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Enrico Mattei: L’apporto delle forze partigiane democristiane alla guerra di liberazione

Nel giorno delle celebrazioni del 25 Aprile, segnate quest’anno dall’ambiguo destreggiarsi in chiave polemica del Vice-Premier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, consideriamo questa rilettura dell’intervento di Enrico Mattei – capo partigiano e fondatore dell’ENI – al primo congresso della Democrazia Cristiana (Roma, 24-28 aprile 1946) un esercizio importante al fine di preservare il senso più profondo della memoria collettiva.

Affinché il passare dei mesi non attenui il ricordo e la considerazione per quell’esercito di volontari ai quali quasi esclusivamente fu affidato — in un primo tempo almeno — l’immane compito di provare a tutti gli italiani ed al mondo intero che il nostro popolo sa ancora amare la libertà fino a dare la sua vita per conquistarla e per difenderla; affinché la memoria di quanto questi nostri partigiani hanno compiuto per noi tutti, per ciascuno di noi, non si perda fra le tante assillanti preoccupazioni di ogni genere che opprimono oggi l’individuo e la collettività, per queste ragioni soprattutto ritengo mio dovere prendere la parola, non nell’intento di esaltare i combattenti del periodo eroico della guerra di liberazione — sarebbe a ciò la mia voce insufficiente —, ma per ricordare il loro sacrificio, per ricordarlo a me ed a tutti i presenti onde, nelle gravi cure dell’ora attuale, ci sia di conforto, di ammonimento e di sprone a perseverare nel cammino lungo e difficile che ancora ci resta da percorrere. Ma, a trattare della questione partigiana, sono anche indotto per aver notato come le numerose celebrazioni fatte nella seconda metà dello scorso anno e poi; con sempre minore frequenza, in questi primi mesi del 1946, vennero quasi esclusivamente organizzate ed effettuate da altri partiti politici che, come è ovvio, furono indotti a valorizzare ed a mettere in particolare risalto l’apporto delle unità partigiane che a tali partiti facevano capo e che da essi dipendevano. Ciò ha forse ingenerato, nell’animo di coloro che ascoltarono tali rievocazioni e che ne lessero i resoconti sui giornali, la convinzione che la lotta di liberazione sia stata un po’ il monopolio di uno o due partiti politici. Noi troppo poco parlammo, fino ad oggi, dei nostri partigiani e troppo poco ne scrivemmo, quasi fosse la materia a farci difetto. Orbene, pur concedendo che, per la complessità delle vicende del periodo clandestino, per il frequente costituirsi, disciogliersi e ricostituirsi delle unità partigiane, non è possibile dare le esatte proporzioni dei patrioti aderenti ad ogni singolo partito, ho ad ogni modo la ferma convinzione che la conoscenza dei dati a cui accennerò più avanti potrà servire a ristabilire più giuste proporzioni ed a rilevare quanto la Democrazia Cristiana ed i suoi combattenti hanno fatto perché l’Italia fosse libera e democratica. Potrà far pienamente capire a tutti perché noi non ci sentiamo a nessuno secondi in materia di guerra partigiana, e perché — come S.E. De Gasperi ha ben chiarito nel recente discorso di Torino — non possiamo acconsentire ad essere “accolti” da nessuno tra le file dei difensori della libertà. Noi fummo bensì, e siamo sempre, “al fianco” di tutti per la difesa e la diffusione della libertà, in assoluta parità di diritti con qualunque altro partito, come fummo a chiunque pari nel compiere il nostro dovere. Ne abbiamo una chiara conferma in alcune frasi della lettera che il Comandante Generale del C.V.L., Gen. Raffaele Cadorna, mi scrisse il 6 maggio 1945, in occasione della sfilata di 16 mila uomini delle formazioni democristiane a Milano, per celebrare l’avvenuta liberazione. Dopo aver affermato che l’opera delle formazioni della Democrazia Cristiana è stata benemerita non solo del partito, ma della guerra partigiana in genere, la quale, appunto per la fusione di tutte le correnti politiche nelle sue file, era divenuta veramente nazionale, il Gen. Cadorna aggiungeva: «Questa verità è apparsa chiaramente a tutti, oggi, nel contemplare affiancate ed affratellate formazioni di ogni colore, ma in particolare di colore rosso ed azzurro». Limiterò dunque la mia esposizione, necessariamente schematica, per mancanza di tempo, a quella parte del C.V.L. a nome della quale io posso parlare e della quale

conosco, per la lunga consuetudine, tutte le lotte, tutti gli eroismi, tutta la passione: le formazioni della Democrazia Cristiana. Prima di trattare di queste unità di combattimento, non sarà tuttavia inutile ricordare che, se molte delle divisioni e brigate partigiane poterono operare, tenersi in collegamento fra di loro e con i comandi centrali, ricevere aiuti finanziari, materiali d’equipaggiamento e di armamento, viveri, ecc., ciò fu grazie alla collaborazione strettissima, coraggiosa, temeraria talvolta, del clero cattolico di ogni grado e dignità, delle organizzazioni cattoliche di ogni genere. E questo è vero non solo per i partigiani combattenti sotto l’insegna della Democrazia Cristiana, ma anche per tutte le altre formazioni, così per le Divisioni Garibaldine, come per le Brigate Matteotti, le Brigate Giustizia e Libertà, e per le Formazioni Autonome. Tutte e ovunque ebbero nel sacerdote non solo il consolatore dei feriti e dei morenti, ma anche la staffetta fedele ed eroica; tutte ebbero nelle chiese e negli oratori il rifugio sicuro, talvolta le sedi dei Comandi, i depositi delle armi e delle munizioni e così via. Non è facile pensare come si sarebbe potuto organizzare e mantenere collegato l’imponente complesso delle forze dipendenti dal C.V.L. senza questo prezioso tessuto connettivo rappresentato dalla Chiesa Cattolica e dalle organizzazioni religiose e laiche da essa dipendenti. Tutto ciò, senza contare la partecipazione attiva e diretta alla lotta di decine e decine di sacerdoti: comandanti di Divisione e di Brigata, Commissari di guerra nelle formazioni, informatori dei Comandi Partigiani, operai fra gli operai nelle officine per concorrere ai sabotaggi e per sorreggere la fede dei loro compagni di lavoro, con i quali si fecero spesso deportare in Germania. Non vi è regione, non vi è provincia che non abbia dato il suo contributo di sacerdoti morti, torturati, arrestati e deportati. Devo ricordare, fra i tanti, Don Umberto Bracchi e Don Francesco Delnevo, assassinati dalle SS tedesche durante il rastrellamento del luglio 1944, nel Nord Emilia. E Don Emanuele Toso, Don Attilio Pavese, Don Giovanni Bobbio, Don Enrico Pocognoni e tanti, tanti altri che lasciarono la loro vita sulle montagne del nuovo calvario d’Italia, onde portare il conforto della fede a coloro che combattevano per far sì che di fronte alla efferata violenza di una pseudo civiltà pagana trionfasse il precetto della carità cristiana. E come ricordare le migliaia di prigionieri alleati, di israeliti, di perseguitati politici che riuscirono, grazie all’aiuto dei sacerdoti, a mettersi in salvo oltre confine? Basterebbe leggere le pagine in cui Don Aurelio Giussani condensò l’attività dell’O.S.C.A.R. (Organizzazione di Soccorso Cattolica agli Antifascisti Ricercati), nata nel Collegio San Carlo a Milano, per convincersi di quanto fu fatto in questo campo dallo stesso Don Giussani, da Don Ghetti, Don Bigatti, Don Motta, Don Barbareschi, aiutati da pochi altri collaboratori laici della Democrazia Cristiana. Non senza significato è la lettera che il Comando Generale del C.V.L. ha inviato, in data 5-5-1945, alla Rev.ma Superiora Generale delle Suore della Riparazione, in Milano, per ringraziarla dell’ospitalità che il convento diede al Comando Generale stesso. Parlando del 25 aprile 1945, la lettera dice testualmente: «In quel giorno, da codesta Casa Generalizia, si decisero le sorti di questa preziosissima parte dell’Italia affidata al C.V.L.». E continua: «… Un giorno gli italiani conosceranno che da cedeste mura partirono gli ordini per la risurrezione della Patria». Prima di chiudere questa parte introduttiva, lasciate ancora che io chieda allo stesso Gen. Clark di valutare l’efficacia dell’azione militare svolta dalle formazioni della Democrazia Cristiana. In una comunicazione fattami in data 4-10-1945, il Gen. Clark riconobbe che, pur nella difficile situazione creata dalla deficienza di armi e di equipaggiamento, le unità della Democrazia Cristiana sono state impiegate in modo da recare “il massimo vantaggio” agli Alleati nella loro avanzata per la liberazione del territorio italiano. E prosegue riconoscendo altresì che il contributo dato dalle formazioni della Democrazia Cristiana alla causa dell’Italia e degli Alleati “è stato

degno delle più alte tradizioni delle genti amanti della Libertà”. Passo finalmente a dare una succinta relazione — a base di cifre — sulle forze della Democrazia Cristiana nelle diverse regioni e sull’attività da esse svolta. Chiedo venia, fin d’ora, a tutti coloro — e sono la quasi totalità — che, per mancanza di tempo, non potrò ricordare come vorrei. Sappiano però tutti i reparti e tutti i singoli partigiani che essi mi sono ugualmente presenti nella mente e nel cuore, ugualmente vicini come nei giorni della lotta comune. Ma sono decine di migliaia di figure e di azioni che balzano alla memoria. Sulla guerra partigiana già furono scritte centinaia di volumi, altri lo saranno, e non è nemmeno pensabile che in una breve relazione si possa far cenno di tutti gli uomini e di tutti gli avvenimenti. Spero tuttavia che sarà possibile, in un prossimo avvenire, far conoscere meglio, per mezzo di alcune pubblicazioni, il contributo dato dalle singole regioni e dalle singole unità di combattimento.

Veneto

Democristiano era il Vice Comandante del Comando Regionale Veneto del C.V.L. (il Com.te Reg.le era generalmente un militare, un tecnico, senza determinato colore politico). 18 furono le Brigate democristiane inquadrate nelle Divisioni del Veneto. In altre 21 Brigate i due terzi dei componenti provenivano dalla Democrazia Cristiana. Complessivamente 14.500 uomini, che ebbero 716 morti, 493 feriti, 71 arrestati politici. Perdite inflitte al nemico: 1.218 morti, 811 feriti e 26.700 prigionieri. L’azione di sabotaggio di una sola brigata — la “Cesare Battisti”, della Divisione “Monte Grappa” — ha causato al nemico: — 2.692 ore di interruzione nei trasporti ferroviari da e per la Germania; — la distruzione di 2.030 metri di binario, fatti saltare con cariche esplosive; — l’annientamento di 34 locomotive e di 52 carri ferroviari. La Brigata Guido Negri ha al suo attivo il disarmo di tutti i soldati costituenti il presidio di Dolo: 150 nemici furono legati e imbavagliati, tutte le armi della caserma sottratte. La stessa Brigata ha effettuato il rilievo di tutte le fortificazioni della zona dell’Adige. Vennero compilati i “lucidi” con l’indicazione di tutti i dati di dettaglio, compreso perfino il numero delle cassette di munizioni contenute nelle riservette, ed inviati poi al Comando Superiore Alleato, attraverso la Svizzera. Questi dati, che si riferiscono a due sole Brigate, possono dare una chiara visione di quella che è stata l’attività svolta dal complesso delle forze democristiane venete. Non voglio terminare questo breve cenno sulla resistenza veneta senza ricordare la Divisione democristiana Domenico Rossetti, costituita dal C.L.N. di Trieste e che raggruppava oltre mille armati. È doveroso ricordare, l’attività di Don Marzari — presidente del C.L.N. di Trieste — di Guidi, Monti e Marzi. Quest’ultimo, prima arrestato e torturato dai nazifascisti, poi, riuscito a fuggire, catturato dagli slavi e deportato in Jugoslavia. E tutti i caduti in combattimento: Di Peco, Dussi, Federici ed altri, che non possono essersi sacrificati invano. Come risultato pratico, insorgendo tre giorni prima dell’arrivo delle bande di Tito, hanno impedito ai tedeschi di far saltare il porto, già da tempo minato. Oggi, Trieste è una città quasi intatta. E chiudo rievocando un eroe padovano: Luigi Pierobon. Comandante di una Brigata, distintosi in centinaia di azioni rischiose, fu fucilato il 17 agosto 1944 dopo di essere stato arrestato nel tentativo di raccogliere in pianura altre forze per le formazioni partigiane. Agli sgherri che non gli concessero la fucilazione al petto disse: «Siete servi venduti; noi moriamo per l’Italia». La scarica lo colpì mentre stringeva nella mano la corona del Rosario, quella corona che la mamma gli aveva dato e che, nel testamento orale fatto al confessore, egli lasciò ancora alla sua mamma.

Lombardia e provincia di Novara

II primo rappresentante della Democrazia Cristiana in seno al Com.do Gen.le del C.V.L. fu la nobile figura di Galileo Vercesi, valoroso pioniere dell’antifascismo, arrestato nel marzo 1944 e fucilato il 12 luglio dello stesso anno presso Fossoli. È stato proposto per la medaglia d’oro alla memoria. Democristiani furono anche il Vice Com.te della Piazza di Milano ed il Capo di S. M. del Comando Regionale Lombardo. Fra le formazioni democristiane della regione, meritano particolare menzione: 1) II Raggruppamento Divisioni “Di Dio”, costituito da nove Divisioni su 44 Brigate e da 2 Brigate autonome, al comando di Alberto (al secolo Dott. Eugenio Cefis) e di cui era Commissario Politico Luciano Vignati. Il totale degli appartenenti a queste unità ammontava a 16 mila uomini. Le loro perdite furono: 512 morti, 630 feriti, 91 prigionieri e arrestati per motivi politici. Inflissero al nemico: 617 morti e 397 feriti. Catturarono 9.465 prigionieri. Degno di nota fu inoltre il S.I.M.N.I. (Servizio Informazioni Militari Nord Italia), organizzato da Giorgio Aminta e che, per mezzo di quattro stazioni radio alleate, servite dagli uomini del Com.te Ike, trasmise al Comando Superiore Alleato circa 350 messaggi al mese, fino all’aprile 1945. Il Maresciallo Alexander inviò un telegramma di plauso al capo di detto servizio, per le brillanti prove fornite. 2) Raggruppamento “Brigate del Popolo”, al comando di Franco Marra. Comprendeva tre divisioni su 29 Brigate, per un totale di oltre 7 mila uomini. Ebbe 37 morti, 56 feriti, 39 arrestati politici. Inflisse al nemico 188 morti e 124 feriti. Furono catturati 2.475 prigionieri. Queste brigate svolsero un cospicuo lavoro di collegamento, di sabotaggio, di propaganda e contropropaganda. Stamparono e distribuirono in numerose località della Lombardia giornali clandestini e manifesti antitedeschi. Nei giorni della liberazione, immobilizzarono le unità corazzate tedesche transitanti nella zona, fino all’arrivo delle colonne corazzate alleate. 3) Nelle zone di Brescia, Bergamo, Como e in Valtellina, i Padri Filippini della Pace, di Brescia, sostennero fino dal loro nascere numerose formazioni di partigiani che diedero vita, nell’estate del 1944, a ben 25 Brigate di Montagna. Esse, pur conservandosi rigorosamente apolitiche, accolsero nelle loro file un numero sempre crescente di giovani provenienti dalle organizzazioni cattoliche. Tale numero ammontava, nel periodo insurrezionale, a circa 5.500 uomini. Le perdite di queste Brigate — che erano rappresentate in seno al Comando Generale del C.V.L. dall’esponente della Democrazia Cristiana — furono: 61 morti, 45 feriti e 18 prigionieri. Al nemico inflissero 150 morti e 224 feriti. Segnalo l’opera svolta in seno a queste formazioni ed a favore delle stesse dal Dott. Sartorio Claudio e dalla Prof. Bianchini, i quali diressero successivamente anche l’Ufficio Assistenza alle famiglie dei patrioti caduti, presso il Comando Generale del C.V.L. dedicando la loro attività anche al giornale “Il Ribelle”. Numerosi furono i sacerdoti che si distinsero per la loro attività, subendo arresti e deportazioni, per aiutare questo movimento partigiano: Padre Manziana. Padre Rinaldini, Don Giacomo Vender, Don Nomolli, Don Almici, Mons. Fossati, Don Tedeschi il quale dopo essersi rifugiato a Milano perché ricercato accanitamente, non tralasciò di collaborare dal suo malsicuro nascondiglio al giornale clandestino “Il Ribelle”. E Don Carlo Comensoli, Capo di S. M. della Divisione “Tito Speri”; Don Milesi, Comandante Militare della Val Brembana e proposto per la medaglia d’argento al v.m., ecc.

Piemonte

Oltre alle formazioni del Novarese, già citate perché facenti parte del raggruppamento Divisioni “Di Dio”, dipendente dal Comando Regionale della Lombardia, operavano in Piemonte tre Divisioni democristiane, fra cui la Divisione “Patria” e l’VIII Divisione Vall’Orco e tre altre Divisioni composte quasi totalmente di elementi democristiani ma inquadrate nel Raggruppamento Autonomo del Comandante Mauri. In totale circa 6.500 uomini. Ebbero complessivamente 127 morti e 182 feriti. Inflissero al nemico 217 morti e 165 feriti. Furono da essi catturati 1.911 prigionieri. Numerosi i partigiani proposti per ricompense alla memoria ed al valore.

La figura del patriota Laurenti Battista, proposto per la medaglia d’oro alla memoria, è sufficientemente caratterizzata da questo episodio: dopo numerose azioni di particolare audacia, che lo fecero promuovere per meriti eccezionali al grado di Comandante di Brigata, si presenta con 8 uomini armati di sole pistole, alla Caserma della Direzione d’Artiglieria di Torino; disarma le sentinelle e l’intero corpo di guardia, sorpresi da tanta audacia; tiene in scacco un centinaio di uomini fra cui il Colonnello Comandante, e si procura un forte carico di armi per la sua formazione. Sopravvenuti rinforzi nemici fa partire i compagni sull’automobile e, a piedi, copre la loro ritirata. Tornato in Torino, alcuni giorni dopo, per altra impresa del genere, è riconosciuto, immediatamente arrestato e, contro ogni legge di guerra, fucilato sul posto. La Divisione “Patria” — comandata dal Prof. Edoardo Martino (Malerba) — già protagonista dell’eroica resistenza opposta alle forze tedesche a Cantavenna nel novembre 1944 — per vendicarsi della quale il nemico distrusse sessanta delle centoquaranta case del paese, e prelevò ostaggi, fucilò civili, bombardò la Chiesa Parrocchiale ed il Cimitero — si meritò dal Magg. Leach, Capo della della Delegazione Militare Alleata per la provincia di Alessandria, ove fu paracadutato nel mese di marzo 1945, un lusinghiero elogio. Termino questo rapido sguardo alle formazioni partigiane del Piemonte dicendo che ad esse spetta il merito di aver liberato la regione e salvato le centrali elettriche e i grandi stabilimenti di produzione, prima ancora che le truppe alleate arrivassero nella zona. Ad onore dei partigiani piemontesi voglio ancora ricordare che, nella sfilata del 6 maggio 1945, a Torino, essendo presenti osservatori delle Missioni Militari Alleate, i partigiani di tutte le formazioni rinunciarono a portare i distintivi di partito (fazzoletti azzurri, rossi, ecc.), pur ad essi tanto particolarmente cari, e sfilarono come unica imponente massa, da nessuna ideologia politica divisa, unita in blocco indissolubile dallo stesso amore per l’Italia. A tale proposito mi piace rammentare come sempre la Democrazia Cristiana abbia avuto la tendenza a proporre e ad incoraggiare, per mezzo dei suoi rappresentanti in seno al Comando Generale del C.V.L., la riunione di tutte le formazioni partigiane in un unico esercito, superando ogni distinzione politica e qualunque desiderio di autonomia. A questa tendenza unificatrice la Democrazia Cristiana, che pure non aveva interesse politico alcuno a fondere le sue formazioni, tanto numerose, con quelle degli altri partiti, non tutte e non sempre ugualmente numerose, fu indotta dall’esperienza dei primi mesi di lotta e dalla convinzione che solo un comando unificato e la attenuazione — poiché la soppressione era impossibile — delle divergenze di carattere politico, potevano potenziare ulteriormente l’azione militare. Posso affermare quindi, con sicura coscienza, che fu anche merito della Democrazia Cristiana se notevoli risultati vennero conseguiti a tal riguardo.

Liguria

Non è possibile, per la Liguria, citare formazioni di partigiani totalmente democristiane, poiché nelle Divisioni e nelle Brigate liguri militavano, frammisti, partigiani di ogni colore politico. Ne la Democrazia Cristiana ravvisò l’opportunità di staccare i propri aderenti dalle unità in cui si trovavano, dato l’assoluto affiatamento raggiunto dai reparti e la reciproca tolleranza sulle questioni politiche — almeno nella maggior parte delle formazioni — e in considerazione anche della impossibilità di ottenere questo frazionamento e questa differenziazione delle forze politiche senza nuocere all’azione militare, che allora soprattutto importava. In tal modo, elementi della Democrazia Cristiana rimasero nelle formazioni garibaldine. Comunque una importante aliquota dei 15 mila partigiani che costituivano le forze insurrezionali delle quattro zone liguri e del Comando Piazza di Genova era di tendenze democristiane, così come democristiani erano molti dei comandanti di grado più elevato: l’Intendente e Tesoriere del Comando Regionale ligure, il Capo di S.M. del Comando Piazza di

Genova, il Vice Com.te della VI Zona Ligure, il Com.te di una Divisione e quelli di due Brigate, il Com.te della Piazza di Albenga, ecc. Democristiano era pure il Com.te Bisogno, una fra le più belle figure del movimento partigiano ligure, caduto per la liberazione della sua terra e di cui oggi ancora si ricordano con immutate ammirazione e commozione le fulgide e quasi leggendarie gesta. Sulle montagne della Liguria tre sacerdoti caddero per portare l’assistenza religiosa ai loro partigiani.

Emilia

Esponenti della Democrazia Cristiana erano il Vice Com.te del C.V.L. Nord Emilia e il Commissario Politico della stessa zona, il Vice Com.te Regionale del Sud Emilia, il Com.te della Divisione Garibaldina Val d’Arda, il Capo di S.M. della XIII Zona del C.V.L. di Piacenza, il Commissario politico della I Divisione “Piacenza”, l’Ispettore del C.V.L. per il Nord Emilia e l’Ufficiale di Collegamento tra il Comando Generale del C.V.L. e il Comando Regionale Emiliano. Undici delle ventun Brigate del Nord Emilia erano democristiane ed agivano in parte autonome ed in parte raggruppate nelle Divisioni “Val Taro”, “Monte Orsaro”, “Ricci”, “Gruppo Brigate Cento Croci “. Nel centro e nel sud dell’Emilia, la Democrazia Cristiana aveva messo in campo altre brigate, quali la I e la II Brigata “Italia”, la Brigata “Orlandini” e reparti minori autonomi. Complessivamente circa 8 mila uomini di cui ben 271 morti e 266 feriti in combattimento. Ottantatre partigiani furono presi ed arrestati per motivi politici. Al nemico furono causate le seguenti perdite: 1612 morti e 731 feriti. Catturati 14.103 prigionieri. Fra le azioni di sabotaggio ricordo: il deragliamento di un treno militare tedesco sotto la ferrovia del Borgallone, che rimase ostruita per oltre tre mesi, e la sottrazione della dotazione di “radium” dall’ospedale di Modena, effettuata d’accordo con il Direttore. Furono prelevati 180 milligrammi di radium con il relativo blocco protettivo di piombo, del peso di circa un quintale, senza che nessun sentore del fatto giungesse alle numerose polizie operanti in città. In tal modo si prevenne l’attesa requisizione tedesca del prezioso elemento. Il Commissario Politico del Nord Emilia — l’on. Pellizzari — in pieno periodo di guerra, sotto gli occhi del nemico e della sua sbirraglia, fondò sezioni della Democrazia Cristiana in tutti i Comuni fra la Via Emilia e gli Appennini e tenne il primo convegno pubblico dei democristiani di tutta la zona. Ancora nel Nord Emilia il Comando Unico parmense, in comunicazione diretta con il Comando Alleato e d’accordo con esso, dopo aver per un anno dominato tutta la zona tra gli Appennini e il Po, in tre giorni di accanita battaglia, dal 7 al 10 aprile 1945, liberò tutte le città ed i paesi occupati dal nemico nelle retrovie del fronte; fece prigioniere tutte le guarnigioni tedesche e liberò le strade all’avanzata alleata, finita la quale consegnò agli alleati 17.800 prigionieri, di cui almeno 8500 catturati dalle Brigate della suddetta Divisione. Sempre nell’Emilia, non si può tacere di Don Anelli, parroco di Belforte in Val di Taro, che due volte passò a piedi le linee e due volte le ripassò in volo portando con il paracadute, al Comando Unico parmense i fondi inviati dal Governo di Roma, ed assumendosi le più rischiose missioni. E Franco Franchini, Ufficiale Ispettore del Commissario Politico Pellizzari, che, gravemente ferito e fatto prigioniero dai tedeschi, entrò in Berceto su una barella, cantando: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta». E oltre a questi autentici eroi, altri non meno valorosi: Pestarini, i fratelli Cacchioli (alias Beretta), Giuffra, Richetto, e centinaia ancora di cui a malincuore, per mancanza di tempo, dobbiamo tacere i nomi.

Toscana

Nel marzo 1944 si costituì presso Massa la formazione partigiana denominata “Gruppo Patrioti Apuani”, la quale poco più tardi già riuniva 1.500 armati. La formazione ebbe una esistenza travagliata, in continua lotta con il fortissimo presidio di Massa e con altre unità nemiche di passaggio nella zona. Le condizioni di vita divennero ancor più difficili dopo il settembre 1944, quando i tedeschi con reparti di SS e di carri armati, con cani poliziotti e gas asfissianti rastrellarono e devastarono la zona, facendo evacuare Massa, incendiando 35 paesi di montagna, uccidendo e bruciando donne e bambini. In tali condizioni non è meraviglia se il gruppo ebbe oltre 180 morti (il 12 per cento della forza) e 520 feriti (il 42 per cento della forza). Fra questi si contano 130 mutilati ed invalidi. A Firenze, l’Avv. Francesco Berti della Democrazia Cristiana, fino dal settembre 1943, iniziò, d’accordo con altri esponenti del partito, la costituzione di formazioni militari democristiane. Nella primavera del 1944 la forza dei gruppi organizzati ed armati, nella città di Firenze, era di 200 uomini, all’epoca dell’attacco, era salita a 800. Fuori città si costituirono il Raggruppamento Bande “Pio Borghi” e la “Formazione Tricolore Perseo”, che riunivano nelle loro file complessivamente 850 partigiani, bene armati ed addestrati. Dette formazioni ebbero, in totale, 31 morti, 29 feriti e 27 arrestati per motivi politici o catturati in combattimento. Inflissero al nemico, a tutto il 27 agosto 1944, 53 morti e 71 feriti, facendo 243 prigionieri. Alla liberazione di Firenze, alcune bande della Democrazia Cristiana continuarono a combattere con gli Alleati sulla linea del Mugnone, costituendo la Compagnia “Goffredo Mameli”. Non mi è possibile parlare della resistenza nell’Italia Centrale, in quanto non mi è nota, nei particolari, la situazione di quelle regioni; infatti il mio incarico di Comandante delle Forze Partigiane della Democrazia Cristiana per l’Alta Italia e di componente del Comando Generale C.V.L., mi ha posto in condizione di conoscere a fondo il movimento partigiano solo nelle province situate al nord della linea gotica. Riepilogando, il totale delle forze che combatterono affiancate alla Democrazia Cristiana nel territorio di mia competenza, fu di 65 mila uomini, raggruppati in 181 Brigate o Unità corrispondenti. Tali effettivi, con gli ausiliari e con le forze aggiuntesi nei giorni dell’insurrezione, salirono a circa 80 mila uomini. Le perdite partigiane furono: 1.976 morti, 2.439 feriti, 337 prigionieri. Quelle nemiche: 4.057 morti, 2.631 feriti, 54 mila circa i prigionieri. Questo il contributo della Democrazia Cristiana alla vittoria comune. Tali cifre, senza nulla togliere al valore delle truppe alleate operanti in Italia, alle quali spetta il merito esclusivo di aver spezzato la linea gotica ed annientato le più forti unità nemiche ed alle quali va, ancora una volta, la nostra sincera e profonda riconoscenza; tali cifre, dicevo, mostrano tuttavia, quanto l’avanzata alleata sia stata, in un secondo tempo, facilitata da queste schiere di eroici partigiani — garibaldini, democristiani, appartenenti alle Brigate “Giustizia e Libertà”, Matteotti, ed Autonome — che, fraternamente uniti, non si limitarono ad attaccare le colonne tedesche in ritirata, ma che tennero impegnata durante tutta la guerra partigiana, fino a nove Divisioni naziste e la totalità delle forze repubblicane, che furono così interamente immobilizzate nel Nord Italia. Tali forze essi le logorarono e quindi le costrinsero a capitolare. Ho così terminato questa rapida ed incompleta rassegna dell’opera della Democrazia Cristiana e delle Formazioni Partigiane ad essa affiancate. Altre ancora operarono nelle diverse regioni dell’Italia settentrionale, ma dovetti rinunciare a comprenderle in questa breve rievocazione perché la difficoltà estrema di vincere la naturale modestia e la riservatezza dei Comandanti mi privò spesso degli elementi necessari a poter parlare, con sicura conoscenza, di tali formazioni. Per capire ancora meglio quanto sia difficile convincere questi nostri ragazzi a comunicarci la storia dei loro reparti, si aggiunga poi la ripugnanza che il combattente — e soprattutto il combattente delle Bande partigiane — prova a compilare delle “relazioni”, a congelare nel freddo schema

di un resoconto ufficiale lo slancio ardente e le appassionate vicende di una lotta eroica, la quale ubbidiva più agli impulsi improvvisi del cuore che ai saggi dettami della ragione; ma forse appunto perché questa sua apparente irrazionalità il combattente partigiano potè osare e vincere anche là dove nessun ragionamento, nessuna scienza militare avrebbe lasciato adito alla speranza. Io non oso dunque asserire che le cifre riferite nel corso di questa esposizione siano definitive e complete. Una sola cosa si può di esse affermare: tutte furono accertate e controllate. Ma quanti altri dati potranno venir ancora raccolti con una indagine più minuziosa, con un lungo e paziente lavoro di ricerca presso i singoli comandanti delle minori unità, presso tutti quegli umili e valorosi artefici della vittoria che sono i nostri partigiani. Signori, io vi ho parlato oggi di quell’Italia che ha combattuto contro il nazismo e contro il fascismo all’ombra della bandiera della Democrazia Cristiana, ma quando si pensi che altri italiani furono al fianco di questi nostri ragazzi e, pur sotto altre bandiere più o meno differenziate — nelle Divisioni garibaldine, nelle Brigate Matteotti, nelle Brigate Giustizia e Libertà, nelle Formazioni Autonome — gareggiarono con essi in valore e spirito di sacrificio, affratellati nella più schietta collaborazione, allora vien fatto di stupirsi che alcuno osi ancora oggi — dopo tante e sì mirabili prove — dubitare della capacità del nostro popolo a reggersi da solo in forme di vita democratica e libera. Ma ogni nostra Divisione, ogni nostra Brigata, fu un piccolo capolavoro di collettività democraticamente retta, pur nella necessaria disciplina imposta dalle esigenze militari del momento. Ogni nostra formazione fu un miracolo di equilibrio e di moderazione, pur nella arroventata atmosfera del combattimento, pure a contatto con quell’acre propaganda di odio e di crudeltà con cui il governo repubblicano tentava di avvelenare gli spiriti della gioventù italiana. Questi nostri partigiani che, grazie alle loro convinzioni religiose, ed alla mitezza dei loro costumi, stabilirono dovunque furono presenti un ordine civilmente cristiano, ci dicono con il muto, ma eloquente linguaggio delle loro gesta che non bisogna disperare, che sono ancora per noi disponibili nel fondo della nostra natura e dalla stirpe italica inesauribili valori divini ed umani affidandoci ai quali ogni rinascita sarà possibile. Noi democristiani, che fummo designati dalla fiducia di milioni di italiani ad interpretare le aspirazioni di tanta parte del nostro popolo, abbiamo anche la grave responsabilità di non venir meno all’aspettativa di coloro che di questo popolo furono la parte migliore: i partigiani. Essi guardano a noi con affettuosa simpatia, con la certezza che noi li comprendiamo, che li accoglieremo fra di noi per aiutarli nelle infinite loro necessità, per riscaldarli con il nostro affetto. Molti di essi hanno tutto dato; tutti furono pronti a dare la vita stessa per la nostra Patria e per la libertà. Ad essi che tutto hanno dato senza nulla chiedere, noi, che fummo dalla guerra immensamente meno provati, mostriamo con i fatti la nostra profonda sincera imperitura riconoscenza.

 

Il dovere di non dimenticare mai il 25 aprile, la festa della liberazione

Sono 74 anni, che il 25 aprile si celebra in tutta Italia con uno spirito  finalmente unitario e condiviso. La Festa della Liberazione non è un patrimonio di un singolo partito o di una fazione, ma di tutta la nazione. Perché in sostanza un movimento di popolo: operai e imprenditori, partigiani e militari, donne e contadini, intellettuali e artigiani, religiosi e ebrei, si unirono e combatterono nella Resistenza per riscattare l’onore d’Italia. Così la Resistenza è diventata di tutti.

Quanti decenni ci sono voluti per comprendere che il 25 aprile, non è la contrapposizione o le polemiche fra parti e gruppi, ma il risultato della volontà popolare dove “la Resistenza vive nella Costituzione,” legge fondamentale della Repubblica Italiana, ossia il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello Stato, citando una ripetuta affermazione del Presidente Emerito Napolitano.

Ma come nasce e che significa il 25 aprile?

E’ bene ricordare, che il 25 aprile 1945, le città di Milano e di Torino furono liberate dall’occupazione nazista e dal regime fascista della Repubblica di Salò. Tale data è stata assunta come giornata simbolo della Liberazione d’Italia, ( la legge n° 260 del 27 maggio 1949, ufficializzò e rese definitiva “la Festa della Liberazione”) che ogni anno viene ricordata nelle città grandi e piccole del nostro paese.

Il periodo storico individuato comunemente come Resistenza Italiana inizia, (anche se di fatto esistevano forze politiche e nuclei antifascisti, che da tempo operavano in clandestinità nelle città e nelle campagne) con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e termina alla fine del mese di aprile 1945.

La Resistenza Italiana fu solo la prima parte del cosiddetto “periodo costituzionale transitorio” e si concluse con la nomina del primo Governo Parri, il 21 giugno 1945.

La seconda parte terminò il 1 gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova costituzione della Repubblica Italiana, dopo che il popolo italiano nel referendum del 2 giugno 1946, scelse la Repubblica, rispetto alla Monarchia.

In Europa, la Resistenza ha avuto una durata più ampia, dal 1940 al 1945, a partire dalla Francia con il generale De Gaulle, in Jugoslavia con il Maresciallo Tito, in Polonia, in Belgio, in Olanda e nei Paesi dell’Est Europeo (Cecoslovacchia, Romania e Grecia), che hanno lottato per gli stessi ideali della Resistenza Italiana.

Quale è stato il contributo  della Resistenza Italiana alla causa della liberazione ?

Occorre ribadire che la Resistenza inizialmente è stata espressione “ di quelle forze politiche che avevano sempre lottato contro la dittatura fascista” per poi decidere una volta finita la guerra, con il voto del popolo, sulla forma di Stato : Repubblica o Monarchia.

Il contributo di sangue pagato, nella resistenza dagli italiani, è stato molto elevato, secondo i dati raccolti dalla Presidenza del Consiglio,  si riassumono in 35.828 partigiani caduti, 21.168 partigiani mutilati e invalidi, 9.980 civili uccisi per rappresaglia sul solo territorio nazionale.

A queste perdite si aggiungono altri 32.000 resistenti, caduti all’estero, tra Dodecaneso, Grecia  

( compresa Cefalonia), Albania, Montenegro, Jugoslavia e Francia; 16.176 militari morti nei campi di concentramento tedeschi, 40.082 uccisi fra deportati politici ed ebrei e 10.000 soldati caduti a fianco degli Alleati.

La controguerriglia dei Tedeschi e dei fascisti e le repressioni furono spietate e colpirono anche donne e bambini senza alcuna distinzione, si ricordano alcune : 335 massacrati a Roma alle Fosse Ardeatine, i 53 ostaggi impiccati a S.Terenzio in Lucchesia, le 532 persone del Villaggio S.Anna in Versilia, messo a fuoco e la popolazione sterminata in piazza, le 107 vittime inermi di Valla sull’Appennino e i 1830 martiri dei villaggi  distrutti nella Provincia di Bologna : Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno.

Anche a Roma si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) con la partecipazione dei sei partiti antifascisti (liberale, democristiano, socialista, comunista, d’azione e democratici del lavoro) che sostenevano, oltre alla lotta partigiana, l’esigenza di un Governo straordinario in alternativa a quello del Maresciallo Badoglio. nominato dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943.

Gli scopi di guerra della Resistenza, collocati nel riscatto del popolo italiano dalla servitù e nell’orgoglio ritrovato,  nella consapevole conquista delle libertà politiche, tanto più durature quantomeno gratuitamente conseguite, non erano molto gradite dagli Alleati, i quali avrebbero preferito contare su piccoli nuclei di informatori e di sabotatori.

Eppure, nonostante le diffidenze e la riluttanza degli Anglo-Americani, verso l’espansione delle formazioni partigiane, queste furono chiamate a collaborare intensamente sul piano militare, specialmente nell’ultima fase della guerra in Italia.

“Senza  queste vittorie partigiane – si legge nel rapporto conclusivo al Quartier Generale alleato, il Comandante Hewett della Special Force britannica – non ci sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa.”

Ecco perché il 25 aprile è “la Festa della Liberazione,” abbiamo il dovere di non dimenticare, anche se esiste, oggi, qualche qualche tentativo di distinguo nello schieramento politico. Essa rappresenta il passaggio dalla dittatura  alla democrazia e alla libertà, e appartiene di diritto a tutto il popolo italiano e non solo parte di esso, in un momento molto delicato per il vento del sovranismo presente in Europa, ma “ la logica storica che sottende all’integrazione è più forte di tutte le polemiche, di tutte le contestazioni e di tutte le deviazioni”.

Le celebrazioni, che si terranno a Roma e nel Paese quest’anno, saranno particolarmente significative, perchè con i servizi, gli articoli, le trasmissioni, che i media dedicano a questo 74° anniversario della Liberazione richiamano la storia di quel periodo difficile dell’Italia. La partecipazione del Presidente della Repubblica Mattarella, prima all’Altare della Patria a Roma e poi a Vittorio Veneto, città decorata della Medaglia d’Oro al Valor Militare, per la cerimonia celebrativa al Teatro Lorenzo Da Ponte, e le altre Cariche dello Stato alle manifestazioni nei luoghi simbolo della Resistenza, servono a richiamare il dovere di fare memoria, che la libertà, la democrazie e la pace, dopo aver conosciuto la dittatura e la guerra, oggi sono diritti e valori indispensabili e fondamentali, come l’aria che respiriamo tutti i giorni.

E’ una festa che deve unire e non dividere. Ricordarci sempre che uomini e donne, di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali, che sono morti allora, hanno contribuito a far approvare una Costituzione, per il popolo italiano, della quale oggi ciascuno di noi gode dei “Principi sanciti costituzionalmente” di convivenza civile, con diritti e doveri.

Grazie a loro, e al loro supremo ed eroico sacrificio, siamo un Paese democratico.

Moro: Discorso per il trentennale della Resistenza

L’italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli.
La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire.

La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina.

Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe, contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera cosi il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza.

A lungo si è ripetuto che alla piena esplicazione della Resistenza ha nociuto il peso negativo rappresentato dal Mezzogiorno, che non ha compiuto l’esperienza della lotta partigiana del Nord Italia. Gli storici tendono ora a correggere questa visione dualistica, di un Nord, proiettato verso una peraltro indefinita rivoluzione, e un Sud, ancora una volta “palla al piede” dello sviluppo italiano. Il rapporto tra Mezzogiorno e Resistenza è complesso. Non va dimenticato, nello sfondo, ciò che pagarono le campagne del Mezzogiorno al fascismo. E’ vero, fu avviata una politica di bonifiche che consentì in un secondo tempo la formazione di ceti agrari più progrediti, meno attaccati alla esclusiva conservazione della rendita. Ma quel poco che si fece sotto il fascismo per il Sud, ebbe come corrispettivo il blocco dell’emigrazione interna, una politica di bassi salari, sperequazioni tributarie e pesanti vincoli contrattuali nelle campagne.

Il programma fascista di un’Italia rurale ed eroica portò in realtà ad un eccesso di popolazione contadina, costretta a vivere entro strutture economiche rimaste arcaiche e statiche e perciò prive, di impulsi creativi. Crollato il fascismo e liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, non per caso ancora una volta furono le campagne a muoversi. Si trattava della lotta al latifondo e della riforma agraria, cioè di una delle esperienze più significative di questo dopoguerra, che ha consentito lo svilupparsi di un grande movimento contadino nel Sud ed ha impegnato i governi in un notevole sforzo, nel suo insieme positivo. Ma, tornando agli anni cruciali che vanno dalla fine del ’43 a tutto il ’45, non ci sembra si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Non vanno dimenticati gli intellettuali meridionali schierati sul fronte della libertà. Eppoi parlano le cose. Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. (…)

Si è anche talvolta affermato che la Resistenza sarebbe stata tradita nel suo significato più autentico e che il graduale ritorno alle vecchie strutture dello stato prefascista avrebbe sancito una continuità statale di vecchio tipo. Se la polemica non fa velo, credo possa apparire evidente a tutti il grande salto di qualità che si è compiuto passando dallo Stato prefascista a quello nato dalla Resistenza sotto il profilo sia della struttura sia dei fini istituzionali. Non sono differenze di superficie, ma di sostanza, che riguardano anzitutto il processo di formazione e articolazione della volontà politica nazionale attraverso i partiti di massa, la consistenza democratica di base dello Stato, il suo ruolo di propulsione e di guida nella vita economica e sociale. Se vi furono aspetti di restaurazione, se vi furono remore e momenti anche di arresto nella realizzazione delle premesse ideali della Resistenza, ciò non può farci dimenticare il progresso compiuto e il senso storico-culturale della opzione politica in favore della democrazia che fu alle origini della fondazione del nuovo Stato. (…)

Con tutte le cautele e le gradualità imposte dalle esigenze della strategia alleata e dalla crescente diffidenza che divise ben presto le potenze occidentali dall’Unione Sovietica, la Resistenza fu indubbiamente molto di più di una operazione patriottico-militare. Essa agì in profondità nella vita politica del nostro Paese, dando una nuova dimensione allo Stato, arricchendo la vita democratica e creando una originale mentalità antifascista, la quale superò quella formale e parlamentaristica che aveva in certo modo caratterizzato in precedenza la opposizione al fascismo.

Lo Stato al quale i partiti democratici hanno dato vita è lo Stato che lo spirito della Resistenza e le circostanze oggettive hanno reso possibile in una valutazione globale di tutti gli interessi del Paese, interessi nazionali ed internazionali, immediati e in prospettiva. E certo occorreva uno Stato nel quale si riconoscesse il maggior numero possibile di cittadini, che fosse capace, su questa base, di ricostruire l’Italia, dandole un assetto stabile di libertà e di giustizia.

Sono questi, che ho appena ricordati, momenti della nostra vicenda trentennale sui quali è ancora aperto il giudizio storico, aperta la valutazione politica. Credo tuttavia che, pur partendo da punti di vista diversi e nella comprensibile divergenza d’opinioni sulle strade seguite e sulle soluzioni date in alcuni stretti passaggi della nostra vicenda nazionale, una cosa si possa dire e cioè che i partiti i quali si richiamano alla Resistenza e si riconoscono nella Costituzione repubblicana, ciascuno secondo la propria responsabilità ed il proprio ruolo, hanno guardato alle istituzioni democratiche, da presidiare ed accreditare nella coscienza del Paese. Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi.

Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale irriducibile oppressore. Se tutto questo è avvenuto nella lotta, nel sacrificio, è merito della Resistenza, di un movimento cioè che si è mosso nel senso della storia, mettendo ai margini l’opposizione antidemocratica e facendo spazio alle forze emergenti e vive della nuova società.

Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza.

Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione.
Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico.

In questo ambito ed in questo spirito è responsabilità politica dei partiti l’effettuare quelle scelte di indirizzi, di contenuti e di schieramenti ritenuti meglio rispondenti agli interessi del Paese.
Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.
Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia.

 

Tra nuova sinistra e nuovo centro: il PD non basta più. Postille all’intervento di Fioroni su “Il Foglio”

Desidero formulare alcune brevi note, quasi delle semplici postille, dirette a spiegare ciò che non mi convince dell’intervento/intervista di Giuseppe Fioroni ieri su “Il Foglio” (il testo è riportato integralmente alla fine dell’articolo n.d.r.).

L’incompatibilità, a detta di Fioroni, tra leaderismo e sistema proporzionale. Se non si vuole abbandonare la vocazione maggioritaria va confermato, al contrario, la funzione di leader, proprio perché (sempre secondo le parole di Fioroni) “dobbiamo riproporre un pensiero, un progetto e dei valori”. Che leader sarebbe un politico che non avesse quelle caratteristiche?

Dice ancora Fioroni: “La sinistra ha intanto risolto la questione del governo del partito, adesso bisognerebbe porsi il problema del governo del paese”. Ma, io ribatto, forma partito e governance del Paese, vanno insieme: metodo per ottenere consenso elettorale e finalità dello stesso sono il core business della lotta all’inefficienza dello Stato.

Si ragiona ancora dentro le passate categorie di centro sinistra e di centro destra, che, per me, non esistono più, politicamente, ma esistono solo come espressione di cartelli elettorali. Da una parte, Fioroni, afferma che il PD non basta più; dall’altra chiede allo stesso PD di favorire due opzioni di Governo: un PD centrale, in cui i moderati si sentano a casa propria, con la nascita di una aggregazione radicale alla sua sinistra (opzione evidentemente preferita); oppure, se si andasse verso una scelta di un PD partito della sinistra, occorrerebbe fare nascere un soggetto di moderati.

Concludo: la prima opzione la giudicherei anch’io migliore, se accompagnata però, come dice Nino, da una visione “radicale” del moderatismo, ma con Zingaretti non la vedo per nulla realizzabile; vedo quindi più concreta la seconda opzione, quella della nascita di un soggetto moderato (ma al tempo stesso radicale), perché, appunto, il PD non basta più.

INTERVISTA AL FOGLIO
(24 Aprile 2019)

BEPPE FIORONI, FONDATORE DEL PD, CI SPIEGA PERCHÉ IL PD NON BASTA PIÙ.
(di David Allegranti)

A Giuseppe Fioroni è uno dei fondatori del Pd (e prima è stato uno dei fondatori del Ppi e della Margherita), quindi fa un certo effetto sentirgli teorizzare una scissione seppur argomentata del partito che ha contribuito a costruire. “Ma io sono rimasto sempre fedele a me stesso, rimanendo caparbiamente ancorato alla storia del popolarismo e del cattolicesimo democratico. Altri semmai, all’insegna dell’innovazione e della modernità, hanno cambiato gattopardescamente”. Detto questo, spiega Fioroni al Foglio, “dobbiamo chiarirci e riflettere su quale sia il futuro del Pd e del centrosinistra, su quale sia insomma la prospettiva che abbiamo davanti”. La sinistra ha risolto intanto la questione del “governo del partito”, visto che l’ha appena conquistato, ed è una sinistra – concede Fioroni – “convinta, aggiornata e moderna”. Adesso, casomai, bisognerebbe porsi il problema del “governo del paese”. “La destra sovranista e il populismo nazional popolare dei 5 stelle generano grande preoccupazione per la crescita lo sviluppo del nostro paese, delle nostre famiglie e dei nostri figli. Noi dovremmo essere ossessionati dalla costruzione di un’alternativa per dare un contributo alla legittima ambizione di governare il paese”. Naturalmente, dice Fioroni, bisogna essere consci del contesto. “Non credo che dopo le Europee cambierà molto, nel senso che resteremo un paese con un sistema tripolare all’interno di un orizzonte proporzionale. Per questo la costruzione dell’alternativa per il centrosinistra passa da due opzioni”. Prima una premessa però, dice Fioroni: “Lo schema dalemiano del grande albero con tutta una serie di cespugli e cespuglietti intorno non è più riproponibile. Ciò detto, gli schemi possibili sono due. Il primo è quello che prediligo: il Pd riaffermi la propria vocazione, assuma un posizionamento centrale nello schieramento di centrosinistra, faccia sentire a casa propria i moderati e mai ospiti sgraditi e paganti, incoraggi la nascita di un partito alla propria sinistra con istanze radicali, superando la preoccupazione del nemico a sinistra. Questo nuovo partito potrebbe raggiungere l’8-9 per cento e sarebbe determinante per la vittoria”. Qualora invece questo scenario non si realizzasse, perché “il Pd legittimamente si ritiene che il Pd debba diventare il partito di sinistra del nostro paese, riunendo in sé un rassemblement con tutte le sfaccettature della sinistra italiana, allora bisognerebbe che nascesse uno schieramento di moderati. Parola fuori moda e associata alla prudenza dei vigliacchi e dei traditori. Invece è proprio la moderazione ciò che manca alla politica italiana, è una virtù potente e consente di fronte alla complessità dei problemi un equilibrio per fare passi avanti. Davanti all’arroganza e alla forza possono così prevalere le ragioni del dialogo, del confronto e della persuasione. La figura di Aldo Moro, a 41 anni dalla sua morte, è un paradigma di comportamento per i moderati”. Insomma, il Pd in questo caso dovrebbe fare un endorsement “verso questa formazione composta di moderati che non si riconoscono in Salvini e in Di Maio”. Di fatto, dunque, sarebbe una scissione, anche se Fioroni si augura “che il Pd alle Europee faccia il miglior risultato possibile, io non mi iscrivo certo al partito di quelli che misurano l’asticella per decidere cosa fare”. L’ambizione, dice Fioroni, deve essere più alta: “Dobbiamo recuperare uno spirito che si è perduto con la morte di Aldo Moro, quando la politica ha perso la ‘p’ maiuscola e ha tentato di colmare l’assenza di un progetto politico con la legge elettorale e il feticcio della stabilità di governo. A quel punto gli italiani sono stati portati a votare non perché credevano in qualcosa ma per scegliere qualcuno. Agli italiani abbiamo detto: non credete più in niente ma semplicemente scegliete un leader. Così siamo arrivati alla mercificazione della politica e dunque alla volatilità dell’elettorato, germe del degrado e della degenerazione. Ma il leaderismo nel sistema proporzionale non funziona, dobbiamo riproporre un pensiero, un progetto e dei valori”.

Ancora nelle sabbie mobili

Di quel che succede all’interno di un Consiglio dei Ministri, come in una seduta di giunta regionale o di qualsiasi altra realtà di governo provinciale o comunale, non è dato sapere nulla. Perché le sedute sono segrete. Nessuno vi può partecipare escludendo gli aventi diritto dell’organo stesso. Se si sa qualcosa è perché qualcuno dei partecipanti parla. Può parlare solo dicendo cose che nulla hanno a che vedere con la segretezza della riunione. Quindi, gli stati d’animo, la verbosità, gli atteggiamenti, i presunti sentimenti e cose di questo genere.

I cronisti raccontano che il Presidente Giuseppe Conte, si è persino lanciato in espressione furiose: ha alzato la voce e, sicuramente, ha zittito qualcuno. Da questi segnali possiamo desumere che il clima fosse persino incandescente. Il recente pregresso aveva abbondantemente alimentato i botti verbali.
Resta sempre il solito dubbio: lo fanno perché il teatro lo richiede o lo fanno in modo diretto e sentito? Non possiamo saperlo. Tentiamo solamente di dare qualche suggerimento a chi volesse approfondire il tema.

Per questo sono tentato di lanciare l’idea che non sia più un problema di copione teatrale. E qui, si gioca parecchio di questo fragile presente e di un futuro ancor più claudicante. Matteo Salvini, con il vento in poppa, intende andare spedito, come vuole il grande Verdi, con la sua “marcia trionfale” al trono imperiale. Ma, con notevole astuzia, fa credere l’opposto. Infatti, va rincuorando sempre tutti con la seguente affermazione: “questo governo durerà cinque anni”.
Io non sono per natura malizioso, ma quando scrivo cose di questa portata, sono quest’ultime che mi obbligano ad esserlo. Mi convinco sempre più che il bottino, il capo leghista intenda portarselo a casa il più presto possibile e che il requiem a Giuseppe Conte sia assai prossimo, al più ipotizzo primavera del 2020.

Sull’altro versante, Luigi Di Maio annaspa, ma il destino ha voluto soccorrerlo: il caso del Sottosegretario Armando Siri è una notevole boccata di ossigeno per il leader dei 5Stelle.
Adesso, entrambi tireranno la corda. Dipende ora dalla tenuta di quest’ultima. È certo che fino al 26 maggio, come più volte sottolineato, il clima per quanto rovente, non spezzerà quella fune, il governo resterà in sella, anche se ogni giorno sarà terremotato da repentini sommovimenti dei due attori principali.
Cosa capiterà dopo la splendida estate?
Riusciranno le opposizioni a darsi una dritta e battere un colpo? Oggi su quei versanti le bandierine sono tutte afflosciate; forse per questo i due alfieri al governo si martellano senza grandi preoccupazioni.

Dubito che in questa prossima stagione il Pd possa serrare le fila e presentarsi all’opinione pubblica come una controparte in grado di sovvertire gli attuali pronostici; non credo di dire nulla di strano affermando che in Forza Italia da un po’ serpeggi un inevitabile declino.
Insomma, nulla di che stare allegri. I duellanti al governo saranno sempre più protagonisti nelle prossime scene; le riserve (Pd e Forza Italia) si dimostreranno sempre totalmente impreparati alla prossime disfide e, quindi, il Paese sarà costretto ad attraversare terreni piuttosto melmosi. Sono infatti preoccupato soprattutto sul versante economico, perché già la tenuta sembra essere ai minimi termini, se poi le prospettive si riducono ad essere quelle descritte, ho quasi la certezza che il medico non saprà dare il farmaco giusto.

Pessimista?
Confortatemi voi nell’indicarmi una strada che io, allo stato attuale, non sono ancora riuscito ad individuare.

La ricerca italiana affina le armi contro il tumore al seno

L’articolo appare nella edizione odierna del quotidiano “Conquiste del lavoro” a firma di Liliana Ocmin

La pubblicazione dei risultati di un recente studio italiano sulla  rivista ufficiale dell’Asco-American Society of Clinical Oncology apre una nuova frontiera nel campo della pratica clinica e delle terapie post-intervento del tumore femminile per eccellenza, il tumore al seno. Non solo,  ed è questa la novità importante, lascia più di uno spiraglio anche per quanto riguarda la prevenzione primaria di questo carcinoma. La diagnosi precoce, come sappiamo, è un’arma importantissima contro il cancro al seno ma, nonostante le numerose campagne e i vari programmi gratuiti che ogni anno vengono organizzati, è ancora esiguo il numero di donne in Italia che si sottopongono agli esami per la sua diagnosi precoce. Esistono, inoltre, grandi differenze territoriali nello screening mammario tra il Nord, il Centro e il sud Italia, un gap che va colmato al più presto, così come bisogna estenderlo anche alle donne in età più giovane, quelle tra i 40 e i 49 anni, range in cui qualche anno fa è stata riscontrata un’incidenza molto elevata.

Accanto allo screening mammografico, dunque, che oggi può contare su apparecchiature sempre più sofisticate, ora si aggiunge la possibilità  di una prevenzione anche di tipo farmacologico. I ricercatori italiani, guidati da Andrea De Censi – riporta un’agenzia di stampa dello scorso 12 aprile – direttore di Oncologia medica agli ospedali Galliera di Genova e consulente scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo), hanno dimostrato che la somministrazione per soli 3 anni di basse dosi (5 milligrammi al giorno) di tamoxifene, il farmaco preventivo più studiato per il cancro al seno, diminuisce del 50% il rischio di recidiva e del 75% il rischio di un nuovo tumore all’altra mammella con effetti collaterali molto ridotti.

L’effetto protettivo del tamoxifene ad alte dosi, attualmente utilizzato, però produce elevata tossicità, aumenta il rischio di tumore all’endometrio e provoca diversi problemi di ordine ginecologico e sessuale. Lo studio, che è stato effettuato in centri oncologici di diverse città, selezionate in maniera da abbracciare l’intero territorio dello stivale, ha riguardato “donne con cancro della mammella non invasivo (carcinoma duttale in situ, carcinoma lobulare in situ, iperplasia lobulare atipica), già sottoposte a intervento chirurgico ed eventuale radioterapia. Le pazienti sono state suddivise in 2 gruppi, rispettivamente trattati con basse dosi di tamoxifene o placebo per 3 anni, e sono state seguite per un periodo di follow-up di circa 5 anni. Le pazienti trattate con il farmaco a basse dosi hanno mostrato il 52% in meno di ripresa di malattia o nuovo tumore rispetto alle donne che hanno assunto placebo. Inoltre, gli effetti collaterali più gravi del farmaco sono stati addirittura più numerosi tra le donne a cui è stato somministrato placebo che nelle pazienti in osservazione con tamoxifene a basse dosi, probabilmente dovuto ad altri fattori come, ad esempio, l’età della donna”.

Buone notizie dunque anche per quanto riguarda la prevenzione nelle donne sane e ad alto rischio di sviluppare un tumore al seno. Su questo, infatti, si stanno concentrando gli sforzi dei ricercatori al fine di mettere a punto una terapia che risponda a questi obiettivi.  Nel frattempo si prepara l’importante appuntamento annuale della “Race for the cure”, promossa dalla Susan G. Komen Italia, organizzazione basata sul volontariato in prima linea nella lotta ai tumori del seno, che si svolgerà a Roma dal 16 al 19 maggio e, in contemporanea, a Bari e poi in altre città nel mese di settembre (Bologna, Brescia, Matera e Pescara). Gli obiettivi della Susan G. Komen vanno dagli investimenti nella formazione, nella ricerca e nella promozione della prevenzione e dell’adozione di stili di vita sani, fino alla tutela del diritto alle cure di eccellenza per ogni donna col tumore al seno e all’offerta di servizi per migliorare la qualità di vita dopo il tumore. Le risorse economiche dell’organizzazione provengono da donazioni di privati, aziende ed istituzioni che nel corso degli anni hanno permesso di investire 17 milioni di euro per la realizzazione di 850 nuovi progetti di prevenzione e supporto alle donne operate, realizzati in tutto il Paese. Gli studi e la ricerca restano, dunque, azioni indispensabili per contrastare questo male e affrontarlo nella maniera più giusta e idonea, uno sforzo che possiamo sostenere anche noi facendo una donazione (www.komen.it) e soprattutto sensibilizzando le lavoratrici a sottoporsi agli esami diagnostici che rappresentano oggi un’arma potentissima contro il cancro al seno e tutti gli altri tipi di tumore.

Laicità, responsabilità individuale, cristianesimo

Fonte: Politica Insieme a firma di Domenico Galbiati

In un recente incontro con amici di Brescia, i meno giovani ricordavano un antico appuntamento che, assieme a Mino Martinazzoli ( allora non ancora parlamentare), ebbero con Aldo Moro.
L’incontro era stato chiesto da Mino. L’intento – secondo una attitudine al “pensiero” che precede e giustifica l’azione politica – era quello di approfondire e mettere in chiaro le ragioni ed i criteri fondanti di quell’impegno politico che li avrebbe visti confluire nella sinistra di Base della Democrazia Cristiana. Moro diede loro una ricetta semplice: laicità, responsabilità individuale, cristianesimo.

Non uno schema ideologico, dunque, ma un insieme di punti cardinali.
Non un elenco, ma, appunto, un “insieme”, cioè un impianto concettuale in cui le parti si tengono, rimandano l’una all’altra e si giustificano a vicenda.

Laicità come distinzione dei piani: la religione è universale, la politica particolare; assunto che Martinazzoli ripeterà spesso anche negli ultimi tempi della sua esperienza politica.
La laicità come riconoscimento del valore originale e proprio, non derivato o delegato da altra dimensione, della “città terrena” come tale.

Responsabilità individuale come evocazione della persona quale soggetto di relazioni che deve assumere in proprio la fatica cognitiva, psicologica e morale del “giudicare”, senza sfangarla con la facile scappatoia del rifugiarsi negli automatismi dell’ideologia.

Dunque, laicità e responsabilità individuale come condizioni previe per cui principi e valori propri del cristianesimo possano essere efficaci sul piano della storia.

Se vogliamo discutere a fondo la possibilità che rinasca o meno una presenza organizzata di ispirazione cristiana nel nostro Paese, dobbiamo prendere sul serio le ragioni di chi ritiene che cio’ non sia possibile.
Per descrivere l’excursus storico del cattolicesimo politico in Italia, potremmo ricorrere alla metafora del cuore: diastole e sistole, i due movimenti con cui incessantemente il muscolo cardiaco, istante per istante, mantiene e ravviva la vita dell’organismo.

C’è voluta la lunga stagione del “non expedit” e dell’Opera dei Congressi, una fase di accumulazione di esperienze sociali e di maturazione di una nuova consapevolezza di sé prima che i cattolici democratici approdassero – dalla diastole alla sistole – alla breve stagione politica del Partito Popolare.
Del resto, è stato ricordato anche come sia stato, a sua volta, ampio perfino l’ intervallo temporale che corre tra il discorso di Sturzo a Caltagirone (1905) e la fondazione del Partito Popolare.

A seguire, il ventennio fascista, l’esclusione dei cattolici da ogni responsabilità pubblica, ancora una volta una lunga fase di studio, di riflessione, di progressiva presa di coscienza, poi, ancor prima del 25 luglio, i primi timidi passi di ripresa organizzativa, per giungere alla stagione della Democrazia Cristiana.

Questa volta, una sistole così prolungata -dovuta anche ad un contesto internazionale che imponeva una piena ed ininterrotta assunzione della responsabilità del potere – tale da alterare profondamente la fisiologica alternanza del ritmo al punto da provocare un sostanziale arresto cardiaco, il conseguente collasso e l’exitus di una grande esperienza politica.

Da allora, ancora una volta, sono trascorsi più di vent’ anni; un quarto di secolo e non sorprende il fatto che oggi si avvertano fermenti nuovi, rinasca un’attesa, un nuova coscienza da parte di molti cattolici e forse anche un’attenzione e perfino una domanda da parte almeno di alcuni ambienti della società civile.

Perché’ questa aggiornata fase di iniziativa culturale e politica nel segno di una rinnovata ispirazione cristiana sia possibile e’ necessario abbandonare ogni nostalgia e non accampare ambizioni esorbitanti.

Una minoranza attiva potrebbe immettere semi di realismo in un discorso pubblico slabbrato; forse addirittura qualche “atomo di verità’”; quelli cui Aldo Moro non avrebbe rinunciato neppure a prezzo di milioni di voti?
Lo potremmo sapere davvero solo alla prova dei fatti.
Ma questo ci esime dalla responsabilità’ di provarci e verificarlo sul campo?
Oppure ci basta presumere o stabilire a priori che comunque non si possa?

I presupposti morotei ricordati dagli amici di Brescia valgono ancora?
Sì, purché – come dev’ essere per loro natura – non si commetta l’errore di costringerli in una camicia di forza ideologica, bensì li si assuma come principi di metodo e contenuti valoriali che stanno dentro il processo storico di una identità che sa coniugare la fermezza delle proprie radici con la capacità di ascoltare quelli che una volta si chiamavano i “segni dei tempi” ed oggi, più prosaicamente, possiamo considerare le nuove aspirazioni, le istanze, le domande forse ancora implicite, sotto traccia, che pure già si colgono chiaramente come ”cifra” del nostro tempo post-moderno.

Ciò che non è riproponibile, al di là della loro immediata contingenza temporale, sono, al contrario, appunto le ideologie.

Infatti, qui sta la differenza.
Se vogliamo tentare un paragone con quel che si discute oggi nel campo della filosofia della scienza, le ideologie appaiono come sistemi assiomatici chiusi che nulla, per loro definizione, possono apprendere di nuovo, cosicché sono comunque destinate ad accartocciarsi su se stesse.

Al contrario, un pensiero che si articola, come nel caso della cultura politica del cattolicesimo democratico, su riferimenti non ossificati, bensì capaci di un richiamo costante e vivo alla storia nel suo libero divenire, assomiglia a quei sistemi logici aperti, capaci di apportare conoscenze nuove, di implementare ed arricchire il loro impianto cognitivo di base e, pertanto, di continuare a vivere.

Fra dramma e paradosso un inno alla bontà

Articolo apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Gabriele Nicolò

È il dramma della bontà, il cui valore s’infrange contro le insidie e le malignità del mondo. Al termine di una lotta impari e inclemente, della bontà non rimangono che frammenti: ma sono essi, cionondimeno, a resistere all’urto delle forze ostili, e a illuminare il cosmo, altrimenti destinato a precipitare nel vuoto e a brancolare nel buio.

Ne L’idiota, pubblicato centocinquant’anni fa (1869), Fedor Dostoevskij intende rappresentare, come egli stesso ebbe a dichiarare, «un uomo positivamente buono, un Cristo del XIX secolo», ispirato al quadro del pittore Hans Holbein il Giovane Corpo di Cristo morto nella tomba, che viene esplicitamente citato nel romanzo. Al protagonista, il principe Myskin, ultimo erede di una grande famiglia decaduta, lo scrittore russo affida il suo sentire e la sua valutazione di quei «fattori cruciali» che sono alla base del vivere civile.

«La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita di tutta l’umanità — dichiara Myskin —. Chi attenta alla carità individuale attenta alla natura dell’uomo e ne disprezza la dignità personale». L’idiozia del protagonista, afflitto dall’epilessia, consiste nell’incapacità di giudicare e condannare il male perpetrato dagli altri, come pure in una goffa mancanza di volontà associata a una cieca fede nel prossimo. Una cecità che non gli permette di scorgere, e quindi tanto meno di prevenire, le macchinazioni e le viltà perpetrate ai suoi danni. È una sorta di vittima che non si avvede delle torture a lui inflitte dai carnefici: e quegli stessi carnefici sono giustificati dalla vittima, nel segno di un paradosso che si rivela uno straordinario strumento per sondare i recessi più reconditi e disarmanti dell’animo umano.

L’idiota — definito dallo slavista e critico letterario Vittorio Strada «un romanzo enigmatico e limpido che avvince e che sgomenta» — si configura non come un’apologia della bontà, ma come «la storia della sua disfatta, in un mondo che di fatto non la accetta». Il regista Luchino Visconti affermò, in un’intervista del 1960, di essersi ispirato anche a questo romanzo per il film Rocco e i suoi fratelli. Nel ripercorrere la parabola del principe, il regista rilevava: «Rocco è un santo. Ma nel mondo in cui viviamo, nella società che gli uomini hanno creato, non c’è posto per i santi come lui. La loro pietà provoca disastri».

Il principe Myskin non è solo la vittima dei diversi soggetti che si muovono sulla scena, ma è anzitutto vittima di se stesso. Con inquietante frequenza, infatti, si colpevolizza, e tende a sottovalutarsi. Di conseguenza la sua esistenza, condotta sul limitare dell’agone sociale, si manifesta come perpetuo sacrificio. «Non ho mai incontrato in vita mia — dice Nastasja, uno dei personaggi del romanzo — un uomo simile a lui per nobile semplicità e illimitata fiducia. Chiunque voglia può ingannarlo e chiunque lo ingannasse sarebbe poi perdonato da lui».

Come evidenzia il filosofo Gabriele Scaramuzza, il principe Myskin, ogni volta che instaura un contatto con il mondo circostante e decide dunque di parlare, sente subito l’insufficienza delle sue parole: di conseguenza avverte la necessità, imperiosa e al contempo imbarazzante, di doversi sempre spiegare. Nell’arco del romanzo, infatti, si susseguono sistematicamente esigenze di spiegazione. In verità anche gli altri personaggi provano il disagio, o meglio il timore, di non essere adeguatamente capiti quando traducono i propri pensieri in parole: lo stesso Rogozin, un altro personaggio chiave del libro, giovane brillante dal temperamento aggressivo, è afflitto da tale impaccio. E la sua congenita aggressività si acuisce quando si avvede che la sua parola non corrisponde perfettamente al suo pensiero. Questa “malattia”, tuttavia, si manifesta in sintomi più gravi proprio attraverso la figura del principe Myskin. Con lui l’insufficienza del linguaggio diventa ossessiva, fino a sortire conseguenze drammatiche: prova ne sia la scena finale, quando con Rogozin accanto al cadavere di Nastasja, il protagonista «diceva sempre tutt’altra cosa da quella che avrebbe dovuto dire». Nel momento in cui la parola poteva contribuire alla missione del conforto e della solidarietà, fallisce: incerta e balbettate, sbaglia la mira e va in tutt’altra direzione.

Nel plasmare la figura di Myskin, lo scrittore, per sua stessa ammissione, si ispirò a Don Chisciotte. «Nella letteratura cristiana — dichiara Dostoevskij — l’unico uomo buono che risulta veramente compiuto è Don Chisciotte. Ma egli è buono esclusivamente perché nello stesso tempo è anche comico».

Per Dostoevskij, Don Chisciotte non è il cavaliere dell’ideale rappresentato nelle sue virtù, e che poi le realizza: è piuttosto l’eroe destinato a uscire sempre sconfitto dal suo ruvido scontro con la realtà. Tuttavia, malgrado ogni scacco subito, egli si configura come l’invitto messaggero di alti ideali cristiani — l’amore per i poveri, i diseredati, gli oppressi — e in tal senso si staglia come simbolo di un’umanità destinata sempre ad attingere il riscatto da quei valori spirituali che nessuna forza maligna potrà mai soffocare e annichilire. In filigrana anche il principe Myskin si pone come alfiere di una umanità mortificata e reietta. Certamente egli si pone in antitesi al superuomo di Nietzsche, per affermarsi in una dimensione squisitamente antieroica, ma non per questo meno rappresentativa e meno incisiva. E quando si potrebbe pensare che Myskin sia lo sconfitto, in realtà risulta essere il vincitore. Infatti Dostoevskij lo descrive capace di cogliere armonie, legami e connessioni laddove altri non vedono che disarmonie e assurdità. E laddove altri vedono solo il male e la malvagità, il principe, al contrario, sa cogliere il bene, o comunque la possibilità di compierlo.

Ma va precisato che il bene e la bontà di cui Myskin si fa interprete si caricano di una dimensione metafisica: cioè a lui non arride la capacità di amare, nel senso corrente del termine. A Nastasja egli dice: «Io non sono mai stato innamorato. Io sono stato felice altrimenti». Insomma non ha carne l’amore di Myskin: le donne si sentono comprese da lui, e per questo motivo ne sono attratte. Lo amano, ma non si sentono corrisposte, non si sentono pienamente riamate. Myskin, come scrive Scaramuzza, suscita attese che non può esaudire, e le suscita contemporaneamente in due donne, tra cui non sa scegliere, Aglaia e Nastasja: a entrambe, la sua bontà metafisica, e non terrena, provocherà solo sofferenza e tragedia.

Ai critici che gli rimproverano il fatto di aver incastonato il protagonista in un’aura astratta, facendolo il paladino di una morale cristiana innervata di una purezza spinta all’estremo, lo scrittore ribatteva con forza che “gli anticristi” credono di confutare il cristianesimo perché esso apparentemente «non regna sulla terra». In verità, sottolineava lo scrittore, il cristianesimo, con il suo ideale di universale fratellanza, rappresenta «l’ideale della vita futura definitiva dell’uomo, mentre sulla terra l’uomo è in uno stato di transizione».

Nel cogliere tale cifra interpretativa e nel tessere gli elogi del romanzo, lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero Hermann Hesse scrive: «Ci sono uomini che vivono in buona amicizia con la loro coscienza — creature rare, sante e felici — e qualunque cosa loro accada, li colpisce solo dall’esterno, non li ferisce mai al cuore, restano sempre puri e dal loro volto non scompare mai il sorriso. Uno di costoro è il principe Myskin».

Ok della Camera al decreto legge sulle emergenze in agricoltura

In considerazione delle diverse criticità produttive, si è palesata la necessità di approfondimento del settore agricolo, nonchè dell’esigenza di recupero e di rilancio della produttività e della competitività nel Belpaese. “Riportare i settori olivicolo-oleario, agrumicolo, lattiero caseario e ovi-caprino al più presto fuori dalla crisi e competitivi è una priorità del Governo. Con l’approvazione alla Camera del Dl Emergenze agricoltura si compie un passo decisivo in questa direzione – ha detto il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio, in riferimento al Dl Agricoltura il 17 aprile dalla Camera dei Deputati. – .

Al problema Xylella e gelate in Puglia, alla crisi del settore ovino-caprino e agrumicolo rispondiamo con fatti e misure concrete. Ringrazio i colleghi di Governo e i deputati di tutti i Gruppi parlamentari che hanno approvato in Assemblea il decreto – ha concluso il ministro -. Sono molto soddisfatto dell’attenzione che stanno riservando verso questi temi così importanti per il nostro Paese. Stiamo lavorando con serietà. Adesso attendiamo il voto finale in Senato”.

Arriva il pacemaker che si auto-alimenta col battito cardiaco

E’ stato sperimentato nei maiali il pacemaker che non ha bisogno di batterie esterne, perché si ricarica con il battito del cuore. La tecnologia, descritta sulla rivista Nature Communications, è frutto di una ricerca congiunta dell’Istituto di Tecnologia della Georgia, negli Stati Uniti, e dall’Istituto di Nanoenergia e Nanosistemi di Pechino. I tradizionali pacemaker sono alimentati da batterie ingombranti, rigide e di scarsa durata.

Biocompatibile e meccanicamente resistente, il nuovo dispositivo “non è solo in grado di stimolare l’attività cardiaca, ma è anche capace di correggere eventuali aritmie del battito, prevenendo alcune anomalie come la fibrillazione ventricolare, che possono in alcuni casi portare alla morte”.

 

Cerchiamo un luogo dove sia ancora possibile l’esercizio delle responsabilità

Fonte www.politicainsieme.com a firma di Guido Puccio

Un recente intervento del professor Gianfranco Pasquino (Formiche, 21 aprile 2019) dedicato ai problemi della sinistra europea conclude con due righe di bruciante attualità: “ Poiché all’orizzonte non si vede una cultura politica che mette al centro di una società giusta la dignità e il riconoscimento del valore delle persone, è ora di elaborarla.”

Letta come ennesima e costruttiva provocazione, la conclusione del professor Pasquino va ben oltre l’analisi dello stato delle sinistre e della loro “debolezza tranquilla ormai ferma su semplici posizionamenti e personalizzazioni” per interpellare direttamente le ragioni della esperienza politica e sociale dei cattolici democratici.

Ritenere infatti al centro della azione politica la dignità e il valore della persona appartiene da sempre alla nostra ispirazione e al nostro patrimonio storico, al netto di errori, distrazioni, illusioni ed omissioni che l’esercizio del potere sempre comporta e delle quali purtroppo è stata data prova.

Basterebbe piuttosto pensare alle intuizioni che hanno mosso in tempi difficili le iniziative di Luigi Sturzo, alle ragioni che hanno ispirato il concreto esercizio di governo di Alcide De Gasperi e alla passione civile di lungo respiro di cui è stato testimone Aldo Moro per renderci conto delle potenzialità dell’ispirazione cristiana nella concreta esperienza politica.

Il rispetto della dignità e il riconoscimento del valore delle persone evocato oggi da un attento osservatore come Pasquino appartiene di fatto da sempre alla nostra cultura.

Ben venga quindi la riscoperta di questo orizzonte anche da sinistra purchè ogni tentativo di aggregazione del consenso da parte dei cattolici democratici  non venga revocato in dubbio, con la ormai rafferma scusa di voler ricostruire la DC, ma torni ad essere quanto meno degno di attenzione.

Tanto più che sulle macerie del fascismo e del comunismo, quando sembrava che la storia fosse finita ( Fukuyama) anche il liberalismo già vincitore è oggi in difficoltà come dimostra l’emersione dei populismi e dei sovranismi. Lo sintetizza con grande acutezza Yuval Noah Harari ( Ventuno lezioni  per il XXI secolo. Bompiani ) : “anche la liberal-democrazia può essere strumentalizzata da autocrati e vari movimenti illiberali, il cui solo interesse è gettare discredito sull’ordinamento democratico piuttosto che avviare una discussione aperta sul futuro dell’umanità.”

Perché la storia non è finita, come riconosce lo stesso Fukuyama in un libro per ora uscito solo negli Stati Uniti, ma piuttosto ha cambiato il suo corso (“has changed his direction”) e pone nuove sfide anche alle nostre ragioni di fondo.

Una di queste, che ci interpella urgentemente, è la sfida delle tecnologie informatiche che hanno già rivoluzionato l’elaborazione e la diffusione delle informazioni ed hanno già travolto la convinzione che il voto popolare sia sempre intrinsecamente saggio.

Altri sentimenti, peraltro manipolabili, oggi prevalgono: la paura, sapientemente invelenita; il fenomeno delle immigrazioni; i rischi di povertà; l’insicurezza del lavoro; la precarietà del senso di giustizia. Per non dire di altre sfide come quella delle tecnologie biologiche, del dominio degli algoritmi, dello strapotere della finanza che prevarica la produzione, dell’arretramento della globalizzazione.

Sono sfide reali, sulle quali si misurerà la capacità di dominare gli eventi e misurare la tutela della dignità umana e il riconoscimento della persona nella società giusta.

Ecco quindi lo spazio nel quale organizzare la presenza di una forza  che si ispiri a principi e valori cristiani: creare un luogo dove ancora sia possibile l’esercizio delle responsabilità.

 

Abbiamo bisogno di un altro Centro, assai poco moderato.

Articolo di vecchio conio, quello di Merlo pubblicato ieri sul “Domani d’Italia”, che vede la missione del centro in uno stile moderato, tipico di una formazione politica che faccia da punto di mediazione tra destra e sinistra finalmente non equivoche.

Non a caso il riformismo che sembra emergere dallo scritto rimane generico e vacuo.

Il centro di cui abbiamo bisogno è, per me, di ben altra stoffa: lucida e coraggiosa analisi degli “errori e orrori” della politica italiana anti riformatrice al governo negli ultimi trent’anni.

Mi riferisco, in particolare, alla politica che ci pertiene di più.  Per questo, in alternativa, auspico che venga alla luce la descrizione dettagliata (addirittura con i disegnini) della Riforma che nessun altro ha in mente di fare.

La Riforma di noi stessi, del nostro sistema e della nostra architettura politico amministrativa di governance.

Dunque, ci vuole un luogo e uno strumento politico che sia “centrale” e assolutamente poco moderato.

Il reddito di cittadinanza e la lotta alla povertà dei meritevoli

Fonte https://www.rivistailmulino.it/ a firma di Renzo Carriero e Marianna Filandri

Il Reddito di cittadinanza (Rdc), secondo lo stesso decreto legge che lo istituisce (4/2019), è una «misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, nonché diretta a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione e alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro». L’obiettivo esplicito è dunque quello di contrastare la povertà, di aiutare i più svantaggiati, coloro che più degli altri hanno bisogno dell’intervento pubblico, promuovendo il diritto all’occupazione.

L’introduzione di una misura di sostegno del reddito – o, per essere più precisi, di una rivisitazione ed estensione del reddito di inclusione (Rei) introdotto già nel 2017 – è certamente meritevole. Lo è innanzitutto perché affronta un problema grave che riguarda un numero elevato di famiglie, in particolare quelle con bambini. I dati Istat (relativi al rapporto “La povertà in Italia” del 26 giugno 2018) ci dicono infatti che in Italia le famiglie in povertà assoluta – ossia con un reddito così basso da non essere in grado di permettersi un paniere di beni e servizi essenziali – sono 1.778.000, in cui vivono 5.000.580 individui (un quarto minori).

Le misure di contrasto alla povertà sono certamente apprezzabili in un Paese come l’Italia, che non brilla per impegno nella lotta a questo problema sociale. Tuttavia, si deve rilevare che l’immagine della povertà e della disoccupazione alla base del Rdc è a dir poco frettolosa.

In primo luogo, la causa della povertà è considerata prioritariamente l’assenza di lavoro. Bisogna allora capire perché le persone si trovano in questa condizione. Chi non lavora può essere interessato a farlo e quindi disoccupato, oppure no e quindi inattivo. Il Rdc presuppone che tutti gli adulti che non studiano e non hanno carichi di cura né disabilità debbano dichiararsi immediatamente disponibili al lavoro. In altri termini, si vuole escludere che riceva l’assegno del Rdc qualcuno che non abbia voglia di lavorare. Ma fino a che punto la disoccupazione o l’inattività sono un problema di forza lavoro svogliata? Non ha un ruolo cruciale anche la scarsità della domanda di lavoro? A onor del vero, emerge una certa consapevolezza del fatto che le opportunità di occupazione non abbondino, ma questa mancanza è in qualche modo scaricata sui beneficiari. Il testo prevede infatti che si debba accettare almeno una di tre offerte di lavoro definite congrue: «nei primi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro cento chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario o comunque raggiungibile nel limite temporale massimo di cento minuti con i mezzi di trasporto pubblici». Questo significa che il decreto esprime consapevolezza del fatto che il mercato del lavoro locale può non essere in grado di accogliere la disponibilità dei disoccupati, ma sottolinea l’obbligatorietà dell’attività lavorativa a prescindere: i beneficiari devono accettare qualsiasi offerta. In questo modo è posta su di loro la maggior parte della responsabilità della questione disoccupazione, e sostanzialmente sono deresponsabilizzati gli altri attori del mercato del lavoro.

In secondo luogo, il lavoro è considerato una condizione sufficiente (oltre che necessaria) di uscita dallo stato di povertà. Ma non è sempre così. Ancora i dati Istat ci dicono che la povertà assoluta ha un’incidenza del 6% tra gli occupati, cioè un valore solo leggermente più basso dell’incidenza sulla popolazione in generale (8,4%). Le ragioni possono essere diverse, dai bassi salari, alla discontinuità lavorativa, nonché il tempo di lavoro ridotto (non necessariamente scelto). Per fare in modo che l’occupazione diventi veramente un’assicurazione contro la povertà bisognerebbe agire sulle condizioni del mercato del lavoro, ossia contrastare non solo la povertà da disoccupazione, ma anche quella da lavoro non sufficientemente remunerativo.

Il Rdc si presenta quindi come una cosiddetta misura di workfare, in quanto pone vincoli molto stringenti alla fruizione del beneficio, adottando severi criteri di condizionalità dell’aiuto e l’obbligo di attivazione. A dispetto del nome, la misura disegnata dal governo Lega-M5S non si configura come vero e proprio Reddito di cittadinanza (cioè incondizionato ed erogato a tutti i cittadini), ma semmai come reddito minimo, ossia come misura di integrazione al reddito che colma la distanza rispetto a una determinata soglia di povertà. La sua fruizione – in linea con la maggior parte degli orientamenti europei in materia di politica sociale – è legata al fatto che il beneficiario dimostri di “meritarselo”. E chi è che merita di essere aiutato? Chi soddisfa una serie di criteri di “meritevolezza”. Tra i più importanti – utilizzati tanto dall’opinione pubblica quanto dai policy maker − ci sono il controllo e la reciprocità: lo stato di bisogno non dev’essere “intenzionale” (come quando si rinuncia volontariamente a un’occupazione) e il beneficiario deve mostrare l’impegno a ricompensare l’aiuto ricevuto con qualcosa in cambio (lavoro o volontariato). Accanto a questi criteri, spesso se ne aggiungono altri due: l’entità del bisogno e l’identità sociale del beneficiario. In particolare quest’ultimo si palesa quando si giudica più meritevole di aiuto chi è percepito come “uno di noi”. Immigrati e persone ai margini della società (rom, senza fissa dimora ecc.) difficilmente sono percepiti come tali, non dalla maggioranza perlomeno. L’esclusione del Rdc degli stranieri residenti da meno di 10 anni sul territorio nazionale va incontro a questo criterio.

Ponendo questi limiti stringenti, la misura del Rdc va incontro a un ampio consenso da parte dell’opinione pubblica. I dati della European social survey, un’indagine sociologica europea comparata, mostrano che in Italia nel 2017 (sotto il governo Gentiloni) vi era una netta preferenza per quello che veniva raffigurato come reddito minimo (cioè l’odierno Rdc con obbligo di attivazione) rispetto al “reddito di base”, più simile a un vero Reddito di cittadinanza come definito sopra. Sottoposti entrambi a giudizio dei cittadini, il reddito minimo guadagnava il 67% dei consensi contro il 51% del reddito di base, reo agli occhi dell’opinione pubblica di violare proprio i criteri del controllo e della reciprocità.

L’introduzione del Rdc ripropone dunque un’annosa questione morale: la povertà è un problema a prescindere o lo è soltanto quando i poveri sono giudicati meritevoli dall’opinione pubblica? In un’Italia spazzata dal vento del populismo temiamo di conoscere la risposta. Ma alla politica si dovrebbe chiedere di affrontare il problema della povertà in tutte le sue sfaccettature (la povertà dei senza lavoro, la povertà nel lavoro, la povertà minorile) con gli strumenti più appropriati alle varie forme.

Firmato a Milano accordo tra Anci e Associazione nazionale Alpini su sicurezza e protezione civile

Siglato a Milano, presso la sede nazionale degli Alpini, dal vice presidente vicario Anci Roberto Pella e dal presidente Ana Sebastiano Favero il Protocollo tra le due associazioni in materia di protezione civile, sicurezza urbana e valorizzazione della cultura e della memoria storica dei territori che hanno avuto come protagonisti gli Alpini.
“Questo Protocollo istituzionalizza molte delle attività che già oggi comuni e Alpini-Protezione Civile mettono insieme in campo con energia e dedizione nei nostri territori”, evidenzia Pella. “Da oggi, l’obiettivo sarà di potenziare la nostra collaborazione su tutto il territorio nazionale attraverso iniziative di prevenzione, attraverso la diffusione di piani di protezione civile comunale, di informazione alla popolazione, di supporto alla sicurezza e alla cura delle nostre città e dei nostri sentieri di montagna, di sensibilizzazione alla sostenibilità ambientale.”

“Sono particolarmente soddisfatto di aver promosso questa iniziativa e di poter oggi ricordare come ogni adunata, e così sarà anche per Milano quest’anno nella sua 100esima edizione, rappresenti – continua il vice presidente vicario -un ricordo felice per i comuni che l’hanno ospitata, sia per la rilevanza dell’evento sia per tutte quelle piccole significative opere che gli Alpini a titolo gratuito eseguono negli edifici e nelle aree che li accolgono in segno di gratitudine e civiltà”.

“Tra l’altro – ricorda Pella – la proposta Anci d’iniziativa popolare per una legge sull’Educazione alla Cittadinanza, che dal prossimo 29 aprile sarà in Aula a Montecitorio, va esattamente nella direzione che questo Protocollo promuove con riguardo alla formazione nelle scuole delle nuove generazioni attraverso attività di divulgazione su temi e vicende storiche riguardanti gli Alpini e sul senso civico e la cura dei beni pubblici che accomunano la missione di entrambe le Associazioni”.
Da parte sua il presidente dell’Ana Sebastiano Favero sottolinea come “l’Ana da sempre ha avuto come referente le istituzioni e tra queste i comuni ed i loro sindaci con cui i nostri gruppi alpini, oltre 4.200 presenti in tutta Italia, hanno collaborato e continuano a farlo con spirito di servizio e solidarietà. Questo protocollo – conclude – non fa che ribadire e rafforzare lo spirito di collaborazione che accomuna l’Anci e l’Ana e codificarlo anche per il futuro”.

Mercato immobiliare: Istat, in ripresa nel IV trimestre 2018. Convenzioni notarili (pari a 230.258) aumentano del 4,7%

Nel quarto trimestre 2018 le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari (230.258) aumentano del 4,7% rispetto al trimestre precedente (+4,4% il settore abitativo e +10,5% l’economico).

L’incremento congiunturale interessa tutte le aree geografiche del Paese sia per il settore abitativo (Nord-ovest +5,5%, Nord-est +4,7%, Centro +4,4%, Sud +2,8% e Isole +1,8%) sia per l’ economico (Nord-ovest +22,1%, Isole +8,2%, Sud +6,7%, Centro +4,6% e Nord-est +3,9%).

Il 93,9% delle convenzioni stipulate riguarda trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo e accessori (216.173), il 5,6% a uso economico (12.931) e lo 0,5% a uso speciale e multiproprietà (1.154).

Rispetto al quarto trimestre 2017 le transazioni immobiliari aumentano complessivamente del 7,6%, il livello di crescita più alto degli ultimi due anni. L’espansione riguarda sia il settore abitativo (+7,8%) sia l’economico (+4,6%).

L’incremento tendenziale osservato per l’abitativo interessa tutto il territorio nazionale: Isole (+10,1%), Nord-est (+9,9%), Centro (+9,7%), Nord-ovest (+7,4%) e Sud (+2,8%). La crescita riguarda tutte le tipologie di comuni (città metropolitane +8,1% e piccoli centri +7,6%). Anche il comparto economico registra variazioni tendenziali positive in tutto il Paese – Nord-ovest (+5,7%), Nord-est (+5,1%), Centro (+4,8%), Sud (+2,8%) e Isole (+2,0%) – nelle città metropolitane (+5,8%) come nei piccoli centri (+3,8%).

Le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare (115.478) crescono del 2,2% rispetto al trimestre precedente e dell’8,4% su base annua.

Tali convenzioni registrano un aumento su tutto il territorio nazionale, sia su base congiunturale (Centro +3,5%, Nord-est e Isole +2,1%, Sud +1,7% e Nord-ovest +1,6%) sia su base annua (Centro +12,3%, Isole +10,6%, Nord-est +9,1%, Nord-ovest +6,7% e Sud +4,9%). Rispetto alla tipologia dei comuni, la crescita riguarda sia le città metropolitane (+9,8%) che i piccoli centri (+7,3%).

Il 2018 nel suo complesso registra, rispetto all’anno precedente, una ripresa del 4,7% per il totale delle convenzioni di compravendita (+5,5% il settore abitativo e -5,8% l’economico) e del 3,6% per i mutui.

Torino: Il 25 aprile con il Polo del ‘900

Il Polo del ‘900 e gli enti che ne fanno parte organizzano un fitto calendario di appuntamenti fino al 2 maggio, fra festa e memoria. Voci, volti, storie, fatti, testimonianze, luoghi diventano lo strumento per ricordare assieme alla cittadinanza la lotta alla Liberazione, condividerne i valori, tutelarli, per diffonderli fra le nuove generazioni, contro i pericoli che corrono le democrazie oggi.

Il programma è ricco di attività e ha come baricentro il Polo del ’900 e i luoghi della Resistenza, riscoperti attraverso percorsi in città a piedi e sui tram storici.

Non mancano presentazioni di libri, reading, incontri, proiezioni: momenti di riflessione collettiva, alla scoperta di personaggi che hanno segnato (e sognato) la libertà, con le loro storie come quella del giovane torinese Carlo Mainardi, liberato dalla caserma di via Asti con l’incarico di annunciare la fine della guerra, ricordato attraverso un percorso a piedi che dalla caserma condurrà al Polo del ‘900 (25 aprile ore 10.30 e 15 – tradotto in sei lingue); o ancora le vicende di Franco Balbis, Paolo Braccini e Eusebio Giambone ricordati attraverso una visita guidata al Museo della Resistenza (25 aprile ore 15), aperto dalle 10 alle 22 in occasione della Festa di Liberazione. Anche il centenario dalla nascita di Primo Levi viene celebrato il 25 aprile al Polo del ‘900 che ospita alcune iniziative all’interno del progetto di Valter Malosti (TPE) dal titolo “Il sistema periodico. Letture, spettacoli incontri approfondimenti”: con un primo appuntamento, alle 16.30, con la partecipazione di Fabio Levi e Domenico Scarpa del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

Molte le attività dedicate ai più piccoli come i laboratori di lettura per bambini in collaborazione con le Biblioteche civiche torinesi (25 aprile ore 11) e le attività ludico-didattiche presso l’Ospedale infantile Regina Margherita (24 aprile ore 15), grazie alla collaborazione con Fondazione Forma Onlus.

Atalanta in lutto: è morto Mino Favini

Lutto per l’Atalanta e per tutto il calcio italiano. A 83 anni è morto Mino Favini, per oltre vent’anni, dagli anni ’90 al 2015, scopritore dei talenti nerazzurri e artefice di una scuola studiata e invidiata da molti.

Favini ha indossato i colori nerazzurri prima da giocatore (1960-1962) e poi da Responsabile del Settore Giovanile nel quale arriva, all’inizio degli anni Novanta, dopo aver accettato la proposta del Presidente Antonio Percassi.

Sotto la guida del “Mago di Meda”, così era soprannominato Favini, il vivaio nerazzurro cresce ulteriormente tanto da diventare uno dei più importanti a livello europeo. Innumerevoli i giocatori cresciuti e lanciati sul palcoscenico della Serie A sotto la sua gestione. Un incredibile talent scout, ma prima di tutto un uomo, un grande uomo.

Al termine della stagione 2014-2015, all’età di 79 anni e dopo quasi 25 stagioni in neroazzurro, Mino Favini lasciò l’Atalanta.

Viene ricordato per aver avuto sotto la sua gestione calciatori del livello di Pellizzoli, Consigli, Bellini, i gemelli Zenoni, Padoin, Donati, Tacchinardi, Montolivo, Bonaventura, Morfeo, Gabbiadini, Zaza, Filippo Inzaghi e Pazzini.

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per l’energia da moto ondoso

Siglato un accordo di sviluppo e realizzazione su scala industriale per impianti di produzione di energia dalle onde del mare. Un’intesa che vuole  unire le competenze di ciascuna società per trasformare il progetto pilota Inertial sea wave energy converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di pronta applicazione. Eni metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore. Questo accordo “rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso – ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. L’intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”.

Cassa depositi e prestiti promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte mettendo inoltre a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie per valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.

“Il Piano industriale di Cdp – ha aggiunto l’amministratore delegato, Fabrizio Palermo – è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”.

Fincantieri offrirà le proprie competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. “Siamo onorati di partecipare ad un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp – ha detto l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono -. La nostra realtà è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.

Terna contribuirà a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – ha spiegato l’amministratore delegato di Terna Spa, Luigi Ferraris -. Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”.

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente verrà valutata l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile. Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso. Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore nonché un contributo a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.

Cosa sono le infiammazioni oculari

Le infiammazioni che colpiscono gli occhi possono riguardare sia le strutture interne del bulbo oculare (associate, ad esempio, a uveiti) e sia le sue strutture esterne (sclera, congiuntiva e cornea).

I sintomi con cui si manifestano generalmente le infiammazioni oculari più superficiali sono fondamentalmente bruciore, lacrimazione, fastidio alla luce, sensazione di sabbia negli occhi e – in caso di congiuntivite e cheratite infettiva – abbondante secrezione di muco e, nei casi acuti, anche di pus.

Molto spesso la diagnosi di infezione oculare viene effettuata dallo specialista esaminando l’occhio con una semplice lampada, durante il controllo oculistico altre volte l’oculista può ricorrere ad esami di laboratorio su prelievi (effettuati mediante tamponi congiuntivali o corneali, come nel caso delle ulcere oculari) per individuare il possibile agente patogeno e – mediante un antibiogramma – valutare le eventuali resistenze agli antibiotici, adottando quindi la terapia più mirata.

La terapia varia a seconda del tipo d’infiammazione. Generalmente si ricorre a colliri antibiotici (terapia topica), cicloplegici (che dilatano la pupilla), antinfiammatori steroidei e, nei casi più gravi, a medicinali assunti per bocca. In caso di endoftalmiti il trattamento è basato sulla somministrazione di intense dosi di antibiotici per via topica e/o sistemica, ricorrendo a volte anche alla somministrazione intravitreale (iniezioni del farmaco antibiotico nel corpo vitreo contenuto nel bulbo oculare).

Castagnetti, il centro, i cattolici.

L’interessante riflessione di Pier Luigi Castagnetti su queste colonne in merito all’attuale inerzia dell’Associazione nazionale dei Popolari merita un approfondimento non burocratico o di maniera. Lo dico perché l’analisi di Pier Luigi si allarga anche al ruolo politico potenziale di una formazione di centro e, all’interno di questo, di un altrettanto eventuale funzione politica e culturale dei cattolici democratici e popolari. Ora, chi segue anche solo con un fisiologico distacco il dibattito all’interno del nostro mondo sa benissimo che Castagnetti, del tutto legittimamente, è da anni fortemente impegnato a sostenere tutti i segretari che vincono le primarie del Pd.

E quindi, credo, non si accorge neanche che l’attuale, progressiva e rapida trasformazione del Pd in una sorta di neo Pds ha, di fatto, attenuato se non cancellato, le ragioni politiche e culturali che avevano dato vita all’esperimento veltroniano nato nel lontano 2007. Una operazione, comunque, che io ritengo molto positiva ed efficace perché con la discesa in campo – finalmente – di una vera destra con un profilo politico e culturale netto e definito dopo la lunga ed incolore stagione berlusconiana, c’era la necessità quasi fisiologica di un ritorno anche della sinistra politica, della sinistra culturale e della sinistra tradizionale. E questo è, con la segretaria Zingaretti, l’attuale Pd. Che, come noto, non c’entra assolutamente nulla con la tradizione cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale.

Come, del resto, rilevano quasi tutti gli osservatori e i commentatori disinteressati. Tranne coloro che, con un pizzico di nostalgia, ritengono ancora necessaria ed indispensabile la presenza dei cosiddetti e tradizionali “indipendenti di sinistra” di matrice cattolica. Ma, al di là di questa fotografia che ormai non fa più neanche notizia, quello che è in cima al dibattito politico – e che ormai viene richiamato e sottolineato a giorni alterni sui principali organi di informazione – è la scommessa di ridar vita nell’attuale stagione politica italiana ad una formazione che sappia recuperare il pensiero, la cultura e il progetto politico di un partito/ movimento di centro. Nessuno pensa, e mi stupisce che Castagnetti abbia fatto riferimento ad una proposta che nessuno, salvo qualche gruppetto fondamentalista ed integralista vuole, di dar vita ad un “partito cattolico” o “dei cattolici”.

Una proposta inesistente e quindi da non approfondire perché non è all’ordine del giorno. Ma dopo il voto del 26 maggio e la registrazione dei conseguenti equilibri politici ed elettorali, la vera priorità politica per chi non si rassegna alla conflittualità tra gli “opposti estremismi” – come abbiamo concretamente e visibilmente sperimentato qualche settimana fa a Verona tra la destra cattolica ed integralista e la sinistra libertaria e radicaleggiante – sarà quella di far decollare un progetto politico, culturale e programmatico che sia in grado di rideclinare e dar voce ad un pensiero, ad una politica, ad un metodo e ad una ricetta di governo semplice e al tempo stesso complesso. E cioè, una rinnovata cultura della mediazione; un vero riconoscimento del pluralismo sociale e culturale; un forte senso dello Stato e un rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche; una vera ricetta riformista e una spiccata cultura di governo; una autorevole e qualificata classe dirigente e, soprattutto, ad una politica che sappia battere la radicalizzazione della lotta politica e introdurre la logica democratica del confronto e del dialogo attraverso il rispetto dell’avversario e non l’annientamento del nemico. Un luogo politico, e questo lo possiamo e lo dobbiamo dire ad alta voce, dove la cultura, il pensiero e il magistero politico dei cattolici democratici e popolari avrà indubbiamente un ruolo decisivo e qualificante.

Ecco perché quando si parla di centro, di cattolici, di Pd e della politica italiana non possiamo fermarci ad una stagione che ormai è alle nostre spalle. Del resto, parlare oggi del Pd come partito “a vocazione maggioritaria” o come “partito plurale” significa essere aggrappati ad un passato ormai non più riproponibile. Per questo dobbiamo attrezzarci per la nuova stagione politica che si è aperta.

Europa, patria di tutti. E nella bandiera le radici cristiane

Fonte Agensir a firma di Enzo Romeo 

Si va di corsa verso le elezioni europee. Tornata “decisiva”, dicono tutti, per l’Italia e per il futuro del nostro continente. I venti impetuosi del sovranismo rischiano di lacerare la bandiera d’Europa. Per questo ho voluto raccontarne la storia, attraverso documenti inediti, in un libro dal titolo Salvare l’Europa – Il segreto delle dodici stelle, appena edito dall’Ave, l’editrice dell’Azione cattolica italiana.

I documenti che ho ritrovato negli archivi di Strasburgo dimostrano che la bandiera col cerchio stellato si ispira ai simboli dell’Immacolata Concezione (le dodici stelle e il manto azzurro).

A Lei erano devoti coloro che lavorarono al progetto dell’emblema del Consiglio d’Europa, prima istituzione comunitaria, nata giusto settant’anni fa. L’idea fu del capo ufficio stampa, Paul Lévy, ebreo belga convertitosi al cattolicesimo durante la seconda guerra mondiale. Vi collaborò un disegnatore di Strasburgo, Arséne Heitz, che portava sempre indosso la Medaglia miracolosa, coniata in seguito alle apparizioni della Madonna a Rue du Bac, a Parigi.

L’adozione della bandiera da parte del Consiglio d’Europa avviene l’8 dicembre 1955 (nel 1985 diventerà la bandiera ufficiale anche della Comunità europea), giorno in cui la Chiesa festeggia l’Immacolata. Semplice coincidenza o qualcosa di più? Come che sia, è un fatto che a realizzare il sogno dell’unità europea contribuirono in modo determinante tanti cattolici: Schuman, Adenauer, De Gasperi e molti altri ancora. Uomini che non volevano “sventolare” la loro appartenenza religiosa, ma essere lievito che fa crescere la pasta del servizio e della fratellanza.

Lungi da integralismi fuori luogo, il rimando ai simboli cristiani non deve né può essere la rivendicazione di una primazia, ma l’offerta di un terreno comune. Da esso deve trarre linfa la pianta dei cui frutti tutti possono nutrirsi, a prescindere da razze, fedi, origini e provenienze. Questa è la prospettiva che si evince dai discorsi sull’Europa degli ultimi pontefici, del cardinale Bassetti e del Presidente della Repubblica Mattarella che sono proposti nella seconda parte del volume.

Le istituzioni europee, svuotate del loro propellente ideale, sono oggi percepite dalla gente come distanti e inutili: una grande e costosa macchina burocratica che pone vincoli e frena lo sviluppo, che si intromette impropriamente nella vita e negli affari dei singoli cittadini e degli Stati.

Questa impressione fa dimenticare che grazie al processo unitario si è garantito all’Europa il più lungo periodo di pace della storia, che sono state riconosciute garanzie politiche e democratiche, che sono stati tutelati il diritto alla sicurezza, alla salute, all’educazione…

Le imperfezioni del sistema comunitario dovrebbero spingere non al suo affossamento, ma al superamento dei limiti attuali. Ciò sarà possibile se, oltre agli interessi particolari, si guarderà all’Europa come patria di tutti, generatrice e custode di valori condivisi, recuperando il sogno dei padri fondatori.

Salvare l’Europa significa ben più che vincere una tornata elettorale. Vuol dire preservare un patrimonio senza il quale il mondo sarebbe più povero.

Regina Coeli: Nuovo appello del Papa: preghiera e solidarietà per lo Sri Lanka

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, e per tutta questa settimana, si prolunga nella liturgia, anche nella vita, la gioia pasquale della risurrezione di Gesù, il cui evento mirabile abbiamo commemorato ieri. Nella Veglia Pasquale sono risuonate le parole pronunciate dagli Angeli accanto alla tomba vuota di Cristo. Alle donne che si erano recate al sepolcro all’alba del primo giorno dopo il sabato, essi dissero: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24,5-6). La risurrezione di Cristo costituisce l’avvenimento più sconvolgente della storia umana, che attesta la vittoria dell’Amore di Dio sul peccato e sulla morte e dona alla nostra speranza di vita un fondamento solido come la roccia. Ciò che umanamente era impensabile è avvenuto: «Gesù di Nazaret […] Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte» (At 2,22.24).

In questo Lunedì “dell’Angelo”, la liturgia, con il Vangelo di Matteo (cfr 28,8-15), ci riporta vicino al sepolcro vuoto di Gesù. Ci farà bene andare con il pensiero al sepolcro vuoto di Gesù. Le donne, piene di timore e di gioia, stanno partendo di corsa per andare a portare la notizia ai discepoli che il sepolcro era vuoto; e in quel momento Gesù si presenta davanti a loro. Esse «si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono» (v. 9). Lo hanno toccato: non era un fantasma, era Gesù, vivo, con la carne, era Lui. Gesù scaccia dai loro cuori la paura e le incoraggia ancora di più ad annunciare ai fratelli ciò che è accaduto. Tutti i Vangeli mettono in risalto il ruolo delle donne, Maria di Magdala e le altre, come prime testimoni della risurrezione. Gli uomini, intimoriti, erano chiusi nel cenacolo. Pietro e Giovanni, avvertiti dalla Maddalena, fanno solo una rapida sortita in cui constatano che la tomba è aperta e vuota. Ma sono state le donne le prime a incontrare il Risorto e a portare l’annuncio che Egli è vivo.

Oggi, cari fratelli e sorelle, risuonano anche per noi le parole di Gesù rivolte alle donne: «Non temete; andate ad annunciare…» (v. 10). Dopo i riti del Triduo Pasquale, che ci hanno fatto rivivere il mistero di morte e risurrezione del nostro Signore, ora con gli occhi della fede lo contempliamo risorto e vivo. Anche noi siamo chiamati a incontrarlo personalmente e a diventare suoi annunciatori e testimoni.

Con l’antica Sequenza liturgica pasquale, in questi giorni ripetiamo: «Cristo, mia speranza, è risorto!». E in Lui anche noi siamo risorti, passando dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà dell’amore. Lasciamoci, dunque, raggiungere dal consolante messaggio della Pasqua e avvolgere dalla sua luce gloriosa, che dissipa le tenebre della paura e della tristezza. Gesù risorto cammina accanto a noi. Egli si manifesta a quanti lo invocano e lo amano. Prima di tutto nella preghiera, ma anche nelle semplici gioie vissute con fede e gratitudine. Possiamo sentirlo presente pure condividendo momenti di cordialità, di accoglienza, di amicizia, di contemplazione della natura. Questo giorno di festa, in cui è consuetudine godere un po’ di svago e di gratuità, ci aiuti a sperimentare la presenza di Gesù.

Chiediamo alla Vergine Maria di poter attingere a piene mani la pace e la serenità, doni del Risorto, per condividerle con i fratelli, specialmente con chi ha più bisogno di conforto e di speranza.


Dopo il Regina Coeli

Cari fratelli e sorelle,

vorrei esprimere nuovamente la mia vicinanza spirituale e paterna al popolo dello Sri Lanka. Sono molto vicino al mio caro fratello, il cardinale Malcolm Ranjith Patabendige Don, e a tutta la Chiesa arcidiocesana di Colombo. Prego per le numerosissime vittime e feriti, e chiedo a tutti di non esitare a offrire a questa cara nazione tutto l’aiuto necessario. Auspico, altrettanto, che tutti condannino questi atti terroristici, atti disumani, mai giustificabili. Preghiamo la Madonna…

[Ave, o Maria]

nel clima pasquale che caratterizza l’odierna giornata, saluto con affetto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli pellegrini, venuti dall’Italia e da varie parti del mondo.

A ciascuno auguro di trascorrere con fede questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la memoria della Risurrezione di Cristo. Cogliete ogni buona occasione per essere testimoni della gioia e della pace del Signore risorto.

Buona e Santa Pasqua a tutti! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Iran: Il Petrolio e la sberla di Trump

Gli Stati Uniti hanno annunciato  che tutti i Paesi dovranno mettere fine all’import di petrolio iraniano a breve e che il 2 maggio non rinnoveranno le esenzioni di 180 giorni concesse ad otto Paesi, tra cui l’Italia.

In caso contrario scatteranno sanzioni. Lo scrive il Washington Post, citando due fonti del dipartimento di Stato americano e spiegando che si tratta di una escalation della campagna di “massima pressione” dell’amministrazione Trump contro Teheran.

Tre degli otto Paesi esentati avevano già cominciato a ridurre la loro importazione di petrolio dall’Iran: Italia, Grecia e Taiwan. Gli altri cinque sono Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud.

 

Cgil: Per l’Alitalia ancora nessun chiarimento

Ormai manca una settimana alla scadenza del termine per presentare l’integrazione dell’offerta ai commissari di Alitalia e le sorti dell’ex compagnia di bandiera rimangono avvolte nell’incertezza. E nessun chiarimento è arrivato dall’ultimo incontro, che si è tenuto giovedì 18 aprile, tra i sindacati e i commissari straordinari dell’aviolinea. Il governo professa ottimismo, ma la realtà è che la nuova compagine societaria ancora non c’è.

Per la Cgil, al termine dell’incontro informale con i commissari  “in cassa ci sarebbero 484 milioni di euro, più i depositi, che nell’insieme garantiscono i prossimi mesi e l’estate”,

Sul piano industriale, invece, i commissari non hanno riferito “per ragioni di riservatezza”, ma “nei prossimi giorni potremmo avere delle novità: qualora non dovessero arrivare entro il 30 aprile, mobiliteremo tutti i lavoratori”.

 

Il traffico di cuccioli vale 300 milioni all’anno

Sono oltre 400 mila i cani e i gatti che ogni anno vengono importati illegalmente dall’estero per essere venduti sul mercato nero a prezzi che oscillano tra i 60 ed i 1.200 euro per un valore di circa 300 milioni di euro. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti sull’ultimo Rapporto Agromafie in relazione all’operazione Crudelia dei carabinieri forestali di Reggio Emilia che ha portato all’esecuzione di 3 misure cautelari di divieto di dimora ed espatrio con altre 11 persone sotto inchiesta per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito animali da compagnia, maltrattamento di animali, frode in commercio, falsità in atti e truffa per un giro d’affari si mezzo milione di euro all’anno e centinaia di cuccioli contrabbandati fra l’est Europa e l’Italia.

Il traffico di animali – spiega Coldiretti – rappresenta uno dei fenomeni malavitosi a maggior impatto sociale visto che una casa italiana su tre (32%) ospita almeno uno o più animali da compagnia che spesso diventano veri e propri componenti del nucleo familiare per un totale di oltre 14 milioni di cani e i gatti di tutte le razze, tagli ed età. Ma quelli che arrivano con la tratta clandestina – sottolinea Coldiretti – sono di solito cuccioli di poche settimane, quasi sempre non svezzati e ovviamente senza microchip d’identificazione richiesto dalla legge. Questi esemplari, assai spesso imbottiti di farmaci per farli apparire in buona salute, vengono introdotti nel territorio nazionale accompagnati da una documentazione contraffatta che ne attesta la falsa origine italiana e riporta trattamenti vaccinali e profilassi mai eseguiti.

Gli animali sono il più delle volte trasportati nascosti e pressati dentro contenitori, doppi fondi ed altri ambienti chiusi, stipati in furgoni e camion che percorrono lunghi tragitti. Un trattamento che aumenta anche del 50% il rischio di morte. Quello di cani e gatti illegali – sottolinea l’ultimo Rapporto Agromafie – è un commercio che talvolta si realizza anche con la complicità di alcuni allevatori e negozianti italiani che “riciclano” nel mercato legale animali di provenienza illegale. Il traffico di animali da compagnia costituisce un danno per tutte le parti coinvolte, ad eccezione di chi lo gestisce.

Ad esserne colpiti sono, oltre che gli allevatori ed i rivenditori onesti, in primo luogo gli animali stessi, vittime quasi sempre di maltrattamenti ed abusi. E se un cucciolo di razza offerto dal mercato illegale arriva a costare anche solo un ventesimo di quanto si spende nella filiera legale dell’allevamento, si tratta tuttavia solo di un “risparmio apparente” – evidenzia Coldiretti – visto che l’acquisto di cuccioli di razza attraverso circuiti non legali si traduce assai spesso in una spesa maggiore a lungo termine in cure mediche oppure addirittura nella morte dell’animale malato.

Bambino Gesù: 12 progetti in 10 paesi

Nel corso del 2018 sono state svolte 29 missioni internazionali per complessivi 145 giorni lavorativi con il coinvolgimento di 46 tra medici e infermieri del Bambino Gesù. Gli accordi di collaborazione siglati con i governi o le istituzioni sanitarie dei vari paesi o anche organizzazioni umanitarie internazionali come WHO e UNHCR, prevedono di norma sessioni di formazione on-the-job svolte da team di operatori del Bambino Gesù negli ospedali partner e periodi di formazione residenziale a Roma del personale medico e infermieristico locale.

Ad oggi sono 20 le specialità pediatriche oggetto di formazione in base agli accordi con i vari Paesi: dalla neurologia pediatrica (con focus su disabilità neuromotorie quali epilessia, sindromi neurologiche/genetiche e disturbi dello spettro autistico) alla neurochirurgia, dalla cardiochirurgia (diretta in particolare, in Giordania, all’assistenza e la cura dei profughi siriani e della popolazione pediatrica vulnerabile) alla radiologia interventistica, dalla neonatologia alla terapia intensiva, dalla chirurgia plastica e maxillo-facciale a quella laparoscopica, all’emodinamica e alla trapiantologia renale.

Un progetto speciale è quello che ha portato, il 2 marzo scorso, all’inaugurazione a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, del Centro di re-nutrizione terapeutica per bambini malnutriti nell’ambito di una più ampia ristrutturazione dell’Ospedale pediatrico nazionale già esistente. Su sollecitazione di Papa Francesco, che aveva visitato il complesso in occasione dell’apertura della Porta Santa della Misericordia nel 2015, il Bambino Gesù ha curato l’attività di ristrutturazione e avviato l’attività di formazione del personale locale che continuerà nel tempo, in collaborazione con Medici per l’Africa – Cuamm, Acf (Azione contro la fame) e Humanitas di Milano.

Salvini con il mitra: dovrebbe dimettersi. Ma forse è meglio che sia obbligato a governare.

Il Ministro degli Interni appare sui social con un mitra in mano e dice: “Ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano, ma noi siamo armati e dotati di elmetto. Avanti tutta”.

Siria? Striscia di Gaza? Sudan? Libia? No: Italia.

Temo però che anche questa allucinante allegoria del potere attuale passerà senza conseguenza alcuna. Come l’irresponsabilità e l’incompetenza di chi oggi governa il Paese.
La “luna di miele” tra Salvini e larga parte del popolo italiano continuerà.

Molti, troppi, sono disposti a cedere parti della propria libertà in cambio di una (illusoria) sicurezza.

I presidi di democrazia sono troppo deboli, oggi, per mettere in campo reazioni all’altezza.
Se un simile atteggiamento fosse stato manifestato da un Ministro degli Interni durante la tanto vituperata “prima repubblica” – a parte il fatto che mai a nessuno sarebbe passato per l’anticamera del cervello – non sarebbe rimasto nelle sue funzioni per più di qualche ora.

Il suo partito, o il capo del Governo o il Quirinale lo avrebbero indotto a prendersi un periodo di riposo.

Oggi invece il suddetto Ministro detta legge nel  Governo e si prepara a diventare Presidente del Consiglio attraverso nuove elezioni in autunno oppure con una operazione di riassetto del potere dentro l’attuale Parlamento.

Forse è più probabile la prima ipotesi, visto lo sfascio della finanza pubblica, il declino economico e l’isolamento politico in Europa che il nostro Paese oggi manifesta, al di là delle ridicole rassicurazioni del Governo.
Misurarsi con la dura realtà della manovra finanziaria di autunno sarebbe arduo per chi ha promesso il sogno del cambiamento e invece dovrebbe dare conto – nei fatti – di un disastro.

Meglio rovesciare il tavolo del gioco e proseguire una campagna elettorale che in realtà non ha mai avuto termine. In fondo, ciò che conta non è la realtà concreta del Paese, ma la sua rappresentazione.

In questo sono bravi. Molto bravi.
Ma non è da escludere neppure la seconda ipotesi: non sono pochi i buoni samaritani che si possono prestare a soccorrere il vincitore…
La decisione del PD di presentare una mozione di sfiducia al Governo, per questo, al di là delle motivazioni specifiche, mi sembra un passo falso.

Questi ciarlatani vanno oggi costretti a governare, non a dimettersi.

Il dovere di un impegno organizzato sulle “cose”. Infante risponde a Pierluigi Castagnetti.

L’intervento di Pier Luigi Castagnetti su “Il Domani d’Italia” ha attirato la mia attenzione particolarmente nel punto in cui sostiene : “Semplicemente non credo, nella situazione storica che viviamo, all’opportunità di dar vita a una forza politica a ispirazione religiosa: il Concilio Vaticano II, l’ottantanove del crollo del Muro, la fine delle ideologie, la globalizzazione che ha cambiato le condizioni delle nostre democrazie, la rivoluzione digitale che ha rotto gli equilibri nella distribuzione della conoscenza e – dunque – della rappresentanza, impongono anche ai credenti di andare oltre, molto oltre, le nostalgie di un passato, glorioso ma irripetibile. Sono convinto che se Sturzo e De Gasperi fossero ancora tra noi ci spronerebbero a inventare scenari e soggetti inediti”.

Ora, mi permetto d’interloquire con lui, visto che a questo tipo di discussione dice di essere interessato.

Rifletto, intanto, sul fatto che la traduzione nella cosa pubblica dell’ispirazione cristiana tiene conto dei tempi storici vissuti concretamente. Senza per questo vederne sminuita la sostanza e la potenza vivificatrice. Il tumultuoso sviluppo del cammino umano, richiamato sommariamente da Castagnetti, richiede semmai un tasso di generosità in più, anche in relazione ad un impegno in cui coinvolgersi con lealtà e chiarezza, proprio per i riferimenti cui ci colleghiamo e per quello che siamo.

Noto che egli collega la contrarietà a dare vita ad un soggetto politico “d’ispirazione religiosa” anche al superamento del periodo in cui la contrapposizione si è giocata in gran parte nella dimensione ideologica.

Molto ci sarebbe da dire sul punto. Per ora, mi limito a sottolineare come, in realtà, oggi sia trionfante una sola ideologia: quella variante degenerata del liberalismo che mette in cima a tutto denaro e potere, slegati da ogni responsabilità sociale.

In ogni caso, Castagnetti sa bene che tutte le forze politiche d’ispirazione popolare o democratico cristiane, compresa quella Dc in cui abbiamo insieme militato, non sono mai state, né in Italia, né in Europa e neppure in America Latina, caratterizzate da un connotato ideologico.

A differenza di quanto riguarda la Dc tedesca, il Partito popolare spagnolo, e tante altre organizzazioni popolari o dc ancora vive e vegete, quella esperienza italiana giunse a conclusione non certo perché ne era stata superata “l’ideologia”. Bensì, per l’accumularsi di “cattive pratiche” e l’adagiarsi su un’ottica meramente gestionale e di potere, per la distanza progressiva maturata con i propri blocchi sociali ed elettorali di riferimento, per quelle tensioni interne accumulatesi nel tempo, incancrenite ed accentuate pure dal fuggi fuggi generale creatosi in occasione di una “mani pulite” non prevenuta in tempo da un autentico “rinnovamento”, agli inizi sottovalutata e peggio affrontata nel corso del suo sviluppo da un gruppo dirigente debole ed indeciso.

Tutta la storia del movimento popolare e democratico cristiano è, dunque, segnata da un’impronta fortemente programmatica.

In questo, anche in questo, emerge la grandiosità di pensiero e di capacità politica di don Luigi Sturzo. Egli, già nel 1902, avvertì da subito la necessità di sostanziare su di una base concreta l’autonomia di pensiero e di elaborazione politica. In primo luogo, da assumere nei confronti della Chiesa e della sua gerarchia, le quali non potevano essere trascinate in battaglie, pur necessarie, ma potenzialmente destinate ad intaccare l’universalità del loro magistero e delle loro sollecitazioni pastorali.

Oggi, la questione di una presenza pubblica di cittadini ispirati cristianamente si pone nuovamente. Ovviamente, sotto altri profili rispetto a quelli dei tempi di Sturzo. Ancora una volta, però, si pone sul piano delle “cose” attese dalla gente.

Esiste una questione che riguarda l’identità, che non deve essere sottovalutata. L’averlo fatto, invece, ha significato, inopinatamente, far apparire la destra, oggi più segnatamente la Lega, una sponda d’approdo valida e persino coerente.

E’ chiaro che la questione dell’identità, se non bene interpretata e se ad essa non viene offerto uno sbocco politico ragionevole e generosamente vissuto, per prima cosa nei confronti degli “ultimi”, se non supera la mera auto rappresentazione e delimitazione o “difesa” dei propri recinti, può sempre lasciare che emergano posizioni integraliste e confuse.

Nel rispondere a ciò, e riflettendo sui tanti di noi che si stanno “rifugiando” nell’astensionismo elettorale, si deve guardare alle condizioni oggettive di questo Paese e, quindi, definire le modalità della ripresa di un impegno.

Il partire dalle “cose”, il coinvolgersi in forma organizzata nella ricerca pragmatica di possibili soluzioni da offrire a tutto il Paese, senza distinzione alcuna, potrebbero creare occasioni di convergenza e di collaborazione con ben più ampi ambiti sociali e politici, aprendo e facendoci andare oltre il nostro steccato.

E’ sotto questo profilo che il concetto di “coalizione” tanto caro a De Gasperi può sostanziarsi e prefigurare nuovi sviluppi del quadro che ci troviamo dinanzi.

Non si tratta di provare a ripetere antiche esperienze. Non si può ridurre proposte di rinnovato, libero ed autonomo impegno alla riapertura di capitoli di storia già completamente letti ed esauriti.

Bensì, di prendere atto, invece, che nessuna vecchia o nuova forza politica è stata ed è grado di porre mano all’urgenza di introdurre più solidarietà, assicurare maggiore giustizia sociale, garantire il rispetto della dignità umana, il diritto al lavoro, rigenerare Stato e istituzioni, rendere effettivo il rispetto del cittadino, anche nelle sue dimensioni di soggetto fiscale e di consumatore, garantire la difesa della vita, della famiglia, dei gruppi sociali intermedi, delle autonomie amministrative.

Per questo, solo per questo, è necessario che quanti sono ispirati cristianamente escano dalla loro indifferenza ed irrilevanza, con abnegazione e chiarezza. Non certo per fare un partito autoreferenziale sollecitato solo dalle loro esigenze, ma per contribuire, assieme a tanti altri cittadini, credenti e non credenti, a partecipare ad una politica più ragionevole, costruttiva, moderna e senza divisioni preconcette.

Dobbiamo intervenire non per sottolineare la nostra identità in sé, ma per quel tantissimo che la nostra identità presuppone e richiede in relazione alla difesa del diritto naturale, della Persona, della famiglia, della dignità del lavoro, dell’adeguatezza dell’educazione e della formazione delle nuove generazione, nell’impegno per la Pace e per il disarmo.

Altrimenti, tutte le discussioni fiorite, paradossalmente in concomitanza di un centenario sturziano, mal compreso e poco adeguatamente interpretato, su “partito sì, partito no”  assomigliano davvero all’arzigogolato ragionamento di don Ferrante sulla peste, di manzoniana memoria.

Oggi, nel contesto in cui ci troviamo, una iniziativa politica libera e autonoma appare la vera risposta da dare all’invito ad “andare oltre, molto oltre” la nostalgia di cui parla Castagnetti.

Non dobbiamo dimenticare che il recente passato degli ultimi 25 anni ha dimostrato che la risposta all’indifferenza ed all’irrilevanza non è certo venuta efficacemente, e con risultati tangibili, dagli amici politici d’ispirazione cristiana che hanno pensato di militare a destra come a sinistra, rinchiusi in recinti altrui e andando molto poco “oltre”.

I bilanci sono sotto gli occhi di tutti. Fallimenti a destra, fallimenti a sinistra sulle questioni economico finanziarie, in materia di lavoro e occupazione, sull’impresa e le categorie sociali, sulla difesa della vita, della famiglia, per ciò che riguarda l’innovazione scientifica e tecnologica, la scuola e l’educazione. Non abbiamo visto davvero tanta capacità e possibilità di incidere realmente, mentre si è stati pienamente partecipi di quel bipolarismo che ha impoverito il paese, non l’ha rafforzato ed arricchito.

Oggi dobbiamo fare la nostra parte nel riproporre la forza di quelle idealità e pensiero politico che risollevarono l’Italia. Lo devono fare i veri liberali, coloro che si ispirano al pensiero socialista. Lo devono fare anche i cattolici democratici. Il dibattito è aperto e non ci sottraiamo certamente ad un confronto che possa essere costruttivo e convergente con coloro che, oggi, condividono una ispirazione, ma prospettano conclusioni diverse o non ne presentano affatto.

 

Liberi e Forti Alessandria: più deliberazione pubblica è più democrazia

“Non siamo un gruppo, né tantomeno un circolo, ma un ambito di impegno inclusivo, al quale tutti possono partecipare”, così Renato Balduzzi ha voluto definire, al termine dell’ultimo incontro, i confini aperti di Impegno Liberi e Forti, l’iniziativa avviata in provincia di Alessandria all’inizio di quest’anno, in corrispondenza del centenario dell’appello lanciato da don Luigi Sturzo nel 1919.

“Da un primo nucleo di uomini e donne di buona volontà”, racconta Guido Astori, tra i promotori di questo percorso, “si sta formando una rete che si allarga progressivamente, coinvolgendo rappresentanti di vari mondi del volontariato, della cultura e delle istituzioni di tutta la provincia”.

Questo sta avvenendo anche grazie a un particolare metodo di lavoro che il gruppo sta adottando, sperimentato nell’ultimo incontro, dedicato al tema dell’immigrazione.

“Ci siamo ispirati al principio della deliberazione pubblica – spiega Davide Servetti, esponente di Impegno Liberi e Forti – condividendo preliminarmente la necessità di approfondire, elaborare sintesi e soluzioni per poi esprimere posizioni chiare e proposte puntuali sul tema dell’immigrazione; così abbiamo interpellato e coinvolto testimoni ed esperti che, a diverso titolo, sono coinvolti direttamente dal fenomeno nella nostra provincia”. “Tutto questo – prosegue Servetti – ha l’intento di fondare la riflessione collettiva su dati di fatto e punti di vista fondati su esperienze dirette e significative sul territorio”.

Il punto di vista di questi informatori privilegiati è stato molto utile ai tre gruppi di lavoro, che hanno affrontato il problema declinato in tre diverse prospettive: 1) l’integrazione dei migranti, 2) la cooperazione con i paesi di provenienza e 3) la comunicazione del fenomeno nei social e nei mass-media. Le conclusioni sono state affidate ad Agostino Pietrasanta, il quale ha sottolineato la qualità della discussione avvenuta nei gruppi, anche grazie al lavoro di tre coordinatori – Marco Caramagna per la comunicazione, Marco Ciani per l’integrazione, Roberto Massaro per la cooperazione – che hanno accompagnato e guidato la discussione. La successiva riunione plenaria ha raccolto le osservazioni, gli spunti e le proposte sulla base delle quali già alcuni esponenti di Impegno Liberi e Forti stanno lavorando al fine di tradurle in azioni concrete sul territorio, “che saranno progettate, realizzate e comunicate – precisa Paola Varese, tra gli animatori dell’iniziativa – con lo stesso stile corale e partecipato che ha informato i nostri incontri fino a questo momento”.

“Il nostro Impegno, rivolto a tutti, credenti e non credenti – conclude Renato Balduzzi –, chiede in particolare a quanti si riconoscono nella storia del movimento dei cattolici democratici nel nostro Paese di reimparare, come quel padrone di casa del Vangelo, a estrarre dal tesoro di quella cultura politica cose nuove e cose antiche”. Di recente Papa Francesco ha indicato una via chiara e impegnativa a tutti i credenti che guardano all’impegno per il bene comune: “Essere cattolico nella politica non significa essere una recluta di qualche gruppo, organizzazione o partito, bensì vivere dentro una comunità”. Secondo Balduzzi sarà possibile raccogliere questa sfida solo “ritrovando con coraggio le forme e le modalità per pensare insieme la polis, superando i personalismi e le forme di individualismo che permeano la nostra società, inclusi talvolta gli ambienti e le organizzazioni del cosiddetto mondo cattolico”.

Sri Lanka, esplosioni in chiese e hotel: oltre 200 morti

Sei esplosioni simultanee sono avvenute nella domenica di Pasqua in tre chiese dello Sri Lanka, una delle quali nella capitale Colombo, e in altrettanti hotel del Paese frequentati da turisti. I morti accertati, secondo fonti di polizia, sarebbero 207, di cui almeno 35 stranieri, mentre i feriti sarebbero più di 450.

Il ministro della difesa ha dichiarato che: “si sospetta che la maggior parte degli otto attacchi con esplosivo compiuti oggi in Sri Lanka siano opera di kamikaze”.

La chiesa dello Sri Lanka ha sospeso tutte le celebrazioni pasquali in programma nel Paese e ha quindi diffuso un appello a donare sangue per i feriti.

Anche il Papa, al termine del messaggio e della celebrazione Urbi et Orbi per la Pasqua, ha voluto rivolgere un pensiero alle vittime degli attentati dello Sri Lanka. “Ho appreso con tristezza e dolore la notizia dei gravi attentati che, proprio oggi, giorno di Pasqua, hanno portato lutto e dolore in alcune chiese e altri luoghi di ritrovo dello Sri Lanka – ha detto -. Desidero manifestare la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, colpita mentre era raccolta in preghiera, e a tutte le vittime di così crudele violenza. Affido al Signore quanti sono tragicamente scomparsi e prego per i feriti e tutti coloro che soffrono a causa di questo drammatico evento”.

 

L’Europa e’ spazio millenario di migrazioni. un viaggio tra i monasteri benedettini

Articolo già apparso sulle pagine di https://www.politicainsieme.com a firma di Guido Puccio 

Ecco un libro che sprigiona energia e ti fa riscoprire il senso della speranza. E’ l’ultimo lavoro di Paolo Rumiz, il più affascinante scrittore contemporaneo di viaggi e insieme giornalista, globe-trotter e non rassegnato indagatore del declino dei valori del nostro tempo.

Questa volta il viaggio è tra le abbazie e i monasteri benedettini, dall’Appeninno al Danubio e fino all’Atlantico, capisaldi della fede e della civiltà che hanno salvato l’Europa nei secoli quinto e sesto, quando l’impero romano era ormai dissolto e il continente era ferocemente devastato dalla violenza delle invasioni barbariche. La regola dei monaci di Benedetto da Norcia, il santo patrono dell’Europa, è invariata: preghiera, lavoro, ascolto e accoglienza. E’ così che nei secoli bui, con la sola forza dell’esempio, i seguaci di Benedetto hanno contribuito ad europeizzare gli invasori e a custodire una cultura millenaria.

Il viaggio prende le mosse da Norcia, cioè dall’Appennino, “montagna antica, aspra e solitaria” dove l’Europa è nata tre volte: con Roma, con il monachesimo e con il Rinascimento. Ed è nella abbazia di Praglia  che Rumiz scopre sul comodino della sua celletta la “Regola” benedettina racchiusa in un piccolo volume con i suoi insegnamenti che vengono da lontano: “ la leadership che si esercita prima di tutto con l’ascolto; il prestigio che non dipende dall’età; la disciplina ma anche la dolcezza dei rapporti umani; l’apertura ai più giovani e l’ascolto di tutti.

Ma sono gli uomini che incontra che sconvolgono il “laico” autore. Come nel monastero di Sankt Ostilien, nella Baviera contadina con i suoi orti, le stalle, l’officina, la scuola, gli alveari, la fabbrica di birra e le scuderie dove tutti lavorano compreso l’abate Notker Wolf, con sei lauree,  dodici lingue parlate, che ha scritto trenta libri, ha insegnato a Roma e ha fatto i lavori più umili in Africa.  E quando Rumiz gli chiede come possono oggi i benedettini cambiare il mondo nel tempo della velocità digitale e delle false notizie, l’abate non si scompone e risponde che non possono cambiare il mondo ma qualche influenza possono averla creando una atmosfera di dialogo e non di paura, oggi così diffusa perché “quando i reggitori non sanno dare risposte al popolo gli offrono nemici.”

Avanti rispetto alla Chiesa gerarchica, l’ordine accoglie anche le donne e la visita alla abbazia di Vimoldone, alle porte di Milano,  dove le periferie e i  tristi supermercati giungono a sfiorare le verdi risaie lombarde, vede la presenza delle benedettine che custodiscono tesori medioevali, lavorano la lana e assistono gli indigenti. E così nelle abbazie in Francia dove “il vento atlantico sibila da Mont Saint Michel, l’abbazia benedettina più famosa dopo Montecassino, ancora nei grandi monasteri tedeschi, in Belgio e in Ungheria  dove con Orban è tornata la sindrome del confine e dove alla cortina di ferro scomparsa con la caduta dell’impero sovietico si sta sostituendo quella dei reticolati contro i profughi del medio oriente “ che non invadono più con la ferocia distruttiva dei barbari  ma fuggono per fame e indigenza”. Eppure spaventano solo il nostro materialismo e fagocitano i sovranisti a coltivare le paure distruggendo  il sogno dei padri fondatori dell’Europa che “ osarono sognarla nel momento in cui tutto sembrava perduto”.

Così, i monaci che rifondarono l’Europa sotto l’urto delle invasioni barbariche tessendo fili, trame e relazioni, oggi vanno imitati dando voce a chi sogna, viaggia, lavora, resiste, combatte e si fa carico del proprio destino con la forza di una cultura comune, l’appartenenza a uno spazio unico al mondo, fertile e misurabile, ricco di storia,  lingue, piazze, culture e paesaggi.

Madri fondatrici d’Europa

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.associazionepopolari.it a firma di Carlo Baviera 

Ormai siamo entrati in campagna elettorale: per il rinnovo del Parlamento Europeo, ma anche per quello del Consiglio Regionale del Piemonte e di non pochi Comuni. Anche se le campagne elettorali si protraggono per l’intero anno e, nel caso specifico, il confronto sull’Europa che verrà è già iniziato da tempo.

Questa circostanza ha favorito la riscoperta e la riproposta dell’importanza della costruzione dell’Unità Europea per quanto riguarda il nostro futuro. Al di là di lentezze ed errori, la realizzazione di una Federazione che veda uniti i nostri popoli è fondamentale per non essere piccoli giocattoli nelle mani delle grandi potenze: sia dal punto di vista commerciale, che di politica estera, che di sovranità e nuova cittadinanza, che di politica culturale, sociale e di giustizia.

A tal proposito mi ha colpito un articolo di qualche tempo fa sulla rivista “Città Nuova” in cui si presentavano (parlando di idea di Europa e senza sminuire l’apporto fondamentale dei padri fondatori, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi e di quanti fin dagli anni venti o dall’esilio, dal confino o dal carcere l’hanno sognata e proposta) quattro figure definite madri fondatrici: denominazione usata non da un punto di vista istituzionale, ma più in prospettiva storico-filosofica e di fondamenti del pensiero che in chiave di impegno contemporaneo.

María Zambrano: “Cos’è sta­ta l’Europa? Cos’è, nella sua complessa e ricchissima realtà, l’irrinunciabile? […] È una radice comune, ricevuta per trasmissione, non inventata, non dovuta al nostro sforzo. [..] Non sappiamo in che cosa consista quel quid che ci apparenta con tutto ciò che è europeo e che in questo istante ha più vigore di qualsiasi tratto nazionale, particolare o individuale. Quell’elemento che ci fa sentire l’Europa come una grande unità nella quale siamo compresi integralmente”. (M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999).

Hannah Arendt con le osservazioni sul legame tra diritti umani e cittadinanza (si pensi, oggi, alla condizione dei profughi e dei migranti): “Le guerre civili scoppiate nel periodo fra i due conflitti mondiali furono più sanguinose e crudeli che in passato; e diedero luogo a migrazioni di gruppi che a differenza dei loro più fortunati predecessori, i profughi delle guerre religiose, non furono accolti e assimilati in nessun Paese. […] C’erano state delle minoranze anche in passato, ma la minoranza come istituzione permanente, il riconoscimento che milioni di persone vivevano fuori della normale protezione giuridica e avevano bisogno per i loro diritti elemen­tari di un’ulteriore garanzia da un organismo esterno, la presunzione che questo stato di cose non fosse temporaneo e occorressero dei trattati per stabilire un modus vivendi durevole, tutto ciò era qualcosa di nuovo nella storia europea almeno su tale scala. […] Nessun paradosso della politica contemporanea è più pervaso di amara ironia del divario fra gli sforzi di sinceri idealisti, che in­sistono tenacemente a considerare “inalienabili” diritti umani in realtà go­duti soltanto dai cittadini dei Paesi più prosperi e civili, e la situazione de­gli individui privi di diritti, che è costantemente peggiorata.[..] è perfetta­mente concepibile, e in pratica politicamente possibile, che un bel giorno un’umanità altamente organizzata e meccanizzata decida in modo demo­cratico, cioè per maggioranza, che per il tutto è meglio liquidare certe sue parti”(H. Arendt, II tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani, in Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2004 [1948]).

Simone Weil (gli “obblighi” verso l’essere uma­no come complemento dei diritti umani fondamentali): “La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto […] II diritto è efficace allorché viene riconosciuto. L’obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto. […]L’obbligo lega solo gli esseri umani. Non c’è obbligo per le collettività come tali. Ve ne sono invece per tutti gli esseri umani che compongono, servono, comandano o rappresen­tano una collettività, tanto per la parte della loro vita che è legata alla col­lettività quanto per quella che ne è indipendente [..] C’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia a interve­nire; e persino quando non gli si riconoscesse alcun diritto”. (S. Weil, La prima radice, Edizioni di Comunità, Roma-Ivrea 2017 [1943]).

Chiara Lubich con la visione di Unione europea nel più ampio contesto dell’impegno politico come fraternità universale: “Sono questi i tempi in cui ogni popolo deve oltrepassare il proprio con­fine e guardare al di là; è arrivato il momento in cui la patria altrui va amata come la propria, in cui il nostro occhio ha da acquistare una nuova purezza. […] Noi speriamo che il Signore abbia pietà di questo mondo diviso e sban­dato, di questi popoli rinchiusi nel proprio guscio a contemplare la propria bellezza – per loro unica – limitata ed insoddisfacente, a tenersi coi denti stretti i propri tesori – anche quei beni che potrebbero servire ad altri po­poli presso cui si muore di fame – e faccia crollare le barriere e correre con flusso ininterrotto la carità tra terra e terra, torrente di beni spirituali e materiali”. [Dal Discorso dell’estate 1959, nel paese dolomitico di Fiera di Primiero; in La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, pp. 277-279]. “La fraternità è un impegno che favorisce lo sviluppo autenticamente umano del Paese senza isolare nell’incertezza del futuro le categorie più deboli, senza escluderne altre dal benessere, senza creare nuove povertà; salvaguarda i diritti della cittadinanza e l’accesso alla cittadinanza stessa, aprendo una speranza a quanti cercano la possi­bilità di una vita degna nel nostro Paese” [C. Lubich, Per una politica di comunione, in «Nuova Umanità», 2001/2].

Da quanto sopra si comprende che dobbiamo guardare l’Europa, sì come “unione di diversi” ma anche come comunità che ha delle radici comuni; radici spirituali, culturali, del diritto, di solidarietà, di umanesimo, di rispetto dei diritti della persona, di riconoscimento del pluralismo e della società civile.

E quanto accaduto a Parigi, con l’incendio che ha coinvolto la Cattedrale di Notre Dame, richiama a quest’anima dell’Europa, a queste radici, che fanno di popoli e nazioni diverse una storia e una civiltà comune.

Inoltre dovremmo capire che non è possibile avere alcune Istituzioni in comune e una moneta unica senza avere uno Stato: e questo Stato è la Federazione degli Stati Uniti d’Europa.

Mi pare che, parlare di Europa unita e rilanciare quell’obiettivo (questo è ciò a cui saremo chiamati col voto il 26 maggio) e considerare ciò che le “madri fondatrici” ci indicano, aiuti anche a recuperare i motivi di fondo dell’azione politica locale e nazionale: il bene comune, la moralità della vita pubblica, l’amore per il prossimo, la fraternità, il rispetto del pluralismo. Spero che siamo tutti consapevoli di questo compito per non restare invischiati solo da promesse generiche e da una visione contingente ed egoista.

Tennis: Fognini trionfa a Montecarlo

Fognini conquista il Masters di Montecarlo, il suo primo in carriera, superando in finale il serbo Lajovic. L’Italia torna, così, a vincere nel Principato 51 anni dopo Nicola Pietrangeli.

Ha battuto in finale 6-3, 6-4 Dusan Lajovic (48 Atp) in un’ora e 38′ di gioco. Finora l’unico italiano a trionfare nel Principato nel dopoguerra era stato Nicola Pietrangeli, campione in tre occasioni nel 1961, 1967 e 1968.

Quella contro Lajovic per Fabio era la finale numero 19 in carriera: salgono a 9 i titoli vinti, sicuramente l’ultimo il più importante e prestigioso.

 

 

 

Gli effetti nocivi della cannabis

Uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, dimostrerebbe che in Colorado, dove la cannabis è legale, “i medici hanno notato qualcosa che a prima vista pareva molto strano, quasi paradossale: quei ragazzi (ma anche gli adulti) che arrivavano dopo aver assunto cannabis per bocca sembravano stare peggio di chi la marijuana l’aveva fumata o inalata. A dirla tutta, rispetto a chi la fumava, quelli che avevano mangiato biscotti o dolcetti alla cannabis erano una piccola minoranza – uno su dieci – ma sembrava che i disturbi più gravi si concentrassero proprio su di loro. A questo punto i medici hanno deciso di analizzare 10.000 pazienti arrivati al pronto soccorso per abuso di alcol e cannabis. Le analisi hanno dimostrato che in 3.000 di loro i disturbi erano riconducibili solo e soltanto alla cannabis”.

Insomma attenti prima di assumerla, perchè i rischi a tutt’oggi ancora non sono chiari

 

Buona Pasqua

“Che cosa abbiamo davanti agli occhi contemplando il crocifisso?

Abbiamo un miracolo nuovo.

Cristo ha fatto tanti miracoli sul mare, sui cechi, sui lebbrosi.

Ma il miracolo nuovo è che questo Dio non fa un miracolo per sé,

rimane in agonia, con le braccia aperte al Padre e al mondo.

E noi avvertiamo, guardandoti, o Signore,

che in quest’abbraccio universale,

che raggiunge tutti gli uomini di tutti tempi, ci siamo anche noi.

E le tue braccia allargate ci dicono:

“Sei anche tu nell’abbraccio dell’alleanza,

sei anche tu nell’abbraccio della sicurezza dell’amore del Padre per te,

sei anche tu nell’abbraccio della misericordia

che supera il tuo timore, le tue colpevolezze.

Sei anche tu nell’abbraccio di questo amore gratuito, purissimo, totale;

sei anche tu in questo abbraccio sponsale, indissolubile,

che è la tua certezza di vita per sempre”

 

Carlo Maria Martini

Cambiare gioco nel pensare ad una nuova voce organizzata di ispirazione cristiana

Di Domenico Galbiati già Pubblicato su www.convergenzacristiana.it

Si torna a discutere di cattolici e del loro impegno politico. Si può farlo a due condizioni. Anzitutto, che non si tratti di una riflessione ristretta ad una chiesuola di addetti ai lavori, condotta in chiave rievocativa. Piuttosto rapportando effettivamente il tema alla condizione storica del momento ed in vista di un impegno attivo, di carattere sociale e di ordine propriamente politico.

In secondo luogo, sapendo che, anche qui, come quando si parla di “centro”, e’ necessario adottare nuove categorie interpretative. Quelle del tempo che fu sono superate ed inservibili. Ad insistervi, si finisce in testa-coda.

Non si tratta, quindi, di rievocare un presunto partito “dei” cattolici – che, come tale, non e’ mai esistito ne’ di diritto, ne’ di fatto o un partito “di” cattolici. In ogni caso, la riflessione è obbligata, in relazione al tempo che viviamo. Non può essere elusa. E’ complessa, dato che, come non si stancava di ripetere Mino Martinazzoli, la religione è universale e la politica, al contrario, è particolare.

Tematica antica e pur sempre nuova poiché si ripropone, sempre la stessa, ma, ad ogni tornante della storia sempre in termini inediti e, quindi, da riesplorare ogni volta da capo.

Bisogna piuttosto cambiar gioco e prendere le mosse da una domanda radicale: ha ancora senso oggi, può essere utile o addirittura necessaria, la presenza in campo di una forza organizzata, autonoma e competente che si ispiri a principi e valori cristiani? Che assuma, come proprio orientamento di fondo, la concezione dell’uomo, della vita, della storia che corrisponde ad una antropologia cristiana?

E’ necessario capire, però,’ ed anzitutto, se la domanda può effettivamente essere posta, cioè’ se abbia senso. Vanno, perciò, chiarite almeno due premesse.

Anzitutto, che bisogno c’è di scomodare l’antropologia o comunque le loro radici filosofico-culturali come fattori necessari a dar conto della fisionomia politico-programmatica di forze che intervengono nel discorso pubblico?

Non siamo forse felicemente approdati ad una stagione post-ideologica, cosicché, gli stessi partiti cui spetta l’onere di canalizzare la rappresentanza, possono finalmente risolversi in agili e disincantate formazioni che la mettano tutta concretamente sul piano immediato della prassi, secondo una declinazione empirica delle cose del mondo che non sia più gravata da filosofemi astratti?

Senonchè,  le sfide epocali che ci assediano, l’intreccio in cui si avviluppano condizionandosi a vicenda sono tali e tante che forse possiamo raccontarcela così al bar sotto casa, ma, in effetti, se non c’è un pensiero fondativo che innervi una visione di lungo termine, e di coerenza complessiva del ventaglio tematico che dobbiamo affrontare, si va inevitabilmente incontro al fallimento.

Seconda premessa: non è che la domanda di cui sopra sia sostanzialmente retorica, cioè contempli una risposta scontata, nel nostro caso positiva, in quanto non si tratta di un “domandare” sincero, ma piuttosto della proiezione, più’ o meno inconscia, del nostro desiderio che, dopo le stagioni di Sturzo e di De Gasperi e Moro, la nostra cultura torni a pieno titolo nell’ agorà dei confronto pubblico, per quanto i tempi siano così profondamente mutati ?

A questo punto si potrebbe – per essere sicuri di non cadere in una tagliola mentale che ci fabbrichiamo da soli – guardare un attimo alla considerazione che hanno dei principi cristiani e della loro valenza sul piano civile, alcuni che ci osservano da fuori il nostro mondo.

Lasciamo, quindi, perdere, ad esempio – in quanto da cattolico dichiarato potrebbe apparire sospetto – Jean Luc Marion e quel che afferma nel suo recente volume ( “Breve apologia per un momento cattolico”) in ordine al rilievo civile che, in questa stessa fase storica, la presenza dei cattolici ha assunto in Francia, figlia prediletta della Chiesa, ma, ad un tempo, emblema della netta separazione tra Stato e Chiesa.

Guardiamo piuttosto a due filosofi dichiaratamente atei. Il primo, Francois Jullien – per quanto la sua sia una riflessione di ordine filosofico che non concerne immediatamente il piano politico – attraverso una lettura originale del Vangelo di Giovanni, sostiene come il Cristianesimo sia una sorgente viva di ricchezze per la vita dei nostri giorni, anche “senza passare per le vie della fede”, cioè anche per chi non crede.

Aggiunge che solo il Cristianesimo consente l’ “evento”, cioè l’ “accadere” di un inedito assoluto che e’ vita, esperienza di libertà e di verità.

Il secondo Jurgen Habermas – considerato il maggior filosofo vivente ed erede della scuola di Francoforte, pensatore post-metafisico ed, almeno metodologicamente, ateo, come si definisce – afferma chiaramente, a dispetto di tanti “illuminati” che vorrebbero confinarle nel privato della coscienza personale di chi ci crede, come le istanze religiose a pieno titolo debbano essere ammesse e debbano concorrere al discorso pubblico, in quanto recano in sé, in funzione della vita civile, valori ed intuizioni irrinunciabili che, peraltro, a suo avviso, vanno traslate da un linguaggio che lui ritiene mitico, ad un impianto concettuale razionale.

E’ possibile che chi, libero da pregiudizi, guarda al Cristianesimo dal di fuori, ne sappia cogliere la ricchezza forse meglio di molti che, vivendolo, dovrebbero conoscerlo, senonchè lo osservano con uno sguardo reso opaco dalla consuetudine?

E questo non aiuta forse a delineare uno dei caratteri essenziali che devono connotare una forza organizzata di ispirazione cristiana che voglia concorrere da protagonista agli sviluppi dell’attuale momento storico?

Dobbiamo pensare, infatti, ad una presenza che, consapevole dei principi e dei valori del Cristianesimo, faccia propria convintamente la Dottrina Sociale della Chiesa, assunta integralmente, e ne esplori, altresì, la consonanza con la nostra Carta Costituzionale.

Un movimento che garantisca il costante approfondimento – secondo una continuità che trascende le particolari fasi storiche – della cultura politica del cattolicesimo democratico e, nel contempo, sia, per più aspetti, concettualmente diverso da ciò che hanno rappresentato, nelle rispettive contingenze temporali, sia il PPI che la Democrazia Cristiana.

Partiti popolari e democratici, ma – per quanto forze aperte, non arroccate, ne’ autoreferenziali – necessariamente orientate ad organizzare, anzitutto, il consenso dei cattolici.

Senonchè, un movimento che voglia offrire oggi il concorso della propria ispirazione cristiana ad un momento difficile della nostra vicenda politica ed istituzionale, deve preoccuparsi, innanzitutto, di declinare i propri riferimenti – contestuali per chi crede al dono della fede – secondo un linguaggio che ne sappia mostrare, anche a chi il dono della fede non lo ha ricevuto, la valenza che è pure ed intensamente di ordine umano e di carattere civile, ad essi strutturalmente intrinseca. Così da proporre un approdo, la costruzione di una piattaforma di possibile impegno comune anche a chi proviene da altre culture.

Si tratta, allora, di invertire la tendenza degli ultimi decenni. Di riguadagnare la nostra capacità critica, la nostra autonomia di pensiero e d’azione.

 

Europa: Il cantiere per nuove forme di statualità

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L’articolo appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Dario Velo

l 9 maggio è la giornata in cui si festeggia la nascita del processo di unificazione europea. La data è stata scelta per onorare la dichiarazione di Robert Schuman con cui il ministro francese il 9 maggio 1950 lanciava alla Germania di Adenauer il progetto di creazione della Ceca, primo passo verso la federazione europea.

La dichiarazione era stata scritta da Jean Monnet. Per comprendere l’importanza di quel primo passo è necessario comprendere la strategia con cui Jean Monnet ha sempre operato e che ha consentito all’Unione europea di progredire fino a oggi. Una strategia che non è stata compresa da molti per la sua innovatività. È stato tacciato di essere funzionalista, tecnocrate, di aver dato importanza agli aspetti economici dimenticando i valori. Accuse totalmente infondate che derivano unicamente dalla difficoltà di comprendere il rovesciamento rivoluzionario delle idee politico-costituzionali tradizionali. Una nuova visione del processo costituente che non ha teorizzato ma che ha direttamente concretizzato: Monnet è sempre stato uomo d’azione.

La Ceca è un’istituzione volta a dare dimensione europea a un settore produttivo specifico; la sua portata è in realtà molto più ampia in quanto contiene i principi fondamentali che guideranno il processo di unificazione europea negli anni successivi.

Un aspetto da sottolineare è l’importanza del settore carbo-siderurgico in quegli anni, che non potrebbe essere correttamente valutata ove si faccia riferimento alla configurazione attuale di quello stesso settore produttivo.

All’epoca, il settore produttivo carbo-siderurgico aveva valore strategico per l’industria, per la produzione di armamenti, per l’approvvigionamento di energia che copriva per circa il 70 per cento il fabbisogno totale. La regione della Saar, ricca di carbone, era stata tradizionalmente oggetto di contesa fra Francia e Germania; nel 1947 era stata costituita in una forma di protettorato francese; economicamente integrata alla Francia, politicamente era amministrata da un governo autonomo sottoposto al controllo di un alto commissario francese.

Il bacino della Ruhr, cuore della potenza tedesca, a sua volta era gestito da una autorità internazionale.

Il confronto mondiale fra Occidente e Urss rese palese la insostenibilità di queste soluzioni. La guerra fredda richiedeva l’apporto della Germania e quindi il suo sviluppo industriale. Per evitare una debolezza dell’Europa occidentale nel suo insieme, gli Stati Uniti si orientarono a favore della possibilità per la Germania di riappropriarsi dell’industria pesante per alimentare lo sviluppo. Con l’aggravarsi della tensione con il blocco sovietico, la Germania costituiva un alleato troppo importante per essere lasciato in una situazione di debolezza, politica ed economica.

La prospettiva della rinascita di una Germania forte, leader economico del continente, risvegliava peraltro i secolari timori della Francia, che pure riconosceva la razionalità dell’orientamento statunitense. Questa contraddizione fu superata grazie all’orientamento innovativo, di portata storica, ideato da Monnet: acconsentire allo sviluppo del settore carbo-siderurgico tedesco non sotto il controllo tedesco, bensì di una autorità sovranazionale condivisa, la Ceca. Questa formula, semplice nei suoi tratti essenziali, rappresentò il varo dell’unificazione europea. Il settore carbo-siderurgico in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti veniva posto sotto il controllo di un’autorità europea, di carattere federale, eletta democraticamente dai paesi membri. La Germania sarebbe così stata coinvolta nella costruzione europea, in modo da non rappresentare più una minaccia per gli altri paesi europei e, al tempo stesso, riacquistando pari dignità internazionale.

La portata di questa soluzione si rivelò di importanza fondamentale per il processo di unificazione europea, al di là dello specifico problema affrontato: la europeizzazione del settore carbo-siderurgico. Il metodo monnettiano, inaugurato dalla Ceca, consentirà al processo di unificazione di svilupparsi, risolvendo di volta in volta i problemi cruciali che l’unificazione era chiamata ad affrontare.

Monnet stesso sintetizza la natura del metodo da lui ideato e fatto proprio da Schuman nella Dichiarazione: un’azione concreta e risoluta, imperniata su un punto limitato ma decisivo, che provochi un cambiamento fondamentale e, poco per volta, modifichi i termini stessi dell’insieme dei problemi. Questa logica costituente gradualistica consentirà successivamente la nascita dell’Euratom, della Cee, dell’Unione monetaria europea e una serie di progressi intermedi.

La Ceca conteneva inoltre un’opzione di portata egualmente fondamentale: il superamento della logica intergovernativa e l’affermazione graduale di istituzioni sovranazionali. Monnet aveva ricoperto il ruolo di vicesegretario generale della Società delle nazioni e, in tale posizione, aveva fatto esperienza diretta dei limiti delle organizzazioni internazionali fondate sui rapporti intergovernativi. Il fallimento del Consiglio d’Europa come motore di un nuovo ordine europeo aveva confermato ai suoi occhi i limiti insuperabili delle organizzazioni intergovernative. La cooperazione intergovernativa esclude il trasferimento di poteri agli organi comuni, e ciò rende deboli e inefficaci i processi decisionali di questi ultimi, sempre sottoposti ai veti dei governi interessati prioritariamente alla tutela degli interessi particolari della nazione di appartenenza.

Al tempo stesso era impossibile creare nell’immediato una struttura federale; la recente fine del secondo conflitto mondiale alimentava il timore che in una struttura federale potesse prevalere la volontà dello stato membro più sviluppato e popoloso ─ la Germania ─ contro cui tutti gli stati membri della Ceca avevano combattuto. Per superare questo ostacolo si intuisce la possibilità di organizzare una nuova forma di statualità, in grado di vivere un processo di trasformazione già implicito all’avvio del processo. Per valutare la portata di questa intuizione, essa va collocata nel contesto della politologia dell’epoca, la quale non aveva definito chiaramente i modelli di statualità federale e confederale. Si disegna per la Ceca un modello costituzionale con aspetti federali e confederali, prevedendo meccanismi in grado di attivare un processo di trasformazione in senso federale. Monnet non è un teorico astratto, è anzi permeato di cultura empirica. Il suo disegno discende dalla capacità di ricercare soluzioni di portata strategica in grado di risolvere i problemi.

Il meccanismo fondamentale attivato è il trasferimento di poteri dagli stati membri al processo di unificazione. La portata di questa innovazione non è ancora pienamente compresa, in quanto non corrisponde alle esperienze acquisite. La soluzione ideata può essere sintetizzata, cogliendone alcuni punti essenziali che caratterizzeranno in seguito il processo di unificazione europea fino a oggi.

Organo sovranazionale è costituito dall’Alta autorità, con potere di assumere decisioni vincolanti per i paesi membri della Ceca. L’Alta autorità è composta da 9 membri nominati dai governi per 6 anni, con il mandato di esercitare le proprie funzioni nell’interesse comune, in piena indipendenza dai governi che li aveva nominati. Spetta all’Alta autorità il ruolo di governo e al tempo stesso essa detiene la facoltà di iniziativa legislativa.

L’Alta autorità è affiancata da un “senato”, il Consiglio dei ministri, composto da un membro per ogni stato, con il compito specifico di coordinare le decisioni dell’Alta autorità nel settore carbo-siderurgico con le politiche economiche nazionali. Spetta al Consiglio dei ministri deliberare parere conforme all’unanimità per le decisioni più importanti e a maggioranza per le decisioni di minore rilievo. Il Consiglio dei ministri è organo confederale, ma la distinzione fra decisioni all’unanimità e a maggioranza contiene una valenza federale. Accanto al “senato”, viene creata una “camera bassa”, un’Assemblea rappresentante i popoli dei paesi membri. L’Assemblea ha poteri consultivi ma può deliberare, con maggioranza qualificata dei due terzi, la caduta dell’Alta autorità. I suoi membri sono designati dai parlamenti nazionali, ma è prevista la possibilità di elezione a suffragio universale diretto.

Infine, la Ceca prevede una quarta istituzione, la Corte di giustizia, composta da 7 membri nominati dai governi per 6 anni, chiamata a garantire il rispetto del Trattato e a dirimere le controversie. Quest’ultima istituzione ha massima importanza per lo sviluppo federale della Ceca: questa consapevolezza deriva dalla conoscenza del ruolo svolto nell’esperienza statunitense della Corte costituzionale. Questa struttura del Trattato Ceca anticipa, come già si è richiamato, la struttura istituzionale della Cee prima e dell’Unione europea poi nei tratti essenziali. L’esperienza del processo di unificazione europea nel corso di mezzo secolo conferma la previsione di Monnet che questa struttura istituzionale avrebbe consentito lo sviluppo graduale dei poteri federali, assecondando un processo costituente “a tappe” successive.

Questa forma di statualità, mai sperimentata in precedenza, rispondeva a una esigenza specifica. Monnet aspira a definire una statualità in grado di superare i limiti della cooperazione intergovernativa fondata sulla regola della unanimità delle decisioni; la nuova statualità è orientata a realizzarsi implementando un ordine federale non predefinito ma costruito gradualmente con i necessari e possibili gradi di libertà creativa costituzionale. Al tempo stesso, Monnet vuole evitare i rischi e i limiti di una scelta radicale a favore di una struttura federale compiuta fin dall’inizio, sull’esempio di esperienze federali consolidate quale in primis la costituzione federale degli Stati Uniti. Una scelta radicale così configurata non sarebbe stata sostenuta dal necessario consenso degli stati europei. Essa inoltre avrebbe ostacolato la creazione graduale di un modello innovativo. È questo il punto cruciale che distinguerà, per tutta la sua vita, Monnet dai federalisti “radicali” guidati da Altiero Spinelli.

Una scelta radicale di questo genere avrebbe costituito, per Monnet, una soluzione conservatrice, alimentata dalle esperienze del passato, destinata a frenare la possibilità di rendere l’unificazione europea un cantiere ove sperimentare nuove forme di statualità, per l’Europa e in prospettiva per il mondo intero. Monnet non ha mai dimenticato i valori mondialisti che avevano animato la Società delle nazioni negli anni compresi fra le due guerre mondiali.

Il Trattato della Ceca precorre infine l’affermazione dell’economia sociale di mercato come costitutiva del modello europeo. La Ceca svolge un ruolo importante anche in campo sociale, tutelando la salute e la sicurezza dei lavoratori, sviluppando un’edilizia popolare per i lavoratori stessi e tutelando l’inserimento e i diritti civili degli operai provenienti da altri Paesi europei ed extraeuropei. All’epoca, i flussi migratori sono prevalentemente intraeuropei, unidirezionali dal Sud verso il Centro-nord.

Tradizionalmente, la politica sociale era sviluppata dalle istituzioni pubbliche, nel quadro della politica di welfare generale. La Ceca afferma un modello diverso, ove libertà di mercato e solidarietà si fondono in modo organico, con un nuovo rapporto pubblico-privato. È questo il portato fondamentale dell’economia sociale di mercato, che afferma tre principi in un ordine coerente: libertà, solidarietà, sussidiarietà. Sarà Alfred Müller-Armack a coniare il termine stesso «economia sociale di mercato», in epoca successiva al Trattato Ceca. Anche da questo punto di vista, è confermata la carica innovativa della Ceca, che anticipa il modello europeo così come si è progressivamente definito, in alcuni contenuti cruciali.

Tripoli: E’ di 220 morti e oltre mille feriti l’ultimo bilancio delle vittime

E’ di 220 morti e oltre mille feriti l’ultimo bilancio delle vittime del conflitto in corso a Tripoli dal 4 aprile, giorno in cui il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’offensiva militare per conquistare la capitale libica. E’ quanto riferisce l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) precisando che tra i civili uccisi figurano operatori sanitari, donne e bambini. Secondo l’Onu, sono oltre 30mila gli sfollati.

La battaglia iniziata a Tripoli è una delle più significative e importanti degli ultimi anni in Libia, tanto che diversi osservatori hanno parlato del rischio che inizi una terza guerra civile libica.

Secondo fonti diplomatiche citate da Reuters, né gli Stati Uniti né la Russia avrebbero intenzione di appoggiare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiede una tregua in Libia e che condanna Haftar per l’aggressione contro Tripoli.

In Sicilia tornano i treni storici del gusto

Dal 27 aprile, e fino all’8 dicembre del 2019, i treni storici del gusto attraverseranno la Sicilia in lungo e in largo per portare i turisti a conoscere questo meraviglioso territorio ricco di borghi, castelli, parchi e riserve naturali. Nel programma sono coinvolti ottantasette i Comuni.

L’iniziativa, che si ripeterà anche quest’anno, aveva fatto registrare nel 2018 oltre 10 mila presenze. “I treni storici del gusto 2019”, è un progetto realizzato dalla Regione Siciliana in collaborazione con la Fondazione Ferrovie dello Stato e la partnership di Slow Food Sicilia. A presentarla a Catania sono stati il Presidente della Regione Nello Musumeci, il direttore generale della Fondazione Ferrovie dello Stato Luigi Francesco Cantamessa e l’assessore regionale al Turismo Sandro Pappalardo.
“La Sicilia – ha detto Musumeci – vive un momento magico in termini turistici ma non possiamo tuttavia cullarci sugli allori. Abbiamo il dovere di lavorare e di fare molto di più, aumentando la qualità dei servizi anche attraverso la collaborazione con enti pubblici e privati. I treni storici raggiungeranno località impensabili, facendo degustare ai viaggiatori prodotti tipici locali”.

L’edizione di quest’anno si arricchisce della collaborazione con l’assessorato ai Beni Culturali e Identità Sicilia e l’assessorato all’Agricoltura, Sviluppo rurale e Pesca per estendere la narrazione alle produzioni agroalimentari e vitivinicole. Si comincia da Siracusa da dove partirà “Il treno dei dolci delle feste” che farà tappe a Noto, nell’Oasi di Vendicari, sull’Isola delle Correnti e a Ispica. L’ultima corsa, in programma l’8 dicembre, partirà da Palermo e sarà “Il treno dello sfincione e della frutta d’inverno”, farà sosta a Bagheria e Cefalù.

Nel mezzo, sono previsti altri cinquanta itinerari, tre dei quali riguarderanno manifestazioni inserite nel Calendario dei Grandi Eventi in Sicilia.

Cresce il numero dei ragazzi affetti dalla steatosi epatica non alcolica

L’obesità è uno dei principali problemi mondiali, sia nei bambini sia negli adolescenti. All’aumentare dell’eccesso di peso dei piccoli, è seguito un parallelo aumento dei casi di steatosi epatica non alcolica. Negli ultimi vent’anni la condizione, nota anche come fegato grasso, è divenuta la malattia cronica del fegato più frequente nel mondo occidentale. In Italia si stima che ne sia affetto circa il 15 per cento dei bambini, ma il tasso arriva fino all’80 per cento tra i piccoli obesi.

Oltre a una possibile predisposizione genetica, cause della steatosi epatica non alcolica sono l’alimentazione e lo stile di vita. Una persona in sovrappeso ha una probabilità molto più elevata di sviluppare il fegato grasso. La condizione, almeno all’inizio, quasi mai si manifesta con sintomi chiari. Perciò è frequente la sua sottovalutazione.

L’unica terapia per la steatosi epatica non alcolica è la correzione degli stili di vita. Per un’alimentazione corretta, l’ideale rimane affidarsi alla nostra dieta mediterranea.

 

Lettera sulla eredità del popolarismo. risposta ad Alessandro Risso.

Caro Direttore,

ti sarei grato se volessi cortesemente ospitare questa mia interlocuzione con Alessandro Risso, che pur conoscendo poco stimo molto per ciò che fa con l’Associazione Popolari piemontese, in particolare con la rivista on line “Rinascita popolare”.

Partiamo dall’incidente con Lino Labate. Come tu sai io ho reagito in quel modo per la semplice ragione che non avevo scritto alcuna lettera: chiunque l’avrebbe fatto vedendosi pubblicata una lettera a propria firma che non aveva mai steso, avesse condiviso anche l’intero contenuto. E’ servito perché le ricerche hanno portato a evidenziare l’equivoco.

Ma mi preme più la sostanza, evidenziata dal titolo che tu hai indicato:“Castagnetti non crede all’eredità culturale del popolarismo”. Niente di più falso e offensivo. Sono almeno vent’anni che giro settimanalmente ogni città italiana, molte università, molte diocesi praticamente a parlare solo di questo. Semplicemente non credo, nella situazione storica che viviamo, all’opportunità di dar vita a una forza politica a ispirazione religiosa: il Concilio Vaticano II, l’ottantanove del crollo del Muro, la fine delle ideologie, la globalizzazione che ha cambiato le condizioni delle nostre democrazie, la rivoluzione digitale che ha rotto gli equilibri nella distribuzione della conoscenza e – dunque – della rappresentanza, impongono anche ai credenti di andare oltre, molto oltre, le nostalgie di un passato, glorioso ma irripetibile. Sono convinto che se Sturzo e De Gasperi fossero ancora tra noi ci spronerebbero a inventare scenari e soggetti inediti. Personalmente sono interessato molto a questa discussione.

Ma non voglio sottrarmi alle accuse che mi sono state rivolte di una certa inerzia politica.

Facciamo un passo indietro.

Nel 2002 venni rieletto segretario del PPI, assieme a un ‘collegio’ di 58 altri rappresentanti, da un congresso composto da oltre mille delegati in rappresentanza di quasi duecentomila iscritti, con il mandato preciso e unico di promuovere, assieme ad altre tre piccole forze politiche che si muovevano nel centro del centrosinistra e spesso composte da amici ex democristiani, un nuovo soggetto politico di centrosinistra, che verrà poi denominato “Democrazia è libertà” e di gestire gli aspetti organizzativi conseguenti. L’esperienza ci ha dimostrato che la liquidazione di ciò che preesisteva sarebbe stata cosa assai complicata dal punto di vista civilistico (sia per il PPI che per gli altri soggetti di cui comprensibilmente non si parla più, penso anche al PCI, al PSI, al PRI…). È evidente che il mandato riguardava la costruzione di un nuovo soggetto che assorbisse il precedente, e non che lo affiancasse.

Per cui la mia preoccupazione è sempre stata quella di non promuovere alcuna iniziativa politica e tantomeno alcun tesseramento, sia per onorare il mandato congressuale, sia per non creare situazioni di rimessa in discussione del nuovo soggetto che avrebbero trovato la reazione in primo luogo di parlamentari e dirigenti provenienti dalla nostra storia.

Ciò non mi ha impedito peraltro di dedicarmi, assieme ad altri dirigenti, a iniziative che contribuissero a conservare e onorare la storia del popolarismo e la sua ricchezza valoriale ancor oggi preziosa per la politica del nostro paese, come la promozione della memoria e del magistero dei nostri ‘padri fondatori’, Sturzo, De Gasperi e Moro, ogni anno, con iniziative editoriali e convegni a Caltagirone, Roma, Trento, e in altre città, oltreché il suggerimento e la collaborazione piuttosto attiva con le iniziative dell’Istituto Sturzo (tralascio di parlare della difficile gestione dei debiti pregressi e risalenti sino alla Democrazia Cristiana, oltreché del contenzioso giudiziario non ancora concluso, gestione di cui si occupano generosamente tesoriere e co-rappresentante legale).

La scelta di non promuovere iniziative politiche legate all’attualità è stata una scelta, lo ripeto. La mia preoccupazione è sempre stata quella di evitare di provocare polemiche politiche ‘intestine’, facili da prevedere qualora avessi consentito di non rispettare il mandato congressuale del 2002, che avrebbero ulteriormente mortificato la memoria e il prestigio della nostra tradizione. Basti pensare che recentemente il prof. Nino Luciani volendo riunire a Bologna tutte le sigle che pretendono una qualche derivazione o rappresentanza della vecchia Democrazia Cristiana ne ha censite oltre una cinquantina.

No, la DC e il PPI furono una sola esperienza e io ho sentito il dovere, anche tra tante incomprensioni, di difenderne la memoria. In questi anni ci è toccato infatti di assistere a uno spettacolo piuttosto deprimente: chi si è autocertificato come improbabile componente dell’ultimo Consiglio Nazionale della DC per poter adire alla magistratura, chi vi ha fatto ricorso per ottenere l’uso del simbolo, chi per l’uso della testata ‘Il Popolo’, chi non era presente all’ultimo Congresso del PPI perché allora non vi aderiva e successivamente ha avanzato pretese le più disparate, chi in questi anni ha transitato da varie sigle politiche e da ultimo è salito su una improbabile cattedra di coerenza politica. C’è posto per tutti e non sarò io a contestarlo.

Personalmente non ne sono convinto, ma se c’è qualcuno oggi che intende dar vita a un nuovo partito di cattolici o altre esperienze di collegamento lo osserverò con tutto il rispetto e l’attenzione interessata, ovviamente.

Ma, se possibile, lo si faccia senza attivare polemiche infondate e inevitabilmente penose.

 

  

Adesso un “centro plurale”

L’obiettivo politico e culturale per chi non si riconosce – oggi e non ieri – nella “nuova destra”, nella “nuova sinistra”, e nel movimento “antisistema, antipolitico e populista” dei 5 stelle non può che ricostruire, con pazienza ma con tenacia, “il pensiero, la cultura e la politica di centro”. Ma per ricostruire un progetto politico che, come ovvio, non può essere maldestramente confuso con un semplice e banale posizionamento geografico, si deve uscire dall’isolamento e dalla autoreferenzialità puramente testimoniale. Un vizio, questo, che accomuna involontariamente e ingenuamente tutti coloro che sono impegnati da un lato a distruggere tutto ciò che potrebbe emergere all’orizzonte e, dall’altro, a ritagliarsi un ruolo del tutto marginale e prepolitico. Cioè, di fatto, inutile se si vuol condizionare e incidere nella concreta dialettica politica italiana.

Sono molti, ormai, gli elementi che portano a questa conclusione e che, dopo il voto del 26 maggio, dovranno essere in cima all’agenda politica. Soprattutto per chi non si rassegna ad alcune costanti che, a tutt’oggi, continuano a caratterizzare il dibattito politico nel nostro paese. E cioè, no alla radicalizzazione del confronto politico; no alla riedizione – seppur aggiornata e rivista – della teoria degli “opposti estremismi; no al confronto secco tra la destra e la sinistra; no alla cancellazione per decreto delle posizioni intermedie; no alla ripulsa verso la cultura riformista e di governo.

Semmai, e al contrario, va pronunciato un forte e secco si’ ad alcuni elementi che, uniti in un disegno armonico, costruiscono un progetto politico, culturale e di governo in grado di recuperare la miglior stagione riformista e democratica del nostro paese.

Si’ quindi, al pieno riconoscimento della cultura delle alleanze; si’ alla valorizzazione del pluralismo politico, sociale e culturale; si’ al recupero e riattualizzazione delle culture politiche riformiste e costituzionali; si’ alla cultura della mediazione; si’ alla capacità politica di comporre gli interessi contrapposti; si’ al dialogo e al confronto democratico tra la maggioranza e l’opposizione senza perseguire il disegno – caro alla “nuova destra” di Salvini e alla “nuova sinistra” di Zingaretti – di annientare politicamente il nemico o di distruggerlo sotto il profilo morale ed etico; si’ alla riscoperta della cultura di governo e si’, infine, ad un rigoroso rispetto delle istituzioni e dello Stato.

Insomma, si tratta di invertire la rotta rispetto alla deriva dell’attuale radicalizzazione del conflitto politico per ridare una qualità e un’anima alla democrazia italiana. In questo quadro il contributo politico, culturale, programmatico e anche etico dei cattolici democratici e popolari può essere importante e decisivo ai fini del raggiungimento di quell’obiettivo. Certo, un contributo non esaustivo ed esclusivo ma sicuramente di qualità. Purché, e su questo versante non si può più tergiversare, si esca dall’attesa impotente, dal rinvio al 2040 e anche oltre, dal ritrarsi nelle fila del prepolitico o dalla predicazione astratta e quindi sterile. Chi continua con questi atteggiamenti lavora, consapevolmente o meno che sia ha poca importanza, per ridare slancio e vigore all’attuale geografia politica. Adesso, invece, servono altre categorie: coraggio, lungimiranza, coerenza e volontà di impegno.

La corruzione nell’Africa sub-sahariana. Sottosviluppo e stati-vampiro

L’articolo appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

In questi anni si è molto parlato delle ragioni che determinano il sottosviluppo dell’Africa sub-sahariana. Una delle cause principali, secondo molti analisti, è rappresenta dalla corruzione, un vero e proprio flagello, causa primaria di uno spreco enorme di risorse finanziarie e umane. A questo proposito, va ricordato che, nel febbraio dello scorso anno, i capi di stato e di governo del continente, in occasione della cerimonia d’apertura del trentesimo vertice dell’Unione africana, dichiararono il 2018 l’Anno africano della lotta alla corruzione.

Purtroppo, l’indice di percezione della corruzione (Corruption Perceptions Index – Cpi), pubblicato nel gennaio scorso dall’ong Transparency International, dimostra che le nobili intenzioni dell’organismo panafricano non si sono ancora tradotte in risultati positivi concreti. La dice lunga il fatto che nella lista dei 10 paesi più corrotti al mondo, 6 siano africani. La Somalia è al primo posto, seguita dal Sud Sudan, mentre la Guinea Equatoriale è al settimo, la Guinea Bissau all’ottavo, seguite da Sudan al nono e Burundi al decimo posto.

Fin dalle sue origini, nel 1995, il Cpi è la più importante pubblicazione di Transparency International ed è diventato l’indicatore globale più noto della corruzione nel settore pubblico. L’indice offre una fotografia del livello di corruzione percepita nei paesi che classifica a livello globale. C’è anche da evidenziare che, con un punteggio medio di 32 punti su 100, l’Africa sub-sahariana è la regione con il risultato più basso del Cpi, seguita da vicino dall’Europa orientale e dall’Asia centrale, dove si registra una media di 35.

Lo smascheramento pubblico di transazioni internazionali irregolari e di ricchezze impropriamente acquisite, con la complicità di gruppi stranieri beneficiari di prestiti fatti a questo o quel regime, è la dimostrazione che il continente africano non è povero, come alcuni ingenuamente si ostinano a crede. Semmai è impoverito. Ed è proprio questo l’aspetto inquietante che andrebbe stigmatizzato. «La corruzione prevede sempre due complici: colui che intasca il denaro (inteso come soggetto richiedente sul mercato dell’illecito) e colui che lo consegna (il cosiddetto offerente)», nota John Christensen, fondatore di Tax Justice Network, il quale sollevò già anni or sono alcune obiezioni rispetto a una visione manichea del problema per cui vengono sempre assolte quelle nazioni dove risiede il cosiddetto potere economico-finanziario. Perché se il computo delle ruberie integrasse non solo la “domanda”, ma “anche la dimensione dell’offerta”, la graduatoria dei paesi con un alto indice di corruzione sarebbe assai diversa da quella che viene pubblicata sui giornali e vedrebbe in testa — sostiene Christensen — paesi con alti standard di democrazia come quelli occidentali.

Dunque, lungi da ogni retorica, la battaglia contro la corruzione deve farsi culturale e “civilizzatrice” a nord e a sud del mondo, in ogni sfera del corpo sociale. Indubbiamente, solo una maggiore partecipazione dei cittadini alla gestione dello stato e al controllo dell’uso delle risorse pubbliche potrà ridare loro fiducia nelle istituzioni che a oggi garantiscono, con sfumature e valenze diverse, ben pochi spazi di vera trasparenza.

Alla fine degli anni ‘70, l’africanista Marie-France Mottin azzardava una conclusione sulla geopolitica del continente sulla quale varrebbe la pena riflettere: «Perché non ammettere che la responsabilità del fallimento è collettiva, e avviare finalmente un vero dialogo, in un linguaggio libero dagli interessi, dalle ideologie e dai rancori?».

Chissà, se forse un giorno sapremo accettare questa provocazione, l’Africa smetterà d’essere il cimitero delle astrazioni e disillusioni collettive che affliggono quella che il missionario San Daniele Comboni chiamava “l’infelice Nigrizia”. Il grande intellettuale beninese Albert Tévoédjrè, in un suo celebre libro, dal titolo più che emblematico, Povertà, ricchezza dei popoli auspicava leader africani davvero illuminati, capaci d’essere «prima di tutto dei dirigenti della vita sociale», servitori della res publica. E come in una sorta di gioco degli specchi, le risposte opposte alla sfida dello sviluppo sembrano eludere il problema dello stato-nazione, così come venne postulato dallo storico inglese Basil Davidson, vale a dire una forma istituzionale di imitazione occidentale che si traduce in governi personali e autocratici fondati sul nepotismo e la corruzione esercitati a favore di una o più componenti etniche della popolazione contro le altre.

A questo riguardo Davidson, uno dei maggiori africanisti del ‘900, stigmatizzò le pesanti responsabilità delle ex potenze coloniali nella captazione di élite autoctone che si prestano impunemente al mantenimento di rapporti economici ineguali seppure informali. L’analisi di alcuni scenari infuocati, in cui la conflittualità non ha solo una valenza politico-istituzionale, ma anche militare, mette in luce l’esistenza di circuiti politici legati a istituzioni, eserciti e milizie private, signori della guerra locali, compagnie multinazionali, finalizzati allo sfruttamento delle risorse naturali presenti sul territorio e ovviamente del tutto indipendenti da qualsiasi forma di consenso o legittimazione popolare.

L’ex governatore della Banca centrale del Ghana, Frimpong Ansah, arrivò a definire gli stati africani postcoloniali addirittura come “stati-vampiro”, biasimando il drenaggio del denaro pubblico e delle risorse perpetrato dalle oligarchie locali secondo logiche clientelari e predatorie. Altri studiosi, come Jean-François Bayart, ritengono che questo processo degenerativo sia attribuibile all’incapacità distributiva delle risorse in direzione dello sviluppo e del benessere sociale a causa del perdurante asservimento a fazioni etniche incapaci di servire il bene pubblico.

Ma qualunque sia la spiegazione storica, è logico chiedersi se nel continente africano vi siano oggi paesi virtuosi. Il Cpi evidenzia le Seychelles e il Botswana come quelli con un punteggio più alto rispetto ad altri paesi della regione. In particolare, i loro governi sono stati capaci di realizzare sistemi democratici di governance relativamente ben funzionanti.

Una cosa è certa: la massima di Papa Gregorio Magno Corruptio optimi pessima (“la corruzione dei migliori è la peggiore”) continua a essere uno straordinario frammento di saggezza che conserva immutata nel tempo la sua carica profetica. Un’allocuzione che stigmatizza, con forza ed efficacia, le responsabilità di coloro che amministrano il potere e la ricchezza delle nazioni.

Mattarella: “Francia-Italia: una relazione indistruttibile”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato nelle scorse settimane un’intervista a Richard Heuzé, pubblicata da Politique Internationale con il titolo “Francia-Italia: una relazione indistruttibile”.

Si allega la traduzione di cortesia di larghi estratti dei passaggi più significativi.

R.H.: La crisi diplomatica.

S.M.: L’indomani dell’aggressione di Mussolini, della guerra e poi del comune impegno nella Resistenza, la riconciliazione con la Francia è stata una tappa fondamentale verso il reintegro dell’Italia nella comunità internazionale. A quel tempo soltanto pochi paesi erano disposti ad ascoltare ciò che aveva da dire la nuova Italia repubblicana. La vicinanza fra i due Ministri degli Esteri, Carlo Sforza e Georges Bidault, ha permesso la realizzazione, nel 1948, di un progetto di Unione doganale fra Parigi e Roma che andava ben al di là del Trattato di pace del 1947. Tale Unione ha preceduto l’adesione dell’Italia alla NATO, nel 1949, e al Consiglio d’Europa, ancora una volta con l’appoggio di Parigi.

I paesi latini aspiravano a svolgere un ruolo importante nella costruzione di un nuovo ordine europeo che, a quel tempo, cercava ancora la sua strada fra l’entente cordialefranco-britannica e il modello di un’Europa carolingia, oscurata dal millenario antagonismo fra Berlino e Parigi.

Ma il dialogo culturale fra la Francia e l’Italia non risale certo al dopoguerra: è stato alimentato per tutto il XIX secolo da intensi scambi fra intellettuali. Ad esempio Victor Hugo ha intrattenuto un’intensa corrispondenza con Angelo Brofferio, uno dei protagonisti del Risorgimento, che lo scrittore francese definiva “avvocato del popolo” e “atleta della libertà”.

In una delle sue lettere a Brofferio, che gli offriva asilo in Piemonte, Victor Hugo, esiliato a partire dal colpo di stato di Luigi-Napoleone Bonaparte, lanciava l’idea di un “grande parlamento federativo continentale”. Se ne trova una descrizione più precisa in Actes et paroles, dove lo scrittore annuncia la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Mi permetta di citarne un passo: “L’Allemagne serait à la France, la France serait à l’Italie ce qu’est aujourd’hui la Normandie à la Picardie et la Picardie à la Lorraine. Plus de guerre, par conséquent plus d’armée. Plus de frontières, plus de douanes, plus d’octrois… Une monnaie continentale (…) [qui] résorberait toutes les absurdes variétés monétaires d’aujourd’hui. (…) Liberté d’aller et de venir, liberté de s’associer, liberté de posséder, liberté d’enseigner, liberté de parler, liberté d’écrire, liberté de penser, liberté d’aimer, liberté de croire…” (1) Quale migliore descrizione?

(1)La Germania sarebbe per la Francia, la Francia sarebbe per l’Italia, quello che è oggi la Normandia per la Piccardia e la Piccardia per la Lorena. Niente più guerre, di conseguenza niente più eserciti. Niente più frontiere, dogane, dazi …Una moneta continentale (…) (che) riassorbirebbe tutte le assurde varietà monetarie di oggi. (…) Libertà di andare e venire, libertà di associarsi, libertà di possedere, libertà di insegnare, libertà di parlare, libertà di scrivere, libertà di pensare, libertà di amare, libertà di credo …”)..

R.H.: Cancellate le conseguenze della crisi diplomatica tra Italia e Francia?

S.M.: Assolutamente. Il Forum economico che si è tenuto il 1° marzo a Versailles, e che ha riunito le organizzazioni degli imprenditori dei nostri due paesi, la Confindustria e il Medef, ha dimostrato che i nostri rapporti di lavoro non hanno subito lacerazioni.

R.H.: Il Trattato di Aquisgrana del 22 gennaio 2019 con la Germania rafforza il Trattato dell’Eliseo del 22 gennaio 1963. L’Italia deve adombrarsene?

S.M.: Facciamo un passo indietro. Con la Dichiarazione Schuman del maggio 1950 è stato avviato, con il leale sostegno della Repubblica Italiana, un dialogo tra Germania e Francia. Quella Dichiarazione costituisce il fondamento su cui si è basata la costruzione europea, che ha preso avvio con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) per sfociare nell’Unione Europea così come la conosciamo oggi. In questo processo, ha svolto un ruolo decisivo la profonda convergenza di vedute tra Schuman, De Gasperi e Adenauer.

Siamo lieti che la Francia e la Germania, due paesi amici, alleati e membri fondatori dell’Unione – al pari dell’Italia – abbiano deciso di rinsaldare i loro legami al servizio di questo grande disegno europeo. E spero che ciò avrà ricadute positive su tutta l’Europa. Non pensiamo neanche per un attimo che la riaffermazione di quel rapporto rispecchi la minima tentazione egemonica o prefiguri l’instaurazione di un direttorio ai vertici dell’Unione.

R.H.: La questione di membri delle Brigate Rosse ricercati dalla giustizia italiana e accolti in Francia.

S.M.: Penso che i nostri due paesi, tanto vicini per cultura giuridica e per storia, sapranno trovare un accordo su una questione delicata come quella delle estradizioni. Vede, il nostro paese ha sofferto molto durante quelli che si sogliono definire gli “anni di piombo”. Siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo senza mai derogare in alcun modo alle regole della democrazia e alle garanzie di diritto. In particolare, non abbiamo mai fatto ricorso alla legislazione di emergenza. Ecco perché oggi l’esigenza di giustizia è così fortemente sentita dal popolo italiano.

R.H.: Le elezioni europee.

S.M.: Sono quarant’anni che il Parlamento europeo è eletto a suffragio universale diretto, ma, per la prima volta, stiamo assistendo a una vera e propria campagna elettorale pan-europea nel senso pieno del termine. Non si tratta cioè di 27 campagne elettorali separate, bensì di un unico dibattito in un’unica arena, cui prendono parte leader e partiti politici di tutti i paesi. I temi della campagna rispecchiano sempre meno le questioni nazionali. La gente si interessa sempre più a ciò che accade negli altri paesi dell’Unione ed è consapevole di condividere un destino comune. Lungi dal provare estraneità, come vorrebbero far credere alcuni, gli europei provano un senso di appartenenza crescente. E paradossalmente, all’origine di questo rinnovato interesse vi sono i movimenti euroscettici. A forza di denigrare le istituzioni e le politiche europee, sono riusciti a mobilitare nuovamente gran parte della popolazione.

R.H.: Il risveglio della mobilitazione.

S.M.: I dibattiti si stanno svolgendo in spazi considerati finora come appartenenti alla “sfera riservata” della diplomazia: la questione dei missili a medio raggio, il riarmo nucleare, le regole del commercio internazionale, la politica africana, le migrazioni, la finanza internazionale… L’Europa si sta costruendo dal basso. L’organismo sociale europeo in formazione comprende sensibilità che trascendono i confini nazionali e si apprestano a esprimersi tramite quell’esercizio democratico comune che è l’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo. Non è un caso che l’Articolo 1 del Trattato di Maastricht esorta a realizzare una “unione sempre più stretta” fra i paesi membri. Questo obiettivo è in via di realizzazione.

R.H.: Si parla molto di crisi del multilateralismo…

S.M.: E’ vero che certe organizzazioni sono invecchiate e rispecchiano rapporti di forze ormai scomparsi. Ma la crisi è conseguenza delle politiche dei principali attori sulla scena internazionale più che dell’inadeguatezza degli strumenti multilaterali stessi. Non dimentichiamo che questi strumenti, a cominciare dall’ONU, hanno svolto un ruolo prezioso all’indomani della scomparsa della “cortina di ferro”. Durante questo periodo è stato possibile raccogliere i “dividendi della “pace” del dopo-guerra fredda. Dal canto suo, l’Unione europea, con l’allargamento ai paesi dell’Europa Europa centrale e orientale, ha realizzato il sogno dell’unità del continente.

E’ chiaro che la scelta cui siamo oggi di fronte oggi non è cambiata: bisogna permettere agli Stati di agire a piacimento e piegarsi alla legge del più forte, o bisogna invece istituire un sistema di regole condivise che rispetti l’esistenza e l’uguaglianza di tutti gli Stati? Ovviamente, io sono favorevole a questa seconda soluzione. Occorre dar vita a una vera comunità internazionale che non sia al servizio delle politiche di potenza, bensì degli interessi dei popoli che la compongono, e aprire la strada a quello che definirei un “multilateralismo efficiente”. Di qui la necessità che gli Stati si raggruppino in seno a insiemi più vasti, sul modello dell’Unione europea o delle organizzazioni che vediamo formarsi, non senza difficoltà, in altri continenti. Comunque sia, è chiaro che il vuoto politico che risulterebbe dal trionfo dell’unilateralismo esporrebbe il mondo a tensioni premonitrici di conflitti potenzialmente devastanti.

R.H.: Il vento del sovranismo.

S.M.: Vi è un gran numero di paesi che si trovano in situazioni senza precedenti. Ma non credo che questi cambiamenti possano avere conseguenze sul funzionamento del Parlamento, della Commissione e del Consiglio europeo, e meno ancora minacciare l’esistenza dell’Unione. La logica storica che sottende all’integrazione è più forte di tutte le polemiche, di tutte le contestazioni e di tutte le deviazioni. Tanto più che stiamo assistendo all’emergere di una nuova generazione di giovani europei che sono al tempo stesso francesi ed europei, italiani ed europei, tedeschi ed europei, i quali viaggiano per tutta l’Europa in piena libertà, una libertà a cui non vogliono rinunciare. Ecco perché ho fiducia nel futuro, nonostante le difficoltà, che non vanno ignorate, ma neanche esagerate.

R.H.: La solidarietà tra i popoli europei e l’ondata di immigrazione in Italia.

S.M.: Si tratta di una questione che chiama in causa la coscienza europea. Che la solidarietà sia mancata è un fatto di cui non si può che prendere atto. La maggior parte dei governi ha reagito in funzione di preoccupazioni elettorali interne, e ciò ha impedito loro di dare una risposta comune a questo fenomeno senza precedenti. Naturalmente, non è stato così in tutti i paesi. La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dato prova di un notevole coraggio, anche sul piano elettorale. Altri si sono rifiutati di fare checchessia. In ogni caso, questo episodio ha mostrato la necessità di una risposta collettiva alla tratta di esseri umani. Tale risposta deve poggiare sull’apertura di vie regolari di accesso all’Europa e richiede un impegno molto saldo e immediato al fine di garantire lo sviluppo dei paesi da cui provengono i flussi migratori. Ciò che stiamo facendo è ancora insufficiente, e ciò che abbiamo fatto per l’Africa è del tutto inadeguato. Da qui a trent’anni, gli africani saranno 2 miliardi e mezzo, a fronte di 700 milioni di europei. Questo problema deve essere affrontato di petto adottando una politica europea comune. Non possiamo ignorarlo né fingere che non esista.

R.H.: La crisi migratoria ha indebolito i valori fondativi dell’Unione?

S.M.: Ancora una volta, poniamoci in una prospettiva storica. Questi flussi migratori, soprattutto per la loro intensità, hanno costituito un fenomeno nuovo per l’Unione europea. Avevamo a disposizione degli strumenti classici, come la politica dell’asilo, fino ad allora praticata in un contesto politico, economico e sociale completamente diverso. Ma non siamo stati in grado di analizzare e anticipare le conseguenze della destabilizzazione di un certo numero di paesi del Medio Oriente né della crisi umanitaria dell’Africa. Curiosamente, a livello globale, le questioni demografiche sono da vari decenni al centro di un ampio dibattito e di riflessioni politiche approfondite, in particolare in seno all’ONU, mentre in Europa, che pure è il continente più esposto sul breve periodo, sono relegate in secondo piano.

L’intreccio tra difesa dei confini esterni dell’Unione e quella dei confini nazionali non ha certo migliorato la situazione. Di qui l’impossibilità di giungere a un accordo che definisse una nuova politica europea in materia di migrazione e di asilo.

Dobbiamo quindi lavorare, con rapidità ed energicamente, a soluzioni veramente europee: canali di migrazione legali; misure per combattere i trafficanti di esseri umani; mezzi per migliorare le condizioni di vita nei paesi di provenienza. Non bisogna perdere di vita il fatto che le migrazioni non si dirigono mai verso un solo paese dell’Unione, ma verso l’Europa nel suo complesso. Ripeto: soltanto una soluzione europea può consentirci di padroneggiare un fenomeno che rischia di scuotere il continente. Questo sarà uno dei temi principali della prossima legislatura europea.

R.H.: Sanzioni contro i paesi membri che rifiutano la solidarietà e mettono in discussione i valori fondanti dell’Unione europea.

S.M.: Innanzitutto, una parola sull’Unione europea. Essa viene spesso confrontata a una prova di equilibrio su una bicicletta. Un ciclista, per abile che sia, non può resistere a lungo facendo surplace. Il successo dell’Unione dipende dalla sua capacità di andare avanti. Di tanto in tanto subisce una battuta d’arresto. E’ stato così nel 1954 per la Comunità europea di difesa, e più recentemente, nel 2005, per il progetto di Trattato costituzionale. Ecco perché il cantiere del completamento dell’architettura europea non si deve fermare. Bisogna anzi farlo ripartire, tenendo conto dell’opinione dei cittadini. Gli strumenti esistono; sono previsti dai trattati. Si tratta di porli in opera al fine di raggiungere decisioni politiche.

Ciò detto, per tornare alla Sua domanda, le sanzioni rientrano nel diritto europeo. I principi fondamentali dell’Unione sono sanciti dai trattati e questi ultimi prevedono delle procedure volte a garantirne un’applicazione equa e omogenea. Ma vi è un altro interrogativo: quali valori vogliamo proteggere? La libertà, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, il primato del diritto… in breve, valori che riguardano le persone e i popoli, e non certo la conservazione di ipotetici “spazi vitali”, né gli interessi nazionalistici o l’antagonismo fra comunità. Guardiamoci da coloro che vorrebbero ribaltare questo approccio!

R.H.: Il dopo Brexit e le economie maggiori della Ue.

S.M.: In Europa, l’integrazione economica è ormai una realtà. Lo è, in larga misura, sul piano dei servizi finanziari, della ricerca, delle tecnologie d’avanguardia, dei settori industriali. Per giunta, mi preme ricordare che l’Italia è per dimensioni la seconda economia manifatturiera dell’Ue. Spetta ai paesi più grandi promuovere un percorso di integrazione per soddisfare l’economia europea nel suo insieme più che le priorità dei singoli paesi.

Di tanto in tanto, tornano a galla velleità di “direttorio”: dobbiamo respingerle senza esitazione. Tutti sono chiamati a contribuire, altrimenti rischiamo di non condurre in porto le riforme di cui l’Unione ha bisogno, oppure produrre risultati che non sarebbero certamente un passo avanti.

Di fronte alla globalizzazione, che non cessa di guadagnare terreno, vi è una volontà comune di stabilire norme internazionali in materia di economia circolare, di gestione sostenibile delle risorse, di ambiente e di clima, di tutela della privacy, di diritti dei lavoratori? E di far sì che tali norme migliorino la qualità di vita delle persone e rendano la concorrenza più trasparente e più leale? L’Unione europea ha svolto un ruolo di primo piano in un certo numero di ambiti. Deve forse rinunciare a quest’ambizione per sprofondare nella contemplazione delle realtà nazionali e del loro passato?

Gli europei sono chiamati a compiere scelte difficili se vogliono trovare un equilibrio tra confronto globale e concorrenza interna. Ciò vale per i “campioni” europei dell’industria e dei servizi. E vale anche per le imprese dette OTT, over the top, particolarmente interessate dalla direttiva sui diritti d’autore che dovrebbe essere adottata a breve.

R.H.: Europa e Africa.

S.M.: Promuovere lo sviluppo economico e sociale dei paesi africani è un dovere morale e storico. Ma è anche nell’interesse dell’Europa, tenuto conto delle pressioni migratorie, della necessità di garantire la stabilità di quella regione del mondo, pur nel rispetto dei principi e dei valori che animano l’Unione europea. Ciò che avviene alle porte della nostra casa comune – le crisi politiche o militari, le conseguenze delle catastrofi naturali o del cambiamento climatico – ci colpisce direttamente. Facciamo parte dello stesso spazio geopolitico e per questo dobbiamo, insieme, esigere che i popoli esercitino una responsabilità comune al fine di favorire l’integrazione delle giovani generazioni nei processi di sviluppo sociale, economico e politico. L’Unione ha compiuto alcuni passi nella direzione giusta, in particolare con la creazione del fondo fiduciario per l’Africa. Ma occorre fare molto di più e incoraggiare un dialogo più serrato fra l’Unione europea e l’Unione africana. Non ci riusciremo certo continuando a procedere in ordine sparso.

R.H.: L’Europa si interessa abbastanza al Mediterraneo?

S.M. – La risposta è no. E altrettanto si potrebbe dire dell’Alleanza Atlantica. L’Unione europea deve esercitare appieno il suo peso politico per creare le condizioni per la pace e la stabilità, lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani. Il Mediterraneo non deve tornare ad essere, come al tempo della “guerra fredda”, il teatro delle rivalità fra potenze regionali o globali, soprattutto se queste potenze sono paesi europei. Numerose iniziative europee – dall’Unione per il Mediterraneo ai partenariati di vicinato – si sono gradualmente arenate senza che si facesse nulla per impedirlo. E’ un grave errore cui occorre rimediare.

R.H.: Unione europea, Russia e sanzioni.

S.M.: L’Italia condivide la posizione di molti suoi partner europei, quella di un “doppio binario”: da un lato la fermezza, per mezzo di sanzioni, per esprimere chiaramente la nostra opposizione a ogni violazione manifesta del diritto internazionale; dall’altro il dialogo, al fine di incoraggiare Mosca ad adottare un atteggiamento più responsabile. Dalla lotta contro il terrorismo alla sicurezza, dalle migrazioni al cambiamento climatico, molti sono gli ambiti in cui la Russia svolge un ruolo di primo piano. Non dobbiamo avere paura di un confronto franco e aperto, sempre sottolineando che le sanzioni sono un modo per esortarla a riconciliarsi rapidamente con la comunità internazionale.

R.H.: Il dovere della memoria.

S.M.: Per le nostre società, l’antisemitismo è un vero e proprio veleno. Agisce come un virus estremamente pericoloso, in grado di infiltrarsi nel tessuto sociale delle democrazie. Un virus che malauguratamente, nonostante gli sforzi delle società europee, non è mai stato completamente debellato. La lotta contro l’oblio e la valorizzazione della memoria sono gli unici anticorpi in grado di sconfiggere le terribile malattia di antisemitismo. Ricordate queste parole di Primo Levi, iscritte all’ingresso del memoriale di Berlino dedicato agli ebrei d’Europa assassinati: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. Ecco perché occorre instancabilmente preservare la memoria, raccontare, spiegare e non dimenticare. Perché questo virus, anche quando lo si crede sconfitto, rimane latente, come constatiamo ahimè in questo momento. Nel dicembre 2018 abbiamo allestito al Quirinale una piccola esposizione per ricordare l’adozione delle leggi razziali da parte di Mussolini nel 1938. A ottant’anni di distanza il messaggio non ha perso nulla della sua attualità.

Libia: la rivalità tra le potenze straniere spinge il paese verso la guerra

L’Onu denuncia che in Libia è la rivalità tra le potenze straniere che appoggiano le opposte fazioni in lotta a spingere il paese verso una vera e propria guerra civile. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, che pubblica un’intervista del suo specialista in affari mediorientali, Andrew England, con la vice responsabile della missione dell’Onu in Libia (Unsmil), Stephanie Williams.

“Abbiamo indicazioni che ingenti quantità di materiale bellico stanno raggiungendo entrambe le parti in confitto”. “Tutto ciò deve finire perché una escalation e un allargamento del conflitto in Libia rischiano di avere conseguenze umanitarie catastrofiche”.

Infatti secondo Mohamed Eljarh, direttore di Lorc Research and Consultancy, società di consulenza libica: “la comunità internazionale dovrebbe contribuire alla soluzione della crisi, ma è diventata parte del problema”.

Istat: fiducia dei consumatori in diminuzione. Giù anche quella delle imprese

Ad aprile 2019 l’indice del clima di fiducia dei consumatori si stima in diminuzione per il terzo mese consecutivo, passando da 111,2 a 110,5; una dinamica negativa si rileva anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che passa da 99,1 a 98,7.

Il calo dell’indice di fiducia dei consumatori riflette il deterioramento di tutte le sue componenti: il clima economico, personale e corrente registrano le flessioni più marcate mentre una diminuzione più contenuta si registra per il clima futuro. Più in dettaglio, il clima economico cala da 123,8 a 122,6, il clima personale passa da 106,8 a 105,9, il clima corrente scende da 107,8 a 106,9 e il clima futuro flette, seppure in modo lieve (da 115,9 a 115,6).

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce in quasi tutti i settori, ma con intensità diverse. Nella manifattura la flessione è lieve, con l’indice che passa da 100,8 a 100,6, nei servizi risulta più consistente (da 100,1 a 99,0) e nel commercio al dettaglio è più marcata (da 105,3 a 101,4). Fanno eccezione le costruzioni dove l’indice aumenta da 140,3 a 141,2.

Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nella manifattura si rileva un peggioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino. Nelle costruzioni la dinamica positiva dell’indice riflette il miglioramento dei giudizi sul livello degli ordini.

Nei servizi si deteriorano i giudizi sugli ordini e sull’andamento degli affari; invece si segnala un aumento delle attese sugli ordini. Con riferimento al commercio al dettaglio, il marcato calo dell’indice è la sintesi di un’evoluzione negativa sia dei giudizi sulle vendite, il cui saldo torna negativo per la prima volta da giugno 2018, sia delle relative attese; il saldo delle valutazioni sul livello delle giacenze diminuisce.

Calabria, in arrivo fondi per il dissesto idrogeologico

Oltre 250 milioni di euro per gli interventi per la riduzione del rischio idrogeologico in Calabria sono stati stanziati dal Ministero dell’Ambiente tramite accordi di programma con la Regione negli ultimi otto anni, circa 30 milioni solo nel 2018, cui vanno aggiunti nel 2018-2019 altri finanziamenti in corso di perfezionamento, pari a circa 20 milioni di euro, e quelli provenienti dal Patto per lo sviluppo della Regione Calabria, che ammontano a circa 300 milioni. Oltre 500 milioni di euro, complessivamente, nei quali sono inclusi gli interventi per la difesa dall’erosione costiera.

Il dissesto idrogeologico costituisce infatti un tema di particolare rilevanza per la regione a causa degli impatti sulla popolazione, sulle infrastrutture lineari di comunicazione e sul tessuto economico e produttivo. Il forte incremento delle aree urbanizzate, spesso in assenza di una corretta pianificazione territoriale, ha portato ad un considerevole aumento degli elementi esposti a frane e alluvioni e quindi del rischio. Le superfici artificiali sono passate dal 2,7% negli anni ‘50 al 7,65% del 2017. L’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha inoltre determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio. In questi ultimi anni la Calabria è stata interessata da intensi e frequenti fenomeni atmosferici che ne hanno compromesso in modo significativo il già debole assetto geomorfologico del territorio. Dopo le province di Crotone e Catanzaro, è stato il litorale ionico reggino ad essere flagellato da un’intensa perturbazione atmosferica che ha causato frane, esondazioni e fortissime mareggiate lungo il litorale.

“Il Ministero – ha detto il titolare dell’Ambiente Sergio Costa – e il Governo si sono attivati concretamente per la Calabria, una splendida terra ingiustamente trascurata. Lo dimostrano gli oltre 500 milioni di euro stanziati per il dissesto idrogeologico della regione, per  le opere di manutenzione e i danni da esso provocato, e il ddl ‘Cantiere ambiente’, un piano dettagliato per la messa in sicurezza dell’Italia dal rischio idrogeologico, che riordina il sistema affastellato di disposizioni normative e che razionalizza risorse e poteri e fa risparmiare circa il 70% di tempo per l’erogazione e la realizzazione delle opere”.

La cefalea

Per mal di testa o cefalea si intende il dolore provato in qualsiasi parte della testa o del collo. Può essere un sintomo di diverse patologie. Il tessuto cerebrale di per sé non è sensibile al dolore, poiché manca di recettori adatti, perciò il dolore è percepito per via della perturbazione delle strutture sensibili che si trovano intorno al cervello. Nove zone della testa e del collo hanno queste strutture: il cranio (più esattamente, il periostio del cranio), muscoli, nervi, arterie e vene, tessuti sottocutanei, occhi, orecchie, seni paranasali e le mucose.

Vi sono una serie di diversi sistemi di classificazione per il mal di testa. Il più riconosciuto è quello proposto dalla International Headache Society. La cefalea è un sintomo aspecifico, ciò significa che ha molte possibili cause. Il trattamento di un mal di testa dipende dalla eziologia, cioè dalla causa di fondo, ma comunemente prevede l’assunzione di analgesici.

Il mal di testa spesso deriva da una trazione o dalla irritazione delle meningi e dei vasi sanguigni. I nocicettori possono anche essere stimolati da traumi cranici o tumori e quindi causare mal di testa. Inoltre il loro stimolo può avvenire in seguito a stress, dilatazione dei vasi sanguigni e la tensione muscolare. Una volta stimolato un nocicettore invia un messaggio dalla fibra nervosa alle cellule nervose del cervello, segnalando che una parte del corpo fa male.

La fisiopatologia delle cefalee primarie è ancora più difficile da determinare rispetto alle cefalee secondarie. Sebbene il meccanismo che porta a emicrania, cefalea a grappolo e cefalea tensiva non sia ancora ben compreso, vi sono state diverse teorie nel corso del tempo che tentano di fornire una spiegazione di ciò che accade esattamente nel cervello.

La cefalea si manifesta principalmente con un dolore alla testa. Le crisi dolorose possono essere episodiche o croniche; nel primo caso sono sporadiche, mentre quando cronicizzano la frequenza di comparsa è elevata (si presentano per almeno 15 giorni al mese). In alcuni casi, il dolore è modesto e facilmente risolvibile con l’adozione di piccoli accorgimenti. Talvolta, invece, le crisi possono essere particolarmente forti e invalidanti.

La cefalea tensiva si presenta con un dolore persistente, ma generalmente lieve e bilaterale (interessa sia il lato destro, sia quello sinistro). Si manifesta con un senso costrittivo localizzato nella regione occipitale o frontale. In alcuni casi, invece, il sintomo è diffuso a tutto il capo, dando origine al cosiddetto “cerchio” alla testa. Gli attacchi spesso iniziano in tarda mattinata o nel primo pomeriggio. La cefalea tensiva non pregiudica le normali attività quotidiane. Talvolta, il dolore è accompagnato da capogiri, rigidità della nuca e manifestazioni ansiose; è invece raramente associato a nausea, vomito, fastidio alla luce o al rumore.
L’emicrania è spesso monolaterale (interessa solo una metà del capo), coinvolgendo inizialmente la regione frontale sopra l’occhio, poi anche la fronte e la tempia. Si manifesta con attacchi ricorrenti che possono durare alcune ore o, nei casi più gravi, qualche giorno. Il dolore è intenso e di tipo pulsante, simile ad un martellamento che sembra far scoppiare la testa. Occasionalmente, l’attacco può essere preceduto e accompagnato da una serie di sintomi reversibili di tipo neurologico, che costituiscono la cosiddetta “aura”: abbagliamenti, flash scintillanti di forma geometrica (scotomi), oscuramento o annebbiamento del campo visivo e, in alcuni casi, difficoltà a esprimersi, formicolio e intorpidimento di un’estremità.
La cefalea a grappolo si presenta con attacchi unilaterali, molto dolorosi e ravvicinati (si verificano a intervalli di tempo piuttosto brevi). Il dolore, in questo caso, è di tipo trafittivo e lancinante, localizzato intorno all’occhio e allo zigomo, con possibile irradiazione a tempia, mandibola, naso o mento. In alcuni casi, tutto il lato del cranio viene colpito dal dolore. Tali episodi sono associati ad altri sintomi ben definiti: abbassamento della palpebra, lacrimazione, irritazione della congiuntiva e rossore al viso. Inoltre, può esservi associato uno stato di agitazione. A differenza dell’emicrania, non si accompagna quasi mai a nausea o vomito e, in particolare, non si associa mai all’aura.
Per quanto riguarda le cefalee secondarie, alcune caratteristiche del dolore alla testa dipendono dalla causa. Oltre al mal di testa, ad esempio, possono comparire sintomi come febbre e vomito (infezioni), rinorrea (sinusite), deficit neurologici (encefalite, tumore o altra lesione con effetto massa), sincope (emorragia subaracnoidea), irritazione della congiuntiva e altri disturbi visivi (glaucoma o ipertensione endocranica).

L’attacco alla Raggi sprofonda nell’ambiguità. L’errore del PD sulla richiesta di dimissioni

Un conto è denunciare i limiti della Giunta Raggi, altro è cavalcare l’onda di sdegno per una intercettazione equivoca o equivocabile. Che il socio di maggioranza, ovvero il Comune di Roma, chieda di correggere il bilancio non è un “reato politico”. È l’assemblea ad approvare il bilancio, ed essa coincide con il socio unico, quindi con il Campidoglio. Vietare al Sindaco d’interloquire con gli amministratori dell’AMA, posseduta al 100 per 100 dal Comune, è qualcosa che sfiora l’assurdo.

La Raggi, come si legge nel post qui riportato integralmente, dichiara di essersi mossa nell’interesse della città. Il problema è che finora non si è visto alcun risultato apprezzabile sul fronte della pulizia delle strade romane. Sul piano dell’azione amministrativa i rilievi sono tanti e gravi, dal momento che l’immobilismo in materia ambientale rappresenta un macigno sulla efficienza della gestione grillina. Dopo tre anni non si ha notizia di quale debba essere il sito per la cosiddetta discarica di servizio, sicché i rifiuti continuano a viaggiare (a costi elevati) fuori città e fuori regione.

La disamina delle disfunzioni, non solo nell’ambito di pulizia e decoro urbano, induce a rafforzare i motivi dell’opposizione a questa esperienza fallimentare dei Cinque Stelle. Ciò non toglie che le accuse della Lega – al governo con il partito della Raggi – appaiano fuor di misura, per qualche verso implausibili. Non si può mutare radicalmente logica passando da Palazzo Chigi a Palazzo Senatorio, facendo sì che a distanza di un chilometro appena l’alleanza di governo si capovolga in feroce dialettica di forze antagoniste, senza il minimo ritegno. L’ambiguità è totale. Anche un bambino capisce che siamo di fronte a un gioco di ritorsioni, perché se il Vice Premier Di Maio chiede lo sfratto per un sottosegretario leghista, il Vice Premier Salvini passa al contrattacco e chiede la testa della “First citizen”  della Capitale.

Ora, se il Pd non avverte il pericolo che nasce da questa torbida concatenazione politica, fatalmente decade a forza di complemento del plebeismo imperante. Invocare le dimissioni della Raggi, in aperta sintonia con tutta la destra, è una risposta facile ma sbagliata: l’opinione pubblica, almeno quella che si presenta immune dal morbo del moralismo inconsulto e della irrazionalità, si attenderebbe prioritariamente l’impegno coscienzioso e limpido a ricondurre nelle istituzioni (anzitutto nel Consiglio comunale) il confronto sul merito delle questioni. Si può fare con durezza e nondimeno con serietà. Invece fare gazzarra, al pari dell’armata irregolare dei salviniani, non aiuta a posizionare il Pd sul terreno di una vera opposizione, credibile e responsabile. In questo modo si alimenta, anche senza volerlo, il degrado della vita democratica e civile.

Fino a quando? E soprattutto, fino a quando si pensa di poterne trarre vantaggio?

IL POST DELLA RAGGI

Molto rumore per nulla. Indagano il governatore dell’Umbria Catiuscia Marini per concorsi truccati nella sanità; il sottosegretario della Lega Armando Siri per una presunta tangente di 30mila euro tra Sicilia e Liguria; il segretario del Pd e Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, per finanziamento illecito…ma parlano di me.

Parlano di audio rubati in cui dico quello che direbbe qualsiasi altro cittadino di Roma: me la prendo duramente con l’ex amministratore delegato dell’Ama perché ci sono i rifiuti in strada e non lo posso accettare.

Uso parolacce ma non me ne vergogno perché sono incazzata quando vedo chi pensa a prendere i premi aziendali piuttosto che a pulire la città. Perché questo è quello che si ascolta in quegli audio.

Nessuna pressione ma solo tanta rabbia per chi non ha fatto bene il lavoro per il quale era pagato. Si pretendeva che approvassi un bilancio con il quale i dirigenti di Ama avrebbero avuto centinaia migliaia di euro in più.

I vertici del Campidoglio – il ragioniere generale, segretario generale, il direttore generale, l’assessore al bilancio, i dipartimenti competenti – hanno bocciato la proposta dell’ex ad Bagnacani. Ed io e la mia Giunta abbiamo votato contro come avrebbe fatto qualsiasi romano.

Addirittura si ipotizzava che aumentassi ancora la tassa dei rifiuti, mentre in azienda sarebbero continuati ad arrivare i premi a pioggia. Mi sono ribellata e non me ne pento. Continuano a gettare fango su di me ma io ho le spalle grosse e continuerò a difendere la mia città e i miei concittadini.

[dal profilo facebook del Sindaco]

Merlo: Popolari, ora si rilanci l’Associazione. Senza finzioni e senza equivoci

La riflessione pubblicata su queste colonne da Alessandro Risso, presidente dell’Associazione dei Popolari piemontesi, merita di non cadere nel vuoto. L’oggetto della questione e’ molto semplice e per nulla polemico. Men che meno verso Pier Luigi Castagnetti, una persona a cui mi lega stima personale e amicizia politica.

Ora, però, di fronte alla necessità sempre più impellente – almeno così mi pare di capire dal fecondo dibattito che attraversa l’area cattolica italiana e, nello specifico, del mondo popolare di ispirazione cristiana – di rilanciare e riqualificare la presenza politica dei cattolici, e’ singolare e del tutto controproducente che un’Associazione nazionale che dovrebbe rappresentare ciò che resta dell’area popolare sia, di fatto, clamorosamente silente da quasi 17 anni. Un’Associazione, tra l’altro, che aveva proprio il compito, squisitamente politico e culturale, di unire il mondo popolare ancora presente e disseminato in tutto il paese attorno ad un progetto politico e che non aspetta altro, soprattutto nell’attuale fase politica, di ascoltare un “fischio” di convocazione, per dirla con una felice battuta di Carlo Donat-Cattin.

E qui sorgono alcuni dubbi e perplessità che meritano, adesso, di avere però una risposta. Ne’ burocratica, né protocollare e ne’ ironica. Se il Presidente “eterno”, per dirla con Risso, nominato nel lontano 2002 intende proseguire con il nulla di fatto praticato sino ad oggi, non c’è nulla di male. Anzi. È sufficiente, come avviene, credo, in tutte le associazioni del mondo, prendere atto di questa situazione. Convocare l’assemblea e procedere alla nomina di un nuovo gruppo dirigente.

E, com’è ovvio e scontato, di un nuovo Presidente. Fuorchè non ci siano motivi misteriosi, personali e pertanto inconfessabili sconosciuti a tutti noi e quindi non razionalmente spiegabili sul perdurare di questa anomala situazione. Può anche darsi ma non lo so. E quindi non mi pronuncio. Comunque sia, il punto centrale della questione – che interessa, credo, a tutti i popolari e agli ex popolari del nostro paese – oggi è quello di far ritornare protagonisti, e più incisivi, i cattolici democratici e popolari nel nostro paese e nella politica italiana. E l’Associazione nazionale dei Popolari – che potrebbe essere uno strumento importante per centrare questo obiettivo – non può restare silente, marginale, passiva ed impotente. È arrivato il momento di ripartire. E sempre nel massimo rispetto personale e politico del Presidente silente dell’Associazione Popolari.