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Rete Bianca: un voto per l’Europa, contro sovranisti e populisti.

Siamo convinti che il voto di domenica 26 maggio costituirà una tappa fondamentale sulla strada dell’europeismo.

Sono forti le preoccupazioni che genera il possibile deragliamento in chiave populista e sovranista.

Oggi, nonostante le insufficienze e le difficoltà del modello post-Maastricht, la frontiera del “sogno europeo” si attesta sull’asse del ritorno ai principi, ai valori, alle scelte dei Padri fondatori.

A noi piace difendere e rilanciare l’idea dell’Europa di De Gasperi e Spinelli, ovvero dell’integrazione e della solidarietà come architrave del progresso dei popoli e delle nazioni del nostro Continente.

Per questo “Rete Bianca”, punto di incontro e dialogo tra cattolici democratici, auspica l’aperto sostegno elettorale ai partiti e alle liste che muovono dal presupposto di dover contrastare l’azione demolitrice a carattere anti-europeo dell’attuale maggioranza di governo.

L’assenza in questa competizione elettorale di una forza politica di centro, capace di aggiornare e rilanciare il patrimonio ideale del popolarismo, non autorizza la fuga dalle responsabilità, quindi non permette di coltivare l’opzione astensionista.

Il voto questa volta è un dovere, per ridare all’Europa slancio e vigore, nonché all’Italia il ruolo che le spetta nel panorama politico dell’Unione.

Con questo spirito, decliniamo il nostro impegno per l’Europa con il respiro ideale del popolarismo, convinti come siamo che la battaglia del 26 maggio incentiva la ricostruzione di un centro democratico e progressista – De Gasperi lo definiva il “centro che guarda a sinistra” – necessario a garantire un autentico rinnovamento morale, civile ed economico dell’Italia.

 

26 maggio una bella data

È una gioia votare in un Paese libero e democratico. In molti Stati si rischia la vita fuori dai seggi elettorali. Votiamo e facciamo votare per una patria delle patrie: più Europa sarà anche più Italia, più coesa, solidale, ricca. Votano contemporaneamente tutti i cittadini Europei (circa 400 milioni): siamo molti di più dei cittadini USA e dei Russi (solo l’India è la democrazia più grande del mondo).

Putin a EST e Trump a OVEST preferiscono trattare con un paese alla volta piuttosto che con una Europa Unita, il cui PIL e il cui sistema di Welfare sono primi al mondo. Ricordiamo cosa sta rappresentando la Brexit per gli Inglesi e, al contrario, con gli enormi sacrifici sopportati, la volontà di restare in Europa dei Greci.

Bisogna votare per potenziare il Parlamento Europeo, che dovrà affrontare importanti riforme per dare potere ai rappresentanti dei popoli, più che ai governi. Infatti il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, finora, ha portato a Bruxelles gli interessi ‘sovranisti’, invece che quelli dell’Unione. La prossima legislatura europea segnerà il futuro delle nuove generazioni. Negli ultimi 60 anni i popoli europei hanno conosciuto solo la pace, perché si sono uniti per dire basta alle guerre che avevano insanguinato l’Europa. Vogliamo lasciare la stessa eredità di pace alle generazioni future. Siamo europei e votiamo!

I parlamentari europei italiani saranno 76. Si vota ponendo una croce sul simbolo della lista prescelta. Si possono esprimere tre preferenze purchè alternando il genere: si scrive sulla scheda il nome del candidato o candidati prescelti. Si vota donna uomo donna, oppure uomo donna uomo. Se si scegliessero candidati dello stesso sesso, sarebbe considerata valida soltanto la prima preferenza.

Brexit. Il labirinto inglese

Articolo già apparso sulle pagine della civiltà cattolica a firma di Fernando de la Iglesia Viguiristi

Il tema della Brexit è es­senzialmente un tema politico. È una decisione sovrana del Regno Unito (UK) con la quale i suoi cittadini hanno scelto quali relazio­ni vogliono avere in futuro con l’Unione Europea (Ue). Una volta presa questa risoluzione, ai britannici resta da negoziare con la Ue e formalizzare le condizioni della loro uscita, cioè i suoi vari aspetti. L’accordo che l’UK contrarrà con la Ue merita grande rispetto.

Dobbiamo anche ricordare che nella Ue l’UK è sempre stato un socio eccentrico. Lo stesso Winston Churchill aveva detto, alla fine della Seconda guerra mondiale, che per assicurare la pace bisognava in­camminarsi verso gli Stati Uniti d’Europa senza includervi l’UK. Così è avvenuto.

Ciò detto, diventano importanti altre due affermazioni:

  1. la politica britannica, una volta presa la decisione di abbando­nare l’Ue con il referendum del giugno 2016, è entrata in un labi­rinto da cui sembra incapace di uscire. È rimasta intrappolata nella questione irlandese e nell’aritmetica parlamentare.
  2. L’aspetto economico è una componente assai rilevante della Brexit. Sia per i britannici sia per gli europei le conseguenze prati­che di questa decisione storica saranno rilevanti.

Dopo due anni di negoziati, il contenuto dell’accordo destinato a fissare le condizioni del periodo transitorio verso l’uscita definitiva dell’UK dall’Unione Europea è stato per tre volte respinto dal Parlamento britannico. La situazione è davvero molto confusa. Può accadere di tutto.

Due brevi considerazioni di sintesi. Primo: oggi, come ha scritto Robert Skidelsky, grande conoscitore di John Maynard Keynes, «i sostenitori del leave detestano la Ue più intensamente di quanto non la amino i sostenitori del remain». Secondo: quelli che vogliono re­stare pretendono che si torni a uno stato di appartenenza particolare e speciale, perché limitato e ristretto.

L’unica cosa che pareva unire quasi tutti era il desiderio di evitare un’uscita brusca, tuttavia il pericolo che vada a finire così c’è ed è concreto. Fin qui né Londra né Bruxelles sembrano aver trovato una strategia comune per affrontare un divorzio che è stato fissato per il 31 ottobre. Il tradizionale pragmatismo britannico saprà reagire in tempo?

La Brexit delineerà indubbiamente una nuova Ue, meno diver­sificata, ma anche meno coesa. Dopo un decennio di grandi tensioni economiche, sociali e politiche come conseguenza della crisi inizia­ta nel 2008, questa defezione lacererà l’attuale Ue. Si auspica che questo processo causi il minor danno possibile alla convivenza nell’UK e al progetto europeo, e risulti il meno gravoso possibile per i cittadini delle Isole e del Continente.

L’impresa responsabile

Gia pubblicato sulle pagine di Servire l’Italia a firma di Marco Vitale

Nel 2014 pubblicai un libretto dal titolo: “L’impresa responsabile. Nelle antiche radici il suo futuro” (con prefazione di Gianfranco Dioguardi e postfazione di Stefano Zamagni e Carlo Orlandini, Edizioni Studio Domenicano, ESD, pagg. 202). Questo testo sviluppava una Lectio Magistralis dal titolo: “L’Impresa come paradigma culturale dalle radici antiche”, tenuta in occasione del Premio Ghislieri alla carriera, attribuito all’autore, il 9 ottobre 2014, dal Collegio Ghislieri di Pavia.

Ho indugiato sull’origine di questo testo perché ciò aiuta a illustrarne la natura. Questo testo intendeva rappresentare una sintesi degli insegnamenti e riflessioni che avevo dedicato all’Impresa negli ultimi quaranta anni. La mia sensazione nello scriverlo era che esso avrebbe rappresentato il mio contributo finale sul tema dell’impresa. Ma così non è stato per due motivi. Il dono della buona salute che mi tiene ancora impegnato professionalmente, e la tumultuosa evoluzione e involuzione dei nostri tempi tormentati che chiamano a continui aggiornamenti anche sulle tematiche dell’impresa. Perciò svilupperò alcuni aggiornamenti sul tema dell’impresa responsabile.

Il titolo del mio testo era ispirato da un bellissimo libro di Luciano Gallino intitolato: “L’Impresa irresponsabile” che conteneva questa definizione:
“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica o privata né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività”.

A contrario io definivo responsabile l’impresa che sa di dover rispondere alle autorità pubbliche, e alla collettività in generale in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. E oggi aggiungerei: oltre che in campo culturale e politico.

La mia tesi di sempre che sviluppavo anche nel libro è che l’impresa può essere un formidabile fattore di sviluppo socio-economico e culturale. E altrettanto decisiva è l’economia imprenditoriale e di mercato. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito al rapido prevalere di una visione completamente opposta, quella dell’economia finanziaria e di rapina. Da questa è indispensabile liberarci. Per questo difficile ma essenziale compito è necessario riunire le forze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, energie, dottrine, esperienze, abbattendo muri che ci isolano e ci soffocano, come quelli tra macro economia e micro economia, cultura tecnica e cultura umanistica, conoscenza superspecialistica e conoscenza generale dell’uomo e della società. È necessario gettare ponti, ricercare ciò che unisce passato e futuro, passando attraverso un presente meno mediocre e vile di quello in cui ci aggiriamo disorientati e sgomenti. Come disse Karl Popper: “Noi possiamo fare qualcosa per il futuro. Forse possiamo fare poco, ma ciò che possiamo fare dobbiamo farlo”.

Da allora (2014), e soprattutto negli ultimi anni, qualche cosa è cambiato. L’economia finanziaria e di rapina resta ancora oggi il paradigma dominante, ma non è più incontrastato. Dalle molte crepe che si sono aperte nel sistema, filtrano voci nuove che si aggiungono ai pochi e flebili grilli parlanti del passato. Lo spazio a disposizione è troppo poco per sviluppare, in modo adeguato, questo concetto. Perciò non potrò procedere che per pochi esempi:

“Society is demanding that companies, both public and private, serve a social purpose. To prosper over time, every company must not only deliver financial performance, but also show how it makes a positive contribution to society. Companies must benefit all of their stakeholders, including shareholders, employees, customers, and the communities in which they operate”.

Questa frase, che demolisce la dottrina del “shareholder value”, la più distruttiva dottrina manageriale degli ultimi 50 anni, non è di Luciano Gallino, né di Marco Vitale, né di Papa Francesco. E’ di Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento del mondo. Qualcosa sta cambiando! All’apertura dell’ultimo Forum di Davos (tradizionalmente la Superuniversità dell’economia di rapina) quest’anno si è partiti dal concetto nuovo di “Qualitative Easing” nel campo manageriale. Il fondatore di Davos, Klaus Schwab, ha sottolineato la necessità di una “Qualitative Easing” per rispondere alle sfide di un mondo in rapido cambiamento, assegnando la responsabilità di trovare queste nuove soluzioni alle imprese e agli imprenditori. Schwab ha detto che impresa e imprenditori hanno l’influenza e l’interesse di “aggiustare” un contratto sociale che si è rotto. “Dobbiamo assicurarci – ha affermato – che la quarta rivoluzione industriale si sviluppi con l’umanità al centro e non solo con la tecnologia”. Veramente qualcosa sta cambiando!

Potrei fare parecchi altri esempi nella stessa direzione. Ma mi limiterò ad una ultima riflessione relativa al nostro Paese. Io incontro continuamente ed in misura crescente imprese di qualità, merito del nostro nuovo o quarto capitalismo, che si muovono secondo un paradigma dove l’uomo, la conoscenza, la meritocrazia, il merito, l’onestà e non la rapina, sono al centro. Imprese che io definisco olivettiane ed alle quali io raccomando di non farsi sopraffare dall’americanismo. Esse rappresentano il nerbo del nostro sistema produttivo e insieme la nostra speranza. Ma esse devono capire che non possono percorrere gli antichi sentieri che hanno portato ad una sconfitta storica il grande capitalismo italiano ed alla crisi del 2008 il capitalismo americano. Ma percorrere sentieri nuovi e insieme antichi (come ho cercato di illustrare nel mio libretto sull’Impresa responsabile). La società chiede loro un grande salto di qualità sul fronte culturale e della responsabilità collettiva.

Può sembrare strano chiedere questo grande salto di qualità ad imprese già impegnate in tanti difficile fronti, in una giornata ( 8 maggio 2019) in cui i giornali ci raccontano di una grande retata di corrotti, corruttori e complici della malavita organizzata a Milano (95 indagati, 48 arrestati), di indagini per tangenti a Catanzaro (20 imputati) ed a Palermo (14 imputati di cui 4 arresti), in cui viene revocato un sottosegretario del governo per sospetta corruzione e vicinanza ad ambienti mafiosi, in cui una regione una volta pulita come l’Umbria è travolta da uno scandalo sanitario di proporzioni colossali. Eppure, anche proprio per questo chiediamo alle imprese un salto di qualità per distinguersi da questi pseudo – imprenditori che nella corruzione e collisione con la feccia (tragicamente maggioritaria) della politica e per difendere il concetto stesso di impresa e di mercato come fattore di sviluppo.

Ma, ancora una volta, il silenzio di quelle voci che dovrebbero rappresentare e difendere l’impresa come fondamentale soggetto di sviluppo, è spettrale, impressionante e scoraggiante.

Inflazione: Istat, confermata la lieve accelerazione di aprile

Nel mese di aprile 2019, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenti dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,1% su base annua (era +1,0% a marzo), confermando la stima preliminare.

La lieve accelerazione dell’inflazione si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,5% a +2,8%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +0,9% a +1,6%) e dei Beni energetici non regolamentati (da +3,3% a +3,7%). A contenere queste accelerazioni sono il netto rallentamento dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (da +7,8% a +4,3%) cui si aggiunge quello più contenuto dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (da +1,9% a +1,0%) e lavorati (da +0,7% a -0,1%).

Sia l’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sia quella al netto dei soli beni energetici accelerano lievemente, rispettivamente da +0,4% a +0,6% e da +0,6% a +0,7%.

La crescita congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più ai prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,5%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,7%) e dei Beni energetici non regolamentati (+1,4%). Bilanciano solo in parte queste spinte il calo marcato dei prezzi degli Energetici regolamentati (-8,5%) e quello più contenuto dei Beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-2,2%).

L’inflazione decelera per i beni (da +1,3% a +0,9%), mentre accelera per i servizi (da +0,7% a +1,3%); il differenziale inflazionistico diventa quindi positivo e pari a +0,4 punti percentuali (da -0,6 di marzo).

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,6% per l’indice generale e +0,4% per la componente di fondo.

Per i prodotti di largo consumo si attenuano le tensioni sui prezzi: decelerano sia quelli dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +1,1% a +0,3%), sia quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +1,5% a +1,1%).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,5% su base mensile e dell’1,1% in termini tendenziali (stabile rispetto al mese precedente). La stima preliminare era +1,2%.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,1% su base mensile e dello 0,9% rispetto ad aprile 2018.

Sviluppo sostenibile: Asvis e ForumDD, il 24 maggio a Roma

Appuntamento venerdì prossimo, 24 maggio, nella sala Cinema del Palazzo delle esposizioni di Roma con il convegno “Sconfiggere la povertà, ridurre le disuguaglianze”, organizzato dal Forum disuguaglianze diversità (ForumDD) in collaborazione con Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis).

L’incontro si inserisce nel programma della terza edizione del Festival dello sviluppo sostenibile promosso dall’Asvis. Dopo l’introduzione di Roberto Moneta, nel corso della prima sessione si darà spazio alla discussione sulle politiche redistributive, quelle politiche di tassazione o di trasferimento e spesa che intervengono a valle della formazione della ricchezza e del reddito. Con la moderazione di Gianni Bottalico (Asvis), nella prima parte della mattinata Roberto Rossini (Alleanza contro la povertà), Nunzia De Capite (Caritas italiana e ForumDD) e Andrea Morniroli (Cooperativa sociale Dedalus e ForumDD) interverranno sulle politiche di contrasto alla povertà implementate fino ad oggi in Italia, evidenziandone le criticità e illustrandone i risultati e gli insegnamenti. La seconda parte della mattinata sarà invece dedicata alle politiche alternative.

Mikhail Maslennikov (Oxfam) affronterà i temi dell’elusione fiscale e della progressività delle imposte, Elena Granaglia (Università Roma Tre e ForumDD) presenterà una delle 15 proposte per la giustizia sociale del ForumDD: l’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale. La mattinata si concluderà con un intervento in collegamento di Alessandro Profumo. La seconda parte del convegno si concentrerà invece sulle politiche pre-distributive che intervengono nel momento in cui il reddito e la ricchezza si formano, al fine di garantire il raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini e delle cittadine, come sancito dalla Costituzione.

Quando sicurezza e prevenzione partono dalla scuola

Il tema della prevenzione e della sicurezza diviene centrale in un Paese come il nostro che ha il 91% dei comuni ad alta vulnerabilità idrogeologica, dove risiedono oltre 3 milioni di nuclei familiari (dati Ispra 2017). Una Penisola geologicamente giovane soggetta a tutti i georischi: sismico, idrogeologico, vulcanico. Parte dunque da questa considerazione l’accordo, che stabilisce come i temi della sicurezza debbano essere inseriti nel percorso formativo degli studenti a partire dalla scuola secondaria di I grado. Il progetto durerà tre anni.

I ragazzi saranno coinvolti in attività didattiche e incontri dedicati alla prevenzione dei rischi attraverso lezioni, gruppi di studio, documenti tecnico-didattici da realizzarsi in collaborazione tra Miur, operatori della Protezione civile e Cni.

“La missione fondamentale della scuola è formare cittadini responsabili – ha detto il titolare dell’Istruzione Marco Bussetti -. E’ necessario che i ragazzi siano educati a corretti stili di vita sotto ogni aspetto. La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro sono temi determinanti, su cui gli studenti devono maturare una consapevolezza massima, quale che sia il ruolo che andranno a occupare nella società di domani. Il Miur attribuisce un’importanza strategica a questo Accordo. Il contributo del Dipartimento di Protezione civile e del Consiglio nazionale degli ingegneri costituisce un arricchimento importante per l’offerta formativa delle scuole di tutto il territorio nazionale”.

“Il Protocollo di collaborazione firmato oggi con il Miur e con il Consiglio nazionale degli ingegneri – ha sottolineato il capo Dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli – riveste un’importanza fondamentale per il rafforzamento delle attività di previsione e prevenzione dei rischi in ambiente scolastico, nonché di educazione in materia di sicurezza. Grazie a questa intesa si rinnova pertanto un’importante sinergia per la realizzazione di iniziative di carattere formativo ed educativo, con particolare riguardo alla necessità di contribuire concretamente alla formazione dei giovani quali cittadini consapevoli. Si parte dalle scuole affinché i ragazzi portino nelle famiglie la cultura della prevenzione”.

“La firma di questo Protocollo d’intesa – ha aggiunto il presidente del Cni Armando Zambrano – è un momento importante che riguarda la funzione determinante degli ingegneri a tutela della collettività. Questo accordo impegna la nostra categoria sia in attività di informazione e di formazione, a livello scolastico, rispetto al delicato tema del rischio, sia con la partecipazione a un comitato scientifico che produrrà documenti a tutti i livelli che favoriranno comportamenti corretti nei casi di emergenza. Nell’occasione abbiamo invitato il Ministro a partecipare alla nuova edizione di ‘Diamoci una scossa’, l’iniziativa per sensibilizzare rispetto al rischio sismico”.

Dal Consiglio nazionale della Green economy Cinque proposte per migliorare il Piano nazionale energia e clima

Cinque proposte per migliorare il Piano nazionale per l’energia e il clima sono contenute in una risoluzione approvata dal Consiglio nazionale della green economy, riunito in assemblea plenaria.

Ecco una sintesi delle proposte del Consiglio nazionale della green economy che raggruppa 66 organizzazioni di imprese.

 

  1. 1. Aumentare l’impegno di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 , dal 37% proposto dal Piano energia e clima, al 50%, per allinearlo con la traiettoria dell’Accordo di Parigi e per contenere l’aumento medio delle temperature al di sotto dei 2°C, , accogliendo la proposta di rivedere l’impegno votata dal Parlamento europeo ed anche la proposta della Commissione UE di arrivare ad azzerare le emissioni nette al 2050.
  2. Definire misure efficaci per raggiungere il target di riduzione del 40% dei consumi tendenziali di energia al 2030 , con particolare riferimento a quelle necessarie per avere edifici sia pubblici sia privati a bassissimi consumi di energia, integrando l’ecobonus esistente con ulteriori misure per le ristrutturazioni energetiche profonde , più costose e impegnative
  3. 3. Aumentare la quota dei consumi di energia prodotta con fonti rinnovabili al 2030 dal 30% attualmente previsto dal Piano al 35% . Per realizzare tale più consistente obiettivo sarà necessario aumentare tutte le rinnovabili: per gli usi termici dovranno crescere ben oltre i 15 Mtep indicati dal Piano; per le rinnovabili elettriche si può andare ben oltre il 55% previsto dal Piano ; per quanto riguarda le rinnovabili nei trasporti va incentivato lo sviluppo dell’elettrificazione ,con elettricità rinnovabile, e quello dei biocarburanti avanzati sostenibili come il biometano e il bio-GNL.
  4. Inserire nel Piano il contributo importante dell’economia circolare e della bioeconomia che sono invece sottovalutate. L’economia circolare può dare un contributo notevole al processo di decarbonizzazione. Il ruolo dell’agricoltura e della gestione forestale, attività rilevanti della bioeconomia, è importante anche per le politiche energetiche e climatiche.

5.Istituire un Fondo nazionale per la transizione energetica dotato di adeguate risorse perchè una transizione di vasta portata come quella energetica e climatica non può essere finanziata solo con strumenti ordinari. Questo Fondo va alimentato con le risorse prevenienti da quello per l’efficienza energetica, dai proventi dell’ETS, dalla riallocazione di almeno una parte dei sussidi ambientalmente dannosi, nonché da una parte delle risorse messe a disposizione con un efficace e fiscalmente neutro sistema nazionale di carbon pricing.

 

Il testo integrale della Risoluzione è reperibile a questo link

Allarme per le infezioni negli ospedali

I dati dell’Osservasalute dicono che dal 2003 al 2016 nel nostro Paese è cresciuto enormemente il numero delle morti correlate alla sepsi: siamo passati da 18.668 a 49.301. Decine di migliaia di morti, avvenute nella quasi totalità in ospedale. Nello stesso periodo il tasso di mortalità sepsi è pressoché raddoppiato sia per gli uomini che per le donne.

A rendere sempre più insidiose le infezioni ospedaliere è anche l’aumento dell’antibioticoresistenza e il dilagare dei super-bug.

I dati Osservasalute mostrano come il fenomeno incida maggiormente fra gli over 75, con 36.824 decessi solo nel 2016. A livello regionale, poi, la crescita della mortalità sepsi-correlata nella classe di età ’75 anni e oltre’ è un fenomeno generalizzato a tutte le aree del Paese.

Nel 2016  i valori più alti sono stati registrati in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, i più bassi in Campania e Sicilia. Per quanto riguarda le donne, i più alti sono in Emilia Romagna e Liguria e livelli minori in Campania e Sicilia come per gli uomini. Il gap territoriale può in parte essere legato alla maggiore attenzione da parte delle strutture ospedaliere nel riportare le cause di morte nel certificato.

 

Il M5s vuole avvicinarsi al Pd o solo allontanarsi da Salvini?

Già pubblicato sulle pagine on-line di AGI

“Svolta moderata” o “svolta a sinistra”? A cosa bisogna dare più credito, dopo l’intervista del 14 maggio di Luigi Di Maio a La Repubblica? Rassicurare l’elettorato sganciandosi da Salvini e agganciandosi a Zingaretti? Moderare i toni o radicalizzare i gesti?

A dieci giorni esatti dal voto europeo, Luigi Di Maio è a un bivio. Perché, come osserva Massimo Franco sul Corriere della Sera del 15 maggio, ancor prima di correre a sinistra verso il Pd, la sua offensiva contro la Lega sembra esser nata prima di tutto “non solo per registrare lo spostamento a destra di Salvini, ma per schiacciarlo su quelle posizioni; e per fare terra bruciata non tra alleati di governo, ma tra elettorati che si erano mostrati contigui”.

“E liquida con un sorriso d’ufficio l’accusa salviniana di flirtare con il Pd: accusa simmetrica a quella del M5S sui rapporti Lega-Forza Italia” analizza l’editorialista di via Solferino, che osserva come Di Maio “per paradosso lascia aperta una strada a una riconciliazione postelettorale”. Dunque, si tratterebbe di mosse tattiche, leggeri posizionamenti in vista del voto.

Eppure il giorno prima, sulle stesse colonne, Antonio Polito vedeva “crescere il leftismo di Di Maio”. Segnali sinistri nella convinzione che prima o poi l’alleato potrebbe rompere l’alleanza di governo. Quindi i grillini sarebbero in cerca di un piano B, di una via d’uscita guardando a possibili nuovi alleati. Anche se lo stesso Polito osservava che “il leftismo di Di Maio sta diventando quasi imbarazzante. I pentastellati sono antifascisti al Salone di Torino e pro-cannabis negli shop, visitano gli inquilini rom di Casal Bruciato e inneggiano a papa Francesco che riaccende la luce nei palazzi occupati dai profughi. Hanno fatto il reddito di cittadinanza e ora propongono il salario minimo. Ieri Di Maio ha persi- no preso le difese del partito dei contestatori di Salvini nelle piazze: “Sequestri di telefonini, persone segnalate, striscioni ritirati. Troppa tensione”. E poi la botta al ministro dell’Interno: «Mi appello a tutte le forze anche di governo, basta slogan”.

Inomma, “un po’ è semplice geometria elettorale” continua Polito perché, “se Salvini chiede un referendum su di sé alle Europee, allora la posizione più comoda è quella del No: nell’uno contro tutti, di solito vincono i tutti (ricordate Renzi?). Di Maio sta appunto provando a mettersi alla guida dei tutti. E poi cercare voti a destra che senso avrebbe? Lì ci sono solo posti in piedi. Salvini ha fatto il pieno e il resto è della Meloni. Anzi, prima o poi perfino il Capitano si dovrà fermare nella sua marcia su CasaPound: gli sta aprendo una falla di consensi al centro”. Dunque? “Dunque, se il M5S va a sinistra nessuno si meravigli. È un partito di plastilina, materiale perfino più malleabile della plastica di cui era fatto quello di Berlusconi”. Quanto a Di Maio, però, lui una posizione ce l’ha sul Pd: “Non ho nessuna sintonia, è un semaforo fermo” dice.

E allora, giochi chiusi? Non se ne fa nulla? “E però la missione di queste settimane è preparare un terreno comune su cui ragionare. Per provare a evitare elezioni anticipate, scenario improbabile, o per un’alleanza con i dem dopo eventuali nuove politiche. Per questo, il leader strizza l’occhio a Zingaretti frenando sulle autonomie e promettendo una legge sul conflitto d’interessi. Per la stessa ragione, incassa il sostegno del segretario Pd sul ‘salvaRoma’. E cerca sponde sul salario minimo e sull’acqua pubblica”. E con che obiettivo? “Tutto per convincere Salvini a non chiudere la legislatura” si legge sul quotidiano di Largo Fochetti

Allora è solo tattica? Pressione sull’alleato? Minaccia di fuga per convincere il leghista a non tirare troppo la corda rischiando di romperla? “Picchiare sulla Lega per tenersi avvinghiati alla Lega, ecco la strategia di Di Maio” scrive ancora la Repubblica nella sua edizione cartacea, perché “’l’unico modo per andare avanti con questo governo è ridimensionare Salvini. Colpirlo senza tregua, come ha fatto lui con noi per mesi’” riferisce un virgolettato anonimo e non attribuito a chicchessia. Quindi il Pd, in questo schema diventerebbe null’altro che “lo spettro da agitare per spaventare l’alleato”: “’Spingiamoli a destra – è la linea – se blocchiamo la Lega sotto il 30 e prendiamo il 23-24%, Salvini non potrà muoversi. E l’esecutivo non cadrà” è il ragionamento di un anonimo dirigente grillino. Credibile?

Secondo il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa quella dell’estremismo moderato di Di Maio o anche di Salvini “è una grande balla”, “una gigantesca illusione”. “Ma dato che alle prossime elezioni politiche sarà difficile – e lo diciamo con un sorriso – che possa affermarsi il romantico modello Gela, ovvero un patto di governo tra pezzi di Pd e pezzi di Forza Italia – seguita Cerasa – prima o poi sarà necessario ragionare intorno a un tema da voltastomaco: alla prossima occasione, andrà fatto di tutto oppure no per promuovere una qualsiasi soluzione politica diversa da quella attuale? Illudersi che esista un populismo estremista più presentabile dell’altro è una sciocchezza tipica di una classe dirigente specializzata a essere più digerente che dirigente (se lo spread ieri è arrivato a 280 punti base non è perché Salvini ha detto di essere pronto a sforare tutti i parametri europei ma è perché i mercati considerano credibile che il progetto di Salvini possa essere assecondato da Di Maio)”.

“Non capire però che buona parte della classe dirigente italiana (con Repubblica che si candida già a fare il giornale puparo del governo Pd-M5s) è impegnata ormai da mesi a ragionare su questo tema significa non capire qual è la vera sfida di fronte alla quale si trovano le opposizioni al governo: evitare cioè che gli italiani si rassegnino a considerare la sfida tra M5s e Lega come il cuore del nuovo bipolarismo italiano”. Il 26 maggio l’ardua risposta.

Dal suo punto di vista, Il Fatto Quotidiano nell’edizione in edicola vede all’orizzonte solo “il Patto del Pomicino”, nel senso di Paolo Cirino, ex ministro democristiano che Zingaretti è andato a trovare e il quale ha fatto un endorsement a favore del Governatore del Lazio. Intanto è come tutto sospeso. A Palazzo Chigi come al quartier generale della Casaleggio Associati.

Il Corriere però ricostruisce nell’edizione del 15 maggio e giura che dietro la svolta a sinistra di Di Maio c’è una nova regia del Movimento 5 Stelle che prende le mosse all’indomani dei risultati elettorali in Abruzzo, disastrose per i seguaci di Grillo e Casaleggio. E anche per i toni della Lega, sempre più ruvidi nei loro confronti. “È stato allora che Luigi Di Maio ha pensato che così non andava, che i troppi errori di una Comunicazione poco reattiva e ancora in una logica da ‘opposizione’ rischiavano di schiacciarlo. È stato a quel punto che, paradossi della politica, ha pensato che gli servisse un giornalista vero, con esperienza nel rapporto con i colleghi, per risalire la china. E così è arrivato Augusto Rubei, che resta portavoce del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, ma che ha preso in mano le redini della Comunicazione, aprendo una fase nuova per i 5 Stelle. Che avrà un primo punto di verifica con le Europee”.

Insomma, le prime mosse di Rubei “sono state quelle di riposizionare il Movimento, che rischiava di essere fagocitato dalla bulimia salviniana, e di ridare un’identità al gruppo. A questo si deve lo spostamento a sinistra, con ammiccamenti che hanno come scopo quello di punzecchiare la Lega, più che di allacciare rapporti con un Pd ancora odiato” osserva il quotidiano di via Solferino.

Alla fin fine, l’unico “a notare troppi accoppiamenti tra Pd e 5 stelle, troppa sintonia” potrebbe esser rimasto il solo Salvini. In quanto, osserva, “dicono no all’autonomia, no alla flat tax, no al nuovo decreto sicurezza. Qualcuno mi spieghi se il M5svuole andare d’accordo con il Pd o con gli italiani e la Lega, rispettando il patto” si legge su Libero. Ma è sufficiente per sostenere che andranno con il Pd?

Chiosa ancora una volta Polito sul Corriere: “Voi direte: ma come fa il Pd a scavalcare i Cinquestelle? È una buona domanda. Fatela al segretario. Potrebbe rispondervi che se ci metti vicino un altro partitino di sinistra, e un partitino di centro, e un partitino di Bonino, allora si arriva al 30% e i Cinquestelle devono per forza fare lo junior partner. È il proporzionale, bellezza. Ed è così che si vota in Italia, meglio non dimenticarlo”. Dulcis in fundo, chiude l’editorialista del quotidiano milanese: “Questo scenario può essere rovinato solo da un evento altamente probabile: che le prossime elezioni le vinca il centrodestra”.

Visentini (Etuc): “Meno austerità, più diritti, l’Ue sta cambiando. Ora un nuovo patto sociale”

Già pubblicato sulle pagine di Agensir

La Confederazione europea dei sindacati (meglio nota con l’acronimo inglese Etuc, European Trade Union Confederation), con sede a Bruxelles, rappresenta circa 45 milioni di lavoratori di 90 sindacati in 38 Paesi dell’Europa, una forza sociale consistente che tiene il fiato sul collo all’Unione perché si arrivi a “un’Europa più giusta per i lavoratori”, come recita il titolo del manifesto che la Confederazione ha prodotto in vista delle elezioni europee e attorno al quale sta portando avanti una grande campagna. Bisogna andare a votare: “un tasso di astensionismo elevato alle elezioni non fa bene ai lavoratori perché chi prevale sono sempre coloro che sono più anti-Europa, anti-uguaglianza e giustizia sociale”, spiega al Sir il segretario generale Etuc, l’italiano Luca Visentini. E il nuovo assetto istituzionale europeo dovrà lavorare per un “nuovo contratto sociale”, che dia un futuro migliore ai cittadini europei.

Quale valutazione date di questa legislatura europea ormai conclusa?
C’è stato un grande miglioramento dal punto di vista sociale. La Commissione Juncker si è resa conto quasi subito che gli effetti della crisi sui lavoratori e i cittadini erano stati pesanti ed era necessaria un’inversione di rotta delle politiche economiche e sociali dell’Ue. L’annuncio della necessità di rifondare il modello sociale europeo e di costruire questa Europa sociale a “tripla A” e il sostanziare quest’impegno in una serie di provvedimenti concreti è stato molto positivo.La proclamazione del “Pilastro europeo dei diritti sociali” nel 2017 ha portato alla promulgazione di 13 nuove legislazioni in ambito sociale.

Quali ad esempio?
La revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori che ha finalmente introdotto la parità di trattamento salariale per i lavori mobili in Europa; oppure la costituzione di una autorità europea per il lavoro che dovrebbe combattere gli abusi e lo sfruttamento del lavoro nei Paesi europei; la creazione di una sorta di statuto dei lavoratori (la direttiva sulle Condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili) che introduce lo standard minimo di diritti e protezioni dei lavoratori europei compresi i lavoratori atipici, i lavoratori delle piattaforme; l’estensione del sistema di protezioni sociali anche ai lavoratori autonomi. Tutto ciò ha decisamente cambiato il profilo dell’Ue nel rapporto con i cittadini. La difficoltà sta nel trasferire a livello nazionale queste normative perché c’è una forte resistenza dei governi a implementarle e perché adattare la legislazione nazionale a quella europea richiederà del tempo. Restano molti problemi ovviamente, ma rispetto alla fase precedente, gli ultimi anni sono decisamente in miglioramento.

Ma i tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, in diversi Paesi non sono ancora così bassi…
Ci sono però stati cambiamenti abbastanza significativi. Certo ci sono sacche preoccupanti di disoccupazione giovanile e soprattutto di disoccupazione di lunga durata. Però è un fenomeno che si limita ad alcune regioni dell’Ue, non a tutti Paesi.C’è stata una ripresa economica dopo la crisi (non tanto in Italia) e una serie di misure sociali sono state messe in campo:la qualificazione professionale, l’attivazione di politiche per il lavoro, servizi pubblici per l’impiego. È vero che sono precari molti dei posti di lavoro creati: per questo è necessario adeguare la legislazione, stabilizzando ed estendendo i diritti anche a questi lavoratori. È inoltre vero che c’è una carenza di investimenti soprattutto pubblici e il livello degli investimenti rimane molto modesto, così come lenta è la crescita del livello dei salari. In questi ambiti, a differenza delle prestazioni sociali, non ci sono stati provvedimenti significativi da parte dell’Ue: il piano Juncker per gli investimenti ha mobilitato prevalentemente risorse private, pochi fondi pubblici e ora serve uno sforzo aggiuntivo per il quale stiamo pressando la Commissione già da tempo.

E il fronte dei salari?
Sulla questione dei salari purtroppo l’Ue non ha una competenza diretta, ma noi stiamo cercando di far sì che si arrivi a una direttiva quadro per il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale e la creazione di tali sistemi anche nei Paesi dove non esistono. È l’unico modo per dare maggiore visibilità al lavoro e avere salari e condizioni di lavoro migliori in tutti i Paesi, riavviando un processo di convergenza che si è fermato da tempo.

Altre priorità per la prossima legislatura?
Oltre agli investimenti, i salari, non solo in termini generali ma anche per problemi specifici, come il cosiddetto gender gap, cioè la differenza salariale tra uomo e donna, o gli obblighi di salari d’ingresso imposti per i lavoratori giovani. C’è una terza priorità molto importante: alcuni dei venti principi del Pilastro dei diritti sociali devono essere ancora implementati per ricostruire il modello sociale che era alla base dell’economia sociale di mercato descritta nei Trattati dell’Ue e che è stato pesantemente smantellato dai provvedimenti di austerità durante la crisi. Per esempio la questione delle garanzie per i lavoratori precari, la necessità di introdurre ulteriori protezioni per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro. Noi sosteniamo che serva un nuovo contratto sociale. Molti partiti hanno raccolto questa proposta, quindi c’è speranza che con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione si possa lavorare in questa direzione.

Quali sono i vostri nemici peggiori in Europa?
Da un lato le grandi multinazionali, soprattutto quelle che non vogliono pagare le tasse né redistribuire i profitti; i cattivi imprenditori, cioè quelli che non rispettano le leggi, non pagando contributi e tasse e fanno concorrenza sleale agli imprenditori virtuosi; ma anche i partiti populisti di destra che stanno insidiando l’interesse dei lavoratori, promettendo cose che poi non mantengono.

Il dialogo con le istituzioni europee funziona?
C’è stato un notevole rafforzamento e miglioramento del dialogo sociale europeo sia nel rapporto con la Commissione, sia nel rapporto con il Parlamento.Non sempre gli accordi che le parti sociali riescono a realizzare poi vengono automaticamente trasposti nella legislazione e su questo dobbiamo continuare a lottare perché le previsioni dei Trattati vengano applicate correttamente.Ancora stagnante è il rapporto con i governi: dicono tutto e il contrario di tutto nel Consiglio, spesso smantellano accordi importanti che riusciamo a realizzare con la Commissione o il Parlamento e a livello nazionale si rifiutano di avere un dialogo sociale. Sono pochissimi i Paesi in cui i governi sono effettivamente aperti a un dialogo costruttivo con le parti sociali. Si accusa l’Europa di tutti i mali, ma in realtà i mali principali vengono dai governi.

 

Verso un autentico umanesimo

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

Pur nelle reciproche competenze, spesso i ruoli formativo e culturale della Chiesa e della scuola convergono. A partire da questo punto fermo e dal reciproco riconoscimento, la Conferenza episcopale italiana (Cei) e la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) hanno deciso di porsi di fronte alle nuove sfide dell’educazione assieme, condividendo un manifesto e chiedendo a quanti vi si riconoscono di farlo proprio.

Al primo punto figura il diritto all’educazione e alla cultura. «Tutti gli esseri umani hanno il diritto inalienabile a un’educazione che risponda alla vocazione e alle attitudini di ciascuno», si legge nel testo. «A ciascuno — continua — deve essere assicurata un’educazione di qualità» che «comprenda opportunità di apprendimento e crescita».

L’Università viene definita una «comunità di studio, di ricerca e di vita». Una cultura e un’educazione conformi alla dignità umana, devono infatti «vedere la persona al centro dei percorsi formativi, in un quadro di relazioni che costituiscano una comunità viva, interdipendente, orientata da finalità comuni». In particolare, si specifica, le comunità accademiche vanno costruite «come luoghi di studio, di ricerca e di incontro intergenerazionale, volte alla crescita personale e alla promozione di un autentico umanesimo». In questo contesto si configura la necessità di offrire, da parte delle Università «servizi di accoglienza e di ascolto, di sostegno materiale e di assistenza psicologica, morale e spirituale, in fruttuosa sinergia con enti e servizi della società civile e con le istituzioni religiose».

Al fine di umanizzare l’educazione, continua il manifesto, «occorre promuovere processi formativi aperti e solidali, inclusivi e volti a promuovere i talenti individuali, estendendo il perimetro delle aule a ogni angolo del vissuto sociale nel quale l’educazione può generare solidarietà, crescita, comunione». Per questo, alle istituzioni formative è chiesto di offrire percorsi di studio «che tengano conto delle particolari caratteristiche dei diversi alunni in termini di età, istruzione, background e condizione sociale, incentivando l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita».

L’iniziativa punta a diffondere una cultura del dialogo e della libertà in quanto «è un ambiente particolarmente favorevole per promuovere una cultura del dialogo, i cui requisiti sono il rispetto e l’uguaglianza». In questa direzione, «a partire dai loro valori positivi di amore, speranza e salvezza», le religioni «rivestono un ruolo rilevante per il conseguimento degli obiettivi di cooperazione e di pace. Per questo occorre riconoscere il loro contributo alla sfera pubblica, nel quadro di rispetto e collaborazione propri del principio di laicità».

Al tempo stesso «il sistema dell’autonomia universitaria chiede di essere valorizzato in ogni sede nazionale e internazionale, mediante attività di coordinamento, di indirizzo, di tutela e di promozione degli Atenei e contribuendo attivamente allo sviluppo di un coerente sistema europeo per l’alta formazione e la ricerca, in cui la libera scelta dei giovani sia favorita da opportune azioni». Ciò comporta «l’allargamento delle collaborazioni e l’impegno a elevare la funzionalità, la qualità e il prestigio, anche internazionale, del sistema universitario italiano». In questo dialogo vanno incluse «le realtà ecclesiastiche di alta formazione, nel quadro di un’aperta sinergia fra tutte le istanze che fermentano la crescita della coscienza umana universale e secondo il principio dell’unità del sapere, nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici e convergenti espressioni».

Sono inoltre di primaria importanza l’integrazione tra competenze formali e informali «con una particolare attenzione alle competenze trasversali», i cosiddetti soft skills, e la promozione di una cittadinanza globale, che appartiene agli obiettivi delle reti di collaborazioni promosse a diverso livello istituzionale nel mondo accademico, sociale e religioso. Riguardo a quest’ultimo punto Cei e Crui chiedono che si attuino iniziative «per facilitare lo scambio culturale e la mobilità degli studenti e dei docenti».

Per il bene delle persone e soprattutto delle nuove generazioni, il manifesto sottolinea come appaia prioritario «diffondere saperi e strumenti che promuovano uno sviluppo integrale e sostenibile». Per questo, continua, «occorre adoperarsi al fine di promuovere i valori sociali e ambientali». Appare inoltre necessario diffondere la cultura digitale. Ma affinché questa dimensione possa essere un effettivo motore di crescita e di sviluppo delle persone e delle nazioni occorre «impegnarsi in un dialogo intergenerazionale che generi una cultura, un’etica e una organizzazione del sapere e del pensiero capace di affrontare la rivoluzione digitale mettendo al primo posto il bene delle persone».

Al fine di dare attuazione agli obiettivi, Cei e Crui si sono impegnate a favorire lo scambio di esperienze e informazioni in linea con quanto esposto nel manifesto, e a inserire nei programmi per la formazione delle giovani generazioni e sui nuovi modelli di orientamento insegnamenti e moduli che diano conto dell’unitarietà della dimensione spirituale e culturale. Inoltre intendono favorire iniziative che umanizzino lo studio e la ricerca e promuovere eventi e occasioni di scambio sui temi del manifesto. A questo scopo auspicano la nascita di accordi fra gli Atenei e le Diocesi d’Italia e prevedono una linea diretta di dialogo tra le istituzioni attraverso specifici delegati.

 

Liliana Ocmin: La differenza che fa la differenza, il contributo delle donne alla pace e alla sicurezza

Articolo che appare sull’edizione odierna di “Conquiste del lavoro” a firma di Liliana Ocmin

E’ ormai un dato consolidato che le donne rappresentino uno strumento fondamentale per la promozione della pace e della sicurezza nel mondo. Se nel 1993 erano solo l’1%  della componente civile nelle missioni militari e civili di peace-keeping, negli ultimi anni hanno raggiunto cifre che si aggirano intorno al 29% nelle missioni internazionali e al 17% in quelle di ordine nazionale. Questo grazie anche alla Risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite n. 1325/2000 su “Donne, pace e sicurezza”, primo Documento che parla esplicitamente del valore aggiunto delle donne per la risoluzione dei conflitti riprendendo e valorizzando gli impegni assunti con la Convenzione ONU per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) del 1985.

Proprio un recente studio dell’ONU afferma che i conflitti hanno ricadute differenti su donne e ragazze e quindi la presenza di una figura femminile, specie nell’immediata fase susseguente alla fine degli stessi, diventa indispensabile per avvicinare la popolazione civile e le donne che sovente durante le ostilità sperimentano sulla propria pelle stupri di massa e reati di natura sessuale come “armi di guerra”. Inoltre, donne e ragazze molte volte risultano loro stesse delle combattenti per cui hanno necessità di assistenza più specifica e personalizzata per incanalarsi in efficaci percorsi di reinserimento sociale. E’ stato dimostrato poi come le donne siano molto importanti nell’ambito dei processi di pace all’interno delle proprie comunità e nazioni grazie alla loro sensibilità, alla loro cosiddetta “intelligenza emozionale” e al loro alto grado di empatia. La nascita del movimento pacifista femminile Women Wage Peace, fondato da donne israeliane e palestinesi nel 2014, ne è la riprova. Negli ultimi anni ha coinvolto decine di migliaia di donne ebree e musulmane che hanno dato vita alla grande Marcia per la pace per sensibilizzare l’opinione pubblica e i capi di governo israeliani e palestinesi per porre fine alle loro endemiche ostilità ancora, purtroppo, segnate da sangue e morte.

Ecco perché l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di aumentare entro il 2020 la percentuale di donne impiegate sia nel personale militare che in quello civile delle missioni di pace, elemento fondamentale per una conclusione positiva delle operazioni di peace-keeping. Occorre, pertanto, favorire e incoraggiare una maggiore partecipazione delle donne eliminando il più possibile quegli ostacoli che si ripresentano puntualmente in ogni contesto, i problemi di conciliazione famiglia-lavoro ad esempio, oppure il gap salariale che le scoraggia ad intraprendere una carriera nell’ambito delle missioni di pace. Anche l’Italia è impegnata in questa direzione, sia in ambito nazionale che internazionale, per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e promuovere la loro partecipazione ai processi decisionali per mettere fine a conflitti e violenze, in particolare quelle basate sul genere.

Prendono parte a questo impegno anche diverse realtà della società civile, compresa la Cisl che, in collaborazione con il Coordinamento nazionale donne, ha dato vita a specifiche piattaforme e campagne per tutelare i diritti fondamentali delle donne. La diffusione della “Piattaforma Cisl sulla prevenzione della violenza sulle donne e i minori” e la Campagna permanente contro le Mutilazioni Genitali Femminili “MGF – Mutilazioni Giunte alla Fine” sono solo alcuni esempi, oltre al contributo portato nelle diverse sedi istituzionali tra cui quella del Ministero degli Affari Esteri in attuazione del Piano d’Azione Nazionale su “Donne, pace e sicurezza”, giunto alla sua terza edizione, che eroga specifici contributi per la realizzazione degli interventi/obiettivi contenuti proprio nella Risoluzione ONU 1325: riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, prevedere una maggiore partecipazione nei processi di mantenimento della pace e della sicurezza nazionale, adottare una “prospettiva di genere” e formare il personale sui diritti delle donne.

A tal proposito, segnaliamo  che è in corso l’erogazione dei finanziamenti 2019 a cui possono accedere, previa richiesta e presentazione di progetti, entro la scadenza del prossimo 31 maggio, Organismi internazionali, Stati esteri, Enti e soggetti pubblici e privati italiani e stranieri, incluse Organizzazioni non governative (ONG), Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), Associazioni, Fondazioni e Istituti. Una maniera concreta per contribuire tutti, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, alla costruzione della pace e della sicurezza puntando sulla valorizzazione di quelle differenze che fanno la differenza.

La Finlandia ha un gap di sostenibilità

La Finlandia ha uno degli stati assistenziali più completi in Europa. Come per la vicina Svezia, la salute, l’assistenza sociale e la scolarizzazione finanziate dai contribuenti sono la norma.

Ma la sua popolazione sta invecchiando più velocemente che in ogni altra parte dell’Europa. Proiezioni ufficiali mostrano che la percentuale di cittadini in età lavorativa, da 15 a 64anni, diminuirà dall’attuale 62% al 60% entro il 2030 e al 58% entro il 2050.

Quindi entro il 2050, la popolazione in età lavorativa sarà diminuita di 200.000 unità rispetto a oggi. Tutto questo in un paese di circa 5,5 milioni di abitanti.

Ciò avrà gravi ripercussioni sulle finanze statali.

La Commissione Europea sostiene che questo problema rallenti l’economia finlandese, sempre più dipendente dagli over 65 anni.

Gli economisti in Finlandia già parlano di un “gap di sostenibilità”.

La banca centrale ha detto che mentre il debito pubblico relativo al prodotto economico si è abbassato di recente, “l’aumento della spesa pubblica derivante dall’invecchiamento della popolazione nei prossimi decenni rischia di invertire questa tendenza”.

Ora la sfida per la Finlandia e per il nuovo governo socialdemocratico è quella di diventare un punto di riferimento per l’Europa.

Continente in cui, anche Germania, Italia e Portogallo nei prossimi anni vedranno aumentare la percentuale di cittadini anziani nella loro popolazione.

Anche se c’è da dire che ad oggi, nessuno stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità superiore al cosiddetto “tasso di ricambio”, ovunque inferiore a 2,1 figli per donna – livello che garantirebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo.

 

Uecoop: Nuove nascite, Bolzano è l’area più prolifica del Paese

Un’analisi di Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, sugli ultimi dati demografici Istat in occasione della Giornata internazionale della famiglia fa emergere un dato significativo.

“Se una volta era il Meridione a guidare le nascite con le famiglie più numerose adesso la ‘linea della culla’ si sposta sempre più a nord con il record della provincia di Bolzano che è l’area più prolifica del Paese con 1,76 figli per donna contro 1,32 della media nazionale”.

Anche se: “la situazione demografica italiana è influenzata da cambiamenti sociali, ritmi di lavoro e vita sempre più frenetici e servizi di welfare che variano a seconda delle regioni e dei comuni di residenza influenzando la disponibilità di tempo e la possibilità di conciliare lavoro e famiglia”.

Non è un caso che “per 6 dipendenti su 10 (59%) al primo posto nella classifica dei benefit aziendali preferiti ci siano proprio quelli legati alle spese familiari, dall’asilo alla scuola dei figli”. Così “si assiste in Italia a un crollo delle nascite che se a nord viene contenuto fra valori di 1,50 e 1,37 figli per donna dal Trentino all’Emilia nelle regioni del Mezzogiorno ci si ferma a 1,29 e precipita a 1,16 in Basilicata, a 1,13 in Molise e a 1,06 in Sardegna”.

Nelle aree dove il welfare è più sviluppato, “le famiglie fanno più figli perché sono più sicure rispetto al futuro, sanno di poter contare su servizi pubblici e privati dedicati non solo ai figli ma anche agli anziani considerato l’aumento della speranza di vita che per gli uomini sfiora ormai gli 81 anni (80,8) mentre per le donne supera gli 85 (85,2)”.

La multa fatta dall’autovelox sul lato opposto della strada non sarà più valida

Tutto nasce per un’automobilista multato da un’autovelox posizionato ai bordi di una strada del Comune di Macchia d’Isernia, purtroppo sul lato destro della carreggiata, anziché sul sinistro, come previsto dal decreto prefettizio.

Di qui il ricorso, presentato al Giudice di Pace e al Tribunale, vinto dal presunto contravventore. Decisione avvalorata dall’ordinanza numero 12309/19 della VI Sezione civile della Corte di Cassazione che ha sancito l’impugnabilità con successo della sanzione se il decreto prefettizio che autorizza il posizionamento dell’apparecchio elettronico di controllo preveda la sua installazione sul senso di marcia opposto a quello in cui venga effettivamente sistemato.

I giudici hanno così confermato un precedente orientamento espresso nell’ordinanza numero 23726 del 2018 e hanno sottolineato come non sia obbligatoria l’indicazione nel decreto prefettizio del lato della carreggiata in cui debba essere sistemato l’Autovelox (ai sensi dell’articolo 4, comma 4 del d.l. n.121/2002), ma qualora sia prevista, questa vada rispettata, altrimenti il verbale di contestazione differita della violazione è affetto da illegittimità derivata.

Protezione civile: il progetto europeo V-IOLA, Volunteer International On Line Asset

Ha avuto inizio presso la sede operativa del Dipartimento della Protezione Civile – una  settimana di incontri e attività sul campo dei delegati del progetto V-IOLA, Volunteer International On Line Asset. La delegazione è composta da rappresentanti delle Organizzazioni dei paesi partner, Montenegro e Serbia. Sono funzionari dei ministeri per la gestione delle emergenze, società nazionali di Croce Rossa e giovani rappresentanti di organizzazioni che lavorano sulle tematiche della prevenzione e riduzione del rischio da disastri, per la creazione di comunità più resilienti, anche grazie allo sviluppo della componente del volontariato di protezione civile. Lo scambio si svolge nell’ambito del programma EU Aid Initiative, finalizzato alla costituzione di un corpo di volontariato europeo.

Il progetto guidato dal Dipartimento della Protezione Civile, vede la partecipazione del Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale della Fondazione Cima e delle organizzazioni nazionali di volontariato Anpas, Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta e Croce Rossa Italiana, oltre alle rappresentanze istituzionali e del mondo del volontariato di Serbia, Montenegro, Ungheria, Romania.
Obiettivo del progetto è la promozione delle strategie di riduzione dei rischi da disastro, con il supporto di volontari per il costante aumento della resilienza delle comunità. In particolare l’iniziativa è finalizzata anche all’accreditamento del volontariato serbo e montenegrino alla rete europea EU Aid Volunteers.

Milano: Calogero Marrone, “Giusto tra le Nazioni”

Il Memoriale, a Milano in Piazza Edmond Jacob Safra, 1, ospiterà domenica 19 maggio la presentazione del progetto di realizzazione de “Il Marrone”, un film indipendente ispirato alla vita di Calogero Marrone, “Giusto tra le Nazioni”.

Calogero Marrone che fu Capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, durante il periodo fascista e l’occupazione nazista, rilasciò centinaia di documenti di identità falsi a ebrei e anti-fascisti permettendo loro di salvarsi dalle persecuzioni. Scoperto a causa di una segnalazione anonima venne imprigionato e morì nel campo di concentramento di Dachau. Per quanto ha fatto è stato insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni”.

Proprio dal Binario 21, sede del Memoriale, Calogero Marrone venne deportato, a seguito di una delazione e dopo essere riuscito a salvare centinaia di vite, verso i campi nazisti in cui trovò la morte.

Alle ore 17, sarà possibile partecipare a una speciale visita guidata del Memoriale. Dopo la visita i registi Mauro Campiotti ed Ettore Imparato, il produttore esecutivo Mario Nuzzo e l’autore della colonna sonora Marco Marcuzzi parleranno del progetto.

Sarà presente la famiglia di Calogero Marrone e il giornalista, saggista e storico italiano Gabriele Nissim, fondatore e presidente della associazione GARIWO (Garden of the Righteous of the World).

L’infarto è scritto nel Dna

Chi è a maggior rischio di infarto presenta un ‘marchio’ specifico nel sangue. Ad individuare un nuovo e importante marcatore genetico è uno studio italiano pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One.

Lo studio pilota permette di individuare precocemente le persone ad alto rischio e su cui intervenire con urgenza. La malattia coronarica e la sua complicanza principale, l’infarto del miocardio, uccide ogni anno circa 70.000 persone in Italia ed è una delle principali cause di morte e disabilità.

Quasi tutte le sindromi coronariche acute presentano coronaropatia sottostante e a causarla è un mix fra stili di vita ed ereditarietà. Capire la relazione tra queste due variabili è stato l’obiettivo dello studio guidato da Giuseppe Novelli, rettore e direttore del Laboratorio di Genetica Medica del Policlinico di Tor Vergata, e da Francesco Romeo, direttore della Cardiologia dell’Università di Tor Vergata. I ricercatori hanno coinvolto nello studio pazienti con malattia coronarica stabile (cioè senza infarto) e pazienti con malattia coronarica instabile (ovvero con infarto) per identificare le varianti molecolari che funzionano come biomarcatori, che permettono cioè di individuare chi potrebbe andare incontro ad un evento acuto in un breve tempo.

In particolare, hanno analizzato l’espressione dei ‘piccoli messaggeri’ di RNA non codificante circolante nel sangue (microRNA). Queste molecole che agiscono da interruttori hanno importantissimi ruoli di regolazione dell’espressione genica e possono controllare processi biologici come la proliferazione cellulare, il metabolismo dei grassi, lo sviluppo di tumori.

Attraverso l’analisi molecolare è stato identificato, tra un pannello di 84 diversi microRNA espressi nella circolazione sanguigna, il comportamento ‘anomalo’ di miR-423: risultava avere dei livelli molto bassi in pazienti con malattia coronarica subito dopo l’infarto rispetto a chi aveva la malattia coronarica stabile. Questo, spiegano i ricercatori, indica che la sua espressione è specifica ed indicativa dell’evento acuto.

La luce del Papa

Il gesto con il quale l’Elemosiniere del Papa, Cardinale Konrad Krajewski, ha riallacciato l’utenza elettrica nel palazzo occupato di Roma merita delle considerazioni che non sono certamente quelle banali ed inutili fatte da chi ha invitato il porporato a pagare le bollette scadute, soprattutto se certi consigli arrivano da chi tra un comizio e l’altro non dimentica mai di fare la sua provocazione quotidiana ai danni dei più deboli e indifesi.

Ci si stupisce perché qualcuno assume (finalmente!) in modo deciso ed autorevole la difesa degli ultimi e dei dimenticati; dimenticati dalle istituzioni, ma non dal Papa che ha denunciato i limiti e tutta l’insufficienza della “società dello scarto “  ovvero di un sistema economico e di mercato che abbandona al proprio destino troppe persone, cercando delle insensate giustificazioni che hanno come comune denominatore la mancanza di rispetto per la persona umana, indipendentemente dalla sua origine o condizione sociale; la diversità che diventa una vergogna da nascondere, la povertà che viene trattata come se fosse una colpa.

L’azione dell’Elemosiniere del Papa merita un pensiero che vada oltre la valutazione formale del gesto e che cominci ad interrogarci anche sul tema della giustizia e non solo su quello della legittimità.

Chi si pone nella vicenda politica e sociale da cattolico democratico, da credente o anche solo da persona che ha a cuore la dignità umana dei suoi simili, si troverà sempre più spesso a dover distinguere tra ciò che è soltanto legittimo e ciò che è (oltre che legittimo) anche giusto.

Dobbiamo iniziare a dire con forza che è giusto ciò che mette l’uomo al centro dell’azione politica e delle attività economiche; dobbiamo dire con chiarezza che per noi è giusta la società che individua la persona umana come fine e non come strumento.

Se ad esempio una norma nuova e criminale dovesse legittimare il non-salvataggio in mare di chi sta annegando, questo rimarrebbe sempre e comunque un atto di grave ed ingiustificabile ingiustizia contro persone deboli e indifese; e purtroppo la storia del mondo è piena di crimini che il potente di turno ha cercato di legittimare coniando delle norme di convenienza.

In questa fase storica (ancor più che nel passato) le azioni e i comportamenti contano più delle affermazioni astratte o di principio.

Il Cardinale che si cala nel pozzo del palazzo occupato è la rappresentazione plastica della Chiesa come “ospedale da campo” tanto cara a Papa Francesco, che non perde occasione per invitare tutti a passare “dal dire al fare”, iniziando egli stesso ad adottare uno stile fatto di sobrietà e di schiettezza; quella schiettezza, avvolte anche ruvida, ci invita a riflettere e a metterci in gioco ed è un’opportunità da non perdere per cambiare noi e ciò che ci circonda.

L’Africa e la tragedia dei bambini soldato

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

L’Africa rappresenta da decenni il continente più colpito dal fenomeno dei bambini-soldato. Sebbene sia difficile monitorare le varie formazioni armate e soprattutto conoscere le cifre reali, è sempre più evidente che nelle aree di conflitto a pagare il prezzo più alto sono i minori. Il Paese maggiormente penalizzato, stando a una comparazione dei dati provenienti da autorevoli organizzazioni umanitarie, è il Sud Sudan con circa 19.000 ragazzi e ragazze arruolati nelle varie formazioni armate che infestano soprattutto le zone rurali. Nella Repubblica Centrafricana, nonostante l’intesa per un governo di unità nazionale, i minori costretti a imbracciare un’arma da fuoco sono circa 6000. Nell’infame lista c’è anche la Repubblica Democratica del Congo dove, solo nel 2017, sono stati segnalati oltre mille casi di reclutamento e la cifra complessiva sembra essere ben superiore alle 3000 unità. Nel nordest della Nigeria, in cui è attivo il movimento terroristico Boko Haram, oltre 3500 bambini sono stati reclutati come combattenti tra il 2013 e il 2017.

Lo stesso scenario è riscontrabile in Somalia, nelle regioni sudanesi del Darfur e delle Montagne Nuba, per non parlare della fascia Saheliana (particolarmente in Mali e Burkina Faso) dove recenti episodi di violenza nei villaggi, per mano di gruppi armati, hanno coinvolto, come parte attiva, dei giovanissimi. E cosa dire della Libia, dove all’interno delle milizie autoctone opera un numero finora impreciso di minori? Se da una parte è evidente che non è possibile accedere a dati certi e le stime spesso divergono fra di loro, soprattutto in ragione della fluidità del fenomeno, la situazione generale è comunque preoccupante. Di positivo c’è per fortuna il fatto che ogni anno vengono sottratti ai gruppi ribelli e agli eserciti convenzionali centinaia di minori grazie a proficue attività negoziali. È quanto avvenuto, ad esempio, la scorsa settimana, nello Stato nigeriano del Borno dove 894 bambini-soldato sono stati rilasciati dalla Civilian Joint Task Force (Cjtf) come parte dell’impegno preso dalla milizia per porre fine e prevenire il reclutamento di minori. Di questi 106 sono risultati essere ragazze.

In questi anni, rispetto all’ignobile tratta dei bambini-soldato, la società civile internazionale si è mobilitata ripetutamente. D’altronde, l’impiego dei minori nelle azioni belliche, soprattutto dove sono in corso guerre asimmetriche, è un dato incontrovertibile che non può lasciare indifferenti. Ognuno di questi combattenti, indipendentemente dallo scenario in cui opera, assume il duplice ruolo della vittima sacrificale e del carnefice. Da una parte il giovane combattente, poco importa se appartenga a questa o a quella nazionalità, viene costretto a sacrificare la propria innocenza; dall’altra esso si trasforma spesso nel più crudele degli aguzzini. Oggi, nel mondo, complessivamente, sono più di 250.000 i bambini-soldato e il loro utilizzo rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani e un ripugnante crimine di guerra.

In Africa, comunque, negli ultimi anni, il fenomeno dell’arruolamento ha subìto dei mutamenti che andrebbero valutati con grande attenzione. In alcune zone della fascia sub-sahariana esso è avvenuto, prevalentemente, in modo coercitivo, attraverso raid perpetrati da milizie di vario genere. Nel nord Uganda, ad esempio, dove la guerra civile si è conclusa da più di un decennio, i villaggi venivano attaccati, messi a ferro e fuoco e spesso i minori assistevano all’uccisione dei propri genitori e parenti. Questa brutale tecnica veniva poi seguita dall’indottrinamento, anch’esso esercitato con modalità invasive. In Sierra Leone, durante gli anni Novanta, i ragazzi e le ragazze subivano delle sedute psicologiche manipolatorie traumatizzanti e terrorizzanti, a cui erano associate pratiche suggestionanti come l’obbligo di bere latte e polvere da sparo, oltre all’assunzione di sostanze stupefacenti. I ribelli sierraleonesi del Fronte unito rivoluzionario (Ruf) condivisero questi metodi brutali e fortemente invasivi, anche con formazioni armate locali e della vicina Liberia. Nel nord Uganda, i famigerati ribelli dell’Lra si spinsero ben oltre nelle pratiche manipolatorie. I minori rapiti entravano a far parte del movimento armato solo dopo l’unzione (in lingua acholi: wiro ki moo) che veniva somministrata sul corpo della nuova recluta, secondo un rituale ideato da Joseph Kony, fondatore dell’Lra. Lo scopo era duplice: serviva a rendere idealmente invincibile il giovane combattente e a vincolarlo al movimento attraverso un legame ritenuto dagli stessi ribelli indissolubile. Pare che questa pratica del wiro ki moo sia stata utilizzata dai vertici dell’Lra anche dopo il ripiegamento dei ribelli, avvenuto dieci anni or sono, nei Paesi limitrofi (Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan).

L’ingresso, però, dei movimenti jihadisti, come Boko Haran in Nigeria, e in generale nella vastissima regione saheliana, ha determinato una evoluzione nelle modalità di reclutamento. Infatti, esso avviene anche a seguito di un indottrinamento compiuto nei villaggi rurali tra i giovani, molti dei quali analfabeti. Emblematico è il caso del Camerun, dove Boko Haram è sconfinato in questi anni ripetutamente. Qui alcune componenti della società civile, con la collaborazione dei missionari, hanno organizzato dei programmi preventivi di educazione alla pace in grado di contrastare il proselitismo dei ribelli nigeriani.

È importante sottolineare che, nel corso dell’ultimo ventennio, vi sono state, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, delle esperienze significative dal punto di vista del recupero (sia psicologico che scolastico-lavorativo), finalizzate alla reintegrazione di questi minori nelle loro rispettive comunità. Un numero rilevante di Organizzazioni non governative e congregazioni missionarie hanno investito risorse umane ed economiche con grande zelo e dedizione in questa nobile causa. Ciò ha determinato la messa a punto di protocolli riabilitativi, in collaborazione con le forze multinazionali di pace, che si sono rilevati proficui.

Ad esempio, in Sierra Leone, alla fine degli anni Novanta, al momento del rilascio, il bambino-soldato veniva accompagnato dal proprio ufficiale ribelle agli appositi centri di disarmo, sotto la supervisione dell’Ecomog (la forza militare d’interposizione dei Paesi dell’Africa occidentale) e dell’Unamsil (il contingente Onu dispiegato nell’ex protettorato britannico). Il suo nome era iscritto su uno speciale registro e così acquisiva lo status di “ex combattente”. Successivamente, avveniva il trasferimento in un campo di smobilitazione dove il minore otteneva lo “stato civile”. Qui scattava l’operazione di ricerca dei familiari. Il ricongiungimento con i parenti era, certamente, la fase più delicata del percorso di recupero e rappresentava in molti casi un ostacolo che poteva rivelarsi insormontabile. A volte capitava che il campo di smobilitazione fosse lontano dal villaggio natale dell’individuo che doveva quindi essere trasferito nel centro più vicino alla sua zona d’origine. Il vero trauma si manifestava, però, quando, dopo lunghe ricerche, l’ex bambino-soldato subiva il rifiuto dei propri cari. Poteva capitare che i genitori fossero deceduti e che la “famiglia estesa” (zii, cugini o nonni) non intendesse farsi carico del nuovo onere. In quegli anni, in Sierra Leone, la popolazione autoctona conosceva molto bene (per esperienza diretta) gli atti criminali che i giovani ribelli erano stati capaci di compiere (mutilazioni, uccisioni). Dunque, vi era una diffusa paura che questi ex combattenti, sebbene fossero figli o fratelli, potessero essere ancora pericolosi.

Il fenomeno del reclutamento dei minori è sempre stato legato a questioni scottanti: il controllo del territorio per conto di imprese minerarie, la povertà endemica, la militarizzazione delle società e l’assenza di democrazia. Ecco perché lo sfruttamento dei minori per fini bellici è solo una drammatica conseguenza delle ingiustizie che affliggono le società locali. Il loro arruolamento è avvenuto in passato e avviene tuttora in Africa, nei ranghi di formazioni regolari o ribelli, con la complicità di potentati vicini e lontani, per interessi antitetici a quelli del bene collettivo e personale. Vi sono, infatti, imprese che smerciano illegalmente armi e munizioni, con l’intento di avere il monopolio delle commodities (minerali e fonti energetiche).

È bene ricordare che nel 2000, 153 Paesi approvarono il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, concernente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati: uno strumento giuridico ad hoc che stabilisce che nessun minore di 18 anni possa essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. Il Protocollo in questione non è l’unico documento internazionale rilevante in materia. Vi è, ad esempio, la Carta Africana sui diritti e il benessere del bambino (African Charter on the Rights and Welfare of the Child), ratificata da 46 Stati membri dell’Unione Africana su 54, e la Convenzione 182 dell’Ilo, sulla proibizione e l’azione immediata per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, ratificata da 175 Stati.

Non resta, davvero, che passare dalle parole ai fatti. «Fermiamo questo crimine abominevole» ha scritto, lo scorso 12 febbraio, papa Francesco, tramite il suo account Twitter @Pontifex, in occasione della recente Giornata internazionale contro l’uso dei bambini-soldato.

Il gesto di Krajewski riapre il confronto tra pastori e popolo

La coraggiosa e del tutto inedita iniziativa del card. Konrad Krajewski, dettata da indiscutibili urgenze umanitarie, pone una serie di problemi che vanno affrontati con rigore. Un buon cristiano può trasgredire una legge per amore e correndo i rischi connessi, ma un pastore deve sempre domandarsi come il suo gesto si possa configurare nel contesto civile. Persino Gesù, quando superava la legge mosaica, non ne calpestava la forma ma ne valicava i limiti.

Se avete dubbi, pensate alla mancata lapidazione dell’adultera, un capolavoro di intelligenza politica oltre che di amore misericordioso. Ricordo che un giorno l’Abbè Pierre a me e ad altre giovani teste calde che gli chiedevamo di raccontarci le sue avventure nella Francia del dopoguerra, quando costruiva palazzi del tutto abusivi per i senzatetto, disse, come era solito fare senza mezzi termini, di non provare ad imitarlo. “Io l’ho potuto fare perché scuotevo le coscienze e cambiavo la politica, voi no!”: pressappoco queste furono le sue parole.

Ora ne comprendo bene il senso profondo. Lui era un personaggio pubblico, parlamentare insignito della Legion d’Onore e quindi pienamente dentro al contesto politico del suo Paese, non un vescovo o un cardinale.

Credo, perciò, che il gesto di Krajewski riapra il confronto tra pastori e popolo cristiano sui compiti affidati alla politica, “la forma più alta di carità”, che non possono essere surrogati da nessuno. Dopo il ruinismo, è davvero l’ora che si inauguri una stagione diversa di protagonismo laicale, dove ognuno faccia fino in fondo ciò che gli compete.

Geopolitica della fraternità. Intervento del Card. Parolin

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

La mattina di martedì 14 maggio, presso l’Università del Sacro Cuore a Milano, il cardinale segretario di Stato ha aperto i lavori del convegno internazionale «1919-2019. Speranze di pace tra Oriente e Occidente». Pubblichiamo quasi integralmente il testo del suo intervento.

Pochi giorni fa Papa Francesco ha lanciato un appello alle Nazioni, affinché si associno e lavorino insieme perché «il bene comune è diventato mondiale». Il Santo Padre ha poi sottolineato che laddove «uno Stato suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone, verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso».

Queste parole applicano all’attuale situazione di progressiva globalizzazione una linea di pensiero che il magistero della Chiesa ha sviluppato in modo costante negli ultimi cent’anni, attingendo anche all’antica saggezza dei padri della Chiesa. Infatti, proprio mentre ha conosciuto la possibilità di diventare più unita, l’umanità ha cominciato a sperimentare anche le divisioni più laceranti. A questi problemi nuovi, la Chiesa risponde esortando all’unità come espressione di un’esigenza intrinseca, che porta a sviluppare un legame autentico tra popoli diversi.

Gradualmente si è venuto rafforzando il senso dell’osmotica correlazione tra la natura sovranazionale della Chiesa cattolica e l’unità della famiglia umana. Infatti, il concilio Vaticano II nella Lumen gentium definisce la Chiesa «quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Allontanandosi progressivamente da un contesto di egemonia europea e da un approccio eurocentrico, il richiamo all’unità fra i popoli ha anche accompagnato un crescente interesse ecclesiale per i mondi non europei, in particolare africano, asiatico e latino-americano, sottolineando una prospettiva sempre più “globale”. La Chiesa si è espressa nel tempo su molti temi legati all’unità della famiglia umana: contro la guerra e l’uso della violenza, da una parte, e per la pace e il negoziato nelle controversie internazionali, dall’altra; per lo sviluppo della cooperazione internazionale e per la promozione delle organizzazioni sovranazionali. In sintesi, a problemi globali occorre dare soluzioni altrettanto globali. In questa sede, intendo limitarmi ad illustrare alcune linee del magistero pontificio degli ultimi cent’anni e a fare alcuni esempi.

In questa prospettiva, il 1919 costituisce un importante tornante della storia per quanto riguarda la tematica dell’unità della famiglia umana. Nel clima delle attese suscitate dalla fine della Prima guerra mondiale, Benedetto XV avviò un nuovo approccio della Santa Sede e della Chiesa cattolica al contesto internazionale, in continuità con l’opera di pace svolta durante la guerra.

È particolarmente conosciuta la di lui Nota del 1° agosto 1917, che definiva la guerra “inutile strage”. Tale denuncia del Papa metteva in luce, indirettamente, anche la crescente incapacità degli Stati europei a garantire l’equilibrio del sistema internazionale. In quel contesto, la voce di Papa Dalla Chiesa apparve quasi inascoltata, anche all’interno dello stesso mondo cattolico. Ma Benedetto XV vedeva lontano: nel seguito del Novecento, la pace e la guerra non si sarebbero più dovute fare riferendosi neppur lontanamente a giustificazioni “cristiane”. Questo Papa inaugurò un nuovo percorso del magistero pontificio sempre più critico verso la guerra quale strumento di soluzione delle controversie internazionali, atteggiamento poi condiviso e rilanciato dai suoi Successori.

Nell’Enciclica Pacem Dei munus, Benedetto XV invitò popoli e nazioni a riconciliarsi, prendendo posizione anche a favore della Società delle Nazioni da poco fondata. La prospettiva del Papa aveva qualche affinità con il progetto sociale del Presidente statunitense Woodrow Wilson. Le due figure, del Papa e del presidente, si stagliavano sullo sfondo del progressivo declino del ruolo egemonico dell’Europa. Ma le loro prospettive non erano le stesse: Wilson ha aperto la strada a nuovi equilibri atlantici tra Europa e Stati Uniti, mentre Benedetto XV ha guardato con attenzione anche a ciò che accadeva oltre l’Occidente. Al riguardo, la sua importante lettera apostolica Maximum illud segnò una discontinuità proprio nella storia delle missioni cattoliche nel mondo. Infatti, si tratta del primo documento missionario promulgato personalmente dal Papa, mentre quelli precedenti emanavano piuttosto dal Dicastero della Santa Sede competente per le missioni. È come se Benedetto XV avesse voluto autorevolmente dare nuovo inizio e nuovo slancio all’intera azione missionaria della Chiesa cattolica. Per Benedetto XV, la Chiesa doveva riprendere a guardare con maggiore attenzione ad Oriente, e in modo del tutto particolare alla Cina.

Il cristianesimo non doveva apparire «la religione di una data nazione, abbracciando la quale uno viene a mettersi alla dipendenza di uno stato estero, rinunciando in tal modo alla propria nazionalità». La Maximum illud è pervasa da questa ansia evangelizzatrice globale e raccomanda agli operatori missionari l’abbandono di atteggiamenti di superiorità verso il clero autoctono, di cui si auspica, al contrario, l’incremento e la promozione all’episcopato. Ne fu conseguenza, pochi anni dopo, la consacrazione nella basilica Vaticana dei primi sei vescovi cinesi. La lettera affermò chiaramente che le missioni non sono un’estensione della cristianità occidentale, bensì l’espressione di una Chiesa veramente universale che vuole mettersi a servizio di tutti i popoli.

In concreto, la critica all’atteggiamento nazionalistico di taluni missionari europei si inserì anche in una nuova prospettiva di attenzione alle buone ragioni dei patriottismi non europei, come quello che andava crescendo nella Cina di quegli anni. Si colloca in tale contesto il dialogo all’epoca avviato tra la Santa Sede e la Cina in vista di stabilire relazioni diplomatiche, per superare l’antico sistema dei protettorati e acquisire un rapporto istituzionale diretto: proprio per questo, ancora una volta, una potenza europea, in questo caso la Francia, si oppose all’iniziativa, fino a impedirne la realizzazione.

La preoccupazione per l’unità della famiglia umana fu viva anche in Pio XI, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, quando una nuova guerra apparve sempre più vicina e mentre cominciava la persecuzione degli ebrei in Europa. È nota la decisione che lo spinse a far preparare il testo di un’enciclica dedicata all’unità del genere umano (Humani generis unitas) che non poté portare a compimento. Dai documenti d’archivio, sappiamo che avrebbe contenuto una decisa condanna del razzismo e dell’antisemitismo nazista, proprio in nome della fondamentale uguaglianza e unità del genere umano.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il suo successore, Pio XII mise in guardia gli Stati affermando: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Proprio richiamandosi alla linea tracciata da Benedetto XV, Pio XII ebbe modo di esprimersi con accenti severamente critici nei confronti della guerra che scoppiò il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste.

Nella visione di Papa Pacelli, «le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l’unità del genere umano», e nella sua visione universale la Chiesa non mira ad uniformare l’umanità.

Nella sua enciclica programmatica, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Egli fece esplicito riferimento alla Cina parlando della chiusura della secolare «controversia dei riti», in continuità con il suo predecessore Pio XI, sancita definitivamente l’8 dicembre 1939. Tale questione aveva segnato dolorosamente la storia delle missioni cattoliche in Cina fin dall’epoca di Matteo Ricci e dei suoi compagni, i quali accoglievano favorevolmente le tradizionali forme cinesi di culto verso gli antenati, mentre altri missionari e scuole di pensiero le avversavano.

Nel 1946, Pio XII creò nuovi cardinali provenienti da tutti i continenti, tra cui il primo dalla Cina continentale, cioè l’allora vescovo di Pechino, monsignor Tommaso Tien Ken-sin. In tale occasione il Papa si rivolse ai porporati con le seguenti parole: «La comprensione universale della Chiesa non ha nulla a che vedere con la strettezza di una setta, né con la esclusività di un imperialismo prigioniero della sua tradizione». Erano parole forti e importanti, che indicavano un chiaro orientamento pastorale, alla vigilia di un processo di decolonizzazione che in pochi decenni avrebbe portato alla nascita di tanti nuovi Stati indipendenti.

Di «unità della famiglia umana» ha parlato anche il concilio Vaticano II. La Gaudium et spes sottolinea il contributo della Chiesa a tale unità perché essa, grazie alla «sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni», favorendo il superamento del dissenso e il consolidamento delle istituzioni «che la umanità si è creata e continua a crearsi».

La convocazione del concilio scaturì anche dalle convinzioni maturate da Giovanni XXIII durante un lungo percorso che da Bergamo lo aveva portato a Roma, Sofia, Istanbul, Parigi e Venezia. Dopo la grave crisi di Cuba, momento di svolta nella guerra fredda, nell’aprile 1963 pubblicò la Pacem in terris, rivolta significativamente anche a «tutti gli uomini di buona volontà» e dedicata «ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente».

Nell’enciclica, maturata in un contesto di potenziale conflitto atomico, Papa Roncalli parlò di avvento di un’epoca nella quale i membri di ciascuna comunità politica erano chiamati «a collaborare tra loro e orienta[rsi] verso una convivenza unitaria a raggio mondiale». Rifiutando le chiusure etniche, occorreva perciò valorizzare gli organismi internazionali, definiti veri e propri «segni dei tempi».

L’affacciarsi di tanti nuovi Stati sulla scena internazionale sollecitava una nuova solidarietà tra Nord e Sud del mondo all’interno dell’unica “famiglia umana”. Questi Stati chiedevano di essere accolti nella comunità internazionale su un piano di parità, superando posizioni asimmetriche e subordinate. In tale mutato contesto, è convinzione di Papa Giovanni che spetti allo Stato farsi carico, da un lato, del riconoscimento di diritti propri di tutti i cittadini in quanto esseri umani, a partire dai più deboli e da coloro che si trovano in condizioni di minor tutela e, dall’altro, spetta agli Stati nel loro insieme promuovere una collaborazione sempre più intensa in vista di realizzare obiettivi di bene comune.

Con Paolo VI l’auspicio di un’unità della famiglia umana ha generato un impegno sempre più vasto e concreto della Chiesa. Questo Papa avvertì con forza il rapporto tra universalità della Chiesa e unità del genere umano, sottolineato dal concilio. Egli assunse fin dall’inizio l’umanità intera come un interlocutore cui rivolgersi costantemente e indirizzò la sua prima enciclica, la Ecclesiam suam del 6 agosto 1964, a tutto il mondo, impegnandosi personalmente per la «grande e universale questione della pace» quale programma del suo pontificato.

Mentre il Vaticano II era ancora in corso, Paolo VI prese la parola — primo Papa nella storia — all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York, rappresentando una Chiesa che si mette al servizio della causa della pace, portando la propria esperienza di umanità per condividere le gioie e le speranze di tutti i popoli. In quella occasione, il Papa volle essere accompagnato da alcuni cardinali rappresentativi di tutti i continenti, simbolo di quell’unità della famiglia umana che trovava espressione visibile nell’universalità della Chiesa cattolica.

Com’è noto, Papa Paolo negli anni seguenti si adoperò instancabilmente per fermare la guerra in Vietnam. Il suo impegno per la pace, tuttavia, non significò soltanto intensa attività diplomatica ma anche un’azione molteplice su terreni diversi, come quelli del dialogo culturale, artistico, sociale e scientifico. Paolo VI, in particolare, aveva compreso chiaramente che la questione sociale era ormai diventata globale e nell’enciclica Populorum progressio sottolineò l’interconnessione tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, fraterna e solidale.

Ma gli eventi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sembrarono smentire questo nesso. Nell’enciclica Octagesima adveniens del 1971, Paolo VI denunciò l’insorgere di «un problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana» e che attraverso uno sfruttamento sconsiderato l’uomo rischia di distruggere la natura e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.

Per quanto riguarda l’insegnamento di Giovanni Paolo II, mi limiterò a ricordare due momenti particolarmente drammatici: il primo fu il ritorno della minaccia nucleare tra il 1985 e il 1986.  In quel difficile frangente, il 27 ottobre 1986 il Papa convocò i leader delle religioni mondiali ad Assisi, pregando perché «l’umanità, nella sua stessa diversità, [attingesse] dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione di ogni popolo». Il secondo momento significativo fu alla vigilia della guerra in Iraq del 2003, che Egli cercò di scongiurare in ogni modo. Davanti al corpo diplomatico Giovanni Paolo II lanciò il grido: «No alla guerra: la guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità».

Con Giovanni Paolo II, l’unità della famiglia umana si intreccia progressivamente con il fenomeno della globalizzazione, ormai vincente sul piano economico, ma carico di ambiguità sul piano umano e umanitario. Nel 2001, Giovanni Paolo II sullo sfondo drammatico dei crescenti movimenti migratori, richiamò con forza il bene comune universale, che abbraccia l’intera famiglia dei popoli, «al di sopra di ogni egoismo nazionalista».

Il tema dell’unità della famiglia umana viene ripreso nuovamente anche nell’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, che indica il dovere di perseguire il bene comune senza limitarlo ai soli confini nazionali.

Con Papa Francesco siamo giunti agli ultimi passi — per ora — del lungo cammino iniziato da Benedetto XV nel 1919. Primo Papa non europeo da molti secoli, Francesco costituisce l’espressione evidente della profonda trasformazione della Chiesa cattolica, il cui baricentro si è progressivamente proiettato dall’Europa verso un orizzonte mondiale. È noto, in particolare, quanto questo Papa abbia proseguito il percorso iniziato con il Vaticano II, accentuando le caratteristiche di una Chiesa “in uscita” e protesa ad evangelizzare, secondo le linee da lui indicate nell’enciclica Evangelii gaudium.

In tale orizzonte si colloca anche l’approccio di Papa Francesco all’unità della famiglia umana, un tema da lui affrontato in un contesto diverso da quello dei suoi predecessori, perché la globalizzazione è ormai diventata un fenomeno avanzato, che mostra sempre più chiaramente anche gravi limiti, problemi e contraddizioni.

A lungo si è sperato che, da solo, lo sviluppo di maggiori rapporti economici potesse favorire la pace e che una maggiore interdipendenza tra gli esseri umani spingesse anche verso maggiore unità e fraternità. Ma l’evoluzione della globalizzazione ha mostrato che un mondo più piccolo e interconnesso non è necessariamente un mondo più unito e più giusto, abitato da uomini e donne che si incontrano, solidarizzano e collaborano. Per questo, è cruciale continuare a riflettere non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dei contatti creati o intensificati dai processi di globalizzazione e, soprattutto, sulle nuove divisioni e disuguaglianze che ne scaturiscono.

L’unità della famiglia umana è un tema che emerge con forza anche nell’enciclica Laudato si’ che Papa Francesco ha dedicato alla custodia del creato, nella quale si rivolge non solo ai cristiani o agli uomini di buona volontà, ma inclusivamente «a ogni persona che abita questo pianeta». Egli scrive: «bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza». Il pianeta su cui viviamo è di tutti e viverlo come casa comune è una necessità sempre più impellente, per proteggerlo occorre ricercare insieme uno sviluppo sostenibile e integrale.

Per il Papa, le patologie di un mondo diviso non si affrontano inseguendo meramente l’illusorio obiettivo di una maggiore sicurezza per pochi e, di fatto, mantenendo dinamiche ingiuste che fanno soffrire molti, ma partendo dall’ascolto della voce dei poveri. A volte si tratta di interi popoli, spesso quelli più poveri della terra e, pur, «rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità». In questa linea, Papa Francesco ha affermato di recente: «lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante».

Per costruire compiutamente l’unità della famiglia umana occorrono invece più solidarietà, più misericordia e più fraternità. Soffermandomi per brevità solo su quest’ultimo tema, ricordo che Francesco vi ha fatto riferimento in numerose occasioni, tra cui la sua visita all’Onu. Durante il suo recente viaggio negli Emirati Arabi Uniti ha detto che solo ispirandosi all’ideale della fraternità, è possibile che membri diversi della famiglia umana si custodiscano a vicenda, facendo «prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione». Tutto ciò presuppone fedeltà alla propria identità ma anche il  «coraggio dell’alterità», che spinge a prendersi cura dell’altro e ci ricorda «che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo».

In questa prospettiva Oriente-Occidente, si inseriscono anche gli sviluppi del rapporto con la Cina durante l’attuale pontificato, che hanno portato alla stipula di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Proprio perché ispirato da motivi pastorali, l’Accordo guarda in primo luogo alla vita della comunità cattolica in quel grande Paese e, di riflesso, incoraggia la Cina a un dialogo sempre più aperto e collaborativo in favore della pace come destino comune della famiglia umana.

In un’intervista ad «Asia Times» del febbraio 2016, Papa Francesco ha affermato: «È una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace […]. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. […]. L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire».

Sono parole ispirate a quella che si potrebbe definire una “geopolitica della fraternità”, incentrata sul rispetto delle identità e sul coraggio dell’alterità. Il Papa invita così ad evitare che nella comunità internazionale insorgano nuove forme di “guerra fredda” ed esorta tutti a considerare il mondo intero come un bene comune, da condividere e conservare, affrontando insieme i problemi.

Io stesso ho avuto modo di dire, nell’agosto 2016, che «molte sono oggi le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». E quando è stato firmato l’Accordo ho sottolineato che tale firma, oltre che importante per la vita della Chiesa cattolica in Cina, lo era anche per il dialogo tra la Santa Sede e le autorità civili di quel Paese e «per il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale».

Tutti conosciamo i profondi travagli che hanno segnato la vita della Chiesa cattolica in Cina nel corso dell’ultimo secolo. Da tali acute sofferenze, grazie a Dio, però non sono nate due Chiese, perché in tutti i cattolici cinesi, a qualsiasi comunità essi appartenessero, è rimasto vivo il sentimento della piena comunione con il vescovo di Roma, così come il desiderio di amare e servire la propria patria. Alla base di tante tensioni non vi sono state, infatti, differenze teologiche, quanto piuttosto due differenti modi di affrontare la complessità del contesto storico e politico.

Oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il successore di Pietro e molti cattolici pongono gesti di riconciliazione che aiutano a ricomporre l’unità tra vescovi, sacerdoti e fedeli. Ciò che sta avvenendo ora nella Chiesa in Cina scaturisce infatti dalla forza di una comunione che è davvero cattolica, e cioè universale, e da cui viene anche una spinta alla fratellanza tra i popoli. La sempre più feconda integrazione dei cattolici cinesi nella Chiesa universale e il cammino di riconciliazione tra fratelli avviato negli ultimi anni costituiscono certamente una novità di portata storica, di cui nel tempo beneficeranno in molti, non solo in Cina. Infatti, l’auspicio del Santo Padre Francesco e dell’intera Chiesa cattolica è che tutto ciò possa contribuire, con l’aiuto di Dio, all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno, ove l’armonia tra i popoli e le nazioni possa davvero contribuire alla causa della pace e all’unità della famiglia umana.

Il Pd, il centro e il centro sinistra

Già pubblicato sulle pagine dell’Huffingtonpost

I conti, come si sa, non si possono fare senza l’oste. E quindi sino al 27 maggio non possiamo ridisegnare anticipatamente la geografia politica italiana che ci sarà. Ma un fatto è indubbio: dopo il 27 maggio, e a prescindere dagli stessi risultati elettorali – che comunque non si discosteranno granché dalle “tendenze” elaborate dai vari sondaggisti – nulla sarà più come prima. A cominciare dalla necessità, ormai richiesta e gettonata da settori crescenti e diversificati, di ridar vita ad una formazione politica che sappia recuperare e riattualizzare la tradizione, il pensiero, la cultura e una politica di “centro”. Ovvero una formazione politica che sappia affrontare la situazione politica che si è venuta a creare dopo il voto del marzo del 2018 e, soprattutto, che sappia battere la radicalizzazione della lotta politica che si è strutturata nel nostro paese. Non solo tra la “”nuova destra” di Salvini e la “nuova sinistra” di Zingaretti ma anche all’interno dello stessa area di governo.

Ora, per fermarsi al campo dell’ ex centro sinistra, e’ altrettanto indubbio, nonché oggettivo, che il panorama di oggi di quella coalizione non può reggere e,soprattutto, non è manco competitiva con gli avversari. Sia esso il centro destra o il partito antisistema e populista dei 5 stelle. E questo per una ragione molto semplice. Il Partito democratico continua a pensare di essere un partito a “vocazione maggioritaria”. Anche se siamo in un contesto dominato dal ritorno della legge proporzionale e quindi dalle rispettive culture politiche da un lato e, dall’altro, dal pesante ed irreversibile ridimensionamento elettorale del suddetto partito. Un vizio politico e culturale che stenta ad essere definitivamente rimosso. Perché se ai tempi del 40% del Pd era una strategia tutto sommato percorribile anche se contraddiceva un postulato essenziale della politica italiana che recita che la “politica in Italia e’ sempre stata politica delle alleanze”, oggi riproporre in modo subdolo quella “vocazione maggioritaria” rischia di essere ridicolo nonché un po’ patetico. Perché nell’ultima fase del Pd, quella a guida Zingaretti, e’ riemersa quella strana concezione che il partito di maggioranza relativa della coalizione distribuisce le carte, prevalentemente a tavolino, di chi ricopre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della alleanza. Una operazione, appunto, ridicola che può avere un solo epilogo: la quasi scientifica sconfitta politica ed elettorale salvo il ritiro dei concorrenti o per via politica o per via giudiziaria. Il che, almeno per il primo caso, e’ altamente improbabile.

Ora, se la vocazionale maggioritaria del Pd e’ un mero ricordo del passato – in entrambe le versioni in cui viene praticata – si tratta di ridar vita ad un vero centro sinistra. Non basta fare liste europee che vanno dal liberal/liberista Calenda al ricco alto borghese di sinistra Pisapia per arrivare alla conclusione che il Pd e’ il vero e l’unico partito di centro sinistra. Non è così e, non a caso, tutti i sondaggi e le consultazioni reali che ci sono state sino ad oggi hanno detto che attualmente il centro sinistra, semplicemente, non c’è.

Ecco perché l’unica operazione politica che, almeno in questo campo, occorre far decollare e’ quella di ricostruire un forza/partito/movimento che sappia riattualizzare il pensiero, la cultura e il metodo di un centro riformista, laico, plurale, di governo e autenticamente democratico. Con tanti saluti alla vocazione maggioritaria o minoritaria del Pd a guida Renzi o a guida Zingaretti. Un centro plurale e riformista che sappia anche, ma non solo, far ritornare protagonista quel cattolicesimo democratico e popolare che da troppo tempo e’ ai margini della vita politica nazionale e che stancamente vota gli attuali protagonisti in assenza di un soggetto che lo rappresenti realmente. Non in chiave esclusiva o, peggio ancora, confessionale ma in una comune collaborazione con altre culture e altri filoni ideali. Una forza che sia in grado di battere quella radicalizzazione politica e quella cultura degli “opposti estremismi” che, se non sconfitta sul terreno politico e culturale, rischia di minare le stesse radici della nostra democrazia. Perché la democrazia italiana, per dirla con una bella espressione di Aldo Moro, resta sempre quella caratterizzata da “strutture fragili e da una passionalità intensa”.

Per questi motivi la grande novità politica del dopo 26 maggio non potrà che essere quella della nascita di un partito di centro e di un nuovo profilo dell’ ex centro sinistra. Solo così sarà possibile competere con un centro destra in salute e con un partito populista e antisistema come i 5 stelle. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

Roma: Festa dei Popoli con il card. Parolin

Sarà il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin, a presiedere la celebrazione eucaristica  – alle ore 12 nella Basilica di San Giovanni in Laterano domenica 19 maggio –  per la ventottesima edizione della Festa dei Popoli organizzata dagli uffici Migrantes e Caritas della diocesi di Roma in collaborazione con i missionari scalabriniani.

Una iniziativa, la Festa dei popoli di Roma, che mira a valorizzare le diverse comunità etniche che vivono nella capitale e nei suoi dintorni per superare i pregiudizi, spiega Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma e del Lazio.

Dopo la celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano la festa con la partecipazione dei diversi gruppi e comunità etniche presenti nella diocesi.

Via i pro Maduro dall’ambasciata di Washington

Ieri è stata notificata un ordinanza  “agli invasori illegali della nostra ambasciata del Venezuela a Washington che devono lasciare la sede diplomatica”: lo afferma in un tweet Carlos Vecchio, rappresentante dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò che gli Stati Uniti riconoscono quale legittimo ambasciatore del Venezuela.

Secondo quanto riferito da Gustavo Tarre, rappresentante del Venezuela presso l’Osa (Organizzazione degli Stati americani) tre attivisti hanno lasciato l’edificio, mentre altri 4 sono rimasti al suo interno.

Brian Becker, direttore della Answer Coalition, che sostiene Maduro, ha detto che le persone ancora presenti nell’edificio non se ne andranno di propria volontà.

La notizia arriva poche ore dopo la richiesta formale di Guaidò agli Usa di ottenere un appoggio dalle forze armate statunitense.

 

Mercato unico digitale: meno care le chiamate per i 28 Paesi dell’Unione

A seguito dell’abolizione delle tariffe di roaming nel giugno 2017, i nuovi massimali previsti per le chiamate internazionali e gli SMS nell’Ue rientrano nella  revisione delle norme in materia di telecomunicazioni a livello europeo volta a rafforzare il coordinamento delle comunicazioni elettroniche e a potenziare il ruolo dell’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche.

Le nuove norme per le chiamate internazionali fanno fronte alle varie differenze di prezzo che esistevano in precedenza tra gli Stati membri. In media, il costo standard di una chiamata intra-Ue da rete fissa o mobile era triplo rispetto a quello di una chiamata nazionale, mentre il prezzo standard di un messaggio SMS intra-Ue era oltre il doppio rispetto a quello di un SMS nazionale. In alcuni casi, il prezzo standard di una chiamata intra-Ue può essere fino a dieci volte superiore al prezzo standard delle chiamate nazionali.

Da un’indagine di Eurobarometro sulle chiamate internazionali emerge che quattro intervistati su dieci (42%) hanno contattato qualcuno in un altro paese dell’Ue nel corso del mese precedente. Il 26% degli intervistati ha affermato di aver utilizzato il telefono fisso, il cellulare o gli SMS per chiamare qualcuno in un altro paese dell’Ue.

Saranno gli operatori delle telecomunicazioni in tutta l’Unione a dover fornire ai consumatori le informazioni sui nuovi massimali. Le norme si applicheranno in tutti i 28 Paesi a partire dal 15 maggio e presto anche in Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Il massimale è limitato all’utilizzo personale, vale a dire per i clienti privati. I clienti commerciali sono esclusi da questa regolamentazione dei prezzi, dato che numerosi fornitori già propongono offerte speciali particolarmente interessanti per i clienti commerciali. Le nuove norme in materia di telecomunicazioni aprono la strada a maggiori investimenti nella connettività ad alta velocità e all’introduzione della tecnologia 5G nell’Ue.

Il codice europeo delle comunicazioni elettroniche e il regolamento BEREC sono entrati in vigore nel dicembre 2018. Mentre il codice deve essere recepito negli ordinamenti nazionali entro la fine del 2020, il regolamento BEREC comprende date di applicazione diverse. La prima norma ad entrare in vigore tra quelle in materia di telecomunicazioni riguarda i massimali per le chiamate internazionali.

“I massimali previsti per le chiamate all’interno dell’Ue – ha detto il vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip –  costituiscono un esempio concreto di come il mercato unico digitale incida nella vita quotidiana delle persone. In effetti, con la costruzione del mercato unico digitale sono stati creati 35 nuovi diritti e libertà digitali. Nel complesso, le nuove norme in materia di telecomunicazioni aiuteranno l’Ue a soddisfare le crescenti esigenze di connettività degli europei e a rafforzare la competitività europea”.

“Dopo aver abolito le tariffe di roaming nel 2017 – ha aggiunto il commissario responsabile per l’Economia e la società digitali, Mariya Gabriel – l’Ue ha ora adottato misure contro le tariffe eccessive per le chiamate transfrontaliere dal proprio paese. Grazie a queste due azioni, i consumatori europei sono ora ampiamente tutelati contro le bollette esorbitanti quando chiamano un qualsiasi numero europeo, sia nel proprio Paese che all’estero. È uno dei numerosi risultati concreti conseguiti dal mercato unico digitale”.

Galleria Borghese: Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica

La Galleria Borghese dedicherà una mostra a una specifica produzione di Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica. Fontana sarà il primo artista italiano del Novecento esposto nel Museo dopo le rassegne dedicate a grandi figure internazionali quali Bacon, Giacometti, Picasso.

Verranno presentate circa cinquanta opere fra dipinti a olio in oro e ceramiche, realizzate principalmente negli anni Cinquanta e Sessanta. La mostra si inserisce all’interno del programma di ricerca che il Museo conduce da anni sulla propria eccezionalità di luogo altamente significativo quale identità combinata di collezione e spazio che la circonda.

L’inserimento delle opere di Fontana all’interno della collezione, in particolare fra i dipinti del Rinascimento e del Barocco, aiuterà a porre in risalto la costante attualità di un problema cruciale nella ricerca pittorica di ogni tempo: il concetto di “spazio”, la sua definizione, l’ansiosa ricerca della sua rappresentazione.

Per rendere pregnante l’apice inventivo di Lucio Fontana la concentrazione sarà sulla produzione in oro del grande artista. Oro non come colore, ma quale astrazione massima e antinaturalistica in un contesto, quello della Galleria Borghese, in cui la infinita varietà coloristica e la multiformità dei temi e dei soggetti pervade tutto lo spazio. Oro dunque non più nell’accezione barocca di massima esaltazione dell’ornamento, bensì vertice strutturale della forma che racchiude nella sua materia visivo compositiva la luce stessa, nella sua interpretazione fisica e estetica. L’oro come componente spaziale che, come nell’antichità classica, paleocristiana, medievale e rinascimentale, è la sintesi di luce e spazio.

Ma al contempo, anche oro originato, quale materia vergine, dall’impasto col fango. Per questa ragione la sua magnifica produzione in ceramica, nata, in termini materiali, dalla terra fangosa, affiancherà le opere in oro in questa mostra. Per questo si intende accostare agli ori una raccolta di ‘terre-cotte’, le sue ceramiche dipinte, scelte nel tema predominante delle Crocifissioni, composizioni tutte fortemente scosse da un fremito scomposto di origine ancora barocca.

Glaucoma: ecco il nuovo collirio per curarlo

Il collirio targato Unibo si basa sulle proprietà del sangue contenuto nel cordone ombelicale. Al suo interno, infatti, gli studiosi hanno individuato una serie di fattori di crescita in grado di contrastare il glaucoma. E gli stessi effetti riparativi potrebbero essere efficaci anche su altri tipi di malattie degenerative oculari.

Con il termine glaucoma si identifica oggi un gruppo di patologie oculari causate dalla degenerazione del sistema nervoso centrale dovuta all’invecchiamento. Queste patologie colpiscono circa un milione di persone in Italia: si stima che ne sia affetto tra l’1 e il 2% di chi ha più di 40 anni e il 5% di chi ha più di 70 anni.

Il sangue del cordone ombelicale viene infatti prodotto in un periodo di elevata richiesta metabolica e potrebbe quindi rappresentare una potente combinazione di fattori trofici, cioè di quelle sostanze prodotte dall’organismo in grado di garantire la sopravvivenza delle cellule e di stimolarne la crescita.

Dopo il gesto del Cardinale-elettricista

Ci interessiamo molto di Brexit, di Borsa, di opinionisti massoni e poco di quello che ci riguarda da vicino.

E ci riguarda non solo e non tanto come cattolici ma come europei e italiani, noi tutti che viviamo in un continente che invecchia vertiginosamente e in un’Italia che due partiti pensano di governare con politiche e con parole del passato.

C’è uno che ci vorrebbe chiudere in casa come Olindo e Rosa, impauriti e crudeli, e vuol chiudere i porti ripetendo luoghi comuni duceschi tipo indietro non si torna mentre abbiamo ingranato la retromarcia.

C’è poi un altro che ha nel moralismo piccolo borghese la sua arma migliore ma la usa come argomento da campagna elettorale e per il resto fa il turista tra parole d’ordine di destra e parole d’ordine di sinistra.

E questa è la nuova generazione che dovrebbe guidarci verso il futuro! Una volta tanto possiamo dire anche noi che i problemi sono altri e che i soli, al momento, che cercano di affrontarli sono papa Francesco e gli uomini che lavorano con lui? Direi di sì.  

Le grandi decisioni sul futuro dell’umanità e quindi le scelte da compiere per la sopravvivenza del nostro pianeta, come le politiche per il bene comune, per realizzarsi devono svolgersi in presa diretta perché questo pretende il nostro tempo.

Francesco si muove in presa diretta, mentre le nostre discussioni sono vecchio repertorio.

Parolin difende il Cardinale, Impagliazzo il Papa.

La nota sul Cardinale e lo stabile occupato, qui riproposta attraverso il link a fondo pagina, appare su un sito (Frammenti di Pace) molto informato sulle vicende di Chiesa. Non pubblica fake-news, né gioca sul sensazionalismo. È un osservatorio serio, da cui possiamo trarre quella che si presenta come la ricostruzione più attendibile dell’accaduto.

Dunque, stando alla nota, l’Elemosiniere del Papa avrebbe informato il Campidoglio in anticipo, anzi avrebbe sollecitato le autorità comunali a intervenire per evitare conseguenze spiacevoli: personale malate o fragili, a causa della mancanza di elettricità, andavano incontro a pericoli di varia natura. Solo dopo aver constatato la latitanza delle istituzioni, Konrad Krajewski (don Corrado, come ama essere chiamato il Cardinale polacco) ha dato corso alla sua clamorosa iniziativa. Di questa, pertanto, erano edotti gli uffici della Raggi.

Il resto è riportato a chiare lettere nelle cronache di giornali e siti web. Evidentemente l’alto prelato, abituato a misurarsi con situazioni di estremo disagio, ha ravvisato la necessità di “entrare a gamba tesa”. Ora, il clamore per il gesto compiuto non può offuscare la riflessione, quanto mai urgente, sulla responsabilità della politica. Di Maio e Zingaretti hanno plaudito, come se il Sindaco di Roma fosse una figura estranea, di cui il M5S possa ignorare l’appartenenza, e il leader del Pd il presidente di una Regione qualunque, non del Lazio. Un po’ sorprendente! In realtà, questo modo di fare accentua la crisi della politica, rendendo il senso dello Stato una merce sempre più rara.

Cosa ha detto, infine, il Card. Parolin? La solidarietà espressa con il ripristino della corrente nello stabile occupato deve valere come suggestione e monito affinché le istituzioni e la politica non si sottraggano alle loro responsabilità. Certo, dinanzi a questa precisazione si può obiettare che altro poteva essere il metodo, a buon conto nel rispetto proprio della legalità (anch’essa un valore da salvaguardare). Anche don Luigi Di Liegro si distinse per coraggio e determinazione, dando voce alla Chiesa dei poveri, ma scelse di modellare la battaglia a favore dei più deboli ed emarginati sul fermo principio del metodo democratico.

In ogni caso, ciò che conta qui ed ora è la sostanza del problema, ovvero l’inammissibilità di silenzi e rinvii da parte degli organi di governo, centrali e territoriali, al punto di lasciare incancrenire le situazioni più gravi e umanamente difficili. Ricorda Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che l’attacco al Papa in genere si ritorce contro gli stessi autori dell’attacco. È però necessario che i cattolici più impegnati non si riducano a distribuire pillole di saggezza, ma aiutino il Paese a ritrovare, anche  tra le polemiche innescate dall’episodio romano, quel senso di equilibrio che nasce dal rispetto per le istituzioni e l’ordinamento della vita democratica.

http://www.frammentidipace.it/Pages/PrimoPiano/10793/La_carit%C3%A0_accende_la_luce_e_il_cuore_dell

Un voto sottostimato

Fonte rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Domenica 26 maggio non voteremo solo per il rinnovo del Parlamento europeo. In Italia, lo stesso giorno, con le europee si terranno anche molte elezioni amministrative. Tra le altre cose (insieme alle regionali in Piemonte) si voterà in quasi quattromila comuni italiani, la metà del totale.

Sono elezioni molto importanti. Da un lato c’è l’Europa e il progetto europeo, il contenitore dentro il quale dovrebbe muoversi anche un progetto nazionale, soprattutto in un momento di grande incertezza in cui sono ormai evidenti le conseguenze indesiderate della globalizzazione. Difficile se non impossibile, ad esempio, porre rimedio alla crescita delle diseguaglianze, se non in maniera episodica e molto parziale (spesso creando nuove disparità), senza un coordinamento sovranazionale. Per non parlare del contrasto ai cambiamenti climatici. Dall’altro lato c’è il voto amministrativo, con tante realtà locali che guardano, comprensibilmente, al loro particolare, senza per questo restare immuni dal clima politico nazionale. Anzi.

Proprio ciò che si muove sulla scena politica nazionale determinerà molti dei risultati alle comunali. Per questo in molti casi la destra che si ispira al modello della Lega di Salvini per ora non batte un colpo (o quasi), convinta di potere giocare di rimessa. Dall’altra parte chi ancora si trova in grande difficoltà e fatica a uscire dall’angolo, il Partito democratico, rischia di patire anche a livello locale il momento non esaltante in cui, anche sotto la nuova segreteria, la principale forza di opposizione al governo giallo-verde sembra muoversi.

In questo modo c’è il rischio concreto che si allarghi il divario tra i risultati raggiunti dalle amministrazioni uscenti, in molti casi a guida Pd, e il responso delle urne. Detto altrimenti: anche laddove il Pd ha governato decentemente, o addirittura bene, questo potrebbe non essere sufficiente per ottenere dagli elettori un nuovo mandato. È, anche questo, il segno di una politica sempre meno prevedibile, di un elettorato che, dopo decenni di sostanziale staticità sembra averci preso gusto e molto spesso riconsidera, a volte profondamente, le proprie opzioni di voto. Anche così si spiegano le tante liste civiche o presunte tali che, in tante situazioni, cercano di smarcarsi dai partiti pur ricercandone l’appoggio. Cartelli elettorali creati ad hoc, che a volte rappresentano un buon collante per forze troppo deboli se prese singolarmente. E altre volte, invece, rischiano di approfondire le divisioni del centrosinistra, ancora incapace di proporre un progetto politico sufficientemente comprensibile e non troppo contraddittorio. Contro la realtà (i dati, i fatti, le percentuali, dietro le quali le amministrazioni si nascondono per dire che “no, non c’è crescita dell’insicurezza: i dati dicono che i reati sono scesi”) potrebbe vincere (ancora una volta) la percezione della realtà.

Il 26 maggio sarà dunque una data particolarmente importante per il futuro della vita politica e sociale del nostro Paese, che rischia di trovarsi, il giorno dopo, meno europeo e molto più fragile. Autoreclusosi nei confini di tante, deboli piccole patrie.

[Questo approfondimento sulle amministrative di maggio tocca le quindici città più popolose in cui si rinnovano i Consigli comunali: Bari, Bergamo, Cesena, Ferrara, Firenze, Foggia, Forlì, Livorno, Modena, Perugia, Pescara, Prato, Reggio Emilia, insieme a Cagliari e Sassari dove, in ragione dell’autonomia dell’Isola, si voterà il 16 giugno.]

De Michelis: La verità su Maastricht

Pubblichiamo il documento che Gianni De Michelis elaborò nel 1996

Su Maastricht sono fiorite ormai troppe leggende che ci fanno perdere di vista il senso di quel progetto destinato a cambiare il volto dell’Europa.

È perciò necessario ricostruire criticamente la storia del Trattato sull’Unione Europea, anche per capire quali conseguenze esso avrà per il nostro futuro. E per rendere chiaro a tutti che se Maastricht dovesse fallire, non sarà solo un arretramento parziale: l’intera costruzione europea minaccerebbe di collassare, con effetti che non voglio nemmeno immaginare. A questo scopo vorrei qui portare il contributo della mia testimonianza, come responsabile della politica estera italiana negli anni decisivi (1989-1992) per la concezione e la definizione del Trattato di Maastricht.

Il missile di Delors

Il cuore del Trattato di Maastricht è senza dubbio la moneta unica europea.

L’idea di Delors, quando nel 1984 diventa presidente della Commissione, è di utilizzare la moneta unica come strumento per l’integrazione politica europea. Delors rovescia il ragionamento di Spinelli: mentre i federalisti classici puntavano tutto sulla costituzione politica – con il risultato di scatenare il fuoco di sbarramento degli Stati nazionali – Delors considera che il modo migliore per avvicinare l’integrazione politica è di approfondire e rendere irreversibile l’integrazione economica e monetaria. Se Spinelli era un massimalista, Delors appare come un minimalista, perché parte dal basso, presenta i progressi nel processo integrativo come completamento del Mercato comune. Ma l’obiettivo è e resta identico: l’Europa unita.

Delors concepisce infatti il progetto di integrazione europeacome un missile a tre stadi, ciascuno dei quali esprime la spinta sufficiente per passare a quello successivo. Primo, l’Atto unico (1986), con la conseguente creazione del Mercato unico; secondo, la moneta unica, sancita dal Trattato di Maastricht (firmato l’11 dicembre 1991), da realizzare per tappe entro il 1999; terzo, l’integrazione politica europea, con una configurazione istituzionale ancora da definire, ma in qualche modo collocata a mezzo fra federalismo e confederalismo. Dunque un processo schiettamente politico, che si presenta come inscritto in una logica economicistica per meglio resistere agli attacchi degli avversari dell’integrazione.

Quando il progetto di unione monetaria viene sottoposto al Vertice europeodi Madrid (giugno 1989), la signora Thatcher scopre il gioco di Delors e apre il fuoco di sbarramento, di cui lei stessa sarà la prima vittima. Del resto, già la direttiva sulla libera circolazione dei capitali, approvata a Hannover nel giugno del 1988, implicava il superamento del Sistema monetario europeo e la sovranazionalizzazione della politica monetaria.

Oltre che dagli inglesi, obiezioni vengono da paesi piccolicome la Danimarca e il Portogallo, mentre Francia, Italia e Germania guidano il fronte del sì. In quel momento, si noti bene, Delors parla solo di Unione economica e monetaria e non di unione politica, ma è evidente a tutti che la messa in comune di uno dei simboli fondamentali della sovranità – la moneta – avrebbe significato un passo quasi irreversibile verso l’Europa politica. Nessuno sa, a questo punto, se le obiezioni degli anti-europeisti o degli scettici potranno essere superate.

Lo scambio geopolitico

Lo scenario cambia completamente nel semestre successivo. Il crollo del Muro di Berlino sconvolge gli equilibri mondiali. Già al Vertice straordinario di Parigi (novembre 1989) si delinea quello che sarà lo scambio geopolitico implicito nel Trattato di Maastricht: l’Europa dà via libera alla Germania per la riunificazione in tempi rapidi, ottenendo come contropartita l’europeizzazione del marco.

Di fatto la moneta unica (poi denominata euro) sarà il marco– nessuno ha interesse a che valga di meno – con la differenza che a governarlo non sarà la Bundesbank, composta solo da tedeschi, ma la Banca europea, del cui consiglio di amministrazione i tedeschi saranno solo una delle componenti. Nessuno, all’epoca, lo dice pubblicamente, ma fra noi è pacifico che questa è la posta in gioco. Senza capirlo, è impossibile ricostruire la vera storia di Maastricht. Soprattutto, non se ne possono vedere le implicazioni geopolitiche.

Dal novembre 1989 fino alla notte di dicembre del 1991, quando nella cittadina olandese di Maastricht variamo il Trattato, la questione tedesca domina i nostri pensieri e i nostri negoziati. La questione è molto chiara: o la Germania resta in Occidente anche dopo essersi annessa la Rdt, oppure slitta verso il Centro e oscilla paurosamente fra noi e la Russia. Alla fine, la Germania accetta di integrarsi più strettamente in Europa, rinunciando persino alla sovranità sul marco a una data fissata (1° gennaio 1999), pur di garantirsi l’appoggio dei partner alla riunificazione.

Vorrei sottolineare questo punto, spesso trascurato, anche perché la vera trattativa si svolgeva al coperto, circondata dal segreto più assoluto: la riunificazione tedesca non sarebbe stata possibile senza il consenso dell’Europa. Non è dunque vero che la partita con la Germania fosse giocata unicamente da Unione Sovietica e Stati Uniti, con l’appendice delle altre due potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, Francia e Gran Bretagna. Non è nemmeno vero che gli americani spingessero per concludere subito l’unificazione.

No, gli unici che avevano fretta erano i tedeschi. I quali sapevano benissimo che noi europei potevamo stopparli. Quanto meno, potevamo ritardare l’unificazione. Per fortuna, siamo stati abbastanza intelligenti da usare il nostro potere contrattuale in modo costruttivo.

Galeotto fu il caminetto

Ho un ricordo personale molto vivo che può illustrare la sorda battaglia fra Kohl e gli altri leader europei, avvenuta al coperto ma non per questo meno esplicita. Nel novembre 1989, su invito di Mitterrand, i leader dei Dodici si ritrovano all’Eliseo per discutere le conseguenze della caduta del Muro. Deve essere solo un incontro di facciata, una dimostrazione dell’unità dei Dodici in una fase tanto agitata, senza nessun impegno per favorire l’unificazione tedesca. Durante la cena, Kohl illustra quello che sarà poi il suo piano in dieci punti per l’unificazione, che si muove però ancora entro la cornice di una confederazione dei due Stati tedeschi.

Dopo cena, ci raduniamo intorno al caminetto per un caffè. Mitterrand al centro, attorno a lui i capi di Stato o di governo disposti a semicerchio, poi una seconda fila con i ministri degli Esteri. Io sono seduto alle spalle di Andreotti e Kohl. Mitterrand parla, e fa subito capire che per lui la questione dell’unità tedesca è un’eventualità storica, da esaminarsi in un futuro abbastanza imprecisato. Sullo stesso tono gli interventi degli altri, da Gonzalez alla Thatcher. Kohl diventa sempre più rosso di rabbia e quando tocca a lui sembra quasi che stia per piangere. Il succo del suo intervento è questo: voi non potete farmi tornare a Bonn, dal mio popolo, senza un messaggio chiaro di appoggio dell’Europa alla riunificazione tedesca.

È emozionatissimo perché capisce che sta rischiando di restare a mani vuote.

Io so che dopo Kohl tocca ad Andreotti. Allora, dalla sedia dov’ero appollaiato, mi chino verso di lui e gli bisbiglio in un orecchio: «Presidente, adesso tutti si aspettano da te la stoccata finale. Sanno benissimo come la pensi sull’unificazione tedesca (per inciso, Andreotti veniva da una riunione della Nato in cui aveva avuto uno scontro molto forte con Kohl, n.d.r.). Ma qui hai un’occasione unica. Qui non bisogna badare alle proprie idee, ma alla politica. Proprio perché tutti sanno come la pensi, se tu apri uno spiraglio a Kohl le tue parole varranno doppio. Io e Fagiolo (diplomatico, all’epoca stretto consigliere di De Michelis, n.d.r.) abbiamo preparato una frasetta per fissare la posizione italiana. Con tutte le cautele diplomatiche, questa frasetta dichiara che l’Europa auspica e promuove l’unificazione della Germania. Niente di definitivo, ma è ciò di cui Kohl ha bisogno per superare l’impasse».

Andreotti coglie al volo l’idea e legge quella frasetta, immortalata poi nel comunicato finale. Gli altri sono presi in contropiede. Se Andreotti, che notoriamente ama tanto la Germania da volerne due, dà via libera a Kohl, è difficile non tenerne conto. Di colpo l’impasseè superata e il vertice si chiude con un esplicito appoggio della Comunità all’idea della riunificazione tedesca. Credo che Kohl non abbia dimenticato quel momento e che il nostro buon rapporto con i tedeschi nasca anche di lì.

 

È da allora che si comincia a disegnare il compromesso fra Germania ed Europa, che cambia completamente la logica originaria di Maastricht. La moneta unica non basta più, bisogna aggiungervi la parte politica, perché la Germania deve essere integrata sempre più strettamente in Europa. È una conseguenza inevitabile dello stravolgimento degli equilibri internazionali. Una Germania più grande, liberata dai vincoli derivanti dalla sconfitta del nazismo, rischierebbe di squilibrare la costruzione europea.

Ricordo ancora l’impressione che farà a tutti, anche agli americani, il vertice Kohl-Gorbačëv del luglio 1990, nel Caucaso, quando il cancelliere tedesco sembra trattare da pari a pari con la superpotenza sovietica e si presenta dai russi con un ricco assegno e strappa il loro sì alla Germania unificata tutta nella Nato. È finita la Bundesrepublik di Bonn, comincia quella di Berlino. Di questo Delors e noi ci rendiamo perfettamente conto, sicché acceleriamo il passo e modifichiamo sostanzialmente la strategia.

L’11 febbraio 1990, durante il vertice della Csce a Ottawa, viene concepito il negoziato 2+4 (le due Germanie più le quattro potenze vincitrici) sull’unificazione tedesca. Ho uno scontro con Genscher, che strilla: «Voi italiani siete fuori del gioco!». Certo, siamo fuori del 2+4, ma siamo invece dentro, e con un ruolo trainante (dal 1° luglio l’Italia è presidente della Cee) al negoziato parallelo che deve portare la Rdt dentro la Comunità europea.

Una condizione di cui i tedeschi hanno assolutamente bisogno e che dà all’Europa, e anche a noi italiani, un certo peso contrattuale. Si tratta di portare con un negoziato fra i più veloci nella storia un paese di 16 milioni di abitanti dentro a una Comunità che ha impiegato sette anni di trattative per incorporare Spagna e Portogallo, tutto sommato paesi già diventati democratici. Il miracolo si compie tra giugno e settembre del 1990.

Forse non tutti ricordano che per un solo giorno, il 30 settembre 1990, noi siamo stati una Comunità a Tredici, avendo accettato l’ingresso della Germania orientale come entità strutturale a sé stante. Occorre ricordare che ancora all’inizio del 1990, l’anno dell’unificazione tedesca (1°.ottobre), molti non credono che il processo sarà così rapido. Ma già nel febbraio 1990 io traccio su un foglietto, durante il Vertice di Ottawa, i due possibili percorsi dell’unificazione, di cui il più veloce prevede la conclusione entro sei mesi (due meno di quelli poi effettivamente necessari).

Ci rendiamo conto che siccome Kohl deve affrontare le elezioniin ottobre ha un interesse vitale ad arrivarci con la Germania unita. Sicché ora spinge per un’unificazione al galoppo. Noi italiani siamo svelti a capire che il tempo stringe. Bisogna incardinare la nuova Germania in Europa prima che i tedeschi si riunifichino e dettino legge.Il treno che porterà a Maastricht deve correre molto più velocementee portare contemporaneamente all’allargamento (prima la Germania dell’Est, dopo il Duemila altri Stati dell’ex blocco sovietico) e all’approfondimento. L’allargamento lasciando l’Europa com’è significa distruggerla. Vuol dire importare i germi della disintegrazione e lasciare che corrodano le nostre istituzioni comuni e i nostri Stati. Su questo siamo d’accordo con Delors e con gli altri partner, a cominciare dagli stessi tedeschi.

Tanto che già il 20 aprile, al Vertice di Dublino, per la prima volta viene approvato un documento ufficiale del Consiglio dei ministri europei che parla di unione politica. Si comincia a delineare anche la necessità di una politica estera e di sicurezza comune. Gli inglesi, che pure vorrebbero dare priorità all’allargamento dell’Europa, non possono opporsi e si limitano ad alcune eccezioni e riserve nel merito.

È il momento di scattare per l’offensiva finale. Delors, presidente della Commissione, ed io, che in quel momento presiedevo il Consiglio dei ministri degli Esteri europei, siamo in perfetta consonanza. Nasce l’idea di chiudersi in conclave noi due con solo i consiglieri più stretti per definire una prima traccia dei possibili contenuti di quello che poi sarebbe diventato il Trattato di Maastricht. Lo facciamo all’inizio di settembre, nel segreto più totale. I tedeschi in quella fase non c’entrano. Nel week-end trascorso all’hotel Il Pellicano, all’Argentario, riusciamo ad accordarci su un canovaccio che definisce soprattutto la scaletta di argomenti da affrontare e le soluzioni di massima da proporre, nel quadro del negoziato sull’unione politica.

Un’idea abbastanza fedele del risultato dell’Argentariola si può avere rileggendo il testo del documento che la presidenza italiana fece circolare qualche settimana dopo (nel novembre) e che è stato riprodotto in un volume di Rocco Cangelosi. Il risultato più significativo, poi confermato a Maastricht, è rappresentato dall’indicazione di un impianto istituzionale a mezza via fra federalismo (caro soprattutto a Olanda e Belgio) e confederalismo (la nostra preferenza) per l’Europa del futuro.

Ora leggo che Delors critica quella politica esterae di sicurezza comune che è senza dubbio il punto debole di Maastricht. Ma nessuno come Delors conosce le resistenze che incontrammo nel negoziato del 1991-’92, e quindi le ragioni che ci indussero ad accettare un compromesso, in parte insoddisfacente, al fine soprattutto di incassare l’apertura di credito che avevamo nei confronti della Germania. Capisco che oggi Delors, per ragioni soggettive, si sia un po’ disamorato di Maastricht, ma all’epoca eravamo d’accordo su tutte le questioni essenziali.

Carli e i parametri

Negli ultimi mesi di negoziato, nel corso del 1991, si accentua il braccio di ferro con i tedeschi sull’unione monetaria. I pallini di Kohl sono i parametri di convergenza, e l’indipendenza della Banca europea, soprattutto come garanzia della stabilità dei prezzi. È chiaro che la moneta unica non si può fare senza un certo livello di convergenza fra le politiche economiche degli Stati membri. Ma il nostro ministro del Tesoro, Carli, si batte con forza contro un’interpretazione ideologica dei parametri. «Non ci sono numeri magici, per cui il 3,1 è male e il 2,9 è bene», ripete ai tedeschi.

Non è un caso che i quattro parametridi cui oggi tanto si discetta sulla stampa non siano inclusi nel testo del Trattato, ma siano collocati in un protocollo aggiuntivo. Questo vuol dire che gli organi dell’Unione possono interpretarli senza che questo debba comportare una modifica del Trattato e quindi la necessità di passare per una nuova ratifica da parte dei parlamenti nazionali. L’unico criterio rigido, su cui l’accordo è generale, è quello che riserva l’ingresso nella terza fase dell’unione monetaria ai soli paesi che abbiano mantenuto stabile per almeno due anni il rapporto di cambio della propria con le altre monete europee.

Carli ed io siamo convinti, allora, che l’Italia possa entrare da subitonel gruppo di paesi che avranno per primi la moneta unica. Non c’è, insomma, nessun tentativo di escludere a priori nessuno, tanto meno l’Italia. Semmai, fino all’ultimo c’è un tentativo tedesco di rendere non vincolante la decisione sulla moneta unica. Nelle versioni preparatorie del Trattato si lascia aperta la possibilità di cambiare idea all’ultimo momento.

Ma su nostra iniziativa passa invece, nel testo finale, la norma vincolante, che impegna tutti a fare la moneta unica a partire dal 1° gennaio 1999. Questo aspetto oggi viene trascurato, ma è fondamentale. Se qualcuno, ad esempio la Germania, non volesse più fare la moneta unica, dovrebbe rinnegare il Trattato di Maastricht, dovrebbe far saltare per aria l’Unione europea. E verrebbe meno allo scambio, di cui Kohl è sempre stato perfettamente cosciente, fra unificazione tedesca ed europeizzazione della Germania.

Alla prova della Jugoslavia

L’accordo di Maastricht viene siglato pochi giorni prima che la Germania, violando le regole del gioco, imponga ai suoi partner il riconoscimento accelerato di Slovenia e Croazia. Si può speculare a lungo sulle ragioni che spingono Kohl e Genscher ad abbandonare la linea di prudenza che loro stessi hanno inizialmente sostenuto, d’accordo con noi europei, con gli americani e con i sovietici. È un duro colpo per l’Europa.

Non è vero però, come sostiene qualcuno, che i tedeschi ci ricattino, minacciando di far saltare Maastricht se non riconosciamo le due repubbliche secessioniste ex jugoslave. La riunione decisiva si svolge a Bruxelles nella notte del 13 dicembre 1991, cioè due giorni dopola firma del Trattato. Genscher annuncia che la Germania riconoscerà in ogni caso entro Natale Slovenia e Croazia, come annunciato pubblicamente da Kohl qualche giorno prima.

Avendo partecipato a quella riunione, ricordo che la mia impressioneè che francesi e tedeschi siano d’accordo a essere in disaccordo. Genscher e Dumas fanno il gioco delle parti, ma in realtà i francesi non hanno nessuna intenzione di bloccare i tedeschi. Devono mantenere una posizione di facciata, in omaggio all’opinione pubblica, ma certo non si battono strenuamente contro i riconoscimenti.

Van den Broek, presidente di turno, e io a nome dell’Italiacerchiamo di rabberciare una posizione comune, per evitare che l’Europa alla prima grande prova si spacchi. E ci riusciamo. Fra l’altro, rinviando di quattro settimane il riconoscimento europeo di Slovenia e Croazia diamo al mediatore dell’Onu Vance il tempo necessario per disinnescare la mina dei territori croati tenuti dai serbi della Krajina. Il compromesso imposto da noi a Tud-man lo costringe a congelare per anni una situazione che vede un terzo del suo territorio in mano serba, in cambio del riconoscimento, fra l’altro condizionato.

Nella riunione di quella notte io spiego che non trovare una posizione comunesarebbe esiziale per l’Europa. Che cosa sarebbe successo infatti, in caso di disaccordo? La Germania, il Belgio, la Danimarca e forse l’Italia avrebbero riconosciuto le due repubbliche, mentre gli altri sarebbero rimasti alla finestra, sancendo una spaccatura verticale fra i Dodici e permettendo alle varie parti ex jugoslave di giocarci gli uni contro gli altri. Maastricht sarebbe morto a due giorni dalla nascita.

La migliore delle Europe possibili

È facile criticare Maastricht con il senno di poi. Ma qual era l’alternativa? Noi decisori non ci muoviamo in uno spazio astratto. Dobbiamo restare con i piedi per terra, calcolare costi e benefici delle diverse opzioni. Resto convinto che il Trattato di Maastricht, con tutti i suoi difetti, fosse la migliore soluzione possibile all’improvviso riemergere della questione tedesca.

Con la dissoluzione dell’impero sovietico noi eravamo a un bivio. Una strada ci riportava indietro all’Ottocento, alla logica dell’equilibrio delle potenze. L’altra, la strada dell’integrazione, ci proiettava verso il Duemila. Abbiamo scelto questa seconda strada, forse più difficile, certo più ambiziosa. Lo scambio geopolitico fra unificazione tedesca e stretta integrazione della Germania in Europa, sancita dall’europeizzazione del marco, era l’unica opzione realistica e coerente con i nostri interessi.

Avremmo forse dovuto rallentare l’unificazione tedesca?Mi pare azzardato sostenerlo. L’opinione pubblica non avrebbe capito. Sarebbe stato inoltre molto pericoloso per il mantenimento della pace. Concretamente: che cosa sarebbe successo se al momento del tentativo di golpe in Urss, nell’agosto del 1991, la Germania fosse stata ancora divisa, con centinaia di migliaia di soldati sovietici pronti a intervenire? Ricordo che quel lunedì 19 agosto ero in Jugoslavia, sul lago di Ocrida, per un incontro con il primo ministro Marković, il quale mi disse: «Stasera devo rientrare a Belgrado. Se il colpo di Stato in Urss riesce, mi fucilano…».

Un altro esempio: la guerra del Golfo, all’inizio del 1991. Se non avessimo risolto la questione tedesca per tempo, difficilmente avremmo potuto costruire quel fronte compatto, compresi in buona misura gli stessi sovietici, che liberò il Kuwait e impedì un’estensione del conflitto all’intero Medio Oriente, mettendo a rischio persino l’esistenza di Israele.

Il successo di Maastricht, e quindi la regolazione definitivadella questione tedesca, sarà deciso nei prossimi anni, quando si tratterà di portare a termine l’unione monetaria per poi proseguire, sullo slancio, verso una più stretta integrazione politica senza di cui l’allargamento a est sarebbe un disastro. L’unificazione europea è un processo. Per sviluppare l’integrazione noi dobbiamo stabilire delle procedure, le quali a loro volta, essendo applicate, creano la consuetudine e hanno un effetto autorafforzante.

Io credo che con Maastricht noi abbiamo messo in moto un meccanismoche rende alla maggioranza dei tedeschi più conveniente stare dentro l’Europa che tentare nuove avventure solitarie. La fuoriuscita dal processo di integrazione europea è diventata per la Germania molto più costosa. Basta questa considerazione, credo, per valutare l’importanza storica di quel Trattato, che prima o poi dovrà sfociare nell’integrazione politica del nostro continente.

Con fiducia verso una nuova fase di collaborazione

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

I recenti progressi dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Cina sono al centro della lunga intervista esclusiva concessa dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ai giornalisti Francesco Sisci e Zhang Yu e pubblicata sul «Global Times». Ne riportiamo una traduzione italiana, ringraziando il quotidiano cinese per la disponibilità del testo.

L’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese è stato firmato. Adesso il dialogo prosegue. Con quale frequenza si incontrano le due parti? Può raccontarci qualche dettaglio al riguardo?

Sì, il 22 settembre 2018 si è giunti alla firma di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina. Le due parti sono ben consapevoli che tale atto costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino, ma è soprattutto un punto di partenza. C’è fiducia che si possa ora aprire una nuova fase di maggiore collaborazione per il bene della comunità cattolica cinese e per l’armonia dell’intera società. I canali di comunicazione stanno funzionando. Ci sono elementi che mostrano un aumento di fiducia tra le due parti. Stiamo inaugurando un metodo che pare positivo e che certamente dovrà ancora essere messo a punto nel tempo ma che, fin da ora, ci fa sperare di poter raggiungere progressivamente risultati concreti. Dobbiamo camminare insieme, perché solo così potremo rimarginare le ferite e le incomprensioni del passato, per mostrare al mondo che anche partendo da posizioni lontane si possono raggiungere intese fruttuose. Vorrei sottolineare un aspetto che sta particolarmente a cuore a Papa Francesco, cioè la vera natura del dialogo. In esso, nessuna delle due parti rinuncia alla propria identità e a quanto è essenziale allo svolgimento del proprio compito. La Cina e la Santa Sede non stanno discutendo sulla teoria dei rispettivi sistemi, né vogliono riaprire questioni che appartengono ormai alla storia. Stiamo invece cercando soluzioni pratiche per la vita di persone concrete, che desiderano praticare serenamente la loro fede ed offrire un contributo positivo al proprio Paese.

C’è una certa opposizione al dialogo tra il Vaticano e il Governo cinese. Lei che cosa pensa di questa opposizione e che cosa vorrebbe dire agli oppositori all’interno della Chiesa?

Come avviene in generale nelle questioni complesse e quando si è posti di fronte a problemi di vasta portata, anche nello specifico dei rapporti sino-vaticani è un fatto normale che si confrontino posizioni diverse e si propongano soluzioni altrettanto diverse, a seconda dei punti di vista da cui si parte e delle preoccupazioni che prevalgono. Perciò, non c’è da stupirsi di fronte alle critiche, che possono sorgere sia all’interno della Chiesa sia in Cina o in altre parti, per un’apertura che può apparire inedita dopo un così lungo periodo di confrontazione. E mi pare umano e cristiano manifestare comprensione, attenzione e rispetto per chi le esprime. Certo, non tutti i problemi sono risolti! Tante questioni debbono essere ancora affrontate e lo stiamo facendo con buona volontà e determinazione. Sono ben consapevole che qui nessuno ha in tasca la verità assoluta (o la bacchetta magica!), ma posso dire anche che siamo impegnati a cercare soluzioni durevoli, che siano accettabili e rispettose di tutti. Ovviamente, un’altra cosa sono le critiche che vengono da posizioni pregiudiziali e che sembrano mirare solo a conservare vecchi equilibri geopolitici. Per Papa Francesco — il quale è ben consapevole di quanto è avvenuto nel passato anche recente — il principale interesse nel dialogo in corso è di ordine pastorale. Egli sta compiendo un grande atto di fiducia e di rispetto per il popolo cinese e la sua millenaria cultura, con la motivata speranza di ricevere una risposta altrettanto sincera e positiva. La cosa davvero importante è che il dialogo sia in grado di costruire progressivamente un più vasto consenso proprio portando frutti abbondanti. Un primo e duplice frutto a ben guardare già c’è: da un lato, si inizia a superare le reciproche condanne, ci si conosce di più, ci si ascolta, si comprendono meglio le esigenze dell’interlocutore; dall’altro, si apre la prospettiva che due soggetti internazionali tanto antichi, vasti e articolati — come la Cina e la Sede Apostolica — divengano sempre più consapevoli della responsabilità comune verso i gravi problemi del nostro tempo. A sfide globali debbono corrispondere risposte globali. E il cattolicesimo per sua natura è un fatto globale, in grado di favorire in modo originale la ricerca di senso e di felicità, di consolidare il valore dell’appartenenza a una specifica cultura e nello stesso tempo di sperimentare la fraternità universale. Come ha sottolineato di recente un vescovo cinese, le comunità cattoliche in Cina chiedono oggi di essere pienamente integrate nella comunione universale, portando alla Chiesa il dono di essere cinesi.

Per la Chiesa cattolica l’inculturazione è sempre stata importante nel predicare il Vangelo. Ora la Cina sta compiendo una “sinizzazione” delle religioni. Lei che cosa pensa dell’inculturazione e della “sinizzazione”?

L’inculturazione è condizione essenziale per un buon annuncio del Vangelo, che per portare frutto richiede, da un lato, la salvaguardia della sua autentica purezza e della sua integrità e, dall’altro, di essere declinato secondo la peculiare esperienza di ciascun popolo e cultura. Ne è testimonianza esemplare la feconda esperienza di Matteo Ricci che ha saputo farsi autenticamente cinese all’insegna dei valori dell’amicizia umana e dell’amore cristiano. Per il futuro, sarà certamente importante approfondire questo tema, specialmente il rapporto tra “inculturazione” e “sinizzazione”, avendo presente che la leadership cinese ha avuto modo di ribadire la volontà di non intaccare la natura e la dottrina delle singole religioni. Questi due termini, “inculturazione” e “sinizzazione”, si richiamano a vicenda senza confusione e senza contrapposizione: possono essere in qualche maniera complementari e aprire prospettive per il dialogo sul piano religioso e culturale. Direi, infine, che i principali protagonisti di questo impegno sono i Cattolici cinesi, chiamati a vivere la riconciliazione, per essere autenticamente cinesi e pienamente cattolici.

La Santa Sede ha svolto un ruolo positivo nell’aiutare la Cina a vedersi riconosciuti gli sforzi per dare un giro di vite contro il traffico di organi. Esistono altri ambiti in cui le due parti possono lavorare insieme?

Come accennavo poco sopra, molte sono oggi le sfide globali che chiedono di essere affrontate con spirito di positiva collaborazione. Penso qui in particolare alle grandi questioni della pace, della lotta contro le povertà, delle emergenze ambientali e climatiche, delle migrazioni, dell’etica dello sviluppo scientifico, del progresso economico e sociale dei popoli. Per la Santa Sede è di primaria importanza che in tutti questi ambiti venga rimessa al centro la dignità della persona, a cominciare dal concreto riconoscimento dei suoi diritti fondamentali ivi compreso quello alla libertà religiosa, e il bene comune, che è il bene di tutti e di ciascuno. Sono orizzonti molto ampi che oggi più che mai esigono un impegno comune da parte di tutti, credenti e non credenti. La Santa Sede continuerà a fare la propria parte nel quadro della comunità internazionale ed è disponibile ad ogni iniziativa che promuova il bene comune.

Questo è un tempo difficile per tutto il mondo, e in particolare per alcuni paesi. Che cosa potrebbe dire lei, personalmente, come uomo di fede, ai leader politici?

Oggi più che in passato i leader politici sono chiamati a enormi responsabilità. Quanto accade a livello locale ha quasi immediatamente ripercussioni sul piano globale. Tutti siamo interconnessi, per cui le parole e le decisioni di pochi influenzano la vita e il modo di pensare di molti. Come uomo di fede e come sacerdote vorrei invitare chi ha responsabilità politiche dirette a tener conto di questo potere di influenza sui popoli, un potere che può dare le vertigini. Vorrei dire loro che anche nelle situazioni più difficili e di fronte alle scelte più complesse non abbiano timore di alzare lo sguardo, al di là dei successi immediati, per cercare senza precondizioni soluzioni durevoli e lungimiranti, che contribuiscano a costruire un futuro più umano, più giusto e più degno per tutti. Mi permetto di indicare, a questo proposito, il messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della cinquantaduesima Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2019, dal titolo: «La buona politica al servizio della pace», che offre preziose indicazioni a tutti coloro che hanno responsabilità politiche.

Lei ha trattato con i rappresentanti cinesi per molti anni. Qual è il ricordo più forte di questo periodo? E quello più bello?

Conservo vivi e grati ricordi del periodo in cui, come sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, ho trattato con i rappresentanti cinesi e ringrazio il Signore per avermi concesso di fare questa bella esperienza. Non sono mancati, ovviamente, preoccupazioni e timori. In non poche occasioni mi è sembrato che non avremmo mai fatto dei progressi e che tutto si sarebbe interrotto. Ma è prevalsa, da entrambe le parti, la volontà di andare avanti e, con pazienza e determinazione, abbiamo cercato di superare gli ostacoli del cammino. Ecco, precisamente ciò è rimasto particolarmente impresso nella mia memoria. I momenti più belli sono stati quelli in cui abbiamo vissuto insieme momenti di familiarità e di amicizia, che ci hanno consentito di conoscerci e di apprezzarci di più e, in fin dei conti, di condividere l’umanità che ci accomuna al di là delle differenze che esistono fra di noi. Si tratta di situazioni che hanno un profondo valore in sé stesse, ma che sono state pure utili a creare un’atmosfera più favorevole durante i negoziati. Ricordo, in particolare, un’intera giornata trascorsa ad Assisi con la delegazione cinese in una domenica di primavera: gli affascinanti luoghi francescani e il clima che si era creato fra di noi mi aprì il cuore a una grande speranza, che mi ha sostenuto in tutti gli anni successivi e che ancora mi sostiene. Di essa abbiamo visto le prime realizzazioni e, con la grazia di Dio, ne vedremo di ulteriori, a beneficio di tutta la comunità cattolica cinese, che abbraccio fraternamente — in primo luogo quanti hanno maggiormente sofferto e soffrono — e di tutta la popolazione di quel Paese, alla quale auguro sinceramente ogni bene.

Ha un messaggio particolare per il popolo cinese e per i suoi leader?

Vorrei trasmettere ai leader, ma anche a tutti i cinesi, il saluto, l’augurio e la preghiera di Papa Francesco. Ai cattolici, in particolare, il Santo Padre chiede di intraprendere con coraggio il cammino dell’unità, della riconciliazione e di un rinnovato annuncio del Vangelo. Egli guarda alla Cina non solo come a un grande paese ma anche come a una grande cultura, ricca di storia e di saggezza. Oggi la Cina è tornata a suscitare dappertutto grande attenzione e interesse, specialmente nei giovani. Al riguardo, la Santa Sede spera che la Cina non abbia timore di entrare in dialogo con il più vasto mondo e che le Nazioni del mondo diano credito alle profonde aspirazioni del popolo cinese. In tal modo, lavorando tutti insieme, sono certo che potremo superare le diffidenze e costruire un mondo più sicuro e più prospero. Con le parole di Papa Francesco diremmo che solo uniti possiamo vincere la globalizzazione dell’indifferenza, operando come creativi artigiani di pace e tenaci promotori di fraternità.

Cent’anni fa nasceva il Partito Popolare

tratto da http://www.istitutomounier.it/ a firma di Giulio Alfano*

L’attuale momento politico è caratterizzato da una diffusa mancanza di idealità nelle finalità e nei progetti e da una debole tensione etica. Le cause di questa situazione sono probabilmente da ricercare nella profonda dissociazione che esiste tra società civile e società politica e,ancor più,nella generalizzata accettazione di un criterio assiologico di tipo utilitaristico ed edonistico;ne conseguono da un lato la crisi di partecipazione e rappresentanza della politica e dall’altro un approccio pragmatico e scettico alle questioni sociali,che si rivela incapace di conciliare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo con le necessita e le sfide della società complessa post globalizzata. La costante diminuzione di partecipazione dei cittadini alla vita politica,le spinte xenofobe, sovraniste e populiste, nonché la perdi politica in sè ci consente a cent’anni di distanza di rivalutare la proposta politica di don Luigi Sturzo(1871/1959)in merito all’emergenza degli snodi che sono all’origine dell’attuale situazione,determinate per effetto di scelte emotive che deprimono il valore ontologico della persona.

Rileggere il programma del Partito Popolare che Sturzo fond’ nel 1919 preceduto dall’appello ai liberi e forti il 18 gennaio 1919,costituisce una fonte di ricchezza per affrontare la complessita della società contemporanea. Sturzo ha insegnato che il laico che opera in politica non lo fa in quanto cristiano,ma DA cristiano;non agisce alle dipendenze della Gerarchia,pur rispettandone l’elevato ruolo spirituale,ma nella propria responsabilità; non compie AZIONE CATTOLICA di evangelizzazione,ma AZIONE POLITICA in base alle proprie convinzioni religiose e morali;non si propone di costruire la CITTA’ DI DIO,compito della Chiesa e della comunita religiosa,bensì di contribuire alla costruzione della CITTA’ DELL’UOMO.

Il laico elabora programmi politici e compie azioni politiche tenendo conto dei principi cristiani,ispirandosi ad essi ,ma lo fa sotto la propria responsabilità ,operando scelte opinabili perchè frutto,alla luce dei principi immutabili,della propria interpretazione della mutevole e varia congiuntura storica e non derivanti direttamente dai contenuti della fede religiosa, nè imponibili come verità di fede.

Merito di Sturzo fu l’aver capito il momento opportuno del primo dopoguerra,l’aver agito in armonia con la Gerarchia Ecclesiastica e con l’intera comunità cristiana,l’aver chiarito il rapporto tra politica e religione e fra partiti e Chiesa,l’aver fondato l’autonomia politica dei laici e l’aconfessionalita del partito politico.

Quando rinascerà quella che secondo alcuni sarebbe stata la prosecuzione del Partito Popolare,ovvero la Democrazia Cristiana,essa sara autenticamente innovativa intercettando la lezione del Partito Popolare e la rivoluzione mounieriana del personalismo filosofico;purtroppo entrambe perse per l’emergenza dello scontro col comunismo che trasformo nei decenni la D.C in partito ideologico,votato alla tattica dello scontro elettorale e dell’accordo parlamentare con coloro che nei comizi diceva di combattere e con i quali invece nelle stanze parlamentari si accordava,rendendo nullo il retaggio di un integrità morale che Sturzo aveva difeso fino all’esilio. Viceversa dopo il crollo del muro di Berlino la D.C. è….evaporata nelle nebbie della storia e nel ricordo dell’anticomunismo elettorale!

prof. Giulio ALFANO

Presidente Istituto Emmanuel Mounier – Italia

 

Come evolse il quadro politico-sociale italiano a fine anni settanta: il post-Moro

Finì che il “cavallo di razza” (come fu definito Aldo Moro da Carlo Donat Cattin nel lontano 1969) della Dc, il più accreditato a guidare idealmente il suo partito (e non solo), si sacrificò – o fu sacrificato, secondo buona parte della storiografia contemporanea – in nome della democrazia. E non servirono a nulla settimane di febbrili trattative, scambi di opinioni, pressioni, sensazioni contrapposte, prese di posizioni politiche, decisioni drammatiche.

Cosa lasciò Moro in eredità allo Stato italiano, all’opinione pubblica e allo stato sociale? Un’eredità pesante non solo sotto l’aspetto politico, ma anche etico e teorico. Le sue “convergenze” se ne andarono con lui, portandosi dietro una scia di dolore, instabilità e prospettive condizionate da un decennio di terrorismo, il cui culmine, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980, venne raggiunto proprio nel trimestre marzo-aprile-maggio 1978 con il suo rapimento e la sua uccisione. Al di là della abbondante bibliografia seguita alla vicenda dello statista magliese e alle commissioni d’inchiesta parlamentari istituite negli anni (la più recente nel 2014, per cui non è stata comunque raggiunta una verità fondante e “il sapere per il sapere” legato all’acquisizione di conclusioni certe), molto probabilmente, più dei “55 giorni”, oggi è il pensiero moroteo che rimane nel dna dell’arco istituzionale d’Italia post-repubblicano. Un pensiero a metà tra l’assioma politico e la conclusione filosofica, dalla struttura complessa e non facile da interpretare, nella quale si fondono oggettività e assoluto (diritto, famiglia, etica e religione) lasciando spazio certamente al primato della ragione. Elementi non impositivi, bensì legati alla concezione di una democrazia partecipativa in cui il dialogo resta un passaggio necessario per la vita dello Stato liberale.

Il paese civile, tuttavia, nella primavera del ’78, benché si apprestasse a reagire, si trovò per diversi momenti sull’orlo del baratro; come dimenticare la apparente freddezza di Andreotti, lo sgomento di Longo e Berlinguer, la frenesia insistente di Craxi che potesse ricondurre a una transazione il cui scopo sarebbe stato quello di salvare Moro? E poi, la caccia spietata – quella si – di Dalla Chiesa ai brigatisti, mentre la politica si interrogava tra le accuse rivolte ai quadri dirigenziali democristiani e le scritte “assassini” sui manifesti del Partito Comunista, incolpato di avere un “braccio armato” pronto a colpire. Ma allora come spiegare la elezione unanime alla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, un partigiano, che ebbe luogo solo poche settimane dopo la vicenda-Moro (luglio ’78)? O il fatto che in quel clima di scontro tra i primi a essere colpiti ci furono proprio esponenti legati alla sinistra e ai suoi sindacati (clamorosa resta l’aggressione al segretario della Cgil  Luciano Lama a La Sapienza) ?

Quando l’ondata terroristica appariva non più arginabile (tra il ’77 e il ’79 gli attentati sfiorarono il numero di 1000), le istituzioni e il paese reale mostrarono di saper prendere le distanze dal fenomeno eversivo, che – contestualmente al potenziamento delle attività delle forze dell’ordine e dell’intelligence – subì le prime sconfitte e il progressivo debellamento. A metà ’78 il primo intervento compiuto dal nuovo esecutivo di solidarietà nazionale fu in economia: un sistema di tassazione a imposta indiretta in un rinnovato clima di austerità (condiviso dalle maggiori sigle sindacali, che moderarono le loro richieste). Provvedimenti che diedero un impulso positivo all’inflazione, scesa di diversi punti dopo anni di crisi. Allo stesso tempo, gli effetti della riforma fiscale varata nel ’74 snellirono in qualche modo la tassazione diretta razionalizzando la spesa pubblica, ma l’impossibilità di conciliare le istanze delle coalizioni formatesi durante il post-Moro (prima con l’appoggio esterno del Pci e poi con quello di Pli e Psdi) determinò anni di instabilità che si caratterizzarono per l’istituzione di governi a vaste rappresentanze (pentapartito e quadripartito) e si conclusero amaramente con la crisi della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Europee: in Gran Bretagna Farage è il primo nei sondaggi

Il “Brexit party”, nuova formazione politica lanciata soltanto alcune settimane fa dall’ex leader dell’Ukip Nigel Farage, svetta al primo posto in un recente sondaggio sulle intenzioni di voto per le prossime elezioni europee che nel Regno Unito si terranno il 23 maggio.

Questa formazione è nata con un unico obiettivo: fare in modo che il Regno Unito esca dall’Unione europea il prima possibile, anche senza un accordo se questa è l’unica soluzione. Secondo Farage, il paese dovrebbe uscire dal mercato unico e, soprattutto, dall’unione doganale – cosa che, la bozza di accordo negoziata da Londra e Bruxelles e già respinta dalla Camera dei Comuni più volte, non prevede, almeno in una prima fase.

Mentre a fare impressione è il tracollo all’11% del Partito Conservatore, più che dimezzato rispetto al 2014 e scavalcato persino dai Liberaldemocratici, gli europeisti più bellicosi in questa fase.

 

 

 

La regina viarum in festa

Sono stati presentati l’11 e il 12 maggio a Roma i 150 appuntamenti di Appia Day 2019, la kermesse partita tre anni fa, per ricordare l’intramontabile splendore dell’antica Via consolare rilanciandone lo sviluppo in chiave turistica e culturale. All’iniziativa, che ha visto insieme amministratori locali  e organizzatori, erano presenti, tra gli altri, il vice sindaco del Comune di Roma, Luca Bergamo, e l’assessore al Turismo del Comune di Brindisi, Oreste Pinto, rappresentanti istituzionali delle città di partenza e di arrivo della Via Appia, a testimoniare un denominatore comune tra le tante comunità locali che si dipanano lungo il tracciato.

La due giorni è stata anche l’occasione per sottoscrivere un protocollo d’intesa tra CoopCulture, Legambiente e Touring Club, il documento che promuove una visione integrata della valorizzazione della cultura e del turismo con il territorio e l’ambiente, attivando sinergie e iniziative condivise che guardino a sistemi territoriali e a circuiti turistico ambientali virtuosi. L’itinerario della Via Appia sarà oggetto, in particolar modo, di una prima sperimentazione del modello di collaborazione elaborato, che prevede un’interlocuzione congiunta con le diverse istituzioni, mirando a far sì che il network dell’Appia Day possa evolversi in un modello più strutturato per una animazione durevole ed efficace dell’intero tracciato. Una delle novità di quest’anno è il progetto “Appia Way”, un percorso virtuale che coniuga accoglienza, servizi turistici, itinerari culturali, naturalistici ed enogastronomici, con l’obiettivo di comporre e far vivere lungo l’Appia Antica il primo cammino multimodale al mondo: a piedi e a pedali, ma anche in treno, bus, corriera, sharing. Un progetto in progress da realizzare con il contributo di tutti: dai partecipanti alla rete Appia e ai singoli cittadini.

Torino: a Palazzo Barolo “Facendo altro”

E’ stata inaugurata ieri la mostra “Facendo altro” ospitata negli spazi espositivi del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari – Pari – di Palazzo Barolo e Housing Giulia.

Fotografia, scultura, pittura, video e installazioni sono i contenuti dell’allestimento, uno degli appuntamenti della rassegna “Singolare e Plurale”, un progetto dell’assessorato al Welfare della Città di Torino e Opera Barolo, curata da Artenne e Forme in bilico con il sostegno di Fondazione CRT, è un’opportunità per non perdere il filo di quanto avviene in città, in regione, in Italia e nel mondo, per mantenere attiva la rete costruita fra Amministrazione Comunale, Opera Barolo, scuola, università, fondazioni, dipartimenti educazione dei musei, associazioni e cooperative sociali.

E’ un’iniziativa che fa emergere e valorizzare le qualità nascoste dell’espressione artistica e culturale prodotta da minoranze sociali con fragilità e senza voce autonoma – persone con disabilità, anziani, pazienti psichiatrici – dando impulso alla costruzione di un welfare di comunità attraverso la continuità delle occasioni di cittadinanza attiva e di inclusione sociale per le persone a rischio di emarginazione.

Nei grandi saloni del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari la mostra “Facendo altro” presenta aspetti inediti o poco conosciuti di donne e uomini che conducono o hanno condotto pratiche artistiche parallele (talvolta convergenti) all’attività professionale ufficiale attraverso un’indagine antropologica, filosofica, psicologica e artistica. L’arte come necessità ineluttabile, prerogativa riconosciuta a outsider e irregolari, persone talvolta con disagi conclamati di vario genere, è invece un argomento poco esplorato rispetto a persone che conducono vite “normali”.

Problemi di intestino? Evitate questi alimenti

  • latte, latticini, gelato;
  • dolcificanti (sorbitolo, fruttosio);
  • marmellata;
  • frutta (pesche, pere, prugne, uva);
  • verdura (cavoli, carciofi, cipolle, rucola, cetrioli);
  • legumi e patate;
  • spezie, dadi, alimenti concentrati;
  • caffè, tè;
  • Coca Cola, bevande gassate;
  • cibo in scatola;
  • carne conservata.

Questi sono i cibi da evitare per tutti coloro che soffrono di problemi intestinali.

Mentre nessuna associazione è stata riscontrata con il numero e la regolarità dei pasti, l’abitudine di consumare i pasti velocemente è invece frequentemente associata al colon irritabile.

Tra i rimedi a disposizione, il nutrizionista potrà inoltre consigliare l’assunzione di alcuni integratori, anche a base di estratti naturali, che possono essere utili nel controllo della sintomatologia – così come l’assunzione di probiotici.

 

L’arcivescovo di Assisi: «Ecco come nasce, per volontà del Papa, l’evento The Economy of Francesco»

Monsignor Sorrentino: il Papa vuole un’economia della fraternità ed è naturale incontrarsi qui ad Assisi, dove san Francesco ha messo il germe dell’economia alternativa

Don Luigi e Don Corrado: l’uno rispettava lo stato, l’altro decide di sfidarlo.

Clamorosa è forte iniziativa, quella del Card. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, rispetto alla quale non si può rimanere indifferenti.

L’aiuto ai diseredati suscita sempre rispetto e ammirazione. Fa bene vedere un alto prelato che compie un gesto – togliere i piombini dei sigilli alla centralina elettrica dell’immobile occupato a Santa Croce in Gerusalemme – di grande vicinanza a circa 400 abusivi costretti da giorni a fare a meno del servizio di erogazione della corrente elettrica.

Bisogna subito dire però che Mons. Luigi Di Liegro, indimenticato direttore della Caritas di Roma, non lo avrebbe fatto. Nella sua lunga e preziosa esperienza scelse di operare sempre entro i confini della legalità. Invece, stavolta, il Cardinale ha deciso di violare la legalità, con il rischio di aprire una falla nel “modello” di sostegno e assistenza alle persone bisognose. Domani, a fin di bene, potrebbe imporsi una prassi che generalizzi lo “strappo” rispetto ai vincoli e alle responsabilità del vivere civile.

Ebbene, se un uomo di Curia ha scelto questa strada bisogna che lo Stato – ovvero l’insieme delle istituzioni e delle forze politiche che le innervano – sia pronto a far valere le ragioni della norma. Ciò non significa negare il significato, simbolico e reale, di quanto il Cardinale ha fatto; piuttosto, proprio perché non si tratta di un’operazione tra le tante, urge una risposta seria ed equilibrata.

Governo ed enti locali devono agire affinché le occupazioni abusive degli immobili siano contrastate, ma senza perdere il senso della misura. È chiaro che togliere la corrente a un intero immobile vuol dire aggravare le già penose condizioni di vita degli abusivi. D’altronde, se non ci fosse la spada di Damocle di una simile sanzione pratica, ancora più ardua si farebbe la lotta alle occupazioni illegali.

Ci troviamo in una zona grigia dove il bene delle persone sembra collidere con l’ordinamento giuridico e sociale. Certo, aspettare che si accumuli un debito di 300.000 euro per bollette non pagate, indica l’assenza colpevole degli amministratori pubblici. È evidente che poi, mancando la funzione regolativa ed equilibratrice delle istituzioni, la società di servizi si senta in diritto di procedere al distacco della corrente elettrica. Ed è quello che non dovrebbe accadere, essendo una misura estrema.

A forza di inveire contro la politica, umiliando sistematicamente chi la vive dal di dentro, si arriva allo spettacolo di una Chiesa soccorrevole ed “anarchica”, a fronte di uno Stato infragilito e distratto, pericolosamente vuoto. Non è uno spettacolo entusiasmante.

Vademecum per il 27 maggio

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Si parla molto e da tempo, come tutti sanno, di un partito che decollerà dopo il voto del 26 maggio. E cioè, per essere più esplicito, di un partito riformista, plurale, di governo e profondamente democratico. Ovvero, di un partito che esprime il pensiero, la cultura e la tradizione di centro del nostro paese.

Una richiesta sempre più forte e pressante che emerge da molti settori. Anche da coloro che sono stati per lunghi 25 anni – l’intera stagione politica maggioritaria – feroci ed implacabili detrattori di ogni politica e cultura di centro che si stagliava all’orizzonte. Ma adesso il contesto è cambiato. E anche profondamente. E’ tornato il sistema proporzionale e, di conseguenza, sono tornate le culture politiche. E’ finalmente arrivata una destra che, senza propaganda e senza caricature carnevalesche patrocinate dai circoli salottieri ed alto borghesi dei “progressisti” nostrani, non c’entra nulla – come tutti sanno – con l’avvento del fascismo o baggianate del genere.

Sta tornando la tradizionale sinistra post comunista capitanata dal compagno Zingaretti, seppur tra molto contraddizioni perché il nuovo Pd/Pds pensa ancora di essere un partito a “vocazione maggioritaria” seppur in un contesto proporzionale. E’ appena sufficiente ascoltare la giaculatoria quotidiana di un partito che ha compilato le liste alle europee da Calenda a Pisapia per rendersene conto. Al contempo, resiste il partito populista e antisistema dei 5 stelle. E, accanto a questi elementi strutturali della nuova geografia politica italiana, non possiamo dimenticare, dopo l’esperienza del governo giallo/verde, la pesante e nociva radicalizzazione della lotta politica. Di fronte ad un quadro del genere, non può non rinascere una forza che ha nel suo dna originario alcuni elementi indispensabili per ridare qualità alla nostra democrazia e fiducia nelle stesse istituzioni democratiche: dalla cultura della mediazione alla cultura di governo, dalla ricetta riformista al senso dello Stato, dalla capacità di battere la radicalizzazione della lotta politica alla intelligenza e saggezza di saper comporre gli interessi contrapposti.

Insomma, per dirla con una parola impegnativa ma comprensibile, per tornare alla vera e alta politica. Ma, se si vuol perseguire questo disegno politico – che viene ormai invocato e auspicato dai suoi stessi storici detrattori – occorre mettere in campo quel celebre trittico che i nostri maestri, almeno quelli che hanno contribuito a qualificare la tradizione cattolico democratico e popolare del nostro paese, ci hanno sempre insegnato. Ovvero, declinare un pensiero e una cultura politica; tradurlo con un partito politico e, in ultimo, mettere in campo una organizzazione efficace e capillare. Il tutto per evitare di predicare nel deserto da un lato e limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale dall’altro. Ecco, il 27 maggio si avvicina.

A prescindere dai risultati elettorali che, come tutti ben sappiamo, non saranno molto diversi da ciò che quotidianamente sfornano i vari sondaggi. Ma è bene essere, già sin d’ora, consapevoli di quello che noi dovremmo fare dopo il 26 maggio. Per evitare di doverlo ripetere. E per l’ennesima volta.

Cisnetto sbaglia sui piccoli Comuni, dall’Anci può venire la smentita.

Sui piccoli comuni risuona ciclicamente l’invito all’accorpamento obbligatorio. Non si sfugge dalla morsa. Costi eccessivi e servizi insufficienti autorizzano a decretare la fine dei municipi sotto soglia. A riguardo, s’inanellano cifre e percentuali che dovrebbero spiegare la razionalità di tale scelta malthusiana. Ma la spiegazione non convince, dando anzi la stura a più di un dubbio. Un conto è polemizzare, concedendosi la licenza dell’approssimazione, altro è invece enucleare proposte concrete e ben piantate nella realtà.

Stavolta, nel commento domenicale affidato alle colonne de “Il Messaggero”, a rilanciare l’argomento è stato Enrico Cisnetto, apprezzato giornalista di economia e finanza. A sostegno della sua perorazione, egli trova comodo citare uno dei più prestigiosi ma controversi Presidenti che l’Anci abbia avuto negli ultimi anni: Piero Fassino. In effetti, non senza sorpresa, fu proprio Fassino a “sdoganare” in un’Assemblea dell’Associazione la tesi della chiusura ope legis dei piccoli comuni.

Cisnetto mette il dito sulla piaga. Nel giudizio prevalente l’Anci non brilla di luce fulgida: la crisi della politica si riversa fatalmente sul mondo delle autonomie locali. Anche la sua struttura operativa, Ancitel, versa in pessime condizioni, con l’amministratore delegato alle prese con indagini della magistratura. Le difficoltà sono oggettive, provenendo da condizioni esterne poco favorevoli, benché a pesare sia anche una certa paralisi di pensiero.

Ciò nondimeno, sulla proposta di legge a favore della “educazione alla cittadinanza” nelle scuole, l’Anci ha dimostrato intuito e perspicacia. Oltre che dei sindaci, merito dell’impegno generoso anche di funzionari e dipendenti dell’Associazione. Oggi, per analogia, l’Anci dovrebbe spendersi a difesa dei piccoli comuni. Non sarebbe una battaglia a perdere. I numeri d’altronde, anche quelli di Cisnetto, sono spesso utilizzati in modo improprio. Si parla di debiti miliardari, come a dire che il pulviscolo municipale è fonte di spreco, senza precisare tuttavia la natura di questa massa debitoria. In realtà parliamo degli investimenti, purtroppo in calo, non allo scialo di amministratori poco accorti.

Che significa, in pratica, chiudere i piccoli comuni? Qualcuno dovrebbe spiegare in che consista il possibile risparmio, quando già le spese per l’attività istituzionale – quello che si definisce usualmente come costo della politica – sono state pressoché azzerate. Lo stesso errore, oggi riconosciuto dal Ministro Tria, è stato compiuto con la sciagurata legge che ha comportato l’annichilimento delle Province. Alcuni servizi, erogati a costi più alti per mancanza di adeguata economia di scala, rispondono a garanzie afferenti grosso modo ai cosiddetti diritti di cittadinanza. Semmai, dinanzi al pericolo di spopolamento, il dilemma dovrebbe riguardare l’azione più adatta a bloccare il declino di un’Italia bisognosa di tutea: l’Italia appunto dei piccoli borghi, delle aree interne e delle comunità montane.

Cisnetto, in ultimo, squaderna le difficoltà che si registrano nel campo della riscossione dei tributi locali. I dati però sono incongrui, come potrebbe certificare l’IFEL, ovvero la Fondazione dell’Anci adibita alla cura delle informazioni in materia di fiscalità ed economia locale. I problemi relativi alla elusione dei tributi locali non gravano sui comuni minori. È difficile sfuggire alla imposizione, invero molto bassa, sugli immobili quando la platea dei contribuenti si riduce a poche famiglie, tutte conosciute in ambito locale. Infatti il fenomeno delle dichiarazioni infedeli e della difficoltosa opera di accertamento si concentra nelle città di media e grande dimensione.

Prima di sparare sui piccoli comuni servirebbe una cura di realismo, guardando ben oltre gli schemi delle facili statistiche. Conta di più inquadrare la complessità di un tema, dovuta in primis al calo demografico e all’inurbamento progressivo, provando semmai a studiare con serietà gli incentivi per una ripresa degli insediamenti civili e produttivi in molte aree a rischio. La coesione del Paese non passa attraverso il taglio dei presidi istituzionali, politici e sociali diffusi sul territorio. È una verità elementare, forte di evidenze pratiche, certamente non eludibile. Prenderne atto sarebbe utile per tutti.

Uscire dal conformismo

Il nostro è un invito ai cattolici a impegnarsi in politica per ricreare le condizioni economiche e sociali necessarie affinché tutti possano godere dei diritti di libertà e di solidarietà, in particolare le famiglie a basso reddito. Diritti che oggi vengono esercitati concretamente solo da chi partecipa al potere economico.

Occorre creare le condizioni economiche e sociali per garantire un lavoro a tutti i nuclei familiari, per tutelarli dai pericoli della povertà e per rispondere alla necessità umana di proteggere la dignità.

L’Italia di oggi ha bisogno di una guida politicamente autorevole che l’aiuti a ritrovare la via dei suoi Valori, per una proposta politica concreta di partecipazione dei cristiani a livello nazionale, non potendo continuare a vivere di rendita del suo illustre passato, ma a recuperare il ruolo e la capacità di attrazione economica, finanziaria e commerciale, oltre che culturale.

I cattolici popolari si propongono agli italiani, non come guida presuntuosa, ma come voce del centro politico: il punto è di mettere in campo una proposta cristiana, una applicazione dei princìpi, nella politica del fisco e nelle politiche vestuali della scuola, dell’istruzione, del lavoro, al fine costituzionale di attuare le politiche sociali, per il sostegno alle imprese e alle famiglie nell’economia reale dei territori. Questo impegno dei cattolici toscani e italiani si esprime attraverso l’eredità morale e civile delle vere guide storiche della Democrazia Cristiana.

Perché ricominciare da Sturzo?

Don Luigi Sturzo è anello di congiunzione fra cattolici e laici e sviluppa una concezione fondata sulla funzione essenziale dei comuni con due aspetti essenziali: la proporzionale elettorale che è la distruzione della “clientela personale “, cioè del baronaggio politico e la libertà della scuola che è la rivendicazione del magistero spirituale della Chiesa. Nel novembre del 1902, a Caltanissetta, aveva sostenuto l’indispensabile rinascita del comune, “nella sua funzione collettiva, nel diritto di amministrare i beni comuni, di soddisfare i bisogni collettivo-territoriali sia di ordine materiale, sociale che morale”. Il comune così diventava per Sturzo palestra di democrazia, attraverso la rappresentanza proporzionale delle diverse energie comunali. Sturzo diventa banditore di una fede moderna, “personaggio della Chiesa e del popolo” che, pur muovendo da premesse saldamente cattoliche, pone il problema politico della libera volontà, correndo tutti i rischi delle scelte morali dettate dalla coscienza.

La partecipazione dei cattolici alla vita politica dell’Italia, con organizzazione autonoma e con programma completo intorno a tutti i problemi nazionali da lui caldeggiata per oltre 20 anni ed attuata con la fondazione del PPI, era il primo obiettivo da raggiungere e il mezzo per le ulteriori affermazioni. Ma il discorso più significativo e che più ci coinvolge in questo momento storico di piena confusione e di perdita di senso e di direzione della società civile, è il discorso di Caltagirone del 24 dicembre 1905, intitolato “I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani”. Vi si identifica l’intenzione di dare vita a un Partito d’ispirazione cristiana, ma responsabilmente aconfessionale e laico, con cui i cattolici si mettessero “al pari degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della religione, o come armata permanente delle autorità religiose, ma come rappresentanti di una tendenza popolare-nazionale nello sviluppo del vivere civile..il partito come strumento indispensabile alla vita civile e democratica”.

Questo partito avrebbe dovuto scegliere se essere conservatore o essere democratico, in quanto il clerico-moderatismo dell’età giolittiana, poi culminato nel patto Gentiloni del 1913, non corrispondeva al progetto di Sturzo, poiché espressione clerico-moderata di ritorno storico della reazione. Nel suo disegno il partito non poteva essere che “democratico, antimoderato, autonomo da condizionamenti e collusioni con altre forze politiche”. La formazione di un partito nazionale dei cattolici democratici richiedeva, secondo Sturzo, “di essere da soli, specificamente diversi dai liberali e dai socialisti, liberi nelle mosse, con un programma concreto basato sopra elementi di vita democratica…un partito non pura espressione ideologica, ma soggetto che doveva maturare dal basso, alimentarsi coi problemi reali e concreti del Paese e della sua gente, per diventare il risultato di una presa di coscienza politica, sociale, culturale e democratica dei cattolici…”.

Sturzo aveva compreso che uno Stato democratico si costruisce dal basso, attraverso individui responsabili ed enti autonomi, in cui fare pieno esercizio di libertà. Altro momento importante fu il Congresso di Torino, il quarto, nell’aprile del 1923, in cui Sturzo ribadì la peculiare fisionomia del PPI, nei confronti di ogni altra ideologia, contrapponendosi in particolare al fascismo e alla sua concezione dello Stato: “…Per noi lo Stato non crea l’etica, ma la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà, ma la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione: la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici…Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione è ordinata “.

Prospettive.

Noi cattolici e laici toscani e nazionali ci proponiamo di affrontare questa situazione politica attuale in tutti i suoi aspetti politici, economici e sociali, interrogandosi sull’efficienza dell’intesa contrattuale tra il movimento cinque stelle e la lega, nonché sulla posizione contestataria nei confronti dell’Unione europea. Sarà oltremodo utile analizzare e valutare l’andamento preoccupante della situazione economica ed occupazionale del Paese, l’eccessivo debito dello Stato, a causa di provvedimenti e leggi governative, in numero esuberante e massiccio, in favore dell’assistenzialismo a scopi puramente elettorali e con scarsa propensione alla giustizia fiscale e sociale.

Di grande rilievo sono la crescita delle diseguaglianze e la distanza economica e sociale, tra il nord e il sud. I risultati ottenuti nell’anno dal presente governo hanno prodotto finora un peggioramento socio-economico. In prospettiva, il nostro traguardo è quello della ricostruzione di un partito laico di consolidata tradizione democratica, d’ispirazione cristiana che vuole avere voce sul presente e sul futuro della società italiana. Vogliamo uscire da una brutta stagione di rabbia sociale, di odio e di risentimento verso il diverso, verso l’Europa, e, spesso, verso la cultura civile basata sul dialogo e ispirata ai fraterni Valori cristiani.

Noi vogliamo una aggregazione, il più possibile all’interno del mondo cattolico, come premessa per creare la difesa e l’attuazione della Carta Costituzionale.

In riferimento all’ordine civile e alla sicurezza di tutti i cittadini, l’ordine e la sicurezza devono essere garantiti dai pubblici poteri (compreso il Comune). Il cittadino, nell’arco delle 24 ore, dovrà essere protetto dalla delinquenza e da qualsiasi forma di illegalità. Le nostre città devono tornare ad essere una comunità solidale ad uso umano e non solo commerciale. Le Istituzioni formulino nuove proposte per capire e risolvere i conflitti sociali e, possibilmente, realizzare le condizioni di una vera e partecipata convivenza pacifica, capace di placare il pericolo costante del “ribellismo giovanile” e il preoccupante malessere urbano.

Obiettivo: il bene comune.

Come cattolici desideriamo realizzare una casa comune, per la riaffermazione del valore della persona, la cui libertà si esprime non solo in termini di rispetto dell’opinione di ogni cittadino, ma anche in termini di potere effettivo di partecipazione agli ordinamenti intermedi sociali ed economici e alla politica locale e nazionale. La crisi attuale di partiti tradizionali non coinvolge i nostri valori, che, nella odierna competizione elettorale, non trova la nostra rappresentanza. Le forze che attualmente esprimono il governo del Paese, non operano sul terreno dei valori, ma attengono invece a un “contratto di potere” per la gestione della cosa pubblica in modo decisamente dilettantistico.

Il lavoro come premessa di libertà

Prendiamo atto che la globalizzazione si esprime sempre più nel potere finanziario internazionale sui mercati del pianeta (come bene illustrato dalla Caritas in Veritate di Papa Benedetto e dalla Evangelii gaudium e Laudato sì di Papa Francesco), su quello dell’informazione e, da qualche tempo, nel potere di alcune nazioni, attraverso le tecnologie e la ricerca scientifica, in quello dello scambio commerciale e della valutazione della produzione industriale. Noi cattolici siamo convinti che la questione del lavoro è di determinante importanza, perché tocca l’uomo con i connessi problemi di libertà e dignità personale e di garanzia di reddito.

Lo Stato, i comuni e i comuni capoluogo, dovrebbero attuare una politica di sostegno all’incontro fra domanda e offerta di lavoro, con specifico riferimento alla formazione professionale. Occorre formulare indicazioni operative, che abbiano il requisito della realizzabilità nell’ambito delle aree industriali ed artigianali. Si dovrebbe costituire una rete di osservatori, o segnalatori comprensoriali del lavoro, finalizzata alla rilevazione periodica dell’andamento della domanda e dell’offerta del lavoro, all’indagine sull’evoluzione dell’organizzazione del lavoro, nei diversi settori del terziario, dei beni culturali, della manutenzione dell’ambiente e del territorio, e delle relazioni sociali, con particolare riferimento agli anziani, ai disabili e alle famiglie in difficoltà.

Noi e l’Europa

Noi cattolici, per nostra natura, abbiamo sempre avuto un respiro planetario; abbiamo sempre avuto una dimensione internazionale, come la Chiesa nei secoli, anche con un forte radicamento popolare e non possiamo vivere solo all’interno dei confini nazionali. I cattolici sono una forza sociale internazionale, fattivamente impegnati contro il sottosviluppo del terzo mondo, la fame, la guerra, che grazie all’Unione Europea, non ha avuto più ragione di esistere nella nostra Europa.

Facciamo sempre riferimento all’azione immensa e generosa di Alcide De Gasperi, con francesi e tedeschi, per scongiurare le guerre, ormai assenti da 74 anni; per la nostra storia, per la nostra fede, non possiamo non sentire l’impegno (in totale autonomia) come interpreti politici dell’azione della Chiesa per la pace e per la cooperazione, sul piano economico e umanitario. Tuttavia, la nostra non può essere una pura e semplice copertura dell’insufficienza dell’Europa sui problemi internazionali e sull’immigrazione; tutt’altro, ma abbandonare il terreno della diplomazia e del dialogo, significa fare della demagogia elettorale, senza costrutto, rischiando l’isolamento.

Tenendo conto di tutte le carenze della politica, soprattutto economica e commerciale dell’Europa, è bene che l’Italia assuma le iniziative consone per determinare una revisione di certe norme burocratiche che creano incomprensioni fra le nazioni europee. Rinnoviamo allora totale adesione all’Europa.

Il ruolo della famiglia

La famiglia naturale è la prima scuola di solidarietà e socialità dei futuri cittadini. All’interno della famiglia si formano le persone e si imposta il rapporto della famiglia verso la società, verso lo Stato e le Istituzioni. Il compito sociale della famiglia non si ferma all’opera procreativa ed educativa, anche se trova in essa la sua prima ed insostituibile forma di espressione. La famiglia possiede vincoli vitali con la società, perché ne costituisce il fondamento e l’alimento continuo, mediante il suo compito di servizio alla vita.

Obiettivo primario dei cattolici è quello di offrire un servizio indispensabile ai cittadini bisognosi di aiuto. Il caro vita, il caro servizi, le tasse non equiparate al reddito familiare hanno ingenerato nuova povertà che colpisce anche il ceto medio che in passato aveva un livello di vita dignitoso. Le fasce di povertà si allungano ogni anno in modo preoccupante. In questo ambito riteniamo necessario proporre alcuni correttivi: adottare una politica di sostegno agli anziani, ai disabili, con assistenza attiva e professionale, laddove, naturalmente, le risorse personali e familiari non siano sufficienti. Inoltre, non possiamo non affrontare il problema degli immigrati e la loro integrazione.

Si deve parlare di inserimento sociale e culturale. Il che non significa tollerare situazioni di delinquenza. I servizi di buona accoglienza devono tenere conto della provenienza e dello stato familiare, senza incorrere in atteggiamenti di accoglienza generalizzata.

In conclusione

Prendo spunto da alcune riflessioni che il professore Stefano Zamagni pronunciò nel settembre 2017 in una sua conferenza a Loppiano.

La crisi politica italiana e internazionale ha tre cause fondamentali:

1) la trasformazione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario prima e ultra-finanziario poi,

2) la separazione fra capitale e lavoro,

3) il distacco fra democrazia e capitale (cosa di cui, disse Zamagni, in Italia è “vietato parlare”).

Queste tre importanti conseguenze che hanno marcato il passaggio del secolo hanno origine nella globalizzazione ( termine coniato dal giornalista americano Fedor Levit nel 1983). Ma la globalizzazione inizia nel 1975 in un G6 ( USA, UK, Germania, Francia, Canada e Italia), tenutosi nel castello di Rambouillet, nei pressi di Parigi. In quell’occasione la politica concesse alla economia che oggetto di scambio divenissero non più soltanto le merci, ma significativamente, i capitali, il lavoro e persino i diritti. Le conseguenze di questo summit furono che il nuovo capitalismo non aveva più carattere industriale investendo i suoi profitti, ma ultra-finanziario fondato sulla rendita, che, per sua natura, è sempre parassitaria e lascia l’economia reale priva di liquidità. Il capitale prima industriale perdendo la sua partecipazione territoriale, ha sviluppato una economia autarchica e separata da quella reale, moltiplicando le sue rendite e il suo valore fino a 54 volte rispetto al PIL mondiale. Il lavoro viene così “esportato” e ricercato nei paesi dove costa meno, privando le comunità locali dei territori di quella linfa vitale che fino ad allora li aveva sostenuti, con incremento della disoccupazione soprattutto giovanile e delle diseguaglianze (riferimento alle encicliche Caritas in Veritate di Papa Benedetto e Evangelii gaudium e la Laudato Sì di Papa Francesco).

La terza conseguenza, il distacco cioè democrazia-capitale, la più grave, ha sottomesso la politica (e la democrazia) alla economia e alla finanza, producendo la perdita di controllo della politica sull’economia, che la legge Glass-Steagal del 1933, aveva assicurato fino al 1996, anno in cui venne abolita. Assistiamo così alla presenza di democrazie nazionali, sempre più nominali, e di economie globali sempre più distaccate da controlli democratici; come sta avvenendo in Cina, India, Turchia etc., dove il PIL aumenta ogni anno anche del 3%, ma in assenza di democrazia. In Italia la tempesta di Tangentopoli a cavaliere dei trattati europei di Maastricht (1992) e di Lisbona (1996), fece sparire tutti i partiti nati dalla Resistenza e produsse le categorie di centrosinistra e centrodestra, che per circa 25 anni hanno governato, con alterne fortune, finendo poi per essere sostituite dall’attuale governo Lega-M5s, nato su opposte rivendicazioni ed offerte elettorali, ma fondato su un “contratto di governo” per 5 anni.

Le contraddizioni più grandi che le categorie centrodestra, centrosinistra e attuale governo non sono riusciti a dirigere sono date dalle diseguaglianze, dalla caduta dell’offerta di lavoro (con la progressiva emigrazione all’estero dei nostri giovani), dalla stagnazione produttiva, dell’incremento della povertà e della miseria con punte mai registrate nemmeno nel dopoguerra. Il problema che è emerso nel disperso e ormai divaricato mondo cattolico, è stato quello di una ricerca di unità e identità volte alla possibilità che un nuovo partito d’ispirazione cristiana potesse veramente costituire una difesa verso quei valori e quei diritti, sostenuti dai doveri, che la nostra Costituzione rappresenta.

I partiti democristiani della diaspora si sono diluiti nelle aggregazioni più consistenti e hanno finito per essere ininfluenti sui programmi politici a tutela della persona, del diritto e dovere al lavoro, della difesa della Vita, del sostegno alla famiglia naturale e della centralità delle imprese, soprattutto le PMI che in Italia e in Europa sono quasi il 98% di tutte le imprese e che producono 2 su 3 nuovi posti di lavoro.

Recentemente su l’Avvenire dello scorso dicembre comparve una mappa dei movimenti d’ispirazione cristiana, a interesse prevalente di impegno sociale, e, misura minore, politico. Ma tutti questi movimenti hanno la caratteristica di essere poco incisivi e poco pragmatici, col risultato di essere strumentalizzati e poi assorbiti dai partiti più forti. Per questo motivo uno dei gruppi più dinamici e impegnati (quello che fa capo all’ex senatore Gianni Fontana, già ministro dell’ Agricoltura nel 1993), ha in programma il progetto di un partito nuovo, il Partito d’ispirazione cristiana e laica per l’applicazione della Costituzione, con radici storiche nel popolarismo di Sturzo e nella democrazia cristiana di De Gasperi e punto di riferimento nella Dottrina Sociale della Chiesa.

Questa “novità“ emerge come esigenza, nonostante le difficoltà a superare la diaspora dei cristiani impegnati in politica, restii a lasciare le poltrone che gli attuali partiti offrono, invece che affrontare il rischio di una presenza autonoma ed identitaria fondata sui valori del lavoro, della famiglia, dell’impresa della centralità della persona come promozione umana, che sono i perni di benessere e di dignità di ogni uomo e donna.

Sul Popolarismo

Si moltiplicano in questi ultimi giorni richiami al popolarismo, ma molta sembra la confusione e spesso sollevata ad arte.

Un punto chiave, per onestà intellettuale, va tuttavia messo subito in chiaro: mai nella storia del popolarismo il partito si è trovato in alleanza “organica” con la destra.

Il partito popolare è stato sciolto dal regime fascista dopo pochi anni di vita e i suoi fondatori protagonisti sono stati incarcerati, perseguitati, costretti all’esilio o costretti a ritirarsi a vita privata. Molti dei naturali eredi del P.P.I. sturziano furono protagonisti della lotta di liberazione e della successiva fase di ricostruzione materiale, morale, civile e politica della nazione. Alcide De Gasperi (salto qualche passaggio per brevità) pur avendo i numeri per governare da solo, promosse sempre governi di coalizione e coniò la definizione di “partito di centro che guarda a sinistra”. Aldo Moro preparò e realizzò nel ‘63/64, con lucidissima visione politica e proverbiale pazienza, il cosiddetto “primo centrosinistra”. I socialisti entrarono al governo, il socialdemocratico Giuseppe Saragat venne eletto alla Presidenza della Repubblica.

Durante gli anni ‘60/70 si succedettero numerosi governi di centrosinistra sempre con i popolari (diventati D.C.) come protagonisti. Anche in sede locale nacque il centrosinistra con Bruno Kessler come protagonista, affiancato da personalità sanguigne come Enrico Bolognani e altri. Sia a livello nazionale che a livello locale furono stagioni di straordinarie riforme; scrisse Pier Paolo Pasolini che quello di centrosinistra era l’unico riformismo possibile in Italia.

Tutto questo avveniva mentre il mondo era diviso in blocchi secondo gli accordi del “Trattato di Yalta”. La Germania era divisa e i sovietici occupavano Berlino. Tutta la Berlino storica era in mano ai russi, che erano insediati stabilmente nel cuore dell’Europa. La cosiddetta alternativa di sistema era ancora una prospettiva possibile.

I governi di centrosinistra nacquero e si svilupparono sempre in chiave anticomunista con il P.C.I. all’opposizione. Nei primi anni ’70 sempre Aldo Moro varò la cosiddetta “strategia dell’attenzione a sinistra” con lo scopo di un progressivo “allargamento della base democratica”, per dare fondamenta più solide alla nostra “fragile democrazia”. Il tentativo di coinvolgere nel governo nazionale quello che allora era il più grande partito comunista occidentale si interruppe drammaticamente con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (marzo/maggio ’78).

Il decennio successivo si trascinò stancamente secondo la formula del “pentapartito”, cioè un’alleanza fra popolari/D.C., socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali, sempre in funzione anticomunista e sempre con il P.C.I. escluso dal governo.

Nel 1989 cadde il Muro di Berlino, crollò l’ “Impero Sovietico” formato dalla Russia e dai Paesi del Patto di Varsavia. Cessò quindi la possibilità concreta di un’alternativa di sistema.

Arriviamo quindi al punto decisivo e ancora oggi dirimente rispetto alla “questione popolare”. In un panorama politico dove non è più plausibile il “pericolo comunista”, quale deve essere la collocazione delle forze che si richiamano alla tradizione del popolarismo?

I popolari non sono mai stati conservatori e non andranno a cercare casa, in futuro, nel blocco neo-conservatore. Provare a trascinare in modo forzoso la tradizione popolare in una improbabile alleanza con populisti, nazionalisti e financo suprematisti mi sembra una forzatura e una mistificazione intellettualmente poco onesta.

Continuo a non vedere e a non capire che cosa c’entrino i popolari e la loro gloriosa tradizione con Salvini, Meloni, Marine Le Pen, Orban, Alternativ Für Deutschland (A.F.D.).

Ancora una volta il tentativo di spostare su posizioni di destra, o se preferite neo-conservatrici, la tradizione popolare, suona come un grande imbroglio nei confronti del nostro elettorato e di tutti gli italiani, e come un tradimento di concetti fondamentali come il rispetto della persona umana, la dottrina sociale della Chiesa, l’economia sociale di mercato e la difesa dei settori più deboli della popolazione (tutti concetti espressamente citati nel documento fondativo del 1919, ma ancora attualissimi nel 2019).

Lasciano veramente stupefatti gli appelli al popolarismo di chi per anni ha governato con la destra di chi oggi governa con la Lega, che altro non è che la destra con un nome differente.

L’ultima annotazione, naturalmente non in ordine di importanza, riguarda l’Unione Europea. Europeista fin dalla sua nascita, la Società delle Nazioni è un altro punto citato nel documento fondativo. Il partito popolare trova nella figura di De Gasperi l’incarnazione dello spirito europeo e il più alto riferimento al superamento dei nazionalismi che sono stati la grande tragedia novecentesca.

Concludo ricordando l’invocazione rivolta a Silvio Berlusconi, che corteggiava i popolari, da parte professor Beniamino Andreatta: “Si sganci da Alleanza Nazionale e potremo cominciare un minimo di ragionamento”. Quell’invocazione è ancora valida: si sgancino da leghisti, sovranisti, nazionalisti e suprematisti e potremo cominciare un minimo di ragionamento.

Alessio Rauzi
Dirigente dell’Unione per il Trentino, già Margherita Trentina.

Roma, lʼelemosiniere del Papa riattiva la corrente in uno stabile occupato

“Sono intervenuto personalmente, ieri sera, per riattaccare i contatori. E’ stato un gesto disperato. C’erano oltre 400 persone senza corrente, con famiglie, bambini, senza neanche la possibilità di far funzionare i frigoriferi”. Lo conferma all’Ansa il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, ‘braccio’ caritativo del Papa per i casi di disagio a Roma e non solo, dopo aver riattivato la luce elettrica a Spin Time, nel palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme, al buio e senza acqua calda dal 6 maggio.

“Non l’ho fatto perché sono ubriaco”, ha aggiunto Krajewski. Fonti vaticane vicine all’Elemosineria Pontificia spiegano: “Come elemosiniere, ha sentito il dovere di compiere un gesto umanitario, provvedendo personalmente a riattivare la corrente elettrica all’edificio”, che non è di proprietà del Vaticano. Questo gesto, sottolineano ancora le fonti vaticane, “è stato compiuto dal cardinale Krajewski nella piena consapevolezza delle possibili conseguenze d’ordine legale cui ora potrebbe andare incontro, nella convinzione che fosse necessario farlo per il bene di queste famiglie”.

Sofia e Adam i nomi più frequenti scelte dalle famiglie straniere

La Fondazione ISMU ha deciso di spostare l’attenzione sui bambini e sulla scelta dei loro nomi con una ricerca ad hoc. I genitori stranieri preferiscono attenersi alle tradizioni di famiglia o sono aperti anche alle tendenze onomastiche di altre culture? Come sono stati chiamati i neonati stranieri in Italia durante il 2017, ultimo anno rispetto al quale l’Istat rende disponibili i dati?

Ci si aspetterebbe forse che siano nati tantissimi Mohamed e molte Amina, ma in realtà non è così.  Se tali nomi sono probabilmente ben frequenti  tra le prime generazioni di immigrati in Italia – spiega Ismu –  ormai da un po’ di anni le mamme (e i papà) con cittadinanza straniera, che in base alle stime ISMU sarebbero attualmente circa un milione e mezzo, danno ai figli nomi dalla fonia più vicina alla tradizione italiana.

Durante il 2017, infatti, tra le neonate straniere primeggiano Sofia e Sara,  seguite da Emma, Aurora, Amelia ed Emily. Sofia è prima in graduatoria  anche tra le neonate italiane, dove Sara invece occupa il tredicesimo posto. Emma, terza tra le straniere, invece è sesta nella scelta dei nomi per le neonate italiane. Aurora è quarta tra le straniere, ma terza fra le italiane.  Tra i primi quindici nomi della classifica delle nate straniere ce ne sono solo quattro che non appartengono alla tradizionale onomastica italiana: Jannat (settima), Malak (ottava), Amira (decima) e Aya  (quindicesima). Per tutti gli altri casi si può perfino dire che il richiamo alla tradizione italiana è tra le neonate straniere (ma nate in Italia) del 2017 pari o superiore a quello delle coetanee italiane,  sottolinea la Fondazione. Passando ai maschietti, si nota “sicuramente qualche elemento di maggior attaccamento a quelle che sono le radici familiari o quantomeno del territorio d’origine dei genitori.

Fenomeno che, peraltro, riguarda anche i neonati maschi italiani, per i quali è sempre stato più frequente, rispetto alle femmine, il ricorso ai nomi dei nonni”, si legge nella nota.  Ai primi tre posti, tra gli stranieri, si collocano infatti Adam,  David e Youssef. In graduatoria si ritrovano altri due nomi storicamente diffusi anche tra gli italiani (ma con il troncamento dell’ultima vocale): Gabriel e Daniel. Gli unici nomi lunghi tra i neonati stranieri sono invece Leonardo e Alessandro, all’ottavo e al tredicesimo posto.

Altre scelte di sapore fortemente italiano per i neonati stranieri sono Matteo (quinto posto tra gli stranieri e nono tra gli italiani), Luca e Mattia (dodicesimo e quindicesimo, tra gli stranieri), mentre più vicini alle tradizioni dei rispettivi Paesi d’origine sono soltanto Youssef, Rayan, Amir e Mohamed (al nono posto).

Dazi Usa: per la Cina meglio agire ora

“L’accordo con la Cina sarà ben peggiore se dovrà essere negoziato nel mio secondo mandato.Sarebbe saggio per loro agire ora, ma amo raccogliere grandi tariffe!”: lo twitta il presidente americano Donald Trump, dopo aver aumentato i dazi su 200 miliardi di merce cinese per i ripensamenti di Pechino nelle trattative commerciali.

“Penso che la Cina abbia sentito che era battuta così malamente nei recenti negoziati che pensava di poter aspettare le elezioni 2020 per vedere se era più fortunata e avere un democratico vittorioso”,

“Nel qual caso avrebbe continuato a rubare agli Usa 500 miliardi l’anno”. “L’unico problema è che sanno che vincerò io (abbiamo la migliore economia e i migliori numeri sull’occupazione nella storia Usa, e molto altro)”.

Policlinico Gemelli: il 15 maggio presentazione del “Rapporto Osservasalute 2018”

Verrà presentato il 15 maggio alla stampa, presso il Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma (ore 11) il “Rapporto Osservasalute 2018. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane”. Curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università cattolica presso la sede di Roma, il report è l’appuntamento fisso che fornisce annualmente i risultati del check-up della devolution in sanità, corredando dati e indicatori con un’analisi critica sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza sanitaria a livello regionale. Obiettivo, si legge in un comunicato, “evidenziare le aree di eccellenza della sanità pubblica che possano essere esempio di realtà organizzative e strumento di valutazione comparativa”.

Anche quest’anno ci sarà “Osservasalute in immagini” che racconteranno l’evoluzione dei comportamenti regionali nel corso degli anni. Il volume (639 pagine) è frutto del lavoro di 318 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e sanitarie, Istituto superiore di sanità, Cnr, Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori, ministero della Salute, Aifa e Istat. Suddiviso in due parti principali – la prima dedicata alla salute e ai bisogni della popolazione, la seconda ai sistemi sanitari regionali nonché alla qualità dei servizi – il Rapporto sarà presentato dal direttore scientifico dell’Osservatorio Alessandro Solipaca, e dal direttore Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica. Nel pomeriggio un convegno (ore 14 Aula Brasca) per celebrare i 15 anni dalla prima pubblicazione del Rapporto, evidenziare tratti distintivi, punti di forza e criticità del nostro Ssn e avviare una riflessione sulle strategie pr garantire sostenibilità economica e sociale.