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Vaccino covid, AstraZeneca: “4,2 milioni dosi entro fine marzo”

Sui nuovi tagli alle consegne dei vaccini anti Covid, riferiti dalle Regioni, “AstraZeneca afferma che sta lavorando per rispettare l’impegno di consegnare all’Italia 4,2 milioni di dosi nel primo trimestre, con l’obiettivo di superare i 5 milioni”. E’ quanto si legge in una nota dell’azienda.

“Con la terza consegna che è stata effettuata, siamo contenti di aver fatto arrivare già più di 1 milione di dosi. Per le prossime settimane sono pianificate altre tre consegne per 1 milione di dosi addizionali e successivamente altre consegne per raggiungere alla fine del mese di marzo il totale previsto per il primo trimestre”, fa sapere AstraZeneca.

“I processi di produzione dei prodotti biologici come questo vaccino -si legge ancora nella nota- sono complessi, e una moltitudine di fattori produttivi e di test di qualità che vengono minuziosamente fatti su ogni lotto possono avere un impatto sulla data, frequenza e numero di dosi di ogni consegna. Per questo motivo la consegna effettuata ieri è risultata inferiore di circa il 7% rispetto alle previsioni, ma allo stesso modo le consegne della settimana precedente erano leggermente superiori al previsto. Purtroppo lavoriamo senza nessuna riserva che ci possa dare margine per gestire la normale variabilità del processo produttivo dato che ogni dose prodotta viene immediatamente resa disponibile. Siamo in costante contatto con il Commissario Arcuri al fine di tenerlo aggiornato tempestivamente”.

“Vogliamo ribadire che AstraZeneca si è impegnata a fornire dosi esclusivamente a governi o organizzazioni governative -sottolinea- e non vi è alcuna fornitura, vendita o distribuzione del vaccino al settore privato. Se qualcuno offre vaccini attraverso il settore privato potrebbe trattarsi di vaccini contraffatti e come tali vanno segnalati alle autorità competenti. A questo proposito precisiamo di aver presentato un esposto al Nas (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità) dei Carabinieri al fine di denunciare ogni tentativo di assicurare forniture al di fuori dei canali governativi ufficiali, e di aver prontamente informato di tale esposto tutte le Autorità competenti”.

Il centro e il “federatore”.

Diciamoci la verità. Con il decollo del Governo Draghi e dopo l’irruzione del trasformismo come  prassi politica e parlamentare prevalente nel nostro paese dopo il voto del marzo 2018, è del tutto  evidente che la geografia politica italiana è destinata a cambiare. E in profondità. Già in vista delle  prossime elezioni politiche. Certo, non tramonteranno del tutto i capi politici attuali ma è di tutta  evidenza che nasceranno altri partiti, altri contenitori e altre liste. In questa cornice, un progetto di  centro è nelle cose, ovvero una forza politica di centro che sia in grado di declinare soprattutto  “una politica di centro” non può non decollare. A tre condizioni, però. 

Innanzitutto che sia realmente in grado di declinare una “politica di centro”, senza perdersi solo  nei posizionamenti tattici e nella pura ricerca del potere. E quindi, capacità di fare sintesi, battere  alla radice ogni sorta di radicalizzazione del conflitto politico, cultura della mediazione, rispetto  delle istituzioni democratiche e senso dello Stato, impianto riformista, cultura di governo e, non  ultimo, una classe dirigente di qualità e non frutto della improvvisazione, del pressapochismo e  della casualità che sono stati il classico prodotto di un approccio populista e demagogico. Come  l’esperienza dei 5 stelle ha platealmente e pubblicamente confermato in questi anni. 

In secondo luogo non può che essere un partito/movimento/luogo politico plurale. Con tutto il  rispetto per i movimenti e i partiti identitari, frutto di un’altra stagione storica e politica, il futuro  partito di centro non potrà che essere sintesi di sensibilità, pulsioni e culture diverse che si  riconoscono in un progetto politico e di governo. E quindi stop ai tentativi, peraltro condotti pur  sempre in buonafede dai singoli protagonisti, che fanno della sola identità una ragione esclusiva  della propria presenza politica. Tentativi che, purtroppo, si sono sempre, e puntualmente, rivelati  politicamente irrilevanti ed elettoralmente fallimentari.  

In ultimo, ma non per ordine di importanza, una realtà politica federativa e plurale non può che  avere un “federatore” come punto di riferimento pubblico e politico. Un “federatore” che sia in  grado di rappresentare tutte le varie sensibilità politiche, sociali, culturali e anche territoriali che si  riconoscono nel progetto politico del nuovo centro.  

Ed è proprio in quest’ottica che la tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e del  cattolicesimo sociale può e deve continuare ad avere un ruolo protagonistico e decisivo per la  costruzione di un orizzonte democratico e riformista nel nostro paese.  

Contro la deriva populista e trasformistica che ormai ha contagiato larghi settori della politica  italiana, tanto a destra quanto a sinistra.

Quando la politica viene meno

Dovevano cambiare l’Italia, l’Europa, il mondo. Ma l’Italia, l’Europa, il mondo hanno cambiato loro.

La storia politica, per la verità breve, del Movimento 5 Stelle può essere ben racchiusa in questa espressione.

Volevano abbattere il Parlamento (aprendolo come una scatola di tonno, dicevano), la democrazia rappresentativa attraverso la rete, internet, la piattaforma Rousseau (alla quale partecipano, se va bene, non più di centomila cittadini e tutti ben selezionati), ma alla fine si sono ben integrati nelle stanze del potere, hanno scoperto il fascino, il lusso e, soprattutto, l’agio di poter vivere comodamente nei palazzi del Parlamento e nei vari consigli regionali senza problemi di sorta.

Volevano distruggere l’Europa e l’euro, ma oggi sono a pieno titolo in un Governo che dell’Europa e dell’euro come moneta ne fanno un motivo imprescindibile di politica da seguire.

Che si siano convertiti sulla via di Damasco? Non è questa la lettura più autentica di un Movimento nato come lotta alla politica, di incontri pubblici il cui motivo ideale era costantemente il cosiddetto “vaffa day”.

Il problema è culturale, profondamente culturale! Ossia la mancanza di idee e valori che debbono sempre ispirare qualunque azione politica.

Diceva Luigi Granelli nel suo ultimo discorso del 1999: “Non si può agire politicamente se non si pensa politicamente”. E pensare politicamente significa avere dei riferimenti etici, morali ben solidi.

Il Movimento 5 Stelle in questi quasi tre anni di Governo del Paese ha tirato i remi in barca, ha disatteso i sentimenti di milioni di elettori che avevano votato chi per disperazione, chi per disgusto della politica (ma padre Sorge diceva che “non è sporca la politica, la politica è sporcata dagli uomini”), chi sognava una nuova classe dirigente in sintonia con gli interessi del popolo, dei poveri, dei disoccupati, di coloro che non arrivano a fine mese.

Oggi tutto sembra così lontano e resta la delusione per molti militanti che avevano creduto in una nuova forza del cambiamento. Il risultato è stato, per gran parte di loro a cominciare dal loro capo Beppe Grillo, pronunciare il termine garibaldino obbedisco a Mario Draghi, alla sua idea di Europa, di economia, di moneta unica.

Certo una piccola pattuglia è rimasta a sventolare la bandiera della prima ora: coloro che non votando, astenendosi o non presentandosi per la fiducia al Governo Draghi sono stati immediatamente defenestrati.

Questi ultimi, rimasti ormai senza Patria, pensano a come potersi rilegittimare politicamente attraverso la costituzione di un nuovo movimento e di nuovi gruppi a Palazzo Madama e a Monte Citorio.

Sembra che vogliano usare per questa nuova avventura politica il nome e il simbolo che furono dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Quanto ad originalità e a riferimenti etici non c’è che dire!

Quando la politica viene meno, le scorciatoie per rimanere in vita son sempre buone, ma si tratta di piccoli espedienti che durano il breve spazio temporale che separa dalle elezioni, perché alle elezioni (e per fortuna) non si vota con la piattaforma Rousseau.

Lavoro a distanza, la sfida si vince con la contrattazione.

Pubblichiamo il testo di Luigi Sbarra, prossimo Segretario Generale della Cisl, che la Fondazione Ezio Tarantelli ha incluso nel suo ultimo paper “Il lavoro a distanza nell’era digitale”.

La crisi innescata dalla pandemia ha messo a nudo ritardi e debolezze di un intero modello di sviluppo e chiama a responsabilità storiche decisori pubblici e parti sociali. Per garantire riforme eque, stabili ci vuole condivisione. Dopo la determinante firma dei protocolli interconfederali su salute e sicurezza che hanno permesso la ripartenza produttiva, sindacato e imprese devono continuare su questa strada, esercitando le proprie prerogative vere per governare la transizione. 

Bisogna tenere insieme solidarietà e produttività, buona flessibilità e protezione sociale, sicurezza e sostenibilità avviando uno “scambio politico” – per usare le parole del compianto Professor Tarantelli – che assegna ruoli precisi ad ogni parte istituzionale  e sociale .  In questo contesto generale, la partita sul lavoro a distanza e lo smart working rappresenta un banco di prova determinante. 

La tecnologia, le intelligenze artificiali, la digitalizzazione permettono oggi di governare da remoto processi produttivi complessi, agendo a distanza su macchine e robot, ben oltre il perimetro del lavoro impiegatizio. 

Secondo recenti studi, sono più di 8 milioni le persone che potrebbero farvi ricorso. Se riuscissimo ad avvicinarci al traguardo, gli effetti economici, sociali e ambientali sarebbero formidabili. Lo smart working è infatti una soluzione “win-win”: offre grandi benefici al lavoratore, all’impresa e alla comunità. 

  • Aumenta la produttività: quasi 10mila euro/anno a lavoratore il risparmio medio per le aziende. 
  • A parità di trattamento eleva il salario reale del lavoratore.
  • Porta a una riduzione dei costi di trasporto e aumenta la sostenibilità ambientale. In Italia ci sono più di 13 milioni di lavoratori pendolari, almeno un terzo potrebbe lavorare in modalità agile.
  • Rilancia la conciliazione vita-lavoro e promuove l’inclusione della disabilità.

Le misure di contenimento hanno portato a una straordinaria accelerazione del lavoro da remoto: non solo lavoro agile ma anche co-working. Che condivide lo stesso spirito innovativo e la stessa ambizione di slegare la persona da un luogo “istituzionale” di lavoro senza per questo isolarla spezzando la condizione di solitudine, che è oggi il vero morbo che minaccia la rappresentanza, la qualità e le tutele del lavoro. 

Prima dei provvedimenti sul distanziamento sociale i lavoratori che operavano fuori dall’ufficio erano meno di 600 mila, pochi mesi dopo hanno toccato i 6 milioni, più di un quarto dell’intera forza lavoro.  I vantaggi riscontrati sono stati molteplici, dal risparmio di tempo e costi di spostamento, alla maggiore soddisfazione e produttività dei dipendenti, al miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro. Due aziende su tre in Italia dichiarano che continueranno ad utilizzare modalità di lavoro agile anche nella “nuova normalità”. 

Ma come è stato detto tante volte, l’esperienza che abbiamo vissuto non è lavoro agile, quanto piuttosto “home working”, che implica tutti i vincoli del lavoro subordinato, con la sola deroga del luogo. In pratica è come aver spostato l’ufficio a casa propria. Lo smart working è altra cosa. È affidamento e responsabilizzazione del lavoratore, riconoscimento di libertà, autonomia e discrezionalità.  È ragionare per obiettivi, per traguardi successivi, per fasi. È ridefinire criteri di valutazione e misurazione delle performance. Tutte caratteristiche che devono adattarsi alle esigenze di ogni comunità lavorativa.

Questa adattività, sia nel pubblico che nel privato, non può realizzarsi con una legge indifferenziata e uguale per tutti. E non può neanche restare ostaggio delle deroghe introdotte in questi mesi, che permettono alle aziende di operare in modo unilaterale.

Ecco perché è determinante restituire tutta la materia all’esercizio della contrattazione, riportandola sul terreno dei contratti nazionali e – soprattutto – di secondo livello. Dobbiamo arrivare a un’intesa concertata tra Governo, Sindacato e Imprese per stabilire saldi affidamenti da attuare attraverso la contrattazione nazionale, aziendale e territoriale.  

Linee che riguardano, tra l’altro, la difesa del salario, chiari limiti sull’orario massimo di lavoro, il riconoscimento dei diritti sindacali e di quelli fondamentali alla privacy e alla disconnessione.  È indispensabile estendere allo smart working la disciplina su salute e sicurezza e tenere fermo il principio di adesione volontaria al lavoro agile da parte dei lavoratori. 

Nel mondo del lavoro italiano sono ancora presenti rigidità strutturali, normative e anche culturali che generano attriti nell’implementazione dello smart-working e che ci impediscono di trarre pieno vantaggio dai benefici che esso comporta. 

Il traguardo del lavoro agile su larga scala implica un processo di ammodernamento che coinvolge tecnologia, riallineamento delle infrastrutture, reti della conoscenza, cultura della partecipazione. C’è un “Patto a tre” che va siglato tra Stato, parti datoriali e mondo del lavoro.

Lo Stato deve garantire infrastrutture all’altezza, e il loro più ampio accesso, sbloccare gli investimenti sui network fisici e digitali, sulle connessioni ultraveloci che oggi raggiungono solo ¼ della popolazione e su cui siamo in ritardo specialmente al Sud. Va inoltre supportata l’intera popolazione aziendale con hardware, software e training in soft skill e innovate le infrastrutture materiali nelle città, con piani di trasporto pubblico, mobilità sostenibile e spazi di cogestione lavorativa. 

Le aziende e le amministrazioni pubbliche devono innovare, digitalizzare e ripensare gli ecosistemi lavorativi, ridefinendo non solo l’arredamento delle nostre case e degli uffici, ma tutto il contesto in cui i lavoratori operano e si spostano. Occorre iniziare a misurare le performance per obiettivi, darsi criteri attraverso la contrattazione, puntare sull’aggiornamento continuo dei lavoratori. E’ necessario sviluppare nuovi processi aziendali, innescare una rivoluzione della cultura aziendale sulla base di un nuovo sistema valoriale fondato su tre principi: auto-gestione, integrità, e proposito evolutivo. 

Il Lavoro deve essere riqualificato e ripensato lontano dagli schemi di una esecuzione meccanica di compiti. Va invece messo al centro di un nuovo sistema di diritti e doveri, autonomia e responsabilità che ne valorizzi l’apporto creativo.

Quello del lavoro a distanza, delle nuove flessibilità organizzative, del superamento dello spazio classico di produzione è un banco di prova determinante del nuovo corso post-Covid. Una fase che deve essere caratterizzata da una stretta collaborazione tra Impresa e Lavoro nel segno dell’autonomia. 

Far tornare protagoniste le relazioni industriali significa anche rifiutare, nel pubblico, limiti e percentuali imposti per legge. La contrattazione deve essere il motore fondamentale anche nel pubblico impiego.  D’altra parte non si capisce la ratio di soglie applicate in maniera indistinta, che trattano allo stesso modo funzioni, amministrazioni, uffici, strutture diverse… Un approccio completamente sbagliato, che inverte la logica adattiva e “sartoriale” del lavoro agile.

La fase attuale assegna un ruolo determinante a questo incontro. Penso al bisogno di rinnovare tutti i contratti pubblici e privati, che coinvolgono 13 milioni di persone. Ma penso anche alla necessità di spingere sull’acceleratore dell’innovazione, delle buone flessibilità, della partecipazione.  

Gli accordi vanno avvicinati alla persona, sviluppando il secondo livello senza disarticolare le tutele garantite dal primo, implementando gli affidamenti del Patto per la Fabbrica e scongiurando il salario minimo legale. Dobbiamo superare i toni muscolari, e cucire relazioni industriali responsabili, costruttive, partecipative. 

Il braccio di ferro tra mondo del lavoro e impresa, in questa fase, non serve a nessuno. Fornisce solo un alibi a chi vuole interventi legislativi invasivi e antistorici su organizzazione del lavoro, salari, rappresentanza, causali…  Materie che devono restare di pertinenza del libero e autonomo incontro tra parti sociali.  

Il Governo ha ben altri doveri: utilizzare fino all’ultimo centesimo le risorse europee per sbloccare gli investimenti su infrastrutture materiali e sociali, politiche industriali, digitalizzazione e transizione verde; qualificare le reti della conoscenza; ammodernare gli ammortizzatori sociali collegandoli con un sistema adeguato di politiche attive; rilanciare sanità e pubblica amministrazione; sostenere le marginalità e rilanciare pensioni, di supportare la non autosufficienza e realizzare un fisco che sgravi  le fasce medie e popolari per dare un impulso a consumi, occupazione e produttività.  E ancora, promuovere l’esercizio contrattuale defiscalizzando accordi di prossimità, welfare negoziato, adeguamenti salariali di primo e di secondo livello, aiutandoci a combattere i contratti pirata e le false rappresentanze di comodo. 

Dobbiamo trovare le ragioni di una convergenza su obiettivi comuni che si chiamano aumento dei salari e produttività, tutele e buona flessibilità, welfare e formazione, partecipazione e innovazione. Su politiche attive e riforma degli ammortizzatori serve un’intesa con le parti datoriali da presentare al Governo.  Pensiamo sia il momento di dare spazio a una grande svolta sulla partecipazione e la democrazia economica in Italia con modelli contrattuali e di sostegno legislativo che assegnino ai lavoratori un ruolo maggiore nelle decisioni d’impresa.

L’implementazione della democrazia economica e della partecipazione è una vera riforma istituzionale, forse la più importante che serva al Paese.  Si tratta di dare migliore e maggiore rappresentanza ai lavoratori e di realizzare fino in fondo quella che Dossetti ha chiamato “democrazia sostanziale”, e che consiste nel responsabilizzare e coinvolgere a livelli sempre più profondi la società nei processi economici di controllo e decisione.  

È su queste tematiche che si gioca il futuro del Paese. Su questo noi oggi chiamiamo il nuovo Governo e le Rappresentanze datoriali ad assumere impegni coerenti verso un nuovo Patto sociale e a convergere in un fronte riformatore che contribuisca a costruire il bene comune, raccordando i legittimi interessi di ogni parte in un disegno di rinascita e sviluppo per tutti. L’occasione per rinnovare il tessuto sociale e produttivo dell’Italia è per certi versi irripetibile, come ci ricorda la chance del Recovery Plan. Sta a tutti noi non farla svanire, aprendo un percorso concertato che dia profondità, stabilità e equità al processo riformatore.

Vittorio Bachelet: il ricordo del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha ricordato con commozione l’anniversario di nascita di Vittorio Bachelet, vicepresidente del CSM, docente universitario ed esponente di spicco della DC, amico di Aldo Moro, nato il 20 febbraio del 1926 e ucciso dalle Br nella facoltà di Scienze politiche della Sapienza il 12 febbraio 1980.

Gli anni ’70 e ’80 segnarono un’epoca di sangue e terrore nel nostro Paese, a causa della destabilizzazione politica alla quale miravano diversi gruppi eversivi.

Come le Brigate rosse, che avevano deciso di colpire lo Stato attraverso la figura molto amata e rispettata di Vittorio Bachelet.

“Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia.” S. Pertini, Messaggio riunione straordinaria Csm, 12 febbraio 1980)

In realtà considerando la statura del personaggio veramente illuminato e “progettuale come pochi” è da accogliere il punto di vista di chi ha voluto intendere dietro alla scomparsa del professore più mandanti oscuri, determinati a eliminare un elemento fondamentale per un’evoluzione innovativa in Italia.

“La mia convinzione, maturata nel corso dei decenni, è che queste vittime non sono state uccise solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta costituzionale.” (Rosy Bindi, Intervista al Corriere della Sera, 11/02/2020)

Bachelet affermava con lungimiranza e una capacità di analizzare le dinamiche sociali e politiche rarissima: “Non c’è democrazia, non c’è vitalità politica se le forze politiche non sanno farsi interpreti delle attese, delle speranze e delle angosce dei cittadini, se non sanno proporre linee capaci non di subire ma di guidare lo sviluppo del paese e le trasformazioni necessarie per rendere l’ordinamento della società adeguato ai mutamenti che hanno profondamente modificato la sua composizione, la sua cultura, il suo assetto territoriale e sociale, la sua mentalità, il suo costume” (Bachelet, 1976)

La visione che prospettava Bachelet è quantomai attuale: il pensiero dei grandi statisti insegna sempre la via da seguire; soprattutto ora che caos e difficoltà economiche stanno sprofondando l’Italia e l’Ue in una spirale di preoccupante recessione.

Bisogna invece trarre ispirazione dalla sua condotta integra e fiduciosa nell’avvenire e nei giovani, in cui credeva molto, ma ai quali riteneva dovessero essere prospettate il valore delle responsabilità e delle regole: “È necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù alla prudenza.” (Vittorio Bachelet)

In un momento di grave disorientamento e sconforto come quello attuale suonano quasi profetiche alcune sue considerazioni: “In tutti i tempi la vita vale la pena di essere vissuta: anche in questo nostro tempo faticoso che sembra troppo pieno di difficoltà per essere lieto e troppo poco grande per essere eroico… Io credo che se da una posizione negativa si vuol passare ad una posizione positiva, costruttiva cioè e concludente, è necessario superare questa forma di insofferenza che ha aspetti notevoli di pessimismo e di scetticismo per trovare intorno a noi i valori positivi, i vecchi che non abbiamo perduto e i nuovi che siamo andati acquistando quasi a nostra insaputa». (Vittorio Bachelet, 1947)

Partendo dalle frasi pronunciate dal figlio Giovanni Battista durante i funerali: “Vogliamo pregare oggi anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e non la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”, il CNDDU propone, in funzione dell’insegnamento dell’Educazione civica e anche del Diritto nelle scuole superiori, di riflettere sui contenuti dell’art. 27 Cost. incentrato in particolare al comma 3 e 4 sulla rieducazione del condannato e il rifiuto indiscutibile della pena di morte.

“Dovremmo dire alla fine della nostra esistenza: Io dormivo e sognavo che la vita non era che gioia; mi svegliai e ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era gioia. E ho visto che la vita non era che servizio. Io ho servito e ho visto che il servizio era gioia” (Bachelet, Saluto conclusivo all’Assemblea dell’ACI del 1973)

Brexit: ora gli inglesi ci copiano il tartufo bianco

Con la Brexit gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio il pregiato Tartufo Bianco che potrebbe presto sostituire sulle tavole britanniche quello italiano, che al contrario cresce spontaneamente. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’annuncio che il pregiato Tuber magnatum pico potrebbe essere prodotto in Gran Bretagna grazie alla scoperta degli scienziati dell’Istituto nazionale francese per la ricerca sull’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente (Inrae) che nei propri laboratori avrebbero affinato l’arte di coltivarlo. I funzionari hanno detto – spiega Coldiretti – che un lotto di alberelli di quercia di tartufo bianco è stato già portato nel Regno Unito nel tentativo di avviarne la produzione.

Una novità che desta preoccupazione – rileva la Coldiretti – poiché il tartufo bianco è quello che finora poteva essere solo trovato in natura, raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia ed in alcuni paesi dei Balcani. Anche se i terreni britannici, calcarei e umidi, sarebbero particolarmente adatti per consentirne la coltivazione secondo gli scienziati, è auspicabile che i tuberi “copiati” e prodotti negli impianti abbiano comunque una etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori e aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low cost spacciate per italiane, magari come pregiato tartufo bianco tricolore. Un fenomeno contro il quale non a caso la Coldiretti è impegnata a chiedere la tracciabilità delle transazioni e l’indicazione obbligatoria dell’origine. In gioco c’è un business – ricorda la Coldiretti – stimato in oltre mezzo miliardo di euro sull’intera Penisola, con prezzi per il tartufo bianco che quest ‘anno sono arrivate fino a 3mila euro al chilogrammo per le pezzature più piccole.

In attesa di capire se i tentativi inglesi di produrre il pregiato tubero andranno a buon fine, i problemi più immediati per la filiera del tartufo italiano restano però quelli legati all’emergenza Covid, con la chiusura del canale della ristorazione che rappresenta di fatto il principale sbocco di mercato, con la conseguente paralisi delle vendite. Ma a pesare sono state anche le limitazioni imposte dalle misure di prevenzione che hanno – continua Coldiretti – ostacolato l’organizzazione delle tradizionali mostre, sagre e manifestazioni dedicate al tartufo.

Un danno gravissimo, considerata anche la deperibilità del prodotto fresco, che colpisce i circa 100.000 raccoglitori ufficiali presenti sul territorio nazionale, dal Piemonte alle Marche, dalla Toscana all’Umbria, dall’Abruzzo al Molise, ma anche nel Lazio e in Calabria. Ma il tartufo svolge anche – spiega Coldiretti – una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive dove rappresenta una importante integrazione di reddito per le comunità locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici come dimostrano le numerose occasioni di festeggiamento organizzate in suo onore.

Il tartufo – riferisce la Coldiretti – è un fungo che vive sotto terra ed è costituito in alta percentuale da acqua e da sali minerali assorbiti dal terreno tramite le radici dell’albero con cui vive in simbiosi. Nascendo e sviluppandosi vicino alle radici di alberi come il pino, il leccio, la sughera e la quercia – spiega la Coldiretti – il tartufo, deve le sue caratteristiche (colorazione, sapore e profumo) proprio dal tipo di albero presso il quale si è sviluppato. La forma, invece dipende dal tipo di terreno: se soffice il tartufo si presenterà più liscio, se compatto, diventerà nodoso e bitorzoluto per la difficoltà di farsi spazio.

 

Il Lazio in pole position nella mobilità elettrica

Nel 2020 è stato installato il 40% in più di questi sistemi, numeri che continueranno a crescere nel 2021. Oltre la metà di questi punti di ricarica si trova nel Nord del Paese e il Lazio è una delle regioni più impegnate con 1.700 punti ricarica; solo dietro alla Lombardia che ne ha 3.300, Piemonte con 2000, Emilia-Romagna con oltre 1.800, Veneto e Toscana ne hanno 1700.

Tra i migliori posti per ricaricare i veicoli elettrici ci sono i parcheggi, quando si passeggia in città, si fa shopping, si va in centro per un appuntamento, ci si sposta per lavoro o per incontrare gli amici si parcheggia la macchina e si “ricarica”. Una volta ripresa l’auto, l’autonomia sarà di nuovo al massimo e secondo i dati forniti da https://parclick.it azienda leader in Europa per la prenotazione di parcheggi online, il 32% dei parcheggi italiani ha già dei sistemi di ricarica per auto elettriche. Le regioni con più punti sono Lazio, Lombardia, Campania, Toscana, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte e le singole città con più punti sono Roma, Milano, Firenze e Napoli.

Ci sono diversi tipi di veicoli elettrici: Ibridi che funzionano con due motori: uno a combustione principale (benzina o diesel) e uno elettrico, in questo caso la batteria si ricarica quando l’auto rallenta, quindi queste auto non hanno bisogno di stazioni di ricarica. Ibridi plug-in, questi veicoli hanno un motore a combustione e uno elettrico, la differenza con le ibride è che il motore elettrico ha la priorità. La batteria si ricarica quando l’auto rallenta ma può anche essere collegata a una fonte esterna di energia elettrica e questo rende più facile guidare il 100% del tempo con il motore elettrico rispetto a un’auto ibrida tradizionale,100% elettrico, veicoli che funzionano con l’elettricità, hanno uno o più motori elettrici, quindi batterie ricaricabili con più capacità. Per queste auto le stazioni di ricarica sono essenziali e indispensabili, anche se le batterie durano più a lungo visto che non c’è un motore a combustione per supplire nel caso in cui il motore elettrico si scarichi.

Le auto elettriche rappresentano un mercato in crescita, secondo i dati dell’Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri (UNRAE), i veicoli elettrici rappresentano già lo 0,7% delle nuove immatricolazioni in Italia, una cifra che sembra piccola ma è superiore a quella del 2019. Inoltre, da gennaio a novembre 2020 gli acquisti di ibridi plug-in sono aumentati di 20 volte nonostante con la pandemia sia stato un anno difficile per i produttori di auto, infatti, gli ibridi (ibridi plug-in e non plug-in) sono stati gli unici veicoli che hanno registrato vendite maggiori nel 2020 rispetto all’anno precedente. A livello europeo, nell’ultimo anno, delle auto vendute una su cinque era ibrida o elettrica.

Niccolò Mariotti di Parclick Italia ha commentato:“La guida elettrica è un pilastro fondamentale per avere un mondo più pulito. L’Unione Europea si è posta l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti del 55% entro il 2030 e per raggiungerlo sarà essenziale promuovere l’uso delle auto elettriche. In Italia stiamo assistendo ad una forte spinta in termini di installazione di punti di ricarica e vogliamo congratularci con la regione Lazio per il suo impegno per il futuro della mobilità elettrica, crediamo fermamente in questa guida green ed ovviamente nella comodità di prenotare il proprio posto auto dal sito web e app e ricaricare l’auto in un parcheggio, mentre si fanno altre attività di svago o di lavoro, risparmiando fino al 70%.”.

Una nuova protonterapia contro i tumori

Un team di ricercatori della Mayo Clinic ha sviluppato una nuova tecnica protonterapica, una delle ultime frontiere nella lotta contro i tumori, che promette di riuscire a colpire più specificamente le cellule cancerose che resistono ad altre forme di trattamento.

Nel corso dello studio, descritto nel dettaglio sulla rivista scientifica Cancer Research, il team di ricerca ha ideato un nuovo metodo per somministrare la terapia protonica contro specifici tumori che hanno difetti nel percorso di riparazione del Dna dei geni Atm-Brca1-Brca2.

Come precisato dagli ideatori della nuova tecnica sulle pagine della rivista specializzata, le caratteristiche fisiche distinte dei protoni permettono ai radioterapisti oncologi di risparmiare i tessuti normali vicini con una precisione superiore rispetto alla radioterapia convenzionale basata sui fotoni.

Dal 1° marzo spid per tutti: era questo il momento adatto?

Il decreto “Semplificazioni” n.° 76/2020 avanza come un caterpillar: dal 1° marzo per accedere ai siti della P.A. occorrerà essere in possesso di SPID, la nuova identità digitale che ci consentirà di interfacciarci con gli uffici pubblici.  Se esistono dei vantaggi in questa novità procedurale forse li si trova nei meandri più reconditi della pubblica amministrazione: qualcuno- se riesce- spieghi con poche, chiare parole in cosa consiste la semplificazione e quali vantaggi tangibili ne possa ricavare il cittadino.

Soprattutto una domanda prevale su tutte le altre: era questo il momento adatto per rendere esecutiva da un giorno all’altro questa nuova chiave di accesso ai servizi dei pubblici uffici?

Siamo in piena pandemia, non si è chiusa ancora la seconda ondata e la terza si è aperta con il ventaglio delle varianti del virus, ce n’è di ogni provenienza.

I vaccini attesi e accolti come la manna dal cielo hanno avuto problemi di approvvigionamento da parte delle case farmaceutiche, anche in questo caso molto è stato reso complicato dalla burocrazia: gli ultraottantenni che partono per primi nella campagna vaccinale graduata per età, devono registrarsi sui siti delle AST: non era più semplice usare gli elenchi dei pazienti in possesso dei medici di base?

E le varianti comportano aggiustamenti in corso di somministrazione, basterà un solo richiamo?

Ne veniamo da un anno scioccante sotto ogni profilo: scuole chiuse, attività produttive ferme, esercizi commerciali, palestre, ristoranti, bar, centri estetici in continua altalena apri/chiudi, la gente è esasperata, le tasse avanzano spietate, le bollette scadono, in molti scendono in piazza per esprimere la propria frustrazione ed è un fenomeno sociale planetario, non accade solo in Italia.

Una cosa è emersa chiara a tutti e lo aveva evidenziato David Quammen nel suo libro Spillover: l’umanità non era preparata, la politica non è stata pronta a fronteggiare l’ondata virale, poi si aggiungono la burocrazia, gli inceppamenti delle istituzioni e del sistema sanitario, le diaspore tra Governo centrale e Regioni.

Era dunque questo il momento adatto per introdurre una novità come lo Spid che produce complicazioni nel riaccreditamento delle proprie credenziali per accedere agli uffici e ai servizi della P.A.?

Senza contare che codici e numeri segreti sono un ghiotto boccone per le cybertruffe, in aumento vertiginoso, come rilevato in una recente indagine di Milena Gabanelli.

La malavita attacca i siti degli uffici giudiziari, figuriamoci cosa può accadere ad un semplice cittadino.

Penso soprattutto agli anziani: molti sono soli, non sanno a chi rivolgersi per avere informazioni: dovrebbero chiedere ad un call center? O recarsi direttamente agli sportelli? Nella scuola la DAD non ha funzionato perché si è scoperto in ritardo che un terzo delle famiglie , specie al Sud, era sprovvisto di mezzi di connessione con le scuole (a loro volta non sempre dotate di risorse adeguate).

Adesso si ripete lo stesso errore per leggere il cedolino della pensione? Quanti anziani posseggono e sanno usare un terminale, PC o tablet che sia?.

Forse bisogna ricalibrare il senso etimologico delle parole. A cominciare dalla osannata “semplificazione”.

E’ questa? Ed è questo il periodo adatto per cambiare abitudini faticosamente acquisite dalle persone di una certa età introducendo nuovi alfabeti digitali? Per un anziano è già complicato usare i PIN dei bancomat, non mi pare il caso di aggiungere lo SPID, in questo momento così problematico e ansiogeno per tutti. Siamo ancora persone, non robot: cerchiamo di rendere più facile e meno complicata la vita, per favore.

Draghi e la responsabilità della ricostruzione

La sera dei risultati elettorali del 2013, mi ero recata alla Casa della Architettura dove il Pd aveva deciso di attendere il responso degli Italiani. Fu una triste serata e non appariva nessun dirigente del Pd per i commenti di una debacle. Molto tardi si affacciò il vice segretario Enrico Letta che affermo’ con molto garbo che il Pd prendeva atto dei risultati e che nei giorni successivi sarebbero stati analizzati con l’intento di verificare le collaborazioni possibili, anche con 5S tenendo conto del loro successo.

Sappiamo come è stato il confronto in streaming fra la delegazione 5S e Bersani. Penso che la delegazione di allora potrebbe arrossire ora, dopo la esperienza governativa. Quella sera alla Casa della Architettura mi capitò di essere l’unica rappresentante Pd e fui quindi assediata dalle TV, molte erano estere, per commentare il risultato che i più commentavano come prodromo a ‘ribaltare’ la tradizione parlamentare: finalmente i grillini avrebbero realizzato l’attacco alla casta. Modestamente mi azzardai a spiegare che avevamo già assistito all’ingresso in Parlamento di forze nate sull’onda di un populismo che voleva espugnare ‘Roma ladrona’ ma che, come allora, si sarebbe verificato lo stesso fenomeno, perché le istituzioni piegano con le loro regole anche chi vuole sentirsi estraneo e diverso. “Innamoramento e amore, movimento e istituzione”, un famoso testo di Alberoni. I grillini hanno potuto mantenere una certa coerenza coi loro proclami anti casta e populisti fino a quando non hanno dovuto assumere l’onere di governare. Per governare hanno dovuto tutti pagare uno scotto alle loro ‘granitiche’ convinzioni ideologiche. E questa ‘volatilità‘ dei partiti ha causato una crisi quasi istituzionale cui il Presidente Mattarella ha cercato di porre un freno incaricando come capo del governo una personalità di assoluta credibilità anche a livello internazionale. Quasi un azzardo del Presidente lanciare l’uomo più noto a livello internazionale. Non c’è un’altra scelta dopo di lui, se non le elezioni. Una scelta di grave censura della politica politicante che non ha saputo volare alto, impegnata in una campagna elettorale continua. Inaccettabile inconcludenza dei partiti.

Mario Draghi,, con tutta la sua carriera e quindi con la sua vita personale, iincarna una lezione che imparai dal suo sponsor, Carlo Azeglio Ciampi, e cioè che la fiducia non è una parola generica e cerimoniosa ma un bene immenso in economia. All’inizio di ogni consiglio dei ministri ci indicava a che punto era l’asticella della credibilità italiana sui mercati. Qualche anno fa anche gli Italiani hanno dovuto imparare a conoscere il significato di una strana parola, lo spread. Si pensi che nel giorno in cui fu incaricato Draghi lo spread – a 93 punti – ci ha fatto risparmiare oltre 300 milioni di interessi del nostro debito. Lo spread tocca i soldi dei cittadini! L’attuale situazione non va vissuta come una parentesi: concluso il governo Draghi, eletto il Capo dello Stato e affrontate le elezioni politiche tutto tornerà come prima, perché nel frattempo anche tutti i ‘dilettanti’ avranno imparato a fare politica… Gli Italiani vorranno continuare a contare sui competenti, umili, coraggiosi, che parlano poco e solo quando serve, senza bulimia di social. Oso auspicare, scommettere anzi, che col governo Draghi si sia voltata pagina anche per recuperare l’apprezzamento della politica e la nobiltà della funzione di rappresentanza democratica. Anche se chiedere ai tecnici di supplire la politica suona come un commissariamento e una alterazione delle regole della rappresentanza, proprio Draghi, col discorso programmatico, ha voluto sottolineare il ruolo insostituibile della politica.

Il governo Draghi si è formato con un impeccabile percorso costituzionale; il presidente Mattarella ha rispettato pienamente l’art. 92 ed anche l’art. 95 è stato seguito alla lettera. Al rispetto della forma si è accompagnato uno stile ‘istituzionale’ di sobrietà, di comunicazione essenziale. Speriamo venga acquisito e mantenuto da tutti. Gli Italiani sono stanchi di sguaiatezze, di continuo chiacchiericcio via social e talk show. Ricchi più che di notizie di contraddizioni e smentite, senza pudore. La politica è ascolto. Altra nota di stile: Draghi ha seguito il dibattito senza avere nemmeno davanti, posato sul tavolo, il cellulare (anche alcuni ministri: controllare le foto). È stucchevole notare come i ministri seduti al tavolo del governo non smettono mai di ‘smanettare’. Mi pare di riconoscere lo stile, che fu anche di Ciampi, nel comunicare. Era affidato solo a Paolo Peluffo riferire dichiarazioni ufficiali. I consigli dei ministri erano puntuali e di giorno. (Mio papà mi rimproverava che i politici facessero notte: “figli delle tenebre. Non portano niente di buono le tenebre”. Solo per la finanziata 1994 facemmo notte ed ebbi la mia parte perché mi impuntai nel respingere un aumento di tassa per la sanità a carico degli autonomi (che cercano di evitare il più possibile di ammalarsi). È tempo di silenzio e dovere della unità. Esemplare un
comportamento come quello di Salvini e Zingaretti che si sono incontrati – avversari per vocazione!- per definire come mettere in sicurezza il Paese.

La ‘Grosse Koalition’ non impedisce di essere riconoscibili nei propri profili, al momento delle elezioni da parte dei loro elettori. Si studino i precedenti tedeschi. Altro che contratti o patti! Governare è potere di decidere e non si può confondere l’arte del governare con quella di guadagnare voti. Il popolo sceglie i suoi rappresentanti ma non decide chi deve decidere.

Uno non vale uno: si apprezzerà la competenza, la pazienza e il coraggio. È inaccettabile (e immorale) imparare a fare il ministro cammin facendo, sulla pelle degli Italiani (anche nel governo Letta). La selezione della classe dirigente rimane un tallone d’Achille per i partiti, i quali rinviano continuamente la legge attuattiva dell’art. 49 della Costituzione. Inoltre bisognerebbe sempre seguire la strada maestra imboccata questa volta, per causa di forza maggiore, che invece è indice di serietà, trasparenza e rispetto delle istituzioni e del voto dei cittadini, non inserendo nel governo i segretari nazionali dei partiti (verrebbe meno la dialettica fra governo ed elettori), non chiamando, da altre posizioni candidati che stanno svolgendo un mandato. Chi ha una carica, completi il mandato! Altrimenti è carriera personale e non servizio al bene comune. Le sfide che il governo ha di fronte sono molte ma c’è un contesto che può favorire le soluzioni. Draghi sul piano europeo e internazionale rappresenta una garanzia perché a Berlino, come a Parigi o a Washington sono noti i risultati ottenuti nella sua carriera nei diversi organismi. Mantenere l’Italia, Paese fondatore, significa rafforzare (riprendere) la naturale nativa alleanza con Francia e Germania, ora Macron e Merkel. L’Italia, ha bisogno di più Europa, come tutti i partner: la Federazione dei nostri Stati, piccole patrie che formano una grande patria. Alle generazioni future di figli e nipoti, dobbiamo la realizzazione compiuta del sogno dei fondatori, gli Stati Uniti d’Europa, perché sia per competere che per allearsi occorre essere grandi! I competitor sono Russia, Cina, USA. Con l’alleato di sempre e membro della NATO, dopo l’elezione di Biden, sarà produttiva la nostra politica multilaterale, dopo alcune recenti sbandate. Abbiamo dovuto perfino assistere al blocco di parlamentari italiani al confine con la Bosnia da parte della Croazia!

Per i governi dovrebbero essere banditi due modi verbali per indicare gli obiettivi, il condizionale e il futuro: si dovrebbe, faremo… Si indichino gli strumenti, i tempi, i finanziamenti. Si dovrebbe chiedere conto a chi non fa e perché. Sono solita ricordare gli 8  anni per costruire l’autostrada del sole da Milano a Napoli. L’opera costò quasi 300 miliardi di lire e fu consegnata, senza aumenti di prezzi, con tre mesi di anticipo. Oggi abbiamo anche il ‘modello Morandi’.

Le infrastrutture di interesse nazionale per lo sviluppo non possono essere soggette ai poteri locali. La celerità nelle realizzazioni non dipende solo dalle modalità di organizzazione del lavoro ma anche dai conflitti fra istituzioni (ricorsi ai TAR, ai Consiglio di Stato, blocco per accertamenti magistratura, liti fra concorrenti degli appalti, ecc.). Se ciascuna istituzione si dedicasse alle proprie competenze agevolerebbe molto i cittadini, richiedenti servizi e diritti. Oltre alle sfide, difficili in sé, l’attuale governo interseca delle scadenze un pò sfasate, e tali da creare fibrillazioni pericolose nell’interesse del Paese. Il Recovery fund, ricordato da Draghi come strumento e occasione straordinari per sostenere la speranza per le future generazioni – Next generation eu – ha bisogno di riforme che utilizzino i circa 210 miliardi di euro, che non possono essere a buon punto di implementazione fra sei mesi, quando ci saranno le elezioni amministrative; ne’ entro il semestre bianco, nel caso che i partiti, dopo i risultati delle amministrative, volessero chiedere le elezioni anticipate; come pure entro il febbraio 2022 quando si dovrà eleggere il Capo dello Stato. Serve completare almeno la legislatura. Questo governo si è costituito ‘per dovere’ verso il Paese, e i cittadini non premieranno le forze politiche che lo facessero cadere.

Draghi si è formato in una scuola che ha come motto “Cunctando resistunt”.
E’ un auspicio anche per questo governo e questo parlamento, che hanno “il dovere della unità” e “la responsabilità della ricostruzione”

Il governo Draghi: sette fatti sorprendenti sull’Italia

Testo degli economisti Philipp Heimberger e Nikolaus Kowall apparso sul sito del Vienna Institute for International Economic Studies (WIIW) tradotto e pubblicato dal sito formiche.net

È giunto il momento di dare uno sguardo sull’Italia basato sui fatti e smentire alcuni dei miti che continuano a essere diffusi.

  • L’Italia ha registrato surplus commerciali e rimane il secondo polo industriale dell’UE dopo la Germania
  • Il debito privato in Italia è relativamente basso rispetto ad altri paesi OCSE. Il debito pubblico è elevato a causa dell’eredità degli anni ’70 e ’80
  • Lo Stato italiano ha implementato i più grandi pacchetti di risanamento fiscale in assoluto tra tutti i Paesi industrializzati dall’inizio degli anni ’90
  • L’Italia ha problemi strutturali significativi (ad esempio settore bancario sovradimensionato, divario Nord-Sud), ma per affrontare questi problemi è necessario ripensare la politica economica
  • La ripresa dell’Italia deve essere considerata un compito centrale della politica economica europea. L’inizio dell’incarico di Mario Draghi come primo ministro dovrebbe essere visto come un’opportunità per una “Nuova Politica del Sud Europa”

Nelle ultime settimane sono stati scritti innumerevoli articoli sull’Italia che giocano su stereotipi di lunga data, diffusi in altre parti dell’UE, tra cui quello di un Paese pesantemente indebitato e non disposto a riforme. Di fatto, raramente abbiamo potuto leggere sui media qualcosa di positivo sull’Italia durante l’ultimo anno. Inizialmente, gli impatti negativi del coronavirus sulla salute hanno colpito il Paese in modo particolarmente duro durante la prima fase della pandemia. Poi è arrivata la grave crisi economica, portando discussioni sui pacchetti di risposta europei, durante le quali giornalisti e politici di spicco degli autoproclamati “frugal four” (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia, ndr) hanno ripetutamente dubitato che l’Italia dovesse davvero ricevere sovvenzioni in misura considerevole per mitigare le conseguenze della crisi COVID19 . Infine il governo di Giuseppe Conte ha dovuto dimettersi dopo che l’ex premier Matteo Renzi ha ritirato i due ministri del suo partito dal governo, causando intense discussioni sulla crisi politica in Italia.

Ora c’è un nuovo governo italiano sotto il primo ministro Mario Draghi, ex presidente della Bce. Questo governo non dovrà solo affrontare la pandemia, ma anche pianificare l’utilizzo di circa 200 miliardi di euro del fondi di ripresa dell’UE per i prossimi anni. Alla luce di questi importanti progetti politici, è giunto il momento di sfatare alcuni miti che purtroppo continuano a essere regolarmente diffusi da giornalisti e media.

Dunque, ecco sette dati che sfidano gli stereotipi sull’Italia.

1. L’Italia ha vissuto al di sotto delle proprie possibilità

“L’Italia vive al di sopra dei suoi mezzi!” Questa affermazione è spesso giustificata sottolineando che il debito pubblico italiano è salito a circa il 160% della produzione economica, anche a causa degli effetti della pandemia. Eppure questo significa solo che il settore pubblico è fortemente indebitato; non dice nulla sull’economia italiana nel suo insieme. Perché un Paese vive veramente al di sopra delle proprie possibilità solo se importa più beni e servizi di quanti ne esporta, in un periodo di tempo più lungo, cosa che va di pari passo con l’aumento del debito estero. Se invece si esporta all’incirca lo stesso di quanto si importa, non ha molto senso parlare di “vivere oltre i propri mezzi”, perché produzione e consumo coincidono. E l’Italia dal 2012 ha addirittura registrato esportazioni di beni e servizi più elevate rispetto alle importazioni. Il Paese consuma meno di quanto produce ed è un esportatore netto di capitali. Quindi semmai gli italiani non vivono al di sopra dei propri mezzi, ma al di sotto dei propri mezzi.

Fonte: AMECO (autunno 2020), calcoli propri

2. Il debito privato è relativamente basso in Italia

Se l’economia italiana nel suo insieme non vive al di sopra dei propri mezzi, allora l’elevato livello di indebitamento deve essere confinato al settore pubblico. Ed è così, il debito privato in Italia è basso per gli standard OCSE. In altre parole, il debito complessivo non è certo un problema più grande in Italia rispetto ad altri Paesi europei.

Fonte: OCSE

3. Il debito pubblico è alto a causa degli errori commessi 40 anni fa

Lo Stato italiano ha implementato in assoluto i più grandi pacchetti di risanamento fiscale di tutti i Paesi industrializzati dall’inizio degli anni ’90. Se l’economia non è eccessivamente indebitata, perché lo Stato è così in difficoltà? Per quanto scarse si possano considerare le prestazioni dei politici italiani da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini, l’elevato debito pubblico è principalmente un’eredità degli anni ’80. Inoltre, gli errori commessi 40 anni fa si sono verificati in un contesto internazionale di tassi di interesse in aumento. Da allora, lo stato italiano si è portato dietro un pesante bagaglio di tassi di interesse. Se escludiamo questa zavorra, tuttavia, lo Stato italiano ha costantemente registrato avanzi di bilancio dal 1992 (con le eccezioni dell’anno di crisi finanziaria 2009 e dell’anno di crisi COVID 2020).

Anche Germania, Austria e Paesi Bassi hanno registrato un surplus di bilancio “primario” positivo comparabile, ma meno frequentemente dell’Italia. Lo Stato italiano non è stato così “dissoluto” come spesso si sostiene: ha costantemente raccolto più tasse di quanto abbia speso. Ma l’onere degli interessi – elevato a causa dell’eredità del debito – ha ripetutamente spinto il saldo di bilancio complessivo dello Stato italiano in territorio negativo. Sì, l’Italia sta registrando deficit fiscali significativi nel 2020 e nel 2021, ma ciò è dovuto agli effetti della crisi COVID19, che sta avendo un forte impatto anche in altri paesi dell’UE.

Fonte: AMECO (primavera 2020), calcoli propri

 

4. L’economia italiana ha sofferto da quando è entrata nell’euro

Il debito pubblico italiano è marcato anche perché la sua crescita economica è stata molto debole negli ultimi 20 anni; essendo presentata come un rapporto con il PIL, se l’economia ristagna uno stato non può tirarsi fuori autonomamente da un pool di debito, che era già a 120% del PIL nel 1995. In questo contesto, le carenze politiche, comprese quelle relative alla corruzione e alla criminalità organizzata, non dovrebbero essere trascurate. Ma l’Italia non è mai stata un’oasi di stabilità politica. Il nuovo governo Draghi è il 67° dalla guerra, e mafia e corruzione sono state innervate nel sistema a lungo. Eppure questo non ha impedito all’economia italiana di svilupparsi in modo abbastanza dinamico, talvolta.

L’Italia ha superato il Regno Unito nel 1969 e la Francia nel 1979 in termini di potere d’acquisto pro capite. Nel 2000 lo standard di vita medio dell’Italia era praticamente uguale a quello della Germania (98,6 per cento del suo PIL pro capite). Ma dopo l’introduzione dell’euro nel 1999, il paese è tornato a inseguire il Regno Unito (nel 2002) e la Francia (nel 2005). Prima del 2020, il reddito pro capite italiano era inferiore a quello della Germania del 25% circa.

Nel caso dell’Italia, è molto sorprendente che l’impegno nei confronti dei criteri di Maastricht e il processo di introduzione dell’euro negli anni ’90 siano andati di pari passo con il calo della crescita economica e l’aumento dei problemi di produttività. Una spiegazione è che i vincoli delle regole di bilancio europee abbiano ridotto la domanda interna in Italia, contribuendo anche alla stagnazione dell’economia. Inoltre, il valore dell’euro riflette la forza media di tutte le economie dell’area euro. La moneta comune è troppo a buon mercato per la Germania (il che aumenta le esportazioni tedesche) e troppo costosa per l’Italia.

La possibilità dell’Italia di ritrovare lo slancio economico all’interno dell’area euro dipenderà non da ultimo dalla volontà della Germania e di altri Paesi europei di riformare l’architettura istituzionale dell’euro all’indomani della crisi COVID-19, soprattutto per quanto riguarda le regole di bilancio. In ogni caso, è chiaro che Paesi come la Germania, i Paesi Bassi o l’Austria, che hanno beneficiato molto della moneta comune “a buon mercato”, dovrebbero fare tutto il possibile per mantenere l’Italia nell’area euro. Ciò sarebbe nel loro interesse, perché il ritorno a una valuta “costosa” come il marco tedesco rappresenterebbe un notevole onere sui prezzi per l’industria dei Paesi che dipendono da un modello di crescita guidato dalle esportazioni.

Fonte: AMECO (autunno 2020); calcoli propri

5. L’Italia ha realizzato molte riforme liberali

Nel 2015 l’OCSE ha valutato gli “sforzi di riforma” dell’Italia come significativamente più forti di quelli di Germania e Francia. L’economista olandese Servaas Storm segue una linea simile: in uno studio approfondito, spiega come l’Italia abbia aderito molto più strettamente al regolamento politico dell’UE rispetto alla Germania o alla Francia. Abbiamo già stabilito che lo stato italiano ha registrato sforzi di risanamento fiscale maggiori rispetto a tutti gli altri partner europei prima della crisi del COVID19, pagando un prezzo elevato.

Ciò è dovuto al fatto che il consolidamento fiscale ha indebolito la domanda interna di beni e servizi e, di conseguenza, la crescita, a tal punto che il debito è rimasto elevato nonostante i grandi sforzi di risanamento. Anche la politica di austerità italiana ha avuto conseguenze molto concrete. Da un lato, ha portato a gravi tagli al sistema sanitario, che si sono rivelati fatali durante la crisi Covid19. Inoltre, un drastico calo degli investimenti pubblici ha ostacolato la crescita della produttività in Italia.

Ma non era solo nell’area delle finanze pubbliche che l’Italia era particolarmente desiderosa di conformarsi ai requisiti dell’UE. Una flessibilizzazione del mercato del lavoro altrettanto conforme alle normative europee ha comportato un forte aumento dei contratti a tempo determinato, una resistenza ai sindacati e un calo dei salari reali rispetto a Germania e Francia. Più recentemente, nel 2014, sotto Matteo Renzi, la tutela del lavoro è stata fortemente ridotta.

L’opera di riforma del mercato del lavoro non solo ha ridotto l’inflazione negli anni ’90, ma probabilmente anche la disoccupazione, che era inferiore a quella in Germania e Francia quando è scoppiata la crisi finanziaria nel 2008. Ma la manodopera a basso costo ha anche ridotto l’incentivo per gli investimenti da parte delle aziende. Questo investimento privato, tuttavia, è fondamentale per aumentare la produttività ed è particolarmente cruciale nei settori ad alta tecnologia. Lo sviluppo della produttività è a sua volta la base per la crescita e l’aumento dei redditi. Dunque sia i grandi sforzi di risanamento dei conti pubblici che le riforme strutturali pro-mercato hanno probabilmente apportato più danni che benefici alla crescita della produttività dell’Italia.

Fonte: AMECO (autunno 2020); calcoli propri

 

6. L’Italia rimane il secondo paese industriale più importante dell’UE

Può sembrare sorprendente per le orecchie nordeuropee, ma nonostante la debole crescita della produttività e i problemi con la competitività dei prezzi all’interno dell’area euro, l’Italia ha importanti punti di forza economici. I 60 milioni di italiani non vivono principalmente di turismo. L’Italia è ancora il secondo polo industriale più importante dell’UE (il che sarebbe vero anche se il Regno Unito fosse ancora parte dell’UE), principalmente a causa della struttura economica nel Nord del Paese.

L’Italia ha la produzione industriale più alta dopo la Germania ed esporta molti più beni industriali di quanto ne importi. Il settore di esportazione di gran lunga più importante è l’ingegneria meccanica, che da sola rappresenta quasi un quinto delle esportazioni di merci, seguita dalla costruzione di veicoli e dai prodotti farmaceutici. L’ordine è quasi identico alla struttura delle esportazioni tedesche e questi settori si collocano tra le industrie a “medio-alta tecnologia” e “alta tecnologia” nella classificazione dell’OCSE. La struttura industriale storicamente sviluppata del (Nord) Italia è solo un esempio del grande potenziale economico del Paese dell’UE che riveste il ruolo di partner meridionale dell’Austria. Se le politiche di austerità e le riforme liberali del mercato non sono riuscite a far progredire il Paese negli ultimi decenni, la cosa ovvia da fare è provare una strategia di investimento – per la quale l’uso del denaro del fondo di ripresa dell’UE potrebbe fornire un primo impulso – e dare una spinta all’industria italiana lanciando una strategia industriale europea moderna.

Fonte: Eurostat

 Qui l’articolo completo

L’illusione del collettivismo. L’eredità di Emmanuel Mounier.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano il giorno 18 febbraio 2021 a firma di Rocco Pezzimenti

Il ventesimo secolo aveva aggiunto, agli occhi di Mounier, un altro pericolo a quello di per sé non indifferente della “mistica dell’individuo”, quello della “mistica del collettivismo”. Da queste due aberrazioni l’uomo concreto, la persona, ne era uscito stritolato, sommerso da realtà mostruose. Presa coscienza di questa spersonalizzazione dell’uomo, occorreva riproporre un nuovo rinascimento che superasse non solo la crisi contemporanea, ma recepisse quei germi vitali che da quattrocento anni a questa parte ha prodotto il mondo occidentale.

Si può capire perché Mounier definisca, quella contemporanea, una “comunità scompaginata”, dalla quale scaturiscono le premesse che portano al fascismo. Con il termine fascismo Mounier non si riferisce solo al fascismo italiano, ma ai vari sistemi che da esso traggono origine o ispirazione.

«Chiunque abbia visitato senza partito preso i fascisti, preso contatti con le loro organizzazioni, con i loro giovani, è rimasto impressionato, in effetti, dall’autentico slancio spirituale che sorregge questi uomini violentemente strappati alla decadenza borghese, carichi di tutto l’entusiasmo che procura il fatto di avere trovato una fede e un senso della vita».

Una società appiattita come quella borghese, incapace ormai di entusiasmare la gioventù, non poteva fare altro che spingerla verso gli pseudovalori del fascismo che riproponevano il bisogno dell’autorità e quello dell’impegno personale. Il fascismo paradossalmente proponeva, riconoscendo anche la teoria del merito, una specie di personalismo sia pur costrittivo. A questo presunto umanesimo fascista si è opposto quello comunista con presupposti talvolta speculari e altre volte contrari.

Mounier vuole superare e arricchire questi umanesimi recuperando i contributi specifici che il cristianesimo ha portato al patrimonio spirituale dell’umanità. Questo discorso è da rivolgersi a ogni uomo. Non solo ai dotti come si faceva nell’antichità classica o ai capitalisti, ai camerati o ai proletari, ma a tutti indistintamente. Questo è quello che egli stesso chiama un “sistema politico personalista”.

Mounier dedica una notevole parte della sua riflessione all’economia destando in molti una serie di perplessità e di preoccupazioni perché, nella sua irremovibile critica contro il capitalismo, sembrò a molti appoggiare tacitamente un tipo di economia collettivista.

In realtà voleva soltanto creare un sistema economico che superasse le due realtà economiche in conflitto: capitalismo e comunismo. È comunque soprattutto verso la mentalità capitalista che Mounier riversa le sue critiche maggiori. Il capitalismo ha avuto infatti il torto di aver falsato la natura umana, conferendo alla sfera economica dimensioni esorbitanti e deformando così la visione naturale della vita. Tutto è ormai visto secondo un’ottica economica e tutto ciò che dovrebbe normalmente rientrare in un ordine esclusivamente umano è invece considerato e affrontato con la legge del profitto. Il capitalismo presenta al primo posto l’economia violando, in nome di vantaggi materiali, i più elementari diritti della persona. Per questo erano sorte varie alternative al capitalismo, frutto di un crescente clima di insoddisfazioni. Questo tuttavia non significava né schierarsi dalla parte dei comunisti, né tanto meno provare nostalgia per un passato ormai lontano per sempre e non più riproponibile. Le sue espressioni non lasciano dubbi: «La nostra opposizione al capitalismo deve distinguersi radicalmente da … critiche … falsate alla base. Essa (inoltre) non parte affatto da un rimpianto del passato ma da un desiderio di inventare l’avvenire con tutte le conquiste autentiche del presente».

Occorre perciò stabilire un primato del lavoro sul capitale, della responsabilità personale sull’apparato economico, del servizio sociale sul profitto e degli organismi sui meccanismi. L’attuazione di questi presupposti mira a creare una economia pluralista che costituisce una logica sintesi tra liberalismo e collettivismo. Sintesi che non distrugge i presupposti e i metodi dei due sistemi in lotta tra loro, ma ne valorizzava i meriti e li armonizza tra loro. «Il personalismo difende la collettivizzazione e salva la libertà, appoggiandola a una economia autonoma e agile invece di addossarla allo statalismo». Salvare soltanto la libertà economica era per Mounier un vero e proprio scandalo perché non salvaguardava la moltitudine dei lavoratori dall’incertezza e dalla miseria. Non bisogna solo pensare a tutelare l’esclusivo rischio del capitalista. «Come parlare ancora di rischio, dopo che le imprese capitaliste fallimentari, per il ricorso allo Stato, si sono abituate a una regola che si è felicemente formulata: individuazione dei profitti, collettivizzazione delle perdite?». Questo significava che il sistema capitalista divideva scarsamente i vantaggi, ma distribuiva con rapidità le perdite.

Per superare queste antinomie i cristiani non devono appiattirsi sulle ideologie di destra o di sinistra perché «il mezzo migliore per allontanare il pericolo (di una confusione) è di essere più totalmente cristiani». Vivendo in tale autenticità è possibile aiutare capitalisti e comunisti a dialogare con una maggiore chiarezza evitando quei conflitti che trascinano gli uomini sull’orlo della guerra.

Il tema della pace (e della guerra) non poteva essere trascurato da Mounier perché scaturiva da un problema preliminare: la giustizia. La pace, soprattutto quella cristiana, è frutto di un ordine interiore e di una giustizia visibile che opera efficacemente nella realtà. Mounier ci suggerisce a questo proposito uno dei temi fondamentali del pensiero politico moderno e cruciale nel pensiero politico cristiano: il concetto di ordine. L’ordine sembra essere divenuto, nella difficile vita politica del nostro secolo, una prerogativa degli Stati autoritari e totalitari. Ma così non è in quanto l’ordine socio-politico è il presupposto essenziale delle democrazie, poiché è da un ordine ricercato, voluto e difeso che può nascere la giustizia. Per questo c’è bisogno di recuperare la pace cristiana poiché, scaturendo essa dalla virtù di fortezza, è realmente capace di operare nel concreto superando le astrazioni di cui sono vittime le ideologie.

«La nostra condizione temporale anzitutto ci impone di agire come se la forza brutale fosse assente dal gioco degli uomini, mentre non ne sarà mai totalmente espulsa prima della riconciliazione finale». Solo dal confronto con questo realismo scaturiscono la giustizia e la pace. Per questo occorre la fortezza cristiana. Essa diviene un’utile garanzia contro il sopravvento delle forze brute, contro i falsi pacifismi e contro le debolezze di vario genere che permettono all’ingiustizia e al male di trionfare sul bene.

Pace che genera giustizia, quindi, ma giustizia che sopravvive grazie alla fortezza alimentata continuamente da una silenziosa e fattiva carità

Il 70% delle donne italiane non denuncia le molestie

Secondo un rapporto europeo la stragrande maggioranza delle giovani donne in Europa “teme di essere aggredita o molestata fisicamente o sessualmente (…). L’83% delle donne di età compresa tra 16 e 29 anni evita di essere solo in determinati luoghi, di andare in determinate strade o quartieri o di rimanere isolata”.

Questo perché troppo spesso le donne sono vittime.

Un dato allarmante se confrontato con le risposte fornite dall’altro sesso. Infatti, solo il 58% degli uomini della stessa fascia di età afferma di adottare lo stesso comportamento.

Inoltre, spesso, tali violenze non vengono denunciate.

Infatti, a livello europeo, soltanto il 30% degli attacchi che comportano violenza fisica e l’11% delle molestie vengono riportati alla polizia o altre organizzazioni.

In Italia  il 70% delle donne che hanno subìto molestie negli ultimi cinque anni non ha denunciato l’accaduto alla polizia o altre organizzazioni.

Dopo il nostro Paese ci sono Malta e Portogallo (entrambi al 3%). Maglia nera, invece, per Finlandia (16%), Estonia (16%) e Belgio (14%).

Perciò l’agenzia invita gli Stati membri a garantire l’accesso alla giustizia, offrire sostegno mirato, aiutare meglio le donne e facilitare la denuncia dei reati.

Prezzi al consumo: Istat, a gennaio 2021 l’inflazione torna a crescere dopo otto mesi

Nel mese di gennaio, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,7% su base mensile e dello 0,4% su base annua (da -0,2% di dicembre); la stima preliminare era +0,2%.

L’inflazione torna positiva prevalentemente per l’attenuarsi della flessione dei prezzi dei Beni energetici (da -7,7% del mese precedente a -4,9%), sia nella componente regolamentata (da -7,0% a -2,1%) sia in quella non regolamentata (da -8,1% a -6,3%), e, in misura minore, per l’accelerazione di quelli dei Beni durevoli (da +0,6% a +1,2%) e per il calo meno ampio dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da -0,7% a -0,1%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi e quella al netto dei soli beni energetici sono entrambe in crescita a +0,8%, da +0,6% di dicembre.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei Beni energetici sia regolamentati (+4,8%) sia non regolamentati (+2,3%), dei Beni durevoli (+1,0%) e dei Beni alimentari (+0,8%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +0,6% per l’indice generale e a +0,3% per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano da +0,6% a +0,4%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto attenuano la loro flessione da -0,3% a -0,1%.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una diminuzione dello 0,9% su base mensile e un aumento dello 0,7% su base annua (da -0,3% di dicembre); la stima preliminare era +0,5%. La crescita tendenziale più marcata dell’IPCA rispetto a quella del NIC si deve ai prezzi di Abbigliamento e calzature che su base annua aumentano del 5,2% (invertendo la tendenza e accelerando da -0,2% di dicembre). L’avvio dei saldi invernali diversificato tra le regioni, a differenza dello scorso anno quando iniziarono tra il 4 e il 5 gennaio, produce infatti un calo congiunturale dei prezzi di Abbigliamento e calzature (-18,5%) meno ampio di quello di gennaio 2020 (-22,7%), che si riflette sulla dinamica tendenziale sia di questo raggruppamento merceologico sia dell’indice generale.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,6% su base mensile e dello 0,2% su base annua.

Vaccinazione dei dipendenti: le FAQ del Garante privacy

Il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di vaccinarsi contro il Covid per accedere ai luoghi di lavoro e per svolgere determinate mansioni, ad esempio in ambito sanitario? Può chiedere al medico competente i nominativi dei dipendenti vaccinati? O chiedere conferma della vaccinazione direttamente ai lavoratori?

A queste domande ha risposto il Garante per la privacy con le Faq pubblicate sul sito www.gpdp.it. L’intento dell’Autorità è quello di fornire indicazioni utili ad imprese, enti e amministrazioni pubbliche affinché possano applicare correttamente la disciplina sulla protezione dei dati personali nel contesto  emergenziale, anche al fine di prevenire possibili trattamenti illeciti di dati personali e di evitare inutili costi di gestione o possibili effetti discriminatori.

Nelle Faq è spiegato che il datore di lavoro non può acquisire, neanche con il consenso del dipendente o tramite il medico compente, i nominativi del personale vaccinato o la copia delle certificazioni vaccinali. Ciò non è consentito dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro né dalle disposizioni sull’emergenza sanitaria. Il consenso del dipendente non può costituire, in questi casi, una condizione di liceità del trattamento dei dati. Il datore di lavoro può, invece, acquisire, in base al quadro normativo vigente, i soli giudizi di idoneità alla mansione specifica redatti dal medico competente.

Il Garante ha chiarito inoltre che – in attesa di un intervento del legislatore nazionale che eventualmente imponga la vaccinazione anti Covid-19 quale condizione per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni – nei casi di esposizione diretta ad “agenti biologici” durante il lavoro, come nel contesto sanitario, si applicano le disposizioni vigenti sulle “misure speciali di protezione” previste per tali ambienti lavorativi (art. 279 del d.lgs. n. 81/2008).

Anche in questi casi, solo il medico competente, nella sua funzione di raccordo tra il sistema sanitario e il contesto lavorativo, può trattare i dati personali relativi alla vaccinazione dei dipendenti. Il datore di lavoro deve quindi limitarsi attuare, sul piano organizzativo, le misure indicate dal medico competente nei casi di giudizio di parziale o temporanea inidoneità.

Vaccino Pfizer. La prima dose protegge fino all’85%”

Protezione all’85 per cento già dopo la prima dose del vaccino Pfizer per chi manifesta sintomi e al 75% negli altri casi a due, quattro settimane dalla prima infusione. È quanto emerge da uno studio israeliano considerato “rivoluzionario” in quanto potrebbe guidare la politica internazionale per contrastare la pandemia. A condurre lo studio su persone sintomatiche e asintomatiche è stato lo Sheba Medical Center. Per chi manifesta sintomi, l’efficacia della prima dose sale all’85 per cento.

Viene così “ridotta in modo molto molto significativa” la possibilità di contagio, ha affermato Gili Regev-Yochay, direttrice dell’Unità di epidemiologia delle malattie infettive dello Sheba Medical Center, citato dal Times of Israel. In alcuni Paesi si sta prendendo in considerazione la possibilità di ritardare la somministrazione della seconda dose in modo da poter vaccinare un numero maggiore di persone. “Questa ricerca sostiene la decisione del governo britannico di iniziare a inoculare ai suoi cittadini una singola dose di vaccino”, ha affermato Arnon Afek, direttore generale dello Sheba Medical Center.

L’intergruppo del Pd e il centro.

C’è poco da fare. Il “nuovo corso” del Partito democratico stravede per i 5 stelle. Zingaretti, che  un po’ come tutti i capi partito contemporanei cambia radicalmente opinione e strategia a  seconda delle stagioni e delle convenienze momentanee, adesso individua nei 5 stelle – cioè il  miglior distillato politico di populismo, opportunismo e trasformismo nel nostro paese – l’alleato  formidabile e più affidabile per la nuova avventura politica del Pd. Che, al momento, pare di capire  sia quella di essere l’unica alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla destra pericolosa e  autoritaria, al sempre risorgente fascismo e bla bla bla. E per preparare questa sfida epocale, pare  sempre di capire, l’intergruppo tra il Pd, i 5 stelle di Grillo e i post comunisti di Leu è il passaggio  obbligato e decisivo. 

Ora, è del tutto evidente che ogni partito fa ciò che vuole e desidera. Ma diventa francamente  difficile, nonchè curioso, pensare che da questa melassa possa decollare un progetto politico  all’insegna del riformismo e della qualità della democrazia e, soprattutto, capace di invertire la  rotta rispetto alla deriva trasformista ed opportunista che ha caratterizzato il sistema politico  italiano in questi ultimi 2 anni. Una deriva che ha accentuato il distacco tra la politica – per non  parlare dei partiti – e la pubblica opinione, la distanza tra le istituzioni democratiche e i cittadini  sino a certificare il fallimento della maggioranza di governo giallo/rossa per poi chiedere, in  ginocchio, l’arrivo di una grande personalità per evitare che il paese precipitasse irreversibilmente  in un vicolo cieco.  

Di fronte ad un quadro del genere e preso atto dell’ultima proposta del segretario del Pd sulla  costituzione dell’intergruppo con i 5 stelle, credo che si renda sempre più necessario il decollo di  un luogo/partito/movimento/lista di centro – lo dico in modo semplificato per rendere più  comprensibile l’obiettivo da perseguire – che sia in grado di intercettare e soprattutto di  rappresentare un mondo culturale, sociale, ideale, economico tuttora privo di una autorevole e  qualificata rappresentanza politica. Certo, non dev’essere nè una formazione grossolanamente  identitaria nè, tantomeno, un piccolo luogo testimoniale politicamente irrilevante ed elettoralmente  fallimentare. Come ne abbiamo sperimentati a decine in questi ultimi anni. Esperimenti dettati  sempre dalla buona fede dei singoli ma del tutto inutili perchè caratterizzati sempre dallo stesso  copione: e cioè, appena decollati erano già quasi giunti al capolinea… 

Adesso, forse, e dopo la formazione di un governo che, è inutile negarlo, segna la momentanea  sospensione della tradizionale e un po’ noiosa dialettica politica, ci sono anche le condizioni  ambientali, nonchè politiche come ovvio, per progettare una nuova e moderna iniziativa politica  capace di trasformarsi rapidamente in un partito e in una lista per le prossime elezioni. Un luogo  politico ovviamente plurale e federativo ma che sia in grado di elaborare un progetto di governo  esterno ed estraneo al richiamo populista, trasformista e meramente opportunistico. E la nostra  cultura – cattolico popolare e cattolico sociale – per questa sfida politica può e deve mettersi in  gioco contribuendo, con altri, a dispiegare un ruolo possibilmente protagonistico. 

A che serve l’incensazione di Conte?

Mercoledì, Draghi ha iniziato il percorso, in Parlamento, per ottenere la fiducia e legittimare ufficialmente il suo governo.
48 ore prima, si è aperto, in casa 8 e ½, il processo di beatificazione di Conte. Postulatore Rocco Casalino, scusa il suo libro, in uscita. Avvocato del diavolo, anzi il diavolo in persona, Renzi che, per interesse privato – a detta di Casslino – avrebbe affossato “il beato”. E giù lodi senza risparmio, anche imbarazzanti. E così si è chiusa la prima udienza.

Senza preavviso, e 24 ore dopo, in altra aula, a “Di martedì”, scusa il libro, ecco in onda, altra incensazione delle qualità “del beato subito”. Ascoltato anche un testimone di rango, l’on. Bersani che oltre al fiume di lodi, ha presentato anche il primo miracolo del “beato”. Ha detto, gettando alle ortiche ogni briciolo di dignità rimastagli, che il “beato” ha “trovato i 209 miliardi e gli altri se li spartiranno”.

Se non bastasse, ci ha fatto anche il racconto della lotta contro il “drago Europa” domato solo grazie alle indomite qualità superiori del “beato”. Hanno aggiunto che solo lui potrà salvare sicuramente il M5S e, udite udite, il PD e tutta la sinistra. Mi domando se il PD è così malridotto da non riuscire ad esprimere una visione politica e una classe dirigente all’altezza della storia di questo Paese. Ma anche la destra, una destra europea, è allo sbando, complicando ancor di più il quadro politico.

Del M5S non ci sono osservazioni, sono un mucchio di sbandati incompetenti che andranno a sparire. La speranza è che un “sussulto di cervelli” dia una scossa alla dignità della politica e nel rispetto dei cittadini e delle istituzioni ci liberi da questa palude e ci dia una politica che faccia della dignità e responsabilità la bandiera per il futuro.

Ma noi cittadini, anche noi responsabili del nostro destino, ci dobbiamo armare di ramazza e spazzare via il peggio che ci soffoca e capire che non si governa un paese con il “vaffa” e l’ “uno vale uno”. Questa è pantomima da pifferaio magico!

Verso un approccio sistemico nel rilancio organico del mezzogiorno

Pubblichiamo il documento elaborato da un qualificato gruppo di lavoro, coordinato dal prof. Luigi Paganetto, che intende affrontare in una nuova prospettiva di medio-lungo periodo la questione del Mezzogiorno.

Premessa

Per impostare una proposta di rilancio del Mezzogiorno, una proposta concepita in logica di “sistema”, è opportuno effettuare prima una sintetica analisi sul lungo periodo di stasi e di inimmaginabile atarassia che ha caratterizzato la gestione del Mezzogiorno da parte dello Stato. Inserire le proposte per il Sud in una strategia di ricomposizione di sistema, che trovi la sua collocazione nel quadro in cui oggi si muove l’Europa, in maniera non assistenziale   riducendo le diseguaglianze che impediscono livelli coerenti e omogenei basilari per qualità della vita; e di dotare il Paese del “secondo motore” – il Sud – sinergico col “primo motore” del Centro-Nord, indispensabile per il rilancio di entrambe le macro-aree e  funzionale a un riequilibrio del Paese e a ristabilire la sua posizione in Europa. Per farlo occorre partire dal quadro competitivo in cui la stessa Europa si colloca e le sfide che deve fronteggiare. Oggi siamo concentrati come è giusto che sia  sulla pandemia e la crisi devastante che stiamo vivendo. Molto è stato fatto L’abbandono delle regole di Maastricht, il cambio di rotta della politica monetaria della BCE e il programma d’intervento del Next Generation EU ci assicurano un contesto in cui è possibile la ripresa. Ma non bisogna dimenticare che la EU, nel momento in cui è impegnata a superare il quadro pandemico si trova a fare i conti con lo straordinario cambiamento globale che si è prodotto in questi anni a cui deve rispondere come già aveva cominciato a fare al momento dell’insediamento della nuova Commissione. Due sono gli aspetti chiave. Il primo, che ci riguarda da vicino, è il mancato aumento della produttività (per il quale occupiamo gli ultimi posti) a dispetto dei grandi progressi della tecnologia e dell’aumento degli investimenti in “intangibles”, quali software e intelligenza artificiale. Il secondo, è il raccorciamento delle catene del valore collegato ai rischi e alle incertezze di un mondo dominato dalla pandemia. Né bisogna dimenticare la sfida che nasce  dalle tendenze di lungo periodo dell’invecchiamento della popolazione europea e le sue conseguenze  rispetto a produttività welfare e crescita,  anche se essa  potrebbe essere in parte bilanciata dagli effetti positivi di  migrazioni ben regolate. C’è, infine, la questione della transizione energetica e quella dei conflitti commerciali in corso per la supremazia tecnologica, in particolare tra Cina e Usa. Questo quadro ci consegna un mondo in cui la EU si trova a confrontarsi con questioni veramente complesse in cui le aree più dinamiche del mondo sono oggi in una situazione di vantaggio relativo. L’integrazione tra le diverse aree del mondo tende a ridefinirsi. È  con le “nuove fabbriche del mondo” come quella già realizzata dai Paesi del sud-est asiatico dall’ASEAN che bisogna confrontarsi. Conta, in questo quadro, la capacità dell’Europa di puntare su quella leadership tecnologica e capacità d’innovazione, diminuita nel tempo e che, intanto, è diventata il terreno di scontro tra Usa e Cina. Dobbiamo prendere atto che non ci sono soltanto i grandi del mondo (a cominciare da Cina, Usa e Giappone) ma nuovi competitors globali, come i Paesi del sud est asiatico e le nuove aggregazioni di libero scambio, quale la recente (Rcep) tra Asean, Australia, Cina e Giappone. Gli effetti, per il nostro Paese cominciano a vedersi nella composizione dell’export, in particolare – nel nostro caso – con l’aumento del peso dei prodotti intermedi rispetto ai prodotti finiti. Ciò che sta accadendo dovrebbe spingere la EU a crearsi nuovi spazi economici, a cominciare da quello più immediatamente realizzabile, quello della sponda sud. Un’Europa che guardi al Mediterraneo non sarebbe solo un grande vantaggio per il nostro Mezzogiorno ma lo sarebbe anche per il Paese e per l’insieme della EU perché aprirebbe nuovi spazi commerciali con le nuove rotte del commercio e con l’adozione di tecnologie cui i Paesi della sponda sud  potrebbero partecipare, come è facile pensare per il caso delle grandi reti e dei collegamenti  di energia solare da realizzare nelle aree desertiche del Sahara. La nostra politica economica dovrebbe tenerne conto, sia nelle sue linee generali che in quelle previste dal PNRR, prendendo in considerazione  le opzioni d’investimento su infrastrutture e logistica coerenti con questa prospettiva.

Il Progetto di sistema si dovrebbe perciò articolare in Opzioni di Sistema essenziali per imboccare percorsi credibili utilizzando strumenti disponibili.

L’incapacità di attivare la spesa rappresenta il riferimento più critico e più dannoso; in proposito non possiamo dimenticare il limitato uso del Fondo Coesione e Sviluppo 2014 – 2020 o la mancata realizzazione della serie di opere della Legge Obiettivo, approvate sin dal 2014 come, solo a titolo di esempio: un lotto della strada statale 106 Jonica, l’asse viario Caianello – Benevento (Telesina),  l’Agrigento – Caltanisetta, la Palermo – Agrigento, l’asse AV/AC Palermo – Messina – Catania, il collegamento tra l’autostrada A1 ed il porto di Bari, il collegamento tra il porto di Napoli e la piastra logistica di Nola – Marcianise, l’asse viario Maglie – Santa Maria di Leuca. Ma tutte queste sono responsabilità meno gravi di ciò che, invece, è stata la completa assenza di una strategia concreta e misurabile per il rilancio organico del Mezzogiorno. Questa assenza, solo oggi, la misuriamo proprio esaminando le azioni annunciate e rimaste tali; ci riferiamo a:

  • un “Piano per il Sud e la coesione territoriale” presentato ufficialmente a Gioia Tauro un anno fa e rimasto solo un atto programmatico
  • le Zone Economiche Speciali (ZES) rimaste una interessante delimitazione spaziale e prive di ogni supporto tecnico – economico e di ogni strumento procedurale in grado di attrarre interessi imprenditoriali
  • le realtà portuali, sempre del Mezzogiorno, escluso il caso Gioia Tauro, che non hanno avuto dal Governo nessun supporto per essere in grado di diventare competitive nel teatro economico del Mediterraneo, consentendo, nel frattempo, la crescita di porti come Algeciras, Valencia e Pireo (15 milioni di TEU in soli tre porti mentre il nostro Paese è fermo a 10 milioni di TEU)

1.

Partendo, quindi, dal Piano del Sud, riteniamo opportuno ribadire che una pianificazione dedicata al Mezzogiorno o una lettura del Mezzogiorno come dimensione geografica a se stante è un comportamento antitetico a ciò che invece riteniamo approccio di “sistema”. E l’approccio di “sistema” impone una lettura organica e unica dell’intero assetto Paese: sarebbe bene produrre subito un documento organico del rilancio della offerta infrastrutturale e logistica del Paese; riguardo a ciò si ritiene utile ed indispensabile prendere come riferimento la ultima edizione delle Reti TEN – T in cui non sono presi come riferimento portante solo i Corridoi ma anche i nodi metropolitani e i nodi logistici (porti, interporti ed aeroporti).

Ebbene, tale documentazione, supportata da una corretta verifica da parte della Banca Europea degli Investimenti (BEI) rappresenta, senza dubbio, una base utilissima che annulla la storica ghettizzazione che ha caratterizzato il rapporto tra organo centrale e Mezzogiorno. Rileggendo, quindi, con la massima umiltà tale documentazione scopriremmo quanto sia essenziale nella realtà meridionale l’assetto funzionale dei nodi. La qualità e la incisività delle realtà urbane – grandi e medie – del Sud sono il riferimento portante della crescita e dello sviluppo e la organizzazione della offerta trasportistica di tali aree, sia quella interna sia quella fra le varie realtà, costituisce senza dubbio una forte penalizzazione per i bilanci familiari: il costo del trasporto pubblico locale per le famiglie residenti del Mezzogiorno supera i 12 miliardi di euro l’anno; basterebbe trasferire nelle realtà del Mezzogiorno il modello “Metrebus” per dare vita ad una prima proposta di “sistema”.

2.

In merito alle Zone Economiche Speciali (ZES) è necessario seguire un preciso codice comportamentale: in particolare, in tutto il Paese, il numero di tali Zone non può essere superiore a 5 o 6 siti e solo tre ubicati nel Sud. Ma quali sono le condizioni di convenienza di tali aree? senza dubbio le cinque condizioni, quali:

  • regime fiscale di vantaggio, che contempla l’abbattimento totale della tassazione su alcune tipologie di imprese;
  • procedure amministrative semplificate;
  • possibilità di rimpatrio agevolate di investimenti e profitti;
  • dazi ridotti su importazioni, esenzione su tasse per esportazione;
  • canoni di concessione agevolati.

 

Queste condizioni vanno reinventate e gestite con un’ottica manageriale e privatistica e non, come avvenuto finora, nelle realtà meridionali dove si sono rivelate veri fallimenti programmatici. Ma la cosa principale è un immediato confronto con gli Uffici della Unione Europea, per costruire e concordare insieme alcune condizioni ed alcuni vincoli che possono davvero cambiare le attrazioni del mondo imprenditoriale verso tali realtà. Occorre cioè evitare che si ripeta quanto successo ultimamente con la norma sulla decontribuzione per le attività imprenditoriali nel Sud; tale norma è stata inserita nella Legge di Stabilità 2021 ma non è operativa perché non ancora autorizzata dalla Unione Europea.

3.

Per comprendere il ruolo della portualità nel Mediterraneo è utile effettuare una attenta analisi degli interessi dei Paesi della Unione Europea nei confronti del Mediterraneo. In particolare, nei lavori che portarono alla definizione del Corridoio Rotterdam – Genova e del Corridoio Baltico – Adriatico appare in modo evidente l’interesse dei Paesi del Nord Europa (Olanda, Danimarca, Svezia e Germania) di interagire e di integrarsi sistematicamente con il bacino del Mediterraneo. Per l’Italia non è stato facile far capire la importanza del collegamento tra Genova ed i valichi del Sempione e del San Gottardo ed ora, finalmente, i lavori – dopo anni di blocco e di ripensamenti – stanno andando avanti. Non possiamo neppure sottovalutare quanto sia stato lungo l’iter autorizzativo del tunnel che attraverserà il Fehmarn Belt.  Entrambe le opere stanno ormai in fase realizzativa, come in fase realizzativa è il valico ferroviario del Brennero. In realtà il Nord Europa ha scoperto la importanza della osmosi tra la parte più settentrionale della Unione ed il teatro economico del Mediterraneo.

Un teatro dove coesistono la Regione più attiva e più ricca (almeno lo era prima della pandemia) dell’intero sistema comunitario, la Lombardia, parti delle Regioni Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto e  una vasta area, quella del Mezzogiorno, con due grandi isole, ricca di potenzialità ma povera di infrastrutture capaci di trasformare queste potenzialità in convenienze produttive. Ed allora forse solo in questi ultimi anni cominciamo a capire di aver regalato ai Paesi del Nord Europa questo accesso strategico e di non aver pensato che bisognava contestualmente rafforzare, nella sua interezza, il Corridoio Helsinki – La Valletta, quel Corridoio che trova anche nella continuità territoriale tra il continente Europa e la Sicilia le sue finalità strategiche, quel Corridoio che, a tutti gli effetti, è la vera spina dorsale della intera Unione, quel Corridoio che regala all’Italia le convenienze e le potenzialità nascoste dell’intero bacino del Mediterraneo. Molti diranno che in fondo la Unione Europea aveva approvato il collegamento stabile come progetto a se stante, sì con la stessa logica con cui aveva approvato e supportato segmenti chiave di Corridoi come il collegamento Copenaghen – Malmö o come il richiamato tunnel Fehmarn Belt e quindi la responsabilità è solo nostra, solo del Governo italiano; abbiamo scelto di non pensare alla grande; strano che, invece, per il tunnel Torino – Lione o per il Terzo valico dei Giovi tra Genova e Milano o, ancora, per il Brennero, avevamo pensato alla grande. In realtà abbiamo preferito non far partecipare ai vantaggi generati da questa osmosi strategica tra sistemi portuali del Nord Europa e quelli del settentrione del Paese l’intero sistema logistico del Mezzogiorno e abbiamo dimenticato che in tal modo rendevano la Sardegna e la Sicilia sempre più isole, sempre più aree estranee ad una possibile crescita.

I minori e l’uso delle armi

I giornali americani danno spesso enfasi a fatti che coinvolgono minori nell’uso delle armi come fossero giocattoli:  pare che l’azienda che fabbrica il fucile che ha colpito a morte una bambina produca circa 60.000 armi all’anno di quel tipo, pubblicizzate con lo slogan “Il mio primo fucile” in un sito che si chiama “L’angolo del bambino”, con numerose foto di ragazzini intenti a colpire bersagli di vario genere.  L’agghiacciante connubio “armi-minori” esiste anche fuori degli Stati Uniti pur non legato a una specifica normativa o a essa dedotto, quanto piuttosto connesso a una concezione proprietaria e schiavista dei bambini, della loro vita e della loro identità personale e sessuale. Basti pensare ai bambini-soldato e a quelli vittime delle mine, spesso usati come strumenti per sondare la pericolosità di un territorio e – per questo – orribilmente mutilati o uccisi; o ancora far mente locale alla soccombente e pregiudizialmente sacrificale condizione dei bambini di ogni età che vivono nei Paesi dove esistono da anni guerre devastanti o conflitti etnici, religiosi o civili tra opposte fazioni, anche di uno stesso popolo o nazione. 

Da un rapporto di Save the Children risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione, cioè oltre trentasette milioni, vivono nei Paesi colpiti dalle guerre (denominati CAFS) e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi leggere mentre sei tra i Paesi del G8 (tra cui l’Italia) sono tra i primi dieci esportatori di armi nel mondo, l’84% delle quali sono le cosiddette “armi leggere”, largamente diffuse e utilizzate, con conseguenze devastanti, da minori. Indonesia, Costa d’Avorio, Sud-Sudan, Uganda, Iraq, Siria, Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Nepal, Sri Lanka, Angola, Eritrea: sono Paesi che destinano alle spese belliche mediamente oltre il 4% del Pil e nei quali – secondo un Rapporto del Segretariato Generale dell’ONU – vengono addestrati e usati in azioni belliche bambini e bambine-soldato, queste ultime in alcuni casi esposte all’obbligo di prestazioni sessuali.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento dei minori nell’uso delle armi e nella violenza? Dalla più ricca democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Insegnare l’amore per gli altri esseri umani, per gli animali, per il creato. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulle spese destinate alla crescita e modernizzazione dei sistemi scolastici, agli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. Sono ben note le resistenze a una decrescita degli investimenti bellici e militari, sia da parte delle forze politiche che nella stessa opinione pubblica, suggestionata dai pericoli derivanti dai rischi dei fondamentalismi, dell’odio razziale, della carenza di tutele in materia di sicurezza pubblica. E le giustificazioni-motivazioni di ordine tecnico per le enormi spese dell’apparato militare che riguardano il nostro Paese non sempre risultano esplicative e convincenti, specie in una fase di crisi globale e di depressione sociale: basti pensare alla ben nota, annosa vicenda degli aerei F35 e ai costi derivanti dal loro acquisto e manutenzione mentre una percentuale elevata di edifici scolastici non garantisce requisiti di sicurezza e standard di agibilità-abitabilità rassicuranti.

Se, per ora, l’uso delle armi leggere non sembra essere una consuetudine diffusa tra i giovani del nostro Paese, ci sono tuttavia altri indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali, ma orientanti anche nel gruppo, indirizzati alla violenza o da essa condizionati. Ne indico alcuni.

  1. Pistole giocattolo, giochi militari, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia per regali e aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età.
  2. L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali – spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado. L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nell’ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di perseguimento del ‘lieto fine’.
  3. Si diffonde una cultura mass-mediologica negativa che genera solitudini siderali anche tra le giovani generazioni. Essa spiega che si fa e si ottiene giustizia solo attraverso l’uso della forza, mentre vengono ridicolizzate e valutate pregiudizialmente perdenti tutte le altre strade che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, dal dialogo. Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione e una disinvoltura veramente raccapriccianti. Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola.
  4. Anche la famiglia può essere scuola di violenza. Come sappiamo dall’esperienza giudiziaria dei casi, gran parte dei bambini che esplicitano comportamenti aggressivi hanno genitori che sono violenti con loro o assistono direttamente alle violenze in famiglia ove non ricevano addirittura agli stessi genitori l’insegnamento esplicito della violenza (“se ti picchia, picchialo”… “fai valere le tue ragioni”… “dimostrati uomo”). 
  5. Alla cultura della violenza va ricondotta anche l’esplosione delle slot-machines del gioco d’azzardo, frutti di massicci investimenti, che coinvolgono con una crescita esponenziale e drammatica i nostri ragazzi generando fenomeni di ‘ludopatia’, da non intendersi come nativa predisposizione genetica bensì come conseguenza patologica, malattia provocata da forti sollecitazioni esterne, non causa ma effetto. Per non parlare del fiume carsico di istigazioni alle violenze di ogni tipo che circolano nel web (giochi  pericolosi, violenze estreme, tik-tok, cyberbullismo ecc) con una agghiacciante facilità di accesso. Queste attrazioni da paese dei balocchi sono il peggiore maestro di vita, distruggono ogni scala di valori a fronte dell’illusione del facile guadagno, del successo e della ricchezza a portata di mano. I ragazzi risultano perdenti in partenza, schiavizzati al gioco come fonte di possibile, facile arricchimento e riscatto sociale. Occorre una forte reazione che costringa i legislatori, che finora hanno reso leciti e favoriti i giochi di azzardo, a produrre normative interdittrici, restrittive e dissuasive. 

Per contrastare queste forme che generano la violenza bisogna scoprire e intercettare la violenza alle origini e intervenire con tempestività con azioni positive. Ciò vale anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi da quelli di altre contingenze geografiche. Questo compito deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie. 

La scuola deve sapere risolutamente indicare modelli educativi che portano al bene comune, al rispetto delle persone, alla tolleranza, alla legalità, alla conservazione attenta dei beni collettivi, e per questo dovrebbe impostare – accanto alla finalità della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. È necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione d’intenti tra famiglia e scuola. I “buoni sentimenti” infatti sono le chiavi che usiamo perché i valori abbiano accesso nella nostra mente e dimorino nel nostro animo, per darci un’identità rispettosa dell’identità altrui.

Dunque: istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento dello Stato a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinché vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico. Questo implica investimenti sempre più elevati per adeguare i sistemi scolastici agli standard di competitività spesso imposti da agenzie formative esterne, per rendere sicuri gli edifici scolastici e aggiornati e per motivare gli insegnanti. Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, delle violenze, che affliggono i bambini e i ragazzi del nostro tempo.

Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare le troppe spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di identità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale

Davanti al mistero della piccola Françoise

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Massimo Borghese

A settant’anni dalla morte di Emmanuel Mounier, la rivista «Studium», nel numero 4 di luglio-agosto 2020 (anno 116) ha ricordato il filosofo di Grenoble con un dossier, curato da Massimo Borghesi. Pubblichiamo integralmente qui di seguito il saggio Emmanuel Mounier. Rivoluzione personalista e fine della cristianità di Massimo Borghesi. Il testo introduttivo, Emmanuel Mounier. La vita, l’opera e la personalità, invece, è costituito dal primo capitolo del volume Il contributo filosofico di Emmanuel Mounier di Armando Rigobello (Roma, Fratelli Bocca Editori). Il testo, del 1955, è stato il primo volume uscito in Italia sulla figura di Mounier di cui Rigobello era uno specialista. Gli altri contributi del dossier sono a cura di Luigi Alici (Tra fede e storia: l’“ottimismo tragico” di Emmanuel Mounier) e di Calogero Caltagirone (“Essere e diventare persone”. Per un’etica del compimento in Emmanuel Mounier).

«Sono un intellettuale. Ciò comporta un certo numero di atrofie e di tic. Mi guarderò bene dal ritenermene esente. Ma spesso mi rivolgo con riconoscenza verso i miei quattro nonni contadini, davvero contadini tutti e quattro, con la terra sotto le scarpe, la levata alle tre del mattino e la fetta di salame tra le dita. Quando mi sento nell’intimo così estraneo alla mia gente, in quanto gente, quando mi sento fremere dinanzi alle false grazie, alle parole gonfiate, alle piroette o, all’altro versante (l’Università), allo spaventoso spirito di serietà, sento un nonno reagire in me, la sua salute mi scorre nelle vene, l’aria dei suoi campi mi purifica i polmoni, e allora ringrazio come tanti altri».

Questo il profilo che in una lettera a Xavier de Virieu del 1° marzo 1950, a meno di un mese dalla propria morte, dava di sé Emmanuel Mounier. Era nato il primo aprile 1905 a Grenoble; qui aveva compiuto gli studi liceali iscrivendosi poi, per desiderio della famiglia, alla Faculté des Sciences con la prospettiva di divenire medico. Lo studio e la formazione scientifica lo deludono però sino al punto da indurlo in uno stato di profonda depressione: «Sprofondo nella fisica, chimica, storia naturale. Disperazione fino al desiderio del suicidio. Per dimenticare sgobbo come un matto». Nel 1924 partecipa a un ritiro spirituale, l’esperienza che ne trae è decisiva: «Il ritiro è rivelatore. Vi leggo a lettere di fuoco la necessità di cambiare rotta». La conversione è verso un cristianesimo vivo, appassionato, eroico. Si orienta, come conseguenza, verso la filosofia. Per tre anni (1924-1927) segue i corsi di Jacques Chevalier all’università di Grenoble. Tra maestro e discepolo si stabilirà un rapporto intenso e fecondo destinato a incrinarsi solo a distanza di tempo, con la fondazione di «Esprit» e del suo itinerario intellettuale e politico. Chevalier lo introduce allo studio di Pascal, Blondel, Bergson, al filone quindi dello spiritualismo francese la cui traccia sarà ben presente nella formazione del personalismo mounieriano. Il 23 giugno 1927 Mounier consegue il diploma di Studi Superiori di filosofia con una dissertazione su «Il conflitto tra antropocentrismo e teocentrismo nella filosofia di Cartesio».

Alla fine di ottobre è a Parigi, alla Sorbona, per completare gli studi. L’impatto con l’università però lo delude, vi trova un accademismo e un formalismo insopportabile. Ottenuta l’agrégation sceglie una tesi sulla mistica svolgendo a tale scopo anche un viaggio in Spagna nel 1930. L’interesse al tema viene però meno. Nel 1929 aveva letto Charles Péguy. L’impressione tratta era di quelle decisive. In Péguy trovava conferma la sua idea di un cristianesimo autentico, incarnato nella storia, non disposto a venire a compromesso con il mondo del denaro e dell’ottusità. In collaborazione con George Izard e Marcel Péguy scrive La pensée de Charles Péguy, edito nel 1931 nella collana «Le roseau d’or», promossa da Jacques Maritain. Chevalier, Péguy, Maritain: tre incontri determinanti per la vita di Mounier. I rapporti con Maritain, sorti nel contesto del libro su Péguy, hanno il loro punto di riferimento nelle riunioni mensili di cattolici, ortodossi, protestanti, che si svolgono a Meudon a casa di Maritain. Qui Mounier conosce, tra gli altri, Berdiaev, Gabriel Marcel, Jean Daniélou. È proprio dal colloquio tra quest’ultimo e Maritain che nasce l’idea di una rivista, idea che si precisa nelle conversazioni tra Mounier, George Izard e André Déléage. Come scriverà poi Maritain: «Mounier e Izard, ai quali s’aggiunge Déléage, non intendevano lasciare il libro su Péguy senza un domani. Essi volevano formare un cenacolo, un focolaio attivo e aperto, un centro d’irradiazione attraverso il quale proseguire, nelle congiunture del 1930, l’opera di Péguy, in quello che aveva di sempre efficace, particolarmente per svincolare il mondo cristiano dalla corresponsabilità con le potenze del denaro e con il “disordine costituito”». La crisi economica del ’29 non è senza influsso in questa decisione, essa appariva soprattutto come «crisi di civiltà» a cui occorreva contrapporre soluzioni radicali. «Esprit» esce nell’ottobre del 1932. L’articolo di fondo Refaire la Renaissance, indica il programma della rivista nei seguenti punti: 1. dissociare lo spirituale dal politico, 2. anticapitalismo, 3. appello a una “rivoluzione” che instauri una democrazia sostanziale contro quella liberale, considerata formale e borghese. La prospettiva non era esente da ambiguità. Già all’uscita del secondo numero, Maritain sollevava perplessità sull’uso acritico della categoria di rivoluzione nonché sul fatto che quest’idea sembrava diventare il valore primario tra i collaboratori tradendo l’intenzione originaria della rivista. I dubbi si accentueranno l’anno successivo allorché la Troisième Force, il movimento guidato da Izard e fiancheggiatore di «Esprit», affermerà la priorità cronologica della rivoluzione collettivista con i comunisti su quella, da effettuarsi in un secondo momento, personalista. Come dirà Maritain, senza mezzi termini, questa era un’«imbecillità kerenskysta». Mounier, sia pure a malincuore, consentirà con l’amico. Al dialogo privilegiato con la sinistra, e nel dopoguerra quasi univocamente col P.C.F., egli era tuttavia portato dal suo giudizio sulla storia contemporanea e dall’interpretazione del marxismo come «verità impazzita», come «ultima eresia cristiana», interpretazione che doveva proprio alla riflessione di Maritain. Riguardo al giudizio storico l’equazione, data per ovvia, tra modernità e borghesia costituisce il termine di riferimento polemico. «Non c’è più nulla da attendersi dalla borghesia, presa nel suo insieme. La durezza, l’egoismo, l’imbecillità, o la molle mediocrità: ecco […], quanto possiamo aspettarci da essa. E nel popolo che ritroveremo ancora una volta la carità e il fervore della storia», così scrive nel ’36, al tempo del «Fronte popolare». La borghesia appare a Mounier come il vero anti-Cristo. Rispetto a essa il comunismo, nonostante i suoi limiti, rappresenta un momento essenziale per il suo superamento. Di qui la sua indiretta valutazione in positivo. Nella sua opposizione al disordine capitalistico «il comunismo porta degli elementi anti-cristici, come lo stesso mondo cristiano, ma porta anche, ed è la sua carica misteriosa, una parte del regno di Dio». Al limite, il comunismo «ha il ruolo di far avanzare il regno», aiutando i cristiani a separarsi dalla società borghese, da quel connubio in cui consiste la “cristianità” stabilita che sarebbe all’origine della reazione marxista. Con questa interpretazione Mounier mostrava di sottovalutare l’ateismo in Marx, o quantomeno, sulla scia di Berdiaev e di Maritain, di intenderlo come semplice reazione — alla sua origine di carattere morale — contro l’ingiustizia esistente e non già come potenziamento dell’immanentismo e razionalismo propri della filosofia hegeliana. Ne viene, a partire dal presupposto che il cristianesimo moderno è irrimediabilmente compromesso con la borghesia, il giudizio obbligato per cui la fede cristiana può rinnovarsi solo mediante la fine della cristianità. E in particolare durante il periodo bellico che Mounier riflette su questo declino.

Nel ’41 scrive: «Più approfondisco la realtà iniziale del cristianesimo, confrontandola con quella presente nel cristianesimo moderno, più mi persuado che noi tutti ritroveremo la vera fede solo dopo un crollo così totale della cristianità moderna che molti penseranno di essere giunti alla fine del cristianesimo».

A questo evento sono dedicati L’affrontement cbrétien (1945) e Feu la Chrétienté (1950). In essi i sintomi della crisi sono colti con acutezza e lucidità: «Il cristianesimo oggi non è minacciato di eresia: esso non appassiona più a sufficienza perché questo possa accadere; è minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione. Questi segni non ingannano: la morte s’avvicina».

Il declino gli appariva inevitabile; la cristianità non sembrava capace di rispondere alla sfida di Marx e poi di Nietzsche sulla fede come depotenziamento della vita. «Questi esseri curvi che camminano nella vita di sbieco e con gli occhi bassi, queste anime sgangherate, questi calcolatori di virtù, queste vittime domenicali, questi timidi devoti, questi eroi linfatici, questi teneri bebé, queste vergini sbiadite, questi vasi di noia, questi sacchi di sillogismi, queste ombre di ombre, possono forse essere l’avanguardia di Daniele in marcia contro la Bestia?». L’analisi del negativo era acuta e vibrante. Dietro v’era il desiderio di un cristianesimo autentico, positivo. Come scriveva ne L’affrontement cbrétien, «Per cancellare di colpo tante immagini deprimenti bastano dieci visi di monaci perduti in fondo a un monastero, o quella contadina spagnola che intravidi un giorno nel più fitto segreto di una chiesetta di Toledo, con le braccia allargate in un gesto sovrano, eretta come una regina, mentre pregava in ginocchio. Ma bisogna dunque frugare nei monasteri e nelle cappelle castigliane per raccogliere i riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo?».

Per Mounier «in molte nazioni d’Occidente si arriva a chiedersi se il cristianesimo, che ancora vi sembra potente, sia ormai in esse altro che un’illusione collettiva. Sulla persistenza delle cerimonie e l’ondata sonnolenta delle folle, già si scorgono, minuti ma sempre più numerosi come le prime gocce di un uragano, i segni furtivi della più grande tempesta, forse, che debba sommergere gli edifici della cristianità». Per il grande ammiratore di Péguy non si trattava di una profezia. «Intravedo un’ipotesi che non è un gioco dello spirito. In quel giorno, che può non venire, ma può anche essere vicino, potremo chiederci se sarà rimasto un solo cristiano nel mondo civile. Bisognerà cercare nelle catacombe e alla macchia il cristianesimo eroico in cui si rifarà, in una vita coraggiosa, una visione nuova della tradizione eterna». Per lui quella tradizione era viva. Agli inizi del 1940 alla figlia, la piccola Françoise, era stata diagnosticata una encefalite acuta, una malattia invalidante, senza rimedio. Mounier, ferito e percosso nell’animo, scoprirà, di fronte al «povero volto offuscato», una realtà fatta di mistero.

«Ho avuto la sensazione, avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi ad un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava profondamente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno ad essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano parlava a quella fronte che non rispondeva, come quando i miei occhi hanno osato rivolgersi a quello sguardo assente, che volgeva lontano, lontano dietro di me, una specie di cenno simile allo sguardo, che vedeva meglio di uno sguardo. Se è vero che ogni autentica preghiera si fonda sulla morte delle potenze, sensibili, intellettuali, volontarie, se la sottile punta dell’anima di un bambino battezzato, come ha scritto non so più quale grande autore spirituale, è messa immediatamente in contatto diretto con la vita divina, quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla agli uomini? Per molti mesi, avevamo augurato a Françoise di morire, se doveva rimanere così com’era. Non è sentimentalismo borghese? Che significa per lei essere disgraziata? Chi può dire che essa lo sia? Chi sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca? Mia piccola Françoise, tu sei per me l’immagine della fede. Quaggiù, la conosceremo in enigma e come in uno specchio».

Era quanto scriveva a Paulette, l’amata consorte, «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta, allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo precedente, si rivela come una nuova richiesta di amore (…) Se a noi non resta che soffrire (subire, patire, sopportare) forse non ce la faremo a dare quello che ci è stato chiesto. Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come qualcosa che noi doniamo, per non demeritare del piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi, per non lasciarlo solo ad agire con Cristo. Non voglio che si perdano questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: giorni pieni d’una grazia sconosciuta».

Eurostat: un adulto su quattro con disabilità “vive in famiglie che faticano a sbarcare il lunario”.

Nel 2019, il 26,1% degli adulti nell’UE con una disabilità ( limitazione delle attività ) viveva in famiglie che riferivano di avere difficoltà a sbarcare il lunario (cioè le cui risorse finanziarie non coprivano le spese abituali necessarie), rispetto al 16,0% tra la popolazione adulta senza disabilità.

Tra gli Stati membri dell’UE, circa due terzi delle persone con disabilità hanno incontrato difficoltà finanziarie in Grecia (76,5%) e Bulgaria (65,7%). Poco meno della metà della popolazione si trovava in questa situazione in Croazia (49,2%), Cipro (43,2%) e Romania (40,9%).

All’altro estremo della scala, meno del 20% delle persone con disabilità ha avuto difficoltà a sbarcare il lunario in Finlandia (9,9%), Germania (10,4%), Svezia (13,1%), Lussemburgo (14,0%), Danimarca (15,8 %), Austria (16,2%), Paesi Bassi (18,2%) ed Estonia (19,6%).

 

Come sfruttare al meglio le detrazioni fiscali previste sui lavori per la riqualificazione energetica

Come muoversi nel mare magnum del superbonus al 110%? Come sfruttare al meglio le detrazioni fiscali previste sui lavori per la riqualificazione energetica? Come realizzare gli interventi in chiave ecosostenibile? A queste domande rispondono Legambiente e AzzeroCO2 che lanciano oggi la campagna “Classe A, Super bonus alla massima efficienza” pensata non solo per offrire un supporto ad imprese, professionisti e amministratori di condominio ma anche soluzioni concrete per la realizzazione degli interventi di efficientamento energetico di immobili che rispondono ai requisiti del Superbonus al 110%, applicando lo sconto in fattura, fino al 100% delle spese previste. Ed offrire così l’accesso a questo strumento anche alle famiglie con meno capacità di investimento. La priorità è quella di massimizzare l’efficienza energetica dell’edificio, utilizzando tecnologie in grado di garantire la massima resa in termini prestazionali e dando preferenza a materiali innovativi, naturali e/o con alto contenuto di riciclato e riciclabile, garantendo così la massima sostenibilità complessiva degli interventi. Nello specifico Legambiente e AzzeroCO2   offrono: sconto in fattura senza alcun costo per il condominio e immobili uni e plurifamiliari, coinvolgimento di professionisti  ed imprese con lunga esperienza, garanzie sui lavori massima efficienza.

Per l’associazione ambientalista e per AzzeroCO2 il super bonus al 110% rappresenta un’opportunità unica per rilanciare, da un lato, i cantieri, dall’altro per consentire alle famiglie di ridurre la spesa energetica e rendere più salubri, sicuri e accoglienti gli spazi in cui vivono, contribuendo a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Per questo motivo non bisogna perdere questa importante occasione anche perché da qui ai prossimi anni sarà indispensabile riqualificare almeno 30 mila condomini entro il 2025 per ridurre in modo significativo i consumi energetici a vantaggio delle famiglie e dell’ambiente.

“La riqualificazione del patrimonio edilizio italiano – spiega Katiuscia Eroe, responsabile Energia Legambiente – è tornata in primo piano negli ultimi mesi grazie al superbonus del 110%. Con questa campagna che realizziamo insieme ad AzzeroCO2 vogliamo fornire una bussola a chi decide di fare interventi di efficientamento energetico e allo stesso tempo fare in modo che questo strumento possa contribuire alla lotta contro l’emergenza climatica, non accontentandosi, per quanto possibile, di superare le due classi energetiche minime stabilite dal sistema incentivante. Non solo ma intervenire in questo settore rappresenta una delle politiche di welfare più importanti e di sostegno concreto per le famiglie che vedranno non solo ridursi le bollette, ma beneficeranno anche di un maggiore comfort abitativo. E attraverso lo sconto in fattura garantire un accesso anche a quei nuclei familiari che non potrebbero permettersi questi investimenti. A tale scopo, però, auspichiamo che si possa prevedere un prolungamento del superbonus al 2025, ma anche commisurare l’incentivo più generoso al mondo a migliori parametri ambientali: non è possibile vedere incentivate le caldaie a fonti fossili allo stesso modo delle pompe di calore o accontentarsi del salto di due classi energetiche”.

“Con Legambiente oggi lanciamo la Campagna dedicata ai condomìni che vogliano puntare sull’efficienza energetica. Con “Classe A” diamo loro l’opportunità di accedere al Superbonus 110%, affidandosi all’esperienza quasi ventennale di AzzeroCO2 che dal 2004 ad oggi ha portato avanti ben 1.000 interventi nel campo della riqualificazione energetica – dichiara Sandro Scollato, Amministratore Delegato di AzzeroCO2. “Abbiamo messo in campo tutti gli strumenti necessari per rendere operativa la misura dello sconto in fattura, un’opportunità straordinaria da cogliere. Un lavoro sinergico, quello che ci apprestiamo ad intraprendere, attraverso il quale puntiamo a dare un ulteriore contributo nel riqualificare e rendere maggiormente sostenibili i nostri centri urbani. Ricordiamo infatti che il taglio delle emissioni climalteranti all’interno dell’Europa passa necessariamente dagli interventi di efficientamento energetico del patrimonio edilizio preesistente”.

Come ha sottolineato Legambiente nel suo ultimo report Civico 5.0 sull’efficienza energetica dei condomini, In Italia il 27% delle emissioni climalteranti e il 28% dei consumi arriva proprio dal settore civile con 47 Mtep di energia, in crescita, per una spesa di 40,8 miliardi di euro per le famiglie. Come racconta Istat, la voce più rilevante dei consumi energetici (il 70%) è quella dei consumi termici, ossia riscaldamento e raffreddamento; mentre la bolletta elettrica pesa per il 34% sulla spesa complessiva media a famiglia, per un importo pari a 47,31 euro al mese. Sul fronte sicurezza, si stima che nella Penisola siano oltre 400 mila gli edifici costruiti abusivamente, mentre il 60% degli immobili a uso residenziale presenti ha più di 45 anni ed è stato realizzato prima della legge sul risparmio energetico e di quella sulla sicurezza statica. Numeri che confermano l’urgenza di un intervento di riqualificazione del patrimonio edilizio.

Con la variante inglese più infezioni e possibile aumento dei ricoveri e dei morti.

È in sintesi quanto si legge sul sito dell’Istituto superiore di sanità dedicate proprio alle varianti del coronavirus Sars-CoV-2.

“Nuove evidenze, basate su analisi preliminari nel Regno Unito, portano a ipotizzare – si legge nella risposta a una delle Faq – un aumento della gravità di malattia, con maggiore rischio di ospedalizzazione e di decesso per i casi” di Covid-19 “con variante inglese. Inoltre la maggiore trasmissibilità della variante inglese si traduce in un maggior numero assoluto di infezioni, determinando così un aumento del numero di casi gravi”.

L’Iss, rispondendo alla domanda se “le varianti provocano forme cliniche più gravi o più letali”, precisa però che “tale aumento di gravità o di letalità non è stato ipotizzato, al momento, per le varianti brasiliana e sudafricana”. Come fonte del contenuto pubblicato online, l’Istituto cita il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie

Un nuovo umanesimo

La vita politica italiana è certamente in una fase di transizione, anche se il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, ritiene che non è questa la crisi della politica. 

Ma all’interno del discorso tenuto a Palazzo Madama, probabilmente quest’ultima affermazione è l’unica nota dolente di una relazione equilibrata, competente, che mette a fuoco i veri problemi reali di questo Paese in tale fase emergenziale.

Certo, la maggioranza anomala ed ampia che sostiene il neo presidente non può non portare quest’ultimo ad elargire sentimenti politici di entusiasmo, ma evidentemente di circostanza.

Non ci vuole molto per capire che proprio l’attuale situazione di emergenza mette a nudo l’incapacità della politica e, conseguentemente, dei partiti politici nel saper affrontare non solo questa pandemia, ma soprattutto nel saper costruire un progetto ed un programma di ampio respiro.

Padre Bartolomeo Sorge soltanto qualche anno fa, guardando la realtà politica italiana, sosteneva che “i partiti sono morti che camminano”.

Del resto, basta aver ascoltato gli interventi che si sono susseguiti nel dibattito al Senato per rendersi conto della pochezza ideale e qualitativa di una classe politica improvvisata e nominata.

Non a caso l’unico intervento degno di nota per serietà culturale, ideale e programmatica è stato quello della senatrice a vita Elena Cattaneo.

Proprio da questo dibattito parlamentare occorrerebbe partire per una riflessione seria e pacata su come la politica può essere rifondata su basi nuove.

Il primo punto da affrontare con coraggio è quello riguardante il fallimento della politica bipolare: una sorta di forzatura avvenuta all’indomani di mani pulite come risposta, nel contempo, etica e stabilizzatrice di un quadro politico variegato in nome della governabilità.

Questo fallimento è sotto gli occhi di tutti, non bisogna essere politologi per coglierne i tratti salienti. Si è scomposto e ricomposto, sommato meccanicamente culture politiche diverse in un solo partito; sono nati movimenti in funzione dell’antipolitica; costruito programmi antieuropei e sovranisti; partiti personali.

Tutto però è caduto nel vuoto della nullità politica, nella ingovernabilità permanente, nella corruzione e nei nuovi scandali.

Forse non si è capito, o non si è riflettuto abbastanza, ad eccezione proprio di padre Sorge, che la caduta del muro di Berlino e la conseguente fine delle ideologie del Novecento, ponevano problemi di radicale rinnovamento culturale dei partiti politici. L’illusione è stata quella del semplice cambio dei nomi e dei simboli dei partiti per rimanere poi inerti di fronte alle nuove sfide e ai cambiamenti sempre più veloci della società.

Ne è venuto fuori proprio tutto quello a cui assistiamo in questo tempo, con una classe politica impreparata sia a cultura quanto ad etica della politica.

Una politica senza etica è la morte della società: tutto si riduce a riforme tecniche, aride e prive di un vero sentimento di giustizia sociale e di rigore morale.

Ed allora, non per essere monologhi e ripetitivi, ma per dare una propsettiva seria alla politica italiana, occorrerebbe un nuovo umanesimo (come diceva padre Sorge); un nuovo umanesimo che in questa società globalizzata sia capace di camminare insieme con il diverso, perché ciascuno da solo è inerme di fronte alle sfide e ai problemi quotidiani della vita.

Occorre, però, anche tornare alle fonti ideali, non per essere nostalgici o per riproporre meccanicamente modelli partitici del passato, ma per riscoprire e riaffermare in modo nuovo gli ideali etici che hanno caratterizzato i partiti del secolo breve: etica, moralità, giustizia sociale, solidarietà e valore della persona umana.

Su queste basi non è più peregrino pensare ad un nuovo impegno politico dei cattolici democratici nella vita pubblica.

Chiaroscuri del governo Draghi. Le sue luci e le sue ombre. Governo tecnico o governo politico.

Il dado è  tratto !

Il governo italiano è  cosa fatta: bene. E il trasformismo ci ha sempre fatto pensare male: esatto. Il programma è stato presentato, e intanto la fiducia del Senato è arrivata: ottimo. Il doppio dei politici sui tecnici “esterni”: giusto. Poche donne e molti uomini : peccato…ma non  è una tragedia!  Preoccupazioni per molti settentrionali e pochi meridionali: una grande sciocchezza ! Ci sono grillini dissidenti e malpancisti, anche di F.I,  con  un pezzettino di  Sinistra Italiana social-ecologista che si separano e formano un Intergruppo: non tutti i mali vengono per nuocere. E c’è una destra sovranista e urlatrice nazional-populista con i voti, sembra,  ma senza costrutto: pazienza!

Ma c’è dell’altro.

Perché se ricordiamo bene , nel corso della crisi  è stato spesso evocato il ‘Governo dei migliori’.  Aggiungo : evocato e auspicato con molta superficialità e tanta precipitazione . Ed è stato invocato ed atteso, un comandante capo  granitico muscoloso e capace.

Con un suo personale governo di ferro ben piantato  a palazzo Chigi. Per rispondere  così al sentimento diffuso fra gli Italiani, di  questi tempi paurosi e alla ricerca di un uomo forte che li tranquillizzi : caratteristica  di un regime autoritario come ha rilevato tempo fa  il Censis.

Quest’insieme di notizie messe in un unico calderone e date in pasto senza discernimento, grazie al caos del mondo dei media vecchi e nuovi, ad una opinione pubblica spaventata, distratta e incerta sul proprio futuro e su quello dei figli, preoccupa.

E anche molto.

Preoccupa il disinvolto atteggiamento, da parte della stampa quotidiana, della pletora di giornalisti che rincorrono ,la notizia breve e il parlato veloce, delle  televisioni e dei social, dove   si  è sempre taciuto sui pericoli nascosti  per la nostra democrazia rappresentativa,  quando si vara un governo di esperti i quali in quanto tali, difficilmente ammettono il dissenso , la discussione e la mediazione, e che snobbano il Parlamento e gli inesperti.

Tanto sanno tutto loro !

Il  modello : “…ragazzino lasciami lavorare”  faceva forse felice solo  il vecchio Platone, che , come ci insegnano gli studiosi, amava solo  i governi delle  aristocrazie e dei migliori, ma non amava per niente, anzi odiava , la democrazia del popolo e il  voto popolare.

Ma andiamo a noi.

I governi del Presidente

I  governi del Presidente non sono nuovi in Italia.

Quando tuttavia essi si contestualizzano e si calano nella storia politica e sociale che si vive,  come amava raccomandare il sociologo Luigi Sturzo , possono avere significati e aspettative diversi.

Che poi nel nostro caso, proprio il governo  Draghi possa (forse) rappresentare l’inizio di un tempo postideologico tutto ancora da costruire, è il solo aspetto positivo  nascosto dietro le righe di tutta la  vicenda,  ed è  solo da augurarselo con quel pizzico di ottimismo che non guasta mai.

Di un tempo cioè che una volta presa coscienza che “siamo tutti sulla stessa barca” , per dirla col ‘compagno’ Bergoglio, e che in prospettiva dobbiamo remare tutti insieme collaborando ed evitando i conflitti,  ci ritrovi più uniti e ci faccia necessariamente superare, non solo per l’emergenza che  viviamo, le vecchie categorie politiche orizzontali ideologiche che abbiamo ereditate dalla storia : destra, sinistra, centro, con annessi e spesso insignificanti fotocopie personali di mezzo. Caso mai,  e alle soglie del Terzo millennio cristiano, ce le faccia almeno ridefinire. Con la speranza che sappiano mantenere rigidamente  fisso il timone verso un europeismo politico. E che,  sorretti da Norberto Bobbio , ci mettano nelle condizioni di distinguere sempre fra eguaglianza e diseguaglianza. Uno studioso, Bobbio  che tra le altre cose raccomandava proprio agli intellettuali e ai “migliori”,  che  : «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.».

Gli esperti al governo

Sono  da giorni  convinto – e  non sono solo, grazie  a Dio –  che con l’incarico a Draghi stiamo tutti  guardando il dito e non la luna.

Mattarella ha fatto più del  suo dovere.

E Draghi è bravo.

Non ci sono dubbi !

Draghi ha un ottimo profilo etico e professionale. È un uomo responsabile e serio. Parla poco e non ama i social.  Ed è nel suo campo economico-finanziario, super competente. Bene, anche  perché raccoglie ampi consensi:

da un recentissimo sondaggio Winpoll per Il  Sole 24 ore, risulta che ben 2/3 di italiani hanno fiducia nelle misure di Draghi , ma che tuttavia mettono nello stesso tempo  al primo posto  le politiche per favorire l’occupazione e la formazione. Già ! La disoccupazione e la formazione. Draghi, se crede ai sondaggi , è avvertito.

Detto tutto ciò,  abbiamo completamente rimosso e  stiamo tuttavia dimenticando, che quelli che ne escono con le ossa rotte – forse da guarire in lunghi  anni se non è già tardi – sono la politica italiana, i partiti italiani, assieme alla  qualità della classe politica italiana e delle élite culturali  italiane. Citando alcuni dati Censis,  il 76%;degli italiani non ha oggi fiducia nei partiti, tenendi conto che la sfiducia sale all’81%  tra gli operai, e va all’89%  tra i disoccupati.

A mio avviso partiti e classe politica sfiduciati e

delegittimati già  da un poco di tempo,  non solo per aver preso ultimamente in prestito da uno studio legale l’avvocato Conte consacrando  cosi un  antiparlamentarismo già in fase avanzata, ma anche per aver dimostrato al mondo intero la loro incapacità di sapere (e potere) gestire una crisi che tutta Europa  sta dimostrando di sapere (e potere) gestire – bene o male e  con più o meno  errori – nel rispetto delle più semplici ed elementari  regole democratiche e parlamentari di routine.  

Senza l’aiuto di Governi del Presidente.

E soprattutto  senza aver bisogno di  ” tecnici esterni” nel Governo.

Se è tutta colpa del Recovery plan, e della sua amministrazione,  allora la delegittimazione preoccupa  di più, perché  è  molto  più subdola. Sino a fare pensare male sul modo scorretto  di gestire i soldi  da parte dei politici e dei burocrati  italiani.

Anche di fronte a una classe politica che ormai ama il  protagonismo , la politica spettacolo e i cinguettii,   e con partiti, partitini e gruppi personali,   i governi di un Paese non dovrebbero mai essere governi tecnici perché, augurarsi tali governi con dei tecnici unici e insindacabili possessori delle verità, significa augurarsi governi forti ma non  democratici.

Remiamo insieme …ricordando Bergoglio

Auguriamo  a questo punto al nostro Paese , che proprio grazie a Draghi e al rimescolamento delle carte ideologiche che la sua presenza potrebbe promuovere e ha iniziato a promuovere,  si esca fuori al più presto dal “momentaccio”, sanitario e non,  che attraversiamo.  E soprattutto  possiamo  uscire  fuori da quello che ci aspetta nel post- covid, quando occorrerà essere più uniti e coesi per affrontare il signor Futuro pieno di incognite.

Perché il vero nodo è proprio quest’ultimo. Un Paese cioè  in grado di uscire  fuori  dalla rivoluzionaria e duratura crisi epocale  che viviamo e vivremo,  provocata  da radicali cambiamenti sociali e culturali  ( lavorativi, tecnologici e climatici ) e dunque necessariamente  politici,  con cui dovremo fare i conti nel Futuro iniziato da tempo.

Non bisogna essere per forza cattolici per ripetere assieme al ‘marxista’ Bergoglio, come dicevo,   che questo futuro ci trova tutti “sulla stessa barca”. 

Dobbiamo solo sperare che  questo futuro  non abbia ogni volta e sempre bisogno – in particolare  nei momenti critici e di emergenza – di grandi e pur rispettabili  nomi esterni alla dialettica politica e ai partiti politici.   Non abbia bisogno di governi tecnici lontani dal Parlamento, e sappia e possa risolvere le crisi al suo interno con una sua  classe politica selezionata agli inizi e formata per bene, senza la tombola delle primarie e senza ricorrere agli studi legali  e alle Università, o a bravi banchieri .

Draghi è autorevole.

Il suo governo è autorevole.

E “…tranquillizza l’Unione Europea”, come ha detto  Prodi

Auguri a Draghi e ai suoi ministri di un  Buon lavoro. 

 

I finti amanti del clima

Sono molte le nazioni che si dichiarano sempre più verdi ma che in realtà, sottobanco, commerciano contro il clima.

L’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi è limitare il riscaldamento al di sotto di 2 gradi Celsius e il più vicino possibile a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali. Per raggiungere questo obiettivo, il mondo deve ridurre la produzione di combustibili fossili di circa il 6% all’anno tra il 2020 e il 2030. Eppure le proiezioni attuali mostrano un aumento annuo del 2%.

Canada, Regno Unito e Norvegia hanno tutti fissato obiettivi ambiziosi. Il Regno Unito e il Canada si sono impegnati a ridurre le loro emissioni territoriali a zero entro il 2050. La Norvegia vuole essere a impatto zero entro il 2030. 

Ma i buoni propositi di queste nazioni non sempre sono reali, o quantomeno, non sempre riescono a convivere con il vile bisogno di guadagno.

Pensiamo a Oslo. I lampioni sono alimentati da fonti rinnovabili. Per risparmiare energia, le luci intelligenti si attenuano quando non c’è nessuno in giro. Anche il suo sistema di trasporto pubblico è alimentato interamente da energia rinnovabile. Due terzi delle auto nuove vendute in città sono elettriche. C’è solo un problema. Gran parte dell’innovazione ambientale di cui la Norvegia è così orgogliosa è finanziata dai soldi del petrolio. Perché la Norvegia è una delle più importanti esportatrici di combustibili fossili .

Il Regno Unito che ospiterà un importante vertice sul clima entro la fine dell’anno, sta valutando l’apertura di una nuova miniera di carbone.

Il Canada, un 
autoproclamato leader del clima , sta riversando dollari su un progetto di oleodotto. Secondo il Canada Energy Regulator, la produzione di greggio del paese dovrebbe continuare ad aumentare fino al 2039. Secondo i dati del governo, le riserve di petrolio del Canada si attestano a circa 168 miliardi di barili. Se tutto ciò fosse estratto e bruciato, si aggiungerebbero circa 72 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera, sulla base di un calcolo che utilizza le cifre dell’IPCC per i contenuti di carbonio predefiniti. Questo è quasi un terzo del budget di carbonio rimanente del mondo.

Se anche la Norvegia continua a perforare come previsto, le emissioni totali dalle sue riserve conosciute di petrolio e gas ammonteranno a circa 15 gigatonnellate di CO2, secondo CICERO, un istituto di ricerca sul clima norvegese. Ciò consumerebbe il 6,5% del budget di carbonio rimanente per il mondo intero.
Nel frattempo, l’Autorità britannica per il petrolio e il gas stima che alla fine del 2019 le riserve di petrolio del Regno Unito ammontavano a 5,2 miliardi di barili, sufficienti per continuare la produzione per altri due decenni. Se ciò accadesse, la successiva combustione di questi combustibili estratti aggiungerebbe altri 2,2 gigatonnellate di CO2 nell’atmosfera.

Insomma, sembra che il vecchio adagio, sia sempre attuale. Predicare bene e razzolare male.

La pandemia e l’elemosina di san Cipriano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberta Cutaia

Nella seconda metà del III secolo, mentre infuria un’epidemia, l’antico vescovo di Cartagine scrive un’autentica teologia delle opere di carità, un testo di grande attualità che ben ci introduce in questo tempo di penitenza segnato dall’emergenza sanitaria

«È vero, carissimi fratelli, che qualcuno di noi, per tirarsi indietro dall’elemosina, cerca la scusa di avere famiglia e figli»; forse «ti rimane il dubbio di restare senza soldi, se farai molte opere buone?». È un breve stralcio tratto da De opere et eleemosynis, scritto fra il 252 e il 254, durante un’epidemia, da san Cipriano, vescovo di Cartagine, il primo che in Africa conseguì la corona del martirio. Un testo questo — di autentica teologia dell’elemosina — dai contenuti di disarmante attualità, che introduce il nostro tempo di Quaresima, condizionato proprio da una pandemia. Fin dai primi tempi, il cristianesimo sull’esempio di Gesù Cristo si mostrò “anticonformista” nel garantire a ogni persona da mangiare e da bere, chiedendo a tutti di dare un contributo e non soltanto a pochi. «Tu sei preoccupato e hai paura che, se inizierai a donare la maggior parte del tuo patrimonio, forse ti potresti ridurre in miseria, una volta che i tuoi beni siano stati spesi tutti per una generosa beneficenza: su questo sii impavido, sii tranquillo. Non può finire ciò che si spende a vantaggio di Cristo». L’invito del vescovo Cipriano non è un mero sentimentalismo ma una scelta di vita supportata dalle sacre Scritture. «Lo Spirito Santo parla per mezzo di Salomone e dice: “Chi dà ai poveri, non avrà mai bisogno, ma chi distoglie il suo sguardo sarà in grande miseria”[…]. Di conseguenza mentre i poveri nelle loro preghiere innalzano il rendimento di grazie a Dio e pregano per noi, in virtù delle nostre elemosine e delle nostre opere di carità compiute a loro favore, la ricchezza di colui che compie il bene è accresciuta dalla ricompensa di Dio» (Cipriano, Trattati, Città Nuova, 2004, pagine 108-130).

Delle opere caritative Cipriano non fu soltanto promotore; lui stesso praticò fino al martirio (14 settembre 258) questo esercizio di carità. Tant’è che nelle comunità della Chiesa africana esistevano — equivalente delle Caritas dei nostri giorni — delle specie di casse dove si raccoglievano donazioni, ognuno secondo le proprie possibilità, solitamente una volta al mese o quando si poteva a favore dei poveri per provvedere a qualsiasi necessità e non solo per il nutrimento. «Tu conservi il denaro, che non ti salva anche se conservato a dovere, accumuli un patrimonio che ti opprime con il suo peso, e non ti ricordi che cosa rispose Dio al ricco che si vantava con sciocca vanagloria dell’abbondanza dei suoi beni. Disse: “Sciocco, in questa notte ti è richiesta la tua vita. Allora di chi saranno le cose che hai preparato? Dividi i tuoi guadagni con il tuo Dio”» (capitolo 13). Cioè i poveri e i bisognosi del mondo! E Cipriano, che comprendeva molto bene i timori e le paure delle persone di rinunciare a taluni propri beni, rassicurava la comunità con episodi ricavati dalla Bibbia. Tra gli altri esempi quello della vedova della città di Giaffa, Tabitha, famosa per le opere di carità che faceva a qualsiasi persona bisognosa. «Poiché Tabitha, che si era dedicata moltissimo a compiere opere di carità ed elemosine, si era ammalata ed era morta, fu mandato a chiamare Pietro presso il capezzale della defunta. Quando egli giunse sollecitamente seguendo l’istinto caritatevole proprio del suo apostolato, fu circondato dalle vedove che piangevano e supplicavano, mostrando i mantelli, le tuniche e tutti gli abiti, che erano stati donati dalla buona vedova; imploravano la grazia per la defunta non con le loro parole, ma per le opere da lei compiute»; mentre «tutti entravano nella stanza e si meravigliavano, il corpo si rianima, risorto di nuovo a questa luce del mondo. I meriti della misericordia ebbero tanta efficacia, ebbero tanto valore le opere di carità! Colei che aveva donato i mezzi per vivere alle vedove in difficoltà meritò di essere richiamata alla vita grazie alla preghiera di quelle stesse vedove» (capitolo 6).

«Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!», scrive Alessandro Manzoni ne I promessi sposi (Meridiani, Mondadori, 2002, tomo I , pagina 422). Fare l’elemosina è imitare l’amore di Dio, che per primo si è preso cura dell’uomo. Il termine deriva dal greco eleemosyne, dal verbo eleêin: avere compassione, pietà. Un altro esempio calzante ripreso da Cipriano è la storia della vedova di Zarepta. «Si parla di una vedova: dopo che si era esaurito ogni cibo a causa della carestia e della fame, quella vedova aveva fatto un pane di cenere con il poco farro e olio che era rimasto; dopo averlo mangiato, sapeva che sarebbe morta insieme ai suoi figli. Sopraggiunse Elia e le chiese che fosse dato da mangiare prima a lui. Quella donna non esitò a obbedire, né come madre preferì i suoi figli a Elia, pur essendo nella fame e nel bisogno. Anzi al cospetto di Dio compie ciò che è gradito a Lui: senza indugio e con generosità offre ciò che era richiesto e dona non una piccola parte dal molto, ma tutto quel poco che possiede; pur essendo affamati i suoi figli, si nutre prima un forestiero e nella miseria e nella fame si pensa prima al dovere della carità che al cibo, perché si salva in modo spirituale l’anima compiendo opere di carità» (capitolo 17). Ora la Quaresima, col suo ricorrente invito alla penitenza e all’emendazione, potrebbe o, meglio, dovrebbe, essere il tempo propizio per intraprendere un nuovo cammino di vita sotto l’egida e l’auspicio del cartaginese Cipriano. «Gareggiamo volentieri e gioiosamente per raggiungere questa vittoria che otteniamo grazie alle opere di carità» (capitolo 26). «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Matteo, 6, 26).

‘Ndrangheta: da frutta a market affari da 24,5 mld

Dal controllo dei trasporti dell’ortofrutta fino all’estorsione dei supermercati il volume d’affari delle agromafie ha superato i 24,5 miliardi di euro con attività che riguardano l’intera filiera del cibo, anche approfittando anche della crisi causata dall’emergenza covid. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alle ultime operazioni delle forze dell’ordine che hanno smascherato pericolosi sodalizi criminali che imponevano le proprie ditte di autotrasporto e di prodotti ortofrutticoli con estorsioni, intimidazioni e attività di intestazione fittizia di beni a soggetti compiacenti.

L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi economica perché – sottolinea la Coldiretti – consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le agromafie impongono l’utilizzo di specifiche ditte di trasporti, o la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie – continua la Coldiretti – alle disponibilità di capitali ottenuti con il commercio della droga.

Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti della pandemia che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari. In questo modo la malavita si appropria – sottolinea la Coldiretti – di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

“Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolose le frodi agroalimentari che per questo vanno perseguite con un sistema punitivo più adeguato con l’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie”.

Startup e PMI innovative, nuovo incentivo per gli investimenti

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che, di concerto con il Ministero dell’Economia, definisce le modalità di attuazione del nuovo incentivo per le persone fisiche che investono in startup e PMI innovative.

L’agevolazione fiscale, introdotta dal decreto Rilancio, è pari al 50% dell’investimento effettuato nelle startup innovative (investimento agevolabile fino ad un massimo di 100 mila euro, per ciascun periodo di imposta) e nelle PMI innovative (fino ad un massimo di 300 mila euro, oltre tale limite, sulla parte eccedente l’investitore può detrarre il 30% in ciascun periodo d’imposta), nei limiti delle soglie fissate dal regime “de minimis”.

L’investimento, che può essere effettuato direttamente o anche indirettamente attraverso fondi comuni (Oicr), deve essere mantenuto per almeno 3 anni.

La presentazione della domanda, la registrazione e la verifica dell’aiuto “de minimis” sarà effettuata esclusivamente tramite la piattaforma informatica in corso di predisposizione dal MiSE.

Sono ammessi tutti gli investimenti già effettuati nel corso dell’anno 2020 e fino all’operatività della piattaforma: l’impresa beneficiaria può presentare domanda nel periodo compreso tra il primo marzo e il 30 aprile 2021.

A regime gli investimenti dovranno essere effettuati solo dopo la presentazione della domanda.

 

Per maggiori informazioni

Decreto (gazzettaufficiale.it)

Infezioni virali: scoperta una “scorciatoia” del sistema immunitario per combatterle

Una “scorciatoia” del sistema immunitario per rifornire più rapidamente l’organismo delle difese necessarie (le cellule natural killer) a contrastare virus e altri agenti patogeni. Sono le nuove cellule staminali super-efficienti scoperte dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell’Università di Genova con la collaborazione di altri Centri italiani. Lo studio ha coinvolto bambini e adulti affetti da HIV, epatite C e infezione da citomegalovirus. I risultati della ricerca, finanziata principalmente da AIRC, sono stati appena pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Allergy and Clinical Immunology.

LE CELLULE NATURAL KILLER

Le cellule natural killer (NK) giocano un ruolo fondamentale nella difesa di prima linea contro le infezioni da virus, ma anche contro la crescita dei tumori e la diffusione di metastasi. Hanno una vita piuttosto breve (pochi giorni) e richiedono un ricambio costante che viene garantito dalle staminali da cui hanno origine tutte le cellule del sangue. In alcune condizioni patologiche, come le infezioni virali e altre malattie infiammatorie, l’impiego e il possibile “esaurimento” delle NK aumentano notevolmente. Per rispondere al fabbisogno dell’organismo, quindi, le staminali si attivano, iniziano a dividersi e a dare origine a diverse cellule difensive del sangue, in particolare le NK. Tuttavia, per ottenere cellule NK mature e perfettamente armate occorrono molte settimane, un tempo non sempre compatibile con l’aggressività e la rapidità della replicazione del virus in corso d’infezione.

LO STUDIO

Lo studio che ha portato alla scoperta delle nuove staminali è stato condotto dai ricercatori del Bambino Gesù e dell’Università di Genova in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Istituto Gaslini, l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, l’Università di Torino, l’Ospedale Sanremo e l’Ospedale Policlinico San Martino. Nella ricerca sono stati coinvolti pazienti pediatrici e adulti affetti da HIV, epatite C e infezione da citomegalovirus.

Le indagini di laboratorio sui campioni di sangue dei pazienti arruolati, hanno portato alla scoperta di due nuovi tipi di staminali, individuate grazie a particolari caratteristiche (marcatori) della loro superficie cellulare. Nel primo tipo sono presenti tre proteine: la proteina CD34 che permette di identificare tutte le cellule staminali del sangue e le proteine DNAM-1 e CXCR4 che controllano l’attivazione e la migrazione delle cellule. Il secondo tipo, invece, è sprovvisto della proteina CD34 (perciò difficilmente riconoscibile come staminale), ma per una peculiare combinazione di molecole sulla superficie cellulare si è rivelato in grado di dare origine a cellule NK mature.

Dalla ricerca è emerso, inoltre, che molte delle NK generate dalle nuove staminali sono dotate di un recettore (la proteina NKG2C) che permette di riconoscere il citomegalovirus (CMV) e di bloccarne la replicazione. Il CMV è un virus molto diffuso ed è un’importante causa di malattia, soprattutto per le persone con il sistema immunitario compromesso.

«Le cellule staminali identificate per la prima volta con la nostra ricerca sono state rintracciate in grandi quantità nel sangue di pazienti con infezioni virali. Rappresentano, quindi, una sorta di scorciatoia utilizzata dal sistema immunitario per generare rapidamente NK quando c’è bisogno di nuove armi contro i patogeni» spiegano il prof. Lorenzo Moretta, responsabile dell’Area di Ricerca di Immunologia del Bambino Gesù e il prof. Andrea De Maria del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova. «Una volta isolate e coltivate in laboratorio, le nuove staminali si moltiplicano e, in circa 3 settimane, danno origine a cellule NK mature, dotate di una spiccata capacità di uccidere le cellule tumorali e pronte a combattere i virus, soprattutto il citomegalovirus».

LE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE

«La scoperta di staminali così efficaci nelle difese contro i virus, ma anche molto efficaci contro i tumori, apre la strada alla definizione di strategie terapeutiche per sfruttarle al meglio» sottolinea il prof. Moretta. «Immaginiamo, ad esempio, farmaci in grado di rafforzarle ulteriormente o in grado di indurne una estesa proliferazione direttamente nei pazienti o in laboratorio, seguita da infusione nei pazienti stessi».

«Indagini ancora del tutto preliminari hanno individuato numeri particolarmente elevati delle nuove cellule staminali anche in pazienti con COVID-19» conclude il prof. De Maria. «Questi dati potrebbero offrire nuovi spunti per comprendere meglio la grave malattia innescata dal virus SARS-CoV-2 (ad esempio studiando le possibili correlazioni tra la frequenza delle nuove staminali e l’evoluzione del COVID-19) e per disegnare nuovi interventi terapeutici efficaci».

Draghi? Un gigante.

Senza ghirigori e giri di parole, senza retorica pomposa da avvocaticchio di paese ha toccato tutti i temi che hanno fatto dell’Italia un paria nel consesso mondiale.

Prima di tutto atlantismo ed europeismo: niente più ammiccamenti a Russia e Cina. L’Italia è fondatore della EU e Paese centrale dell’alleanza atlantica.
L’Euro è irreversibile…come la morte (capito Salvini?)

Gli interventi che incidono sulla vita dei cittadini saranno presi e annunciati con sufficiente anticipo (capito Conte e Speranza?)

Il piano vaccinale sarà rafforzato e la distribuzione affidata alle strutture esistenti senza padiglioni petalosi (capito Arcuri?)

Il piano di riforme sarà orientato a lasciare ai giovani, che già pagano e hanno pagato gli egoismi di chi ha avuto, un Paese migliore

Debito pubblico buono; uno spreco oggi è un torto alle future generazioni

Valorizzazione del ruolo delle donne nel mondo del lavoro basata sulle pari condizioni di partenza e non sulle “farisaiche quote rosa”

Riforma degli ammortizzatori sociali oggi squilibrati fra chi ha molte protezioni e chi non ne ha nessuna

Colmare il gap di competenze della scuola italiana senza rinunciare alla nostra cultura; recupero delle ore perse

Rafforzamento della ricerca, anche quella di base

Riforma del fisco complessiva, no interventi su singole voci che si prestano anche all’azione dei gruppi di pressione; riduzione graduale del carico fiscale

Rafforzamento della concorrenza, favorire la partecipazione dei privati agli investimenti

Riforma della giustizia civile, smaltimento dell’arretrato e ristrutturazione dell’organizzazione dei tribunali

Transizione verde e digitale in un quadro complessivo di riforme

Attenzione ai Paesi in cui vengono violati i diritti fondamentali dell’uomo (Russia, Bielorussia, Hong Kong, Myanmar)

Un discorso che si proietta non solo oltre la legislatura ma anche oltre il 2026.

[Tratto da Fb]

Il discorso programmatico del Premier Draghi al Senato

Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini.

Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno.

Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari.

Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni.

Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.

Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour:”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”.

Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia.

Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule.

Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca.

Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti.

Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato. La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese. Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo.

Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità. Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili.

Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato.

Questo è lo spirito repubblicano del mio governo. La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.

Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti.

Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale.

A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura.

È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse.

Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni.

Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione.

Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.

Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea.

Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere.

Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati – i dati ufficiali sottostimano il fenomeno — 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno.

Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.

L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4 – 5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo – due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali. La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne.

Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Si è anche aggravata la povertà. I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta.

Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza.Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209).

La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni. L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati.

Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse – e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13.

La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo. Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la didattica a distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.

Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità, una strada di unità e di impegno comune.

Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno.

La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari.

Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private.

Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus.

Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i “Livelli essenziali di assistenza” e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La “casa come principale luogo di cura” è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.

Scuola:  non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà. Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale.

Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo. Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.

In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli Itis (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. E’ stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli Itis, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia.

Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria.

Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.

Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente.

Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così. Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livello dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo. Come ha detto papa Francesco “Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”.

Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane. Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare.

Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce.

Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore.

Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma Sure è stato possibile limitare gli effetti negativi sull’occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi. È innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.

Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinché esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati. Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni.

Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito. Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare.

Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito. La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create. Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.

La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne.

L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali.

Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno.

Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.

Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation e occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza.

In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza.

Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata.

Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che “ogni azione ha una conseguenza”.

Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni. Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia.

La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica. Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR).

Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile. Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.

Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva.

Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione.

Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione. In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti. Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma.

Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021. Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).

Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all’inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro.

Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina. La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore.

Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore. Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente. Le riformeIl Next generation EU prevede riforme.

Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati. Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri. inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo. Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza.

Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta.

Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento.

Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata. Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani.

Il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività.

Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale. L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata. Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia.

Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini

La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.

Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite.

Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa. Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata.

Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato Nato.

L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.

Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati. L’avvento della nuova Amministrazione USA prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali.

Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi.

Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity.

L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti.

Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio. Insieme al Regno Unito – con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 – punteremo sulla sostenibilità e la “transizione verde” nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento “Youth4Climate”.

Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che sono certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.

Ogni tappa della vita è un tempo per credere, sperare e amare

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Il digiuno, la preghiera e l’elemosina sono le condizioni e l’espressione della Quaresima come percorso di conversione.
Lo ha spiegato papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2021.
«La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa».
«Il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo» perché «chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso».
Il Pontefice ha continuato sostenendo che la speranza è acqua viva, che alimenta la nostra fede e che non delude.
Quando Gesù crocifisso annuncia che il terzo giorno risorgerà, sta affermando la speranza: ossia che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore.
Speranza che significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.
È vero che parlare di speranza nelle difficoltà in cui viviamo potrebbe sembrare una provocazione – ha sottolineato Francesco –, ma ricevendo il perdono di Gesù, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono.
Il perdono di Dio – ha ribadito – permette di vivere una Pasqua di speranza e fraternità.
Ed ha spiegato che, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza».
Per questo è fondamentale raccogliersi per pregare e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.
«La carità – ha aggiunto il Papa – vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza».
«La carità – ha continuato – si rallegra nel veder crescere l’altro. La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione».
Secondo papa Francesco, a partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché è il modo migliore per raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti.
«La carità – ha sottolineato il Pontefice – è dono che dà senso alla nostra vita. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità».
Vivere una Quaresima di carità vuol dire anche prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid.
«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità – ha concluso Francesco – i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società».

Il “centro”, dopo questo Governo decolla.

Dunque, il Governo Draghi è decollato e la politica, almeno quella che abbiamo vissuto e sperimentato negli ultimi tempi tra i diversi schieramenti alternativi – si fa per dire – viene momentaneamente sospesa. Almeno si spera. Ora, all’interno di un quadro politico che negli ultimi 3 anni, cioè dopo le elezioni del 2018, è stato dominato e caratterizzato dal populismo e dal trasformismo, con questa esperienza di governo forse sarà possibile ricostruire un nuovo assetto politico, con nuove alleanze e, molto probabilmente, anche con nuovi soggetti politici. Purtroppo, non cambieranno granché gli esponenti politici ma anche su questo versante ci saranno novità. Probabilmente circoscritte, ma ci saranno.

Ed è proprio in questa cornice che si rende sempre più necessaria la presenza politica di una forza che sia in grado di riaffermare una vera cultura di governo, una capacità di comporre interessi contrapposti, che abbia un grande rispetto delle istituzioni con un vero senso dello Stato,  che eserciti una cultura della mediazione, che batta alla radice qualsiasi deriva che punta alla radicalizzazione della lotta politica e che, soprattutto, abbia una classe dirigente che sappia finalmente coniugare rappresentatività territoriale, politica e sociale con la qualità della medesima classe dirigente. Insomma, per dirla in breve, che sappia recuperare quelle caratteristiche e quelle peculiarità – pur senza riproporre quella esperienza partitica, come ovvio e scontato – che hanno caratterizzato per decenni la cittadella politica italiana. Certo, è del tutto evidente che l’attuale fase politica è quasi antropologicamente diversa rispetto a quella del passato. Del resto, quando prevalgono i disvalori del trasformismo, del populismo e quindi dell’opportunismo, è del tutto evidente che la politica, almeno quella che per molti anni abbiamo conosciuto e sperimentato anche nel nostro paese, è destinata ad arretrare e a fare un passo di lato. Ma la ruota gira e la moda di ieri, che ha fatto la fortuna di alcuni partiti, può diventare nell’arco di poco tempo una palla al piede per chi vuole e cerca di ridare prestigio, autorevolezza e credibilità alla stessa politica e ai partiti. Ma per centrare questo obiettivo è altrettanto evidente che si rende indispensabile una classe dirigente che non sia ispirata a quei disvalori. Populismo e trasformismo non possono più essere le stelle polari che orientano le scelte politiche e gli stessi comportamenti concreti. Di conseguenza, l’inaffidabilità e il cinismo più spregiudicato dei vari capi e capetti politici non rientrano tra gli elementi più gettonati per la nuova e futura classe dirigente. Gli slogan, ormai sempre più virali sulla rete, attorno al “mai e poi ancora mai con quel partito e con quell’esponente politico” non possono più essere il metro con cui si misura la credibilità della classe dirigente politica. Slogan che si sono rivelati, tra l’altro e come l’esperienza ha platealmente confermato, autentiche panzanate e solenni falsità.

Ecco perchè, la necessità di ridare fiato e concretezza ad un partito di centro, o meglio ad un partito che declini “politiche di centro”, diventa una priorità nel confuso e disorientato panorama politico italiano. E proprio il governo autorevolmente guidato da Mario Draghi può essere l’occasione propizia per inaugurare anche una stagione politica che sia in grado, pur senza coltivare facili illusioni, di invertire un po’ la rotta rispetto al decadimento etico, culturale, politico e anche programmatico a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Un partito di centro che declini politiche di centro non potrà che essere un soggetto di natura federativa che metta insieme culture e sensibilità diverse e che ha l’ambizione di rappresentare un punto di equilibrio e di sintesi per il sistema politico italiano. E, quel che più conta, con una classe dirigente che non faccia del basso trasformismo e del bieco opportunismo la sua cifra distintiva.

Appello al presidente Draghi e ai Ministri Speranza (salute) e Orlando (lavoro)

La legge di bilancio del 30/12/2020 n° 178 all’art.481 prevede testualmente che “Le disposizioni dell’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, si applicano nel periodo dal 1° gennaio 2021al 28 febbraio 2021”.

Trattasi delle tutele sanitarie a favore dei cd. “lavoratori fragili” introdotte con il cd. “Decreto Cura Italia” ma solo fino al 15/10/2020, per patologie gravi come l’immunodepressione, le malattie oncologiche e le invalidità ex legge 104/92: per errore o per dimenticanza esse non erano state rinnovate nel periodo 16/10/2020-31/12/2020. La citata legge di bilancio 178/2020 le aveva dunque ripristinate a far data dal 1° gennaio e fino al 28 febbraio p.v.

Una data che si sta rapidamente avvicinando senza che siano giunte dal nuovo Governo voci di un rinnovo della loro validità.

Va precisato che le tutele di cui trattasi prevedono, per il lavoratore a cui sia stata certificata la condizione di fragilità e la conseguente inidoneità temporanea all’impiego, l’utilizzo in mansione diversa in smart working o – laddove ciò non sia possibile – l’equiparazione del periodo di assenza per salute, che scaturisce dalla attestazione medica di inidoneità per il periodo di emergenza sanitaria, al ricovero ospedaliero.

In questo modo il lavoratore fragile che si assenta dal servizio per le citate gravi ragioni di salute non deve fare ricorso all’utilizzo del cd. “periodo di comporto” del proprio CCNL: una garanzia che evita il pericolo di consumare il congedo contrattuale per malattia che – sic stantibus rebus in regime di emergenza pandemica da Covid 19  – potrebbe protrarsi oltre la durata dell’emergenza sanitaria. 

IL DOMANI d’ITALIA aveva avuto modo di occuparsi di questa fattispecie con tre articoli “dedicati” che qui si riportano per un inquadramento tematico e per la descrizione della sequenza temporale dei provvedimenti, ivi compresa l’improvvida (e probabilmente non voluta ma dovuta a mero errore materiale) sospensione delle tutele, come sopra descritto. Va precisato che proprio grazie a questa nostra presa di posizione e alla sollecitazioni delle OO.SS , il Governo aveva sanato il vulnus della temporanea interruzione delle tutele sanitarie.

https://ildomaniditalia.eu/annullate-le-tutele-sanitarie-per-i-lavoratori-fragili/

https://ildomaniditalia.eu/legge-di-bilancio-ripristinate-fino-al-28-febbraio-2021-le-tutele-per-i-lavoratori-fragili/      

https://ildomaniditalia.eu/tutela-lavoratori-fragili-necessarie-ulteriori-precisazioni/     

Cresce l’ansiosa attesa tra coloro che potrebbero beneficiare di un rinnovo del provvedimento di tutela, formulato nella stessa, identica dicitura riportata nel citato articolo 481 della legge di Bilancio 2021. 

Contestualmente il Governo – in considerazione del permanere della situazione generale di gravità e diffusione della pandemia, aggravato dalle varianti genetiche del virus che attenuano l’efficacia dei vaccini, dovrebbe ricalibrare allo stato di fatto la durata del periodo di emergenza, attualmente fissato fino al 5 marzo p.v. con il D.L. n° 2/2021.

Il DOMANI d’ITALIA che aveva preso a cuore questa situazione di difficoltà che riguarda lavoratori già ammalati da gravi patologie conclamate e certificate e maggiormente a rischio (da ciò la condizione di “fragilità” ) di contrarre il Covid 19, attese anche le recentissime dichiarazioni degli scienziati circa l’espandersi di una “terza ondata” a seguito delle variazioni genetiche del virus e la conseguente ipotesi di un ulteriore periodo di lockdown, sollecita una presa in carico di questa situazione da parte del Governo in carica.

Essa dovrebbe prevedere l’estensione del periodo di emergenza e il rinnovo delle già citate tutele sanitarie, per il quale sarebbe sufficiente prorogare per un ulteriore ragionevole periodo le previsioni normative dell’art. 481 della legge 178 del 30/12/2020.

Siamo vicinissimi alla scadenza: speriamo che il Presidente Draghi e i Ministri competenti si facciano premura di un sollecito rinnovo, possibilmente non l’ultimo giorno utile. Gli interessati devono essere informati al più presto circa la decisione che rientra nella logica del freno al contagio e riguarda quindi tutti. 

Governo Draghi. Un nuovo patto repubblicano

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prima parte dell’articolo che, volendo approfondire nel dettaglio, si può leggere nella versione integrale sul sito di “Convergenza Cristiana”

Il Governo Draghi ha dunque preso il via ed ecco che in soli dieci giorni il fiume della storia ha terminato di percorrere completamente la sua ansa, aprendosi ad un orizzonte del tutto nuovo ed inesplorato.

Dopo trent’anni di inossidabile bipolarismo, smantellato anche da alcuni cattolici di allora come quelli del “Patto Segni”, nasce anche in Italia una “groβe Koalition”. Contro ogni previsione si è arrivati in meno che non si dica, all’incontro di tutte le forze popolari che hanno sentito di non potersi sottrarre all’appello del Presidente della Repubblica ed unirsi nell’impegno della difesa della Repubblica in un momento di straordinaria difficoltà.  “Occorre rimettere insicurezza l’Italia”. Questa la parola d’ordine ed i generosi e gli intelligenti non si sono sottratti.

Non era difficile prevedere per chi ha un minimo di “divina scintilla” nelle cose della politica che questo sarebbe sto il punto di arrivo della crisi. Da sempre in Italia le situazioni di difficoltà più o meno estreme sono state gestite e superate dall’incontro prima e dalla la collaborazione responsabile poi, di poli politici lontani tra loro. Così fu per il “Connubio “tra Cavour e Rattazzi dopo il disastro di Custoza. Così fu nell’incontro tra i liberali ed i movimenti operai per il trasformismo di De Pretis prima e di Giolitti dopo.

Così fu addirittura per il Fascismo che riuscì a gestire la drammatica crisi del dopoguerra amalgamando per venti lunghi anni prima di implodere Monarchia, grande proprietà agraria, grossi gruppi industriali con il socialismo movimentista e dannunziano fortemente popolare e populista di marca mussoliniana. Di fronte alla drammatica crisi dell’economia collassata su sé stessa sia per la pandemia  ma ancor più per la evidente incapacità dei Governi Conte, più di una volta in questi ultimi tempi abbiamo sentito evocare la parola “guerra”.

Siamo in una guerra! Naturale dunque che non si potesse non rispondere all’appello ineludibile ed in qualche modo ultimativo del Presidente della Repubblica e di Draghi: bisogna mettere insicurezza il paese!

Ecco allora arrivare il governo nuovo e diverso dei “migliori” e purtroppo con lui anche lo sbadiglio beota di quanti ancora pensavano di interpretare questo fatto nuovo e dirompente avendo l’occhio fisso ai partiti e ad un passato bipolare che ormai non c’è più.

Volenti o nolenti l’unità nazionale che è nata in soli dieci giorni e che è sotto i nostri occhi è il frutto di una iniziativa certamente democratica e costituzionale ma fortemente connotata dai tratti di un presidenzialismo declinato attraverso la rigida e letterale lettura degli articoli 92 e 93 della Costituzione ‘interpretati ed applicati alla lettera’. E’ stata così messa a nudo una pura e semplice verità. L’aver messo al loro giusto posto i partiti resi liquidi e di plastica da trent’anni di anestesia democratica indotta dal bipolarismo, ha permesso di far venir fuori un nuovo “Patto Repubblicano” tra tutte le forze politiche, sociali ed economiche vive e vitali del paese.

La compiuta declinazione politica di questo fatto ed i suoi effetti compiuti si vedranno con chiarezza solo nei prossimi anni, perché per mettere in sicurezza il paese occorreranno appunto alcuni anni. E questo è il motivo per il quale non sono certo, come qualcuno sostiene, che questo Governo duri un anno o poco più.

Quello di cui invece sono certo perché ben lo vedo è il grande rammarico del dover constatare l’assenza totale di una componente cattolica autorevole e strutturata in partito, quale perno portante ma anche garante di questo “Patto Repubblicano” stilato sotto i nostri occhi. E’ il rammarico dell’ottobre del 2018 quando fallì il generoso sforzo di quanti lottarono perchè la parte migliore del mondo cattolico si fondesse con le varie anime della Democrazia Cristiana restituendo loro vita. E ‘ il rammarico del fallimento dello sforzo successivo per far nascere un partito identitario e nuovo quale risultante della elaborazione di un pensiero politico forte cristianamente ispirato mediato intelligentemente e sapientemente con tutte le forze sociali e politiche di ispirazione cristiana. Tentativo decapitato dalla avventata ed insipiente decisioni di far nascere un partito a data certa e per decreto, con l’idea di trasformare non si sa bene cosa in non si sa ben che e soprattutto in non si sa bene come.

Oggi si vedono gli effetti di quegli errori e di quei ritardi. Effetti pesanti dalle conseguenze gravide di incognite e di rischi. Il motivo è molto semplice. Il “Patto Repubblicano” sarà caratterizzato da manovre economiche ultra espansive. Draghi già lo aveva fatto capire nel suo intervento al meeting di Rimini e noi non avevamo mancato di coglierlo. Ma le manovre economiche che si profilano avranno possibilità concreta di riuscita se accompagnate contestualmente dallo sradicamento senza tanti complimenti della mala pianta di una amministrazione costretta all’inefficienza da leggi prolisse, sbagliate ed eccessive nel numero, e da una giustizia i cui tempi biblici ci costano un calo annuo del 2% del Pil, ovvero da una giustizia che per la sua inefficienza blocca ogni possibile sviluppo economico.

Quattro dunque i futuri protagonisti insieme a Draghi: il Ministro dell’Economia e Finanza, il Ministro dello Sviluppo Economico, il Ministro della Giustizia ed il Ministro della Pubblica Amministrazione: Franco, Giorgetti, Cartabia e Brunetta. L’insuccesso dell’ambizioso progetto di mettere in sicurezza il paese è certo se il lavoro di questi quattro Ministri finisse ad arenarsi ed a spegnersi nel fallimento. Se in altre parole si finisse a sterilizzare ogni possibilità di manovra economica espansiva e dunque di rendere buono il debito attraverso investimenti buoni per le insufficienze delle strutture e degli uomini.

Il problema allora è che un progetto ambizioso e coraggioso quale quello  messo in campo dal Mattarella e Draghi, esige e postula anche e soprattutto l’accompagnamento ed il sostegno di una forte spinta etica rinvenibile in tutta la società civile.

Qui l’articolo completo

Idee per prendersi cura del mondo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Merola

In un mondo travolto dalla pandemia che da oltre un anno terrorizza l’umanità, mietendo vittime innocenti e segnando per sempre nella carne e nell’animo i sopravvissuti, che ci ha resi tutti incapaci di guardare oltre il buio del tempo presente, schiacciati dal senso di precarietà che ormai ognuno avverte su di sé, anche le parole sembrano aver perso di significato e di quella forza propulsiva che nel corso della storia hanno iniziato cambiamenti epocali. Eppure l’uomo, nonostante la crisi comunicativa, che già il filosofo Ferdinand Ebner identificava all’origine della crisi moderna ovverosia come “caduta della parola”, ha a disposizione da sempre e soltanto la forza delle parole se vuole cambiare se stesso e gli altri, e il corso della storia.

Consapevole di tutto questo, ovvero che ognuno di noi è chiamato a dare, giorno dopo giorno e relazione dopo relazione, senso compiuto a frammenti di vita, il vescovo Nunzio Galantino, professore emerito di Antropologia filosofica e dal 2018 a capo dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ( APSA ), dopo essere stato segretario generale della Cei, da alcuni anni, su «Il Sole 24 Ore», propone settimanalmente a partire ogni volta da una parola diversa idee per prendersi cura del mondo. Queste parole chiave, ben centoventisette, rielaborate e ordinate, sono state raccolte nel libro, Nel cuore della vita. Idee per prendersi cura del mondo (Milano, Solferino, 2021, pagine 304, euro 17,50), con la prefazione di Andrea Riccardi e la postfazione di Luigi Ciotti.

Un «viaggio intorno all’uomo», spiega l’autore nell’introduzione, in sei tappe per «disegnare un itinerario di conoscenze e di riflessioni che può accompagnarci lungo strade incerte. Riportandoci nel cuore della vita e contribuendo a farci scoprire chi siamo, ma soprattutto chi potremmo essere e chi vogliamo ancora diventare».

Un viaggio che non può essere percorso in solitaria, ma con la cura e la vicinanza degli altri. Il primo nucleo tematico del libro chiarisce chi sono gli altri: è tutta l’umanità senza distinzioni di genere, razze, colori, provenienze e storie personali. La seconda tappa prosegue indagando l’essenza della persona e il suo mistero. Gli esseri umani si distinguono dagli animali per l’uso della parola come strumento di comunicazione. Pertanto il terzo nucleo tematico è la raccolta delle parole dedicate ai linguaggi e alle esperienze, intese come strumenti che raccontano chi siamo diventati e chi possiamo diventare. La tappa successiva è forse quella centrale dell’intera raccolta, perché ricorda che c’è persona solo dove c’è l’impegno a prendersi cura del mondo. Dove ci si impegna a «dare corpo ai sogni e mettere su gambe stabili la speranza». Da qui la descrizione delle caratteristiche necessarie per chi vuole scoprire la vera ricchezza che abita la persona e la rende fruttuosa per sé e per gli altri. Infine, la sesta tappa dedicata ai limiti con i quali ciascuno è chiamato a fare i conti. Per conoscerli, accettarli e, «quando è dato farlo», superarli. Perché se affrontati con scrupolo, ricorda Galantino, i propri limiti «possono essere fonte inesauribile e occasione di crescita».

Il presidente dell’ APSA , allo stesso modo del padrone di casa della parabola evangelica che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche, pagina dopo pagina distribuisce idee come perle preziose, mettendo in luce una straordinaria capacità a lavorare come artigiano sulla parola, perché sia onesta, perché non tradisca, perché corra, in qualche modo liberante, sulle labbra dei lettori. Dà insomma materiali per pensare e per discutere, convinto che «rendere migliore il mondo è rendere migliori se stessi».

Del resto la raccolta delle parole in nuclei tematici non ne impedisce anche una lettura secondo prospettive diverse. Un aiuto, spiega Galantino, «viene certamente dal frequente rimando alla loro etimologia, che ne svela significati spesso dimenticati o distorti dall’uso improprio». Recuperare il senso delle parole è, per il professore di filosofia divenuto vescovo, «anche un ritorno all’origine dell’essere umano e dell’importanza che ha per lui il sentirsi parte di un mondo fatto di relazioni».

Insomma, «Galantino ci conduce alla scoperta del cuore di parole — conclude don Ciotti nella postfazione — che pronunciamo perlopiù distrattamente, ignorandone il senso recondito e il legame con gesti fondativi dell’esperienza umana. E così ci fa conoscere il patrimonio di vita e storia che evochiamo nel pronunciarle, conoscenza che genera cura e responsabilità».

Debutta il Bilancio idrologico nazionale

Parte il nuovo progetto di bilancio idrologico nazionale per migliorare la qualità delle acque e la gestione della risorsa idrica del nostro Paese. Nell’ambito del Piano Operativo Ambiente, promosso dal Ministero dell’Ambiente, si avviano le attività del “Progetto sul Bilancio Idrologico Nazionale” coordinato da ISPRA, a partire dalle prime due Convenzioni attuative per i distretti idrografici della Sardegna e dell’Appennino Settentrionale, firmate rispettivamente a dicembre 2020 e gennaio 2021.

Il Piano Operativo Ambiente, finanziato dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2014-2020, è articolato in un complesso di importanti interventi per la tutela dell’ambiente e la promozione dell’uso efficiente delle risorse. Oltre 100 milioni di euro dei fondi gestiti dal Ministero dell’Ambiente sono dedicati agli interventi di miglioramento della qualità delle acque in tutto il territorio nazionale. Di questa dotazione finanziaria si avvarranno le sette Autorità di bacino distrettuale responsabili delle azioni di miglioramento della qualità dei corpi idrici nonché della realizzazione con ISPRA del “Progetto sul Bilancio Idrologico Nazionale”.

Questo progetto, che prevede un finanziamento complessivo di 10,5 milioni di euro, si propone di integrare le attività condotte dagli uffici idrografici delle regioni e delle province autonome responsabili del monitoraggio idrologico, per dare nuovo impulso al monitoraggio idrometrico e alle misure di portata e sviluppare una metodologia uniforme su scala nazionale per la gestione dei dati idrologici e la loro elaborazione per la stima delle componenti di bilancio su scala distrettuale.

L’obiettivo è, dunque, colmare il gap conoscitivo attualmente esistente in relazione all’effettiva entità della risorsa idrica superficiale, consentendo di ottenere una stima affidabile del bilancio idrologico. Tale passaggio è indispensabile per raggiungere gli obiettivi di qualità dei corpi idrici previsti dall’Unione europea e per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, in merito all’accesso universale all’acqua.

La prima Convenzione attuativa per regolamentare compiutamente lo svolgimento delle attività tecnico-scientifiche previste dal progetto è stata sottoscritta lo scorso 30 dicembre 2020 e prevede la collaborazione tra l’Autorità di distretto della Sardegna, l’ARPA Sardegna e l’ISPRA. È stata poi la volta della Convenzione tra l’Autorità di distretto dell’Appennino Settentrionale, l’ARPA Liguria, le Regioni Toscana e Umbria e l’ISPRA, siglata il 25 gennaio 2021. È infine imminente l’avvio delle collaborazioni per il distretto idrografico del Fiume Po e per il distretto idrografico dell’Appennino Centrale, previste nei prossimi mesi.

La peggiore piaga degli ultimi 50 anni sta colpendo l’Africa orientale. Le locuste

L’Africa orientale è attualmente colpita da una seconda ondata di piaga delle locuste, che dilaga da più di un anno.

I singoli animali sono innocui. Tuttavia, quando vivono vicini, gli insetti cambiano il loro comportamento e formano sciami che escono e divorano tutto sul loro cammino. Le locuste si sono moltiplicate inosservate per tre generazioni nella penisola arabica prima che gli sciami migrassero nello Yemen e poi invadessero l’Africa orientale alla fine del 2019. 

Anche l’Organizzazione mondiale dell’alimentazione (FAO) ha avvertito a metà gennaio che il Kenya e l’Etiopia meridionale sarebbero stati colpiti da una seconda invasione di locuste. Gli insetti potrebbero diffondersi anche in altri paesi come Uganda, Sud Sudan, Eritrea e Gibuti. Forti piogge e cicloni avrebbero portato a una nuova generazione di locuste.

Tuttavia, l’organizzazione delle Nazioni Unite sottolinea che la nuova situazione non può essere paragonata alla drammatica diffusione di insetti dello scorso anno. Un motivo importante: con l’aiuto della FAO, i paesi dell’Africa orientale sono riusciti a costruire una flotta di 28 aerei ed elicotteri, 60 squadre di terra e 3.000 cacciatori di locuste  addestrati a tempo di record.

In oltre 6000 ore di volo, i parassiti sono stati irrorati con pesticidi dall’aria per contenere gli sciami. Con l’aiuto della tecnologia digitale e delle immagini satellitari, sono stati esplorati i luoghi di riproduzione e le rotte migratorie delle locuste. Secondo la FAO, dal gennaio 2020 sono stati trattati 1,5 milioni di ettari di terreno in Africa orientale e Yemen.

Tuttavia, i fondi finanziari sono ora vuoti. Secondo la FAO, i 28 aerei non sarebbero in grado di decollare a marzo senza fondi aggiuntivi per carburante, tempi di volo e ore pilota. Sarebbero necessari circa 28 milioni di euro per mantenere le operazioni in corso fino a giugno, ha detto il vicedirettore generale della FAO Laurent Thomas. “Sarebbe tragico buttare via questi risultati, soprattutto ora che i paesi dell’Africa orientale iniziano a vedere la luce alla fine del tunnel”.

 

Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, oggi, comincia il primo giorno di Quaresima nel calendario liturgico cristiano. Questa festività si celebra 46 giorni prima di Pasqua , e quindi può cadere nei giorni che vanno dal 4 febbraio fino al 10 marzo. Secondo i vangeli di Matteo , Marco e Luca , Gesù trascorse 40 giorni di digiuno nel deserto, dove ha subito la tentazione di Satana.

Papa Francesco celebrerà la Santa Messa con il Rito di benedizione e imposizione delle Ceneri presso l’Altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro.

L’imposizione delle ceneri sul capo del pontefice, che tradizionalmente avveniva nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino per mano del cardinale protovescovo, per almeno cinque secoli si è svolta in silenzio.

Stando alla dissertazione scritta dal cardinal Niccolò Maria Antonelli nel 1727, il rito era piuttosto antico, anteriore a papa Gregorio I (VI secolo), e si svolgeva «dicendo sacra illa verba: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» perlomeno fino al pontificato di papa Celestino III (1191-1198), mentre l’assenza di qualsiasi formula rituale («nihil dicendo») è sicuramente attestata con papa Urbano VI (1378-1389) ma potrebbe essere anticipata con buone ragioni all’inizio del Trecento. Il passaggio quindi al rito silenzioso sarebbe avvenuto nel XIII secolo, mentre la pronuncia della formula ammonitrice è stata reintrodotta all’inizio del Settecento.

Dalla basilica di Sant’Anastasia prendeva poi le mosse la solenne processione penitenziale che, a piedi scalzi (almeno fino al XII secolo), saliva fino alla prima stazione quaresimale della basilica di Santa Sabina, sull’Aventino, dove i pontefici celebravano la messa stazionale e pronunciavano la loro omelia del Mercoledì delle ceneri. Interrotta nel Settecento e ripresa da papa Giovanni XXIII nel 1962, facendola però iniziare dalla chiesa benedettina di Sant’Anselmo, a poca distanza da Santa Sabina, questa tradizione è stata continuata anche dai suoi successori, con le uniche eccezioni del 2013 e del 2016: nel 2013, in seguito alle dimissioni di papa Benedetto XVI, le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella basilica vaticana, mentre nel 2016, vista la presenza delle spoglie di San Pio da Pietrelcina e di San Leopoldo Mandic nella Basilica Vaticana, papa Francesco ha preferito celebrare in San Pietro.

Particolare la tradizione nel Parco nazionale del Vesuvio, gli abitanti di Sant’Anastasia compivano, ancora pochi decenni fa sul monte Somma, un percorso sulle pendici lungo la strada ornata dalle stazioni della Via Crucis, per andare infine a dissetarsi con l’acqua limpida della sorgente Olivella.

 

 

Commercio: Istat, export nel 2020 in calo del 9,7%. “Peggior risultato dopo la caduta del 2009”

A dicembre 2020 si stima una flessione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intensa per le esportazioni (-3,8%) che per le importazioni (-1,1%). La diminuzione su base mensile dell’export è dovuta al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso l’area Ue (-3,7%).

Nell’ultimo trimestre del 2020, rispetto al trimestre precedente, l’export cresce del 3,3%, trainato soprattutto dalle maggiori vendite di beni strumentali e beni intermedi. Nello stesso periodo, l’import aumenta del 4,3%.

A dicembre 2020, l’export registra una crescita tendenziale del 3,3% (da +1,1% di novembre), dovuta all’aumento delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+4,1%), sia verso l’area Ue (+2,4%). L’import segna una flessione dell’1,7, determinata soprattutto dal calo degli acquisti dall’area extra Ue (-3,2%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente all’aumento tendenziale dell’export si segnalano metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+21,8%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+28,5%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+7,8%) e autoveicoli (+11,0%). I maggiori cali riguardano prodotti petroliferi raffinati (-35,6%), articoli in pelle (-11,1%) e articoli di abbigliamento (-9,6%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono in misura più ampia all’incremento dell’export sono Germania (+7,7%), Stati Uniti (+7,9%), Regno Unito (+12,5%) e Cina (+18,3%). In diminuzione si segnalano le vendite verso paesi OPEC (-13,1%), Giappone (-9,7%) e Spagna (-2,7%).

Nel complesso del 2020, l’export registra una contrazione del 9,7%, con riduzioni di pari entità verso entrambi i mercati di sbocco, area Ue ed extra Ue. Il calo è dovuto in particolare alla caduta delle esportazioni di macchinari e apparecchi (-12,6%), prodotti petroliferi raffinati (-42,1%) e articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-20,8%). Risultano in aumento le vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+3,8%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+1,9%).

Nell’ultimo mese del 2020 si stima che il saldo commerciale risulti positivo per 6.844 milioni di euro, con un aumento di 1.780 milioni rispetto a dicembre 2019. Nell’anno 2020 l’avanzo commerciale raggiunge +63.577 milioni (+86.125 milioni al netto dei prodotti energetici). Nel 2019 era stato pari a +56.116 milioni.

Nel mese di dicembre 2020 i prezzi all’importazione aumentano dello 0,7% su base mensile e diminuiscono del 4,4% su base annua.

Variante covid: “Difficile tornare a scuola al 100%”

Il rientro a scuola al 100% è un obiettivo difficile da raggiungere mentre si discute del rischio connesso alla variante inglese del coronavirus. “Tornare a scuola al 100% è un obiettivo che ci poniamo tutti, il problema è se in queste situazioni sia possibile”, dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, a Sky Tg24. “In questo momento è difficile pensarci, ma è un obiettivo di lungo termine al quale dobbiamo prestare attenzione. Non a caso abbiamo chiesto un’accelerazione della campagna vaccinale”.

“La variante si sta diffondendo all’interno popolazione e bisogna stare attenti soprattutto in quegli ambienti come le aule dove ci sono molti ragazzi e docenti in spazi abbastanza limitati. Al momento mancano rilevazioni ufficiali sul rendimento dei ragazzi rispetto all’adozione della didattica a distanza, non a caso ho chiesto se ne possa occupare l’Invalsi, Istituto Nazionale per Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, così da avere un monitoraggio effettivo, scientifico su basi oggettive che possa essere realizzato in tutte le classi. Pensare a una ripresa settembre con un monitoraggio e un piano recupero che possa effettivamente colmare queste lacune mi sembra un buon orizzonte di politica scolastica”,aggiunge.

“Abbiamo un forte bisogno di capire dove ci sono sacche povertà ed esattamente in cosa consistono. La pandemia ha acuito situazioni che già esistevano – dice ancora – La situazione è molto differenziata sia a livello geografico sia a livello di singola classe, dipende dalle singole situazioni, tanti ragazzi non sono riusciti a collegarsi in maniera efficace, a seconda della situazione della famiglia l’efficacia della dad è stata diversa. Bisogna vedere dove le competenze sono carenti, soprattutto negli istituti superiori dove quest’anno è stato più sofferto, con stop and go continui”.

No, la vecchia “macchinetta” non potrà più tornare a girare

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gaël Giraud

Le Scritture ci invitano a prenderci cura del creato: «Dio vide che era cosa buona» (Gen 1). Noi sappiamo che esso è anche fragile: il nostro modo di vita, di produzione, di consumo, ereditato dalla seconda rivoluzione industriale, non è compatibile con il rispetto della creazione, in particolare con la finitezza delle risorse energetiche fossili e con la lentezza di riproduzione delle energie rinnovabili. Le Conferenze episcopali della Germania e della Francia ci stimolano con decisione a prendere parte alla straordinaria conversione cui ci convoca la sfida energetica. Conversione a uno stile di vita sobrio nell’ambito di un’economia non carbonica e di istituzioni giuste, attente ai più poveri. Certo i piccoli gesti della vita quotidiana sono indispensabili: consumare (molto) meno carne (rossa), non bere più acqua imbottigliata, allevare api in giardino, non viaggiare più in aereo, sostituire i computer da scrivania con pc portatili, non cambiare l’acqua della piscina tutte le settimane ecc. Ma questo non basterà a frenare il riscaldamento. Tanto più che una parte dei nostri consumi energetici sono obbligati: chi non ha un’auto per andare al lavoro o ha un’abitazione mal coibentata non può “soltanto” andare in bicicletta o infilarsi un maglione… La transizione ecologica è il processo grazie al quale le nostre società potrebbero passare da un’organizzazione economica incentrata essenzialmente sul consumo di energie fossili, che ha fra i suoi sottoprodotti emissioni massicce di gas serra, a un’economia sempre meno energivora e inquinante. Essa probabilmente sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale ai secoli XVIII e XIX . La generazione che arriva oggi all’età adulta porta una responsabilità storica: o riesce a innescare questa transizione (almeno nei Paesi di antica industrializzazione) e se ne parlerà nei libri di storia di fine secolo; o non vi riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi! Questa transizione, ormai lo comprendiamo, rappresenta un autentico sconvolgimento della società. In qualche modo il trauma dei campi di concentramento e dei gulag ha fatto prendere coscienza a un Occidente atterrito per la perversione possibile della razionalità moderna forgiata dai Lumi. Una volta passato il tempo della ricostruzione del dopoguerra (una generazione), l’esperienza di questa possibile perversione ha gettato un dubbio radicale su ogni forma di utopia “illuminata”, sia essa la democrazia repubblicana o il “socialismo” collettivista. Vi si può probabilmente leggere una delle origini della disaffezione nei confronti delle grandi istituzioni (lo Stato in primo luogo, ma anche la Chiesa), divenuta palpabile dagli anni Settanta e di cui la caduta del muro di Berlino nel 1989 potrebbe essere un tardivo nuovo volto. Di quale progetto di società disponiamo adesso, in grado di mobilitare le energie collettive, di tracciare l’orizzonte di un avvenire comune? Come abbiamo visto sopra, il messianismo della “società di proprietari” sembra essere l’unica “utopia” sventolata da certe élite economiche legate al mondo finanziario attorno al bacino atlantico (e tutt’al più in Giappone e a Taiwan). L’attualità s’incarica di mostrare quanto un simile progetto, lungi dal risolvere la “panne escatologica” delle nostre società, conduca al disastro. La transizione ecologica rappresenta un’autentica alternativa a quell’utopia.

Concretamente come si fa? Il passo più immediato è senz’altro il rinnovamento termico, che ha lo scopo di ridurre drasticamente il consumo di energia da parte degli edifici, prima voragine energetica delle nostre economie attuali. Questo primo passo sembra non porre problemi tecnici maggiori all’edilizia e all’insieme dei mestieri collegati. L’unico freno che trattiene il decollo di questo rinnovamento è la mancanza di finanziamenti. Il secondo cantiere, che tocca la seconda fonte di consumo di energie fossili, è la mobilità: aereo, auto, treno. Qui le cose si fanno molto più complicate. Non tanto a motivo dell’aereo: ci abitueremo a organizzare videoconferenze invece di attraversare gli oceani per la più insignificante delle riunioni di lavoro. Le difficoltà sorgono non appena si cerca di sostituire intelligentemente il treno all’auto e al camion: la cosa esige dei compromessi politici (da dove facciamo passare la nuova ferrovia?) e una revisione completa del nostro assetto territoriale. Ciò comporta un effettivo e completo riordino dei territori, la rivalorizzazione di una parte delle reti ferroviarie che abbiamo smontato pezzo per pezzo dopo la Seconda guerra mondiale. Occorre dunque rimettere in auge il trasporto pubblico, mentre l’urbanizzazione delle nostre città esige un ripensamento. Possiamo già anticipare che bisognerà mettere un punto finale alle periferie residenziali di villette e favorire numerose cittadine ad alta densità abitativa, irrigate da una fitta rete di trasporto pubblico e collegate le une alle altre da treni e da autobus (a basso consumo di carburante). Il treno, però, non potrà sostituire del tutto l’automobile: bisognerà sviluppare al massimo il car pooling, inventare un altro rapporto con le quattroruote. Il terzo cantiere, infine, è quello della trasformazione delle nostre modalità di produzione dell’energia: probabilmente non si potranno chiudere tutte le centrali a carbone, ma almeno bisognerà assolutamente catturare la C O 2 prodotta e investire massicciamente sulle fonti di energia non carbonica, in modo da arrivare a fare a meno del carbone (a livello europeo) e in vista di ridurre progressivamente il gas. Spingiamoci più in là. Se i prezzi delle energie fossili diventassero molto volatili, il commercio internazionale potrebbe ridursi significativamente… Nel 2008-2009 è diminuito del 30% in tre mesi: questo vuole almeno dire che il commercio mondiale può contrarsi in maniera considerevole.

La “globalizzazione” non è irreversibile. Evidentemente, nel 2008-2009 la contrazione fu dovuta agli effetti congiunti del crac finanziario sulle economie reali e dei movimenti erratici del prezzo del barile, che, abbiamo visto, furono probabilmente dettati dai movimenti dei capitali sui mercati derivati sul petrolio. Ma una fiammata del prezzo del barile fino a 200, 300 dollari, e anche più, potrebbe ben comportare la conseguenza di non avere più gamberetti thailandesi nei nostri centri commerciali a Natale. Non a causa del trasporto marittimo, per quanto esso rappresenti l’80% del trasporto internazionale: le navi consumano talmente poco carburante rispetto alla massa di merci che possono trasportare, che abbiamo ancora un margine considerevole prima che diventino troppo care. Semplicemente non andremo più a fare shopping a Port-de-Bouc, dalle parti di Marsiglia. E il camion che trasporta i nostri prodotti quotidiani da Port-de-Bouc al centro commerciale del nostro quartiere, quello sì che è troppo assetato di petrolio. E, oggi come oggi, non siamo in grado di fabbricare camion elettrici che viaggino veloci e trasportino grandi quantità di merci su lunghe distanze. Molte aziende l’hanno già capito perfettamente, e spostano i loro stabilimenti vicino ai porti marittimi per minimizzare i costi del trasporto. Se si dovesse operare di nuovo una regionalizzazione del commercio internazionale, gli europei dovrebbero anche reimparare a produrre in prima persona una parte dei prodotti, per i quali l’importazione sarebbe diventata troppo onerosa. E questo comporterebbe una reindustrializzazione delle nostre economie.

E l’agricoltura? Un riassetto del territorio con piccole città molto dense e costi di trasporto elevati porterebbe a una nuova valorizzazione della poli-agricoltura attorno a tutti questi centri urbani. Buona notizia: sarà l’occasione di mettere fine all’eccessiva specializzazione agricola.

Perché sia davvero bene comune

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.meridianoitalia.tv/ a firma di Gianni Lattanzio

E’ venuto il momento di capire davvero cosa significhi parlare di bene comune, al di là delle dichiarazioni di intenti. Innanzitutto, è bene guardare con realismo alle sfide che abbiamo davanti: la carenza e la precarietà del lavoro, l’emergenza ambientale, il moltiplicarsi dei fenomeni migratori, l’esponenziale crescita di poveri sotto ogni latitudine, il tutto, oggi, nel contesto di una terribile pandemia. Viene subito in mente la raccomandazione di Papa Francesco: mettere al bando l’idea che si possa ignorare il fatto che ognuno di questi fronti ormai riguarda tutti. Lo ha ben spiegato nell’Enciclica Laudato sì, dove il messaggio centrale non è la denuncia ambientale ma il richiamo a un’ecologia delle relazioni, perché tutto sul pianeta è interconnesso. Non è solo un discorso di globalizzazione ma di significati: nessuno può prescindere dalle conseguenze di disequilibri pesanti che si manifestino a proposito della salute dell’ambiente in cui viviamo o nei rapporti di forza tra ricchi e poveri.

A marzo 2020 avrebbe dovuto tenersi l’incontro tra giovani economisti voluto fortemente da Papa Francesco: per via del  coronavirus è stato rimandato di qualche mese e si è tenuto poi in modalità digitale. In ogni caso ha offerto un contributo importante di pensiero al dibattito sul rilancio dell’economia. Vale la pena recuperare qualche caposaldo della Economy of Francesco.

       La road map in sostanza è presto detta: perseguire un valore economico  sostenibile dal punto di vista ambientale, che significa lavorare per un’economia circolare, dove gli scarti del consumo e della produzione si trasformano in materia prima di nuovi prodotti. Ma significa anche sviluppare una cultura che soppianti quella che Papa Francesco definisce la cultura dello scarto,  che implica il tema dei rifiuti, ad esempio quelli di plastica che avvelenano ambiente e salute dell’uomo, ma anche gli esseri umani che non reggono il passo: poveri, anziani, persone con handicap o molto più comunemente quei lavoratori che, non essendo specializzati, stanno perdendo l’impiego man mano che l’automazione avanza. L’opposto di tutto ciò è, secondo Papa Francesco, una visione completamente diversa dei sistemi dell’economia.

Fare propria la concezione di “un’ecologia di relazioni” significa ribaltare l’ottica: prendersi piuttosto cura delle persone, guardando ai bisogni. In fase di pandemia può essere più urgente che mai la sollecitudine a prendersi cura della salute, ma – nella visione di Francesco – dovrebbe  in realtà diventare il paradigma nuovo dei modelli economici. O meglio: non c’è solo il vaccino o le cure per il coronavirus da considerare, che pure ovviamente sono un’urgente priorità. C’è da dire che sono sempre di più gli economisti che giurano che l’attenzione per i più fragili è la ricetta migliore anche per i più agiati. E non è un richiamo astratto: le formule ci sono. Il primo suggerimento che emerge è quello di far fuori l’illusione che un certo liberismo per anni ha alimentato: che producendo ricchi si producesse a cascata anche benessere per le altre fasce sociali. Non ha funzionato e ci ritroviamo sempre più marcate diseguaglianze sociali a tanti livelli. E non c’è appello che tenga alla globalizzazione, che doveva fungere da vasi comunicanti, o alla digitalizzazione che avvantaggia solo chi è già avanti e che taglia i posti di lavoro non specializzati.

Resta la preoccupazione di come muoversi scongiurando l’ipotesi di decrescita, di come risolvere il problema della sostenibilità ambientale e della sfida alla salute senza compromettere la capacità di creare occupazione o minare la sostenibilità finanziaria dell’Italia. L’economista Leonardo Becchetti parla da tempo di “ricca sobrietà”, ribadendo proprio che per risolvere il dilemma ci vuole una risposta culturale prima ancora che economica. Secondo Becchetti, la ricca sobrietà è la risposta sul piano individuale e degli stili di vita al paradosso di una decrescita aggregata impossibile e controproducente a fronte di una decrescita settoriale urgente e improrogabile, come l’uscita dalle fonti fossili. Un punto di riferimento importante sono i risultati degli studi sulla soddisfazione di vita in tutto il mondo, che ci dicono che i fattori fondamentali per la nostra soddisfazione sono molto meno materiali di quello che pensiamo. In primis, infatti, c’è la qualità delle relazioni che abbiamo, anche se nessun Pil la misura. L’idea, dunque, è anche quella di guardare in modo nuovo ai numeri, pensando società dove la creazione di valore, economico e non, rispetti gli equilibri della sostenibilità finanziaria, sociale – che significa lavoro per tutti – ed ambientale.

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Impianti sci: basta polemiche inutili. Adesso contano solo i ‘ristori’. Il Governo agisca subito.

Sulla riapertura degli impianti di risalita adesso occorre passare dalle sterile polemica ad una politica che sostenga concretamente e rapidamente l’intera filiera economica e produttiva del cosiddetto ‘sistema neve’. Fermarsi alla denuncia, alla polemica sulla comunicazione tardiva del Ministro Speranza – che, come ovvio, è stata una scelta alquanto infelice e singolare – e alla contrapposizione tra i vari livelli istituzionali, sono esercizi verbali che adesso hanno scarso significato politico con zero ricadute positive per il settore interessato.

Si tratta, semmai, di attrezzarsi da subito affinchè il Governo affronti con serietà, e soprattutto con rapidità, il capitolo dei cosiddetti ‘ristori’. Basta con gli inutili ordini del giorno in Parlamento, con le conferenze stampa e le promesse di risarcimenti futuri. Il sostegno ai lavoratori, agli operatori, alle piccole e medie aziende che rischiano semplicemente di fallire, sono impegni concreti ed urgenti e, al contempo, non si può più assistere al balletto sulla entità delle cifre stanziate e sulla tempistica indefinita per l’erogazione delle risorse.

Il Governo agisca subito, e con efficacia, su questo fronte. Fornendo risposte precise alle categorie interessate, sulla tempistica dei fondi da erogare e sulle risorse stanziate. Il resto appartiene solo alla polemica propagandistica sterile ed inconcludente.

L’addio alla stagione dello sci costa 10 mld

La chiusura degli impianti anche nell’ultima parte della stagione è destinata ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma sull’intera economia che ruota intorno al turismo invernale che ha un valore stimato prima dell’emergenza Covid tra i 10 e i 12 miliardi di euro all’anno tra diretto, indotto e filiera. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al nuovo rinvio della riapertura allo sci in zone gialle deciso dal Ministro della Salute Roberto Speranza dopo il nuovo pronunciamento del Comitato tecnico scientifico.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una decisione che arriva per l’avanzare dei contagi che ha costretto all’’entrata in zona arancione insieme ad Abruzzo (con Chieti e Pescara zone rosse), di Liguria, Toscana e la provincia di Trento mentre quella di Bolzano è autonomamente in lockdown. Una decisione destinata – continua la Coldiretti – ad avere effetti non solo sulle piste ma anche sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’alloggio alla ristorazione, dagli agriturismi ai rifugi fino alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi, che dallo stop al turismo sulla neve hanno subito un calo di fatturato fino al 90%.

Proprio dal turismo invernale – sottolinea la Coldiretti – dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento. Con le presenze praticamente azzerate nel momento più importante della stagione, si guardava – conclude la Coldiretti – con speranza all’ultimo scorcio seppur con il pesante limite allo spostamento tra regioni ma le aspettative sono andate all’ultimo momento deluse.

Migranti: Viminale, da inizio anno sbarcate 2.341 persone

Sono finora 2.341 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Nello stesso periodo, lo scorso anno furono 2.014 mentre nel 2019 furono 215.

Negli ultimi giorni sono state 106 le persone in arrivo sulle nostre coste (106 venerdì e 2 sabato), che hanno fatto salire a 1.302 il totale delle persone arrivate via mare nel nostro Paese da inizio mese. L’anno scorso, in tutto febbraio, furono 1.211, mentre nel 2019 furono 60.

Degli oltre 2.300 migranti sbarcati in Italia nel 2021, 334 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Guinea (254, 11%), Costa d’Avorio (249, 11%), Eritrea (217, 9%), Mali (129, 5%), Algeria (125, 5%), Sudan (94, 4%), Bangladesh (83, 4%), Afghanistan (76, 3%), Camerun (64, 3%) a cui si aggiungono 716 persone (31%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Fondo Nuove Competenze, 500 mln nel 2021

Pubblicato il Decreto 22 gennaio 2021 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze che, modificando il precedente Decreto del 9 ottobre 2020, regola i termini e le modalità di accesso al Fondo Nuove Competenze istituito dal D.L. n. 34/2020 (art. 88, comma 1), convertito con modificazioni in L. n. 77/2020 e successivamente integrato dal D.L. n. 104/2020. Nel frattempo, grazie all’impegno diretto del Ministro Catalfo, la dotazione del Fondo è stata portata a 730 milioni di euro, rispetto ai 230 iniziali. Del resto, come più volte messo in evidenza dalla titolare del Dicastero, il Fondo è uno strumento inedito in quanto, puntando sulla formazione e riqualificazione delle risorse, ha una connotazione fortemente attiva e si pone quale misura alternativa alla Cassa Integrazione, con benefici quindi sia per i datori di lavoro sia per i lavoratori.

Nel Decreto si chiarisce che gli accordi collettivi devono essere sottoscritti entro il 30 giugno 2021 e devono prevedere progetti formativi, il numero dei lavoratori coinvolti nell’intervento e il numero di ore da destinare a percorsi per lo sviluppo delle competenze nonché, nei casi di erogazione della formazione da parte dell’impresa, la dimostrazione del possesso dei requisiti tecnici, fisici e professionali di capacità formativa per lo svolgimento del progetto. Infatti, per gli anni 2020 e 2021, i contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, ovvero dalle loro rappresentanze sindacali operative in azienda ai sensi della normativa e degli accordi interconfederali vigenti, possono realizzare specifiche intese di rimodulazione dell’orario di lavoro per mutate esigenze organizzative e produttive dell’impresa ovvero per favorire percorsi di ricollocazione dei lavoratori, con le quali parte dell’orario di lavoro viene finalizzato a percorsi formativi. Dunque, l’orario di lavoro potrà essere rimodulato per consentire ai dipendenti la frequenza di corsi formativi i cui costi per le aziende, grazie all’intervento del Fondo, saranno a carico dello Stato. Inoltre, non ci sarà alcuna riduzione della retribuzione per i lavoratori rispetto ai consueti meccanismi della Cassa Integrazione. Le domande di accesso al Fondo Nuove Competenze dovranno essere presentate all’ANPAL, entro il 30 giugno 2021.

Il potere terapeutico di una passeggiata

Secondo una ricerca della London School of Economics camminare è la ginnastica migliore per stare in forma.

La camminata veloce o più semplicemente una bella passeggiata aiutano a prevenire malattie importanti (come patologie cardiovascolari e diabete) e tiene lontano molte malattie degenerative.

Ma vediamo in dettaglio quali sono i benefici della camminata:

  1. Aiuta l’insulina. Camminare favorisce il lavoro dell’ormone insulina che metabolizza benissimo gli zuccheri prevenendo il diabete.
  2. Fa bene alle ossa. Camminare aiuta inoltre la mineralizzazione ossea (primo passo contro l’osteoporosi) e contrasta tutte quelle malattie ossee che con il passare del tempo affliggono anziani e non.
  3. Allena il cuore. Camminare fa bene anche al nostro cuore poiché la camminata veloce mantiene più alto il battito cardiaco sottoponendolo ad un ottimo lavoro e allenamento mantenendo migliore la funzionalità cardiaca. Inoltre camminare, così come svolgere altra attività fisica, aiuta a regolare il colesterolo.
  4. Perdita di peso. La camminata veloce è un ottimo alleato a chi vuole perdere peso e dimagrire infatti
  5. Migliora le attività cognitive. Secondo degli studi svolti su 130 persone in America questa attività, stimolando le funzioni cardiorespiratorie, aumenta il flusso di sangue al cervello, migliorandone di conseguenza le funzioni cerebrali come memoria e attività generali.
  6. Camminare fa bene alla vista
  7. Se cammini ti ammali di meno.Grazie al migliore funzionamento del sistema circolatorio, le tue difese immunitarie saranno più attive, aumenterà il rilascio di edorfina, stimolerà il sistema linfatico, diminuirà il livello di stress
  8. Con una semplicissima camminata di 25 minuti, fatta in modo regolare, puoi allungare la tua vita da 3 a 7 anni in più