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Centro e sua natura extraparlamentare

Oggi s’involve nella metafora del vuoto. Appare come un movimento o meglio un sommovimento di natura extraparlamentare. Pertanto, sforzarsi d’inserire il centro nell’attuale intelaiatura della rappresentanza è un’impresa vana. Non esiste sul piano politico. Si estende e si contrae sulla scia di un moto elettorale che gli s’impone inesorabilmente. Truppe di occupazione provenienti da opposte schiere se ne contendono lo spazio con messaggi interessati, dando ai buoni propositi un mantello di camaleontismo e saltimbancheria. Si vince al centro, come si dice, ma non si concede autonomia, né si attribuisce effettiva dignità, alla posizione politica di centro. Dunque, nel linguaggio comune prevale il retropensiero di una censura che dai cieli della semantica plana velocemente sulle piste della prassi quotidiana. 

In effetti, la seconda repubblica muoveva dal presupposto che la polarizzazione della democrazia avrebbe innescato un guadagno di efficienza e mobilità grazie all’avvento dell’alternanza nei ruoli di potere. Dunque, nessuna rendita di posizione e più competizione virtuosa. Non è andata esattamente così, stando ai risutati: le coalizioni si sono fronteggiate senza più il vincolo della “conventio ad excludendum”, ma senza neppure riuscire, una volta conquistata la vittoria, a superare i limiti della loro originaria composizione. Quel che è transitato nella mentalità comune e nel modus operandi dei partiti andrebbe riletto come adeguamento post-moderno all’atavica e ricorrente opposizione tra guelfi e ghibellini. Da ciò non poteva che derivare un’altra “conventio ad excludendum”, quella che appunto ha riguardato il centro come vettore dell’ingegno ricompositivo della politica, nonché scenario di sempre nuovi equilibri democratici. 

La sensibilità cattolica ne ha risentito fortemente. Alle prese con lo spirito del maggioritario, non ha dato il meglio di sé nel vivere una sfida senza precedenti. La Dc è parsa un ingombro, la sua storia un fardello o semmai un catalogo di controstorie liberamente selezionate, a seconda delle convenienze, per aggettivare e modellare un dispositivo di pratica subalternità. Ci sono stati alcuni tentativi di muoversi in controtendenza, resistendo in via di principio a questa omologazione verso il basso – l’intramontabile basso della politica. La più nitida resistenza, messa in atto dai Popolari reinventati da Martinazzoli, andò incontro a un destino di lacerazioni e impoverimento, fino alla discussa abdicazione. Bisognava avere coraggio e tenere duro, anche in contrasto evidentemente con le parole d’ordine imposte dal pensiero comune.

Adesso urge una riflessione nuova. Nella società viene avanti questo bisogno di ricomposizione attorno a un’idea di politica ragionata, giustamente flessibile, in sintonia con le aspettative popolari, al netto però di cedimenti all’oltraggio del vaniloquio e dell’incompetenza. Curiosamente, la discussione attorno alla esistenza del centro rimanda al paradosso del gatto di Schrödinger, vivo e morto nel medesimo tempo. Il centro è vivo perché Biden, ad esempio, dimostra che si vince soltanto se la proposta politica rientra nel perimetro delle attese di un elettorato intermedio, popolato di soggetti non inclini alla radicalizzazione della politica; ma è morto, viceversa, perché il centro non assume nei fatti una propria concretezza, specifica e distinta, essendo piuttosto un’astrazione logica – ecco il punto – a sigillo di spostamenti e oscillazioni nella rigida cornice dell’alternativa tra destra e sinistra. 

L’astrazione tuttavia rimbalza e si trasforma nel diniego degli elettori che tendono a respingere, anzitutto con l’arma dell’astensionismo, la configurazione della lotta democratica secondo parametri di ostracismo, atti a nascondere limiti e incongruenze delle parti. Per questo diniego, ora più diffuso nella società, è lecito parlare dell’esistenza di un “centro extraparlamentare”. Ciò che opera nella società, latita nella sfera politica. Ecco allora la domanda: fino a quando il centro potrà rimanere tale, in questo stato cioè di alienazione e impotenza? È difficile stabilirlo. Tuttavia, non è lontano il tempo di un decisivo rimescolamento delle carte, visto che l’attuale crisi, in primis sanitaria e poi finanziaria, determina la consapevolezza di un travaglio che già ora appare foriero di grandi novità.

 

Il rimpasto e il trasformismo.

Il capo virtuale del Pd, Goffredo Bettini, l’ha giurata di fronte a tutti, cioè su alcuni organi di  informazione: il rimpasto s’ha da fare. E quindi, com’è noto, si farà. E questo per un semplice e  persin banale motivo. Tutto ciò che è successo sino ad ora durante la segreteria Zingaretti è stato  preceduto/annunciato da Bettini. E quindi anche questa volta, accompagnata dalla solita smentita  che conferma l’assunto, il rimpasto di governo ci sarà. Come sempre capita da svariati lustri nella  politica italiana, il tutto viene riassunto e affrontato nel cosiddetto “totonomine” che ormai  campeggia su quasi tutti gli organi di informazione. Conosciamo già le ambizioni sfrenate dei vari  pretendenti che si faranno sempre più stringenti di settimana in settimana e i potenziali, e  conseguenti, “trombati” a cui verrà dato un momentaneo benservito. Insomma, tutto secondo  copione.  

Ma, al di là delle ambizioni sfrenate e della voglia di potere di tanti, quello che mi preme  sottolineare è che il tutto avviene in una cornice trasformistica degna di nota. Quello che sta  avvenendo attorno a Berlusconi, per fare un solo esempio, in questi ultimi giorni è francamente  singolare se non addirittura comico. E cioè, le tonnellate di insulti, di attacchi personali, di  diffamazioni e di contumelie rovesciati per almeno 25 anni addosso al leader di Forza Italia non  solo sono stati sospesi in questi ultimi tempi ma, addirittura, si sono trasformati rapidissimamente  in elogi sperticati se non quasi in una sorta di pre “santificazione” politica e pubblica. Per il  momento non ancora privata, ma arriverà pure quella… Ora, come possa essere possibile, e  credibile, un rimpasto di governo in un contesto del genere lo lascio ai lettori del Domani d’Italia.  Perchè, per citare il mio “maestro” politico Carlo Donat-Cattin, francamente questi “sono capaci,  capacissimi, capaci di tutto”. E se fosse proprio il simpatico Di Maio a proporre un esecutivo  allargato all’apporto responsabile e decisivo – i due termini li invento io – di personaggi  riconducibili o indicati dal capo di Forza Italia? Il Pd il nodo lo ha già sciolto. La beatificazione  politica è già stata sdoganata da Bettini. Per la sinistra di Bersani l’unica cosa che conta è restare  al potere, e quindi il problema non viene neanche discusso. Restano, appunto, i 5 stelle. Ma se  questo tema viene affrontato, e risolto, come altri argomenti il dado è tratto. Ne ricordiamo solo  alcuni, i più simpatici. “Mai alleanze con i partiti”, “mai l’abolizione del secondo mandato”, “mai  trasformarsi in partito”, “mai l’alleanza con il Pd”, “mai con quelli della casta” e via discorrendo. Ci  fermiamo qui perchè per completare l’elenco ci vorrebbe un pamphlet.  

Ecco perchè, senza farla tanto lunga, il prossimo sarà un rimpasto di governo non solo divertente  per i nomi – su questo versante è sempre tutto uguale perchè viene riproposto sempre lo stesso  copione – ma per le piroette e per le capriole politiche che ci saranno. Con una unica conclusione  certa e granitica: la coerenza politica e i comportamenti politici trasparenti saranno un semplice  optional. Appunto, “capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

I confini della politica

Non posso dimenticare queste parole pronunciate da Sandro Pertini: “più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza”. Ascoltando certi siparietti televisivi, le invettive che i politici 4.0 e i commentatori tuttologi si scambiano usando perentorie affermazioni infarcite di luoghi comuni e la generica, ripetitiva e riduttiva banalità di taluni peones istruiti dai rispettivi capi, mi rendo conto che da quando idee e ideali sono stati sostituiti dalle opinioni è come se vivessimo in una nebulosa imperscrutabile, senza radici, senza orizzonti e senza meta, una sorta di limbo dell’indeterminato in cui  si affievoliscono le identità sociali, si radicalizzano le individualità e si frammentano l’autorità, il merito certificato e i livelli decisionali.

Sono confetti avvelenati di superficialità, incompetenza ed arroganza che intossicano la vita sociale ed educano al tutti contro tutti, cioè al peggio. Non so se ciò sia complementare a quella “liquidità” che Zygmunt Bauman aveva magistralmente letto nel corpo sociale della post-modernità e che ritroviamo ancor più rarefatta dentro ciascuno di noi. Il relativismo etico ha preso il sopravvento, come i diritti sui doveri.

L’abbandono all’oblio, assecondando la teoria del cominciamento e dell’anno zero, ha cancellato persino la memoria dei fatti della Storia: ma la ruota gira impietosa e corsi e ricorsi bussano alla porta della vita senza annunciarsi, come direbbe Dostoevskij, “all’improvviso”. O presentano il conto di scelte sbagliate e dell’indifferenza perché siamo orfani di una visione diacronica delle cose e della loro evoluzione. L’assenza del principio di motivazione e di un sentimento di senso civico condiviso, di cui ci riferiscono De Rita e il Censis, ci rendono monadi isolate che si riaggregano in una sorta di poltiglia sociale: privacy e trasparenza idolatrate come i paradigmi della correttezza del nostro agire, finiscono con il mettere le manette ai polsi delle relazioni interpersonali, supportate da una burocrazia paralizzante che oggi può ben essere definita come la forma di violenza simbolica più pervasiva, rarefatta e paralizzante. 

A cosa serve, a chi, la politica, se essa è diventata il luogo della retorica autoreferenziale?

Potremmo meglio dire: quale politica, quali partiti? Quelli diventati comitati d’affari? Senza andare troppo lontano nel tempo, il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una penetrazione palpitante delle ideologie: si celebravano i congressi e anche nel conflitto ideologico veniva legittimata una partecipazione fatta di convincimenti e di immedesimazione, la crescita del Paese era legata a proposte di modelli di società, a scelte da fare, a progetti per il futuro.

L’idea di “Europa” come patria comune, coagulo di nazioni oltre i nazionalismi era nata da menti che vedevano oltre: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schumann, Spinelli. Anche la politica vuole i suoi “genii”.

Era una visione prospettica lungimirante, l’economia le era ancillare. Oggi la geoeconomia anche a livello planetario sta lentamente schiodando le pareti delle case costruite con le alleanze della geopolitica e riaffiorano progetti espansivi che mirano all’egemonia e ai rapporti di primazia mercantile mentre l’ONU e la NATO perdono capacità di catalizzare consensi e di esercitare azioni negoziali e di controllo.

Ripensando poi alla Storia più remota viene da pensare al fervore di Mazzini, di Gioberti,  e Cattaneo: dopo secoli di sottomissioni e di frazionamenti la ricomposizione dell’unità nazionale sotto una sola bandiera fu un fatto storico e politico, ma anche culturale, ideologico e istituzionale di enorme portata. Ci si chiede oggi che cosa resti di quella identità faticosamente assemblata. Esemplare la vicenda lunga quanto la pandemia del conflitto Stato-Regioni in materia di provvedimenti e restrizioni via via assunte. 

I Governatori non esistono nella Costituzione, si sono autopromossi tali sul campo.

La personalizzazione della politica ha pervaso le istituzioni, la frammentazione inibisce lo spirito unitario.

Dopo le guerre mondiali, il ventennio fascista e la lotta di liberazione nazionale, la Costituzione Repubblicana rappresentò la legittimazione formale della tutela delle libertà individuali e sociali, dei principi di uguaglianza,  democrazia, della primazia del lavoro, della sovranità popolare, nel convincimento che il decentramento autarchico costituisse uno strumento di partecipazione allargata ed estesa alle periferie, senza che fosse mai messo in discussione il principio di quella unità nazionale faticosamente raggiunta. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo agli avvenimenti della Storia accaduti sotto lo stesso cielo negli ultimi due secoli viene spontaneo pensare agli aspetti irrazionali della politica incapace di darsi limiti e confini. La globalizzazione ha illuso chi la pensava come agente di compensazione delle ricchezze nell’ottica di un equilibrio mondiale riscritto secondo i paradigmi dei consumi per tutti e delle uguaglianze distributive.

Il suo panta rei ha generato polarizzazioni e miraggi, producendo enormi sacche sociali di nuove povertà, il declassamento della borghesia, il default delle imprese e dei posti di lavoro e il risiko bancario. 

Per questo è arduo oggi condividere progetti a livello di alleanze strategiche, lo vediamo in Europa quanto sia difficile negoziare accordi stabili (la storia del Recovery Fund ha palesato la consapevolezza che occorreva decidere qualcosa per non soccombere ma tutto è per ora solo sulla carta: la nostra legge di Bilancio non tiene ancora conto di queste provvidenze finanziarie), figuriamoci a livello mondiale: mi viene in mente il profetico aforisma di Henry Kissinger,  riferito da Sergio Romano sul Corriere della Sera: “Gli Stati non hanno ne’ amici permanenti ne’ nemici permanenti: hanno solo interessi”. Questo è il nuovo paradigma nell’era orfana delle ideologie: dovremmo capirlo anche dalle nostre parti, quando, unici o quasi in Europa, sottoscriviamo Memorandum e intese che ci sovraespongono a livello di equilibri politici ed economici internazionali alle mire espansionistiche di chi è più forte di noi. Sul fronte della politica estera e di quella interna si appalesa una involuzione che trasuda incertezze, ritardi, contraddizioni, dietrologie non solo percepibili da palati fini.

Troppi errori, troppi dietro-front, troppe incertezze, troppi ‘gerundi composti’ nel linguaggio corrente: stiamo lavorando, stiamo progettando, stiamo rivedendo, stiamo decidendo.

La vicenda della chiusura e riapertura delle scuole è emblematica, le tribolazioni del sistema sanitario, dei suoi operatori e delle sue strutture fa ripensare in continuazione alle divisioni sul MES, il ricorso sistematico e incalzante ai DPCM (estremamente farraginosi e complicati) rispetto ai compiti della funzione  legislativa del Parlamento (in Germania è bastata una seduta del Bundestag per legiferare in un’unica soluzione le misure della fase-2 del lockdown), i bisticci politici e scientifici sulle misure da intraprendere e poi correggere e infine magari emendare ricordano i dubbi del manzoniano Don Ferrante sulla peste: se si trattasse di ‘accidente’ o di ‘sostanza’ salvo poi morirne comunque.

Le misure frammentarie a scadenza dei bonus no limit, le incerte politiche fiscali, le agevolazioni compensative assoggettate ad una burocrazia bizantina e omicidiaria: sono segni di debolezza sistemica e di incertezze procedurali. Brilla – come detto – il dissidio Stato-Regioni su ogni aspetto della gestione delle misure, con contrasti violenti ove non tristemente folcloristici e mediatici al punto da far dire a Gustavo Zagrebelsky e a Marco Bentivogli (ex segretario della FLM- CISL) se non sia il caso di pensare di abolire le Regioni, gli enti pubblici più costosi di tutta la P.A., senza contare la lenta espunzione dei corpi di intermediazione sociale necessari per stemperare i conflitti e consentire ai cittadini di contare su riferimenti raggiungibili, in un contesto di policentrismo decisionale e gestionale. 

Una politica che confonde il livello esecutivo con quello legislativo e deborda nelle prerogative della magistratura contando su ‘assist’ da restituire, che si avvale degli scienziati salvo disattenderli, che è incapace di assumere decisioni di medio-lungo periodo fa torto a Montesquieu.

Ma una politica che procede a spanne, senza un progetto condiviso, con una classe dirigente spesso incompetente e lontana dai bisogni della gente, legittima il gap tra paese legale e paese reale, lasciandoci tristemente soli, preda di ansie e timori, privi di certezze e assunzioni di responsabilità emotivamente rassicuranti. La politica per sua natura non crea valori: ha senso se è capace di garantire l’esistenza e il rispetto dei valori che crea l’uomo. Se il prossimo step è il pranzo di Natale e poi il Veglione di Capodanno e già si mette in moto tutto il caravanserraglio dei favorevoli, dei contrari, dei dogmatici e dei negazionisti vuol dire che le lezioni dell’anno in corso non sono servite. Il confine più difficile da superare, oltre le difficoltà oggettive, è la metabolizzazione di un senso civico condiviso, di una coscienza soggettivamente avvertita. Ma se la proiezione del pensiero si ferma qui e non va oltre, salvo la concessione di qualche altro bonus di circostanza, vuol dire che siamo fuori da ogni riferimento culturale del concetto di politica dove responsabilità e competenza sono ininfluenti convitati di pietra.

Attendiamo con ansia i vaccini: dobbiamo affidarci alla scienza, lasciando alla politica il compito di applicarla alle evidenze. Per illuminare il futuro non possiamo affidarci ad una torcia dalla luce fioca che non va oltre le poche spanne che ci separano dal bollettino serale delle statistiche sanitarie.

Enit promuove il turismo 4.0

Enit promuove il programma EU Eco-Tandem cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma COSME a sostegno delle PMI, per promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile attraverso la cooperazione transnazionale e il networking del know how degli imprenditori che operano nel comparto viaggi. Si incoraggiano le Pmi (piccole e media imprese) del turismo tradizionale ad entrare in contatto con le startup e gli innovatori del settore con i pionieri di altri comparti, per una società di “mutuo beneficio” da cui deriva il nome “Tandem”. L’obiettivo è trovare soluzioni innovative per aiutare le PMI tradizionali ad adottare un approccio più eco-sostenibile nel settore del turismo.

Se si è titolari o si lavora in una PMI turistica tradizionale o se si è un imprenditore del settore turistico è possibile partecipare al progetto EU Eco-Tandem. La partecipazione al progetto consente di: potenziare le proprie competenze e il know-how sulla gestione del turismo sostenibile e sull’economia circolare; imparare come avviare la transizione ecologica della tua azienda; collabora e impara da start-up deep-tech; aumenta la tua competitività nel mercato del turismo; accedere al finanziamento del progetto pilota eco-innovativo; entrare a far parte di una rete europea di PMI e organizzazioni attive nel settore del turismo sostenibile: ottenere visibilità attraverso i canali di diffusione del progetto.

Le contingenze spingono ad un restyling dell’offerta turistica stravolta a partire dal 18 maggio 2020 e a stabilire nuovi equilibri. Gli ultimi dati dell’Unwto (Organizzazione mondiale del turismo) hanno un saldo mondiale ad agosto 2020 del -70% degli arrivi internazionali nel mondo (si prevede -75% settembre), cioè da 850 milioni a 1,1 miliardi di turisti internazionali. Una perdita da 910 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari in entrate da esportazioni dal turismo e 100-120 milioni di posti di lavoro a rischio. In questo scenario l’Europa segna il passo con il -69% degli arrivi stranieri.  I trend di crescita registrati fino al 2019 in tutto il mondo, ed in particolare nelle principali destinazioni europee, grazie all’incidenza con crescita a doppia cifra dei mercati asiatico e statunitense, sono stati sovvertiti.

Grazie al progetto EU Eco-Tandem si punta a nuovi approcci e metodologie più sostenibili e responsabili per dare ancora più valore alla filiera del turismo: più viaggiatori attenti alla sostenibilità, che desiderano vacanze esclusive e che cercano di essere immersi nel territorio e nelle loro culture, nl loro modo di vivere e esplorare ambienti incontaminati. Ciò pone la sfida di come i professionisti del turismo siano in grado di far fronte a competenze, abilità e innovazione tecnologica e a processi virtuosi. La sfida, tuttavia, è che persone e aziende di discipline diverse non iniziano naturalmente a collaborare tra loro: sebbene le aziende turistiche siano spesso molto aperte alla collaborazione, mancano delle risorse e delle competenze interdisciplinari necessarie per organizzare tali collaborazioni. Con il programma l’industria del turismo cambia volto. Ecco i link del progetto

Cashback: come ottenere i rimborsi

Pubblicato in GU del 28.11.2020 n. 296 il Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 28.11.2020 n.156 che disciplina le condizioni, i casi, i criteri e le modalità attuative per l’attribuzione del rimborso in denaro c.d. Cashback, a favore dei soggetti che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti da esercenti, con strumenti di pagamento elettronici (carta di credito o il bancomat).

Rimborso cashback nel periodo sperimentale

Ricordiamo che nel periodo sperimentale, il cui avvio sarà l’8 dicembre :

  • potranno accedere al rimborso esclusivamente gli aderenti consumatori che abbiano effettuato un numero minimo di 10 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici.
  • Il rimborso sarà pari al 10% dell’importo di ogni transazione, tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione, quelle di importo superiore a 150,00 euro concorreranno fino all’importo di 150,00 euro.
  • La quantificazione del rimborso è determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro.
  • Il rimborso sarà erogato nel mese di febbraio 2021.

Rimborso cashback a regime

Ai soggetti aderenti che effettueranno pagamenti con la carta di credito o bancomat verrà attribuito un rimborso in misura percentuale per ogni transazione regolata con i suddetti strumenti di pagamento elettronici.

La misura del rimborso è determinata con riferimento ai seguenti periodi:

  • 1° gennaio 2021 – 30 giugno 2021;
  • 1° luglio 2021 – 31 dicembre 2021;
  • 1° gennaio 2022 – 30 giugno 2022.

Per ciascuno dei periodi, accedono al rimborso esclusivamente gli aderenti che abbiano effettuato un numero minimo di 50 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici, l’importo del rimborso sarà pari:

  • al 10 per cento dell’importo di ogni transazione tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione. Le transazioni di importo superiore a 150 euro concorrono fino all’importo di 150 euro.

Anche qui la quantificazione del rimborso viene determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro in ciascun periodo.

I rimborsi saranno erogati entro 60 giorni dal termine di ciascun periodo di riferimento.

Fondamentale per accedere ai rimborsi è la registrazione sull’app Io e aver associato uno più strumenti di pagamento, anche virtuali, alternativi al contante.

 

Il Natale senza spostamenti costa 4,1 mld

Il Natale senza spostamenti tra regioni costa 4,1 miliardi solo per le mancate spese degli oltre 10 milioni di italiani che lo scorso anno sono andati in viaggio nel periodo delle feste di fine anno per raggiungere parenti, amici o fare vacanze. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento alle possibili misure previste a fine anno per la necessità di contenere il contagio Covid.

A pagare il prezzo più salato – sottolinea la Coldiretti – sono le strutture impegnate nell’ alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti con 1/3 della spesa destinata alla tavola. A preoccupare sono pero’ anche i vincoli a cenoni e pranzi in casa e fuori. La riduzione dei commensabili è infatti destinata a provocare un taglio – sottolinea la Coldiretti – nei consumi di 70 milioni di chili tra pandori e panettoni, 74 milioni di bottiglie di spumante, tonnellate di pasta, 6 milioni di chili tra cotechini e zamponi e frutta secca, pane, carne, salumi, formaggi e dolci spariti dalle tavole lo scorso anno solamente tra il pranzo di Natale e i cenoni della Vigilia e di Capodanno.

Un Natale in famiglia per pochi significa infatti anche – continua la Coldiretti – maggiore sobrietà con meno brindisi ed una netta riduzione delle portate senza contare i tanti italiani, spesso anziani, che saranno costretti a trascorrerlo da soli. Il crollo delle spese di fine anno a tavola e sotto l’albero rischiano di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani che nell’intero 2020 – conclude Coldiretti – fanno segnare un crollo storico del 12% con una perdita secca di 30 miliardi di euro, raggiungendo il valore minimo degli ultimi 10 anni.

Sars-Cov-2: Sono 149 i bambini italiani colpiti da Kawasaki

Sono i 53 i bambini, in Italia, colpiti da sindrome multi-infiammatoria sistemica, ‘simil-Kawasaki’, e 96 con malattia di Kawasaki classica, per un totale di 149. Non si sono registrati decessi. I dati emergono da una ricerca multicentrica promossa dal Gruppo di studio di reumatologia della Società italiana di pediatria (Sip), presentata oggi al Congresso straordinario digitale della Sip.

Lo studio, che sarà pubblicato su una rivista internazionale di reumatologia, ha coinvolto circa 200 pediatri in tutta Italia con l’obiettivo di raccogliere tutti i casi di malattia di Kawasaki classica e quelli di malattia multi-infiammatoria sistemica registrati nei bambini sul territorio nazionale durante la prima ondata epidemica di Covid-19, dal 1 febbraio al 31 maggio.

Lo studio confermata la correlazione tra Sars-Cov-2 e sindrome multi-infiammatoria sistemica, la cosiddetta Misc che presenta appunto alcune caratteristiche simili alla malattia di Kawasaki. A provare questo legame sono “tre elementi emersi dalle nostre elaborazioni – spiega Andrea Taddio, consigliere del Gds di Reumatologia della Sip e professore associato di Pediatria all’Università di Trieste – Innanzitutto, la percentuale di pazienti positiva al virus era nettamente più alta nella popolazione con sindrome multi-infiammatoria (75%) rispetto alla popolazione con Kawasaki classica (20%)”.

 

Chi era Dorothy Day?

Dorothy Day (New York, 8 novembre 1897 – New York, 29 novembre 1980) è stata una giornalista e attivista sociale (membro dell’Industrial Workers of the World) statunitense. Famosa per le sue campagne di giustizia sociale in difesa dei poveri, dei senzatetto e dei lavoratori

“Laudato si” e “Fratelli tutti” al centro di rinascita del piano mondiale

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Viviamo tempi molto duri. Mai, in tempi recenti, il pianeta era stato colpito da una crisi sanitaria ed economica di proporzioni così gravi.
Impressiona, soprattutto, la condizione di incertezza presente e futura.
Ma nonostante tutto, a fianco di questa condizione di forzato isolamento, attività sociali ridotte, economia in crisi e strutture sanitarie al collasso, è nato e sta crescendo un mondo nuovo, le cui prospettive fanno sperare in una nuova fase di sviluppo dell’umanità.
Siamo in presenza di una combinazione di leader politici sensibili ai richiami di Papa Francesco e orientati alle encicliche sociali Laudato si’ Fratelli tutti che, solo pochi anni, fa sarebbe stata impensabile.
Joe Biden, presidente USA; Moon Jae-in, presidente della Corea del Sud; Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea; Giuseppe Conte e Sergio Mattarella, rispettivamente presidente del Consiglio e presidente della Repubblica italiana, sono tutti di fede cattolica.
Insieme a loro, numerosi altri capi di Stato si sono dichiarati totalmente d’accordo con quanto indicato da Papa Francesco nelle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.
Per trovare una simile combinazione di vertici politici uniti da una visione condivisa bisogna tornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi.
Il progetto – allora – era l’Europa unita. E il programma di sviluppo era il “Piano Marshall”, che prevedeva la ricostruzione del continente europeo devastato dalla guerra.
Il progetto – oggi –, a 75 anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, prevede un piano di investimenti per la rinascita dell’Europa e del mondo di dimensioni mai viste nella storia.
Il Piano Marshall ammontava a circa 13 miliardi di dollari.
Il 27 maggio la Commissione europea ha approvato un programma di investimenti di 750 miliardi di Euro in aggiunta al quadro finanziario pluriennale. Il totale degli investimenti che tale pacchetto di misure potrebbe generare ammonta a 3.100 miliardi di Euro.
Negli Stati Uniti la nuova amministrazione guidata da Joe Biden prevede un piano di investimenti di 2 trilioni di dollari (vale a dire 2 miliardi di miliardi) per decarbonizzare l’intero Paese.
In questo contesto, per la prima volta nella storia, entra da protagonista la Cina, che sta investendo circa 1.000 miliardi di dollari nella “Nuova via della seta”, un progetto che prevede lo sviluppo infrastrutturale delle rotte commerciali che collegano l’Asia con l’Europa e con l’Africa.
In termini economici, le encicliche Laudato si’ Fratelli tutti propongono un modello che rigetta le peggiori espressioni del neocapitalismo utilitarista e speculativo.
Secondo Papa Francesco, «il denaro deve servire e non governare» e il compito degli imprenditori dev’essere quello di generare opportunità di lavoro. Bisogna inoltre favorire e proteggere l’economia reale, limitare al massimo le attività finanziarie speculative, far prevalere la cultura del dono e cancellare la cultura dello scarto.
Il Pontefice propone una nuova prospettiva di sviluppo dove la giustizia sociale e la crescita economica vanno di pari passo con la difesa dell’ambiente.
Papa Francesco non si accontenta di sconfiggere le vecchie e nuove schiavitù; non ritiene sufficiente garantire i diritti umani contenuti nella Dichiarazione Universale del 1948. Bergoglio va oltre i “Dieci Comandamenti” e propone le “Beatitudini”, testimonia il Vangelo, sogna la realizzazione di una civiltà dell’amore fondata sulla fratellanza.
E chissà che una volta superata l’emergenza sanitaria causata dal coronavirus, il mondo non possa incamminarsi lungo la strada indicata dal Papa…
Noi ci speriamo!

Dorothy Day: le scelte dell’amore

Dorothy Day è piombata nella mia vita con la velocità di un fulmine a ciel sereno e l’ha sconvolta. Me ne sono innamorata. E subito ho compreso che ella era diventata lo strumento di Dio per la mia conversione, per la mia crescita spirituale. Tante volte durante l’elaborazione di questo libro, ho portato i suoi scritti in preghiera e la sua vita è diventata per me una strada luminosa da percorrere e mi sono convinta ancora di più che noi consacrati abbiamo tanto da imparare dagli  altri, dai laici in particolare, in fede, speranza e carità.

E prima di addentrarmi nella lezione voglio condividere con voi questa bella notizia, se qualcuno, possibilmente americano, non la sa già: si ha notizia di un miracolo della Serva di Dio Dorothy Day! La notizia è riportata dal Catholic Worker  di Huston, Casa san Diego. A Sarah Maple nel 2009 è stato diagnosticato un tumore al cervello che gli dava quasi due anni di vita…Con radiazioni o no sarebbe cresciuto. Immediatamente ha iniziato a pregare Dorothy Day. Il tumore è scomparso.

Con questo link potete scaricare il file pdf completo di Caterina Ciriello, autrice del saggio “Dorothy Day. Dorothy Day

Una nuova politica di cambiamento per lo sviluppo del paese

La situazione politica, è critica, preoccupante e dovrebbe avere una maggiore attenzione da parte delle forze politiche, con un serio ed efficace programma per creare le condizioni di risoluzione delle vicende che interessano il nostro Paese; però si constata, nostro malgrado, che non si pensa in modo costruttivo e qualificato ad una proposta concreta per la ripresa economica del paese.

Tutti i soggetti sono interessati solo alla propria collocazione personale per avere assicurato la continuità in parlamento, senza che ci sia un serio dibattito di come intervenire in modo concreto sulle questioni italiane. Ciò avviene per la mancanza di partiti storici nel nostro paese, oltre alla responsabilità di ciò che è da attribuire all’insufficienza, intellettuale e politica, dei gruppi dirigenti, dei partiti attuali presenti in parlamento.

La disoccupazione, la mancata crescita, la crisi del lavoro ha prodotto in questo paese solo un profondo scoramento nelle giovani generazioni, dunque, molti di essi emigrano per potere trovare un lavoro che li soddisfi.

Nel paese siamo di fronte a forze politiche costruite al solo fine di portare il paese in una profonda destrutturazione dello Stato liberale. Esse non hanno alcuna cultura pregressa, portano come soluzione l’assistenzialismo, generalizzato con bonus e benefici, ma che limitano di fatto gli investimenti che alla fine sono quelli che producono lavoro e sviluppo. Tutto questo non può certo essere disconosciuto, siamo di fronte alla decadenza della politica. Ci chiediamo come si può uscire da questa impasse in cui è caduto il paese.

Nella piena consapevolezza siamo più che convinti che oggi si debba portate avanti un’azione politica, senza avere alcun rimpianto per il passato, né tantomeno avere nostalgia di quello che fu e che non può più essere, per vari motivi, che sono di ordine sociale, politico, economico, culturale, dunque, è fortemente necessario agire in piena sintonia con le innovazioni socio-politiche per potere proiettarsi su un’azione politica che possa farsi carico di questa novità.

La prima cosa è quella di pensare ad un nuovo soggetto politico, dove non emerga il passato né in modo diretto, né con l’applicazione del nepotismo. La monarchia è stata sconfitta dalla Repubblica e siamo in democrazia. Essa deve essere sempre vigilata e attenzionata per assicurarne la continuazione come sistema politico. La democrazia non è un sistema politico ereditario.

E’ evidente che oggi la posizione dei cattolici democratici, risulta molto indebolita, per una serie di fattori, come ad esempio la perdita del referendum sul divorzio, la presa di distanza di tutte le associazioni cattoliche, Acli, Coldiretti,Cisl, l’Azione Cattolica hanno determinato il mancato appoggio elettorale delle associazioni cattoliche collaterali al mondo politico, i cui risultati sono ben noti.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quali sono le prospettive politiche dei cattolici democratici? La risposta è piuttosto semplice non guardare al futuro con lo sguardo al passato, ma essere innovativi sui metodi e sulle argomentazioni delle proposte politiche.

Il passato ormai è storia, dunque, il futuro verrà dal futuro, non dal passato, perché porterebbe nel presente tutti gli effetti negativi che era nella cause, dunque, è necessario avere delle idee innovative, che sono la conditio sine qua non , per potere riprendere una nuova iniziativa del cattolicesimo politico.

Certamente non è possibile più come è avvenuto in passato un partito che sia espressione del potere, ma concepisca il metodo democratico come spirito di servizio, senza il quale non è possibile avere un nuovo soggetto che sia espressione del cattolicesimo politico.

In democrazia la restaurazione è impossibile, specie quando ci sono grandi mutamenti nella società a livello mondiale, sia sui rapporti economici, che politici. Ciò deve farci capire che è cambiato tutto, che è finita la grande stagione della ricostruzione post-bellica, dunque, in conseguenza è anche cambiato il modo di concepire la politica. Insistere su questioni ormai superate dalla storia è fortemente deprimente e porta di sicuro al totale fallimento.

La storia segna un passaggio conclamato su questo argomento che vale la pena ricordare.

La rivoluzione francese porta sul panorama politico europeo, tre filoni di pensiero, che hanno un riflesso sul cattolicesimo politico italiano. Uno riguarda la restaurazione, perché difensori della monarchia assoluta, e quindi rinnegano il liberalismo e il socialismo. Uno è riferito alla concezione cattolica conforme alla fraternità e all’uguaglianza, ma ritiene la libertà come carattere rivoluzionario. La terza posizione considera la modernità che la rivoluzione francese inaugura come nuova stagione politica.

La concezione del cattolicesimo democratico, scaturisce da questa particolare posizione, la terza, che fu sostenuta, in Italia da padre Gioacchino Ventura, Romolo Murri, Ernesto Buonaiuti Luigi Sturzo.

Oggi, dunque, abbiamo superato la fase della modernità e nasce una nuova stagione storica che deve guardare al post-moderno e trovare le soluzioni a questa nuova visione .

Le prime cose da fare sono quelle che nella nuova concezione storica e sociale, che ha come sfondo il mondo poiché siamo nell’era della globalizzazione, è necessario difendere i diritti dei cittadini, è una cosa fondamentale della democrazia, siamo obbligati alla tutela dei diritti. Su questo principio è necessario nel nostro paese rigenerare le autonomie costituzionali, Comuni, Province, Regioni, che costituiscono la base democratica e territoriale di servizio ai cittadini. Le riforme che sono necessarie per lo sviluppo del paese, vanno condotte per migliorare le istituzioni non per renderle inefficaci e svilite del loro principio costituzionale. Operare al fine di rendere maggiore giustizia sociale è un dovere di ogni cattolico democratico impegnato in politica.

Queste condizioni sono fondamentali per lo sviluppo di questo paese, ormai allo sbando e certamente con un futuro incerto, è necessario un intervento qualificato e qualificante al fine di evitare il peggio. Tutto questo è possibile attuarlo con un nuovo soggetto politico, che affondi le sua radici nel cattolicesimo democratico, che ne sia espressione.

Siamo consapevoli che per fare questo è necessario impegnare molte risorse umane che siano di sicura estrazione democratica, senza che si crei un nepotismo che porterebbe sicuramente a vivere una stagione politica all’insegna di un neofeudalismo, che porterebbe ancora sciagure su questo paese.

Un sistema politico così basato, avrebbe come fine quello di sostituire la classe dirigente con i discendenti degli ex e tagliare fuori una nuova classe dirigente capace e non collusa. Significherebbe solo creare una società tribale e succube di questa forma neofeudalistica. La libertà così verrebbe assoggettata a queste dinastie che vogliono solo occupare posti di potere. Questa prospettiva non è auspicabile, anzi, va evitata e combattuta per il bene del popolo, per evitare il “beneficium” di pochi a discapito di molti.

I principati sono stati superati con l’avvento risorgimentale e la costituzione dello stato moderno, per cui oggi non sono più di moda, perché superati dalla storia.

E’ fortemente necessario un cambiamento con una forte caratterizzazione democratica, all’insegna del rigore morale, dell’onestà, che dia una nuova linfa alle istituzioni repubblicane, ma che sia soprattutto imperniato sulla legalità che è un principio inalienabile e indissolubile.

Noi ci adopereremo su questa via per portare un beneficio a tutte le classi sociali, in particolare a quelle che sono ai margini e dimenticati per dare loro una possibilità di riscatto.

Saremo con gli agricoltori, con i professionisti, con tutta la classe media, e saremo anche con gli imprenditori che vorranno contribuire alla soluzione delle problematiche del nostro paese.

Saremo attenti e vigili per sviluppare un serio progetto politico  di cambiamento, facendo appello “a tutti gli uomini disponibili”.

Partite aperte

Come sempre, lo si mette fuori porta, credendolo ormai finito e, miracolosamente, si riaffaccia vincitore. Berlusconi ha dimostrato ancora una volta di sapersela cavare come nessun altro mai. Ha fatto votare il provvedimento governativo anche a Lega e Fratelli d’Italia. Perché, non c’è alcun dubbio, che il merito di tutto ciò va riconosciuto al vecchio marpione di Arcore.

Lo scostamento di bilancio è passato. Da questo punto di vista il Governo ha superato lo scoglio più complicato e adesso, non resta che affrontare al meglio le difficili condizioni del corona virus.
Ci saranno ancora parecchi problemi, ma quello ad urto maggiore è stato liquidato.

Il Governo vive comunque sempre momenti di tensione. Non può non essere diversamente. Le difficoltà mettono sempre a nudo le carenze che i tempi vantaggiosi, per solito nascondono.

Resta in primo piano il problema del cosiddetto Mes. 36 miliardi offerti dalla comunità europea, da impiegare nel comparto sanitario. Come più volte ho scritto, cifra ragguardevole e fonte di possibilità altrimenti negata. Ho preso subito partito a vantaggio dell’acquisizione.

La nostra sanità ha mostrato il fianco, con fragilità anche nelle regioni che pensavamo essere ben equipaggiate. Quindi, l’impiego di quel denaro potrebbe essere un’ottima soluzione a questi problemi.

Nel Governo a mettersi di traverso, come si sa, sono i 5Stelle. Questi, infatti, hanno dalla loro un considerevole vantaggio: nessuno degli Stati europei, ad oggi, ha impiegato quella opportunità. Non è un aspetto secondario. Se solo uno, prima di noi, ne facesse uso, i 5Stelle sarebbero costretti a cedere. Stando invece, così le cose, i grillini potrebbero sempre indicare in quelle mancanze, il sintomo di qualcosa che non torna.

Sotto questo profilo, pertanto, la partita è ancora aperta, ma particolarmente incerta. Ci saranno ancora schermaglie, ma non si sa che destino avrà.
L’importante è che si utilizzi quanto meno al meglio l’altro capitolo del finanziamento europeo. Quello consistente. Quello di 209 miliardi. Gran parte del nostro futuro economico dipenderà dalla bravura con la quale si utilizzeranno quella massa ingente di capitali. Da qui ai prossimi 5/6 anni.

Temo sempre, come il tempo ha più volte dimostrato, che il nostro Paese non utilizzi per intero quella benedetta fonte. Spero di essere smentito.

Migranti: un calendario e un percorso per imparare a essere “sfollati come Gesù”

Un calendario, da utilizzare a casa, in parrocchia, in oratorio, in comunità o altrove, che permetterà di vivere l’Avvento con un pensiero particolare per gli sfollati interni attraverso un pensiero di Papa Francesco, una riflessione, un’intenzione di preghiera e molto altro. E’ una delle iniziative in preparazione al Natale predisposta dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, per continuare a riflettere e meditare sul Messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.

L’altra iniziativa si chiama “Sfollati come Gesù”, un’attività creativa e arricchente “per mettersi alla prima e imparare qualcosa di nuovo sulla realtà degli sfollati”, spiegano i promotori in una nota: “Un percorso che ci porta all’incontro con gli ultimi, ci permette una maggior conoscenza della loro vita e propone buone pratiche”. Il materiale è disponibile su Internet, insieme all’invito di postare ogni giorno sui social le immagini per il calendario dell’Avvento virtuale, già pronte.

Ursula von der Leyen: “Milan l’è un gran Milan”

“Milano, così bella e così ferita, è una capitale europea. Dove solo un anno fa fervevano la vita e un’economia sana, musica e artisti, il virus ha portato silenzio e dolore nelle strade di Milano. Ma è anche una città della resilienza, dove vivono molti eroi del quotidiano. Milano, città di arte e moda, è oggi una città di solidarietà, dove migliaia di persone si sono mobilitate per aiutare i propri vicini.

E stanno dimostrando la verità di quella vecchia canzone, ‘Milan l’è un gran Milan’”. Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento alla cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi.

Sport Bonus, seconda finestra 2020.

E’ stato pubblicato l’elenco dei soggetti, identificati con il numero seriale, che possono effettuare, ai sensi di quanto previsto dalla normativa, erogazioni liberali in denaro per interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici o per la realizzazione di nuove strutture sportive pubbliche.

Le imprese, gli enti non commerciali e le persone fisiche devono effettuare le erogazioni liberali entro il 3 dicembre 2020 tramite bonifico bancario, bollettino postale, carte di debito, carte di credito e prepagate, assegni bancari e circolari.

Entro il 10 dicembre 2020 gli enti beneficiari delle erogazioni liberali, devono dare comunicazione al Dipartimento per lo sport dell’avvenuto versamento in denaro, compilando l’apposito modulo ed inviandolo per PEC a: ufficiosport@pec.governo.it.

Per saperne di più

Tumori. Screening domiciliari nel futuro della prevenzione

Un gruppo di ricercatori americani – guidati da Cherri Sheinfeld Gorin, dell’Università del Michigan di Ann Arbor – ha analizzato le cartelle cliniche elettroniche di quasi 43mila pazienti che si sono sottoposti a screening per il tumore del seno, della cervice e del colon-retto a maggio e giugno 2017 – 2019, per capire come le restrizioni avessero influenzato gli screening da marzo a maggio 2020.

Prima della pandemia, i tassi di screening per i tre tumori erano in media in aumento in tutti gli Stati Uniti. Durante il lockdown i tassi di screening sono diminuiti drasticamente. Inoltre, nonostante i test a casa per il cancro del colon-retto non fossero diffusi prima della pandemia, questa metodologia è diminuita solo di circa il 65% durante la pandemia.

E con la ripresa delle attività ambulatoriali durante i mesi estivi, i medici di famiglia hanno segnalato una diminuzione dell’88% per le visite di persona rispetto al 2019. Di contro, le visite via video o telefono sono aumentate enormemente.

Negli USA sono attualmente disponibili test di screening sulle feci per rilevare il tumore del colon-retto. Dopo un risultato positivo, i medici possono seguire il paziente e programmare altri esami come colonscopia o colonografia per confermare la diagnosi. E la FDA sta valutando anche test di screening domiciliare per la cervice uterina, mentre potrebbe essere presto disponibile anche un esame da fare a casa basato su biomarcatori per il cancro del seno.

Una nuova economia

“Restituire un’anima all’economia”. Un monito che Papa Francesco ha lanciato ultimamente da Assisi e che ha delle peculiarità fondamentali sul piano dell’impegno politico attivo.

Il mondo oggi vive la grave crisi della pandemia, con una classe dirigente nazionale e locale spesso impreparata a fronteggiare l’emergenza. Basti guardare il giudizio che la maggior parte dei cittadini esprime quotidianamente sui social, sulle varie realtà regionali (soprattutto meridionali) che stentano per strutture e per personale ad arginare questa emergenza che ha fatto già vittime in molte famiglie italiane.

Eppure, le parole di Papa Francesco andrebbero meditate seriamente. Da esse discende una nuova concezione della vita e della struttura economico-sociale che non può più rispondere ai criteri (o ai doveri) del profitto economico, dei calcoli ragionieristici, dello sfruttamento della manodopera, dei salari legati al profitto dell’imprenditore.

Al di là di ogni deleterio integralismo, i cattolici democratici dovrebbero riflettere su queste parole; uscire da un letargo che li ha avvinghiati dopo la fine del Partito Popolare e la confluenza in altri partiti; ri-cominciare (come amava dire Mino Martinazzoli) rispetto ad un quadro politico e partitico degradante e non consono alla migliore tradizione democratica e repubblicana.

Non è più possibile rinviare! Occorre un’assunzione di responsabilità che qualifichi un personale ed un costume di fare politica diverso ed alternativo rispetto a quello attuale, non solo nei comportamenti, ma soprattutto rispetto alle idee e ai programmi di un nuovo ordine mondiale giusto e solidale.

Le riflessioni di Papa Francesco rappresentano uno stimolo ulteriore a riprendere con coraggio una iniziativa politica interrotta a cavallo tra la fine del Novecento e gli inizi del nuovo Millennio.

I cattolici democratici, ormai orfani di un proprio partito politico, non possono più stare alla finestra: oggi il compito che hanno davanti è ancora più grande di quello svolto in passato nel primo dopoguerra e nel secondo dopoguerra. Si tratta cioè di rifondare su basi nuove (fedeli ai principi della Costituzione) uno Stato nuovo, una politica nuova, una economia diversa e non più padrona della politica e della vita privata dei cittadini.

Un nuovo ordine mondiale basato sui principi della giustizia e dell’uguaglianza oggi non è solo auspicabile, ma è possibile. Il liberismo economico sfrenato, la mercificazione dell’uomo hanno raggiunto livelli insopportabili, ma al contempo rappresentano la chiara manifestazione di una crisi irreversibile che se non attentamente guidata verso altre mete rischia di mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Giovanni Galloni (una delle menti più limpide della sinistra democratico-cristiana) negli ultimi anni di vita aveva riscoperto il pensiero politico di Giuseppe Dossetti proprio in ordine a questi moniti continui che lancia Papa Francesco: una nuova economia solidale, sganciata dal puro e semplice profitto oggi si impone in maniera vitale.

Tutto questo implica necessariamente l’assunzione di una nuova responsabilità politica dei cattolici democratici. La politica intesa come servizio alla persona e alla comunità deve ricominciare ad essere il principio cardine di un nuovo impegno sociale e popolare, nel solco di una ispirazione religiosa che Zaccagnini ci ha insegnato essere una missione “non in nome ma a causa della fede”.

Con il centro si vince, ma non in Italia.

Dunque, dopo il voto americano – ma ormai è un elemento sempre più gettonato e diffuso – è un  classico sostenere che le “le elezioni si vincono al centro”. Una riflessione, in effetti, abbastanza  calzante in molti sistemi politici. Ovviamente in quelli retti e disciplinati da una cultura democratica  e costituzionale. Del resto, nel momento in cui il populismo antipolitico, antiparlamentare,  demagogico e qualunquista comincia a mostrare le prime crepe e le prime difficoltà strutturali –  dopo l’ubriacatura di questi ultimi anni – è persin scontato che larghi settori della pubblica  opinione italiana, ed europea, iniziano lentamente a riscoprire e a valorizzare gli elementi  costitutivi del centro. O meglio, “della politica di centro”. Sono noti questi elementi: cultura della  mediazione, cultura di governo, cultura riformista, ancoraggio alla democrazia rappresentativa e  parlamentare, riconoscimento del pluralismo, importanza dei corpi intermedi, rifiuto pregiudiziale  di ogni sorta di radicalizzazione del conflitto politico e, infine, elogio della mitezza e della  concezione “temperata”della politica, per dirla con un grande leader della sinistra Dc, Mino  Martinazzoli. Ecco, si può tranquillamente sostenere che tutto ciò è l’esatto opposto della  esperienza concreta e della prassi politica del movimento/partito dei 5 stelle.  

Ma, al di là delle modalità e delle identità dei singoli partiti, è indubbio che il tanto detestato e  criminalizzato “centro” comincia a farsi largo, almeno come elemento decisivo per vincere le  elezioni e contrastare chi privilegia ancora la radicalizzazione del conflitto politico attraverso la  scorciatoia populista e demagogica.  

Ora, quello che sconcerta di fronte a questo riconoscimento sempre più marcato e trasversale, è  la quasi unanime considerazione che nessun partito di centro, in particolare nel nostro paese,  potrà mai più decollare. Se qualcuno si differenzia dai partiti populisti o di destra o di sinistra,  l’unico elemento che respinge seccamente e senza appello è quello di essere definito e  riconosciuto come un “partito di centro”. Quasi fosse un insulto o una infamia. È difficile  comprendere le ragioni politiche e culturali di questo respingimento, persin violento. Forse  l’atavico pregiudizio che persiste nei confronti della nobile e straordinaria esperienza della  Democrazia Cristiana. O forse, più semplicemente, l’avversione cronica ed ancestrale nei  confronti della definizione di centro. Inteso come espressione di antico, di vecchio, di datato e  quindi inesorabilmente da archiviare. Ma quello che stupisce, e che resta un fatto perlopiù  misterioso, è che molti invocano la necessità di riavere una “politica di centro” alla sola  condizione di non ridar mai più vita ad un “partito di centro”.

Certo, nel nostro paese replicare la  Democrazia Cristiana è pressochè impossibile per ragioni storiche, politiche, culturali e sociali. Ma  è indubbio che, allora, le strade sono solo due : o i vari partiti – nè populisti e nè sovranisti –  cercano, nella concreta azione politica, di recuperare quel patrimonio di metodo e di merito  oppure, inesorabilmente, ci si deve rassegnare ad una permanente e strutturale radicalizzazione  del conflitto politico con tanti saluti alla stabilità dei governi e delle coalizioni. Perchè se si  continua a vincere al centro e se l’elettorato conferma di tornare a privilegiare chi interpreta le  caratteristiche che storicamente nel nostro paese si sono riconosciute in un centro politico,  culturale e di governo, è indubbio che tutti i partiti di governo – di qualsiasi schieramento siano,  soprattutto in un contesto politico sempre più post ideologico – tenderanno a convergere proprio  al “centro”. Semmai, si tratta di capire come si declinano oggi, nell’attuale contesto politico e  sociale, quegli elementi costitutivi di una “politica di centro” che richiede anche una classe  dirigente adeguata accompagnata da una solida cultura politica.

Perchè, ed è bene non  dimenticarlo mai, i partiti di centro del passato, in primis la Democrazia Cristiana, non solo  evocavano astrattamente il richiamo ad un centro politico, ma lo praticavano concretamente  attraverso un percorso e una solida e specifica cultura politica. Il tutto non può avvenire  casualmente o solo come frutto di un tweet o di un post su FB. Se così fosse la “politica di  centro” non potrebbe che ridursi ad una evocazione giornalistica o, al limite, ad un ricordo di una  stagione lontana dalla miserie della contemporaneità.

La Grande muraglia verde africana baluardo contro la povertà

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Il deserto del Sahara sta avanzando inesorabilmente e non da oggi. Lo sapeva bene già negli anni ‘50 il botanico e biologo britannico Richard St. Barbe Baker a seguito di una spedizione esplorativa nel grande deserto africano. Lo studioso allora propose di realizzare un «fronte verde» che fungesse da sbarramento, con un’ampiezza di 50 chilometri (30 miglia) per contenere l’avanzata della superficie arida in espansione. Un recente studio dell’università del Maryland negli Stati Uniti ha confermato la gravità della situazione, dimostrando che a partire dal 1920 la superficie del deserto si è estesa del 10 per cento, fino ad arrivare agli odierni 8,6 milioni di chilometri quadrati.

Tra le zone in cui gli effetti del cosiddetto Global Warming sono più evidenti c’è proprio il Sahel, territorio semi-arido che attraversa orizzontalmente il continente africano, delimitato a settentrione dal deserto del Sahara e a meridione dalla savana tropicale. Questo fenomeno, che solo in parte può essere considerato come manifestazione di un ciclo naturale, è in gran parte legato al forte calo delle precipitazioni, a cui si associa l’aumento delle temperature. Una larga quota di responsabilità va certamente attribuita agli effetti della cosiddetta «antropizzazione» sul clima. Emblematica è la situazione del lago Ciad, che negli ultimi anni ha subito una diminuzione considerevole della sua estensione, dovuta alle scarse precipitazioni e all’utilizzo sempre più frequente dell’acqua prelevata dal bacino stesso o dai suoi affluenti per l’irrigazione dei terreni. Il lago è molto importante a livello ecologico, sociale ed economico: esso assicura infatti, il fabbisogno d’acqua a più di 20 milioni di persone che vivono nei Paesi attorno al bacino. Purtroppo la crisi climatica in corso sta sortendo effetti collaterali molto negativi sulle comunità autoctone che vivono sulle sue sponde. Non è un caso se i famigerati islamisti nigeriani Boko Haram hanno scelto proprio questi insediamenti per le loro attività di proselitismo, facendo leva su popolazioni affamate e impoverite dalla siccità. Ecco che allora la crisi ambientale sta diventando sempre più una crisi umanitaria di ampia scala che non può lasciare indifferenti.

Nella vasta regione saheliana le temperature medie stanno aumentando a un ritmo ben più rapido rispetto alla media globale. Tutto questo mentre si prevede un raddoppio demografico entro il 2050. Per far fronte ad uno scenario a dir poco allarmante, l’idea di erigere uno sbarramento verde è stata accolta per la prima volta, a livello politico, dalla Conferenza dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri della Comunità degli Stati Sahel-Sahariani (Cen-Sad) durante la loro settima sessione ordinaria tenutasi a Ouagadougou, in Burkina Faso, dal 1 al 2 giugno 2005. L’Unione africana (Ua) ha poi ufficialmente approvato questo indirizzo nel corso del suo ottavo vertice svoltosi ad Addis Abeba, in Etiopia, dal 22 al 30 gennaio 2007, attribuendo all’iniziativa la denominazione «The Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative» (Ggwssi). Sebbene la proposta sia stata inizialmente accolta con scetticismo, subendo peraltro diverse battute d’arresto, si sta rivelando sempre di più un programma integrato e complesso, ma al contempo estremamente urgente, che non consiste semplicemente nel piantare alberi ma anche nel promuovere una corretta gestione dell’agricoltura locale nelle comunità insediate nelle zone semi-aride.

«Il Grande muro verde è un tentativo stimolante e ambizioso di trovare una soluzione urgente a due delle principali sfide del 21° secolo, vale a dire la desertificazione e la perdita di suolo fertile», ha commentato Janani Vivekananda, consulente climatico presso Adelphi, un think tank su clima, ambiente e sviluppo. La Grande muraglia verde è dunque più di un semplice progetto ambientale che ha lo scopo di ripristinare 100 milioni di ettari di terre fertili nella fascia saheliana, riducendo nell’atmosfera le emissioni di anidride carbonica di 250 milioni di tonnellate. A detta degli esperti vi sarebbero, infatti, tutte le condizioni per creare almeno 10 milioni di posti di lavoro «verdi». Una prospettiva questa che non solo risponderebbe alle istanze dello sviluppo sostenibile, ma rappresenterebbe un fattore di contenimento rispetto al tema della mobilità umana intra ed extra africana. La Grande muraglia verde una volta che verrà realizzata interesserà un territorio lungo circa 7.800 chilometri e largo 15, che dal Senegal arriva a Gibuti. Una lunga direttrice, dunque, abitata complessivamente da oltre 230 milioni di persone. Attualmente, vi sono 20 Paesi che, con modalità diverse, si sono impegnati a sostenere quelli della fascia saheliana direttamente interessati per la realizzazione del gigantesco progetto. La Commissione europea ha già investito più di 7 milioni di euro (7,5 milioni di dollari). Sfortunatamente, secondo le Nazioni Unite, l’iniziativa finora ha raggiunto solo il 15 per cento dei suoi obiettivi sebbene alcuni progressi siano stati registrati. In Nigeria, ad esempio, sono stati recuperati 5 milioni di ettari di terra degradata e creati ventimila posti di lavoro, mentre in Etiopia l’impegno delle autorità locali ha consento di rigenerare 15 milioni di ettari di terra degradata, e duemila in Sudan. Per non parlare del Senegal dove negli ultimi dieci anni sono stati piantati 12 milioni di alberi resistenti alla siccità. Tra Burkina Faso, Mali e Niger, invece, è stato creato un corridoio verde lungo oltre 2.500 chilometri, coinvolgendo gli abitanti di 120 villaggi nella piantumazione di una cinquantina di specie native. Purtroppo la messa a dimora delle piante non sempre ottiene buoni risultati in quanto vi sono delle zone dove la nuova vegetazione nell’arco di breve tempo risulta essere già brulla e rada.

Da rilevare che la Grande muraglia verde africana è considerata il progetto di punta del decennio delle Nazioni Unite, che si aprirà nel 2021, per il ripristino degli ecosistemi degradati o distrutti e come misura per combattere la crisi climatica, tutelando la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la biodiversità. E proprio la Ggwssi è stata fonte d’ispirazione per il progetto «Grande muraglia verde per le città» annunciato lo scorso anno dal direttore generale della Fao, Qu Dongyu. Si tratta di un’iniziativa che punta, entro il 2030, a convertire circa 500mila ettari di terra in nuove foreste urbane e a ripristinare o gestire correttamente circa 300.000 ettari di foreste naturali esistenti nella regione del Sahel e in Asia Centrale. Se infatti proprio sugli insediamenti urbani ricadono molte delle responsabilità legate ai cambiamenti climatici, è anche vero che proprio le città sono anche le prime vittime dei loro effetti. Rimane il fatto che mai come oggi è necessario che gli Stati africani si assumano le loro responsabilità. Come ha avvertito Papa Francesco in più circostanze «il tempo sta scadendo» per trovare soluzioni al cambiamento climatico. Motivo per cui è urgente mettere da parte gli interessi faziosi, le pressioni politiche ed economiche, al fine di salvaguardare la Casa comune.

Milano: Trenord lancia i treni a idrogeno

In Valcamonica ci sarà la prima “Hydrogen Valley” italiana. I punti principali del progetto, denominato H2iseO, sono: l’acquisto di nuovi treni alimentati a idrogeno, che serviranno dal 2023 la linea non elettrificata – gestita da Ferrovienord (società al 100% di FNM) – Brescia-Iseo-Edolo, in sostituzione degli attuali a motore diesel; la realizzazione di centrali per la produzione di idrogeno, destinato inizialmente ai nuovi convogli ad energia pulita.

Il produttore sarà la società Alstom che in Europa ha già dato prova dell’affidabilità dei suoi sistemi di trazione a emissioni 0.

In Germania il treno iLint, il primo treno a idrogeno al mondo, da settembre 2018 ha percorso 250.000 km in servizio passeggeri su una tratta in Bassa Sassonia.

Per questo i nuovi treni alimentati ad idrogeno che FNM ha deciso di acquistare sono sviluppati sulla base della piattaforma Alstom Coradia Stream e sono in larga misura identici ai treni Donizetti già in uso a Trenord. Ciò consente di ridurre i tempi di consegna e conseguire possibili sinergie in ambito manutentivo.

Complessivamente sono previsti quasi 300 milioni di euro, destinati all’acquisto dei nuovi convogli prodotti da Alstom per Trenord, all’adeguamento della linea non elettrificata gestita da Ferrovienord, alla realizzazione di impianti per la produzione di idrogeno.

 

Istat: a novembre cala la fiducia di consumatori e imprese

A novembre 2020 si stima una diminuzione sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,7 a 98,1) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese che cade da 92,2 a 82,8 per effetto soprattutto del forte peggioramento dei servizi di mercato.

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in calo anche se con intensità differenziate. Il clima economico e il clima futuro registrano le flessioni maggiori, passando, rispettivamente, da 87,2 a 79,3 e da 104,0 a 98,8. Il clima personale scende da 106,4 a 104,7 e quello corrente diminuisce da 99,9 a 97,4.

Guardando alle imprese, il peggioramento della fiducia è diffuso a tutti i settori: l’industria e il commercio al dettaglio registrano cali più contenuti mentre si evidenzia un crollo dell’indice relativo ai servizi di mercato. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice scende da 94,7 a 90,2 e nelle costruzioni cala da 142,5 a 136,8. Nel commercio al dettaglio l’indice diminuisce da 98,9 a 95,2 mentre nei servizi di mercato cade da 87,5 a 74,7.

Con riferimento alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni tutte le componenti sono in peggioramento.

Nei servizi di mercato si registra un diffuso e marcato peggioramento dei giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini subiscono un forte ridimensionamento contribuendo in modo considerevole alla caduta dell’indice di fiducia. Nel commercio al dettaglio, la diminuzione dell’indice è dovuta al forte calo delle aspettative sulle vendite future; invece, i giudizi sulle vendite recuperano e il saldo delle scorte di magazzino è in diminuzione. A livello di circuito distributivo, la fiducia aumenta nella grande distribuzione mentre è in marcata flessione nella distribuzione tradizionale.

Rifiuti, Utilitalia: per rispettare gli obiettivi Ue servono oltre 30 impianti

Per conseguire gli obiettivi fissati dal pacchetto Ue sull’economia circolare al 2035, servono nel nostro Paese oltre 30 impianti per il trattamento dei rifiuti organici e per il recupero energetico delle frazioni non riciclabili. È quanto emerge dallo studio “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035”, realizzato da Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) e presentato oggi nel corso di un convegno on line. Gli attuali impianti di trattamento dei rifiuti urbani sono numericamente insufficienti e mal dislocati sul territorio, costringendo il nostro Paese a continui viaggi dei rifiuti tra le regioni e a ricorrere in maniera ancora eccessiva allo smaltimento in discarica.  Senza una decisa inversione di tendenza sarà impossibile raggiungere i target UE che prevedono sul totale dei rifiuti raccolti, entro 15 anni, il raggiungimento del 65% di riciclaggio effettivo e un utilizzo della discarica per una quota inferiore al 10%.

IL FABBISOGNO IMPIANTISTICO AL 2035 È DI 5,7 MILIONI DI TONNELLATE

Considerando la capacità attualmente installata, se si vogliono centrare gli obiettivi europei e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese, il fabbisogno impiantistico ammonta a 5,7 milioni di tonnellate. Su base annua e nello specifico, il Nord risulterà autosufficiente per l’organico e in debito di 150mila tonnellate per la termovalorizzazione; il Centro avrà bisogno di termovalorizzare ulteriori 1,2 milioni di tonnellate e di trattarne altrettante di organico; al Sud avrà un fabbisogno di recupero energetico di 600mila tonnellate e di 1,4 milioni di tonnellate per l’organico; per la Sicilia il deficit sarebbe di 500mila tonnellate per l’incenerimento e 600mila tonnellate per l’organico; la Sardegna sarebbe invece autosufficiente per l’organico ma presenterebbe un deficit di 80mila tonnellate per la termovalorizzazione. “Senza impianti di digestione anaerobica e termovalorizzatori – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – non è possibile chiudere il ciclo dei rifiuti in un’ottica di economia circolare. Mentre l’industria del riciclo denuncia la carenza di sbocchi per gli scarti, si continuano a ipotizzare scenari con future tecnologie che al momento non sono disponibili o immediatamente applicabili su scala estesa e si rimanda un problema oggettivamente non più procrastinabile”.

IL RICORSO ALLE DISCARICHE È ANCORA ECCESSIVO

Le discariche sono il sistema di trattamento dei rifiuti con il maggiore impatto ambientale, soprattutto per le emissioni di gas serra. Tuttavia gli ultimi dati mostrano che sono state ancora smaltite in discarica 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 310mila di questi sono stati trattati in Regioni diverse da quelle di produzione. La vita residua delle discariche attive è in esaurimento: per il Nord si prospettano ancora 7-8 anni; per il Centro 6-7 anni; per il Sud 2-3 anni. Al momento l’Italia avvia a discarica una media del 20,2% dei rifiuti urbani trattati, mentre l’Unione Europea ci impone di scendere al di sotto del 10% nei prossimi 15 anni: a questo ritmo di conferimento, saremo obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti o continuare a portare la spazzatura in discarica, sottoponendo il nostro Paese a nuove procedure di infrazione. Entro pochi anni in mancanza di interventi, la chiusura delle discariche soprattutto al Sud farà ulteriormente aumentare il numero dei viaggi dei rifiuti verso gli impianti del Nord.

LA FOTOGRAFIA DELLA SITUAZIONE: VIAGGIANO 2,7 MILIONI DI TONNELLATE

Nel 2018 in Italia sono state prodotte 30,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (600mila in più rispetto al 2017). Circa 2,7 milioni di tonnellate sono state trattate in regioni diverse da quelle di produzione; il flusso viaggia principalmente dal Centro-Sud verso il Nord. Il Nord ha importato circa 1,8 milioni di tonnellate dalle aree del Centro-Sud, che rappresenta il 13% della produzione dei rifiuti di tutto il Settentrione, il quale già oggi, grazie ai propri impianti, riesce ad essere molto vicino (15%) ai target di conferimento in discarica previsti dall’UE per il 2035. Il Centro è costretto a esportare il 17% (1,1 milione di tonnellate) della propria produzione di rifiuti, nonostante avvii già in discarica una percentuale di rifiuti estremamente elevata, pari al 35% ma non in grado di garantire tutta la richiesta. Il Sud ha invece esportato il 10% della propria produzione di rifiuti (soprattutto organico) ma solo per la disponibilità elevata di discarica, ora utilizzata per un’alta percentuale, pari al 41%. “Gli sforzi degli italiani nella raccolta differenziata – continua Brandolini – devono essere premiati da un sistema che sia in grado di valorizzare al meglio i rifiuti. In quest’ottica, i dati dimostrano che anche la raccolta differenziata e gli impianti non sono due elementi contrapposti, anzi: i territori che registrano le percentuali più alte di raccolta differenziata, non a caso, sono proprio quelli in cui è presente il maggior numero di impianti”.

I VIAGGI DEI RIFIUTI: UN COSTO ECONOMICO E AMBIENTALE

La carenza e la cattiva dislocazione degli impianti è la prima causa dei viaggi dei rifiuti lungo la Penisola, con importanti costi in termini economici e ambientali. Per trasportare le 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti trattati in regioni diverse da quelle di produzione, nel 2018 sono stati necessari 107 mila viaggi di camion, pari a 49 milioni di chilometri percorsi: ciò ha comportato l’emissione aggiuntiva di 31.000 tonnellate di CO2 e 75 milioni di euro in più sulla Tari (il 90% dei quali a carico delle regioni del Centro-Sud). Solo nel 2018, oltretutto, l’Italia ha pagato ben 70 milioni di euro per multe dalla UE per le inadempienze che sono state contestate sulla gestione dei rifiuti. La realizzazione di nuovi impianti, oltretutto, comporterebbe ulteriori vantaggi in termini ambientali. Con il biometano prodotto attraverso il trattamento della frazione organica e l’energia elettrica rinnovabile degli inceneritori, si potrebbero soddisfare rispettivamente le necessità energetiche di circa 230.000 e 460.000 fa¬miglie, pari a circa, rispettivamente, 700.000 e 1,4 milioni di abitanti ogni anno.

Parte il progetto di telemedicina reumatologica iARPlus

Parte il progetto di telemedicina reumatologica iARPlus. Non si tratta di una semplice cartella clinica elettronica ma di una nuova piattaforma informatizzata, interoperabile e in grado di facilitare i contatti tra malato, il medico di medicina generale e lo specialista reumatologo. Già in 40 centri della Penisola sono operativi degli “Ambulatori Virtuali Reumatologici” che presentano modelli e percorsi comuni e condivisi per evitare disparità nei servizi erogati. L’obiettivo è implementarli nel più breve tempo possibile e l’iniziativa nasce dall’esigenza di far fronte alle emergenze sanitarie imposte dalla pandemia.

iARPlus è usufruibile per i pazienti colpiti dalle patologie più gravi come artrite reumatoide, artrite psoriasica o spondilite anchilosante. On line sono presenti schede per la raccolta dei dati anagrafici, esami di laboratorio, esiti diagnostici, tipologia di trattamento in atto, aderenza e comorbidità.

Il paziente potrà compilare, sempre on line, delle schede di autovalutazione sull’attività della malattia, integrate in un sistema di allarme che avvisa in tempo reale il reumatologo. Nel caso in cui lo ritenga opportuno, lo specialista potrà valutare se sia necessario convocare l’assistito in ospedale per controlli più approfonditi in presenza.

Un nuovo paradigma culturale e politico

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Buffon

Ai giovani imprenditori dell’incontro internazionale, «The Economy of Francesco», già programmato per maggio scorso ad Assisi, il Papa non parla che raramente di economia. Si dilunga, invece, sulla politica, “la migliore politica”, nel solco della nuova enciclica Fratelli tutti. Non bastano più, infatti, nuove economie, una semplice innovazione delle strategie economiche, occorre un nuovo paradigma culturale e politico, una nuova società: «Siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza e impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi». L’economia deve fare i conti non solo con la politica, con la società, ma anche con la storia; deve occuparsi della casa comune e non più soltanto del miglioramento del mercato per accrescere la ricchezza.

Non basta più ragionare sulle risorse materiali, onde procurare il cibo a una popolazione in aumento, come a postulare un conflitto tra essere umano e ambiente, ma è necessario occuparsi di risorse umane, sociali, e anche istituzionali. Occorre superare la logica della frantumazione, del conflitto e del dominio, per giungere a favorire una cultura dell’incontro a pro del bene comune.

Echeggiano qui le affermazioni della Fratelli tutti sulla carità politica, sulla società aperta e il cuore aperto, che si guarda dallo screditare, o peggio, dal calunniare l’interlocutore. Torna forte il monito a non accontentarsi di una politica assistenziale e filantropica che umilia il povero, ma osare una governance, capace di offrire agli scartati un posto al tavolo dei decisori: per una politica non solo con i poveri ma dei poveri. «È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti di azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra)… diventino i protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro… e da loro impariamo a fare avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti…». La sostenibilità autentica, senza ipocrisie, cioè la ricerca del bene comune coincide allora con “l’opzione per i poveri”, senza la quale non si costruisce una società fraterna. Come nella Fratelli tutti, anche ai giovani imprenditori di Assisi, il Papa pone la questione centrale dell’appartenenza alla società, un’appartenenza che deve sottostare al criterio della dignità umana, del rispetto dei diritti umani fondamentali, cioè deve assoggettarsi al principio della inclusività.

Lo stesso invito rivolto a Francesco dal crocifisso di San Damiano diventa allora “perché no!” un programma politico a tutto tondo. Riparare la casa, che va in rovina, non è solo una chiamata a una missione religiosa, rivolta all’intimo della coscienza; è un programma di riforma globale. Francesco, che incontra il lebbroso e lo bacia, si sente mutato nel corpo, tanto che l’amaro si cambia in dolce e viceversa. Egli, però, non si ferma al semplice servizio ai lebbrosi. Torna, sì, di tanto in tanto, presso di loro, ma il suo sguardo corre altrove. La sua scelta dei lebbrosi non intende assecondare il sistema bipolare della dicotomia tra maiores minores. Se la sua vocazione si fosse limitata a un puro assistenzialismo, egli sarebbe caduto vittima del sistema: assistere i lebbrosi per calmierare il disagio sociale sarebbe equivalso a permettere alla città dei mercanti di continuare a svolgere i propri affari. La sua proposta, invece, è la fraternità con tutti, incluse le creature e il sultano d’Egitto, cioè la via di una appartenenza inclusiva, la via di un cambio di paradigma, quello della centralità del fratello, a cominciare dal lebbroso. Egli mette così al centro il grido del sofferente, quale questione sociale e politica per eccellenza. Lo dice anche Papa Francesco agli imprenditori di Assisi, proponendo loro un patto: la cultura, l’accademia, la scienza, le aristocrazie culturali non possono appartarsi dalla vita e dalla «sofferenza concreta della gente». Anche per imprenditori e manager vale allora il modello del samaritano della Fratelli tutti, lo stile della cura: «Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù».

L’opzione per la povertà, operata da Francesco d’Assisi, a differenza di quella di altri ordini mendicanti, non era una strategia per sostenere l’autenticità della predicazione, ma una scelta politica e quasi antropologica, a sostegno di un modello di nuova umanità.

La povertà di Francesco d’Assisi è scelta politica essendo scelta non solo ascetica, ma economica. Essa postula, infatti, il passaggio dal diritto di proprietà al semplice uso delle cose. E uso sobrio, cioè limitato alle necessità dell’oggi, rispettoso dei limiti delle risorse, che madre terra ci offre per il nostro sostentamento. Proprio questo nuovo rapporto con i beni, l’uso sobrio, è ciò che esige la fraternità che non vuole escludere nessuno, che mette al centro la dignità di ciascuno, il valore intrinseco di ogni essere vivente. Anche la fraternità di Francesco opera successivamente secondo queste indicazioni. La predicazione francescana del Quattrocento, ad esempio, non tollera l’avarizia, di chi accumulando beni per sé li sottrae alla fraternità, e rallentandone la circolarità, ne esclude l’accesso ai più fragili. Il criterio di appartenenza, cioè il diritto di cittadinanza, per questi francescani, non è basato sul sangue, o sulla residenza, ma sulla effettiva disponibilità a promuovere il bene di tutti, a promuovere cioè il bene comune, a prendere parte alla costruzione della fraternità. L’imprenditore non può essere perciò solamente un’economista, ma un economo: amministratore della casa comune; a lui appartiene cioè non tanto la vocazione del contabile, bensì quella del politico, che prende parte attiva alla vita della città, anzi che si impegna in prima persona nella cura della fraternità. Come università Antonianum, lo abbiamo appreso concretamente proprio toccando l’anima della città di Taranto, dove al centro sta il problema della vita, e della vita lacerata dalla malattia, già molto prima dell’arrivo del covid-19: vita che non tollera dicotomie tra salute e lavoro, tra economia e società, tra scienza e utopia politica. A Taranto abbiamo capito che oggi più che mai l’imprenditore, o il manager pubblico e privato, deve essere esperto di umanità, cioè uditore tanto del grido della terra e del grido dei poveri.

Il viaggio dell’Italia verso il futuro

Il primo punto, valore fondamentale per sconfiggere il virus e costruire una ripresa economica e sociale, è capire quanto importante sia il valore della collaborazione. Sia essa tra le forze politiche, tra le istituzioni, tra i cittadini. Durante un’emergenza così dura, la politica fa bene al Paese solo se usa il dialogo e non lo scontro, la condivisione di idee e non gli antagonismi, la chiarezza di un progetto e non inutili veti.

Ogni giorno, ci pone davanti uno scenario che muta, quindi non possiamo più parlare di “progetti”, ma di un “progetto” comune, una direzione verso la quale andare insieme. Il primo obiettivo deve essere quello che già il nome dei Fondi messi a disposizione dall’Europa indica: lavorare per la prossima generazione, che non va intesa solo in senso demografico, ma come epoca. Un’epoca che oggi si sta formando e della quale tutti facciamo e faremo parte. Nessuno escluso. Non abbiamo più la possibilità, né il tempo, per dimenticarci del futuro. Quello che accade oggi è già il futuro e ciò che sarà domani dipende dalle risposte che sapremo dare.

Infrastrutture, cultura e innovazione sono investimenti essenziali ma devono essere chiare le nuove opportunità che vogliamo creare. Per fare questo dobbiamo dimenticarci prima di tutto dei contrasti che abbiamo visto tra lo Stato e le autonomie locali, -questo è un punto su cui dobbiamo riflettere- la crisi che abbiamo davanti non aspetta nessuno. Tantomeno i tempi dello scontro istituzionale e quello che il Paese non può permettersi è l’incertezza nelle decisioni. La scelta di andare avanti e ripensare il modello di industria, commercio e turismo che vogliamo avere nel futuro è necessaria. 

Per prima cosa va capito che il modello di sviluppo, in particolare per settori come il commercio  l’artigianato ed il turismo, passa per il modo di intendere la crescita dell’immagine, della credibilità e del decoro di tutte le nostre città e dei nostri borghi. Poi dobbiamo ricordare che le varie zone del Paese devono essere tra loro collegate, con infrastrutture sicure e garantite. Non possiamo più permetterci di avere territori scollegati dal resto del Paese, soggetti al rischio idrogeologico, minacciati da problemi stagionali noti, oppure poco sicuri anche per chi li visita. Tutto questo però non si costruisce in poco tempo ed ha bisogno di politiche di ampio respiro, che sappiano accompagnare il processo di conversione a cui sono chiamati i vari settori della nostra economia.  Un esempio di questo è il Turismo, che da servizio dovrà trasformarsi in vera e propria industria nel Paese che vanta il numero più alto al mondo di siti tutelati dall’Unesco. Per fare questo, servono strategie e incentivi ed una vera e propria “cultura della promozione” del Turismo Interno e di Prossimità regionale, che ha bisogno di un giusto sostegno e di una visione chiara.

Le istituzioni hanno mutato il loro compito negli ultimi mesi, dovendosi occupare principalmente dell’emergenza sanitaria e dell’erogazione dei necessari sussidi per fare in modo che la vita prosegua. Tra breve entreremo nella fase più dura, in cui le conseguenze economiche del Covid-19 si scaricheranno sui cittadini con violenza. Uno dei temi fondamentali è decidere, in maniera condivisa e strategica, come allocare le risorse del Recovery Fund. Tante cose sono cambiate nella mobilità delle persone, delle merci, dei servizi, dei capitali e delle idee. Va attuata una strategia di interventi che vada a stabilire le priorità che portino lavoro, sviluppo e benessere per tutto il Paese. La crisi è certamente fonte di difficoltà, ma non deve trovarci impreparati e senza un’idea su cosa fare. Dobbiamo guardare alla qualità delle scelte per far tornare a crescere ogni singolo Comune, provincia o regione.

Tutto riparte dagli investimenti sui nostri tanti e diversi territori, ciascuno con le sue unicità, con panorami e opere invidiate dal mondo intero. Mettere in rete imprese e territori, con la creazione di infrastrutture moderne e funzionanti, ridurre il gap che colpevolmente si è lasciato crescere tra le strutture pubbliche presenti al sud e quelle del nord. Far crescere il Paese, collegandolo grazie alla creazione della sempre più necessaria banda larga, richiesta ormai in un mondo che cambia giorno dopo giorno ed affronta le sfide di una realtà lavorativa che si sta modificando nelle forme e nei contenuti. Senza dimenticare poi l’urgenza di ripensare tutto il sistema dell’istruzione, che deve essere modernizzato e ripensato. Il lavoro di oggi va avanti e le competenze dei nostri ragazzi non possono restare indietro.  

Abbiamo l’opportunità di creare qualcosa di duraturo con i Fondi in arrivo dall’Europa, creando un sistema di investimenti pubblici che sappia far ripartire l’offerta, senza fare interventi che abbiano il corto respiro della vita di un governo. Dopo aver visto un progressivo e costante deperimento dell’immagine dell’Unione europea, che da baluardo dei diritti e della pace è diventata per qualcuno la ragione di tutti i mali e facile schermo dietro il quale le politiche nazionali spesso si riparano, vediamo oggi nell’Europa un importante presidio per i diritti di ciascuno di noi e un riferimento per superare questo drammatico momento. Oggi riscopriamo che la cultura comune che oltre 60 anni fa ha messo insieme vari Paesi è fatta di condivisione delle responsabilità e anche aiuto reciproco. Tra le cause che hanno portato l’Europa alla situazione di crisi attuale c’è la poca conoscenza che i suoi 500 milioni di cittadini hanno di ciò che per loro l’Unione fa o, ancora meglio, potrebbe fare se gli Stati membri tornassero a credere fermamente nelle idee di integrazione e solidarietà.

Come in ogni convivenza, anche l’Unione europea è composta da interessi diversi, ma che in fondo portano tutti al comune obiettivo che per l’Europa è un vanto, ossia avere il migliore sistema di welfare del pianeta. È proprio da questa esigenza condivisa di garantire il maggiore benessere ai cittadini europei che parte il piano d’aiuti senza precedenti che oggi conosciamo come Next Generation EU. Su questo le tante diverse culture e sensibilità democratiche degli Stati europei devono trovare un punto di necessaria convergenza e farsi motore di quel cambio di paradigma a lungo discusso nelle economie e nelle società nazionali, per non fare di questa crisi un elemento che entra dirompente nella vita delle persone distruggendola e facendo nascere solo disgregazione e frammentazione, ancora una volta, anche dell’Unione europea. La creazione di valore in questo nuovo mondo, di cui intravediamo ancora solo i contorni, passa soprattutto dalla vittoria di una sfida che vede l’Europa  come protagonista. Le imprese sono legate indissolubilmente ai loro territori e l’Europa deve essere un unico grande territorio delle opportunità e di uno sviluppo che finalmente diventa sostenibile e va a scongiurare i pericoli che in modo terribile si sono resi concreti in questa nostra epoca.

Un’Europa a misura di persona, che sappia affrontare in modo unito e davvero condiviso le sfide ancora poco chiare che questa crisi ci pone di fronte. Questo si può fare con un welfare unico, grazie a risorse comuni e scelte strategiche. Il Covid-19 non è stato solo un problema: ha portato alla luce alcuni dei nodi politici irrisolti di questa Unione di Governi più che di Stati, di diplomazie più che di persone. Abbiamo bisogno, ora, di un cambio di paradigma di una visione che guardi da qui ai prossimi 20 anni, per creare una nuova realtà che deve partire da una visione del mondo rinnovata, per filosofia di attività politica e per capacità strategica di gestione dei territori. In una fase di incertezza deve esserci un forte legame di fiducia fra Stato e cittadini e fra lo Stato e le autonomie locali. Dunque la politica deve ripartire dai territori, punto di snodo delle esigenze dei cittadini e delle imprese, che vivono il quotidiano e meritano amministrazioni locali che siano all’altezza del loro compito. 

Il tempo che viviamo, nella sua gravissima drammaticità, ci dà l’occasione di riflettere sugli errori fatti fino a questo momento e sulle tante occasioni mancate. Penso a Roma, a quanto la Capitale d’Italia può in questo momento dare e rappresentare per tutto il Paese e quanto in questi anni invece è stata tenuta ai margini. Deve essere chiaro a tutti che un corpo riparte se la sua testa funziona bene. Roma tra meno di un anno ha l’occasione di tornare a ragionare e ad essere perno propulsore per un Paese che ha da sempre tutte le risorse umane, morali e culturali per tornare a correre. È necessario per il Paese intero, progettare un rilancio della capitale che miri a farla tornare ad essere il punto di riferimento come lo è sempre stato.

Serve un progetto che guardi al futuro della città, che sappia immaginarla e realizzarla a partire dalle necessità e dalle volontà dei cittadini, del mondo associativo e delle imprese. Chi amministra non dovrebbe solo chiedersi come si risolve un problema specifico ma intervenire sulla sua origine, per far sì che non si ripresenti. Per farlo, c’è bisogno di progettualità competenza che purtroppo da anni mancano a questa città.  L’emergenza Covid-19 ci ha spinto a sentirci più uniti come Paese perché abbiamo avuto la prova di quello che noi diciamo da tempo: nessuno si salva da solo. È questa cultura democratica e riformista che può guidare la rinascita del nostro Paese, partendo da Roma. Occorre una visione strategica per il futuro, un futuro che oggi appare incerto ma che non è mai stato così ricco di promesse di opportunità, di innovazione di possibilità e di rinnovamento. Il viaggio più difficile è quello che inizia ora e ci porta nel domani. De Gasperi diceva che Politica vuol dire realizzare,  È il momento di scegliere se restare nell’eterna ripetizione di oggi o capire cosa fare del domani, iniziando a dare una nuova forma al presente per scrivere il futuro.

 

La federazione di centro, un passo avanti nella ricomposizione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La pregevole, articolata relazione del Presidente della Federazione di Centro, Giuseppe Gargani, messa in rete anticipatamente  ha permesso di determinare un confronto più compiuto tra i partecipanti alla video discussione.

Sono stati affrontati i temi centrali e le relative criticità che colpiscono il Parlamento, la Magistratura e il pericoloso conflitto istituzionale tra Stato e Regioni conseguenza della avventata riforma del Titolo V della Costituzione.

V’è stato un generale apprezzamento per una riflessione profonda, ad ampio spettro, che ha posto nel preambolo una strategia culturale prima che politica.

Personalismo ed individualismo come cause della crisi con perdita di identità e di moralità.

Oggi, Gargani, proprio nel suo articolo sul Dubbio pone l’accento sul metodo democratico dei Congressi DC, sulla partecipazione viva. Un partito che fa Congressi con il metodo democratico, non con il sorteggio degli oratori che si confrontano con la videocamera piuttosto che con le persone.

Dunque non possiamo essere alleati neppure con quanti si alleano con chi rifiuta lo Stato di diritto.

Perché qui è in gioco il Parlamento e la sua funzione, che é stato progressivamente demolito attraverso i suoi istituti vivi, poi delegittimato con la campagna mediatica anti casta, fino alla riduzione della rappresentanza.

Dunque l’esigenza è ripartire da quel trenta per cento che ha rifiutato slogan propagandistici e vuole affrontare i reali problemi del Paese con serietà e rigore. È da lì che si deve ricomporre e riaggregare.

Gargani faceva riferimento a Montesquieu che non è una firma fantasiosa, ma un civil servant che difende i principi della divisione dei poteri in contrapposizione a Rousseau che non è solo una piattaforma, ma un pensiero populista e giacobino.

Gargani ha affrontato anche il deterioramento della funzione giudiziaria, ma aggiungo anche quello degli organi di garanzia come la Corte Costituzionale con sentenze opache e contraddittorie che alimentano dubbi e incertezze senza dire quelle parole chiare che sarebbero necessarie.

È stato molto significativamente fatto riferimento alla questione morale posta da Enrico Berlinguer negli anni settanta e alla deriva giustizialista degli anni novanta con Tangentopoli che portò  alla delegittimazione del Parlamento di partiti storici e di una intera classe dirigente.

Siamo in una fase storica in cui i desideri sono diventati realtà; la uguaglianza é diventata una pretesa. Si utilizza il Covid  per realizzare uno Stato dove  prevalgono protezioni, garanzie e  politiche di sussidi senza anticorpi. Ciò produrrà cicatrici profonde nel tessuto economico e sociale se contestualmente non si fa una operazione di verità sui conti pubblici e non si affronta il problema del debito pubblico generato da uno  Stato  mamma, uno Stato Protettore.

Il siamo tutti uguali porta all’appiattimento, alla mediocritá, alla assenza di competizione, a scelte di basso profilo.

È stato approvato un documento per verificare entro il 15 dicembre i risultati delle riflessioni interni dei singoli partiti e delle associazioni. La piattaforma programmatica è quella formulata dalla Fondazione delle idee elaborate dal Prof. Giannone.

La spinta è quella – pur avendo la storia e gli ideali nel cuore – verso un soggetto nuovo, con un simbolo nuovo, per porsi come novità nella credibilità per dialogare con quanti si riconoscano in questi ideali senza pregiudiziali.

Nessuno pensi di fare una M&A con prelievo di sangue fresco di Associazioni e corpi vitali.

È stato compiuto un deciso passo in avanti nella ricomposizione, nella riaggregazione di forze che si ispirano alla dottrina sociale, al personalismo mounieriano e mariteniano, ai valori costituzionali, all’europeismo e alle scelte di progresso green.

Siamo allo snodo di un percorso difficile. Forse ci è di aiuto rileggere le parole scritte da Aldo Moro su Vita e Pensiero proprio 76 anni fa, il 25 novembre del 1944 sul “dinamismo del centro” tra Camaldoli e le idee ricostruttive di De Gasperi.

Il centro non è una posizione per nulla comoda e facile, non è di riposo… il vecchio si adatta e si rinnova ed il nuovo si svolge in collegamento continuo e fecondo con il passato…. Il centro non è un punto immobile, ma un processo, faticoso, impegnativo e ricco di incognite…

…Si tratta di assicurare la continuità del processo e perciò accelerare il nuovo, potenziarlo nel suo vigore, ma controllarlo al tempo stesso. .. Si tratta di educare generazioni nuove e classi che accendono in modo confuso verso il potere.

Economia: Istat, a ottobre 2020 stop a ripresa dell’export verso i Paesi extra Ue

A ottobre 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 una diminuzione congiunturale per le esportazioni (-2,6%) e un incremento per le importazioni (+1,7%).

La flessione su base mensile dell’export interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è dovuta in particolare al calo delle vendite di beni intermedi (-6,1%) e beni di consumo non durevoli (-1,9%). Dal lato dell’import, aumentano gli acquisti di beni di consumo durevoli (+7,7%), beni strumentali (+5,2%) e beni intermedi (+2,5%), mentre diminuiscono quelli di energia (-2,7%) e beni di consumo non durevoli (-0,5%).

Nel trimestre agosto-ottobre2020, rispetto al precedente, l’export cresce del 16,1%; la crescita, diffusa a tutti i raggruppamenti, è più sostenuta per beni di consumo durevoli (+31,0%), beni strumentali (+21,4%) ed energia (+19,6%). Nello stesso periodo, l’import aumenta su base congiunturale del 10,9%, con gli incrementi maggiori per beni di consumo durevoli (+37,0%) e beni intermedi (+23,3%). In calo soltanto gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-6,9%).

A ottobre 2020, l’export torna a registrare una flessione su base annua ampia (-10,0%, da +2,8% di settembre), cui contribuisce il forte calo delle vendite di energia (-47,6%), beni strumentali (-12,3%) e beni di consumo non durevoli (-10,0%). L’import segna una contrazione ancora marcata ma sostanzialmente stabile (-12.4%; era -12,3% a settembre), spiegata soprattutto dal forte calo degli acquisti di energia (-43,3%). Aumentano su base annua gli acquisti di beni intermedi (+11,4%).

La stima del saldo commerciale a ottobre 2020 è pari a +7.085 milioni (era +7.450 milioni a ottobre 2019). Diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +10.317 milioni per ottobre 2019 a +8.740 milioni per ottobre 2020).

A ottobre 2020 l’export verso paesi ASEAN (-25,5%), Stati Uniti (-20,1%), Russia (-18,4%), Giappone (-15,5%) e Regno Unito (-14,6%) è in forte calo su base annua. Aumentano le vendite verso paesi MERCOSUR (+16,6%), Svizzera (+6,0%) e Cina (+2,0%).

Gli acquisti da Russia (-49,6%), Regno unito (-19,6%) e Stati Uniti (-17,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In forte aumento gli acquisti dai paesi OPEC (+27,5%).

A ottobre 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export diminuisca del 3,1% su base mensile e del 9,4% su base annua. L’import registra un lieve incremento sul mese (+1,7%) e un’ampia flessione sull’anno (-11,9%). Il saldo commerciale è pari a +5.764 milioni (era +5.962 milioni a ottobre 2019).

Smog: bisogna riqualificare le città

Con l’Italia che dispone di appena 32,8 metri quadrati di verde urbano per abitante è strategico puntare su un grande piano di riqualificazione urbana di parchi e giardini che migliori la qualità dell’aria e della vita della popolazione dando una spinta all’economia e all’occupazione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat in riferimento all’ultimo Rapporto annuale sulla qualità dell’aria in Europa, pubblicato dall’Aea, l’Agenzia europea dell’ambiente, dove risulta che l’Italia è al primo posto fra gli Stati UE per numero di morti premature annuali (10.400) dovute all’inquinamento atmosferico da biossido di azoto (NO2), e al secondo, dopo la Germania, sia per le morti premature (52.300) causate dal particolato fine (PM2,5), che per quelle (3.000) dovute all’ozono troposferico (O3) misurato al suolo.

L’inquinamento dell’aria che è considerato dal 47% degli italiani la prima emergenza ambientale secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ e bisogna quindi intervenire in modo strutturale ripensando lo sviluppo delle città e favorendo la diffusione del verde pubblico e privato con le essenze più adatte alle condizioni climatiche e ambientali dei singoli territori. L’obiettivo – precisa la Coldiretti – è quello di creare vere e proprie oasi mangia smog nelle città dove respirare area pulita grazie alla scelta degli alberi più efficaci nel catturare i gas ad effetto serra e bloccare le pericolose polveri sottili.

A provocare lo smog nelle città – continua la Coldiretti – è l’effetto combinato dei cambiamenti climatici, del traffico e della ridotta disponibilità di spazi verdi con la situazione che peggiora nelle metropoli dove i valori vanno dai 6,3 di Genova ai 16,5 a Roma, dai 18,1 di Milano ai 22,6 di Torino fino ai 22 metri quadrati a Bologna. Ancora troppo poco considerato che una pianta adulta – precisa Coldiretti – è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

Il ripopolamento arboreo di parchi e giardini è – sottolinea la Coldiretti – la chiave di volta ambientale di una cintura verde che colleghi il centro delle città con le periferie e raggiunga sistemi agricoli di pianura con il vasto e straordinario patrimonio boschivo presente nelle aree naturali con il progetto “Bosco vivo e foreste urbane” piantando con le risorse del Recovery Fund 50 milioni di alberi nell’arco dei prossimi cinque anni sostenendo due settori chiave per l’Italia come il florovivaismo che conta 27 mila aziende e 200 mila occupati e quello forestale con 5.685 imprese con 7.349 addetti.

Il progetto di Coldiretti e Federforeste si pone l’obiettivo di gestire il patrimonio forestale in maniera sostenibile per contribuire al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 favorendo lo stoccaggio del carbonio da parte delle superfici forestali e delle foreste urbane. Un impegno importante anche per assicurare un presidio attivo contro il dissesto idrogeologico, incendi ed altre forme di impoverimento dei territori, contrastare l’abbandono di tale aree e valorizzare la filiera del legno 100% Made in Italy.

“Dobbiamo essere capaci di affrontare le sfide che l’Europa ci pone in termini di salute ambiente e occupazione e di opportunità e in questo senso il tema del verde è centrale per il nostro Paese” afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini agli Stati generali del Verde Pubblico nel sottolineare che “piantare nuovi alberi e potenziare la disponibilità di verde significa anche risparmio energetico, maggiore qualità di vita e contrasto ai cambiamenti climatici, per un mondo migliore alle nuove generazioni”.

Il Consiglio dei ministri riforma l’ordinamento sportivo

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per le politiche giovanili e lo sport, Vincenzo Spadafora, ha approvato, in esame preliminare, cinque decreti legislativi di riforma dell’ordinamento sportivo, in attuazione di altrettanti articoli della legge delega 8 agosto 2019, n. 86, in materia di lavoro sportivo e di semplificazioni e sicurezza in materia di sport. Il decreto legislativo relativo al riordino e alla riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché di lavoro sportivo è stato approvato, in esame preliminare, anche su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo.

Uno di questi decreti legislativi attua l’articolo 7 della suddetta legge, prevedendo l’aggiornamento delle norme tecniche e la semplificazione delle procedure amministrative in ordine alla realizzazione e manutenzione degli impianti sportivi. Obiettivo è quello di assicurare un effettivo ammodernamento delle strutture, soprattutto in termini di accessibilità, efficientamento energetico e sicurezza, in linea con la normativa internazionale e gli standard europei.

L’India ha bisogno di una maggiore trasparenza sulle sperimentazioni del vaccino COVID-19

Il mese scorso, un volontario, ha parlato ai media della sua esperienza per una sperimentazione sul vaccino COVID-19 presso il King Edward Memorial Hospital di Mumbai, in India. Anche se poi tra, l’ospedale e il volontario, sono sorti dei problemi relativi alla privacy delle informazioni sanitarie che hanno portato i medici, quasi, a sospendere la sperimentazione.

Questo scambio di accuse, di cui hanno dato notizia i media locali, ha evidenziato le preoccupazioni in corso sulla trasparenza delle sperimentazioni in India.

La nazione ha ora cinque vaccini candidati in varie fasi dei test sull’uomo. Ma la condotta e la regolamentazione di questi studi sono spesso opachi.

Ad esempio, lo studio, sponsorizzato dal Serum Institute of India che sta testando la versione del vaccino AstraZeneca, sembra utilizzare un protocollo diverso, rispetto a quello fornito per la fase III dalla stessa AstraZeneca.

Anche se in India, è difficile dare un giudizio perché i protocolli non sono di pubblico dominio.

Il futuro di Trump

Finalmente Trump ha consentito l’avvio della transizione. Quasi contemporaneamente, Biden ha presentato al Paese alcuni importanti membri della futura amministrazione da lui nominati. Tutto sembra quindi rientrare nell’alveo della normale successione presidenziale a seguito – a quanto pare – della pressione congiunta su “the Donald” dei membri più realisti del suo “staff” e della sua famiglia. 

Eppure, egli non ha ancora ammesso la sconfitta, continuando le battaglie legali in vari Stati (la più parte delle quali già perse) e/o esigendo il riconteggio delle schede in altri. Del resto, il sistema americano del collegio elettorale lo consente. Però mai in precedenza nessun altro candidato sconfitto alle urne aveva mobilitato schiere di avvocati e cariche pubbliche statuali per rigettare il verdetto popolare. 

Nel 2000, quando la contesa tra Bush jr e Gore era rimasta in bilico per un tribolato conteggio di voti in Florida, “il repubblicano di ferro” Antonino Scalia, Presidente della Suprema Corte (investita della questione), determinò con il suo voto la vittoria di Bush per un pugno di schede (peraltro contestate). Gore, un po’ per decisione propria e molto per l’azione del Partito Democratico, pose poi fine alla disputa, telefonando al rivale per congratularsi e consegnargli così la Casa Bianca.

Oggi, questo comportamento non sembra, almeno per il momento, praticabile, perché Trump fa dell’innata prepotenza l’arma migliore, anche nei confronti del suo stesso partito. Come del resto fece fin dal momento della sua candidatura, cinque anni orsono, non curandosi dell’aperto ostracismo dei vertici. Da allora nessuno è stato in grado di opporsi ai suoi diktat, soprattutto dopo alcuni successi in politica interna (economia) ed internazionale (Nord Corea, Cina e Medio Oriente). Oggi, peraltro, appoggiare Trump, seppur sconfitto, o non contrariarlo più del necessario, sembra opportuno al Partito in vista del prossimo ballottaggio elettorale in Georgia, dal cui esito dipenderà il controllo del Senato.

Il suo slogan “America first” ha fatto presa su una vasta platea di cittadini, soprattutto bianchi, benpensanti, accesi nazionalisti, residenti nelle aree rurali, in gran parte poco istruiti, delusi a vario titolo, ostili al governo centrale, generalmente fuori dal quotidiano dibattito politico nonché cronicamente sensibili al suono dell’inno nazionale ed allo sventolio della bandiera a stelle e strisce, che immancabilmente spicca sul tetto delle loro case. Insomma, tutti coloro che Hillary Clinton definiva (con una sintesi estremamente parziale ed infelice, che le costò la presidenza) “una massa di qualunquisti, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi…”.

Questa è l’onda popolare che Trump non ha mai cessato di cavalcare e che gli ha consentito di ottenere un numero di voti superiore a quello da lui incassato quattro anni orsono, numero che anche i più avveduti sondaggisti non avevano previsto. Un suo grande errore (forse fatale) si è rivelato avere gestito male la pandemia, oscillando tra negazionismo assoluto e fallaci prove di forza, dimostrando di non sapere dialogare con l’intero corpo elettorale per non avere neppure tentato di conquistare almeno una parte di cittadini indecisi, fluttuanti cioè nell’area grigia dei votanti.

La perdurante, ostinata ed insolita ritrosia ad accettare la sconfitta potrebbe essere interpretata come la volontà di far credere che soltanto i brogli elettorali lo hanno sconfitto per ottenere da subito un “bonus” da spendere nella prossima competizione presidenziale, quando potrà presentarsi come candidato in cerca di compensazioni poiché già una volta defraudato ingiustamente della vittoria.

C’è però anche chi sostiene che lo sforzo di Trump per mantenere in piedi la figura di imprenditore di successo sceso in campo per dare voce ad una massa di cittadini insoddisfatti nasconda la volontà di difendersi con maggiore autorevolezza, una volta fuori dalla prestigiosa palazzina in Pennsylvania Avenue, dalle accuse che pendono su di lui e che transitano dalla frode bancaria, assicurativa e fiscale allo sfruttamento della posizione di Presidente per favorire le proprie finanze, accettando contributi da parte di governi stranieri.

Sia come sia, contrariamente ai suoi predecessori, Trump non sembra, almeno a questo stadio, coltivare l’intenzione di farsi da parte, trasformandosi in conferenziere dal gettone di platino, scrittore di best-sellers autobiografici e/o applaudito “testimonial”. Infatti, tutto fa ritenere che egli intenda restare ancora alla ribalta della politica almeno fino alla prossima elezione, soprattutto se alcuni giovani parlamentari repubblicani emergenti (in prima fila, i senatori Cotton e Hawley) non riusciranno ad impedirglielo.

Giuliano Cazzola: “Ci vuole  una nuova visione dell’Europa fondata sul raggiungimento di nuovi obiettivi che devono essere il più possibile comuni ed integrati”.

On.le Cazzola, nella Sua lunga militanza di uomo delle istituzioni Lei ha vissuto con intensità la stagione del sindacato, poi quella politica, l’insegnamento accademico e il giornalismo. Dissimulando l’aforisma di Oscar Wilde secondo cui “l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori” quanto invece l’ha formata e arricchita questa lunga e poliedrica vicenda umana, professionale e culturale? Forse l’aver vissuto intensamente e con profonda immedesimazione quel sentimento che Giuseppe De Rita definisce “tenace continuismo” a fronte delle discontinuità dei contesti specifici in cui ha realizzato la ‘Sua’ personale esperienza?

I nostri errori fanno parte del nostro vissuto; e se ne compiono sempre in tutte le attività che svolgiamo oltreché nella vita personale. E poiché la vita è una recita che non ammette repliche dopo la ‘’prima’’ spesso non abbiamo neppure la possibilità di rimediare ai nostri errori. Non c’è dubbio che l’esperienza più importante è stata quella sindacale. È durata ventotto anni, è stata molto formativa perché ho avuto la fortuna di viverla in un periodo importante, ho lavorato e conosciuto grandi personalità e ho ricoperto incarichi di prestigio. Soprattutto l’esperienza sindacale mi è stata utile perché si intrecciava con i miei interessi di studio che non ho mai abbandonato  dopo la laurea in diritto sindacale e mi ha consentito di interloquire con i più grandi giuslavoristi del mio tempo, come Federico Mancini e Gino Giugni. In un certo senso, per il ruolo che ricoprivo nel sindacato, ho sempre fatto parte della loro scuola. Fino alla mia amicizia con Marco Biagi. Nel sindacato ho contratto il grande amore della mia vita: le pensioni, il welfare. Un sapere che mi ha sempre tenuto a galla in tutte le vicende, spesso travagliate che ho attraversato. Per concludere devo riconoscere che la vita è stata molto generosa con me. Dopo gli studi volli fare il sindacalista rinunciando alle altre opportunità che si offrivano ad un laureato. Poi negli anni queste opportunità si sono presentate nella mia vita una dopo l’altra: sono diventato un dirigente dello Stato, in questo ruolo ho trascorso ben 13 anni ai vertici degli Istituti previdenziali, ho avuto incarichi di docenza universitaria e ho fatto parte del Parlamento, per una sola legislatura, ma ricoprendo un ruolo da protagonista nella legislazione del lavoro. La vanità mi porta, benché quasi ottantenne a stare ancora sulla breccia, fino a quando non verrà il momento di dire come il vecchio Simeone ‘’Nunc dimittis servum tuum, Domine’’.

L’ex Presidente della BCE Mario Draghi , nella lectio magistralis per il conferimento della laurea ad honorem presso la Cattolica di Milano ha indicato tre caratteristiche che il decisore politico deve possedere: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Ritengo che la conoscenza sia il prerequisito per esercitare un mandato pubblico secondo i principi della competenza e della responsabilità. Il coraggio può essere inteso come la capacità di valutare la soluzione migliore in una situazione complessa e la decisione di  perseguirla anche a costo di apparire impopolari. L’umiltà è la capacità di procedere nel proprio  impegno avendo a cuore non i personali interessi o punti di vista ma il raggiungimento del bene comune. Se – assunto per vero questo aforisma – diamo per scontata la loro complementarietà , di quale tra queste tre doti Le sembra più carente la politica, oggi?

Di tutte e tre, salvo eccezioni che pur esistono. Ma con Dante potremmo dire: ‘’Giusti son duo ma non vi sono intesi’’. La conoscenza è addirittura ritenuta inutile, tutto è diventato un’opinione. Abbiamo rovesciato lo schema hegeliano: è reale ‘’il percepito’’. E la politica deve regolarsi sulla base di quanto l’opinione viene indotta a ‘’percepire’’ i complessi problemi del nostro tempo attraverso rappresentazioni infedeli e l’implementazione dei pregiudizi. Il coraggio è diventato spregiudicatezza, l’umiltà è considerata una debolezza.  Vince chi  fornisce  soluzioni semplici per i problemi ovviamente senza  la pretesa di risolverli. Pensi a come è stato trattato il problema strutturale dei migranti negli anni scorsi prima delle elezioni e dopo. 

Stiamo vivendo una stagione densa di criticità a motivo della pandemia in atto. Non Le chiedo di cimentarsi nell’ipotizzare risposte alle cause scatenanti di questo tsunami che sta investendo l’umanità  (che palesa discordanze tra gli stessi scienziati) , quanto di inquadrare la dimensione delle ricadute economiche di questo sconvolgimento, a livello nazionale e internazionale. Mi pare di cogliere uno scivolamento dalle ragioni della geopolitica agli assetti  ma anche alle conseguenze negative di un nuovo scenario sul piano geoeconomico:  ciò non aiuta a far valere le alleanze, se mai espone al rischio di politiche espansive che possono egemonizzare i mercati partendo da nuovi punti di forza. In primis le mire espansionistiche della Cina, a margine anche del fenomeno pandemico: tra i pochi Paesi con il PIL positivoCondivide questa valutazione?

Io non sono ottimista. Come ha stimato la Confindustria proprio in questi giorni il quarto trimestre non avrà lo sprint del terzo, ma tornerà il segno negativo a causa delle chiusure che sono state adottate per reagire al secondo tempo del contagio. Mi preoccupa soprattutto l’incapacità del sistema Paese, partendo dal governo, dalla classe politica fino alle organizzazioni sociali, di andare oltre la politica dei ‘’ristori’’. Sta passando l’idea di un assistenzialismo di massa, che le risorse debbano essere utilizzate per tirare avanti senza lavorare né produrre. Diciamo che nulla sarà come prima ma a suon di miliardi presi a debito non facciamo altro se non congelare il vecchio mondo, come se, passata la pandemia, potesse ripartire come prima, con le stesse aziende, gli stessi organici, i medesimi livelli produttivi fino all’ora X ibernati attraverso la cig (‘cassa integrazione guadagni’ – ndr) da Covid 19, il blocco dei licenziamenti, i vari bonus a fondo perduto.

Gettando uno sguardo d’insieme sul vecchio continente si coglie l’immagine di uno scacchiere dove le pedine sono paralizzate dal timore delle mosse dei giocatori: si avverte l’assenza di un play maker in grado di agire sulla base di una conoscenza esperta, di una silente ma efficace presenza al di fuori e al di sopra dei “particulari” impedienti, in possesso di una visione non solo tattica ma strategica di lunga deriva, una mente capace di contemperare le divergenze unificandole e portandole a sintesi necessaria nel perseguimento di risultati rassicuranti e ispirati al bene comune. Quanto è diventato complicato portare a compimento il progetto politico di un’Europa unita pensato dai suoi padri fondatori? Quanto è rischioso affrontare i temi del momento ma anche l’idea di una ripartenza dell’economia 4.0  che renda solidali gli Stati membri dell’UE?

Ci sono due leader dotati di una visione dell’Europa: Macron e la Merkel. La Cancelliera ha visto il suo ultimo semestre della presidenza di turno requisito dalla pandemia di cui ha dovuto occuparsi anche nel suo Paese. Pur tuttavia ha sostenuto e patrocinato la svolta della Commissione. Quella del Recovery Fund può essere un’occasione irripetibile, ma nessun Paese se lo troverà scodellato in un piatto, se l’operazione di carattere economico non sarà sostenuta da un progetto politico comunitario. Si è citato in questi mesi il Piano Marshall del dopoguerra che non fu solo un disegno illuminato per la ricostruzione dell’Europa (allo scopo di evitare gli errori commessi alla fine della Grande Guerra che poi portarono in pochi decenni al Secondo conflitto mondiale), ma partiva dal progetto di un’alleanza tra Stati fondata su valori di democrazia e libertà non solo politiche ma anche economiche. E tutti i Paesi che aderirono assunsero anche lo stesso modello di sviluppo: i beni di consumo durevoli che erano molto richiesti sui mercati internazionali. In Italia, non solo per le istanze geopolitiche di quei tempi, i cui confini d’influenza erano state poste a Yalta, ma anche sul terreno delle strategie economiche fu sconfitta la sinistra nel 1948. Il suo modello di sviluppo (si pensi al Piano del Lavoro della Cgil) era incentrato sullo sviluppo di un mercato interno, mentre il miracolo economico ebbe come motore le esportazioni ovvero la capacità del nostro sistema produttivo di liberarsi dei prodromi dell’autarchia e di competere sui mercati internazionali. 

Ci si interroga sul Recovery Fund e sull’utilizzo degli oltre 200 miliardi previsti per il rilancio del nostro Paese. Trovo che ci sia molta enfasi sull’eccesso di annuncio a fronte di un differimento temporale dei benefici. Questa straordinaria opportunità – paragonata ad una sorta di Piano Marshall troverà una classe politica preparata a gestirla? Si fanno ipotesi e congetture, tassonomie e priorità ma la sensazione è che manchi una visione d’insieme lungimirante, organica e di lunga deriva. Sulla base della Sua esperienza di economista ha qualche indicazione da suggerire?

Oggi, sia pure in forme diverse, si pongono i medesimi problemi che abbiamo ricordato prima: globalizzazione o protezionismo; statalismo o iniziativa privata; società aperta o dirigismo; multilateralismo o isolazionismo; integrazione o sovranismo. Il Recovery Fund si muove, in una direzione coerente, nel contesto di queste opzioni. E’ importante che Donald Trump sia stato sconfitto e che gli Stati Uniti ritornino sui loro passi, alla guida di una comunità di Stati sempre più integrati negli ordinamenti e nell’economia. L’elettorato americano ha tagliato la testa del serpente. Quanto alle indicazioni bisogna trovare il coraggio del naufrago citato dal Manzoni: abbandonare l’appoggio precario che ci ha sostenuti finora (la politica del ‘’ristori’’ appunto) per aggrapparci a qualche appiglio più solido. Ci vuole  una nuova visione dell’Europa fondata sul raggiungimento di nuovi obiettivi che devono essere il più possibile comuni ed integrati, nel perseguimento dei quali (pensi ad un nuovo assetto delle infrastrutture, della viabilità e dei trasporti) ogni Stato sia chiamato a svolgere la sua parte.

Il famoso MES ha diviso la politica italiana e lo stesso Governo. Le ragioni per usufruirne o meno sono polarizzate e inconciliabili. Parlandone con lui, il Prof. Cottarelli mi ha espresso il convincimento che, in ragione delle finalità di questo ipotetico finanziamento a interessi prossimi allo zero, si tratti di una opportunità da non perdere. Tuttavia chi si oppone lo fa con argomentazioni decise e non negoziabili. Un’altalena di sì e di no che certo non aiuta a immaginare un piano di riassetto e rilancio del sistema sanitario messo alle corde dal Covid e da anni di tagli alle spese. Osservo – come semplice cittadino- che mentre gli ospedali sono intasati e privi di strutture, il personale sanitario messo in una condizione di stress professionale al limite, indulgere delle diatribe del possibilismo inconcludente sia più negativo di qualsiasi decisione che poteva essere presa da tempo. Procrastinamento, rinvio, incertezza procedurale paralizzano il Paese e spaventano la pubblica opinione.  Qual è la Sua valutazione al riguardo?

Non aderire al Mes è stato un errore, un ‘’perseverare diabolicum’’. Era una scelta da fare subito a maggio/giugno. Certo, il contagio corre molto più in fretta delle misure di contrasto che si sarebbero potute adottare da subito. Il prestito del Mes sanitario era più conveniente sul piano dei tassi di interesse rispetto a quelli dei nostri titoli di Stato (0,01% a fronte di un tasso medio del 2,4%) che peraltro cominciamo a trovare più difficoltà di sottoscrizione sui mercati (il titolo Futura, l’ultima creatura del nostro debito sovrano, non ha ottenuto il successo auspicato). Non solo i tassi sono più convenienti (e le condizioni sono più chiare) che in altri prestiti a cui abbiamo fatto ricorso (come il Sure). L’impiego del Mes sarebbe stato utile (e potrebbe ancora esserlo) in una prospettiva più lunga. Leggendo con l’attenzione che merita il Rapporto 2020 di coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti ci si accorge che un esame condotto nel  2018 aveva stimato che, per cominciare a dare risposta al fabbisogno per l’edilizia sanitaria su tutto il territorio nazionale sarebbero occorsi circa 32 miliardi. Nel 2018, per di più, nessuno aveva previsto il cataclisma della pandemia né l’esigenza di dedicare interi presidi sanitaria alla gestione della pandemia. Poi, c’è un altro problema. Esiste innanzi tutto un problema di organizzazione del sistema sanitario: evitare il collasso delle strutture ospedaliere che non sono in grado di fare fronte da sole agli effetti del contagio. Come ha certificato la Corte dei Conti:’’ La riorganizzazione della rete di assistenza e l’uso complessivamente più appropriato delle strutture ospedaliere non sempre sono stati accompagnati in questi anni da un’adeguata offerta dell’assistenza territoriale rivolta alla parte “più debole” della popolazione, cioè anziani e disabili’’. L’epidemia ha messo in evidenza un grave handicap strutturale: la medicina del territorio. Poi c’è la questione del personale sanitario, dove si è visto che non esiste un ‘’esercito di riserva’’ e che la carenze sono anch’esse strutturali. In sostanza, io credo che anche il ricorso ai lockdown siano utili se servono a guadagnare tempo per sistemare le cose, per rafforzare il sistema sanitario anche a livello territoriale. Altrimenti diventa un gioco a nascondino con il virus, la corsa tra la tartaruga e Achille che non finirebbe, nella realtà, come nel paradosso di Zenone. 

 La vicenda delle due fasi della pandemia ha dimensioni planetarie. Tuttavia altri Stati hanno adottato misure profilattiche e di gestione dei comportamenti collettivi più semplificati. I nostri DPCM non si contano più (la Germania o la Svezia non ne hanno emanato neanche uno, limitandosi a raccomandazioni senza generare la burocrazia asfissiante che ci sta soffocando) . Trovo che da noi tutto sia maledettamente più complicato che altrove: il decisionismo può essere una buona scelta ma non Le sembra che le decisioni via via assunte abbiano evidenziato persino tratti contraddittori? La gestione dello scorso anno scolastico non è stata ottimale: i mesi di chiusura delle scuole non sono stati usati per programmare al meglio la ripartenza di settembre. Nessuno aveva previsto il problema del trasporto scolastico, i banchi non sono stati ordinati per tempo, gli organici sono rimasti gli stessi. E poi le alternanze di aperture/chiusure degli esercizi commerciali, delle aziende, delle piccole e medie imprese. E ancora la limitazione delle libertà personali, necessaria per il bene comune ma farraginosa. Un esempio: in un Comune è stato deciso il divieto di sosta dei pedoni, in un altro il divieto di passeggio. La multa ad un anziano che leggeva il giornale seduto su una panchina. Consideriamo l’autocertificazione modificata almeno dieci volte. La discrezionalità dei controlli. Ma soprattutto il continuo, devastante conflitto tra Stato e Regioni. Perché l’autonomia dei Lander non produce contenziosi continui come accade da noi? Vogliamo considerare anche il peso della personalizzazione della politica e il timore di assumere decisioni certe e impopolari per ragioni di consenso elettorale?

Le sue sono considerazioni tutte condivisibili. Io credo che in quest’ultima fase si siano adottati provvedimenti a casaccio. Si sono chiusi i locali e gli esercizi in cui erano state adottate dopo il lockdown di primavera misure organizzative che garantivano il distanziamento. Sono stati chiusi i ristoranti, i cinema, i teatri dove gli avventori correvano meno rischi che altrove. Questi provvedimenti sono stati diseducativi perché hanno costretto persone che volevano lavorare a chiedere assistenza. È una strada che non porta da nessuna parte, perché un’azienda non sopravvive soltanto perché al suo proprietario è garantito un reddito che sostituisce i ricavi. Io mi sono chiesto più volte perché nella scuola, invece che la pantomima dell’insegnamento a distanza non si siano diversificati gli orari. Che cosa impediva alle scuole superiori di stare aperte il pomeriggio? Gli studenti si presentavano alle 14 in aula e gli insegnanti lavoravano di pomeriggio secondo il loro orario normale. In questo modo si sarebbe ridimensionato anche il problema del trasporto locale. Spesso i presidenti delle Regioni sono passati da un giorno all’altro da una posizione orientata alla massima chiusura ad un’altra che chiedeva maggiore elasticità. Hanno chiesto che fosse il governo a decidere rivendicano poche ore dopo maggiore autonomia. I governatori – non tutti – si sono giocati il prestigio acquisito nella prima fase.

Una  ricerca dell’Università ‘La Sapienza’ , che ho avuto modo di recensire, evidenzia il problema della sostenibilità generazionale , che non si riduce solo alla statistica  di chi lavora e paga le pensioni di chi non lavora più,  ma va vista  in un’ottica di medio-lungo periodo nella tenuta stessa del sistema. Il sociologo Luca Ricolfi ha descritto il fenomeno “della società signorile di massa” dove la generazione dei nonni e dei padri mantiene quella dei figli secondo una logica di rendita ereditata ma improduttiva. Emerge il problema della centralità del lavoro che non esce dal cilindro del mago di turno, poiché comporta i temi della scelta negli investimenti, della competizione sui mercati, della giustizia sociale ecc. Ecco allora che emerge il tema della “Ripartenza”, del rilancio industriale, delle scelte dei settori produttivi, del taglio dei rami secchi, dell’ecologia (“green economy”) e della digitalizzazione. Bastano questi contesti o serve la prospettazione di un “modello sociale di sviluppo”? Osservo che l’Italia è diventato il Paese dei “bonus senza controllo”: sono secondo me bocconi elettorali gettati al lupo che ci insegue. Chi avrà mai il coraggio di una drastica revisione delle politiche di spesa pubblica? E questo si potrà fare senza intaccare il principio costituzionale della giustizia sociale?

L’ho detto prima. Anche questa volta il Covid ha fatto politica, hanno funzionato il bastone delle chiusure di colore cangiante e la carota dei ‘’ristori’’ ( ormai è questo il concetto chiave della neoeconomia italiana). Sono bastati alcuni giorni per passare alla rivendicazione di più consistenti ristori dalla protesta – anche violenta – per la messa in quarantena di attività economiche che non avevano alcuna responsabilità (o almeno non era dimostrata) nell’impennata della curva dei contagi e che, dopo il lockdown di primavera, avevano sostenuto, in proprio, gli oneri della messa in sicurezza secondo le disposizioni di legge (anzi di DPCM). Siamo partiti dal ‘’fateci lavorare’’ per arrivare in breve, e comprensibilmente,  al ‘’tengo famiglia anch’io’’. Pur con tutte le tensioni aspre che attraversano la società, il Paese vive – come afferma una canzone del grande Lucio Battisti – una ‘’sensazione di leggera follia’’: finalmente è consentito spendere quanto è necessario, senza preoccuparsi dei vincoli di bilancio. Se le risorse in deficit non bastano, se si devono finanziare altre settimane di cig-Covid (e continuare a bloccare i licenziamenti) oltre le originarie previsioni, c’è sempre la possibilità di chiedere e ottenere dal Parlamento un altro scostamento di bilancio. Ormai ci sta anche l’opposizione, che non si accontenta di una legge di bilancio da 38 miliardi; ne chiede una da 100. Caso mai il problema non riguarda l’an, ma il quantum e il quomodo.  Come si fa a non capire che non ha prospettive una situazione in cui lo Stato si candida a garantire non solo i redditi, ma anche i ricavi? Che la cig (‘cassa integrazione guadagni’- ndr)a zero ore non è un posto di lavoro? Che di un negozio chiuso non è assicurata la riapertura se l’Agenzia delle Entrate fa pervenire un bonus sul conto corrente del titolare? Certo, è indispensabile il ‘’primum vivere’’. Ma noi sappiamo anche che nessun pasto è gratis. E sappiamo anche chi pagherà per i  nostri pasti in regime di ‘’ristoro’’.   La società signorile di massa si sta trasformando in una società assistita. 

Max Weber aveva pensato alla burocrazia come motore necessario per il funzionamento degli apparati. Mi pare che la prassi in uso nella nostra burocrazia assomigli più ai distinguo della logica bizantina: lentezza esasperante nelle procedure, fardello insopportabile per il cittadino e l’impresa, affastellamento di competenze in contrasto tra loro che incrementano la lentezza della giustizia civile e i contenziosi, motivo di frustrazione e di esasperazione per chi vorrebbe creare lavoro e quindi ricchezza. Eppure da due anni va avanti la sperimentazione del reddito di cittadinanza distribuito senza criteri e senza controllo, l’affidamento ai cd. “navigator” del compito di trovare lavoro ai percettori del reddito. Sempre da una ricerca della Sapienza si stima che sia stato trovato lavoro a una minima parte del totale dei percipienti. Gli uffici prov.li del lavoro restano arcaiche strutture improduttive. Eppure nella legge di bilancio questa voce prevede un aumento di fondi ad hoc. Condivide questa scelta?

Il presidente dell’ANPAL Mimmo Parisi  ‘’l’uomo venuto dal Mississippi’’  a ‘’miracol mostrare’’  in tema di piattaforme informatiche, nei giorni scorsi, l’11 novembre, durante una audizione in Commissione  Lavoro della Camera ha dichiarato che oltre un quarto dei beneficiari del reddito di cittadinanza tenuti alla sottoscrizione di un patto per il lavoro (1.369.779) ha trovato un lavoro da quando è stata istituita la misura. Si tratta di 352.068 beneficiari, pari al 25,7%.  La grande maggioranza dei contratti è stata a tempo determinato e al 31 ottobre i beneficiari RdC con un rapporto di lavoro ancora attivo erano 192.851. Ho voluto approfondire la materia perché il risultato mi sembrava, tutto sommato, importante. Ho trovato delle  discrepanze  tra i dati forniti dall’ANPAL,  l’11 novembre  e quelli registrati fino alla data del 10 febbraio 2020. Allora si disse che i beneficiari del RdC che avevano avuto un rapporto di lavoro, dopo l’approvazione della domanda, erano 39.760. Quanto alle caratteristiche soggettive, il 67,4 per cento dei beneficiari aveva un’età inferiore ai 45 anni. Circa poi alle tipologie dell’occupazione, il 65,2 per cento era a tempo determinato, il 19,7 per cento a tempo indeterminato, il 3,9 per cento in un rapporto di apprendistato. Nella ricerca del lavoro, fu confermato,  continuavano ad avere un ruolo predominante, in Italia, i canali informali (costituiti da parenti, amici e conoscenti: 87,2 per cento contro l’87,9 per cento nell’intero anno 2018). Che da febbraio a novembre – con 100 giorni trascorsi in lockdown  con le ben note conseguenze sull’economia –  le occasioni di lavoro siano state quasi duplicate sembra abbastanza improbabile. Ci vorrebbe, almeno, una spiegazione.

La vita ci insegna che non esiste economia sostenibile senza una solida base etica.  Che cosa impariamo da questo assioma? Forse che nulla ci viene regalato e che tutto quello che possiamo procurarci in nome del progresso comporta pur sempre fatica, rinunce e sacrifici? Che cosa possono fare la famiglia e la scuola per educare i giovani al senso civico e al rispetto degli altri?

Mandare a memoria una frase di Norberto Bobbio: ‘’I diritti umani anche se sono stati considerati sin dall’ inizio  naturali, non sono stati dati una volta per sempre.” E spiegare che i nostri diritti sono anche doveri nei confronti degli altri. Il nostro tempo si è ubriacato di diritti. Ci sono subculture recenti che pretendono di scegliersi il sesso e di negare le naturali differenze di genere. Grazie anche ai progressi della medicina e degli strumenti di accertamento delle caratteristiche del nascituro, stiamo trasformando l’aborto da un diritto della donna ad una misura eugenetica che consente non solo di decidere se avere o non avere un figlio, ma quel figlio di cui si conosce tutto dal momento del concepimento.   Poi in questa pandemia ci siamo accorti che Matusalemme è diventato Erode. Il virus colpisce gli anziani e i vecchi ma il costo socioeconomico ed esistenziale delle misure di ‘’mitigazione’’ lo pagano i giovani, oggi con la disoccupazione, domani ereditando un mondo sfasciato nell’economia e oberato di debiti. Vede, tra pochi mesi io compirò 80 anni. Come diceva all’inizio della nostra conversazione ho avuto tutto dalla vita. Non per merito mio ma perché ho vissuto in un’epoca storica che lo consentiva. Adesso mi pongo una domanda: che diritto ho io, che diritto ha la mia generazione di prosciugare le risorse di quelle future soltanto per rubacchiare qualche anno di vita in più?

Ma davvero Zagrebelsky vorrebbe abolire le Regioni? O invece il tarlo che lo rode è un altro

Per gentile concessione dell’autore Enzo Balboni proponiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso sul sito http://www.lacostituzione.info/ con possibilità di leggere il testo integrale digitando l’indirizzo riportato a fondo pagina.

La lettura del recente articolo di Gustavo Zagrebelsky “La democrazia dell’emergenza” (La Repubblica del 18-11-2020) mi ha lasciato sconcertato. L’assunto principale mi sembra questo: poiché le Regioni sono state governate male sarebbe buona cosa abolirle! (N.B.: il punto esclamativo non è mio, ma dell’Autore). Il tutto in nome e per conto dell’emergenza che farebbe a pugni con la democrazia. Là dove emerge un’emergenza ci vuole un decisore unico e risoluto.

Mi torna in mente un evento politico della fine degli anni ’80, quando in Italia (si diceva) non si riuscivano a fare i parcheggi per le auto nelle città. Si inventò all’uopo un nuovo Ministero per le Aree urbane, affidato all’ex sindaco di Milano Tognoli e questi fece varare, immediatamente, una legge che in nome dell’”emergenza parcheggi” attribuiva pieni poteri allo Stato sottraendoli alle Regioni e ai Comuni, adottando un programma straordinario con una tempistica accelerata. Così, alle normali emergenze dei quattro elementi individuati originariamente da Empedocle (acqua, aria, fuoco e… terremoto) si poté aggiungere la straordinaria emergenza dei parcheggi. Se ne occupò la Corte costituzionale con una sentenza [27 luglio 1989 n. 459] che chi scrive annotò per Le Regioni [“Festina lente”, Le Regioni n.6/1990]. Lo scrittarello piacque al direttore Livio Paladin che non era certamente un difensore delle Regioni… a prescindere.

Si vadano a rileggere quelle amare e realistiche pagine dedicate al tema dell’avvio della riforma regionale (primi dieci anni) contenute in “Per una storia costituzionale dell’Italia repubblicana” [Il Mulino, 2004] là dove l’autore triestino denunciava, come male di fondo, i cattivi trasferimenti di funzioni realizzati nel 1972 e 1977, il mai attuato riordino della amministrazione centrale dello Stato (su cui hanno predicato per decenni Berti, Pastori, Onida, Cammelli e Bin tra gli altri) e la persistente diffidenza della Corte costituzionale.

È certamente vero che non è affatto decollato quel “nuovo modo di governare” auspicato dai regionalisti, o meglio dagli autonomisti, di più sicura fede – a cominciare da Benvenuti e Pototschnig. Ma già il padre Dante, traducendo in volgare la dottrina cristiana, ci ha insegnato che “fede è sostanza di cose sperate, ed argomento delle non parventi”. E cosa potevano fare di più e meglio i giuristi c.d. regionalisti se non suggerire piani, programmi e metodi… possibilmente innovativi e migliorativi di quelli che passavano sotto le fatali insegne dello Stato centrale?

È vero che i Presidenti delle Regioni si sono innalzati a “governatori”, ma questo non l’hanno fatto con un pronunciamiento putschista, ma con la compiaciuta complicità dell’unica classe partitica nazionale.

Vi dice qualcosa il richiamo del vecchio Immanuel al “legno storto dell’umanità”? È con la stessa materia vegetale che si costruiscono i governatori, i deputati e i ministri.

Di chi è la colpa se la Regione nata – riconosce Zagrebelsky – «come progetto di politica vicina ai cittadini, efficiente nell’interpretarne i bisogni e le tradizioni, nemica del centralismo autoritario, palestra di formazione di classi dirigenti nazionali, innovative e programmatrici, fecondatrici di una unità nazionale partecipata» si è dileguata e pressoché inabissata?

Non sarà perché non si è concretizzato il presupposto di una Regione come organismo che si percepisca e sia autonomo, come struttura, funzioni e attività. E tale presupposto non potrebbe essere l’utopica – ma necessaria – “comunità” regionale? C’è, ci sono le comunità regionali e locali pronte a lavorare per dare un senso alle loro, rivendicate, autonomie? Sono saliti alla ribalta coloro che sono disposti a fare i sacrifici indispensabili per portare avanti le proprie scelte e coltivare le loro specifiche identità? Soprattutto sul piano dei “tributi propri”. Ma come si può immaginare una decorosa ed efficace ripartizione di competenze e funzioni tra Stato e Regioni (e autonomie locali) senza aver dato prima attuazione alle chiarissime disposizioni dell’art. 119 Cost., soprattutto il decisivo comma secondo (“stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri”) insieme, ovviamente, alla sacrosanta disposizione solidaristica del terzo comma (che statuisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale)?

Qui l’articolo completo

La prematura scomparsa di un genio

Premesso che non sono un esperto di calcio e che non potrei apprezzare i gesti sportivi come altri invece che lo seguono con passione e continuità, ma la morte di Diego Armando Maradona, colpisce anche chi non ha mai praticato quello sport.

Se n’è andato forse il genio più elevato che la storia del calcio ci abbia regalato. Una vita all’insegna delle massime altezze e dei gesti sublimi di un ragazzo nato nei quartieri più poveri dell’Argentina.

Ha deliziato tutti i suoi sostenitori, vestendo per diversi anni la maglia del Napoli. Le sue reti restano inavvicinabili opere d’arte. Ha fatto sognare la sua Nazione e ha celebrato la grandezza del Napoli nella seconda parte degli anni ottanta.

Vita, dopo i grandi successi, un po sregolata. Muore a 60 anni; 30 anni di successi mondiali e gli ultimi 30 anni all’insegna di parecchie difficoltà, difficoltà che non hanno mai, comunque, offuscato la sua inimitabile grandezza calcistica.

Ragazzo schietto, generoso, aperto, stracarico di passione, ci ha lasciato e, oggi, tutti piangono la sua prematura scomparsa. Anche uno come me che non ha mai frequentato il rettangolo di gioco. Ma il genio è genio e la bellezza è bellezza.

Mi unisco anche io al ringraziamento di un atleta che ha firmato diverse opere raccolte ormai, come impareggiabili regali, negli occhi dei suoi numerosissimi estimatori.

Corte di giustizia Ue: “I cittadini extra Ue in Italia hanno diritto ad assegni familiari anche per familiari a carico residenti fuori dall’Ue”.

Uuna sentenza della Corte di giustizia Ue, in relazione alla ricorso di due cittadini stranieri presenti in Italia ha stabilito che: “I cittadini extra Ue in Italia (con permesso unico o soggiornanti di lungo periodo) hanno diritto ad assegni familiari anche per familiari a carico residenti fuori dall’Ue”.

La vicenda che ha portato alla sentenza è partita da cittadino dello Sri Lanka e un cittadino del Pakistan. Entrambi risiedono e lavorano regolarmente in Italia. Entrambi hanno a carico i rispettivi familiari (moglie e figli), anch’essi cittadini dei rispettivi Paesi extra Ue d’origine.

In base alla legge italiana, i due cittadini si erano visti negare gli assegni  per familiari a carico dall’Inps.

Non facendosi scoraggiare i due cittadini si sono allora rivolti alla giustizia, chiedendo il riconoscimento degli assegni familiari anche per i periodi in cui le famiglie non erano presenti con loro nel territorio italiano.

Questo a portato alla sentenza della Corte che ricorda che, in mancanza di armonizzazione a livello di Unione dei regimi di sicurezza sociale, spetta a ciascuno Stato membro stabilire le condizioni per la concessione delle prestazioni di sicurezza sociale nonché l’importo di tali prestazioni e il periodo per il quale sono concesse.

Tuttavia, ai sensi delle direttive, nell’esercitare tale facoltà, gli Stati membri devono rispettare il principio di parità di trattamento tra cittadini extra Ue soggiornanti di lungo periodo o ammessi nello Stato membro a fini lavorativi, da un lato, e cittadini nazionali, dall’altro, per quanto riguarda, in particolare, le prestazioni sociali.

Pertanto, è contraria al diritto dell’Unione la normativa italiana che rifiuta o riduce una prestazione di sicurezza sociale al cittadino extra Ue, titolare di un permesso unico o soggiornante di lungo periodo, per il fatto che i suoi familiari risiedono in un Paese terzo, mentre la stessa prestazione è accordata ai cittadini italiani indipendentemente dal luogo in cui i loro familiari risiedono.

La Brexit senza accordo sarebbe peggiore per l’economia britannica del Covid-19

Andrew Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra di Londra in un’intervista alla CNN Business, ha avvertito che non riuscire a garantire un nuovo accordo commerciale con l’Unione europea farebbe più danni all’economia del Regno Unito nel lungo periodo rispetto alla pandemia di coronavirus.

“Penso che gli effetti a lungo termine … sarebbero maggiori degli effetti a lungo termine del Covid”,

“Ci vorrebbe periodo di tempo molto lungo perché  l’economia si adatti al cambiamento del commercio”.
Si stima, infatti, che un uscita senza accordo potrebbe provocare danni economici per decenni.

Proprio per questo i gruppi economici del Regno Unito stanno spingendo il primo ministro Boris Johnson a garantire un accordo, affermando che molte aziende sono state già portate al punto di rottura dal coronavirus.

Quindi senza un accordo con l’UE, il rischio di fallimento diventerebbe reale in quanto le aziende con sede nel Regno Unito dovrebbero affrontare tasse di esportazioni e ostacoli burocratici per fare affari con il più grande mercato di esportazione.

 

Dal MiSE 61 mln per progetti in Campania, Lombardia e Sicilia

Il Ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha firmato i decreti che autorizzano 3 Accordi di programma e di sviluppo e 2 Accordi per l’innovazione tra il MiSE e le Regioni Campania, Lombardia e Sicilia. L’obiettivo è quello di favorire la competitività del territorio e l’occupazione attraverso gli investimenti delle imprese in progetti di investimento produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto tecnologico. Per la realizzazione di prodotti e processi produttivi innovativi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 146 milioni di euro, di cui 30 milioni circa dedicati a progetti di ricerca, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 61 milioni di euro di agevolazioni.

In particolare, per gli Accordi di programma e sviluppo sono stati autorizzati i seguenti progetti:

*Rafforzamento della filiera della pasta attraverso investimenti produttivi, con particolare attenzione all’attività di packaging del prodotto, e di ricerca e sviluppo, finalizzati allo studio di una pasta speciale prebiotica a basso indice glicemico e di un packaging innovativo, volto a favorire un sistema di filiera della pasta responsabile e sostenibile sia verso il consumatore sia verso l’ambiente. Il progetto è stato presentato dalla società Pastificio Liguori Spa, unitamente a Cartesar Spa, Di Mauro Flexo Srl, Di Mauro Officine Grafiche Spa e Scatolificio Santanna Srl. I costi complessivi del progetto ammontano a 62,40 milioni di euro, di cui 34,12 milioni finanziati dal MiSE. Al progetto è associato un incremento occupazionale di 27 nuovi addetti;

*Investimenti in beni strumentali e immateriali per le linee produttive relative a sistemi di radiofrequenze, comando e controllo, lanciatori, unità di guida, sistemi di navigazione e controllo, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi, e attività di ricerca e sviluppo finalizzate all’introduzione di tecnologie più avanzate. Il progetto è stato presentato da MBDA Italia Spa e sarà realizzato nel sito produttivo di Bacoli a Napoli. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 30,15 milioni di euro, di cui 7,87 milioni finanziati dal MiSE. Al progetto è associato un incremento occupazionale di 24 nuovi addetti;

*Investimenti in beni strumentali finalizzati all’innovazione del processo produttivo per un maggiore livello di efficienza e flessibilità, riduzione dei costi, aumento della qualità dei prodotti, miglioramento della sicurezza sul lavoro e riduzione dell’impatto ambientale, presentato dalla società Granarolo Spa e da realizzare nel sito produttivo di Usmate Velate (Monza e Brianza). I costi complessivi del progetto ammontano a circa 21,44 milioni di euro, di cui 8,33 milioni finanziati dal MiSE; al progetto è associato un incremento occupazionale di 22 nuovi addetti;

Riguardo gli Accordi per l’innovazione sono stati invece autorizzati i seguenti progetti:

*Creazione di centri operativi e di sistemi interoperabili nei settori della logistica, del trasporto e sulle filiere agroalimentari e dell’energia pulita, presentato da Sielte Spa, Etna Hitech Scpa e Consorzio 906 Scarl, da realizzare nei siti produttivi di Catania e di San Gregorio di Catania. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 11 milioni di euro, di cui 5,45 milioni finanziati dal MiSE;

*Realizzazione di una “Datafactor” per la creazione e l’offerta di servizi di data science, a partire dagli open data nazionali, che diventi un centro di riferimento della P.A. Questi servizi si baseranno sulla Big Data Analytics, il machine learning, il semantic web e sull’Intelligenza artificiale. Il progetto, da realizzare nel sito di Agrigento, è stato presentato da Expleo Italia Spa e Topnetwork Spa. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 21 milioni di euro, di cui 5,45 finanziati dal MiSE.

Il controllo dell’appetito dipendente dall’ippocampo

Lo studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science da un gruppo di ricerca dopo aver notato che gli animali alimentati con una dieta in stile occidentale (dieta WS) mostravano rapide menomazioni nella funzione ippocampale e scarso controllo dell’appetito, sono passati anche allo studio sull’essere urmano.

Centodieci adulti magri sani sono stati randomizzati in un intervento di dieta WS di una settimana e un gruppo di controllo sono stati lasciati liberi nella dieta abituale. Le misure dell’apprendimento e della memoria ippocampale-dipendente (HDLM) e del controllo dell’appetito sono state ottenute pre e post intervento.

I risultati hanno dimostrato che una dieta WS può compromettere rapidamente il controllo dell’appetito negli esseri umani. Lo studio suggerisce anche un ruolo funzionale dell’ippocampo nel controllo dell’appetito e fornisce nuove prove per gli effetti neurocognitivi avversi di una dieta WS.

Maradona, il profeta del calcio

È impossibile giudicare Maradona solo come un calciatore. Nato in una villa miseria della periferia di Buenos Aires, è stato un simbolo di liberazione, di riscatto sociale dell’Argentina più povera. Dentro di sé non tollerava schemi né regole. Negli anni ’80 è riuscito a sbattere la “questione meridionale” in faccia all’Italia, ha descritto la grandezza di Napoli, l’ha scossa dal suo vittimismo indolente e l’ha rimessa al centro del mondo. Non è un eroe positivo, né ha mai voluto esserlo. Credo si sia sempre sentito un “martire della diversità”, il mondo era cattivo perché lui era eccessivo, sopra le righe, melodrammatico. Viveva in mezzo a una corte di amici che lo aiutava a farsi re tra feste, concubine e cocaina. La malavita lo portava in palmo di mano. Gli hanno sempre perdonato molto: tanti suoi ex compagni di squadra, soprattutto a Napoli, lo adorano ancora. Perché li ha fatti vincere dove nessuno aveva mai vinto (due scudetti) e perché era davvero un compagno di strada. Un leader naturale e molto influente. È sempre andato oltre il calcio, ha preso la vita a dosi massicce, ne è stato spesso travolto, sempre certo di una cosa: non avrebbe mai potuto essere una persona “normale”, come gli altri.

Ha sbagliato molto, nella sua vita personale. Dalla polvere all’altare (andata e ritorno). Il giocatore è stato unico, indiscutibile sul piano tecnico. Il calcio si stava organizzando e lui continuava a essere un solista naturale. Il Napoli vinceva, i valori in campo si rovesciavano, bastava poco per chiamarla “rivoluzione”. Il calcio giocato da Maradona resta ancora oggi il più bello. Si può interpretarlo diversamente (Cruyff, Di Stefano, perfino Guardiola) ma non si può chiedere di meglio.

E’ riuscito ad affiancare Pelè come miglior giocatore del Novecento nelle classifiche ufficiali, lui che è stato sospeso e cacciato due volte per doping. Ha ricevuto il Pallone d’oro alla carriera perché non era possibile ai suoi tempi (veniva assegnato solo ai giocatori europei). Ha segnato un gol all’Inghilterra, nel post guerra per le Falkland-Malvinas (ritenuto il più bello della storia del calcio) e nella stessa partita ne ha segnato un altro – ancora più celebre – con la mano. Questo era Maradona, i due estremi opposti, l’omino bianco e quello nero. 

Addio Diego, che la terra ti sia lieve.

Mattarella: “Spezzare la catena della violenza contro le donne significa contrastare ogni forma di sopraffazione, di imposizione e di abuso”

“La ricorrenza di oggi induce a riflettere su un fenomeno che purtroppo non smette di essere un’emergenza pubblica. Le notizie di violenze contro le donne occupano ancora troppo spesso le nostre cronache, offrendo l’immagine di una società dove il rispetto per la donna non fa parte dell’agire quotidiano delle persone, del linguaggio privato e pubblico, dei rapporti interpersonali.

La violenza di genere non si esprime solo con l’aggressione fisica, ma include le vessazioni psicologiche, i ricatti economici, le minacce, le varie forme di violenza sessuale, le persecuzioni e può sfociare finanche nel femminicidio. Alla base di tutte queste forme di violenza vi è l’idea dissennata e inaccettabile che il rapporto tra uomini e donne non debba essere basato su di un reciproco riconoscimento di parità.

In questo momento drammatico per il nostro Paese e per il mondo intero le donne sono state particolarmente colpite. La pandemia ha accresciuto il rischio di violenza che spesso ha luogo proprio tra le mura domestiche: si è purtroppo assistito, durante il periodo di lockdown, ad un drammatico aumento della violenza contro le donne che vede tragicamente, a volte, coinvolti anche minori.

Le istituzioni hanno raccolto il grido di allarme lanciato dalle stesse donne e dalle associazioni che da decenni sono impegnate per estirpare quella che è, ancora in troppe situazioni, una radicata concezione tesa a disconoscere la libertà delle donne e la loro capacità di affermazione. Per questo resta fondamentale, per le donne che si sentono minacciate, rivolgersi a chi può offrire un supporto e prevenire la degenerazione della convivenza in violenza.

Spezzare la catena della violenza contro le donne significa contrastare ogni forma di sopraffazione, di imposizione e di abuso. In una società democratica le donne non devono avere più paura di subire violenza, in casa, sul lavoro, in tutti i luoghi e i contesti in cui ritengano di realizzare la propria personalità”.

Così radicale Così necessaria , Quarant’anni fa moriva Doroty Day- L’Osservatore Romano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulia Galeotti

In un abito a quadretti bianchi e blu e una semplicissima bara di pino non verniciata, adorna solo di una croce ricavata da due pezzi di legno trasportati dalla corrente (come quelli che ella stessa raccoglieva sulla spiaggia di Staten Island). È a lei che una lunghissima fila di donne e uomini di ogni razza, età, credo, reddito, stato sociale e mentale va a dare l’ultimo omaggio appena saputa la notizia della sua morte, avvenuta a New York il 29 novembre 1980.

Opere di misericordia, preghiera e vangelo imbracciato costantemente: è questo ad aver guidato ogni passo di Dorothy Day, fondatrice coraggiosa di un movimento — The Catholic Worker — e dell’omonima testata, figura celebre per le sue campagne, le sue denunce e per come ha cercato di tradurre concretamente giorno dopo giorno il discorso della montagna. Non a caso Papa Francesco l’ha ricordata nel settembre 2015 durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti. Nel discorso tenuto davanti al Congresso — il primo pronunciato da un Pontefice — Bergoglio ha infatti ricordato quattro «grandi» americani. Se tutti conoscevano Abraham Lincoln e Martin Luther King, se molti sapevano chi fosse Thomas Merton, meno nota era senz’altro Dorothy Day: per la prima volta un Pontefice ha presentato una donna laica come figura fondamentale nello sviluppo dei valori di un Paese, rendendo così omaggio a un simbolo veramente universale.

Nata a Brooklyn l’8 novembre 1897, dopo una vita turbolenta (lei stessa ha raccontato con grande dolore di aver abortito da giovane) e lontana dalla religione, nel 1927 si converte al cattolicesimo: da allora, la fede si unisce alla sua esperienza militante e sociale. Insieme a Peter Maurin, nel 1933 Dorothy Day fonda The Catholic Worker, il movimento basato sulle tre C di cultculture e cultivation. L’intento dei due (diversissimi in tutto: di vent’anni più vecchio, Maurin è francese, contadino tanto lei è cittadina, completamente privo di capacità organizzative) è di realizzare una pacifica rivoluzione personalista, comunitaria e verde che si articoli in diversi punti.

Innanzitutto nella pubblicazione di un giornale per fare arrivare il messaggio all’uomo della strada («Per tutti quelli che sono ammonticchiati in qualche riparo tentando di fuggire alla pioggia, per tutti quelli che vanno in giro per le strade cercando inutilmente un lavoro, per tutti quelli che pensano che non ci sia speranza per il futuro e che nessuno si accorga della loro triste condizione»: è a loro — spiega l’editoriale del primo numero — che il nuovo giornale è dedicato) e di tavole rotonde di discussione e confronto («Quando domandavano a Tamar [la figlia di Dorothy] se le piaceva The Catholic Worker — racconterà Dorothy — arricciava il naso e diceva che le piaceva l’idea di una comune agricola, ma che per il resto facevamo un mucchio di chiacchiere»). Quindi l’apertura di case dell’ospitalità per i bisognosi di cibo e di rifugio, una sorta di centri in cui praticare le opere di misericordia («Quanto li tenete gli ultimi che ospitate?», le chiedono un giorno; «Per sempre — risponde lei — Vivono con noi, muoiono con noi, facciamo loro un funerale cristiano. E preghiamo per loro dopo che sono morti»). E infine le comunità agricole, o fattorie comunitarie o università agronomiche (che dir si voglia) in modo che tutti — dagli intellettuali agli operai — potessero tornare alla terra. Secondo Maurin e Day, insomma, non basta ospitare, nutrire e aiutare chi è nel bisogno: serve un riordino completo della società. Ancor oggi il giornale viene pubblicato ed esistono più di cento comunità sparse, oltre che negli Stati Uniti, in Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Svezia, Messico, Australia e Nuova Zelanda.

Tutto è così diverso ma al contempo così armonico nella lunga, lunghissima vita di Dorothy Day, che a 7 anni si trasferisce con la famiglia in California. I Day vivono a Oakland quando nel 1906 irrompe il terremoto di San Francisco, tragedia che la segna per la vita suscitandole domande profonde: perché la comunità non può sempre prendersi cura dei suoi membri più bisognosi, come ha mostrato di poter e voler generosamente fare durante quell’emergenza? Perché questa eccezionale presa in carico collettiva e individuale non può essere la regola?

Intanto, nell’immediato, i Day sono costretti a traslocare di nuovo (il padre, giornalista sportivo, ha perso il lavoro) e arrivano a Chicago, dove la famiglia conosce per la prima volta sulla propria pelle la parola “povertà”. Povertà che rimarrà sempre per Dorothy Day — anche nei decenni precedenti la conversione — la prima, grande emergenza. La incontrerà da adolescente nei bassifondi di Chicago, ne sarà circondata nei decenni successivi a New York in cui tornerà definitivamente dopo aver abbandonato l’università. Sarà dunque per lei una priorità già prima della Grande Depressione, e a maggior ragione poi, lungo un sentiero che segnerà radicalmente il suo impegno e la sua vita. Alla povertà, si affiancheranno le lotte alla segregazione razziale e alla guerra in ogni forma e misura; il vangelo non permette la violenza e l’omicidio, anche se dall’altra parte c’è, sostiene Dorothy Day, Adolf Hitler, posizione che provocherà una frattura profonda all’interno del movimento.

Giornalista, madre single, nonna, Day è stata povera tra i poveri («Andare sul posto a vedere cosa succede non è abbastanza. Non è neppure sufficiente aiutare gli organizzatori, dare ciò che hai per l’assistenza, e nemmeno vivere la tua vita in povertà volontaria per uniformarti a loro. Uno deve vivere con loro e condividere le loro sofferenze»); donna di pace in un mondo in guerra; baluardo per lavoratori, lavoratrici e il loro benessere materiale e spirituale; donna di picchetti e di manifestazioni, e per questo incarcerata più volte; laica in una Chiesa di consacrati; donna di mente, di preghiera ma anche di azione («Credo di aver speso la mia vita tentando di fare funzionare meglio le cose, di cambiarle almeno un poco»). In tutto questo, Day è stata davvero una donna del nostro tempo, da lei vissuto con grande inquietudine, anticipando molti dei temi poi esplosi nelle pubbliche agende, Chiesa inclusa.

Inevitabilmente turbolenti furono i rapporti di Dorothy Day con i politici e i potenti (finita nelle grinfie di J. Edgar Hoover capo dell’Fbi — molto preoccupato per la radicalità della cattolica Day, ma anche del suo curriculum fatto di ex anarchismo, ex socialismo e addirittura ex comunismo —, mesi e mesi di indagini si risolsero però in un nulla di fatto). E con la gerarchia ecclesiastica, anche se — malgrado i litigi con molti sacerdoti e prelati — verso la Chiesa Dorothy Day fu sempre di una lealtà assoluta. Se sono celebri i suoi scontri con il cardinale Francis Spellman, meno noto è il suo impegno per i sacerdoti con problemi di alcolismo.

Ironica, colta, esigente con se stessa e con gli altri, grande ascoltatrice ma anche, a tratti, autoritaria e irascibile, Day è stata una combattente armata del Vangelo. Combattente nella tenacia e nella radicalità con cui ha difeso e condotto il suo progetto a favore degli ultimi in opposizione alla società statunitense, alla Chiesa cattolica e agli egoismi umani. Compresi i propri.

I suoi gesti e le parole profetiche per le quali ha sofferto; la moltiplicazione dei pani e dei pesci che le case del Catholic Worker sparse per il mondo continuano a realizzare; la sua continua testimonianza in favore della giustizia e del creato, oggi ispirano tante persone: «Dorothy — ha scritto Patrick Jordan, ex redattore del giornale, vicino a Day nella parte finale della sua vita — è stata una persona complessa, trascinante, a volte contraddittoria e per molti aspetti disarmante».

Con il suo impegno concreto (il Catholic Worker, con il disagio estremo che accoglieva, non era affatto un posto facile in cui vivere) Dorothy Day è stata in grado di chiamare a rendere conto delle proprie scelte non solo i singoli, ma la società nel suo complesso. Del resto, come ha scritto il teologo Luke Timothy Johnson, «essere profeti non è solo questione delle cose che si dicono, ma del modo in cui si sta al mondo».

Alcuni — annota Dorothy nei suoi diari (magistralmente introdotti e curati da Robert Ellsberg) — «pensano che la cosa più importante per il Catholic Worker sia la pace. Altri vanno più in profondità, e dicono la povertà. Altri ancora la provvidenza. Ma in realtà, alla base di ogni cosa c’è l’amore. Ama i tuoi nemici è il fondamento di tutto». Questo dunque il fondamento per una vita e un’opera così complesse, articolate, accidentate, sofferte e fertili; così ricche di spunti, suggerimenti, inviti e dolore. Così evangeliche e così necessarie per questo nostro mondo dilaniato da violenze, ingiustizie e disparità. Per questo nostro mondo sempre in cammino.

Una lunga solitudine

Articoli, libri, autobiografie, diari, lettere e saggi: Dorothy Day — la cui richiesta di canonizzazione è stata avanzata nel 1983, mentre nel 2000 Giovanni Paolo II  l’ha riconosciuta serva di Dio — ha scritto moltissimo. Di sé, dell’impegno nel mondo e per il mondo, dell’umanità e di Dio. Jaca Book — l’editore che l’ha introdotta al pubblico italiano — nell’imminenza dell’anniversario dalla sua scomparsa, ripropone la più celebre tra le autobiografie di Dorothy Day, Una lunga solitudine  (Milano, 2020, pagine 256, euro 20, traduzione di Marilina Degli Alberti), pubblicata per la prima volta nel 1952.

Estrapolare dal contesto

Suggerisco al Presidente Conte di inserire nel prossimo DPCM un comma che imponga agli assidui frequentatori dei social  (e sono tanti) che si esprimono sulla pandemia, la vita e la morte, le età , i vaccini , i conflitti generazionali, le selezioni naturali o eugenetiche ed altre tematiche ricorrenti, il divieto di estrapolare frasi dal contesto o di farvi ricorso per emendare precedenti affermazioni  postate sui propri profili.

Di tutti i passatempi favoriti dalle nuove tecnologie che permettono di entrare in rete on line, le più dannose o comunque suscettibili di esternazioni non precedute dalla più antica profilassi della storia – “la sana riflessione” – partecipare alle risse mediatiche con affermazioni non suffragate dal buon senso comune e dal rispetto per gli altri è forse l’espressione più aggiornata della stupidità umana.

Le esternazioni gratuite non stimolano dibattiti culturalmente utili, non sollevano lo spirito, non dimostrano teorie sorrette dall’uso del pensiero critico.

Il fenomeno è ricorrente e studiato da psicologi, sociologi, analisti ed è trasversale ad ogni target sociale.

Stupisce quando il vezzo è usato con intensità dagli esponenti politici i quali anziché occuparsi del bene comune e dimostrare agli elettori e ai cittadini l’utilità del loro incarico, evitano il dialogo e il confronto e si lasciano andare a monologhi o esternazioni che alimentano il montante livore sociale.

Della sostenibilità generazione se ne occupa – nostro malgrado – la Storia che dimostra che ogni età della vita esprime un valore e una ricchezza: non esiste un target sociale prima o dopo del quale si è incapaci o si diventa inutili. Ci sono fior di Ricerche del Censis, dell’Istat, delle Università che analizzano queste tematiche che sono parte integrante del panta rei dell’esistenza umana. Si tratta di studi di esperti che offrono al lettore opportunità conoscitive, statistiche eloquenti, interpretazioni scientifiche.

Purtroppo gli stessi Rapporti (che andrebbero letti ed imparati nelle scuole superiori anche avvalendosi della DAD) dimostrano che da quando imperversano, i social anziché essere strumenti di crescita e di apprendimenti, di pacati scambi di opinioni,  finiscono per essere armi di offesa che travalicano alcuni pilastri su cui si basa il corretto vivere civile: il rispetto per gli altri, un linguaggio non scurrile e offensivo, l’interlocuzione come metodo di crescita culturale e sociale. Questi social che diventano “dissocial” (e ciò non dipende dalla tecnologia in se’ ma dall’uso che se ne fa) stanno radicando alcuni tratti negativi della società del nostro tempo: la cattiveria, l’invidia, la delazione, l’offesa personale, il rancore, la pochezza delle argomentazioni che circolano in rete.

Esternare e poi correggere, attribuendo magari ad altri l’incomprensione del proprio pensiero, spiega il ricorso alle giustificazioni tardive, alla estrapolazione di una frase dal contesto.

Verbalmente credo sia sempre accaduto, ora il web alimenta ed enfatizza questa pratica di pentimento postumo. La cosa ovviamente non riguarda solo la politica ma la società nel suo complesso, come una sorta di abitudine dilagante che dimostra che la seconda non è migliore della prima. Per questo è inutile dare a certe affermazioni un effetto amplificatore o replicare: siamo tutti attori e comparse sotto lo stesso cielo.

Sarebbe tuttavia utile cominciare a parlarne in famiglia e a scuola. Per insegnare l’umana comprensione.

Ma quando il dileggio e l’offesa arrivano ad augurare premorienze o selezioni naturali si valica un limite che non prevede ritorni. La vita oggi ci insegna purtroppo che ci sono persone che godono più della sofferenza altrui che del proprio personale benessere.

Vorrei poter dire con Voltaire… “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”: ma De Gaulle sosterrebbe che si tratta di un “programma troppo vasto”.

Però siamo ‘tutti’  in tempo a correggerci, basterebbe applicare il suggerimento del Prof. Vittorino Andreoli: “fare più uso del cervello che abbiamo in testa che di quello che portiamo in tasca”.

 

Bankitalia: “Nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto”

Eugenio Gaiotti, Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, ha spiegato in audizione preliminare all’esame manovra economica che nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto.

Queste sono state le sue parole.

“Mi sono soffermato sulla situazione congiunturale a ottobre in questa stessa sede, in occasione dell’esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2020 (NADEF).

Le nuove informazioni che si sono rese disponibili modificano il quadro allora tracciato.
Il recupero segnato dall’economia italiana in estate è stato superiore a quanto previsto. Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel terzo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto del 16,1 per cento, grazie soprattutto alla ripresa dell’industria. È un risultato che indica che la nostra economia conserva una significativa capacità di recupero e conferma l’importanza del sostegno fornito dalla politica economica.

Tuttavia, la recrudescenza della pandemia osservata nelle ultime settimane e le misure di
contenimento adottate dal Governo si stanno ripercuotendo sull’economia. Gli indicatori più
recenti suggeriscono che in Italia, come nell’area dell’euro, è in corso un indebolimento
dell’attività economica; le nostre indagini presso le famiglie confermano la propensione a
contrarre i consumi in risposta a un aumento dei contagi, anche indipendentemente dalle nuove misure di distanziamento sociale.

Alla luce di queste informazioni, nel quarto trimestre è plausibile si osservi una flessione del
PIL, anche se più contenuta di quella primaverile. È probabile che il risultato per l’anno risulti comunque in linea con quanto prefigurato in ottobre; tuttavia nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto. Le prospettive restano condizionate, oltre che dai progressi nel controllo dei contagi, dalla prontezza ad adattare l’azione di politica economica all’evolversi della situazione.

Le valutazioni da noi fornite un mese fa circa gli effetti macroeconomici dei programmi del
Governo rimangono complessivamente confermate alla luce delle misure in discussione.
L’impatto espansivo prefigurato in ottobre dal Governo appare coerente con una composizione degli interventi in cui abbiano ampio spazio il sostegno agli investimenti privati e gli investimenti pubblici.

Tuttavia la possibilità di ottenere pieni benefici dagli interventi, che si estendano anche al medio termine, dipende dalla effettiva definizione dei progetti di riforma e investimento, dalla misura in cui saranno in grado di dare luogo a una espansione del potenziale di crescita del paese e dalla rapidità con cui saranno attuati”.

Coordinamento Donne Acli: il cambiamento culturale parte dal linguaggio

“Liberiamo il linguaggio da ogni forma di discriminazione” con queste parole inizia la nota del Coordinamento Donne Acli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. “Il linguaggio ha un ruolo centrale nel cambiamento culturale – si legge nella nota – per questo bisogna riflettere sui linguaggi, verbali e corporei, presenti nella lingua che usiamo tutti i giorni, ed intervenire con iniziative di sensibilizzazione già nei primi anni scolastici per prevenire la violenza e promuovere relazioni giuste tra i sessi.

La violenza di genere ha avuto, nei mesi di pandemia, un deciso aumento: le donne si sono trovate esposte alla violenza domestica senza molta via d’uscita. Secondo i dati del Viminale, non solo i reati cosiddetti minori quali minacce, lesioni e percosse sono aumentati, ma sono triplicati gli omicidi di donne in ambito familiare-affettivo.

Spesso, però, si dimentica che la violenza nelle sue molteplici declinazioni (fisica, psicologica, economica, sessuale, emotiva) trova il suo fondamento in un clima culturale che ne alimenta lo sviluppo.  In questo quadro il linguaggio, mai neutro rispetto al genere, ha un ruolo fondamentale.

La violenza contenuta in esso è una delle forme peggiori di aggressione ed è spesso ben radicata e legittimata socialmente.

La lingua che usiamo veicola non solo significati ma anche valori e giudizi culturali che spesso possono rafforzare gli stereotipi e giustificare comportamenti aggressivi, ecco perché dobbiamo lavorare sui  modi di parlare che a volte sono fondati sui pregiudizi e possono diventare modi di pensare”.

Ora per gli europei la casa è un diritto umano fondamentale

Il Parlamento ha approvato una serie di linee guida per combattere il fenomeno dei senzatetto e porre fine all’esclusione abitativa nell’Ue.

Nella risoluzione non legislativa adottata l’Assemblea sottolinea “la precaria situazione di vita di oltre 700mila persone in Europa che ogni notte si ritrovano senza un tetto, con un aumento del 70% in un decennio”. L’alloggio è definito “un diritto umano fondamentale”, perciò si chiede “un’azione più forte da parte della Commissione e dei Paesi Ue per porre fine al problema nell’Ue entro il 2030”.

La Commissione europea dovrebbe dunque sostenere gli Stati membri, mentre i Paesi Ue dovrebbero adottare il principio di “Housing First”, che “aiuta a ridurre significativamente il fenomeno dei senzatetto, introducendo piani d’azione e approcci innovativi basati sul concetto che la casa è un diritto umano fondamentale”.

Il Parlamento, a tal proposito, ritiene necessario: depenalizzare il fenomeno dei senzatetto, perseguito in vari Stati; fornire pari accesso ai servizi pubblici come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e i servizi sociali; sostenere l’integrazione nel mercato del lavoro attraverso l’assistenza specializzata, la formazione e programmi mirati; migliorare gli strumenti per raccogliere dati pertinenti e comparabili che aiutino a valutare l’entità del fenomeno; fornire assistenza finanziaria alle Ong, sostenendo le autorità locali per garantire spazi sicuri ai senzatetto e prevenire gli sfratti, soprattutto durante la pandemia Covid-19; fornire un accesso costante ai rifugi di emergenza, come soluzione temporanea; promuovere l’imprenditoria sociale e le attività che favoriscono l’inclusione.

Plasma iperimmune, a cosa serve e come donarlo

Sul sito del Centro nazionale sangue sono stati forniti tutti i chiarimenti su questa terapia. Ecco le domande e le risposte.

Cos’è e come funziona la terapia con plasma iperimmune?

La terapia con plasma da soggetti convalescenti prevede il prelievo da persone guarite dal Covid-19 e la sua successiva somministrazione a pazienti affetti da COVID-19.

Il candidato donatore dovrà rispondere ai requisiti per l’idoneità previsti dalla normativa trasfusionale e a requisiti specifici per il Sars-CoV-2 per poter donare plasma iperimmune. Sarà il medico responsabile della selezione del donatore ad esprimere il giudizio d’idoneità alla donazione di plasma iperimmune, analogamente a quanto avviene in tutti i casi di donazione di sangue o emocomponenti.

Prima della somministrazione il plasma iperimmune viene sottoposto ad una serie di test di laboratorio, anche per quantificare i livelli di anticorpi “neutralizzanti” (il cosiddetto “titolo”), e a procedure volte a garantirne il più elevato livello di sicurezza per il ricevente.

La trasfusione è utilizzata per trasferire questi anticorpi anti-SARS-CoV-2, sviluppati dai pazienti guariti, a quelli con infezione in atto che non ne abbiano prodotti di propri. Gli anticorpi (immunoglobuline) sono proteine coinvolte nella risposta immunitaria che vengono prodotte dai linfociti B in risposta ad una infezione e “aiutano” il paziente a combattere l’agente patogeno (ad esempio un virus) andandosi a legare ad esso e “neutralizzandolo”. Tale meccanismo d’azione si pensa possa essere efficace nei confronti del SARS-COV-2, favorendo il miglioramento delle condizioni cliniche e la guarigione dei pazienti.

 

La terapia è efficace contro il Sars-CoV-2?

Il plasma da soggetti convalescenti è stato utilizzato in un recente passato durante le epidemie di SARS nel 2002 ed Ebola nel 2015, e negli ultimi mesi sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche i risultati di alcuni studi clinici internazionali ed italiani. Inoltre, diverse sperimentazioni cliniche in corso nel mondo stanno cercando di verificare se la terapia con il plasma iperimmune sia efficace.

Al momento non ci sono, però, evidenze scientifiche conclusive sull’efficacia di questa terapia e pertanto essa è da considerarsi al momento sperimentale. L’eventuale efficacia della stessa potrà essere dimostrata solo dai risultati di studi clinici che mettano a confronto pazienti trattati con plasma iperimmune e pazienti trattati con altra terapia, ovvero i cosiddetti “trial clinici randomizzati”.

 

La trasfusione con plasma iperimmune è sicura?

Sebbene i dati delle sperimentazioni scientifiche sembrino evidenziare un buon livello di sicurezza della terapia con plasma iperimmune da persone guarite dal Covid-19, occorre sottolineare che, come tutte le procedure che implicano la trasfusione di sangue umano, la trasfusione di plasma iperimmune non è priva di rischi.

 

In Italia si raccoglie il plasma da convalescente?

Al momento il Centro Nazionale Sangue, nel suo monitoraggio periodico aggiornato al 19 novembre, ha censito 4.325 sub-unità di plasma iperimmune donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolto da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. La cifra comprende sia le unità di plasma di cui è stato verificato il ‘titolo’, la quantità cioè di anticorpi neutralizzanti presenti, sia quelle su cui questo tipo di analisi verrà effettuata nel momento dell’utilizzo.

 

Perché non si titolano tutte le sacche?

La determinazione del titolo degli anticorpi “neutralizzanti” è necessaria soltanto per il plasma iperimmune che viene utilizzato nell’ambito degli studi sperimentali, come ad esempio lo studio nazionale italiano “TSUNAMI”, che richiedono espressamente un titolo minimo, mentre per tutti gli altri utilizzi non è richiesto. Altri studi condotti in diversi Paesi non hanno inserito un titolo minimo tra i requisiti per il plasma. Gli stessi metodi per determinare il titolo non sono standardizzati, ma ogni struttura decide autonomamente come effettuarli. Al momento, non ci sono evidenze scientifiche che indichino una “quantità minima” di anticorpi neutralizzanti in grado di garantire l’efficacia della eventuale terapia con plasma iperimmune.

 

Serve una procedura particolare per donare il plasma iperimmune?

La donazione di plasma iperimmune non prevede procedure peculiari, e può essere effettuata in tutte le strutture che già sono predisposte per la normale donazione di plasma. Anche per la conservazione non sono richieste modalità particolari, e lo stoccaggio può avvenire nelle comuni banche del sangue, non è necessario averne una dedicata.

 

Dove posso donare il plasma iperimmune?

In Italia il plasma iperimmune è raccolto presso i Servizi Trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. Una persona che vuole donare plasma iperimmune può riferirsi alla Struttura di Coordinamento per le attività trasfusionali della propria Regione per conoscere presso quali Servizi trasfusionali effettuare la donazione di plasma iperimmune. In allegato è possibile consultare un elenco indicativo e in continuo aggiornamento delle strutture  che effettuano questo tipo di raccolta.

Smartphone: Xiaomi supera Huawei

Mentre Samsung continua a guardare tutti i concorrenti dall’alto, nella parte bassa del podio Xiaomi e Huawei si scambiano il posto in quattro Paesi: Regno Unito, Italia, Spagna e Francia. Questo sorpasso, evidenziato dall’ultimo report di Strategy Analytics, potrebbe essere in parte spiegato dal ban imposto dall’amministrazione Trump al colosso di Shenzhen nel 2019, che ha creato non poche difficoltà all’azienda.

Per Xiaomi questa crescita in Europa rappresenta un traguardo importante, soprattutto considerando che all’inizio del 2019 deteneva una quota di mercato compresa tra lo 0 e il 2% nei Paesi in cui ora ha sorpassato Huawei (in Spagna è arrivata persino a un soffio dallo scalzare Samsung dal primo posto). In Italia, Xiaomi ha superato Huawei nel corso del secondo trimestre 2020, piazzandosi al secondo posto del podio con una quota di mercato del 19% e una crescita annua del 122%. Non stupisce, dunque, trovare tre smartphone del marchio cinese nella top 10 dei dispositivi più venduti nella Penisola.

Il colosso di Cupertino, invece, ha subito una flessione del 10% a 41,6 milioni di unità, almeno stando all’ultimo report di Idc.

 

Caso Regeni, una storia senza fine.

Nei giorni scorsi la Procura di Roma sembra aver impresso un’accelerazione all’inchiesta sul barbaro assassinio in Egitto del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni.

Una triste e complessa vicenda che dopo circa cinque anni dall’accaduto non ha ancora avuto una verità giudiziaria. Molti sono stati gli impedimenti, le complicazioni, le mancate collaborazioni tra Istituzioni giudiziarie di Italia ed Egitto, che hanno condizionato questi lunghi anni dell’inchiesta. A queste difficoltà si sono aggiunte le implicazioni geopolitiche, specifiche dell’area del Mediterraneo Medio Orientale, che negli ultimi 10 anni, ha visto crescere la sua attrattività strategica, in particolare dal punto di vista energetico.

Ricostruiamo in sintesi gli accadimenti. Di Giulio Regeni, in Egitto su incarico dell’Università di Cambridge per svolgere una ricerca sui movimenti sindacali di opposizione al governo di Al Sisi, si perdono le tracce il 25 gennaio 2016; il suo corpo, con evidenti segni di tortura, sarà ritrovato il 3 febbraio successivo, ai bordi della Desert Road, alla estrema periferia de Il Cairo.

In quei giorni era presente in Egitto una delegazione italiana, guidata dall’allora ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, per definire una serie di accordi commerciali ed industriali, tra i quali, il più significativo in termini di sviluppo economico e di posizionamento strategico nell’area, e cioè il completamento dell’iter autorizzativo per lo sfruttamento del giacimento super-giant di gas naturale, Zohr, avvenuta formalmente poi il 21 febbraio 2016.

Zohr, individuato nell’agosto 2015 nel blocco off-shore Shouruk, grazie alle intuizioni professionali e alle competenze di altissimo profilo del Gruppo ENI, rappresenta la più importante localizzazione di gas nel Mar Mediterraneo di sempre; una potenzialità di 850 miliardi di metri cubi, in grado di soddisfare l’intero fabbisogno egiziano e una fonte integrativa di particolare importanza per l’approvvigionamento di gas naturale per i mercati europei. In quell’area marittima da tempo si erano concentrati gli interessi e le ricerche (senza successo) di diverse Oil Company internazionali, in particolare della Shell (capitale anglo-olandese) e della British Petroleum. L’Ambasciatore UK in Egitto di allora, John Casson, dichiarò che quest’ultima aveva investito 13 miliardi di sterline in Egitto per trasformare il Paese in una grande potenza energetica.

Un successo tutto italiano, che consolidava un rapporto con l’Egitto, dove dal 1954 ENI opera ininterrottamente, attraverso quella rete di relazioni positive con il mondo arabo, tessuta inizialmente da Enrico Mattei e continuata anche dopo la sua scomparsa.

Con il ritiro dell’Ambasciatore Massari nell’aprile 2016, reazione italiana alle difficoltà riscontrate nelle indagini per l’individuazione dei responsabili dell’assassinio del nostro connazionale, i rapporti subirono un brusco rallentamento. Questo stato di raffreddamento diplomatico si interruppe formalmente nel settembre 2017, con l’insediamento del nuovo Ambasciatore Cantini, personalità di grande esperienza e competenza, già indicato nel maggio 2016 in sostituzione del predecessore, ma senza essere inviato ufficialmente, proprio per le difficoltà derivanti dall’assenza di collaborazione tra le magistrature per il caso Regeni.

Nel gennaio 2018 a due anni dal tragico evento e in occasione dell’avvio delle produzioni di Zohr, il Presidente egiziano Al Sisi, alla presenza dell’AD di ENI, Claudio Descalzi, dichiarò “Non smetteremo di cercare i criminali che hanno fatto questo”, e ancora “Alla famiglia di Regeni presento ancora una volta le condoglianze del popolo egiziano e prometto che non abbandoneremo questo caso fino a quando non si troveranno i veri criminali e verranno assicurati alla giustizia in Egitto” ed infine (parte del discorso più emblematica da punto di vista geopolitico) “l’assassinio è stato commesso per rovinare i rapporti con l’Italia” e “per danneggiare l’Egitto” e, rivolto a Descalzi, “Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”.

Riferimenti espliciti ad una macchinazione volta ad impedire un’operazione fondamentale in uno spazio, quello del Mediterraneo orientale, che ad oggi è caratterizzato dalla presenza di ingenti giacimenti di gas naturale, combustibile essenziale nella fase di transizione verso l’autonomia energetica da Fonti di Energia Rinnovabile. Un’ area perimetrata tra le acque territoriali di Egitto, Israele, Libano, Cipro, Libia e dove si concentrano le attenzioni delle maggiori potenze internazionali.

Nel novembre 2016, ENI cedette il 10% a British Petroleum della concessione di Zohr; successivamente ad ottobre 2017 un altro 30% alla società russa Rosneft ed infine nel giugno 2018 il 10% alla compagnia petrolifera emiratina Mubadala Petroleum.

Non è possibile esprimere giudizi o ipotizzare certezze per individuare i responsabili di questo delitto e i loro possibili mandanti. Molte sono le teorie o le implicazioni che si sono intrecciate nel cercare di comprendere il movente; una cosa è certa, troppi impedimenti hanno caratterizzato il tentativo di indagare da parte dei nostri inquirenti titolari dell’inchiesta: dai depistaggi di una parte delle forze di polizia e di sicurezza egiziane alle indecisioni della magistratura de Il Cairo; dal ruolo di Mohamed Abdallah, leader del sindacato egiziano degli ambulanti, con il quale Regeni cercò il contatto per gli approfondimenti sulla condizione delle libertà sindacali, alla posizione della tutor dell’Università di Cambridge,  Maha Abdelrahman, che, si dice, fosse vicina alla Fratellanza Mussulmana, principale movimento di opposizione ad Al Sisi. Anche gli arresti e le iniziative portate a termine dalle forze dell’ordine egiziane non sono mai state efficaci e non sono giunte ad una soluzione di questa drammatica vicenda.

E poi: chi segnalò la presenza di Regeni al Cairo, vista l’organizzata sorveglianza a cui venne sottoposto? Chi aveva interesse a far rompere i rapporti tra Italia ed Egitto?

Rimangono aperti molti misteri che impediscono di far luce su un brutale assassinio, che ha lasciato una ferita profonda nella nostra opinione pubblica e che impedisce ad una famiglia, almeno la consolazione di una sentenza sui colpevoli.

Le risposte potrebbero essere contenute nella lettura dei fatti di politica internazionale, degli equilibri geopolitici nell’area mediterranea orientale o del controllo delle ingenti riserve metanifere.

La speranza è che prevalga una collaborazione fattiva tra Istituzioni e che si possa arrivare ad una conclusione positiva oltre le comprensibili ragioni di Stato.

L’Europa e Biden

Si è già scritto molto circa le relazioni che verranno ad instaurarsi fra l’America di Joe Biden e l’Europa dopo gli anni del grande freddo di Donald Trump. Si è scritto molto in un misto di ottimismo dovuto e realismo scettico giungendo forse alla conclusione che il clima migliorerà, la forma tornerà ad essere quella che deve essere ma la sostanza cambierà solo di poco. Personalmente mi iscrivo al club degli ottimisti perché so che il nuovo Presidente USA crede, per cultura e per storia politica, nelle relazioni inter-atlantiche e vi crede di più di quanto non vi credesse Barack Obama (il quale infatti dedicò al Vecchio Continente qualche tempo e qualche sforzo solo durante la fase finale della sua presidenza). Ciò nondimeno ritengo che la gran parte del lavoro, in questa direzione, dovrà farlo l’Europa. L’Unione Europea, per la precisione. E sarà un lavoro non facile, che è però tutto nel suo interesse per poter assumere, prima, e svolgere, poi, un ruolo importante nel mondo post-Covid.

Non ci si deve infatti far trarre in inganno dalla pandemia: quando l’incubo finirà le coordinate essenziali della geopolitica planetaria non saranno diversissime da come erano un anno fa: il secolo che ormai entra nella sua terza decade sarà in ogni caso il “secolo asiatico” e gli Stati Uniti inevitabilmente dovranno concentrare le proprie energie primarie nel tentare di tener testa a questo sviluppo della Storia. Ho utilizzato i verbi al futuro ma in realtà andrebbero scritti al presente perché è già così. La sfida con la Cina per l’egemonia mondiale è già iniziata, e non si creda questa fosse una convinzione del solo Trump. Da questo punto di vista i Democratici USA sono anche più determinati dei Repubblicani: a fronte di un miglioramento delle relazioni formali fra i due Paesi, che ci sarà, proseguirà nei fatti la competizione su ogni fronte, incluso quello militare: settore ove oggi gli Stati Uniti sono irraggiungibili ma nel quale la Cina di Xi sta investendo moltissimo per poter colmare il gap in un paio di decenni al massimo. I dossier aperti sono numerosi e vanno al di là della guerra sui dazi, che fra l’altro si arricchisce oggi di un nuovo elemento, la Regional Comprehensive Economic Partnership asiatico-oceanica raggruppante tutti i principali Paesi di due continenti (ad eccezione dell’India) inclusi molti alleati degli USA. Sono dossier di geopolitica tradizionale (da Hong Kong a Taiwan, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea del Nord) e sono dossier decisivi per il futuro quali quelli relativi allo sviluppo delle tecnologie digitali. 

Oltre al fronte asiatico, però, c’è quello determinato dal multipolarismo, ovvero dall’imporsi di medio-grandi e medie potenze regionali che – in ciò indotte anche dal parziale ritirarsi degli Stati Uniti da alcuni scacchieri sino a ieri da essi saldamente controllati – stanno manifestando ambizioni non irrilevanti. Il caso turco è ormai ben evidente, ma l’ingresso russo nel Mediterraneo è ancor più significativo da questo punto di vista. Ebbene oggi l’Europa, a causa della sua permanente divisione interna quanto a politica estera e di difesa, non è in grado d’essere incisiva realmente su alcuno dei molteplici scacchieri prodotti dal multipolarismo. Biden immagino richiamerà Bruxelles ad una politica più assertiva, almeno nel Mediterraneo, e a tal fine riannoderà i legami inter-atlantici oggi un po’ sfilacciati. Ma non potrà – né vorrà – impegnare risorse oltre un certo limite, sia perché lo scenario internazionale è quello sopra accennato sia perché il focus della sua presidenza sarà inevitabilmente orientato alla politica interna. Gli Stati Uniti sono oggi a dispetto del loro nome una nazione molto divisa e Biden, all’opposto del suo predecessore, lavorerà per riunificarla, almeno un po’. E questo gli costerà tempo, energie psicofisiche e quattrini. Molti. Dunque, per quanto concerne il tema che qui ci interessa, rilancio dell’atlantismo sì ma in una dimensione nuova, più limitata rispetto allo scorso secolo: per converso l’Europa dovrà corrispondervi più attivamente. A Washington attenderanno, da Bruxelles, una risposta convincente in tal senso. I Ventisette sapranno dargliela?

La responsabilità dei cristiani nella visione di Francesco per uno sviluppo pienamente umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Il cristiano si contraddistingue perché ha una buona notizia, un “vangelo”, da annunciare agli altri uomini; il cristiano impegnato nell’economia, cioè nell’attività di trasformare il mondo per renderlo sempre più umano, è anche lui portatore di una buona notizia che ha un preciso contenuto: «La prospettiva dello sviluppo umano integrale è una buona notizia da profetizzare e da attuare — e questi non sono sogni: questa è la strada». È uno dei passaggi-chiave del messaggio che il Santo Padre ha inviato sabato scorso ai giovani economisti riuniti per tre giorni ad Assisi per il grande evento della «Economy of Francesco» insieme ad altri grandi nomi delle scienze economiche di tutto il mondo. Il lieto annuncio che i giovani economisti cristiani devono comunicare a tutto il mondo è quindi quello legato allo sviluppo umano integrale, un tema che sta a cuore al Papa che nell’agosto del 2016 ha istituito un nuovo dicastero a servizio di questo sviluppo.

Per spiegare ulteriormente e più precisamente di che “sviluppo” si tratta Francesco nel videomessaggio di Assisi ha preso in prestito le parole della Populorum progressio di san Paolo VI: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. […] — ogni uomo e tutto l’uomo! —. Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».

Non si tratta solo di profetizzare lo sviluppo umano integrale ma anche di attuarlo: la responsabilità che il Papa indica agli economisti cristiani è grande quanto urgente, si deve agire (“incidere” dice Francesco) in profondità e oggi non domani, perché «La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra».

L’attuazione di questo progetto ha una portata “rivoluzionaria”: è urgente elaborare risposte e nuove proposte da contrapporre a quella «unica logica dominante» a cui il Papa ci ricorda «non siamo condannati». Il riferimento è a quei modelli economici che concentrano «il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale. Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». Ad una economia meramente estrattiva, il Papa indica la strada di una economia generativa che però non può essere una scelta emotiva, sentimentale, ma frutto di una seria e solida elaborazione culturale.

Cultura è un’altra parola-chiave del messaggio: «In fondo ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante. Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi — non dimenticatevi questa parola: avviare processi — tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze…».

Questi gruppi dirigenti, ispirati da una cultura aperta alla spiritualità, potranno contestare e contrastare «certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie» e qui Francesco ricorda la Caritas in veritate di Benedetto XVI secondo cui la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale» e aggiunge: «Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro».

Questa è la terza parola-chiave del messaggio: il futuro, cioè la speranza, speranza di una rinnovata fraternità. Realizzare il progetto di uno sviluppo umano integrale permette infatti ad ogni uomo «di ritrovarci come umanità sulla base del meglio di noi stessi: il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile (cfr. Gen 4, 9)». La risposta rabbiosa di Caino (“sono forse il guardiano di mio fratello?”) indica la verità dell’uomo e quel sogno di Dio efficacemente espresso dal testo della Spe salvi di Benedetto XVI che il Papa cita opportunamente: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente — la misura dell’umanità —. Questo vale per il singolo come per la società», aggiungendo «misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici». La misura dell’umanità è quindi espressa compiutamente dal buon samaritano che prende su di sé il dramma e il dolore dell’altro, del diverso, è questa la “rivoluzione”, la contestazione rispetto agli assetti consolidati che è richiesta ad ogni cristiano e che apre ad un futuro nuovo e sorprendente. A questo punto Francesco conclude il suo messaggio lasciando il campo ad una grande visione: «Un futuro imprevedibile è già in gestazione», un passaggio che richiama la profezia di Isaia «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», ma anche l’intuizione di San Paolo «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» e comunque rivela una grande fiducia nell’opera di Dio nella storia degli uomini, perché, conclude il Papa: «La storia ci insegna che non ci sono sistemi né crisi in grado di annullare completamente la capacità, l’ingegno e la creatività che Dio non cessa di suscitare nei cuori. Con dedizione e fedeltà ai vostri popoli, al vostro presente e al vostro futuro, voi potete unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo».