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Il mondo cambia, l’America è divisa, la democrazia  subisce l’erosione delle piattaforme digitali. Cosa può fare l’Europa?

Non c’è dubbio che, comunque la si pensi, stiamo assistendo a un momento epocale. I padroni delle piattaforme digitali, note anche come Over the top, si sono trasformati in centri di potere. Serve una reazione da parte della politica “vera”, quella realmente democratica, che metta sotto controllo questo sistema imponendo il rispetto di regole finora ignorate. L’Europa potrà giocare un ruolo decisivo (se lo vorrà) su questo fronte.

 

La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti a maggioranza “trumpiana”, che ha di fatto abrogato il diritto di aborto (rinviando la decisione ai tribunali dei singoli Stati) pone all’opinione pubblica una questione fondamentale: la democrazia americana, così come la conosciamo con il suo modello di contrappesi istituzionali (check and balances) è in declino?

 

Non c’è dubbio che, comunque la si pensi, stiamo assistendo a un momento epocale. Tutto sta cambiando rapidamente e nulla sarà più come prima: la società e i confitti (la terza guerra mondiale “a pezzetti”); l’economia che trasforma il lavoro (professioni che scompaiono, altre, mai immaginate, che nascono); il cambiamento climatico (in realtà più auspicato che realizzato) e il rispetto verso un ambiente sempre più al collasso, come si vede bene in questo periodo. Anche i sistemi politici e i modi di governare subiscono un mutamento radicale: le forme e i modelli che conosciamo si stanno modificando, diventando qualcosa di inedito e indefinibile.

 

Per fare un esempio, come è possibile che nel cuore del Paese democratico per eccellenza, gli Stati Uniti, un manipolo armato di pistole dia l’assalto al simbolo stesso della democrazia parlamentare (il Congresso) per giunta con evidenti responsabilità da parte dell’ex Presidente?Stiamo assistendo, insomma, a una modifica profonda di ciò che fino a ieri davamo per scontato. Come direbbe Gramsci, seppur in tutt’altro contesto: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. In gioco c’è il controllo del potere e la manipolazione delle masse e l’episodio dell’assalto al Congresso di Washington del gennaio 2021 rappresenta certamente un punto di svolta.

 

Coloro che hanno permesso, per un lungo periodo di tempo, di diffondere notizie false, offese e incitamenti all’odio senza muovere un dito (i padroni delle piattaforme digitali, note anche come Over the top) si sono trasformati  rapidamente in paladini dell’ultimo minuto. Ora, il tema non è se sia lecito che un imprenditore privato limiti l’accesso ai suoi prodotti ad alcuni clienti che hanno accettato le norme di comportamento, ma piuttosto sul grado di potere e di controllo che queste piattaforme digitali hanno su tutti noi. Un potere e un controllo costruiti nel tempo, offrendo accessi gratuiti e servizi in cambio di informazioni su dati e preferenze personali che diventano possibilità di influenzare le decisioni indicando chi è nel giusto o nell’errore, chi votare o non votare, chi premiare o sanzionare.

 

Forse è un segnale che il potere non è più soltanto nelle mani di governi democraticamente eletti dal popolo, ma in quelle di una stretta cerchia di amministratori delegati di società e piattaforme digitali (perlopiù esentasse, ma questo è un altro capitolo) che da tempo ormai controllano le masse, le condizionano, le dirigono sapientemente attraverso l’uso di dati e di informazioni che tutti noi offriamo gratuitamente collegandoci ogni giorno con i nostri account.

 

Come i lettori del Domani d’Italia sanno bene, non siamo dei complottisti e non stiamo certo immaginando una Spectre che si riunisce periodicamente per il controllo del mondo. Siamo però preoccupati perché le decisioni dei rappresentanti eletti hanno in realtà sempre meno influenza rispetto a quelle prese da un momento all’altro, spesso secondo il proprio umore, da Zuckerberg a Musk. Perché come ieri poteva essere il bando per Trump, domani potrebbe essere per chiunque altro. E a decidere saranno sempre le stesse persone.

 

È un tema vasto, che apre scenari inediti su molti fronti: dal commercio alle telecomunicazioni; dalla finanza alla filantropia; dai trasporti al diritto di opinione. È la nuova “classe dirigente” globale che avanza e che instaura un nuovo modello di sistema politico. È l’evoluzione di modelli di governance da sempre presenti nella Storia, che ha conosciuto imperi e monarchie, dittature e totalitarismi, nazionalismi e democrazie. Il futuro che si intravede è ora nelle mani di oligarchie sovranazionali, guidate da miliardari che badano soprattutto al proprio interesse.

A meno che non vi sia una reazione da parte della politica “vera”, quella realmente democratica, che metta sotto controllo questo sistema imponendo il rispetto di regole finora ignorate. L’Europa – ora che gli Stati Uniti con la presidenza Biden hanno enormi problemi anche sul fronte interno – potrà giocare un ruolo decisivo (se lo vorrà) su questo fronte. Fissando regole e leggi davvero in favore del “bene comune” e non di qualche manager aziendale. E al contempo ridando forza e dignità al sistema democratico. Come ha scritto di recente Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera “è indispensabile che venga spezzata la gabbia d’acciaio dei Trattati fondativi dell’Unione Europea i quali impongono l’unanimità per qualunque decisione di rilievo”. Questa è una decisione di assoluto rilievo. Sotto la guida di Mario Draghi, è auspicabile che l’Italia possa assumere un’iniziativa europea in tal senso.

Supersocietà, il futuro tra mondo distopico e libertà individuali e collettive.

Ci muoviamo nella direzione di una società distopica dove saranno determinanti i poteri forti che originano dalla prevalenza dell’economia, degli interessi espansivi e della pervasività tecnologica che esautora i valori dell’umanesimo in nome del pensiero che fa-di-conto, oppure riusciremo a conservare spazi di agibilità alle libertà individuali e collettive? 

La recensione del libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà?, Edizioni Il Mulino, 2022.

Il nuovo secolo non può essere più descritto e interpretato con le metafore della complessità e della società liquida anche se nel continuum della storia esso ne è in qualche modo l’evoluzione e la conseguenza: abbiamo tuttavia bisogno di nuove spiegazioni per comprendere il tramonto della globalizzazione, uscendo da quel magma indistinto che ci ha costretto a vivere nel limbo dell’indeterminato e del possibile, in una condizione di latenza tra virtuale e reale, sostenibilità eco-sistemica e antropologica, conflitti generazionali e modelli di sviluppo a centrazione tecnologica. Un mondo lato ed esteso, senza una guida, per certi aspetti acefalo ed eterodiretto, nell’intersezione inestricabile di geopolitica e geoeconomia che ingloba la totalità della realtà, tra opposti e contrari. Pandemia, disastro ambientale e guerra sono fratture che rompono schemi narrativi e impongono distonie esistenziali e nuove chiavi di lettura, proprio nel momento in cui la transizione ecologica e la digitalizzazione si esplicitano come vettori nuovi e ineludibili di una direzione di marcia irreversibile. Procediamo cercando di conservare appartenenza e radici ma siamo potenzialmente soccombenti di fronte all’incedere ‘per shock’ dagli esiti imprevedibili. 

Quella che gli autori di questo libro – davvero informato ed esplicativo rispetto agli interrogativi del presente ed esplorativo, lungimirante e guardingo verso gli esiti di un futuro che avvertiamo a un tempo affascinante, inquieto, non rappresentabile – descrivono con una definizione sintetica ad alto contenuto connotativo è una “supersocietà” che prende corpo e incede in modo non lineare, attraverso derive di verticalizzazione, scenari di radicalizzazione delle disuguaglianze e incognite di nuovi conflitti verso la configurazione di un nuovo ordine mondiale sotto diversi profili di considerazione. Ci muoviamo nella direzione di una società distopica dove saranno determinanti i poteri forti che originano dalla prevalenza dell’economia, degli interessi espansivi e della pervasività tecnologica che esautora i valori dell’umanesimo in nome del pensiero che fa-di-conto, oppure riusciremo a conservare spazi di agibilità alle libertà individuali e collettive? 

Il pregio di questo lavoro ad alta densità di consapevolezza intorno all’esistente è quello di porre alcune questioni centrali senza dimenticare i corollari: valga per tutti il tema di una tecnocrazia fagocitante che si esprima solo attraverso gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, della ragione ridotta a calcolo e del ‘pensiero predeterminato’ applicato alla nostra vita senza difendere l’intelligenza pensante, l’immaginazione, fatta di errori e fallimenti ma anche di comprensione, aderenza alla concretezza dell’hic et nunc, creatività divergente, postulati etici che restituiscono libertà di scelta alla dimensione interiore e personale e a quella relazionale, per dirla con Tocqueville “l’interesse bene inteso”, ciò che noi chiamiamo più comunemente consapevolezza del bene comune.

L’antropologia del 900 ha gradatamente messo in evidenza la centralità dell’io con i suoi correlati identitari, il tema delle libertà individuali incrementato specularmente ai bisogni imposti dalla società dei consumi, l’utopia dei processi di crescita illimitata, l’ottimizzazione come modello di sviluppo applicabile in ogni campo dell’agire umano, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso è stata prevalente l’immagine dell’uomo ‘pulsionale’:  i limiti oggettivi posti dal contesto, i fallimenti individuali e collettivi, l’antropocene contestualizzato in un ambiente reattivo hanno determinato problemi adattivi di cui il concetto di sostenibilità è l’espressione che meglio descrive la necessità del principio di controllo a fronte di potenzialità illimitate in un pianeta limitato.

Quando queste tendenze espansive devono misurarsi con l’oggettività dei confini si pongono problemi di criticità e l’idea di controllo non è più vincolata ai condizionamenti delle libertà individuali e collettive ma diventa uno strumento di autoregolazione…”perché il mondo è cresciuto tanto velocemente che si sono determinati quegli squilibri a partire dai quali, dai primi anni 2000 in avanti, sono scaturiti degli shock che uno dopo l’altro stanno rimescolando le carte dell’ordine sociale mondiale”.

Gli autori portano gli esempi dell’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, della crisi finanziaria del 2007/2008, all’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia del 2020, fino al ‘brutale attacco’ all’Ucraina da parte della Russia a far data dal 24 febbraio 2022. Riflettendo sull’intensità ravvicinata e la virulenza di questi eventi (gli ultimi due ancora in corso) si deduce che nei periodi intermedi di apparente latenza l’umanità non è stata in grado di garantirsi ne’ una durevole stabilità ne’ un’evoluzione graduale e misurata sui piani del benessere e della sicurezza, “col paradosso che la difficoltà nel fronteggiare preventivamente le situazioni critiche non è dovuta tanto ad un’insufficienza di informazioni, quanto piuttosto alla loro ridondanza disordinata e quindi all’impossibilità di ricondurre la massa dei dati disponibili ad uno schema interpretativo condiviso e pertinente. Ciò rivela il difetto cognitivo di cui soffrono le società avanzate: viviamo in un mondo estremamente complesso, dove non riusciamo ad afferrare la catena delle interrelazioni”. In effetti lo scatenarsi planetario della pandemia era stato ampiamente previsto dagli studi sulla zoonosi di David Quammen in ‘Spillover’, come dall’analisi dei dati di biosostenibilità ambientale di Edward O. Wilson. Quanto all’invasione dell’Ucraina era un evento atteso dalla comunità internazionale, lo stesso Corriere della Sera lo aveva da tempo messo al primo posto degli shock mondiali attesi nel 2022.

Se pertanto la discontinuità è un modo di porsi del capitalismo, la sostenibilità e la digitalizzazione sono le due categorie che ne vanno ridefinendo l’attuale configurazione, recando con sé una serie di incognite rispetto al futuro: mentre la prima si pone come limite al fuori pista dell’umanità, pena la sua stessa sussistenza, sulla seconda si possono avanzare riserve rispetto all’essere un passaggio ineludibile e necessitato, quanto piuttosto una scommessa che potrà rivelare sorprese inimmaginabili.

Ciò che è in gioco – in questo modello di supersocietà verticalizzato è la possibilità di destrutturare e ristrutturare i modi del conoscere e del ricordare, la circolazione dei dati, la selezione nell’archiviarli, la loro gestione e il loro controllo sulla via di una grammatizzazione totalizzante e burocratica, che ci espone ad intrusioni  e manipolazioni poiché le connessioni digitali, delocalizzate e decontestualizzate, concentrate e rese disponibili possono diventare facili prede di interessi economici e commerciali. Se da un lato l’elusione dei dati può provocare situazioni drammatiche e imprevedibili, dall’altro il loro pervasivo e totalizzante controllo ci porta a pensare ad una società distopica dove le libertà individuali e sociali possono essere indirizzate, distorte, limitate, conculcate. La destrutturazione e la polverizzazione delle dinamiche conoscitive e dei flussi informativi sono uno degli aspetti che la cultura digitale sta introducendo nei meccanismi relazionali: ciò si riscontra osservando come le idee radicate nella storia e tramandate dalla tradizione siano state a poco a poco sostituite dalle opinioni soggettive. Partendo dal presupposto che gli storici sostengono che lo sviluppo della civiltà ha un importante impulso nel passaggio da forme di vita nomadica a quella stanziale, gli autori invitano a valorizzare il territorio allo scopo di renderlo un insieme di coerenze cognitive e simboliche, il centro di una nuova ecologia relazionale.

La direzione è quella di rendere il territorio locale uno spazio concreto di coindividuazione in cui sia possibile sviluppare pratiche trasduttive”…attraverso la compresenza dei due driver della sostenibilità e della digitalizzazione. Fin qui il libro, che consiglio, e la mia modesta recensione. Purtroppo nelle cadute altrettanto verticali della supersocietà che andiamo edificando, ci sono anche ritorni al passato di cui bisogna tener conto, e questa è la mia personale opinione: nuovi shock ci attendono. Dal medioevo – per certi eventi – siamo già ripassati, le invasioni barbariche di nuovi Attila si sono ripetute.

Vogliamo forse provare a ricominciare da capo tornando alla clava e all’età della pietra? Certamente no. Ma non credo neppure nella funzione salvifica della digitalizzazione e quei 45 miliardi di euro previsti nel Pnrr per permearne la nostra vita puzzano di bruciato e si riveleranno un investimento fallace. Perché un contesto istituzionale e comunitario in cui si nega ad un anziano la possibilità di commettere un errore nel consultare il cedolino della pensione in nome di pin, spid, algoritmi, codici alfanumerici e ‘app’ da scaricare, non è una “supersocietà” ma una congrega di soggetti disumani e spietati, incapaci di comunicare tra loro. Verrà il giorno in cui ciò che ora chiamiamo semplificazione sarà la tomba del pensiero e della parola.

Franceschini s’incarica di mostrare i muscoli per conto di Letta. Bisogna fare chiarezza con vecchi e nuovi alleati.

Apertura sulla riforma elettorale: meglio la proporzionale del maggioritario. La stabilità di governo è indispensabile, sicché i 5 Stelle non possono pensare di far cadere il governo e poi convergere, malgrado questo, nello schieramento a direzione Pd. Il via libera, infine, al ritorno di Speranza e Bersani (e D’Alema?).

Le conclusioni di Franceschini a Cortona spingono in direzione di un rapido chiarimento nel Pd sulla linea politica da assumere in vista delle elezioni del prossimo anno. Uno dei punti più controversi è dato dalla possibile riforma della legge elettorale. «Io penso che il tema del proporzionale e maggioritario – ha detto il Ministro della Cultura – non è solo di convenienze, ma di prospettive. Il maggioritario spinge a creare le barriere, blocca i processi evolutivi, mentre il proporzionale fa chiarezza, [prevedendo] alleanze meno omogenee ma che possono costruire programmi. Sarà difficile cambiare la legge elettorale ma dobbiamo provarci fino in fondo», costringendo «tutti a schierarsi, anche quelle forze che sono per il proporzionale, ma che non lo fanno per paura, come FI».   

Poi a stretto giro, fissando una regola di buon senso, è anche partito un monito preciso verso i 5 Stelle. Le parole del Ministro sono state lapidarie: «Da qui alle elezioni, per andare insieme al M5S dobbiamo stare dalla stessa parte, se ci sarà una rottura o una distinzione, perché un appoggio esterno è una rottura, per noi porterà alla fine del governo e all’impossibilità di andare insieme alle elezioni. E si brucerà chiaramente ogni residuo possibilità di andare al proporzionale». D’altronde Franceschini, avvertendo l’usura dell’accordo strategico fino a ieri tradotto coalizione giallorossa, sente la necessità di rimodulare il concetto stesso di alleanza così da guadagnare flessibilità nel rapporto con il partito di Grillo e Conte. «Le alleanze saranno per una legislatura, non per sempre».

Il discorso di Franceschini non è stato accolto bene all’interno del Movimento 5 stelle e ha aumentato il nervosismo. Ma i parlamentari M5S rivendicano di essere leali. “Non è facile stare al governo con alleati che ti offendono quotidianamente – dice per esempio l’ex capogruppo M5S al Senato Licheri su facebook -. E non è facile nemmeno dover dialogare con leader che in cuor loro cullano il sogno di banchettare sul tuo cadavere. Ma noi lo facciamo. Lo facciamo perché siamo fatti così. Chiamatelo amore verso il proprio paese o, se preferite, spirito di sacrificio. Ma siamo fatti così. Siamo merce rara in Italia». 

Tornando alle conclusioni di Cortona, vale anche la pena osservare che qualche sassolino il Ministro se l’è voluto togliere dalle scarpe. «AreaDem – ha fatto presente –  è nata nel 2009: abbiamo avuto sei segretari nazionali e abbiamo sempre garantito l’unità del partito attorno al segretario. Basta con la retorica delle correnti». Di qui la stoccata a Zingaretti: «Mi dispiace che un segretario se ne sia andato proprio dando la colpa alle correnti. In un grande partito ci deve essere il confronto». E un grande partito deve contemplare una politica di apertura. «È ora che Speranza e Bersani – ecco l’appello – tornino nel Partito democratico». Un partito che a quel punto, ricostruiti bene i rapporti a sinistra, può egualmente rivolgersi al centro, per allestire una politica di convergenza e solidarietà nell’ambito del nuovo Ulivo. 

Franceschini con questo intervento a Cortona ha avuto il merito di gettare le carte sul tavolo. Resta però l’impressione, a prescindere dall’esibizione di chiarezza e forza politica, che sulle future elezioni egli continui a nutrire un certo pessimismo (per altro condiviso con D’Alema). Ma in genere è il pessimismo a innescare i progetti migliori e a produrre le scelte più coraggiose. Sarà così anche stavolta?

Il dibattito nel Pd fatica a consolidare la scelta del “nuovo Ulivo”. Quale linea in vista delle elezioni del 2023?

Sono tre gli scenari che si delineano in vista delle elezioni del prossimo anno: il campo largo, ovvero l’asse (indebolito) Pd-M5S; il Pd a vocazione maggioritaria, puntando (come?) al 30 per cento; il nuovo Ulivo, con la ripresa di una politica delle alleanze inclusiva (forse) dell’area di centro. Tuttavia, in quest’ultimo caso, una vera e credibile “cultura delle alleanze” passa solo attraverso il pieno riconoscimento politico della pluralità che caratterizza una coalizione. 

Ieri su queste colonne Cristian Coriolano ha centrato, come sempre, il cuore del problema politico, culturale e programmatico del campo alternativo alla destra. E questo anche perchè Coriolano, almeno così pare leggendolo, trasuda una raffinata ed intelligente cultura “basista” di derivazione democristiana che fa della “cultura delle alleanze” il perno attorno alla quale si può dischiudere il pensiero e il progetto di un partito popolare, riformista, di governo e autenticamente democratico. Ma, al di là della biografia di Coriolano, e per restare al tema principale, è indubbio che il Partito democratico è alla ricerca di una nuova e convincente bussola politica in vista delle elezioni politiche nazionali. E le strade che si presentano di fronte sono sostanzialmente tre e sono tutte sul tappeto. Nessuna delle quali, ad oggi, è pregiudizialmente esclusa.

Innanzitutto ci sono i fautori dell’alleanza organica e strategica con i populisti dei 5 Stelle. O meglio, di ciò che resta di quel partito sempre più sgangherato e misterioso. Una alleanza, almeno così pare a molti di noi, che non farebbe altro che riproporre le contraddizioni – tuttora irrisolte – di come isolare e archiviare definitivamente ed irreversibilmente la malapianta del populismo demagogico, antipolitico, giustizialista e manettaro nel nostro paese. Una deriva che si può sconfiggere solo ed esclusivamente rinnegando alla radice qualsiasi alleanza con il populismo. Di nuovo o di vecchio conio poco importa. Per questo molti di noi hanno anche parlato della necessità di vergare, per questa stagione politica, un nuovo “preambolo antipopulista”.

In secondo luogo c’è chi pensa ancora alla riproposizione della singolare “vocazione maggioritaria” del Partito democratico. E sono tutti coloro che sognano un Pd che veleggia attorno al 30% e chi più ne ha più ne metta… Una strategia che, al di là di chi la propone, rischia di disegnare una prospettiva che consegna quel partito ad una nuova stagione di isolamento e di solitudine, forte della sua arroganza politica e poco propenso a valorizzare il pluralismo politico, sociale e culturale che anima e caratterizza la nostra società.

E poi c’è la terza strada, la più concreta e forse anche la più democratica. Ed è quella di praticare e di inverare nella politica contemporanea una vera e credibile “politica delle alleanze”. Alleanze che, però, non sono concepite secondo la cultura gramsciana che vede un “partito principe” e i vari satelliti che ruotano attorno, semprechè siano ancora tollerati dall’azionista di maggioranza. Semmai, si tratta di percorrere una strada semplicemente alternativa. Ovvero, riconoscere la personalità, la cultura e la storia di altre tradizioni ideali e, con loro, costruire un progetto politico e un programma di governo. All’interno di questo contesto si può ricostruire una vera coalizione di centro-sinistra senza tentazioni goffamente egemoniche dove un solo partito distribuisce le carte a tutti. Una vecchia tentazione nota e collaudata nel campo della sinistra post comunista.

Ecco perchè, in vista delle ormai prossime elezioni politiche – al di là di coloro che pur di percepire ancora qualche mese in più lo stipendio parlamentare le vorrebbero celebrare alla vigilia delle prossime festività natalizie… – si tratta, adesso, di sciogliere un nodo squisitamente politico. E, in questa prospettiva, si inserisce anche e soprattutto il ruolo di un “centro” politico, riformista e di governo. Altrochè pensare di sterilizzarlo attraverso marchingegni ed escamotage che si sono già rivelati fallimentari nel passato. Una vera e credibile “cultura delle alleanze” passa solo attraverso il pieno riconoscimento politico della pluralità che caratterizza una coalizione. L’alternativa è la solita minestra post comunista della “superiorità morale” della sinistra a cui tocca distribuire, per uno strano diritto divino, le pagelle di novità, di competenza e di onestà. Un dejà vu che non fa neanche più notizia.

Parlare in corsivo? Un gioco che scatena la cattiveria dei social.

Le ragazze che si propongono di parlare in corsivo lo fanno per giocare con le parole. Che c’è di male? Eppure le reazioni sono state feroci. Da tempo i social sono una caienna infame di insulti, improperi, male parole. Ora, se vi trovano spazio ‘innocenti evasioni’ ciò contribuisce a mitigare toni e argomenti.

Circola da alcuni giorni in rete la “querelle” suscitata da un paio di amiche che hanno inventato su Tik –Tok il cosiddetto “linguaggio parlato corsivo”. In sé un non-senso verbale, poiché il corsivo è denotativo del linguaggio scritto, non di quello parlato. A differenza di coloro che sui social si sono scatenati con insulti, improperi e le solite prediche sui giovani nullafacenti ho trovato persino simpatica e originale questa “invenzione” lessicale che sta facendo proseliti di follower.

Le ragazze che parlano in corsivo intendono giocare con le parole, dar loro una cadenza che definiscono simile a quella dei giovani della Milano da bere e da fumare, stiracchiata, semidialettale, moderna e svincolata dagli schemi dell’ortodossia grammaticale e narrativa. C’è qualcosa di male? Non credo, anche perché loro stesse ne parlano come di un gioco, di un modo di esprimersi fuori dagli schemi strettamente ortodossi. Eppure chi si è scagliato contro questa giovanile invenzione linguistica ha messo in campo tutto l’armamentario peggiore dei sentimenti umani: c’è chi è arrivato ad augurare la morte a queste adolescenti. Solo per un gioco linguistico che esprime l’intelligenza del pensiero divergente.

Qualche giorno fa conversando con lui di montagna,  Reinhold Messner ha definito i social “una rovina”. Se la piega che prendono certe scambi di battute al veleno è questa non si può dargli torto.  Da tempo i social sono una caienna infame di insulti, improperi, male parole. La fogna virtuale della vita reale. Se vi trovano spazio ‘innocenti evasioni’ ciò contribuisce a mitigare toni e argomenti.

Esce invece la parte peggiore di noi, ci si riversano le peggiori nefandezze, nel web si aggirano predatori sessuali e altre amene schifezze: se qualche giovane frequentatore lo usa per un divertimento linguistico goliardico mi pare ingiusto screditarne l’immagine. Tanto più se si tratta di una innocente divagazione verbale. Nell’uno vale uno dei social non c’è battaglia epica di ideali ma solo esternazioni e opinioni di pubblici ministeri diffusi tra la gente comune. Perché siamo un popolo di navigators, influencer e maleducati. E come scrisse Tolstoj “tutti pensano a cambiare l’umanità ma nessuno pensa a cambiare se stesso”.

Oltre il bipolarismo. La tavola rotonda organizzata da “Insieme”, con introduzione di Maurizio Cotta.

Dal sito politicainsieme.it riprendiamo la prima parte – e precisamente l’introduzione – della tavola rotonda. “Il bipolarismo è morto – ha detto il prof. Cotta – a tanta distanza dal momento in cui sembrò rappresentare un cambiamento utile e fece nascere molte aspettative. In realtà oggi registriamo che quelle aspettative non sono state rispettate”. 

Una parte importante del convegno organizzato da “Insieme” a Roma (2 luglio 2022) è stata dedicata alla tavola ritonda dal titolo “Oltre il bipolarismo”, organizzata e coordinata da Maurizio Cotta. Al dibattito hanno partecipato l’on. Ettore Rosato, Vice Presidente della Camera ed esponente di spicco di Italia Viva e i professori Ernesto Galli della Loggia, Mario Morcellini e Angelo Panebianco.

L’esordio di Cotta è stato netto: parliamo di seppellire un “morto che cammina”. Il bipolarismo è morto a tanta distanza dal momento in cui sembrò rappresentare un cambiamento utile e fece nascere molte aspettative. In realtà, ha detto Cotta, oggi registriamo che quelle aspettative non sono state rispettate. per questo basta riferirsi alla riforma della Giustizia, alla riduzione del divario tra centro e periferie, alla mancate modernizzazione dell’economia e della Pubblica amministrazione. È questo il frutto dell’esaurirsi di quel sistema politico in mere schermaglie ideologiche e personalistiche, nella demonizzazione dell’altra parte, nella mancanza di rispetto reciproco e della capacità, invece, di competere sui grandi temi e le problematiche del Paese.

Recentemente, ha proseguito Cotta, il bipolarismo ha finito per affidare al capo dello Stato la formazione del Governo. Soprattutto ha contribuito alla nascita del populismo che, dopo il grande successo elettorale, fallisce la prova governativa,  come hanno dimostrato le esperienze dei 5 Stelle e della Lega a trazione Salvini che non hanno saputo trasformare le loro istanze in azione di governo. Secondo Cotta non viene risposta alla domanda, a sinistra, di cosa ci sia il cosiddetto “campo largo”, così come a destra non si capisce della dislocazione europea che trova tutte le sue componenti in posizioni diverse, e questo quando appare sempre più evidente quale sia il peso della dimensione internazionale dei problemi.

Intanto incalzano le grandi questioni: dalla transizione ambientale alla situazione di guerra che stiamo vivendo e, ancora all’inflazione e al rallentamento della crescita. È quindi necessario una visione nuova della società scoprendo il senso della solidarietà che non può essere concepita come erogazione di sussidi e, quindi è richiesto un cambio istituzionale. Siamo consapevoli, ha detto Cotta, che i sistemi elettorali diretti alla formazione di una maggioranza poi, in realtà, non concorrono a crearla. Quindi, volgiamo qualcosa di più rispettoso per le tante forze nuove che vogliono emergere. Anche perché il prossimo Parlamento dovrà affrontare alcune riforme basate sul consenso largo perché per essere efficaci non possono essere fatte da una sola parte contro l’altra.

 

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https://www.politicainsieme.com/oltre-il-bipolarismo-la-tavola-rotonda-organizzata-da-insieme-3/

Cos’è il nuovo Ulivo? Enrico Borghi lo riconnette a un Pd più “centrale” grazie al civismo. È un discorso interessante ma…

Al Nazareno si cambia passo per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno. L’asse strategico con il M5S non ha più mordente. Ciò implica una riconsiderazione del ruolo del Pd. Il segnale che lancia Borghi pare contraddire il pessimismo di chi, come D’Alema e Franceschini, considera inevitabile la sconfitta nel 2023. È però sufficiente, in alternativa, enfatizzare l’apporto del civismo? Occorre una nuova e più convincente politica delle alleanze. Attorno a Draghi.

L’intervista a Repubblica di Enrico Borghi, l’uomo che nella segreteria nazionale del Pd assolve alla funzione di collegamento tra Letta e Guerini, sposta con eleganza l’asse della proposta politica del Nazareno. In apparenza il discorso rimane nell’alveo dell’autocompiacimento che scaturisce dai risultati delle elezioni amministrative; invece nella sostanza, partendo sempre dalla soddisfazione per il voto locale, devia dal sonnambulismo dei fautori a tutti i costi dell’alleanza strategica con il M5S, uscendo dalla rappresentazione onirica del campo largo. Certo, rimane l’appello a un largo concorso di forze, per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno, ma ciò implica una incisiva riconsiderazione del ruolo del Pd. 

«Noi lavoriamo – ha spiegato ieri Borghi – per un Partito democratico forte che arrivi, da solo, al 30% e diventi il perno della coalizione europeista, riformista, progressista e ambientalista che intendiamo costruire per battere la destra nel 2023». Il concetto è illustrato con grande chiarezza:«Quando il Pd è unito si trasforma in un magnete capace non solo di fare scelte coesive e di innovazione, ma anche di guidare un processo di aggregazione più ampio, che va oltre il perimetro giallorosso. Il civismo, in sostanza, può essere il lievito che ai tempi dell’Ulivo permise di superare la sclerotizzazione dei partiti». Un progetto, così come descritto, che si carica visibilmente di un contenuto neo-democristiano:«In realtà il nostro modello – precisa il deputato ex Dc-Ppi-Margherita – è il Country party indicato da Andreatta. Il partito-Paese, del popolo, in antitesi al partito del potere che negli ultimi dieci anni, suo malgrado, il Pd ha dovuto interpretare per garantire la stabilità ed evitare degenerazioni del sistema». 

Borghi sembra dunque esplicitare una posizione che vede Letta impegnato nel progetto di nuovo Ulivo. Da ciò deriva la  trasformazione del modello di coalizione finora propagandato: meno grillismo e più civismo, ovvero più centralità del partito a vocazione popolare. Letta, per giunta, ha voluto lanciare a Cortona, di fronte ai maggiorenti di Areadem, un messaggio che sa di sfida verso i profeti della sconfitta inevitabile, e quindi bisognosa in qualche modo di essere  programmata. Un filo rosso unisce curiosamente D’Alema e Franceschini, entrambi pessimisti sul futuro esito delle elezioni (sicché, perso per perso, tanto vale che si rinsaldi l’asse giallorosso). 

Ora Borghi, dando anche respiro alle perplessità cripto-renziane di Base Riformista, riporta alla visione di un centro sinistra che mira ad amalgamare tutta l’area del riformismo democratico, senza cedere spazio a un “centro” ancora ipotetico. In questa cornice, però,  c’è il rischio non già di un ritorno al Country party di Andreatta – tutt’altro che un rischio, in verità -, ma al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, con tutto il bagaglio di ambizioni e solitudini sperimentate in passato. Bisogna fare ulteriori passi in avanti. Evocare il civismo, paragonato a uno scrigno di sovrabbondanti potenzialità politiche, non porta molto lontano. Il Pd, se vuole vincere, deve pensare a una nuova politica delle alleanze. Attorno a Draghi.

Le RSA: una possibilità di cura all’interno di una rete di servizi più ampia. Il punto di “Agire politicamente”.

Si è svolto ieri pomeriggio a Roma, presso il Teatro Rossini a Piazza Santa Chiara, un convegno sulla sanità nella cornice del grande tema della transizione antropologica. L’incontro è stato introdotto da due relazioni: una del coordinatore di “Agire politicamente” Lino Prenna (La transizione antropologica: dall’io al noi), l’altra di Suor Maria Grazia Caputo (Dalla pandemia alla guerra: una crisi umanitaria globale). Successivamente una tavola rotonda (Ripensare la sanità: per un umanesimo della cura) ,moderata da Massimo De Simoni, ha fatto il punto sugli aspetti più diretti e concreti della sanità (in particolare ne hanno parlato il consigliere regionale del Lazio Emiliano Minnucci e Lucio D’Ubaldo, direttore de “Il Domani d’Italia”). Nella circostanza è stato presentato un documento, elaborato a più mani e coordinato da Domenico Rogante, al quale si lega il testo (di seguito riportato) sullo specifico argomento delle RSA. 

 

Il discorso sulle RSA merita un capitolo a parte, in quanto, come abbiamo potuto constatare in questi mesi, la gestione della pandemia ha riportato alla luce vecchi e nuovi problemi, con la conseguenza di aver portato queste strutture ad essere protagoniste della cronaca quotidiana per i focolai multipli che sono scoppiati al loro interno. Le RSA, nel pieno della prima ondata, si sono ritrovate da sole ad affrontare i problemi legati all’infezione da Covid-19, con il SSN che nell’immediato non ha saputo dare il giusto supporto a queste realtà, sia nella fornitura di DPI ma anche nella gestione degli spazi per gli isolamenti e della regolamentazione delle visite esterne. Questa situazione emergenziale ha reso ancora più critica la già difficile situazione economica all’interno delle RSA: la riduzione della saturazione dei posti letto, il contingentamento degli ingressi, i posti letto per la quarantena, l’acquisto continuo dei DPI, la sostituzione degli operatori che si ammalano o finiscono in quarantena, ha messo a dura prova i bilanci, soprattutto di quelle strutture più piccole, vicino alle comunità e gestite dal no-profit.

 

Tuttavia, l’analisi su queste strutture non può essere circoscritta alla gestione della pandemia, in quanto le avvisaglie di carenze strutturali c’erano già da diversi anni. Il problema italiano è che gli anziani sono ricoverati nelle RSA ormai quasi a fine vita e in condizioni di fragilità estrema, ma i finanziamenti pubblici non sono sufficienti a garantire l’assistenza sanitaria necessaria. Il DPCM del 22/12/1989 definiva le caratteristiche strutturali, organizzative e gestionali delle RSA. Prevedeva la suddivisone degli spazi con nuclei di 20 posti (per un massimo di 60 ospiti) e i diversi servizi comuni. Sostanzialmente si trattava di una tipologia strutturale che metteva insieme l’impostazione del reparto ospedaliero con aspetti che ricordavano la casa (salotto, sala da pranzo ecc.). 

 

Negli anni questa impostazione è stata un po’ stravolta: si sono realizzate strutture più grandi, motivate da esigenze economico e gestionali di ottimizzare i costi sempre più crescenti. Tutto questo si è accentuato anche a seguito dell’ingresso nel settore di fondi d’investimento e soggetti multinazionali di assistenza che, a differenza del no-profit, si aspettano un ritorno remunerativo dell’investimento effettuato e quindi ampliano la capienza delle strutture. 

 

A questa organizzazione già di per sé precaria, si è aggiunta l’esigenza di dover far fronte alla presenza di ospiti con demenza che ha portato ad interventi di compartimentazione e chiusura che hanno dato a queste strutture un’organizzazione sempre più “sanitaria”, con un prevedibile peggioramento delle condizioni di vita all’interno e con pesanti ripercussioni sull’umore dei pazienti. 

 

Tutto ciò è stato accentuato dalla pandemia in corso, in quanto la soluzione “sanitaria” necessaria è stata quella di impedire ogni accesso per evitare l’ingresso dell’infezione. Ma se si riflette, anche in precedenza queste strutture risultavano essere isolate rispetto al mondo esterno, con le famiglie spesso poco coinvolte nel percorso di cura. 

In realtà, le famiglie sono attori del processo di cura e interlocutori fondamentali nella relazione con il paziente e questo richiede una riflessione che valorizzi il loro ruolo di alleati nel perseguire il benessere dell’anziano. 

 

Alla luce di queste valutazioni, riteniamo fondamentale che si offrano una serie di servizi utili per dare risposte graduate secondo l’evolversi del bisogno di assistenza che l’invecchiamento può determinare. 

 

In questo modo, le RSA diventerebbero una delle possibilità di cura, dedicate prevalentemente alle situazioni più gravi, dentro una rete di servizi più ampia, che veda come primo luogo di cura la casa, attraverso un’efficiente assistenza domiciliare

 

La tipologia di anziani che le RSA continueranno ad assistere sarà quella di anziani gravemente compromessi, pluripatologici e con disturbi cognitivi complessi, per i quali le cure sanitarie saranno indispensabili, ma non si potrà prescindere dalla necessità di questi pazienti di mantenere una vita di relazione, per quanto possa essere limitata dalle patologie acquisite.

 

Occorrerà inoltre che le RSA siano in rete con tutti i servizi territoriali: mmg, assistenza domiciliare, altre strutture residenziali leggere, ospedali, ambulatori specialistici, servizi sociali, associazioni di volontariato ecc., diventando a loro volta un centro di servizi per la comunità circostante.

 

Accanto alle RSA, sarà necessario potenziare anche la rete degli Hospice, centri destinati prevalentemente agli ammalati terminali, essenzialmente oncologici, che dovrebbero essere maggiormente diffusi nel territorio lì dove sono operanti le strutture ospedaliere, come rimedio all’accanimento terapeutico, per assicurare la migliore qualità di vita possibile attraverso la terapia antidolore.

 

La pandemia ha confermato quello che era noto già prima, ovvero che le strutture con più personale di assistenza hanno retto meglio all’impatto del COVID-19. Un adeguato rapporto tra personale di assistenza e ospiti delle strutture residenziali permette di garantire un’assistenza migliore. Per questo, occorre investire su una formazione più puntuale degli/delle ASA/OSS, operatori fondamentali dell’assistenza nelle RSA, che sia non solo focalizzata sulle tecniche assistenziali, ma completata con competenze relazionali fondamentali per l’assistenza agli anziani. La formazione è strettamente legata anche al riconoscimento professionale ed economico di tutti gli operatori che lavorano nel settore sociosanitario. Per questo, sarà necessario aprire una seria riflessione sulla proposta di equiparazione dei contratti per gli infermieri delle RSA a quelli della sanità ospedaliera, al fine di frenare la fuga di personale sanitario dalle strutture residenziali. 

 

Nota aggiunta

Il convegno è stato aperto dal saluto di Porfirio Grazioli, Presidente del centro romanesco “Trilussa” e allietato, a metà riunione, da una esecuzione musicale molto apprezzata della giovane violinista ucraina Mariana Khachaturian.

I 10 alimenti nella blacklist dei rincari stila dalla Coldiretti

Una classifica (su dati ISTAT) dei cibi più costosi a causa dei rincari dei costi energetici e di produzione alimentati dalla guerra in Ucraina

Dall’antipasto al dolce i rincari degli alimenti non risparmiano nessuna portata. Con gli ingredienti base come burro, olio di semi, farina e uova che hanno visto un’impennata dei prezzi dovuta all’incremento dei costi energetici e di produzione alimentati dalla guerra in Ucraina.  Ecco allora una black list degli aumenti sullo scaffale stilata da Coldiretti e basata sulle rilevazioni Istat sull’inflazione a giugno 2022, che ha raggiunto il record dal 1986 con i beni alimentari in aumento dell’8,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

 

In cima alla classifica dei rincari ci sono gli oli di semi (+68,6%) soprattutto quello di girasole che risente del conflitto in Ucraina che è uno dei principali produttori e ha dovuto interrompere le spedizioni a causa della guerra, mentre al secondo posto c’è il burro con un +27,7% e al terzo la farina, con i prezzi in salita del 20,5% trainati dagli aumenti del grano che interessano anche la pasta, in salita del 18,3%.

 

Quinta piazza per la margarina (+16,8%) e sesta per la carne di pollo (+15,1%), mentre alla settima c’è il riso, con diecimila ettari seminati in meno quest’anno per la siccità che sta tagliando anche i raccolti. 

Rincari a doppia cifra pure per le uova (+13,6%), seguite da patatine fritte (+13,5%) e gelati che costano il 13,4% in più rispetto allo scorso anno.

 

Il nuovo balzo dei prezzi aggrava una situazione che, secondo una stima Coldiretti, costerà nel 2022 alle famiglie italiane oltre 8,1 miliardi di euro soltanto per la spesa alimentare, a causa dell’effetto dell’inflazione scatenata dalla guerra in Ucraina, che colpisce soprattutto le categorie più deboli.

 

Se i prezzi per le famiglie corrono, l’aumento dei costi colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare a partire dalle campagne dove più di 1 azienda agricola su 10 (11%) è in una situazione cosi’ critica da portare alla cessazione dell’attività ma ben circa 1/3 del totale nazionale (30%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dell’aumento dei costi di produzione, secondo il Crea.

In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio. “Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni” afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare che “nell’immediato bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi immediati per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro”.

In Cile si apre una nuova pagina: democristiani e socialisti recuperano le radici della loro intesa e collaborazione.

Pubblichiamo il comunicato finale – nostra traduzione, ndr – della riunione svoltasi il 22 giugno scorso tra le delegazioni della Democrazia cristiana e del Partito socialista cileni.

La Direzione nazionale della Democrazia Cristiana, con alla testa il presidente nazionale, il sindaco Felipe Delpin, si è incontrata con la neocostituita Direzione del Partito Socialista. Una visita protocollare nel corso del quale le rispettive dirigenze hanno condiviso i loro punti di vista sulle sfide imminenti del Paese, rammentando in particolare l’amicizia civica che unisce le due comunità.

“Ci fa piacere salutare – ha esordito Philip Delpin – la Presidente, Paulina Vodanovic, augurandole successo nel suo nuovo incarico e il Segretario Generale, Camilo Escalona, ​​che conosciamo da molti anni. Abbiamo discusso e attraversato insieme il passato, abbiamo di fronte a noi il presente e il futuro del Cile, dei partiti politici, di questo nostro Paese proiettato in avanti grazie a una nuova Costituzione, che speriamo venga approvata il 4 settembre. Ci auguriamo di continuare a dialogare, di continuare ad incontrarci sui vari temi che interessano le persone e la nostra comunità, principalmente i settori popolari, i lavoratori, tutti coloro che sono rimasti in attesa, generazione dopo generazione, per poter migliorare le proprie condizioni di vita, considerando che siamo assolutamente disponibili al dialogo, come già abbiamo dimostrato con l’avvio della concertazione e della nuova maggioranza”.  

Sulla stessa linea, la presidente del Partito socialista, Paulina Vodanovic, ha sottolineato l’importanza del legame politico tra i due partiti e ha aggiunto: “Questo colloquio ha grande rilievo in vista delle sfide prossime che il nostro Paese deve affrontare, non solo a riguardo del plebiscito, per il quale la Democrazia Cristiana è ancora determinante, ma anche su altri versanti significativi del dibattito politico.  Abbiamo avuto una conversazione davvero interessante”.

All’incontro hanno partecipato anche i vicepresidenti della Dc, la senatrice Yasna Provoste e Francisca Hernández, la segretaria nazionale della Dc, Cecilia Valdés, e il segretario generale del PS, Camilo Escalona.

“C’è una visione del paese – ha commentato Camilo Escalona – che condividiamo da molto tempo, da quando cioè abbiamo recuperato insieme democrazia e libertà per il Cile. Il nostro dialogo è iniziato in quella occasione”.

In ultimo Cecilia Valdes ha voluto così esprimersi: “Costante è l’apprezzamento della Dc per il ruolo che il Partito Socialista ha svolto nella storia del nostro Paese, quindi è molto significativo ciò che traspare dallo scambio di saluti e dal colloquio avuto. Siamo particolarmente felici e soddisfatti di questa conversazione. Molte cose ci uniscono al Partito Socialista, a partire ovviamente dal valore che attribuiamo alla democrazia. Abbiamo lottato insieme per recuperare la democrazia, siamo stati tante volte insieme al governo e crediamo che questa storia non sia minimamente da sacrificare. Dobbiamo sfruttare la tradizione che abbiamo alle spalle come PDC per affrontare insieme, attraverso il consolidamento di una maggioranza, le sfide legate ai cambiamenti democratici che il Cile richiede e la spinta sociale ha determinato”.

 

Per leggere il testo in lingua originale 

https://www.pdc.cl/2022/06/22/directiva-nacional-dc-se-reunio-con-nueva-directiva-del-partido-socialista/

L’elettorato è mobile. Pombeni su Mente Politica analizza il voto amministrativo.

La mobilità dell’elettorato non si è espressa in uno spostamento di consensi fra i partiti delle due coalizioni contrapposte, quanto piuttosto nel transito di molti votanti nell’area dell’astensione, ancora una volta in crescita. Le ideologie non muovono più il sentimento popolare, ma non lo muove più neppure il populismo. La gente vuole atteggiamenti costruttivi e quindi un ricambio che vada al di là del professionismo dei partiti e dei loro ceti.

L’elettorato non sarà mobile come suppone l’arietta d’opera delle donne (con tipico pregiudizio antifemminista), cioè come una piuma al vento, ma certamente continua a mostrarsi relativamente imprevedibile. Questo è ciò che è apparso a tutti con la recente tornata di amministrative in cui si dava per vincente il centrodestra, mentre invece il centrosinistra ha portato a casa un ottimo risultato. Si può cavarsela dicendo che è dipeso dagli errori di una destra molto meno unita di quel che si dava per scontato, ma non ci sembra una spiegazione sufficiente.

Pare a noi che una volta di più la mobilità dell’elettorato non si sia espressa prevalentemente in uno spostamento di consensi fra i partiti delle due coalizioni contrapposte, quanto piuttosto nel transito di molti votanti nell’area dell’astensione, ancora una volta in crescita e per di più in un contesto come quello “cittadino” dove si supponeva che i partiti avessero maggiori capacità di coinvolgimento dei cittadini. In realtà gli appelli più o meno convinti dei leader nazionali non sono stati capaci di mobilitare là dove i candidati non convincevano, né a destra né a sinistra. Lo si era già visto nelle amministrative a Roma dove la cosa era stata molto evidente, ma il fenomeno si può ritrovare in altri casi.

Le ideologie non muovono più il sentimento popolare e questo si sapeva da tempo, ma non lo muove più neppure il populismo, che in definitiva è il surrogato bastardo delle vecchie ideologie. La gente vuole atteggiamenti costruttivi e degli slogan comincia a non fidarsi più. Lo si è visto benissimo nel caso delle elezioni a Verona, dove Damiano Tommasi ha vinto senza far lui appello ai mantra della sinistra ideologica e sconfiggendo un avversario che al contrario aveva mobilitato tutti quelli della destra, sostenuto in ciò persino da un vescovo che deve aver perso il contatto col tempo presente.

L’elettorato tende ad uscire dai vecchi schemi, come dimostra Parma, dove un buon sindaco è stato in grado di passare la sua eredità. Peraltro questo non vale solo per la concentrazione di centrosinistra, perché a Genova per esempio ha giocato a favore di un bravo sindaco come Bucci. Ovviamente non tutto ripete lo stesso modello, ma ci sembra di individuare un trend di cambiamento interessante.

Detto questo ci parrebbe sbagliato trarre dall’andamento delle amministrative un oroscopo per la scadenza delle prossime elezioni nazionali. Non soltanto perché nei mesi che ci separano da esse possono accadere molte cose che incideranno sul sentire della pubblica opinione, ma perché inevitabilmente in quel caso peseranno di più gli orientamenti nazionali.

Con la legge elettorale vigente, che non sembra verrà cambiata, i collegi uninominali sono molto ampi e la possibilità di mettere in campo candidati che facciano perno sui rapporti di prossimità, sullo stesso civismo, ci sembrano molto ridotte. Tornerà dunque ad essere importante un poco di discorsi di prospettiva, temiamo anche un po’ (e forse anche non poca) demagogia, e soprattutto la mobilitazione fatta con i vari media sociali. Teniamo anche presente che la figura del candidato al parlamento conta meno nelle elezioni nazionali, perché la gente non vi vede, tranne casi limitati, una figura in grado di imporsi, come invece avviene per il candidato sindaco. Per queste e per altre ragioni mettiamo in guardia dal trarre facili pronostici da quel che si è registrato nelle amministrative.

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/lelettorato-mobile/2281#

Lavoratori fragili, finite le tutele iniziano i rischi veri. Anche per il governo?

Le tutele sanitarie sono scadute il 30 giugno ma non ancora rinnovate. Gli emendamenti per prorogarle sono stati respinti. Solo una Nota informale della Funzione Pubblica, richiama disposizioni ampiamente superate delle leggi successive. Basterebbe prorogare l’art. 10 come 1/bis e 1/ter della legge 52/2022…per avere la garanzia di un “ombrello giuridico e sanitario”. Incredibile davvero il silenzio dei Ministri competenti. Il Prof. Walter Ricciardi (Consulente di Speranza) ha previsto un autunno seriamente critico per anziani e fragili. Non ascoltarlo e non pensarci prima è da incoscienti.

Dal 1° luglio i lavoratori fragili sono privi di tutele sanitarie e il merito di questo vulnus se lo dividono Parlamento e Governo. Ieri, 30 giugno, sono infatti scadute quelle previgenti, rinnovate con legge 52 del 19/5/2022- art. 10 comma 1/bis e 1/ter che a sua volta confermava quelle sancite con il DL 17/3/2020 n.° 18 – art. 26, commi 2 e 2/bis. 

Sono riferimenti normativi che abbiamo ripetuto decine di volte per sollecitare gli organi legislativi ed esecutivi a por mano a due carenze: la mancata retrodatazione delle tutele a decorrere dal 1° aprile u.s. (e non dalla data successiva alla pubblicazione sulla GU della citata legge 52/2022, cioè dal 24/5 us.) e la necessità di proroga delle tutele medesime dopo la scadenza del 30 giugno.

Né una né l’altra delle due carenze sono state colmate, nel silenzio assordante dei Sindacati della triplice ad eccezione di Consal, questo nonostante gli emendamenti depositati a al Senato al DL 36/2022 e alla Camera con l’odg dell’On.le Massimiliano De Toma, che ne ha fatto una questione di civiltà giuridica e di assunzione di responsabilità ma che il Governo ha accolto, per mezzo del Sottosegretario Sasso (Lega) con il vergognoso “impegna a valutare l’opportunità di”, come se la tutela della salute dei più fragili fosse una questione su cui valutare l’opportunità di agire o meno. 

La risposta alle battaglie parlamentari portate avanti dai banchi dell’opposizione con De Toma (FDI) ma anche dalla maggioranza con Dall’Osso (FI) trovano risposta nella risibile nota pubblicata nel pomeriggio del 30 giugno dal Ministero della Funzione Pubblica (https://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/30-06-2022/sicurezza-anti-covid-e-lavoratori-fragili-i-chiarimenti-della-funzione) sulla quale esprimiamo appunto riserve più che giustificate. 

Con questa nota il Governo ci conferma, ma lo conferma alle migliaia di lavoratori fragili e alle loro famiglie che sono in sintesi Cittadini ed Elettori, che ha preso un granchio e – se la risposta agli appelli accorati giunti da più parti, anche a mezzo stampa – è questa, ne esce davvero male, l’immagine, non del singolo Ministro ma dell’intero Governo che sul punto è prossima ad un ponziopilatesco disinteresse. 

La questione dei lavoratori fragili – infatti – richiede una proroga legislativa, non un atto – per quanto autorevole – ma di mera, discrezionale interpretazione la cui applicazione resta nel limbo delle buone intenzioni. Fa specie che sia sfuggito all’Esecutivo che una legge in scadenza si rinnova solo con un’altra legge, o intanto con un D.L. da convertire in sede parlamentare.  (siamo all’ABC del diritto!)  In due anni di pandemia è sempre stato così, pur tra alti e bassi, dimenticanze, ritardi, retrodatazioni sancite e altre mancate. 

Fa specie inoltre che di fronte ad una materia così delicata – come la tutela della salute dei lavoratori fragili, in una situazione incrementale di diffusione del Covid che sta per diventare esplosiva, tanto da indurre il Prof. Walter Ricciardi a prevedere un autunno terribile di contagi e decessi tra le persone anziane e quelle fragili in quanto affette da patologie che le sovraespongono al rischio di contrarre il virus, il Governo non corra subito ai ripari. Il Prof Ricciardi è Consulente del Ministro della Salute Roberto Speranza: che lui parli dall’alto della Sua autorevolezza scientifica e non sia ascoltato dal Ministero a cui presta consulenza è un fatto anomalo, singolare e grave. Anzi gravissimo. 

L’agenda politica è infarcita di provvedimenti tampone, una serie crescente di bonus a perdere che non risolvono le povertà emergenti, impegnata a rinnovare il reddito di cittadinanza e il contratto dei navigator, soggetti pagati senza lavorare, oppure nei pettegolezzi sulle diatribe e le primazie dei vari leader o aspiranti e sedicenti tali.

In giorni e giorni di dibattito parlamentare sul tema dei lavoratori fragili non abbiamo ascoltato una parola di impegno da parte dei Ministri più interessati, tra tutte la Ministra per la Disabilità, Erika Stefani (Lega) il cui silenzio assordante sul tema è stato assoluto. 

Così alla scadenza della doppia tutela vigente fino a ieri per i lavoratori fragili (il lavoro agile e l’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero, codice nosologico V07) nessuna voce del Governo si è alzata a tacitare le ansie legittime degli interessati ne’ tantomeno per impegnarsi a dare la garanzia di una reiterazione delle tutele medesime, in una situazione in cui Covid e Omicron nelle loro varianti ricominciano a correre, anzi galoppano con punte vicine al 30% di positività, noi , ma forse non solo noi, non riusciamo a capacitarci di tanto colpevole silenzio. E chiediamo al Parlamento di chiamare il Governo in Aula a riferire sull’accaduto.

La nota della Funzione Pubblica non basta, ma non solo: non può integrare una previsione legislativa scaduta richiamando precedenti circolari che peraltro rappresentano una mera indicazione che , tra l’altro, non supera il disposto del DM 8/10/2021 che stabilisce all’art. 1 comma 3 , lettera b), “l’amministrazione deve garantire un’adeguata  rotazione del personale che può prestare lavoro in modalità agile, dovendo essere prevalente, per ciascun lavoratore, l’esecuzione della prestazione in presenza”; tenuto conto poi che nel pubblico impiego lo smart working non può essere 5 giorni su 5, e che dunque la chiusura della nota (si ribadisce della NOTA!) ministeriale con quel “anche derogando, ancorché temporaneamente, al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza” appare fuorviante se non foriera di porre fuori legge l’operato di chi dovesse autorizzare lo smart working senza rientro in ufficio del lavoratore.  

In questo modo non si risolve nulla e si rinvia – ancora una volta – il problema. 

Eppure nel frattempo il Ministero della salute con DM del 4/2/2022 aveva stilato un elenco delle patologie riconosciute come “fragili”. A cosa serve questa tabella ministeriale delle condizioni di fragilità se non viene applicata?  Ora tace – lo stesso Ministero della Salute e con esso quelli del Lavoro e delle Disabilità – su come tutelare di fronte all’ondata montante dei contagi gli stessi lavoratori a cui le patologie e la condizione di fragilità sono state riconosciute a livello di Decreto Ministeriale e vengono certificate dagli organi sanitari preposti.

La risposta data con la nota della Funzione Pubblica elude poi, totalmente – proprio non ne fa menzione – la situazione di coloro che, in quanto lavoratori fragili, non potendo essere posti in smart working perdono, con la decorrenza del termine come prorogato al 30 giugno dall’art. 10 coma 1-bis del dl 24/2022, l’equiparazione del periodo di assenza dal lavoro al ricovero ospedaliero. Dovendo attingere così – per evitare il rischio di contagio – al cosiddetto “comporto contrattuale” o nella peggiore ipotesi alle ferie. 

Non sanno o non ricordano forse i Signori Ministri che un malato di tumore deve sottoporsi a cicli di chemioterapie? Che un immunodepresso assume farmaci salvavita che lo debilitano? Che costoro sono incommensurabilmente più esposti al rischio di contagio? Che ci sono mestieri e professioni che non sono convertibili nel lavoro agile? Inoltre pare assai poco etico per il Governo scaricare ogni decisione sulla dirigenza degli uffici pubblici, chiamata così ad assumersi grandi responsabilità con il conseguente rischio per il singolo dirigente, in caso di errore di valutazione circa la concessione o meno al proprio dipendente lavoratore fragile dello Smart Working, di vedersi poi chiamato in giudizio per il risarcimento del danno se il lavoratore fragile a cui non avesse riconosciuto lo smart working o questo dovesse essere negato dal medico chiamato ad esercitare la sorveglianza sanitaria valida sino al 31 luglio, dovesse ammalarsi o peggio.

Per contro il demansionamento o la destinazione ad altra funzione per poter giustificare la conversione dell’attività da “in presenza” a “in smart working”, al di là dei controlli sulla legittimità o meno di tale cambiamento, potrebbe avere “altri” risvolti sulla vita del lavoratore che poi potrebbe addebitarli al dirigente di turno. E come potrebbe mai un datore di lavoro di fronte ad un certificato che attesta la condizione di fragilità e inidoneità all’impiego di un suo dipendente fragile, assumersi la responsabilità di decidere? “Tu vai in lavoro agile”, “tu resta a casa ma prenditi malattia, attingendo dal congedo contrattuale” che ad un certo punto riduce, dimezza o annulla il trattamento stipendiale? 

Come è possibile che un Ministro della Funzione Pubblica attribuisca al dirigente/datore di lavoro competenze e responsabilità di valutazione, discernimento e decisione di tipo medico –sanitario? Troviamo scandaloso che il Governo non abbia preso in considerazione la data di scadenza di una legge dello Stato che tutela le persone fragili e che nulla abbia finora proposto, se non una mera nota che tuttavia, si ripete, resta una nota, non un atto avente valore di legge. Considerata la situazione come descritta riteniamo che l’unica soluzione ragionevole e di garanzia (anche in chiave di autotutela per la P.A.) sia quella di prorogare le due tutele richiamate in esordio di questo articolo, fino al 31 dicembre 2022, in modo da normare in via legislativa le fattispecie prevedibili.

Se l’autunno sarà difficile e pericoloso per il ritorno e il rialzo dei contagi non si può far finta di non sapere che ciò è stato previsto dalla scienza. Ogni dilazione o omissione di decisione sarebbe foriera di problemi e contenziosi, ma soprattutto esporrebbe i lavoratori fragili ad un rischio che va assolutamente evitato.

Su Tablet, settimanale cattolico inglese, il monito del card. Kasper: il cammino sinodale tedesco segue una traccia sbagliata. 

È essenziale ascoltare lo Spirito Santo su “quale direzione dobbiamo prendere e quali adeguamenti accogliere”.

 

Christa Pongratz-Lippitt

Il cardinale Walter Kasper, ex presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha affermato che il cammino sinodale tedesco sta ignorando gli ammonimenti del Papa e ha avvertito che se continua a prescindere da essi potrebbe “spezzare l’osso del collo” al progetto riformatore.

 

Sebbene necessaria, la riforma della Chiesa non può significare la sua riduzione “a un ammasso di pasta da modellare a piacimento così da essere lavorata e confezionata per adattarsi a qualsiasi situazione”, ha sottolineato il cardinale in occasione di una giornata di studio online di “Neuer Anfang” (“Nuovo inizio”), una iniziativa cattolica.  È stato certamente essenziale ascoltare lo Spirito Santo su “quale direzione dovremmo prendere e quali aggiustamenti dovremmo operare”, ma non è possibile risolvere i problemi posti da tali domande – ha osservato – con “risposte ideologicamente predefinite che poi passano a maggioranza”.

 

Per Kasper, in effetti, il cammino sinodale tedesco aveva l’obiettivo di adeguare al Vangelo i punti di vista degli uomini d’oggi. Tuttavia, a giudizio del prelato, alcune delle dichiarazioni di questo cammino sinodale non risultano ad oggi compatibili con il messaggio evangelico. Egli, in particolare, ha sollevato forti obiezioni a riguardo del tentativo di riformare l’ufficio episcopale, che finora ha rappresentato la “colonna fondamentale della Chiesa”. Ed ha poi aggiunto: “Chiunque vede spezzata questa colonna intende spezzare il collo della Chiesa”.

 

Dunque il “peccato originale” dell’intero progetto tedesco è stato quello di aver ignorato fin dall’inizio la lettera del Papa (“Lettera al popolo di Dio itinerante in Germania” del giugno 2019) in cui Francesco aveva suggerito di procedere dai Vangeli e dalla missione fondamentale dell’evangelizzazione. Invece, ha sottolineato Kasper, il processo avviato in Germania “in qualche modo ha eluso la lettera del papa e ha seguito un suo percorso, assumendo in parte criteri propri”.

 

Anche le conferenze episcopali scandinava e statunitense, a pari del cardinale austriaco Christoph Schönborn, hanno  apertamente criticato il cammino sinodale tedesco. A ciò si aggiunga il duro rilievo del cardinale Reinhard Marx di Monaco circa il proposito di mettere in discussione se la Chiesa abbia bisogno di sacerdoti. Questa “proposta assolutamente rovinosa”, ha dato l’impressione che una larga maggioranza di riformatori sia contraria ai sacerdoti, quando in realtà, ha detto Marx, “senza sacerdoti non esiste Chiesa cattolica”.

 

Testo tradotto dalla redazione. Per leggere l’originale cliccare su questo link

https://www.thetablet.co.uk/news/15632/kasper-warns-german-synodal-path-on-wrong-track

Si aprono le danze nel Pd. AreaDem, la corrente di Franceschini, torna riunirsi a Cortona. Tanti invitati, manca Di Maio.

 

Tre giorni di interventi in cui si alterneranno parlamentari e rappresentanti della società civile. Domenica le conclusioni di Dario Franceschini, Ministro della Cultura.

Cristian Coriolano

 

A leggere la bozza del programma di Cortona, pare facile riconoscere il timbro mai dismesso della corrente più stabile e determinata del Pd, quella che il suo leader ha concepito come permanente baricentro della vita interna di partito. La corrente che elegge i segretari, li sostiene per il tempo necessario e li accompagna ai box quando vanno fuori pista o non hanno più risorse per la gara. L’ambizione è fungere da cartilagine dello scheletro politico e organizzativo dei Democratici, sapendo bene che solo per questa funzione connettiva passa la scommessa di una ‘moral suasion’ elaboratrice di consenso, e quindi di potere.

 

A sinistra cresce l’idea che la stagione di Draghi volga all’epilogo. Nelle prossime elezioni, per altro, sarà difficile arginare l’onda di piena della destra. Si tratta allora di preparare una sorta di resistenza al fine di limitare i danni. Franceschini è convinto che il ‘campo largo’ non abbia alternative e che pertanto non ce l’abbia neppure l’alleanza con i 5 Stelle. Infatti, l’incontro più importante inserito nella tre giorni vedrà impegnati esclusivamente i tre segretari che sono chiamati a guidare questa faticosa ma necessaria alleanza elettorale. L’assenza di Di Maio non equivale, in realtà, a quella dei segretari dei partiti cosiddetti centristi (Renzi e Calenda), rappresentando semmai una censura implicita della scissione che ha investito il Movimento grillino.

 

Può darsi che il programma, essendo ancora aperto, possa arricchirsi di altre opportunità e rimediare all’esclusione del Ministro degli Esteri. Sta di fatto che oggi un lettore minimamente accorto avrebbe motivo di cogliere in filigrana lo schema della futura coalizione. La quale, come diceva Bravehart rivolto ai suoi connazionali in guerra con gli Inglesi, deve ‘combattere’ e non necessariamente ‘battere’ lo schieramento avverso. Alla fine traspare un certo pessimismo: Franceschini, infatti, non vede altra soluzione se non quella ‘unità a sinistra’ sempre più evocata in termini di ‘spes contra spem’.

 

Riportiamo di seguito la nota introduttiva predisposta da AreaDem.

 

Sarà il ricordo di David Sassoli di padre Occhetta ad aprire la tre giorni di Areadem, l’area politico-culturale del PD nata dall’esperienza delle primarie del 2009 e che fa riferimento al ministro della Cultura, Dario Franceschini e al presidente della commissione Esteri della Camera, Piero Fassino.

 

Il filo conduttore scelto per la tre giorni è quello della transizione, declinata sotto il profilo ambientale, economico, sociale e istituzionale.

 

Un intenso programma di incontri e dibattiti che, come ogni anno, vede presenti diverse personalità del partito democratico e del mondo dell’associazionismo.

 

Venerdì sera (ore 20, Centro Convegni Sant’Agostino), Lucia Annunziata intervisterà Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza.

 

Da venerdì a domenica, oltre a Franceschini e Fassino, sono previste le presenze del Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini; del Ministro del Lavoro, Andrea Orlando; della Capogruppo democratica alla Camera, Deborah Serracchiani; del Capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, Brando Benifei; di Graziano Delrio e di Paola De Micheli.

 

Interverranno Pierluigi Stefanini (portavoce di ASVIS); Roberto Rossini (Alleanza contro la povertà); Patrizia Luongo (Forum diseguaglianze); Giovanni Ferri (coordinatore master su pnrr LUMSA); Francesca Santilli (ABI esperta riciclaggio internazionale), Federico Cafiero de Raho che, nelle diverse sessioni, dialogheranno con: Teresa Armato, Bruno Astorre, Anthony Barbagallo, Pierpaolo Baretta, Mimmo Bevacqua, Chiara Braga, Alessandro Bratti, Arianna Censi, Beatrice Lorenzin, Alberto Losacco, Peppino Lupo, Fabio Melilli, Franco Mirabelli, Alberto Pandolfo, Teresa Piccione, Pina Picierno, Roberta Pinotti, Marina Sereni, Patrizia Toia, Luigi Zanda.

 

Per leggere il programma, ancora provvisorio, dell’iniziativa di Areadem fai clic sul link sottostante.

http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=46352

Il mondo diventa multipolare. L’Italia ha tutto da guadagnare. Con quale politica? Il centro deve proporsi come zattera.

 

Il centro non deve proporsi come una corazzata in grado di offrire qualunque risposta. Sarebbe ridicolo e finirebbe solo col rafforzare la tendenza all’astensionismo. Bensì come una zattera, forse anche improvvisata ma che bada all’essenziale, per attraversare insieme una tempesta che speriamo breve.

 

Giuseppe Davicino

 

Il preambolo sta bene, il centro pure, Draghi ancor di più, ora e nella prossima legislatura. Ma poi i conti si faranno con guerra e iperinflazione (la banconota da 1000€ esibita da Grillo è tutt’altro che una buffonata) e non si può sapere in quale contesto avverranno le prossime politiche. Per questo credo che occorra lasciar fare a Draghi il suo arduo lavoro. Tutti sanno – lo si vede anche da Marte – che il futuro è dei Brics.

 

E l’avvenire di Stati Uniti ed Europa passa da un ricambio non tanto della classe politica, abbastanza ininfluente, ma dell’élite che in concreto comanda. Un cambiamento che non può che avvenire dall’alto: passare dai fautori del modello unipolare, diretto dai poteri finanziari occidentali, a quella parte di élite “realista”, che capisce che i mutati rapporti di forza permettono all’Occidente ormai solo più di partecipare a una governance mondiale multipolare. Sarà questo un processo doloroso e tumultuoso ma appare inevitabile, bisogna solo sperare che il suo prezzo non sia troppo alto nei confronti della stabilità mondiale.

 

Nel frattempo l’Italia non ha scelta: deve stare con la parte del mondo minoritaria e perdente. Mentre si può imputare a Mussolini, tra le sue tante responsabilità, l’errore (madornale per noi, ma negli anni Trenta la Germania era un po’ la Cina dell’epoca) di aver scelto l’alleanza sbagliata, o quantomeno di non esser rimasto neutrale, non si può, e ritengo non si potrà dire in sede storica altrettanto per l’Italia di oggi.

 

A differenza di allora l’Italia non può scegliere. Siamo legati mani e piedi, come suol dirsi, agli Stati Uniti, dai quali abbiamo anche ricevuto tanto. Per cui, se il presidente del Consiglio fa bene a, e deve, essere, almeno a parole, più papista del papa sui vari dossiers internazionali, credo che questo non sia l’atteggiamento giusto da assumere da parte delle forze politiche che lo sostengono. Almeno il centro, credo, se non vuole scimmiottare i toni non proprio concilianti di Letta e dalla Meloni, dovrebbe cercare di distinguersi.

 

Anche perché il sentire comune percepisce, al di là della pur poderosa propaganda dell’informazione, che non vi è alcun scontro di civiltà, ma solo scontro di interessi tra una ristrettissima cerchia di poteri e la Russia, e che l’Italia, nel nuovo mondo multipolare avrà da guadagnare più di ogni altro in Europa.

 

Dunque, se non si vuole fare rientrare dalla finestra il populismo a cui si chiude giustamente la porta d’ingresso, bisogna trovare il modo giusto per accompagnare l’elettorato, la classe media in particolare, attraverso le difficoltà che si prospettano, non illudendola ma aiutandosi insieme. reciprocamente, a capire l’ampiezza delle cause e dei possibili esiti dello storico cambio di epoca in corso.

 

In questa prospettiva credo che il centro non debba proporsi come una corazzata in grado di offrire qualunque risposta. Sarebbe ridicolo e finirebbe solo col rafforzare la tendenza all’astensionismo. Bensì come una zattera, forse anche improvvisata ma che bada all’essenziale, per attraversare insieme una tempesta che speriamo breve, mantenendo la barra dritta verso ciò che verrà dopo questi anni turbolenti.

Manca l’acqua ma non le liti.

 

Prima di arrivare alla primavera del 2023 ci sono ancora 8/9 mesi che ci separano dal confronto elettorale. Se vogliamo rendere ancora più ostile la condizione economica che grava sul nostro Paese, lasciate sciolte le briglie ai capi politici attuali.

 

Gianfranco Moretton

 

Finita la pagina elettorale, ancora dentro la guerra Russia Ucraina, tra i piedi ritorna una fastidiosa presenza del covid, la politica non intende essere da meno.

 

Sferzati da un insopportabile caldo, con l’incombenza di una siccità quasi biblica, qualcuno ancora si diletta a creare condizioni ostili nel panorama politico nazionale.

 

Un buon regista vedrebbe più soggetti all’opera. Non c’è una unica fonte. Qui tutti sembrano punti dalla tarantola. Il caldo tra l’altro, giustifica la metafora. Azzardo; Draghi fa le sue; il pd propone oggetti indigesti ad alcuni partner della maggioranza; i 5Stelle non si sa se sono proiettati ad invadere Marte o precipitare nel nulla; la Meloni striglia a più non posso i suoi alleati; il centro sembra più un incontro tra singolo soggetti, in cerca di casa, che un movimento serio di opinione.

 

La borsa è ai minimi. Segnala questo guazzabuglio politico. Certo, a determinare questi “scuri di luna “ ci sono anche le magagne internazionali. Quest’oggi credo che quella cattiva ebollizione sia più da addebitare alle insane scaramucce tra i soggetti elencati in precedenza.

 

C’è poco da ridere. Prima di arrivare alla primavera del 2023 ci sono ancora 8/9 mesi che ci separano dal confronto elettorale. Se vogliamo rendere ancora più ostile la condizione economica che grava sul nostro Paese, lasciate sciolte le briglie ai capi politici attuali. C’è da augurarsi che qualcuno tolga a costoro il vizio di stare costantemente sopra le righe.

 

Non c’è più pazienza!

Presentato il logo del Giubileo 2025. “Perché il mondo sperimenti la speranza”. Le parole del card. Pietro Parolin.

 

Le vicende che stiamo vivendo, ha fatto presente il cardinale Parolin, «soprattutto in questi mesi recenti, sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza che, non a caso, è definita una virtù teologale, perché è posta a fondamento stesso della vita cristiana insieme alle altre due virtù della fede e della carità».

 

L’Osservatore romano

 

Pellegrini di speranza, il motto del Giubileo del 2025 scelto dal Papa, «possa diventare davvero per il mondo intero un autentico contenuto da sperimentare». È l’auspicio espresso dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, nella conferenza stampa riguardo le prime iniziative per il Giubileo e, specificatamente, per la presentazione del logo ufficiale dell’Anno santo. L’incontro — coordinato dall’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo — si è svolto nel pomeriggio di martedì 28 giugno, nello splendido scenario della Sala Regia del Palazzo apostolico.

 

Le vicende che stiamo vivendo, ha fatto presente il cardinale Parolin, «soprattutto in questi mesi recenti, sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza che, non a caso, è definita una virtù teologale, perché è posta a fondamento stesso della vita cristiana insieme alle altre due virtù della fede e della carità». E «la speranza ci richiama tutti a essere responsabili costruttori di un mondo migliore, come ha scritto Papa Francesco in vista dell’Anno giubilare: “Dobbiamo fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto”».

 

Ringraziando coloro che sono più direttamente coinvolti nella responsabilità organizzativa del Giubileo «per la collaborazione che in forme diverse è stata offerta» in questa fase preparatoria, il cardinale Parolin ha rilanciato l’importanza della «complementarietà necessaria e feconda per il bene» dei pellegrini che verranno a Roma «per attraversare la porta santa, secondo l’antica tradizione giubilare».

 

L’Anno santo 2025, ha concluso il segretario di Stato, «è una bella opportunità che è offerta in modo speciale a Roma e all’Italia, come momento qualificante per accogliere i milioni turisti che giungeranno per vivere certamente un evento di fede, ma nello stesso tempo di cultura e di ammirazione per questi splendidi luoghi».

 

L’arcivescovo Fisichella ha quindi presentato il logo del Giubileo, disegnato da Giacomo Travisani e scelto personalmente da Papa Francesco, l’11 giugno scorso, tra le tre proposte indicate da una commissione internazionale che le ha selezionate tra le 294 presentate da persone, tra i 6 e gli 83 anni, di 213 città e 48 Paesi.

 

«Il logo rappresenta quattro figure stilizzate per indicare l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra» ha spiegato nei dettagli l’arcivescovo. «Sono una abbracciata all’altra, per indicare la solidarietà e fratellanza che deve accomunare i popoli. Si noterà che l’apri-fila è aggrappato alla croce. È il segno non solo della fede che abbraccia, ma della speranza che non può mai essere abbandonata perché ne abbiamo bisogno sempre e soprattutto nei momenti di maggiore necessità».

 

«È utile osservare le onde che sono sottostanti e che sono mosse per indicare che il pellegrinaggio della vita non sempre si muove in acque tranquille» ha fatto notare. «Spesso le vicende personali e gli eventi del mondo impongono con maggiore intensità il richiamo alla speranza. È per questo che si dovrà sottolineare la parte inferiore della croce che si prolunga trasformandosi in un’ancora, che si impone sul moto ondoso. Come si sa — ha aggiunto — l’ancora è stata spesso utilizzata come metafora della speranza. L’ancora di speranza, infatti, è il nome che in gergo marinaresco viene dato all’ancora di riserva, usata dalle imbarcazioni per compiere manovre di emergenza per stabilizzare la nave durante le tempeste».

 

«Non si trascuri il fatto che l’immagine mostra quanto il cammino del pellegrino — ha detto l’arcivescovo Fisichella — non sia un fatto individuale, ma comunitario con l’impronta di un dinamismo crescente che tende sempre più verso la croce. La croce non è affatto statica, ma anch’essa dinamica, si curva verso l’umanità come per andarle incontro e non lasciarla sola, ma offrendo la certezza della presenza e la sicurezza della speranza. È ben visibile, infine, con il colore verde, il motto del Giubileo 2025: Peregrinantes in Spem».

 

Il logo è stato scelto, dunque, nell’ambito di un concorso internazionale «al quale hanno partecipato studenti, studi grafici, istituti religiosi, professionisti e studiosi di arte che si sono confrontati con il tema del pellegrinaggio e della speranza». La commissione «ha valutato i lavori presentati secondo tre criteri: pastorale, perché il messaggio del Giubileo fosse facilmente intuibile; tecnico-grafico, che garantisse una buona fattura grafica per la riproducibilità; estetico, perché il disegno fosse ben fatto e accattivante».

 

Eloquente la testimonianza di Giacomo Travisani, autore del logo: «Ho immaginato gente di ogni “colore”, nazionalità e cultura, spingersi dai quattro angoli della terra e muoversi in rotta verso il futuro, gli altri, il mondo, come vele di una grande nave comune, spiegate grazie al vento della speranza che è la croce di Cristo. La speranza, mi sono detto, è nella croce, con il Papa alla guida del popolo di Dio verso la meta comune. Abbracciando la croce che diviene un’ancora, saldo riferimento per l’umanità».

 

L’arcivescovo Fisichella ha inoltre fatto presente l’indicazione di Papa Francesco di focalizzare i prossimi due anni precedenti al Giubileo su due tematiche particolari. Il 2023 sarà così dedicato alla rivisitazione dei temi fondamentali delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II , di cui il prossimo 11 ottobre si celebrerà il 60° anniversario di apertura, «perché la Chiesa possa respirare di nuovo» quel «profondo e attuale insegnamento». Sono in preparazione una serie di sussidi agili, «scritti con un linguaggio accattivante».

 

Il 2024, invece, sarà un anno dedicato alla preghiera, per «creare un contesto favorevole al Giubileo e permettere che i pellegrini possano prepararsi a questo evento, che è anzitutto spirituale, in modo coerente ed efficace».

 

«Dopo l’estate sarà disponibile il sito ufficiale del Giubileo con la relativa app» ha annunciato l’arcivescovo, mettendo in risalto lo spirito di collaborazione e di responsabilità in questo tempo di preparazione e ringraziando, di queste, le autorità italiane. Sito e app «rappresenteranno uno strumento per aiutare i pellegrini a vivere al meglio gli eventi proposti, facilitando l’esperienza spirituale e culturale della città di Roma. Il portale del Giubileo conterrà infatti, oltre all’importante “Carta del pellegrino”, notizie, cenni storici, informazioni pratiche, servizi e strumenti multimediali, in dieci lingue e con un alto livello di accessibilità per le persone disabili». Entro l’anno, ha concluso, sarà pronto il calendario dell’Anno santo 2025 con gli eventi particolari.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 30 giugno 2022.

Draghi ha le idee chiare sulle prospettive di governo, per questo i suoi avversari lavorano (inutilmente) alla sua destituzione.

 

Il Premiere non si lascia intimidire. Ha detto nel passato di non volersi candidare, ma le circostanze lo obbligano ad assumere la postura di un leader di partito. Anche se il partito di Draghi non c’è e (forse) non ci sarà. Chi confida in lui, non solo in Italia, non riesce ad immaginare, infatti, un suo destino da Cincinnato. Quale sarebbe l’alternativa?

 

Cristian Coriolano

 

La cronaca rivela nell’altalena di rivelazioni e di smentite che la paventata crisi di governo non smette di accendere la fantasia dei cultori di un certo ritorno alla politica, configurabile con il chiaro tentativo di licenziamento del Premier. Come se Draghi, invece di prospettare negli ultimi tempi un più stringente impegno di governo, carico perciò di volontà e strategia politica, stesse barcollando sotto i colpi della sua ubriachezza da potere. In realtà, fatto il richiamo alla necessità di porre un argine al populismo, l’ex banchiere lavora alla definizione di un profilo più coerente della maggioranza, anche in vista delle elezioni del prossimo anno. Questo esige un chiarimento, passo dopo passo, per identificare una formula che consenta di presentarsi al giudizio dell’elettorato con la forza di un progetto valido per il Paese.

 

Ieri la tensione si è acuita a seguito delle reazioni in casa M5S per uno scoop del Fatto Quotidiano. Ecco, dunque, un’ora di colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il leader M5s Giuseppe Conte dopo una giornata in cui ha tenuto banco la notizia che Mario Draghi avrebbe chiesto a Beppe Grillo di esonerare Giuseppe Conte. E sarebbe stato proprio questo – secondo l’Agenzia Italia – l’argomento sul quale Conte avrebbe riferito a Mattarella, confermando che le interferenze esterne in un partito o movimento politico sono gravi. In ogni caso, non si sarebbe parlato di alcuna ipotesi di uscita dal governo.

 

In precedenza, Draghi e Conte hanno avuto modo di sentirsi al telefono senza riuscire tuttavia a rimuovere i sospetti. “Nel tardo pomeriggio fonti di palazzo Chigi hanno smentito che Draghi abbia mai chiesto al garante del Movimento di rimuovere l’Avvocato del popolo dai vertici del Movimento stesso. Dal Quirinale non trapelano ovviamente dettagli del colloquio, ma solitamente al Colle – chiosa sempre l’agenzia di stampa – non si sale per annunciare crisi di governo ma per affrontare temi concreti a maggior ragione se tra le forze di maggioranza e palazzo Chigi si sono verificate frizioni”. Viene fatto notare, per giunta, che l’incontro era stato concordato già da alcuni giorni in concomitanza con i malumori e i contrasti susseguenti alla scissione di Di Maio.

 

Draghi in sostanza non si lascia intimidire. Ha detto nel passato di non volersi candidare, ma le circostanze lo obbligano ad assumere la postura di un leader di partito. Anche se il partito di Draghi non c’è e (forse) non ci sarà. Chi confida in lui, non solo in Italia, non riesce ad immaginare, infatti, un suo destino da Cincinnato. I giochi sono aperti. Nel Pd, addirittura, sono apertissimi, visto che Letta tutto può fare meno che lasciar cadere nel vuoto – l’esempio deplorevole è quello di Bersani con Monti –  la collaborazione che lo lega alla cosiddetta Agenda Draghi. Una mossa sbagliata e lo stesso Letta finirebbe per screditarsi agli occhi di una pubblica opinione sempre più severa. Non c’è all’orizzonte un’alternativa a Draghi. E dunque, potrebbe mai concepirsi un “nuovo Ulivo” che nascesse con la mascherata intenzione di liquidare il più prestigioso e autorevole civil servant della nazione?

Lo scarpone ritrovato di mio fratello Günther mi restituisce la verità. Conversazione con Reinhold Messner.

Pixabay
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Nostra intervista in esclusiva al più grande scalatore di sempre. “Non sono le montagne – questo il suo messaggio – che si adattano a noi, siamo noi che dobbiamo compararci con prudenza con le montagne”.

 

Francesco Provinciali

 

Buongiorno Sig. Messner, sono lieto di ritrovarLa per una seconda intervista, parlare con Lei è sempre un piacere ma anche fonte di apprendimenti di vita. Come tutti mi sono emozionato alla notizia del ritrovamento dello scarpone di suo fratello Günther, deceduto in montagna il 29 giugno del 1970 dopo aver raggiunto la vetta del Nanga Parbat percorrendo una nuova via lungo il versante Rupal, mentre stavate scendendo insieme dal versante Diamir. Sono trascorsi 52 anni durante i quali in molti hanno dubitato del suo racconto, su come andarono i fatti. Personalmente sono rimasto stupito dalla cattiveria umana che spesso non ha limiti. Qualcuno era arrivato a sostenere che Lei avesse abbandonato suo fratello per assumere su di sé il trionfo di quell’impresa. È incredibile come le peggiori e più maligne illazioni abbiano potuto trovare credito in questi anni. L’animo umano può raggiungere vette eccelse ma anche sprofondare nelle miserie più indegne.

 

Queste accuse maligne sono state inventate e non finiscono certamente qui: si tratta di versione tutte fantasiose per screditare la mia persona, non ne capisco il motivo. Già nel 2005 c’erano stati dei ritrovamenti, erano stati rinvenuti dei reperti del corpo di mio fratello e la prima scarpa che dimostrava al 100%  che si era trattato di una disgrazia accidentale accaduta in quel punto, come può accadere in alta quota a quelle altitudini. Era successo che il ghiacciaio – che è fluido e scorre verso il fondo valle – aveva portato lentamente in basso Günther per  3 o 5 km. Inizialmente lo scarpone non era stato trovato, forse era nascosto sotto un sasso, non si sa, perché a quelle altezze il ghiaccio è coperto da pietre, da ghiaia, da tutto quello che lentamente si era accumulato dentro il ghiacciaio nel corso di migliaia di anni e anche il corpo era stato portato a valle. Lo scarpone trovato adesso è stato recuperato più in basso rispetto a dove era stato trovato il primo e ora non c’è davvero alcuna possibilità che sia la scarpa di un altro.

Qualcuno tuttavia si è già fatto vivo per affermare che si tratta della scarpa di un altro: ma si vede benissimo in foto che è uguale a quella recuperata nel 2055. Attualmente non è ancora nelle mie mani, si trova in Pakistan. Andrò a prenderla ma non sono più disposto ad arrabbiarmi ancora per queste illazioni, ora il ritrovamento mi ha restituito la verità dei fatti. Tuttavia penso che ci sia molta cattiveria e anche queste teorie sono imputabili a qualche persona probabilmente malata di mente.

 

Ho letto di un medico bavarese (deceduto nel 1991) un certo Karl Maria Herrligkofferche è stato per anni uno dei suoi principali accusatori, avendo teorizzato che lei avesse abbandonato suo fratello…

 

Questo medico era il capo spedizione, lui non era un alpinista. Avevano abbandonato la spedizione tornando a casa a da lì lui aveva accusato me di aver abbandonato e poi lasciato mio fratello dall’altra parte della montagna, una cosa del tutto impossibile. Chi raggiunge la cima del Nanga Parbat dopo aver salito la parete più alta del mondo – e sottolineo che si tratta veramente di una parete –  non vede l’ora di tornare a valle per condividere con orgoglio questo successo, per meritare la fama dell’impresa. Non rischia il successo con una cosa di questo genere che getta ombre e discredito sul risultato raggiunto.

 

 

Mi ha colpito, ripeto, la fantasiosa e pervicace cattiveria, forse l’invidia della gente: come si fa a pensare che uno lascia morire lungo la discesa il proprio fratello, di due anni più giovane, per essere l’unico trionfatore? Trovo che sia una congettura pazzesca, neanche da dire…

 

Anche Bonatti aveva vissuto una situazione simile negli anni ‘30, era stato aggredito gravemente dai compagni. Sono storie che si ripetono.

Gli alpinisti sono persone del tutto normali: c’è chi è più bravo e chi lo è di meno.

Ma dobbiamo sfatare la diceria che gli alpinisti siano esseri diversi dal genere umano, eticamente diversi sotto il profilo dei valori di cui sono portatori.

 

 

 

Io sono sempre rimasto colpito dai suoi richiami etici. Lei mi disse nella precedente intervista una frase che non posso dimenticare: “le dimensioni umane nascoste sono più importanti di quelle trionfalistiche”.

Ecco che credo allora che quanto emerso a distanza di 52 anni le restituisca la soddisfazione di aver sempre detto il vero: è una cosa paragonabile forse alla gioia di raggiungere la vetta, di scalare la montagna più alta del mondo, di averla discesa insieme a suo fratello, sangue del suo sangue, con l’intenzione di tornare insieme. Non si può raccontare la storia di Caino e Abele, per questo dico che la cattiveria è sempre perfida e gratuita, considerato che le menzogne che hanno raccontato su questa vicenda l’hanno fatta soffrire a lungo….

 

Parlare di me e di Günther come fratelli è la cosa più importante. Quando avevamo trovato i resti di mio fratello c’era tutta la famiglia, ad eccezione dei nostri genitori che erano già morti. Tutti i miei parenti erano venuti con me sotto al Nanga Parbat eravamo più di venti, e insieme abbiamo trovato il posto dove era accaduta la tragedia. I miei fratelli e le mie sorelle – che avevano sofferto con me di queste accuse – avevano potuto portare il saluto al fratello Günther e si erano capacitati della verità. Mi spiace che non ci fossero i nostri genitori.

 

Fino al 1986 Lei ha scalato tutte le 14 vette sopra gli ottomila metri, quindi è depositario di un’esperienza unica.

 

Altri sono venuti dopo di me. Ma l’alpinismo oggi è diventato una forma di turismo, tutto è preparato. Mentre noi andavamo nell’incognita totale. Ho imparato che – come ha detto lei di me – bisogna cercare di essere sereni, vivere la propria vita senza far del male a nessuno, usare sempre il rispetto nei confronti degli altri e della natura. Ho imparato a stare zitti: oggi internet sta rovinando la nostra vita.

I social sono terribili.

 

Certo, specie per i giovani oggi l’uso disinvolto delle tecnologie crea dei problemi di non ritorno all’idea di normalità. Mi consenta un’ultima domanda: quale rapporto dobbiamo avere con la montagna? Lei ha ripetuto le sue lezioni e raccomandazioni molte volte. Quale consiglio vuole dare a chi questa estate va in vacanza in montagna? Ci sono già stati molti incidenti mortali e siamo solo all’inizio della stagione.

 

Ce se saranno anche questa estate, purtroppo. Oggi molta gente sale e scende le montagne, ma non vuole accettare l’idea che la montagna sia di per sé pericolosa.

Bisogna muoversi con lentezza e rispettare il contesto. Non sono le montagne che si adattano a noi, siamo noi che dobbiamo compararci con prudenza con le montagne.

E’ necessario avvicinarsi con grande rispetto e a piccoli passi, chi va con passi lunghi e veloce come in città o nei contesti di vita abituali, sbaglia, non va lontano.

Montagna significa silenzio, riduzione della velocità, riduzione dell’aggressività.

Andare in montagna significa cercare l’equilibrio tra se stessi e la natura.

Elettorato stanco, politica personalizzata: bisogna riscoprire, contro la decadenza della democrazia, la funzione dei partiti.

 

La volubilità dellelettorato parte anche dalla incapacità di individuare con chiarezza le linee di demarcazione fra ideali e proposte concrete. La personalizzazione dei partiti è il virus della democrazia. Riscopriamo, allora, l’«interesse beninteso» secondo la felice espressione di Tocqueville.

 

Mariapia Garavaglia

 

Le recenti tornate elettorali amministrative e referendarie hanno segnalato la stanchezza di un elettorato che assiste a continue contorsioni delle forze politiche circa le maggioranze future invece di proporre – adesso! – soluzioni per superare le difficoltà che il Paese attraversa.

 

L’assenteismo oramai non è più solo un sintomo ma malattia, che si insinua nel sistema e che va aggredita subito perché non diventi purulenta. Un qualche rimedio si trova analizzando la vittoria dei sindaci di centro sinistra. Ricordo che a Verona, cui mi sono dedicata, Parma, Piacenza, Catanzaro e Monza, abbiamo incontrato candidati che hanno saputo unire, che sono stati lontani da polemiche volgari, che hanno parlato agli elettori presentando la città del loro sogno e, infine, hanno fatto squadra. Si sono realizzate ipotesi di “campo largo” ma non senza confini: un profilo che distingua, non una accozzaglia. Gli alleati sono stati coinvolti sulle sfide e non per le percentuali che avrebbero potuto far confluire.

 

Per Letta ci sono indicazioni da tenere in considerazione anche per la scelta dei candidati futuri. Non sono state le primarie a indicare i possibili vincenti. Con le primarie si fanno i giochi in casa e si favoriscono ‘correntine’ interne in base alle percentuali, anche zero virgola… Piuttosto i partiti devono riconquistare la visibilità con la organizzazione, il senso di appartenenza, la disciplina interna. I partiti sono le fondamenta della casa democratica e infatti la Costituzione assegna loro un preciso ruolo, dichiarando che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49). Articolo per altro non attuato con una legge ordinaria organica per il loro funzionamento.

 

I partiti devono intestarsi la selezione dei candidati ai diversi livelli elettivi e devono crearela classe dirigente attraverso gli strumenti democratici previsti dai loro statuti. La volubilità dell’elettorato parte anche dalla incapacità di individuare con chiarezza le linee di demarcazione fra ideali e le proposte nonché i programmi dei partiti. La personalizzazione dei partiti è il virus della democrazia. In questa legislatura è apparsa con grande evidenza la malattia: oltre 300 cambi di casacca. Il gruppo parlamentare più numeroso è quello misto! Quale rapporto di fidelizzazione fra gli eletti e gli elettori, qual senso di appartenenza a una squadra che dovrebbe giocare per far prosperare la democrazia, per affermare l’idea di “interesse beninteso”, secondo la bella espressione di Tocqueville?

 

Invece l’interesse narcisistico del leader e del gruppo stanca alla lunga e non attrae partecipazione perché lo si vede ondivago secondo l’opportunità del momento. Così sta accadendo in questa legislatura: secondo la geometria dei tre governi, abbiamo assistito a più o meno populismo, sovranismo, europeismo…

Un “preambolo” anti populista per rilanciare la politica.

 

Tradotto in termini concreti ed immediatamente percepibili, il “preambolo” significa porre uno stop ad alleanze con i partiti e i movimenti che non rinnegano alla radice qualsiasi deriva populista, demagogica, anti politica, qualunquista e giustizialista. Ecco perchè la stessa proposta di Letta di un nuovo Ulivo” al posto di un misterioso campo largo” – per fermarsi allultima proposta politica sul tappeto – può avere un seguito credibile e realisticamente percorribile se le premesse sono chiare ed inequivoche.

 

Giorgio Merlo

 

Di preamboli ne abbiamo conosciuti parecchi nella storia politica del nostro paese. È indubbio che il più celebre è stato quello vergato da Carlo Donat-Cattin nel febbraio del 1980 durante un importante congresso democristiano che segnò, “allo stato dei fatti” – per citare le parole precise scritte proprio da Donat-Cattin – “l’impossibilità di stringere accordi politici e programmatici con il Partito comunista italiano”. Tutti sappiamo quali sono state le conseguenze di quel decisivo atto politico. Finì la politica di “solidarietà nazionale” e ripartì la stagione dell’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e socialista. Vabbè, altri tempi, altri partiti e, soprattutto, altri leader e statisti politici.

 

Ma quello che conta, oggi, rilevare è che dopo i risultati di questo importante turno amministrativo, dopo la scissione pesante e significativa all’interno del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, e dopo la proposta del segretario del Pd di aprire “una nuova stagione dell’Ulivo” per dire basta ai populismi, può decollare veramente un’altra fase politica nel nostro paese. Una fase che non può non essere contrassegnata dalla rimozione definitiva ed irreversibile della malapianta del populismo dall’orizzonte della politica italiana. Pur sapendo che questa deriva anti democratica e anti politica continua a correre nel sottosuolo della società italiana ed è pronta a riemergere come un fiume carsico ogni qualvolta la politica si indebolisce, le istituzioni entrano in crisi, la classe dirigente si impoverisce e l’azione di governo non è più efficace. Come è puntualmente accaduto con la vittoria massiccia dei 5 stelle, cioè del partito che aveva l’obiettivo di radere al suolo i canoni tradizionali che hanno storicamente contrassegnato la democrazia italiana nel suo percorso travagliato e complesso. E cioè, dai partiti democratici e organizzati alle culture politiche, dalla competenza della classe dirigente alla valorizzazione del pluralismo sociale e culturale, dalla centralità del Parlamento all’importanza della democrazia rappresentativa, dalla cultura della mediazione alla ricetta riformista, dalla cultura delle alleanze al ruolo dei corpi intermedi. Insomma, tasselli di un mosaico che, adesso, devono essere recuperati, rilanciati e valorizzati.

 

E per centrare questi obiettivi è oltremodo necessario ed indispensabile, prima di orchestrare e pianificare nuove alleanze, porre uno stop definitivo al populismo. E questo non per ragioni riconducibili a pregiudizi di natura politica e men che meno a pregiudiziali di natura personale. Ma per una ragione squisitamente e laicamente politica. Come, del resto, fece in altra epoca Carlo Donat-Cattin in quel celebre congresso democristiano.

 

Per questo motivo è utile stendere adesso un “preambolo” anti populista. Che, tradotto in termini concreti ed immediatamente percepibili, significa porre uno stop ad alleanze con i partiti e i movimenti che non rinnegano alla radice qualsiasi deriva populista, demagogica, anti politica, qualunquista e giustizialista. Tutti elementi che hanno contribuito a squalificare la politica nel nostro paese che ha dovuto, per l’ennesima volta, – e per fortuna per la salute del “sistema Italia” – far ricorso ai tecnocrati per dare stabilità e sicurezza all’azione di governo. Ma un “preambolo” anti populista è la base essenziale per costruire alleanze credibili e politicamente coerenti e stabili. Anche perchè la sub cultura populista di un partito o di un movimento che l’ha inscritto nella sua carta di identità, difficilmente ci rinuncia se non per motivazioni puramente contingenti e di convenienza per poi riproporlo appena possibile.

 

Ecco perchè la stessa proposta di Letta di un “nuovo Ulivo” al posto di un misterioso “campo largo” – per fermarsi all’ultima proposta politica sul tappeto – può avere un seguito credibile e realisticamente percorribile se le premesse sono chiare ed inequivoche. E, al riguardo, la stesura di un semplice ma chiaro “preambolo” può nuovamente condizionare il futuro e la prospettiva del nostro sistema democratico e anche costituzionale.

Vertice G7 di Elmau, Conferenza stampa conclusiva del Presidente Draghi.

 

Il Presidente del Consiglio ha partecipato alla terza giornata del Vertice G7 che si è concluso ieri a Elmau, in Germania.
Al termine dei lavori ha tenuto una conferenza stampa. In mattinata, a margine del Summit, ha partecipato a una riunione con il Presidente degli Stati Uniti Biden, il Presidente francese Macron, il Cancelliere tedesco Scholz e il Primo ministro britannico Johnson.
Ha avuto anche un incontro bilaterale con il Primo Ministro del Canada, Justin Trudeau.

Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Draghi e, attraverso il link a fondo pagina, il successivo confronto con i giornalisti.

 

Redazione

 

Prima di tutto vorrei ringraziare il Cancelliere Olaf Scholz e la Presidenza tedesca per l’organizzazione del G7 e per l’eccellente accoglienza. Vorrei anche ringraziare lo Stato della Baviera per questa organizzazione a cui ha partecipato.

Questo G7 è stato veramente un successo. I nostri Paesi hanno riaffermato piena e grande coesione, grande unità di vedute, in particolare per quanto riguarda la guerra in Ucraina e le sue conseguenze a livello umanitario, economico, sociale.

Durante la sessione di ieri mattina abbiamo avuto modo di ascoltare il Presidente Zelensky, che ci ha descritto quale è la situazione sul campo e ci ha chiesto aiuto per quanto riguarda il conflitto e la ricostruzione futura. Ci ha detto che dall’inizio del conflitto la Russia ha lanciato 3.800 missili sull’Ucraina, i massacri dei civili continuano, e Zelensky è stato molto esplicito sul fatto che c’è bisogno di proteggere la popolazione, che l’economia ucraina non riprende se non c’è protezione. Ha raccontato anche della situazione economica, parlava di 5 miliardi al mese di deficit.

Il G7 ha risposto dicendo di essere pronto a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario.

Abbiamo anche riaffermato il nostro impegno sul fronte delle sanzioni, che è essenziale per portare la Russia al tavolo dei negoziati. La pace dovrà essere quella che vorrà l’Ucraina. Allo stesso tempo, come ha detto anche il Presidente Biden, dobbiamo essere pronti a cogliere gli spazi negoziali, se dovessero presentarsi.

Abbiamo avuto, a seguire, una sessione allargata a vari presidenti e primi ministri di Paesi non inclusi nel G7 e Paesi in via di sviluppo (Argentina, India, Indonesia, Senegal e Sud Africa).

È stata una discussione molto interessante. Da parte soprattutto del Presidente dell’Unione africana si è ritornati sulla questione climatica e sulle conclusioni che si sono raggiunte. Ci ha ricordato che in Africa vive il 30% della popolazione mondiale e che contribuisce solo per il 3% alle emissioni totali. Ci ha anche detto che se l’Africa usasse tutti i combustibili di origine fossile che ci sono, queste emissioni arriverebbero al 3,4%.

Queste sono stime, si capisce che il peso di questi provvedimenti per salvare il clima ricade in maniera sproporzionata sull’Africa e sui Paesi più poveri in generale.
In quella stessa sessione abbiamo avuto anche l’occasione di ascoltare il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ci ha descritto lo stato dei negoziati per sbloccare le esportazioni di grano e di fertilizzanti. A Kiev avevo auspicato che una iniziativa sotto l’egida delle Nazioni Unite fosse probabilmente l’unica alternativa possibile, ci erano stati gli sforzi indipendenti della Turchia. Ora in un certo senso le due cose si sono unite e hanno prodotto un piano di cui dopo vi parlerò.

Il Presidente del Senegal, Macky Sall, Presidente di turno dell’Unione Africana, ci ha poi detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano, perché 4/5 dei cereali consumati in Africa sono prodotti da loro. Quindi è necessario avere i fertilizzanti per poterli produrre.

Il Segretario Generale, a proposito del piano e della possibilità di successo, ha detto che siamo ormai vicini al momento della verità, per capire se l’Ucraina e soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà al grano di uscire dai porti. La situazione deve essere sbloccata in tempi rapidi, perché occorre immagazzinare il nuovo raccolto.

Il G7 ha inoltre appoggiato delle misure importanti per limitare i costi dell’energia. Tutti i leader concordano sulla necessità di limitare i nostri finanziamenti alla Russia di Putin, ma allo stesso tempo occorre rimuovere la causa principale di questa inflazione. Abbiamo dato ai nostri ministri il mandato di lavorare “con urgenza” su come applicare un tetto al prezzo del gas e del petrolio, ma la Commissione Europea ha detto anche che accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che l’Italia accoglie con favore.

 

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https://www.governo.it/it/articolo/vertice-g7-di-elmau-conferenza-stampa-conclusiva-del-presidente-draghi/20157

“Il cattolicesimo di domani sarà diasporico o non sarà”. Intervista su “Le Monde” alla sociologa Danièle Hervieu-Léger. Hervieu-Léger.

 

Da cinquantanni Danièle Hervieu-Léger, direttrice di studi (Preside di Facoltà”) alla Ècole des hautes études en sciences sociales (EHESS), scruta levoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo unattualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa.

L’intervista è stata pubblicata suLe Monde” del 28 giugno 2022. Qui viene riproposta nella traduzione apparsa su www.finesettimana.org.

 

Cyprien Mycinski

 

Secondo la sociologa Danièle Hervieu-Léger, per sopravvivere la Chiesa deve uscire dal suo sistema di autorità centralizzatrice e rimettere in discussione la sacralità del prete. “Senza dubbio la Chiesa cattolica non sfuggirà a questa lezione della Riforma protestante”, assicura la sociologa nell’intervista.

 

Da cinquant’anni Danièle Hervieu-Léger scruta l’evoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. Direttrice di studi (“Preside di Facoltà”) alla Ècole des hautes études en sciences sociales (EHESS), pubblica con il sociologo Jean-Louis Schlegel Vers l’implosion? Entretiens sur le présent et l’avenir du catholicisme (ed. Seuil – Verso limplosione? – Colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo”) e un libro più personale sul suo percorso, Religion, utopie et mémoire (ed. de l’EHESS – Religione, utopia e memoria) sotto la forma di un’intervista con lo storico Pierre-Antoine Fabre. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo un’attualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa.

 

Alcuni mesi fa, il rapporto della commissione Sauvé ha rivelato lampiezza delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica francese. Secondo lei, che cosa significa questa crisi?

Questa crisi è gravissima per la Chiesa. Non testimonia l’esistenza di problemi temporanei che si potrebbero risolvere; rivela un fallimento generale del sistema romano. La specificità di questa crisi infatti è che essa mette in luce la deriva di un sistema di potere nella Chiesa. Per questo è stato sottolineato il carattere “sistemico” degli abusi, che non possono essere ridotti agli errori di alcuni individui.

La Chiesa cattolica, almeno dal Concilio di Trento (1354-1563) si è costruita sulla sacralizzazione della figura del prete. Il prete ha uno status distinto dai fedeli, appartiene ad uno stato superiore. Questa separazione dai battezzati comuni coinvolge il corpo del prete, attraverso il celibato, a cui è tenuto a partire dalla riforma gregoriana (1073-1085) e che fa di lui un essere “a parte”.

La funzione sacerdotale, nella Chiesa cattolica, non è quindi fondata innanzitutto sulla capacità di un uomo a rispondere ai bisogni spirituali di una comunità di credenti. Manifesta l’elezione divina del prete, il che lo pone al di sopra della comunità e gli dà un potere gigantesco. Il prete è il mediatore privilegiato, se non unico, della relazione dei fedeli cattolici con il divino: Cristo è presente nei gesti sacramentali posti dal prete.

Bisogna comprendere che la sacralizzazione del prete limita considerevolmente la possibilità di opporsi ad un abuso che lui commette. Come ci si può ribellare ad un tale atto, come ci si può percepire come vittima quando l’aggressore rivendica un rapporto con il potere divino? Gli abusi sessuali, in questo contesto, sono quindi sempre anche abusi spirituali e abusi di potere.

A ciò si aggiunge la “cultura del segreto”, molto presente nella Chiesa cattolica. L’istituzione ha l’abitudine di lavare i panni sporchi in famiglia e vuole regolare tutto al suo interno: il problema è che lo fa quando si trova di fronte agli errori commessi dai suoi membri, ma anche quando questi ultimi si rendono colpevoli di reati… La crisi è quindi di un’estrema profondità. Di fronte a questo, il riconoscimento delle aggressioni e la loro riparazione sono fondamentali, e la Chiesa vi si è impegnata. Tuttavia non sarà sufficiente: secondo me, questa crisi necessita di andare molto oltre. La Chiesa cattolica deve accettare di trasformarsi radicalmente.

 

Secondo lei, come deve cambiare la Chiesa?

 

Depurando la relazione tra il fedele e il prete della sua dimensione sacrale. I fedeli hanno certo bisogno di responsabili capaci di organizzare le comunità, ma nessun carattere sacro dovrebbe essere associato alla persona del ministro del culto. Da questo punto di vista, ordinare uomini sposati o dare alle donne accesso al presbiterato non sarebbe solo un progesso: cessare di fare del presbiterato uno stato a parte significherebbe una ridefinizione completa della concezione stessa della responsabilità ministeriale.

 

Non sarebbe una forma di protestantizzazione” del cattolicesimo?

Sì, ma la Chiesa cattolica non sfuggirà certo a questa lezione della Riforma protestante. Quest’ultima, tra le altre cose, ha escluso ogni separazione sacrale dei ministri del culto. Non ha mai fatto del pastore un essere superiore ai fedeli ordinari. La sua autorità gli viene dalla sua competenza teologica e dalla fiducia che gli riservano i fedeli.

Se la Chiesa romana dà un contenuto concreto al suo riconoscimento della piena uguaglianza di tutti i battezzati, come all’uguaglianza dei sessi, essa dovrà in un modo o in un altro evolvere in questo senso. È la condizione perché la definizione di Chiesa come popolo dei battezzati prenda realmente corpo e abbia senso in società democratiche in cui la parità è diventata un’esigenza collettiva.

 

Sarebbe una trasformazione radicale… Le sembra immaginabile in un futuro prossimo?

La sociologia non si muove nell’ambito delle previsioni e non mi azzardo a fare pronostici. Per valutare le evoluzioni possibili, bisogna prima considerare i rapporti di forza interni alla Chiesa cattolica. È evidente che delle correnti molto potenti all’interno della Chiesa non auspicano tale trasformazione. Coloro che vengono chiamati “tradì”, cioè tradizionalisti, sembra che spingano per pesare attivamente a favore del rafforzamento del sistema esistente. La loro convinzione è che l’organizzazione e il funzionamento dell’istituzione manifestano di per se stessi la continuità del “cristianesimo di sempre”, incarnato dalla Chiesa romana immaginata immutabile. È un’illusione evidentemente, dato che la Chiesa, come ogni istituzione storica, è continuamente cambiata nel corso dei secoli.

La forma attuale, organizzata con il Concilio di Trento, si è strutturata nel XIX secolo dando un’enfasi straordinaria alla figura del prete. Viviamo in un mondo instabile e mutevole e, di fronte alle incertezze, desideriamo aggrapparci a cose che non cambiano. I tradizionalisti ritengono che la immaginata immutabilità del sistema romano rifletta l’eternità della Chiesa. È certamente rassicurante, ma è falso.

Nella Chiesa di oggi, questa corrente ha una base solida e un’ala militante e organizzata per la quale la difesa dell’ordine cattolico è una questione politica.

Ha saputo rendersi molto visibile, ed è quella che sostiene nella maniera più attiva l’opposizione ai tentativi di riforma avviati da papa Francesco. Comunque, anche se i tradizionalisti sono una forza molto presente nella Chiesa, non bisogna pensare che siano la sola corrente presente al suo interno. Molti cattolici auspicano che la Chiesa evolva in profondità.

 

La mancanza di preti nei paesi europei è oggi molto evidente… Come pensano di affrontare questo problema i tradizionalisti?

Effettivamente in Europa ci sono sempre meno preti e la speranza di un rinnovamento massiccio delle vocazioni è frutto di immaginazione. Questa carenza potrebbe costituire un principio di realtà che obblighi l’istituzione a fare dei cambiamenti. Se non ci sono più candidati al presbiterato, alla lunga non rimane più gran che, né della figura sacra del prete, né della forma parrocchiale di socialità cattolica che lui presiede. Le istituzioni di formazione di preti (Comunità Saint-Martin o Buon Pastore, ecc.), di cui si evidenziano i metodi di reclutamento e di formazione, seducono i cattolici conservatori, ma sono ben lungi dal rispondere alla penuria che si aggrava.

Di fronte alla mancanza di preti, i cattolici sono un po’ persi e vivono una situazione tanto più fragile in quanto l’auto-organizzazione comunitaria non è per loro spontanea. Dato che tutto spetta al prete in materia di celebrazione, i fedeli non hanno imparato ad organizzarsi da soli a livello

 

locale, né a scegliersi dei responsabili di comunità. Vista l’evoluzione della demografia clericale, bisognerà però che comincino ad abituarsi a farlo molto in fretta…

Da questo punto di vista, si nota che, durante la pandemia di Covid 19, la sospensione obbligata della vita culturale in parrocchia ha potuto avere un ruolo acceleratore di questa auto-organizzazione. Si sono formate piccole fraternità che riuniscono alcuni individui o alcune famiglie, su scala molto locale, per condividere la loro fede in maniera autonoma. È una forma di socialità cattolica di nuovo genere che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni.

 

Lei ha parlato regolarmente di correnti dagli orientamenti molto diversi nella Chiesa cattolica: le sembra possibile farle coesistere allinterno di uno stesso insieme?

In effetti esiste una grande diversità nella Chiesa: per prendere in considerazione il caso francese e opponendo in maniera un po’ grossolana gli “identitari” ai “cattolici aperti”, diciamo che chi appartiene all’Opus Dei non ha probabilmente nulla da dire a chi fa parte della Conférence catholique des baptisé.e.s francophones… Per il momento, tutti fanno riferimento più o meno formalmente a Roma, il che preserva l’unità. Ma questo non potrebbe durare. Per evitare l’esplosione incontrollata dell’insieme, bisognerebbe che emergessero modi di regolazione che preservino l’autonomia delle comunità.

Guardiamo la situazione dei protestanti francesi: ci sono differenze e anche forti contraddizioni tra luterani, riformati ed evangelicali. Eppure, pur abitando la loro religione in maniera molto diversa, queste correnti si riconoscono reciprocamente all’interno di una organizzazione federativa che assicura una comunione senza impedire la diversità.

Il sistema romano fa sì che la Chiesa misuri la sua unità sulla base della sua uniformità dottrinale e organizzativa. Per molto tempo questa visione dell’unità si è incarnata in una civiltà parrocchiale almeno formalmente omogenea. Come sappiamo, quest’ultima sta scomparendo. La socialità cattolica si sposta oggi dal lato dei raggruppamenti affinitari e mobili, sempre più estranei all’inquadramento territoriale della parrocchia. Il cattolicesimo di domani, secondo me, sarà un cattolicesimo “diasporico” o non sarà.

 

Lei ha parlato dei tentativi di riforma di papa Francesco. Le sembra che lui sia in grado di far evolvere la Chiesa?

Papa Francesco è un vecchio signore di 85 anni che non può far muovere la Chiesa universale da solo. Si vedono in ogni caso i limiti della sua azione. Procede spesso parlando di evoluzioni che suscitano delle ostilità, il che lo obbliga a far marcia indietro o almeno a non cambiare nulla. È stato molto chiaro al momento del sinodo sull’Amazzonia del 2020. La grave mancanza di preti in quella regione ha portato i vescovi a proporre la possibilità di ordinare degli uomini sposati, e Francesco sembrava aperto a quell’idea. Ma, alla fine, non c’è stato nessun passo avanti.

 

Come spiega che si sia mostrato così timoroso?

La paura dello scisma ossessiona la Chiesa cattolica. Dalla grande rottura della Riforma, questo timore domina l’azione dei pontefici romani, e lo scismo lefebvriano al momento del Vaticano II lo ha notevolmente riattivato. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno attivamente cercato, con una politica di compromesso, di riassorbire la dissidenza integrista. Ma anche se Francesco sembra deciso a non lasciare che i tradizionalisti mettano in discussione l’eredità del Vaticano II, anche se è persuaso dell’urgenza di far evolvere la Chiesa e di abbattere il sistema clericale che è diventato il suo principale veleno, tuttavia continua ad essere paralizzato all’idea di spaccare la Chiesa cattolica in due. Allo stesso tempo sembra che stia ripiegando su una strategia dei piccoli passi.

Questo è molto evidente a proposito del posto delle donne nella Chiesa. Apre loro l’accesso a responsabilità istituzionali elevate in Curia, ma sa perfettamente che, se desse loro accesso al pieno esercizio di funzioni sacramentali, la Chiesa esploderebbe. Si limita quindi a piccole riforme, ufficializzando per esempio il fatto che possano partecipare alla celebrazione del culto come lettrici o come accolite, o insistendo sul fatto che anche le bambine possano essere chierichette come i maschi. Visto da lontano, questo può sembrare qualcosa di estremamente modesto. In realtà, è più importante di quanto sembri. Significa infatti che le donne possono entrare nel presbiterio, cioè nel luogo più sacro della Chiesa, il luogo della celebrazione eucaristica. Significa quindi che il corpo delle donne non è inadatto al sacro.

In una società come la nostra, si potrebbe dire che è una ovvietà, ma alcuni vi vedono una minaccia e vi si oppongono più che possono.Il gesto di Francesco, per quanto limitato, apre una breccia. Il cammino che resta per una uguaglianza effettiva tra uomini e donne nella Chiesa sarà lungo.

 

Francesco difende anche regolarmente il Concilio Vaticano II di fronte a dei conservatori che non lhanno mai completamente accettato. Non è anche questo un modo per far evolvere la Chiesa?

È molto importante, ma, al contempo, la difesa dell’eredità del Vaticano II (1962-1965) non può bastare, oggi, per assicurare la riforma radicale del sistema romano. Perché il Vaticano II è, da un certo punto di vista, arrivato troppo tardi. L’aggiornamento della Chiesa romana è avvenuto proprio nel momento della rivoluzione culturale degli anni ‘60 del 900. Il Vaticano II è stato immediatamente percosso dalla grande svolta culturale che le società moderne hanno vissuto in quello stesso periodo.

La risposta della Chiesa alla formidabile rivoluzione introdotta dall’accesso delle donne alla possibilità di gestione della loro fecondità è stata la riproposizione del discorso del proibito e della norma: l’enciclica Humanae Vitae (1968), che proibisce la contraccezione, ha avuto conseguenze drammatiche per la credibilità dell’istituzione.

 

Il secondo grande limite del Vaticano II riguarda le sue ambiguità fondamentali che non sono mai state superate, sempre per paura dello scisma. Prendiamo lesempio della nozione di Chiesa come popolo di Dio”. Che cosa significa?

Per alcuni, implica l’apertura ad una concezione più “democratica” del governare l’insieme dei battezzati. Per altri, i fedeli devono sempre essere pilotati da preti. Le conclusioni del Vaticano II, su molti punti, restano quindi molto vaghe. Nella Chiesa, alcuni vogliono interpretarle a minima, altri vogliono al contrario andare fino in fondo alla dinamica di adattamento alla modernità iniziata dal concilio. Ma non è stato definito nulla. Resta il fatto che è una acquisizione del Concilio Vaticano II, rivitalizzata da papa Francesco, e che potrebbe permettere di smuovere la Chiesa: la pratica sinodale.

 

Perché il sinodo potrebbe contribuire a far evolvere la Chiesa cattolica?

Il sinodo – o diciamo per maggiore chiarezza il principio di una organizzazione sinodale della Chiesa – consiste nel dare ai fedeli il diritto di esprimersi sul suo funzionamento, o anche di partecipare al goveno della Chiesa. Francesco ha rilanciato questo processo nel 2021. Nel corso di questi ultimi mesi, i cattolici di tutto il mondo si sono riuniti in piccoli gruppi per riflettere insieme e trasmettere le loro aspirazioni sulle evoluzioni della Chiesa. Tra loro, molti chiedono trasformazioni profonde, sullo status dei preti, sul posto delle donne, ecc.

Delle sintesi sono già state fatte su scala diocesana, poi su scala nazionale. La prossima tappa avrà luogo a Roma, dove il papa prenderà conoscenza del contenuto di queste sintesi provenienti da tutto il mondo. Ormai, la questione è sapere ciò che si farà di tutte quelle lamentele e di tutte quelle proposte. Forse saranno subito sotterrate per tornare al business as usual come se nulla fosse. Ma forse si prenderanno in considerazioni le attese dei fedeli. In questo caso, il sinodo potrebbe indurre una forma di democratizzazione della Chiesa cattolica. Sarebbe tutt’altro che banale!

Beppe Fenoglio. Montagna. Il commento di “doppiozero.it”.

 

Le montagne partigiane di Fenoglio sono sempre in movimento e il più delle volte percorse in salita. E se pur ci capita di imbatterci in personaggi che scendono” le montagne, questo moto è iniziale, punto di partenza al quale segue poi una risalita.

 

Angela Boscolo Berto

“Quando ci andrò mi dirigerò sulle Langhe. Non so, ma la mia linea paterna viene di là”. Queste le parole che, nel terzo capitolo del Partigiano Johnny, il protagonista eponimo, alter ego di Fenoglio, rivolge al professor Chiodi. In un gioco di perfetta coincidenza con il suo autore, dopo lo sbandamento dell’8 settembre, Johnny lascia Alba per unirsi alle formazioni partigiane situate, appunto, nelle Langhe. Da lì porta avanti la lotta di liberazione contro il nazi-fascismo che ha occupato la sua città natale, sostenendo con la propria esperienza l’idea che la Resistenza si combatte pro aris et focis, cioè a difesa della geografia locale, prima ancora che per l’interezza del territorio nazionale.

 

Lo spazio della montagna, in particolare, assume in tutta la narrativa fenogliana (sia quella dei racconti langhiani che quella della guerra civile) una centralità assoluta. Ciò coglie il lettore inizialmente di sorpresa, così come succede ai personaggi stessi di Fenoglio (“Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore, e gli era toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra” – pensa Milton, altro affascinante doppio del suo autore);  ma a ben vedere l’aver posto al centro del racconto il paesaggio storico reale in cui la Resistenza si svolse è tratto tipico di tutta la narrativa resistenziale, che trova il proprio emblema naturale e antropologico nella montagna.

Nei testi di Fenoglio la montagna è spesso descritta e vissuta dai personaggi stessi in netta contrapposizione alla città. Questo appare evidente nei Ventitré giorni della città di Alba, un testo che restituisce perfettamente la trasformazione delle città durante la guerra civile e il senso di estraniamento che ne provano i partigiani prima loro abitanti. Alba è diventata una trappola asfissiante di morte, dove il pericolo, dice Fenoglio:

 

[…] era nell’aria e stranamente deformava le case e le vie, appesantiva i rumori, rendeva la città a momenti irriconoscibile a chi c’era nato e cresciuto. E i partigiani, che in collina riuscivano a dormire seduti al piede d’un castagno, sulle brande della caserma non chiusero occhio. Pensavano, e in quel pensare che a tratti dava nell’incubo, Alba gli pareva una grande trappola colle porte già abbassate.

 

Alba è avvertita come spazio estraneo e spaventoso; come Torino, Milano, Roma, come tutte le città prese dai nazi-fascisti, ha alterato il suo volto e la sua stessa identità, avvolta in un’atmosfera surreale, di pericolo e paura. La guerra, insomma, rovescia le consuete certezze del tradizionale paesaggio nazionale: in città gli uomini vivevano “come topi,” si sentivano fragili e imprigionati (“La città era inabitabile, la città era un’anticamera della scampata Germania […], assolutamente inabitabile, per un soldato sbandato e pur soggetto al bando di Graziani”) e solo nelle montagne affermano di aver riacquistato appieno la loro libertà. Secondo Johnny gli uomini si sentivano soffocare per le strade di Alba (anche dopo la sua temporanea liberazione dai nazi-fascisti), ed erano contenti di lasciarsela alle spalle per partire in ricognizione verso le rive di un fiume; l’odio e il sospetto continuo verso gli altri e verso lo spazio alienato della città costituivano “l’annotazione principale sul comportamento medio partigiano in città”.

 

In questo contesto, la salita ai colli delle Langhe non implica un rischio di isolamento, ma ribadisce invece l’urgenza del conflitto. La narrativa fenogliana situa sempre la figura del partigiano “in alto” a contrastare il mondo “di sotto,” quello corrotto dei nemici fino a far diventare le Langhe una sineddoche della Resistenza tutta. È interessante sottolineare che in tutte le opere di Fenoglio le colline vengono descritte come “colossali”, “enormi”, “piramidali”, o addirittura “somme colline”, “arcangelico regno”, anche se la realtà geografica delle Langhe è costituita da altezze alquanto modeste se confrontate con le vette alpine dove pure la Resistenza si svolse e lasciò un segno profondo nel territorio. Nei testi di Fenoglio quest’elevazione è dunque sempre descritta con un sottofondo di ostentazione, volta a rinforzare e avvalorare la distanza assoluta tra il mondo alto dei partigiani e quello basso dei cittadini conniventi con i nemici.

 

Le montagne partigiane di Fenoglio sono sempre in movimento e il più delle volte percorse in salita. E se pur ci capita di imbatterci in personaggi che “scendono” le montagne, questo moto è iniziale, punto di partenza al quale segue poi una risalita. È così nel romanzo breve La malora, che si apre con la notazione della morte del padre del protagonista (“Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”) e ci mostra Agostino che scende dalla collina verso il Pavaglione; qui solo in apparenza il movimento è quello di discesa perché l’immagine di chiusura del romanzo vede la collina protagonista, un vero e proprio anelito verso la montagna, il moto di salita alle “alte colline”, ora illuminate dal sole.

 

Analogamente, nella prima scena del racconto Il gorgo, il padre, che non riesce più a sopportare le sventure che si abbattono sulla sua famiglia, alzandosi da tavola dice: “Scendo fino a Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia”, un espediente per andarsene, per essere libero di suicidarsi. Il figlio più piccolo, l’unico che ha capito, lo segue per impedirglielo. Anche questa volta il suicidio non avviene e il racconto termina con una risalita: “Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d’un passo”. Nella sconfitta più totale, vissuta con compostezza e toccante dignità, i personaggi di Fenoglio trovano sempre una chance per riscattarsi, l’occasione di una salvezza, che non è redenzione o lo è solo nella misura in cui accetta contestualmente anche il male e lo comprende.

 

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https://www.doppiozero.com/beppe-fenoglio-montagna

La Belt and Road del G7 cambia nome, ma i suoi limiti rimangono (AsiaNews).

 

Ribattezzata Partnership for Global Infrastructure and Investment, dovrebbe raccogliere 600 miliardi in cinque anni. Soldi da investire in progetti infrastrutturali sostenibili” per i Paesi in via di sviluppo. Con crisi pandemia, inflazione e guerra in Ucraina sarà difficile mobilitare le risorse. I potenziali clienti preferiscono trattare con Pechino, che impone poche condizioni.

 

Emanuele Scimia

 

Un anno fa si chiamava Build Back Better World, il 26 giugno al loro summit annuale i leader del G7 l’hanno ribattezzata Partnership for Global Infrastructure and Investment: un cambio di etichetta, ma per poter diventare una vera alternativa alla Belt and Road Initiative della Cina ai problemi del Covid-19 si è aggiunta l’invasione russa dell’Ucraina.

 

Con il loro “nuovo” partenariato le sette economie più avanzate del mondo puntano a raccogliere 600 miliardi di dollari in cinque anni per finanziare progetti infrastrutturali nei Paesi in via di sviluppo. L’amministrazione Biden parla di uno sforzo coordinato per andare incontro alle esigenze delle nazioni più svantaggiate, ma in modo “trasparente” e nel rispetto di elevati standard finanziari, ambientali, lavorativi e di sicurezza. La spesa dovrà servire a combattere il cambiamento climatico, migliorare la sanità a livello globale, favorire la parità di genere e rafforzare l’economia digitale.

 

In una ottica di competizione (confronto) con la Cina, la Partnership for Global Infrastructure and Investment arriva al momento opportuno. Come sottolineato anche da osservatori cinesi, negli ultimi quattro anni la Belt and Road ha avuto un drastico calo degli investimenti. Secondo il China Global Investment Tracker, l’iniziativa lanciata nel 2013 da Xi Jinping per accrescere il peso mondiale della Cina grazie agli investimenti infrastrutturali ha visto finora stanziamenti per 838 miliardi di dollari: dal picco di 130 miliardi del 2015 si è passati però ai 63,5 miliardi del 2021.

Il rallentamento dell’economia in Cina, aggravato dalle draconiane regole per il contenimento del Covid-19 e dagli effetti della guerra russo-ucraina, potrebbe prosciugare ancor di più gli investimenti cinesi nei 140 Paesi partner della Belt and Road.

 

Quello delle risorse finanziarie è il primo ostacolo che si trovano ad affrontare anche i Paesi del G7. Per la Partnership for Global Infrastructure and Investment, gli Usa hanno promesso finanziamenti pubblici e privati per 200 milioni di dollari: una alternativa a chi offre schemi che a parere di Washington sono in realtà “trappole del debito”.  L’Unione europea vuole mettere in campo 316,7 miliardi di dollari, così da costruire una alternativa “sostenibile” alla Belt and Road. Tra piani di ripresa dalla pandemia, lotta all’inflazione e sostegno all’Ucraina, rimane da vedere quanto potranno stanziare Washington e i suoi alleati; senza contare che non sarà semplice coinvolgere gli investitori privati.

 

La Belt and Road è finita sotto accusa per finanziare strutture inquinanti come le centrali di carbone,  per le sue gare d’appalto opache, che favoriscono le compagnie cinesi, e il trasferimento forzato di popolazioni per fare spazio alle nuove infrastrutture. L’accusa più dura è però quella di rendere i Paesi debitori sempre più dipendenti dal creditore cinese.

 

Malgrado uno studio di AidData abbia rivelato che 40 dei 50 maggiori prestiti stanziati da creditori statali cinesi abbiano ricevuto garanzie “collaterali” dai governi clienti, i Paesi in via di sviluppo non sembrano voler rinunciare ai soldi di Pechino. Con ogni probabilità, il problema maggiore per i governi del G7 è quello di scardinare un rapporto che si è strutturato nel tempo tra la Cina e i suoi debitori.

 

Anche se pagano interessi più alti di quelli offerti da governi e istituzioni occidentali, molti Paesi in via di sviluppo privilegiano finanziamenti e progetti cinesi perché Pechino non impone loro condizioni fiscali e finanziarie, vincoli ambientali e umanitari o complessi controlli di gestione e trasparenza: in sostanza i punti su cui si basa la Partnership for Global Infrastructure and Investment.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/La-Belt-and-Road-del-G7-cambia-nome,-ma-i-suoi-limiti-rimangono-56138.html

Comunali. Una misura di sintesi e flussi sui ballottaggi. A cura dell’Istituto Cattaneo.

In questa analisi il Cattaneo presenta una riaggregazione dei risultati di lista del primo turno che consente di valutare se e in che misura le comunali 2022 abbiano registrato un cambiamento nellequilibrio elettorale tra centrodestra e centrosinistra allargato” rispetto alle Europee del 2019. Sono presentati inoltre i flussi di voto in 4 città da cui si evince la dinamica sottostante alle vittorie più evidenti” del centrosinistra. 

 

Salvatore Vassallo – Rinaldo Vignati

 

Come di consueto, i risultati delle elezioni amministrative sono oggetto di interpretazioni stiracchiate, da una parte e dall’altra, per derivarne misure di successi e sconfitte che si presume indichino una tendenza trasponibile al livello nazionale, in vista di competizioni politiche generali. Come in altre occasioni, dobbiamo sottolineare che simili inferenze sono molto problematiche se non, spesso, destituite di fondamento empirico.

 

Innanzitutto, perché la struttura delle competizioni in ambito locale è variegata e in vari casi non assimilabile a quella delle competizioni politiche generali: ci sono coalizioni con diversi formati, sono presenti molte liste civiche, le caratteristiche dei candidati a sindaco influenzano il risultato in una misura non replicabile in elezioni politiche generali.

 

Ma anche perché è impossibile esaminare in questa chiave i dati dei comuni con meno di 15.000 abitanti. Inoltre, come è già accaduto nell’ottobre 2020, per varie ragioni, tecni- che e comunicative, ci si concentra sui comuni capoluogo più grandi, nei quali si registra una propensione più accentuata dell’elettorato, rispetto ai comuni più periferici e di di- mensioni minori, a votare per partiti di centrosinistra.

 

Per attenuare questi diversi elementi, potenzialmente fuorvianti, abbiamo ricalcolato i risultati del primo turno delle comunali aggregando da un lato i voti ottenuti da tutte liste collegate a candidati/coalizioni ascrivibili al centrodestra, dall’altro i voti ottenuti da tutte liste collegate a candidati/coalizioni ascrivibili al “campo largo” di centrosinistra (PD + altre liste di centrosinistra + M5S). Lo abbiamo fatto anche nei casi in cui le due aree si sono presentate divise, sostenendo candidati a sindaco tra loro concorrenti. Ab- biamo potuto fare questo calcolo solo per 95 dei 142 comuni con più di 15.000 abitanti chiamati al voto, perché i dati elettorali dei comuni siciliani così come quelli del F-VG non sono gestiti e non sono stati forniti dal ministero dell’Interno e perché in altri comuni non è stato possibile identificare neppure una coalizione chiaramente ascrivibile al cen- trodestra o al “centrosinistra allargato ai Cinque Stelle”. Abbiamo quindi considerato solo comuni nei quali sia stato possibile identificare almeno un candidato a sindaco (e quindi una coalizione di liste) espressione di ciascuna area.

 

La tabella che segue riporta questi valori aggregati distintamente per i comuni del Nord e del Sud. Riporta anche, per consentire un confronto, il numero totale dei voti ricevuti nel complesso dalle liste ascrivibili a una o all’altra area politica in occasione delle ele- zioni Europee del 2019, quando le due macroaree politiche ottennero al livello nazionale una quota pressocché simile i consensi.

 

Ebbene, se si considera questo metro, l’equilibrio tra centrodestra e “campo largo” (com- plessivamente intesi) non sembra cambiato di molto, come del resto segnalano i son- daggi relativi alle intenzioni di voto per elezioni politiche generali. La ragione per la quale si ritiene che il centrodestra abbia più chance di vincere le elezioni politiche è che si pre- sume possa trovare più facilmente un accordo al suo interno e convergere su candidati comuni nei collegi uninominali rispetto al “campo largo” costituito dai molti rivoli in cui si sono divisi l’area di centrosinistra e il Movimento 5 stelle.

 

La performance del “campo largo” in queste amministrative appare (nella comunica- zione pubblica) sovradimensionata a causa della consueta maggiore attenzione dedicata ai centri urbani maggiori. Tali successi (più evidenti) del centrosinistra sembrano deter- minati dalla circostanza che in diverse città di dimensioni medio-grandi le diverse com- ponenti di quell’area sono riuscite a convergere su candidati capaci, a loro volta, di rac- cogliere consensi trasversali, mentre il centrodestra si è diviso, focalizzandosi in alcuni casi su candidati troppo “identitari” (come a Verona) in altri privi di una chiara identità politica (come a Catanzaro). Le quattro città su cui abbiamo potuto svolgere l’analisi dei flussi tra primo e secondo turno, tendono a confermare questa interpretazione. Pur- troppo il comune di Verona non ha reso disponibili i risultati per sezione elettorale, ne- cessari per applicare il modello statistico attraverso cui stimiamo i flussi.

 

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https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2022/06/2022-06-27_II_Turno.pdf

Dante Monda presenta oggi il suo libro: Papa Francesco e il “popolo”. Prefazione di P. Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica.

 

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore il testo pressoché integrale della prefazione al libro di Dante Monda – Papa Francesco e il “popolo”. Una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana editrice – che viene presentato questo pomeriggio alle ore18 nella Sala Zuccari (Palazzo Giustiniani). Interverranno in dialogo con l’autore Marco Follini, Emma Fattorini, Mons. Vincenzo Paglia.

 

Antonio Spadaro S.I.

 

La riflessione di Dante Monda sul pensiero di Jorge Mario Bergoglio nasce dalle aule universitarie e dal confronto con i suoi docenti e di studiosi che hanno cominciato a studiare il pensiero del Pontefice. Il volume che presento però varca la soglia del perimetro accademico e si presenta come un’opera agile che, proprio per questo, aggira luoghi comuni e schematismi. Dante Monda pensa quelle categorie teologiche e politiche che incrocia nel suo studio e nell’incontro con l’attuale pontefice con l’agilità dell’equilibrista in bilico sull’orlo di grandezze che lo superano, in cammino con ritmo inquieto e fiero, sospeso su una tensione dinamica.

 

Direbbe Francesco che si tratta di un «pensiero incompleto», aperto. Sembra che sia questo stile di pensiero che colpisce il giovane ricercatore Monda. Un pensiero che non è né forte né debole, ma umile e in cammino. Il pensiero di Francesco, letto dalla ricerca di Monda, trova la “messa a fuoco”, il discernimento e il chiarimento proprio nella tensione aperta e drammatica, e dunque nella trama della Storia, delle storie e dei racconti che vi sono comprese. Il racconto scelto in questo libro è quello del popolo, un mito antico e forse dimenticato: la trama di quella storia si è sfibrata, soprattutto in Occidente. Nel volume però non si propone una toppa, un «rammendo», come direbbe il Papa, ma si intravede e si racconta una nuova tessitura, una nuova trama: si prosegue il racconto, si abita la Storia.

 

Si ha la sensazione in questo senso che nel libro avvenga una sorta di passaggio di testimone che attraversa l’inquietudine del giovane ricercatore nell’incontro con le parole del Santo Padre. Insomma, c’è un patto biografico che si sviluppa nelle pagine che seguono. Un patto tra un uomo la cui formazione intellettuale, teologica e filosofica – attenta al concreto e aperta alla trascendenza considerati come elementi polarmente opposti ma non contraddittori – fonda il suo pensiero politico; e un giovane che è appassionato del discorso politico e vive la sua riflessione a contatto con alunni più giovani di lui (è docente di Filosofia e Storia alle superiori).

 

È possibile rintracciare alcuni elementi di fascinazione che è stimolo al pensiero. Monda è colpito dal fatto di scoprire alla base del pensiero politico di Bergoglio la considerazione realistica che la vita dell’uomo si colloca sempre in un ambiente, una geografia, un paesaggio, culturalmente connotati. La cultura del popolo situa l’uomo.

 

In questa dimensione geo-culturale si trova la tensione tra identità e diversità, che Bergoglio declina secondo il principio «l’unità è superiore al conflitto», altro punto che sollecita Monda e lo spinge a riflessioni di grande attualità, capaci di muovere all’impegno politico.

 

Monda scrive che se l’identità di un soggetto è la sua verità, e per Bergoglio «la verità è un incontro», allora la vera identità del soggetto risulta «personale “in quanto” condivisa». Cioè essa nasce dall’incontro di diversi che si identificano all’interno della relazione e a partire da essa. Ecco il punto, dunque: l’identità geo-culturale di un popolo è il contrario dell’identitarismo, del sovranismo, del nazionalismo esasperato, che sono invece l’ipostatizzazione ideologica di una identità predefinita all’interno di rigidi confini, oggi quelli dello Stato-nazione.

 

C’è dunque una visione della vita sociale e politica che colpisce Monda: in Bergoglio egli nota che l’identità si costruisce concretamente e quotidianamente nel quartiere, sul territorio, nell’incontro e nell’«amicizia tra vicini». Dunque, scrive, la cultura di un popolo, situandosi in uno spazio, vive innanzitutto la prossimità come concreta convivenza e dunque come apertura all’altro, diverso per definizione, nel quale, paradossalmente, riconoscersi.

 

Bergoglio ci aiuta a capire come vivere l’impegno politico proprio grazie alla sua distanza sia dall’individualismo liberale, che rende inconsistenti e rarefatte le attuali democrazie, sia dall’identitarismo populista escludente e violento.

 

 

Antonio Spadaro S.I. – Direttore de La Civiltà Cattolica

Nasce l’Osservatore Romano “di strada”, per e dei poveri.

 

Esordio il 29 giugno, festa dei santi Pietro e  Paolo. Poi uscirà la prima domenica di ogni mese. Una copertina, dodici pagine, un tema particolare. S’intrecceranno esperienze, richieste e denunce di chi vive, suo malgrado, esistenze randagie e firme famose. Previste un’edizione cartacea e una online.

 

(Famiglia Cristiana)

 

Vuol essere un giornale (nella versione cartacea e in quella online) pensato e realizzato per dare voce a chi solitamente non viene ascoltato: ai poveri, alle persone ferite dalla vita, a chi viene messo ai margini della società e considerato “uno scarto”. Nasce l’Osservatore di strada il mensile dell’Osservatore romano concepito con e per gli ultimi. L’esordio ufficiale è previsto il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Poi, uscirà la prima domenica di ogni mese.

 

La diffusione delle copie cartacee del mensile averrà in realtà ogni domenica nei pressi di piazza San Pietro, in occasione dell’Angelus del Papa. Se ne faranno carico alcuni ospiti di Palazzo Migliori, la struttura affidata dal Dicastero per la Carità alla Comunità di Sant’Egidio per dare un tetto a chi non ne ha, con l’aiuto di volontari. I poveri potranno trattenere per loro le offerte che riceveranno dal lavoro di diffusione (il giornale sarà distribuito infatti a offerta libera),

 

Il giornale sarà composto da dodici pagine. In copertina, un editoriale di strada” introdurrà il tema del mese che sarà poi sviluppato nell’articolo “a quattro mani e a due cuori” che occuperà le pagine 2 e 3. Per il primo numero, dedicato al tema della “strada”, l’articolo porta le firme di Mimmo, una persona senza fissa dimora del centro storico di Roma, e dello scrittore Daniele Mencarelli. Un particolare spazio (pagina 4) sarà dato ogni mese alla voce dei migranti, che potranno raccontare la loro storia e le loro speranze. Un particolare spazio (pagina 4) sarà dato ogni mese alla voce dei migranti, che potranno raccontare la loro storia e le loro speranze. Anche L’Osservatore di Strada vuole partecipare alla missione delle altre edizioni del giornale vaticano e degli altri organi d’informazione che fanno capo al Dicastero per la comunicazione.

 

Per questo, nelle pagine centrali, la riflessione sul tema del numero sarà guidata da papa Francesco, attraverso un’ampia antologia delle sue parole e dei suoi gesti. A seguire una pagina dedicata al volontariato, con storie che raccontano la relazione tra il buon samaritano e il moribondo sulla strada di Gerico. Due intere pagine saranno poi dedicate ai “canti dalle periferie”, una raccolta di racconti, riflessioni, poesie, disegni realizzati da persone assistite da associazioni e gruppi ecclesiali o semplicemente incontrate per strada. A chiudere queste pagine, un articolo presenterà l’esperienza di altri giornali di strada pubblicati in Italia e nel mondo. Infine, “l’altra copertina”, con due letture, una in chiave spirituale e l’altra umoristica, del tema del numero. Per la prima uscita gli autori sono il cardinale Enrico Feroci e lo street artist romano Maupal (Mauro Pallotta).

 

Fonte: https://www.famigliacristiana.it/articolo/nasce-l-osservatore-romano-di-strada-per-e-dei-poveri.aspx

Lavoratori fragili: finiscono le tutele mentre salgono i contagi.

 

La lunga vicenda dei lavoratori fragili tocca il traguardo di una nuova tappa: oggi è il 28 giugno e il 30 giugno scadono le tutele rinnovellate con legge 52 del 19 maggio u.s.

Restano due questionida chiarire: la prima, se è possibile retrodatsre al 1 aprile la decorrenza in scadenza il 30/6; la seconda, se non sia opportuno prorogare al 31 dicembre p.v. il prossimo rinnovo, considerato che Omicron riprende a correre in modo esponenziale e crescente tanto che si prevede un autunno di contagi e di quarta dose di vaccino.

 

Francesco Provinciali – Francesco Alberto Comellini

 

Sono due anni e sei mesi che scriviamo sulla necessità che esecutivo e Parlamento prendano a cuore la situazione dei lavoratori fragili.  Tra alti e bassi ne abbiamo viste di tutti i colori. Cominciamo a dubitare che ci sia  qualche problema di competenza e senso  di responsabilità. Specularmente di indifferenza e pressappochismo. Mettiamoci pure il silenzio dei sindacati, eppure di tratta di provvidenze normative a favore di persone malate e immunodepresse, chemioterapiche, invalide che assumono farmaci pesanti.

 

Chiusa la premessa, facciamola breve.  Siamo al 28 giugno, il 30 giugno scadono le tutele previste dalla legge 52 del 19 maggio u.s. che prevede il ripristino delle due possibilità di cui all’art 26 comma 2 e 2/bis del DL 17 marzo 2020 n.18.  Esattamente: lavoro agile per chi può ed equiparazione al ricovero ospedaliero dei periodi di malattia, per non attingere al comporto contrattuale per le patologie  croniche ora validate dal DM 4 febbraio 2022 del ministero della salute.

 

Punto 1: se le tutele che scadono il 30 giugno non sono rinnovate per tempo i lavoratori fragili restano scoperti. Se qualcuno di loro dovesse contrarre il Covid rientrando al lavoro si profilerebbero responsabilità omissive per il mancato rinnovo. Chi si ammalasse potrebbe a sua volta correre dei rischi gravi. È pertanto necessario provvedere per tempo a rinnovare le due forme di tutela  e – visto che i dati dei contagi sono incrementali e in modo esponenziale e ci aspetta un autunno a rischio di ulteriore ondata di Omicron – sarebbe bene che il rinnovo fosse esteso fino al 31 dicembre 2022 per evitare rincorse all’ultimo minuto o a tempo scaduto per rinnovo a singhiozzo.

 

Qui non di tratta di furbetti del quartierino ma di persone che potrebbero rispondere ad eventuali obiezioni: “Non mi concedi le tutele? Prenditi in cambio il mio tumore”.

 

Punto 2: il rinnovo in scadenza decorre dal giorno successivo alla pubblicazione sulla GU serie di Generale n. 119 del 23 maggio 2022, pertanto dal 24 maggio e finiranno tra tre giorni, il 30 giugno. Vale la pena di puntualizzare che quelle precedentemente in vigore erano scadute il 31 marzo 2022 in concomitanza con la fine dello stato di emergenza. Pertanto dovevano essere rinnovate a partire dal 1 aprile successivo: se non sono state prorogate senza soluzione di continuità è dovuto solo ed esclusivamente alla lentezza devastante con cui vengono approvate o convertite le leggi.

 

Inoltre dalle dimenticanze del Governo. Dal 1 aprile al 24 maggio quindi niente tutele e scopertura totale  per i fragili. Nell’ambito del provvedimento di proroga dopo il 30 giugno  potrebbe essere sanato anche questo vulnus retrodatando la precedente decorrenza al 1 aprile anziché al 23 maggio. In questo modo sarebbero sanati eventuali contenziosi nel frattempo intercorsi e si eviterebbe ai lavoratori fragili, ammalati in questo periodo, di attingere al periodo di comporto contrattuale se non alle ferie. Forse non tutti sanno che un immunodepresso o un chemioterapico contraggono più facilmente il Covid o devono ricorrere a terapie continuative, dolorose, defatiganti. Si ammalano più spesso degli altri, sono definiti per questo “fragili” ma non è per colpa loro.

 

Ne farebbero a meno, questo è sicuro. Ove ciò comportasse anche oneri va rimarcato che la legislazione di tutela è di competenza del parlamento e la Ragioneria generale dello Stato non può interporre veti a decisioni che spettano alla politica, come da perorazione del sen. Andrea Cangini rivolta alla Presidente del Senato. la quale a sua volta ha scritto pochi giorni fa al Presidente Mario Draghi rivendicando il ruolo che la Costituzione assegna al Parlamento e non alla Ragioneria generale dello Stato o ai suoi burocrati. Va dato atto all’on. De Toma  (che segue ab initio questa penosa vicenda) di aver presentato un odg al decreto sul Pnrr in esame in queste ore alla Camera dei deputati, in tal senso evidenziando assai bene quali sono le competenze e le responsabilità della politica. Così come va riconosciuto al Ministro Brunetta di aver preso a cuore il problema manifestando l’intenzione di assumere in capo al Consiglio dei Ministri e quindi al Governo l’onere morale, deontologico e politico in quanto ‘organo esecutivo’, di farsi carico della decisione di inglobare, nell’emendamento complessivo alla legge 52/ 2022,  quello  sostenuto dalle sen Binetti e Gallone con emendamento 20.0.16.

 

Rissumendo: le tutele sono  in scadenza ma le patologie croniche no. Se si rinnovano meglio prevedere una scadenza fino a fine anno per evitare che il problema si riproponga in coincidenza con il previsto rialzo dei contagi. E per dare effettiva continuità alla vigenza delle tutele appare più che opportuno – anche a titolo di sanatoria  – che quelle vigenti e in scadenza ormai imminente vengano retrodatate al 1 aprile 2022.

 

Certe decisioni delicate per argomento e target dei destinatari vanno prese con piena consapevolezza della gravità della fattispecie considerata e delle conseguenze che dilazioni ed omissioni potrebbero provocare. Il Covid riprende la sua corsa: occorre un atto di prevenzione a favore della categoria dei lavoratori fragili. Ogni deputato e ogni ministro è chiamato ad un gesto di consapevolezza e responsabilità.

Letta agguanta una vittoria superiore alle attese, complice l’astensionismo e lo sfarinamento del centrodestra.

 

L’analisi del voto esclude facili trionfalismi, ma sta di fatto che il Pd esce corroborato dalla prova elettorale. Altro è il discorso sul futuro: anche nel ‘93-‘94 la sinistra sembrava inarrestabile e poi, malgrado la “gioiosa macchina da guerra” di Occetto, andò incontro a una sonora sconfitta. Bisogna considerare l’esistenza di un elettorato sensibile – definiamolo per comodità di centro – che in assenza di Draghi può chiudersi a riccio e mettere a repentaglio le aspettative del centrosinistra.

 

Cristian Coriolano

 

Il ballottaggio incorona il Pd come forza politica centrale. Vince a Parma e Catanzaro, ma soprattutto a Verona, approfittando qui e altrove delle divisioni del centrodestra. Si tratta di un risultato che irrobustisce le speranze del Nazareno circa la possibilità di trasformare il “campo largo” in un polo attrattivo di consensi. Una speranza che sconta, in ogni caso, la disarticolazione dell’asse privilegiato con il M5S (ora vieppiù indebolito dalla scissione) e riapre il confronto sulle alleanze, con una maggiore attenzione sul territorio ai nuovi fermenti che annunciano in vario modo un desiderio di cambiamento politico. Anche l’astensionismo sempre più alto, con il suo carico d’insofferenza dell’elettorato senza partito, da cui deriva per altro una implicita svalutazione dei risultati finali, segnala un’attesa di novità o quanto meno di rivitalizzazione dell’offerta amministrativa e politica.

 

Letta può essere soddisfatto di come sono andate le cose, ma la sua accortezza dovrebbe spingersi a cogliere gli aspetti più critici del dato elettorale. Il partito non gode di buona salute, se è vero che molti successi locali sono caratterizzati dalla ipertrofica presenza di liste civiche, fortuitamente capaci di nascondere agli occhi di una pubblica opinione distratta la debolezza politica e organizzativa dei Democratici. In alcune regioni questa difficoltà è ancora più accentuata dal momento che neppure si avvantaggia dell’apporto garantito dal cosiddetto mondo civico. Nel Lazio, ad esempio, il centrosinistra perde in tutti i capoluoghi di Provincia interessati al rinnovo (Viterbo, Rieti e Frosinone), nonché in  realtà significative per dimensione demografica o qualificazione simbolica (Guidonia, Sabaudia, Gaeta). A Viterbo, addirittura, l’affondamento del Pd (sostenuto da Calenda) non reca il timbro del centrodestra, ma di un agglomerato di gruppi e forze sociali che al primo turno si sono imposte anche sulla lista di Forza Italia e Lega, da un lato, e Fratelli d’Italia dall’altro.

 

Quando si vince in un contesto che vede crescere la disaffezione degli elettori e il disorientamento degli avversari, non è consigliabile nutrire fiducia sulla stabilità della prestazione realizzata. Il test amministrativo rivela  un’insidiosa labilità del voto: da qui alle politiche del prossimo anno tutto può cambiare, come già si dovette registrare nel tumultuoso biennio di transizione del ‘93-‘94. In quel passaggio avvenne addirittura a Torino che due candidati di sinistra, Castellani e Novelli, sbaragliassero il campo dei partiti tradizionali e dessero vita a un confronto finale tra due proposte, una più moderata e l’altra più radicale, riconducibili a un medesimo indirizzo politico. Sull’entusiasmo del momento Occhetto inventò la sua “gioiosa macchina da guerra” e andò felicemente incontro alla débâcle delle politiche. Oggi è tutto diverso, si dirà, ma non tanto da escludere però un analogo processo di selezione dell’offerta politica, specie se fosse strappato il tessuto della rappresentanza di quel centro politico-elettorale che fatica a ritrovarsi al di là di Draghi. Proprio l’incertezza sulla futura leadership, una volta decretata l’uscita di scena del Presidente del Consiglio, può destabilizzare o persino mortificare le aspettative del centrosinistra.

 

 

P.S. Fa piacere registrare che a Verona i due candidati alla carica di sindaco, Tommasi e Sboarina, abbiano usato toni rispettosi e garbati nei loro commenti a caldo, con un fair play davvero invidiabile. Sta forse emergendo un “dolce stil novo” nelle dinamiche, pur sempre appassionate, della politica locale?

Tempi oscuri innanzi a noi.

 

Le democrazie occidentali sono in decadenza. Non solo. Sono minoritarie nel mondo e sempre più lo saranno, stante la loro profonda crisi demografica. Questo è quello che pensa Putin. La guerra in Ucraina assume così un profilo assai più esteso e preoccupante. Anche perché l’America, nazione-guida dell’Occidente, sta vivendo una crisi interna molto inquietante, divisa da una cortina d’odio fra schieramenti opposti su tutto.

 

Enrico Farinone

 

La virulenza antioccidentale e antieuropea delle parole dell’ex presidente Medvedev e del Ministro degli Esteri Lavrov ci dicono quanto la guerra in Ucraina stia scavando un fossato tra la Russia e la parte del mondo della quale noi siamo parte. Toni talmente grevi che non si ricordavano dai tempi della guerra fredda e che a quel periodo ci stanno facendo tornare.

 

Ma vi sono molte differenze rispetto ad allora, e alcune forse possono aiutarci a comprendere i perché – o almeno alcuni perché – Putin e i suoi immediati sottoposti abbiano deciso di adottare un vocabolario così poco diplomatico, così aspro nei confronti delle nazioni occidentali.

 

Vi è chi legge in quelle parole segnali di frustrazione e debolezza. Per non essere riusciti a conquistare rapidamente l’Ucraina. Per essere divenuti dei paria agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Per aver compreso d’essere nei guai, in mezzo al guado. Con forti difficoltà nell’avanzamento, perfino nel Donbass, e al tempo stesso nella impossibilità di ritirarsi, perché ciò significherebbe non solo una sconfitta, ma la sicura perdita del potere a Mosca. Può essere. Ma esiste anche un’altra chiave di lettura. Assai meno consolatoria per l’Occidente.

 

Putin lo ha detto più volte, nel tempo. I valori democratici occidentali sono in decadenza. Le democrazie occidentali sono in decadenza. Non solo. Sono minoritarie nel mondo e sempre più lo saranno, stante la loro profonda crisi demografica. Non hanno quindi il diritto di indicare agli altri la via, di ritenersi migliori, di governare il pianeta. E di ciò è plastica dimostrazione la conferenza tenuta via Skype dei BRICS. Forse l’acronimo era stato dimenticato dai più, dopo il colpo inferto al commercio globalizzato dalla pandemia da COVID-19. Due anni di blocco. E invece Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica rappresentano ancora (almeno così hanno inteso proporsi, con questa Conferenza virtuale) la punta di diamante di uno sviluppo economico che non è solo occidentale e non è solo del Nord del mondo.

 

Ognuno di questi Stati ha la sua linea di condotta nei confronti della Russia: dal sostegno cinese, per quanto prudente; alla neutralità brasiliana; all’ambigua non presa di posizione indiana. E ognuno, forse con la parziale esclusione del Sudafrica, ha una guida governativa dittatoriale, come la Cina, o autocratica, come la Russia, o tendente all’autocrazia, come il Brasile di questi anni con Bolsonaro presidente o come l’India, dove il premier Modi ha nel tempo assunto posture sempre meno democratiche e tolleranti. Nessuno di questi paesi ha condannato apertamente la guerra putiniana e in ogni caso ben si è guardato dall’interrompere le relazioni politiche e soprattutto commerciali col Cremlino.

 

C’è un dato numerico, banale e però decisivo: Cina e India da sole rappresentano quasi il 40% della popolazione mondiale. Ora, approfittando della guerra in Ucraina e della necessità russa di ricavare profitti dalla vendita di petrolio e gas per salvare il bilancio pubblico appesantito dalle spese militari e dalle sanzioni occidentali, e quindi della conseguente riduzione del prezzo loro offerto, entrambi i Paesi hanno incrementato l’acquisto energetico, consentendo così a Mosca di aumentare di 170.000 barili al giorno la propria esportazione di greggio facendola risalire sino a 6,4 milioni di barili/giorno. Putin dimostra così che, volendo, potrà anche consentirsi di chiudere del tutto i rubinetti energetici posizionati a ovest.

 

La guerra in Ucraina assume così un profilo assai più esteso e preoccupante. Anche perché la nazione-guida dell’Occidente sta vivendo una crisi interna molto inquietante, divisa da una cortina d’odio fra schieramenti opposti su tutto. Pure questo ha osservato negli anni Putin. Che non considera, non ha mai considerato l’Unione Europea un contraltare politico, bensì solo un interessante cliente economico. Il contraltare sta a Washington ed è, a suo modo di vedere, molto meno forte di quanto voglia far credere, proprio a causa della sua crisi valoriale interiore. Lo stesso pensiero di Xi.

 

Tempi oscuri innanzi a noi.

Tiremm innanz…da “Liberi e Forti”.

 

Non va liquidata con eccessiva sufficienza quanto sta accadendo nellarea centrale. Innanzi tutto la netta presa di posizione di Bruno Tabacci per la legge elettorale e il suo sostegno allazione di scomposizione avviata da Di Maio, che prefigura la formazione di un blocco sociale e politico euro atlantico attorno alla leadership politica di Mario Draghi. Un progetto centrale che corrisponde ad alcuni dei fondamentali della politica estera sostenuti storicamente dalla DC.

 

Ettore Boanalberti

 

Ho partecipato da remoto alla riunione dell’ufficio politico della DC il 24 Giugno scorso, apprezzando la relazione introduttiva del segretario nazionale, Renato Grassi che ho approvato. Con Renato abbiamo vissuto larga parte della nostra vita politica nel Movimento Giovanile DC prima, nel partito storico della DC poi, e nella travagliata stagione della diaspora (1992-2022). Sono stato tra i più convinti sostenitori della sua elezione al congresso nazionale dell’ottobre 2018, che considero tutt’ora l’unico atto legittimo di continuità storico politica del partito dopo la sentenza della Cassazione del 2010. Della relazione Grassi ho apprezzato il richiamo alla nostra scelta preferenziale per la legge elettorale proporzionale con le preferenze, che, a mio parere, è la precondizione indispensabile se vogliamo perseguire la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Ho anche apprezzato la scelta definitiva di rifiuto nei confronti dell’UDC di Cesa, le cui offerte pre elettorali si sono rivelate sempre inaffidabili.

 

Grassi su questo punto è stato netto, così come quando ha affermato, coerentemente con la mozione congressuale votata per la sua elezione alla segreteria, quanto segue: Proprio la stagione elettorale può invece favorire un ampio processo di aggregazione che consenta di creare i presupposti di una ampia rappresentanza unitaria a livello istituzionale premessa questa si per la formalizzazione di un nuova  formazione politica con una forte caratterizzazione identitaria. E questa a mio giudizio, realisticamente la strada da seguire con la speranza che ci venga in  aiuto una nuova legge  elettorale proporzionale. Le prossime scadenze elettorali in Sicilia, Lazio e Lombardia possono essere il banco di prova per rafforzare la nostra presenza istituzionale e la capacità di interlocuzione con le componenti centriste”.

 

Va da sé che il nostro congresso slitterà presumibilmente nel gennaio 2023, dopo il voto delle elezioni regionali citate. Credo che se governo e Parlamento decideranno di adottare la legge elettorale di tipo proporzionale, ogni tesi sostenitrice della nostra pur necessaria autonomia sarà insostenibile, dato che uno sbarramento al 4 o 5% renderà inevitabile prima di tutto la nostra ricomposizione d’area. Non ci si illuda che, il pur prezioso risultato elettorale siciliano, sia sufficiente per garantirci una nostra partecipazione solitaria alle prossime elezioni politiche nazionali.

 

Ho ricordato nel mio intervento all’ufficio politico che, impossibilitati a utilizzare lo scudo crociato, rendita di posizione gratuita e illegittima dell’UDC, non sarà col simbolo usato dalla DC di Cuffaro in Sicilia che ci si potrà presentare alle elezioni nazionali. Semmai si potrebbe utilizzare il simbolo che insieme abbiamo condiviso della Federazione Popolare DC, già depositato dall’amico Gargani nelle sedi istituzionali competenti. Non liquiderei, come sta sostenendo qualche amico con eccessiva sufficienza, quanto sta accadendo nell’area centrale così ben analizzato da Grassi nella sua relazione. Innanzi tutto la netta presa di posizione di Bruno Tabacci per la legge elettorale e il suo sostegno all’azione di scomposizione avviata da Di Maio, che prefigura la formazione di un blocco sociale e politico euro atlantico attorno alla leadership politica di Mario Draghi. Un progetto centrale che corrisponde ad alcuni dei fondamentali della politica estera sostenuti storicamente dalla DC e che, tuttora, noi condividiamo.

 

Certo non siamo disponibili a partecipare come cani sciolti a tale disegno; semmai, intendiamo concorrere da democratici cristiani a questo progetto. E, prima ancora, intendiamo favorire la ricomposizione politica della nostra area. In una riunione dell’Ufficio direttivo della Federazione popolare DC, promossa da Peppino Gargani, con Tassone e Rotondi e dopo aver ricevuto l’adesione di Carlo Giovanardi ( Popolari liberali), di Gemelli ed Eufemi, avremmo concordato di incontrarci entro Luglio per definire la nostra idea di programma per l’Italia, premessa indispensabile per convocare a Settembre una grande assemblea costituente di ricomposizione politica della nostra area. Agli incerti e nostalgici del tempo antico, come agli appassionati catecumeni neo DC, vorrei ricordare una parabola indiana citata da Amarthya Sen nel suo: Globalizzazione e Libertà. Dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori. Dal 500 a.C. quattro testi sanscriti (Ganapatha – Hitopadesà- Prasamaraghava – Battikavya) esortano tutti a non comportarsi allo stesso modo della kupamandika.

 

La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto  una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità. Ecco, cerchiamo di guardare al di là dei nostri confini, non per perdere i nostri connotati storici di democratici cristiani, ma per aprirci alle novità e a ciò che la concreta realtà politica effettuale ci offre. Dalla relazione di Grassi, approvata all’unanimità, ripartiamo con l’entusiasmo e la determinazione dimostrata dal 2012 a oggi. Sì, cari amici: tiremm innanz, come sempre da Liberi e Forti.

La super società e la scommessa sulla libertà. In un saggio di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti. Recensione sull’Osservatore Romano.

 

Abbiamo di fronte una società “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta. Il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dellumano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Si tratta di un libro da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità.

 

Marco Bellizi

 

«Non possiamo dare per scontato che la democrazia liberale costituisca ancora il modello di governo di riferimento nell’età della supersocietà». Bene. O male. O forse né l’uno né l’altro. Dipende, ovviamente. Tuttavia l’affermazione evidenziata dal libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà? (Bologna, il Mulino, 2022, pagine 239, euro 16) contiene in sé un robusto stimolo all’inquietudine, non fosse altro che per il termine “supersocietà”, il quale, appunto, evoca facilmente scenari distopici.

 

Ma cosa è la “supersocietà”? Un po’ complesso da spiegare in poche righe. Quello che si può dire — scrivono gli autori — è che le conseguenze della pandemia si sono sommate agli effetti dei precedenti shock mondiali e «combinate con l’emergere della questione della sostenibilità dentro il nuovo ambiente tecnico digitale in uno scenario mondiale metastabile». In breve, un modello in crisi, senza più grandi certezze e sempre più insostenibile sia sotto l’aspetto ambientale sia sotto l’aspetto umano, in cui l’insicurezza sembra condurre dritti verso l’incremento di controllo, favorito dalle nuove tecnologie che ci rendono sempre più interdipendenti e paradossalmente sempre più isolati. Una società, appunto, “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta.

 

Non c’è di che stare allegri. Eppure, a scorrere le pagine di questo saggio sociologico in parte scientifico e in parte divulgativo (senza che nessuno dei due aspetti ne risulti penalizzato), non si può non ritrovarsi naturalmente d’accordo con gli autori.

 

Il fatto è che, diciamolo, sino a ora abbiamo un po’ scherzato con il luogo comune (ormai) del niente-più-sarà-come-prima. E a forza di scherzare, chiusi in casa prima per paura del virus e chiusi in casa dopo a guardare le immagini della guerra, ci stiamo forse rendendo conto che in fondo non è più tanto il caso di scherzare.

 

Il futuro è qui. Che noi lo vogliamo o meno. Stato e mercato, le due infrastrutture istituzionali sulla base delle quali continua, nonostante tutto, a fondarsi la nostra vita sociale, appaiono, avvertono Magatti e Giaccardi, inadeguate: «Le prime perché basate sull’idea moderna di sovranità territoriale quando invece le dinamiche e i problemi sono ormai da tempo globali (lo Stato — scrivono — che rimane pur sempre un “participio passato” è strutturalmente in ritardo rispetto all’innovazione, che allo stesso tempo regola a da cui dipende); la seconda perché il sistema dei prezzi non è in grado di veicolare adeguatamente tutte le informazioni necessarie per un adeguato coordinamento delle azioni di produzione e consumo rispetto ai problemi posti dall’entropia associata al nostro modello di sviluppo».

 

La pandemia lo ha lasciato intuire: a fatica la democrazia occidentale è riuscita a governare gli effetti dell’enorme impatto globale del virus, anche e soprattutto riguardo alle modalità di risposta, che hanno presentato in maniera inedita, a proposito in particolare della vaccinazione di massa, il tema della libertà e del controllo. Ma se c’è bisogno di maggiore controllo, allora non è il caso di dubitare dell’efficienza del sistema occidentale, rispetto, solo per fare un esempio, alla peculiarità della risposta cinese al covid, con chiusure generalizzate, tracciamenti rigorosi, immunizzazione a tappeto? E che dire della risposta all’invadenza del mercato globalizzato, tecnologicamente complesso e sempre più verticalizzato nel controllo, che conduce all’autoisolamento, ai rigurgiti nazionalisti, alle campagne belliche d’altri tempi?

 

Il punto, come si accennava, è che il modello occidentale è ormai un sistema instabile, con un grado di squilibrio potenzialmente catastrofico. Sostenibilità e digitalizzazione, i due driver attuali dello sviluppo — scrivono ancora gli autori — «esigono un approccio ecosistemico e complesso che rischia di non essere nelle corde della visione individualistica dell’Occidente».

 

In breve: il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dell’umano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Di più: anche sotto il profilo del nostro senso morale «non siamo equipaggiati per affrontare i problemi che la supersocietà ci presenta». Facciamo fatica a farci carico di problemi che possiamo solo immaginare e che (ancora) non tocchiamo con mano. Tamburi lontani. Ma sempre più distinguibili. E allora, «se vogliamo evitare lo scontro di civiltà occorre un’idea di libertà in grado di gettare le basi di un nuovo ordine mondiale».

 

È un’affermazione, un impegno, dirompente. Neanche facile da digerire. Però è difficile rispedirlo al mittente, anche perché i sociologi qui ci conducono per mano attraverso un percorso profondo ma lineare che va da Romano Guardini a Henri Bergson, da Sigmund Freud a Edgar Morin a Dietrich Bonhoeffer per illustrare tutta l’evidenza di una rivoluzione già in atto e che occorre governare opportunamente attraverso una riformulazione epistemologica, un nuovo concetto di organizzazione sociale e d’impresa, con l’introduzione, solo per fare un esempio, del concetto di “contribuzione” accanto a quello di retribuzione (già di per sé una rivoluzione di enorme portata, laddove, semplificando molto, il compenso del lavoro si misurerebbe anche con la realizzazione del sé nella società, il riconoscimento di senso del proprio operare oltre che con la possibilità di ottenere mezzi per acquistare cose).

 

È un libro, insomma, da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità. Se la libertà è relazionale (e lo è) allora, scrivono Magatti e Giaccardi, «Oriente e Occidente sono provocati a ridire chi sono e cosa vogliono essere, a partire dalle sfide che la supersocietà porta con sé: il rapporto con la tecnica, con l’ambiente, con la soggettività». Perché «un nuovo ordine mondiale pacifico può essere creato solo grazie al dialogo dialogico (contrapposto a quello dialettico) che superando le posizioni di partenza tende a un risultato terzo, in grado di cambiare le parti coinvolte». Siamo realmente pronti?

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 26 giugno 2022

Nadia Urbinati riconosce, a fatica, che solo i cattolici democratici hanno dato dignità al centro. Che cosa significa oggi?

 

Dietro la politica di centro della Dc c’era una cultura di governo e un criterio direttivo, operava dunque una visione strategica, tanto da far dire a De Gasperi che il suo era un partito di centro in cammino verso sinistra.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Dinanzi a gracili argomentazioni, la critica di chi vede nel centro una scelta ambigua, senza qualità politica, si carica di facile eloquenza. “Il centro si definisce per assenza “, ha scritto polemicamente Nadia Urbinati sul Domani (25 giugno 2022). È difficile darle torto, se la causa di questi conati centristi riporta immancabilmente alla ricerca, pur legittima ma non esaustiva, di uno spazio di rappresentanza politica. Uno spazio che non ospita, appunto, valori e aspirazioni, bensì soltanto ansia di posizionamento.

 

Di sfuggita, però, la nota firma del giornale di De Benedetti esprime nell’articolo un concetto meritevole di più attenzione e discernimento: “I centristi della Prima repubblica – riconosce con molta onestà – erano più corposi perché abbeverati a quella che forse è stata la fonte più ricca del centrismo ideologico, il cattolicesimo democratico”. Questo è il punto. Dietro la politica di centro della Dc c’era una cultura di governo e un criterio direttivo, operava dunque una visione strategica, tanto da far dire a De Gasperi che il suo era un partito di centro in cammino verso sinistra. Non era un agglomerato definito per esclusione – né di sinistra e né di destra – votato pertanto a un tipo di equilibrismo che aveva per obiettivo la semplice conservazione del potere.

 

Stare al centro voleva dire proporre una “terza via” tra collettivismo e capitalismo, dando alla lotta contro il comunismo una curvatura fortemente democratica e alla pregiudiziale antifascista un carattere fondativo dell’identità  di partito. Non solo Moro ma lo stesso Fanfani, magari con un taglio volontaristico eccessivo, propugnava la funzione di un centro dinamico, capace di rispondere alla domanda di giustizia che nasce e s’impone con l’evoluzione economica e civile della società. Tant’è vero che la storia più interessante e dunque più vera della Dc sta nella ricerca e costruzione di un progresso a dimensione umana, dove l’interclassismo costituiva la formula aideologica dell’alleanza tra ceti medi e classi popolari.

 

Tuttavia, Nadia Urbinati sostiene maliziosamente che il fulcro della politica democristiana s’identificava con l’assicurazione purchessia della governabilità, senza troppi scrupoli, cosicché “quando si trattava di scegliere si preferiva la destra, come succede nella Francia del secondo Emmanuel Macron”. Un’affermazione, questa, poco convincente, essendo il passaggio dal centrismo al centro-sinistra, e poi dal centro-sinistra alla solidarietà nazionale, finache al pentapartito del duello Craxi-De Mita, l’evidente conferma storica di come la proiezione in avanti, nel confronto serrato con la sinistra di governo e di opposizione, fosse l’esplicito riconoscimento della inapplicabilità, in seno al partito dei cattolici democratici, di una preferenza conservatrice di destra. Anzi, secondo il giudizio severo di Del Noce, la pecca principale della Dc va rintracciata all’opposto nel suo progressivo cedimento alla egemonia culturale della sinistra. Da qui, secondo tale accusa, la secolarizzazione e con essa l’avvento della società permissiva, di cui l’aborto, tornato a dividere l’opinione pubblica mondiale dopo la sentenza della Suprema Corte di Washington, rappresenta emblematicamente uno dei frutti più avvelenati.

 

Ebbene, quando proprio sul tema delicato dell’aborto Mons. Paglia invita a un dialogo civile, allo scopo di “ragionare insieme” sulle prospettive legate alla migliore applicazione della legge 194, non restituisce dignità a quel modo di pensare e agire che in fondo ci permette di rintracciare il “senso del centro” come strumento di mitigazione dei radicalismi e degli ideologismi, nonché di sana provocazione per spostare equilibri e generare convergenze? Dunque, non è perlomeno più complessa la materia di questo centro che invero i Popolari hanno tenuto a valorizzare dopo il ‘94, arricchendolo di contenuti e rivestendolo di coerenza, così da fornire un lucignolo di speranza nella lunga notte della diaspora democristiana? Sono domande che non sembrano abusive. Adesso quel che conta, però, non è tradurre obbligatoriamente tutto ciò in un nuovo partito di centro, anche a dispetto delle difficoltà oggettive, ma di asseverare la cultura del centro d’ispirazione popolare come anima – non la sola – di una nuova proposta riformatrice, inclusiva e plurale, rispettosa delle identità.

Senza centro non si governa.

 

Di fronte al fallimento del bipolarismo selvaggio” e alla caduta del dogma populista e sovranista, è di tutta evidenza che saranno altre categorie a dominare il futuro equilibrio politico. E, sotto questo versante, la politica di centro” e il centro saranno indubbiamente i protagonisti della prossima contesa elettorale.

 

Giorgio Merlo

 

Il dibattito sul centro impazza. E, al netto delle caricature e delle fantasie di alcuni commentatori, è indubbio che le prossime elezioni saranno caratterizzate dalla presenza politica del centro. Mi spiego meglio. Ci sono almeno 3 considerazioni che non possiamo non fare alla vigilia di una lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nella primavera del 2023.

 

Innanzitutto viviamo in un’altra stagione storica rispetto al voto del marzo 2018. Il tramonto, triste e anche un po’ squallido, del populismo grillino da un lato e la crisi palpabile del sovranismo di marca leghista dall’altro, evidenziano che si è chiusa una fase politica dominata, appunto, dal populismo e dal sovranismo. E, non a caso, lo spettacolo offerto dai 5 stelle in queste ultime settimane lo conferma in modo persin imbarazzante. In attesa che anche nella Lega salviniana capiti qualcosa. E gli scricchiolii sulla tenuta politica ed organizzativa di quel partito sono già evidenti…

 

In secondo luogo è tramontato quella sorta di “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi anni. Una sorta di cultura degli “opposti estremismi” che ha contribuito da un lato ad allontanare ulteriormente i cittadini dalle urne e, dall’altro, ha ridotto ed indebolito la stessa efficacia dell’azione di governo. Al punto che l’unico obiettivo politico dei due poli è stato quello di annientare, se non addirittura distruggere, l’avversario/nemico senza attenuanti. E dove la politica, di fatto, è sospesa perchè sostituita dagli slogan – reciproci – che individuano nell’avversario politico il nemico irriducibile da sconfiggere a tutti i costi. Altrochè la democrazia dell’alternanza e il sano e fisiologico bipolarismo.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, di fronte al fallimento del “bipolarismo selvaggio” e alla caduta del dogma populista e sovranista, è di tutta evidenza che saranno altre categorie a dominare il futuro equilibrio politico. E, sotto questo versante, la “politica di centro” e il centro saranno indubbiamente i protagonisti della prossima contesa elettorale. Certo, lo sappiamo tutti, serve l’unità delle forze, dei partiti e dei movimenti che non si riconoscono negli attuali schieramenti e un programma di governo adeguato e pertinente. Oltre ad una classe dirigente qualificata ed autorevole. Senza alcun pregiudizio politico però e, soprattutto, senza pregiudiziali di natura personale che sono anche un po’ ridicole e grottesche. Cioè, in pratica, occorre fare l’esatto contrario di ciò che dice Calenda tutti i giorni.

 

Ecco perchè la fase che stiamo vivendo richiede coerenza politica, coraggio, ma anche, e soprattutto, la capacità di mettersi in discussione. Sapendo che nella primavera del 2023 ci saranno altre categorie politiche, altri partiti, altri equilibri politici e, di conseguenza, si aprirà un’altra stagione politica. E, al di là del sistema elettorale che ci sarà, è indubbio che vincerà la coalizione con un profilo più centrista. Ovvero che saprà dimostrare concretamente che la fase della reciproca delegittimazione e distruzione sarà definitivamente alle nostre spalle. Per questo, adesso, conta saper declinare – come ci hanno insegnato i grandi “maestri” e leader cattolici popolari e sociali del passato – una vera, autentica e credibile “politica di centro”.

“Dopo la sentenza della Corte Suprema sull’aborto, negli Usa serve un patto contro la guerra civile”. Sechi intervista Clementi (AGI).

https://europa.today.it/
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Intervista a Francesco Clementi, costituzionalista dell’Università di Perugia. “Questa sentenza ci dice che la ricerca dell’equilibrio oggi negli Stati Uniti sarà durissima. Serve un nuovo patto politico-costituzionale. In Europa l’impatto della sentenza sarà duplice”.

 

Mario Sechi

 

Il diritto all’aborto in America è stato abolito? No. Ma anche sì. In questa contraddizione c’è il dilemma di un’America che fatica ad evitare una seconda guerra civile. Il paese è in uno stato permanente di ‘culture wars’, sembra non trovare una via d’uscita. C’è una difficoltà nel passaggio dalla poesia di Amanda Gorman (‘In This Place’), scritta per il giuramento di Joe Biden, alla prosa di ogni giorno, dall’ideale alla politica.

i diritto (e di rovescio). Per sapere, per capire, occorrono strumenti raffinati di analisi. Il professor Francesco Clementi, costituzionalista, docente di diritto pubblico comparato a Perugia, è la persona giusta per guardarci dentro.

 

Professor Clementi, che cosa stanno dicendo – a tutti noi, non solo agli americani – i giudici della Corte Suprema?

“Che nessun pasto è gratis, che la democrazia va coltivata ogni giorno, dunque i diritti devono ricevere il sole che la partecipazione alla vita del paese ciascuno di noi deve dare. I diritti senza doveri, a partire da quello della partecipazione, vuol dire diritti vuoti”.

 

Che decisione è quella della Corte?

“Ci troviamo di fronte a una decisione importante, perché dal punto di vista della tecnica giurisprudenziale della Corte, fa una cosa rara”.

 

Quale?

“Fa l’over-ruling, cioè non riconosce i precedenti giurisprudenziali come vincolanti”.

 

Traduco: tutto quello che c’era prima non vale, giusto?

Esattamente. Secondo elemento: l’over-ruling sul diritto costituzionale è ancora più raro. In questo senso è una decisione storica per il metodo e la tecnica scelta. Storica per il merito che va a incidere su un diritto fondamentale, cioè la libertà di scelta delle donne di se e quando abortire”.

 

Tecnicamente la decisione non ha abolito il diritto d’aborto, come leggiamo in queste ore.

“No, non ha abolito il diritto, lo ha de-federalizzato. Lo ha messo in mano alla legislazione dei 50 Stati americani e non più sotto la copertura omogenea su tutto il territorio nazionale di una sentenza della Corte, cioè quello che aveva stabilito la Roe-Wade. Tecnicamente il diritto all’aborto c’è, ma gli Stati sono liberi di legiferare in modo più o meno restrittivo”.

 

E a quel punto casca anche il diritto o no?

“Il diritto dipende a quel punto dallo Stato dove vivi. E per questo che noi rischiamo domani di avere situazioni giuridiche uguali, ma trattate differentemente da Stato a Stato. Questa è l’asimmetria relativa al principio di eguaglianza che tanti oggi lamentano”.

 

A questo punto si aprirà un movimento migratorio interno per accedere a questo diritto?

“Sì, è molto probabile, perché il rischio è da un lato di finire in prigione, laddove si pensi di voler abortire. E questo al di là delle situazioni giuridiche specifiche, politicamente determinerà un’ulteriore polarizzazione tra Stati democratici e Stati repubblicani, allargando quella frattura di una potenziale seconda guerra civile americana. È il rischio che vedono in tanti”.

 

Il diritto all’aborto in America dunque dipendeva da una sentenza della Corte Suprema e basta?

Sì, il punto su cui tutto si regge è l’assenza di una legge federale che dal 1973, consolidi un diritto giurisprudenziale”.

 

Quindi è colpa del Congresso?

“In un certo senso sì. Non a caso il presidente Biden ha detto serve il Congresso, per cui votate votate votate”.

 

Le critiche sono legittime, ma gli attacchi alla Corte Suprema non rischiano di indebolire il sistema istituzionale americano?

“Il rischio è sempre più crescente. Nonostante una vecchia battuta americana dica che “i giudici danno e i giudici tolgono”. Tuttavia, non possiamo non vedere questo ulteriore elemento di radicalizzazione dello scontro. Non che la Corte è buona quando è democratica e cattiva quando è repubblicana… – La Corte in se e per sé è buona, ma la sua interpretazione in senso originalista rischia di calcare una tendenza a coinvolgere le istituzioni nel conflitto politico”.

 

Quindi, la dottrina di cui il giudice Antonin Scalia era il più importante rappresentante – la Costituzione è quella che intendevano i padri fondatori, rispettando ‘l’original intent’ dei costituenti – è diventata un problema?

“Lo è, perché confligge con un lungo e consolidato approccio – la ‘Living Constitution’ – per il quale la Corte accompagna con le sue sentenze l’evolvere della società. Mentre per gli originalisti è il legislatore federale o statale a dover accompagnare l’evolvere della società con le sue leggi, con una Corte neutrale e distante. Per i sostenitori della ‘Living Constitution’, la Corte è dentro la forma di governo e si affianca al legislatore”.

 

Ma non si finisce per cambiare la Costituzione così?

“La Costituzione americana è la più antica del mondo, evidentemente sulla sua interpretazione si gioca la sua legittimazione. Questa è la sfida oggi, una sfida che naturalmente, riporta gli americani alle origini del loro stare insieme e al tempo stesso alle prospettive di valore che collettivamente debbono ritrovare per continuare a camminare insieme”.

 

È il modello che seguì ‘RBA’, la giudice Ruth Bader Ginsburg?

“Assolutamente sì, quello di una Corte che via via accompagna, mano nella mano, la crescita del paese. Fin dalla metà degli anni Cinquanta con la presidenza di Earl Warren e l’esplosione, sotto la legislazione Kennedy-Johnson, dei diritti civili”.

 

È quello che il giudice Samuel Alito contesta?

“Proprio così, Alito contesta nella sentenza di ieri che sia ancora necessario proteggere quelle sacche di disuguaglianza che dagli anni Cinquanta / Sessanta in poi sono divenute i pilastri della giurisprudenza americana: il diritto di voto per le persone di colore, l’accesso alle università per le minoranze etniche, tutte le libertà legate alle questioni di genere, a partire da quella delle donne, per arrivare alle sentenze sul matrimonio e i diritti sessuali”.

 

 

Bene, ma alla fine, i movimenti americani più conservatori contestano questo processo, dicono che siamo alla dittatura delle minoranze. E in effetti, le forzature esistono. Le faccio un esempio: uomini che si sentono donne a cui viene permesso di gareggiare con le donne nelle discipline sportive. Ovviamente vincono, ma a perdere in gara è la ragionevolezza. O no?

“Qui la risposta migliore l’ha data, proprio nella sentenza di ieri, il presidente della Corte Suprema, John Roberts, di cultura repubblicana, che tuttavia pur sostenendo la decisione della Corte, ha inteso aggiungere una sua opinione concorrente, che dice una cosa importantissima: “Bisogna garantire una ragionevole opportunità di scelta sui diritti, sempre”. Questa è la posizione in realtà della Corte, espressa dal suo presidente, che fatica a diventare mainstream perché vive ancora dentro un tempo fortemente polarizzato. La storia della Corte è costellata da un continuo ‘swinging’ alla ricerca dell’equilibrio. Questa sentenza ci dice che la ricerca dell’equilibrio oggi negli Stati Uniti sarà durissima. Serve un nuovo patto politico-costituzionale”.

 

La mia impressione è che la decisione della Corte finirà per danneggiare i repubblicani sul piano elettorale.

“Lo penso anche io, sinceramente. È un boomerang che parte da un elemento corretto (l’assenza di una legge federale dopo 50 anni di giurisprudenza), ma che fa finta di non vedere quanto sia cambiata la società americana e con esso il mondo in questi 50 anni. Pensare di rimettere il dentifricio nel tubetto rischia di essere un’operazione anti-storica e politicamente dannosa, perché nelle prossime elezioni di mid-term di novembre, l’ala moderata dei repubblicani, che è una parte storicamente importante delle vittorie repubblicane, rischia di trovarsi senza riferimenti culturali perché trascinata su posizioni che neanche loro riconoscono più”.

 

È il trumpismo, bellezza.

“E questo è esattamente il problema dei repubblicani oggi, decidere se accettare la sfida di un ritorno a un passato che non passa, o accettare la sfida del cambiamento senza rinunciare ai propri valori, come non a caso la Corte sottolinea con la ‘concurring opinion’ del presidente Roberts. Il modello democratico, infatti, negli anni si è sentito culturalmente egemone, ma senza continuare a coltivare il dubbio e il dialogo nella società”.

 

E quindi anche dall’altra parte, nei Democratici, c’è qualcosa da rivedere.

“Decisamente, non a caso Joe Biden non sta chiamando alla rivolta i democratici, polarizzando nello scontro il paese, ma invita alla calma, sta chiamando gli elettori alla partecipazione, perché in fondo, non va dimenticato, le democrazie sono un oggetto fragile e vivono innanzitutto, sulla base del fatto che i cittadini votando continuano a tenerle in piedi”.

 

Impatto sull’Europa?

“Duplice: il primo, è un impatto politico, non dimentichiamo che i diritti nascono in Europa, nel Regno Unito, e questo inevitabilmente scatenerà reazioni importanti, ma a differenza degli Stati Uniti, la tradizione costituzionale europea – almeno nei paesi ‘Western legal’ – è molto più solida nella valorizzazione, tutela e garanzia dei diritti fondamentali, non a caso, volenti o nolenti, siamo ancora la patria del welfare State”.

 

Secondo impatto?

“L’onda americana prima o poi arriva. La campanella dell’ultimo giro è suonata, sta ai difensori di un modello di dialogo democratico decidere se entrare in campo o far sì che il futuro anche dell’Europa, un domani, sia iper-polarizzato”.

 

Sullo sfondo, c’è la dottrina della Chiesa cattolica. Grande dilemma.

“Qui non bisogna mai dimenticare due cose: che qualsiasi Papa è innanzitutto cattolico, ma che la Chiesa per restare centrale nelle società complesse, non può che vivere sempre meglio l’apertura ai laici e alle loro istanze. Dentro questa sfida c’è il catechismo di domani e l’idea di un mondo che nel dialogo tra le Chiese e con i fedeli dovrà trovare elementi nuovi di crescita”.

Fonte Agenzia Italia (AGI) 25 giugno 2022.

De Mita, una vita tutta politica. “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

 

Una politica intesa sempre come larte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. Dopo lassassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio.

Riportiamo l’intervento di Castagnetti alla fine della messa di giovedì scorso, nella chiesa del Gesù, nel trigesimo della scomparsa di Ciriaco De Mita.

 

Pierluigi Castagnetti

 

Eravamo preparati, perché noi anziani per definizione dobbiamo esserlo più degli altri. Eppure la morte di Ciriaco, oltre che averci comprensibilmente addolorati, ci ha lasciato un vuoto grande. Non solo perché tanti di noi ne sono stati a lungo amici e allievi, ma perché nello smarrimento diffuso di una stagione che a una certa parte di noi sembra estranea e per tanti aspetti sbagliata, il suo numero di telefono era un elemento di rassicurazione psicologica,  non tanto perché lui fosse aduso a confortare il prossimo, ma perché la sua testa ha continuato a funzionare fino alla fine anche a beneficio del prossimo.

 

Si può ben dire che la sua è stata una vita totalmente politica, senza nulla togliere ovviamente allo spazio degli affetti familiari che tanto lo hanno preso e sostenuto.

 

Una vita tutta politica perché dalla politica, come lui diceva spesso, quando essa è stata la ragione principale della propria vita, non ci si dimette, come non ci si dimette dalla funzione del pensare: “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

 

Una politica intesa sempre come l’arte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. E poiché la politica per farsi e per fare ha bisogno di infrastrutture che chiamiamo istituzioni, lui continuava a immaginare istituzioni più efficienti, moderne, orientate a facilitare obiettivi di giustizia e uguaglianza.

 

Non solo, ma in particolare per il “suo” Sud. Non amava, giustamente perché era ben di più, essere identificato come un leader meridionale, anche se non disdegnava esibire la sua – seppur non iniziale – discepolanza verso due maestri meridionali come Sturzo e Moro, perché credeva fermamente alla dimensione nazionale e internazionale delle politiche che propugnava e perseguiva. Ma il Sud restava sempre sullo sfondo dei suoi ragionamenti: farlo crescere non con pratiche clientelari o anche solo localistiche, ma farlo crescere economicamente, poiché intellettualmente non aveva già nulla da invidiare ad altri territori.

 

Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. E più di uno di noi, io fra questi, anche inconsapevolmente, gli ha recato qualche amarezza, che lui peraltro ha registrato o contrastato a viso aperto, come era solito fare.

 

Ma è doveroso aggiungere un interrogativo. In cos’altro è consistita la sua grandezza? Perché molti di noi (e non solo noi, anche storici e importanti opinionisti) fanno coincidere la sua biografia con quella dell’ultima Dc? Perché dopo l’assassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio, di una ripartenza, la strada dell’accettazione della sfida che altri aveva lanciato proprio alla sua DC in quei difficili anni ottanta. Quel terribile e intensissimo decennio racchiuso tra l’assassinio di Aldo Moro e quello di Roberto Ruffilli, meritava forse altro seguito.

 

Ma noi siamo tra coloro che hanno dovuto imparare sulla propria pelle che “non tutto è nelle nostre mani”. Eppure, nonostante ciò, è sempre gratificante continuare a guardare avanti con la fiducia che le proprie idee valgono il prezzo dell’impegno di una vita.

Crisi Russia-Ucraina tra feroci scontri e propaganda senza limiti. La pacificazione continua ad apparire ancora molto lontana.

 

La strada del componimento pacifico per via negoziale appare sempre più stretta. Giungono intanto notizie di massicce offensive russe cui si contrappongono ritirate strategiche ed improvvise azioni di disturbo effettuate dalle truppe locali su obbiettivi mirati, senza che il quadro militare generale possa sostanzialmente definirsi mutato.  

 

Giorgio Radicati

 

Nel passare in rassegna il susseguirsi degli eventi, si rileva come il fossato tra la Russia e l’Occidente tenda pericolosamente ad allargarsi e, di riflesso, la strada del componimento pacifico per via negoziale appaia sempre più stretta.

 

La missione a Kiev di Draghi, Macron e Scholz ha portato per almeno un giorno alla ribalta “le illustri comparse” della crisi russo-ucraina. Nelle dichiarazioni rese durante ed al termine della breve visita dai tre rappresentanti europei, quello italiano è apparso il più agguerrito e fermamente convinto della necessità di sostenere l’Ucraina economicamente e militarmente nonché di appoggiare senza riserve il suo ingresso nell’Unione Europea, riuscendo, almeno all’apparenza, a trainare i suoi compagni di viaggio (che sembrava avere in precedenza indottrinato a puntino).

 

Per certi aspetti la circostanza potrebbe stupire, tenuto conto della politica indipendente da Washington cavalcata dal leader francese e quella solitamente prudente e misurata adottata da Scholz come potrebbe parimenti stupire il fatto che il Presidente del Consiglio italiano abbia confermato una linea inflessibile molto vicina a quella americana, pur non essendo pienamente condivisa dalla totalità dei partiti che sostengono il suo governo nonché, stando ai sondaggi, dalla maggioranza della popolazione (ben oltre il 50%). Si ha, pertanto, l’impressione che Draghi sia deciso a portare avanti una propria politica, volendosi accreditare come convinto difensore dei principi occidentali difesi dalla NATO (il mandato di Stoltemberg dovrebbe scadere la prossima primavera, in concomitanza con le elezioni politiche italiane…). In altri termini, di fronte alla campagna elettorale già in corso in Italia, l’ex banchiere sembrerebbe voler andare avanti per conto suo, cavalcando l’atlantismo ispirato dalla politica di Biden e confrontandosi il meno possibile con il Parlamento.

 

Del resto, nel corso di una visita “ad hoc” e di fronte al Presidente dell’Ucraina, Macron e Scholz non potevano tirarsi troppo indietro ed hanno perciò dovuto seguire lo spartito che il collega italiano, dopo avere predisposto con tanta cura, ha interpretato con efficacia e forte determinazione.

 

Ciò detto, al di là delle espressioni di sostegno manifestate dai tre leader, permane l’idea di una linea europea ondeggiante circa l’atteggiamento da assumere nei confronti di Mosca. Ciò è in gran parte dovuto dalla serie di interessi, pregiudizi e timori non sempre coincidenti, che caratterizzano i comportamenti e le dichiarazioni dei ventisette membri dell’Unione, che spesso appaiono più impegnati a minimizzare l’effetto “boomerang” delle sanzioni piuttosto che opporre a Mosca una salda barriera unitaria.

 

Su tale variegata tessitura Putin continua a puntare per rendere più fragile l’alleanza europea, ricorrendo anche alla diversa somministrazione di forniture energetiche nonché alla misurata e diplomatica gestione dell’emergenza alimentare mondiale (per la difficoltà di trasportare per mare il grano stoccato nei silos ucraini) e ribattendo colpo su colpo sull’onda di una intensa escalation militare e propagandistica con il risultato di rendere lo scontro fra Est ed Ovest (perché di questo ormai si tratta) più forte e sanguinoso.

 

In tal senso, ventiquattro ore dopo l’incontro di Kiev, in occasione del Forum economico di San Pietroburgo, il neo zar si è scagliato ancora una volta contro l’Occidente con una lunga ed articolata esternazione, definendolo una entità politica ed economica ormai prossima al crollo e condannando, in particolare, la sudditanza dell’Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti, che arriverà – ha enfatizzato – a mettere fortemente a rischio la sua stessa sovranità. Al tempo stesso, egli ha affermato che l’epoca del mondo unipolare era terminata, rivendicando per la Russia un ruolo di prima grandezza nella creazione di nuovi equilibri mondiali geopolitici e per la capacità di respingere tutti gli attacchi, anche economici (con esplicito riferimento alle sanzioni), che le sono stati mossi.

 

Subito dopo, in risposta al blocco ferroviario deciso dal governo lituano in materia di trasporto di merci da Vilnius verso il territorio russo a seguito dell’applicazione delle sanzioni stabilite dall’Unione Europea, Mosca ha reagito minacciosamente, affermando che ogni limitazione al transito di merci dalla Russia verso Kalinigrad (enclave russo) comporterebbe conseguenze dirette per il popolo lituano, facendo intravedere una potenziale e, per certi aspetti, esplosiva rivendicazione territoriale su quell’area per sottrarla alla sovranità di quel paese (tenuto conto che una analoga rivendicazione tedesca su Danzica portò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale). Ossia, altra legna sul fuoco che arde!

 

Ma la ciliegina sulla torta Putin l’ha messa quando, quasi contemporaneamente, in un discorso ai diplomatici delle accademie militari, ha annunciato l’operatività entro fine anno del super missile balistico intercontinentale Sarmat, con gittata fino a diciottomila chilometri, in grado di montare fino a dodici testate termonucleari e di neutralizzare il sistema antimissilistico americano Thaad. Con l’occasione, egli ha anche brevemente illustrato il rafforzamento in atto dell’esercito impegnato in Ucraina, esaltando la capacità operativa dei sistemi anti missilistici S-500 a disposizione.

 

La risposta dell’Unione Europea e di Washington non si è fatta attendere. Infatti, mentre il presidente americano annunciava il prossimo invio in Ucraina di nuovi sofisticati armamenti, il Consiglio ha riconosciuto lo status di candidati all’ingresso nell’Unione di Ucraina e Moldavia mediante una forte accelerazione delle procedure favorita – come è stato precisato – dal conflitto in essere in quella regione.

 

Oggi avrà inizio il periodico vertice della NATO (25-26 giugno). In questa sede verrà esaminata la situazione militare sul campo e saranno adottate le decisioni necessarie per continuare a tenere sotto controllo l’offensiva russa, anche in vista di possibili eventuali sviluppi. Si può, però, già prevedere che non saranno di certo inviati a Mosca ramoscelli d’ulivo…

 

Nel frattempo, la guerra continua. Giungono notizie di massicce offensive russe cui si contrappongono ritirate strategiche ed improvvise azioni di disturbo effettuate dalle truppe locali su obbiettivi mirati, senza che il quadro militare generale possa sostanzialmente definirsi mutato.  Insomma, resa ucraina, vittoria russa e negoziati di pace continuano ad essere parole di fatto bandite dal lessico utilizzato dalle parti in conflitto.

 

Disabili, il questionario della vergogna. Anche per Gualtieri è “sbagliatissimo”. Si conferma la sciatteria dell’amministrazione. 

 

Questa iniziativa dimostra la scarsa o nulla competenza nel settore delle disabilità di chi elabora, avvalora e mette in circolazione siffatta modulistica. Si dà spazio allincompetenza professionale che raccoglie dati al limite della violazione della privacy e dei principi costituzionali, senza un briciolo di buon senso e di umanità, e ci si mette sopra il cappello dellinvestitura politica e istituzionale.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo esser stato recepito dal distretto socio-sanitario di Nettuno e distribuito alle famiglie con persone disabili ma poi ritirato dalla stessa Amministrazione comunale per le reazioni indignate dei destinatari e il clamore suscitato nella pubblica opinione, il questionario messo a punto dalla Regione Lazio per testare lo “stress” dei caregiver che avevano presentato istanza allo scopo di accedere ai sussidi compensativi per le disabilità– già definito dello scandalo o della vergogna – è approdato al Comune di Roma e inoltrato ai nuclei familiari dell’area metropolitana, sollevando come prevedibile lo stesso polverone.

 

Ora il modulo incriminato è ritornato al mittente: la Regione Lazio – che l’ha elaborato come  Caregiver burden inventory o “Inventario del carico assistenziale” nella delibera che riconosce le figure dei caregiver familiari, sotto forma di linee guida e conoscitive, valuterà se correggerlo, ritirarlo o rimandarlo in circolazione con gli improbabili chiarimenti che tuttavia non giustificherebbero l’iniziativa che è apparsa subito inqualificabile, inidonea e di pessimo gusto. Lette alcune domande viene da chiedersi a chi sia venuta in mente questa indegna pensata: “Da zero a quattro, quanto ti vergogni di tuo figlio o del tuo familiare disabile?”, “Quanto risentimento provi nei suoi confronti?”, “Quanto non ti senti a tuo agio quanto hai amici in casa?”, “Senti che stai perdendo vita”?.  Con una specifica: uno significa poco, due moderatamente, tre parecchio e quattro molto.

 

Questa iniziativa dimostra la scarsa o nulla competenza nel settore delle disabilità di chi elabora, avvalora e mette in circolazione siffatta modulistica (necessario quanto l’Isee per accedere ai sostegni) definita “strumento scientifico indicato da una delibera di giunta regionale tra i possibili strumenti da utilizzare da parte dei Comuni e consiste in una modalità di autovalutazione (percezione soggettiva dello stress, semplice ma efficace, riferita a cinque differenti aspetti della condizione di caregiver familiare: carico oggettivo, psicologico, fisico, sociale ed emotivo (percezione soggettiva). L’obiettivo è quello di individuare idonee misure di sostegno per le famiglie interessate» ma nell’involucro di uno psicologismo di basso profilo umano e culturale. Presentata come “uno strumento di valutazione del carico assistenziale, in grado di analizzarne l’aspetto multidimensionale“, in realtà inutile, dannosa e prigioniera dei neologismi del linguaggio 4.0.

 

Dunque i familiari di un disabile dovrebbero dichiarare non solo i disagi ma quanta vergogna, addirittura “risentimento”, provano per la loro situazione ma ci si chiede chi mai risolverebbe il loro eventuale scompenso emotivo. Siamo alle solite: si dà spazio all’incompetenza professionale che raccoglie dati al limite della violazione della privacy e dei principi costituzionali, senza un briciolo di buon senso e di umanità, e ci si mette sopra il cappello dell’investitura politica e istituzionale. Moduli del genere non ne dovrebbero proprio girare. Il disagio o le speranze dei caregiver non sono merce di pubblico scambio con l’assistenza dovuta alle persone con disabilità. Vergogna dunque sì: ma tutta per questa iniziativa.

Colpi di sole. L’editoriale de “La voce del popolo”, settimanale della Diocesi di Brescia.

 

Lultimo colpo di scena arriva dal fronte grillino che si è diviso e non in maniera indolore. Enrico Letta guarda al campo largo del centrosinistra, cioè a un terreno dove, potenzialmente, giocano più leader…Lo attende unimpresa ardua. Al centro si inserisce addirittura anche Luigi Di Maio. Il centro destra si presenta più diviso di quanto le intenzioni unitarie rivendichino. Anche Draghi ha smarrito un po’ la bussola.

 

Luciano Zanardini

 

La XVIII legislatura ci ha abituato alle sorprese, ai cambi di rotta, alle frasi dette e poi smentite, ai cambi di casacca, alle liti e agli innamoramenti repentini. L’ultimo colpo di scena, anche se era nell’aria da tempo, arriva dal fronte grillino che si è diviso e non in maniera indolore. Non intendiamo entrare nelle logiche interne, ma è sicuramente importante guardare allo scenario che si apre all’orizzonte.

 

Citando il deputato del Partito Democratico, Alfredo Bazoli,“la perversa combinazione tra partiti senza identità, scarsa democrazia interna, personalismi smisurati, polverizza il quadro e fa molto male alla credibilità della politica”. Enrico Letta guarda al campo largo del centrosinistra, cioè a un terreno dove, potenzialmente, giocano più leader: Giuseppe Conte, Carlo Calenda, Matteo Renzi, Roberto Speranza/Bersani… Lo attende, viste le premesse, un’impresa ardua.

 

Se è vero che Renzi e Calenda faticano a dialogare insieme, non si può certo dire che i due non abbiano già più volte dichiarato l’impossibilità di sedersi al tavolo con quel che resta dei Cinque Stelle. I pentastellati si ritrovano indeboliti elettoralmente, fagocitati dal Pd, ma soprattutto dall’azione di governo che, evidentemente, non li aiuta nella ricerca del consenso popolare. Del resto erano nati come forza antisistema, ma con il passare dei giorni sono caduti negli stessi errori che imputavano agli altri.

 

Li ricorderemo, insieme alla Lega, per il reddito di cittadinanza (così come è congegnato non funziona) e per il bonus del 110%, una misura iniqua i cui effetti li sconteremo nel lungo periodo. Che cosa è rimasto di un tema caro come la transizione ecologica? Lo stesso Letta deve guardarsi dall’ala democristiana del Pd che non ha gradito e non gradisce il corteggiamento al Movimento e il perseguimento dei diritti individuali come una priorità. Forza Italia con il fantasma di Berlusconi, che si agita ad ogni sconfitta elettorale, non sa bene in che direzione proseguire: Tajani (il più vicino al Cavaliere) guarda all’asse con il centrodestra, Gelmini, forse, a una reunion del centro con “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi, con il ministro Mara Carfagna e con Matteo Renzi, seguendo un po’ il tentativo sperimentato a Verona con il sostegno all’ex sindaco Flavio Tosi.

 

Al centro (sembra quasi incredibile) si inserisce anche Luigi Di Maio. Non dorme notti tranquille neppure la Lega con Matteo Salvini: il segretario è criticato all’interno di via Bellerio, ma anche nella coalizione dove avanza con forza la leadership di Giorgia Meloni; la Lega ha provato anche l’Opa, l’Operazione di acquisto, di una vulnerabile Forza Italia. Sullo sfondo Mario Draghi che, complice l’elezione del Presidente della Repubblica, ha smarrito un po’ la bussola: ha partorito una riforma della Giustizia che poteva essere più ambiziosa; ha prorogato la politica dei bonus; ha scelto di non confrontarsi sul tema della guerra e dell’invio delle armi in Ucraina (“non ci faremo commissariare”), svilendo l’azione del Parlamento.

 

Cosa diceva De Mita? “Noi democristiani concepiamo i rapporti internazionali soprattutto in termini di pace”. È un insegnamento di grande attualità.

 

Ieri, nella chiesa del Gesù, al fianco di Palazzo Cenci-Bolognetti, sede storica della Dc, Mons. Paglia ha celebrato la Messa nel trigesimo della morte di Ciriaco De Mita. Di seguito pubblichiamo, per gentile concesssione, il testo della commemorazione svolta durante l’omelia dall’amico prelato.

 

Mons. Vincenzo Paglia

 

Ci ritroviamo oggi, in questa chiesa, la chiesa del Gesù, per pregare, a trenta giorni dalla sua morte, Ciriaco De Mita. Abbiamo scelto di celebrare questa santa liturgia qui al Gesù, la chiesa vicina alla sede storica della Democrazia Cristiana, nella convinzione che quel che viviamo, che edifichiamo, i legami che stringiamo non solo non vengono annullati, inghiottiti dalla morte, ma sono parte di quella risurrezione della carne che per noi cristiani sta nel cuore della fede. Quanta storia della politica dei democristiani ha visto questa chiesa! La vicinanza fisica dei due luoghi ci spinge a ricordare quanto l’ispirazione cristiana abbia inciso nell’animo di Ciriaco De Mita anche nel versante dell’impegno politico.

 

Oggi, il nostro radunarci attorno all’altare è segnato anche dal ricordo – che si fa anche preghiera – di Ciriaco, un amico che abbiamo conosciuto e stimato, con il quale non è mancata neppure una appassionata dialettica perché la vita, anche quella della politica, non fosse fatta di parole, “Signore, Signore”, ma di fatti, di impegno per costruire una casa che fosse fondata sulla roccia. Ciriaco ha potuto farlo anche perché non è stato solo un uomo politico. Ha potuto farlo perché la sua politica è stata ispirata da qualcosa che veniva dall’esterno della politica: un po’ come la chiesa del Gesù dalla sede del partito? De Mita non a caso pensava – sono sue parole – che “la politica disumanizza, più la si riduce meglio è”. È l’espressione di una saggezza non comune in un uomo politico, il cui impegno assorbente spinge in genere – chi non ha una statura morale – ad esaltare tutto ciò che fa.

 

È bene oggi ricordare che la fede ha avuto un posto importante nella vita di Ciriaco. Non amava parlarne. In tante occasioni ha espresso le sue visioni e le sue idee, ma la fede era per lui – cito ancora – “una dimensione intima e discreta di cui preferiva non parlare”. La fede non coincideva per lui con quel clima “sacrale” in cui tutto, nel piccolo mondo rurale di Nusco, gli appariva immerso quando era bambino e adolescente. La fede per lui era piuttosto “una libera adesione personale” e una “radice profonda” cui continuare sempre a tornare. Il suo percorso di fede è stato segnato – in tempi diversi – dall’incontro con una serie di sacerdoti, che lui amava ricordare. Oltre a don Giuseppe Passaro, che per primo lo incoraggiò a studiare e a pensare, sono stati per lui importanti quelli che ha incontrato in Università Cattolica a Milano, come don Mario Giavazzi, mons. Carlo Colombo, don Filippo Franceschi e don Italo Mancini. La sua maturazione religiosa si è saldata, in modo sereno, a un’esuberante, talvolta tumultuosa, creatività intellettuale, alimentata da molteplici stimoli culturali.

 

Gli anni in cui ha frequentato l’università sono stati anni in cui il cattolicesimo italiano si veniva aprendo alla modernità non come esperienza conflittuale ma come dilatazione di orizzonti ricchi di promesse: i cattolici italiani sentivano allora di essere chiamati ad assumersi responsabilità sempre più grandi in un mondo in rapida trasformazione. Per De Mita politica voleva dire “risolvere i problemi” e richiedeva sia principi morali sia competenze adeguate. Di qui un approccio schiettamente laico alla politica, ma animato da valori profondi. Più volte ha ripetuto di non aver mai avvertito tensioni né tantomeno contrapposizioni tra la sua fede cattolica e le sue posizioni politiche, anche se più volte qualche ecclesiastico ha criticato le sue idee politiche o ostacolato la sua carriera. Penso che anche oggi ci sarebbe bisogno per il nostro paese, e non solo, di cattolici in politica che operano perché sentono il dovere – e perché no, anche un po’ l’orgoglio – di contribuire in modo incisivo alla costruzione della città terrena. Alla costruzione di quella casa fondata sulla roccia di cui abbiamo ascoltato dal Vangelo.

 

C’è chi a Ciriaco de Mita ha attribuito uno spirito contestatore, che in lui si univa a una timidezza nascosta da un’aggressività più apparente che reale. Si trattava, comunque, di una contestazione costruttiva. Fin da giovanissimo, ha fatto parte della Democrazia cristiana. Ma per lui l’aspetto organizzativo non ha avuto un’importanza preminente (almeno finché non ne è diventato segretario). Per lui, politica voleva dire anzitutto una costruzione culturale che il partito doveva poi realizzare. Insomma non era di coloro che dicono “Signore, Signore”, pensando di avere la verità in mano. Per De Mita, come ha detto molte volte, il partito “non è la Verità”, semmai è una “verità relativa, nel senso che è ricerca, alla luce di valori e di principi fermi, di soluzioni inevitabilmente contingenti”. Insomma, uno strumento al servizio non di se stesso ma di un obiettivo più grande che per lui significava: sviluppare la democrazia. La Democrazia cristiana – così pensava – non doveva lavorare per mantenere o ampliare il suo potere, ma per stabilire – in collaborazione con altri, compresa l’opposizione – regole comuni che permettessero una democrazia compiuta, comprendente anche l’alternanza di governo. Da questo nasceva la sua attenzione – non comune tra i politici del suo tempo – ai problemi istituzionali, volta non al perseguimento di un interesse di parte ma alla costruzione di una “casa comune”. Tale preoccupazione è stata anche alla base del suo speciale rapporto con Aldo Moro e che dovrebbe essere anche oggi l’obiettivo fondamentale di qualunque impegno politico.

 

A volte, una visione eccessivamente intellettuale della politica gli ha fatto commettere errori (altre volte invece ha saputo farsi carico con senso di responsabilità degli errori fatti da altri). Ma anche se talvolta esprimeva un pensiero molto complesso – scherzando, affermava che lui stesso non sempre capiva ciò che diceva – i problemi che cercava di risolvere sono stati quelli, molto concreti, degli italiani e delle italiane del suo tempo. È stato un attento osservatore della società italiana, dei suoi cambiamenti e degli squilibri che ne sono derivati. Ha avuto un’attenzione particolare alle aree più fragili del nostro Paese, a partire dal Mezzogiorno anche se non sopportava un meridionalismo “protestatario, lamentoso, anti-nordista”. Le sue battaglie avevano valenze non solo politiche ma anche morali. L’opposizione allo strapotere della televisione commerciale rispondeva alla preoccupazione per le conseguenze negative che in effetti ci sono state.

 

Travolto anche lui dalla fine del suo partito e della prima Repubblica, ha continuato a combattere, forte anche di un rispetto e di una stima da parte di molti che non sono venuti meno. Lo ha fatto lavorando – fino all’ultimo – a una riforma istituzionale che, se accolta, avrebbe aiutato la politica italiana a evitare molti passi sbagliati nei decenni successivi. Anche dopo il 1994, benché fosse considerato espressione di un passato da dimenticare, non si è arreso e ha continuato a fare politica, con il rigore intellettuale e morale che gli erano propri. Tra le molte lezioni che ci ha lasciato vorrei ricordare oggi, una sua limpida affermazione del 1984: “Noi democristiani concepiamo i rapporti internazionali soprattutto in termini di pace”. La pronunciò non solo denunciando un pericolo innalzamento della tensione tra Est ed Ovest ma anche le tante “guerre dimenticate” in Africa e altrove. E sull’Europa denunciava il pericolo di un ritorno dello spirito nazionalistico. Quarant’anni dopo è un insegnamento di grande attualità.

 

Cari amici ho voluto ricordare qualche tratto della vita di Ciriaco De Mita mentre sale al Signore la nostra preghiera con lui, nella certezza che le cose belle, le cose buone che ha fatto per il bene del Paese, dell’Europa e del mondo, sono parte di quella casa del cielo che Ciriaco ha iniziato ad edificare già da questa terra. Così l’Apocalisse: “Scrivi: d’ora in poi, beati i morti che moriranno nel Signore…essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13).

Ripensare il tempo come storia. Europa, cristianesimo e geopolitica in un libro di Eugenio Mazzarella. Recensione dell’Osservatore Romano.

 

“Il richiamo di Mazzarella – scrive l’autore nelle conclusioni – a un diverso sentire antropologico rinnova invece la potenza di una visione – ma direi meglio di una coscienza – che può ancora attraversare lo spazio del conflitto del nostro mondo. Come la testimonianza che è possibile pensare ancora, e costruire un governo multilaterale, nel mutuo rispetto delle potenze mondane”, alla luce di quella potenza irriducibile al mondo, ma che fa andare avanti il mondo, che è la presenza e il destino di bene di ogni essere umano”.

 

 

Costantino Esposito

 

Il cristianesimo ha inventato la “storia”: questo è un dato di fatto, più che una valutazione di parte. Basti pensare a un autore come Agostino d’Ippona, e a come egli abbia pensato lo svolgersi delle vicende umane nel tempo: non più solo come il succedersi delle azioni (tentativi, vittorie, sconfitte) per raggiungere e mantenere il più possibile il potere sugli antagonisti, sui casi della natura, infine sul tempo stesso che porta alla morte. Il racconto di questa successione degli eventi fino ad allora — pensiamo alla grandiosa storiografia greca e romana — mirava in definitiva a individuare il meccanismo naturale della virtù politica, sempre in lotta per imporre la propria impronta sull’irrazionalità del destino, sull’indifferente violenza del caso. Con il cristianesimo il tempo, dall’essere l’enigmatica ruota del divenire naturale, diventa esso stesso storia. E lo diventa non grazie alla narrazione fatta dai vincitori del caso, ma come dall’interno, perché un nuovo principio si afferma, e diviene lentamente esperienza vissuta degli esseri umani. Il Lògos, il principio — quello che per essenza era pensato fuori dal tempo — entra proprio nel tempo, non per sottometterlo ma piuttosto per sottomettersi a esso, perché accade, avviene in forma temporale, umana. Solo dall’interno del tempo si può vincere la violenza impassibile del tempo (la morte), e per questo il tempo diventa la storia il cui protagonista è l’io di ogni essere umano. Il tempo diventa storia del mondo perché è la storia cosciente di ciascuno di noi. Ed è qui che per il cristianesimo si gioca, drammaticamente, il destino storico di ogni epoca.

 

Il cristianesimo ha così ripensato il tempo come storia. Ma si può dire lo stesso anche della sua azione sullo spazio e nello spazio? È vero, come spesso ripete Papa Francesco, che nella concezione cristiana del mondo vi è una superiorità del tempo sullo spazio (Evangelii gaudium, 222-225), perché partire dal secondo significherebbe mirare a conquistare e occupare luoghi di potere, cioè delimitare un possesso, mentre partire dal primo significa aprire di continuo dei processi, cioè mirare al riaccadere della novità. Ma l’ultimo, breve e intensissimo libro di Eugenio Mazzarella (Europa, cristianesimo, geopolitica. Il ruolo geopolitico dello spazio” cristiano, (Milano-Udine, Mimesis, 2022, pagine 108, euro 9) riapre la questione, provando a flettere la priorità del tempo in una concezione originale dello spazio, o meglio degli spazi cristiani. A partire da una connessione che già aveva inquietato alcuni spiriti storici di rilievo tra il XVII e il xix secolo, quella cioè tra cristianità ed Europa. Sappiamo bene come negli ultimi decenni sia divenuta sempre più problematica (e politicamente scorretta) l’identificazione dello spazio europeo con la storia cristiana. Ma non si tratta solo di integrare l’Europa cristiana con le sue fonti classiche e i suoi esiti illuministi, ma di capire, analogamente a quello che è accaduto con il fattore-tempo, cosa è accaduto con il fattore-spazio, o più esplicitamente, come dice Mazzarella, chiedersi qual è «il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano».

 

Questo ideale di Europa non coincide con una determinata epoca storica (il Medioevo di Novalis), ma si presenta a noi, e ci interpella ancora, come «fondativa esperienza storico-spirituale», e politicamente come «la più grande piattaforma di diritti (naturali, umani, di cittadinanza) che la storia della civilizzazione umana abbia conosciuto e conosca».

 

Uno spazio di libertà che paradossalmente ha reso possibili anche «i percorsi laici della sua scristianizzazione» fino alla sottomissione al Mercato come nuovo vitello d’ora dell’homo consumens.

 

Ma ciò che più colpisce in questa ricostruzione è il fatto che Mazzarella (anche seguendo una traiettoria significativa che va da Guardini a Ratzinger a Carrón) individui come problema storico (e politico) centrale del nostro tempo la presa d’atto del fallimento di una cultura che, nata dall’esperienza cristiana, ha poi proceduto all’universalizzazione astratta del vissuto in valori morali, non presenti nella vita ma staccati da essa e ridotti a traguardi tanto ideali quanto irraggiungibili di un’etica del dovere. Non è dunque l’appello ai valori morali a costituire la traccia “cristiana” dell’Europa (come modello e canone per il mondo intero), anzi, sono proprio questi valori che hanno trasformato il cristianesimo in quello che Nietzsche chiamava «il sepolcro di Dio». Bisogna piuttosto capire che cosa, meglio che tipo di esperienza ha originato questa civilizzazione, e che tipo di perdita ha poi causato, sta causando la sua crisi endemica. Bisogna cioè tornare al vissuto che ha formato i valori, senza cedere all’illusione che siano i valori a generare la vita.

 

Il problema più infuocato, per Mazzarella (e come dargli torto?) è quello di tornare a “sentire” la vita, i diritti e i doveri, i fini e gli stessi valori. Si tratta di raggiungere quello «strato ontologico fondativo del sentire», in quella percezione di sé, degli altri e del mondo, in cui comincia il lavoro della coscienza e l’affermazione dell’irriducibilità dell’io: «Una dignità dell’uomo che non è nella disponibilità di nessun potere umano (che la può solo riconoscere) ma solo dell’amore, della fondativa solidarietà universale del fatto umano garantito nella paternità incarnata di Dio». L’io “cristiano-europeo” (ormai non si tratta più di un’etichetta ma di una tendenza della vita e di una connotazione antropologica per tutti) è un io irriducibile perché è «il Tu divino che, prima ancora che io dell’autoaffermazione, mi fa me delle relazioni; che fa quel che davvero sono, vita “affidata” e che si fida, che nasce in cure fondative, quelle parentali della relazione filiale e fraterna, e ne assume il primato ontologico, etico, sociale».

 

Questa postura antropologica resa possibile dall’origine che attinge all’origine dell’esperienza cristiana, appare certo come qualcosa di inedito, di scandaloso sullo scacchiere della geo-politica odierna, tanto si è persa la traccia dell’essere-relazione proprio dell’esserci umano nel livellamento economico, culturale e politico della globalizzazione planetaria. E ciò che sembrerebbe contrapporsi a questo livellamento riguarda in realtà fenomeni ancora più inquietanti, come la ricerca nazionalistica dell’egemonia mondiale secondo blocchi contrapposti (la guerra in corso lo fa vedere drammaticamente). In questo caso l’alternativa è figlia del suo contrario e comunque perpetua l’insignificanza della dimensione sociale e dell’istanza politica dell’esperienza umana. Il richiamo di Mazzarella a un diverso sentire antropologico rinnova invece la potenza di una visione – ma direi meglio di una coscienza – che può ancora attraversare lo spazio del conflitto del nostro mondo. Come la testimonianza che è possibile pensare ancora, e costruire un governo multilaterale, nel mutuo rispetto delle potenze “mondane”, alla luce di quella potenza irriducibile al mondo, ma che fa andare avanti il mondo, che è la presenza e il destino di bene di ogni essere umano.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 22 giugno 2022

I miei incontri con De Mita. Reminiscenze in libera uscita.

 

Si conosce poco il De Mita della politica estera. L’autore aiuta a colmare questa lacuna con i suoi ricordi di diplomatico. A Brasilia e Washington i due incontri ufficiali a distanza di quindici anni.

 

Giorgio Radicati

 

La nuvola letteraria levatasi dopo la triste dipartita di Ciriaco De Mita, sotto forma di varie rievocazioni della sua lunghissima carriera politica, si è ormai dissipata. Mi sembra, pertanto, il momento di narrare due ricordi personali sulla figura dello statista di Nusco che, seppur marginali, confermano e contribuiscono a mettere meglio in risalto la sensibilità, competenza e fiuto politico del leader di razza.

 

Brasilia, Estate 1973.

 

Agli inizi degli anni ’70, il Brasile era conosciuto in Italia soprattutto per il calcio, le mulatte e il caffè. Infatti, Il fenomenale Pelè si presentava come un autentico mito del football; le mulatte come donne bellissime, sensuali e instancabili danzatrici di samba; il “cafesinho” come la famosa gustosa bevanda, servita quotidianamente per soddisfare il palato di milioni e milioni di persone in ogni angolo del pianeta. In piena estate tropicale, il popolo brasiliano celebrava il Carnevale, grande festa pagana, espressione insuperabile della gioia di vivere collettiva, cui gli italiani guardavano solitamente con malcelata curiosità e grande desiderio di parteciparvi.

 

Ero approdato a Rio de Janeiro nel gennaio di quell’anno e inviato subito (mio malgrado) a Brasilia, la nuova capitale, dove da poco tempo era stata trasferita l’ambasciata. A quell’epoca, le relazioni fra l’Italia e il Brasile non potevano definirsi esemplari. Il paese era governato dai militari, che nel 1964 avevano conquistato il potere con un colpo di stato. A Roma, la sinistra condizionava le scelte di fondo del governo e per questo le relazioni tra le due capitali erano state ibernate in attesa di tempi migliori (contrariamente a quanto altri governi europei facevano…). Di conseguenza, niente visite ufficiali e molto scarsi anche i contatti diplomatici.

 

Brasilia era ancora una città molto artificiale, pur celebrando il tredicesimo anniversario della sua inaugurazione, avvenuta il 21 aprile del 1960. Era stata edificata in poco più di due anni per volontà e su impulso del presidente Juscelino Kubischek: un’impresa notevole, essendo l’area prescelta praticamente disabitata, distante oltre 1200 chilometri da Rio e S. Paolo e praticamente priva di vie di comunicazione stradali con il resto del paese. Un’enorme quantità di materiale da costruzione era stata addirittura trasportata in aereo e migliaia di tecnici e maestranze vi erano, in breve tempo, affluiti da ogni lato, montando un gigantesco cantiere edile e costituendo una speciale società autogestita, regolata cioè da un codice di comportamento costruito sull’esperienza quotidiana.

 

Al mio arrivo, la città era un agglomerato di edifici, dove risiedevano e si aggiravano migliaia di persone con la mente e il cuore altrove. Automi distratti, inconsapevoli artefici di una realtà destinata a consolidarsi soltanto con l’avvento delle future generazioni. La città era carente di importanti servizi pubblici come pure di aree commerciali comunemente intese. Il turista non vi sostava più di tre giorni, ricavando la netta impressione di trovarsi in una metropoli in fieri, con un’architettura originale (opera di Niemeyer), scarso traffico sulla rete urbana (ideata da Lucio Costa) e una popolazione che praticamente spariva soprattutto dopo le ore di ufficio. Insomma, una sorta di laboratorio urbano e sociale montato nel bel mezzo del desolato “planalto central”!

 

Il presidente in carica era il gen. Garrastazu Medici. Il paese era ancora sulla cresta dell’onda favorevole iniziata nella seconda metà degli anni ’60. L’economia andava a gonfie vele con un aumento del reddito nazionale di poco inferiore al 9%, dopo aver toccato punte dell’11%. Si parlava di “miracolo brasiliano”, paragonandolo a quello giapponese di pochi anni prima. Le esportazioni erano in continua ascesa e il Ministro delle Finanze Delfin Neto aveva introdotto le mini svalutazioni della moneta, un tecnicismo che manteneva alta la crescita dell’economia e stabile il valore del cruzeiro.

 

L’ambasciatore italiano – il conte Ludovico Barattieri di S. Pietro (discendente dell’omonimo generale sconfitto ad Adua nel 1895), persona intelligente, ma irascibile e sempre molto polemico – mi informò dell’arrivo del ministro dell’Industria Commercio e Artigianato, Ciriaco De Mita, con un breve ironico commento, intriso di scetticismo: “Cosa verrà a fare? Probabilmente turismo, vista la scarsa attenzione che il patrio governo riserva di questi tempi al Brasile…”.

 

De Mita si era dimesso soltanto pochi mesi prima dalla carica di Vice Segretario della DC (durata quattro anni), in occasione dell’accordo di Palazzo Giustiniani tra Moro e Fanfani, che aveva determinato la fine del governo Andreotti. In quel momento faceva parte del quarto governo Rumor. La sua visita di tre giorni fece cambiare totalmente idea all’esperto diplomatico. De Mita dimostrò subito grande conoscenza del Brasile ed interesse, rilevando come il paese avesse assunto ormai un notevole peso in seno alla Comunità internazionale e distanziato gli eterni rivali argentini (alle prese con l’ennesima profonda crisi politica ed economica). Aveva facilmente accesso ai finanziamenti della Banca Mondiale (grazie anche agli Stati Uniti) e le principali capitali europee facevano ponti d’oro per aumentare, su base di reciprocità, il volume degli scambi economici e commerciali anche in virtù di specifici accordi di cooperazione.

 

De Mita era perfettamente al corrente della politica estera brasiliana, impegnata ad avviare un aperto dialogo ad Est come ad Ovest, adottando un comportamento definito “pragmatismo responsabile”, ma non nascondendo l’ambizione di assumere anche la “leadership” dei paesi in via di sviluppo. Era convinto che l’Italia dovesse prendere esempio dagli altri partners europei per collaborare con il Brasile al fine di favorire la nostra economia, piuttosto che escluderla per la presenza dei militari al potere, pratica del resto ancora molto diffusa all’epoca nel sub continente americano. L’attuale – egli disse – è una fase destinata a passare, mentre le relazioni storiche tra i due paesi rimarranno, esaltate oltre misura dai vincoli speciali costituiti qui dalla presenza di milioni di italiani di seconda e terza generazione emigrati.

 

Proprio in quei giorni un brillante economista di origine italiana, Carlos Geraldo Langoni, sosteneva che ragioni obiettive spiegavano l’aumento della diseguaglianza della distribuzione della rendita durante la fase di crescita accelerata del paese, ma che nel lungo periodo quella stessa crescita avrebbe consentito ai ricchi di arricchirsi di più, ma anche alle classi più povere di migliorare il proprio reddito. De Mita, cui avevo riportato l’argomentazione, si limitò ad osservare, scuotendo in maniera scettica la testa: “Lungo periodo…e nel frattempo i più poveri debbono campare con un reddito minimo di 60 dollari al mese…?”.

 

Nelle conversazioni ufficiali De Mita sparse ottimismo e voglia di costruire, suscitando in tutti gli interlocutori un rinnovato interesse per il nostro paese, confermato anche dai commenti che ebbi modo di raccogliere nei corridoi dell’Itamaraty dopo la sua partenza. Soltanto pochi mesi dopo De Mita si trasferiva al Ministero del Commercio Estero e poi al dicastero del Mezzogiorno nei governi Moro terzo e quarto (1976-79). Nel frattempo, ebbe luogo (per pura coincidenza?) l’avvicendamento a Brasilia dell’ambasciatore Barattieri con Enrico Giglioli, considerato una grande vecchio amico del Brasile, e le relazioni tra Roma e Brasilia ricominciarono ad intensificarsi…

 

Washington, Primavera 1988.

 

Tornai a vedere De Mita quindici anni dopo. L’incontro avvenne a Washington, quando arrivò in visita ufficiale, in veste di Segretario della DC e Presidente del Consiglio. Era all’apogeo della sua carriera politica, dopo aver promesso (ed in parte attuato) un ricambio generazionale nel partito nonché lo scioglimento delle correnti, presentandosi come un politico “tecnocratico”, aperturista e moderno, contrario all’alleanza “remissiva” con i socialisti. Era stato rieletto alla segreteria del partito con l’80% dei voti e, nell’aprile del 1988, aveva finalmente assunto la guida di un governo pentapartito (con De Michelis suo vice), dopo aver superato un veto socialista prolungato nel tempo. Era reduce, infatti, da una lunga e sfibrante contesa con gli altri notabili democristiani, mentre all’esterno Bettino Craxi, rancoroso per aver dovuto lasciare Palazzo Chigi dopo tre lunghi anni di governo, continuava, nonostante tutto, a non rendergli la vita facile.

 

Lo ricevette l’ambasciatore Rinaldo Petrignani, uno degli ultimi “grand commis” degli Affari Esteri (nella cui squadra occupavo il posto di Primo Consigliere). A Washington De Mita ebbe una accoglienza degna della sua funzione e del prestigio che l’Italia – allora quinto paese più industrializzato del pianeta – godeva negli Stati Uniti, tanto che fu ricevuto con tutti gli onori dalle più alte cariche dello stato. Alla Casa Bianca, Ronald Reagan stava ultimando il suo secondo mandato e, pur essendo in fase calante, era ancora molto popolare per avere messo l’URSS di Gorbachev all’angolo ed imposto al paese la ricetta liberistica in economia, dando piena fiducia all’iniziativa privata, ed incassato notevoli dividendi politici. Insomma, unanimemente riconosciuti erano i successi da lui ottenuti in economia e politica estera.

 

In una conversazione privata a Florence House, la sontuosa residenza dell’ambasciatore italiano, ricordo che De Mita criticò il presidente americano per non preoccuparsi troppo di un razionale utilizzo degli ammortizzatori sociali al fine di mitigare la crudele competizione insita nell’economia di mercato e di avere, conseguentemente, troppo allargato la forbice tra la fascia sociale dei ricchi e dell’alta borghesia e quella dei poveri. Lo elogiò, invece, per avere sfidato l’URSS e dimostrato che Mosca era ormai diventato un gigante dai piedi di argilla, restituendo al popolo americano quell’orgoglio che i quattro sciagurati anni della presidenza Carter avevano fortemente intaccato.

 

Quindici anni non erano trascorsi invano…La lotta politica lo aveva temprato. Comparandolo con il politico che avevo conosciuto in Brasile, lo trovai più maturo e sicuro di sé, carismatico, convinto nei propri mezzi e desideroso di realizzare il piano politico che aveva a lungo coltivato nelle stanze di Piazza del Gesù: fare della DC un partito aperto alla società civile e dell’Italia un paese moderno al passo con i tempi. Egli aveva forse perduto almeno parte di quell’idealismo profetico che aveva mostrato di possedere sull’altopiano brasiliano e cominciato ad adottare il “pragmatismo responsabile”, di cui avevamo allora discusso e che i generali brasiliani avevano assunto come stella polare nella loro perigliosa navigazione al timone del paese. La lotta politica che lo aveva visto protagonista in quegli anni lo aveva trasformato in indomito combattente di razza, consapevole però che i successi ottenuti fino a quel momento non potevano in alcun modo garantirgli indefinitamente la posizione apicale che occupava.

 

Glielo lessi nello sguardo rilassato che mi lanciò quando alla fine della visita, al momento del commiato in aeroporto, gli sussurrai sorridendo: “Good Luck, Mr. President”. Un anno dopo, nell’arco di pochi mesi, De Mita era prima costretto a cedere la Segreteria del partito a Forlani (in occasione del XVIII Congresso democristiano) e poi, durante l’estate, a lasciare la Presidenza del Consiglio ad Andreotti. Terminava così il suo tentativo di rinnovare in profondità la DC (di cui si avvertiva da tempo la necessità), alla vigilia del crollo dell’impero comunista, che avrebbe mutato gli equilibri geopolitici internazionali e lo stesso assetto politico dell’Italia, terremotato poi da Tangentopoli.

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

Di Maio, la conversione e la scelta politica.

 

Le piroette di “Gigino” sono note. È passato con disinvoltura da una posizione all’altra, approdando finalmente alla scelta euro-atlantica e alla difesa, senza se e senza ma, del governo Draghi. Ora, la soddisfazione per il cambiamento intervenuto non può tradursi nel pensiero che porta a considerare l’ex 5 Stelle un attendibile e sicuro riferimento per la costruzione di un nuovo Centro.

 

Giorgio Merlo

 

Vabbè, si potrebbe dire senza farla lunga, che la festa è finita, è stato bello, cala il sipario. Ciao 5 Stelle. Però, c’è un però. Certo, ascoltare uno che ha fatto la fortuna personale con un partito ripetendo all’infinito slogan, accuse infamanti contro gli avversari politici, criminalizzare tutti quelli che c’erano prima, sostenere teorie sulla superiorità morale nei confronti di tutti gli altri interlocutori politici, esaltare l’incompetenza e l’improvvisazione al potere, ridicolizzare altri partiti e le rispettive culture politiche e poi, una bella sera, rinnegare tutto ciò e liquidare la precedente esperienza come se fosse tutte merce avariata… beh, fa ancora un certo effetto. Anche nella società contemporanea, dove la politica, di fatto, è scomparsa.

 

Ora, tutti sappiamo però che siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico più spietato e dall’opportunismo personale e parlamentare – e dove il capitolo del “terzo mandato”, come tutti sanno, è centrale e determinante da quelle parti… – ma anche quando si rinnega radicalmente tutto ciò che si è predicato per circa 15 anni anche i palati politici più addestrati e collaudati provano tuttavia un certo brivido.

 

Detto questo, che effettivamente non si può negare come se nulla fosse, non possiamo non cogliere anche un dato politico inequivocabile. E cioè, Di Maio dopo aver rinnegato e sconfessato radicalmente tutto quello che ha teorizzato, detto e praticato per cinque lustri e sino a qualche settimana fa, adesso ha scoperto che è arrivato il momento della “scelta”. Politica e forse anche culturale, nonchè comportamentale, archiviando – almeno speriamo definitivamente – la sequela di insulti, attacchi personali, contumelie e semi diffamazioni rivolte agli avversari/nemici politici in tutti questi anni. E la “scelta” politica è quella, che personalmente condivido, di contribuire a rafforzare e a consolidare un progetto politico di Centro nel nostro paese attraverso la declinazione concreta di una “politica di centro”.

 

Certo, non può essere Di Maio – per ragioni persin troppo evidenti da spiegare – il perno attorno al quale si costruisce un simile progetto. Ma, comunque sia, la presa di distanza di Di Maio e della sua corrente, seppur estemporanee e dettata da evidenti ragioni legate alla tagliola del “secondo mandato”, aiuta ad isolare sempre di più il populismo giustizialista, manettaro e demagogico di ciò che resta del partito dei 5 Stelle. Un segnale che non può non essere colto da tutti coloro che lavorano per dar vita a questo progetto distinto e distante dal “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi lustri e che si è ulteriormente rafforzato in questi ultimi tempi con l’assenza della politica e il trionfo del trasformismo e della spregiudicatezza.

 

Ecco perchè il nostro compito politico e il nostro ruolo in questo progetto specifico, anche e soprattutto dopo le scelte dell’ex pentastellato Di Maio, si rafforza sempre di più. Adesso si tratta di consolidare questo soggetto plurale e di affinare, al contempo, un “pensiero” politico che sia in grado di dare robustezza ideale e programmatica a questa sfida che sarà decisiva anche per garantire la qualità e l’efficacia nell’azione di governo dopo le prossime elezioni politiche. Ognuno con la propria storia, la propria cultura e la propria sensibilità politica.

Di Battista va in Russia, Di Maio va al centro, Conte resta con il cerino in mano.

 

Colpisce l’evoluzione imprevedibile e felice del Ministro degli Esteri. Risulta quasi un perfetto doroteo: il suo futuro è verso il centro, ha l’abilità per ritagliarsi uno spazio e intrecciare interlocuzioni. L’idea del campo largo è l’apoteosi  della confusione politica ma farà posto a molti agricoltori che vi coltiveranno il proprio orticello. Abiurando la demagogia e l’oltranzismo rivoluzionario del passato lascia per strada morti e feriti: in sostanze, tutte le politiche del M5S.

 

Francesco Provinciali

 

Acque alte e nodi al pettine nei 5 stelle. Forse l’unico che si capacita – senza dirlo- dello sconquasso che fa deflagrare il Movimento è il suo fondatore Beppe Grillo. Casaleggio jr. è ormai un corpo estraneo da tempo, i gioielli di famiglia intanto prendono strade diverse. Alessandro Di Battista – dopo esser stato a lungo in Sudamerica – ora va in Russia, dice che se la vuole girare proprio tutta: penso che sarà un’esperienza gratificante, la motivazione è quella di conoscere una realtà di cui finora ha solo parlato, l’intendimento è di accreditarla politicamente per avere argomenti da utilizzare nella lotta alla NATO, all’atlantismo, alla cultura occidentale. Parte, ma come nel titolo di una canzone di Califano… “non esclude il ritorno”.

 

Chi proprio fa le valigie e trasmigra creando il nuovo soggetto politico “Insieme per il futuro” è Luigi Di Maio e lo fa giocando di anticipo prima di essere cacciato, portando con sé una cinquantina di parlamentari. Nel discorso di commiato e di progetto Gigino confuta tutto ciò che lo aveva accreditato come il grillino di opposizione: il parlamento aperto come la scatola di sardine, l’uno vale uno, la piattaforma Rousseau, il feeling con i gilet gialli e la richiesta di impeachment di Mattarella.

 

L’esperienza di Governo lo ha maturato, ha stemperato gli oltranzismi e le velleità giacobine, adesso è tutta un’altra persona ed oggettivamente – al netto del limite del doppio mandato che se fosse rimasto nei 5S lo avrebbe escluso dalle elezioni del 2023 – gli va riconosciuto di aver compiuto un percorso di radicamento nelle istituzioni, di lealtà verso il governo di cui fa parte, di fedeltà a Mario Draghi, di accreditamento verso una concezione mite e moderata della politica: il suo discorso di investitura è la più dura lezione politica per l’egocentrismo di Conte e lo Zarismo di Grillo, le sue parole hanno scoperchiato (con l’autorevolezza della carica ministeriale e la credibilità che merita chi ha compiuto un convinto cammino di ripensamento e redenzione) l’inconsistenza politica del grillismo riducendola ad un miserevole “vaffa” ora rinnegato e marginalizzando Conte (che lui aveva messo in sella) nel nulla assoluto. Come dice Sansonetti, qualcosa di cui si parla ma che non esiste. Nell’addio di Di Maio c’è di tutto: l’incompatibilità ideologica con il Movimento e quella personale con Conte che non ha mai digerito l’estromissione da Palazzo Chigi e vede nemici e traditori dappertutto.

 

Ora Di Maio è quasi un perfetto doroteo: il suo futuro è verso il centro, ha l’abilità per ritagliarsi uno spazio e intrecciare interlocuzioni. L’idea del campo largo è l’apoteosi  della confusione politica ma farà posto a molti agricoltori che vi coltiveranno il proprio orticello. Abiurando la demagogia e l’oltranzismo rivoluzionario del passato lascia per strada morti e feriti: il reddito di cittadinanza (un fallimento nel creare lavoro e nel vincere la povertà, ormai reso sistema: se l’Italia è il Paese dei bonus, delle mance  e delle regalie siamo sulla buona strada ), il Memorandum della via della seta che – non bastasse la minaccia russa – porta la Cina nel ventre molle dell’Europa, il taglio dei parlamentari che si rivelerà la ghigliottina della democrazia e la consegna della politica ai partiti personali e ai capi bastone che decideranno a tavolino i deputati e i senatori da portare con sé. L’importante è esserci. Navigare necesse est, vivere non est necesse.

“Trasformazione digitale in comune”: parla Michele Bertola. A cura del prof. Limone.

 

Intervista a Michele Bertola, direttore generale del comune di Bergamo, autore del volume Persone fuori dal comune. Storie di donne e di uomini che hanno provato a cambiare la pubblica amministrazione. E qualche volta ci sono riusciti”, Rubettino editore, 2022. 

 

Donato Limone

 

Cinquantatreesima uscita de “La Pa che Vorrei”, il talk settimanale condotto da Donato Limone, già Professore ordinario di informatica giuridica e direttore della rivista elettronica di diritto economia e management. Tema della puntata: “Trasformazione digitale in comune“.

 

Mercoledì 22 giugno alle ore 12 il prof. Limone ha intervistato Michele Bertola, direttore generale del comune di Bergamo, autore del volume “Persone fuori dal comune. Storie di donne e di uomini che hanno provato a cambiare la pubblica amministrazione. E qualche volta ci sono riusciti”, Rubettino editore, 2022.

 

Il volume non è un saggio, è una narrazione. Come scrive Fabrizio Barca nella prefazione:

“Sono storie calde, profondamente umane, di vittorie e sconfitte. Storie di Giulia, architetto e project manager, e Sebastiano, operaio elettricista, di Rossana e Edoardo, dirigenti, e di Letizia impiegata, di Lorenzo, Matilde, Matteo, Adele, e di altri ancora. Alle prese con i servizi essenziali della nostra vita. Dall’assistenza agli anziani al risanamento di un quartiere, dalla vigilanza urbana al reinserimento di ragazzi difficili, dall’accoglienza dei migranti ai servizi cimiteriali.

 

Le storie sono narrate a Cecilia, giovane funzionaria appena assunta, da una figura che quelle storie ha incrociato nella propria vita itinerante di ispettore della Ragioneria Generale, con il mandato di verificare l’aderenza degli atti amministrativi e contabili dei Comuni alle norme. Qui sta la “trovata” della cavalcata, in cui noi lettori assistiamo alla formazione di un nuovo quadro della PA da parte di un quadro alle soglie della pensione, che ha compreso nel profondo cosa va e cosa non va in quel mondo, i limiti profondi della propria stessa funzione di controllante delle procedure formali e come il “fattore umano” possa fare differenza. Con coraggio e ottimismo, egli sceglie di insegnare a Cecilia, attraverso quelle storie, come prestare prima di tutto attenzione al benessere ultimo dei cittadini serviti e dove siano i guasti del sistema.”

 

Il prezzo di copertina del volume è 15 euro e i diritti d’autore connessi alla vendita del testo sono totalmente devoluti al progetto di CESVI in Zimbabwe denominato Casa del Sorriso.

 

Per saperne di più

https://www.key4biz.it/la-pa-che-vorrei-intervista-a-michele-bertola-dg-del-comune-di-bergamo/407691/

La sconfitta di Macron è segno della crisi del sistema politico francese

 

A Parigi si avverte la durezza del colpo, per lingovernabilità emergente dalle urne, ma il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, delineato da Macron, rischia di sfrangiarsi. Manca in Parlamento una maggioranza “in linea” con l’Eliseo. Che fare?

 

Cristian Coriolano

 

Macron non ha raggiunto la maggioranza assoluta, quindi la sua politica di modernizzazione, autonoma dalla sinistra e dalla destra, pare fortemente ridimensionata. A Parigi si avverte la durezza del colpo, per l’ingovernabilità emergente dalle urne, ma nella sostanza il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, guidato da una Francia non più abbarbicata al suo sovranismo illuminato, rischia di sfrangiarsi. Al solito, ciò che avviene nella République assume un significato più ampio, finanche paradigmatico, come onda magnetica transnazionale. Al di là e al di qua delle Alpi, un’opinione critica ricava dal voto francese la conferma circa l’inabilità del centrismo a soddisfare la sua premessa fondamentale, evocativa di una istanza di mitigazione che introduce all’arte del compromesso. Il centro esce sconfitto – si dice – e con esso il riformismo, avendo la democrazia bisogno evidentemente, specie in questa fase di massima turbolenza internazionale, di una dose apprezzabile di radicalità. Inseguire l’elettorato ragionevole comporta la rinuncia, in definitiva, a comprendere e rappresentare le istanze popolari più vive, non sempre coincidenti con la vera e presunta ragionevolezza.

 

In realtà la crisi è del modello gollista o meglio della sua aggiornata versione macroniana. Nel dopoguerra, De Gaulle gettò sul tavolo della politica l’idea del governo di un solo partito e riuscì successivamente nell’impresa di cambiare la costituzione, introducendo il semi-presidenzialismo.  All’inizio però c’è l’appello, nel 1946, a votare per l’MRP di Bidault, che incarnava la posizione dei democristiani d’Oltralpe. Ora, anziché proporsi l’obiettivo caro a De Gasperi della formazione di una solida coalizione di governo, il Generale predilige la soluzione monistica: un blocco maggioritario dentro gli argini del partito che ambisce a conquistare il potere. Dunque, viene prima l’opzione politica strategica, poi il suo inalveamento nel sistema istituzionale della V Repubblica che prende forma nitidamente nel 1958. Senonché, questa repulsione del modello coalizionale manifesta con Macron, dopo un lungo ciclo di regolare alternanza tra destra e sinistra, un’ambizione e una difficoltà; da un lato, come si è visto negli anni recenti, l’ambizione di fare del centro il pivot dell’equilibrio politico e istituzionale, dall’altro la difficoltà, evidenziata appunto in queste elezioni, a consolidare il ruolo maggioritario del “partito del Presidente”.

 

È vero, “Ensemble” si è presentato come un agglomerato di gruppi e personalità politiche, adottando una implicita formula di coalizione. Sta di fatto, però, che il tratto distintivo del blocco macroniano era e resta quello di un partito, e di un partito senza alleanze. Di qui lo scacco per l’impossibilità di organizzare in Parlamento – mai così segmentato e conflittuale – una maggioranza allineata alla politica dell’Eliseo. È possibile inventarne una nuova che faccia leva sulla eccezionalità del momento? A ben vedere, Socialisti (PSF} e Repubblicani (LR} potrebbero avere interesse, per ragioni distinte, a rimettere in moto l’ingranaggio inceppato della politica francese. Tra Mélenchon e Le Pen monta l’esigenza di un connubio di forze responsabili, naturalmente dislocate in un’area intermedia tra le posizioni più radicali. Ma questo, alla fine, riporta il discorso sulla necessità di un “centro” capace e disposto a fare ciò che i politologi, specialmente a Parigi ma nondimeno a Roma, chiamano dispregiativamente consociativismo. La Francia diventa ancora una volta un laboratorio.

Qualcuno metta sul comodino di Putin i libri di Tolstoj e Dostoevskij

 

La Russia – si legge in questo articolo – ha radici profonde nella cultura e nei valori universali che hanno segnato il cammino dell’umanità: dagli scandagli interiori nella lotta perenne tra il bene e il male, agli aneliti di libertà di un popolo ora amorfo, ora ribelle ma perennemente oppresso, alle cime inarrivabili nella letteratura, nella scienza, nell’arte. Anche Putin in persona, che spesso in passato ha evocato la grandezza dei figli migliori della sua patria, dovrebbe attingere alla lettura dei grandi autori russi, vette ineguagliabili della cultura di ogni tempo.

 

Francesco Provinciali

 

Credo che nella sua lunga parabola di ascesa al potere, in parte ascrivibile agli incroci fortuiti di un ineludibile destino e in parte dovuta alla capacità di preordinarne gli eventi, Vladimir Vladimirovic Putin sia sempre stato condizionato e guidato da due fondamentali aspirazioni: accreditare se stesso nella pienezza delle proprie potenzialità e rappresentare la Russia, consapevole di essere l’erede della identità storica culturale di un Paese di oltre 144 milioni di abitanti, esteso su 17 milioni di chilometri quadrati, attraversato da 10 fusi orari, comprensivo di 200 etnie e di oltre 60 tra lingue e dialetti. In questa condizione esistenziale diventa persino inevitabile confondere i piani dell’essere e dell’apparire ma Putin in questa fase apicale di decisioni drammatiche ha scelto di portare il mondo sull’orlo di un abisso senza ritorno. Fondamentalmente è solo, non può fidarsi nemmeno del più affidabile collaboratore, mette tra sé e gli altri la distanza del potere assoluto, la diffidenza verso complotti, congiure e tradimenti: il tavolo lungo oltre sei metri che lo separa dai suoi interlocutori è l’icona di una malcelata debolezza, dietro la boriosità delle parole e la spietatezza delle decisioni e dei gesti.

 

Arroccato in un bunker che si fa sempre più stretto, forse minato dal male si affida al procrastinamento della violenza agìta attraverso una strategia militare che si è rivelata dispendiosa e fallace, abbacinato dal miraggio del rilancio e del ricorso ad armi distruttive usa la minaccia come deterrente al suo timore più avvertito, quello che il progetto imperialista ed espansivo crolli e porti all’annientamento di ogni mira calcolata. Oltre l’apparente tracotanza quali fantasmi avverte intorno a sé, quali pericoli incombenti agitano i suoi pensieri e turbano le sue notti? La consapevolezza di usare il potere assoluto del regime e la disinformazione per dissimulare l’evidenza della realtà potrebbero essere alibi che nascondono la paura di fallire in un disegno che la Storia ha già conosciuto molte volte in passato, il peggior nemico è l’ostentazione della forza e la certezza di impadronirsi delle leve che possono affossare l’umanità in una sorta di cupio dissolvi: ci si chiede attoniti quale sia il confine entro cui fermarsi, usando la via del discernimento e della consapevolezza.

 

Questa lezione non imparata nel ‘900 rimbalza nel nuovo millennio ma non conosce altri esiti oltre gli orrori della tragedia. Un olocausto è tale non solo per l’ampiezza e i numeri delle vittime: è il male assoluto che spegne ogni speranza, ruba gli affetti, punisce gli innocenti, si veste di orrore e di morte. La Russia ha radici profonde nella cultura e nei valori universali che hanno segnato il cammino dell’umanità: dagli scandagli interiori nella lotta perenne tra il bene e il male, agli aneliti di libertà di un popolo ora amorfo, ora ribelle ma perennemente oppresso, alle cime inarrivabili nella letteratura, nella scienza, nell’arte. È questa la Russia che amiamo e che ci è stata amica, espressione singolare e unica ma corposa e potente di quella civiltà europea non occidentale ma sua componente e suo completamento.

 

Se le sanzioni – pur tra mille riserve e derive autolesionistiche – sono una via alternativa all’uso delle armi esse non possono tuttavia reprimere, punire e rendere ostile ogni espressione culturale, artistica o sportiva che ci fa dono delle tradizioni di una civiltà che ci è persino complementare. Anche Putin in persona, che spesso in passato ha evocato la grandezza dei figli migliori della sua patria, coloro che hanno lasciato tracce indelebili che nobilitano i valori umani, dovrebbe attingere con meditata riflessione, con umiltà e orgoglio alla lettura dei grandi autori russi, vette ineguagliabili della cultura di ogni tempo. Egli non è certamente Rodion Romanovic Raskol’niìkov di Delitto e castigo ma può imparare come ogni colpa conosca la propria espiazione: “Ma come è possibile, come è possibile vivere senza gli altri uomini?”.

 

Non è Dmitrij Fyodorovich Karamazov ma potrebbe comprendere quanto sono profondi gli abissi del male: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Non è neppure Pëtr Kirillovič Bezuchov ma Guerra e pace potrebbe diventare la metafora di un miracolo impensabile: “Tutti pensano a cambiare il mondo ma nessuno pensa a cambiare se stesso”. All’animo umano – pur smarrito nel delirio dell’onnipotenza e nella disperazione della violenza compiuta e subita- non è mai preclusa la via della ragione. In nome di quella sensibilità universale che è radice della civiltà anche nel dramma degli eventi più tragici, se qualcuno di coloro che oggi lo osannano, fino ad essere megafoni della propaganda del male, gli facesse dono di lasciare sul suo comodino i libri di Tolstoj e Dostoevskij gli offrirebbe l’opportunità di capire di aver imboccato la strada sbagliata: in quei capolavori si esprime la vera grandezza della Russia, non nella crudeltà spietata che lo rende dannato. Purtroppo è solo un’illusione: la via della riflessione e del ripensamento che abita nei meandri più reconditi della coscienza di ciascuno non gli appartiene e  non lo induce ad una svolta, un gesto di resipiscenza, un pentimento, un riscatto.

Ridurre il prezzo dell’energia per rafforzare l’Europa.

Unfinished European Union Flag puzzle

 

Riconoscere le questioni centrali per il futuro è forse il modo migliore in questo difficile momento per ridare slancio a una iniziativa politica di centro, che superi l’attuale frammentazione e che superi anche il falso problema di una lista per Draghi. Uno di questi temi centrali è costituito dall’energia. Ovviamente non significa cavalcare in modo populista il tema del caro energia, magari solo promettendo nuovi bonus e tagli delle accise. Si tratta, ben più seriamente, di affrontare la questione energetica in tutte le sue implicazioni.

 

Giuseppe Davicino

 

La guerra in Ucraina ha riportato l’attenzione sulla dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia proprio in una fase in cui, forse con un qualche deficit di prudenza, l’Unione Europea, era impegnata a perseguire la transizione energetica non solo in positivo, ma anche disincentivando il ricorso alle fonti di energia tradizionali. Un errore strategico è stato la riduzione delle scorte di gas in Europa già per lo scorso inverno, ben prima della guerra. Misura che, a sua volta ha permesso alla speculazione finanziaria di far lievitare il prezzo del gas oltre ogni ragionevole (ed etico e lecito) guadagno per gli intermediari.

 

Ora, di fronte all’incubo dell’iperinflazione in tempo di recessione, che si prospetta e che minaccia la stabilità sociale ed economica degli stati europei, si deve lavorare ad ogni livello, per scongiurare gli effetti peggiori. L’Unione Europea deve dimostrare di non essere solo una macchina burocratica che attua piani prestabiliti a prescindere dal mutare delle priorità. C’è un passaggio dell’intervento del presidente del consiglio Draghi all’Ocse del 9 giugno scorso, che indica un cambio di metodo, e prim’ancora di mentalità, rispetto agli obiettivi della sostenibilità: “Mentre costruiamo un modello economico migliore per domani, dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte”. E queste sfide sono date dagli eventi storici, non sono solo quelle scelte.

 

L’Europa più che dai nemici esterni si deve guardare da se stessa. O recupera la capacità di stare sulle piorità che sono imposte dalla Storia e che possono non coincidere con quelle desiderate, oppure in prospettiva rischia di divenire un involucro svuotato, una forma priva della sostanza, come successe a un’altra costruzione politica che aveva il suo centro all’incirca dove ce l’ha l’Ue, il Sacro Romano Impero, che sopravvisse a se stesso formalmente addirittura per un millennio.

 

In questa prospettiva, di riconcilare i piani energetici europei con la realtà, l’Italia sembra rivestire un ruolo di primo piano, mentre anche Germania e Olanda, a loro modo, stanno prendendo decisioni pragmatiche per contenere il prezzo dell’energia, che non confliggono in alcun modo con lo sviluppo delle rinnovabili. L’eredità di Enrico Mattei, con quel che significa per la reputazione del nostro Paese presso gli stati esportatori di energia dell’Africa e del Medio Oriente, fa dell’Italia un partner affidabile, probabilmente più di altri Paesi occidentali in fase di uscita. Credenziali che questo governo ha dimostrato di saper utilizzare, stringendo nuovi, e in certi casi esclusivi, accordi di collaborazine energetica con Paesi mediterranei e dell’Africa subsahariana, potenzialmente capaci nel giro di qualche anno di ridefinire il ruolo dell’Italia in Europa in materia di energia.

 

Tutti questi sforzi per contenere il prezzo dell’energia potranno sortire il risultato desiderato solo nel caso in cui il conflitto in Ucraina finisca presto. Per questo è necessario mantenere uno sguardo che vada oltre i tristi avvenimenti che insanguinano quella parte d’Europa, anche col pensiero di non “regalare” all’Asia le immense opportunità  derivanti dall’importazione di risorse di cui la Russia è ricca.

 

E nel contempo, accanto ad un ulteriore sviluppo delle fonti di energia rinnovabili per il contributo che possono dare, importantissimo che però non va né sottovalutato né sopravvalutato, occorre destinare risorse adeguate alla ricerca e allo sviluppo di nuove fonti di energia pulite e finanziariamente abbordabili. E questo passaggio verso il futuro va fatto con la medesima impostazione geopolitica dei precedenti. La guida politica, le chiavi tecnologiche e la standardizzazione di queste nuove fonti di energia non potranno che realizzarsi in una strettissima alleanza con gli Stati Uniti. Altrimenti non avrebbe senso rinunciare oggi al gas e al petrolio russi per poi gettarsi su tecnologie nuove per l’energia russe, cinesi o indiane.

 

Se c’è un messaggio popolare, non populista, che deve arrivare ai decisori nazionali ed europei, questo credo si possa esprimere nei seguenti termini: il caro energia non è un valore, al contrario le politiche volte alla riduzione del prezzo dell’energia (e al contenimento dell’inflazione che ne consegue) possono evitare all’Europa prove più dure di quelle che già stiamo affrontando.

Debito e mattone, i due problemi che la Cina non riesce a scrollarsi. L’analisi di “formiche. net”.

 

Sembrano lontani i vari casi Evergrande, Shimao&co. Eppure negli ultimi mesi sono fioccati i downgrade di società legate al comparto immobiliare. Quasi un centinaio in poco meno di nove mesi.

 

Gianluca Zapponini

 

Il gigante dormiva, non era morto. In Cina la crisi del mattone non è mai finita. A volte è esplosa, altre volte no e i fallimenti veri o presunti della varie Evergrande, Shimao, sono lì a testimoniarlo. Il problema, però non è risolto. Due anni di pandemia e di altrettanta strategia zero-Covid, più dannosa che altro, hanno spinto il Dragone a battere di nuovo la fiacca, avviandosi a chiudere il 2022 con un Pil a +4,5%, al di sotto delle previsioni ufficiali del governo. Naturale, dunque, che il comparto immobiliare, che vale il 25% del Pil cinese, continui ad annaspare.

Le sirene sono tornate a suonare. La prova è nell’esponenziale aumento dei declassamenti del debito corporate legato alle imprese del mattone cinese, che nei giorni scorsi hanno toccato i massimi dal 2009. Basti solo pensare che l’agenzia Moody’s ha dichiarato di aver emesso 91 downgrade solo negli ultimi nove mesi, all’indirizzo di società immobiliari cinesi. Un declassamento su larga scala e per questo strutturale, un po’ come se l’intero mattone della Repubblica popolare fosse stato declassato.

 

Addirittura, le obbligazioni corporate di alcuni gruppi cinesi hanno ricevuto più di un downgrade. Ad oggi nel gradino B3 negative o inferiore, dunque spazzatura, si posizionano i debiti di Evergrande, Groenlandia, Agile Group, Sunac, Logan, Kaisa e R&F. “Il nostro vasto downgrade riflette l’attuale ambiente operativo molto difficile per gli sviluppatori immobiliari cinesi, combinato con un ambiente di finanziamento ristretto per tutti loro”, ha affermato Kelly Chen, vicepresidente e analista senior di Moody’s Investors Service. “Abbiamo visto tutti che le vendite contrattate sono state piuttosto deboli e non abbiamo visto un rimbalzo sui listini molto significativo in risposta alle politiche di supporto”, ha aggiunto l’esperto, in riferimento al piano di stimoli messo a punto dal governo cinese per risollevare l’economia.

 

Che sconta anche un calo generalizzato delle entrate fiscali. Lockdown vuol dire meno consumi e meno transazioni, di qualsiasi natura. E fuga dei capitali vuol dire meno tasse versate all’erario del Paese ospitante oltre al venir meno dei soldi prestati in cambio di debito cinese. Insomma, la Cina è a secco. “L’ultima ondata di Omicron e i blocchi diffusi da metà marzo nelle principali metropoli hanno portato a una forte contrazione delle entrate del governo”, ha affermato Ting Lu, capo economista cinese di Nomura.

 

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