Home Blog Pagina 763

Nave fantasma

Le sproporzioni si vedono immediatamente. Non fai tempo a riflettere, che riempiono in malo modo il tuo buon senso. Quante volte non ci capita di vedere qualcosa di sproporzionato e come questo abbia su noi un effetto particolarmente negativo, credo sia capitato a tutti.

Insomma, una bruttura che non vorresti assolutamente osservare. Se poi capita nelle tue terre, ti senti anche particolarmente infastidito e vorresti all’istante cancellarla.

Siamo il 5 di maggio. Speriamo che i tempi bui siano ormai alle nostre spalle. Un mese fa poteva aver senso. Oggi, no. A meno che non si intenda fare un “investimento” per un ostile futuro.

Parlo della nave – ospedale – a Trieste. Imbarcazione che, almeno per ora, non ha attraccato al molo del nostro Capoluogo. Ma se ne parla ormai da diversi giorni. Abbiamo visto le fattezze, le dimensioni, la gigantesca mole e, non ultimo, anche il costo dell’intera operazione. Se è un bene, va perseguito senza tentennamenti. Ho invece il dubbio che sia un’idea tardiva.

Potevo immaginarmela a fine marzo, inizio aprile, ma francamente vederla spuntare in questo periodo, che sembra ormai sgravato dagli urti peggiori, mi sembra una inaccettabile sproporzione.

Non so cosa pensiate voi, a tutta prima, a me, ha fatto questa impressione. Potrei anche sbagliarmi ma, riflettendoci sopra, trovo del tutto ingiustificato questo modello.

Ne abbiamo avuti di esempi. Casi di navi attraccate con contagiati che non potevano scendere, esempi questi non riconducibili certo all’idea triestina, e un caso piuttosto eclatante, quello della nave attraccata al porto di New York. New York!

Val la pena però ricordare che quella città, davvero martoriata, si è liberata, se non vado errando, due giorni fa di quella soluzione.

Si dirà che il costo non è a carico dei nostri corregionali. Che non peserà sulle casse delle nostre terre, che il tutto ricadrà sulla borsa della Protezione Civile Nazionale. Vi sembra questa una giustificazione adeguata? Anche fosse appannaggio del bilancio Statale, se una cosa non va bene, non va bene; se una cosa non funziona, non funziona, anche se i costi sono a scapito d’altri.

Da qualche giorno, i casi d’infezione nella nostra Regione, sembrano ulteriormente diminuiti. A dir il vero, non hanno mai raggiunto livelli preoccupanti, per ora, però, la tendenza alla diminuzione sembra essersi decisamente attestata e l’andamento favorevole ci permette di alimentare speranze, tutto sommato ampiamente giustificate.

Immaginatevi Trieste con attraccata la nave, con qualche simbolo che indichi la funzione: una bandiera di un certo tipo, una croce rossa o segni analoghi, che effetto farebbe? Una Trieste che vuole respirare, una Trieste che intende allontanarsi, come noi tutti, da quella oscurità, una Trieste che mira comunque ad offrirsi come città turistica, che figura farebbe? Esattamente l’opposto di quanto stia giustamente aspirando.

Suggerimento lapidario: pensateci prima di voler imitare New York, ci sono strade più adatte e soluzioni decisamente più proporzionate alla nostra realtà.

La Nissan intenderebbe ritirarsi dall’Europa

Da tempo in crisi, il gruppo automobilistico giapponese Nissan intenderebbe ritirarsi dall’Europa per concentrasi maggiormente sui suoi principali mercati di riferimento: Giappone, Cina e Stati Uniti.

Il ritiro dall’Europa fa parte del Piano di prestazioni operative, nuova strategia su cui la dirigenza di Nissan sta lavorando per rafforzare la competitività. L’iniziativa dovrebbe essere presentata il 28 maggio prossimo. Il piano mira, tra l’altro, a far sì che Nissan divida meglio le forze con i partner, le aziende automobilistiche Mitsubishi (Giappone) e Renault (Francia).

In futuro, Nissan dovrebbe assegnare lo sviluppo delle autovetture ibride plug-in a Mitsubishi, che andrebbe a guidare i mercati asiatici al di fuori di Cina e Giappone. A sua volta, Renault dovrebbe concentrarsi sulle tecnologie per gli autoveicoli elettrici e sul mercato europeo.

In altri paese, l’azienda dovrebbe intensificare le proprie attività, ad esempio in India, Indonesia, Malesia, Sudafrica, Russia, Brasile e Messico. In Africa e Medio Oriente, Nissan intenderebbe concentrarsi maggiormente sui Suv.

Rai Uno: “L’uomo in bianco”, per raccontare “il Papa del coraggio”

Alla vigilia del centenario della nascita del Papa santo (18 maggio 1920) RaiUno, lunedì 11 maggio, ore 00.40, propone la puntata de “L’uomo in bianco”, coproduzione Rai Vaticano-Rai Premium, dedicata a Karol Wojtyla.

Tra memoria e attualità, con testimonianze inedite e ricostruzione della vita, della personalità, dell’umanità del Papa polacco. Seguiranno nel mese di giugno, sempre nella stessa collocazione oraria, il racconto degli altri tre grandi Pontefici del ‘900. Giovanni Paolo I (in onda il 7 giugno), Paolo VI (in onda il 14 giugno), Giovanni XXIII (in onda il 21 giugno).

Nella puntata dedicata a Giovanni Paolo II, realizzata da Martha Michelini, raccontano Wojtyla il card. Stanislao Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, per trent’anni segretario di Giovanni Paolo II, il card. Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, lo scrittore vaticanista Gianfranco Svidercoschi e il fotografo di Giovanni Paolo II, Arturo Mari. Il card. Dziwisz – spiega la Rai – parla, tra l’altro, della capacità di Wojtyla di fare il primo passo nel dialogo, per esempio, con gli ebrei nella storica visita alla Sinagoga di Roma, il 13 aprile del 1986.

Tra i tanti ricordi di Gianfranco Svidercoschi, all’epoca vicedirettore dell’Osservatore Romano, i retroscena dello storico discorso sulla mafia di Giovanni Paolo II ad Agrigento e il perdono al suo attentatore Ali Agca.

Covid-19: il bilancio del Viminale sui controlli della Fase 1. Oltre 17 milioni di verifiche

Il 3 maggio è terminata la fase 1 dell’emergenza coronavirus. Con l’inizio della fase 2 è disponibile online un report sui controlli effettuati su persone e esercizi commerciali dall’11 marzo. Oltre al report è, anche, pubblicata un’analisi sull’andamento dei controlli nel periodo in esame.

Nel complesso, dall’11 marzo 2020, sono state eseguite oltre 17 milioni di verifiche: 12.360.197 su persone e 4.798.015 su attività/esercizi commerciali.

Nella giornata del, 3 maggio, ultimo giorno della fase 1, sono state controllate 221.409 persone e 77.925 attività ed esercizi commerciali.

Le persone sanzionate sono state 5.325, 31 quelle denunciate per false dichiarazioni o attestazioni, 2 i denunciati per violazione del divieto di allontanamento per motivi di quarantena.

Sul totale degli esercizi commerciali controllati, 89 le sanzioni ai titolari e 27 i provvedimenti di chiusura.

Per quanto riguarda la Fase 2 partita ieri, il Ministero dell’Interno ha reso disponibile online il modello di autodichiarazione per gli spostamenti dal 4 maggio 2020, precisando che può essere ancora utilizzato il precedente modello barrando le voci non più attuali.

L’autodichiarazione è in possesso degli operatori di polizia e può essere compilata al momento del controllo.

Una circolare ai Prefetti è stata inoltre emanata precisando come l’obiettivo del nuovo quadro di regole relative al dPcm 26 aprile 2020 su Fase2, contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 è trovare un punto di equilibrio tra la salvaguardia primaria della salute pubblica e l’esigenza di contenere l’impatto delle restrizioni sulla vita dei cittadini, tra il sostegno al riavvio del sistema economico produttivo e la sicurezza dei lavoratori.

Walter Ricciardi: “La terapia con il plasma iperimmune è molto interessante”.

Walter Ricciardi, rappresentante italiano nel Comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere del ministro della Salute Speranza, rispondendo alla domande al termine della lezione in streaming di ‘Maestri d’Italia’, il programma di Tim ha dichiarato che: “La terapia con il plasma iperimmune è molto interessante e importante, è un approccio molto sofisticato, bisogna saperlo fare e avere grandi tecnologie. Consiste nel trasferire gli anticorpi naturali da soggetti guariti e quindi immuni ad altri con forma grave. Si è visto da alcune sperimentazioni che sta funzionando”.

Questo approccio terapeutico “è molto difficile, costoso e complesso. Se questi anticorpi naturali funzionano, la grossa sfida è produrli artificialmente e in larga scala, altrimenti si potrebbero proteggere e curare poche persone. E’ comunque un approccio molto promettente, se ne parla poco perché è complesso da spiegare e da fare, ma su cui si sta lavorando anche in Italia”.

Unità politica, si cominci dall’Europa. Decisivo il ruolo di Sassoli.

“L’unità politica, nei momenti di grande emergenza nazionale, è frutto di intelligenza, coraggio e di coerenza e non risponde a ragioni di consociativismo o di confusione. Il recente appello di Papa Francesco alla classe politica ad essere più solidale e più unita non può e non deve cadere nel vuoto. A cominciare, come dice giustamente la rivista cattolico democratica ‘Il Domani d’Italia’, dall’Europa. E un ruolo decisivo, al riguardo, lo può giocare l’attuale Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli che, per cultura e statura politica, ha le carte in regole per accogliere l’autorevole appello di Francesco. E con lui tutti quegli esponenti che si riconoscono nelle forze politiche che fanno dell’europeismo la vera sfida politica e culturale in un tempo ancora dominato dagli egoismi nazionali dei vari Stati e dal perdurante, anche se meno arrembante, sovranismo. 

E, come dice il Domani D’Italia, anche esponenti come l’ex presidente del Parlamento Europeo Tajani possono assolvere ad un ruolo politico importante e decisivo. 

Comunque sia, non si tratta di dar vita a congetture o, peggio ancora, a posizionamenti tattici negli equilibri della politica italiana. Si tratta, al contrario, di rilanciare un grande progetto europeo ed europeista nel solco della tradizione cattolico popolare e democratico cristiana. Un progetto di unità che può decollare se è accompagnato dal ruolo politico decisivo dei leader europei. A cominciare dai maggiori esponenti politici italiani”

Appunti per il Dopo, meditando sulla Giornata mondiale delle Vocazioni.

Domenica scorsa era la 57ma Giornata Mondiale per le Vocazioni. Ne ha parlato solo il Papa, nel Regina Coeli. Si può capire che la parola sia percepita come roba chiesastica, e quindi proprio oggi quanto di più lontano, anzi fuori luogo, rispetto al Covid e ai drammi socio-economici appena iniziati.

Però diciamocelo: se non si parte proprio da questa parola, da ciò a cui si è chiamati, a cui si tende, non si costruisce nulla, non si sa su chi contare.
Riapriamo pure le Chiese, ma con che ‘cristianesimo’ uno ritorna a Messa? Con che Fede? (eppoi: dove l’ha trovata?). Chi va ad incontrare?

Secondo: uno fa tre conti e decide lui – il proprio ‘io’ – di scegliere Cristo, o, piuttosto, se crede, se è ‘chiamato’, lo deve a qualcuno? Qui sta la differenza, anche sociale, tra chi vuole sistemare il mondo (Covid compreso, attenzione) e chi, come Bonhoeffer nel carcere della Gestapo, considera la Gestapo un’occasione contestuale per vivere il mondo unito a Cristo, ovvero venendone, nel giudizio del mondo, sconfitto.

San Paolo ai Filippesi: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (1,21). Questa è la concretezza della Chiamata Cristiana; al confronto, il pragmatismo efficientista del mondo un disastro.
Morire? Un guadagno. Dato che la Lettera ai Filippesi è ascoltata la Domenica a Messa, e visto che uno distrattamente risponde pure “Rendiamo grazie a Dio”, a cosa ha reso grazie? Non è dato sapere.

Per questo in ogni caso metter su famiglia, fare il prete, partecipare alla Messa, costruire la propria occupazione, sbarcare la giornata, è rispondere a qualcosa che ci viene DATO. E per questo Papa Francesco nel suo Messaggio per la giornata delle Vocazioni di quest’anno martoriato ha indicato tre parole-guida: 1 – gratitudine, 2 – coraggio, 3 – lode. La prima e la terza sembrano oggi del tutto fuori luogo. Ma la caratteristica dell’autenticità di una Vocazione è proprio questa: essere fuori luogo. Se uno cerca consenso, che differenza fa una Chiesa chiusa o aperta? Una Messa streaming o dal vivo? Proprio nessuna.

L’Oms smentisce Trump: “Virus di origine animale”.

Donald Trump aveva puntato il dito contro Pechino, accusandola di aver coperto un tragico errore, la fuga del Covid-19 da un laboratorio di Wuhan.

L’Organizzazione mondiale della sanità però conferma che il Sars-Cov-2 è di origine animale. In una conferenza stampa, Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms per la lotta al coronavirus, ha risposto alle dichiarazioni del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo.

“Da tutte le prove viste finora, più di 15 mila sequenze genetiche, ritengo che questo virus sia di origine animale”, ha sottolineato la Van Kerkhove. “C’è un legame con i pipistrelli, dobbiamo capire l’ospite intermedio”, ha aggiunto. “Questo succede per molti di questi patogeni zoonotici”, ha precisato. Da parte sua il direttore del programma di emergenza dell’Oms, Mike Ryan, ha ammesso che l’organizzazione Onu, non ha ricevuto “alcun dato o prova specifica dal governo degli Stati Uniti in relazione alla presunta origine” del virus.

“Dal nostro punto di vista tale versione è una speculazione. Se tali dati e prove sono disponibili, spetterà al governo degli Stati Uniti decidere quando potranno essere condivisi”, ha aggiunto Ryan.

Ma l’aumento della tensione tra Stati Uniti e Cina ha poco a che vedere con il virus. Il coinvolgimento anche degli amici europei serve a rinsaldare vecchi rapporti trascurati da Trump, che ispiratosi sempre più dalla dottrina dell’America First, ha lasciato un vuoto internazionale che Pechino cerca di riempire.

Istat: a marzo quasi il 50% di morti in più. Il record negativo a Bergamo: +568% al contrario Roma -9,4%

Questo Rapporto è prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). L’obiettivo è fornire una lettura integrata dei dati epidemiologici di diffusione dell’epidemia di Covid-19 e dei dati di mortalità totale acquisiti e validati da Istat.

I dati di mortalità totale commentati si riferiscono al primo trimestre consolidato 2020 e riguardano 6.866 comuni (87 % dei 7.904 complessivi).

Sono +49,4% i decessi in media a marzo 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La stragrande maggioranza dei decessi, cioè l′89%, si concentra nelle provincie a diffusione alta.

In particolare, sono 38 le province nel quale il coronavirus ha fatto più vittime. Con il segno più troviamo  Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%), Pesaro e Urbino (120%)”.
Al contrario Roma segnala un -9,4%. Anche Napoli in calo: -0,9%

Si tratta della prima volta che l’Istat diffonde questa informazione riferita a un numero così consistente di comuni. Ciò è stato possibile grazie all’integrazione della fonte anagrafica (ANPR e comuni) con i dati dell’Anagrafe tributaria . L’ampia base dati, relativa all’86% della popolazione residente in Italia, consente di valutare gli effetti dell’impatto della diffusione di Covid-19 sulla mortalità totale per genere ed età nel periodo iniziale e di più rapida diffusione del contagio: marzo 2020.

Rapporto_Istat_ISS

La Banca centrale europea potrebbe risolvere il debito italiano senza rischiare l’inflazione

Questa è l’opinione del quotidiano “Financial Times”. La crescita dei debiti pubblici prevista a causa della pandemia globale di coronavirus ha riacceso le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico italiano nell’eurozona. Queste ansie, però, sono al momento temperate dalle operazioni della Bce.

Anche se si teme un aumento dell’inflazione.

L’inflazione che- secondo il financial times-  è ancora molto bassa e mostra pochi segni di aumento; se però dovesse crescere, la Bce avrebbe ben tre diverse opzioni con le quali restringere la sua politica monetaria. La prima è la vendita di acquisti governativi. La seconda è quella di restringere i regolamenti azionari, come fatto nel periodo 2015-2018. La terza richiede invece una restrizione delle regole sulla liquidità bancaria.

E di queste tre possibilità, solo la prima sarebbe particolarmente dannosa per la sostenibilità del debito pubblico

l’Iran cambia moneta

L’Iran dice addio al rial. Il Parlamento di Teheran ha approvato una legge che sostituisce la valuta nazionale con la nuova divisa, il toman.

Questo modifica non è però un fulmine a ciel sereno. Infatti già da tempo la popolazione, usava già il toman nella vita quotidiana.

I venditori al dettaglio non hanno mai smesso di indicare i prezzi in questa valuta che è stata la valuta dell’Iran fino al 1932.

Questo passaggio, secondo il legislatore, avrà anche un effetto psicologico sulla popolazione, che per via delle sanzioni, ha visto per via dell’aumento dell’inflazione degli ultimi decenni un aumento sostanziale del costo della vita.

Coronavirus: volano i prezzi della frutta.

Volano i prezzi al consumo per la frutta con aumenti che al dettaglio variano dal 31% dei kiwi al 24% delle arance fino al 12% per le mele spinti dalla svolta salutistica negli acquisti degli italiani ma anche dallo sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni e le chiusure imposte dall’emergenza Coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ismea/Nielsen sugli acquisti al dettaglio sui prodotti confezionati relativi all’ultimo mese della pandemia.

Con l’emergenza Coronavirus gli italiani – sottolinea la Coldiretti – vanno a caccia di vitamine per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus con balzi della spesa che variano dal +14% della frutta al +24% per gli ortaggi nei supermercati nazionali nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 12 aprile 2020 secondo Ismea/Nielsen. Una crescita trainata dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine consigliata anche dall’ISS che sul sito, nei consigli sull’alimentazione durante l’emergenza COVID-19, invita proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta” con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Mentre l’inflazione ad aprile su base tendenziale si è azzerata, in controtendenza si sono invece registrate – continua la Coldiretti – tensioni sui prezzi dei beni alimentari che hanno fatto segnare un aumento medio del 2,8% ma con punte più elevate per i prodotti freschi.  A pesare – continua la Coldiretti – è il persistere della chiusura di ristoranti, bar, agriturismi e, in molte regioni, anche dei mercati rionali e degli agricoltori che moltiplicando gli sbocchi di mercato e ampliando la concorrenza aumentano le possibilità di scelta dei consumatori e svolgono una funzione calmieratrice. Soprattutto tra i giovani la maggiore attenzione al benessere a tavola si esprime con smoothies, frullati e centrifugati con frutta e verdura consumati spesso fuori casa che – sottolinea la Coldiretti – è venuta a mancare con chiusura obbligatoria di bar, pub e locali.

Una situazione aggravata dai problemi nei trasporti per le difficoltà dei camion a viaggiare a pieno carico all’andata e al ritorno in conseguenza del blocco di molte attività produttive, con la conseguenza che quasi quattro aziende ortofrutticole su dieci (38%) sono in difficoltà secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’ che evidenzia anche la frenata nelle esportazioni Made in Italy.

La chiusura forzata del canale della ristorazione ha infatti un effetto a valanga sull’agroalimentare nazionale con il valore dei mancati acquisti in cibi e bevande per la preparazione dei menu che sale a 5 miliardi per effetto del lockdown prolungato al primo giugno, secondo una stima della Coldiretti. Il lungo periodo di chiusura – sottolinea la Coldiretti – sta pesando su molte imprese dell’agroalimentare Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco e sui quali gravano anche le difficoltà all’esportazione con molti Paesi stranieri che hanno adottato le stesse misure di blocco alla ristorazione.

La spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un valore di 85 miliardi di euro all’anno.

 

Vaccino Covid-19: gli studi sull’uomo dopo l’estate

Margherita Lopes – “E’ andata bene: il saggio effettuato sul virus di Covid-19 allo Spallanzani ci ha permesso di individuare i due ‘candidati vaccini’ più promettenti. Nel giro di due settimane avremo i risultati di un mega-studio in corso a Castel Romano che ci dirà quanto dura la risposta immunitaria innescata, e ci permetterà di individuare il vaccino migliore da portare in sviluppo. E, se tutto andrà bene, potremo iniziare gli studi sull’uomo dopo l’estate: vogliamo farli a Napoli, con il gruppo dell’oncologo Paolo Ascierto”. Ad affermarlo all’Adnkronos Salute è Luigi Aurisicchio, fondatore e amministratore di Takis, azienda biotech di Castel Romano specializzata in vaccini anti-cancro, in corsa per un siero in grado di proteggere dal nuovo coronavirus.

Noi – spiega l’esperto – usiamo solo un pezzetto di Dna virale iniettato nel muscolo e sottoposto a elettroporazione. La nostra tecnologia è ripetibile nel tempo”. Insomma, se questo coronavirus diventerà stagionale o il primo di una serie, “questa tecnologia potrà diventare lo standard” per l’immunizzazione. Nel frattempo, prima di passare all’uomo “faremo uno studio su scimmie e furetti. Inoltre questo vaccino è pensato anche per i gatti: vogliamo partire con uno studio, che deve ancora essere autorizzato, per vedere se il gatto immunizzato sviluppa anticorpi”.

Uniti in Europa: il ruolo di Sassoli e Tajani a difesa dell’Italia.

Papa Francesco ha lanciato un monito affinché le tante polemiche che minano la tempra della nazione vengano messe da parte. I politici superino le divisioni – ha detto il Pontefice – e capiscano che “nei momenti di crisi, devono essere molto uniti per il bene del popolo. Perché l’unità è superiore al conflitto”. In effetti, l’Italia ha bisogno di ridurre l’endemica conflittualità di cui si nutre una politica a digiuno di valori. L’esasperazione del conflitto si riflette conseguentemente sulla bulimia dei web in fatto di polemiche e dileggio. A pagarne il conto è il subconscio collettivo della nazione. Del resto, se ci lasciamo prendere dal pessimismo non rendiamo un servizio utile al nostro Paese. Benché lo spirito del tempo non sia quello del secondo dopoguerra, cade comunque su di noi l’onere di pensare positivamente a uno scenario di ricostruzione.

L’unità non significa governare tutti assieme, prefigurando in buona sostanza la cacciata dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Non si capisce, a riguardo, quale possa essere lo sbocco vagheggiato dai poteri esterni alla politica. Dopo Conte non c’è Draghi, né il governo di unità nazionale: inutile illudersi sulla pianificazione di eventi incontrollabili. La crisi, invece di risolversi, scivolerebbe nel gorgo delle elezioni anticipate e altro non sarebbe che un tuffo nell’ignoto, con rischi di destabilizzazione. Non è un che nelle battute più recentii partiti di opposizione abbiano messo la sordina alla richiesta di ricorso anticipato al voto. Prudenza mista a convenienza? Quale che sia la ragione, palese o nascosta, risulta evidente come la conflittualità finisca a questo punto per disperdersi nel maremagnum della quotidiana dialettica antigovernativa.

L’unità va ricercata a tutti i costi e forse, allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, può essere agguantata. È in Europa infatti che questa esigenza fondamentale prende posto al tavolo delle discussioni sul futuro dell’Unione (e quindi dell’Italia). Qui davvero sarebbe illogico e deprecabile replicare uno spettacolo di bassa concorrenza tra opposti schieramenti. Giova immaginare qualcosa di diverso. Ad esempio Sassoli e Tajani, l’uno Presidente in carica dell’Europarlamento e l’altro suo immediato predecessore, notoriamente legati in Italia a forze politiche diverse e finora antagoniste, potrebbero disporsi a facilitare in via emblematica una più stretta cooperazione nell’interesse superiore del Paese.

Verrebbe da obiettare che il rischio nascosto è l’astrattezza della suggestione, quasi un segno di cedimento a una forma di romanticismo; ciò nondimeno, fatto salvo il genuino presupposto del realismo, la politica va oltre l’asettica proiezione delle aspettative materiali. Conta molto, più di quello che si creda, la forza di attrazione di un sano simbolismo. Indubbiamente un gesto condiviso in un ambito di responsabilità sovranazionale – e Sassoli e Tajani non hanno bisogno di suggerimenti – può far scattare in Italia la scintilla del ritorno alla fiducia da parte dell’elettorato, specie nella sua espressione di ceto medio, colpito negli ultimi anni da un’altra pandemia: quella dell’antipolitica. Ripensare un modello di sviluppo, superare vecchie e nuove fratture di natura sociale o territoriale, promuovere le condizioni di maggiore solidarietà tra persone e gruppi sociali; tutto ciò equivale, se possibile, a congegnare l’articolazione di un processo gigantesco, denso di incognite, che assomiglia già da adesso a una vera rivoluzione.

Certo, nessuno può immaginare che in Europa si consacri per magia, grazie a figure altamente rappresentative, la formula più adatta a piegare le difficoltà della politica nazionale. A questioni complesse non si risponde con la magia della semplificazione. Sta di fatto però che una qualche “iconografia europeistica unitaria”, capace di valorizzare la voglia degli italiani a rimettere in piedi l’economia dopo lo schock da coronavirus e quindi a ricostruire i pilastri morali e civili del Paese, non pare sia un orpello da politica-spettacolo. D’altronde, in netto contrasto con la narrazione del sovranismo, va detto a voce alta che il futuro dell’Italia passa obbligatoriamente per l’Europa.

Oggi si respira un’aria diversa. Siamo vicini a una traduzione in chiave operativa delle intese raggiunte nei vertici ufficiali. Saranno mobilitate risorse ingenti, come nessuno avrebbe mai congetturato fino a pochi mesi fa. A Bruxelles prenderà il via un’operazione di portata storica, senza precedenti, destinata a cambiare il volto del Vecchio Continente. Bisogna starci, in questo quadro, con idee chiare e slancio morale. E dunque vale la pena in conclusione ragionare attorno alla congruità di un atto di dedizione –  appunto di due autorevoli europarlamentari – a un autentico e beninteso amor di patria, con la volontà di ripartire sulla scia di una speranza che muova da un nuovo sentimento europeista.

 

 

Pietrangelo Buttafuoco: “Non possiamo rinunciare alla potenza e alla meraviglia aurorale dell’Ellade”.

Professor Buttafuoco, ho l’impressione che si stia vivendo, da qualche decennio a questa parte una lunga stagione di ricerca di un equilibrio esistenziale ai dilemmi del nostro tempo: possiamo chiamarla normalità, serenità interiore, sostenibilità tra natura e cultura, tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ di noi. Eppure la parola prevalente degli ultimi anni è stata “crisi”: dei valori, delle istituzioni, della società, dell’economia, della scuola, della famiglia, dei comportamenti individuali e collettivi. Siamo un po’ tutti naufraghi alla deriva? Ciò che sembra mancare a questa umanità è una direzione di senso: chi siamo, dove vogliamo andare, che modelli di convivenza vogliamo costruire?

Guardi, Federico Nietzsche aveva annotato una considerazione che vale ancora oggi e cioè che ci si lamenta sempre della propria epoca, in verità non ce la siamo mai passata meglio. Facciamo nostra questa notazione. Io non credo che ci sia una novità esistenziale se non quella di aver costruito un modello sociale, di comunità che prescinde dai legami: adesso siamo più allentati nei legami tra noi, frammentati, siamo monadi singole e isolate. Questo alimenta il nostro disagio esistenziale. In realtà tutta la costruzione della modernità non comincia da ieri ma ha radici molto più lontane e paghiamo uno scotto che è  stato frutto di un evento storico ben preciso, il trauma più pesante per tutto il corso storico successivo e mi riferisco alla Rivoluzione Francese, il momento più abbietto, terribile, il periodo del terrore e di quello che ne è derivato. In funzione dell’idea che l’uomo possa costruire su stesso una tirannia che adesso è spaventosa nell’esito dell’ ideologicamente corretto, del moralismo, dell’etica che si sostituisce all’estetica, in un travestimento del sacro nelle forme più caricaturali e paradossali. 

Mi sembra che emerga oggi una logica riempitiva: essere ovunque, presenziare, conquistare, occupare spazi, possedere. Non è certo questa l’epoca dell’astensione e del distacco dalle cose, a meno che non si compia una scelta radicale di astrazione e di isolamento. Non finiremo allora per consumare il mondo, segnando confini più avanzati della nostra presenza fino a dare un senso ultimativo alla nostra esistenza terrena? Alla radice del problema c’è forse un conflitto tra natura e progresso?

Io penso che noi dobbiamo adoperarci ragionando su una distinzione necessaria: tra ciò che è ‘Mondo’ e ciò che è ‘Terra’. Ovviamente la differenza qual è: quella di aver avuto annidata la natura nel destino dell’esistenza di tutti noi, di avere con essa  un rapporto obbligato, sul  quale immaginiamo di aver costruito la nostra architettura. In realtà troppo spesso si consuma quello che io definisco un vero e proprio stupro. E’ una provocazione dove noi  facciamo un artificio di parodia nei confronti di quello che la natura, la terra  ci chiede rispetto alla costruzione del mondo. E’ uno stupro che abbiamo perpetrato elevando a dogma uno scientismo che nella sua versione occidentale ha anche determinato e imposto la cosiddetta ‘evoluzione socio-culturale’ dove la scienza – e ce ne accorgiamo soprattutto in questi giorni – ci impone di annullarci totalmente , ci impone di seguire determinati schemi di vita e di valori che sono totalmente impostati attraverso  un dettato fisico, biologico, una percezione sensoriale secondo la quale tutto deve essere impostato a priori. Mentre invece le sorprese della realtà sono tante, nel senso che ovviamente quello che è venuto facile smentire nelle azioni della vita degli uomini a questo punto  viene anche smentito nel percorso dell’esistenza. Si ricorda quando Francis Fukuiama aveva teorizzato la fine della storia? Affidandosi al dogma del totalitarismo liberale che imponeva una fine con la caduta  del comunismo in Unione Sovietica: e invece la storia  è andata avanti con tante sorprese, dal fondamentalismo, alla riorganizzazione dello schema di gioco nello scacchiere internazionale, al sorgere della Cina quale prima potenza e il tutto ancora una volta rimettendo in discussione questa unica ‘dialettica obbligata’ del rapporto tra terra e mondo e ne abbiamo avuto una prova in questi giorni in cui mentre il mondo è stato tenuto chiuso la terra è andata avanti.

La globalizzazione è stata il feticcio culturale del nostro tempo, l’epoca delle lusinghe: tutto facile, tutto subito, tutto a portata di mano.  Siamo – o vogliamo essere – davvero tutti ‘diversamente uguali’ cercando di  arrivare ad ogni costo ad essere diversi. E  la deriva inarrestabile è quella – nel bene o nel male – di una società cosmopolita privata di differenze identitarie? Oppure, nel flusso dei corsi e ricorsi storici, il ritorno dei  localismi farà prevalere in noi le radici e il senso di appartenenza?

Penso di si, non fosse altro perché il risultato più squillante, più sfacciato e anche più coerente della globalizzazione con i meccanismi inesorabili della macchina organizzativo-burocratico-capitalistica ha trovato il suo inveramento, la sua più concreta realizzazione nel suo esatto opposto, ovvero nella Pechino di oggi. Ma con grande paradosso e cioè che il primo Stato autoproclamatosi ateo, comunista e materialista ha accettato su di sé e ne ha fatto l’arma più forte e di egemonia la logica del capitalismo, capovolgendo la globalizzazione nel suo esatto contrario. Anche se su questo passaggio bisogna fare una considerazione, andare nel dettaglio chiave: il Xi JinPing di oggi è coerente con l’immagine autocratica, del potere, l’icona fondante dell’autorità con la Cina di mille anni fa. Se mettiamo accanto le due immagini, quelle tra l’attuale Presidente  della Repubblica Popolare cinese e un qualunque Imperatore cinese delle antiche dinastie, non cogliamo grandi differenze. Ad esempio in questi giorni ai ragazzini delle scuole cinesi è stato dato un copricapo per il distanziamento sociale che è ripreso esattamente dai copricapi dei militari cinesi di mille anni fa. Le rispondo allora su come possano riemergere le radici.  Vede: la radice, l’identità, la forza primigenia che segna ciascuno di noi inevitabilmente esce, non esisterà mai una livella tale da poter cancellare il tratto della caratteristica fondante di una storia e di una identità,  esattamente come il fumo non può essere contenuto dentro una scatola: uno spiraglio da dove riemergere lo trova sempre.

Effettivamente c’è stato un progresso tecnico-scientifico esponenzialmente crescente:   si è realizzato un cambiamento radicale del mondo più negli ultimi cinquant’anni che  nei cinque secoli precedenti….Fino a che punto l’invadenza della tecnologica – e mettiamoci pure la deriva in atto di digitalizzazione dei saperi e delle comunicazioni –potranno espandersi senza mettere in crisi il modello antropologico consegnatoci dalla tradizione?

Anche su questo vedo un paradosso: il dispiegarsi della tecnica è stata l’arma più efficace per la stessa tradizione. Non c’è mai stata una novità, una innovazione tecnologica che non abbia veicolato il lascito culturale e sapienziale. Se io adesso ho la possibilità di attraversare i  dialoghi di Confucio e di poter confrontare gli ideogrammi con la loro traduzione posso ben farlo con agio, studio, diletto e passatempo anche in virtù della innovazione tecnologica che mi consente di avere il manufatto ma anche la sua versione digitale e perfino ascoltarne a viva voce la giusta pronuncia e l’inflessione . Ogni volta che c’è uno scatto tecnologico il lascito culturale di identità e tradizione si fa presente. La rivoluzione iraniana potè avere luogo grazie alle musicassette: quando l’ayatollah Khomeini incideva i suoi sermoni da Parigi – la cosiddetta “diceria della città” – essi ebbero una capacità virale proprio in virtù di questo scatto tecnologico.

Non è vero allora che la tecnica comprime e annulla la tradizione ma – se mai – che invece può essere messa al suo servizio? Se Lei ricorda il saggio di Walter Benjamin del 1936 “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” apprezzerà il fatto che la fruizione estetica di un capolavoro come la Gioconda è stata resa accessibile a tutti proprio attraverso la sua diffusione attraverso le tecnologie.

Certo, ha ragione e faccio un altro esempio; non abbiamo avuto la possibilità  di inebriarci della perfetta rappresentazione fonetica dei capolavori di Eschilo, di Euripide, Holderlin, di Dante Alighieri quando ad esempio Carmelo Bene si adoperò con le sue applicazioni vocali e il lavorio dei microfoni, per restituire quello che altrimenti i nostri progenitori potevano ascoltare solo stando seduti tra le pietre degli anfiteatri.

Trovo paradossale – non so se Lei condivide – che l’epoca della progettazione, dell’innovazione e del cambiamento sia anche la stagione dell’effimero e del breve. Ci manca forse – paradossalmente – la capacità di gestire il presente? Com’è cambiata la nostra percezione del futuro? Pensa che la politica sia in grado di progettare modelli di convivenza sociale anche a breve o medio termine?

L’unico progetto di convivenza sociale che la politica sta sperimentando adesso è fondamentalmente concentrato su due elementi, per controllarli: la progettazione della vita privata di tutti noi e la capacità critica di tutti noi. Se osserviamo attentamente che la pandemia è stato il terreno per sperimentare questo progetto ci avvieremo ad una sola verità che sarà controllata come mai nessuna inquisizione ha saputo fare. Ce ne accorgiamo perché adesso tutta l’eterodossia – cioè l’indagine fuori dai canoni ortodossi e quindi le ricerche storiche, il revisionismo, la scienza degli esperimenti e persino l’immaginazione – quando è fuori dal pensiero unico viene marchiata come ‘fake news’. Che cosa sono in fondo le fake news: sono qualcosa che viene stigmatizzato se è fuori dal pensiero ortodosso. Ricordo l’esempio di Galileo Galilei, che fu giudicato impostore. Ora io sono convinto che nel nome della salute e della sicurezza si arriverà poi anche a controllare la vita di tutti. Una esperienza che abbiamo vissuto negli anni feroci del giustizialismo ad esempio attraverso gli abusi delle intercettazioni telefoniche.  Il vero terrore nella costruzione del totalitarismo morbido verso cui ci avviamo è quello di vedere Prometeo già bello e incatenato. L’andazzo è chiaro e ce ne stiamo accorgendo in epoca di pandemia,  poiché il lockdown è considerato il bene mentre invece la libertà è il male.

Mi pare che una delle urgenze del nostro tempo consista nella necessità di riappropriarci dei tempi e dei luoghi utili per esercitare il nobile esercizio della riflessione. Le omologazioni culturali, le ansie di presenzialismo, il dovere dell’autorealizzazione ad ogni costo e quel voler sapere tutto, dire su tutto, ‘esserci’ mi pare che ci portino altrove. In questo mondo di chiasso e di parole, di rancore e di invidie, così cattivo e prevaricante dove e quando possiamo recuperare una dimensione di intimità spirituale che ci riconcili con gli altri e con la vita? Sarà forse la religione, la fede come sosteneva il sociologo Sabino Acquaviva, un’ancora di salvezza interiore ma anche come fenomeno ecumenico di anti- globalizzazione? 

Vorrei ribaltare il concetto di Acquaviva attraverso la rilettura dell’etimo latino del termine religione: la “religio” è ciò che lega e tiene insieme le cose. Nei secoli la religione ha sempre avuto questo significato di saldo legame che tiene unite la comunità e i destini dei popoli, tanto è vero che i nostri progenitori avevano ben chiaro questo concetto di legame: tenere insieme la domus, la polis, l’orizzonte, l’agorà e quindi,  in quello che è stato il nostro percorso storico greco-romano nell’ambito del sacro, il senso della religione  rimanda ad una idea plurale e universale che tiene uniti i popoli e libera i destini verso un cammino di consapevolezza. Quindi per me religione è un’idea universale e plurale che dalla notte dei tempi fino ad oggi ci accompagna e bussa alla nostra coscienza guidandoci verso questo percorso di consapevolezza di ciò che siamo. Quando attraverso i Fori Romani mi fermo ad osservare il fuoco di Nesta e vedo sempre che è spento: questo mi ha fatto riflettere poiché in altre parti del mondo, specialmente nel centro Asia,  da me visitate ho osservato che quel fuoco è invece acceso, ed è lo stesso fuoco. Capisco allora che è l’uomo a rendere sacro  il vincolo con il mondo quando si fa “Terra” per ritornare al concetto di prima.

Ci si imbatte oggi, nella vita di ogni giorno, in un quesito culturale quanto mai vivo e attuale: quali sono le difficoltà intrinseche nel concetto e nella pratica della multiculturalità? Cioè a dire: fino a che punto è possibile realizzare un dialogo tra culture e religioni senza che ne vengano compromesse le reciproche identità? Dobbiamo temere un futuro di relativismo etico, una sorta di ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’, per dirla con la filosofia? Fino a che punto si può parlare di dialogo interculturale piuttosto che di dialogo interreligioso?

Non credo al concetto di multiculturalità come qualcosa da mettere insieme , tipo mogli-e-buoi-dei-paesi-tuoi. Credo sia solo una illusione. Guardi ci sono tre libri fondamentali che tracciano il percorso della nostra comunità e sono per esempio la prima decade di Tito Livio, l’Iliade e il Bagvad-Gita.

L’intercultura è dunque solo retorica o un progetto sociale concretamente sostenibile? 

No, non si possono fare progetti su queste cose: c’è sempre un equilibrio di energie e di forze,  l’intercultura come progetto non è una idea sostenibile. Ogni destino ha un codice che manda poi alla stessa linfa, sono raggi di una stessa luce, ognuno va a riferirsi a qualcosa in cui si riconosce.  Noi non possiamo rinunciare alla potenza e alla meraviglia aurorale dell’Ellade, tutta la cultura pervenuta a noi aveva un marchio ed era Atene.  Ci sono dei percorsi che si sviluppano nella storia e che non corrispondono alla riunione di un consiglio di amministrazione.

Come valuta il sistema scolastico italiano, i suoi standard formativi, il collegamento con il mercato del lavoro? E sul piano strettamente culturale ritiene che la nostra tradizione umanistica possa essere messa in crisi dall’introduzione di una didattica che si avvalga delle nuove tecnologie e della digitalizzazione? La lettura e il libro cartaceo, la poesia, l’arte, la musica saranno metodi e materie destinate ad una progressiva marginalizzazione, come è accaduto ad esempio per lo studio della storia e della geografia?

E’ una situazione di assoluto sconforto: soprattutto quella della scuola italiana. Se lei prende 5 righe a caso di un qualunque scritto di due Ministri della Pubblica Istruzione che hanno forgiato la scuola italiana  come Michele Amari (che fu il primo Ministro della P.I. dell’Italia unita) e Giovanni Gentile e prende 5 righe di un hashtag  datata 29 aprile u.s. in cui il Ministro dell’Istruzione succeduta a Michele Amari e Giovanni Gentile si esprime così: “Il giorno della data dell’esame di maturità sarà il 17 giugno e l’esame orale partirà da un argomento che non sarà una tesina ma un argomento da cui partiranno scelto con i loro ‘prof ‘ .Si parte un argomento di indirizzo” capirà il mio commento. Ho detto tutto.

Il Suo stile interlocutorio, la Sua pacatezza nell’esprimersi, la Sua attitudine alla riflessione si riflettono sul suo stile narrativo di scrittore di successo. Che cosa significa per Lei “scrivere”?  Alda Merini mi aveva detto “poeti si nasce”. Si nasce anche scrittori?

Non saprei rispondere però le posso dire che in assoluta sincerità non mi considero scrittore e tantomeno intellettuale ma considerata la mia frequentazione del palcoscenico, io mi trovo a mio agio nei legni del teatro, in realtà io mi considero “artista”. Non rivendico il diritto appunto di affrontare la parola e la scrittura e la loro messa in opera attraverso la scena, quanto la fatica dell’arte. “Non passare le notti insonni a scrivere lambiccandosi di astruserie per poi procurare il sonno agli altri”.

Non basteranno gli appelli all’unità. Non siamo nel secondo dopoguerra.

Da più parti si invoca lo spirito del secondo dopoguerra per uscire da questa drammatica fase dovuta al Coronavirus ed alle sue conseguenze.
Capisco e condivido il senso di questo richiamo.
Ma, purtroppo, temo che non faccia i conti con alcune radicali differenze tra allora e adesso.

Allora si usciva da vent’anni di dittatura fascista e si incominciava ad annusare il profumo di una libertà ritrovata. Una libertà che incuriosiva, attirava, affascinava e costituiva terreno di impegno comune.
Oggi, si esce da una lunga stagione di democrazia che negli ultimi periodi ha però perso parte importante del suo carisma popolare. Una democrazia che affronta la sfida del Coronavirus e delle sue conseguenze indebolita dalla rottura di quel patto tra “mercato” e “equità” che ha sorretto per alcuni decenni il sistema di welfare di modello europeo.

Allora il baratro economico e sociale era alle spalle: adesso pare difronte a noi.
E si misura nella crescente ansiosa convinzione popolare che i livelli di benessere vissuti dalle generazioni che si sono succedute dalla seconda guerra mondiale in poi non saranno più difendibili.

Allora le categorie prevalenti erano quelle a matrice “comunitaria”: la società era ancora organizzata su robuste infrastrutture collettive. Oggi, le istanze sono prevalentemente “individuali” e si scaricano verso “gli altri” e le Istituzioni pubbliche senza quasi alcuna mediazione.

Allora le condizioni di povertà e di precarietà diffusa rendevano naturale una proiezione di lungo periodo delle aspettative. Si avvertiva che il futuro era tutto da costruire, quasi da zero, e si accettava il fatto che ciò presupponeva tempo e fatica. I sogni comportano sempre tempo e fatica. Oggi invece prevale la paura di chi avverte di aver perso un benessere che aveva raggiunto, per se e per i propri figli.

E l’aspettativa è quella di poterlo riavere “qui ed ora”. Anziché di un sogno, si tratta oggi della disperata voglia di uscire subito da un incubo.

Infine, allora si è potuto contare su una classe dirigente politica che aveva sofferto assieme al popolo durante la dittatura e la guerra; si era preparata spiritualmente, culturalmente e tecnicamente alla propria missione; aveva il carisma per guidare (dal Governo o dall’opposizione) la propria comunità sulla difficile via della ricostruzione morale, civile ed economica. Adesso, con tutta evidenza, non è così.

Le classi dirigenti politiche sono mediamente (salvo rare eccezioni) frutto di carriere improvvisate; aborrono la competenza, che considerano stigma della casta; fondano il proprio ruolo non sul carisma della guida, ma sulla furbizia del consenso facile e immediato.
Giusto e condivisibile, dunque, il richiamo allo spirito della ricostruzione del dopoguerra, ma non basteranno gli appelli alla coesione e all’unita di intenti.
Ci sono una grammatica sociale ed istituzionale ed una nuova antropologia che non corrispondono più a quelle di un tempo.

E si imporranno dinamiche di riorganizzazione del modo di produrre, vivere, esercitare la partecipazione democratica, imparare, consumare, stare assieme, organizzare città e territori, interpretare il valore della sicurezza sociale, assistere gli anziani, spostarsi e così via, che richiederanno paradigmi radicalmente diversi da quelli conosciuti.

Non è la fine della Storia: semplicemente (si fa per dire) è l’avvio confuso e tumultuoso di una nuova fase. Il nostro precedente modello era già in realtà sotto scacco per effetto di alcuni fenomeni latenti che però non abbiamo affrontato con sufficiente rapidità e profondità: crisi demografica; squilibrio tra parti del mondo; cambiamento climatico; rivoluzione digitale; perdita di carisma della democrazia liberale e partecipativa; progressivo scarto tra processi reali di cambiamento e ruoli effettivi dei vecchi Stati Nazionali, tutti tremendamente indebitati, spiazzati dagli eventi, capaci spesso solo di evocare nemici esterni alle porte, sub culture sovraniste e pericolose verticalizzazioni del potere.
La pandemia, con i suoi effetti drammatici che vedremo compiutamente solo in autunno, ha accelerato tutto questo e ha disvelato in modo evidente fragilità che prima apparivano solo in filigrana.

Oggi si richiede perciò una capacità di innovazione a trecentosessanta gradi che risulterà molto più ardua ed impegnativa della semplice “voglia di fare” che è stata uno degli ingredienti di successo del boom del dopoguerra.

Se noi “popolari” vogliamo dare il nostro contributo culturale e politico in questa fase difficile di “nuova ricostruzione”, dobbiamo assumere questi elementi come fondativi di una missione basata su valori e competenze, coraggio e sguardo lontano. Ripartendo dai territori e dalle realtà sociali ed anche economiche che custodiscono le sementi e rielaborano le pianticelle di una nuova idea di futuro. Solo così potremo costruire una prospettiva più generale, nazionale ed europea.

Il resto lasciamolo ai nostalgici o ai giocatori d’azzardo che pare vadano per la maggiore sulla tolda del Titanic.

I “sentieri” di Pragelato e dalla Via Lattea.

Sarà un “turismo di prossimità”. Sarà un turismo radicalmente diverso rispetto a quello che tradizionalmente abbiamo conosciuto sino ad oggi. Qui, veramente, nulla sarà più prima. Per intenderci, nel momento in cui ogni sorta di assembramento è vietato, e anche dopo i divieti sarà difficile e psicologicamente problematico fare e creare aggregazione, è del tutto ovvio che programmare la stagione estiva nel 2020 è un fatto che richiede inventiva, originalità, coraggio e creatività. A cominciare da quei comparti territoriali che storicamente hanno una spiccata vocazione turistica. Estiva e anche e soprattutto invernale. Come ad esempio, il territorio della Via Lattea, le ormai celebri valli olimpiche di Torino 2006. Dove, appunto, si svolsero le Olimpiadi invernali del 2006. 

Ora, per fermarsi all’ormai prossima stagione estiva, proprio l’Unione Montana Comuni Olimpici Via Lattea, a partire dal comune di cui sono Sindaco Pragelato, sta elaborando un progetto turistico per l’estate 2020 compatibile con la terribile emergenza sanitaria – e le relative prescrizioni – ma capace, al contempo, di ricreare una nuova ed aggiornata offerta turistica. Un progetto imperniato sulla riscoperta del paesaggio, della natura, dei sentieri, delle borgate, della storia e della cultura locale. Tasselli di un mosaico che fanno perno sulla centralità del territorio e non più sugli eventi che tradizionalmente produceva quel territorio. E proprio la riscoperta del territorio, e dei suoi segreti, contempla il coinvolgimento di una moltitudine di persone che lavorano e partecipano ad un progetto. È il caso, nello specifico, dei sentieri di Pragelato, città olimpica, dove molte persone, giovani e meno giovani, lavorano per rendere possibile a migliaia di turisti di condividere e socializzare esperienze straordinarie a livello paesaggistico e naturalistico. 

E quindi sentieri, passeggiate, arrampicate, mountain bike, sport outdoor, letture all’aperto, enogastronomia e prodotti locali che si incrociano lungo i sentieri e via discorrendo. Ovvero, un turismo da reinventare e da riprogettare, dopo la pandemia, ma che comunque contribuisce, seppur con molte limitazioni, a ridefinire l’identità e la stessa “mission” di un territorio. Nel caso specifico, dei territori olimpici della Via Lattea. Una risorsa paesaggistica e naturalistica che adesso richiede, da parte degli amministratori e degli operatori locali, anche una rinnovata capacità politica e modernità culturale. Verrebbe da dire, “se non ora quando?”. 

Da oggi Roma riparte. Ma cosa si può fare?

Roma riparte, approcciandosi ad una fase sperimentale e di trasizione, che la vedrà messa alla prova su molteplici fronti, primo tra tutti quello degli spostamenti in città.

Ma cosa realmente si potrà fare?

Spostarsi per andare a trovare un congiunto

Da oggi, oltre che per lavoro, salute e necessità, sono consentiti esclusivamente gli spostamenti per incontrare i propri congiunti, anche tra Comuni diversi, ma all’interno della propria Regione, pur restando il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e l’obbligo di usare le mascherine per la protezione delle vie respiratorie.

Attività motoria all’aria aperta

A Roma e nel Lazio sarà possibile fare attività motoria all’aria aperta, comprese passeggiate (con o senza cane), corse e andare in bicicletta, nelle aree verdi, anche allontanandosi dalla propria abitazione. A riaprire da oggi saranno Villa Borghese e Villa Pamphilij, sorvegliate comunque da polizia e droni.

Prendere i mezzi pubblici

Per spostarsi, specialmente a Roma ma anche nel resto del Lazio, sarà possibile usufruire dei mezzi di trasporto pubblico. Nella Capitale bus e metro prestano servizio fino alle 23.30. Gli ingressi saranno contingentati, sarà obbligatoria la mascherina e i passeggeri dovranno rispettare la distanza di sicurezza, osservando la segnaletica anti-Covid predisposta nelle stazioni, fermate e a bordo di convogli e vetture.

Portare il proprio animale domestico a fare la toletta

Riapriranno anche i negozi di tolettatura per cani, gatti e animali domestici.

Ordinare cibo da asporto

Bar e ristoranti sono aperti a partire da domani ma solo per l’asporto, mentre resta vietata l’apertura diretta al pubblico con  il servizio all’interno dei locali. L’asporto si aggiunge all’attività di consegna a domicilio, già prevista e in vigore.

Celebrare funerali con massimo 15 persone e visitare i defunti

Sarà inoltre  possibile celebrare le cerimonie funebri, possibilmente in luoghi all’aperto, con la partecipazione di massimo 15 persone, che avranno l’obbligo di indossare la mascherina e di evitare assembramenti.

 

Nasa: 3 aziende per riportare l’uomo sulla luna

Le società selezionate sono: la Blue Origin of Kent, di Washington, che sta sviluppando l’Integrated Lander Vehicle (ILV) – un lander a tre stadi che sarà lanciato sul proprio sistema di lancio New Glenn Rocket System e sul sistema di lancio ULA Vulcan. La Dynetics di Huntsville, dell’Alabama, che sta sviluppando il Dynetics Human Landing System (DHLS) – un’unica struttura che fornisce le capacità di salita e discesa che lancerà sul sistema di lancio ULA Vulcan. La terza azienda è SpaceX di Hawthorne, della California, che sta sviluppando la Starship – un lander completamente integrato che userà il razzo SpaceX Super Heavy.

La Blue Origin è di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon mentre la SpaceX è di Elon Musk, l’imprenditore che ha fondato Tesla.

 

Un composto per bloccare la crescita tumorale

Lo studio, sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, è stato guidato dal Professor Luca Scorrano, Ordinario del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e Direttore Scientifico del Vimm.

I risultati ottenuti dimostrano che l’angiogenesi, il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni essenziale alla riparazione e rigenerazione dei tessuti, ma anche alla crescita dei tumori e lo sviluppo delle metastasi, dipende dalla proteina Opa1 presente nei mitocondri, le centrali energetiche della cellula.

Usando un innovativo farmaco anti-Opa1 scoperto nel loro laboratorio, i ricercatori sono riusciti a bloccare la crescita tumorale. Esistono diversi farmaci già in uso clinico che bloccano il processo di angiogenesi e tolgono nutrienti al tumore impedendogli di crescere, ma spesso questi farmaci non riescono ad impedire la progressione della malattia.

Uno di questi è il bevacizumab, che viene usato nella cura del cancro del colon metastatico e di altri cancri con metastasi, come quello del rene, della mammella, e inoltre nei tumori avanzati del polmone e nel cancro ovarico. Nonostante una comprovata efficacia, diversi tumori diventano resistenti a questo e altri farmaci simili, che non riescono più a bloccare l’espansione del tumore.

Tornare a pensare in grande

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo questo articolo che appare sul numero di maggio di “Vita Pastorale”.

 

Alla luce del centenario dell’Appello sturziano ho raccolto in un volume (Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti”, Morcelliana, 2020) alcuni spunti di lettura di quella esperienza, con l’intento di contribuire al discernimento di quanti, da credenti, si sentono oggi chiamati a fare la loro parte per un rinnovato impegno nell’azione politica.

Siamo infatti dentro un cambiamento profondo, antropologico, che non investe solo strutture e istituzioni ma agisce nell’animo umano, nei rapporti interpersonali, nelle relazioni sociali, fino a trasformare radicalmente il volto della società. La crisi della democrazia diventa una priorità rispetto a cui spendersi per favorire una partecipazione consapevole alla vita pubblica, evitando scorciatoie pericolose e rischi di leaderismo.

 

Una fase storica nuova

Il presente pone la domanda sulla possibilità, per i cattolici, di trovare «una forma per esprimersi insieme» sul terreno politico. Di per sé non esiste un “dogma dell’unità” politica dei cattolici né quello opposto “della divisione”: la scelta è sempre frutto di una lettura della situazione storica e di una sua intelligenza. Di fronte ad un cambiamento d’epoca non bastano pochi aggiustamenti: i credenti hanno la necessità di interrogarsi e di rimodulare la presenza nel contesto politico.

Il tema della scarsa rilevanza dei cattolici in politica non riguarda tanto la mancanza di credenti impegnati in partiti e istituzioni, quanto la loro afasia rispetto i grandi temi del vivere insieme. Temi su cui abbiamo un ricco magistero, ma debole appare l ’elaborazione culturale e politica dei credenti. Occorre leggere la realtà, promuovere un’opera di acculturazione vasta, popolare, che si serva anche dei nuovi media per individuare percorsi e costruire proposte con quella creatività che Cataldo Naro riteneva essere, nell’esperienza di Sturzo, la nota «più importante per i cattolici d’oggi».

D’altra parte, la frantumazione e la diaspora del mondo cattolico si è prodotta più in profondità del livello politico e riguarda, in primis, il livello ecclesiale, dove molte differenze risalgono ad un diverso modo di vedere il rapporto Chiesa-mondo rispetto all’insegnamento del Concilio. È possibile superare queste difficoltà e trovare modalità di raccordo e di collaborazione? I tentativi non sono mancati, basti pensare a “Reti in opera” e a molte altre forme associative sorte in questi anni.

 

Avviare processi

Alla luce delle varie esperienze segnalo due aspetti. In primo luogo, la necessità di uno stile di dialogo, capace di promuovere fiducia e favorire amicizia. Uno stile che deve caratterizzare la comunità cristiana e la presenza stessa dei credenti in politica. Il fondamento del pluralismo dei credenti nelle opzioni politiche è chiarito dal Concilio (GS 43) che indica ai credenti la strada di «un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune». È il «gareggiate nello stimarvi a vicenda» che la Scrittura raccomanda (Rm,12-10) e in pratica è così poco praticato.

Il pluralismo, inoltre, comporta la possibilità di differenti opzioni partitiche e, in questo caso, come evitare di essere minoranza (insignificante?) in partiti plurali o costruire un partito, se non confessionale caratterizzato, che rischia di non bucare e non incidere?

Che fare? Il libro non offre una soluzione univoca, ribadisce la priorità di una elaborazione culturale e passa in rassegna i tentativi di questi mesi e le aperture di nuovi scenari: l’evoluzione avuta dal quadro politico, la nascita di nuove formazioni e la scomposizione dell’assetto bipolare. Si tratta di continuare a lavorare su due piani distinti: quello della formazione e quello della presenza politica, senza aver timore di dover mettere mano alle fondamenta.

 

La proposta di un Forum

Il volume è promosso dal Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES), che organizza, numerosi seminari, a cominciare da quello tenuto a Todi nel febbraio 2011 (v. gli atti in Aa.Vv., Il cattolicesimo democratico in ricerca. Radici e reti qui e adesso, Cittadella, Assisi 2013), in collegamento con “Argomenti2000” (www.argomenti2000.it), un’associazione di amicizia politica che riunisce, in una rete di Circoli e associazioni locali, persone impegnate nell’ambito sociale e politico. Nel dicembre scorso si è tenuta la terza edizione della “Costituente delle Idee”, terminata con la proposta di individuare un “luogo” di incontro-confronto fra quanti sono interessati e coinvolti nel servizio politico alla luce dell’ispirazione cristiana. Un forum, che potrebbe anche diventare permanente, per confrontarsi su alcuni temi dell’agenda politica puntando a costruire una convergenza sui contenuti più e prima che sui contenitori. Può essere anche questa una occasione in cui, nel rispetto di un pluralismo politico che è una ricchezza, i cattolici possono svolgere il ruolo storico a cui sono chiamati: essere segno di un’unità dialogante nella cura del bene comune.

Una spinta in tal senso viene anche dalla drammatica crisi aperta dall’epidemia che lascia intravvedere, fin d’ora, la necessità di una politica dall’inevitabile respiro europeo. Usciti dal tunnel, in quella che sarà una fase di ricostruzione, servirà una classe politica capace di pensare in grande, di disegnare uno scenario intorno a cui catalizzare risorse e consensi e di mettere a punto un piano concreto e condiviso in grado di sollevare il Paese e di rilanciarlo verso una nuova fase di sviluppo. È questa la grande sfida che attende una nuova stagione di impegno politici dei credenti.

Monitoraggio Caritas sull’emergenza COVID-19: nuovi poveri e nuove risposte

Caritas Italiana, fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, ha intensificato il contatto e il coordinamento di tutte le 218 Caritas diocesane in Italia, svolgendo un ruolo di collegamento, informazione, animazione e consulenza. Grazie al suo essere radicata nel territorio e punto di riferimento per i più poveri, ha mantenuto la regia di quella cultura della prossimità e della solidarietà che da sempre promuove.

In questo quadro rientra una prima rilevazione nazionale condotta dal 9 al 24 aprile. L’indagine, attraverso un questionario strutturato destinato ai direttori/responsabili Caritas, ha permesso di esplorare: come cambiano i bisogni, le fragilità e le richieste intercettate nei Centri di ascolto e/o servizi Caritas; come mutano gli interventi e le prassi operative sui territori; quale è l’impatto del Covid-19 sulla creazione di nuove categorie di poveri, ma anche su volontari e operatori. I dati del primo monitoraggio si riferiscono a 101 Caritas diocesane, pari al 46% del totale.

Si conferma, come anticipato nei giorni scorsi, il raddoppio delle persone che per la prima volta si rivolgono ai Centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza.  Cresce la richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche la domanda di aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. Nel contempo, aumenta il bisogno di ascolto, sostegno psicologico, di compagnia e di orientamento per le pratiche burocratiche legate alle misure di sostegno e di lavoro.

Un dato confortante è il coinvolgimento della comunità e l’attivazione solidale che nel 76,2% delle Caritas monitorate ha riguardato enti pubblici, enti privati o terzo settore, parrocchie, gruppi di volontariato, singoli. Un fiorire di iniziative percepito anche a livello nazionale. A partire da Papa Francesco che ha donato 100mila euro per un primo significativo soccorso in questa fase di emergenza, e dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha messo a disposizione un contributo di 10 milioni di euro dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. A tutto questo si affianca la risposta alla campagna Caritas “Emergenza coronavirus: la concretezza della carità”, che ha raccolto finora più di 1,9 milioni di euro da parte di 3.760 offerenti. Oltre alle donazioni di singoli, si registrano quelle di aziende, imprese, comunità, parrocchie e altre Caritas nazionali.

Il monitoraggio svolto conferma che nel 59,4% delle Caritas sono aumentati i volontari giovani, under 34, impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo degli over 65 rimasti inattivi per motivi precauzionali. Purtroppo 42 tra volontari e operatori sono risultati positivi al Covid19 in 22 Caritas diocesane e in 9 Caritas si sono registrati 10 decessi. Di fronte al mutare dei bisogni e delle richieste, sono cambiati o si sono adattati anche i servizi e gli interventi, in particolare: i servizi di ascolto e accompagnamento telefonico con 22.700 contatti registrati o anche in presenza negli ospedali e nelle Rsa; la fornitura di pasti da asporto e consegne a domicilio a favore di più di 56.500 persone;  la fornitura di dispositivi di protezione individuale e di igienizzanti a circa 290.000 persone; le attività di sostegno per nomadi, giostrai e circensi costretti alla stanzialità; l’acquisto di farmaci e prodotti sanitari; la rimodulazione dei servizi per i senza dimora; i servizi di supporto psicologico; le iniziative di aiuto alle famiglie per smart working e didattica a distanza; gli interventi a sostegno delle piccole imprese; l’accompagnamento all’esperienza del lutto.

A tutto questo si aggiungono le strutture edilizie che le Diocesi hanno destinato a tre categorie di soggetti: medici e/o infermieri, persone in quarantena e persone senza dimora. Ad oggi sono 68 le strutture per quasi 1.450 posti messe a disposizione della Protezione civile e del Sistema Sanitario Nazionale da parte di 48 Diocesi in tutta Italia. A queste si sommano altre 46 strutture, per oltre 1.100 posti in 34 Diocesi, disponibili per persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali e più di 64 strutture per oltre 1.200 posti in 42 diocesi per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria. È questo il volto bello e solidale dell’Italia che non si arrende. La concretezza della carità.

Coronavirus, precipitano le rimesse africane

Articolo pubblicato il 28 Aprile sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Le misure di contenimento del coronavirus a livello mondiale e la contrazione economica che ne è derivata stanno avendo forti ripercussioni sui migranti africani regolari e irregolari. Infatti, si sta verificando una forte riduzione delle rimesse che vengono inviate periodicamente nei paesi di origine a causa della crescente disoccupazione e precarietà lavorativa, della mancanza di protezione sociale e del difficile accesso ai servizi di “money transfer”.

Secondo una recente previsione della Banca Mondiale (Bm), i flussi di rimessa dei migranti dei paesi dell’Africa subsahariana saranno nel 2020 di 37 miliardi di dollari, registrando una contrazione del 23,1 per cento a seguito della crisi economica scatenata dal covid-19. Secondo la stessa fonte, potrebbe esservi una ripresa dei trasferimenti di denaro nel 2021, stimata attorno al 4 per cento, portando il totale delle rimesse a 38 miliardi di dollari. E dire che in un rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Bm sulle migrazioni e lo sviluppo, emergeva come il volume delle rimesse inviate nel 2018 verso i paesi dell’Africa subsahariana fosse cresciuto raggiungendo la cifra record di 48 miliardi di dollari.

La situazione oggi è particolarmente preoccupante per gli immigrati africani presenti attualmente negli Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Cina. Infatti, le rimesse provenienti da questi quattro paesi industrializzati rappresentano circa un quarto di tutti i fondi trasferiti in Africa. Con il termine rimesse, com’è noto, si intendono quelle somme di denaro che i lavoratori emigrati inviano verso la propria terra d’origine e rappresentano una fonte essenziale di reddito per i paesi in via di sviluppo, in particolare per quelli africani. Purtroppo la crisi economica prodotta dalla pandemia ha generato il calo più drastico degli ultimi trent’anni. Per fare un raffronto, a seguito della grave crisi economico-finanziaria dei mutui subprime nel 2008, l’ammontare delle rimesse, a livello globale, subì allora una contrazione del 5 per cento. Le rimesse — è bene rammentarlo — contribuiscono in modo significativo a garantire il sostentamento di cui necessitano le famiglie rimaste in Africa — in particolare la sanità e l’istruzione — e si rivelano anche un mezzo per garantire l’avvio di attività imprenditoriali in agricoltura o in altri settori produttivi. A questo proposito occorre sottolineare che il settore informale è di fatto la prima fonte di lavoro in Africa, rappresentando circa il 75 per cento dell’occupazione non agricola e oltre il 70 dell’occupazione totale nell’Africa subsahariana. Più del 90 per cento dei nuovi posti di lavoro creati in alcuni paesi africani sono nell’economia informale.

Questo in sostanza significa che poiché molta gente non ha accesso a un impiego fisso ma sopravvive sbarcando il lunario come può, molti nuclei familiari riescono a far fronte alle spese correnti grazie alle rimesse inviate dai parenti che sono andati a lavorare all’estero. Sempre secondo la Bm, le rimesse sono diventate la principale fonte di entrate in valuta estera per l’Africa subsahariana e hanno un impatto significativo sul pil di molti paesi. Uno di quelli che nel 2019 ha beneficiato maggiormente delle rimesse dei propri connazionali all’estero è stato l’Egitto: 26,8 miliardi di dollari (l’8,9 per cento del pil, in crescita rispetto all’anno precedente). Conta molto sulle rimesse anche la Nigeria: 23,8 miliardi di dollari nel 2019. Sempre lo scorso anno il Sud Sudan è stato il paese africano in cui le rimesse hanno rappresentato la quota più alta del pil: 34,4 per cento, seguito dal Lesotho con il 21,3 e dal Gambia con il 15,5 per cento. Considerando, poi, che nel continente africano si registrano sovente crisi politiche e conflitti armati, durante i periodi di crisi questi soldi rappresentano l’unica ancora di salvezza per le famiglie e le comunità riceventi.

Emblematico è il caso della Somalia dove il coronavirus sta avendo un effetto devastante sull’economia nazionale. Proprio in questi giorni il ministro delle finanze somalo Abdirahman Duale Beyle ha fatto sapere che i flussi di rimesse dirette al suo paese si stanno esaurendo perché molti somali residenti all’estero hanno perso il lavoro a causa del virus. Per questo motivo le entrate del governo di Mogadiscio si sono ridotte del 40 per cento non essendo l’esecutivo in grado di riscuotere le tasse dai contribuenti che solitamente ricevevano aiuti dalle varie diaspore somale disseminate nel mondo. Da rilevare che circa un miliardo e mezzo di dollari arrivava ogni anno in Somalia sotto forma di rimesse, una quantità di denaro significativamente superiore agli aiuti esteri. In questi anni di guerra civile in Somalia, molte famiglie hanno attinto a questo gettito di denaro per la loro sopravvivenza. Peraltro si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la Somalia e neanche esclusivamente l’Africa. Se il livello degli Aiuti pubblici allo Sviluppo (Aps) è ormai fermo da diversi anni, un aiuto più consistente alle economie dei paesi poveri arriva proprio, attraverso il canale delle rimesse, dagli immigrati residenti nelle nazioni dove sono approdati. Oggi queste costituiscono una delle entrate economiche più importanti per questi contesti, superando in modo rilevante i flussi degli Aps e degli investimenti diretti esteri. Basti pensare che nel 2018, oltre 200 milioni di lavoratori migranti nel mondo hanno inviato 689 miliardi di dollari ai loro rispettivi paesi d’origine, di questi 529 miliardi di dollari sono stati inviati verso paesi in via di sviluppo. La cifra è oltre tre volte l’importo degli Aps a livello internazionale. Comunque, inviare il denaro in Africa continua a essere molto dispendioso. Basti pensare che nel primo trimestre di quest’anno, tra conversioni e commissioni, per trasferire in Nigeria 200 dollari dall’Europa, il costo complessivo corrispondeva all’8,9 per cento della somma trasferita.

Sebbene le percentuali varino a secondo dei paesi dove risiedono i beneficiari, rimane il fatto che molte volte i pagamenti sono in denaro contante. A ciò si aggiunga il fatto che i dati ufficiali sono comunque parziali perché le rimesse in uscita non transitano necessariamente attraverso gli intermediari ufficiali (operatori money transfer, banche, poste) ma defluiscono spesso tramite canali informali, non rilevabili e quindi non inclusi nelle statistiche ufficiali. Ufficialmente, la media globale delle operazioni per trasferire le rimesse è comunque il sette per cento dell’importo inviato. L’obiettivo di sviluppo sostenibile “10.c” mira a ridurre i costi di transazione a meno del 3 per cento entro il 2030. C’è da augurarsi che le moderne tecnologie, in particolare quelle mobili e la digitalizzazione possano rendere le procedure meno esose, unitamente a un contesto normativo più trasparente e favorevole. Una cosa è certa: è più che evidente, nonostante la crisi economica determinata dal coronavirus, la necessità di rendere questo indotto una vera opportunità di sviluppo per i paesi beneficiari africani.

Il Governo tedesco in soccorso del Gruppo Lufthansa

Lufthansa sta negoziando un piano di salvataggio di 9 miliardi di euro che prevederebbe una partecipazione dello Stato tedesco pari al 25,1 per cento.

5,5 miliardi verrebbero erogati sotto forma di capitale senza diritto di voto mentre altri 3,5 miliardi di euro saranno invece, dei prestiti forniti dalla banca statale.

Ma di questo non sembra convinto il governo tedesco che durante una riunione tecnica con i vertici della compagnia aerea, la cancelleria Angela Merkel  i ministri delle Finanze Olaf Scholz, dell’Economia ed Energia Peter Altmaier e dei Trasporti Andreas Scheuer ha chiesto  due cariche nel consiglio di vigilanza, in modo da diventare un azionista con diritto di voto.

Ma proprio l’ingresso dello Stato nell’azionariato e il timore delle pretese che la politica potrebbe avere nelle future decisioni strategiche della compagnia aerea spaventano il ceo di Lufthansa, Carsten Spohr. “Se l’azienda vuole avere successo anche in futuro, deve poter determinare il proprio destino adottando strategie di tipo imprenditoriale”.

Intanto mentre Lufthansa sta valutando anche un piano B. L’ipotesi più realistica è quella di una soluzione simile a quella della Newco di Alitalia.

Coronavirus: il nuovo Decreto

Licenziamenti sospesi per cinque mesi, novità sul reddito di emergenza e bonus baby sitter. Queste alcune delle novità nella bozza del decreto aprile per fronteggiare l’emergenza coronavirus che introduce ‘nuove misure urgenti di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19’.

E ancora: Reddito di emergenza da 400 fino a 800 euro, ampliati i requisiti per il Reddito di cittadinanza, bonus baby sitter portato a 1.200 euro (2.000 per medici e infermieri), riconosciuta un’indennità fino a 600 euro anche ai lavoratori domestici, cig in deroga per 18 settimane fino al 31 ottobre e lavoro nei campi fino a 2 mesi per percettori Rdc, con cig e indennità.

Inoltre  l’indennità di 600 euro verrà erogata anche ad aprile ai beneficiari che l’avevano ricevuta a marzo. Alle partite Iva che hanno subito una riduzione del 33% del reddito a marzo e aprile, iscritti alla gestione separata e che non sono non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, è riconosciuta una indennità per il mese di maggio pari a 1000 euro. La stessa cifra di 1000 euro andrà ai lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che abbiano cessato il rapporto di lavoro entro la data di entrata in vigore del decreto. Indennità di 1000 euro anche ai lavoratori iscritti alle gestioni speciali dell’Ago, mentre a quelli in somministrazione, impiegati presso imprese utilizzatrici operanti nel settore del turismo e degli stabilimenti termali, andranno 600 euro anche ad aprile.

Ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla data del 23 febbraio 2020, uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva non superiore a 20 ore settimanali, è riconosciuta, per i mesi di aprile e maggio 2020, un’indennità mensile pari a 400 euro, per ciascun mese. Ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla medesima data, uno o più contratti di lavoro di durata complessiva superiore a 20 ore settimanali, è riconosciuta, per i mesi di aprile e maggio 2020, un’indennità mensile pari a 600 euro, per ciascun mese.

Roma: da lunedì ville e parchi aperti

Ville storiche, parchi e giardini pubblici di Roma da lunedì torneranno ad essere accessibili anche se con le dovute cautele e limitazioni. La prima, la più importante per evitare nuovi contagi, è il divieto di assembramento. Ma sarà comunque possibile passeggiare e fare attività fisica individuale nel rispetto delle distanze dalle altre persone.

Ma come comportarsi all’interno delle aree verdi della Capitale?

L’ingresso è consentito solo a chi non presenta sintomi da infezione respiratoria e febbre e non è in quarantena. Sì alle passeggiate ma rigorosamente a 1 metro di distanza gli uni dagli altri. Sì anche all’attività sportiva individuale ma, in questo caso, i metri di distanza devono essere 2.

I Minori e persone non completamente autosufficienti possono passeggiare con l’accompagnatore sempre nel rispetto della distanza di sicurezza.

È vietato fare feste o pic-nic ed utilizzare le attrezzature sportive. Proibite anche le attività ludico ricreative come giochi e attività di gruppo”.

Come viaggiare in sicurezza su treni

La nuova circolare del ministero della Salute che, prendendo spunto anche dal recente documento Inail-Iss, fornisce tutta una serie di indicazioni per garantire la massima sicurezza ai viaggiatori soprattutto in vista della forte possibile ripresa del pendolarismo.

È necessario, per la sicurezza, mettere in pratica una efficace riorganizzazione del sistema di trasporto pubblico, nell’ottica della ripresa del pendolarismo, anche garantendo la tutela della salute del personale addetto nelle stazioni e sui mezzi di trasporto, per sostenere la ripresa delle attività e quindi della mobilità delle persone attraverso la gestione efficiente delle criticità legate ai rischi di affollamento e di esposizione a possibili fonti di contagio.

La circolare con le misure per i  trasporti

I cattolici devono riscattarsi con i fatti

Opportuna e realistica l’indicazione di Giorgio Merlo formulata nel suo ultimo articolo. Forse il primo passo per riproporre in modo credibile la nostra cultura politica è proprio quello di interrogarci ora sul dopo, se un dopo arriverà, e di impegnarci a fondo per evitare che una emergenza oggettiva possa trasformarsi col tempo in un golpe sanitario permanente, in una nuova strage di kulaki (la classe medio-bassa che sta iniziando ad andare a rotoli, e senza la quale il Popolarismo storicamente non c’è), ordita da grandi interessi di varia natura ma accomunati da una medesima avversione soprannaturale per non dire esoterica, a qualsiasi forma di umanesimo.

Purtroppo siamo, io per primo, troppo avvolti nella bambagia e distanti dal popolo per capire l’orrendità di ciò che sta succedendo attorno a noi in questi tempi. Temo proprio che il giudizio storico dei nostri posteri sul nostro filone politico sarà impietoso, se non troveremo presto il modo di riscattarci con i fatti.

È finito il tempo delle divisioni, ora serve l’unità

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

E’ vero quanto scrive l’amico Merlo “non di sole messe si vive” e per i cattolici è tempo di tradurre sul piano operativo il tema della loro partecipazione attiva alla politica in Italia e in Europa.

Basta seguire la messa mattutina a Santa Marta di Papa Francesco, per ricevere dalle sue omelie la costante esortazione a tradurre nella nostra vita e “nella città dell’uomo”, gli insegnamenti evangelici e della dottrina sociale cristiana.

Vorrei confermare a Merlo che, tranne qualche bizzarro personaggio che ama autoproclamarsi a giorni alterni segretario di questa o quella DC, noi che abbiamo deciso di riunirci nella Federazione popolare dei Democratici Cristiani, intendiamo costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali. Ci proponiamo di avviare un processo culturale di coinvolgimento territoriale, che abbia come obiettivo rendere possibile la formazione di una grande area, ricca che si faccia carico di esperienze e tradizioni diverse e che condivida l’urgenza di partecipare alla competizione politica; pertanto ci impegniamo, sin da subito, a cercare le opportune intese, da proporre già alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali.

Aver federato esperienze come quelle della DC, ricostituitasi politicamente dal 2012 in poi, oggi guidata da Renato Grassi, con l’UDC di Cesa, il NCDU di Tassone, il movimento raccolto attorno all’On Rotondi, e oltre trenta associazioni, movimenti e gruppi di area cattolica e popolare, credo rappresenti oggi il più importante sforzo organizzativo di ricomposizione dell’area cattolica e popolare, il cui coordinamento l’abbiamo affidato a Giuseppe Gargani, esponente di rilievo e trait d’union tra la terza e la quarta generazione DC.

A questa nostra iniziativa si accompagnano parallelamente quelle degli amici, come voi di Rete Bianca, raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”, quelli di Costruire Insieme e di Politica Insieme, interessati a dar  vita alla “Cosa Bianca”.

Questo è ciò che realisticamente si sta costruendo con molta fatica all’interno della vasta e articolata galassia dell’area cattolica e popolare, nella quale, come accade di norma tra gli italiani: tutti vogliono coordinare e nessuno vuol essere coordinato.

Condividendo con Merlo che: “non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema”, aggiungo che non si debba nemmeno ogni volta ripartire da zero.

Meglio sarà cercare di far maturare i processi realmente in atto, come quelli da me descritti, consapevoli che il ritorno sul piano politico istituzionale della cultura cattolico democratica e cristiano sociali, alla quale tutti quei movimenti citati fanno riferimento, è indispensabile per concorrere alla costruzione della nuovo vivere civile sociale, politico e istituzionale del dopo pandemia. Un mondo nuovo che: o sarà fondato sui principi della solidarietà e della sussidiarietà  propri della dottrina sociale cristiana, o non sarà.

E questo processo lo dovremo far maturare fedeli al monito di Alcide De Gasperi: “Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“. In questo tempo di crisi e di drammatica pandemia, non possiamo più dividerci, ma, come ci ha ammonito Papa Francesco stamattina,  operare tutti per l’ unità.

  • Ettore Bonalberti Presidente ALEFDirezione nazionale DC Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

 

I cattolici e il “dopo”.

Il dibattito sui cattolici in Italia, come da copione da ormai qualche anno, si accende quando si parla e si affrontano temi importanti ma comunque sempre laterali rispetto alla politica, alla sua organizzazione e alle sue dinamiche. Per capirci, scoppia un grande dibattito sulla possibilità di ricominciare a celebrare messa nelle chiese dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha colpiti e che ci sta ancora colpendo. Grande curiosità sulle decine di tentativi, tutti falliti come ovvio, di ridar vita ad una sorta di Democrazia Cristiana bonsai. E una infinità di riflessioni sulle divisioni presenti nella cosiddetta galassia cattolica. Una divisione che arma la diffidenza, nei confronti del protagonismo politico dei cattolici, di tutti coloro che, invece, esaltano le virtù, postume, della classe dirigente democratico cristiana ma non riconoscono, oggi, le condizioni per dar vita ad una esperienza rinnovata e moderna del cattolicesimo politico italiano nella società contemporanea. 

Ora, il dibattito sul “dopo” pandemia sta inondando tutti gli organi di informazione, a livello di carta stampata e nelle televisioni. Se la competenza e l’autorevolezza saranno gli ingredienti decisivi e fondamentali per dare credibilità e peso alla politica, archiviando definitivamente l’improvvisazione, l’inesperienza e l’estemporaneità dei 5 stelle, ad esempio, è indubbio che i valori e la cultura non saranno elementi indifferenti o virtuali in vista della ripresa dopo il ritorno della normalità. I cattolici, seppur nella loro complessità e articolazione, saranno ancora una componente indispensabile non solo per il rinnovamento della società italiana ma anche, e soprattutto, per dare sostanza e credibilità alla politica del nostro paese. Certo, non deve ritornare il tema stantio e anche un po’ datato sull’ennesimo partitino cattolico che campeggia un giorno su qualche giornale e poi, puntualmente, si scioglie come neve al sole. La vera sfida, semmai, consiste nel coraggio di riproporre una cultura politica, un sistema di valori e una classe dirigente – che esiste, basta solo farla emergere – che sono ancora in grado di dare un contributo di qualità politica e programmatica e di risorsa etica alquanto decisivi per la stessa tenuta democratica e sociale del nostro sistema. 

Ecco perchè il tutto non si può ridurre ad un fatto clericale, seppur fatto in buona fede, o di caricatura organizzativistica o, peggio ancora, ad una disquisizione di fatto ornamentale che sfiora la politica ma non la incrocia mai. Se “dopo” tutti saremo uguali ai nastri di partenza, come pare di capire, compresi gli attuali attori politici, forse è giunto il momento di prendere atto che adesso possiamo giocarci la partita. Quella vera, però, e non alla playstation. 

Fincantieri vince la gara per le nuove fregate FFG(X) della US Navy

Fincantieri si aggiudica la gara indetta dalla Marina statunitense per le nuove fregate multiruolo nell’ambito del programma FFG(X), noto anche come “fast frigate” (fregata veloce). La Us Navy ha infatti assegnato a Fincantieri Marine Group, il contratto del valore di 795,1 milioni di dollari per la progettazione di dettaglio e la costruzione della capoclasse.

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha dichiarato che per Fiancantieri questo è “Un grande successo. Perchè porta nei mari del mondo la garanzia della tecnologia italiana”,

“In questo momento in cui è importante la ripresa delle attività produttive colpite dalla crisi Covid-19, si tratta di una importante iniezione di fiducia. Un risultato importante, frutto anche di un intenso lavoro di squadra, che è un segnale di fiducia nei confronti dell’Italia”.

“Abbiamo iniziato questo viaggio due anni fa con la convinzione che ci fosse un posto per nuove idee, nuove piattaforme e nuovi partner in una già talentuosa industria navale statunitense”, ha scritto l’amministratore delegato di Fincantieri Marine Group in un tweet. L’annuncio odierno, riferendosi al contratto per le dieci unità navali, “conferma questo pensiero”

Le navi Usa saranno costruite in un cantiere in Wisconsin.

 

Turismo. Protocollo d’intesa tra Milano, Genova e Torino.

I comuni di Torino, Milano e Genova hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per intensificare i loro rapporti istituzionali attraverso la partecipazione comune a progetti legati allo sviluppo economico e turistico, alle attività culturali e alla promozione turistica congiunta, con particolare riferimento ai temi della cultura, dei grandi eventi, delle manifestazioni sportive, del design, della moda, dell’enogastronomia, dell’artigianato e del marketing territoriale sia sul territorio nazionale che su importanti mercati internazionali di reciproco interesse.

L’obiettivo delle tre città è quello di promuovere a livello nazionale e internazionale le rispettive destinazioni turistiche, intensificare sinergie ed operatività e pianificare iniziative congiunte di sviluppo e promozione dell’offerta turistica, con lo scopo di incrementare i flussi turistici nazionali e internazionali, mettendo a sistema azioni finalizzate a integrare le capacità attrattive dei rispettivi territori.

“Questo accordo di collaborazione – dichiarano gli assessori al Turismo dei tre comuni, Roberta Guaineri (Milano), Laura Gaggero (Genova) e Alberto Sacco (Torino) – è un passo importante per affrontare la grave crisi in cui versa tutto il comparto turistico a causa delle misure istituite per contrastare la pandemia CoViD-19. Agiremo insieme per promuovere un turismo di prossimità, valorizzando il lavoro, la professionalità e le competenze di tutti i soggetti della filiera, a partire da guide e accompagnatori turistici. Per veicolare la conoscenza, la specificità e le eccellenze dei nostri territori in ambito nazionale e sovranazionale organizzeremo educational tour con operatori del settore turistico, press trip con giornalisti, influencer e opinion leader, incontri e scambi di esperienze tra operatori turistici, iniziative di co-marketing e realizzazione di materiali promozionali congiunti”.

In base a questo accordo le tre città avvieranno azioni sinergiche mirate a: consolidare la conoscenza e l’integrazione fra i tre territori, geograficamente vicini; tutelare, valorizzare e promuovere reciprocamente il patrimonio storico, artistico, culturale, turistico delle città e dei territori di riferimento; tutelare, valorizzare e promuovere reciprocamente il patrimonio paesaggistico-ambientale, artigianale, commerciale ed enogastronomico nonché lo sviluppo economico turistico; favorire lo sviluppo di un’offerta turistica integrata e complementare; proporre a livello nazionale e internazionale un’offerta turistica complementare e integrata, anche attraverso la partecipazione congiunta a fiere ed eventi di marketing in mercati nazionali e internazionali di interesse comune; generare contaminazioni virtuose e condivisione di buone pratiche in una prospettiva di sviluppo socio-economico e turistico.

Coronavirus, calcio: due italiani su tre contrari alla ripresa dei campionati

La maggioranza degli italiani, il 64% è contraria alla ripresa dei campionati di calcio professionistici. La motivazione prevalente, per quasi la metà dei contrari, è che giocare non sarebbe sicuro dal punto di vista sanitario, mentre un terzo crede che rappresenti un settore come tutti gli altri e quindi non debba essere privilegiato l’accesso a test e tamponi. È quanto emerge da un sondaggio condotto da IZI in collaborazione con Comin & Partners.

Dello stesso avviso sono quanti si dichiarano “molto” o “abbastanza” tifosi di calcio, che rappresentano quasi il 60% degli intervistati. Anche fra questi oltre la metà (51%) è contraria al riavvio dei campionati, sia pure a porte chiuse.

Solo un terzo (36%) si dichiara favorevole alla ripartenza di campionati. Fra questi la metà lo ritiene un volano di crescita economica troppo importante per il Paese.  Mandare avanti i campionati, poi, per il 26% significa evitare che la crisi infligga un duro colpo anche alle società professionistiche. Solo al 19% dei favorevoli interessa, invece, che sia assegnato un vincitore. Secondo il 4% degli italiani, infine, il calcio a porte chiuse non sarebbe vero calcio.

A decidere le sorti dei campionati nel nostro Paese dovrebbe essere il Governo per il 77% degli italiani mentre per il 15% l’ultima parola spetterebbe alla Figc e per il restante 8% al Coni.

Fra gli appassionati di calcio il 70% ha dichiarato che nei due mesi di quarantena ha sentito molto o abbastanza la mancanza delle partite. La voglia di calcio tuttavia non è stata colmata in alcun modo dal 44% dei tifosi, mentre il 24% ha visto vecchie partite in televisione, il 17% video in rete e il 15% ne ha parlato con gli amici al telefono o in chat.

Coronavirus: più di 21mila operatori sanitari colpiti

Sono più di 21mila ormai (21.007) gli operatori sanitari contagiati da Covid-19 in Italia, secondo l’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità.

Il 45,7% dei casi riguarda la categoria dei tecnici della salute, che comprende infermieri e fisioterapisti, seguita da quella degli operatori socio-sanitari (18,9%), dei medici (14,2%), degli operatori socio-assistenziali (6,2%) e del personale non qualificato nei servizi sanitari e di istruzione (4,6%).

Di questi sono 153 i medici morti in Italia per Covid-19.

Un primo maggio di sfida

Nella ultracentenaria storia dei Primo Maggio, più generazioni di lavoratori l’hanno celebrato in momenti di grandi conquiste sociali e democratiche, di semplici momenti di festa spensierata, ma anche affrontando tanti momenti di perdita di libertà, di persecuzioni, di guerra, di attacchi di avversari ai diritti dei lavoratori.

Anche in questa occasione, il primo Maggio si commemora in un clima cupo e di preoccupazione per la salute di se stessi e dei propri cari, la condizione incerta del lavoro, i rischi economici dell’Italia. Ma anche i lavoratori della attuale generazione, sono sicuro, manterranno lo stesso carattere di quelle passate nell’affrontare le difficoltà. Non diserteranno certo il campo del loro protagonismo, non inseguiranno certamente i propositi di opposizione alle nuove circostanze problematiche che la storia pone con cruda sollecitudine.

È vero che in un battere di ali ci si trova davanti a nuove esigenze di organizzazione del lavoro: o a casa in regime di smart working, o in modalità del tutto nuove presso le fabbriche, nei cantieri, nei campi, negli uffici, nelle scuole, ed ospedali. Certamente le sfide saranno tante: la quantità di lavoro che avrà ripercussione sulla occupazione; disagi e rischi nuovi. Ma c’è anche del buono come lo smart working, che ci farà guadagnare più tempo libero per la famiglia ed i nostri svaghi, e che ci esporrà meno a stress, all’inquinamento, e ci farà lavorare anche meglio. Dunque, credo, che è importante affrontare con fiducia e speranza questo tempo nuovo.

Tutti i cambiamenti, hanno visto i lavoratori sempre sostenere la ruota della storia che spinge in avanti, e si può essere sicuri che si troveranno soluzioni nuove a problemi nuovi con il fattivo contributo nell’indicare le strade più idonee per lavoratori e società in generale, grazie alla preziosissima esperienza e motivazioni ideali mantenuti sempre vivi. Si intensificheranno le richieste di confronto con i governi centrali e locali ed imprenditori, per le soluzioni migliori da adottare.

Si richiederanno nuove normative contrattuali configurabili alla situazione nuova, e salario nuovo con legami ancora più saldi tra produttività e salario, sostenuto anche da un fisco premiante per migliori produzioni in qualità e quantità. Questi obiettivi, saranno ancor piu necessari per dare soluzioni alla economia del paese, ormai a pezzi. Ed allora bisogna produrre meglio è di più e far crescere il reddito di chi lavora, occorre spendere meno e meglio i denari pubblici. Sono sicuro che anche in questi frangenti difficili, si saprà trovarela via più concreta e più vantaggiosa per il paese .

Primo maggio: Rossini (Acli), “ripartire dalla Costituzione, il lavoro fonda l’Italia”

Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli, in una lettera per il 1° maggio afferma: ”

La Festa dei lavoratori cade quest’anno in una situazione drammatica per il nostro Paese. All’emergenza sanitaria, scandita dai numeri dei morti e dei ricoverati, si sta sommando l’emergenza sociale con centinaia di migliaia di imprese e attività ferme, milioni di lavoratori in cassa integrazione, disoccupati e, soprattutto, nuovi poveri.

Se guardiamo al passato, l’immagine che abbiamo di fronte è quella dell’Italia uscita dalla II Guerra mondiale: un Paese prostrato e sconfitto che ritrovava però la sua unità intorno alla Carta Costituzionale per iniziare la ricostruzione. Anche oggi abbiamo bisogno di ripartire dalla Costituzione, proprio dalle sue righe iniziali: è il legame con il lavoro che fonda l’Italia, che dà una forma alla nostra vita quotidiana personale e collettiva.

Dobbiamo contemporaneamente intervenire sull’emergenza e progettare il futuro del Paese, gettando le basi per un nuovo piano di crescita e sviluppo. Va fatto un investimento vero sulla scuola e sulla formazione, perché lavoreremo in un contesto mutato e ancora condizionato dall’esistenza del virus. Il mercato del lavoro sta cambiando, proiettato sempre di più verso nuove forme, tra cui lo smart working, come dimostra l’esperienza di questi mesi, e in generale il ruolo della tecnologia, come dimostrano le applicazioni dell’Industria 4.0. In questo contesto dovremo monitorare con attenzione i più deboli e i più fragili. Il distanziamento fisico rischia di trasformarsi in distanziamento economico, poi sociale e infine umano.

Nel 65esimo dell’istituzione della Festa di san Giuseppe vogliamo riappropriarci della sacralità del lavoro, facendo nostre le parole di Papa Francesco: “il lavoro ci unge di dignità, ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre; dà la capacità di mantenere sé stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione”.

Solo attraverso il lavoro potremo riallacciare i legami delle nostre comunità, rifondare il patto sociale e far ripartire l’Italia. Lo faremo assieme a tutte le organizzazioni che hanno a cuore il destino dei lavoratori, a partire dalle organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, di cui condividiamo il documento e la campagna di informazione”.

 

Un lavoro per tutti

Si dice che il lavoro nobilita altre volte si dice che stanca e forse sono vere entrambe le cose.
Ma se la Costituzione Repubblicana considera il lavoro come principio fondante della stessa democrazia non credo che ciò sia dovuto ad una retorica invenzione oppure al caso.
Mio padre mi aveva insegnato che l’importanza di un lavoro si misura dalla sua utilità sociale, serve se promuove il bene comune.

Per questo ogni lavoro è complementare agli altri cosa che non comporta necessariamente una corrispondenza tra servizio reso e sua remunerazione, anzi è più spesso vero il contrario anche se tutto – a cominciare dai modelli di massima gratificazione personale e sociale promossi dalla Tv – sembra muovere nella direzione opposta.
Il lavoro – un tempo considerato ‘valore forte’ e principio di nobilitazione – adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.
Perché del lavoro si considera, giustamente direi, soprattutto il diritto ad averne uno, il diritto ad averlo tutti: credo che ciò significhi innanzitutto non precludere a nessuno la possibilità di una sua realizzazione personale e poi anche il poter condividere con gli altri – mattone su mattone, idea su idea – una casa comune, per il bene generale.
Ma, come in tutte le cose, la difficoltà consiste nel saper mantenere una giusta via di mezzo nei comportamenti sociali ed ecco che da un lato può accadere che quel diritto sacrosanto venga calpestato in nome del profitto e dell’egoismo oppure venga eluso e ingannato se del lavoro si fa motivo di personale tornaconto, lo si considera un punto di arrivo per sopravvivere, una rendita da gestire piuttosto che un punto da cui partire per dare sempre il meglio di sé.

Penso perciò che ogni lavoro, per essere ben fatto, debba saper promuovere le potenzialità di ciascuno senza perdere di vista un interesse generale: ad ogni diritto deve corrispondere un dovere e anche per il lavoro credo che debba essere così, non esiste un’etica sociale che possa eludere il passaggio attraverso ogni singola coscienza, non esiste crescita senza rispetto di valori condivisi.
La storia insegna che ogni fase di ricostruzione, così come il progresso, l’emancipazione, la democrazia, lo stesso benessere si fondano sul fervore sociale, sull’attività dell’uomo, sull’impegno e la dedizione, se necessario sul sacrificio: sono principi forti che stanno alla base dell’idea stessa di civiltà.

Ma insegna anche – la lunga teoria delle vicende umane – che ogni volta che il lavoro diventa motivo di sfruttamento, abiezione, tirannia, disuguaglianza, ingiustizia ebbene è la stessa dignità della persona ad essere calpestata, la sua libertà conculcata, il suo amor proprio umiliato e offeso.
Eppure ancora oggi si muore o ci si ammala per lavoro, si fa mercimonio della condizione minorile per fini di lucro, si generano discriminazioni e iniquità di genere e di stato sociale: non credo che ci possa essere sfruttamento più disgustoso di quello perpetrato dall’uomo su un altro uomo.
E questo vale per i periodi di crescita economica e – ancor più – per quelli di crisi: il prezzo più alto è pagato sempre dai più deboli.

Il principio di equità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze chiama in causa la straordinaria potenzialità ed eloquenza della dottrina sociale cristiana, che in nome della solidarietà mette la carità accanto alla giustizia e considera il lavoro come strumento di soddisfazione personale e di progresso dei popoli.

Nel giorno della festa dei lavoratori il pensiero deve rivolgersi soprattutto a chi è senza un lavoro, a chi lo ha perso insieme alla speranza, a chi vorrebbe farne motivo di riscatto dalla disperazione.
Perché anche il lavoro – ahimè come il potere – logora soprattutto chi non ce l’ha.

Retroscena e interpretazione del discorso di Gronchi. il ruolo di Mirabella.

L’autorevole amico Lucio D’Ubaldo, mi ha “ordinato” di commentare il discorso pronunziato da Gronchi davanti alla Camere riunite per la Sua elezione a Presidente dela Repubblica.

Mi accingo ad ubbidire, anche agevolato dalle circostanze dell’intensa amicizia tra Gronchi e mio padre Giuseppe, allora Presidente della Regione Siciliana e delle confidenze che lo stesso in seguito mi diede.

Gronchi aveva due qualità rare: una voce suadente e gli occhi trasparenti e bellissimi, oltre ad essere dotato di profonda cultura.

Ma sul Suo discorso, ritenuto universalmente tra i migliori pronunziati dai Capi di Stato del mondo intero e ancora oggi ritenuto di una modernità essenziale e rara, vi è una “parentesi” che va raccontata.

Quando Gronchi era Ministro dell’Industria, fu invitato da mio padre a Palermo e nella sede del Banco di Sicilia, sollecitato dal Presidente Bazan e dal Direttore Generale La Barbera, tenne un discorso sullo sviluppo economico del Paese.

Alla fine della prolusione ci furono scroscianti applausi e Bazan che presiedeva la riunione, osservò se vi era qualcuno che volesse intervenire.

Si alzò il giovane palermitano professore di Economia Politica, Giuseppe Mirabella, che fece letteralmente a pezzi il discorso di Gronchi.

Il Presidente Bazan e il D.G. La Barbera si misero le mani nei capelli e si scusarono continuamente con Gronchi “per l’incidente”.

Ma Gronchi rispose: “No, ma no, desidero che questo giovanotto così audace e colto e coraggioso venga distaccato presso il Ministero che dirigo, e sarà il mio consulente”.

Così avvenne.

Passarono degli anni e poi Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica e confermò Mirabella al Quirinale come suo consulente economico.

Un giorno Gronchi chiese a Mirabella perché malgrado i suoi servigi, mai aveva chiesto allo stesso un minimo favore dopo tanti anni.

Alle insistenze di Gronchi, Mirabella rispose titubante che gli sarebbe piaciuto diventare Vice Direttore Generale del Banco di Sicilia, dove lo stesso era impiegato con incarichi di valore.

Gronchi telefonò a mio padre, allora Presidente della Regione Sicilia, e lo pregò di interessarsi del caso Mirabella presso gli organi apicali del Banco di Sicilia.

Il Presidente Alessi allora convocò il Presidente Bazan ed il D.G. La Barbera e con molto tatto e prudenza espresse loro quali fossero le aspettative del professore Mirabella a conoscenza, però, del Presidente della Repubblica.

“Mai e poi mai” risposero all’unisono i due esponenti. “Piuttosto ci dimettiamo”.

Mio padre gelido prese un foglio in bianco e rispose a loro: “Prego, firmate qua”.

Naturalmente, e con merito Mirabella, raggiunse il suo obiettivo.

Essendo io assistente v. di Storia Moderna presso l’Università di Palermo ed essendo l’aula degli esami vicina a quella di Mirabella, quasi sempre mi chiamava per assistere ai suoi esami che erano “originali ed unici”.

Lo stesso, spirito acuto e “briccone, iniziava gli esami così: “Quelli raccomandati dai Parlamentari nazionali a destra, quelli raccomandati dai Parlamentari regionali a sinistra, quelli raccomandati dal Cardinale Ruffini un poco più avanti, e i pochissimi bravi e preparati si avvicinino alla cattedra”.

Ma l’esame per me indimenticabile fu quello con un ragazzo che si presentò con i capelli lunghi ed impomatati sino all’osso.

Mirabella gli chiese con un filo di voce: “Hai studiato?” e l’esaminando con un vocione da basso e fraseggio siculo, rispose:”Ma cetto,cetto ch’io studiai”. E il professore ancora: “Hai ripassato il libro di Economia Politica anche qui sotto nell’atrio ?”.  E quello di rimando: “Cetto, cetto prufissori “.

Mirabella si fermò pensoso e chiese:”Ed allora quante colonne ci sono nell’atrio?”. E lo studente: “Ma pruffisori che va domandando?”. Ma Mirabella fu fermissimo.” Vattinni e la prossima settimana torna”.

Passò la settimana e l’usciere mi informò che il professore Mirabella mi voleva seduto accanto a Lui per la sessione di esami.

Mi recaci nell’aula dove svolgeva gli esami e notai subito lo studente con i capelli ancora più lungi e impomatati.

Venuto il suo turno, il professore Mirabella lo fissò a lungo con gli occhi suoi azzurrizzimi e ipnotici e poi, more solito, la domandina: “Hai studiato e ripassato il testo anche nell’atrio?”. E il ragazzo agitato rispose: “Cetto, cetto prufissori!”. E Mirabella: “E quante colonne hai contato vi sono?”.

L’impomatato rimase nuovamene sbalordito per la domanda, ma ugualmente dette la risposta sgargiante: “Settandue sugnu”.

E il professore Mirabella di contro: “Figghiu mio, non sei pronto e veloce nelle risposte, avresti dovuto dirmi un numero qualsiasi quando ti ho interrogato la prima volta, perché neanche io le ho mai contate”.

Era un uomo geniale e scrisse dei testi di ottima fattura. Uno in particolare sulla visione economica di Gesù.

Poichè io lo frequentavo settimanalmente e ne avevo studiato lo stile nella scrittura, un giorno avendo letto il discorso di Gronchi, impudentemente, conoscendo i rapporti solidi tra di loro, chiesi: “Professore, mi dica la verità, quel discorso l’ha scritto Lei? Per favore non mi dia una risposta diplomatica!”.

Mirabella rimase perplesso per la mia sfrontatezza e poichè io non mi arrendevo, alla fine cedette e mi confermò che in quel discorso in larga misura aveva “messo le sue mani” e mi pregò e ordinò di mai affermarlo.

Sono passati decenni e mi pare giusto oggi raccontare la verità.

Ma perché quel testo è così straordinario. I punti trattati sono validi oggi ancora di più. Sottoliniamoli: mai la più alta Istituzione della Repubblica in quel momento fu così vicina all’anima popolare.

Iniziava una nuova fase, dove non poteva mancare la solidarietà dei popolo, necessaria alla civiltà stessa. Il popolo avvertiva più consapevolmente che il successo di una politica sana doveva fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire.

Urgeva la collaborazione di tutte le forze politiche.

Il potenziale del lavoro era inerte ed era insufficientemente utilizzato.

Nessun progresso vero si sarebbe sviluppato all’interno dell’Italia e al suo esterno senza il concorso del mondo del lavoro.

Per edificare uno Stato efficiente, era necessario il riconoscimento corretto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro e della trasformazione dei rapporti tra ricchi e poveri e classi sociali.

Vi era bisogno ed era necessario un pieno esercizio della libertà individuale.

E qui per rabbonirmi ed essere sicuro che avrei mantenuto il segreto,mi sussurrò che tale comma lo aveva copiato da un mio studio dal titolo: “I diritti dei cittadini, più che essere difesi devono essere esercitati”,

Naturalmente, non gli credetti affatto, perché sapevo bene che né Gronchi, né lui avevano bisogno di un assistente universitario, ma Lo ringraziai ugualmente fingendo di essere orgoglioso della citazione.

Ma continuiamo l’analisi del testo. Bisognava eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti di giustizia e libertà.

Urgeva eliminare la disoccupazione.

Bisognava mettere mano alla trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno con l’occupazione stabile e continua.

Ma la parte più significativa e illuminante ed illuminata è quando Gronchi lesse: “Se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio.. e che oggi egli sia oggetto del buono e cattivo volere di coloro che applicano le leggi, nessuna riforma istituzionale sarà feconda”

Sembra di leggere le frasi di padre Gioacchino Ventura, un gigante della storia dei cattolici in politica e di un altro gigante ancora da scoprire e studiare a lungo: Don Luigi Sturzo.

Gronchi e lo stato dei lavoratori. Il messaggio inaugurale davanti alle camere riunite.

Quando il Presidente della Repubblica, Gronchi, accompagnato dal Presidente della Camera, Leone, e dal Presidente del Senato, Merzagora, entra nell’aula, l’Assemblea sorge in piedi tra vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associa il pubblico delle tribune – Si grida: Viva la Repubblica i Viva l’Italia ! Viva il Presidente della Repubblica!

Il Presidente della Camera prende posto al suo seggio, con alla destra il Presidente della Repubblica e alla sinistra il Presidente del Senato.

PRESIDENTE. Invito il Presidente della Repubblica a prestare giuramento davanti al Parlamento a norma dell’articolo 91 della Costituzione. Leggo la formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione».

Il Presidenze della Repubblica risponde: Giuro  (Vivissimi, generali applausi). 

PRESIDENTE. Il Presidente della Repubblica invita gli onorevoli deputati e gli onorevoli senatori a sedere. 

Il Presidente della Repubblica rivolgerà ora il suo messaggio al Parlamento.

Il Presidente della Camera cede il suo seggio al Presidente della Repubblica e prende posto alla sua destra. Il Presidente della Repubblica legge il seguente messaggio:

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Il periodo che si chiude con la settennale presidenza di Luigi Einaudi apparirà nella storia del nostro paese come uno dei più significativi e fecondi. L’Italia, uscita dal terribile travaglio della guerra, ha atteso con tenace volontà a curare le sue ferite, a restituire al proprio organismo le possibilità fisiologiche di normale esistenza, a riconquistare il suo posto di nazione libera nella grande famiglia dei popoli europei. 

Luigi Einaudi, al quale il mio pensiero va con affettuosa reverenza, ha bene meritato della patria per la saggezza, la lunga esperienza nutrita di studi, l’esemplare correttezza del suo reggimento, ed a lui si volgeranno memori e riconoscenti anche le nuove generazioni. (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente). 

Nel succedergli, la mia trepidazione è profonda non soltanto per l’arduo impegno richiesto dall’esigenza di continuare degnamente una tradizione, che ebbe alto inizio dall’illuminata direzione di un altro grande italiano, Enrico De Nicola (L’Assemblea sorge in piedi ed applaude vivamente); ma per l’attesa viva, spontanea, fiduciosa che verso di me si rivolge da ogni parte politica, da ogni ceto sociale del nostro paese. Forse mai, e non credo che ombra di vanità mi faccia velo, la più alta istituzione della Re-pubblica è stata cosi vicina all’anima popolare come in questo momento (Vivissimi, generali applausi); mai un’ansia di rinnovamento si è levata a cuore così aperto da ogni zona dell’opinione pubblica verso colui che ha ricevuto da una solenne indicazione del Parlamento il mandato per la suprema magistratura dello Stato. 

Quest’attesa e quest’ansia non mi sgomentano, ma fanno più presente e ammonitrice in me la coscienza della responsabilità. 

Dicevo che non mi fa velo alcun’ombra di vanità, perché io comprendo bene che non è la mia persona, quali che siano le qualità benevolmente attribuitemi, l’elemento determinante dello stato d’animo comune a tanta parte del popolo italiano. Ma è la percezione precisa nella coscienza pubblica che un ciclo decennale si è chiuso, ed una nuova fase si inizia. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro).

I problemi fondamentali del passato sono stati la ricostituzione dello Stato nella sua organizzazione e nella sua autorità, la ricostruzione economica, finanziaria, sociale dell’apparato produttivo, il superamento nel campo internazionale della nostra inferiorità di vinti. Soccorsero allora Io sforzo verso le soluzioni auspicate, il riconoscimento di quell’esigenza di concordia fra uomini e partiti che emerge istintivamente dalla volontà di sopravvivere, e la solidarietà concreta che, a superare il travaglio della nostra economia, venne soprattutto (va ricordato con sincera gratitudine) dal popolo americano. (Vivissimi applausi al centro). 

Poi le parti politiche, i vari ceti sociali andarono accentuando per naturale processo la loro libera differenziazione nella valutazione dei problemi, nella scelta delle soluzioni attraverso una revisione dei rispettivi orientamenti. Cosi nella vita interna della nostra Italia e di molti altri paesi, come nella vita internazionale. 

Qualche cosa è accaduto, nelle coscienze e nelle vicende, in questo agitato dopoguerra. Ma il nuovo che preme sotto la dura scorza dei pregiudizi, delle abitudini e degli interessi, con l’impeto elementare delle germinazioni naturali, non ha preso forma, ancora, né aspetti precisi. 

Dalle tragiche esperienze della storia lontana e vicina scaturisce la persuasione che è necessaria la solidarietà dei popoli affinché la civiltà stessa, coi suoi valori morali ed umani, non perisca. Ed il nostro paese ha inquadrato con legittime e meditate decisioni la sua politica nelle intese pattuite tra i popoli occidentali non solo per una preoccupazione di difesa della propria indipendenza, ma per muovere un primo passo verso integrazioni più complesse e più vaste, che, senza negare od anche soltanto sminuire il sentimento sacro della patria, lo armonizzino in una concezione superiore di pacifica convivenza. (Vivissimi applausi al centro e a destra). Ma oggi il popolo, più consapevolmente che mai, avverte come per il successo di una tale politica debba fare assegnamento su di una propria responsabile visione dell’avvenire e sulla propria volontà di lavoro. 

Sullo sfondo delle difficoltà interne, liberandosi dall’asprezza della lotta fra ideologie ed interessi contrapposti, emerge dai contrasti sociali il riconoscimento che è interesse comune la collaborazione: una collaborazione che non sia rinunzia per alcuno od attenuazione dei diritti legittimi, bensì accettazione di un limite atto a garantire il reciproco rispetto di questi. Ma il clima permane agitato, le previsioni per il domani sono ancora grige ed incerte; non è scomparso dalle zone della pubblica amministrazione né da quelle del lavoro privato quel senso di insicurezza che conferisce un carattere di lotta alle rivendicazioni di migliori condizioni di esistenza. E soprattutto assai basso è il livello di vita di tante famiglie, e troppo ancora è il potenziale di lavoro inerte od insufficientemente utilizzato, preziosa riserva di energie ancora negate allo sviluppo del nostro paese. (Vivissimi applausi). 

L’attesa che circonda l’inizio del mio mandato deriva dalla persuasione, chiara in tutti, che occorre affrontare la nuova fase del nostro cammino con misurato ardimento e con adeguata visione dei fatti. Dato centrale di interpretazione del presente corso di questi mi sembra la constatazione, nella quale ben difficilmente ci si può esimere dal convenire, che nessun progresso vero si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il consenso ed il concorso del mondo del lavoro. (Vivissimi, prolungati applausi). lo sono lontano dall’escludere da questo mondo i dirigenti e gli imprenditori, che tanta parte sono del sistema produttivo; ma essi hanno già nella organizzazione politica dello Stato moderno un’influenza che è adeguata alla loro importanza economica. 

Io posso perciò riferirmi soprattutto a quelle masse lavoratrici ed a quei ceti medi che il suffragio universale ha condotto sino alle soglie dell’edificio dello Stato senza introdurle effettivamente dove si esercita la direzione politica di questo. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro). Io credo fermamente che sia interesse fondamentale della democrazia realizzare pacificamente tale inserzione, per rafforzare le basi della stabilità degli istituti attraverso l’ampliato consenso. E credo che a sodisfare tale esigenza non si giunga se non attraverso il riconoscimento concreto dei nuovi diritti e della nuova posizione del lavoro, della trasformazione, sia pur graduale ma sostanziale ed effettiva, dei rapporti fra i ceti e le classi che debbono cooperare al comune benessere, economico e civile. 

Questa è insieme opera di progresso e di conservazione, di intervento dello Stato e di rispetto dell’iniziativa privata. 

Nuove forme di organizzazione economica si palesano in continua preparazione, ma non è facile prevedere la esatta configurazione del futuro ordinamento. A me sembra si possa solo determinare l’indirizzo di questa trasformazione, nel senso che nella vita economica la considerazione dell’interesse generale della comunità tende a prevalere su quella degli interessi particolari (Vivissimi applausi), anche quando questi trovano appoggio nell’ordinamento giuridico in vigore, come se esso pure non si trovasse coinvolto nel travaglio della trasformazione.

Perciò l’azione pubblica, che prima si dispiegava quasi clandestinamente a favore dello sviluppo della linea sociale dell’economia, tende ora a palesarsi con chiarezza di compiti e con coordinazione di interventi. Ed il valore positivo di tale indirizzo non deve a nessuno apparire infirmato dal fatto che il processo di trasformazione incorre sovente in ritardi, procede per tentativi, deve subire correzioni le quali implicano «sfridi» di risorse (per usare un termine corrente del gergo economistico), i cui oneri sono più pesanti per i paesi a scarsa prosperità economica. 

L’ansia di ricerca di nuove forme di economia non può distaccarsi dalla volontà di garantire il pieno esercizio della libertà individuale. Questa volontà è legittimata anche dalla constatazione dell’impareggiabile flusso di energie creative di cui è capace una illuminata utilizzazione dell’iniziativa privata. Ad essa sarebbe impossibile rinunziare senza incorrere in perdite gravissime di ricchezza e di benessere. Il problema è di eliminare la contraddizione tra l’immensa utilità che si deduce dal sano svolgersi dell’iniziativa privata e l’osservanza dei diritti più sacri della giustizia e della libertà umana. La contradizione appare invece innegabile per i tentativi di predominio che talvolta grosse concentrazioni della ricchezza esercitano anche sui pubblici poteri, sicché la necessità di disciplina e di contenimento delle posizioni mono-polistiche è chiaramente ispirata dall’interesse comune. (Applausi). 

Né questa ansia di ricerca può prescindere dalla esigenza inderogabile di mantenere condizioni di sanità monetaria, attraverso una saggia politica finanziaria per gli investimenti e per le spese. Ma, se in qualsiasi compagine nazionale è compito peculiare dell’azione pubblica trasformare in nuove fonti di utilità lo scoperto inattivo dei fattori produttivi, la cui inerzia denuncia la esistenza di potenzialità economiche non ancora tradotte in atto, per l’economia italiana tutti debbono riconoscere che il primo problema da risolvere in ordine di urgenza è costituito dalla eliminazione della disoccupazione, che si accompagna alla miseria ed agli stenti. (Applausi). E per liberare il più rapidamente possibile tutti ed ognuno dall’angoscia dell’incertezza del pane, occorre che alla continua espansione del reddito nazionale si accompagni un impegno di fondo per migliorarne la distribuzione nel senso di un costante sviluppo della linea sociale dell’economia. 

E, sempre nel quadro di una sanità monetaria consapevolmente realizzata e mantenuta, la trasformazione dell’ambiente fisico e sociale del Mezzogiorno, già efficacemente iniziata, deve procedere col ritmo più intenso, affinché le nuove occasioni di lavoro si tramutino in fonti di occupazione stabile e continua; e si impedisca l’aggravarsi dei dislivelli regionali di produzione e di reddito fra nord e sud che travagliano penosamente l’efficienza operativa dell’economia nazionale. (Vivi applausi). 

Lo Stato può dare un valido concorso a nuove forme di rapporti fra le categorie sociali; soprattutto in Italia, dove la presenza delle aziende I.R.I. in tanti settori dell’attività finanziaria ed industriale può essere organicamente indirizzata ad esperimentare una collaborazione razionale dei vari fattori della produzione (Vivissimi applausi a sinistra e al centro), dando al lavoro il posto che gli compete anche per lo spirito della nostra Costituzione. Distinguere in questo campo la responsabilità dello Stato da quella dell’iniziativa privata non vuol dire contrapporre le due forze, ma integrarle e farle motrici di un costante progresso. (Applausi).

Non è mio compito segnare dettagliati pro-grammi, ma io penso che, convenendo su questi orientamenti generali, il Parlamento abbia una insostituibile funzione per far si che l’ordinamento giuridico venga impegnato nell’accompagnare e regolare senza intralci e senza ritardi, con meditate decisioni ma insieme con vigile ardimento, Le trasformazioni delle strutture economiche e sociali. Allo Stato spetta in primissima istanza la responsabilità di mantenere le condizioni necessarie all’ordinato sviluppo democratico della comunità nazionale. Lo Stato. è imparziale tutore dei diritti di ciascuno, della libertà, dell’uguaglianza dei cittadini nella legge; ma insieme deve inflessibilmente imporre a tutti i doveri imprescindibili di un’ordinata convivenza. (Applausi). 

Non è una definizione puramente giuridica lo Stato di diritto: é l’espressione di un’esigenza politica e sociale. alla quale la democrazia deve tendere, come a fine inderogabile, se vuole affermarsi e sopravvivere. Una voce, la più autorevole nel mondo, alla cui alta saggezza possono con obiettiva deferenza ricorrere anche coloro che non hanno il dono di una fede religiosa, ha ammonito in giorni recenti che nessuna legge e nessuna riforma istituzionale possono essere feconde di bene, «se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio (Vivissimi, prolungati applausi), e non perviene ad affrancarsi dal sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati». 

Nessuna parola potrebbe più esattamente definire il carattere e le responsabilità di un Capo di Stato per quanto riguarda la piena osservanza della Costituzione, delle norme e degli ordinamenti sui quali essa ha creato la nuova Repubblica italiana; e dare un contenuto concreto ed imperioso al mio giuramento. Per questo mi consentirete di richiamare la necessità che la Costituzione sia compiuta negli istituti previsti (Vivissimi, generali applausi), quali la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, l’ordinamento regionale, il Consiglio dell’economia e del lavoro; e nell’adeguamento della legislazione e del costume. E so di non indulgere a sensibilità convenzionali se richiamo a tutti l’alto valore di un impegno di moralizzazione severa della vita pubblica e privata (Vivissimi applausi), se affido la collaborazione per il consolidamento delle istituzioni più al costume che non alle norme, e se fondo le speranze di distensione e di rasserenamento dell’orizzonte politico e sociale sul vincolo da tutti apertamente e sinceramente accettato di soggezione alla legge ed all’imparziale autorità dello Stato. (Vivissimi applausi) 

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

La nuova fase della nostra vita nazionale coincide con un corso dei rapporti internazionali che accenna nuovi orientamenti. Proprio in questi giorni i tre maggiori governi occidentali, accogliendo un’aspirazione che in Italia veniva da ogni ceto ed ebbe anche la sanzione di un voto parlamentare, si accingono a predisporre una conferenza a quattro nella quale si può ormai prevedere che saranno esaminati tutti i problemi che dividono in Europa l’Occidente dall’Oriente, e nel mondo milioni di uomini in opposte trincee. L’Italia ha voluto e vuole la pace, la pace nel rispetto reciproco della libertà e dell’indipendenza, nella sola preoccupazione di realizzare la più sicura difesa delle proprie tradizioni e dei propri istituti. Perciò da tutti i patti che sono stati sottoscritti coll’espresso consenso del Parlamento, ed ai quali il popolo italiano intende lealmente tener fede (Vivissimi applausi al centro e a destra), non può che esulare qualsiasi anche dissimulato intento di aggressione. (Applausi). Io so di interpretare il pensiero di tutti gli italiani qui e fuori di qui augurandomi che questi sforzi di riavvicinamento per una pacifica convivenza raggiungano con la buona volontà di tutti (dico di tutti, poiché la buona volontà di tutti è indispensabile) il miglior successo, sicché da intese limitate e specifiche si possa gradualmente passare ad accordi più vasti che con un progressivo controllato disarmo rendano meno lontana e meno difficile la pace, che è condizione di prosperità per tutti. La nostra opera sposerà sempre alla tenace difesa degli interessi nazionali e della democrazia questo superiore ideale umano e cristiano. (Vivissimi applausi). 

Onorevoli deputati, onorevoli senatori!

Io posso in questa visione volgere il mio pensiero alle nostre Forze armate (L’Assemblea sorge in piedi — Vivissimi generali prolungati applausi), parte cara del nostro popolo in armi, talvolta sfortunata, sempre gloriosa per fedeltà alla patria e spirito di sacrificio, nella guerra e nella Resistenza (Vivissimi applausi a sinistra e al centro – Si grida: Viva la Resistenza); e posso vederle non soltanto come strumento di ancor necessaria difesa, ma come scuola di generosità, di ardimento, di devozione al dovere. 

Io compirò, nei limiti modesti delle mie forze, quanto la Costituzione – solenne espressione dei doveri civili e nazionali – mi impone. Mi sia vicino il Parlamento, massimo istituto di libertà e di democrazia, colla sua saggezza e colla sua concorde volontà di far grande e prospero questo nostro popolo italiano. 

E Iddio illumini ed aiuti la nostra fatica. 

L’Assemblea si leva in piedi plaudendo vivissimamente a lungo. Il pubblico delle tribune si associa agli applausi. Ripetute grida di Viva la Repubblica!

L’Italia post-fascista, la festa del primo maggio e la svolta di Pio XII

In Italia, l’adozione e l’applicazione della Costituzione Repubblicana fu a tutti gli effetti la manifestazione che funse da spartiacque tra le elezioni del 1948 e gli anni a venire. Anni durante i quali, pur in un contesto contrassegnato da un indirizzo politico che faceva dell’antifascismo la sua prerogativa ideale, si radicalizzò sempre più la corsa a conquistarsi il favore dell’elettorato. La stessa Chiesa, nella persona del Pontefice Pio XII, si impegnò assiduamente mobilitando le sue organizzazioni a sostegno della Democrazia Cristiana, considerata a tutti gli effetti come il più accreditato e affidabile partito di massa dell’Italia post-bellica.

Tale contributo, comprensivo di un potente simbolismo politico-sociale ma anche trascendente dal mero meccanicismo utilitarista, si insinuò associando i valori cristiani al mondo del lavoro e attribuendo allo stesso contenuti non esclusivamente laici (tanto meno appannaggio tipico dell’identità culturale social-comunista). Qual è il rapporto che caratterizzò l’interazione tra fede politica e sacralità? Una delle risposte potrebbe essere che sia la religione che il secolarismo, a fronte dei cambiamenti intervenuti nel tempo, hanno variato il rispettivo retaggio dando luogo all’ammissibilità di forme culturali e filosofiche complementari.  La Chiesa si fece portavoce e parte integrante di uno dei più importanti istituti a cui era chiamata a rispondere la collettività: in tal senso, emblematica fu la proclamazione, da parte del Pontefice, il 1° maggio 1955, di San Giuseppe Artigiano come patrono di tutte le organizzazioni dei lavoratori. Si trattava dell’introduzione della presenza di “Cristo nel mondo operaio” come parte attiva. Era ciò che Pio XII asserì affacciandosi quel giorno al balcone di Piazza San Pietro, in cui riprese l’enciclica Divini Redemptoris del 1937. Non fu un gesto isolato, ma si accompagnò – soprattutto in Italia, culla del Cristianesimo – a una serie di eventi che diedero alcuni “scossoni” a tutto il sistema..

Finita la guerra, lo svecchiamento avvenuto dopo il 1953 – che fu caratterizzato dal progressivo isolamento del gruppo facente capo ad Alcide De Gasperi – creò le premesse per l’ascesa della nuova generazione formatasi nell’Azione Cattolica nel corso degli anni ’20 e ’30. Questa, più marcatamente legata alle problematiche del cattolicesimo social-popolare, si mostrò favorevole all’intervento statale in economia e apertamente critica nei confronti dell’impostazione liberista che aveva condizionato i primissimi governi dell’era post-fascista. Significativa, per non dire epica, fu anche la rottura dell’unità sindacale, che determinò l’allontanamento delle forze moderate dalla Cgil e l’istituzione di un nuovo soggetto vicino alle rivendicazioni del mondo cattolico: la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (Cisl). In quel frangente, sebbene non abbandonando in modo brusco la antica linea centrista degasperiana, la Dc si propose per una riforma strutturale della società che ebbe come principali sostenitori i poco più che quarantenni Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e Mariano Rumor

Potremmo dire che la svolta del Vaticano in merito alla festa del 1° maggio si inquadrava in un ampio schema per cui gli istituti del nuovo sistema democratico-parlamentare erano affiancati da principi importantissimi di tipo sociale come il diritto al lavoro e la libertà sindacale. Ispirazioni non troppo lontane dalla dottrina di San Benedetto imperniata sull’ora et labora.

Tutti gli elementi di cui sopra rappresentarono, anche e soprattutto, il rifiuto per “quell’ordine sociale più giusto” promesso dai comunisti, che pure non si mostrarono in grado di attuare. Un’altra risposta, emblema della centralità acquisita dalle forze moderate, fu la elezione a Presidente della Repubblica di Giovanni Gronchi, democristiano della corrente di sinistra (appoggiato anche da comunisti e socialisti), che avrebbe successivamente favorito – l’incidente del governo Tambroni rientrerà comunque in questa opzione di fondo – la volontà l’allargamento delle maggioranze di governo. Correva l’anno 1955.

Cessava un’epoca e ne cominciava un’altra, in cui le speranze di rigenerazione morale lasciarono poco a poco spazio alla ricerca del profitto e del benessere, aspirazione condizionata senza meno dalla grande trasformazione industriale degli anni ’60.

Primo Maggio del 1955. Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Artigiano.

Nel discorso del 1° maggio 1955, in occasione del decimo anniversario delle ACLI, Pio XII ripropose san Giuseppe come patrono e modello al mondo del lavoro, e istituì la festa liturgica di san Giuseppe artigiano. 

Poco più di dieci anni or sono, l’11 marzo 1945, in un momento delicato della storia della Nazione italiana, e specialmente della classe lavoratrice, Noi ricevemmo per la prima volta in Udienza le Acli. Sappiamo, diletti figli e figlie, che voi tenete in grande onore quel giorno, in cui aveste il pubblico riconoscimento della Chiesa, la quale, nel lungo corso della sua storia, è sempre stata premurosa di corrispondere alle necessità dei tempi, ispirando ai fedeli il pensiero e il proposito di unirsi in particolari Associazioni a tale scopo. Così le Acli entrarono in scena, con l’approvazione e la benedizione del Vicario di Cristo.

Fin dalle origini Noi mettemmo le vostre Associazioni sotto il potente patrocinio di S. Giuseppe. Non vi potrebbe essere infatti miglior protettore per aiutarvi a far penetrare nella vostra vita lo spirito del Vangelo. Come invero allora dicemmo (cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. VII, pag. 10), dal Cuore dell’Uomo-Dio, Salvatore del mondo, questo spirito affluisce in voi e in tutti gli uomini; ma è pur certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il Padre putativo di Gesù, che visse con Lui nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro. Così, se voi volete essere vicini a Cristo, Noi anche oggi vi ripetiamo « Ite ad Ioseph »: Andate da Giuseppe! (Gen. 41, 55).

Le Acli dunque debbono far sentire la presenza di Cristo ai loro propri membri, alle loro famiglie e a tutti quelli che vivono nel mondo del lavoro. Non vogliate mai dimenticare che la vostra prima cura è di conservare e di accrescere la vita cristiana nel lavoratore. A tal fine non basta che soddisfacciate e esortiate a soddisfare gli obblighi religiosi; occorre anche che approfondiate la vostra conoscenza della dottrina della fede, e che comprendiate sempre meglio ciò che importa l’ordine morale del mondo, stabilito da Dio, insegnato e interpretato dalla Chiesa, in ciò che concerne i diritti e i doveri del lavoratore di oggi.

Noi quindi benediciamo questi vostri sforzi, e specialmente i corsi e le lezioni che opportunamente organizzate, non meno che i sacerdoti e i laici che vi prestano l’opera loro come insegnanti. Non si farà mai abbastanza in questo campo; tanto grande è il bisogno di una formazione metodica, attraente e sempre adattata alle circostanze locali. Si eviti con ogni premura che il felice esito del lavoro generoso, speso per stabilire ed estendere il regno di Dio, venga intralciato o fatto naufragare col cedere ad ambizioni personali o a rivalità di gruppi particolari. Sappiano le Acli che avranno sempre il Nostro appoggio, finchè si atterranno a queste norme e daranno alle altre organizzazioni l’esempio di uno zelo disinteressato nel servizio della causa cattolica.

Da lungo tempo pur troppo il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano, senza incontrare sempre e dappertutto una sufficiente resistenza da parte dei cattolici. Specialmente nel ceto dei lavoratori esso ha fatto e fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e della economia. Non è raro il caso in cui l’operaio cattolico, per mancanza di una solida formazione religiosa, si trova disarmato, quando gli si propongono simili teorie; non è capace di rispondere, e talvolta persino si lascia contaminare dal veleno dell’errore.

Questa formazione le Acli debbono dunque sempre più migliorare, persuase come sono che esercitano in tal guisa quell’apostolato del lavoratore fra i lavoratori, che il Nostro Predecessore Pio XI di f. m. auspicava nella sua Enciclica « Quadragesimo anno » (cfr. Acta Ap. Sedis, vol. XXIII pag. 226). La formazione religiosa del cristiano, e specialmente del lavoratore, è uno degli offici principali dell’azione pastorale moderna. Come gl’interessi vitali della Chiesa e delle anime hanno imposto la istituzione di scuole cattoliche per i fanciulli cattolici, così anche la vera e profonda istruzione religiosa degli adulti è una necessità di primo ordine. In tal modo voi siete sulla buona via; continuate con coraggio e perseveranza, e non lasciatevi sviare da erronei principi.

Poichè questi erronei principi sono all’opera! — Quante volte Noi abbiamo affermato e spiegato l’amore della Chiesa verso gli operai! Eppure si propaga largamente l’atroce calunnia che « la Chiesa è alleata del capitalismo contro i lavoratori »! Essa, madre e maestra di tutti, è sempre particolarmente sollecita verso i figli che si trovano in più difficili condizioni, e anche di fatto ha validamente contribuito al conseguimento degli onesti progressi già ottenuti da varie categorie di lavoratori. Noi stessi nel Radiomessaggio natalizio del 1942 dicevamo: « Mossa sempre da motivi religiosi, la Chiesa condannò i vari sistemi del socialismo marxista, e li condanna anche oggi, com’è suo dovere e diritto permanente di preservare gli uomini da correnti e influssi, che ne mettono a repentaglio la salvezza eterna. Ma la Chiesa non può ignorare o non vedere che l’operaio, nello sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche congegno, che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni. Per quanto fossero e siano false, condannabili e pericolose le vie, che si seguirono; chi, e soprattutto qual sacerdote o cristiano, potrebbe restar sordo al grido, che si solleva dal profondo, e il quale in un inondo di un Dio giusto invoca giustizia e spirito di fratellanza? » (Discorsi e Radiomessaggi, vol. IV pag. 336- 337).

Gesù Cristo non attende che Gli si apra il cammino per penetrare le realtà sociali, con sistemi che non derivano da Lui, si chiamino essi « umanesimo laico » a « socialismo purgato dal materialismo ». Il suo regno divino di verità e di giustizia è presente anche nelle regioni ove l’opposizione fra le classi minaccia incessantemente di avere il sopravvento. Perciò la Chiesa non si restringe ad invocare questo più giusto ordine sociale, ma ne indica i principi fondamentali, sollecitando i reggitori dei popoli, i legislatori, i datori di lavoro e i direttori delle imprese di metterli ad esecuzione.

Ma il Nostro discorso si volge ora particolarmente ai cosiddetti «, delusi » fra i cattolici italiani. Non mancano essi infatti, soprattutto fra giovani anche di ottime intenzioni, i quali avrebbero aspettato di più dall’azione delle forze cattoliche nella vita pubblica del Paese.

Noi non parliamo qui di coloro, il cui entusiasmo non è sempre accompagnato da un calmo e sicuro senso pratico riguardo a fatti presenti e futuri e alle debolezze dell’uomo comune. Ci riferiamo piuttosto a quelli, i quali riconoscono bensì i notevoli progressi conseguiti nonostante la difficile condizione del Paese, ma risentono dolorosamente che le loro possibilità e capacità, di cui hanno piena consapevolezza, non trovano campo per essere messe in valore. Senza dubbio essi avrebbero una risposta al loro lamento, se leggessero attentamente il programma delle Acli, che esige la partecipazione effettiva del lavoro subordinato nella elaborazione della vita economica e sociale della Nazione e chiede che nell’interno delle imprese ognuno sia realmente riconosciuto come un vero collaboratore.

Non abbiamo bisogno d’insistere su questo argomento, da Noi stessi già sufficientemente trattato in altre occasioni. Ma vorremmo richiamare l’attenzione di quei delusi sul fatto che né nuove leggi né nuove istituzioni sono bastevoli per dare al singolo la sicurezza di essere al riparo da ogni costrizione abusiva e di potersi liberamente evolvere nella società. Tutto sarà vano, se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio e non perviene ad affrancarsi dai sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se Si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni, che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati.

L’azione delle forze cristiane nella vita pubblica importa dunque certamente che si promuova la promulgazione di buone leggi e la formazione di istituzioni adatte ai tempi; ma significa anche più che si bandisca il dominio delle frasi vuote e delle parole ingannatrici, e che l’uomo comune si senta appoggiato e sostenuto nelle sue legittime esigenze ed attese. Occorre formare una opinione pubblica che, senza cercare lo scandalo, indichi con franchezza e coraggio le persone e le circostanze, che non sono conformi alle giuste leggi ed istituzioni, o che nascondono slealmente ciò che è vero. Non basta per procurare l’influsso al semplice cittadino il mettergli in mano la scheda di voto o altri simili mezzi. Se egli vuol essere associato alle classi dirigenti, se vuole, per il bene di tutti, porre talvolta rimedio alla mancanza di idee proficue e vincere l’egoismo invadente, deve possedere egli stesso le intime energie necessarie e la fervida volontà di contribuire ad infondere una sana morale in tutto l’ordinamento pubblico.

Ecco il fondamento della speranza che Noi esprimevamo alle Acli or sono dieci anni e che ripetiamo oggi con raddoppiata fiducia dinanzi a voi. Nel movimento operaio possono subire reali delusioni soltanto coloro, che dirigono il loro sguardo unicamente all’aspetto politico immediato, al giuoco delle maggioranze. L’opera vostra si svolge nello stadio preparatorio — e così essenziale — della politica. Per voi si tratta di educare ed avviare il vero lavoratore cristiano mediante la vostra « formazione sociale» alla vita sindacale e politica e di sostenere e facilitare tutta la sua condotta per mezzo della vostra « azione sociale » e del vostro « servizio sociale ». Continuate dunque senza debolezze l’opera finora prestata; in tal guisa aprirete a Cristo un adito immediato nel mondo operaio, e mediatamente poi anche negli altri gruppi sociali. È questa l’« apertura » fondamentale, senza la quale ogni altra « apertura » in qualunque senso non sarebbe che una capitolazione delle forze che si dicono cristiane.

Diletti figli e figlie, presenti in questa sacra Piazza; e voi lavoratori e lavoratrici del mondo tutto, che Noi teneramente abbracciamo con paterno affetto, simile a quello con cui Gesù avvinceva a sè le moltitudini fameliche di verità e di giustizia; siate certi che in ogni occorrenza avrete al vostro fianco una guida, un difensore, un Padre.

DiteCi apertamente, sotto questo libero cielo di Roma: Saprete voi riconoscere, tra tante voci discordi e ammalianti a voi rivolte da varie parti, alcune per insidiare le vostre anime, altre per umiliarvi come uomini, o per defraudarvi dei legittimi vostri diritti come lavoratori, saprete riconoscere chi è e sarà sempre la vostra sicura guida, chi il fedele vostro difensore, chi il sincero vostro Padre?

Si, diletti lavoratori; il Papa e la Chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guidare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari, quanto più bisognosi di difesa e di aiuto, siano essi operai o altri figli del popolo.

Questo dovere ed Impegno Noi, Vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del 1° maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé, come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro, e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri.

In tal modo accolto dai lavoratori cristiani, e quasi ricevendo il crisma cristiano, il 1° maggio, ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglie del lavoro.

Affinchè vi sia presente questo significato, e in certo modo quale immediato contraccambio per i numerosi e preziosi doni, arrecatici da ogni regione d’Italia, amiamo di annunziarvi la Nostra determinazione d’istituire — come di fatto istituiamo — la festa liturgica di S. Giuseppe artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno 1° maggio. Gradite, diletti lavoratori e lavoratrici, questo Nostro dono? Siamo certi che sì, perchè l’umile artigiano di Nazareth non solo impersona presso Dio e la S. Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie.

Con tale augurio sulle labbra e nel cuore, diletti figli e figlie, e con la certezza che ricorderete questa giornata così densa di santi propositi, così fulgida di buone speranze, così promettente per quanto è stato compiuto, invochiamo dall’Altissimo le più elette benedizioni su di voi, sui vostri congiunti, sui degenti negli ospedali e nei sanatori, sui campi e le officine, sulle vostre Acli e sulla loro grande e nobile attività, sui datori di lavoro, sulla diletta Italia e sul mondo tutto del lavoro, a Noi sempre caro. Discenda dai cieli sulla terra, da voi lavorata e fecondata in ossequio al primordiale divino precetto, la Nostra paterna Apostolica Benedizione!

Un Primo Maggio atipico in questo 2020, con ricordi, paure e speranze!

“ Il lavoro in sicurezza: per costruire il futuro”: è questo lo slogan che CGIL, CISL e UIL, hanno scelto quest’anno per la giornata del Primo Maggio. In seguito al protrarsi dell’emergenza sanitaria Covid -19, i Sindacati Confederali hanno annullato la Manifestazione Nazionale prevista quest’anno a Padova, così come non si svolgerà la trentesima edizione del Concertone in Piazza San Giovanni a  Roma. E’ la prima volta,  da 75 anni, non si svolge in piazza la “ Festa del Lavoro”. 

Infatti gli storici appuntamenti, in tutta Italia, per il 1° Maggio ripresero nel 1945, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, perché durante il ventennio fascista la Festa del Lavoro era stata spostata al 21 aprile, e ricordata insieme al  Natale di Roma, del 1924 al 1944.

Perchè in questo 2020 il 1° Maggio è atipico? Occorre comprendere razionalmente, quanto è accaduto e immaginare quali possono essere  gli scenari futuri. Il blocco delle attività produttive, comprese cultura, libertà di culto, commercio, turismo, scuola, sport, ecc., da circa due mesi, nel nostro Paese, salvo i servizi essenziali e vitali, e l’obbligatorietà del “distanziamento sociale”, come  condizione fondamentale per combattere il contagio del virus. Quindi un invito perentorio a stare  a casa, cioè un isolamento forzato, che non consente alcuna iniziativa pubblica. Non si era mai arrivati a questa situazione di sospensione di manifestare, neanche nei momenti bui e difficili degli anni di piombo. Il coronavirus ha avuto questa forza di condizionare la vita degli italiani e non solo, perchè è diffuso in Europa e nel mondo.

Quindi una atipicità che non può far dimenticare la storia, come gli incidenti tragici di Chicago e il Congresso di Parigi, della Seconda Internazionale (fondata dai partiti socialisti e laburisti europei), che decretò il carattere internazionale della Festa del lavoro alla fine dell’Ottocento, e fu adottata in molti paesi del mondo, richiamando valori di giustizia, uguaglianza e  di unità. Successivamente, un riconoscimento importante avvenne il 1° Maggio 1955, il Papa Pio XII, che istituì la celebrazione di San Giuseppe lavoratore, così da ufficializzare la ricorrenza anche per i lavoratori cattolici. 

Questi eventi non si possono cancellare, anche se la nostra società contemporanea ha la memoria labile rispetto alla storia, ma soprattutto non si possono ignorare  i valori, la cultura, il significato e lo spirito, con la quale è nata 131 anni fa, la storica Festa dei Lavoratori. Attualmente questa ricorrenza dedicata ai lavoratori e al lavoro viene ricordata, come festa  nazionale, in oltre cento Paesi di tutti i continenti del mondo.  

Siamo passati delle grandi manifestazioni nelle piazze, delle città più importanti del nostro Paese, al grande evento musicale di piazza San Giovanni a Roma, chiamato Concertone dal 1990, e contemporaneamente a un comizio nazionale, con i tre Segretari di CGIL, CISL e UIL in una città italiana, che richiamava situazioni di criticità e di sostegno unitario. Quest’anno avremo “una manifestazione virtuale” con i tre leader sindacali Landini, Furlan e Barbagallo, che nella mattina del 1° Maggio saranno in diretta con uno speciale su Rai Tre, e nel tardo pomeriggio un grande evento musicale, promosso dalle Confederazioni, con collegamenti, riflessioni e testimonianze, sempre in TV e sui social. Parteciperanno  Cantanti, Artisti e Orchestre di rilievo del mondo dello spettacolo del nostro Paese.

Questo è il contesto e lo scenario in cui cade il 1° Maggio 2020. Siamo alla vigilia della cosiddetta “Fase 2”, cioè la graduale ripresa delle attività, in presenza di una tendenza  di contenimento della pandemia (diminuzione di contagiati e di morti, aumento  di guariti).  Le preoccupazioni, le angosce e le paure sono sempre più numerose. Gli interrogativi riguardano le aziende che probabilmente non potranno più riaprire, ma il dramma vero sono le attività autonome, citandone solo alcune, come artigiani, ristorazione, commercianti, turismo e indotto, ristorazione, servizi alla persona, che  in una realtà come Roma, che ospita ogni anno un flusso turistico di circa 29 milioni di presenze straniere.

In questa fase, c’è anche l’allarme aumento povertà, infatti le realtà come Caritas, Sant’Egidio e l’associazionismo del volontariato anche spontaneo per l’emergenza, e le stesse Parrocchie, oltre ai Servizi Sociali del Comune di Roma, hanno visto aumentare le richieste di aiuto, non solo alimentare, di famiglie e singoli in difficoltà. Non dimenticando, inoltre, chi era in cerca di un lavoro o di una occupazione prima dell’avvento del Covid – 19, in modo particolare giovani ed espulsi dal sistema produttivo.

I provvedimenti legislativi “Salva Italia” e quelli Regionali, che vanno dalla Cassa Integrazione e Guadagni in deroga, ai sussidi, allo spostamento di pagamento di tasse, di sostegno alle Aziende e ai lavoratori autonomi, al contributo agli affitti, ecc., quanto potranno durare e con quale velocità verranno erogati? Sono queste situazioni che aumentano le paure e le incertezze. Ecco perché in questa contingenza si richiede ai pubblici poteri, più unità e più umiltà, perché la complessità dei problemi necessitano di risposte serie e ponderate, oltre che rapide. 

La propaganda e lo scontro non  servono, di fronte a emergenze sanitarie, che diventano economiche e sociali, perché è il momento della responsabilità a tutti i livelli. In questa occasione è bene ribadire quanto affermano da Cgil, Cisl e Uil: “ E’ importante che il lavoro resti protagonista anche e soprattutto in occasione di questo primo Maggio, perché il lavoro è la leva fondamentale per restituire una prospettiva credibile per il futuro del nostro Paese e di coloro che rappresentiamo.”

Come sempre la celebrazione della Festa dei Lavoratori, era il momento dei bilanci e della speranza. Oggi lo è ancora di più, perché senza speranza non c’è vita, e la situazione che viviamo necessità di tante speranze: per la salute, per il lavoro, per la ripartenza e la ripresa, per la giustizia, per la lotta alle disuguaglianze. Occorre superare una crisi senza precedenti dalla fine della guerra, che certamente non è solo del nostro paese.  La Comunità Europea rimane l’approdo, con nuove regole, per rilanciare il “vecchio continente”, compresa l’Italia, anche nel confronto e nella competizione con i grandi  paesi dell’America e dell’Asia. Ecco perché dobbiamo sempre ricordare l’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Forse mai, come questo Primo Maggio atipico, per le circostanze in cui cade, è veramente la festa non solo dei lavoratori, ma di tutti gli italiani che sperano in un futuro migliore.

COVID-19: ritornare al posto di lavoro, la guida EU-OSHA

Come garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori quando tornano sul posto di lavoro? Questa è la domanda che si pongono molti datori di lavoro per un ritorno progressivo al lavoro dopo l’emergenza epidemiologica da Covid-19. Una prima risposta arriva dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), con la pubblicazione della guida “COVID-19: BACK TO THE WORKPLACE – Adapting workplaces and protecting workers“.

Oggi più che mai è prioritario proteggere e promuovere la sicurezza e la salute sul lavoro per i lavoratori, le aziende e l’intera collettività.

Il documento fornisce risposte pratiche per aiutare i datori di lavoro e le imprese a gestire il ritorno al lavoro, valutare rischi, individuare le misure appropriate, coinvolgere i lavoratori e pianificare un futuro sicuro nei luoghi di lavoro.

La guida rappresenta un contributo fondamentale dell’UE in questa situazione eccezionale e contiene anche collegamenti a informazioni nazionali su settori e professioni specifici.

Consulta la guida (che nei prossimi giorni  sarà resa disponibile anche nella versione italiana)

Il 100% dei pazienti sviluppa gli anticorpi anti Covid

Uno studio cinese pubblicato su ‘Nature Medicine’, firmato da scienziati della Chongqing Medical University dimostra che  285 pazienti su 285 (100%) sviluppano IgG contro Sars-CoV-2 entro 19 giorni dall’inizio dei sintomi clinici.

L’IgG antivirale è il tipo di anticorpo normalmente responsabile della protezione a lungo termine contro un agente microbico.

“La sieroconversione per IgG e IgM si è verificata contemporaneamente o in sequenza. Entrambi i titoli” anticorpali “di IgG e IgM hanno raggiunto il plateau entro 6 giorni dalla sieroconversione”. Secondo gli autori, per ora se ne può dedurre che “i test sierologici possono essere utili per la diagnosi di pazienti sospetti” Covid “con risultati Rt-Pcr (tamponi, ndr) negativi e per l’identificazione di infezioni asintomatiche”.

Giulio Pastore, il fondatore della Cisl: un libro che aiuta a capire la sua opera.

Oggi la CISL, fondata il 30 aprile del 1950 da Giulio Pastore, compie 70 anni!

Un’ottima occasione per valorizzare ulteriormente ed approfondire la figura e l’opera del suo fondatore attraverso la lettura del libro “GIULIO PASTORE E IL NUOVO OSSERVATORE” (Emia edizioni, prefazione di Franco Marini, presentazione di Andrea Ciampani e postfazione di Pier Luigi Ledda).

Non perdetevelo!!! Potete trovarlo in tutte le librerie o ordinarlo tranquillamente su Amazon.

I settant’anni della Cisl

La Confederazione Italiana Sindacati  fu infatti fondata a Roma il 30 aprile 1950 al Teatro Adriano di Roma in un’ Assemblea generale a cui parteciparono i delegati della LCgil, della Fil e della Ufail.

Primo Segretario Generale fu eletto Giulio Pastore, leader della corrente sindacale cristiana dopo la scomparsa di Achille Grandi. Pastore ha guidato la confederazione di Via Po fino al 1958 e successivamente è stato anche Ministro dello Sviluppo del Mezzogiorno sino al 1968.

A ricordare uno degli avvenimenti che ha segnato la storia sindacale nel nostro paese è la Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan in una lunga lettera inviata a tutti gli iscritti e delegati della Confederazione alla vigilia del Primo Maggio.

“La Cisl ha contribuito a costruire l’Italia democratica, rifiutando la demagogia, l’antagonismo sterile ed il populismo ma cercando sempre di coniugare gli interessi dei lavoratori con quelli generali del Paese”, sottolinea nella sua lettera la leader Cisl. ”Oggi, possiamo dirlo senza alcuna enfasi: la Cisl ha vinto questa sfida, delineando in questi settanta anni di storia un rapporto nuovo tra Stato e sindacato, una collaborazione virtuosa che per Giulio Pastore doveva svolgersi in piena autonomia dalla politica e dai partiti, un rapporto paritario, senza alcuna subalternità”.

Il risveglio del Parlamento

Ieri in Senato si è levata alta la voce di Luigi Zanda. È stato un intervento che è andato al di lá dei contenuti pur rilevanti in esame che non dimentichiamo riguardavano i numeri del Def e lo scostamento del Bilancio. Sono previsioni drammatiche rispetto al Pil, alla mortalità delle aziende, ai consumi delle famiglie, alla occupazione, alla tenuta sociale del Paese. Ha opportunamente sottolineato le parole di Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale.

Luigi Zanda, per cultura e per esperienza parlamentare ha voluto richiamare il ruolo del Parlamento rispetto alle scelte debordanti del Governo Conte che ha provocato una rottura nell’equilibrio di poteri sui principi delle libertà costituzionalmente garantite.

Lo ha fatto con toni fermi ma preoccupati, difendendo la storia del Parlamento di fronte a campagne populiste denigratorie che hanno finito per delegittimarlo progressivamente. L’intervento di Zanda era anche rivolto al suo partito il PD a prendere coraggio, a uscire dalle secche, a ritrovare il sentiero della sua storia che ha guardato al Parlamento come luogo della centralità politica sulle grandi scelte politiche, economiche e costituzionali.
Zanda ha gettato un sasso nelle acque stagnanti che si sono mosse con una piccola onda provocando iniziali apprezzamenti. C’è da augurarsi che l’onda si alzi e che possano suscitare ancora più larghi consensi affinché i decreti all’esame del Parlamento possano essere corretti adeguatamente recuperando l’indispensabile riequilibrio tra potere legislativo ed Esecutivo.

Non basta l’emendamento Ceccanti con il pallido parere preventivo su DPCM. C’è bisogno di qualcosa di più! Forza Zanda.

Mauro Magatti: In mezzo al guado

Articolo pubblicato sulle pagine del 29 Aprile dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

«Questo è, in senso biblico, un momento realmente apocalittico, che chiama a un giudizio sul nostro tempo». Se l’esito però sembra abbastanza scontato, di fronte agli scenari disastrosi ai quali il nostro mondo sembra averci condotto, sia pure sotto i colpi di una crisi inedita, la previsione sul futuro rimane tutt’ora un esercizio fin troppo arbitrario. Per questo Mauro Magatti, sociologo, docente all’Università cattolica di Milano, scrittore, preferisce avvertire che ci troviamo semmai di fronte a una situazione nella quale tutti le possibilità sono aperte e sarebbe opportuno tenere a mente l’insegnamento di Romano Guardini, la consapevolezza che non esistono mai soluzioni definitive ma equilibri da cercare fra tensioni costanti. Il che presuppone un solo indispensabile strumento: la riscoperta del senso autentico della libertà.

Fra i vari giudizi sul tempo che stiamo vivendo, si distingue, se non altro perché fuori dal coro, quello del premio Nobel del 2008 per l’economia, Paul Krugman, secondo il quale il sistema economico mondiale in fondo non sta vivendo una crisi vera e propria ma un “coma farmacologico indotto”, lasciando intendere che se ne possa uscire abbastanza rapidamente… È una lettura che può essere condivisa?

Detto che naturalmente è difficile fare previsioni perché sta accadendo qualcosa di inedito e quindi è facile essere smentiti, io sono tra quelli che sono un po’ più allarmati. Se si usa il riferimento del Fondo monetario internazionale, che dice che il pil mondiale scenderà del 3 per cento (con la crisi del 2008 è sceso dello 0,4) ciò significa che siamo di fronte a qualcosa che avrà un impatto, anche se lo consideriamo solo un arresto, molto rilevante. Anche perché questo arresto si accompagna ad almeno due questioni molto importanti. Primo, creerà disoccupazione, cioè una parte del lavoro non riprenderà, il che spingerà una parte significativa della popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema (il Papa usa giustamente il termine “fame”). Poi, una variabile che non conosciamo è quanto questa vicenda durerà. Adesso c’è stato questo blocco. Andiamo verso l’estate, almeno in una parte del mondo, e ci auguriamo che la situazione migliori. Molti esperti dicono che il virus tornerà in autunno ma non si sa se ci sarà il vaccino. Insomma, il rimbalzo che ci si può attendere, ammesso che ci sia, non riguarderà tutti.

Ragionando sui possibili scenari post pandemia, qualcuno, come l’economista Stefano Zamagni, ha individuato nel neoliberismo il nemico da combattere. Altri, come il filosofo Massimo Cacciari, ritengono invece che il neoliberismo sia già morto e che semmai si dovrà affrontare la realtà di un capitalismo delle multinazionali saldamente alleato con le istituzioni politiche. Lei da che parte si mette?

Ribadito che fare i profeti in questo momento è molto difficile, se non impossibile, credo che il neoliberismo che si è presentato alla fine del secolo scorso e che aveva già subito un bel colpo con la crisi finanziaria e con l’emergere dei vari populismi, finirà qui. Ci sarà un’altra forma di capitalismo, benigno o maligno nessuno lo sa. La speranza è che fra i due poli, il globalismo come tecnica politica astratta, e la reazione localista della chiusura e dei populismi, emerga invece una strada di sensatezza, dove si riconosca che c’è un bisogno di un governo politico dei processi a livello di macro regioni. Però ogni spazio macroregionale deve darsi in relazione agli altri, non nella logica di Huntington dello scontro di civiltà. Questo è l’esito che auspico. L’esito nefasto è invece quello in cui si va fondamentalmente verso aree di conflitto fra regioni (e magari alcune di queste, vedi l’Europa, neanche in grado di nascere realmente). Per me quindi il “globalismo della globalizzazione” e la sua reazione populista sono entrambe in difficoltà: nascerà una cosa nuova, che non sappiamo ancora se sarà ancora peggiore o migliore.

Dipende da noi… O no?

Dipende da noi, dipende da noi… Certo, dipende dai processi storici… Ma sicuramente dipende dalle spinte che si riescono a dare.

Si è un po’ tutti convinti della necessità di un cambiamento profondo del sistema economico, politico, sociale. In questo momento però stiamo usando risorse che non abbiamo ancora prodotto e stiamo creando un debito che nel medio e lungo periodo ricadrà inevitabilmente sulle spalle delle prossime generazioni. È credibile allora, in queste condizioni, parlare di riforme?

In questo momento, come è evidente, il sistema economico-sociale ha bisogno della finanza. La metafora che si può usare è questa: c’è stata una grande emorragia, causata dal blocco della circolazione, e abbiamo bisogno di una trasfusione. In tale contesto non ha alcun senso operare con un criterio di contabilità. Al momento se non c’è la trasfusione il paziente muore e quindi bisogna agire in un sistema di emergenza (naturalmente questo è anche il grande tema della risposta europea). Il problema è che questa trasfusione non può essere destinata semplicemente alla sopravvivenza ma c’è bisogno che inneschi dei percorsi di investimento che siano trasformativi. Voglio dire: attiviamo queste risorse finanziarie per fare che cosa? In che direzione dobbiamo investire? Dipende da qui la possibilità di andare in una direzione positiva. Il vero tema è individuare con sufficiente chiarezza degli obiettivi trasformativi, pensiamo al tema dell’ambiente, della sanità, dei beni non solo individuali ma di comunità. La finanza in questo momento è necessaria ma se non facciamo questo sforzo di individuare gli obiettivi e non indirizzare questa disponibilità di risorse finanziarie il problema che pone lei certamente sarà devastante… Alternativamente, la rigenerazione economica e sociale ci metterà in condizione anche di affrontare nel medio e lungo periodo le conseguenze di queste azioni che sono oggi necessarie.

Al di là di tutti i nostri tentativi di ripensare il futuro, nostro malgrado, come vede, l’attenzione finisce sempre con l’essere incentrata sul tema economico. Lo trova più realistico o più limitativo?

Il problema è che il liberismo ci ha raccontato l’economia come se fosse solo un meccanismo. Il problema è che l’economia non è una macchina che doveva correre secondo la logica del just in time, per cui nel momento in cui la macchina si ferma per un incidente tu non sai cosa fare. L’economia non è un meccanismo. L’economia, come ci hanno insegnato i grandi pensatori, è una costruzione che a che fare sì con la tecnologia, che ha a che fare con gli assetti politici, con la sua stessa regolazione (pensiamo alla finanza e alla lotta alle disuguaglianze). Ma ha basi spirituali. Il liberismo è stato espressione di una combinazione di elementi. La crisi degli anni ‘70 del secolo scorso, che è stata una crisi economica, politica e culturale, ha generato la liberalizzazione dei mercati, dietro la quale c’era il concetto secondo cui l’individuo si realizza attraverso il consumo. La combinazione di questi elementi ha retto una stagione. Poi si è andati in crisi. Il tema che abbiamo davanti è come rimettiamo insieme questi elementi, ovvero: spazi politici regolativi, nuovi modelli economici che hanno a che fare anche con il tema della digitalizzazione (lo smartworking, i nuovi beni…) e nuove basi spirituali e culturali. Per esempio, la consapevolezza crescente che i nuovi giovani hanno della sostenibilità ambientale, ma anche sociale, è il presupposto per fare un’economia diversa. Non siamo di fronte a una macchina che va riavviata. Dobbiamo ricostruire insieme degli assetti che abbiano a che fare con il senso di ciò che facciamo quando la mattina ci alziamo, lavoriamo, dedichiamo la nostra vita a fare qualche cosa che serva.

Poco tempo prima dello scoppio della pandemia è uscito il suo libro dal titolo, oggettivamente profetico, «Liberi di cadere. La libertà al tempo dell’insicurezza». Intanto le rivolgo una domanda secca: “dopo” saremo più o meno liberi? Non le chiedo un auspicio ma una previsione…

Guardi, noi siamo sospesi tra un bene e un male, tra esiti che possono essere realmente opposti. Venendo al tema della libertà: la libertà individualista, consumistica, senza limiti, propria dell’immaginario neoliberista, è già in crisi da almeno dieci anni. A un certo punto quella narrazione non ha più corrisposto alla realtà. I populismi sono l’espressione del fatto che per molti il racconto secondo cui tu sei come una particella elementare a sé stante che vive felicemente andando di qua e di là è un racconto che non stava in piedi. Oltretutto saltava completamente il tema dell’identità, del senso, del legame, dell’appartenenza. Noi arriviamo a questa crisi con una libertà già fortemente a rischio. Questo “incidente”, chiamiamolo così, può farla collassare in quello che la Zuboff definisce il “capitalismo della sorveglianza”, un mix tra grandi poteri del digitale e nuovi sistemi politici. Nella fase storica precedente la combinazione era: “Ti libero il desiderio e il tuo desiderio fa andare avanti l’economia”. Ora questo non regge più e la richiesta che qualcuno controlli e dia ordine (a partire dal punto di vista sanitario), che gestisca dall’alto il caos, può essere l’unica risposta. Ci sarà un’alternativa se si diventa consapevoli che la libertà è una relazione e di conseguenza si esprime solo nella responsabilità. Un po’ ora lo capiamo: è il tema del contagio. Io sono responsabile nei confronti della mia salute e della salute dell’altro. Di sorveglianza non c’è bisogno se diventiamo consapevoli che essere liberi vuol dire essere responsabili. Ovviamente questo è molto difficile, chiede investimenti nell’educazione, richiede un altro modo di pensare la nostra libertà, Ma è anche vero che nella storia ci sono i salti. La mia posizione è che questo incidente o ci spingerà al collasso, oppure, grazie alle tante risorse morali che ho visto in queste ultime settimane, capiremo che l’antropologia raccontata dal neoliberismo era una forzatura.

In un passaggio del suo libro lei afferma anche che uno degli strumenti utili a “liberare la libertà” è la pratica della dissidenza. Dovremmo essere tutti un po’ più rivoluzionari?

Beh, questo è un concetto un po’ particolare. La dissidenza naturalmente è solo un primo passo, non è il compimento della libertà. Però la libertà ha sempre a che fare con la nostra capacità di non assumere l’ordine delle cose in maniera superficiale. È un tema che ha molto a che fare con l’esperienza religiosa: anche la secolarizzazione, che non a caso è un prodotto della cultura europea cattolica, si oppone a tutti i tentativi teocratici di tradurre la religione in un ordine politico, una delle minacce peggiori all’esercizio della libertà individuale. Ciò dimostra che le religioni hanno un ruolo importante non quando vogliono occupare il potere ma quando lavorano per coltivare la coscienza. Il cristianesimo, sotto questo aspetto, ha un messaggio molto forte: dato un qualunque ordine politico, economico o sociale ci dice che c’è sempre un riferimento “altro” che ci consente di essere dissidenti. Questo è un elemento che, ahimé, anche nell’educazione cattolica si è troppo spesso dimenticato. Abbiamo sottolineato invece, molto, il tema dell’obbedienza. Obbedire, ricordiamolo, viene da ob audere… predisporsi all’ascolto. Questo ovviamente non significa che poi la coscienza vada per conto suo, che assumiamo il punto di vista dell’individualismo contemporaneo: è un punto di partenza che poi va rigiocato in una relazione, in un ascolto della realtà, e non semplicemente in ciò che poi ripetiamo a noi stessi…

Uno dei temi più sentiti in questi giorni è anche quello della scuola e delle difficoltà dei genitori che devono rientrare al lavoro non sapendo come gestire i figli. Fatte salve le legittime esigenze famigliari, sembra che in pochi si preoccupino di riflettere su una completa riprogettazione del sistema scolastico…

Naturalmente, se la scuola diventa un “parcheggio” fallisce il proprio ruolo. La scuola è un’istituzione che abbiamo inventato e che tra l’altro avrebbe bisogno di essere aggiornata, di essere ripensata… che affianca ma certamente non sostituisce la famiglia, o altri soggetti, quali la Chiesa, nella formazione dei giovani. E, lo sappiamo, ha il suo valore laddove compensa le differenze che esistono nell’origine famigliare. Si è visto anche in questo periodo. La scuola digitale va benissimo, fatto salvo che non è detto che a casa tua tu abbia lo spazio per studiare, gli strumenti per seguire bene le lezioni, ci sia qualcuno che ti aiuta a fare bene i compiti. La scuola ha questa funzione importante di combattere le disuguaglianze, che è il fine più difficile e più delicato fra quelli che hanno le diverse agenzie educative. Il tema del “parcheggio” ci può essere ma nel caso italiano vedo il problema opposto, ci si appresta a riaprire una serie di attività economiche senza preoccuparsi della questione molto concreta e molto reale della gestione dei figli.

Tutti vogliamo essere allo stesso tempo liberi e sicuri: una contraddizione che lei definisce come possibile “causa eziologica di una psicosi collettiva”. Insomma, non c’è libertà senza rischio. Piuttosto scomodo dirlo ora…

Beh sì, è un altro grande punto. Chiaramente con la pandemia (a parte la possibilità che ci sia stata una sottovalutazione, forse non eravamo preparati, non so) si è sentito fortemente tra le tante cose un’angoscia molto forte nei confronti del morire. Perché, come hanno detto in tanti, questa pandemia ha reso pubblico ciò che invece abbiamo reso privato, cioè la morte, che è un tema costitutivo della libertà. La libertà si gioca in questa esposizione al rischio, che può esprimersi nella pulsione di morte di chi dice “il governo non mi deve imporre quello che devo fare” (vale a dire una libertà non responsabile, radicalizzata) oppure, dall’altra parte, nella reazione opposta di chi si affida a qualcuno (non si capisce bene chi) che gli garantisca una sicurezza che naturalmente nessuno è in grado di dare. La nostra elaborazione soprattutto culturale di questo rapporto fra vita e morte è tale per cui ci immaginiamo di non morire mai e quindi che sia possibile vivere senza rischi. Abbiamo visto che questa esperienza collettiva, anche così drammatica, ha spinto molti a guardare, a riaffacciarsi, alla dimensione religiosa, anche se magari in forme superficiali: i dati sulle persone che guardano la messa di Santa Marta o le iniziative di tanti preti (per esempio i video di preghiera di un prete che ha totalizzato più di 500 mila visualizzazioni) sono importanti. Ora, non è che uno diventi improvvisamente cristiano, dal nulla gli spunti la fede, però questa esposizione collettiva alla morte ha fatto riaffiorare domande. Siamo lì nel mezzo: anche come società dobbiamo trovare la giusta misura fra il dovere di protezione, del più debole in particolare, e la vita che è apertura e come tale anche rischio.

Insomma, bisogna darsi da fare, prescindendo dall’affidarsi a quello Stato al quale fino ad ora si pretendeva di occuparsi di noi e dei nostri bisogni. Davvero il modello precedente è definitivamente morto?

Bisogna tenere sempre a mente l’insegnamento di Romano Guardini: la vita sociale e umana è sempre esposta a delle tensioni. Ad esempio la tensione fra libertà e sicurezza, fra singolo e collettività. Non è che esistano delle risposte risolutive. Le diverse fasi, i diversi momenti della storia sociale sono fatti di equilibri tra le tensioni. E questi equilibri sono per definizione inadeguati, insufficienti. Ogni tanto, come sta succedendo per esempio nella soluzione neoliberista, entrano in crisi e bisogna mettersi alla ricerca non di un’altra soluzione “definitiva” ma di un altro equilibrio, che sarà provvisorio. Io credo che ci sia lo spazio per dare realizzazione alla consapevolezza, che avevamo perso, di un comune destino. Se poi saremo capaci di dargli una forma, di approfittare di questa consapevolezza e renderla una forma sociale è tutto da dimostrare. Però a me sembra che lo spazio ci possa essere.

Tra i rischi da assumere c’è anche quello della possibilità della caduta, del fallimento. Di nuovo il problema della tutela, anche sociale, della “sconfitta”: temi che sono, dovrebbero, far parte del patrimonio culturale di ogni cattolico. Tuttavia mi sembra di poter dire che il mondo non segue questa logica…

Certamente no. Il mondo segue da sempre altre logiche. Però, di nuovo, cosa dobbiamo fare rispetto a questo incidente che ci è capitato? Dobbiamo chiudere la nostra capacità di pensare il futuro? Dobbiamo dire che tutto è finito? Che non saremo più come prima? Oppure reagire in maniera relativistica immaginando che non sia successo nulla? No, io penso che a livello personale e a livello collettivo le paure possono annichilire la nostra vita sociale oppure liberare delle energie che prima erano impensabili. Banalmente, siamo tutti fermi, e questa cosa ci fa star male, e allo stesso tempo ci siamo resi conto (almeno io mi sono reso conto) che forse si correva come dei dementi, che (dico una banalità) si facevano un miliardo di viaggi e forse se ne possono fare un po’ meno… I traumi hanno esiti che possono essere opposti. Per me questo è veramente un tempo, in senso biblico, apocalittico: questo incidente ci spinge a un giudizio su questo tempo. Però è anche una grande occasione. Almeno per chi pensa che il mondo che ci siamo lasciati alle spalle non fosse l’Eden. Non era neanche l’inferno, ovviamente: era un mondo che aveva delle cose buone e tante cose che sono morte.

Ma c’è invece qualcosa che rimarrà, fra quelle vissute in queste settimane?

La cosa che ci segnerà, anche se non so dire se nel bene o nel male, è questa esposizione collettiva alla morte. Lo dico per me, ma penso che sia stata un’esperienza per molti. Nei primi giorni, quando c’è stato il contagio, quando l’epidemia si diffondeva in maniera molto veloce e non si capiva bene nulla, credo che tutti abbiamo avuto un momento di interrogazione rispetto alla possibilità di morire. Dato che vivevamo in un mondo in cui questa cosa era messa totalmente tra parentesi e tutti avevano la sensazione di essere immortali (e di conseguenza leggermente paranoici) come ci portiamo dietro questa reimmersione nella nostra realtà di uomini? Per me questo sarà il punto decisivo, che rimarrà nell’esperienza di molte persone, in maniera confessata o inconfessata. Io ho speranza che questa consapevolezza ci possa essere d’aiuto. Ovviamente, se evitiamo di fare di tutto per metterla sotto il tappeto e fare finta di non aver mai vissuto quello che stiamo vivendo.

La lezione “politica” di Caterina

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano il 29 Aprile 2020 

Nel 1970 Paolo VI, uomo profondamente innamorato di Cristo e della Chiesa, compie un gesto che mai — in duemila anni di cristianesimo — era stato fatto: proclamare due donne Dottori della Chiesa. Una di esse è santa Caterina da Siena compatrona d’Italia e d’Europa, da lui definita «la mistica del Corpo mistico di Cristo, cioè della Chiesa».

Nata in un’epoca in cui non era facile “essere donne” — la loro nascita, infatti, non veniva annotata nei registri comunali — e penultima di venticinque figli, Caterina ha rifiutato la vita mondana per darsi totalmente a Dio fin da bambina. Circa dieci mesi dopo la sua nascita anche a Siena arriva la terribile “peste nera”, che dalla Cina era penetrata nel continente europeo a settembre del 1347, seminando morte e carestia in tutta Europa. Il terribile morbo le porta via due sorelle: Lisa e Nera. Perciò suo padre volle la venticinquesima figlia, che Lapa Benincasa mette al mondo senza fiatare. Le donne, di fatto, non avevano parola, né istruzione e la loro giornata si svolgeva tra le faccende di casa e la vita di pietà. Ma per Caterina no. Non era così.

Parlava poco e se ne stava in disparte a costruire la sua “cella interiore” nella quale incontrava Cristo, il quale, a sei anni, le si era manifestato sul tetto del convento di San Domenico assiso in trono. Da Lui riceve il dono di saper leggere e solo pochi anni prima della morte comincia a scrivere.

Caterina mostra subito di non essere una donna qualunque; tutto intorno a lei sa di soprannaturale, di presenza continua ed autentica di Cristo, che, un giorno, visitandola le disse: «Sai chi sei tu e sai chi sono io? Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono» (Vita, 92). A. Vauchez ha scritto un libro intitolato: Caterina da Siena. Una mistica trasgressiva, nel quale, senza allontanarsi dalle più importanti fonti e correnti di studio sulla santa, riesce a mettere in luce la “vera grandezza di questa donna eccezionale”, descritta da alcuni come “spiacevole” e “irritante” e senza il fascino di Teresa d’Ávila.

Chi era veramente Caterina? Non si può rispondere in poche righe, però sì possiamo segnalare tratti fondamentali della sua persona marcata dalla forte e speciale intimità con Cristo che la rese mirabile “interceditrice” presso il suo Signore. Se qualcuno ha affermato che ella possedeva uno spirito “acre”, sarebbe stupido negare in lei la presenza di un particolare fascino — trascendente —, grazie al quale si circonda di discepoli — i Caterinati — “apprendisti” nelle cose dello Spirito e nella carità, che praticavano restando nel mondo. Caterina, infatti, decise di rinunciare alle “consolazioni spirituali” che Cristo le concedeva nel suo “ritiro” casalingo per mescolarsi nella vita sociale e politica della sua società, in una attività apostolica instancabile, generosa e dedita ai più bisognosi, accompagnata dalle donne e gli uomini che la seguivano.

Accusata di essere una “politicante” risponde di «esercitare la vita nell’onore di Dio e la salute delle anime» (Lett. 122). Per Caterina, infatti, la politica e l’amore per l’uomo sono un tutt’uno poiché Dio, “carità increata” ha creato l’umanità perché vivesse unita: «In questa vita mortale, mentre siete viandanti, vi ho legati nel legame della carità: l’uomo, lo voglia o no, vi è legato. Se egli si scioglie a causa di un sentimento che non sia la caritá del prossimo, vi rimane legato per necessità» (Dial. 148). La società, quindi, nasce da questo legame voluto da Dio ed è concepita da Caterina sì come qualcosa di soprannaturale, ma allo stesso tempo frutto di un mutuo e razionale consenso; in essa l’uomo è creatura provvista di una smisurata dignità e sacralità che ella ha sempre difeso pretendendo dai governanti solide virtù — umiltà, pazienza, dominio di sé —, senza le quali non si può amministrare una città con carità e giustizia, nella considerazione del bene universale e non di quello personale: «Conviensi che l’uomo che ha a signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé. Come potrebbe il cieco vedere e guidare altrui?» (Lett. 121).

Messaggera di pace tra i potenti ha tenuto testa a re e regine, governatori e uomini di Chiesa, ai quali chiedeva semplicemente di convertire il cuore e mettere la carità a servizio del bene di tutti, come scrive in tutte le sue lettere, nelle quali si rispecchia una forte moralità e grande spiritualità.

L’amore nella forma più alta della “caritas”, il rispetto, la libertà dell’altro, il dialogo pacifico e costruttivo, sono insegnamenti che «questa donna politica “sui generis”», come l’ha definita Paolo VI, ci ha lasciato ed hanno ancora oggi un valore inestimabile. Se in questo momento di ampia confusione umana e frammentazione politica, in cui abbiamo visto generarsi egoismi statali e personali davanti ad un male comune — che sempre esige una risposta “comune” e di “comunione” — avessimo prontamente risposto con quell’attitudine di servizio e non di potere sapendo che «bisogno è di rendere e di lassare quello che non è nostro» (Lett. 297) come ci insegna questa grande santa, quanto ne avremmo guadagnato in umanità? Ascoltiamo Caterina che ancora oggi ci dice: «Umiliatevi e pacificate i cuori e le menti vostre».

Non è un paese per bambini: la denuncia di Investing in Children.

Lo abbiamo sentito tutti. In questa Fase le priorità del Paese non sembrano prendere in considerazione la fascia più giovane del nostro Paese, quella da Zero ai 17 anni, che è stata forzatamente rinchiusa a casa dall’inizio del lockdown.

La scuola pare riaprirà a settembre. Le modalità e i tempi non sono ancora noti. Così come non è chiaro se nell’operazione di apertura sarà coinvolto anche il sistema educativo dei nidi e scuole dell’infanzia (fascia di età 0-6 anni). Questo l’unico punto – anche molto velocemente, toccato nel programma di riapertura, quasi a voler circoscrivere i diritti del bambino e dell’adolescente alla mera frequentazione della scuola. Con un bonus babysitter e congedi parentali la questione sembra essere archiviata fino a nuova discussione.

Così facendo, I diritti dell’infanzia ancora una volta rimangono i grandi esclusi nell’agenda dell’emergenza coronavirus. Ma come sottolinea anche UNICEF, senza un’azione urgente, questa crisi sanitaria “rischia di diventare una crisi dei diritti dei minori”.

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di esperienze, di relazioni extrascolastiche per crescere; se privati per troppo tempo della possibilità di frequentare oltre che la scuola, anche attività sportiva e luoghi di socializzazione (come oratori, campus, organizzazioni di quartiere, ecc), rischiano fortemente di rimanere esclusi da un contesto sociale. Tanto più la situazione della famiglia di appartenenza è delicata/compromessa, maggiore è il rischio di esclusione sociale.

Il lockdown che stanno vivendo i bambini e gli adolescenti in Italia chiusi tra le mura delle loro case, in molti casi sovraffollate e prive di spazi adeguati, rischia di creare gravi ripercussioni importanti sulla loro crescita. Gli operatori sociali e i volontari delle realtà del Network, che continuano a rimanere in contatto anche in questo momento di grande difficoltà con le famiglie più svantaggiate segnalano che in questa fase delicata, i bambini che già erano a rischio di esclusione sociale prima del Covid19, ora seguono un’alimentazione scorretta – quando non saltano completamente il pasto, hanno perso completamente i ritmi quotidiani abitudinari, come quello importantissimo per i più piccoli, del sonno-veglia, fanno un uso smodato di videogiochi con il risultato finale di una perdita di concentrazione e motivazione allo studio.

La didattica a distanza per i bambini che vivono in famiglie povere spesso è difficile, se non impossibile. Mancano dispositivi, connessioni e soprattutto una cultura digitale – sia dei genitori, sia dei ragazzi, per poter seguire in maniera strutturata ed efficiente, questo nuovo modello di fare scuola. In Italia gli ultimi dati ISTAT disponibili indicano che il 42% dei minori vive una condizione di sovraffollamento delle proprie abitazioni e il 7% di bambini e adolescenti è vittima di un grave disagio abitativo (anche di abuso). Ed è in queste case, con famiglie in condizioni economiche ulteriormente peggiorate, che i bambini e gli adolescenti cercano uno spazio per studiare e concentrarsi.

Ora più che mai è indispensabile una collaborazione multidisciplinare (settore dell’istruzione, dei servizi sociali e associazioni territoriali) per garantire che le esigenze dei bambini e di quelli che di loro si prendono cura siano affrontate nella loro complessità. Per i mesi a venire bisognerà mettere in campo soluzioni nuove, che siano capaci di coniugare la tutela dei diritti dei bambini e ragazzi alle esigenze delle famiglie, sia dei genitori che lavorano sia di quelli che un lavoro lo hanno perso. Il terzo settore ha un ruolo fondamentale: è l’anello di congiunzione tra scuola e famiglie in stato di difficoltà. Non possiamo basare i prossimi mesi sulle iniziative di singole associazioni.

Il network Investing In Children Italia chiede al Governo:

  • Di garantire tutto il supporto necessario alle famiglie, estendendo come annunciato, l’assegno ai nuovi nati per tutti i figli fino ai 14 anni e ampliando la possibilità di utilizzo dei congedi familiari; ma anche favorendo l’adozione di modalità di lavoro veramente flessibili (lo smartworking certamente, ma anche nuovi orari e turni lavorativi) che permettano ai genitori di poter conciliare lavoro e cura dei figli in attesa della riapertura delle scuole.
  • Che i bisogni sociali ed educativi di bambini e ragazzi siano messi al centro della fase 2.

A giugno quando anche lo stranissimo anno scolastico trascorso più sugli schermi dei pc che sui banchi di scuola terminerà, si esaurirà la sola piccola finestra sulla socialità che hanno avuto fino ad oggi bambini e bambine, aspettando settembre non facciamo trascorrere 4 mesi di vuoto educativo: nei territori ci sono luoghi, come oratori, centri estivi, parchi che, se adeguatamente predisposti con tutte le attenzioni alla sicurezza sanitaria, possono diventare luoghi di incontro e socializzazione sicura per bambini e ragazzi.

  • Oltre a queste possibili occasioni di socialità, proponiamo di prevedere un buono libro, per bambini e ragazzi fino a 18 anni, auspicando che entri un libro in ogni casa degli italiani. Non possiamo permettere che questa situazione emergenziale accentui ancora di più il divario culturale presente tra i nostri ragazzi.
  • Non sprecare le risorse e le potenzialità del terzo settore.

Chiediamo che i rappresentanti di questo pezzo importante di Paese siano inclusi nella Task Force del governo per la Fase 2.

Chiediamo inoltre di favorire una stretta collaborazione tra enti locali e terzo settore proprio per mettere in campo subito, da qui a settembre, tutte le risorse e la creatività di cui il Terzo Settore è ricco, per poter garantire l’attività educativa dei bambini, nei luoghi sopra citati, ma anche le attività di cura e assistenza sociale di cui continuano ad avere bisogno le famiglie più in difficoltà.

Investing in Children Italia offre la sua collaborazione al Governo e alla Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza per costruire ulteriori proposte per colmare le disuguaglianze generate e acuite a causa di questa emergenza, tra i bambini e le bambine del nostro Paese.

I portavoce di Investing in Children Italia

Ivano Abbruzzi, Direttore Generale Fondazione L’Albero della Vita

Gianluca Budano, Consigliere di Presidenza ACLI

Le realtà aderenti a Investing In Children Italia:

ACLI Nazionale, ANEP –Associazione Nazionale Educatori Professionali, CESVI, CNOAS – Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali, Fondazione L’Albero della Vita, Human Foundation, SOS Villaggi dei Bambini Italia.