foreste italiane.

Quelle risorse che erano previste nelle prime versioni del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (dicembre 2020) e che poi sono state eliminate (marzo 2021) nelle edizioni successive del PNRR. Investire bene. Scegliere di credere che siamo un “Paese forestale” e fare una azione decisiva. Ben lontana da quella degli ultimi anni per le foreste, con le leggi di bilancio che hanno stanziato solo – solo! – 5 milioni di euro l’anno. Pochissime risorse che Alessandra Stefani, Direttore della Direzione foreste del MIPAAF, alla quale va il nostro enorme grazie, ha usato per formazione e progettualità efficaci, d’intesa sempre con Regioni ed Enti locali.

Ma ora servono risorse importanti – 1 miliardo di euro – che però devono unicamente essere impegnate nella prevenzione da realizzare mettendo in atto azioni di gestione e selvicoltura preventiva, in attuazione dei Piani antincendio boschivo che tutte le regioni hanno (!) e che non trovano però piena attuazione.

Sono poche le Regioni che investono in prevenzione e quelle che lo fanno, lo fanno finora con le risorse dello sviluppo rurale (misura 8.3 e 8.4).

Cosa dobbiamo fare oggi:

  1. Dare alla Strategia forestale nazionale una dotazione finanziaria efficace, visto che tra le sue azioni prevede una scheda puntuale sulla prevenzione antincendio, che aveva già previsto (8 mesi) tutto quello che oggi molti ribadiamo come necessario, anche in questo dossier. Tutto è, era, già stato scritto. Per attuarlo servono risorse. 1 miliardo di euro.
  2. Occorre prevedere per la prossima fase di programmazione 2023-2027 che sia bloccata

una riserva finanziaria nel Programma nazionale di sviluppo rurale (non ci saranno più i PSR regionali) per la realizzazione di interventi di “prevenzione antincendi e adattamento ai cam- biamenti climatici”, che obblighi le Regioni a dare piena attuazione alla politica nazionale prevista dalla Strategia forestale e porti a compimento quanto scrivono sui loro Piani AIB.

Due azioni. Due Azioni. Semplici ed efficaci. Per le quali, un “Paese forestale” come è appunto l’Italia, può efficacemente spendere 1 miliardo di euro nei prossimi tre anni.

 

Per leggere il documento integrale

https://uncem.it/wp-content/uploads/2021/08/UNCEM-incendi-e-post-emergenza-pianificazione-forestale-ago2021.pdf 

Atrofia muscolare spinale: tornano “le avventure della smagliante ada” con nuove emozionanti storie a fumetti per valorizzare le diversità

Presentato il Volume 2 del fumetto realizzato nell’ambito del progetto educativo “La SMAgliante Ada” dall’Associazione Famiglie SMA e dai Centri Clinici NeMO, con Roche Italia,
per educare i bambini all’inclusione sociale

Dopo il successo del Volume 1 presentato a settembre 2020, l’esuberante cagnolina Ada torna con nuove emozionanti avventure. Dedicato a tutte le scuole elementari d’Italia che hanno già aderito e a tutte quelle che vorranno aderire quest’anno, è disponibile da oggi il Volume 2 a fumetti de “Le avventure della SMAgliante Ada”. Presentato presso la Fondazione Catella a Milano, il libro è parte del più ampio progetto educativo “La SMAgliante Ada”, realizzato dall’Associazione Famiglie SMA e dai Centri Clinici NeMO specializzati nella cura delle malattie neuromuscolari, con Roche Italia.

Realizzato da un team multidisciplinare composto da educatori, psicologi e counsellor dell’Associazione Famiglie SMA, con i contenuti e la supervisione scientifica a cura degli specialisti della rete dei Centri Clinici NeMO, il fumetto vuole guidare i bambini degli ultimi anni delle primarie nella comprensione di temi complessi come il valore della disabilità in quanto risorsa, dell’inclusione come opportunità, dell’importanza della conoscenza scientifica per capire gli altri e imparare a mettersi nei loro panni.

Nel secondo volume, così come nel primo, la disabilità motoria viene trattata partendo dalle vicende di Ada, una cagnolina nata con l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA, una malattia genetica rara che in Italia colpisce un bambino su 6.000 e porta alla progressiva perdita delle capacità motorie) che vive le sue avventure su una carrozzina elettrica rosso fuoco. Il libro incontra l’immaginario dei bambini attraverso il linguaggio del fumetto, per educare in modo semplice e creativo all’inclusione sociale e scolastica di bimbi con disabilità motoria, raccontando in cinque storie inedite la quotidianità di una bambina di 12 anni, fatta di scuola, di relazioni con i pari e gli adulti, di conoscenza e sperimentazione di sé, di sogni e progetti per il futuro. Anche nel secondo volume è stato inserito un approfondimento didattico-scientifico, che attraverso giochi ed esercizi interattivi ha l’obiettivo di accompagnare i bambini alla scoperta del corpo umano e spiegare loro cosa significa vivere con l’atrofia muscolare spinale.

“La nostra passione è prestare ascolto ai nostri pazienti e alle persone che li circondano. Una passione condivisa che ha fatto nascere e consolidare nel tempo una bella storia di collaborazione con Famiglie SMA e i Centri Clinici NeMO – afferma Alessandra Ghirardini,  Rare Conditions GIP Lead di Roche Italia. Insieme all’Associazione e ai centri abbiamo ideato e lanciato questo progetto educazionale che vuole essere uno strumento per sensibilizzare i più giovani all’inclusione verso tutte le persone e i bambini con la SMA, ma non solo.  Inclusione per noi non è includere la diversità, ma riconoscere che nell’essere tutti diversi siamo di fatto tutti uguali. La cosa importante è saper riconoscere il talento ovunque esso alberghi, proteggerlo e incentivarlo, perché la valorizzazione dei talenti è la più grande forma di inclusione che un Paese possa adottare”.

 

Temi importanti che la piccola Ada con la sua carrozzina Nikki e i suoi compagni e amici hanno iniziato a raccontare lo scorso anno, entrando nelle scuole e nelle case di tanti bambini, accompagnandoli nella didattica a distanza e facendo conoscere loro un mondo possibile e inclusivo, caratterizzato da quella leggerezza, ironia e spontaneità contagiose che solo i bambini sanno avere.

“Riuscire a trasferire il valore della leggerezza nell’esperienza di malattia non sempre è facile – dichiara Alberto Fontana, presidente dei Centri Clinici NeMO. Ad oggi sono circa 2000 i bimbi e i ragazzi con SMA e malattie neuromuscolari che sono stati presi in carico nei Centri Clinici NeMO. Per loro NeMO è casa che accoglie e che accompagna il diventare grandi, con tutte le sfide che ciò comporta. In questo percorso Ada è preziosa: non solo ci aiuta a tradurre la complessità della cura, ma è espressione di quella vitalità ed energia che ogni giorno ritroviamo nei nostri reparti”.

“Per spiegare ai bambini cosa significa vivere con una patologia rara come la SMA occorrono risposte semplici e concrete. La conoscenza dei propri limiti e delle proprie risorse diventa, infatti,  una condizione indispensabile per affrontare con serenità e consapevolezza di sé i cambiamenti imposti dalla malattia – continua Valeria Sansone, direttore clinico del Centro Clinico NeMO di Milano e responsabile scientifico del progetto. Ecco perché nel secondo volume del fumetto abbiamo voluto approfondire tematiche ancor più delicate dal punto di vista clinico, come la chirurgia, il respiro e  la nutrizione; convinti che, attraverso Ada, conoscere e condividere siano il primo passo per superare la paura ed aprirsi agli altri senza pregiudizio”.

Sono state distribuite gratuitamente oltre 5000 copie del primo volume e coinvolte molte classi delle scuole elementari distribuite in maniera capillare in tutta Italia, con la partecipazione di oltre 200 bambini nei laboratori didattici. Inoltre, dopo il lancio in lingua italiana il libro è stato tradotto in ben 10 lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, polacco, macedone, arabo, cinese, russo e serbo), confermando l’impatto positivo del progetto anche a livello internazionale.

“I bambini sono i futuri adulti di domani ed è fondamentale per noi entrare nelle scuole con Ada e una visione positiva della disabilità – afferma Anita Pallara, Presidente Famiglie SMA. Ogni anno in Italia nascono 40-50 bambini con la SMA, un numero importante ma che ci classifica come una patologia rara, e per questo spesso con pochi riflettori accesi. Il fumetto è un linguaggio universale con cui avvicinare la più ampia platea possibile al nostro mondo ed è questo uno degli obiettivi principali del progetto: imparare a conoscerci, nelle difficoltà quotidiane e nelle abilità che usiamo per superarle, che a ben vedere non sono poi così diverse da quelle di ognuno di noi”.

 

“Grazie al modo con cui Ada racconta e vive le sue esperienze, ogni bambino può essere facilitato a osservare e accettare senza vergogna le proprie diversità, fatte di limiti certo, ma anche di risorse – sostiene Simona Spinoglio, Dottoressa in Psicologia ed Educatore professionale Famiglie SMA. La disabilità diventa così una delle caratteristiche che può avere una persona: una parte sicuramente importante della propria vita, che si può imparare a vivere con leggerezza e ironia”.

 

Le tematiche che emergono nel volume hanno preso vita dal confronto tra chi vive la SMA e un gruppo di lavoro d’eccezione, specializzato in storie per ragazzi, composto dai fumettisti, sceneggiatori e disegnatori Danilo Deninotti, Giuliano Cangiano, Roberto Gagnor, Giorgio Salati, Gianfranco Florio, Mattia Surroz, Luca Usai e Emanuele Virzì che, dopo aver conosciuto da vicino la realtà dell’Associazione Famiglie SMA e dei Centri Clinici NeMO, ha potuto giocare con la fantasia per dare vita alle avventure di Ada e dei suoi compagni, raccontando ai più piccoli come ciascuno di noi, nella propria specificità, sia diverso dagli altri e che in questa diversità è custodito il segreto per potersi realizzare.

Il nuovo libro contiene anche una sesta avventura, vincitrice del ComicContest “Ada e il misterioso caso del nuovo compagno di classe”. Il concorso, lanciato lo scorso febbraio con il medesimo obiettivo di valorizzare la diversità e l’inclusione, invitava i bambini a completare con parole e disegni una storia inedita a fumetti sull’arrivo di un nuovo personaggio, partendo dagli spunti delle tavole iniziali proposte dai fumettisti. Sono state oltre 200 le candidature provenienti  da tutta Italia per il contest, valutate da una giuria composta da rappresentanti di Famiglie SMA, Centri Clinici NeMO, Roche e il team di creativi, che ha decretato come vincitore  un gruppo di bimbi della scuola Don Milani di Cesena, guidato dall’insegnante Manuela Magnani e composto da Camilla Desanti, Arianna Folignoli, Emma Peto e Riccardo Valentini per la sceneggiatura, Maddalena Foschi, Diego Persi e Sara Biguzzi per i disegni, con la storia del riccio Kendal che provenendo da un altro Paese e parlando una lingua differente teme di non riuscire ad integrarsi, ma scopre poi di essere accettato e benvoluto nella sua diversità.

Il lancio del Volume 2 è stata anche l’occasione per premiare ufficialmente la scuola vincitrice e presentare il Journal dedicato al contest, composto da un poster d’autore a firma di Andrea Spataro contenente tutti i personaggi inventati dai bimbi e dalle foto e dai disegni di tutti i partecipanti al concorso.

“La SMAgliante Ada” continuerà ad essere oggetto di una campagna educazionale rivolta alle scuole elementari italiane, che proporrà l’adozione del volume a fumetti come strumento didattico per sensibilizzare i bambini, le famiglie e gli insegnanti all’inclusione di persone con patologie neuromuscolari come la SMA, malattia genetica rara che in Italia colpisce un bambino su 6.000, prevalentemente in età pediatrica, e che porta alla progressiva perdita delle capacità motorie. Le scuole che aderiranno all’iniziativa avranno a disposizione un kit per ogni studente, composto dal volume a fumetti e da un laboratorio didattico.

Tutti coloro che vorranno aderire al progetto potranno scaricare il kit scuole su www.lasmaglianteada.it. Inoltre, i primi 100 che richiederanno il Volume 2 de “Le avventure della SMAgliante Ada” tramite il sito dedicato, potranno ricevere gratuitamente a casa la versione cartacea.

Per maggiori informazioni su come adottare il progetto nelle scuole scrivere a info@lasmaglianteada.it

I nuovi dati sulle partite IVA

Nel secondo trimestre del 2021 sono state aperte 147.153 nuove partite Iva con un incremento del 54,1% in confronto al corrispondente periodo dello scorso anno dovuto alle forti restrizioni connesse all’emergenza sanitaria in vigore nel 2020.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 65,6% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,1% da società di capitali, il 3% da società di persone; la quota dei “non residenti” (essenzialmente costituiti da società di commercio on-line) e quella delle “altre forme giuridiche”, rappresentano complessivamente oltre il 10% del totale delle nuove aperture. Rispetto al secondo trimestre del 2020, l’aumento di avviamenti è generalizzato, raggiungendo il 400% per i non residenti, mentre si assesta al 35% per le persone fisiche.

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 47,4% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,3% al Centro e il 31,6% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno scorso mostra le crescite maggiori in Friuli V.G. e Veneto, entrambe oltre il 110%, quella più contenuta in Molise (+18,9%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 24,8% del totale, seguito dalle attività professionali con il 16,2% e dall’agricoltura (11%). Rispetto al secondo trimestre del 2020, tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nelle attività di intrattenimento (+103%), nel commercio (+98,8%) e nelle attività immobiliari (+90,4%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una prevalenza della quota maschile, pari al 62,3%. Il 47,5% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni e circa il 31% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, tutte le classi di età registrano notevoli incrementi di aperture: l’aumento più consistente interessa la classe più giovane con un +37%. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 17,7% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Nel periodo in esame 61.153 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 41,6% del totale delle nuove aperture, con un aumento del 36,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Promozione Fumetto 2021

Sono 12 i vincitori dell’avviso pubblico Promozione Fumetto 2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura per la promozione della Cultura del Fumetto e del Fumetto contemporaneo in Italia e all’estero.

Promozione Fumetto 2021 è stato lanciato a marzo 2021 come strumento di supporto per le iniziative mirate a: creare una sinergia tra le programmazioni, capace di rafforzare l’identità e la visibilità a livello nazionale e internazionale; favorire strategie di sistema che mettano in rete le più significative realtà operanti nel campo del fumetto in Italia; sostenere azioni e progetti di valenza nazionale e internazionale per l’incremento, la valorizzazione e lo sviluppo del fumetto.

Per un importo totale di 644.000 euro, i progetti che sono stati ammessi al finanziamento – su un totale di 136 partecipanti – sono:

 

1.      Mostre del Treviso Comic Book Festival 2021 di Fumetti in Treviso

2.      Bonelli Story. La Fabbrica dei Sogni di Comicon di Napoli

3.      Free hugs. L’abbraccio a fumetti dell’Associazione Vastagamma APS di Pordenone

4.      BilBOlbul 2021: vent’anni di graphic novel in Italia dell’Associazione Hamelin APS di Bologna

5.      Dante tra illustrazione e fumetto dell’Associazione Forte di Bard

6.      Letture a fumetti di Festivaletteratura di Mantova

7.      Fotografia e fumetto: due linguaggi a confronto della Fondazione Forma per la Fotografia

8.      Baba Jaga Fest di PINGO Cooperazione Comunicazione & Cultura di Roma

9.      Vicoli e ruelles: rappresentazione dello spazio urbano nel fumetto tra Italia e Québec di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova

10.  Dalla prospettiva del mare. Festival diffuso del fumetto a sud-est del Polo Biblio-museale di Lecce

11.  Linus festival. Ascoli città del fumetto della Fondazione Elisabetta Sgarbi

12.  Fumetto. I comics made in Italy della Fondazione Franco Fossati

Nella valutazione delle proposte, la Commissione – composta da Paola Mencuccini con funzione di Presidente, Luca Boschi, Matteo Alemanno, Electra Stamboulis detta Elettra e Alberto Sebastiani – ha tenuto conto della qualità, originalità, innovatività ed efficacia dei progetti, sia in riferimento alla promozione a livello locale, nazionale e internazionale, sia in relazione ai temi, ai contenuti, alla rilevanza degli autori e delle opere da promuovere; inoltre ha posto particolare attenzione alle attività di promozione e comunicazione e all’esperienza e alla capacità operativa dei soggetti proponenti e degli eventuali partner coinvolti, nonché della congruità del piano economico finanziario.

 

Per maggiori informazioni e per consultare la graduatoria definitiva dei vincitori:

https://creativitacontemporanea.beniculturali.it/promozione-fumetto-2021/

La scuola educhi alla bellezza. Riflessioni al suono della prima campanella.

Nella scuola si respira un’aria di irregimentazione. Eppure l’Italia, la sua storia, la sua bellezza naturalistica e il suo patrimonio artistico e culturale sono invidiati da tutto il mondo. Dovremmo aprire le porte a questo universo di conoscenze e tradizioni che hanno forgiato la nostra storia. Occorre rimettere alunni e docenti al centro di un’idea di scuola.

 

Se qualcuno si cimentasse nel compito di raccogliere il glossario degli acronimi, delle sigle, e dei neologismi della scuola 4.0 ne uscirebbe un tomo ponderoso, forse un manuale d’uso (da aggiornare in continuazione) costruito su un linguaggio sincopato per gli addetti ai lavori che servirebbe solo ad evidenziare i tentativi di cambiamento introdotti nel sistema scolastico nazionale con le più recenti riforme (o pseudo tali) : in realtà una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera nella propria inconcludente autoreferenzialità. Eppure chi non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST…. (ci ha provato brillantemente Carmelo Nesta – La scuola attraverso gli acronimi- OrizzonteScuola.it, 16/01/2017) è considerato un aborigeno, un analfabeta di ritorno, un arcaico espunto dalla pedagogia post-moderna e dai suoi addentellati professionali. 

Da quando la scuola – che è luogo di relazioni umane, di socializzazione e di apprendimenti, di conoscenza e trasmissione del sapere – è stata snaturata dalle teorie nuoviste di matrice aziendalista (ben descritta nelle metafore del ‘preside-sceriffo’ e poi ‘capitano della nave’, degli insegnanti funzioni-obiettivo e poi funzioni-strumentali) vi si respira un’aria di irreggimentazione, con una minuziosa parcellizzazione dei ruoli, una logica preordinata e sequenziale di azioni e procedure studiate a tavolino, con un effetto moltiplicatore della burocrazia decentrata secondo i dettami di una malintesa autonomia, una fucina di progetti effimeri e spesso senza esito dove l’enfasi è posta più sul preparare che sul fare.

C’è gran fervore nel progettare una complessità virtuale che con fatica si trasferisce poi sul piano fattuale. Con un dispendio di tempi e di energie nel generare corollari sempre più lontani dalla realtà – la scuola degli anelli di Saturno – dove la pletora degli adempimenti non produce risultati migliorativi mentre la libertà di insegnamento è fagocitata dalla compilazione di schede, modulistica innumerevole, registri elettronici complicati e inutili che riducono la programmazione didattica ad una sequela di caselle da riempire, crocette da annotare, domande predeterminate per rispondere alle quali non serve far uso del pensiero critico: ma tutto deve essere annotato, descritto, documentato anche oltre la mera aderenza alla realtà.

Chi ha introdotto queste logiche computazionali nella scuola forse non si accorge che la sta snaturando, che la spinge in una spirale perversa di evanescenza, dove tutto deve essere certificato e validato, fosse anche il nulla che con slancio enfatico è stato raffazzonato nel calderone di una gestione acefala e inconcludente.

La classe, gli alunni, l’esempio degli adulti, la buona educazione sentimentale, il piacere di andare a scuola, il gusto di insegnare e di imparare, l’impegno di studiare non sono più al centro dei diritti e dei doveri. Subentrano adempimenti formali che spesso restano chiusi nel limbo dell’autoreferenzialità. Le riunioni dei collegi dei docenti diventano sempre più monologhi del dirigente che detta regole, ritmi, tempi, procedure, metodi: non per vocazione ma per dare una sembianza gestibile alla complessità di cui è stato sovraccaricato. Anche la dimensione collegiale assume più le parvenze di una adunata da caserma che di un cenacolo che produca idee, che liberi la creatività, che favorisca e premi le eccellenze e il merito.

Per non parlare delle circolari interne che finiscono per competere in numero e complessità con quelle ministeriali. La scuola delle sigle e delle formule non piace a molti anche se ha i suoi estimatori, specialmente attinti tra i fanatici delle nuove tecnologie, dove gli acronimi, i codici alfanumerici, le password e le username prendono il posto di un testo scritto lineare, intellegibile, interlocutorio. La corsa alla digitalizzazione e all’abuso dei linguaggi informatici impoverisce il lessico della scuola in tutti i suoi contesti comunicativi, interni ed esterni, vanifica la ricchezza della dimensione relazionale. Alla stregua di quanto accadrebbe nei concorsi pubblici per l’accesso ai ruoli professionali della scuola, se malauguratamente e definitivamente i quiz sostituissero la trama di un tema sintatticamente corretto e semanticamente descrittivo, in grado di far interagire tra loro significati e significanti, di dare un senso compiuto alla sua stesura, di esplicitare una narrazione.

La scuola sta perdendo le sue radici storiche e culturali, la tradizione e l’esperienza sono irrazionalmente sostituite hic et nunc dalla folle e spesso improduttiva logica dell’ìnnovazione tout court.

Lungo questa strada stiamo abbandonando discipline come la geografia, espunta dai programmi di studio delle superiori (la sua presenza è ridotta al lumicino: 1 ora la settimana in alcuni istituti tecnici, 3 ore nel biennio del liceo ma trasformata in geo-storia, un mostro culturale riduttivo e tutto da inventare), mentre la storia è quasi estromessa dalle tracce dei temi di maturità (peraltro statisticamente la meno scelta dai maturandi, circa il 3% tra gli ambiti proposti negli ultimi anni) e raramente viene fatta oggetto di approfondimenti che vadano oltre le allegorie delle guerre e delle battaglie. Sta venendo meno il fondamento formativo e l’inquadramento spazio-temporale della cultura tramandata: geografia e storia si stanno spegnendo come gli zolfanelli della piccola fiammiferaia. 

E non dimentichiamo l’educazione civica: 33 ore annuali di una materia da comprimere in una sintesi inesprimibile, introdotte con un anno di ritardo per un errore del Ministero (Parere CSPI – Cons. Sup. Pubbl. Istruz. n.° 31 dell’11/09/2019) e poi praticamente scomparse dai radar della didattica in presenza e nel contenitore indefinibile della DaD. Stiamo parlando della Costituzione Repubblicana, delle regole del vivere sociale, di quelle norme che tutelano la stessa civiltà. Nel Paese che vanta il più importante patrimonio artistico lo studio della storia dell’arte è un ectoplasma: può dirsi ‘formativa’ una scuola che concede la maturità liceale ad uno studente che non sa distinguere una tela di Raffaello da una di Caravaggio?

A questa deriva di decadenza e di impoverimento culturale del nostro sistema scolastico hanno concorso molti fattori: l’invadenza delle tecnologie intese come fine anziché come mezzo, la confusione tra apprendimento dell’inglese e uso degli anglicismi, le teorie della facilitazione e della semplificazione, l’abbandono del linguaggio orale e scritto nella sua valenza argomentativa ed esplicativa-per comunicare e comprendere- sostituito da neologismi e acronimi cui viene attribuito un valore superiore all’espressione compiuta e forbita, di cui sono solo una pallida ed aleatoria sintesi. Condizionali e congiuntivi si sono persi per strada, la stessa politica ne fa scarso uso.

Se poi gli influencer e gli imbonitori di ogni schermo (dalla TV agli smartphone) raccolgono milioni di followers su tematiche surreali e spesso demenziali, ci si chiede come la scuola potrebbe mai competere rispetto ad apprendimenti fugaci e a nuovi linguaggi. Essa subisce le contraddizioni di una dimensione virtuale basata su impressioni, opinioni, approssimazioni emendabili, cancellazione della memoria, oblio.

Nel nome della semplificazione del presente e della rimozione del passato rischieremo dunque di formare menti acritiche e prive di ogni motivazione alla conoscenza? Su questa domanda la scuola dovrebbe interrogarsi e compiere un percorso di riflessione e autovalutazione, non solo docimologica ma di merito.

Eppure l’Italia, la sua storia, la sua bellezza naturalistica e il suo patrimonio artistico e culturale sono invidiati da tutto il mondo. Dovremmo aprire le porte delle scuole a questo universo di conoscenze e tradizioni che hanno forgiato la nostra storia e ci hanno consegnato un bagaglio di inestimabile valore. Teatro, arti figurative, musica, poesia, letteratura meritano che le porte delle aule scolastiche vengano spalancate: eppure spesso ci trasciniamo nei meandri angusti e noiosi di una progettazione didattica di basso cabotaggio, ripetitiva, persino lesiva – lo ripeto – della stessa libertà di insegnamento intesa come libertà di scegliere il metodo migliore. Tutto tende a enfatizzare i progetti per minimizzare o disistimare i risultati. Per liberare il sistema scolastico da tutti i lacci, i lacciuoli e gli orpelli che ne distorcono la vera matrice pedagogica e istituzionale occorre rimettere alunni e docenti al centro di un’idea di scuola.

L’insegnante deve essere sollevato dal sovraccarico di burocrazia autogeneratasi in questi decenni, deve tornare ad essere l’artefice della didattica intesa come sintesi di insegnamento e apprendimento. Il Rinascimento italiano che da più parti si postula come via d’uscita dalla crisi pandemica passa necessariamente da una scuola che sappia recuperare i fondamentali del rapporto educativo. Per fare questo bisogna riconsegnare – metaforicamente – ai docenti le chiavi di accesso alle aule, ai libri, al sapere, alla conoscenza da stimolare e trasmettere e insieme a questo il “gusto” di farlo.

Restituendo loro l’immedesimazione in un compito professionale (che è anche funzione sociale) che è andato spegnendosi in una deriva di omologazione culturale. La grande bellezza della scuola italiana è il sapere ereditato, la cultura che entra passando attraverso la storia e le tradizioni. Ma è anche – per insegnanti e alunni, nel rispetto dei ruoli – la gratificazione di elaborare e compiere un percorso insieme, come direbbe Marguerite Yourcenar, per ammassare riserve contro l’inverno dello spirito, per scoprire sotto le pietre (dell’impegno e dello studio) il segreto delle sorgenti.

Tempo di formazione. La proposta di Padre Occhetta.

Il nostro sogno, scrive nelle conclusioni l’autore, è quello di realizzare l’insegnamento di Gianni Rodari quando ai suoi studenti diceva: «Imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi».

La sapienza contadina insegna che i tempi della natura non sono quelli a cui siamo abituati dalla Rete, prima di vedere i frutti occorre arare, seminare, irrigare e aspettare con pazienza la nascita dello stelo. Questo vale anche per i cambiamenti d’epoca della politica.

La cultura politica sta abdicando alla speranza sia del tempo dell’attesa sia dei sacrifici per realizzare processi da cui nascono nuovi frutti. La speranza, il bene immateriale per eccellenza che il mercato non può né produrre né vendere, manca persino ai credenti che, invece, dovrebbero esserne portatori. Eppure, senza speranza il futuro si converte in passato, la giovinezza in vecchiaia, la fecondità in sterilità. Ne è un esempio la vita dei partiti, bloccati dalla loro sterile vita interna che ostacola la nuova stagione di impegno di nuovi volti e competenze. Per l’Europa e per un Paese come l’Italia rimane sull’orizzonte l’insegnamento di Ungaretti, secondo il quale «la meta è partire». La vita politica è sempre sbilanciata in avanti perché la sfida è quella nota a tutti: “aggiornare” la tradizione (buona) fatta di valori, senso di appartenenza, conquiste e lotte sociali, riforme storiche, fiducia nell’inclusione, problemi urgenti e complessi a cui rispondere democraticamente.

Per riflettere e ripartire occorre salvaguardare politici e luoghi che invece scelgono di guardare la speranza come orientamento dell’azione e orizzonte per la società. Forse lo diciamo con ingenuità, ma crediamo che, nella società dell’“uno vale uno”, nella quale si rischia la frammentazione di ciascuno e la perdita di un insieme in grado di unirci nel rispetto dei ruoli e delle competenze, si debba tornare a fissare l’attenzione sulla speranza e sulle realtà che la rendono possibile. Gli analisti politici lo ribadiscono da anni: il Paese ha bisogno di una nuova stagione costituente, di una classe dirigente nuova, che ripensi regole, riforme, parole e orizzonti nuovi verso cui portare il Paese. Tutti ne parlano, ma in pochi si impegnano per realizzarla.

Per contribuire a questo processo e raccogliere la domanda delle generazioni che crescono, come una goccia nel mare, Comunità di Connessioni ha scelto di celebrare il suo primo congresso, nel Santuario di Soviore, dal 17 al 19 settembre. Esistono molte esperienze di buona amministrazione pubblica, di associazioni del terzo settore virtuose, di community in rete capaci e di associazioni meritevoli. Quasi sempre, però, sono esperienze virtuose, positive, generose, ma solitarie e non connesse tra loro, e quindi, in ultima analisi, incapaci di nutrire un processo politico nuovo con l’ambizione di essere alternativo alle esperienze presenti.

Così Comunità di Connessioni cerca di unire questi punti vitali, presenti nel Paese, per capire quale disegno emerge e quale processo politico sia oggi in corso. Lo specifico di questa esperienza è quello di cucire con ago e filo, esperienza e parola, le realtà politiche virtuose, i territori e le buone pratiche politiche presenti, collegando volti e idee, valori e prassi. Con il passare del tempo l’esperienza si è conformata intorno a tre obiettivi: preparare una classe dirigente connettendo i giovani a partire dalle loro competenze, esportare al mondo associativo e alle diocesi un modello formativo olistico e, infine, continuare a essere “palestra di discernimento politico” per arricchire la comunità di nuovi protagonisti e scelte.

Negli anni Comunità di Connessioni ha affinato un modello e un metodo. «Formarsi per formare» è uno dei motti della Comunità che, attraverso il ritorno alla vita spirituale, ha visto crescere il fuoco degli ideali, scegliendo “per chi” donare la vita anche nel campo della politica. Lo raccomandava nel volume Ritrovare sé stessi, dedicato a credenti e a non credenti, il card. C.M. Martini: “La vita, la morte, l’amicizia, il dolore, l’amore, la famiglia, il lavoro, le varie situazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del cuore, i grandi fenomeni sociali ed epocali, tutta questa vita umana ci viene consegnata dalla parola di Dio scritta nella Bibbia in una luce nuova e vera”. Grazie al lavoro nascosto e silenzioso di molti, Comunità di Connessioni è diventata una “casa del pensiero politico”, composta da molte stanze e finestre che vedono l’orizzonte: il modello infatti è composto da cinque grandi sezioni che formano un unico sistema. 

Anzitutto il gruppo “Dialoghi spirituali nel mondo” è composto da professionisti che condividono il proprio sapere e accolgono la sfida di una formazione continua e multidisciplinare, in una sorta di pensatoio permanente. C’è poi il gruppo della comunicazione che è presente in modo costruttivo e propositivo nei principali social media per divulgare i contenuti che si producono e tessere relazioni con parole nuove e immagini che creano comunità e futuro. Le commissioni invece coordinano amministratori locali, associazioni, fondazioni e così via che si ispirano al modello formativo rodato ormai da anni. È il modo di ridonare ciò che ha funzionato come esperienza senza inglobarla, ma valorizzando lo specifico delle realtà che si connettono. 

Il Magazine online – nato nel periodo della pandemia – è una vera e propria testata giornalistica, che in poco tempo si è posizionata come fonte autorevole e credibile, ripresa regolarmente anche dalle agenzie di stampa nazionali. La testata è un chiostro sul mondo, dal quale è possibile ascoltare parole che nascono dal silenzio e dallo studio. È formata da rubriche pensate per capovolgere la bulimia di notizie, senza sovrapporre altre voci a quelle che già ci informano ogni giorno. Queste rubriche offrono criteri di analisi e di discernimento per aiutare a prendere decisioni sui diversi temi dell’agenda politica e favorire ciò che i monaci chiamavano ruminatio, cioè il dialogo interiore positivo con la parola letta. Grazie a Cesare Paladini ci è stata donata una nuova riorganizzazione della testata, a breve online, che si presenta con una veste grafica nuova che ridoniamo come servizio alla società e alla cultura[1].

Infine, troviamo l’area della formazione, quella per cui Comunità di Connessioni è nota. Il metodo formativo si compone di cinque momenti, ciascuno dei quali è fondamentale nel percorso di conoscenza reciproca e di coinvolgimento attivo che la proposta offre. Sono quattro i punti che la contraddistinguono: la cura della dimensione spirituale; l’approfondimento dei temi dell’agenda politica; la rielaborazione di proposte all’interno della comunità che ha posizioni plurali e non partitiche; la cura delle relazioni tra noi per mettere in comune le caratteristiche che si hanno.

Tutto questo è il tentativo di raccogliere l’invito del Papa quando chiede di uscire dalla presunzione del “già saputo”, per mettersi in movimento e “andare a vedere”, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà e offrire soluzione ai problemi[2]. La scelta di non scivolare nelle polemiche premia le soluzioni alternative, ragionevoli e condivise.

Anche la struttura associativa serve a custodire un’esperienza articolata: l’autofinanziamento dimostra come le poche risorse non limitano la creatività e la comunione, come afferma Ciro Cafiero, presidente di Comunità di Connessioni: “Si cambia il Paese attraverso le competenze condivise in una comunità e nell’alleanza con i mondi generativi”.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-tempo-della-formazione/

La Conferenza sul futuro dell’Europa saprà porre le questioni vere? Il tempo di una Europa adulta

Una forza d’intervento europea a guida sovranazionale consentirebbe nella difesa sinergie e risparmi impressionanti, derivanti dal superamento di 27 strutture militari nazionali autonome e indipendenti. 

Alternativamente, luci e ombre si proiettano sulla costruzione europea. Dopo un avvio timido, la campagna vaccinale sta conseguendo qui risultati migliori che in ogni altra parte del globo; il Next Generation UE si propone come un intervento di straordinario rilievo comunitario per affrontare con vigore i danni economici causati dalla pandemia. Per contro, la vicenda del ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan ha dimostrato quanto evanescente sia il peso politico europeo nei confronti dell’alleato americano; e le successive, immediate discussioni e prese di posizione ostili a un qualsiasi impegno sul fronte profughi hanno confermato sia la distanza sempre crescente fra occidente e oriente continentale sia la permanenza di gretti nazionalismi e avari atteggiamenti insensibili a quei valori di solidarietà e rispetto della dignità umana che pure l’Europa proclama fra quelli suoi fondativi.

Nel frattempo, come facilmente prevedibile, la Conferenza sul futuro dell’Europa (avviata lo scorso 9 maggio) è già sparita dai radar del sistema mediatico, rimanendo confinata a quanti istituzionalmente ne fanno parte e non intercettando se non marginalmente quei cittadini del continente che pure sono ad essa invitati attraverso uno strumento partecipativo in realtà più atto a far sapere d’essere previsto che ad essere utilizzato realmente.

Resta il fatto, ad ogni modo, che la Conferenza è aperta e qualche risultato sarebbe bene lo producesse. Ad esempio, al di là dei suoi vincoli e limiti, ponendo sul tavolo politico dei governi e dei parlamenti nazionali, le vere questioni che la UE a questo punto deve affrontare per davvero.

In questi giorni, giustamente, si sta molto parlando di difesa unica europea. A conferma, sia detto qui solo per inciso, che gli statisti di livello superiore si rivelano tali anche nel giudizio postumo della cronaca, e non solo della Storia. La Comunità Europea di Difesa (CED) immaginata quasi 70 anni fa da Alcide De Gasperi a cosa altro rispondeva se non ad evitare ulteriori conflitti fra gli europei, da un lato, e, dall’altro, a unirli e renderli autonomi anche dagli americani? 

Comunque, tornando all’oggi: una forza d’intervento europea a guida sovranazionale consentirebbe sinergie e risparmi impressionanti, derivanti dal superamento di 27 strutture militari nazionali autonome e indipendenti. Certo, occorrerebbe un qualche accordo di cooperazione con la Gran Bretagna, che ha di gran lunga la forza militare maggiore e che però geograficamente è accomunata al continente dalla più parte dei temi di natura geopolitica. Anche perché la “special relationship” con Washington non è più quella d’una volta, al contrario di quanto raccontassero superficialmente i Brexiters, a cominciare dal loro leader Boris Johnson. Certo, occorrerebbe che la Francia – unica potenza nucleare UE e membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU – si assumesse le proprie responsabilità in quanto Paese fondamentale dell’Unione, dismettendo un approccio da grandeur nazionalistica che fatica a dimenticare. E già così si comprende quanto l’impresa sarà ardua…se non impossibile.

Eppure, senza una capacità di intervento diretto nelle crisi regionali a noi più vicine saranno altri a farlo e di sicuro per il loro interesse e non per il nostro. Come si sta vedendo con la crescente presenza mediterranea di Russia e Turchia, con la crescente presenza cinese in Africa, con la crescente pressione di Mosca sull’Ucraina.

Ovviamente senza una sostanziale unità politica (che comporta, è evidente, una comune e condivisa politica estera) nulla sarà possibile nel campo della difesa europea. La questione prima che finanziaria è politica. Una grande ed epocale questione politica. Ecco, se la Conferenza sapesse porla con la dovuta nettezza, sarebbe servita a qualcosa.

Anche, giova sottolinearlo, a chiarire meglio i rapporti intracomunitari fra ovest ed est continentale. I paesi che furono sotto il giogo sovietico è noto che preferiscono l’ombrello americano ad un ipotetico ombrello protettivo europeo, che non esiste e non vogliono. Ora, il ritrarsi statunitense potrebbe rafforzare – senza una adeguata proposta politica dell’Unione – le tentazioni cinesi dei medesimi, già concretamente riscontrabili nel disegno commerciale sottostante il Gruppo dei 17 + 1 (dove i 17 sono paesi balcanici e dell’est europeo e l’1 è la Cina). E’ tempo di giocare a carte scoperte. E’ tempo di una Europa adulta.

Agricoltura, ambiente e mobilità urbana: perchè?

Una coraggiosa e concreta politica a livello municipale può contribuire a rendere Roma una città leader dell’agricoltura innovativa e sostenibile. Per questo bisogna adottare interventi a sostegno delle piccole imprese, abbreviando le filiere, raccordando l’area urbana centrale con quella rurale più periferica, valorizzando le produzioni di qualità.

Roma ha bisogno di una Amministrazione comunale capace di guidare la sfida dell’innovazione, dopo una stagione buia ben più lunga di un quinquennio.

Il territorio del III Municipo, dove sono impegnata, ha una popolazione residente di oltre 205.000 persone ed è delimitato da tre grandi assi di trasporto (Via Salaria a ovest, Via Nomentana a sud-est e Grande Raccordo Anulare a nord). La sua estensione è di circa 9.800 ettari. Sesto Municipio per estensione, circa la metà della sua superficie è costituita dalla Riserva della Marcigliana, praticamente in continuità geografica con la Riserva Naturale della Valle dell’Aniene del IV. Entrambe le riserve, di valore ambientale non trascurabile, fanno parte del sistema di aree protette da RomaNatura, l’Ente del Comune di Roma che gestisce oltre 16.000 ettari in ambito comunale. 

La Marcigliana in particolare conserva per oltre il 75% del suo territorio i tratti peculiari dell’Agro Romano, con quella vocazione agricola che rende Roma addirittura il primo comune agricolo d’Italia. Sede di decine di aziende agricole, agrituristiche e biologiche, il territorio del III Municipio possiede elementi con una componente produttiva molto più che apprezzabile e dunque una valenza considerevole sotto il profilo agro-alimentare oltre che socio-culturale, ambientale e occupazionale per tutto il settore nord-orientale.

Nella rete dei municipi di una grande città come Roma (estesi come tante province italiane), in una visione più ampia e futuristica, supportare i sistemi locali con tutte le differenziazioni territoriali dovute al contesto socio-economico ed ambientale significa adottare politiche anche a sostegno delle piccole imprese, abbreviando le filiere, raccordando l’area urbana centrale con quella rurale più periferica, valorizzando le produzioni di qualità.

Va ricordato allora che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destina al comparto agricolo quasi 7 miliardi di euro a progetti di “Risoluzione verde e transizione ecologica” del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ma anche ulteriori risorse a progetti condivisi con altri Ministeri, per esempio quello di “Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo”, di cui è capofila proprio il Ministero della Transizione Ecologica, e quello di “Turismo e cultura 4.0”, di cui è capofila il Ministero della Cultura.

A questo sostegno economico indispensabile per dare concretezza ai progetti, si integra alla perfezione il “Green Deal”, cioè il grande patto che ormai caratterizza tutta la programmazione europea nel senso della promozione di sistemi alimentari sostenibili. Esso contempla la cosiddetta Strategia “Farm to Fork”, letteralmente da “Fattoria a tavola”, che interessa non soltanto le zone rurali, ma anche i grandi centri urbani. E infatti ormai aderiscono allo “Urban Food Policy Pact”, lanciato da Milano nel 2015, oltre 200 città nel mondo,  tra cui Roma, perché le cosiddette “Politiche del Cibo” siano rivolte concretamente ad adottare strategie alimentari finalizzate a promuovere l’educazione alimentare e dunque a favorire l’approvvigionamento di cibo locale da parte delle mense scolastiche e delle strutture sanitarie, nonché al contempo combattere la povertà alimentare e ridurre lo spreco di cibo.

Sono questi gli obiettivi concreti, quelli che il cittadino comprende di sicuro perché parlano la sua lingua: se il Municipio fosse esso stesso un progetto pilota di “Best Pratice”, in altre parole un esempio di “Buona Pratica”, l’esperienza di consigliatura a livello municipale potrebbe trasformarsi in un vero e proprio modello di riferimento per la città di Roma e per altre realtà urbane anche internazionali. Per questo ho deciso c’impegnammo in prima persona.

 

N.B. Maria Antonietta Del Moro è candidata per il Pd nel III Municipio di Roma 

Nicola Caprioli candidato indipendente (Rete Bianca) nella lista del Partito Democratico per il comune di Bologna

Riportiamo il comunicato stampa che riassume il dibattito svolto ieri nella circostanza della prima uscita pubblica dell’esponente di Rete Bianca. L’esperimento bolognese, con l’apertura agli esterni, lascia intravedere la volontà del Pd di riprendere in mano la linea del “pluralismo convergente”, secondo la logica sottostante alla nascita di questo partito. 

Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) presso la Festa dell’Unità nazionale a Parco Nord il movimento Rete Bianca, movimento politico di cultura cattolico democratica e popolare, ha presentato insieme al Segretario provinciale del Partito Democratico Luigi Tosiani la candidatura del proprio esponente locale Nicola Caprioli all’interno della lista del Partito Democratico per il Consiglio Comunale.

Caprioli ha commentato così la propria presenza tra i candidati al Consiglio Comunale: “La nostra candidatura indipendente all’interno della lista del Partito Democratico si rivolge a tutte quelle sensibilità moderate, cattolico democratiche e popolari che ritengono di primaria importanza promuovere e sostenere, con politiche che coinvolgano tutti gli attori del tessuto sociale, una comunità solidale in cui ognuno si faccia carico dell’altro a partire dai più fragili.

In particolare intendiamo concentrarci su comunità, solidarietà, sussidiarietà: tre parole chiave, tre pilastri indispensabili per garantire il meglio ai nostri figli e ai nostri nipoti che tanto hanno sofferto in questo ultimo anno e mezzo.

Sul piano concreto, due sono per noi gli ambiti di intervento da affrontare subito e su cui destinare non solo massicce risorse, ma anche una rinnovata modalità di progettazione e gestione delle politiche sulla base della sussidiarietà circolare.

Il primo è il consolidamento di un vero sistema formativo integrato in cui ente pubblico, famiglie, scuole statali, paritarie e terzo settore concorrano fianco a fianco per formare i cittadini di domani.

Il secondo è una più efficace e proattiva gestione delle attività e degli impianti sportivi sul territorio: oggi non abbiamo a disposizione impianti adeguati. Crediamo che sia fondamentale che anche in questo ambito ci siano maggiori risorse e maggiore coinvolgimento delle società sportive ed enti del terzo settore affinché lo sport possa ricoprire adeguatamente il suo ruolo strategico di rete sociale per i più giovani.”

Presenti anche tre esponenti nazionali del mondo cattolico democratico, intervenuti a supporto della candidatura di Caprioli.

Lucio D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia e dirigente nazionale di Rete Bianca: “A noi preme “stare sul campo”, ovviamente dal lato dei riformisti. Con chi, se non con il Pd? Il popolarismo, per giunta, si nutre di cultura delle autonomie. A Bologna questa vocazione ha dato modo ai cattolici democratici di essere lievito e stimolo, per tutta la seconda metà del Novecento, anche stando in minoranza. L’auspicio è che la presenza di ‘Rete Bianca’ sia l’ulteriore conferma della scelta di Matteo Lepore per una città all’insegna del progresso e della solidarietà, nel rispetto delle diverse fedi democratiche.

D’altronde, ciò che si sperimenta a Bologna è nel solco di una permanente rigenerazione, anche per le ambizioni del Pd.

Un nuovo centro sinistra nasce dal basso, con la concretezza del lavoro amministrativo locale e la pratica di un disegno politico a misura delle comunità. Le proposte avanzate oggi dall’amico Nicola Caprioli, giovane, padre di famiglia, esperto di innovazione nella pubblica amministrazione ed impegnato nel volontariato, vanno decisamente in questa direzione.

Abbiamo fiducia in Matteo Lepore, la sua non sarà una esperienza di chiusura: ci sono le premesse per un segnale – importante – sul piano nazionale.

L’opinione pubblica deve registrare l’esistenza di una politica, a base democratica e popolare, che traduce in nuove formule l’esperimento in atto del Governo Draghi. Un esperimento che regala all’Italia prestigio e forza, necessariamente da preservare, con l’obbligo di mettere al centro il bene comune”.

Prosegue Lorenzo Dellai, fondatore della Margherita Trentina: “Sostengo Nicola Caprioli perché in questo tempo di crisi della rappresentanza e di rischi per una concezione comunitaria della democrazia, la presenza della cultura cattolico democratica nelle varie forme possibili mi sembra un contributo essenziale al Paese e alle autonomie locali”

Infine ha chiuso gli interventi Giorgio Merlo, anch’egli dirigente nazionale di Rete Bianca, Sindaco di Pragelato ed ex parlamentare: “L’apporto dei cattolici democratici e dei cattolici popolari per la scelta del futuro Sindaco di Bologna passa anche, e soprattutto, attraverso la candidatura di Nicola Caprioli, esponente di punta del movimento politico e culturale ‘Rete Bianca’. Una tradizione, quella cattolico popolare, che era e resta una dimensione costitutiva per una politica riformista, democratica e socialmente avanzata. E la città e la comunità di Bologna meritano la presenza, in Consiglio Comunale e forse anche nella futura Giunta Comunale, di esponenti di questa nobile, antica e sempre attuale tradizione ideale. E Nicola Caprioli, con la sua esperienza e la sua competenza, assolve al meglio questo ruolo e questa funzione”.

Italian way of life. L’iniziativa a Roma, il 22 settembre, per dare lustro alla comunità globale degli Italici.

Chi sono gli Italici? Sono tutti coloro che hanno l’Italia nel cuore e che si riconoscono in quello straordinario ed unico mix fatto non solo di cultura, ma anche di storia  tradizioni e creatività.

Il 22 settembre alle ore 11:00 presso la sede romana della Stampa Estera prenderà il via la ITALICA GLOBAL COMMUNITY. La comunità resa possibile dall’incontro virtuale di oltre 250 milioni di persone sparse per il mondo, che anche senza avere una goccia di sangue italiano sono attratte dall’Italia ed hanno abbracciato i valori, gli stili di vita e i modelli di quell’Italian way of life diffuso nei cinque continenti, ibridandoli con altre culture. 

L’incontro ha l’obiettivo di creare un sistema di stabili relazioni con la grande e autorevole world community degli Italici, uno straordinario patrimonio da valorizzare e connettere. 

Gli Italici sono tutti coloro che hanno l’Italia nel cuore e che si riconoscono in quello straordinario ed unico mix fatto non solo di cultura, arte, gusto e stile di vita, ma anche di storia, tradizioni, eccellenze enogastronomiche, creatività industriale, moda e design italiani.

L’appartenenza italica, questa favorevole predisposizione verso il nostro Paese, è una preziosa risorsa di business e di mercato per il Sistema Italia; molti italici sono presenti nelle principali istituzioni economiche, politiche e culturali dei Paesi in cui vivono. 

Gli Italici possono diventare una grande comunità protagonista della storia globale. La presentazione dell’ITALICA GLOBAL COMMUNITY è promossa dall’Associazione “Svegliamoci Italici”, nata nel 2019 e presieduta da Piero Bassetti. L’evento del 22 settembre alle ore 11:00 alla Stampa Estera di Roma, condotto dal giornalista Rai Marco Frittella e dalla conduttrice TV Monica Marangoni, sarà l’occasione per illustrare pubblicamente il pensiero “Italico” e per declinare le azioni volte alla concreta nascita e visibilità della comunità Italica. 

L’intervento del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, otto collegamenti con gruppi di italici nel mondo, le interviste e gli interventi in presenza, arricchiranno il programma dell’evento, fino alle 12,30. 

Causa restrizioni Covid in sala saranno ammesse solo 20 persone, ma tutti potranno seguire l’evento in Live Streaming su questa pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalicaGlobalCommunity dove sarà visibile da domani l’aggiornamento del programma.

 

Impazza il toto-scenari in Germania, e se governasse lo sconfitto? (AGI)

L’Agenzia Italia passa in rassegna tutte le ipotesi in vista delle elezioni del 26 settembre per scegliere il successore di Angela Merkel alla Cancelleria.

Roberto Brunelli

Benvenuti alla campagna elettorale più pazza della storia della Germania, tra manifesti che invitano all’impiccagione dei Verdi, fake news costruite da hacker russi, candidati cancellieri che se la ridono nei luoghi devastati dalle alluvioni e sondaggi-ottovolante che minano i più radicati equilibri politici.

Così, tra gli scenari più sorprendenti – almeno per gli standard tedeschi – che stanno correndo all’impazzata nei palazzi del potere di Berlino, ce n’è soprattutto uno che inquieta i socialdemocratici di Olaf Scholz, ad oggi il vincitore annunciato del voto del 26 settembre: e se alla fine la grande partita del dopo-elezioni dovesse rivelarsi talmente intricato che alla fine saranno gli sconfitti a governare?  

Solo ipotesi, certo, ma anche questi sono gli effetti collaterali dell’infinito e lungo addio merkeliano.

Via via che si avvicina l’appuntamento con le urne, con i sondaggi che promettono terremoti politici impensabili solo pochi mesi fa, le trame per il dopo-voto si moltiplicano: prima fra tutte, quella che porterebbe ad una coalizione “Giamaica”, ossia formata da Cdu/Csu, Verdi e liberali, a prendere le redini della Germania al posto dei socialdemocratici, oggi incoronati da tutti i sondaggi.

Oppure, in subordine, ancora più selvaggia, quella per il quale il prossimo cancelliere potrebbe rispondere al nome di Markus Soeder, il governatore bavarese e leader dei cristiano-sociali, al posto dello sconfitto Armin Laschet (e del vincente Olaf Scholz).  

Fantapolitica?

Vediamo: alla base di tutto c’è la spettacolare e inattesa rimonta dei socialdemocratici e lo speculare precipizio della Cdu/Csu di Laschet.

Tra i tanti, anche gli ultimi rilevamenti – quelli di YouGov e di FGW – vedono la Spd consolidare il proprio vantaggio rispettivamente al 26% e al 25% dei consensi, con l’unione conservatrice staccata di tre-quattro punti al 21-22%, con i Verdi ad inseguire al 17% e i liberali dell’Fdp quotati tra il 10 e l’11%, mentre l’Afd resta stabile tra l’11 e il 12% e la Linke, il partito della sinistra, appare bloccata al 6%.

Una situazione ibrida, insomma, quella derivante da una costellazione in cui i principali partiti potrebbero arrivare al traguardo con risultati tutto sommato molto ravvicinati, facendo presagire negoziati complicatissimi per il futuro governo tedesco.  

Ed ecco che i pronostici si fanno avventurosi: soprattutto dopo che il leader dei liberali, Christian Lindner, ad un dibattito pubblico, ha evocato la possibilità che Scholz e la Spd potrebbero non essere in grado di formare un nuovo esecutivo.

Il fallimento di Kohl nel 1976

“La certezza di vincere non si può negare”, ha detto il capo dell’Fdp, “ma, come successe nel 1976 a Helmut Kohl, potrebbe anche accadere che si vincono le elezioni e nondimeno non riuscire a mettere in piedi una coalizione”.

Traduzione: se una maggioranza ‘rosso-rosso-verde’ (Spd più Linke e Verdi) rischia di essere impraticabile a causa del massimalismo della sinistra (e infatti sia Scholz che gli ambientalisti vorrebbero escludere tale ipotesi), i liberali potrebbero anche pensare di silurare l’altra coalizione che esclude la Cdu/Csu, ossia la cosiddetta maggioranza ‘semaforo’ (in questo momento la più gettonata), composta da Spd, Verdi ed Fdp.

Il ruolo dei liberali

A tutto vantaggio, appunto, della Cdu/Csu che si ritroverebbe d’improvviso al centro dei giochi nonostante la (probabile) sconfitta alle urne. D’altra parte, è cosa nota che i liberali, così attenti al mercato e alle istanze economico-finanziarie, farebbero di tutto per impedire una soluzione ‘rosso-rosso-verde’. Per di più, nei sondaggi la Fdp è cresciuta al punto da poter aspirare a qualcosa di più che all’essere l’ago della bilancia, una partita che Lindner mostra di voler giocare fino in fondo.

Come scrive lo Spiegel, “in una coalizione semaforo il capo dell’Fdp non avrebbe molto da guadagnare”, tanto che in una recente direzione di partito questa opzione era stata definita “un rischio esistenziale”.

Quanto sia realistica la minaccia implicita di Lindner di incoronarsi ‘kingmaker’ di un prossimo cancelliere è tutto da vedere, vieppiù che far guidare il governo al partito che esce umiliato dalle urne potrebbe non rivelarsi esattamente una passeggiata: “ma è chiaro”, ragiona ancora il settimanale, “che negli ultimi giorni prima delle elezioni in tutti i partiti s’inizia a fare ogni tipo di calcolo strategico, anche nella Cdu/Csu”.

All’interno di tale scenario se ne fa strada un altro, ancora più avventuroso. A fronte di un Laschet che perde le elezioni e di uno Scholz che sonda i Verdi e l’Fdp per una coalizione ‘semaforo’, la Cdu/Csu cerca di scongiurare di finire all’opposizione tentando di tenere in piedi l’alternativa ‘Giamaica’ con ambientalisti e, appunto, liberali.

L’incubo per Laschet

Ma Laschet, nel ‘worst case scenario’ dei cristiano-democratici, potrebbe addirittura mancare l’ingresso al Bundestag e con ciò non verrebbe eletto neanche capogruppo parlamentare.

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https://www.agi.it/estero/news/2021-09-11/toto-scenari-voto-germania-13827524/

Bangkok, neanche la pandemia ferma il mercato degli amuleti (AsiaNews).

Il 70% dei thailandesi li indossa alimentando un commercio che vale più di un miliardo di euro. E nell’era del Covid-19 cresce anche la loro vendita on-line.

Steve Suwannarat

In Thailandia l’“industria” degli amuleti non conosce crisi. Continua a prosperare nonostante la pandemia, che ha messo sotto pressione buona parte delle attività produttive e commerciali del Paese, costringendone molte alla chiusura.

Il 70% dei thailandesi, si stima, indossano amuleti. Spesso acquistati nei templi buddisti come souvenir di una visita, di un evento religioso o di un periodo di ritiro spirituale, oppure per perpetuare nelle proprie abitazioni o in altri momenti l’esperienza di un incontro con un monaco venerato.

Oggetti non solo per collezionismo e scambio, ma anche al centro di un vero commercio. Si calcola che esso valga ogni anno più di un miliardo di euro e abbia decine di migliaia di venditori e milioni di acquirenti, in modo crescente anche all’estero.

La ricerca di migliori condizioni di salute, benessere economico, rapporti positivi con gli altri sono alla base di questa pratica, che peraltro perpetua tradizioni artigianali secolari, ma viene spesso interpretata come una commercializzazione della fede che settori più rigoristi dello stesso clero buddista disincentivano. E ciò malgrado da essa dipenda una parte non indifferente dei proventi di templi e monasteri in un Paese dove il buddismo è fondamento dell’identità nazionale insieme al territorio e alla monarchia.

La varietà di forme e immagini costituisce un’attrattiva per i collezionisti, oltre che per i devoti buddisti. Età, materiali, tipo di raffigurazione, provenienza e soprattutto gli autori fanno la differenza quanto a valore. Il più costoso finora è stato acquistato per l’equivalente di 2,7 milioni di euro dal milionario thai Vichai Srivaddhanaprabha, ex proprietario del club di calcio inglese del Leicester City. Vichai non avrebbe indossato l’amuleto quando il suo elicottero si è schiantato sul campo di gioco della sua squadra nell’ottobre 2018.

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http://asianews.it/notizie-it/Bangkok,-neanche-la-pandemia-ferma-il-mercato-degli-amuleti-54035.html

 

New York-Kabul: ieri, oggi e domani.

Il ricordo dell’attacco alle Torre Gemelli, la lettura degli ultimi accadimenti in Afghanistan: non basta la forza militare. Occorre la capacità di costruire ponti. Di fatto, la strapotenza americana non sarà sufficiente a superare l’ostacolo islamista senza un coefficiente superiore di ragionevolezza presente nella controparte.

 


Venti anni orsono, un atto dovuto fu definita dal presidente repubblicano George W. Bush l
’invasione americana dell’Afganistan. Ricordo che a New York la grande maggioranza di politici (di ambedue gli schieramenti), diplomatici, osservatori e comuni cittadini erano d’accordo. Con il crollo del World Trade Center cadeva miseramente il mito dell’invulnerabilità dell’America. Si viveva un clima di esaltazione collettiva, caratterizzato da sentimenti di paura per possibili ulteriori attentati frammisti al desiderio di rivincita, ossia reagire all’istante alla sfida lanciata alla superpotenza con la distruzione delle Torri Gemelle, situate nel cuore della città più famosa e nel principale centro finanziario degli Stati Uniti. Occorreva colpire al più presto inesorabilmente i mandanti di quella spietata clamorosa mattanza. Nei suoi quotidiani incontri con la stampa, Giuliani teneva alta la tensione morale, ripetendo quasi ossessivamente che la cittadinanza con la sua forza di reazione “stava trasformando il giorno più buio nel giorno più luminoso”, mentre il governatore George Pataki, nel ricordarmi con malcelato orgoglio le proprie origini calabresi, lanciava segnali di riscossa alla popolazione enfatizzandone gli innumerevoli mirabili esempi di altruismo, coraggio ed abnegazione. Del resto, bastava dare un’occhiata alle devastanti macerie fumanti di Ground Zero – divenuto da allora meta di quotidiani commossi pellegrinaggi – per condividere l’assoluta necessità di un intervento militare per lavare l’onta del gravissimo attacco subito dal paese. Poi, nei giorni successivi all’11 settembre, la Casa Bianca, sulla spinta della destra repubblicana (i c.d. falchi), avrebbe gradatamente posto in atto una strategia centrata sull’estensione degli obiettivi da colpire, passando da Bin Laden e Al Qaeda a Saddam Hussein e all’Iraq. Il fondamentalismo islamico diventava il nuovo nemico pubblico numero uno della nazione.

Trattasi di un atto dovuto – ha affermato nei giorni scorsi il presidente democratico Biden, con palese imbarazzo, ma pari convinzione, argomentando circa la repentina ritirata dei soldati americani da quello stesso paese. Questa volta, però, il consenso non sembra essere altrettanto maggioritario, soprattutto nell’area dell’emisfero occidentale. Si ritiene che tempi e modalità avrebbero dovuto essere scelti con maggiore avvedutezza. Ora, nelle diverse cancellerie ci si interroga, non senza una certa inquietudine (visti i precedenti storici) quale sia la reale visione del mondo del neo presidente (dato, peraltro, già in calo di consensi per alcune decisioni in controtendenza rispetto alle attese) e, in particolare, la sua idea di come gestire la situazione in Afghanistan in vista dell’avvento del nuovo (vecchio?) corso politico impresso al paese dai vertici talebani.

Nel 2001 si doveva intervenire militarmente sull’onda emotiva dell’attacco alle Torri Gemelle per catturare Bin Laden e impedire al terrorismo dei fondamentalisti islamici di proliferare indisturbato nel paese che li ospitava. Oggi, l’America riporta a casa i suoi ragazzoni in divisa per ragioni di politica interna (promesse elettorali) ed economica, ma forse anche perché il terrorismo non si manifesta più da qualche anno con la virulenza di un tempo ma sotto forma di azioni condotte in maniera del tutto autonoma da minuscoli gruppi, ovvero da singole persone a volte anche parzialmente squilibrate.

Fragili le motivazioni del passato; ancora di più quelle attuali. Ambedue però ampiamente sufficienti per convincere sempre i tradizionali alleati a seguire Washington, senza alcuna forma di critica esplicita, in passato schierandosi al suo fianco sul terreno afgano e, nei giorni scorsi, ritirandosi a comando.

Nelle due situazioni la Casa Bianca ha interpretato a suo modo gli eventi ed ha deciso secondo la propria convenienza, senza curarsi dell’opinione altrui (di alleati ed avversari), a conferma dello “status” di superpotenza militare, tecnologica ed economica di cui il Paese ritiene di continuare a godere. A dispetto, anche, di tutti coloro che hanno avvertito in entrambe le circostanze i sintomi di un declino della bandiera a stelle e strisce: prima perché l’America aveva mostrato una insospettata vulnerabilità nell’attacco islamista alle Torri Gemelle ed oggi per la sua impossibilità (o incapacità) di trasformare l’Afghanistan in un paese democratico, accettando addirittura (come raccontano le cronache di questi giorni) che il potere torni nelle mani degli antichi mortali nemici.

In realtà, ritengo che, come non seguì il suo declino allora, molto probabilmente non lo si avrà adesso. L’America continuerà a stare saldamente in sella ancora a lungo nell’esercitare la “leadership” nell’Occidente ed i suoi alleati, in primis quelli europei, continueranno ad avvalersene, seppure spesso “obtorto collo”, per difendersi dalle mire espansionistiche della Cina, unico grande paese in grado di contrastare la strapotenza americana.

Ciononostante gli Stati Uniti, cui l’Europa – è bene non dimenticarlo mai – deve moltissimo, continuano a sbagliare in politica estera, oggi come ieri. La rapida successione degli eventi prodottisi in Afghanistan è abbastanza eloquente. Primo fra tutti il fulmineo tracollo militare di un esercito a lungo addestrato da professionisti delle armi ampiamente collaudati di fronte all’incalzare massiccio di bande armate pur sempre irregolari, cui sta facendo seguito la formazione di un governo guidato da Mohammad Hassan Akhund, da tempo presente nella lista nera delle NU con la qualifica di terrorista, e nel quale figura come ministro degli interni Sirajuddin Haqqani ricercato per terrorismo dall’FBI, sulla cui testa pende una taglia da cinque milioni di dollari (!). Alla lunga, queste due significative presenze nell’esecutivo talebano (come quella di ex-detenuti del campo di concentramento di Guantamano) non potranno non svolgere un ruolo di rilievo nel ridefinire i rapporti con l’Occidente. Scarso, in tal senso, il significato della “collaborazione” prestata in questi giorni dalla manovalanza talebana per favorire la partenza degli americani in quanto riflette proprio i desiderata dei vertici. Di sicuro inquietante, invece, la decisione diffusa nelle ultime ore da fonti talebane, riprese da alcuni media internazionali, di presentare il nuovo governo proprio nel ventesimo anniversario dell’attacco delle Torri Gemelle: un modo di contrapporre contemporaneamente al cordoglio di un intero paese la gioia di un popolo per la riconquistata indipendenza.

In definitiva, il bilancio di un intervento militare protrattosi per venti anni, costato ai contribuenti americani 2.500 miliardi di dollari nonché la perdita di oltre 2.500 soldati, non potrebbe essere più fallimentare. Ma le conseguenze di questo (pessimamente programmato e malamente portato a termine) ritiro unilaterale rischiano di esserlo ancora di più proprio per il ricrearsi di una situazione potenzialmente simile a quella esistente venti anni orsono. Infatti, quali margini di pacifica coesistenza potranno esistere fra interlocutori che non hanno fino ad oggi cessato di combattersi aspramente? Come si potrà impedire a quel paese di tornare ad essere un sicuro e confortevole rifugio per migliaia di terroristi desiderosi di ripetere le gesta dei loro predecessori, martiri per la causa? E se l’America non è riuscita a prevalere, seppur presente per tanti anni militarmente sul territorio afgano, come potrà farlo attorno ad un tavolo negoziale, reso peraltro più traballante dalla costante risorgente minaccia di possibili nuovi attacchi sul territorio nazionale portati da terroristi emuli degli attuali vittoriosi combattenti talebani? Quale sarà la linea politica prevalente del governo talebano, obbligato a barcamenarsi fra le lusinghe economiche cinesi, la pressione russa alla frontiera, la cooperazione con la Turchia e i rigurgiti interni dell’Isis e Al Qaeda non a tutti invisi? Last, but not least, potrà essere ancora ipotizzabile un nuovo intervento americano in Afghanistan in caso di una emergenza internazionale provocata da una possibile grave crisi politica in quell’area, anche in considerazione del crescente peso specifico, con conseguente accresciuto potere di interdizione, della Cina e della Russia?

Insomma, Biden sarà comunque chiamato a risolvere una equazione dalle molteplici incognite…

La speranza (per il momento, su ben poco fondata) è che la genia degli Osama Bin Laden possa presto esaurirsi e la nuova generazione di leader integralisti sia più portata a dialogare piuttosto che ad educare schiere di giovani fanatici pronti a tutto, anche al supremo sacrificio, pur di annientare gli “infedeli”. In altri termini, ancora una volta, la strapotenza americana non sarà sufficiente a superare l’ostacolo islamista senza un coefficiente superiore di ragionevolezza presente nella controparte.

È auspicabile, per il bene di tutti, che questa volta l’Amministrazione ne sia consapevole.

 

P.S. La foto che accompagna questo articolo proviene dall’archivio personale dell’autore, ex diplomatico, all’epoca dei fatti Console Generale a New York.

Gli Stati Uniti vent’anni dopo l’11/9. L’analisi de “Il Mulino”.

Per quello che fu l’impero americano è tempo di bilanci, dopo quasi vent’anni di guerra globale al terrore. Con il ritiro afghano sembrano crollare anche i presupposti economici e sociali dell’eccezionalismo statunitense.

È un anniversario per molti aspetti mesto, questo ventennale degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001. Gli attentati e quel che ne è seguito – la «guerra globale al terrore» nella retorica dell’epoca – sono diventati vieppiù marginali nel dibattito pubblico e politico negli Stati Uniti. Il Paese si è sì assuefatto a una sorta di azione militare perenne e a bassa intensità: una campagna antiterroristica invisibile e largamente indolore per chi la conduce, basata su droni, eliminazioni mirate e uno stato di guerra senza fine, ancora giustificato da quanto accaduto vent’anni fa. I timori e le motivazioni che l’avevano giustificata, questa guerra, si sono fatti però sempre più sfocati.

La paura del terrorismo è rimasta, ma è inevitabilmente divenuta una priorità tra le tante per il pubblico statunitense e non più associata esclusivamente alla minaccia dell’Islam radicale. Sostenute inizialmente da larghe maggioranze, le guerre in Afghanistan e in Iraq sono state vieppiù contestate (secondo Gallup, in vent’anni la percentuale di americani che giudica un errore l’intervento militare in Afghanistan è passata dal 5 al 45-50%). La decisione di Trump e Biden di completare il ritiro dall’Afghanistan è stata appoggiata da una maggioranza ampia e sostanzialmente bipartisan, anche se la rapida vittoria talebana, il caos dell’evacuazione, le immagini drammatiche che sono giunte da Kabul e, soprattutto, l’ultimo attentato costato la vita a tredici soldati statunitensi hanno alimentato forti polemiche e ulteriormente indebolito Joe Biden e la sua amministrazione.

Questa ultima umiliazione in Afghanistan è parsa rappresentare, in modo quasi paradigmatico, il ventennio di «guerra al terrore». Con una scelta di comunicazione politica alquanto azzardata, Biden aveva deciso di fissare il completamento del ritiro proprio all’11 settembre 2021, allo scadere del ventennale. Il simbolismo, ovvio ma incauto, serviva a indicare che sarebbe stato questo presidente a chiudere vent’anni di scelte errate e inconcludenti, costate agli Stati Uniti migliaia di vittime e miliardi di dollari. Per funzionare, però, il ritiro avrebbe dovuto essere ordinato, l’Afghanistan sarebbe dovuto rimanere il più possibile fuori dai riflettori e, per usare la formula attribuita a Kissinger rispetto al Vietnam, vi sarebbe dovuto essere un «intervallo decente» tra la partenza degli ultimi soldati statunitensi e l’inevitabile caduta del Paese sotto il controllo dei talebani. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata; il collasso dell’esercito afghano e la ritirata americana hanno suggellato un ventennio di illusioni, fallimenti e promesse disattese. Che questo anniversario prova appunto a chiudere, permettendo così agli storici alcuni bilanci e considerazioni sugli Stati Uniti e le modalità, intrinsecamente contraddittorie, con le quali hanno esercitato ed esercitano la loro egemonia.

Per usare la formula attribuita a Kissinger rispetto al Vietnam, vi sarebbe dovuto essere un “intervallo decente” tra la partenza degli ultimi soldati statunitensi e l’inevitabile caduta del Paese sotto il controllo dei talebani. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata

La risposta statunitense all’11 settembre è stata al contempo eccezionalista, uniltaterale e velleitaria, nelle sue irrealistiche ambizioni. Gli attacchi terroristici hanno stimolato un’ulteriore accentuazione di una torsione iper-nazionalistica che aveva segnato la risposta conservatrice e reaganiana alla crisi degli anni Settanta, ma che nella sua versione liberale e progressista aveva trovato poi piena ricezione anche in tanta retorica clintoniana. «Vogliamo essere una nazione al servizio di obiettivi più grandi di quelli che riguardano solo noi stessi», affermò George Bush nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione dopo gli attentati. «Ci è stata offerta un’opportunità unica e non dobbiamo lasciar passare questo momento». Questo iper-nazionalismo si combinava con, e sembrava trovare giustificazione in, un gap di potenza, tra l’egemone – gli Stati Uniti – e il resto del mondo, che all’epoca non sembrava avere pari. Gli Stati Uniti emergevano da un decennio nel quale le fosche previsioni su un loro ineluttabile declino erano state messe a tacere, grazie anche a una rivoluzione tecnologica che aveva rilanciato il primato economico statunitense e a un dominio militare che la fine della Guerra fredda e il collasso dell’Unione sovietica avevano reso ancor più incontestabili. «Ho riguardato tutte le statistiche comparative sul personale militare e le spese in difesa degli ultimi 500 anni» scrisse nel 2002 lo storico Paul Kennedy, «e nulla è mai esistito come questa disparità di potenza… Nessuna altra nazione» nella storia «nemmeno si avvicina» al dominio statunitense.

Il combinato disposto di potenza e nazionalismo eccezionalista finì per generare un’equazione strategica nella quale convergevano ottimismo (sulle possibilità), unilateralismo (nell’approccio) e spregiudicatezza (nei metodi). «È un tempo di opportunità questo per l’America», proclamava la prima dottrina di sicurezza nazionale di Bush jr., quella National Security Strategy (Nss) del 2002 che finì per incarnare e sublimare la hybris dell’amministrazione repubblicana e della sua risposta al’11 settembre; «lavoreremo per tradurre questo momento d’influenza in decenni di pace, prosperità e libertà». Opportunità che non potevano attendere i tempi della diplomazia multilaterale o sottostare alle costrizioni del diritto internazionale. Che andavano perseguite facendo leva sull’elemento primario e indiscusso della potenza statunitense, quell’hard-power militare il cui utilizzo era già stato rilegittimato dalla stagione delle «guerre umanitarie» del decennio precedente. E che – diversamente dal passato – non imponevano sacrifici collettivi, con una guerra ormai affare di un corpo di militari di professione (e i cui sacrifici toccavano quindi un numero limitato di famiglie e comunità) e dai costi sostanzialmente assorbibili da un Paese assueffatto ad alti deficit e debito. In uno dei suoi primi discorsi dopo l’11 settembre, Bush jr. invitò gli americani a continuare a consumare e divertirsi: «Andate a Disney World in Florida. Portateci le famiglie, godetevi la vita come merita di essere goduta». Più concretamente, e con un atto senza precedenti, il Paese andava in guerra – una guerra definita come globale e infinita, per giunta – tagliando le tasse: con le aliquote più alte dell’imposte sul reddito ridotte di alcuni punti percentuali, e i percettori di redditi alti e altissimi – l’1% più benestante della popolazione – a beneficiarne.

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Purezza sul Nilo

In Egitto si è aperto un dibattito sulla disciplina della vita affettiva e sessuale, con una significativa apertura della scuola islamica progressista sul delicato tema della verginità femminile.

L’Egitto è scosso da una fatwa sull’ammissibilità della ricostruzione dell’imene; cioè, la restituzione della verginità alle donne che sono state “sessualmente indiscrete” prima di convolare a giuste nozze. La verginità è un concetto abbastanza superato in Occidente, per quanto non da tantissimo, ma è una questione ancora molto dibattuta nell’Islam progressista egiziano. Il nuovo “sasso” è stato lanciato dallo Sceicco Ahmed Mamdouh, il “Segretario Generale per le Fatwa” del Dar al-Ifta, un’istituzione pilastro dell’Egitto che dal 1895 è incaricata di interpretare gli aspetti legali della fede islamica e dare autorevoli pareri al riguardo.

Mamdouh, attraverso la pagina Facebook dell’ente, ha dichiarato che interventi per la ricostruzione dell’imene sono “permissibili nei casi di stupro o quando una ragazza, dopo essere stata deflorata con l’inganno, se ne pente e vuole voltare pagina…” Ciò, secondo lui, perché: “Schernire le peccatrici… significa chiudere la porta alla misericordia e può spingerle alla disperazione o a commettere altri atti immorali”. Parte dell’opinione pubblica egiziana ha interpretato – negativamente –l’autorevole parere come una sorta di “invito al peccato”, per via della possibilità di riparare con comodo al malfatto, una sorta di frode al danno dell’eventuale futuro marito.

L’estrema attenzione alla verginità della sposa al momento delle nozze è (o almeno è stata) una caratteristica condivisa dalle tre grandi religioni abramitiche – il Cristianesimo, il Giudaismo e l’Islam – e non è sempre presente in altre fedi. Parrebbe nascere dalla cinica constatazione secondo cui “si sa con certezza chi è la madre, mentre del padre…”, associata al forte imperativo di tenere unite sia le linee di discendenza sia quelle ereditarie, un’usanza che si esprime anche nella preferenza tradizionalmente accordata al primogenito di disporre del patrimonio familiare.

In quelle culture dove ancora vige l’esposizione dalla finestra del lenzuolo macchiato dal sangue della “prima notte”, la necessità sociale di poter confermare così di esserci arrivata ancora vergine fa sì che spesso si vieti alle giovani di andare a cavallo o in bici, rischiando secondo la credenza popolare la rottura accidentale e “fuori tempo” dell’imene.

Non è chiaro come andrà a finire per la scandalosa fatwa lanciata da Ahmed Mamdouh, tra le massime e più rispettate autorità del suo paese in materia di moralità “lecita”, ma non nuovo a pronunciamenti tacciabili di occidentalismo. Nel 2017 ha opinato che la celebrazione di San Valentino come “Festa degli innamorati” non fosse espressamente vietata dall’Islam, “…a patto che si tratti di esprimere le emozioni all’interno della legge islamica, attraverso lo scambio di piccoli regali e di parole gentili”.

La festa, di ovvia origine cristiana e potenzialmente causa di effusioni affettuose, è popolare tra i giovani egiziani ma criticata dalle autorità religiose islamiche più conservatrici, come lo Sceicco saudita Muhammad ibn al Uthaymeen, che l’ha bollata “una cattiva innovazione che… scatena le passioni e il desiderio, occupando la mente con pensieri futili…” Figuriamoci cosa potrebbe pensare della riparazione dell’imene…

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Ecosfera e infosfera: siamo in relazione, siamo relazione. Un libro di Anselmo Grotti.

Un contributo al bisogno che abbiamo di comprendere meglio quanto sta avvenendo e di progettare modalità umane per abitare un futuro che già inizia a essere un presente, soprattutto per scegliere quale futuro, tra i molti possibili, sia più desiderabile. Proponiamo un estratto dell’Introduzione a Connessi e in relazione. Presente e futuro delle nostre vite al tempo della rete, appena pubblicato dall’Editrice Ave, ultima fatica di Anselmo Grotti, saggista, docente di Etica e Sociologia della Comunicazione all’Issr Toscana, già dirigente scolastico e docente di Filosofia della Comunicazione all’Università di Siena.

«Der Mensch ist, was er isst»: «L’uomo è ciò che mangia». È una celebre frase del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, utilizzata in una recensione del 1850 (La scienza e la rivoluzione), ripreso poi in un saggio del 1862 (Il mistero del sacrificio, ovvero l’uomo è ciò che mangia). La frase può essere intesa in senso banale, ma il suo materialismo, sia pure indiscusso, non era “piatto e volgare”. È vero che si riferiva a un saggio di un medico fisiologo, Moleschott, di cui appunto Feuerbach aveva  recensito il Trattato sull’alimentazione. Ma, a pensarci bene, l’idea che siamo esseri in continua relazione con il mondo, da cui traiamo cibo e bevanda, luce e respiro, esprime una profonda verità antropologica, umana e cristiana  allo stesso tempo. Colui che ha detto: «Non di solo pane vive l’uomo», ha però moltiplicato più volte i pani e i pesci, salvato una festa di nozze procurando del vino, svolto a tavola molta parte della sua predicazione, istituito pane e vino come sacramenti e promesso la risurrezione dei corpi. Quando restituisce alla vita una bambina morta, dà un ordine perentorio ai suoi genitori: «Datele da mangiare!».

Ma – appunto  – «non di solo pane vive l’uomo». Vive anche «di ogni parola». Possiamo vivere non solo se mangiamo, ma anche se la realtà che viviamo riveste per noi un significato. Chi è il sapiente? Non è – almeno in prima battuta – colui che “sa” le cose, ma colui per il quale le cose “sanno”: hanno cioè sapore. Davanti a qualsiasi cosa (un libro, un bosco, un’opera d’arte, un macchinario), devo essere in grado di conoscere di che cosa si tratta per potervi ritrovare dei significati. La realtà che ci circonda va letta, interpretata, accolta con cura perché possa diventare significativa. Il cibo ha bisogno di essere cotto, o almeno predisposto in determinate modalità, per essere più appetitoso, per avere maggior “sapore”. Anche il nostro rapporto con la realtà e con la vita ha la stessa necessità. Sapore e sapere sono più imparentati di quanto si possa credere.

Stiamo ancora un momento sul cibo materiale. Che succede se è alterato? Se la sua distribuzione è squilibrata? Se c’è gente che muore di fame? Possiamo abusarne, o farne a meno? La nostra salute dipende  in gran parte dall’alimentazione, il nostro corpo è fatto con gli alimenti che consumiamo, con l’aria che immettiamo nei polmoni, con la luce che assorbiamo dal sole. Ciascuna famiglia, ciascuna comunità, ciascuna cultura ha elaborato le sue ricette, le sue abitudini, le sue modalità. Tutti gli esseri umani di tutte le civiltà hanno avuto bisogno di mangiare. Ma ciascuno lo ha fatto in maniera specifica, cercando in questo  gesto anche tutta una serie di significati: la convivialità, l’amicizia, la condivisione, e anche la formazione, che comincia già nel comprendere ciò che fa l’adulto. Gli esseri umani danno molta importanza a questa condivisione di sapori e saperi. I bambini mangiano un cibo quando lo vedono fare a un adulto. Per una scimmia, invece, questo processo mentale non è immediato. La scimmia non presta attenzione al fatto che gli adulti evitano un certo cibo. Le madri animali non intervengono quasi mai per impedire ai piccoli di mangiare un cibo tossico. Il cibo è strettamente legato al contesto, fino a identificare “quel” cibo con “il” cibo. Nelle lingue vietnamita, giapponese, laotiana e siamese, per dire “mangiare” si dice “mangiare riso”. In Omero, il termine “uomini” è spesso sostituito dalla locuzione “quelli che mangiano il pane”. Conoscere quali ingredienti usa una determinata tradizione culinaria e come li cucina significa già conoscere molto di quella cultura. Persino delle culture antiche, il cui studio ci permette di scoprirci fratelli in umanità e in grado di progettare una “convivialità delle differenze” anche con le tante culture contemporanee. Parlare di cibo non può non richiamarci anche al cibo che manca, oppure che c’è ma non è equamente distribuito. È la fame l’arma di distruzione di massa più radicale.

Continua a leggere sul sito dell’Azione Cattolica

https://azionecattolica.it/ecosfera-e-infosfera-siamo-in-relazione-siamo-relazione

Salute pubblica in prospettiva globale. Pandemia, Bioetica, Futuro.

Questo è il tema dell’Assemblea 2021 della Pontificia Accademia per la Vita che si svolge nei giorni 27-28-29 settembre, in presenza ed on line.

Gli Accademici (studiosi ed esperti dei cinque continenti) convergeranno a Roma per confrontarsi non solo sul Covid-19 ma sulla sfida globale che la pandemia lancia  per una più equa distribuzione delle cure e dell’assistenza sanitaria nel mondo. Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla.

Il tema generale dell’Assemblea verrà dibattuto, come di consueto, attraverso un workshop aperto al più ampio pubblico, che parteciperà on line.

Tra gli esperti chiamati ad intervenire, ci saranno – tra gli altri – il dr. Jules Hoffman (Nobel per la Medicina 2011), il dr. John Nkengasong (Direttore del Centre for Diseases Control, Cameroon),  il dr. David Barbe (Presidente della World Medical Association), la dott.ssa Carissa Etienne (Direttrice della Pan American Health Association), il dr. Walter Ricciardi (Università cattolica del Sacro Cuore).

Il workshop on line intende riflettere sull’esperienza della pandemia, in prospettiva etica, mettendo in luce quali sono gli snodi medici, ecologici e sociali che sollecitano la nostra responsabilità e richiedono una conversione, sia di mentalità, sia di strutture. L’obiettivo è dare un contributo originale all’importante dibattito sulla salute pubblica e sui problemi che questa emergenza sanitaria ha evidenziato, per un profondo rinnovamento delle società e per un futuro più equo e sostenibile.

“Per curare la salute dobbiamo anzitutto essere vivi!” – spiega mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. “Per i paesi occidentali la priorità è rappresentata dai vaccini e stiamo infatti assistendo allo sforzo vaccinale più grande mai attuato nella storia. Tuttavia non dobbiamo dimenticare la necessità di costruire una sanità equa su scala globale. Il tema al centro della nostra riflessione sarà allora il futuro della cura e della sanità, se vogliamo davvero dimostrare di avere imparato la lezione della pandemia”.

“Per la maggior parte della popolazione mondiale oltre ai vaccini è prioritario un accesso vero ed effettivo alle cure ma anche ai beni che permettono ‘semplicemente’ di vivere. Va superato il divario non solo vaccinale ma di accesso alla sanità pubblica, abbattendo i problemi collegati alla  mancanza di strutture e alla scarsità di risorse da destinare alle cure. La pandemia ha mostrato le forti disparità economiche e sociali in tema di salute. Di recente diversi ambasciatori presso la Santa Sede hanno sottolineato che è necessario rispondere a questa crisi con provvedimenti che risultino utili per il futuro”.

“La vaccinazione è fondamentale nell’ottica di una protezione globale contro il Covid-19 ma la questione centrale riguarda la possibilità di superare davvero e presto le differenze, attuando una politica sanitaria globale basata sul diritto di tutti ad accedere alle cure”.

Il programma completo dei lavori è pubblicato sul sito della Pontificia Accademia per la Vita: www.academyforlife.va

Se Parigi val bene una messa…Draghi come ancora di salvezza dei partiti. Non convince l’analisi di Galli della Loggia.

Il politologo del “Corriere della Sera” vede nel governo, ovvero nella conduzione che di esso fa il Presidente del Consiglio, un elemento di sostanziale trasformazione del sistema politico. Questo, in parte, è inconfutabile. Tuttavia, paragonare Draghi a De Gaulle non appare persuasivo.  


S
ul “Corriere della Sera” dell’8 settembre Ernesto Galli della Loggia paragona Mario Draghi ad “una sorta di De Gaulle italiano. [L]’uomo cioè che giunto al potere per una combinazione imprevedibile opera una trasformazione sostanziale del sistema politico.”

Il paragone appare un pochino azzardato, soprattutto se riferito alla V^ Repubblica francese nel senso di una certa frattura fra Parlamento ed iniziativa autonoma del Governo.Ora, che Draghi si muova in autonomia rispetto ai Partiti che lo sostengono è un fatto inconfutabile. Ed altrettanto inconfutabile è la sicurezza con la quale si muove l’attuale presidente del Consiglio, dando cioè l’idea di un Governo che durerà sino alla scadenza naturale della legislatura e che dunque è al riparo da eventuali imboscate. Anzi, per la quasi totalità dei partiti e movimenti presenti oggi in Parlamento, Draghi rappresenta l’àncora di salvezza che potremmo sintetizzare ironicamente nel famoso motto di Enrico IV°: “Parigi val bene una messa”.

Però da qui a descrivere tale situazione come “un oggettivo cambiamento di regime” mi sembra fuori da qualsiasi considerazione realistica dell’attuale situazione politica italiana.

Secondo l’editorialista del “Corsera” infatti “il mandato vero a governare, il mandato sostanziale, Mario Draghi non lo trae dalla volontà dei partiti ma da un’altra fonte, che potremmo indicare come la volontà del Paese.”

Il ragionamento di Galli della Loggia ha un preciso fine non celato: quello di mettere in evidenza lo stato comatoso di questi partiti per arrivare a quella riforma della Costituzione in senso renziano che nel 2016 ebbe il no convinto della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Ma l’illustre politologo ed accademico dimentica anche (forse volutamente) l’attacco alla Costituzione fatto nel 1994 dalle destre (in pieno clima berlusconiano) al punto che dopo anni di silenzio dovuto alla sua scelta di vita monastica e religiosa, scese in campo Giuseppe Dossetti (padre costituente e leader della prima sinistra democristiana) attraverso un invito a formare in tutti i Comuni comitati spontanei per la difesa della Costituzione.

Non è il “parlamentarismo esasperato” la causa della crisi di questi partiti e della politica in generale, ma l’assenza di valori ed idee forti di riferimento. Questi partiti non hanno più nulla da dire: si muovono sul terreno della politica spettacolo, dei talk show (dove il più bravo è quello che riesce a non far parlare l’avversario), della gestione del potere come mezzo di conquista del consenso. Ѐ abbastanza curioso e molto strano che questi politologi di area cosiddetta laica non facciano mai riferimento all’etica della politica, all’onestà, alla competenza, alla pulizia.

Padre Bartolomeo Sorge amava ripetere negli ultimi tempi che non è sporca la politica, ma la politica è sporcata dagli uomini. Vorrei aggiungere modestamente che la politica è sporcata dagli uomini quando non è supportata da regole morali e, perché no, da principi ispiratori religiosi.

Riaperta al culto in Turchia la chiesa armena chiusa col genocidio del 1915 (aleteia.org).

In una chiesa armena di Malatya, nella Turchia orientale, domenica 29 agosto 2021 è stata celebrata una messa. Un momento storico, visto che l’edificio era stato chiuso al culto dal genocidio del 1915.

Dopo 106 anni di interruzione, domenica 29 agosto 2021 è stata nuovamente celebrata la messa nella chiesa apostolica armena della Santa Trinità, a Malatya (Turchia orientale). Nessun ufficio religioso vi era stato celebrato a partire dal genocidio armeno del 1915.

Presieduta da Sahak Maşalyan, attuale patriarca armeno di Costantinopoli, la celebrazione è stata seguita da un gran numero di cristiani armeni della regione, a quanto riporta l’agenzia Fides. 

I fedeli possono rallegrarsi della notizia, ma la chiesa non è più “solamente una chiesa”: alla vigilia, sabato 28 agosto, l’edificio era stato riaperto col nome di “centro culturale di arte e di cultura Tashhoran”. L’edificio, la cui costruzione era stata completata ne 1893, versava in condizioni fatiscenti dopo decenni di totale abbandono. 

Le autorità politiche totali, presenti all’inaugurazione, hanno così spiegato che il complesso architettonico è stato riaperto al pubblico in qualità di centro culturale.

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https://it.aleteia.org/2021/09/09/surp-yerrortutyun-malatya-tashoran-culture-and-art-center-1915-metz-yeghern/

 

Zaccagnini, la Dc e il futuro del cattolicesimo democratico. “Bisogna stare sul campo”. Intervista a Bodrato.

In questa ricca conversazione, uno dei protagonisti della stagione del rinnovamento democristiano ai tempi di Zaccagnini mette a fuoco le ragioni di una battaglia di cui oggi occorre avere contezza, per capire cosa fare in nome di una tradizione importante, da non disperdere o da non umiliare, anche inconsapevolmente.

 

Guido Bodrato ha un conflitto con la memoria. “I ricordi li conservo tutti, ma non so più ordinarli con chiarezza. Mi tornano alla mente in forma circolare, come fosse una giostra, obbligandomi a uno sforzo supplementare: mi tocca selezionarli e ricollocarli nel posto giusto”. Però unamemoria, sarebbe da dire, che suscita invidia. La nostra conversazione, una delle periodiche spruzzate di analisi improvvisate, per fare il punto o cercare il filo dentro uno scenario che riflette con giusto distacco l’interesse per la lunga vicenda democristiana. L’occasione, stavolta, muove dalla curiosità per l’elezione a sorpresa, nell’estate del 1975, di Benigno Zaccagnini. Cosa ha rappresentato per la Dc la sua segreteria? La discussione è scivolata poi su altri argomenti, ma seguendo comunque una pista ben precisa. D’altronde Bodrato ha la capacità, ogni volta, di mettere a fuoco i problemi nel quadro di una nuova riflessione.

 

Cominciamo dalle cose più semplici, spesso poco conosciute e quindi poco valutate. Come venne fuori il nome di Zaccagni?

 

Il Consiglio nazionale, convocato per analizzare la flessione elettorale nelle ultime amministrative, durò un giorno di più del previsto, anche perché si era aperto un dibattito dentro le diverse correnti del partito. Contro Fanfani, il segretario che già l’anno precedente aveva portato la DC alla sconfitta del referendum sul divorzio, si registrava la convergenza della sinistra interna (Base e Forze Nuove) e dei dorotei. Anche Donat Cattin, all’inizio, pensava a una soluzione calibrata sul Rumor. Invece Moro esprimeva maggiore cautela sulle responsabilità di Fanfani, ed era più severo su quelle della maggioranza. In ogni caso su Rumor si poteva anche chiudere, ma a far saltare il banco fu Bisaglia che ambiva, evidentemente, a sottolineare il suo ruolo di leader emergente rispetto ai vecchi della corrente. Questo dissidio all’interno dei dorotei obbligò a prendere atto che l’impasse poteva degenerare nel caos. Eravamo ancora lì, nell’aula di Palazzo Sturzo, quando da fuori gli autisti cominciarono a suonare i clacson per protesta.

 

E a quel punto?

 

Fanfani, urtato per la condotta dei dorotei, non era in condizione di avanzare una proposta. Questa venne da Moro che fece trapelare, appunto, l’ipotesi di Zaccagnini. Aveva il profilo di un uomo super partes in quanto Presidente del Consiglio nazionale, una carica fino ad allora poco più che onorifica. Dunque, si andò al voto senza certezze, tant’è che la maggioranza si sarebbe formata attraverso la saldatura dei gruppi di sinistra con morotei e fanfaniani, ma anche con dorotei dissidenti. Sembrava una soluzione destinata essenzialmente a preparare un congresso a tempi stretti, come d’altronde richiesto prima della convocazione del Consiglio nazionale.

 

Immagino che il più sorpreso fu Zaccagnini…

 

Avevo un rapporto stretto con lui. Alla Camera era maturata una certa confidenza tra noi. Benigno si dichiarava fuori dai giochi, aveva deciso di non ripresentarsi alle elezioni, coltivava l’idea del “buen retiro” nella sua Ravenna. A colpirmi fu anche la sua volontà di dedicarsi allo studio di Santa Caterina. In lei ammirava il coraggio con il quale richiamava la Chiesa ai suoi doveri: il Papato si era da tempo trasferito ad Avignone e lei, in opposizione allo scandalo di quell’esilio, ne reclamava il ritorno a Roma. Insomma, i pensieri di Zaccagnini erano altrove, ma di colpo veniva investito di una responsabilità fuori da ogni aspettativa o congettura.

 

Invece, attorno alla sua figura incominciò a prendere forma un vasto sentimento di entusiasmo.

 

Le bandiere bianche tornarono a sventolare nelle piazze. Ricordo la manifestazione a Piazza Sant’Apostoli organizzata in ottobre dal Movimento giovanile per protestare  contro l’attentato a Bernardo Leighton e alla sua signora, esuli cileni a Roma. La partecipazione di tanti militanti, con un corteo che prese il via dal Colosseo, era la riprova di un chiaro mutamento di clima politico. Zaccagnini, benché assente, aveva evocato l’orgoglio della base. Ci accorgemmo che giorno dopo giorno andava aumentando la popolarità di Zac, come presto fu ribattezzato. Il congresso rimase in agenda, ma slittò più volte. Ai primi di gennaio il partito organizzò a Bozzolo e a Mantova, sempre con il decisivo contributo dei suoi giovani, un convegno in ricordo di don Primo Mazzolari. Fu anche quello un trampolino di lancio per mettere a fuoco la linea del confronto, approvata a marzo del ‘76 al Palazzo dello Sport dell’Eur, dove si tenne appunto il XIII congresso. Grazie a una modifica statutaria, verso la quale la sinistra oppose resistenza per il timore che fosse l’anticamera del cesarismo, Zaccagnini fu eletto direttamente dai delegati in Assemblea.

 

Non era una elezione scontata. Quando si diffusero le prime voci che davano avanti Zaccagnini sul suo contendente, Arnaldo Forlani, sugli spalti del Palazzo dello Sport ci fu il finimondo. Urla da stadio, striscioni e bandiere che sventolavano, gente che saltava sulle panche…Qualcuno intonò Bella Ciao in un tripudio di entusiamo.    

 

Fino all’ultimo non eravamo sicuri di vincere. A differenza della elezione nel Consiglio nazionale dell’estate precedente, stavolta Fanfani era contro. A sostegno della candidatura di Zaccagnini vennero Rumor, Colombo, Gullotti e alcuni amministratori locali, tra cui il marchigiano Adriano Ciaffi. Vinceva la linea del confronto, che non voleva essere di cedimento ai comunisti, come la destra sosteneva, ma di apertura alla novità insita nello spostamento a sinistra del Paese ed alla necessità di rinnovare il partito. Dopo le elezioni, con una DC in netto recupero, fu possibile avviare la politica di solidarietà nazionale.  

 

Poi Moro pagò quelle scelte coraggiose con il sequestro e il martirio, vittima delle Br.  Per tutti, ma per Zaccagnini in particolare, fu una vicenda dolorosissima.

 

Certo, Zaccagnini nutriva stima e ammirazione per Moro. In più c’era amicizia, qualcosa insomma che andava oltre l’aspetto puramente politico. Andrebbe studiata con più attenzione la sofferta posizione che egli tenne nei due anni successivi alla tragedia, fino al congresso del 1980. Non abbandonò il campo. Fino all’ultimo difese le ragioni di quella politica che nella visione morotea doveva promuovere il superamento della democrazia bloccata, favorendo l’evoluzione del PCI come alternativa democratica al governo. Tuttavia, nella replica congressuale Zaccagnini dette una risposta ancora più limpida a quanti pretendevano di ridurre il confronto a una scelta di rassegnazione o peggio di subordinazione al PCI. Confrontarsi non significava adeguarsi ai comunisti, non si può dimenticare, per esempio, che sulla questione degli euromissili, su cui il governo Cossiga s’impegnò a fondo e con successo, Zaccagnini intervenne in Aula per confermare l’opzione strategica della  solidarietà atlantica, contro l’espansionismo sovietico.

 

Dunque, si banalizza il discorso quando si parla di Zaccagnini come uomo dell’abbraccio con i comunisti…

 

Se l’abbraccio doveva costituire la rinuncia della DC ad essere se stessa, certamente Zaccagnini di questo abbraccio non era il protagonista. A noi ha comunicato sempre la convinzione che un partito di saldi convincimenti democratici, forte delle sue radici popolari e antifasciste, ispirato ai valori cristiani e legato ai principi di libertà e di giustizia, avesse diritto a misurarsi sullo stesso terreno con i comunisti, in una aperta competizione per il progresso civile e politico del Paese. Zaccagnini è morto qualche giorno prima della caduta del Muro di Berlino; molti anni prima, in un dibattito alla Camera, aveva lanciato uno sguardo sul futuro per sostenere l’inevitabilità del crollo di quella assurda frontiera di mattoni e filo spinato, costruita per evitare la fuga dall’Est, non per difendere la Germania comunista.

 

E che dire oggi di Zaccagnini? Dove ti sembra più giusto collocarne la testimonianza? E in più, a rigore, vale ancora la sua testimonianza?

 

Zaccagnini dovrebbe essere considerato un leader storico del riformismo democratico. Non è difficile dire che oggi starebbe con le forze di centro sinistra. Più difficile è ritenere invece che sarebbe soddisfatto della politica odierna. Penso che in questo tempo dominato dalla personalizzazione politica, e quindi dal leaderismo, non sentirebbe sua la maniera in cui si svolge e si definisce la lotta democratica. Di sicuro non avrebbe simpatia per atteggiamenti oltremodo tattici che mettono in crisi il principio di responsabilità. Non lo immagino propenso – lui vecchio partigiano – a occhieggiare in direzione dei populisti.

 

Tu gli daresti la tessera del Pd?

 

Non spetta a me, idealmente, questo compito. Per altro non sono nemmeno io iscritto al Pd. Lo voto, perché nel Pd ci sono molti miei amici, non capisco quale altro partito dovrei votare. Del resto, come si sa, sono contro il maggioritario e per il proporzionale, che valorizza il pluralismo e garantisce la centralità del Parlamento. Questo dissenso non impedisce di pensare che alle elezioni si vada con uno schema, chiarendo quale possa essere il proprio modello di alleanze. Ciò deve però scaturire sia dal consenso degli elettori, sia dal confronto successivo con le altre forze politiche, in Parlamento. Il Pd mi sembra prigioniero di una illusione, e cioè che la destra si vinca alzando i toni della polemica e radicalizzando il confronto politico. Così, si favoriscono le ammucchiate di destra.

 

Quasi quasi…restituisci un ruolo decisivo al centro. Può essere ricostituito un partito di centro come la Dc? Ci sono molte obiezioni, a riguardo.

 

E sono obiezioni che condivido. Aggiungo una riflessione: ogni progetto va calato nel contesto storico per diventare azione politica. La Dc è stato un partito “determinato dalla storia”, non è riproducibile ignorando i radicali cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, italiani e mondiali. A chi ha nostalgia di un centro che guarda a sinistra, consiglierei di dedicare le energie, tutte quelle disponibili, a rafforzare i processi di aggregazione delle forze riformatrici, insieme appunto al Pd. Ciò non toglie che la fatica di tenere in piedi un progetto sia inutile. Però, dove porta inseguire la chimera di un rilancio spontaneo del “mondo di centro”?

 

Che cosa è utile fare, se abbiamo a cuore il futuro del cattolicesimo democratico?  

 

Joseph De Maistre scriveva da San Pietroburgo al Re di Sardegna che le notizie sulla terribile battaglia della Beresina non permettevano di capire chi avesse vinto. E aggiungeva che però si poteva prevedere che avrebbe vinto “chi tiene il campo”, dunque chi sarà capace di rimanere sul terreno. In fondo è quello che abbiamo visto in Afghanistan: i Talebani hanno vinto – purtroppo – perché controllavano quelle valli, quel terreno. È un’osservazione che vale anche per la politica. I cattolici democratici vogliono uscire dall’insignificanza, esserci e contare? Devono stare sul terreno, in questa società. Quando eravamo giovani, pensavamo che “un partito è l’organizzazione di una speranza”. Il problema di oggi è soprattutto quello di essere riconoscibili nella società, per dare a un partito – se sarà ancora il Pd dipende dal Pd – la spinta ideale e politica che lo metta “al centro del cambiamento”, con un afflato solidarista e popolare, con la passione necessaria…Forse Zaccagnini ci direbbe d’investire su questo tipo di futuro, di conservare nel cuore una speranza.

Lo “stile” Mattarella.

In vista della elezione del Presidente della Repubblica occorre fare tesoro delle esperienze passate, non particolarmente edificanti. Cosa significa lo “stile” Mattarella? Ecco, significa uno stile di profondo rispetto delle istituzioni democratiche, di rispetto del Presidente in carica, di rispetto delle procedure democratiche, di rispetto delle regole costituzionali e, in ultimo, anche di rispetto dei numerosissimi potenziali pretendenti allo scranno più alto dello Stato.

Dunque, attorno alla scelta del prossimo Presidente della Repubblica, continua e prosegue la solita ipocrisia. Quasi tutti i principali leader politici dicono che se ne parlerà a gennaio se non addirittura a febbraio e poi, come da copione, quasi tutti tramano nella penombra e nel sottobosco politico e parlamentare. Certo, tutti quelli che seguono la politica, anche solo per distrazione, conoscono perfettamente i meccanismi e i tranelli che si nascondono dietro a questa elezione importante e decisiva per lo stesso sistema politico italiano.

È appena sufficiente ricordare ciò che capitò l’ultima volta, nella primavera del 2013, per rendersene conto. Dopo la scelta a larga maggioranza – accompagnata da un voto – dei cosiddetti “grandi elettori” del centro sinistra a favore di Franco Marini e condivisa da quasi tutto il centro destra, ci pensarono i franchi tiratori del Pd e alcune frange della sinistra estrema a cecchinarlo vigliaccamente e selvaggiamente nell’urna. Un folto gruppo di mascalzoni che disobbedirono alle indicazioni democratiche emerse dalla riunione tenutasi al cinema Capranica e che ebbero anche il coraggio – molti di questi franchi tiratori – in nome della “novità” di matrice grillina di affidare ai post o ai tweet il loro orgoglio di aver bocciato nel segreto dell’urna uno dei più rappresentativi e qualificati fondatori del Partito democratico.

Inutile negare che Renzi – e i futuri renziani – fu uno dei tanti, se non il principale protagonista, a giocare un ruolo decisivo in questo panorama squallido ed indecoroso.Vicenda che tutti sappiamo, poi, com’è proseguita e com’è finita. La candidatura di Franco Marini, pur avendo ottenuto alla prima votazione ben 524 voti, cioè la maggioranza assoluta dei grandi elettori ma non i 2/3 richiesti, viene misteriosamente e grottescamente ritirata dallo stato maggiore del Pd, in primis Bersani, per scegliere altrettanto curiosamente un altro candidato, l’eterno Romano Prodi. Scelta che fu ratificata addirittura da un boato da stadio all’unanimità attraverso la cosiddetta “democrazia dell’applauso” sempre nel luogo del delitto, cioè il cinema Capranica. Anche questa scelta fu bocciata dai franchi tiratori, come da copione.

Ora, visto e considerato che probabilmente si ripeterà lo stesso copione – almeno per quanto riguarda il profilo del candidato da individuare e da votare – e visto, soprattutto, che molti protagonisti di quella scellerata operazione del 2013 sono ancora seduti tranquillamente in Parlamento, non c’è affatto da stupirsi che la sceneggiatura – e la squallida ed incresciosa sceneggiata – si ripeta tale e quale. Con altri protagonisti, come ovvio. Al riguardo, forse, sarebbe opportuno, almeno d’ora in poi – se si può tentare si fare – cercare di imitare lo “stile” Mattarella. Cioè uno stile di profondo rispetto delle istituzioni democratiche, di rispetto del Presidente in carica, di rispetto delle procedure democratiche, di rispetto delle regole costituzionali e, in ultimo, anche di rispetto dei numerosissimi potenziali pretendenti allo scranno più alto dello Stato. Uno “stile”, quello di Mattarella, che dovrebbe e potrebbe essere fatto proprio anche e soprattutto da coloro che già si preparano a declinare i tranelli regolamentari, gli agguati parlamentari e i tradimenti politici. Essendo quasi gli stessi i protagonisti è facile pensare che siano molto simili anche gli atteggiamenti concreti che seguiranno.

Per questo i sinceri democratici si augurano che prevalga sempre di più, anche se non sarà affatto facile, lo “stile” Mattarella.

L’importanza dello Smart working e perché occorre proteggerlo (intanto…da Brunetta).

È sbagliato considerare il ricorso al lavoro agile come un ripiego temporaneo, in una condizione eccezionale. Invece è una soluzione che può generare fattori di migliore produttività. Non solo. Con la riorganizzazione del lavoro cambia anche l’organizzazione della città.

Lo Smart Working o lavoro agile può essere senza dubbio considerato la novità più importante introdotta nel mondo del lavoro come risposta alla crisi pandemica. Non senza le iniziali difficoltà organizzative, figlie di una reazione obbligatoriamente “frettolosa”, i lockdown sono stati pressoché improvvisi, lasciando poco spazio alla pianificazione aziendale. Tuttavia, in ambito sia pubblico che privato, ha mostrato i suoi effetti benefici.

Qualche difficoltà si è avuta, ad esempio per la “congestione domestica” dovuta al peso della didattica a distanza per le famiglie con prole, ma nel complesso la qualità del lavoro a distanza si è fatta notare in fretta.

Le aziende hanno colto i vantaggi. Se infatti in passato lo spostamento da casa al posto di lavoro era considerato necessario, con lo smart working si è percepita l’utilità del poter “risparmiare” su spese considerate fisse. Si è potuto constatare, invece, che insieme ai risparmi per le aziende e i lavoratori, anche l’efficienza delle prestazioni è migliorata. È l’effetto, in sostanza, della digitalizzazione dell’economia.

Tuttavia, in questi giorni, il Ministro Brunetta ha dichiarato che una riduzione del lavoro agile, in primis per i dipendenti pubblici, avrebbe risvolti benefici sul PIL nazionale. Sta di fatto che alcuni settori (trasporti, ristorazione, immobiliare) rappresentano l’altra faccia della luna. Gli uffici vuoti spengono il dinamismo del mercato. Ciò non toglie, però, che le stime di istituti indipendenti segnalino il valore di una scelta strategica a favore dei nuovi strumenti di organizzazione del lavoro. Il World Economic Forum ha calcolato che negli Stati Uniti d’America il ricorso ingente allo smart-working ha portato ad un aumento della produttività pari al 4,6%. Per quanto riguarda l’Italia, uno studio di Pwc prevede un incremento del PIL pari all’1.2% grazie alla delocalizzazione in remoto delle mansioni che la tecnologia oggi ci permette di rendere “agili”.

In vari articoli apparsi di recente sull’Huffington Post e su “Il Dubbio”, Titti Di Salvo – già sindacalista, poi parlamentare e candidata candidata presidente per il Municipio IX di Roma – ha ben spiegato l’impatto positivo del nuovo modello di lavoro. È questo, a suo giudizio, vale anche per la pubblica amministrazione.

In effetti, pare anche a me insensato liquidare il lavoro agile come un ulteriore “devianza” del settore pubblico. Tutto dipende da come si riorganizza il lavoro: dire che nel pubblico il modello “smart” determini una perdita di produttività, equivale a dire che il “pianeta burocrazia” non è riformabile. Possiamo accettare questa conclusione?

D’altronde, ogni innovazione implica sempre risvolti ambivalenti. È vero che ci sono disagi, ma le opportunità non mancano. Quanto si risparmia, dal lato dei lavoratori, con il minore ricorso al pendolarismo urbano o extraurbano? E i nostri centri storici, benché da salvaguardare dal rischio di desertificazione, non possono per contro tornare a respirare, senza il sovraffollamento degli uffici? E poi, non è forse vero che le periferie, in questo lungo periodo di chiusure, abbiano comunque sperimentato la ripresa della vita comunitaria, dando nuova linfa all’economia (commercio e servizi) di prossimità e alla organizzazione del tempo libero?

Se dunque concordiamo che il lavoro agile non è stato solamente una risposta temporanea alla crisi pandemica, ma uno strumento che, unito alla digitalizzazione, può essere incardinato in un sistema diametralmente benefico per la collettività tutta, è tempo di ragionare effettivamente su ciò che non va, salvaguardando ciò che l’innovazione digitale ci ha donato e che, necessariamente, va migliorato e reso costante nel tempo.

Per concludere, al Ministro Brunetta, l’auspicio *di* non guardare al dito, ma alla luna: che sia da un balcone o da un co-working, la produttività non la fa un luogo, ma l’organizzazione dei soggetti stessi. Questa è la vera fonte di ricchezza: ciò che genera Pil.

Giuseppe Castellano, una vita tra il 25 luglio e l’8 settembre. Servire il Paese nello sbandamento generale.

Il comportamento esemplare di un servitore della Patria che seppe guadagnarsi la stima di Eisenhover. Una pagina di storia che richiede una giusta comprensione, rifuggendo dai giudizi avvelenati dell’epoca, nei giorni concitati del dopoguerra.

 


Mercoled
ì 8 Settembre di 78 anni fa – 1943 – alle 18,30 ora italiana, da Radio Algeri Dwight David Eisenhower, detto “Ike”, allora Comandante in capo delle Forze Americane in Europa, comunica in inglese che l’Italia aveva raggiunto con le Forze Alleate l’armistizio (in linguaggio americano: resa incondizionata; come da documenti firmati).

Alle 19,42 Badoglio lo comunica agli italiani dai microfoni dell’EIAR. La resa incondizionata era stata firmata il 3 Settembre dal Generale Giuseppe Castellano per l’Italia e da Eisenhower per le Forze Alleate. Gli Alleati poi, dopo la firma, ‘trattennero’ in Sicilia Castellano, mentre permisero agli altri della delegazione italiana di tornare a casa. Castellano fu quindi inviato ad Algeri in una sorta di ‘capo della missione italiana’ presso il Comando Alleato del Mediterraneo, e gli fu concesso di rientrare in Italia solo a metà Agosto del 1944.

Castellano era stato il promotore dell’organizzazione dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia la sera del 25 Luglio, con una autoambulanza e cinquanta carabinieri. A partire dall’organizzazione dell’arresto (il Re era pronto con una pistola nascosta; hai visto mai…), alle decisioni di contattare, trattare e risolversi con gli Alleati, la condizione in cui operarono Sovrano, Generali e diplomatici intorno a Badoglio richiederebbe il racconto di un secondo Manzoni e un ‘promessi sposi 2’.

Già c’era disaccordo nei vertici Alleati, alcuni volevano una capitolazione militare e non concedere nulla all’Italia. Ma naturalmente si tratta di una sottolineatura insignificante rispetto al modo rocambolesco in cui gestirono (gestirono? tirarono avanti, ecco…) le cose i vertici che si rapportavano – ognuno per quel che sapeva e poteva – a Badoglio.

Castellano non parlava neanche mezza parola di inglese ma gli fu delegata (dal Consiglio della Corona e da amici in armi, sia veri sia invidiosi) la trattativa con gli Alleati, che iniziò ad Agosto a Lisbona con l’Ambasciatore britannico. Lì Castellano aveva anche l’interprete, che poi portò con sé a Cassibile. Ci andò in treno e ci mise tre giorni ad andare e tre a tornare. Il tempo passò anche così… . Visto che poi non si sapeva se stava arrivando o meno – a Lisbona -, e gli Alleati fremevano, l’Italia inviò in successione altri due emissari e così gli Anglo-Americani se ne trovarono tre… .

Nelle trattative l’Italia chiese un appoggio di rinforzo alleato per la difesa di Roma, appunto per l’8 Settembre, temendo reazioni tedesche; in pratica si sarebbero dovuti paracadutare gli americani dell’82ma Divisione, gli _All Americans_. L’operazione venne però annullata quando il Generale Maxwell Taylor, che allora era il Vicecomandante della Divisione, inviato in missione a Roma nella notte dal 7 all’8 Settembre, si trovò dinnanzi la disorganizzazione italiana (il Generale Carboni gli aveva detto ‘c’è tempo, tanto la comunicazione è per il 12 Settembre’, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ambrosio, era irreperibile [era in visita al figlio a Pinerolo]). Taylor chiese di vedere Badoglio, il quale – dopo averlo fatto attendere lungamente in anticamera della sua abitazione personale (Badoglio era restio a farsi svegliare la notte) – lo scongiurò di rimandare l’armistizio ma soprattutto s’intese di ridiscutere in vestaglia i luoghi dell’aviosbarco.

Era ormai da Agosto che gli Alleati, su questo compatti, avevano accresciuto e di molto le loro iniziali riserve sull’affidabilità italiana nel rappresentare con un margine stabile di serietà la posizione del Paese, l’armistizio (figuriamoci trovare Badoglio a dormire). D’altra parte tutta la trattativa di Castellano fu autorizzata in svariato modo, in parte per iscritto in parte con dialoghi di diversi poteri ed altalenanti concordanze, a cui lui dovette porre rimedio mettendoci tutta la sua buona volontà, e prendendosi anche rischiose responsabilità.

Ma Castellano, pratese di origini siciliane, veniva dall’arresto di Mussolini dentro la Casa del Re, e quindi alla fine si prese anche in durevoli rapporti amicali post bellici tutta la comprensione e la stima (possibile) di Eisenhower.

S.E.Cardinale Angelo Comastri: “Ho iniziato a vivere soltanto quando ho incontrato Gesù!”.

Conversazione con S.E. il Cardinale Angelo Comastri, La Sua spiritualità, la Sua semplicità. la fedeltà al Vangelo e alle figure di Gesù e della Vergine Maria esprimono un carisma naturale, che trasmette sentimenti di pace e bontà .

Eminenza Reverendissima, la Sua presenza e la Sua voce entrano nelle case degli italiani ogni sera attraverso TV 2000 per la Recita del Santo Rosario, con una intensità emotiva e spirituale coinvolgente e ricca di sentimenti di fede e di bontà. Quando Le chiesi il dono e la grazia di questa intervista Lei mi disse: “Io so poco: conosco solo Gesù e la Madonna”. Le risposi: ”Credo che serva proprio questo per dare un senso alla nostra vita terrena e per essere migliori”. Il Suo sguardo rivolto al  Crocifisso e alla Vergine Maria esprime invocazione e affidamento, la Sua Benedizione ci invita a portare la luce del bene nelle nostre azioni quotidiane, e Lei la accompagna sempre con parole di consolazione e di amore, potremmo dire “con l’alfabeto del cuore”. Quanto è importante trasmettere il messaggio contenuto nella testimonianza di Gesù, con esempi di bontà e di amore? Quanto ci aiuta tutto questo a scacciare “i demoni del male”  che – usando le Sue parole – “si aggirano nel mondo a perdizione delle anime?

Biagio Pascal (1623-1662), è unanimemente considerato una delle più belle intelligenze apparse nella storia dell’umanità. Egli ha detto con convinzione: “Senza Gesù noi non sappiamo chi è Dio e non sappiamo chi siamo noi. Senza Gesù noi non sappiamo qual è il senso della vita e qual è il senso della morte“. Sono pienamente d’accordo: Gesù è l’unica Luce che illumina il mistero della vita. Ecco una prova. Il 4 novembre 1954 lo scrittore svedese Stig Dagerman all’età di 31 anni e al culmine del successo si tolse la vita. In un biglietto lasciò scritto: “Non ho la fede (in Gesù!). E non potrò mai essere un uomo felice, perché non sarà mai felice colui che pensa che la vita sia un viaggio insensato verso una morte certa”. Ma non è così! La vita è un dono meraviglioso ed ha uno scopo meraviglioso: prepararci a ricevere l’abbraccio di Dio al termine della vita. Facendo del bene, noi prepariamo il nostro cuore e lo sintonizziamo con il cuore di Dio per poter essere abbracciati da Lui, che è l’esclusivo proprietario della gioia! Tutto questo non è meraviglioso?! Aveva ragione San Francesco d’Assisi che andò incontro alla morte cantando e invitando i frati a fare festa con lui. Ugualmente Madre Teresa di Calcutta non si stancava di dire: “Il più bello della vita deve ancora venire. La Festa è di là: quaggiù dobbiamo preparare il biglietto per andare alla Festa”. Quanto c’è da imparare dai Santi! Sono i più veri e i più credibili maestri di vita! Perché hanno creduto in Gesù.

“I santi non hanno bisogno di essere applauditi; i santi ci chiedono di continuare la loro opera, ci chiedono di tenere accesa la lampada del loro esempio e il fuoco dell’amore che hanno acceso sulla terra”.  Lei ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, spesso ha avuto occasione di dialogare con lei.
Perché Madre Teresa si prodigò per la redenzione morale e materiale dei poveri diventando un esempio mondiale di amore e dedizione che le valse il premio Nobel per la pace e la beatificazione?
Perché riuscì a domare la ribellione della sua anima di fronte a tanta sofferenza e a trasformarla in una straordinaria energia interiore che, a dispetto della fragilità della sua condizione fisica e del suo aspetto minuto e macilento, rivelò la forza incredibile della sua determinazione che si fa monito e richiamo alle nostre indolenze, ai nostri effimeri turbamenti mondani, alle nostre debolezze?  Quale lezione possiamo trarre dalla sua vita e dal suo coraggio?

L’amicizia con Madre Teresa, ritengo che sia il più grande e (immeritato!) dono che ho ricevuto dal Signore. Mi limito a ricordare l’ultimo incontro. Era il 22 maggio 1997 e Madre Teresa sarebbe andata in Cielo il 5 settembre successivo. La Madre veniva da New York, dove aveva aperto una casa per soccorrere tanti giovani colpiti da AIDS. Mi disse: “In quel Paese i giovani non muoiono per mancanza di pane, ma muoiono per mancanza di luce interiore: sono poveri nell’anima”. Poi mi disse che doveva fare un lungo viaggio: a Dublino, a Londra, in Polonia, a Mosca, in Georgia e poi a Tokyo e Hong Kong e finalmente a Calcutta. Mi permisi di dire: “Madre, non può affrontare un viaggio così lungo e faticoso!“. La Madre prontamente mi disse: “Finché ho un solo respiro devo spenderlo per fare del bene: fare del bene è una festa, è l’unica festa che riempie il cuore di gioia. Quando morirò, porterò con me soltanto la valigia della Carità. Io devo riempirla, finché ho tempo“. Poi mi fissò con i suoi occhi luminosi e mi strinse le mani e mi disse: “Guarda, che vale anche per te! Finché hai tempo riempi la valigia!”. Chi può dimenticare queste parole? Madre Teresa era una maestra di vita e una vera e vivente segnaletica della felicità! 

Durante il Santo Rosario e a suo commento Lei usa sovente citazioni di persone che dopo una vita vissuta secondo altri ideali e valori, si sono convertite al Vangelo riconoscendo la centralità di Gesù nella loro vita ma anche nella Storia dell’umanità. Il miracolo della conversione si realizza quando Dio entra con forza nel nostro cuore. Leggevo in questi giorni un libro su Alcide De Gasperi che si apre con un suo pensiero: “ Ci sono dei momenti nei quali si resta soli con Dio e con la propria coscienza. Allora tutto quello che si è e si è stati affiora alla superficie….” Quanto sono importanti il silenzio e la meditazione per aprire il nostro cuore al miracolo di una continua conversione al bene? Quanto sono decisivi gli esempi della vita di Gesù e della Madonna affinchè si compia questa possibilità  di una incessante rinascita?

Le conversioni sono i veri e grandi miracoli operati dalla Misericordia di Dio! Ho letto tantissimi libri di persone convertite. Tutte concludono nel dire: “Ho iniziato a vivere soltanto quando ho incontrato Gesù!”. L’attrice Laura Antonelli poco prima di morire ebbe l’onestà e l’umiltà di dire: “Nel tempo della mia vita di attrice apparivo sempre sorridente, ma era una maschera: io fingevo di essere felice! Ora sono felice: ora che ho aperto il cuore a Gesù!”. E Jacques Maritain fece questa lucida confidenza: “Gli anni del mio ateismo sono stati gli anni della mia infelicità”. 

Vivendo in un mondo attraversato da continue forme di prevaricazioni e di soprusi, di intolleranze e di coercizioni, di puntigliose note a piè di pagina sulle cose dell’esistenza ci rendiamo impenetrabili alla comprensione della verità. Perché in molte parti del mondo in nome di una fede religiosa si accendono i focolai del fondamentalismo? Può la religione essere motivo di  conflitto etnico, di dissidio, intolleranza e persino di odio tra i popoli, ben oltre possibili dispute teologiche? Qual è dunque il compito che attende i cristiani?  Con quali esempi e con quali comportamenti possiamo essere latori di un messaggio di pacificazione universale?

La religione cristiana, certamente se vissuta con coerenza, non può essere strumento di odio, di conflitto, di guerra. Le parole di Gesù sono nette:  “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,27-36). Questo è il cristianesimo! Il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II stava salutando la folla in Piazza San Pietro, la benediceva con affetto paterno… quando improvvisamente vennero sparati su di lui due colpi di arma da fuoco. E i colpi erano ben mirati verso il cuore: e un proiettile diretto al cuore venne deviato dalla mano benedicente del Papa e andò a colpire l’addome, lo attraversò evitando rene e fegato per uscire dall’altra parte del corpo. Ebbene, sentite cosa accadde subito dopo. Il Papa sembrava destinato a morire. Venne trasferito su un’ambulanza che, a sirene spiegate, si diresse verso il Policlinico Gemelli. Ma, in quelle terribili e umanamente disperate condizioni, il Papa ebbe la forza di dire: “Perdono il fratello che mi ha sparato!“.  “Perdono“: ci pensate!?  “Il fratello”: chiama fratello colui che voleva ucciderlo pochi minuti prima. Giustamente il giornalista Indro Montanelli, sempre pronto e acuto, commentò: “Con queste poche parole, Giovanni Paolo II ci ha detto chiaramente che cosa è il cristianesimo”. 

Quando chiesi al Cardinale Carlo Maria Martini  in che misura la via del silenzio e della preghiera possa essere fonte di rivelazione e di incontro con Dio, mi rispose: “Francamente se dovessi dire alla fine della mia vita qual è il fondamento razionale della preghiera, non saprei dirlo. Prego perché Gesù ha pregato, prego perché il Signore ci invita alla preghiera, prego perché la preghiera è un mistero che ragionevolmente non sembra spiegabile. La preghiera ci mette nel cuore di Dio, nella sua mente, allarga la dimensione dello spirito. La via del silenzio è irrinunciabile. Quanto più crescono le responsabilità, tanto più cresce il bisogno di tempi di silenzio”. Lei stesso, Eminenza, vive intensamente ogni giorno da sempre l’esperienza della preghiera, con un trasporto che mi permetto di definire totale: ci aiuta a comprendere il significato di questa invocazione che è implicita ammissione della debolezza umana, affidamento a Gesù e Maria, certezza di essere ascoltati?  Anche nei momenti bui e dolorosi della nostra vita la preghiera è fonte di consolazione e di speranza: Dio dunque non ci abbandona mai?

Nel mese di settembre dell’anno 1968 incontrai per la prima volta Madre Teresa di Calcutta. Chiesi insistentemente di poterla incontrare e le dissi: “Madre, sono sacerdote da appena un anno. Le chiedo la carità di accompagnarmi con la sua preghiera”. Madre Teresa mi rispose: “Ben volentieri!”. E poi aggiunse: “Quante ore preghi ogni giorno?”. Risposi: “Celebro la Santa Messa ogni giorno e prego il Breviario e non lascio mai il Santo Rosario“. Madre Teresa commentò: “Questo è il tuo dovere! Ma il tuo rapporto con Gesù è un rapporto di amore! E nell’amore non ci si può limitare al dovere! Devi trovare ogni giorno almeno una mezz’ora di tempo per stare in ginocchio davanti a Gesù per respirare e gustare la Sua Presenza e il Suo Amore per te”. Mi permisi di dire: “Madre da lei mi aspettavo che mi chiedesse: quanta carità fai ogni giorno?”.
La Madre prontamente rispose: “E tu credi che io potrei vivere la Carità verso i poveri se non mi mettessi ogni giorno in preghiera davanti a Gesù per essere da Lui riempita di Amore? Ricordati bene: senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri!”.  Fu una salutare lezione per me! Da allora la preghiera è per me un’esigenza, un bisogno del cuore! Quando mi inginocchio davanti all’Eucaristia penso: “Sono davanti a Gesù che ha dato la vita per me, sono davanti all’Amore Infinito!“. E mi sento abbracciato da Gesù e il mio cuore si riempie di fiducia e di ottimismo che mi accompagna per tutta la giornata. 

La figura di Gesù Crocifisso è il compendio della sua immensa generosità: fare dono di sé per la redenzione del genere umano. Non crede che dovremmo ogni giorno soffermarci e contemplare l’immagine del Cristo flagellato, insultato e poi morente sulla Croce per comprendere quanto grande, centrale e significativa sia questa figura nella nostra vita? Lei ricorda sempre il calvario di quella grande sofferenza, il sacrificio estremo del Cristo e colloca la sua parabola terrena al crocevia della Storia. Forse perché quel grande gesto di amore costituisce motivo di meditazione per orientare le nostre esistenze? Forse perché l’intera Storia dell’umanità non può prescindere da quell’incipit che tutto spiega, da cui tutto inizia e a cui tutto ritorna? 

Benedetto Croce (1866-1936) ha fatto una osservazione giustissima. Egli ha detto: “Io sono uno studioso della storia  e devo riconoscere che nella storia è apparsa una sola grande novità: il cristianesimo!”. Ma il cristianesimo è Gesù! E la grande novità che Gesù ha portato nel mondo è questa: Dio è amore! E noi cristiani dobbiamo portare a tutti questa meravigliosa notizia, che ha il potere di dare una svolta e un senso nuovo alla vita. A questo proposito racconto un episodio commovente preso dalla vita di Madre Teresa di Calcutta. Un giorno, raccolta da una fogna all’aperto, viene portata una donna lebbrosa … con un piede rosicchiato dai topi: lo spettacolo era nauseante. Madre Teresa volle seguire personalmente questa impressionante incarnazione del dolore e tirò fuori dal suo cuore tutta la tenerezza che possedeva.
La donna lebbrosa lasciò fare, mentre dalla sua bocca uscivano parole di disperazione e di maledizione.
– Sono stati i miei figli a gettarmi via come un sacco dell’immondizia. Siano maledetti!
– Non maledirli! Una mamma deve sempre benedire!
– Ma tu chi sei? Perché fai così? Perché mi tratti con tanto amore?
– Faccio così perché ti voglio bene.
– Mi vuoi bene? Ma tu non mi conosci. Chi ti ha insegnato a fare così?
– Me l’ha insegnato il mio Dio.
– Il tuo Dio? E come si chiama?
– Il mio Dio si chiama Amore!
– Fammelo conoscere, ti prego!
– Tu già lo conosci. Nelle mie mani è Lui che ti accarezza, nei miei occhi è Lui che ti guarda, nel mio sorriso è Lui che ti sorride, nel mio cuore è Lui che ti ama.
– Che bella notizia mi hai dato! Dio è Amore e io non lo sapevo. Grazie! Dio è Amore e io non lo sapevo. La donna lebbrosa, scartata anche dai figli, è morta con questa esclamazione sulle labbra: Madre Teresa, negli ultimi momenti della sua poverissima esistenza  l’aveva rifornita di speranza … e così è andata incontro a Dio. Oggi tante persone, specialmente nei Paesi ricchi, rassomigliano alla donna lebbrosa. Non è arrivata loro la grande e bella notizia che Dio è Amore! E, allora sono persone disperate e cercano la felicità per strade che non porteranno mai alla felicità.

Le chiedo di ricordare insieme a me le parole pronunciate la sera dell’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII con il suo messaggio: “Continuiamo dunque a volerci bene…. guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà….” Parlando della luna presente quella sera, della carezza ai bambini e del conforto a chi soffre, quel Papa era riuscito in poche parole a comunicare un messaggio intellegibile all’universo intero in quanto amore, ispirazione, affanno e sofferenza sono parte dell’uomo, oltre i distinguo delle fedi religiose, culturali e ideologiche. Non crede anche Lei – Eminenza – che se gli uomini e i popoli della terra cercassero di applicare con tutto il loro cuore, con la loro mente e le loro energie quell’insegnamento, che non può non essere condiviso, basterebbero meno parole per intendersi e vivere nel segno di una ritrovata concordia e di una ricomposta serenità? Perché le parole più schiette e genuine, pronunciate in nome dell’amore universale e della bontà sono quelle che vanno diritte al cuore? E soprattutto: perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino spesso l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Rispondo riferendo quanto disse Giuseppe Prezzolini (1882-1982) al Papa Paolo VI. Il Papa chiese a Prezzolini: “Lei si dichiara lontano dalla Chiesa! Cosa suggerisce per poter avvicinare i lontani alla Chiesa?”. Prezzolini diete una risposta sulla quale dovremmo tanto riflettere. Eccola: “Padre Santo, c’è una sola strada: preparate persone umili e veramente buone, perché solo la bontà attira. Di persone colte ce ne sono fin troppe, di persone intelligenti ce ne sono fin troppe. Ma non sono costoro che rendono più buono il mondo. L’intelligenza suscita ammirazione e la cultura strappa applausi, ma soltanto la bontà attira a Dio e spinge le persone alla conversione”. Quanto dovremmo riflettere su questa acuta affermazione di Prezzolini: “Soltanto la bontà attira e spinge le persone alla conversione”. È vero! Mettiamo in pratica questo suggerimento di “un ateo” e diventeremo calamite che attirano a Dio … anche gli atei più incalliti! I Santi sono la prova convincente della verità del consiglio di Prezzolini.

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Biografia di S.E. il Cardinale Angelo Comastri

Il Cardinale Angelo Comastri nasce a Sorano, in provincia di Grosseto (diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello) il 17 settembre 1943. Nel 1967 è ordinato sacerdote e nominato vicerettore nel Seminario Diocesano di Pitigliano. Nel 1968 è chiamato a lavorare a Roma nella Congregazione per i Vescovi e, contemporaneamente, viene nominato Padre Spirituale nel Seminario Romano Minore e aiuto-Cappellano nel Carcere di Regina Coeli.  Nel 1971 lascia Roma per prendere la direzione del Seminario della sua Diocesi in Toscana. Nel 1979 viene nominato parroco di Porto S.Stefano (Argentario). Nel 1990 viene eletto Vescovo di Massa Marittima-Piombino. Nel 1994 riceve l’incarico di Presidente del Centro Nazionale Vocazioni e viene anche nominato Presidente del Comitato Nazionale per il Giubileo del 2000. Nel 1996 viene nominato Arcivescovo Delegato Pontificio per il Santuario di Loreto.  Contemporaneamente viene nominato Presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali, del Collegamento Nazionale dei Santuari Italiani. Viene nominato anche Vice Presidente della Pontificia Accademia dell’Immacolata. Per la Quaresima dell’anno 2003 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo chiama a predicare gli Esercizi Spirituali alla Curia Romana. Il 6 Febbraio 2005, S.S. Giovanni Paolo II lo nomina suo Vicario per la Città del Vaticano, Presidente della Fabbrica di S. Pietro e Coadiutore dell’Arciprete di S. Pietro. Il Santo Padre Benedetto XVI lo invita a preparare i testi per la Via Crucis al Colosseo, il Venerdì Santo dell’anno 2006. Il 31 ottobre dello stesso anno, Sua Santità Benedetto XVI lo nomina Arciprete della Basilica di San Pietro. Il 24 novembre 2007 il Santo Padre Benedetto XVI lo eleva alla dignità Cardinalizia. È autore di numerosi testi di spiritualità ed è da tutti considerato un grande devoto della Madonna.

 

Se occorre una visione del Paese, una politica più alta è necessaria.

Il mondo cambia rapidamente. Siamo di fronte a cose difficili, che richiedono la verità di una missione alta, senza inganni, totalmente depurata dal più suadente e velenoso dei linguaggi, quello della demagogia. Draghi ha fatto ricorso a una locuzione spesso ripetuta, ma oggi particolarmente valida o quanto meno attraente: la crisi può anche essere un’opportunità, anzi lo deve essere.


In tempi così carichi di minacce di varia natura, può vivere un Paese senza grandi progetti, senza una visione che restituisca fiducia nel futuro individuale e collettivo? Non è una domanda retorica, né un quesito al quale si possa rispondere con sufficienza. Questi non sono tempi per furbi. Si pone dunque un interrogativo fondamentale: cos’è il potere? Un fine o un mezzo? Si governa solamente per continuità o per prendere quelle decisioni, popolari o meno, che corrispondono all’interesse della nazione?

Parliamo delle decisioni che sono ispirate comunque da una visione, programmatica e valoriale, che nasce dal profondo di un’analisi della società e dallo sforzo di interpretare i cambiamenti che le circostanze storiche determinano nel lavoro e nella vita dei cittadini. Cambiamenti che dovrebbero produrre qualcosa anche nel pensiero e nel discorso pubblico. In quelle che una volta erano le “agenzie sociali” del Paese. In realtà il mondo cambia, con una velocità impressionante. Il primo grande mutamento è stato determinato dalla rivoluzione tecnologica che ha stravolto i modi di produrre, conoscere, comunicare, stabilire contatti e relazioni tra le persone. Il secondo è stato la diffusione globale della paura attraverso la sfida del terrorismo integralista, a cominciare dal grande choc delle Torri Gemelle di New York (di cui sabato prossimo ricorre il ventesimo anniversario) e dalle conseguenze del ritiro catastrofico dall’Afghanistan.

Infine la pandemia che ha gelato le economie globali, prodotto centinaia di migliaia di morti, stracciato un numero infinito di contratti di lavoro e sbattuto la vita di milioni di famiglie nella più pericolosa delle condizioni umane: l’incertezza. Di fronte a questo rivolgimento del mondo la politica resta aggrappata disperatamente a un bisogno di sopravvivenza, quasi come l’equipaggio della “Zattera della Medusa” di Gericault. La storia del naufragio rappresentato dal grande pittore francese è interessante e può avere anche un valore simbolico. Nasce, in primo luogo, dalla incapacità del comandante di capire la giusta rotta e dalla sua inesperienza nella conduzione di una nave di quella portata (come spiegava, con parole simili, anche Kierkegaard). Da quella catastrofe, della ciurma rappresentata nel quadro, tornarono solo in dieci.

È il Novecento, grande e tragico, la zattera della ciurma della politica italiana. Aggrappati a quel mondo, che vorrebbero ritrovare, i sopravvissuti immaginano un porto sicuro in cui tutto sia ancora com’era prima. E’ la “calma apparente” delle forze politiche di cui ha parlato Sabino Cassese sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Invece lo sforzo dovrebbe essere quello di capire come il proprio sistema di valori, quale che sia, possa guidare i processi sociali. Non si lavorerà più come prima, non saranno più come prima le città, così il nostro modo di consumare e quindi di produrre. Bisognerà fronteggiare una società che invecchia rapidamente e non genera, almeno in Occidente, la vita necessaria a chiudere il cerchio dell’economia sociale. Bisognerà rendersi conto che l’ambiente non è una bella parola per condire i discorsi (o i paragrafi del PNRR) ma la sfida più urgente e necessaria del nostro tempo e forse l’unica valvola possibile di una ripresa duratura (e non effimera) della crescita economica.

Così si comprende meglio il senso delle parole di Mario Draghi: usare la crisi come un’opportunità. Non per aggrapparsi al vecchio mondo, ma per governare l’alba del nuovo. Usare il debito “buono”, oltre l’emergenza, non per assistenzialismo ma per creare lavoro, ricchezza, equità sociale. Per fare della formazione permanente la principale esperienza di arricchimento del capitale umano, per trovare nuove forme di garanzia della sicurezza sociale, per spostare sulle nuove generazioni non il peso del debito ma la possibilità di accesso al lavoro e a una certa stabilità dell’esistenza. Cose difficili, che richiedono la verità di una missione alta, senza inganni, totalmente depurata dal più suadente e velenoso dei linguaggi, quello della demagogia. La stabilità costringe la politica a parlare di contenuti e i governi a fare le riforme promesse. La precarietà di maggioranze e coalizioni sposta invece l’attenzione sulla durata, sulla sopravvivenza degli esecutivi e non sulla qualità e sulla coerenza dell’agire politico. Il risultato finale di questo confronto è la scelta – in definitiva – tra passato e futuro.

La Chiesa, con il sinodo, dice addio al clericalismo(formiche.net)

È stato presentato ieri il Documento preparatorio della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che si terrà a ottobre prossimo. Il sinodo, parola greca che vuol dire “camminare insieme”, diventa una vera e propria assemblea ecclesiale, cioè un’assemblea di tutto il popolo di Dio, consacrati e laici. Addio clericalismo. Quella odierna è davvero una giornata importante per la comprensione della parola “Chiesa”.

Dopo più di cinquant’anni le vere intenzioni di Paolo VIquando istituì il sinodo dei vescovi trovano finalmente attuazione.

Leggere il Documento preparatorio della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi illustrato oggi lo rende esplicito a tutti. Le resistenze del verticismo, del centralismo e del clericalismo sono state superate. Il sinodo, parola greca che vuol dire “camminare insieme” diventa una vera e propria assemblea ecclesiale, cioè un’assemblea di tutto il popolo di Dio, consacrati e laici. Addio clericalismo.

Il documento illustra i parametri che declinano “la sinodalità come forma, come stile e come struttura della Chiesa”. Basta leggere per rendersi conto di cosa questo significhi: “La sinodalità rappresenta la strada maestra per la Chiesa, chiamata a rinnovarsi sotto l’azione dello Spirito e grazie all’ascolto della Parola. La capacità di immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni all’altezza della missione ricevuta dipende in larga parte dalla scelta di avviare processi di ascolto, dialogo e discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire”.

Il testo chiarisce bene per chi non avesse inteso: “La sinodalità non è una questione di semplice amministrazione interna alla Chiesa; essa indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice”. Bergoglio lo aveva detto chiaramente nel 50esimo anniversario dell’istituzione del sinodo dei vescovi: “Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola Sinodo. Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica”.

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https://formiche.net/2021/09/sinodo-clericalismo-chiesa-popolo-di-dio/

Sussurri e grida. Salmi laici e cristiani per il nostro tempo.

Con questo titolo esce per Gabrielli editore questo denso volume di Gilberto Squizzato, che indaga le origini del dialogo tra l’uomo e Dio, per interrogarsi e discutere con parole nuove sul valore della preghiera oggi.

Se siamo usciti dal mondo religioso per approdare a una fede cristiana pienamente laica, dobbiamo fatalmente rinunciare anche all’esperienza della preghiera? Essendoci lasciati alle spalle ogni immagine antropomorfa del “Divino”, avremo mai più un Tu con il quale poter dialogare nell’intimo delle nostre coscienze? La preghiera per noi moderni può essere solo un doloroso momento di autocoscienza chiuso su se stesso?

L’Autore compie l’“azzardo” di tradurre le preghiere che furono di Gesù di Nazareth, gli antichi Salmi che Israele attribuiva a Davide, il re di Sion vissuto mille anni prima dell’uomo della croce. Ma lo fa con parole nuove, adatte ai nostri tempi: perché “il Divino” per noi, donne e uomini di oggi, non può più essere il Dio degli eserciti di Davide e dei figli di Israele, ma neppure il Dio onnipotente che sul Golgota non ha voluto salvare l’innocente.

Cosa ci resta allora di quell’antica fede, adesso che abbiamo imparato a fare a meno della religione e della sua cosmologia, e dunque del soprannaturale metafisico? Riprendendo il titolo del prodigioso film di Ingmar Bergman, ci restano “sussurri e grida”, ugualmente laceranti ma insieme luminosamente fiduciosi nella promessa del Regno (del futuro) annunciato dall’uomo della croce: parole come queste di un possibile “breviario laico” che potrebbe accompagnare la giornata di chi provasse oggi a credere, oltre i confini della religione, in questi tempi così nuovi, così rischiosi, così difficili.

Chi è l’autore

Gilberto Squizzato (1949) è giornalista, autore e regista. Ha girato centinaia di inchieste e reportage per i Tg Rai, numerose serie di documentari sceneggiati. Ha insegnato al Master di giornalismo dell’Università Statale di Milano. L’editore Gabrielli lo ha scoperto nell’inedito ruolo di teologo e ricercatore biblico non accademico pubblicando nel 2010 Il miracolo superfluo  (il Vangelo di Gesù spiegato ai miei figli nell’età del nichilismo); nel 2013 Il Dio che non è “Dio”. Credere oggi rinunciando a ogni immagine del divino,ed infine nel 2017 Se il cielo adesso è vuoto. È possibile credere in Gesù nell’età post-religiosa?

Per informazioni

https://www.gabriellieditori.it/shop/spiritualita/gilberto-squizzato-sussurri-e-grida/

Martinazzoli, il capo empatico. Il ricordo di Castagnetti a dieci anni dalla scomparsa.

Gli fu affidato il compito di salvare la Dc. Con lui il partito ritrovò la sua anima antica, ma non bastò. Il corpo, ovvero il corpo elettorale democristiano, non c’era più.

Pierluigi Castagnetti

A me manca molto, sia umanamente che politicamente. Gli venne affidata quasi trent’anni fa, “per disperazione”, la missione di salvare la Dc, ma l’impresa non gli riuscì.

Perché è finita la Dc? La risposta più facile, ma troppo semplicistica, potrebbe essere: tangentopoli. Sia chiaro, tangentopoli ha avuto un ruolo, ma è stato quello dell’ultimo colpo. Ma non si è trattato di uno schianto improvviso, vari scricchiolii lo avevano annunciato. L’ultimo fu l’esito delle elezioni del 1992 quando, per la prima volta, la Dc scese sotto il 30% (e tangentopoli non era ancora esplosa).

Ma per evitare la banalizzazione dall’analisi si dovrebbe dire che, dopo il Concilio Vaticano II, i due referendum su divorzio e aborto, e la fine del comunismo con la caduta del Muro, erano cambiate pressoché tutte le condizioni che propiziarono la nascita della DC, al punto che un qualsiasi elemento strutturalmente dirompente ne avrebbe potuto determinare la crisi finale. Come in effetti avvenne.

Martinazzoli era consapevole che la salvezza della DC sarebbe potuta avvenire soltanto insieme alla preservazione del modello di democrazia del paese, laica ma non laicista, pluralista, a rappresentanza proporzionale e con forte ancoraggio popolare. La profonda ferita di tangentopoli che aveva messo a nudo il declino morale dello Stato, aveva concorso a spezzare proprio l’ancoraggio popolare di tutto il sistema. La DC che ne rappresentava l’asse, ha finito inevitabilmente per pagare il prezzo maggiore.

Per tornare a Martinazzoli, mi piace ricordare il giudizio che ne dette il prof. Gabriele Calvi, uno dei maggiori psicologi sociali del paese, che lo ha definito appunto “non un capo carismatico, ma il miglior capo empatico apparso nella vita pubblica italiana nel corso degli ultimi decenni”. Empatico, per la sua inclinazione a non essere come la gente, ma ad apparire alla gente come i politici dovrebbero essere.

Eppure non bastò la su empatia a salvare il partito. L’anima antica con Martinazzoli era stata ritrovata, ma ormai era troppo tardi, era rimasta senza il corpo.

[Tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Le politiche, le coalizioni e il centro.

Interessante l’analisi della Gisleri sulle prospettive di voto da qui al 2023. Dopo anni di esaltazione del bipolarismo si ritorna puntualmente ad individuare nel centro il luogo politico decisivo per far pendere la vittoria da una parte o dall’altra.

Alessandra Ghisleri, attendibilissima sondaggista e raffinata osservatrice della politica italiana, ci ha spiegato sulla “Stampa” di domenica che la competizione politica tra il centro destra e la sinistra resta tuttora aperta anche se l’alleanza guidata da Meloni/Salvini/Berlusconi conserva una discreta maggioranza nei consensi. Sempre sulla base dei sondaggi, come ovvio.

Al di là degli orientamenti di voto e del gradimento attorno ai temi del giorno come quello sull’uso del green pass e della vaccinazione obbligatoria o meno da parte dei vari partiti, quello che continua ad essere molto interessante dallo studio della Ghisleri è che l’elettorato che sarà decisivo in vista della vittoria finale alle prossime elezioni politiche – almeno stando al profilo dei due schieramenti in campo – sarà il cosiddetto “voto di centro”. Ovvero l’orientamento di quel pezzo di elettorato che non si riconosce nella violenta radicalizzazione della lotta politica – la disputa quotidiana tra Letta e Salvini è persin troppo emblematica – e che auspica la nascita di un polo/ federazione/luogo politico che sia in grado di moderare i due schieramenti in competizione. E quindi non un luogo trasformistico o di mero posizionamento tattico, ma un soggetto che declini, al contempo, anche e soprattutto una “politica di centro”. Certo, essendo la competizione sostanzialmente bipolare, è del tutto naturale che le forze di centro si schierino in entrambi i fronti. Soprattutto quando si deve prendere atto che il sistema elettorale non è ispirato ad un impianto di natura proporzionale.

Ecco perchè, stando alla lettura fornita dalla stessa Ghisleri, si è nuovamente di fronte ad una questione che prima o poi andrà sciolta. Ovvero, la necessità di costruire una proposta politica – fuorchè si voglia giocare un ruolo puramente testimoniale e politicamente irrilevante – che sia in grado di essere determinante per la vittoria di uno dei due poli. E questo anche perchè gli attuali protagonisti politici che vengono citati e che potrebbero essere artefici di questa potenziale aggregazione sono accomunati da alcuni elementi che confliggono con le ragioni elementari del consenso: o perchè sono radicalmente e strutturalmente inaffidabili, o perchè sono eccessivamente egocentrici o perchè, infine, non rappresentano più alcuna novità nel panorama politico italiano.

Si ritorna, quindi, al nodo centrale del dibattito politico. E cioè, dopo anni di esaltazione del bipolarismo, della contrapposizione frontale tra i partiti e della reciproca delegittimazione politica e personale – questa figlia diretta della deriva populista, demagogica e qualunquista del grillismo militante – si ritorna puntualmente ad individuare nel centro il luogo politico decisivo per far pendere la vittoria da una parte o dall’altra. E sarà proprio questa la frontiera, e la scommessa, attorno alla quale si gioca la prossima partita politica. Ben sapendo che l’esperienza Draghi è destinata, almeno in parte, a modificare la natura e il profilo del sistema politico italiano. Dove, cioè, un luogo di centro e una politica di centro non solo saranno importanti ma addirittura essenziali per declinare anche e soprattutto una vera cultura di governo.

Cosa dovrebbe suggerire Barcellona

Gualtieri ha dialogato con la Sindaca di Barcellona, giunta a Roma per dare una mano al centro sinistra. Non si è parlato di sistema elettorale. Invece l’esperienza spagnola può suggerire le soluzioni per strappare il Consiglio comunale a un destino di irrilevanza.


Nei giorni scorsi la Sindaca di Barcellona
è venuta a Roma per dare il suo appoggio alla candidatura di Roberto Gualtieri. Questo legame con la capitale della Catalogna rappresenta una consuetudine per la sinistra romana. Anche nel 1993, in preparazione della sua campagna elettorale, Rutelli fece tappa da quelle parti per acquisire gli elementi più utili ai fini della formazione – così fu detto – di nuovi indirizzi e contenuti amministrativi per la Città Eterna. All’epoca il sindaco era Pasqual Maragall, carismatica figura del socialismo catalano. Oggi Ada Colau governa Barcellona con una formula ibrida, figlia in parte della stagione che ha visto il successo della sinistra antiglobalista, ma non più ben accetta dal gruppo consiliare espressione di Podemos, il partito nato sull’onda di quella stagione di entusiasmi e propositi radicali.

Il Pd avrebbe potuto, in ogni caso, attirare l’attenzione sulle differenze che intercorrono tra il sistema elettorale italiano e quello spagnolo relativamente alla elezione deiSindaci. Da noi, infatti, vige una regola che porta all’investitura popolare del Primocittadino, anche a prescindere dalla esistenza, in casi estremi, di una maggioranza a suo sostegno; in Spagna, invece, il sistema (proporzionale con sbarramento al 5 per cento) prevede che il Sindaco debba essere eletto in Consiglio comunale, anzitutto ricercando al suo interno la maggioranza assoluta, poi ripiegando sulla nomina d’ufficio del capolista della lista più votata, anche se ciò non si accompagna alla acquisizione del 50 più 1 per cento dei voti espressi in Consiglio. Ciò significa, in pratica, che il Sindaco assume l’incarico con la prospettiva di ricercare volta a volta l’appoggio di una maggioranza, anche flessibile. La stabilità è garantita, per quanto possibile, dall’obbligo di presentare con la sfiducia al Sindaco una proposta alternativa (il cosiddetto metodo della sfiducia costruttiva).

Ada Colau ha riconquistato nel 2019 il diritto a guidare la città grazie al contributo di Manuel Valls, l’ex Primo ministro francese, candidato a Sindaco in virtù specialmente delle sue origini catalane. In sostanza, tre voti di Ciudadanos, la metà di quelli che il partito liberal-democratico aveva guadagnato nelle elezioni municipali, hanno seguito l’indicazione di Valls (candidato appunto di tale partito). Questi si è dunque inserito nel gioco, dando alla Colau la spinta necessaria, senza per altro chiedere nulla in cambio, affinché attorno alla sua persona fosse raggiunta la maggioranza relativa. Da qui, tuttavia, la simmetrica apertura di un fronte polemico dal versante di sinistra della coalizione.

In effetti, la modalità di elezione prevista dal sistema spagnolo non implica la trasformazione del Sindaco in una sorta di Podestà. La governabilità non viene imposta, come se il premio di maggioranza (alle volte smisurato) valesse più di qualsiasi rispetto per il consenso reale dei cittadini, ma resa possibile dalla “contrattazione” che il Primocittadino ha la responsabilità di gestire in un sano, ancorché faticoso, rapporto con il Consiglio comunale. Ci sono motivi, insomma, per prendere spunto da Barcellona, ovvero dal modello elettorale municipale adottato nel 1985 dalla Spagna. Vale più questo, ai fini di un recupero di vivacità della democrazia locale, che non tante fantasmagorie nello scenario “alla Casaleggio” di una democrazia diretta e partecipata, come se gli esempi di Barcellona fossero davvero così originali e soprattutto così convincenti.  

Bernard-Henri Lévy: “Dopo la disfatta, dobbiamo sostenere la resistenza afghana”. Un’esclusiva dell’Agenzia Italia.

Intervista al filosofo francese: “Abbiamo dato ai talebani il Paese su un piatto d’argento, ora dobbiamo limitare i danni, per alleggerire la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

In Afghanistan, per l’Occidente, più che di un ritiro si è trattato di una “disfatta” e adesso bisogna aiutare la resistenza nel Panshir guidata da Ahmad Massoud. A dirlo all’AGI è il filosofo e scrittore francese Bernard-Henri Lévy, secondo il quale gli Stati Uniti “hanno deciso di cedere il Paese ad una organizzazione che essi stessi consideravano terroristica”.

Ora, osserva Lévy, occorre “limitare i danni” esercitando pressioni sui talebani con tutti gli strumenti a disposizione per alleggerire “la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

L’intellettuale teme che l’Afghanistan torni ad essere un rifugio per i terroristi: “I legami che i talebani hanno con Al-Qaeda sono di lunga data, organici, familiari. Quanto all’Isis in Afghanistan, non dimentichiamoci che è nato da una scissione interna ai talebani”. In tutta questa vicenda, aggiunge infine Lévy, “sono i russi, i cinesi, ma anche gli iraniani, i turchi e il Qatar che trarranno maggiori vantaggi”. Insomma, “assistiamo a un vero e proprio ribaltamento geopolitico”.

Come giudica l’epilogo di questi 20 anni di presenza straniera in Afghanistan? È stato un successo o una debacle per gli Usa e i suoi alleati?


“Una debacle, senza dubbio. A causa dell’atmosfera di ‘si salvi chi può‘ generale, di panico, che ha accompagnato il ritiro militare. Ma non è stato un ritiro, è stata una ritirata. Anzi, non è stata nemmeno una ritirata: è stata una disfatta. In realtà la storia era già scritta con gli accordi di Doha, nel febbraio 2020, fra gli Stati Uniti e i talebani. Perché i talebani? Perché aver dato loro questo ruolo, questa legittimità? Perché aver negoziato con loro e non con il governo afghano, addirittura in assenza di quest’ultimo? La partita era già compromessa da quel giorno. Gli Stati Uniti, senza che li costringesse nessuno, hanno deciso di cedere il Paese ad una organizzazione che essi stessi consideravano terroristica”.

 

Ahmad Massoud e il Fronte Nazionale della Resistenza stanno combattendo contro i talebani nella valle del Panshir: l’Occidente dovrebbe aiutarli?

“Mi sembra evidente. Sono uomini che difendono i nostri valori. Hanno una cultura ancestrale, molto bella, molto grande, molto nobile, ma, in più, difendono i nostri valori. Cioè quei diritti elementari, assolutamente compatibili con la loro cultura. Mi riferisco al diritto a non subire mutilazioni, del diritto di una donna a non essere lapidata, del diritto di un ragazzo di ascoltare musica, e così via. E noi dovremmo abbandonare queste persone? Lasceremmo i talebani, che hanno fatto man bassa degli enormi arsenali che abbiamo abbandonato, sconfiggere la loro resistenza? Sarebbe indegno. Non è possibile. Motivo per il quale, sì, penso che bisogna aiutare il Panshir. Aiuti umanitari. Ma anche un aiuto politico e logistico”.

Negli ultimi giorni i governi di alcuni Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno in qualche modo posto le condizioni ai talebani per quanto riguarda la composizione del loro governo e le loro politiche: è questo un buon approccio?

“Lo ripeto, il buon approccio sarebbe stato di non dare loro l’Afghanistan, su un piatto d’argento. Tuttavia, una volta che questo è accaduto, che è stato commesso questo errore, come comportarsi? Cosa occorre fare? Limitare i danni, salvando ciò che si può ancora salvare. E non abbandonando i malati, i fragili, i più poveri. Occorre, quindi, utilizzare quella influenza e quel credito che ci restano affinché Kabul dia vita al governo meno peggio possibile. Penso che ai talebani, dopo la nostra partenza vergognosa, non importi molto di ciò che pensiamo e vogliamo. Ma forse non del tutto. E ciò che ci resta come capacità di pressione su di loro, come potenza finanziaria, l’Fmi, la Banca mondiale, i miliardi bloccati a Washington, tutto questo deve essere utilizzato a nostro vantaggio per alleggerire un po’, ma veramente poco poco, la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

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https://www.agi.it/estero/news/2021-09-06/disfatta-afghanistan-intervista-bernard-henri-levy-13777812/

In difesa del Ministro dell’Ambiente. Parlare del nucleare non può essere un tabù.

È un errore dividere in buone o cattive, a priori, le fonti di energia. L’alternativa al petrolio o al carbone richiede l’espressione di una concreta volontà politica. Sulla Germania grava la responsabilità dei ritardi nel campo di una coerente strategia per l’ambiente.


Il recente invito del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ad andare oltre le ideologie nei confronti del nucleare civile di ultima generazione, appare quanto mai opportuno nel metodo e nella sostanza. La realt
à delle cose è molto diversa da una narrazione quasi manichea che divide le fonti d’energia in buone e cattive. E il tema dell’energia ha delle implicazioni enormi che vanno al di là dell’ambito tecnico.

Un approccio sereno e senza preconcetti dovrebbe portarci a riconoscere che le energie rinnovabili danno sì un buon contributo in termini di indotto economico e soprattutto in termini di cambio di mentalità, di sensibilità ambientale ma allo stesso tempo esse coprono percentuali non decisive del fabbisogno energetico e non sempre con la continuità essenziale per assicurare la stabilità della rete elettrica. Ad esempio, nell’inverno scorso, quando nella mitteleuropa le eccezionali nevicate, seguite da forti gelate e da prolungata assenza di vento, misero fuori uso nel contempo pannelli solari e pale eoliche, la rete elettrica europea rischiò il collasso.

Il tema dell’energia presenta altresì delle forti implicazioni geopolitiche. A tal punto che il controllo delle fonti di energia venne considerato dopo la seconda guerra mondiale una questione per la sicurezza mondiale, escludendo da tale mercato le nazioni non ritenute sufficiente affidabili.

Permane, dunque, una “questione tedesca” anche in campo energetico, rafforzata dal modo, non del tutto lineare e sbrigativo, con cui la classe dirigente tedesca, mise da parte uno statista come Helmut Kohl, fra i massimi rappresentanti della radicale svolta che la Germania seppe compiere rispetto al suo ingombrante passato, per riallacciare invece i legami di continuità con la tradizionale geopolitica della nazione. In tal modo la Germania negli ultimi trent’anni ha riguadagnato l’egemonia in Europa per la sua solita via economica, e iniziato ad accarezzare l’idea di poter esercitare un ruolo da potenza mondiale. L’asse mercantilistico (e non solo) con la Cina a questo da anni sta servendo.

Un disegno che trova negli Stati Uniti un ostacolo insormontabile almeno finché la Superpotenza mantiene il controllo del mercato del petrolio, trattato in dollari. Non potendo sostituire il dollaro come valuta mondiale, in taluni think tank si pensa di poter sostituire il petrolio come principale fonte d’energia. È confronto geopolitico di prim’ordine. Bene quindi ha fatto il ministro Cingolani, ragionando più da ministro degli Esteri che da ministro della Transizione, a riaprire il discorso sul nucleare in Italia, che ad oggi resta la fonte d’energia migliore in alternativa alle fonti fossili.

Quanto al dibattito su altre alternative “serie” al petrolio, il vero problema, ridotto all’essenziale, non è che manchino le tecnologie, manca la volontà politica di implementarle. Il nodo politico è “chi” guida questo processo non il “come” si producono le nuove energie. Appare chiaro che solo gli Stati Uniti possano assumerne la guida, e che occorra riconoscerlo senza tentennamenti. Il controllo americano sul mercato energetico del futuro costituisce nel contempo la garanzia di una dimensione globale per la transizione energetica, l’antidoto ad ogni latente velleità revanscista da parte di chi non potrà mai ambire a guidare il mondo e un forte contrappeso all’ascesa della Cina.

L’Italia, con le sue eccellenze mondiali nella ricerca scientifica e nelle tecnologie ha tutto l’interesse a contribuire a un tale piano e ad evitare che le chiavi del mercato energetico del futuro possano finire in mani sbagliate.

Oltre la tenaglia fra stato e mercato: “l’ecologia delle istituzioni”. Nota approfondita sul sito di “Comunità di connessioni”.

L’articolo riprende una riflessione scritta per “Vita pastorale”, ampliandola e contestualizzandola come ripresa e ulteriore svolgimento di una riflessione apparsa sul sito di “Connessioni” nel marzo scorso. Attingere all’originale attraverso il link permette di leggere anche le note (qui omesse).

Alcuni mesi fa (per la precisione, all’inizio della primavera, in uno scenario che – per quanto non remoto – è ormai completamente mutato, a riprova di quanto questa strana stagione ci ponga di fronte a continui rivolgimenti di fronte), chi scrive offriva dalle pagine di questo sito una piccola riflessione sulla necessità di una “ecologia istituzionale” che possa, all’esito del “tempo di pandemia” dal quale siamo attraversati, rinnovare alcune delle coordinate che determinano gli equilibri attuali fra i poteri pubblici e i cittadini.

Premessa del discorso è che, più che di veri punti di equilibrio, si debba parlare di “dis-equilibri”, ossia di approdi sdrucciolevoli ed insicuri, prodotti di lunghi rivolgimenti mai pienamente maturati; del perdurare, accanto a non del tutto dischiusi embrioni di cambiamento, di una grammatica antica del diritto e del potere (ancora imperniata sul dominio concettuale dell’arsenale ideologico della statualità moderna), lasciata a gestire – inadeguatamente – un magmatico divenire della realtà socio-economica.

Ulteriore premessa è quella tratta dall’osservazione del tempo di crisi in cui siamo immersi: crisi che, agendo da catalizzatore di tendenze e di fenomeni socio-economici già in atto, ha costretto e costringe tutti noi a confrontarci, attraverso lo specchio distorto e allucinato della malattia e della morte in quanto fenomeni collettivi con i grandi problemi e con le grandi ferite del nostro contesto post-moderno.

Come si accennava in quella occasione, non può negarsi che l’epidemia abbia svelato, innanzitutto, la drammaticità di una tenaglia in cui siamo intrappolati, quella cioè che vede da un lato un sistema produttivo che, nel crepuscolo della dinamica capitale-lavoro, fa leva sulla circolarità (nel debito) dell’economia finanziaria e sulla riduzione del lavoratore (e del civis) a puro consumatore; e, dall’altro lato, un sistema istituzionale in affanno, che cerca di dare risposte al tempo della crisi ripescando l’armamentario della statualità moderna nella sua versione “forte”, monolitica, accentratrice, quando non schiettamente autoritaria, proponendo la grammatica del potere sovrano come unico tessuto di protezione per individui, altrimenti soli, in balia di fenomeni che si danno su scala troppo ampia per essere controllati.

Si tratta, come ognuno vede, di una tenaglia che poggia su due grandi illusioni: quella della crescita infinita del prodotto(impossibile in un mondo di risorse finite, e peraltro nemmeno più abbondanti) e quello della statualità come approdo ultimo della ragione politica (lo Stato vive nella Storia e come ogni prodotto storico ha avuto un inizio e avrà una fine). Ma questa tenaglia, si intende, non è stata certo creata dall’emergenza: al contrario, l’emergenza ha portato allo scoperto delle correnti carsiche che percorrevano la nostra società al di sotto dell’ingannevole calma del quotidiano (con le sue distrazioni).

A riprova di questo formarsi della tenaglia di cui stiamo parlando in una vera e propria longue durée, chi scrive andava citando alcune delle critiche ormai “classiche” alla società di massa novecentesca (di cui la post-modernità eredita tutti i problemi, estremizzandoli e affastellandone degli altri), sottolineando come esse suonino oggi attuali ai limiti del profetico. L’esempio posto sotto la lente di ingrandimento, allora, era stato quello della veemente posizione “antimoderna” di un pensatore economico-politico tornato di recente alla ribalta, perché visto come uno dei possibili ispiratori del pensiero e dell’azione di Mario Draghi. Si tratta di Wilhelm Röpke, noto come teorico della c.d. “terza via” e padre ideale del c.d. “ordoliberismo”, dommatica di politica economica (ma non solo) che per molti (critici) è profondamente iscritta nell’agire delle istituzioni europee, tanto da orientarne in modo quasi ineluttabilmente meccanico le scelte.

Proprio la connessione inevitabile (e non ingiustificata) che si istituisce fra Röpke e il pensiero c.d. “ordoliberista” ha offerto il destro ad alcune critiche, che chi scrive ha trovato molto interessanti, alle posizioni espresse nel piccolo intervento al quale più volte ci si è richiamati. Sembra quindi il caso di chiarire ed espandere, allora, alcuni punti fondamentali del ragionamento, forse lasciati in ombra dalla mancata piena esplicitazione del senso del rimando al pensiero dell’economista di Schwarmstedt.Sottinteso di quel rimando è la convinzione che Röpke “antimoderno” sia, in verità, molto più “contemporaneo” ed attuale di quanto la sua eredità nel campo del pensiero economico possa far supporre.

È necessaria una attenta analisi della critica di Röpke (ma di tanti altri) alla perdita di senso della vita umana spersonalizzata, ridotta a mera individualità dal predominio della tecnica e da una concezione, in fondo, autoritaria della politica. D’altronde, non può che essere autoritaria ogni concezione che si imponga la salvaguardia di un “collettivo” di individui, perché il bene comune di questo “collettivo” è nella salvaguardia del tutto prima che delle parti, come già insegnava Jacques Maritain; ben altra cosa è, invece, il bene comune di una società che si concepisca come società di persone: questo è un bene comune per-la-libertà, poiché deve risolversi a vantaggio e beneficio della persona umana, che mira a realizzare la propria dignità e la propria libertà.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/ecologia-delle-istituzioni/

Ora un New Deal fra Biden e Draghi. Lo scrive La Palombara su “formiche.net”.

Dopo il caos e gli errori in Afghanistan, gli Stati Uniti cercano sponde in Europa. Difficile trovarle a Londra o Berlino. Ma con Draghi Biden può trovare un’intesa di ferro, a partire dalla vera sfida: l’economia post Covid. L’editoriale di Joseph La Palombara, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Yale.

Raramente gli Stati Uniti hanno avuto così bisogno, oltre alle critiche martellanti, di amici veri dall’altra parte dell’Oceano, specialmente in Europa occidentale. Siamo chiari: il presidente Joe Biden ha fatto degli errori. Non è riuscito, ad esempio, ad associare il ritiro americano dall’Afghanistan alle precedenti amministrazioni che avevano concordato l’operazione con i Talebani.

L’intelligence americana non è stata capace di prevedere il macello e il caos che avrebbero accompagnato un’uscita precipitosa. Se mai è esistito un piano degli Stati Uniti per un abbandono dell’Afghanistan anticipato, completo e privo di equivoci, quel piano è rimasto sulla carta, purtroppo.

Questi errori grossolani non cancellano una verità scomoda: era arrivato il momento di abbandonare l’Afghanistan al suo destino. Se due decenni di escalation e una massiccia presenza americana non sono riusciti a rendere Kabul in grado di governare il Paese, chi mai si sarebbe preso il rischio di altri dieci anni di fallimento laggiù?

Ora è il momento di pensare al dopo. Gli Stati Uniti cercano sponde. È improbabile che un aperto supporto arrivi da una Germania ancora potente sul piano economico ma alle prese con una difficile tornata elettorale in autunno. Difficile aspettarlo da un primo ministro Tory come Boris Johnson, né sarebbe particolarmente apprezzato a Washington. Lo stesso non si può dire di Emmanuel Macron in Francia, o Mario Draghi in Italia.

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https://formiche.net/2021/09/new-deal-biden-draghi-palombara/

Il candidato sindaco di Roma ‘favorito’ su Twitter. Analisi a cura di Kpi6.

Sul social il tema dello smaltimento dei rifiuti è il più discusso tra i romani, seguito dal rilancio turistico della capitale. Carlo Calenda e Virginia Raggi sono i più attivi nelle conversazioni online.

In generale l’analisi quantitativa dei contenuti pubblicati, sotto forma di tweet e risposte, vede Carlo Calenda nettamente avanti rispetto ai restanti competitors. Sommando i tweet di Calenda e Raggi (84%) si può osservare una differenza molto ampia rispetto a quelli di Michetti e Gualtieri, confermando strategie di comunicazione differenti tra i candidati al Campidoglio.

Per quanto riguarda le preferenze tematiche oggetto di analisi, si possono osservare posizionamenti sensibilmente diversi: quando si parla di economia e turismo il candidato più menzionato è Carlo Calenda che solitamente ne discute molto approfonditamente, attivando numerosi thread di conversazioni, mentre le mentions per Virginia Raggi riguardano principalmente la mobilità urbana e la gestione dei rifiuti. Anche per Michetti il focus delle conversazioni si stringe sui trasporti pubblici oltre che sulla sicurezza, mente per Gualtieri si concentra sull’economia e sul ciclo dei rifiuti.

Sommando tutti i temi più dibattuti tra i cittadini romani, è proprio il problema dell’emergenza rifiuti e l’assenza di impianti attivi per il loro smaltimento, ad essere maggiormente presente nelle conversazioni (30%). Un problema del quale si discute da anni a Roma, sul quale proprio in questi giorni è intervenuta l’Azienda Municipale Ambiente (AMA) che ha ribadito la gravità della situazione: se non verranno trovati gli spazi negli impianti di trattamento e nelle discariche per lo smaltimento dei rifiuti, il rischio è che duemila tonnellate a settimana rimangano a terra, nelle strade della capitale. Una percentuale di interessa molto alta dedicata dai candidati (24%) riguarda il rilancio turistico di Roma, specialmente dopo la riduzione dei flussi dovuti al Covid.

La sentiment analysis – ossia l’analisi computazionale di sentimenti e opinioni ricavabili all’interno di testi, uno studio che consente di selezionare e valutare le interazioni tra utenti, in un determinato contesto, in un arco temporale definito – effettuata sui quattro candidati, vede Carlo Calenda al primo posto per sentiment positiva (31%) seguito da Michetti (30%), e in condizione di parità Raggi e Gualtieri (25%). Sono percentuali positive estratte dalle conversazioni associate ai nomi dei quattro candidati. I valori negativi, invece, in questo genere di analisi sulla politica e le contese elettorali, sono solitamente sempre molto alti; l’ostilità tra le diverse audience di elettori e gli attacchi politici trasversali concorrono ad alzare i livelli di negatività della discussione pubblica e di conseguenza i valori di sentiment negativa.

Per leggere il testo integrale

https://www.agi.it/politica/news/2021-09-05/elezioni-sindaco-roma-analisi-algoritmi-twitter-13761728/

Martinazzoli, una riflessione sul futuro dei cattolici.

Ricordare Mino Martinazzoli non significa solo rimpiangere una stagione di grandi figure e grandi esempi, con innegabili e positive rifrazioni nella sfera istituzionale. Significa anche prendere atto della insussistenza del cattolicesimo politico italiano in mancanza di una classe dirigente altrettanto adeguata e pertinente.

Ricordare Mino Martinazzoli a 10 anni dalla sua scomparsa significa rileggere, ancora una volta, il magistero politico, culturale e istituzionale non solo di un leader politico ma di uno statista e di un intellettuale. Un leader e uno statista che affondava le sue radici ideali nel cattolicesimo liberale, popolare e democratico del nostro paese. Nel caso di Mino partendo da quel cattolicesimo liberale – da Manzoni a Rosmini a Sturzo – che si prolungava sino alla miglior tradizione del cattolicesimo democratico italiano. Insomma, al filone moroteo.

Ma la domanda centrale che emerge, ogniqualvolta ci ritroviamo a ricordare questi amici leader e statisti, in tutta la sua ruvidezza è una sola: ovvero, com’è possibile che ormai da molto tempo la galassia che è riconducibile alla tradizione del cattolicesimo politico italiano nelle sue multiformi espressioni non riesca non solo a riprodurre una classe dirigente di quel livello ma che, soprattutto, non abbia neanche più le capacità di declinare quella cultura nella dialettica politica contemporanea? Certo, nel frattempo sono state distrutte tutte quelle categorie politiche che hanno contribuito da un lato a spazzare ogni riferimento culturale e, dall’altro, a produrre di conseguenza una classe dirigente del tutto occasionale, decadente, casuale e aliena da qualsiasi radicamento sociale ed espressività ideale.

Quello che Mino definiva, giustamente, come una classe dirigente legata esclusivamente al “presentismo”. E, come ovvio, l’irruzione nelle sue varie declinazioni del populismo ha dato il colpo di grazia alla possibilità per la politica di rialzare il suo prestigio, il suo ruolo e la sua funzione. Quei valori e quella prassi che sono stati centrali nel lungo e articolato magistero politico e istituzionale di Mino Martinazzoli, sempre accompagnato dalla cultura della mediazione, dal limite stesso della politica, dai principi della democrazia liberale e da un inesauribile e persistente ancoraggio all’umanesimo cristiano e popolare. Categorie, come dicevo poc’anzi, liquidate prima dalla rottamazione renziana e poi dall’ideologia dell’uno vale uno di matrice grillina.

Ecco perchè ricordare e rileggere, oggi, Mino Martinazzoli non significa solo rimpiangere una classe dirigente e una statura politica ed ideale di uomini e donne semplicemente improponibili. Ma, soprattutto, prendere atto che anche una tradizione nobile ed antica come quella del cattolicesimo politico italiano non può ritrovare e reinverare le sue potenziali ed utili ragioni politiche e culturali senza la presenza di una classe dirigente altrettanto adeguata e pertinente. Nessuno pretende, com’è ovvio, di ritrovare nella politica italiana un erede o più eredi di Mino Martinazzoli o di altri grandi statisti e leader cattolici democratici o popolari o sociali ma, almeno, non limitare o ridurre questa corrente costitutiva e decisiva della stessa democrazia italiana ad una sorta di semplice commemorazione di quello che fu. Per rispetto al passato innanzitutto e per continuare ad investire nel futuro dall’altro. Non per il bene dei cattolici ma per la qualità della nostra democrazia.

Rendiamo l’Italia più moderna. Dov’è finita la legge sulla concorrenza? Senza riforme non si ha progresso.

In Italia le quisquilie assumono nel dibattito nazionale importanza enorme, mentre le questioni vitali per le famiglie, per la buona impresa, per la buona amministrazione pubblica sono relegate in un cantuccio. Eppure tutti chiedono benessere e più occasioni d’impiego, nonché stabilità dei posti di lavoro.

Un momento così determinante per il nostro futuro, dovrebbe essere vissuto con più responsabilità e serietà da parte dei soggetti che in qualche modo influenzano e decidono il modo di pensare e di agire del paese. Politici, opinionisti, associazioni sociali, avrebbero il compito di orientare il Paese nel unirsi in un tutt’uno, per sprigionare la condizione di grazia che alimenta quella energia virtuosa che sa superare ogni resistenza di interessi particolari opposta a quelli generali.

Ormai tutti sono convinti che il piano europeo di investimenti sarà una grande occasione per assorbire debiti ed arretratezze economiche e culturali italiche, ma pochi hanno consapevolezza che per far si che la svolta possa avvenire occorre pulire tutti gli ingranaggi dagli ostacoli che non li rendono efficienti. Le riforme del lavoro, del fisco, della P.A., della giustizia, insieme alle riforme sulla concorrenza, diventerebbero potenti  catalizzatori in grado di sfruttare intensivamente gli investimenti.

D’altro canto, il contrario, significherebbe vanificare buona parte del potenziale degli investimenti, che come si sa, ove ben progettati, ben orientati, e legati agli effetti moltiplicatori che si sprigionano se legati agli interessi di sviluppo futuro legati ai cittadini lavoratori, ai cittadini consumatori, ed alle imprese, il risultato è garantito. Insomma i piccoli e grandi monopoli privati e pubblici, l’uso della leva fiscale sproporzionata rispetto alla resa dei servizi forniti ai contribuenti, la permanenza ingiustificata di enti locali e Stato nella intrapresa, e l’assistenzialismo fine a se stesso, sono incompatibili con una buona economia.  In questo quadro non è comprensibile perché la bozza di legge per la concorrenza, già pronta da diverse settimane, pur dovendo andare in approvazione  a fine luglio, sia rimasta nei cassetti di Palazzo Chigi senza che nessuno sappia più che fine farà. Il provvedimento, ad esempio, dovrebbe occuparsi di concorrenza nei servizi pubblici locali, nelle autostrade, nell’energia, nei trasporti, nella gestione dei rifiuti, e del rafforzamento dei poteri esecutivi dell’Autorità antitrust.

Tutti temi accantonati da un ventennio per la resistenza di poteri forti e di grumi antichi presenti nella amministrazione pubblica. Intanto i partiti hanno la bocca cucita, salvo esultare per la prima rata per l’Italia degli aiuti europei. Nascondono ai cittadini e a se stessi che il Pnrr, è stato varato con l’impegno davanti alla Commissione europea di cambiare il sistema della concorrenza, ovvero le modalità e le regolazioni ingiustificabile per un paese altamente industrializzato, che finora hanno danneggiato l’efficienza della economia, determinando costi ingiustificabili e disservizi a carico dei cittadini.

In Italia si dovrà pur affrontare in questo tempo del perché le quisquilie ormai frequentemente assumono nel dibattito nazionale importanza enorme, mentre le questioni vitali per le famiglie, per la buona impresa, per la buona amministrazione pubblica sono relegate in un cantuccio, quando non colpevolmente ignorate. Eppure tutti chiedono benessere e più occasioni d’impiego e stabilità dei posti di lavoro. Aspirazioni sacrosante che però dovranno essere sostenute da modernità e trasparenza. Questo è il momento propizio.

Dal bipartitismo imperfetto alla democrazia oligarchica

La democrazia maggioritaria ha comportato la costruzione dell’alternativa sulla base della cancellazione del centro. I risultati non sono stati eccellenti. Oggi la rivoluzione tecnologica mette in luce il fatto che un’epoca si è chiusa e se ne apre un’altra dai contorni ancora indefiniti. Oggi la globalizzazione incide sulla cittadinanza. In effetti, unna concatenazione di fattori – interni ed esterni – produce l’effetto indesiderato di una oligarchia che controlla le dinamiche della vita democratica.

C’è da riflettere sulla teoria di Gianfranco Pasquino secondo la quale la democrazia dell’alternanza esige necessariamente la realtà di solo due poli politici: destra e sinistra alle quali si aggrega di volta in volta un centro diviso tra conservatori e progressisti. Alla fine degli anni Sessanta, un altro illustre politologo, Giorgio Galli, dava alle stampe un libro dal significativo titolo “Il bipartitismo imperfetto”. Si trattava di uno studio sul sistema politico italiano anomalo o, come amava dire Moro, bloccato nel senso che due partiti (DC e PCI) raccoglievano l’ottanta per cento dei consensi, ma poi si verificava l’impossibilità di una alternativa (perciò bipartitismo imperfetto) tra gli stessi due partiti per la guida del Paese.

La cosiddetta prima Repubblica è stata caratterizzata da questa conventio ad excludendum nei confronti del PCI, condannato a svolgere sempre il ruolo di opposizione.Con la fine del comunismo, il rinnovamento dei partiti politici e la quasi scomparsa dei filoni culturali ideologici che avevano contraddistinto quasi tutto il corso del secolo breve, non pochi politologi di area laica (Pasquino, Galli della Loggia, Panebianco), spinti anche dalle non trascurabili vicende di tangentopoli, posero l’attenzione su una sorta di quasi guerra di liberazione dal sistema di potere incarnato dalla Democrazia Cristiana.

Il presupposto per liberarsi del partito di ispirazione cristiana era il cambio della legge elettorale: dal proporzionale al maggioritario. E chi se non un democristiano poteva essere il paladino di questo passaggio referendario? Mario Segni conquistò in quei mesi popolarità e consenso tanto da fondare un nuovo partito (il “Patto per l’Italia” con il quale la Dc si alleò alle politiche del 1994), ma non intuì che proprio il referendum che decise frettolosamente il cambio di legge elettorale polarizzava gli schieramenti a destra e a sinistra, facendo venir meno quella funzione essenziale del centro politico come equilibratore del sistema politico e democratico.

Da allora molte cose sono cambiate: la rivoluzione tecnologica ancora in atto sta mettendo in luce soprattutto che un’epoca si è chiusa e se ne apre un’altra dai contorni ancora indefiniti, ma comunque inneggianti alla globalizzazione. Quest’ultima (a seconda dei punti di vista) sarà l’amico con cui viaggiare o il nemico da combattere. Certo è che, però, questa globalizzazione se da un lato apre spunti di riflessione etico-religiosi che portano alla fratellanza tra i popoli, dall’altro rappresenta un pericolo non indifferente sul piano strettamente economico. Infatti, la globalizzazione economica si sta sempre più affermando come una forte spinta alla concentrazione del capitale in pochissime mani, con la conseguente creazione di sempre più estese sacche di povertà.

Tutto questo sta condizionando la stessa politica: la tendenza è quella di poter liquidare in fretta gli organi politici rappresentativi del popolo, di ridurre al minimo la partecipazione democratica, tanto che una minoranza scelta oculatamente decide per tutti (vedi le vicende interne al Movimento 5 Stelle). Per questi motivi non è peregrino affermare che siamo passati dal bipartitismo imperfetto alla democrazia oligarchica.

Olivetti: il primo computer italiano. La rivista “Doppio Zero” rilegge una storia con al centro l’azienda d’Ivrea.

L’impresa del visionario Olivetti cercò per finanziare la ricerca sponde governative, ma la richiesta restò lettera morta. Anche il sistema industriale italiano, non ancora pronto all’automazione, guardò con diffidenza al progetto.

Domenica 8 novembre 1959 nella sede della Olivetti di via Clerici a Milano, Adriano Olivetti pronuncia un discorso davanti al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi presentandogli la Elea 9003, il primo computer costruito in Italia, un grande momento non soltanto per la Olivetti ma per l’intera società italiana che entra così, per prima in Europa, nell’era dell’elettronica. Erano passati 10 anni da quando Enrico Fermi aveva fatto visita alla fabbrica di Ivrea, dove testimoniò come la calcolatrice elettronica fosse in quel momento il grande problema che appassionava i ricercatori delle università americane e delle grandi aziende di macchine da ufficio (IBM, Hewlett Packard). Negli Stati Uniti, usciti più forti dopo gli sforzi tecnologici degli anni di guerra, viveva Dino Olivetti, il fratello minore di Adriano, sensibile ai venti del cambiamento in un Paese che stava inaugurando una nuova forma di imperialismo. Nello stesso 1949 la Olivetti assume Michele Canepa, un ingegnere che poi trasferisce negli Stati Uniti per capire se l’azienda di Ivrea può avere una propria chance nella produzione di una calcolatrice elettronica: è sempre più chiaro che il futuro delle macchine da ufficio – il vero core business anche per la Olivetti – passa da lì.

Dopo un paio d’anni Canepa torna a Ivrea e relaziona a Olivetti sulla situazione americana. Adriano si fa l’idea che la complessità della ricerca e la natura degli investimenti richiede la collaborazione dello Stato e almeno di una università.

 

Nel 1952 Dino Olivetti, che col fratello maggiore ha sempre avuto un rapporto di collaborazione, pur con diverse fasi conflittuali, costituisce una divisione elettronica a New Canaan, Connecticut, vicino a New York, dove risiede. Chiede ad Adriano di avere Canepa a sua disposizione. Insieme lavorano su diversi progetti, anche applicativi, come la gestione informatica dei conti bancari, senza tuttavia arrivare a un risultato soddisfacente. Nel 1954 Roberto Olivetti, figlio maggiore di Adriano, arriva ad Harvard per un MBA (Master of Business Administration). È la terza generazione di Olivetti che va a studiare un mondo nuovo: Camillo ci andò per la prima volta nel 1893, Adriano nel 1925, ora è la volta di Roberto che, con Canepa e Dino, capisce che bisogna focalizzarsi su un solo progetto di sviluppo industriale ma che è più conveniente aprire un laboratorio di ricerca in Italia. Non si vuole però chiudere New Canaan. In una situazione di stallo “l’uomo della provvidenza” è Mario Tchou, presentato a Olivetti da Guglielmo Negri, suo compagno di scuola al Tasso, il liceo classico romano che fu una fucina di classe dirigente nell’Italia del dopoguerra. Tchou è figlio di un diplomatico cinese presso la Santa Sede che poi decise di rimanere a Roma. Mario sa unire le competenze di uomo di scienza a quelle di manager, è negli Stati Uniti dal 1945, e in quel momento è professore associato di ingegneria elettronica alla Columbia University.

 

L’incontro con Adriano Olivetti avviene a New York nell’agosto 1954. Questi gli propone di aprire per conto della Olivetti un laboratorio di ricerca in Italia, ma ad affiancarlo nelle scelte e nel proteggerlo da una buona parte dell’azienda sospettosa verso l’elettronica, sarà poi Roberto Olivetti. La Olivetti stringe un accordo con l’università di Pisa che non investe molti denari nel progetto ma è un partenariato importante, così come partecipano finanziariamente il comune e la provincia di Pisa e altre provincie toscane. Nasce il Laboratorio di Ricerche Elettroniche Olivetti. È il 1955 e sui principali quotidiani appare un’inserzione in cui si cercano tre terne di ingegneri elettronici e una terna di fisici elettronici “allo scopo di potenziare e sviluppare gli uffici studi e progetti e i laboratori di ricerca. Si richiedono: seria preparazione scientifica e tecnica, vivi interessi ai problemi relativi alle calcolatrici elettroniche, predisposizione ad eventuale temporaneo trasferimento all’estero per approfondimento preparazione”. È lo stesso Tchou a incontrare i candidati e a selezionare una dozzina di elementi che costituiscono il primo nucleo di ricercatori e a cui si aggregano un paio di canadesi.

 

Il laboratorio trova sede in una villa liberty a Barbaricina nella periferia di Pisa. Si lavora sulla Macchina ridotta e sulla Macchina Zero, entrambe dotate di valvole termoioniche. Nel frattempo sta nascendo negli USA la tecnologia dei transistor e Adriano, per colmare il gap tecnologico, suggerisce di acquisire una licenza da una azienda americana.

Il 24 dicembre 1955 Adriano Olivetti riunisce i lavoratori nel Salone dei Duemila di Ivrea. È giunto il momento di mettere un punto dopo anni di tumultuosi sviluppi. L’Ingegner Adriano si sofferma su un nuovo comparto: “una nuova sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni per sviluppare gli aspetti scientifici dell’elettronica, perché questa condiziona nel bene e nel male l’ansia di progresso della civiltà di oggi. Noi non potremo essere assenti da questo settore per molti aspetti decisivo”. E aggiunge, per tranquillizzare chi lo ascolta: “le calcolatrici elettroniche non sostituiranno, almeno per molto tempo, né le addizionatrici, né le calcolatrici meccaniche. Esse si aggiungono soltanto a render possibile l’esistenza efficiente dei grandi organismi e procurare a tecnici ed operai italiani nuove occasioni di lavoro”.

 

La Olivetti cerca, per finanziare la ricerca, sull’esempio americano ma a quel punto anche britannico,  sponde governative ma la richiesta resta lettera morta, così come il sistema industriale italiano, non ancora pronto all’automazione, guarda con diffidenza all’esperienza dell’azienda di Ivrea, una costante negli anni in cui Adriano ne è alla guida. Nel 1956 si firma la convenzione con l’Università di Pisa, che ha forse più un valore di riconoscimento formale che una reale efficacia operativa. In ogni caso il primo gruppo di ricercatori si è messo al lavoro. Nei primi due anni si va per tentativi lavorando contemporaneamente alla Macchina ridotta e alla Macchina zero.

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https://www.doppiozero.com/materiali/olivetti-il-primo-computer-italiano

La profezia di Martinazzoli. Intervista postuma a dieci anni dalla sua scomparsa

Il nostro amico Francesco, redattore eccellente de “Il Domani d’Italia”, ha concordato con “Avvenire” di ripubblicare questa sua intervista a Mino Martinazzoli. Pertanto, nel giorno della scomparsa dell’ultimo segretario della Dc, nonché fondatore nel 1994 del nuovo Ppi, esce sia su queste pagine che su quelle del giornale della CEI.

 

On.le Martinazzoli, nella ricorrente metafora del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica – oggi tanto enfatizzata-  si leggono i segni di un oggettivo cambiamento o le allegorie interessate di chi vuole dimostrare che adesso la politica è migliore?

Da un punto di vista di realtà, c’è un dato oggettivo e non imputabile a cause endogene italiane:  il crollo del muro di Berlino e il fatto che si sia consumata l’esperienza del comunismo realizzata in Europa. Quello è certamente un incrocio decisivo per i cambiamenti nella politica. Per quel che riguarda le conseguenze nostre italiane, non vi è dubbio che un’enfasi dichiarata in ordine alla seconda repubblica come ‘alternativa’ alla prima è assolutamente falsa e non  condivisibile. Per la verità molto spesso mi sembra di capire  che quando enfatizziamo la seconda repubblica non parliamo di qualcosa di nuovo ma della decadenza del vecchio. A onor del vero io comunque me ne intendo poco perché mi sono sempre dichiarato un apolide della seconda repubblica.

Le propongo una semplificazione concettuale che Le chiedo di brevemente commentare: non siamo forse passati dal bipartitismo imperfetto della democrazia bloccata al bipolarismo imperfetto della democrazia virtuale?

Sono d’accordo anche su questo. Lei si riferisce come me – certamente – alla famosa definizione di Giorgio Galli sul bipartitismo imperfetto, quando descriveva il sistema politico della prima repubblica e non vi è dubbio che le cose stavano così. C’era un  bipartitismo nel senso che DC e PCI rappresentavano da soli circa l’80% dei voti che l’elettorato andava esprimendo ma l’imperfezione riguardava l’impossibilità dell’alternativa. Oggi direi che abbiamo invece una considerazione singolare per la quale – a seconda dei giorni – si dichiara che il bipartitismo non è l’ostacolo o lo strumento ma è addirittura il grande obiettivo da raggiungere. Ricordo di aver partecipato ad un dibattito con l’ottimo Michele Salvati il quale cercava di convincermi che – comunque fossero andate le cose, qualunque fosse il giudizio mio – rimaneva che la seconda repubblica era migliore della prima perché in quella non era stato possibile realizzare un’alternanza di governo. Gli obiettavo e gli obietto che nella storia il meglio e il peggio non si giudicano così ma rispetto alla condizione storica data. Ripenso a De Gasperi, Fanfani, Moro e a quello che è stata la politica della maggioranza, per scelta di un partito, a ciò che di concreto si è fatto in un lungo periodo di governo della cosa pubblica.

Che cosa distingue oggi una politica di destra o di sinistra? La polarizzazione annunciata e i processi di aggregazione in atto salvano le differenze o ci troviamo di fronte a rassemblement privi di identità davvero connotate e alternative tra loro? A una progettualità dal fiato corto?

C’è molto movimentismo ed è una condizione che aggrava l’immagine della politica e non solo da noi: a volte viene da interrogarsi sulle sorti della democrazia, là dove c’è democrazia. Oggi la politica sembra avere a che fare più con la biografia e la cronaca che con la storia. Ricordo una pagina di Manzoni, quella di Don Ferrante, che non era lo sciocco che noi pensiamo, nonostante fosse morto di peste perché non era stato in grado di risolvere il dubbio se la peste fosse accidente o sostanza. Diceva Don Ferrante che la storia senza la politica è come una guida che cammina senza guardare indietro per vedere se qualcuno la segue ma la politica senza storia è come uno che cammina senza una guida. Oggi ho l’impressione netta di una politica che cammina senza una guida. Io non rimpiango le ideologie, ma un poco sì. Non è possibile immaginare che la politica non sia un ‘disegno’, un’idea del futuro, un pensiero sul mondo, la vita, le cose. Anche per chi la osserva ormai da lontano la politica di oggi è come un seguito di aneddoti spesso incresciosi. Una politica siffatta rinuncia all’ambizione del suo primato,  non è legata all’idea di futuro ma è invece condizionata e assillata da un costante ‘presentismo’ e non è per caso tra l’altro che la descriviamo – insisto – non più intorno a una teoria, a un’immaginazione , a una speranza ma sull’esegesi delle diverse biografie. Guardiamo la società politica della metamorfosi, dei fuoriusciti: anche nelle notizie di oggi, siamo alle prese con degnissime persone che hanno avuto una storia, un passato, un ruolo politico e ce l’hanno ancora le quali, mentre stanno costruendo un partito che non è interamente fatto, già spiegano che sono insoddisfatte, non hanno più fiducia, che pensano ad altro. Le confesso che è una cronaca tutto sommato non particolarmente suggestiva ma temo anche che in questo modo quello che mancherà alla politica saranno sempre di più le idee e la capacità di immaginazione.

On.le Martinazzoli, Le chiedo di ricordare brevemente quella fase di transizione che portò allo scioglimento della DC e alla nascita del PPI ispirato a Don Sturzo, un progetto di rifondazione politica che poi a sua volta è rapidamente svanito. Perchè gli elettori considerarono di più i vostri torti che le vostre ragioni?

Quando ci sono le grandi accelerazioni storiche, nei momenti conclusivi di un ciclo, accade sempre così. Tuttavia guardando a quella esperienza direi che siamo stati tanto puniti non tanto dall’indifferenza o dall’ostilità degli elettori quanto dalla nostra incapacità di essere pazienti, ostinati e coerenti. Qual era il senso di quell’operazione? Non certo una vergogna della nostra storia ma l’idea di un cambiamento che andava in qualche misura interpretato. Nel ’94 finisce la ragione storica della Democrazia Cristiana di De Gasperi, quasi un compito: quello governare ad ogni costo, perché non c’era un’alternativa. Aldo Moro ci disse una volta che noi eravamo per così dire ‘condannati a governare’. Alla fine quando avevamo appreso che non era una condanna all’ergastolo, tutto è diventato malinconico e abbiamo sbagliato nel pensare di poter continuare un passato che non c’era più. L’idea della rifondazione partendo da Don Sturzo voleva premiare di più la nostra intenzione piuttosto che il nostro potere, ripartire da un progetto.

Ricordo che il Sen. Giulio Andreotti e Mons. Bruno Forte  – nelle rispettive interviste mi avevano detto entrambi che in sostanza bisogna ripartire dalla Costituzione Repubblicana e – per i cattolici impegnati in politica – da una rilettura del Codice di Camaldoli. Anche Lei la pensa così?

Questa è anche la mia convinzione tanto più essendo stato anche modestamente dentro questa storia, non ho dubbi che la Costituente fu il momento più alto del contributo dato dai cattolici.
Il problema è capire se c’è ancora un’ambizione rispetto a questo. Io sono convinto – naturalmente la mia affermazione può essere discutibile – che i cattolici in politica in questo Paese sono stati importanti non quando si sono posti come i rappresentanti dell’Italia cattolica ma quando si sono interpretati come i rappresentanti dei cattolici in Italia. Quel collegamento tra il civile e il proprio credo. Mi rendo conto che si tratta di un impegno difficile , ma è “questa” l’ambiguità che occorre superare in termini di presenza politica.

Non Le sembra che proprio nell’epoca della complessità e della globalizzazione la  capacità di governo dovrebbe esprimersi con una concezione mite e moderata della politica, attraverso la proposta di valori ispirati alla mediazione, al dialogo e alla ricomposizione? Perché anche la politica partecipa del ‘tutti contro tutti’e non riesce ad entrare con moderazione nella nostra vita?

Sottoscrivo in pieno questa preoccupazione. Ciò accade – secondo me – perché la politica non ha più gli strumenti culturali, l’umiltà morale, le ambizioni civili e anche perché – intendiamoci – partecipa della situazione di crisi degli stati nazionali, delle derive sociali e della globalizzazione. Una sola precisazione vorrei aggiungere, ma credo che sia già implicita nella sua domanda: parliamo appunto di ‘moderazione’. Io sono sempre piuttosto reattivo quando sento parlare chi pretende  di rappresentare i moderati. Io i moderati in natura non li conosco, gli interessi non sono per loro natura moderati,  i valori men che meno: è appunto la politica che li modera ma questa moderazione nella politica non la raggiungi se non ti muovi sul terreno della scelta culturale piuttosto che su quello della soddisfazione degli interessi immediati. Del resto già Sturzo distingueva tra ‘moderatismo’ e ‘moderazione’ e possiamo dire che il primo sta all’altra come l’impotenza sta alla castità. 

Oggi più di allora il dibattito politico si accende di toni conflittuali, si cercano colpe e colpevoli, si demonizza l’avversario, la frammentazione personalizza il confronto, a cominciare dai simboli stessi dei partiti. La politica urlata è sempre più lontana dalla sensibilità della gente, c’è molta sfiducia e disaffezione. E’ questo il risultato di quello sconquasso degli anni 90?

Questo è il risultato di tante cose e certamente di un’occasione mancata. Gli anni 90 se interpretati correttamente potevano realizzare un passo avanti rispetto al passato, a cominciare dalla fisiologia dell’alternanza che è in sé la fisiologia della democrazia. Questo non è accaduto ma potrei dire così: erano in molti che gridavano perché volevano il superamento del sistema di potere democristiano  ma i più  non volevano superarlo, volevano solo ereditarlo. E il risultato è quello di oggi.

Una domanda all’uomo di legge, ex Ministro della Giustizia ed Avvocato. Che cosa pensa della riforma dell’ordinamento giudiziario, della separazione delle carriere dei magistrati e dei giudici elettivi? Oltre al poliziotto di quartiere avremo anche il giudice di quartiere? Una persona chiamata poi a giudicare chi lo ha votato?

Io so bene che ad esempio in America il sistema giudiziario prevede l’elezione dei giudici, anche con qualche buon risultato. Qui da noi sarebbe naturalmente la follia pura conoscendo la tendenza, l’autotentazione alla partigianeria. Certamente io sarei terrorizzato da questa ipotesi. Certamente resta il problema della ipotesi della separazione delle carriere, oltre la follia del giudice eletto. Su quest’ultimo punto però io debbo dirle – senza resistenze – che da sempre io considero che l’aver realizzato la struttura del processo accusatorio in Italia comportava come corollario la separazione tra giudice e pubblico ministero. Quindi da un certo punto di vista sono convinto che bisognerebbe realizzarla ma vedendo peraltro qual è oggi in Italia il rapporto tra potere politico e l’ordine giudiziario mi guarderei bene dal proporre una soluzione del genere. Non sono tempi favorevoli a delle riforme serie soprattutto sul terreno che riguarda la nostra libertà.

Esiste in politica un ‘anno zero’, si avvalora cioè la teoria delle riforme radicali, del ‘ricominciare ogni volta tutto da capo’? Oppure tutto si evolve in modo graduale, riproponendo corsi e ricorsi storici? In quale modo i cattolici impegnati in politica possono esprimere valori e presenza, dopo il tramonto del loro partito e del collateralismo?

Non esiste un anno zero nella politica e nella vita. Questa tesi riguarda chi arriva e dice “adesso sistemo tutto io” oppure nel momento delle grandi illusioni rivoluzionarie. Se noi andiamo a leggere attentamente  la storia scopriremo che anche le grandi rivoluzioni si raccomandano agli uomini non per quello che hanno distrutto ma per quello che hanno conservato. E’ il riformismo che risulta certo meno terrorizzante però per raggiungere questa capacità, energia, attenzione, disponibilità al cambiamento occorrono fasi culturali e civili che oggi come oggi sono state  rese nulle. Oggi viviamo un tempo in cui siamo in una condizione  per niente allettante: tutto ciò che è stato distrutto è rimpianto. Ma il rimpianto non è di per sé una terra favorevole alla speranza.

A sentire in giro c’è una conclamazione universale del ‘merito’, non si parla d’altro. Ma i capaci e i meritevoli – a cominciare dai giovani – devono necessariamente passare sotto le forche caudine dello spoil system? Il fatto che siano i partiti al governo scegliersi i dipendenti non Le sembra una declinazione sociale ancor più deteriore del “manuale Cencelli”?

Ha ragione lei, questa è la negazione dettato costituzionale, che quando parla della pubblica amministrazione ne parla in termini di imparzialità e indipendenza.. Nella mia piccola esperienza non ho mai accettato di distogliere il Segretario comunale dalla gerarchia che lo collocava alle dipendenze del Ministero degli interni. Mi sono sempre opposto – sia pure sconfitto – a questa idea.  L’idea che la burocrazia sia totalmente svincolata dalla politica oggi l’abbiamo fatta completamente saltare. Pensiamo anche al sistema elettorale: oggi un parlamentare non deve preoccuparsi di garantirsi la riconferma guardando  al suo elettorato ma rispondendo al suo padrone.

On.le Martinazzoli, quando da noi la politica potrà diventare una cosa normale? E che messaggio di incoraggiamento e di speranza possiamo dare ai giovani che vogliono impegnarsi nella società civile per progettare e costruire un mondo migliore? De Rita parla di speranzielle: bisogna aggrapparci almeno a quelle….?

Non sono del tutto d’accordo: mi sta bene il rifiuto delle ideologie totalizzanti e la ricerca dei valori vicini ma se guardiamo meglio si finisce per scoprire che anche nelle piccole cose, quelle quotidiane c’è sempre un rapporto con la politica. Quando mi chiedevano – allora avevo delle responsabilità – che cosa voleva dire essere un partito di ispirazione cristiana io rispondevo che eravamo gente che sapeva che la politica conta ma che sapeva anche la vita conta di più della politica. Con i giovani occorre evitare i superlativi. Converrebbe dire loro una cosa importante e realistica: che i giovani possono anche non occuparsi di politica ma devono sapere che – comunque –  la politica si occuperà di loro. La politica per sua natura non crea valori: ha senso se è capace di garantire l’esistenza e il rispetto dei valori che crea l’uomo.

L’Ue tenga fede ai “valori europei” che predica. Il dovere di accogliere. Nota dell’Azione Cattolica.

Il documento è molto netto. A un certo punto, nella parte finale, si legge:”Se l’Europa è ancora quella di Spinelli e Schuman, De Gasperi, Monnet e Adenauer, se l’Unione non è solo una parola vuota o una moderna Pilato, e se la vecchia (in più sensi) Europa vuole avere un posto nel mondo, noi i profughi, afghani e non, li dobbiamo accogliere”.

Oggi è l’Afghanistan ieri era la Siria, da sempre l’Africa e in particolare il Sahel. Forse dovremmo accettare, una volta per tutte, per noi e per le generazioni a venire che migrare non è un fenomeno passeggero, un incidente nella storia umana, ma qualcosa con cui convivere, certo da gestire e magari meglio di come si è fatto, che non può essere risolto con la forza, con muri e filo spinato. Per non dire del fatto che sempre più di frequente ad alzare muri e stendere filo spinato, di ferro e di parole, sono Stati che solo qualche ora prima hanno celebrato i “valori europei”.

Per nostra fortuna la storia ci dice che prima o poi anche i muri crollano e i confini impenetrabili si svelano porosi e che non esiste tecnologia al mondo che possa impedire ad un essere umano di cercare un luogo migliore dove poter vivere e dare un futuro a sé e ai propri figli. E dunque, ora che ci troviamo ad affrontare la tragedia afghana, l’ennesimo fallimento della politica estera americana e di tutti coloro che non hanno compreso che la democrazia non si esporta come una lattina di Coca-Cola, ma si costruisce nel tempo e con pazienza, nel dialogo con tutti e nella condivisione di principi e regole, dobbiamo partire dall’esperienza storica e almeno questa volta provare a gestire – e a investire – su questa massa di uomini, donne e bambini in cerca di libertà e speranza.

Farlo non è solo un atto di misericordia e tener fede ai “valori europei” che si predicano (che poi sono quelli dell’intero mondo occidentale, rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani), ma – diciamocelo – un atto di pura convenienza. Costa meno gestire l’integrazione dei migranti, specie in paesi che misurano tra l’altro tassi di natalità bassi e impoverimento demografico, che gestire blocchi navali, aerei e terrestri.

Tranne che qualcuno non pensi di ritirare fuori l’ideona di qualche decennio fa, quando ai flussi migratori dall’Africa si pensò di rispondere – incredibile ma vero – non con il successivo “aiutiamoli a casa loro”, ma con “impoveriamoli definitivamente a casa loro”, così che nessuno abbia il denaro necessario ad affrontare il viaggio della speranza attraverso deserti e mari. Per fortuna non se ne fece niente, grazie alla denuncia dei media, ma è bene non dimenticare a quali livelli può giungere la nostra paura dello straniero, la nostra profonda insicurezza.

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https://azionecattolica.it/il-dovere-di-accogliere

Le ondate di calore in Italia, oggi è negli anni a venire (Il Mulino).

Le cosiddette «ondate di calore» hanno segnato anche questa estate italiana. Da cosa dipendono? Come collegarle all’azione dell’uomo? Il presente del clima è questo. Il futuro dipenderà in gran parte da noi.

Anche l’estate 2021 verrà ricordata per le numerose ondate di calore che, a fasi alterne, hanno interessato vaste aree dell’emisfero Nord. Particolarmente significativi per intensità e durata gli eventi osservati in Canada (British Columbia), nel Nord Ovest degli Stati Uniti, sulla Siberia orientale (Yakutia), in Scandinavia, nell’Europa orientale e in Italia. Per quanto riguarda il nostro Paese, il caldo anomalo ha interessato a più riprese il Centro Sud, in particolare Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia, con valori che spesso hanno raggiunto o superato i 40°C. In Sicilia l’11 agosto scorso, in una località nell’entroterra siracusano (Monasteri), il termometro ha toccato i 48,8°C; il valore, attualmente in fase di validazione da parte del Wmo (l’Organizzazione metereologica mondiale), potrebbe rappresentare la più alta temperatura mai documentata in Europa.

Prima di provare a capire la relazione tra ondate di calore e cambiamenti climatici è bene spiegare cosa sono e come si formano. Va innanzitutto precisato che le ondate di caldo, insieme alle ondate di freddo, sono eventi meteorologici del tutto normali che contribuiscono, in maniera se vogliamo un po’ «estrema», alla redistribuzione del calore tra aree polari e zone tropicali. Le avvezioni di caldo e freddo più intense si formano quando la circolazione atmosferica tende a diventare più instabile. In parole semplici, nell’area di contatto tra masse d’aria fredda e densa di origine polare e quelle più calde provenienti da latitudini temperate e tropicali si forma la cosiddetta corrente a getto. Quest’ultima si muove in direzione Ovest Est, tuttavia non lo fa sempre nello stesso modo: il moto può essere infatti uniforme e seguire i paralleli (zonale), oppure irregolare e distribuirsi sui meridiani (maggiori scambi Nord Sud). Nel primo caso in Europa e in Italia prevalgono correnti occidentali senza particolari eccessi termici, nel secondo caso, invece, si attivano flussi d’aria molto calda verso Nord e molto fredda verso Sud.

Le ondate di calore si inseriscono nell’ultimo caso citato: la loro intensità e la loro durata dipendono dal tipo di configurazione meteorologica che interessa una determinata area. In Italia si formano generalmente per risalita verso Nord di masse d’aria di origine subtropicale-desertica e seguono generalmente due fasi: la prima, detta di «avvezione» o dinamica, è quella in cui il flusso di calore viene richiamato verso la penisola da un’area di bassa pressione posta sul vicino Atlantico, o sui Balcani (o su entrambe le zone, come mostrato in questa immagine); la seconda, di «consolidamento», vede formarsi il cosiddetto promontorio anticiclonico grazie all’accumulo, alle medie quote troposferiche, dell’aria calda proveniente da Sud. Una volta sviluppato, il promontorio può stazionarie per giorni o addirittura settimane, favorendo un progressivo aumento delle temperature grazie alla forte compressione (più aria entra e rimane intrappolata all’interno dell’area anticiclonica, più questa grava sugli strati più bassi, lo stesso principio per il quale una pompa di scalda quando gonfiamo la gomma di una bicicletta).

In base alla posizione assunta, il promontorio anticiclonico, può risultare più intenso al Centro Sud o al Nord; non sempre, infatti, un’ondata di calore interessa indistintamente tutto il territorio nazionale. Nel 2003, nel 2006 e nel 2019, ad esempio, furono le regioni centro settentrionali a registrare le anomalie più marcate, quest’anno, invece, è toccato ai settori meridionali della penisola. Nel 2003 il promontorio anticiclonico si posizionò sull’Europa centrale coinvolgendo anche il Nord Italia; qui, oltre al continuo apporto di masse d’aria di origine subtropicale, agirono venti di caduta settentrionali e una fortissima compressione adiabatica, una sorta di versione europea dell’heat dome che ha interessato tra giugno e luglio il Canada occidentale (49,6°C a Lytton, British Columbia). Quest’anno, invece, abbiamo assistito, quasi senza soluzione di continuità, a un afflusso di correnti provenienti dal Sahara e dirette verso le regioni centro meridionali. Varie avvezioni d’aria calda, sospinte da una bassa pressione semi-permanente sull’Europa centro occidentale, si sono succedute per oltre due mesi, spesso accompagnate da ingenti quantitativi di polveri desertiche. Per il Sud Italia e soprattutto per la Sicilia, quella appena terminata verrà probabilmente archiviata come una delle estati più calde dell’ultimo secolo.

Quando si parla di ondata di calore, in meteorologia ci si riferisce a qualcosa di statisticamente preciso; infatti, senza una definizione univoca e riconosciuta, qualsiasi fase più calda del normale verrebbe etichettata come eccezionale, o anomala. Molti centri di ricerca e istituti sia nazionali (ad esempio l’Ispra) sia regionali, utilizzano indici codificati e scientificamente riconosciuti, come il Wsdi (Warm Spell Duration Index) indicato dal Wmo. Questo indice indentifica un’ondata di calore quando si verificano almeno 6 giorni consecutivi in cui la temperatura massima è superiore al 90° percentile di quel determinato giorno rispetto al periodo climatologico di riferimento.

L’uso di indici permette non solo di indentificare con certezza statistica un’ondata di calore, ma anche di osservarne il trend nel corso dei decenni. Questo è un passo importante, perché ci consente di passare dal fenomeno meteorologico al clima che lo caratterizza, ossia come si comporta in termini di frequenza e intensità nel corso del tempo. Le serie storiche disponibili ci dicono che la frequenza delle ondate di calore in Italia è più che raddoppiata negli ultimi vent’anni (v. il grafico), parallelamente a esse si assiste a un incremento del numero di giorni «estivi» (T Max > 25°C, immagine 3), del numero di notti «calde» (T Min oltre il 90° percentile, immagine 4) e dei giorni «caldi» (T Max oltre il 90° percentile, immagine 5). Sul punto, si rimanda al Rapporto clima di Ispra.

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https://www.rivistailmulino.it/a/le-ondate-di-calore-in-italia-oggi-e-negli-anni-a-venire?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+24+agosto+-+2+settembre+%5B7980%5D

Smart working sì, smart working no. Il rebus di Brunetta visto da Becchetti (formiche.net).

L’opportunità e l’efficacia dello smart working dipende dalla tipologia di lavoro. Quindi Brunetta che sta riportando i dipendenti della Pubblica amministrazione in ufficio ha ragione, ma non del tutto, scrive l’economista Leonardo Becchetti


Le dichiarazioni del ministro
Renato Brunetta che annunciano la fine dello smart working nella Pubblica amministrazione e il ritorno al lavoro in presenza ravvivano il dibattito sugli effetti di questa modalità di lavoro su produttività e qualità della vita. Come è noto lo smart working esisteva anche prima ma la pandemia è stata una gigantesca esercitazione forzata di lavoro a distanza che ha modificato le nostre abitudini e ci ha indotto a riflettere.

Da un punto di vista potenziale, poter giocare su tre registri di relazioni invece di una non può non generare significativi aumenti di produttività. Un tempo le relazioni sul lavoro erano solo faccia a faccia, in presenza. Oggi possiamo interagire con i colleghi di lavoro in modalità webinar (faccia a faccia a distanza) e whatsapp (senza compresenza nello stesso luogo né sincronia temporale). Poter usare la modalità webinar e quella whatsapp vuol dire ridurre enormemente i costi e tempi di spostamento. Pensiamo soltanto a quanto è costoso e vincolante interagire e prendere decisioni soltanto in incontri in presenza faccia a faccia.

Sincronizzare le agende è difficile e gli stessi ritmi ed occasioni d’interazione sono necessariamente più rarefatti. Non è un caso che il settore privato che è orientato al profitto abbia scelto come strategia ottimale (ora che è possibile tornare alla presenza al 100 percento) quella di una robusta quota di lavoro smart consentendo ai propri dipendenti di scegliere tra le due e le tre giornate di lavoro in remoto e modificando la stessa struttura e natura degli uffici. Ha ragione Brunetta o le aziende private?

La risposta è che possono anche aver ragione tutti e due perché l’opportunità e l’efficacia dello smart working dipende ovviamente dalla tipologia di lavoro. Lo smart working non si applica ovviamente per quei tipi di lavoro che richiedono un’interazione faccia a faccia col cliente (il chirurgo, il commerciante), la produzione in una catena di montaggio (l’operaio) o il lavoro in agricoltura e ovviamente le attività sportello della pubblica amministrazione.

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https://formiche.net/2021/09/becchetti-smart-working/

Vaccini: dalla “società dei due terzi” a quella del “terzo prevalente”.

La parola “libertà” in campo sanitario serve alla Lega per accarezzare un certo anarchismo latente e quindi ad occhieggiare al’anti-scientismo di minoranze rumorose. Dobbiamo confidare, in alternativa a questa condotta poco seria, sul buon senso civico delle comunità.  

Vediamo se ho capito bene. Visto che (purtroppo) non esistevano le condizioni politiche per l’obbligo vaccinale generalizzato, il Governo ha pensato di introdurre il Green Pass. Esso serve per accertare che le persone siano vaccinate (e dunque riducano di moltissimo la circolazione del Covid, il contagio e – nel caso di infezione – le conseguenze più gravi per se e per gli altri) nel caso di attività professionali e di relazione sociale che le espongano a molti contatti.

Chi non accetta questa regola lo fa perché (al netto di chi ha motivi particolari di tipo sanitario) non vuole vaccinarsi. Per paura, ideologia, scetticismo o asocialità. La Lega vuole che queste persone possano avere il tampone “gratis”. Quasi un premio fedeltà. Così, non solo si espongono al rischio esponenziale di beccarsi il virus (cioè di contagiare gli altri e di gravare sul sistema pubblico per le spese di cura ospedaliera), ma non devono neppure rinunciare a nessuna loro attività professionale o sociale e – con i soldi di tutti gli italiani, in larga maggioranza vaccinati – si fanno fare anche i tamponi “gratis” ogni 48 ore.

Mi chiedo: ma la maggioranza degli italiani che – seguendo le indicazioni dei medici e delle Istituzioni – si è vaccinata (accettando cioè di correre un minimo rischio personale per essere tutti più sicuri come comunità) cosa deve pensare? Che i più irresponsabili e i più furbi la indovinano sempre?

Un volta si parlava della “società dei due terzi”: la maggioranza che stava bene se ne fregava altamente della minoranza che stava male e su questo fondava il suo potere di condizionamento delle istituzioni. Oggi, la rovina dei meccanismi democratici della rappresentanza rende quasi rovesciata questa prospettiva: la minoranza riottosa e contraria alle regole di solidarietà condiziona la Politica e la pubblica opinione a danno della maggioranza che invece a queste regole si attiene. La cosa non può funzionare.

Brutta la (piccola ma simbolica) questione dei tamponi gratis. Questa sorta di doppio binario anche comunicativo (da una parte il Governo che sforna provvedimenti per la tutela della salute e – dall’altra – importanti partiti di maggioranza e di opposizione impegnati a rincorrere il consenso della minoranza ostile ai vaccini) fa crescere l’incertezza e aumenta il disorientamento del popolo.

Se poi ci aggiungiamo il festival delle quotidiane dichiarazioni di filosofi, immunologi, artisti e influencer e la pervasività dei social, ne esce un quadro poco esaltante di come le classi dirigenti si rapportano con l’opinione pubblica in un momento di così drammatica emergenza.Alla fine, tocca sperare nel buon senso civico della comunità. E nella capacità di Draghi, e dei suoi veri e sinceri alleati, di tenere duro.

Su “La Voce del Popolo”, settimanale della diocesi di Brescia, il ricordo di Martinazzoli.

Con il titolo di “Mino e il laico Concilio mancato della Dc” l’articolo, a firma dell’ex parlamentare e attuale commentatore politico, propone questa succinta e interessante considerazione sull’ultimo segretario della Dc.

Sono passati 10 anni, proprio in questi giorni, dalla scomparsa di Mino Martinazzoli.

Dieci anni che non hanno offuscato il suo ricordo, né sottratto una paradossale attualità alle sfide che egli si trovò ad affrontare, a perdere e a veder poi rifulgere. Sì, perché va riconosciuto con onestà che la sua grande sfida – quella per il ripensamento della Dc – egli non la vinse. E anzi portò dentro una battaglia quasi impossibile il suo tormento di pensatore e la sua nobiltà di servitore dello Stato.

Ma non poté capovolgere il verso della storia. Di questo esito, molti hanno dato colpa a lui. Perché poco assertivo, poco disinvolto, poco fortunato, poco al passo coi tempi. Eppure erano proprio queste le sue paradossali qualità. Di essere appunto un uomo che evitava di gettarsi a capofitto nel dirupo delle parole d’ordine più facili e preferiva semmai cimentarsi con le difficoltà che la sua ambizione ideale gli poneva davanti.

Socrate diceva dei politici ateniesi: “Li incalza l’acqua che scorre nella clessidra”. Fatto sta che al momento della leadership martinazzoliana l’acqua era già scesa quasi tutta e la clessidra stava per rovesciarsi. Per questo, molti lo hanno raccontato come il Celestino V della storia democristiana.

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https://www.lavocedelpopolo.it/opinioni/mino-e-il-laico-concilio-mancato-della-dc