Home Blog Pagina 755

Istat: fiducia dei consumatori in diminuzione. Giù anche quella delle imprese

Ad aprile 2019 l’indice del clima di fiducia dei consumatori si stima in diminuzione per il terzo mese consecutivo, passando da 111,2 a 110,5; una dinamica negativa si rileva anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che passa da 99,1 a 98,7.

Il calo dell’indice di fiducia dei consumatori riflette il deterioramento di tutte le sue componenti: il clima economico, personale e corrente registrano le flessioni più marcate mentre una diminuzione più contenuta si registra per il clima futuro. Più in dettaglio, il clima economico cala da 123,8 a 122,6, il clima personale passa da 106,8 a 105,9, il clima corrente scende da 107,8 a 106,9 e il clima futuro flette, seppure in modo lieve (da 115,9 a 115,6).

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce in quasi tutti i settori, ma con intensità diverse. Nella manifattura la flessione è lieve, con l’indice che passa da 100,8 a 100,6, nei servizi risulta più consistente (da 100,1 a 99,0) e nel commercio al dettaglio è più marcata (da 105,3 a 101,4). Fanno eccezione le costruzioni dove l’indice aumenta da 140,3 a 141,2.

Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nella manifattura si rileva un peggioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino. Nelle costruzioni la dinamica positiva dell’indice riflette il miglioramento dei giudizi sul livello degli ordini.

Nei servizi si deteriorano i giudizi sugli ordini e sull’andamento degli affari; invece si segnala un aumento delle attese sugli ordini. Con riferimento al commercio al dettaglio, il marcato calo dell’indice è la sintesi di un’evoluzione negativa sia dei giudizi sulle vendite, il cui saldo torna negativo per la prima volta da giugno 2018, sia delle relative attese; il saldo delle valutazioni sul livello delle giacenze diminuisce.

Calabria, in arrivo fondi per il dissesto idrogeologico

Oltre 250 milioni di euro per gli interventi per la riduzione del rischio idrogeologico in Calabria sono stati stanziati dal Ministero dell’Ambiente tramite accordi di programma con la Regione negli ultimi otto anni, circa 30 milioni solo nel 2018, cui vanno aggiunti nel 2018-2019 altri finanziamenti in corso di perfezionamento, pari a circa 20 milioni di euro, e quelli provenienti dal Patto per lo sviluppo della Regione Calabria, che ammontano a circa 300 milioni. Oltre 500 milioni di euro, complessivamente, nei quali sono inclusi gli interventi per la difesa dall’erosione costiera.

Il dissesto idrogeologico costituisce infatti un tema di particolare rilevanza per la regione a causa degli impatti sulla popolazione, sulle infrastrutture lineari di comunicazione e sul tessuto economico e produttivo. Il forte incremento delle aree urbanizzate, spesso in assenza di una corretta pianificazione territoriale, ha portato ad un considerevole aumento degli elementi esposti a frane e alluvioni e quindi del rischio. Le superfici artificiali sono passate dal 2,7% negli anni ‘50 al 7,65% del 2017. L’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha inoltre determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio. In questi ultimi anni la Calabria è stata interessata da intensi e frequenti fenomeni atmosferici che ne hanno compromesso in modo significativo il già debole assetto geomorfologico del territorio. Dopo le province di Crotone e Catanzaro, è stato il litorale ionico reggino ad essere flagellato da un’intensa perturbazione atmosferica che ha causato frane, esondazioni e fortissime mareggiate lungo il litorale.

“Il Ministero – ha detto il titolare dell’Ambiente Sergio Costa – e il Governo si sono attivati concretamente per la Calabria, una splendida terra ingiustamente trascurata. Lo dimostrano gli oltre 500 milioni di euro stanziati per il dissesto idrogeologico della regione, per  le opere di manutenzione e i danni da esso provocato, e il ddl ‘Cantiere ambiente’, un piano dettagliato per la messa in sicurezza dell’Italia dal rischio idrogeologico, che riordina il sistema affastellato di disposizioni normative e che razionalizza risorse e poteri e fa risparmiare circa il 70% di tempo per l’erogazione e la realizzazione delle opere”.

La cefalea

Per mal di testa o cefalea si intende il dolore provato in qualsiasi parte della testa o del collo. Può essere un sintomo di diverse patologie. Il tessuto cerebrale di per sé non è sensibile al dolore, poiché manca di recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si trovano intorno al cervello. Nove zone della testa e del collo hanno queste strutture: il cranio (più esattamente, il periostio del cranio), muscoli, nervi, arterie e vene, tessuti sottocutanei, occhi, orecchie, seni paranasali e le mucose.

Vi sono una serie di diversi sistemi di classificazione per il mal di testa. Il più riconosciuto è quello proposto dalla International Headache Society. La cefalea è un sintomo aspecifico, ciò significa che ha molte possibili cause. Il trattamento di un mal di testa dipende dalla eziologia, cioè dalla causa di fondo, ma comunemente prevede l’assunzione di analgesici.

Il mal di testa spesso deriva da una trazione o dalla irritazione delle meningi e dei vasi sanguigni. I nocicettori possono anche essere stimolati da traumi cranici o tumori e quindi causare mal di testa. Inoltre il loro stimolo può avvenire in seguito a stress, dilatazione dei vasi sanguigni e la tensione muscolare. Una volta stimolato un nocicettore invia un messaggio dalla fibra nervosa alle cellule nervose del cervello, segnalando che una parte del corpo fa male.

La fisiopatologia delle cefalee primarie è ancora più difficile da determinare rispetto alle cefalee secondarie. Sebbene il meccanismo che porta a emicrania, cefalea a grappolo e cefalea tensiva non sia ancora ben compreso, vi sono state diverse teorie nel corso del tempo che tentano di fornire una spiegazione di ciò che accade esattamente nel cervello.

La cefalea si manifesta principalmente con un dolore alla testa. Le crisi dolorose possono essere episodiche o croniche; nel primo caso sono sporadiche, mentre quando cronicizzano la frequenza di comparsa è elevata (si presentano per almeno 15 giorni al mese). In alcuni casi, il dolore è modesto e facilmente risolvibile con l’adozione di piccoli accorgimenti. Talvolta, invece, le crisi possono essere particolarmente forti e invalidanti.

La cefalea tensiva si presenta con un dolore persistente, ma generalmente lieve e bilaterale (interessa sia il lato destro, sia quello sinistro). Si manifesta con un senso costrittivo localizzato nella regione occipitale o frontale. In alcuni casi, invece, il sintomo è diffuso a tutto il capo, dando origine al cosiddetto “cerchio” alla testa. Gli attacchi spesso iniziano in tarda mattinata o nel primo pomeriggio. La cefalea tensiva non pregiudica le normali attività quotidiane. Talvolta, il dolore è accompagnato da capogiri, rigidità della nuca e manifestazioni ansiose; è invece raramente associato a nausea, vomito, fastidio alla luce o al rumore.
L’emicrania è spesso monolaterale (interessa solo una metà del capo), coinvolgendo inizialmente la regione frontale sopra l’occhio, poi anche la fronte e la tempia. Si manifesta con attacchi ricorrenti che possono durare alcune ore o, nei casi più gravi, qualche giorno. Il dolore è intenso e di tipo pulsante, simile ad un martellamento che sembra far scoppiare la testa. Occasionalmente, l’attacco può essere preceduto e accompagnato da una serie di sintomi reversibili di tipo neurologico, che costituiscono la cosiddetta “aura”: abbagliamenti, flash scintillanti di forma geometrica (scotomi), oscuramento o annebbiamento del campo visivo e, in alcuni casi, difficoltà a esprimersi, formicolio e intorpidimento di un’estremità.
La cefalea a grappolo si presenta con attacchi unilaterali, molto dolorosi e ravvicinati (si verificano a intervalli di tempo piuttosto brevi). Il dolore, in questo caso, è di tipo trafittivo e lancinante, localizzato intorno all’occhio e allo zigomo, con possibile irradiazione a tempia, mandibola, naso o mento. In alcuni casi, tutto il lato del cranio viene colpito dal dolore. Tali episodi sono associati ad altri sintomi ben definiti: abbassamento della palpebra, lacrimazione, irritazione della congiuntiva e rossore al viso. Inoltre, può esservi associato uno stato di agitazione. A differenza dell’emicrania, non si accompagna quasi mai a nausea o vomito e, in particolare, non si associa mai all’aura.
Per quanto riguarda le cefalee secondarie, alcune caratteristiche del dolore alla testa dipendono dalla causa. Oltre al mal di testa, ad esempio, possono comparire sintomi come febbre e vomito (infezioni), rinorrea (sinusite), deficit neurologici (encefalite, tumore o altra lesione con effetto massa), sincope (emorragia subaracnoidea), irritazione della congiuntiva e altri disturbi visivi (glaucoma o ipertensione endocranica).

L’attacco alla Raggi sprofonda nell’ambiguità. L’errore del PD sulla richiesta di dimissioni

Un conto è denunciare i limiti della Giunta Raggi, altro è cavalcare l’onda di sdegno per una intercettazione equivoca o equivocabile. Che il socio di maggioranza, ovvero il Comune di Roma, chieda di correggere il bilancio non è un “reato politico”. È l’assemblea ad approvare il bilancio, ed essa coincide con il socio unico, quindi con il Campidoglio. Vietare al Sindaco d’interloquire con gli amministratori dell’AMA, posseduta al 100 per 100 dal Comune, è qualcosa che sfiora l’assurdo.

La Raggi, come si legge nel post qui riportato integralmente, dichiara di essersi mossa nell’interesse della città. Il problema è che finora non si è visto alcun risultato apprezzabile sul fronte della pulizia delle strade romane. Sul piano dell’azione amministrativa i rilievi sono tanti e gravi, dal momento che l’immobilismo in materia ambientale rappresenta un macigno sulla efficienza della gestione grillina. Dopo tre anni non si ha notizia di quale debba essere il sito per la cosiddetta discarica di servizio, sicché i rifiuti continuano a viaggiare (a costi elevati) fuori città e fuori regione.

La disamina delle disfunzioni, non solo nell’ambito di pulizia e decoro urbano, induce a rafforzare i motivi dell’opposizione a questa esperienza fallimentare dei Cinque Stelle. Ciò non toglie che le accuse della Lega – al governo con il partito della Raggi – appaiano fuor di misura, per qualche verso implausibili. Non si può mutare radicalmente logica passando da Palazzo Chigi a Palazzo Senatorio, facendo sì che a distanza di un chilometro appena l’alleanza di governo si capovolga in feroce dialettica di forze antagoniste, senza il minimo ritegno. L’ambiguità è totale. Anche un bambino capisce che siamo di fronte a un gioco di ritorsioni, perché se il Vice Premier Di Maio chiede lo sfratto per un sottosegretario leghista, il Vice Premier Salvini passa al contrattacco e chiede la testa della “First citizen”  della Capitale.

Ora, se il Pd non avverte il pericolo che nasce da questa torbida concatenazione politica, fatalmente decade a forza di complemento del plebeismo imperante. Invocare le dimissioni della Raggi, in aperta sintonia con tutta la destra, è una risposta facile ma sbagliata: l’opinione pubblica, almeno quella che si presenta immune dal morbo del moralismo inconsulto e della irrazionalità, si attenderebbe prioritariamente l’impegno coscienzioso e limpido a ricondurre nelle istituzioni (anzitutto nel Consiglio comunale) il confronto sul merito delle questioni. Si può fare con durezza e nondimeno con serietà. Invece fare gazzarra, al pari dell’armata irregolare dei salviniani, non aiuta a posizionare il Pd sul terreno di una vera opposizione, credibile e responsabile. In questo modo si alimenta, anche senza volerlo, il degrado della vita democratica e civile.

Fino a quando? E soprattutto, fino a quando si pensa di poterne trarre vantaggio?

IL POST DELLA RAGGI

Molto rumore per nulla. Indagano il governatore dell’Umbria Catiuscia Marini per concorsi truccati nella sanità; il sottosegretario della Lega Armando Siri per una presunta tangente di 30mila euro tra Sicilia e Liguria; il segretario del Pd e Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, per finanziamento illecito…ma parlano di me.

Parlano di audio rubati in cui dico quello che direbbe qualsiasi altro cittadino di Roma: me la prendo duramente con l’ex amministratore delegato dell’Ama perché ci sono i rifiuti in strada e non lo posso accettare.

Uso parolacce ma non me ne vergogno perché sono incazzata quando vedo chi pensa a prendere i premi aziendali piuttosto che a pulire la città. Perché questo è quello che si ascolta in quegli audio.

Nessuna pressione ma solo tanta rabbia per chi non ha fatto bene il lavoro per il quale era pagato. Si pretendeva che approvassi un bilancio con il quale i dirigenti di Ama avrebbero avuto centinaia migliaia di euro in più.

I vertici del Campidoglio – il ragioniere generale, segretario generale, il direttore generale, l’assessore al bilancio, i dipartimenti competenti – hanno bocciato la proposta dell’ex ad Bagnacani. Ed io e la mia Giunta abbiamo votato contro come avrebbe fatto qualsiasi romano.

Addirittura si ipotizzava che aumentassi ancora la tassa dei rifiuti, mentre in azienda sarebbero continuati ad arrivare i premi a pioggia. Mi sono ribellata e non me ne pento. Continuano a gettare fango su di me ma io ho le spalle grosse e continuerò a difendere la mia città e i miei concittadini.

[dal profilo facebook del Sindaco]

Merlo: Popolari, ora si rilanci l’Associazione. Senza finzioni e senza equivoci

La riflessione pubblicata su queste colonne da Alessandro Risso, presidente dell’Associazione dei Popolari piemontesi, merita di non cadere nel vuoto. L’oggetto della questione e’ molto semplice e per nulla polemico. Men che meno verso Pier Luigi Castagnetti, una persona a cui mi lega stima personale e amicizia politica.

Ora, però, di fronte alla necessità sempre più impellente – almeno così mi pare di capire dal fecondo dibattito che attraversa l’area cattolica italiana e, nello specifico, del mondo popolare di ispirazione cristiana – di rilanciare e riqualificare la presenza politica dei cattolici, e’ singolare e del tutto controproducente che un’Associazione nazionale che dovrebbe rappresentare ciò che resta dell’area popolare sia, di fatto, clamorosamente silente da quasi 17 anni. Un’Associazione, tra l’altro, che aveva proprio il compito, squisitamente politico e culturale, di unire il mondo popolare ancora presente e disseminato in tutto il paese attorno ad un progetto politico e che non aspetta altro, soprattutto nell’attuale fase politica, di ascoltare un “fischio” di convocazione, per dirla con una felice battuta di Carlo Donat-Cattin.

E qui sorgono alcuni dubbi e perplessità che meritano, adesso, di avere però una risposta. Ne’ burocratica, né protocollare e ne’ ironica. Se il Presidente “eterno”, per dirla con Risso, nominato nel lontano 2002 intende proseguire con il nulla di fatto praticato sino ad oggi, non c’è nulla di male. Anzi. È sufficiente, come avviene, credo, in tutte le associazioni del mondo, prendere atto di questa situazione. Convocare l’assemblea e procedere alla nomina di un nuovo gruppo dirigente.

E, com’è ovvio e scontato, di un nuovo Presidente. Fuorchè non ci siano motivi misteriosi, personali e pertanto inconfessabili sconosciuti a tutti noi e quindi non razionalmente spiegabili sul perdurare di questa anomala situazione. Può anche darsi ma non lo so. E quindi non mi pronuncio. Comunque sia, il punto centrale della questione – che interessa, credo, a tutti i popolari e agli ex popolari del nostro paese – oggi è quello di far ritornare protagonisti, e più incisivi, i cattolici democratici e popolari nel nostro paese e nella politica italiana. E l’Associazione nazionale dei Popolari – che potrebbe essere uno strumento importante per centrare questo obiettivo – non può restare silente, marginale, passiva ed impotente. È arrivato il momento di ripartire. E sempre nel massimo rispetto personale e politico del Presidente silente dell’Associazione Popolari.

Ocmin (Cisl): Più coraggio e investimenti per cambiare la condizione attuale delle donne.

Uscito su “Conquiste del lavoro”, quotidiano della Cisl, ieri 18 aprile a firma di Liliana Ocmin

Com’è cambiata la condizione delle donne negli ultimi 50 anni in termini di empowerment, uguaglianza di genere e salute sessuale e riproduttiva? A questa domanda ha cercato di dare risposta il nuovo Rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) “ Questioni in sospeso. Diritti e libertà di scelta per tutte le persone”, presentato nei giorni scorsi a Roma, in contemporanea mondiale in oltre 100 città,  che racconta, attraverso le storie di vita di 6 donne, cosa è accaduto ai diritti delle donne, in particolare a quelli della sfera sessuale e riproduttiva, a 25 anni dalla Conferenza del Cairo e a 50 anni dalla nascita dello stesso Fondo UNFPA. Dahab Elsayed, 60 anni, che ora vive in un quartiere periferico del Cairo, narra dell’entusiasmo che attraversava la sua città nel 1994, durante lo svolgimento della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, e della sua storia personale, fatta di scelte molto limitate e segnata dalla pratica delle mutilazioni genitali femminili cui venne sottoposta da piccola – era un dovere, dice, le possibilità di matrimonio, unica prospettiva di allora, dipendeva solo da questo e tutte le ragazze erano coinvolte – e a cui lei ha sottoposto sua figlia.

Oggi, con più conoscenze e maggiore consapevolezza, pensa che ciò sia sbagliato e sua nipote è stata risparmiata da questa pratica cruenta che mette a rischio sia la salute fisica che quella psichica delle bambine. La sua storia, come quella delle altre cinque donne, dimostrano come le aspirazioni e soprattutto le opportunità, a volte schiacciate e ostacolate da questioni culturali tradizionali, altre volte sconvolte da guerre e conflitti sociali, in alcuni casi  hanno preso svolte inaspettate e hanno avuto un successo prima inimmaginabile; questo grazie anche all’impegno di molte donne e attiviste che hanno contribuito a cambiamenti epocali in molti paesi. La libertà di scelta delle donne è ancora molto influenzata da fattori esterni, come la mancanza di risorse, nel campo dell’educazione ad esempio. Quante donne ancora sono in grado di scegliere senza sacrificare le proprie aspirazioni e la propria carriera? Gli ostacoli sono tanti ed il percorso non è semplice.

Molti risultati sono stati raggiunti, ma bisogna fare di più per cambiare il quadro che abbiamo davanti. In tutto il mondo, una donna su tre sperimenta ancora una qualche forma di violenza fisica o sessuale durante la propria vita. Circa 800 milioni di donne sono state date in sposa quando erano bambine. Almeno 200 milioni di ragazze e donne che vivono oggi in 30 paesi hanno subito le MGF e circa 44 milioni sono bambine e adolescenti con meno di 14 anni. Entro il 2030 fino a 68 milioni di ragazze saranno sottoposte alle MGF se non aumenterà l’impegno per porre fine a questo fenomeno. In Europa vivono 500.000 ragazze e donne che hanno subito le MGF, e ogni anno altre 180.000 ragazze rischiano di esservi sottoposte. Nel 2016, in Italia, il numero di donne straniere maggiorenni con MGF era tra le 60mila e le 81mila unità. Ogni giorno più di 500 donne e ragazze nei paesi in situazioni di emergenza muoiono durante la gravidanza e il parto, per la mancanza di personale sanitario qualificato e aborti non sicuri. Globalmente, le donne rappresentano il 40 per cento della forza lavoro nel settore formale, ma svolgono il lavoro di cura e domestico da 2 a 10 volte in più rispetto agli uomini. Nel 2018, circa 136 milioni di persone hanno avuto bisogno di aiuti umanitari.

Almeno una su cinque tra le donne rifugiate ha subito violenza sessuale, anche nei paesi di transito. Occorrono, pertanto, più investimenti per contrastare ed eliminare ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne e centrare l’obiettivo dell’uguaglianza di genere entro il 2030, come prevede anche l’Agenda delle Nazioni Unite. Come Coordinamento nazionale donne, proseguiamo nel nostro impegno per contribuire a realizzare questi e altri obiettivi,  per promuovere i diritti fondamentali della persona, l’uguaglianza, il lavoro dignitoso per tutti, la solidarietà economica, il benessere generale e la pace tra le popolazioni continuamente minacciata. Un pensiero, in vista delle prossime festività pasquali va agli uomini, alle donne e ai bambini della nostra vicina Libia sprofondata nuovamente nel buio di un conflitto fratricida. Il nostro auspicio è che tutto ciò finisca al più presto.

Buona Pasqua a tutte e a tutti.

 

L’eterno conflitto del governo giallo verde

Siamo sbalorditi nel constatare che non passa giorno che il governo giallo verde non sia in conflitto al suo interno. Tutti i pretesti sono buoni per alimentare la diatriba tra la Lega e i 5Stelle, in particolare tra Salvini e Di Maio. Si va dall’immigrazione all’i.v.a., dalle infrastrutture ai poteri agli enti locali, al problema delle famiglie e via dicendo….

Tutto potrebbe andar bene se si trattasse di un esercizio letterario, se intendessero affilare le lame dialettiche, ma così non è affatto. Qui si tratta invece di sciabolate date alla credibilità del nostro Governo Nazionale; sberle all’economia, falcioni alle speranze e improperi ai nostri costumi.

E tutta questa musica, purtroppo, ce la dovremo sorbire fino alle elezioni Europee del 26 maggio. Non ci sarà tregua! Sappiamo già in anticipo quello che ci attende domani, dopo domani e così di seguito. Una noia mortale!

Mai che, invece, qualcuno si alzasse e provasse a progettare qualcosa di lungo, di serio, di complesso e di difficile. Da una eternità siamo in attesa di una espressione politica che abbia quelle caratteristiche. Non sarà di moda, anzi sicuramente passerà essere antipatica, ma come si sa, le medicine non sono mai dolci. Invece, per rimetterci in sesto, dobbiamo necessariamente sorbirne la loro benefica amarezza.

In aggiunta a tutto questo, capiterà in moltissimi Comuni che vanno al rinnovo, un supplemento di dispute a rincarare la dose. Non è che siamo privi di esperienza e non è nemmeno questo un periodo novello per questo clima, però constatiamo che il vizio non tarda a morire e che anzi sembra più ringalluzzito; del resto, più i mezzi di comunicazione invaderanno la nostra esistenza, tanto più si accentuerà questa stolta sarabanda tra le parti.

Come si vede, c’è un filo di pessimismo in quel che scrivo, posso permettermelo perché se mi giro, scopro di avere una lunga storia, storia che mi consente di esaminare l’evoluzione del costume politico nazionale.

Queste espressioni, nel fondo, sono anche scritte perché qualche giovane smentisca questi miei lamenti. Sarebbe un segno Pasquale trovare qualcuno che indicasse una via alternativa a quel che faticosamente subiamo.

In fondo, visto che non scriverò da qui a domenica, resterò in attesa di qualche piacevole smentita, qualche nota di speranza che sveli un tragitto meno accidentato e più elevato.

L’auspicio lo faccio quindi a noi tutti.

 

“Contrordine, compagni”: il nuovo libro di Bentivogli

Articolo già apparso sulle pagine di https://www.industriaitaliana.it

Produzioni, lavoro, nuovi ecosistemi cambieranno la vita di ciascuno, per cui la prima operazione da compiere è quella di comprendere ciò che ci aspetta e capire che si tratta di una trasformazione più impegnativa di una semplice robotizzazione. Anche la Fiat Ritmo del 1978 era completamente automatizzata e veniva prodotta tramite robot nello stabilimento di Cassino, in provincia di Frosinone, ma la fabbrica 4.0 è qualcosa di completamente diverso: è interconnessa con un livello di interdipendenza all’interno di un ecosistema intelligente, in un dialogo tra macchina e macchina e tra macchine e uomo. La vera svolta è la connessione costante con l’ecosistema esterno materiale e immateriale attraverso nuvole di dati (cloud). In Italia, di fatto, non esiste ancora nulla del genere. Le prime piccole esperienze nel nostro Paese sono nicchie, cantieri che non somigliano nemmeno a una fabbrica 4.0. Quest’ultima è invece completamente integrata al suo interno sulle nove tecnologie abilitanti, che vedremo nel dettaglio più avanti: sistemi di produzione avanzati, manifattura additiva, realtà aumentata, simulazioni, integrazione orizzontale e verticale dei sistemi informativi, Internet delle cose, cloud manufacturing, cybersicurezza, utilizzo e analisi dei big data.

Le fabbriche di Siemens e Bosch sono state le prime a cimentarsi davvero sul 4.0. Questa mutazione implica la necessità di ripensare la produzione e le persone impegnate nella produzione, ma anche di rigenerare il territorio intorno a una fabbrica smart. Una fabbrica funziona se ci sono addetti con la professionalità adeguata, ma soprattutto se intorno vi è, appunto, un ecosistema intelligente. È questo contesto che consente di riportare la manifattura al centro, e l’Industry 4.0 è l’occasione – l’ultima – per raggiungere l’obiettivo, con buona pace di chi parla di dematerializzazione dell’economia. Per riuscirci, oltre che di formazione – se ne parlerà ampiamente più avanti – c’è bisogno di una programmazione e di una progettazione politica e sociale che tenga conto dei megatrend tecno-industriali e umani, da svilupparsi sul lunghissimo periodo e non limitata al ricatto dell’immediato.

Le politiche e le iniziative con orizzonte triennale sono in questo senso inutili. Quelle italiane, che sono semestrali (ultimamente quotidiane), sono più che inutili. Bisogna guardare a un orizzonte di almeno venti o trent’anni, considerando, per esempio, che con gli attuali tassi di crescita nel 2100 l’Africa avrà quattro miliardi di abitanti, tre in più rispetto al miliardo attuale. E considerando anche che, in Italia, gli ultraottantenni raddoppieranno e nel giro di qualche decennio avremo molti più over 65 che giovani. Entrambe le circostanze dovrebbero far rifl ettere sulle dinamiche demografi che e migratorie mondiali, e spingerci a ripensarne totalmente l’interpretazione, i modelli, le priorità e le politiche di gestione.

Progettazione: eccola, dunque, la parola chiave. E per non andare fuori strada, bisogna scriverla su un foglio bianco. È questa la prova di coraggio per muoversi in mare aperto, su mappe completamente nuove, e fare sul serio. Fondamentale sarà, inoltre, la partecipazione. La rivoluzione digitale sta consegnando agli archivi l’idea fordista che in fabbrica il lavoro vada organizzato seguendo una rigida catena di comando. Il combinato disposto di Industry 4.0 e delle infrastrutture di blockchain e Intelligenza artificiale modificherà in maniera profonda l’organizzazione del lavoro. Il sociologo Federico Butera spiega che la «gara contro le macchine» è un nonsense logico. Le macchine, cioè la tecnologia, possono essere progettate in modo da produrre risultati positivi per tutti, a patto che la progettazione sia un lavoro di squadra, che liberi i lavoratori dalle gabbie delle mansioni consentendo loro di svolgere un ruolo creativo.7 La partecipazione va estesa anche ai percorsi formativi, alla scuola e alle università. È la via della «democrazia industriale» che è stata seguita con successo dalla Germania e dai Paesi scandinavi.

Il protagonismo delle persone, ovviamente, dev’essere promosso anche fuori dalle fabbriche. Un’autentica partecipazione si realizza pure sul versante del consumo, spingendo le aziende a fare della sostenibilità la bussola che orienta le loro decisioni. Il «voto col portafoglio», ovvero scelte di consumo che premino aziende e imprese che producono seguendo protocolli di sostenibilità, promosso dall’economista Leonardo Becchetti, può aiutare concretamente le persone a divenire soggetti e non oggetti del mercato, e, come vedremo, si configura anche come strumento di lotta sindacale. Se la fabbrica del XX secolo attribuiva al lavoro una dimensione collettiva, oggi questa dinamica si è affievolita. Dunque la chiave di volta per ritrovare una dimensione alta del lavoro è quella della conoscenza e della partecipazione a ogni livello. Bisogna valorizzare esperienze nuove e autentico buon senso contro chi predica la disintermediazione e profetizza un mondo in cui il 90 per cento delle persone starà in panchina vivendo di sussidi, mentre il 10 per cento lavorerà.

A questa visione tecnofobica, a chi sostiene che l’innovazione semplicemente cancellerà occupazione, opponiamo un modello in cui l’uomo si libera nel lavoro, riducendo la fatica e limitando le mansioni ripetitive e alienanti, allargando gli spazi in cui mettere in campo la propria intelligenza e fantasia. Le macchine, insomma, non distruggeranno soltanto, ma miglioreranno il lavoro e, ne parleremo nel dettaglio, ne creeranno di nuovo. Se accantoniamo per un attimo tutte le opinioni in merito, se vogliamo ragionare in modo empirico su quanto sta accadendo e sul suo impatto, noteremo che il nostro sistema industriale è sempre andato a più velocità: oggi è evidente che le aziende che faticano, che non investono e licenziano, sono proprio quelle più lontane dall’innovazione. (….)

Sarebbe utile capire come il Paese di Leonardo, Giotto, Galileo e Michelangelo sia diventato il Paese «timoroso ed esitante» di oggi. Lo ha ben ricordato Massimiliano Magrini: «È fuori dal gregge che si crea innovazione». Serve almeno un po’ di insoddisfazione per l’esistente: il pensiero divergente, come vedremo, è l’unico non sostituibile dagli algoritmi di Intelligenza artificiale, l’unico capace di ridiscutere verità acquisite per innovare anche il sapere precostituito. Il pensiero divergente è quello che ha guidato Leonardo da Vinci, Steve Jobs, ma anche Gandhi. Innovatori che hanno trovato insoddisfacente l’orizzonte che il pensiero tradizionale della loro epoca considerava immutabile. In conclusione, le innovazioni dirompenti e la loro affermazione ci stanno rendendo più forti. La nostra crescita individuale, morale, sul piano delle competenze e delle capacità progettuali e di governo del cambiamento non è, però, altrettanto rapida.»

«Questo non ci permette di capire e utilizzare in modo sapiente le tecnologie. Un aspetto critico che dobbiamo sicuramente affrontare, una sfida a rimboccarci le maniche per coglierne le opportunità e ridurne i rischi. Da un po’ di tempo si sente dire che ci stiamo avvicinando alla «singolarità». In fisica, una singolarità è un punto nello spazio o nel tempo, come il centro di un buco nero o l’istante del Big Bang, nel quale la matematica «smette di funzionare» come accadrebbe in altri punti generici, e con essa, quindi, la nostra capacità di comprendere. Il parallelo con la nostra evoluzione suggerisce che ci troviamo in una condizione unica, quella in cui l’avanzamento tecnologico esponenziale può rivelarsi talmente dirompente da spazzare via gran parte dei nostri riferimenti. Se pensiamo ai progressi nel campo dell’Intelligenza artificiale e in quello delle neuroscienze, ci rendiamo immediatamente conto della straordinaria portata del cambiamento in corso. Possiamo gioirne ingenuamente o lasciarci intimorire da questa prospettiva. In entrambi i casi l’assenza di consapevolezza e di spirito di iniziativa prefigura gli scenari peggiori.

Unicef: a Tripoli 500.000 bambini a rischio

Nei giorni scorsi la violenza dei combattimenti [tra le milizie del generale Haftar e le truppe del governo di accordo nazionale guidato da Serraj] si è intensificata nella capitale libica di Tripoli e nei dintorni.
Quasi mezzo milione di bambini a Tripoli, e altre decine di migliaia nei sobborghi a ovest della capitale vivono in una situazione immediata di pericolo a causa della recrudescenza delle ostilità..
Per questo L’UNICEF chiede a tutte le parti in conflitto di tutelare tutti i bambini, in ogni situazione, e di mantenerli fuori dalle violenze, in linea con quanto prescrive il diritto internazionale umanitario.
L’UNICEF ammonisce tutte le parti ad astenersi dal commettere gravi violazioni contro l’infanzia, inclusi il reclutamento e l’impiego di minorenni nei combattimenti.

Industria: Istat, a febbraio il mercato interno sostiene l’aumento del fatturato (+0,3% in un mese).

A febbraio si stima che il fatturato dell’industria aumenti in termini congiunturali dello 0,3%, proseguendo la dinamica positiva di gennaio. Nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo è comunque diminuito dell’1,6% rispetto ai tre mesi precedenti.

Gli ordinativi registrano una diminuzione congiunturale del 2,7%; nella media degli ultimi tre mesi, sui tre mesi precedenti, si registra un calo dell’1,3%.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di un aumento del mercato interno (+0,8%) e di una flessione di quello estero (-0,9%). Per gli ordinativi il calo congiunturale riflette una leggera contrazione delle commesse provenienti dal mercato interno (-0,4%) e una più marcata diminuzione di quelle provenienti dall’estero (-6,0%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a febbraio gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale dell’1,2% per i beni strumentali, una lieve riduzione, dello 0,1%, sia per i beni di consumo che per i beni intermedi e un calo più consistente, dell’1,0%, per l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 come a febbraio 2018), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dell’1,3%, con incrementi dell’1,1% sul mercato interno e dell’1,6% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei macchinari e attrezzature registra la crescita tendenziale più rilevante (+5,5%), mentre l’industria dei mezzi di trasporto mostra la flessione maggiore (-5,6%).

L’indice grezzo degli ordinativi segna un calo tendenziale del 2,9%, sintesi di un modesto incremento dello 0,6% per il mercato interno e di una marcata diminuzione, del 7,7%, per il mercato estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dell’elettronica (+1,4%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria farmaceutica (-8,4%).

Approvata la direttiva sul whistleblowing europeo

Il Parlamento europeo ha approvato la nuova direttiva sul whistleblowing con una maggioranza di 591 voti a favore, 29 contrari e 33 astenuti.

Le nuove regole poste dall’UE in materia di whistleblowing tutelano in particolare gli informatori che rivelano le violazioni del diritto comunitario in settori quali appalti pubblici, servizi finanziari, riciclaggio di denaro, sicurezza dei prodotti e dei trasporti, sicurezza nucleare, salute pubblica, protezione dei consumatori e dei dati.

La disciplina si è resa necessaria alla luce delle risultanze di uno studio effettuato nel 2017 per conto della Commissione Europea, che ha dimostrato che la mancanza di tutela degli informatori ha comportato, nell’ambito degli appalti pubblici, quasi dieci miliardi di euro all’anno.

Infine, protezione non solo per chi segnala, ma anche per i colleghi che “aiutano” il whistleblower nel suo percorso di segnalazione.

Nuove tutele

Per garantire la sicurezza dei potenziali informatori e la riservatezza delle informazioni divulgate, le nuove norme consentiranno di comunicare le segnalazioni:

– all’interno dell’ente o azienda presso cui si lavora;

– direttamente alle autorità nazionali competenti;

– agli organi e le agenzie competenti della Ue.

L’informatore sarà comunque protetto in caso decidesse di divulgare pubblicamente le informazioni, in caso di pericolo imminente per l’interesse pubblico o rischio di ritorsione. Restano esentate dalle tutele le piccole aziende e i piccoli municipi.

Garanzie per gli informatori

Saranno tutelati anche i soggetti che assistono gli informatori in qualità di facilitatori, colleghi e parenti.

Agli informatori devono essere garantiti:

– l’accesso gratuito a informazioni e consulenze complete e indipendenti sulle procedure e sui mezzi di ricorso disponibili;

– l’assistenza legale nel corso del procedimento;

– sostegno finanziario e psicologico.

Sclerosi multipla: arriva un nuovo farmaco

Il nuovo medicinale permette di raggiungere fino a 4 anni di controllo della malattia a fronte di un massimo di 20 giorni di trattamento orale somministrato nell’arco dei primi 2 anni.

Il Mavenclad, nome commerciale del farmaco, è stato ammesso proprio in questi giorni alla rimborsabilità dall’Agenzia italiana del farmaco.

La sclerosi multipla è una malattia autoimmune del sistema nervoso centrale che si stima colpisca circa 2 milioni e 300 mila persone nel mondo. La maggior parte ha un’età compresa tra i 20 e i 40 anni e l’85% dei malati è affetto da sclerosi multipla recidivante-remittente. Il nuovo farmaco presentato oggi a Milano da Merck combatte proprio questa forma di sclerosi multipla e promette di avere effetto a lunga distanza dall’assunzione.

18 aprile: l’Italia alle urne

Istituto Luce Cinecittà: tutte le immagini e i fotogrammi più belli di come eravamo, rivissuti attraverso i film, i documentari e i video che hanno fatto la storia del nostro Paese.

Moderati, oggi? In vista di che?

La generazione nata e cresciuta tra le macerie della prima repubblica, nell’epoca degli slogan e del marketing elettorale, storce il naso quando sente la parola “moderazione”, o anzi, peggio, non capisce proprio. Perché non è solo una parola condannata dalla contestazione post ’68 a significare compromesso e conservazione; la sua sfortuna è andata oltre: oggi la si ignora completamente, non la si comprende. La semplificazione sfrenata del messaggio politico, che oggi corre ad una velocità estrema e sproporzionata rispetto a qualsiasi epoca precedente, non lascia tempo per nessuna elaborazione e rimodulazione degli impulsi più immediati e irriflessi da parte del pensiero.

A partire da questa analisi, però, non serve a niente rimpiangere un mondo scomparso, più “moderato” e più saggio, come se si potesse tornare indietro. La storia, l’evoluzione tecnologica e sociale, non può essere arrestata e invertita, insomma, i buoi sono usciti dalla stalla.

Invece, è opportuno chiedersi “in virtù di cosa” si dovrebbe e potrebbe effettivamente essere moderati. Lo si comprende meglio se si ha chiaro il senso profondo della moderazione. Esso non è il compromesso statico dello status quo, il grigiore che oggi circonda ogni istituzione, avvertita ormai come tristemente lontana, tanto da non suscitare neanche più una vera protesta. Anzi, l’equilibrio del “concreto vivente”, direbbe Romano Guardini, è sempre dinamico, “passa”, “oscilla”, mai riposando in un successo immanente presunto come eterno. Questo tipo di moderatismo è drammatico e tutt’altro che conservatore e “grigio”.

Tuttavia, questo senso profondo del perché essere moderati ci sembra che oggi non sia più dato per scontato: la crisi di consensi delle grandi tradizioni politiche è stata anche una crisi di identità. Chi sono i moderati? Che volto hanno? Forse non è fuori luogo porsi queste domande.

Del resto l’identità si costruisce proprio a partire dalle crisi, da un confronto diretto e franco con sé stessi e con i problemi reali. E da tale provvidenziale confronto ne nasce non una facile soluzione, ma una narrazione. Rappresentanza è rappresentazione, narrazione, immaginazione. Solo ripartendo da una visione, da un simbolo (nel senso letterale del termine, cioè “unione”) si genererà la nuova comunità. Il compito che ora si presenta a chi pensa politicamente in questo paese è un compito creativo: disegnare l’immagine della comunità politica che si vuole proporre, un’immagine concreta e vivente, dinamica, ancora in evoluzione.

E’ con questo spirito che vi voglio indicare il documento che segue di Aurelian Craiutu  IL RADICALISMO DELLA MODERAZIONE

Alessandro Risso: Castagnetti non crede nell’eredità culturale del popolarismo

Caro Direttore,

 

ho letto su “Il Domani d’Italia” la vicenda dello scritto inizialmente attribuito a Pierluigi Castagnetti e poi corretto nell’autore. Se dovessi scegliere un aggettivo per definirla, direi “imbarazzante”, ma prenderò per buono l’equivoco, senza entrare nel merito del giudizio sul PD di Zingaretti che ha provocato tanta agitazione.

Voglio invece tornare sul fatto che nel pubblicare il commento incriminato all’articolo di Nino Labate, avete indicato Castagnetti come “segretario dell’Associazione I Popolari”. E qui non ci siamo. Non mi riferisco al fatto che dell’Associazione nazionale Castagnetti è il “presidente” e non il segretario, sbaglio comprensibile riguardando l’ultimo segretario politico del PPI.

Contesto invece il fatto che Castagnetti venga ancora qualificato con riferimento all’Associazione.

Avevo già scritto un ampio articolo su “Rinascita popolare” poi ripreso anche da voi – al quale rimando – per lamentare l’assoluta inattività dell’Associazione nazionale, che in quasi 17 anni non ha mai avviato un tesseramento, mai convocato un’Assemblea dei soci, mai eletto un Direttivo, né un Segretario, né un Tesoriere, né un Proboviro, né un Revisore. L’eterno presidente si basa ancora sulla nomina iniziale del 2002 fatta da una cinquantina di dirigenti del disciolto PPI, in continuità con l’incarico di ex segretario del partito. Come ho già scritto, Castagnetti “nei fatti ha dimostrato di non credere nell’Associazione e penso che non abbia più, per questo palese disinteresse, il diritto morale di rappresentarla”.

Ti chiederei quindi la cortesia di non accostare Castagnetti all’Associazione I Popolari per non riaprire ferite in coloro che credono nel valore del progetto, seppur tradito dal vertice.

Qualcuno dei lettori si domanderà che titolo ho per parlare così: da pochi giorni sono stato rieletto presidente dei Popolari piemontesi, realtà presente e attiva dal 2002 in linea con il progetto nazionale che prevedeva Associazioni regionali collegate. Molte sono le realtà culturali che si ispirano ai valori del popolarismo, ma purtroppo solo in Piemonte si è dato seguito all’idea iniziale. Con il risultato paradossale che, a norma di Statuto (art. 9), posso legittimamente considerarmi l’unico componente effettivo dell’Assemblea, in assenza di altri presidenti regionali e di eletti in rappresentanza di soci che non esistono. Anche se in teoria potrei da solo sfiduciare Castagnetti, penso tuttavia che una situazione così al limite dell’assurdo andrebbe sanata diversamente.

Sarebbe necessaria una riunione dei “costituenti”, allargata a quanti hanno dimostrato di avere a cuore l’eredità culturale del popolarismo, per valutare il cammino percorso e decidere il da farsi. Castagnetti potrebbe così in quella sede spiegare le ragioni della sua totale inattività e coerentemente rassegnare le dimissioni.

Sarebbe un contributo alla chiarezza in una fase di positivo fermento seguito alle riflessioni sul Centenario del PPI sturziano, possibile preludio a una nuova stagione politica dei “liberi e forti”. Se anche “Il Domani d’Italia” volesse farsene promotore e raccogliere opinioni in merito, sarebbe un bel passo avanti.

Grazie per la pubblicazione, con un cordiale saluto.

Alessandro Risso

Presidente dell’Associazione “I Popolari” del Piemonte.

Enzo carra: un ricordo di Roberto Ruffilli

Primo pomeriggio di un giorno di metà aprile, è il 1988. Squilla il telefono sulla mia scrivania, accanto all’Olivetti 32 E’ la voce di un mio amico di Forlì. Hanno ammazzato Ruffilli, detta d’un fiato. E’un giornalista e cura i dettagli.  Questa non è una telefonata ma una notizia d’agenzia. Sento un campanello e vedo il padrone di casa che apre la porta. E’l’ora di pranzo, quell’uomo mite e pacificamente pingue, con gli eterni Rayban che a lui non riescono a fornire l’aria da duro è rientrato da poco e vorrebbe mangiare un boccone in santa pace. Scapolo, è solo in casa. Ha passato una mattinata trascorsa a uno dei soliti convegni ai quali un parlamentare, e lui è senatore da cinque anni, non può facilmente sottrarsi. Quel giorno di primavera poi, alla Camera di Commercio di Forlì, si celebra il centenario dell’oratorio salesiano nel quale si è mosso da ragazzo Ruffilli e viene presentato “Liberi per la fede e per l’amore” di don Franco Zaghini. Come fai a non andarci si è chiesto il giorno prima Roberto.

Che sabato ragazzi. La sua è stata una grande settimana. Mercoledì scorso De Mita ,del quale lui è uno dei consiglieri più ascoltati, ha giurato con il suo governo. Qualcuno ha pensato che lì ci sarebbe stato posto anche per Ruffilli, ma niente e lui notoriamente non ha fame di potere. La fame piuttosto ce l’ha ora. Vuole riprendere fiato e si mette comodo, in maniche di camicia. Non aspetta nessuno. Buon sabato pomeriggio professor Ruffilli.

Suonano alla porta. Chi può essere? È il postino, anzi sono due postini che devono consegnargli un pacco.  Appena dentro, questi lo spingono verso lo studio, inginocchiati, gli urlano Franco Grilli e Stefano Mingozzi, autori dell’ultimo delitto delle “vecchie Brigate Rosse”. Infine, compare l’arma, la mitica Skorpion Vz61 di acciaio color morte che scarica tre colpi alla nuca di Roberto. Il pacco dei finti postini verrà ritrovato tempo dopo, macchiato dal sangue di Ruffilli.  Presto arrivano gli uomini della Questura e spuntano le prime ipotesi. Tra queste non c’è la pista che porta alle Brigate Rosse. La rivendicazione lascia perplessi, come si usa dire in questi casi. Possibile che siano ancora loro? Invece è così.

Cinque anni prima. Elezioni politiche del 1983. Roberto Ruffilli viene candidato da Ciriaco De Mita per il Senato, a Roma. Mi telefona una sera. Senti sai dov’è Fidene? Sì, gli dico. Ecco, questi della Dc organizzano un dibattito giovedì sera. Vieni con me a discutere? lo dico anche a Paolo Giuntella. Certo, rispondo. Giovedì pomeriggio lo vado a prendere alla sede dell’Arel, in piazza Sant’Andrea della Valle.  Suono alla porta e mi apre lui. Prendo la borsa e andiamo, garantisce. Entro. Nel salone, seduti dietro due enormi tavoli vedo Nino Andreatta e Romano Prodi. Il tempo di salutarci e riappare Roberto. Dove andate? fa Andreatta. E Ruffilli, divertito, usando un lei fortemente accademico: sa professore, io sto in campagna elettorale e bisogna pur farsi conoscere dagli elettori. Andreatta scuote la testa, già bisogna pure farsi conoscere!

A Fidene, sulla Via Salaria, il dibattito organizzato dalla sezione democristiana e affollatissimo. Giuntella è in gran forma ed espone con la sua voce soave e cavernosa argomenti definitivi e apocalittici. Io interpreto la parte del dubbioso e dell’incerto. Roberto si diverte e non chiede voti tanto che alla fine è il segretario della sezione ad imporsi: mi raccomando a voi, questo è il nostro nuovo senatore!

Torniamo verso il centro e quando siamo in macchina Roberto mi chiede come sta mia madre. Sa che mio padre è morto il primo marzo di quel 1983. Che vuoi fare, dico, gli sto dietro, ma puoi immaginare. Sì, immagino.

Dopo le elezioni facciamo qualcosa per lei promette in una nuvola di fumo. Così è. Una volta eletto, a luglio, Roberto mi dice che deve andare a Venezia, per un convegno sull’isola di San Giorgio. Io in quei giorni ho in programma un’intervista sulla Biennale. Andiamo assieme. Ma porta con te mamma, dice. E partiamo. Noi due davanti, mia madre dietro. Lui e lei grandi fumatori che si stanno simpatici. Scherzano tutto il tempo e sarebbe bello che il viaggio fosse ancor più lungo. Ci vediamo spesso dopo.

Fino a quel giorno d’aprile, che è  ”il più crudele dei mesi, genera lillà dalla terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera.”

 

Bordin, Un radicale senza settarismi

All’inizio ti immaginavo con i capelli neri e la barba, una mezza specie di Che Guevara radicale, la voce calda e ampia di un rivoluzionario. Poi ti ho conosciuto, a casa di una tua collega, e ho capito che non c’avevo capito niente.

Mi sono presentato come quello che aveva un blog con una rubrica: “la bordata di Bordin”, in cui riproponevo per iscritto alcune tue battute fulminanti. e tu mi dicesti: “ah sei tu!!”. Poi non ci siamo più tanto visti. Mi sono nati i figli e il tempo scarseggiava ma uno, il primo, ad un anno e mezzo l’ho portato alla presentazione del libro di Mattia Diletti dove c’eri anche tu. Ti chiamava Boddini.

Mi sono rimaste le rassegne stampa, tra la colazione da preparare e le urla mattutine della moglie che ti voleva sempre “spegnere” perché non sopporta le “voci di sottofondo”. Ma la tua non era una voce di sottofondo, poteva essere si cavernosa, ma si imponeva all’ascolto, calda e intelligente, di una intelligenza ed ironia che pure i bambini coglievano, ridendo di gusto quando ti scattava una parola di turpiloquio. Eri una voce familiare e insieme alta, intellettuale, colta.

Un radicale senza settarismi o culti della personalità. Una miniera di memoria politica e giudiziaria.  Si potrebbe fare uno spettacolo teatrale, con le tue infinite chiose ai protagonisti e comprimari della politica. Sei stato un maestro di libertà di pensiero ma anche un operatore di servizio pubblico, perché tale era la Tua rassegna Stampa di Radio Radicale. Un servizio pubblico vero, che non è tale perché equidistante. ma è tale perché è autentico. Umano, troppo umano. Come te e le tue sigarette.

Addio Massimo Bordin, P.S. Certo proprio adesso te ne dovevi andare, adesso che il Servizio pubblico di cui per anni sei stato direttore sta per essere liquidato da una banda di ignoranti e cialtroni.  Ma non potevi aspettare un altro po’, e li avremmo sbertucciati insieme!

[Dal profilo Fb dell’autore]

Inflazione: Istat conferma le stime, a marzo prezzi in aumento dello 0,3% su base mensile e dell’1% in un anno

Nel mese di marzo 2019, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenti dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,0% su base annua (come a febbraio), confermando la stima preliminare.

La stabilità dell’inflazione è la sintesi di dinamiche contrapposte: da una parte l’accelerazione dei Beni energetici non regolamentati (da +0,8% a +3,3%), dall’altra il rallentamento dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (da +3,7% a +1,9%), dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,9% a +0,5%) e dei Tabacchi (da +4,5% a +4,0%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rimane stabile a +0,4%, mentre quella al netto dei soli beni energetici decelera lievemente da +0,7% a +0,6%.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto principalmente alla crescita dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+1,6%), dei Tabacchi e dei Servizi relativi ai trasporti (+1,3% per entrambi), solo in parte bilanciata dal calo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (-1,6%).

L’inflazione è stabile per i beni e per i servizi (rispettivamente a +1,3% e a +0,7%); pertanto rispetto al mese precedente il differenziale inflazionistico, negativo tra servizi e beni, si conferma a -0,6 punti percentuali.

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,4% per l’indice generale e pari a zero per la componente di fondo.

Dinamiche divergenti si registrano per i prezzi dei prodotti di largo consumo: quelli dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano da +1,6% a +1,1%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto rimangono stabili a +1,5%, registrando in entrambi i casi un’inflazione più alta di quella complessiva.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta del 2,3% su base mensile (per effetto della fine dei saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui l’indice NIC non tiene conto) e dell’1,1% in termini tendenziali (stabile rispetto al mese precedente), confermando la stima preliminare.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,2% su base mensile e dello 0,8% rispetto a marzo 2018.

Libia: l’UNHCR ricolloca presso un proprio Centro un secondo gruppo di rifugiati detenuti

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha ricollocato altri 150 rifugiati detenuti nel Centro di Abu Selim, nella zona sud di Tripoli, presso il proprio Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) situato nel centro della capitale libica, al riparo dalle ostilità.

Il Centro di detenzione di Abu Selim è uno dei tanti a essere stati colpiti dalle ostilità in Libia, fin dallo scoppio dei combattimenti nella capitale quasi due settimane fa.

I rifugiati presenti nel Centro hanno riferito all’UNHCR di essere terrorizzati e traumatizzati dagli scontri e di temere per le proprie vite.

Lo staff dell’UNHCR che ieri si è occupato di organizzare il ricollocamento ha riferito come gli scontri fossero in corso a circa 10 km di distanza e chiaramente udibili.

Nonostante l’intenzione di ricollocare un numero ulteriore di rifugiati, lo staff dell’UNHCR ha dovuto desistere a causa del rapido inasprirsi dei combattimenti nell’area. L’UNHCR intende riprovare a mettere in pratica tale soluzione salva-vita non appena le condizioni sul posto lo consentiranno.

“Mettere in salvo queste persone è una corsa contro il tempo. Il conflitto e il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza ostacolano ogni nostro sforzo”, ha dichiarato Lucie Gagne, Assistente Capo Missione dell’UNHCR in Libia.

“È necessario trovare urgentemente soluzioni per le persone bloccate in Libia, fra cui evacuazioni umanitarie volte a trasferire i più vulnerabili fuori dal Paese”.

Fra i rifugiati ricollocati ieri, i più vulnerabili e bisognosi, vi erano donne e minori. Il ricollocamento è stato effettuato col sostegno di International Medical Corps, partner dell’UNHCR, e del Ministero dell’Interno libico.

Questo ricollocamento costituisce il secondo trasferimento di persone organizzato dall’UNHCR da quando si è acuito il conflitto in Libia nelle ultime settimane.

La settimana scorsa l’UNHCR aveva ricollocato più di 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zara, anch’esso nella zona sud di Tripoli, al GDF, portando il totale di rifugiati qui accolti attualmente a oltre 400.

Dopo il ricollocamento di ieri, restano oltre 2.700 rifugiati e migranti detenuti e bloccati in aree in cui gli scontri sono ancora in corso. Oltre alle persone rimaste ad Abu Selim, vi sono quelle negli altri Centri di detenzione in prossimità delle ostilità, fra i quali quelli di Qasr Bin Ghasheer, Al Sabaa e Tajoura.

Le condizioni attuali nel Paese continuano a evidenziare che la Libia rappresenta un luogo pericoloso per rifugiati e migranti e che quanti fra essi sono soccorsi e intercettati in mare non devono esservi ricondotti. L’UNHCR ha chiesto ripetutamente che si metta fine alla detenzione di rifugiati e migranti.

 

Presentato il I Rapporto sulle mobilità ad emissioni zero in Italia

Legambiente ha presentato la scorsa settimana il I Rapporto sulle mobilità ad emissioni zero nel Belpaese, realizzato in collaborazione con MotusE.  Stando ai dati, un numero sempre maggiore di persone decidono di spostarsi in città con mezzi non inquinanti: bicicletta o e-bike, con i mezzi pubblici a trazione elettrica, compresi i treni urbani o anche a piedi.

Il Report di Legambiente prende in esame  i dati dei 104 capoluoghi italiani attraverso diversi indicatori: dalla disponibilità di mezzi elettrici all’inquinamento, dal tasso di motorizzazione alla presenza di piste ciclabili, finendo poi al modal share con l’intento di una prima mappatura sull’offerta di mobilità a zero emissioni su tutto il territorio nazionale. Sicuramente a farla da padrona in Italia è ancora una mobilità inquinata, congestionata, poco sostenibile, ma c’è una rivoluzione ormai in atto e con una crescita esponenziale. Le grandi città italiane, seppur con percentuali molto diverse e ancora lontane da Milano, riescono in ogni caso a combinare sistemi per consentire spostamenti non inquinanti ai propri cittadini. Lo studio di Legambiente riesce così a stimare e definire l’accessibilità, da parte dei cittadini a questi servizi, come la quota degli spostamenti con il mezzo pubblico o con servizi di sharing mobility. A Bologna ad esempio l’accessibilità raggiunge il 40% e gli spostamenti a zero emissioni (elettrici, bici, a piedi) rappresentano il 39%. A Torino a fronte di un’accessibilità (Tpl + bici +sharing) del 27% gli spostamenti zero emissioni sono il 40%; a Napoli i numeri evidenziano un 50% di movimenti che già avvengono con mezzi non inquinanti con un’accessibilità pari al 34%. Ancora, a Genova il 39% degli spostamenti è zero emissioni (accessibilità 36%); a Firenze il 17% (accessibilità 26%) e a Roma il 20% (accessibilità 27%).

“La sfida del clima è la più urgente, globale e difficile che abbiamo davanti per salvare il Pianeta – ha sottolineato il vicepresidente nazionale di Legambiente Edoardo Zanchini –. Ma rappresenta anche un’occasione unica per costruire concretamente una mobilità a emissioni zero, attraverso politiche capaci di riuscire a far crescere gli spostamenti in bici, a piedi, il trasporto pubblico e la mobilità elettrica. Dobbiamo convincerci del fatto che uscire dall’inquinamento che contraddistingue i nostri centri urbani è possibile e al contempo possiamo riappropriarci di piazze e strade, rendendo più vivibili e sicure le nostre città. Le storie e i numeri che raccontiamo nel nostro rapporto ci dicono che sono tanti i segnali positivi, con una disponibilità crescente dei cittadini a spostarsi con mezzi non inquinanti. Per dare il via a questa rivoluzione, però, servono scelte coraggiose e di sistema, politiche nazionale che fino ad oggi sono mancate perché non si può lasciare tutto alla buona volontà dei sindaci. Occorre dirottare le risorse economiche, destinate ieri come oggi a strade e autostrade, verso gli investimenti per le aree urbane, per rilanciare la ‘cura del ferro’ del trasporto pubblico e potenziare il trasporto ferroviario per offrire un’alternativa ai pendolari”.

“Lo studio appena presentato – ha spiegato il responsabile Mobilità Sostenibile di Legambiente Andrea Poggio, che ha curato il Rapporto – non va letto come una classifica, piuttosto come l’inizio di una nuova rivoluzione nella mobilità urbana. Le novità sono almeno tre: nelle città ci si muove sempre di più, più ci si muove meno si usa l’auto di proprietà e, infine, ci si muove sempre più smart, connessi e multimodali. Si usano modalità e mezzi diversi anche per compiere lo stesso viaggio. La mobilità a zero emissioni, se demandata alla sola mobilità privata, con i pochi modelli proposti di auto e moto elettriche, tutti ancora piuttosto cari o poco competitivi, non ha i numeri oggi neppure per farsi vedere. La vera differenza la fa ovviamente ancora il mezzo pubblico, ma sarebbe un errore se si considerasse sufficiente. Il mezzo pubblico elettrico fa la differenza soprattutto se in città si va in bicicletta e ci sono servizi di sharing mobility. Insieme sono vincenti. Insieme sono in grado di ricondurre alla minoranza gli spostamenti con il motore a combustione privato”.

Il Report contiene anche 12 racconti di buone pratiche già attivate nel territorio italiano. Si parte dal capoluogo lombardo dove entro i prossimi anni il trasporto pubblico locale, sarà presto elettrico, rinnovabile e efficiente. Già oggi l’offerta di trasporto pubblico nella città metropolitana di Milano è potente, sia per entità (650 milioni di passeggeri all’anno), sia per il predominio della trazione elettrica, il 74% dell’offerta, con 960 vetture metropolitane, 535 tram e filobus in servizio, 30 autobus elettrici e idrogeno. Entro il 2030 sarà completata questa transizione. Ancora, l’esperienza del Campus di Savona, dell’Università degli studi di Genova, trasformato in una piccola smart city dove oltre a una microrete energetica intelligente sono state, tra le altre cose, installate anche 4 colonnine di ricarica per veicoli elettrici per promuovere una mobilità a zero emissioni. O come a Firenze dove il Comune ha sperimentato l’alleanza per flotte di taxi elettriche e a Ostuni (BR) dove si dimostra che anche spostarsi per turismo può essere sostenibile e a zero emissioni.

Legambiente ricorda, infine, che gli stessi piani del traffico delle città sono oggi condizionati, per legge, ai piani di mobilità sostenibile (Pums). Ed è nella definizione di questi piani, di transizione alla mobilità a zero emissioni, che passa il cambiamento delle nostre città. Per il Pums di Milano, ad esempio, “lo spazio pubblico è bene comune”, non parcheggio di mezzi privati quindi, ma aree ad uso di tutti i cittadini.

La Passione di Cristo in scena a Carbognano

Tutto è pronto, a Carbognano, per la sesta edizione della Passione di Cristo.

Oggi, a partire dalle 21:30, il centro storico del caratteristico paese in provincia di Viterbo si trasformerà in uno straordinario palcoscenico a cielo aperto.

Sotto le stelle, dalla sontuosa Chiesa di San Pietro Apostolo fino al Castello Farnese, saranno portati in scena i momenti più salienti e drammatici dell’ultimo giorno di vita di Gesù.

Tra migliaia di lumini, animali, luci, ricostruzioni sceniche, ol­tre duecento rievocatori, con ambientazioni ed effetti speciali, riporteranno i visitatori indietro nel tempo, dando vita ad uno spettacolo in grado di emozionare tutti i presenti, coinolgendoli  come se fossero realmente  immersi nello svolgimento degli eventi che videro il martirio di Gesù.

Una nuova scena sarà presentata quest’anno durante la rappresentazione, quella di Gesù nell’Orto degli Ulivi (Getsemani), dove si ritirò dopo l’Ultima Cena per pregare prima di essere tradito da Giuda, uno dei suoi apostoli.

Un momento decisivo, importante e significativo che segna l’inizio delle ultime dodici ore del Figlio di Dio prima di giungere alla Crocifissione e di conseguenza alla Resurrezione.

Grazie ad una coreografia continuativa, studiata senza alcuna separazione dalla scena, sarà possibile fruire di una straordinaria interazione in grado di ricreare una partecipazione unica e toccante. Da sottolineare la cura nei dettagli che fa la differenza, resa possibile da una minuziosa documentazione filologica, fedele nella ricostruzione e nelle varie caratteristiche storiche.

La chemioterapia metronomica ora è rimborsabile

L’Agenzia Italiana del Farmaco, nell’ultimo aggiornamento della legge 648/96, ha autorizzato la piena rimborsabilità di un medicinale usato nel trattamento, con somministrazione settimanale frazionata, dei tumori solidi dell’adulto.

Ma cos’è la chemioterapia metronomica?

E’ una chemioterapia a piccole dosi continue:
Ciò sembra efficace non solo in termini di riduzione della tossicità, ma forse anche per il miglioramento degli effetti sulla crescita del tumore.

Questa nuova modalità di somministrazione dei farmaci chemioterapici è denominata “chemioterapia metronomica” che si riferisce alla frequente, talvolta quotidiana, somministrazione di chemioterapici a dosi significativamente al di sotto del MDT (dose massima tollerata) , senza interruzioni tra i vari cicli.

 

 

Dopo l’incendio di Notre Dame. Che futuro ci aspetta senza la casa comune Europea?

Il rogo della Cattedrale di Notre Dame è molto più di una grave perdita di patrimonio artistico.
Come qualcuno ha ricordato, quell’opera d’arte è stata più volte ricostruita e così potrà essere ancora. Gli strumenti della tecnologia e della tecnica certamente oggi lo consentono più che nei secoli passati.

In realtà, ciò che colpisce è qualcosa di più profondo e simbolico.
È andata a fuoco una icona dell’Europa e del cristianesimo europeo. Ed è accaduto in uno dei momenti di maggiore loro debolezza.
Una Europa vecchia, stanca, divisa, marginale nel mondo, spiazzata dai cambiamenti antropologici, economici e geopolitici. Impaurita dai fenomeni migratori. Incapace di esercitare un qualsiasi ruolo sui quadranti di crisi che stanno alle sue stesse porte. Una Europa priva di guide morali prima che politiche.

E un cristianesimo che appare a sua volta stanco e col fiato grosso di fronte alla nuova inquietante “modernità” che lo sta scuotendo nelle radici etiche e culturali. Fino al punto di far emergere – nel documento diffuso qualche giorno fa dal Pontefice Emerito – crepe e distinzioni di proporzioni fino ad ora mai viste, assieme alla tentazione del rifugio in un mitizzato e rimpianto passato pre-conciliare.

Quelle fiamme che tutto il mondo ha seguito in diretta sono la cifra simbolica di un dilemma che dovrebbe scuotere le nostre coscienze.
Che futuro ci aspetta senza la casa comune europea? E quale impalcatura culturale e morale -al di là degli aspetti strettamente religiosi – potrà sorreggere le nostre comunità alle prese con i nuovi scenari tecnologici e sociali, se non quella dell’umanesimo cristiano?

Quali sono le alternative?
Non ci sono solo il tetto e la guglia di Notre Dame da ricostruire e rinnovare, ma tutto ciò che quella Cattedrale ha rappresentato nella nostra storia comune.

Umbria: Un appello ai liberi e forti?

Non è difficile arguire che le dimissioni di Catiuscia Marini, Presidente della Regione Umbria, rechino il timbro del segretario del Pd Nicola Zingaretti.

In questa vicenda, allo stato degli atti, esce malconcio il modello di governo che ruota attorno alla forza politica dichiaratamente omogenea alla storia della sinistra di origine comunista.

Alla traumatica decisione si è giunti dopo giorni di incertezza e confusione. Non è un’ammissione di colpa, giacché nelle parole del comunicato ufficiale risuona la dichiarazione di innocenza della principale protagonista della scena istituzionale e politica.

Alla Marini, dunque, è stata tolta la fiducia dal Nazareno. Sì tratta, in qualche modo, di un formidabile paradosso: dentro il Pd prevale la convinzione della correttezza che ha guidato l’operato della Giunta umbra. Ciò nondimeno, sull’onda delle polemiche e degli attacchi concentrici, la scelta delle dimissioni è apparsa la più coerente e forse la più efficace.

C’è da chiedersi, a questo punto, come sia possibile allestire una coalizione antipopulista e antisovranista in grado di reggere l’urto, per evitare che la “nobiltà” del gesto della Marini si riveli in concreto nella forma di un riconoscimento della propria sconfitta (morale e politica). Tutto appare notevolmente complicato.

Occorre lanciare un appello – ai liberi e forti dell’Umbria? – per individuare a tambur battente una personalità indipendente attorno alla quale aggregare le forze sane della regione, senza abdicare al dovere di “resistenza” verso una nuova destra che può insediarsi, sfruttando una crisi tanto grave, nel cuore del sentimento popolare di questa piccola, ma decisiva Regione del Centro-Italia.

L’austerità mette in pericolo la Chiesa

La consegna del silenzio che di fatto vige, almeno nella Chiesa ufficiale, sugli aspetti teologici, culturali, ecclesiologici e pastorali dello scritto di Benedetto XVI per una rivista per il clero tedesco, Klerusblatt, non impedisce di valutarne i risvolti politici. Non tanto sul piano degli equilibri intraecclesiali, che lascio ai colleghi vaticanisti, quanto sul profilo pubblico della Chiesa cattolica in Italia.

Nel testo del Papa emerito emerge nitida la critica a una Chiesa che sembra apparire desiderosa di uniformarsi ai canoni del politicamente corretto, a rischio di sembrare diluita nelle pur importanti cause di questo, come l’ecologismo, l’europeismo o l’attenzione verso il dramma dei migranti. Anche nel fare doverosamente pulizia al proprio interno da crimini orrendi si dà più l’impressione, scrive papa Ratzinger, di «considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo». Ma l’illusione di fare «una Chiesa migliore creata da noi stessi», osserva il papa tedesco, riduce la Chiesa ad esser «in gran parte vista solo come una specie di apparato politico» e «una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza».

Questo mi sembra il passaggio centrale del saggio di papa Ratzinger nella prospettiva di una sua lettura laica e storico-politica. Vi si scorge la consapevolezza (profetica?) dell’enorme rischio cui la Chiesa cattolica va incontro, in conseguenza del suo apparire ai cittadini prevalentemente come organizzazione politica e umanitaria.

Per valutare tale rischio in tutta la sua possibile portata occorre la capacità di guardare oltre il muro dell’illusione nell’ingiustificata speranza che il pilota automatico delle regole europee e la guida impolitica del Paese egemone, la Germania riunificata, possano dare una risposta alla crisi che dilaga in Europa.

Non lo possono fare poiché di tale crisi sono la causa principale. Di quella crisi che, come ha affermato Chiara Tintori (curatrice di un libro-intervista a padre Bartolomeo Sorge, Perché il populismo fa male al popolo), «ha fatto la sua comparsa nel 2008, provocando una contrazione produttiva e delle opportunità di lavoro, portando con sé un aumento costante delle disuguaglianze».

Molte e diverse voci ormai – da papa Francesco a economisti come Paul De Grauwe, giornalisti come Federico Rampini e persino esponenti dell’alta finanza come Carlo De Benedetti – dimostrano coscienza del fatto che l’attuale ciclo economico deflazionista è giunto al capolinea. Alcuni fra loro ci avvertono che l’attuale sistema fondato sul primato della moneta sulla persona umana e sulla democrazia non risulta più sostenibile. Restando all’Italia, ciò che si prospetta per i prossimi anni, se si proseguirà, come tutto lascia intendere – anche il DEF da poco varato – sulla linea dell’austerità, che somma al disagio dei poveri quello della classe media che precipita, è quello che l’economista Nino Galloni ha definito una “prospettiva libica”, di diffuso caos sociale, di guerra per bande e anarchia dilagante, essendo il popolo italiano, a differenza di quello francese, incapace di ribellarsi per un’ideale di giustizia universale, ma piuttosto incline a perseguire il proprio “particulare”.

In un tale scenario che ci si augura di non dover mai vedere, ma che purtroppo rientra tra gli sviluppi più probabili, a causa di lunghi anni di politiche tragicamente miopi e sbagliate, il popolo inferocito da una crisi economica di cui non è colpevole ma vittima, finirebbe per cercare i suoi capri espiatori. E siccome già nel presente, da parte dei veri responsabili della crisi si possono osservare delle manovre per addossare alla Chiesa la responsabilità di quanto sta succedendo, una Chiesa percepita come un tutt’uno con l’establishment politico–economico–mediatico (anche se così non è nei fatti, almeno per quei tanti cristiani che stanno vicino agli ultimi e costituiscono il popolo ancor più dimenticato dei penultimi), finirebbe per esporsi facilmente come bersaglio dell’enorme scontento popolare. Una Chiesa che appare soprattutto come un apparato politico rischia di divenire bersaglio di nuove persecuzioni.

«La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente». Per le cronache attuali questa affermazione di Benedetto XVI sembra valere principalmente per dei contesti extraeuropei. Ma nel giro di pochi anni rischia di potersi riferire anche all’Italia, e all’Europa, e le fiamme che hanno devastato Notre Dame, se non vi sarà un deciso e netto cambio di direzione nelle politiche economiche e monetarie, potrebbero ben presto trasformarsi in un simbolo che prefigura ciò che la Chiesa cattolica potrebbe dover patire nell’intera Europa, incendiata e dissestata dall’austerità.

Primo Maggio: La Conferenza Episcopale per un lavoro degno

“L’orizzonte del lavoro è stato sintetizzato da papa Francesco in quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale e sviluppato in un percorso che ha coinvolto credenti e parti sociali prima e dopo la preparazione delle Settimane Sociali, contribuendo ad animare il dibattito nel paese. Siamo purtroppo lontani in molti casi da quel traguardo e da quell’orizzonte, che vede nel lavoro un’opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare all’opera creativa di Dio”.

Si apre così il Messaggio della  Commissione Episcopale per i problemi sociali, la giustizia e la pace, in vista del 1° maggio 2019.

“La sfida affascinante della vita del Paese (e quella su cui ci giochiamo il futuro del lavoro) – scrivono ancora i Vescovi – può essere vinta solo superando la carestia di speranza, puntando su fiducia,
accoglienza ed innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura e nel conflitto. Comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una torta più grande”.

Leggi il testo integrale del Messaggio.

Come cambia (poco) la classe dirigente

Nell’ultimo anno, sono radicalmente cambiati i partiti al governo del Paese. Ma è cambiata o sta cambiando anche la classe dirigente? Si tratta di una questione non secondaria, in un Paese guidato da un governo che si autodefinisce del cambiamento.

Prova a dare una risposta lo storico Guido Melis sull’ultimo numero della rivista “Il Mulino”. Si tratta di una risposta negativa, perché – come ricorda il professore – una classe dirigente non si forma “per decreto”. Ha basi profonde, radici antiche, ne fanno parte in molti. Non solo i componenti del ceto politico, ma, anche di più, i soggetti forti della finanza, i proprietari e i manager delle industrie, i percettori di rendite, gli esponenti di spicco degli ordini e delle professioni, i membri dei grandi corpi dello Stato e delle magistrature, gli alti ufficiali e persino i vertici della piramide ecclesiastica. Fanno parte della classe dirigente i presidenti delle grandi banche, i baroni universitari, i grandi medici, gli intellettuali che fanno opinione sui giornali e coloro che la stampa e le televisioni, più o meno direttamente, le controllano. Secondo Guido Melis, le classi dirigenti nuove sono il prodotto di culture nuove. E queste, a loro volta, richiedono una lunga e paziente semina. Chissà dunque quando le vedremo (e se le vedremo). Per ora prevale la linea della continuità.

Un grande studioso francese delle istituzioni, Pierre Legendre, spiegava che le rivoluzioni producono delle fratture in apparenza anche radicali; ma poi esistono sempre gallerie sotterranee e cunicoli che consentono di passare da un lato all’altro del baratro che si crea. Lì passa la continuità delle élite e si perpetua il potere. Valgono ancora i versi di una poesia di Eugenio Montale: “La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C’è chi sopravvive”.

“A tutti gli uomini liberi e forti” cento anni dopo l’appello di Luigi Sturzo. Un aspetto spesso dimenticato

Articolo già pubblicato dagli amici di Servire l’Italia a firma di Salvatore Latora

La storia di Luigi Sturzo, al di là delle “celebrazioni” in occasione dei cento anni dell’Appello e della fondazione del Ppi, è una storia incompiuta (1919-1926), una storia Spezzata come progetto politico, ma anche dolorosa, per il sacrificio inflitto (22 anni di esilio, in Inghilterra e negli Stati Uniti) a un sacerdote geniale, creatore di un partito laico e a-confessionale, sacrificato sull’altare del potere, mentre si dice che “la forza della Chiesa non si chiama potere!”

Una conferma a tali affermazioni e a tutto il discorso che qui si vuole intraprendere si può trovare anche nel volume di Sturzo: Lettere non spedite, Il Mulino Bologna 1996, (a cura di Gabriele De Rosa), dove vengono riportati i testi di un “Plico che contiene tre dossier di lettere: il primo contiene lettere dirette a vari amici; il secondo, lettere rivolte all’amico Giovanni (Si tratta di Giovanni Nicastro di Caltagirone (1886-1971) che appena decenne frequentò il Cenacolo della Gioventù, fondato da Luigi Sturzo, studiò giurisprudenza a Roma e a Torino dove si laureò. Rientrato a Caltagirone collaborò con Carmelo Caristia all’attività della locale conferenza nella parrocchia S. Pietro); il terzo contiene le lettere a Barbara Barclay Carter, traduttrice degli articoli e delle opere di Sturzo” (Ivi, 9).

Lo scopo di questo carteggio è chiarito da Sturzo stesso quando scrive: «Da un anno in qua la mia solitudine si fa più completa, sfuggo l’occasione di incontri politici, che mi farebbero misurare ancora di più la mia impotenza e mi farebbero desiderare un ritorno al passato, a me precluso (in una clausola del Concordato si indica il divieto a tutti gli ecclesiastici e religiosi d’Italia di iscriversi e militare in qualsiasi partito politico). Perciò di tanto in tanto prendo la penna e mi confido alla carta. Questo dossier ha qui la sua ragion d’essere» (p. 10).

Forse le lettere più belle sono quelle dirette a don Carmelo Scalia (del quale si è interessato in un volume, Giuseppe di Fazio) che lavorava alla Biblioteca Vaticana e che insieme con altri fece un tentativo perché Sturzo ritornasse in Italia. Sturzo apprezzò la delicatezza dei sentimenti e la comprensione dell’amico Scalia, ma con uguale trasporto d’animo con lettera del 27 marzo 1929, gli rispose: «Se io venissi in Italia, anche senza alcuna dichiarazione di adesione al regime, come potrei più testimoniare dei miei ideali, che in apparenza avrei traditi? …Solo stando all’estero, pur nel silenzio e nell’ombra, io adempio in qualche modo alla missione alla quale ho creduto nella mia coscienza di essere stato chiamato, e alla quale fin oggi mi sono mantenuto fedele» Ivi (p.21). Quanto simile per dignità e fermezza alla risposta di Socrate a Critone, quando cerca di persuadere il filosofo a fuggire dal carcere prima che arrivi la nave da Delo!

Il pensiero di Sturzo, anche all’estero, è sempre limpido, incisivo, specialmente sul fatto storico importante di quegli anni, i Patti Lateranensi. Conciliazione Stato–Chiesa (11 febbraio 1929. Rinnovati poi nel 1984), stipulati fra il capo del governo, Benito Mussolini e il segretario dello Stato della Chiesa, cardinale Pietro Gasparri (papa Pio XI, Achille Ratti,1922-1939).

Gli accordi sono tre: a) il Concordato, b) il Trattato e c) la Convenzione finanziaria.

Angelus Domenicale: intuizione di Pio XII

La storia dell’Angelus che il Pontefice recita ogni domenica con i fedeli in piazza S. Pietro, si collega alla particolare devozione per Maria SS. Assunta che animava Pio XII.

Ancora prima di iniziare le pratiche per la definizione del dogma,Pio XII manifestò questa Sua speciale devozione suggerendo alla Madre Luigia Tincani (1889/1976),Serva di Dio e fo0ndatrice delle Missionarie della Scuola,di intitolare All’ Assunta l’Istituto Universitario Pareggiato che esse intendevano promuovere e del quale il 26 ottobre 1939 avvenne l’inaugurazione.

Il 1 maggio 1946 Pio XII interpellava i vescovi scrivendo loro di esprimere un parere circa la possibile proposizione dell’Assunzione corporea della beatissima Vergine come dogma di fede e se essi lo desideravano realmente;facendo seguito a questa adesione, Pio XII il 18 agosto 1950 annunciava la definizione dogmatica e il 1 novembre di quello stesso anno Santo firmava e pubblicava la Bolla Dogmatica per la definizione dell’Assunzione in corpo ed anima di Maria SS. Assunta in cielo.

Il 1954 fu un anno molto doloroso per Pio XII perché iniziò a soffrire di una malattia gastrica e anche per i gravi problemi che affliggevano l’Azione Cattolica Italiana percorsa da tensioni molto forti dopo il fallimento dell’operazione Sturzo. Malgrado ciò, concesse un udienza al prof . Luigi Gedda (1902/2000),Presidente Generale Dell’Azione Cattolica il 10 marzo del 1954, che gli propose di recitare l’Angelus ai microfoni della Radio Vaticana affinchè tutti i fedeli potessero unirsi al Romano Pontefice nell’invocare l’aiuto di Maria SS. Assunta, ma il Pontefice non condivise la proposta di Gedda ed in un primo momento la reputò non efficace. In una successiva udienza privata svoltasi il 26 giugno, essendo in corso l’Anno Mariano,il professore si permise il coraggio di rinnovare la medesima domanda di recitare l’Angelus il 15 agosto ai microfoni della Radio Vaticana dalla residenza estiva di Castelgandolfo,anche perché in quella giornata allora come oggi il Papa ha l’usanza di celebrare la festa dell’Assunta con un pontificale nella vicina chiesa pontificia di S. Tommaso da Villanova percorrendo a piedi il tragitto dal palazzo apostolico alla Chiesa e viceversa,sempre lambito da entusiastico fervore dei fedeli. Pio XII acconsentì benevolmente alla richiesta di Gedda presentatagli anche a nome dell’Azione Cattolica Italiana. Di conseguenza il 14 agosto 1954 l’”Osservatore Romano” informo che “…l’Angelus recitato dal Santo Padre nella festività dell’Assunta sarà radiodiffuso” e successivamente l “Osservatore Romano” del 16/17 Agosto informò che”…alle ore 12 di ieri domenica, festività di Maria SS. Assunta, il Santo Padre ha benevolmente acconsentito che la Sua recita dell’Angelus domini venisse radiodiffusa dalla stazione radio del Vaticano a cui era collegata la rete nazionale della Radiotelevisione Italiana. In tal modo l’Augisto Pontefice, aderendo al filiale desiderio dell’Azione Cattolica Italiana, ha dato modo nella solennissima ricorrenza dell’insigne gloria della Vergine Santa, in questo radioso Anno Mariano,agli ascritti e a tutti gli altri fedeli di unirsi devotamente a lui, nel pio saluto alla Madre di Dio”.

Da allora per opera di Luigi Gedda ebbe inizio la recita dell’Angelus domenicale di Pio XI;al suo ritorno in Vaticano onde evitare di affaticarlo con un udienza collettiva,Gedda Lo pregò di recitare l’Angelus affacciandosi alla finestra del Suo studio privato, quella famosa finestra illuminata fino a tarda notte che appare anche nel film scritto da Luigi Gedda stesso nel 1942,sulla vita quotidiana di un papa, ”Pastor Angelicus”diretto da Romolo Marcellini e prodotto da una società cinematografica Orbis Film creata dallo stesso Gedda e che avrebbe prodotto capolavori come “La porta del cielo”che consentì al regista Vittorio De Sica di sottrarsi alle pressioni dei nazifascisti per trasferirsi nella Repubblica Sociale.

La recita dell’angelus domenicale da quel lontano 1954 dalla finestra affacciata su piazza S. Pietro,sarebbe proseguita con Giovanni XXIII, da Paolo VI ,da Giovanni Paolo I nel suo brevissimo pontificato, da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI fino all’attuale pontefice Francesco.

Nel 1977 Gedda pensò di promuovere un emittente televisiva cattolica, Teleradiosole, diretta da Cesare Ardini, la quale trasmetteva regolarmente gli Angelus domenicali.

Successivamente Teleradiosole ha potuto trasmettere via satellite l’Angelus in Argentina attraverso la televisione di Stato,Canale 7,favorita dalla collaborazione della Presidente dell’Associazione Argentina di Cultura prof.ssa Lila Blanco e Canale 7 ritrasmetteva l’Angelus ad altre ben 28 emittenti locali argentine.

Questa trasmissione durò soltanto un anno,ma il suo servizio fu profetico perché migliaia di stazioni televisive di molte nazioni ne danno notizia ogni settimana,diffondendo attraverso la parola del Papa,il messaggio di Cristo agli uomini d’oggi,da un idea del genetista Luigi Gedda,il medico che parlava di Dio!

 

Prof. Giulio ALFANO ( Presidente Società Operaia per Evangelizzazione dei Laici)

Terre des hommes: In Libia le “milizie arruolano i migranti”

In Libia “le milizie stanno arruolando i migranti” e “tanti libici stanno già scappando verso la Tunisia, che ha riaperto le frontiere”. “Gli scontri fanno paura e c’è già un grosso problema per il reperimento del cibo: due settimane fa i prezzi dei prodotti erano già aumentati del 300-350%”.  Cosi il responsabile di Terre des Hommes esprime grande preoccupazione per le sorti della popolazione civile libica e per le migliaia di migranti presenti nei centri di detenzione che, a causa dell’intensificarsi del conflitto interno, non hanno accesso ai beni essenziali.

La situazione è molto critica”, dichiara Bruno Neri, responsabile dei progetti di Terre des Hommes in Libia. “Le fasce più vulnerabili della popolazione, come sfollati, rifugiati e migranti, stanno patendo le conseguenze più drammatiche del conflitto e la loro vita è in costante pericolo”.

Con il deterioramento delle condizioni di sicurezza il campo di Qasr bin Ghasheer, che ospita circa 600 migranti, è a rischio evacuazione, trovandosi all’interno delle zone interessate ai combattimenti. Per questo le condizioni di vita dei migranti sono particolarmente precarie, i rifornimenti di alimenti risultano molto difficili e, in caso vengano evacuati in altri centri d’accoglienza già sovraffollati, dovranno portare il cibo con sé.

Una delle possibili destinazioni di questi migranti è il centro di detenzione di Tajoura, che ospita principalmente rifugiati sub-sahariani e migranti dal Sudan. Attualmente tra i 700 individui ospitati sono presenti anche 22 di minori, 10 dei quali da 0 a 3 anni, e 8 donne in gravidanza o che allattano. Il centro si sta preparando ad accogliere ulteriori migranti da altri centri di detenzione situati in zone non sicure. Un problema alle forniture di alimenti ha causato l’esaurimento delle scorte, per questo Terre des Hommes si è attivata per poter rifornire al più presto il centro con pacchi alimentari e beni di prima necessità.

MobilitAria 2019

Verrà presentato oggi a Roma il II Rapporto “MobilitAria 2019” che dipinge un quadro complessivo sull’andamento dell’inquinamento e delle politiche di mobilità urbana nelle principali 14 città e aree metropolitane italiane nel periodo 2017-2018. Il Report analizza i dati e le tendenze della qualità dell’aria e il superamento dei limiti delle emissioni inquinante. A questi dati è legato un quadro dei Piani di risanamento della qualità dell’aria delle Regioni italiane. All’analisi si aggiunge una valutazione sulle politiche nazionali nel campo della mobilità nei due anni considerati e il Piano nazionale energia e clima presentato dal Governo.

Il documento è stato realizzato dal gruppo di lavoro“Mobilità sostenibile” di Kyoto Club e dagli esperti di CNR-IIA (Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto sull’inquinamentoaAtmosferico)  con la collaborazione dell´Osservatorio sulle politiche di mobilità urbana sostenibile di Isfort, che ha elaborato un’indagine sulla mobilità nelle 14 aree metropolitane, dati inediti che inquadrano pienamente il complesso tema della mobilità. Altri due contributi sono dati da T&E che approfondisce la strategia europea per la decarbonizzazione dei trasporti al 2030 e al 2050, con gli obiettivi di riduzione dei gas serra e per diventare fossil free e da TRT Trasporto e Territorio, che ha effettuato un’interessante simulazione sulla mobilità elettrica e i suoi effetti in quattro grandi città italiane.

La seconda parte del Rapporto è corredata di dati sulla mobilità urbana di ogni grande città, con l’inserimento di nuovi indicatori legati ad una puntale ricognizione dei provvedimenti di mobilità e le azioni concrete realizzate dalle 14 Amministrazioni comunali delle realtà prese in esame. Reti tramviarie, trasporto collettivo, low emission zone, sharing mobility, reti metropolitane, mobilità ciclistica, veicoli elettrici, Its, sono i temi ricorrenti per le azioni svolte e da svolgere in itinere. Tra gli elementi considerati nel Rapporto c’è anche lo stato di attuazione dei Pums sia a livello metropolitano che di ogni singola città. A completare il documento, infine, una rosa di proposte verso la mobilita sostenibile e la decarbonizzazione dei trasporti, elaborate di Kyoto Club e Cnr IIA. Le 14 città e aree metropolitane prese in considerazione nel report sono: Roma, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Venezia, Torino, Napoli, Palermo, Reggio Calabria.

Il primo cuore stampato in 3D con tessuto umano

Gli scienziati dell’università di Tel Aviv lo hanno presentato come il primo cuore in miniatura al mondo stampato in 3D usando tessuto umano. L’annuncio dell’impresa è arrivato da Israele, quando gli scienziati hanno mostrato il prototipo del mini organo. “E’ la prima volta che viene ingegnerizzato e stampato un intero cuore completo di cellule, vasi sanguigni, ventricoli e camere”, ha spiegato il professore Tal Dvir, che ha guidato la ricerca e parlato del lavoro in una conferenza stampa.

Lo studio è pubblicato sulla rivista “Advanced Science”. Il passo avanti è importante perché finora, ha precisato l’ateneo, gli scienziati erano riusciti con successo a stampare un singolo tessuto semplice, senza vasi sanguigni. Altro aspetto cruciale, evidenziato da Dvir, è la possibilità di creare il cuore con un “inchiostro personalizzato”, con cellule e materiali biologici del paziente, per eliminare il rischio rigetto.

A 75 anni da quel terribile 17 aprile 1944: i 947 rastrellati e deportati del quartiere Quadraro di Roma

Non ci sono dubbi che la stragrande maggioranza dei cittadini romani, che hanno conosciuto i peggiori 270 giorni dell’ultimo secolo, sono quelli vissuti nel periodo compreso dall’8 settembre 1943 ( per la mancata difesa della città di Roma, da parte dei vertici del Regio esercito e “la battaglia di Porta San Paolo”, la data che segnò anche l’inizio della Resistenza romana contro l’occupazione tedesca) e  il 4 giugno 1944, giorno della Liberazione di Roma, da parte degli Alleati.

Cessò, così improvvisamente l’incubo del terrore e della paura nella Capitale, perché ogni giorno che sorgeva il sole, non si sapeva mai, come sarebbe finita la giornata.

Quello che è accaduto a Roma in quel periodo storico, dell’occupazione nazista, riservava quotidianamente vicissitudini incredibili e drammatiche di ogni genere: bombardamenti aerei, rappresaglie, attentati, fucilazioni, rastrellamenti, deportazioni, precettazioni obbligatorie, conflitti a fuoco fra partigiani e soldati tedeschi, torture, sabotaggi, coprifuoco, notizie ridotte al lumicino per la censura sui pochi mezzi d’informazione, come giornali e radio, e tanta, tanta fame.

Non a caso il generale Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia, (responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine) sosteneva che: “Roma era diventata per noi (militari tedeschi) una città esplosiva…”. Durante l’occupazione di Roma, i nazisti con l’aiuto dei fascisti, che avevano aderito alla Repubblica Sociale di Salò, usarono i rastrellamenti e le deportazioni coma strategia del terrore nei confronti dei romani.

Un episodio emblematico di quel periodo è stato certamente, il massiccio rastrellamento nel quartiere popolare del Quadraro. Iniziato all’alba del 17 aprile 1944. Fu un’operazione militare tedesca (coadiuvata dalla Gestapo, dalle SS e dalla Banda Koch) ai danni della popolazione di quel territorio, che veniva definito dalle truppe occupanti, come covo di partigiani, di renitenti alla leva, di sabotatori e di oppositori al regime. Infatti nel quadrante sud – est di Roma, nella zona compresa tra il Quadraro, Torpignattara, Centocelle e Quarticciolo, tra la Tuscolana, la Casilina e la Prenestina, si giocarono giornalmente delle partite ad alto rischio pagate molto care, più che in altre parti della capitale, salvo il Ghetto di Roma.

Perché proprio il Quadraro? Alla fine di marzo del 1944, il comando tedesco per indebolire la Resistenza, che si manifestava nelle periferie romane, decise di anticipare l’ora del coprifuoco alle 16, nei quartieri ove si manifestavano anche sommosse per le difficili condizioni di vita. Forse, la goccia che fece traboccare il vaso, fu un episodio avvenuto il 10 aprile, nel pomeriggio di Pasquetta in una trattoria sulla Tuscolana, dove Giuseppe Albano, noto come il “gobbo del Quarticciolo” assalì con la sua banda alcuni soldati tedeschi, uccidendone tre, e questo provocò la grave ritorsione del comando tedesco di Roma.

L’intero quartiere del Quadraro, fu bloccato in ogni via di accesso in entrata e in uscita, passando al setaccio casa per casa,  furono rastrellate circa 2000 persone (tutti uomini tra i diciannove e i sessanta anni) e portate al cinema Quadraro per essere schedate. Dopo ore di attesa, in condizioni disumane, vennero trasferiti a Cinecittà per la selezione, alcuni riuscirono a fuggire e altri scartati vennero arrestati. L’operazione venne giustificata come atto che sarebbe servito per “reclutare” mano d’opera per la Wehrmacht. Solo successivamente, il console tedesco Mollhausen scriverà in un suo memoriale, che il rastrellamento del Quadraro era stato un atto militare di polizia e di controguerriglia.

Le persone reclutate, fra i rastrellati, dopo la “ selezione di Cinecittà” furono 947, portate lo stesso giorno, con dei camion a Grottarossa, poi in treno a Terni e successivamente al campo di transito di Fossoli (Carpi): fu solo l’inizio di un lungo periodo di agonie e sofferenze.

Furono arruolati come “operai italiani volontari per la Germania” e deportati in Germania e in Polonia, costretti a lavorare nei campi di concentramento. Dei deportati solo meno della metà fece ritorno al proprio quartiere del Quadraro.

Questo episodio, a Roma, in quanto a dimensioni, fu secondo solo al rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943, con 1.259 deportati, di cui 1.023 di religione ebraica.

Oggi a distanza di anni, dalle drammatiche vicende del Quadraro, si è venuti a conoscenza, che i nazisti intendevano operare rastrellamenti anche in altri quartieri popolari di Roma, tra questi  San Lorenzo, Testaccio e Trastevere, per deportare in Germania uomini dai 16 ai 65 anni, per “utilizzare” come lavoratori nella Germania nazista. Ma i piani preparati dal Herbert Happler (comandante della Gastapo di Roma – Polizia segreta del Terzo Reich) per fortuna non furono portati a termine, anche perché le truppe Alleate erano nel Lazio e si avvicinavano a Roma con determinazione, e gli obiettivi strategici e i pensieri dei tedeschi cambiarono: erano rivolti alla imminente ritirata e a preparare nuove linee di difesa nelle regioni settentrionali d’Italia.

La memoria per il rastrellamento del 17 aprile 1944 del Quadraro è viva fra gli abitanti del quartiere e città di Roma, e si rinnova anno per anno, con iniziative promosse da istituzioni e da associazioni, con eventi culturali, spettacoli, filmati, video, street art e testimonianze dei sopravvissuti. Il ricordare significa per molti rendere giustizia dell’eroismo di tanti piccoli e grandi atti di solidarietà sociale, e di rivolta contro la violenza, dove la partecipazione popolare saldò una forte unità fra civili, rifugiati, partigiani, personale medico e religioso. Questo realtà costruita in momenti difficili non fu mai spezzata, fatto storicamente rimarchevole, né dalla tortura, né dalle repressione brutale, né dalle lusinghe di ricchissime ricompense alla delazione.

Il Quadraro è stato insignito, unico quartiere romano, nell’aprile del 2004, in occasione dei 60 anni dal rastrellamento, con la medaglia d’oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Ciampi.

Su una grande lapide di marmo, a firma Municipio Roma 6° e 10°, si legge questa scritta: “ In ricordo perenne del rastrellamento del Quadraro da parte delle truppe nazifasciste nella speranza che tutto questo non debba più accadere”.( Lo scorso anno, il 4 giugno 2018, anche il quartiere di Centocelle, ha avuto il riconoscimento, con la medaglia d’oro conferita dal Presidente Sergio Mattarella, per la lotta antifascista).

Nel 2014, 70° anniversario di quei eventi drammatici, nella parrocchia del Quadraro, Santa Maria del Buon Consiglio sulla Tuscolana, in un incontro organizzato con il patrocinio del Municipio VII, è stato ricordata l’opera e la figura di Don Gioacchino Rey, parroco nel periodo del rastrellamento. Una personalità che i testimoni descrivono imponente e vigorosa, che non ha esitato a spendersi per gli altri. Di don Gioacchino, come di tanti altri, si erano perse le tracce come se fosse stato solo un’ombra e non un eroe per gli abitanti del Quadraro.

Certe cose meritano di essere raccontate, perché i testimoni diretti sono sempre meno. Ricordare quello che il parroco ha fatto per i suoi parrocchiani, anche per chi non credeva, per chi non frequentava la parrocchia, che considerava comunque suoi parrocchiani, in quanto abitanti del territorio.  “Emblematica la vicenda di questo prete che fece la spola tra il Quadraro e Cinecittà, dove i rastrellati rimasero per ore, per contrattare, portare conforto e benedire, fino a piangere in ginocchio, quando vide partire i camion colmi di prigionieri, e riuscì a salvare il quartiere della progettata distruzione dopo il rastrellamento”. Queste le testimonianze su Don Gioacchino da parte di chi l’ha conosciuto, “ perché vite straordinarie non restino solo ombre”.

Il 17 aprile 2019, nel 75° anniversario dei fatti del Quadraro, dobbiamo ricordare doverosamente il passato, ma pensare che la democrazia e la libertà, si conquistano e si consolidano, giorno per giorno, perché le insidie e i pericoli sono sempre in agguato.

Fare memoria di Roberto Ruffilli

Nel giorno in cui ricorre l’anniversario dell’uccisione di Roberto Ruffilli, da parte delle Brigate Rosse, pubblichiamo il ricordo che lo scorso anno, in occasione del trentennale della morte, aveva proposto Enzo Balboni. Il testo conserva integra la sua attualità.

Se ragioniamo rispetto al titolo del libro della sua affezionata allieva Maria Serena Piretti “Una vita per le riforme”, dovremmo mestamente che nulla è stato portato a termine in tema di riforme costituzionali perché ben poco, di quello che lui aveva pensato e al quale aveva intensamente lavorato per ridare vitalità all’esangue democrazia italiana, sia stato realizzato.

Poiché oggi siamo nella Casa dei Comuni, viene bene rilevare e sottolineare, l’apporto dato da R. R. alla grande legge generale sull’amministrazione locale. Roberto si era formato nell’Università Cattolica di Milano presso il collegio Augustinianum, che, anche per la lungimiranza di chi dirigeva il collegio sia dal punto di vista culturale che spirituale, era votato alla “autoformazione nella libertà”. La scuola giuspubblicistica della Cattolica fondata da Feliciano Benvenuti negli anni ’50 e che ha avuto come esponenti Pototschnig, Berti, Pastori, Allegretti e anche chi vi parla, può essere generalmente tipizzata da questi elementi, qui esposti inmodo assai veloce:

  • a) partire dall’idea della persona (non dell’individuo) inserita in plurime e articolate comunità,
  • b) prendere come principio base dell’organizzazione politica-amministrativa quello del pluralismo istituzionale e sociale,
  • c) il soffio vitale della sperimentazione e del legame verso le tradizioni locali sanamente intese, proviene dal pensiero e dall’opera di Luigi Sturzo,
  •  il pensiero che spinge all’azione.

Grazie questo fondamento culturale-etico-ideologico a cui aveva contribuito R. R., si riuscì, in quel tempo, ad immettere attraverso la legge un seme fruttificante nella società. R. R., come responsabile dell’Ufficio problemi dello Stato della DC partecipò alla preparazione dei materiali e all’impostazione di fondo che poi porteranno alla legge 142 del 1990. Le disposizioni innovative ivi espresse sono plurime, hanno grande caratura. Si veda l’importante regola della separazione tra indirizzo politico ed attuazione amministrativa che verrà poi sancita (è vero con luci ed ombre) dal decreto legislativo n. 29 del 1993, ma ha avuto il suo esordio con la legge 142 del 1990.

La prosa del nuovo articolo 2 della legge generale n. 142 (poi diventato art.3 nella sistemazione TUEL n. 267 del 2000) è stata, finalmente, del tutto nuova perché ha inteso mettere in piena luce le comunità locali dichiarando che queste siano “autonome”, mentre al soggetto giuridico “Comune” veniva assegnato il ruolo di mezzo giuridico utile per raggiungere il fine del miglior vivere insieme.

Si ricollega a ciò il concetto di equiordinazione, proveniente dall’attività intellettuale e dalla ricerca scientifica di Vittorio Bachelet, anch’egli barbaramente ammazzato dalle B.R. nel febbraio 1980, che sta a significare come lo Stato e le Regioni sono tenute a dialogare con Comuni e Provincie, le quali si distinguono solo per diversità di funzioni e competenze e non per una superiorità genetica che la Costituzione democratica ha rifiutato una volta per tutte.

Consequenziale a tale impostazione, finalmente del tutto nuova, era anche l’impostazione di un sistema regionale delle autonomie locali (così infatti, ma inutilmente, recita la rubrica dell’art.4), perché solo in questo modo – collaborando insieme con Comuni e Province – le Regioni avrebbero dato un senso migliore della loro presenza. Invece, sia le Regioni che i Comuni e anche le tanto bistrattate Province, sono diventati entità tra loro separate e spesso in polemica senza che mai un sistema regionale delle autonomie locali abbia potuto prendere vita. Fra l’altro, in tal modo, tutti i bisogni, tutti gli interessi si dirigono e si affollano verso il centro, verso quel grumo di potere unitario che è diventato il complesso “governo plus sua maggioranza parlamentare”, senza più mediazioni né istituzioni né sociali che valgano a canalizzare, drenare, dirigere e dirimere piccole e medie controversie e questioni. Chi adesso sta al centro e al governo non sa fra l’altro che ripetere che a lui ci si deve rivolgere perché è ad esso, il governo-maggioranza dei due palazzi romani riuniti, che vanno rivolte le istanze, perché sarò lui a farsi carico, e a risolvere (il va sans dire) è problemi dei cittadini, magari accertati attraverso un click del telefono cellulare.

Con Notre-Dame brucia un simbolo della nostra cultura europea

Notre-Dame è naturalmente il cuore di Parigi, ma non appartiene solo ai parigini, è anche il cuore della Francia.
Questa è una delle prime grandi cattedrali gotiche del XII °  secolo. La sua costruzione iniziò nel 1163, un cantiere edile varato dal vescovo di Parigi Mons. Maurice de Sully. È un edificio che è stato costruito in un momento in cui il potere reale si stava rafforzando.

L’edificio è stato il luogo dei grandi eventi politici, come la prima convocazione degli Stati Generali, il 10 aprile 1302 da parte di Filippo il Bello, e il canto del Te Deum per varie imprese militari.

La chiesa è stata inoltre luogo dell’incoronazione illegittima di Enrico VI d’Inghilterra a re di Francia (16 dicembre 1431), del processo di riabilitazione di Giovanna d’Arco (1456) e dell’abiura del Maresciallo di Francia Henri de La Tour d’Auvergne-Bouillon (1668).

Inoltre è stata il luogo d’incoronazione di Napoleone Bonaparte a Imperatore dei Francesi, avvenuta il 2 dicembre 1804 in presenza di papa Pio VII.

All’interno della cattedrale sono stati celebrati vari funerali di Stato e cerimonie commemorative, come quella per Charles de Gaulle (12 novembre 1970), quella ecumenica per le vittime del volo Air France 447 (3 novembre 2009). e quella per le vittime degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi (15 novembre 2015).

Ma è stata anche il luogo della conversione  dello scrittore Paul Claudel che la racconta così:

“Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: “Come sono felici le persone che credono!”. Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’Adeste, fideles”.

Insomma come detto dal Presidente Macron “stasera sono triste nel veder bruciare questa parte di noi”.

 

Il Maestro che non voleva discepoli

Tratto dall’edizione quotidiana dell’Osservatore Romano a firma di Luigi Mantuano

Nella lunga intervista che ha concesso al direttore di «Civiltà cattolica» Antonio Spadaro nel 2013, Papa Francesco ha dichiarato che i due pensatori francesi contemporanei che predilige sono Henri-Marie de Lubac e Michel de Certeau. Il nome di quest’ultimo, storico e gesuita francese, in Italia circola da decenni e le sue opere sono state tutte tradotte in italiano fin dagli anni Settanta e ristampate più volte, tra queste La scrittura della storia, Fabula mistica, Storia e psicoanalisi, L’invenzione del quotidiano. Saccheggiato, utilizzato più o meno esplicitamente da tanti, resta in realtà un autore poco letto in Italia, soprattutto per la sua natura inafferrabile.

Michel de Certeau (1936-1986), il maestro che non voleva discepoli, come un fiume carsico ha attraversato le frontiere e i confini di territori culturali ed esistenziali profondamente diversi tra loro, dall’epistemologia della storia alla psicoanalisi, dall’antropologia alla letteratura dei mistici, dalla linguistica all’analisi sociologica della vita quotidiana. Gesuita fino alla fine della sua vita, ha incrociato i luoghi cruciali della cultura europea e dialogato con Michel Foucault, Marc Augé, Paul Ricoeur e al suo funerale volle che fosse eseguita Je ne regrette rien cantata da Edith Piaf.

Francoise Dosse gli ha dedicato una poderosa biografia uscita in Francia per La Découverte nel 2002. Conosciuto soprattutto come uno storico che ha analizzato il linguaggio dei mistici con edizioni critiche di testi e studi sulla spiritualità del XVII secolo, molte sue opere raccolgono riflessioni sul rapporto tra il cristianesimo e la modernità e ci permettono di conoscere in modo più ampio questa poliedrica figura di storico per il quale il viaggio continuo attraverso i testi dei mistici del XVII secolo e sulla scrittura della storia hanno significato in realtà la continua ricerca dell’essere cristiani nella pluralità delle culture contemporanee.

L’opera di Certeau si presenta come un viaggio nei sentieri dell’alterità. «Io sono solamente un viaggiatore. Non solo perché ho a lungo viaggiato attraverso la letteratura mistica (e questo genere di viaggi rende modesti), ma anche perché avendo fatto, in veste di storico o di ricercatore di antropologia, alcune peregrinazioni attraverso il mondo, ho imparato, in mezzo a tante voci, che potevo solamente essere un particolare fra molti altri, raccontando soltanto alcuni degli itinerari tracciati in tanti paesi diversi, passati e presenti, dall’esperienza spirituale».

Se nei lavori su Jean-Joseph Surin e Pierre Favre aveva eruditamente fatto parlare gli altri, nei saggi che compongono Lo straniero o l’unione nella differenza, scritti tra il 1963 e il 1970, riflette e scrive sulla sua ricerca personale, reso consapevole dalla frequentazione assidua delle autobiografie dei mistici del fatto che «parlare da professore non è possibile quando si tratta di esperienza (…). Quando si tratta di Dio, il testimone è un designato da chi lo invia, ma è anche un mentitore: egli sa bene che, pur senza poter parlare diversamente da come fa, nondimeno tradisce colui di cui parla. Verrebbe meno quindi alla verità se presumesse di presentarsi come un testimone».

Il suo pensiero è profondamente legato a una teoria della verità intesa come relazione con l’alterità. Ogni identità si costruisce nel suo rapporto con l’Altro e la stessa esperienza di fede vive di questa dinamica. Ciò comporta un’appassionata attenzione a tutto quello che gli può aprire nuovi orizzonti, così ogni arrivo in un luogo per Certeau è soltanto una tappa per una nuova partenza. L’esperienza mistica è stata sempre tesa alla ricerca di un luogo dove Dio si troverebbe; il monastero, il giardino, il castello, “l’interno” dell’anima, sono alcuni dei luoghi che la storia della spiritualità ci ha indicato. Tuttavia l’assenza è quella che spinge sempre ad andare oltre rendendo vano ogni tentativo di creare “regioni” spirituali o topologie psicologiche dove trovare Dio: «Come non v’è sul suolo terrestre un luogo che si possa designare come il paradiso, così non v’è, nell’organizzazione di una psicologia umana, nessun luogo particolare che possa essere indicato come quello della verità… Certo, il trovare un luogo può essere il punto di partenza di un’esperienza spirituale. Ma è impossibile restarci».

Amante appassionato della storia, della psicoanalisi e dell’etnologia (le chiamava “le scienze dell’Altro”), viaggiatore instancabile attraverso continenti e culture diverse de Certeau è sempre mosso, nella scrittura delle sue opere come nell’esperienza spirituale, dalla nostalgia dell’assente: «L’assente fa scrivere (…) Si è malati di assenza perché si è malati dell’unico. L’Uno, non c’è più. L’hanno portato via, dicono numerosi i canti mistici che, raccontandone la perdita, inaugurano la storia dei suoi ritorni». L’assente ossessiona i nostri luoghi e il nostro desiderio. Certeau aderisce all’École freudienne di Jacques Lacan dalla sua fondazione fino alla sua chiusura e descrive la storia come il racconto di un morto, una costruzione che è sempre resa inquieta e provvisoria dall’assente che le sfugge e non si lascia ingabbiare nelle coordinate socio-economiche e nei dati statistici, proprio come il rimosso che ritorna e si racconta nella seduta psicoanalitica. Storia e psicoanalisi, raccolta di saggi pubblicata in Italia da Boringhieri nel 2006, sviluppa questo metodo storico soprattutto nell’analisi della letteratura dei mistici, attestando il suo debito nei confronti di Michel Foucault e Jacques Lacan.

Se la scrittura e l’esperienza di de Certeau si sviluppano intorno a un’assenza essa non è una perdita ma proprio ciò che fornisce ogni orizzonte di senso, è l’assenza quella che rende vitale il presente perché ci spinge verso la scoperta dell’Altro: «Nell’itinerario o nell’incoerenza di ogni esperienza personale, ogni istante di verità — esperienza affettiva, delucidazione intellettuale, incontro con qualcuno — perderebbe il suo significato se non fosse ricollegato ad altri e in definitiva all’Altro». Siamo diventati tutti stranieri perché nessuno di noi può sottrarsi al viaggio verso una nuova identità.

De Certeau, attentissimo lettore e conoscitore di Hegel, sa che questo viaggio nell’Altro implica sempre vivere la contraddizione e gestire il conflitto: «La coscienza dell’alterità è legata a quella della propria situazione storica particolare, che è coscienza del limite e del conflitto». Se l’alterità è quella che definisce il senso è anche vero che essa è una minaccia perché esistere significa ricevere dagli altri l’esistenza, ma significa anche, uscendo dall’indifferenziazione, provocarne le reazioni; vuol dire essere accettati e aderire a una società, ma anche prendere posizione nei suoi confronti e incontrare dinanzi a sé, come un volto illeggibile e ostile, la presenza di altre libertà. «Non si vive senza gli altri. Questo significa che non si vive senza lottare con loro».

Negli anni Sessanta, quando la storia politica stessa del mondo trasferì in metafora collettiva la novità dell’utopia e la Chiesa è investita dal rinnovamento conciliare, de Certeau esplora i sentieri della differenza innanzi tutto nell’opera storiografica sul mistico gesuita Surin ma a essa affianca il dialogo con l’antropologia, la sociologia e la psicoanalisi, dialogando con Foucault, Klossowski, Lacan, Derrida, Ricoeur e Levinas. La sua convinzione è che il conflitto sia il luogo della rivelazione: «Dio agisce quando insorgono non solo delle avversità, ma degli avversari. Egli è là, immischiato nella nostra vita, e ci riporta con sé nello spessore di questa storia umana in cui la molteplicità contraddittoria delle funzioni ci insegna a un tempo l’umiltà del compito che ci è proprio (…) e la vita prodigiosa del Dio che ci inventa il nostro destino attraverso tanti operai così diversi», come scrive ne Lo straniero o l’unione nella differenza. Due volumi raccolgono gli scritti di quegli anni, La culture au pluriel e La prise de parole, nelle quali si schiera a fianco delle lotte studentesche di quegli anni e teorizza una cultura propria delle masse popolari.

Se la fede stessa è l’essere inquietati dall’incontro con l’Altro il credere implica la rinuncia al possesso anche della propria identità. La debolezza del credere raccoglie scritti fondativi di de Certeau sul rapporto tra cristianesimo, cultura, politica e società. La modalità dell’essere testimoni del Vangelo in politica diventa quella dell’incontro e del riconoscimento delle differenze e non quella della conquista. Non si tratta di un pensiero e di una fede “debole”, ma del riconoscimento della forza dell’azione dello Spirito all’opera nel mondo, nelle pratiche della vita quotidiana della gente comune. L’identità cristiana, disciolta come una goccia nel mare, anima le politiche e le poetiche del quotidiano.

Se l’opera di de Certeau è un pensiero della complessità e del conflitto è anche un pensiero ottimista e che non disprezza il nuovo che si manifesta nel mare anonimo della quotidianità. Ne La culture au pluriel scrive che «La vita quotidiana è cosparsa di meraviglie, di seduzioni altrettanto seducenti (…) di quelle degli scrittori e degli artisti» ma — commenta Luce Giard — «se egli vede ovunque queste meraviglie, è perché è predisposto a coglierle, così come Surin nel XVII secolo era pronto a incontrare “il giovane cocchiere analfabeta” che gli avrebbe parlato di Dio con più forza e saggezza di tutte le autorità delle Scritture e della Chiesa». Se gli scritti sulla storia della mistica sono popolati da illetterati illuminati, idioti, possedute e emarginati, gli scritti sulla cultura ordinaria narrano le pratiche dell’uomo comune: il leggere, il passeggiare, il fare la spesa; di entrambe de Certeau evidenzia le azioni di micro-resistenza che queste tattiche e modi di fare impongono all’ordine costituito, aprendo uno spazio altro.

Perché per il gesuita de Certeau la storia è «un fenomeno erotico» e la politica richiede un’adesione amorosa alla comunità degli uomini: «Per corpo si intende il corpo sociale, è chiaro, ma esso funziona nella storia proprio come il corpo che la mano cerca con le sue carezze, estraneo al dominio dello spirito, altro dal pensiero (…) in definitiva, il corpo è l’Altro che dà la parola, ma al quale la parola non viene data. E occorre risalire a questo corpo — nazione, popolo, ambiente — il cui cammino ha lasciato le vestigia con le quali lo storico produce una metafora dell’assente».

Il cristiano e l’uomo di oggi, come Robinson Crusoe sulla spiaggia deserta, si mette sulle orme alla ricerca dell’Altro.

Le proposte della Cisl su salario minimo e contratti

“Il valore del lavoro tra contrattazione e salario minimo” : è questo lo slogan del Convegno organizzato dalla Cisl, che si terrà oggi a partire dalle ore 15.30 all’Auditorium Carlo Donat-Cattin, in Via Rieti, n. 13 a Roma.

I lavori si apriranno con la relazione introduttiva di Luigi Sbarra, Segretario Generale Aggiunto Cisl. Alle 16.00 seguirà la tavola Rotonda moderata da Andrea Pancani, cui parteciperanno Tiziano Treu, Presidente CNEL, Nunzia Catalfo Presidente XI Commissione Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale Senato della Repubblica, Claudio Durigon, Sottosegretario di Stato Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Mariastella Gelmini Presidente Gruppo Forza Italia Camera dei Deputati, Antonio Misiani Capogruppo Pd V Commissione Bilancio Senato della Repubblica.

Nel corso dei lavori sono previsti interventi delle Segreterie Confederali di Cgil e Uil. Chiuderà l’ iniziativa Annamaria Furlan, Segretaria Generale Cisl che incontrerà i giornalisti alle 15. 30 all’inizio del Convegno.

 

Un canto del cigno triste e inopportuno

Articolo già pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Marcello Neri

Inadeguato e inopportuno, così è il recente testo di Ratzinger sulla genesi sociale e culturale degli abusi nella Chiesa cattolica. Inadeguato non solo rispetto al tema che si vuole trattare, ma anche alla logica interna che si vorrebbe perseguire. Un affastellarsi di frasi, memorie personali, giudizi, osservazioni, senza un principio argomentativo che renda coerente l’impianto. Inopportuno per i tempi, le maniere, gli esiti prodotti.

Dalla storia, in cui a diritto l’aveva fatto entrare la scelta spirituale delle sue dimissioni da pontefice romano, Ratzinger ha iniziato a uscire quasi subito dopo: troppa devota obbedienza nominale al successore e troppe parole che andavano in altra direzione.

Ratzinger, volente o nolente, ha contribuito ad alimentare il mito di un «doppio» canonicamente e teologicamente mai esistito, reso possibile solo dalla logica mediatica e dalla perfidia di coloro che hanno piegato a essa il lento declino di un uomo che per mezzo secolo ha avuto in mano le sorti della Chiesa cattolica. Fino al punto di dover riconoscere, in un momento di folgorante obbedienza ecclesiale, di non esserne stato all’altezza.
L’ultimo scritto (qui la traduzione italiana e i link alla versione tedesca e inglese) è quello di un uomo solo con i suoi demoni e i suoi conti da regolare, senza un amico che lo consigli saggiamente di tenere per sé le annotazioni su cui è stata costruita una vera e propria campagna di delegittimazione della Chiesa cattolica (dal Vaticano II all’analisi delle ragioni strutturali da parte di Francesco degli abusi sessuali).

Non solo, ma anche lo scritto di un uomo usato da amici privi di quel rispetto e di quella devozione con i quali, come Bibbia e sapienza popolare ci insegnano, dobbiamo circondare il tempo finale dei nostri vecchi. L’ethos uscito dal Sessantotto sarà traballante, finanche scanzonato e ignaro del prezzo che avrebbe fatto pagare alle generazioni future. Ma l’ethos che ha fatto di una «senile» prova di Ratzinger un piano di battaglia per imbrattare i muri del Vaticano II e ostacolare ancora una volta il percorso intrapreso dalla Chiesa sotto la mano severa di Francesco non è altro che il risentimento della rivalsa per il potere perduto.

Entrare nel merito dell’articolo di Ratzinger è quasi imbarazzante. Mi chiedo, d’altro lato, se si possa assistere inermi all’autodistruzione di una mente che ha fatto della propria personale visione del cristianesimo lo schema di base dell’ortodossia cattolica a livello globale.

Agghiacciante la parte che elabora le ragioni della dimissione dallo stato clericale dell’abusatore comprovato. Il crimine lede la fede dogmatica e per questa ragione deve essere perseguito in maniera implacabile. Le vittime nel testo di Ratzinger non esistono, ridotte al silenzio più assordante e alla dimenticanza del non venire nominate neanche en passant. Esse sono solo lo strumento mediante il quale il perpetratore violenta l’innocenza originaria e la perfezione perpetua della fede.

In questo momento, addebitare in toto le ragioni degli abusi nella Chiesa cattolica ai processi sociali e culturali di cambiamento degli assetti relazionali tra le generazioni, le persone, i singoli e le autorità costituite è semplicemente indice di cattivo gusto – anche nel caso uno sia profondamente convinto di ciò. Non si può dire, semplicemente perché si è visto che non è vero.

Distorsioni indebite e legittimazioni improprie del potere che circola nella Chiesa non possono essere ricondotte alla caduta morale di alcuni, neanche di molti dei suoi; si tratta piuttosto – come ha ricordato poco tempo fa monsignor Heiner Wilmer, vescovo di Hildesheim – di qualcosa che appartiene al dna della Chiesa stessa e come tale va trattato.

Non a tutti è concessa una platea globale per il proprio canto del cigno. Quando questo accade si dovrebbe raccogliere presso di sé le poche forze rimaste e prendere congedo con dignità dalla Chiesa che è di tutti. Altro è stato con Ratzinger, che si è lasciato avvincere da ancestrali paure e da una vendicatività di basso profilo, a uso e consumo di una combriccola di filibustieri che non provano un briciolo di sentimento per lui.

Che «un Dio che inizia con noi una storia d’amore e vuole includere in essa tutta la creazione» sia l’orizzonte ultimo da cui prende le mosse questo testo, così come esso si è prodotto e con gli effetti intenzionali che ha messo in circolo, è la piegatura drammatica del canto del cigno di Ratzinger.

 

Centocelle: un quartiere di Roma del V° Municipio fra un glorioso passato e una visione di futuro da costruire

Alla fine dello scorso mese di marzo, presso la “storica libreria” Arethusa, di viale della Primavera è stato presentato un interessante libro, scritto a quattro mani, da  Andrea Martire e Vincenzo Luciani, dal titolo “Centocelle, l’evoluzione dell’imprenditoria locale”.

Gli autori hanno realizzato con il loro lavoro, una pubblicazione puntuale e documentata, quasi un trattato scientifico, che significa una ricerca d’insieme che spazia dalla demografia al commercio, dall’urbanistica all’artigianato, dalla qualità della vita ai fenomeni migratori. Nella sostanza è una  realistica sintesi delle trasformazioni e dell’evoluzione, e non solo imprenditoriale, avvenute in un quartiere periferico di Roma Est nell’attuale V° Municipio, e registrate con gli occhi e il cuore di chi ne è stato attento studioso e osservatore.

E’ anche la storia e il racconto, che copre un arco di tempo di circa trent’anni, per arrivare ai nostri giorni, per spiegare in maniera acuta e convincente l’evoluzione, con gli alti e i bassi delle vicende umane e sociali. Le chiusure di attività, danni causati dai notevoli ritardi dei lavori della metropolitana, la novità delle  vendite attraverso la rete internet, il ricambio di parte della popolazione, ecc., di un territorio che da estrema periferia è diventato, malgrado tutto ciò che è accaduto in quest’ultimo decennio, a superare le tante difficoltà, una realtà che si può definire

“quartiere di zona semi – centrale”, grazie anche ai collegamenti della linea C della metropolitana .

Che cosa è, e cosa rappresenta oggi, il quartiere di Centocelle, fra le consolari Prenestina e Casilina, che guarda al futuro? Certamente questo interrogativo ha più risposte! Fondamentale per il futuro e la visione che si deve avere per i prossimi anni, compresa l’idea di sviluppo di Roma Capitale, unitamente a quello dell’assetto istituzionale dell’Amministrazione Capitolina, nell’ambito della realtà metropolitana, che è in grande ritardo sul piano attuativo delle norme di legge che favoriscono e definiscono il decentramento dei poteri. L’organizzazione policentrica della città, cioè con più centri di responsabilità,  dove i Municipi vengono dotati di nuove funzioni, mezzi e risorse, e diventano dirimenti per favorire autonomia, sviluppo economico e sociale, oltre a una diversa qualità della vita nei territori. Si possono valorizzare le potenzialità e le specificità dei singoli quartieri, con sinergie pubblico-privato, e in pratica, elemento essenziale, favorire la partecipazione dei cittadini alla scelta di decisioni condivise, evitando provvedimenti calati dall’alto senza alcun confronto, che troppo spesso si rivelano negativi e controproducenti per il territorio.

Oggi il quartiere di Centocelle, indicato come Q. XIX, con i circa 56 mila abitanti, è una realtà demografica più consistente di due capoluoghi di provincia del Lazio: Frosinone e Rieti,. e ha la stessa popolazione di  città come Avellino, Siena e Teramo. All’interno del V° Municipio di Roma che con i circa 250 mila abitanti (dopo l’accorpamento fra ex VI e ex VII Municipio del 2013), e in ordine di abitanti è il terzo della Citta Eterna, sostanzialmente, per popolazione è come le città di Verona e Messina,  Centocelle rappresenta più del 20% del V° Municipio. Va ricordato, inoltre, che nella graduatoria del reddito pro-capite degli abitanti di Roma, il V°Municipio è al 14° posto su 15, con importi di circa 19mila euro annui, mentre nel II° e I° Municipio, che sono i primi due, gli importi sono di circa 40/37 mila euro  annui.

La  notorietà  di Centocelle  parte, come spesso viene ricordato, anche dalla presenza dell’ex Aeroporto militare, dove nel 1909 si alzò in volo il primo aeroplano italiano, e uno dei fratelli Wright, Wilbur, diede una dimostrazione con il primo velivolo a motore che abbia mai volato.       Recentemente, nel 2018, in occasione del 74° Anniversario della Liberazione di Roma, è stata conferita la Medaglia d’oro al merito civile, “ per l’encomiabile contributo del quartiere alla Resistenza”, Centocelle ha avuto questo importante riconoscimento, come simbolo della lotta antifascista, su decisione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.         

Esistono tanti progetti  in essere, o accantonati nel corso degli anni, che possono garantire sviluppo e crescita a Centocelle,  al territorio contermine, e non solo municipale. Alcuni di questi progetti sono in condizione di realizzare degli obiettivi, che possono fare la differenza positiva, in una situazione come quella attuale di grande incertezza, ed operare come stimolatori di nuove realtà imprenditoriali. Le priorità dovrebbero concentrarsi su alcune realtà concrete come:

  1. “La valorizzazione (comprese le Ville Romane) e il completamento del Parco Archeologico di Centocelle (PAC), che malgrado le innumerevoli pressioni non solo a livello istituzionale (interrogazioni, mozioni, dibattiti, ecc. in Municipio e in Campidoglio) e la costante sollecitazione dei cittadini sulle criticità e i ritardi sul Parco, occorre considerare questa questione di valore cittadino. Da qui l’assunzione di responsabilità della Giunta Capitolina e del Sindaco a considerare il PAC, una sorta di “petrolio verde” del quadrante Est di Roma, una vicenda da affrontare con urgenza, senza indugi, nell’interesse di Roma Capitale. Infatti con la messa in esercizio della Metro C,  la stazione di fronte al Parco favorisce la fruibilità dell’area verde, perché è diventata un bene anche per i cittadini di altre zone.”

 

  1. “La realizzazione del progetto/collegamento, per facilitare l’accesso al verde, con un ponte ciclo pedonale tra piazza delle Camelie e il PAC (progetto vincitore di un concorso nel 2004, e poi inserito nel disciplinare della fermata di Centocelle, Metro C)  e tale progetto fu oggetto di un O.d.G. approvato, nel lontano 2009 del Consiglio Comunale di Roma e impegnava la Giunta ad intervenire, ed aveva il sostegno di migliaia di cittadini che avevano sottoscritti una petizione a favore del ponte.”

 

  1. “Il rilancio della proposta di un “ Museo di Roma Est” a Centocelle, che sostenuta in modo particolare da Abitare A e Associazioni del territorio, con il consenso di oltre 10 mila firme raccolte, un grande Convegno all’Istituto Tecnico Botticelli aperto a studenti e cittadini, il perere favorevole del Provveditorato agli Studi di Roma, l’impegno finanziario della Provincia e l’assenso dell’Assessore alla Cultura Capitolino, Gianni Bornia, non si è concretizzato. Una grande opportunità da recuperare per il territorio, con l’esigenza di far conoscere attraverso un polo museale archeologico luoghi di cultura, di memoria e di identità.”

 

  1. “Il potenziamento dell’area del “Centro Carni”, terminate le ipotesi  sullo spostamento delle attuali attività produttive, intesa come “Centralità urbana e metropolitana” con funzioni pregiate. Dove ipotesi di spazi universitari, fieristici e culturali rappresentano un sistema che pone le basi per lo sviluppo autonomo dei futuri municipi metropolitani e per la valorizzazione delle risorse locali esistenti, dando un senso all’organizzazione policentrica della città. Esistono proposte concrete e i riflessi per la vita dei quartieri della città, non possono essere che positivi.”

 

  1. “ Il recupero e la localizzazione in un area del territorio per il Teatro Tendastrisce, un orgoglio per il territorio e per la Città Eterna,  con circa 40 anni di attività per concerti, spettacoli circensi, prosa, con personalità della scena nazionale e internazionale, oltre al rapporto con il territorio in maniera particolare con le scuole. Attualmente è sospesa  l’attività per un contenzioso con il Comune di Roma.. E’ urgente recuperare questa risorsa culturale e artistica, superando le difficoltà in atto e restituire al territorio uno strumento di richiamo e di promozione. La valorizzazione dei territori avviene con la costruzione di eventi, iniziative e spettacoli.”

Questi sono alcuni progetti per credere nel quartiere di Centocelle, e  dintorni. Occorre rimboccarsi le maniche per studiare, ascoltare, valutare e proporre soluzioni a esigenze reali presenti. Questi progetti vanno portati avanti con le istituzioni e le forze politiche, e con le rappresentanze delle categorie e dei cittadini. Solo così si può garantire futuro, sviluppo e progresso!  

Copyright: Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato la riforma

Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato lunedì la riforma del copyright, la nuova e discussa direttiva per aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea. Il voto di oggi del Consiglio era considerato una formalità, praticamente automatico dopo l’approvazione della riforma da parte del Parlamento Europeo, lo scorso 26 marzo, ed era anche l’ultimo passaggio necessario prima dell’entrata in vigore della riforma.

Come annunciato, l’Italia ha votato contro assieme a Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda e Lussemburgo. Astenuti Slovenia, Estonia e Belgio.

Tra le novità più importanti della riforma, viene data la possibilità (non l’obbligo) agli editori di stampa di negoziare accordi con le piattaforme per farsi pagare l’utilizzo dei loro contenuti. Gli introiti dovranno essere condivisi con i giornalisti. Viene riconosciuto il diritto a colmare il divario tra i ricavi che le grandi piattaforme commerciali fanno diffondendo contenuti protetti da copyright e la remunerazione offerta a musicisti, artisti o detentori dei diritti. Gli utenti non rischiano più sanzioni per aver caricato online materiale protetto da copyright non autorizzato, ma la responsabilità sarà delle grandi piattaforme come YouTube o Facebook.

Tra i primi a commentare il voto, l’associazione dei produttori di musica indipendente europea (Impala), la cui presidente Helen Smith ha dichiarato: “Abbiamo un testo bilanciato che fissa un precedente da seguire per il resto del mondo, mettendo cittadini e creatori al centro della riforma e introducendo regole chiare per le piattaforme online. La Ue ha dimostrato di essere un leader nel sostenere un internet equo, aperto e sostenibile”.

Usa 2020: Buttigieg annuncia ufficialmente la propria candidatura

Pete Buttigieg, sindaco democratico di South Bend, in Indiana, e a sorpresa in grande ascesa nei sondaggi, ha annunciato ufficialmente la sua candidatura alle elezioni presidenziali americane del 2020.

Laureatosi all’Università di Harvard e ottenuto un Master al Pembroke College, Buttigieg ha lavorato dal 2004 al 2005 presso la società di consulenza strategica dell’ex segretario della difesa William Cohen, lavorando anche per la campagna presidenziale di John Kerry per le elezioni del 2004.

E dopo essere stato, nel 2009, ufficiale dell’intelligence navale nella Riserva della Marina degli Stati Uniti. il giovane Buttigieg si è impegnato in politica, diventando  il più giovane sindaco di una città degli Stati Uniti con almeno 100.000 residenti.

È stato nominato sindaco dell’anno per il 2013 da GovFresh.com, insieme all’ex sindaco di New York Michael Bloomberg. Nel 2014, il Washington Post ha definito Buttigieg “il sindaco più interessante di cui non si è mai sentito parlare”. Sempre in quell’anno il Sindaco ha anche effettuato un periodo di 7 mesi in Afghanistan.

Il 3 novembre 2015 è stato rieletto sindaco di South Bend con oltre l’80% dei voti.

Mentre nel 2016, il New York Times ha pubblicato un editoriale elogiando il lavoro di Buttigieg come sindaco.

Ora se eletto Buttigieg, 37 anni, diventerebbe il primo presidente degli Stati Uniti apertamente gay e a fare il salto direttamente da primo cittadino alla Casa Bianca.

Padre Sorge: Perché il populismo fa male al popolo

Chiara Tintori è coautrice, con padre Bartolomeo Sorge, del volume “Perché il populismo fa male al popolo” (Edizioni Terra Santa), che vedrà la luce giovedì 18 aprile.

«L’equivoco di fondo del populismo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero, legittimando il  comportamento trasgressivo dei leader eletti, che ambiscono a conquistare spazi di potere sempre maggiore. Occorre prendere posizione con coraggio su una serie di sintomi, espliciti indicatori di un cancro della nostra democrazia».

Da questa forte provocazione prende le mosse la riflessione di un grande protagonista e testimone della storia politica italiana, che con sguardo lucido lancia un allarme sulle derive istituzionali in atto nel nostro Paese, in Europa e nell’intero Occidente.

Pungolato dalle domande di Chiara Tintori, padre Sorge denuncia la superficialità con cui l’attuale politica, ossessionata dal consenso, affronta problemi complessi – immigrazione, povertà, disoccupazione – evitando di indagare, con la necessaria competenza, le radici profonde dei mali che affliggono la società italiana. L’antidoto al populismo è per i due autori un “popolarismo” moderno, certamente ancora ispirato all’Appello ai liberi e forti di don Sturzo (1919) – che con straordinaria lungimiranza aveva posto i fondamenti di una “buona politica” e di una “laicità positiva” –, ma capace di declinarsi oggi nelle nostre società multiculturali e multireligiose.

Diocesi: Roma, il calendario dei riti della Settimana Santa

Sarà il cardinale vicario, Angelo De Donatis, a presiedere i riti di Pasqua nella basilica di San Giovanni in Laterano: il 18 aprile, Giovedì Santo, celebrerà la Messa in Coena Domini alle ore 17.30, e, il giorno successivo, Venerdì Santo, la Passione del Signore alle ore 17; alle ore 21.15 partecipa alla Via Crucis al Colosseo guidata da Papa.

Sabato 20 aprile, alle ore 21 – si legge nel comunicato del Vicariato – presiederà la Veglia di Pasqua, durante la quale sette comunità neocatecumenali di Roma, che hanno terminato la fase di iniziazione cristiana, rinnoveranno solennemente le promesse battesimali. Saranno inoltre amministrati i sacramenti dell’iniziazione cristiana a 7 adulti e il battesimo a 2 bambini.

I vescovi ausiliari saranno impegnati in diverse parrocchie del territorio diocesano. Mons. Gianpiero Palmieri, ausiliare per il settore Est, presiederà la Messa della Cena del Signore presso la diaconia di San Stanislao, il 18 alle ore 19; il venerdì celebrerà la Passione del Signore nella parrocchia di Santa Maria Mediatrice; il Sabato Santo, per la veglia delle ore 21, sarà invece a Sant’Eligio.

Nella Domenica di Pasqua celebrerà l’Eucaristia alle 10 al Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi; a mezzogiorno a Santa Maria Addolorata; alle 18 a San Cirillo Alessandrino. Mons. Guerino Di Tora, ausiliare per il settore Nord, il Giovedì Santo sarà a Sant’Eugenio; il giorno seguente al Santissimo Redentore a Val Melaina e il sabato a San Romano Martire. Nel giorno di Pasqua celebrerà la Messa nel carcere di Rebibbia alle ore 9.30. Mons. Paolo Lojudice, ausiliare per il settore Sud, il 18 alle 16 celebrerà la Cena del Signore all’Isola Solidale, centro per detenuti sulla via Ardeatina.

Alle 18.30 si sposterà a San Carlo Borromeo dove verranno presentati 5 ragazzi universitari camerunensi che riceveranno il Battesimo durante la Veglia di Pasqua. Il 19 alle ore 16 il vescovo sarà a San Vincenzo de’ Paoli a Nuova Ostia; quindi, il sabato, presiederà la Veglia alle 22 al Santuario della Madonna del Divino Amore. Per la Domenica di Pasqua, invece, celebrerà la Messa delle 11.30 ai Santi Martiri dell’Uganda; durante la liturgia amministrerà il sacramento del Battesimo. Mons. Paolo Selvadagi vescovo ausiliare per il settore Ovest, per il Venerdì Santo sarà alle 19 a Santa Paola Romana; il giorno dopo, alle 22, a Santa Maria Ianua Coeli; mentre a Pasqua alle 10.30 a Santa Maria Regina Pacis a Monte Verde.

“Nel percorso dell’anno liturgico il Triduo Pasquale costituisce l’aspetto culminante, il momento nel quale la Chiesa celebra la Passione, la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo”, sottolinea il direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Roma, padre Giuseppe Midili. Per tutta la Settimana Santa, sulla pagina Facebook della diocesi di Roma saranno pubblicati dei video in cui alcuni vescovi ausiliari spiegano il senso più profondo delle giornate del Triduo Pasquale.

IV Piano d’azione nazionale per l’Open Government 2019-2021

Nell’ambito della partecipazione a Open Government Partnership (OGP), è stato avviato il processo per la stesura del IV Piano d’azione nazionale per l’Open Government 2019-2021, curata dal Dipartimento della Funzione pubblica della presidenza del Consiglio dei ministri, a cui ha partecipato anche l’Autorità nazionale anticorruzione. Il documento rappresenta una strategia complessiva che, attraverso la realizzazione di un dato numero di iniziative trasformative, vuole conseguire significativi risultati in materia di trasparenza, partecipazione civica, lotta alla corruzione, semplificazione e innovazione della pubblica amministrazione.

Dopo gli incontri con le amministrazioni e le organizzazioni della società civile dell’Open Government Forum, il Team OGP del Dipartimento della Funzione Pubblica ha sottoposto a consultazione sul proprio portale istituzionale la bozza del IV Piano d’azione nazionale per l’Open Government 2019-2021, invitando gli interessati a partecipare con propri contributi e osservazioni entro il 30 aprile 2019. I contributi che arriveranno attraverso la consultazione saranno considerati ai fini della redazione per la versione definitiva del documento. Di quest’ultimo faranno parte gli impegni delle Pubbliche amministrazioni sui temi della trasparenza, della partecipazione e dei processi di digitalizzazione, redatto anche sulla base delle proposte giunte dalle principali associazioni della società civile raccolte nell’Open Government Forum. Sul sito dedicato è anche pubblicato il bando per la III edizione del Premio Opengov Champion, finalizzato a dare plauso alle amministrazioni che si stanno impegnando in “percorsi di apertura”. Il Premio vuole infatti riconoscere le esperienze di successo sui temi di open data e trasparenza, partecipazione e accountability, cittadinanza e competenze digitali delle diverse amministrazioni italiane.

 

L’ultimo episodio della nuova trilogia di Star Wars

Il primo trailer del prossimo episodio di Star Wars è stato svelato a Chicago, in occasione della convention dedicata alla saga. Intitolato “The Rise of Skywalker” e diretto da J.J. Abrams, il nono episodio della serie lanciata nel 1977 da George Lucas sarà a dicembre nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

La pellicola segnerà la fine della terza trilogia, dopo Il risveglio della forza (2015) e L’ultimo Jedi (2017), ma non del marchio Guerre Stellari, passato sotto il controllo della Disney. Due nuove trilogie distinte sono già in cantiere. In Italia lo vedremo il 18 dicembre 2019.

Allarme su alcuni antibiotici, scatta il ritiro

Assorted pills

L’Agenzia Italiana del Farmaco rende disponibili nuove e importanti informazioni di sicurezza in merito ai medicinali contenenti fluorochinoloni (ciprofloxacina – levofloxacina – moxifloxacina – pefloxacina – prulifloxacina – rufloxacina – norfloxacina – lomefloxacina):

Sono state segnalate con gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici reazioni avverse invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso.
Di conseguenza, sono stati rivalutati i benefici e i rischi di tutti gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici e le loro indicazioni nei paesi dell’UE.

I medicinali contenenti cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico verranno ritirati dal commercio.

E’ stato inoltre chiesto di non prescrivere medicinali:
per il trattamento di infezioni non gravi o autolimitanti (quali faringite, tonsillite e bronchite acuta);
per la prevenzione della diarrea del viaggiatore o delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie inferiori;
per infezioni non batteriche, per esempio la prostatite non batterica (cronica);
per le infezioni da lievi a moderate (incluse la cistite non complicata, l’esacerbazione acuta della bronchite cronica e della broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO, la rinosinusite batterica acuta e l’otite media acuta), a meno che altri antibiotici comunemente raccomandati per queste infezioni siano ritenuti inappropriati ;
ai pazienti che in passato abbiano manifestato reazioni avverse gravi ad un antibiotico chinolonico o fluorochinolonico.

 

 

Giulio Alfano: Andare oltre le nazioni

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.istitutomounier.it a firma di Giulio Alfano, Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier.

Ancora oggi viviamo nell’era delle divisioni in nazioni e la nozione di sovranità dello stato territoriale risale al 1555 in occasione della dieta di Augusta con la quale Carlo V cerco di mediare con i principi dinastici i lunghi e cruenti conflitti di religione che insanguinavano l’Europa Cristiana,in quell’occasione fu coniato il principio “cuius regio eius religio” secondo il quale è colui che governa a decidere la religione dei propri sudditi. In questo senso la sovranità del principe già iniziata dalle teorie di Niccolò Machiavelli,Martin Lutero e Jean Bodin, decretava il diritto illimitato di proclamare ed applicare leggi vincolanti per chiunque si trovasse nei territori soggetti alla sua potestà. Si trattava di rendere legittimo il principio in base al quale un autorità suprema indivisibile e assolutamente non limitata da alcuna influenza esterna dettasse legge su un determinato territorio.Dopo quasi un secolo nel 1648 si arrivo alla pace di Westfalia sottoscritto a Osnabruck e Munster che rese praticamente concreto nella realtà politica il principio di Augusta,ovvero la sovranità di ogni principe sul suo territorio e su coloro che vi risiedevano,il suo diritto ad imporre a discrezione leggi positive oltre quelle individuali dei suoi sudditi,compresa financo la scelta del Dio da onorare.Sostituendo al termine “religio”,il termine “natio” si è costruita una cornice mentale che ha di fatto bloccato per secoli l’ordine politico dell’Europa moderna. Lo stato nazione!. In base ad esso la nazione si avvaleva della sovranità statale per separare “noi” da “altri” e riservarsi il diritto inalienabile di imporre un ordine vincolante per tutto il paese mente lo stato rivendicava la disciplina dei suoi sudditi invocando la comunanza di storia,destino ed etnia per cui stato e nazione coincidevano in un determinato territorio

Oggi dobbiamo superare quel modello,per il quale la ragione si identificava con la ragione di stato perchè la nostra interdipendenza è gia di fatto globalizzata,mentee sono gli strumenti politici,nello specifico i partiti, adesssere elementi di costrizione collettiva a resistere a qualsiasi ampliamento della visione politica. L’ordine democratico non ha più bisogno,semmai lo abbia mai avuto,di fondarsi su una idea radicata di nazione come comunità prepolitica e che perciò la forza e l’autorevolezza di uno stato costituzionale invece si fonda sulla capacità che dimostra di ricreare condizione sempre adeguate per l’integrazione sociale attraverso l’impegno plitico dei cittadini. La nazione non precede politica perchè questa è una comunità che si riproduce come organo naturale. Occorre xapire che lo stimolo all’integrazione politica e il modo di interpretarlo è costituito da una visione condivisa di una missione collettiva,una missione unica alla quale il corpo politico si senta predestinato per statuto operativo,ovvero il modo migliore per entrare in contatto con le differenze realtà esistenti è di cooperare in modo palese ed informale,senza regole prestabilite,vivendo quello che Emmanuel Mounier definiva “l’uomo situato”perchè le regole si definiscono spontaneamente attraverso la comunicazione,la parola che percepita viva è capacita di svelarsi dell’io segnato dalla continua potenzialità del dirsi.Per cui l’Europa o sarà personalista e fenomenologica o non sarà!!Ogni ritorno al passato dei “laudatores temporis acti” deve fermarsi a quando negli anni ’50 De Gasperi,Schuman,Adenauer crearono i primi passi della “Comunità europea” non dell’Unione” perchè solo la comunità oltre i confini,le confessioni,le tradizioni e gli egoismi potrà interrompere l’ideologia della dominanza che si sta facendo largo in questo continente che sovente ricorda i privilegi e poco le accoglienze dimenticando il grido che S. Giovanni Paolo II pronunciò all’ONU dopo il crollo del muro di Berlino:”…facciamo l’ONU dei popoli NON delle nazioni!”

prof. Giulio ALFANO-Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Duran: L’Anci di fronte alle sfide della finanza locale e dell’innovazione tecnologica

In un complicato gioco di numeri e percentuali, di cui un giornalista specializzato come Gianni Trovati dava conto ieri sul “Sole 24 Ore”, viene fuori qualcosa che riporta a verità la questione del debito de Comune di Roma. Basta togliere di mezzo l’esercizio virtuosistico sulla congruità degli interessi contratti – ma non sono frutto del mercato a seconda dei tempi e delle circostanze? – per scoprire che il debito è largamente sovrastimato. Infatti, la quota legata agli espropri per le Olimpiadi del 1960 è probabilmente da sterilizzare: chi sarebbero i creditori?

Bisognava tener conto, allorché si è posto mano alla operazione di “impacchettamento” del debito capitolino, che l’antico contenzioso sui terreni pagati a prezzo agricolo – secondo il criterio regolativo del diritto di esproprio invalso nel secondo dopoguerra – non era e non è destinato a risolversi nella vittoria dei vecchi proprietari delle aree. A distanza di anni, questa scoperta a riguardo della voluta dilatazione del debito imprime in generale, al di là di Roma, un sigillo negativo sulle politiche di finanza locale e sul modo di organizzare la promozione e lo sviluppo del territorio italiano.

Se dal debito si passasse al tema dell’innovazione, specie sul lato delle applicazioni telematiche, si vedrebbe il ritardo che ha accompagnato l’intervento a favore degli enti locali. L’Associazione dei Comuni registra da tempo la sofferenza del “mondo” che essa rappresenta. Mentre si discute del futuro, dall’intelligenza artificiale al sistema del G5, Sindaci e amministratori locali sono lasciati alla deriva, senza l’apporto di progetti e strumenti adeguati. Prevale in sostanza la buona volontà dei singoli attori, non lo sforzo di indirizzo e coesione, che solo può valere nel confronto serrato tra governo e autorità municipali. Sull’innovazione tecnologica si gioca l’avvenire tanto delle grandi città quanto dei piccoli centri, ognuno con il carico specifico delle proprie esigenze e aspettative.

Ci vorrebbe uno “snodo operativo”, capace di leggere le problematiche dei Comuni, per congiungere l’azione dello Stato a quello delle autonomie locali. Ancitel, società a maggioranza Anci, aveva questa missione: era nata, negli anni ‘80, per innervare con specifici servizi la dimensione informatico-telematica dell’universo comunale. Oggi ritorna in auge il suo ruolo propulsivo. Archiviata una stagione, finanche controversa a causa di progetti andati a male e sui quali la magistratura intende far chiarezza, si profila l’uscita di scena dell’amministratore delegato.

Spetta all’Anci indicare la strada del rilancio, ben sapendo che l’eventuale opacità di reazione metterebbe in difficoltà il sistema delle autonomie locali. È più che mai necessario aprire un nuovo ciclo, politico e culturale, altrimenti sulla finanza locale e sull’innovazione tecnologica nei territori continuerebbe a prevalere la superficialità di approccio e di gestione registrata ampiamente in questi ultimi anni.

L’Europa secondo Confindustria e sindacati: no al Sovran-Populismo

Ieri, sul Sole 24 Ore, Sergio Fabbrini chiudeva il suo commento spiegando che la “adesione a quell’Appello è incompatibile con l’appartenenza, nel Parlamento europeo, a raggruppamenti partitici la cui missione è contrastarne gli obiettivi (come è il caso di entrambi partiti del governo italiano). L’interesse nazionale si difende con scelte chiare e non già con discorsi di convenienza”.
Molti, anche nel cosiddetto mondo cattolico, fanno finta di ignorare che il nesso Europa-libertà-progresso richiede scelte limpide, fuori da connubi, mascherati da equidistanza, con le forze sovraniste e populiste.

https://www.confindustria.it/wcm/connect/c19aa217-1ec5-423c-8e0e-802f96c788fe/Appello+per+l%27Europa_Confindustria_CGIL_CISL_UIL_8+aprile+2019.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ROOTWORKSPACE-c19aa217-1ec5-423c-8e0e-802f96c788fe-mDZYLUm

Montini: il Papa che non aveva paura di parlare alla politica

“ Giovan Battista Montini rappresentò la voce della Chiesa che parlava al mondo, anche delle cose del mondo. Parlava, così, pure della politica e parlava alla politica”.

Così,  scandisce Filippo Peschiera mentre nella sua casa di Genova cerca in una quantità sterminata di fonti e di libri il filo rosso che si sviluppa lungo la vita e l’impegno di Papa Montini. Peschiera è in procinto, infatti, di concludere un ampio studio su san Paolo VI, prossimo per andare alle stampe.

Quella di Montini , dice Peschiera “ è una possente figura di prete, pensatore fine e raffinato, diplomatico, arcivescovo e, poi ,Papa”. E’ una” sostanza” della Chiesa ancora viva e tangibile. Ci troviamo dinanzi ad uno degli uomini più importanti della intera storia moderna, non solo della comunità dei cattolici. Egli, infatti, incarna ed indirizza una Chiesa  impegnata nel tentativo di “ risintonizzarsi con un mondo apparentemente distante, indifferente rispetto all’annuncio evangelico, ma che in realtà cerca il dialogo, il confronto, accetta il coinvolgimento nella riflessione sulla dimensione profonda dell’essere umano, sul significato della propria presenza”.

Una presenza che guarda all’integralità dell’essere umano. Dalla sua proporzione spirituale alla proiezione nella realtà concreta fatta da relazioni interpersonali, da contesti economici e sociali, da esigenze culturali. Fatta di preoccupazioni, indecisioni, ma anche di attese e speranze.

“ Nella sua celebre frase sull’impegno politico che rappresenta la punta più alta della carità, sottolinea Peschiera, c’è tutta la forza dell’ intendere una presenza del cristiano nel mondo seguendo, in effetti, una capacità programmatica, la sostanza di un intervento, la convinzione di esser capaci di incidere sulle dinamiche  che interessano e coinvolgono l’essere umano, le naturali aggregazioni collettive, a partire dal nucleo basilare della famiglia, la vita che parte e ritorna alle istituzioni”.

Peschiera ricorda come a Montini si debba molto della ripresa del progetto politico democratico di quanti ispirati cristianamente, durante il fascismo e dopo la guerra, vollero provare a cimentarsi nella “ forma più alta di carità”. Figlio di un senatore del Partito Popolare, aveva seguito con la sua proverbiale attenzione, capace di essere preciso perfino nelle minuzie, tutto il percorso del partito fondato da don Luigi Sturzo.

Peschiera ricorda anche come durante il ventennio fascista, a Montini si deve la formazione di una buona parte del futuro gruppo dirigente della Democrazia cristiana che, anche sulla base della sua sollecitazione, studiò Maritain, Mounier e tutta la scuola del personalismo. “A lui, dice, si deve moltissimo del giusto e profondo intreccio tra educazione religiosa ed educazione politica che ha permeato migliaia e migliaia di giovani di molte generazioni. Si è trattato, il suo, di un papato davvero unico”.

“ Montini ci insegna a tornare alla Storia, insiste il nostro interlocutore, perché inevitabilmente con la Storia dobbiamo fare tutti i conti. E’ fondamentale l’attenzione al presente, ecco un’altra raffinata riflessione che viene dalla figura e dall’azione di Paolo VI, ma della Storia nessuno può liberarsi. I fenomeni dell’oggi li leggi nel passato. Li interpreti e le comprendi pienamente solo se si va nei giorni precedenti a conoscere  ad indagare. In questo, il pensiero di Papa Montini è cruciale”.

E’ immediata la domanda sul modo in cui, oggi, si possa tornare ad essere montiniani, così come è immediata la risposta di Peschiera: “ restando attorno ai problemi, ai casi concreti, ma anche dedicandosi alla formazione. Non a quella che si fa oggi, penso a molte scuole di educazione alla politica, dove ci si limita a poche ore saltuarie. No, l’allora monsignor Montini, soprattutto nel periodo della Fuci, disponeva corsi che duravano intere settimane. Oggi anche i partiti non fanno più formazione perché per farla ci vuole fatica e la cosa implica impegno e coerenza  perché, dopo, non è sempre facile cambiare idea su tutto. Inoltre, Paolo VI è sempre stato attento alla scienza ed alle sue evoluzioni. Anche alle elaborazioni della cultura laica. Soprattutto a quella influenzata dai mondi di riferimento delle altre realtà cristiane, come i protestanti e gli ortodossi, o dalla cultura ebraica. Un peso che spesso viene sottovalutato e, adesso, noi non  dobbiamo fare questo errore”.

Inevitabile la domanda sugli uomini di Chiesa dei nostri giorni. “ Devono ricominciare a parlare, seguendo il suo metodo, la sua attenzione alle cose e, quindi, devono parlare anche della politica. Tutti, anche gli avversari, soprattutto loro, ascoltano gli interventi della Chiesa. Bisogna riscoprire con umiltà e attenzione il pensiero montiniano. Rileggere quello che Paolo VI ha detto e fatto. Certo , precisa Peschiera, lo spazio della politica deve essere proprio, deve essere completamente occupato dai laici. Ma la Chiesa fa bene a parlare, perché la sua parola conta. Oggi si parla della ripresa di una iniziativa politica, di una presenza. Bisogna capire che il ritorno ad una politica che tende all’unità, che punta al bene comune, significa rafforzare anche l’unità sociale. Non a caso, consapevole di tutto ciò, Giovan Battista Montini ha indirizzato la nascita della Dc, il suo programma, la politica governativa, soprattutto quella estera e sociale. E’ stato un grande artefice della Carta costituzionale che trasuda di pensiero cattolico, al punto che mi chiedo spesso se egli non debba essere nominato Patrono della Costituzione repubblicana”.

Per Paolo VI, continua Peschiera, la diaspora politica significa anche diaspora della fede e  dei costumi. Così, guardando all’oggi, egli si interroga sulla “ damnatio memoriae” che sembra avere avvolto quasi tutti gli intellettuali cattolici e si chiede se questo punto sia stato indagato nel corso del processo di canonizzazione di Montini, visto che “ egli era così intelligente e santo da aver già percepito in vita questa “ damnatio memoriae” della sua opera e del suo pensiero”.

Peschiera sembra riflettere tra se e se quando si chiede “ se gli uomini di Chiesa italiana si rendono conto di questo vuoto,  creato anche per i troppi silenzi”.

(Fonte www.politicainsieme.com)