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La commissione UE mette nel mirino le spese italiane

La Commissione Ue mette per iscritto nelle previsioni economiche d’autunno che l’Italia resterà maglia nera della crescita in Europa ancora per due anni: in termini numerici +0,1% nel 2019, +0,4% nel 2020, +0,7% nel 2021.

Nel mirino di Bruxelles finiscono i costi di Quota 100 e reddito di cittadinanza che, prevede la Commissione, appesantiranno deficit e debito pubblico.

La crescita del Pil italiano, stimata al magro 0,1% quest’anno, viene tagliata per il prossimo anno di 0,3 punti rispetto alle precedenti previsioni allo 0,4%. Il deficit è previsto al 2,2% per il 2019, ma sale al 2,3% per il 2020 (tra gli altri paesi Ue, il deficit sale anche in Belgio e Francia, oltre la soglia del 3 per cento in Romania). Male la crescita dell’occupazione nel triennio, con la disoccupazione fissa al 10%.

La Commissione confida, comunque, nei piani di “spending review” del Governo, nel taglio di “un miliardo di euro pianificato come clausola di salvaguardia per ridurre la spesa”, nonché nella tassa sulla plastica (“environmental tax”) come modo per fare cassa nel 2020 e su altre misure contro l’evasione fiscale, tra cui il pos obbligatorio negli esercizi commerciali, sebbene “gli effetti siano ancora incerti”.

Ma il problema principale italiano resta il debito alto, stimato al 136,2% nel 2019, al 136,8% nel 2020, al 137,4% nel 2021. “L’Italia è particolarmente esposta all’ulteriore indebolimento dell’economia globale e al possibile peggioramento delle condizioni finanziarie per via del suo alto debito pubblico”, scrive la Commissione.

Viminale: i nuovi dati sugli sbarchi

Sono finora 9.944 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, di cui 294 nei primi giorni di novembre (239 solo nella giornata di domenica 3). Rispetto agli anni scorsi, complessivamente si è registrata una diminuzione delle persone arrivate in Italia via mare del 55,21% sul 2018 (furono 22.203) e del 91,30% sul 2017 (114.356).

Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Dei quasi 10mila migranti sbarcati in Italia nel 2019, 2.557 sono di nazionalità tunisina (26%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Pakistan (1.142, 11%), Costa d’Avorio (1.044, 11%), Algeria (952, 10%), Iraq (805, 8%), Bangladesh (435, 4%), Iran (388, 4%), Sudan (358, 4%), Guinea (236, 2%) e Nigeria (206, 2%), a cui si aggiungono 1.821 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Sono stati 1.335, invece, i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato al 4 novembre, mostra un deciso calo rispetto ai minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2017 (15.779) e il 2018 (3.536).

In caso di errore medico il risarcimento va anche ai parenti

Nei casi di errore medico va risarcito anche il parente della vittima, seppure il paziente riporta un’invalidità solo parziale dopo la mancata diagnosi del medico. Questo come risarcimento del danno per la sofferenza causata dalla necessità di cambiare le proprie abitudini di vita anche se il malato non dipende del tutto dai suoi parenti.

A stabilirlo è la sentenza 28220/2019, pubblicata il 4 novembre dalla terza sezione civile della Cassazione.

“Deve considerarsi – si legge nella sentenza – che anche un’invalidità parzialmente invalidante possa comportare, oltre al dolore per la menomazione del congiunto, anche la necessità di un impegno di assistenza (e, quindi, un apprezzabile mutamento peggiorativo delle abitudini di vita di chi la presti) a carico degli stretti congiunti; né  la circostanza che l’assistenza sia motivata da vincoli di affetto e solidarietà propri dei rapporti familiari vale ad escludere che il congiunto non subisca concreto pregiudizio per la necessità di adattare la propria vita alle sopravvenute esigenze del familiare menomato”.

Giovannino cuor di leone

Ci sono dei momenti nella vita in cui i sentimenti , che giacciono sopiti nel cuore degli uomini, sempre afflitti da preoccupazioni, ansie e pensieri che appaiono giganteschi e irrisolvibili, escono improvvisamente allo scoperto e dilagano, lasciando spazio a gesti di bontà, a slanci generosi e sorprendenti in una società malata di egoismo, aggrappata ai problemi di sussistenza o alla spocchia e alla noia dei ricchi, invidiosa e cattiva, rancorosa e afflitta da mille insopprimibili paure.

Basta che giri una notizia che scuote le coscienze: non le solite alle quali siamo abituati, le fake news che ci rinchiudono nel fortilizio dell’indifferenza, non le manfrine nauseanti della politica e neppure quelle che ci rendono estranei persino alla morte o ci rintanano nelle nicchie tristi ma rassicuranti della solitudine.

Improvvisamente anche le tecnologie, gli smartphone o i tablet dove ogni giorno affondiamo per inebetirci di messaggi vuoti, che ci costringono a parlare del nulla o che usiamo per offendere e farci del male, insultare, provare l’ebbrezza dell’esplorazione dell’ignoto, o ci illudono di diventare influencer famosi e belli come i nostri miti effimeri che compulsivamente clicchiamo per carpirne i segreti, si mettono al servizio del bene, ci aiutano a commuoverci e a scoprire che nel nostro animo, laico o spirituale che sia, esiste uno spazio poco frequentato che apre a scenari esistenziali mai pensati.

Basta che si sappia che un bimbo di neanche 4 mesi , nato all’ospedale Sant’Anna di Torino e di lì mai uscito a causa di una grave malattia che si chiama Ittiosi Arlecchino, ma circondato dalle cure e dall’affetto dei sanitari che si occupano di lui, è stato abbandonato dai suoi genitori biologici che non se la sono sentita di affrontare le incognite di un futuro doloroso e forse breve, avvalendosi di una facoltà concessa da una previsione normativa che la collettività si è data, attraverso le procedure previste da una legge dello Stato.
Pare che la patologia che ha colpito Giovannino – questo è il nome del “piccolo cuor di leone” che combatte ignaro e inconsapevole la sua battaglia per la vita, che è fatta di istinto esistenziale, una molla che ti spinge ad andare avanti, giorno dopo giorno , verso un destino forse già scritto – sia una malattia rarissima che colpisce un neonato su un milione di altre creature come lui.

Chi lo vede e lo assiste descrive un piccolo omettino che gesticola, sgambetta, sorride, cerca lo sguardo di chi gli sta accanto, forse si accorge di essere al centro delle attenzioni di chi lo rassicura con la sua presenza.
Non sappiamo, non possiamo dirlo con certezza quanto vivrà questo bambino “venuto al mondo” per starci forse poco tempo, tanto è crudele il male che lo ha colpito: ma lui affronta ogni giorno la luce dell’alba e il buio della notte come tutti gli altri bambini del mondo con l’arma più forte e lontana dai mali a cui il mondo ci ha abituati: la sua innocenza.

Ed ecco che tutto improvvisamente si è messo in moto: una gara straordinaria di solidarietà che ha aperto molti cuori abituati alle durezze e alle ingiustizie della vita ad aprirsi alla generosità e alla speranza: quella di poter fare qualcosa per lui.
Il centralino dell’ospedale è intasato dalle telefonate, la gente si muove da sola o si aggrappa ad una domanda, cerca un ufficio, un giudice, il consenso di un’autorità che dia il permesso di prendere con se’ quella creatura, di averlo in affido, di adottarlo. Sono famiglie, coppie di fatto, single: questo ci fa capire quanto siano spesso pretestuose e stupide le polemiche che riguardano lo stato civile delle persone: dentro il petto di ogni essere umano batte un cuore più grande e potente della burocrazia e dei veti che mettiamo all’amore.

Questo slancio collettivo ci fa capire – come ha scritto nel titolo del suo libro Ferruccio De Bortoli- che “ci salveremo”: perché c’è ancora spazio per la gratuità del gesto – come la chiama Galimberti- per un’assunzione di responsabilità, una mano tesa verso chi ha bisogno, specialmente se si tratta di un piccolo bimbo poco più che neonato ma già segnato da una sorte maligna.

Giovannino cuor di leone è il più forte di tutti perché dal suo lettino di sopravvivenza e di speranze ha mosso un mondo di coscienze, ci ha fatto voltare lo sguardo verso di lui, facendoci scoprire che il bene esiste, anche se spesso facciamo finta di non saperlo, e ci spinge a sperare che esista anche un miracolo.

Lettera aperta alla politica italiana

Cara Politica,

Sento la necessità di rivolgermi personalmente a te. Non sarò alla tua altezza, ma nessuno lo è. Tu, che attraverso un lento processo iniziato con Pericle, hai stabilito che la democrazia fosse la forma più evoluta di governo. Tu, che grazie alla costruzione dell’unità europea ci hai garantito la pace, il progresso, la solidarietà e la prosperità del nostro continente.

Non sei un’astrazione, come molti suppongono, ma un’entità viva che si dipana e si interseca con la storia umana.

Siamo partiti insieme da lontano. Noi come popolo italiano e Tu amministratrice della “polis”.

Siamo via via cresciuti insieme e ci siamo trasformati a vicenda.

Negli ultimi anni i movimenti di opinione hanno cercato di sottrarti, sempre di più, a quell’astrazione in cui eri stata confinata.

E quindi ora che posso parlare direttamente con te, non ho più bisogno di rivolgermi ai partiti che vogliono rappresentarti nelle loro piccola visione sopraffatta da cupidigie interne.

Posso finalmente dirti, se me lo consenti, che ora più che mai è il momento di valorizzare l’uomo.

Bisogna sottrarsi alle schermaglie da ultima notizia, alle guerre intestine tra schieramenti e tornare a favorire l’armonia per amore del tuo fine ultimo.

Il bene della società.

Quel principio connaturato nell’uomo, che lo vede orientato alla ricerca del bene e della verità.

Bisogna rinnovare quella democrazia che negli ultimi anni, sotto le spinte sovraniste e qualunquiste, si è affievolita ed ha portato i partiti tradizionali ad inseguire delle chimere che non gli appartengono.

In politica, come tu ci hai sempre insegnato, le scorciatoie durano poco.

Difendere con grande forza ed energia il lavoro, la famiglia, la società, cioè tutte le componenti in cui l’uomo si realizza, non deve più essere un tabù.

Dovrai realizzare soluzioni nuove per un’era che ti ha visto, sempre più, subire passivamente l’accelerazione tecnologica e i cambiamenti sociali da essa derivati.

Il senso di appartenenza ad un gruppo sociale politico, che sino a qualche anno fa era forte, oggi si è affievolito.

L’uomo e l’armonia della società sembrano non rientrare più nelle tue priorità.

Bisogna superare la forma di conflittualità coessenziale alla società esistente in Kant.

Bisogna rispolverare Rosmini quando afferma che tendere verso il modello di una socialità armonica, non è del tutto impossibile, anche se il cammino è lungo.

Bisogna sempre di più, come sosteneva Popper, puntare su una società aperta, retta da istituzioni democratiche autocorreggibili, fondata sulla libertà, sul dialogo e sulla tolleranza.

La società non è più animata da coesione civica e solidarietà e le passioni ideali sono sostituite da egoismo sociale e da sfrenato individualismo, tutto proiettato su risultati di cortissimo respiro. È un quadro in cui manca una prospettiva di futuro, che deve essere ricostruita su valori positivi, capaci di generare fiducia.

Sovranismi e populismi, che oggi sembrano la soluzione a tutti mali, sono risposte alla paura, non ai problemi.

Nessuna soluzione, tanto meno quelle citate prima, è veramente costruttiva se non si fonda su un nuovo umanesimo.

Nessuna soluzione è efficace o può essere trovata senza l’uomo o peggio se pone l’uomo contro l’uomo.

Per questo c’è bisogno che Tu torni a svolgere un ruolo fondamentale per rigenerare la vita pubblica ed indirizzare l’economia sulla base di un nuovo modello di sviluppo inclusivo e solidale.

L’Europa non può tagliare l’agricoltura italiana

E’ inaccettabile un taglio di 370 milioni di euro all’agricoltura italiana che è diventata la più green d’Europa con primati nella qualità e nella sicurezza alimentare. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla riduzione del budget per la Politica agricola comune (Pac) dal 2020 al 2021, prevista dalla proposta della Commissione europea. Per l’Italia vengono stanziati 3,56 miliardi in pagamenti diretti e 1,27 per lo sviluppo rurale (Psr), rispettivamente 140 milioni (-3,9%) e 230 milioni in meno (-15,6%) rispetto al massimale 2020, per una riduzione totale di 370 milioni di euro, prevista nel 2021 con il passaggio dal nuovo al vecchio Quadro Finanziario Pluriannuale (Qfp).

“E’ necessario garantire all’agricoltura le risorse necessarie per continuare a rappresentare un motore di sviluppo sostenibile per l’Italia e l’Europa” ha affermato il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che indebolire l’agricoltura che è l’unico settore realmente integrato dell’Unione significa minare le fondamenta della stessa Ue in un momento particolarmente critico per il suo futuro.

È necessario pertanto sempre maggiore rigore – precisa Prandini – nelle prossime tappe del difficile negoziato tra i Capi di Stato e di Governo per salvaguardare le risorse finanziare ma anche per realizzare una riforma della Politica Agricola Comune (Pac) che “riequilibri” la spesa facendo in modo di recuperare con forza anche il suo antico ruolo di sostegno ai redditi e all’occupazione agricola per salvaguardare un settore strategico per la sicurezza e la sovranità alimentare in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali dagli accordi di libero scambio all’embargo fino ai dazi. Un appuntamento chiave per l’Italia che – conclude la Coldiretti – può contare su 750mila aziende impegnate su 12,8 milioni di ettari di terreno coltivato.

Con l’adozione dei regolamenti transitori la Commissione europea riconosce che, per il prolungarsi dello stallo sui negoziati paralleli sulla riforma e sul bilancio Ue 2021-2027, non ci sono i tempi per avviare la nuova Pac nel 2021 come previsto. Propone quindi una serie di aggiustamenti necessari a estendere l’attuale quadro legislativo e posticipare l’applicazione delle nuove regole di un anno, affinché la nuova Pac possa entrare in vigore il 1 gennaio 2022.

I cambiamenti climatici minacciano le aree boschive italiane

Lotta agli incendi boschivi – gestione del cambiamento climatico e del territorio, è il titolo del convegno che si è tenuto il 5 novembre a Roma presso l’Istituto superiore antincendi (Isa) dei Vigili del fuoco. Il focus della giornata è stato la necessaria condivisione delle problematiche e degli elementi di novità che si affacciano sia sulla scena nazionale che su quella internazionale, con le diverse componenti del sistema anti incendi boschivi. Durante il convegno esperti e operatori hanno affrontato diversi temi: dai cambiamenti climatici e territoriali alle politiche forestali, dall’uso degli strumenti previsionali all’attività di prevenzione, con un corollario sulla mitigazione del rischio nelle zone di interfaccia e sulle comunità resilienti.

In Italia oltre un terzo della superficie peninsulare è ricoperta dai boschi. E sebbene queste aree siano in crescita a causa dell’abbandono dei terreni agricoli o di quelli legati ai pascoli, le risorse rurali (che ospitano circa la metà delle specie animali e vegetali d’Europa) sono sempre più fragili anche per via degli impatti dei cambiamenti climatici e degli eventi estremi come allagamenti e incendi. L’innalzamento delle temperature, le piogge intense, le raffiche di vento, le gelate precoci, come pure i periodi siccitosi sono tra le precipue minacce dei nostri boschi.

La quantità di carbonio organico accumulato annualmente nelle foreste italiane (Rapporto Foreste del Mipaaf) si attesta a 1,24 miliardi di tonnellate, in media 141,7 t/ha, corrispondenti a 4,5 miliardi di anidride carbonica assorbita dall’atmosfera. Anche per questo motivo occorre definire un’efficace strategia forestale nazionale che metta al centro la definizione di piani di adattamento ai cambiamenti climatici a medio-lungo termine, nonché veri e propri interventi di mitigazione capaci di migliorare la biodiversità favorendone una variegata “struttura” in grado di sollecitare gli habitat forestali. A tal fine è necessario puntare su una gestione e su una pianificazione forestale sempre più sostenibile e responsabile. Al seminario hanno preso parte il capo del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, Fabio Dattilo, e il capo del Dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli.

Torino: Antigone, monologo per donna sola

La tragedia greca diventa contemporanea passando attraverso la malinconia di Tenco e la forza di Uma Thurman di Kill Bill. In Antigone, monologo per donna sola Debora Benincasa affronta l’inquietudine senza tempo dell’ostinata eroina greca in un mondo di soli uomini. La sua lotta non violenta, la sua disubbidienza incendiaria la rendono un personaggio profondamente moderno.

Uno spettacolo che non parla di di veri eroi. Di quelli che non hanno paura del buio, che si lanciano contro i lupi e ti baciano in controluce su immobili tramonti. Antigone purtroppo è una storia diversa. Una storia che respira dell’attimo prima, quello in cui ancora potresti tornare indietro, posare il pugnale e continuare lungo la vita che ti offrono.

È una storia che attraversa le ossa di una ragazzina magra, di un’eroina spettinata che dal centro della tragedia ti guarda sorridendo. Antigone cerca di uscire dalla sua prigione ridendoci contro, abbassandosi per cambiare punto di vista, ironizzando per alleggerire il dramma, per poi lasciarsi trascinare nella poesia, indugiare nel grottesco o nei versi di una canzone. Ma alla fine siamo sempre con lei, proprio lì dove l’avevamo lasciata, con la pistola, il pugnale o la corda in mano. Con Antigone, che ha i denti del lupo e la rabbia del cacciatore. Che preferisce lottare. O decide di morire.

 

Spettacolo vincitore del premio Mauro Rostagno alla migliore drammaturgia Spettacolo selezionato per l’Italian Theatre Festival di New York.

Diabete: molti malati non sanno di esserlo

Il diabete  è una malattia cronica caratterizzata da un eccesso di zuccheri (glucosio) nel sangue, nota come iperglicemia. Si divide in due forme principali: il diabete di tipo 1 ed il diabete di tipo 2.

Spesso la presenza di iperglicemia non dà alcun sintomo né segno, per tale motivo il diabete è considerata una malattia subdola. Talvolta i sintomi compaiono quando la malattia è già presente da anni.

Proprio per questo molti malati ne sono allo scuro.

In Italia si calcola che solo una su tre non sa di averlo.

Nel mondo una persona su 11 convive con il diabete ed è previsto che per il 2030 ci saranno 522 milioni di persone con diabete.

Oltre un milione di bambini e adolescenti nel mondo hanno un diabete di tipo 1, ovvero quello autoimmune.

Nel 2017 ci sono stati, a livello globale, quattro milioni di morti. In Italia ci sono 3,7 milioni di persone con diabete e una su tre non sa di averlo.

Non c’è più spazio per un partito cattolico democratico di centro

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.c3dem.it/

Mi accorgo che la coerenza per le cose terrene e la ricerca di identità del passato sono tornate alla ribalta. Non è un male in sé. Occorre solo precauzione per collocarle sempre nello spirito del tempo. Sono passati solo pochi giorni da quando ho scritto una lettera al “Il Domani”, a Lucio D’Ubaldo e agli amici di “Rete Bianca”,  in merito alla proposta che circola per la nascita di un partito Cattolico Democratico e Popolare di Centro,  su cui  sono stato sempre molto critico. La proposta è ora accompagnata anche da un serio  Manifesto  firmato, tra gli altri, da Stefano Zamagni e dal mio caro amico Giancarlo Infante dal  quale mi è sempre stato difficile dissentire.  Il Manifesto, in attesa di adesioni, ha in ogni caso aperto un interessante dibattito su partito o non partito, coinvolgendo addirittura il Cardinale  Ruini che, una volta messo a tacere  da Francesco, alza di nuovo la voce con una sua intervista al Corriere, facendo capire di contare di più sulla destra evangelica di Salvini col Rosario in mano  che su un nuovo partito cattolico di Centro.

E vado al dunque, aiutandomi con una premessa di Giuseppe Lazzati al suo libro: Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali,  scritto nel 1985: “(…) nella loro maggioranza i cattolici in Italia presentano una debolezza, carica di conseguenze, in rapporto all’efficacia della loro presenza nel Paese. La debolezza riguarda la formazione di cristiani adulti o fedeli laici che, nonostante la ricchezza magisteriale del Concilio sul tema dei laici, (…) ha segnato qualche passo indietro (…)”. Nelle elezioni regionali di quell’anno, la Dc era ancora il primo partito in Italia col 35 % di voti, dentro cui il voto di “cristiani adulti e di fedeli laici” risultava sostanzioso. Tuttavia questa sua preoccupazione sulla debolezza della formazione cristiana, “carica di conseguenze per il Paese”, risulta oggi di incredibile attualità, tenendo conto della crescita dei processi di secolarizzazione, del silenzio assordante del laicato cattolico, nonché della conseguente crisi dei valori, se è vero, come è vero, che alla base del populismo rampante troviamo il nazifascismo, il razzismo e la xenofobia, assieme all’antisemitismo e al sovranismo, quest’ultimo eretto a scudo del passato nazionale “glorioso”, a difesa da ogni contaminazione e contrapposto al mondialismo dello stare insieme e della condivisione che troviamo nelle radici del cattolicesimo e della laica cultura cattolica. Lazzati  si era rivolto alla formazione religiosa, più che a quella politica. E guardava più alla Chiesa che alle istituzioni democratiche e ai partiti, convinto che una debole  formazione religiosa si ripercuoteva intensamente nelle realtà temporali e nell’impegno secolare del laico cristiano. Insomma era al prepolitico che guardava più che al politico. Al “pensare prima di agire”. Alla mediazione come “nodo dell’impegno secolare”. Al riconoscere il diverso e il lontano. Senza tutto ciò lo stesso impegno politico e sociale del cristiano risultava  per lui  debole e inefficace, lasciando aperta la porta al manicheismo tragico del  modello “amico-nemico” , ritornato pericolosamente di moda con i populismi.

Il Centro di un nuovo partito cattolico

Una volta accantonati il prepolitico e la formazione, come attività se non altro propedeutiche e indispensabili all’assodato pluralismo di scelte politiche del laico cristiano, registro che le attenzioni di ciò che rimane ancora in vita del cattolicesimo democratico e popolare si sono rivolte, invece, verso la nascita di un partito politico di Centro. Cattolico o laico che sia. Definito come partito moderato, o di Centro che “guarda verso  sinistra”, come dichiara Renzi con il suo “Italia Viva” mettendo il suo cappello per occupare una sedia centrale del tavolo apparentemente vuota. Tutto questo ribollire di centri e centrini, succede mentre Ilvo Diamanti, dopo un suo recente sondaggio pubblicato su La Repubblica, ci informa che “nell’Italia digitale il Centro scompare, non solo in Parlamento”. Si sa che i sondaggi sono sempre sondaggi. Ma anche quando non ci azzeccano indicano comunque una linea di tendenza. Ebbene, secondo Diamanti, il Centro politico, nell’autocollocazione degli italiani, una volta scomparsa la DC si è ridotto al 10%. Il che significa che il 90% di italiani adulti non si riconosce in un Centro politico e si posiziona altrove. Non posso nascondere che mentre seguivo il dibattito su “Il Domani”, ero convinto che fosse teso a fare salire, dalla cantina dove si era rinchiuso, un pensiero e una cultura politici rimasti per molto tempo ai margini e silenziosi. Un bisogno  di elaborazione culturale dunque. Più che il bisogno di un nuovo partito politico. Un bisogno  teso ad  incarnare nei nostri tempi di crisi e di impensabili cambiamenti (ecologia, emigrazioni, automazione, intelligenza artificiale, lavoro e disoccupazione, capitalismo finanziario globale, ecc. ) alcuni valori.  Quegli stessi  a cui pensava Lazzati. Sicuramente validi  per la democrazia e l’Europa unita che vogliamo.  Da  offrire però  alla politica e a tutti i partiti politici, senza rinchiuderli in un solo partito identitario. Ecco perché mi  hanno sorpreso la presa di distanza dal prepolitico, come se si trattasse di una dozzinale attività, il silenzio sulla formazione dei giovani, valutata come inutile perdita di tempo, e la demonizzazione della testimonianza. Una categoria etica quest’ultima che,  partito o non partito, solo una banale interpretazione individualista la  identifica come  una riduzione privatistica e inefficace dei valori e della democrazia personalistica in cui crediamo. Mi accorgo ora che, ancora prima di aver promosso un intenso dibattito culturale di/su ciò che rimane del cattolicesimo democratico e popolare sparso in Italia, si è invece puntato direttamente sul partito politico di Centro. Sarà!

I problemi e le novità                                                                                                                                                

Ma  quali sono al riguardo le novità passate inosservate? La prima è che, dopo la nascita del Partito di Renzi  e la conferma a Premier di Conte, sia Renzi quanto Conte si sono esplicitamente e ad alta voce dichiarati  “cattolici democratici”. Con l’intenzione di rappresentare e raccogliere un centro moderato. Un segnale lanciato  nel confuso mare magnum del circo Barnum mediatico, per cercare posizionamenti spaziali identitari, illusori consensi e collateralismi con la Chiesa antisalviniana. Ma che crea tuttavia delle obiettive difficoltà  a quanti hanno  dedicato anni per tenere tenacemente in vita questa cultura, nel momento in cui hanno visto emergere  d’emblèe  due autoproclamati leader ben inseriti nelle istituzioni.

In un tempo in cui i leader, carismatici o meno, unti del Signore o con il Crocefisso sulle labbra, sembrano indispensabili alla democrazia rappresentativa e alla comunicazione politica,  anche questa loro scelta geometrica cultural-politica crea qualche imbarazzo e confonde le idee.  Pur dubbioso, ho supposto tuttavia che Conte e Renzi non ignorino cosa significhi indossare questo vestito.  Ma, dal momento che I.V.  si è seduta vicino a F.I, situati nel mezzo dell’emiciclo parlamentare, qualche maligno ha pensato che Renzi avesse in testa un Nazareno Due in salsa Blairiana  o  Macroniana. E  anche se Berlusconi con Piazza S. Giovanni si è spostato decisamente a destra, è anche vero che continua a guardare verso Renzi con interesse. Un fatto è però certo : il Centro risulta già occupato, i  giochi dei centrismi partitici sono chiusi, e lo spazio per un nuovo partito cattolico è molto stretto. A meno che,  proprio Renzi con la sua Italia Viva non sia sottotraccia l’obiettivo non detto del Manifesto che circola e dell‘avanguardia di Zamagni, una volta assorbiti Udc e Dc.

Nel ricordo di Benigno Zaccagnini e del 30° della sua scomparsa,  rimangono ancora aperti i processi formativi, su cui lui scommetteva molto e su cui si nota un disinteresse totale.

Il tempo perso e l ’isolamento dei cattolici democratici                                                                                                                                                                           

L’ho  vissuto in prima persona, assieme alla mia associazione Polis Duemila. Correva l’anno 1998 quando lo storico e sociologo Giorgio Campanini, all’interno della associazione ”Agire Politicamente” di Lino Prenna,  propose col suo fiuto di studioso, e intuendo l’eclissi della cultura cattolico democratica e popolare, un Forum annuale che chiamasse a raccolta tutte le associazioni e i tanti gruppi sparsi e frammentati in Italia. Incomunicabili e  gelosi l’un dell’altro. Che, di fronte al nascente individualismo, avevano forse  “paura di formare comunità”, come scrisse Fulvio De Giorgi nel suo “Brutto Anatroccolo”. Ma non se ne fece mai niente. Un gran peccato. Lunghissimi anni di silenzio totale, rotto solo dalla buona volontà di qualche incontro-dibattito organizzato da singoli e isolati amici e associazioni  di area – voglio ricordare l’encomiabile “Giro d’Italia”  di Ernesto Preziosi con la sua associazione Argomenti 2000” – senza una rivista o un giornale.

Se si sta pensando ad un nuovo partito ci sono alcuni dati  che dovrebbero fare riflettere. E che indicano il naturale retroterra socioculturale di un partito con questo profilo. Non è una novità, ma il c.d. mondo cattolico non è un mondo solido e granitico. Non lo è mai stato, sin dal Modernismo e sin da Sturzo. Zygmunt Bauman ci ha lasciato in eredità la sopraggiunta “liquidità”. Ma non ha mai approfondito il rapporto tra “liquidità”, pluralismo  e secolarizzazione. L’Istat ci informa che  “I giovani escono dalla famiglia sempre più tardi … e spostano in avanti le tappe di transizione allo stato adulto: più della metà dei 20-34enni (5,5 milioni), celibi e nubili, vive con almeno un genitore”.  Mentre registriamo questo protrarsi della fanciullezza  bambocciona, solo il 25/30% di quel 67% di italiani adulti frequenta oggi la Messa con assiduità. Un dato che si riduce al 13% per i “maschietti” tra i 18 e i 24 anni. Quando si dice che i giovani hanno abbandonato le Parrocchie, la Messa e  la Pastorale, ci si riferisce a questo misero 13%. Il voto di questi cattolici nelle ultime elezioni europee si è distribuito così: il 52%  non è andato per niente a votare; il 33% di chi si è recato alle urne ha votato Lega; il 27% Pd; il 14% M5s. Andiamo avanti. Alcuni  dati sui matrimoni con rito cattolico ci dicono inoltre che se,  fino a tutto il 1968, il 97 % dei matrimoni avveniva  in Chiesa, da quell’anno fatidico in poi questi matrimoni sono iniziati  a scendere progressivamente, fino ad arrivare al 63% del 2010. Un 37% dei matrimoni non si fanno dunque più in Chiesa. Effetto della secolarizzazione che preoccupava Lazzati?  Per i giovani e per l’associazione che storicamente li ha meglio rappresentati –  l’Ac –  la faccenda si complica. Se infatti a metà degli anni ’50  gli iscritti all’Ac (uomini e donne) erano 3.200.000, ai nostri giorni si sono ridotti a 280.000 circa.  Non ho i dati, ma alcuni amici  mi dicono che la FUCI, serbatoio perenne di classe politica e intellettuali cattolici di prim’ordine, si trova ai minimi storici. Così l’Agesci e le Acli. Mentre è il meritevole mondo del Volontariato che è in continua crescita: Salvini permettendo.  Infine le scuole diocesane di formazione all’impegno sociale e politico, una attività pensata per fornire una base culturale e tecnica, permeata di dottrina sociale della Chiesa e di valori cristiani: se nel 1987, subito dopo l’apertura dell’Istituto di Palermo di padre Arrupe e padre Sorge, c’erano ben 200 scuole sparse nelle varie diocesi italiane, oggi se ne contano 52.

Il signor Futuro                                                                                                                                                                            

Non è difficile notare che questi dati potrebbero aiutarci a individuare quel naturale contesto socioculturale, nonché serbatoio di voti,  per un nuovo partito cattolico di Centro. Anche se  bisogna sempre fare i conti con gli epigoni di C.L in salsa ateo-devota, e oggi salviniani mescolati nel brodo fondamentalista teocon  americano, importato in Italia con Steve Benson.  Antibergogliano dichiarato e tifoso del Cardinale Muller. Luigi Gedda con i suoi Comitati civici lasciamolo alla storia. Così  come quelli nominalistici di Renzi. Ma che occorra un certo tacito supporto dalla Cei, dalle diocesi,  dalle parrocchie e dall’associazionismo cattolico, mi sembra una cosa ovvia. E mentre rimango in attesa che qualcuno mi spieghi bene cosa significhi partito di Centro senza indicare sin dall’inizio le sue alleanze laterali, mi confondo di più quando si esclude di salire sul carro neoguelfo in difesa dei principi inviolabili ma non si comunica la specificità programmatica e  originale di un partito siffatto. Mi auguro di sbagliare, ma la mia impressione è quella che tuffarsi con un partito di soli “veterani” nel “cattocomunismo dossettiano” della  nostra  “Costituzione  bolscevica” –  così  l’ateodevoto  Giuliano Ferrara ha definito il cattolicesimo democratico e la Costituzione italiana –  significa  tuffarsi in uno stagno storico tranquillo e chiuso, frequentato da moderati ultra sessantacinquenni in pensione. Uno stagno della memoria che consola e lascia sereni, da affidare caso mai alla nostalgia di Proust verso il “tempo perduto”. Ma non alla politica del signor Futuro, in quanto ci vieta di vedere le alte e violente onde dei mari aperti che avvolgono oggi  i continenti, con i loro tsunami giornalieri. E’ stato Mimmo Lucano che, giù in quel Sud Magno Greco vivo e dimenticato, guardando alla società globale, all’accoglienza, alla solidarietà, ha dato una lezione di Futuro.  Anche per  questo, se non soprattutto per questo, credo che la zona Cesarini di un partito Cattolico democratico di Centro, sia stata superata da un pezzo. Proprio mentre le carte della secolarizzazione e del voto fluido anticasta e anti èlite si andavano mescolando. Sin dai processi formativi e dal prepolitico abbandonati. E sin dai giovani senza lavoro lontani oggi dalle parrocchie e dalle chiese, ma con la valigia in mano. Sin dal disinteresse per i Municipi rionali e i Comitati di quartiere. Se ancora esistono.

Può la sola legge proporzionale essere condizione sufficiente a far nascer un partito di  qualità? Può un partito del genere rivolgersi ai tanti che si astengono alle elezioni, osservandoli, con un forte abbaglio sociologico,  come ceto medio, e come potenziali elettori di un partito di Centro moderato col timbro cattolico democratico, forse nell’antico ricordo di quella buona borghesia cattolica Dc del secondo dopoguerra, e di quella “middle class” oggi salita sul discensore? E quando non vuole difendere il ruinismo con i suoi  principi inviolabili, c’è una originalità di un partito del genere? Chi e dove sono oggi gli elettori  cattolici democratici e popolari? Il Cardinale Camillo Ruini col suo noto fiuto politico clericale dice che non esistono. Ma forse lo dice per altre ragioni. Sul versante opposto il saggio padre Bartolomeo Sorge sin dal raduno di Todi ha preso le dovute distanze. E ha recentemente difeso il pluralismo. Distinguendo il  populismo livellatore, senza corpi intermedi e con capri espiatori, dal  popolarismo. E con il suo realismo critico cristiano ha anche parlato dell’importanza dell’impegno dei cattolici in politica, ma con un “popolarismo che collabori con partner politici di diversi orientamenti culturali” .  Niente di più. Ma neanche niente di meno.

Auguri.

Riecco Ruini a spiegare il ruinismo

Ieri Ceccanti ha scritto un articolo sul Riformista, sulla scia dell’intervista di Ruini, che merita di essere riproposto integralmente.

Il cardinale Camillo Ruini ha interpretato da protagonista primo un ventennio di vita della Chiesa italiana, sin dal convegno di Loreto del 1985 dove fu individuato da Giovanni Paolo II come il commissario prefettizio incaricato di portare la Chiesa italiana fuori dall’eredità montiniana della Chiesa italiana, avvertita come superata. In realtà dal montinismo aveva ereditato parzialmente una caratteristica, ovvero la consapevolezza della stretta relazione in Italia tra scelte pastorali e scelte politiche, sia pure curvata in senso più marcato verso queste seconde rispetto all’originale. Le discontinuità però erano multiple e ben più significative.

In primis il baricentro politico: mentre per Montini, architetto della Dc italiana, figlio di un parlamentare popolare bresciano antifascista e strettamente legato ad Aldo Moro, il centro politico doveva restare ermeticamente chiuso alla destra e in grado di allargare le basi democratiche verso sinistra, per Ruini, democristiano emiliano primariamente anticomunista, il blocco ermetico doveva restare verso sinistra. “Perché ho consigliato a chi faceva le liste scolastiche di non usare il nome cattolico o cristiano? Perché mi interessa riunire gli anticomunisti, non i cattolici”, ebbe a dire con franchezza nel 1978 ai partecipanti, invero piuttosto stupiti, di un incontro di liste studentesche provenienti dagli ambienti dell’Azione Cattolica. La seconda era la visione della Chiesa: mentre il post Concilio italiano era stato impostato dal Convegno del 1976 della Chiesa italiana su “Evangelizzazione e promozione umana” nei termini di una rinnovata presenza molecolare e dentro di essa di un nuovo protagonismo del laicato, il periodo ruiniano, anche per risolvere i nodi di un pluralismo fortemente conflittuale, sceglieva la strada opposta di una centralizzazione nell’episcopato e nello specifico sul suo Presidente, in particolare svuotando qualsiasi ruolo pubblico dell’associazionismo.

Da queste costanti dipesero poi le scelte concrete. Parte dell’associazionismo di matrice montiniana, a partire dalla Fuci e dalle Acli, aveva avvisato per tempo, anche con l’iniziativa dei referendum elettorali che parte a inizio 1990, che il tempo dell’unità elettorale dei cattolici era finito perché caduto nel 1989 insieme all’egemonia comunista sulla sinistra: lì stava infatti la genesi montiniana e degasperiana del modello brillantemente ricostruita, tra gli altri, da Pietro Scoppola. La Chiesa avrebbe dovuto quindi prepararsi a una equi-vicinanza a entrambi gli schieramenti, sulla base di una visione aperta del bene comune del Paese e di una valorizzazione plurale del laicato.

Viceversa Ruini sotto la sua personale regia centralizzante prima cercò di puntellare in ogni modo la pencolante unità elettorale e poi fece di necessità virtù teorizzando un’apparente equidistanza ma in realtà, attraverso la retorica dei principi non negoziabili, praticando un’evidente opzione preferenziale per il centro-destra. Era infatti strutturalmente impossibile per un qualsiasi schieramento di centrosinistra, per quanto distante da visioni semplicistiche libertarie, seguire una strada di limitazioni sproporzionate alla procreazione assistita o di prosecuzione di discriminazioni ai danni di persone e di coppie omosessuali: ciò che costituiva per Ruini il nucleo duro dei principi non negoziabili. In altre democrazie consolidate, trattandosi di equilibri costituzionali e non solo politici non vi si sarebbe adeguato nemmeno uno schieramento di centrodestra a forte presenza cattolica, ma per i moderati italiani di allora, sempre alla ricerca di legittimazioni esterne, ciò era inevitabile.

Ovviamente che la Chiesa in Italia avesse bisogno di riforme era fuor di dubbio, che il pluralismo interno fortemente avesse dei problemi era altrettanto indubbio, che la Dc avesse gli anni contati altrettanto e che il cosiddetto cattolicesimo democratico si fosse spesso ridotto a formule ripetitive o che avesse talora difetti analoghi alle altre sinistre italiane era altrettanto vero. Il punto è che le direzioni intraprese furono complessivamente sbagliate ed infeconde, tant’è che la Chiesa italiana, che si voleva modello mondiale di presenza efficace, si presentò all’ultimo Conclave come modello da evitare.

E’ da lì, da questa infecondità, che è partito lo smantellamento progressivo del ruinismo. Un’infecondità evidente se dopo decenni da protagonista assoluto, di scelte e di nomine, l’unico in grado di difendere in pubblico l’ultima applicazione del ruinismo, il centro che slitta sempre più a destra, sia il solo Ruini. Quando mancano gli eredi è il segno che, per quanto le radici potessero essere solide, la linfa non ha circolato. Per quanto possa essere declinato al futuro il successo dei nuovi leader di destra individuati come interlocutori, il ruinismo è passato.

Ex Ilva: Una martellata.

Attenderci di più era, è e sarà un atteggiamento del tutto immaturo. Non ci si improvvisa. Soprattutto, quando il parto giunge inatteso e per opera di una divagazione estiva.

Un Governo serio si costituisce, non dico su basi solide e ben ponderate, ma, quanto meno, su pentagrammi non così improvvisati. Raccolto in fretta e in furia, perché obbligato dagli eventi, il Governo è nato storto. Nessuno riuscirà nel corso del tempo futuro a raddrizzare l’errore iniziale. E anche qui, come in tutte le leggi del mondo, si paga ciò che non ha avuto il tempo necessario per maturarsi a dovere.

Non dico che non si possano mettere assieme le parti del secondo Governo Conte, ma vivaddio per costruire una macchina efficiente bisogna pur armonizzare decentemente le parti. Quelli che pensavano al miracolo sono tanto creduloni quanto lo sono stati quelli che al primo di giugno 2018 hanno sorriso al varo del Conte uno. Almeno allora, si sono consumati, in riti più o meno sostanziali, in un arco di tempo di circa due mesi, mentre in questo ultimo caso tutto si è ristretto in un pugnetto di giorni.

Gli effetti già si vedono.

Il caso ILVA ne è una prova sacrosanta. Forse la prova che dimostra la canna ancora fumante. Il resto, sono cose abbastanza ordinarie: tasse, idee lanciate e poi ritirare; giravolte a non finire; cattivo gusto nel non saper nascondere le liti intestine.

Pensavamo che andasse, non dico sul velluto, ma scivolasse facilmente verso il 2020 e qui, invece, ci si avvita dannatamente in un ginepraio sconsiderato.

Adesso, non si tratta solo di registrare le mancanze e le difficoltà, adesso siamo invece entrati in un vortice pericoloso. Dovesse malauguratamente finire male la vicenda Tarantina, non sarà solo un colpo mortale per quella Regione ma avrà ripercussioni gravissime sull’intero tessuto economico nazionale.

Si sa come la produzione di acciaio sia indispensabile per la nostra industria meccanica. Ricordo che quest’ultimo è il fiore all’occhiello di tutta l’attività manifatturiera italiana. Saremmo costretti ad importare l’acciaio da altri Paesi e questo piegherebbe anche le gambe al settore più in vista della nostra Italia.

Sono giorni colmi di preoccupazione. Scongiuriamo che l’evento cada sul versante negativo e speriamo che sappiano recuperare la disgrazia che hanno provocato.

Come sempre, passivamente, siamo in attesa del destino che sta tra le dita di chi, oggi, sembra del tutto inadatto a governare il Paese.

Fatebenefratelli: Shoah “non una semplice memoria”.

La comunità dei frati dei Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina a Roma, ha promosso per il 20 novembre un convegno (Sala Assunta, ore 15.30) per ricordare l’azione svolta dai membri dell’Ordine nel periodo dell’occupazione tedesca di Roma (1943-1944), a difesa degli ebrei romani.

L’incontro vuole essere “non una semplice memoria, ma una viva trasmissione di dati alle nuove generazioni per proseguire in un comune impegno civico”. Interverranno quattro studiosi: il medico e storico fra Giuseppe Magliozzi, gli storici Pier Luigi Guiducci (Pontificia Università Lateranense), Annamaria Casavola e Claudio Procaccia (direttore del Dipartimento per i Beni e le attività culturali della Comunità ebraica di Roma).

Grazie ai loro interventi saranno rese note immagini del tempo fino ad oggi non divulgate; l’esatta dinamica al Fatebenefratelli nelle prime ore del 16 ottobre 1943; le situazioni di rischio affrontate dai frati; la chiusura dei frati in un ambiente sotto il refettorio durante l’irruzione tedesca del maggio 1944; contatti esistenti tra Pio XII e la Resistenza; la vicenda del generale Lordi (morto alle Fosse Ardeatine); l’individuazione degli ebrei che trovarono rifugio presso i Fatebenefratelli.

Da Eni il supercalcolo più potente al mondo

Luce verde per la realizzazione del nuovo sistema di supercalcolo HPC5 con l’obiettivo di potenziare l’attuale HPC4, triplicandone la potenza. Quest’ultima passerà infatti da 18 a 52 PetaFlop/s, ovvero ben 52 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un solo secondo. A partire dal 2020, in virtù del contributo della tecnologia di Dell Technologies, HPC5, ospitato all’interno del Green Data Center di Eni, avrà a disposizione un potenziale pari a 70 PetaFlop/s, divenendo così l’infrastruttura di supercalcolo dedicata al supporto di attività industriali più potente al mondo.

HPC5 è stato concepito su tecnologia cluster ibrida Central Processing Unit + GPU, Graphics Processing Unit, un’architettura accelerata inaugurata sei anni fa da Eni con applicazione nel settore industriale O&G ed oggi riconosciuta come vincente e ampiamente diffusa nei più importanti centri di calcolo mondiali. HPC5 sarà fornito da Dell Technologies ed è costituito da 1820 nodi Dell EMC PowerEdge C4140, ognuno dotato di 2 processori Intel Gold 6252 a 24 core e 4 acceleratori NVIDIA V100 GPU. I nodi sono connessi tra di loro attraverso una rete ad altissime prestazioni InfiniBand Mellanox HDR 200 Gbit/s secondo una topologia full-non-blocking che garantisce un’interconnessione efficiente e diretta di ciascun nodo. Il sistema HPC5 è affiancato da un sistema di conservazione pari a 15 PetaBytes ad alte prestazioni (200 GByte/s di banda aggregata in lettura/scrittura).

Un percorso strategico in cui il nuovo sistema di supercalcolo, oltre a essere centrale nel processo di trasformazione digitale lungo tutta la catena del valore della filiera energetica aziendale, rappresenta uno strumento importante per il conseguimento della visione che Eni ha in riferimento all’energia del futuro. HPC5 permette l’utilizzo dei big data concepiti in fase operativa da tutti gli assetti produttivi, e consente di imprimere un’ulteriore accelerazione nella ricerca e sviluppo di fonti energetiche non fossili, oltre a supportare tutte le fasi di esplorazione, sviluppo e monitoraggio dei giacimenti. Guardando alla sostenibilità, HPC5 è stato sviluppato in modo da ottenere il massimo livello di efficienza energetica sfruttando il potenziale prodotto dal campo fotovoltaico installato presso il Green Data Center, in modo tale da ridurre le emissioni e i costi operativi.

“Gli investimenti dedicati al potenziamento delle infrastrutture di supercalcolo e lo sviluppo di tecnologie proprietarie – ha detto l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi – sono un pilastro fondamentale del processo di trasformazione digitale della società. La disponibilità di grandi potenze di calcolo e sofisticati algoritmi proprietari ci permettono di primeggiare nell’attuale scenario del settore energetico e di proiettarci al futuro. Un futuro che stiamo delineando con i numerosi progetti avviati nell’ambito delle energie alternative e con l’importante piano di investimenti di Eni in Ricerca e Sviluppo. Con HPC5 stiamo percorrendo la strada dell’utilizzo di supercalcolatori di classe exascale nel mondo dell’energia, sistemi che rivoluzioneranno i processi nel futuro dell’azienda”.

Sciopero benzinai, da oggi chiusi tutti gli impianti

Pompe di benzina chiuse per protesta contro il governo. Le associazioni di categoria Hanno confermano, per il 6 e 7 novembre, la chiusura degli impianti stradali e autostradali su tutto il territorio nazionale.

I gestori definiscono il “silenzio del Governo” un “grave atto di irresponsabilità” e il sintomo di un’azione che non pensa alle “categorie produttive” ma “a favorire, indirettamente, il sistema bancario”. I benzinai protestano contro la fatturazione elettronica, l’introduzione degli Isa, che “risultano fortemente penalizzanti per i gestori carburanti (che, è bene ricordarlo, percepiscono un margine che non supera il 2% del prezzo pagato dagli automobilisti), ai Registratori di cassa Telematici per fatturati di 2 mila euro/anno”, oltre che per l’introduzione di Documenti di Trasporto (Das) e modalità di Registrazione giornaliera, in formato elettronico, da digitalizzare a mano. Secondo i gestori si tratta di “tutti adempimenti inutili fatti per scaricare sull’ultimo anello della filiera, il più debole, oneri e costi e finanche provvedimenti penali per errori formali”.

In Toscana arriva l’infermiere di famiglia

L’introduzione di questa figura, in grado di seguire le cure e la prevenzione per i pazienti a casa, una volta che siano fuori dall’ospedale, è stata resa possibile grazie a un progetto sperimentale dell’Asl Toscana Centro e della Regione Toscana. Nello specifico, nel comune di Poggio a Caiano sono attivi tre infermieri di famiglia (uno ogni 3.300 abitanti) e cinque nel comune di Carmignano (uno ogni 3.000 abitanti).

L’infermiere di famiglia, spiega la Asl, “opera in collaborazione con tutti gli altri professionisti impegnati nel percorso assistenziale per aiutare individui e famiglie a trovare le soluzioni ai propri bisogni di salute e a gestire le malattie croniche e le disabilità”, puntando a diventare “una guida nei percorsi di salute, un punto di riferimento aggiuntivo a quello fondamentale del medico di famiglia, ma non un sostituto a quest’ultimo”. Uno dei ruoli cruciali, afferma sempre la Asl, è orientare il cittadino “verso l’accesso appropriato e tempestivo ai vari servizi, al fine di ottenere le corrette risposte sanitarie”.

“Questa sarà una svolta nel processo di presa in carico del paziente – ha sottolineato l’assessore regionale al diritto alla salute Stefania Saccardi – che gradualmente estenderemo il servizio a tutta la Toscana”.

Il Presidente Mattarella a Ravenna per ricordare Benigno Zaccagnini

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia in ricordo del Sen. Benigno Zaccagnini, in occasione del 30° anniversario della scomparsa

Prendo la parola per rivolgere un saluto di grande cordialità a tutti i presenti e particolarmente, attraverso il Sindaco, alla città di Ravenna.

Un saluto molto intenso ai familiari di Zaccagnini; la loro presenza manifesta il legame che vi era tra figli e nipoti di Benigno Zaccagnini e di Anna Zaccagnini, scomparsa da poche settimane.

Non posso aggiungere molte parole alla bella rievocazione fatta dal Professor Formigoni ed al filmato coinvolgente di Giuseppe Sangiorgi. Vorrei soltanto sottolineare come sia di grande valore che Ravenna ricordi Zaccagnini a trent’anni dalla sua scomparsa, per il legame così forte che vi era tra Zaccagnini e il suo territorio.

Poc’anzi il professor Formigoni ha parlato del senso di provvisorietà dell’impegno politico di Zaccagnini, che è un senso autentico dell’impegno politico che può durare anche a lungo, ma è sempre, per sua natura, provvisorio e si aggiunge alla dimensione personale. E questa provvisorietà nasceva dal suo legame, così forte, con la sua professione di medico, con la sua città, con il suo territorio.

C’era del fascino in questo legame così stretto con la sua città, il suo territorio e la sua apertura verso l’altrove, verso ogni altra realtà.

L’ho constatato tante volte. Ed è apparso nella maniera più evidente la notte prima dei funerali di Zaccagnini. Una veglia improvvisata in quelle ore notturne, illuminata dalle parole del vescovo di allora Ersilio Tonini. In quelle ore notturne vi erano tanti Ravennati nel Duomo, ma anche tante persone venute da ogni parte d’Italia. Perché? Perché la gente – giovani e meno giovani – percepiva l’autenticità delle sue parole e dei suoi comportamenti. Era credibile quando parlava del fondamento etico dell’impegno politico, della tensione morale in politica.

Avendo avuto il privilegio e l’onore di frequentarlo, ricordo il suo sorriso che esprimeva il suo animo, la sua apertura, la sua disponibilità, la sua attitudine al dialogo e al confronto con l’attenzione più grande verso l’interlocutore.

Era la stessa condizione che in lui faceva sviluppare amicizie profonde e autentiche.

È stata poc’anzi ricordata l’amicizia con Arrigo Boldrini; abbiamo visto l’amicizia con il suo amico anarchico che con lui svolgeva l’impegno di aiutare i bambini degli ospedali.

Ricordo un altro episodio. Quando al congresso fu riconfermato segretario nel momento della proclamazione non c’era. Era partito velocemente per Ravenna perché era morto un suo amico. Questo rifletteva il senso di umanità profonda che lo muoveva.

Perché la politica non può essere disumana.

Vorrei ricordare alcune parole del suo ultimo discorso in pubblico, alla fine dell’ottobre di trent’anni fa. Zaccagnini parlò dell’esigenza, del dovere, di offrire ai giovani un orizzonte di ideali, una prospettiva di valori per evitare – così disse – l’inaridimento. Inaridirsi è il pericolo che si corre.

È un messaggio forte per oggi, per il nostro momento presente.

Io rappresento tutte le opinioni, le ideologie, le correnti, le posizioni, le convinzioni del nostro Paese. Questo non mi impedisce di sottolineare, per ciascuna di esse, i loro caratteri.

E questo messaggio così attuale, in questa ultima occasione in pubblico di Zaccagnini, è in fondo il messaggio storico e culturale del cattolicesimo democratico che ha visto in Zaccagnini una figura esemplare, vivendo – come egli ha vissuto – la sua profonda fede cristiana in maniera semplice, autentica. In maniera laica.

Un atteggiamento che lo accomuna a Luigi Sturzo, ad Alcide De Gasperi, ad Aldo Moro, un atteggiamento che non è la rinuncia alle opinioni e neppure l’attenuazione della propria ispirazione. Al contrario: è la ricerca con tutti gli altri del bene comune.

La ricerca del bene comune insieme a chiunque altro, al di là dei confini di ideologie, opinioni e fedi, è quello che Zaccagnini ha fatto in tutta la sua vita.

Per questo gli siamo tutti profondamente riconoscenti.

Ritorna la “questione cattolica”?

Articolo pubblicato sulle pagine del sito https://www.huffingtonpost.it

Periodicamente ritorna a far breccia nella cittadella politica italiana la cosiddetta “questione cattolica”. E’ un tema antico, questo, che accompagna ormai da molti decenni il cammino della politica e della democrazia del nostro paese e che è destinato a pesare anche nel futuro. Del resto, è una costante storica e culturale strettamente intrecciata alla nostra identità nazionale. Al di là della storica divisione tra “guelfi” e “ghibellini”, al di là degli steccati tra laici e cattolici, al di là della distinzione tra il trono e l’altare e al di là della questione religiosa che agita periodicamente il cammino, sempre tortuoso e problematico, del nostro sistema politico.

Ora, e per l’ennesima volta e con puntualità quasi scientifica, si ricomincia a parlare di un nuovo “partito cattolico”. Oppure di un partito laico di ispirazione dietista o di un soggetto cattolico con una forte caratterizzazione religiosa. Al di là delle definizioni e della terminologia sempre un po’ confusa ed autoreferenziale, di un partito cattolico si tratta.
Su questo versante, pero’, non possiamo non ricordare che dal 2001, cioè dopo la fine dell’esperienza del Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli e di Franco Marini, si sono succeduti circa 50 tentativi per rimettere in gioco l’esperienza della Dc, del Ppi o, comunque sia, di una forza politica che affondava le sue radici nel patrimonio politico e culturale del cattolicesimo politico e democratico italiano. Tentativi che sono stati declinati tanto sul versante del centro destra quanto su quello del centro sinistra. Tentativi condotti in buona fede – anche se l’ambizione dei promotori, del tutto giustificata e anche umanamente comprensibile, era sempre e solo quella di puntare ad ottenere qualche scranno parlamentare – e con convinzione ma accomunati dal medesimo epilogo: e cioè, il fallimento elettorale.

Dal tentativo di Democrazia Europea del 2001, appunto, guidato da Andreotti e D’Antoni a quelli delle ultimi elezioni regionali ed europee la difficoltà a raggiungere la fatidica soglia dell’1% e’ stato il comune denominatore di tutte queste svariate e molteplici esperienze. E, puntualmente, anche nelle ultime settimane e per rispetto della cronaca, ne sono nati altri due: la “federazione di centro” che punta a raggruppare il mondo ex democristiano disperso in mille rivoli e quello che ruota attorno al Manifesto di Zamagni. Due tentativi, encomiabili e da non sottovalutare, che si inseriscono nel solco dei precedenti percorsi. Tutti, purtroppo, puntualmente falliti a livello politico ed elettorale.

Tuttavia, e al contempo, non possiamo non registrare un vivace dibattito attorno ad una rinnovata presenza pubblica dei cattolici democratici e popolari italiani. Una presenza che viene paradossalmente richiesta da molti e autorevoli commentatori su svariati organi di informazione – soprattutto quando si parla dell’assenza di una “forza politica di centro” – e poi, però, non riesce a tradursi in un concreto fatto storico e politico. Ma, al di là dell’esito concreto di questi molteplici tentativi, è indubbio che la “questione cattolica” è nuovamente presente. E non solo nella pluralistica e variegata area cattolica ma per l’intera politica italiana. Del resto, sono state sufficienti due interviste al cardinale Camillo Ruini e a monsignor Mogavero e la pubblicazione dell’ennesimo manifesto programmatico e valoriale per rilanciare un dibattito attuale e fecondo attorno al ruolo politico e culturale dei cattolici italiani.

Certo, due elementi – almeno a mio parere, ma non solo – emergono in modo abbastanza evidente. Da un lato, la sostanziale improponibilità ed inopportunità di dar vita all’ennesimo “partito cattolico”, o di ispirazione cristiana che dir si voglia. Un partito che, dopo i ripetuti ed insistenti fallimenti delle precedenti esperienze, rende tutti più prudenti nell’avventurarsi nell’ennesima piroetta organizzativa. Dall’altro lato, però, si rende sempre più necessaria la presenza di questa cultura, di questi valori e anche dello stesso progetto politico nella sfera pubblica italiana.

Dopodiché, vivendo anche in una stagione politica all’insegna del trasformismo e della perdurante instabilità, nulla è irreversibile e definitivo. E men che meno la possibilità/opportunità di dar vita ad uno strumento politico ed organizzativo autonomo per il futuro. Ad oggi, però, e per motivi sufficientemente
fondati, non ci sono le benché minime condizioni politiche, culturali, sociali e forse anche ambientali per intraprendere una ennesima iniziativa partitica.

Ma la “questione cattolica” si è nuovamente riaffacciata all’attenzione dei media e della politica nazionale. Rimuoverla con argomenti artificiosi e superficiali non ha alcun senso e, credo, non sia interesse di nessuno. Compito dei cattolici democratici e popolari, oggi, resta quello di far lievitare questo dibattito e, soprattutto, di essere ancora in grado di incidere e condizionare con la propria cultura e i propri valori l’agenda politica nazionale e locale.

L’attualità di Zaccagnini

Riproponiamo per la sua attualità questo teso di Paolo Frascatore, apparso sulla rivista “Il Domani d’Italia”

Era la sera del 5 novembre 1989 e le Agenzie di Stampa batterono la notizia: il cuore del grande Zac si era fermato ed il Maestro di vita, prima ancora che di politica, era tornato alla Casa del Padre; quattro giorni più tardi (il 9 novembre) cadeva il Muro di Berlino.
Ricordo il grande vuoto che la scomparsa di Zaccagnini lasciava sia nei massimi esponenti della sinistra democristiana (Guido Bodrato, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli, Marcello Pagani, Corrado Belci, Franco Salvi, Leopoldo Elia, Tina Anselmi, Maria Eletta Martini e tanti altri), che nell’animo di noi giovani impegnati sia nella rivista “Settantasei”, che in quella ufficiale della sinistra d.c. “Politica Oggi”.

La sinistra democristiana (che lui aveva voluto si chiamasse così e non “Area Zac” come molti giovani di allora volevano) aveva terminato da meno di un mese il Convegno Nazionale di Chianciano Terme, dove proprio Zaccagnini l’8 ottobre 1989 tenne il suo ultimo discorso (custodito da noi gelosamente in cassetta magnetica) che costituisce, senza dubbio, il suo testamento politico ed una lucida visione degli avvenimenti che si sarebbero realizzati in seguito nel nostro Paese.

A distanza di trent’anni, e soprattutto con un quadro politico nazionale profondamente mutato, è ancora attuale il pensiero politico di Benigno Zaccagnini? La domanda è d’obbligo, soprattutto per chi ha vissuto quelle vicende ed ha iniziato una militanza politica nel solco di quel cattolicesimo democratico, tanto caro proprio al vecchio Zac, che ancora oggi vive e si innerva di idee e di valori sempre originali che si accompagnano al mutare dei tempi.

Ma un’altra domanda più particolare oggi assilla (non certo noi) chi ha fatto dell’azione politica nei tempi nuovi un “arido” e “sterile” professionismo politico, dimenticando proprio la grande lezione di umiltà, di speranza e di coerenza che Zaccagnini ha sempre manifestato non solo a parole, ma con uno stile ed un comportamento di vita consoni agli ideali dei cattolici democratici: dove si collocherebbe politicamente oggi Benigno Zaccagnini? Non abbiamo dubbi: sul versante del centro sinistra ed in particolare (senza alcuna presunzione e senza alcuna mancanza di rispetto) per una ripresa degli ideali cattolico-democratici.

E queste nostre convinzioni non sono il frutto di un cinico professionismo politico, quanto invece una lucida riflessione ed una attenta analisi proprio del pensiero di Zaccagnini che certamente non potrà essere esaustivo con questo nostro contributo.
Su Benigno Zaccagnini esiste una bibliografia abbastanza soddisfacente (arricchita oggi dal contributo di un suo grande amico, Corrado Belci), anche se manca un’opera completa del suo pensiero politico che si è sviluppato sino all’anno della sua morte, se si escludono alcune riflessioni soprattutto di Giovanni Galloni apparse sul mensile dell’allora sinistra d.c. “Politica Oggi”. Certo, rileggere i discorsi di Zaccagnini a distanza di tanti anni provoca sempre una certa emozione e, soprattutto, considerazioni e problematiche ancora vive nell’attuale struttura sociale e politica (anche se profondamente mutate).

Si accennava prima alla scelta politica che oggi farebbe Zaccagnini, perché proprio dai suoi discorsi, soprattutto del periodo della solidarietà nazionale e della sua responsabilità alla guida della D.C., traspare non solo la sua impostazione politica, ma anche la sua collocazione. In uno dei suoi discorsi del 1976 al Consiglio Nazionale della D.C. egli affermava che “il contrasto tra i cattolici democratici e i comunisti non si sviluppa sul terreno economico-sociale, ma su quello della libertà e della organizzazione del potere”.
Verso una nuova Frontiera
È questo un passaggio fondamentale che segna il cammino dei cattolici democratici verso nuove frontiere, soprattutto con la fine del blocco comunista così forte proprio in Italia e, da un altro lato, definisce il nuovo ruolo politico che i cattolici democratici devono perseguire nella nuova fase della politica italiana che ha segnato la fine dei Partiti tradizionali di massa.

Certo, nelle posizioni di Zaccagnini hanno giocato un ruolo fondamentale non solo la sua formazione culturale e religiosa in quella terra di Romagna dove l’antifascismo era forte e dove la Reistenza al regime fascista condannò molte coscienze autenticamente cattoliche (basti pensare solo a Dossetti e allo stesso Zaccagnini) a definirsi “ribelli per amore” al fine di poter usare l’unico mezzo allora valido contro la dittatura fascista, cioè la forza.
In questo ambiente così invaso di antifascismo, Zaccagnini sperimentò le prime collaborazioni con i comunisti sulla base, certo, dell’emergenza di liberare l’Italia dal fascismo e far nascere una Repubblica autenticamente democratica e libertaria.
Una coscienza quella della Resistenza e dell’antifascismo che lo accompagneranno lungo l’intero tragitto politico, sino al suo ultimo discorso tenuto a Chianciano ad ottobre del 1989, quando tracciava la strada dei cattolici democratici con lucida visione per il futuro, ma anche non abbandonando i valori del passato che proprio i cattolici democratici dovevano conservare gelosamente e proseguire sulla strada della costruzione di un partito che fosse “popolare, democratico e antifascista.

So che quest’ultimo aggettivo – diceva Zac nel 1989 – da un po’ di tempo è fuori moda, ma io lo uso lo stesso; perché l’antifascismo non è soltanto la passione giovanile che ci rese ribelli per amore (secondo la definizione di Olivelli), ma il rifiuto permanente e quindi sempre attuale di una posizione elitaria ed arbitraria della politica e del potere che deve essere sempre contrastata ovunque serpeggi e ovunque e comunque si travesta”.
Un monito, quest’ultimo, che ha segnato il futuro politico delle coscienze limpide del cattolicesimo democratico a scegliere senza tentennamenti la collocazione politica progressista, rispetto ad una concezione liberista del centrodestra e oggi anche di buona parte dell’UDC.
Un presa di coscienza che si ispira costantemente proprio alle riflessioni politiche di Zaccagnini allorquando ammoniva che “l’economia deve restare nella nostra concezione uno strumento, non un fine, ed uno strumento di sviluppo dell’uomo e di sviluppo sociale”.

La centralità dell’uomo

Sarebbe a dire che la cultura autentica dei cattolici democratici non potrà mai abbracciare i principi del liberismo e del profitto come motore dell’economia, ma invece quelli dell’uomo al centro non solo del sistema politico, ma soprattutto dell’economia e del sistema sociale che dobbiamo ancora faticosamente costruire.
Perché per noi è sempre valido un altro grande monito che Zac ci ha lasciato: “la politiùca, in perfetta sintonia con il proprio carattere, non sarà mai contenibile nella classica definizione di arte del possibile.
Essa non è e non può essere concepita che come tensione all’impossibile e testimonianza di volontà che tende al superamento di ogni condizionamento del reale”.
Vi è in quest’ultima riflessione anche un sottile ma significativo riferimento a quel principio del “non appagamento” teorizzato da Aldo Moro a cui Zaccagnini faceva costantemente riferimento: cioè sentire al tempo stesso tutta la positività delle azioni politiche compiute sul terreno della democrazia, della libertà e di un ordine sociale più giusto, ma anche il tormento per tutto ciò che occorre ancora fare per sconfiggere la povertà e portare tutti ad un livello di vita dignitoso per una persona umana.
Benigno Zaccagnini ha sempre lottato per questi valori; forte non solo della sua profonda fede religiosa, ma anche di quella laicità della politica che i cattolici democratici hanno sempre dichiarato e perseguito nei fatti come autonomia dai principi propri della religione cristiana.

A vent’anni dalla morte di Zaccagnini, con i profondi mutamenti avvenuti nel sistema politico italiano e nell’economia mondiale, sembra che la strada dei cattolici democratici sia sempre più in salita e, spesso, lo sconforto prende il sopravvento, soprattutto se si analizzano le vicende contemporanee di uomini politici del centrodestra (lontani anni luce dall’onestà politica ed intellettuale di Zac) e di certa stampa asservita a chi oggi detiene non solo il potere politico, ma anche quello economico del nostro Paese.
Un intreccio quest’ultimo che non deve farci solo riflettere, ma deve spronarci a romperlo con la forza delle idee, con la persuasione e con quell’ottimismo della volontà che hanno sempre accompagnato tutta la vita politica di Zaccagnini.
Dobbiamo continuare (proprio perché forti degli insegnamenti di Zac) il nostro percorso politico, ripartire dalla base, dai cittadini, da coloro cioè che sono ancora gli unici depositari del potere politico, senza paura, con tenacia, con la forza proprio di quella tradizione dei “ribelli per amore”.
Perché anche quando sembra che le tenebre ci avvolgono e non vogliono lasciarci, prima o poi la luce arriverà; basta crederci e continuare a lottare con umiltà e con grande onestà politica.

Zaccagnini oggi ci direbbe nel suo dialetto romagnolo: “s’ l’ è not, u s’ farà dè” (se è notte, poi si farà giorno).

Lezioni dall’Umbria

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Marco Valbruzzi

Dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018 in Italia si sono tenute dieci elezioni regionali. Se si escludono i casi particolari della Valle d’Aosta e della provincia di Bolzano, il centrodestra ha vinto in tutte le consultazioni, comprese quelle che, come nel caso dell’Umbria, si sono svolte in contesti storicamente difficili. Che anche in Italia oggi stia spirando un vento sovranista, cioè una diffusa domanda di protezione, a cui i due principali partiti di destra (Lega e Fratelli d’Italia) hanno saputo fornire una risposta efficace sul piano elettorale, è fuor di dubbio. Molto più incerte sono invece le ragioni che stanno dietro a questa lunga serie di vittorie. Dalle ultime elezioni regionali in Umbria si possono però ricavare alcune indicazioni che ci aiutano a comprendere il successo della destra e, di riflesso, la sconfitta del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle.

1) Uno o Nessuno. La prima lezione ha a che fare direttamente con l’identità delle forze politiche che si presentano alle elezioni. Per anni ci siamo raccontati “democrazie senza scelta”, dove le sfumature tra i partiti (e i governi) di centrosinistra e quelli di centrodestra erano così impercettibili che agli elettori interessava poco se al governo ci fossero gli uni o gli altri. In fine dei conti sono la stessa cosa, si diceva; facce speculari di una stessa medaglia, una sola unica casta. Il che, per certi aspetti, è stato anche vero, almeno fino a quando non sono piombati sulla scena i tanto disprezzati leader populisti a raccontarci che la globalizzazione non è un dogma, che l’Unione europea non è un mantra, che il multiculturalismo non è un destino, che l’austerità non è una manna. A molti, compresi alcuni studiosi, questi partiti populisti sono sembrati un po’ come quegli ubriachi capitati per sbaglio a una cena di gala, che se ne fregano delle buone maniere e sputano in faccia agli altri ospiti verità scomode che per quieto vivere si preferiva tacere. Ora il re dei partiti mainstream (socialdemocratici, liberali e democristiani) è nudo e pensare di cavarsela innalzando qualche barriera istituzionale o formando Größe Koalitionen sempre più ristrette è solo un modo per rimandare la questione senza risolverla. In una fase di grande trasformazione – e dunque di grande incertezza – gli elettori non sanno che farsene di partiti incerti dall’identità ignota. I partiti con un’identità sicura prevalgono perché offrono mappe chiare, risposte nette e approdi certi. Non è un caso che alle scorse elezioni europee gli unici partiti vincenti siano stati Lega e Fratelli d’Italia: due forze politiche che sanno bene – e altrettanto bene sanno comunicarlo – chi sono e che cosa vogliono. Anche il M5S fino al 2018 sapeva chi e cosa era: un movimento di protesta contro i privilegi della classe politica, spina nel fianco dell’establishment. Ma non appena è diventato anch’esso parte del sistema, l’identità si è smarrita e con essa il suo elettorato.

Qui l’articolo completo 

Fine vita: un contributo per una legge condivisa

Pubblichiamo, dopo la discussa sentenza sul caso Cappato-dj Fabo, un abstract dell’editoriale di Aggiornamenti Sociali sul fine vita.

Con una sentenza che ha fatto discutere, il 24 settembre la Corte costituzionale ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio. La questione era stata sollevata dalla Corte d’Assise di Milano in relazione all’aiuto prestato da Marco Cappato a Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, nel recarsi in Svizzera per il suicidio assistito, consentito dalla legislazione elvetica.

«Bioetica e fine vita – scrive Giacomo Costa nell’editoriale su Aggiornamenti Sociali di novembre (qui il testo integrale) – sono tornate in prima pagina, producendo nuovamente confusione e sconcerto nell’opinione pubblica». Invece, «vale la pena cercare un modo costruttivo di affrontare le tematiche del fine vita, che permetta a una società plurale di muoversi nella logica del dialogo in vista del bene comune e non dello scontro in cui una parte vince a scapito di altre».

Serve dunque un processo collettivo di riflessione e dibattito, che chiama in causa una pluralità di soggetti. In primo luogo, ricorda l’editoriale, «va considerata l’esperienza di chi vive queste situazioni sulla propria pelle»: i pazienti e i loro familiari non possono essere ridotti «a casi clinici o a bandiere ideologiche. Hanno diritto a un ascolto autentico, con tutta la varietà delle loro posizioni. (…) Su un altro piano vi è l’esperienza dei medici e del personale sanitario, che è sovente altrettanto straziante: sperimentano infatti la contraddizione tra la potenza degli strumenti di cui dispongono e l’impossibilità di raggiungere la guarigione a cui la loro azione aspira, mentre devono fare i conti con interrogativi radicali sul significato della propria professione e con il timore di ritrovarsi obbligati a compiere atti a cui in coscienza ritengono di non poter acconsentire». Ma a ben guardare, «le questioni di fine vita ci mettono in gioco tutti, come singoli e come società. (…) Il morire è questione che riguarda singolarmente ciascuno di noi, ma mai puramente individuale, nel senso che accade all’interno di una trama di relazioni».

A partire da questo «principio personalista, che è anche alla base della nostra Costituzione», secondo Costa è possibile individuare alcuni riferimenti per orientarsi. Il primo è «il principio di autonomia e di autodeterminazione anche in campo sanitario: ricevere cure è un diritto da garantire a chi ne ha bisogno, mai un obbligo che si possa imporre al malato». Cosa diversa, sottolinea l’editoriale, è «la rivendicazione del diritto a morire, spesso declinato come diritto a un suicidio medicalmente assistito. Certo non è contemplato dalla nostra legislazione ed è estremamente problematico comprenderlo tra i diritti inviolabili della persona o farlo derivare dal diritto alla libertà personale. Da questi diritti deriva piuttosto l’imperativo alla tutela della vita come base per il godimento di ogni altro diritto, con particolare riguardo per chi è più debole e vulnerabile». Qui tocchiamo «un punto nevralgico», continua il gesuita, «soprattutto in un contesto segnato dalla cultura dello scarto, in cui aumenta la pressione a eliminare chi non è produttivo, mentre la libertà di scelta viene banalizzata e la manipolazione prende forme più sottili e insidiose a cui chi è più fragile finisce per soccombere».

Tuttavia «l’imperativo alla tutela della vita non si trasforma mai nell’obbligo a rimanere vivi a tutti i costi. Anche se spesso confuso con il diritto al suicidio assistito, il diritto alla sospensione delle cure è qualcosa di profondamente diverso (…) In questo caso non ci si dà la morte, né si chiede a un altro di darla, ma la si accetta, ricevendo un adeguato trattamento palliativo, inclusa la sedazione profonda, nell’attesa che essa sopravvenga».

La distinzione tra diritto alla sospensione delle cure e diritto al suicidio assistito è cruciale, e l’editoriale lo ribadisce con forza: «Il diritto al suicidio assistito reclamerebbe la protezione giuridica di un interesse a ricevere aiuto nel porre fine alla propria esistenza, che risulta difficile ancorare al nostro ordinamento. Ma soprattutto presenta il rischio di una progressiva estensione a casi sempre meno estremi, finendo per legittimare il suicidio come opzione ordinaria di soluzione dei problemi. (…) Il diritto alla sospensione delle cure contiene invece il proprio limite».

Sebbene l’editoriale non intenda commentare il merito della sentenza, anche perché non ne sono ancora state pubblicate le motivazioni, è da rilevare che «la Corte tratta il suicidio assistito come una terapia, e quindi tutela la libertà di scelta terapeutica da parte del paziente consentendovi l’accesso. Ma la somministrazione di un farmaco letale al solo scopo di procurare la morte non può essere definita un atto terapeutico e quindi una delle possibilità tra cui si ha diritto a scegliere».

Le ultime considerazioni del direttore di Aggiornamenti Sociali riguardano la necessaria «predisposizione di una nuova normativa che definisca un quadro di riferimento adeguato al nostro contesto (…) Non è possibile gestire le situazioni complesse che la medicina tecnologica rende oggi possibili con uno strumento normativo vecchio di quasi un secolo». Inoltre, «la sentenza pronunciata in settembre produce un assetto che resta precario: l’intervento legislativo non è dunque meno urgente. Il primo compito che come cittadini abbiamo il dovere di assumerci è quindi stimolare il sistema politico a uscire dalla propria inerzia e farsi carico della questione. L’obiettivo non è quello di avere una legge, ma di averne una buona, che si inserisca nel saldo impianto personalista della nostra Carta costituzionale. (…) Ben più che a decidere tempi e modi della propria morte, ogni malato ha diritto di percepire che la trama di relazioni che ne ha sostenuto l’esistenza non si sta sfaldando e che la collettività, anche attraverso il sistema sanitario, continua a ribadirgli in modo concreto e credibile: “Noi ci prendiamo cura di te”».

Leggi il testo completo dell’editoriale

Parità retributiva: Von der Leyen, “non è ancora una realtà”.

La presidente eletta dell’Ue Ursula von der Leyen ha scritto che: “Sono passati 60 anni da quando il principio della parità retributiva è stato scritto nei trattati europei, eppure le donne in Europa lavorano ancora gratis per due mesi l’anno rispetto ai loro colleghi maschi”, annunciando la sua volontà di proporre “misure che introducano norme vincolanti sulla trasparenza retributiva”.

I progressi in questo ambito avvengono lentamente, come mostrano i dati pubblicati dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige): la lenta riduzione del divario medio, in quest’ultimo decennio è dovuta al fatto che se nella maggior parte dei Paesi il divario si sta riducendo, a Malta, in Portogallo e in Slovenia il divario è aumentato di oltre il 3% dal 2007 a oggi.

La differenza salariale più alta tra uomini e donne in Ue si registra in Estonia (25,6%), Repubblica Ceca (21,1%) e Germania (21%). Mentre la più bassa è in Romania (3,5%), Italia e Lussemburgo (5%), seguite dal Belgio (6%).

Comunque non sempre, spiega l’Eige, la bassa diversità è buon segno, perché “può essere una conseguenza della minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro”.

Tra le fragilità in questo settore resta l’inferiore numero di donne in posizioni manageriali rispetto agli uomini: nella prima metà del 2019, le donne erano il 6,9% dei Ceo, il 17,6% dei dirigenti e il 30,4% dei non dirigenti.

Roma: “Apolidi. Identità non disperse”

Il tema delle migrazioni, in tutte le sue diverse declinazioni, sarà al centro della mostra Apolidi.
L’esposizione si propone come una forma di narrazione collettiva, in cui s’intersecano vari punti di vista, in grado di restituire voce e dignità alle moltitudini senza volto della contemporaneità.

La mostra intende raccogliere materiali di analisi e di riflessione su un tema di grande attualità.
Essa è aperta a contributi artistici che affrontino problemi legati all’etica, alla definizione dell’identità culturale e ai rapporti fra le culture, alle relazioni fra identità culturale alle questioni di genere specificatamente connesse all’interculturalità, allo sviluppo del dialogo interculturale e interreligioso.
L’arte registra e indaga il declino del mondo e le infinite trasformazioni di un sistema economico e simbolico, e mette in scena, in modi infiniti, una possibile riflessione sulla storia attuale, compresi i suoi orrori sulla solitudine di massa, sulla fragilità dell’uomo, sull’imperfezione della vita, sul desiderio di vivere.

Sa parlare al nostro spirito oltre le barriere di lingua, tempo, cultura. Inoltre, unisce origini e storie di luoghi e nazioni, crea un itinerario ideale confrontando identità culturali, amori e passioni che si manifestano nell’espressione artistica, oltre ogni limite e confine geografico
La scelta di intervenire nel dibattito di sensibilizzazione sui temi dell’immigrazione viene dall’analisi dell’ampio spettro di contenuti che abbiamo affrontato e che affronteremo in futuro, siamo convinti che un’azione artistica possa contribuire ad accrescere la conoscenza e la consapevolezza di questa emergenza, da affrontare a livello di una presa di coscienza globale

Artisti: Marco Billeri, Juna Cappilli, Antonella Catini, Silvano Corno, Vincenza Costantini, Pino dè Notariis, Alexander Luigi Di Meglio, Dario Fo, Giusy Lauriola, Valentina Lo Faro, Roberto Malini e Fabio Patronelli, Riccardo Meloni, Giorgio Ortona, Enrico Porcaro, Parlind Prelashi, Loredana Raciti, Consuelo Rodriguez, Eugenia Serafini, Anna Tonelli, Jack Tuand. Per la gentile concessione di Jacopo Fo e la disponibilità della Galleria TouchArt, in mostra un’opera di Dario Fo

Mise, alle imprese del Sud 265 mln per lo sviluppo competitivo

E’ stato sottoscritto il decreto che disciplina i termini e le modalità di concessione ed erogazione delle agevolazioni in favore delle Pmi e reti d’impresa per investimenti innovativi, al fine di rafforzare la competitività dei sistemi produttivi e lo sviluppo tecnologico nei territori delle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. La finalità del piano è quella di supportare la trasformazione digitale delle aziende attraverso l’utilizzo delle tecnologie previste nell’ambito del programma Impresa 4.0, favorendo altresì una rapida transizione verso l’economia circolare.

Il provvedimento, siglato dal titolare dello Sviluppo economico, Patuanelli, prevede risorse complessive pari a 265 milioni di euro, di cui il 25 per cento riservato alle micro e alle piccole imprese. I programmi d’investimento dovranno avere una durata non superiore a un anno, prevedere spese ammissibili di importo non superiore a 3 milioni di euro ed essere realizzati attraverso l’acquisto di impianti, attrezzature e macchinari nuovi di fabbrica, in unità produttive situate nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.

Potranno usufruire delle agevolazioni le Pmi e le reti d’impresa che, alla data di presentazione della domanda, siano regolarmente costituite e iscritte nel registro delle aziende e non abbiano effettuato, nei due anni precedenti, una delocalizzazione verso l’unità produttiva oggetto dell’investimento, impegnandosi, inoltre, a non farlo neppure per i due anni successivi dal completamento dell’investimento. Alle agevolazioni potranno accedere anche i liberi professionisti. Il Mise renderà note le modalità operative per la presentazione delle domande, valutate e gestite da Invitalia con il procedimento a sportello.

Il programma 4.0 prevede misure concrete in base a tre principali linee guida: operare in una logica di neutralità tecnologica; intervenire con azioni orizzontali e non verticali o settoriali; agire su fattori abilitanti. Con la nuova Sabatini, il regime di aiuto per agevolare l’accesso al credito delle Pmi per l’acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature, è stato rifinanziato con uno stanziamento di 48 milioni di euro per l’anno 2019, di 96 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2023 e di 48 milioni di euro per l’anno 2024.

Parte la campagna anti-influenzale

Chi vorrà avere un’arma in più per prevenire l’influenza, che quest’anno si presenta se non più aggressiva, un po’ più complessa e difficile da debellare rispetto a quella degli scorsi anni, e soprattutto in anticipo può rivolgersi al proprio medico per effettuare il vaccino.

Come di consueto, i cittadini di età uguale o superiore a 65 anni, i pazienti allettati, disabili, inseriti nei programmi di Assistenza domiciliare possono ottenere la somministrazione gratuita.

Bambini e adulti di età inferiore ai 65 anni, ma appartenenti alle categorie «a rischio» (tra gli altri, persone affette da malattie respiratorie croniche, malattie dell’apparato cardio-circolatorio, ma anche diabete, tumori, insufficienze renali e pazienti immunodepressi), possono ottenere la somministrazione gratuita recandosi presso il Centro vaccinale dell’Asl di residenza.

Tigri? No gattini.

Non mi rassegnerò mai nel voler comprendere del perché i cittadini generalmente sono così indulgenti verso accadimenti anomali seriali che riguarda pressoché ogni erogazione dei servizi per le famiglie italiane, senza che media, governanti e oppositori, abbiano sufficiente attenzione e protezione nei confronti dei cittadini sottoposti ad angherie se non a situazioni somiglianti a truffe.

Prendiamo i contratti da stipulare! Si sottopongono alla firma decine di fogli di carta dalla scritta piccolissima e fittissima con linguaggio strettamente tecnico, che neanche un esperto avvocato potrà raccapezzarci qualcosa.

L’utente più puntiglioso, dopo uno sguardo preoccupato per così  tante clausole criptiche e incomprensibili precisazioni, firma e passa oltre, pur nel dubbio di incorrere in qualche condizione non favorevole che riguarda il suo interesse. Molti servizi come acqua, gas e di elettricità  e cose similari, frequentemente recapitano bollette prendendo a riferimento il picco di consumo anche di anni prima, ad esempio di un periodo del tutto eccezionale per le abitudini della famiglia; per correggere l’evidente svantaggio, se non si va di persona presso l’azienda erogatrice, le bollette arriveranno sempre con la stessa cifra: naturalmente con quella storicamente più alta .

Anche i servizi di telefonia fissa, e soprattutto di quella mobile si prestano a forti equivoci, se non ad una condotta deplorevole per non dire altro. Può accadere, ed accade, che persino contratti già molto discutibili, come si sottolineava prima, possono essere cambiati in corso d’opera con una sola telefonata di avviso da parte della azienda telefonica. Ma quello che ha davvero dell’incredibile è la circostanza che ti possono affibbiare ulteriori contratti di discutibili servizi, senza che il povero utente possa rendersi conto di sottoscriverli, durante l’arrivo a raffica di sms che inavvertitamente e facilmente possono essere abilitati. In questo caso se protesti, leggendo la fattura lievitata anche 4 volte il costo del contratto, con gentilezza ti spiegano che puoi far bloccare da loro il servizio nei fatti abusivo, come se non l’avessero provocato loro stessi a monte.

Allora mi chiedo, tutte le numerosissime autorità (costosissime per il contribuente) fatte nascere appositamente per tutelare i cittadini, cosa ci stanno a fare? E la politica che ci propone sussidi, vantaggi, e quant’altro (sempre a spese del contribuente), perché non ci tutela da questi inconvenienti. Eppure questi servizi sono ammessi nel mercato nazionale previa concessione di governi nazionali, regionali, comunali. Perché al posto di promettere mari e monti a ciascuno di noi (a spese del contribuente, cioè noi), non si occupano di riportare ordine in queste tristi realtà?

Non vorremmo che nei talk show e nei comizi nel parlare dei vari mali si sembra tigri, mentre su questi temi reali si appaia docili gattini. Sempre che su questi temi qualcuno ne parli pubblicamente e faccia davvero qualcosa. Molti si chiedono del perché la gente è lontana dalla politica; la risposta è semplice: si nota ad occhio che gli interessi delle famiglie, difficilmente vengono vigilati come dovrebbe essere. Eppure nel cambiamento che vogliamo qualcuno dovrà farlo.

Ruini e Zamagni, due linee alternative: l’una fondata sulla sfiducia nel laicato, l’altra sulla ripresa del popolarismo.

Due fatti hanno segnato, in questi giorni, una accelerazione nel dibattito intorno al ruolo sociale e politico dei “popolari di ispirazione cristiana” in Italia. Il primo è l’uscita del “Manifesto Zamagni”, il secondo è l’intervista al Corriere della Sera del Cardinale Ruini.

Il Manifesto Zamagni rappresentanza la base culturale per un possibile percorso di rigenerazione innovativa di una presenza politica “autonoma” (benché non certo neutra nello scontro in atto nella società rispetto ai rischi della destra sovranista).

L’intervista del Cardinale Ruini rappresenta esattamente il contrario.

Così come negli anni novanta con Berlusconi, il Cardinale invita nella sostanza a dialogare con Salvini. Della serie: meglio una destra che garantisce almeno qualcosa nella difesa della simbologia cristiana piuttosto che progetti animati da cattolici “adulti” che si misurano laicamente con le sfide della modernità.

La vera differenza tra le due prospettive non riguarda solo il rapporto con la destra di Salvini. Riguarda qualcosa di molto più importante: la sussistenza o meno di un ubi consistam “di” (non “dei”) cristiani orientati a testimoniare nella politica – e dunque sul piano della laicità costituzionale – una visione coerentemente ispirata ai loro valori di fondo. In altre parole, la sussistenza o meno di una potenziale, spendibile, riconoscibile attualità della cultura politica del Popolarismo di ispirazione cattolico democratica. Poco importa, in questo senso, se tradotta in un Partito a matrice identitaria o collocata in un eventuale contenitore plurale.

Il Cardinale parla della “scristianizzazione” della società italiana. E da ciò deriva la sua posizione.

Sembra rassegnato ad una prospettiva nella quale la difesa di una visione della società viene affidata solo alla capacità “negoziale” della gerarchia ecclesiastica con il Potere. Si coglie in questa analisi una sfiducia senza appello nella capacità del laicato cristiano di operare per quel “nuovo umanesimo” più volte evocato da Papa Francesco.

Il Manifesto Zamagni parte dal presupposto contrario: è proprio nelle pieghe della società italiana che si può trovare il vero giacimento di risorse umane, culturali, sociali e anche politiche per costruire una “Proposta” al Paese.

Non un Partito Cattolico (e men che meno un Partito dei Vescovi), ma un soggetto (si dovrà vedere poi come declinato in termini di “forma partito”), capace di interpretare laicamente la domanda di Democrazia Comunitaria, di Nuovo Umanesimo, di Ecologia integrale e di Equità: sfide attorno alle quali oggi, in Italia ed in Europa, si gioca il futuro delle nuove generazioni e il senso stesso della nostra democrazia.

Tutto si può dire di questo Manifesto e sopratutto di come è stato maldestramente interpretato nelle prime uscite mediatiche, con l’idea che esso segni già la costituzione di un Partito, frutto di convergenze vecchio stile di spezzoni consunti e nostalgici di antica classe dirigente: se così fosse non avrebbe futuro.

E tuttavia non si può non cogliere un elemento. Esso indica una delle due alternative alla fase attuale di insignificanza della nostra cultura politica. L’altra è quella indicata dal Cardinale Ruini.

Tertium non datur. Almeno nella situazione attuale. Superfluo che aggiunga a quale delle due prospettive vada la mia preferenza.

Zaccagnini, 30 anni dopo.

A trent’anni dalla morte, avvenuta il 5 novembre del 1989, il ricordo di Benigno Zaccagnini (segretario molto amato della Dc a cavallo del rapimento e uccisione di Moro) è ancora vivo, costituendo motivo di approfonditi ragionamenti politici. Nel 2003, nella ricorrenza del ventesimo anniversario, ne scrisse anche Giovanni Galloni, che di Zaccagnini fu vice-segretario vicario nel periodo 1975-1978. Del testo, il cui titolo originario era “L’onesto Zac? Un uomo di profonda cultura“, diamo qui la versione integrale.

Il ritratto convenzionale ha esalto gli aspetti di onestà e mitezza del segretario del rinnovamento Dc, il cui nome per altro è strettamente legato alla stagione della solidarietà nazionale. Con ciò si è voluto far credere, con qualche malizia, che Zaccagnini non avesse grandi qualità politiche ed intellettuali. Invece Giovanni Bersani, stilandone un ricordo a caldo, mise in evidenza la sua preparazione e sensibilità culturale. Oggi l’interesse va riposto su questa caratteristica, associata alla rettitudine e severità di costume, di un leader molto amato dalla base e assai stimato da amici e avversari.

di Giovanni Galloni

1.- Vorrei iniziare il mio ricordo di Benigno Zaccagnini richiamandomi all’ultimo saluto che gli diede, nel trigesimo della morte, l’on. Giovanni Bersani, deputato della Camera eletto a Bologna il 18 aprile 1948 e maggiormente conosciuto come deputato nella prima elezione del Parlamento europeo. Bersani disse allora che gli venivano “alla memoria molte stagioni tra i primi anni Trenta, quando con Zaccagnini ci siamo conosciuti: io liceale dell’ultimo anno, lui già al secondo anno di medicina e studioso delle filosofie tomiste dove primeggiava nelle riflessioni filosofich
Giovanni Bersani capovolse il concetto di Zaccagnini presentato, già allora, per la sua innata semplicità, come “l’onesto Zac”, mentre era invece “uomo di profonda cultura”.
Da qui vorrei oggi partire per un breve ricordo di Zaccagnini.

2.- Con l’apertura della guerra, Zaccagnini prestò generosamente servizio militare. L’8 settembre 1943 lo colse in Yugoslavia dove miracolosamente sfuggì alla deportazione in Germania per raggiungere Ravenna, la sua città, e prendere immediatamente contatto con i suoi vecchi amici dell’Azione Cattolica, molti dei quali già erano entrati nella Resistenza come comunisti, come repubblicani o semplicemente come cattolici. Subito Zaccagnini coordinò questi suoi vecchi amici assumendo significativamente il nome di battaglia di Tommaso Moro e divenendo Presidente del CLN della provincia di Ravenna, mentre Arrigo Boldrini, con il nome di battaglia di Bulow, già militante comunista, era il comandante delle Brigate Garibaldi, le formazioni militari operanti nella zona.
In questo, la posizione di Zaccagnini fu analoga a quella di Dossetti a Reggio Emilia. Anche Dossetti, in una provincia nella quale i comunisti erano in maggioranza, era stato all’unanimità riconosciuto Presidente del Comitato di Liberazione e dirigeva politicamente la Resistenza pur non avendo mai personalmente sparato un colpo… Si definì come Dossetti “ribelle per amore”.
Tra il 18 e il 20 aprile 1945, dopo che gli Alleati avevano sfondato il fronte, le formazioni partigiane sotto la guida di Tommaso Moro e di Bulow occuparono l’intera Romagna e si misero in contatto, comune per comune, con gli Alleati, dopo che i tedeschi erano già fuggiti.

3.- A Liberazione avvenuta, Zaccagnini aderì subito formalmente alla D.C. e si mise in contatto a Bologna con Giovanni Bersani e Angelo Salizzoni, a Modena con Ermanno Gorrieri e a Reggio Emilia con Giuseppe Dossetti schierandosi subito, per ragioni culturali e politiche, con la sinistra democristiana guidata da Dossetti che fu nominato da De Gasperi nel giugno del 1945 vice-segretario nazionale della D.C. con il compito di preparare il partito per la scelta verso il referendum tra monarchia e Repubblica.
Eletto alla Costituente il 2 giugno 1946 Zaccagnini, pur non partecipando alla Commissione dei 75, fu sempre solidale con Dossetti fino all’approvazione della Costituzione ed entrò nella sua lista del Consiglio Nazionale in quanto parlamentare nel III Congresso di Venezia della D.C. del giugno 1949.
Dopo l’uscita di Dossetti dalla D.C. nel settembre del 1951 a seguito dell’incontro di Rossena, Zaccagnini scelse di continuare a servire la D.C. in una posizione che si riconobbe in una sinistra non più contrapposta a De Gasperi, ma condizionatrice di De Gasperi, aderendo dapprima al quindicinale denominato “Iniziativa democratica”, di fatto diretto da me, che pubblicò sette numeri, ma fu sospeso quando De Gasperi offerse alla seconda generazione democristiana, con a capo Fanfani, Rumor, Taviani e tra i quali era compreso Zaccagnini, una collaborazione a partire dal Congresso di Roma dell’autunno del 1952, fino alle dimissioni di Fanfani e alla elezione di Moro a segretario del partito nel 1959.
In quel periodo a Zaccagnini, al quale sia De Gasperi che Fanfani, Rumor e Moro, avendo riconosciuto i suoi alti meriti culturali, furono offerti posizioni di responsabilità prima nella direzione di importanti uffici nel partito e poi nel governo, tra le quali – per un tratto di tempo – anche quella di Ministro del Lavoro e dei Lavori Pubblici.

4.- Dopo la duplice caduta di Fanfani nel 1959 sia da segretario del partito che da Presidente del Consiglio, Zaccagnini scelse Moro, si battè con lui, visto l’esaurimento del centrismo, per iniziare l’avvicinamento al centro-sinistra e per contrastare l’apertura a destra di Ferdinando Tambroni.
Sempre come moroteo, Zaccagnini fu eletto al Congresso di Napoli della D.C. del 27 gennaio 1962 e nel febbraio successivo fu eletto, su indicazione di Moro, Presidente del gruppo parlamentare D.C. alla Camera.
L’11 luglio 1963, durante il dibattito parlamentare per la fiducia al governo cosiddetto “estivo” di Giovanni Leone, Benigno Zaccagnini, come Presidente del gruppo parlamentare D.C. alla Camera, tenne il suo intervento contro i comunisti di allora con parole che assumono oggi il valore di una profezia. Era stato da poco eretto il muro di Berlino dopo l’inasprirsi del contrasto tra Occidente ed Est del mondo.
“Vi è – disse – un mondo nuovo che vuole e deve nascere”. Il muro di Berlino nasce “non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre all’interno della città di Berlino-est possa uscirne e raccontarne. Noi sappiamo, onorevoli colleghi – aggiunse – che anche quel muro verrà abbattuto, e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzeranno nel mondo”. E così concluse: “Noi crediamo in questa vittoria, vogliamo lavorare per questa vittoria di tutti gli uomini e di ciascuno di essi perché ognuno possa finalmente vivere e progredire libero in giustizia e in pace”.
Questa profezia si realizzò pochi giorni dopo la scomparsa di Zaccagnini proprio alla fine del novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino che segnò la data storica della fine del comunismo sovietico nato nel 1917 e quindi di tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano, collegati a Mosca.
Di essa in qualche modo Zaccagnini parlò nell’ultimo discorso pubblico tenuto ai giovani di Cesena. Se prossima era allora la fine del comunismo non si trattava di assumere i valori della civiltà occidentale ma, come disse Giuseppe Dossetti 14 anni dopo, di dare inizio ai valori della nuova civiltà, la civiltà post-moderna che si apre dopo la fine della cultura moderna finita con la caduta del muro di Berlino.

5.- Un anno dopo, nel passaggio così travagliato dal primo al secondo governo Moro-Nenni, quando il Presidente della Repubblica Antonio Segni tentò di fare saltare il centro-sinistra preparando, contro l’ipotesi di una vasta reazione popolare, l’uso della forza militare con il “piano Solo”, Zaccagnini partecipò il 16 luglio 1964 ad una riunione in casa di Tommaso Morlino, alla presenza di Moro e del segretario della D.C. Mariano Rumor, per impedire la rinunzia di Moro al mandato, sollecitata giornalmente da Antonio Segni. La soluzione fu trovata con una riduzione del programma di governo che fu accettata da Pietro Nenni, in quel momento vicepresidente del Consiglio dei Ministri.
Il 4 ottobre 1967 la Camera approvò con 304 voti a favore e 204 contrari la mozione Zaccagnini per la revisione del Concordato con la Santa Sede sollecitata da Moro.
Nel dicembre del 1971, in occasione della scelta del successore di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica, riemerge il ruolo di Zaccagnini. In quell’epoca, a Flaminio Piccoli era subentrato nella segreteria della D.C. Arnaldo Forlani con la vicesegreteria di Ciriaco De Mita. Presidente del Consiglio dei Ministri era Mariano Rumor e Aldo Moro, dopo un periodo di opposizione nel partito (dal 1968 al 1970) era divenuto, il 5 agosto 1969, nel secondo governo Rumor, Ministro degli Esteri, dove fu confermato anche nel terzo governo Rumor. La segreteria Forlani–De Mita deluse Moro e anche Zaccagnini, dopo che essi si erano accorti che i due puntavano a far prevalere nella D.C. la “terza generazione” diretta ad emarginare gli allora cosiddetti “cavalli di razza” Fanfani e Moro, così come fu manifestato al convegno di S. Ginesio nelle Marche, svoltosi tra i fanfaniani più vicini a Forlani e i basisti di De Mita.
La Direzione della D.C. propose in un primo momento il nome di Fanfani. Ma dopo una serie numerosa di votazioni negative la Direzione tornò a riunirsi e propose – nonostante una drammatica reazione dell’interessato – il ritiro della proposta di Fanfani e la scelta di un nuovo candidato attraverso una designazione affidata, con votazione segreta, agli elettori democristiani (parlamentari e delegati regionali). Venne indicato per presiedere lo scrutinio l’on. Zaccagnini con l’impegno di rendere pubblico il risultato mantenendo però segreto il numero dei voti ricevuti da ciascun candidato.
I dorotei annunciarono subito la candidatura di Giovanni Leone. Spontaneamente nacque la candidatura di Moro. Io andai subito dal capo doroteo Mariano Rumor per vedere come era possibile trovare una convergenza su Moro. Rumor mi rispose che questo gli sembrava possibile a condizione che Moro fosse disposto a trattare per fare conoscere i suoi orientamenti. Ma Moro, per salvaguardare l’autonomia del futuro Presidente della Repubblica, si rifiutò di trattare con i dorotei, come si era rifiutato di trattare con i comunisti che pure erano disponibili a sostenerlo.
L’esito della votazione, annunciata da Zaccagnini, fu, con suo dispiacere, favorevole a Leone, ma Zaccagnini, fedele al mandato ricevuto, si rifiutò sempre di far conoscere la differenza dei voti tra i due candidati. Tuttavia, secondo le voci raccolte quella differenza era stata minima, forse di appena 6 voti rispetto agli oltre 400 votanti. Era stato così raggiunto l’obbiettivo della emarginazione dei due cavalli di razza?
Rimangono ancora dubbi non irrilevanti, per la storia del nostro Paese, che avrebbe potuto essere diversa. Siamo sicuri che tutti gli amici stretti di Forlani e quelli di De Mita abbiano votato per Moro e non per Leone? Non lo sapremo mai.

6.- Moro e Zaccagnini si resero conto del rischio a cui conduceva la segreteria Forlani-De Mita che portò, sia pure per cercare il rinvio di due anni del referendum sul divorzio, a puntare mediante lo scioglimento delle Camere e le votazioni anticipate del 7 maggio 1972. Esse portarono ad un incremento della destra e condussero alla formazione di un governo Andreotti-Malagodi. A questo governo non parteciparono Moro con i morotei e la sinistra D.C.. Ma rimane evidente la contraddizione – messa in evidenza anche da Moro – in cui si è posto De Mita che si dichiarò contrario al governo Andreotti-Malagodi ma sostenitore della segreteria del partito che lo aveva promosso.
Per riprendere in mano la situazione, per ricostruire l’unità della D.C. doveva realizzarsi un nuovo incontro tra Moro e Fanfani, che si realizzò a Palazzo Giustiniani, pochi giorni prima del XIII Congresso della D.C.. I punti concordati furono i seguenti: 1) ripresa della politica del centro-sinistra; 2) sostituzione nella D.C. della segreteria Forlani con la segreteria Fanfani; 3) sostituzione della Presidenza del Consiglio Andreotti con un ritorno ad un governo di centro-sinistra presieduto da Rumor; 4) elezione di Zaccagnini alla Presidenza del Consiglio Nazionale della D.C.; 5) presenza di Piccoli, doroteo, alla Camera come Presidente del gruppo parlamentare D.C.; 6) presenza di un fanfaniano alla Presidenza del gruppo D.C. del Senato.

7.- Durante la segreteria Fanfani gli inconvenienti furono sostanzialmente due.
Il primo fu il risultato del referendum del 12 maggio 1974 per abrogare la legge che introduceva il divorzio. Su questo referendum il Pontefice Paolo VI – nonostante la diffidenza di Moro – contava su una larga prevalenza del SI, ma questa posizione fu formalmente contestata da un numero molto alto di intellettuali cattolici che, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, si erano pronunciati per il “NO”, tra i quali c’erano molti giornalisti amici di Moro e di Zaccagnini, come Orfei, Pratesi, Raniero La Valle, ex direttore de L’Avennire d’Italia, lo storico Pietro Scoppola, i sindacalisti Luigi Macario e Pierre Carniti.
Dai risultati del referendum risultò che uno schieramento di centro-sinistra con la D.C. era inferiore di circa il 10% alla maggioranza assoluta.
Il secondo inconveniente dimostra lo spostamento a sinistra dell’elettorato, documentato dai risultati elettorali delle elezioni regionali e amministrative del 15 giugno 1975, quando la D.C. scese del 2,5% rispetto ai risultati elettorali precedenti e dove il P.C.I. aumentò del 5,6%, rischiando addirittura il sorpasso della D.C.. Di qui la reazione contro Fanfani dei dorotei, seguiti dalla sinistra di Base e da Donat Cattin che misero subito in discussione la segreteria Fanfani.
Moro invece la difese, senza però trovare il consenso di alcuni tra i più qualificati morotei, come Leopoldo Elia, Franco Salvi e Corrado Belci. Così nel Consiglio Nazionale della D.C., svoltosi il 20 luglio 1975, l’ordine del giorno Butini per la conferma di Fanfani fu respinto con 103 voti contro 69 e i dorotei indicarono come candidato alla Segreteria Flaminio Piccoli. Quasi all’inizio della votazione, Moro propose a sorpresa la candidatura di Benigno Zaccagnini che, a votazioni già iniziate, condusse al ritiro della candidatura di Piccoli e alla elezione di Zaccagnini, apparsa, in un primo momento, provvisoria, in attesa del successivo Congresso.

8.- Proprio per questo, per rendere meno bruciante la sconfitta di Fanfani e quasi per non contrastare in modo evidente la linea di Palazzo Giustiniani, la prima scelta di Zaccagnini fu quella di non rimuovere dai loro incarichi di partito dorotei, fanfaniani e andreottiani al fine di assicurare una gestione unitaria, ma nello stesso tempo fece una scelta qualificata dei suoi stretti collaboratori politici (il sottoscritto come basista, Bodrato come Forze Nuove, Belci come moroteo, il giovane Pisanu, deputato moroteo, come capo della segreteria, il romagnolo Umberto Cavina suo amico personale per l’ufficio stampa, Luigi Granelli per la politica estera, Beniamino Andreatta per la politica economica, Leopoldo Elia per la politica istituzionale).
Dopo il Congresso sulla segreteria Zaccagnini, io fui nominato vicesegretario vicario, Bodrato direttore del servizio di propaganda SPES, Belci diretto del “Popolo”.
Vorrei solo insistere sui seguenti punti:
1) la elezione di Zaccagnini ebbe un effetto imprevisto: la crescita immediata di popolarità della D.C.. Potemmo ritornare a parlare nelle Università e nelle fabbriche e ad avere un contatto diretto con la gente istituendo le feste dell’amicizia;
2) per le elezioni anticipate del 1976 mettemmo nella lista candidati indipendenti cattolici come Pietro Scoppola ed escludemmo, non sempre con il consenso di Moro, i candidati che avevano superato le tre legislature;
3) dopo le elezioni politiche del 1976, per evitare l’atteso sorpasso dei comunisti, Zaccagnini, nei primi contatti avuti con i diversi partiti, si rese conto che il centro-sinistra non era più ricostruibile perché socialisti, repubblicani e perfino socialdemocratici dissero che non avrebbero partecipato ad un governo senza la presenza dei comunisti. Apparve invece possibile nei contatti con Berlinguer, tramite Tatò, che i comunisti lasciassero passare un monocolore democristiano. Zaccagnini pregò Moro, Presidente del Consiglio uscente, di sollecitare Andreotti. Cosa che Moro fece;
4) durante i 55 giorni della prigionia di Moro, che furono il momento più terribile e drammatico della sua esistenza, Zaccagnini, il quale conosceva le minacce giunte sin dal settembre 1973 a Moro da Kissinger (che dominava i servizi segreti americani), ma non conosceva la presenza così vasta nel Ministero degli Interni della P2 e dei servizi segreti italiani deviati, era convinto che lo scambio dei prigionieri richiesto da Craxi, e anche invocato da Moro nelle sue lettere, avrebbe portato la messa in crisi della Repubblica e non solo alla fine della D.C.. Tutti i contatti possibili con le B.R. che comportassero un cedimento su questioni di principio furono tentati;
5) dopo l’assassinio di Moro, Zaccagnini si rese conto che era finita in Italia la stagione dei partiti ideologici ed era iniziata la stagione dei partiti di potere, e che era insorta la corruzione. In omaggio al principio che far politica non era un diritto, ma un servizio, prese di conseguenza la decisione, nel rispetto dell’autonomia della magistratura, di sospendere da ogni carica nel partito e nelle istituzioni pubbliche tutti coloro sui quali fosse iniziata, anche con un semplice avviso di garanzia, un’indagine giudiziaria, salva la ripresa dell’attività politica dopo la definitiva assoluzione dalle imputazioni.

9.- A questo punto vorrei porre una domanda. C’è un qualche errore compiuto da Zaccagnini nel corso della sua esperienza? Sì, a mio avviso ce n’è uno, ed avvenne quando nel 1979, dopo la convocazione del Congresso, affermò: “Io ho deciso, e lo confermo, di concludere nel prossimo congresso la mia fin troppo lunga esperienza di segretario politico”. Subito dopo Forlani mi disse “se Zaccagnini aveva deciso di ritirarsi dalla segreteria, perché non si era dimesso subito? Perché – sia pure con una soluzione provvisoria – avremmo potuto, con una maggioranza del Consiglio Nazionale, eleggere un candidato da lui proposto”.
In tal modo Zaccagnini aveva lasciato il tempo che si formasse una nuova maggioranza, la quale poi, in sede congressuale, si materializzò attorno al cosiddetto “Preambolo” e dunque attorno alla prospettiva del pentapartito.
Ma anche dopo la sconfitta al XIV Congresso nel 1980, Zaccagnini mantenne l’estrema coerenza del suo pensiero che, a distanza di ventiquattro anni dalla sua morte, è ancora attuale, come giustamente ha ricordato Paolo Frascatore nel n. 6 di questo mensile, a pag. 66.
E’ attuale il pensiero tratto dagli studi giovanili su S. Tommaso d’Aquino in contrasto con Machiavelli secondo cui il potere non è il fine della politica, ma solo un mezzo per la realizzazione del bene sociale secondo i princìpi della giustizia espressi nella Costituzione.
E’ attuale il pensiero che, con la uccisione di Moro, in Italia sono entrati in crisi tutti i partiti ideologici ma è prevalsa la tendenza della loro trasformazione in partiti di potere (da cui nasce la spirale per tangentopoli) anziché in partiti di programma ispirati ai comuni princìpi fondamentali della Costituzione.
E’ attuale il pensiero di Zaccagnini: per una ribellione alla spirale della violenza e del riarmo internazionale.
In conclusione, per Zaccagnini la politica è, in una democrazia pluripartitica, un confronto tra i programmi dei diversi partiti non come puro metodo, ma come contenuto per realizzare, con le leggi approvate dal Parlamento, i princìpi fondamentali della Costituzione secondo le scelte compiute dai diversi programmi.
In realtà, come è avvenuta nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la fine dei partiti di ispirazione nazifascista, così dopo il crollo del muro di Berlino è avvenuta la fine dei partiti ispirati dal comunismo sovietico.
Il pensiero di Zaccagnini è dunque attuale per consentirci di superare le difficoltà in cui oggi ci troviamo e per giungere ad un accordo il più grande possibile sulle modifiche costituzionali che rispettino i princìpi fondamentali della nostra Costituzione e quelli della Rivoluzione francese fissati nella Costituzione del 1791, e ad un conseguente confronto dei partiti di programma, che possono essere di destra, di centro o di sinistra, e debbono tendere a formare governi tendenzialmente per un’intera legislatura ma che nulla hanno a che vedere né con i partiti ideologici fascista o comunista e neppure con la vecchia Democrazia Cristiana o con i partiti di ideologia laica (dal liberale al socialdemocratico).

A Roma ricercatori e massimi esperti di sostenibilità riuniti per la Social Impact Investments International Conference

Il 5 e 6 dicembre 2019, avrà luogo la terza edizione della Social Impact Investments International Conference. L’evento è promosso dall’Università di Roma “La Sapienza”, insieme ad Unitelma Sapienza ed in partnership con il Centro Casmef della Università LUISS Guido Carli. Il Comitato Scientifico, presieduto dal prof. Mario La Torre – già membro italiano della Taskforce G8 sugli investimenti ad impatto sociale – vede la partecipazione di docenti italiani e stranieri membri della University Alliance for Positive Finance.

La prima giornata del 5 dicembre si svolgerà presso la Facoltà di Economia della “Sapienza” ed avrà un format tipicamente accademico con presentazione di paper scientifici sui temi della finanza sostenibile, dei rischi ESG, dell’impact investing; la giornata è arricchita dalla presenza di due key note speaker tra i massimi esperti di sostenibilità: il prof. Philippe Krueger, dell’Università di Ginevra, già vincitore nel 2015 del prestigioso Moskowitz Prize con un lavoro sul rischio climatico ed il valore delle imprese, e il prof. Andreas Hoepner dell’Università di Dublino.

La seconda giornata del 6 dicembre sarà ospitata dal Comune di Roma, nella storica sala della Protomoteca ed è strutturata su 4 panel: il primo politico-istituzionale, il secondo dedicato alle banche, il terzo agli asset managers ed agli investitori istituzionali, il quarto alle imprese non finanziarie. Alla presenza della sindaca di Roma, Virgina Raggi, e dei Rettori di Sapienza, Eugenio Gaudio e di Unitelma Sapienza, Antonello Folco Biagini, verrà annunciato un protocollo d’intesa tra il Comune e le due Università romane avente ad oggetto una collaborazione in materia di welfare sostenibile. La giornata si chiuderà con la consegna dei premi ai migliori paper e la presentazione del Fondo per l’Innovazione Sociale lanciato dal Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedicato a progetti d’impatto sociale di Comuni e Città Metropolitane.

Hanno confermato la loro presenza alle tavole rotonde: Adelaide Mozzi – Commissione Europea – che illustrerà le prossime azioni della Commissione in materia di finanza sostenibile; Helmut Kreimer-Eis – FEI – che presenterà un nuovo studio sugli orientamenti dei Ventur Capitalist e dei Business Angels in materia di investimenti ESG. Tra gli operatori, Bernardo Mattarella – che illustrerà i dettagli dei social bond emessi di recente da Banca del Mezzogiorno; Jacopo Schettini – Standard Ethics – che chiarirà le nuove sfide delle agenzie in materia di rating di sostenibilità; Carmine Franco – Ossiam, Natixis – per discutere delle strategie ESG degli asset managers ed Ernesto Ciorra – Enel – a chiarire le politiche sostenibili delle imprese energetiche.

La conferenza si inserisce nell’ambito delle attività sostenute dal progetto di ricerca MIUR “Una piattaforma italiana per la finanza di impatto: modelli finanziari per l’inclusione sociale ed un welfare sostenibile” che vede coinvolto un network di 10 Università italiane.

Genova: una marcia per ricordare la deportazione degli ebrei genovesi

Oggi alle 17.30 a Genova, è in programma una marcia silenziosa da Galleria Mazzini, dove prenderanno la parola Fernanda Contri e Piero Dello Strologo, fino alla Sinagoga di via Bertora.

Una marcia per ricordare l’agguato  che il 3 novembre 1943 diede inizio alla deportazione degli ebrei genovesi: furono arrestate circa venti persone, e altri arresti seguirono nei giorni immediatamente successivi.

In tutto furono deportate 261 persone, e fra queste furono solo venti i sopravvissuti.

Interverranno: il rabbino capo di Genova Giuseppe Momigliano, il presidente della Comunità Ebraica di Genova Ariel dello Strologo, l’assessore al Comune di Genova Pietro Picciocchi, a nome della Comunità di Sant’Egidio Andrea Chiappori.

Parteciperà il coro Shlomot. “Alla marcia parteciperanno molti genovesi: anziani, giovani, nuovi europei per ricordare il razzismo di ieri e per riaffermare le ragioni della convivenza tra popoli e fedi diverse”, sottolineano gli organizzatori.

A Bologna 50 nuove eBike a disposizione di cittadini e turisti

Infrastrutture, comunicazione ed educazione sono i tre punti chiave sui quali si basa una buona strategia di sviluppo dell’uso della bicicletta in ambito urbano. Lo sa bene Bologna che è da tempo attiva sul tema. E proprio nel capoluogo emiliano sono arrivate le prime 50 eBike. Le biciclette a pedalata assistita di Mobike, il gestore del bike sharing del Comune, dotate di un motore elettrico per aiutare la pedalata senza però eliminarla. Le bici sono in grado di semplificare e velocizzare al massimo gli spostamenti in città integrandosi senza criticità nel sistema dei trasporti pubblici urbani.

La tariffa è di 2 euro ogni mezz’ora. La eBike andrà parcheggiata dentro gli appositi hub visibili sull’app dell’utente. A Bologna ve ne sono 54, sia fuori che dentro l’area operativa (quella del centro storico). L’applicazione suggerirà lo stallo più vicino, indicando la distanza e il percorso da compiere. Se invece la bici non venisse parcheggia nell’area operativa bensì al di fuori di un apposito eBike hub, Mobike addebiterà agli utenti un costo aggiuntivo di 10 euro.

Se poi la bici dovesse venire parcheggiata fuori dall’area operativa, quindi fuori dal centro storico, e fuori da un eBike hub, Mobike addebiterà agli user un costo aggiuntivo di 50 euro.

Gli addebiti saranno prelevati direttamente dal plafond Mobike dell’utente. Qualora il credito del portafoglio eBike fosse negativo non sarà più possibile utilizzare l’app se non inserendo una nuova ricarica sufficiente a coprire il debito pregresso.

Mobike è un’impresa cinese, che offre un servizio di bike sharing a flusso libero senza l’uso di stalli per il parcheggio. L’azienda ha sede in Cina, ma è presente, con successo crescente, in tutto il mondo ed è il più grande operatore esistente in questo settore.

Una biopsia liquida per il glioblastoma

Una biopsia liquida  aiuta a predire la prognosi del tumore più aggressivo del cervello, il glioblastoma, e anche a personalizzare le terapie, perché contribuisce a svelare i danni genetici e molecolari alla base della malattia.

È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research e condotto presso l’Abramson Cancer Center della University of Pennsylvania.

La biopsia liquida misura la concentrazione nel sangue di Dna tumorale libero (cioè direttamente circolante nel sangue).

Gli esperti hanno anche visto che con la biopsia liquida si può tracciare l’identikit genetico e molecolare del tumore, cioè verificare quali sono i cambiamenti genetici alla base della malattia o anche addirittura individuare aspetti del tumore che potrebbero sfuggire alla classica biopsia invasiva.

Fermare Salvini: occorrono nuovi argini

La vittoria di Salvini in Umbria ma soprattutto il disorientamento dell’asse 5S-PD lasciano intravedere uno scenario inquietante: la rapida dissoluzione della attuale maggioranza dopo la prevedibile sconfitta in Emilia e Calabria anche per la decisione dei 5S di andare da solo e la “consegna” del Paese alle “destre*.

Per chi pensa di scaricare il legittimo malessere sociale ed economico ( che ha le sue radici nel capitalismo finanziario che ha divorato l’economia reale e ricreato diseguaglianze intollerabili) sugli immigrati, i ladri ( con la bufala della sicurezza) ed i meridionali nessun problema!
Diversamente per chi sogna ancora un Paese giusto ed inclusivo.

E allora cosa sperare, auspicare,
per fermare “l’onda barbarica’?

1) Che la “sinistra” tutta (PD, LEU, Potere al Popolo ..) faccia propria la proposta di Bersani di un congresso per una nuova sinistra che superi il neoliberismo;

2) Che i 5S, superato l’attuale disorientamento, come auspicato dall’on.Trizzino, confermi il carattere strategico dell’accordo con il PD ( quindi irreversibile e anche territoriale) ed avvii um profondo processo di organizzazione democratica;

3) Che i “Verdi” superino l’attuale inazione, cogliendo almeno una parte del consenso latente, così rafforzando l’asse 5S/PD.

Ma soprattutto l’auspicio è che, con il chiaro obiettivo di rafforzare questo fronte largo, nascano e si consolidino altri due soggetti politici: i meridionalisti” ed i “popolari”.

È tempo di un movimento meridionalista che superando sterili posizioni isolazioniste porti le istanze del Sud dentro un grande progetto democratico e comunitario!

È tempo di un soggetto autenticamente *popolare” che sia ad un tempo la casa comune dei cattolici-democratici e l’anima di questa ampia coalizione.

Senza questi nuovi argini sarà difficile fermare la svolta reazionaria del Paese.

Ognuno nel Suo “campo” faccia la sua parte.

Gli Italiani meritano di più!

Il ‘Comitato Tina Anselmi’ per combattere l’ignoranza e tenere vivi gli insegnamenti della storia

Articolo pubblicato sulle pagine di estense.com a firma di Matteo Bellinazzi

Libertà, democrazia, antifascismo, e costituzione: ecco i temi principali su cui si fonda e lavorerà il neonato ‘Comitato Tina Anselmi’, che vuole portare avanti i valori incarnati dall’ex partigiana e prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica Italiana.

All’incontro presso il Factory Grisù hanno preso parte i rappresentanti Daniele Civolani, Roberto Cassoli, Paola Castagnotto e Anna Vinci ed è stata anche l’occasione per presentare l’autobiografia di Tina Vinci, una “Storia di una passione politica” scritta da Anna Vinci.

“Questo comitato – ha voluto sottolineare Daniele Civolani, uno dei fondatori – non nasce per opporsi a qualcuno o a qualcosa, ma per combattere l’ignoranza, l’indifferenza, l’egoismo e il travisamento della storia”.

L’organismo nasce per riunire buona parte delle organizzazioni democratiche del territorio, “considerando – ha continuato Civolani – anche i cambiamenti politici che stanno avvenendo”.

‘Gli uomini e le donne fanno la storia, ma non conoscono la storia che fanno’ –ha detto, leggendo dal documento fondativo la rielaborata citazione di Hegel –. La storia che si ignora è quella del Novecento, secolo ‘grande e terribile’ nelle sue tragedie e nelle sue conquiste di libertà, ed è la cornice entro cui le Associazioni che hanno deciso di costituirsi in un Comitato Unitario, intendono collocare progetti, programmi, iniziative culturali da mettere a disposizione delle scuole e della cittadinanza intera”.

In particolare, il lavoro del comitato si rivolgerà ai giovani, “nel nome di due grandi donne testimoni delle tragedie e della riscossa del Novecento: Tina Anselmi, partigiana antifascista a 16 anni, e Liliana Segre, sopravvissuta al campo nazista di Auschwitz-Birkenau”.

Il Comitato manifesta pertanto “la volontà di resistere democraticamente e di farsi sentire culturalmente, animato dall’intenzione di ricreare le condizioni fondamentali per far vivere una democrazia del dialogo e del confronto che promuova il riconoscimento in una comune cultura di libertà, giustizia sociale, tolleranza e democrazia plurale. Perché vorremmo – ha concluso Civolani – che Ferrara fosse più attenta e più unita per i valori dei diritti civili”.

Al Comitato aderiscono: Anpi, Arci, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, Centro Donna e Giustizia, Cgil, Cisl, Uil, Comitato Ferrara per la Costituzione, Istituto Gramsci, Libera e Udi.

Alcuni pensieri sull’attualità

Articolo pubblicato sulla newsletter n.12 di ottobre 2019 (Argomenti 2000) a firma di Ernesto Preziosi

Una prima riflessione riguarda il voto di domenica scorsa e la situazione politica. Occorre riflettere sul risultato negativo del centro sinistra (frutto anche di fattori locali ma indicativo della crisi di una sinistra appesantita da gruppi di potere) e prendere atto che, in questa fase, la destra ha superato i confini del suo perimetro tradizionale. Basta guardare un grafico che riporti i dati elettorali degli ultimi venti anni, per vedere come nei consensi elettorali la destra sia andata crescendo con un’onda lunga e oggi si sia stabilizzata con caratteristiche ben più estreme del passato. È un problema reale con cui fare i conti non tanto per demonizzare chi esprime il consenso in quella direzione ma per cogliere i motivi che hanno estremizzato ed esasperato il voto. Più segnali tra l’altro lanciano un allarme su forme di autoritarismo e di vero e proprio neofascismo che debbono preoccupare, che non possono essere derubricate a fenomeni marginali, quasi a forme goliardiche. Avvengono infatti in un quadro internazionale che presenta preoccupanti analogie.

A fronte di una destra che si è compattata e in cui ciò che resta del berlusconismo si appresta a svolgere un ruolo ancillare, ormai non più competitivo sul centro moderato, il centrosinistra presenta troppi elementi di frammentarietà. Una crisi di identità e di progetto politico che, se non risolta, toglie ogni premessa ad un’alternativa fondata. Occorre per prima cosa un atto di chiarezza politica che si focalizzi sui contenuti e sul personale politico e che, nell’essere propositivo, sia capace di eliminare per quanto possibile lo stillicidio continuo, tanto personalizzato quanto inconcludente, di dichiarazioni.

Non è cosa da poco. E questo vale ancor più per un centrosinistra che è oggi parte di un’alleanza di governo che presenta insidie e difficoltà, ma che era l’unico modo per evitare legittimamente un ritorno alle urne che avrebbe aperto la strada ad un governo di destra, con tutto ciò che ne sarebbe seguito. Il centrosinistra e il PD in particolare, non possono sostenere questa maggioranza solo per evitare le urne, sarebbe inutile e suicida. Vi sono due compiti che invece possono essere svolti. In primo luogo occorre operare scelte mirate e decise nelle politiche economiche e sociali che diano agli italiani il senso di un cambiamento di passo, di uno sviluppo possibile mantenendo livelli di dignità umana, costruendo un bene comune solidale. In secondo luogo occorre la consapevolezza del fatto che l’aver dovuto scegliere di andare al governo con i 5stelle può costituire l’innesco di un processo di parlamentarizzazione se non di democratizzazione (nel senso di una democrazia rappresentativa) di un movimento nato sull’onda dell’antipolitica e di una demagogica democrazia diretta. Un processo difficile, certo, che potrà costare ai 5stelle la perdita di pezzi consistenti di consenso ma che può far fare loro un salto di qualità e che acquisirebbe alla scena politica un partito diverso con cui sarebbe più normale allearsi in una visione strategica comune e con programmi politici condivisi, dando così una prospettiva al centrosinistra.

Rispetto a tutto ciò il PD ha precise responsabilità in questo momento ed è necessario che esca dall’incertezza che rischia di farlo vivacchiare nel percorso governativo, paradossalmente lasciando l’iniziativa solo ai 5stelle, subendo inoltre gli attacchi quotidiani da parte del suo gruppo parlamentare che, con un’operazione che poco risponde alla logica politica, ha scelto, dopo aver spinto il PD a formare il governo, di uscire dal partito per andare a coprire un’area per certi versi scoperta. Vi sono appuntamenti vicini che consentiranno di vedere se il PD è in grado di uscire dall’impasse. Da parte nostra continueremo a seguire questa evoluzione così come cercheremo di essere attenti a quanto si muove nello scenario politico offrendo un nostro contributo. Sempre che il PD scelga con chiarezza di essere un partito plurale riconoscendo alle culture politiche, più che ai piccoli gruppi di potere correntizio, legittimità di presenza e anzi pieno diritto a contribuire all’elaborazione della linea e alle proposte del partito.

La crisi della sinistra

La crisi del centrosinistra è, in gran parte, la crisi della sinistra e/o delle sinistre. Non è solo una questione italiana, si tratta infatti di fenomeno riconoscibile in molti altri paesi. Cosa è accaduto? I profondi cambiamenti sociali e la crisi delle ideologie hanno lasciato un vuoto coperto in vari modi (ad esempio dalla ricerca di figure carismatiche), ma hanno indebolito la proposta politica.

Lo notava Dario Di Vico, in un suo articolo, apparso sul supplemento culturale “La Lettura” del Corriere della Sera del 6 ottobre con il titolo: “Senza sogni la politica non vive”. Il tema è centrale e tocca il compito della politica, a cui non è chiesto solo di proporre soluzioni ai problemi, bensì di saper coinvolgere in un disegno in un progetto attraverso cui intervenire sulla realtà.

Ma se la cultura latita, se la politica si riduce a tatticismo, a spettacolo, a battute, come è possibile che rappresenti un sogno capace di mobilitare energie e passioni, impegno e partecipazione? Ci si può solo limitare ad essere tifosi di questo o quel personaggio, che magari si sfidano in mediatica tenzone. Ma chi di noi, a mente fredda può pensare che questa sia la strada per affrontare i nodi del presente e per assicurare la prospettiva di un futuro vivibile per le prossime generazioni?

Vediamo una destra irrigidita in posizioni sterili ma capaci di raccogliere larghi consensi immediati, un centro incerto appeso a possibili starter che possono venirgli da una scelta in senso proporzionale della futura riforma elettorale, e una sinistra in crisi di identità che fatica a ingranare la marcia giusta e rischia di mettere la retromarcia. Stare fermi, o ripiegare, pare essere una modalità apparentemente più sicura anziché raccogliere la sfida che il centrosinistra aveva saputo accettare quando si è messo sulla strada dell’ulivismo prima e del Partito Democratico poi. Ma è di lì che occorre ripartire per tracciare il nuovo percorso. Una strada nuova per una società completamente rimescolata da profondi cambiamenti intervenuti e in gran parte ancora in atto. Un PD che si ponga come un “partito nuovo” in cui la pluralità di culture produce una sintesi capace di includere e sa indicare progetti.

Il rischio invece è che un tentativo del genere si infranga sugli scogli di un sogno bruscamente interrotto. Dobbiamo augurarci che per la salute stessa della democrazia italiana il PD riesca ad operare, ora che ha messo mano allo statuto, i cambiamenti necessari e diventi un partito “democratico davvero”, che si dia come missione l’attuazione effettiva della nostra Costituzione e una visione strategica per il futuro e per le nuove generazioni.

A proposito di nuovi soggetti politici

Il quadro politico nazionale si arricchisce poi in queste ore di un’ulteriore proposta che riguarda direttamente quel variegato mondo del cattolicesimo italiano al quale, anche noi col nostro impegno, cerchiamo di assicurare un’interlocuzione politica. La pubblicazione del manifesto politico redatto da Stefano Zamagni e Leonardo Becchetti, che annuncia la nascita di un movimento politico nazionale che intende strutturarsi e presentare liste in occasione delle tornate di elezioni regionali dei mesi prossimi, ripropone, questa volta in modo esplicito, la questione del rapporto fra cattolici e politica. Lo fa nella critica severa del quadro nazionale, con una netta presa di distanza da una destra a trazione salviniana e al tempo stesso la rivendicazione di una diversità rispetto al PD, questi amici avviano un processo che nasce con intenzioni alte (anche se appesantite da spezzoni retro’ ) e tuttavia è chiamato all’onere della prova politica, tanto programmatica e di costruzione di una classe dirigente, quanto elettorale.

Si tratta di un’operazione che intende collocarsi nel centrosinistra ma che è esterna al perimetro del PD. È una proposta, e come tale se ne vedranno gli esiti. Un’operazione che può avere il pregio di porre le premesse per un passaggio chiarificatore su quelli che possono essere gli spazi e le forme di un rapporto dei cattolici italiani con il diretto impegno politico nel quadro dell’attuale situazione del Paese. Può essere anche questo un tentativo di intervenire sul necessario restyling del centrosinistra in cui, tra l’altro, si contano altri tentativi (come ad es. quello di Demos). Un cantiere aperto rispetto il quale merita stima chiunque si adoperi intorno ad una prospettiva costruttiva; così come fanno tanti amici che si sono impegnati nel PD – con non poche difficoltà – con la mozione “Progetto Italia–Progetto Europa”.

In questa fase politica vi è più di un progetto che punta a riunire credenti e non credenti intorno ad un rinnovato impegno pubblico che si manifesta come urgente nella grave crisi che affronta il Paese.

Come ha fatto già in questi anni, l’associazione seguirà con attenzione l’evolversi di questi progetti, interloquendo con chi li anima e intensificando la propria iniziativa di analisi e di elaborazione culturale.

Racconto di un partito

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Sergio Valzania

Un buon libro si riconosce anche dalla sua capacità di suscitare interrogativi che vanno oltre l’argomento specifico che affronta. È il caso di Democrazia Cristiana, il racconto di un partito (Palermo, Sellerio, 2019, pagine 248, euro 16) di Marco Follini. Il titolo è esplicito. Il volume prosegue l’attenta rilettura che dell’esperienza democristiana fa da anni l’uomo politico riconosciuto come il suo ultimo qualificato interprete, che l’ha accompagnata fino all’abbraccio nel Pd, dal quale poi si è ritratto con una commendevole discrezione. Il percorso è stato lungo, spostandosi via via dalla ricostruzione storica alla valutazione politica, come è il caso de La nebbia del potere di quattro anni fa.

«Il racconto di un partito» riprende il filone dedicato alla storia dell’esperienza democristiana, facendo tesoro del tempo trascorso e della riflessione maturata, negli anni, fino a produrre una trasformazione profonda. Nella nuova rappresentazione, a cambiare in modo deciso è il punto di vista dell’autore. Nella veste di saggista Follini si era presentato fino a oggi come cronista, analista e commentatore di quella che è stata la più lunga avventura politica dell’Italia moderna, giudicata da molti anche come la più fruttuosa. Il racconto lucido e corretto della vicenda pubblica di quegli anni e dei suoi protagonisti rimaneva puntuale, documentario, prezioso per la ricostruzione degli avvenimenti e per un giudizio su di essi, senza però essere capace di trascendere sul piano emotivo la dimensione contingente di quanto veniva esposto.

In questa occasione l’autore ha fatto un passo avanti nell’esperienza narrativa, ha accentuato la misura della propria compromissione affettiva ed empatica rispetto agli avvenimenti descritti, dei quali è stato testimone attento e a volte partecipe in maniera significativa. Questo lascia spazio al patos e apre all’interrogativo antico sul senso e sulle necessità della storia. Per scriverla occorre davvero il distacco dei secoli, come pretendevano i positivisti tedeschi dell’Ottocento, che finivano con il parlare dell’antica Roma per riferirsi alla Berlino dei loro anni, o bisogna sentire su di sé il fiato della contemporaneità, sull’esempio mai messo in discussione di Tucidide?

Leggendo l’ultimo libro di Follini non si hanno dubbi, la soluzione giusta è la seconda. Chi ha vissuto sulla propria pelle un’epoca storica, ne ha condiviso gli umori e i sapori, ne ha conosciuto e frequentato i protagonisti in momenti pubblici e privati, nelle virtù e nelle debolezze, è pienamente adatto a farla rivivere davanti agli occhi del lettore. Follini scrive della Democrazia Cristiana con il tono di un aristocratico russo fuggito dal proprio paese allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre. Ha coscienza piena di rievocare un mondo scomparso — anche per sua colpa, senza nessuna speranza di rinascita, come tutte le fasi sociali, che il tempo si occupa di archiviare — ed è capace di scriverne con un rimpianto lucido, una tenerezza avvertita, un ricordo che va oltre la nostalgia.

Proprio questo senso di passato perduto, quest’aria da salotto Guermantes, costituisce uno degli indubbi elementi di forza del libro, insieme al riserbo e la delicatezza affettuosa con i quali Follini racconta la propria vita letta nello specchio politico della Democrazia Cristiana. «Non ci siamo mai saputi raccontare, noi democristiani», è l’incipit del volume, «Quanto siamo stati la regola, e quanto l’eccezione?» ne è la conclusione, interrogativa. Si passa dalla questione della narrazione storica a quella della periodizzazione.

Perché lì si colloca l’altro nodo che Follini, se non scioglie, contribuisce ad affrontare con linearità. La stagione del potere democristiano fu una parentesi, una sorta di bizzarra coincidenza di interessi che produsse un assetto del tutto originale per l’Italia, o forte di una tradizione secolare seppe cogliere alcuni dei tratti caratterizzanti della società, offrendole una grande occasione di espressione e di sviluppo?

È un tema che continua a riproporsi, nella confusa terminologia di prima, seconda, terza, forse addirittura quarta repubblica, senza che il sistema politico italiano sia stato capace di ritrovare l’equilibrio, in parte garantito dal contesto internazionale, che ebbe nel cinquantennio successivo alla guerra.

La partita tutta politica dell’impeachment di Trump

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma Mario Del Pero

La procedura d’impeachment di Donald Trump procede a pieno regime. Davanti alle commissioni competenti della Camera depongono a ritmo ormai quasi quotidiano alti funzionari dell’amministrazione, siano essi diplomatici di carriera o figure vicine al presidente che, come peraltro da consuetudine, sono stati catapultati in ruoli di responsabilità per i quali avevano talora poche o nulle qualifiche (è questo, ad esempio, il caso dell’ambasciatore presso l’Unione Europea Gordon Sondland, che ha svolto un ruolo centrale nel controverso dossier ucraino).

Il quadro che sta emergendo sembra essere abbastanza nitido. Trump e il suo avvocato personale, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, hanno promosso un’azione finalizzata a ottenere dall’Ucraina intelligence politicamente spendibile, soprattutto in vista dell’elezione presidenziale del prossimo anno. Più precisamente, il presidente ha cercato di acquisire prove atte a dimostrare che fu l’Ucraina (e non la Russia) ad hackerare il server del Partito democratico durante la campagna del 2016 dall’allora vicepresidente Joe Biden, e, soprattutto, a evidenziare come da vicepresidente Biden avesse esercitato indebite influenze per evitare che fossero aperte delle indagini contro l’impresa ucraina dell’energia Burisma, presso cui lavorava come lobbista il figlio Hunter. Per ottenere tale intelligence, Trump ha esercitato forti pressioni sull’Ucraina e sul suo nuovo presidente, Volodymyr Zelenskij, al punto da congelare lo stanziamento di un consistente pacchetto di aiuti militari già approvati. Inoltre, il presidente avrebbe chiesto e ottenuto la rimozione dell’ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch e la marginalizzazione di diversi diplomatici e funzionari critici della diplomazia parallela di Giuliani e, più in generale, di un’azione atta a trascinare un altro Stato dentro le dispute politiche e le dinamiche elettorali degli USA.

Il materiale per l’impeachment, è chiaro, non manca. Ma l’impeachment è processo tutto politico, dato che al Congresso è demandata la sua gestione (ed eventuale approvazione) e la Costituzione definisce in modo assai vago i reati presidenziali che ne autorizzano la procedura (“il tradimento, la corruzione” e gli “altri gravi crimini e misfatti” indicati nella sezione 4 dell’art. 2), lasciando così ampia discrezionalità all’organo legislativo e dando, indirettamente, forte potere a un’opinione pubblica che – come scoprirono in modi diversi Nixon nel 1974 e Clinton nel 1998 – può indirizzare il processo in un senso o in un altro. È quindi alla politica, alla campagna elettorale in corso (per la presidenza, ma anche per il Congresso) e agli orientamenti degli americani che ci si deve rivolgere per cercare di capire cosa ci aspetta e quali saranno le posizioni delle due parti – repubblicani e democratici, trumpiani e anti-trumpiani – nelle settimane e nei mesi a venire.

La Camera a chiara maggioranza democratica approverà – forse già entro l’anno – la messa in stato d’impeachment di Trump. La palla passerà a quel punto al Senato, trasformato in una sorta di tribunale, guidato per l’occasione dal presidente della Corte suprema, con dei membri della Camera a svolgere il ruolo di pubblici ministeri, e con i senatori nelle vesti di giudici. Una maggioranza qualificata di 67 senatori su 100 sarà necessaria per completare la procedura e approvare l’impeachment. Allo stato attuale, ci vorrebbe il voto favorevole di 20 dei 53 senatori repubblicani: prospettiva, questa, del tutto irrealistica, che ‒ salvo cataclismi ‒ ci indica come l’impeachment di Trump sia destinato ad arenarsi alla Camera alta. Per evitare questa sorte ci vorrebbe una svolta radicale dell’opinione pubblica e, soprattutto, una massiccia defezione di sostenitori di Trump. I sondaggi ci dicono che questa non è però in atto, a dispetto delle rivelazioni e di deposizioni che in più occasioni sembrano avere messo in un angolo il presidente e il suo entourage. Sull’impeachment pare anzi riprodursi plasticamente quella frattura – radicale tanto per fissità quanto per polarizzazione – che da tempo i sondaggisti misurano rispetto al tasso di approvazione di Trump e del suo operato. Vi è una maggioranza, chiara, ma non larghissima, di favorevoli; una spaccatura estrema tra gli elettori dei due partiti (appena un 10-12% di repubblicani si dichiara favorevole); una percentuale d’indecisi concentrata primariamente tra gli indipendenti.

Qui l’articolo completo 

Pupi Avati: “Bisogna vedere se stessi attraverso i propri limiti”.

Il Maestro, Orson Welles ha scritto che un film non può essere perfetto se dietro la macchina da presa non pulsa il cuore di un poeta. Condivide  l’elogio di questa speciale sensibilità e la necessità, per un regista, di possederla?

In fondo è un po’ la conferma di quello che lei stesso ha confessato essere un Suo cruccio personale: puntualizzare la differenza tra nutrire una passione e possedere un talento. Nella sua ultima intervista Alda Merini mi aveva detto: ‘poeti si nasce’. Si nasce anche registi?

Si nasce narratori. Ogni essere umano è portatore di un mondo, di una sua identità, di qualcosa di assolutamente peculiare ed unico da dire. Ogni essere umano rappresenta “un’eccezione”: cristianamente parlando è “il prescelto”. Allora, considerando questa condizione, ognuno dovrebbe avere l’opportunità – e avvertirla come un dovere – di “dirsi”, di dire agli altri  “chi è” , attraverso quello che fa. Questo tema io lo affronto spesso nei miei incontri, nella mia ricerca professionale, specie con i giovani, esortandoli a trovare lo strumento che sia consono ad esprimere il loro talento, per far coincidere la loro professione, il loro mestiere, con la loro vocazione. E’ una cosa molto difficile perché confondere passione con talento produce travisamenti e delusioni. Io stesso ho trascorso molti anni della mia vita nell’illusione di diventare un buon musicista. Solo più tardi, nella vita, ho incontrato il cinema che mi permette di dire chi sono. Non è che io rappresento un’eccezione: ognuno di noi dovrebbe esprimere le sue potenzialità, averne la possibilità e il dovere, per non restare solo spettatore degli altri, per questo ognuno di noi è potenzialmente un poeta.

Trovo nei Suoi film una costante attrazione verso il passato, quasi un dovere della nostalgia e del ricordo come chiave di lettura per capire il presente. E’ dunque sempre così importante ’ricordare’?

Io alterno racconti nei quali si affronta “il presente”, come nel mio ultimo film che uscirà a febbraio – “Il figlio più piccolo” – e che tratterà il tema del denaro e della genitorialità della figura paterna nei suoi aspetti meno edificanti, con altri che riguardano il passato e la memoria, che in effetti sono prevalenti nella mia produzione. Io penso che sia necessario – soprattutto nei confronti delle giovani generazioni che vivono una distrazione di interesse così mortificante nei riguardi di tutto ciò che li precede dal loro presente – che ci sia qualcuno che rammenti loro da dove veniamo, chi siamo stati, quali sono le straordinarie opportunità che il presente ci offre grazie alle scelte di chi ci ha preceduto. E’ anche un dovere comparativo, tra ieri e oggi, per non cadere nella lamentela. Oggi non si sente altro che persone che si lamentano, che tutto  fa schifo, che per i giovani non ci sono prospettive e cose del genere. Ecco io vorrei che solo per un attimo si spalancasse una finestra sui “favolosi” anni 50, per capire come favolosi non lo fossero affatto. La memoria non è solo opportunità per vivere nostalgie della propria infanzia o adolescenza: è evidente che in genere uno prova nostalgia di quando era un ragazzo e di quello che spensieratamente faceva. Ma è anche lo strumento e il modo per dire quanto grama fosse la vita: nel mio film “Gli amici del bar Margherita”, i ragazzi che stavano dentro e fuori da un bar che speranze potevano avere, quali occupazioni o passatempi: quei quattro scherzi da dementi, da deficienti che facevano…..Non vorrei però che tutta questa disperazione, questa visione così negativa della vita che ci circonda oggi, depotenziasse e privasse i nostri figli e i nostri nipoti di quello che è un elemento importante dell’adolescenza della giovinezza che è invece l’attesa, la capacità di sognare, di attendersi qualcosa di importante dalla vita, di ‘pretendere’ una speranza per il loro futuro.

Mi fermo ancora sul tema del ricordo e della memoria, perché immagino ci sia molta autobiografia nei Suoi film. Rievocare immagini, sensazioni, presenze, sentimenti di una vita – soprattutto nella prevalente contestualizzazione delle relazioni parentali e amicali, come spesso lei ha scelto di fare –  ci vincola inevitabilmente alla nostalgia, ai pentimenti, alla sofferenza e – a volte – ai sensi di colpa – o può lasciare spazio ad una rivisitazione retrospettiva ispirata all’indulgenza, alla benevolenza e persino all’ironia? 

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che l’autoironia sia uno degli elementi essenziali per arrivare alla credibilità., per ottenere da chi ti ascolta quella fiducia che altrimenti non riusciresti ad ottenere. Io penso che nell’interlocuzione, sia che avvenga attraverso un  dialogo, in quello che ci stiamo dicendo adesso o nel fatto che potremmo scambiarci proposte di lavoro, cinematografiche da parte mia o letterarie da parte sua, o con semplici opinioni, ci si possa intendere, capire, se si ha il senso del limite. 

Io penso che attraverso le dichiarazioni di inadeguatezza, che sono una costante dei miei protagonisti  – sono tutti personaggi portatori di disistima, di ingenuità , di complessi di inferiorità, incapaci di vivere all’altezza del contesto e delle aspettative sociali,  – alla fine del racconto quelli che sembravano i più fragili e i soccombenti diventano nelle mie trame in fondo degli eroi. 

Per rendersi reciprocamente attendibili io debbo esordire con lei confessando una mia debolezza, se esprimo fin da subito quello che è un mio limite lei si fida di me e mi ascolta con maggiore attenzione. Invece oggi succede che nell’interlocuzione, l’esordio, l’approccio è caratterizzato da toni di aggressività, diffidenza, tracotanza: subentrano sovrastrutture strategiche dietro le quali ognuno di noi si cela, si nasconde, si protegge per non rendersi visibile e intercettabile dagli altri e non si arriva mai ad un rapporto sincero e profondo, costruttivo e proficuo per entrambi.

Quindi l’autoironia è un qualcosa di veramente molto, molto  nobile.

Bisogna vedere se stessi attraverso i propri limiti – ci può essere anche un minimo di civetteria –  ma questo è il modo migliore per conoscersi e comunicare, per instaurare una relazione profonda.

Bisogna bypassare le schermaglie strategiche nei rapporti personali: il mio cinema intimizza subito perché i miei protagonisti sono portatori di questo atteggiamento.

Il contesto familiare, le figure genitoriali, le relazioni parentali sono i luoghi privilegiati di ambientazione dei Suoi film. Trovo in particolare che Lei abbia saputo descrivere con particolare efficacia narrativa il declino della figura paterna nella società contemporanea.

Nel cinema e nella realtà molte vicende narrano trame di disfacimenti familiari: che cosa è cambiato nella famiglia in questi anni, e come tutto ciò ha influito e influisce sul piano affettivo e di formazione dell’identità sui figli, sulla loro educazione sentimentale e sulla costruzione dei loro archetipi di vita?

Io penso che la situazione sia precipitata attraverso una forma di  deresponsabilizzazione di questi luoghi – e mi riferisco alla famiglia e poi alla scuola –  consacrati e deputati, resi rassicuranti da secoli e secoli, millenni di consuetudini e riconoscimenti di ruoli: in casa la madre era la madre, il padre era il padre, i figli erano i figli e cosi tutte le figure collaterali assumevano e interpretavano correttamente i ruoli ai quali erano chiamati. 

Adesso invece c’è una profonda modificazione di questi ruoli perché conta molto di più quello che è esterno al contesto familiare e allora abbiamo delle famiglie dove ci possono essere ‘due padri’, e quindi la madre è il secondo padre che non è più tale perché a sua volta nell’alibi della propria carriera trova delle giustificazioni che lo fanno scomparire come modello di riferimento formativo.

Tutto questo in nome di una finalità che è quella della competizione che avviene al di fuori del nucleo familiare. Il contesto familiare non è più considerato da nessuno il luogo privilegiato della formazione dell’essere umano: so di esprimere un’idea non più praticabile però se noi fossimo capaci di restituire alla famiglia il suo ruolo centrale nella società, ecco allora io penso che il 70/80%  dei problemi che affrontiamo oggi – di tutti i generi, in tutti gli ambiti – sarebbe totalmente risolto, cosa che invece non avviene.

Allora la deresponsabilizzazione si trasferisce in tutti gli altri contesti istituzionali, politici e sociali: nessuno fa più quello che dovrebbe fare, in nome sempre della carriera.

Di qualcosa, cioè,  che riguarda un impegno diverso e che diventa purtroppo prioritario.

Nei suoi film lei presta sempre molta attenzione agli aspetti quotidiani della vita, dove ci sono uomini e donne che hanno storie e vissuti che bisogna andare a scoprire, come sotto ad una lente di ingrandimento,  perché vivono, soffrono, amano, accarezzano sogni, lusinghe e utopie.

Che cosa l’affascina di questo mondo sommerso –  e ad uno sguardo frettoloso persino soccombente –  ma dove la gente ha sempre delle storie importanti da raccontare , che parlano al cuore di  ciascuno di noi e ai suoi segreti?

Mi affascina il fatto che sia totalmente sottaciuto,  mentre prevale un numero sconfinato di esseri umani che si riconoscono in personaggi la cui visibilità è dovuta al fatto che sono portatori di forza, di esuberanza, di dominio, di potenza, di ostentazione di sicurezza, di ricchezza, che compiono gesti di grande stravaganza.

Il proscenio è totalmente riservato a questa minoranza di ‘eroi’ mentre la stragrande maggioranza delle persone è rassegnata a diventare una platea sconfinata che è poi statisticamente rilevata dai numeri dell’auditel ma è come se non esistesse: non è ‘detta’, non è narrata, non è celebrata la sua quotidianità. Quando tra centinaia di anni qualcuno si chiederà: com’era la gente del ventunesimo secolo?…. nessuno saprà rispondere. Tutto, anche i dibattiti televisivi, gli approfondimenti sono l’enfasi delle eccezioni, dei pochi, dove tutti dovrebbero riconoscersi. Gli stessi temi proposti non sono quelli che riguardano e interessano la gente comune: omofobia, trans, veline ecc.

C’è una evidente distorsione della realtà.

Sono sempre i numeri che la fanno da padrone, non la qualità. Editoria, Tv impongono scelte tematiche – spesso vere e proprie porcherie – e ottengono consensi elevati: in genere gli spettacoli risultano apprezzati perché hanno ottenuto un’audience altissima, di milioni di spettatori ma questo avviene perché sono imposti e quindi c’è  un decadimento generale del gusto e della capacità critica, nel nostro Paese, che è veramente preoccupante. C’è molta supponenza, anche nella critica e una scarsa percezione generale della qualità e del singolo talento.

Trovo molta attinenza – se mi permette – tra il suo stile narrativo, l’ambientazione e personaggi dei suoi film e quelli di Federico Fellini. Condivide questa impressione, ci sono dei riferimenti che vi accomunano? 

Fellini è stata una figura focale nella mia scelta professionale in quanto se non avessi avuto questo riferimento non avrei immaginato che il cinema avesse questa centralità nella mia vita. “8 e 1/2” è stato un film che mi ha aperto gli occhi sulle opportunità che il cinema dava a chi riusciva in qualche modo ad  ‘impadronirsene’, a realizzarlo. Mi ha quindi segnato profondamente.

Poi  c’erano sicuramente delle consonanze, delle affinità derivanti dalle comuni radici: lui era cresciuto nella cultura contadina della terra di comune origine, nell’epoca prebellica (lui era del 22, io del 38) e quindi l’Italia alla quale lui fa riferimento era cristallizzata in ogni maniera e comportamento sociale, negli usi e nelle tradizioni, interpretazioni del mondo e della religione, cultura contadina: tutti ingredienti che hanno reso magico Fellini nella sua straordinaria creatività e ai quali io stesso non ho potuto restare insensibile, condividendone le origini.

Il mio problema è stato se mai successivamente di sottrarmi a questa stretta influenza culturale per non essere considerato solo un suo discepolo, ed è stata una cosa difficile e faticosa: ritagliarmi un mio spazio e una mia identità..

Silvio Orlando, Diego Abatantuono, Christian De Sica, Neri Marcorè, Luigi Lo Cascio, Katia Ricciarelli, Laura Chiatti, ma soprattutto il compianto Carlo Delle Piane: sono tutti attori che hanno dato il meglio di sé sotto la Sua regia. Abatantuono ha detto: “mi sento figlio di Pupi Avati”.

La Sua regia è stata dunque per loro l’occasione per far emergere  il mix vincente di passione e talento?

Il rapporto con gli attori è sempre “non rassegnato” rispetto a quello che loro hanno già dato e fatto nel corso della loro vicenda professionale: mi sono sempre immaginato rispetto a loro in qualcosa che andasse oltre il già visto. In genere mi è sempre stato molto utile non conoscerli., sapere poco di loro, non avere visto nessuno dei loro film, per potere essere libero di immaginare di dare loro un abito diverso da quello indossato fino ad oggi. E’ molto stimolante per me e anche per loro: cito Lo Cascio, in genere attore drammatico, emblema del rammarico della vita di oggi e di ieri, che ho chiamato a recitare un ruolo da “erotomane scemo siciliano”, cosa che lo ha molto divertito.

Spaesare, decontestualizzare un attore e aggiungere alla sua tavolozza un’ottava in più, un colore che non sapeva di avere; quando l’operazione riesce c’è un buon risultato. Credo che dia arricchimento all’attore.

Rapporto tra cinema e televisione in relazione ai comportamenti sociali: la mia impressione è che il cinema possegga una migliore capacità di descriverli e interpretarli, è quindi più efficace la fruizione dello spettacolo che sa offrire. La televisione finisce solo per condizionarli in modo stereotipato, con modelli anche pesantemente diseducativi.

E’ dunque la TV che parla al Paese? Mi pare che se ne siano accorti tutti, a cominciare dalla politica. Secondo Lei si tratta di una deriva culturale irreversibile?

Si lo è, e lei acutamente ha osservato che è la TV che parla al paese reale. Io continuo a dirlo da decenni: questa operazione di arretramento del cinema italiano ha fatto sì che abbiamo lasciato spazio alle seconde, terze e quarte file che si sono impossessate dello spettacolo attraverso la TV commerciale che ha i suoi film e si è imposta: il cinema vero è uno spettacolo di nicchia, che si rivolge a minoranze elitarie, soprattutto nelle grandi città, penalizzato anche dagli incassi. Il cinema non parla più al paese, la società non la cambia più.

Sicuramente questa deriva è negativa e pure irreversibile. Il  cinema è in declino, la TV ha un’incidenza devastante: è la peggiore maestra che il Paese possa avere.

Le giovani generazioni vivono con disagio le relazioni familiari, sopportano la scuola, realizzano comportamenti prevalentemente solipsistici, consumistici, esprimono vissuti a volte aggressivi, hanno un rapporto quasi assente con la politica….

Qualcuno ha definito i giovani di oggi “fragili e spavaldi”.

Che cosa non funziona più a casa, a scuola e nel più ampio contesto sociale?

Non le pare che per cambiare qualcosa gli adulti che hanno delle responsabilità, più che dalle parole dovrebbero partire dagli esempi?

Lei è molto bravo perché nella sua domanda c’è già la risposta: è assolutamente così. Vale il discorso che ho fatto per la famiglia. Ci sono dei modelli che hanno funzionato e ora non più.

Quando incontriamo i ragazzi che si candidano al cinema li troviamo rassegnati al fatto che non ci sia nessuna chance, a differenza dei raccomandati o di coloro che imboccano scorciatoie scorrette. Vengono per assolvere a un dovere che giustifichi il loro fallimento, per avere un alibi e tornare nella nicchia dei perdenti. La descrizione continua che si fa sui comportamenti scorretti della società è deleterio, produce disaffezione e sconforto: il mondo fa schifo, tutto fa schifo, tutti vogliono fregarti. Aggiungiamo poi il degrado estetico: i giovani assumono spesso modelli di riferimento estetico negativi, fanno di tutto per imbruttirsi. Trovo questo aspetto inquietante.

Maestro Avati, chiudo usando come metafora del nostro tempo il titolo di una poesia di Attilio Bertolucci: “Assenza, più acuta presenza”.

Mi sembra che di tante cose che una volta c’erano e che ci sono sempre meno (il silenzio, la riflessione, i sentimenti, le passioni ma anche una certa capacità di sapersi accontentare per essere più sereni….) si avverta il nostalgico bisogno di un ritorno.

Che cosa ci rende –oggi – infelici e a quali speranze possiamo affidare il nostro futuro?

Ho la sensazione che l’infelicità sia una componente essenziale della nostra condizione umana e che sia ingannevole e non verosimile asserire che nel passato c’era meno infelicità di quanto ce ne sia nel presente. L’infelicità e anche la sofferenza sono le scuole alle quali si cresce di più e meglio..

La bravura e la capacità interpretativa di un attore, di calarsi nel personaggio, non gli derivano dalla scuola che ha frequentato ma dall’infelicità che ha vissuto.

La conoscenza della vita passa attraverso la sofferenza. L’infelicità non è una novità del presente: un tempo si cercava di debellarla o di renderla compatibile ad uno scopo di riscatto, oggi la si subisce e ci costringe alla rassegnazione attraverso l’omologazione dei comportamenti sociali: fare tutti le stesse cose.

Non è che negli anni 50 ci fossero più opportunità di oggi, è una menzogna. Ma oggi mancano le utopie individuali e collettive, la voglia di riscatto.

Trump sposta la residenza in Florida.

Donald Trump abbandona la Grande Mela. Il presidente ha annunciato che trasferirà la sua residenza in Florida eleggendo come sua ’prima casa’ il resort di Mar a Lago.

Non solo motivi fiscali dietro la scelta dell’inquilino della casa bianca.

“Amo e amerò sempre New York e la gente di New York ma purtroppo, nonostante paghi milioni di dollari ogni anno in tasse cittadine, statali e locali, sono stato trattato molto male dai leader politici sia della città che dello Stato”, ha spiegato il presidente Usa per motivare il trasferimento in Florida

«Finalmente ce ne siamo liberati», replica il governatore Cuomo a Trump.

In Florida non ci sono tasse statali e locali sui redditi e neppure tasse immobiliari o di successione, per questo motivo lo Stato continua ad accogliere numerosi super ricchi della Grande Mela

 

 

Su Spotify è boom per il sacerdote Don Cosimo Schena

Don Cosimo Schena è un prete, filosofo, scrittore e poeta. Conosciuto da tutti come Mino, nasce a Brindisi nel 1979 e nel 1998 intraprende gli studi di Ingegneria Informatica.
Nel 2001 l’amore verso Dio gli fa comprendere che deve dare una svolta nella sua vita e così inizia il cammino verso il sacerdozio e nel 2009 viene ordinato presbitero. L’amore per la filosofia e l’amore per la scrittura lo porteranno a continuare gli studi, laureandosi in filosofia prima presso l’Università di Tor Vergata e poi presso l’Università di Verona.
Attualmente ha concluso il Dottorato di ricerca in filosofia presso la Pontificia Università Lateranense approfondendo il tema del totalitarismo e del misticismo in Simone Weil.
Oggi Don Cosimo svolge il suo ministero pastorale a Mesagne e nella formazione scout come assistente.
Per ascoltare le ultime creazioni di Don Cosimo questo è il link di Spotify: https://open.spotify.com/artist/3MuNO9W7pgh0o9blBX1p6M?si=GJtLaBRtS_CNinS1EY92_Q mentre per chi volesse seguirlo su Instagram basta cercare Cosimo Schena Prete Poeta: https://www.instagram.com/cosimoschena_pretepoeta/

Il morbillo azzera gli anticorpi

Il virus del morbillo cancella la memoria spazzando via fino al 73% degli anticorpi che ci difendono da altre malattie come influenza, herpes e polmoniti.

Questa situazione può durare anche mesi, è stata documentata per la prima volta in un gruppo di 77 bambini olandesi non vaccinati, al centro di due studi internazionali pubblicati sulle riviste Science e Science Immunology.

Come sottolineano gli stessi ricercatori, i risultati dimostrano che “il morbillo è più pericoloso di quanto immaginiamo” e che “il vaccino ha benefici addirittura superiori all’atteso”, dal momento che può proteggere anche da infezioni secondarie alla malattia.

Proprio la vaccinazione ha abbattuto dell’80% i casi di morbillo nel mondo tra il 2000 e il 2017 salvando 2,1 milioni di vite, ma a causa delle più recenti campagne no-vax la tendenza si è invertita, tanto che il numero dei casi dal 2018 a oggi è aumentato del 300%.

Nel vuoto riemerge la questione cattolica. Il merito di Zamagni.

Articolo pubblicato dal nostro direttore questo pomeriggio sul sito formiche.net 

Non è vero che dopo la Dc i cattolici siano stati assenti dalla scena pubblica. Hanno continuato a dare il loro contributo, alcuni in forma organizzata, altri a livello di testimonianza individuale. Sul pluralismo, croce e delizia del post-concilio, non si sono risparmiati minimamente. Qualcosa però fa dire che aleggia, dentro e fuori lo spazio della comunità ecclesiale, un certo motivo d’insoddisfazione. Nel tempo si è smarrito il senso di appartenenza, proprio per la mancanza di un grande partito di riferimento, in qualche modo di riferimento anche nella critica o nel dissenso. Oggi, non a caso, si torna sul discorso dell’impegno politico unitario – almeno come unità nella diversità – e quindi sulla controversa ma suggestiva ipotesi di un nuovo partito.

Il merito di Stefano Zamagni è di aver rilanciato la discussione sul punto, lasciando a tutti i soggetti interessati il compito di lavorare attorno al documento che reca in primis la sua firma. Sui contenuti piovono larghi consensi. Non si parla di “partito cattolico”, né di coperture della Gerarchia. Traspare semmai un desiderio tutto laico di partecipazione, come se dietro alcune stanche liturgie crescesse piuttosto l’urgenza di una risposta, in nome dei valori di solidarietà e giustizia sociale, al rischio di declino del Paese. Fede e politica, specie in Italia, non debbono confondersi.

Zamagni è coraggioso sul programma e timido sulle alleanze. La sua tesi consiste nell’anteporre alla politica negativa, per la quale tutto si riduce all’azione di contrasto dell’avversario di turno, una possibile e auspicabile politica positiva: viene prima il bene della nazione. Sturzo, in effetti, ha insegnato quanto sia appropriata e moderna la formula del “partito di programma”. Tuttavia De Gasperi è andato oltre, stabilendo un legame inscindibile con la questione delle alleanze. È noto che l’istituto della coalizione nasce come elemento strutturale di novità grazie al modello del centrismo degasperiano. Moro infine ha chiuso il cerchio – lo fece in antitesi a Scelba nel congresso di Napoli del 1962 – denunciando il carattere qualunquista che assume fatalmente un programma sganciato dalle alleanze. Dunque, non serve proclamare l’identità in una camera dell’eco.

Oggi il cattolicesimo democratico si trova a registrare un bisogno di ricostruzione della rappresentanza politica. Salvini ha impresso una svolta radicale all’iniziativa della destra attraverso l’omologazione delle varie componenti, compresa Forza Italia, alla linea nazional-radicale della Lega. Nonostante l’uscita dal governo, Salvini miete consensi e vince impetuosamente. C’è qualcosa, allora, che non funziona nella dialettica tra sovranisti e democratici, perché molti elettori anti-salviniani stentano evidentemente a riconoscersi nell’equilibrio assai precario della maggioranza di governo.

In sostanza, la prospettiva di un connubio tra Pd e M5S fa pensare a una mera ricomposizione della sinistra, con l’abbandono della sana collaborazione tra le diverse culture a vocazione riformista, tanto di centro quanto di sinistra. Lo spazio è vuoto – nemmeno Renzi lo colma – per quanti non si rassegnano a una semplificazione tra destra e sinistra. Ed è questo vuoto, in ultimo, che pone l’esigenza di una forte iniziativa politica, sull’onda di una riemergente questione cattolica, per dare nuova forma e nuova sostanza alla competizione con il blocco sempre più egemonizzato dalla Lega.

Prima o poi ci saranno le elezioni

Credo che l’articolo di Carlo Parenti (https://www.politicainsieme.com/?p=3578), pubblicato oggi su Politica Insieme, ci aiuti a definire le vere priorità per la nostra iniziativa politica. L’Italia reale è quella descritta dal dg Censis, Valerii: “Le persone non immaginano un futuro migliore del presenti. Non coltivano sogni…”. Le prolungate politiche austeritarie e di deflazione salariale hanno creato, come spiega Ricolfi nel suo ultimo libro, una società “signorile” di massa, sostenuta da una base di alcuni milioni di “paraschiavi”, non-persone di cui nessuno s’interessa, ed hanno causato una precarietà di massa, solo attutita, per ora, dal compensare con risparmi e patrimoni immobiliari il drastico calo di tenore di vita e di opportunità di lavoro, soprattutto per i giovani. Una bomba (atomica) ad orologeria che tra pochi anni esploderà, se si continua a perseguire lo schwarze Null di bilancio.

Se questa è la prospettiva, allora ritengo che le critiche di Giorgio Merlo al progetto del nuovo Partito Popolare, abbiano il merito di metterci in guardia dagli errori che non possiamo più compiere. E l’unico modo per evitare che il tutto si riduca, per dirla con delicatezza, a un tram che qualcuno già pensa di poter prendere a tavolino verso ruoli istituzionali, è un assetto federativo di tutte queste realtà, le quali, come ha descritto efficacemente Merlo, nascono con identici proclami come i funghi, ma che spesso non sono capaci di guardare oltre il proprio naso. Ogni territorio deve poter decidere le candidature dei collegi, uninominali e proporzionali, della propria città, provincia, regione. Questo va messo in chiaro preliminarmente e sta alla base di un impianto organizzativo decentrato e policentrico e veramente democratico.

Anche perché ciò che ci aspetta non sarà una passeggiata. Prima o poi ci saranno le elezioni. E dopo lo scontato trionfo elettorale della destra gli italiani, tempo sei mesi/un anno si accorgeranno di essere stati presi in giro da Salvini e dalla Meloni, i quali non dispongono di alcuna seria ricetta per fermare una crisi che in Europa sarà ancor più devastante a causa delle politiche procicliche imposte dalla Germania all’Ue (mentre Usa e Brics stanno prendendo tutte le misure possibili per mettere al riparo le loro economie dalla bufera globale in arrivo).

Quindi, ciò che bisogna fare soprattutto è pensare sin d’ora a farsi trovare preparati per il momento, non lontano purtroppo, nel quale, proseguendo con le attuali politiche austeritarie, si rischierà di arrivare all’emergenza democratica, aggravata dal da una situazione sociale, economica ed internazionale, che all’improvviso scopriremo essere deteriorata più di quanto si possa immaginare. Il nostro compito prioritario non può che essere quello di prepararsi fin d’ora a quel momento, trovando il coraggio di dire la verità ai cittadini su cosa li attende in modo che insieme si possa trovare la via per tentare di salvare il Paese, o quantomeno di limitare i danni.

Il “partito cattolico” non esiste

Periodicamente si straparla di “partito cattolico”. Poi si chiarisce che non si tratta di “partito cattolico” ma di altro. A esempio, di un rinnovato “partito di ispirazione cristiana”. Poi si corregge nuovamente il tiro sostenendo che non si vuole riproporre la Democrazia Cristiana e né il Partito Popolare Italiano. Ma non si riesce, com’è ovvio, ad uscire dall’equivoco sulla natura e sul profilo del nuovo partito che non si definisce cattolico ma, di fatto, lo è. Il tutto accompagnato dalla litania che è indispensabile nonché necessario promuovere una nuova classe dirigente e non più facce usurate e logore del passato dimenticandosi che poi, puntualmente, i promotori di queste varie ed infinite esperienze hanno comprensibilmente svariate primavere alle spalle. Ma, al di là dei vari protagonismi personali, quello che merita di essere approfondito e’ il risvolto politico della questione. Che era e resta sul tappeto.

Ora, è indubbio che i cattolici democratici e popolari italiani non possono continuare a stare alla finestra contribuendo, così facendo, a rinnegare un modo d’essere che li ha contraddistinti storicamente nella politica italiana. Dal secondo dopoguerra sino alla fine dell’esperienza del Ppi di Mino Martinazzoli con la confluenza nella Margherita prima e nel Partito democratico dopo. Ma questo non è sufficiente per spiegare e giustificare la rinascita tout court di un nuovo e rinnovato “partito cattolico” per l’ennesima, seppur comprensibile, ambizione personale di qualcuno. Un partito, l’ennesimo tra l’altro, non può nascere limitandosi a replicare in miniatura il passato. Perché di questo si tratta e, purtroppo, attorno a questa contraddizione non risolta si spiega l’ormai cronico insuccesso di tutte le innumerevoli sigle politiche ed elettorali che in questi anni si sono succedute non superando mai, dico mai, la percentuale fatidica dell′1%. Ci sarà un motivo, tra l’altro, che spiega l’ormai cronico e permanente insuccesso politico ed elettorale di tutte le formazioni che si sono susseguite in questo ventennio. A cominciare dall’antica formazione di Andreotti e D’Antoni nel lontano 2001 – l’ormai famosa Democrazia Europea – per poi estendersi ad una cinquantina di altri esperimenti che nelle varie elezioni provinciali, regionali, nazionali ed europee si sono sempre schiantate non superando alcuna soglia di sbarramento. Fermandosi, puntualmente, tutte attorno al′1%. E questo al netto delle buone intenzioni e della buona volontà dei vari proponenti che, però, alla fine, non facevano che scimmiottare maldestramente le esperienze del passato che, come noto, non ritornano più con le sembianze dell’epoca che fu.

Eppure, e malgrado tutto ciò, prosegue instancabilmente l’opera ricostruttiva di queste varie esperienze politiche ed organizzative. Che sono più d’una, secondo tradizione. E tutte in conflitto le une contro le altre e tutte destinate, come da copione, ad un matematico e scientifico insuccesso. In quest’ultima settimana ne sono nate altre due. Curiosamente nello stesso giorno e quasi nelle stesse ore con le medesime parole d’ordine e con l’altrettanto medesimo obiettivo politico e culturale. E’ inutile soffermarsi sulla durata e sul successo politico ed elettorale di queste esperienze politiche e culturali. Seguirà quelle che si sono affacciate dall’inizio degli anni duemila sino ad oggi. Anzi, sino alle ultime elezioni regionali ed europee.

Ecco perché quando si affacciano all’orizzonte queste ipotesi – al riguardo sarebbe consigliabile se i vari promotori non accampassero l’avallo per simili operazioni dei vari presuli, cardinali se non addirittura di Papa Francesco – occorre sempre affrontarle e commentarle con la dovuta prudenza e con una cristiana e consapevole pazienza.

Semmai, pur senza interrompere un dibattito interessante e proficuo attorno ad una rinnovata presenza politica, culturale ed organizzativa dei cattolici democratici e popolari italiani, il tema va affrontato nella sua complessità senza dimenticare ciò che è capitato in Italia, non in Olanda o nel Lussemburgo, negli ultimi 20 anni. E questo per evitare di seminare confusione e ingenerare facili illusioni tra i cittadini. Perché, come l’esperienza concreta conferma persino platealmente, si è trattato sempre e solo di sconfitte e di esperienze fallimentari.

Rete Bianca non vede il “partito cattolico” nel documento Zamagni

Negli ultimi due giorni si è parlato della nascita di un nuovo partito – anzi, per semplificare, di un nuovo partito cattolico – che prenderebbe forma sulla base del documento (annunciato da tempo da “Il Domani d’Italia”) che il prof. Stefano Zamagni nelle scorse settimane aveva messo a disposizione di una serie di interlocutori. 

Chiaramente si tratta di una forzatura, non attribuibile alla genuina volontà dei promotori. Tutti sono consapevoli della insidia nascosta nei richiami a un presunto “partito cattolico”. Rete Bianca, a scanso di equivoci, aveva pubblicato su questo foglio online una nota (v. edizione dell’11 ottobre scorso) con la quale si chiariva il senso dell’adesione al suddetto documento. 

Va detto, a maggior ragione oggi, che non rientra nell’orizzonte di Rete Bianca, così come dichiarato dal coordinatore Dante Monda, l’ipotesi di un meccanico passaggio alla formazione del partito. Interessa piuttosto aprire un confronto a tutto campo, senza sbocchi precostituiti, dando alle centinaia di gruppi di espressione “popolare” presenti sul territorio la possibilità di intervenire nel merito delle questioni affrontate da Zamagni.

Il cattolicesimo democratico attraversa la sua lunga stagione di rielaborazione dei temi e delle sensibilità che ne caratterizzano la storia. L’errore più grave consiste nel credere che uno sbocco politico venga determinato da un’operazione di laboratorio. Gli annunci sul ritorno al partito “d’ispirazione cristiana” sono validi, pertanto, solo se rimangono problematici,  tali cioè da indurre a sviluppare – al vertice e alla base – un lavoro umile e produttivo.

Riproduciamo di seguito la nota di Rete Bianca (pubblicata, come sopra ricordato, l’11 ottobre scorso) e il documento predisposto da Zamagni.

Nota

Da tempo la nostra cultura, nella dimensione politico-istituzionale, è circoscritta alla testimonianza dei singoli: vive in forma collettiva solo nel prezioso ambito della società civile.

Ma l’emergenza posta dalla crisi della democrazia – nella sua dimensione comunitaria e nella sua vocazione alla giustizia sociale –  ci interpella con domande profonde e richiede una rinascita della Politica in tutte le sue ispirazioni ideali.

Senza questo risveglio delle culture e delle idealità, i messaggi del populismo e della destra – verso i quali “degasperianamente” manteniamo una insuperabile alternativitá – non si sconfiggono.

Sappiamo tuttavia che i paradigmi sono cambiati e non ha senso alcuno riproporre formule del passato. Anche la forma della rappresentanza e dei partiti deve essere oggi ripensata e rigenerata.

Per questo, oggi non intendiamo ricercare affiliazioni di sorta o soluzioni improvvisate e di fragile costrutto.

Vogliamo invece avviare un percorso nuovo, tutto da costruire, nelle proposte e nelle forme.

Vogliamo prima di tutto dare voce politica autonoma ad una Comunità di ideali e di pensiero.

E, attorno ad essa, a partire dalle dimensioni locali e dalle reti già attive, organizzare una proposta politica orientata al futuro.

Guardiamo all’azione del nuovo Governo e osserviamo le evoluzioni del quadro politico avendo a cuore la salvaguardia di un argine ai diversi populismi, con il ripudio della destra anti europeista e xenofoba. Dentro questo perimetro di solidarietà ideale e politica coltiviamo l’ambizione di nuove “sintesi popolari”, partendo dalla formazione di un movimento aperto al futuro.

Pensiamo che il nostro Paese è ancora alla ricerca di un nuovo equilibrio, capace di dare vera rappresentanza alla società e autentica risposta nel segno del servizio al Bene Comune.

Il nostro percorso intende porsi in questa prospettiva, con autonomia e disponibilità alla cooperazione politica.

Documento

PER LA COSTRUZIONE DI UN SOGGETTO POLITICO “NUOVO” D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE

      Preambolo

Quello che segue è un Manifesto, e non (ancora) un Programma Politico. Esso mira a definire l’orizzonte entro il quale il nuovo soggetto politico intende muoversi per giungere ad articolare le “ policies” e per chiarire il suo modo di agire.

 

 

  • La nostra è una stagione straordinaria

 

Le condizioni dell’Italia richiedono interventi straordinari, nei metodi e nei contenuti.

Le gravi difficoltà sociali, economiche e morali del nostro Paese, analoghe a quelle dei paesi del mondo occidentale, confermano quanto l’opzione riformista sia inadeguata, giacché il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della quarta rivoluzione industriale, dell’aumento sistemico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche, della caduta di valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico. Le passioni ideali della solidarietà e della tensione civica sono sostituite da egoismi sociali e dall’individualismo libertario. Non basta allora “ri-formare”, occorre piuttosto “tras-formare”.

La Politica deve tornare a svolgere un ruolo fondamentale per la rigenerazione della vita pubblica, avanzando un nuovo modello di sviluppo inclusivo e solidale che, anche in riferimento alle prospettive indicate dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i suoi 17 obiettivi di sviluppo, sia in grado di sconfiggere le povertà e risolvere la complessa equazione che tiene insieme impresa, produzione, lavoro, consumi.

Il lavoro per tutti, da considerare quale primo obiettivo politico; il sistema produttivo da rilanciare, anzitutto nel Mezzogiorno; le Istituzioni, lo Stato e i partiti da riformare; la famiglia e la generazione e l’educazione dei figli da sostenere;  il sistema formativo e la Scuola da rianimare, all’interno di una più generale risposta alla grave condizione giovanile; lo sviluppo equilibrato e sostenibile e la lotta al degrado ambientale sollevano condivise attese, ma al tempo stesso, costituiscono motivi di  un intervento pubblico generoso.

Questi obiettivi trovano fondamento nel riconoscimento della Persona, della sua dignità in tutti gli stadi della vita, dal momento del concepimento fino alla sua conclusione naturale, e della famiglia che resta il primo insostituibile nucleo umano e sociale.

Le relazioni internazionali, soprattutto quelle dell’Europa e del Mediterraneo, cambiano e portano nuove trepidazioni per il mantenimento della Pace, messa a repentaglio dall’indebolimento degli organismi sovranazionali e dall’inaccettabile corsa agli armamenti.

Di fronte a tutti questi problemi, fortemente debilitato appare l’insieme del sistema politico ed istituzionale. Inevitabili le conseguenze sul funzionamento della cosa pubblica, centrale e locale, a partire dalla Giustizia e dall’apparato burocratico. Crescente è l’insoddisfazione da parte dei cittadini sempre più estraniati e distanti, persino dalle urne. Si deve rispondere a queste insoddisfazioni e ridare speranza alla nostra gente. Il centralismo statalista non nuoce solo alla società civile, ma anche al principio dell’autogoverno responsabile dei territori.

Riteniamo che oggi vi siano le condizioni per dare vita ad una nuova forza popolare aperta a credenti e a non credenti attorno ad un progetto politico di rinascita del Paese e dell’Europa. Tale progetto dovrà emergere ed essere precisato tramite il confronto democratico ed il dialogo tra tutte le persone e le forze che si ispirano ai medesimi principi qui sotto enunciati, superando le divisioni ed i personalismi del passato.

 

  • Necessità di ripartire da un “pensiero forte”

 

Ha scritto Montesquieu: “La corruzione dei governi comincia sempre dalla corruzione dei princìpi”. I princìpi sono indispensabili perché indicano la direzione verso cui andare per realizzare il “bene comune”, inteso come il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo

Il nuovo soggetto politico contribuirà alla riscoperta di un “pensiero forte” nel riferimento ai principi della Costituzione, del Pensiero sociale della Chiesa e delle varie dichiarazioni sui Diritti dell’uomo.

Molti dei problemi italiani sono dovuti a un sistema bipolare che ha provocato divisioni e divaricazioni nella società, senza assicurare la governabilità, e ha reso più difficile il rapporto degli eletti con i loro elettori e con i territori di riferimento.

C’è dunque da definire un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale – con le dovute soglie – capace di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società, valorizzando il ruolo del Parlamento e degli organi elettivi ad ogni livello, nel quadro di una forte affermazione della democrazia rappresentativa e partecipata.

Ci ispiriamo al modello di democrazia liberale basato su partecipazione, rappresentatività, equilibrio, volontà di inclusione, realismo, ragionevolezza e concretezza.

 

  • Gli interventi necessari

 

Ecco le nostre proposte:

3.1) Contrastare quelle forme della politica (populista o sovranista) che umiliano i corpi intermedi della società, privati della capacità di proposta e di indirizzo. Ciò implica il passaggio verso un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato, Comunità, in cui i corpi intermedi siano valorizzati per le loro proprie specificità.

3.2) Favorire il recupero delle energie vitali della società civile, molte delle quali sono promosse e consolidate dall’esperienza cristiana. Somma di intelligenze, di organismi, di capacità e di punti di vista, devono essere coinvolte il più possibile nei processi di partecipazione da cui scaturiscono idee, progetti e risultati migliori. Deve essere valorizzata e sostenuta quella rete fatta di partecipazione generosa, spontanea e benefica che, parte del più generale volontariato civile, si occupa delle disuguaglianze, dell’aiuto agli ultimi, ma anche della dimensione spirituale e culturale per rispondere alla necessità di curare le relazioni di chi è solo e abbandonato, molto spesso nell’assoluto disinteresse o in sostituzione del pubblico intervento.

Ciò significa anche ripensare il ruolo e l’organizzazione dello Stato, in particolare per quanto riguarda la piena attuazione del Titolo V della Costituzione sul sistema delle Autonomie locali e un riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia o Città Metropolitana e della Regione.

La presenza dello Stato deve tornare ad essere finalmente orientata verso una funzione di garanzia e di servizio per il cittadino, le famiglie e le organizzazioni intermedie. E’ necessario, così, partire per prima cosa dal ripensare  la Pubblica amministrazione mettendola al servizio delle persone e della Legge, e non il contrario, e correggere tutte le distorsioni che impediscono al cittadino di uscire da una posizione di subalternità.

3.3) La famiglia – da considerarsi come una risorsa oltre che un bene in sé da tutelare – deve vedere riconosciuta la propria essenza e funzione, perché in essa prende forma la vita umana. In essa si articolano le più dirette relazioni interpersonali, si crescono e si formano i figli che un uomo e una donna decidono liberamente di concepire come atto di amore e di fiducia verso il loro futuro e quello dell’intera società. La famiglia è spesso l’ambito in cui si vive anche la conclusione della propria vita e ad essa ci si affida perché possa essere la più naturale e dignitosa possibile. La sollecitudine pubblica verso la famiglia deve diventare, allora, un insieme di impegni che riguardano la valorizzazione della Persona e della coesione sociale, oltre che portare un sostegno all’economia generale.

Nel “deserto” della natalità cui assistiamo, devono essere consentiti il diritto reale alla procreazione, il sostegno lungo l’intero processo educativo dei figli e la funzione di primo presidio di cura delle disabilità e dei tanti disagi fisici e di relazione affrontati, spesso, senza poter contare su aiuti sostanziali. Aiuti sostanziali che, nello spirito dell’art.1 della legge 194, dovrebbero servire a scoraggiare l’aborto e favorire il diritto alla maternità e alla paternità.

3.4) La crisi del sistema economico capitalistico e l’influsso della cosiddetta finanziarizzazione sollecitano a cogliere le trasformazioni in atto e a promuovere nuove politiche industriali, sostenendo i processi di innovazione ed internazionalizzazione in particolare delle PMI, dell’artigianato, dell’agricoltura, dell’agroalimentare e del turismo, e a dirigerci verso un’economia civile di mercato, disegnata dagli art. 41, 42 e 46 della nostra Costituzione, finalizzata alla prosperità inclusiva, cioè non solo a vantaggio di pochi. Solo la costruzione di società “generative” può consentire a ciascuno di raggiungere la propria realizzazione. In esse, infatti, non si umilia quanti sono in difficoltà con provvedimenti di paternalismo di Stato e/o di conservatorismo compassionevole. Si tratta, invece, di attuare politiche che tutelino, in modo congiunto, la persona, la società, la natura, come proclama con vigore la Laudato Sì.

Tutelare la natura significa avviare una transizione ecologica, tecnicamente e finanziariamente possibile, unica prospettiva di sviluppo e di competitività in grado di affermarsi in un’economia in via di ristrutturazione con la “circolarità” e la sostenibilità ambientale delle opere pubbliche, come quelle civili. Si osserva che la prima vera grande opera pubblica da realizzare è il mantenimento continuo di tutte quelle pubbliche.

Da aggiungere il grande potenziale di occasioni di lavoro, ancora non valorizzato appieno, rappresentato dall’immenso campo dei beni culturali.

3.5) La tutela della Persona e della società si concretizza anche nell’adozione di una politica volta alla piena occupazione, con misure volte alla riduzione del costo del lavoro, a favorire il nesso tra remunerazioni e produttività, a rilanciare un piano di investimenti per lo sviluppo dei settori strategici – in grado di assicurare e sostenere le condizioni per la ricchezza di senso della vita di ciascuno, e con il superamento delle attuali scandalose diseguaglianze sia sociali, sia territoriali tra Nord e Sud.

3.6) La riforma del welfare, da lasciare in ogni caso universalista, deve passare dal modello di welfare state al modello del “welfare di comunità”, grazie al quale è l’intera società, non solo lo Stato, a farsi carico del benessere di coloro che in essa vivono, con l’apporto degli enti pubblici, delle imprese e della società civile organizzata attorno alla famiglia. Si tratta dunque di dare ali al principio di sussidiarietà circolare (cfr. l’articolo 118 della Carta Costituzionale).

3.7) L’urgenza di avviare la rigenerazione del comparto Scuola – Università è sotto gli occhi di tutti. Non basta parlare di riqualificazione e/o di riforme di Scuola e Università. E’ l’impianto culturale che va mutato: Scuola e Università devono tornare ad essere luoghi di educazione morale e civica e non solamente di istruzione e/o formazione. Ce lo chiede lo stesso mondo del lavoro che dà oggi alle cosiddette “soft skills” (integrità morale, reputazione, capacità relazionali, di risoluzione dei problemi, resilienza, ecc.) un’importanza almeno pari, se non superiore a quella alle nozioni acquisite. L’obiettivo è quello di giungere ad un “patto educativo” per aprire orizzonti nuovi alla nostra società.

Una particolare attenzione deve essere portata alla libertà di educazione e all’insegnamento scolastico assicurato dalle scuole paritarie, ovviamente garantiti nel quadro nazionale fissato in materia dallo Stato. Anche il sistema educativo dev’essere completamente ripensato dando spazio e favorendo la partecipazione delle realtà sociali, tra queste preminente quella delle famiglie. Il “ patto educativo” di cui sopra deve partire dal coinvolgimento, più ampio di come sia stato assicurato formalmente finora, di quanti non debbono restare estranei alla formazione e alla crescita di bambini, ragazzi e giovani. Possono, invece, portare un contributo fondamentale per assicurare una “ unità d’intenti” necessaria a garantire un sostegno concreto e continuo ai processi formativi dei nostri figli.

3.8) La corruzione non è mai stata contrastata adeguatamente. Questo gravissimo fenomeno, favorito purtroppo da un diffuso mal costume di base, ripropone la presenza e il peso di organizzazioni malavitose da combattere con decisione. Così come deve essere contrastata la presenza di gruppi di pressione più o meno occulti in grado di condizionare la vita dei partiti, la gestione pubblica e, persino, la più generale amministrazione giudiziaria. Al fine di contrastare l’indebita pressione esercitate dalle “ lobbies” sulle procedure di assunzione delle decisioni pubbliche e perché queste siano assunte per il conseguimento dell’interesse generale, si darà corso ad una riforma dei regolamenti parlamentari volta ad invertire il ruolo delle istituzioni e degli interessi. Le istituzioni chiameranno nella sede della formazione delle decisioni gli interessi rappresentativi (senza appesantimento della speditezza delle decisioni). Si otterrà così il risultato dell’imputazione alle forze parlamentari della decisione assunta, sulla quale si potrà esercitare il controllo da parte del corpo elettorale. La corte Costituzionale eserciterà il suo sindacato sul rispetto della procedura di chiamata degli interessi rappresentativi nella sede di formazione della legge. Si porrà mano, finalmente ad una legge sulla rappresentanza dei corpi intermedi.

3.9) L’evasione e l’elusione fiscale hanno raggiunto oramai livelli insopportabili e limitano le possibilità di alleviare il grave peso gravante su imprese, famiglia e ceto medio e di investire in innovazione e formazione. Il carico fiscale deve basarsi su di un adeguato criterio di progressione in grado di garantire l’equità, come richiesto dalla totalità delle principali categorie economiche e sociali. In ogni caso, si deve costituzionalizzare il divieto di ricorso ad ogni tipo di condono, generatore principale della corruzione diffusa nel Paese.

3.10) Gli accordi commerciali e nelle regole della concorrenza, come in quelle degli appalti, devono andare oltre l’idolatria del prezzo minimo come unico criterio. La qualità di una regola economica è riconosciuta, infatti, non solo per la sua capacità di aumentare il benessere del consumatore, ma anche nel promuovere la dignità del lavoro, la tutela della salute, la salvaguardia dell’ambiente.

3.11) L’impegno per una politica estera pro-Europa deve essere volto ad una modifica di non pochi dei punti qualificanti i Trattati, quali l’inserimento della piena occupazione tra gli obiettivi della BCE, il rafforzamento degli strumenti per far fronte agli squilibri intra-Unione, l’allargamento dei poteri decisionali e di controllo del Parlamento Europeo in materia di politica economica e fiscale e di PESC). Si tratta, infatti, di realizzare condizioni effettive di equità tra tutti i paesi e i popoli dell’Unione. Pensiamo all’Europa come avrebbe dovuto essere: libera, aperta, lungimirante, coraggiosa e coesa. Un’Europa dei valori e dei diritti, nella quale è fondamentale essere più presenti, più credibili e più autorevoli. L’Europa deve avere il coraggio di avviare anche politiche comuni ed unitarie in materia fiscale e della difesa. Deve altresì farsi carico del macro fenomeno delle immigrazioni in maniera continua e strategica, anche riprendendo e rafforzando quelle politiche di cooperazione allo sviluppo nelle aree dei paesi emergenti abbandonate nei decenni scorsi. Non possono essere i singoli paesi europei, o gli scontri tra i paesi, a risolvere un problema tanto enorme. La doverosa accoglienza deve tenere conto delle possibilità dello stato di arrivo, deve essere partecipata da tutte le nazione europee e seguita da idonee politiche d’integrazione, assicurando il coinvolgimento dell’intera Europa.

 

3.12) A livello globale, la nuova forza politica dovrà agire per costruire autentiche istituzioni di pace e rivedere gli Statuti delle grandi istituzioni internazionali alla luce del principio del governo dei molti e sulla base del concetto che è “lo sviluppo il nuovo nome della pace”, nella luce di un universalismo affrancato dagli egoismi dei più forti e diretto a raggiungere un progressivo disarmo di tutti gli armamenti, a partire da quelli nucleari. In questo senso riteniamo che: la tratta degli esseri umani debba essere dichiarata crimine contro l’umanità; debba essere rinegoziato l’accordo TRIPS il quale sta determinando una concentrazione della conoscenza, come mai visto nel passato,  causa prima della concentrazione di redditi e di ricchezza; sia necessario operare affinché la scienza e la tecnologia, oltre ad essere sempre più condivise, siano sempre più finalizzate alla crescita di tutti gli esseri umani; occorre dichiarare illegali i contratti di “land grabbing”  (accaparramento delle terre), vera e propria pratica di neocolonialismo.

 

3.13) Questo progetto “neoumanista” d’ispirazione cristiana deve accogliere la dimensione della trascendenza, orizzontale e verticale. Si tratta, nella stagione attuale di accelerata digitalizzazione, di rispondere alla grande sfida di natura antropologica ed etica rappresentata dalla tesi del superamento della dimensione umana. Si promette di giungere alla creazione di “macchine” dotate, oltre che di intelligenza artificiale, anche di coscienza artificiale. Per quanto si apprezza e si sostiene il progresso scientifico e tecnologico e l’avanzamento dell’high-tech, non si può abdicare alla piena umanità dell’uomo, al rispetto della Persona, del suo ruolo e della sua funzione nella società. Il progresso scientifico e tecnologico non può sostituire l’orizzonte della trascendenza ed essere concepito in alternativa alle le esigenze di una crescita culturale ed intellettuale d’impronta umanistica, oltre che alla complessità di sentimenti e di sensibilità destinate a dare un senso alla vita di tutte le donne e di tutti gli uomini.

 

  • Estendere le libertà, rafforzare la democrazia, promuovere la solidarità

 

Con la concordia anche le piccole cose crescono. Riteniamo che il nostro bene e la nostra felicità dipendano non solo dai beni di giustizia, ma pure da quelli di “gratuità”. La grande scarsità di cui oggi soffre la nostra società è proprio quella di questo tipo di beni, assieme a quelli di partecipazione e coinvolgimento sulla base dello spirito di servizio e del disinteresse personale.

La politica rinuncia al proprio ruolo primario, quello di perseguire il bene comune della famiglia umana e scade al livello dello sterile calcolo di interessi contrapposti, se non prende atto di quella scarsità e non provvede a porvi rimedi.

Sovranismi e populismi sono risposte alla paura, non ai problemi che, anzi, alla fine, per esperienza storica, degradano in conflitti armati.

Per questo, siamo aperti a chi desidera estendere le libertà e rafforzare la democrazia e intende ritrovarsi attorno ai principi morali e solidali su cui si basa ogni convivenza civile e si salvaguardano la dignità della Persona, il ruolo della Famiglia, la Giustizia sociale.

Vogliamo, Insieme, portare una voce nuova nella politica italiana ed europea ricercando il massimo della convergenza e della condivisione intorno a progetti realmente in grado di rispondere alle necessità ed alle attese del mondo di oggi.

 

Altri guai per google

L’ultimo caso proviene dall’Australia, dove l’ente di vigilanza sulla concorrenza (ACCC) cita in giudizio Google davanti alla Corte Federale, accusando il colosso Usa di ingannare i clienti sull’utilizzo dei loro dati personali.

Il presidente dell’ACCC, Rod Sims, spiega che Google ha continuato a immagazzinare dati sulla posizione delle persone, anche quando queste erano convinte di aver disattivato l’applicazione che le geolocalizzava. Secondo l’ACCC, Google dava agli utenti l’impressione di poter disabilitare – su smartphone e tablet Android – la raccolta dei dati sulla loro posizione disattivando l’impostazione “Location History” sul proprio account.

Tuttavia i dati sulla posizione venivano comunque raccolti poiché rimaneva attivata un’altra impostazione, “Web and App Activity”.

Secondo la citazione in giudizio, Google ha anche suggerito ai clienti che l’unico modo per limitare la raccolta dei dati di posizione era di rinunciare completamente a determinati servizi quando, in realtà, sarebbe stata sufficiente la modifica di determinate impostazioni.

Nuove sanzioni Usa contro Teheran

Gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni sulle costruzioni e su quattro materiali utilizzati per il programma nucleare di Teheran pur rinnovando le deroghe di non proliferazione alle società russe, cinesi ed europee.

Questo è successo anche perché negli ultimi mesi sono state violate le norme previste dall’accordo 2015. Lo stesso capo dell’Organizzazione per l’energia atomica del regime ha affermato che sono state arricchite 24 tonnellate di uranio dall’accordo del 2015, quantità che supera di gran lunga quella ammessa dal patto con le maggiori potenze internazionali, il 5+1.

 

Artigianato, mestieri tradizionali e paesaggio: patrimonio culturale da valorizzare

E’ stata appena pubblicata una Relazione sullo svolgimento e sui risultati dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 che ha come denominatore comune la sostenibilità, la protezione e l’innovazione. Nel Report viene sottolineato l’impatto positivo dell’Anno europeo sulla percezione del patrimonio culturale del Vecchio Continente come risorsa precipua. Durante l’Anno europeo oltre 12,8 milioni di persone hanno partecipato a più di 23.000 eventi organizzati in 37 Paesi.

“Sono orgoglioso – ha detto il commissario responsabile per l’Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport, Tibor Navracsics – di ciò che abbiamo realizzato insieme agli Stati membri, al Parlamento europeo e alle organizzazioni del settore culturale e della società in generale. Abbiamo inserito il nostro patrimonio culturale comune tra le priorità dell’Ue e, soprattutto, nella vita quotidiana di molti cittadini. Ora dobbiamo garantire che l’Anno europeo abbia un impatto a lungo termine, così da sfruttare appieno il potenziale del patrimonio culturale per lo sviluppo sociale, economico, ambientale e regionale e per costruire un’Europa coesa e resiliente per il futuro”.

Il quadro d’azione europeo sul patrimonio culturale è volto ad attuare una visione a più lungo termine per la gestione, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale europeo. Nella dichiarazione di Bucarest, adottata il 16 aprile 2019, i ministri della cultura dell’Ue hanno riconosciuto che il successo dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018 si fonda su un opportuno quadro di governance multilaterale, un chiaro obiettivo tematico, il coinvolgimento di parti diverse delle nostre società e la cooperazione transfrontaliera. Il Parlamento europeo ha fortemente sostenuto l’Anno europeo ed è a favore di ulteriori interventi a livello dell’Ue per la promozione del patrimonio culturale di ciascun Paese.

L’Anno europeo del patrimonio culturale è stato istituito con l’obiettivo di promuovere e valorizzare il patrimonio culturale europeo comune in tutte le sue forme: materiali, immateriali, naturali e digitali, nonchè il relativo contributo all’economia e alla società europee. Il patrimonio culturale non è costituito semplicemente da monumenti, musei, palazzi storici o siti archeologici; non comprende solo gli edifici nelle nostre città, ma anche i libri che leggiamo, il cibo e le tradizioni culinarie, i film che guardiamo, sino ad arrivare alle arti, alla musica, ai mestieri tradizionali e ai paesaggi naturali. L’iniziativa è stata lanciata il 7 dicembre 2017 a Milano, in occasione del Forum europeo della cultura.

Più di un’ora ‘sotto i ferri’ con l’ipnosi.

Più di un’ora ‘sotto i ferri’con l’ipnosi.

E’ accaduto a un’anziana di 82 anni operata all’ospedale Niguarda di Milano per la sostituzione di una valvola aortica.

Un intervento che normalmente richiede sedazione, pratica sconsigliata nella paziente a causa di uno stato di sofferenza polmonare legato a una broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) e agli esiti di una recente polmonite, unito a una particolare conformazione anatomica del collo che in caso di complicanze avrebbe reso difficile l’intubazione.

Riflessioni sulle categorie di “destra” e “sinistra”

La tesi del superamento del binomio “destra/sinistra” circola da tempo sui giornali e nel dibattito politico. Soprattutto in due casi. O viene pronunciata a bassa voce oppure viene utilizzata (in chiave strumentale) per proclamarsi “diversi” rispetto al quadro politico esistente. Nel tentativo di rinnovarne l’offerta.

Una seria riflessione sull’attualità delle categorie “destra” e “sinistra” in realtà non è mai stata fatta dalle forze parlamentari. Un po’ per la sacralità del tema, un po’ per l’istinto di sopravvivenza dei partiti che su quella distinzione hanno costituito tratti identitari difficili da mettere in discussione. 

Contrariamente a quanto si crede, però, la definizione di cosa sia “destra” e cosa sia “sinistra” è presente nel pensiero politico. In questa sede interessa chiedersi se queste categorie sono ancora adatte a riassumere in modo accurato – e rispondente alla realtà – il panorama delle diverse posizioni. Le categorie politiche, infatti, non sono destinate a durare in eterno. Esse riflettono, invece, lo “spirito del tempo” (Zeitgeist come dicono quelli bravi) in cui viviamo.

Nel caso italiano, vi sono alcune specificità storiche che sembrano supportare la tesi della sopravvenuta irrilevanza delle categorie politiche per come le conosciamo. La maggior parte degli analisti concorda ad esempio sul fatto che una “destra” vera e propria, analoga a quella presente nei Paesi occidentali, in Italia non sia mai esistita. Certamente non lo era il Msi, troppo legato al passato fascista. Ben nota è l’anomalia sul fronte opposto. La presenza del più grande partito comunista del mondo occidentale, infatti, ha impedito il dispiegarsi di una vera forza socialdemocratica, le cui funzioni venivano svolte in parte dalla sinistra Dc e in parte dal Partito socialista (prima dell’avvento di Craxi). La conventio ad excludendum ha fatto il resto: anche quando il Pci si è esplicitamente allontanato da Mosca (in seguito allo “strappo” di Berlinguer) e si è avvicinato a una sinistra legittimata nel gioco democratico, gli equilibri di Yalta ne hanno impedito l’ingresso stabile nell’area di governo e hanno determinato l’impossibilità pratica di costruire una vera “democrazia dell’alternanza” (la “terza fase” progettata da Moro).

Il crollo del Muro di Berlino (di cui si festeggia in questi giorni il 30° anniversario) e l’avvio della Seconda Repubblica non ha, contrariamente a quanto si pensa, determinato la definizione di un quadro competitivo tra “destra” e “sinistra”. La linea di demarcazione tra le offerte politiche era semplicemente tra “pro Berlusconiani” e “anti Berlusconiani”. Tra i primi non vi è mai stato neanche l’accenno di una destra realmente liberale. Così come nella “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e nel successivo Ulivo di Prodi non erano presenti i tratti di una moderna socialdemocrazia europea ma piuttosto il tentativo di sommare i tratti culturali delle diverse culture politiche. E così, proprio mentre nel mondo si dispiegava la “grande crisi”, l’Italia ha impiegato un quarto di secolo a cercare stabilità nelle varie riforme dell’assetto elettorale e istituzionale (dal “Mattarellum” al “Porcellum”).

Possiamo dunque notare come i 25 anni della Seconda Repubblica hanno ulteriormente slabbrato il senso di appartenenza dell’elettorato alle categorie politiche “destra” e “sinistra”, così come venivano intese nella prima metà del Novecento.

Sono in molti a essere convinti che la nuova linea di demarcazione tra le offerte politiche passa attraverso una faglia, ancora in divenire, ma i cui tratti cominciano a essere piuttosto chiari. Da una parte c’è chi è convinto che la realizzazione dell’individuo non può che passare attraverso una continua evoluzione dei comportamenti, l’ampliamento delle opportunità, la dimensione sovranazionale, il multilateralismo e la tutela dei diritti civili e della libertà economica.

Dalla parte opposta vi è invece chi predilige una dimensione più statica rispetto ai desideri dell’individuo, indipendentemente dal contesto. Le parole d’ordine sono protezione dai cambiamenti, dimensione nazionale o sub-nazionale della rappresentanza, disintermediazione politica con legame diretto tra leader e popolo, richiamo ai valori tradizionali (Dio, patria, famiglia) in un generico “prima gli italiani”. L’ampliamento delle opportunità è visto perlopiù come una minaccia rispetto alla ricerca delle sicurezze del mondo pre-globalizzazione e i limiti all’azione politica non sono predeterminati dalle condizioni del contesto ma unicamente dalla volontà e dai desideri degli elettori. In fondo, anche la “svolta del Papeete” voleva essere il tentativo di rispondere politicamente a stati d’animo presenti nell’elettorato.

E’ questo il futuro scenario delle categorie politiche? In realtà nessuno può saperlo, per almeno due motivi. Non è dato sapere infatti se la “grande crisi” sia realmente finita e se il percorso di aggiustamento possa essere più lungo di quanto previsto. In fondo, negli ultimi 25 anni non abbiamo assistito soltanto al crollo di questo o quel partito politico, ma al crollo di equilibri e di pilastri sociali, politici ed economici che duravano da decenni.

In una fase quindi ancora necessariamente molto incerta, non vi sono certezze a cui aggrapparsi. Non si vedono porti sicuri nei quali approdare, non si registrano parole d’ordine rassicuranti che forniscano l’illusoria speranza che in fondo “ha solo da passà a nuttata”. Esiste però la necessità di guardare alla società per quello che è diventata e provare a definire nuove prospettive che possano rivalutare una visione “centrista” della politica (nel senso migliore del termine). Un centro di gravità ben strutturato è garanzia di stabilità dell’intero sistema.