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Valdo Spini (AICI): “Ampliare l’Art Bonus: la cultura non si ferma”

Promuovere la cultura come “strumento essenziale per il rilancio del sistema paese”. La richiesta arriva dall’Associazione delle Istituzioni di cultura italiane (AICI), che comprende 120 tra fondazioni e istituti culturali, in concomitanza con l’assemblea dei suoi soci, che si è svolta via web ieri, martedì 28 aprile.

Per ripartire, dopo l’emergenza sanitaria, occorreranno dunque stanziamenti ad hoc. In particolare l’AICI allude “alla proposta, sostenuta da Federculture, di istituire un Fondo per la cultura, non alternativo al finanziamento pubblico e delle fondazioni bancarie, bensì integrativo – come ha spiegato Valdo Spini, presidente l’AICI, introducendo l’assemblea dell’associazione – . Aderiamo a questa iniziativa di #unfondoperlacultura, un appello che ha già raccolto migliaia di firme, e riteniamo necessario riportare l’attenzione sul tema del finanziamento della cultura nel dopo emergenza: basta tagli, servono invece nuovi investimenti su un comparto che sarà ancora più cruciale per l’Italia, la sua economia, la sua società, nei prossimi mesi”.

Il fondo in questione avrebbe per oggetto prevalentemente le imprese culturali. “La nostra proposta, in particolare, – continua Spini – è quella di una misura specifica per gli enti attivi in ambito culturale, che mira all’allargamento dell’Art Bonus, (il credito di imposta pari al 65% dell’importo donato a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano) proprio ad istituzioni come le nostre. Nella forma, si tratta di inserire, nell’art.1 del d.l. 83/2014, “le fondazioni e gli istituti culturali dotati di riconoscimento giuridico”, con lo scopo in sostanza di trovare le coperture necessarie ed incentivare il finanziamento privato alle nostre attività”.

“Per ciò che concerne i nostri appuntamenti – ha aggiunto Valdo Spini – , abbiamo deciso di rinviare alla primavera del 2021 la conferenza nazionale, che si terrà a Cagliari. Non appena vi saranno le condizioni, abbiamo inoltre intenzione di promuovere al più presto un incontro dal titolo “Riparti cultura”, un’iniziativa che vorremmo organizzare a Milano, nel territorio più colpito dalla pandemia, con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e gli altri istituti della Lombardia (Istituto Parri, Fondazione Kuliscioff, Fondazione Micheletti e tutti gli altri)”.

Nel frattempo, anche in queste settimane di lockdown l’attività delle associazioni impegnate nella ricerca, nella conservazione e nella promozione della cultura in tutti i suoi aspetti, non si è mai fermata. “Molti istituti culturali – ha concluso il presidente dell’AICI – hanno attivato canali di comunicazione digitale per diffondere i loro contenuti, far conoscere e valorizzare il patrimonio collettivo.

Anche il nostro sito ha registrato un flusso crescente di notizie dai soci e, sulla base della positiva esperienza del Dantedì, con i video realizzati dall’Accademia della Crusca, è stata aperta, nella sezione “Notizie dagli Istituti” una pagina ad hoc, dedicata ai video prodotti dagli associati. Vogliamo essere vicini ai cittadini, in queste settimane difficili, ricordando loro il contributo e il valore che la cultura italiana, in ogni suo aspetto, rappresenta”.

Fase autunnale

Anche l’economia, come mille altri fenomeni, si distribuisce nel tempo. Capita un evento, si fa storia, mostra il suo volto, il volto presente, e poi, sicuramente dobbiamo attenderci che effetto avrà sul futuro. Futuro prossimo, ma possibilmente anche futuro un po’ più distante. Per l’economia, almeno per quello che compete a queste povere righe, si tratta di aprire una finestra circa che cosa potrebbe capitare da qui all’autunno.

Quel che è successo lo abbiamo, più o meno, constatato tutti. Gli effetti immediati si sono riversati immancabilmente sull’intero Paese; oggi, avvertiamo quell’urto, ma sarebbe opportuno cercare di capire che cosa avverrà ad ottobre.

E, va debitamente sottolineato, che non capiti nulla di più, rispetto a quello subito. Abbondantemente subito. Dentro questo quadro, già si può intuire il risultato, in termini economici, che ci troveremo ad affrontare quando si spegnerà l’estate.

Con un’immagine piuttosto cruda, me ne rendo conto, ma a me compete far emergere il senso, e che nulla come una scomoda metafora, può risultare a tal fine utile. Immaginatevi un terremoto in mezzo ad un oceano, e dopo un po’, rappresentatevi l’onda d’urto che ne conseguirà.

Così a cavallo tra febbraio marzo è capitato il movimento tellurico, con tutto quello che sappiamo, ma il movimento dell’acqua giungerà a destinazione, almeno così penso, alle porte dell’autunno.

Le imprese non sono tutte nello stesso stato di salute. Qualcuna viaggia bene, altre con qualche incertezza, certe pare siano sempre ad annaspare. È chiaro che questa maledizione colpirà maggiormente coloro i quali già risentivano di sostanziali e comprovate difficoltà. E, per quanto si legga, la percentuale dell’ultima classe, si aggira intorno al 30%. Questo, lo so, è un giudizio piuttosto largo, forse un po’ grossolano, ma ha la virtù di mostrare immediatamente una possibile condizione dell’andamento delle nostre realtà produttive, del nostro commercio, dei servizi e delle funzioni che hanno a che fare in ogni caso con l’economia.

Cosa pensare? E poi, come agire?

C’è da augurarsi che il calore estivo tolga al virus la capacità di viaggiare da persona a persona: le temperature al di sopra di 30 gradi, potrebbero rappresentare un’ostacolo enorme alle carrozzine di saliva che trasportano il veleno. Già questo, non è un aspetto da trascurare. In secondo ordine, tuti quanti preghiamo che gli istituti di ricerca internazionali ce la facciano o con i farmaci o con il vaccino, a debellare questo terribile mostriciattolo.

Con queste due speranze, unite alla buona volontà di tutta la classe politica europea e internazionale, a progettare misure di sviluppo economico adeguate a fronteggiare il malanno che ci sta investendo, potremmo, con minor angoscia, attendere quella terribile onda, sul far della vendemmia.

Come si vede dobbiamo affidarci a due fattori favorevoli: a) confidare sulla natura amica (il caldo estivo); b) sulla volontà e la capacità umana.

In ogni caso, abbiamo un unico dovere, direi un dovere categorico: non cedere mai!

E’ il dottor Fauci uno dei finanziatori del laboratorio di Wuhan

Il dottor Antony Stephen Fauci, dal lontano 1984 è il direttore del National Institute of Allergies and Infectious Diseases.

Fauci ultimamente è divenuto uno dei volti più importanti nella lotta al virus Sars CoV-2, tanto da essere stato chiamato, dal presidente Donald Trump, a far parte della task force dedicata ad affrontare l’emergenza. In tale veste, ha spesso contraddetto o rettificato delle affermazioni pronunciate dal presidente durante la gestione della crisi sanitaria, tra cui la fiducia da questi manifestata nei confronti dell’efficacia di un farmaco antimalaria, la idrossiclorochina, nel combattere la COVID-19.

Però solo ora si è scoperto che è tra i finanziatori del controverso laboratorio di Wuhan.

Secondo Newsweek Il National Institute for Allergy and Infectious Diseases di Fauci ha sborsato un totale di $ 7,4 milioni al laboratorio dell’Istituto di Virologia di Wuhan – che suo malgrado è diventato il centro delle teorie sull’origine di Covid-19.

Lo stesso Fauci però interviene con Newsweek per stigmatizzare la notizia.

“La maggior parte dei virus umani emergenti proviene dalla fauna selvatica e questi rappresentano una minaccia significativa per la salute pubblica e la biosicurezza negli Stati Uniti e nel mondo”, si legge nella nota.

“La ricerca scientifica indica che non ci sono prove che suggeriscano che il virus sia stato creato in un laboratorio.”

Anche se in realtà il vero motivo dell’astio contro Fauci sembra essere più politico che tecnico e i finanziamenti sembrano essere solo una scusa per coloro che in realtà credono che questo intellettuale di sinistra debba smetterla di remare contro il presidente Donald Trump.

L’Intelligenza artificiale può essere istruita per evolversi da sola.

Un team di ricercatori di Google è riuscito a mettere a punto un software che prende in prestito concetti dell’evoluzione darwiniana, tra cui la cosiddetta “sopravvivenza del più adatto”, per costruire programmi di intelligenza artificiale che migliorano generazione dopo generazione senza l’intervento dell’uomo.

Quindi in futuro il programma sviluppato dagli esperti di Google potrebbe anche scoprire da se i nuovi approcci all’Ia. Per farlo sarà probabilmente necessario istruire il sistema con nuove formule matematiche e fornirgli più risorse di calcolo.

 

I NAS hanno chiuso 4 siti internet che offrivano medicinali

Assorted pills

I  NAS, nell’ambito della collaborazione tra Specialità e Ministero della Salute finalizzata al contrasto al cybercrime farmaceutico, ha dato esecuzione ad una serie di provvedimenti d’inibizione all’accesso (oscuramento), emessi dalla Direzione Generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Dicastero, nei confronti di 4 siti web collocati su server esteri e con “riferimenti fittizi, sui quale venivano effettuate la pubblicità e l’offerta in vendita, anche in lingua italiana, di medicinali sottoposti a particolari restrizioni all’utilizzo clinico”.

E’ stata infatti riscontrata l’offerta in vendita anche di prodotti contenenti lopinavir e ritonavir, sostanze ad azione antivirale anch’esse impiegabili in procedure off-label consentite solo in ambienti ospedalieri operanti in emergenza COVID-19.

Cattolici, la messa e i clericali…

Sulla riapertura delle Chiese e soprattutto la celebrazione della Messa, in Italia si è aperto un dibattito che, come capita alcune volte, rischia di scivolare negli “opposti estremismi”. Certo, mai la Chiesa italiana aveva dovuto affrontare un’emergenza del genere. Ed è, pertanto, del tutto naturale che ci siano delle incomprensioni e delle difficoltà nell’affrontare, e risolvere, un problema che supera e che va al di là di qualsiasi protocollo burocratico e regolamentare.

Detto questo, però, almeno due anomalie non possiamo non evidenziarle. Da un lato lo strano e singolare abbinamento della Chiesa e dell’esercizio della messa domenicale e quotidiana con un qualsiasi esercizio commerciale. E lo dico con tutto il rispetto dovuto, come ovvio e scontato per l’esercizio commerciale o per la sala da gioco. Una scivolata, forse dettata dalla fretta e dalla confusione che caratterizzano questi giorni frenetici che, però, ha rischiato di far deragliare l’intera questione. Dall’altro, e nel pieno rispetto della dura e del tutto legittima, nonchè comprensibile, posizione espressa dal vertice della Cei, abbiamo anche assistito ad un clericalismo di ritorno di chi si fa ancor più interprete e custode di ciò che dicono i Pastori. È appena sufficiente leggere i commenti su alcuni grandi organi di informazione per rendersene conto. Sono quelle figure che nelle diverse fasi storiche hanno alimentato e attraversato il movimento politico e culturale dei cattolici italiani. Carlo Donat-Cattin li chiamava negli anni ‘80 i “sepolcri imbiancati” e Mino Martinazzoli, con altrettanta ilarità, li definitiva semplicemente “i cattolici professionisti”. Verrebbe da dire, seppur senza enfasi, nulla di nuovo sotto il sole.

Per fortuna, però, esiste ancora la categoria della “mediazione”. Anche nell’area cattolica italiana, curiale e non. E ne è testimone, oggi, una significativa ed importante intervista apparsa su “Repubblica” del vescovo della mia città, Pinerolo, mons. Derio Olivero. Un vescovo colpito dalla tremenda malattia contemporanea e che ne è uscito recentemente guarito. Un messaggio, quello del vescovo piemontese, ispirato dalla prudenza e dal rispetto rigoroso nelle norme e delle regole in materia sanitaria e di contenimento della malattia da un lato, ma dettata anche da una profonda ed intensa spiritualità da praticare quotidianamente. Nella messa domenicale sicuramente, ma anche nella preghiera di tutti i giorni, nel rapporto con Dio e anche nella riscoperta della fede da parte di tante persone che devono forzatamente convivere con questa situazione di isolamento sociale ed umano. 

E poi è arrivata la puntualizzazione di Papa Francesco, senza alzare la voce e senza bandiere all’inizio della messa mattutina a Casa Santa Marta. Poche parole, senza interferenze e senza altezzosità, ma vere e dettate dalla sola esigenza di rispetto per le decisioni e le scelte degli organismi tecnici e politici in materia sanitaria da un lato e la salvaguardia, al contempo, della fede e dei suoi riti dall’altro. Quella che, in altri tempi – anche se il principio è sempre valido – si chiamava semplicemente “cultura della mediazione”.

Ecco come si può smorzare una polemica nata quasi dal nulla. Anche se comprensibile in un contesto turbolento come quello che stiamo vivendo. Una piccola lezione per il futuro. Che si ripresenterà, e per l’ennesima volta

La cultura ai tempi del Coronavirus

In questo periodo dovremmo evitare di attribuire al virus patologie tipiche del sistema in cui viviamo e della comunicazione sociale che pratichiamo. Ma a volte è forte la tentazione di riconoscerne un portatore di verità, capace di smascherare vizi pregressi.

La notizia dello sciopero dei farmacisti, in riferimento al prezzo (calmierato) delle mascherine stabilito dall’ultimo DPCM, lascia francamente perplessi. Si tratta infatti di una categoria che – assieme ai supermercati – negli ultimi due mesi ha continuato a lavorare, più o meno regolarmente.

Nessuna autocritica per le speculazioni precedenti, sul prezzo delle medesime mascherine? Nessun imbarazzo per il tempismo e l’opportunità della protesta?

Nulla a che vedere con quanti durante il lockdown sono “rimasti a casa”, senza incassi certi e con prospettive incerte di ripartenza. E’ notizia di oggi che, solo nella città di Roma, la metà delle sale cinematografiche presenti sul territorio potrebbe non riaprire i battenti. Stessa sorte per i piccoli teatri. Nel silenzio e nell’indifferenza generale del cosiddetto “mondo della cultura”.

Sembra davvero che con la cultura “non si mangia”, che sia un fenomeno del tutto marginale, a parte qualche ospitata televisiva di attori e scrittori di chiara fama. Come se la cultura fosse un compartimento a tenuta stagna, separato dal resto della vita sociale e dello stesso settore produttivo. 

Si parla da settimane di un “fondo a sostegno della cultura” ma a parte qualche editoriale interessato sui giornali e qualche sostegno simbolico da parte del mondo dell’associazionismo culturale, nulla si è fatto in concreto. Nello stesso periodo, in Germania la Merkel ha approvato un “Recovery plan” da miliardi di euro per sostenere l’arte, il teatro, il cinema, le orchestre, i musei, le biblioteche, con incentivi fiscali, sostegni materiali, una rete di sicurezza sociale per i lavoratori che rischiano il posto di lavoro a causa dell’epidemia. “Nessuno sarà lasciato indietro” ha detto la Cancelliera nel suo intervento al Bundestag.

In Italia, il futuro che ci attende è una progressiva desertificazione del nostro patrimonio culturale. O ci si rende conto che siamo sull’orlo di un precipizio e che migliaia di persone rischiano di restare ai margini, oppure non avremo più una “industria culturale” domestica. Tertium non datur. Tutti lo sanno, eppure sembra prevalere la rassegnazione e la rinuncia. Dovremmo cercare di impedirlo.

Coronavirus: burocrazia e cittadini

Che sia stato generato dal passaggio dal pipistrello all’uomo, scappato per errore dal laboratorio di Wuhan o – come sostengono i complottisti- usato come arma biologica, il Coronavirus è nato in Cina e si è poi propagato in ogni angolo del pianeta.

Non risulta che l’OMS o la Comunità Internazionale abbiano attivato azioni di protesta nei confronti del regime cinese, nonostante la presenza di accordi e protocolli internazionali che prevedevano la comunicazione immediata ai Governi mondiali dell’avvenuto contagio, della virosi in atto e delle misure atte al suo contenimento. Nelle comparizioni televisive del Presidente del Consiglio o dei Ministri e sottosegretari- cioè degli organi politici preposti a farlo- non risulta che sia stata espressa pubblicamente la minima rimostranza per gli undici (e forse più) gg di ritardo che la Cina si è presa per comunicare al mondo la genesi del virus e i pericoli del contagio. In Parlamento nessun dibattito su questo aspetto fondamentale della responsabilità oggettiva della pandemia è stato affrontato a fondo, ne’ risulta  che lo abbiano fatto l’OMS, l’Europa, l’ONU, le istituzioni governative e di controllo a livello mondiale. 

Fatta eccezione per alcuni attacchi di Trump, l’iniziativa dell’Europa tramite la piattaforma EuVsDisinfo (come evidenziato da Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 27/4 u.s.) e, per quanto riferito dalla cronaca, la curiosa, isolata denuncia di un coraggioso albergatore di Cortina che – mettendoci la faccia – ha proposto questo tema, che poi è l’incipit di tutti i guai gettando nello scompiglio e nella disperazione la vita dei cittadini.

Per sere e sere i programmi TV sono stati giustamente monopolizzati da questo tema: ricordiamo le prime valutazioni (poco più di una influenza) fino all’ammissione del disastro globale: “nulla sarà più come prima”.

Esperti e scienziati si sono alternati nel cercare spiegazioni, ipotizzare terapie, profilassi, dare raccomandazioni igienico sanitarie, consigli, suggerimenti, con grande, meritevole abnegazione. 

Salvo fisiologici casi di intemperanze i cittadini hanno dimostrato di aver capito la gravità della situazione e la maggior parte di essi si è diligentemente chiusa in casa, pensiamo alla sofferenza emotiva e psicologica della clausura coatta, al pericolo del contagio, alle varie forme di solitudine, al radicale cambiamento di stili di vita, alimentari, di rituali giornalieri abitudinari.

Il popolo in larga parte ha compreso e ubbidito. Anche chi è stato costretto alla chiusura dell’azienda, del negozio, dell’impresa, del ristorante, della palestra, di ogni tipo di attività che comportasse pericolo di contagio. Perdendo fatturato, lavoro, ordini, commesse, bloccando la produzione con i dipendenti in cassa integrazione e le partite Iva in attesa di un sussidio di sopravvivenza.

La gestione dell’emergenza ha generato contraddizioni e sovrapposizioni se non conflitti di competenze tra i soggetti istituzionali, ai quali si sono aggiunti commissioni, task force, tavoli di concertazione e in ultimo l’organismo con compiti di supervisione e coordinamento: qualcuno si è chiesto se in un Paese democratico e con istituzioni ampiamente rappresentative non sia sufficiente un Governo per governare ma sia necessario disporre di un supplente a latere. Troppe sedi decisionali: ordini, veti, divieti, obblighi, contrordini, sanzioni, multe, denunce penali, 5 o 6 modelli di autocertificazione per uscire di casa, un metro, un metro e mezzo, due metri di distanza, le mascherine utili e quelle farlocche, con relativa speculazione sui costi al consumo.  I Governatori hanno in pratica modificato le disposizioni emanate su scala nazionale, forse per sincera preoccupazione rispetto ad evidenze logisticamente più visibili, altre volte per il coacervo incomprensibile di una normativa centrale che ha suscitato spesso sconcerto e confusione. L’incertezza di agire secondo istruzioni ricevute, la divisione del Paese in contesti decisionali regionali, i nuovi confini per zone di diverso rischio: il vero pericolo a livello istituzionale è parsa l’incapacità di imboccare una strada con decisione o il pentimento di averlo fatto troppo in fretta. Una gestione acefala o multicefala, che ha comportato conflitti e malcelate insicurezze sociali, che genera sconforto e depressione, incrementando la sensazione di sentirsi soli e di non farcela più: mentre dai palazzi si ostenta una “potenza di fuoco” che si polverizza in una moltitudine di monadi isolate con il cerino in mano. La burocrazia – questa cancrena tutta italiana che si contende con l’evasione fiscale il primato del male assoluto del Paese –  l’origine di tutte le disfunzioni, le disparità di trattamento, lo sconcerto e la paura dei cittadini di essere sanzionati per uno starnuto fuori posto, per essersi appoggiati ad una panchina perché esausti dalla fila al supermercato o al banco dei pegni, ma anche le lungaggini per ottenere i finanziamenti per ripartire, i moduli da compilare per ottenerli, le difficoltà di produrre mascherine per riconversione aziendale, le start up bloccate dai timbri e dai bolli, la diffidenza delle banche, l’assenza di uno Stato unitario e risoluto.

Di uno Stato che rappresenti la Nazione e non la consideri una entità da punire con la complicazione di procedure farraginose e la polverizzazione dell’autorità centrale nella discrezionalità degli apparati più periferici dalla pubblica amministrazione. Fino ai paradossi offensivi del buon senso comune della sensibilità umana che si esprime attraverso la comprensione, se necessario, prima ancora che con la sanzione. Disposizioni calate dall’alto e in contraddizione tra diverse fonti di promanazione e incertezza nella loro esecuzione: se l’autocertificazione prevede la voce “situazioni di necessità” si crea una sorta di limbo dove il termine ‘necessario’ è devoluto alla valutazione discrezionale di chi ne accerta la sussistenza.

Multe e sanzioni cadute a pioggia, molto spesso per negligenza o leggerezza dei cittadini, altre per eccesso di zelo dei controllori. Stampa e TV hanno riportato episodi significativi, come i due genitori inizialmente multati perché tornavano dall’ospedale dove avevano portato la figlia per un controllo post trapianto. 

Aprendo il sito della Prefettura della mia città leggo un perentorio: “Non si rilasciano autorizzazioni per spostamenti” e mi domando: a chi deve rivolgersi un cittadino per essere autorizzato ad uno spostamento necessitato da circostanze oggettive ma non sempre previste dal protocollo e giustificate da chi effettua i controlli? Sanzionare le negligenze è doveroso ma punire situazioni di bisogno che sono parte della nostra vita mi sembra ingiusto. E il “faccia ricorso” non mi pare ne’ l’esercizio di un potere legittimo ne’ un atto di comprensione e di buon senso: burocrazia che genera burocrazia e sfiducia nelle istituzioni, i cittadini lasciati soli a confidare nell’umanità e nella sensibilità di chi applica norme sibilline.

Ma ritorniamo al punto d’inizio di questa riflessione. Non è giusto che il conto di questo disastro venga pagato dalle vittime incolpevoli di questa tragedia planetaria.

Il nostro “Presidente-avvocato di tutti gli italiani” prenda contatto con i suoi omologhi , a cominciare da quelli dell’U.E. e valuti se non è il caso di promuovere una azione risarcitoria da parte di tutti i Paesi vittime di una pandemia che ha un luogo e un nome e forse responsabilità da accertare pubblicamente- comunque- in nome di giustizia e verità.

Coronavirus: Trump annuncia un indagine approfondita sulla condotta di Pechino

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a contestare alla Cina i pesanti ritardi nell’informare il mondo sul nuovo coronavirus.

Trump ha dichiarato che la sua amministrazione è impegnata in una “indagine molto approfondita” in merito alla gestione della crisi da parte di Pechino, e non ha escluso che gli Stati Uniti possano arrivare a chiedere alla Cina la compensazione dei danni economici arrecati dalla pandemia.

“Esistono molti modi per porre la Cina di fronte alle sue responsabilità”. “Crediamo che (il nuovo coronavirus) poteva essere fermato rapidamente alla fonte, e così facendo non si sarebbe propagato a tutto il mondo”.

Il presidente Usa ha anche commentato la notizia della stampa tedesca che chiede alla Cina di versare 165 miliardi di dollari alla Germania a titolo di risarcimento danni: “La Germania sta studiando la questione, e lo stiamo facendo anche noi”.

Istat: i dati sulla protezione sociale.

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Nel 2019 sono stati spesi dalle Amministrazioni pubbliche quasi 479 miliardi per sollevare le famiglie da rischi, eventi o bisogni inclusi nella protezione sociale.

La maggior parte delle prestazioni sociali erogate in Italia riguardano la previdenza sociale (66,3%), il 22,7% prestazioni di tipo sanitario e solo l’11% di assistenza sociale. Negli anni ’90, la previdenza pesava ancora di più, il 71%, a discapito soprattutto dell’assistenza (circa il 7%).

Le prestazioni sanitarie fornite direttamente da strutture pubbliche costano poco meno di 68 miliardi, ma l’assistenza ospedaliera ha perso rilevanza nel tempo a favore di altre tipologie di servizi sanitari.

Per finanziare l’intero sistema della protezione sociale pubblica sono stati messi a disposizione quasi 500 miliardi nel 2019, provenienti per oltre la metà da imposte e per il 48% da contributi sociali.

Ogni abitante ha ricevuto in media nel 2017 poco più di 8mila euro annui per prestazioni sociali. Con 8.041 euro pro-capite l’Italia si attesta sui livelli medi della Ue28; la forbice è molto ampia: dai 20.514 euro del Lussemburgo ai 1.211 della Bulgaria.

I paesi europei hanno dedicato in media alla vecchiaia il 40,5% di tutte le prestazioni sociali erogate nel 2017, in Italia molto di più, il 48,8%. Le prestazioni per malattia/salute seguono con il 29,7% in Europa, ma sono solo il 23,1% in Italia.

Online le linee guida per il trasporto pubblico

Il Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti ha reso disponibili le “Linee guida” del trasporto pubblico per le modalità di informazione agli utenti e le misure organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19, allegate al DPCM del 26 aprile 2020 e una scheda di sintesi delle stesse.

Vengono in tal modo stabilite le modalità di informazione agli utenti nonché le misure organizzative da attuare nelle stazioni, negli aeroporti e nei porti, al fine di consentire il passaggio alla successiva fase del contenimento del contagio, che prevede la riapertura scaglionata delle attività industriali, commerciali e di libera circolazione delle merci e delle persone.

Il documento sottolinea come la tutela dei passeggeri  non è indipendente dall’adozione di altre misure di carattere generale, definibili quali “misure di sistema”, che vengono pertanto richiamate, congiuntamente ad altre “misure di carattere generale”, valide per tutte le modalità di trasporto.

In chiusura le raccomandazioni per tutti gli utenti dei servizi di trasporto pubblico:

  • Non usare il trasporto pubblico in presenza di sintomi di infezioni respiratorie acute (febbre, tosse, raffreddore)
  • Acquistare, ove possibile, i biglietti in formato elettronico, on line o tramite app
  • Seguire la segnaletica e i percorsi indicati all’interno delle stazioni o alle fermate mantenendo sempre la distanza di almeno un metro dalle altre persone
  • Utilizzare le porte di accesso ai mezzi indicate per la salita e la discesa, rispettando sempre la distanza interpersonale di sicurezza di un metro
  • Sedersi solo nei posti consentiti mantenendo il distanziamento dagli altri occupanti
  • Evitare di avvicinarsi o di chiedere informazioni al conducente
  • Nel corso del viaggio, igienizzare frequentemente le mani ed evitare di toccarsi il viso
  • Indossare necessariamente una mascherina, anche di stoffa, per la protezione del naso e della bocca

La Germania prova con il vaccino anti-Tbc

In Germania è stata avviata una sperimentazione di fase III per verificare se il vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002, possa essere attivo anche contro Sars-CoV-2. Se la sperimentazione avesse esito positivo, l’uso di questo vaccino potrebbe essere una sorta di ‘soluzione ponte’ prima dell’arrivo di un prodotto specifico, da usare per proteggere i soggetti più a rischio in attesa di un siero ‘ad hoc’.

L’ipotesi nasce da studi effettuati sul vaccino Bcg, sul quale è basato il nuovo prodotto e che da oltre cento anni costituisce il vaccino base contro la tubercolosi. Le ricerche hanno dimostrato che gli animali di laboratorio vaccinati con il Bcg non soltanto sono protetti contro la tubercolosi, ma sviluppano anche maggiore resistenza contro numerose infezioni virali, comprese quelle del tratto respiratorio.

Inoltre il VPM1002 può essere prodotto utilizzando metodi di produzione all’avanguardia che renderebbero disponibili milioni di dosi in pochissimo tempo.

Viterbo e Rieti: il Meridione Ferroviario del Lazio

La riflessione sul dopo Covid 19 e sulla “ripartenza” si avvia anche nel Lazio  , per rimettere in moto l’economia e l’attività produttiva fortemente colpite dalla pandemia non è possibile prescindere dalla capacità di sviluppo propria degli investimenti pubblici, in particolare quelli dedicati alle grandi infrastrutture.

La Regione, nei giorni scorsi, ha annunciato la sua intenzione di procedere in questa direzione rendendo pubblico un piano di interventi in quel comparto, e ha dato seguito concreto alle parole siglando un Protocollo d’Intesa con il Ministero delle Infrastrutture  e dei  Trasporti  e con le Ferrovie dello Stato Italiane, mentre, nelle settimane precedenti, era stato raggiunto, in questo senso, anche un accordo tra Roma Capitale e Regione Lazio mirato al completamento e al recupero di alcune infrastrutture nella città.

Il Protocollo d’Intesa tra Regione Lazio e Ferrovie dello Stato Italiane, finalizzato ad un piano regionale di sviluppo della economia e del turismo da attuare attraverso una forte e visibile implementazione delle linee e delle strutture ferroviarie, prevede infatti corposi interventi sul territorio della regione e su quello di Roma con particolare e specifica attenzione alla parte più meridionale della regione stessa ed al quadrante nord-est della città metropolitana.

Un piano di interventi da condividere e sostenere ma anche migliorare per la complessità del territorio regionale comprovata dalla assoluta o quasi assenza di progetti, vecchi e nuovi, riguardanti Viterbo e Rieti, le due provincie a Nord del Lazio.

Per la verità, la Regione e le Ferrovie dello Stato, società interamente a capitale pubblica, hanno in cantiere, o in progetto, alcuni interventi sulle infrastrutture di trasporto presenti nelle due Provincie la cui portata va migliorata per risolvere l’atavica criticità della mobilità da e per Roma, per non parlare del resto dell’area regionale Nord.

La scelta di collocare l’Alta Velocità a Frosinone è una grande opportunità per la Ciociaria e per la Regione Lazio. Un’ operazione di sinergia politica che va dal territorio ai livelli più alti che deve essere riconosciuta a chi l’ha posta in essere e deve essere emulata anche e soprattutto in province come Rieti e Viterbo che restano esempio del Meridione Ferroviario del Lazio. Le condizioni del loro apparato infrastrutturale dei trasporti e della mobilità sono paragonabili soltanto a quelle delle nostre regioni più a Sud e delle Isole, anche se i parametri produttivi, economici e sociali delle due  province del Lazio  raccontano di realtà ben diverse, a tutto favore, ovviamente, di Viterbo e di Rieti.

Ed il paradosso è nel fatto che a Viterbo di stazioni ferroviarie ce ne sono tre, due (Porta Romana e Porta Fiorentina) delle Ferrovie dello Stato Italiane ed una (Viale Trieste) del Cotral, l’Azienda di Trasporti regionale del Lazio.

La linea ferroviaria delle Ferrovie dello Stato (Roma.Cesano-Bracciano-Viterbo) si sviluppa su di un  tracciato che corre, sostanzialmente lungo la Via Cassia, mentre la linea Cotral (Roma-Civita Castellana-Viterbo) compie il suo percorso più o meno sulla direttrice della Via Flaminia. Oltre alla linea Orte – Capranica- Civitavecchia (chiusa).

Tre linee su ferro su tre tracciati e lungo tre direttrici, sulle quali si intercettano numerosi paesi  delle provincie di Viterbo e Roma , che in teoria dovrebbero assicurare un servizio di trasporto pubblico e mobilità più che dignitoso per la miriade di passeggeri, pendolari e non, che si muovono dal territorio  verso la Capitale e viceversa, non ignorando nemmeno il fatto che Viterbo è anche sede di un Ateneo frequentato i cui corsi di laurea registrano numeri di frequenze sempre crescenti da parte dei giovani studenti romani.

Ma tre infrastrutture trascurate nei decenni, in condizioni di servizio ormai sorpassate e mai oggetto di interventi di innovazione, miglioramento, potenziamento ed organizzazione del servizio istituzionale.

L’altra irrinunciabile opportunità per la Tuscia è avere la sosta dell’Alta velocità ad Orte che ha tutte le prerogative anche tecniche per poterla accogliere e che servirebbe anche l’Umbria, su cui la politica tutta deve impegnarsi per concretizzarla e per poter passare dopo decenni dalle parole ai fatti.

Il Protocollo d’intesa sottoscritto dalla Regione Lazio e dalle Ferrovie delle Stato Italiane prevede, un intervento per il raddoppio della linea ferroviaria nel tratto Cesano-Bracciano al termine degli analoghi lavori fino a Cesano, e questo pur apprezzabile miglioramento, comunque datato 2023, non apporterà cambiamenti significativi nella efficienza del servizio e nella durata del viaggio.

La Regione, da parte sua, ha programmato il raddoppio dei binari sulla ferrovia regionale concessa ma soltanto per il tratto che insiste sul territorio della Provincia di Roma.

Per questo è ora che le forze sociali, sindacali, politiche e Istituzioni si impegnino perché il Cotral e le Ferrovie dello Stato non si fermino nei loro investimenti e ammodernamenti al confine della provincia di Viterbo. Non possiamo aspettare che prima o poi si scriva “Cristo si è fermato a Viterbo” per le infrastrutture ferroviare e stradali.

Concludendo come proposte immediate per questa emergenza Covid19 propongo:

  • L’emergenza sanitaria ha bloccato gli spostamenti, sarebbe utile trovare delle modalità di riconoscimento a tutti quei pendolari e studenti che hanno pagato un abbonamento annuale senza fruirne, per tutte le società che si occupano di trasporto pubblico.
  • Iniziare da subito a pensare un trasporto scolastico per settembre che tenga conto del distanziamento sociale che, nel caso della Tuscia si somma alle carenze di corse per gli le scuole superiori di secondo livello che si trovano in comuni diversi da Viterbo, al centro di numerose denunce da parte di Dirigenti scolastici e famiglie perché si è arrivati a ledere il diritto allo studio di tanti ragazzi.

Aggiornamenti Sociali: gratis il numero di aprile

Da oggi a fine mese, il numero di aprile di Aggiornamenti  Sociali è in omaggio. Nell’ambito delle iniziative per il 70° “compleanno” si può scaricare gratuitamente il pdf del fascicolo.

Aggiornamenti Sociali è una rivista dei gesuiti, nata nel 1950, che offre informazione ma soprattutto formazione. Frutto del lavoro di una equipe redazionale composta da gesuiti e laici delle sedi di Milano e di Palermo e di un ampio gruppo di collaboratori qualificati, il mensile offre criteri e strumenti per affrontare le questioni oggi più dibattute e partecipare in modo consapevole alla vita sociale.

La Redazione, inoltre, promuove e partecipa a reti e progetti nei campi della formazione politica ed etica, del lavoro, dell’ambiente. Un impegno che negli ultimi anni è diventato particolarmente intenso. Il nostro riferimento è il pensiero sociale della Chiesa, con il suo sguardo che tiene insieme fede e giustizia. Una prospettiva che porta oggi a promuovere l’ecologia integrale e una cultura della sostenibilità.

Qui il file PDF

Mio padre ce l’ha fatta: in ospedale sono stati fantastici.

Una testimonianza, sul filo della commozione, che volentieri pubblichiamo.

Il rifiuto è il primo sentimento che provi quando questo maledetto virus bussa alla porta di casa tua. Poi ti assale la paura guardando in faccia la realtà. L’impotenza, infine, è ciò che divora i familiari.

Il 18 marzo scorso, io e la mia famiglia siamo stati travolti da questo turbinio intenso e devastante di emozioni. Armati di coraggio e speranza abbiamo lasciato mio padre, indebolito, nell’unico posto che poteva farlo tornare forte come è sempre stato.

Abbiamo riposto tutta la nostra fiducia nei medici e nel personale sanitario del Santa Maria Goretti di Latina, potendo alla fine riscontrare come essa sia stata felicemente ripagata.

Questo virus ti entra dentro e non sai quando si manifesterà nel modo più acuto. Dopo due giorni di ricovero, lo ha fatto. Avere un padre che lotta tra la vita e la morte e non poter far nulla per lui, nemmeno una carezza, credo sia una condanna che nemmeno Dante ha potuto immaginare per i tormenti del suo inferno.

Ma c’erano loro, i dottori. Come non ringraziare il dott. Romeo che dedicava e dedica ogni suo momento libero alle chiamate con i famigliari dei pazienti del reparto di terapia d’urgenza (diretto dal prof. Aiuti al quale vanno, egualmente, i nostri più sentiti ringraziamenti). Ha affrontato, insieme a tutta la sua equipe, questa situazione di acuta emergenza in modo assolutamente professionale.

Per chi fortunatamente non lo sa, il c-pap ti salva la vita, ma allo stesso tempo rappresenta una soluzione estrema. Il paziente è cosciente, avverte tutto, ma non può né parlare né ascoltare. Sono stati tanti i cartelloni che ho fatto per mio padre dove ho scritto a mo’ di supplica di non mollare. Era l’unico modo per comunicare.

Ed è qui che dobbiamo ringraziare Luca, Silvia, Antonio, Claudia e tutti gli altri infermieri e infermiere del medesimo reparto, che oltre a prendersi cura costantemente della salute di mio padre, lo accudivano anche psicologicamente con tanti gesti a suo conforto, mostrandogli cosa la famiglia voleva comunicargli. Sono loro che, sotto la guida dell’impeccabile caposala Natalina Budelli e delle altre colleghe, hanno fatto da filo conduttore tra il paziente e la famiglia. Hanno preso tutto il nostro amore e lo hanno portato a lui.

Vorremmo ringraziarli uno ad uno. Sono tanti, coraggiosi e pronti a fare il loro lavoro con passione. Loro sono gli “angeli” che hanno ridato vita a mio padre e tante altre persone. Ed è grazie a loro che oggi 28 aprile, il sentimento che proviamo è finalmente quello di felicità. Tutto il reparto, unito alla forza di mio padre, ha avuto la meglio sull’insidia mortale del virus.

Viviamo l’eucarestia con fiducia

Le limitazioni rientrano in una strategia di tutela della salute pubblica. I cristiani devono dare conto della loro fede anche con un po’ di creatività.

A seguito del dibattito sulla libertà di celebrare messa, sento di dover intervenire come giovane e come missionaria.

Sono cattolica cristiana, battezzata poco dopo la nascita e da 10 anni missionaria.

In questo periodo stiamo vivendo una parte di storia inedita per la vita umana e spirituale di ognuno e della collettività occidentale.

Tuttavia siamo tutti egualmente cittadini e per il virus in diffusione tutti potenziali ospiti validi ed eguali a trasportarlo e diffonderlo in ogni dove.

Ora, se lo Stato italiano ha istituito un gruppo di lavoro di massimi esperti, possiamo fare fino in fondo il nostro atto di fede e di fiducia verso queste persone che stanno lavorando per tutti? Stanno facendo del loro meglio proprio come avremmo fatto noi se fossimo stati al loro posto!

Credo che sia fondamentale fare ognuno la nostra parte, lì dove siamo. Capisco i condizionamenti e i coinvolgimenti emozionali di ognuno…ma vorrei invitare a riflettere, in maniera sincera e autentica fino in fondo.

Da anni e anni, anzi da secoli, in tante parti del mondo ci sono luoghi così remoti e lontani in cui sacerdoti, frati e suore, nonché missionari laici, possono arrivare solo una o due volte l’anno. E lì, in quei posti sperduti, i vescovi stessi possono andare a svolgere celebrazioni magari solo una volta l’anno.

Io ci ho vissuto in questo mondo alla fine del mondo. Io l’ho visto con i miei occhi. Io l ho vissuto sulla mia pelle. Ora ne devo dare testimonianza. Perché è proprio in questa eccezionalità che è data a tutti, qui in occidente, la possibilità di conoscere meglio e di più questa situazione che a molti è quotidiana da sempre. Appunto, alla fine del mondo…

Possiamo fare lo sforzo di capire quanto siamo legati solo a parole che spesso recitiamo e quindi a ritualità che spesso si ripetono sotto forma di comodità e routine?Quante volte diciamo che ci bastano briciole di quella Eucaristia per essere altri Gesù. E da anni e anni si sono ricevute intere Eucaristie che ci compongono, che fanno parte del nostro sangue e della nostra carne…Ma ci crediamo veramente?

Ora è il tempo di fare questo salto di fede! Siamo veramente pronti? Riusciamo a capacitarci di questo? È fondamentale fare un passo o un passaggio di tale portata. Siamo chiamati a riconoscere quelle routine, sempre monotone, che si erano innescate anche involontariamente, così da ricreare e rinnovare veramente con una sana resurrezione della nostra Fede!

Ora, lo Stato italiano deve seguire e preservare il bene comune di tutti i cittadini. Il bene, il benessere di tutti, compresi quelli che stanno lavorando fino oltre lo stremo da settimane e settimane. Ce la facciamo a ricordarcelo e rispettarli? I servizi sanitari nazionali sono allo stremo. E non ci sono altre forze per altri incidenti previsti, per altre persone che si potrebbero far male.
Se scoppia un incendio in un luogo di culto, chi interviene?Deve far fronte lo Stato italiano. Perché si vogliono correre i rischi ancora oltre ogni limite? Se nei luoghi di culto ci vanno le persone adulte e anziane, più suscettibili, perché aumentare le possibilità di rischio?Vorreste essere voi quei soccorritori allo stremo delle forze, chiamati ancora, all’occorrenza, a far fronte ad altri incidenti più o meno indotti, forse facilmente evitabili?

Lo Stato non ce l’ha con nessuna religione. Ma proprio per rispettare tutti – cattolici, musulmani, buddisti, induisti, protestanti, ortodossi – lo Stato si erge a istituzione sopra le parti con l’obiettivo di praticare il più alto senso di responsabilità.

Impariamo dagli artisti e cerchiamo di sfruttare la creatività. Abbiamo tutti i mezzi a nostra disposizione: quanti messalini stampati, digitali, video, registrazioni, dirette tv, radio, giornali, web…Ci sono quantità infinite di materiali su innumerevoli canali. Dio è con noi già, sempre, in noi e tra noi. Facciamo noi il nostro passo creativo per andargli incontro danzando e praticando l’allegria!

Facciamo tutti la nostra parte con i Santi doni dello Spirito Santo!

El Pais: “Sostieni l’Italia”

“Sostieni l’Italia” è il titolo dell’editoriale con il quale il quotidiano spagnolo “El Pais” chiede all’Unione europea di rafforzare la solidarietà nei confronti di un paese già duramente messo alla prova dalla politiche europee.

La delusione per la lentezza con la quale le istituzioni europee si sono mosse per risolvere i problemi dell’Italia minaccia infatti di lasciare uno dei fondatore dell’Ue in balia della demagogia populista.

L’Italia è stata trascurata, in primo luogo, durante la crisi migratoria”, scrive il quotidiano spagnolo, sottolineando come quella ferita trasudi ancora sotto forma di euroscetticismo e alimentando i movimenti di estrema destra. Una ferita che si è riaperta proprio nelle prime fasi dell’attuale crisi sanitaria.

Secondo El Pais: “Il pacchetto finanziario lanciato nell’Eurogruppo che ha appena ricevuto sostegno al vertice del 27 deve, tra l’altro, impedire – per dimensioni e velocità – che i cittadini della repubblica transalpina subiscano una terza frustrazione , che sarebbe difficilmente reversibile”.

Ordine dei medici: “Fa bene il governo a partire con prudenza”

Il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli afferma che: “Come medici, condividiamo la prudenza adoperata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal governo nell’avviare, dal 4 maggio, la fase 2.

“Dobbiamo abituarci, almeno sino a che non avremo disponibili farmaci di sperimentata efficacia e vaccini, a convivere con il coronavirus. Per questo, sono necessarie, da parte di tutti i cittadini, prudenza e responsabilità, ed è indispensabile una gradualità delle riaperture, distanziando i diversi blocchi di circa due settimane, per poter monitorare l’andamento dell’epidemia. In questa fase, è poi cruciale il controllo del territorio, da attuarsi tramite la rete che abbiamo chiamato dei “medici sentinella”

Inoltre il presidente si sente tutelato dal  coinvolgimento delle cinque grandi aziende italiane che produrranno mascherine di qualità a prezzo calmierato. “Queste misure consentiranno a tutti i cittadini di dotarsi di mascherine a un prezzo equo e uguale per tutti, tutelando la loro salute e la salute di chi sta loro accanto”.

USA e il fallimento del piano di aiuto alle piccole imprese

Nelle ultime quattro settimane, il Congresso aveva dedicato oltre $ 650 miliardi di dollari per aiutare le piccole imprese, cercando di recuperare, almeno in parte, i  2 trilioni di dollari della recessione provocata dal Covid.

Sebbene le intenzioni sembrassero buone, il programma per le piccole imprese – noto come Programma di protezione dello stipendio – è rimasto senza soldi in 14 giorni.

Questo anche perché un’enorme quantità di denaro è andata ad aziende che pochi considererebbero “piccola”. Catene nazionali come Potbelly’s, Shake Shack e Ruth’s Chris Steakhouse hanno ricevuto molto denaro, così alcuni hotel come il Ritz Carlton di Atlanta. Alcuni prestiti erano così imbarazzanti che le stesse aziende hanno deciso di restituire il denaro.

Ciò è accaduto a causa di una combinazione di scappatoie e sviste nella legge originaria che consentiva alle medie e grandi imprese di poter far parte del piano.

E anche se la scorsa settimana il Congresso ha stanziato altri 310 miliardi, non è riuscito a risolvere questi problemi.  Senza alcuni importanti cambiamenti, molte piccole imprese  continueranno a non percepire i finanziamenti dovuti.

Credito e liquidità per famiglie e imprese: i primi dati della Task force

Quasi 1,3 milioni di domande o comunicazioni relativi alle moratorie sui prestiti e più di 20.000 richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le Pmi. È quanto emerge dalle rilevazioni effettuate dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle 1 misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19.

La Banca d’Italia ha avviato una rilevazione statistica presso le banche, riguardante sia le misure governative di cui ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, sia le iniziative volontarie. Sulla base di dati preliminari, al 17 aprile erano pervenute quasi 1,3 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti per oltre 140 miliardi. Sulla base di una precedente rilevazione curata dall’ABI, al 3 aprile erano pervenute circa 660.000 domande, per un controvalore di 75 miliardi di prestiti.

Poco più della metà delle domande provengono dalle imprese (a fronte di prestiti per 101 miliardi). Le oltre 600.000 domande delle famiglie riguardano prestiti per 36 miliardi. Circa 42.500 domande hanno riguardato la sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini), per un importo medio di circa 99.000 euro. Si può stimare che circa il 70% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie sia già stato accolto dalle banche; solo l’un per cento circa è stato sinora rigettato; la parte restante è in corso di esame.

Il Mediocredito Centrale (MCC) segnala che sono complessivamente 22.480 (di cui 1.656 relative alla previgente normativa) le domande arrivate al Fondo di Garanzia, dal 17 marzo ad oggi, per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti. In particolare, delle 20.824 domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia e ‘Liquidità’: − 5.200 arrivate nella sola ultima settimana, sono riferite a finanziamenti fino a 25.000 mila euro, con percentuale della copertura al 100%; − 8.081 sono operazioni di garanzia diretta, con percentuale della copertura all’80%; − 4.399 sono operazioni di riassicurazione, con percentuale della copertura al 90%; −  898 sono operazioni di rinegoziazione e/o consolidamento del debito con credito aggiuntivo di almeno il 10% del debito residuo e con incremento della percentuale di copertura all’80% o al 90%; Le informazioni riportate sono raccolte nel contesto dei lavori della Task Force per le misure a sostegno 1 della liquidità.

Fanno parte della Task Force il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi), il Mediocredito Centrale, e la Sace. −  33 sono operazioni riferite a imprese small mid cap con percentuale di copertura all’80% e al 90%; − 2.213 sono operazioni con beneficio della sola gratuità della garanzia, che a normativa previgente erano a titolo oneroso;    Le 22.480 domande complessivamente arrivate al Fondo dal 17 marzo (di cui 1.656 relative alla previgente normativa) hanno generato un importo di 3,1 miliardi di euro, di cui circa 115,3 milioni di euro per le 5.200 operazioni riferite a finanziamenti fino a 25.000 mila euro, accessibili da meno di una settimana alla data della rilevazione.

Coronavirus: nasce numero verde per supporto psicologico

E’ già operativo  il numero verde di supporto psicologico 800.833.833 attivato dal ministero della Salute e dalla Protezione Civile per gestire gli effetti dell’emergenza coronavirus: “Tutti i giorni, dalle ore 8 alle 24 – informa il dicastero di lungotevere Ripa – professionisti specializzati, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti risponderanno al telefono alle richieste di aiuto”. L’iniziativa coinvolge oltre 2mila professionisti e “punta ad affiancare, in questa fase di isolamento sociale, tutti i servizi di assistenza psicologica garantiti dal Servizio sanitario nazionale”.

L’iniziativa nasce della consapevolezza che “l’emergenza Covid-19 sta mettendo a dura prova la tenuta psicologica delle persone alle prese con una situazione inedita nella sua drammaticità. Il timore del contagio, le misure di isolamento, tanto indispensabili sul piano sanitario quanto difficili su quello umano, la solitudine, i lutti, le incertezze economiche: tutti elementi che possono far nascere attacchi di ansia, stress, paure, disagio”.

 

Urge un chiarimento da parte del governo: essenziale garantire la libertà di culto.

Difficile giustificare stavolta il Governo sulla questione delle Messe.

Personalmente ho condiviso e sostenuto anche pubblicamente la decisione di sospendere la partecipazione fisica dei fedeli alle celebrazioni liturgiche nella fase del completo lockdown.

I cattolici sono cittadini come gli altri e dunque hanno il dovere di rispettare le leggi civili che le autorità pubbliche mettono in campo per la tutela della salute.

L’esigenze del culto e della condivisione liturgica è essenziale per l’esperienza cristiana, ma in circostanze particolari essa può e deve essere raccordata con le oggettive necessità di difesa della vita stessa dei fedeli e con quelle della sicurezza della comunità.

La Conferenza Episcopale ha assunto fin dall’inizio una posizione di grande responsabilità e di meritorio equilibrio – benché sollecitata da spinte interne ed esterne, talune sincere, talune strumentali, di tenore assai diverso ed accettato questa limitazione.

Durante la fase uno del lockdown i cattolici italiani hanno potuto contare sulla straordinaria testimonianza di Papa Francesco (che con le preghiere solitarie in San Pietro ha trasmesso un senso inedito del rito liturgico (pur se attraverso i mezzi di comunicazione) e sull’invito di Gesù di cui a Matteo,6 (“…tu quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”)

Le polemiche da parte cattolica nella fase del lockdown, a mio parere, non erano fondate.

Lo sono invece molto adesso, dopo l’inaudita decisione del Governo di non considerare le cerimonie del culto (non solo cattoliche) come meritorie di considerazione nell’avvio della fase due, che coinvolge (seppur confusamente) tante altre attività di interesse collettivo.

Significa forse, come sostiene Andrea Riccardi, che lo Stato non considera il culto come un servizio essenziale per la comunità? Sarebbe inaudito, sopratutto in una fase storica nella quale molti pensatori anche di matrice laica parlano di una società assetata di senso “religioso”.

Oltretutto, la Cei – accettando le limitazioni della prima fase – aveva avviato subito un dialogo con lo Stato per definire protocolli di sicurezza sanitaria utili per la ripresa delle attività.

Ora il Governo apre la fase due (o uno e mezzo, come qualcuno ha scritto) ma non considera la questione delle cerimonie liturgiche; se non i funerali, peraltro con limitazioni irragionevoli (15 parenti al massimo, a prescindere dalle condizioni fisiche e dal rispetto delle misure di distanziamento sociale).

La posizione del Governo è irragionevole sul piano tecnico (perché le condizioni di sicurezza per la fase due dovrebbero essere valide per molte altre attività e non per le cerimonie liturgiche?); irriguardosa verso l’atteggiamento costruttivo della stessa Cei; incoerente sul piano costituzionale; gravemente autolesionista sul piano politico.

Non credo a congetture anti cattoliche o anti religiose. Credo piuttosto al fatto che si è in presenza di un Governo che fatica a tenere in mano la situazione del Paese e a fare sintesi tra le esigenze e le posizioni in una fase oggettivamente inedita e drammatica.

Urge comunque una correzione immediata.

La fase 2

L’animo umano vorrebbe che tutto si risolvesse d’incanto. La natura è così. Chi di noi non immagina una pronta liberazione da questo danno? E tutti inseguono il sogno, credendo che si possa immediatamente attuare. Non si vuole alcun fardello da portare sulle spalle. Ma non è così. Questi due mesi che stanno dietro noi, peseranno a lungo.

Sia sotto il profilo economico, che dal punto di vista sanitario. Le imprese soffriranno come non mai a dare nuova benzina ai propri motori; il virus non farà le valige per andarsene. Dobbiamo saper mantenere presente questa spiacevole condizione.

Non solo, bisogna anche saperci convivere. Ogni qualvolta ci poniamo di fronte qualche problema attinente all’attuale presente e al prossimo futuro, buona regola sarebbe mantenere uno spirito d’attenzione che non liquidi facilmente quel gravame pregresso.

Abbiamo tutti ascoltato la conferenza stampa di Conte. Una conferenza stampa è sempre e solo una conferenza stampa. Non potrà assolutamente soddisfare la curiosità, tanto di chi è ben disposto, quanto di chi alimenta qualche contrarietà.

Dovremmo leggere con molta attenzione i Decreti, ma a tal proposito è già utilissimo il servizio offerto dai resoconti giornalistici. Gli specchietti a tutta pagina illustrano a dovere tanto i limiti quanto le novità e i diritti riacquisiti e ciascuno da oggi saprà come comportarsi dal 4 maggio in poi.

Possiamo dire di essere soddisfatti? No! Vorremmo sempre scaricare gl’impedimenti. Ogni giorno siamo con la massima disponibilità ad ascoltare notizie favorevoli sul fronte dei contagi e dei guariti, ma come tutti quanti voi sapete, le notizie favorevoli giungono con il contagocce.

Siamo quindi martellati da due forti esigenze: la prima intende impedire qualsiasi ricaduta verso la malattia – sarebbe un tracollo sotto tutti i profili -; dall’altro, desiderosi di far ricominciare la vita produttiva in tutti i settori. Dalle fabbriche, ai ristoranti ai teatri alle funzioni religione, ai convegni politici, ai parrucchieri, insomma all’intero mondo.

Pertanto, viviamo una contraddizione quasi insanabile, perché le due speranze non armonizzano certo a dovere. Se dessimo ascolto all’ultima citata, potremmo cadere nel peccato mortale; seguissimo solo l’andamento della prima, paralizzeremo l’intera vicenda economico. Per questo, è nostro compito saper tenere a bada entrambe, senza trascurare alcuna di queste.

Dal 4 maggio l’Italia si suddivide in 20 regioni. Ciascuno di noi, potrà nei limiti consentiti circolare esclusivamente nei confini regionali. Solo casi eccezionali permetteranno i varchi confinari. Sono altresì convinto che le Regioni non potranno essere considerate omogenee, perché alcune, quelle più colpite, dovranno seguire norme più restrittive rispetto a quelle che, fortunatamente, sono rimaste più immuni dal torrente virale. Il Governo Giuseppe Conte, tenga presente questa valutazione prima che il DPCM sia definitivamente approvato.

Per quello che posso, parlo telefonicamente con alcuni piccoli imprenditori del mio territorio, i quali mi testimoniano il loro stato depressivo piuttosto intenso. Lo dico, perché immagino che questo sia una condizione quasi universale. A costoro suggerisco di tener duro e di fronteggiare con massimo rigore il periodo grigio che stiamo attraversando. Credo che oggi il Paese sia proprio unito, al di la di qualche aspetto secondario e di costume, dalla sofferenza dettata dall’inattività che colpisce la stragrande maggioranza dell’Italia. E questo, però, permetterà di solidarizzare a vantaggio di tutte le categorie e dell’intero Paese.

Il Parlamento, non può essere silente.

È del tutto aperto il dibattito sul ruolo del Parlamento nella democrazia contemporanea. E questo al di là della furia populista e demagogica dei 5 stelle di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” oppure, e peggio ancora, per la voglia di questo partito di mettere radicalmente in discussione la stessa democrazia rappresentativa e parlamentare. Soprattutto in un momento in cui, di fatto, la democrazia è sospesa perchè le decisioni che vengono assunte dal Governo e dal suo Premier richiedono sempre di più urgenza e rapidità. In un contesto, purtroppo, dominato da una drammatica e del tutto inedita emergenza sanitaria nazionale ed internazionale che ha sconvolto il profilo e la fisionomia del nostro stesso sistema. Nel caso specifico del sistema sanitario nazionale. 

Ma il ruolo del Parlamento, la sua funzionalità e il suo ruolo proprio adesso rischiano di essere messi clamorosamente in discussione. 

Innanzitutto per la richiesta di una maggior rapidità delle decisioni. Il Parlamento, e la democrazia rappresentativa, com’è del tutto evidente, hanno le loro regole e la loro prassi. Se comincia a prevalere la tesi,e a consolidarsi, che si decide meglio in fretta e da soli è del tutto evidente che il dibattito parlamentare non è altro che una semplice perdita di tempo. E, di conseguenza, da ricorrerci il meno possibile. 

In secondo luogo la scarsa rilevanza e il peso politico sempre meno marcato dei parlamentari. Ora, pur senza entrare nel merito del dibattito sul numero dei parlamentari e del futuro referendum, è indubbio che la progressiva caduta di autorevolezza dei parlamentari da un lato e lo scarso livello politico del dibattito e del confronto parlamentare dall’altro sono e restano all’origine di questa decadenza di un istituto seppur decisivo e centrale della nostra democrazia rappresentativa e costituzionale. 

In ultimo, e forse è la ragione decisiva, la personalizzazione e la verticalizzazione della politica non solo hanno contribuito a depotenziare il ruolo dei partiti ma, soprattutto, hanno ridotto il Parlamento a semplice cassa di risonanza delle decisioni prese ed assunte dai capi partito. Intendiamoci, questa deriva non nasce solo con questa terribile e devastante emergenza sanitaria. Ma è indubbio che proprio questa emergenza ha contribuito prepotentemente a questa caduta di credibilità e di autorevolezza dell’istituto parlamentare. E, quel che è più grave, il tutto avviene senza una reazione non dico della stragrande maggioranza dei parlamentari – il che non stupisce essendo lo stipendio ed i relativi benefit quasi la ragione esclusiva per molti di loro che tremano al solo pensiero della scadenza della legislatura… – ma neanche con un altrettanto ed indispensabile dibattito politico e giornalistico, salvo rare eccezioni di qualche costituzionalista o di esponente illuminato della cosiddetta prima repubblica. 

Ecco, forse è anche giunto il momento, in un contesto che sarà sempre più caratterizzato da una indispensabile e necessaria ricostruzione morale, politica, sociale e soprattutto economica e produttiva, di non disperdere il ruolo, la funzione e la valenza del Parlamento. Perchè un Parlamento silente o accantonato rispetto agli altri poteri non solo indebolisce la democrazia ma, addirittura, crea le condizioni per una democrazia autoritaria e autocratica. Elementi che non solo restano estranei all’impianto della nostra Costituzione ma sono nocivi anche per un serio e credibile piano di ricostruzione del nostro paese dopo questa terribile emergenza sanitaria. Per la qualità della democrazia e non per la considerazione dei parlamentari. 

Donne in prima linea ai tempi del Covid19

“le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di “mostrare” nulla se non la loro intelligenza” ha detto Rita levi Montalcini, una testimonial d’eccezione della capacità, della tenacia e dell’ingegno femminile.

Eppure in Italia, nonostante le tante conquiste, la capacità delle donne sconta ancora un pesante gender gap, che non tende ad attenuarsi neanche dopo la grande prova di resilienza dimostrata durante l’emergenza da Coronavirus . E la composizione dei comitati e delle task force per la ripartenza  o le nomine dei vertici delle aziende partecipate sono ancora una volta un esempio di occasione persa. Ma forse qualcosa ancora si può fare….

In Italia la popolazione femminile è innanzitutto più numerosa, siamo infatti oltre 31milioni , pari al
51,3%
della popolazione, ma è anche più longeva degli uomini. E ahimè i dati di genere di contagi, guariti e mortalità da Covid di questi mesi mostrano la maggiore resistenza delle donne.

Le donne entrano nel mondo del lavoro un po’ piu’ tardi degli uomini, si sposano in età più giovane, vanno mediamente in pensione più tardi.

Le donne sono più istruite degli uomini (33,4% di laureate contro il 29,% di laureati) e sono abituate ad applicarsi di più: Sono più regolari: il 91% delle donne non fa ripetenze contro l’85% degli uomini. Raggiungono voti più alti: il voto medio di diploma è rispettivamente 78,6 % per le ragazze contro 75,1% dei ragazzi. Studiano di più: il 38% dedica allo studio e ai compiti a casa più di 15 ore settimanali contro il 16% degli uomini. Sono più le donne che gli uomini a conseguire Master e dottorati. E rimangono intellettualmente e culturalmente più attive: maggiori sono le percentuali di donne, rispetto agli uomini che leggono, vanno a Musei o teatri….

Ma a che serve tutta questa preparazione se poi permane un gap di genere nelle retribuzioni, nelle carriere, nelle posizioni di vertice?

Il divario retributivo medio tra salario femminile e maschile è del 12% e si registra per tutte le posizioni organizzative

La società americana Prudential ha condotto uno studio sugli individui che rappresentano il principale responsabile del reddito in famiglia ed è emerso che solo il 20% delle donne in questa condizione si ritiene preparata a prendere decisioni di investimento, preferendo delegare questa attività agli uomini. Non a caso di parla di PATRI-monio, accezione maschile!

E nonostante le battaglie e le leggi a tutela delle c.d. “quote rosa” le donne in parlamento sono solo al 35,4% negli organi decisionali al 15,9% nei Consigli di Amministrazione al 36%

Molto è stato fatto in questi anni se pensiamo che la percentuale rosa è stata del 20% fino al 2015…ma sicuramente non rappresenta quantitativamente e qualitativamente l’universo femminile che ne avrebbe pieno titolo.

L’ennesima prova di capacità

In questa emergenza è emersa ancora una volta la forza, la capacità, la determinazione, l’abnegazione delle donne. Basti pensare Alle 3 dottoresse italiane che in meno di 48 ore sono riuscite ad isolare il nuovo Coronavirus per prime in Europa: La Direttrice del laboratorio di Virologia dell’INMI – Istituto Nazionale Malattie Infettive – Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, precaria allo Spallanzani, e la dott.ssa Concetta Castilletti.

Oppure Annalisa Malara è l’anestesista dell’ospedale di Codogno che ha diagnosticato il primo caso di Covid-19 in Italia. È lei che, con un’intuizione, cercando l’impossibile, ha eseguito il tampone su Mattia, il 38enne paziente 1.

O infine Elena Pagliarini l’infermiera simbolo immortalata mentre crollava dopo un turno estenuante. Dalle   deputate  di questo governo, che non si sono risparmiate discutendo ogni giorno ed ogni notte per trovare soluzioni all’emergenza sanitaria, sociale ed economica, ed isolandosi dalla propria famiglia e figli( ricordo un post del Ministro Paola De Micheli che riabbraccia il figlioletto dopo la quarantena, e post di pochi giorni dopo che la ritraevano in pieno operatività a Roma o i video serali della amica Patrizia Prestipino che si batte in Parlamento in jeans e mascherina)  a tutte le operatrici sanitarie, le cassiere, le spazzine, le insegnanti, le badanti, le madri , le  donne che tengono unita e forte la famiglia bloccata in casa dal lockdown.

Un’occasione  persa

Nonostante l’ennesima prova delle donne in prima linea, ancora una volta, si è assistito ad una carenza di donne nei vari comitati della Protezione Civile o nelle diverse Task Force nominate dal governo per la fase 2 del post coronavirus, al di là di quella specifica della Ministra per le pari opportunità, con nome aulico ”Donne per un nuovo Rinascimento”,.

Basti pensare che forse la più impattante, la c.d.  Task force “Fase 2” guidata da Vittorio Colao ed istituita dal premier Giuseppe Conte, la cui mission è studiare le misure necessarie per la fase 2, dove servirebbe tutto il pragmatismo femminile….è costituita da solo 4 donne su 17 componenti di altissimo prestigio.   E non è passato inosservato il fatto che nelle conferenze stampa quotidiane della Protezione Civile che tutti aspettavamo con ansia per conoscere l’evoluzione del contagio e le misure adottate… l’unica presenza femminile è l’interprete silenziosa per i non udenti.

Ora siamo in pieno periodo di nomine…e grazie alla legge sulle quota rosa si leggono nomi rosa nei CDA, ma i nomi dei vertici delle aziende sono prevalentemente maschili ( e sempre gli stessi..).

Siamo ancora in tempo?

Oggi le quote rosa sono applicate solo ai CDA e non a funzioni operative. I Cda hanno un ruolo di indirizzo e supervisione e sono molto prestigiosi. Peccato però che l’operatività delle aziende e degli enti sia in mano alle funzioni esecutive (dall’Amministratore Delegato alle varie direzioni). Ne’ più ne’ meno che le task force del momento. Quindi le donne, che hanno dimostrato da sempre e non da ultimo in questa pandemia, di saper essere operative, concrete, instancabili, multitasking, decisioniste non possono mettere in pratica queste loro capacità per dare un aiuto al paese, all’economia, allo sviluppo, alla gestione di un’azienda in ripartenza.

Io non sono nessuno se non un manager aziendale ma permetto di suggerire che è’ tempo di evolvere la legge Golfo-Mosca:

1) applicando le “quote rosa” a tutti gli organi operativi della vita economica aziendale e politica

2) applicando le quote almeno in proporzione ai pesi della popolazione ( 50-50 ..visto che in Italia 51,3% sono donne)

3) che vengano equiparati gli stipendi , eventualmente con forme di incentivazione alle imprese virtuose che eliminano il gap

4) che si istituiscano funzioni di “pari opportunità” non solo al governo, ma anche negli organigrammi aziendali, per monitorare i gap, valorizzare i talenti femminili, dare uno sportello di ascolto alle donne oggetto di mobbing, sessismo o discriminazione

Che le nuove quote rosa rappresentino veramente il merito!

 

 

 

 

Paolo Crepet :”Non possiamo vivere in una società anaffettiva”

Prof. Crepet,  gli  “stili di vita” e il “senso civico” degli italiani sono stati sempre oggetto di critiche che ne hanno prevalentemente enfatizzato gli aspetti deteriori: superficialità, scarso rispetto delle regole, indifferenza, egoismo. Dal Rapporto ISTAT del 2019 ai più recenti del CENSIS esce l’immagine di una società “rancorosa e cattiva”. Forse pecchiamo di autolesionismo, poiché alcuni tratti comportamentali sono tipici dell’uomo, senza confini o bandiere. Le sembra che la situazione che stiamo vivendo in epoca di Coronavirus  confermi questo scenario di fondo oppure offra qualche esempio di riscatto e qualche significativa  lezione di abnegazione e solidarietà?

La prima parte della sua domanda riguarda considerazioni emerse prevalentemente nel 2019 che denotavano una responsabilità in senso negativo della classe politica che enfatizzava temi centrati sull’odio e sul razzismo e che aveva fatto montare un rancore collettivo: noi italiani siamo “codisti”, nel senso che ci mettiamo in coda. Basta che uno dica una cosa e tutti gli altri gli vanno dietro. Quindi si era formata una larga opinione pubblica che non corrispondeva alla maggioranza degli italiani che enfatizzava i problemi dell’immigrazione, nel senso che li esasperava. Siamo un grande Paese, tra le prime sette potenze mondiali e non possiamo lasciarci condizionare in senso totalizzante dal problema dell’arrivo degli emigrati.  Paradossalmente il Coronavirus ha migliorato alcuni sentimenti dell’italiano medio, anche se non in tutti: c’è ancora chi dice ‘tanto il coronavirus uccide solo i vecchi’ e questo oltre a non essere vero è anche stupido, perché non corrisponde alla realtà. L’esperienza delle persone di età è un valore per la collettività. Vorrei avere tante persone di età come Mario Draghi o il Presidente Sergio Mattarella: competenti, sagge, equilibrate, lungimiranti. Non si può dire chiudiamo in casa queste persone per dare le chiavi del motore a qualche 35 enne imbecille che non ha neanche terminato gli studi universitari. Detto questo c’è stato anche un sentimento di sgomento per queste persone di una certa età che “se ne sono andate”, c’è stata una decimazione della parte più anziana della popolazione. Poi abbiamo scoperto di avere anche degli eroi come il personale medico e sanitario, che hanno compiuto gesti e avuto comportamenti di generosità e abnegazione encomiabili. Sono situazioni  che esistevano (in senso buono e anche per certi aspetti di malasanità) ma che il coronavirus ci ha fatto scoprire, come causa occasionale che ha dato risalto all’altruismo, alla dedizione professionale e anche ai modi di organizzazione del sistema sanitario, di attrezzature degli ospedali, di approccio alle scelte terapeutiche: ad esempio l’ospedalizzazione selvaggia dei primi casi ha enfatizzato il problema anziché risolverlo, come accaduto in Lombardia, desertificando il territorio e i servizi decentrati cosa invece  non accaduta in Emilia. Il ringraziamento che noi dobbiamo al personale sanitario  (molti dei quali hanno dato la propria vita per salvare altre persone) credo che l’italiano con un minimo di buon senso e di cuore l’abbia fatto proprio e condiviso e questo ribilancia il sentimento di odio, egoismo e rancore che si andava diffondendo a poco a poco nel Paese.

In fondo ci siamo trovato catapultati in una realtà impensabile e imprevedibile. Non so se la genesi di questa pandemia sia attribuibile agli scompensi della globalizzazione, al superamento dei limiti di tollerabilità e sostenibilità tra uomo e ambiente (il biologo Edward O.Wilson ha affermato che oltre i 6 miliardi di abitanti il pianeta fa scattare un semaforo alla crescita della popolazione: siamo 7 miliardi e mezzo e cresciamo di 70 milioni l’anno), se sia invece ascrivibile ad una mutazione genetica per zoogenesi (dal pipistrello all’uomo, ad es.) o se prenderà corpo la tesi dell’errore di laboratorio o del complotto. Fatto sta che la nostra vita ne è stata radicalmente sconvolta. Come si sta comportando l’umanità di fronte a questo tsunami dagli esiti imprevedibili? Come l’aiutano la scienza e i decisori politici?

Io non sono ‘complottista’: la mia prima reazione non è quella di andare a cercare il laboratorio segreto da cui partono gli attacchi all’umanità. Queste sono visioni paranoiche di alcuni a cui non mi associo assolutamente, perché sostanzialmente basate sull’ignoranza. Che ci sia stata specie negli ultimi decenni una totale irresponsabilità di alcuni Paesi questo è vero. Noi ci siamo lamentati della “crescita zero” italiana, cosa che ritengo non vera: almeno non contribuiamo al passaggio ai 7 miliardi e mezzo/8 miliardi di persone che non sappiamo dove mettere. Credo che cresciamo in termini normali e accettabili. Noi tutti sappiamo che la Cina è cresciuta enormemente rispetto alla sua popolazione: tutto questo comporterà un problema. Ad esempio lei pensi alla robotizzazione : una fabbrica di robot non prende il virus, una fabbrica di uomini si. Tutto questo porterà via posti di lavoro. Dato che non saranno tutti miliardi di ingegneri penso che qualcuno debba fare qualcosa. Ritengo che l’umanità dia il massimo quando esprime la sua forza individuale: pensi a cosa ha rappresentato Leonardo nella storia dell’uomo. Si deve avere una visione comparativa tra qualità e quantità. Pensi al peso di costi e impegni, risorse a livello di governo nazionale, europeo, pensi all’ONU: a cosa serve ora l’ONU se non è capace di elaborare strategie globali al servizio dell’umanità?  Una volta dire ONU significava pensare ai caschi blu che intervenivano come ‘tertium genus’ nei conflitti: ora ciò non accade o non serve. Allora cosa può fare l’ONU  (che costa una quantità di soldi…) se non rimarcare le responsabilità dei governi nazionali e transazionali per capire una domanda di fondo: dove va il mondo? Esiste nella testa di qualcuno o nei programmi dell’ONU un’ idea di società del futuro? Circa la globalizzazione io l’ho sempre difesa perché vi ho visto più vantaggi che svantaggi. Pensi al turismo, al commercio ai viaggi,  alle comunicazioni. Non esiste più un turismo a filiera corta, non ha futuro. Dietro a questo c’è uno scenario che cambierà il mondo. Pensi all’e-commerce che ora è aumentato del 50%. Sicuramente quando finirà l’emergenza pandemica i dati dell’e-commerce resteranno superiori al pre-coronavirus. Dobbiamo comunque  sempre pensare che tutto ha un costo anche in termini di socializzazione.

Alcune misure di prevenzione del contagio  e di profilassi hanno mutato drasticamente abitudini quotidiane, a livello domestico e nelle relazioni con gli altri. Cosa significa , oltre l’atto fisico, sul piano simbolico ed emotivo non potersi dare la mano, il distanziamento coatto, negarsi un abbraccio, un gesto d’affetto? Se la vita è una alternanza di abitudini apprese e se la pandemia avrà esiti lontani … rischieremo di diventare membri di una società anaffettiva? Che cosa rischiamo in termini di equilibrio emotivo e mentale?

La società anaffettiva ha sempre portato ai più grandi disastri nella storia dell’umanità. L’evento più anaffettivo che abbiamo conosciuto si chiama guerra: uccisione di bambini, di innocenti, stupri di gruppo, fucilazioni, decapitazioni. Questo a livello locale e mondiale, da sempre. Non mi auguro affatto che la società ripercorra questi percorsi di anaffettività. La vera natura dell’uomo non è “non venirmi vicino”, stare distanti: la vera natura è sedersi intorno a un tavolo a giocare a carte, fare una passeggiata con amici, fare una chiacchierata, stare insieme, trovarsi a parlare di politica, di sport o dei nipotini. Questo lo dico con ottimismo. Le tre o quattro più grandi aziende con più alto fatturato al mondo sono quelle tecnologiche. Però mi chiedo se dobbiamo essere proni e supini al volere di questi colossi economici, che esercitano un potere persuasivo anche sui governi e le loro scelte.  Sappiamo bene che cosa vogliono da noi  queste potenze tecnologiche: che stiamo sempre al telefonino, che le nostre relazioni avvengano attraverso uno schermo. E’ di tutta evidenza questo interesse.  Lo stesso errore che avevamo fatto negli anni del boom economico quando non avevamo sviluppato le linee ferroviarie a favore del trasporto su gomma. Se in Italia tutto ha viaggiato via gomma … è inutile che ci lamentiamo dell’inquinamento. Non facciamo ora lo stresso errore di sviluppare esclusivamente il settore digitale. Sarebbe un errore assai grave.

“Io resto a casa”: bello slogan di autoconvincimento collettivo, per cautela, per rispetto delle regole sanitarie, per paura. Ma quanto è difficile restare chiusi in casa, magari in un piccolo appartamento,  per una famiglia?  Vivevamo già prima relazioni e intermittenze affettive discontinue a livello domestico: esiste un limite di resistenza psico-fisica? Pare che siano in aumenti i casi di intolleranza e le distonie comportamentali: rischiamo di non sopportarci più a casa, sul lavoro, sui mezzi di trasporto, nelle relazioni sociali….?

Questo è  già in atto: se lei mi chiede se c’è un limite le rispondo….”è quello che abbiamo appena passato.       Da adesso è del tutto evidente che – a cominciare dalla ‘fase 2’ – tutto ha una spiegazione di tipo economico. Non ci sono ragioni evidenti per parlare di ‘fase 2’ se non di tipo economico:  ripresa della produzione, gente senza lavoro, commercio che non procede ecc. Però c’è un terzo aspetto che va considerato ed è quello umano : abbiamo fatto la sperimentazione di massa di confinamento familiare per milioni e milioni di persone, all’inizio abbiamo resistito bene, poi abbiamo resistito stringendo i denti, adesso non ce la facciamo più. Io ne parlo spesso con molti colleghi ed esce questa situazione di tolleranza al limite della sopportabilità, anche perchè ci sono molti genitori che si sono accorti che non è possibile tenere dei bambini chiusi in casa per dei mesi. E spero che questo illumini il cervello di chi deve organizzare la fase educativa per l’immediato futuro, che qualcuno al MIUR ragioni. C’è stato qualche illustre collega che ha parlato dell’auspicio della “digital education”, io spero che questo non accada. Ho il terrore sia di questi colleghi sia della digital education.

Lei mi apre un’autostrada professore: in Finlandia è stato avviato in tempi non di coronavirus l’apprendimento della letto-scrittura solo attraverso il tablet, con l’abolizione del corsivo e la tolleranza dello stampatello maiuscolo. Non rischiamo di avere una generazione privata dell’alfabetizzazione di base, di quella strumentale e con metodologie fondate esclusivamente sull’uso delle tecnologie? La didattica a distanza – laddove ne esistono possibilità e condizioni- sta cercando di supplire alla chiusura delle scuole: tuttavia, per quanto siano volonterosi gli insegnanti e disponibili e motivati gli alunni si tratta di un qualcosa che non potrà mai sostituire il rapporto empatico e umano che si realizza in presenza nella didattica dell’insegnamento e dell’apprendimento. L’educazione non è forse fatta soprattutto di relazioni tra persone più che di mezzi e strumenti?

Ma certamente: il discorso va ricondotto alla condizione emergenziale e allora va bene tutto. Tra ‘piuttosto’ e ‘niente’ è meglio ‘piuttosto’: se le scuole vanno chiuse perché siamo in fase di pandemia e con rischio di contagio allora l’emergenza sanitaria precede ogni altro tipo di valutazione e di scelta. Il qualche-cosa-d’altro è stato individuato nell’educazione a distanza attraverso le tecnologie: però non facciamo i furbi, ogni Paese – parlo dell’Italia ma potrei parlare della Francia – ha realtà territoriali diverse, non omogenee al suo interno. Non possiamo paragonare i Parioli di Roma con i quartieri spagnoli di Napoli. Al sud oltre il 20% dei ragazzi non ha un pc in casa, le famiglie non hanno nemmeno lo spazio abitabile: noi allora andremo ad una disparità di trattamento voluta e programmata, ripeto “voluta e programmata” che è spaventosa. Guardi noi rischiamo di tornare all’ ‘800 quando le famiglie alto-borghesi affidavano l’educazione dei figli ad un precettore, quando se lo potevano permettere. Questo è intollerabile. Rimane – questa è una mia polemica lontana di qualche anno (ai tempi del mio libro “Baciami senza rete”) – il pericolo che io pavento da tempo: far giocare i bambini con il tablet o la play station , intenti  a digitalizzare i loro spazi e i loro momenti di crescita,  comporta una anestesia dal punto di vista affettivo-relazionale che poi pagheremo in altro modo. Le videoconferenze, le lezioni a distanza permettono di collegarsi con il mondo: ma io invidio le persone che sono lì, fisicamente sentire e partecipare, perché apprendere in presenza, ascoltare dal vivo ha un altro valore. Se questo uso pervasivo di educare solo attraverso le nuove tecnologie diventasse l’unico modo per educare le future generazioni mi verrebbero i brividi.

Digitalizzazione, relazioni virtuali, preponderanza delle tecnologie: sono derive in atto peraltro facilitate dalla contingenza epocale pandemica che stiamo attraversando. Arriveremo ad una mutazione antropologica in cui il rapporto con la natura sarà deteriorato, le relazioni umane globalizzate attraverso i social ma raffreddate dal venir meno del contatto, dell’uso del linguaggio come mezzo principale di comunicazione, dal distanziamento sociale? Non Le sembra mai necessario come oggi il recupero dei valori dell’umanesimo, il rimettere la persona, i suoi affetti, i sentimenti, le passioni , la vita degli altri al centro della scena del mondo?

Questa è storicamente l’occasione per dimostrare al mondo che cosa è stata  l’Europa , per secoli il centro della cultura dell’umanità, con le religioni, il cattolicesimo, l’ebraismo, l’umanesimo, il Rinascimento, la filosofia, la musica, l’arte. Allora il problema che si pone adesso sta in questi termini: noi vogliamo , accettiamo,  ci arrendiamo a che tutto questo venga rimosso , che le macchine governino il futuro dell’umanità, attraverso i robot, l’intelligenza artificiale, attraverso una dissennata diffusione delle tecnologie  e della digitalizzazione della vita oppure vogliamo immaginare un mondo in cui “alcune cose” giustamente e responsabilmente saranno delegate alle macchine, come già fu all’inizio della rivoluzione industriale?  Questo è il punto di equilibrio che dobbiamo trovare per non morire. Però purtroppo come lei ben vede ci sono Paesi all’interno dell’Europa che hanno già scelto di inserirsi e allearsi in questo asse cinese-americano-coreano, che è basato solo sulla tecnologia. Allora che i cinesi non si abbraccino più…. mi dispiace per loro: noi siamo persone che vanno a braccetto a chiacchierare sul lungomare. Che poi la mail serve perchè è più comoda rispetto ad una lettera da imbucare alle Poste, allora viva le mail, che ci sia whatsapp mi sta anche bene ma non vorrei andare oltre, ci sono delle cose che non possono andare oltre. Le librerie e i libri cartacei devono continuare a rimanere, i bambini devono continuare a leggere e a scrivere, non a usare una tastiera. Su questa cosa vedo delle fragilità e temo che nella nostra cultura, per un fatto soprattutto commerciale, possa emergere qua e là questa seduzione della digitalizzazione totalizzante. Non si può mettere d’accordo Microsoft con l’Umanesimo.  Ora che ci siamo fermati un attimo per un virus, non per una decisone politica, abbiamo scoperto quanto era più bello il nostro mondo. Tullio De Mauro e Umberto Eco avevano intuito l’inizio di questa trasformazione culturale ma non ne hanno visto per loro fortuna gli sviluppi. Non tutto viene per nuocere, anche il Coronavirus avrà una valenza apprenditiva e pedagogica: tutto serve per imparare, anche gli errori o il caso. Se c’è un Ministro dell’Istruzione che pensa che si possa sostituire la relazione maestro-alunno con un computer a distanza è un imbecille e lo dico senza nutrire alcun dubbio e senza riferirmi a nessuno.

Mi consenta un’ultima domanda per chiudere questa interessante intervista. Parafrasando Gabriel Garcia Marquez: come sta cambiando e come sarà l’amore ai tempi del coronavirus?

Credo e voglio sperare, in parte me ne convinco, che il futuro dopo il virus assomiglierà in  buona parte al nostro passato, che certe cose siano insostituibili, non modificabili, se mai arricchibili e migliorabili per cui l’amore dopo il coronavirus potrà utilizzare naturalmente il digitale, i ragazzi si potranno mandare i cuoricini via chat, però l’importante sarà stare insieme, fare un viaggio, parlare, andare a cena insieme, avere degli amici con cui condividere conversazioni e sentimenti. Tutto questo non può essere spazzato via perché è arrivato il Coronavirus.-

Il Suo messaggio è dunque di ottimismo? 

Il mio messaggio è ottimismo ma anche di allerta:  “state attenti”….

State attenti che tutto è utile se mantiene una dimensione umana e che ciò che prima del coronavirus ci appariva banale normalità sarà una ricchezza da riscoprire?

Assolutamente è così, conserviamo sempre le relazioni umane, anche senza la mediazione delle tecnologie.

L’estrema solitudine vissuta da molti – specie dagli anziani – in questo periodo sarà una lezione per noi?

Non solo per gli anziani.  Per tante persone questa estrema solitudine non significa solo stare soli ma “sentirsi” soli, anche dentro una famiglia che scopri che non ti capisce più o per i genitori stare per un mese e mezzo chiusi in casa con dei figli adolescenti che  improvvisamente scopri di non aver finora capiti e forse nemmeno conosciuti. Questa è un’esperienza comune a tante famiglie.

La Cei contro decreto Conte: ‘Si viola libertà di culto’. La Presidenza del Consiglio studierà un protocollo.

La Cei in una nota dal titolo “Il disaccordo dei vescovi” sui contenuti del Dpcm sulla ‘Fase 2’ illustrato dal premier Giuseppe Conteafferma che: “Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria Generale della CEI, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio.

Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.

Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la CEI presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo.

Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia.

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

Intanto la Presidenza del Consiglio prende atto della comunicazione della CEI e conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal Presidente Conte. “Già nei prossimi giorni – si legge in una nota – si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”.

Gli effetti del lockdown sulla CO2 in Italia Il calo delle emissioni ha raggiunto il 35%

L’effetto coronavirus pesa in modo significativo su consumi di energia ed emissioni di CO2. Nella fase di piena operatività delle misure di restrizione, la riduzione delle emissioni può essere stimata attorno al 35%. Solo nei mesi di marzo e aprile 2020 sono previste oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto all’ anno precedente. Questo calo delle emissioni non è però strutturale e a fine pandemia c’è il rischio che si inneschi una crescita senza precedenti che allontanerà l’Italia sempre più dai target dell’accordo di Parigi.  

L’ impatto che la pandemia  in atto ha avuto su consumi energetici e emissioni è esaminato nel dossier “Gli effetti del lockdown sulle emissioni di CO2 in Italia, una prima analisi congiunturale” realizzato da Italy for Climate, l’alleanza per il clima fra le imprese italiane della green economy  per supportare la transizione verso un’economia carbon neutral che ha tra i primi sostenitori aziende come Erg, Conou, Ing, e2i, illy, Davines, che è stata lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Il dossier stima anche che questa riduzione delle emissioni di CO2 per effetto delle misure restrittive, è in realtà molto vicina a quello che dovrebbe essere il taglio da raggiungere in appena un decennio per centrare gli obiettivi di Parigi e non far precipitare la crisi climatica.

“Per riuscire a essere in linea con Parigi – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – si dovranno mettere in campo politiche e misure tali da garantire livelli di emissione di CO2 paragonabili a quelli di queste ultime settimane, in un Paese che cresce, con un sistema produttivo pienamente operativo e elevati livelli di occupazione. Uno sforzo titanico necessario per evitare un’altra grande crisi, quella climatica, anche perché la storia insegna che dopo una crisi economica e un calo significativo delle emissioni queste potrebbero tornare a crescere anche più di prima”

Ecco alcuni numeri del dossier:

A marzo le emissioni di CO2 – 17%

Marzo è stato un mese “ibrido”, il lockdown si è attivato, infatti, gradualmente e questa gradualità la mostrano i dati: ad esempio i consumi elettrici della settimana 9-15 marzo sono diminuiti del 5,8% rispetto alla stessa settimana del 2019 e, nella settimana dal 23 al 29 marzo quando le misure restrittive erano ormai a regime, del 21,1%.  Complessivamente nel mese di marzo i consumi di energia sono diminuiti del15,9% rispetto allo stesso mese del 2019 e le emissioni di CO2 del 17% (5,7 milioni di tonnellate di CO2), i ¾ di questo calo sono dovuti alla contrazione del settore dei trasporti. Le emissioni di CO2 connesse alla mobilità si sono ridotte, infatti, di quasi 4,5 milioni di tonnellate di CO2, il crollo dei consumi di gasolio è responsabile del 60% di questo calo.

Ad aprile crollo del 70% dei prodotti petroliferi e delle emissioni

L’analisi delle prime settimane di aprile, per il gas e l’energia elettrica e la previsione del mese per i prodotti petroliferi mostra livelli di riduzione dei consumi e delle emissioni più alti di quelli della media di marzo. I consumi di energia elettrica nelle prime tre settimane di aprile si stabilizzano intorno a un – 23% rispetto allo stesso periodo del 2019. I consumi petroliferi crollano del 70% circa e altrettanto le emissioni: solo nel settore trasporti si stimano 7 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto all’ anno precedente.

Poste Italiane anticipa cassa integrazione a clienti che ne faranno richiesta

Poste Italiane anticiperà il trattamento di cassa integrazione ordinaria e in deroga ai clienti BancoPosta e PostePay Evolution, accreditando lo stipendio a chi ne farà richiesta. Obiettivo dell’iniziativa, spiega l’azienda in un comunicato è quello di “offrire un sostegno concreto ai lavoratori” in regime di cassa integrazione “per aiutarli ad affrontare le esigenze economiche durante l’emergenza Covid-19”. La richiesta può essere presentata online sul sito di Poste Italiane.

Il servizio è attivato in collaborazione con Bnl Finance, società specializzata in soluzioni di finanziamento, che insieme a Poste Italiane anticiperà le somme che saranno erogate dall’Inps e messe a disposizione dallo Stato nei termini previsti dalla normativa. Le anticipazioni concesse saranno estinte automaticamente da Poste non appena l’Inps erogherà le cifre pattuite, senza necessità di alcun adempimento da parte dei lavoratori.

Vaccino Coronavirus: Elisa Granato non è morta

Elisa Granato, la ricercatrice italiana coinvolta nel programma di sperimentazione del vaccino contro il coronavirus a Oxfordnon è morta. La scienziata, con il collega australiano Edward O’Neill, è stata protagonista del primo passo del trial clinico sul nuovo vaccino. E suo malgradfo si è ritrovata nella scomoda posizione di dover smentire la fake news relativa al suo decesso. “Sto bene”, scrive su Twitter, invitando a non condividere l’articolo che, nelle ultime ore, ha avuto ampia diffusione sui social media.

Granato, ricercatrice di zoologia e microbiologia a Oxford, ha pubblicato una serie di tweet per offrire informazioni sul clinic trial. “Finora sto benissimo, l’intero team sta facendo un lavoro eccellente monitorando e sostenendo tutti i partecipanti”, ha scritto ieri. “Il vaccino non” contiene “il virus Covid19. E’ solo una piccola porzione del virus, abbinata ad un virus diverso. Questo significa che non si può replicare negli esseri umani ma è in grado (e speriamo lo farà) attivare il sistema immunitario e proteggerlo del Covid19.

“Non sarò infettata dal Covid19 di proposito”.

” Lo studio -prosegue- è in doppio cieco: né io né le persone che somministrano il vaccino sappiamo se ho ricevuto il placebo o il vaccino”.

La polemica sul 25 aprile

Cirino Pomicino ha sollevato una opportuna e vivace polemica sullo speciale sulla ricorrenza del 25 aprile per avere l’autore del servizio Rai fatto scomparire dalla ricostruzione ogni voce sul ruolo del cattolicesimo democratico. Una storia scritta dai vinti!

Dunque un problema di pluralismo informativo e culturale che non può essere sottaciuto soprattutto se avviene nel servizio pubblico!
L’autore del servizio si è giustificato dicendo che lo speciale partiva da una intervista ad una storica di matrice cattolica: Lucetta Scaraffia.

Basta essere solo un docente di storia contemporanea per garantire il pluralismo o forse è richiesta una forte specializzazione sui temi della Resistenza e sulla storia del Movimento Cattolico? Si è preferita una scelta più legata al femminismo, forse distorsiva conoscendo le recenti polemiche tra la stessa studiosa e l’Osservatore Romano piuttosto che la ricerca di un equilibrato giudizio sulle vicende della Liberazione.

Dunque il problema non è avere garantito una presenza purchessia – ma quale presenza! Una presenza per garantire il pluralismo o per determinare una linea editoriale? Questo è il punto.

Non c’erano altre figure per divulgare una raffigurazione autenticamente pluralista delle vicende legate alla Liberazione, sul ruolo fondamentale dei partigiani cristiani e dei volontari della libertà, da Luigi Bignotti a Enrico Mattei a Mario Ferrari Aggradi, da Paolo Emilio Taviani a Gian Luigi Rondi?

Non c’erano forse storici come Nicola Antonetti presidente dell’Istituto Sturzo o Francesco Malgeri? Ci saremmo accontentati di Piero Craveri che pur laico sarebbe stata una voce autenticamente libera ed obiettiva per la ricostruzione di vicende complesse che richiedono la presenza di studiosi piuttosto che di divulgatori.

Ripartiamo dalla solidarietà

Il mondo che ci aspetta al termine dell’emergenza sanitaria, sarà probabilmente diverso rispetto a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Sul Domani d’Italia, sono stati affrontati in questi giorni diversi aspetti del problema. Molte cose cambieranno, come è inevitabile durante una epidemia di portata globale, quale quella che stiamo vivendo. In questa situazione, ripartire come se nulla fosse accaduto rischia di esporci a dei rischi. Ecco perché è importante provare a lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte dei prossimi mesi per identificare con chiarezza i contorni del mondo che vorremmo ricostruire.

In particolare, possiamo pensare a un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla conoscenza, l’educazione e la solidarietà e basato su una profonda consapevolezza dell’importanza della Comunità. In una recente intervista al quotidiano Le Monde, il filosofo Edgard Morin ha parlato di uno dei mali del nostro tempo, l’individualismo: «una concezione egocentrica dell’individuo portatore di ogni sorta di diritto e che si crede proprietario del mondo; il fantasma di un essere che ha perso ogni affiliazione, al suo popolo, alla sua storia, alla sua famiglia, al suo genere; ipnotizzato dalla più assurda delle false promesse: tu puoi scegliere di essere quello che vuoi, puoi essere il creatore di te stesso».

Il mondo cambiato dall’emergenza sanitaria, con miliardi di persone confinate da settimane nelle loro abitazioni, ha contribuito a far riscoprire a tutti il valore fondante della solidarietà. Ciascuno di noi, proprio perché è isolato, sente di non appartenere più solo a se stesso ma si sente “parte” di una comunità più ampia: l’unità nazionale. Ci riferiamo anche allo sforzo di non dividere il corpo sociale e di condividere sacrifici e cambiamenti, comunicandoli in modo corretto. Un Paese più uguale socialmente, che si ponga come obiettivo la riduzione dello spread tra ricchi e poveri, sarebbe più unito e dunque meno disposto a correre pericolose “avventure” politiche.

Un Paese più territorialmente coeso, senza il pasticcio di ordinanze e protezionismi regionali che stiamo vedendo, questa nuova divisione tra Nord e Sud, sarebbe certamente più unito e questo disarmerebbe chi spera di consumare quotidiani regolamenti di conti elettorali. Un Paese in cui tutte le istituzioni (a cominciare dal Governo) cerchino ogni giorno il dialogo e la condivisione delle scelte, molto più di quanto non avvenga, sarebbe più unito e meno esposto all’influenza dei soliti demagoghi.

In futuro non si potrà affrontare nessuna grande scelta economica, che si tratti di un prestito internazionale o di un investimento pubblico, di indebitarsi con i mercati o con gli italiani, se metà della politica è sempre pronta a sparare a zero sull’altra metà.
Un Paese più unito nel rapporto con Bruxelles e con i suoi partner in Europa, avrebbe maggiore potere negoziale (senza dover “battere i pugni sul tavolo”) e più possibilità di non rinchiudersi in un nazionalismo sempre in agguato, come insegna la gestione mondiale della crisi post 1929. L’ordine dei fattori nella triade dei valori della rivoluzione francese uscirà inevitabilmente capovolto dall’emergenza sanitaria. Per salvare la libertà, stavolta avremo bisogno di ripartire dalla fratellanza.

Il sud borbonico come la Germania di oggi. Bonanni spiega perché.

È davvero molto interessante e sconvolgente, lo studio portato avanti da Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, riportato da Giuseppe Chiellino sul quotidiano il sole 24 ore di tempo fa. L’approfondimento è utile per capire del perché i tedeschi fanno resistenza sugli eurobond, ma anche perché si svela una verità storica tenuta nascosta negli ultimi 150 di storia italiana.

Insomma all’epoca, i tassi sui prestiti della finanza al Regno delle 2 Sicilie, ammontavano al 4,3%, ed erano significativamente inferiori ai tassi che pagavano il Regno di Sardegna, lo Stato della Chiesa e gli altri staterelli pre unitari. In barba ai detrattori del Regno del Sud, l’economia meridionale era la più solida della penisola, isole comprese: era sostenuta da una buona industria e da una agricoltura per l’epoca molto solida.

Tant’è che dalla unificazione in poi i tassi di interesse che riguardavano i prestiti al debito del nuovo Regno, schizzarono al 6,9%, e per più di un decennio si mantennero a questi livelli alti, in quanto gli ambienti finanziari di quel tempo, davano poco credito al neo Regno costituito. Nel concreto, le popolazioni meridionali si ritrovarono con due punti percentuali in più.

Se volessimo fare un paragone sulla salute economica del Sud e quella degli altri Stati italiani, Napoli rappresentava la economia più affidabile e di conseguenza aveva una quotazione più favorevole dei tassi di interessi. Riportato quindi alle graduatorie odierne, il sud lo possiamo raffigurare alla Germania d’oggi, nel confronto con gli altri Stati della UE. Ora l’approfondimento della prof. Collet, è importante perché riportando a galla una verità occultata dalla partigianeria e propaganda Sabauda, fa plasticamente intendere, del perché i tedeschi e i nordici diffidano degli Eurobond. Essi pensano che integrandosi con il sud Europa, si troveranno a sobbarcarsi pesi economici che ora non hanno, frutto di una gestione malferma della economia.

Il nord Italia sabaudo, come sappiamo, risolse il problema occupando militarmente il Regno borbonico, senza neanche dichiaragli guerra, peraltro contravvenendo alle convenzioni internazionali; ma lo definì tutto il peggio che gli occupanti di solito sono in grado di affermare nei confronti degli occupati; e come se non bastasse, sottrasse i depositi d’oro del Regno di entità 3 volte superiore a quelli dello Stato Sabaudo, Stati emiliani e lombardia messi insieme.

Quei depositi allocati presso il Banco di Sicilia ed il banco di Napoli, furono di soppiatto trasportati via mare a Genova e quindi a Torino. Ma noi, Italiani d’oggi e meridionali d’Europa, come la mettiamo per rassicurare i nordici e costituire una vera entità statuale europea? La risposta è semplice: almeno dobbiamo incominciare, magari anche lentamente, a dare segni tangibili, che le nostre celebrate virtù individuali, possano trasformarsi anche in virtù collettive. Sono convinto che il nostro vero cambiamento dovrà riguardare soprattutto l’esaltazione delle nostra concretezza e responsabilità per conseguire l’obiettivo degli obiettivi: la costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Europa significa attenzione concreta alle persone

Articolo pubblicato nell’edizione del 25 aprile dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Incontriamo telefonicamente David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo in una data altamente simbolica, il 25 aprile e la conversazione ruota tutta sul tema dei valori, libertà, democrazia, pluralismo che sono sottesi a quella ricorrenza. Non si tratta di temi astratti ma di quella “fonte” da cui scaturisce la cura e l’attenzione per la vita concreta delle persone che è la dimensione da cui si deve ripartire per ricostruire un’Europa capace di uscire più forte dalla tremenda crisi della pandemia del covid-19.

Papa Francesco di recente a più riprese ha dedicato molto spazio nei suoi discorsi proprio al tema dell’Europa. Ad esempio nel messaggio Urbi et Orbi della Pasqua ha affermato che: «Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo continente è potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda. Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà anche ricorrendo a soluzioni innovative». Volevo chiedere a lei, come cattolico, come cittadino, rappresentante politico e come Presidente del Parlamento Europeo, che effetto le ha fatto ascoltare queste parole dal Santo Padre?

L’effetto di un richiamo giusto per affrontare con responsabilità questo passaggio storico, perché è vero che l’Europa è una comunità di interessi, ma non può non essere una comunità di destino. E in questo momento il richiamo del Santo Padre è particolarmente importante perché ci chiede di essere attenti a tutte le persone. Credo che questo sia il momento in cui l’Europa degli Stati, delle nazioni, dei governi, possa rafforzare le sue istituzioni per essere accanto a tutti i cittadini, quelli del nord e quelli del sud. Per fare cosa? Innanzi tutto per rivedere il proprio modello di sviluppo, per riuscire a proteggere meglio le persone e per custodire anche quei valori che il Santo Padre ha richiamato e che sono un elemento indispensabile per sostenere le sfide che il mondo globale ci propone. Noi abbiamo una responsabilità che riguarda anche il patrimonio di valori che questi settanta anni ci hanno consegnato: la libertà, la democrazia, il pluralismo. Credo che in questo momento dobbiamo essere ancora più orgogliosamente fedeli ai valori europei perché il mondo ne ha bisogno.

L’Unione Europea si trova nella condizione di dover armonizzare la spinta ideale dei padri fondatori, con la concretezza, anche finanziaria, richiesta nei vari momenti storici e politici. Come riuscire a trovare ogni volta, e adesso in special modo, questo difficile, ma necessario equilibrio?

Siamo a un cambio di fase e serviranno visione e pragmatismo. L’Europa non si costruisce soltanto immaginandola illuministicamente. L’Europa è un grande spazio di dibattito politico e vogliamo che lo sia sempre di più. Vogliamo che però sia anche uno spazio di partecipazione e non solo di cruda difesa degli interessi nazionali. Ecco perché lo spazio europeo può essere anche di esempio e un modello per gli altri, non credendoci più bravi degli altri, ma sapendo offrire agli altri un patrimonio importante per tutti. Dobbiamo dimostrare che in libertà, in democrazia, rispettando i diritti fondamentali della persona e il valore della vita si vive meglio e si può migliorare gli standard di vita. Se si sgretola l’Europa chi altri oggi nel mondo terrebbe alta la bandiera dei diritti della persona? In questo momento il mondo chiede più democrazia, non meno democrazia.

Il Papa dice: «Dare ulteriore prova di solidarietà anche ricorrendo a soluzioni innovative»; scendendo sul piano concreto: le misure che sono uscite fuori dal Consiglio Europeo del 23 aprile, penso ad esempio al Recovery Fund, possono essere viste come quelle soluzioni innovative di cui parla il Papa?

Sì, nella miseria della politica, il Consiglio ha fatto un importante passo in avanti. Siamo entrati un mese e mezzo fa a mani nude, sprovvisti di strumenti per affrontare una crisi così profonda che lascerà degli strascichi importanti nelle nostre società. Oggi ne usciamo un po’ meglio attrezzati, con degli interventi che sono stati fatti tempestivamente, alcuni erano anche attesi da molto tempo, ma sono stati fatti con velocità. Nel Consiglio di giovedì è stata presa una decisione: aprire un “cantiere della ricostruzione” per dare una risposta comune, europea, all’emergenza. Questo è il passo in avanti; non era scontato. Adesso questo piano della ricostruzione dobbiamo fondarlo sulla solidarietà. Mi lasci dire però che credo che da questa crisi non si uscirà solo raddrizzando le questioni materiali; penso invece che usciremo da questa crisi se le questioni materiali si combineranno con una ripresa di valori, quei valori europei oggi indispensabili. Bene quindi l’apertura del cantiere e della discussione che si svilupperà cercando di far conciliare sensibilità, punti di vista, interessi. Ma la cosa importante, da sottolineare, è che abbiamo sentito da tutti i capi di governo il richiamo a un’uscita comune dalla crisi. Si esce insieme, altrimenti sarebbe declino per tutti; questo qualche settimana fa non era scontato.

Lei ha espresso la necessità di un “Piano Marshall” per la ripresa, finanziato direttamente dai Paesi dell’Unione. Si tratterebbe di una strategia che evidenzierebbe la forza dell’Unione Europea, ma soprattutto la sua capacità di essere coesa e solidale. Questo mi sembra un messaggio di cui si sente davvero il bisogno: la vicinanza e non la distanza. Dal ruolo che riveste, lei percepisce che c’è stato uno scatto, un cambiamento, che la dimensione sociale è entrata al centro della riflessione dell’Unione Europea?

Sì, perché tutti settimana dopo settimana si sono resi conto della profondità della crisi. E quanto siano interdipendenti e connesse le economie dei singoli Stati. L’Europa si costruisce con le sue crisi, diceva Jean Monnet. È così. E a ogni momento di difficoltà tutti capiscono che non puoi fare da solo, che nessuno è autosufficiente. L’avevamo detto sei settimane fa: o ne usciremo con un’Unione europea più attrezzata e robusta oppure non ne usciremo. Per fare questo adesso servirà rafforzare il livello istituzionale dell’Unione e renderlo capace di guidare la fase nuova. Dobbiamo combattere contro l’egoismo? Sì. Dobbiamo combattere contro una vecchia idea nazionalista che esiste in tutti i Paesi? Sì. Però, in questo momento sentiamo tutti la necessità che il mondo lo possiamo affrontare se le nostre istituzioni, il quadro democratico europeo sarà più robusto e in grado di assumere decisioni in tempi rapidi. Quindi non bastano solo soluzioni alla crisi in quanto tale; servono soluzioni al cambio di fase che questa crisi impone a tutti. Le faccio un esempio: noi non possiamo e non vogliamo rinunciare alle libertà e alla democrazia, però dobbiamo anche adeguarle, perché siano anche più capaci di rispondere tempestivamente. Abbiamo bisogno di sostenere un processo di uscita dalla crisi rivedendo il nostro modo di essere. Rafforzare l’Europa vuole dire anche cambiarla, adeguando gli strumenti con i quali siamo entrati nella tempesta. Credo che questo sia uno sforzo che riguarda Bruxelles, ma che riguarda tutte le capitali, tutti i Paesi; anche loro devono cambiare. Dobbiamo inoltre avere un’idea chiara nel medio e nel lungo periodo su dove vogliamo andare, cosa e come ricostruire. Vogliamo tornare a rimettere le lancette dell’orologio indietro o le vogliamo mettere al tempo giusto, in cui, con grandi difficoltà, la storia ci ha posizionato? Oggi l’orologio non può tornare indietro. In questo è quanto mai prezioso il forte richiamo che Papa Francesco ci sta rivolgendo: ha ragione e coglie il punto, perché la democrazia la rafforziamo se guarda alle persone, a ogni persona, agli interessi e alla necessità di ogni persona. Allora la sfida è quella di riallacciare, riscoprire una vocazione. Poi è vero, abbiamo un piano per la ricostruzione, un “piano Marshall”, che però a differenza del Secondo Dopoguerra, deve essere finanziato dagli europei e non verrà finanziato da altri; un piano che, ad esempio, dovrà dirci quanto cambiamento del nostro modello economico vogliamo, quanto vogliamo investire nella ricostruzione sul green deal e l’Europa digitale… La pandemia ci ha posto davanti a una sfida, il cambio di fase, di passo, e questo ci deve vedere molto attenti e capaci di coglierne gli elementi di novità. Dobbiamo questo non solo alla tradizione e ai valori dell’Europa; dobbiamo questo anche alle persone che sono morte, alle persone che ci hanno lasciato, a questo dolore che il mondo sta provando. Dobbiamo uscirne proteggendo meglio le nostre società. La ricostruzione è fatta di tante cose, contiene tanti ingredienti.

Qualche giorno fa, intervistato da Vatican News, Andrea Riccardi ha detto che secondo lui la pandemia non rende più difficile, ma più facile l’azione condivisa, la coesione quindi di tutti per cercare di cambiare la situazione. Però lui stesso notava come l’Europa in passato e ancora forse oggi, stia tralasciando i temi umani, i temi del legame. Quella attenzione alle persone che con insistenza Papa Francesco ci ricorda è la risposta al vero problema della società europea, delle società occidentali, il problema della grande solitudine delle persone. Paradossalmente il coronavirus che ci condanna all’isolamento, ha svelato un fatto che però era già presente, questa grande solitudine. Non tocca alla politica rispondere, e come?

Sono convinto che questa fase, anche così dolorosa, stia mettendo in risalto tanti elementi di umanità. Anche la politica quando esce dalle contrapposizioni, magari dà anche prova di questa umanità. Mi riferisco per esempio ad alcuni provvedimenti, a delle buone pratiche che in questo momento tanti governi europei, sia al nord che al sud, hanno adottato e che forse potrebbero essere utili e costituire degli esempi. In Portogallo è stata fatta una legge per dare un indirizzo fittizio ai senzatetto e ai migranti e poter consentire loro di accedere ai servizi sociali, sanitari. Credo che questo modo di affrontare la crisi, facendo leva sulle esperienze che le società civili stanno animando, sia molto importante perché una politica senza i cittadini vive nella torre di avorio e diventa burocrazia. Penso quindi che da questa stagione si uscirà rafforzando l’umanità che in questo momento in tutti i Paesi si sta manifestando, è una grande ricchezza e sarà anche il riscatto di questa stagione. Poi, non dobbiamo nemmeno cadere in visioni illuministiche, perché noi sappiamo che non basta immaginare il mondo nuovo, dobbiamo costruirlo. Questo lo dobbiamo fare passo per passo, battaglia dopo battaglia, sostenendo ogni passaggio con il consenso, perché la democrazia è consenso, trovare soluzioni per mezzo di decisioni condivise. Questo è il tempo per grandi riflessioni sul modo di essere della politica. Vorrei sottolineare però che stiamo vedendo delle cose straordinarie che fanno parte di una generosità degli uomini e delle donne che in questo momento stanno combattendo, che si rimboccano le maniche; pensate a tutte le associazioni che in questo momento sono mobilitate in Europa: che energia esprimono! Credo quindi che possiamo caricarci di speranza, rispetto alla fatica, al dolore di queste drammatiche vicende. Per noi questa è una necessità: caricare e ricaricare la speranza e lo possiamo fare solo se saremo accanto alle persone.

Quale ruolo può assumere l’Unione Europea nello scenario globale del dopo pandemia? Può diventare l’UE un modello da seguire?

Deve diventare un modello, perché altrimenti non avrebbe alcuna funzione. Purtroppo nello spazio europeo ci sono dei virus oltre il Covid, che da sempre tormentano lo spirito europeo. Uno è certamente l’antisemitismo e l’altro è il nazionalismo, che sono le spinte che producono divisione, costruzione del nemico, odio, e in Europa anche guerre. Dobbiamo portare lo spazio europeo, che già lo è, ad essere ancora di più un punto di riferimento. Ma uno spazio di libertà non può vivere senza responsabilità e solidarietà. Credo che questa sia la vocazione dell’Europa che ci hanno consegnato i nostri padri in questi settant’anni, e su questo dobbiamo investire. L’Europa non può essere utile solo a se stessa, perché non avrebbe visione, non avrebbe orizzonti. Essa è utile agli europei certo, ai nostri paesi per stare al mondo altrimenti sarebbero marginalizzati, ma è anche utile al mondo per avere un punto di riferimento. Non vogliamo uscire da questa crisi con più autoritarismo e imperialismo ma con più democrazia e partecipazione.

In un’intervista di qualche mese fa all’Osservatore Romano, Massimo Cacciari usò questa espressione: «L’Europa è vecchia, decrepita. Ha bisogno di un fertilizzante e guardandomi in giro, lo dico da non credente, l’unico fertilizzante che vedo in circolazione è la Chiesa cattolica, i cattolici». Secondo lei la Chiesa cattolica, i cattolici, possono oggi avere questo ruolo per rigenerare non il Vecchio Continente, ma un continente vecchio?

Sì, possono esserlo, però questo non deve costituire un alibi per chi non è cattolico, perché c’è il rischio di assegnare ai cattolici una responsabilità che deve essere di tutti. Si scarica sempre su altri e questo non va bene. Secondo la Lettera a Diogneto i cristiani vivono nella società, non al di fuori di essa. E anche gli altri devono vivere nella società e devono collaborare. Ognuno faccia la propria parte. In Europa ci sono tante sensibilità, tante culture e ognuno deve portare sulle spalle la propria parte di responsabilità. Certamente lo faranno i cattolici, i cristiani, però in questo momento credo che sia l’Europa nel suo insieme che deve avere le spalle larghe per assumere una funzione agli occhi del mondo. Per i cristiani credo venga naturale pensare che la vita degli altri, di quelli che sono fuori dal nostro spazio, sia uguale alla nostra, che debba avere gli stessi diritti. Questo è normale per i cristiani. Ecco perché credo che le parole di Papa Francesco stiano impressionando tutti e chiamando tutti alla responsabilità anche i non credenti.

La società ha bisogno sempre di essere rigenerata. Mi viene in mente la figura del Senatore Roberto Ruffilli, che il 16 aprile del 1988 fu barbaramente ucciso dai terroristi; viene da pensare che dal punto di vista cristiano per “fertilizzare” bisogna dare la vita, il seme che muore produce molto frutto. Ruffilli aveva dedicato tutta la vita a questo ideale di libertà e democrazia, il suo libro s’intitolava «Il cittadino come arbitro». Oggi anche la democrazia è in gioco in questa crisi dell’Europa?

Sono stato molto amico di Roberto. La sua testimonianza è davvero un esempio. Quel titolo, «Il cittadino come arbitro», è molto attuale. Ci richiama a fare in modo che tutto quello che uscirà dalla crisi sia fatto per le persone, non solo per ricucire strappi all’interno di dinamiche di potere. Ecco perché da questa crisi dobbiamo uscirne rafforzando i processi democratici. Ma quanti oggi si stanno impegnando per dividere lo spazio europeo? E come mai c’è tanto impegno a dividerci, a renderci più deboli, a frammentarci, a riportarci ognuno nella sua piccola patria? Perché c’è questa dinamica che arriva forte da fuori dell’Europa e che scatena questa voglia di averci deboli? Eppure non abbiamo un esercito, non facciamo la guerra, non invadiamo Paesi … Credo che la risposta sia perché i valori e il diritto europeo siano elementi di forte contraddizione in questo momento rispetto a dinamiche globali che vedono una ripresa dell’autoritarismo. Ecco perché ha fatto molto bene Papa Francesco a richiamare alla responsabilità gli europei, affinché in questo momento possano essere un punto di riferimento per riappropriarsi dei valori davvero importanti per l’uomo: il valore della vita, il valore dei diritti inalienabili delle persone, il diritto alla libertà; riferimenti per noi scontati, ma che nel mondo non lo sono.

Ha ragione quindi il cardinale del Lussemburgo Hollerich, che di recente su “La Civiltà Cattolica” ha detto: «L’Europa non può essere ricostruita senza un’idea di Europa, senza ideali»?

Certamente. Ma noi gli ideali li abbiamo anche se facciamo troppa fatica a esprimerli. Il problema è che spesso l’egoismo delle nazioni, un cattivo sentimento nazionalista, l’idea che io sia migliore dell’altro, impedisce di dispiegare le nostre potenzialità e manifestare la nostra identità. Credo che questa crisi possa essere l’occasione per liberarci di tante catene.

Standard & Poor’s conferma rating Italia a BBB con outlook negativo

Nonostante la crisi dovuta la coronavirus, S&P conferma il rating BBB dell’Italia con outlook negativo.

La conferma della valutazione è molto importante perché molti fondi di investimento impongono di vendere i titoli quando escono dalla categoria degli “investimenti consigliati” e un abbassamento del rating avrebbe portato l’Italia più vicina a quel punto.

Questo perchè, grazie all’Europa, con i programmi esistenti e quelli introdotti ad hoc per la pandemia, l’Italia potrà “rifinanziare il suo debito a tassi di interesse reali intorno allo 0%”. Il virus – afferma S&P- e le conseguenti chiusure decise causeranno una contrazione dell’economia italiana del 9,9% quest’anno con un rimbalzo nel 2021 quando il pil crescerà del 6,4%.

Venerdì anche Moody’s, altra importante agenzia di rating, aveva parlato di un’affidabilità dell’Italia invariata.

Cooronavirus, 1 mln di nuovi poveri dall’inizio del lockdown

Salgono di oltre un milione i nuovi poveri che hanno bisogno di aiuto anche per mangiare per effetto delle limitazioni imposte per contenere il contagio e la conseguente perdita di opportunità di lavoro, anche occasionale. E’ quanto emerge da una stima della Coldiretti sui due mesi dall’inizio del primo lockdown in alcune aree per estendersi poi in tutta Italia, sulla base delle persone che hanno beneficiato di aiuti alimentari con i fondi Fead distribuiti da associazioni come la Caritas ed il Banco Alimentare che registrano un aumento anche del 40% delle richieste di aiuto con picchi anche superiori in alcune zone del Paese.

Fra i nuovi poveri  ci sono coloro che hanno perso il lavoro e non possono utilizzare lo smart working, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie. Presso i centri di distribuzione dei pacchi alimentari e alle mense della solidarietà si presentano persone e famiglie che mai prima d’ora avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche e ai centralini arrivano decine di telefonate al giorno con richieste di aiuto perché padri e madri non sanno come sfamare i figli e si vergognano di trovarsi per la prima volta in questo tipo di difficoltà.

Una fascia di nuovi indigenti che fa salire a 3,7 milioni il numero di persone che in Italia in questo momento ha bisogno di auto per mangiare. Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità – precisa la Coldiretti – si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia ma situazione diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, secondo gli ultimi dati Fead.

Una emergenza sociale senza precedenti dal dopoguerra contro la quale – continua la Coldiretti – si è attivata la solidarietà per rafforzare gli interventi sul piano alimentare a chi si trova in difficoltà. In campo – continua la Coldiretti – sono scese molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, e si contano in Italia circa diecimila strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da quasi 200 istituzioni caritatevoli impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute che si occupa della distribuzione degli aiuti Fead erogati dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea).

Quasi 4 italiani su 10 (39%) hanno dichiarato di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno attraverso donazioni o pacchi alimentari, anche utilizzando le operazioni di aiuto messe in campo dagli agricoltori con la spesa sospesa, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè. L’emergenza e il nuovo clima di solidarietà sociale fra persone, anche sconosciute fra loro, ma accomunate dalla guerra di resistenza contro la pandemia hanno spinto gli italiani a muoversi in favore degli altri: più di un terzo (36%) lo ha fatto con donazioni via web, il 17% ha usato il telefono, mentre 1 italiano su 4 (25%) si è preoccupato di fare la spesa per anziani e disabili mentre una fetta altrettanto importante della popolazione pari al 24% – conclude la Coldiretti – si è dedicato ad acquisto di pacchi alimentari per i bisognosi o aderendo a iniziative di spesa sospesa come quella avviata da Coldiretti nei mercati di Campagna Amica in tutta Italia.

Roma: “Spesa sospesa”, al via la collaborazione anche con la catena di negozi bio

Roma Capitale e NaturaSì avviano la collaborazione per l’iniziativa di “spesa sospesa” che l’insegna di distribuzione alimentare dedicata al biologico lancia da oggi anche nei 28 punti vendita in città. Sarà possibile quindi, per chi si reca a fare la spesa presso NaturaSì, acquistare generi alimentari biologici da lasciare negli appositi contenitori alle casse perché siano consegnati, attraverso la rete di distribuzione messa in piedi dall’Amministrazione Capitolina, a singoli e famiglie in stato di bisogno.

Le consegne saranno effettuate grazie alla squadra di dipendenti capitolini che si sono offerti volontari per supportare la distribuzione dei pacchi di generi alimentari in questa fase delicata.

La collaborazione tra Roma Capitale e NaturaSì era cominciata già nei giorni scorsi, con i primi 200 pacchi di generi alimentari donati a Roma, contenenti oltre 3000 confezioni di cibo biologico tra cui latte, caffè, olio, pomodoro, farina, biscotti, pasta e tonno, che si sono così aggiunti ai pacchi acquistati dall’Amministrazione e già in distribuzione in città.

La gran parte delle infezioni italiane nascono nelle Rsa e in famiglia

“La gran parte delle infezioni si verificano fondamentalmente dove si concentrano sostanzialmente le persone anziane e i disabili, poi c’è il livello familiare, quindi le strutture sanitarie e il livello lavorativo”. Lo ha spiegato Silvio Brusaferro.

Secondo uno studio preliminare condotto dall’Iss su circa 4.500 casi notificati tra l’1 e il 23 aprile, “il 44,1% delle infezioni si è verificato in una Rsa, il 24,7% in ambito familiare, il 10,8% in ospedale o ambulatorio e il 4,2% sul luogo di lavoro”.

Quindi secondo ISS dobbiamo muoverci in maniera cauta, con misure progressive e con un continuo monitoraggio nel momento della riapertura perché la situazione è differenziata nel paese”.

Mattarella: il 25 aprile è la data fondatrice della nostra esperienza democratica.

Nella primavera del 1945 l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci.

L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.

Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione.

La pandemia del virus che ha colpito i popoli del mondo ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case.

Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali.

Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese.

In questo giorno richiamiamo con determinazione questi valori. Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.

Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro.

Con tenacia, con spirito di sacrificio e senso di appartenenza alla comunità nazionale, l’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili.

Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale, dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.

Nella nostra democrazia la dialettica e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità. E dunque avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.

Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore.

Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando.

Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!

Maria Pia Garavaglia: “Si è Partigiani ogni giorno”.

Senatrice Garavaglia, recentemente è stata eletta all’alto incarico di Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani cristiani, oltre a far parte del Direttivo della Federazione italiana volontari della libertà: dopo una lunga e prestigiosa carriera politica quale significato intende attribuire a questa militanza ai massimi livelli rappresentativi dei movimenti partigiani di ispirazione cristiana?

La mia passione civile e poi la militanza politica sono legate ad un incontro importante. Nella mia zona il politico di riferimento era Giovanni Marcora, ‘Albertino’ come nome di battaglia in quanto vicecomandante del Raggruppamento Alfredo di Dio. Perciò per me è stato un grande onore, al punto di non sentirmi adeguata, assumere una presidenza che fu di Mattei e di Marcora, fondatori dell’Associazione Partigiani Cristiani.

Sono trascorsi 75 anni dal 25 aprile 1945: che cosa resta nella memoria storica del nostro Paese di quell’epoca di lotta di liberazione, quali valori tramandati, quali testimonianze? E quali motivazioni ideali possono ispirare l’azione dell’impegno politico e civile nella società di oggi e nei progetti di modernizzazione del Paese?

Il tempo che ci è dato di vivere suscita sentimenti contraddittori. La pandemia sembra unire gli Italiani in una grande condivisione; i loro rappresentanti in Parlamento e al Governo sembrano dimentichi del dolore che incatena il Paese e disquisiscono sul nulla. È invece il tempo di vivere e promuovere con la testimonianza anche personale quei valori che hanno reso l’Italia una Repubblica democratica e terzo Paese industrializzato in Europa. Sembra che ci si dimentichi che senza 75 anni di pace, anche la Liberazione che festeggiamo il 25 aprile sarebbe costata inutilmente sangue e sofferenze del popolo Italiano.

Leggendo il discorso che il Presidente Alcide De Gasperi pronunciò il 28 ottobre 1950 al Congresso dei Comandanti Partigiani della FIVL, “autori del secondo Risorgimento e del riscatto politico e morale della nazione”, si ritrovano non solo i richiami etici all’impegno a difesa della Patria dall’invasione straniera ma anche alcuni tratti connotativi dell’organizzazione istituzionale del Paese, a cominciare dalla centralità del Parlamento, l’idea di Nazione e il suo collocarsi nel consesso internazionale del dopoguerra. A distanza di anni come sono mutati i concetti di Patria, Stato, Nazione, Europa? Possiamo dire che un’Europa unita e solidale sarebbe oggi la nuova frontiera per la difesa delle libertà conquistate, di fronte ai pericoli di nuove egemonie e mire espansionistiche di tipo geopolitico e geoeconomico?

Sono convinta che l’Europa unita è una forza di pace. È fondata su sistemi democratici che valorizzano i diritti inviolabili della persona. In quel discorso De Gasperi ricorda che le conquiste ottenute dai partigiani vanno conservate con la solidarietà nazionale, perché si deve “contribuire, alimentando nella vita quotidiana la fede nel patriottismo sincero, vigilando sui pericoli, scuotendo gli incerti, incoraggiando i pavidi, sollevando la speranza e la fede nell’avvenire d’Italia”. Quale altra sfida più affascinante per le nuove generazioni? Il padre della nostra Patria concludeva quel discorso: “Ricordatevi che le situazioni non si risolvono con le parole. L’Italia è un Paese moralmente altissimo: la nostra forza sta nella nostra civiltà, nella nostra energia morale. I rapporti di forza materiale non ci sono spesso favorevoli (…) arriva il momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una Nazione, la dignità di un popolo. Ed allora diamo contenuto a questa parola di patriottismo, di Nazione. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola cerchia. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo!” Mi pare siano parole che non escludono, ma chiamano a raccolta tutte le energie del Paese.

Il passaggio dalla riconquistata indipendenza e sovranità del Paese all’idea germinale di una Europa come istituzione solidale nei principi fondativi non fu immediato. Ci furono anni di assestamento e di ricostruzione. Tuttavia possiamo dire che i Padri della Patria liberata dal nazi-fascismo furono anche i Padri morali dell’Europa come nuovo traguardo da perseguire nel lungo cammino di libertà ed emancipazione dei popoli?

Ne sono profondamente convinta. I Padri Fondatori, uomini di fede, cittadini di frontiera, che avevamo sperimentato una guerra tremenda proprio a causa di quelle frontiere, hanno

creduto che i popoli meritassero di sognare sviluppo e progresso senza più guerre. Hanno incominciato a mettere in sicurezza le risorse energetiche, che garantissero lavoro, con la Comunità del carbone e dell’acciaio ( CECA). In seguito con altri trattati si è proseguito in un processo di integrazione che sovranisti e populisti vorrebbero interrompere. C’è bisogno invece di coltivare quel sogno e promuovere soprattutto tra i giovani il desiderio degli Stati Uniti d’Europa. Quale sarebbe la condizione dell’Italia oggi, senza Europa?

Ricordare e festeggiare il 25 aprile non significa solo celebrare una ricorrenza accompagnata dal mesto sventolio di bandiere. La memoria deve restare intatta e viva, come monito a non ripetere errori del passato e come riconoscimento commosso del sacrificio di tante vite donate per il bene comune. Non crede che “ricordare” significhi, oltre questo, trarre alimento da nobili valori consacrati dalla Storia e postulati oggi in un mondo dove si corre il rischio di ricadute dittatoriali e plebiscitarie?

Penso che il 25 aprile sia una Festa. Festa per tutti gli Italiani, anche per chi non vorrebbe festeggiare ed anzi cancellare la data. Anche loro, i loro figli, hanno goduto 75 anni di pace di una Repubblica democratica che ‘rimuove gli ostacoli’ alla uguaglianza di tutti i cittadini, che garantisce la tutela della salute come diritto fondamentale, valorizza la scuola, si fonda sul lavoro. Ricordare deve significare studiare per conoscere. Chi non conosce non può nemmeno apprezzare e poi difendere principi, valori. Più che mai serve unione e condivisione di un destino che elimini la conflittualità, che sfocia nel rancore e nell’odio sociale. Nessuno potrebbe governare in armonia una comunità attraversata da odio e malcontento generalizzato e sollecitato. La democrazia conquistata nel 1945 va protetta e riconquistata giorno per giorno, con la buona politica, frutto di dialogo e di confronto; la politica per ascoltare i bisogni del popolo e indirizzare alle soluzioni con una visione di pace e di fiducia nel futuro.

Il 25 aprile fu vittoria di popolo, vittoria di tutti. Fu schierarsi da una parte o dall’altra. Eppure a distanza di anni taluni non mancano di alimentare teorie negazioniste, rispetto alle aberrazioni della guerra, dell’olocausto, all’importanza della mobilitazione popolare per riconquistare la libertà perduta. Gli eserciti compirono la loro parte: ma possiamo negare ancora oggi il valore, il significato, il peso determinante per l’esito finale vittorioso della lotta partigiana, di città in città, di paese in paese, di casa in casa?

Purtroppo si nega la storia. Basterebbe studiarla. È un dolore per chi, come me, crede profondamente nel confronto anche aspro di idee ma non può, dopo 75

anni, essere d’accordo con chi non riconosce che la Resistenza sia stata una rinascita dell’intero popolo. Chi non ha combattuto da partigiano ha fatto comunque la sua parte nel costruire l’uscita da un periodo davvero tragico che era stato segnato dalla alleanza col nazismo, dalle leggi razziali, e dalla sconfitta di una guerra sconsiderata.

Si leggano gli episodi di partecipazione della gente, dei sacerdoti, delle donne…Forse l’aver insistito da parte di chi ha voluto colorare la Resistenza come comunista ha condizionato sentimenti di rifiuto. La Resistenza è stata anche cattolica e non con minore partecipazione. Perciò si valorizzi con maggior entusiasmo anche la Resistenza bianca. Basti ricordare la Preghiera del Ribelle del beato Teresio Olivelli.

Ogni periodo storico, ogni evento – a maggior ragione quello di cui ricordiamo oggi il 75° anniversario – si sbiadisce negli anni quando vengono a mancare le testimonianze dirette o tramandate, quando principi e valori etici vengono sostituiti da altri meno nobili, specialmente in una società che il Censis descrive come “avvitata in una deriva autoreferenziale di egoismo e indifferenza”. Non Le sembra allora che occorra ripercorrere quel percorso dei nostri Padri ricordandolo e rinnovandone lo spirito alle giovani generazioni, cioè ripartire dalla scuola, dall’educazione, dal senso civico, dal rispetto della vita degli altri?

La scuola riveste un ruolo fondamentale e insostituibile. Purtroppo i sopravvissuti a causa dell’anagrafe non possono più presentarsi da testimoni. Tocca alla istituzione che per definizione deve tramandare cultura, tradizioni e cittadinanza, far conoscere la radice della nostra democrazia e la storia della Repubblica. Purtroppo i programmi scolastici di storia sono stati menomati ed anzi trascurati nella parte contemporanea. Tocca alla famiglia e ai politici pretendere che si conosca quanto abbiamo ereditato per essere quel popolo che, anche a livello internazionale, gode di tale reputazione che lo colloca nel G7, il gruppo delle potenze mondiali. Un po’ di orgoglio e tanta responsabilità per difendere l’onore. 

ANPI, ANPC, FIVL in quanto associazioni partigiane che conservano e tramandano la memoria e i valori di quella nobile lotta di liberazione saranno ancora e a lungo i baluardi contro l’oblio, organismi che ricordano il passato ma guardano al futuro, verso nuovi traguardi di libertà dell’uomo e dei popoli, contro guerre, odio, discriminazioni che purtroppo si profilano sempre all’orizzonte della storia dell’umanità, nonostante gli esempi del passato?

 

Ne sono convinta. Senza la passione civile e politica dei volontari delle Associazioni non avremmo mantenuto vivo né il ricordo né la responsabilità di onorare una storia. È nota la critica di chi ritiene che ormai non ci sono più Partigiani. Si è Partigiani ogni giorno e come patrioti della nostra Italia di oggi e della nostra patria più grande di domani, l’Europa, dobbiamo darci da fare per un proselitismo attivo e positivo. Dobbiamo far valere ciò che ci unisce e ci rende popolo. Leggo per il suo valore simbolico sul “certificato al patriota” che fu assegnato ai partigiani dal Comandante in capo delle Forze Armate Alleate in Italia, Generale Alexander: “ […] Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla Liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà”.

Le chiedo se questo patriottismo è ancora oggi un valore da difendere, oltre la retorica, per conservare la memoria della nostra stessa identità, se “onore” e “libertà” sono parole che hanno ancora oggi un senso.

Di più: deve essere continuamente proposto. Un motivo che mi rattrista quando la destra democratica vuol cancellare la Festa è perché rinnega una sua parola d’ordine: l’identità. La lotta di liberazione ha ricostruito l’identità di un popolo. Amano la parola Patria e anch’io la amo. Ricordo sempre il mio Presidente Ciampi che si era imposto una missione, rilanciare l’Inno di Mameli (il patriota risorgimentale lo compose a 20 anni), il Tricolore e il nome Patria, i tre elementi che costruiscono il profilo della nostra identità nazionale. Sono orgogliosa di essere stata relatrice dell’ultima legge della XII legislatura, per inserire l’obbligo scolastico di imparare l’Inno degli Italiani e istituire la giornata dell’Unita d’Italia ( 17 marzo). L’ho considerato un mio personale omaggio a Ciampi.

De Gasperi, impegno di una nuova resistenza sulla linea della difesa del paese.

Appello rivolto in Campidoglio al Congresso della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) e a tutti i comandanti partigiani, autori del secondo Risorgimento e del riscatto politico e morale della nazione, per contribuire – memori della guerra civile – ad una politica di pacificazione nazionale e a diffondere, come ex volontari e combattenti, la necessità di narrare l’esercito per garantire un regime interno di democrazia e di libertà e l’indipendenza del paese da aggressioni straniere.

Se questo Congresso fosse anche solo un atto commemorativo e celebrativo, il dovere del Governo nella persona del suo capo sarebbe di inchinarsi dinanzi ai morti e associarsi a celebrazione del sacrificio dei vivi, ma questo non è un Congresso che guarda semplicemente al passato. È rivolto, come abbiamo sentito dagli oratori precedenti che hanno esposto il programma, innanzitutto al presente e all’opera dell’avvenire. Ed ecco che il mio sostanziale dovere come Capo del Governo è di ringraziare gli oratori e voi che vi siete associati alle loro conclusioni per il rinnovamento dell’impegno che avete preso verso la Patria italiana, verso la Patria e il regime libero delle istituzioni democratiche. La Patria in questo momento ha bisogno di solidarietà, ha bisogno di una nuova resistenza: la resistenza contro le forze disgregatrici; ha bisogno di ardimento operoso contro l’antilibertà.

Ha detto bene il comandante Mauri: «Voi non vi siete battuti semplicemente per la cacciata dei tedeschi; voi vi siete battuti per creare un rinnovamento profondo nel Paese», quello – da lui definito – il secondo Risorgimento: «la libera comunità di italiani in una libera comunità delle Nazioni». Con questo ha formulato il suo, il vostro, il nostro ideale. La guerra vista dalla montagna, fa nascere e sorgere idee e prospettive secolari alle quali nella valle della vita quotidiana non siamo atti a guardare, e così avviene in tutte le crisi dei grandi avvenimenti storici. Ci sono dei momenti in cui tutto quello che è preoccupazione quotidiana e quanto sa di ordinaria amministrazione, si mette da parte e si vedono in prospettiva le grandi linee, i grandi principi, le grandi mete. Ed ecco perché anche voi, ritirati sulle montagne per la difesa, avete avuto il concetto del riscatto politico e morale del vostro Paese. La vostra parola comune è libertà. Una parola magica che vuol dire molte cose, che sottintende molte cose; libertà prima nel senso di indipendenza del Paese contro qualsiasi dominazione ed aggressione; libertà poi in regime politico, avvento delle forze popolari al Governo; libertà nella giustizia sociale, cioè ridistribuzione della proprietà, del reddito, della ricchezza; libertà consapevole dei valori spirituali eterni e religiosi.

Per taluni, pochi, che venivano dal mondo della cultura, fra i partigiani, la libertà sarà stata anche una dottrina filosofica, ma per tutti divenne e fu la conclusione pratica di un’esperienza storica. Una conclusione definitiva dopo venti anni di dittatura e sopratutto innanzi agli orrori della guerra civile, una conclusione ora si rinnova nel vostro impegno e ci sta di fronte come necessità della nostra opera. Allora, era più facile intendersi su questa parola in una sfera molto ampia; l’anti-libertà si chiamava Hitler e si traduceva un po’ adattando il significato della parola il «Deutschland über alles».

Oggi c’è un «bolscevismo über alles». C’è un concetto generale di una dominazione che non conosce frontiere, anzi che spacca le frontiere; la dominazione di un regime, non parlo della dottrina, parlo di un regime, un regime il quale non conosce libertà e noti conosce istituzioni rappresentative di carattere democratico. Veramente queste cose le sapevamo; veramente le abbiamo imparate un po’ alla volta dal 1945 in qua, però il caso della Corea è stato così impressionante che sarebbe grave errore non trarne ammaestramento. Ma vi siete accorti che con un automatismo rapidissimo, quanto è rapida la
ne telefonica o radiotelefonica nel mondo, anche l’Italia si è trovata spaccata in due parti, come se il parallelo 38° fosse passato metaforicamente a dividerla nel medesimo momento. Questa scissione automatica e istintiva ci ha spaventati tutti, anche coloro che sapevano che doveva finire così. Ma, dunque, ci siamo detti: la Russia, questo Stato che rappresenta il bolscevismo, aggredisca o non aggredisca, abbia torto o ragione; la Russia dunque deve essere obbedita, e le Patrie esistono solo subordinatamente a questo ideale supremo del bolscevismo.
Dunque la Costituzione italiana che dice sacra la difesa della Patria vale in quanto si accetti sempre ed in qualunque caso la subordinazione alla Russia. Da ciò i telegrammi a Stalin e la speranza fanatica di una «liberazione». Liberazione da che? Liberazione dall’Italia democratica che il popolo ha voluto, e ciò per imporci un regime dittatoriale, uno Stato-partito contro cui voi partigiani insorgeste. Ecco, amici volontari, che voi seguendo oggi un precetto della vostra coscienza, vi trovate anche nella logica degli storici sviluppi del vostro movimento. E la vostra conquista che siete chiamati a difendere. Voi avete contribuito in forma eminente a ricostruire questa Italia, a darle una dignità. Oggi abbiamo bisogno di solidarietà nazionale e voi potete contribuirvi, alimentando nella vita quotidiana la fede nel patriottismo sincero, vigilando sui pericoli scuotendo gli incerti, incoraggiando i pavidi, sollevando la speranza e la fede nell’avvenire d’Italia.

Non si tratta di difendere un partito, ma i principi vitali della democrazia. Domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della volontà del popolo. E non cadiamo nel vecchio errore. Dir male delle istituzioni è facilissimo perché sono istituzioni umane, composte e impastate da passioni umane e da debolezze umane; dir male del Parlamento è la cosa più facile del mondo. Dire male di un congresso, discutere, denigrando o diminuendo il valore positivo delle cose, è quasi una tendenza tradizionale da noi e non solo da noi. Evidentemente è una debolezza umana generale ma è un difetto che in certi momenti può costituire degenerazione della democrazia e dobbiamo combatterlo. Ma per i difetti e per l’eventuale degenerazione, non possiamo tornare dalla Camera all’anti-Camera. Non dobbiamo tornare alla libertà oppressa, al regime dittatoriale dove, al più, è lecito mugugnare. Non lasciamoci ingannare dalle pur legittime critiche. Senza dubbio speriamo che i nostri figli si trovino innanzi ad un sistema rappresentativo più ideale, più sicuro, più degno; sarà la via dei progresso. Ma perché questo sogno si avveri, non dobbiamo rinnegare il punto di partenza. Perché io insisto su questa parola Parlamento? Perché anche molti dei nostri amici, anche buoni patrioti, credono che sia una cosa secondaria, e forse nel 1921-22 anche molti di noi lo abbiamo creduto, nonostante che avessimo dinanzi la storia della esperienza politica.

Ma il risultato positivo della esperienza fascista deve essere questo: mai più tornare indietro nello sviluppo parlamentare; correggerlo, rinnovarlo, tutto quello che volete, ma non abbandonare il sistema, perché abbandonato il Parlamento, le altre libertà non sono più sostenibili. Questo lo ripeto qui in mezzo a uomini avvezzi a ricorrere alla difesa con la spada, che hanno una certa concezione militare della vita e delle grandi virtù, che fanno parte di sta concezione militare. E necessario però aggiungere a queste doti anche l’accettazione volontaria dello spirito democratico che vuoi dire veramente sottoporsi all’esperienza parlamentare perché fino ad ora si è dimostrato non esservi altra spada per migliorare le leggi della convivenza civile. Voi che rappresentate lo spirito di sacrificio, di disciplina, sopratutto di disciplina, potreste esigere anche dagli uomini rappresentativi della Nazione che dimostrino un senso maggiore di disciplina. Io lo predico da sempre, lo predico tutti i giorni, ne sento la necessità, ma in Italia a questo ci si arriva lentamente perché tutti gli italiani sono oratori, tutti hanno la fantasia facile; tutte attitudini le quali portammo fatalmente alla discussione lunga e molteplice. Allora voi militari, voi che vedete la necessità della disciplina e dell’azione, perdonate un po’ questo vizio nazionale, e cercate di correggerlo; e noi parlamentari, noi uomini politici, riconosciamo che la Nazione è perduta se accanto a questa libertà di discussione non c’è il senso della disciplina, lo spirito di sacrificio di cui questi uomini che mi circondano sono stati i campioni. Io vi ringrazio dunque di questo vostro impegno, di questa promessa di collaborazione. Fra le proposte dell’amico Mattei mettete in prima lirica l’Intervento attivo, accanto alle forze dell’ordine, in caso di emergenza e di pericolo. Avete offerto al Paese ragione di incoraggiamento, bisognava che voi lo diceste. Lo sapevamo che l’avreste fatto, ma era necessario dirlo perché c’è in giro tanta gente pavida, tanta gente intimidita.

Ma al di là di questo compito straordinario di emergenza, dal compito di mobilitazione di tutte le forze, avete indicato il vostro compito della vita quotidiana, della vita ricostruttiva. Anche qui abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto. In questo voi potete aiutarci. Mauri ne ha parlato specificatamente; così avete pensato ai tempi del combattimento: questo era il vostro pensiero di allora, questo è il programma di oggi. Abbiamo bisogno che voi eleviate in Italia la fede del patriottismo; solleviate questo Paese disfatto dalla sconfitta e dalla guerra civile, solleviate la fede nella speranza e nell’avvenire d’Italia. E come se doveste portare lo spirito del volontarismo dalla montagna nella valle, nella valle della ricostruzione; nella valle dove l’aria è meno pura e il cammino più imbarazzato dai molti viandanti in varie direzioni; occorre portiate questo spirito dei vostro sacrificio, questo spirito concreto di ricostruzione, questo spirito di subordinazione delle persone, all’ideale umano di una Patria di tutti; bisogna che lo portiate nella vita quotidiana e ci aiutiate a far capire a questo popolo che non ci sono sempre due estremi: o da una parte la subordinazione ad un ideale internazionale, o dall’altra l’accensione in un nazionalismo che conduce al disastro. No. C’è la via larga della tradizione italiana.

La situazione internazionale anche oggi e anche domani dovremo in parte subirla e vi prego di tenerlo sempre in mente. Quando incomincerete a criticare la attività di un Governo o di un rappresentante, ricordatevi che le situazioni non si risolvono con le parole. L’Italia è un Paese moralmente altissimo; la nostra forza sta nella nostra civiltà, nella nostra energia morale. I rapporti di forza materiale noli ci sono spesso favorevoli. Allora bisogna girare gli ostacoli e adattarsi. Ma arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una Nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di Nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e sopratutto questa parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola cerchia o rappresentanza di classe. E il popolo italiano l’attore principale, noli dimentichiamolo. E un’altra cosa vi vorrei raccomandare: voi venite dall’esercito; la maggior parte di voi sono stati educati nell’esercito; vi sono stati degli errori, delle disgrazie, delle sconfitte. Forse, più che altro, degli errori. Ma oggi la Nazione si riarma. Bisogna che lo facciamo per la nostra difesa. Lo facciamo tenendo conto delle necessità popolari e delle riforme sociali. L’esercito deve essere attrezzato. Non possiamo esporci al rimprovero di aver parlato di milioni e milioni di baionette e poi lasciare inermi i nostri soldati. La democrazia parla meno di milioni di baionette, ma cerca di attrezzare modernamente i soldati che devono difenderci. Ma sopratutto c’è bisogno di curare e di elevare lo spirito dell’esercito ed ecco dove faccio appello a voi. Aiutateci, aiutateci, aiutateci, perché alla attrezzatura moderna si unisca l’antico spirito da cui voi siete venuti: difendete l’esercito dalle insidie. Ne ha parlato anche l’amico Mattei. L’esercito è veramente insidiato.

Sono certo, come tutti mi assicurano, che l’infezione non è entrata in cavità ma il tentativo c’è, e ripeto, è sistematico. So che voi amate l’esercito; aiutateci a difenderlo poiché è il baluardo della Patria e della libertà. Un’altra cosa aiutateci a fare: credo che anche voi, nella vostra esperienza di combattenti e di volontari, dopo una guerra spaventosa finita così male, dopo la guerra civile a cui avete dovuto prendere parte e dopo aver assistito all’amara esperienza dei trattati di pace e dei rapporti fra i vecchi e i nuovi alleati, credo che anche voi siate arrivati a quella conclusione che io ho spesso ripetuto: vogliamo mettere l’Italia in piedi innanzi a tutte le nazioni. Una volta data una parola dobbiamo mantenerla fino alla fine. Quindi, non mi state a parlare di neutralismo, di meditazione sulle possibili sortite.. Lentamente raschiando un po’ di pregiudizi che hanno avuto naturalmente un’origine da qualche fatto storico, bisogna che arriviamo ad imprimere nella mente dei nostri nemici e dei nostri amici, che siamo un popolo leale, che se facciamo un patto lo manteniamo e che anche noi siamo disposti alla nostra parte di sacrificio. Voi inoltre che avete vissuto gli orrori della guerra civile, aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie, Certo, vi può contribuire la misericordia che tanto si invoca. Si devono lasciare cadere i risentimenti e l’odio, si deve perdonare, come qualcuno di voi ha detto.

Ma la sincera pacificazione noti è possibile, se non si smette il tentativo di avvelenare ancora la fantasia della gioventù italiana, con l’esaltazione di un disastroso passato e col far riapparire lo spettro della dittatura di partito, contro la quale voi siete insorti. Siamo pronti a tirare un frego su tutto il passato ad una condizione: che di qui innanzi non ci sia che una patria sola, un regime solo riconosciuto, una libertà sola. L’Italia ha bisogno di tutti i suoi figli in questo momento, di tutti i suoi figli in buona fede.

Così ho finito, amici miei. Con un pensiero vorrei concludere: la Nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee, che continuamente rifioriscono, di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale.. Non è che noi posizioni e agi: è che noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana. Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: Perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: «Perché questa antica parola Popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina».

***Discorso al Congresso dei comandanti partigiani AADG, FB, 28 ottobre 1950, XI, pp. 20140.20150; pubblicato su «Il Popolo». 31 ottobre 1950, p. I, con il titolo Impegno di una nuova Resistenza sulla linea della difesa del paese, in De Gasperi 1956, 1, pp. 291-300 e in De Gasperi 1990 a, pp. 383-388, con il titolo Per la difesa delle libere istituzioni.

 

Intervista postuma a Mons.Giovanni Barbareschi: “Il primo atto di fede è nell’uomo”.

Sul quotidiano cattolico AVVENIRE è comparso un interessante servizio dedicato al contributo che i religiosi diedero alla Resistenza partigiana, collaborando significativamente alla fase della Liberazione dal nazi-fascismo. Questa presenza di sacerdoti e suore accanto ai partigiani testimonia certamente una condivisione di sentimenti, aspirazioni e ideali e quanto fosse cercato e voluto – in mezzo a tante storie di tribolazioni e sacrifici, anche di vite umane  – il conforto dell’assistenza spirituale.  Un diffuso, nascosto, silente e diuturno aiuto ai più deboli e agli oppressi, realizzato con amore e spirito di servizio, nelle chiese, nei conventi, nei monasteri. Si tratta forse di una parte ancora nascosta di storia che va scoperta e rivalutata? 

Alla luce della Sua esperienza personale vuole rievocare quel sostegno dei religiosi alla lotta di Liberazione  e valutare l’importanza e  il significato dell’attuale rivisitazione storica, dove  anche la Chiesa ritrova una sua significativa collocazione?

La Resistenza è stata per me significativa e importante. Avevo 22 anni ed ero stato educato in una famiglia certamente antifascista. Mio padre non è mai stato iscritto al Partito Fascista e per questo ebbe difficoltà nel suo lavoro e nel racimolare quanto era necessario per mantenere la famiglia: eravamo quattro figli. Io ricordo quando – Balilla – tornavo dalle adunate che si svolgevano al Liceo Manzoni dove ero alunno, tornavo alla domenica a casa e dicevo a papà, con orgoglio: “ci hanno anche portato a Messa”, ed ero tutto orgoglioso di quelle Messe dove potevamo tenere il nostro fez in testa e dove alla Consacrazione scattavamo sull’attenti: eravamo tutti molto ‘presi’da quella situazione, infervorati, convinti. Tornavo a casa e ne parlavo con mio papà  ma lui mi rispondeva: “quella Messa non vale niente”.  Meravigliato dicevo “perché, papà?” e lui mi spiegava: “perché non eravate liberi di partecipare a quella Messa, dovevate andarci ‘in massa’: “quando non c’è libertà non c’è fede”. 

Questa era l’educazione che ricevevo nella mia famiglia ed è poi continuata con un altri episodi: cito quello del 18 novembre 1935, nel periodo in cui si doveva consegnare l’anello, la fede nuziale, cioè l’oro alla patria per sostenere la guerra in Abissinia. Ricordo che mio padre – eravamo a tavola –  pubblicamente aveva detto a noi quattro figli: “La mamma non andrà a consegnare quella vera”…

“Quella fede nuziale gliel’ho data io e la mamma la tiene per me”. Questo era un rischio, perché tutti erano controllati, chi andava a consegnare l’oro e chi no. Ma mia madre non andò. Educato in una famiglia così, quando è venuto quel periodo che Padre David Maria Turoldo chiama “i giorni del rischio”, era logico che io mi mettessi dalla parte della Resistenza e mi schierassi al fianco di coloro che si opponevano ad una mentalità, ad un modo di fare, alla Repubblica di Salò, al regime fascista. In tanti abbiamo detto di no e il nostro no era convinto. 

Vorrei però mettere in evidenza che la forza più grande della Resistenza non è stata quella “armata”, bensì quella di tutte le persone che si opponevano con un gesto, con una mentalità, con un rifiuto: la vera Resistenza fu una resistenza morale e ad essa noi preti – io stavo per diventarlo, fui consacrato il 13/8/44 – abbiamo dato una testimonianza autentica.

Era un tempo in cui non ci si poteva fidare di nessuno (“mi avranno visto?….”posso dire?…non posso dire?….”se parlo mi tradisce?…: erano gli interrogativi di allora) ma dei preti ci si poteva fidare. Sacerdoti e suore erano, così, persone di fiducia, anche se non sapevi cosa e come pensavano: ma certamente non ti avrebbero mai tradito. Non avrebbero mai detto di un incontro, di un giornale clandestino, di un nascondimento, perchè avevano una dirittura morale che superava ogni idea, ogni concezione.

La Resistenza per me è cominciata così: allora ero diacono e nei mesi estivi andavo nella casa alpina di Motta, sopra Madesimo, al confine con la Svizzera, per dare un po’ di aiuto al Rettore Don Luigi Re. Ricordo che una sera di settembre 1943 arrivò da noi una famiglia: padre, madre e due figli. L’uomo disse a Don Re: “Per favore ci aiuti ad andare in Svizzera, qui siamo ricercati”.

Andare in Svizzera era per noi una passeggiata normale, i tedeschi rilasciavano un lasciapassare ma non stavano a contare le singole persone: quella volta passammo il confine in 24 e tornammo in 20. Quella famiglia di ebrei trovò rifugio in Svizzera. Quello fu il mio primo gesto, cui ne seguirono molti altri: il mio scopo divenne quello di salvare ebrei e insieme a loro ricercati, renitenti alla Repubblica di Salò, prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento, che erano scappati nel periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre, tra la caduta del fascismo e l’armistizio.

Salvare questa gente, portarli di  là: divenne uno scopo, una missione, anche facendo carte false.

I più giovani li portavamo camminando sui valichi, mentre per far passare  gli anziani “compravamo” letteralmente (è questa la parola giusta) le guardie di confine fasciste e svizzere.

Quanti ebrei abbiamo salvato? Non lo so, la cifra non saprei dirla e non mi interessa neppure saperlo. Conservo in casa mia il diploma di riconoscenza del popolo ebreo per quelle azioni di salvataggio: è la cosa più cara e preziosa che ho (‘mi mostra il diploma, appeso alla parete della sala, a lui dedicato dal popolo ebreo’).

Ci racconta qualche aneddoto, qualche vicenda umana come emerge dagli studi che hanno riscoperto e valorizzato quella parte non-armata della Resistenza?

 

Io – come ho già detto- sono stato consacrato prete il 13/8/44 e ho detto la mia prima Messa il 15/8, due giorni dopo, nella Chiesa di Santa Maria al Castello a Milano, di fronte al teatro “Dal Verme”. La sera di quel 15 agosto mentre cercavo di aiutare alcuni ebrei dando loro delle gallette, dei biscotti, del cioccolato perché erano in partenza per un campo di concentramento, uscendo dal carcere di San Vittore, fui arrestato dalle SS. Dopo un primo interrogatorio fui mandato al raggio quinto, cella 102, matricola 1092 e rimasi lì un po’. In quel raggio era imprigionati i cosiddetti politici e tra noi ci eravamo messi d’accordo: “quando torni da un interrogatorio, se non hai parlato, se non hai rivelato nomi e indirizzi, alza la mano destra”. E così sbirciavamo dagli spioncini delle celle che coloro che passavano alzassero la mano, come convenuto, per tranquillizzare gli altri.

Ma un giorno, tornando da un interrogatorio duro e pesante – mi avevano spezzato un braccio – non potei alzare il braccio: cercai allora di sforzarmi a fare un cenno con la mano destra, cercando di alzarla, con un piccolo gesto delle dita. Allora tutti i detenuti del raggio quinto, per farmi capire che avevano capito e che mi ringraziavano, presero a battere forte le forchette contro le gavette di latta.

Il raggio quinto pagò un prezzo serio per  quel comportamento da persone libere: quella sera fummo tenuti tutti a digiuno per quel gesto di solidarietà verso un detenuto.

Gesti ed episodi semplici ma significativi, perché la cosa più bella della Resistenza fu la nostra solidarietà: gli uni con gli altri. Non importava se eri comunista, prete, socialista o liberale: eravamo persone che resistevano e questo ci rendeva uniti.

E’ esattamente ciò che manca all’uomo di oggi: mancano idee forti che ci uniscano, idee fondamentali, essenziali. Che senso ha oggi la parola onore, che senso ha la lealtà, la fedeltà, l’espressione “io sto con te”.

Tutto è comprabile, tutto è vendibile, tutto è cedibile. E si trovano sempre le motivazioni per giustificare quelli che una volta chiamavamo ‘tradimenti’.

Racconto un altro episodio. Eravamo sopra a Darfo, in Valcamonica, io ero cappellano partigiano di un piccolo gruppo di “fiamme verdi” e a un certo punto ci venne segnalato che stava salendo verso di noi un plotone di SS. Avevamo tra noi un ferito che si rivolse a me, cappellano, con la sua pistola in mano e mi disse: “uccidimi, se mi prendono mi fanno parlare e io non voglio tradirvi. Ti prego uccidimi”. 

Lascio immaginare che cosa passò nella mia mente e nel mio cuore di persona, di sacerdote, di cristiano. Allora facemmo una piccola barella e lo trasportammo via con noi, salvandolo.

Ma vorrei riflettere su quell’uomo, che cercava la morte per non tradirci.

Oggi persone così non le trovate più ed è questo che manca, soprattutto come esempio ai giovani, che non ereditano più idee e valori, ereditano modi di fare e si persuadono che la verità dipenda tutta dal ‘gridarla’, dal dirla tutti allo stesso modo. Non è vero: che sia uno o che sia una massa che fa un’affermazione non cambia nulla: quell’affermazione è vera o è falsa in sé.

E invece oggi si chiede l’aiuto psicologico della massa e quando si è in tanti si crede di essere nella verità.

Il primo atto di fede che l’uomo deve compiere – e ve lo dice un prete – non è in Dio: il primo atto di fede che l’uomo deve compiere è nella sua libertà, nella sua capacità di essere e di diventare sempre di più una persona libera.

Perché la fede e la libertà dell’uomo non si dimostrano: si credono, come un mistero. Ma è capace ancora l’uomo di oggi di giocare la vita su un mistero? Penso di no, penso che l’uomo di oggi non cerchi più la verità ma l’evidenza, che non sarà mai la verità ma una ‘piccola’ verità.

E quando parlo di verità come mistero intendo quella di un’amicizia, di un amore, di una fedeltà, di una meta raggiunta. Una verità da conquistare giorno per giorno, come dice il Vangelo: “la verità vi farà liberi”.

Come riuscivano sacerdoti e religiose ad entrare in contatto con la popolazione civile, quale tipo di supporto poteva essere offerto agli oppressi, ai prigionieri politici, agli ebrei, ai rifugiati, agli sfollati, ai soldati allo sbando?

In quei giorni molti preti, parroci di paesi di confine hanno scoperto la Provvidenza di essere lì, parroci a due passi dalla Svizzera. Aiutavano ebrei, rifugiati, sfollati, fuggiaschi, li ospitavano, li facevano passare dall’altra parte, salvandoli e in ciò realizzando – in spirito di carità e di servizio – il loro sacerdozio, anche a rischio della loro stessa vita.

Recentemente il Sen. Raimondo Ricci, Presidente naz.le dell’ANPI, mi ricordava il contributo valoroso di tanti sacerdoti, fino al sacrificio estremo, pur di stare al fianco dei partigiani combattenti. Quella solidarietà fattiva e ricca di umanità e concretezza restituisce dunque alla Liberazione il senso di un patrimonio storico e ideale di tutti, anche significativamente della Chiesa militante?

Certamente la Chiesa ha scritto una pagina meravigliosa della Resistenza, con i suoi preti e con le sue suore. Io stesso ho approfondito recentemente in un convegno il tema delle “suore nella Resistenza”. Quanti conventi si sono aperti, hanno ospitato, hanno salvato! Quanti preti si sono adoperati e hanno pagato: “ribelli per amore”.

Come valuta le rivisitazioni critiche di quel periodo della lotta partigiana. Ci furono davvero dei chiaroscuri o tutto fu nobile e limpido?

Quando ci sono di mezzo degli uomini ci sono possibili ‘macchie’, da una parte e dall’altra,  ma l’enorme positività di ciò che si è fatto annulla qualche possibile errore. Ma certamente l’immagine che traggo dalla Resistenza è assolutamente positiva per la generosità, il rischio di allora: oggi non si rischia più niente, tutto è pesato, quantificato., previsto, programmato. Manca il senso di gratuità e generosità di un gesto, di un’idea, di un’azione.

Quando un uomo non rischia non è uomo: due sono le condizioni che qualificano un uomo, la capacità di ‘rischio’ e la capacità di ‘sogno’. Oggi non si rischia più e non si sogna più. Ti fanno vedere il risultato che ottieni e ti muovi davanti alla certezza di quel risultato. Ma un uomo che non sogna non è un uomo: sognare e rischiare sono ciò che lo rendono tale.

Che cosa resta oggi di quei valori che costarono il sacrificio di vite umane e perché è necessario rinnovare ai contemporanei la memoria di quel periodo affinchè la storia non abbia  a ripetersi? In particolare, quali ideali dobbiamo insegnare ai giovani affinchè ne facciano tesoro  e li conservino con affetto e devozione?

Vorrei parlare ai giovani: “vi parla un prete”. Non meravigliatevi se vi dico che non mi interessa molto diventare un santo, mi interessa diventare un uomo libero. Se le due parole coincidono allora mi va bene ma la parola “santo” la trovo troppo ecclesiasticamente qualificata. Preferisco la parola umana: voglio diventare un uomo libero. Libero davanti alla tradizione, davanti all’educazione che ho avuto, davanti all’abitudine di un agire comune, davanti a una mentalità. Perché il pericolo che torni il fascismo c’è sempre e direi in questi giorni e in questa situazione italiana è particolarmente grave.

Fascismo non è solo una camicia nera o un’adunata, fascismo è una mentalità: il superiore ha sempre ragione, tu non rifletti con la tua testa ma segui lui, ti immedesimi in lui. E’ più facile seguire che creare, anche un progetto di vita. Il fascismo le mete le imponeva lui. Vorrei allora dire ai giovani: cercate sempre di essere persone libere, interrogatevi e non meravigliatevi. Ieri era più facile di oggi: ieri avevamo i mitra contro ma oggi ci stanno strozzando con un guanto di velluto. Sì, lo ammetto, il guanto è di velluto ma strozza la tua capacità di essere un uomo libero.

Penso all’invasione dei telefonini oggi: davanti a quel piccolo strumento sono libero o schiavo?

Il dramma di oggi consiste nell’essere liberi o schiavi. Direi ai giovani: interrogatevi sugli atti d’amore con gli altri. Se non c’è amore ogni atto è condizionato: dall’interesse, dal guadagno, dall’utilità, dall’abitudine. Ecco perché l’esame di coscienza alla sera non va fatto sui peccati: sanno troppo di ecclesiastico. Quell’esame di coscienza deve interrogarti sugli atti di libertà e di amore che hai realizzato.

Rev.mo Don Barbareschi Lei fu molto vicino a Don Carlo Gnocchi, lo conobbe personalmente, condividendo la Sua generosa dedizione alla causa dei piccoli mutilatini e il Suo essere vicino ai bisogni della povera gente. Com’era, visto da vicino? Mi riferisco al sacerdote, al cappellano militare, all’educatore e all’uomo dedito all’assistenza materiale e spirituale dei bambini sofferenti…

Ho conosciuto Don Carlo Gnocchi, nel marzo 1943, alla stazione di Udine, lui tornava dalla Russia. Mi sono presentato e siamo diventati amici. Poi con lui ho vissuto tutta la Resistenza e abbiamo rinsaldato profondamente i nostri sentimenti di amicizia: abbiamo rischiato e sofferto insieme, entrambi siamo stati arrestati dalle SS e rinchiusi nel carcere di San Vittore.

Quando, nel 1955, Don Carlo si accorge di non stare tanto bene, la Sua Opera era già sviluppata, per i mutilatini, per i poliomielitici. Il Card. Montini andò a trovarlo presso la clinica Columbus: prima di entrare in camera a fargli visita (Don Gnocchi mi aveva voluto accanto a sé per fare un po’ da tramite con tutti coloro che andavano a trovarlo) gli dissi: “Eminenza, con le responsabilità che Don Carlo ha ormai nella Sua Opera – la Pro-juventute-  bisogna che sia informato del fatto che sta per morire. Era la fine del 1955. E dissi ancora al Card. Montini: “Eminenza. o glielo dice Lei o appena Lei esce glielo dico io”. Il Cardinale entrò nella stanza di Don Carlo, rimase un quarto d’ora e poi uscì, piangendo. Entrai di corsa nella stanza di Don Carlo egli dissi: “Carlo, sei diventato davvero una persona importante: fai piangere il tuo Vescovo”… E lui mi rispose: “ Non sono importante, sono uno che sta per morire”. Allora capii che il Cardinale aveva parlato chiaro.

Da quella fine del ‘55 vissi accanto a Don Carlo per due mesi, in quella clinica Columbus, fino al 28/2/1956 quando Don Gnocchi morì. Il 3 gennaio del 56, uscendo dalla sua stanza alle otto di sera lo salutai come sempre: “Ciao, Carlo, ci vediamo domani”. Lui mi prese la mano, stringendola e mi disse: “Stasera non andar via, ho paura”. Da allora non l’ho più lasciato., sono stato con lui tutti i giorni e tutte le notti fino alla sua fine. Mi diceva: “Mi devi aiutare a morire bene”. Allora ci eravamo organizzati fissando due occasioni per stare insieme, tra noi, in quella stanza, uno al mattino e uno alla sera: li chiamavamo”i nostri incontri”.

Durante quegli ‘incontri’ nessuno poteva entrare: eravamo noi due, due amici, due preti. Fissavamo il giorno prima gli argomenti per parlare e confrontarci tra noi e ne dico alcuni: la fede, la mamma, il seminario, la guerra. Prima parlava lui e poi parlavo io: poi leggevano autori che avevano scritto su quegli argomenti. La volta che parlammo della fede Don Carlo volle che portassi quel libro di Trilussa – che non era credente – dove c’era una poesia intitolata “La guida”, dove l’autore parlava della sua fede, raccontando di un giovane che si era smarrito nel bosco al quale si era parata innanzi una vecchietta cieca. Lei diceva a lui “Se tu non sai la strada te la insegno io, basta che tu abbia la forza di venirmi appresso, fin laggiù in fondo dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è una croce” . Don Carlo commentava: “cipresso, la morte”… “croce, il dolore”: sono le due vere difficoltà di fronte a una fede, le altre son tutte quisquilie, qualche volte anche trovate dai teologi, non difficoltà vere”. E poi leggemmo i versi del poeta: ” Quela Vecchietta ceca, che incontrai, la notte che me spersi in mezzo ar bosco, me disse : “Se la strada nu’ la sai,  te ciaccompagno io, ché la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso, de tanto in tanto te darò una voce, fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino là in cima, dove c’è la Croce…”Io risposi : “Sarà… ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede…” La Ceca, allora, me pijò la mano e sospirò : “Cammina !” Era la Fede.

La notizia della Sua Beatificazione ha commosso e scaldato molti cuori, in particolare tra coloro che gli sono stati vicini e hanno ricevuto il dono della Sua ricca, instancabile umanità. Poi, a poco a poco, come tutte le notizie che ci raccontano di storie buone e di persone sante e generose, anche questa è caduta nell’oblio della cronaca. Perché siamo morbosamente attratti dal male e dal peggio e dimentichiamo facilmente queste vite eccezionali o le ricordiamo solo nelle ricorrenze e negli anniversari?

Dico subito che non so rispondere a questa domanda, anche se cerco una risposta.  Ritengo che la risposta risieda nella superficialità di ogni uomo, oggi: non andiamo al fondo dell’essere, non sondiamo tutte le nostre possibilità, ci accontentiamo di sapere e non cerchiamo di capire.  E’terribile questo: computer, facebook, internet e tutto il resto ci dicono tutto ma non ti fanno capire. Per capire devi mettere dentro te stesso e non accontentarti di conoscere, ricordare o di sapere, di limitarti alle informazioni: la cultura di per sé non salva l’uomo. La cultura è un primo passo: poi devi fare tuo il sapere, devi metterci la tua partecipazione.  Come Don Carlo Gnocchi mi ha insegnato, ricordo quella frase del Vangelo: “Qui facit veritatem venit ad lucem”: la verità si fa con la tua vita, con le tue immagini, con le tue parole, con le tue mani.

Rev.mo Don Barbareschi, nella Sua vita di uomo e di sacerdote Lei ha visto e conosciuto molta sofferenza – a volte generata dalla cattiveria –  ma anche la parte buona e spesso nascosta della natura umana. Si fa un gran parlare – oggi come sempre – di grandi valori e di grandi ideali ma spesso la realtà umana non coincide con queste aspettative. Non pensa che più che di grandi proclami sulla giustizia, la libertà e la pace, abbiamo fortemente e concretamente bisogno di uomini giusti, liberi e temperanti?

Certamente: abbiamo bisogno di uomini che facciano un passo alla volta. Ricordo la frase di Madre Teresa di Calcutta, rivolta ad una donna spaventata per le malattie e le sofferenze: “Non pensate mai a ciò che non potete fare per tutti questi malati ma cercate di pensare ad una persona alla volta. Io credo che la via sia questa: fare concretamente qualcosa, passo dopo passo, persona per persona. 

 

lntervista già pubblicata da PATRIA , rivista nazionale dell’ANPI

25 aprile : la festa della liberazione il dovere di non dimenticare, malgrado tutto!

In questo  periodo difficile e unico, in cui le ricorrenze, le tradizioni, il nostro modo di vivere è profondamente cambiato e condizionato, dall’emergenza sanitaria  chiamata Covid – 19, che  investe tutto il mondo,  nel nostro Paese non si può rinunciare a ricordare la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per la verità il clima che si respira in Italia, è simile al periodo che ha preceduto la conclusione del conflitto bellico, lo ricordano le persone molto anziane che sono stati testimoni di quei eventi tragici e le tante persone a cui sono state raccontate o hanno studiato le vicende storiche che vanno dal 1940 al 1945.   

Oggi, dopo 75 anni, il 25 aprile si celebra, anche se in maniera virtuale, in tutta Italia con uno spirito che è finalmente unitario e condiviso. La Festa della Liberazione non è un patrimonio di un singolo partito o di una fazione, ma di tutta la nazione. Perché in sostanza un movimento di popolo: operai e imprenditori, partigiani e militari, donne e contadini, intellettuali e artigiani, cristiani e ebrei, si unirono e combatterono nella Resistenza per riscattare l’onore d’Italia. Così la Resistenza è diventata di tutti.

Quanti decenni ci sono voluti per comprendere che il 25 aprile, non è la contrapposizione o le polemiche fra parti e gruppi, ma il risultato della volontà popolare dove “la Resistenza vive nella Costituzione,” legge fondamentale della Repubblica Italiana, ossia il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello Stato, citando una ripetuta affermazione del Presidente Emerito Napolitano.

Ma come nasce e che significa il 25 aprile? 

E’ bene ricordare, che il 25 aprile 1945, le città di Milano e di Torino furono liberate dall’occupazione nazista e dal regime fascista della Repubblica di Salò. Tale data è stata assunta come giornata simbolo della Liberazione d’Italia, ( la legge n° 260 del 27 maggio 1949, ufficializzò e rese definitiva “la Festa della Liberazione”) che ogni anno viene ricordata nelle città grandi e piccole del nostro paese.

Il periodo storico individuato comunemente come Resistenza Italiana inizia, (anche se di fatto esistevano forze politiche e nuclei antifascisti, che da tempo operavano in clandestinità nelle città e nelle campagne) con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e termina alla fine del mese di aprile 1945.

La Resistenza Italiana fu solo la prima parte del cosiddetto “periodo costituzionale transitorio” e si concluse con la nomina del primo Governo Parri, il 21 giugno 1945.

La seconda parte terminò il 1 gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova costituzione della Repubblica Italiana, dopo che il popolo italiano nel referendum del 2 giugno 1946, scelse la Repubblica, rispetto alla Monarchia. In Europa, la Resistenza ha avuto una durata più ampia, dal 1940 al 1945, a partire dalla Francia con il generale De Gaulle, in Jugoslavia con il Maresciallo Tito, in Polonia, in Belgio, in Olanda e nei Paesi dell’Est Europeo (Cecoslovacchia, Romania e Grecia), che hanno lottato per gli stessi ideali della Resistenza Italiana.

Quale è stato il contributo  della Resistenza Italiana alla causa della liberazione ?

Occorre ribadire che la Resistenza inizialmente è stata espressione “ di quelle forze politiche che avevano sempre lottato contro la dittatura fascista” per poi decidere una volta finita la guerra, con il voto del popolo, sulla forma di Stato : Repubblica o Monarchia. 

Il contributo di sangue pagato, nella resistenza dagli italiani, è stato molto elevato, secondo i dati raccolti dalla Presidenza del Consiglio,  si riassumono in 35.828 partigiani caduti, 21.168 partigiani mutilati e invalidi, 9.980 civili uccisi per rappresaglia sul solo territorio nazionale.

A queste perdite si aggiungono altri 32.000 resistenti, caduti all’estero, tra Dodecaneso, Grecia  ( compresa Cefalonia), Albania, Montenegro, Jugoslavia e Francia; 16.176 militari morti nei campi di concentramento tedeschi, 40.082 uccisi fra deportati politici ed ebrei e 10.000 soldati caduti a fianco degli Alleati.

La controguerriglia dei Tedeschi e dei fascisti e le repressioni furono spietate e colpirono anche donne e bambini senza alcuna distinzione, si ricordano alcune : 335 massacrati a Roma alle Fosse Ardeatine, i 53 ostaggi impiccati a S.Terenzio in Lucchesia, le 532 persone del Villaggio S.Anna in Versilia, messo a fuoco e la popolazione sterminata in piazza, le 107 vittime inermi di Valla sull’Appennino e i 1830 martiri dei villaggi  distrutti nella Provincia di Bologna : Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno.

Anche a Roma si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) con la partecipazione dei sei partiti antifascisti (liberale, democristiano, socialista, comunista, d’azione e democratici del lavoro) che sostenevano, oltre alla lotta partigiana, l’esigenza di un Governo straordinario in alternativa a quello del Maresciallo Badoglio. nominato dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943.

Gli scopi di guerra della Resistenza, collocati nel riscatto del popolo italiano dalla servitù e nell’orgoglio ritrovato,  nella consapevole conquista delle libertà politiche, tanto più durature quantomeno gratuitamente conseguite, non erano molto gradite dagli Alleati, i quali avrebbero preferito contare su piccoli nuclei di informatori e di sabotatori. 

Eppure, nonostante le diffidenze e la riluttanza degli Anglo-Americani, verso l’espansione delle formazioni partigiane, queste furono chiamate a collaborare intensamente sul piano militare, specialmente nell’ultima fase della guerra in Italia.

“Senza  queste vittorie partigiane – si legge nel rapporto conclusivo al Quartier Generale alleato, il Comandante Hewett della Special Force britannica – non ci sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa.”

Ecco perché il 25 aprile è “la Festa della Liberazione,” abbiamo il dovere di non dimenticare. Essa rappresenta il passaggio dalla dittatura  alla democrazia e alla libertà e appartiene di diritto a tutto il popolo italiano e non solo parte di esso.

Le celebrazioni, come cortei e comizi, non  si terranno quest’anno, a causa dell’epidemia e dei vincoli imposti dal “distanziamento sociale”, sul web e sui social( piazze virtuali) viene ricordata questa ricorrenza con  servizi,  articoli, storie, letture e racconti, oltre alle trasmissioni, che i media dedicano a questo 75° anniversario della Liberazione. Il Presidente della Repubblica Mattarella, invierà “un messaggio”, per richiamare il dovere di non dimenticare, che la libertà, la democrazie e la pace, dopo aver conosciuto la dittatura e la guerra, oggi sono diritti e valori indispensabili e fondamentali, come l’aria che respiriamo tutti i giorni, malgrado tutto. Sono previste solo deposizioni di corone in alcuni luoghi simbolo della Resistenza.

E’ una festa che deve unire e non dividere, specialmente oggi che si dovrà pensare a una rinascita del nostro Paese, per le drammatiche conseguenze causate dalla pandemia, richiamando la passione e lo spirito di quel periodo. Ricordarci sempre che uomini e donne, di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali, che sono morti allora, hanno contribuito a far approvare una Costituzione, per il popolo italiano, della quale oggi ciascuno di noi gode dei “Principi fondamentali”. 

Grazie a loro, e al loro supremo ed eroico sacrificio.

Una festa di liberazione in streaming

Quest’anno la Festa della Liberazione la festeggiamo, per modo di dire, in quarantena. Una festa molto particolare, visto che ricorre il 75esimo anniversario della liberazione.

Un 25 aprile che vede tutti gli italiani a casa, come lo è stato per la Pasqua e come sarà per il primo maggio, giorno dei lavoratori, a festeggiare nella riservatezza delle mura domestiche.

Un anniversario senza cortei, discorsi e strette di mano. L’unica cosa che non manca è quello di cui si farebbe volentieri a meno, le polemiche sulla memoria.

Un’edizione particolare quella di quest’anno dovuta al Covid-19 che vieta celebrazioni dal vivo ma che non c’impedisce di ricordare una data che è parte essenziale della nostra storia.

È anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi.

Una certa Resistenza non è mai finita.

18 aprile ‘48 e 25 aprile ‘45. Date non incompatibili.

Avviene tutto in una parentesi. Il ricordo del 18 aprile 1948 e la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana e del suo maggior leader e statista dell’epoca, Alcide De Gasperi e la festa del 25 aprile, la festa della Liberazione, giunta alla sua 75° edizione. Tutto tra parentesi, dicevo, perchè lo impone e lo richiede la drammatica emergenza sanitaria con cui, purtroppo, dobbiamo fare i conti. Eppure anche in in una fase storica dominata da un male oscuro e sempre più inquietante, c’è la possibilità e forse anche l’opportunità per fissare con maggior cognizione alcuni paletti pollici, culturali e anche di costume. 

Innanzitutto non c’è, perchè non c’è mai stato, alcun contrasto o alcuna frizione tra ciò che capitò in quel famoso 18 aprile ‘48 e il significato profondo della festa della Liberazione. Si tratta, infatti, della riaffermazione – su piani diversi e seppur con connotati diversi – del principio della libertà. La libertà politica, la libertà civile, la libertà economica, la rivendicazione del pluralismo e, soprattutto, la vittoria della democrazia. La vulgata che per molti anni ha stradominato la pubblicistica italiana influenzando settori consistenti della opinione pubblica rispondeva a criteri politico/partitici e di propaganda ma del tutto avulsi dai significato profondo che la Liberazione ha avuto nel nostro paese. Una festa, quella del 25 aprile, che non poteva e non può essere appannaggio di qualcuno contro qualcun altro. Salvo contro quelli che negano la democrazia, il pluralismo, la libertà e la giustizia sociale. È la festa della democrazia e appartiene a tutti i democratici. Di qualsiasi colore politico, di qualsiasi fede religiosa e di qualsiasi cultura costituzionale. 

In secondo luogo forse è giunto anche il momento, dopo svariati decenni e dopo una rivalutazione postuma di chi l’ha combattuta pregiudizialmente per un tempo indefinito – anche alla luce della pochezza e della mediocrità delle classi dirigenti seguenti – di rivalutare l’esperienza politica, culturale e sociale del cattolicesimo politico italiano. Una rivalutazione che parte proprio da quel fatidico 18 aprile 1948 e che poi si è snodata, seppur con gli alti e i bassi imposti alla storia e dalla concreta esperienza degli uomini, per quasi 50 anni di vita democratica. Una cultura e una politica, soprattutto di governo, che non sono mai venuti meno ai doveri imposti da una Costituzione che è stata il frutto anche e soprattutto dell’apporto del filone e della storia del cattolicesimo politico e democratico italiano. 

In ultimo, e questo oggi è l’aspetto forse più importante, proprio il ricordo – purtroppo solo sulla rete – il  25 aprile può essere la concreta occasione per avviare definitivamente quella “riappacificazione” politica e culturale di cui il nostro paese ha estremamente bisogno. Soprattutto in una fase difficile e complessa come quella che stiamo vivendo. Non ha alcuna importanza che l’iniziativa promossa per il ricordo in rete della Festa della Liberazione 2020 sia fatta da persone che appartengono dichiaratamente al campo della sinistra post comunista e riconducibile alla storia e all’esperienza della sinistra storica italiana. Quello che conta, almeno a mio parere, è l’obiettivo politico di questa iniziativa. Che non può che essere quella di unire e ricomporre in un unico grande campo democratico tutti coloro che si riconoscono nell’unico documento che riafferma i principi democratici e liberali, cioè la Costituzione repubblicana. Se, invece, dovesse limitarsi alla solita iniziativa di parte deliberatamente “contro” qualcuno e qualcosa, perderebbe lo stesso significato più profondo di una data che si vuol festeggiare insieme. 

Ecco perchè anche il 25 aprile 2020 è molto importante, pur non potendo scendere in piazza e non poter stringersi in un unico grande abbraccio. Perchè proprio questo 25 aprile può segnare un maggior coinvolgimento emotivo e passionale e una miglior ricognizione culturale e politica del profondo significato che storicamente riveste questa data. Abbiamo il dovere di farlo. Anche in tempi difficili e complessi. 

Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi: Ritrovare uno slancio vitale e uno spirito ricostruttivo

Dichiarazione di Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi

C’è bisogno di un risveglio delle coscienze e di spirito vitale, come accadde nel secondo dopoguerra per ritrovare un nuovo spirito ricostruttivo – come ha ricordato saggiamente Giuseppe De Rita – per reagire alla profonda crisi economica e sociale.

Non ci si può infatti illudere che il Paese possa ritrovare la via della ripresa dello sviluppo se si affida all’assistenzialismo di Stato. Sarebbe una Italia senza prospettiva e senza futuro se non si risvegliano le forze morali e gli spiriti vitali fondamentali anche per dare vigore alla vita economica del Paese.
Non mancano le risorse e una generazione di uomini e donne capaci di affrontare le sfide del presente con coraggio e determinazione.

C’è bisogno anche di individuare un modello di sviluppo adeguato alle nuove condizioni per sostenere le imprese con iniziative anche innovative.

Il Paese sarà condannato inesorabilmente al declino se non consoliderà il sentimento civico dei doveri e delle responsabilità verso la società a partire dalla grave evasione fiscale.

Soltanto con sussidi di Stato non c’è un grande generale risveglio per il quale tutti gli italiani devono sentirsi impegnati.

Democrazia e emergenza Covid 19: è legittimo svuotare partecipazione e sussidiarieta’?

Qualche giorno fa su alcune autorevoli testate appariva il mio articolo sulle “7904 disuguaglianze”,  quelle generate dall’Ordinanza 658 della Protezione Civile Nazionale e da numerose Regioni nell’affrontare l’emergenza sociale generata dall’emergenza epidemiologica in atto. 7904 disuguaglianze, tante quanti sono i Comuni Italiani, perché se è vero che il riparto delle risorse statali (400 milioni) ha rispettato criteri di assoluta ponderatezza e proporzionalità (criterio demografico e del divario sociale) nella distribuzione ai Comuni da parte dello Stato centrale, la libertà/arbitrio lasciato alle 7904 Amministrazioni Comunali nel definire i criteri di accesso a tali benefici (prevalentemente buoni spesa) da parte dei cittadini ha rappresentato una delle più palesi iniquità nella lotta alla povertà degli ultimi decenni, come abbiamo dimostrato nell’articolo richiamato.

Il messaggio non vuol essere ingeneroso o di sfiducia nei confronti dei Comuni, interfaccia e presidio meritorio di prossimità sul territorio su tutti i problemi più gravi ed urgenti,  anzi va a difesa degli stessi, che nel principio di sussidiarietà verticale trovano la garanzia più piena e responsabile delle loro stesse prerogative. Pare invece, che proprio questo principio viva tentazioni centrifughe in questa fase storica, al pari del principio di sussidiarietà orizzontale.

Il primo, quello verticale, ci è stato insegnato nelle lezioni di educazione civica e nelle aule di diritto pubblico o costituzionale, essere centrato su un modello di ripartizione delle competenze tra centro e periferia fondato sull’attribuzione della competenza al livello più adeguato a riuscire a perseguire l’interesse pubblico, sulla nota definizione e assunto per cui “se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione”. Ci si domanda retoricamente, nella vicenda dei buoni spesa e nelle politiche emergenziali in materia di welfare al tempo del Covid 19, se lasciare a 7904 Amministrazioni diverse con conseguenti 7904 criteri di accesso ai benefici diversi, sia stato il modo migliore per far svolgere tale compito allo Stato (e ai Comuni), che deve garantire il principio di uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini e il principio di adeguatezza e differenziazione dello svolgimento dell’azione pubblica (art. 118 Costituzione Italiana, primo comma). Uno Stato, tra l’altro un po’ schizofrenico perlomeno, se confrontiamo la sua azione per materie analoghe con il pagamento del Reddito Cittadinanza accentrato presso l’Inps (scelta meritoria che differenzia chi istruisce la pratica: Comuni e Ambiti Territoriali; da chi programma le politiche e paga: le Amministrazioni Centrali dello Stato) e l’erogazione dei sussidi agli autonomi, altrettanto centralizzata.

Il secondo, quello orizzontale, si svolge nell’ambito del rapporto tra autorità e libertà e si basa sul presupposto secondo cui alla cura dei bisogni collettivi e alle attività di interesse generale provvedono i cittadini, sia come singoli, sia associati, mentre i pubblici poteri intervengono appunto in via sussidiaria, di programmazione, di coordinamento ed eventualmente di gestione. Il welfare emergenziale al tempo del Covid 19, ci offre lo spaccato di un grande apporto del terzo settore italiano alla gestione dell’emergenza, ma totalmente fuori da una cornice definita di collaborazione nazionale, degradando questo fondamentale capitale di solidarietà sociale, relegandolo ad essere la toppa del sistema pubblico e non il soggetto che viene favorito nella “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale…” (art. 118 u.c. Costituzione) che significa cooprogettazione dei servizi ma innazitutto comune definizione dei bisogni e costruzione concertata delle politiche.

Se a questo si somma, il generale esautoramento delle prerogative dei Consigli Comunali, prevalentemente paralizzati nella loro azione, o dalle deroghe di stampo emergenziale che vedono i Sindaci “iper responsabilizzati”, o dal rischio contagio che non consente la normale vita democratica o dai deficit tecnologici che non consentono per scelta o per “pigrizia digitale” le riunioni in videoconferenza, il dubbio di esserci imbarcati in una sorta di deriva o perlomeno tentativo di fuga dalla democrazia, non solo per quanto di strettamente necessario alla emergenza in atto, appare fondato.

Principio di sussidiarietà verticale,  principio di sussidiarietà orizzontale, pieno assolvimento delle prerogative delle assemblee rappresentative degli enti locali sono espressione plastica della democrazia del nostro Paese e ogni compressione deve essere considerata eccezionale e in quanto tale motivata ampiamente, come le deroghe al codice degli appalti e dei contratti pubblici, che meriterebbe un ulteriore e combinato approfondimento a quanto sopra rappresentato.

Questo e il precedente scritto al quale si richiama, non è insomma il luogo della critica allo Stato e principalmente ai nostri Comuni per come stanno affrontando l’emergenza (quel tempo verrà ad emergenza cessata), ma il tentativo di dare voce, di rappresentare i rischi che le vie di fuga offrono, specie in tempi emergenziali, con terapie che a volte rischiano di diventare peggiori delle malattie da curare, per il modo di somministrarle e non certo per la bontà del farmaco.

L’Italia che verrà: il quadro del Def

Il quadro di finanza pubblica contenuto in una prima bozza del Def, atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì mattina ci presenta un Italia in difficoltà. Il nuovo Coronavirus ha causato una caduta dell’attività economica, che a inizio d’anno aveva ripreso vigore dopo la battuta d’arresto.

Nel 2020, si legge nella bozza, il Pil si attesterà a -8% e al +4,7% nel 2021 mentre il deficit arriverà al 10,4% “tenuto conto dell’impatto finanziario del Decreto con le misure urgenti di rilancio economico”, e al “5,7 per cento” nel 2021. “Lo stock del debito pubblico è previsto pari al 155,7 per cento del Pil a fine 2020 e al 152,7 per cento a fine 2021”.

Secondo quanto indicato in uno dei passaggi della bozza del Documento di economia e finanza “il debito pubblico dell’Italia è sostenibile e il rapporto debito/Pil verrà ricondotto verso la media dell’area euro nel prossimo decennio, attraverso una strategia di rientro che oltre al conseguimento di un congruo surplus di bilancio primario, si baserà sul rilancio degli investimenti, pubblici e privati, grazie anche alla semplificazione delle procedure amministrative”.

Qui potete leggere il testo completo del def

Europa, un passo in avanti importante

La decisione finale che arriva dal Consiglio europeo è un importante passo in avanti.

I capi di Stato e di governo europei hanno capito che questa crisi richiede misure all’altezza della sfida. Abbiamo davanti un pacchetto di vari strumenti che metteranno in circolo risorse importanti per supportare il rilancio delle economie europee.

In particolare l’accordo raggiunto dal Consiglio europeo sul nuovo e innovativo “Recovery Fund” è finalmente quella risposta europea solidale con titoli comuni per l’emergenza Coronavirus che molti paesi, compreso il nostro, chiedevano in queste settimane.

Ma non è finita qui.

Adesso dobbiamo rendere queste scelte operative il prima possibile. Spetta alla Commissione europea elaborare rapidamente una proposta ambiziosa anche nell’ammontare delle risorse, insieme al
bilancio Pluriennale dell’Ue.

È bene però chiarire fin da subito che nel nuovo fondo servono sovvenzioni dirette a fondo perduto, perché non bastano i prestiti agevolati per far fronte alla liquidità che serve ad imprese e famiglie.

L’Europa indica finalmente la strada della possibile ripresa dopo il terremoto della pandemia.

La figura di Cadorna e la Resistenza

Approfittando della questione con cui Giuseppe Sangiorgi conclude (Rai Storia) il suo gran bel documentario sul Generale Cadorna jr., ovvero la libertà (che è una questione eminentemente occidentale, il portato della sua storia filosofica e religiosa), da lì Sangiorgi ci fa affacciare sul Venticinque aprile e, ancora, sulla crisi della Storia (valga “Un mondo senza storia? – La falsa utopia della società della poststoria”, di Francesco Germinario, Asterios 2017; non si rimedia la depoliticizzazione e la destoricizzazione con qualche gita scolastica ad Auschwitz).

Senza Storia un ragazzo si fa l’idea di venire dal nulla e che in ogni caso tutto ciò che è lo deve solo a se stesso. Questa questione è decisiva per la libertà personale. Per chi gli crede, Gesù chiude con i sacrifici e in Giovanni 10,18 dice che la vita “nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso”. Liberamente. Questo ‘potere’, questa sua libertà, gli deriva dal Padre (Gv. 10,18). La relazione è la condizione della libertà.

Il Venticinqueaprile, chiaro o controverso lo si assuma, è un pezzo della Storia d’Italia e dell’Europa, un pezzo di quel processo che si chiama libertà. Che è sempre ‘potere di donare’.

Richiamare il Generale tedesco Fridolin von Senger und Etterlin, terziaro laico benedettino, che doveva anche stringere la mano ad Hitler, è richiamare uno che, trovandosi del potere in mano (nel Settembre del 1943 comandava le truppe in Sardegna e in Corsica), non eseguì, secondo l’altra linea di ‘comando’ che considerava, la sua Fede, l’ordine del 9 Settembre 1943 direttamente del Führer di fucilare tutti gli ufficiali italiani, appena due giorni prima suoi kameraten: imbarcò tutti su una motonave in partenza dalla Corsica e poi telefonò a Kesselring dicendogli di non avere ufficiali da fucilare, e sapendo di poter venire scoperto e fucilato a sua volta.

La maggior parte delle opere salvate e poi ritornate nell’Abbazia di Montecassino si deve al suo impegno. Venne buono anche ai nazisti, a cui era inviso, averlo a disposizione dopo le efferatezze del Battaglione esplorante del Maggiore SS Walter Reder, boemo quindi austriaco come Hitler ed diversi maggiori esponenti SS (cattolici e austriaci): infatti persino Mussolini, dopo certi racconti dei suoi, dovette lamentarsene con l’Ambasciatore tedesco presso la RSI, Rahn (“Si è esxagerato…”), e a segno di cambio di passo tutta l’area bolognese fu affidata a Von Senger un Etterlin.

Il quale, tanto per cominciare, impose il comando militare, così ottenendo di mettere fuori gioco qualunque ‘banda’ e restituendo imparzialità civile alla sovrintendenza militare. Non è esattamente quello che volevano Rahn e Mussolini, ma andò così, e il 21 Aprile gli inglesi & co. liberarono Bologna senza trovare un tedesco; von Senger non volle altri morti.