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Istat: nel 2018 le partecipate pubbliche sono 8.510, il 6,7% in meno rispetto al 2017

Le unità economiche partecipate dal settore pubblico nel 2018 sono 8.510, il 6,7% in meno rispetto al 2017. Sostanzialmente stabile il numero di imprese attive partecipate direttamente da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale. Il valore aggiunto per addetto delle controllate pubbliche cresce del 3,7% sul 2017, raggiungendo i 100.706 euro contro i 48.020 euro del totale imprese dell’industria e dei servizi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si riconferma l’ente più rilevante: controlla oltre il 53,8% degli addetti delle imprese a controllo pubblico.

Meno partecipate pubbliche, cresce l’occupazione

Nel 2018 le unità economiche partecipate dal settore pubblico sono 8.510 e impiegano 924.068 addetti. Rispetto al 2017 si registra una riduzione delle unità del 6,7% e un aumento degli addetti del 4,4%. Rimane stabile rispetto al 2017 la quota di controllate pubbliche (53,2%). Delle 8.510 unità economiche a partecipazione pubblica, 6.085 sono imprese attive operanti nel settore dell’industria e dei servizi sulle quali si concentrano le analisi di seguito presentate. Queste unità rappresentano il 96% degli addetti delle unità partecipate (887.059 addetti). Rispetto al 2017 diminuiscono del 3,6% con un aumento degli addetti pari al 4,7%. Aumentano del 10,5% le partecipate pubbliche degli altri settori, quali imprese agricole, istituzioni non profit e istituzioni pubbliche.

Sono società per azioni tre imprese partecipate su dieci

La dimensione media delle 6.085 imprese attive partecipate, operanti nei settori tipici dell’economia di mercato dell’industria e dei servizi, è di 146 addetti, valore che sale a 406 per le società per azioni. In base alla legislazione vigente le società per azioni e le società a responsabilità limitata costituiscono i modelli prevalenti di organizzazione societaria pubblica (art.3, comma 1, dl 175/2016 Testo unico sulle società a partecipazione pubblica). Nel 2018, il 30% delle partecipate è costituito infatti con forma giuridica di società per azioni (83,7% degli addetti); il 43,5% è organizzato in società a responsabilità limitata (9,1% degli addetti), il 18,2% in Consorzi di diritto privato e altre forme di cooperazione tra imprese (2,6% degli addetti), il 6,1% è composto da società cooperative (3,1% di addetti), il rimanente 2,1% include aziende speciali, aziende pubbliche di servizi, Autorità indipendenti ed Enti pubblici economici (1,4% di addetti) (Prospetto 5, in allegato). Il 58,9% delle imprese attive è partecipato da soggetti pubblici per una quota di partecipazione superiore al 50% (condizione che le definisce “controllate”), con un peso in termini di addetti pari al 66,3%. Il 15,4% è partecipato invece per una quota di capitale compresa tra il 20% e il 50% (4,4% in termini di addetti), il 25,7% per una quota di capitale inferiore al 20% (29,3% di addetti).

Le imprese partecipate pubbliche attive sono classificabili anche in base alla modalità con cui una Pubblica Amministrazione vi partecipa. Si identificano tre tipi: · a partecipazione pubblica prossima, cioè partecipate direttamente da una Amministrazione pubblica; sono il 62,7% e impiegano 585.016 addetti, corrispondente al 66% degli addetti delle partecipate pubbliche attive; · controllate da gruppi pubblici (cioè gruppi aventi come vertice una PA), il cui capitale è controllato indirettamente tramite altre unità appartenenti al gruppo; sono il 18,6% delle partecipate pubbliche attive e rappresentano il 19,3% degli addetti; · partecipate da controllate pubbliche. Si tratta di imprese partecipate da soggetti controllati a loro volta da gruppi pubblici. Le imprese attive di questo tipo sono il 18,7% e assorbono il 14,7% degli addetti totali delle partecipate attive.

Ancora in calo il numero di imprese a partecipazione pubblica

Negli ultimi anni il numero di imprese attive a partecipazione pubblica si è ridotto notevolmente, con una flessione del 19,7% rispetto al 2012. In particolare tra il 2017 e il 2018 la riduzione è del 3,6%, con variazioni che oscillano a livello territoriale tra il -6,7% del Centro e il -3,6% del Sud. Anche nel 2018 la maggiore concentrazione di addetti si conferma nel Centro Italia (52,6% del totale) dove sono presenti il 23,5% delle imprese partecipate. In questa ripartizione la dimensione media delle imprese partecipate è di 327 addetti, livello fortemente influenzato dalle 602 partecipate localizzate nel Lazio, che presentano una dimensione media di 670 e impiegano 403.398 addetti (45,5% del totale). La ripartizione territoriale con il maggior numero di imprese partecipate è invece il Nord-ovest (27,9%), che impiega il 23,3% di addetti e presenta una dimensione media di 122 addetti. Tra le regioni è la Lombardia ad avere il maggior peso in termini di partecipate pubbliche (17,4%), con il 12,3% degli addetti e una dimensione media di 103 addetti.

Debole flessione delle partecipate locali

Su 6.085 partecipate attive, sono 4.240 quelle partecipate direttamente da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale o, altrimenti, appartenenti a gruppi con al vertice un ente territoriale (partecipate locali); esse impiegano 415.243 addetti, corrispondenti al 46,8% del totale di riferimento (Prospetto 9, in allegato). Anche se in calo dell’1%, il settore Attività professionali, scientifiche e tecniche si riconferma quello con il maggior numero di partecipate locali (645 con 12.890 addetti). Seguono la Fornitura di acqua; rete fognarie, attività di trattamento dei rifiuti e risanamento con 619 imprese partecipate e 80.079 addetti e il Trasporto e magazzinaggio, con 443 imprese partecipate e 88.445 addetti. Il settore che registra una forte crescita, rispetto al 2017, di imprese partecipate locali è quello delle Attività Manifatturiere (47,9% partecipate, 61,9% di addetti). Rispetto al totale delle imprese partecipate, i settori in cui gli enti locali partecipano in misura più rilevante sono l’Istruzione (84,8% delle partecipate, 82,2% di addetti) e le Altre attività di servizi (83,3% delle imprese partecipate, 92% di addetti).

Il Covid: “Ci terrà compagnia fino al 2022”

“Nonostante le vaccinazioni non possiamo pensare che torneremo ai sistemi come erano prima. Quei livelli di assembramento non sono più possibili”. Lo ha rimarcato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi Spallanzani di Roma, ospite del webinar del Consiglio regionale del Lazio per presentare il Piano vaccini anti-Covid della Regione.

Il coronavirus “continuerà a tenerci compagnia almeno fino al primo trimestre del 2022, quando finiranno tutte le vaccinazioni”, ha poi aggiunto ricordando che “la percentuale di decessi di questa malattia è tre volte più alta dell’influenza, abbiamo il doppio dei ricoveri in terapia intensiva e mentre l’influenza può essere gestita a casa, per Sars-CoV-2 abbiamo avuto bisogno di molti posti letto in ospedale. Ci sono state tante ospedalizzazioni, il doppio dell’influenza stagionale”.

“E’ stato un anno orribile ma dobbiamo considerare che per la prima volta la rapidità con sui si è diffusa l’epidemia è stata parallela alla risposta rapida della sanità regionale, e il Lazio ha fatto un grandissimo lavoro”.

Mibact, Creative living lab: 1 milione di euro per progetti di rigenerazione urbana

La Direzione Generale Creatività Contemporanea (DGCC) del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo lancia la terza edizione di Creative Living Lab, iniziativa nata nel 2018 per finanziare progetti di rigenerazione urbana attraverso attività culturali e creative.

Questa terza edizione, per la quale la DGCC stanzia oltre 1 milione di euro, è finalizzata a sostenere progetti di natura multidisciplinare, che abbiano come obiettivo la creazione e la riqualificazione degli spazi di prossimità all’interno delle aree residenziali, al fine di sostenere un modello di sviluppo basato su processi collaborativi e di innovazione sociale, contraddistinto da parole e concetti chiave, quali: interazione, coesistenza, quotidianità, resilienza alle pandemie e comunità sostenibili.

L’Avviso pubblico si inserisce nel quadro delle azioni istituzionali messe in atto dalla DGCC in materia di rigenerazione urbana nei territori che vivono realtà di fragilità ambientale, sociale, culturale ed economica, non necessariamente lontani dal centro fisico urbano, ma caratterizzati dalla difficile accessibilità a servizi e infrastrutture. A fronte dei radicali cambiamenti in corso e dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, la DGCC intende avviare una riflessione su un tema ritenuto di grande urgenza, quale la carenza di servizi e spazi di qualità nelle differenti realtà urbane del paese, utili ad accogliere in sicurezza e in condizioni favorevoli individui e comunità e a creare occasioni per costruire relazioni, confronto e integrazione.

“Il grande successo delle prime due edizioni di Creative Living Lab, che hanno visto la partecipazione di oltre 500 realtà territoriali, dimostra la validità di un’iniziativa in cui il MiBACT crede molto, tanto da aver aumentato ancora il budget, portandolo a oltre 1 milione di euro” – dichiara Anna Laura Orrico, Sottosegretario di Stato del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. “Vogliamo dare un’opportunità a tutte quelle associazioni che agiscono attivamente sul territorio per recuperare e restituire alle comunità spazi abbandonati, aree industriali dismesse e beni comuni in disuso, ripensandoli con creatività e ingegno, trasformandoli in opportunità di sviluppo sostenibile, di rilancio sociale e culturale”.

L’avviso pubblico è rivolto a soggetti pubblici e privati senza scopo di lucro, dedicati alla cultura e alla creatività contemporanea e radicati nei territori periferici, quali ad esempio: enti pubblici, fondazioni, associazioni culturali, enti del Terzo settore senza scopo di lucro, università, centri di ricerca non profit, imprese sociali e di comunità non profit, società civile organizzata. Importante l’apporto di esperti di settore e di mediatori culturali come, ad esempio, architetti, paesaggisti, designer, artisti, registi, film-maker, fotografi, musicisti, performer, scrittori, psicologi, sociologi, antropologi.

Creative Living Lab sostiene microprogetti di immediata realizzazione, innovativi e di qualità, in grado di trasformare le aree e gli spazi residuali in luoghi di scambio e apprendimento, accessibili, fruibili e funzionalmente differenziati, al fine di creare un rapporto sinergico tra ambiente e tessuto sociale, culturale ed economico; interventi orientati al riutilizzo e alla riorganizzazione delle aree dedicate ai servizi, alle attrezzature di quartiere e agli spazi condominiali comuni.

Obiettivi di questa terza edizione di Creative Living Lab sono:

–       realizzare spazi attrezzati per nuove destinazioni e per attività che possono contribuire a trasformare la qualità dei servizi e degli spazi di comunità attraverso la creatività contemporanea;
–       favorire il coinvolgimento delle comunità locali nei processi di rigenerazione urbana orientati al potenziamento delle dinamiche socio-culturali di crescita partecipata e al miglioramento della qualità della vita a delle economie locali;
–       sperimentare e diffondere metodologie inclusive e aggregative per le comunità residenti, capaci di sviluppare il senso di identità e di appartenenza ai luoghi.

Le proposte devono indicare nuove forme di utilizzo dei luoghi prescelti al fine di migliorare i servizi, la fruizione e le funzioni culturali, di incentivare l’attivazione di percorsi di partecipazione e autocostruzione attraverso il coinvolgimento di istituzioni, professionisti, artisti, cittadini e soggetti attivi sul territorio e di promuovere un sistema di autorganizzazione dal basso che sia tale da favorire un processo di empowerment e di riappropriazione nelle comunità coinvolte.

L’avviso pubblico e tutti gli allegati sono pubblicati sul sito istituzionale della DGCC al seguente link: http://www.aap.beniculturali.it/creativelab.html

 

Quale legge elettorale?

Dunque, sulla legge elettorale è calato il silenzio. È un copione persin troppo noto per essere  ulteriormente descritto. Del resto, chi ha votato No al referendum del settembre scorso lo aveva  detto sin dall’inizio della campagna elettorale. E cioè, una volta archiviato il capitolo populista e  anti politico del taglio indiscriminato dei parlamentari, tutto sarebbe stato sospeso e archiviato. E  così è stato. Con tanti saluti alla solenne promessa che individuava proprio nella immediata  riforma elettorale la risposta, altrettanto tempestiva, alla riduzione selvaggia delle assemblee  parlamentari per obbedire al diktat populista, demagogico e squisitamente antiparlamentare dei 5  stelle. Un blocco figlio del solito, ed ennesimo, ricatto politico del piccolo partito personale di  Renzi da un lato e della tenace opposizione dei 5 stelle che vivono alla giornata con un solo e  grande obiettivo, come ormai sanno tutti. E cioè, consolidare a mantenere il più a lungo possibile  il seggio parlamentare con i relativi benefit e privilegi. Del resto, una vincita al lotto così insperata  e fortuita non capiterà più neanche facendo un pellegrinaggio a Lourdes. 

Ora, si tratta di capire se, di fronte al progressivo sfilacciamento delle tradizionali coalizioni, frutto  e conseguenza del pesante clima trasformistico che ormai domina incontrastato nelle dinamiche  della politica italiana, sarà ancora possibile introdurre un impianto proporzionale in vista delle  prossime elezioni nazionali. Un impianto proporzionale, con un necessario ed indispensabile  sbarramento almeno del 4-5%, che potrebbe essere la soluzione più logica visto le difficoltà  crescenti a costruire coalizioni e alleanze che ripropongano un progetto politico serio, credibile e  lineare capace di dispiegare una vera cultura di governo. Un sistema proporzionale che avrebbe  anche il merito di dare la possibilità ai vari partiti di riaffermare sino in fondo la propria identità  politica e culturale e la propria ricetta programmatica, pur senza dimenticare l’importanza decisiva  di indicare l’’alleanza e la coalizione con cui si pensa di governare. Certo, il tasso di trasformismo  introdotto nella dialettica politica e parlamentare contemporanea è particolarmente pesante. È  inutile fingere o pensare di nasconderlo tra le pieghe sperando che qualcuno lo dimentichi.  

Ma il proporzionale è, comunque sia, importante per la salute stessa della democrazia italiana.  Seppur consapevoli che non può, un semplice sistema elettorale, sconfiggere da solo la  degenerazione trasformistica della politica italiana. Ma sarebbe comunque un passo in avanti  sulla strada della riaffermazione delle identità politiche e della personalità dei vari partiti, oggi  ridotti a banali comitati elettorali o al prolungamento dei desideri, delle vendette e dei ricatti di  singoli capi sin quando hanno popolarità e peso politico. Una degenerazione, quella  trasformistica, che può essere sconfitta e battuta sempre e solo dai comportamenti concreti degli  uomini e delle donne impegnati nella lotta politica in quel particolare momento storico.  

Non ci resta, dunque, che aspettare che la riforma prenda il volo. Nel frattempo, però, va  denunciata l’assenza di iniziativa, e di coraggio politico, nel non intraprendere una strada che era  stata ampiamente annunciata e unanimemente sottoscritta. A volte, se non sempre, la credibilità  della politica e dei partiti passa anche e soprattutto attraverso l’affidabilità e la coerenza dei  singoli esponenti politici. Tutto il resto è solo propaganda ed ipocrisia. 

La pianificazione fiscale post-Coronavirus.

La pandemia virale di Covid-19 è stata la terza grande crisi della globalizzazione. Dopo l’esplosione della bolla americana dei mutui subprime che causò l’effetto domino recessivo in tutto il mondo e la crisi terroristica causata dall’Isis, eccoci giunti alla prima grande epidemia della nostra Era, che aggredisce  il corpo sociale, fiaccato dalle pregresse difficoltà. Coloro che vogliono sopravvivere e, magari, godere dei frutti del proprio lavoro, si trovano ora depressi dalle difficoltà economiche odierne, appesantite dal carico fiscale che, in alcuni Paesi, come l’Italia, è notevole. La globalizzazione ha dei “pro” e dei “contro”. I secondi li stiamo subendo, chi più, chi meno; i “pro” dobbiamo ancora scoprire come sfruttarli appieno. La parola d’ordine per i prossimi anni sarà: pianificare.

Si, perché non si può più pensare ad avere come modello di vita quello della cicala. Per pianificare, tuttavia, occorre disciplina, conoscenze e tanto studio; e non sempre gli studi di professionisti e di mediazione sono all’altezza della situazione, ghiotti come sono di “speculare” sulla clientela preferendo una ricca parcella senza, tuttavia, rispondere appieno alle necessità del cliente.

L’Italia, società che non ha veramente conosciuto la riforma protestante, non è stata permeata dalla cultura e dall’etica calvinista del lavoro e del sacrificio. Come se non bastasse, un ferraginoso sistema legislativo assai elegante ma poco adatto al mercato globale odierno, non aiuta  il cittadino e l’impresa. Occorre quindi fare da sé, per quanto possibile. Essere autodidatti. Conoscere le implicazioni della pianificazione, anche e soprattutto quella fiscale che, nostro malgrado, diventerà una necessità, e non la scelta di pochi solerti piccoli imprenditori.

La stessa parola “imprenditore” nel nostro Paese ci rimanda a pochi grandi capitalisti che hanno tessuto le trame finanziarie e politiche della nostra storia moderna. Nell’Italia “gramsciana” essere “imprenditori” rappresenta un modo per sminuire qualcuno, oppure vederlo come un “ghiottone”, un avaro, una persona nemica del popolo perché, nella nostra mentalità, non ama condividere con gli altri il frutto del proprio lavoro, proprio lui, che ha di più. E’ per questo modo meschino di pensare che la nostra società mediterranea non è mai decollata, restando una società di grossolani pezzenti, con ben poche eccezioni. La pianificazione fiscale è un mezzo per risparmiare sui propri guadagni, oltre che per investirli.

Una società residente all’estero può operare in Italia: può addirittura acquistare beni immobili. Se la nostra società privata, ad esempio, acquistasse beni non strumentali, e li mettesse a reddito, ciò rappresenterebbe per il fisco italiano una possibile attività di impresa in Italia; ma ciò non succederebbe se la stessa attività venisse svolta in modo marginale.

Ed è qui che entrano in gioco i “pro” della globalizzazione. Anche piccoli imprenditori possono utilizzare le leve tecnologiche e normative dei mercati globali. Anche i piccoli risparmiatori possono diventare dei piccoli imprenditori. Ecco realizzarsi il passaggio di un popolo da “dipendenti” a “professionisti”. La proprietà di un immobile non rappresenta in sé una stabile organizzazione, come definito dalla risoluzione n. 460196 del 1989. Avere la proprietà di una casa o di un palazzo, ad esempio, come società estera, non rappresenta l’esistenza di una organizzazione societaria, per il fisco.

Tale status cambia in caso di affitto dell’immobile? La stessa risoluzione lo nega, recitando “ … o un mero affitto di locali” sottintendendo che la locazione in Italia da parte di un ente estero non configura l’esistenza di un’attività imprenditoriale. Ciò che differenzia un’azienda da una mera locazione è infatti l’autonomia di gestione che, mancando, non configurerebbe l’attività d’impresa: ergo, la tassazione sarebbe la stessa di quella riguardante le persone fisiche. Viene da sé che con questo mondo gli italiani dovranno presto scontrarsi, imparando a gestire anche i meccanismi della fiscalità indiretta per tutelare i propri beni radicati in Italia.

Stranezze economiche

Sembra strano, ma alla fine bisogna sempre appellarsi allo Stato. La stagione del neoliberismo si trova costretta a ricorrere a uno strumento quasi bandito dalle sue corde ideologiche. Lo Stato sociale che ha garantito da fino ottocento, via via aumentando il suo intervento nella sfera delle singole realtà, il suo intervento per salvaguardare la “salute” economica dei diversi soggetti che compongono un Paese.

Le pensioni sono state l’intervento a carattere statale per tutelare le persone anziane; fu Bismarck, fine ottocento, a istituire quella manovra da primo “Stato sociale”. Lo fece solo per impedire ai socialisti di vincere le elezioni nella Germania, da qualche anno costituitasi.

C’è stato anche il periodo di uno Stato che ascriveva a se i compiti economici; quelli ad asse principale; non racconto tutta l’evoluzione del secolo scorso per aumentare i diritti dei singoli cittadini in riferimento alla funzione statale. Ricordo solo, perché fa il caso nostro, l’universalizzazione sanitaria. Riforma quest’ultima compiuta a metà degli anni settanta.

Oggi, a causa di questa demoniaca infezione, anche i commentatori del Sole 24 Ore – giornale che risponde alla lingua confindustriale – parla di un intervento dello Stato nell’economia delle imprese, persino le piccole. Lancia l’idea di uno Stato che dovrebbe acquisire quote di capitale di rischio per salvaguardare l’esistenza di questo tessuto fondamentale della nostra economia.

Si sa che le manovre messe in atto durante il 2020, penso al divieto di licenziamento, penso alla cassa integrazione covid, dovrebbero cessare alla fine di marzo del 2021. Questo, di certo, comporterebbe un’irrefrenabile défaillance nel corpo di migliaia di imprese nazionali. Certo, più le piccole che le grandi. Anzi soprattutto falcidiate, sarebbero le minori.

Quest’idea, che confesso non so come possa essere articolata, ma mi sovviene il modello Friulia spa in Regione Friuli Venezia Giulia – anni ’70 – , che potrebbe essere un virtuoso esempio di procedure andate, nel tempo, nella stragrande maggioranza, a buon fine.

Il paradosso è che mentre il mondo sembrava essere volto a dire sempre più: “meno Stato, più mercato”, siamo giunti al caso estremo in cui il mercato dovrebbe piegarsi alla sovranità collettiva, per poter respirare senza tanto affanno.

C’è di che meravigliarsi, ma lo stato di eccezionalità fa fare capriole anche al pensiero imperante.

Staremo a vedere.

Istat: nei primi nove mesi del 2020, presenze dimezzate negli esercizi ricettivi

Nel 2020, a seguito della pandemia da Covid-19, in tutti i Paesi europei i flussi turistici subiscono un profondo shock. Nei primi 8 mesi del 2020, Eurostat stima che il numero delle notti trascorse nelle strutture ricettive nell’Unione europea (Ue) a 27 sia pari a circa 1,1 miliardi: un calo di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019.

I dati provvisori del nostro Paese, relativi ai primi nove mesi del 2020, sono in linea con il trend europeo (-50,9% rispetto allo stesso periodo del 2019, con quasi 192 milioni di presenze in meno) ed evidenziano l’entità della crisi del turismo interno generata dall’emergenza sanitaria, dopo anni di crescita costante del settore.

Il 2019, infatti, aveva fatto registrare un ulteriore record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi italiani, con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell’1,8% in confronto con l’anno precedente.
L’espansione dei flussi turistici sembrava confermata dalle prime evidenze dei dati di gennaio dell’anno 2020 (+5,5% gli arrivi e +3,3% le presenze di clienti negli esercizi ricettivi italiani rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). Ma già dal mese di febbraio si rendono visibili gli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento (-12,0% gli arrivi e -5,8% le presenze).

Nei mesi del lockdown (in particolare, dall’11 marzo al 4 maggio) la domanda quasi si azzera e le presenze nelle strutture ricettive sono appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019.
In particolare, il calo delle presenze è pari a -82,4% a marzo, a -95,4% ad aprile e a -92,9% a maggio.

Pressoché assente la clientela straniera (-98,0% sia ad aprile che a maggio). Complessivamente nei mesi del lockdown, la variazione, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è pari a -91,0% con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani.
Nel mese di giugno 2020, in seguito alla possibilità di ripresa degli spostamenti interregionali, i flussi turistici iniziano timidamente a risalire; tuttavia, le presenze totali rappresentano appena il 21% di quelle registrate nello stesso mese del 2019: la perdita di presenze rimane particolarmente alta per la componente straniera (-93,1%) rispetto a quella domestica (-63,3%).

Il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) vede un recupero parziale, in particolare nel mese di agosto. La ripresa è decisamente più robusta per la componente domestica nazionale mentre risulta molto limitata, anche nel mese di agosto, per quella estera. Nel trimestre luglio-settembre, infatti, le presenze totali sono pari a circa il 64% di quelle registrate l’anno precedente, con una perdita di più di 74,2 milioni di presenze, ma con performance delle due componenti fortemente divergenti: i pernottamenti dei clienti italiani raggiungono poco più dell’86% di quelli rilevati lo scorso anno, quelli relativi ai clienti stranieri appena il 40%.

Più nel dettaglio, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente la flessione delle presenze totali è pari a -49% a luglio e si riduce ad agosto (-26,1%), soprattutto grazie alla componente domestica, che fa registrare cali meno consistenti di quella straniera (rispettivamente -6,7% e -54,7%). A settembre la variazione negativa delle presenze totali torna ad ampliarsi, arrivando a -33,5%.

§Il comparto alberghiero è quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extraalberghiero il 54,4%. Nello specifico, nel trimestre estivo le flessioni sono pari, rispettivamente, a -39,7% e -31,1%.

 

 

Enti locali: in calo il personale, aumentano i pensionamenti

Curato dal dipartimento per gli Affari interni e territoriali, direzione centrale per le Autonomie, è on line il Censimento generale 2019 sul personale degli enti localiredatto e pubblicato annualmente con il contributo della direzione centrale per i Servizi elettorali.

L’ultima edizione del censimento fotografa la situazione sul piano dell’occupazione al 31 dicembre 2019 mettendo in luce i profili di maggior interesse relativi alle dinamiche del personale che, per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato, risulta in calo del 3% rispetto all’anno di rilevazione precedente. Il tutto in un quadro che, per il 2019, registra una media nazionale dell’incidenza della spesa per il personale in rapporto alle spese correnti pari al 30,5% (28,8% nel 2018).

Risulta in calo il personale a tempo determinato (-9,5%) mentre è in aumento quello con contratti di somministrazione (33%).

In diminuzione del 16% nel 2019 anche il numero dei dirigenti in servizio presso gli enti locali. Aumentano invece i pensionamenti dovuti alla “quota 100” (+24%): hanno riguardato 23.618 dipendenti, 15.496 di quali ha presentato domanda di dimissioni volontarie prima del raggiungimento dei limiti di età.

Il censimento affronta materie complesse come quelle dei vincoli di assunzione e i criteri di quantificazione del budget per l’assunzione di personale a disposizione degli enti locali, la maggior parte dei quali anche nel 2019 ha dichiarato di aver rispettato l’equilibrio di bilancio.

Proprio per facilitare la lettura dei dati, la prima parte del censimento è dedicata a un’analisi della normativa in vigore nell’anno di riferimento che regola il rapporto di lavoro del personale degli enti locali, comprese le disposizioni sugli enti in condizioni di dissesto, riequilibrio finanziario pluriennale e strutturalmente deficitari.

Il censimento generale, previsto dall’articolo 95 del Testo unico degli enti locali, riguarda anche la formazione, i titoli di studio e le modalità di gestione dei servizi, che in oltre il 60% dei casi risulta in economia diretta, dato in diminuzione rispetto al 66% della rilevazione 2018.

Vivere in epoche diverse sullo stesso pianeta

In questo lungo, interminabile anno di  terrore pandemico che ha cambiato la nostra vita siamo stati talmente assorbiti dalle vicissitudini ubiquitarie del nostro pianeta, minacciato dai pericoli della sostenibilità ambientale e del big crash dell’estinzione globale che credo in pochi abbiano alzato gli occhi al cielo per scrutare i misteri della volta celeste. Avvicinandosi un Capodanno mesto in cui non ci sarà nulla da festeggiare ma solo coltivare la  speranza di affidare i nostri destini alla scienza e ai vaccini, mi è capitato di ripensare al  1° gennaio 2019 quando, alle 6.33  la sonda spaziale della NASA  New Horizons aveva raggiunto in fly by  “Ultima Thule” , il corpo celeste n° 486958 – 2014 MU69, appartenente alla “fascia di Kuiper”, ai confini del sistema solare e a 6,5 miliardi di km dalla Terra, inviandoci foto a 10.000 pixel che arrivavano insieme a segnali tecnici attesi dalla missione al Centro Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University, viaggiando alla velocità della luce, in 6 ore e 25 minuti. 

Non si parla più di questo viaggio nell’universo per raggiungere l’ultimo corpo celeste del sistema solare: è assai probabile che terminata la sua missione, New Horizons seguirà le sorti delle sonde Voyager 1 e 2, esplorando l’eliosfera esterna, l’elioguaina e l’eliopausa, che potrebbe raggiungere nel 2047. Si sa per ora che la New Horizons non supererà mai le sonde Voyager, anche se è partita più velocemente dalla Terra, per via della fionda gravitazionale data dai sorvoli ravvicinati di Saturno e Giove. Poco importa che di Ultima Thule nel sorvolo più ravvicinato di New Horizons sia giunta alla NASA l’immagine inusitata di un corpo celeste a forma e colore di tartufo: sono moltissime le informazioni ricevute che gli scienziati studieranno nei prossimi anni per ricostruire la storia dell’universo. Ricordo quell’evento, che in un certo senso celebrava le potenzialità della scienza e la forza illuminante della competenza, perché da una notizia di stampa avevo appreso proprio in quel periodo che una studentessa universitaria aveva presentato per il dottorato di ricerca una tesi che dimostrava che la Terra è piatta ed è il Sole che le gira intorno.

Questa polarizzazione siderale di punti di vista e di rappresentazioni del mondo mi aveva colpito. Eppure a distanza di due anni se dovessi misurare il proselitismo di questi ‘opposti’ che non si toccheranno mai – affidandomi all’enfasi delle opinioni crescenti in una comunicazione massmediale che sembra prediligere le mere, inverosimili opinioni  e il paradosso rispetto alle evidenze dimostrate-  riscontrerei forse che mentre la maggioranza dell’umanità confida saldamente nel progresso della scienza secondo le conquiste tramandate nel corso della Storia, monta un’onda esponenziale di negazionismo e di diffidenza che sta tra il nichilismo acritico e l’empirismo minimalista e senza costrutto logico: è noto infatti che il “terrapiattismo” è una credenza cresciuta non tra gli eredi degli aborigeni ma ancor più in quel Paese – gli USA – che ha scommesso il futuro dell’umanità puntando le sue fiches nella ricerca spaziale.

Due rappresentazioni del mondo inconciliabili eppure compresenti, oggi.

La mitologia sull’Ultima Thule è ricca di un fascino antico che risale addirittura al 330 a.C. quando il navigatore greco Pitea parlò nel suo diario di viaggio di un’isola di fuoco e ghiaccio ai confini del mondo.

Ma anche Tacito e poi Virgilio citarono questo luogo misterioso ora come punto estremo dei confini della Terra, ora come indefinito e indefinibile punto oltre l’umano terrestre intelligibile.

Dalla mitologia più remota alla storia antica fino alla ricerca astrofisica e spaziale dei nostri giorni il fascino dell’”Ultima Thule” ha sempre rappresentato l’idea immaginaria dell’estremo conoscibile, di un punto di non ritorno, una sorta di materializzazione dell’infinito per porre un limite al noto e allo stesso ignoto.

A molti di noi in una notte d’estate è capitato di essere incantati dal cielo scuro illuminato da una infinita presenza di luci puntiformi, con un senso di profondità e di lontananza che ci faceva scrutare quello spettacolo, affascinati da tanta bellezza e da tanto mistero.

Ma la vita in fondo è sempre stata una grande alchimia di opposti e di contrari e nell’universo ha trovato posto ogni congerie di pensieri e “pensatori”. Qualcuno si è fermato al VII secolo d.C. e all’applicazione letterale del libro di un profeta, altri praticano la cultura Amish rinunciando ai vantaggi del progresso, gli evangelici ortodossi negano la teoria dell’evoluzione di Darwin. 

Scienza e religione coesistono in un mix millenario di superstizioni, prove, invenzioni, scoperte, diatribe, eresie. Tra la terra e il cielo c’è una lunga teoria di contraddizioni irrisolte: sta all’uso del pensiero critico e all’evidenza della realtà dimostrata consentirci di acquisire certezze scientifiche che ci permettano di dare ordine alle cose, di credere nel progresso e nell’evoluzione delle teorie, che altro non è che l’anticamera della nostra libertà di scegliere.

Noi europei ed occidentali abbiamo a poco a poco separato la scienza dalla religione: abbiamo avuto il Rinascimento, Leonardo, Galilei, Keplero, Copernico, Newton, Hume, Einstein, Marconi, Fermi, Popper. 

Credo – in estrema semplificazione – che la nostra etica della conoscenza si fondi su due idee: la fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità e il desiderio di migliorare il presente “guardando oltre”. 

Sempre partendo dal “dubbio”, agendo per prove ed errori.

Tesi, antitesi e sintesi non sono astrazione teoretica ma metodo del pensiero.

Dovremmo applicare lo stesso principio alla coesistenza sul pianeta di modi di vivere diversi dal nostro: il bene e il male sono ubiquitari, come le guerre, le dittature, i genocidi. 

Anche se mi riesce difficile accettare che qualcuno sostenga – anche in convegni internazionali, veri rassemblement di superficialità antiscientifiche-  che la Terra sia piatta, una tavola senza un diritto e un rovescio, un inizio e una fine,  senza un confine all’orizzonte raggiunto il quale si cade inevitabilmente nel baratro del nulla.

Come ebbe a dire Max Weber  richiamando le regole del pensiero critico e  la forza della ragione, si impone una risposta: “Non posso far diversamente e da qui non mi muovo. Non importa, continuiamo”.

Questo è l’insegnamento che dobbiamo trarre dalla Storia e dalla Scienza per fronteggiare il negazionismo crescente, che si tratti di Olocausto, di sfera terrestre o di vaccini. Chi ripudia la Scienza privo di argomentazioni la rende indispensabile per metter ordine nel guazzabuglio delle opinioni irrazionali.

Questo empirismo sensoriale e lo svincolo dall’impresa scientifica e tecnica producono- ricordo le parole di Giulio Giorello – “il fenomeno dell’ abbandono dello spirito critico”. 

Non consistendo tuttavia la civiltà nell’annullamento delle credenze altrui ma nell’accettazione della diversità come valore,  le ipotesi emergenti nei vari contesti rendono attuali epoche diverse della storia, abitando contemporaneamente, oggi,  lo stesso pianeta.

Ciò non significa rinunciare alla nostra identità culturale nel mondo definito “globale”: la Terra è tonda, se Dio vuole, e oggi più che mai, visti i pericoli incombenti per un’umanità impreparata e distratta, l’esplorazione del cosmo ci affascina e ci aspetta.

Il libro “Libera nos Domine” di Giulio Albanese: La tragedia dell’allegro ignorante

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

«Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con aria leggermente distratta: “mi dispiace, può ripetermi di nuovo il suo nome?”». Lo humor tipicamente anglosassone della scrittrice statunitense Margaret Maron è la felice chiusura del libro di Giulio Albanese “Libera nos Domine. Sulla globalizzazione dell’indifferenza e sull’ignoranza dell’idiota giulivo” (Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2020, pagine 122, euro 12). Ma potrebbe indifferentemente campeggiare anche come incipit di questo breve saggio, una sorta di memento mori dedicato appunto all’infausto connubio di ignoranza e superbia, primo responsabile della decadenza della nostra epoca.

Il fatto è che mai come in questi mesi la figura del “competente”, dell’”esperto”, ha goduto di un’apertura di credito così fideistica e generato al contempo un altrettanto estesa e rabbiosa disillusione. E poco importa che riguardo alla definizione della categoria si registrino alcune differenze. Per esempio, Raffaele Alberto Ventura (Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, 2020) tratteggia il “competente” come frutto di una società tecnocratica che per poter sopravvivere deve aumentare i rischi e quindi le conoscenze necessarie ad evitarli, generando di fatto una sottoclasse borghese essenzialmente parassitaria. Albanese preferisce in questo caso sottolineare invece l’aspetto della falsa competenza e della disinformazione, di cui appunto “l’idiota giulivo” è la perfetta sintesi.

Anche l’indifferenza, alla fine dei conti, è ignoranza. Non è una questione di fede, specifica Albanese, religioso comboniano. Del resto, affermava il cardinale Carlo Maria Martini, «non ci sono credenti e non credenti ma solo pensanti e non pensanti» (il porporato concedeva poi che, nella categoria dei pensanti, si potesse distinguere fra credenti e non). Piuttosto, è la tesi dell’autore, in una fase di decadenza nella quale, come la storia insegna, una classe dominante sta esaurendo la propria funzione all’interno del suo gruppo economico-sociale, si provoca «una transizione dilaniante fra ciò che tende a morire e ciò che sta appena nascendo». E a fare la differenza è il sapere: «Ciò che rende culturalmente più poveri – scrive Albanese – è la mancanza di un orizzonte comune rispetto a cui porre l’ethos non soltanto come modus operandi (prassi e costume) ma anche come radicamento e dimora, come ultimo fondamento del vivere, dell’agire e del morire umani». Dovrebbe essere questo il parametro sul quale giudicare le azioni altrui, soprattutto quelle di chi si arroga il diritto di compierle in nome degli altri, come fa appunto il “competente”. Serve saper separare; distinguere, alla fine, il bene (comune) dal male, l’esperto da chi non lo è. Le insidie sono dietro l’angolo: il vero incompetente, scrive Albanese citando il chimico fiorentino Ugo Bardi, «non si rende conto di esserlo»; per questo motivo «è impreparato in tutto quello che fa» e dunque «fa dei danni enormi».

Al netto dei molti politici immediatamente evocati da queste parole, viene alla mente subito l’esempio dei tanti manager superpagati che hanno condotto grandi aziende al fallimento, degli economisti titolati che sono stati posti al vertice di organizzazioni finanziarie rivelatesi drammaticamente inadeguate. Perché, spiega Albanese nel suo saggio, l’economia, nella cornice della globalizzazione dei mercati «non può continuare a essere un cane sciolto» e «la conoscenza responsabile deve diventare il fondamento per trasformare la politica, la cultura, l’educazione, l’informazione e la società tutta». “Società tutta” nel senso di società globale. Perché oltre alla “globalizzazione dell’indifferenza” si rischia la “globalizzazione dell’ignoranza”, il dominio del pensiero forte rispetto alla maggioranza silenziosa dei “giusti”.

Albanese è un giornalista esperto di missioni, come sa chi ha avuto modo di leggerlo sulle colonne anche dell’Osservatore Romano. Per questo rivolge la sua analisi, lucida, anche e soprattutto al tema dell’immigrazione e alla falsa narrativa che se ne fa nel mondo occidentale. Un racconto propagandistico così potente da penetrare anche nella cultura degli stessi paesi d’emigrazione. Nelle terre al di là di quello specchio d’acqua che l’autore ribattezza sarcasticamente Mare Monstrum, essendo ormai diventato la tomba di migliaia di esseri umani. «Quando i poveri si convincono che i propri problemi dipendono da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti», scrive l’attivista camerunese Yvan Sagnet. E le classi dominanti, da sempre, annoverano come loro maggiori alleati, la categoria degli “idioti giulivi”. Anche quelli, va da sé, che scrivono sui giornali o appaiono in televisione. «La mercificazione a cui è sottoposto l’intero comparto massmediale — osserva Albanese — il clientelismo imposto da alcuni potenti del sistema informativo, nonché l’emissione affannosa di notizie resa necessaria dalle regole della comunicazione in tempo reale, rappresentano un forte limite nel raccontare i fatti e gli accadimenti su base planetaria, in particolare quelli che si verificano, per usare l’espressione di Papa Francesco, nelle tante periferie del mondo». L’effetto è che «l’opinione pubblica sa poco e niente di quello che succede nel nostro pianeta, col risultato che l’ignoranza, intesa come non conoscenza di quanto succede, rappresenta un fattore altamente destabilizzante». Una constatazione che suona come un appello. Scriveva il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuściński: «La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori…In generale si tratta di una professione che richiede una lotta continua e un costante stato di allerta». Sempre, beninteso, che si abbia interesse a rimanere “svegli”.

Cosa sarà il passaporto vaccinale

Ora che i vaccini contro il coronavirus stanno iniziando a diffondersi in Italia e all’estero, molte persone potrebbero sognare il giorno in cui potranno viaggiare, andare di nuovo al cinema o ad un concerto. Ma per svolgere queste attività, molti immaginano già oggi di dotare la popolazione di qualcosa in aggiunta al vaccino: una specie di passaporto digitale vaccinale.

Proprio per questo diverse aziende e gruppi tecnologici hanno iniziato a sviluppare app o sistemi per smartphone per consentire alle persone di caricare i dettagli dei loro test e vaccinazioni Covid-19, creando credenziali digitali che potrebbero essere mostrate per entrare in tali luoghi.

Il Common Trust Network, ad esempio, un’iniziativa dell’organizzazione no profit con sede a Ginevra The Commons Project e del World Economic Forum, ha iniziato a collaborare con diverse compagnie aeree tra cui Cathay Pacific, JetBlue, Lufthansa, Swiss Airlines, United Airlines e Virgin Atlantic, oltre a centinaia di sistemi sanitari negli Stati Uniti.

L’ app CommonPass creata dal gruppo consente agli utenti di caricare dati medici come il risultato di un test Covid-19 o, eventualmente, una prova di vaccinazione da parte di un ospedale o di un medico, generando un certificato sanitario o pass sotto forma di un codice QR che può essere mostrato alle autorità senza rivelare informazioni sensibili.

Per i viaggi, l’app elenca i requisiti del pass sanitario nei punti di partenza e di arrivo in base all’itinerario.

Anche le grandi aziende tecnologiche stanno entrando in gioco. IBM  ha sviluppato la propria app, chiamata Digital Health Pass, che consente alle aziende di personalizzare gli indicatori di cui avrebbero bisogno il dipendente per l’ingresso nella sede della società, inclusi test del coronavirus, controlli della temperatura e registri delle vaccinazioni. 

Per quanto riguarda la privacy CommonPass e IBM hanno sottolineato che sarà l’elemento centrale delle loro iniziative. IBM afferma che consentirà agli utenti di controllare e acconsentire all’utilizzo dei propri dati sanitari e consentirà loro di scegliere il livello di dettaglio che desiderano fornire alle autorità.

Economia Circolare, già presentati 72 progetti per la riconversione produttiva delle imprese

Sono 72 le domande già presentate dalle imprese per progetti di ricerca e sviluppo in Economia Circolare, Partito il 10 dicembre 2020, il nuovo incentivo mira a favorire la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia che mantenga il più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse riducendo al minimo la produzione di rifiuti. Numerose altre domande risultano invece in corso di compilazione.

L’ammontare complessivo di risorse richieste al 22 dicembre è pari a circa 76 milioni su 217 milioni messi a disposizione dal Ministero dello sviluppo economico. La misura è gestita in collaborazione con Invitalia e Enea. Di questi 76 milioni, in particolare 59 milioni consistono in finanziamenti agevolati e 17 milioni in contributi a fondo perduto. Al momento, la Lombardia risulta la Regione con il maggior numero di richieste presentate, seguita da Emilia Romagna e Veneto. I progetti di ricerca e sviluppo provengono soprattutto da grandi e medie imprese e riguardano principalmente la fabbricazione e la trasformazione avanzata, nonché i materiali avanzati. La disponibilità finanziaria consente alle imprese interessate, in particolare a quelle presenti nel Mezzogiorno, di poter continuare a presentare nei prossimi giorni le domande per l’agevolazione.

Revisione auto, nel 2021 previsto un rincaro del 22%

Nel 2021 far revisionare l’auto costerà 9.95 euro in più. La tariffa passerà dunque dai 45 euro attuali a 54,95 euro, ai quali andranno aggiunti altri costi: l’Iva, i diritti di motorizzazione e il corrispettivo del servizio di versamento postale.

Il totale arriverà dunque a 79,02 euro, al posto degli attuali 66,88 euro.

Se da un lato c’è un aumento e si prende, dall’altro su dà con un bonus. La stessa legge istituisce un buono veicoli sicuri di 9,95 euro per chi dovrà revisionare l’auto tra gli anni 2021 e 2023. Non tutti però potranno beneficiarne perché il fondo è pari solo a 4 milioni.

La sostanza di questo buono però è in parte ancora ignota perché dovrà essere attuata con un decreto del Ministero dei Trasporti assieme al Ministero dell’Economia.

AIFA: informazioni utili e risposte alle domande sul vaccino per il COVID-19

Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è un vaccino destinato a prevenire la malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) nei soggetti di età pari o superiore a 16 anni. Contiene una molecola denominata RNA messaggero (mRNA) con le istruzioni per produrre una proteina presente su SARS-CoV-2, il virus responsabile di COVID-19.
Il vaccino non contiene il virus e non può provocare la malattia.

Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) viene somministrato in due iniezioni, solitamente nel muscolo della parte superiore del braccio, a distanza di almeno 21 giorni l’una dall’altra.

I virus SARS-CoV-2 infettano le persone utilizzando una proteina di superficie, denominata Spike, che agisce come una chiave permettendo l’accesso dei virus nelle cellule, in cui poi si possono riprodurre. Tutti i vaccini attualmente in studio sono stati messi a punto per indurre una risposta che blocca la proteina Spike e quindi impedisce l’infezione delle cellule. Il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è fatto con molecole di acido ribonucleico messaggero (mRNA) che contengono le istruzioni perché le cellule della persona che si è vaccinata sintetizzino le proteine Spike. Nel vaccino le molecole di mRNA sono inserite in una microscopica vescicola lipidica che permette l’ingresso del mRNA nelle cellule. Una volta iniettato, l’mRNA viene assorbito nel citoplasma delle cellule e avvia la sintesi delle proteine Spike.
Le proteine prodotte stimolano il sistema immunitario a produrre anticorpi specifici. In chi si è vaccinato e viene esposto al contagio virale, gli anticorpi così prodotti bloccano le proteine Spike e ne impediscono l’ingresso nelle cellule.
La vaccinazione, inoltre, attiva anche le cellule T che preparano il sistema immunitario a rispondere a ulteriori esposizioni a SARS-CoV-2
Il vaccino, quindi, non introduce nelle cellule di chi si vaccina il virus vero e proprio, ma solo l’informazione genetica che serve alla cellula per costruire copie della proteina Spike. Se, in un momento successivo, la persona vaccinata dovesse entrare nuovamente in contatto con il SARS-CoV-2, il suo sistema immunitario riconoscerà il virus e sarà pronto a combatterlo.
L’mRNA del vaccino non resta nell’organismo ma si degrada poco dopo la vaccinazione.

Il COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) contiene un RNA messaggero che non può propagare se stesso nelle cellule dell’ospite, ma induce la sintesi di antigeni del virus SARS-CoV-2 (che esso stesso codifica). Gli antigeni S del virus stimolano la risposta anticorpale della persona vaccinata con produzione di anticorpi neutralizzanti. L’RNA messaggero è racchiuso in liposomi formati da ALC-0315 ((4-idrossibutil)azanediil)bis(esano-6,1-diil)bis(2-esildecanoato) e ALC-0159 (2-[(polietilenglicole)-2000]-N,N-ditetradecilacetammide). ALC-0315 e ALC-0159 sono lipidi sintetici che contribuiscono a formare le vescicole che veicolano il vaccino. Il vaccino contiene inoltre altri eccipienti:

  • 1,2-Distearoyl-sn-glycero-3-phosphocholine
  •  colesterolo
  •  potassio cloruro
  •  potassio diidrogeno fosfato
  •  Sodio cloruro
  •  Fosfato disodico diidrato
  •  saccarosio
  •  acqua per preparazioni iniettabili

5. La sperimentazione è stata abbreviata per avere presto il prodotto?

Gli studi sui vaccini anti COVID-19, compreso il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty), sono iniziati nella primavera 2020, perciò sono durati pochi mesi rispetto ai tempi abituali, ma hanno visto la partecipazione di un numero assai elevato di persone: dieci volte superiore agli standard degli studi analoghi per lo sviluppo dei vaccini. Perciò è stato possibile realizzare uno studio di grandi dimensioni, sufficienti per dimostrare efficacia e sicurezza.

Non è stata saltata nessuna delle regolari fasi di verifica dell’efficacia e della sicurezza del vaccino: i tempi brevi che hanno portato alla registrazione rapida sono stati resi possibili grazie alle ricerche già condotte da molti anni sui vaccini a RNA, alle grandi risorse umane ed economiche messe a disposizione in tempi rapidissimi  e alla valutazione delle agenzie regolatorie dei risultati ottenuti man mano che questi venivano prodotti e non, come si usa fare, soltanto quando tutti gli studi  sono completati. Queste semplici misure hanno portato a risparmiare anni sui tempi di approvazione.

Uno studio clinico di dimensioni molto ampie ha dimostrato che il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) è efficace nella prevenzione di COVID 19 nei soggetti a partire dai 16 anni di età. Il profilo di sicurezza ed efficacia di questo vaccino è stato valutato nel corso di ricerche svolte in sei paesi: Stati Uniti, Germania, Brasile, Argentina, Sudafrica e Turchia, con la partecipazione di oltre 44.000 persone. La metà dei partecipanti ha ricevuto il vaccino, l’altra metà ha ricevuto un placebo, un prodotto identico in tutto e per tutto al vaccino, ma non attivo. L’efficacia è stata calcolata su oltre 36.000 persone a partire dai 16 anni di età (compresi soggetti di età superiore ai 75 anni) che non presentavano segni di precedente infezione.

Lo studio ha mostrato che il numero di casi sintomatici di COVID-19 si è ridotto del 95% nei soggetti che hanno ricevuto il vaccino (8 casi su 18.198 avevano sintomi di COVID-19) rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo (162 casi su 18.325 avevano sintomi di COVID-19).

I risultati di questi studi hanno dimostrato che due dosi del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) somministrate a distanza di 21 giorni l’una dall’altra possono evitare al 95% degli adulti dai 16 anni in poi di sviluppare la malattia COVID-19 con risultati sostanzialmente omogenei per classi di età, genere ed etnie.

Il 95% di riduzione si referisce alla differenza tra i 162 casi che si sono avuti nel gruppo degli oltre 18mila che hanno ricevuto il placebo e i soli 8 casi che si sono avuti negli oltre 18mila che hanno ricevuto il vaccino.

No, l’efficacia è stata dimostrata dopo una settimana dalla seconda dose.

La durata della protezione non è ancora definita con certezza perché il periodo di osservazione è stato necessariamente di pochi mesi, ma le conoscenze sugli altri tipi di coronavirus indicano che la protezione dovrebbe essere di almeno 9-12 mesi.

Questo vaccino non utilizza virus attivi, ma solo una componente genetica che porta nell’organismo di chi si vaccina l’informazione per produrre anticorpi specifici.
Non sono coinvolti virus interi o vivi, perciò il vaccino non può causare malattie. L’mRNA del vaccino come tutti gli mRNA prodotti dalle cellule si degrada naturalmente dopo pochi giorni nella persona che lo riceve.

Gli studi clinici condotti finora hanno permesso di valutare l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) sulle forme clinicamente manifeste di COVID-19 ed è necessario più tempo per ottenere dati significativi per dimostrare se i vaccinati si possono infettare in modo asintomatico e contagiare altre persone.  Sebbene sia plausibile che la vaccinazione protegga dall’infezione, i vaccinati e le persone che sono in contatto con loro devono continuare ad adottare le misure di protezione anti COVID-19.

Non ci sono ancora dati sulla intercambiabilità tra diversi vaccini, per cui chi si sottopone alla vaccinazione alla prima dose con il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty), continuerà a utilizzare il medesimo vaccino anche per la seconda dose.

Le reazioni avverse osservate più frequentemente (più di 1 persona su 10) nello studio sul vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) sono stati in genere di entità lieve o moderata e si sono risolte entro pochi giorni dalla vaccinazione. Tra queste figuravano dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, mal di testa, dolore ai muscoli e alle articolazioni, brividi e febbre. Arrossamento nel sito di iniezione e nausea si sono verificati in meno di 1 persona su 10. Prurito nel sito di iniezione, dolore agli arti, ingrossamento dei linfonodi, difficoltà ad addormentarsi e sensazione di malessere sono stati effetti non comuni, che hanno interessato meno di 1 persona su 100. Debolezza nei muscoli di un lato del viso (paralisi facciale periferica acuta) si è verificata raramente, in meno di 1 persona su 1000.

L’unica reazione avversa severa più frequente nei vaccinati che nel gruppo placebo è stato l’ingrossamento delle ghiandole linfatiche. Si tratta, comunque, di una patologia benigna che guarisce da sola.
In generale, le reazioni sistemiche sono state più frequenti e pronunciate dopo la seconda dose.
Nei Paesi dove è già stata avviata la somministrazione di massa del vaccino sono cominciate anche le segnalazioni delle reazioni avverse, da quelle meno gravi a quelle più significative, comprese le reazioni allergiche. Tutti i Paesi che avviano la somministrazione del vaccino estesa a tutta la popolazione raccoglieranno e valuteranno ogni segnalazione pervenuta al sistema di farmaco vigilanza delle reazioni averse al vaccino, così da poter definire con sempre maggior precisione il tipo di profilo di rischio legato alla vaccinazione.

La segnalazione di una qualsiasi reazione alla somministrazione del vaccino può essere fatta al proprio medico di famiglia o alla ASL di appartenenza, così come per tutte le altre reazioni avverse a qualunque farmaco, secondo il sistema nazionale di farmacovigilanza attivo da tempo in tutto il Paese.
Inoltre, chiunque può segnalare in prima persona una reazione avversa da vaccino utilizzando i moduli pubblicati sul sito AIFA: https://www.aifa.gov.it/content/segnalazioni-reazioni-avverse

Prima della vaccinazione il personale sanitario pone alla persona da vaccinare una serie di precise e semplici domande, utilizzando una scheda standardizzata. Se l’operatore sanitario rileva risposte significative alle domande, valuta se la vaccinazione possa essere effettuata o rinviata. Inoltre l’operatore verifica la presenza di controindicazioni o precauzioni particolari, come riportato anche nella scheda tecnica del vaccino.

I virus a RNA come SARS-CoV-2 sono soggetti a frequenti mutazioni, la maggioranza delle quali non altera significativamente l’assetto e le componenti del virus. Molte varianti di SARS-CoV-2 sono state segnalate nel 2020, ma finora queste varianti non hanno alterato il comportamento naturale del virus.
La variante segnalata in Inghilterra è il risultato di una serie di mutazioni di proteine della superfice del virus e sono in corso valutazioni sugli effetti che queste possono avere sull’andamento dell’epidemia, mentre appare improbabile un effetto negativo sulla vaccinazione.

18. Chi ha già avuto un’infezione da COVID-19, confermata, deve o può vaccinarsi?

La vaccinazione non contrasta con una precedente infezione da COVID-19, anzi potenzia la sua memoria immunitaria, per cui non è utile alcun test prima della vaccinazione. Tuttavia, coloro che hanno avuto una diagnosi di positività a COVID-19 non necessitano di una vaccinazione nella prima fase della campagna vaccinale, mentre potrebbe essere considerata quando si otterranno dati sulla durata della protezione immunitaria.

Le persone con una storia di gravi reazioni anafilattiche o di grave allergia, o che sono già a conoscenza di essere allergiche a uno dei componenti del vaccino mRNA BNT162b2 (Comirnaty) dovranno consultarsi col proprio medico prima di sottoporsi alla vaccinazione.
Come per tutti i vaccini, anche questo deve essere somministrato sotto stretta supervisione medica.  Le persone che manifestano una reazione allergica grave dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino non devono ricevere la seconda dose.
Nei soggetti a cui è stato somministrato il vaccino sono state osservate reazioni allergiche (ipersensibilità). Da quando il vaccino ha iniziato a essere utilizzato nelle campagne di vaccinazione, si sono verificati pochissimi casi di anafilassi (grave reazione allergica).

I dati sull’uso del vaccino durante la gravidanza sono tuttora molto limitati, tuttavia studi di laboratorio su modelli animali non hanno mostrato effetti dannosi in gravidanza. Il vaccino non è controindicato e non esclude le donne in gravidanza dalla vaccinazione, perché la gravidanza, soprattutto se combinata con altri fattori di rischio come il diabete, le malattie cardiovascolari e l’obesità, potrebbe renderle maggiormente a rischio di COVID-19 grave. L’Istituto Superiore di Sanità ha in atto un sistema di sorveglianza sulle donne gravide in rapporto a COVID-19 che potrebbe offrire ulteriori utili informazioni.
Sebbene non ci siano studi sull’allattamento al seno, sulla base della plausibilità biologica non è previsto alcun rischio che impedisca di continuare l’allattamento al seno.
In generale, l’uso del vaccino durante la gravidanza e l’allattamento dovrebbe essere deciso in stretta consultazione con un operatore sanitario dopo aver considerato i benefici e i rischi.

Questo vaccino non è al momento raccomandato nei bambini di età inferiore a 16 anni. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha concordato con l’azienda produttrice un piano per la sperimentazione del vaccino nei bambini in una fase successiva.

Non sono ancora disponibili dati sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) nelle persone con malattie autoimmuni, che sono comunque state incluse nelle sperimentazioni iniziali. Durante gli studi clinici non si sono osservate differenze circa la comparsa di sintomi riconducibili a malattie autoimmuni o infiammatorie tra vaccinati e soggetti trattati con placebo. Le persone con malattie autoimmuni che non abbiano controindicazioni possono ricevere il vaccino.
I dati relativi all’uso nelle persone immunocompromesse (il cui sistema immunitario è indebolito) sono in numero limitato. Sebbene queste persone possano non rispondere altrettanto bene al vaccino, non vi sono particolari problemi di sicurezza. Le persone immunocompromesse possono essere vaccinate in quanto potrebbero essere ad alto rischio di COVID-19.

Sono proprio queste le persone più a rischio di una evoluzione grave in caso di contagio da SARS-CoV-2, proprio a loro, quindi, si darà priorità nell’invito alla vaccinazione.

Le persone in cura con una terapia anticoagulante hanno una generica controindicazione a qualsiasi iniezione, per loro la vaccinazione deve essere valutata caso per caso dal proprio medico per il rischio di emorragie dal sito di iniezione.

Non vi sono ancora dati sull’interferenza tra vaccinazione anti COVID-19 e altre vaccinazioni, tuttavia la natura del vaccinoCOVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty) suggerisce che sia improbabile che interferisca con altri vaccini. Comunque il distanziamento di un paio di settimane può essere una misura precauzionale.

26. Chi somministrerà il vaccino?

La vaccinazione sarà effettuata da medici e infermieri dei servizi vaccinali pubblici, persone che da tempo praticano vaccinazioni e sono esperte nelle tecniche di vaccinazione. Inoltre, in considerazione della particolarità di questo vaccino, gli operatori sanitari hanno ricevuto ulteriori informazioni tecniche specifiche sulla preparazione e somministrazione del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 (Comirnaty).

La campagna di vaccinazione si svolgerà in più fasi successive, i cittadini saranno invitati ad effettuare la vaccinazione in un ordine di priorità definito dal rischio per le persone di infettarsi e di sviluppare la malattia con conseguenze gravi.
Nella fase iniziale la vaccinazione sarà riservata al personale sanitario e al personale e agli ospiti delle residenze per anziani e le vaccinazioni saranno effettuate dal personale dei servizi vaccinali nei 286 ospedali definiti dal Piano nazionale di vaccinazione COVID-19. Lo stesso personale vaccinatore si recherà nelle residenze per anziani per la vaccinazione.

La vaccinazione è gratuita per tutti.

No, i vaccini disponibili attualmente saranno utilizzati soltanto nei presidi definiti dal Piano vaccini e non saranno disponibili nelle farmacie o nel mercato privato. È altamente sconsigliato cercare di procurarsi il vaccino per vie alternative o su internet. Questi canali non danno nessuna garanzia sulla qualità del prodotto, che potrebbe essere, oltre che inefficace, pericoloso per la salute.

Il vaccino protegge la singola persona, ma se siamo in tanti a vaccinarci, potremmo ridurre in parte la circolazione del virus e quindi proteggere anche tutte le persone che non si possono vaccinare: la vaccinazione si fa per proteggere sé stessi, ma anche la comunità in cui viviamo.

Anche se l’efficacia del vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 è molto alta (oltre il 90%) vi sarà sempre una porzione di vaccinati che non svilupperà la difesa immunitaria, inoltre, ancora non sappiamo in maniera definitiva se la vaccinazione impedisce solo la manifestazione della malattia o anche il trasmettersi dell’infezione. Ecco perché essere vaccinati non conferisce un “certificato di libertà” ma occorre continuare ad adottare comportamenti corretti e misure di contenimento del rischio di infezione.

Il Governo italiano, tramite le procedure europee, ha prenotato l’acquisto di oltre duecento milioni di dosi di vaccini anti COVID-19 da sei diversi produttori. Non ci sarà libera scelta su quale vaccino preferire: il vaccino disponibile al tempo e al luogo sarà offerto dai servizi vaccinali a parità di sicurezza ed efficacia.

La vaccinazione sarà effettuata con una speciale siringa sterile monouso dotata di sistema di bloccaggio dell’ago (Luer Lock) per evitare distacchi accidentali; gli aghi sterili monouso sono anche dotati di attacco di bloccaggio: le siringhe usate non vanno reincappucciate (DM 28/9/89) e saranno immediatamente depositate in appositi contenitori di smaltimento.

L’obiettivo è quello di ricavare il maggior numero possibile di dosi da ciascun flaconcino, al fine di utilizzare tutto il prodotto disponibile, evitando ogni spreco. Vanno sempre assicurate la corretta diluizione, la garanzia di iniettare a ciascun soggetto la dose prevista di 0,3 ml di prodotto diluito e la disponibilità di siringhe adeguate. Resta inteso che eventuali residui provenienti da fiale diverse non potranno essere mescolati.

Secondo lo schema di priorità definito nel Piano vaccini saranno vaccinate tutte le persone presenti sul territorio italiano, residenti, con o senza permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione.

Un documento di identità valido e la tessera sanitaria. Può essere utile avere con sé anche l’eventuale documentazione sanitaria che possa aiutare il medico vaccinatore a valutare lo stato fisico.

Osservazioni critiche sull’ordine del giorno parlamentare a favore di Roma Capitale

Anche se fosse più adorno di buone intenzioni, l’ordine del giorno su Roma Capitale andrebbe valutato con la debita prudenza. Non ha importanza che sia stato sottoscritto da un vasto schieramento bipartisan, come di solito nelle Aule parlamentari stenta a manifestarsi. In realtà questa operazione ortopedica, illusoriamente concepita per rimettere in piedi una città traumatizzata, incapace non solo di correre ma anche solo di camminare con qualche speditezza, trasmette un senso di approssimazione e inconcludenza. Manca di respiro politico.

Ogni volta, infatti, che Roma guarda se stessa, specchiandosi nel suo incongruo particolarismo – tanto più incongruo, in verità, se commisurato al carattere universale di Roma -, scivola nel pantano delle controversie e delle rivendicazioni, senza quella ragione alta di politica e cultura che invece, nei desiderata dei proponenti, si vorrebbe pur mettere a verbale. Per giunta, quando si sconta la povertà di contenuto, viene meno il fascino dell’iniziativa. Si parla, anche nel suddetto ordine del giorno, di nuovi poteri da attribuire e perciò di nuove risorse da mettere in campo; ma poiché non si sa quali siano questi poteri, a meno di trasformare l’Urbe da Comune in Regione, contravvenendo in questo modo alla secolare battaglia per l’autonomia del Campidoglio come simbolo forte della “Italia dei Comuni”, tutto precipita inesorabilmente nella bruta richiesta di maggiori finanziamenti.

Si dirà che anche il progetto più nobile e generoso per realizzarsi ha bisogno di risorse. È vero, ma non a prescindere da un indirizzo convincente. Negli anni ‘70, grazie soprattutto a un assessore capitolino di grande preparazione, il democristiano Franco Rebecchini, la riforma della finanza locale divenne tema politico nazionale. Amintore Fanfani, nel consiglio nazionale susseguente alla sconfitta sul divorzio (1974), ne prese spunto per qualificare il rilancio dell’iniziativa politica della Dc. Rebecchini non si atteneva alle strette preoccupazioni del suo ufficio, ma lavorava d’intesa con gli amministratori suoi omologhi nell’Associazione dei Comuni. I famosi convegni di Viareggio dedicati alla questione del risanamento finanziario degli enti locali fornirono gli elementi necessari alla definizione dei cosiddetti “decreti Stammati” (1977), punto cruciale di accordo tra il Pci, ormai egemone nelle grandi città, e la Dc di Moro e Zaccagnini. Successivamente, con l’uscita dall’incertezza finanziaria, le “giunte rosse” di Argan, Petroselli e Vetere dettero impulso a politiche fortemente espansive di welfare locale come dato emblematico, in quegli anni, di una più generale evoluzione delle città italiane.

Questa felice corrispondenza tra Roma e la nazione oggi non si vede. Al contrario, l’esaltazione del ruolo di Capitale suona alla stregua di una chiacchiera da bottega, dando la stura all’immiserimento del dibattito sul ruolo dei Comuni. Non a caso l’ultima invenzione di un pensiero autonomistico senza più mordente consiste in una grezza ipotesi di lavoro, simile a ridisegno della gabella medievale, per la quale andrebbe riservato ai Comuni il dieci per cento dei fondi del Recovery Plan. La Raggi, a tal proposito, ha inteso innalzare l’asticella rivendicando ben oltre il dieci per cento e solo per soddisfare le esigenze della sua amministrazione. Tutto si tiene in questa logica di arido municipalismo corporativo. Occorre infatti riconoscere una connessione sottile ma robusta: quanto più il Campidoglio fa storia a sé, con l’enfasi riposta sulla gravosità del suo essere Capitale, tanto più la rete delle autonomie si sfilaccia o peggio ancora si consuma. Da Roma, ovvero dai difensori della sua originaria e potente dignità di civitas, sarebbe lecito attendersi una riflessione più adeguata, se del caso più aperta ed espansiva, dunque seriamente produttiva di una risposta che valga oltre l’onesto interesse di attuali e futuri amministratori cittadini.

Lo spirito di Capitale non si rinnova con la questua.

L’Unicef si appresta ad affrontare un’impresa mastodontica. Trasportare 850 tonnellate di vaccini al mese.

L’UNICEF potrebbe potenzialmente trasportare fino a 850 tonnellate di vaccini contro il COVID-19 al mese nel 2021, se questa quantità diventasse disponibile. Questo è più del doppio del peso medio di vaccini che l’UNICEF trasporta ogni mese.

Questo per guidare l’approvvigionamento e la distribuzione dei vaccini contro il COVID-19 per 92 paesi a reddito basso e medio basso a nome della COVAX Facility, in collaborazione con la Pan American Health Organization (PAHO).

Per poter stabilire questa cifra l’UNICEF ha esaminato la capacità globale di trasporto aereo e le rotte di trasporto per comprendere meglio le sfide legate alla distribuzione dei vaccini contro il COVID-19 nel 2021.

Le linee aeree commerciali consentiranno la consegna di vaccini in quasi tutti i 92 paesi a reddito basso e medio basso, che sono tra le 190 economie che partecipano alla COVAX Facility, per un costo stimato di 70 milioni di dollari.

Confrontando il volume di vaccini stimato con le rotte commerciali e di traporto merci a livello globale, la valutazione mostra anche che l’attuale capacità di trasporto aereo potrebbe essere sufficiente per una distribuzione che andrebbe a coprire il 20% della popolazione della maggior parte dei 92 paesi.

I vaccini contro il COVID-19 si prevede saranno trasportati inizialmente utilizzando la capacità di trasporto passeggeri e merci esistenti, anche se per alcuni paesi piccoli e per altri con problemi di accesso potrebbero essere necessari charter e opzioni di trasporto alternative.

Ma una della sfide principali nelle operazioni di vaccinazione per il COVID-19 è la capacità della catena del freddo per la conservazione dei vaccini a livello locale in molti dai paesi a reddito basso e medio basso.

Date le temperature di conservazione del vaccino contro il COVID-19, i paesi dovranno formare operatori logistici e sanitari su come conservare i vaccini alla corretta temperatura.

Come parte di un programma avviato nel 2017, con il supporto di GAVI, l’UNICEF continuerà a procurare e supportare l’installazione di 70.000 frigoriferi per la catena del freddo che saranno alimentati a energia solare.

 

Mons. Russo: “Il Mediterraneo torni ad essere luogo di unione e di bellezza”

Mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, intervenendo alla conferenza online promossa dalla Confederazione islamica italiana ha dichiarato che: “È fondamentale che le religioni abramitiche, in dialogo tra loro, continuino a disegnare i fondamenti di un nuovo concetto di ‘cittadinanza’ per far fronte alle sfide del terzo millennio e per aiutare il Mediterraneo a tornare ad essere luogo di unione e di bellezza e non più di conflitto e di morte”.

Ma non solo questo, secondo l’alto prelato “le nostre comunità religiose” dovranno essere “chiamate a diventare educatrici di persone, capaci di fratellanza, di speranzosa e misericordiosa fratellanza”.

Questo per riunire “le due sponde del Mediterraneo, sotto una ‘fratellanza’ per tutte le donne e gli uomini di questa regione, da Nord a Sud, così tormentata ma anche così ricca di Parole di vita per tutta l’umanità”.

La Mozzarella di Gioia del Colle diventa DOP

La mozzarella è un latticino a pasta filata, originario dell’Italia meridionale, prodotto da secoli.

Deve il suo nome all’operazione di mozzatura compiuta per separare dall’impasto i singoli pezzi durante la lavorazione artigianale, come testimonia anche la sua antica denominazione: mozza .

Sull’etimologia della parola “Mozzarella” non sembrano esservi dubbi.

Il termine Mozzarella lo si trova per la prima volta nel 1570 in un libro di cucina di un cuoco della corte papale, un certo Scappi. 

La mozzarella a causa della deperibilità veniva prodotta in scarsa quantità e consumata localmente da una ristretta cerchia di “raffinati degustatori”. 

Oggi questi sono aumentati perché ora la si può gustare ovunque. 

Viene consumata soprattutto al naturale. A volte è accompagnata da altri prodotti alimentari. Altre volte condita con olio o utilizzata in insalate come la tipica Caprese, con pomodori, origano, basilico e un filo di olio extravergine d’oliva

La mozzarella è inoltre molto usata su pizze, calzoni, panzerotti e in moltissime altre ricette, tradizionali come le melanzane alla parmigiana e la mozzarella in carrozza, o nuove, come  quelle impanate e fritte. 

Con circa centomila tonnellate esportate, come ordine di grandezza, la mozzarella è il terzo formaggio italiano più apprezzato all’estero, dopo il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano

Nel gennaio 2018 è stata depositata presso la Commissione Europea una domanda di riconoscimento DOP della Mozzarella di Gioia del Colle (Ba) e finalmente è arrivato.

Giovanni D’Ambruoso, presidente di Delizia S.p.A. di Noci (Ba), le cui specialità sono a marchio Deliziosa, ha già comunicato ai suoi clienti che l’Unione Europea ha dato il via libera all’iscrizione nel registro delle Denominazioni di Origine Protette  e delle Indicazioni Geografiche Protette per la mozzarella di Gioia del Colle DOP.

“La nostra azienda, rientrando in uno dei 22 comuni individuati, è già a lavoro per presentarvi, nei prossimi mesi, le nuove proposte a marchio DOP. Conquisteremo un nuovo mercato sia in Italia che sopratutto all’estero, perché avere una DOP in questo territorio fantastico, per noi è un fiore all’occhiello. Ci saranno nuovi fatturati, nuove entrate e quindi, porteremo a casa un vantaggio per tutta la filiera” ha riferito.

Nel 1992, Giovanni D’Ambruoso decise di dare vita al suo sogno imprenditoriale di fare conoscere a tutti gli italiani le straordinarie specialità casearie delle sua terra. 

Oggi quel sogno è una azienda che ogni giorno produce eccellenze, trasformando il miglior latte crudo pugliese in specialità uniche e inimitabili. Lavorate a mano da mastri casari esperti, e controllate secondo le più severe norme igienico qualitative.

Per questo le specialità Deliziosa stanno conquistando le tavole di tutto il mondo anche grazie a una efficiente rete distributiva, capace di portare i prodotti appena realizzati ovunque vengano richiesti. 

Una lunga corsa a ostacoli ha preceduto questo importante risultato, vista l’opposizione di produttori bavaresi di mozzarella e una associazione imprenditoriale food americana.

La Mozzarella di Gioia del Colle arricchisce così il ricco paniere dei prodotti DOP italiani che conferiscono al nostro paese un primato mondiale.

Sono 656 i prodotti a Denominazione di Origine Protetta (DOP), 780 i prodotti a Indicazione Geografica Protetta (IGP) e 64 le Specialità Tradizionali Garantite (STG).

Secondo il disciplinare di produzione, per la Mozzarella di Gioia del Colle si utilizza latte fresco intero bovino, non addizionato da alcun conservante, ma solo con l’innesto di sieri artigianali autoctoni. Inoltre, gli animali devono essere mantenuti al pascolo obbligatorio per 150 giorni all’anno e nutriti con una dieta specifica, così da avere un latte ricco di elementi vegetali, grassi insaturi, vitamine e soprattutto di gusto.

A differenza di quella campana, la Mozzarella di Gioia del Colle si presenta con una consistenza più compatta ed elastica con un colore che va dall’avorio a qualche velatura di colore paglierino. La pelle è molto sottile, contrariamente a quella di bufala, perché il latte è vaccino e la salatura non avviene secondo la tradizione campana ma prima della filatura, eseguita in acqua bollente e successivamente in acqua fredda per ottenere il rassodamento.

Inoltre, presenta una leggera fuoriuscita di siero di colore bianco, indice di freschezza e qualità. Anche il gusto è diverso, è dolce e acidulo, con note di latte fresco, burro e vegetali da campo.

Il territorio della DOP comprende 16 comuni della provincia di Bari, 6 di Taranto una porzione del territorio di Matera. Al Consorzio aderiscono circa l’80% dei produttori dei territori che andranno a trasformare 2,06 milioni di quintali di latte all’anno. Con 15,8 milioni di kg di mozzarelle prodotte, da parte di 22 aziende casearie.

Tumore ovarico: è possibile effettuare un esame per intercettare le tracce della presenza tumorale

Grazie a un semplice prelievo di sangue è possibile avere in ogni momento informazioni molecolari sul tumore maligno epiteliale dell’ovaio e la sua progressione. Sequenziando il Dna, presente nel sangue, si possono intercettare le tracce della presenza del Dna tumorale, misurarlo e studiarlo.

Lo studio, pubblicato sulla rivista americana Clinical Cancer Research, è stato condotto da ricercatori del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs, guidato da Maurizio D’Incalci, in collaborazione con i medici dell’Ospedale San Gerardo di Monza (Università di Milano Bicocca) e dei ricercatori dell’Università di Padova e dell’Harvard Medical School di Boston.

Lo studio è stato reso possibile grazie al finanziamento della Fondazione Alessandra Bono Onlus e della Fondazione Airc.

 

#VaccineDay: Una giornata storica per la vita

È una giornata storica che tutti dovremmo celebrare con orgoglio ed emozione. Il 2020 sarà ricordato come l’anno in cui l’umanità intera è stata messa in ginocchio da un virus nuovo, sconosciuto, che ha contagiato quasi ottanta milioni di persone e mietuto quasi due milioni di vittime nel mondo. L’equilibrio del sistema globale è stato messo a dura prova, sotto il profilo sanitario, economico, sociale e umano.

Ci siamo trovati improvvisamente di fronte a uno scenario che solo in un film futuristico di fantascienza avremmo potuto immaginare: strade deserte, attività sospese, ospedali in affanno, volti coperti da mascherine e gli occhi rimasti liberi a comunicare la paura. La Scienza ha compiuto un vero e proprio miracolo portando oggi qui in casa nostra, nel giro di pochi mesi, un vaccino per cui in altri tempi sarebbero serviti anni.
Oggi, finalmente, è il giorno della speranza dopo tante lacrime, disperazione e sofferenza per persone perdute, lavoro perduto, finanze perdute, libertà perduta, diritti perduti, emozioni perdute. Dopo tutta questa perdita oggi è il giorno della conquista. Conquista che la Ricerca, con un gigantesco balzo per l’Umanità per nulla secondo a quello di Armstrong, è riuscita ad ottenere e di cui fa dono oggi a tutti noi, per restituirci quanto abbiamo perso in questi mesi e ripagarci dei sacrifici che abbiamo dovuto compiere con non poca fatica.

Vorrei che fossimo tutti orgogliosi oggi, dei nostri scienziati, di chi ha perso la vita per salvarne altre nel corso di quest’anno, di chi ha fatto le ore piccole in laboratorio perdendo gli occhi sui microscopi e di chi non ha nemmeno potuto sedersi un minuto per lavorare nei reparti.

E orgogliosi di chi non ha perso la fiducia, di chi ha saputo stringere i denti, di chi ha trasmesso nelle proprie case, ai figli piccoli e ai genitori anziani, sempre e comunque un messaggio positivo di conforto e di forza. Di chi ha lottato, pur vedendosi limitato nelle libertà e nelle attività lavorative, di chi si è rimboccato le maniche per trovare strade alternative anziché lamentarsi passivamente e crogiolarsi nella disperazione. Orgogliosi di chi ha saputo reagire con coraggio e, con quegli occhi rimasti scoperti, sorridere e trasmettere speranza. Oggi è la rivincita di tutti.

E vorrei, almeno oggi, non leggere polemiche aride e sterili, commenti ignoranti, frasi sconsiderate, propagande volgari e battute meschine. È un grande giorno, finalmente, in cui mi sento felice ed emozionata. Con lo stesso nodo in gola che ho quando posso comunicare ai miei pazienti una notizia meravigliosa e inaspettata, oggi sono grata di essere medico e di essere, anche se solo infinitesimamente, parte di quella Disciplina e di quella Scienza che hanno il potere di donare all’uomo ciò che esiste di più prezioso: la salute e la speranza.

Oggi, 27 dicembre 2020, è un giorno storico in cui è d’obbligo celebrare la Vita!

Labirinto italiano

“C’erano pochi telefoni, in quella Roma piccola e stravolta del 1946. Da poco i bombardamenti erano cessati e l’Italia era stata liberata. La paura era finita e la vita tornava a sembrare luminosa. Faticosa, ma luminosa”.

L’ultimo libro di Walter Veltroni (“Labirinto italiano” edito da Solferino) è un viaggio nella memoria del Paese, che inizia da un vecchio elenco telefonico della Roma postbellica. E’ un documento storico che descrive una città completamente diversa. Era una capitale più piccola, non ancora segnata dall’immigrazione impetuosa né da avventure urbanistiche, con quartieri nati alla rinfusa e periferie anonime, senza lo straccio di un piano regolatore. O meglio, con la pura logica del profitto e della speculazione edilizia che impedisce di immaginare un piano regolatore. Era anche una città ben amministrata, senza particolari lacune nei servizi e nei trasporti pubblici. Furono infatti le prime giunte capitoline di centrosinistra a smantellare l’efficiente servizio tramviario, di cui oggi sopravvivono poche tratte (e per lo più marginali nel paesaggio urbano).

Quello che colpisce, sfogliando idealmente le pagine del prezioso elenco telefonico, è trovare molti protagonisti della storia politica e culturale del Novecento italiano, da Andreotti a Fellini, da Di Vittorio a Terracini, da Ugo La Malfa a Vittorio De Sica. Non c’erano particolari remore a rendere pubblici i propri recapiti privati. Certamente non esisteva ancora una legge sulla privacy, ma si pensava che la democrazia e la libertà (da poco riconquistate) non sarebbero state più violate da nessuno. L’Assemblea Costituente aveva proprio il compito di dare al Paese una Carta Costituzionale attraverso un compromesso (questo sì, al rialzo) tra le varie forze politiche dell’epoca: cattolici, liberali, repubblicani, comunisti, socialisti, azionisti. Pochi anni dopo (come viene raccontato nel libro) si capisce che ciò è un abbaglio, una pericolosa illusione. La stagione degli attentati e delle stragi porterà anche alla cancellazione dagli elenchi telefonici dei nomi dei VIP (e non era ancora giunta l’epoca della sudditanza culturale nei confronti della lingua inglese).  Il “labirinto italiano” è popolato di storie degli anni di piombo (Carlo Castellano, Luigi Calabresi, Mario Amato) ed altre più allegre (“la partita del secolo” Italia-Germania 1970-1982, la nazionale di Julio Velasco, il Novecento di Bertolucci). E’ un racconto di protagonisti le cui vite, eroiche o normali, racchiudono il senso storico dei decenni che abbiamo attraversato. Ma è anche il libro delle emozioni, dei film, delle canzoni, degli entusiasmi e dei dolori che hanno segnato le generazioni dal dopoguerra alla crisi economica fino alla “seconda ondata” del Covid in cui siamo ancora totalmente immersi. E chissà quando davvero finirà “l’inverno del nostro scontento”.

A giudizio di chi scrive, manca nel libro una serie di interviste realizzate da Veltroni ad alcuni protagonisti della cosiddetta Prima Repubblica, pubblicate recentemente sul “Corriere della Sera”. Tra queste, una delle più significative è quella a Fabiano Fabiani (giornalista, dirigente pubblico e privato, tra Rai e Iri). In un passaggio dell’intervista, Fabiani ricorda la chiusura della campagna elettorale Dc nel 1953 a Roma. “Sangiorgi era un antifascista e questo fu il mio primo incontro con una persona culturalmente preparata e antifascista. Ricordo anche un piccolo episodio: il comizio finale di De Gasperi fu a piazza del Popolo. In fondo alla scaletta di accesso al palco De Gasperi lo vide, gli venne incontro e gli chiese come andavano le cose. Sangiorgi gli rispose: “Stavano andando bene, poi negli ultimi giorni ci sono stati degli interventi in denaro” e De Gasperi replicò: “Purtroppo questa brutta abitudine è molto diffusa…”.

Pompei: torna alla luce la bottega del cibo da strada

Torna alla luce a Pompei l’ambiente quasi integro di un Thermopolium, bottega alimentare, con piatti pronti di ogni tipo. Una scoperta che restituisce un’incredibile fotografia del giorno dell’eruzione, e apre a nuovi studi su vita, usi e alimentazione dei pompeiani.

Il locale è formato da  un grande bancone ad «elle» decorato con immagini realistiche di oche germane, uno strepitoso gallo e un grande cane al guinzaglio .

Ma le scoperte non si fermano alla struttura.

La bottega, al momento, ha fatto scoprire agli archeologi le pentole in coccio con i resti delle pietanze più prelibate, dal capretto alle lumache e persino una sorta di “paella” con pesce e carne insieme. Il vino «corretto» con le fave e pronto per la mescita.

 

Bonus famiglia 2021

Per il 2021 sono previsti una serie di bonus e incentivi per le famiglie con figli. A partire dall’assegno unico familiare che sostituirà altri sgravi fiscali. Si tratta di un contributo assegnato a nuclei con uno o più figli a carico che verrà erogato fino al compimento del ventunesimo anno di età. Per le famiglie con più di due figli e con disabili è prevista una maggiorazione. Si prevede una quota fissa che va dai 200 ai 250 euro nel 2021, più una variabile determinata dall’ISEE.

Il bonus asilo nido 2021 dovrebbe essere fruibile fino al 30 giugno 2021 per poi essere sostituito dal 1° luglio con l’assegno unico. Cambia al variare dell’ISEE della famiglia: 3mila euro per i redditi fino a 25mila euro; 2.500 euro fino a 40mila euro, 1.500 euro oltre i 40mila euro.

Il bonus bebè 2021 è un assegno mensile per le famiglie che mettono al mondo o adottano un bambino.

Fino all’entrata in vigore dell’assegno unico, resta anche la detrazione figli disabili 2021, ossia una detrazione fino a 1.350 euro per ogni figlio e fino a 1.550 euro per ogni figlio in presenza di più figli.

Per le future mamme è stato ideato un incentivo una tantum da 800 euro corrisposto dal settimo mese di gravidanza fino all’arrivo dell’assegno unico per i figli, attivo dal primo luglio 2021. Il bonus mamme domani 2021 sarà dunque richiedibile fino al 30 giugno 2021.

Anche il bonus vacanze è stato prorogato al 2021.

 

Oggi si parte con le vaccinazioni anti covid

Arrivato dal Belgio  il furgone con le prime 9.750 dosi del vaccino anti-Covid di Pfizer-Biontech  destinate all’ospedale capitolino Spallanzani.  Così anche i medici italiani insieme ai medici, infermieri e operatori sanitari di tutta Europa daranno simbolicamente il via alla campagna di vaccinazione di massa.

Le dosi verranno somministrate in 21 siti individuati sul territorio nazionale uno per Regione.

Nel Lazio si svolgerà tutto allo Spallanzani, dove sono stati selezionati i primi cinque vaccinati d’Italia. Si tratta di un’infermiera, un operatore sanitario, una ricercatrice e due medici. In Lombardia le dosi sono pronte all’ospedale Niguarda di Milano.

Ma il vero giorno in cui tutto partirà è domani,  quando Pfizer manderà altre 450mila dosi al nostro Paese.

Sui vaccini molte fake news

Arrivano insieme ai vaccini le bufale sui sieri anti Covid. In particolare, racconta il sito della Bbc, è diventato molto popolare un video con un ago che ‘sparisce’ dopo la vaccinazione, e girano notizie, ovviamente false, di un’infermiera morta dopo essersi vaccinata e di un effetto collaterale, la ‘paralisi di Bell’ che si sarebbe verificato in diversi vaccinati.

“Il video è vero – spiega la Bbc – ma mostra un operatore professionale che usa una siringa di sicurezza, in cui effettivamente l’ago si ritrae nel dispositivo dopo l’uso. Questo tipo di siringhe è stato usato in passato per proteggere dalle punture accidentali”.

Un’altra storia fake viene dall’Alabama, dove secondo i cospirazionisti sarebbe morta un’infermiera subito dopo aver fatto il vaccino. La notizia è stata smentita dalle autorità locali, ma è riapparsa poi in forme diverse, ad esempio con un utente che ha affermato che a morire fosse stata ‘la zia di un suo amico’.

Tra le affermazioni c’è anche quella, che è falsa, che gli uomini sono ‘cavie’ per il vaccino, perché non è stato testato sugli animali.

A conferma della mole di disinformazione che circola al fine di manipolare le convinzioni delle persone verso un atteggiamento dubbioso verso i vaccini, anche l’analisi di First Draft che ha monitorato tutti i tweet e i post di Facebook e di Instagram contenenti, come tag, le parole chiave “vaccino” o “vaccinazione” con l’intento di “innescare risposte emotive come paura o rabbia”.

Quei leader politici ma anche spirituali…

È consuetudine, ormai anche da settori che hanno contribuito nel tempo a distruggere e a  criminalizzare politicamente la classe dirigente del passato, rimpiangere quei leader e quegli  statisti. Certo, essendo di fatto impossibile tracciare qualsiasi confronto con la classe dirigente  contemporanea. Del resto, dopo avere teorizzato per molti anni la lotta senza quartiere contro la  politica, i suoi strumenti essenziali e le sue modalità concrete, era abbastanza scontato che prima  o poi si approdasse ad una non classe dirigente. Cioè ad una consorteria dove a prevalere sono  disvalori quali l’incompetenza, l’inesperienza, l’improvvisazione, la casualità e l’odio implacabile  contro tutto ciò che era semplicemente riconducibile al passato. E l’avvento al potere dei 5 stelle  non poteva che essere la naturale conseguenza di tutto ciò. Certo, aiutato da contributi non  casuali come, ad esempio, la violenta e spregiudicata operazione di potere denominata  “rottamazione”, o l’esaltazione dell’”anno zero” intesa come volontà di distruggere e sfregiare chi  ti ha preceduto. Il tutto culminato con le parole d’ordine che tuttora segnano in profondità  l’esperienza e la prassi dei 5 stelle. Cioè il “vaffaday”. 

Ora, c’è un aspetto essenziale, e forse volutamente trascurato, che però vale ricordare e  rammentare quando si ricorda la classe dirigente democratico cristiana che ha saputo guidare ed  orientare laicamente, con sapienza ed intelligenza, il nostro paese per quasi 50 anni. Ovvero, la  dimensione spirituale di quei leader e di quegli statisti. Un osservatore disattento potrebbe  sostenere che tutto ciò è un affare che riguarda la coscienza del singolo e che non può e non  deve condizionare l’attività politica e di governo. Eppure proprio quei leader e quegli statisti sono  stati i principali difensori della laicità dell’azione politica da un lato e gli alfieri decisivi della  importanza e della centralità delle nostre istituzioni democratiche.

Cioè dello Stato. Ma l’elemento  che ha caratterizzato il profilo e la natura di quelle persone è stato la profonda spiritualità che li  animava. Erano uomini e donne di Stato ma, al contempo, erano anche punti di riferimento per  quelle comunità ecclesiali e di credenti che credevano nell’impegno politico e nella difesa e nella  promozione dei ceti popolari attraverso l’azione politica e di governo. Ecco la specificità di quella  classe dirigente, oggi praticamente introvabile ed evaporata. Un elemento che, certo, interessa e  coinvolge principalmente la storia e l’esperienza del cattolicesimo politico italiano, ieri come oggi.  Ma rappresenta anche un elemento che interessa e coinvolge l’intera storia del nostro paese.  Laici o credenti che siano non fa alcuna differenza. Certo, leader e e statisti che non ostentavano  simboli religiosi, che non ambivano ad essere “cattolici professionisti” di turno per dirla con Mino  Martinazzoli nè potevano essere tacciati di diventare “sepolcri imbiancati” per citare un altro  grande leader democratico cristiano, Carlo Donat-Cattin. Erano, molto più semplicemente e  discretamente, credenti e politici. Ma punto di riferimento sia della comunità ecclesiale e sia della  comunità politica.  

Una tradizione, o meglio una esperienza umana, civile e religiosa che, purtroppo, non siamo stati  in grado di proseguire, di inverare e di declinare anche nella società contemporanea. Al di là dello  scorrere inesorabile del tempo e del profondo cambiamento delle diverse fasi storiche. 

Ecco una delle tante lezioni che possiamo trarre dal passato, che non tramonta e che non va  rottamato, quando ripercorriamo la miglior stagione del cattolicesimo politico, sociale  democratico nella storia del nostro paese. E cioè, nel rigoroso rispetto della laicità dello Stato e  della stessa azione politica, non esiste un leader politico cattolico democratico se, accanto al  progetto politico che interpreta e che rappresenta in quel particolare momento storico non è  accompagnato anche, e soprattutto, da una solida e non ostentata spiritualità. Senza alcuna  deviazione clericale e confessionale ma con la consapevolezza che l’ispirazione cristiana continua  ad essere fonte inesauribile per una seria, ricca e costruttiva azione politica. A livello locale come  a livello nazionale. 

Alla ricerca del Natale perduto

Natale è  un giorno di ricordi più che di speranze. Ricordo i Natali della mia infanzia   . Erano tempi diversi si coglieva la bellezza del presente e si guardava con fiducia al domani, c’era più attesa, più innocenza, più intimità, una magia speciale. Mio padre teneva molto agli  addobbi dell’albero e del presepe. Curava ogni dettaglio. Trovavamo i regali al mattino ed era sempre una gioia e una sorpresa. Il pranzo durava fino al pomeriggio. Ci si parlava, si comunicava, gli anziani erano ascoltati con rispetto, i bambini sapevano distinguere i ruoli genitoriali. Tutto scorreva  lentamente  perché quel giorno ogni altra cosa  si doveva fermare  per contemplare l’arrivo del bambinello in ciascuna casa. Eravamo diversi dentro  ed era la realtà che si adattava al nostro sentirci un po’ speciali.

Hegel studiato alle superiori ci parlava di interiorità oggettiva. Il Natale semplice della gente semplice ci insegnava che esisteva in ciascuno di noi una interiorità soggettiva fatta di emozioni, intimità, sensazioni  speciali. Un giorno atteso e reso  sacro, non un giorno qualunque come sta diventando, nel grande casting sociale della mistificazione e del pensiero omologato ai luoghi comuni e all’apparenza.

La famiglia rinsaldava gli affetti e simbolicamente rappresentava l’allegoria di quella festa speciale.
Ripensati oggi si tratta di ricordi sideralmente  lontani nel tempo e nei contesti di vita abituali. Ricordare ha il sapore di un bilancio, lo sguardo a ritroso ci restituisce momenti speciali e indimenticabili nelle storie personali delle nostre esistenze apparentemente effimere.

Eppure oggi a riguardarle contano eccome.
Siamo cambiati noi o  è cambiato il significato del Natale? Certo il mondo è messo male se la Messa di mezzanotte è abolita per ragioni sanitarie: una cosa che non avremmo mai immaginato, ci saranno motivazioni valide per la scienza ma non significative  per il cuore.
Consumismo e globalizzazione hanno sradicato le tradizioni e ci hanno privato di libertà personali un tempo sacre e irrinunciabili. Il mondo intorno a noi sta cambiando vorticosamente e l’umanità sta perdendo il gusto della lentezza, della meditazione, del pensiero divergente.

Natale diventerà definitivamente un bene di consumo a progettazione variabile?

Il panta rei della vita fa scorrere tutto verso l’ignoto.
Manca un modello di società giusta che garantisca una sostenibilità per tutti,  le povertà materiali e spirituali dilagano in un mondo sempre più indifferente, rancoroso, dove cattiveria ed egoismo ci fanno vivere una sorta di tutti contro tutti.
Natale un tempo era preceduto da una lunga attesa ed era vissuto con una intensità emotiva che oggi il relativismo esistenziale ci sta sottraendo , privandoci del  “ gusto di vivere”.

La secolarizzazione lo rende un giorno qualunque , da passare in fretta, di vivere con l’ansia anticipatoria di un domani privato di certezze.
Natale era un passaggio cruciale nella nostra vita. Oggi lo viviamo come una ricorrenza obbligata che si celebra alle casse dei supermercati, nei negozi e nello shopping compulsivo.

Rimane in ciascuno di noi il desiderio insopprimibile di ritornare per un giorno bambini.
Speriamo che la folle corsa verso l’indeterminato non ci privi di questa innocente e gratuita soddisfazione. Ecco: il Natale dovrebbe essere il giorno della gratuità e del dono senza ritorno. Speriamo che PIL, pandemia, sentimenti deliberatamente vocati al male , prepotenza della politica, odio per il nostro prossimo, ingiustizia  e violenza del Dio denaro non lo rendano a poco a poco un giorno qualunque , confuso e annullato nel mesto calendario di una vita piatta. Un Natale autentico dovrebbe insegnarci a vivere ogni giorno dell’anno. La parola chiave è amore : cerchiamo di usarla più spesso.
Auguri!

Natale 1914, buone nuove dal fronte: auguri tra nemici, canti e tregua spontanea

E se il nemico fosse stato avvertito non come un bersaglio da abbattere ma alla stregua di un fratello coinvolto suo malgrado in un conflitto che stava trasformandosi in una carneficina? Nel corso della Grande Guerra successe anche questo: durante il Natale del 1914, in piene ostilità tra Alleanza e Intesa, alcuni soldati (con moto spontaneo) fraternizzarono intonando cori e applaudendosi reciprocamente.

Uno degli episodi più popolari del fenomeno – che non fu generalizzato, è opportuno puntualizzarlo –  ebbe luogo sul fronte francese, presso la località di Loos, Fiandre settentrionali. Successe che il 25 dicembre le trincee nemiche interruppero il fuoco e si scambiarono gli auguri di Natale, sussurrando canzoni tradizionali delle proprie terre. I reporters di guerra misero mano alle loro macchine fotografiche riprendendo interi reparti che si venivano incontro abbracciandosi e passando agli annali per l’effetto contrario che la guerra stava provocando nelle file degli eserciti avversi. Paradossale? No. 

In quei momenti, tra i combattenti, le parole d’ordine “eroismo tedesco contro lo spirito mercantile anglosassone” o “annientare il nemico dei popoli liberi” persero gravemente di valore e furono discriminate come meno ci si aspettava. Negli alti comandi dei rispettivi stati maggiori qualcuno gridò allo scandalo generando un nuovo casus belli, ma quell’episodio (prolungato) destò più curiosità e perplessità che non ulteriori motivi di rivalsa. Al corrispondente di guerra inglese Gibbs, un giovanissimo soldato confidò: 

Gli orribili Unni? No, quelli dell’altra parte sono poveri soldati che come gli altri si trovano in un sanguinoso pasticcio. Domina sui rispettivi nemici un maleficio creato da certi diavoli […], e chissà se da qualche parte esista un Dio…

Dio, per bocca di Papa Benedetto XV, aveva già espresso il suo parere, nonostante le pompose campagne propagandistiche che stavano mischiando il sacro con il profano: il pontefice si appellò infatti alla pace e a una tregua – almeno a Natale –  che potesse servire (anche) a riflettere, oltre che a limitare danni e vittime. E mentre i vertici di governo italiani stavano “alla finestra” in attesa di prendere quelle decisioni che nel maggio 1915 si sarebbero rivelate dannatamente drastiche, la convinzione di un conflitto come rimedio a ogni male maturava progressivamente in tutta Europa. L’Italia era invece divisa. Comparve il Manifesto del Futurismo di Tommaso Marinetti, fautore della guerra come “unica igiene del mondo” e adducendo a Trieste come la bella e ideale polveriera nazionale; montava un patriottismo sciovinista condiviso da una parte e non compreso – per non dire osteggiato – da quel modello di società ancora contadina, cattolica e fondata sulla famiglia come istituto fondante. Si trattava, a dire il vero, dell’esatto antonimo di quanti professavano l’intervento contravvenendo all’ispirazione cristiana di pace e non distinguendo più tra patria e fede. L’idea di identità nazionale e del nemico straniero che costituisce una minaccia non veniva in realtà assimilata neanche da buona parte della politica italiana, la quale si distaccò, man mano che dilagava la distruzione, da quei principi di prevaricazione fonti di extrema ratio alla risoluzione delle controversie diplomatiche internazionali (elemento manifestatosi sotto forme diverse anche vent’anni dopo).

Nel frattempo a Loos tedeschi e inglesi continuavano a cantare maneggiando utensili come strumenti musicali, scambiandosi al contempo il Buon Natale. A un certo punto qualcuno di quei ragazzi urlò : «Domani si farà un altro bel concerto!». Ma il giorno seguente il concerto fu molto diverso, perché lo fecero di nuovo cannoni e mortai.

Buon Natale a tutti

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Il Natale nell’arte

I “Vangeli dell’Infanzia” di Luca e di Matteo, che descrivono le vicende della Nascita di Gesù, costituiscono il nucleo delle rappresentazioni della Natività. A partire dal IV secolo la Natività divenne uno dei temi più frequentemente rappresentati nell’arte religiosa.

Papa Giovanni Paolo II parlando della natività disse: “Con Maria contempliamo il volto di Cristo: in quel Bimbo, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia, è Dio che viene a visitarci per guidare i nostri passi sulla via della pace. Maria lo contempla, lo accarezza e lo riscalda, interrogandosi sul senso dei prodigi che avvolgono il mistero del Natale”.

Ecco perché oggi vogliamo proporre alcune delle opere più rappresentative che possono accompagnarci nel periodo natalizio.

Erland Sibuea, “Nativity”. Era un’artista indonesiano che aveva come caratteristica la vivacità dei colori.

 

 

 

 

 

 

Carlo Maratta. Opera conservata all’interno della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma

Matisse Nella sua Natività, la silhouette è circondata da un manto immaginario di bianco.

La Natività del pittore argentino Sergio De Castro è un’opera donata nel 2003 da Mons. Pasquale Macchi alla Fondazione Paolo VI.

 

Scienza dei mezzi e sapienza dei fini

Il di battito politico sulla necessità di un nuovo partito di centro cristianamente ispirato, si fa giorno dopo giorno sempre più interessante.

Non mancano contributi e riflessioni di spessore politico-culturale che denotano  una passione ideale autentica su come costruire una posizione politica nuova che sappia interpretare le nuove esigenze della società per tradurle poi in programma politico concreto.

Ma da dove iniziare? L’abbrivio è in sintonia con le riflessioni ed i sentimenti di Giuseppe Lazzati allorquando combatteva la separazione tra morale e politica (argomento ormai completamente abbandonato dall’attuale classe politica a tutti i livelli).

Certamente, oggi a guardar bene la cronaca politica quotidiana ci si imbatte spesso in fatti e situazioni di malcostume e di degrado di politici appartenenti ai vari schieramenti.

Allora, non per essere nostalgici, ma per corrispondere ad una esigenza di moralità pubblica che sale sempre più giorno dopo giorno da quel corpo sociale ormai relegato al semplice compito di ratificare decisioni centrali assunte da un ristretto gruppetto di privilegiati, l’insegnamento lazzatiano (ripreso spesso non a caso anche dal compianto Leopoldo Elia) andrebbe riattualizzato sull’assunto di saper coniugare in politica la necessità di una scienza competente dei mezzi e la sapienza limpida dei fini.

Sicuramente di stratta di indicazioni che non devono scadere a semplici richiami verbali, ma di comportamenti concreti.

Così come appaiono del tutto velleitarie (perché personalistici, ossia legati alla conservazione di residuali poltrone di sottopotere) i tentativi di anacronistici personaggi che, dopo aver affossato il cattolicesimo democratico organizzato, hanno venduto l’anima al diavolo per redistribuirsi a destra e a manca.

In altri termini, non si vuol teorizzare un ricambio generazionale, ma uno ideale e di costume nel solco della miglior tradizione di pensiero che dalla metà del secolo scorso ha contribuito allo sviluppo integrale dell’uomo.

Occorre, proprio oggi, avere il coraggio di abbandonare mode ed abitudini che non appartengono ai cattolici democratici, nella consapevolezza di dover andare controcorrente per una battaglia ideale degna e limpida per il bene di tutti.

100 servizi digitali gratuiti per i commercianti

Sono 100 le offerte solidali approvate a oggi sulla piattaforma Vicini e Connessi, il progetto di Solidarietà Digitale che dà ai commercianti locali, agli artigiani e ai negozi di prossimità la possibilità di promuovere le proprie attività attraverso piattaforme e servizi digitali condivisi gratuitamente da fornitori del settore. Dagli strumenti per vendere prodotti o servizi online, fino all’assistenza informatica, passando per i pagamenti digitali, la gestione delle consegne a domicilio, e la promozione di attività commerciali attraverso nuovi canali, le soluzioni innovative offrono risorse utili agli esercenti locali per trasformare il proprio business, proseguendo le loro attività anche durante l’emergenza sanitaria.

Un numero considerevole di realtà imprenditoriali, enti e associazioni ha risposto all’Avviso Pubblico lanciato dal Dipartimento per la trasformazione digitale e volto a sostenere i negozianti di prossimità in questa fase molto complessa per il nostro Paese. Dal 18 novembre al 18 dicembre 2020, sono stati infatti 189, tra questi attori, ad aver inviato la propria richiesta di adesione all’iniziativa, proponendo in maniera solidale strumenti e piattaforme per favorire il passaggio al digitale dei piccoli esercizi in tutto il territorio nazionale.

La piattaforma Vicini e Connessi si è posta come un vero e proprio punto d’incontro virtuale tra le cosiddette “piattaforme abilitanti” legate al commercio online, i fornitori di servizi di logistica e consegna a domicilio ed i commercianti locali, registrando circa 25mila accessi al sito nell’ultimo mese. Vicini e Connessi è l’iniziativa della Ministra per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, e promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale, che intende sostenere gli esercenti locali nella trasformazione digitale delle proprie attività commerciali.

Sulla piattaforma presente sul sito di Solidarietà Digitale è possibile per i commercianti ricercare tra un elenco di servizi gratuiti quelli che meglio rispondono alle loro esigenze. Le aziende, gli enti e le associazioni che intendevano partecipare all’iniziativa hanno avuto la possibilità di proporre la propria offerta solidale dal 18 novembre al 18 dicembre 2020, data ultima per presentare la richiesta di adesione. Alcune delle offerte pervenute entro quella data sono ancora oggetto di una valutazione per verificare il rispetto dei requisiti espressi nell’Avviso Pubblico. Prossimamente il portale sarà aggiornato con una nuova “vetrina” digitale per arricchire l’esperienza degli utenti che intendono utilizzarne i servizi, facilitandone la ricerca sul portale e la fruibilità dei contenuti, sulla base delle proprie necessità.

HIV: nuova combinazione di farmaci per i cittadini europei

Assorted pills

Janssen ha annunciato l’autorizzazione per rilpivirina iniettiva in combinazione con cabotegravir iniettivo e compresse di ViiV Healthcare nell’Unione Europea per il trattamento dell’infezione da HIV-1 negli adulti in soppressione virologica. Con questa autorizzazione, per la prima volta le persone affette da HIV in Europa possono ricevere un trattamento iniettabile a lunga durata d’azione che elimina la necessità di assumere quotidianamente compresse orali.

A evidenziare la necessità di un regime a dosaggio meno frequente, il più grande studio globale sugli esiti riferiti dai pazienti affetti da HIV finora condotto da ViiV Healthcare, Positive Perspectives Wave 2, ha mostrato che – quando ai partecipanti sono state chieste le loro aspirazioni in merito al trattamento e la loro propensione verso i farmaci innovativi – il 55% (n=1306/2389) preferirebbe un regime a lunga durata d’azione. Inoltre, il 58% (n=1394/2389) ha osservato che l’assunzione giornaliera di farmaci anti-HIV agisce come un costante ricordo della malattia nella loro vita, mentre fino al 38% (n=906/2389) dei partecipanti ha segnalato di provare ansia per il fatto che l’assunzione giornaliera di un trattamento potrebbe aumentare le possibilità di rivelare il suo stato di sieropositività ad altri.

Londra e Bruxelles hanno raggiunto l’accordo

La svolta l’hanno impressa direttamente Boris Johnson e Ursula von der Leyen: negli ultimi giorni il premier britannico e la presidente della Commissione Ue hanno preso personalmente in mano le trattative e sono stati in costante contatto telefonico.
Da quel momento, c’era un sostanziale consenso su quasi tutto, tranne che sulla famigerata pesca.

Ma visto che il trattato di libero scambio vale 700 miliardi l’anno, sulla pesca ci si poteva anche passare sopra.

In sostanza si tratta di un’intesa commerciale che inizia il primo gennaio 2021. L’accordo copre anche la cooperazione scientifica, culturale e nel campo della sicurezza.

Anche se dal 1° gennaio con il nuovo sistema di immigrazione chi arriverà per lavoro in GB dovrà avere un visto, ottenibile solo se ha già un’offerta in tasca e un salario previsto di almeno 25.600 sterline.

I turisti non avranno bisogno di visto, ma sarà necessario il passaporto e non si potrà restare per più di tre mesi.

Dopo l’accordo il Presidente Sassoli ha dichiarato:  “Accolgo con favore la notizia che oggi sia stato raggiunto l’accordo sulle future relazioni tra Ue e Regno Unito, che sarà adesso esaminato in dettaglio dal Parlamento. Il Parlamento ringrazia e si congratula con i negoziatori dell’Ue e del Regno Unito per i loro sforzi volti a raggiungere un accordo storico, anche se all’ultimo minuto”. “Nonostante sia profondamente dispiaciuto per la decisione del Regno Unito di lasciare l’Ue sono sempre stato convinto che una soluzione negoziata fosse nell’interesse di entrambe le parti. Questo accordo getta le basi per l’avvio di un nuovo partenariato”.

“Tra pochi giorni  la legislazione europea non sarà più applicabile al Regno Unito. Il governo del Regno Unito è stato chiaro sulla decisione di voler lasciare il mercato unico, l’unione doganale e porre fine alla libera circolazione. Le decisioni hanno delle conseguenze: la mobilità e il commercio tra l’Ue e il Regno Unito non saranno fluidi come prima. Inoltre, è stata una scelta del governo britannico quella di non permettere una transizione più agevole mediante una proroga del termine ultimo per il raggiungimento di un accordo”.

 

 

Povero Natale Natale povero…

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Antonio Staglianò
Vescovo di Noto

Caro Babbo Natale,

povero Natale, abbiamo detto noi preti per tanti anni, denunciandone l’uso consumistico. E tu — con i tuoi regali — avevi una parte centrale nell’affare. Sì, lo so! Anche tu hai patito come una degenerazione del “tuo essere segno”: portavi i tuoi doni, quando eri realmente san Nicola di Mira, dopo ti hanno assegnato il ruolo maldestro di “facchino di regali”. Tu conosci bene la profonda differenza umana (sentimentale, affettuosa ed empatica) tra il dono e il regalo e, perciò, negli anni ti sei amareggiato e crucciato nel vederti così malridotto. Tuttavia, come si dice, “mal comune, mezzo gaudio”. Al Natale in sé è toccata forse una sorte peggiore. Alcuni vescovi, da tanto tempo, — ricordo solo don Tonino Bello —, ne hanno denunciato anche l’uso dolciastro: quando ci si ferma all’incanto di un presepe di cartapesta e si dimentica il primo presepe. Quello davvero “un brutto presepe”, tra l’indifferenza di molti, i giochi dei potenti e le stragi di innocenti, e con l’esperienza dolorosissima del migrare, della “fuga” in Egitto.

Quest’anno? Natale povero! La pandemia ci costringe a limitazioni che impediscono i cenoni. La crisi economica tocca tante famiglie, e la Caritas registra richieste di aiuto più che duplicate. I migranti continuano a percepirsi come un pericolo, e solo poche voci sanno raccontare che, in realtà, si tratta di donne e uomini, padri e madri, figli che fuggono da povertà e coltivano sogni. Assomigliano a quella santa famiglia in fuga verso l’Egitto, prima ancora che a quella stessa famiglia in cerca di un posto dove far nascere il loro bambino in modo dignitoso, come compete a ogni essere umano.

Siamo nella notte: il problema non è celebrare messe a mezzanotte (la messa si dice nella notte e si può celebrare dopo il tramonto del sole), ma celebrare la messa di Natale nella notte del mondo, che spesso diventa anche la notte del cuore. E, lo sappiamo bene, le luci esterne non riscaldano! Tu stesso sei come uscito fuori da ogni scena, dimenticato, forse con nostalgia e tanta melanconia.

Io vorrei dire a te, caro Babbo Natale e a tutti, con molto affetto e tanta forza, che però Natale resta una bella notizia. Proprio nella notte! Luce che vince le tenebre, e che le tenebre non possono sopraffare. Spogliàti di tante certezze, Natale ci dona una presenza che diventa una luce dentro: Dio ci salva nella povertà! E si realizza la promessa: «la notte brillerà come il giorno» (cfr. Is 58). Un messaggio altro rispetto a quelli ordinari. Una domanda che possiamo fare a Dio stesso? Perché ci salvi nella povertà? E se leggiamo con attenzione l’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti, ci accorgiamo che la povertà è anche frutto di tanti agguati di ladroni, di un capitalismo che genera scarti e di persone senza scrupoli che, pur di fare affari, sottomettono, non rispettano la dignità delle persone, generano divisioni, divari, fossati tra ricchi e poveri. Perché, Signore, non li fermi?

Sono domande che non trovano una risposta immediata ed evidente ma, domandare a Dio un senso, diventa attenzione a come Lui continua a essere presente in mezzo a noi. Quella luce dentro, quella commozione non sentimentale ma profonda, che si genera in noi quando pensiamo a come Dio si fa debole per non sopraffarci ma per invitarci. Diventa consapevolezza che, dietro alla sua povertà, c’è dell’altro: c’è il grembo dell’amore vero; c’è la possibilità di deporre l’arroganza dei potenti e di riscoprire la chiamata a vivere tutti da fratelli, portando i pesi gli uni degli altri. Non come piccoli dei, ma come “umani”! Umani che ritrovano il vero volto di Dio: la sua misericordia, la sua paternità.

E allora potrà nascere, come ascoltiamo nella seconda lettura della Messa della notte, un «popolo zelante nelle opere buone». Come? Comprendendo che il nostro Dio non vuole alcuna violenza, perché «Egli ha dato sé stesso per noi», e questo «riscatta da ogni iniquità». Ecco dove ci ha condotto lo sguardo sulla povertà di Betlemme e la chiamata, anche per noi, a seguire la via della povertà: lasciare che Dio annulli in noi, e tramite noi, ogni radice di egoismo e di violenza. Solo così vedremo giorni nuovi e supereremo, insieme alla pandemia sanitaria, la pandemia del cuore.

Ecco il sogno e l’impegno che condividiamo con Papa Francesco, e che diventa il mio augurio per questo Natale: riscoprire la fraternità attorno all’unico Padre comune, che ci ama in modo radicale. A tal punto che, amati dal Padre nel Figlio, viene spontaneo amare con lo stesso amore, lo Spirito Santo. È dunque un “amare”, non tanto come virtù morale, ma come verità profonda della vita. Certo, diventa però necessario andare a Betlemme, riconoscere il Bambino povero e adorare! Ovvero entrare nel mondo di Dio con tutto noi stessi, poveri, abbandonati all’amore di Dio che — diversamente da quello che pensano tanti — ama tutti. Scrive Papa Francesco: «Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio invece dà gratis, fino al punto che aiuta anche quelli che non sono fedeli, e “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5, 45)» (Fratelli tutti, 140).

Poveri, allora, anzitutto dentro, perché abbandoniamo pensieri egoisti quando il tesoro prezioso diventa un amore così grande. Certo, poi, anche poveri nel concreto della vita. Per quel dinamismo dell’amore vero, che a Natale si rivela, a Pasqua si compie, a Pentecoste diventa creatività dell’amore. Scrive ancora Papa Francesco: «Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa, fare il bene senza pretendere altrettanto dalla persona che aiutiamo. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8)» (ivi). Si tratta di un amore vero: maturo, gratuito e generoso! E il Natale povero di quest’anno può così diventare più vero e inizio di un cammino di rigenerazione per uscire insieme, e sul serio, dall’attuale crisi.

Caro Babbo Natale, il Natale povero di quest’anno sarà diverso anche per te. Non avercela con noi, siamo stati costretti dalla pandemia. E però sia per te una occasione di gioia. Se saremo cambiati — dopo la pandemia — ti aspetteremo ancora, magari come san Nicola di Mira, Colui che porta doni veri, quelli dell’amore autentico, per diventare tutti fratelli e sorelle, davvero fratelli tutti, nello stupore, per un Dio che ci ama così tanto, e in una povertà che diventa ricchezza del cuore e possibilità di cambiamento per la storia.

Real Estate post 2020. Come cambia il mercato immobiliare con il Coronavirus.

Lo scorso decennio è cominciata una crisi finanziaria che, essendo una crisi economica del mondo globalizzato, ha investito quasi tutti i mercati. Quelli che erano rimasti in piedi li ha colpiti la Sars-Covid 19 all’inizio di quest’anno. Può una malattia incidere in uno scenario sociale così vasto? Sì, se è una pandemia. La crisi politica ed economica che imperversano il nostro tempo si riversano nell’ambito dei consumi, quindi anche in quello degli investimenti, in una trazione che sarebbe un errore bollare come una questione legata al lusso e al ceto benestante. Chi investe immette liquidità all’interno del sistema economico, agendo su quella leva che consente di “far girare l’economia”, come si sente spesso dire. In uno Stato come l’Italia che utilizza le partite iva come “spremiagrumi” anziché vivificandone la potenzialità, questo sembra un discorso di poco valore. In un regime di impiegati statali l’attenzione e l’antipatia verso il libero mercato e i suoi gonfalonieri non soltanto ha fatto fuggire all’estero le imprese ma ha anche accelerato la crisi economica. Non è un fatto di lusso: se così fosse, dovremmo rapportarci al bene rifugio per eccellenza, l’oro. Il metallo prezioso nel dicembre del 2018 aveva un costo al grammo pari a 35,916, salito a 37 euro circa nel 2019 e 43,492 a gennaio 2020, salito a 49,162 il 22 dicembre di questo mese. Il bullion rates insomma mostra chiaramente che il metallo per gli investimenti di lusso tiene banco, nonostante la crisi. Non è così invece per un altro bene rifugio, il mattone, che sta subendo una contrazione costante, anche se, come sempre, sarà transitoria. Perché? Essenzialmente, perché gli immobili hanno un “valore” sociale, in quanto sono dei beni che possono produrre un servizio. Non si può affittare un lingotto d’oro, un immobile sì, sia questo a uso ufficio o civile abitazione. Secondo l’European Outlook 2021, nel 2020 l’effetto della crisi sanitaria del Covid-19 sui mercati immobiliari europei ha determinato un calo del fatturato superiore al dieci per cento. Ma se il comparto residenziale ha perso il dieci per cento, l’alberghiero ha sofferto per il settanta per cento e il terziario quasi il trenta per cento. Questa fase depressiva del mercato immobiliare, destinata a finire presumibilmente agli inizi del 2020, determinerà un cambiamento sociale ed economico. Per coloro che investiranno (e investono, approfittando della leva della crisi) sul real estate, occorre riflettere sui cambiamenti necessari che coinvolgeranno ora più che mai il settore, dato che occorrerà considerare maggiormente le comunicazioni e gli spostamenti, lavoro, scuola, turismo. Qualcosa nella percezione e nelle esigenze dell’immobiliare residenziale sta cambiando: le tendenze verso il green, la sostenibilità, il rapporto con lo spazio privato delle abitazioni e quello pubblico del lavoro, andranno a modificarsi. Essenzialmente chi investirà nel settore del real estate dovrà considerare quattro termini: 

Traveler’s Life: la vita cambia e tutti abbiamo sempre più bisogno di spostarci velocemente. Ogni cosa è transitoria e così sarà anche la permanenza in un’abitazione. Diminuiranno le seconde case ed aumenteranno le locazioni. Bisognerà per questo ripensare  la politica delle locazioni, ancora troppo legata al 4+4, in favore a contratti di affitto brevi. Chi investirà in immobili dovrà considerare la facilità negli spostamenti, la vicinanza a stazioni, aeroporti, porti, aree taxi, metro e stazioni metropolitane. 

ICT e Smart Working: i nuovi immobili non saranno necessariamente grandi ma dovranno essere operativi. Tecnologia wireless sempre presente negli immobili, postazioni per computer e televisori ibridi. 

Smart Living: stili di vita basati sull’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) la faranno da padroni. Sistemi di illuminazione e riscaldamento automatici, utilizzati per ricreare alla perfezione il proprio ambiente ideale, fino ai cellulari ricaricabili con tecnologia wireless, non saranno più “accessori” bensì tecnologie necessarie nel nuovo mercato.

Green: nuova tendenza all’ecosostenibilità, aree verdi al di fuori dell’immobile (meglio se smart garden) e stile eco-sostenibile all’interno dell’immobile. 

Il settore immobiliare è un ambiente di investimento che si riflette nella vita di tutti i giorni. Lavoratori pendolari, studenti universitari, saranno il business di domani. I sindacati, i legislatori, i Manager, gli  investitori, i progettisti e le imprese dovranno quindi optare per un approccio olistico, collaborativo, oltrepassando quello basato sulla concorrenza che ha imperversato in un mercato ormai stagnante e che il Covid 19 porterà inesorabilmente a una rigenerazione. Per rafforzarla sarà necessaria una vera e propria riforma giuridica del settore immobiliare, su cui i sindacati, le imprese e lo Stato dovranno prima o poi riflettere.   

Rai: “Viaggio nella Chiesa di Francesco” con uno “Speciale notte di Natale”

Il senso del Natale nell’anno della pandemia con un’intervista al card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano; da Gerusalemme l’appello del neo patriarca dei latini Pierbattista Pizzaballa.

E ancora, le rotte di Francesco dall’Iraq all’Accordo provvisorio per la nomina dei vescovi con la Cina nel segno del magistero della “fraternità” e un “viaggio” nella casa del clero di Bologna con il card. Matteo Zuppi nel ricordo dei 180 sacerdoti morti per Covid.

Sono i temi al centro della puntata di “Viaggio nella Chiesa di Francesco”, il programma di Massimo Milone e Nicola Vicenti, in onda oggi su Raiuno, alle 23.30; in replica venerdì 25 alle ore 8.30 su Rai Storia, per l’estero sui canali di Rai Italia e su raiplay e www.raivaticano.rai.it).  

“Questa pandemia – osserva il card. Parolin – ci ha fatto toccare con mano, ci ha fatto sperimentare la nostra estrema debolezza, ci ha fatto sperimentare la nostra vulnerabilità, la nostra fragilità”. “Il Papa – aggiunge – nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ ci ha dato delle direttive molto chiare, molto trasparenti. E allora potremo rispondere che saremo migliori se ci incammineremo per quella strada”.

Dal porporato l’invito a non perdere la speranza e il ruolo centrale della fede: “fondamentale per dare forza e coraggio alla vita di tutti perché la vita si scontra continuamente con tanti limiti e con tante sconfitte e con tanti insuccessi”. In programma anche la Natività e la bellezza dell’arte di Raffaello, in esclusiva con Barbara Jatta, direttore dei Musei vaticani; e il tempo della fragilità da Napoli con il bambino incatenato dello scultore Jago, quartiere Sanità.

Natale: regali last minute per 3,5 mln di italiani

Acquisti dei regali di Natale last minute per 3,5 milioni gli italiani che quest’anno hanno atteso fino all’ultimo per acquistare i tradizionali doni per se stessi o per gli altri da mettere sotto l’albero. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ sullo shopping in vista del Natale segnato quest’anno dall’emergenza Covid con la chiusura dei negozi e il lockdown previsto dal decreto del 18 dicembre che vieta ogni spostamento nelle giornate festive e prefestive dal 24 dicembre al 6 gennaio. Per i regali la maggioranza del 45% delle famiglie italiane – sottolinea la Coldiretti – ha fissato quest’anno un budget tra i 100 ed i 300 euro, il 41% sotto i 100 euro, il 14% dai 300 ai mille euro. La spesa media è pari a 175 euro a famiglia, in calo del 23% rispetto allo scorso anno a causa delle difficoltà economiche causate dalla pandemia che hanno ridotto il budget degli italiani per i doni.

Il risultato della crisi è anche la tendenza ad indirizzarsi – continua la Coldiretti – verso regali utili con abbigliamento, giocattoli e cibo tra i più gettonati davanti a libri, tecnologie e oggetti per la casa. Gli italiani blindati in casa nei giorni clou delle festività – continua la Coldiretti – trovano consolazione nella tavola e il maggior tempo disponibile si traduce, soprattutto, nella tendenza a cucinare di più per sé e per i propri familiari. Una svolta che spiega quest’anno il boom dei cesti enogastronomici personalizzati secondo le diverse preferenze, a chilometro zero, tradizionale, vegano, salutista o green con le specialità salvate dall’estinzione.

Molto richiesti i cesti enogastronomici scelti da un italiano su 3 (34%) spinti dalla tendenza a cercare consolazione nella tavola e nella cucina rispetto alle limitazioni agli spostamenti e alla possibilità di pranzi e cene con amici e parenti. Tra i prodotti più presenti nei cesti ci sono – sottolinea la Coldiretti – lo spumante, il torrone, il pandoro o il panettone spesso artigianali, ma sono tornati prepotentemente il cotechino, lo zampone, le lenticchie e in generale tutti i prodotti tipici locali, cosiddetti a chilometro zero, dai salumi ai formaggi, dall’extravergine al vino, dal miele alle conserve, meglio se preparati direttamente nelle aziende agricole. I prezzi – precisa la Coldiretti – variano notevolmente, ma normalmente oscillano dal cesto minimal low cost a 20 euro sino a 200 euro per quello con specialità più ricercate.

Tra le curiosità c’è il fatto che i timori legati all’arrivo della variante inglese del Covid e al proseguire dell’ondata di contagi hanno  spingono molti italiani a regalare a parenti e amici mascherine, gel e altri dispositivi di protezione individuale anti-Covid. come le mascherine ma anche il gel, a partire dalle varianti “green”. Dai modelli più fashion realizzati dalle grandi marche a quelli riciclabili che non inquinano ma anche con forme, scritte e disegni curiosi sono tra le scelte più gettonate. Una innovazione che – continua la Coldiretti – riguarda anche i prodotti igienizzanti con alcune aziende agricole che hanno, infatti, riconvertito le produzioni usando con rosmarino, timo e altre erbe naturali utilizzati per realizzare soluzioni disinfettanti grazie al matrimonio con l’alcool alimentare di alcuni liquorifici. E non mancano i vivaisti che – continua la Coldiretti – hanno creato siepi e fiori per separare i tavoli e favorire il distanziamento in modo del tutto naturale.

A livello generale è da segnalare – afferma la Coldiretti – la preferenza accordata dall’82% degli italiani all’acquisto di prodotti locali e Made in Italy anche per aiutare l’economia nazionale e garantire maggiori opportunità di lavoro a sostegno della ripresa in un momento di grande difficoltà, sostenuta dalla campagna #mangiaitaliano della Coldiretti.

Per lo shopping il 32% degli acquisti è peraltro pagato dagli italiani con la moneta elettronica spinta dalle preoccupazioni per il contagio da Covid e dalle ultime misure varate per favorire l’uso di bancomat e carte di credito, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Deloitte. A pesare in Italia – continua la Coldiretti – è l’effetto congiunto dell’operazione cashback insieme al boom degli acquisti in rete. Nonostante l’emergenza per Natale pero’ – continua la Coldiretti – il 62% degli italiani ha dichiarato di scegliere i negozi fisici come la principale meta per lo shopping natalizio a fronte di un 38% che predilige l’online. In particolare – continua la Coldiretti – lo shopping nei negozi è considerato migliore per le categorie di prodotto più discrezionali che richiedono maggiore attenzione nella selezione e anche un servizio di consulenza.

Più giovani nella Pa: dalla legge di Bilancio 100 borse di studio

Sarà un fondo ad hoc da 300mila euro per il 2021, istituito presso il Dipartimento della Funzione pubblica, a finanziare 100 borse di studio della durata di sei mesi per l’importo di tremila euro ciascuna. Le borse serviranno a sviluppare progetti di studio, di ricerca e formazione-lavoro di studenti universitari, di età non superiore a 25 anni, nelle aree giuridica, scientifico-tecnologica, economica e statistica. La misura è contenuta in un emendamento alla Legge di Bilancio. La selezione dei candidati avverrà sulla base di un avviso pubblico predisposto dal Dipartimento stesso, d’intesa con il Ministro dell’università e della ricerca, per individuare le modalità di presentazione delle domande, i requisiti di accesso e gli ambiti tematici di studio, ricerca e di formazione.

I progetti di ricerca e di training on the job saranno svolti presso le amministrazioni centrali che ne facciano richiesta, attraverso la stipula di protocolli con il Dipartimento della funzione pubblica, e si concluderanno con la presentazione di un elaborato. L’iniziativa concretizza la possibilità di avviare un’osmosi significativa tra le università e le pubbliche amministrazioni, al fine di promuovere la conoscenza delle attività delle stesse Pa e di orientare le scelte professionali dei giovani sulla base di un criterio collegato alle capacità individuali e al merito.

Vaccino Pfizer Italia: prime dosi il 26 dicembre

Arriveranno in Italia “il 26 dicembre”, a Santo Stefano, le prime 9.750 dosi di vaccino Pfizer-Biontech contro Covid-19, che ha incassato ieri l’autorizzazione all’immissione in commercio da Aifa. Il vaccino arriverà in tempo dunque per il V-day del 27 dicembre. Lo ha affermato Paivi Kerkola, Country Manager di Pfizer in Italia, nel corso di una conferenza stampa online. Saranno in tutto 27 milioni le dosi del vaccino Pfizer che arriveranno in Italia nel 2021, parte delle 200 milioni di dosi già acquistate dall’Ue.

“È incoraggiante vedere che il nostro vaccino a mRna è ora approvato anche in Italia. Il numero di paesi che hanno autorizzato l’uso del nostro vaccino è in costante aumento ed è importante per contribuire ad affrontare questa pandemia”, ha dichiarato Sean Marett, Chief Business Officer e Chief Commercial Officer di BioNTech. “Insieme al nostro partner Pfizer, non vediamo l’ora di spedire i vaccini in Italia”.

La decisione dell’Aifa si basa sull’esito della valutazione iniziata da Ema tramite una procedura di rolling submission e completata con la successiva presentazione della domanda di autorizzazione da parte di Pfizer e BioNTech. I dati presentati includono i risultati dello studio clinico di fase 3, che hanno dimostrato un tasso di efficacia del vaccino del 95% nei partecipanti senza precedente infezione da Sars-CoV-2.

Pd e 5 stelle, adesso chiarezza.

Però, forse, adesso è arrivato il momento per dire parole chiare su questa benedetta alleanza  politica tra il Pd e i 5 stelle. Ora, tutti sappiamo quali sono state le motivazioni reali per cui è nato  questo governo lo scorso anno. Al netto della deriva autoritaria, della destra illiberale, della  concentrazione dei poteri o del possibile ritorno della minaccia fascista – tutte tesi che, come  ovvio, non hanno alcuna rispondenza nella realtà italiana di tutti i giorni – gli unici due elementi che  sono stati decisivi per la formazione del governo erano, da un lato non scivolare nelle elezioni  anticipate per evitare una quasi certa vittoria del centro destra e, dall’altro, garantire lo stipendio  assicurato a chi ha trovato nelle elezioni politiche del 2018 una fortuna non replicabile. Dopodichè  il Governo è decollato e meno male che c’è e che continua ad operare, seppur tra mille difficoltà e  contraddizioni, come dimostrano concretamente gli avvenimenti di questi giorni. 

Ma, al di là di questa considerazione ormai nota e unanimemente conosciuta e che non è  certamente una notizia, adesso è il momento della scelta politica. E, soprattutto, della chiarezza.  Parlo della alleanza o della coalizione futura tra il Pd e il partito dei 5 stelle. E questo, a maggior  ragione, in vista delle ormai prossime consultazioni elettorali amministrative nelle maggiori città  italiane. Sotto questo versante, come capita spesso, l’unico esponente politico di rango ad essere  stato chiaro e trasparente sin dall’inizio è stato Dario Franceschini che ha sostenuto, con  coerenza e tempestività, che l’alleanza con i 5 stelle doveva essere strutturale ed organica.  Ovvero, un progetto politico a lunga scadenza senza più eccezioni o eventuali deroghe. Sul punto  specifico, invece, molti altri esponenti Dem sono stati altalenanti ed incerti. Costretti all’alleanza a  livello nazionale per le note motivazioni ma molto più perplessi a livello locale nell’estendere  questo modello. Anche perchè dove si è realizzata concretamente nei territori, questa alleanza si è  tradotta in una secca ed inappellabile sconfitta politica ed elettorale. L’Umbria e la Liguria sono  ancora lì a confermarlo. Per non parlare dei livelli locali dove, soprattutto da parte delle varie  dirigenze del Pd, l’alleanza con i 5 stelle viene vista ed interpretata come semplice fumo negli  occhi. L’esempio di Roma e di Torino, al riguardo, sono troppo emblematici per essere  ulteriormente analizzati.  

Ecco perchè, di fronte a questo quadro articolato e variegato, è sempre più necessario indicare  punti fermi e soprattutto chiari sia sul versante del progetto politico e sia, ancor più, su quello dei  contenuti e dei programmi. Ai 5 stelle è perfettamente inutile chiederlo perchè da quelle parti  l’unico dato che conta, adesso, è mantenere e consolidare posizioni di potere con relativi benefit.  Con qualsiasi alleato e con qualunque politica, come la concreta esperienza ha persin troppo  platealmente confermato. La chiarezza, ancora una volta, deve arrivare dal Pd che resta un partito  politico organizzato, radicato nel territorio e con una leadership, nazionale e locale, di tutto  rispetto. Ma questo nodo adesso va sciolto. E questo non solo per la qualità e la prospettiva  dell’ex centro sinistra ma anche, e soprattutto, per come si articolerà nel futuro, dopo questa  strana e singolare fase politica, una corretta alternanza tra il riformismo europeo e il sovranismo  conservatore.  

Il papa chiede alla curia umiltà e servizio ai poveri

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ci ricorda che «gli uomini, non sono nati per morire, ma per ricominciare».
Lo ha detto il 21 dicembre Papa Francesco citando la filosofa ebrea Hannah Arendt, durante il discorso per gli auguri natalizi ai membri della Curia Romana e del Collegio Cardinalizio.
Secondo il Pontefice, davanti al Mistero dell’Incarnazione, accanto al Bambino adagiato in una mangiatoia, troviamo il posto giusto solo se siamo «disarmati, umili, essenziali».
A questo proposito Francesco ha ricordato il programma di vita suggerito da San Paolo: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo».
Il Papa ha invitato a rivestirsi di umiltà, imitando Gesù «mite e umile di cuore» per mettersi «all’ultimo posto» e diventare «servi di tutti».
«Questo Natale – ha rammentato il Pontefice – è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica, sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero».
«Questo flagello – ha esclamato – è un banco di prova non indifferente e, nello stesso tempo, una grande occasione per convertirci e recuperare autenticità».
Rispetto alle crisi che hanno scosso la Chiesa a causa degli scandali di ieri e di oggi, il Papa ha contrapposto il generoso contributo dei tanti che «nella Curia danno testimonianza con il lavoro umile, discreto, senza pettegolezzi, silenzioso, leale, professionale, onesto».
Secondo Francesco, siamo spaventati dalla crisi perché abbiamo dimenticato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi.
«Ma – ha aggiunto – se troviamo di nuovo il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio».
È necessario, però, «non confondere la crisi con il conflitto: sono due cose diverse». La crisi generalmente ha un esito positivo, mentre il conflitto crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione.
La logica del conflitto cerca sempre i “colpevoli” da stigmatizzare e disprezzare e i “giusti” da giustificare.
Ha spiegato il Papa che la Chiesa, letta con le categorie del conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti –, «frammenta, polarizza, perverte, tradisce la sua vera natura».
Se va in direzione del conflitto diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa.
Per illustrare la novità introdotta dalla crisi che germoglia dal vecchio e lo rende fecondo, il Papa ha ricordato la frase contenuta nel Vangelo di Giovanni: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
«L’atto di morire del seme – ha continuato – è un atto ambivalente, perché nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro».
Infatti «solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. I Padri della Chiesa erano consapevoli di questo, che chiamavano “la metanoia”».
Ha ribadito Francesco: «Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento: è un passo avanti. Ma per andare avanti bisogna avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa. Non si tratta di “rattoppare un abito”, perché la Chiesa non è un semplice “vestito” di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia».
Il Pontefice ha ribadito che è fondamentale non interrompere il dialogo con Dio, anche se è faticoso: «Pregare non è facile», ha detto. «Non dobbiamo stancarci di pregare sempre. Non conosciamo alcun’altra soluzione ai problemi che stiamo vivendo, se non quella di pregare di più e, nello stesso tempo, fare tutto quanto ci è possibile con più fiducia. La preghiera ci permetterà di sperare contro ogni speranza».
Francesco si è poi rivolto ai presenti dicendo: «Permettetemi di chiedere espressamente a tutti voi, che siete insieme con me a servizio del Vangelo, il regalo di Natale: la vostra collaborazione generosa e appassionata nell’annuncio della Buona Novella soprattutto ai poveri».
Ricordando che i poveri sono al centro del Vangelo, il Papa ha concluso auspicando che «non vi sia nessuno che ostacoli volontariamente l’opera che il Signore sta compiendo in questo momento, e chiediamo il dono dell’umiltà del servizio affinché Lui cresca e noi diminuiamo».
Infine il Santo Padre ha impartito la benedizione natalizia.

Immaginare città

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Paolo Perulli

La grande fuga dalle città si è materializzata nel corso del 2020 in forme incerte, provvisorie, selettive. I quartieri ricchi di New York e di Milano si sono svuotati, con i residenti trasferiti nelle seconde case nel verde. I lavoratori in remoto sono rimasti a casa, spesso nell’hinterland o nelle città di residenza, prossime alla metropoli. La mobilità si è ridotta nelle città e tra le città, ma soprattutto la business community viaggiante sui treni ad alta velocità si è dissolta. Il trasporto aereo è crollato. Interi settori dell’economia sono stati congelati e come nel caso del turismo, della cultura e del divertimento, forse non torneranno più come prima, ponendo seri interrogativi all’economia creativa delle città che vive di contatti e di interazioni dirette e all’ampia sfera del consumo culturale di massa. Le imprese di punta si sono arrese, e poi velocemente riconvertite ai nuovi mercati della prossimità (AirBnB ha spostato la sua offerta verso le residenze suburbane), quelle del digitale e del delivery hanno moltiplicato addetti e utili (come Amazon, che ha aumentato gli addetti da 800.000 a 1.200.000 in pochi mesi). Il mondo urbano si è fermato, poi è ripartito molto lentamente e senza una precisa direzione.

Dove andranno a vivere le classi creative, gli analisti, i software developer, i ricercatori, i lavoratori intellettuali che sono il fulcro dell’economia dei Paesi avanzati? A Milano, Torino e Bologna le classi creative e le figure funzionali alle classi creative superano il 40% della popolazione residente. Si approfondirà la tendenza di una simile popolazione urbana a vivere online nei sobborghi o in zone remote, una specie di “villaggio globale” di McLuhan che ritorna di attualità? Nel 2021 il 100% del valore finanziario dell’economia degli Stati Uniti d’America sarà fatto di brevetti, algoritmi, software e proprietà intellettuale. Dove vivranno questi soggetti protagonisti del capitalismo immateriale?

Uno schema interpretativo della grande crisi pandemica in corso dovrebbe rispondere a queste domande. Un esempio è l’approccio, schematico seppur sofisticato, di geografi e urbanisti. Per chi come loro pensa la società come un campo di gioco di forze di attrazione e di agglomerazione, la pandemia è una delle tante evenienze cui le città ancora una volta sopravvivranno: e saranno come sempre le città globali – New York, Londra, Los Angeles, S. Francisco, Toronto a Occidente; Tokyo, Shanghai, Hong Kong, Singapore a Oriente – a guidare la rincorsa.

Queste interpretazioni ignorano il polo microsociale del comportamento umano, quello privilegiato dalla psicologia e dalla sociologia interazionista. Esse riguardano i comportamenti psichici soggettivi e la vita nervosa degli individui, quella che Simmel studiò per la metropoli di inizio Novecento. Il «distacco» del tipo blasé, il suo riserbo nei confronti della folla metropolitana assumono oggi un valore profetico, una tragica attualità. L’individuo della metropoli è oggi schiacciato dal sapere oggettivo incorporato nelle grandi strutture e infrastrutture che gli si rivolgono contro: le vetture claustrofobiche della metropolitana e gli shopping mall pieni di folla diventano la principale fonte di rischio.

Le scienze esatte della fisica, così come l’epidemiologia medica e la ricerca clinica, misurano curve e andamenti dell’epidemia in ciascuna città e regione, ma non colgono gli aspetti interpretativi, comportamentali, sociali che queste grandezze esprimono. Sarebbe necessario un modello circolare che sappia unire fattori economici-oggettivi ed extraeconomici-soggettivi.

Fattori oggettivi e soggettivi li ritroviamo uniti nella società del rischio globale. La moltiplicazione dei rischi, la Risikogesellschaft annunciata da Ulrich Beck oltre trent’anni fa, si è materializzata con un crescendo: nei catastrofici cambiamenti climatici planetari, nel rischio finanziario che coinvolge tutti, nella caduta in povertà di ampi strati di ceti medi e bassi, infine nella prima pandemia per sua natura globale. La radice di questi rischi è comune. È il capitalismo nella sua «fase estrema»: quella attuale, in cui i fenomeni globali rendono impossibile circoscrivere le fonti del rischio, come invece era possibile nelle società nazionali e locali del passato.

Questa nuova configurazione pone al centro la dimensione globale assunta dal rischio e la sua attuale «incalcolabilità». Siamo lontanissimi da quando il rischio era calcolabile da un agente economico, da un governo, da una famiglia. La finanziarizzazione globale e l’economia delle imprese globali – le due entità che hanno sostituito la sovranità degli Stati – hanno contribuito a globalizzare il rischio. Il debito che esplode in un punto qualunque del sistema si propaga a tutto il mondo, esattamente come avviene con la pandemia e con la crisi ecologica. Siamo sull’orlo di una completa trasformazione dell’economia: il cambiamento climatico obbliga gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna. Ciò significa che investire oggi in un’impresa o in un Paese comporta un rischio incalcolabile: non sappiamo cosa avverrà a causa del cambiamento climatico in quell’economia nazionale, quell’impresa, quella città. Saranno state inondate o distrutte dalla siccità, saranno state colpite da mutamenti irreversibili?

Qui l’articolo completo

Montini e il “Natale in piazza” degli operai

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giselda Adornato

Il 25 dicembre 1960, in piazza del Duomo a Milano, intorno al grande albero addobbato, si tiene la manifestazione nazionale del Natale in piazza: migliaia di metalmeccanici, i sindacati dicono centomila, in sciopero da mesi, convergono con le loro famiglie per una manifestazione organizzata dalla Cgil, con l’adesione della sola Uil perché la Cisl ha deciso di non partecipare per non urtare la sensibilità dei cattolici.

Quel Natale di sessant’anni fa chiude un anno problematico in Italia, e basterebbe citare la rivolta contro il governo Tambroni, le proteste a Genova, i morti di Reggio Emilia e tutti i contraccolpi e gli squilibri sociali del “miracolo” economico. In particolare, i lavoratori del settore elettromeccanico sono in lotta e inaugurano un decennio che si chiuderà solo con l’autunno caldo del 1969.

A Milano dunque, dal palco allestito sotto un grande striscione appeso al colonnato della Galleria, parlano i responsabili nazionali del sindacato. Contemporaneamente, nella cattedrale, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini celebra il pontificale di Natale; le grandi navate sono gremite. All’omelia, il cardinale esordisce: «Noi siamo soliti a considerare il Natale come una festa piena di soavità e di pace. E così è […]. Ma il Natale, con la sua stessa luce, svela a me una scena di tenebre, profonde e immense quanto il mondo. […] Così che il Natale ci fa pensare al dolore umano». E il presule continua, con parole profonde che scavano fino alla radice il «dramma» della scelta dell’uomo di fronte a Dio, l’allontanamento cosciente e voluto della creatura dal suo Creatore: il peccato, responsabile della sofferenza del mondo. Montini si esprime toto corde: «Sofferenza a causa dell’ingiustizia, dell’egoismo, della cattiveria, dell’ipocrisia, della corruzione, dell’oppressione, che rendono miserabile e triste la vita di chi è colpevole di questi delitti e infelice e grama quella di chi ne soffre le conseguenze». La sua voce vibra: «Sofferenza per la povertà, per l’insufficienza del pane, della casa, del lavoro, della sicurezza sociale, per la stridente sperequazione economica di cui ancora folle di umile gente patiscono. […] Non possiamo oggi essere insensibili alle pene di tanti uomini che Cristo ha reso nostri fratelli e non possiamo godere il Natale con l’anima in pace senza pensare a loro. […] Non si tratta di una semplice eccitazione sentimentale, ma piuttosto di urgenza di carità […]».

Ed ecco infine, nelle parole del cardinale, la sorpresa, quella che nessuno dei presenti si aspetta, e soprattutto nessuna delle migliaia di persone che, fuori dalle magnifiche porte bronzee della cattedrale, manifestano al freddo: «Oggi stesso, questa stessa celebrazione ci sollecita a osservare se per caso vicino a noi fossero fratelli in disagio, fratelli che soffrono. Sì, vi sono vicino a noi. Non possiamo trascurare questa circostanza, anche se importuna, fratelli che soffrono. Siamo tutti stati informati che proprio su la piazza del nostro Duomo è stata indetta a quest’ora stessa una grande manifestazione di lavoratori in sciopero da diverse settimane, non tenendo conto che quest’ora e questo luogo dovrebbero essere sacri alla preghiera e al pacifico concorso del popolo. Se ciò ci può dispiacere e se dobbiamo avere delle riserve su i motivi e su i modi che hanno provocato questa manifestazione, non possiamo tuttavia non compiangere cordialmente le migliaia di famiglie operaie che oggi si trovano nell’indigenza e nell’angustia con l’amarezza nei cuori e con l’ansietà per il loro pane e per il loro lavoro».

L’“arcivescovo dei lavoratori” non può tacere: «Avremmo tanto desiderato che questa festa giungesse a noi con pacifici e onorevoli accordi». E in questo accorato desiderio che alla festa del Natale si arrivasse nella concordia sociale bisogna leggere in filigrana tutta una serie di interventi concreti che Montini ha messo in atto in quegli anni, adoperandosi in decine di vertenze sul lavoro. Senza pubblicità e ostentazione, l’arcivescovo ha incontrato i sindacalisti cristiani e le Acli, ha coinvolto i parroci, ha risposto con rispettosa fermezza alla Confindustria, che è molto polemica con questi sacerdoti delle “cittadelle operaie” che prendono iniziative a favore dei lavoratori e soprattutto contro il loro licenziamento.

Montini è intervenuto nel corso delle vertenze contrattuali delle om , della Pirelli, della Breda, della Dalmine, della Borletti, della Siemens, della Gilera e di molte altre industrie. Lo ha sempre fatto mosso da un atteggiamento di difesa nei confronti dei fratelli che soffrono, con l’attenzione scrupolosa a non invadere competenze altrui e lo stimolo discreto alle due parti — attraverso lettere o udienze — perché non si stancassero di cercare la trattativa, il dialogo. E proprio in occasione della vertenza dei metalmeccanici, il cardinale ha cercato di favorire un arbitrato costruttivo attraverso l’Ufficio diocesano di pastorale sociale e l’Istituto sociale ambrosiano. Luigi Macario, della Segreteria nazionale della Federazione italiana metalmeccanici, lo ringrazia in una lettera. L’anno successivo, il 1961, si stringeranno centinaia di accordi aziendali, con aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro.

Quella mattina di Natale del 1960 l’arcivescovo così conclude i suoi pensieri per gli operai in lotta (ai quali «L’Unità» si riferirà in prima pagina): «Mandiamo a tutti questi lavoratori il nostro paterno saluto, tutti esortando imprenditori e operai ad affrettare per vie pacifiche e leali la conclusione della incresciosa vertenza, a tutti augurando che il sentimento cristiano e non già il calcolo esclusivo e prevalente dei beni materiali renda più facile la professione della giustizia e della pace. E conceda a noi Cristo questa fortuna».

Altre volte, nelle sue omelie natalizie, Montini mostra la sua attenzione all’attualità, soffermandosi in particolare sull’irrisolta «questione sociale» e la mancanza di giustizia e di pace vere e fondate, con richiami intensi e insieme concreti. Perché la carità è l’impegno alla testimonianza dei cristiani nella storia e quindi le parole diventano forti, epocali; e l’eloquenza supera le indicazioni morali e si manifesta nella sua altissima umanità e spiritualità. I lavoratori sono «figli» posti sotto una singolare protezione del Padre e per questo devono credere che ogni loro esigenza di giustizia può essere soddisfatta dall’insegnamento sociale della Chiesa, l’unico baluardo che li difende senza tradirli: «Il mondo del lavoro, in modo speciale, attende di vedere se la nostra azione sociale è una propaganda di maniera o di comodo, o se invece è uno sforzo reale verso una sua redenzione. Certamente lo sforzo è reale; deve diventare efficace. Efficace innanzi tutto nel dissipare l’enorme malinteso fra lavoro e religione».

Questo l’obiettivo finale, su una strada lunga e tutta in salita; e l’omelia del Natale 1960, che suscita ammirazione in tutta Italia, ne rappresenta un tassello significativo. Sì perché la via privilegiata affinché i lavoratori possano approdare alla fede è ancora la più antica e sosta davanti alla culla di Betlemme. Lì, come esclama Montini il 25 dicembre 1962, nel suo ultimo Natale a Milano, tutti gli uomini del nostro tempo possono trovare l’amore gratuito di Dio che si rivela nel Figlio: «Un amore che ci assedia, che ci assale, che ci tormenta, che ci inebria; un amore, in una parola, che ci vuole».

Istat, Eurozona: nel terzo trimestre si nota una crescita più sostenuta di quanto previsto.

Nel terzo trimestre, il Pil dell’area dell’euro, dopo la flessione senza precedenti della prima metà del 2020, ha registrato una crescita più sostenuta di quanto previsto. Da maggio, il graduale allentamento delle misure di chiusura delle attività ha favorito la ripresa dell’economica: in T3 il Pil è aumentato del 12,5% (-11,7% nel secondo trimestre) pur rimanendo del 4,4% inferiore ai livelli registrati in T4 2019.

Il recupero è stato caratterizzato da un aumento generalizzato che ha riguardato i consumi privati (+14,0%, -4,6% rispetto al quarto trimestre 2019), gli investimenti fissi lordi e le esportazioni (rispettivamente +13,4% e +17,1%).

Il rimbalzo dell’attività è stato più incisivo tra i paesi che avevano registrato le contrazioni più ampie nel primo semestre: in T3 il Pil ha segnato significativi aumenti in Francia, Italia e Spagna (rispettivamente +18,7%, +15,9% e +16,7%), e un rialzo più contenuto in Germania (+8,5%).

Gli andamenti trimestrali sintetizzano, e in parte attutiscono, le forti fluttuazioni che hanno caratterizzato la dinamica degli indicatori mensili. La produzione industriale ha registrato un crollo a marzo e aprile per poi segnare un deciso rimbalzo fino a luglio e aumenti più contenuti nei mesi successivi.

Mentre a novembre, la variazione annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è rimasta negativa (-0,3%) condizionata dalle diminuzioni dei prezzi dell’energia, nonché dalla riduzione temporanea delle aliquote IVA tedesche, entrata in vigore a luglio.

Anche l’attuale quadro previsivo è caratterizzato da “una forte incertezza, soprattutto considerando la ripresa dei contagi in quasi tutti i Paesi e dell’implementazione delle misure di lockdown. Ma l’avvio della campagna di vaccinazione su scala europea dovrebbe generare un significativo miglioramento delle aspettative e un progressivo ritorno alla normalità.

Al via la gara per la nuova arena del Colosseo, sarà un grande intervento tecnologico

“La ricostruzione dell’arena del Colosseo è una grande idea, che ha fatto il giro del mondo. Sarà un grande intervento tecnologico che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

Così il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, commenta la pubblicazione del bando da parte di Invitalia per l’affidamento dei servizi di progettazione definitiva, esecutiva e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione dell’intervento di completamento, conservazione e consolidamento delle strutture ipogee e di realizzazione del nuovo piano dell’arena del Colosseo. L’idea di ricostruire l’arena del Colosseo era stata lanciata dall’archeologo  Daniele Manacorda nel 2014 e sostenuta dal ministro Franceschini che aveva inserito l’intervento nel ‘piano strategico Grandi progetti culturali nel 2015’ per un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro.
L’intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l’uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello. La nuova arena sarà fruibile grazie a soluzioni tecnologiche e integrate che guideranno il visitatore alla scoperta dei meccanismi che regolavano la complessa macchina organizzativa degli spettacoli e dei giochi che vi si svolgevano.

Un intervento fortemente voluto dal Mibact – Parco Archeologico del Colosseo – oggetto della procedura di gara per l’affidamento dei servizi di progettazione, pubblicato oggi da Invitalia, in qualità di Centrale di Committenza, con scadenza entro il prossimo 1 febbraio e l’obiettivo condiviso di avviare i lavori entro il 2021.
L’obiettivo è rendere nuovamente fruibile la superficie del piano dell’arena del Colosseo e individuare una soluzione tecnologica, compatibile e reversibile, per la copertura degli ambienti ipogei. Gli interventi dovranno essere progettati in modo da offrire contemporaneamente la percezione del piano dell’arena su cui avvenivano i giochi e la visione del complesso sistema di strutture e meccanismi sottostanti.
La nuova arena dovrà essere pensata come un piano unitario, ad alto contenuto tecnologico, costituito da dispositivi meccanizzati di apertura e chiusura, consentendo ai visitatori di comprendere la sinergia e la stretta relazione con i sotterranei, anche utilizzando sistemi che rimandino ai meccanismi degli ascensori e delle scene mobili antiche.

Il sistema mobile dovrà essere realizzato in modo da poter essere attivato in tempi rapidi e più volte nella stessa giornata, per proteggere le strutture archeologiche sia dalle precipitazioni atmosferiche, sia da una eccessiva insolazione, e allo stesso tempo consentire di svelare i segreti della complessa macchina organizzativa degli spettacoli.
La progettazione definitiva sarà sviluppata in continuo confronto con la Stazione appaltante a partire dall’idea progettuale vincitrice del bando. Approvato il progetto definitivo e ottenute tutte le necessarie autorizzazioni di legge, ancora più serrati i tempi per lo sviluppo del livello esecutivo.

Tutte le informazioni sono disponibili sulla piattaforma di gare e appalti di Invitalia  https://ingate.invitalia.it

Covid, Ricciardi: “40mila morti a febbraio se non limitiamo la mobilità”

“Se limitiamo la mobilità, stiamo a casa e riprendiamo il tracciamento questa curva la conteniamo”, ma “se continua di questo passo avremo 40mila morti a febbraio”. Così a ‘Buongiorno’ su SkyTg24 Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute per l’emergenza coronavirus, ha parlato del numero di vittime causate dalla seconda ondata di Covid-19, che potrebbe aumentare ancora molto se non rispetteremo le restrizioni natalizie. “Dipende da noi”, ha ammonito.

Per Ricciardi “le nuove misure sono adeguate nei principi, perché la cosa importante è limitare la mobilità. Con la variante inglese siamo esposti non soltanto al virus per come lo conosciamo, ma a un virus ancora più contagioso”, ha sottolineato. “Il problema è la tempistica: se si pensa di attenuare questa curva epidemica con dei giorni è un’illusione, se invece si pensa di attrezzarsi per resistere settimane si ha una possibilità di vincita”, ha precisato.

L’aumento del numero di casi di Covid-19 in Italia in questa seconda ondata epidemica potrebbe essere legato alla variante inglese di Sars-CoV-2? “E’ possibile, però non lo sappiamo ancora perché dobbiamo accertare se effettivamente è stato così”. Tuttavia “è molto probabile che da Londra, dal sud dell’Inghilterra, questa variante si sia già diffusa in Europa e probabilmente non solo in Europa. Io credo che già a novembre” possa essere arrivata in Italia, ha detto Ricciardi.

“E’ difficile dirlo – ha osservato – però da Londra” il mutante “si è diffuso in Kent, nel sud dell’Inghilterra, in Scozia. Probabilmente da Londra, che è uno dei più grandi aeroporti internazionali, si è diffuso in tutto il mondo”.

Internet casa: è la Campania la regione d’Italia in cui si naviga più veloce

Nonostante la penisola non sia coperta per intero dalla tecnologia in fibra ottica, negli ultimi quattro anni le prestazioni delle offerte internet casa sono schizzate alle stelle. Sono sempre più infatti le linee con velocità pari o superiore a 30 mega in download. L’ultimo studio SOStariffe.it ha posto a confronto la velocità media di connessione dell’ultimo anno rispetto al 2019, tracciando la classifica delle regioni italiane in termini di rapidità della rete domestica.

La velocità media in download per la rete internet domestica in Italia nel 2020 è pari a 48 Mbit/s, mentre lo scorso anno si assestava su 38 Mbit/s. Un aumento del 25% che tuttavia non riguarda tutto il territorio. Alcune regioni, infatti, hanno subito maggiori incrementi rispetto a tutte le altre. È il caso, ad esempio, del Lazio (+59%), della Campania (+50%) e del Trentino-Alto Adige (+43%). Stesso discorso vale per la Basilicata (+41%), l’Abruzzo (+39%) e la Liguria (+36%).

Alcune zone non fanno registrare variazioni nel corso del 2020: è il caso, ad esempio, del Piemonte. Qui la velocità della rete, nonostante il boom di accessi dovuto alla didattica a distanza e allo smart working, non ha subito alcuna variazione rispetto allo scorso anno. Purtroppo, le prestazioni hanno fatto un balzo indietro in alcuni territori. La velocità di connessione è peggiorata (lievemente) in Friuli-Venezia Giulia (è calata da 35 a 33 Mbit/s), in Valle d’Aosta (da 23 a 21 Mbit/s) e anche in Sardegna (dove è scesa da 42 a 39 Mbit/s).

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza

Sono lieto degli interventi di padre Sosa e di Pierluigi Moriconi che esaminano i problemi per quello che essi realmente sono e non seguono gli argomenti polemici e i pregiudizi. Ne traggo conforto per una lettura severa e serena della nostra difficile situazione socio-economica, ma soprattutto per la pericolosa condizione della nostra traballante democrazia.

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza. Sono 40 anni che traballiamo e non cadiamo solo perché ci appelliamo sempre allo stato di necessità. Questo è una ìmplicita sfiducia nella democrazia.

Coraggio! Le strade ancora sono percorribili. Non confondiamo le scelte tattiche di opportunità con quelle strategiche delle nostre istituzioni costituzionali. Altri Paesi della nostra civiltà euro-atlantica riescono bene a navigare anche nei tempi difficili della pandemia.

Non v’è opposizione tra la democrazia costituzionale italiana e la pandemia attuale. Vi sono difficoltà ma non opposizioni. Rispettiamo la prima senza ricorrere a scorciatoie antidemocratiche e anche la seconda troverà le sue idonee soluzioni

P. Arturo Sosa S.I.: “La democrazia può essere vittima della pandemia”

Pubblichiamo l’intervista, uscita il 15 dicembre sull’agenzia SIR a firma di Riccardo Benotti, al Preposito generale della Compagnia di Gesù.

“La democrazia può essere vittima della pandemia se non siamo capaci di cogliere l’occasione per approfondire la coscienza civica, la ricerca collettiva e effettiva del Bene Comune, uscendo dagli interessi individuali di persone, gruppi, categorie sociali o nazioni per sintonizzarci sul maggior bene possibile per tutta l’umanità, ponendo i più deboli al primo posto nelle decisioni complesse che si devono prendere”. Padre Arturo Sosa Abascal è il 30° successore di sant’Ignazio di Loyola alla guida della Compagnia di Gesù e, dal 2018, il presidente dell’Unione superiori generali (Usg).

Lei ha più volte ripetuto che una delle vittime della pandemia potrebbe essere la democrazia.
La democrazia è stata fortemente minacciata negli ultimi anni dall’indebolimento della coscienza civica nelle società in cui c’era e dai pochi sforzi di promuoverla nelle altre. La proliferazione di populismi di segno diverso e i fondamentalismi rivestiti da ideologie o distorsioni “religiose” sono stati la causa di questo indebolimento.

La pandemia si è convertita in molte nazioni in occasione per accelerare le tendenze autoritarie di governo e sospendere i processi democratici nella presa di decisioni.

Come si pone rispetto all’accesso al vaccino di prossima distribuzione?
La distribuzione del vaccino sarà la cartina di tornasole dei desideri di una giustizia e una responsabilità sociale che si prendono veramente cura dei più deboli della società. Sarà una prova che fa fede dell’autentica volontà democratica degli Stati nazionali e delle strutture internazionali come l’Unione Europea. Le modalità di produzione e distribuzione del vaccino saranno un segno chiaro del mondo post-covid. Dominerà la logica del mercato e i suoi vantaggi oppure si aprirà lo spazio alla logica della giustizia sociale? Servirà per colmare un poco le fratture sociali o per ingrandirle? Sarà sfruttata come occasione per fare la “politica migliore” che propone Papa Francesco in Fratelli tutti, quella che ricerca effettivamente il Bene Comune?

Qui l’intervista completa