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Inflazione: Istat, variazione dei prezzi nulla rispetto a settembre.

Secondo le stime preliminari, nel mese di ottobre 2019 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione nulla su base mensile e un aumento dello 0,3% su base annua (come nel mese precedente).

La stabilità dell’inflazione su livelli contenuti è la sintesi di andamenti opposti tra i quali spiccano da un lato l’ampliarsi della flessione dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (da -5,3% a -8,2%) e dall’altro l’accelerazione dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,4% a +1,9%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici accelerano entrambe da +0,6% a +0,8%.

L’aumento congiunturale dei prezzi dei Beni energetici, sia nella componente regolamentata (+2,7%) che non (+0,9%), è stato compensato dal calo, dovuto per lo più a fattori stagionali, dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-0,7%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%), determinando così una variazione congiunturale dell’indice generale pari a zero.

Si accentua la flessione dei prezzi dei beni (da -0,2% a -0,4%), mentre accelerano quelli dei servizi (da +0,9% a +1,1%); il differenziale inflazionistico rimane positivo e si amplia portandosi a +1,5 punti percentuali (+1,1 a settembre).

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,6% sia per l’indice generale che per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,8% su base annua e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto dello 0,5% (tutti e due da +0,4% del mese precedente), registrando in entrambi i casi una crescita più sostenuta di quella riferita all’intero paniere.

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base mensile e su base annua (come a settembre).

Asili nido: 303 euro la spesa media

Una famiglia media italiana, con un bimbo al nido, spende al mese 303€ nell’anno in corso 2019/2020, +0,9% rispetto al 2018/19.
Italia divisa su tariffe, posti disponibili, agevolazioni per le famiglie: al Nord si registrano le rette più alte, ma anche maggiori misure di agevolazione per le famiglie; il Sud invece più contenuto sui costi, seppur in aumento rispetto all’anno precedente, pecca sulla disponibilità di posti.
La retta più alta in Trentino Alto Adige, pari a 472€ in media, quella più bassa in Molise, 169€. Le regioni settentrionali si caratterizzano per una spesa media per le famiglie più elevata, ma in decremento rispetto all’anno precedente, stabile la spesa al Centro e in aumento invece nelle regioni meridionali (+5,1%).

Lecco il capoluogo più costoso con 515€ di spesa media a famiglia, Catanzaro il più economico con 100€. Ad Andria incremento boom del 105,5% (si passa dai 146€ del 2018/19 ai 300€ dell’anno in corso).
Trova posto in un asilo nido poco più di un bimbo su cinque, ma la copertura è assai variegata fra le diverse Regioni: si va dal 34,3% dell’Umbria al 6,7% della Campania e ben sei regioni sono sotto la media nazionale (21,7%).
Questi i dati dell’Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva, realizzato nell’ambito del progetto “Consapevolmente consumatore, ugualmente cittadino”, finanziato dal Ministero dello Sviluppo economico (DM 7 febbraio 2018).

“Questi servizi concorrono a garantire pari opportunità di educazione e di cura e a ridurre le disuguaglianze territoriali, economiche, etniche e culturali. Di conseguenza, un’offerta così eterogenea in termini di disponibilità, accessibilità economica, qualità risulta essere un ostacolo ad un uguale accesso, non solo a servizi ma anche a diritti costituzionalmente garantiti, quali quello al lavoro delle donne e alla crescita delle nuove generazioni che dovrebbero essere assicurati a livello nazionale, indipendentemente da differenze geografiche, economiche e socioculturali.

Ci troviamo in un contesto in cui l’incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole, rappresenta un motivo di dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri per il 36% dei casi su un totale di 35.963 provvedimenti (Ispettorato del lavoro – Relazione annuale Anno 2018). La fotografia che emerge dal nostro dossier evidenzia che, sul fronte dell’offerta del servizio di asili nido comunali, ancora tanti passi devono essere fatti per contribuire concretamente a ridurre le diseguaglianze e accelerare il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile del nostro paese”, ha dichiarato Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva.

Tutti i dati su tariffe, agevolazioni, qualità e tutela, per singolo capoluogo di provincia, sono disponibili sulla piattaforma interattiva INFORMAP al link www.cittadinanzattiva.it/informap. Da oggi online le informazioni sugli asili nido, a seguire sugli altri servizi pubblici locali: rifiuti, trasporti, acqua.

Le rette di asili nido per singoli capoluoghi di provincia
L’indagine ha interessato le rette applicate al servizio di asilo nido comunale in tutti i capoluoghi di provincia, con riferimento ad una famiglia tipo composta da tre persone ( due genitori e un minore di età 0-3 anni) e con un indicatore ISEE pari a 19.900€. le rette rilevate fanno riferimento all’ anno educativo in corso 2019/2020 e riguardano gli asili nido a tempo pieno, ove presenti, con frequenza per cinque giorni a settimana. Nel calcolo non sono state considerate né le eventuali agevolazioni attivate dai Comuni in virtù dei provvedimenti regionali, né quelle di derivazione nazionale.

Regione Spesa Media mensile per nido comunale 2019/2020 Variazione %
2019/2020 su 2018/2019 QUOTA % A CARICO DELLE FAMIGLIE
Abruzzo € 297 + 7,9 17,5
Basilicata € 359 + 0,0 21,6
Calabria € 170 + 6,4 10,4
Campania € 274 + 5,2 7,7
Emilia € 314 + 0,0 23,0
Friuli Venezia Giulia € 362 + 0,0 15,4
Lazio € 287 + 0,0 14,1
Liguria € 338 – 3,4 15,2
Lombardia € 366,5 + 0,1 21,7
Marche € 297 + 0,0 25,9
Molise € 169 + 0,9 12,2
Piemonte € 350 – 3,6 20,0
Puglia € 239 + 10,4 9,6
Sardegna € 218 + 0,2 18,2
Sicilia € 213 + 3,8 6,3
Toscana € 324 + 0,0 24,5
Trentino € 472 + 0,0 23,6
Umbria € 308 + 0,0 20,6
Valle d’Aosta € 398 + 0,0 22,4
Veneto € 351 + 0,0 26,2
Italia € 303 + 0,9 19,4

Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio Prezzi&Tariffe, Ottobre 2019
I 10 capoluoghi più costosi I 10 capoluoghi più economici
Lecco € 515 Catanzaro € 100
Bolzano € 506 Cagliari € 133
Belluno € 477 Crotone € 140
Vicenza € 465 Ragusa € 140
Cuneo € 458 Trapani € 152
Trento € 437 Reggio C. € 158
Forlì € 431 Campobasso € 169
Mantova € 427 Enna € 170
Alessandria € 425 Barletta € 180
Sondrio € 421 Agrigento. Vibo V. € 180

Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio Prezzi&Tariffe, Ottobre 2019

Offerta pubblica e privata e livello di contribuzione delle famiglie
11.017 i nidi in Italia, di cui 6.767 privati e 4.250 pubblici; i posti disponibili sono 320.296, distribuiti fra 153.316 privati e 166.980 pubblici. Notevoli le differenze regionali: più forte la prevalenza di posti nei nidi pubblici in Basilicata, Emilia Romagna, Molise, Piemonte, Sicilia, Toscana, trentino Alto Adige; nei nidi privati invece in Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia, Sardegna, Veneto; equilibrata nelle altre regioni.
La percentuale di copertura a livello nazionale è pari al 21,7% della potenziale utenza (bambini residenti sotto i 3 anni di età), ma con notevoli differenze tra le singole regioni: in negativo si distingue la Campania, con una copertura pari appena al 6,7%, in positivo l’Umbria con il 34,3%; sotto la media nazionale sei regioni: Campania (6,7%), Calabria (8,8%), Sicilia (9,3%), Puglia (13,6%), Basilicata (14,2%), Abruzzo (19,9%). Dunque tutte le regioni meridionali sono ben al di sotto della media di copertura, fa eccezione la Sardegna che raggiunge il 26,1%.

Tra il 2004 e il 2012 le risorse messe a disposizione dai Comuni per gli asili nido sono cresciute del 47%, passando da 1,1 a 1,6 miliardi di euro; tra 2012 e 2014 si è registrata una contrazione della spesa, nel triennio 2014-2016 una stabilizzazione, con una spesa complessiva per i servizi per l’infanzia nel 2016 di circa 1 miliardo e 475 milioni di euro.

La quota a carico degli utenti sul totale della spesa è passata dal 17% del 2004 al 20% del 2013, mentre dal 2015 si attesta al 19,4%. La quota percentuale a carico delle famiglie è più elevata della media in dieci regioni, in vetta il Veneto dove le famiglie contribuiscono del 26,2% rispetto alla spesa complessiva, all’estremo opposto la Sicilia le cui famiglie contribuiscono per una quota pari al 6,3%.

Agevolazione per le famiglie e rilevazione della qualità

A livello comunale, il 48% prevede esenzioni dal pagamento della retta per le famiglie in stato di disagio economico e già seguite dai servizi sociali. A livello regionale, dieci regioni quasi esclusivamente del Centro Nord (Emilia Romagna, FVG, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta) hanno emanato disposizioni per contenere o abbattere i costi a carico delle famiglie.
In relazione alle Carte dei servizi, essa è presente nell’81% delle amministrazioni prese in esame, ma anche questo dato mostra molte discrepanze territoriali: la carta è assente nel 40% dei capoluoghi di provincia del Sud, nel 12,5% di quelli del Centro e nel 6% dei capoluoghi del Nord. Sono previsti strumenti per rilevare la soddisfazione delle famiglie nell’80% delle Carte dei servizi dei capoluoghi settentrionali, nel 67% di quelli dell’Italia centrale e nel 43% dei capoluoghi del Sud.

Con riferimento al rapporto numerico fra educatori e bambini, le singole leggi regionali stabiliscono misure differenti: ad esempio, nella fascia 0-12 mesi si va da 1 educatore ogni 5 bambini in 8 regioni, ad 1/6 in sette regioni, 1/7 in due regioni, fino ad arrivare ad 1/8 in quattro regioni.

Le Paure degli Italiani

il centro studi di Coop Italia, ha costruito la classifica delle fobie nazionali, confrontando l’andamento del 2008, 2017 e 2019 sui Google trend.

Dall’analisi risulta che buio, volare e i cani, sono le prime tre paure degli italiani, ancora prima delle malattie che sono solo al quarto posto.

Altre paure invece sembrano essere il frutto delle cronache. Per esempio, la scomparsa degli attentati terroristici dalle news corrisponde a un calo nelle ricerche di paure come quella del terrorismo.

Crolla e di molto la ricerca della paura di perdere il lavoro (da terzo a 25esimo in una decina di anni è la ricerca che più scende in classifica nel 2019), cresce la paura del cambiamento (dal 23esimo a 18esimo), ma il futuro spaventa di meno gli italiani (dal quinto all’undicesimo). In compenso cresce molto la paura della solitudine, soprattutto nell’ultimo biennio (19esima nel 2017 e ottava nel 2019). Rimangono poi nella top 40 alcune paure atipiche come quella dei bottoni, quella dei clown, quella delle bambole che è in crescita, così come quella dei piedi.

Ue: alleanza contro caro-farmaci

Assorted pills

Nove Paesi Ue hanno creato un database comune che monitorerà le nuove cure per malattie rare e particolari tipologie di cancro, raccogliendo informazioni che i governi potranno utilizzare per negoziare con le case farmaceutiche.

Il progetto si chiama International Horizon Scanning Initiative (Ihsi), e per ora partecipano Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Irlanda, Portogallo, Lituania, Svizzera, Norvegia.

I governi sono preoccupati di non riuscire a far fronte alle spese, visto che alcune cure per il cancro costano intorno ai 100mila euro per paziente.

31 ottobre: Halloween, una tradizione importata!

Halloween nei paesi anglosassoni, è la denominazione ( da All Hallow Eve “ vigilia di tutti i santi”) della sera che precede il giorno del 1° novembre e costituisce un’occasione di festa , soprattutto per i bambini.

Trae origine dalle tradizioni pre-cristiane dell’Europa celtica, in particolare da quelle delle Isole Britanniche, dove il 31 ottobre era il giorno della fine dell’estate ma anche, secondo la credenza popolare, il momento in cui dalla sera e per tutta la notte, le anime dei morti tornavano sulla terra, accompagnandosi a streghe, demoni e fantasmi.

La sua crescente popolarità anche in Europa, deriva dalla tradizione americana, importata in quel paese dagli emigranti, nella quale la notte di Halloween, è la notte del famoso  “Trick or Treat” ovvero “ scherzetto o dolcetto”.

La celebrazione di questa ricorrenza, va ricordata tuttavia, ha origini pagane molto più remote, e pone le sue radici nella civiltà celtica, che festeggiavano l’inizio dell’Anno Nuovo il 1° novembre: giorno in cui si celebrava la fine della “stagione calda” e l’inizio della “stagione delle tenebre e del freddo”.

I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno ( 31 ottobre), che era considerato il momento più solenne di tutto l’anno druidico (religione dei Celti) ed era la notte di Samhain, Signore della Morte e Principe delle Tenebre, chiamasse a se tutti gli spiriti temendo che in tale giorno tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese, permettendo al mondo degli spiriti, di unirsi.

In verità non esistono testimonianze archeologiche o letterarie per poter affermare esattamente se Samhain indicasse solamente un periodo dell’anno o fosse una divinità.

Lo sviluppo di artefatti e simboli associati ad Halloween si è andato formando col passare del tempo.

Ad esempio l’intaglio di jack-ò-lanten (tipiche zucche nelle quali si intagliano volti spaventosi) risale alla tradizione di intagliare le rape e farne delle lanterne per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio. La rapa è stata usata tradizionalmente ad Halloween in Irlanda e Scozia, ma gli immigrati in Nord America usavano la zucca originaria del posto, che era disponibile in quantità molto elevate  ed era molto più grande, facilitando il lavoro di intaglio.

La tradizione americana di intagliare zucche risale al 1837 ed era originariamente associata con il tempo del raccolto in generale, nella seconda metà del Novecento caratterizzò il gemellaggio con Halloween diffondendo l’immagine di questa festa.

Il simbolismo di questa tradizione deriva da varie fonti, inclusi costumi nazionali, opere letterarie gotiche e horror (come i romanzi Frankenstein e Dracula) e i film classici dell’orrore (La Mummia). I primi scritti sugli scherzi di Halloween risalgono al 1780, e sono dello scozzese John Mayne che descriveva il soprannaturale associato alla notte, rappresentava i fantasmi, inoltre nei simboli sono presenti elementi della stagione autunnale, oltre alle zucche, le bucce di grano e gli spaventapasseri, nero e arancione sono i colori tradizionali usati nei travestimenti questa giornata particolare.

Il simbolismo più conosciuto è certamente fare “dolcetto o scherzetto” che significa anche “sacrificio o maledizione” e suona come una minaccia a fare danni di chi non vuol dare un “riconoscimento o un obolo”, e questa è la tradizione peggiore.

Il giudizio del cristianesimo è prudente e non approva Halloween e rigetta la festività, in quanto ritiene che il paganesimo, l’occulto, o altre pratiche e fenomeni culturali giudicati incompatibili con le loro credenze. 

Per molte Chiese cristiane le origini di Halloween sono strettamente connesse alla magia, alla stregoneria e al satanismo, per queste esse portano all’influsso occulto nella vita delle persone, e i bambini sono particolarmente influenzabili in questo campo, e quindi considera questa tradizione  contraria ai principi biblici.

Comunque nel nostro attuale costume e modo di vita, che è fatto di tanti cambiamenti spesso ignorati, se paragoniamo al carnevale, specie visto con gli occhi di chi vede la recente impostazione  della festa che fino a pochi anni fa era solo vista nei film statunitensi, Halloween spesso non richiama simpatie dal punto di vista educativo.

Il fatto di chiedere dolciumi “minacciando” scherzetti può lasciare perplessi molti genitori. Inoltre se i bambini si vestono da maghi e streghe, i più grandi sfruttano l’occasione per sfoggiare maschere da film dell’orrore, e tutto ciò rende complessa l’interpretazione di questa ricorrenza importata.

Inoltre viene vista come un fenomeno commerciale, che nel giro di pochi anni ( da dopo il 2000) ha sminuito la tradizionale due giorni: Festa dei Santi e Commemorazione dei Defunti,  ricorrenze religiose, in una festa “normale” in cui comprare nuovi giocattoli, maschere e trucchi per assumere un aspetto macabro.

Differentemente da come viene festeggiata sia in America, sia in altri paesi del mondo, Halloween in Italia racchiude una ricca storia piena di occultismo e leggende, che portano il popolo italiano ad evitare  varie forme che spesso suscitano il satanismo, particolarmente significative quelle di alcune località della Sardegna e della Puglia.

Senza eccessive polemiche, è in atto da alcuni anni, una proposta lanciata da alcune Parrocchie della Diocesi di Verona, che invitano in particolare i giovani, e non solo gli adulti a  :“Riprendere l’iniziativa per evitare il cambiamento nel modo di vivere la vigilia di tutti i Santi, una ricorrenza ormai monopolizzata dall’onnipresente zucca di Halloween. Si tratta di riproporre alla nostra Italia, la bellezza dei volti dei Santi, che sono la parte più bella della nostra penisola. Questa manifestazione non è contro nessuno e niente: lasciamo ad altri festeggiare le zucche vuote. Noi cristiani abbiamo questi volti, che esporremo sulle porte, alle finestre e ai balconi. Nella notte dedicata all’horror, ci saranno anche loro: i Santi.”

Halloween fa discutere, chi lo sostiene, chi lo avversa, chi è indifferente, rappresenta comunque un aspetto della società, ove il costume, le tradizioni e la cultura sono in continua evoluzione.

Pietro Giubilo: “Restiamo a Roma per aiutare la nostra città”.

Pubblichiamo l’intervento che ieri Pietro Giubilo, già Sindaco di Roma nel 1988 – 1989, ha effettuato al convegno “Dai mali alle idee: Proposte per Roma”, dal titolo Roma: regime speciale, innovazione, decentramento urbanistico , le sfide di oggi.

Intervengo in qualità di vicepresidente della Fondazione Italiana Europa Popolare chiamata a collaborare con il   MCL di Roma per l’organizzazione di questo Convegno. Per i temi e le proposte che illustrerò, in particolare, per gli aspetti normativi di Roma Capitale e  quelli urbanistici sono debitore di quanto elaborato dal Comitato Scientifico della Fondazione . Le considerazioni che seguiranno sulle sfide per la Città, hanno radici nel  terreno fertile del lavoro associativo, svolto nell’ambito del Movimento Cristiano dei Lavoratori per la sua opera al servizio di chi ha bisogno. 

  

Sentiamo tutti,  come sia necessaria  ed impellente la ripresa di un  discorso su Roma. Non si può più essere indifferenti di fronte al degrado della sua  condizione amministrativa, urbana e sociale ed accettarlo con rassegnazione.

Barbara Barbuscia, prima di me, ne ha illustrato efficacemente,  gli elementi di maggiore evidenza. 

Prima di ogni formulazione programmatica va riaffermato, una volta per tutte, che, sul piano normativo, Roma non può continuare  ad essere considerata, come lo è da  decenni, un comune come tutti gli altri, nell’ambito di  una città metropolitana come le altre.  Le sue funzioni reali, primarie    non possono rientrare in quelle di un semplice ente locale anche a  carattere metropolitano. 

Il presupposto da considerare è che il programma degli investimenti e il livello di  offerta dei servizi per Roma Capitale costituiscono una questione di interesse nazionale. 

Ben vengano, dunque,  gli impegni che auspicano la conclusione di un lungo percorso politico e parlamentare fatto di  dibattiti, proposte, provvedimenti, purtroppo mai giunto ad una soluzione definitiva e soddisfacente. 

 Ci si è limitati troppo a lungo  ad una visione di mere esigenze di bilancio o con un limitato ritaglio di competenze,  non operando per una necessaria, compiuta costruzione. 

Sotto il profilo di un  coinvolgimento più ampio  di responsabilità, per gli obbiettivi di qualificazione e crescita della Città,    si dovrebbe, innanzitutto, recuperare ed andare oltre  il senso della legge 396 del 1990,   denominata, appunto, “Interventi per Roma, Capitale della Repubblica”. Venivano tracciati, allora,  gli obbiettivi considerati di “preminente interesse nazionale” e “ funzionali all’assolvimento  da parte della città di Roma del ruolo di Capitale della Repubblica”.  Indicazioni più ampie, rispetto a quanto previsto dalle normative intervenute successivamente.

 Tra questi: la conservazione e la valorizzazione del patrimonio monumentale  archeologico e artistico, dall’area centrale dei fori ai parchi urbani e suburbani; la tutela dell’ambiente  con riferimento ai fiumi Aniene e Tevere e la riqualificazione delle periferie; l’adeguamento e la dotazione dei servizi e delle infrastrutture per la mobilità urbana e metropolitana, la navigabilità del Tevere, la riorganizzazione delle attività aeroportuali, il potenziamento del trasporto pubblico in  sede propria , sotterranea e in superficie; la qualificazione delle università e dei centri di ricerca; la costituzione del polo europeo dell’industria, dello spettacolo e delle comunicazioni e la realizzazione del sistema fieristico ed espositivo; l’adeguata sistemazione degli istituti internazionali operanti in Italia. Interventi  affrontati, in seguito,  solo parzialmente. Un articolo a parte era dedicato alla realizzazione del Sistema Direzionale Orientale,  per il cui progetto direttore, nell’anno precedente, la giunta, da me guidata, aveva incaricato tre personalità di grandissimo rilievo: Kenzo Tange,  Gabriele Scimemi e Sabino Cassese, oltre che avere predisposto una struttura ad hoc. Con esso, come recitava il progetto, si sarebbe anche ottenuta “la riqualificazione del settore orientale della città e …  la trasformazione delle periferie in una parte integrante della città”. 

La realizzazione degli interventi ,  proposti da una commissione che coinvolgeva le  tre istituzioni (Comune, Provincia e Regione), in rapporto con l’ Ufficio  del Programma per Roma Capitale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, si sarebbe avvalsa di  accordi di programma e conferenze di servizio , con la utilizzazione del silenzio assenso. Erano previsti finanziamenti adeguati e ricorrenti.

 Aspetti e procedure in parte rimasti con la normativa per la Città metropolitana, intervenuta successivamente,  ma con un profilo più interno ai ministeri competenti, rispetto ad una logica complessiva di governo. 

Insomma, finalmente, con il provvedimento di allora,  lo Stato interveniva per Roma, non dall’alto, ma coinvolgendo le  istituzioni locali, non per tappare i buchi del bilancio, ma per la realizzazione di progetti  finalizzati al ruolo della Capitale. Tuttavia, alle buone premesse non corrispose una sufficiente operatività. Emblematica fu, poi,   la rinuncia del Comune , nel 1995, a realizzare il punto più qualificante del programma previsto dalla legge del 1990 , cioè lo SDO. Finiva la vera grande speranza per la modernizzazione di questa Città, sulla quale avevano puntato la migliore cultura urbanistica e le più qualificate energie imprenditoriali, ostacolata da pesanti interessi conservatori.  

Occorre, oggi, chiarire definitivamente che – pur consapevoli delle difficoltà e  dimostratasi l’inefficacia di un diverso orientamento  – le competenze normative da attribuire alla Capitale devono comprendere una eccezione costituzionale, cioè poteri oltre le limitate attribuzioni regionali o provinciali.

Infatti, con la legge sulle Città metropolitane del 2014, che ha ridisegnato anche il quadro normativo della Capitale,  Roma non va oltre i poteri di una grande provincia. La Regione Lazio, oltretutto, non si è voluta privare di propri ambiti, disattendendo anche la possibilità prevista dalla legge 42 del 2009,  per l’istituzione di un tavolo interistituzionale per il trasferimento organico di funzioni amministrative alla Capitale: urbanistica, trasporto pubblico locale, commercio, rifiuti, fondi europei.  Abbiamo ben presente il caos di sovrapposizioni di competenze tra Regione, Città metropolitana, Provincia e Comune di Roma. 

Ricordo soltanto che uno status speciale per Roma Capitale comporterebbe – ne accenno soltanto –  la definizione di due  ambiti elettivi di governo, uno metropolitano, con competenze normative,  programmatorie e amministrative, non solo di area vasta, ma con poteri di più alto livello,      indispensabile per amministrare adeguatamente gli elementi fondamentali per lo sviluppo ed un secondo piano con la trasformazione delle attuali municipalità   in comuni metropolitani , che consentirebbe più partecipazione e più responsabilità.  

La mancata approvazione di una normativa speciale, di profilo costituzionale, per Roma, costituisce il principale  elemento che condiziona e rende difficile il suo futuro. 

Un futuro a cui nessuno guarda,  presi dalle incombenze di un presente caotico, dalla ritrosia di pensare e scegliere in grande , nell’affanno di una difficile navigazione a vista.

Esempi significativi di questa ritrosia l’abbiamo visti   nella rinuncia a candidare Roma per le Olimpiadi e , forse,  ancor più grave, nel rifiuto del “tavolo” proposto, a suo tempo,  dal Ministro Calenda per i progetti di “Sviluppo Capitale ”o definiti , meno brillantemente, “Fabbrica Roma”,  nei settori delle concessione di credito, innovazione e ricerca, rilancio del turismo, l’aerospazio e la ricerca tecnologica, l’utilizzo delle ex caserme . Si trattava, peraltro,  di una iniziativa con un aspetto di estemporaneità fuori da un rapporto organico e funzionale come era stato previsto, appunto, dalla legge del 1990. 

Roma, del resto,  dovrebbe essere chiamata a svolgere adeguatamente  la sua funzione di Capitale , costantemente, ogni giorno, proprio per le opportunità che le derivano dalla stessa realtà attuale che la vedono grande vetrina internazionale, meta di un turismo attratto da un patrimonio unico al mondo, centro di sedi amministrative, universitarie, di ricerca, di opportunità nel campo della comunicazione e della creatività. 

 

Dobbiamo a questo proposito , avere il coraggio di indicare un connotato nuovo, cioè un percorso per  rendere possibile uno sviluppo economico e produttivo della Capitale che poggi sull’ innovazione e sul digitale.  La città amministrativa è stata vista per troppi decenni,   come motore di sviluppo edilizio a iniziare dalla costruzione dei quartieri intorno a piazza Vittorio e proseguendo fino all’intensa  urbanizzazione del secondo dopoguerra. 

In particolare le attività industriali e produttive, evolutesi  in settori della tecnologia avanzata e della ricerca (in particolare Spazio, Digitale e Information Technology, Farmaceutica)  , collegate, oltre che con il terziario direzionale, con le attività culturali e artistiche, con il turismo, con la cinematografia e la televisione, l’alta moda , l’editoria, costituiscono  direttrici di sviluppo, suscettibili di nuove espansioni. 

Si dice che Roma è in declino, ma il turismo cresce più che in tutte le altre metropoli d’eccellenza in Italia. Dobbiamo però migliorare Roma e il Lazio puntando sull’ accoglienza e l’ospitalità, rimuovendo i grandi macigni  che rallentano la Città: pulizia e decoro, ambiente, strade. Non è impossibile, le altre capitali lo hanno fatto: percorsi pedonali, parcheggi interrati  e mezzi pubblici elettrici nel centro storico; trasformare il rifiuto da costo a risorsa e produzione di energia. 

  Dobbiamo far ritornare Roma a farsi desiderare dagli stranieri. 

Come?

Alleggerendo i pesi che incombono ed avviando due progetti seri per farci apprezzare dai nostri visitatori:

  • la realizzazione di un’App –  da aggiornarsi continuamente –  che, in formato molto facile ed amichevole, consenta ad ogni persona di orizzontarsi in questa città, li indirizzi su percorsi ottimali, i mezzi pubblici continuamente disponibili, l’accesso migliore al buon cibo, ai nostri musei, alle nostre antichità, ai nostri divertimenti, agli acquisti di specialità;
  • incentivare le imprese a diventare digitali 4.0 per adeguare  le loro fabbriche e la loro organizzazione per produrre prodotti migliori, apprezzabili dai potenziali clienti, ed avviare un sistema di logistica smart e di commercio on line,  per affrontare nuovi mercati lontani e vicini , migliorando l’immagine delle imprese e quello della Città. Qualificando la logistica ed affrontando la gestione digitale del traffico  si fa un gran regalo all’ambiente. 

Oggi l’innovazione digitale rappresenta una grande opportunità che dipende in buona parte  da scelte a livello europeo e governativo, ma dobbiamo fare i conti con i giganti del Web del Nord America  e dell’Asia Orientale; l’Europa se ne è accorta, ma pure l’Italia deve farsi rispettare e far pagare le stesse tasse a chi vende in Italia, ma hanno la testa e le strutture nei paesi a tassazione ridotta. 

Le amministrazioni locali devono porsi come elemento dinamico e di iniziativa. Non basta attribuire a tale possibilità  l’obbiettivo di una semplificazione procedurale nell’ambito dell’amministrazione comunale; vi sono altre opportunità degne di grande attenzione.  Ed è la politica urbanistica unita ad un input politico di risoluzione degli aspetti burocratici che possono sollecitare, con adeguate previsioni infrastrutturali,  gli investimenti in questo settore.  

 Dobbiamo invertire una tendenza negativa. Sono, infatti  le condizioni di abbandono del quadrante est che hanno tarpato le ali ad un progetto importante, voluto dalla Camera di Commercio,  come il Tecnopolo Tiburtino. La Tiburtina Valley negli anni ‘80 e ’90, trainata da insediamenti nel settore spaziale e della difesa,  aveva visto crescere un ampio indotto di piccole e medie imprese che poteva rappresentare un ulteriore sviluppo di nuova imprenditorialità. 

La scelta coraggiosa  di BNL di insediarsi alla stazione Tiburtina, con il degrado che la circonda,  risulta una cattedrale nel deserto, in quanto non innervata in un sistema complessivo infrastrutturale che i  collegamenti di viabilità pubblica non risolvono. La stazione che ospita il più importante hub dell’Alta Velocità è circondata da un degrado costituito da dormitori all’aperto e condizioni igieniche indescrivibili. Il piazzale antistante all’ingresso,  principale accesso alla Città per turisti e uomini di affari, è un campo di sbandati che costituisce nelle ore serali un reale pericolo. 

Dobbiamo riflettere su quanto ha scritto all’inizio del mese il professor  Antonio Preiti , consulente strategico del CENSIS: “Se oggi un’azienda importante, magari globale, i cui manager per consuetudine girono il mondo, volesse a Roma uffici attrezzati, parcheggi comodi e ambienti curati , avrebbe enormi difficoltà a trovare gi edifici giusti. Roma ha una carenza enorme d’offerta immobiliare sull’edilizia direzionale, poiché si tratta di una tipologia che, oltre ad avere necessità degli spazi , deve incorporare intelligenza costruttiva, stile e funzionalità”. 

Ma dobbiamo valorizzare le novità.  Va segnalata l’iniziativa a sostegno delle startup, supportate dalla Università Luiss.  Si tratta di un modello virtuoso che ha unito una università e un fondo di investimento privato nel quale, successivamente è entrata una società di capitali , costituita da una fondazione bancaria. Giovani, idee e capitali  in una location significativa : la stazione Termini. Assente è solo il comune di Roma. 

Nel campo dell’innovazione, in sostanza,  dobbiamo invertire una tendenza che vede incrementare la distanza tra Milano e Roma, con la prima che si afferma anche grazie al modello fondato  proprio sulla partnership pubblico/privato. 

In sintesi i fatti dimostrano che debbono esserci tre interlocutori a dialogare in modo armonico e proficuo per fare sistema: l’ente territoriale, gli imprenditori e le università. Su questo modello Roma  deve riappropriarsi della leadership. La Città, non dimentichiamolo, possiede un patrimonio unico al mondo: la presenza di San Pietro. Occorre impostare la visione della Capitale come una grande officina di innovazione per il rilancio di una città Smart. E’ sede delle più importanti società di telecomunicazione e del settore Energia: la collaborazione di queste con il territorio e con il mondo accademico potrebbe generare innovazione per cambiare la città attraverso progetti di mobilità sostenibile e, come abbiamo indicato, applicate al turismo. 

 Senza contare che  occorrerà intervenire, tentando di ottimizzarne l’attività,  sullo stato fallimentare delle strutture espositive che ha visto localizzazioni tutte  sbagliate: da Fiumicino per la Fiera, alla “nuvola” per i congressi all’Eur, passando per la vela di Calatrava.   

Desidero, a questo punto,  indicare brevemente, quale possa essere la modalità più adeguata per la complessiva politica urbanistica della Capitale.  

Si tratta di procedere, nell’area metropolitana,  con un modello policentrico, già ipotizzato nell’abbandonato Piano Territoriale Regionale, tuttora in vigore (redatto da una commissione presieduta dal professor Sabino  Cassese ), attraverso un efficiente sistema viario e di trasporto pubblico. 

Roma non può sopportare ulteriori edificazioni, soprattutto dopo la pur parziale applicazione degli articoli 11 della legge 493 e le  iniziative del policentrismo direzionale, interno al Comune, sparso casualmente che ha fatto seguito all’abbandono dello SDO.  Si è giunti alla saturazione del tessuto urbano.  

Il decentramento urbanistico deve  segnare il futuro di questa Città, resa invivibile da scelte sbagliate e da una visione attenta solo a incrementare le edificazioni del suo ambito consolidato e delle periferie,  con troppo scarsi interventi strategici.

 La città moderna consolidata  dovrà mantenere la struttura urbanistica attuale, salvo interventi  necessari per motivi funzionali, ma coerenti con l’ambiente urbano esistente. Nelle periferie dovranno essere trapiantati dei “cuori”,cioè dei centri di quartiere e recuperarle   attraverso il completamento di infrastrutture, servizi e verde pubblico e , ove possibile, integrate fra loro – non solo con i troppi e troppo grandi centri commerciali – consentendo attività artigianali e di servizio  che potrebbero essere trasferite dalle altre aree urbane. 

Su tali prospettive dovrà misurarsi la creatività imprenditoriale. Questo settore produttivo, che è  fonte di occupazione, deve mantenere un valore importante, mentre la crisi ha pesanti , insopportabili,  conseguenze sociali. 

Oltre a quelle centrali,  rese più sicure nell’apertura  al pubblico, deve essere prevista una tutela integrale per  le aree archeologiche e ambientali esterne alla città consolidata, un vero e proprio vallo verde e della memoria della Città.   La loro sistemazione deve essere un elemento di recupero identitario per le periferie rispetto alle quali vanno collegate con percorsi e itinerari fruibili. 

Un cambiamento di modello è necessario, poiché , per decenni,  la Città ha vivacchiato con gestioni urbanistiche limitate a soluzioni e operazioni episodiche  e locali , legate a richieste edificatorie , spesso in deroga, non collocate e sostenute da un quadro normativo  complessivo adeguato alle sue problematiche. Addirittura, al fine di giustificare la marmellata urbana, si è coniato un linguaggio che tentava di nobilitare  questo indirizzo: dal “pianificar facendo” , all’ “urbanistica contrattata”. 

 

L’ultimo elemento da prendere in considerazione per una prospettiva nuova della  Città, esula dagli aspetti normativi ed urbanistici, per entrare nelle ferite sociali che Roma oggi presenta. 

Intendo far riferimento a ciò che le autorità ecclesiastiche cittadine indicarono al tempo dell’ultimo grande evento che ha interessato la Città,   alla vigilia, cioè, del Giubileo straordinario del 2016. 

Si   trattò di un intervento, allora  non adeguatamente compreso e colto dalle forze politiche di una  Città desolata e distratta che, proprio in quei giorni, assisteva all’inizio di quel  processo che, allora, venne definito di “mafia Capitale”,  mentre l’impegno amministrativo e i provvedimenti operativi per l’evento giubilare sarebbero  naufragati nella illiceità e nella inefficienza. Proprio per tale disattenzione di allora, ci sembra doveroso riproporne i contenuti.  

L’allora  Cardinale Vicario,  nella Basilica di San Giovanni,  a novembre 2015, indirizzò un “appello” alla Città,  conscio che la crisi di Roma rivestisse  anche un valore simbolico e riguardasse l’intero Paese.  La sua difficile condizione , affermò il Vicario, avrebbe richiesto  “un supplemento d’anima per essere all’altezza della sua vocazione e delle nostre attese  di speranza”, rendendo la Città “ più attiva, più partecipe, più unita”.  

Si parlò allora di “cinque sfide” ma che possiamo tutte compendiare nella necessità di un atteggiamento  attivo rispetto alle realtà della Città e di un richiamo alla consapevolezza di dover intervenire.  Un invito a costruire la città della solidarietà. 

Recentemente, anche  il nuovo Vicario ha chiesto di costituire le “équipe pastorali”, supportate dalla Diocesi,  che, ascoltando il “grido della città”,  possano “prendersi cura del cammino di tutti , custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative”.  

Vallini , insisteva nella richiesta, innanzitutto,   di affrontare “le vecchie e nuove povertà” . Questa  esortazione ecclesiale invita sia  ad operare    sul versante  dello sviluppo, per creare più offerta di lavoro,  sollecitando le realtà sociali e produttive, per le quali l’amministrazione dovrebbe realizzare un luogo di permanente verifica dei programmi e delle realizzazioni, sia  contrastando l’isolamento e dell’abbandono di chi è emarginato , attraverso l’intervento delle realtà territoriali del terzo settore presenti e diffuse largamente nelle zone periferiche. 

Poi la questione “dell’integrazione e dell’accoglienza”, che non è solo quella dell’immigrazione, con la realizzazione di strutture adeguate,  attraverso interventi di edilizia pubblica, esterni alla città consolidata,  anche in accordo con i privati costruttori; con programmi di riscatto degli alloggi che alimenterebbero un fondo per nuovi investimenti . Recentemente il SICET ne ha fatto un puntuale inventario.   La Città ha bisogno di relazione anche rispetto alla questione degli immigrati . A questo proposito il terzo settore ed il volontariato sono indispensabili.  

Veniva intravista anche  la necessità di intervenire nell’ambito educativo,   attraverso “la scuola, l’università e gli enti di formazione professionali , così numerosi a Roma” al fine di “promuovere il senso etico e civico, educare alla legalità, al rispetto reciproco e all’accoglienza di ciascuno”. Affinché  Roma, che sempre ha dimostrato generosità e solidarietà, non fosse  sospinta, dall’asprezza dei problemi sociali, verso forme di rancoroso egoismo come hanno dimostrato alcuni  episodi, soprattutto nella periferia est. 

Non poteva  mancare, anche a proposito di quanto detto adesso, un invito ad una “vera e corretta comunicazione … per promuovere  contenuti che investano il rapporto media-famiglia-cultura-solidarietà-giovani”. Anche questo invito del cardinale Vallini rappresentava una necessità di cambiamento,  poiché nella comunicazione prevalgono quelli che anche il cardinale definiva “interessi economici e di parte”. Ben vengano confronti e proposte  sulle quali gli organi di informazione coinvolgano le forze vive della Città. Dare voce a chi opera a servizio degli altri è un dovere di una corretta comunicazione. 

Infine veniva segnalata un’ultima sfida che andava al cuore della crisi di rappresentanza della Città, la necessità di “formare pazientemente  la classe dirigente di domani”. E’ un invito a riprendere ,  da parte dell’associazionismo, di ispirazione  cattolica, quell’ impegno sociale, fondato sulla dottrina sociale della chiesa, base indispensabile   di una politica di servizio. I seminari di formazione del MCL riguardano  anche agli aspetti amministrativi e legislativi delle comunità e degli enti locali, sollecitando i giovani a voler intervenire  nelle attività dei municipi, prossimi alle problematiche del vivere quotidiano. 

Non dimentichiamo che la formazione della classe dirigente non può essere disgiunta dal ripristino di grandi valori di onestà e chiarezza nell’espletamento delle diverse funzioni  della amministrazione pubblica, contrastando decisamente la diffusa corruzione in atto. 

Complessivamente l’appello del Cardinale e le sfide mostravano un elemento comune: quello di invitare i corpi intermedi  a intervenire per la salute della Città, per il suo sviluppo, per risanare ferite inferte da troppi anni di inadeguatezza politica ed amministrativa.  

“Roma – si disse allora –  ha bisogno di una forte riscossa spirituale, morale, sociale, civile, con la cooperazione di tutti . Non aspettiamo che comincino gli altri: ciascuno nel suo ambiente si faccia protagonista di buone idee, di proposte, di dialogo, di azione”. 

 

Ed è il motivo  di questa iniziativa che intende passare dalla denuncia dei “mali” alle idee e ai progetti per questa Città che un eminente poeta inglese chiamava “città dell’anima”. 

Il suo  carattere particolare è stato evidenziato  nella recente, importante, ricerca, coordinata dal professor  Domenico De Masi. In essa Roma è definita “città-mondo”. Ritengo, tuttavia,  che più che un carattere cosmopolita essa abbia,  a fondamento, una segno universale. Mi sia consentito : non è la stessa cosa. Non si può confondere l’universale con l’indistinto.  

Concludo con una gustosa citazione da un articolo del 1954  di Silvio Negro, un giornalista vicentino, vissuto fino alla soglia degli anni ’60,    intelligente ammiratore della nostra Città, della quale scrisse “non basta una vita”, per conoscerla nel profondo.  

“Visto e considerato  – scriveva il cittadino Umbricio a Giovenale milleottocento anni fa – che qui a Roma non c’è più posto per i lavoratori onesti il cui stipendio è praticamente nullo, e poiché la situazione di oggi è peggiore di quelle di ieri e quella di domani sarà più nera di quella di oggi, io ho preso la decisione di tornarmene a Cuma. Restino pure a Roma, caro Giovenale, quelli che hanno l’abitudine di ingannare il prossimo vendendo fumo; ci restino tutti coloro per i quali è un gioco da ragazzi ottenere appalti per costruzioni edili , per sbancamenti fluviali, costruzioni di porti  e bonifiche, restino pure a Roma gli strozzini delle pompe funebri: ci restino quelli che non esitano a vendere l’anima al miglior offerente. Io me ne vado”.

Che il cittadino Umbricio avesse ragione allora e forse anche oggi, potrebbe essere una facile constatazione. 

 Ma noi abbiamo un’altra scelta: restare a Roma per aiutare questa nostra Città. 

 

 

Dopo l’Umbria: la scelta tra disincanto e maturità

La sensazione che si avverte osservando il vasto e variegato contesto politico italiano è quella dell’“inesorabilità”. Sembra cioè che osservatori, ma anche attori, politici si pongano in rapporto con gli eventi come si sta di fronte a una valanga. Lo stravolgimento degli equilibri politici è accelerato a tal punto che ci si sente impreparati e inermi. La velocità e l’imprevedibilità del cambiamento è evidente. Qualcuno fa notare per esempio che dal 2014 ad oggi si sia passati da 16 regioni di sinistra contro 3 di destra a 7 di sinistra contro 12 di destra. Su questa traiettoria il sorpasso in Umbria è stato un vero e proprio trionfo della Lega, che ha travolto il centro-sinistra. Tutto ciò motiva uno stato di shock, e quasi di passiva rassegnazione di tutte le parti “sconfitte”.

Bisogna però chiedersi quanto fatalismo sia lecito ancora concedersi in questo momento. Cioè bisogna chiedersi se non sia proprio il disincanto diffuso già da tempo nel mondo della politica ad aver provocato le ormai numerose sconfitte degli epigoni (chiamarli eredi sarebbe troppo) dei partiti tradizionali repubblicani. Quel disincanto è ispirato dal modo di leggere la transizione politica, economica, sociale, antropologica che si sta vivendo così convulsamente; non dalla transizione come tale, ma dalla sua lettura secondo una mentalità vecchia, o meglio, ancora immatura. Sembra un paradosso, ma la malinconia ancora diffusa nel mondo di sinistra, in certo mondo liberale e anche in quello popolare e cattolico non è semplicemente un sintomo di un pensiero “datato” e “inattuale”, perché l’inattualità di per sé potrebbe essere anche rivoluzionaria. Il punto è l’immaturità politica. Cioè il punto è che la mentalità cristallizzata nei bei tempi andati non è solo vecchia, ma anche non cresciuta, non al passo con una doverosa presa di coscienza. Il vecchio uomo della democrazia dei partiti di massa non rischia solo di invecchiare (che è fisiologico), ma di rimbambire (che è patologico), cioè letteralmente di ritornare bambino, a uno stato di innocente passività.

Si troverà la forza di riconoscere gli errori commessi? Di ripensare realisticamente l’attuale equilibrio politico svuotando alla base l’impeto dell’avanzata reazionaria e sovranista? Alla base, cioè partendo dalle persone, dalle loro legittime esigenze e dall’orientamento dei loro desideri, che è sempre in qualche modo politico. In Emilia e in Calabria non si potrà più competere con vecchi strumenti, c’è bisogno di un coraggio diverso, di una visione chiara, di una definizione chiara della propria identità e delle conseguenti alleanze. In questo senso il pensiero politico cattolicamente ispirato può aiutare a leggere in modo dinamico le forze politiche in gioco: i cattolici possono invitare il PD a una nuova presa di coscienza e ridefinizione del suo ruolo e della sua identità, ma anche seguire con interesse il M5S nella sua parabola di istituzionalizzazione e di chiarificazione di intenti. Il tutto in perfetta autonomia. Anche denunciando l’ipocrisia fisiologica e oggi patologica che pervade ogni forza politica, chi si sente popolare oggi ha in compito di esprimere critiche puntuali e serie all’attuale governo e al precario equilibrio su cui regge; critiche tanto sincere quanto costruttive, che mirino nel breve periodo a un chiarimento di idee degli orizzonti da contrapporre con forza alla prospettiva regressiva delle destre. Nel lungo periodo, l’obiettivo è che si miri a una rappresentazione più fedele della società italiana: non siamo un popolo diviso in “reazionari” e “confusi”. Siamo un popolo che tiene insieme tante differenze (proporzionalmente rappresentate), e che come casa comune ha un sistema costituzionale e un compito comune: vivere umanamente la nuova epoca in cui ci troviamo.

Una chiacchierata sulla Regione Lazio, partendo dalle Reti. E passando per Roma

Intervista ad Augusto Gregori, componente della Segreteria del PD Lazio e Responsabile industria, commercio artigianato, turismo e sport.

Gregori, nelle ultime settimane sono state assegnate le deleghe nella segreteria del PD Lazio. Nello specifico, alla sua persona è stata affidata una delega “pesante” (come si direbbe in politica), e cioè quella relativa all’industria, al commercio e artigianato, turismo e sport.  Senza tralasciare che sulle sue spalle ricade una grande responsabilità, poiché il Presidente della Regione Lazio è anche il Segretario nazionale del suo partito

Ci terrei innanzitutto a ringraziare il Segretario Regionale Sen. Bruno Astorre, per la stima e la fiducia riposta in me e ci tengo a precisare fin da subito che il nostro obiettivo è quello di svolgere un grande lavoro di squadra. Abbiamo fin da subito concordato la creazione di forum dedicati in maniera ampia e plurale, dove ci saranno personalità di alta competenza e rappresentative dei rispettivi mondi e della società civile, e saranno aperti al contributo di tutti coloro che vogliono impegnarsi e darci una mano, sia iscritti al PD  che non. Lavoreremo su temi e settori che tra loro sono accomunati da una “filo conduttore”: contribuiscono a migliorare la nostra Società, attraverso la condivisione della “Bellezza” dei mondi presenti sui nostri territori, la trasmissione di valori fondamentali che ci accomunano e la creazione di un benessere a disposizione di tutti. Darò e farò il massimo affinché tutti possano riconoscersi nella visione di insieme che vogliamo mettere in campo e chiederò il massimo a consiglieri e assessori di riferimento, che dovranno essere sempre di più in prima linea insieme a noi nelle battaglie che vogliamo vincere. Il nostro è un compito politico e quindi saremo da stimolo costante. Intanto le do il primo appuntamento per il 21 novembre al Tempio di Adriano, dove insieme ai consiglieri regionali, alle istituzioni camerali,  alle associazioni di categoria, civiche e gli amministratori locali, della Regione Lazio, presenteremo il Testo unico del Commercio. Sarà una ricca giornata di novità.

A proposito del testo del commercio, dopo 4 anni di lavoro e 20 di attesa è stato approvato, in consiglio regionale. Che giudizio dà e come crede che quest’ultimo inciderà nel settore?

La legge sul commercio approvata in consiglio regionale garantisce strumenti per la tutela e lo sviluppo di un settore vitale per l’economia e l’occupazione della nostra Regione. Si tratta di un testo che porterà innovazione e semplificazione di procedure, oltre ad una sana programmazione commerciale. Sarà destinato non solo agli esercizi di vicinato, come ad esempio le botteghe storiche e gli artigiani, ma anche alle medie e grandi strutture di vendita e i mercati rionali. Il Testo Unico ha inoltre l’obiettivo di rafforzare il settore con tutele nei contratti di lavoro, il contrasto all’abusivismo, alla contraffazione e il recupero delle eccellenze alimentari, prevedendo novità anche per consentire una maggior qualità e innovazione di alcuni settori nevralgici del commercio e della distribuzione.

Questo nuovo testo dà ulteriore conferma del buon lavoro fatto dalla Giunta Zingaretti in Regione Lazio e indica con chiarezza che sulle misure che migliorano la vita delle persone si può e si deve trovare la giusta sintesi politica. E per questo ringrazio tutta la squadra che ha saputo dare visione e fare sintesi al fine di arrivare ad una scelta condivisa e di qualità. 

Le sfide globali obbligano ad una riflessione. Nei giorni scorsi il caso Whirpool – per citarne soltanto uno – ha svolto la funzione di campanello d’allarme nell’ambito dell’impresa. Se la Brexit suscita ulteriore incertezza nei mercati, quale sarà la ricetta per contrastare questo moto dilagante di instabilità?

Se il Lazio è diventato la prima regione in Italia per nascita di nuove imprese, dove si è registrata una esplosione dell’export e dove l’organizzazione a rete delle imprese piccole e medie è una realtà concreta, non può essere certamente un caso. A metà del 2019, la nostra regione ha raggiunto il numero di occupati più alto di sempre. 

In controtendenza con il trend nazionale, l’imprenditoria laziale vive ora una fase di slancio che, sia pur nella non facile fase economica generale, spinge lo sviluppo economico regionale, grazie alle capacità dei nostri imprenditori e alla progettualità messa in campo da giunta e consiglio regionale. Secondo le statistiche, a settembre 2019 oltre 8.000 imprese hanno stipulato un contratto di rete, dando vita a forme di organizzazione che attraverso un processo di aggregazione consente di realizzare obiettivi comuni. 

Noi abbiamo l’obbligo di allontanare ogni incertezza con fatti e azioni reali: è questo ciò su cui si dovrà continuare a lavorare come obiettivo primario.  I sani strumenti della forma associativa sono il driver per creare crescita, ricerca e sviluppo.

Una visione incentrata sul territorio. Può funzionare l’idea del ripartire “dal basso”? Sembrerebbe un termine abusato, più che una certezza. 

Noi siamo dei “privilegiati” nella nostra funzione politica, poiché la Regione Lazio ha già posto l’impianto per uno sviluppo strutturato.  Grazie a bandi pubblici – questi hanno trovato grande riscontro da parte dei territori – che hanno svolto funzione di stimolo, oggi il nostro sistema territoriale è cresciuto, si è rafforzato ed è divenuto maggiormente competitivo. Rafforzare le reti, permettendo alle PMI di crescere e rafforzarsi è la ricetta per rendere il tessuto economico resistente agli shock economici. Le reti di imprenditori e delle imprese sono la nostra risorsa madre, linfa vitale di una regione che, nell’innovazione e nella ricerca ha investito al rendersi pronta ad affrontare le sfide imminenti che si pongono davanti a loro. Se la Brexit – ricollegandomi alla sua affermazione precedente – spaventa colossi come la Germania per la riduzione nella bilancia commerciale dovuta alla contrazione dell’export, il Lazio nel 2019 ha incrementato le esportazioni del 27%, contro una media nazionale lievemente inferiore al 3%. Tutto in un solo anno.

In parole povere?

Quasi 2 milioni e mezzo di impiegati. Dato a cui si accompagna una diminuzione di persone in cerca di lavoro che supera quota 55mila. Mi ripeto: tutto in un solo anno. 

Questo è il motivo per cui, pur partendo da posizione privilegiata e chiaramente con un ruolo prettamente politico, posso tranquillamente dichiarare che il lavoro non è che agli inizi.  Il Partito Democratico, sta lavorando affinché la fiducia torni a trainare l’economia del Lazio, anche grazie al coinvolgimento di tutti coloro i quali contribuiscono a creare ricchezza nella nostra regione, che devono essere ascoltati. E allora la solidità delle reti rappresenta il punto da cui ripartire, al fine di migliorare le politiche di sviluppo. 

In tutta la Regione, insieme alle federazioni provinciali, stiamo pensando di avviare un percorso di ascolto e confronto su proposte concrete, al fine di tracciare la linea della visione futura, che renda la Regione Lazio sempre più attrattiva, innovativa e competitiva. 

In termini di attrattività, Roma Capitale risente della competizione con la città di Milano, non fosse per il turismo religioso che ancora rende Roma meta primaria per indotto. Essendo il turismo di sua competenza, cosa pensate di fare per invertire questo trend e, è solo lì che bisogna agire?

Una delle chiavi è certamente il Turismo congressuale, che insieme alla valorizzazione del settore sportivo oggi può rappresentare uno strumento determinante. Milano è città di flussi legati al business, e lo stesso sport – un esempio lampante saranno le Olimpiadi del 2026 Milano-Cortina – è uno strumento sano per rafforzare l’indotto turismo. Investendo sempre più in innovazione, nuove tecnologie, imprese e ricerca, queste rappresenteranno un volano di sviluppo economico, oltre al grande ruolo di aggregatore sociale e di promozione dell’intera regione. Il Turismo congressuale, insieme alla valorizzazione del settore sportivo, sono alcuni degli strumenti per rilanciare non solo Roma, ma il Lazio tutto, in un’ottica di proposta alternativa, riattivando un ciclo economico positivo all’interno dei nostri territori. 

L’economia non è fatta da compartimenti stagni ed ogni settore può dialogare con altri. Quindi lo sport, nell’ottica di sviluppo cui accennavo prima, si collega anche al turismo, che trae sicuro beneficio da una costante crescita degli eventi sportivi. L’amministrazione non deve essere ostacolo, ma alleato del mondo dello Sport.

Questo vale per tutto il Lazio ed in particolar modo per Roma, che non può vivere di rendita sul Colosseo, ma deve sapersi rilanciare dopo un ultimo quinquennio che l’ha vista perdere molto terreno rispetto alle grandi capitali europee. La Capitale deve essere vivibile prima di tutto per i propri cittadini, solo così, con servizi efficienti, manutenzione continua e il decoro crescente, i turisti potranno aver voglia non solo di soggiornare più a lungo (ad oggi la durata media è solo di 2,1 giorni), ma anche di tornare per godersi una città che deve piacere ai romani e al mondo. 

Inoltre dobbiamo vedere lo sport come strumento per educare ai valori ed alla qualità della vita delle persone. Questo può avvenire solo partendo dalle scuole, nelle quali si può rafforzare la presenza dello sport, anche collaborando con il vasto tessuto di associazioni sportive, sparse sul territorio della nostra Regione.  Lo sport di domani, attraverso iniziative che portino i giovanissimi ad amarlo, è il benessere di oggi.

Un altro settore strategico è l’artigianato, che potrebbe rappresentare anch’esso un volano di sviluppo oltre che contribuire al rilancio della storia e della cultura dei nostri artisti artigiani e per il quale ad esempio si potrebbe pensare di strutturare una accademia dell’artigianato, dove formare giovani artigiani che possano contribuire al rilancio del settore e dare continuità alla storia, alla cultura e all’arte che il settore rappresenta. Anche qui puntando alla valorizzazione dei territori. Pensiamo ad esempio ad una cittadella dell’artigianato nei territori colpiti dal terremoto, territorio in ginocchio dove si potrebbero concentrare eccellenze regionali che insegnino l’arte dell’artigiano per far continuare a vivere la storia e la cultura dei nostri luoghi, dei nostri prodotti e appunto della nostra arte. E poi c’è l’industria dell’audio visivo, dove la regione sta investendo molto, il polo tecnologico, oltre a settori fondamentali come l’aerospazio e il farmaceutico che rappresentano per il Lazio eccellenza e fonte di economicità e sviluppo sia sociale che economico.

E invece su Roma, non mi ha detto molto, che ruolo ha e dovrebbe avere nel Lazio?

Eh, Roma. Mentre la Regione Lazio corre, cresce e sviluppa benessere sociale ed economico, Roma sta diventando una zavorra per il paese.  Mentre nel mondo le persone si concentrano sempre più nelle grandi aree metropolitane dove si concentra gran parte del PIL, la nostra Capitale non ha un progetto strategico. C’è solo una giunta incapace, litigiosa e sempre pronta a dare la colpa ad altri. Sono 3 anni che governano la Capitale, chi sono gli altri?

A Roma è necessario riportare nell’amministrazione capitolina una strategia di governo della città che punti alla qualità e non alla semplice sopravvivenza. Per fare questo Roma deve tornare al centro del dibattito nazionale, veramente. Roma ha bisogno di una riforma strutturale, non può essere trattata come una delle tante città italiane, la Capitale necessità di una vera autonomia legislativa ed organizzativa.

Va ripensato il ruolo de Municipi, rendendoli maggiormente partecipi nella vita amministrativa della città, in ostaggio dei soffocanti limiti dati alle loro ristrette competenze.

E poi va messa in campo una visione, una idea di città, un progetto strategico, che parta dalla riorganizzazione delle grandi malate della città, le sue partecipate. Serve ripensare la sua dimensione Urbana, per creare quartieri più accoglienti. Serve un nuovo piano casa che non veda solo opportunità nelle nuove costruzioni, ma permetta anche una più oculata gestione del patrimonio della Città.

Ed ovviamente serve un grande piano di investimenti sull’ambiente: piano rifiuti che chiuda il ciclo in città, puntando sull’economia circolare, la riorganizzazione di AMA, (prevedendo la gestione del servizio a livello municipale e quello degli impianti a livello di città metropolitana o regionale…ma questo è solo esempio, non vorrei entrare troppo nel merito) e nuovo grande progetto della Mobilità, sia per rinnovare il parco mezzi sia per investire in nuove linee (tram, metropolitane ) e in nuove forme di mobilità individuale (uber, monopattini, car sharing, bike sharing).  A Roma serve visione. E poi, soprattutto serve un Sindaco. Un sindaco che abbia chiaro che Roma non è solo il trampolino per la sua realizzazione, Roma è una grade sfida per chi ha ambizioni riformiste, per chi vuole cambiare questo Paese partendo dalla sua Capitale. 

Quindi non è quale ruolo Roma ha o deve avere nel Lazio ma il ruolo che dovrebbe avere per il paese intero, perché senza un grande piano per Roma non ci sarà un piano per l’Italia. E questo dovrebbe essere chiaro a tutti.

Salutandola e augurandole buon lavoro, mi permetta di chiederle i prossimi appuntamenti che avete in programma, per mettere in atto quanto detto fino ad ora. 

Gran parte di quanto detto già si sta sviluppando, grazie al grande lavoro che la squadra di Zingaretti in regione sta facendo. Come le dicevo prima, noi saremo da stimolo costante e stiamo pensando di avviare, insieme a Simone Cascino, relativamente alle nostre deleghe,  un percorso in tutta la Regione dove raccontare ciò che abbiamo trovato 6 anni fa, ciò che è stato fatto e ciò che si vuole sviluppare. Una occasione emozionante di confronto, un momento di grande aggregazione per raccontare ciò che il Governo a trazione PD in Regione sta facendo e la visione che si vuole realizzare, avendo come riferimento alcuni punti fondamentali di proposta politica: il trasferimento tecnologico, l’utilizzo proficuo e incrementato del digitale, un progetto di formazione, da proporre  in collaborazione con scuole e università per artigianato, impresa e industria 4.0, lo sviluppo delle reti di commercio, e poi il turismo e lo sport dove dobbiamo continuare a sostenere e sviluppare il modello di turismo e il piano strategico sullo sport che la Giunta Zingaretti ha costruito e rilanciarlo. Sarà un grande momento per far conoscere e valorizzare le nostre eccellenze imprenditoriali, puntando alla rivitalizzazione dei nostri borghi, dove sono custodite tradizioni, storia e cultura. 

Il Lazio può e deve diventare l’esempio di buone pratiche che il paese attende, allo scopo di proiettare la nostra economia nel futuro e fare dei moderni modelli di produzione e organizzazione, una grande opportunità da cogliere, per il bene di tutti. 

Saremo portatori sani di speranza, puntando all’ascolto ed il confronto: valori imprescindibili che accompagneranno il nostro cammino. E poi come le dicevo ci vediamo il 21 novembre  al Tempio di Adriano per presentare questo grande lavoro che i nostri consiglieri hanno portato avanti con spirito di squadra raggiungendo un risultato atteso da anni. Intanto ci mettiamo al lavoro, con l’umiltà di ascoltare, approfondire e confrontarci, accompagnati dalla nostra forza di volontà, che ci contraddistingue, sempre.

Educare alla Pace: laboratori di pace

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Winston Churchill pronunciò una frase forse meno celebre di altre (come quella sulla “Cortina di Ferro”) ma non per questo meno importante. Secondo lo statista britannico, i Paesi vincitori della guerra avrebbero dovuto impegnarsi, per favorire la stabilità in Europa, a “vincere la pace”.

La pace presuppone un rapporto equilibrato sul piano nazionale e internazionale tra cultura e società, tra il piano dei valori, della ricerca del bene comune e della realizzazione delle strutture sociali. Oggi assistiamo ad uno stravolgimento sostanziale di questi rapporti: i valori tradizionali sono contestati, l’economia finanziaria assume sempre più la direzione dell’assetto sociale. Sul piano internazionale, l’attuale modello di globalizzazione, grazie alla crescita tecnologico-scientifica e dei mercati, accentua la crisi dei valori, soprattutto quelli comuni alle diverse culture e religioni. La politica perde sempre più di significato e cresce l’indifferenza nei confronti dei processi politici. Si nota il discredito nei confronti delle classi dirigenti, l’emergere di leader e partiti “populisti”, la protesta fino al rifiuto del suffragio elettorale (a favore della democrazia “diretta”). 

La società non appare più guidata dalla bussola del bene comune e diventa facile preda della concorrenza delle forze economiche più spregiudicate. La crisi di valori, le migrazioni di massa e le disuguaglianze sociali producono un’insicurezza crescente (anche identitaria) mettendo a rischio la convivenza sociale e la pace. Come uscirne? Fornendo nuove idee alla democrazia e sviluppando (in particolare nei giovani) la coscienza di essere parte di una Comunità di valori.

Tenendo presenti queste considerazioni, da alcuni anni l’Istituto Internazionale Jacques Maritain insieme alla Pontificia Università Lateranense propone una riflessione sul tema dell’Educazione alla Pace. Si tratta di un Corso interuniversitario (aperto alla partecipazione delle diverse Università romane, pontificie e laiche) quest’anno dedicato proprio al tema dei “Laboratori di Pace”.

Nella sessione inaugurale, che si terrà mercoledì 6 novembre alle ore 16.00 presso la Pontificia Università Lateranense, il neo-Arcivescovo S.E. Mons. Antoine Camilleri, Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato della Santa Sede e Presidente della Fondazione Mondo Unito, illustrerà come la diplomazia è la vera “arte del possibile” nella ricerca della pace. 

Le lezioni del Corso (per un totale di 13 appuntamenti), sono affidate a docenti di chiara fama ed esperti e affronteranno il tema della ricerca della pace attraverso approcci diversi (economico, giuridico, storico, sociale) ma accomunati dal “comune sentire” del desiderio di pace. Il Corso si rivolge a studenti universitari, come pure a persone interessate agli argomenti trattati.  

Suicidio assistito: p. Occhetta (La Civiltà Cattolica), “L’orizzonte antropologico per rispondere alla cultura del suicidio assistito deve essere quello della solidarietà”.

Padre Francesco Occhetta, scrittore de La Civiltà Cattolica, nella “nota di politica” pubblicata sul numero di novembre di Vita Pastorale scrive che “La Corte ha chiesto al Parlamento di intervenire rapidamente, perché è cosciente di aver creato una crepa in una diga che potrebbe esplodere e cancellare con il tempo le condizioni restrittive imposte secondo l’antico principio de iure condendo”.

Nella sua nota il gesuita evidenzia che: “morire con dignità significa per la persona malata nella fase terminale della malattia il diritto a una assistenza rispettosa che risponda ai bisogni assistenziali della sua dimensione biofisica, ma anche a quelli delle sue dimensioni biografiche, come quelle psicologiche e spirituali”. La sua convinzione è che “gli elementi per un dibattito maturo in Parlamento ci siano tutti”. E avverte che “non si controlla la morte attraverso la ‘cultura’, pensando di ignorare la ‘natura’ con le sue leggi”.

“L’orizzonte antropologico per rispondere alla cultura del suicidio assistito deve essere quello della solidarietà e dell’aiuto concreto e possibile: la guarigione può solo essere interiore quando il corpo si sgretola. È questa la sfida del Parlamento: garantire sia la cura e la relazione data nel morire sia l’aiuto concreto alle famiglie”.

Milano: a Palazzo Reale “L’Europa della luce”

Considerato unanimemente come uno dei più celebri artisti del Seicento, Georges de La Tour non esisterebbe se non esistesse la storia dell’arte.
Sconosciuto per più di due secoli, fu “resuscitato” da Herman Voss, un grande studioso tedesco che, nel 1915, scrisse un articolo per attribuirgli due dipinti.
La sua storia appare dunque segnata da un totale oblio e da una tarda, ma efficace riscoperta.
La sua pittura è caratterizzata da un profondo contrasto tra i temi “diurni”, crudamente realistici, che ci mostrano un’esistenza senza filtri, con volti segnati dalla povertà e dall’inesorabile
trascorrere del tempo e i temi “notturni” con splendide figure illuminate dalla luce di una candela: modelli assorti, silenziosi, commoventi. Un potente contrasto tra il mondo senza
compassione dei “diurni” e la compassionevole rappresentazione delle scene “notturne” che colpisce ancora oggi.
Dipinti che conservano il segreto della loro origine e della loro destinazione. Come rimane un mistero la formazione del pittore, compresa la possibilità o meno di un suo viaggio italiano.

La prima mostra in Italia dedicata a Georges de La Tour, attraverso dei mirati confronti tra i capolavori del Maestro francese e quelli di altri grandi del suo tempo – Gerrit van Honthorst,
Paulus Bor, Trophime Bigot, Hendrick ter Brugghen e altri -, vuole portare una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, per affrontare i profondi
interrogativi che ancora avvolgono l’opera di questo misterioso artista.
La mostra a Palazzo Reale e gli studi del catalogo riflettono dunque sulle immagini straordinarie, potenti e liriche, di santi e mendicanti, sulle scene di gioco e di rissa, sulla raffigurazione sofisticata della notte, soggetti usuali di La Tour e degli altri “pittori della realtà” con cui la mostra lo confronta.

Più di 30 le opere all’interno del percorso espositivo, provenienti dalle più importanti istituzioni americane quali la National Gallery of Art di Washington D.C., il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Frick Collection di New York e dalle istituzioni museali francesi come il Musée des Beaux-Arts di Nantes, Musée du Mont-du-Piété di Bergues, Musée départemental d’Art ancien et contemporain di Epinal, Museée des Beaux-Arts di Digione, Musée Toulouse-Lautrec di Albi, Musée départemental Georges de La Tour di Vic-sue-Seille.

Moto ondoso: nuova società per la realizzazione degli impianti

E’ stato firmato due giorni fa a Ravenna un accordo che pone le basi per la realizzazione di una società per lo sviluppo di impianti di produzione di energia elettrica da moto ondoso. L’intesa ha avuto luogo alla presenza del premier Conte, degli amministratori delegati di Cassa depositi e prestiti, Fabrizio Palermo, di Fincantieri, Giuseppe Bono, di Terna, Luigi Ferraris, e di Eni, Claudio Descalzi. L’iniziativa segue l’intesa firmata lo scorso 19 aprile e ora la collaborazione tra le società entra nella fase operativa per trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (ISWEC), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso, in un impianto realizzabile su scala industriale e perciò di immediata applicazione e utilizzo.

L’accordo di partnership si svilupperà in due fasi: nella prima fase, verrà messo a punto il modello di business, definendo un vero e proprio piano operativo in Italia. Al tempo stesso verrà completata la prima installazione industriale di ISWEC presso la piattaforma Eni Prezioso nel Canale di Sicilia al largo delle coste di Gela, con avvio previsto nella seconda metà del 2020. La seconda fase sarà poi dedicata alla vera e propria costituzione della società, con la conseguente esecuzione del piano di realizzazione e sviluppo delle attività, a partire dalle applicazioni per le isole minori italiane e successivamente all’estero.

“Questo accordo – ha detto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi – s’inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e trova fondamento nella nostra grande esperienza riguardo alle attività offshore e nella gestione dei progetti complessi. Elementi che hanno consentito di realizzare e installare la prima applicazione industriale di ISWEC in tempi record per il settore. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di industrializzazione di questa tecnologia, a differenza di quanto avvenuto finora per dispositivi analoghi”.

Cassa depositi e prestiti darà il proprio contributo all’iniziativa curando, in sinergia con i partner, i rapporti con le Istituzioni centrali e gli Enti locali, valutando i profili economici e finanziari nonchè i meccanismi di remunerazione dell’energia prodotta.

“Questo accordo, frutto della collaborazione tra le società partecipate dal Gruppo Cdp – ha sottolineato Fabrizio Palermo – mira alla realizzazione di una tecnologia estremamente innovativa. Si tratta di un sistema capace di generare valore per i territori e per la collettività ed è in linea con la nostra strategia che punta a indirizzare gradualmente le attività e gli investimenti del Gruppo a supporto della transizione energetica e a contrasto del cambiamento climatico”.

Fincantieri apporterà competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’industrializzazione e la distribuzione della prima applicazione industriale.

“Questa cooperazione di grande respiro industriale e tecnologico – ha aggiunto Giuseppe Bono – che ci vede affiancati a gruppi del calibro di Eni, Terna e Cdp, apre una nuova frontiera per lo sfruttamento delle energie pulite in Italia, valorizzando la morfologia del Paese. Fincantieri viene riconosciuta come la massima autorità in campo marittimo e navale, e siamo certi che, grazie alle sinergie fra i partner coinvolti, questo progetto d’avanguardia segnerà un punto di svolta per lo sviluppo sostenibile del Paese”.

Terna apporterà le sue competenze industriali e tecniche nel campo dell’ingegneria elettrica per l’industrializzazione e il deployment della prima applicazione industriale “full scale” e nel campo dell’integrazione con la rete elettrica.

“L’iniziativa avviata con Eni, Cdp e Fincantieri consentirà di mettere ulteriormente a sistema la nostra esperienza e il know-how in innovazione, tecnologia e ricerca a servizio della transizione energetica – ha spiegato l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris -. E’ un’importante partnership che, attraverso l’utilizzo di nuovi fattori abilitanti, contribuisce a potenziare il ruolo primario e centrale del nostro Paese nel sistema energetico europeo, sempre più decarbonizzato e sostenibile”.

Gli integratori alimentari non hanno finalità di cura.

Assorted pills

Gli integratori alimentari sono alimenti presentati in piccole unità di consumo come capsule, compresse, fialoidi e simili. Si caratterizzano come fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze ad effetto “fisiologico” che non hanno una finalità di cura, prerogativa esclusiva dei farmaci, perché sono ideati e proposti per favorire nell’organismo il regolare svolgimento di specifiche funzioni o la normalità di specifici parametri funzionali o per ridurre i fattori di rischio di malattia”. È quanto rimarca il Ministero della Salute nel suo Decalogo per un’assunzione corretta degli integratori alimentari.

“L’impiego di integratori – precisa il Ministero – , per risultare sicuro e adatto alle specifiche esigenze individuali, deve avvenire in modo consapevole e informato sulla loro funzione e sulla valenza degli effetti svolti, senza entrare in contrasto con l’esigenza di salvaguardare abitudini alimentari e comportamenti corretti nell’ambito di uno stile di vita sano e attivo”.

La strana “dimenticanza” di Ernesto Galli Della Loggia.

Ernesto Galli Della Loggia è, ormai da molti anni, un attento osservatore della politica italiana. Di tradizione socialista resta uno dei commentatori più acuti e più profondi delle dinamiche che attraversano la politica contemporanea. Anche quando si deve fare i conti con una politica decadente e senza un pensiero, come quella di oggi, che ne inibisce alla radice ogni prospettiva e ogni visione capaci di scrutare ciò che si muove all’orizzonte. E, di conseguenza, incapace di disegnare e di progettare il futuro. 

Ma, dato a Cesare quel che è di Cesare, è altrettanto indubbio che la lettura che l’illustre politologo ha vergato sul Corriere della Sera dopo il voto umbro rischia di cadere in radicati pregiudizi culturali, e quindi politici, che non possono essere condivisibili. O meglio, che sono fortemente discutibili. Mi riferisco, nello specifico, quando trasmette la sostanziale sottovalutazione di tutto ciò che è riconducibile alla storia, all’esperienza e al ruolo dei cattolici popolari e democratici nel nostro paese. Dice Galli Della Loggia che il voto umbro ha chiuso definitivamente la prima repubblica, ha sancito la fine del catto comunismo, ha evidenziato l’irrilevanza dei cattolici democratici e, dulcis in fundo, ha decretato la futura egemonia del centro destra a trazione leghista a livello nazionale paragonandola addirittura alla riedizione, seppur aggiornata e rivista, di una nuova Democrazia Cristiana. Con l’apporto dell’appendice liberale ed europeista di Forza Italia, della destra sovranista della Meloni e, aggiunge, forse anche con un potenziale fianco sinistro rappresentato dal partito renziano. 

Ora, al di là dello scenario futuro tratteggiato dall’autore, è indubbio che la presenza politica dei cattolici democratici e popolari – comunque niente a che vedere con il catto comunismo o simili derivati – non ha brillato in questi ultimi anni per la sua concreta incidenza nella cittadella politica italiana. Anche se molto invocato e auspicato, questo filone ideale e politico – per responsabilità dei suoi leader e di tutti coloro che vi si riconoscono – non ha saputo rideclinare un progetto politico in grado di dare un contributo decisivo per il futuro della nostra democrazia e per la stessa esperienza di governo. Come fece in altre stagioni stoiche. E’ appena sufficiente ricordare, al riguardo, l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana e anche la breve parentesi del Partito Popolare Italiano a metà degli anni ’90 per arrivare alala conclusione che in questi ultimi anni c’è stato un patologico deficit di assenza pubblica di questo glorioso e fecondo patrimonio culturale, politico e forse anche etico. Ma, fatto questo inciso, come si può paragonare l’esperienza leghista e della attuale destra italiana con la Democrazia Cristiana e, magari, fare di Salvini il nuovo De Gasperi? L’avversione per il cattolicesimo politico e la derisione dei cattolici popolari non può e non deve arrivare a questo punto, pena il travisamento della stessa storia politica del nostro paese. Salvini è, indubbiamente, un abile politico e un altrettanto abilissimo comunicatore. Perfettamente funzionale alle regole che presiedono caratterizzano l’attuale politica italiana. Ma un dato è certo, con buona pace dei suoi estimatori e degli stessi detrattori della Dc. E cioè, l’attuale progetto politico della Lega e della destra è sideralmente lontano da tutto ciò che, seppur lontanamente, è riconducibile alla Democrazia Cristiana. Tranne, forse, per il consenso elettorale che accomunano i due partiti. Ma, se questo fosse il metro che viene usato per paragonare i partiti di ieri e di oggi, dovremmo arrivare alla singolare e grottesca conclusione che tutti i partiti che superano o si avvicinano al 30% sono automaticamente simili se non uguali alla Dc. Nei numeri certamente si. Ma nella politica ovviamente no. E la differenza non è marginale ma è semplicemente decisiva. Stupisce che un osservatore attento ed intelligente come Galli Della Loggia continui a non coglierlo.

Quando Andreotti e Pertini salvarono i “boat people” del Vietnam

L’emittente radiofonica tedesca “Deutschlandfunk” ieri ha dedicato un approfondimento all’evento che vide la Marina militare intervenire al largo delle coste del Vietnam in soccorso dei “boat people”, i profughi che lasciavano il paese via mare spesso su imbarcazioni di fortuna.

In un clima difficilissimo per il Paese, nel luglio del 1979, su iniziativa del presidente della Repubblica Sandro Pertini di concerto con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, fu deciso l’invio di tre navi verso il Golfo del Siam: gli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria e la nave appoggio Stromboli. La data di partenza fu fissata il 4 luglio. La guida “politica” dell’operazione fu affidata al ministro della Difesa, Attilio Ruffini, e al deputato Giuseppe Zamberletti.

Un’operazione che durò 45 giorni e portò al salvataggio di 907 profughi vietnamiti di cui 125 bambini, percorrendo 2640 miglia marine e perlustrando 250mila chilometri quadrati.

Rientrato a Venezia, l’ottavo gruppo navale, con il suo equipaggio e i “boat people”, venne accolto con entusiasmo dalla folla accorsa al porto della città e dal ministro della Difesa Attilio Ruffini, il sottosegretario agli Esteri Giuseppe Zamberletti, il vescovo ordinario militare Mario Schierano, il patriarca di Venezia Marco Cé.

L’Italia paese dei bonus senza controllo

Ci sono almeno tre dati che gli opinionisti dei talk-show televisivi (così frizzanti se comparati alle vecchie, noiose tribune politiche) dovrebbero sempre tenere presenti mentre discettano del “particulare” dell’oggi: i 67 governi in 70 anni di repubblica, la bulimia legislativa generata dal desiderio del governo di turno di ricominciare tutto da capo, come in una sorta di gioco dell’anno zero, e infine la smania di protagonismo dei ministri di lasciare un ricordo del proprio passaggio.

Questo è il dato più soggettivo ma non certo il meno influente sui deludenti risultati che si riassumono in alcuni indici eloquenti: il debito pubblico irreversibile, l’evasione fiscale irrefrenabile, la stagnazione economica, la decadenza del ceto medio, la precarizzazione del lavoro, la fuga dei cervelli e dei pensionati all’estero, compensata da una immigrazione che – absit iniuria verbis – produce solo problemi e un diffuso disagio sociale. Un minestrone rancido di problemi rimescolato in casa e maldigerito dall’Europa, di cui siamo sempre osservati speciali.

Da alcuni anni ci si preoccupa più di elargire contentini simbolici piuttosto che immaginare modelli organici di ripresa e sviluppo, attraverso riforme radicali sempre rinviate e giocando sulla sponda dei decimali sperando che producano miracolosi effetti moltiplicatori. E’ la politica dei bonus, delle mance e delle elargizioni mirate che avrebbe l’ambizione di compensare deficit di status e riappianare la distribuzione delle risorse. Anche in questa fase che precede il DEF se ne parla, ma nel caleidoscopio dei provvedimenti ipotizzati c’è più retorica che sostanza: una storia di lunga deriva che mi ricorda un aneddoto personale. Nei primi anni 90 (del dopo tangentopoli) incontrai – l’occasione fu casuale, allora vivevo a Genova – un vecchio amico che di lì a breve avrebbe assunto un importante incarico in uno dei tanti governi del cambiamento e della rinascita.

Fu in quella circostanza che mi anticipò una profezia che si è poi avverata puntualmente: “Il problema degli anni a venire sarà come mettere nel modo più indolore le mani nelle tasche degli italiani”.
Il progetto si è realizzato e pare indirizzato verso un demagogico livellamento sociale: per far ripartire l’ascensore della crescita, fermo al piano terra e con le ragnatele e per alzare i redditi bassi si è finito per imbastire la più pesante e punitiva campagna di annientamento della borghesia e del ceto medio produttivo: si va dai dipendenti pubblici a reddito fisso – li chiamerei “bancomat umani” – agli imprenditori che tentano di spiccare il volo ma sono frenati dalla palla al piede di una burocrazia bizantina, ai pensionati perennemente sotto la lente di ingrandimento del fisco che li considera imputati sì, proprio loro, dopo 40 e più anni di lavoro, di privilegi inaccettabili.

Colpa della politica birbona e disonesta che ha stabilito certe tassonomie sulle pensioni d’oro, nella quale rientrano praticamente tutti, eccetto coloro che vivono alle soglie della povertà. Ed ecco che le politiche compensative per redistribuire i redditi e spezzare il gap tra ricchi e poveri (e qui ci vorrebbe il virgolettato) riesumano logiche corporative per status, età e professioni: l’Italia è un Paese di culle vuote? Ecco subito il bonus bebè, da protrarsi fino ai 18 anni. I giovani non studiano e non lavorano, non leggono e passano ore in discoteca o a farsi i selfie? Pronto un bonus speciale per loro. La scuola lascia a desiderare perché i docenti sono demotivati? Da quattro anni li si incentiva con un bonus di 500 euro: spendibile per libri, computer o spettacoli teatrali.
Ma a prescindere da questa fattispecie , la politica dei bonus sembra dispendiosa e non strutturale.

Non vengono richieste fatture o scontrini ma solo dichiarazioni, se del caso.
Senza contare che prima di tutto questo viene calcolata in 80 euro la misura dell’obolo di Stato, in larga parte recuperato in sede di dichiarazione dei redditi. Aggiungere 80 euro al reddito familiare significa attribuire a questa cifra una funzione compensativa di disuguaglianze sociali ben più profonde, che vanno “oltre” il reddito lavorativo, perché afferiscono ad una condizione di status, di censo e persino di classe sociale, senza considerare variabili come la casa, l’affitto, la composizione del nucleo familiare, le spese scolastiche e quelle per la salute. Ricordo una parlamentare che si era presentata in TV con uno scontrino chilometrico per dimostrare che 80 euro di spesa risolvevano tanti, ma proprio tanti problemi delle famiglie a reddito medio-basso.

Il capolavoro del teorema della resurrezione dei senza lavoro attraverso la dazione di denaro pubblico arriva infine con il reddito di cittadinanza: la sperimentazione è partita ma è avvolta in una nebulosa che ingloba sia i navigator, retribuiti ormai da mesi (come sono stati selezionati? Da quali esperti vengono formati? Cosa stanno facendo per scoprire posti di lavoro in un Paese in cui il lavoro latita e non si può inventarlo? Come sono cambiati i centri per l’impiego, gli uffici finora più inutili della P.A.?) che i naviganti, cioè coloro che ne beneficiano in media ben al disotto degli ipotizzati 780 euro e solitamente in modo del tutto svincolato da un lavoro se pur a termine. A seguito di controlli della GDF su 982 mila percettori del reddito (rispetto a un milione e mezzo di domande presentate) solo una minima parte ha attivato un patto per il lavoro. Da un monitoraggio delle Regioni emerge che a fronte di 200.795 titolari del reddito e dopo 69.234 colloqui effettuati solo 49.896 risultano i patti per il lavoro sottoscritti. Secondo dati forniti dall’INPS l’importo medio erogato è di 520 euro per il RdC e 214 euro per la pensione di cittadinanza. Il quotidiano Il Mattino del 27/10 u.s. riporta casi di spacciatori, contrabbandieri ed usurai che arrestati o inquisiti a motivo delle attività illecite risultavano percepire il RdC, senza che fosse stato esperito un adeguato controllo di tipo amministrativo.

In un Paese afflitto dalla piaga dell’evasione fiscale occorre dunque ancora una volta contare sui controlli della Guardia di Finanza per verificare la liceità della dazione di Stato non funzionando modalità di verifica a posteriori nell’ambito del “sistema reddito di cittadinanza”?
Tutto questo dimostra che la politica dei bonus a pioggia non funziona e finisce per creare nuove sacche di ingiustizie sociali o per diventare una forma legiferata di spreco del denaro pubblico.
In secondo luogo evidenzia l’incapacità della politica di elaborare riforme e misure lungimiranti di medio –lungo periodo capaci di ipotizzare modelli sociali sostenibili, attuando una politica di redistribuzione dei redditi che non produca solo omologazioni verso il basso.

Ma il dato più eclatante – come emerso dai primi monitoraggi e dall’incrocio dei dati- riguarda la totale assenza di meccanismi di controllo sull’utilizzo dei bonus.
Non esiste un organismo amministrativo in grado di verificare a posteriori se i bonus elargiti sono stati correttamente utilizzati.
Un vulnus normativo grave, considerato che si tratta di denaro pubblico.
Una pessima immagine che la politica restituisce quando chiede rigore e punta l’indice sui privilegi di alcune categorie di cittadini.

Una sorta di finanza allegra e irresponsabile che non possiamo permetterci: basterebbero dei controlli a campione per accertare quale via di spesa e di utilizzo hanno preso i bonus elargiti, una verifica a posteriori con tanto di documentazione da esibire.
Ma la cosa più singolare è che non ne parli quasi nessuno: come se applicare le regola del “buon padre di famiglia” nella gestione delle finanze pubbliche fosse una sorta di fastidiosa e indebita intromissione e non un dovere morale da assumere.

Digitalizzazione delle scuole: nuove iniziative in campo

Da anni il Miur sostiene progetti per l’introduzione delle tecnologie in classe e la loro integrazione con le risorse tradizionali (il piano nazionale di diffusione delle Lavagne Interattive Multimediali – LIM, il progetto Cl@ssi 2.0, il percorso iTEC). Gli obiettivi sono quelli tesi a diffondere la conoscenza riguardo ai nuovi modelli di apprendimento e formazione dotando le scuole di linee guida per l’inserimento, alla base della metodologia didattica, delle nuove tecnologie promuovendo, altresì, l’interattività tra docenti e studenti. E guarda in questa direzione il protocollo d’intesa triennale siglato la scorsa settimana dal titolare dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, insieme all’amministratore delegato di TIM, Luigi Gubitosi. La finalità è quella di accelerare il processo di trasformazione digitale delle scuole italiane di ogni ordine e grado, puntando ad elevare la qualità dell’offerta formativa degli istituti scolastici attraverso l’innovazione didattica e l’integrazione delle nuove tecnologie nei processi di apprendimento. L’iniziativa sarà aperta anche al contributo delle altre aziende attive nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie per la didattica.

L’accordo permetterà di realizzare azioni per portare nelle scuole e negli ambienti di apprendimento l’accesso alla rete internet, individuando casi pilota in tutta Italia anche in aree disagiate o caratterizzate da alta dispersione scolastica. Saranno inoltre attivate iniziative di formazione del personale docente e degli studenti volte a favorire lo sviluppo delle competenze digitali e promuovere la cultura scientifica nelle scuole, per ispirare i ragazzi nella scelta di percorsi formativi e professionali nel campo delle discipline STEM.

I progetti diversi progetti arricchiranno il curriculum attraverso percorsi di formazione e orientamento alle competenze digitali, in linea con i nuovi trend tecnologici e le richieste del mercato del lavoro. Agli studenti saranno offerti servizi e programmi formativi gratuiti, per diffondere le competenze necessarie alla trasformazione digitale delle imprese e alle conseguenti sfide che il mondo del lavoro sarà chiamato ad affrontare.

L’Italia dei trapianti

Il segreto dell’eccellenza italiana si cela dietro un ottimo sistema di rete, che permette di valorizzare le grandi qualità delle scuole chirurgiche grazie a un’organizzazione che mette insieme la raccolta delle dichiarazioni di volontà alla donazione, i prelievi di organi, la conservazione e il trasporto, fino al trapianto e al follow up.

La Rete trapianti è un esempio di come il fare squadra sia un valore aggiunto, specialmente in sanità, perché i trapianti non sono un lavoro da solisti.

Il trapianto in Italia è inserito nei livelli essenziali di assistenza, quindi è una terapia gratuita, assicurata da un sistema sanitario solidaristico.

La Chiesa sinodale e la religione dell’io

Articolo pubblicato sull’Osservatore Romano a firma del direttore  Andrea Monda

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? chiedeva l’apostolo Paolo ai cristiani di Roma. E la risposta era incoraggiante: niente e nessuno, «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39).

Il Papa nell’omelia di domenica per la messa di conclusione del Sinodo speciale per l’Amazzonia, ha voluto però mettere in allarme il cuore dei cattolici rispetto a qualcosa di potente e insidioso che potrebbe spezzare questo legame, qualcosa che è un altro legame, quello che Francesco chiama “la religione dell’io”, una religione «ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere” — tanti sono cattolici, si confessano cattolici, ma hanno dimenticato di essere cristiani e umani —, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo. Anche cristiani che pregano e vanno a Messa la domenica sono sudditi di questa religione dell’io».

Solo una religione può vincere un’altra religione, meglio ancora: solo un amore scalza un altro amore. Emerge evidente la lezione di Sant’Agostino che nel quattordicesimo capitolo de La città di Dio parla delle due città (terrena e celeste) e dei due amori (amor sui e amor Dei), per cui la prima è contraddistinta da «un egoistico amore di se stessi tale da arrivare a disprezzare tutto ciò che riguarda Dio», la seconda da «un amore spirituale verso Dio tale da mettere da parte ogni amore di sé». È come se questo amore egoistico creasse una coltre di nubi capace di non far arrivare il raggio luminoso dell’amore di Dio e isolasse l’uomo in un illusorio senso di onnipotenza che lo astrae dalla realtà e dalla propria verità (che per Paolo VIè la sostanza della virtù dell’umiltà).

C’è però un rimedio, esiste qualcosa che riesce ad aprire un varco, a permettere il ricongiungimento con il divino e secondo il Papa è una voce, anzi un grido: «In questo Sinodo abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite» ha detto Francesco esortandoci a una preghiera precisa, concreta: «Preghiamo per chiedere la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri: è il grido di speranza della Chiesa» e ha ripetuto: «Il grido dei poveri è il grido di speranza della Chiesa. Facendo nostro il loro grido, anche la nostra preghiera, siamo sicuri, attraverserà le nubi». Il discorso prosegue con le immagini di luce, «Perché dal diavolo vengono opacità e falsità […] da Dio luce e verità, la trasparenza del mio cuore. È stato bello e ve ne sono tanto grato, cari Padri e Fratelli sinodali, aver dialogato in queste settimane col cuore, con sincerità e schiettezza, mettendo davanti a Dio e ai fratelli fatiche e speranze».

Ecco allora un primo frutto del Sinodo per l’Amazzonia che ha visto la vivace presenza delle popolazioni indigene all’interno dell’aula dell’assemblea: spezzare la religione dell’io, offrire la possibilità alla Chiesa di allargare lo sguardo uscendo dall’autoreferenzialità, allargare e insieme alzare lo sguardo, che si innalza proprio se riesce a chinarsi verso chi si trova nel bisogno: «Preghiamo per chiedere la grazia di sentirci bisognosi di misericordia, poveri dentro. Anche per questo ci fa bene frequentare i poveri, per ricordarci di essere poveri, per ricordarci che solo in un clima di povertà interiore agisce la salvezza di Dio. Sono loro che ci spalancheranno o meno le porte della vita eterna, loro che non si sono considerati padroni in questa vita, che non hanno messo se stessi prima degli altri, che hanno avuto solo in Dio la propria ricchezza. Essi sono icone vive della profezia cristiana». Un Sinodo dunque profetico, capace di attraversare le nubi dell’egoismo e gettare una luce di speranza per una Chiesa che lentamente sta apprendendo il modo per essere veramente sinodale, per camminare insieme.

Bogotà, per la prima volta il sindaco è una donna

Claudia Lopez sarà la prima sindaco donna di Bogotà. La candidata del Partito Verde, voce di una nuova sinistra colombiana distante dalle Farc, ha infatti vinto le elezioni amministrative che si sono svolte ieri per eleggere i governatori di 32 dipartimenti e i sindaci di un migliaio di comuni fra cui Bogotà e Medellin.

“Non solo abbiamo vinto, ma stiamo cambiando la storia”, ha detto l’ex senatore Lopez su Twitter.

Nata nel 1970 e laureatasi in Scienze politiche alla Northwestern University di Chicago, la neo-prima cittadina della capitale, ha raggiunto il 35,23% dei consensi  battendo così il liberale Carlos Fernando Galán (32,47%).

Claudia Lopez, ex senatrice e vicepresidente, ha promesso più agenti di polizia in strada per aumentare la sicurezza, di combattere il lavoro minorile e la gravidanza adolescenziale e di ampliare le opportunità educative per gli adulti oltre i 45 anni.

 

Potenza virtuosa nella raccolta differenziata

Da quando, nel 2016, il Comune di Potenza e Conai hanno iniziato a lavorare insieme, la media della raccolta differenziata è passata dal 25,71% al 48,12% del 2017, raggiungendo nel 2018 il risultato del 63%. Dati di tutto rispetto che quest’anno si sono attestati al 67%.

“Prosegue il cammino sinergico e virtuoso intrapreso con Conai che ringrazio per il prezioso supporto fornito e che continua a offrirci, con professionalità e grande esperienza – ha detto il Sindaco di Potenza Mario Guarente -. Ma il mio grazie va soprattutto ai cittadini di Potenza che hanno saputo raggiungere risultati di indubbio rilievo, in grado di collocarci tra gli esempi positivi a livello nazionale, nell’ambito della raccolta differenziata dei rifiuti. Certamente è importante proseguire sulla strada intrapresa, onde evitare che il comportamento scorretto di pochi infici il lavoro sin qui realizzato, grazie all’impegno dei lavoratori Acta, del suo Amministratore unico e degli uffici comunali”.

Dallo scorso anno sul territorio comunale vi sono tre diversi sistemi di raccolta, implementati sulla base delle caratteristiche della città: porta a porta (area industriale e parte del centro urbano), di prossimità (area delle contrade), con cassonetti a bocca tarata e conferimento assistito (centro storico e area Bucaletto). Con l’avvio del nuovo sistema di raccolta differenziata, l’Amministrazione ha anche approvato il nuovo regolamento della Tari, passando di fatto alla Taric.

“Casi come quello di Potenza sono la prova che anche le regioni del Sud possono riscoprirsi virtuose nel recupero dei rifiuti di imballaggio – ha sottolineato il responsabile progetti territoriali speciali del Conai Fabio Costarella -. L’Italia, purtroppo, è ancora un Paese che in questo viaggia a due velocità. Eppure, dove c’è una chiara volontà politica, si possono ottenere in poco tempo grandi risultati. Da vent’anni, del resto, Conai lavora sulle aree in ritardo supportando i Comuni sia sul piano tecnico ed economico sia su quello della corretta comunicazione ai cittadini. Un impegno politico e ambientale che vuole migliorare le già ottime performance del sistema consortile: non dimentichiamo che, con una percentuale di imballaggi recuperati superiore all’80%, l’Italia è oggi un modello di economia circolare in Europa”.

Vaccini. Emilia-Romagna oltrepassa il 97% di copertura per gli obbligatori.

L’Emilia-Romagna accelera sulle coperture vaccinali, oltrepassando – al 30 giugno 2019 – la percentuale del 97% per le vaccinazioni rese obbligatorie dalla legge regionale (difterite, tetano, poliomielite ed epatite B) per la frequenza al nido. E continuano a salire, in tutte le province comprese quelle storicamente più indietro, i dati di copertura anche per le vaccinazioni introdotte dalla successiva normativa nazionale: oltre a pertosse ed emofilo di tipo B, il gruppo ‘Mpr’, cioè morbillo, parotite e rosolia, che in Emilia-Romagna era sceso a livelli allarmanti: 87% a fine 2015.

Oggi è arrivato al 96,5%, mettendo a segno un recupero di quasi 10 punti percentuali in meno di quattro anni. Un dato particolarmente significativo, considerando i casi di morbillo che negli ultimi anni hanno interessato tutto il Paese, compresa l’Emilia-Romagna.

 

Elezioni Regionali 2019 in Umbria: chi ha vinto, chi ha perso

Analisi pubblicata dall’Istituto Cattaneo.

Domenica 27 ottobre si sono tenute le elezioni regionali in Umbria. A quattro anni di distanza dalle consultazioni precedenti (31 maggio 2015), queste elezioni si preannunciavano particolarmente rilevanti per almeno due ragioni. Innanzitutto, perché si trattava delle prime elezioni regionali immediatamente successive alla formazione del governo Conte II, e i risultati del voto sono inevitabilmente interpretati dalle forze politiche e dai commentatori come un primo test elettorale, per quanto limitato e parziale, dell’esecutivo attualmente in carica. A ciò si aggiunga la profonda trasformazione osservata nell’offerta elettorale, con la formazione di due schieramenti che vedevano contrapposti, da un lato, il centrodestra in formato classico (da Forza Italia a Fratelli d’Italia, con il baricentro della Lega) e, dall’altro, una nuova alleanza giallo-rossa composta dal Partito democratico (Pd) e dal Movimento 5 stelle (M5s). Le Regionali umbre hanno fornito, dunque, un primo banco di prova per i due schieramenti e, soprattutto, per capire se l’anomala alleanza tra Pd e pentastellati può essere trasferita strutturalmente anche a livello locale. 

In secondo luogo, il voto di domenica era considerato rilevante anche perché inserito all’interno di una regione che, fino a qualche decennio fa, avremmo definito stabilmente «rossa», mentre da qualche tempo si caratterizza per la sua elevata contendibilità elettorale. Se fino alla settimana scorsa l’Umbria è sempre stata controllata e amministrata, senza alcuna interruzione, dai partiti di sinistra o centrosinistra, le elezioni di domenica hanno presentato uno scenario nettamente più competitivo in cui la stessa vittoria del centrodestra veniva considerata molto probabile già alla vigilia del voto. Quindi, il voto regionale di domenica ha assunto una rilevanza che va oltre gli stretti confini dell’Umbria e potrebbe avere importanti ripercussioni sulle dinamiche politiche nazionali. Per questo motivo, l’Istituto Cattaneo ha deciso di analizzare in maniera dettagliata i risultati elettorali delle Regionali umbre, tenendo insieme una prospettiva storica di lungo periodo con un’analisi più recente sulla geografia dei consensi ai principali partiti. 

Qui il documento Analisi Istituto Cattaneo – Regionali Umbria 2019 – Chi ha vinto_chi ha perso

Se non vogliamo morire sovranisti…

Il commento non deve perdersi nei meandri delle false giustificazioni, né inseguire i tormenti del giovane Di Maio, pronto al rilancio del discorso grillino sull’andare “oltre i poli”. In Umbria si è perso, a conti fatti in maniera pesante. Tuttavia nella disfatta spunta per le forze della maggioranza un paradosso ben preciso, non depressivo, ovvero la necessità di pensare alla stabilizzazione della leadership di Conte. Il governo deve andare avanti, non ci sono alternative. Recriminare sulla scarsa tenuta dell’alleanza giallo-rossa, riprodotta frettolosamente in sede locale, equivale a ignorare le condizioni di partenza di questa campagna elettorale.

Di fronte al crollo di un sistema, senza più il mito della buona amministrazione di sinistra, ogni tentativo di recupero appariva insufficiente. Dopo gli scandali, il Pd è finito sul banco degli imputati. È maturata pertanto una svolta radicale, a ogni costo, per un desiderio di pulizia. Del resto, il distacco di 20 punti percentuali tra la Tesei e Bianconi compendia l’ansia di censura e punizione, invero dominante nell’elettorato. Da qui il trionfo della Lega.

Andare avanti non significa, però, consegnare il governo a una stanca attività di routine. Bisogna capire che una semplice operazione di contenimento, per impedire che Salvini conquisti quei “pieni poteri” da lui richiesti in apertura della crisi di questa estate, è destinata di per sé a rinfocolare la protesta popolare. Solo una frustata di orgoglio, ma di un orgoglio alimentato da una vera politica di risanamento e di progresso, consente di guardare al futuro con un carico sufficiente di speranza. Altrimenti, immersi nella palude dell’autoinganno che rende vivi a dispetto dell’evidenza, i protagonisti del non-governo certificheranno il loro fallimento.

Il Pd scopre adesso quanto pesi il fardello del suo mancato appuntamento con la promessa di novità lanciata nel 2007. Che servisse mettere insieme quel che di buono residuava dei grandi partiti popolari – in primis PCI e DC – per arrivare a prendere poco più del 20 per cento in Umbria, mai nessuno lo avrebbe pensato e tanto meno dichiarato. Invece questa è la cruda realtà. Di fatto si tratta di un declino a stento camuffato, che nasce dal presupposto di una sinistra autarchica, fiduciosa nella rigenerazione del suo dna, abusivamente contratta nella gestione di un partito che si voleva aperto e plurale, all’incrocio tra l’idea liberal-laburista della “sinistra di centro” e quella democratico-popolare del “centro a sinistra”, ma di fatto riconnesso irrimediabilmente a una formula di mera evoluzione intra-socialista.

Dall’Umbria sale dunque un vento che spazza via l’illusione di un riformismo senza autentici riformisti, senza cioè una classe dirigente capace compiere un atto di sereno discernimento del passato, magari ripartendo da lontano e impegnandosi a riconoscere, ad esempio, che De Gasperi aveva ragione e Togliatti torto. Il futuro non è una svirgolata nell’ignoto, con l’ambigua leggerezza del fare senza coscienza e senza memoria. Una forza politica in grado di unire la sinistra democratica e il centro progressista resta una necessità per la sana dialettica democratica, come forte e credibile baluardo contro la destra sovranista di Salvini e Meloni (Berlusconi è ormai una comparsa). Questa forza rinasce dalla dissoluzione e ricostruzione del quadro attuale. È più probabile che assuma le vesti di una nuova coalizione, ma non è escluso che possa essere, sulle orme del Pd o sulla base di una sua reale trasformazione, partito organizzato alla stregua di una coalizione.

In ambedue i casi, se non vogliamo morire sovranisti, ad imporsi chiaramente è l’urgenza politica di una discussione a tutto tondo. Serena e coraggiosa.

Guai a non finire

È proprio da stupidi pensare che la restante parte del mare non sia salata quanto lo è questo sorso di fine ottobre. Non serve essere dei raffinati matematici o degli scienziati per capire che le percentuali non cambiano tra la goccia di mare, un secchio di mare e un golfo di mare. Tanto vale nel primo, come nel secondo, come nel terzo e lascio voi a pensare anche ai successivi.

Questa randellata è vero che si sente direttamente sulla testa del centro sinistra Umbro, ma ditemi voi, credete forse che il dolore non lo senta un calabrese del Pd e dei 5Stelle, un lombardo e un laziale? Certo, il dolore sarà inferiore, ma il senso è lo stesso. E il senso è la percentuale. Allo stato attuale, questo Paese è piegato all’insegna di Matteo Salvini. Checché ne dicano i suoi avversari.

È quindi legittima la sua pretesa di estendere il confronto immediatamente a livello Nazionale?

No.

La spiegazione è semplicissima: in una democrazia Parlamentare, retta sul diritto Costituzionale e sul diritto positivo, non si può fare di ogni erba un fascio, perché ogni espressione elettiva va semplicemente ricondotta alla sua natura.

L’elezione del 2018, a meno che non ci sia una maggioranza Parlamentare, resta in sella fino a scadenza naturale. Quindi, come in questo caso, anche capitasse un nubifragio senza pietà, quel nubifragio resterà confinato per la funzione che lo ha visto manifestarsi. Le elezioni Umbre, sono elezioni Umbre.

Questo, forse significa che Giuseppe Conte e la sua congrega possono sentirsi protetti dalle norme costituzionali?

No.

In questo momento, il Paese reale, quello che pulsa quotidianamente tra piazze, scuole, edifici pubblici, fabbriche, officine, università, ha girato le spalle al Governo in sella da un mese e mezzo.

Siamo quindi di fronte a un bel conflitto, conflitto tra forma e sostanza. A parer mio, nelle democrazie va sempre salvaguardata la forma. Anzi, la forma è sostanza in democrazia. Ciò nonostante l’indebolimento concreto del governo giallo-rosa è violentemente marcato dal voto di ieri.

Ne esce, pertanto, un’Italia ancora più indebolita. L’equazione ad esponenti elevati che ne disegna le sorti, sembra ulteriormente complicarsi. I terremoti non smettono di solcare questo nostro caro Paese.

Rammento ancora il ceffone ricevuto dal candidato del centro sinistra in Friuli Venezia Giulia. Più o meno siamo allo stesso livello di quello che è capitato a Perugia. Con l’attenuante per quest’ultimo di essere stato scelto in quatto e quattr’otto dalla sfera della società civile; in sostanza, privo di qualsiasi connotato politico. A differenza di quello che capitava a Trieste, un anno e mezzo fa, in cui il candidato Sergio Bolzonello aveva le spalle robuste per essere stato per due mandati Sindaco di Pordenone e per una legislatura vice Presidente regionale, governo retto dalla Serracchiani.

Altre musiche, non proprio conosciute, sembrano prendersi la scena in questa stagione politica, inviteranno i politici a nuove giravolte e forse chissà anche a qualche passo più ardito e probabilmente liberante. Comunque sia, per quelli come me, c’è sempre tanto a cui attingere per riempire queste brevi pagine che affido alla vostra gentile lettura.

L’umiltà e il potere. Il caso impossibile .

Che l’umiltà il potere non vadano affatto d’accordo è cosa risaputa. E nella disputa è quasi sempre l’umiltà ad essere sconfitta, il potere lavora con la forza e l’umiltà con la forza della debolezza, che pur essendo molto più forte, richiede purtroppo tempi lunghi di applicazione. Il potere, invece, è rapido e subito visibile. A questa logica non sfugge neanche il neo presidente del Consiglio.

Il suo atteggiamento di affettato professore universitario vicino alla gente, stride con forza con una gestione del potere che ricorda, nel Paese, le più populiste politiche mussoliniane. Come interpretare il gesto, non il primo ad essere sinceri, di visita alla fabbrica di tessuti di Corciano prov. di Perugia, se non con il senso di continuità tra il potere imprenditoriale e il potere politico pienamente espresso non tanto nella visita in se quanto nei gesti che sono accaduti, primo fra tutti l’avvicinarsi all’operaia e il goffo tentativo di utilizzare la macchina da maglieria. Ricorda molto da vicino il Mussolini della campagna agraria sul trattore accanto ai contadini o sulle prime trebbiatrici, orgoglioso di dimostrare di sapere fare quello che nella tradizione familiare e di studi non aveva mai imparato essendo un piccolo borghese e guadagnando da vivere come giornalista.

Così il potere conquistando e governando lui la persona che lo esercita, diventa vana-glorioso di capacità che non sono proprie ma solo funzionali al mantenimento di se stesso. Solo che l’umiltà conserva per se ben altri strali e al vana -glorioso riserva amare sorprese. Il professore di diritto uso a aule più che a fabbriche appare disvelato nella inutile passerella e poiché non c’è stata condivisione empatica tra l’immagine che il potere ha trasmesso e la gente che la stava guardando, per non parlare di coloro che la stavano vivendo, l’umiltà ha avuto la sua rivincita. La gente si è voltata dall’altra parte con un leggero movimento del capo che solo il già visto è in grado di dare; poiché il potere non è al servizio degli altri ma l’umiltà sì, il caso impossibile è non non andare in fabbrica, non salire sui trattori e sulle trebbiatrici, ma lavorare duramente, in silenzio e umilmente per il bene possibile

La Cappella del Pro Clero al Cimitero del Verano è chiusa! Un fatto singolare a pochi giorni dal ricordo dei Defunti

Per la “Ricorrenza dei Defunti” è ormai questione di giorni, e nei cimiteri capitolini, dove è prevista la partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini per ricordare i propri cari e i propri conoscenti, si sta preparando il “Progetto Accoglienza 2019”, predisposto dall’AMA e da Roma Capitale. L’articolato programma consiste in presidi di assistenza e orientamento, iniziative culturali, celebrazioni religiose e civili, oltre agli “itinerari tra i ricordi” presso il Cimitero Monumentale del Verano.

Quest’anno si registra, tra gli altri, un impedimento che ha creato malumori e proteste, perché la Cappella Pro Clero (chiamata anche Tempietto – Clert Sacellvm), nel Riquadro XXVIII del Verano, accanto all’Ossario Comunale, è chiusa con catena e lucchetto dallo scorso luglio, ed è vietato l’accesso ai visitatori. All’interno ci sono sepolti oltre cento sacerdoti della Diocesi di Roma tra cui anche don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas di Roma. Questi preti hanno svolto la loro azione pastorale con spirito di servizio nelle parrocchie e nei territori fra i cittadini e per i più bisognosi. Nel periodo del ricordo dei defunti la Cappella Pro Clero, è meta di fedeli che ricordano i loro sacerdoti scomparsi.

Oltre alla chiusura incomprensibile, perché non c’è alcun avviso che motivi il non ingresso nella Cappella, intorno al Tempietto esiste un degrado dovuto alla mancata pulizia, aggravato recentemente da un albero di palme spezzato, che ne rende precario il passaggio. La domanda, a chi ha la responsabilità dell’agibilità della Cappella, è questa: “ Sarà possibile portare un fiore e dire una preghiera, nel luogo dove riposano tanti sacerdoti, nei giorni in cui si ricordano i defunti?”

Ricordo di Alda Merini

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanità e passioni (“poeti si nasce, non si diventa”): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.

Spinto dalla curiosità di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo – frequentandoli – che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicità, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l’innocenza del cuore, la lucidità della ragione, le rare virtù della dignità e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l’ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalità della donna e dell’artista. L’avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come “persona desiderosa di conoscerla”: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull’uscio era incollato un perentorio avviso: “non si ricevono giornalisti per interviste”. Ma poco dopo sentii la sua voce: “Entri pure, le ho lasciato la porta aperta”.

Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalità che non potrò mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a sè. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalità: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Così è stato per lei. Mi raccontò aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un’assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l’invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternità, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: “la gente non parla, blatera”…) .

Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da “visioni straordinarie”, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (“L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione”), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: “Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora”. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilità del cuore i valori da coltivare e alimentare. “Il silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio”. Non potei tacerle una domanda che si è rilevata risolutiva per capire , ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. “Cosa può renderci migliori, più buoni?”. “Il perdono – mi rispose – come sentimento più alto”.

La “rivoluzione della carità” di don Pietro Sigurani

Articolo pubblicato sulle pagine di Roma sette a firma di 

«Lo Stato deve fare lo stato sociale, la Chiesa non deve sostituirsi: deve fare la carità con la carità. Io non posso sostituirmi allo Stato prendendo contributi e il motivo è semplice: chi va al mulino si infarina e a chi maneggia soldi… purtroppo spesso si incollano alle mani». La linea di don Pietro Sigurani non cambia. Il “prete dei poveri”, 83 anni e sacerdote da quasi 60, continua a vedere Dio nell’altro e a confidare nella Provvidenza. Lo ha spiegato ieri sera, 23 ottobre, nella Galleria d’arte in piazza di Spagna 9, dove è stato presentato il libro di Romano Cappelletto ed Elisa Storace “Poveri noi! Don Pietro Sigurani: la rivoluzione della carità” (Ed. Paoline, pp. 144, € 15). Un libro nato da un episodio di cronaca, quando il 23 gennaio 2019, giorno del suo compleanno, don Pietro, trovò due biglietti intimidatori, in particolare uno sull’altare che in sostanza lo accusava di sacrilegio e profanazione per aver trasformato la basilica di Sant’Eustachio nel «ristorante dei poveri», dove chiunque ne abbia bisogno può essere «invitato a pranzo», ogni giorno dal lunedì al sabato «perché la domenica ci sono le Messe».

Don Pietro Sigurani, 23 ottobre 2019«La Provvidenza c’è» ribadisce don Pietro, raccontando un «fatto di stamattina. Mi telefona dal Sahara tunisino, dove abbiamo realizzato un centro per disabili, ovviamente tutti musulmani, una persona che aveva avuto incidente gravissimo. Mi racconta che il figlio ha un processo a Sfax ed è senza un soldo. Gli ho mandato 250 euro, pur avendo tante altre preoccupazioni. Nel pomeriggio vado in farmacia, compro medicine, anche per i poveri, e la farmacista mi fa: sono 250 euro. Però gliele regalo. Non sapeva quello che mi era successo la mattina… Siamo noi che non scomodiamo la Provvidenza». Eppure ogni giorno la basilica rinasce: «Sono i poveri che portano avanti tutto», dice don Pietro. E così è stata realizzata la Casa della Misericordia, un centro diurno per senza tetto con docce e vari servizi. 340mila euro arrivati senza contributi pubblici. E a chi ha lasciato quei biglietti, che si reputa evidentemente un cristiano impeccabile, don Pietro dice solo di «pensare se sono parole in sintonia col Vangelo».

Ma non mancano gli ostacoli. Lo dimostra la storia della copertina del libro, regalata da Maupal, uno dei tre street artist che esponevano nella Galleria, presente al finissage della mostra “No borders”, che ha fatto da cornice alla presentazione del libro. L’artista ne aveva infatti ideata un’altra che rappresentava don Pietro mentre “sparava” con una P38 ad acqua benedetta. «Quando si discuteva dei decreti sicurezza, di armi, ho chiesto ai poveri: ma tu l’ammazzeresti una persona? Tutti mi hanno detto no e allora ho pensato: la Domenica delle Palme io do i rami d’ulivo e i poveri la pistola ad acqua. Ho dovuto ridimensionare il progetto, quando è venuta una persona, uno di quelli che avevano ostacolato l’ingresso della famiglia rom a Casal Bruciato, e mi ha detto: “Prete, noi c’avemo le pistole vere, se non la smetti di accogliere zingari e stranieri stai attento, noi c’avemo le pistole vere”. Così ho evitato di esporre i poveri a rappresaglie. Vanno difesi, la Scrittura direbbe come la pupilla degli occhi: sono la pupilla dell’umanità. Chi vede il povero s’accorge che ha un cuore, chi passa oltre non s’accorge di avere un cuore che batte».

libro don sigurani, 23 ottobre 2019, elisa storace e romano cappellettoDon Pietro è noto anche come “l’imam cattolico”. Perché? “Ho lavorato tanto nel Sahara tunisino – racconta -: abbiamo costruito case per i poveri, messo su una scuola per sordomuti, la prima in Tunisia. Ci vado con dei gruppi da 40 anni. Lì nelle moschee non si può entrare, tanto meno nei santuari islamici. A noi ci fanno entrare dappertutto perché non abbiamo interessi, tutto si fa per loro gratuitamente. Abbiamo portato in Italia oltre 400 ragazzi (quando la legge Turco Napolitano lo permetteva, ndr), gli abbiamo trovato lavoro. Le donne non potevo portarle per motivi di prudenza. E allora abbiamo tirato su una fabbrica di frigoriferi per i datteri dove oggi lavorano 100 donne. Addirittura il responsabile culturale della moschea di Roma è un marocchino mio allievo, diventato medico. Così non ci sono barriere. Che differenza c’è: sono esseri umani nascono si sposano, si ammalano, gioiscono, vanno a scuola, amano, discutono… che differenza c’è tra il ritmo di vita di un cristiano e di un musulmano, di uno scintoista o di un ateo?».

libro don sigurani, 23 ottobre 2019Il sacerdote non chiede soldi alla politica ma «una legge seria, onesta, giusta perché si possa entrare in Italia legalmente. Perché non la fanno? La lotta all’immigrato porta voti. Non voglio essere buonista, il buonismo fa male ai poveri; bisogna essere giusti. L’ho chiesta tante volte ma non interessa, toglierebbe il guadagno elettorale sulla pelle dei migranti e questo è una vergogna». Don Pietro insiste sulla dignità dei poveri e spiega come finisce la storia di Francesco, narrata nel libro, a cui aveva affidato la gestione della Casa della Misericordia. «È venuto con me in televisione, ha raccontato la sua vicenda e una vedova di Rovigo si è innamorata. Anche lui è vedovo, si sono visti, è andato su, hanno deciso di sposarsi. Una vita risolta. Tante vite si risolvono se ridiamo dignità alla persona». Ma in tutto questo, la figura di Gesù non rischia di finire in un angolo, di essere offuscata? «No – risponde con sicurezza don Pietro -, lo faccio in chiesa. Sa cosa dico loro, anche ai musulmani? Vedete, siete in chiesa e la cosa bella è questa: voi non sapete che c’è Gesù però Gesù vi guarda, è lui che vi accoglie. Un Gesù che non dà da mangiare che Gesù è? Il nucleo del cristianesimo in fondo è una tavola imbandita, cenare insieme».

Da sottolineare che parte del ricavato del libro, che sarà in libreria dal 25 ottobre e che Elisa Storace ha voluto dedicare ad Angelo Paoluzi, recentemente scomparso, servirà ad aiutare le iniziative caritatevoli di don Pietro.

Il sinodo ha aperto nuove pagine per l’evangelizzazione

Articolo pubblicato sulle pagine di Orbisphera a firma di 

Sono più di vent’anni che, come giornalista, seguo i Sinodi che si sono succeduti nel corso degli ultimi tre pontificati.
Tutti diversi, ognuno con proprie peculiarità e risultati, ma un Sinodo come quello appena concluso in Vaticano non ha precedenti.
Tutti i Sinodi hanno avuto una partecipazione composita, ma mai come questo Sinodo, che ha visto la presenza di una grande varietà di soggetti appartenenti non solo alla Chiesa cattolica.
Sono arrivati a Roma scienziati, esperti di ecologia e climatologia, rappresentanti di popoli dell’Amazzonia, esponenti di ONG, consiglieri di Agenzie dell’Onu, suore impegnate in associazioni per il rispetto dei diritti umani, esperti di teologia e spiritualità indigena…
Al Sinodo hanno partecipato 35 donne (il numero finora più alto per un Sinodo), 6 delegati fraterni, 12 invitati speciali, 25 esperti, 55 tra uditori e uditrici, 17 rappresentanti di etnie indigene.
In termini ecclesiali, mai come in questo Sinodo sono arrivati vescovi e sacerdoti dalla periferia della Chiesa, per lo più appartenenti a diocesi ubicate nei nove Paesi nei quali si estende la foresta panamazzonica. In massima parte persone che partecipavano per la prima volta a un Sinodo.
Su 184 padri sinodali, 113 sono arrivati dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche.
Sono stati diversi i vescovi che in Sala Stampa hanno ringraziato il Signore ed il Papa, perché mai avrebbero pensato di poter partecipare a un Sinodo della Chiesa universale.
Anche i capi dicastero di Curia hanno raccontato di un Sinodo entusiasmante, con tanta vivacità e passione.
A questo proposito è interessante notare che, mai come in questa occasione, i padri sinodali, anche in presenza di punti di vista diversi, sono stati concordi nel definire l’atmosfera del Sinodo molto positiva. “Un Sinodo ispirato e benedetto dallo Spirito Santo”, ha detto il Papa.
Le diverse proposte, anche le più radicali, sono state discusse serenamente e con rispetto reciproco al fine di trovare una soluzione comune e condivisa.
Tanti i temi in discussione: la difesa dei diritti umani degli indigeni, come rispondere alla mancanza di sacerdoti per la cura delle comunità cristiane sparse sul territorio, come portare i sacramenti in modo continuativo, il ruolo dei diaconi e delle donne, un nuovo modo di proporre l’evangelizzazione, la cura del Creato per evitare disastri ambientali a livello planetario, ecc.
Il punto centrale delle discussioni è stato il superamento del modello culturale e religioso, di carattere coloniale e neocoloniale, che tanti danni ha fatto – e continua a fare – ai popoli indigeni, alla foresta amazzonica e alla stessa Chiesa cattolica.
Diverse e dettagliate le testimonianze dei popoli indigeni, che vengono discriminati, espulsi dalle loro terre, cancellati come cultura e come etnia, sovente uccisi, mentre le donne sono sfruttate sessualmente e schiavizzate.
Vescovi, missionari, religiose e religiosi hanno denunciato la presenza di imprese multinazionali che bruciano la foresta, rubano le terre, cacciano gli indigeni, scavano miniere in modo violento, inquinante e illegale.
È in questo contesto che i padri sinodali si sono interrogati per trovare nuove strade di evangelizzazione, libere dai pregiudizi e dalla cultura coloniale e neocoloniale.
Il documento finale ha fornito risposte non solo alle diocesi panamazzoniche ma al mondo intero, proponendo un modo più avanzato di testimoniare la buona novella del Vangelo.
Ha detto Papa Francesco: “Trasmettere la fede non è fare proselitismo, ma fondare un cuore nella fede in Gesù Cristo”.
San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi ha scritto: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo”.
Per tutti questi motivi dal Sinodo emerge una Chiesa più aperta e bella che non è quella perduta, ma quella che si sta realizzando attraverso una rinnovata spinta missionaria “in uscita”.

Meridione, il grande esodo

Negli ultimi 13 anni più di due milioni di italiani – in prevalenza meridionali – hanno lasciato definitivamente casa per approdare in altri Paesi della UE o in America Centro-Sud. La Fondazione Migrantes ha fotografato il fenomeno nel suo 14mo rapporto “Italiani nel mondo”: si va via per edificare un progetto di vita soddisfacente che da noi appare drammaticamente precluso.

Dunque partono i giovani con istruzione medio-alta, portando fuori dai confini domestici il migliore intelletto e la migliore energia. Un dramma sociale. Per riparare al quale non servono più le grandi promesse e i proclami di una riscossa non più credibile. Per arginare il grande esodo e rimettere in pista il Mezzogiorno occorre una sorta di poderoso Piano Marshall post-Duemila. Non si tratta di un atto di fede, ma di un’assunzione di responsabilità da trasfondere tra le priorità nell’agenda di governo.

Fonte My Pegaso

Halloween, il caldo taglia le zucche della notte delle streghe

Il clima anomalo, con il caldo record, taglia del 10% la produzione di zucche per Halloween, per un raccolto 2019 stimato in 36 milioni di chili. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti.

A ridurre la disponibilità di prodotto italiano sono state le anomalie climatiche – rileva la Coldiretti – soprattutto al Nord. Prima un maggio freddo e piovoso, poi un’estate con bolle di calore e grandinate hanno ostacolato lo sviluppo delle piantine e la formazione del frutto, pur se la qualità è fortunatamente salva. Complessivamente in Italia sono circa 2000 gli ettari coltivati, divisi soprattutto tra Lombardia (con circa il 25% della superficie nazionale), Emilia Romagna e Veneto, seguite da Campania, Lazio, Liguria, Sicilia e Toscana.

Si tratta per la quasi totalità di prodotti destinati al consumo alimentare anche se cresce la coltivazione di varietà di zucche a scopi ornamentali o da “competizione” con esemplari che possono arrivare anche oltre i 900 chili di peso. Accanto a varietà internazionali molti imprenditori agricoli in Italia – continua la Coldiretti – sono impegnati nella conservazione di quelle tradizionali come la zucca marina di Chioggia del Veneto, la zucca violina di Ferrara, la zucca di Castellazzo Bormida in Piemonte, la zucca lardaia di Siena, la zucca Berrettina piacentina, la zucca Delica e quella Cappello da Prete, la più diffusa, soprattutto nel Mantovano, che molto spesso si possono trovare nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica. In questo modo è possibile – sottolinea Coldiretti – garantirsi l’italianità del prodotto, visto che la legge impone oggi di indicare l’origine sulle zucche fresche intere, ma non su quelle tagliate, né su quelle trasformate, né sui classici semi di zucca. Così – avverte Coldiretti – aumenta il rischio di portare a tavola zucche provenienti da paesi dove non vigono le stesse regole sull’uso di pesticidi, come nel caso dell’Egitto e della Tunisia, tra i principali esportatori in Italia assieme al Portogallo. Nel 2018 l’Italia ha importato circa 9,2 milioni di chili di zucca, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente.

Regina indiscussa delle tavole invernali nella versione dei famosi tortelli, la zucca – afferma la Coldiretti – è uno dei prodotti più versatili della cucina italiana e può essere utilizzata sia per le preparazioni salate che per quelle dolci, ma anche abbinata a pasta, carne, formaggi e torte. E c’è anche chi le usa per fare la birra. Nel corso del tempo si sono differenziate principalmente due tipologie di utilizzo, una relativa alla preparazione di tortelli, gnocchi, dolci e pane, l’altra come ingrediente di minestre e minestroni. Per assicurarsi un prodotto di qualità – spiega Coldiretti – quando si compra la zucca a pezzi, occorre verificare che le fette siano state tagliate da poco (la polpa deve essere un po’ umida e i semi scivolosi) perché la vitamina A è sensibile alla luce e tende a distruggersi man mano che passa il tempo. Va controllata anche la buccia: deve essere integra, senza segni di muffe e ammaccature. Se invece – aggiunge Coldiretti – si compra una zucca intera, è necessario provare a batterla leggermene con le nocche delle dita: è buona se emette un suono sordo. Inoltre, va controllato il picciolo: deve essere morbido e ben attaccato alla zucca.

L’altra categoria di zucca che si sta affermando in Italia – ricorda ancora Coldiretti – è quella ornamentale: si tratta di zucche di ogni tipo, che si differenziano per le dimensioni (di piccola taglia oppure enormi) per la forma (allungate a forma di tubo, a trombetta, a cappello, schiacciate, a spirale, tonde), per la buccia (rugosa, bitorzoluta, costoluta, liscia) e per il colore (di ogni tonalità, dal verde al rosso accesso, passando per zucche striate). Ma è indubbio che l’affermarsi della notte delle streghe ha aperto il nuovo “mercato” delle zucche intagliate con le quali si cimentano un numero crescente di italiani. Per intagliare un’autentica zucca di halloween – suggerisce la Coldiretti – occorre innanzitutto scegliere una bella zucca dal peso compreso tra i cinque e i dieci chili, rotonda e senza imperfezioni perché, più liscia è la superficie, più facile è intagliarla. Con uno scalpello a forma di V poi bisogna tracciare le linee sul volto della zucca e con un coltello da cucina ben affilato e non troppo flessibile occorre scavare per intagliare i tratti del “volto” in modo da ricavare dei fori da dove fuoriesca la luce. Per inserire al suo interno una candela accesa è sufficiente scavare un buco sul fondo della zucca per ricavare una via d’entrata senza rovinare “l’opera d’arte”. Chi volesse conservare a lungo il ricordo della magica notte delle streghe – continua la Coldiretti – deve una volta alla settimana passare sulla parte esterna un po’ di olio vegetale con un panno morbido e lasciarla in un luogo fresco e asciutto. Successivamente ogni 4-5 giorni deve immergerla in acqua fresca. In caso di aria particolarmente secca, in casa, di notte è consigliabile – conclude la Coldiretti – coprire la zucca con un panno umido.

Una dieta ricca di sale può favore l’insorgenza dell’Alzheimer

I ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York,  hanno scoperto che  una dieta ricca di sale può favore l’insorgenza dell’Alzheimer

La scoperta è stata effettuata all’interno di uno studio, effettuato sui topi e pubblicato sulla rivista Nature. Stando ai risultati ottenuti dagli specialisti una dieta ad alto contenuto di sale può influire negativamente sulla funzione cognitiva causando una carenza dell’ossido nitrico, che è vitale per una corretta vascolarizzazione del cervello. Quando i livelli di quest’ultimo sono troppo bassi, si possono verificare cambiamenti chimici nella proteina tau, agevolando l’insorgenza della demenza.

Nel loro studio, i ricercatori hanno cercato di comprendere le motivazioni che mettono in connessione il consumo di sale e la possibile insorgenza della demenza e hanno concluso che limitare l’assunzione di sale e mantenere sani i vasi sanguigni nel cervello può evitare questa possibilità.

Al momento i giochi sul “centrino” sono fatti, ma attorno al tavolo non si è seduto il futuro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Carissimo Lucio, cari amici di Rete Bianca, non vi posso nascondere che leggendo spesso “Il Domani d’Italia”, sono stato molte volte toccato nelle mie mai nascoste e ancora vive corde ideali. E sono stato sfidato nella mia modesta ma convinta formazione cultural-politica. Tutto questo perché ho seguito con l’interesse che meritava il vostro encomiabile dibattito teso ad arrestare l’ormai avanzato canto del cigno della laica e nobile cultura cattolico democratica e popolare. Se si può fare qualcosa per bloccarlo, non è con un partito politico che si potrà fare. Come forse saprete, sia da qualche mio intervento su questo sito, sia dalla personale testimonianza ventennale con la mia Associazione romana Polis Duemila, sono infatti sempre stato critico nell’identificare questo vostro pur legittimo e sano zelo, con la nascita di un Partito. Soprattutto quando è stato definito come partito di centro politico, di centro moderato, o di centro che “…guarda verso sinistra” , come sembra voglia fare l’ultimissimo Renzi dopo aver messo il cappello su una sedia del tavolo apparentemente libera. Ho sempre voluto leggere fra le righe un bisogno culturale, ancor prima che politico-partitico con tutto quello che ne conseguiva in termini di organizzazione centrale e territoriale, se non si desiderava costruire un partito virtuale sulla piattaforma Rousseau. Un bisogno teso ad incarnare nei nostri tempi di crisi e di forti cambiamenti, una grande riserva di valori sicuramente valida per la democrazia che ci attende, da offrire a tutta la politica e a tutti i partiti politici. In questo senso, mi ha sempre un po’ sorpreso la vostra presa di distanza dall’impegno prepolitico, come se si trattasse di una dozzinale attività, e forse auspicando quello postpolitico. Mi ha sorpreso il vostro silenzio sulla formazione dei giovani valutata come inutile perdita di tempo. E mi ha molto sorpreso infine la demonizzazione della testimonianza, una categoria etica che, partito o non partito, solo una banale interpretazione individualista identifica come riduzione privatistica e inefficace dei valori e della democrazia personalistica in cui crediamo.

LA MIA OPINIONE

Tenterò pertanto ancora una volta, di esprimere a volo d’uccello il mio personale punto di vista sulla situazione politica e sociale, tralasciando quella economica ormai nelle mani della finanza globale e piena di incertezze, che ci è data di vivere, mettendola in relazione con quanto è emerso dopo la nascita del Partito di Renzi e la conferma a Premier di Conte . Il primo ma non secondario problema, è quello che sia Renzi, sia Conte si sono recentemente dichiarati cattolici democratici. Ovviamente di centro. Un segnale lanciato nel confuso mare magnum del circo Barnum mediatico, per cercare posizionamenti geometrici identitari e illusori consensi. Ma che crea tuttavia difficoltà a quanti hanno dedicato anni per tenere in vita questa cultura, nel momento in cui hanno visto emergere d’emblèe due autoproclamati leader. In un tempo in cui i leader, carismatici o meno, unti del signore o con il crocefisso sulle labbra, sembrano indispensabili alla democrazia rappresentativa, questa scelta di campo crea degli sbandamenti. Anche se dubbioso, suppongo che Conte e Renzi non ignorino cosa significhi indossare questo vestito. Ma dal momento che soprattutto Renzi ha deciso di occupare uno spazio geometrico situato nel mezzo dell’emiciclo parlamentare, forse pensando ad un Nazareno Due in salsa blaiariana o macroniana, i giochi sul centro sembrano già chiusi. Anche perché Berlusconi con Piazza S. Giovanni ha fatto con il suo centrino una precisa scelta di campo tutta a spostata a destra. Nella illusoria speranza di portare un poco di moderatismo fra le istanze sovraniste e nazionaliste di Salvini, in quelle della Meloni ora alleata con Putin, Orban e la Le Pen, nonché fra i saluti fascisti di Casa Pound. Rimane invece vero che nell’aula del Parlamento, Renzi sarà seduto con la sua Italia Viva vicino a Berlusconi e alla sua Altra Italia. Insomma mi viene da pensare che in queste condizioni il centro politico geometrico, ma solo geometrico, è già occupato. Forse manca il centro sociale, ma non fa niente. E suppongo che il retro pensiero di Renzi e Berlusconi, sia quello che grazie al proporzionale abbiano l’opportunità di fare gli aghi della bilancia sulla sinistra e sulla destra, ricorrendo alla benemerita mediazione. Stando però ai sondaggi, Berlusconi ha fatto capire di non leggerli o di non crederci. Mentre Renzi,forse frettolosamente e in un momento di rabbia con quanto i grillini avevano in precedenza detto e fatto contro di lui, ha deciso di rimanere isolato dal Pd fondando, com’è noto, un vero e proprio partito di centro moderato, anche lui lo chiama così, assicurando lealtà verso Zingaretti. E mentre non credo ad un secondo “stai sereno”, credo molto di più ad una ragionata scelta di campo che, data la legge elettorale esistente, lo porta ad assumere un forte ruolo di cerniera facendolo uscire dal silenzio dove stava finendo senza il seguito di telegiornali, quotidiani, talk show, social e quant’altro.

L’ISOLAMENTO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI POPOLARI E UN NUOVO PARTITO

Vorrei a questo punto ricordare che correva l’anno 2002 quando Giorgio Campanini, all’interno della associazione ”Agire Politicamente” di Lino Prenna, aveva proposto col suo fiuto di studioso un Forum annuale, che chiamasse a raccolta tutto l’associazionismo cattolico democratico e popolare sparso e frammentato in Italia. Inascoltato! In questi lunghissimi anni di silenzio totale, rotto solo dalla buona volontà di qualche Incontro-convegno organizzato da singoli e isolati amici e associazioni di area, non ho potuto fare a meno di notare isolamento e gelosie parrocchiali. Chiusure. Peccato. Ma andiamo a noi. Un “nuovo” partito cattolico democratico tra i 24 già esistenti con loro liste e simboli? A mio parere, tuffarsi con un partito di soli “veterani” nel “cattocomunismo dossettiano della nostra “Costituzione bolscevica” – così l’ateo-devoto Giuliano Ferrara – significa oggi stare sulle sponde di uno stagno tranquillo e chiuso frequentato da ultra sessantacinquenni in pensione. Se va bene e con tutto il rispetto. Uno stagno che ci consola e ci lascia tranquilli. Uno stagno della memoria da affidare caso mai a Proust, ma non alla politica, poiché ci vieta di vedere le alte onde violente dei mari aperti che avvolgono oggi i continenti, e gli tsunami che hanno provocato e che provocano sul resto del mondo. Anche per questo, se non soprattutto per questo, credo che la zona Cesarini di un partito cattolico democratico sia stata superata da un pezzo mentre le carte si mescolavano ed era necessario iniziare una nuova partita ripartendo dal basso. Sin dai processi formativi, e sin dai giovani senza lavoro assenti oggi dalle Chiese e con la valigia in mano. Iniziando dai Municipi rionali e dai Comitati di quartiere. Se ancora esistono. Per questo non ho mai creduto che la sola legge proporzionale e il pluralismo a cui rimanda, spesso frammentazione irrilevante se non fotocopie di partiti esistenti, sia condizione sufficiente a far nascer un partito di qualità. Così come ho ritenuto fuorviante affidarsi agli astenuti delle elezioni, osservandoli con un forte abbaglio sociologico, come ceto medio, e come potenziali elettori di un partito di centro moderato col timbro cattolico democratico. Forse nell’antico ricordo di quella buona borghesia cattolica Dc del secondo dopoguerra, e di quella “middle class” oggi salita sul discensore. La domanda allora è: chi sono e dove sono oggi gli elettori cattolici democratici e popolari? Padre Bartolomeo Sorge ha recentemente difeso il pluralismo attaccando il populismo e distinguendo popolarismo da populismo. E con il suo realismo critico cristiano, ha anche parlato dell’importanza dell’impegno dei cattolici in politica, ma con un “…popolarismo che collabori con partner politici di diversi orientamenti culturali“. Niente di più. Ma neanche niente di meno. Certamente consapevole che i valori del cattolicesimo democratico e della Dottrina sociale della Chiesa, sono oggi totalmente assenti dalle parrocchie e dall’associazionismo cattolico storico, ridotto con le iscrizioni ai minimi termini. Ma convinto che con il dialogo interreligioso aperto e avviato dopo il Concilio, con la crisi dei partiti e con la democrazia rappresentativa trasformata in “democrazia del Pubblico”, con la rappresentanza finita sui social alla ricerca di indispensabili leader senza squadra e partito, un partito politico connotato dal cattolicesimo democratico, rischia molto: “La democrazia deve essere dei cristiani ma non cristiana…”, ripeteva Pietro Scoppola.

PENSARE FUTURO

Sapete meglio di me che il tempo scorre. Oggi più velocemente di ieri. E trasforma alla radice e nella struttura la composizione sociale del nostro Paese nelle sue attese e nella sua domanda di politica. Ma di questo sembra che, non solo Renzi, non ci si renda conto, andando pervicacemente alla ricerca di un elettorato di centro moderato con cultura cattolico democratica e popolare. E’ stato Luigi Sturzo che da sociologo ci ha suggerito prima di ogni cosa di osservare la società. E solo dopo di descriverla e interpretarla. Ai suoi tempi con punte di analfabetismo del 70%, era il mondo contadino che meritava attenzioni, perché il 58% di tutta la forza lavoro italiana lavorava nei campi. Circa 30 anni dopo si era ridotta al 40%. Ancora dopo 30 anni all’11%. Ai nostri giorni solo un 5,5% di lavoratori circa è impiegato in agricoltura, col contributo di lavoratori stranieri. E con il ricorso a computer, droni e sistemi di irrigazione e aratura automatici. Il suo Appello rimane fermo, ma è la società che intanto è cambiata. Tutto ciò ci dovrebbe far pensare che le identità culturali tenute chiuse a chiave nel congelatore dei nostri pregiudizi e delle nostre percezioni, assieme alla coerenza formale delle nostre idee refrattarie ai cambiamenti, di fronte alle rivoluzioni epocali che stiamo vivendo giorno dopo giorno (tecnologiche, informatiche e di Intelligenza artificiale, ecologiche e quindi antropologiche e sociali), non ci aiutano molto. Anche le identità cambiano? Ebbene si, anche le identità cambiano con lo spirito dei tempi. E di questo bisogna prenderne atto ricominciando a tarare su un nuovo bipolarismo di valori la vecchia dialettica fra giustizia e libertà che Norberto Bobbio ci ha lasciato in eredità, fondendola con la fratellanza e l’accoglienza, e lasciando alcuni assi portanti dell’edificio che abiteranno i nostri figli e nipoti, assieme all’Europa che vogliamo costruire, ma cambiando le pareti, i tramezzi, le porte e le finestre, le scale di accesso. Se non si tratta di poesia o di storia, bisognerebbe pertanto prendere le distanze da qualunque iniziativa che rivolga i suoi occhi al passato, ricorrendo a categorie oggi da toccare con i guanti sterilizzati, come quelle di destra, sinistra e centro; comunisti, socialisti e liberali; cattolici e laici; sinistra liberale e destra liberale; centro politico moderato e centro sociale; liberalismo e liberismo, borghesia e ceto medio; ecc. aspettando qualcuno che spieghi cosa sia il cattocomunismo di Bergoglio, mentre sappiamo con chiarezza cosa è il fondamentalismo e l’integralismo del Cardinale Muller difensore di Salvini. In caso contrario le precipitose, se non pericolose, “semplificazioni della complessità sociale e culturale” che ci sta di fronte, per dirla con Aldo Moro, ci porteranno lontani dalla realtà e dalla storia e ci faranno nascondere nei cantucci e nella coerenza della nostra tradizione. Il futuro è già scappato e non sembra seduto attorno al tavolo della politica apparecchiato con “centrini” . Ma compito di tutti i partiti politici che vogliono costruirlo, compreso il manipolo di cattolici democratici e popolari, è quello di scegliere il movimento anziché la staticità. Il domani anziché l’ieri. Il discernimento anziché l’appiattimento conoscitivo sul passato. Guardando sempre in lontananza a ciò che ci aspetta anziché a ciò che è alle nostre spalle. E non dimenticando mai l’attenzione verso gli ultimi anziché verso i primi, verso l’uguaglianza anziché verso la libertà, verso i diritti dell’uomo anziché verso i diritti della sola economia. E, per quanto ci riguarda, verso la trascendenza anziché verso l’immanenza.

50 anni dell’autunno caldo e il protagonismo di Carlo Donat-Cattin.

50 anni fa. L’autunno caldo. Il 1969. Il contratto dei metalmeccanici. E il ruolo decisivo giocato dal Ministro del lavoro, Carlo Donat-Cattin. Il tutto condito dalle immagini inedite della trattativa condotta al Ministero da Donat -Cattin con i leader sindacali e confindustriali dell’epoca. Sono questi i titoli di un convegno di raro interesse organizzato a Torino dalla Fondazione Donat-Cattin a cui hanno partecipato sindacalisti, intellettuali, politici ed economisti. Un convegno che ci ha detto e che ci ha trasmesso sostanzialmente 3 cose. 

Innanzitutto in un’epoca decisiva e cruciale per la democrazia italiana la politica ha saputo “assumersi le sue responsabilità e decidere”, per riprendere le parole pronunciate da Donat-Cattin l’8 gennaio del 1970, il giorno della firma del contratto dei metalmeccanici siglato delle parti sociali. Una politica che sapeva assumersi le sue responsabilità perché era fatta e gestita da statisti e da leader. Il confronto con la stagione contemporanea è semplicemente impossibile nonché improponibile. 

In secondo luogo la forza e il peso delle organizzazioni sociali dell’epoca. I sindacati sapevano intercettare e rappresentare i bisogni, le attese e le richieste dei lavoratori perché vivevano e convivevano con i lavoratori. Per capirci, non erano una “casta” disancorata dalla realtà ma affondavano le loro radici nel tessuto vivo e nelle contraddizioni della società. Un ruolo e una “mission” che faceva dei sindacati un soggetto politico, ma non partitico, cruciale per la conservazione e il rafforzamento della stessa qualità della nostra democrazia. 

In ultimo il coraggio e la determinazione del “Ministro dei lavoratori”, Carlo Donat-Cattin. Un ministro che, per la prima volta, seppe trasformare il ruolo politico di un ministero inaugurando una strategia e una prassi che uscivano dalla neutralità nell’affrontare e nel risolvere una questione spinosa come quella del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Certo, ci voleva anche e soprattutto coraggio nel perseguire quell’obiettivo oltre a possedere una visone precisa della società e del suo sviluppo. Un ministro che seppe, in quella stagione, condurre una battaglia quasi solitaria nel suo partito, la Dc, che cambiò proprio in quell’anno – il 1969 – ben tre segretari nazionali e che era più preoccupato dei suoi equilibri interni che non a quelli che si andavano definendo nella società. Un ministro che, con quell’accordo, ha contribuito anche a chiudere la stagione del cosiddetto “autunno caldo” che ha sconvolto i connotati tradizionali della società italiana innescando quella protesta operaia e studentesca che ha modificato gli stessi equilibri politici del nostro paese.

Ecco perché ricordare quella fase storica non significa solo attardarsi nella nostalgia o limitarsi alla sola memoria storica ma, al contrario, rielaborare e rivedere le ragioni e i comportamenti di una classe dirigente che sapeva anticipare le novità che attraversavano la società italiana e, al contempo, guidarne politicamente le soluzioni. Quando la politica era studio, approfondimento, elaborazione, scelta, coerenza e coraggio. Come seppe fare Carlo Donat-Cattin chiudendo il contratto dei metalmeccanici e affrontando di petto le difficoltà e le contraddizioni dell’autunno caldo. 

L’importanza delle idee chiare tra l’attesa del Pd e il velleitarismo post democristiano

L’amico Giorgio Merlo intervenendo su Il Domani d’Italia ( CLICCA QUI ) ha fatto  intravedere l’attesa che possa essere il Pd a riconoscere “apertamente e non solo formalmente la presenza al suo interno di un’area politica e culturale cattolico popolare e democratica” o Matteo Renzi a rendersi conto dell’esistenza di “ un giacimento di valori, di interessi sociali, di riserve etiche e di elaborazioni programmatiche”.

Viene immediato il chiedersi cosa possa portarci a ritenere che il Pd e/ o Renzi siano, oggi, in grado di riconoscere quello che è stato sotto i loro occhi per circa 25 anni. Cioè una presenza di popolari e cattolici democratici le cui istanze sono state in buona parte trascurate dal principale partito del centro sinistra. Anche nel periodo in cui Renzi ne è stato Segretario.

Il caso recente della formazione della lista in Umbria è stato emblematico. Il Pd ha preferito dire di no alla candidatura alla Presidenza della regione dell’amica Stefania Proietti che non solo è profondamente radicata con coerenza nel nostro  mondo, ma rappresenta anche una possibile alternativa civica al verticismo di un certo modo di fare politica.

Merlo sostiene pure “ che è perfettamente inutile continuare a blaterare ( … ) sulla possibilità/ necessità di dar vita ad una nuova Democrazia Cristiana”.

Concordo. Si tratta, infatti, di un’esperienza storica finita nel millennio scorso e resa difficilmente proponibile a seguito delle vicende in cui sono stati, e sono ancora coinvolti, soprattutto nelle aule di tribunale, i suoi epigoni.

Abbiamo persino scoperto che, legalmente parlando, nessuno degli utilizzatori della dicitura Democrazia Cristiana e dello Scudo crociato ne è il legittimo continuatore.

L’unica cosa buona che potrebbero fare è andare tutti assieme all’Istituto Sturzo per depositare solennemente nome e simbolo, rendendo loro il rispetto storico ed ideale che meritano.

Ora giunge la proposta di provare a  limitarsi, invece, alla creazione di una Federazione per organizzare la solita “ cosa di centro”.

Il limite più grosso di questa proposta è che si basa su un “ vogliamoci bene” in cui latita ogni proposta diretta ad una autentica rigenerazione del movimento politico dei cattolici in modo da sintonizzarlo con il Paese e le sue richieste, tra cui spicca in maniera inequivocabile quella di facce nuove. Purtroppo, è vero il detto: non c’è più sordo di chi non vuol sentire.

Giorgio Merlo  aggiunge anche quanto ritenga “ sterile continuare ad immaginare soggetti politici di ispirazione cristiana che puntualmente in tutte elezioni – locali, provinciali, regionali, nazionali ed europee – stentano ad arrivare alla fatidica soglia dello 0,5%”.

E’ da condivide anche questo esame retrospettivo di tutti i fallimentari tentativi in cui si sono cimentati alcuni amici animati più dalla generosità che da un esame realistico delle loro possibilità e, soprattutto, dell’essere in grado di capire il contesto socio politico del Paese in cui quei tentativi si sono astrattamente sviluppati.

Il combinato disposto del ragionamento di Giorgio Merlo e dell’idea della Federazione dei sempre più marginali democristiani porta ad una constatazione e ad alcune riflessioni.

La constatazione è che appare confermata, comunque, l’esistenza del problema del riconoscimento di una identità e del valore di una presenza pubblica che riguarda quanti di noi sono interessati alla politica sulla base di una ben precisa ispirazione e perché legati ad una consolidata tradizione di pensiero.

Ora, e questo riguarda sia la valutazione di Merlo, sia quella dei “ federatori” dc, si tratta di provare a fare questi ragionamenti non in astratto, bensì in relazione alle dinamiche reali che attraversano la società italiana per ciò che richiama gli aspetti sociali e per quelli di pensiero e di riferimento ideale che giustificano una partecipazione attiva alla politica.

Cosa voglio dire? Che siamo arrivati al punto in cui questa nostra Italia deve inevitabilmente porsi il problema di una rifondazione. Noi sosteniamo da tempo che è necessario cominciare a prospettare una sua radicale trasformazione.

Il nostro impegno politico è da questo sollecitato e non può essere vissuto e declinato solo come pulsione elettoralistica. Bensì come assunzione di una responsabilità verso un “pensiero forte” capace di richiamare nuove energie e segnare un fatto nuovo.

Il “ pensiero forte” deve inevitabilmente tradursi in una progettualità concreta. In grado di prospettare un futuro a donne, uomini, a giovani e ad anziani, al mondo del lavoro, alle imprese.

Si resta altrimenti nel campo di quella politica che è raccontata, e persino svilita e svillaneggiata, in televisione. Non certo in un ambito creativo e fecondo diretto al governo delle cose da cui dipendono l’oggi e il domani delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti, degli artigiani, degli scienziati, dei dipendenti pubblici e così via dicendo.

I cattolici popolari e democratici sono chiamati all’impegno e alla partecipazione nella consapevolezza che assieme, credenti e non credenti, possono riprendere le redini di un Paese che appare oggi senza prospettive.

L’iniziativa avviata da numerosi gruppi che, rifacendosi alla Dottrina sociale della Chiesa e alla Costituzione, si chiamino essi “ liberi e forti”, o popolari, o cristiano democratici poco importa, hanno finalmente deciso di mettersi insieme segna un punto di svolta. Solo che lo fanno sulla base di libertà e di autonomia, dopo 25 anni di divisione e di subalternità.

La loro intenzione, così, non è certo quella di riproporre superate esperienze oggi non più realisticamente possibili. Neppure ripartire con facce usurate da una troppo lunga frequentazione della vecchia politica. Neppure sulla base di un generico e non precisato volersi mettere insieme a tutti i costi avendo ben presente che i cattolici non rappresentano un’entità politica omogenea e che nessuno intende dare vita a un partito clericale o integralista.

Noi, invece, fortemente ispirati ai valori e alla tradizione politica del popolarismo e del cattolicesimo democratico, intendiamo operare laicamente, con altri laici collegati ad altre tradizioni di pensiero democratico e solidale, certi che il riferimento al popolarismo o al cristianesimo democratico non si declama, ma si mette in pratica cercando la massima della coerenza tra idealità e operosità diretta al soddisfacimento degli interessi della gente, fatta di cattolici e di non cattolici .

Non ci interessa neppure limitarci a pensare solamente alle elezioni. La partecipazione a questo fondamentale appuntamento della democrazia resta una delle occasioni più importanti in cui può concretizzarsi quello che è il nostro vero obiettivo: imporre alla politica quelle trasformazioni necessarie perché scopra il suo primo e fondamentale dovere, quello di puntare al bene comune.

La partecipazione alle elezioni, in effetti, non costituisce l’unica risposta alla necessità di coinvolgersi in un impegno pubblico organizzato. In ogni caso, necessita di tante realistiche valutazioni sul tempo, sul luogo e, soprattutto, sulle capacità di aggregazione e di ricerca del consenso. Altrimenti, anche in questo caso si vanga a vuoto nel campo dell’astrattezza o ci si abbandona al velleitarismo o all’auto esaltazione della testimonianza che deve essere lasciata ad altri ambiti.

Oggi, in ogni caso, siamo nella fase in cui è necessario, e richiesto dal nostro mondo, dare vita a una presenza organizzata per riattivare un “ pensare politico”, per rivitalizzare e metter al centro di tutto la partecipazione del territorio, per cominciare ad inserirsi nella dialettica politico parlamentare perché abbiamo molto da dire e molto da fare.

Tassa plastica: Edo Ronchi, è inefficace se gli obiettivi sono ambientali

Una tassa tanto al chilo, indifferenziata, uguale per tutti gli imballaggi in plastica, monouso o meno, riciclabili o meno, fatti con plastiche riciclate o no, che genera introiti per fare cassa e finanziare altre spese, invece che destinarne i proventi alla prevenzione, al riutilizzo, al riciclo e alle raccolte, è in contrasto con gli indirizzi europei ed è inefficace dal punto di vista ambientale.

Questo quanto sottolinea Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, a proposito della tassa sugli imballaggi in plastica prevista nel Documento programmatico di bilancio varato dal Governo, ricordando che tra l’altro si aggiungerebbe al “contributo ambientale” di 450 milioni all’anno che già si paga per questi imballaggi.

“Servirebbero, invece – spiega Ronchi- maggiori risorse da investire per migliorare le performance ambientali degli imballaggi in plastica, per ridurre quelli monouso, per aumentare l’attuale insoddisfacente tasso del 43,4% di riciclo e per superare il target minimo del 55%, fissato dalla nuova Direttiva al 2030”.

Per Ronchi questa tassa andrebbe quindi sostituita, recependo le nuove Direttive europee, con un adeguamento normativo del “contributo ambientale” per gli imballaggi in plastica – aumentandolo quanto serve – impiegandolo di più anche per la prevenzione, per la riduzione del monouso, differenziandolo, meglio di quanto già non si faccia, per gli imballaggi in plastica riutilizzabili e più facilmente riciclabili rispetto agli altri; riducendolo in proporzione al contenuto di plastica riciclata..

Il vigente sistema del “contributo ambientale” per gli imballaggi – conclude Ronchi- a differenza della tassazione, consente rapidi e frequenti adeguamenti, necessari per la copertura dei costi, variabili per quantità e qualità, delle raccolte differenziate, nonché per intervenire, quando necessario, per garantire il ritiro e la corretta gestione di tutta la plastica proveniente dalle raccolte differenziate”.

Anas: 1,3 mld di investimenti per la manutenzione delle strade

Ammontano a 1,3 miliardi le gare d’appalto dell’Anas nel secondo semestre del 2019. Ad annunciarlo una nota dell’azienda del gruppo Ferrovie dello Stato. Sulla Gazzetta Ufficiale è stato infatti pubblicato un bando per lavori di risanamento della pavimentazione dal valore complessivo di 520 milioni di euro che, nell’ambito del piano #bastabuche, si uniscono ai 380 milioni, pubblicati lo scorso giugno. Inoltre, entro novembre, l’azienda annuncia che andrà in Gazzetta Ufficiale un bando di gara per interventi di manutenzione su ponti e viadotti da 380 milioni di euro.

“Anas – ha dichiarato l’amministratore delegato Massimo Simonini – sta lavorando a pieno regime per attivare nuovi cantieri sul territorio nazionale sia per contribuire al rilancio del settore sia per rendere più competitivo il nostro Paese con infrastrutture sicure, moderne ed efficienti. Con questo nuovo bando da 520 milioni di euro per nuova pavimentazione stradale il Piano #bastabuche, avviato nel dicembre del 2015, arriva alla VII tranche con un investimento complessivo di oltre 2 miliardi di euro su tutta la nostra rete”.

Anas ha sottoposto i 30.000 chilometri di strade e autostrade in gestione a una robusta cura di manutenzione e la nuova tranche del Piano #bastabuche consentirà di eseguire interventi di pavimentazione e rifacimento della segnaletica orizzontale anche sui 3.000 km di strade rientrate dalle Regioni e dalle Province che, dopo anni di abbandono, potranno innalzare notevolmente i loro livelli di servizio, sicurezza e qualità. Il bando per interventi di nuova pavimentazione da 520 milioni di euro, uscito nei giorni scorsi in Gazzetta, è suddiviso in 20 lotti per tutto il territorio nazionale.

Gli appalti, di durata quadriennale, saranno attivati mediante Accordo Quadro che garantisce la possibilità di avviare i lavori con la massima tempestività rispetto alla programmazione della manutenzione delle strade consentendo quindi risparmio di tempo e maggiore efficienza nell’esecuzione.

Codice della strada: dal CNEL tre disegni di legge per riforma urgente

Con una nuova iniziativa legislativa sulla sicurezza stradale il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro intende sollecitare interventi normativi tesi al rafforzamento dell’efficacia dei piani nazionali: a) integrando la fase ascendente di costruzione del piano e quella della verifica degli esiti del monitoraggio; b) prevedendo un utilizzo più cogente e sistematico delle campagne di informazione e prevenzione anche con riferimento all’art. 3, della legge n. 150/2000; c) ampliando le competenze delle città metropolitane con riferimento alle infrastrutture destinate alla circolazione dei ciclisti, che restano tra gli utenti della strada più vulnerabili.

Una delle iniziative legislative proposte prevede inoltre il rilancio della Consulta nazionale per la sicurezza stradale operante presso il CNEL. Istituita nel gennaio 2001 e prevista dal Piano nazionale per la sicurezza stradale è composta da consiglieri Cnel da rappresentanti delle forze sociali, delle Amministrazioni centrali, regionali e locali e dai soggetti economici competenti.

Scarica i testi dei DDL sulla sicurezza stradale 

 

Una nuova ricerca scopre una proteina trasformista

Il potere trasformista di 53BP1, ‘proteina-meccanico’ cruciale nel processo di riparazione del genoma, è stato scoperto in uno studio guidato dall’Istituto Firc di oncologia molecolare (Ifom) di Milano, pubblicato su ‘Nature Cell Biology’. Il lavoro – finanziato da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e Consiglio europeo della ricerca (Erc), oltre che da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia – apre nuove strade anche nella lotta ai tumori.

L’individuazione di compartimenti ‘smart’ formati all’occasione dalla cellula in risposta a un danno al Dna, attraverso un cambio di fase, “apre una nuova prospettiva con cui affrontare processi biologici già noti – dichiara d’Adda di Fagagna dell’Ifom – nella lotta alle cellule tumorali, che notoriamente accumulano più danni nel Dna rispetto alle cellule sane, auspichiamo che in futuro si possa trovare un modo di sfruttare questa nuova conoscenza a vantaggio di una terapia contro i tumori più efficace”.

Troppe armi e troppa droga tra i giovani

La cronaca ci riferisce con crescente frequenza di episodi di violenza agìta da giovani e giovanissimi con l’uso di armi. Emblematico il caso scioccante del ragazzo romano giustiziato da due coetanei con un colpo di pistola alla nuca, mentre cercava di proteggere la sua fidanzata e difendersi da un tentativo di furto.
Ci sono troppe armi che girano con facilità tra gli adulti ma il fenomeno si va diffondendo anche tra gli adolescenti e sovente tra i minori.
Inoltre il connubio armi-droga è tanto devastante quanto pervasivo, c’è un nesso di causa effetto sull’azione violenta ma anche un rapporto di interesse economico che unisce i due fenomeni.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento?
Dalla più grande democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Insegnare l’amore per gli altri esseri umani, per gli animali, per il creato. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulle spese destinate alla crescita e modernizzazione dei sistemi scolastici, agli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. Sono ben note le resistenze ad una decrescita degli investimenti bellici e militari, sia da parte delle forze politiche che nella stessa opinione pubblica, suggestionata dai pericoli derivanti dai rischi dei fondamentalismi, dell’odio razziale, della carenza di tutele in materia di sicurezza pubblica.

E le giustificazioni –motivazioni di ordine tecnico non sempre risultano esplicative e convincenti, specie in una fase di crisi recessiva globale e di depressione sociale: basti pensare alla ben nota vicenda degli aerei F35 e ai costi derivanti dal loro acquisto e manutenzione mentre una percentuale elevata di edifici scolastici non garantisce requisiti di sicurezza e standard di agibilità-abitabilità rassicuranti.

L’esponenziale crescita del numero di armi a disposizione dei giovani del nostro Paese è alimentata da interessi commerciali, da consuetudini importate da altri Paesi (si pensi che negli USA esistono aziende che fabbricano armi chiamate “il mio primo fucile”, regalate di norma ai minori al 10° compleanno) ma ci sono tuttavia altri indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali ma orientanti anche nel gruppo, indirizzati alla violenza o da essa condizionati.
Pistole giocattolo, giochi militari, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia per regali e aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età.

L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado.
L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nella ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di perseguimento del ‘lieto fine’.

Si fa e si ottiene giustizia solo attraverso l’uso della forza, mentre vengono ridicolizzate e valutate pregiudizialmente perdenti tutte le altre strade che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, dal dialogo.
Purtroppo a cominciare dalla famiglia quando non è luogo di affetti ma di conflitti.
Una cultura mass-mediologica negativa che genera solitudini siderali anche tra le giovani generazioni.

Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione ed una disinvoltura veramente raccapriccianti.
Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola o dell’esplosione delle slot-machines, che coinvolge i minori con una crescita esponenziale e drammatica generando fenomeni di ‘ludopatia’ che altro non sono che il correlato speculare e la declinazione comportamentale di massicci investimenti nel gioco d’azzardo, tra tutti il peggiore maestro di vita poiché distrugge ogni scala di valori a fronte dell’illusione del facile guadagno, del successo e della ricchezza a portata di mano. Ludopatia da non intendersi come nativa predisposizione genetica bensì come conseguenza patologica provocata da forti sollecitazioni esterne, non causa ma effetto. Occorre una forte reazione da parte delle autorità e delle istituzioni che produca normative restrittive e dissuasive di queste attrazioni da paese dei balocchi, dove i minori risultano perdenti in partenza, schiavizzati al gioco come fonte di possibile, facile arricchimento e riscatto sociale.

Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare queste spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di identità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale.
Un compito che non ci è estraneo perché anche noi, in Italia e in Europa, vediamo attecchire ed alimentarsi fenomeni di violenza dei minori e sui minori, da molteplici profili di considerazione.

Segno eloquente e pernicioso del prevalere degli interessi commerciali su quelli dell’etica dei comportamenti individuali e sociali.
Per contrastare la violenza dei bambini bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività: dobbiamo consapevolmente riflettere sul fatto che questo principio vale anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi. Come sappiamo dall’esperienza giudiziaria dei casi, gran parte dei bambini che esplicitano comportamenti aggressivi hanno genitori che sono violenti con loro oppure assistono direttamente alle violenze in famiglia ove non ricevano addirittura agli stessi genitori l’insegnamento esplicito della violenza (“se ti picchia, picchialo”… “fai valere le tue ragioni”… “dimostrati uomo”).
Questo è un compito che deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie.

Una scuola che sappia risolutamente indicare modelli educativi che portano al bene comune, al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla legalità dovrebbe impostare – accanto al compito della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. E’ necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione d’intenti tra famiglia e scuola. I “buoni sentimenti” infatti sono le chiavi che usiamo perché i valori abbiano accesso nella nostra mente e dimorino nel nostro animo, per darci una identità rispettosa dell’identità altrui.

Istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento dello Stato a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinchè vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico. Questo implica investimenti sempre più elevati per adeguare i sistemi scolastici agli standard di competitività spesso imposti da agenzie formative esterne, per rendere sicuri gli edifici scolastici e aggiornati e motivati gli insegnanti. Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, delle violenza che affliggono i bambini e i ragazzi del nostro tempo.

La Cina in America Latina

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Barbara Onnis

Quello tra Repubblica Popolare Cinese (RPC) e America Latina è un rapporto relativamente recente. Per lungo tempo i governanti comunisti hanno, infatti, manifestato una certa riluttanza a entrare nel continente latinoamericano, considerato come una sorta di ‘cortile di casa’ (houyuan) degli Stati Uniti d’America e, eccezion fatta per Cuba – il primo Paese ad aver riconosciuto Pechino nel 1959, ma con cui i rapporti non sono mai stati particolarmente cordiali – la Cina è rimasta assente dalla regione durante tutti gli anni caldi della guerra fredda. Questo stato di cose iniziò a cambiare nel corso degli anni Ottanta, complice l’avvio della nuova politica di ‘riforme e apertura’ di Deng Xiaoping, e le relazioni conobbero una sorta di ‘epoca d’oro’ a partire dagli anni Duemila.

Piazza Tienanmen rappresenta uno spartiacque importante in tal senso. A differenza che in Occidente, e analogamente a quanto accadde in altri contesti (in buona parte dei Paesi asiatici e in Africa), la reazione rispetto ai fatti del 4 giugno fu assai contenuta: nessuna condanna di principio, nessuna critica, nel totale rispetto del principio della ‘non interferenza’, caro a Pechino, nessuna sanzione. E la risposta cinese non si fece attendere. Il primo viaggio di Yang Shangkun (presidente della Repubblica Popolare) dopo i fatti di Tienanmen, nel maggio del 1989, ebbe come destinazione proprio l’America Latina. Si trattava in assoluto della prima visita ufficiale di un presidente cinese in Sud America, ragion per cui venne acclamata dai media, sia cinesi sia latinoamericani, come l’‘inizio di un nuovo capitolo dell’amicizia latinoamericana’ e un’‘importante pietra miliare nella storia delle relazioni amichevoli cinesi-latinoamericane’. Sul piano economico, l’America Latina è diventata un’area di interesse per Pechino soprattutto all’indomani dell’adesione cinese all’Organizzazione mondiale del commercio, ed è diventata una componente fondamentale della strategia cinese di diversificazione dei propri fornitori di materie prime e dei propri mercati. I Paesi latinoamericani sono, infatti, ricchi di risorse naturali e si affermano ben presto come fornitori chiave di prodotti agricoli e minerali per le esigenze manifatturiere e industriali della RPC.

Il rapporto tra RPC e America Latina è contrassegnato, per certi versi, da dinamiche analoghe a quelle che caratterizzano i rapporti tra Cina e Africa – natura asimmetrica, valenza economico-commerciale e politico-diplomatico-strategica – che contribuiscono ad alimentare percezioni e sentimenti contrastanti (la Cina è percepita al contempo sia come un predatore che come portatore di opportunità). Tali sentimenti contrastanti, che per l’appunto ricordano molto da vicino l’esperienza cinese in Africa, non si riferiscono tanto alla presenza della Cina in sé, ininfluente se paragonata ad altri contesti (Paesi del Sud-Est asiatico e Occidente in generale, dove Pechino concentra la stragrande maggioranza dei suoi affari economici), quanto piuttosto al ritmo impressionante di crescita che hanno conosciuto i rapporti commerciali, economici e politici nell’arco di pochi lustri. L’interscambio commerciale è passato da 12 miliardi di dollari nel 2000 a oltre 300 miliardi di dollari nel 2018 e la RPC è diventata il terzo principale investitore nel continente. Il valore dei suoi prestiti, destinati principalmente a progetti energetici e infrastrutturali, ha superato i finanziamenti della Banca mondiale e della Banca interamericana di sviluppo. Così facendo, la Cina è diventata il principale partner economico-commerciale di molti Paesi latinoamericani (Brasile, Cile, Perù, Uruguay) e il secondo in assoluto dell’intero continente, dietro gli Stati Uniti. I sentimenti contrastanti si riferiscono anche alle modalità con cui si sono esplicitate finora le relazioni commerciali – lo schema tradizionale del commercio che lega le due parti è infatti del tipo centro-periferia, che vede l’America Latina rifornire la Cina di materie prime, a basso valore aggiunto, e la RPC esportare nella regione latinoamericana principalmente beni manufatti – che mettono al centro gli interessi specifici di Pechino.

Un cenno a parte meritano i rapporti tra RPC e Paesi centroamericani. Pechino riserva, infatti, a questi ultimi un’attenzione speciale, del tutto sproporzionata rispetto al loro peso politico-diplomatico, ancorché economico, per il fatto di essere tra i pochi Paesi che ancora riconoscono la Repubblica di Cina, ossia Taiwan. Dei quindici Paesi finora rimasti a non riconoscere diplomaticamente Pechino, nove sono Paesi latinoamericani, ossia Belize, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadines, oltre al Paraguay. I restanti sei si trovano in Europa (Santa Sede), in Africa (Swaziland/elSwatini) e in Oceania (Isole Marshall, Nauru, Palau, Tuvalu).

L’importanza attribuita dal governo comunista cinese a questa parte del mondo è emersa inequivocabilmente all’indomani della pubblicazione, nel 2008, di un Libro politico specificamente dedicato ad America Latina e Paesi caraibici (Zhongguo dui Lamei he Jialabi zhengce wenjian), all’epoca il terzo del suo genere, dopo quello dedicato all’Unione Europea nel 2003 e quello destinato all’Africa nel 2006. Analogamente ai due Libri precedenti (e ai due successivi dedicati ai Paesi arabi e all’Artico rispettivamente nel 2016 e nel 2018), esso si soffermava sulla convergenza dei punti di vista tra le due parti e sull’interesse condiviso per un mondo più equo e multipolare. Al contempo, Pechino non mancava di dettare le sue condizioni per un approfondimento ulteriore del rapporto – cruciale in primis per i Paesi latinoamericani severamente colpiti dalla crisi economica – con riferimento, soprattutto, al rispetto della politica di ‘una sola Cina’ (‘yige Zhongguo’ yuanze). Come in altri casi, Pechino ha ritenuto opportuno rinnovare formalmente il proprio interesse per l’area, attraverso l’aggiornamento del Libro, uscito in una seconda versione nel 2016. Quest’ultima presenta sia elementi di continuità sia elementi di novità rispetto alla versione originaria.

Qui l’articolo completo

Rapporto Italiani nel Mondo 2019: La mobilità italiana

È stata presentata ieri a Roma la XIV edizione del “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes. Con il contribuito di circa 70 studiosi italiani e non, la mobilità dall’Italia e nell’Italia è analizzata partendo dai dati quantitativi (socio-statistici). L’approfondimento di questa edizione è dedicato alla percezione delle comunità italiane nel mondo: “Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy”. Il Rapporto Italiani nel Mondo riflette cioè sulla percezione e sulla conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi rispetto al migrante italiano. Il fare memoria di sé diventa quindi occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere.

Quasi 5,3 milioni di residenti oltre confine (dati Aire 1.1.2019). Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data l’8,8% è residente all’estero. In termini assoluti, gli iscritti all’AIRE, aggiornati al 1° gennaio 2019, sono 5.288.281. Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del +70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE a quasi 5,3 milioni. Quasi la metà degli italiani iscritti all’AIRE è originaria del Meridione d’Italia (48,9%, di cui il 32,0% Sud e il 16,9% Isole); il 35,5% proviene dal Nord (il 18,0% dal Nord-Ovest e il 17,5% dal Nord-Est) e il 15,6% dal Centro.
Oltre 2,8 milioni (54,3%) risiedono in Europa, oltre 2,1 milioni (40,2%) in America. Nello specifico, però, sono l’Unione Europea (41,6%) e l’America Centro-Meridionale (32,4%) le due aree continentali maggiormente interessate dalla presenza dei residenti italiani. Le comunità più consistenti si trovano, nell’ordine, in Argentina (quasi 843 mila), in Germania (poco più di 764 mila), in Svizzera (623 mila), in Brasile (447 mila), in Francia (422 mila), nel Regno Unito (327 mila) e negli Stati Uniti d’America (272 mila).

Oltre 128 mila iscritti all’AIRE per espatrio nell’ultimo anno: da 107 province e verso 195 destinazioni diverse nel mondo. Da gennaio a dicembre 2018 si sono iscritti all’AIRE 242.353 italiani di cui il 53,1% (pari a 128.583) per espatrio. L’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). Il 71,2 è in Europa e il 21,5% in America (il 14,2% in America Latina). Sono 195 le destinazioni di tutti i continenti. Il Regno Unito, con oltre 20 mila iscrizioni, risulta essere la prima meta prescelta nell’ultimo anno (+11,1% rispetto all’anno precedente). Al secondo posto, con 18.385 connazionali, vi è la Germania. A seguire la Francia (14.016), il Brasile (11.663), la Svizzera (10.265) e la Spagna (7.529).

Le partenze nell’ultimo anno hanno riguardato 107 province italiane. Con 22.803 partenze continua il solido “primato” della Lombardia, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702). Il Rapporto Italiani nel Mondo 2019, attraverso analisi sociologiche e linguistiche, aneddoti e storie fa rife-rimento al tempo in cui erano gli italiani ad essere discriminati, risvegliando “il ricordo di un passato in-giusto – spiega il testo – non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini e donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita (e, aggiungiamo, a una vita felice) che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico”. Si tratta dunque di “sce-gliere non solo da che parte stare, ma anche che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere noi e far vivere i nostri figli, le nuove generazioni”. La Fondazione Migrantes auspica che questo studio possa “aiutare al rispetto della diversità e di chi, italiano o cittadino del mondo, si trova a vivere in un Paese diverso da quello in cui è nato”.

Una road map per realizzare in Italia un Green New Deal

Per avviare concretamente un Green New Deal per l’Italia c’è bisogno di un programma ampio e pluriennale con misure e obiettivi al 2030, che abbia come asse centrale il contrasto alla crisi climatica e preveda il reperimento delle risorse finanziarie per attuarlo. In Europa la nuova Commissione Europea e in Italia il nuovo Governo e la nuova maggioranza hanno avanzato, per la prima volta, la proposta di promuovere un “Green New Deal” per affrontare congiuntamente la crisi ambientale, e la bassa crescita economica.

Delle proposte per la realizzazione di un Green New Deal per l’Italia si discuterà quest’anno agli Stati Generali della Green Economy, l’appuntamento di confronto e discussione sulla green economy più atteso a livello nazionale. Promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione Europea, gli Stati Generali della Green Economy si terranno il 5 e 6 novembre 2019 alla Fiera di Rimini di Italian Exhibition Group, nell’ambito di Ecomondo, e avranno come tema proprio il “Green New Deal e sfida climatica: obiettivi e percorso al 2030”.

L’abbattimento delle emissioni è un passaggio cruciale per realizzare quella svolta epocale che oggi è necessaria per assicurare un futuro al nostro Pianeta. Le emissioni mondiali di gas serra continuano, infatti, ad aumentare e i danni della crisi climatica sono sempre più evidenti e ingenti; in Italia hanno pesato con 20 mila decessi e circa 65 miliardi di euro di danni tra il 1980 e il 2017. Se si aspetta che tutti i Paesi partano contemporaneamente, non si arriverà in tempo a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, come previsto dall’Accordo di Parigi per il clima.
Questo passaggio è ritenuto centrale dal Parlamento Europeo che recentemente, come richiesto da Olanda, Danimarca e Francia con l’appoggio della Presidente della nuova Commissione, ha votato una risoluzione che chiede di aumentare fino al 55% l’impegno di riduzione al 2030. Cosa significa per l’Italia?

“Le nostre emissioni di gas serra, dopo un periodo di calo, negli ultimi anni non stanno più diminuendo”. – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – “Nel 2018 sono state pari a 426 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, le stesse del 2014. Per rispettare la traiettoria dell’Accordo di Parigi, che richiede di azzerare le emissioni nette al 2050, occorrerebbe entro il 2030 almeno dimezzare quelle del 1990, facendole scendere quindi a circa 260 milioni di tonnellate. Con le misure vigenti, tuttavia, secondo ISPRA, le emissioni italiane scenderebbero solo a poco più di 380 milioni di tonnellate al 2030, mancando l’obiettivo di oltre 120 milioni di ton. Agli Stati Generali della Green Economy chiederemo al Governo un ulteriore sforzo per realizzare una politica più incisiva e di attuazione di un Green New Deal al fine di raggiungere gli obiettivi necessari alla sopravvivenza del nostro Pianeta”.

I lavori dell’ottava edizione degli Stati Generali della Green Economy prenderanno il via con la sessione plenaria la mattina del 5 novembre. Sarà aperta da Edo Ronchi, Consiglio Nazionale della Green Economy, che illustrerà le proposte per un Green New Deal e la Relazione 2019 sullo stato della Green Economy e vedrà la partecipazione di Roberto Gualtieri, Ministro dell’Economia e delle Finanze, di Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, e di Riccardo Fraccaro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In Italia è bello vivere ma complicato investire

Se nel 2018 le stime dell’Istat sulle famiglie in condizione di povertà assoluta (oltre 1,8 milioni di nuclei, 5 milioni di individui, l’8,4% del totale) e quelle in condizioni di povertà relativa (più di 3 milioni, l’8,4% del totale nazionale)  ci hanno fatto sobbalzare, molte, per contro, sono le realtà opposte. Alla fine dello scorso anno, infatti, la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro: -0,4% in termini reali rispetto al 2008.

Molti i beni ereditati dal passato, pochi quelli aggiunti in tempi più recenti. Nella composizione del portafoglio delle attività finanziarie degli italiani a prevalere risulta essere la voce contante e depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa. Ad aumentare sono anche le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un’implementazione del 44,6% in due lustri. Crollano invece i titoli obbligazionari, che pesano per il 6,9% del portafoglio (erano pari al 21% dieci anni fa) e le azioni (-12,4% dal 2008). Su questo sfondo si calcola che siano 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% dei nuclei). E ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

Dalla ricerca condotta dal Censis per Aipb, il 76,8% degli italiani considerano il contante, i soldi tenuti fermi sui conti correnti bancari e gli investimenti finanziari, beni da non tassare in misura maggiore delle risorse che vengono invece investite nell’economia reale. Dalle rilevazioni del Censis il sentiment degli intervistati prevede una strenua difesa della libertà di scelta del risparmiatore e ancora una predilezione per il contante: strumento privilegiato contro l’insicurezza. Sono molti a sostenere che se l’economia reale vuole attirare risparmio deve rendersi allettante, e non per effetto di una tassazione aggiuntiva sulla liquidità. Tra i risparmiatori vi è poi una crescente diffidenza verso lo Stato: il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico.

Nella percezione delle persone più ricche esiste un rischio-Paese per l’Italia. Secondo il 53,4% di esse pensare al futuro della nostra Penisola suscita preoccupazione; per il 23,4% curiosità; solo nell’8,3% dei casi una sensazione rivolta ad una nuova sfida. Prevalentemente sono stati d’animo che non incentivano ad investire, soprattutto nel lungo periodo. Il 68,2% dei ricchi, tuttavia, non ha alcuna intenzione di andarsene dall’Italia. Il 42,2% di essi afferma che nel Belpaese ha le proprie radici e il 26,0% ritiene che il nostro sia uno dei luoghi in cui si vive meglio al mondo.

Ma lo Stivale è anche uno dei territori dove è assai alto il rischio idrogeologico e dove le infrastrutture stentano a decollare. Grandi e tristemente note le catastrofi naturali, tra queste il  Ponte di Genova. D’altro canto anche Tav e trasporti locali non sempre efficienti rendono urgenti, quanto precipui i nuovi investimenti. Per l’89,3% degli italiani si tratta di opere irrinunciabili quanto strategiche. Per il 50,7% dei cittadini intervistati occorre investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città.

Se in Italia le infrastrutture vengono annunciate e poi non sono portate a termine, per il 57,9% dei cittadini ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% dalla lentezza burocratica, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare. Ed è quest’insieme di  ragioni che dissuade gli investitori dall’obiettivo di impiegare, nei tanti diversi rivoli, i propri soldi finanziando le infrastrutture. Anche tra i clienti del private banking (i cosiddetti ricchi) il 56,7% sceglie altri investimenti dai rendimenti più sicuri, temendo ritardi o blocchi delle opere. Nonostante ciò, però, il 35,3% investirebbe in infrastrutture. Insomma dal II Rapporto Aipb-Censis “emerge una percentuale importante di clienti Private interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche in Italia – ha sottolineato il presidente di Aipb Paolo Langé -. Per incrementare questa quota, è necessario adottare al più presto una serie di azioni per facilitare l’accesso degli investitori: il riconoscimento del livello qualitativo della consulenza evoluta, l’ampliamento della gamma di strumenti finanziari utilizzabili e la creazione, per questi strumenti, di un mercato secondario. Senza trascurare il tema della fiscalità: interventi mirati inciderebbero in maniera significativa sulle scelte di investimento di lungo periodo in infrastrutture”.

Il II Rapporto Aipb-Censis è stato realizzato dal Censis per l’Associazione italiana Private Banking, presentato dal segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, e discusso, tra gli altri, dal presidente di Aipb, Paolo Langé, dal sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico, Gian Paolo Manzella, dal presidente di Assonime e Aifi, Innocenzo Cipolletta,  dal membro del Comitato per l’educazione finanziaria e rappresentante della Banca d’Italia, Magda Bianco, dall’head of research di Cassa depositi e prestiti, Gianfranco Di Vaio, dal  direttore dell’Agi, Mario Sechi.

Una lente a contatto che rilascia farmaci nell’occhio

E’ stata messa a punto nel Massachusetts Eye and Ear e del Boston Children’s Hospital ed è descritta sulla rivista Biomaterials. La lente che rilascia i farmaci potrebbe essere utile per la terapia delle malattie della retina per le quali i colliri non sono efficaci.

Secondo il lavoro, le lenti a contatto sono risultate efficaci quanto le iniezioni per prevenire danni alla retina che si sarebbero potuti verificare senza i trattamenti farmacologici. La maggior parte delle malattie della retina sono attualmente trattate con iniezioni o impianti, che portano potenziali effetti collaterali tra cui l’aumento della pressione oculare, il distacco della retina, il sanguinamento e l’infezione.

I 90 anni di padre Bartolomeo Sorge

Articolo pubblicato sulle pagine di Aggiornamenti Sociali

Compie oggi 90 anni padre Bartolomeo Sorge, direttore di Aggiornamenti Sociali dal 1997 al 2009 e attualmente nostro direttore emerito.

Nato a Rio Marina (Isola d’Elba) il 25 ottobre 1929, Sorge è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1946. Redattore di Civiltà Cattolica dal 1966, ha diretto questa rivista dal 1973 al 1985, lavorando come membro del Consiglio di presidenza, insieme a Giuseppe Lazzati e mons. Bartoletti, all’organizzazione del primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana, nel 1976, sul tema «Evangelizzazione e promozione umana».

Dopo un intenso decennio come direttore dell’Istituto Arrupe di Palermo (dove è tra i protagonisti della cosiddetta «primavera», fioritura di iniziative civiche e movimenti per opporsi alla mafia), nel 1997 arriva a Milano per dirigere Aggiornamenti Sociali e, dal 1999 al 2005, il mensile Popoli. Padre Sorge ha al suo attivo anche numerose pubblicazioni sulla dottrina sociale della Chiesa e l’impegno dei cristiani in politica.

Su Aggiornamenti Sociali padre Sorge ha firmato ad oggi 162 articoli (qui l’elenco completo), 5 dei quali da collaboratore esterno, 18 come direttore emerito e i restanti come direttore responsabile. Il primo editoriale da direttore, nel gennaio 1997, era dedicato al rapporto tra Nord e Sud del Paese e alle spinte autonomistiche e localistiche che proprio in quegli anni iniziavano a manifestarsi: con l’editoriale Palermo e Milano, una sola Italia, padre Sorge annunciava tra l’altro l’inizio del coordinamento fra la redazione milanese della Rivista e l’Istituto di formazione politica del capoluogo siciliano, coordinamento che dura tuttora.

Tra i numerosi temi affrontati dal gesuita sulla rivista, uno dei più ricorrenti è stata la riflessione sull’evoluzione del cattolicesimo democratico, sul popolarismo sturziano e, più, in generale sulla presenza dei cattolici italiani in politica. Tra i vari articoli ricordiamo l’editoriale del maggio 1999 dal titolo Non è più tempo di “storici steccati”, il ricordo di Giuseppe Lazzati pubblicato nel 2009, a cento anni dalla nascita (leggi) e il contributo sulle Prospettive per una «buona politica». Papa Francesco e le intuizioni di Sturzo, uscito nel marzo 2014.

Con il pontefice argentino, padre Sorge è in grande sintonia (nella foto in apertura un incontro tra i due, con al centro l’allora Padre generale dei gesuiti, Adolfo Nicolás), e papa Francesco in un’occasione ha voluto ringraziare pubblicamente il confratello per il suo contributo al pensiero sociale della Chiesa (leggi). Tra gli articoli di Aggiornamenti Sociali dedicati al Papa c’è anche quello A proposito di alcune critiche recenti a papa Francesco, firmato da Sorge nel novembre 2016.

Lo sguardo di padre Sorge non si è limitato in questi anni alle sole vicende italiane: è nota, ad esempio, la sua ammirazione nei confronti di Oscar Romero, che il gesuita ebbe occasione di incontrare durante la Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Puebla, nel 1979: qui l’editoriale in cui ricorda il vescovo salvadoregno ucciso sull’altare nel 1980.

In quanto direttore per 13 anni e collaboratore della rivista anche prima e dopo questo incarico, padre Sorge è indubbiamente uno dei più attenti testimoni della vita di Aggiornamenti Sociali, che nel gennaio 2020 si appresta a festeggiare i 70 anni di pubblicazioni. In questa clip un estratto di un’intervista più ampia, realizzata da Chiara Tintori, già redattrice della rivista, che sarà diffusa nei prossimi mesi.

Ritiratosi da alcuni anni a Gallarate, nella stessa comunità di gesuiti anziani in cui ha vissuto il Cardinal Martini, anche a 90 anni padre Sorge continua a girare l’Italia per conferenze, a pubblicare nuovi libri e a far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. È di pochi giorni fa, ad esempio, il suo intervento alla trasmissione de LA7, Otto e mezzo, sul tema del populismo.

Chi accumula e chi spreca!

Ormai Mario Draghi è giunto alla fine della sua corsa, nella direzione prestigiosa della Banca centrale Europea. Infatti ha presieduto in queste ore l’ultima riunione del direttivo Bce. Nella occasione ha ribadito la conferma della scelta politica monetaria, ed ha insistito a che i tassi di interesse si mantengono ai livelli bassi a cui siamo abituati da quando lui stesso ha preso saldo il timone della Banca europea.

Lo ha fatto con la consueta sottolineatura che assegna ai temi importanti, e credo che abbia anche voluto maggiormente responsabilizzare Christine Lagarde, che assumerà  la direzione dell’Istituto dopo di lui. Vale la pena ribadire che senza la politica sui bassi tassi di interesse, noi italiani avremmo dovuto pagare molti più interessi per il nostro esorbitante debito, quando all’asta lo Stato chiede agli investitori di acquistare i nostri titoli per finanziare il deficit.

Ma se abbiamo potuto risparmiare grazie alla politica di Draghi, non vuol dire che i nostri governanti hanno usato il risparmio per alleggerire il debito. Anzi, a mio parere, hanno finanziato le loro politiche elettorali, per finanziare il loro consenso. Fanno la stessa cosa che farebbe un cattivo padre di famiglia che al posto di impiegare parte del suo salario per pagare il mutuo della sua abitazione, sperpera i soldi in bagordi con i suoi amici. Insomma le politiche virtuose volute da Draghi sono state sciupate dalla imprevidenza dei nostri governi, compreso l’attuale governo con le scelte che sta prendendo, per il prossimo documento di politica economica e finanziaria.

Il centro, Renzi, il Pd e i cattolici popolari.

Dunque, l’intervento di Renzi alla Leopolda di Firenze ha riaperto il dibattito politico e culturale attorno alla cosiddetta rappresentanza di un elettorato che non è di sinistra, che non è di destra e che non può essere banalmente essere catalogato di centro ma che, tuttavia, risponde a quell’identikit politico, culturale e programmatico. E questo anche al di là e al di fuori di chi ha pronunciato quel discorso e della sua attuale collocazione politica. Non a caso, proprio l’intervento di Renzi ha innescato un dibattito su chi, oggi, si candida a intercettare e a rappresentare un elettorato che molti analisi ritengono decisivo per la stessa vittoria elettorale finale. Un elettorato, mondi vitali, interessi sociali, pezzi di società che semplicemente stentano a riconoscersi nell’attuale offerta politica italiana e che chiedono, seppur non rumorosamente, una nuova rappresentanza politica. E’ a tutti evidente che tra i soggetti politici e culturali che più sono interessati a questa nuova offerta politica c’è l’area cattolico democratica e cattolico popolare che da ormai molti anni e’ politicamente orfana e stenta a ritrovare una casa accogliente, coerente e normale. 

Ora, dovrebbe essere chiaro a tutti che è perfettamente inutile continuare a blaterare – anche se i numerosi protagonisti sono tutti in buona fede e animati da grande passione – sulla possibilità/ necessità di dar vita ad una nuova Democrazia Cristiana. Valga per tutti, al riguardo, una bella espressione di uno dei leader più autorevoli di quel partito, Guido Bodrato, quando ancora recentemente sosteneva che la “Dc è come un vetro infrangibile. Quando è andato in frantumi si è dissolto in mille pezzi e non è più ricomponibile”. Una osservazione semplice ma sufficiente per tranquillizzare tutti coloro che maldestramente ritengono ancora possibile dar vita, oggi, ad un partito che, essendo un “fatto storico”, è ormai consegnato alla storia. Come dovrebbe essere ormai chiaro, dopo ripetuti ed insistenti tentativi, che è sterile continuare ad immaginare soggetti politici di ispirazione cristiana che puntualmente in tutte elezioni – locali, provinciali, regionali, nazionali ed europee – stentano ad arrivare alla fatidica soglia dello 0,5%. Tentativi fatti in buona fede ma politicamente sterili ed elettoralmente impotenti. Almeno sino ad ora, anche se ormai è una storia che si ripete puntualmente da circa 20 anni. Almeno dalla fine dell’esperienza del Partito popolare Italiano di Mino Martinazzoli e dall’inglorioso epilogo dell’Udc. 

Ecco perché, per restare nel campo del cosiddetto centro sinistra – anche se va rifondato dalla base, com’è ormai evidente a tutti – adesso è anche arrivato il momento per una scelta politica chiara e trasparente, almeno per chi non si accontenta della sola presenza testimoniale, tenendo conto della realtà in cui siamo concretamente inseriti. Sotto questo versante, il Pd e il partito di Renzi dovranno essere chiari e lungimiranti. Soprattutto dopo l’avvento del partito di Renzi, che punta deliberatamente ad intercettare un’area politica, sociale e culturale attigua a quella del Partito democratico. Ora delle due l’una. O il Partito democratico riconosce apertamente e non solo formalmente la presenza al suo interno di un’area politica e culturale cattolico popolare e democratica – e non solo nei comunicati e nei pronunciamenti ufficiali – oppure il destino di questo partito sarà quello di ridiventare semplicemente il vecchio e mai dimenticato partito della sinistra italiana. Una semplice riedizione del Pds o, nella migliore delle ipotesi, dei Ds. Stesso discorso riguarda anche – seppur su un piano diverso – la nuova esperienza del partito di Renzi. Un partito prevalentemente personale ma un partito che pone, comunque sia, forti e fondati interrogativi a chi pensa di riconoscersi in un soggetto politico che ha come obiettivo anche quello di saper intercettare un consenso di pezzi di società che incrociano una domanda riformista, democratica, post ideologica e socialmente avanzata. 

E quindi, dopo la riarticolazione della geografia politica italiana, questi due soggetti politici che lavorano, almeno così pare, per un rinnovato e rifondato centro sinistra, non potranno bypassare questa domanda e questa richiesta specifica. E questo non per rappresentare una semplice quota o per riempire una vecchia casella. Ma per il semplice motivo che dietro all’area cattolico popolare e cattolico democratica c’è un giacimento di valori, di interessi sociali, di riserve etiche e di elaborazioni programmatiche che richiedono una risposta altrettanto politica e non fumosi annunci propagandistici e puramente mediatici. Saranno solo le scelte politiche concrete e gli atteggiamenti conseguenti dei leader dei rispettivi partiti a dirci come sarà affrontata questa sfida e come saranno accolte queste domande per una nuova rappresentanza politica e culturale.

Rita Levi Montalcini: “Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario”

Ricorre quest’anno il 110° anniversario della nascita di Rita Levi Montalcini, che ha lasciato una traccia indelebile nella cultura del Novecento a motivo della Sua poliedrica intelligenza e affascinante personalità.

La straordinaria opportunità di un’intervista con la scienziata mi ha lasciato in dono una sua considerazione, che trovo a un tempo altissima nella sua sintesi culturale e pratica nella gamma infinita delle sue possibili declinazioni.

“Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario” : si tratta di un’affermazione che nella sua apparente e sorprendente semplicità esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita.
In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato.
Pensieri e parole non sono sempre legati da un nesso logico di causa-effetto, tanto è vero che molte delle incomprensioni nelle relazioni interpersonali sono dovute alla dissociazione e all’incoerenza tra le idee e i comportamenti.

Si utilizzano, cioè, stereotipi, considerazioni e opinioni come fossero beni di consumo, con disinvolta e spesso contraddittoria facilità si attinge al gran calderone delle frasi fatte e delle cose dette: trovandone già molte in libera circolazione risulta persino superfluo sforzarsi a pensarne delle proprie.
Molto più semplice utilizzare giudizi e valutazioni desumendoli dai luoghi comuni del sentito dire o della cultura prevalente, rimescolata come polenta nel grande circo barnum dell’immaginario collettivo, invece che esprimerli come risultato di una lenta, meditata riflessione personale.

Ricordo che nella scuola di una volta veniva raccomandato agli insegnanti di educare i propri allievi all’uso del pensiero critico come finalità fondamentale della loro formazione, mentre noto – non senza perplessità – che da qualche tempo si insiste più sul concetto di spendibilità sociale degli apprendimenti: nel primo caso lo studio enfatizza soprattutto il metodo, nel secondo privilegia i contenuti.
Ho sempre pensato che la cultura vera consista in un processo di interiorizzazione e di metabolizzazione del sapere che arricchiscono il cuore e la mente della persona, valorizzandone tutte le potenzialità individuali, oltre i risultati socialmente utili o economicamente soppesabili.

In occasione del mio incontro con la scienziata per la commemorazione presso l’Università di Pavia di Camillo Golgi – premio Nobel per la Medicina nel 1906 – la Prof.ssa Montalcini (che aveva poi ricevuto lo stesso riconoscimento esattamente 80 anni dopo, nel 1986) nel corso della Sua prolusione, parlando a braccio per oltre mezz’ora in perfetto inglese, aveva stupito tutti insistendo in modo coerente e articolato nel Suo discorso sul concetto di “pensiero pensante” utilizzando più volte il termine “imagination”, per sottolineare che lo sforzo della ricerca, ma anche l’intuizione, la riflessione, il dubbio come forma di ripensamento (in sintonia con le teorie di Karl Popper) , la stessa “fantasia” in quanto pensiero divergente (e qui mi piace ricordare che lo stesso Albert Einstein aveva sottolineato che a volte la fantasia è più importante della conoscenza) ha un valore tassonomico persino superiore alla stessa scienza codificata. Non vi è progresso scientifico infatti se le teorie consolidate non vengono continuamente sottoposte alla prassi della loro sistematica revisione alla luce del pensiero critico.

Ne deriva che l’educazione è umanizzazione, non addestramento, la cultura è comprensione che integra la mera conoscenza, non è il prodotto di un marketing commerciale: non si trova negli scaffali degli ipermercati né viene elargita attraverso corsi accelerati di formazione che rilasciano patentini di idoneità.
Trovo che siamo circondati da un desolante panorama di semplificazione culturale, dominato dall’uso disinibito e inconsapevole della parola e contraddistinto da una deriva di omologazione al relativo, al facile e al peggio.
Un utilizzo disinvolto delle nuove tecnologie ci illude sulla possibilità di una formazione culturale di tipo ‘fast-food’; il tempo destinato agli apprendimenti dev’essere reso rapido ed efficace, funzionale alla produttività degli apparati e alle logiche del profitto piuttosto che al radicamento dei valori della civiltà dell’umanesimo: centralità della persona, sua dignità, rispetto per gli altri.

Oltre il mandato educativo strettamente affidato alla scuola, credo nella formazione come conquista personale, esercizio della libertà di pensiero, capacità critica e motivata di digressione, dissociazione dagli standard che riducono la cultura ad un bene di consumo distribuito da affabulatori e ciarlatani per far circolare parole e immagini finalizzati a renderci uguali, docili e ubbidienti.
Scriveva Max Weber, già all’inizio del Novecento, che la ‘razionalizzazione’, cioè l’ottimizzazione delle potenzialità intellettuali dell’uomo, “non è la progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano”.
La vera razionalizzazione consiste invece nel “disincantamento del mondo”, in altri termini nella consapevolezza che attraverso la ragione e il pensiero si stabiliscono e si applicano le regole che ci permettono di conoscere la realtà, partendo sempre dal nostro punto di osservazione.

E’ più utile, cioè, rafforzare le nostre personali dotazioni strumentali – l’intelligenza e il carattere – che possedere una dimensione quantitativamente estesa della conoscenza delle cose.
Ci si chiede spesso, in questa epoca di comunicazione globalizzata, se la libertà di informazione sia un valore sussistente e difendibile: la risposta non è semplice ma risiede nel rapporto che c’è tra il pensiero e la parola.
Se la seconda è il risultato di un ragionamento, la concretizzazione di un’idea, se esprime un concetto chiaro a chi la pronuncia e al suo interlocutore, allora ‘parlare’ significa favorire la comunicazione e il dialogo tra le persone.

Prevale oggi la teoria della democrazia della parola: più cose si dicono o si riescono a dire, più tavole rotonde si imbandiscono, più circolano notizie e informazioni, nel più breve tempo possibile e più – di conseguenza – dovremmo rafforzare la nostra percezione di essere uomini liberi.
Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire.

Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione- giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste.
Resta quella che i latini chiamavano con somma saggezza “flatus vocis”: una inutile, eterea e a volte fastidiosa e stancante emissione di fiato.
Per chi parla e per chi in qualche modo è costretto ad ascoltare.