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Fridays for Future, Greta Thunberg sarà a Roma il 18 e il 19 aprile

Il prossimo 18 e 19 aprile Greta Thunberg, l’attivista svedese che ha dato il via al movimento internazionale dei giovani per il clima, sarà a Roma.

Giovedì 18 aprile Greta Thunberg sarà ricevuta alle ore 11 in Senato, alla Sala Koch, dalla presidente Elisabetta Casellati. L’attivista svedese, 16enne, parteciperà come relatrice a un convegno promosso dalla presidente dell’assemblea, dal titolo “Clima: il tempo cambia. È tempo di cambiare”.

Il giorno dopo, venerdì 19 aprile, Greta sarà in piazza del Popolo per lo ‘sciopero del clima’ organizzato dagli attivisti romani di #FridaysForFuture che si terrà dalle 10:30 alle 15.

Intanto però il 17 aprile, incontrerà Papa Francesco.

 

 

Dazi: addio a un milione di pecore ed è sos pastori

Dopo aver detto addio a un milione di pecore negli ultimi dieci anni le greggi italiane devono affrontare ora la minaccia dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha inserito nella black list dei prodotti da colpire anche il pecorino italiano, il cui export in Usa vale ben 65 milioni. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti contenuta nel report “L’Italia dei pastori” divulgato in occasione della prima maxi protesta di mille pecore che hanno invaso a Padova della più grande piazza di una città europea.

Un appuntamento – sottolinea la Coldiretti – per affermare il valore sociale, economico, storico e ambientale della pastorizia in un momento di grande difficoltà che mette a rischio il lavoro di 60mila allevamenti e la sopravvivenza di 6,2 milioni di pecore rimaste. Una iniziativa per salutare la partenza della transumanza che l’Italia ha candidato a patrimonio Unesco dell’umanità con tosatura in diretta delle pecore, selfie con gli agnelli, laboratori didattici, pet therapy e degustazioni di pecorino a km zero al mercato degli agricoltori di Campagna Amica per raccontare – sottolinea la Coldiretti – un mestiere antico ricco di tradizione che consente anche la salvaguardia di razze in via di estinzione e vantaggio della biodiversità del territorio. Ad accompagnare il gregge Chiara Bortolas, leader veneta e vicepresidente nazionale Donne Impresa della Coldiretti insieme al team di pastori.

La pastorizia – continua la Coldiretti – è un mestiere ricco di tradizione molto duro che costringe ogni giorno alla sveglia alle 5 del mattino per la prima mungitura che sarà ripetuta nel pomeriggio per ottenere da ogni pecora circa un litro di latte al giorno che viene sottopagato. Un mestiere a rischio di estinzione non solo per i dazi di Trump ma – evidenzia la Coldiretti – anche per gli attacchi degli animali selvatici, la concorrenza sleale dei prodotti stranieri spacciati per nazionali e il massiccio consumo di suolo che in Italia ha ridotto drasticamente gli spazi verdi e i tradizionali percorsi lungo i fiumi fino ai pascoli di altura storicamente usati per la transumanza delle greggi.

Dal latte di pecora si ottengono in Italia – spiega la Coldiretti – circa 60 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la metà a denominazione di origine (Dop) con una presenza sui mercati esteri che vale oltre 124 milioni di euro, oltre la metà diretti negli Usa. Con quasi ¼ della produzione esportata l’andamento del pecorino dipende molto dai mercati esteri dove a pesare negativamente sui prezzi del vero Made in Italy sono le imitazioni diffuse in tutto il mondo a partire proprio dagli Stati Uniti, che sono il mercato più importante per le nostre esportazioni, dove si stima che 2 pecorini di tipo italiano su 3 siano “tarocchi” nonostante il nome richiami esplicitamente l’Italia.

Si tratta – spiega la Coldiretti – di produzioni realizzate negli Stati del Wisconsin, California e New York, venduti ad esempio con il nome di “romano cheese”, che in realtà è addirittura prodotto con latte di mucca al posto della pecora. Tutto questo a fronte di una vera produzione Made in Italy a denominazione di origine che – evidenzia la Coldiretti – può vantare eccellenze assolute come il Pecorino Romano Dop, il pecorino Sardo, il Siciliano, il Crotonese il Toscano, quello di Filiano, di Picinisco, delle Balze volterrane oltre al Fiore Sardo, al Canestrato Pugliese, al Canestrato di Moliterno alla Vastedda della Valle del Belice, al Murazzano e alla Robiola di Roccaverano che usa anche caprino. Accanto ai pecorini tutelati dall’Unione Europa sono circa un centinaio quelli tradizionali censiti dalle regioni come il pecorino dei Berici in Veneto, ma numerose sono le versioni proposte dagli allevatori dal “sottocrusca” al “sottograno” fino allo “stagionato in grotta” e curato con olio.

Secondo una recente indagine Doxa – riferisce la Coldiretti – più di un italiano su dieci (12%) inserisce il pecorino nella lista dei formaggi preferiti ed è immancabile in molti primi piatti storici, dal cacio e pepe alla carbonara, dalla gricia al pesto alla genovese fino alla pasta alla pecorara. Ma arricchisce anche secondi piatti soprattutto in frittate e polpette e non manca neanche nei dolci come ad esempio nelle pizze salate di Pasqua, senza dimenticare l’irrinunciabile abbinamento fave e pecorino tradizionale per la festa dei lavoratori.  Sostenere con i propri acquisti la produzione nazionale di pecorino significa – afferma la Coldiretti – aiutare il proprio territorio e contrastare anche l’abbandono delle aree più difficili dove i pastori svolgono un ruolo insostituibile di presidio.

Un impegno di elevato valore ambientale poiché – continua la Coldiretti – si tratta di un’attività che è concentrata nelle zone svantaggiate e che garantisce la salvaguardia di ben 38 razze a vantaggio della biodiversità del territorio, dalla rustica pecora sarda alla pecora Sopravissana dall’ottima lana, dalla pecora Lamon dalla testa grossa e priva di corna in entrambe i sessi alla Brogna con testa e gli arti privi di lana, dalla pecora Comisana con la caratteristica testa rossa a quella massese dall’insolito manto nero che rappresentano un patrimonio di biodiversità il cui futuro è minacciato da un concreto rischio di estinzione.

Un patrimonio che gli agricoltori di Campagna Amica sono impegnati a difendere con “I sigilli”, prodotti e animali della biodiversità agricola italiana che nel corso dei decenni sono stati strappati all’estinzione o indissolubilmente legati a territori specifici. Ma non c’è solo il formaggio – sottolinea la Coldiretti – negli ultimi anni si è sviluppato anche il recupero della lana di pecora come isolante termo acustico in edilizia dove garantisce prestazioni eccellenti sia nella protezione dal caldo e dal freddo, regolando il livello di umidità, sia contro i rumori, con un materiale naturale, sano e riciclabile.

Gli animali custoditi negli allevamenti italiani – afferma la Coldiretti – rappresentano un tesoro unico al mondo che va tutelato e protetto anche perché a rischio non c’è solo la biodiversità delle preziose razze italiane, ma anche il presidio di un territorio dove la manutenzione è garantita proprio dall’attività di allevamento, con il lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli svolto dagli animali.

“Per questo quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere lo spopolamento e il degrado spesso da intere generazioni” ricorda il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

Università Cattolica del Sacro Cuore: A Palermo il 13 maggio si parlerà dei coniugi separati

Una conferenza per riflettere sullo status dei coniugi separati. Si svolgerà nell’ambito della Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore nell’ateneo di Palermo, in particolare nella facoltà di Giurisprudenza, il 13 maggio.

Dopo i saluti del docente Aldo Schiavello, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, di Laura Lorello, coordinatrice del Corso di Studi Magistrale in Giurisprudenza, e di mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, il seminario sarà presentato dal Delegato diocesano dell’Università Cattolica, Marco Dell’Oglio, cui seguirà l’introduzione a cura di Salvatore Bordonali, docente dell’Università degli Studi di Palermo.

Le relazioni saranno tenute da p. Paolo Lobiati, Giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, che parlerà su “La Natura dell’istituto ed elementi procedurali”, da p. Davide Calantoni, Giudice del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo, che approfondirà gli “aspetti sostanziali della separazione in diritto canonico”. Ad Antonio Ingoglia, dell’Università di Palermo, invece è affidato l’approfondimento della “separazione ‘per modum iudicii’: il contributo di decretisti e decretalisti”.

A Mario Ferrante, docente dell’Università di Palermo, “lo status dei divorziati risposati alla luce di Amoris Laetitia”. Infine, Anna Sammassimo, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore parlerà della “separazione dei coniugi negli Statuti personali libanesi”.

Rovereto: “La società dei principi ecclesiastici”

L’Accademia degli Agiati di Rovereto ha organizzato un incontro internazionale incentrato sul tema dei rapporti intercorsi tra la potente Chiesa cattolica del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, le grandi famiglie regnanti dell’area tedesca e il complesso sistema degli stati italiani tra XVII e XVIII secolo. Alcuni dei maggiori esperti e studiosi a livello internazionale della società aristocratica e delle corti principesche d’Antico Regime saranno presenti a Rovereto per discutere il recentissimo libro del socio accademico Alessandro Cont, pubblicato a cura della Provincia autonoma di Trento: La Chiesa dei principi. Le relazioni tra Reichskirche, dinastie sovrane tedesche e stati italiani (1688-1763).

L’iniziativa intende avere un approccio multidisciplinare grazie all’apporto di prestigiosi ricercatori dalla differente affiliazione scientifica e geografica e, al seguito degli interventi che saranno sviluppati in lingua italiana, consentire al pubblico d’interloquire e di confrontarsi con gli stessi relatori. Oltre a trattare di personaggi dallo straordinario spessore storico (principi ecclesiastici, imperatori, condottieri, nobildonne, artisti, musicisti…) e di eventi decisivi per le vicende europee del Sei e Settecento, l’incontro rivestirà infatti una pregnante rilevanza per il territorio trentino. Anche in ordine all’attualità socio-politica, infatti, comprendere i caratteri peculiari e l’evoluzione storica della Chiesa dell’Impero Romano-Germanico (Reichskirche) appare una premessa fondamentale e imprescindibile per capire la gestazione, la formazione e la natura più intima dell’identità della regione trentino-tirolese, della quale fecero parte appunto, per quasi un millennio, i due principati vescovili di Trento e di Bressanone.

Madagascar, epidemia di morbillo: 1.200 morti in sei mesi

E’ salito a più di 1.200 morti il bilancio dell’epidemia di morbillo che dallo scorso ottobre ha colpito il Madagascar, dove sono saliti a oltre 115.000 i contagi registrati. Si tratta del più grande focolaio nella storia del Paese, dove solo il 58% delle persone è stato vaccinato contro il virus della malattia esantematica, mentre secondo gli esperti è necessaria una copertura tra il 90% e il 95% per evitare epidemie.

Alla fine del mese scorso l’Oms ha avviato una vaccinazione di massa contro il morbillo con l’obiettivo di immunizzare 7,2 milioni di bambini dai 6 mesi ai 9 anni.E’ salito a oltre 1.200 morti il bilancio dell’epidemia di morbillo che da ottobre 2018 flagella il Madagascar, per un totale di più di 115mila contagi registrati. Si tratta del più grande focolaio nella storia del Paese, dove solo il 58% delle persone è stato vaccinato contro il virus responsabile della malattia.

Alla fine di marzo l’Oms ha avviato una vaccinazione di massa contro il morbillo con l’obiettivo di immunizzare 7,2 milioni di bambini dai sei mesi ai nove anni d’età.

L’Italia giallo-verde : una politica senza respiro, alla lunga senza prospettive

Articolo già apparso sulle pagine di www.politicainsieme.com a firma di Luigi Bottazzi

Nella generalità delle questioni che la politica ha posto in agenda in questi ultimi tempi abbiamo assistito a contrasti molto accesi, non solo fra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dello stesso governo.

Colpisce in particolare la radicalizzazione delle posizioni, in cui i contenuti sostanziali, che dovrebbero motivare l’una scelta o l’altra, spesso si offuscano o comunque vengono banalizzati per far emergere gli elementi di divaricazione.

Qualcuno dice che si è sempre in campagna elettorale (tra l’altro, non è una regola imperativa che in campagna elettorale si debba procedere per slogan e attraverso messaggi semplificatori che annebbiano la realtà), ma vi è l’impressione che non vi sia mai interesse ad affrontare la complessità dei problemi, perché questo non crea consenso.

Ridurre tutto ad un tweet, ad un messaggio di facile presa, sembra divenuto non solo un modo di comunicare ma di rappresentare la realtà; perchè la sintonia tra la classe politica e le persone si gioca più sulle sensazioni che sui ragionamenti.

Potrà sembrare impopolare, ma credo occorra avere il coraggio di dire, soprattutto in un mondo così intricato, e immersi in cambiamenti sociali, tecnologici, culturali molto repentini, che i problemi si possono affrontare seriamente solo attraverso un di più di conoscenza, un di più competenza, un di più di disponibilità al dialogo e al confronto, con le opposizioni e  con i gruppi sociali interessati, non tramite le scorciatoie di sintesi malaccorte e l’ arroganza di chi crede di avere sempre ragione.

Riflettevo in questi giorni sul dibattito, dai toni sempre più inaciditi, intorno alla linea TAV Torino – Lione, perché mi sembra uno degli emblemi di questa stagione politica, in cui le fazioni pro e contro si fronteggiano brandendo analisi costi – benefici che probabilmente pochi hanno letto e ancor meno capito. Ed è davvero curioso che questo strumento tecnico, sia usato strumentalmente per dare un diniego all’opera ,come fa lo sprovveduto ministro Toninelli ,quando invece alla politica spetta dare un risposta risolutiva. Se al tempo della progettazione dell’ Autostrada del Sole, avessero dato retta ai tecnici interpellati, si sarebbe fatta dieci anni dopo. Fu un ministro DC che sbloccò l’ impasse e diede il via a questa grande prima opera che collegava il nord e il sud del Paese.

È la politica che dovrebbe compiere questo fondamentale passo di assegnazione del valore secondo determinate priorità e attraverso un articolato processo di mediazione, che si proponga, non di far prevalere l’interesse di una parte contro un’altra, ma di comporre le varie istanze, adottando scelte che siano comunque rispettose delle posizioni altrui; con la consapevolezza che scegliere significa anche accettare il rischio dell’impopolarità in nome di una idea di futuro.

In realtà, la regola “conoscere prima di decidere e per decidere” è oggi sempre più “decidere e poi cercare nelle analisi tecniche quei dati che confermano le ragioni della decisione”. E’ questa una logica e una modalità devastante ! Caro Presidente del Consiglio avv. Conte….non faccia il furbo e si dia una mossa !

Sentiamo, così, come prevalga il respiro corto di questa politica, in cui si confrontano interessi di basso profilo e si ragiona con una visione miope, quando il mondo globalizzato dovrebbe generare in noi il desiderio di individuare prospettive nuove e attivare maggiori competenze per affrontare le questioni. Chissà se il dibattito sull’Europa sarà l’occasione per un salto di qualità; anche se le premesse non sembrano annunciare nulla di buono, qualche voce pacata e coraggiosa potrebbe aiutare a ridare un po’ di ossigeno alle nostre democrazie.

Se la volontà politica è chiara. Dagli scritti di Paul-Henry Spaak (sull’Europa)

Articolo apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano

Credo che l’immenso problema del nostro declino, e se si vuole della nostra decadenza, possa essere risolto se riusciremo a creare in Europa un mercato simile, equivalente, e forse persino più importante del mercato americano o del mercato dell’Urss. Questa integrazione economica, questa volontà di far fronte ai problemi posti dal declino dell’Europa ci ha portati a lottare e specialmente a lottare per l’Europa unita a partire dal 1948. […]

Coloro che hanno assistito a Strasburgo alla prima riunione del Consiglio d’Europa non dimenticheranno mai l’atmosfera d’entusiasmo e di speranza che, in quel momento, venivano condivisi dalla stragrande maggioranza dei delegati. Tuttavia, il Consiglio d’Europa diede ben presto agli Europei delusioni e disillusioni assai grandi. Ci si rese conto, già dalle prime riunioni, che le concezioni di coloro che erano venuti a Strasburgo erano assai diverse. Per gli uni, il Consiglio d’Europa era un fine. I britannici, gli scandinavi ritenevano che avendo creato il Consiglio d’Europa, dai poteri piuttosto vaghi e dalle possibilità mal definite, avessero fatto il massimo di quanto gli permettesse la loro volontà europea. Per altri, al contrario, per i francesi, per gli italiani, per i cittadini del Benelux, più tardi per i tedeschi, il Consiglio d’Europa non era che un inizio. Era la creazione dell’organizzazione dalla quale bisognava far sorgere una vera unione politica. E questo divorzio tra massimalisti e i minimalisti si è manifestato molto nettamente… Subito, tutti hanno compreso la difficoltà della situazione; e rapidamente l’atmosfera si è vista deteriorata. Poi, in un’assemblea come quella, in cui non vi era più un’idea generale e una speranza comune, sono cominciati i dissidi: sul modo in cui bisognava fare l’Europa, sul modo migliore per farla. Tutto ciò era tanto più teorico, in quanto probabilmente, in quel momento, né l’uno, né l’altro metodo erano possibili o realizzabili. Ma si videro gli europei dividersi in costituzionalisti e funzionalisti.

I costituzionalisti avevano dalla loro la logica, avevano ragionamenti semplici e tali da suscitare grandi speranze e grandi entusiasmi. Dicevano: «Facciamo una costruzione europea, creiamo l’Europa federale, e quando l’avremo creata, saremo entrati definitivamente su di una via che ci condurrà alla realizzazione del nostro ideale europeo». E gli altri dicevano: «È troppo complicato, l’Europa non è matura per questo; dobbiamo piuttosto provare a prendere un determinato problema, e cercare di dargli una soluzione, e quando avremo così risolto quattro o cinque problemi importanti seguendo questo metodo, fatalmente si dovranno coordinare le soluzioni, e l’Europa sarà nata dalla pratica stessa delle cose…». Di colpo, la tesi funzionalista parve trionfare, poiché, con molto coraggio, molto tatto, Schuman e Monnet lanciarono l’idea del piano Schuman, l’idea del mercato comune del carbone e dell’acciaio. La creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio era per l’appunto il trionfo del metodo funzionalista. Significava prendere il problema capitale del carbone e dell’acciaio cercando di dargli una soluzione che superasse il quadro nazionale; significava spingere due prodotti d’importanza capitale, creare, ma entro certi limiti, quel mercato comune di cui ho parlato e al quale avete capito che assegno grande importanza. Questa esperienza è riuscita e, senza voler entrare nei dettagli, posso affermare che il mercato comune ci ha portato ciò che da esso ci attendevamo. Ciò che in pratica gli esperti e i tecnici si attendevano da un mercato comune si è rivelato esatto; e, soprattutto tra i paesi della comunità, ne seguì un considerevole aumento dei loro scambi in carbone e in acciaio. Troppo felici di questo successo, si volle continuare sulla base funzionalista, e spinti dagli avvenimenti, si volle risolvere su base funzionalista il problema militare. Fu il progetto della Comunità europea di difesa. Tanto la Comunità europea del carbone e dell’acciaio era stata un grosso successo, tanto la Comunità europea di difesa fu un fallimento, poiché dopo lotte appassionate, dopo che cinque parlamenti su sei ebbero ratificato il trattato, il parlamento francese rifiutò di seguire il governo o, per lo meno, il governo che aveva firmato il trattato. E il trattato fu bocciato dal parlamento. Non fu tanto il fallimento della Ced ciò che abbiamo pianto allora. Potete ben pensare che noi eravamo abbastanza ferrati in politica per sapere quanto fosse difficile e delicato porre la propaganda europea sul problema così particolare della difesa. Ma ciò a cui tenevamo nel trattato della Ced era quell’articolo 38 con il quale i ministri firmatari avevano dichiarato che un esercito non poteva necessariamente essere che lo strumento di una politica. Non era sufficiente coordinare lo sforzo militare; bisognava creare la federazione politica che doveva esistere in Europa, e voi sapete come, cortocircuiti quanto i rinVII, abbiamo ottenuto a Strasburgo un’assemblea speciale che, al prezzo di grandi sforzi, riuscì a formulare un piano politico federale per l’Europa. Tutto ciò fu annientato per colpa del parlamento francese. Voi penserete certo che all’indomani del fallimento della Ced, gli europei erano un po’ depressi, se non scoraggiati. Poiché, in un compito come quello, non si possono subire sconfitte, non si può fare marcia indietro, perché la sconfitta è una marcia indietro; non è solo la sconfitta di un determinato progetto, e un grave colpo inferto all’idea stessa. E il merito di certi uomini, in Europa, fu di non aver lasciato cadere le braccia, è l’aver detto: «Bene, siamo stati sconfitti sul terreno della Comunità europea di difesa, ma appena le circostanze lo permetteranno, riprenderemo la lotta». E da quel momento, si erano detti: «Poiché abbiamo fallito con il metodo funzionale, con la Ced, su di un problema preciso, cercheremo di rilanciare l’idea europea scegliendo un altro terreno: il terreno economico, quello su cui esiste già la Ceca e sembra riportare successi». Dunque nella primavera del 1955 i ministri degli affari esteri dei sei paesi della Comunità del carbone e dell’acciaio si sono riuniti a Messina, e vi hanno esaminato certi progetti di rilancio europeo sul piano economico. Il comunicato di questa conferenza dei ministri era — così almeno pensiamo — un comunicato sensazionale; destinato a scuotere profondamente il mondo… Infatti, i ministri degli affari esteri dichiararono semplicemente che lo scopo essenziale della loro politica estera era la creazione di un mercato comune; senta limiti, un mercato comune completo. […]

A Messina, abbiamo rotto con una delle peggiori tradizioni politiche: quella degli uomini politici che scaricano sui loro esperti le responsabilità che non sanno o non vogliono prendere. Tutti sanno che quando un uomo politico è in difficoltà, crea un comitato, e che a partire da quel momento è tranquillo, sovente per molti mesi, a volte per molti anni, a volte anche per sempre.

Ora, è quanto noi non abbiamo fatto. Abbiamo detto ai nostri esperti: «La nostra decisione è presa, la nostra volontà politica è chiara, e non vi chiediamo, non vi permettiamo di discuterla. Ciò che vi chiediamo di fare, è di mettere la vostra scienza, che è grande, al servizio della nostra politica e di spiegarci come potremo riuscire nella politica che vogliamo inaugurare». Grazie a ciò il rapporto di Bruxelles fu già positivo. […]

Ormai lo sapete: quel trattato che è stato firmato a Roma nella primavera di quest’anno, è già stato ratificato dai parlamenti di Francia, di Germania e d’Italia, e non vi è una possibilità su mille che i paesi del Benelux non lo ratifichino nelle prossime settimane.

Di conseguenza, credo che ora ci si debba porre dal punto di vista europeo, nell’idea che il mercato comune è stato creato. Nei prossimi dodici anni dovremo far sparire tra i paesi della comunità tutti i diritti di dogana, dovremo far sparire tutti gli ostacoli artificiali alla circolazione delle merci, dei capitali, degli uomini. E dovremo, durante questi dodici anni, in base a quanto ho detto della potenza commerciale che avremo così creata, preparare la politica commerciale comune che applicheremo nei confronti degli altri paesi. In più, abbiamo introdotto nel trattato due cose che per ora sono solo embrionali, ma che contengono senza dubbio promesse estremamente importanti per l’avvenire. Abbiamo creato la banca d’investimento, che rappresenterà uno sforzo comune per aiutare le parti della nostra comunità che sono meno sviluppate, e abbiamo gettato le basi di una politica tra l’Europa e l’Africa, creando un centro d’investimenti a profitto dei territori d’oltremare. […]

Dopo avervi tanto parlato di economia, e aver dato l’impressione di essere tanto materialista, vorrei però dirvi che la lotta europea si colloca in un altro quadro, più elevato. Ciò che stiamo cercando d’impedire — ed è un’opera storica fantastica, in cui non si può essere sicuri di trionfare, ma per la quale abbiamo in mano le carte e gli atouts, — ciò che bisogna salvare, non è soltanto una forma economica e sociale, è una forma di civiltà.

Io sono anticomunista, ma non per ragioni sociali ed economiche. Se i russi preferiscono il capitalismo di stato e la nazionalizzazione delle industrie, e tutto ciò che ne deriva, tutto ciò può essere l’oggetto di serie discussioni. Solo, la posta in gioco e l’ampiezza del problema non stanno in questo. Non si tratta di sapere se si è a favore del liberismo economico o dell’economia di stato. In fondo, oggi, i comunisti hanno un’ambizione — e non penso che possano rivoltarsi e sentirsi offesi per questo — molto più grande dell’essere semplicemente (e la cosa sarebbe da discutere) un partito più a sinistra degli altri. Ciò che intendono fare, è creare un nuovo regime, fondato su altre leggi politiche e su altre leggi morali. E noi siamo oggi in un’epoca, come tutti ne abbiamo conosciute di precedenti, in cui la civiltà occidentale si trova alle prese con un’altra civiltà che l’attacca e che la vuole distruggere. È quanto è successo quando abbiamo fermato — per modo di dire — Attila nei campi catalaunici, o quando gli arabi sono stati fermati sotto le mura di Poitiers. È, mutatis mutandis, lo stesso fenomeno storico che si manifesta, ma in altre condizioni e con i russi, loro volendolo, noi accettandolo; è la sfida, sul terreno occidentale, per vedere quale civiltà e quali valori usciranno da questa lotta. Ciò che non posso accettare nel comunismo, lo dirò in una parola, e qui sta la mia profonda convinzione: è il disprezzo che professa per l’uomo e la persona umana.

Ben inteso, la nostra civiltà, che si basa su questi valori, è lungi dall’essere perfetta, e abbiamo ancora molto da fare affinché questo principio di rispetto della persona umana sia veramente applicato in modo completo e senza ambiguità, senza equivoci e senza ipocrisia nella nostra società. Ciò non toglie che il problema si pone nel modo che ho detto, e per quest’opera abbiamo bisogno, naturalmente, del concorso di tutto l’occidente; e dico tutto, al di là dei limiti della piccola Europa e arrivando fino agli Usa.

Ecco perché Salvini non è affatto imbattibile

Ha destato sconcerto il (malo) modo in cui Salvini ha inteso sottrarsi alla celebrazione del 25 aprile. E lo sconcerto, ovviamente, ci sta tutto.

Eppure, in quel suo gesto c’è tutto lui. Il suo non concedere mai nulla, neppure un tratto di gentilezza e di rispetto, a chi la pensa diversamente. Il suo rinchiudersi in un perimetro di destra angusto. Forse anche la radicalità di certe sue convinzioni. Da Salvini non ci si aspetta mai un gesto inconsueto, spiazzante, generoso verso il resto del mondo. Egli è, diciamo così, un uomo tutto d’un pezzo. Nel senso che ogni altra tessera del mosaico italiano che non sia la sua viene sempre cancellata con un misto di burbanza e di pochezza. Senza mai un respiro più ampio.

Ora, tutti siamo spaventati nel vedere -sondaggi alla mano- che quasi un italiano su tre fa il tifo per lui. Ma agli altri due italiani su tre il leader leghista sa offrire solo la sua irridente indifferenza. Cosa che dovrebbe farci capire che egli non è affatto imbattibile. E che un’alternativa che fosse inclusiva di tante diverse sensibilità storiche annidate e nascoste nel cuore del paese avrebbe tutte le carte in regola per togliergli lo scettro che lui si illude di avere già in pugno.

La metà dei lavori svolti nel mondo potranno essere automatizzati: una sfida decisiva per l’umanità

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.ilmantellodellagiustizia.it a firma di Carlo Parenti

Torno sul tema della robotica, dopo aver affrontato nell’articolo di marzo il pensiero del Papa sul il rischio di consegnare la vita alla logica delle macchine.

Nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi dal 22 al 25 gennaio 2019 cioè l’incontro annuale organizzato a Davos, in Svizzera, che riunisce i leader del panorama politico, finanziario ed economico del mondo si è affrontato il tema della nuova globalizzazione nell’ambito della quarta rivoluzione industriale: in particolare si è parlato dei cambiamenti tecnologici e del loro impatto sulla finanza e l’industria.

Un aspetto fondamentale dei nostri tempi è la nuova fase della globalizzazione denominata digitech nella quale i beni e i servizi verranno sempre più realizzati in un posto, piuttosto che in un altro, senza lo spostamento fisico dei lavoratori.

La società di consulenza americana McKinsey si è soffermata recentemente su tale cambiamento (JOBS LOST, JOBS GAINED: WORKFORCE TRANSITIONS IN A TIME OF AUTOMATION-DECEMBER 2017). Si osserva come la leva fondamentale della globalizzazione – tecnologia a caccia di bassi salari – ha esaurito la sua spinta. Meno del 20 per cento delle catene globali di valore ormai trova ancora la sua ragione d’essere nello sforzo di ridurre il costo del lavoro, soprattutto attraverso la delocalizzazione. Infatti gli investimenti oltre frontiera delle multinazionali sono diminuiti, l’anno scorso, del 20 per cento. Non è una novità. Fra il 2007 e il 2018 sono passati – secondo i dati Onu – dal 3,5 per cento all’1,3 per cento del Pil mondiale. La ragione del minor interesse per i bassi salari è costituito dai robot e dai software (intelligenza artificiale) che consentono grandi risparmi in termini di lavoratori occupati. In altre parole le fabbriche tornano in patria, i posti di lavoro no. Scompaiono.

Si stima che solo negli Stai Uniti l’ 80 % dei lavoratori occupati nelle fabbriche possano essere esposti all’automazione e che fra 39 e 73 milioni di posti di lavoro saranno sostituiti dall’automazione dei processi, pari più o meno ad un terzo della forza lavoro.

Il fenomeno è globale : “La cassa automatica sostituisce il cassiere, il bancomat il bancario allo sportello. Amazon cancella commessi e agenti di commercio, Airbnb e Booking gli addetti degli hotel e delle agenzie di viaggio. L’email il postino. I robot gli operai. App e siti web i telefonisti dei call center”(cfr : L. Baratta, linkiesta.it del 25 gennaio 2017). Io stesso non vado più in banca e uso l’home banking. Faccio benzina ai distributori automatici.

Nel mondo Il World Economic Forum parla di una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro entro il 2020, compensata da un guadagno di due milioni di posti di lavoro. Quindi, il saldo negativo è di cinque milioni di posti in meno nel mondo entro i prossimi tre anni.

Sempre per la McKinsey quasi la metà (il 49%) dei lavori svolti oggi nel mondo da persone fisiche potranno essere automatizzati. Nel mondo entro il 2030 circa 800 milioni di posti di lavoro potrebbero essere teoricamente persi per via della automazione: un effetto drastico sulle vite lavorative, paragonabile all’abbandono delle società agricole durante la Rivoluzione Industriale. Lo studio stesso suggerisce una stima “media” di circa 400 milioni di posti di lavoro (che comunque sono un’enormità) persi per via dell’automazione. Anche in Italia, dove il tasso di sostituzione si aggirerebbe tra il 49 e il 51 per cento. Significa che più della metà dei lavoratori italiani, circa 11 milioni di persone, potrebbero essere sostituiti da una macchina.

Naturalmente i nostri politici non sembrano occuparsene e addirittura agevolano la collocazione in pensione dei lavoratori illudendosi che saranno sostituiti da nuovi assunti in numero maggiore di quelli che andranno via.

Si sostiene –e lo speriamo vivamente- che, come avvenuto in passato, la tecnologia non sarà solamente una forza distruttiva. Grazie ai nuovi progressi scientifici, infatti, verrebbero create nuove figure professionali e quelle attuali verranno ridefinite permettendo agli attuali mestieri di essere modificati per rispondere alle rinnovate esigenze del mercato del lavoro.

Sarà così? Intanto segnalo che il Papa ha chiesto alla Pontificia Accademia per la Vita una ricerca sulle sfide e le opportunità della cibernetica. Una sfida decisiva per l’umanità alla quale la Santa Sede non si sottrae.

“Solo uno sviluppo sostenibile può generare ricchezza nel mondo”

Articolo già apparso sulle pagine di Tuscia Web 

Ambiente, agricoltura, globalizzazione. Ecologia globale. Sono stati questi i temi del convegno organizzato dalla Fondazione Sorella Natura e svoltosi questa mattina nella sala Mendel del convento della Trinità a Viterbo.

Tra gli interventi, oltre al presidente della Fondazione Roberto Leoni, anche il vescovo di Viterbo Lino Fumagalli, Piero Bassetti, presidente Globus e Focus, David Sassoli, vice presidente del Parlamento europeo e Aldo Carosi, vice presidente della Corte costituzionale. Con loro, docenti, ricercatori e rappresentanti delle organizzazioni professionali e di categoria.

“Siamo convinti – ha detto Leoni – che l’impegno per uno sviluppo sostenibile, oltre che un valore etico, rappresenta un importante elemento strategico in grado di generare nel mondo ricchezza, occupazione e coesione sociale. Se si vuole risolvere i problemi bisogna iniziare dalla formazione delle persone. Sono le persone informate e consapevoli che sanno intraprendere processi virtuosi per condividere le risorse ambientali e umanizzare le politiche economiche e sociali”.

Rispondendo ai forti richiami del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla mobilitazione comune per la salvaguardla dell’amblente, durante il convegno è svolta un’ampia riflessione sul ruolo globale dell’agricoltura nella cura del territorio, nell’utilizzo razionale dell’acqua e della terra, e nella lotta ai cambiamenti climatici.

Dopo i saluti del vescovo di Viterbo Lino Fumagalli ha fatto seguito una tavola rotonda condotta da Umberto Laurenti, segretario generale Fsn, a cui hanno partecipato la ricercatrice Elena Bocci e il docente Francesco Mattioli dell’Università La Sapienza di Roma, Bruno Ronchi, ordinario Unitus e Lucio Ubertini, glà docente de “La Sapienza” e cattedratico Unesco. Al centro del dibattito la crisi legata alle tensioni ambientali ed economiche legate alla globalizzazione dei sistemi produttivi, che compromettono la realizzazione di un modello di sviluppo sostenibile condiviso.

Molto attesi nella seconda parte del convegno l’intervento di Piero Bassetti e David Sassoli. Per Bassetti, “il caso nocciole di cui tanto si parla attualmente nell’alto Lazio deve spingerci a introdurre nel modello produttivo e anche esistenziale di questo territorio, che finora si è sottratto abbastanza alla logica dello sfruttamento iperintensivo e al suo snaturamento, il criterio della salvaguardia assoluta dell’ambiente e delle risorse naturali, e il superamento della logica della chiusura localistica, per offrire sul mercato globale i propri prodotti di qualità e la propria autentica e ben riconoscibile immagine”.

“Abbiamo bisogno di rafforzare il ruolo dell’Europa – ha concluso infine Sassoli – per regolare e umanizzare i meccanismi della globalizzazione, anche in agricoltura. Quasi 30 mila giovani under 40 nel 2016/2017 hanno presentato in Italia domanda per
l’insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale (Psr) dell’Unione Europea”.

“Il testo di Ratzinger rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto”. Intervista ad Andrea Grillo

Articolo già apparso sulle pagine di http://confini.blog.rainews.it a firma di Pierluigi Mele

Sta facendo discutere l’opinione pubblica mondiale il testo del papa emerito. Benedetto XVI ha voluto con i suoi “appunti” fare una analisi sul grande male, quello della pedofilia, che ha colpito la Chiesa cattolica. Quali sono i punti dell’analisi di Ratzinger? Quali quelli più controversi? Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo. Andrea Grillo è docente di Teologia e di Filosofia della Religione al Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” di Roma.

Professore, sta facendo discutere il  “saggio” del papa emerito (che lui ha chiamato “appunti”) sulla pedofilia nella Chiesa. Un saggio preparato per una rivista cattolica tedesca e anticipato, in Italia, dal “Corriere della sera”. Il saggio è uscito dopo il recente vertice vaticano sulla pedofilia. Come interpretare l’uscita di questi appunti? Sono un atto di amore o una ingerenza?

Sono appunti, come è evidente: ha ragione a chiamarli così. Proprio come appunti appaiono confusi, senza un tono unitario, non trovano un vero filo di continuità. Oscillano troppo tra desiderio di autogiustificazione, riduzione della storia ad esempi troppo personali e considerazioni teologiche di fondo, eleganti ma non specifiche. In continuità con molti altri testi precedenti dello stesso autore, è facile scoprirvi la tendenza a condensare tutto un fenomeno complesso in una battuta: Maometto o Lutero a Ratisbona, esattamente come la pedofilia o il 68 in questo testo, vengono tutti risolti in una affermazione drastica di poche righe. Questo è tipico del modo di scrivere e di pensare di J. Ratzinger. Ed è anche ciò che lo rende sempre  facile da leggere e brillante nei passaggi. Ma sulla opportunità del testo, continuo a pensare che la promessa del silenzio fosse già prima – e resti anche oggi – “consustanziale” alla scelta di “restare nel recinto di S. Pietro”. Non ho ragioni per pensare che non sia un atto di amore. Ma talora accade che le intenzioni e gli effetti non coincidano in modo perfetto.

Veniamo al contenuto.  Nella prima parte c’è un duro attacco alla Rivoluzione del ’68  e alla sua rivoluzione sessuale  (fenomeno che ha provocato la “dissoluzione del concetto cristiano di moralità”). Fin qui nulla di nuovo, sappiamo quanto Joseph Ratzinger sia rimasto “choccato” negativamente dal’ 68…Ma c’è un passaggio che ha colpito molto l’opinione pubblica : “parte della fisionomia della rivoluzione del ’68 è stata che la pedofilia è stata diagnosticata come ammessa e appropriata”. Sconcertante questo…  Qual è il suo pensiero?

E’ facile capire il 68, quando si è nati negli anni 50 o 60. Ma per chi è nato negli anni 20, ed è diventato prete negli anni 50, non è affatto facile uscire da una “forma mentis” che tende ad escludere e addirittura a delegittimare ogni tentativo di “partire dalla libertà”. Qui poi, per chi è cattolico, e per di più è prete e teologo e vescovo, è facile che il 68 si sovrapponga a tutti i fantasmi del modernismo, del relativismo, della perdita di Dio, del vuoto di autorità della Chiesa e dello scacco del comandamento morale. Io credo che Ratzinger, come prova la sua autobiografia pubblicata a suo tempo e tantissimi riferimenti nelle sue opere, non abbia mai superato il trauma del 68, su cui ha concentrato tragicamente ogni disvalore. Purtroppo questo trauma ha travolto, nella sua esperienza, ma a posteriori, anche il giudizio sul Concilio Vaticano II. Questo è diventato evidentissimo proprio la sera della commemorazione dei 50 anni dalla apertura del Concilio. Io credo che quella sera, l’11 ottobre del 2012, dopo aver trasfigurato il Concilio Vaticano II in una grande sciagura, con venti contrari alla navigazione, pesci cattivi nella rete, zizzania nel campo, Benedetto XVI abbia deciso, dentro di sé, di dimettersi dal suo ufficio. Ed è rimasto a quel punto. Con ammirevole e rara coerenza, poiché pensava così, ha capito di non poter più essere papa. Ma lui pensa ancora così. E la tragedia che vede nel 68 è tale, che può spostare sul 68 ogni colpa, esterna o interna alla Chiesa. Fino a distorcerne i dati e i termini. Questo è frutto non di un ragionamento, ma di una emozione, di un attaccamento e di una nostalgia. Ed è invincibile.

Il saggio continua con la critica della teologia morale post – Conciliare. C’è il richiamo all’insegnamento, in particolare al documento “Veritatis Splendor”, di Giovanni Paolo II che ha contrastato questa decadenza teologica. C’è un passaggio, anche questo clamoroso, in cui si addossa allo”spirito Conciliare “il garantismo estremo dei processi ecclesiastici volto alla tutela ad oltranza dell’accusato (…) al punto da escludere praticamente la condanna del colpevole”. Insomma tutta colpa dei riformatori?

Anche in questo caso c’è un “Vetus Ordo” che, nella convinzione di Ratzinger,  garantisce la Chiesa meglio del Novus. Non si tratta, in questo caso, di una nostalgia del celebrare, ma di un modo nostalgico di pensare la Chiesa, il mondo, la storia, il soggetto. E’ un mondo in cui la teologia morale svolge ancora una funzione immediatamente pedagogica, non si lascia mettere in questione dagli eventi o dalla Scrittura, ma tutto subordina ad un intento sistematico e disciplinare assolutamente insuperabile. E in questa prospettiva classica si dedica attenzione alle questioni vecchie – se l’imputato debba essere garantito o meno, se la fede sia in gioco o meno – ma non si riesce a dire una sola parola sulle vittime e sulla loro centralità. Nel sistema che Ratzinger vuole difendere le vittime “non possono mai” essere centrali, perché non si vedono, non appaiono, non hanno consistenza. Se le si mettesse al centro, si contesterebbe la centralità di Dio! Questo è un pensiero “antimodernistico”, percepito come dovuto, e che spiega la posizione assunta, ma la colloca anche in un mondo che non è il nostro, ma quello di 70 anni fa.

Il documento contiene anche la denuncia di “club omosessuali” che si formarono in molti seminari, di Vescovi che rifiutavano la vera cattolici tà in nome di una specie di moderna cattolicità”. Insomma una visione catastrofica della Chiesa post Conciliare. Non mi sembra molto corretto… 

Non solo non è corretto, ma distorce la realtà con una miscela di risentimento e di nostalgia che impedisce un giudizio ponderato. Le parole sono usate con una terminologia “liquida”: perciò si scivola facilmente nel confondere termini che dovrebbero essere accuratamente distinti. Sembra che la libertà affermata contro ogni norma inciti alla omosessualità, alla pedofilia e all’abuso. Si passa dalla libertà all’abuso con una disinvoltura imbarazzante. E’ un quadro profondamente distorto, che rischia di rendere difficile il discernimento tra livelli della realtà che in nessun modo ci si dovrebbe permettere di confondere. Da un teologo mi aspetterei un maggior rigore nelle distinzioni e una minore ingenuità nel pensare come modello assoluto il seminario tridentino degli anni 50. Eè difficile che quello possa essere il rimedio agli abusi, che forse ne sono un frutto. Ma, “ingravescente aetate”, come ad ogni uomo provato dalla esperienza, anche ad ogni teologo deve essere riservato pure il diritto di tacere. Questo piccolo abuso – che lo si sia costretto o che si sia sentito costretto a parlare – ha profondamente compromesso una parola chiara sugli abusi.

La requisitoria di Ratzinger, a volte un poco rancorosa, colpisce anche la società occidentale che dimentica Dio nel dibattito pubblico, come pure il parlare della Chiesa in termini di politici a cui contrappone una “chiesa santa che è indistruttibile con i suoi martiri. Insomma sembra quasi un manifesto per il post Francesco. Per lei?

Io dico di no. Piuttosto, vi è qui il segno di un “passaggio di generazioni”. Sia chiaro, alcuni potranno cercare di approfittare di queste pagine. Questo è fuori di dubbio, Ma il testo, di per sé, è il documento di un modo di pensare Dio, la Chiesa e il cristianesimo che non riesce ad uscire dalle evidenze classiche e continua ad esprimersi come se avesse di fronte la chiesa di 70 anni fa. Vorrei ricordare un altro testo, di ben altro livello, ma altrettanto sorprendente. Anche R. Guardini, quando nel 1961 scrisse il suo testo “contro la pena di morte”, usò argomenti che, già 10 anni dopo, nessuno avrebbe mai più utilizzato. Non ci sono, quindi, manifesti del post-Francesco. Questo è chiaramente un testo del pre-Francesco. Tutto quello che vi si dice, parla dal e del passato. Ma è utile per capire che quella strada, quel modo di pensare la Chiesa, quella maniera di proporre soluzioni su cose che non si riescono a capire, è definitivamente e irrimediabilmente finita. Il testo rimane sempre al di qua di Francesco, di ogni sua parola e di ogni suo gesto. Ratzinger lo sa. Per questo si è dimesso. Perché lo sa. Sa di non potere. Il suo silenzio ordinario lo attesta. Ma anche le sue parole “extra ordinem” lo confermano.

Fare i conti con il populismo

Articolo già pubblicato sulle pagine di https://www.landino.it a firma di  Giorgio Armillei

Un contributo importante nella discussione sul populismo. Il seminario di PER – Libertà eguale di qualche giorno fa si è sforzato di allargare lo sguardo, oltre le tante semplificazioni che infarciscono tanto le analisi come le ricette. Tra gli spunti ne vorrei riprendere due, distinguendo proprio tra analisi e ricette: ovviamente ricette per contenere l’espansione populista.

Un primo dato. L’elettorato che si caratterizza per le sue credenze populiste è molto meno esteso del consenso elettorale dei partiti nazionalpopulisti. Il primo non va oltre il 38% su base nazionale. Il secondo resta intorno al 60% da oltre due anni, dal referendum del 4 dicembre 2018. In sostanza quasi ¼ dell’elettorato fluttua, non è schierato in modo relativamente stabile tra le truppe populiste. Fluttua, spesso esce ed entra nell’area dell’astensionismo intermittente. Reagisce a quanto trova sul mercato e si comporta di conseguenza.

Siamo di fronte alla conferma di un’intuizione troppo spesso solo sussurrata: manca un’offerta politica liberale e riformista in grado di catturare l’elettorato che fluttua. Lacuna ancora più pesante se consideriamo come la debolezza del sistema istituzionale di governo (parlamentarismo proporzionalizzato) sia un potente fattore moltiplicatore dell’ondata populista e non certo un’armatura per il suo contenimento. Con buona pace di tutti coloro che lavorarono a una riforma proporzionalistica della legge elettorale, complice una discutibile giurisprudenza della Corte costituzionale, con l’obiettivo di scongiurare la vittoria populista dell’uomo solo al comando.

Non serve dunque inseguire i nazionalpopulisti sul loro terreno, assumendo il loro frame anche se riempendolo di contenuti diversi. Il frame fa i contenuti e l’elettore populista tra l’originale e l’imitazione non ha difficoltà a premiare il primo e punire il secondo. Serve invece confezionare una proposta liberale alternativa che convinca quel 22% andando oltre l’asse destra sinistra, ormai non più dominante nel disegnare le fratture del voto.

Un secondo dato. L’ondata populista è una questione soprattutto identitaria, è un’amplificata “difesa emotiva del proprio stile di vita”, è una narrazione che vince. Come due studiosi – Inglehart e Norris – avevano scritto già nel 2016 del fenomeno Trump, nella scala dei fattori causali le determinanti economiche della questione populista vengono dopo quelle culturali e identitarie. E se si tratta di questione identitaria la ricetta non può essere che identitaria.

Una strategia identitaria per ridimensionare l’ondata populista si costruisce almeno intorno a tre operazioni di rilegittimazione: non si vive senza radici; nessuna emozione è inferiore; conservare stili di vita tradizionali è lecito. Partendo da qui si può provare a costruire un’offerta politica in grado di intercettare diversamente quel 22% che non ha trasformato le credenze in atteggiamenti stabili ma che reagisce di volta in volta alle proposte che il mercato politico gli presenta.

Siamo sicuri che questa strategia di rilegittimazione sia efficace per spostare consensi elettorali dalla sponda nazionalpopulista a quella liberale? Non siamo viceversa di fronte a un caso di “trappola dell’elefante”, non quello di Milanovic ma quello di Lakoff? Rilegittimare i confini tracciati dai nazionalpopulisti fa dell’identità qualcosa di precostituito, di immobile, di dato per scontato. Fa dell’identità uno status e non una relazione. E quindi della chiusura un’inevitabile conseguenza politica: chiusura dei confini, chiusura dei mercati, chiusura degli scambi. Insomma, fa dell’identità un potente rilegittimatore dello stato sovrano, andando così in direzione opposta a ogni prospettiva liberale nel XXI secolo.

Un’altra narrazione è possibile e non è una narrazione che assume quel modo di concepire l’identità. Non è una narrazione che si fa plasmare da quell’identità ma è una narrazione che racconta un’identità più aperta, più disponibile a scovare somiglianze accanto alle differenze, immune dal multiculturalismo naif. Una narrazione della speranza, non dell’ottimismo. Una narrazione del coraggio e non della paura.

Il futuro: tra promesse e illusioni

Articolo già pubblicato sulle pagine di https://azionecattolica.it

Viviamo tra promesse e illusioni, orfani di un passato che sembrava preludere a sviluppi diversi. Il punto sulla caduta delle certezze che avevano risollevato le sorti dell’Occidente nella seconda metà del Novecento, e che pensavamo avrebbero fatto da bussola per tanto tempo ancora: è quanto propone il Dossier di «Dialoghi» n.1- 2019 (Il futuro: tra promesse e illusioni), curato da Andrea Dessardo e Paolo Trionfini, fresco di stampa. Dopo aver riflettuto intorno alla tentazione prometeica del “Farsi Dio” (con il n. 4-2018), sui tentativi di superare la fragilità intrinseca dell’umano, il nuovo numero della rivista culturale dell’Azione cattolica indaga sulle cause che hanno spinto alla costruzione della moderna torre di Babele, eretta da un’umanità chiamata a fare amaramente i conti con la terribile perdita – non solo come somma della cancellazione individuale – della memoria.

Il Dossier ospita i contributi di Giovanni Grandi (Il «sovranismo psichico» dell’Italia incattivita), Pierpaolo Triani (Il “senso del noi”. Le promesse tra le generazioni), Giorgio Campanini (La nostalgia dell’“uomo forte”), Giuliano Amato(Realtà europea e limiti dell’antieuropeismo), Luigino Bruni e Alessandra Smerilli (Tra crescita e decrescita, ricchezza e povertà), Luciano Caimi (La promessa (o l’illusione) di una scuola democratica).

Oltre al Dossier, scorrendo l’indice del trimestrale dell’Ac propone l’Editoriale di Pina de Simone Ricordo dunque sono: la necessità di ricordare è tutt’uno con la capacità di essere e di sperare. Senza memoria, ogni proiezione in avanti acquista l’amaro retrogusto di un’illusione destinata a naufragare.

Seguono i contributi di Primo pianoEnzo Romeo Mai più. Tolleranza zero per chi viola gli innocenti: un report su l’Incontro “La protezione dei minori nella Chiesa” fortemente voluto da Papa Francesco. Le testimonianze delle vittime hanno toccato nel profondo i responsabili delle Conferenze episcopali. Tutti d’accordo sulla necessità di superare per sempre la “cultura del silenzio” che ha favorito gli abusi. Gianfranco Cattai Il volontariato è un’opzione politica: l’importanza del volontariato è messa in discussione da una semina di dubbi e tentativi di controllo dell’autonomia. Una risposta è che volontari, ong e soggetti del Terzo settore facciano tra loro squadra ancor più coesa e attiva.

Per la rubrica Eventi e idee, spazio all’Europa di oggi e di domani. Per Francesco Cherubini L’Unione europea: nodi e prospettive: il superamento della “crisi” strutturale dell’Ue passa attraverso una revisione dei Trattati, verso il rafforzamento dell’Europarlamento e nella prospettiva di un governo europeo svincolato dagli Stati membri. Per Vincenzo Antonelli La nostra Europa. Un destino comune da rigenerare: senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia: è la radice della lettera-appello di alcune tra le più importanti realtà del mondo cattolico italiano a sostegno dell’Unione europea.

Nutrita come sempre la sezione Il libro & i libri. Articoli di: Gian Candido De Martin su La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica di Giovanni Orsina; Lorenzo Zardi su Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi di Francesco Occhetta; Monica Del Vecchio su Il corpo degli altri di Monica Massari; Silvia Pierosara su Aiutarli a casa nostra. Per un’Europa della compassione di Vincenzo Sorrentino

Chiude il numero la rubrica Profili con il contributo di Paola CavalieriRobert Schuman e l’anima dell’Europa. Il pensiero del grande politico francese, autore della Dichiarazione che porta il suo stesso nome, ancora oggi illumina il futuro dell’Europa. Una comunità soprattutto di cittadini, un’Unione fondata sulla diversità delle sue culture e forte per la diffusione nel mondo dei suoi valori

Gli appuntamenti della Settimana Santa

Le celebrazioni della Settimana Santa inizieranno, in Vaticano, oggi. La liturgia della Commemorazione dell’ingresso del Signore a Gerusalemme è prevista per le 10.00 del in Piazza San Pietro. Papa Francesco benedirà gli ulivi e le Palme che vengono dalla Puglia e saranno distribuiti alle migliaia di fedeli presenti in piazza San Pietro. Dopo la tradizionale processione commemorativa celebrerà la Santa Messa, nella quale è prevista la lettura della Passione del Signore. Con lui concelebreranno cardinali, Arcivescovi e vescovi. Lo stesso giorno ricorre la XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù del tema “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.

La Messa Crismale, invece, verrà celebrata nella Basilica Vaticana. Il Giovedì Santo, che quest’anno è il 18 Aprile. L’appuntamento per i concelebranti cardinali, vescovi e arcivescovi è nella Cappella di San Sebastiano. I presbiteri si ritroveranno invece nel Braccio di Costantino. Durante questa liturgia, in tutte le cattedrali del mondo, avviene il rinnovo delle promesse sacerdotali. Vengono benedetti l’olio degli infermi e l’olio dei catecumeni e viene consacrato l’olio del Crisma. Questi, a Roma, potranno essere ritirati nella Sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano.

Il pomeriggio del 18 Aprile avrà inizio il Triduo Pasquale. Papa Francesco, alle 16.30, si recherà nella Casa Circondariale di Velletri dove lo attenderanno gli ospiti dell’istituto assieme al personale e agli agenti di polizia penitenziaria. Ormai è consuetudine, per Bergoglio, celebrare la messa “in Coena Domini” in un istituto di pena. L’ultima volta, lo scorso anno, lo ha fatto a Regina Coeli.

Il Venerdì Santo, alle 21.15, Papa Francesco presiederà al Colosseo la Via Crucis. Le meditazioni, quest’anno, sono state affidate a suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, attiva nel combattere il fenomeno della tratta degli esseri umani. Al termine del rito, il Santo Padre impartirà la Benedizione Apostolica a tutti i convenuti.

La Veglia Pasquale, in Vaticano, inizierà alle 20.30 di sabato 20 Aprile. Come previsto dalla liturgia, Papa Francesco benedirà il fuoco nuovo all’inizio delle celebrazione, nell’atrio della Basilica di San Pietro. Poi, l’annuncio solenne della Pasqua con il canto dell’Exsultet. Seguirà la Liturgia della Parola con l’ascolto delle “meraviglie” che Dio ha compiuto per il suo popolo fino alla Pasqua di Cristo che tutto adempie. Poi, la liturgia del Battesimo e la liturgia Eucaristica.

Nel giorno di Pasqua, il 21 Aprile, Papa Francesco celebrerà la Messa in Piazza San Pietro alle ore 10.00. Al termine, poi, impartirà la Benedizione “Urbi et Orbi” dalla loggia centrale della Basilica Vaticana.

 

Gens Europae e Igino Giordani

Oggi, domenica delle Palme, ricorrerà la “Giornata per la dignità della Cultura Europea” promossa da Gens Europae, che propone di approfondire le ragioni della necessità di una forte integrazione europea.
Vengono suggerite quattro letture:
– Papa Francesco, Enciclica Laudato Si’
– Enrico Giovannini, L’utopia sostenibile (Ed. Laterza)
– Francis Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e nuovi populismi (Ed. UTET)
– Mauro Ceruti, Il tempo della complessità (Ed. Cortina o filmato su You Tube)

Invece, mercoledì 17 aprile a Torino (ore 18, Educatorio della Provvidenza di corso Trento 13) verrà presentata la riedizione del libro di Igino Giordani “Rivolta cattolica”, edito nel 1925 da Piero Gobetti. La presentazione del volume, curata dal professor Bartolo Gariglio per iniziativa del Movimento Umanità Nuova e dell’Associazione Obiettivo Fraternità, e edita dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma, sarà un’occasione per ricordare Giordani, dirigente popolare grande amico di don Sturzo.

Roma: a novembre via dall’anello ferroviario le euro 3

Secondo le ultime stime di Aci, sono 229.602 le vetture Euro 3 nella Capitale.

A Roma circolano quasi due milioni di auto, per la precisione 1.764.533 veicoli. Nei garage dei romani ci sono soltanto 271.134 veicoli appartenenti a una delle ultime generazioni di auto meno inquinanti, ossia alla categoria Euro 6, mentre le più numerose sono Euro 4 (539.641), 345.765 veicoli sono Euro 5.

Proprio per questo è stato scelto di proibire di circolare all’interno dell’anello ferroviario, dal primo novembre, ai veicoli più inquinanti. Si inizierà eliminando le auto diesel Euro 3 per arrivare dal 2024 all’eliminazione totale delle auto a gasolio.

San Camillo-Forlanini: Eseguito prelievo multiorgano

I familiari di un uomo di 45 anni deceduto a causa di grave incidente hanno dato autorizzazione alla donazione degli organi e il loro gesto ha permesso ad almeno 4 persone ad avere una speranza di una vita migliore.

Il prelievo è stato eseguito dai chirurgi del San Camillo che hanno lavorato in stretta collaborazione con gli anestesisti, i rianimatori ed il gruppo del Procurament degli organi, diretto dall’anestesista Teresa Gentile, del quale fanno parte anche gli psicologi aziendali e operatori sanitari dedicati.

No, l’Italia non è più la seconda manifattura d’Europa

Articolo apparso sulle pagine dell’agenzia AGI

“L’Italia è la seconda manifattura d’Europa”. Spesso gli esponenti del mondo della politica, e non solo, hanno ripetuto questa frase negli ultimi anni. La forza industriale dell’Italia insomma è seconda solo a quella della Germania.

A volte, a questa statistica sono state collegate rivendicazioni politiche. Il vicepremier Luigi Di Maio, polemizzando con il commissario francese Pierre Moscovici, aveva affermato ad esempio a novembre scorso: “Noi siamo la seconda forza manifatturiera d’Europa. Quando il suo Paese [la Francia, n.d.r.] arriverà al nostro livello ci può fare uno squillo”.

Come segnalato per la prima volta su Twitter l’11 aprile dall’account Italia dati alla mano, in base agli ultimi dati disponibili sembra che Moscovici sia ora nella posizione di poter alzare il telefono e chiamare Di Maio. L’Italia non risulta infatti più la seconda manifattura d’Europa ma la terza, dietro proprio alla Francia.

Ma quali sono le distanze e quando è avvenuto questo sorpasso? Andiamo a vedere i dati.

I dati Eurostat
Secondo Eurostat, il servizio statistico della Commissione europea, il sorpasso della Francia sull’Italia è avvenuto nel 2017 – in base a dati che sono ancora provvisori, e che sono stati aggiornati per l’ultima volta il 21 marzo 2019 – e per ora ha dimensioni piuttosto contenute.

Nel 2017, infatti, il valore della produzione manifatturiera francese è stato pari a 889,4 miliardi di euro circa. Quello della produzione manifatturiera italiana si è invece fermato a 883,7 miliardi di euro circa (comunque il dato migliore dal 2011 in poi). La differenza a vantaggio della Francia è dunque di poco più di 5 miliardi di euro (meno dello 0,6% del totale).

Trovandoci di fronte a un risultato finora non emerso nel dibattito pubblico o sulla stampa, abbiamo contattato Eurostat per approfondire la questione. Una portavoce del servizio statistico comunitario ci ha confermato che, in base ai dati diffusi nel 2019, la Francia ha sorpassato l’Italia quanto a valore della produzione manifatturiera nel 2017.

Negli anni precedenti, l’Italia era stata sempre davanti. Tra il 2010 e il 2013 il divario è stato stabilmente superiore ai 100 miliardi di euro, salvo poi assottigliarsi nel 2014 a a poco più di 65 miliardi, risalire nel 2015 a 83 miliardi e poi ridiscendere nel 2016 a meno di 35 miliardi. Alla fine nel 2017, stando a dati che ribadiamo comunque sono ancora provvisori, il sorpasso c’è stato.

Un altro indicatore
Il sorpasso, come abbiamo visto, c’è se guardiamo al valore della produzione manifatturiera. Questo è probabilmente l’indicatore più oggettivo.

Ma possiamo prendere in considerazione anche un altro indicatore, quello del valore aggiunto dei fattori produttivi (capitale e lavoro). In questo modo si può misurare la capacità di un sistema Paese di creare ricchezza lavorando le materie prime.

In base ai dati Eurostat – aggiornati però al 2016, quando ancora non era avvenuto il sorpasso – l’Italia (225 miliardi di euro) risulta seconda, dietro alla Germania (570 miliardi di euro) ma davanti alla Francia (214 miliardi di euro) nella classifica Ue.

Per quanto riguarda il 2017 possiamo verificare che l’Italia mantiene comunque il secondo posto, sempre in riferimento al valore aggiunto della manifattura, guardando ai dati sulla quota percentuale dei vari Paesi rispetto al totale Ue. L’Italia con l’11,4% è dietro la Germania (30,6%) e davanti alla Francia (10,3%).

Il peso del manifatturiero sul Pil
Prendere in considerazione il valore aggiunto, più che il valore della produzione, ci consente poi di guardare ai dati della Banca mondiale sul “peso” che hanno sul Pil i principali settori dell’economia e sul loro andamento negli ultimi anni.

Il settore manifatturiero è andato perdendo terreno negli ultimi quindici anni (1992-2017). In Italia, è passato dal pesare per il 18,5% del Pil al 14,7% del Pil. Un processo simile si è registrato anche nelle altre due principali economie dell’Ue: la Germania è passata dal 23,5% al 20,6% e la Francia dal 15,6% al 10,2%.

Nello stesso periodo è aumentato in compenso il peso dei servizi (il cui valore aggiunto già nel 1992 avevano un impatto sul Pil nettamente superiore rispetto alla manifattura, sia in Italia, sia in Francia, sia in Germania).

In Italia il loro peso sul Pil è passato dal 60,9% al 66,3%, in Germania dal 57,3% al 61,9%, in Francia dal 63,6% al 70,2%.

Conclusione
L’Italia non risulta più essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Nel 2017, se guardiamo ai dati provvisori sul valore della produzione manifatturiera, è avvenuto il sorpasso della Francia.

Il settore della manifattura, prendendo in considerazione il valore aggiunto in percentuale al Pil, pesa comunque molto meno dei servizi in tutti i maggiori Paesi europei. In questi, negli ultimi 15 anni, si è assistito a dinamiche molto simili, per cui la manifattura è andata sempre più contraendosi mentre i servizi sono andati in crescendo.

Per un nuovo patto tra generazioni

Riceviamo, per mail,  e volentieri pubblichiamo l’abstract dell’editoriale di Aggiornamenti Sociali 

«Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece state rubando loro il futuro»: la frase è della ormai celeberrima Greta Thunberg. La manifestazione di protesta, ispirata dalla sedicenne svedese e svoltasi in molti Paesi il 15 marzo con la partecipazione di centinaia di migliaia di giovani, si è focalizzata sul problema dei cambiamenti climatici e sullo scarso impegno della classe politica per farvi fronte. Indirettamente, però, ci dice molto sul modo in cui il rapporto fra le generazioni si declina in questa fase storica. È questo il tema dell’editoriale di aprile di Aggiornamenti Sociali.

«Registriamo – scrive l’équipe di gesuiti e laici che compongono la Redazione – una distanza che vede contrapposte le varie generazioni: l’appartenenza generazionale diventa il punto di vista a partire dal quale valutare la situazione, individuare possibili soluzioni e definire priorità di azione, e diventa così la base di una frattura sociale». A differenza di quanto avvenuto durante il Sessantotto e negli anni della contestazione, «vi è il rischio di una sorta di indifferenza o disinteresse tra le generazioni, che si ripiegano su se stesse senza affrontare la fatica di un confronto vero».

Tensioni generazionali si registrano in vari campi, non solo in quello dell’ambiente, e toccano tutte le dimensioni della sostenibilità. È il caso del sistema formazione-lavoro-previdenza, almeno nei Paesi del Nord del mondo. «Se si considera l’attuale assetto – afferma a questo proposito l’editoriale – emerge con una certa immediatezza la contrapposizione tra gli interessi, gli obiettivi e le prospettive di quanti si stanno oggi affacciando al mercato del lavoro, di coloro che vi sono già inseriti e, infine, di chi ha concluso la propria parabola professionale e beneficia di un regime pensionistico». Un altro esempio, che tocca molto da vicino il nostro Paese, è quello del debito pubblico: «Bisogna essere consapevoli che ricorrere al debito pubblico significa prendere a prestito dal futuro collettivo. (…) L’uso che si fa delle risorse prese a prestito non può essere escluso dalle valutazioni di giustizia intergenerazionale».

Emerge dunque con chiarezza, sottolinea Aggiornamenti Sociali, che «i rapporti tra le generazioni sono innanzi tutto una questione etica», il che «non significa ridurla a un lusso per filosofi o a una preoccupazione, magari un po’ salottiera, per inguaribili buonisti. L’etica riguarda il riconoscimento che la vita di ciascuno non è possibile al di fuori di una trama di relazioni e che questo, per chi è autenticamente adulto, diventa la base per esercitare la propria responsabilità à, all’interno di un quadro segnato da fattori molto concreti. Tra questi, fondamentale per il nostro Paese è senz’altro la questione demografica».

Questi mutamenti richiedono di porre di nuovo mano al patto sociale fondativo del nostro Paese, tenendo conto delle novità. Ma chi è chiamato a prendere le decisioni che portano a un nuovo equilibrio? «Ci sembra che un primo e necessario passo sia quello di adottare la formula di “patto fra le generazioni” per sottolineare soprattutto la volontà che il fondamento della vita sociale sia frutto di un dialogo fra le diverse generazioni». È un auspicio che, nella conclusione dell’editoriale, diventa proposta concreta: «A questo compito intendiamo apportare un contributo insieme al gruppo dei soggetti promotori del Forum di Etica civile, la cui terza edizione ha per tema proprio il confronto fra le diverse generazioni e che si svolgerà a Firenze il 16-17 novembre 2019. L’intento che ci anima è di lavorare insieme, giovani e adulti, per mostrare che un dialogo concreto e costruttivo tra generazioni è possibile e può costituire un fattore fondamentale per ridare slancio e forza all’Italia».

Leggi il testo completo dell’editoriale

Eterno Bergman

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.succedeoggi.it a firma di Mario di Calo 

Ha debuttato a Napoli nella stessa cornice del Teatro Mercadante, dopo la preview estiva del 3 e 4 luglio al Napoli Teatro Festival – all’interno del focus su Ingmar Bergman nella Sezione Internazionale – Scene da un Matrimonio dell’autore svedese con la regia del Maestro russo Andrej Konchalovsky. È la seconda volta del regista al Teatro Stabile di Napoli (l’ente che produce lo spettacolo): dopo una Bisbetica domata del 2013, ora si cimenta con un adattamento teatrale del capolavoro, quasi icona, successo internazionale dapprima televisivo e poi cinematografico. Parliamo difatti del declino e infine ascesa di quel sacro vincolo che va sotto il nome di negozio giuridico, ovvero l’unione matrimoniale fra due persone, interpretati in origine da Liv Ulman e Erland Josephson e qui riconsegnati da Federico Vanni e Julia Vysotskaya.

Questi «analfabeti dei sentimenti», come giustamente si autodefiniscono, provano a sopravvivere alla routine del loro ménage coniugale, con laceranti, sofferte stazioni vitali che raccontano, fotografandoli a dieci anni di distanza dalla loro unione, in una situazione di stasi catatonica, che molte coppie vivono dopo la passione dei primi momenti, delle prime gioie, dei primi sussulti; dei primi progetti che naufragano clamorosamente. Un figlio in arrivo potrebbe risollevare le sorti della coppia ma dopo un tragico quanto goffo gioco di rimbalzo di responsabilità e sensi di colpa verrà rispedito al mittente: il risultato solo di un falso proposito. Michele stanco – forse – di quel rapporto stantio conosce una giovane donna e scappa con lei. Da lì in poi, la separazione e gli incontri clandestini, poiché entrambi risposati, sono solo l’inevitabile trascinarsi di un amore difficile da sradicare.

Il regista russo trasporta tutta l’azione in Italia, in una Roma pariolina impersonale, neutra, negli Anni Settanta: la scena sbilenca è di Marta Crisolini Malatesta, una scatola iperrealista senza prese d’aria, solo una finestra da cui faticosamente entra un soffio d’aria (nella seconda parte dello spettacolo anche quella verrà occlusa). L’azione sembra quasi sconfinare dai perimetri della scatola teatrale come a infrangere quello schermo cinematografico proponendo in prima linea i due personaggi pressoché in braccio al pubblico, per cullarli nella loro inesperienza. I pochi a parte di ammicco sono ridotti all’osso, quasi di servizio, l’azione si concentra sul verismo che i due interpreti portano in scena e fra una sosta e l’altra, quello schermo velato riappare come lo spaccato di un’epoca ancora fresca e palpitante con delle proiezioni sulle pareti della scenografia, e il femminismo rivendicato da Malinka trova una sua corrispondenza nella cronaca della prima romana di Casa di bambola con la regia di Giorgio Strelher.

L’articolo completo si può leggere qui 

 

Roma tra degrado e orgoglio

Articolo già apparso sulle pagine di https://www.cittanuova.it

Per giorni la grande stazione ferroviaria di Roma Termini è stata sovrastata da enormi cartelloni con le immagini tristi dei personaggi della serie Suburra trasmessa da Netflix. La società televisiva, con sede in California, produce programmi ben fatti che colonizzano l’immaginario dei suoi numerosi utenti con le gesta sanguinarie di bande criminali senza freni. Emergono, in particolare, i legami di violentissime mafie straccione con poteri, più o meno occulti, e i rozzi rituali delle famiglie rom che parlano uno slang abruzzese.

Le storie alternative e positive catturano poco spazio nel mondo della finzione e della stessa informazione, che non può non occuparsi del movimentismo dei “fascisti del terzo millennio”, molto efficaci ad inserirsi dentro le grandi contraddizioni di un vasto territorio in crisi.

Tuttavia, se si vuole cercare di capire qualcosa oggi della città capitale d’Italia non bisogna andare nel sempre affascinante centro storico, popolato dai turisti, ma raggiungere la via Tiburtina, dove alla stazione della metro di Rebibbia campeggia un grande murales del fumettista Zerocalcare, con una frase in evidenza che è una vera dichiarazione d’amore: «Fettuccia di paradiso stretta fra la Tiburtina e la Nomentana. Terra di mammuth, tute acetate, corpi reclusi e cuori grandi».

Il paesaggio della campagna romana doveva essere davvero incantevole ad inizio secolo scorso, prima del disordinato sviluppo urbanistico e industriale che ha lasciato i suoi scheletri abbandonati come l’enorme fabbrica della “Leo Penicillina”, che ha rappresentato uno degli emblemi della vecchia cintura operaia della città e, negli ultimi tempi, l’estremo allucinante ricovero dei senza dimora.

Secondo la nota “teoria delle finestre rotte” è facilmente intuitivo il potere disgregativo per la società di uno stabile degradato in un determinato territorio lasciato senza cura del bello e centri di aggregazione. Eppure ciò non ha impedito ad un gruppo di abitanti di formare un comitato denominatosi “Nuova Penicillina”. Per prima cosa ha recuperato la memoria di quel luogo andando alla ricerca delle fonti storiche e dei testimoni della vita di una fabbrica all’avanguardia che ha dato lavoro a migliaia di persone. Le persone del comitato non hanno mai criminalizzato gli abitanti forzati del gigantesco rudere. Conoscono troppo bene ciò che davvero preoccupa e cioè l’azione delle mafie che mirano a prendere il controllo di alcuni negozi, periodicamente sequestrati, e la presenza ossessiva dei centri dell’azzardo sulla Tiburtina grazie alla normativa che ha incentivato il settore.

È apparso, perciò, solo uno spettacolo ad uso e consumo dei media, nel dicembre 2018, lo sgombero dello stabile della ex fabbrica Penicillina da parte di un imponente contingente di forze dell’ordine con la presenza del ministro degli Interni Salvini. Gran parte di quelli che erano costretti ad usare questa forma di alloggio disumano avevano già abbandonato il relitto. Una coppia sbandata di italiani e alcuni isolati extracomunitari sono stati portai via dalla polizia. Lo stato dell’immobile è preoccupante per la probabile presenza di eternit, come documentano le foto riportate dal comitato che chiede di fermare ogni intervento di rimozione delle macerie, già in atto, senza aver fatto opera di bonifica preventiva.

Viene da chiedersi cosa muova dal profondo questi abitanti di un territorio anonimo fino a portarli a promuovere forme di protesta con striscioni sul ciglio di una strada dal traffico veloce e impaziente. Non ci sono i potenti media presenti allo sgombero, così come gran parte degli altri residenti che forse ignorano del tutto la questione, anche se il pericolo della diffusione della polvere di amianto non è affatto una cosa da poco.

Ma ciò che davvero fa pensare è la pretesa del comitato di determinare il destino di quell’area messa all’asta dal tribunale di Roma per trovare aggiudicatari interessati a finalità imprenditoriali e commerciali. Come afferma la perizia tecnica, il grande complesso immobiliare è appetibile per la notevole cubatura consentita e per la collocazione logistica vicino al grande raccordo anulare.

I cittadini radunati nel comitato per la “Nuova Penicillina” chiedono un forte intervento pubblico per riconvertire e riqualificare l’intera area della ex fabbrica farmaceutica, per costruire almeno mille case popolari oltre a diversi spazi culturali e ricreativi, compreso un piccolo museo sulla memoria industriale di quel luogo. Una richiesta di riqualificazione e sviluppo del territorio sostenuta dal contributo di giuristi come Paolo Maddalena, già giudice della Corte costituzionale, e da un gruppo di urbanisti dell’Università La Sapienza. Come a dire che non si tratta di una proposta eccentrica, ma in linea con l’idea di poter intervenire in aree urbane abbandonate dove, come afferma il comitato, «si riversa unicamente la mano speculativa di costruttori e proprietari di slot/casinò e centri commerciali».

Si percepisce quindi, nonostante tutto e superando certe semplificazioni mediatiche, il senso di cura e appartenenza ad un luogo. Lo stesso che abbiamo visto in opera, nei giorni scorsi, con il video del giovane Simone che, non lontano dalla Tiburtina, ha rivendicato di non cedere alla mentalità dell’esclusione ma di essere aperto al mondo proprio perché rappresentante con orgoglio di un luogo ben definito come il suo quartiere di Torre Maura. Di queste storie della Roma autentica e sorprendente continueremo a parlare.

Carlo Cattaneo e lo spirito d’impresa

Articolo già apparso sulle pagine di Servire L’Italia a firma di Marco Vitale

Che questa Università sia intitolata a Carlo Cattaneo non è frutto del caso ma di una precisa raccomandazione del Comitato scientifico formato oltre che dal sottoscritto, che lo coordinò, da studiosi del calibro di Giorgio Fuà, Hyman Minsky, Camillo Bussolati, Gerardo Broggini, Sergio Noja e che si giovò della collaborazione esterna di Paolo Sylos Labini, Carlo Lacaita e del grande matematico del MIT di Boston e Accademico dei Lincei Gian-Carlo Rota. Insieme al poderoso progetto scientifico e didattico, infatti, il Comitato formulò la raccomandazione di intitolare l’Università a Carlo Cattaneo. Questa raccomandazione non si basava su aspetti comunicazionali, ma voleva esprimere, con coerenza, il contenuto del progetto che, a sua volta, interpretava la volontà dei promotori. Questi volevano fondare una Università, proveniente dal mondo imprenditoriale, che formasse i giovani a conoscere l’impresa, principale protagonista dello sviluppo economico, a capirne lo spirito ed i valori, a rispettarne le sue varie forme e dimensioni e a far crescere in sé non solo le tecniche manageriali ma la spinta all’imprenditorialità e all’innovazione. E, dunque, era obbligato il riferimento a Carlo Cattaneo, unico economista italiano (accanto ai contemporanei Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini) che ha capito e inserito nella riflessione economica il ruolo e lo spirito d’impresa e dei suoi principali fattori: intelligenza e volontà, che producono innovazione. Cattaneo è il nostro Schumpeter e si sarebbe certamente trovato perfettamente a suo agio nella definizione di impresa di Schumpeter: chiamiamo impresa il luogo dove si producono innovazioni e chiamiamo imprenditori coloro che le producono.

Molteplici sono i campi nei quali Cattaneo dispiegò il suo poliedrico ingegno e la sua generosa passione, ma in questa sede è importante concentrarsi su Cattaneo economista dell’impresa e dello sviluppo. Più in particolare mi riferirò ai suoi due saggi economici più sistematici e profondi: Industria e Morale (1845) e Del pensiero come principio di economia pubblica (1861). Il secondo è stato il primo scritto di Carlo Cattaneo mai tradotto in inglese (nel 2001) e distribuito nel mondo accademico americano (Lexington Books, 2003). È interessante, perché ci porta diritti al cuore del nostro tema, ricordare come si arrivò a questa traduzione ed alla prima edizione americana. Nel 1994, dopo la bufera di Tangentopoli, Milano era parecchio in ginocchio e spiritualmente depressa. Per tentare di risollevare un po’ gli spiriti vitali, come assessore all’economia del Comune, promossi una manifestazione importante: 10 Nobel per Milano. Invitammo a Milano simultaneamente 10 premi Nobel significativi di varie discipline per una serie di incontri in varie sedi con la cittadinanza. Fu una manifestazione molto ben organizzata, apprezzata dai milanesi e con effetti assai positivi sullo spirito della città. La

manifestazione fu poi replicata per altri due o tre anni consecutivi. Nella prima edizione era presente, tra i dieci Nobel, Gary S. Becker, importante e simpatico economista americano dello sviluppo, lo studioso che più di tutti aveva contribuito a rovesciare il paradigma sino ad allora dominante: il motore dello sviluppo non era il capitale (come sosteneva la teoria dominante) ma la conoscenza (knowledge). Nel corso di un dibattito pubblico io mi rivolsi a Becker con queste parole: “professore io la seguo da tempo, la stimo e condivido le sue idee; ma ci tengo che Lei sappia che, in questa città, 150 anni fa, operò un economista, che si chiamava Carlo Cattaneo, che sosteneva cose molto simili a quelle che sostiene lei, senza ricevere il premio Nobel”. Becker simpaticamente mi rispose: “well, send me a translation”. Fu così che mi misi a cercare una traduzione, e scoprii con raccapriccio che mai uno scritto di Carlo Cattaneo era stato tradotto in inglese. Allora, insieme a Carlo Lacaita, facemmo fare (al giurista e amico Avv. Ruggero Palma di Castiglione) una traduzione inglese (che riceverà, qualche anno dopo, l’apprezzamento dagli esperti di Lexington Books) e realizzammo una bella edizione bilingue con l’editore italiano Scheiwiller, nel 2001, in occasione del centenario della nascita di Carlo Cattaneo. Due anni dopo (2003), l’editore accademico americano Lexington Books, avendo visto l’edizione italiana, su segnalazione di Michael Novak, filosofo, teologo, economista americano di livello internazionale, ci propose e realizzò una altrettanto bella edizione bilingue che fu diffusa nel mondo accademico americano. Vale la pena leggere insieme l’incipit della bella prefazione con la quale Novak ha arricchito l’edizione americana:

“Max Weber’s classic paean to the Protestant ethic does not do full justice to the originality of Italian capitalism. And it is not only Weber who has failed to give Italy the accolades it deserves as the birth place of modern institutions: I mean, for example, the capitalist vitality of the cities of Northern Italy well before the advent of Calvinism; the first modern democratic constitutions (those of the Benedictines and the Dominicans); the defense of the rights of civil society, as first set forth by Albertanus of Brescia and St. Tommaso d’Aquino, etc..

In this same vein, the graceful and powerful essays on political economy by Carlo Cattaneo (1801- 1869) might long ago have taken their place as classics alongside the work of Adam Smith, David Hume, and John Stuart Mill, except for the accident of not having been (until now) translated into English.

Thanks to Marco Vitale, one of Cattaneo’s most significant essays appears here in English for the first time: “On Intelligence as a Principle of Public Economy” (1861). In lively, penetrating prose, rich in historical detail, and with a magnificent sweep across continents and cultures, Cattaneo self- consciously goes beyond Adam Smith to identify mind – that is, intelligence, and also will – as the main cause of the wealth of nations.”

Ricevetti numerosi apprezzamenti dal mondo accademico americano per questa realizzazione.

La verità è che Carlo Cattaneo era già più avanti anche di Becker e della scuola contemporanea della economia della conoscenza (knowledge economy). Infatti, il motore dello sviluppo non era, per lui, né il capitale, né il lavoro ma neppure la conoscenza. La conoscenza viene dopo come frutto dell’intelligenza e della volontà:

“Gli atti d’intelligenza che apersero ai popoli le fonti di ricchezza più vaste e universali, hanno dovuto necessariamente antecedere ad ogni produzione diretta, ad ogni ammasso scientifico. Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera e imprime ad essa per la prima volta il carattere di ricchezza, il valore che hanno le cose non si rivela da sé, è il senno dell’uomo che le discopre… Ecco, nell’infanzia delle genti atteggiarsi le quattro forze produttive: intelligenza, natura, lavoro e capitale, in una serie che sempre e ad ogni volta viene aperta dall’intelligenza… Interamente nelle regioni del pensiero si preparano quindi i destini che danno e tolgono all’improvviso ai popoli e alle classi il possesso della terra e degli altri beni… Chiuso il circolo delle idee resta chiuso il circolo delle ricchezze… L’uomo interiore possiede due forze: l’intelligenza e la volontà. La volontà è principio di ricchezza quanto l’intelligenza”.

Questa serrata progressione di pensiero testimonia la straordinaria modernità di Cattaneo come pensatore economico. Egli sostiene le sue conclusioni con una ricca serie di esempi storici e geografici che testimoniano le forti radici e la straordinaria modernità del suo pensiero. E noi potremmo arricchire i suoi esempi con molti altri tratti dal nostro tempo. Pensiamo al Venezuela che riceve dalla natura il dono di una grande ricchezza petrolifera che sperpera nel modo che abbiamo sotto gli occhi, infliggendo al suo popolo miserie e sofferenze inaudite. Pensiamo all’Italia che all’inizio degli anni ‘60 grazie all’Olivetti, ad alcuni centri della marina militare, all’Università di Pisa e al Politecnico di Milano, è all’avanguardia nell’elettronica, con Ippolito è all’avanguardia nel nucleare, con Mattei sta conquistando una relativa autonomia nella politica energetica dall’oppressivo monopolio delle sette sorelle petrolifere e nel giro di pochi anni perde tutto e viene implacabilmente relegata in Cat. B, dalla quale, pur tra alti e bassi, non si è più realmente ripresa: chiuso il circolo delle idee resta chiuso il circolo delle ricchezze.

Ma forse l’esempio più convincente della correttezza del pensiero di Cattaneo resta quella della Scozia del ‘700. Arthur Herman, l’autore di “How the Scots invented the Modern World (New York, Three Rivers Press 2011) scrive: “Nel Settecento la Scozia era la più povera nazione indipendente d’Europa. Eppure questo paese culturalmente arretrato riuscì a diventare la ruota motrice del progresso europeo”. Nessuno all’inizio del settecento poteva minimamente prevedere che la Scozia del ‘700 avrebbe dato i natali ad Adam Smith (fondatore della teoria economica moderna), a Adam Ferguson (fondatore della sociologia) e James Hutton (fondatore della geologia), a scrittori vigorosi come Walter Scott, a filosofi come David Hume, a fisici come James Maxwell, a inventori come Graham Bell (insieme a Meucci, inventore del telefono) e James Watt (inventore della macchina a vapore) a Matthew Boulton (un imprenditore che con una serie di innovazioni rese più efficiente e diffondibile la macchina di Watt), a James Young (inventore del metodo di raffinazione del petrolio) e altri.

L’unica cosa certa per gli storici che hanno studialo lo straordinario fenomeno è che una grande influenza fu esercitata sulla Scozia da un importante sacerdote-politico che, sostenendo che tutti i cittadini dovevano poter leggere la Bibbia, riuscì ad imporre un intenso programma di alfabetizzazione che portò la Scozia a raggiungere a metà del ‘700 un livello di alfabetizzazione diffusa enormemente superiore a quella dell’Inghilterra.

Mi sono soffermato su questa straordinaria vicenda per sottolineare due fatti. Il primo è la difficoltà di fare previsioni a lungo termine in materia economico-sociale perché c’è sempre, fortunatamente, un cigno nero o bianco che sia che, nel male o nel bene, spariglia le carte e rende la vita delle persone e dei popoli imprevedibile. Non per niente Goethe per indicare il flusso della storia parla “dell’arcano laboratorio di Dio”. Il secondo è l’importanza dell’istruzione e dell’intelligenza come fattori primi dello sviluppo, importanza che non è certo una scoperta del nostro tempo. Tutta la scuola italiana del pensiero dello sviluppo e dell’economia civile (dall’illuminismo napoletano a quello lombardo) è pervasa da questo tema sino al vertice rappresentato, a mio giudizio, dal saggio di Carlo Cattaneo sul quale stiamo riflettendo, che è uno dei saggi più potenti mai scritti sulle rare radici dello sviluppo.

E ciò mi porta alla seconda riflessione che voglio fare. C’è chi pensa che lo sviluppo economico inizi solo con l’industrializzazione. E allora Firenze, Siena, Venezia, Genova, i grandi commerci, i grandi imprenditori come il pratese Francesco Datini che, fattosi dal nulla, lasciò ad un istituto di beneficenza un’eredità di 600.000 fiorini d’oro pari a Kg. 247 di oro fino a 18 carati e gli esemplari istituti di assistenza sociale come lo Spedale degli Innocenti di Firenze progettato dal Brunelleschi e finanziato sempre dal Datini, tutto questo e tanto altro da dove viene, cosa rappresenta? Naturalmente gli storici veri la pensano in modo diverso, come Braudel, che di Genova scrisse: “se mai esiste una città diabolicamente capitalista prima dell’età capitalista europea e mondiale è proprio Genova, opulenta e sordida nello stesso tempo” e ricorda che le galere genovesi istituirono un servizio regolare di linea tra Genova e Bruges nel 1295 e ci parla dei grandi scambi tra Genova e Istanbul, la New York del XVI secolo, con 700.000 abitanti (contro i 300.000 di Parigi, i 200.000 di Napoli, i 100.000 di Londra).

Dobbiamo rifondare molte cose. E nel fare ciò dobbiamo ritrovare, anche nella nostra storia, le radici vere dell’impresa del terzo millennio. Dobbiamo liberarci dai pestilenziali modelli del capitalismo finanziario e selvaggio di matrice anglosassone, culturalmente e moralmente devastanti, che abbiamo rifilato a molte generazioni per quasi cinquant’anni. E riprendere, invece, i modelli dell’impresa toscana, lombarda, genovese, veneziana, quando l’imprenditore italiano era ai vertici mondiali ed insieme creava modelli di città, di benessere serio, di convivenza civile. Andiamo a Siena a riflettere come i grandi lanaioli e mercanti senesi abbiano, al contempo, creato grande ricchezza ed una grande cattedrale, un grande palazzo del popolo, una grande banca, che proprio nei giorni nostri hanno tentato di distruggere, un grande ospedale, Santa Maria della Scala, organizzazione esemplare per tutta Europa. Siena è la testimonianza viva che non esiste conflitto tra buona economia imprenditoriale e umanesimo civile, in uno sforzo continuo per tenere insieme economia, finanza, buon governo, arti, spiritualità, istituzioni sociali. Andiamo a riflettere sugli affreschi di natura civile sul Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo del Popolo e sugli affreschi di assistenza sociale del grande ospedale (grande impresa) di Santa Maria della Scala. Il progetto “Welfare” non nasce nell’‘800 o nel ‘900 ma nasce lì, quando istituzioni produttive (imprese), opere di assistenza sociale, cultura, amministrazioni pubbliche, si saldano in un patto di buongoverno che dona frutti meravigliosi, dei quali ancora oggi beneficiamo. La responsabilità prima degli imprenditori e delle scuole d’impresa è, oggi, quella di collaborare all’uscita da una concezione economica fine a sé stessa, che si è cacciata in un vicolo cieco senza speranza, per ricostruire un nuovo modello di sviluppo economico, sociale culturale, riaprendo ed aggiornando tanti esempi, stimoli, insegnamenti dei quali la nostra storia è così ricca, ricollegandosi anche al Rinascimento, in un approccio colto ed eclettico del quale Cattaneo è uno dei grandi testimoni.

Dunque intelligenza e volontà, prima dei beni materiali, del capitale, del lavoro ma anche prima della conoscenza. Trovo una rappresentazione grafica della progressione cattaneana in un grafico del Ing. Perotto (allora capo della ricerca Olivetti e progettista del Modello 101, il primo computer da tavolo del mondo) che riferendosi alla società contemporanea evidenzia tre stadi di sviluppo: società dell’informazione, società della conoscenza, società dell’intelligenza. Il passaggio dalla società della conoscenza alla società dell’intelligenza è caratterizzato dall’uso che si fa della conoscenza. Intelligenza e volontà, dunque, come fattori principali di sviluppo. E cosa sono questi fattori se non l’essenza dell’impresa e dello spirito d’impresa, anche se Cattaneo non usa questa terminologia, ma parla di industria? Ma la usa questa terminologia un filosofo e teologo domenicano contemporaneo (che ho ragione di ritenere non conosca Cattaneo) che, in un saggio sulla Spiritualità d’Impresa, scrive:

“Le due facoltà dello spirito: intelligenza e volontà. Nella tradizione filosofica lo spirito ha due facoltà: l’intelligenza e la volontà… Intelligenza e volontà, per quanto siano facoltà ben distinte dello spirito umano, sono strettamente complementari. L’intelligenza conosce la singola cosa, la mette in relazione con le mie conoscenze precedenti e, soprattutto, con il mio mondo di idee. La volontà apprezza, valuta la cosa conosciuta come cattiva o come buona, se la apprezza come buona allora inizia a desiderarla e amarla. A questo punto, perché il desiderio e l’amore non siano vani e platonici, l’intelligenza comanda il raggiungimento di quel bene apprezzato, cioè la sua realizzazione. E infine, la volontà si mette all’opera”. (Padre Giorgio Carbone, Spiritualità nell’impresa. Piccola Biblioteca Inaz, 2011).

Ed è proprio qui, in questo incontro tra intelligenza e volontà, che pone le sue redini lo spirito d’impresa.

Queste coincidenze attraverso tempi e discipline diverse sono significative ma non certo sorprendenti. Anzi sono la conferma che il metodo cattaneano della interdisciplinità è l’unico metodo che permette di capire qualcosa di ciò che avviene nella società, proprio perché la vita e la società sono, per loro natura, interdisciplinari.

Chi ha meditato profondamente su “Del pensiero come principio d’economia pubblica” di Cattaneo, non può aver dubbi sul fatto che egli si ponga, ancora oggi, molto più avanti di tanti che rivendicano infondate primogeniture sulla scoperta del valore della conoscenza come fattore di sviluppo, e molto più avanti anche del famoso Punto Quattro di Truman (1949). Quando egli parla di “intelligenza e volontà” come fattori centrali dello sviluppo, non si riferisce, infatti, alla formazione ed all’istruzione (attività alle quali peraltro credeva fortemente tanto da dedicare alle stesse il meglio di sé); non si riferisce neanche agli “ammassi scientifici” del Gioia cioè alla conoscenza accumulata. Egli si riferisce a qualcosa che viene prima, a qualcosa che inizia il processo di emancipazione e di accumulo della conoscenza. All’intelligenza in sé, all’intelligenza non ancora istruita, unita alla volontà di trovare la propria strada, di essere artefici del proprio sviluppo, di operare sulle proprie risorse reali, ad un’attitudine morale e politica. Ecco perché la sua visione è strettamente legata al tema della libertà e soprattutto della libertà di intraprendere e della volontà collettiva e individuale di sviluppo, cioè di quello che oggi chiamiamo lo spirito d’impresa.

La riprova della fondatezza dell’analisi del Cattaneo e l’avanzamento e l’approfondimento delle sue idee sullo sviluppo, non li troviamo nei manuali di economia che, per la maggior parte, ripetono formule stanche di una dottrina morente, ma nella storia viva degli anni ‘80 e ‘90, quando, rottisi gli schemi collettivisti ed oppressivi, si liberano energie umane e la libertà d’impresa occupa sfere crescenti nel mondo, e l’intelligenza e la volontà di tanti uomini, sotto ogni latitudine e longitudine, avviano allo sviluppo zone immense del mondo, che negli anni ‘60 e ‘70 venivano da tutti gli esperti condannate ad un eterno sottosviluppo “per mancanza di capitale”. Le visioni di Cattaneo le troveremo nelle grandi inchieste di Guy Sorman (“La nouvelle richesse des nations”, Fayard 1987; “Le capital, suite et fins”, Fayard 1994), o in certi libri di storia e teoria d’impresa (come quelli di Drucker e di Gilder). E, con sorpresa di molti, le ritroveremo in alcune Encicliche della Dottrina Sociale della Chiesa. In parte già nella parte II della Mater et Magistra (“Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale”), ma soprattutto nella “Centesimus Annus”.

Parecchi grandi temi di Cattaneo si sviluppano come derivati della sua tesi di fondo, come: la visione dinamica dell’economia, il ruolo fondamentale della libertà e della concorrenza, l’unitarietà dell’economia, la globalizzazione dell’economia, i rapporti tra economia, industria e ambiente. Sono temi che tratto nella mia postfazione al testo di “Intelligence as a principle of public economy”, ai quali rimando per non appesantire troppo la presente relazione. Solo un altro punto centrale devo qui citare avviandomi alla conclusione: il rapporto tra Industria e Morale.

Il positivismo di Cattaneo e degli studiosi dei quali è erede e tutt’altro che cieco, tutt’altro che ingenuo, tutt’altro che vittima dell’illusione “sulle magnifiche sorti e progressive”. È un positivismo realista, di chi conosce a fondo gli alti e bassi delle vicende umane, di chi conosce la lentezza, la gradualità, la fatica dell’incivilimento, di chi ha sofferto disillusioni generali e personali, di chi sa che solo i processi di sviluppo che nascono dal basso, dalla maturazione collettiva, dalla valorizzazione dei propri talenti, dalla dura fatica intellettuale, materiale e morale, hanno possibilità di consolidamento, di chi, come Cattaneo, ha letto ed interiorizzato il Vico. Ma le difficoltà, le sconfitte, non uccidono la speranza, che non è mai ottuso ottimismo ma è impegno morale. Dai fatti ai pensieri e dai pensieri ai fatti. Per migliorarli, per contribuire, senza che le cadute e le contraddizioni spengano la speranza e l’impegno. Questa è la morale dell’industria e del lavoro, come Cattaneo la illustra in una sua altra splendida pagina, intitolata, appunto: “Industria e morale” (Relazione tenuta come relatore alla Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri, Milano, 1845, in “Scritti economici”, ed. Le Monnier, 1956, Volume III): “Dacché il destino dell’uomo fu quello di vivere coi sudori della fronte, ogni regione civile si distingue dalle selvagge in questo, ch’ella è un immenso deposito di fatiche… Quella terra (Nota: si riferiva al territorio fra Milano, Lodi, Pavia) adunque, per nove decimi, non è opera della natura; è opera delle nostre mani; è una patria artificiale… Sì, un popolo deve edificare i suoi campi, come le sue città… Quindi è necessità, necessità morale, che ogni generazione inalzi i suoi templi e i suoi archi e modelli le sue sculture, e apra nuove vie per alpi e per lagune, e inarchi nuovi ponti non solo ormai sui fiumi, ma sui laghi, ma sui mari e non solo sopra lo specchio delle acque, ma fin per disotto ai tetri loro gorghi”.

Dunque l’innovazione come elemento costitutivo dell’industria e dell’impresa, l’innovazione non come un accidente o una cosa eventuale ma come essenza e dovere dell’impresa. Dovere morale.

È qui che intelligenza e volontà, fattori costitutivi ed essenziali dello spirito d’impresa, si saldano con l’innovazione fattore essenziale dello sviluppo o, come dicevano meglio gli studiosi della scuola italiana, dell’incivilimento.

Possiamo dunque concludere con una riflessione sulle parole con le quali Cattaneo chiude il suo poderoso saggio:

“Raccogliendo, diremo che ogni nuovo trattato d’economia pubblica, dovrebbe formalmente classificare tra le fonti della ricchezza delle nazioni l’intelligenza e la volontà: l’intelligenza che scopre i beni, che inventa i metodi e gli strumenti, che guida le nazioni sulle vie della cultura e del progresso; la volontà che determina l’azione e affronta gli ostacoli”.

Se i legislatori non possono con un colpo di verga magica creare in ogni paese i beni che la natura ha troppo inegualmente sparsi sulla terra, se non possono moltiplicare a piacimento il numero delle braccia e la potenza del lavoro, se non possono sempre cattivarsi il favore degli arbitri del capitale, certamente possono farsi promotori e vindici della libera intelligenza e della libera volontà.

Aggiunga ogni scrittore a queste nostre una nuova pagina, s’inoltri d’un passo nell’analisi da noi tentata; e una meno imperfetta sintesi della pubblica economia potrà risponder meglio al voto delle nazioni”.

Il suo auspicio, la sua raccomandazione non è stata raccolta. Si sono volute percorrere altre vie, quelle del collettivismo e dello statalismo da un lato, quelle dell’economicismo astratto e del liberalismo e dell’individualismo selvaggio e della finanziarizzazione dell’economia dall’altro. Ma oggi il suo metodo, i suoi valori, la sua visione, che rappresentano un punto alto di un’intera tradizione di pensiero italiana, riaffiorano con grande vigore. La faticosa e dolorosa successione degli eventi del ventesimo secolo e dei nostri anni, la riprova dei fatti (alla quale egli ed i suoi predecessori giustamente assegnavano un ruolo decisivo), dimostrano che quei metodi, quei valori, quella visione erano profondamente corretti e sono profondamente attuali. Se la vittoria o la sconfitta di un pensatore e di un educatore non si misurano sul metro del successo mondano ma sulla capacità delle sue idee di durare e rafforzarsi con il trascorrere del tempo, è giunto il momento di parlare di Carlo Cattaneo vincitore.

Per questo ho dato alla mia relazione un sottotitolo che è un vero e proprio appello:

“RICOMINCIAMO DA CARLO CATTANEO”.

Basta Spot

Assistiamo preoccupati al fatto che l’attuale dirigenza politica ai vari livelli, abbia molte difficoltà a delineare un efficiente sistema di governo per le esigenze dell’attuale società. Le cause si possono facilmente individuare analizzando i modi prevalenti utilizzati dai leader attualmente al comando del vapore.

Per essere sinceri, il malanno non è affar di questi recenti tempi, perché proviene da lontano. Se prendiamo in esame le manovre del governo giallo-verde e le relazioniamo con le forme utilizzate dai leader per illustrarle, noteremmo già in tutto ciò qualcosa che proprio non funziona. O meglio, funziona ma per obiettivi piuttosto superficiali.

Sia Salvini che Di Maio lanciano messaggi in sintonia con i modi classici di proporre la pubblicità televisiva. Sono rapidi, semplici, immediati. Sembrano, per l’appunto, studiati per togliere l’ingombro della complessità. Complessità che, comunque sia, regge le sorti dell’intero impianto della cosa pubblica, della cultura e della società genere. Questo schema non è nemmeno sfasato rispetto alle proposte governative. In effetti, tanto il reddito di cittadinanza, quanto la flat tax, per non parlare della quota 100, sono tutte misure difficilmente incastonabili della struttura complessa della società. Sembrano, di fatto, dei fulmini a ciel sereno. Gettati uno dopo l’altro, senza tener conto minimamente delle ripercussioni che gli stessi hanno nel tessuto reale del Paese.

Lo schema, quindi, è molto preciso: semplificazione estrema sia nel linguaggio che nei fatti. Modello di riferimento è lo spot pubblicitario: quindici secondi dove lanciare il prodotto senza alcun ingombro e pesantezza del mondo reale.

Quindi, sia Salvini che Di Maio sono il frutto di un sistema di comunicazione, ma anche del fare e dell’operare, retto dall’astrattezza e dalla capacità di massima seduzione del fruitore del messaggio stesso. La sfortuna, per costoro, è che, a conti fatti, la cosa poi non funziona: non si cancella la complessità in questo modo. Anzi, la complessità ha sempre l’ultima parola e ciò che intendeva oscurarla viene alla fine deriso e soffocato.

Vedasi i provvedimenti legislativi assunti cha fatica fanno nell’attuarsi e nel dispiegare i vantaggi che così lautamente i proponenti proclamavano. Questo malanno era già stato largamente utilizzato anche da Matteo Renzi, ma non si può scordare che la fonte principale, il maestro dei maestri, è stato sicuramente Silvio Berlusconi.

Oggi, queste figure ormai sembrano impallidite rispetto alla fonte iniziale, ma non per questo limitano i guai che quel sistema provoca nei costumi, nella economia, nella cultura e soprattutto nella politica.

È in atto una fragilità preoccupante, adesso io non voglio richiamare alla memoria la saggezza di un Aldo Moro, Enrico Berlinguer e Giulio Andreotti i quali avevano il grande merito di cogliere la complessità, dispiegarla e di cercarne le fattibili modifiche. Però, quel modello che oggi potrebbe sembrare noioso, avrebbe il gran merito di non spendere velocemente le idee, di non consumare immediatamente i progetti, ma di costruire delle serie architravi del costume politico.

È questo che a noi manca. Troppa fretta. Troppe accelerazioni e improvvisazioni. Incapacità di governare i processi a lungo spettro e in questo modo, purtroppo, il Paese espone la sua pur profonda e antica cultura, a un impietoso sbriciolamento quotidiano.

Il mio è un grido di allarme, non possiamo ogni giorno essere in ansia per le cose che sentiamo e per le cose che non vengono fatte.

È un richiamo ed un appello a non dare più ascolto a certi fenomeni che ci destinano, inevitabilmente, a una sciagurata caduta di stile e di sostanza.

Venezuela i Gesuiti ricercano alternative politiche alla crisi

L’Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas, gestita dai gesuiti, guarda alla ricostruzione che verrà e fa attraverso una pubblicazione e dei seminari di approfondimento.

La pubblicazione, diffusa gratuitamente si intitola “Ricerca di alternative politiche alla crisi del Venezuela” e offre gli atti del convegno sul futuro del Venezuela promosso in marzo a Lima dai gesuiti latinoamericani (Cpal), con importanti e qualificati contributi.

Intanto l’altro ieri per presentare in Piano per il Paese sulla sicurezza è stato promosso un incontro a cui ha preso parte anche il presidente autoproclamato Juan Guaidó, il quale si è anche intrattenuto con alcuni studenti.

Sparkle torna a investire: al via BlueMed, il primo cavo sottomarino che collegherà Palermo con Genova fino a Milano

Sparkle, primo operatore di servizi wholesale internazionali in Italia e tra i primi dieci nel mondo, annuncia un investimento di lungo termine per la realizzazione di BlueMed, cavo sottomarino multifibra che collegherà Palermo con Genova fino a Milano.

Il nuovo cavo, la cui operatività è prevista per il 2020, attraverserà il Mar Tirreno collegando il Sicily Hub di Sparkle a Palermo – data center neutrale e connesso con diciotto cavi internazionali – con la nuova stazione di atterraggio neutrale di Genova, direttamente collegata al ricco ecosistema digitale di Milano. BlueMed includerà anche diverse ramificazioni nel Mar Tirreno ed è progettata per supportare ulteriori estensioni a sud della Sicilia.

Con una capacità fino a 240 Tbps e lungo circa 1.000 km, BlueMed fornirà connettività avanzata tra Medio Oriente, Africa, Asia e gli hub continentali europei con una latenza ridotta del 50% rispetto ai cavi terrestri che collegano la Sicilia con Milano.

Inoltre, la nuova stazione di atterraggio di Genova si propone di diventare via preferenziale per i futuri cavi sottomarini alla ricerca di un accesso diversificato sulla costa europea occidentale, rafforzando il ruolo dell’Italia come gateway digitale tra Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa.

Mario Di Mauro, Amministratore Delegato di Sparkle, commenta: “L’investimento per la realizzazione di BlueMed e della stazione di atterraggio a Genova rappresenta la prima fase di un piano più ampio volto a consolidare la leadership di Sparkle nel bacino del Mediterraneo attraverso l’estensione e il rafforzamento del suo backbone regionale”.

In Toscana la sicurezza conta su “mille occhi” nelle città

Dopo Montecatini anche altri quattordici Comuni della provincia pistoiese accenderanno le telecamere in diversi punti delle aree urbane. L’obiettivo è rendere più efficaci sia il controllo del territorio che la prevenzione, migliorando i sistemi di segnalazione di fatti o attività ritenute sospette da parte degli istituti di vigilanza che operano sul territorio, per un totale di 179 guardie giurate coinvolte nel progetto. I Comuni interessati sono Agliana, Buggiano, Chiesina Uzzanese, Lamporecchio, Larciano, Massa e Cozzile, Monsummano Terme, Montale, Pescia, Pieve a Nievole, Ponte Buggianese, Quarrata, Serravalle Pistoiese e Uzzano.

I primi cittadini hanno sottoscritto ieri in prefettura il protocollo insieme al prefetto Emilia Zarrilli e ai responsabili degli istituti di vigilanza coinvolti, presenti anche il questore, i comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza e il comandante della sezione Polizia stradale di Pistoia. Le procedure operative standardizzate e la strumentazione tecnologica adeguata renderanno più tempestivo, e quindi più efficace, il sistema di vigilanza, soprattutto rispetto a situazioni potenzialmente a rischio che richiedono un pronto intervento, come movimenti o presenze sospette, di persone o veicoli, spaccio e consumo di stupefacenti. Sono previste dal protocollo anche diverse attività di formazione a cura delle Forze dell’ordine dedicate alle guardie giurate coinvolte nell’iniziativa.

 

Museo Etnologico Vaticano: Indonesia. Il Paese dell’Armonia

Dimostrare attraverso l’arte che popoli con culture, etnie e religioni diverse possono convivere in armonia. È questo il messaggio di fondo dell’esposizione temporanea sull’Indonesia. Il Paese dell’Armonia,  al Museo Etnologico Vaticano.

Oltre 200 i manufatti in mostra che si aggiungono alla ricca Collezione indonesiana dei Musei Vaticani, costituita da oltre mille oggetti che vanno dall’VIII al XIX secolo: dalle raffinate statue in bronzo rappresentanti divinità indù e buddhiste alle marionette di Giava per il teatro delle ombre wayang, da un Corano in miniatura a un Crocifisso decorato con  motivi tipici degli Asmat, gruppo nativo della Papua.
Molte delle opere esposte sono doni che le comunità indonesiane hanno fatto negli anni ai vari pontefici.
L’iniziativa è promossa in collaborazione con il Governo indonesiano e l’Ambasciata indonesiana presso la Santa Sede.

L’Indonesia è un paese costituito da migliaia di isole in cui convivono numerose etnie, ciascuna ricca di una propria vivace tradizione culturale. Questo crogiolo culturale ha favorito l’incontro di differenti religioni, e oggi la popolazione indonesiana è orgogliosa di presentarsi al mondo come un esempio di tolleranza e convivenza fra le diverse culture e religioni.
Le religioni autoctone sono praticate ancora oggi in molte parti dell’Indonesia, rafforzando nei vari gruppi, fieri delle proprie tradizioni ancestrali, il senso di appartenenza e di identità culturale. L’incontro delle diverse tradizioni religiose locali con quelle che nel corso dei secoli si andarono successivamente diffondendo in Indonesia diede vita a peculiari espressioni culturali e artistiche.

La raccolta indonesiana del Museo Etnologico Vaticano è costituita da oltre mille oggetti, rappresentativi delle popolazioni, culture e religioni di quella vasta area geografica. La selezione di manufatti qui esposti permette di apprezzare e conoscere il ricco patrimonio artistico indonesiano, dagli oggetti più antichi a quelli contemporanei.

La collezione più antica, donata da Mons. Eugène Tisserant (1884-1972), è costituita da 40 raffinate statue in bronzo, databili dall’VIII al XIV secolo, rappresentanti divinità indù e buddhiste. Da Giava proviene la raccolta più ricca e completa, in cui spiccano un gruppo di 30 marionette per il teatro delle ombre wayange un paravento a tre pannelli. Il mondo islamico è rappresentato da uno straordinario Corano in miniatura, databile alla fine del XIX secolo, con caratteri talmente piccoli da richiedere una lente d’ingrandimento per la lettura.

Il cristianesimo è presente con molte opere realizzate nei peculiari stili indonesiani: di particolare interesse è un crocifisso decorato da motivi tipici degli Asmat, gruppo nativo della Papua. Le culture originarie dell’Indonesia sono documentate anche da numerosi oggetti che ben illustrano le loro antiche tradizioni: da Kalimantan provengono oltre 300 oggetti, mentre da Sumatra e dall’ isola di Nias sono giunti 50 manufatti, tra i quali spiccano statue raffiguranti antenati. Non bisogna dimenticare inoltre le testimonianze delle altre numerose etnie presenti in Museo come gli Aceh, i Batak, i Bugis, i Makassar, i Toraja e i creatori delle stoffe e degli splendidi scudi dai magici disegni, i Kenyah.
Da Bali, infine un’elegante raffigurazione pittorica su foglie di palma, lontar, narrante una popolare storia d’amore e una statua di Singa, il leggendario drago-leone.

Cresce il numero di tumori in Sicilia

In Sicilia, nel 2018, sono stati stimati 27.150 nuovi casi di tumore, 13.900 uomini e 13.250 donne. Un dato in costante crescita, erano 25.700 nel 2016 e 25.950 nel 2017.

Le 5 neoplasie più frequenti nell’isola sono quelle del colon-retto (3.900), mammella (3.700), polmone (2.900), prostata (2.400) e vescica (2.150). Le percentuali di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, pari al 60% fra le donne e al 52% fra gli uomini, collocano la Regione al terzultimo posto in Italia, prima di Sardegna (60% e 49%) e Campania (59% e 50%).

I motivi sono da ricondurre soprattutto alla scarsa adesione ai programmi di screening e agli stili di vita scorretti: fumo, sedentarietà e sovrappeso sono particolarmente diffusi fra gli abitanti dell’isola.

È la fotografia dei tumori in tempo reale che ci fornisce l’ottava edizione del volume “I numeri del cancro in Italia” realizzato dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dall’Associazione italiana registri tumori (airtum), da Fondazione Aiom e Passi (progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), corredata dei dati di confronto regionale di incidenza, sopravvivenza, prevalenza e mortalità di tutti i tumori.

La nostra Europa con De Gasperi e Spinelli – Fioroni – Parte 3

Castagnetti smentisce, il commento sul Pd di Zingaretti appartiene a Moriconi. La nostra risposta.

Non è attribuibile alla redazione de “Il Domani d’Italia” l’equivoco che ha accompagnato la pubblicazione a firma di Pierluigi Castagnetti (v. link sotto) di un articolo sulla dibattuta questione del “centro politico”, arricchito da un giudizio severo sul Pd (“con Zingaretti il Pd è tornato indietro”).

Non possiamo che dolercene. Lo stesso Castagnetti però è stato indotto in errore, visto che ieri, all’inserimento del pezzo sulla pagina Fb del nostro giornale, ha provveduto ad esplicitare il suo compiacimento (v. screenshot a fondo pagina). Sembra strano che il like sia stato messo senza accorgersi del titolo, già di per sé eloquente, né della identità dell’autore.

Sta di fatto che il pezzo inoltrato recava la firma dell’ultimo segretario del Partito popolare, come trascritto, appunto, sul file inviato per email al direttore editoriale de “Il Domani d’Italia”.

La versione che ora viene proposta è molto diversa. Il testo non sarebbe di Pierluigi Castagnetti ma di Pierluigi Moriconi, segretario dell’Associazione “Agire Politicamente”. È quanto hanno voluto precisare, a metà pomeriggio di ieri, Nino Labate e poi, a tarda sera, il diretto interessato.

In sostanza, per dirla in breve, l’amico Labate avrebbe girato in maniera maldestra un commento al suo intervento apparso su “Il Domani d’Italia” di lunedì 8 aprile (v. secondo link), scambiando allegato e confondendo i due “Pierluigi” (Castagnetti e Moriconi). Qualcosa di veramente rocambolesco, non facile da spiegare.

A noi, comunque, spetta registrare la richiesta di correzione e dare corso alla sua diffusione. L’importante è che non risulti lesa la valutazione del pubblico sulla correttezza del nostro lavoro. 

Prendiamo atto, infine, che il giudizio poco lusinghiero sulla conduzione del Pd da parte di Nicola Zingaretti lambisce, attraverso una figura di vertice, la percezione e il parere di un’Associazione importante – quale Agire Politicamente – dell’area cattolico democratica. Anche se svolto a titolo personale, il commento di Moriconi ha infatti il suo rilievo politico.

ARTICOLO ATTRIBUITO A PIERLUIGI CASTAGNETTI

https://ildomaniditalia.eu/un-centro-politico-ha-ragione-labate-in-ogni-caso-con-zingaretti-il-pd-e-tornato-indietro/

ARTICOLO DI NINO LABATE

https://ildomaniditalia.eu/il-desiderio-del-centro-politico/

 

Animare l’Europa, il Manifesto delle Acli.

Pubblichiamo il documento proposto dall’Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani per “animare l’Europa” in vista delle elezioni di fine maggio. Balza agli occhi, leggendo il testo, la voluta ed esibita assonanza con l’Appello ai liberi e forti proposto da Luigi Sturzo il 19 gennaio del 1919.

A tutte le donne e gli uomini liberi e forti, che sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori di una grande comunità europea, facciamo appello perché uniti si continui insieme questa grande storia, questo lungo, difficile ma entusiasmante cammino di giustizia e di libertà. Infatti, da oltre settant’anni, molti Stati condividono una straordinaria capacità di osare il futuro per vivere un destino comune di pace e di progresso. Sane democrazie e governi popolari cercano di contemperare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i più alti interessi internazionali. Per questo si sono realizzati progetti e create istituzioni, per dar corpo ad un’idea di giustizia e di libertà che si potrà realizzare solo rinnovando una forte volontà politica.

Noi crediamo in una Europa che sia ancora luogo di pieno e libero sviluppodella persona umana e della comunità, in ogni sua dimensione, sia essa economica, culturale, religiosa e civile. Noi crediamo in una Europa che sappia coltivare una memoria per essere ciò che appartiene alla sua più vera anima. Anche per questa memoria crediamo che i sacrifici fatti per la difesa dei propri confini, siano oggi da trasfigurare in sacrifici per la condivisione della stessa terra, degli stessi processi sociali e normativi.

Per questo rigettiamo ogni tentazione di semplificare un’azione politica riducendola a sola questione finanziaria e burocratica. Per questo rigettiamo ogni sovranismo e ogni altra tendenza politica che cerchi di indebolire la volontà unitaria. Per questo rigettiamo ogni chiusura, soprattutto culturale – che non significhi ovvia difesa dai pericoli – perché una società aperta e laboriosa è la miglior garanzia per un avvenire di pace e sviluppo.
Chiediamo ai governi europei di rafforzare l’Europa sociale attraverso l’applicazione del pilastro sociale europeo
 e di mettere al centro il lavoro come strumento di crescita relazionale e culturale della comunità, investendo su nuove tutele per le giovani generazioni. è necessario continuare nella strada della cooperazione politica che l’Europa rappresenta, mettendo in comune la difesa dei nostri paesi e i servizi di intelligence e sicurezza. Infine, proseguire nell’investimento in cittadinanza europea, lo strumento di pace più potente a nostra disposizione: le opportunità di mobilità europea per i giovani devono essere moltiplicate per crescere generazioni di ragazzi che abbiano identità plurime, che riconoscano nell’altro un pezzo della propria esistenza.
Questi temi di concretezza sono essenziali per costruire una unità europea anche capace di saper aspirare a molto più. L’Europa, che è nata dalla cultura del cristianesimo e proprio per questo ha saputo accogliere e contemperare ogni differenza, può essere il più importante soggetto internazionale di pacificazione. La pace nel mondo richiede atti e soggetti di pace. L’Europa può esserlo.

Chiediamo dunque a tutti i cittadini dell’Unione europea, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, di votare candidati e partiti che abbiano a cuore i principi che abbiamo qui scritto. Noi ci impegneremo partecipando al dibattito pubblico e offrendo occasioni di studio e di approfondimento popolare.

Libia: è necessario che Francia e Italia assumano la leadership

Francia e Italia sono “gli outsider che più hanno da perdere” dai combattimenti in corso in Libia e per questa ragione dovrebbero accantonare le loro divergenze e premere congiuntamente per una soluzione pacifica al conflitto nel paese nordafricano. Lo afferma “Bloomberg”, in un editoriale firmato dalla direzione, che sottolinea come gli Stati Uniti di Donald Trump abbiano segnalato a tutti gli effetti il loro disimpegno dalla Libia, ritirando il piccolo contingente antiterrorismo schierato in quel paese.

La conquista di Tripoli da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, avverte l’editoriale, “rischia di vanificare gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite per stabilizzare quel paese ricco di petrolio”.

Secondo “Bloomberg”, i due paesi europei dovrebbero accantonare le loro divergenze ed esercitare la loro pressione congiunta, per arrestare l’offensiva militare dell’Uomo forte della Cirenaica.

Come orientarsi nel tempo dei populismi

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano

Il titolo che Francesco Occhetta, redattore de «La Civiltà Cattolica», ha dato al suo ultimo libro Ricostruiamo la politica – Orientarsi nel tempo dei populismi (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2018, pagine 186, euro 16) deve essereconsiderato senz’altro impegnativo. È una sfida che tende al mondo in continuo divenire, che vive un grave senso di disorientamento dinanzi ai cambiamenti della politica e della società.

La prefazione di Marta Cartabia ci permette di comprendere che non si tratta dell’ennesimo trattato di storia della politica e del pensiero giuridico moderno, bensì detto libro va inquadrato al pari di un lume necessario per orientarsi; la prefatrice, infatti, evidenzia il termine “discernimento”, affermando che «la parola chiave è, per l’appunto, “discernimento”, l’arte di vagliare per prendere una decisione».

L’autore indica nel pluralismo un percorso per il cattolico che fa politica seriamente, perché si deve occupare della pòlis, della societas, snodi essenziali della convivenza umana. Tuttavia, per capire il ruolo dell’uomo quale membro attivo di questa società globale, va praticato un percorso a ritroso, in cui la Storia ripete la sua lezione al mondo. L’agire politico deve essere puro, limpido; l’autore cita anche il magistero concilia-
re di Gaudium et Spes: «L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire [ad essa] è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato».

Se l’azione politica dell’uomo nella società è pulita, allora la società stessa non avrà squilibri, non soffrirà disuguaglianze: si eviterà di parlare nuovamente di “n o rd ” e di
“sud”, di malavita e collusione, poiché tutto si fonderà su un discernimento, su una scelta ragionata, un “ob-audire, (…) ascoltare davanti all’altro » .

Parlare di una possibile ricetta per una società che cammina sulla via della perfezione e del miglioramento di sé stessa è più che possibile, e ciò si attua, in modo specifico, al capitolo secondo del testo, ove anche chi non conosce il diritto tout court è stimolato ad una analisi della realtà costituzionale e dei servizi pubblici italiani in un’ottica, per certi aspetti, europea ed extraeuropea, evidenziando il valore dell’integrazione, mutuando interrogativi provenienti dalla letteratura — si pensi a Bovati, Zoia, Balduzzi, Eco…—, ma anche, più genuinamente, al passo del vangelo di San Luca, ove l’evangelista stesso si interroga in questo modo: «chi è il mio prossimo?».

Oltre che essere di spessore giuridico e politico, questo testo si presenta e vuole es-
sere una proposta coraggiosa: si trattano il chi ed il cosa, ma l’autore guarda bene anche il come. Egli, infatti, discute i temi più spinosi, ma, al contempo, più incalzanti
dell’agenda politica, lì dove c’è bisogno che il cristiano si fermi, rifletta, si metta in gioco e si sporchi le mani. È quanto mai necessaria la nascita di una classe politica e dirigenziale formata, preparata, attenta alla cultura, capace di discernere il positivo dal negativo; in questo, per l’appunto, Ignazio di Loyola è maestro e testimone perfetto, come attesta l’epistolario del santo fondatore dei Gesuiti coi potenti della sua epoca.

Concordando con l’autore, oltre che con sant’Ignazio, «parlare poco e solo in seconda battuta; di ascoltare molto e libenter (volentieri), finché l’altro non avesse terminato
di esporre la sua opinione» è a tutt’oggi il mezzo per unire, per operare una connessione tra gli operatori politico-sociali che, con fede, intendono ricostruire la politica

Formula E Roma 2019: tutte le info

L’ePrix 2019 si terrà il 13 aprile nella capitale ma già nella giornata di oggi saranno disponibilei tante attività per immergersi nel mondo delle competizioni elettriche.

Questi gli orari e e le attività

Venerdì 12 aprile 2019

12.00 Apertura Allianz E-Village
13.00-13.14 E-Race Qualifying (La Nuvola)
14.00-14.20 Jaguar I-Pace eTrophy Shakedown (Circuito)
15.30 – 16.00 Formula E Shakedown (Circuito)
16.30 – 17.10 Jaguar I-Pace eTrophy, prove libere (Circuito)
17.40 – 18.00 Formula Student Parade (Circuito)
18.00 – 19.00 E-Parade (Circuito)

Sabato 13 aprile 2019

07.00 Apertura Allianz E-Village
07.30 – 08:15 Formula E, prove libere 1 (Circuito)
08.35 – 09.05 Jaguar I-Pace eTrophy, qualifiche (Circuito)
10.00 – 10.40 Formula E, prove libere 2 (Circuito)
11.15 – 11.45 Jaguar I-Pace eTrophy, sessione di autografi (Circuito)
11.45 – 12.50 Formula E, qualifiche (Circuito)
12.30 – 12.50 Formula E, Super Pole (Circuito)
14.00 – 14.35 Jaguar I-Pace eTrophy, gara di 25 minuti + 1 giro (Circuito)
14.10 – 14,40 Formula E, sessione di autografi (La Nuvola)
14.40 – 14.55 E-Race, finale (La Nuvola)
14.50 – 15.05 Jaguar I-Pace eTrophy, cerimonia del podio
16.03 – 16.50 Formula E, gara ePrix da 45 minuti + 1 giro (Circuito)
17.00 – 17.30 Formula E, cerimonia del podio

Il tracciato dell’EUR misura 2.84 chilometri e include 21 curve. Partenza e arrivo in Via Cristoforo Colombo. In occasione dell’E-Prix 2019, la città di Roma si adatta alle necessità della competizione con alcune modifiche alla viabilità. Fino alle 5.30 di lunedì 15 aprile sarà chiusa via Cristoforo Colombo tra via Laurentina e viale dell’Oceano Atlantico. Chiuso anche lo svincolo Pontina del GRA (direzione Eur) fino a sabato 13 aprile. Chi arriva con i propri mezzi può prendere gli svincoli 25 e 28, Laurentina e Via del Mare/Ostiense.

La Metro B può essere utilizzata per raggiungere il circuito scendendo alle fermate Eur Marigliana, Euro Palasport o Eur Fermi a seconda della propria destinazione

ORARI TV E STREAMING
Prove libere 1: pagina Facebook e YouTube Formula E, ore 7.30
Prove libere 2: pagina Facebook e Youtube Formula E, ore 10.00
Qualifiche: Eurosport, ore 11.45
Superpole: Eurosport, ore 12.30
Gara: Eurosport e Italia 1 (Mediaset), ore 16.00

Milano Design Week, gli imballaggi più ecologici in mostra

Il “Best Packaging” è un contest promosso da Istituto italiano imballaggio, per premiare le migliori confezioni. L’edizione 2019, realizzata in collaborazione con Conai, vede concorrere food, personal care, imballaggio per trasporto e logistica. I candidati si sfidano a rispondere alle esigenze del mercato, dei consumatori e dell’ambiente attraverso la riduzione degli elementi primi impiegati, il ricorso ai costituenti di riciclo, la svolta verso il mono materiale, anche per gli accoppiati rigidi o flessibili, la riprogettazione della forma e l’ottimizzazione delle dimensioni, nonchè il ricorso ai nuovi materiali bio based e quelli da fonti rinnovabili.

Durante la Milano Design Week (9 al 14 aprile) le realizzazioni sono in mostra, nel cuore del Brera Design District, presso Puorquoi Pas Design. L’esposizione si sviluppa con canoni di allestimento tradizionali, attraverso una gallery di prodotti reali, raccontati e spiegati da didascalie tecniche e info grafiche esplicative dei diversi interventi di progettazione del packaging. La mostra si dipana come un racconto che ripercorre l’intera filiera andando dalla progettazione alla raccolta differenziata domestica. Il punto di partenza è il contenuto, che determina la scelta dei materiali e della tipologia di imballaggio migliore, per conservarlo, proteggerlo e venderlo sul mercato di destinazione, ponendosi come priorità l’attenzione al “fine vita” in base alla facilità di avvio al riciclo o al compostaggio.

Otto bimbi con sindrome di Wiskott-Aldrich curati dai ricercatori del San Raffaele

La terapia genica si conferma una cura efficace anche per la sindrome di Wiskott-Aldrich, una malattia genetica rara e potenzialmente fatale che colpisce le cellule del sangue. A dimostrarlo sono i risultati dello studio clinico pubblicato oggi su Lancet Haematology e coordinato dal professor Alessandro Aiuti – professore di Pediatria presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e vice direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Lo studio, che ha coinvolto 8 pazienti ed è stato avviato nel 2010, è stato possibile grazie all’alleanza strategica e innovativa tra IRCCS Ospedale San RaffaeleFondazione Telethon e GlaxoSmithKline, trasferita a Orchard Therapeutics nel 2018, e si basa su oltre 20 anni di ricerca d’avanguardia svolta nei laboratori dell’istituto SR-Tiget.

La sindrome di Wiskott-Aldrich (WAS) è una malattia genetica rara causata da una singola mutazione nel gene che codifica per la proteina WASp. Gli effetti di questa mutazione si manifestano principalmente a livello delle piastrine e delle cellule del sistema immunitario che sono presenti in numero ridotto e funzionano male. Le conseguenze per i pazienti sono gravi: continue emorragie, un rischio maggiore di infezioni, tumori e malattie autoimmuni e infiammatorie, oltre alla presenza cronica di eczemi diffusi sulla pelle. A oggi l’unica soluzione disponibile – benché non per tutti e con tutti i rischi associati – è il trapianto di midollo da donatore. Le cose potrebbero però cambiare presto, come suggeriscono i risultati dello studio clinico che ha visto 8 pazienti con WAS trattati con successo utilizzando un protocollo di terapia genica messo a punto nei laboratori di SR-Tiget.

I ricercatori hanno prelevato le cellule staminali del sangue dai pazienti e hanno inserito al loro interno la versione corretta del gene per WASp, così che queste siano in grado di differenziarsi in piastrine e globuli bianchi sani. Per inserire correttamente il gene nelle cellule malate, i ricercatori hanno utilizzato un cosiddetto vettore lentivirale: un virus della famiglia dell’HIV modificato e reso innocuo in laboratorio. L’idea è quella di sfruttare la naturale capacità dei virus di penetrare nelle cellule e rovesciare al loro interno il materiale genetico che contengono, utilizzandoli come veri e propri mezzi di trasporto intelligente per consegnare la terapia.

«Nelle cellule, oltre al gene, viene inserito anche un suo “promotore naturale”, il cui compito è controllarne la sintesi in proteina. Questo fa sì che le cellule del paziente, una volta trattate, producano la proteina WASp nella quantità giusta, in modo fisiologico», spiega Francesca Ferrua, pediatra prima firma dello studio pubblicato, insieme a Maria Pia Cicalese. «Questo aspetto è fondamentale per ridurre al minimo il rischio di qualsiasi tipo di effetto collaterale».

I risultati ottenuti parlano da soli. «Tutti i pazienti coinvolti nel trial clinico – il primo trattato nel 2010 e l’ultimo nel 2015 – stanno bene e non presentano più le continue infezioni, i disturbi autoimmuni e infiammatori o le gravi emorragie associate alla malattia», spiega Alessandro Aiuti. «Il loro sistema immunitario è tornato a funzionare e produrre anticorpi. Il numero delle piastrine è aumentato considerevolmente, e anche se rimane inferiore alla norma, consente ai pazienti di fare una vita normale».

I prossimi passi? «È iniziato da poco un nuovo studio clinico che prevede il congelamento delle cellule staminali dopo la loro modifica con i vettori virali», aggiunge Aiuti. Questo aprirebbe la possibilità di trattare i pazienti in ospedali distanti rispetto ai laboratori dove vengono curate le cellule, attraverso la spedizione del materiale biologico dopo averlo opportunamente congelato. «Una possibilità che consentirebbe, nel prossimo futuro, di allargare e semplificare l’accesso a questo tipo di terapie».

Il gruppo di ricerca ha lavorato grazie ai finanziamenti ricevuti da Fondazione Telethon.

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Sul centro politico ha ragione Labate. In ogni caso, con Zingaretti il Pd è tornato indietro

Questo articolo, per un errore non imputabile alla nostra redazione, in origine recava la firma di Pierluigi Castagnetti. Riteniamo cosa utile indicare il link che permette di leggere la nota con la quale si è provveduto a correggere la titolarità del pezzo.

Il segretario dell’Associazione “I Popolari” prende spunto dall’articolo di Nino Labate, pubblicato sul nostro giornale giorno 8 aprile 2019

Caro Nino, voglio dirti la mia piena adesione alla tua analisi puntuale della realtà della politica e della società.

Due osservazioni vorrei fare, una che riguarda il cattolicesimo democratico e l’altra il Pd.  

Condivido che , come anche tu dici, avere o invocare un partito dei cattolici, è ormai fuori della storia. Meglio che i cattolici, se ci sono ancora, stiano nei luoghi della politica senza etichetta ma “insaporendo” e facendo da lievito per quello che possono, aumentando il livello della politica.  

Per quanto riguarda il Pd, direi che l’elezione di Zingaretti abbia piombato il partito in un’altra epoca, in mano ad un vecchio apparato che non ci farà uscire dalle secche. Purtroppo le “forze” antiriformiste hanno, per il momento, assestato un colpo alla natura del Pd. 

Ricordo quando Renzi disse “ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo”, affermazione che ha definitivamente fatto scatenare le forze della “restaurazione” .

Grazie al “Domani d’Italia” per l’ospitalità e la pazienza dell’ascolto.                                                 

Un caro saluto  e approfitto per augurare una buona Pasqua di Resurrezione. 

Con il centro, senza finzioni ed equivoci

L’interessante dibattito che si è sviluppato sulle colonne del Domani d’Italia sulla “cultura di centro” e sulla “politica di centro” merita, adesso, qualche precisazione. Per evitare equivoci e letture caricaturali. Brevemente, cerco di ricordare gli aspetti – seppur sempre rispettabili – che andrebbero archiviati e comunque chiariti al più presto.
Innanzitutto un “centro politico e culturale” non può nascere fra 10 o 20 anni perché oggi, e non ieri, c’è la necessità di riscoprire e riattualizzare un pensiero, una cultura e una politica che si rendono sempre più indispensabili. La tesi di tutti coloro, da Dellai in poi, che danno appuntamento fra svariati lustri per far decollare un progetto politico che sappia battere gli opposti estremismi e la conseguente radicalizzazione che caratterizza la dialettica politica italiana, rischia di essere fuori strada e fuori tempo.

In secondo luogo rilanciare e rideclinare una “cultura” e una “politica” di centro non può essere scambiata come una operazione meramente accademica o politologica. La tesi di Nino Labate pubblicata su queste colonne e’, al riguardo, curiosa e del tufo singolare. E cioè, tutto ciò che ha caratterizzato la dinamica politica del novecento non è più riproponibile perché va storicizzato. E quindi, di conseguenza, il ruolo di coloro che pensano di riproporre esperienze del passato – sempre secondo la curiosa e simpatica versione di Labate – e’ quella di dedicarsi alla formazione di nuove classi dirigenti, di approfondire temi culturali, di elaborare un pensiero accademico e via discorrendo. Ovvero, aspetti importanti ma che sono pertinenti delle associazioni culturali, delle fondazioni storiche e di tutti i gruppi che si impegnano nel prepolitico.

Peggio ancora, sostiene sempre il simpatico Labate, se chi vuol perseguire un disegno del genere e’ riconducibile alla cultura cattolico democratica e popolare. Questi, conclude il nostro, non possono che svolgere un ruolo del tutto prepolitico. E quindi un’attività nei gruppi e nelle associazioni. Insomma, pare di capire, l’unico impegno concreto per questo personale e’ quello di dedicarsi a svolgere un ruolo di lievito forse nell’Azione Cattolica e in altri gruppi similari. Infine, la singolare tesi di tutti coloro che pensano di riscoprire una “cultura e una politica” di centro all’interno di due ex contenitori sostanzialmente estranei ed esterni a quell’obiettivo. Anche qui oggi e non ieri. E mi riferisco, nello specifico, al nuovo corso del Pd/Pds di Zingaretti che persegue l’obiettivo, del tutto legittimo e anche comprensibile nonché coerente, di rifare e ricostruire il partito della sinistra italiana. Che, come tutti sanno, non c’entra assolutamente nulla con il pensiero, la cultura e la politica di centro. Oppure all’interno della sempre più striminzita Forza Italia, ormai ridotta ad una semplice e anche margjnale formazione politica che ruota attorno all’azionista di maggioranza, cioè la Lega di Salvini.

Ora, se vogliamo parlare seriamente e concretamente della necessità di rilanciare, riscoprire e riattualizzare una politica di centro nel nostro paese – come ormai sostengono molti opinionisti, commentatori e politologi anche se sino a qualche tempo fa esaltavano le virtù salvifiche e miracolistiche del maggioritario e del dogma del bipolarismo – dobbiamo partire dal fatto che nella politica ci sono alcune grandi novità con cui dobbiamo fare i conti anche solo rispetto ad un recente passato.

Dopo il voto del 4 marzo sono ritornate in auge le culture politiche. Certamente rinnovate rispetto al passato, ma sono ritornate. Accanto ad una “nuova destra” ben visibile e con un profilo politico definito si affianca il ritorno della sinistra tradizionale con la segreteria Zingaretti, una sorta di neo Pds. Resiste, per il momento, la forza politica che ha fatto del populismo, dell’antisistema e dell’antipolitica la sua ragion d’essere. Di fronte ad un quadro del genere, dov’è la cultura, la politica e il pensiero di un partito/movimento di centro? La risposta non può essere una semplice alzata di spalle o dare l’appuntamento fra 20 anni lasciando deporre la polvere e saltando alcune generazioni. È ritornato, inoltre, il sistema proporzionale, lo riconoscono persino i sacerdoti del maggioritario. E il proporzionale invoca ed impone la cultura della coalizione da un lato e il ritorno delle culture politiche e delle rispettive identità dall’altro. Facciamo finta di nulla?

Inoltre, la deriva della radicalizzazione del conflitto politico – com’è ormai a tutti evidente – va frenata. E questa deriva la fermi solo se riesci ad invertire la rotta attraverso una politica che riscopra la cultura della mediazione, la composizione degli interessi contrapposti, il rispetto dell’avversario, il riconoscimento del pluralismo, la capacità di governo e un profondo e rigoroso rispetto delle istituzioni. Ed è proprio all’interno di questa cornice che si inserisce il ruolo, la funzione e la proposta della cultura cattolica democratica e popolare. Che non può più limitarsi ad assistere la partita a bordo campo o limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale e quindi del tutto impotente. La cultura e la politica di centro, cioè un nuovo partito/movimento di centro non potrà non raccogliere anche l’apporto significativo dei cattolici popolari e democratici che, e’ sempre bene non dimenticarlo, e’ sempre stato determinante in tutti i tornanti decisivi della storia politica italiana.

Ecco perché il dibattito che ormai è partito attorno al futuro del centro nel nostro paese, e che troverà una maggior compiutezza dopo il voto per il rinnovo del Parlamento europeo, non può essere lastricato da equivoci, finzioni e ridicole e grottesche interpretazioni. Adesso è arrivato il momento, quando si parla del futuro del “centro politico e culturale” nel nostro paese, della coerenza, della trasparenza, della sincerità e anche del coraggio.

Balboni, riflessioni sul Regionalismo differenziato

Pubblichiamo questo intervento svolto dal prof. Balboni in occasione del Seminario promosso dall’ANCI (Roma 27 marzo 2019). Oggi si terrà (v. locandina) un analogo incontro presso la LUISS organizzato dal prof. Gian Candido De Martin.

  1. Nostro compito odierno non è principalmente quello di dare un giudizio sul percorso in atto del c.d. regionalismo differenziato, che vede come protagonisti da una parte tre Regioni a statuto ordinario che prendono l’iniziativa di chiedere ulteriori materie e competenze ai sensi dell’art. 116,3° c. e dall’altra lo Stato che può, eventualmente, sottoscrivere con esse una intesa da trasformare poi in una legge che viene aggravata nel procedimento per due motivi: l’approvazione a maggioranza assoluta di entrambe le Camere e il preventivo parere delle altre autonomie territoriali.

L’ANCI nazionale e le ANCI regionali entrano in campo come soggetti rappresentativi dei Comuni in quanto a loro – ed eventualmente ai Consigli delle Autonomie Locali (CAL) – spetta di soppesare e valutare l’incidenza di quella clausola (“sentiti gli enti locali”) che è compresa, e non certo per ornamento, nel medesimo art. 116.

Prima di questo, però, va espresso un giudizio di fondo sulla congruità e fattibilità di tale procedimento al quale adesso si vorrebbe dare realizzazione, quando ormai è passato quasi un ventennio dalla novellazione del Titolo V.

Riprendo anch’io l’osservazione iniziale del collega Caravita circa la mancanza di un dibattito di livello e tono costituzionale adeguato all’altezza delle questioni. Proseguendo idealmente le osservazioni già contenute in una recente Nota apparsa sul “Forum di Quaderni Costituzionali” (28 febbraio 2019), relativa alle procedure in atto per dare attuazione, su richiesta di tre Regioni a statuto ordinario, al contenuto dell’art. 116,3 c., dico subito che, per quanto mi riguarda, il giudizio, complessivo è ragionevolmente positivo anche se duplicamente condizionato.

Va fatta salva, innanzitutto, una precisazione puntuale e critica sugli aspetti finanziari che vale, direi, come una pregiudiziale: nel senso che deve essere escluso, senza se e senza ma, ogni riferimento a tutto quel mondo, a quella fraseologia e a quelle suggestioni mass-mediatiche che vanno sotto il nome di “residuo fiscale”. Si tratta, evidentemente, della proposta avanzata dalla Regione Veneto, almeno nella fase iniziale: quella per intenderci, che vorrebbe che le imposte e tasse raccolte in un territorio fossero spese lì a beneficio di quelle popolazioni. Nel nostro ordinamento costituzionale non può essere così.

La seconda cautela è questa: l’operazione deve complessivamente andare a vantaggio e non a scapito delle autonomie comunali.

A tale proposito la Corte costituzionale è stata chiara e netta già a partire dalla sentenza n. 118 del 2015, quando venne chiamata a decidere sulla ammissibilità costituzionale dei quesiti referendari.

Come hanno bene chiarito ancora di recente Franco Gallo (presidente emerito della Corte costituzionale) e prima di lui il prof. Pisauro con rilievi critici espressi nel novembre 2017 davanti alla V Commissione della Camera e ripetuto anche oggi: “Le modalità di finanziamento delle competenze differenziate non possono costituire un espediente per consentire alle Regioni ricche di sottrarsi al dovere costituzionale di solidarietà verso le aree economicamente più deboli del Paese”.

L’assunto è stato ribadito ulteriormente nel 2016, con le sentenze n. 69 e 83, che hanno dichiarato il concetto parametro del residuo fiscale “inconferente” perché inabile a sostenere una richiesta di differenziazione nelle risorse che si pone in contrasto con i precetti contenuti nell’art. 119 Cost.

In definitiva, su questo che pure è un argomento centrale, il regionalismo differenziato in progress non può sostituire od oscurare il regionalismo cooperativo e solidale che è l’emblema complessivo delle nostre autonomie territoriali. Pertanto la “neutralità” perequativa del finanziamento del federalismo differenziato è un requisito necessario.

Sempre per restare nell’argomento, toccando questioni che sono ancora più vicine agli interessi delle comunità locali e dell’ANCI, non si vorrebbe che la vera e propria euforia di realizzazione del 116,3°c. mettesse fuori gioco, ulteriormente, la concretizzazione di quella legge, nominalmente almeno dedicata al federalismo fiscale (n. 42 del 2009), rispetto alla quale le attese e le sofferenze dei Comuni continuano ad essere brucianti, a cominciare dall’imperativo di sostituire la spesa storica delle prestazioni da fornire ai cittadini con i fabbisogni standard, per avvicinarsi ai quali non è bastato un decennio. En passant sono proprio i fabbisogni standard il nuovo paradigma al quale ancorare i quantitativi assegnabili e spendibili nelle Regioni quando venisse attuato il regionalismo differenziato. Hic Rhodus hic salta.

  1. Tutto ciò premesso – e fatta salva una dettagliata disamina, che non può sottrarsi dall’essere puntuale, delle materie e delle competenze in via di negoziazione e poi di attribuzione, sulle quali peraltro non c’è ancora chiarezza (e ciò non è buona cosa) – la scommessa del regionalismo differenziato può essere giocata. Dico di più: il risultato finale può essere positivo per tutte le Regioni, comprese quelle del Mezzogiorno, se la partita viene giocata correttamente e con la giusta tattica.

Va però chiarito che l’uscita dall’uniformismo, e dunque l’ingresso della asimmetria nel nostro ordinamento, può essere un vantaggio se viene, consapevolmente, vissuta come un punto di partenza e non come un traguardo.

Insomma: differenziazione non può significare di per sé disuguaglianza nel senso deprecato dall’art. 3 Cost. Dipende dai modi della sua eventuale realizzazione.

Mi spiego: non è necessario che riprenda qui le principali argomentazioni avversarie messe in pagina da G.F. Viesti, che pure ha divulgato un fortunato pamphlet (Verso la secessione dei ricchi?) perché già me ne sono occupato criticamente in una recente Nota per il “Forum di Questioni Costituzionali”, se non per un particolare curioso: la sua refrattarietà ad usare il termine autonomia (salvo che nei titoli dei paragrafi) per parlare invece, sempre, di gradi di decentramento. A parte ciò, egli dà una versione corretta e sostanzialmente completa delle “argomentazioni teoriche e politiche a favore di un maggiore decentramento” (rectius: autonomia).

Merita di annotarle: a) avvicinare il governo ai cittadini, favorendo la responsabilizzazione del primo e il controllo da parte dei secondi; b) produrre un miglior allineamento tra responsabilità di spesa e di finanziamento, per la necessità di raccogliere direttamente una parte dei fondi necessari; c) consentire una maggior differenziazione delle scelte politiche in base alle diverse preferenze dei cittadini e alle diverse condizioni territoriali; d) consentire forme di “competizione virtuosa” fra le Regioni; e) raggiungere una maggiore efficienza dell’azione pubblica.

A parere di chi scrive sono cinque argomenti molto significativi e pesanti, che andrebbero commentati e discussi uno per uno essendo in grado di mostrarne l’inconsistenza o la fragilità, prima di tessere l’elogio dell’uniformizzazione.

Allora viene bene introdurre qui il concetto di “virtuosità” (nell’operato delle Regioni differenziate) e di “trascinamento all’insù”, per via di imitazione delle buone pratiche altrui, comprese quelle in uso in alcune Province autonome. Ad esempio il “sistema duale” di formazione professionale vigente a Bolzano, che riesce a coniugare positivamente le attività di inculturazione da acquisire nella scuola e l’addestramento professionale/tirocinio in azienda, contribuendo efficacemente a diminuire il tasso di disoccupazione giovanile, dando opportunità a chi ha raggiunto una specializzazione qualificata, specialmente nei settori manifatturiero, turistico, ospedaliero, agricolo ecc. È solo uno fra i tanti esempi possibili di buon uso della differenziazione e della asimmetria normativa ed amministrativa.

Del resto il principio di virtuosità non è totalmente nuovo. Sembra addirittura che la Corte cominci ad accoglierlo in talune delle sue ultime decisioni. Anche il presidente emerito della Corte costituzionale Gallo ne parla in un suo recente commento “…a partire dal 2015 alcune sentenze del giudice delle leggi sembrano, peraltro, avere in qualche modo attenuato l’indirizzo centralistico, puntando però non tanto e solo sull’interpretazione dell’art. 117, 2° e 3° c., quanto sull’espletamento di procedure collaborative e sul rispetto dei principi di proporzionalità e di virtuosità (le prime sono le sentenze nn. 272 del 2015 e n. 6 del 2016)” [su federalismi.it n. 10/2018].

  1. Sono stati e continuano ad essere numerosi in questi ultimi tempi gli studiosi che non sono convinti della congruità e della democraticità sostanziale del regionalismo differenziato perché, per loro, il mantenimento dell’uguaglianza di trattamento tra i cittadini, a prescindere dal luogo della residenza, fa premio su ogni altra considerazione.

Uno studioso serio come Francesco Pallante conclude una sua accurata ed intelligente rassegna sulle attribuzioni e competenze richieste (rivendicate?) da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna con lo stupore di chi, all’improvviso, si trovi di fronte la Medusa quando gli pare che la motivazione profonda del processo in atto sia “riconducibile alla volontà di valorizzare l’autonomia della regione in senso politico”, anziché limitarsi ad individuare singole peculiarità territoriali meritevoli di valorizzazione. Ebbene, a mio parere, proprio questo è il significato profondo dell’art. 5 (che Pallante cita a giusto titolo, pur ricomprendendovi, curiosamente, anche il principio di uguaglianza). Ripeto lo slogan di poco fa: differenziazione non significa sempre disuguaglianza.

Una volta che non si varchi il Rubicone del separatismo e non si alzi una rivendicazione di indipendenza, può ben essere che la politicità sia vissuta a livello locale, perché in tal modo e per tale via si organizza e si esprime, anche politicamente, la società senza che ci sia bisogno dell’intermediazione dei poteri statali.

Ma poi non fa parte delle idées reçues, cioè dell’ovvio, che la Regione sia un ente dotato di autonomia, nelle tre accezioni classiche: normativa, organizzativa e politica? Così tra i moltissimi, Martines che riprende e cita a tale proposito Mortati e Giannini; e così Paladin che sul punto è chiarissimo: “… si suole affermare in dottrina che i Comuni, le Province e le Regioni dispongono – per definizione – di una autonomia politica (in corsivo nel testo) consistente nella potestà di promuovere un proprio indirizzo, relativamente libero dalle impostazioni statali” (Diritto regionale, 7° ed. 2000, p. 39). Non cito Benvenuti, Pototschnig, Berti e Pastori perché sarebbe come voler portare vasi a Samo.

  1. Come si esprimeva Elia, in particolare negli ultimi anni, videantur posteri: “saranno i posteri a vedere, giudicare e provvedere”. È indubbio che questo passaggio ad un regionalismo che si vorrebbe più compiuto e maturo avrebbe dovuto fruire di un dibattito dottrinale, parlamentare, normativo e culturale più profondo, così come le forme del medesimo avrebbero potuto trarre giovamento da una qualche solemnité che sta invece mancando, pur essendo un requisito indispensabile delle stagioni costituzionali. Del resto anche i tentativi di riforme precedenti, fino all’ultima Renzi-Boschi, erano poveri di approfondimenti, senza che i proponenti e i dibattenti se ne dessero particolare cruccio.

Pur senza voler fare pronostici, anche il presente tentativo dipende – questo sì – dalla congiuntura politica, che non esclude un’interruzione della legislatura prima che il procedimento – si ripete: aggravato e dunque lungo ed incerto – giunga alla sua conclusione, versandosi infine nella Gazzetta ufficiale.

  1. Resta, a questo punto, in sede ANCI, da porci una domanda specifica che esigerebbe una risposta sintetica. Quando poi questo procedimento andasse a buon fine che ne verrebbe di buono e di utile per i Comuni? Teniamo conto che finché l’attuale Costituzione resta in vigore, rimane scolpita nel marmo quella prima proposizione dell’art. 118 novellato in base alla quale “le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni, salvo che…” con quel che ne segue come declinazione principale del principio di sussidiarietà, oltre a quelli di differenziazione e di adeguatezza.

Ed avrà pure un senso ricordare come suonava l’ultimo comma dell’art. 118 nella versione originaria, là dove già stabiliva [perché questo è il significato e il peso che il verbo al presente sancisce nel linguaggio giuridico] che “la Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali”. Ci aspettiamo, dunque, un procedimento migliore o almeno uguale a quello dei trasferimenti statali intervenuti con i decreti legislativi del 1972, del 1977 e specialmente del 1998, che interessarono anche le autonomie locali.

Se ci soffermiamo sul dato di amministrazione – che è poi quello che interessa le comunità municipali – saremmo di fronte, al momento dell’eventuale approvazione della legge, ad un elenco di competenze-materie che le Regioni per così dire differenziate si porterebbero a casa. Ma come le amministreranno? Visto che a loro compete (solo) di dettare la legislazione, la programmazione, le linee di indirizzo e le dotazioni finanziarie nonché l’insieme dei controlli, mentre la gestione concreta e quotidiana spetta ai Comuni, alle Province (in quantità ovviamente minore) e ad altre realtà dotate di autonomia funzionale ed organizzativa, ad esempio, per la Lombardia, le Aziende socio-sanitarie territoriali (A.S.S.T.) o le Agenzie per il trasporto pubblico locale ovvero, nel loro ambito, le autonomie scolastiche riferite ai centri di formazione professionale.

Mi aspetterei un giudizio unanime nel ritenere che il principio democratico e quello autonomistico abbiano fatto, nel nuovo Titolo V un passo avanti e non indietro, con la nuova scrittura del 118 e che l’inclusione della sussidiarietà tra i principi fondanti richieda che l’intera amministrazione locale, dalla Regione ai Comuni, sia considerata sul piano dell’amministrazione delle funzioni in modo unitario e sistematico, certamente con distinzione di livelli e di compiti, ma con una gestione non subalterna da parte delle comunità locali di cui i Comuni sono esponenti.

Ne segue, a mio avviso, che i rappresentanti dei Comuni debbano guardare con esigente fiducia al procedimento in atto. Se le Regioni chiedono più poteri e funzioni debbono attrezzarsi ad essere Regioni Nuove, anche nelle relazioni con le comunità locali che di esse sono parte costitutiva.

 

Candida: non perdiamo il treno delle elezioni europee, potrebbe essere l’ultimo

Ottima, spregiudicata e promettente iniziativa, quella organizzata ieri dal Circolo “I Liberi e Forti” di Roma sul tema “La nostra Europa con De Gasperi e Spinelli”.

È la prova, in controluce, che le migliori culture del ‘900, appartenenti all’intero arco costituzionale, custodiscono una preziosa grammatica comune; una grammatica capace  di generare non solo il confronto dialettico bensì pure talune opzioni e “combinazioni di alleanze” in grado di assecondare nel Paese un dinamismo sociale e politico, anche a geometria variabile, ma sempre nella sicurezza dei “fondamentali democratici” e nell’equilibrio della convivenza civile.

In brutale sintesi: esiste una potenziale e vincente alternativa all’osceno connubio qualunquista giallo-verde .

Conservo per altro il convincimento che le culture politiche democratiche del ‘900 (quella gramsciana e quella radicale comprese) sono destinate tutte al tramonto storico… se non si rigenerano, ibridandosi reciprocamente per rilanciare il loro dna in una sintesi nuova, di respiro europeo.

E il momento per testare ed inverare tale ipotesi “cade” il 26 maggio prossimo.

Non perdiamo questo treno: potrebbe essere l’ultimo anche per il popolarismo cristiano-sociale, che è la mia personale opzione di fondo.

Industria: Istat, a febbraio la produzione continua a crescere (+0,8% su gennaio e +0,9% su base annua)

A febbraio 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,8% rispetto a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio, il livello destagionalizzato della produzione diminuisce dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un marcato aumento congiunturale per i beni di consumo (+3,2%); incrementi più contenuti si registrano per i beni strumentali (+1,1%) e per i beni intermedi (+0,2%) mentre diminuisce il comparto dell’energia (-2,4%).

Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2019 l’indice è aumentato in termini tendenziali dello 0,9% (i giorni lavorativi sono stati 20, come a febbraio 2018). L’incremento è più ampio se si considerano le sole attività manifatturiere (+1,3%).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a febbraio 2019 un aumento tendenziale accentuato per i beni di consumo (+4,7%) e più lieve per i beni strumentali (+1,5%); diminuisce in modo marcato l’energia (-4,1%) mentre più moderata è la diminuzione dei beni intermedi (-1,1%).

I settori di attività economica che registrano le variazioni tendenziali positive più rilevanti sono le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+11,7%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+5,3%) e la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,4%). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-13,9%), nell’industria del legno, della carta e stampa (-5,4%) e nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-2,8%).

Speriamo che funzioni

Ai tempi del Governo Illy, era il 2003, s’inventò un sistema di protezione sociale denominato “reddito di base e di cittadinanza” che aveva lo scopo di lenire le situazioni di povertà delle famigli in difficoltà. Una aziona politica meritoria, apprezzata da tutti partiti. Perché l’obiettivo era quello di garantire sostegno ai meno fortunati, economicamente parlando, dando loro una prospettiva di serenità.

Va però aggiunto che il provvedimento trovò espressione finanziaria solo nell’ultimo anno di governo e non fu attuato per l’improvvida presa di posizione estemporanea di Riccardo Illy che si dimise anzi tempo da Presidente della Regione Fvg. Con ciò, va anche ricordato che rimase al palo pure la riforma sanitaria.

Però, il provvedimento legislativo era stato varato e, quindi, si poteva utilizzarlo nel corso del 2008. Caso volle che all’elezione successiva vinse Renzo Tondo e che per ben cinque anni quella legge venne da prima cancellata e poi, non ebbe mai più spazio per essere riesumata, magari anche in altra forma.

Nella legislatura successiva la cosa la cosa riemerse con altro nome e altra veste: la Presidente di allora non voleva in alcun modo riconoscere il merito politico del Governo Illy. Questo, ad oggi, quanto accadde nel Fvg. Val la pena ancora ricordare che fummo, assieme alla Campania, la Regione che prima di altri, diedero vita a un nuovo tassello dello Stato sociale regionale.

Nel 2019 il Governo Nazionale vara il provvedimento di cui tanto si parla. A quanto si sa, ai dati odierni, gli aventi diritto non si sono, come si immaginava, precipitati all’utilizzo dell’opportunità offerta.

Val la pena, però, ricordare che tale norma è una una norma a tempo definito: un anno e mezzo circa di durata dopo di che la saracinesca verrà chiusa. Questo aspetto andrebbe illustrato in modo intenso perché non sorga la cattiva idea che quella serenità sociale raggiunta, possa essere duratura. In aggiunta, l’aiuto economico sarebbe accompagnato dall’obbligo di accettare un posto di lavoro per uscire con le proprie mani dallo stato di incertezza sociale. Qui, va riconosciuto quanto il marchingegno sia complicato e difficilmente operativo.

Comunque, chi l’ha pensato avrà fatto i suoi calcoli o ne risponderà per l’affanno che lo stesso incontrerà nella sua fase attuativa. Come ben si capisce, non faccio l’esame di quanto sia possibile tutto ciò, in quanto, almeno in questa fase, do per scontato che i legislatori e il governo abbiano fatto i calcoli con massima serietà; in cuor mio, però, ho seri dubbi che la cosa proceda linearmente ma attenderò i tempi maturi per mettere in rilievo la sfasatura, nel caso capitasse, tra intenzione e realizzazione del progetto.

Però bisogna dire che questa vicenda non è la panacea come aveva affermato il vice Presidente Luigi Di Maio perché la povertà nel nostro Paese non sarà cacciata con il varo di questa manovra; purtroppo peserà ancora notevolmente su milioni di famiglie. Resta comunque il fatto che un provvedimento di questa natura sociale è pur sempre un’attenzione meritoria e proprio per questo la mia penna non intende in alcun modo dar corso ad espressioni al curaro.

Cnel: gli italiani vogliono un’Europa vicina ai cittadini

Gli italiani guardano con fiducia al futuro dell’Europa, che considerano un punto riferimento nella ricerca di soluzioni efficaci ai problemi dell’economia, del lavoro, del welfare, alla tutela ambientale e dei diritti personali. Il dato emerge dalla consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, la prima del genere in Italia, promossa dal CNEL, lanciata il 1° febbraio e conclusasi il 25 marzo scorso a cui hanno risposto spontaneamente ben 13.417 italiani. La raccolta e l’elaborazione dei risultati della consultazione, curata da Noto Sondaggi e presentata a Roma, nel Parlamentino del CNEL, restituiscono la visione, per certi versi inedita, di un’Europa che deve investire più sul benessere personale e sociale che sui propri assetti istituzionali.

La consultazione, prevista dall’art. 10 del Regolamento degli Organi del CNEL, è stata predisposta nell’ambito di un progetto più ampio della Comunità Europea di ascolto dei cittadini, e si è sviluppato nel solco di altre iniziative simili promosse dal CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo, e dai Comitati economici di altri Paesi membri, per raccogliere il parere e le aspettative sul futuro dell’Unione Europea di tutti i cittadini europei. Dall’analisi dei risultati – i questionari erano composti da 16 domande a risposta multipla riferite a 4 aree tematiche (principi fondamentali dell’Unione Europea; politiche economiche; politiche sociali e digitalizzazione) – in particolare è venuto fuori che la media delle risposte è di 8.3 su 10 che rappresentano il vivo riconoscimento del ruolo dell’Ue da parte degli italiani.

Gli italiani hanno espresso il maggior consenso (9,1) per la necessità di definire e garantire i principi alla base dell’unione tra i diversi Paesi membri. In particolare, ad essere più sentita è la necessità di vedere tutelati il diritto alla libertà, alla sicurezza dei cittadini, seguito dal rispetto della vita privata e familiare e della libertà di pensiero, coscienza e religione per tutti. Meno importante, per gli italiani è stato il tema degli assetti istituzionali (6,9) e politici, soprattutto transnazionali (6,2). Sul fronte economico e sociale, se una delle aspettative maggiori riguarda il sostegno all’occupazione ed alle pari opportunità per l’accesso al mondo del lavoro, non meno interessante è l’attenzione alla tutela ambientale e al ciclo dei rifiuti, alla libertà di circolazione, alla sicurezza, alla libertà di pensiero e al rispetto della vita privata. Rilevante anche il risultato sull’aspettativa in tema di prestazioni minime di welfare e di assistenza sanitaria.

“L’Europa delle nazioni non è Europa. La grande diffusione del populismo deriva dal senso di lontananza delle istituzioni europee dalla gente, che non si sente protetta. E’ chiaro che bisogna avvicinare le strutture europee ai cittadini”, ha detto Romano Prodi durante la lectio magistralis “Il futuro dell’Europa: problemi e prospettive”, svolta in occasione dell’iniziativa.

“Gli oltre 13mila questionari, raccolti con l’aiuto delle parti sociali e dalle associazioni rappresentate nel CNEL e l’aiuto fattivo del MIUR, sono alla base dell’elenco delle priorità che il Cnel intende raccogliere per un appello alle forze politiche in occasione delle prossime elezioni. Persone di ruoli e generazioni diverse hanno espresso i propri auspici sull’Europa del futuro, al Cnel ora il compito di fare sintesi, rispettando il dettato costituzionale che le assegna un ruolo di rappresentanza democratica”, ha aggiunto il Presidente del Cnel Tiziano Treu.

Secondo il Segretario Generale del Cnel, Paolo Peluffo, “Dalla consultazione pubblica sul futuro dell’Europa, la prima del genere in Italia, abbiamo raccolto molte indicazioni utili per l’attività istruttoria a supporto dell’iniziativa legislativa. Un dato che rafforza il CNEL come luogo costituzionale del dibattito pubblico e della partecipazione democratica dei cittadini ai processi decisionali pubblici, nazionali ed europei”.

Per Beatrice Covassi, Capo Rappresentanza Italia della Commissione Europea, “Questi dati confermano che gli italiani credono e hanno fiducia nell’Europa”.

La prima foto di un buco nero

Durante sette conferenze stampa internazionali è stata svelata la prima foto mai realizzata che ritrae un buco nero, ottenuta grazie alla collaborazione scientifica Event Horizon Telescope.

Le conferenze stampa che hanno dato l’annuncio dello straordinario risultato si sono tenute a Bruxelles, Lyngby, Santiago, Shanghai, Tokyo, Taipei e Washington. Si tratta di un traguardo rivoluzionario, visto che fino ad ora nessuno è mai riuscito a catturare o osservare un buco nero ad occhio nudo.

Nel corso della conferenza Sheperd Doeleman, a capo del progetto EHT, ha definito i buchi neri “gli oggetti più misteriosi dell’universo”. Secondo i ricercatori, il buco nero al centro della galassia Messier 87 (M87) ritratto nell’immagine avrebbe una massa pari a 6,5 miliardi di volte quella del Sole. L’aspetto dell’oggetto fotografato sarebbe una sorta di “anello di fuoco”, come descritto dal team di scienziati.

Gli USA e il nucleare iraniano

La politica di concessioni e cedimenti di Obama nei confronti dell’Iran e del regime iraniano conduce alla firma, nel luglio 2015 a Vienna, del cosiddetto accordo sul nucleare iraniano. L’accordo, molto voluto da Obama e molto perseguito dal suo ministro degli Esteri Kerry, è una lista di concessioni verso un paese che per anni ha nascosto i programmi nucleari e che supporta e finanzia gruppi terroristi come Hamas e Hezbollah, oltre che il regime siriano. Un paese il cui governo, tra gli obiettivi dichiarati, ha la distruzione di Israele. Le concessioni e i cedimenti, nell’accordo del 2015, avvengono in cambio di un arresto, ma non di una cancellazione, del progetto iraniano di costruire armi nucleari. Obama sembra credere che per la prima volta nella storia un regime fondato su un’ideologia aggressiva, in questo caso il fondamentalismo islamico, possa cambiare direzione dopo aver ottenuto ciò che vuole in un negoziato. L’ultima volta in cui un presidente americano, Clinton, ha concesso credito a un regime canaglia, la Corea del Nord, in materia di blocco del programma nucleare, il risultato è stato negativo. Negli anni precedenti l’accordo del 2015, osservatori credibili avvertono Obama che il regime iraniano non può avere via libera in Medio Oriente. Per quanto l’importanza strategica di tale regione sia stata esagerata per decenni, soltanto la Casa Bianca più anti-israeliana della storia, quella di Obama, può non vedere che l’unico ostacolo al controllo iraniano della parte occidentale del Medio Oriente, fino al Mediterraneo, è Israele.

Sanzioni economiche, come quelle faticosamente iniziate verso l’Iran nel 2006, non causano la caduta di un regime, ma possono indurlo a cedere. La revoca delle sanzioni, conseguente all’accordo obamiano con l’Iran, ha significato rafforzarne il regime. Dal 2010 in poi l’economia iraniana era in contrazione, con l’inflazione alle stelle e proteste interne. Ha ripreso a crescere con le concessioni che hanno preceduto l’accordo e poi con la revoca delle sanzioni, che ha portato al regime 150 miliardi di dollari di fondi (fondi congelati a seguito delle sanzioni) e ulteriore reddito dai rinnovati commerci e investimenti esteri. Concedere all’Iran l’accesso a 150 miliardi d dollari, pari al 10% del PIL iraniano, è come immettere due trilioni di dollari nell’economia USA del 2015. Persino l’anemica economia dell’epoca obamiana ne avrebbe avuto un notevole beneficio. Obama aggiunge un regalo-riscatto per il rilascio di ostaggi americani, con la spedizione in Iran (che doveva restare segreta) di 1,4 miliardi di dollari in contanti: un grosso aereo da trasporto ne era pieno.

L’accordo del 2015 lascia intatto il sistema nucleare iraniano poiché non richiede al regime di smantellarne le strutture. Il regime mantiene le capacità operative per produrre l’arma nucleare, perché l’accordo gli consente di mantenere migliaia di centrifughe e le scorte di uranio. Inoltre l’accordo consente la ricerca in materia di centrifughe avanzate, e persino garantisce assistenza tecnologica nel loro sviluppo, da parte dei paesi che, per ottusità strategica o piuttosto per interesse, firmano l’accordo insieme all’America di Obama: Francia, Gran Bretagna, Germania, nonché i due paesi che avversano la politica estera USA, Cina e Russia. Il governo Obama concede il diritto all’arricchimento dell’uranio, chiedendo soltanto che le centrifughe siano “sconnesse”, ma non smantellate. L’Iran mantiene la struttura di Fordow, costruita sotto una montagna e di cui ha mascherato l’esistenza per un decennio, fino a quando il Mossad israeliano ne ha rivelato l’esistenza. L’Iran non smantella il reattore ad acqua pesante di Arak, con l’impegno a non produrvi più plutonio. L’accordo non considera il programma missilistico iraniano, che prosegue negli anni dopo il 2015. L’accordo lascia off limits e non soggetti a ispezioni i siti militari iraniani; e già questo lo qualifica come una frode, perché in un regime come quello iraniano tutto può divenire sito militare.

Il capitolo ispezioni o verifiche dell’accordo è una farsa. Le uniche verifiche a cui dare valore sarebbero ispezioni non annunciate in ogni struttura. Invece l’accordo afferma che gli ispettori devono ricevere l’approvazione a una loro richiesta e che il regime può ritardare fino a 24 giorni l’ispezione. Ciò avviene in un paese che per due decenni ha barato e non concesso verifiche all’agenzia IAEA (agenzia ONU per l’energia atomica), tanto che l’intelligence occidentale ha impiegato anni a individuare i laboratori nucleari. Solo Obama, Kerry e i burocrati di Bruxelles possono non ammettere che in 24 giorni c’è tempo per spostare e occultare equipaggiamenti o prove di inadempienza. Riserve sull’accordo giungono anche da esperti di sanzioni di area Democratica, sostenitori di Hillary Clinton, come  Mark Dubowitz (“L’Iran ha sospeso soltanto parti del programma che non richiedono più progressi significativi”) o Dennis Ross (“Il regime iraniano ha sfruttato gli accordi provvisori per portare avanti le tre direzioni del programma: la bomba all’uranio, la bomba al plutonio e il programma missilistico”). Riserve giungono dall’ex direttore dell’IAEA, il finlandese Olli Heinonen: “Se 9000, o anche solo 6000, centrifughe rimangono operative, il periodo di tempo per riprendere il programma e arrivare alla bomba è molto meno di un anno”. Da qui il ricatto che viene consentito al regime iraniano: se voi rompete l’intesa del 2015, noi riprendiamo il programma.

Questo dunque è l’accordo disastroso che Trump si trova in mano quando, alla fine del 2016, viene eletto presidente. Si trova di fronte a un Iran che muove milizie e finanzia attività terroristiche in Medio Oriente e altrove, e con una struttura nucleare intatta. Un Iran che cerca di insediarsi sul confine nord di Israele e fornisce fondi e armi ad Hamas sul confine sud, mentre sviluppa missili di media gittata in grado di raggiungere Israele. E poi nell’accordo del 2015 vi è una dimensione spregevole, che non può essere ignorata: il revocare sanzioni, concedere rafforzamento finanziario, compiacere un regime che per anni ha fornito gli esplosivi nascosti sulle strade (in gergo tecnico: IED) che in Iraq hanno ucciso, ferito, mutilato, centinaia di soldati americani andati in quel paese a portarvi una democrazia poco desiderata. Spregevoli, e non solo sconcertanti, sono le dichiarazioni del governo Obama, con cui Trump deve fare i conti, di volere “una nuova relazione” con l’Iran, un paese dal cui parlamento e dalla cui stampa continuano ad arrivare grida di “Morte all’America” e “Morte a Israele”.

A differenza di altri presidenti, Trump cerca di mantenere gli impegni presi con gli elettori, e per quanto riguarda l’Iran lo fa annunciando, l’8 maggio 2018, il ritiro degli USA dall’accordo del 2015. Si tratta di una decisione adeguata, coraggiosa e strategicamente significativa. Resa possibile, inoltre, dal fatto che l’accordo si fonda su una certa dose di inganno dell’ex presidente nei confronti del Congresso e dell’opinione pubblica americana: Obama non aveva portato l’accordo in Congresso (lo aveva fatto approvare dall’ONU!), non ne aveva rivelate le clausole secondarie, benché da decenni qualsiasi trattato riguardo al controllo delle armi fosse sottoposto alla ratifica, con due terzi dei voti, del Senato. Se quella ratifica vi fosse stata, un altro presidente non avrebbe potuto revocare il trattato. Tuttavia, abbattere l’intesa di palazzo voluta da Obama è difficile: la presenza di società occidentali in Iran è un ostacolo all’introduzione di nuove sanzioni; le violazioni all’accordo o le dispute su temi tecnici non possono essere impugnate, perché le clausole dell’accordo le proteggono; i media sono pronti all’abituale travisamento dei fatti. Ugualmente, nel maggio 2018 Trump rende noto che gli USA escono dall’accordo e che il regime iraniano ha sei mesi di tempo per modificare la politica di aggressioni regionali, dopo di che nuove sanzioni verrebbero introdotte dagli USA. La scelta di Trump è la correzione dovuta di un accordo difettoso, non verificabile, infame per i motivi che ho detto sopra e tale da essere una fortuna indebita per il regime iraniano. Inoltre, i sei mesi di tempo offrono la possibilità di negoziare un accordo migliore.

Ma il regime iraniano, giovandosi anche del sostegno di Unione Europea, Cina e Russia che confermano l’accordo del 2015, non cambia politica. A fine maggio 2018 si ha notizia di un deposito di materiali nucleari, tenuto segreto alle ispezioni e scoperto dallo spionaggio israeliano. Ai primi di agosto si ha conferma che il programma missilistico iraniano prosegue e che il regime opera per conservare la capacità di sviluppo dell’arma nucleare. Intanto prosegue il sostegno iraniano al regime siriano e a gruppi come Hezbollah, a cui vengono inviati nuovi armamenti (come denunciato anche dagli osservatori ONU in Libano). Forze armate iraniane si installano, in Siria, davanti alle alture del Golan, cioè in prossimità del confine israeliano. Mentre l’UE non collabora nemmeno per ottenere migliori ispezioni dei siti nucleari iraniani, Trump si avvicina alla decisione di imporre nuove sanzioni. Dice: “Dobbiamo tagliare l’accesso iraniano a risorse che servono per finanziare il progetto di destabilizzare il Medio Oriente”. Il 5 novembre 2018 le sanzioni unilaterali USA entrano in vigore. Esse riguardano l’industria petrolifera iraniana, i porti, i cantieri navali, e il settore finanziario, limitando l’accesso al sistema bancario americano. Le società che commerciano in petrolio iraniano sono soggette a penalità, se sono presenti sul mercato americano. Si prova anche a ostacolare i canali clandestini dell’export iraniano, come l’uso di petroliere con false bandiere. Inoltre le sanzioni cercano, con risultati che saranno modesti, di limitare gli acquisti (per lo più cinesi) di debito sovrano iraniano. Nel complesso non si tratta di sanzioni estreme: non viene ostacolata la vendita all’Iran di derrate agricole e medicinali; e poi il Dipartimento di Stato concede parziali deroghe per la vendita di petrolio e gas verso molti (direi troppi) paesi, tra cui Cina, India, Corea del Sud, Giappone. Un obiettivo non dichiarato delle sanzioni è di promuovere una contestazione interna al regime.

La fine della politica di appeasement verso l’Iran da parte del governo Trump avviene sulla scena di un Medio Oriente dove le ostilità vanno mutando. Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Giordania, cioè gli emirati e le monarchie sunnite, temono l’espansionismo sciita dell’Iran, e comprendono che il loro nemico è anche il nemico di Israele. Inoltre, sempre più essi richiedono la tecnologia civile di Israele, per esempio nel contrasto alla siccità. A lungo in Medio Oriente tra i motivi di odio verso Israele vi è stato il suo successo tecnologico, la sua inventiva, che è stata l’epitome del capitalismo artigianale. Nonostante i tentativi dei media americani di aprire una frattura insanabile tra il governo Trump e indirettamente Israele, da un lato, e l’Arabia Saudita dall’altro, il Crown Prince saudita ha dichiarato (in un’intervista a The Atlantic): “Israele ha il diritto di esistere”. Quel diritto, negato dagli stati arabi per oltre mezzo secolo, era messo in dubbio dall’accordo sul nucleare iraniano, che il senatore Graham definì nel 2016 “una sentenza di morte, con il tempo, per Israele”. Obama era un presidente che usava luoghi comuni antisemiti, riuscendo a farsi votare ugualmente dai ricchi ebrei americani. Il primo ministro israeliano Netanyahu denunciò, anche parlando al Congresso USA, il pericolo: nel marzo 2015, prima che l’accordo fosse concluso, disse chiaramente: “Il regime iraniano è impegnato alla distruzione di Israele. Potrebbe infrangere l’accordo e arrivare all’arma nucleare in breve tempo. Prima di revocare le sanzioni, il mondo dovrebbe chiedere all’Iran tre cose: primo, mettere fine alla politica di aggressioni in Medio Oriente; secondo, mettere fine al sostegno del terrorismo; terzo, mettere fine alla minaccia di annientare il mio paese”. Questi giustificati argomenti sono sufficienti a rendere doveroso il cambio di direzione deciso da Trump.

I nemici di Trump e i sostenitori dell’accordo del 2015 affermano che uscirne significa volere “la guerra”. Al contrario, era l’accordo che lasciava soltanto la soluzione militare, e non più le sanzioni, come strumento per fermare le azioni del regime iraniano. Dai media liberal americani arriva anche la precisazione che è Israele a voler spingere gli USA a una guerra contro l’Iran. Si tratta di un’accusa odiosa e turpe. Nei suoi 70 anni di storia, Israele non ha mai chiesto agli USA di combattere per sé, anche quando ne aveva un bisogno estremo. Non nel 1948, quando 650 mila ebrei furono aggrediti da 60 milioni di arabi. Non nel 1967, quando tre milioni di ebrei dovettero combattere per l’esistenza contro 150 milioni di arabi. Non nel 1973, quando di nuovo Israele fu assalito da eserciti nemici e fu sul punto di soccombere, prima di rovesciare le sorti della guerra, attraversare il canale di Suez e chiudere in una sacca mortale l’esercito egiziano. Non nella guerra in Libano. Non quando Saddam in Iraq costruiva l’atomica. Non in Siria, da cui il regime iraniano progetta di rinnovare l’attacco. Israele non è nella lunga lista delle nazioni per le quali tanti giovani americani hanno combattuto e dato la vita: Corea, Iraq, Kuwait, Afghanistan, Vietnam, Filippine, e più indietro ancora i paesi europei (anche l’Italia, e due volte la Francia). Poiché il pericolo di nuove aggressioni a Israele rimane, Netanyahu ricorda ai suoi vicini e al mondo: “I giorni in cui il popolo ebraico restava passivo, davanti a nemici che volevano il suo genocidio, sono finiti per sempre. Gli uomini e le donne che difendono la nostra terra non hanno limiti al coraggio. Dopo cento generazioni noi, il popolo ebraico, sappiamo difenderci”.

Alla decisione di Trump di ripristinare le sanzioni verso l’Iran, la UE non aderisce, e ciò complica il progetto di Washington di isolare l’Iran. Nella decisione dei burocrati di Bruxelles e dei governi europei, soprattutto quelli francese e tedesco, vi è una tentazione di tradimento. In nome dei commerci, o anche soltanto in nome di rancide ideologie (rancide anche nelle indefinite pieghe antisemite), quei governi non accettano le richieste che arrivano dal governo Trump: perseguire ed espellere gli agenti iraniani in Europa; chiudere, se necessario, le ambasciate; sanzionare le società coinvolte in attività di terrorismo. Nemmeno un attentato maggiore in Danimarca, forse collegato a fondi iraniani e sventato all’ultimo momento nel settembre 2018, convince a un giro di vite. I governi che dettano legge a Bruxelles pensano di poter aspettare l’uscita di scena di Trump nel 2020, che essi auspicano. Quando nel novembre 2018 Trump reintroduce le sanzioni, quei governi europei e i loro stipendiatissimi passacarte annunciano un antipatico tentativo di stabilire un canale di pagamento in euro, che escluda il sistema del dollaro, per mantenere i legami economici con l’Iran. Persino con qualche accanimento, funzionari di Bruxelles studiano un sistema di baratto che consenta all’Iran di vendere petrolio o gas in Cina, e averne in cambio merci tecnologiche europee prodotte in Cina. La mentalità o l’ideologia che stanno dietro a queste azioni sono le stesse del governo Obama, il cui segretario al Tesoro, Lew, nel luglio 2015 assicurò in Congresso che all’Iran “negheremo l’accesso al mercato finanziario USA”, mentre invece faceva pressioni sulle banche americane affinché lavorassero con l’Iran. Affermando che l’accordo sul nucleare faceva dell’Iran un accettabile interlocutore per gli affari, Obama diede istruzioni a Kerry e altri ministri affinché incoraggiassero le istituzioni finanziarie a lavorare con l’Iran, e a questo scopo inviò delegati in molti paesi del mondo. Un analogo ambiguo appeasement è la scelta dei potentati europei. Nel febbraio 2019, quando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il vice presidente americano Mike Pence chiede ai governi europei di unirsi agli USA nel denunciare l’accordo del 2015, la risposta è evasiva, mentre il governo tedesco e quello francese confermano (con il costituire società che diano attuazione al canale di pagamento in euro) i legami economici e diplomatici con l’Iran.

Ma intanto le sanzioni americane spingono importanti società europee a uscire dal mercato iraniano, nel timore di perdere l’accesso all’economia USA e ai suoi 21 trilioni di dollari di PIL. A inizio 2019 le sanzioni cominciano a farsi sentire, e l’economia iraniana incespica. L’export di petrolio e gas è sceso, in un paese dove quell’export fornisce l’80% delle entrate. Le maggiori società europee si sono ritirate. Sul piano delle transazioni bancarie, rimane da vedere se le sanzioni unilaterali USA sono sufficienti. Per anni, prima durante i negoziati, poi dopo l’accordo del 2015, i legami commerciali con la Cina hanno portato investimenti in Iran, mentre quelli con la Russia hanno significato la costruzione di una seconda centrale nucleare e massicci acquisti di armamenti avanzati. Servendosi del fatto che l’accordo non riguardava tali acquisti, l’Iran ha sviluppato missili balistici e comprato da russi e cinesi missili terra-aria e terra-mare, oltre che imbarcazioni veloci fornite di siluri ad alto potenziale. Gli anni dell’accordo, dopo il 2014, hanno coinciso con la guerra in Siria, di cui l’Iran è stato il principale fomentatore, e con lo spostamento di armi e truppe iraniane verso il Libano. Nei primi due anni di presidenza Trump le azioni di disturbo o le piccole aggressioni da parte di motovedette iraniane verso le unità della flotta USA, nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, sono diminuite fino all’irrilevanza. Crescono però i timori di un attentato maggiore a un incrociatore o una portaerei USA, e vi sarebbero indicazioni al riguardo sui media iraniani. Trump e i suoi ministri della Difesa hanno più volte messo in guardia il regime iraniano, anche con comunicazioni ufficiali. Nel dicembre 2018, Trump lo ha fatto con uno straordinario tweet: “Non siamo più un paese che tollera le vostre dementi parole e azioni di aggressione. State attenti!”.

La ripresa delle sanzioni verso l’Iran, insieme a una credibile deterrenza armata, è la strada per arrivare a nuovi negoziati. Il governo Trump afferma di volere un accordo complessivo, non soltanto sullo sviluppo dell’arma nucleare da parte dell’Iran, ma anche sul programma missilistico iraniano e sul sostegno a gruppi terroristi. La mancanza di consenso alle nuove sanzioni da parte dei maggiori governi europei, e l’evidenza che Cina e Russia proseguono i loro commerci con l’Iran, sono ostacoli maggiori. In ogni caso, qualunque ne sia l’esito, la decisione di Trump di revocare l’accordo concluso da Obama è moralmente apprezzabile e strategicamente coerente. Quanto al regime iraniano, la sua strategia è quella di tutti i nemici di Trump, cioè di aspettare una sua sconfitta nelle elezioni del 2020 e intanto operare perché ciò avvenga.

 

Tumori rimossi grazie a un fascio di elettroni

razie all’utilizzo di un dispositivo in grado di “sparare” un fascio di elettroni, generati tramite laser, sarà possibile bruciare alcuni specifici tumori in appena un secondo. Il sistema, brevettato dal fisico nucleare Gabriele Grittani, del centro di ricerca Eli-Beamlines di Dolni Brezany (Repubblica Ceca), risulta avere una maggiore efficacia nella lotta al cancro, in particolare nella cura alle neoplasie al polmone e alla prostata.

I vantaggi di tale scoperta sono molteplici.  Gli elettroni sono più veloci e leggeri rispetto ai protoni oggi utilizzati. Pertanto, una terapia basata sugli elettroni è sicuramente più rapida, è meno invasiva e persino più economica. Inoltre, grazie alla tecnologia laser, il macchinario consente il monitoraggio in tempo reale della posizione del tumore, il quale comporta un controllo maggiore sulla terapia del paziente”.

Libia: Unicef, “a Tripoli mezzo milione di bambini a rischio”

La violenza si è intensificata nei giorni scorsi nella capitale libica di Tripoli e nei dintorni.
Quasi mezzo milione di bambini a Tripoli e decine di migliaia in più nelle aree occidentali sono a rischio diretto a causa dell’intensificarsi dei combattimenti.
E’ l’allarme lanciato oggi dall’Unicef, che chiede a tutte le parti in conflitto
di proteggere ogni bambino in ogni momento e di tenerli lontani dalle violenze, in linea con il diritto internazionale umanitario.
di astenersi dal commettere gravi violazioni contro i bambini, compreso il reclutamento e l’utilizzo dei bambini nei combattimenti.

Inoltre l’UNICEF ricorda che rimarrà sul campo in Libia durante questo momento critico per fornire – con i suoi partner – il sostegno necessario ai bambini e alle loro famiglie.

Europa in fieri

Spesso parlando di Europa non si adotta semplicemente una prospettiva, il che è inevitabile per qualsiasi discorso, ma si prova a definire un’identità, una proprietà coerente di “ciò che è Europa”. Forse anche questo è altrettanto inevitabile. Infatti proprio nel momento della crisi, quando si è smarrito ciò che era dato per scontato (ad esempio il senso della democrazia rappresentativa), nel momento della prova decisiva, viene naturale “farsi forza”, “resistere”, innanzitutto interrogandosi sulla propria identità. È un istinto naturale, dunque di per sé neutrale, non necessariamente positivo o negativo. Alla legittima e giusta domanda sul chi siamo, si risponde però con contenuti diversi, e soprattutto con modi e stili diversi. Qui sta il punto. Lo stile rivela il senso del contenuto, con che spirito è inteso. 

Oggi uno stile diffuso sembra essere la semplificazione, lo schematismo, e dunque l’irrigidimento, la cristallizzazione ideologica di una “cosa” Europa. Una deriva pericolosamente sterile che, astraendo dalla realtà delle persone e delle loro relazioni nella comunità, fa rinchiudere in populismi identitari “dal basso” (“l’Europa è il popolo arrabbiato”) o in elitarismi della tecnocrazia “dall’alto” (“l’Europa è l’Unione Europea e le sue politiche”, e nient’altro).

Al giovane europeo investito dal vento individualista-populista (perché i due elementi sono connessi), nel momento della crisi della democrazia e della comunità politica in quanto tale nonché dell’idea di un’Europa “unita nella diversità”, si presenta oggi il difficile compito di trovare un modo adeguato, un tono giusto, una voce significativa, per dire cosa è l’Europa. O meglio, come si farà l’Europa. 

Trovare questa voce, adattare il tono, lo stile, il pensiero alla realtà attuale nella sua evoluzione futura è la vera sfida dell’europeo di oggi e di domani, ed è la vera questione sull’identità europea. A partire da questa sfida oggi, nel circolo dei Liberi e Forti di Roma, si vuole riflettere su “La nostra Europa con De Gasperi e Spinelli” con spirito lucido e libero, senza facili identitarismi di nessun tipo. Un discorso genuinamente europeista oggi non può fermarsi a un banale “revival” di antiche radici archeologicamente venerate, ed è necessario invece un chiarimento di idee sullo stile di fondo dei sognatori, pionieri e fondatori d’Europa, quelli di ieri e quelli di domani: la speranza.

La tradizione europeista, con tutte le sue diverse sfumature, ci insegna fondamentalmente questo, che l’identità dell’Europa è e deve essere per sua natura un’identità dinamica, in fieri, protesa verso il futuro, forte proprio del suo cambiare procedendo con saggezza nel progresso della storia ed oltre essa. Non si tratta di banale ottimismo, ma di una chiara scelta morale e politica densa di senso, una scelta sul destino stesso dell’Europa e degli europei: essere una comunità coesa e aperta all’altro e alla speranza, faro di libertà e giustizia nel mondo.