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Ciao, Luciano

Immagino già la scena dell’incontro, l’abbraccio con Mimmo, suo grande allievo. Con Luciano se ne va un maestro, una persona perbene, disponibile e pratica. Un vero funzionario, esperto di legislazione elettorale, di enti locali e “raccomandate”… Era sempre in prima linea, soprattutto quando su di lui ricadeva la responsabilità di presentare le liste e le candidature. Non ha mai sbagliato un colpo. Amante del cerimoniale, non ha mai fatto mancare il suo prezioso supporto alle diverse ricorrenze. A tanti ha trasmesso sua passione. Con lui se ne va un pezzo di tutti noi, di chi ha scelto e amato questo lavoro, senza improvvisarsi.

Ciao Luciano

[Giovanni Iannuzzi]

Ho conosciuto Luciano e abbiamo lavorato insieme al Partito, la DC per essere precisi. Avevamo un impegno comune che abbiamo rispettato anche in questi ultimi anni:l ‘anniversario della morte di Alcude De Gasperi, il 19 Agosto alla Basilica di San Lorenzo. E quest’anno eravamo ancora lì. Sia a lui lieve la terra d’Italia.

[Alberto Tanzilli]

Luciano con la sua semplicità e riservatezza è stato uno dei personaggi fondamentali per i tanti momenti delicati che abbiamo avuto. Mi dispiace veramente.

[Gerardo Capozza]

Penso che dobbiamo ricordare con grande affetto Luciano Gesuelli, che ci ha lasciati, grande funzionario della Democrazia Cristiana. Chi lo ha conosciuto ne ha potuto apprezzare le doti di umanità, di bravura, di attaccamento all’idea democristiana. Buon vento, caro Luciano.
[Giuseppe Sangiorgi]

Nel corso della sua vita, mai separando del tutto la passione dal proprio ufficio, mai andando in pensione con la testa e con il cuore, Luciano ha dato dimostrazione di come servire il partito, e attraverso il partito la società, fosse un ideale, non un accomodamento. La sua fedeltà a un dovere c’è d’esempio. Poteva ammantarsi di superbia, almeno in parte, data la frequentazione del potere. Invece restò umile sempre, restò se stesso: gli abbiamo voluto bene anche per questo. Preghiamo per lui! 

[Un amico]

Regionali, Rete Bianca sostiene Bonaccini e Callipo.

Nella ricorrenza dell’Appello di Luigi Sturzo ai “Liberi e Forti”  bisogna chiarire da che parte stanno oggi i Popolari.

Il voto per il rinnovo delle amministrazioni regionali dell’Emilia Romagna e della Calabria ha una valenza politica decisiva per il futuro del nostro paese. 

Un voto di fronte al quale diventa difficile, nonché singolare, assumere un atteggiamento di equidistanza o, peggio ancora, di indifferenza rispetto alla posta in campo. 

Certo, è un voto locale, ma inevitabilmente è destinato a condizionare pesantemente l’evoluzione del quadro democratico e l’impegno delle forze riformatrici.

La scelta di campo, questa volta più che mai, è necessaria e indispensabile. A maggior ragione per una esperienza politica e culturale come quella di Rete Bianca, un movimento che affonda le sue radici nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. 

Questo voto non può corrispondere a una scelta dogmatica, ma nemmeno deve scadere a mera convenienza tattica. Al contrario, è una scelta convintamente politica perché risponde ad una scala di valori e di opzioni programmatiche alternative alla destra, specialmente a quella che oggi s’incarna nel sovranismo leghista. 

Rete Bianca, come altri movimenti politici di ispirazione cristiana, democratica e riformista non ha dubbi in questa questa fase storica e politica. 

Solo una rinnovata e moderna coalizione riformatrice può rappresentare una speranza politica per una nuova stagione democratica.

Pertanto, in via preferenziale, Rete Bianca invita a sostenere le liste collegate ai candidati alla Presidenza regionale – rispettivamente Stefano Bonaccini (Emilia Romagna) e Filippo Callipo (Calabria) – per favorire, anche attraverso questo passaggio elettorale, l’allargamento e l’ulteriore qualificazione di uno schieramento capace di ricomprendere le diverse identità.

Occorre operare affinché l’area democratica di matrice cristiana, chiamata a definire una sua futura ricomposizione nel segno della tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro, si rispecchi in una iniziativa che assorba e faccia propri alcuni valori, per costruire – dal basso – una forte ed equilibrata maggioranza in grado di guidare il Paese con autorevolezza nei prossimi anni.

Dante Monda (Coordinatore)
Giorgio Merlo (Portavoce)

Nicola Caprioli (Coordinatore Emilia Romagna)
Maria Locanto (Coordinatrice Calabria)

Alessio Ditta
Andrea Olivero
David Tesoriere
Elisa Macci
Enzo Carra
Gabriele Papini
Giuseppe Sangiorgi
Genny Di Bert
Lorenzo Dellai
Lucio D’Ubaldo
Lucio Vitobello
Franco Caprioli
Glauco Venturi
Angela Capellani
Chiara Bernardini
Enrico Schiavina
Mario Miniaci
Massimo Bella
Massimo Lucchese
Paolo di Pistoia
Piero Scapicchio
Pierluigi Moriconi
Pietro Bruzzi
Renato Balduzzi
Sandro De Caterini
Silvia Bernardini
Vincenzo Gambale
Valter Vari
Elio Mensurati

Elezioni in Emilia-Romagna: un voto importante, una strana campagna elettorale

Articolo pubblicato sulle pagine di www.c3dem.it a firma di Sandro Campanini

Non so quanto le persone che non vivono in Emilia-Romagna stiano seguendo la strana campagna elettorale che si sta svolgendo qui (chi scrive è di Parma). Da un lato, un Presidente, Stefano Bonaccini, e un’amministrazione uscente di centrosinistra (Partito Democratico e altri), insieme a diversi nuovi alleati, che si presentano con i loro risultati e i programmi per il futuro. Dall’altra, una candidata (e per favore, si eviti ogni accusa di sessismo), la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni, il cui mantra è “basta il PD”, di cui non si sanno e non si capiscono idee e programmi, autrice di boutades senza fondamento e numerose gaffes, tendenzialmente assente dalla scena, che in diverse occasioni (l’ultima con Sky) ha annullato all’ultimo momento confronti faccia faccia giornalistici e televisivi già annunciati, accompagnata o, più delle volte, direttamente sostituita dal leader nazionale della Lega, Matteo Salvini. Il quale ha tranquillamente ammesso davanti ai suoi delegati (galeotti gli appunti incautamente dimenticati da uno di essi) che è inutile negare il buon governo della Regione e bisogna puntare su altri temi (ovviamente, diciamo noi, generali e populisti): dal (solito) Bibbiano, alla (solita) immigrazione e via dicendo. Un Salvini che considera le elezioni in questa Regione unicamente come test nazionale, principalmente nel tentativo di dare una spallata al Governo. Il leghista, del resto, che ha messo più o meno le sue tende qui per “coprire” la sua “candidata invisibile”, riceve l’applauso festante di piccole folle nei suoi vari blitz: segno che, comunque, ha dalla sua una parte di popolazione, nonostante tutti i guai che ha combinato stando al Governo. Ma questo lo si sapeva. Così come si sapeva che definire l’Emilia-Romagna una “regione rossa” è ormai un anacronismo – e non da oggi.

Delle “sardine” si è detto tanto e non c’è dubbio che il fenomeno sia stato la vera novità emersa in questa campagna elettorale: in tutte le città della regione, le autoconvocazioni in piazza hanno sempre avuto un’enorme adesione, senza slogan violenti, richiamando la Costituzione, il valore della buona politica e l’esigenza di agirla in modo serio e rispettoso. In più, questa reazione popolare (e non populista) ha avuto l’effetto benefico di dimostrare che i comizietti con qualche centinaio di persone di Salvini, fatti passare nei primi giorni di campagna dalla sua macchina comunicativa e da qualche organo di stampa compiacente come “bagni di folla”, diventavano ben poca cosa a fronte delle migliaia e migliaia di partecipanti agli eventi delle “sardine”, con ciò che ne consegue anche sul piano dell’utilizzabilità mediatica di certi più o meno numerosi assembramenti.

E i cosiddetti “cattolici democratici”? Ci sono, candidati prevalentemente nelle liste del Partito Democratico. Sapremo il 27 gennaio se il buon lavoro svolto dagli uscenti e le buone idee messe in campo dai nuovi candidati saranno premiate, come si spera, dall’elettorato.

A livello ecclesiale è importante sottolineare che negli ultimi giorni sono stati pubblicati due documenti: uno dell’Osservatorio della Conferenza Episcopale regionale sulle tematiche politico-sociali “Giovanni Bersani” e l’altro, ancora più rilevante dal punto di vista dell’ufficialità, direttamente dalla Conferenza Episcopale regionale, intitolato “La Regione, laboratorio di democrazia” . Essendo sintetici e molto chiari, non li riassumo qui ed invito a leggerli direttamente.

Entriamo ormai nell’ultima settimana di campagna elettorale e sappiamo che moltissime persone cominciano ad assumere decisioni proprio quando ci si approssima alla data del voto. Quindi i prossimi giorni saranno decisivi per l’esito delle elezioni, che – è inutile nasconderlo – potrebbero avere riflessi anche a livello nazionale, in un senso o nell’altro. E’ un voto di grande importanza e c’è da augurarsi che anche chi non risiede in Emilia-Romagna ma conosce qualcuno che ci vive, dia una mano per far prevalere la coalizione di centrosinistra. Non per uno spirito di continuità o per una legge non scritta che vuole questa regione “di centrosinistra” per antonomasia. Ma perché, oltre a riconoscere la bontà dei risultati e dei programmi, occorre che prevalga, certamente anche dando un contributo critico dove necessario, un’idea di società e di politica profondamente democratica, egualitaria, radicata nei valori costituzionali e capace di riaffermare la funzione essenziale del pubblico a garanzia dei diritti sociali fondamentali di tutti i cittadini.

La società americana e le strategie elettorali per il voto 2020

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Mattia Diletti

In queste ultime settimane l’attenzione dei media americani e internazionali si è concentrata, giustamente, sui fatti politici di maggior rilievo: il processo di impeachment del presidente Donald Trump e l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Tra i due eventi vi è una connessione ‒ più di un commentatore ha messo in evidenza questa relazione, soprattutto negli Stati Uniti ‒ e senza dubbio possiamo dire che essi rappresentano gli assi portanti del dibattito pubblico americano, quelli che annunciano l’anno elettorale. Superfluo ripetere quanto sia cruciale, questo anno elettorale: si tratta di osservare se il mini ciclo politico che ha portato alla ribalta le leadership populiste mondiali ‒ avviatosi nel 2016, con l’elezione di Trump e il referendum sulla Brexit ‒ si confermerà per altri quattro anni anche negli USA (in Gran Bretagna abbiamo già ottenuto una prima risposta nelle elezioni di dicembre).

Come ovvio, ad attrarre l’attenzione sono le strategie mediatiche dei concorrenti, da Trump al gruppo di leader democratici che si sfideranno alle primarie (che avranno inizio il 3 febbraio, con i tradizionali caucus dell’Iowa): si entra in partita, si osservano i profili dei giocatori. Un altro aspetto però di grandissimo rilievo ‒ su cui pongono attenzione soprattutto i commentatori americani e gli specialisti di analisi elettorali ‒ e sul quale crescerà sempre di più l’interesse con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali, riguarda quale parte della società americana si mobiliterà in vista delle elezioni del 2020, ovvero quali segmenti della composita società statunitense saranno attratti dall’appello al voto dei candidati (sollecitati, ça va sans dire, dalle sempre più sofisticate strategie di targettizzazione messe in atto dai team dei candidati).

Qui l’articolo completo

Imprese: un marchio green per valorizzare i prodotti made in Italy

Migliorare il profilo ambientale di alcuni prodotti italiani dei settori agroalimentare (caffè, formaggio, prodotti da forno, gelati e ortofrutta), cosmetici, serramenti e pellame attraverso la diffusione del marchio “Made Green in Italy” (MGI) che punta a valorizzare i prodotti italiani con le migliori prestazioni ambientali. È questo l’obiettivo del progetto LIFE MAGIS (MAde Green in Italy Scheme), coordinato da ENEA e co-finanziato dal Programma Ue LIFE, per diffondere la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti (PEF), in linea con le iniziative europee per la promozione della green economy.

Nell’ambito del progetto ENEA guiderà la sperimentazione dell’intero processo previsto dal regolamento del Made Green in Italy, a partire dallo sviluppo di regole di categoria di prodotto e classi di prestazione ambientale, garantendone la conformità con le indicazioni nazionali ed europee, e dalla loro applicazione in oltre 21 aziende dei settori coinvolti, ma anche attività per la valutazione della percezione del marchio da parte dei consumatori e il potenziamento degli strumenti di comunicazione verso clienti e consumatori finali. Inoltre, ENEA svilupperà strumenti e banca dati pubblica per favorire l’adesione delle aziende al marchio MGI.

“Con l’impegno in questo progetto, ENEA prosegue un percorso già avviato nei progetti PEFMED e LIFE EFFIGE sulla comunicazione dell’impronta ambientale di prodotto, la promozione di una crescita sostenibile e il sostegno alle aziende italiane nella valorizzazione delle produzioni nazionali”, sottolinea la ricercatrice ENEA Sara Cortesi, responsabile scientifico del progetto.

Oltre a ENEA sono partner di LIFE MAGIS Apo Conerpo, Cosmetica Italia, Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano, Legnolegno, Lineapelle e Unione Italiana Food, in rappresentanza dei settori coinvolti, e le istituzioni scientifiche Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, Istituto per la Bioeconomia del CNR e Università Tecnica di Aquisgrana (RWTH), una delle università più grandi in Germania.

Un novembre 2019 nero per le esportazioni

A novembre 2019 si stima una flessione congiunturale delle esportazioni (-4,2%) e una variazione nulla delle importazioni. Il calo congiunturale dell’export è da ascrivere in particolare all’ampia diminuzione delle vendite verso i mercati extra Ue (-8,1%), mentre quella verso l’area Ue è più contenuta (-0,9%).

Nel trimestre settembre-novembre 2019 rispetto al precedente si rileva un aumento delle esportazioni (+1,4%) e una lieve contrazione delle importazioni (-0,6%).

A novembre 2019 la diminuzione su base annua dell’export è pari a -3,2% e coinvolge sia l’area extra Ue (-3,7%) sia i paesi dall’area Ue (-2,7%). La diminuzione tendenziale dell’import (-5,9%) è principalmente determinata dal forte calo registrato per i mercati extra Ue (-10,6%), mentre per i paesi dell’area Ue la flessione è meno ampia (-2,7%).

Tra i settori che contribuiscono maggiormente alla diminuzione tendenziale dell’export nel mese di novembre si segnalano mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-23,7%), macchinari e apparecchi n.c.a. (-5,5%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-5,1%) e computer, apparecchi elettronici e ottici (-11,5%). In aumento, su base annua, le esportazioni di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+22,4%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+5,9%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+3,0%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono in misura più ampia alla flessione delle esportazioni nazionali sono Stati Uniti (-10,5%), Spagna (-10,8%), Germania (-4,5%), Regno Unito (-8,7%) e Cina (-15,5%), mentre si registra un incremento delle vendite verso Svizzera (+11,4%), Francia (+2,5%), Giappone (+17,8%), Belgio (+9,2%) e Turchia (+13,3%).

Nei primi undici mesi del 2019, l’aumento su base annua dell’export (+2,1%) è trainato dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+25,8%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+6,3%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (+9,2%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+6,8%).

Si stima che il surplus commerciale a novembre 2019 aumenti di 897 milioni di euro (da +3.975 milioni a novembre 2018 a +4.872 milioni a novembre 2019). Nei primi undici mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge +47.909 milioni (+83.331 milioni al netto dei prodotti energetici).

Nel mese di novembre 2019 si stima che l’indice dei prezzi all’importazione cresca dello 0,6% rispetto al mese precedente e diminuisca del 2,1% in termini tendenziali.

Poste Italiane: 700 querce per Dante

Poste Italiane scende in campo per promuovere le celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, il poeta che ha “sdoganato” la lingua nazionale. La notizia l’ha data il 10 gennaio scorso l‘Amministratore delegato Matteo Del Fante, annunciando il coinvolgimento attivo di 70 piccoli Comuni, che nel 2021 daranno vita a iniziative ad hoc, selezionati in quanto collegati in qualche modo alla vita e all’opera di Dante. Si va, ad esempio, da Mulazzo (Massa Carrara), località legata al poeta attraverso la famiglia Malaspina che lo ospitò, a Gradara (Pesaro e Urbino) -il cui castello avrebbe fatto da sfondo all’amore tra Paolo e Francesca  – per dimenticare Ariano (Rovigo), dove Dante passò nel 1321 e salì sulla quercia del borgo per ritrovare la strada di casa. Qui verranno ripiantumate simbolicamente altre 700 querce, tante quanti sono gli anni che ci separano dalla sua scomparsa.

Tempestiva e autorevole la presa di posizione del Ministro Dario Franceschini: “Mi aspetto di vedere Dante dappertutto. Ho chiesto alla Rai di produrre qualcosa da far circolare anche fuori dall’Italia. Il sostegno di Poste ai piccoli comuni — ha poi aggiunto— inaugura una positiva collaborazione tra pubblico e privato in un’importante ricorrenza a cui sta lavorando il Comitato nazionale, che nei prossimi mesi valuterà gli oltre 320 progetti pervenuti. Vorrei che quello di Poste fosse un esempio per le altre imprese italiane che non si possono sottrarre dal fare qualcosa per Dante. Dante — ha sentenziato — è di tutti, è identitario, è stato anche uno dei primi a parlare di Europa. Celebrare i 700 anni è anche lavorare per l’unità e l’orgoglio di cui il nostro Paese ha bisogno”.

 

Una notte di sonno persa potrebbe avere effetti gravissimi sul cervello.

Anche solo una notte di sonno persa da giovani potrebbe avere effetti gravissimi sul cervello. Questa è la più recente scoperta sull’Alzheimer basata su uno studio condotto da Jonathan Cedernaes, senior researcher dell’ «Università di Uppsala» in Svezia, pubblicato sulla rivista «Neurology», che ha messo in evidenza come perdere una notte di sonno porti all’aumento del 17% della proteina tau presente nel sangue, il più probabile marker del rischio di malattia di Alzheimer.

«Nel frattempo, però, nuove ricerche aprono la strada verso un vaccino contro questa malattia e il decennio appena iniziato potrebbe così segnare la svolta. Bisogna solo trovare più fondi per finanziare la ricerca e di questo possiamo farci carico noi rotariani, proprio come abbiamo fatto per la poliomelite» commenta il dottor Renato Boccia, portavoce e responsabile -insieme al consocio Claudio Pernazza- del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale.

Combinando due vaccini, i risultati ottenuti sui topi da un team composto da ricercatori dell’ Istituto di Medicina Molecolare e dell’ Università della California, a Irvine, sono promettenti e sono già stati pubblicati su «Alzheimer’s Research & Therapy», prevedendo di arrivare alla sperimentazione umana entro 2 anni.

La sfida più grande, quindi, parte ora da Roma ci vuole un ambizioso obiettivo da raggiungere: sconfiggere l’Alzheimer. E d’altra parte gli studiosi italiani stanno dando un contributo fondamentale, con in prima linea i ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini”.

In pratica, i ricercatori italiani hanno scoperto una molecola che «ringiovanisce» il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’ anticorpo A13 che favorisce la nascita di nuovi neuroni e contrasta così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia.

Lo studio coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione EBRI in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre, è stato recentemente pubblicato sulla rivista «Cell Death and Differentiation».

«Con l’Alzheimer ci proponiamo di fare lo stesso che abbiamo fatto con la poliomelite» commenta il dottor Pier Luigi  Di Giorgio di presidente del Rotary Club Roma Capitale.

Conversazione con Michail Gorbačëv

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Flaminia Marinaro

«Cosa ti piacerebbe che fosse inciso sulla tua lapide?». Gorbačëv è seduto di fronte a lui. La sedia è piccola, insufficiente per la sua stazza. È cambiato dai giorni della perestrojka e del glasnost; anche quella macchia scura sul cranio sembra sbiadita. Colpisce il suo sguardo, carico di bontà ma fermo sugli occhi di Herzog. Li scruta con i suoi, immobili e intensi. «Ci abbiamo provato!» è la risposta.

Così comincia Herzog incontra Gorbačëv (2018), diretto da Werner Herzog e André Singer, nelle sale italiane dal 19 al 22 gennaio. Un film potente che si sottrae agli stereotipi del documentario storico indagando l’uomo prima ancora che il politico e mantenendo, per tutta la durata, una tensione emotiva a tratti commovente. Werner Herzog, forse il più rappresentativo esponente del Nuovo cinema tedesco senza indulgenze scava nella vita pubblica e privata di Gorbačëv. Lo fa con difficoltà, tra un ricovero e l’altro in ospedale, tra una degenza e un set in ambulanza. 

È un uomo provato Michail, a 87 anni vive solo a Mosca, non vuole pesare sulla quotidianità di sua figlia Irina e gli si velano gli occhi quando parla di Raisa, delle sue ultime ore, di quando ha sentito le sue mani diventare gelide tra le sue. «Se n’è andata così, con me, perché quel giorno sono morto anch’io», scandisce lentamente senza distogliere lo sguardo dalla telecamera. 

Herzog è teso, nonostante la sua enorme esperienza, il personaggio Gorbačëv è complicato. Chi ha davanti a sé? Un vincitore che ha cambiato le sorti del mondo oppure un grande sconfitto? Su questo dilemma, che ha diviso il popolo russo e non gli ha reso giustizia, è costruito il film che intreccia interviste, reportage, visioni e intuizioni di una delle personalità più carismatiche del ventesimo secolo.

Non c’è una risposta netta — risponde il regista al «L’Osservatore Romano» — «sarebbe uno scenario da western, dove c’è un cattivo contrapposto ad un eroe solitario, ma la Storia non funziona così, non sappiamo come questa lo giudicherà, ma certamente verrà considerata la grandezza della sua figura storica, in tutta la sua umanità di uomo veramente molto buono. In ogni momento del film si percepisce un essere umano di grande profondità, capace di notevole visione politica, e credo per aver creato le condizioni per l’inevitabile». 

L’unica colpa di Gorbačëv, nella prospettiva limpida dei registi, è di aver intuito che l’Unione Sovietica ormai esisteva soltanto sulle mappe. Di aver saputo leggere nell’animo delle persone, di aver voluto rispondere agli appelli disperati per l’indipendenza. 

Sfilano, volutamente senza un ritmo cronologico, le immagini della catena umana che attraversa Estonia, Lituania e Lettonia, la caduta del muro di Berlino, il disastro di Černobyl’, il vertice di Reykjavik, l’epilogo di quella che è stata la guerra fredda.

Si sovrappongono le testimonianze di Shultz, segretario di Stato degli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan, di Lech Wałęsa, leader di Solidarność, di Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, e di altri che rendono la ricostruzione completa. 

La storia è chiara, probabilmente era già scritta e Gorbačëv l’ha resa pubblica, trovando la chiave giusta per cambiare la politica senza dissolvere il tutto, a partire dalla stessa Russia che avrebbe rischiato di frantumarsi in una miriade di micronazioni. In questo senso lo definisco «una figura tragica» — continua il regista — «perché è tragico che proprio i suoi compatrioti lo abbiano percepito come un personaggio negativo, ma questa percezione sta cambiando».

L’intervista è quasi conclusa, è andata meglio del previsto. La sintonia è stata immediata, non è soltanto un documento prezioso per Herzog, ma un atto di riconoscenza. Lo sottolinea più volte, sente di avere lo stesso background, lo stesso retroterra di povertà; anche lui è cresciuto senza acqua corrente né telefono e nessun altro strumento di civilizzazione avanzata. Un contesto non facile da decifrare per un bambino. Quell’uomo granitico e risoluto è stato uno degli artefici della riunificazione della Germania e questo, per uno come lui, ha un valore inestimabile. E ora, vecchio e impassibile, si innesta ancora di più nel suo puzzle personale e nella sua visione del mondo. 

In un faccia a faccia di oltre un’ora e mezza ogni domanda ha trovato risposta, anche quelle più difficili come la battaglia alle armi nucleari, di fronte alla quale non trattiene la rabbia per non essere riuscito nella strategia che aveva iniziato con Ronald Reagan. Conclude con l’ultimo giorno della sua Presidenza, anche su quello non si sottrae dal rispondere. È un peso che sembra piegarlo ancora.

Lo sguardo è assente mentre ricorda quell’ultima vacanza in Crimea, ma poi punta il dito e incalza. «È stato un colpo di stato. Hanno detto che ero malato ma la storia la conoscete. Quando tornai avevano organizzato uno show mediatico, mi chiesero di firmare in diretta, di fronte all’intera popolazione. Rifiutai e firmai prima che si accendessero le telecamere».

«Si pentì di quelle dimissioni?» è l’ultimo interrogativo del regista. «Me ne pento ogni giorno» risponde.

Smog: Save the Children, in Italia ogni anno 4 macchine immatricolate per ogni neonato

“La cattiva qualità dell’aria in Italia incide sulla vita di migliaia di bambini, contribuendo a mettere a rischio la loro salute, l’ambiente e il loro futuro. I bambini e gli adolescenti italiani crescono in un paese in cui c’è sempre meno verde, con un aumento di 30.000 ettari di territorio cementificato dal 2012 al 2018 e dove ben il 44% va a scuola in macchina. Un paese in cui il rapporto tra ogni neonato e le macchine immatricolate è di 1 a 4”, dichiara Raffaela Milano, Direttrice Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e garantire loro un futuro, in merito all’emergenza sulle polveri sottili che sta riguardando molte città del Nord e del Centro Italia e che ha fatto scattare i divieti di circolazione.

Purtroppo, sul fronte della mobilità alternativa e sostenibile, l’Italia continua a scontare un grave ritardo rispetto ad altre realtà europee analoghe per lo sviluppo ridotto di metropolitane e tram, l’invecchiamento delle reti ferroviarie suburbane, i continui tagli al trasporto pubblico, e un quadro che presenta situazioni molto disomogenee da un’area geografica all’altra.

“Non stupisce quindi che l’Italia continui a guidare la classifica europea per il rapporto tra automobili e abitanti, pari a 616 vetture per 1.000 abitanti, contro le 497 della Francia e le 552 della Germania e che quasi la metà di bambini e ragazzi utilizzi la macchina per andare a scuola. I bambini sono i soggetti più vulnerabili agli agenti inquinanti, non solo per l’impatto sul loro sistema respiratorio ma anche per le possibili conseguenze sullo sviluppo neurale e cognitivo, ipotizzate dalla comunità scientifica negli ultimi anni”, conclude Raffaela Milano.

In un momento in cui sono i ragazzi stessi a scendere in piazza e a chiedere a gran voce un rinnovato impegno per rispondere in maniera concreta alla crisi climatica e al suo impatto sul pianeta – attraverso movimenti globali come Fridays for Future e le migliaia di gruppi di ragazze e ragazzi, tra cui anche quelli del movimento Sottosopra per Save the Children – l’Organizzazione sottolinea l’importanza di intervenire non solo con provvedimenti spot, volti a far fronte a situazioni emergenziali, ma evidenzia la necessità di implementare programmi, inclusi quelli educativi per la promozione della tutela dell’ambiente, volti a trasformare radicalmente l’attuale modello di sviluppo.

Gli ultimi anni della roma papalina: il sacerdote che unì laici e cattolici

Forse il giovane Vincenzo era un predestinato, e forse proprio per questo fu definito “l’erede di San Filippo Neri”. Romano, nato nel 1795 in Via del Pellegrino 130, nel popolare quartiere del Parione, a due passi da Piazza Navona, scoprì sin dall’adolescenza la sua vocazione religiosa fondata sulla misericordia.

Erano gli ultimi anni di governo della Roma papalina, anni di conflitti tra potere spirituale e secolare, anni di scontri non solo ideologici. Pio IX stava rientrando da Gaeta dopo il breve esilio che seguì al drammatico attentato a Pellegrino Rossi e alla breve (ma intensa) esperienza della Repubblica Romana. Le discussioni tra il laicato e i fedeli della Chiesa erano sempre più animate; ragazzi appena ventenni si riunivano segretamente per mettere in atto strategie volte a esautorare il potere pontificio, fosse anche con le cattive. Altri ancora partivano volontari verso il Lombardo-Veneto – una delle culle del sentimento patriottico italiano – per muovere contro l’occupante austriaco.

E nonostante i “fuochi” della primavera del ’48 divampassero e i moderni stati d’Europa si orientassero progressivamente verso ordinamenti politici di tipo parlamentare, nella capitale c’era chi, come don Vincenzo, insisteva con il suo impegno filantropico volto a tutelare i più deboli e i diseredati. Perché in fin dei conti, quelli che stavano peggio, a scapito delle ormai annose lacerazioni politico-sociali, erano sempre i poveracci e gli indifesi (come i fanciulli).

I conflitti non avevano scalfito di una virgola l’intenzione di introdurre nelle case il messaggio evangelico in cui quel giovane credeva e da cui si sentiva ispirato.
Ordinato nel 1818, l’opera di sensibilizzazione del sacerdote del Parione non risparmiava nessuno: nobili, laici, attivisti politici, donne, e neanche gli stessi fedeli che la mattina si recavano a messa presso Santa Maria del Suffragio, in Via Giulia, dove egli svolgeva il suo ufficio. Offriva, per quanto potesse, cibo e beni di prima necessità a chi ne aveva bisogno. Ma la predilezione maggiore era tuttavia per i giovani, specialmente i più sfortunati, coloro che facevano  fatica anche a usufruire di un piatto caldo di minestra. L’attività di Don Vincenzo era diventata quasi martellante; bussava porta a porta, spiegava ciò di cui si occupava e chiedeva fondi, esortando i suoi dirimpettai a fare lo stesso per la analoga causa. A Campo dè Fiori tutti lo conoscevano, e la sua popolarità si diffuse via via in modo sempre più vasto, sino a varcare le soglie delle più alte stanze della Curia romana. Una condizione che indusse Papa Gregorio XVI a concedere la benedizione apostolica al suo movimento, il quale prese il nome di Pia Unione dell’Apostolato Cattolico. Era la primavera del 1835.

Nello stesso periodo, su don Vincenzo iniziarono a circolare voci straordinarie: secondo alcune di queste, era stato in grado di guarire una giovane in fin di vita con la preghiera. Secondo altre, a un poco più che ventenne Giovanni Maria Mastai Ferretti, suo coetaneo, durante un colloquio aveva predetto il pontificato. Inoltre, nella Roma popolare si vociferava che compisse atti di flagellazione. Nel frattempo, l’Unione dell’Apostolato attirò progressivamente centinaia di volontari e fedeli, senza distinzione di fede o di estrazione sociale. Vennero organizzate le prime missioni e fu redatta la prima regola (distribuita in trentatré punti, quanti gli anni di Cristo) in continuità con la diffusione di un impegno universale, non selettivo e che aveva nel volontariato il suo cuore pulsante. Pratica che in nome del Pallotti fu trasmessa in tutti i continenti.

Don Vincenzo se ne andò dopo una lunga malattia, nel gennaio del 1850, quando i semi da lui gettati stavano dando grandi frutti e il potere secolare ecclesiastico si avviava verso il crepuscolo. Pio XII lo beatificò nel 1950, mentre la canonizzazione avvenne nel 1963 per mano di Giovanni XXIII. A lui, la parrocchia di San Salvatore in Onda di Roma riservò uno spazio sotto l’altare maggiore, dove è tutt’ora deposto e ben visibile ai fedeli che si recano nella splendida chiesa di Via dei Pettinari.

Wikipedia torna accessibile in Turchia

È terminato dopo quasi tre anni il blocco che impediva agli utenti turchi di accedere a Wikipedia. La rimozione della censura è stata disposta dalla Corte costituzionale, secondo cui il divieto di accesso all’enciclopedia online rappresentava una violazione della libertà di espressione.

Il blocco di Wikipedia era avvenuto “per difendere la sicurezza nazionale” il 29 aprile del 2017, come risposta al rifiuto di Wikipedia di rimuovere dal sito informazioni che accusavano Ankara di avere cooperato con organizzazioni terroristiche. La Turchia censura diversi siti web accusati di diffondere materiale illegale, tra cui presunta propaganda terroristica. In passato anche social network come Facebook e Twitter sono stati temporaneamente bloccati

Dopo la decisione presa a fine dicembre, è arrivata, ora, la pubblicazione dei motivi che hanno portato alla sentenza sulla Gazzetta ufficiale, un passaggio atteso dalla Btk per rendere nuovamente accessibile Wikipedia agli utenti del Paese.

 

Un nuovo farmaco dimezza il colesterolo cattivo

Il colesterolo appartiene alla famiglia dei lipidi o grassi; è una delle componenti della membrana delle cellule ed è presente nel sangue e in tutti i tessuti. Mentre, in quantità fisiologiche, è indispensabile per la costruzione di cellule sane, quando il colesterolo è alto, costituisce uno dei fattori di rischio maggiori per le malattie cardiache.

Ora un nuovo farmaco contro il colesterolo, sembra essere in grado di dimezzare il valore del colesterolo LDL (quello “cattivo“) anche in coloro che non hanno tratto benefici dall’assunzione di statine. Sarebbero sufficienti due iniezioni l’anno, motivo per cui viene definito “vaccino“.

La nuova molecola è l’inclisiran un inibitore di un gene chiamatoPCSK9, obiettivo anche di altri farmaci messi a punto da diverse aziende, e consente al fegato di assorbire più colesterolo LDL.

Intervista a Giancarlo Blangiardo: “l’interscambio con gli altri è sempre arricchente”

Professore, può fare un quadro riassuntivo dei macro-dati numerici più interessanti e delle evidenze più significative relativamente alla consistenza e alla distribuzione della popolazione mondiale, europea e italiana allo stato attuale?

Le valutazioni più recenti indicano in circa 7,6 miliardi il numero di esseri umani che oggi popolano il Pianeta e se ne contano poco più di 60 milioni in Italia. Guardando al passato vediamo come ci siano voluti numerosi millenni per arrivare al primo miliardo di cittadini del mondo, mentre è stato sufficiente un solo secolo per sfondare il muro dei 5 miliardi e già pochi decenni dopo si viaggia velocemente verso il confine dei dieci. Ma ciò che è rilevante non è solo la crescita della popolazione mondiale bensì, e soprattutto, la divaricazione tra i paesi economicamente più sviluppati – il loro attuale miliardo di abitanti resterà tale anche in futuro- e quelli etichettati come “in via di sviluppo”, cui sarà interamente ascrivibile la crescita demografica mondiale.

  • Quali sono le emergenze che richiedono alla politica di gestire i fenomeni delle evoluzioni spontanee, come le migrazioni, e la progettualità dei cambiamenti indotti e guidati? Si ha l’impressione che la politica percorra un binario separato e neanche parallelo rispetto agli studi che le scienze demografiche le mettono a disposizione.

La demografia ha il compito di aprire gli occhi all’opinione pubblica e alla politica su un insieme di temi che si legano alle dinamiche e al cambiamento demografico. Offre elementi di riflessione sui processi di ricambio generazionale, i troppi nati di alcune regioni e i troppo pochi di altre, così come sulle disuguaglianze sul fronte della sopravvivenza e della malattia. Senza dimenticare il grande problema dell’invecchiamento demografico e della gestione dei flussi di mobilità, interni e internazionali, che impongono regole di intervento e azioni di governo.

  • Quali sono attualmente le tendenze demografiche più significative? In quali Paesi e per quali ragioni climatiche, socio-economiche ed etniche si vive più a lungo? Quanto incidono poi il tenore di vita, il sesso, le radici etniche di appartenenza? Qual è il rapporto biunivoco tra benessere e longevità e quali invece gli aspetti che – rispetto alla durata media della vita – influiscono negativamente a causa delle degenerazioni degli stili di vita nei paesi cosiddetti ricchi e industrializzati?

Le persistenti disparità di fronte alla malattia e alla morte sono una delle persistenti ingiustizie del nostro tempo. Se è vero che nel tempo si sono registrati progressi sostanzialmente ovunque, è anche vero che ci sono tuttora popoli e persone fortemente avvantaggiate o svantaggiate da questo punto di vista. Mentre da noi la durata media della vita è nell’ordine di 83 anni (81 per i maschi e 85 per le femmine) ci sono paesi, specie nell’Africa subsahariana, dove si fatica a superare i 50. Si tratta di realtà drammatiche caratterizzate da sottosviluppo, non solo sotto il profilo economico, in cui agiscono negativamente le carenze sul piano dell’istruzione, della sanità, della partecipazione alla vita sociale, del riconoscimento dei diritti della donna e dell’infanzia; tutto ciò avviene spesso nel contesto di un sistema socio-economico e politico incapace di assicurare libertà e democrazia. Quanto poi al discorso sui paesi ricchi, è chiaro che i cambiamenti ambientali e la comparsa di nuovi stili di vita possono avere anche qualche controindicazione in termini di benessere psico-fisico ma, nonostante il ricorrente allarmismo, è un dato di fatto che la vita in buona salute – non solo la sua durata in quanto tale- si allunga nei paesi del Nord del mondo costantemente.

  • La stagnazione e la recessione in atto nei paesi occidentali sembrano favorire ed accentuare le derive di crescita espansiva di Paesi emergenti come l’India e la Cina. Ho letto che la crescita demografica della Nigeria porterà rapidamente questo Paese al terzo posto al mondo per consistenza della popolazione. Cosa significa questo da un punto di vista economico e politico? Se i macroprocessi socioeconomici in atto dovessero consolidarsi, verso quali scenari ci stiamo dirigendo, specie in Italia e in Europa?

La demografia di paesi emergenti come Cina e India è segnata da dinamiche espansive partite anni fa, ma destinate ad esaurire gli effetti di crescita, specie per la Cina. Quest’ultima dovrebbe fermarsi attorno a 1,4 miliardi già dai prossimi anni, mentre l’India, eseguito il sorpasso entro il prossimo decennio, dovrebbe assestarsi attorno a 1,6 miliardi attorno alla metà del secolo. Quanto alla Nigeria, gli attuali 200 milioni di abitanti saliranno a 300 milioni tra meno di vent’anni e a 400 milioni alla metà del secolo. D’altra parte negli scenari mondiali la vera incognita resta l’Africa, in particolare quella sub sahariana, dove i segnali di rallentamento della fecondità e della crescita sono ancora modesti. È evidente che tutto ciò impone una revisione di alcuni equilibri sul piano della produzione, del consumo e della distribuzione delle risorse e delle persone nel panorama mondiale.

 

  • È immaginabile un arresto o un’attenuazione dell’ondata espansiva della popolazione, in relazione alla sostenibilità ambientale? C’è un problema di compatibilità, un limite? L’ONU ha ipotizzato una estinzione graduale della biodiversità sul pianeta: la sesta nella storia della Terra, ma stavolta per mano dell’uomo.

Dire poi se 9-10 miliardi siano o non siano troppi richiede una valutazione non solo delle risorse disponibili, ma anche della loro distribuzione e dei conseguenti comportamenti in termini di produzione e di consumo. È evidente che 10 miliardi di consumatori di energia secondo gli standard del nord America o della ricca Europa avrebbero un effetto dirompente su alcuni equilibri. Ma questo lo possiamo dire alle condizioni di oggi. Non si possono escludere sviluppi sul piano tecnologico in questo e in altri campi. Possiamo anche sperare che si accreditino comportamenti e modelli di vita più rispettosi della condivisione delle risorse e dell’ambiente di un pianeta che ha inevitabilmente dei limiti.

  • Si assiste ad uno spostamento negli equilibri mondiali e nelle relazioni strategiche degli Stati dalla geopolitica alla geoeconomia. In che misura ciò influirà sulla popolazione mondiale e in che modo la demografia potrà aiutare a prevedere nuovi scenari con studi utili ai decisori politici ed economici?

La demografia ha il compito, come si è detto, di descrivere e interpretare le dinamiche e i fenomeni, evidenziando le diverse realtà e le loro problematiche. Ma è proprio dall’identificazione dei punti deboli che sarà possibile adottare i rimedi necessari. Questo naturalmente richiede che i messaggi della demografia non siano ignorati per motivi di convenienza o per le esigenze della politica, come spesso accade.

  • In che modo le politiche nazionali sul welfare possono concretamente incidere come fattori regolativi degli indici di natalità? Ius soli e ius culturae: se ne fa un gran parlare ma mi pare prevalgano ragionamenti pre-giudizialmente non suffragati dalla conoscenza dei dati, delle loro proiezioni e della loro incidenza verso la “sostenibilità” dei modelli sociali che ne deriverebbero.

Certamente le scelte riproduttive, e quindi la natalità, dipendono dalle condizioni di contesto entro cui maturano. Il costo dei figli, i problemi di cura, la compatibilità del ruolo di madre rispetto al lavoro, sono tutti elementi che incidono e rispetto ai quali i servizi di welfare possono agire da facilitatori nella scelta dell’essere genitori, non dimentichiamo tuttavia i fattori di ordine culturale. La nostra società non gratifica chi si fa carico dell’impegno nel produrre, mantenere e formare il capitale umano indispensabile per garantire la continuità della società stessa. Anche in questo senso è opportuno che vi sia una riflessione e un’azione di cambiamento.

Riguardo al tema dello jus soli o jus culturae non entro nel dibattito. Mi limito a ricordare che già oggi molti bambini con cittadinanza straniera diventano, in base alle leggi attualmente in vigore, cittadini italiani. Siamo tra i primi 5 paesi dell’Unione europea per la più alta percentuale bambini con meno di 15 anni tra coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana. Questo è sotto gli occhi di tutti attraverso i dati Eurostat del triennio 2015-2017, gli ultimi disponibili. Aggiungo che gli stessi dati sottolineano come l’Italia sia stato nel triennio, tra i 28 paesi dell’UE, quello con il maggior numero di acquisizioni di cittadinanza, sia in generale che rispetto ai i soggetti con meno di 15 anni.

Mi piacerebbe che il dibattito, qualunque sia la posizione assunta, partisse da una base di conoscenze oggettive che spesso non vedo.

  • I flussi e gli spostamenti dei popoli generano rimescolamenti culturali, etnici, religiosi, sociali persino inarrestabili, mutano le condizioni e gli stili di vita, favoriscono gli interscambi culturali e le comunicazioni sociali. Ma in che modo si può creare un meccanismo virtuoso di autoregolazione e controllo che favorisca la gradualità e l’inclusione sociale ed eviti – invece – i conflitti e le esasperazioni di convivenze a volte insostenibili?

Sono pienamente convinto che il confronto e l’interscambio con gli altri è sempre arricchente, ma devo aggiungere che per poterlo valorizzare occorrono condizioni di fiducia reciproca. Penso che i flussi migratori siano un contributo per la società ospite e un vantaggio per i migranti solo se si realizzano forme di convivenza rispettose di regole e valori. Perché ciò accada è importante che vi sia chiarezza sulle norme e che siano altresì condivisi i principi che definiscono diritti e doveri del vivere sociale. Il percorso di integrazione deve essere reso possibile a tutti gli immigrati, ma questo naturalmente richiede un dispendio di risorse che difficilmente sono compatibili con flussi di entità particolarmente rilevante. I numeri, ancora una volta, hanno una grande importanza.

  • L’esperienza di questi ultimi anni ci ha insegnato che i popoli si muovono per tre motivi: la guerra, la fame e il lavoro. Allora chiedo al demografo: fino a che punto la politica, oltre ad aprire le frontiere e generare concentrazioni e collassi da una parte e desertificazione umana e di dotazioni e mezzi dall’altra, può impegnarsi concretamente per favorire un nuovo ordine mondiale, basato sulla distribuzione delle risorse, sull’equità sociale, sul rispetto delle identità?

Se si vuole definire un nuovo ordine mondiale è chiaro che non si deve prescindere da conoscenze demografiche. Le persone, i popoli sono i protagonisti e i destinatari del cambiamento. Oggi sappiamo quali sono le tendenze più probabili e le problematiche che si portano dietro, ma non disponiamo ancora di una proposta convincente sul piano dei nuovi equilibri che dovrebbero dare benessere, equità e rispetto. Esempi di programmi come il “piano mondiale d’azione”, nato nel 1974 con la conferenza ONU di Bucarest e poi ripreso in Messico al Cairo a cadenza decennale, servivano più ad affrontare l’emergenza di fronte a cambiamenti troppo rapidi, oggi serve una visione che ha come riferimento precisi obiettivi di investimento al fine ultimo di eliminare – o almeno ridurre ai minimi termini – le diseguaglianze. A tale proposito, la statistica ufficiale ha messo in campo una batteria di indicatori per misurare l’avvicinamento ai così detti “Obiettivi di sviluppo sostenibile”. È un contributo importante che ci auguriamo possa non solo darci un resoconto di quanto accade, ma anche stimolare l’azione e l’impegno perché si possa giungere a un Mondo migliore per tutti.

 

 

L’establishment italiano

Noi italiani siamo primi al mondo in due specialità sportive non invidiabili, apparentemente opposte eppure intimamente legate da uno stesso fluido di inferiorità psicologica: il servo encomio e il codardo oltraggio. Entrambe appartengono all’essenza delle relazioni umane con il potere e sono sempre unanimemente censurate con toni politicamente impeccabili, moraleggianti. Nessuno si sottrae al dovere sociale di condannare chi si piega al potere pro tempore, la moda obbligata è il contropotere, parlare sempre male di chi governa e sfrondare gli allori dallo scettro dei governanti di turno. Finché non cadono in disgrazia, e comincia un altro giro di giostra.

John Mayor è stato l’ultimo Premier Britannico Tory (prima dell’avvento di Boris Johnson) che è riuscito a vincere le elezioni, subito dopo la Thatcher, con una maggioranza conservatrice pura (1992). Di recente ha attaccato Nigel Farage, leader del partito sovranista Ukip, perché è “contro l’establishment”. Da noi non potrebbe fare un’affermazione del genere. In Italia, come ben sappiamo, l’establishment non è mai realmente esistito, è più un flatus vocis che una realtà. Non a caso, Leo Longanesi sosteneva che il liberalismo italiano era ristretto a due famiglie, i Croce e i Carandini. Per il resto, tra destra storica piemontese, sinistra trasformista, decennio giolittiano, fascismo e poi Prima Repubblica, non c’è mai stata nessuna base nazionale comune, riconosciuta e legittimata dalla continuità. Non abbiamo inventato e consolidato nel tempo un fondamento civile e culturale comune. In altre parole, l’establishment italiano è sempre stato “legato alle Alpi”, come sosteneva (a ragione) Gianni Agnelli. Bettino Craxi, di cui ricorre in questi giorni il ventennale della morte (a proposito, quante polemiche sterili sul film Hammamet), provò a far saltare il banco, pagandola duramente sul piano politico e personale, per la soddisfazione degli “intellettuali dei miei stivali”, come lui li definiva. L’establishment internazionale se ne liberò grazie all’aiuto di alcuni magistrati e del partito moralista, che venne poi bruscamente moralizzato dalla realtà. 

La leadership personale ormai è questo. Non esiste più la “Repubblica dei partiti” come sistema, non esiste più un ceto produttivo e borghese, non esiste più una intellighentsia di sinistra (neanche tout court), non esiste più la “coscienza di classe” con la sua rappresentanza politica. Oggi il “popolo” si muove flessuoso tra un’elezione e l’altra, è disponibile alle avventure politiche (purché di breve durata). Bisogna capire che, dopo il biennio 1992-1993, è venuta la stagione dei nani (senza neanche le ballerine di Craxiana memoria). Allora bisogna ricordare la lezione di Papa Francesco: non praticare la grandiosità ma seguire i piccoli passi attraverso i piccoli gesti.

In Segreteria di Stato un sottosegretario donna: Francesca Di Giovanni

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Papa Francesco ha nominato la dottoressa Francesca Di Giovanni, officiale della Segreteria di Stato, nuova sotto-segretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati, incaricandola di seguire il settore multilaterale. Di Giovanni, da quasi 27 anni in Segreteria di Stato, è nata a Palermo il 24 marzo 1953, è laureata in Giurisprudenza. Ha completato la pratica notarile e ha lavorato nell’ambito del settore giuridico-amministrativo presso il Centro internazionale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari). Dal 15 settembre 1993 lavora come officiale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo. Da oggi la Sezione per i Rapporti con gli Stati ha due sotto-segretari: Di Giovanni infatti va ad affiancare Monsignor Mirosław Wachowski, che si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Vatican News e «L’Osservatore Romano» l’hanno intervistata.

È stata sorpresa dalla nomina a sotto-segretario?

Sì, assolutamente! È da vari anni che si pensa alla necessità di un sottosegretario per il settore multilaterale: un settore delicato e impegnativo che necessita di un’attenzione particolare, perché ha modalità proprie, in parte diverse da quelle dell’ambito bilaterale. Ma che il Santo Padre affidasse a me questo ruolo, sinceramente non l’avrei mai pensato. È un ruolo nuovo e cercherò di impegnarmi al meglio per corrispondere alla fiducia del Santo Padre, ma spero di farlo non da sola: vorrei far tanto calcolo sulla sintonia che ha sinora caratterizzato il nostro gruppo di lavoro.

Può spiegare che cos’è il “settore multilaterale”?

In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna, e così via.

In che cosa consiste il suo lavoro?

Continuerò ad occuparmi di ciò che ho seguito fino ad ora all’interno della Sezione per i Rapporti con gli Stati, anche se adesso, in questo nuovo ruolo, avrò il compito di coordinare il lavoro di questo settore. 

Lei è la prima donna a ricoprire un incarico di questo livello in Segreteria di Stato…

Sì, effettivamente, è la prima volta che una donna ha un compito dirigenziale in Segreteria di Stato. Il Santo Padre ha preso una decisione innovativa, certamente, che, al di là della mia persona, rappresenta un segno di attenzione nei confronti delle donne. Ma la responsabilità è legata al compito, più che al fatto di essere donna. 

Quale può essere, a suo avviso, lo specifico contributo di una donna in questo campo?

Non possono non tornarmi in mente le parole del Santo Padre nell’omelia del 1° gennaio scorso, in cui egli fa — possiamo dire — un inno al ruolo della donna, dicendo anche che «La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace». Vorrei poter contribuire a che questa visione del Santo Padre si possa realizzare, con le altre colleghe che lavorano in questo settore in Segreteria di Stato, ma anche con altre donne — e sono tante — che operano per costruire la fraternità anche in questa dimensione internazionale. È importante sottolineare l’attenzione del Papa verso il settore multilaterale, che oggi è messo in discussione da alcuni, ma che ha una funzione fondamentale nella comunità internazionale. Una donna può avere determinate attitudini per trovare punti comuni, curare i rapporti avendo a cuore l’unità. Spero che il mio essere donna possa riflettersi positivamente in questo compito anche se sono doni che riscontro certamente anche nell’atteggiamento dei miei colleghi di lavoro uomini.

Il Papa nel suo recente discorso al Corpo Diplomatico ha parlato del sistema multilaterale, chiedendo che venga riformato.

La Santa Sede ha anche la missione, nella Comunità internazionale, di curare che l’interdipendenza tra gli uomini e le nazioni si sviluppi in una dimensione morale ed etica, oltre che nelle altre dimensioni e vari aspetti che le relazioni acquistano nel mondo attuale. Non bisogna mai stancarsi di favorire il dialogo a tutti livelli, sempre alla ricerca di soluzioni diplomatiche. Ad esempio, il Papa nel suo recente discorso al Corpo Diplomatico ha ricordato, tra l’altro, i tanti risultati positivi delle Nazioni Unite, che quest’anno celebrano il 75° anniversario di istituzione. Vogliamo continuare a vederle come un mezzo necessario per conseguire il bene comune, anche se questo non ci esime dal chiedere modifiche o riforme là dove si vedono necessarie.

Per il 75° anniversario della nascita di Pippi Calzelunghe, Save the Children lancia la campagna globale “Pippi di oggi”, per supportare le ragazze in fuga da guerra e povertà

In occasione del 75° anniversario del primo libro pubblicato su Pippi Calzelunghe, la Astrid Lindgren Company e Save the Children lanciano la campagna globale “Pippi di oggi”, volta a sensibilizzare il pubblico e a sostenere il lavoro che l’Organizzazione internazionale, che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, svolge per supportare le ragazze in fuga da guerra e povertà.

Nel 2018, più di 70 milioni di persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese, con un aumento di 2,3 milioni rispetto all’anno prima, di cui oltre la metà sono minori (53%). Si stima che 138.600 siano bambini soli, senza genitori[1] e tra di loro molte sono le ragazze, che rappresentano un gruppo particolarmente vulnerabile tra i rifugiati. Non raggiungevano un numero così alto dalla fine della seconda guerra mondiale, corrono rischi maggiori di essere esposte a violenza e sfruttamento, abusi sessuali e matrimoni precoci. Nella maggior parte dei casi, sono costrette anche a smettere di andare a scuola.

Settantacinque anni fa Pippi Calzelunghe arrivò da sola in una nuova città: oggi, milioni di ragazze sono costrette a lasciare le loro case e a trasferirsi non solo in nuove città, ma anche in nuovi Paesi. Le ragazze in fuga da guerra e povertà devono raccogliere tutta la loro forza, coraggio e speranza per affrontare le sfide di questo percorso e trovare la strada per un futuro migliore. Sono le “Pippi di oggi”.

Alcune delle principali aziende di tutto il mondo hanno deciso di aderire alla campagna internazionale “Pippi di Oggi”, che si svolge, tra gli altri, nei Paesi Nordici, in USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Svizzera. Attraverso edizioni limitate di oggetti, eventi e altre iniziative, verranno raccolti fondi che contribuiranno a sostenere il lavoro di Save the Children e ad aiutare queste ragazze.

“In un mondo dove crescono nazionalismo e xenofobia, vogliamo sottolineare la nostra responsabilità condivisa affinché tutti i bambini possano dimostrare la propria forza e potenzialità. Con l’aiuto di Pippi, vogliamo supportare le ragazze che ne hanno più bisogno, dando loro voce. Le attività di Save the Children mirano a sostenerle, mentre Pippi può essere un modello ispiratore che dia loro forza e speranza”, ha dichiarato Olle Nyman, Direttore Generale di Astrid Lindgren Company e nipote dell’autrice del celebre romanzo.

Per sensibilizzare il pubblico sulle storie delle “Pippi di oggi”, Save the Children ha raccolto le testimonianze di alcune ragazze che hanno fatto dei percorsi migratori, in cui condividono le loro esperienze, le sfide che affrontano ogni giorno e il futuro che sognano. Ragazze come Claudia[2], una dodicenne che, come milioni di persone ha lasciato il Venezuela per andare in Colombia, dove lei e la sorellina sono state separate dalla madre, perché non riuscivano a trovare un posto per tutta la famiglia. “In Venezuela eravamo sempre insieme. Ma qui sto solo con Mariana, perché mia mamma vive per strada al mercato. Il denaro serve per comprare cibo per la mia sorellina”.

Inger Ashing, Direttore Generale di Save the Children International, ha dichiarato: “I diritti dei minori non conoscono confini. Non importa chi siano o dove vivano, tutti i bambini dovrebbero avere gli stessi diritti. Save the Children è entusiasta di collaborare con la Astrid Lindgren Company per rafforzare il lavoro dell’Organizzazione per le ragazze migranti. Nel 2019 abbiamo incontrato tante bambine e adolescenti provenienti da tutto il mondo, per capire meglio le loro esperienze e come possiamo supportarle al meglio. Tuttavia, purtroppo, non ci sono ancora dati e conoscenze sufficienti. Con i fondi raccolti, saremo in grado di aiutare a colmare queste lacune e a espandere il nostro lavoro, in modo da garantire a ogni ragazza sopravvivenza, istruzione e protezione. “

Amianto: 385 milioni di euro per la rimozione dalle scuole e dagli ospedali

385 milioni di euro per la bonifica dall’amianto negli edifici pubblici, in particolare per la rimozione e lo smaltimento nelle scuole e negli ospedali. Lo prevede il “Piano di bonifica da amianto”, previsto nel secondo Addendum al Piano operativo “Ambiente” approvato dal Cipe nel 2016 e adottato adesso con un provvedimento dalla Direzione generale competente del ministero dell’Ambiente.

Nel piano, sono individuati i soggetti beneficiari delle risorse (Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano) e le modalità di trasferimento. I soggetti beneficiari individuano, a loro volta, gli interventi da finanziare e ne curano la gestione, il controllo e il monitoraggio sulla realizzazione.

Il ministero si impegna a garantire che le Regioni e le Province autonome ricevano tutte le informazioni pertinenti per l’attuazione degli interventi, in particolare le istruzioni sulle modalità per la corretta gestione, verifica e rendicontazione delle spese, attraverso anche la condivisione di quanto previsto dal Sistema di gestione e controllo del Piano operativo “Ambiente”.

Tutti gli interventi dovranno essere realizzati entro il 31 dicembre 2025. I 385 milioni di euro sono stati ripartiti secondo i coefficienti di assegnazione regionale utilizzati per le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione. Alla Regione Sicilia sono stati assegnati i finanziamenti più corposi: 107 milioni di euro. In seconda posizione la Puglia, con 74 milioni di euro, e la Calabria, con 43 milioni di euro.

“Con questi fondi per la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – daremo priorità al risanamento delle scuole e degli ospedali italiani. Confido nella collaborazione con le Regioni e le Province autonome per dare avvio subito ai progetti più urgenti. E’ fondamentale accelerare la messa in sicurezza del Paese perché i soldi ci sono e vanno spesi. I cittadini hanno atteso abbastanza”.

Novara: Divisionismo. La rivoluzione della luce

La grande mostra “Divisionismo. La rivoluzione della luce”  aperta sino al 5 aprile 2020 a Novara nella magnifica cornice del Castello Visconteo Sforzesco ha l’ambizione di essere la più importante mostra dedicata al Divisionismo realizzata negli ultimi anni, movimento giustamente considerato prima avanguardia in Italia.
Promossa e organizzata dal Comune di Novara è curata dalla nota studiosa Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta, esperta in particolare di Giovanni Segantini – figura che ha dominato l’arte europea dagli anni Novanta alla Prima guerra mondiale –, di Carlo Fornara e di Vittore Grubicy de Dragon, artisti ai quali ha dedicato fondamentali pubblicazioni ed esposizioni.

Ordinata in otto sezioni tematiche, l’esposizione consta di circa settanta opere tutte di grande qualità e bellezza, provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.

Straordinarie opere dei più noti divisionisti italiani sfileranno in un percorso articolato e di grande fascino: Giovanni Segantini, con alcune celebri vedute montane – come Dopo il temporale (1883-1885), Savognino sotto la neve (1890) non più esposta dal 1970,  All’ovile (1892), e una sala dedicata con sette eccezionali disegni tra cui il monumentale e spettacolare La Natura (1898);  Angelo Morbelli con alcune delle sue commoventi scene di anziani in solitudine e intensi paesaggi innevati; Giuseppe Pellizza da Volpedo, con Il Mediatore (1801) e una sala dedicata con opere notevoli come Il Ponte (1893-1894), Sul fienile (1893-1894), La processione (1893-1895); Gaetano Previati con la magnifica Maternità (1890–1891) di proprietà del Banco BPM che ritorna nel capoluogo piemontese dove non è mai stata esposta e che, proprio per l’eccezionalità del prestito, si potrà ammirare con ingresso gratuito, e una sala dedicata con opere importanti come Sacra famiglia (1902), Il vento o Fantasia (1908), il monumentale La migrazione in val padana (1916-1917); Carlo Fornara con gli splendidi paesaggi montani Fontanalba (1904-1906), Vespero d’inverno (1912-1914), Ora radiosa (1924-1925); Emilio Longoni con i celebri dipinti di denuncia sociale L’oratore dello sciopero (1890-1891) e Riflessioni di un  affamato (1894), oltre a notevoli opere di interni familiari e scene naturali; Plinio Nomellini con l’importante olio di soggetto operaio La Diana del lavoro (1893), e i più tardi e splendidi paesaggi Baci di sole (1908) e Sole e brina (1905-1910).

Completano il percorso altri notevoli dipinti di precursori del Divisionismo come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni e magnifici paesaggi di Vittore Grubicy, Giovanni Sottocornola, Achille Tominetti, Cesare Maggi.

L’ipertensione arteriosa in gravidanza

L’ipertensione arteriosa in gravidanza rappresenta un rilevante problema di salute pubblica, sia per la frequenza (interessa circa il 10% delle donne gravide) sia per la gravità, in quanto può determinare gravi conseguenze per la donna (es. ictus, mortalità materna e aumento del rischio cardiovascolare) e per il neonato (es. basso peso alla nascita, necessità di cure intensive neonatali).

Quali sono i sintomi di questo stato, e quali i rischi per il bambino o per la mamma?

Ci sono diversi sintomi che dovrebbero segnalare a una donna incinta che potrebbe soffrire di ipertensione. I più comuni sono:

mal di testa e capogiri
improvviso aumento di peso
sensazione di pesantezza
ritenzione idrica
gonfiori fuori dalla norma
vista sfocata

Questa situazione comporta diversi rischi: le arterie ristrette pompano meno sangue nel feto, attraverso la placenta, che potrebbe distaccarsi o causare comunque una crescita insufficiente del feto. L’ipertensione può causare anche preeclampsia (o gestosi) ed eclampsia, che possono causare danni agli organi del bambino, soprattutto fegato, cervello, sistema cardiovascolare e sistema ormonale.

Tempi lunghi. Per questo i cattolici democratici devono rimboccarsi le maniche.

Ho letto e riletto con grande attenzione l’intervento di Nino Labate (pubblicato ieri su questo nostro foglio) sul tema che tutti ci avvince: “Un processo politico culturale verso un nuovo partito”. 

Il punto della riflessione che mi ha stimolato è tutto in quel “verso”. Cioè in quel processo che è di natura “politico culturale” e che prevede quindi i tempi di tali processi che sono in genere assai lunghi e gli esiti degli stessi che non sono del tutto prevedibili e che – secondo la nota visione di Pietro Scoppola che giustamente parlava, non da integralista, ma da liberal-democratico quale era, della “democrazia dei cristiani”, prefigurando quindi una pluralità di scelte partitiche – sono esiti che non possono individuarsi fin da ora verso “un nuovo partito”. 

Forse è da auspicarsi che in via prevalente tali scelte si indirizzino nel futuro verso una scelta largamente maggioritaria verso chi saprà meglio incarnare quella grande, meravigliosa, positiva tradizione degli Sturzo-De Gasperi-Moro: ed io personalmente, se vivrò, sarò tra quanti sceglieranno tale strada. 

Ma il futuro, si suole dire, è in grembo a Giove. Ora dobbiamo lavorare sul presente ed il lavoro è per attivare quel processo politico culturale che per esser tale richiede tempi lunghi, fatti soprattutto di iniziative di noi anziani “con” i giovani, “insieme” ai giovani e non “per” i giovani. 

E quando si tratta di processi culturali sappiamo tutti che si tratta di tempi medio-lunghi e non di breve momento. Come dimostra la stessa nostra forte nostalgia per l’esperienza meravigliosa del partito democratico cristiano che fu, i fatti culturali mettono solide radici, che fanno resistenza a modificarsi, ma sono sempre lenti nel processo iniziale della semina e del primo sviluppo. 

Oggi quindi c’è solo da rimboccarsi le maniche e mettersi all’opera.

E sul piano politico, nel presente? Nel presente, a mio parere, occorre riferirsi alla realtà politica che oggi il nostro Paese offre, operando quelle scelte che come cattolici di cultura e tradizione liberal-democratica noi con convinzione nutriamo. 

Il partito politico che i nostri padri hanno pensato, costruito e praticato era un’associazione di cittadini che, ai vari livello di governo, condividevano un programma. Questo personalmente credo debba essere ancora il nostro orientamento di base: rifuggire quindi da partiti ridotti a pure macchine elettorali, guidate da élites interessate solo a mantenersi al potere, senza un programma di proposte di governo civilmente e tecnicamente valide, interessate quindi solo a una visione politologica tattica, con un uso spregiudicato delle istituzioni e delle leggi a fini di consenso elettorale partigiano. 

Preferire quindi quelle aggregazioni politiche che presentano, accanto a strutture dirigenti, una partecipazione di cittadini quanto più larga possibile, con un chiaro programma sui maggiori e più urgenti problemi locali e nazionali. Non vi è quindi una nostalgia di un passato che nel presente sarebbe errato riproporre: le radici infatti sono sacrosante, servono anch’esse per guidarci, perché ci offrono utili indicazioni di metodo, ma non sono riproducibili tal quali nelle stesse forme come eventi accaduti perché il tempo stesso questi li ha cancellati.

Referendum: Pirovano lancia la campagna per il NO.

Il pomeriggio di venerdì 10 gennaio è stato accompagnato da infuocate polemiche l’arrivo in Corte di Cassazione dei senatori Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Maurizio Pagano con le firme necessarie (almeno un quinto dei senatori) per richiedere il referendum sulla legge costituzionale in tema di riduzione del numero dei parlamentari. Alle polemiche c’è da rispondere in un solo modo: il fatto importante è che ora spetta agli Italiani decidere se la Costituzione debba essere modificata votando SÌ o NO. Il referendum sarà un importante esercizio di democrazia diretta, alla vecchia maniera, andando ai seggi.

Si svolgerà nella prossima tarda primavera, ma è bene iniziare da subito ad organizzare la campagna, che sarà nel suo apice nei trenta giorni antecedenti la data del voto.
Per questo venerdì 24 gennaio alle ore 11.30 presso un notaio di Milano sarà costituito, a livello nazionale, un COMITATO POPOLARE PER IL NO AL TAGLIO DEI PARLAMENTARI.

L’Atto prevede che siano componenti del Comitato coloro che il 31 ottobre scorso si sono presentati in Corte di Cassazione per richiedere l’indizione del referendum confermativo, coloro che saranno presenti alla stipula dell’atto stesso e coloro che successivamente ne faranno richiesta, condividendo ovviamente l’obiettivo del NO. Organi deliberativi saranno l’assemblea dei componenti e il consiglio direttivo nazionale.
La tappa successiva sarà la costituzione in Italia e all’estero di sezioni territoriali, che organizzino la campagna per il NO nei rispettivi territori. C’è da lavorare intensamente per tutti, da subito!

L’auspicio è che si mobilitino tutti coloro che credono nella democrazia e nella necessità che il Popolo possa esercitare il suo diritto di assenso o di veto di fronte alle Leggi che cambiano la Costituzione, che il Popolo stesso si è data, ma non solo: scelte e decisioni del Popolo debbono essere massimamente rappresentate nel Parlamento. Per info visitare il sito www.solidarieta-italia.eu.

Smog, è allarme per inverno senza pioggia

A pesare sui livelli di inquinamento è l’alta pressione che staziona sulle regioni del nord in un inverno senza pioggia con l’ultimo mese di dicembre che è risultato il secondo più caldo dal 1800. E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati Isac Cnr, in relazione al nuovo allarme inquinamento nelle principali città italiane dove a partire dalla Capitale sono scattate le misure di limitazione del traffico.

Il mese di dicembre – sottolinea la Coldiretti – ha fatto registrare in Italia una temperatura superiore addirittura di 1,9 gradi rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010 con effetti rilevanti sull’ambiente dove sono stati sconvolti i normali cicli stagionali con le viole sbocciate nei prati al nord mentre al sud gli alberi di pero a causa del clima pazzo sono fioriti con gli agricoltori che hanno raccolto broccoli, cavoli, sedano, prezzemolo, finocchi, cicorie, bietole, tutti maturati contemporaneamente.

L’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma anche in Italia tanto che siamo di fronte ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – sostiene Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali e territoriali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal maltempo alla siccità. A favorire lo smog nelle città – sottolinea la Coldiretti – è proprio l’effetto combinato dei cambiamenti climatici, del traffico e della ridotta disponibilità di spazi verdi che concorrono a combattere le polveri sottili e gli inquinanti gassosi. Ma in Italia – precisa la Coldiretti – ogni abitante dispone in città di appena 31 metri quadrati di verde urbano, e la situazione peggiora per le metropoli con valori che vanno dai 6,3 di Genova ai 17,9 di Milano, dai 22 di Torino fino ai 29 metri quadrati a Bologna.

Non si può quindi continuare a rincorrere le emergenze, ma bisogna intervenire in modo strutturale favorendo nelle città la diffusione del verde pubblico e privato considerato che – conclude la Coldiretti – una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

Biobot: I nuovi organismi riprogrammabili

Quattro giovani scienziati americani hanno creato per la prima volta “macchine viventi”, realizzate con cellule animali e in grado di svolgere compiti molto semplici. I ricercatori, finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ritengono che i loro “organismi riprogrammabili” potrebbero servire in un futuro ancora troppo lontano per applicazioni mediche – come il rilevamento di tumori, la rimozione della placca arteriosa e la consegna intelligente. di farmaci all’interno del corpo umano – e anche per operazioni di ripristino ambientale di siti contaminati.

Gli autori di queste macchine viventi sono due biologi, Michael Levin e Douglas Blackiston , e due esperti di robotica, Josh Bongard e Sam Kriegman . I ricercatori hanno usato due tipi di cellule di rana africane. Per mesi, gli scienziati hanno utilizzato un supercomputer per simulare migliaia di aggregati cellulari in diversi modi e cercare di prevederne il comportamento.

Il risultato principale è una macchina biologica da mezzo millimetro, con alcune centinaia di celle, in grado di muoversi in una direzione determinata dagli scienziati.

Levin spiega, inoltre, che i suoi biobot non si moltiplicano. “Fondamentalmente, rimangono come sono e si dissolvono in una settimana”

Inizia la consultazione pubblica per la strategia per l’innovazione “Italia 2025”

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“Lo avevamo annunciato – si legge sul sito innovazione.gov.it –  durante l’evento di presentazione che si è tenuto a Roma alla fine del 2019 e abbiamo mantenuto l’impegno: da oggi e fino al 30 aprile 2020 il Piano strategico nazionale per l’innovazione “Italia 2025” è aperto a una consultazione pubblica sulla piattaforma ParteciPa”.

“Il documento di strategia riguarda il futuro del Paese e di tutti noi: per questo la consultazione è aperta a tutti, amministrazioni, imprese e singoli cittadini. Ognuno è parte dell’ecosistema che vogliamo trasformare e ognuno può dare il proprio contributo per indirizzare il nostro lavoro nei prossimi anni”.

Il Piano “Italia 2025” raccoglie 20 azioni, individuate come prioritarie per raggiungere tre grandi sfide:

  • Una società digitale, dove i servizi mettono al centro i cittadini e le imprese, sono efficienti, facili da usare e da integrare. Un obiettivo per far diventare la digitalizzazione un motore di sviluppo per tutto il Paese e ripensare il rapporto tra lo Stato e le persone.
  • Un obiettivo innovazione, che punta su ricerca e sviluppo applicate, favorisce il proliferare di idee, che diventano imprese hi-tech italiane e a sostegno delle filiere produttive tradizionali del nostro Paese.
  • Uno sviluppo sostenibile e inclusivo, dove l’innovazione è al servizio delle persone, delle comunità e dei territori, nel rispetto della sostenibilità ambientale.

Attraverso la consultazione, si può contribuire al piano con feedback, proposte e suggerimenti relativi a ciascuna azione, per renderle sempre più vicine alle reali esigenze dei cittadini e degli stakeholder pubblici e privati.

ParteciPa è una piattaforma open source realizzata dal Dipartimento della Funzione Pubblica e dal Dipartimento per le Riforme istituzionali della Presidenza del Consiglio dei ministri, per favorire la partecipazione dei cittadini al dibattito sulle decisioni e le politiche adottate dalle istituzioni.

Partecipa adesso alla consultazione!

L’Escherichia coli può causare l’infarto

L’Escherichia coli è uno dei più seri nemici del cuore. Questo il il risultato che potrebbe aprire la strada sia a cure per l’infarto nella fase acuta sia a un vaccino preventivo per la popolazione a rischio cuore.

Il batterio, secondo gli scienziati, contribuisce a causare l’infarto trovando una via di fuga dall’intestino, entrando in circolo nel sangue e annidandosi nelle maglie del coagulo (meglio conosciuto come trombo), che ostruisce una delle arterie (coronarie) che porta ossigeno al cuore.

Questi risultati si devono  alla collaborazione di un team di cardiologi, cardiologi interventisti, anatomopatologi, patologi clinici e biologi guidato da Francesco Violi, direttore della I Clinica Medica del Policlinico universitario Umberto I di Roma.

Incontro con Lucio D’Ubaldo

Pubblichiamo un estratto dell’Intervista, al nostro direttore Lucio D’Ubaldo, che la rivista http://www.condivisionedemocratica.com/ ha diffuso sulle sue pagine a firma di Giorgio Gabrielli

100 anni fa Luigi Sturzo scriveva un “Appello ai liberi e forti”, come ha ricordato nel suo libro: quanto di quell’appello è ancora valido nell’Italia del nuovo millennio? Lo domando anche perché spesso si sente parlare di “difesa delle radici cristiane” con toni propagandistici che hanno poco a che fare con la mitezza e l’accoglienza che professa Papa Francesco.

Sturzo ha strappato i cattolici al loro rifugio minoritario. Li ha resi consapevoli della loro forza organizzativa e del loro potenziale politico-elettorale. Con Sturzo nasce il partito moderno, non solo per i cattolici; nasce il partito di programma, il partito di popolo e non di classe, ben diverso dal semplice “comitato elettorale” o dal “comitato rivoluzionario”; nasce con un impronta riformatrice, senza timori reverenziali verso altre forze – liberali o socialiste – ma con l’ansia di trovare il criterio di utilità generale al fine di mobilitare le migliori energie della nazione, per dare una prospettiva democratica all’Italia uscita vittoriosa e depressa, al tempo stesso, dalla Prima guerra mondiale. Sturzo ebbe il merito di riconoscere per tempo, insieme a pochi altri, la natura eversiva e dittatoriale del fascismo. Fu un alfiere della libertà. Oggi, del suo insegnamento, rimane indelebile il fascino di un partito nuovo, che volle costruito sul paradigma della partecipazione attiva degli aderenti. E rimane altrettanto indelebile il senso della laicità della politica – il Partito popolare si definiva “aconfessionale” – che ai nostri giorni sembra offuscata dallo strumentalismo clericale della destra xenofoba. Salvini, per intenderci, non ha nulla a che vedere con il fondatore del popolarismo.  Lo slogan più efficace, almeno per i cattolici democratici, rimane dunque questo: contro il populismo serve riscoprire il popolarismo.

Qui l’Intervista completa

Zingaretti, il “nuovo Pd” e i Popolari.

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha lanciato la proposta/provocazione di un nuovo Pd e, di conseguenza, di un partito nuovo dopo il risultato delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna. Una proposta che non va affatto sottovalutata e che va presa seriamente per le corna da parte di tutti coloro che ritengono percorribile un cammino politico in un partito riformista, plurale e inclusivo. 

Certo, periodicamente nella storia della sinistra italiana irrompe la necessità di dare una sterzata al profilo e all’organizzazione del partito di riferimento in quel particolare momento storico. Alcuni organi di informazione lo hanno già ricordato in questi ultimi giorni dopo la recente uscita del segretario nazionale del Pd. Ed è inutile, pertanto, ritornarci. Semmai, una riflessione specifica si rende necessaria proprio sul profilo politico che il futuro partito di centro sinistra potrebbe avere. A partire proprio dalla sua natura plurale. 

Ora, su questo versante mi limito a fare tre considerazioni secche. 

Innanzitutto va sgombrato il campo, e definitivamente, dal rischio di ridare vita ad un “partito della sinistra italiana”. Quella è una stagione archiviata. O meglio, il partito della sinistra non è compatibile con le ragioni fondative e con l’esperienza concreta del Partito democratico così come si è venuto definendo in questi ultimi anni, seppur con alti e bassi com’è naturale per un grande partito. Per capirci, e al di là della propaganda e della strumentalizzazione di rito, il futuro Pd non può essere la naturale prosecuzione della storia, della cultura e dalla prassi politica ed organizzativa della sinistra italiana. Il Pd è, come credo sia ovvio a tutti, è un’altra cosa. Politica, culturale, ideale e programmatica. 

In secondo luogo non si può non essere d’accordo con Zingaretti quando persegue concretamente l’obiettivo di un partito inclusivo e largo. Su questo versante, in effetti, si gioca la vera sfida e la più grande scommessa del futuro Partito democratico. E un partito inclusivo, di conseguenza, non può essere un movimento ideologico o un soggetto politico mono culturale. Bene, quindi, l’apertura alle novità che ultimamente hanno caratterizzato il panorama politico italiano, anche se non ci si può limitare ad inseguire acriticamente tutto ciò che fa spettacolo. Anche perché la durata di questi fenomeni rischia sempre di essere talmente breve che diventa difficile anche solo puntare ad un investimento in vista della definizione di un progetto politico a breve /media scadenza. Non sempre la novità è sinonimo di solidità e di progettualità politica. 

In ultimo, ed è l’argomento che più mi interessa quando si parla di un “nuovo Pd”, penso al ruolo, alla funzione e alla rilevanza pubblica della cultura cattolico popolare e cattolico democratica. Al netto, com’è ovvio, del profondo e consolidato pluralismo politico che caratterizza anche questo filone culturale. Un ruolo, comunque sia, che può essere e diventare importante se riesce laicamente a ritrovare le ragioni di una progressiva unità all’interno del Partito democratico. Una unità politica, e auspicabilmente anche organizzativa, che può essere feconda e necessaria per dare anima e contenuto ad un soggetto sempre più inclusivo, aperto e plurale. Non penso, com’è ovvio, ad una nicchia confessionale o identitaria. Non rientra, del resto, nella nostra tradizione e nella nostra esperienza. Ma, al contrario, una assunzione di responsabilità politica e culturale all’interno di un partito che, piaccia o non piaccia, ha un futuro se riesce ad essere autenticamente plurale. Come è stato congegnato, del resto, sin dal suo inizio. E su questo versante si può e si deve scommettere anche sull’attuale superamento della frantumazione politica ed organizzativa di un’area che era e resta decisiva per segnare e condizionare la stessa identità politica e culturale del Partito democratico. 

Ecco, quindi, tre considerazioni concrete che possono accompagnare la proposta/provocazione avanzata da Zingaretti. Tre considerazioni che richiedono, però, coraggio, coerenza e determinazione. Ingredienti necessari per dare un futuro stabile e credibile all’esperienza politica del Partito democratico. 

Un processo politico culturale verso un nuovo partito

Emerge in questi giorni una domanda rivolta, forse non tanto indirettamente, al cattolicesimo democratico e popolare, e a quel Manifesto Zamagni che ne vuole incarnare la storia accompagnandolo verso il futuro. La domanda è tacita. Ma è rimasta sinora dietro le quinte. Perché depositata in quella grande riserva silenziosa che ha sempre caratterizzato la prudenza unita alla solitudine molecolare e frammentata di questa nobile cultura politica cattolica, ancora divisa in mille rivoli. Sono però certo che uscirà allo scoperto quanto prima , e appena si chiariranno le intenzioni di Zingaretti.

I commenti che hanno accompagnato la sua proposta di rifondare il Pd con una forte apertura verso i sindaci italiani, le Sardine e l a società civile, non sono stati senza interessi per la galassia cattolica più coinvolta nell’impegno sociale e politico. Si è rimasti silenziosi, è vero. Come capita spesso. Ma è forse stata l’intervista di Macaluso su tale proposta pubblicata l’indomani sullo stesso giornale, che ha destato curiosità e amplificato gli interessi .

Ne parlo soprattutto perché leggendola, mi sono accorto che dall’alto della sua veneranda età e facendo leva sul suo mai rimosso “comunismo” novecentesco, se non ottocentesco, Macaluso pur dimostrando scetticismo sulla proposta, lo riveste nello stesso tempo con questioni di alto valore culturale che fanno pensare. Non ha avuto infatti timore a ricordare che lui non ha mai aderito al Pd , perché l’operazione di unire a suo tempo “ …un pezzo di sinistra e un pezzo di… ‘sinistra Dc’…, non è stato un processo politico-culturale , bensì un incontro tra stati maggiori”. Come non dargli ragione ? E se si tratta di un processo politico-culturale e non politico-partitico, come non vedere un certo legame tra quello che ha in testa Zingaretti, i rimproveri e le perplessità di Macaluso e il Manifesto Zamagni ?

Lo scetticismo di Macaluso è rivolto soprattutto all’assenza di giovani . Che non li vede coinvolti nel progetto di un nuovo partito. E nel mentre continua ad essere molto critico e col dente avvelenato sulla scissione Bersani, Renzi e Calenda, irrilevanti a suo avviso nell’intercettare una domanda politica, consiglia infine a Zingaretti di “ valutare quali sono le forze che vogliono concorrere a formare un nuovo partito”. Ecco. Le nostalgie di Macaluso verso una sinistra-sinistra sono note.

Anche perché è per lui difficile declinare una nuova sinistra che non metta al centro il lavoro e i lavoratori. Ci sono però nuove sfide che ci portano a valutare i diritti dell’uomo, la giustizia con la sua nuova questione sociale, e le ragionevoli libertà, con paradigmi del tutto nuovi. Tali da potersi confrontare con i cambiamenti epocali sotto i nostri occhi e con quel Futuro assente, che preoccupa tanto Papa Francesco. I suoi occhi sono rivolti al passato. Ma quando consiglia di non dimenticare la centralità politico-culturale di un processo di rifondazione, e di guardarsi attorno per vedere le forze disponibili a fare un Nuovo partito, dimostra quel realismo politico che è sempre mancato a chi ha preferito scegliere gli “stati maggiori” dimenticandosi di quelli minori e delle autentiche culture riformiste come quella cattolico democratica e popolare.

Vado al dunque. Sono persuaso che l’emarginazione della “sinistra Dc” – per dirla con Macaluso – dentro il Pd, non è stata colpa della vecchia guardia post-comunista presente nel Pds,Ds, Pd, e negli “stati maggiori” del Pd, ma è stata favorita e facilitata dalla frantumazione silenziosa, a volte accomodante, di quanti provenivano da quella laica e robusta formazione cattolica, rimasti silenziosi e appartati , senza nessuna voce unitaria di rilievo nazionale, e accontentandosi di periodici incontri per respirare e dare certezze proprio mentre il cigno cantava più forte.

E va ricercata anche in una incomprensibile voglia di stare divisi e rimanere slegati con le centinaia di associazioni locali, a cui il Manifesto Zamagni cerca di dare una risposta. Se proprio non la vogliamo chiamare una “corrente Zamagni” interna al “Nuovo Pd”, naturalmente una corrente politico – culturale e non di tessere, chiamiamola come vogliamo. Ma decidiamoci di fare di quel Manifesto qualcosa di concreto prima che sia troppo tardi.

Ecco, se attorno al Manifesto si sono incontrate e scontrate l’anima realista del cattolicesimo democratico e popolare tesa a fare da “pungolo” dentro il Pd – come a suo tempo suggerì Dossetti per la Dc – e quella utopica tesa a rifare un partito di soli cattolici se non proprio della vecchia Dc dimenticandosi della distinzione di Sturzo del cattolicesimo politico, il suggerimento e le preoccupazioni di Macaluso di avviare questa volta un processo politico-culturale, con quelle forze disponibili a un Nuovo partito, è da prendere sul serio. E interessa anche i cattolici democratici e popolari rimasti attenti al Manifesto Zamagni e all’unità che si attende.

Un nuovo tentativo degli Usa per impedire l’ingresso a Londra di Huawei

Gli Stati Uniti hanno avviato l’ultimo tentativo per convincere il Regno Unito a escludere l’azienda di telecomunicazioni cinese Huawei dalla realizzazione della propria rete 5G.

Nei prossimi giorni, i rappresentanti degli Usa avranno una serie di incontri con i ministri e con i capi dei dipartimenti ministeriali del Regno Unito coinvolti nella decisione su Heawei.

Il “Times”, comunque, prevede che il nodo della partecipazione di Huawei al 5G britannico alla fine sarà sciolto dal primo ministro Boris Johnson entro la fine del mese.

E anche se il pressing degli Stati Uniti rimane alto, la decisione non  scontanta.

Infatti Huawei aveva, già precedentemente,  accettato di cambiare alcune pratiche nel Regno Unito dopo che le autorità avevano minacciato di escluderla dalla fornitura di tecnologie per la realizzazione delle reti di prossima generazione  sviluppate dall’operatore British Telecom.

Inoltre, l’anno scorso, si è chiuso con il Mail on Sunday che riportava una “luce verde” data dagli ambienti della sicurezza britannica al premier Boris Johnson in merito al colosso Huawei, “nonostante i timori che riguardano lo spionaggio”. E per mettere pressione sul governo britannico, Pechino ha, anche, deciso di bloccare le previste quotazioni incrociate tra le borse di Shanghai e Londra.

 

 

Bruxelles: L’Italia invia il fascicolo con la stima dei danni dell’emergenza maltempo

Il Dipartimento della Protezione Civile ha trasmesso a Bruxelles il fascicolo con la stima dei costi relativi ai danni causati dagli eccezionali eventi meteorologici che, nell’autunno scorso, hanno interessato gran parte del territorio italiano, al fine di attivare il Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea (FSUE), destinato a sostenere gli Stati membri dell’Ue colpiti da catastrofi naturali.

L’impatto economico determinato dall’eccezionale ondata di maltempo, ammonta complessivamente ad oltre 5,6 miliardi di euro: di questi, oltre 4,5 miliardi sono i danni diretti relativi a edifici, infrastrutture pubbliche e ad attività produttive, mentre oltre 1,1 miliardi sono i costi relativi alla gestione dell’emergenza.

La stima comprende danni diretti, sia pubblici che privati – vale a dire quelli che hanno compromesso edifici, infrastrutture e che hanno colpito industrie e imprese, il patrimonio culturale, le reti di distribuzione dell’energia, del gas, dell’acqua – e i costi eleggibili, sostenuti dallo Stato per far fronte alla prima fase dell’emergenza. Questi ultimi, in particolare, comprendono i costi per il ripristino immediato delle funzionalità di infrastrutture e impianti nei settori dell’energia, dell’acqua, delle acque reflue, delle telecomunicazioni, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione; per i servizi d’emergenza legati al soccorso della popolazione colpita e ad assicurare gli alloggi provvisori; per la messa in sicurezza delle infrastrutture di prevenzione e per la protezione del patrimonio culturale; per l’immediata ripulitura delle zone danneggiate.

Il dossier inviato alla Commissione Europea – per il tramite della Rappresentanza permanente d’Italia – rappresenta la sintesi, su scala nazionale, delle informazioni e dei dati comunicati al Dipartimento dalle Regioni e dalle Province autonome coinvolte: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Valle d’Aosta, Province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

12 milioni ai comuni terremotati del Centro Italia

Ai comuni di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpiti dai terremoti che si sono verificati a partire dal 24 agosto 2016 vanno 12.132.876,15 milioni a titolo di rimborso per il minor gettito dovuto all’esenzione dall’imposta municipale propria (IMU) e dal tributo per i servizi indivisibili (TASI), disposta dall’articolo 48, comma 16, decreto legge n.189/2016 (convertito dalla legge 15 dicembre 2016, n.229).

La somma è attribuita dal decreto interministeriale Interno-Economia e Finanze del 23 dicembre 2019, pubblicato on line sul sito del dipartimento per gli Affari interni e territoriali del ministero dell’Interno, sezione Finanza locale.

I comuni interessati sono quelli individuati dall’articolo 1, comma 1, dello stesso decreto-legge n.189/2016. Il rimborso è riferito alla seconda rata semestrale dell’anno 2019.

Al comune di Fermo, individuato in base all’articolo 1, comma 2, del decreto-legge, è attribuito l’importo di 136.120 euro riferito alla seconda rata dell’anno 2019, a titolo di rimborso del minor gettito derivante dall’applicazione delle stesse esenzioni tributarie.

L’elenco dei comuni è consultabile nell’allegato pubblicato on line insieme al decreto, del quale viene data comunicazione sulla Gazzetta ufficiale, Serie generale, n.6 del 9 gennaio 2020.

Raddoppiate donazioni di latte materno al Bambino Gesù

Gara di solidarietà tra le mamme di Roma e del Lazio per i piccoli pazienti del Bambino Gesù: nell’anno appena concluso, 133 neomamme hanno donato complessivamente 758 litri di latte. Dati più che doppi rispetto al 2018, anno in cui la Banca del Latte Umano Donato (BLUD) del Bambino Gesù, l’unica nel Lazio, ha raccolto, pastorizzato e distribuito ai bambini malati 362 litri del prezioso alimento ricevuto da 43 nutrici.

La maggior parte del latte materno raccolto nel 2019 è stata messa a disposizione di 229 neonati con particolari esigenze terapeutiche ricoverati nell’Ospedale Pediatrico della Sede; circa 200 litri (25% del totale) sono stati invece consegnati ad altre Terapie Intensive Neonatali della Regione Lazio.

Grazie alla nuova auto per la raccolta di latte materno a domicilio donata all’Ospedale dalla Centrale del Latte di Roma, nel 2019 il servizio della Banca del latte materno del Bambino Gesù è stato potenziato ed è stato possibile allargare il raggio di raccolta dall’area di Roma all’intera Regione Lazio, raggiungendo anche le donatrici più lontane (30 contro le 5 del 2018).

L’attività di raccolta, lavorazione e distribuzione del latte materno è gestita dalle Banche del latte umano donato (BLUD) presenti nelle varie regioni italiane, soprattutto nel Centro-Nord. Nel Lazio l’unica Banca di riferimento per le mamme che desiderano diventare donatrici è quella interna all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: una struttura che ha lo scopo di selezionare, raccogliere, pastorizzare e conservare il latte materno, per poi distribuirlo ai bambini con specifiche necessità mediche che non possono essere alimentati con il latte della propria mamma. Si tratta di un vero e proprio alimento salvavita destinato, in particolare, ai neonati pretermine o sottoposti a interventi chirurgici all’addome, ad alcuni cardiopatici, ai nefropatici o ai piccoli pazienti con gravi allergie alimentari. Il servizio di raccolta del latte a domicilio del Bambino Gesù è attivo tutte le mattine, dal lunedì al venerdì. Per informazioni, anche su come diventare donatrice, è disponibile il numero 06 6859 2948 oppure l’email bancadellatte@opbg.net.

Siamo vigilati e sfruttati a fini commerciali

Viviamo in un epoca di grandi possibilità per l’uomo, grazie alla massiccia disponibilità di attrezzature digitali, della ‘smartizzazione’ di ogni mezzo che occorre per la ormai tumultuosa ed affascinante vita moderna.

Disponiamo di televisori smart che vanno in streaming, che si adattano a monitor per foto e cortometraggi, si trasformano in computer con i conseguenti collegamenti in rete, di smartphone con cui svolgiamo innumerevoli operazioni oltre che a telefonarci, piccoli smart robot che consultiamo per attingere ogni informazione verbale. La maggior parte di questi ‘servizi’ messi a disposizione sono gratuiti, come ad esempio: il tempo metereologico, i voli da prendere, gli oggetti che vogliamo conoscere, i ristoranti che intendiamo prenotare, e tantissime altre occasioni offerte.

Gli stessi comodissimi whatsapp, messanger o telegram, come le app Google, You Tube, ci danno servizi utilissimi sostanzialmente gratis; stessa cosa vale per Twitter, Facebook o Instagram. Ma occorre sapere che tutte queste gratuità noi le paghiamo caramente, al prezzo di rinuncia alla privacy per qualsiasi cosa diciamo, scriviamo e facciamo.

La migliore delle ipotesi è che i nostri dati li utilizzino per conoscere i nostri gusti e comportamenti, e vendano i dati alle Compagnie commerciali per azioni mirate alla vendita; ma la pericolosità risiede in tante altre occasioni per loro, nel vendere i file della nostra voce, degli amici che frequentiamo, dove ci rechiamo, sapere delle nostre malattie: insomma chi siamo in ogni risvolto che riguarda la sacralità della nostra libertà e vita personale.

Come si sa neanche lo Stato, per legge, può impossessarsi legalmente di ogni informazione che ci riguarda, ma la novità che sfugge alla maggior parte di noi, ormai aziende potentissime private, la cui responsabilità non è normata, lo fanno senza limiti veri. Insomma siamo generalmente imprigionati da poteri feudali senza rendercene conto; guidati e controllati inconsapevolmente.

È davvero singolare che le autorità politiche parlino spesso di come tassare questi colossi della rete, ma a nessuno viene mai in mente di come regolare la privacy delle persone, come regolamentare utilizzo dei dati, come penalizzare coloro che consentono informazioni deviate, linguaggi violenti e minacce via web.

Non ci si preoccupa neanche di regolamentare il funzionamento del rapporto tra cittadino e queste imprese. La situazione in questo momento, se volessimo applicarlo a banche, assicurazioni e contratti di servizi, è come se l’erogazione di questi servizi non venissero codificate in ogni dettaglio: dei diritti e doveri tra utente ed aziende.

Ma se ci pensiamo bene, gran parte delle forze politiche non aprono alcuna riflessione su questo tema di civiltà e di garanzie, in oggettivo comportamento collusivo, in quanto loro stessi si avvantaggiano di questi ‘buchi’ di Stato di Diritto. Come si sa, loro stessi, o comunque gran parte del sistema politico odierno, spesso utilizzano queste informazioni e talvolta persino le distorcono con le loro piattaforme digitali.

Se le cose stanno così, è il caso di dire: cittadini, è l’ora di rivedere l’ordine delle cose, in un mondo completamente diverso dalla realtà passata!

Hammamet

Milano, maggio 1989. Nella ex fabbrica dell’Ansaldo si svolge il 45° Congresso del Psi. Bettino Craxi è confermato segretario. L’assemblea pone il problema del riformismo socialista, come progettualità riformatrice imperniata sul discorso del rinnovamento del sistema istituzionale. Nel suo discorso, Craxi affronta la questione della “grande riforma”. E’ l’epoca dei garofani rossi, delle vacche grasse, delle spese folli, dell’esuberanza di una politica italiana che vantava un Pil superiore a quello inglese. L’Italia veniva definita sui giornali come “la quinta potenza economica mondiale”. Gli anni Novanta alle porte sembravano un decennio favoloso, quello della definitiva consacrazione del nostro Paese sullo scenario internazionale. Come poi è finita, non poteva prevederlo nessuno.

Il Congresso di Milano è l’unico momento “pubblico” di un film (Hammamet, diretto da Gianni Amelio) molto diverso dal Divo di Paolo Sorrentino. Più psicologico che politico. Il cui principale punto di forza è la straordinaria interpretazione di Pierfrancesco Favino, una copia quasi identica dell’ex segretario del Psi per mimica e cadenza della voce, pause comprese. 

Va detto che Hammamet non è un film militante, non intende riabilitare un percorso politico o giudiziario. Il racconto si concentra sugli ultimi 7-8 mesi di vita ad Hammamet, nella villa di Craxi, confortevole ma non esattamente una reggia (come pure sostenuto da molti). La narrazione si sofferma soprattutto sul rapporto di “amore-odio” tra il padre, stanco e visibilmente provato dalla malattia, e la figlia Stefania. Che nel film diventa Anita, come la compagna di Garibaldi, un mito craxiano. È commovente il suo arroccarsi attorno al padre, che lei cura, serve, ama. Lei lotta per lui, con ostinazione, sopra a ogni diceria. Nel film Bettino dice: “Ogni volta che la guardo vedo il male che mi fanno. Perché quel male arriva prima a lei”. 

Centrale è anche la figura del giovane Fausto, una sorta di “coscienza critica” del leader sulla scia del padre (morto suicida durante Mani Pulite) che non è difficile riconoscere in Vincenzo Balzamo, ex tesoriere del Psi. Il ragazzo arriva ad Hammamet per consegnare una lettera del padre (contenente giudizi durissimi nei confronti di Bettino e della sua “corte”) e per uno scopo che è bene non rivelare a beneficio di quanti andranno a vederlo al cinema.

L’opera vuole descrivere soprattutto le emozioni del leader, la caduta di un uomo potente (per anni temuto e riverito) e il travaglio interiore di chi sa di essere stato abbandonato da tutti e sa che il suo tempo sta per finire. Emblematica – in questo contesto – la scena del nipotino che gioca con i soldatini sulla spiaggia, ricordando «mio nonno disse no agli americani» (chiaro riferimento alla vicenda di Sigonella). I giudici di Mani Pulite non sono mai nominati, seppur ben presenti. Nel film è solo accennata la difficile mediazione del governo D’Alema con la procura di Milano nel tentativo di far rientrare Craxi in Italia per potersi curare, garantendo la sua incolumità fisica.

Nel suo “buen retiro” tunisino, l’ex segretario del Psi incontra una serie di personaggi che lo vanno a trovare. Un vecchio democristiano, con cui si confronta sul finanziamento pubblico dei partiti (ricordando il drammatico discorso alla Camera del luglio 1992: “buona parte del finanziamento politico è di natura irregolare o illegale”) e un’amante (Patrizia Caselli) con cui ricorda i tempi dell’hotel Raphael.

Craxi trasuda sicurezza, a volte ha anche un linguaggio non esattamente da gentiluomo, ma rispetto ai politici attuali sembra sempre un gigante. La sua statura culturale emerge anche dalle piccole cose. La mazzetta dei giornali, i libri di Storia, la lezione sulla spedizione dei Mille improvvisata al nipotino. Emblematica – in questo contesto – una battuta con il vecchio democristiano: “L’intelligenza è un’arma a doppio taglio, ma io la preferisco. Cosa te ne fai della lealtà di uno stupido?”.

Resta forse il rimpianto per un’occasione, probabilmente unica, per raccontare ai più giovani una figura centrale – sine ira et studio – di una stagione politica decisiva nella vicenda del Novecento italiano.

Ad Andrea Monda, Maria Pia Ammirati e Gabriele Romagnoli il premio “Buone notizie”.

Andrea Monda, direttore de “L’Osservatore Romano”, Maria Pia Ammirati, direttore delle “Teche Rai” e Gabriele Romagnoli, editorialista de “La Repubblica” sono i vincitori dell’edizione 2020 del “Premio Buone Notizie”.

Giunto alla dodicesima edizione, il riconoscimento ideato dall’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) di Caserta è l’unico in Italia a premiare le “buone notizie”, cioè non solo l’informazione corretta e completa, ma anche quella pronta a fare un passo in più raccontando la normalità positiva della società. Il “Buone Notizie” sceglie anche la “Buona notizia dell’anno”, che sarà resa nota, come tradizione, nei giorni immediatamente precedenti il Premio.

La consegna del riconoscimento, una scultura in bronzo, fusa appositamente dall’artista Battista Marello, avverrà sabato 25 gennaio alle 16 nella Biblioteca del Seminario di Caserta (in piazza Duomo a Caserta).

Il giorno della manifestazione  saranno annunciate anche le attività annuali del “Premio Buone Notizie”: come il “Premio Buone Notizie Young”, un concorso che prevede la realizzazione di video giornalistici nelle scuole e università italiane, per educare alla buona informazione. I vincitori del “Buone Notizie Young” riceveranno la targa “Angelo Ferro”.

Bologna: Blob-out

In occasione di Arte Fiera, il 22 gennaio 2020 si inaugurerà “Blob-out”, installazione video artistica site-specific realizzata da Basmati Film (Audrey Coïaniz e Saul Saguatti) e Ditraverso con la collaborazione di Opificio Neirami, a cura di Silvia Grandi e Giuseppe Virelli, presso il Parco Commerciale Borgo Mascarella a Bologna.

L’installazione, visibile dal 23 al 26 gennaio 2020, mira a trasformare un tradizionale luogo urbano votato al commercio in un “iperluogo” plurisensoriale in grado di ridefinire la geografia di uno spazio architettonico e, allo stesso tempo, di stabilire nuovi rapporti con i suoi fruitori.

Nello specifico, il progetto, ideato appositamente dagli artisti Audrey Coïaniz e Saul Saguatti di Basmati Film e Ditraverso, mira a modificare l’usuale percezione dell’utente di un centro commerciale in un’esperienza immersiva reale (non virtuale) in continua mutazione attraverso l’utilizzo di forme, luci, proiezioni e suoni che in maniera costante modificano l’ambiente circostante in un’esperienza sensoriale e partecipativa, aprendo così alla possibilità di una percezione “altra” dello spazio.

Dalle finestre dell’edificio centrale del Borgo – il ristorante IKO – escono una serie di protuberanze pseudo organiche in materiale plastico semitrasparente che, come una sorta di “ectoplasmi”, invadono lo spazio circostante cambiandone la struttura architettonica e percettiva. Alcuni di questi Blob fantasmatici, infatti, sono luminosi mentre altri sono animati da proiezioni di immagini video in continua trasformazione. Le gocce luminose e pulsanti saranno accompagnate da musiche appositamente composte da Pasquale Sorrentino per sottolineare maggiormente la natura “fluttuante” e polisensoriale dell’installazione.

L’intera corte interna del Borgo Mascarella si trasforma così in un traboccante e vitalistico vaso di Pandora, dal quale fuoriescono propaggini accattivanti e ludiche protuberanze morbide e luminose, in costante “dialogo” con il pubblico. Un ambiente sinuoso e tentacolare, ricco di suggestioni oniriche, che stempera la rigidità dell’architettura e che avvolge lo spettatore proiettandolo in una dimensione straniante.

Il progetto, inserito nel calendario di ART CITY Segnala 2020, è promosso dal Parco Commerciale Borgo Mascarella, in collaborazione con Ristorante IKO, e patrocinato dal DAR Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna.

A Porta Furba

M’interrogo spesso sulla bellezza di Roma. La si scopre viaggiando dalla periferia verso il centro o viceversa? I visitatori da nord per secoli arrivavano a Piazza del Popolo. Che spettacolo!

Eppure, uscendo da Roma, s’incontrano bellezze note e meno note. Chi conosce Porta Furba? La fece costruire Sisto V, il più grande sindaco di tutti i tempi. Governò solo cinque anni.
M’è venuta in mente Porta Furba considerando, già un anno fa, che se il Pd voleva trasferirsi di sede poteva andare da quelle parti.

C’è anche la metropolitana, con le scale mobili che funzionano.
E poi, se il tema sono le periferie da riconquistare, cosa c’è di più emblematico a riguardo se non il Mandrione, proprio lì a Porta Furba?

Penso che Zingaretti ci debba fare un pensierino. D’altra parte, non si addice al Pd che vuol cambiare tutto, anche il nome, un luogo simbolico adeguato?
Ho fiducia in Zingaretti. Mentre gli altri sono rimasti fermi, lui ha fatto una mossa inaspettata. Ha lanciato non un nuovo partito, ma un partito nuovo.
In effetti, una novità assoluta.

E sembra che già fiocchino i consensi. Aderirebbero al “partito nuovo”, in ordine sparso e non esaustivo, Fassino, Martina, Orlando, Delrio, Franceschini, Marcucci, forse Prodi e forse Veltroni. Poco o tanto? Beh…se serve rientrano pure D’Alema e Bersani.
Ma la novità delle novità sta nel nome che si annuncia, ancora sottovoce, con il passaggio dal vecchio Partito democratico al nuovo “I Democratici”.
Geniale!

Se non fosse stato tonto, Occhetto avrebbe guadagnato gloria e voti abbandonando sì il Partito comunista, ma per scegliere intelligentemente un nome di rottura come “I comunisti”. Quella sarebbe stata la vera svolta!

Oggi, insomma, chi guida il cambiamento non deve più commettere errori.
Mi permetto d’insistere e chiedo scusa: nessuno vuol prendere in considerazione che “I Democratici a Porta Furba” sarebbe un titolo a nove colonne su Repubblica?
Buona domenica.

Allegri. Novità in vista

Inizio anno con una variazione imperiosa. Non avrei mai immaginato, viste le caratteristiche dell’uomo, che Nicola Zingaretti lanciasse l’idea che oggi campeggia su un quotidiano nazionale.

Il Pd ammaina la propria bandiera, archivia il proprio nome e il proprio cognome, tutto passa ai registri di storia recente e annunzia un nuovo congresso, un nuovo simbolo e un nuovo nome.

E, tanto per capirci, non dice che si farà a fine anno o chissà quando, no, precisa che si farà subito dopo le elezioni regionali della Calabria e della Emilia Romagna.

Ditemi voi se questa non è una grande novità nel panorama politico nazionale. Forse, azzardo a dire che è la novità più importante di questi ultimi dieci anni.

Non credo sia un fulmine a ciel sereno espresso dal Segretario, immagino si tratti di una decisone collegiale, magari coltivata dopo la fuoriuscita di Matteo Renzi e, soprattutto, in conseguenza dei magri risultati ottenuti dal Partito Democratico nelle ultime chermes elettorali.

Da quanto si dice, quel simbolo, sembrava ormai essere persino un ingombro. Lo stesso candidato alla Presidenza dell’Emilia Romagna, in più riprese, aveva fato capire che non illuminasse granché il suo campo di battaglia. In aggiunta, bisogna sottolineare, che il fenomeno delle sardine avrà senz’altro accelerato questa comunque inattesa decisione.

Il Pd da molto tempo, pur essendo un partito votato a portare le persone in piazza – classica tradizione del popolo di centro sinistra – non riusciva più a colmare questa esigenza. Infatti, non ricordiamo l’ultimo evento in cui il Pd abbia inteso utilizzare uno spazio esterno per presentarsi al popolo italiano.

Anche durante la festa del suo quotidiano, da qualche anno ormai scomparso, si è ridotta ad essere recintata in uno spazio chiuso e quasi angusto.

Non sarà certo per recuperare i pochi transfughi della prima scissione. Non è sulla scorta del desiderio di riacciuffare Bersani, D’Alema ed Epifani, che Zingaretti apre a questa novità. Però, in questi tempi magri, anche le virgole servono per costruire un romanzo.

Il riordino del campo del centro sinistra, obbligherà tutte le forze politiche a tenere debitamente in considerazione che modello sortirà da quel congresso. Anche perché, di fronte a un depauperamento delle classiche idee politiche e delle vecchie modalità ideologiche, sarà piuttosto interessante capire cosa mai capiterà da quel evento. Nulla è scontato.

Potrebbero rincorrere vecchi modelli, non possiamo escludere che si avventurino a tracciare assolute novità e, non ultimo, individuare strane alchimie per intrecciare forme tra loro magari persino antitetiche. Un bel problema.

Si capisce che se dovessero spingere la prua su versanti marcatamente di sinistra, aprirebbero nuovi spazi al centro, e, comunque, i due partiti di destra che oggi vanno per la maggiore, la Lega e Fratelli d’Italia, non potranno non risagomare se stessi, proprio dalla novità che sorgerà nella sponda opposta.

In questo terremoto, bisogna capire che cosa succederà pure nella tormentata condizione vissuta profondamente, proprio in questo periodo, dal Movimento 5Stelle.

Nessuna stanchezza immaginativa, in questo nuovo 2020. C’è pane per tutti i denti. Ne vedremo delle belle. Siamo pertanto lungo la linea che caratterizza ardentemente l’attualità: dateci costantemente novità, solo e soltanto novità, perché lo spirito è ormai abituato a cibarsi solo di forme nuove.

Intanto, prima che accada quel che abbiamo detto, dobbiamo vedere che cosa capiterà il 26 gennaio. Perché forse potrebbe essere intesa, quella data, come la linea Maginot che la storia ricorda.

Parlamento Ue: “Il futuro è adesso”

“Il futuro è adesso”: è il tema della quarta edizione dell’“Evento della gioventù europea” (European Youth Event, Eye) che si svolgerà a Strasburgo il 29 e 30 maggio 2020.

Da ora e fino al 29 febbraio tutti i giovani europei tra i 16 e i 30 anni si potranno iscrivere in gruppi di dieci partecipanti per volta (modulo online su www.europarl.europa.eu). “Sono migliaia i giovani che ogni due anni si riuniscono a Strasburgo per confrontarsi e contribuire al futuro dell’Europa” in dialogo con eurodeputati e altri attori della politica europea, spiega oggi una nota del Parlamento. Il programma dell’edizione 2020 comprende temi che vanno dal cambiamento climatico all’immigrazione e al Brexit ma anche istruzione, tecnologia e salute.

Momenti di scambio, approfondimento, ricreazione artistica, formazione e quest’anno anche attività sportive e un evento speciale per i giovani giornalisti, riempiranno le giornate. Le “idee migliori” saranno presentate e discusse nelle commissioni parlamentari competenti durante “le audizioni dei giovani” (autunno 2020).

Aree costiere, pronti 10 mln di euro per i Comuni del litorale laziale

Sono i 24 Comuni litoranei (per Roma al Municipio X) del Lazio i destinatari del bando da 10 milioni di euro di fondi regionali, pubblicato dal Burl. Gli enti interessati potranno partecipare singolarmente o anche in forma associata. Inquadrato nel “Piano degli interventi straordinari per lo sviluppo economico del litorale laziale” e previsto dall’articolo 41 della legge regionale n.26 del 2007 –l‘Avviso prevede la possibilità per gli enti locali di vedersi attribuire un contributo regionale per un massimo del 90% del costo dei progetti presentati, con l’importo concedibile che sarà compreso tra un minimo di 500 mila euro e un massimo di 3 milioni di euro. Prevista una riserva di 1 milione di euro per Ponza e Ventotene, Comuni insulari cui viene riconosciuto un valore unico da un punto di vista naturalistico, ambientale, e culturale.

“Ancora una volta abbiamo pensato di dare nuova vita e bellezza al nostro litorale, aggiungendo al nostro lavoro un altro tassello per un Lazio sempre più verde, attento all’impatto ambientale di ogni azione intrapresa, innovativo e inclusivo. Non è infatti un caso che questa edizione del bando per gli interventi straordinari per il litorale intenda valorizzare in particolar modo i progetti ambientalmente sostenibili, eco-compatibili, che contribuiscano alla riduzione dell’inquinamento e introducano nuove tecnologie per migliorare l’accessibilità dei luoghi e che innalzino la qualità dei servizi offerti”. E’ il commento del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

“Va avanti il lavoro della Regione a favore del suo litorale – ha aggiunto l’assessore allo Sviluppo Economico, Paolo Orneli – grazie a questa nuova edizione del bando per gli interventi straordinari dei Comuni costieri, uno strumento che negli anni passati ha impegnato risorse regionali per circa 40 milioni di euro, per 49 milioni di investimenti complessivi previsti, e che ha portato, a oggi al finanziamento di 66 interventi in 21 Comuni. Un lavoro che ci vede impegnati a vari livelli, come provano anche la prima riunione, a metà dicembre, della cabina di regia per l’economia del mare e l’approvazione definitiva da parte della Giunta a fine dicembre del Piano Regionale di Utilizzazione degli Arenili, il cosiddetto Pua, ora all’esame del Consiglio Regionale per il definitivo via libera. Lavoriamo inoltre per inserire la Blue Economy nella Smart Specialisation Strategy della nuova programmazione dei fondi europei per il settennio 2021-2027. L’economia del mare – conclude Orneli –  può e deve diventare uno dei pilastri su cui costruire un nuovo modello di sviluppo basato su sostenibilità e bellezza”.

Molteplici le tipologie d’intervento che possono essere contemplate dai progetti degli enti locali: si va dal recupero archeologico e architettonico di monumenti, alla realizzazione di piste ciclabili, aree pedonali, parcheggi di scambio e aree verdi, fino a l’installazione di impianti di videosorveglianza, Wi-Fi e di colonnine di ricarica per auto e bici elettriche, realizzazione e riqualificazione degli arredi urbani utilizzando materiali ecocompatibili, installazione di impianti di illuminazione energeticamente efficienti. Inoltre, per quanto riguarda specificamente gli arenili, potranno essere realizzati varchi di accesso, eliminate barriere architettoniche e realizzate strutture innovative ed ecosostenibili per l’assistenza, la sicurezza e il primo soccorso come postazioni S.O.S. informatizzate, servizi igienici predisposti per il riutilizzo del ciclo delle acque, fontanelle pubbliche, strutture dedicate alla raccolta di bottiglie e contenitori riutilizzabili ecc. Particolare attenzione sarà accordata ai progetti che prevedano il coinvolgimento di università e centri di ricerca.

Il bando rimarrà aperto 90 giorni fino all’8 aprile alle ore 12. Le domande devono essere inviate alla Regione Lazio “Sviluppo Economico, Commercio e Artigianato, Ricerca, Start-Up, Lazio Creativo e Innovazione” – Direzione regionale per lo Sviluppo Economico, le Attività Produttive e Lazio Creativo – Area  “Economia del Mare”  –  Via Rosa Raimondi Garibaldi, 7 – 00145 Roma, con la denominazione “Presentazione di proposta di intervento: Avviso pubblico L.R. 28 dicembre 2007, n.26 art. 41 (triennio 2019/2021) a mezzo posta elettronica certificata PEC: areaeconomiadelmare@regione.lazio.legalmail.it, oppure consegnate a mano alla Regione Lazio – Servizio Ricezione corrispondenza (stesso indirizzo).

Adottare uno stile di vita salutare a 50 anni ritarda lo sviluppo di malattie croniche

Mangiare sano, svolgere un’attività fisica quotidiana, smettere di fumare e consumare poco alcol. Sono queste le regole per vivere meglio e più a lungo, ma anche per ridurre il rischio di malattie croniche e degenerative. Lo hanno mostrato numerose ricerche, lo conferma uno studio condotto dall’Harvard T.H Chan School of Public Health e pubblicato sul British Medical Journal, che dimostra come uno stile di vita sano permetta alle persone di vivere libere da malattie croniche per 7-10 anni in più.

Un risultato importante, in un’epoca in cui la popolazione mondiale raggiunge in media i 72 anni e in cui il numero di persone di età pari o superiore a 60 anni, secondo le stime dell’Oms, dovrebbe raggiungere i 2 miliardi nel 2050. È una vittoria per l’umanità, che ha debellato molte malattie infettive e parassitarie, bisogna però migliorare le condizioni dell’invecchiamento e ridurre l’insorgenza di malattie croniche e degenerative, come il diabete, il cancro, le malattie cardiovascolari e la demenza senile. Un fattore fondamentale, secondo questa ricerca, è condurre uno stile di vita sano sin dalla mezza età.

Ancora l’illusione del ritorno al partito di ispirazione cristiana.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Manifesto di Zamagni e l’attività speculativa sul piano culturale di alcuni intellettuali ed opinionisti di formazione cattolica hanno riaperto un dibattito che Il Domani d’Italia ha puntualmente e correttamente ospitato e veicolato nei mesi passati.
Al riguardo dobbiamo registrare in queste ore gli interventi interessanti,ancorchè contrastanti, di altri osservatori attenti e sensibili alle questioni sollevate all’interno del più generale dibattito del quale Rete Bianca ed altre realtà di ispirazione cattolica sono stare le prime protagoniste.

In particolare Paolo Corsini, come “cattolico di tradizione non democristiana”,nel suo ultimo articolo su Il Giornale di Brescia dapprima si pone il problema della presenza dei cattolici nella politica odierna che definisce,tout court, “una politica senza i cattolici”, e successivamente,in chiusura,auspica nemmeno troppo velatamente l’inveramento di una “democrazia dei cattolici”, così come immaginata da Pietro Scoppola, mediante un più marcato impegno politico all’interno del Partito Democratico, a suo dire portatore di comuni e condivisi valori “neoumanistici”.

A Corsini, su Il Domani d’Italia, risponde garbatamente,ma non per questo meno decisamente, Giuseppe Ignesti, altro fine intellettuale cattolico, che affronta il tema utilizzando una cifra dialettica palesemente meno laica e dichiaratamente più ecclesiologica.
Infatti Ignesti,portando persino D’Alema a sostegno della sua tesi della scarsa ed acclarata utilità politica e culturale di un rinnovato tentativo di quella contaminazione di idee e di comportamenti che era alla base del Partito Democratico del Lingotto,nega la validità di un tale progetto a causa, principalmente, del “prevalere nella vita interna di quel partito di logiche di appartenenza ai vecchi ambienti che lo compongono”.

Insomma, per semplificare, gli eredi del Pci-Pds-Ds pretendono di esercitare, e lo fanno, una egemonia politica più che culturale nei confronti di quanti non mutuino le loro posizioni da quella storia e da quel percorso, in particolare verso gli uomini e le donne provenienti dalla esperienza cattolico democratica e più precisamente dalla vasta platea rappresentata dalla militanza partitica ex ex democratico-cristiana.

Al riguardo,pur concedendo a Ignesti di non sbagliare completamente nel suo ragionare,credo sia naturale, oltreché opportuno,svolgere alcune riflessioni a confutazione.
Soprattutto perché le argomentazioni di Ignesti, semplici ma non semplicistiche,appaiono come il frutto di una insufficiente conoscenza della fattuale realtà del Partito Democratico.
Tempo fa,in una analoga risposta a Giorgio Merlo che, registro,negli ultimi manifesta di aver maturato una diversa posizione,scrivevo che” il Partito Democratico non era all’inizio un moloch espressione della Sinistra postcomunista, anche se alcuni,con qualche ragione,continuano a ritenere che forse lo sia ora, giacchè recenti vicende interne alla stesso Partito sembrano inviare,a loro giudizio,segnali preoccupanti in tal senso”.

Scrivevo allora,e continuo a pensare ancora, che ”il Partito Democratico non è stato un evento naturale,presentatosi nella forma che gli elementi costituenti,anch’essi naturali,gli hanno conferito.
Il Partito Democratico è stato, ed è ancora, una creazione umana, e come tale è fallibile e modificabile”.

Nel momento topico,subito dopo il Lingottto, ma in verità anche prima,ai tempi dell’Ulivo e della Unione,molta parte del cattolicesimo impegnato in politica ha rigettato l’idea di avventurarsi,working in progress, su di un percorso culturalmente faticoso ed anche umanamente difficile.
In molti hanno preferito il facile ed comodo rifugio offerto gratuitamente da una destra rappresentata da un Berlusconi ancora col vento in poppa e da un apparentemente non più nostalgico Gianfranco Fini.

Una scelta,a mio parere,decisamente infelice pur se legittima,della quale non era stata considerata la potenzialità in ordine ad un clamoroso effetto sul popolo del non voto,su quella parte dell’elettorato “moderato” che,negli anni successivi si sarebbe sentita sempre più non rappresentata,con le conseguenze politiche e sociali che ogni giorno registriamo.
Questo atteggiamento ha contribuito a che il Partito Democratico non fosse, e forse non sarà nel prossimo futuro, nemmeno quello ipotizzato dal Walter Veltroni,per i marchiani errori di tattica e di strategia commessi da una parte e dall’altra della comunità politica così costituitasi e per la miopia politica spacciata per recupero minimo di identità ideologica.
La sconfitte subite da Matteo Renzi nel Referendum Istituzionale e nelle Elezioni Politiche del 2018 e lo svolgersi delle vicende politiche che da esse originano,fino alla confusa ed instabile situazione di Governo e Parlamento attuale,lasciano credere ad alcuni, collocati a sinistra del duo Salvini-Meloni, che ci sia spazio per una alternativa identitaria“di sinistra” tradizionale in grado di presentarsi autonomamente come forza di governo ed è facile rilevare come su questa posizione si stiano collocando i molti favorevoli ad una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, sia pure con uno sbarramento di misura al momento controversa.

Con altrettanto scetticismo,però,io mi interrogo sulla possibilità,e sulla reale utilità per il Paese,del ritorno sulla scena politica e parlamentare di un partito di ispirazione cattolica,per comune ammissione di consistenza numerica ridotta,forse ai limiti della soglia di sbarramento di cui sopra,che possa costituire un efficace antemurale al populismo sovranistitico e nazionalistico dominante,magari riportando al voto quella massa cospicua di italiani che da troppo tempo disertano le urne elettorali.
E’ un progetto credibile e realizzabile o è l’illusione,in qualche caso un poco narcisistica,di chi ha cuore il valore assoluto della propria testimonianza a discapito del possibile bene del Paese?

E, in conlusione, non sarebbe meglio, come sembra auspicare Corsini, lavorare sulla struttura del Partito Democratico per farne un soggetto politico veramente democratico, liberale, popolare, laico, riformista ed europeista in grado di muoversi nel solco segnato dalle grandi culture politiche e sociali del’900 correttamente e modernamente intese?

Considerando anche che nel Partito Democratico c’era sì Massimo D’Alema,ma c’erano,e ci sono ancora, tanti quadri e tanti dirigenti di cultura e formazione diversa, quella cattolica compresa, che non credono ancora al fallimento definitivo del Partito Democratico.
Forse a quello dell’apparato formale sì,ma a quello della idea di fondo no.

Dazi, pace tra Usa e Cina ma è guerra alla Ue

Dopo l’accordo sui dazi trovato dagli Stati Uniti con la Cina adesso va cercata la pace anche con la Ue in vista della conclusione il 13 gennaio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) americano sulla nuova black list allargata dei prodotti europei sui quali Trump minaccia di estendere le tariffe e di aumentarle fino al 100% in valore. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione della scadenza del termine fissato dal Federal Register nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus, proprio in concomitanza della visita del vicepremier cinese Liu He sara’ negli Usa per firmare la ‘fase uno’ dell’accordo commerciale.

La minaccia di Trump di imporre tasse aggiuntivi fa tremare in particolare l’Italia del mondo del vino che è il prodotto agroalimentare Made in Italy piu’ esportato in Usa con un aumento del 5% in valore nel 2019 dopo il record di 1,5 miliardi raggiunto l’anno precedente, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno. Tra i nuovi prodotti che potrebbero essere colpiti dai dazi – sottolinea la Coldiretti – c’è infatti anche il vino italiano che a differenza di quello francese era scampato alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti. L’imposizione di dazi favorirebbe la produzione di vino degli Stati Uniti che ha raggiunto quasi il 10% del totale mondiale per effetto– sottolinea la Coldiretti – di una crescita vorticosa delle coltivazioni che hanno consentito agli USA di diventare il quarto produttore di vino a livello globale dopo Italia, Francia e Spagna con una quantità di 24 milioni di ettolitri. Ma ad avvantaggiarsi sarebbe anche i concorrenti del Cile e dell’Australia particolarmente presenti sul mercato statunitense. A preoccupare sono anche le misure protezionistiche sulle esportazioni di olio di oliva che sono state pari a 436 milioni nel 2018 in Usa.

Una situazione che aggraverebbe il conto delle perdite già subite dall’Italia per effetto dei dazi al 25% scattati il 18 ottobre scorso contro una lista di beni europei che ha colpito molte delle più note specialità tricolori, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dall’Asiago al Gorgonzola fino alla Fontina ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori per un valore di circa mezzo miliardo di esportazioni. Dalle prime analisi emerge infatti che l’entrata in vigore dei dazi ha azzerato la crescita delle esportazioni alimentari Made in Italy negli Stati Uniti che rimangono stagnanti (+0,6%) ad ottobre dopo che nei nove mesi precedenti erano aumentate in media del 14,1% sulla base delle elaborazioni Coldiretti di dati Istat relativi al commercio estero ad ottobre.

“Ci sono le condizioni per avviare un dialogo costruttivo ed evitare l’acuirsi di uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’impegno a livello nazionale ed internazionale per sventare una minaccia devastante per il Made in Italy agroalimentare.

Roma: i segreti della fotografia notturna

Nell’ambito dell’esposizione fotografica “Carpe Sidera. La Meraviglia del Cielo sulla Bellezza di Roma” in corso al Museo Civico di Zoologia fino al 23 febbraio 2020, il curatore della mostra, l’astrofisico e fotografo Gianluca Masi, astronomo del Planetario di Roma Capitale, terrà due incontri dedicati alla fotografia notturna e ai fenomeni osservati e immortalati nelle sue fotografie.

La partecipazione agli incontri, aperti a tutti fino ad esaurimento dei posti disponibili, è inclusa nel costo del biglietto d’ingresso al Museo. E’ gratuita invece per i possessori della MIC Card.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’incontro in programma oggi alle ore 15.30 avrà come tema “Fotografare il cielo stellato dalla Città: una sfida possibile”. Nonostante la grande quantità di luci artificiali, la città permette di osservare e fotografare eventi astronomici di particolare bellezza. Nel corso dell’incontro Gianluca Masi illustrerà alcuni esempi notevoli, con qualche consiglio utile al fotografo urbano del cielo.

Nella conferenza di sabato 18 gennaio 2020 alle ore 15.30 dal titolo “Paesaggio urbano e paesaggio celeste: regole per una perfetta armonia”, Gianluca Masi svelerà alcuni segreti e proporrà utili spunti per realizzare immagini di notevole effetto compositivo.

La mostra
Attraverso l’esposizione di 30 spettacolari fotografie realizzate dall’astrofisico e fotografo Gianluca Masi, astronomo del Planetario di Roma Capitale, la mostra Carpe Sidera. La meraviglia del cielo sulla bellezza di Roma accosta le meraviglie del cielo e il fascino monumentale di Roma. Lo splendore del cielo notturno, attraverso alcuni dei suoi più spettacolari fenomeni, si accende su quello di monumenti e simboli della Capitale: dalla Stazione Spaziale che attraversa il cielo sopra Piazza di Spagna alla Superluna che incombe all’orizzonte dell’Altare della Patria, da Venere che tramonta accanto al Cupolone, al graffio di luce di un satellite su Piazza del Campidoglio.

L’obiettivo di Gianluca Masi, in qualità di ricercatore ma anche di appassionato divulgatore scientifico, è quello di recuperare, attraverso la bellezza delle immagini, il dialogo tra la volta celeste e gli spazi urbani, punto di partenza per la salvaguardia di quel tesoro di meraviglie nascoste nel firmamento.

Industria: Istat, a novembre 2019 produzione in aumento dello 0,1%

A novembre 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,1% rispetto ad ottobre. Nella media del trimestre settembre-novembre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,7%.

L’indice destagionalizzato mensile presenta aumenti congiunturali per i beni strumentali (+0,8%) e i beni intermedi (+0,7%); variazioni negative registrano, invece, l’energia (-2,1%) e i beni di consumo (-0,2%).

Corretto per gli effetti di calendario, a novembre 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,6% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di novembre 2018). Nella media del periodo gennaio-novembre l’indice ha registrato una flessione tendenziale dell’1,1%.

Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a novembre 2019 si registra una moderata crescita esclusivamente per il comparto dei beni di consumo (+0,8%); al contrario, una marcata flessione contraddistingue l’energia (-3,9%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni intermedi (-1,0%) e i beni strumentali (-0,4%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+8,1%), l’industria del legno, carta e stampa (+7,0%) e la fabbricazione di prodotti chimici (+2,9%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-5,3%) e nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-4,9%).

Linfoma di Hodgkin

Il linfoma è un tumore maligno del sistema linfatico, ovvero di quell’apparato costituito da cellule e tessuti che si occupano della difesa dell’organismo dagli agenti esterni e dalle malattie

I linfonodi più spesso colpiti dal linfoma di Hodgkin sono quelli del collo, ascellari, mediastinici, inguinali e addominali. In alcuni casi, però, la malattia può riguardare anche degli organi, come il midollo osseo, il fegato, i polmoni e le ossa.

Le cause della malattia sono tuttora sconosciute. Tuttavia alcuni fattori di rischio sono noti. Si tratta della pregressa infezione da virus di Epstein-Barr e da Hiv, che possono indebolire il sistema immunitario.

La scelta della terapia (la chirurgia non è quasi mai utilizzata) dipende dallo stadio del tumore, dall’età e dalle condizioni generali del paziente. La strategia terapeutica può comprendere chemio e radioterapia in combinazione o in sequenza ed ha finalita’ di cura: oggi si stima infatti che circa il 70-80% dei pazienti affetti da linfoma di Hodgkin possa essere guarito.

Recentemente è stata inoltre dimostrata l’efficacia dell’immunoterapia con anticorpi monoclonali.

Chi è sovrano, il popolo o il leader?

Non passa giorno in Parlamento che non avvenga un cambio di casacca. Dallo scorso mese di settembre, appena ripresi i lavori parlamentari dopo la pausa feriale e fino all’inizio di quest’anno, si sono registrati 67 cambi da un gruppo politico ad un’altro. Oramai son anni ed anni che questo avviene, ed a ben vedere i fenomeni, chiamiamoli politici, continueranno a moltiplicarsi nella sostanziale indifferenza della opinione pubblica che ormai si è abituata a questo malcostume.

Certamente questo andirivieni non fa bene alla Democrazia italiana, sia per la reputazione dei singoli parlamentari sia per la instabilità a cui vengono esposte le istituzioni, sia per la credibilità del sistema politico. Si pensi che nella scorsa legislatura i ‘cambiamenti’ hanno interessato ben 569 tra Deputati e Senatori: a conti fatti ben 2/3 l’intero corpo di rappresentanza nazionale.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha più volte chiesto ai gruppi politici di rendere più difficili i passaggi con nuovi regolamenti di funzionamento del parlamento, ma sarebbe una soluzione più negativa del male che si dice di voler combattere. Se si vuole farlo davvero, si rendano più democratiche le attività dei partiti; i leaderismi procurano facilmente strappi con chi non vuole sottomettersi a soluzioni non mediate.

Ma il nodo principale sono le preferenze negate per le competizioni elettorali nazionali. Infatti se ci fosse un rapporto diretto tra elettore ed eletto, difficilmente avverrebbero i salti della quaglia recenti.

Il cambiamento di opinione dell’eletto sarebbe non compreso e quindi penalizzato nel voto futuro. È un grave fatto che i cittadini spesso neanche sanno chi sono i propri rappresentanti, perché scelti dal capo politico. La realtà cruda odierna è che si salta il fossato quando il leader che li ha scelti, viene percepito come perdente, ed al contrario si va incontro ad un’altro ritenuto al momento più potente che lo può garantire per ottenere lo scranno in futuro. Se le cose stanno così, chi è sovrano il popolo o i leader?

Liberta’ “e” partecipazione

Ci sono definizioni che diventano presto obsolete perché non sanno più descrivere il loro oggetto o perché non corrispondono più ad un’ immagine condivisa e a noi contemporanea.
Ce ne sono poi alcune che reggono alle mode e mantengono un aggancio con la realtà e altre ancora che diventano veri e propri paradigmi di pensiero, forse ben oltre il loro senso originario, anche quando le parole si allontanano dalla loro storia o dalla Storia sono poi a loro volta smentite .

Se queste sovrapposizioni ma anche se questi sdoppiamenti e abbandoni si riferiscono ai valori che sovrintendono alle nostre azioni può persino accadere che un’intera generazione ne venga condizionata.

Stiamo parlando di una canzone: ma quella definizione di Giorgio Gaber sulla libertà come partecipazione è diventata nel tempo una vera e propria icona, un modello ideale ma anche esistenziale a cui si è ispirata una lunga stagione di comportamenti sociali e persino di militanza politica.

Correvano gli anni della contestazione, della socializzazione, dei collettivi, della condivisione, della mobilitazione, delle lotte di massa.
Anni in cui la piazza non era più l’agorà , il luogo degli incontri tra persone e degli scambi di idee e di beni, la sede deputata ai mercati.

Era soprattutto un luogo di manifestazione e di scontro, di protesta e di dissenso ma anche di minacce e di eversione, dove si misurava lo spazio non come esercizio di libera scelta ma come prova di forza e di possesso, per segnare una presenza e per tracciare un confine.
Molti di noi sono stati in quelle piazze e in molti ci torneremo ogni volta che ce ne sarà bisogno.

Ma l’idea di partecipazione ha segnato tracce profonde anche nell’agire delle nostre quotidianità e delle nostre abitudini, oltre il senso di una chiamata all’appello dai toni ultimativi.
Molta parte di quella stagione è sopravvissuta al di là delle ragioni che la rendevano necessaria: nel modo di pensare, nei comportamenti, nelle abitudini è rimasto sottotraccia un surrogato utilitaristico e commerciale di quelle presenze.

L’aver associato l’immagine della libertà ad una dimensione comunitaria e partecipativa ci ha reso tutti attori sociali, sfocando a poco a poco la dimensione individuale: solo “prendendo parte” agli eventi, partecipando alle azioni, aggregandoci gli uni agli altri potevamo dare un senso compiuto alla nostra stessa identità di persone.
Dimenticando che ai tempi e nei luoghi delle dittature più feroci le piazze diventavano la mascella volitiva del potere o costituivano il ventre molle del corpaccione plebiscitario e certamente nei bagni di folla si potevano scorgere presenze ancor più numerose, braccia tese, consensi viscerali, ostensioni di masse accomunate da simboli e bandiere.
In tempo di pace ci è stato spiegato che dovevamo privilegiare la ricerca della condivisione e del consenso, annullando o valorizzando le differenze a vantaggio di una dimensione comunitaria.

Una valanga di parole ha sommerso la nostra vita, cercavamo la libertà nell’uguaglianza stemperando i meriti e i demeriti in un tutto indistinto.
Ci è stato consegnato un mondo più giusto? Il controllo sociale ha esercitato la dovuta vigilanza o si è limitato ad omologare i nostri vissuti? Media e comunicazione ci hanno reso davvero liberi?

A un certo punto la piazza è stata sostituita dai centri commerciali e la dimensione collettiva del vivere sì è ispirata a meno nobili ideali e a più miti pretese consumistiche.
Ma sullo sfondo la piazza è rimasta come luogo del ritrovarsi esprimendo slogan condivisi: la metafora dell’identità collettiva che stempera le divergenze.
Si sono affermati stereotipi e luoghi comuni adeguati ai tempi ma questo dovere collettivo dell’essere presenzialisti e motivati, questa regola non scritta della redenzione e del riscatto che passano attraverso l’uguaglianza e la partecipazione finiscono per appiattire la nostra vita e per limitare le nostre aspirazioni.
Vedo mani sapienti che governano le nostre azioni, che studiano e pianificano il calendario della nostra vita, che ritualizzano le nostre giornate, che alternano con un’occulta regia anche le nostre più insignificanti abitudini.

C’è bisogno di estro nelle nostre scelte, di svincoli e sdoganamenti alla criticità della riflessione, di valorizzazione delle nostre occultate personalità, di pensiero divergente.
Abbiamo invece imparato che vince chi resta, chi resiste, chi si impegna, chi risponde alla chiamata, chi dice “ok, mi importa, voglio fare la mia parte”.

Una concezione “riempitiva” del tempo e dello spazio: darsi da fare, associarsi, confrontarsi, occuparsi di qualcosa, alzare la mano e parlare, intervenire, dire la propria, in una parola “partecipare”. Per non parlare dell’universo incognito dei social e delle relazioni a mezzo chat.

Spaventano forse il silenzio e la sosta, ci sembrano vuoti e privi di senso: bisogna agire.
Eppure ognuno è alla ricerca di una appagante nicchia esistenziale, di un luogo dove l’astensione e il distacco dalle cose ci restituiscano un’originaria identità perduta.
Ma vince davvero chi resta, agisce e partecipa?
Non siamo forse autenticamente infastiditi da tutto il frastuono delle presenze che ci circondano?

Possiamo o non possiamo più esercitare il libero, gratuito possesso della nostra anima?
Libertà non sarà forse lo “stare sopra un albero” ma quell’idea dello “spazio libero”, del “gesto e l’invenzione” dobbiamo ammettere che risulta stuzzicante.
Ci sono ancor spazi liberi nel nostro vivere, da percorrere generando opinioni, senza portarci appresso la catena dei condizionamenti e delle remore sociali?
Trovare un punto di equilibrio nei rapporti tra noi e il mondo è una sfida che si rinnova ogni giorno.

La partecipazione può essere un dovere più che una scelta, specie quando diventa un tantino pervasiva ed opprimente.
Il ruolo sociale ci appartiene per natura ma il doverismo partecipativo che ci viene ritagliato addosso può risultare alla lunga stretto e persino soffocante.
Quel convergere di masse sincrone, spinte da nobili ideali o dalla ricerca di nuove forme di presenze alternative non risulta sempre convincente: sotto quel pathos partecipativo si nascondono a volte motivazioni istintive sulle quali poi lo scorrere degli anni esercita dissolvenze e distinguo.

Raramente la piazza partorisce nuovi leader, figure da elevare al di sopra della omologazione: più facile che i valori nobilitanti dell’innovazione e del cambiamento emergano dallo studio, dalla conoscenza, dalla riflessione, dall’esperienza e dalla competenza provata.

Da Fedro a La Fontaine a Orwell gli animali hanno spesso raffigurato simbologie umane.
Ma attribuire nuove allegorie e cercare metafore alternative alla dimensione antropologica è una minusvalenza di pensiero: per questo le sardine – al di là dei significati simbolici che ci sforziamo di attribuire loro- sono se mai un passo indietro ripensando ad epoche come l’Umanesimo e il Rinascimento dove l’uomo – non i pesci – erano collocati al centro del mondo e delle sue potenzialità. Questa visione ‘ittica’ del mondo non mi persuade, già ci aveva provato il grillismo a scardinare le istituzioni come scatole di sardine, appunto.
Che si tratti dunque di quelle un tempo imprigionate dai partiti ed ora liberate per esercitare più avanzate forme di democrazia?

Sono le stesse sardine ieri compresse ed oggi artefici di un nuovo modello di società, ispirato magari a valori antichi? Occorre forse riflettere pacatamente, più che sentirsi omologati e compattati in una moltitudine ondeggiante alla ricerca di nuovi capi e di mirabolanti congetture sul futuro.
Il sentirci davvero liberi e realizzati in una dimensione esclusivamente partecipativa è sovente più una finzione, un rituale, un’abitudine che un fermo, intimo, esaustivo convincimento.

A lungo andare l’eccesso di partecipazione genera crisi di rigetto, complicazioni relazionali e produce esiti contrastanti. Non dimentichiamo il tempo in cui le adunate oceaniche diventarono chiamata alle armi: difficile restare pacifisti in piazze confinanti e oppostamente schierate.

Occorre dunque conservare l’uso del pensiero critico che è premessa della propria personale libertà – sommo principio non negoziabile – e questo dovrebbe valere per ogni collocazione politica.

Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica

Un contributo italiano, per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica, viene dal Manifesto di cui sono tra i primi firmatari come presidente della Fondazione Symbola con Ettore Prandini presidente Coldiretti, Vincenzo Boccia presidente Confindustria, Francesco Starace Amministrazione Delegato Gruppo Enel, Catia Bastioli Amministratore Delegato Novamont, Padre Enzo Fortunato Direttore della sala stampa del Sacro Convento Assisi, l’architetto e senatore a vita Renzo Piano, Carlo Petrini, presidente e fondatore di Slow Food e oltre 50 esponenti del mondo economico, sociale e culturale.

Affrontare la crisi climatica è una sfida di enorme portata che richiede il contributo delle migliori energie tecnologiche, istituzionali, politiche, sociali, culturali e soprattutto la partecipazione dei cittadini. Importante è stato ed è in questa direzione il ruolo dell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.

Siamo convinti che, in presenza di politiche serie e lungimiranti, sia possibile azzerare il contributo netto di emissione dei gas serra entro il 2050. Questa sfida può rinnovare la missione dell’Europa dandole forza e centralità. E può vedere un’Italia in prima fila.

Noi siamo convinti che non c’è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c’è in Italia. Noi, in ogni caso, nei limiti delle nostre possibilità, lavoreremo in questa direzione, senza lasciare indietro nessuno, senza lasciare solo nessuno.

È un manifesto, presentato sabato al Forum Internazionale dell’Agricoltura a Cernobbio, promosso da Ermete Realacci, Ettore Prandini, Vincenzo Boccia, Francesco Starace, Padre Enzo Fortunato, Catia Bastioli e già firmato da oltre 50 esponenti del mondo economico, sociale e culturale. Tra questi anche Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem

Le adesioni continueranno nei prossimi mesi in preparazione dell’evento che si terrà il 24 gennaio presso il Sacro Convento di Assisi.