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Vittorio Sora, uomo d’impegno e di speranza. Bresciano, ha lasciato un’impronta indelebile nel suo Comune e in Regione Lombardia.

Pubblichiamo il contributo dell’autore al libro, curato da Ennio Pasinetti e Franco Franzoni per Scholé/Morcelliana, Vittorio Sora. Le radici di una passione civile. Stamane a Quinzano d’Oglio, Comune di cui Sora fu Sindaco, il bel volume di ricordi e testimonianze a 25 anni dalla scomparsa verrà presentato ufficialmente. Dopo i saluti del Sindaco Lorenzo Olivari, prenderanno la parola Mauro Guerra, Giuseppe Guzzetti e Bruno Tabacci. A coordinare i lavori sarà Tino Bino, esponente storico della intellettualità cattolico democratica bresciana.  

 

Come si fa a scrivere il ricordo di qualcuno così vivo? Come si fa a fissare con le parole un’attitudine così aperta nei confronti della vita? Aperta al vivere, e soprattutto al vivere degli altri. Di Vittorio Sora si dice che fosse un uomo di dialogo, ma anche questa definizione è riduttiva. A Vittorio gli altri, semplicemente, piacevano. Allo stesso modo, gli piaceva avviare discorsi su ciò che si poteva fare e ottenere per i suoi – che fossero quelli della Bassa, i lombardi o i cittadini del suo paese natale di cui divenne sindaco a cinquantacinque anni – e gli piaceva frequentarli. 

Ci invitava nella sua casa di Quinzano d’Oglio, la stessa in cui non mancava mai di sottolineare che era nato, e ci ospitava in questi lunghi pranzi in cui sedevamo tutti vicini a mangiare salsicce. Noi, che arrivavamo da Milano accompagnati dalle mogli, e gli agricoltori e gli uomini e le donne della Bassa con cui era cresciuto. Ricordo ancora la naturale simpatia che aveva suscitato in Carla, mia moglie: anche lei, come me, aveva trovato irresistibile quel suo mondo di impegno, di speranza, di futuro. E proprio parlando con lui, frequentandolo – una frequentazione che era in breve tempo diventata amicizia nel senso più pieno del termine – ero arrivato a scoprire la ricchezza del mondo di cui faceva parte. Prima di entrare in casa sua e mettermi a tavola con lui e la sua famiglia, il suo mondo non lo conoscevo. Era assolutamente nuovo e pure assolutamente vero. Un mondo che peraltro non finirò mai di rimpiangere. La sua conoscenza mi aiutò a capire non solo Vittorio, bensì quasi tutto di quello che gli girava attorno e girandogli attorno incarnava la cultura cattolico-democratica tra le altre culture, il popolo dei nostri paesi e delle nostre campagne tra le nostre città, e il popolo bresciano. Così diverso da quello milanese e così unico tra quelli lombardi, di cui Vittorio era la personificazione. Ma il suo impegno non interessò solo i bresciani e i lombardi e giunse fino in Somalia, dove l’associazione che presiedeva fornì i mezzi per dare assistenza sanitaria alla popolazione.

Nelle pagine di questo libro leggerete tante testimonianze, di politici, amici, intellettuali, amministratori locali che hanno conosciuto Vittorio Sora. Ciascuno di noi ha i propri motivi per avere accettato di scrivere un suo ricordo, e io l’ho fatto per una precisa ragione. Vittorio Sora, a cui ho voluto molto bene, non è stato solo un politico e una persona amabile ma, nel corso della sua esperienza politica, è stato anche un punto di riferimento per alcuni processi che allora, nel momento in cui erano in atto, non è sempre stato possibile identificare, eppure di cui oggi si comprendono a pieno la portata e il rilievo. Contrariamente ad altri di cui leggerete la testimonianza, non lo conoscevo da una vita, non eravamo andati a scuola assieme. Avevo già quasi quarant’anni quando l’ho incontrato e lui solo qualcuno di meno. Eravamo entrambi basisti e mi era capitato di ascoltarlo parlare durante le riunioni che come corrente tenevamo in via Mercato. 

Vittorio conosceva i suoi della Bassa, li rappresentava come il più fiero dei suoi componenti – e li avrebbe rappresentanti in Regione per vent’anni – ma sapeva anche in quale direzione si stava muovendo lo sviluppo sociale e, per quanto nelle sue parole si respirasse la terra delle campagne e l’aria del fiume a cui tornava ogni sera, era consapevole che il mondo che avevano conosciuto i suoi avi non era quello in cui viveva lui e soprattutto non era quello in cui avrebbero potuto vivere i suoi amici agricoltori. Prendendo a prestito l’espressione ricordata da Mario Mauri, “bisognava cambiare il carro, non solo i cavalli”. Per questo lo avevo chiamato a fare parte della mia Giunta come assessore all’Industria e al Commercio: in lui avevo visto quell’entusiasmo verso il futuro, quel desiderio di farsi carico di processi che avrebbero stravolto la politica sul territorio così come la conoscevamo allora.

Facendo politica, e io me ne sono occupato attivamente per parecchio tempo, almeno fino a quando ho capito che non era più quello il fulcro di ciò che accade, capita di incontrare tanta gente, donne, uomini, esperti, maestri, ma non succede spesso di incontrare un personaggio. Vittorio lo era. Con la sua corporatura importante, la voce alta e la risata fragorosa che si annunciava già dal fondo dei corridoi del Pirellone, che qui ben descrive la sua compagna di ufficio Patrizia Toia. Il magnetismo carismatico di Vittorio era parte della sua azione politica e trascinava colleghi, compagni di partito, amici, e le forze che caratterizzavano Brescia e le sue campagne. Le campagne, appunto. Per Vittorio, si trattava naturalmente di non affidare solo alla dimensione etica della solidarietà e a quella morale di uno sforzo di volontà la missione del cambiamento, ma di radicarla in riforme di struttura. Vero e proprio fulcro di una passione politica, la campagna – bresciana sì, ma anche lombarda e padana – era prima di tutto un reticolo di cose, rapporti e persone. In questo senso era costante il piacere che Vittorio coltivava nel sottrarre questa realtà sociale e culturale a visioni stereotipate o astratte per riconsegnarla alla verità del vissuto, come ricorda in questo libro anche Mario Capanna.

E non deve stupire il fatto che a commemorare un autorevole rappresentante della sinistra democristiana lombarda, tra i tanti amici – amici di fatto e amici del partito tra i quali il Sora ha sempre cercato di far sentire chiara la propria voce, anche quando suscitava avversione – compaia anche il leader del movimento studentesco poi divenuto consigliere regionale di Democrazia Proletaria. Come ho scritto in precedenza, a Vittorio gli altri piacevano. Perché già era un basista, ma di un basismo aperto, pronto ad ascoltare e capire anche le idee degli altri, avversari compresi. Anzi, direi soprattutto quelle di sinistra. Quando poi si trattava di decidere, e ci si sedeva vicino per affrontare insieme un problema e capire cosa fare, anche lì era sempre lui. Voleva dentro tutto. Tutto quello che poteva starci per ottenere di più, per più gente, anche per gli altri. Come si faceva a non volergli bene!

Maternità surrogata: il nome e il senso di una scelta.

Accogliamo questo contributo con l’avvertenza di precisare che l’interesse a mantenere vivo il dibattito su “Il Domani d’Italia”, specialmente a riguardo di questioni delicate e controverse, non oscura la linearità della nostra posizione editoriale, identificabile in questo caso nell’articolo di Francesco Provinciali, da cui in effetti prende spunto la dott.ssa Mazzola.

Nell’articolo intitolato Una scelta sui generis, ovvero il distacco ideologico dall’identità sessuale del 4 agosto 2021, Francesco Provinciali affronta il tema dei provvedimenti legislativi legati all’identità di genere e alla “maternità surrogata”, con tutte le implicazioni riguardo alle donne e ai minori. Tenendo conto della presa di posizione del gruppo femminista “RadFem!Italia-Solo con donne”, Provinciali sostiene che “…il tema dell’utero in affitto come passaggio strumentale per dar vita a una creatura…è un abominevole preambolo alla mercificazione del corpo femminile”.

Come è noto, con l’appellativo “madre surrogata” si indica una donna che ha deciso di portare a termine una gravidanza per conto di persone che non sono in grado di concepire o avere figli. Si parla in questo caso anche di “utero in affitto”. La tipologia delle richieste e la modalità degli  interventi è diversificata; in ogni caso, in Italia la legge vieta tale pratica, mentre in altri Stati è consentita, sia a coppie eterosessuali che omosessuali. Esistono agenzie apposite, che lavorano per mettere in contatto la coppia richiedente con le donne disponibili.

Risulta opportuna una  riflessione  riguardo ai  presupposti che danno senso e significato a tale orientamento, anche alla luce  dei contributi della ricerca e degli insegnamenti della storia. Gli studi psicologici e psicoanalitici hanno messo in luce il ruolo fondamentale della madre nello sviluppo infantile, come pure il valore simbolico del “materno”. Si tratta di argomenti universalmente condivisi, diventati ormai patrimonio  comune.

Per quanto riguarda la storia, vale la pena seguire l’indicazione di Marc Bloch circa l’opportunità di porre agli antichi le domande che riguardano l’attualità. Ed ecco la domanda: grazie a moderne metodiche, si ripropone forse per la donna un ruolo antico, basato su di un pregiudizio che ha attraversato secoli della nostra cultura? Si tratta di evocare la vicenda della funzione femminile nella procreazione o meglio della concezione che se ne è avuta dalle origini sino all’epoca moderna.  

Come è noto, gli antichi ignoravano il meccanismo della fecondazione. Fu il medico Nicola Stenone, nel ‘600, a iniziare a fare chiarezza sulla riproduzione umana, che è stata pienamente spiegata solo nel XX secolo. Quali erano le loro teorie al riguardo ? Possiamo scoprirlo grazie alle testimonianze dei classici, in particolare dei tragici greci, di Aristotele. Questi scritti infatti, oltre che apprezzati nel loro valore letterario, vengono considerati documento storico di civiltà, ossia testimonianze di cultura, fonti attendibili per quel che riguarda i costumi, la vita politica, le norme etiche e sociali, le regole del potere, la mentalità, i valori, la psicologia.

Di particolare interesse per l’argomento in questione è Eumenidi, terza parte della trilogia di Eschilo, alla quale viene riconosciuto un valore spiccatamente politico. Allude infatti all’istituzione del primo tribunale della storia, l’Areopago. I riferimenti all’opera sono stati anche di recente numerosi e autorevoli, come  quello della ministra Cartabia, nella sua  lectio magistralis del gennaio 2020.

La prima teatrale di Clitemnestra è andata in scena nel luglio 2021 nell’ambito del festival “Cantieri dell’Immaginario”. Il personaggio della protagonista è stato rivisitato alla luce della problematica contemporanea, e questo spiega la domanda inquietante che sembra rivolgere agli spettatori, ovvero: Oreste, suo figlio e assassino, è stato assolto perché la madre non conta nulla?

Nel dibattito che si svolge fra il protagonista della tragedia di Eschilo, Oreste – reo di avere assassinato sua madre Clitemnestra – e le Erinni, divinità della vendetta e del rimorso, viene esplicitato l’argomento fondamentale della difesa. Da qui si intende la prospettiva degli antichi sulla riproduzione umana: l’uomo procrea perché fornisce il seme che conferisce il carattere ai discendenti; la donna si limita a fornire il luogo dello sviluppo e del nutrimento.

Oreste:

Di due crimini era macchiata…Uccise mio padre, e insieme il suo sposo.

Corifea  

Non era consanguinea dell’ucciso.

Oreste :

E io sono consanguineo di mia madre ?

Corifea :
Non ti nutrì nel grembo, o matricida? Ripudi forse il sangue di tua madre?

È Apollo a venire in soccorso di  Oreste, con la seguente dichiarazione: “Quella che tu chiami madre non è la genitrice, è solo la nutrice d’un germe seminato di fresco. Il maschio fecondante semina, mentre ella – ospite ad ospite – preserva la pianticella…”. Alcuni anni dopo, sarà Euripide a ribadire il medesimo concetto: “E’ stato il padre a generarmi, tua figlia non ha fatto che partorirmi. Lei è stata come il campo arato che raccoglie il seme sparso da altri”. Ulteriore conferma viene da Aristotele: “C’è somiglianza anche nelle forme tra un ragazzo in età puberale e una donna. La donna è come un uomo sterile. Essa è infatti caratterizzata da un’impotenza”.  

L’uomo è il seme, la donna è il campo: è ricettacolo passivo. Si tratta di una credenza comune nell’antichità, diffusa ovunque, dalla Grecia all’Egitto, all’India, specchio della cultura patriarcale, anche se  sostanzialmente basata sull’ignoranza del meccanismo della fecondazione. Ha attraversato i secoli, ha avuto importanti ripercussioni sul piano sociale e persino giuridico. Ha fornito il fondamento al diritto romano: diritto basato sul legame di sangue, trasmesso dal padre ai figli. 

La questione, nella prospettiva del minore, sembra non ricevere la debita attenzione nelle varie sedi del dibattito. Scarseggiano anche documentazioni attendibili riguardo ai percorsi evolutivi di figli allevati da coppie eterologhe. Cogliendo possibili analogie, faccio riferimento alla mia esperienza clinica con giovani ventenni che erano stati adottati nel corso della prima infanzia. Essi avevano ottenuto di conoscere l’identità e di incontrare la loro madre biologica. La richiesta del trattamento psicologico era stata motivata dal bisogno di comprendere le ragioni profonde della loro scelta, oltre che di essere supportati in un momento di forte  ansietà.

I genitori adottivi si erano mostrati all’altezza del compito educativo sotto tutti gli aspetti. Nondimeno, giunti al compimento dell’adolescenza, una domanda si era imposta con insistenza: da dove vengo? chi è quella che mi ha generato, come viveva, in che modo pensava e agiva?

Psicologi e psicoanalisti, a partire da Stanley Hall, considerato il pioniere degli studi scientifici sull’adolescenza,  hanno descritto la complessità di questa fase della vita, caratterizzata da conflitti, brusche oscillazioni, instabilità. Un periodo  di ricerca di se stessi e di sperimentazione, prima di entrare a pieno titolo nella vita adulta, con un’adeguata consapevolezza di sé, delle proprie risorse e dei propri limiti.

In tale prospettiva lo psicologo Erik Erikson ha configurato la ricerca dell’identità quale meta psicologica dell’adolescenza, ossia come l’obiettivo prioritario cui tende la vita psichica. Interrogarsi sulla matrice originaria, e fare i conti con questa, è parte integrante di tale complesso processo evolutivo.

Due considerazioni si impongono a questo punto, in rapporto alle responsabilità dell’adulto. La prima riguarda l’atteggiamento da tenere  nei confronti della mutevolezza e dell’instabilità adolescenziale. Si tratta di una condizione che va intesa come percorso di sperimentazione e di ricerca della propria identità. Deve quindi essere seguita e supportata, non certo ipostatizzata quale categoria assoluta dell’esistere e dell’essere, come sembra stia avvenendo in taluni contesti. 

È necessaria inoltre la consapevolezza dei bisogni della crescita, dei fattori affettivi, relazionali e sociali che possono favorirla o renderla particolarmente complessa. Fare i conti con  le proprie origini è uno di questi bisogni. Le risposte degli adulti dovrebbero allora risultare esaurienti dal punto di vista dei destinatari, piuttosto che corrispondenti all’interesse di coloro che le forniscono. 

 

  • Grazia Mazzola – Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista C.I.P.A, già Dirigente Psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale e Professore a Contratto – Università di Pavia.

Chi ha scelto l’Euro e chi no: la fotografia di “Nota Diplomatica”

La moneta unica non è stata adottata da tutti i Paesi dell’Unione Europea. Del resto, la Gran Bretagna con la Brexit ha reciso ogni legame organico con il Vecchio Continente, dopo aver garantito comunque, fin dall’inizio, l’indipendenza della sterlina. Di contro alcuni altri Paesi, sebbene non appartenenti all’Unione, hanno scelto la moneta europea come loro mezzo di pagamento.

James Hansen

Quando l’Unione Europea comunica per “informare, non influenzare”, tende comprensibilmente ad accentuare ciò che è positivo nell’andamento del “progetto europeo” e a trascurare i momenti meno felici, come il voto del 1982 con cui la (minuscola) popolazione della Groenlandia — avendo ottenuto l’autonomia rispetto alla Danimarca — decise di uscire dall’Ue.

La cosa è ovviamente di scarsa importanza — visto che i groenlandesi sono meno di 60mila — anche se l’Ue, curiosamente, insiste ancora nel conteggiarli tra i propri “cittadini” nelle sue statistiche. Di maggiore impatto è la minoranza di paesi dell’Unione che preferisce restare fuori dall’euro. Dopo Brexit, sono 8 su 27: Svezia, Danimarca, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Romania.

Con la sola eccezione del Regno di Danimarca, che respinse il Trattato di Maastricht con un referendum nazionale nel 1992, tutti gli altri sarebbero obbligati a entrare nel sistema euro “prima o poi”, al raggiungimento di certi criteri economici e legali riguardanti la stabilità economica, l’inflazione, l’integrazione dei mercati e i bilanci di pagamento nazionali. Ipoteticamente, l’andamento dei “criteri di convergenza” dovrebbe essere misurato ogni due anni, ma — e non è un “ma” da poco — solo su richiesta del paese interessato. I singoli stati possono allora rimandare l’effettiva entrata nell’euro sine die: ed è esattamente ciò che hanno fatto finora, né ci sono indicazioni che intenderebbero entrarci prossimamente.

Le motivazioni dei paesi “riluttanti” sono perlopiù economiche. Riguardano la percepita necessità di mantenere l’indipendenza nello stabilire le politiche monetarie rispetto a temi come l’indebitamento nazionale e la gestione dell’inflazione, nonché la possibilità di svalutare la propria moneta all’occorrenza. I dubbi sulla gestione centralizzata europea sono cresciuti dopo il crac del 2008. Gli inglesi — mai entrati nell’euro — reagirono quasi istantaneamente, nel 2009, con un programma di quantitative easing, iniettando 375 miliardi di sterline “nuove” nell’economia, mentre la Banca Centrale Europea attese fino al 2015 prima di ricorrere agli stimoli economici. 

La “gara” economica di quegli anni è stata vinta nettamente dagli inglesi… Da allora, la politica della BCE di creare nuovi soldi “à go-go” in risposta allo sconvolgimento economico provocato dal Covid non ha fatto che aumentare i dubbi dei paesi Ue fuori dall’euro, afflitti come sono dalle stesse incertezze coltivate da buona parte dell’Establishment tedesco. Qualche consolazione c’è però. 

Esistono alcuni paesi non-Ue che utilizzano la valuta europea. Non sono forse economie primarie, ma comprendono Kosovo, Montenegro, Andorra, San Marino, Monaco e la Città del Vaticano, come anche alcuni piccoli territori francesi “d’oltremare”: Saint Pierre e Miquelon (al largo della costa canadese), alcune isole nel Oceano Indiano e Saint-Barthélemy, nel Mare dei Caraibi. Altri utilizzano l’euro senza aderire al sistema. La Croazia, per esempio, dalla creazione nel 1994 della propria valuta, la kuna, segue una politica di “pegging” che lega strettamente il valore della moneta domestica a quella europea — seppure non necessariamente in via permanente…

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La politica, i sindacati e l’obbligatorietà del green pass

Il Consiglio dei Ministri ha varato le nuove norme. Dalla metà di ottobre per entrare negli uffici pubblici e privati bisognerà essere vaccinati, aver fatto un tampone o essere guariti dal Covid. Per chi si presenta al lavoro senza green pass ci saranno sanzioni (pecuniarie e disciplinari)

Con l’obbligo del green pass dal 15 ottobre nei luoghi di lavoro (pubblici e privati) si riaccende il movimento di protesta contro l’imposizione di tale strumento. All’inizio si trattava solo di una corrente di pensiero a cui avevano dato voce personalità del mondo intellettuale: Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, successivamente seguiti da altri tra cui Gianni Vattimo, Carlo Freccero, Franco Cardini. Ognuno di loro ha messo subito in chiaro di essersi fatto iniettare a tempo debito le due dosi del vaccino. Ma poi hanno sostenuto che molte (troppe) insidie si nascondono dietro l’obbligo di esibire il certificato di avvenuta immunizzazione. 

Alcuni hanno sollevato un problema di efficacia in relazione allo scarso tempo di sperimentazione dedicato ai vaccini. Il professor Cacciari, in particolare, ne ha fatto una questione di limitazione delle libertà costituzionali (con il protrarsi dello stato di emergenza). Ragion per cui hanno esortato – con motivazioni diverse – a diffidare di tale imposizione. Sulla scia di questi intellettuali, i leader delle principali forze sindacali del Paese hanno concesso una serie di interviste nelle quali hanno chiesto che i lavoratori siano esentati dal dover esibire la certificazione verde — come impone la legge dal 15 ottobre — per accedere ai luoghi di lavoro. E che, nel caso siano sprovvisti di green pass, non abbiano a subire sanzioni o punizioni ritenute “inaccettabili”. Secondo costoro, infatti, i protocolli finora utilizzati nei luoghi di lavoro “bastano e avanzano” per garantire la sicurezza.

A questo punto, i leader di alcune forze politiche (facile individuare quali) hanno fatto sapere che sarebbe necessario “tornare al più presto a un tavolo con le parti sociali”. Il che vorrebbe dire rimettere in discussione le decisioni in materia prese dal Governo (con il consenso delle stesse parti sociali). 

Altro tema di scontro sull’utilizzo del green pass ha riguardato il personale scolastico e universitario. A onor del vero, va detto che durante l’estate gli studenti hanno risposto in massa all’appello lanciato dal Generale Figliuolo (il quale, con l’attenuarsi dell’emergenza, forse si mostrerà in abiti civili). Ragazzi e ragazze hanno fatto la fila per immunizzarsi, anche nei luoghi di villeggiatura. Il problema è sembrato riguardare soprattutto i docenti e il personale del mondo della scuola. Qualcuno, addirittura, ha minacciato di “procedere per le vie legali” senza un passo indietro da parte del Governo (che naturalmente non ci sarà).

È trascorso appena un anno e mezzo da quando, a inizio pandemia, i rapporti tra Governo e mondo del lavoro sul tema della sicurezza furono piuttosto collaborativi. Nel marzo 2020 nessuno faceva mistero di nutrire una grandissima stima, quasi un’ammirazione nei confronti dell’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fu forse anche per questo motivo che non ci furono proteste significative nelle fabbriche contro l’introduzione delle mascherine, la rilevazione della temperatura, gli screening con i test sierologici e molecolari.

Adesso invece si sostiene che i protocolli vigenti sono sufficienti a garantire la sicurezza nelle aziende e che, perciò, il green pass non dovrebbe essere reso obbligatorio. Ma i protocolli sono stati sottoscritti anche per bar, ristoranti, cinema, teatri, treni, aerei. Ambienti pubblici in cui da tempo si sanifica, così da offrire garanzie di sicurezza agli utenti (per quanto è possibile). Anche lì, anche in quegli “ambienti di lavoro” non andrebbe sanzionato chi è sprovvisto della certificazione verde?

Viene allora da chiedersi da dove venga fuori questa grande sensibilità a vantaggio di chi obietta alla obbligatorietà della certificazione verde. E perché i leader politici e sindacali non siano altrettanto sensibili nei confronti di coloro che (regolarmente in possesso di green pass) dovrebbero esporsi a rischi vivendo la propria vita lavorativa a stretto contatto con persone non vaccinate, che potrebbero contagiarli. Sullo sfondo resta il nodo dei tamponi: la richiesta di Cgil, Cisl e Uil è renderli gratuiti per tutti, ma la linea del Governo (ad oggi) resta contraria, perché il rischio è quello di disincentivare i vaccini. In definitiva non c’è tempo da sprecare nella lotta al virus. L’obiettivo dell’80% di immunizzati per fine settembre è ancora raggiungibile, nonostante perplessità e resistenze. Ognuno è chiamato a fare la propria parte, con responsabilità.

Un patto sociale per il rilancio e la ricostruzione del Paese. Intervento su “Avvenire” a seguito dell’intervista a Sbarra (Cisl).

L’autore riprende il discorso del Segretario generale della Cisl in merito alla partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende. D’altronde, egli sostiene, la presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce, a pieno titolo, nella prospettiva dell’economia sociale di mercato.

Lorenzo Caselli

Un patto sociale per il rilancio e la ricostruzione del Paese costituisce e non da oggi un’idea forte della Cisl, ribadita dal suo segretario generale Luigi Sbarra in una sua intervista ad «Avvenire». Un patto sociale che per la sua efficacia presuppone la partecipazione dei lavoratori alla gestione di impresa così come avviene in Germania. Credo che questa tematica, nell’ambito di un discorso più generale di democrazia economica, vada messa all’ordine del giorno e affrontata senza troppe pregiudiziali ideologiche. Le prospettive che possono aprirsi appaiono di grande importanza, specie in un contesto caratterizzato da alcune condizioni al contorno: aspettative di crescita, quadro normativo, istituzionale e contrattuale sostanzialmente omogeneo a livello europeo, misure giuridiche e fiscali incentivanti, investimenti formativi e informativi onde garantire affidabilità e trasparenza nei comportamenti dei diversi attori.

La partecipazione del lavoro al capitale d’impresa e la sua presenza negli organi sociali conferiscono, in qualche misura, stabilità e soprattutto radicamento all’impresa stessa evitando le degenerazioni di un capitalismo invisibile e imprendibile, totalmente svincolato dalle esigenze ma anche dagli apporti in termini di cultura, valori, professionalità, relazionalità che possono provenire dalle comunità territoriali di riferimento, produttrici di quel «capitale fisso sociale» che si rivela sempre più fattore di competitività e di successo. I lavoratori direttamente coinvolti nello sviluppo dell’impresa, attenti alla qualità e quantità dell’occupazione, possono rappresentare un antidoto salutare contro la divaricazione tra dinamica reale e dinamica finanziaria, ponendo quest’ultima al servizio di un disegno di crescita che, nel mentre crea benessere per tutti gli interlocutori (gli stakeholder, come di dice oggi) dell’impresa, concorre altresì alla valorizzazione del suo stesso capitale.

Il destino delle aziende, come istituzioni produttrici di ricchezza e di benessere non possono essere abbandonate agli esiti di giochi meramente speculativi espropriando i luoghi dell’intelligenza e della progettualità reale. La partecipazione dei lavoratori concorre a creare un clima di consenso e di fiducia che, nel mentre può contribuire ad accrescere (nel medio periodo) la redditività dell’impresa, crea risorse addizionali, spendibili anche – secondo una circolarità virtuosa – nella tradizionale attività negoziale e contrattuale. La presenza del lavoro nel capitale e negli organismi sociali si inserisce, a pieno titolo, nella prospettiva dell’economia sociale di mercato.

Da un lato, tale presenza può essere garanzia di stabilità contro il rischio di pressioni speculative di breve termine che nulla hanno a che vedere con lo stato di salute dell’impresa; dall’altro lato non si esclude la contendibilità dell’impresa medesima nel senso che il management, non potendo contare più di tanto sul diaframma di incroci azionari, partecipazioni a cascata, ecc., deve pur sempre confrontarsi con la capacità di iniziativa dei rappresentanti dei lavoratori negli organi societari, specie se i lavoratori sono anche azionisti. In definitiva, per quanto riguarda il nostro Paese, un ruolo attivo dei dipendenti nella governance e anche nel capitale dell’impresa può concorrere alla riforma e al consolidamento del capitalismo italiano in una prospettiva europea.

 

Il grande patto sociale di cui parla la Cisl si colloca in questa ottica e potrebbe realizzarsi attraverso un processo articolato e progressivo da calare nella concretezza delle situazioni collegando aspetti macro e aspetti micro, le grandi politiche economico sociali e le scelte delle imprese, del sindacato, delle istituzioni; mettendo in comunicazione pubblico, privato e Terzo settore superando separatezze e contrapposizioni; tutelando coloro che sopportano i costi delle trasformazioni (o ne sono esclusi) e valorizzando nel contempo le competenze, le professionalità, la creatività di coloro che promuovono il cambiamento, riducendo le distanze mediante impostazioni solidaristiche attive.

 

*Lorenzo Caselli, professore emerito Università di Genova, è stato presidente nazionale del Meic dal 1996 al 2002 ed è vicepresidente dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici «V. Bachelet». Il contributo proposto è stato pubblicato su Avvenire del 16/9/2021 e riproposto sul sito dell’Azione Cattolica (da cui è tratto il testo integrale).

 

Le ferite possono essere aperture che fanno passare la misericordia di Dio. “Orbisphera” annota il discorso del Papa a Bratislava.

Un discorso strepitoso, così lo definisce il direttore di “Orbisphera”. Nella capitale della Slovacchia, Papa Francesco ha chiesto di accettare l’invito di Gesù a spezzare il circolo vizioso e distruttivo della violenza, porgendo l’altra guancia a chi ci percuote, per vincere il male con il bene.

«Le ferite possono essere varchi, aperture che, imitando le piaghe del Signore, fanno passare la misericordia di Dio, la sua grazia che cambia la vita e ci trasforma in operatori di pace e di riconciliazione…». 

Lo ha detto papa Francesco il 13 settembre nella Cattedrale di San Martino (Bratislava) nel corso dell’incontro con vescovi, sacerdoti, seminaristi, catechisti, religiose e religiosi. 

Un discorso, quello del Pontefice, strepitoso per chiarezza, profondità, coraggio ed entusiasmo per il futuro della Chiesa e del mondo.

La Slovacchia «è una poesia» ha detto Francesco alla Presidente Zuzana Caputova. «Ed ha una Chiesa – ha aggiunto – che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa».

Il Papa ha precisato che la Chiesa «non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza». Al contrario, la Chiesa «è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo».

Rivolgendosi al clero presente, Francesco ha esortato: «Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come era Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci: così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita».

Il Papa ha invitato a costruire una Chiesa umile, che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Condividendo, camminando insieme, accogliendo le domande e le attese della gente.

«Bisogna uscire dall’autoreferenzialità, perché il centro della Chiesa non è se stessa. Nella vita spirituale ed ecclesiale c’è la tentazione di cercare una falsa pace che ci lascia tranquilli, invece del fuoco del Vangelo che ci inquieta, che ci trasforma…».

«Una Chiesa che non lascia spazio all’avventura della libertà, anche nella vita spirituale – ha avvertito il Papa –, rischia di diventare un luogo rigido e chiuso». Per questo motivo, soprattutto le nuove generazioni «non sono attratte da una proposta di fede che non lascia loro libertà interiore, non sono attratte da una Chiesa in cui bisogna pensare tutti allo stesso modo e obbedire ciecamente».

Ha ribadito Francesco che «la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone». Per questo motivo il Papa ha invitato i presenti a far crescere le persone libere da una religiosità rigida.

«L’annuncio del Vangelo – ha detto – sia liberante, mai opprimente. E la Chiesa sia segno di libertà e di accoglienza!».

Per spiegare la creatività del messaggio evangelico, il Papa ha fatto riferimento ai Santi Cirillo e Metodio, patroni dei popoli slavi, che, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la lingua e assimilarne la cultura.

Ha domandato Francesco: «Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede?».

«Dinanzi allo smarrimento del senso di Dio e della gioia della fede – ha continuato il Papa – non giova lamentarsi, trincerarsi in un cattolicesimo difensivo, giudicare e accusare il mondo cattivo, no, serve la creatività del Vangelo».

Per questo serve una Chiesa che forma alla libertà interiore e responsabile, che sa essere creativa immergendosi nella storia e nella cultura, una Chiesa che sa dialogare con il mondo.

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5497/Le_ferite_possono_essere_aperture_che_fanno_passare_la_misericordia_di_Dio

Un Parlamento ”dimezzato” o ”rampante”? Sulle riforme conseguenti alla riduzione del numero dei parlamentari.

Questo contributo, pubblicato su “federalismi.it e qui riprodotto nella parte conclusiva, intende analizzare le proposte di riforma dei regolamenti parlamentari giunte all’indomani dell’approvazione della l. cost. 1/2020 che ha ridotto il numero dei parlamentari. In particolare, si intende conoscere se tali proposte vadano nella direzione di una riforma organica dei regolamenti o se, al contrario, si tratti di un mero adeguamento numerico. Inoltre, si vuole comprendere quali riforme costituzionali si rendano necessarie in seguito al ridimensionamento delle Camere.

Domenico Scopelliti

Già dai lavori preparatori emergeva che il successo della riduzione del numero dei parlamentari si sarebbe 

potuto misurare solo in seguito all’approvazione di quelle riforme che ne sarebbero state, in modo più o meno diretto, una conseguenza. Sulle tempistiche, non può che aver pesato l’emergenza sanitaria e, a meno di due anni dalla fine della legislatura ci si trova, ancora, senza aver prodotto una riforma organica dei regolamenti. Il ticchettio dell’orologio che segna la fine della legislatura si fa più incombente e gli impegni cui far fronte si affastellano: la pausa estiva, l’inizio del semestre bianco, poi la sessione di bilancio e, a gennaio 2022, l’elezione del Presidente della Repubblica, in seguito alla quale uno scioglimento delle Camere è un esito tutt’altro che improbabile.

Seppur la congiuntura storica non sia la più favorevole, l’esistenza di una larghissima maggioranza attorno al Presidente Draghi, sembra invece la congiuntura politica migliore per approvare una riforma che sia il più possibile condivisa da tutte le forze politiche.

Tuttavia, lo stato dell’arte è un altro: i comitati ristretti non hanno ancora prodotto un testo da sottoporre alle Giunta. In questo senso, sembra concretizzarsi l’idea di una riforma ad res che interviene in modo chirurgico sui soli quorum, espressi in termini assoluti, per non paralizzare il funzionamento delle Camere, rimandando all’inizio della prossima legislatura le modifiche più rilevanti; con il rischio, però, che l’auspicata riforma organica venga poi rinviata sine die.

Secondo dottrina maggioritaria, la riduzione dei parlamentari, in sé, veniva estrapolata dal contesto di un disegno di riforme istituzionali che avevano l’obiettivo, malcelato, di contribuire all’isolamento della principale istituzione della democrazia rappresentativa. Ora, invece, viene rivitalizzata nella prospettiva di un nuovo centralismo delle assemblee elettive.

In  conclusione,  se  questo  Parlamento  sarà  in  grado  di  produrre  delle  riforme  che  ne  rivitalizzino  i procedimenti, che arginino il ricorso alla decretazione d’urgenza, che lo rendano più efficiente e quindi più vicino al cittadino, ma anche più rispettoso del pluralismo delle opposizioni, avremo un Parlamento «rampante», dotato  di  una  serie  di  strumenti,  caldeggiati  da  tempo  dalla  dottrina,  che  lo  renderanno  in grado  di  governare  i  fenomeni  e  non  anche  di  subirli,  come  la  recente  esperienza  della  pandemia ha mostrato. Se, al contrario, nessuna riforma dovesse provenire da questa legislatura, avremmo un Parlamento solo «dimezzato», che rischia di autocondannarsi ad una progressiva emarginazione dai processi decisionali.

In ultima analisi, l’assenza di riforme che siano in grado di valorizzare il taglio dei parlamentari ci condurrebbe, in un futuro non molto lontano, ad un Parlamento «inesistente», simulacro del passato, ma ora condannato alla totale irrilevanza.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=45902&dpath=document&dfile=08092021195832.pdf&content=Un%2BParlamento%2B%27%27dimezzato%27%27%2Bo%2B%27%27rampante%27%27%3F%2BSulle%2Briforme%2Bconseguenti%2Balla%2Briduzione%2Bdel%2Bnumero%2Bdei%2Bparlamentari%2B%2D%2Bstato%2B%2D%2Bdottrina%2B%2D%2B

 

Mattanza di delfini alle Fæ Øer

Dalle tranquille isole Fær Øer, un protettorato danese del nord Europa, arriva una notizia allarmante: il Grindadráp, una caccia ai cetacei che avviene ogni anno, si è trasformata in una ‘mattanza’ senza precedenti nella storia di quel Paese. Forse la pandemia in atto non ha insegnato abbastanza e dunque aveva ragione Gramsci: “La storia insegna ma non ha scolari”.

Nonostante i continui richiami dell’ONU (che ha usato nel recente Rapporto COP/26 il termine “codice rosso per l’umanità”), le manifestazioni degli ambientalisti e il grido di allarme che si diffonde nel pianeta per l’azione di consumo e degrado della natura operata dall’uomo, al punto che si prevede la scomparsa di numerose specie animali e l’estinzione della vita stessa, la deriva distruttiva pare inarrestabile.

Disboscamenti, inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, cementificazione selvaggia, consumo delle risorse ambientali, scioglimento dei ghiacciai e innalzamento dei mari per l’aumento delle temperature dovute ai gas serra, alle emissioni antropiche e di CO2: sono solo alcuni fattori che determinano una situazione di allarme senza precedenti. Di fronte a questo declino inarrestabile i governi, le autorità, la scienza e ogni abitante della Terra dovrebbero intraprendere una decisa inversione di rotta, per preservare la sostenibilità di quell’insieme ecosistemico di cui siamo parte. Giunge invece una notizia agghiacciante dalle tranquille isole Fær Øer, un protettorato danese del nord Europa: il Grindadráp, una caccia ai cetacei che avviene ogni anno, si è trasformata in una ‘mattanza’ senza precedenti nella storia di quel Paese. 

Ben 1500 delfini sono stati incanalati nella insenatura davanti alla spiaggia di Skálabotnur sull’isola di Eysturoy e poi uccisi con coltelli, arpioni, persino con strumenti a trapano particolarmente dolorosi. 

Non tutte le tradizioni recano con se’ esempi di civiltà da tramandare: in questo caso la crudeltà umana perpetrata con un rito che ha del tribale, ha superato ogni limite, anche rispetto alle analoghe Grindadràp del passato, mai era stato raggiunto un numero così alto di cetacei trucidati. Ancora una volta l’uomo si è reso protagonista di un’azione esecrabile: oltretutto la carne dei delfini uccisi senza pietà supera di gran lunga la possibilità di essere consumata dai 50 mila abitanti delle isole Fær Øer.

Come sempre, si è levata postuma la protesta di una parte della popolazione e delle associazioni naturaliste, anche se ci sono state prese di posizione a favore di questa barbara tradizione: come sempre (e come vediamo) c’è sempre chi si distingue in dabbenaggine, ottusità, insensibilità, indifferenza, crudeltà.

Secondo l’associazione Sea Shepherd, quella andata in scena è “la più grande uccisione di delfini o globicefali nella storia delle isole”, con più animali morti che in un’intera stagione. Ci si chiede quali livelli inauditi la bassezza morale e l’infamia dell’uomo possa raggiungere, peraltro in nome di una tradizione secolare che dovrebbe qualificare la civiltà di un Paese. Un fatto del genere dovrebbe essere stigmatizzato come primo titolo di ogni quotidiano del mondo. Invece sarà presto dimenticato, forse riesumato ‘dopo’ la prossima mattanza.

Ma questo è solo un esempio degradante e inqualificabile di come anche nei posti più belli e tranquilli del pianeta gli uomini possano realizzare comportamenti scellerati contro la vita e la natura. Forse la pandemia in atto non ha insegnato abbastanza: eppure l’eziopatogenesi del virus origina dalla violenta alterazione ambientale operata dall’uomo, sconvolgendo un equilibrio ecologico che dovrebbe preservare la sostenibilità della vita sulla Terra. Evidentemente, come ebbe a scrivere Antonio Gramsci,  “la storia insegna ma non ha scolari”.

Merlo: Città metropolitana, appello a Damilano e Lorusso. Adesso o si governa o si abbandona.

In questo comunicato di Merlo si evidenzia, parlando nello specifico di Torino, della distorsione provocata della legge Delrio: il sindaco della città capoluogo diventa infatti automaticamente il sindaco Città metropolitana. Immancabilmente, questo fa sì che si abbandoni al ‘non governo’ il territorio della ex provincia. Il danno è tutto per le aree interne e le zone di montagna. È un problema serio su cui vale la pena interrogarsi.  

Il tema non è né semplice e né si presta alla facile e sterile propaganda. Ma il nodo politico va comunque adesso sciolto. Ovvero, se il territorio della ex provincia di Torino vuole contare politicamente di più dipende anche, e soprattutto, se il futuro Sindaco di Torino pensa di fare anche il ‘sindaco metropolitano’. Quello che un tempo, prima della sciagurata e nociva riforma Del Rio, svolgeva il Presidente della Provincia di Torino. Certo, è un lavoro duro e faticoso. 

Ma noi arriviamo da una duplice esperienza – quella di Fassino prima e di Appendino dopo – che sono state esclusivamente torinocentriche e che, di conseguenza, hanno sostanzialmente rinunciato a governare il territorio metropolitano.

Ora, si tratta di decidere e di scegliere, al di là delle solite promesse elettorali. E cioè, o il futuro Sindaco di Torino – e quindi mi rivolgo innanzitutto a Stefano Lorusso e a Paolo Damilano – pensa di governare oltre alla città capoluogo anche il territorio circostante, oppure quote crescenti e significative di quei territori giocheranno un ruolo inesorabilmente marginale e periferico rispetto allo sviluppo complessivo. Penso, in particolare, alla seconda cintura torinese e, nello specifico, a tutti quei territori montani, a cominciare dal comparto turistico e sportivo della Via Lattea, che senza un reale governo sovra comunale difficilmente reggono la sfida. Politica, territoriale, competitivo e della stessa ordinaria amministrazione.

Ecco perchè le risposte dei candidati a Sindaco di Torino in questa fase, a cominciare dai protagonisti dei due schieramenti politici maggiori Damilano e Lorusso, è importante e quasi decisiva anche per capire quale sarà il futuro di questi territori. Sino ad oggi abbiamo sperimentato, pur senza fare alcuna polemica, come non si è governata un’area metropolitana. Adesso si tratta di capire se si vuole proseguire su quel binario o se si vuole invertire la rotta. Lo diranno i fatti più che gli annunci”.

 

P.S. Giorgio Merlo ha diramato questo comunicato stampa in qualità di Sindaco di Pragelato e Assessore alla Comunicazione della Unione Montana dei Comuni Olimpici – Via Lattea.

Libero, sobrio, responsabile: lo stile Merkel. L’anteprima di Aggiornamenti Sociali.

Dopo sedici anni di Cancellierato, resta arduo classificare la politica della Merkel. Disorienta i conservatori per la sua modernità. Femminile senza essere femminista. A Harvard elogia la democrazia e la libertà, a Pechino o a Mosca ne parla in modo più discreto, senza rinunciarvi del tutto. Per i sostenitori della Realpolitik è troppo aperta sui temi migratori, per altri è invece cinica, concentrata sulla difesa degli interessi tedeschi. Per molti tedeschi è stata troppo generosa e conciliante verso l’Europa.

Sylvie Goulard

Dopo sedici anni ininterrotti di cancellierato, dal 2005 al 2021, Angela Merkel si appresta a lasciare la guida della Germania. Si tratta di una longevità politica eccezionale – pari solo a quella del cancelliere Kohl, protagonista della riunificazione – per questa donna dal carattere riservato, che pochi possono affermare di conoscere.

Uno dei pochi aspetti personali su cui non ha mai fatto mistero è il suo impegno cristiano, alimentato dalla tradizione familiare: il padre, pastore protestante, decise di trasferirsi in Germania orientale durante il comunismo. La prima volta in cui ci incontrammo fu in occasione di un dibattito sull’Europa al convegno biennale della Chiesa evangelica tedesca, nel 2005, dove aveva appena fatto un intervento sul libro dei Maccabei davanti a più di mille persone. I valori protestanti e la sua infanzia in un Paese totalitario hanno accresciuto il suo amore per la libertà. Al suo insediamento, nel 2005, chiese di «osare più libertà». Parlando agli studenti di Harvard nel 2019, ha ricordato quando da giovane a Berlino ogni giorno camminava lungo il muro che la teneva prigioniera. In occasione delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma luterana, nel 2017, ha insistito sui legami tra responsabilità individuale e libertà. Questo profondo senso di responsabilità traspare nella maggioranza delle sue azioni: responsabilità nei confronti del Bundestag (Parlamento), di cui mostra l’edificio ai visitatori dal suo ufficio, ricordando che la legittimità del potere viene dai rappresentanti del popolo; responsabilità morale individuale nelle scelte che vanno soppesate e nella cui complessità è talora difficile districarsi.

I tedeschi ne apprezzano la conoscenza dei vari temi e il linguaggio sobrio, come dimostrato ancora una volta durante la pandemia, quando ha trovato il tono giusto per parlare alle persone, invitando a un comportamento disciplinato con calma, rigore scientifico ed empatia. Per questo, malgrado alcuni momenti difficili, soprattutto durante la crisi dei migranti, continua a godere di una fiducia superiore al 70% nei sondaggi. Il soprannome affettuoso di Mutti (mamma) esprime bene il rapporto di Angela Merkel con il popolo tedesco: leader incontestata, amata dai cittadini, temuta negli ambienti politici, soprattutto dai potenziali rivali del suo partito, l’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU, Christlich Demokratische Union Deutschlands).

Priva di un’impostazione ideologica, criticata per qualche posizione vaga, la Merkel ha guidato la Germania, e l’Unione Europea (UE), attraverso crisi conclamate e trasformazioni meno visibili. In generale, ha fatto leva sul gioco di squadra, una sua caratteristica, quanto mai preziosa quando si è alla testa di “grandi coalizioni” come nel suo caso: a più riprese con i socialdemocratici del SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) o con i liberali del FDP (Freie Demokratische Partei). In alcuni casi, però, ha preso decisioni importanti da sola, senza consultare né i partner europei né gli alleati tedeschi, e scontrandosi con i suoi concittadini che non apprezzano le scelte “calate dall’alto”. [Continua]

 

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Elezioni a Palazzo Marino. Cent’anni di numeri (a cura di ArcipelagoMilano).

In questo articolo ben documentato si evidenzia, a un certo punto, come il nuovo sistema elettorale introdotto nel 1993 (elezione diretta del primo cittadino) ebbe come effetto il moltiplicarsi a dismisura di candidati a sindaco e a consigliere. Nel 1993 i candidati a sindaco furono 12 e 20 le liste, 15 candidati nel 1997 con 26 liste, 10 nel 2001 con 19 liste, 33 liste con 21 che non superarono lo 0,6% nel 2006 per 10 candidati, 30 liste nel 2011 con 15 che non superarono lo 0,5% per 9 candidati, 9 candidati nel 2016 con 16 liste.

Walter Marossi

Le elezioni sono sempre un fatto di numeri.

34.253 i voti di preferenza che consentirono la domenica 14 giugno del 1914 a Benito Mussolini di essere eletto in consiglio comunale, cinquantottesimo su 64 della vincente lista socialista, quando gli aventi diritto al voto erano 141.943 e i votanti furono 77.584, il 54%, curiosamente la stessa percentuale del 2016. Erano le prime elezioni a suffragio quasi universale (erano esclusi dal voto gli analfabeti, le donne, i nullatenenti, i disoccupati, i carcerati). Non che il futuro duce manifestasse grande interesse per l’amministrazione comunale: a Palazzo Marino intervenne una sola volta e si dimise dopo pochissimo tempo, per essere nominato in Cariplo ma anche qui rimase pochissimo: “il rinunciante prof. Benito Mussolini” recita il verbale, fu sostituito da un altro socialista Giuseppe Croce.

4.657 voti e ancor meno furono le preferenze per il futuro duce 2.427 nel 1919 alle elezioni politiche, le prime con una legge elettorale proporzionale, quando i fascisti presentarono la lista solo nel collegio milanese considerando Milano la capitale del fascismo mentre il PSI con segretario Bombacci (che peraltro finirà anche lui a Piazzale Loreto) prendeva il 53% dei voti cittadini.

73,7% la partecipazione al voto alle elezioni municipali del 7 novembre 1920, quando il diritto di voto fu esteso a tutti gli ex combattenti compresi i minorenni. Rivinsero i socialisti per poco più di 2.000 voti sulle destre; chi vinceva eleggeva 64 consiglieri su 80, ma la continuità era relativa perché alla tradizionale maggioranza riformista si sostituì tra i socialisti una maggioranza massimalista-comunista. Allora come oggi era ricorrente la polemica sul significato di riformista: “Riformismo è l’uovo che si accetta oggi rinunciando alla gallina domani” diceva Filippo Turati che in consiglio comunale era entrato nel 1906 e vi restò vent’anni, che proseguiva: “nulla di simile è mai allignato nel socialismo positivo. Il quale nell’azione sua fa bensì conquista di successive riforme; ma queste stanno coordinate al fine ultimo di emancipazione che informa tutto il movimento”. Insomma riformista è un aggettivo non un sostantivo.

Il nuovo sindaco Filippetti (ottavo per preferenze), già presidente dell’Ordine dei medici ma anche presidente degli esperantisti, leader ella frazione rivoluzionaria intransigente, è stato il sindaco più a sinistra nella storia della città. La composizione sociale dei consiglieri di maggioranza era nettamente più popolare e variegata di oggi: accanto a 5 avvocati e 2 medici (l’asse portante del riformismo milanese fino a 40 anni fa) vi erano 5 meccanici, 5 tipografi/incisori, 1 parrucchiere, 1 cameriere, 4 muratori/decoratori, 1 cappellaio, 2 magazzinieri, 2 fattorini, 2 piazzisti, 1 pianista; buoni ultimi nel voto di preferenze gli organizzatori di partito quelli che diverranno negli anni i “funzionari della federazione”.

Nel discorso di insediamento Filippetti non fece sconti: “il comune non è tanto e non è solo un organo amministrativo…nei nostri convincimenti è un organismo politico che fiancheggiando la classe lavoratrice guidata dal socialismo…muove in lotta contro lo stato borghese …”.

Il 3 agosto 1922 i fascisti occupano Palazzo Marino e Filippetti viene cacciato con il contributo fondamentale del prefetto, asse portante della reazione in città. Il comune viene commissariato e si va a nuove elezioni che diedero questi risultati: “Blocco cittadino di azione e di difesa sociale”(costituito da liberali, popolari, democratici moderati e fascisti) 57,4% dei voti, socialisti riformisti 30% dei voti, socialisti massimalisti 11%, comunisti l’1,5% (non entrò in consiglio).

Il 30 dicembre 1922 si insediò sindaco Luigi Mangiagalli altro ex presidente dell’ordine dei medici, nemico giurato di Filippetti, i due si narra non si salutavano. Con Mangiagalli fa la sua comparsa nel lessico politico amministrativo il termine “grande Milano”, che ritroveremo per tutto il secolo. Nonostante la solerzia con cui cercò di ingraziarsi Mussolini esemplificata dalle dichiarazioni sul delitto Matteotti: “il delitto colpisce il Governo attuale, per cercare di arrestare la vita di un grande paese e di una grande città. Quella lama che ha colto Matteotti ha colpito ancor più profondamente l’anima e il cuore di Mussolini: l’uccisione di Matteotti deve essere scontata dai colpevoli, non dal Paese e dalla nostra città”, Mangiagalli non fu mai amato dal fascismo milanese che lo accusava di essere un continuista con la politica del braccino corto dei vecchi liberali e di tutelare i proprietari di case a discapito degli inquilini, insomma il fascismo milanese era nettamente più “movimentista” del paludato e…… sindaco, che si era già fatto fare un busto alla memoria…in vita.

L’11 agosto 1925 nonostante Mangiagalli avesse sbarcato dalla giunta moderati e conservatori e governasse la città con un monocolore fascista i consiglieri comunali fascisti si dimettono e così il comune viene commissariato ancor prima dell’arrivo dei podestà; il primo dei quali fu Ernesto Belloni già capogruppo fascista in consiglio comunale, che triplicò il debito del Comune avviando una politica di grandeur che peraltro non gli portò fortuna: fu destituito, processato per corruzione e successivamente mandato al confino, gli andò comunque meglio che all’assessore Ferrario che proprio per aver visto bocciata una sua delibera sui conti comunali, trent’anni prima si era suicidato.

Bisognerà attendere il 7 aprile 1946 perché si tornasse a votare e i risultati premiarono la sinistra: 36,2% i socialisti, 24,9% i comunisti, 26,9% i democristiani, 7% ai liberali, 3% ai repubblicani e 1,6% alla prima delle liste civiche che fioriranno durante tutto il dopoguerra. Sindaco Antonio Greppi il socialista riformista cattolico che dovrà, mentre ricostruiva la città destreggiarsi tra vari cambi di maggioranza, scissioni di partito, crisi istituzionali etc.

 

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Senza “centro” non c’è bipolarismo

Cresce la consapevolezza che negli opposti schieramenti ci siano formazioni politiche e partiti “di centro” capaci di spezzare la logica artatamente conflittuale. Se così non fosse, l’alternativa sarebbe lo scontro tra due coalizioni, una (a destra) condizionata dall’estremismo, l’altra (a sinistra) dal massimalismo, con in più l’influsso del populismo grillino.

Enrico Letta, chiudendo la festa dell’Unità a Bologna, ha svolto un intervento importante e degno di nota perchè ha scrutato il futuro senza perdersi in considerazioni nostalgiche o rivolte al passato. E lo ha fatto su più fronti. Ora, al di là delle questioni di partito – le beghe infinite tra le correnti di quel partito, le priorità programmatiche su cui concentrare l’attenzione a cominciare dallo Ius soli, il voto ai sedicenni e il solito DDL Zan – quello su cui vale la pena soffermarsi è quando Letta pone il tema politico di fondo in vista delle prossime elezioni generali nazionali. E cioè, il tripolarismo, dopo il più che dimezzamento elettorale del partito di Grillo e di Conte, è finito e si ritorna al bipolarismo che ha caratterizzato la seconda repubblica sin dal suo inizio. Con una differenza di fondo, però, ammessa – almeno così emerge da alcuni organi di informazione – dallo stesso segretario nazionale del Partito democratico. Ovvero, si tratta di “bipolarismo estremo”. Un bipolarismo, cioè, che non prevede “forze intermedie” perchè, per dirla ancora con Letta, “o si sta di qua o si sta di là”. 

Non c’è spazio, detto in altri termini, per forze di centro o moderate o di cerniera. Cioè di quelle forze che storicamente hanno declinato concretamente nel nostro sistema quella “politica di centro” utile ed indispensabile, nonchè decisiva, per evitare la radicalizzazione della lotta politica italiana che porta solo danni e che danneggia la stessa qualità della nostra democrazia. Certo, adesso c’è una sorta di sospensione della politica e di commissariamento sostanziale nell’azione di governo, e per fortuna che è finita così, per i noti motivi che tutti ben conosciamo. Al punto che c’è una distinzione, come ci ricordava giustamente alcuni giorni fa Antonio Polito, tra “l’azione politica dei partiti” e la “concreta azione politica di governo”. Una distinzione, va pur detto, che ha depotenziato il ruolo e la funzione dei partiti e le rispettive classi dirigenti.

Ma, al di là della situazione del Governo, è del tutto evidente che questa situazione non può durare a lungo perchè, prima o poi, la politica ritorna. O meglio, per essere più precisi, ritorna la “politica dei partiti”. Ed è proprio su questo versante che un “bipolarismo estremo” non può essere la carta vincente, semprechè si voglia rafforzare la nostra democrazia e la stessa azione di governo. Perchè se la radicalizzazione della politica diventa la cifra distintiva del sistema politico italiano, inevitabilmente ci troveremmo di fronte ad un permanente conflitto sociale, politico, culturale e forse anche addirittura etico. Senza contare ciò che si trascina dietro la stessa radicalizzazione del conflitto politico. E cioè, la delegittimazione morale, personale e politica dell’avversario, cioè del nemico. Quello, del resto, che hanno fatto i 5 stelle sin dalla loro nascita con la politica del “vaffa day” e la criminalizzazione politica di tutto ciò che non era riconducibile al loro universo politico e valoriale.

Ecco perchè si rende sempre più necessario ed indispensabile che, all’interno dei due schieramenti, – perchè saranno solo più due e non tre come giustamente dice Letta – ci siano formazioni politiche e partiti “di centro” che siano in grado, più attraverso la loro azione politica che non il loro specifico peso elettorale, di contribuire a ridurre se non addirittura a spezzare quella logica conflittuale che mina alla radice il nostro impianto democratico e costituzionale. Perchè altrimenti l’alternativa non potrebbe che essere uno schieramento dominato e condizionato dall’estremismo della destra da un lato e, sul versante opposto, dal massimalismo della sinistra e, soprattutto, dal populismo e dal giustizialismo manettaro dei 5 stelle.

Per questi semplici motivi quella “politica di centro”, adesso, deve “scendere in campo”, per dirla con una celebre espressione del passato. E, con essa, i rispettivi partiti che sappiano incarnarla concretamente nei due campi che si confronteranno in vista delle elezioni politiche. Non per il bene di quei partiti ma, al contrario, per la qualità della nostra democrazia, l’efficacia del nostro governo, la stabilità del nostro sistema politico e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Il costo esistenziale del progresso

Viene da chiedersi, scrive l’autore, in quale direzione di marcia l’umanità sia posizionata nel mondo. Osserva, in definitiva, che bisogna consumare, cambiare e innovare. Incessantemente. Ma quanta parte di tutto questo è indispensabile, quanto è inutile o superfluo?

La domanda non è retorica né solo post-moderna, da sempre anche scrutando le stelle o osservando la natura e il progressivo espandersi della presenza antropocentrica sul pianeta, l’uomo si è posto alcune domande: come si vive, come si cambia, in che modo si progredisce, che cosa ci si lascia alle spalle di irrecuperabile, dagli stili di vita, alle abitudini in perenne alternanza o viceversa quale sia stato in qualunque momento della storia il valore aggiunto, quel “più uno” che è la molla del progresso.

Il concetto di tempo si è evoluto, si sono aperti nuovi orizzonti, la globalizzazione ha imposto la presenza simultanea della totalità della realtà nella sua tessitura di opposti e di contrari: eppure l’interrogativo di fondo non ha ne’ potrebbe avere una risposta, poiché il futuro è imprevedibile e sovente non governabile.

C’è chi ha il sofisma di una visione olistica, totale di una sostenibile esistenza, che prevede solo condizioni migliori anche superando gli inciampi di percorso, chi invece si accontenta dell’hortus conclusus e finisce per parametrare il bene e il male circoscrivendolo alla propria condizione che tuttavia nasconde una dimensione di inevitabile precarietà. Ci sono gli scettici e i negazionisti che esprimono un nichilismo di maniera, si oppongono a tutto e rinnegano le evidenze in nome di un preconcetto rifiuto, siano essi i no-vax o i terrapiattisti. Eppure la democrazia dell’uno vale uno anche comparando un mentecatto ad uno scienziato consente a costoro di avvalersi di ogni pretesto per costruire teoremi insostenibili: sfido un terrapiattista a portarmi sul bordo della fine del mondo piatto per scrutare cosa c’è sotto. Poi ci sono gli studi della scienza, le previsioni degli esperti, i Rapporti degli organismi internazionali che ci mettono di fronte a prospettive inquietanti, come è stato per il sesto Rapporto ONU 2021/COP26 che ha palesato una situazione da codice rosso per l’umanità a motivo dell’emergenza climatica e dell’inesorabile consumo delle risorse del pianeta. 

Un monito espresso a questo livello dovrebbe restare in prima pagina per lungo tempo poiché è la precondizione di tutto il resto: finisce invece nel dimenticatoio dopo gli allarmi del momento, per essere oscurato da questioni di piccolo cabotaggio, persino miserie umane che fanno parte di quel presentismo asfissiante e cieco a cui da almeno dieci anni a questa parte ci hanno richiamato gli annuali Rapporti del CENSIS sulle nostre tendenze di vita: e qui il territorio è davvero sconfinato e sconsolante, persino per le solitudini subite o per quelle cercate, che sono gli estremi che si toccano nella fuga dalla realtà. Ci sono notizie che creano una incomprensibile confusione: l’etica della responsabilità si annulla nel chiacchiericcio, cose dette e poi smentite, post, twitter, apparenze insignificanti che ci mandano in fibrillazione per una idiozia del momento, anche se resta sottotraccia in ciascuno di noi una sensazione di impotenza che ci porta a sentirci soccombenti di fronte al gigantesco Moloch della vita.

Il presente ferma l’attimo ma non è un carpe diem quanto piuttosto una inesprimibile attesa del peggio.

Arriva il terzo vaccino, la scienza ha seguito gli sviluppi della pandemia e lo sapeva da tempo: meno male che c’è, peccato che la politica ce lo dica solo ora. Il green pass sarà come un secondo documento d’identità e ce lo porteremo dietro dalla pubertà fino alla tomba. Siamo bombardati dagli input sugli stili di vita: auto elettriche, domotica, digitalizzazione pervasiva quotidiana fino ad annullare il pensiero pensante: è già tutto scritto nelle sequenze dei codici alfanumerici e degli algoritmi. Tutto pensato e deciso, altrove.

Ma in questi giorni il Ministro della transizione ecologica ci annuncia un salasso da capogiro: aumento del 40% di luce e forse anche gas. Colpa delle materie prime. Nessuno poteva prevedere, per evitare? Strano che ciò si sappia dopo le ‘magnifiche sorti e progressive’ del Recovery fund: sembrava la soluzione di tanti mali ma ora sappiamo che quei fondi non serviranno per i nostri consumi energetici. Torneremo dunque alle candele o abbracceremo la teoria Amish che espunge  la tecnologia dagli stili di vita o il credo anabattista che ci induce alla sobrietà? C’è chi dice che il PIL a fine anno arriverà ad un più 6% ma se il lavoro non si inventa come si farà a consumare senza produrre? Adesso che abbiamo lo SPID sappiamo che molta parte dei nostri problemi esistenziali sarà risolta: forse non per gli anziani che sono arcistufi di novità digitali spacciate per conquiste.

Per non parlare delle televisioni da sostituire: quando costruivano quelle che abbiamo adesso esisteva già il know how per produrre quelle richieste in futuro ma sono andati avanti per avere due cicli di mercato a distanza. Così come le ditte produttrici e i grandi network della comunicazione sanno che tra cinque o sei anni saremo costretti a cambiare di  nuovo apparecchio. Di tutte le notizie che circolano trovo che questa sia la più odiosa: prima perché costringe le famiglie ad una spesa onerosa e inutile, basta fanfaluche, gli schermi attuali ci danno immagini nitide e l’eventuale miglioria dei pixel sarà impercettibile.

Però bisogna consumare, cambiare, innovare: quanta parte di tutto questo è indispensabile, quanto è inutile o superfluo? Qualcuno ha pensato a come e dove saranno smaltiti i vecchi apparecchi televisivi? In qualunque modo ciò sarà fatto costituirà un vulnus ambientale gravissimo, un inquinamento della natura: allora ci si chiede a cosa servono i moniti ultimativi dell’ONU e degli scienziati se il consumismo obbligato e imposto – oltre a generare oneri economici spesso gravosi- va avanti per la sua strada, con la benedizione dei governi e dei potentati economici, in perenne espansione per la conquista dei mercati.

15 settembre 1864: Firenze è la nuova capitale d’Italia.

A Fauntainbleu Italia e Francia stipulano la cosiddetta Convenzione di Settembre. Da ciò deriva la scelta di avvicinarsi a Roma, ultima e decisiva meta per completare l’unificazione nazionale. Firenze diventa la capitale del Regno e a Torino scoppia la rivolta.

Lo scontro in Aspromonte del 29 agosto 1862 tra camicie rosse ed esercito regolare italiano, motivato dalla manifesta volontà di Garibaldi di puntare su Roma per occuparla, non fece altro che irrigidire Napoleone III, il quale minacciò un intervento militare nel caso si verificasse un attacco contro Papa Pio IX. Quell’episodio, che provocò il ferimento e l’arresto dello stesso eroe nizzardo, destò vivissima preoccupazione in tutta Italia. L’esecutivo di governo dovette necessariamente e immediatamente ricucire i rapporti con Parigi.

In realtà, non erano solo le relazioni italo-francesi a rimanere condizionate dallo scacchiere geopolitico determinatosi nell’estate del ’62, ma poteva prospettarsi, visti gli eventi, un accordo tra Napoleone III e l’Austria allo scopo di rafforzare la protezione del pontefice da possibili tentativi di occupazione. Le trattative tra Italia e Francia, lunghe e complicate, si conclusero solo nel settembre del 1864 e si impegnarono a stabilire la garanzia dell’incolumità dello Stato Pontificio in cambio del ritiro progressivo delle truppe francesi dal Lazio. In aggiunta, per dare un segno tangibile del rispetto degli accordi, il governo italiano, allora presieduto da Marco Minghetti, decise di spostare la capitale da Torino a Firenze come prova dell’impegno italiano di rinunciare a occupare Roma. La firma del trattato, avvenuta il 15 settembre 1864 a Fountainebleu, Parigi, passò alla storia come Convenzione di Settembre. 

Quell’accordo, oltre a confermare l’ingerenza della Francia nelle questioni italiane e la subordinazione reiterata dei Savoia verso Napoleone III, provocò gravissimi problemi di ordine pubblico e dunque anche in politica interna. La volontà di stabilire a Firenze la nuova capitale del Regno (l’ipotesi Napoli fu scartata subito), infatti, provocò due giorni di sanguinosi scontri nel capoluogo sabaudo, i quali causarono ben 62 vittime tra manifestanti e militari. Quanto successe a Piazza Castello e a Piazza San Carlo il 21 e 22 settembre 1864 produsse inchieste e interrogazioni alla Camera dei Deputati; a seguito dell’istituzione di una commissione monocamerale ante litteram, una delle prime in assoluto, Minghetti dovette dimettersi il 28 settembre. 

«Lo stato attuale di cose, non potendo durare perché troppo triste; Lei e i suoi colleghi siete invitati a dare le dimissioni».

Questo il comunicato diramato da Re Vittorio Emanuele II all’indirizzo del governo dopo i drammatici fatti di Torino. Suddetti avvenimenti suscitarono feroci polemiche, soprattutto riferite al fatto che Roma non fosse diventata, come paventato più volte dopo la prima fase dell’Unità, la nuova capitale di un’Italia finalmente unita. La scelta cadde su Firenze per due motivi principali: in primo luogo per la sua storia culturale di madre della lingua italiana, e in secondo luogo per la sua posizione geografica centrale e considerata strategica. Ma i malumori – e le conseguenti agitazioni, proseguite per settimane – derivavano anche dalla possibilità che una città importante come Torino, culla della patria e polo commerciale dell’Italia Settentrionale, perdesse la sua centralità politica ed economica. Il 23 settembre Alfonso La Marmora venne incaricato di formare un nuovo esecutivo e presiedere le inchieste in corso, che dopo intercessione di Bettino Ricasoli, vennero archiviate nel gennaio del 1865. Firenze rimase capitale del Regno d’Italia per circa sei anni, dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871.

 

Amministrative 2021. Storia e mappa elettorale delle grandi città. La quarta analisi dell’Istituto Cattaneo: Roma.

Dove la destra post-missina è stata sdoganata ed è nato il bipolarismo, dove il centrosinistra ha vinto in cinque elezioni su sette, consolidando il suo consenso nelle zone agiate del centro, ma ha perso il consenso della periferia Est, sua storica base popolare.

Come è noto, le comunali di Roma del 1993, tra le prime nelle quali veniva applicata la legge sull’elezione diretta dei sindaci, furono segnate dal sostegno (per niente scontato) di Silvio Berlusconi alla candidatura dell’allora leader del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini, espressione di una destra fino ad allora isolata, anti-sistema, storicamente forte a Roma, soprattutto in quartieri “ricchi” come Parioli, Flaminio, Eur, che pareva a molti destinata a rima- nere minoritaria. Segnarono quindi l’avvio della legittimazione politica e della conversione moderata degli eredi di Giorgio Almirante. 

Furono la prima tappa per la costruzione, intorno a Berlusconi, della coalizione di centrodestra e l’inizio della dinamica bipolare. D’altro canto, quelle elezioni rappresentarono, a Roma, l’avvio di una fase abbastanza lunga di governo del centrosinistra, iniziata con la vittoria di Francesco Rutelli che sconfisse al ballottaggio Fini con il 53% dei voti, poi proseguita con il suo secondo mandato e con le due elezioni di Walter Veltroni. Grazie a strategie di sviluppo concepite nel rapporto con una molteplicità di interlocutori del mondo economico e sociale della città, e alla buona immagine dei sindaci, in questa fase si registrò un significativo allargamento dei consensi per il centrosinistra, in occasione delle amministrative, soprattutto nel voto per il secondo mandato sia di Rutelli che di Veltroni, come si può vedere dai grafici che seguono. Forse da qui l’ipotesi che quella stagione potesse continuare con gli stessi protagonisti. 

Rutelli nuovamente candidato nel 2008 viene battuto però al ballottaggio da Gianni Alemanno (altro esponente della destra missina, dal 1995 confluita in Alleanza Nazionale) con il 54% dei voti, al termine di una campagna nella quale quest’ultimo aveva calcato i toni sulla sicurezza e il degrado delle periferie. Nello stesso giorno, del resto, nello stesso comune di Roma, al ballottaggio per l’elezione del presidente della Provincia, il candidato del centrosinistra (Nicola Zingaretti) sopravanzò, seppure di un solo punto percen- tuale, il suo antagonista di centrodestra. Nel 2013 fu Ignazio Marino, candidato PD, l’interprete più efficace delle attese di cambiamento e del disagio. I 5 Stelle, che avevano già ottenuto un notevole successo alle politiche di febbraio, alle amministrative di maggio videro i loro consensi dimezzati e Marino travolse Alemanno al secondo turno con il 64% dei voti. La sua immagine risultò poi presto appannata dai conflitti interni al Pd e da alcuni passi falsi, fu indotto a dimettersi, ritirò le dimissioni, infine i componenti della (sua) maggioranza si dimisero dal consiglio provocando il commissariamento del comune ed elezioni anticipate, nel mezzo dalla tempesta giudiziaria di Mafia capitale. Si creò così il più favorevole dei contesti per l’ascesa al Campidoglio di un esponente del M5S. Virginia Raggi vinse nel 2016 con il 67% dei consensi contro Roberto Giachetti (PD) al ballottaggio.

La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue dunque, innanzitutto, per il notevole radicamento della destra post-missina, che pur avendo progressivamente perso peso dopo l’ex- ploit del 1993, quando il solo Movimento Sociale ottenne il 31% dei voti, ha espresso stabil- mente la prima forza politica del centrodestra, fino a quando Alleanza Nazionale confluì nel Popolo delle Libertà (2009). Uno dei principali quesiti a cui risponderanno le elezioni di ottobre non è “se” ma “in che misura” il partito di Giorgia Meloni rispristinerà tale primato. La storia elettorale romana post-1993 si contraddistingue, in secondo luogo, per una tendenziale prevalenza del centrosinistra, fino ad ora interrotta solo in due elezioni su sette. In terzo luogo, per una notevole volatilità, con passaggi consistenti di elettori tra voto e astensione, oltre che tra candidati di aree politiche diverse. In tre casi (1997, 2006, 2013) a vantaggio del centrosinistra, in due (2008, 2016) a vantaggio degli avversari. 

È importante notare che sia nelle ele- zioni del 2013 che in quelle del 2016 lo spostamento ha riguardato elettori fluttuanti tra il centrosinistra e il M5S, che nel 2013 confluirono su Ignazio Marino, nel 2016 su Virginia Raggi. Il secondo quesito, quindi, non è “se” ma “in che misura” questo fenomeno si ripeterà al ballottaggio del 17-18 ottobre se – come ad oggi appare più probabile, sia sulla base dei sondaggi che della storia elettorale – la sfida finale sarà tra il candidato del PD, Roberto Gualtieri, e quello del centrodestra, Enrico Michetti.

Per vedere e scaricare il rapporto clicca qui

https://www.cattaneo.org/roma-la-mappa-e-la-storia-elettorale/

II trimestre 2021. Il mercato del lavoro nell’analisi dell’Istat: l’Italia va.

Ancora una positiva rilevazione sul fronte dell’economia e del lavoro. L’Istituto di statistica fornisce i dati che inducono a un cauto ottimismo. Infatti nel secondo trimestre 2021 l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra un aumento del 3,9% rispetto al trimestre precedente e del 20,8% rispetto al secondo trimestre 2020; anche il Pil è aumentato, del 2,7% in termini congiunturali e del 17,3% in termini tendenziali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre 2021 si registra un aumento di 338 mila occupati (+1,5%) rispetto al trimestre precedente, dovuto alla crescita dei dipendenti a tempo indeterminato (80 mila, +0,5%), degli indipendenti (33 mila, +0,7%) e, soprattutto, dei dipendenti a termine (226 mila, +8,3% in tre mesi). Contestualmente, si osserva un calo sia del numero di disoccupati (-55 mila, -2,2%) sia di quello degli inattivi di 15-64 anni (-337 mila, -2,4%). I dati mensili provvisori di luglio 2021 mostrano un arresto del trend in crescita registrato tra febbraio e giugno 2021, con un lieve calo dell’occupazione rispetto a giugno (-23 mila, -0,1%) che si associa a quello dei disoccupati (-29 mila, -1,2%) e all’aumento degli inattivi di 15-64 anni (+28 mila, +0,2%).

Rispetto al secondo trimestre 2020, l’aumento dell’occupazione (+523 mila unità, +2,3%) coinvolge soltanto i dipendenti a termine (+573 mila, +23,6%); continua infatti, seppur con minore intensità, il calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-29 mila, -0,2%) e degli indipendenti (-21 mila, -0,4%). Crescono sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale (+1,8% e +4,8%, rispettivamente). In aumento il numero di disoccupati (+514 mila in un anno), mentre si riducono marcatamente gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1 milione 253 mila, -8,5% in un anno), dopo cinque trimestri di crescita progressiva. Il tasso di occupazione 15-64 anni, pari al 58,0%, mostra un aumento in termini congiunturali (+1,0%) che si associa alla diminuzione del tasso di disoccupazione e di quello di inattività 15-64 anni; i dati provvisori del mese di luglio evidenziano la stabilità congiunturale del tasso di occupazione, con lievi variazioni dei tassi di disoccupazione (-0,1 punti) e di inattività (+0,1 punti). Il confronto tendenziale conferma la crescita del tasso di occupazione (+1,7 punti rispetto al secondo trimestre 2020) e la diminuzione di quello di inattività, accompagnati da un aumento di quello di disoccupazione.

Dal lato delle imprese, nel secondo trimestre 2021 prosegue la crescita delle posizioni lavorative dipendenti che, in termini congiunturali, segnano un aumento dello 0,7% nel totale. Il segnale positivo caratterizza sia la componente a tempo pieno (+0,6%) sia quella a tempo parziale (+0,9%), con una maggiore accelerazione di quest’ultima che, nel trimestre precedente, aveva segnato un calo coincidente con la reintroduzione delle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Su base annua, la tendenza dell’occupazione registra una crescita particolarmente sostenuta (nel totale pari a 3,6% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, +3,5% a tempo pieno e +3,6% a tempo parziale) quale effetto di riflesso della fase interessata dalle misure più restrittive di limitazione della pandemia, particolarmente concentrate nel secondo trimestre 2020. 

Rispetto al trimestre precedente, le ore lavorate per dipendente crescono del 3,4%; su base tendenziale, anche per questo indicatore, si osserva un incremento eccezionalmente marcato (+29,2% rispetto al secondo trimestre 2020), associato a una riduzione altrettanto straordinaria del ricorso alla cassa integrazione, che si abbassa a 78,7 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,6 punti percentuali su base congiunturale e di 1,0 su base annua. Il costo del lavoro, per unità di lavoro, cresce dello 0,6% in termini congiunturali, con un aumento più sostenuto delle retribuzioni (+0,7%) e di minor intensità degli oneri sociali (+0,3%), quale effetto del persistere delle misure di sostegno all’occupazione attuate attraverso gli sgravi contributivi. Su base annua si rileva, invece, un calo del costo del lavoro pari a -3,1%. 

A diminuire sono entrambe le componenti: le retribuzioni scendono del 2,3% rispetto al secondo trimestre 2020, quale effetto di riflesso della crescita straordinaria registrata nello stesso trimestre dell’anno precedente, quando la ricomposizione dell’occupazione provocata dai provvedimenti di sospensione delle attività economiche aveva privilegiato la presenza delle componenti a profilo retributivo più alto; parallelamente, la riduzione più intensa degli oneri sociali (-5,4%) è conseguenza, da un lato, della riduzione della componente retributiva e, dall’altro, del persistere degli effetti delle misure di decontribuzione.

Le indagini statistiche dirette e l’acquisizione delle fonti di natura amministrativa per finalità statistiche risentono ancora degli effetti dell’emergenza sanitaria sulla raccolta dei dati di base e sulla continuità di altre fonti; permane dunque il carattere provvisorio delle stime che potranno subire revisioni.

Per leggere il testo integrale

https://www.istat.it/it/files//2021/09/Mercato-del-lavoro-II-trim_2021.pdf

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. La nota politica di “The Post Internazionale” (Tpi).

Le cose non si mettono bene per il centrodestra. E se fosse un problema circoscritto alla Capitale, potrebbe anche non dare troppa noia. Invece può accadere – e di questo è consapevole Berlusconi – che una sconfitta nelle principali città metterebbe a forte repentaglio le speranze di successo alle politiche. 

Marco Antonellis

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. Nella storia delle campagne elettorali non si è mai sentito un candidato non presentarsi ad un convegno organizzato da uno dei big della sua coalizione, oltretutto da colei che lo ha voluto nella politica che conta.

“Non sono andato da Meloni? Avevo un’agenda fitta, ho ritardato su Roma. Figuriamoci se non vado da Giorgia che l’aveva organizzata proprio per me”. Questa la “giustificazione di Enrico Michetti, candidato sindaco di Roma per il centrodestra. “Abbiamo fatto tanti confronti – ha aggiunto Michetti – In un’occasione sono andato via perché è finita in rissa e nell’altra perché mi aspettavano 250 tranviari da una mezzora e al convegno erano in ritardo e non mi davano la parola. Ho un’agenda serrata e devo ancora girare buona parte di Roma”.

Il problema però è che dalle parti del vertice di Fratelli d’Italia non hanno affatto preso bene il forfait del “loro” candidato sindaco. Nel frattempo, tutti si stanno finalmente accorgendo quello che noi andiamo scrivendo da tempo e cioè che il candidato sindaco di Roma Michetti è segnalato dai sondaggi (quelli seri, sono rari ma ci sono) molto al di sotto delle liste che lo sostengono; in sostanza fa perdere voti.

Tant’è che (sempre sperando in un improbabile miracolo) i partiti del centrodestra si stanno già ritagliando un vero e proprio Piano B in caso di sconfitta. Piano che prevederebbe per FdI di puntare comunque ad essere il primo partito della capitale, per la Lega di dare la colpa della sconfitta alla Meloni “incapace di scelte di governo” e per Forza Italia galleggiare in un ‘aurea di mediocrità’ (del loro candidato di punta, la Matone si sono perse del tutto le tracce).

Continua a leggere

https://www.tpi.it/politica/se-non-ci-fosse-michetti-bisognerebbe-inventarlo-20210913825649/

Gli 89 splendidi nomi di Dio. Il nuovo libro di Mattiew Fox, sostenitore di una nuova spiritualità del creato.

Il teologo americano, autore di “In principio era la gioia”, giovedì 23 settembre, alle ore 18, presenterà via zoom il volume di Gabrielli Editore. “Noi diciamo Dio – scrive Fox – e non possiamo dire Dio… il paradosso colpisce al cuore il nostro desiderio compulsivo di controllo”. Pubblichiamo di seguito la sinossi curata dalla casa editrice.

Cosa intendiamo per “Dio” oggi? Quanti sono i nomi di Dio che gli esseri umani hanno inventato? Quali di essi possono esserci più utili e quali nuovi nomi possono aiutarci, come individui e come specie, nell’affrontare un’epoca critica di svolta, come l’attuale, per la storia umana e planetaria? La tradizione islamica si fregia di una pratica religiosa molto potente, la recitazione dei “99 splendidi nomi di Dio”. 

Questa ha ispirato l’Autore nella scrittura del libro nel quale presenta 89 nomi oggi usati per dire Dio e che ritiene siano i più belli e i più utili per il nostro tempo. Così facendo, offre alla nostra immaginazione una gamma colorata di nomi divini raccolti da scienziati, poeti e mistici del passato e del presente, invitandoci a iniziare sempre da dove inizia la vera spiritualità: dall’esperienza.

In definitiva, nessun nome per Dio è sufficiente. Siamo sfidati a continuare a sondare la ricca ecologia della spiritualità umana per porre domande, abbracciare il paradosso e ascoltare in silenzio i misteri più profondi della vita.

Qual è il metodo e la struttura del libro “Gli 89 splendidi nomi di Dio” di Matthew Fox? Il metodo utilizzato “è quello di presentare, pagina per pagina, uno dei nomi per il Divino, facendolo seguire da una modesta meditazione su di esso. Il nome stesso può derivare dalla scienza, dalla mistica o dalle Scritture, o semplicemente dalla mia esperienza e dalla mia immaginazione. La prova non viene tanto dalla sua origine quanto dall’uso che ne facciamo, ovvero da ciò che esso suscita nella nostra coscienza e nella nostra anima”.

Il libro di Fox è pensato in tre parti: per la prima parte del volume, l’Autore ha scelto 80 nomi di Dio tra i miliardi di nomi possibili. Questa è detta tradizione catafatica, la tradizione del Divino come luce. Per la seconda parte del volume ha individuato 9 nomi della Divinità apofatica, la Divinità che non può essere nominata. La parola “apofatico” significa “attratto verso l’oscurità”. Nella terza parte, Fox presenta alcuni esercizi che possono favorire l’approfondimento dell’esperienza della lettura e della meditazione, tenendo conto che, come egli sostiene, “nessuna persona e nessuna ideologia possiedono il marchio “Dio”.

Per partecipare iscriversi al seguente link

https://bit.ly/MatthewFox2021

Post-Incendi tra organizzazione, prevenzione, gestione forestale. L’Uncem chiede al governo un piano triennale.

Le drammatiche settimane vissute nell’estate 2021 sono un ennesimo campanello d’allarme sulle quotidiane sfide dei cambiamenti climatici che toccano Appennini e Alpi, sulla natura che ha un corso incontrollato e che ci vede poco attenti, ma anche su temi sociali, antropologici e istituzionali sui quali aprire gli occhi. Pubblichiamo le conclusioni del documento elaborato dall’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (Uncem). Attraverso il link, a fondo pagina, si può accedere al documento integrale.

L’Uncem chiede al Governo e al Parlamento 1 miliardo di euro per le foreste italiane.

Quelle risorse che erano previste nelle prime versioni del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (dicembre 2020) e che poi sono state eliminate (marzo 2021) nelle edizioni successive del PNRR. Investire bene. Scegliere di credere che siamo un “Paese forestale” e fare una azione decisiva. Ben lontana da quella degli ultimi anni per le foreste, con le leggi di bilancio che hanno stanziato solo – solo! – 5 milioni di euro l’anno. Pochissime risorse che Alessandra Stefani, Direttore della Direzione foreste del MIPAAF, alla quale va il nostro enorme grazie, ha usato per formazione e progettualità efficaci, d’intesa sempre con Regioni ed Enti locali.

Ma ora servono risorse importanti – 1 miliardo di euro – che però devono unicamente essere impegnate nella prevenzione da realizzare mettendo in atto azioni di gestione e selvicoltura preventiva, in attuazione dei Piani antincendio boschivo che tutte le regioni hanno (!) e che non trovano però piena attuazione.

Sono poche le Regioni che investono in prevenzione e quelle che lo fanno, lo fanno finora con le risorse dello sviluppo rurale (misura 8.3 e 8.4).

Cosa dobbiamo fare oggi:

  1. Dare alla Strategia forestale nazionale una dotazione finanziaria efficace, visto che tra le sue azioni prevede una scheda puntuale sulla prevenzione antincendio, che aveva già previsto (8 mesi) tutto quello che oggi molti ribadiamo come necessario, anche in questo dossier. Tutto è, era, già stato scritto. Per attuarlo servono risorse. 1 miliardo di euro.
  2. Occorre prevedere per la prossima fase di programmazione 2023-2027 che sia bloccata

una riserva finanziaria nel Programma nazionale di sviluppo rurale (non ci saranno più i PSR regionali) per la realizzazione di interventi di “prevenzione antincendi e adattamento ai cam- biamenti climatici”, che obblighi le Regioni a dare piena attuazione alla politica nazionale prevista dalla Strategia forestale e porti a compimento quanto scrivono sui loro Piani AIB.

Due azioni. Due Azioni. Semplici ed efficaci. Per le quali, un “Paese forestale” come è appunto l’Italia, può efficacemente spendere 1 miliardo di euro nei prossimi tre anni.

 

Per leggere il documento integrale

https://uncem.it/wp-content/uploads/2021/08/UNCEM-incendi-e-post-emergenza-pianificazione-forestale-ago2021.pdf 

Atrofia muscolare spinale: tornano “le avventure della smagliante ada” con nuove emozionanti storie a fumetti per valorizzare le diversità

Presentato il Volume 2 del fumetto realizzato nell’ambito del progetto educativo “La SMAgliante Ada” dall’Associazione Famiglie SMA e dai Centri Clinici NeMO, con Roche Italia,
per educare i bambini all’inclusione sociale

Dopo il successo del Volume 1 presentato a settembre 2020, l’esuberante cagnolina Ada torna con nuove emozionanti avventure. Dedicato a tutte le scuole elementari d’Italia che hanno già aderito e a tutte quelle che vorranno aderire quest’anno, è disponibile da oggi il Volume 2 a fumetti de “Le avventure della SMAgliante Ada”. Presentato presso la Fondazione Catella a Milano, il libro è parte del più ampio progetto educativo “La SMAgliante Ada”, realizzato dall’Associazione Famiglie SMA e dai Centri Clinici NeMO specializzati nella cura delle malattie neuromuscolari, con Roche Italia.

Realizzato da un team multidisciplinare composto da educatori, psicologi e counsellor dell’Associazione Famiglie SMA, con i contenuti e la supervisione scientifica a cura degli specialisti della rete dei Centri Clinici NeMO, il fumetto vuole guidare i bambini degli ultimi anni delle primarie nella comprensione di temi complessi come il valore della disabilità in quanto risorsa, dell’inclusione come opportunità, dell’importanza della conoscenza scientifica per capire gli altri e imparare a mettersi nei loro panni.

Nel secondo volume, così come nel primo, la disabilità motoria viene trattata partendo dalle vicende di Ada, una cagnolina nata con l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA, una malattia genetica rara che in Italia colpisce un bambino su 6.000 e porta alla progressiva perdita delle capacità motorie) che vive le sue avventure su una carrozzina elettrica rosso fuoco. Il libro incontra l’immaginario dei bambini attraverso il linguaggio del fumetto, per educare in modo semplice e creativo all’inclusione sociale e scolastica di bimbi con disabilità motoria, raccontando in cinque storie inedite la quotidianità di una bambina di 12 anni, fatta di scuola, di relazioni con i pari e gli adulti, di conoscenza e sperimentazione di sé, di sogni e progetti per il futuro. Anche nel secondo volume è stato inserito un approfondimento didattico-scientifico, che attraverso giochi ed esercizi interattivi ha l’obiettivo di accompagnare i bambini alla scoperta del corpo umano e spiegare loro cosa significa vivere con l’atrofia muscolare spinale.

“La nostra passione è prestare ascolto ai nostri pazienti e alle persone che li circondano. Una passione condivisa che ha fatto nascere e consolidare nel tempo una bella storia di collaborazione con Famiglie SMA e i Centri Clinici NeMO – afferma Alessandra Ghirardini,  Rare Conditions GIP Lead di Roche Italia. Insieme all’Associazione e ai centri abbiamo ideato e lanciato questo progetto educazionale che vuole essere uno strumento per sensibilizzare i più giovani all’inclusione verso tutte le persone e i bambini con la SMA, ma non solo.  Inclusione per noi non è includere la diversità, ma riconoscere che nell’essere tutti diversi siamo di fatto tutti uguali. La cosa importante è saper riconoscere il talento ovunque esso alberghi, proteggerlo e incentivarlo, perché la valorizzazione dei talenti è la più grande forma di inclusione che un Paese possa adottare”.

 

Temi importanti che la piccola Ada con la sua carrozzina Nikki e i suoi compagni e amici hanno iniziato a raccontare lo scorso anno, entrando nelle scuole e nelle case di tanti bambini, accompagnandoli nella didattica a distanza e facendo conoscere loro un mondo possibile e inclusivo, caratterizzato da quella leggerezza, ironia e spontaneità contagiose che solo i bambini sanno avere.

“Riuscire a trasferire il valore della leggerezza nell’esperienza di malattia non sempre è facile – dichiara Alberto Fontana, presidente dei Centri Clinici NeMO. Ad oggi sono circa 2000 i bimbi e i ragazzi con SMA e malattie neuromuscolari che sono stati presi in carico nei Centri Clinici NeMO. Per loro NeMO è casa che accoglie e che accompagna il diventare grandi, con tutte le sfide che ciò comporta. In questo percorso Ada è preziosa: non solo ci aiuta a tradurre la complessità della cura, ma è espressione di quella vitalità ed energia che ogni giorno ritroviamo nei nostri reparti”.

“Per spiegare ai bambini cosa significa vivere con una patologia rara come la SMA occorrono risposte semplici e concrete. La conoscenza dei propri limiti e delle proprie risorse diventa, infatti,  una condizione indispensabile per affrontare con serenità e consapevolezza di sé i cambiamenti imposti dalla malattia – continua Valeria Sansone, direttore clinico del Centro Clinico NeMO di Milano e responsabile scientifico del progetto. Ecco perché nel secondo volume del fumetto abbiamo voluto approfondire tematiche ancor più delicate dal punto di vista clinico, come la chirurgia, il respiro e  la nutrizione; convinti che, attraverso Ada, conoscere e condividere siano il primo passo per superare la paura ed aprirsi agli altri senza pregiudizio”.

Sono state distribuite gratuitamente oltre 5000 copie del primo volume e coinvolte molte classi delle scuole elementari distribuite in maniera capillare in tutta Italia, con la partecipazione di oltre 200 bambini nei laboratori didattici. Inoltre, dopo il lancio in lingua italiana il libro è stato tradotto in ben 10 lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, polacco, macedone, arabo, cinese, russo e serbo), confermando l’impatto positivo del progetto anche a livello internazionale.

“I bambini sono i futuri adulti di domani ed è fondamentale per noi entrare nelle scuole con Ada e una visione positiva della disabilità – afferma Anita Pallara, Presidente Famiglie SMA. Ogni anno in Italia nascono 40-50 bambini con la SMA, un numero importante ma che ci classifica come una patologia rara, e per questo spesso con pochi riflettori accesi. Il fumetto è un linguaggio universale con cui avvicinare la più ampia platea possibile al nostro mondo ed è questo uno degli obiettivi principali del progetto: imparare a conoscerci, nelle difficoltà quotidiane e nelle abilità che usiamo per superarle, che a ben vedere non sono poi così diverse da quelle di ognuno di noi”.

 

“Grazie al modo con cui Ada racconta e vive le sue esperienze, ogni bambino può essere facilitato a osservare e accettare senza vergogna le proprie diversità, fatte di limiti certo, ma anche di risorse – sostiene Simona Spinoglio, Dottoressa in Psicologia ed Educatore professionale Famiglie SMA. La disabilità diventa così una delle caratteristiche che può avere una persona: una parte sicuramente importante della propria vita, che si può imparare a vivere con leggerezza e ironia”.

 

Le tematiche che emergono nel volume hanno preso vita dal confronto tra chi vive la SMA e un gruppo di lavoro d’eccezione, specializzato in storie per ragazzi, composto dai fumettisti, sceneggiatori e disegnatori Danilo Deninotti, Giuliano Cangiano, Roberto Gagnor, Giorgio Salati, Gianfranco Florio, Mattia Surroz, Luca Usai e Emanuele Virzì che, dopo aver conosciuto da vicino la realtà dell’Associazione Famiglie SMA e dei Centri Clinici NeMO, ha potuto giocare con la fantasia per dare vita alle avventure di Ada e dei suoi compagni, raccontando ai più piccoli come ciascuno di noi, nella propria specificità, sia diverso dagli altri e che in questa diversità è custodito il segreto per potersi realizzare.

Il nuovo libro contiene anche una sesta avventura, vincitrice del ComicContest “Ada e il misterioso caso del nuovo compagno di classe”. Il concorso, lanciato lo scorso febbraio con il medesimo obiettivo di valorizzare la diversità e l’inclusione, invitava i bambini a completare con parole e disegni una storia inedita a fumetti sull’arrivo di un nuovo personaggio, partendo dagli spunti delle tavole iniziali proposte dai fumettisti. Sono state oltre 200 le candidature provenienti  da tutta Italia per il contest, valutate da una giuria composta da rappresentanti di Famiglie SMA, Centri Clinici NeMO, Roche e il team di creativi, che ha decretato come vincitore  un gruppo di bimbi della scuola Don Milani di Cesena, guidato dall’insegnante Manuela Magnani e composto da Camilla Desanti, Arianna Folignoli, Emma Peto e Riccardo Valentini per la sceneggiatura, Maddalena Foschi, Diego Persi e Sara Biguzzi per i disegni, con la storia del riccio Kendal che provenendo da un altro Paese e parlando una lingua differente teme di non riuscire ad integrarsi, ma scopre poi di essere accettato e benvoluto nella sua diversità.

Il lancio del Volume 2 è stata anche l’occasione per premiare ufficialmente la scuola vincitrice e presentare il Journal dedicato al contest, composto da un poster d’autore a firma di Andrea Spataro contenente tutti i personaggi inventati dai bimbi e dalle foto e dai disegni di tutti i partecipanti al concorso.

“La SMAgliante Ada” continuerà ad essere oggetto di una campagna educazionale rivolta alle scuole elementari italiane, che proporrà l’adozione del volume a fumetti come strumento didattico per sensibilizzare i bambini, le famiglie e gli insegnanti all’inclusione di persone con patologie neuromuscolari come la SMA, malattia genetica rara che in Italia colpisce un bambino su 6.000, prevalentemente in età pediatrica, e che porta alla progressiva perdita delle capacità motorie. Le scuole che aderiranno all’iniziativa avranno a disposizione un kit per ogni studente, composto dal volume a fumetti e da un laboratorio didattico.

Tutti coloro che vorranno aderire al progetto potranno scaricare il kit scuole su www.lasmaglianteada.it. Inoltre, i primi 100 che richiederanno il Volume 2 de “Le avventure della SMAgliante Ada” tramite il sito dedicato, potranno ricevere gratuitamente a casa la versione cartacea.

Per maggiori informazioni su come adottare il progetto nelle scuole scrivere a info@lasmaglianteada.it

I nuovi dati sulle partite IVA

Nel secondo trimestre del 2021 sono state aperte 147.153 nuove partite Iva con un incremento del 54,1% in confronto al corrispondente periodo dello scorso anno dovuto alle forti restrizioni connesse all’emergenza sanitaria in vigore nel 2020.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 65,6% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,1% da società di capitali, il 3% da società di persone; la quota dei “non residenti” (essenzialmente costituiti da società di commercio on-line) e quella delle “altre forme giuridiche”, rappresentano complessivamente oltre il 10% del totale delle nuove aperture. Rispetto al secondo trimestre del 2020, l’aumento di avviamenti è generalizzato, raggiungendo il 400% per i non residenti, mentre si assesta al 35% per le persone fisiche.

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 47,4% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,3% al Centro e il 31,6% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno scorso mostra le crescite maggiori in Friuli V.G. e Veneto, entrambe oltre il 110%, quella più contenuta in Molise (+18,9%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 24,8% del totale, seguito dalle attività professionali con il 16,2% e dall’agricoltura (11%). Rispetto al secondo trimestre del 2020, tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nelle attività di intrattenimento (+103%), nel commercio (+98,8%) e nelle attività immobiliari (+90,4%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una prevalenza della quota maschile, pari al 62,3%. Il 47,5% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni e circa il 31% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, tutte le classi di età registrano notevoli incrementi di aperture: l’aumento più consistente interessa la classe più giovane con un +37%. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 17,7% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Nel periodo in esame 61.153 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 41,6% del totale delle nuove aperture, con un aumento del 36,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Promozione Fumetto 2021

Sono 12 i vincitori dell’avviso pubblico Promozione Fumetto 2021 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura per la promozione della Cultura del Fumetto e del Fumetto contemporaneo in Italia e all’estero.

Promozione Fumetto 2021 è stato lanciato a marzo 2021 come strumento di supporto per le iniziative mirate a: creare una sinergia tra le programmazioni, capace di rafforzare l’identità e la visibilità a livello nazionale e internazionale; favorire strategie di sistema che mettano in rete le più significative realtà operanti nel campo del fumetto in Italia; sostenere azioni e progetti di valenza nazionale e internazionale per l’incremento, la valorizzazione e lo sviluppo del fumetto.

Per un importo totale di 644.000 euro, i progetti che sono stati ammessi al finanziamento – su un totale di 136 partecipanti – sono:

 

1.      Mostre del Treviso Comic Book Festival 2021 di Fumetti in Treviso

2.      Bonelli Story. La Fabbrica dei Sogni di Comicon di Napoli

3.      Free hugs. L’abbraccio a fumetti dell’Associazione Vastagamma APS di Pordenone

4.      BilBOlbul 2021: vent’anni di graphic novel in Italia dell’Associazione Hamelin APS di Bologna

5.      Dante tra illustrazione e fumetto dell’Associazione Forte di Bard

6.      Letture a fumetti di Festivaletteratura di Mantova

7.      Fotografia e fumetto: due linguaggi a confronto della Fondazione Forma per la Fotografia

8.      Baba Jaga Fest di PINGO Cooperazione Comunicazione & Cultura di Roma

9.      Vicoli e ruelles: rappresentazione dello spazio urbano nel fumetto tra Italia e Québec di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova

10.  Dalla prospettiva del mare. Festival diffuso del fumetto a sud-est del Polo Biblio-museale di Lecce

11.  Linus festival. Ascoli città del fumetto della Fondazione Elisabetta Sgarbi

12.  Fumetto. I comics made in Italy della Fondazione Franco Fossati

Nella valutazione delle proposte, la Commissione – composta da Paola Mencuccini con funzione di Presidente, Luca Boschi, Matteo Alemanno, Electra Stamboulis detta Elettra e Alberto Sebastiani – ha tenuto conto della qualità, originalità, innovatività ed efficacia dei progetti, sia in riferimento alla promozione a livello locale, nazionale e internazionale, sia in relazione ai temi, ai contenuti, alla rilevanza degli autori e delle opere da promuovere; inoltre ha posto particolare attenzione alle attività di promozione e comunicazione e all’esperienza e alla capacità operativa dei soggetti proponenti e degli eventuali partner coinvolti, nonché della congruità del piano economico finanziario.

 

Per maggiori informazioni e per consultare la graduatoria definitiva dei vincitori:

https://creativitacontemporanea.beniculturali.it/promozione-fumetto-2021/

La scuola educhi alla bellezza. Riflessioni al suono della prima campanella.

Nella scuola si respira un’aria di irregimentazione. Eppure l’Italia, la sua storia, la sua bellezza naturalistica e il suo patrimonio artistico e culturale sono invidiati da tutto il mondo. Dovremmo aprire le porte a questo universo di conoscenze e tradizioni che hanno forgiato la nostra storia. Occorre rimettere alunni e docenti al centro di un’idea di scuola.

 

Se qualcuno si cimentasse nel compito di raccogliere il glossario degli acronimi, delle sigle, e dei neologismi della scuola 4.0 ne uscirebbe un tomo ponderoso, forse un manuale d’uso (da aggiornare in continuazione) costruito su un linguaggio sincopato per gli addetti ai lavori che servirebbe solo ad evidenziare i tentativi di cambiamento introdotti nel sistema scolastico nazionale con le più recenti riforme (o pseudo tali) : in realtà una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera nella propria inconcludente autoreferenzialità. Eppure chi non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST…. (ci ha provato brillantemente Carmelo Nesta – La scuola attraverso gli acronimi- OrizzonteScuola.it, 16/01/2017) è considerato un aborigeno, un analfabeta di ritorno, un arcaico espunto dalla pedagogia post-moderna e dai suoi addentellati professionali. 

Da quando la scuola – che è luogo di relazioni umane, di socializzazione e di apprendimenti, di conoscenza e trasmissione del sapere – è stata snaturata dalle teorie nuoviste di matrice aziendalista (ben descritta nelle metafore del ‘preside-sceriffo’ e poi ‘capitano della nave’, degli insegnanti funzioni-obiettivo e poi funzioni-strumentali) vi si respira un’aria di irreggimentazione, con una minuziosa parcellizzazione dei ruoli, una logica preordinata e sequenziale di azioni e procedure studiate a tavolino, con un effetto moltiplicatore della burocrazia decentrata secondo i dettami di una malintesa autonomia, una fucina di progetti effimeri e spesso senza esito dove l’enfasi è posta più sul preparare che sul fare.

C’è gran fervore nel progettare una complessità virtuale che con fatica si trasferisce poi sul piano fattuale. Con un dispendio di tempi e di energie nel generare corollari sempre più lontani dalla realtà – la scuola degli anelli di Saturno – dove la pletora degli adempimenti non produce risultati migliorativi mentre la libertà di insegnamento è fagocitata dalla compilazione di schede, modulistica innumerevole, registri elettronici complicati e inutili che riducono la programmazione didattica ad una sequela di caselle da riempire, crocette da annotare, domande predeterminate per rispondere alle quali non serve far uso del pensiero critico: ma tutto deve essere annotato, descritto, documentato anche oltre la mera aderenza alla realtà.

Chi ha introdotto queste logiche computazionali nella scuola forse non si accorge che la sta snaturando, che la spinge in una spirale perversa di evanescenza, dove tutto deve essere certificato e validato, fosse anche il nulla che con slancio enfatico è stato raffazzonato nel calderone di una gestione acefala e inconcludente.

La classe, gli alunni, l’esempio degli adulti, la buona educazione sentimentale, il piacere di andare a scuola, il gusto di insegnare e di imparare, l’impegno di studiare non sono più al centro dei diritti e dei doveri. Subentrano adempimenti formali che spesso restano chiusi nel limbo dell’autoreferenzialità. Le riunioni dei collegi dei docenti diventano sempre più monologhi del dirigente che detta regole, ritmi, tempi, procedure, metodi: non per vocazione ma per dare una sembianza gestibile alla complessità di cui è stato sovraccaricato. Anche la dimensione collegiale assume più le parvenze di una adunata da caserma che di un cenacolo che produca idee, che liberi la creatività, che favorisca e premi le eccellenze e il merito.

Per non parlare delle circolari interne che finiscono per competere in numero e complessità con quelle ministeriali. La scuola delle sigle e delle formule non piace a molti anche se ha i suoi estimatori, specialmente attinti tra i fanatici delle nuove tecnologie, dove gli acronimi, i codici alfanumerici, le password e le username prendono il posto di un testo scritto lineare, intellegibile, interlocutorio. La corsa alla digitalizzazione e all’abuso dei linguaggi informatici impoverisce il lessico della scuola in tutti i suoi contesti comunicativi, interni ed esterni, vanifica la ricchezza della dimensione relazionale. Alla stregua di quanto accadrebbe nei concorsi pubblici per l’accesso ai ruoli professionali della scuola, se malauguratamente e definitivamente i quiz sostituissero la trama di un tema sintatticamente corretto e semanticamente descrittivo, in grado di far interagire tra loro significati e significanti, di dare un senso compiuto alla sua stesura, di esplicitare una narrazione.

La scuola sta perdendo le sue radici storiche e culturali, la tradizione e l’esperienza sono irrazionalmente sostituite hic et nunc dalla folle e spesso improduttiva logica dell’ìnnovazione tout court.

Lungo questa strada stiamo abbandonando discipline come la geografia, espunta dai programmi di studio delle superiori (la sua presenza è ridotta al lumicino: 1 ora la settimana in alcuni istituti tecnici, 3 ore nel biennio del liceo ma trasformata in geo-storia, un mostro culturale riduttivo e tutto da inventare), mentre la storia è quasi estromessa dalle tracce dei temi di maturità (peraltro statisticamente la meno scelta dai maturandi, circa il 3% tra gli ambiti proposti negli ultimi anni) e raramente viene fatta oggetto di approfondimenti che vadano oltre le allegorie delle guerre e delle battaglie. Sta venendo meno il fondamento formativo e l’inquadramento spazio-temporale della cultura tramandata: geografia e storia si stanno spegnendo come gli zolfanelli della piccola fiammiferaia. 

E non dimentichiamo l’educazione civica: 33 ore annuali di una materia da comprimere in una sintesi inesprimibile, introdotte con un anno di ritardo per un errore del Ministero (Parere CSPI – Cons. Sup. Pubbl. Istruz. n.° 31 dell’11/09/2019) e poi praticamente scomparse dai radar della didattica in presenza e nel contenitore indefinibile della DaD. Stiamo parlando della Costituzione Repubblicana, delle regole del vivere sociale, di quelle norme che tutelano la stessa civiltà. Nel Paese che vanta il più importante patrimonio artistico lo studio della storia dell’arte è un ectoplasma: può dirsi ‘formativa’ una scuola che concede la maturità liceale ad uno studente che non sa distinguere una tela di Raffaello da una di Caravaggio?

A questa deriva di decadenza e di impoverimento culturale del nostro sistema scolastico hanno concorso molti fattori: l’invadenza delle tecnologie intese come fine anziché come mezzo, la confusione tra apprendimento dell’inglese e uso degli anglicismi, le teorie della facilitazione e della semplificazione, l’abbandono del linguaggio orale e scritto nella sua valenza argomentativa ed esplicativa-per comunicare e comprendere- sostituito da neologismi e acronimi cui viene attribuito un valore superiore all’espressione compiuta e forbita, di cui sono solo una pallida ed aleatoria sintesi. Condizionali e congiuntivi si sono persi per strada, la stessa politica ne fa scarso uso.

Se poi gli influencer e gli imbonitori di ogni schermo (dalla TV agli smartphone) raccolgono milioni di followers su tematiche surreali e spesso demenziali, ci si chiede come la scuola potrebbe mai competere rispetto ad apprendimenti fugaci e a nuovi linguaggi. Essa subisce le contraddizioni di una dimensione virtuale basata su impressioni, opinioni, approssimazioni emendabili, cancellazione della memoria, oblio.

Nel nome della semplificazione del presente e della rimozione del passato rischieremo dunque di formare menti acritiche e prive di ogni motivazione alla conoscenza? Su questa domanda la scuola dovrebbe interrogarsi e compiere un percorso di riflessione e autovalutazione, non solo docimologica ma di merito.

Eppure l’Italia, la sua storia, la sua bellezza naturalistica e il suo patrimonio artistico e culturale sono invidiati da tutto il mondo. Dovremmo aprire le porte delle scuole a questo universo di conoscenze e tradizioni che hanno forgiato la nostra storia e ci hanno consegnato un bagaglio di inestimabile valore. Teatro, arti figurative, musica, poesia, letteratura meritano che le porte delle aule scolastiche vengano spalancate: eppure spesso ci trasciniamo nei meandri angusti e noiosi di una progettazione didattica di basso cabotaggio, ripetitiva, persino lesiva – lo ripeto – della stessa libertà di insegnamento intesa come libertà di scegliere il metodo migliore. Tutto tende a enfatizzare i progetti per minimizzare o disistimare i risultati. Per liberare il sistema scolastico da tutti i lacci, i lacciuoli e gli orpelli che ne distorcono la vera matrice pedagogica e istituzionale occorre rimettere alunni e docenti al centro di un’idea di scuola.

L’insegnante deve essere sollevato dal sovraccarico di burocrazia autogeneratasi in questi decenni, deve tornare ad essere l’artefice della didattica intesa come sintesi di insegnamento e apprendimento. Il Rinascimento italiano che da più parti si postula come via d’uscita dalla crisi pandemica passa necessariamente da una scuola che sappia recuperare i fondamentali del rapporto educativo. Per fare questo bisogna riconsegnare – metaforicamente – ai docenti le chiavi di accesso alle aule, ai libri, al sapere, alla conoscenza da stimolare e trasmettere e insieme a questo il “gusto” di farlo.

Restituendo loro l’immedesimazione in un compito professionale (che è anche funzione sociale) che è andato spegnendosi in una deriva di omologazione culturale. La grande bellezza della scuola italiana è il sapere ereditato, la cultura che entra passando attraverso la storia e le tradizioni. Ma è anche – per insegnanti e alunni, nel rispetto dei ruoli – la gratificazione di elaborare e compiere un percorso insieme, come direbbe Marguerite Yourcenar, per ammassare riserve contro l’inverno dello spirito, per scoprire sotto le pietre (dell’impegno e dello studio) il segreto delle sorgenti.

Tempo di formazione. La proposta di Padre Occhetta.

Il nostro sogno, scrive nelle conclusioni l’autore, è quello di realizzare l’insegnamento di Gianni Rodari quando ai suoi studenti diceva: «Imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi».

La sapienza contadina insegna che i tempi della natura non sono quelli a cui siamo abituati dalla Rete, prima di vedere i frutti occorre arare, seminare, irrigare e aspettare con pazienza la nascita dello stelo. Questo vale anche per i cambiamenti d’epoca della politica.

La cultura politica sta abdicando alla speranza sia del tempo dell’attesa sia dei sacrifici per realizzare processi da cui nascono nuovi frutti. La speranza, il bene immateriale per eccellenza che il mercato non può né produrre né vendere, manca persino ai credenti che, invece, dovrebbero esserne portatori. Eppure, senza speranza il futuro si converte in passato, la giovinezza in vecchiaia, la fecondità in sterilità. Ne è un esempio la vita dei partiti, bloccati dalla loro sterile vita interna che ostacola la nuova stagione di impegno di nuovi volti e competenze. Per l’Europa e per un Paese come l’Italia rimane sull’orizzonte l’insegnamento di Ungaretti, secondo il quale «la meta è partire». La vita politica è sempre sbilanciata in avanti perché la sfida è quella nota a tutti: “aggiornare” la tradizione (buona) fatta di valori, senso di appartenenza, conquiste e lotte sociali, riforme storiche, fiducia nell’inclusione, problemi urgenti e complessi a cui rispondere democraticamente.

Per riflettere e ripartire occorre salvaguardare politici e luoghi che invece scelgono di guardare la speranza come orientamento dell’azione e orizzonte per la società. Forse lo diciamo con ingenuità, ma crediamo che, nella società dell’“uno vale uno”, nella quale si rischia la frammentazione di ciascuno e la perdita di un insieme in grado di unirci nel rispetto dei ruoli e delle competenze, si debba tornare a fissare l’attenzione sulla speranza e sulle realtà che la rendono possibile. Gli analisti politici lo ribadiscono da anni: il Paese ha bisogno di una nuova stagione costituente, di una classe dirigente nuova, che ripensi regole, riforme, parole e orizzonti nuovi verso cui portare il Paese. Tutti ne parlano, ma in pochi si impegnano per realizzarla.

Per contribuire a questo processo e raccogliere la domanda delle generazioni che crescono, come una goccia nel mare, Comunità di Connessioni ha scelto di celebrare il suo primo congresso, nel Santuario di Soviore, dal 17 al 19 settembre. Esistono molte esperienze di buona amministrazione pubblica, di associazioni del terzo settore virtuose, di community in rete capaci e di associazioni meritevoli. Quasi sempre, però, sono esperienze virtuose, positive, generose, ma solitarie e non connesse tra loro, e quindi, in ultima analisi, incapaci di nutrire un processo politico nuovo con l’ambizione di essere alternativo alle esperienze presenti.

Così Comunità di Connessioni cerca di unire questi punti vitali, presenti nel Paese, per capire quale disegno emerge e quale processo politico sia oggi in corso. Lo specifico di questa esperienza è quello di cucire con ago e filo, esperienza e parola, le realtà politiche virtuose, i territori e le buone pratiche politiche presenti, collegando volti e idee, valori e prassi. Con il passare del tempo l’esperienza si è conformata intorno a tre obiettivi: preparare una classe dirigente connettendo i giovani a partire dalle loro competenze, esportare al mondo associativo e alle diocesi un modello formativo olistico e, infine, continuare a essere “palestra di discernimento politico” per arricchire la comunità di nuovi protagonisti e scelte.

Negli anni Comunità di Connessioni ha affinato un modello e un metodo. «Formarsi per formare» è uno dei motti della Comunità che, attraverso il ritorno alla vita spirituale, ha visto crescere il fuoco degli ideali, scegliendo “per chi” donare la vita anche nel campo della politica. Lo raccomandava nel volume Ritrovare sé stessi, dedicato a credenti e a non credenti, il card. C.M. Martini: “La vita, la morte, l’amicizia, il dolore, l’amore, la famiglia, il lavoro, le varie situazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del cuore, i grandi fenomeni sociali ed epocali, tutta questa vita umana ci viene consegnata dalla parola di Dio scritta nella Bibbia in una luce nuova e vera”. Grazie al lavoro nascosto e silenzioso di molti, Comunità di Connessioni è diventata una “casa del pensiero politico”, composta da molte stanze e finestre che vedono l’orizzonte: il modello infatti è composto da cinque grandi sezioni che formano un unico sistema. 

Anzitutto il gruppo “Dialoghi spirituali nel mondo” è composto da professionisti che condividono il proprio sapere e accolgono la sfida di una formazione continua e multidisciplinare, in una sorta di pensatoio permanente. C’è poi il gruppo della comunicazione che è presente in modo costruttivo e propositivo nei principali social media per divulgare i contenuti che si producono e tessere relazioni con parole nuove e immagini che creano comunità e futuro. Le commissioni invece coordinano amministratori locali, associazioni, fondazioni e così via che si ispirano al modello formativo rodato ormai da anni. È il modo di ridonare ciò che ha funzionato come esperienza senza inglobarla, ma valorizzando lo specifico delle realtà che si connettono. 

Il Magazine online – nato nel periodo della pandemia – è una vera e propria testata giornalistica, che in poco tempo si è posizionata come fonte autorevole e credibile, ripresa regolarmente anche dalle agenzie di stampa nazionali. La testata è un chiostro sul mondo, dal quale è possibile ascoltare parole che nascono dal silenzio e dallo studio. È formata da rubriche pensate per capovolgere la bulimia di notizie, senza sovrapporre altre voci a quelle che già ci informano ogni giorno. Queste rubriche offrono criteri di analisi e di discernimento per aiutare a prendere decisioni sui diversi temi dell’agenda politica e favorire ciò che i monaci chiamavano ruminatio, cioè il dialogo interiore positivo con la parola letta. Grazie a Cesare Paladini ci è stata donata una nuova riorganizzazione della testata, a breve online, che si presenta con una veste grafica nuova che ridoniamo come servizio alla società e alla cultura[1].

Infine, troviamo l’area della formazione, quella per cui Comunità di Connessioni è nota. Il metodo formativo si compone di cinque momenti, ciascuno dei quali è fondamentale nel percorso di conoscenza reciproca e di coinvolgimento attivo che la proposta offre. Sono quattro i punti che la contraddistinguono: la cura della dimensione spirituale; l’approfondimento dei temi dell’agenda politica; la rielaborazione di proposte all’interno della comunità che ha posizioni plurali e non partitiche; la cura delle relazioni tra noi per mettere in comune le caratteristiche che si hanno.

Tutto questo è il tentativo di raccogliere l’invito del Papa quando chiede di uscire dalla presunzione del “già saputo”, per mettersi in movimento e “andare a vedere”, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà e offrire soluzione ai problemi[2]. La scelta di non scivolare nelle polemiche premia le soluzioni alternative, ragionevoli e condivise.

Anche la struttura associativa serve a custodire un’esperienza articolata: l’autofinanziamento dimostra come le poche risorse non limitano la creatività e la comunione, come afferma Ciro Cafiero, presidente di Comunità di Connessioni: “Si cambia il Paese attraverso le competenze condivise in una comunità e nell’alleanza con i mondi generativi”.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-tempo-della-formazione/

La Conferenza sul futuro dell’Europa saprà porre le questioni vere? Il tempo di una Europa adulta

Una forza d’intervento europea a guida sovranazionale consentirebbe nella difesa sinergie e risparmi impressionanti, derivanti dal superamento di 27 strutture militari nazionali autonome e indipendenti. 

Alternativamente, luci e ombre si proiettano sulla costruzione europea. Dopo un avvio timido, la campagna vaccinale sta conseguendo qui risultati migliori che in ogni altra parte del globo; il Next Generation UE si propone come un intervento di straordinario rilievo comunitario per affrontare con vigore i danni economici causati dalla pandemia. Per contro, la vicenda del ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan ha dimostrato quanto evanescente sia il peso politico europeo nei confronti dell’alleato americano; e le successive, immediate discussioni e prese di posizione ostili a un qualsiasi impegno sul fronte profughi hanno confermato sia la distanza sempre crescente fra occidente e oriente continentale sia la permanenza di gretti nazionalismi e avari atteggiamenti insensibili a quei valori di solidarietà e rispetto della dignità umana che pure l’Europa proclama fra quelli suoi fondativi.

Nel frattempo, come facilmente prevedibile, la Conferenza sul futuro dell’Europa (avviata lo scorso 9 maggio) è già sparita dai radar del sistema mediatico, rimanendo confinata a quanti istituzionalmente ne fanno parte e non intercettando se non marginalmente quei cittadini del continente che pure sono ad essa invitati attraverso uno strumento partecipativo in realtà più atto a far sapere d’essere previsto che ad essere utilizzato realmente.

Resta il fatto, ad ogni modo, che la Conferenza è aperta e qualche risultato sarebbe bene lo producesse. Ad esempio, al di là dei suoi vincoli e limiti, ponendo sul tavolo politico dei governi e dei parlamenti nazionali, le vere questioni che la UE a questo punto deve affrontare per davvero.

In questi giorni, giustamente, si sta molto parlando di difesa unica europea. A conferma, sia detto qui solo per inciso, che gli statisti di livello superiore si rivelano tali anche nel giudizio postumo della cronaca, e non solo della Storia. La Comunità Europea di Difesa (CED) immaginata quasi 70 anni fa da Alcide De Gasperi a cosa altro rispondeva se non ad evitare ulteriori conflitti fra gli europei, da un lato, e, dall’altro, a unirli e renderli autonomi anche dagli americani? 

Comunque, tornando all’oggi: una forza d’intervento europea a guida sovranazionale consentirebbe sinergie e risparmi impressionanti, derivanti dal superamento di 27 strutture militari nazionali autonome e indipendenti. Certo, occorrerebbe un qualche accordo di cooperazione con la Gran Bretagna, che ha di gran lunga la forza militare maggiore e che però geograficamente è accomunata al continente dalla più parte dei temi di natura geopolitica. Anche perché la “special relationship” con Washington non è più quella d’una volta, al contrario di quanto raccontassero superficialmente i Brexiters, a cominciare dal loro leader Boris Johnson. Certo, occorrerebbe che la Francia – unica potenza nucleare UE e membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU – si assumesse le proprie responsabilità in quanto Paese fondamentale dell’Unione, dismettendo un approccio da grandeur nazionalistica che fatica a dimenticare. E già così si comprende quanto l’impresa sarà ardua…se non impossibile.

Eppure, senza una capacità di intervento diretto nelle crisi regionali a noi più vicine saranno altri a farlo e di sicuro per il loro interesse e non per il nostro. Come si sta vedendo con la crescente presenza mediterranea di Russia e Turchia, con la crescente presenza cinese in Africa, con la crescente pressione di Mosca sull’Ucraina.

Ovviamente senza una sostanziale unità politica (che comporta, è evidente, una comune e condivisa politica estera) nulla sarà possibile nel campo della difesa europea. La questione prima che finanziaria è politica. Una grande ed epocale questione politica. Ecco, se la Conferenza sapesse porla con la dovuta nettezza, sarebbe servita a qualcosa.

Anche, giova sottolinearlo, a chiarire meglio i rapporti intracomunitari fra ovest ed est continentale. I paesi che furono sotto il giogo sovietico è noto che preferiscono l’ombrello americano ad un ipotetico ombrello protettivo europeo, che non esiste e non vogliono. Ora, il ritrarsi statunitense potrebbe rafforzare – senza una adeguata proposta politica dell’Unione – le tentazioni cinesi dei medesimi, già concretamente riscontrabili nel disegno commerciale sottostante il Gruppo dei 17 + 1 (dove i 17 sono paesi balcanici e dell’est europeo e l’1 è la Cina). E’ tempo di giocare a carte scoperte. E’ tempo di una Europa adulta.

Agricoltura, ambiente e mobilità urbana: perchè?

Una coraggiosa e concreta politica a livello municipale può contribuire a rendere Roma una città leader dell’agricoltura innovativa e sostenibile. Per questo bisogna adottare interventi a sostegno delle piccole imprese, abbreviando le filiere, raccordando l’area urbana centrale con quella rurale più periferica, valorizzando le produzioni di qualità.

Roma ha bisogno di una Amministrazione comunale capace di guidare la sfida dell’innovazione, dopo una stagione buia ben più lunga di un quinquennio.

Il territorio del III Municipo, dove sono impegnata, ha una popolazione residente di oltre 205.000 persone ed è delimitato da tre grandi assi di trasporto (Via Salaria a ovest, Via Nomentana a sud-est e Grande Raccordo Anulare a nord). La sua estensione è di circa 9.800 ettari. Sesto Municipio per estensione, circa la metà della sua superficie è costituita dalla Riserva della Marcigliana, praticamente in continuità geografica con la Riserva Naturale della Valle dell’Aniene del IV. Entrambe le riserve, di valore ambientale non trascurabile, fanno parte del sistema di aree protette da RomaNatura, l’Ente del Comune di Roma che gestisce oltre 16.000 ettari in ambito comunale. 

La Marcigliana in particolare conserva per oltre il 75% del suo territorio i tratti peculiari dell’Agro Romano, con quella vocazione agricola che rende Roma addirittura il primo comune agricolo d’Italia. Sede di decine di aziende agricole, agrituristiche e biologiche, il territorio del III Municipio possiede elementi con una componente produttiva molto più che apprezzabile e dunque una valenza considerevole sotto il profilo agro-alimentare oltre che socio-culturale, ambientale e occupazionale per tutto il settore nord-orientale.

Nella rete dei municipi di una grande città come Roma (estesi come tante province italiane), in una visione più ampia e futuristica, supportare i sistemi locali con tutte le differenziazioni territoriali dovute al contesto socio-economico ed ambientale significa adottare politiche anche a sostegno delle piccole imprese, abbreviando le filiere, raccordando l’area urbana centrale con quella rurale più periferica, valorizzando le produzioni di qualità.

Va ricordato allora che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destina al comparto agricolo quasi 7 miliardi di euro a progetti di “Risoluzione verde e transizione ecologica” del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ma anche ulteriori risorse a progetti condivisi con altri Ministeri, per esempio quello di “Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo”, di cui è capofila proprio il Ministero della Transizione Ecologica, e quello di “Turismo e cultura 4.0”, di cui è capofila il Ministero della Cultura.

A questo sostegno economico indispensabile per dare concretezza ai progetti, si integra alla perfezione il “Green Deal”, cioè il grande patto che ormai caratterizza tutta la programmazione europea nel senso della promozione di sistemi alimentari sostenibili. Esso contempla la cosiddetta Strategia “Farm to Fork”, letteralmente da “Fattoria a tavola”, che interessa non soltanto le zone rurali, ma anche i grandi centri urbani. E infatti ormai aderiscono allo “Urban Food Policy Pact”, lanciato da Milano nel 2015, oltre 200 città nel mondo,  tra cui Roma, perché le cosiddette “Politiche del Cibo” siano rivolte concretamente ad adottare strategie alimentari finalizzate a promuovere l’educazione alimentare e dunque a favorire l’approvvigionamento di cibo locale da parte delle mense scolastiche e delle strutture sanitarie, nonché al contempo combattere la povertà alimentare e ridurre lo spreco di cibo.

Sono questi gli obiettivi concreti, quelli che il cittadino comprende di sicuro perché parlano la sua lingua: se il Municipio fosse esso stesso un progetto pilota di “Best Pratice”, in altre parole un esempio di “Buona Pratica”, l’esperienza di consigliatura a livello municipale potrebbe trasformarsi in un vero e proprio modello di riferimento per la città di Roma e per altre realtà urbane anche internazionali. Per questo ho deciso c’impegnammo in prima persona.

 

N.B. Maria Antonietta Del Moro è candidata per il Pd nel III Municipio di Roma 

Nicola Caprioli candidato indipendente (Rete Bianca) nella lista del Partito Democratico per il comune di Bologna

Riportiamo il comunicato stampa che riassume il dibattito svolto ieri nella circostanza della prima uscita pubblica dell’esponente di Rete Bianca. L’esperimento bolognese, con l’apertura agli esterni, lascia intravedere la volontà del Pd di riprendere in mano la linea del “pluralismo convergente”, secondo la logica sottostante alla nascita di questo partito. 

Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) presso la Festa dell’Unità nazionale a Parco Nord il movimento Rete Bianca, movimento politico di cultura cattolico democratica e popolare, ha presentato insieme al Segretario provinciale del Partito Democratico Luigi Tosiani la candidatura del proprio esponente locale Nicola Caprioli all’interno della lista del Partito Democratico per il Consiglio Comunale.

Caprioli ha commentato così la propria presenza tra i candidati al Consiglio Comunale: “La nostra candidatura indipendente all’interno della lista del Partito Democratico si rivolge a tutte quelle sensibilità moderate, cattolico democratiche e popolari che ritengono di primaria importanza promuovere e sostenere, con politiche che coinvolgano tutti gli attori del tessuto sociale, una comunità solidale in cui ognuno si faccia carico dell’altro a partire dai più fragili.

In particolare intendiamo concentrarci su comunità, solidarietà, sussidiarietà: tre parole chiave, tre pilastri indispensabili per garantire il meglio ai nostri figli e ai nostri nipoti che tanto hanno sofferto in questo ultimo anno e mezzo.

Sul piano concreto, due sono per noi gli ambiti di intervento da affrontare subito e su cui destinare non solo massicce risorse, ma anche una rinnovata modalità di progettazione e gestione delle politiche sulla base della sussidiarietà circolare.

Il primo è il consolidamento di un vero sistema formativo integrato in cui ente pubblico, famiglie, scuole statali, paritarie e terzo settore concorrano fianco a fianco per formare i cittadini di domani.

Il secondo è una più efficace e proattiva gestione delle attività e degli impianti sportivi sul territorio: oggi non abbiamo a disposizione impianti adeguati. Crediamo che sia fondamentale che anche in questo ambito ci siano maggiori risorse e maggiore coinvolgimento delle società sportive ed enti del terzo settore affinché lo sport possa ricoprire adeguatamente il suo ruolo strategico di rete sociale per i più giovani.”

Presenti anche tre esponenti nazionali del mondo cattolico democratico, intervenuti a supporto della candidatura di Caprioli.

Lucio D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia e dirigente nazionale di Rete Bianca: “A noi preme “stare sul campo”, ovviamente dal lato dei riformisti. Con chi, se non con il Pd? Il popolarismo, per giunta, si nutre di cultura delle autonomie. A Bologna questa vocazione ha dato modo ai cattolici democratici di essere lievito e stimolo, per tutta la seconda metà del Novecento, anche stando in minoranza. L’auspicio è che la presenza di ‘Rete Bianca’ sia l’ulteriore conferma della scelta di Matteo Lepore per una città all’insegna del progresso e della solidarietà, nel rispetto delle diverse fedi democratiche.

D’altronde, ciò che si sperimenta a Bologna è nel solco di una permanente rigenerazione, anche per le ambizioni del Pd.

Un nuovo centro sinistra nasce dal basso, con la concretezza del lavoro amministrativo locale e la pratica di un disegno politico a misura delle comunità. Le proposte avanzate oggi dall’amico Nicola Caprioli, giovane, padre di famiglia, esperto di innovazione nella pubblica amministrazione ed impegnato nel volontariato, vanno decisamente in questa direzione.

Abbiamo fiducia in Matteo Lepore, la sua non sarà una esperienza di chiusura: ci sono le premesse per un segnale – importante – sul piano nazionale.

L’opinione pubblica deve registrare l’esistenza di una politica, a base democratica e popolare, che traduce in nuove formule l’esperimento in atto del Governo Draghi. Un esperimento che regala all’Italia prestigio e forza, necessariamente da preservare, con l’obbligo di mettere al centro il bene comune”.

Prosegue Lorenzo Dellai, fondatore della Margherita Trentina: “Sostengo Nicola Caprioli perché in questo tempo di crisi della rappresentanza e di rischi per una concezione comunitaria della democrazia, la presenza della cultura cattolico democratica nelle varie forme possibili mi sembra un contributo essenziale al Paese e alle autonomie locali”

Infine ha chiuso gli interventi Giorgio Merlo, anch’egli dirigente nazionale di Rete Bianca, Sindaco di Pragelato ed ex parlamentare: “L’apporto dei cattolici democratici e dei cattolici popolari per la scelta del futuro Sindaco di Bologna passa anche, e soprattutto, attraverso la candidatura di Nicola Caprioli, esponente di punta del movimento politico e culturale ‘Rete Bianca’. Una tradizione, quella cattolico popolare, che era e resta una dimensione costitutiva per una politica riformista, democratica e socialmente avanzata. E la città e la comunità di Bologna meritano la presenza, in Consiglio Comunale e forse anche nella futura Giunta Comunale, di esponenti di questa nobile, antica e sempre attuale tradizione ideale. E Nicola Caprioli, con la sua esperienza e la sua competenza, assolve al meglio questo ruolo e questa funzione”.

Italian way of life. L’iniziativa a Roma, il 22 settembre, per dare lustro alla comunità globale degli Italici.

Chi sono gli Italici? Sono tutti coloro che hanno l’Italia nel cuore e che si riconoscono in quello straordinario ed unico mix fatto non solo di cultura, ma anche di storia  tradizioni e creatività.

Il 22 settembre alle ore 11:00 presso la sede romana della Stampa Estera prenderà il via la ITALICA GLOBAL COMMUNITY. La comunità resa possibile dall’incontro virtuale di oltre 250 milioni di persone sparse per il mondo, che anche senza avere una goccia di sangue italiano sono attratte dall’Italia ed hanno abbracciato i valori, gli stili di vita e i modelli di quell’Italian way of life diffuso nei cinque continenti, ibridandoli con altre culture. 

L’incontro ha l’obiettivo di creare un sistema di stabili relazioni con la grande e autorevole world community degli Italici, uno straordinario patrimonio da valorizzare e connettere. 

Gli Italici sono tutti coloro che hanno l’Italia nel cuore e che si riconoscono in quello straordinario ed unico mix fatto non solo di cultura, arte, gusto e stile di vita, ma anche di storia, tradizioni, eccellenze enogastronomiche, creatività industriale, moda e design italiani.

L’appartenenza italica, questa favorevole predisposizione verso il nostro Paese, è una preziosa risorsa di business e di mercato per il Sistema Italia; molti italici sono presenti nelle principali istituzioni economiche, politiche e culturali dei Paesi in cui vivono. 

Gli Italici possono diventare una grande comunità protagonista della storia globale. La presentazione dell’ITALICA GLOBAL COMMUNITY è promossa dall’Associazione “Svegliamoci Italici”, nata nel 2019 e presieduta da Piero Bassetti. L’evento del 22 settembre alle ore 11:00 alla Stampa Estera di Roma, condotto dal giornalista Rai Marco Frittella e dalla conduttrice TV Monica Marangoni, sarà l’occasione per illustrare pubblicamente il pensiero “Italico” e per declinare le azioni volte alla concreta nascita e visibilità della comunità Italica. 

L’intervento del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, otto collegamenti con gruppi di italici nel mondo, le interviste e gli interventi in presenza, arricchiranno il programma dell’evento, fino alle 12,30. 

Causa restrizioni Covid in sala saranno ammesse solo 20 persone, ma tutti potranno seguire l’evento in Live Streaming su questa pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalicaGlobalCommunity dove sarà visibile da domani l’aggiornamento del programma.

 

Impazza il toto-scenari in Germania, e se governasse lo sconfitto? (AGI)

L’Agenzia Italia passa in rassegna tutte le ipotesi in vista delle elezioni del 26 settembre per scegliere il successore di Angela Merkel alla Cancelleria.

Roberto Brunelli

Benvenuti alla campagna elettorale più pazza della storia della Germania, tra manifesti che invitano all’impiccagione dei Verdi, fake news costruite da hacker russi, candidati cancellieri che se la ridono nei luoghi devastati dalle alluvioni e sondaggi-ottovolante che minano i più radicati equilibri politici.

Così, tra gli scenari più sorprendenti – almeno per gli standard tedeschi – che stanno correndo all’impazzata nei palazzi del potere di Berlino, ce n’è soprattutto uno che inquieta i socialdemocratici di Olaf Scholz, ad oggi il vincitore annunciato del voto del 26 settembre: e se alla fine la grande partita del dopo-elezioni dovesse rivelarsi talmente intricato che alla fine saranno gli sconfitti a governare?  

Solo ipotesi, certo, ma anche questi sono gli effetti collaterali dell’infinito e lungo addio merkeliano.

Via via che si avvicina l’appuntamento con le urne, con i sondaggi che promettono terremoti politici impensabili solo pochi mesi fa, le trame per il dopo-voto si moltiplicano: prima fra tutte, quella che porterebbe ad una coalizione “Giamaica”, ossia formata da Cdu/Csu, Verdi e liberali, a prendere le redini della Germania al posto dei socialdemocratici, oggi incoronati da tutti i sondaggi.

Oppure, in subordine, ancora più selvaggia, quella per il quale il prossimo cancelliere potrebbe rispondere al nome di Markus Soeder, il governatore bavarese e leader dei cristiano-sociali, al posto dello sconfitto Armin Laschet (e del vincente Olaf Scholz).  

Fantapolitica?

Vediamo: alla base di tutto c’è la spettacolare e inattesa rimonta dei socialdemocratici e lo speculare precipizio della Cdu/Csu di Laschet.

Tra i tanti, anche gli ultimi rilevamenti – quelli di YouGov e di FGW – vedono la Spd consolidare il proprio vantaggio rispettivamente al 26% e al 25% dei consensi, con l’unione conservatrice staccata di tre-quattro punti al 21-22%, con i Verdi ad inseguire al 17% e i liberali dell’Fdp quotati tra il 10 e l’11%, mentre l’Afd resta stabile tra l’11 e il 12% e la Linke, il partito della sinistra, appare bloccata al 6%.

Una situazione ibrida, insomma, quella derivante da una costellazione in cui i principali partiti potrebbero arrivare al traguardo con risultati tutto sommato molto ravvicinati, facendo presagire negoziati complicatissimi per il futuro governo tedesco.  

Ed ecco che i pronostici si fanno avventurosi: soprattutto dopo che il leader dei liberali, Christian Lindner, ad un dibattito pubblico, ha evocato la possibilità che Scholz e la Spd potrebbero non essere in grado di formare un nuovo esecutivo.

Il fallimento di Kohl nel 1976

“La certezza di vincere non si può negare”, ha detto il capo dell’Fdp, “ma, come successe nel 1976 a Helmut Kohl, potrebbe anche accadere che si vincono le elezioni e nondimeno non riuscire a mettere in piedi una coalizione”.

Traduzione: se una maggioranza ‘rosso-rosso-verde’ (Spd più Linke e Verdi) rischia di essere impraticabile a causa del massimalismo della sinistra (e infatti sia Scholz che gli ambientalisti vorrebbero escludere tale ipotesi), i liberali potrebbero anche pensare di silurare l’altra coalizione che esclude la Cdu/Csu, ossia la cosiddetta maggioranza ‘semaforo’ (in questo momento la più gettonata), composta da Spd, Verdi ed Fdp.

Il ruolo dei liberali

A tutto vantaggio, appunto, della Cdu/Csu che si ritroverebbe d’improvviso al centro dei giochi nonostante la (probabile) sconfitta alle urne. D’altra parte, è cosa nota che i liberali, così attenti al mercato e alle istanze economico-finanziarie, farebbero di tutto per impedire una soluzione ‘rosso-rosso-verde’. Per di più, nei sondaggi la Fdp è cresciuta al punto da poter aspirare a qualcosa di più che all’essere l’ago della bilancia, una partita che Lindner mostra di voler giocare fino in fondo.

Come scrive lo Spiegel, “in una coalizione semaforo il capo dell’Fdp non avrebbe molto da guadagnare”, tanto che in una recente direzione di partito questa opzione era stata definita “un rischio esistenziale”.

Quanto sia realistica la minaccia implicita di Lindner di incoronarsi ‘kingmaker’ di un prossimo cancelliere è tutto da vedere, vieppiù che far guidare il governo al partito che esce umiliato dalle urne potrebbe non rivelarsi esattamente una passeggiata: “ma è chiaro”, ragiona ancora il settimanale, “che negli ultimi giorni prima delle elezioni in tutti i partiti s’inizia a fare ogni tipo di calcolo strategico, anche nella Cdu/Csu”.

All’interno di tale scenario se ne fa strada un altro, ancora più avventuroso. A fronte di un Laschet che perde le elezioni e di uno Scholz che sonda i Verdi e l’Fdp per una coalizione ‘semaforo’, la Cdu/Csu cerca di scongiurare di finire all’opposizione tentando di tenere in piedi l’alternativa ‘Giamaica’ con ambientalisti e, appunto, liberali.

L’incubo per Laschet

Ma Laschet, nel ‘worst case scenario’ dei cristiano-democratici, potrebbe addirittura mancare l’ingresso al Bundestag e con ciò non verrebbe eletto neanche capogruppo parlamentare.

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https://www.agi.it/estero/news/2021-09-11/toto-scenari-voto-germania-13827524/

Bangkok, neanche la pandemia ferma il mercato degli amuleti (AsiaNews).

Il 70% dei thailandesi li indossa alimentando un commercio che vale più di un miliardo di euro. E nell’era del Covid-19 cresce anche la loro vendita on-line.

Steve Suwannarat

In Thailandia l’“industria” degli amuleti non conosce crisi. Continua a prosperare nonostante la pandemia, che ha messo sotto pressione buona parte delle attività produttive e commerciali del Paese, costringendone molte alla chiusura.

Il 70% dei thailandesi, si stima, indossano amuleti. Spesso acquistati nei templi buddisti come souvenir di una visita, di un evento religioso o di un periodo di ritiro spirituale, oppure per perpetuare nelle proprie abitazioni o in altri momenti l’esperienza di un incontro con un monaco venerato.

Oggetti non solo per collezionismo e scambio, ma anche al centro di un vero commercio. Si calcola che esso valga ogni anno più di un miliardo di euro e abbia decine di migliaia di venditori e milioni di acquirenti, in modo crescente anche all’estero.

La ricerca di migliori condizioni di salute, benessere economico, rapporti positivi con gli altri sono alla base di questa pratica, che peraltro perpetua tradizioni artigianali secolari, ma viene spesso interpretata come una commercializzazione della fede che settori più rigoristi dello stesso clero buddista disincentivano. E ciò malgrado da essa dipenda una parte non indifferente dei proventi di templi e monasteri in un Paese dove il buddismo è fondamento dell’identità nazionale insieme al territorio e alla monarchia.

La varietà di forme e immagini costituisce un’attrattiva per i collezionisti, oltre che per i devoti buddisti. Età, materiali, tipo di raffigurazione, provenienza e soprattutto gli autori fanno la differenza quanto a valore. Il più costoso finora è stato acquistato per l’equivalente di 2,7 milioni di euro dal milionario thai Vichai Srivaddhanaprabha, ex proprietario del club di calcio inglese del Leicester City. Vichai non avrebbe indossato l’amuleto quando il suo elicottero si è schiantato sul campo di gioco della sua squadra nell’ottobre 2018.

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http://asianews.it/notizie-it/Bangkok,-neanche-la-pandemia-ferma-il-mercato-degli-amuleti-54035.html

 

New York-Kabul: ieri, oggi e domani.

Il ricordo dellattacco alle Torre Gemelli, la lettura degli ultimi accadimenti in Afghanistan: non basta la forza militare. Occorre la capacità di costruire ponti. Di fatto, la strapotenza americana non sarà sufficiente a superare lostacolo islamista senza un coefficiente superiore di ragionevolezza presente nella controparte.

 


Venti anni orsono, un atto dovuto fu definita dal presidente repubblicano George W. Bush l
invasione americana dellAfganistan. Ricordo che a New York la grande maggioranza di politici (di ambedue gli schieramenti), diplomatici, osservatori e comuni cittadini erano daccordo. Con il crollo del World Trade Center cadeva miseramente il mito dellinvulnerabilità dellAmerica. Si viveva un clima di esaltazione collettiva, caratterizzato da sentimenti di paura per possibili ulteriori attentati frammisti al desiderio di rivincita, ossia reagire allistante alla sfida lanciata alla superpotenza con la distruzione delle Torri Gemelle, situate nel cuore della città più famosa e nel principale centro finanziario degli Stati Uniti. Occorreva colpire al più presto inesorabilmente i mandanti di quella spietata clamorosa mattanza. Nei suoi quotidiani incontri con la stampa, Giuliani teneva alta la tensione morale, ripetendo quasi ossessivamente che la cittadinanza con la sua forza di reazione stava trasformando il giorno più buio nel giorno più luminoso, mentre il governatore George Pataki, nel ricordarmi con malcelato orgoglio le proprie origini calabresi, lanciava segnali di riscossa alla popolazione enfatizzandone gli innumerevoli mirabili esempi di altruismo, coraggio ed abnegazione. Del resto, bastava dare unocchiata alle devastanti macerie fumanti di Ground Zero – divenuto da allora meta di quotidiani commossi pellegrinaggi – per condividere lassoluta necessità di un intervento militare per lavare lonta del gravissimo attacco subito dal paese. Poi, nei giorni successivi all11 settembre, la Casa Bianca, sulla spinta della destra repubblicana (i c.d. falchi), avrebbe gradatamente posto in atto una strategia centrata sullestensione degli obiettivi da colpire, passando da Bin Laden e Al Qaeda a Saddam Hussein e allIraq. Il fondamentalismo islamico diventava il nuovo nemico pubblico numero uno della nazione.

Trattasi di un atto dovuto – ha affermato nei giorni scorsi il presidente democratico Biden, con palese imbarazzo, ma pari convinzione, argomentando circa la repentina ritirata dei soldati americani da quello stesso paese. Questa volta, però, il consenso non sembra essere altrettanto maggioritario, soprattutto nellarea dellemisfero occidentale. Si ritiene che tempi e modalità avrebbero dovuto essere scelti con maggiore avvedutezza. Ora, nelle diverse cancellerie ci si interroga, non senza una certa inquietudine (visti i precedenti storici) quale sia la reale visione del mondo del neo presidente (dato, peraltro, già in calo di consensi per alcune decisioni in controtendenza rispetto alle attese) e, in particolare, la sua idea di come gestire la situazione in Afghanistan in vista dellavvento del nuovo (vecchio?) corso politico impresso al paese dai vertici talebani.

Nel 2001 si doveva intervenire militarmente sullonda emotiva dellattacco alle Torri Gemelle per catturare Bin Laden e impedire al terrorismo dei fondamentalisti islamici di proliferare indisturbato nel paese che li ospitava. Oggi, lAmerica riporta a casa i suoi ragazzoni in divisa per ragioni di politica interna (promesse elettorali) ed economica, ma forse anche perché il terrorismo non si manifesta più da qualche anno con la virulenza di un tempo ma sotto forma di azioni condotte in maniera del tutto autonoma da minuscoli gruppi, ovvero da singole persone a volte anche parzialmente squilibrate.

Fragili le motivazioni del passato; ancora di più quelle attuali. Ambedue però ampiamente sufficienti per convincere sempre i tradizionali alleati a seguire Washington, senza alcuna forma di critica esplicita, in passato schierandosi al suo fianco sul terreno afgano e, nei giorni scorsi, ritirandosi a comando.

Nelle due situazioni la Casa Bianca ha interpretato a suo modo gli eventi ed ha deciso secondo la propria convenienza, senza curarsi dellopinione altrui (di alleati ed avversari), a conferma dello statusdi superpotenza militare, tecnologica ed economica di cui il Paese ritiene di continuare a godere. A dispetto, anche, di tutti coloro che hanno avvertito in entrambe le circostanze i sintomi di un declino della bandiera a stelle e strisce: prima perché lAmerica aveva mostrato una insospettata vulnerabilità nellattacco islamista alle Torri Gemelle ed oggi per la sua impossibilità (o incapacità) di trasformare lAfghanistan in un paese democratico, accettando addirittura (come raccontano le cronache di questi giorni) che il potere torni nelle mani degli antichi mortali nemici.

In realtà, ritengo che, come non seguì il suo declino allora, molto probabilmente non lo si avrà adesso. LAmerica continuerà a stare saldamente in sella ancora a lungo nellesercitare la leadershipnellOccidente ed i suoi alleati, in primis quelli europei, continueranno ad avvalersene, seppure spesso obtorto collo, per difendersi dalle mire espansionistiche della Cina, unico grande paese in grado di contrastare la strapotenza americana.

Ciononostante gli Stati Uniti, cui lEuropa – è bene non dimenticarlo mai – deve moltissimo, continuano a sbagliare in politica estera, oggi come ieri. La rapida successione degli eventi prodottisi in Afghanistan è abbastanza eloquente. Primo fra tutti il fulmineo tracollo militare di un esercito a lungo addestrato da professionisti delle armi ampiamente collaudati di fronte allincalzare massiccio di bande armate pur sempre irregolari, cui sta facendo seguito la formazione di un governo guidato da Mohammad Hassan Akhund, da tempo presente nella lista nera delle NU con la qualifica di terrorista, e nel quale figura come ministro degli interni Sirajuddin Haqqani ricercato per terrorismo dallFBI, sulla cui testa pende una taglia da cinque milioni di dollari (!). Alla lunga, queste due significative presenze nellesecutivo talebano (come quella di ex-detenuti del campo di concentramento di Guantamano) non potranno non svolgere un ruolo di rilievo nel ridefinire i rapporti con lOccidente. Scarso, in tal senso, il significato della collaborazioneprestata in questi giorni dalla manovalanza talebana per favorire la partenza degli americani in quanto riflette proprio i desiderata dei vertici. Di sicuro inquietante, invece, la decisione diffusa nelle ultime ore da fonti talebane, riprese da alcuni media internazionali, di presentare il nuovo governo proprio nel ventesimo anniversario dellattacco delle Torri Gemelle: un modo di contrapporre contemporaneamente al cordoglio di un intero paese la gioia di un popolo per la riconquistata indipendenza.

In definitiva, il bilancio di un intervento militare protrattosi per venti anni, costato ai contribuenti americani 2.500 miliardi di dollari nonché la perdita di oltre 2.500 soldati, non potrebbe essere più fallimentare. Ma le conseguenze di questo (pessimamente programmato e malamente portato a termine) ritiro unilaterale rischiano di esserlo ancora di più proprio per il ricrearsi di una situazione potenzialmente simile a quella esistente venti anni orsono. Infatti, quali margini di pacifica coesistenza potranno esistere fra interlocutori che non hanno fino ad oggi cessato di combattersi aspramente? Come si potrà impedire a quel paese di tornare ad essere un sicuro e confortevole rifugio per migliaia di terroristi desiderosi di ripetere le gesta dei loro predecessori, martiri per la causa? E se lAmerica non è riuscita a prevalere, seppur presente per tanti anni militarmente sul territorio afgano, come potrà farlo attorno ad un tavolo negoziale, reso peraltro più traballante dalla costante risorgente minaccia di possibili nuovi attacchi sul territorio nazionale portati da terroristi emuli degli attuali vittoriosi combattenti talebani? Quale sarà la linea politica prevalente del governo talebano, obbligato a barcamenarsi fra le lusinghe economiche cinesi, la pressione russa alla frontiera, la cooperazione con la Turchia e i rigurgiti interni dellIsis e Al Qaeda non a tutti invisi? Last, but not least, potrà essere ancora ipotizzabile un nuovo intervento americano in Afghanistan in caso di una emergenza internazionale provocata da una possibile grave crisi politica in quellarea, anche in considerazione del crescente peso specifico, con conseguente accresciuto potere di interdizione, della Cina e della Russia?

Insomma, Biden sarà comunque chiamato a risolvere una equazione dalle molteplici incognite

La speranza (per il momento, su ben poco fondata) è che la genia degli Osama Bin Laden possa presto esaurirsi e la nuova generazione di leader integralisti sia più portata a dialogare piuttosto che ad educare schiere di giovani fanatici pronti a tutto, anche al supremo sacrificio, pur di annientare gli infedeli. In altri termini, ancora una volta, la strapotenza americana non sarà sufficiente a superare lostacolo islamista senza un coefficiente superiore di ragionevolezza presente nella controparte.

È auspicabile, per il bene di tutti, che questa volta lAmministrazione ne sia consapevole.

 

P.S. La foto che accompagna questo articolo proviene dall’archivio personale dell’autore, ex diplomatico, all’epoca dei fatti Console Generale a New York.

Gli Stati Uniti vent’anni dopo l’11/9. L’analisi de “Il Mulino”.

Per quello che fu l’impero americano è tempo di bilanci, dopo quasi ventanni di guerra globale al terrore. Con il ritiro afghano sembrano crollare anche i presupposti economici e sociali delleccezionalismo statunitense.

È un anniversario per molti aspetti mesto, questo ventennale degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono dell11 settembre 2001. Gli attentati e quel che ne è seguito la «guerra globale al terrore» nella retorica dellepoca sono diventati vieppiù marginali nel dibattito pubblico e politico negli Stati Uniti. Il Paese si è sì assuefatto a una sorta di azione militare perenne e a bassa intensità: una campagna antiterroristica invisibile e largamente indolore per chi la conduce, basata su droni, eliminazioni mirate e uno stato di guerra senza fine, ancora giustificato da quanto accaduto ventanni fa. I timori e le motivazioni che lavevano giustificata, questa guerra, si sono fatti però sempre più sfocati.

La paura del terrorismo è rimasta, ma è inevitabilmente divenuta una priorità tra le tante per il pubblico statunitense e non più associata esclusivamente alla minaccia dellIslam radicale. Sostenute inizialmente da larghe maggioranze, le guerre in Afghanistan e in Iraq sono state vieppiù contestate (secondo Gallup, in ventanni la percentuale di americani che giudica un errore lintervento militare in Afghanistan è passata dal 5 al 45-50%). La decisione di Trump e Biden di completare il ritiro dallAfghanistan è stata appoggiata da una maggioranza ampia e sostanzialmente bipartisan, anche se la rapida vittoria talebana, il caos dellevacuazione, le immagini drammatiche che sono giunte da Kabul e, soprattutto, lultimo attentato costato la vita a tredici soldati statunitensi hanno alimentato forti polemiche e ulteriormente indebolito Joe Biden e la sua amministrazione.

Questa ultima umiliazione in Afghanistan è parsa rappresentare, in modo quasi paradigmatico, il ventennio di «guerra al terrore». Con una scelta di comunicazione politica alquanto azzardata, Biden aveva deciso di fissare il completamento del ritiro proprio all11 settembre 2021, allo scadere del ventennale. Il simbolismo, ovvio ma incauto, serviva a indicare che sarebbe stato questo presidente a chiudere ventanni di scelte errate e inconcludenti, costate agli Stati Uniti migliaia di vittime e miliardi di dollari. Per funzionare, però, il ritiro avrebbe dovuto essere ordinato, lAfghanistan sarebbe dovuto rimanere il più possibile fuori dai riflettori e, per usare la formula attribuita a Kissinger rispetto al Vietnam, vi sarebbe dovuto essere un «intervallo decente» tra la partenza degli ultimi soldati statunitensi e linevitabile caduta del Paese sotto il controllo dei talebani. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata; il collasso dellesercito afghano e la ritirata americana hanno suggellato un ventennio di illusioni, fallimenti e promesse disattese. Che questo anniversario prova appunto a chiudere, permettendo così agli storici alcuni bilanci e considerazioni sugli Stati Uniti e le modalità, intrinsecamente contraddittorie, con le quali hanno esercitato ed esercitano la loro egemonia.

Per usare la formula attribuita a Kissinger rispetto al Vietnam, vi sarebbe dovuto essere un intervallo decentetra la partenza degli ultimi soldati statunitensi e linevitabile caduta del Paese sotto il controllo dei talebani. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata

La risposta statunitense all11 settembre è stata al contempo eccezionalista, uniltaterale e velleitaria, nelle sue irrealistiche ambizioni. Gli attacchi terroristici hanno stimolato unulteriore accentuazione di una torsione iper-nazionalistica che aveva segnato la risposta conservatrice e reaganiana alla crisi degli anni Settanta, ma che nella sua versione liberale e progressista aveva trovato poi piena ricezione anche in tanta retorica clintoniana. «Vogliamo essere una nazione al servizio di obiettivi più grandi di quelli che riguardano solo noi stessi», affermò George Bush nel suo primo discorso sullo Stato dellUnione dopo gli attentati. «Ci è stata offerta un’opportunità unica e non dobbiamo lasciar passare questo momento». Questo iper-nazionalismo si combinava con, e sembrava trovare giustificazione in, un gap di potenza, tra legemone gli Stati Uniti e il resto del mondo, che allepoca non sembrava avere pari. Gli Stati Uniti emergevano da un decennio nel quale le fosche previsioni su un loro ineluttabile declino erano state messe a tacere, grazie anche a una rivoluzione tecnologica che aveva rilanciato il primato economico statunitense e a un dominio militare che la fine della Guerra fredda e il collasso dellUnione sovietica avevano reso ancor più incontestabili. «Ho riguardato tutte le statistiche comparative sul personale militare e le spese in difesa degli ultimi 500 anni» scrisse nel 2002 lo storico Paul Kennedy, «e nulla è mai esistito come questa disparità di potenza… Nessuna altra nazione» nella storia «nemmeno si avvicina» al dominio statunitense.

Il combinato disposto di potenza e nazionalismo eccezionalista finì per generare unequazione strategica nella quale convergevano ottimismo (sulle possibilità), unilateralismo (nellapproccio) e spregiudicatezza (nei metodi). «È un tempo di opportunità questo per lAmerica», proclamava la prima dottrina di sicurezza nazionale di Bush jr., quella National Security Strategy (Nss) del 2002 che finì per incarnare e sublimare la hybris dellamministrazione repubblicana e della sua risposta al11 settembre; «lavoreremo per tradurre questo momento dinfluenza in decenni di pace, prosperità e libertà». Opportunità che non potevano attendere i tempi della diplomazia multilaterale o sottostare alle costrizioni del diritto internazionale. Che andavano perseguite facendo leva sullelemento primario e indiscusso della potenza statunitense, quellhard-power militare il cui utilizzo era già stato rilegittimato dalla stagione delle «guerre umanitarie» del decennio precedente. E che diversamente dal passato – non imponevano sacrifici collettivi, con una guerra ormai affare di un corpo di militari di professione (e i cui sacrifici toccavano quindi un numero limitato di famiglie e comunità) e dai costi sostanzialmente assorbibili da un Paese assueffatto ad alti deficit e debito. In uno dei suoi primi discorsi dopo l11 settembre, Bush jr. invitò gli americani a continuare a consumare e divertirsi: «Andate a Disney World in Florida. Portateci le famiglie, godetevi la vita come merita di essere goduta». Più concretamente, e con un atto senza precedenti, il Paese andava in guerra una guerra definita come globale e infinita, per giunta tagliando le tasse: con le aliquote più alte dellimposte sul reddito ridotte di alcuni punti percentuali, e i percettori di redditi alti e altissimi l1% più benestante della popolazione a beneficiarne.

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Purezza sul Nilo

In Egitto si è aperto un dibattito sulla disciplina della vita affettiva e sessuale, con una significativa apertura della scuola islamica progressista sul delicato tema della verginità femminile.

LEgitto è scosso da una fatwa sullammissibilità della ricostruzione dellimene; cioè, la restituzione della verginità alle donne che sono state sessualmente indiscreteprima di convolare a giuste nozze. La verginità è un concetto abbastanza superato in Occidente, per quanto non da tantissimo, ma è una questione ancora molto dibattuta nellIslam progressista egiziano. Il nuovo sasso” è stato lanciato dallo Sceicco Ahmed Mamdouh, il Segretario Generale per le Fatwadel Dar al-Ifta, unistituzione pilastro dellEgitto che dal 1895 è incaricata di interpretare gli aspetti legali della fede islamica e dare autorevoli pareri al riguardo.

Mamdouh, attraverso la pagina Facebook dellente, ha dichiarato che interventi per la ricostruzione dellimene sono permissibili nei casi di stupro o quando una ragazza, dopo essere stata deflorata con linganno, se ne pente e vuole voltare pagina…Ciò, secondo lui, perché: Schernire le peccatrici… significa chiudere la porta alla misericordia e può spingerle alla disperazione o a commettere altri atti immorali. Parte dellopinione pubblica egiziana ha interpretatonegativamente lautorevole parere come una sorta di invito al peccato, per via della possibilità di riparare con comodo al malfatto, una sorta di frode al danno delleventuale futuro marito.

Lestrema attenzione alla verginità della sposa al momento delle nozze è (o almeno è stata) una caratteristica condivisa dalle tre grandi religioni abramiticheil Cristianesimo, il Giudaismo e lIslam e non è sempre presente in altre fedi. Parrebbe nascere dalla cinica constatazione secondo cui si sa con certezza chi è la madre, mentre del padre…, associata al forte imperativo di tenere unite sia le linee di discendenza sia quelle ereditarie, unusanza che si esprime anche nella preferenza tradizionalmente accordata al primogenito di disporre del patrimonio familiare.

In quelle culture dove ancora vige lesposizione dalla finestra del lenzuolo macchiato dal sangue della prima notte, la necessità sociale di poter confermare così di esserci arrivata ancora vergine fa sì che spesso si vieti alle giovani di andare a cavallo o in bici, rischiando secondo la credenza popolare la rottura accidentale e fuori tempodellimene.

Non è chiaro come andrà a finire per la scandalosa fatwa lanciata da Ahmed Mamdouh, tra le massime e più rispettate autorità del suo paese in materia di moralità “lecita, ma non nuovo a pronunciamenti tacciabili di occidentalismo. Nel 2017 ha opinato che la celebrazione di San Valentino come Festa degli innamoratinon fosse espressamente vietata dallIslam, …a patto che si tratti di esprimere le emozioni allinterno della legge islamica, attraverso lo scambio di piccoli regali e di parole gentili.

La festa, di ovvia origine cristiana e potenzialmente causa di effusioni affettuose, è popolare tra i giovani egiziani ma criticata dalle autorità religiose islamiche più conservatrici, come lo Sceicco saudita Muhammad ibn al Uthaymeen, che lha bollata una cattiva innovazione che… scatena le passioni e il desiderio, occupando la mente con pensieri futili…Figuriamoci cosa potrebbe pensare della riparazione dellimene…

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Ecosfera e infosfera: siamo in relazione, siamo relazione. Un libro di Anselmo Grotti.

Un contributo al bisogno che abbiamo di comprendere meglio quanto sta avvenendo e di progettare modalità umane per abitare un futuro che già inizia a essere un presente, soprattutto per scegliere quale futuro, tra i molti possibili, sia più desiderabile. Proponiamo un estratto dellIntroduzione a Connessi e in relazione. Presente e futuro delle nostre vite al tempo della rete, appena pubblicato dallEditrice Ave, ultima fatica di Anselmo Grotti, saggista, docente di Etica e Sociologia della Comunicazione allIssr Toscana, già dirigente scolastico e docente di Filosofia della Comunicazione allUniversità di Siena.

«Der Mensch ist, was er isst»: «Luomo è ciò che mangia». È una celebre frase del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, utilizzata in una recensione del 1850 (La scienza e la rivoluzione), ripreso poi in un saggio del 1862 (Il mistero del sacrificio, ovvero luomo è ciò che mangia). La frase può essere intesa in senso banale, ma il suo materialismo, sia pure indiscusso, non era piatto e volgare. È vero che si riferiva a un saggio di un medico fisiologo, Moleschott, di cui appunto Feuerbach aveva  recensito il Trattato sullalimentazione. Ma, a pensarci bene, lidea che siamo esseri in continua relazione con il mondo, da cui traiamo cibo e bevanda, luce e respiro, esprime una profonda verità antropologica, umana e cristiana  allo stesso tempo. Colui che ha detto: «Non di solo pane vive luomo», ha però moltiplicato più volte i pani e i pesci, salvato una festa di nozze procurando del vino, svolto a tavola molta parte della sua predicazione, istituito pane e vino come sacramenti e promesso la risurrezione dei corpi. Quando restituisce alla vita una bambina morta, dà un ordine perentorio ai suoi genitori: «Datele da mangiare!».

Ma appunto  – «non di solo pane vive luomo». Vive anche «di ogni parola». Possiamo vivere non solo se mangiamo, ma anche se la realtà che viviamo riveste per noi un significato. Chi è il sapiente? Non è – almeno in prima battuta colui che sale cose, ma colui per il quale le cose sanno: hanno cioè sapore. Davanti a qualsiasi cosa (un libro, un bosco, unopera darte, un macchinario), devo essere in grado di conoscere di che cosa si tratta per potervi ritrovare dei significati. La realtà che ci circonda va letta, interpretata, accolta con cura perché possa diventare significativa. Il cibo ha bisogno di essere cotto, o almeno predisposto in determinate modalità, per essere più appetitoso, per avere maggior sapore. Anche il nostro rapporto con la realtà e con la vita ha la stessa necessità. Sapore e sapere sono più imparentati di quanto si possa credere.

Stiamo ancora un momento sul cibo materiale. Che succede se è alterato? Se la sua distribuzione è squilibrata? Se c’è gente che muore di fame? Possiamo abusarne, o farne a meno? La nostra salute dipende  in gran parte dallalimentazione, il nostro corpo è fatto con gli alimenti che consumiamo, con laria che immettiamo nei polmoni, con la luce che assorbiamo dal sole. Ciascuna famiglia, ciascuna comunità, ciascuna cultura ha elaborato le sue ricette, le sue abitudini, le sue modalità. Tutti gli esseri umani di tutte le civiltà hanno avuto bisogno di mangiare. Ma ciascuno lo ha fatto in maniera specifica, cercando in questo  gesto anche tutta una serie di significati: la convivialità, lamicizia, la condivisione, e anche la formazione, che comincia già nel comprendere ciò che fa ladulto. Gli esseri umani danno molta importanza a questa condivisione di sapori e saperi. I bambini mangiano un cibo quando lo vedono fare a un adulto. Per una scimmia, invece, questo processo mentale non è immediato. La scimmia non presta attenzione al fatto che gli adulti evitano un certo cibo. Le madri animali non intervengono quasi mai per impedire ai piccoli di mangiare un cibo tossico. Il cibo è strettamente legato al contesto, fino a identificare quelcibo con ilcibo. Nelle lingue vietnamita, giapponese, laotiana e siamese, per dire mangiaresi dice mangiare riso. In Omero, il termine uomini” è spesso sostituito dalla locuzione quelli che mangiano il pane. Conoscere quali ingredienti usa una determinata tradizione culinaria e come li cucina significa già conoscere molto di quella cultura. Persino delle culture antiche, il cui studio ci permette di scoprirci fratelli in umanità e in grado di progettare una convivialità delle differenzeanche con le tante culture contemporanee. Parlare di cibo non può non richiamarci anche al cibo che manca, oppure che c’è ma non è equamente distribuito. È la fame larma di distruzione di massa più radicale.

Continua a leggere sul sito dellAzione Cattolica

https://azionecattolica.it/ecosfera-e-infosfera-siamo-in-relazione-siamo-relazione

Salute pubblica in prospettiva globale. Pandemia, Bioetica, Futuro.

Questo è il tema dellAssemblea 2021 della Pontificia Accademia per la Vita che si svolge nei giorni 27-28-29 settembre, in presenza ed on line.

Gli Accademici (studiosi ed esperti dei cinque continenti) convergeranno a Roma per confrontarsi non solo sul Covid-19 ma sulla sfida globale che la pandemia lancia  per una più equa distribuzione delle cure e dellassistenza sanitaria nel mondo. Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla.

Il tema generale dellAssemblea verrà dibattuto, come di consueto, attraverso un workshop aperto al più ampio pubblico, che parteciperà on line.

Tra gli esperti chiamati ad intervenire, ci saranno tra gli altri il dr. Jules Hoffman (Nobel per la Medicina 2011), il dr. John Nkengasong (Direttore del Centre for Diseases Control, Cameroon),  il dr. David Barbe (Presidente della World Medical Association), la dott.ssa Carissa Etienne (Direttrice della Pan American Health Association), il dr. Walter Ricciardi (Università cattolica del Sacro Cuore).

Il workshop on line intende riflettere sullesperienza della pandemia, in prospettiva etica, mettendo in luce quali sono gli snodi medici, ecologici e sociali che sollecitano la nostra responsabilità e richiedono una conversione, sia di mentalità, sia di strutture. L’obiettivo è dare un contributo originale all’importante dibattito sulla salute pubblica e sui problemi che questa emergenza sanitaria ha evidenziato, per un profondo rinnovamento delle società e per un futuro più equo e sostenibile.

Per curare la salute dobbiamo anzitutto essere vivi!spiega mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Per i paesi occidentali la priorità è rappresentata dai vaccini e stiamo infatti assistendo allo sforzo vaccinale più grande mai attuato nella storia. Tuttavia non dobbiamo dimenticare la necessità di costruire una sanità equa su scala globale. Il tema al centro della nostra riflessione sarà allora il futuro della cura e della sanità, se vogliamo davvero dimostrare di avere imparato la lezione della pandemia.

Per la maggior parte della popolazione mondiale oltre ai vaccini è prioritario un accesso vero ed effettivo alle cure ma anche ai beni che permettono semplicementedi vivere. Va superato il divario non solo vaccinale ma di accesso alla sanità pubblica, abbattendo i problemi collegati alla  mancanza di strutture e alla scarsità di risorse da destinare alle cure. La pandemia ha mostrato le forti disparità economiche e sociali in tema di salute. Di recente diversi ambasciatori presso la Santa Sede hanno sottolineato che è necessario rispondere a questa crisi con provvedimenti che risultino utili per il futuro.

La vaccinazione è fondamentale nellottica di una protezione globale contro il Covid-19 ma la questione centrale riguarda la possibilità di superare davvero e presto le differenze, attuando una politica sanitaria globale basata sul diritto di tutti ad accedere alle cure.

Il programma completo dei lavori è pubblicato sul sito della Pontificia Accademia per la Vita: www.academyforlife.va

Se Parigi val bene una messa…Draghi come ancora di salvezza dei partiti. Non convince l’analisi di Galli della Loggia.

Il politologo del Corriere della Seravede nel governo, ovvero nella conduzione che di esso fa il Presidente del Consiglio, un elemento di sostanziale trasformazione del sistema politico. Questo, in parte, è inconfutabile. Tuttavia, paragonare Draghi a De Gaulle non appare persuasivo.  


S
ul Corriere della Seradell8 settembre Ernesto Galli della Loggia paragona Mario Draghi ad una sorta di De Gaulle italiano. [L]uomo cioè che giunto al potere per una combinazione imprevedibile opera una trasformazione sostanziale del sistema politico.

Il paragone appare un pochino azzardato, soprattutto se riferito alla V^ Repubblica francese nel senso di una certa frattura fra Parlamento ed iniziativa autonoma del Governo.Ora, che Draghi si muova in autonomia rispetto ai Partiti che lo sostengono è un fatto inconfutabile. Ed altrettanto inconfutabile è la sicurezza con la quale si muove lattuale presidente del Consiglio, dando cioè lidea di un Governo che durerà sino alla scadenza naturale della legislatura e che dunque è al riparo da eventuali imboscate. Anzi, per la quasi totalità dei partiti e movimenti presenti oggi in Parlamento, Draghi rappresenta l’àncora di salvezza che potremmo sintetizzare ironicamente nel famoso motto di Enrico IV°: Parigi val bene una messa.

Però da qui a descrivere tale situazione come un oggettivo cambiamento di regimemi sembra fuori da qualsiasi considerazione realistica dellattuale situazione politica italiana.

Secondo leditorialista del Corserainfatti il mandato vero a governare, il mandato sostanziale, Mario Draghi non lo trae dalla volontà dei partiti ma da unaltra fonte, che potremmo indicare come la volontà del Paese.

Il ragionamento di Galli della Loggia ha un preciso fine non celato: quello di mettere in evidenza lo stato comatoso di questi partiti per arrivare a quella riforma della Costituzione in senso renziano che nel 2016 ebbe il no convinto della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Ma lillustre politologo ed accademico dimentica anche (forse volutamente) lattacco alla Costituzione fatto nel 1994 dalle destre (in pieno clima berlusconiano) al punto che dopo anni di silenzio dovuto alla sua scelta di vita monastica e religiosa, scese in campo Giuseppe Dossetti (padre costituente e leader della prima sinistra democristiana) attraverso un invito a formare in tutti i Comuni comitati spontanei per la difesa della Costituzione.

Non è il parlamentarismo esasperatola causa della crisi di questi partiti e della politica in generale, ma lassenza di valori ed idee forti di riferimento. Questi partiti non hanno più nulla da dire: si muovono sul terreno della politica spettacolo, dei talk show (dove il più bravo è quello che riesce a non far parlare lavversario), della gestione del potere come mezzo di conquista del consenso. Ѐ abbastanza curioso e molto strano che questi politologi di area cosiddetta laica non facciano mai riferimento alletica della politica, allonestà, alla competenza, alla pulizia.

Padre Bartolomeo Sorge amava ripetere negli ultimi tempi che non è sporca la politica, ma la politica è sporcata dagli uomini. Vorrei aggiungere modestamente che la politica è sporcata dagli uomini quando non è supportata da regole morali e, perché no, da principi ispiratori religiosi.

Riaperta al culto in Turchia la chiesa armena chiusa col genocidio del 1915 (aleteia.org).

In una chiesa armena di Malatya, nella Turchia orientale, domenica 29 agosto 2021 è stata celebrata una messa. Un momento storico, visto che ledificio era stato chiuso al culto dal genocidio del 1915.

Dopo 106 anni di interruzione, domenica 29 agosto 2021 è stata nuovamente celebrata la messa nella chiesa apostolica armena della Santa Trinità, a Malatya (Turchia orientale). Nessun ufficio religioso vi era stato celebrato a partire dal genocidio armeno del 1915.

Presieduta da Sahak Maşalyan, attuale patriarca armeno di Costantinopoli, la celebrazione è stata seguita da un gran numero di cristiani armeni della regione, a quanto riporta lagenzia Fides. 

I fedeli possono rallegrarsi della notizia, ma la chiesa non è più “solamente una chiesa: alla vigilia, sabato 28 agosto, ledificio era stato riaperto col nome di centro culturale di arte e di cultura Tashhoran. Ledificio, la cui costruzione era stata completata ne 1893, versava in condizioni fatiscenti dopo decenni di totale abbandono. 

Le autorità politiche totali, presenti allinaugurazione, hanno così spiegato che il complesso architettonico è stato riaperto al pubblico in qualità di centro culturale.

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https://it.aleteia.org/2021/09/09/surp-yerrortutyun-malatya-tashoran-culture-and-art-center-1915-metz-yeghern/

 

Zaccagnini, la Dc e il futuro del cattolicesimo democratico. “Bisogna stare sul campo”. Intervista a Bodrato.

In questa ricca conversazione, uno dei protagonisti della stagione del rinnovamento democristiano ai tempi di Zaccagnini mette a fuoco le ragioni di una battaglia di cui oggi occorre avere contezza, per capire cosa fare in nome di una tradizione importante, da non disperdere o da non umiliare, anche inconsapevolmente.

 

Guido Bodrato ha un conflitto con la memoria. I ricordi li conservo tutti, ma non so più ordinarli con chiarezza. Mi tornano alla mente in forma circolare, come fosse una giostra, obbligandomi a uno sforzo supplementare: mi tocca selezionarli e ricollocarli nel posto giusto. Però unamemoria, sarebbe da dire, che suscita invidia. La nostra conversazione, una delle periodiche spruzzate di analisi improvvisate, per fare il punto o cercare il filo dentro uno scenario che riflette con giusto distacco linteresse per la lunga vicenda democristiana. Loccasione, stavolta, muove dalla curiosità per lelezione a sorpresa, nellestate del 1975, di Benigno Zaccagnini. Cosa ha rappresentato per la Dc la sua segreteria? La discussione è scivolata poi su altri argomenti, ma seguendo comunque una pista ben precisa. Daltronde Bodrato ha la capacità, ogni volta, di mettere a fuoco i problemi nel quadro di una nuova riflessione.

 

Cominciamo dalle cose più semplici, spesso poco conosciute e quindi poco valutate. Come venne fuori il nome di Zaccagni?

 

Il Consiglio nazionale, convocato per analizzare la flessione elettorale nelle ultime amministrative, durò un giorno di più del previsto, anche perché si era aperto un dibattito dentro le diverse correnti del partito. Contro Fanfani, il segretario che già lanno precedente aveva portato la DC alla sconfitta del referendum sul divorzio, si registrava la convergenza della sinistra interna (Base e Forze Nuove) e dei dorotei. Anche Donat Cattin, allinizio, pensava a una soluzione calibrata sul Rumor. Invece Moro esprimeva maggiore cautela sulle responsabilità di Fanfani, ed era più severo su quelle della maggioranza. In ogni caso su Rumor si poteva anche chiudere, ma a far saltare il banco fu Bisaglia che ambiva, evidentemente, a sottolineare il suo ruolo di leader emergente rispetto ai vecchi della corrente. Questo dissidio allinterno dei dorotei obbligò a prendere atto che limpasse poteva degenerare nel caos. Eravamo ancora lì, nellaula di Palazzo Sturzo, quando da fuori gli autisti cominciarono a suonare i clacson per protesta.

 

E a quel punto?

 

Fanfani, urtato per la condotta dei dorotei, non era in condizione di avanzare una proposta. Questa venne da Moro che fece trapelare, appunto, lipotesi di Zaccagnini. Aveva il profilo di un uomo super partes in quanto Presidente del Consiglio nazionale, una carica fino ad allora poco più che onorifica. Dunque, si andò al voto senza certezze, tant’è che la maggioranza si sarebbe formata attraverso la saldatura dei gruppi di sinistra con morotei e fanfaniani, ma anche con dorotei dissidenti. Sembrava una soluzione destinata essenzialmente a preparare un congresso a tempi stretti, come daltronde richiesto prima della convocazione del Consiglio nazionale.

 

Immagino che il più sorpreso fu Zaccagnini

 

Avevo un rapporto stretto con lui. Alla Camera era maturata una certa confidenza tra noi. Benigno si dichiarava fuori dai giochi, aveva deciso di non ripresentarsi alle elezioni, coltivava lidea del buen retironella sua Ravenna. A colpirmi fu anche la sua volontà di dedicarsi allo studio di Santa Caterina. In lei ammirava il coraggio con il quale richiamava la Chiesa ai suoi doveri: il Papato si era da tempo trasferito ad Avignone e lei, in opposizione allo scandalo di quellesilio, ne reclamava il ritorno a Roma. Insomma, i pensieri di Zaccagnini erano altrove, ma di colpo veniva investito di una responsabilità fuori da ogni aspettativa o congettura.

 

Invece, attorno alla sua figura incominciò a prendere forma un vasto sentimento di entusiasmo.

 

Le bandiere bianche tornarono a sventolare nelle piazze. Ricordo la manifestazione a Piazza SantApostoli organizzata in ottobre dal Movimento giovanile per protestare  contro lattentato a Bernardo Leighton e alla sua signora, esuli cileni a Roma. La partecipazione di tanti militanti, con un corteo che prese il via dal Colosseo, era la riprova di un chiaro mutamento di clima politico. Zaccagnini, benché assente, aveva evocato lorgoglio della base. Ci accorgemmo che giorno dopo giorno andava aumentando la popolarità di Zac, come presto fu ribattezzato. Il congresso rimase in agenda, ma slittò più volte. Ai primi di gennaio il partito organizzò a Bozzolo e a Mantova, sempre con il decisivo contributo dei suoi giovani, un convegno in ricordo di don Primo Mazzolari. Fu anche quello un trampolino di lancio per mettere a fuoco la linea del confronto, approvata a marzo del 76 al Palazzo dello Sport dellEur, dove si tenne appunto il XIII congresso. Grazie a una modifica statutaria, verso la quale la sinistra oppose resistenza per il timore che fosse lanticamera del cesarismo, Zaccagnini fu eletto direttamente dai delegati in Assemblea.

 

Non era una elezione scontata. Quando si diffusero le prime voci che davano avanti Zaccagnini sul suo contendente, Arnaldo Forlani, sugli spalti del Palazzo dello Sport ci fu il finimondo. Urla da stadio, striscioni e bandiere che sventolavano, gente che saltava sulle pancheQualcuno intonò Bella Ciao in un tripudio di entusiamo.    

 

Fino allultimo non eravamo sicuri di vincere. A differenza della elezione nel Consiglio nazionale dellestate precedente, stavolta Fanfani era contro. A sostegno della candidatura di Zaccagnini vennero Rumor, Colombo, Gullotti e alcuni amministratori locali, tra cui il marchigiano Adriano Ciaffi. Vinceva la linea del confronto, che non voleva essere di cedimento ai comunisti, come la destra sosteneva, ma di apertura alla novità insita nello spostamento a sinistra del Paese ed alla necessità di rinnovare il partito. Dopo le elezioni, con una DC in netto recupero, fu possibile avviare la politica di solidarietà nazionale.  

 

Poi Moro pagò quelle scelte coraggiose con il sequestro e il martirio, vittima delle Br.  Per tutti, ma per Zaccagnini in particolare, fu una vicenda dolorosissima.

 

Certo, Zaccagnini nutriva stima e ammirazione per Moro. In più cera amicizia, qualcosa insomma che andava oltre laspetto puramente politico. Andrebbe studiata con più attenzione la sofferta posizione che egli tenne nei due anni successivi alla tragedia, fino al congresso del 1980. Non abbandonò il campo. Fino allultimo difese le ragioni di quella politica che nella visione morotea doveva promuovere il superamento della democrazia bloccata, favorendo levoluzione del PCI come alternativa democratica al governo. Tuttavia, nella replica congressuale Zaccagnini dette una risposta ancora più limpida a quanti pretendevano di ridurre il confronto a una scelta di rassegnazione o peggio di subordinazione al PCI. Confrontarsi non significava adeguarsi ai comunisti, non si può dimenticare, per esempio, che sulla questione degli euromissili, su cui il governo Cossiga simpegnò a fondo e con successo, Zaccagnini intervenne in Aula per confermare lopzione strategica della  solidarietà atlantica, contro lespansionismo sovietico.

 

Dunque, si banalizza il discorso quando si parla di Zaccagnini come uomo dellabbraccio con i comunisti

 

Se labbraccio doveva costituire la rinuncia della DC ad essere se stessa, certamente Zaccagnini di questo abbraccio non era il protagonista. A noi ha comunicato sempre la convinzione che un partito di saldi convincimenti democratici, forte delle sue radici popolari e antifasciste, ispirato ai valori cristiani e legato ai principi di libertà e di giustizia, avesse diritto a misurarsi sullo stesso terreno con i comunisti, in una aperta competizione per il progresso civile e politico del Paese. Zaccagnini è morto qualche giorno prima della caduta del Muro di Berlino; molti anni prima, in un dibattito alla Camera, aveva lanciato uno sguardo sul futuro per sostenere linevitabilità del crollo di quella assurda frontiera di mattoni e filo spinato, costruita per evitare la fuga dallEst, non per difendere la Germania comunista.

 

E che dire oggi di Zaccagnini? Dove ti sembra più giusto collocarne la testimonianza? E in più, a rigore, vale ancora la sua testimonianza?

 

Zaccagnini dovrebbe essere considerato un leader storico del riformismo democratico. Non è difficile dire che oggi starebbe con le forze di centro sinistra. Più difficile è ritenere invece che sarebbe soddisfatto della politica odierna. Penso che in questo tempo dominato dalla personalizzazione politica, e quindi dal leaderismo, non sentirebbe sua la maniera in cui si svolge e si definisce la lotta democratica. Di sicuro non avrebbe simpatia per atteggiamenti oltremodo tattici che mettono in crisi il principio di responsabilità. Non lo immagino propenso – lui vecchio partigiano – a occhieggiare in direzione dei populisti.

 

Tu gli daresti la tessera del Pd?

 

Non spetta a me, idealmente, questo compito. Per altro non sono nemmeno io iscritto al Pd. Lo voto, perché nel Pd ci sono molti miei amici, non capisco quale altro partito dovrei votare. Del resto, come si sa, sono contro il maggioritario e per il proporzionale, che valorizza il pluralismo e garantisce la centralità del Parlamento. Questo dissenso non impedisce di pensare che alle elezioni si vada con uno schema, chiarendo quale possa essere il proprio modello di alleanze. Ciò deve però scaturire sia dal consenso degli elettori, sia dal confronto successivo con le altre forze politiche, in Parlamento. Il Pd mi sembra prigioniero di una illusione, e cioè che la destra si vinca alzando i toni della polemica e radicalizzando il confronto politico. Così, si favoriscono le ammucchiate di destra.

 

Quasi quasirestituisci un ruolo decisivo al centro. Può essere ricostituito un partito di centro come la Dc? Ci sono molte obiezioni, a riguardo.

 

E sono obiezioni che condivido. Aggiungo una riflessione: ogni progetto va calato nel contesto storico per diventare azione politica. La Dc è stato un partito determinato dalla storia, non è riproducibile ignorando i radicali cambiamenti degli ultimi cinquantanni, italiani e mondiali. A chi ha nostalgia di un centro che guarda a sinistra, consiglierei di dedicare le energie, tutte quelle disponibili, a rafforzare i processi di aggregazione delle forze riformatrici, insieme appunto al Pd. Ciò non toglie che la fatica di tenere in piedi un progetto sia inutile. Però, dove porta inseguire la chimera di un rilancio spontaneo del mondo di centro?

 

Che cosa è utile fare, se abbiamo a cuore il futuro del cattolicesimo democratico?  

 

Joseph De Maistre scriveva da San Pietroburgo al Re di Sardegna che le notizie sulla terribile battaglia della Beresina non permettevano di capire chi avesse vinto. E aggiungeva che però si poteva prevedere che avrebbe vinto chi tiene il campo, dunque chi sarà capace di rimanere sul terreno. In fondo è quello che abbiamo visto in Afghanistan: i Talebani hanno vinto purtroppo – perché controllavano quelle valli, quel terreno. È unosservazione che vale anche per la politica. I cattolici democratici vogliono uscire dallinsignificanza, esserci e contare? Devono stare sul terreno, in questa società. Quando eravamo giovani, pensavamo che un partito è lorganizzazione di una speranza. Il problema di oggi è soprattutto quello di essere riconoscibili nella società, per dare a un partito – se sarà ancora il Pd dipende dal Pd – la spinta ideale e politica che lo metta al centro del cambiamento, con un afflato solidarista e popolare, con la passione necessariaForse Zaccagnini ci direbbe dinvestire su questo tipo di futuro, di conservare nel cuore una speranza.

Lo “stile” Mattarella.

In vista della elezione del Presidente della Repubblica occorre fare tesoro delle esperienze passate, non particolarmente edificanti. Cosa significa lo stileMattarella? Ecco, significa uno stile di profondo rispetto delle istituzioni democratiche, di rispetto del Presidente in carica, di rispetto delle procedure democratiche, di rispetto delle regole costituzionali e, in ultimo, anche di rispetto dei numerosissimi potenziali pretendenti allo scranno più alto dello Stato.

Dunque, attorno alla scelta del prossimo Presidente della Repubblica, continua e prosegue la solita ipocrisia. Quasi tutti i principali leader politici dicono che se ne parlerà a gennaio se non addirittura a febbraio e poi, come da copione, quasi tutti tramano nella penombra e nel sottobosco politico e parlamentare. Certo, tutti quelli che seguono la politica, anche solo per distrazione, conoscono perfettamente i meccanismi e i tranelli che si nascondono dietro a questa elezione importante e decisiva per lo stesso sistema politico italiano.

È appena sufficiente ricordare ciò che capitò lultima volta, nella primavera del 2013, per rendersene conto. Dopo la scelta a larga maggioranza – accompagnata da un voto – dei cosiddetti grandi elettoridel centro sinistra a favore di Franco Marini e condivisa da quasi tutto il centro destra, ci pensarono i franchi tiratori del Pd e alcune frange della sinistra estrema a cecchinarlo vigliaccamente e selvaggiamente nellurna. Un folto gruppo di mascalzoni che disobbedirono alle indicazioni democratiche emerse dalla riunione tenutasi al cinema Capranica e che ebbero anche il coraggio – molti di questi franchi tiratori – in nome della novità” di matrice grillina di affidare ai post o ai tweet il loro orgoglio di aver bocciato nel segreto dellurna uno dei più rappresentativi e qualificati fondatori del Partito democratico.

Inutile negare che Renzi – e i futuri renziani – fu uno dei tanti, se non il principale protagonista, a giocare un ruolo decisivo in questo panorama squallido ed indecoroso.Vicenda che tutti sappiamo, poi, com’è proseguita e com’è finita. La candidatura di Franco Marini, pur avendo ottenuto alla prima votazione ben 524 voti, cioè la maggioranza assoluta dei grandi elettori ma non i 2/3 richiesti, viene misteriosamente e grottescamente ritirata dallo stato maggiore del Pd, in primis Bersani, per scegliere altrettanto curiosamente un altro candidato, leterno Romano Prodi. Scelta che fu ratificata addirittura da un boato da stadio allunanimità attraverso la cosiddetta democrazia dellapplausosempre nel luogo del delitto, cioè il cinema Capranica. Anche questa scelta fu bocciata dai franchi tiratori, come da copione.

Ora, visto e considerato che probabilmente si ripeterà lo stesso copione – almeno per quanto riguarda il profilo del candidato da individuare e da votare – e visto, soprattutto, che molti protagonisti di quella scellerata operazione del 2013 sono ancora seduti tranquillamente in Parlamento, non c’è affatto da stupirsi che la sceneggiatura – e la squallida ed incresciosa sceneggiata – si ripeta tale e quale. Con altri protagonisti, come ovvio. Al riguardo, forse, sarebbe opportuno, almeno dora in poi – se si può tentare si fare – cercare di imitare lo stileMattarella. Cioè uno stile di profondo rispetto delle istituzioni democratiche, di rispetto del Presidente in carica, di rispetto delle procedure democratiche, di rispetto delle regole costituzionali e, in ultimo, anche di rispetto dei numerosissimi potenziali pretendenti allo scranno più alto dello Stato. Uno stile, quello di Mattarella, che dovrebbe e potrebbe essere fatto proprio anche e soprattutto da coloro che già si preparano a declinare i tranelli regolamentari, gli agguati parlamentari e i tradimenti politici. Essendo quasi gli stessi i protagonisti è facile pensare che siano molto simili anche gli atteggiamenti concreti che seguiranno.

Per questo i sinceri democratici si augurano che prevalga sempre di più, anche se non sarà affatto facile, lo stileMattarella.

L’importanza dello Smart working e perché occorre proteggerlo (intanto…da Brunetta).

È sbagliato considerare il ricorso al lavoro agile come un ripiego temporaneo, in una condizione eccezionale. Invece è una soluzione che può generare fattori di migliore produttività. Non solo. Con la riorganizzazione del lavoro cambia anche lorganizzazione della città.

Lo Smart Working o lavoro agile può essere senza dubbio considerato la novità più importante introdotta nel mondo del lavoro come risposta alla crisi pandemica. Non senza le iniziali difficoltà organizzative, figlie di una reazione obbligatoriamente frettolosa, i lockdown sono stati pressoché improvvisi, lasciando poco spazio alla pianificazione aziendale. Tuttavia, in ambito sia pubblico che privato, ha mostrato i suoi effetti benefici.

Qualche difficoltà si è avuta, ad esempio per la congestione domesticadovuta al peso della didattica a distanza per le famiglie con prole, ma nel complesso la qualità del lavoro a distanza si è fatta notare in fretta.

Le aziende hanno colto i vantaggi. Se infatti in passato lo spostamento da casa al posto di lavoro era considerato necessario, con lo smart working si è percepita lutilità del poter risparmiaresu spese considerate fisse. Si è potuto constatare, invece, che insieme ai risparmi per le aziende e i lavoratori, anche lefficienza delle prestazioni è migliorata. È leffetto, in sostanza, della digitalizzazione delleconomia.

Tuttavia, in questi giorni, il Ministro Brunetta ha dichiarato che una riduzione del lavoro agile, in primis per i dipendenti pubblici, avrebbe risvolti benefici sul PIL nazionale. Sta di fatto che alcuni settori (trasporti, ristorazione, immobiliare) rappresentano laltra faccia della luna. Gli uffici vuoti spengono il dinamismo del mercato. Ciò non toglie, però, che le stime di istituti indipendenti segnalino il valore di una scelta strategica a favore dei nuovi strumenti di organizzazione del lavoro. Il World Economic Forum ha calcolato che negli Stati Uniti dAmerica il ricorso ingente allo smart-working ha portato ad un aumento della produttività pari al 4,6%. Per quanto riguarda lItalia, uno studio di Pwc prevede un incremento del PIL pari all1.2% grazie alla delocalizzazione in remoto delle mansioni che la tecnologia oggi ci permette di rendere agili.

In vari articoli apparsi di recente sullHuffington Post e su Il Dubbio, Titti Di Salvo già sindacalista, poi parlamentare e candidata candidata presidente per il Municipio IX di Roma – ha ben spiegato limpatto positivo del nuovo modello di lavoro. È questo, a suo giudizio, vale anche per la pubblica amministrazione.

In effetti, pare anche a me insensato liquidare il lavoro agile come un ulteriore devianzadel settore pubblico. Tutto dipende da come si riorganizza il lavoro: dire che nel pubblico il modello smartdetermini una perdita di produttività, equivale a dire che il pianeta burocrazianon è riformabile. Possiamo accettare questa conclusione?

Daltronde, ogni innovazione implica sempre risvolti ambivalenti. È vero che ci sono disagi, ma le opportunità non mancano. Quanto si risparmia, dal lato dei lavoratori, con il minore ricorso al pendolarismo urbano o extraurbano? E i nostri centri storici, benché da salvaguardare dal rischio di desertificazione, non possono per contro tornare a respirare, senza il sovraffollamento degli uffici? E poi, non è forse vero che le periferie, in questo lungo periodo di chiusure, abbiano comunque sperimentato la ripresa della vita comunitaria, dando nuova linfa alleconomia (commercio e servizi) di prossimità e alla organizzazione del tempo libero?

Se dunque concordiamo che il lavoro agile non è stato solamente una risposta temporanea alla crisi pandemica, ma uno strumento che, unito alla digitalizzazione, può essere incardinato in un sistema diametralmente benefico per la collettività tutta, è tempo di ragionare effettivamente su ciò che non va, salvaguardando ciò che linnovazione digitale ci ha donato e che, necessariamente, va migliorato e reso costante nel tempo.

Per concludere, al Ministro Brunetta, lauspicio *di* non guardare al dito, ma alla luna: che sia da un balcone o da un co-working, la produttività non la fa un luogo, ma lorganizzazione dei soggetti stessi. Questa è la vera fonte di ricchezza: ciò che genera Pil.

Giuseppe Castellano, una vita tra il 25 luglio e l’8 settembre. Servire il Paese nello sbandamento generale.

Il comportamento esemplare di un servitore della Patria che seppe guadagnarsi la stima di Eisenhover. Una pagina di storia che richiede una giusta comprensione, rifuggendo dai giudizi avvelenati dellepoca, nei giorni concitati del dopoguerra.

 


Mercoled
ì 8 Settembre di 78 anni fa – 1943 – alle 18,30 ora italiana, da Radio Algeri Dwight David Eisenhower, detto “Ike”, allora Comandante in capo delle Forze Americane in Europa, comunica in inglese che l’Italia aveva raggiunto con le Forze Alleate l’armistizio (in linguaggio americano: resa incondizionata; come da documenti firmati).

Alle 19,42 Badoglio lo comunica agli italiani dai microfoni dell’EIAR. La resa incondizionata era stata firmata il 3 Settembre dal Generale Giuseppe Castellano per l’Italia e da Eisenhower per le Forze Alleate. Gli Alleati poi, dopo la firma, ‘trattennero’ in Sicilia Castellano, mentre permisero agli altri della delegazione italiana di tornare a casa. Castellano fu quindi inviato ad Algeri in una sorta di ‘capo della missione italiana’ presso il Comando Alleato del Mediterraneo, e gli fu concesso di rientrare in Italia solo a metà Agosto del 1944.

Castellano era stato il promotore dell’organizzazione dell’arresto di Mussolini a Villa Savoia la sera del 25 Luglio, con una autoambulanza e cinquanta carabinieri. A partire dall’organizzazione dell’arresto (il Re era pronto con una pistola nascosta; hai visto mai…), alle decisioni di contattare, trattare e risolversi con gli Alleati, la condizione in cui operarono Sovrano, Generali e diplomatici intorno a Badoglio richiederebbe il racconto di un secondo Manzoni e un ‘promessi sposi 2’.

Già c’era disaccordo nei vertici Alleati, alcuni volevano una capitolazione militare e non concedere nulla all’Italia. Ma naturalmente si tratta di una sottolineatura insignificante rispetto al modo rocambolesco in cui gestirono (gestirono? tirarono avanti, ecco…) le cose i vertici che si rapportavano – ognuno per quel che sapeva e poteva – a Badoglio.

Castellano non parlava neanche mezza parola di inglese ma gli fu delegata (dal Consiglio della Corona e da amici in armi, sia veri sia invidiosi) la trattativa con gli Alleati, che iniziò ad Agosto a Lisbona con l’Ambasciatore britannico. Lì Castellano aveva anche l’interprete, che poi portò con sé a Cassibile. Ci andò in treno e ci mise tre giorni ad andare e tre a tornare. Il tempo passò anche così… . Visto che poi non si sapeva se stava arrivando o meno – a Lisbona -, e gli Alleati fremevano, l’Italia inviò in successione altri due emissari e così gli Anglo-Americani se ne trovarono tre… .

Nelle trattative l’Italia chiese un appoggio di rinforzo alleato per la difesa di Roma, appunto per l’8 Settembre, temendo reazioni tedesche; in pratica si sarebbero dovuti paracadutare gli americani dell’82ma Divisione, gli _All Americans_. L’operazione venne però annullata quando il Generale Maxwell Taylor, che allora era il Vicecomandante della Divisione, inviato in missione a Roma nella notte dal 7 all’8 Settembre, si trovò dinnanzi la disorganizzazione italiana (il Generale Carboni gli aveva detto ‘c’è tempo, tanto la comunicazione è per il 12 Settembre’, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Ambrosio, era irreperibile [era in visita al figlio a Pinerolo]). Taylor chiese di vedere Badoglio, il quale – dopo averlo fatto attendere lungamente in anticamera della sua abitazione personale (Badoglio era restio a farsi svegliare la notte) – lo scongiurò di rimandare l’armistizio ma soprattutto s’intese di ridiscutere in vestaglia i luoghi dell’aviosbarco.

Era ormai da Agosto che gli Alleati, su questo compatti, avevano accresciuto e di molto le loro iniziali riserve sull’affidabilità italiana nel rappresentare con un margine stabile di serietà la posizione del Paese, l’armistizio (figuriamoci trovare Badoglio a dormire). D’altra parte tutta la trattativa di Castellano fu autorizzata in svariato modo, in parte per iscritto in parte con dialoghi di diversi poteri ed altalenanti concordanze, a cui lui dovette porre rimedio mettendoci tutta la sua buona volontà, e prendendosi anche rischiose responsabilità.

Ma Castellano, pratese di origini siciliane, veniva dall’arresto di Mussolini dentro la Casa del Re, e quindi alla fine si prese anche in durevoli rapporti amicali post bellici tutta la comprensione e la stima (possibile) di Eisenhower.

S.E.Cardinale Angelo Comastri: “Ho iniziato a vivere soltanto quando ho incontrato Gesù!”.

Conversazione con S.E. il Cardinale Angelo Comastri, La Sua spiritualità, la Sua semplicità. la fedeltà al Vangelo e alle figure di Gesù e della Vergine Maria esprimono un carisma naturale, che trasmette sentimenti di pace e bontà .

Eminenza Reverendissima, la Sua presenza e la Sua voce entrano nelle case degli italiani ogni sera attraverso TV 2000 per la Recita del Santo Rosario, con una intensità emotiva e spirituale coinvolgente e ricca di sentimenti di fede e di bontà. Quando Le chiesi il dono e la grazia di questa intervista Lei mi disse: “Io so poco: conosco solo Gesù e la Madonna”. Le risposi: ”Credo che serva proprio questo per dare un senso alla nostra vita terrena e per essere migliori”. Il Suo sguardo rivolto al  Crocifisso e alla Vergine Maria esprime invocazione e affidamento, la Sua Benedizione ci invita a portare la luce del bene nelle nostre azioni quotidiane, e Lei la accompagna sempre con parole di consolazione e di amore, potremmo dire “con l’alfabeto del cuore”. Quanto è importante trasmettere il messaggio contenuto nella testimonianza di Gesù, con esempi di bontà e di amore? Quanto ci aiuta tutto questo a scacciare “i demoni del male”  che – usando le Sue parole – “si aggirano nel mondo a perdizione delle anime?

Biagio Pascal (1623-1662), è unanimemente considerato una delle più belle intelligenze apparse nella storia dell’umanità. Egli ha detto con convinzione: “Senza Gesù noi non sappiamo chi è Dio e non sappiamo chi siamo noi. Senza Gesù noi non sappiamo qual è il senso della vita e qual è il senso della morte“. Sono pienamente d’accordo: Gesù è l’unica Luce che illumina il mistero della vita. Ecco una prova. Il 4 novembre 1954 lo scrittore svedese Stig Dagerman all’età di 31 anni e al culmine del successo si tolse la vita. In un biglietto lasciò scritto: “Non ho la fede (in Gesù!). E non potrò mai essere un uomo felice, perché non sarà mai felice colui che pensa che la vita sia un viaggio insensato verso una morte certa”. Ma non è così! La vita è un dono meraviglioso ed ha uno scopo meraviglioso: prepararci a ricevere l’abbraccio di Dio al termine della vita. Facendo del bene, noi prepariamo il nostro cuore e lo sintonizziamo con il cuore di Dio per poter essere abbracciati da Lui, che è l’esclusivo proprietario della gioia! Tutto questo non è meraviglioso?! Aveva ragione San Francesco d’Assisi che andò incontro alla morte cantando e invitando i frati a fare festa con lui. Ugualmente Madre Teresa di Calcutta non si stancava di dire: “Il più bello della vita deve ancora venire. La Festa è di là: quaggiù dobbiamo preparare il biglietto per andare alla Festa”. Quanto c’è da imparare dai Santi! Sono i più veri e i più credibili maestri di vita! Perché hanno creduto in Gesù.

“I santi non hanno bisogno di essere applauditi; i santi ci chiedono di continuare la loro opera, ci chiedono di tenere accesa la lampada del loro esempio e il fuoco dell’amore che hanno acceso sulla terra”.  Lei ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, spesso ha avuto occasione di dialogare con lei.
Perché Madre Teresa si prodigò per la redenzione morale e materiale dei poveri diventando un esempio mondiale di amore e dedizione che le valse il premio Nobel per la pace e la beatificazione?
Perché riuscì a domare la ribellione della sua anima di fronte a tanta sofferenza e a trasformarla in una straordinaria energia interiore che, a dispetto della fragilità della sua condizione fisica e del suo aspetto minuto e macilento, rivelò la forza incredibile della sua determinazione che si fa monito e richiamo alle nostre indolenze, ai nostri effimeri turbamenti mondani, alle nostre debolezze?  Quale lezione possiamo trarre dalla sua vita e dal suo coraggio?

L’amicizia con Madre Teresa, ritengo che sia il più grande e (immeritato!) dono che ho ricevuto dal Signore. Mi limito a ricordare l’ultimo incontro. Era il 22 maggio 1997 e Madre Teresa sarebbe andata in Cielo il 5 settembre successivo. La Madre veniva da New York, dove aveva aperto una casa per soccorrere tanti giovani colpiti da AIDS. Mi disse: “In quel Paese i giovani non muoiono per mancanza di pane, ma muoiono per mancanza di luce interiore: sono poveri nell’anima”. Poi mi disse che doveva fare un lungo viaggio: a Dublino, a Londra, in Polonia, a Mosca, in Georgia e poi a Tokyo e Hong Kong e finalmente a Calcutta. Mi permisi di dire: “Madre, non può affrontare un viaggio così lungo e faticoso!“. La Madre prontamente mi disse: “Finché ho un solo respiro devo spenderlo per fare del bene: fare del bene è una festa, è l’unica festa che riempie il cuore di gioia. Quando morirò, porterò con me soltanto la valigia della Carità. Io devo riempirla, finché ho tempo“. Poi mi fissò con i suoi occhi luminosi e mi strinse le mani e mi disse: “Guarda, che vale anche per te! Finché hai tempo riempi la valigia!”. Chi può dimenticare queste parole? Madre Teresa era una maestra di vita e una vera e vivente segnaletica della felicità! 

Durante il Santo Rosario e a suo commento Lei usa sovente citazioni di persone che dopo una vita vissuta secondo altri ideali e valori, si sono convertite al Vangelo riconoscendo la centralità di Gesù nella loro vita ma anche nella Storia dell’umanità. Il miracolo della conversione si realizza quando Dio entra con forza nel nostro cuore. Leggevo in questi giorni un libro su Alcide De Gasperi che si apre con un suo pensiero: “ Ci sono dei momenti nei quali si resta soli con Dio e con la propria coscienza. Allora tutto quello che si è e si è stati affiora alla superficie….” Quanto sono importanti il silenzio e la meditazione per aprire il nostro cuore al miracolo di una continua conversione al bene? Quanto sono decisivi gli esempi della vita di Gesù e della Madonna affinchè si compia questa possibilità  di una incessante rinascita?

Le conversioni sono i veri e grandi miracoli operati dalla Misericordia di Dio! Ho letto tantissimi libri di persone convertite. Tutte concludono nel dire: “Ho iniziato a vivere soltanto quando ho incontrato Gesù!”. L’attrice Laura Antonelli poco prima di morire ebbe l’onestà e l’umiltà di dire: “Nel tempo della mia vita di attrice apparivo sempre sorridente, ma era una maschera: io fingevo di essere felice! Ora sono felice: ora che ho aperto il cuore a Gesù!”. E Jacques Maritain fece questa lucida confidenza: “Gli anni del mio ateismo sono stati gli anni della mia infelicità”. 

Vivendo in un mondo attraversato da continue forme di prevaricazioni e di soprusi, di intolleranze e di coercizioni, di puntigliose note a piè di pagina sulle cose dell’esistenza ci rendiamo impenetrabili alla comprensione della verità. Perché in molte parti del mondo in nome di una fede religiosa si accendono i focolai del fondamentalismo? Può la religione essere motivo di  conflitto etnico, di dissidio, intolleranza e persino di odio tra i popoli, ben oltre possibili dispute teologiche? Qual è dunque il compito che attende i cristiani?  Con quali esempi e con quali comportamenti possiamo essere latori di un messaggio di pacificazione universale?

La religione cristiana, certamente se vissuta con coerenza, non può essere strumento di odio, di conflitto, di guerra. Le parole di Gesù sono nette:  “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.
A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,27-36). Questo è il cristianesimo! Il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II stava salutando la folla in Piazza San Pietro, la benediceva con affetto paterno… quando improvvisamente vennero sparati su di lui due colpi di arma da fuoco. E i colpi erano ben mirati verso il cuore: e un proiettile diretto al cuore venne deviato dalla mano benedicente del Papa e andò a colpire l’addome, lo attraversò evitando rene e fegato per uscire dall’altra parte del corpo. Ebbene, sentite cosa accadde subito dopo. Il Papa sembrava destinato a morire. Venne trasferito su un’ambulanza che, a sirene spiegate, si diresse verso il Policlinico Gemelli. Ma, in quelle terribili e umanamente disperate condizioni, il Papa ebbe la forza di dire: “Perdono il fratello che mi ha sparato!“.  Perdono“: ci pensate!?  Il fratello”: chiama fratello colui che voleva ucciderlo pochi minuti prima. Giustamente il giornalista Indro Montanelli, sempre pronto e acuto, commentò: “Con queste poche parole, Giovanni Paolo II ci ha detto chiaramente che cosa è il cristianesimo”. 

Quando chiesi al Cardinale Carlo Maria Martini  in che misura la via del silenzio e della preghiera possa essere fonte di rivelazione e di incontro con Dio, mi rispose: “Francamente se dovessi dire alla fine della mia vita qual è il fondamento razionale della preghiera, non saprei dirlo. Prego perché Gesù ha pregato, prego perché il Signore ci invita alla preghiera, prego perché la preghiera è un mistero che ragionevolmente non sembra spiegabile. La preghiera ci mette nel cuore di Dio, nella sua mente, allarga la dimensione dello spirito. La via del silenzio è irrinunciabile. Quanto più crescono le responsabilità, tanto più cresce il bisogno di tempi di silenzio”. Lei stesso, Eminenza, vive intensamente ogni giorno da sempre l’esperienza della preghiera, con un trasporto che mi permetto di definire totale: ci aiuta a comprendere il significato di questa invocazione che è implicita ammissione della debolezza umana, affidamento a Gesù e Maria, certezza di essere ascoltati?  Anche nei momenti bui e dolorosi della nostra vita la preghiera è fonte di consolazione e di speranza: Dio dunque non ci abbandona mai?

Nel mese di settembre dell’anno 1968 incontrai per la prima volta Madre Teresa di Calcutta. Chiesi insistentemente di poterla incontrare e le dissi: “Madre, sono sacerdote da appena un anno. Le chiedo la carità di accompagnarmi con la sua preghiera”. Madre Teresa mi rispose: “Ben volentieri!”. E poi aggiunse: “Quante ore preghi ogni giorno?”. Risposi: “Celebro la Santa Messa ogni giorno e prego il Breviario e non lascio mai il Santo Rosario“. Madre Teresa commentò: “Questo è il tuo dovere! Ma il tuo rapporto con Gesù è un rapporto di amore! E nell’amore non ci si può limitare al dovere! Devi trovare ogni giorno almeno una mezz’ora di tempo per stare in ginocchio davanti a Gesù per respirare e gustare la Sua Presenza e il Suo Amore per te”. Mi permisi di dire: “Madre da lei mi aspettavo che mi chiedesse: quanta carità fai ogni giorno?”.
La Madre prontamente rispose: “E tu credi che io potrei vivere la Carità verso i poveri se non mi mettessi ogni giorno in preghiera davanti a Gesù per essere da Lui riempita di Amore? Ricordati bene: senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri!”.  Fu una salutare lezione per me! Da allora la preghiera è per me un’esigenza, un bisogno del cuore! Quando mi inginocchio davanti all’Eucaristia penso: “Sono davanti a Gesù che ha dato la vita per me, sono davanti all’Amore Infinito!“. E mi sento abbracciato da Gesù e il mio cuore si riempie di fiducia e di ottimismo che mi accompagna per tutta la giornata. 

La figura di Gesù Crocifisso è il compendio della sua immensa generosità: fare dono di sé per la redenzione del genere umano. Non crede che dovremmo ogni giorno soffermarci e contemplare l’immagine del Cristo flagellato, insultato e poi morente sulla Croce per comprendere quanto grande, centrale e significativa sia questa figura nella nostra vita? Lei ricorda sempre il calvario di quella grande sofferenza, il sacrificio estremo del Cristo e colloca la sua parabola terrena al crocevia della Storia. Forse perché quel grande gesto di amore costituisce motivo di meditazione per orientare le nostre esistenze? Forse perché l’intera Storia dell’umanità non può prescindere da quell’incipit che tutto spiega, da cui tutto inizia e a cui tutto ritorna? 

Benedetto Croce (1866-1936) ha fatto una osservazione giustissima. Egli ha detto: “Io sono uno studioso della storia  e devo riconoscere che nella storia è apparsa una sola grande novità: il cristianesimo!”. Ma il cristianesimo è Gesù! E la grande novità che Gesù ha portato nel mondo è questa: Dio è amore! E noi cristiani dobbiamo portare a tutti questa meravigliosa notizia, che ha il potere di dare una svolta e un senso nuovo alla vita. A questo proposito racconto un episodio commovente preso dalla vita di Madre Teresa di Calcutta. Un giorno, raccolta da una fogna all’aperto, viene portata una donna lebbrosa … con un piede rosicchiato dai topi: lo spettacolo era nauseante. Madre Teresa volle seguire personalmente questa impressionante incarnazione del dolore e tirò fuori dal suo cuore tutta la tenerezza che possedeva.
La donna lebbrosa lasciò fare, mentre dalla sua bocca uscivano parole di disperazione e di maledizione.
– Sono stati i miei figli a gettarmi via come un sacco dell’immondizia. Siano maledetti!
– Non maledirli! Una mamma deve sempre benedire!
– Ma tu chi sei? Perché fai così? Perché mi tratti con tanto amore?
– Faccio così perché ti voglio bene.
– Mi vuoi bene? Ma tu non mi conosci. Chi ti ha insegnato a fare così?
– Me l’ha insegnato il mio Dio.
– Il tuo Dio? E come si chiama?
– Il mio Dio si chiama Amore!
– Fammelo conoscere, ti prego!
– Tu già lo conosci. Nelle mie mani è Lui che ti accarezza, nei miei occhi è Lui che ti guarda, nel mio sorriso è Lui che ti sorride, nel mio cuore è Lui che ti ama.
– Che bella notizia mi hai dato! Dio è Amore e io non lo sapevo. Grazie! Dio è Amore e io non lo sapevo. La donna lebbrosa, scartata anche dai figli, è morta con questa esclamazione sulle labbra: Madre Teresa, negli ultimi momenti della sua poverissima esistenza  l’aveva rifornita di speranza … e così è andata incontro a Dio. Oggi tante persone, specialmente nei Paesi ricchi, rassomigliano alla donna lebbrosa. Non è arrivata loro la grande e bella notizia che Dio è Amore! E, allora sono persone disperate e cercano la felicità per strade che non porteranno mai alla felicità.

Le chiedo di ricordare insieme a me le parole pronunciate la sera dell’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII con il suo messaggio: “Continuiamo dunque a volerci bene…. guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà….” Parlando della luna presente quella sera, della carezza ai bambini e del conforto a chi soffre, quel Papa era riuscito in poche parole a comunicare un messaggio intellegibile all’universo intero in quanto amore, ispirazione, affanno e sofferenza sono parte dell’uomo, oltre i distinguo delle fedi religiose, culturali e ideologiche. Non crede anche Lei – Eminenza – che se gli uomini e i popoli della terra cercassero di applicare con tutto il loro cuore, con la loro mente e le loro energie quell’insegnamento, che non può non essere condiviso, basterebbero meno parole per intendersi e vivere nel segno di una ritrovata concordia e di una ricomposta serenità? Perché le parole più schiette e genuine, pronunciate in nome dell’amore universale e della bontà sono quelle che vanno diritte al cuore? E soprattutto: perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino spesso l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Rispondo riferendo quanto disse Giuseppe Prezzolini (1882-1982) al Papa Paolo VI. Il Papa chiese a Prezzolini: “Lei si dichiara lontano dalla Chiesa! Cosa suggerisce per poter avvicinare i lontani alla Chiesa?”. Prezzolini diete una risposta sulla quale dovremmo tanto riflettere. Eccola: “Padre Santo, c’è una sola strada: preparate persone umili e veramente buone, perché solo la bontà attira. Di persone colte ce ne sono fin troppe, di persone intelligenti ce ne sono fin troppe. Ma non sono costoro che rendono più buono il mondo. L’intelligenza suscita ammirazione e la cultura strappa applausi, ma soltanto la bontà attira a Dio e spinge le persone alla conversione”. Quanto dovremmo riflettere su questa acuta affermazione di Prezzolini: “Soltanto la bontà attira e spinge le persone alla conversione”. È vero! Mettiamo in pratica questo suggerimento di “un ateo” e diventeremo calamite che attirano a Dio … anche gli atei più incalliti! I Santi sono la prova convincente della verità del consiglio di Prezzolini.

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Biografia di S.E. il Cardinale Angelo Comastri

Il Cardinale Angelo Comastri nasce a Sorano, in provincia di Grosseto (diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello) il 17 settembre 1943. Nel 1967 è ordinato sacerdote e nominato vicerettore nel Seminario Diocesano di Pitigliano. Nel 1968 è chiamato a lavorare a Roma nella Congregazione per i Vescovi e, contemporaneamente, viene nominato Padre Spirituale nel Seminario Romano Minore e aiuto-Cappellano nel Carcere di Regina Coeli.  Nel 1971 lascia Roma per prendere la direzione del Seminario della sua Diocesi in Toscana. Nel 1979 viene nominato parroco di Porto S.Stefano (Argentario). Nel 1990 viene eletto Vescovo di Massa Marittima-Piombino. Nel 1994 riceve l’incarico di Presidente del Centro Nazionale Vocazioni e viene anche nominato Presidente del Comitato Nazionale per il Giubileo del 2000. Nel 1996 viene nominato Arcivescovo Delegato Pontificio per il Santuario di Loreto.  Contemporaneamente viene nominato Presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali, del Collegamento Nazionale dei Santuari Italiani. Viene nominato anche Vice Presidente della Pontificia Accademia dell’Immacolata. Per la Quaresima dell’anno 2003 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo chiama a predicare gli Esercizi Spirituali alla Curia Romana. Il 6 Febbraio 2005, S.S. Giovanni Paolo II lo nomina suo Vicario per la Città del Vaticano, Presidente della Fabbrica di S. Pietro e Coadiutore dell’Arciprete di S. Pietro. Il Santo Padre Benedetto XVI lo invita a preparare i testi per la Via Crucis al Colosseo, il Venerdì Santo dell’anno 2006. Il 31 ottobre dello stesso anno, Sua Santità Benedetto XVI lo nomina Arciprete della Basilica di San Pietro. Il 24 novembre 2007 il Santo Padre Benedetto XVI lo eleva alla dignità Cardinalizia. È autore di numerosi testi di spiritualità ed è da tutti considerato un grande devoto della Madonna.

 

Se occorre una visione del Paese, una politica più alta è necessaria.

Il mondo cambia rapidamente. Siamo di fronte a cose difficili, che richiedono la verità di una missione alta, senza inganni, totalmente depurata dal più suadente e velenoso dei linguaggi, quello della demagogia. Draghi ha fatto ricorso a una locuzione spesso ripetuta, ma oggi particolarmente valida o quanto meno attraente: la crisi può anche essere unopportunità, anzi lo deve essere.


In tempi così carichi di minacce di varia natura, può vivere un Paese senza grandi progetti, senza una visione che restituisca fiducia nel futuro individuale e collettivo? Non è una domanda retorica, né un quesito al quale si possa rispondere con sufficienza. Questi non sono tempi per furbi. Si pone dunque un interrogativo fondamentale: cos’è il potere? Un fine o un mezzo? Si governa solamente per continuità o per prendere quelle decisioni, popolari o meno, che corrispondono allinteresse della nazione?

Parliamo delle decisioni che sono ispirate comunque da una visione, programmatica e valoriale, che nasce dal profondo di unanalisi della società e dallo sforzo di interpretare i cambiamenti che le circostanze storiche determinano nel lavoro e nella vita dei cittadini. Cambiamenti che dovrebbero produrre qualcosa anche nel pensiero e nel discorso pubblico. In quelle che una volta erano le agenzie socialidel Paese. In realtà il mondo cambia, con una velocità impressionante. Il primo grande mutamento è stato determinato dalla rivoluzione tecnologica che ha stravolto i modi di produrre, conoscere, comunicare, stabilire contatti e relazioni tra le persone. Il secondo è stato la diffusione globale della paura attraverso la sfida del terrorismo integralista, a cominciare dal grande choc delle Torri Gemelle di New York (di cui sabato prossimo ricorre il ventesimo anniversario) e dalle conseguenze del ritiro catastrofico dallAfghanistan.

Infine la pandemia che ha gelato le economie globali, prodotto centinaia di migliaia di morti, stracciato un numero infinito di contratti di lavoro e sbattuto la vita di milioni di famiglie nella più pericolosa delle condizioni umane: lincertezza. Di fronte a questo rivolgimento del mondo la politica resta aggrappata disperatamente a un bisogno di sopravvivenza, quasi come lequipaggio della Zattera della Medusadi Gericault. La storia del naufragio rappresentato dal grande pittore francese è interessante e può avere anche un valore simbolico. Nasce, in primo luogo, dalla incapacità del comandante di capire la giusta rotta e dalla sua inesperienza nella conduzione di una nave di quella portata (come spiegava, con parole simili, anche Kierkegaard). Da quella catastrofe, della ciurma rappresentata nel quadro, tornarono solo in dieci.

È il Novecento, grande e tragico, la zattera della ciurma della politica italiana. Aggrappati a quel mondo, che vorrebbero ritrovare, i sopravvissuti immaginano un porto sicuro in cui tutto sia ancora comera prima. Ela calma apparentedelle forze politiche di cui ha parlato Sabino Cassese sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Invece lo sforzo dovrebbe essere quello di capire come il proprio sistema di valori, quale che sia, possa guidare i processi sociali. Non si lavorerà più come prima, non saranno più come prima le città, così il nostro modo di consumare e quindi di produrre. Bisognerà fronteggiare una società che invecchia rapidamente e non genera, almeno in Occidente, la vita necessaria a chiudere il cerchio delleconomia sociale. Bisognerà rendersi conto che lambiente non è una bella parola per condire i discorsi (o i paragrafi del PNRR) ma la sfida più urgente e necessaria del nostro tempo e forse lunica valvola possibile di una ripresa duratura (e non effimera) della crescita economica.

Così si comprende meglio il senso delle parole di Mario Draghi: usare la crisi come unopportunità. Non per aggrapparsi al vecchio mondo, ma per governare lalba del nuovo. Usare il debito buono, oltre lemergenza, non per assistenzialismo ma per creare lavoro, ricchezza, equità sociale. Per fare della formazione permanente la principale esperienza di arricchimento del capitale umano, per trovare nuove forme di garanzia della sicurezza sociale, per spostare sulle nuove generazioni non il peso del debito ma la possibilità di accesso al lavoro e a una certa stabilità dellesistenza. Cose difficili, che richiedono la verità di una missione alta, senza inganni, totalmente depurata dal più suadente e velenoso dei linguaggi, quello della demagogia. La stabilità costringe la politica a parlare di contenuti e i governi a fare le riforme promesse. La precarietà di maggioranze e coalizioni sposta invece lattenzione sulla durata, sulla sopravvivenza degli esecutivi e non sulla qualità e sulla coerenza dellagire politico. Il risultato finale di questo confronto è la scelta in definitiva tra passato e futuro.

La Chiesa, con il sinodo, dice addio al clericalismo(formiche.net)

È stato presentato ieri il Documento preparatorio della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che si terrà a ottobre prossimo. Il sinodo, parola greca che vuol dire camminare insieme, diventa una vera e propria assemblea ecclesiale, cioè unassemblea di tutto il popolo di Dio, consacrati e laici. Addio clericalismo. Quella odierna è davvero una giornata importante per la comprensione della parola Chiesa.

Dopo più di cinquantanni le vere intenzioni di Paolo VIquando istituì il sinodo dei vescovi trovano finalmente attuazione.

Leggere il Documento preparatorio della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi illustrato oggi lo rende esplicito a tutti. Le resistenze del verticismo, del centralismo e del clericalismo sono state superate. Il sinodo, parola greca che vuol dire camminare insiemediventa una vera e propria assemblea ecclesiale, cioè unassemblea di tutto il popolo di Dio, consacrati e laici. Addio clericalismo.

Il documento illustra i parametri che declinano la sinodalità come forma, come stile e come struttura della Chiesa. Basta leggere per rendersi conto di cosa questo significhi: La sinodalità rappresenta la strada maestra per la Chiesa, chiamata a rinnovarsi sotto lazione dello Spirito e grazie allascolto della Parola. La capacità di immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni allaltezza della missione ricevuta dipende in larga parte dalla scelta di avviare processi di ascolto, dialogo e discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire.

Il testo chiarisce bene per chi non avesse inteso: La sinodalità non è una questione di semplice amministrazione interna alla Chiesa; essa indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice. Bergoglio lo aveva detto chiaramente nel 50esimo anniversario dellistituzione del sinodo dei vescovi: Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola Sinodo. Camminare insieme Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.

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https://formiche.net/2021/09/sinodo-clericalismo-chiesa-popolo-di-dio/

Sussurri e grida. Salmi laici e cristiani per il nostro tempo.

Con questo titolo esce per Gabrielli editore questo denso volume di Gilberto Squizzato, che indaga le origini del dialogo tra luomo e Dio, per interrogarsi e discutere con parole nuove sul valore della preghiera oggi.

Se siamo usciti dal mondo religioso per approdare a una fede cristiana pienamente laica, dobbiamo fatalmente rinunciare anche allesperienza della preghiera? Essendoci lasciati alle spalle ogni immagine antropomorfa del Divino, avremo mai più un Tu con il quale poter dialogare nellintimo delle nostre coscienze? La preghiera per noi moderni può essere solo un doloroso momento di autocoscienza chiuso su se stesso?

LAutore compie l’“azzardodi tradurre le preghiere che furono di Gesù di Nazareth, gli antichi Salmi che Israele attribuiva a Davide, il re di Sion vissuto mille anni prima delluomo della croce. Ma lo fa con parole nuove, adatte ai nostri tempi: perché “il Divinoper noi, donne e uomini di oggi, non può più essere il Dio degli eserciti di Davide e dei figli di Israele, ma neppure il Dio onnipotente che sul Golgota non ha voluto salvare linnocente.

Cosa ci resta allora di quellantica fede, adesso che abbiamo imparato a fare a meno della religione e della sua cosmologia, e dunque del soprannaturale metafisico? Riprendendo il titolo del prodigioso film di Ingmar Bergman, ci restano sussurri e grida, ugualmente laceranti ma insieme luminosamente fiduciosi nella promessa del Regno (del futuro) annunciato dalluomo della croce: parole come queste di un possibile breviario laicoche potrebbe accompagnare la giornata di chi provasse oggi a credere, oltre i confini della religione, in questi tempi così nuovi, così rischiosi, così difficili.

Chi è lautore

Gilberto Squizzato (1949) è giornalista, autore e regista. Ha girato centinaia di inchieste e reportage per i Tg Rai, numerose serie di documentari sceneggiati. Ha insegnato al Master di giornalismo dellUniversità Statale di Milano. Leditore Gabrielli lo ha scoperto nellinedito ruolo di teologo e ricercatore biblico non accademico pubblicando nel 2010 Il miracolo superfluo  (il Vangelo di Gesù spiegato ai miei figli nelletà del nichilismo); nel 2013 Il Dio che non è “Dio. Credere oggi rinunciando a ogni immagine del divino,ed infine nel 2017 Se il cielo adesso è vuoto. È possibile credere in Gesù nelletà post-religiosa?

Per informazioni

https://www.gabriellieditori.it/shop/spiritualita/gilberto-squizzato-sussurri-e-grida/

Martinazzoli, il capo empatico. Il ricordo di Castagnetti a dieci anni dalla scomparsa.

Gli fu affidato il compito di salvare la Dc. Con lui il partito ritrovò la sua anima antica, ma non bastò. Il corpo, ovvero il corpo elettorale democristiano, non cera più.

Pierluigi Castagnetti

A me manca molto, sia umanamente che politicamente. Gli venne affidata quasi trent’anni fa, “per disperazione”, la missione di salvare la Dc, ma l’impresa non gli riuscì.

Perché è finita la Dc? La risposta più facile, ma troppo semplicistica, potrebbe essere: tangentopoli. Sia chiaro, tangentopoli ha avuto un ruolo, ma è stato quello dell’ultimo colpo. Ma non si è trattato di uno schianto improvviso, vari scricchiolii lo avevano annunciato. L’ultimo fu l’esito delle elezioni del 1992 quando, per la prima volta, la Dc scese sotto il 30% (e tangentopoli non era ancora esplosa).

Ma per evitare la banalizzazione dall’analisi si dovrebbe dire che, dopo il Concilio Vaticano II, i due referendum su divorzio e aborto, e la fine del comunismo con la caduta del Muro, erano cambiate pressoché tutte le condizioni che propiziarono la nascita della DC, al punto che un qualsiasi elemento strutturalmente dirompente ne avrebbe potuto determinare la crisi finale. Come in effetti avvenne.

Martinazzoli era consapevole che la salvezza della DC sarebbe potuta avvenire soltanto insieme alla preservazione del modello di democrazia del paese, laica ma non laicista, pluralista, a rappresentanza proporzionale e con forte ancoraggio popolare. La profonda ferita di tangentopoli che aveva messo a nudo il declino morale dello Stato, aveva concorso a spezzare proprio l’ancoraggio popolare di tutto il sistema. La DC che ne rappresentava l’asse, ha finito inevitabilmente per pagare il prezzo maggiore.

Per tornare a Martinazzoli, mi piace ricordare il giudizio che ne dette il prof. Gabriele Calvi, uno dei maggiori psicologi sociali del paese, che lo ha definito appunto “non un capo carismatico, ma il miglior capo empatico apparso nella vita pubblica italiana nel corso degli ultimi decenni”. Empatico, per la sua inclinazione a non essere come la gente, ma ad apparire alla gente come i politici dovrebbero essere.

Eppure non bastò la su empatia a salvare il partito. L’anima antica con Martinazzoli era stata ritrovata, ma ormai era troppo tardi, era rimasta senza il corpo.

[Tratto dalla pagina Fb dellautore]

Le politiche, le coalizioni e il centro.

Interessante lanalisi della Gisleri sulle prospettive di voto da qui al 2023. Dopo anni di esaltazione del bipolarismo si ritorna puntualmente ad individuare nel centro il luogo politico decisivo per far pendere la vittoria da una parte o dallaltra.

Alessandra Ghisleri, attendibilissima sondaggista e raffinata osservatrice della politica italiana, ci ha spiegato sulla Stampa di domenica che la competizione politica tra il centro destra e la sinistra resta tuttora aperta anche se lalleanza guidata da Meloni/Salvini/Berlusconi conserva una discreta maggioranza nei consensi. Sempre sulla base dei sondaggi, come ovvio.

Al di là degli orientamenti di voto e del gradimento attorno ai temi del giorno come quello sulluso del green pass e della vaccinazione obbligatoria o meno da parte dei vari partiti, quello che continua ad essere molto interessante dallo studio della Ghisleri è che lelettorato che sarà decisivo in vista della vittoria finale alle prossime elezioni politiche – almeno stando al profilo dei due schieramenti in campo – sarà il cosiddetto voto di centro. Ovvero lorientamento di quel pezzo di elettorato che non si riconosce nella violenta radicalizzazione della lotta politica – la disputa quotidiana tra Letta e Salvini è persin troppo emblematica – e che auspica la nascita di un polo/ federazione/luogo politico che sia in grado di moderare i due schieramenti in competizione. E quindi non un luogo trasformistico o di mero posizionamento tattico, ma un soggetto che declini, al contempo, anche e soprattutto una politica di centro. Certo, essendo la competizione sostanzialmente bipolare, è del tutto naturale che le forze di centro si schierino in entrambi i fronti. Soprattutto quando si deve prendere atto che il sistema elettorale non è ispirato ad un impianto di natura proporzionale.

Ecco perchè, stando alla lettura fornita dalla stessa Ghisleri, si è nuovamente di fronte ad una questione che prima o poi andrà sciolta. Ovvero, la necessità di costruire una proposta politica – fuorchè si voglia giocare un ruolo puramente testimoniale e politicamente irrilevante – che sia in grado di essere determinante per la vittoria di uno dei due poli. E questo anche perchè gli attuali protagonisti politici che vengono citati e che potrebbero essere artefici di questa potenziale aggregazione sono accomunati da alcuni elementi che confliggono con le ragioni elementari del consenso: o perchè sono radicalmente e strutturalmente inaffidabili, o perchè sono eccessivamente egocentrici o perchè, infine, non rappresentano più alcuna novità nel panorama politico italiano.

Si ritorna, quindi, al nodo centrale del dibattito politico. E cioè, dopo anni di esaltazione del bipolarismo, della contrapposizione frontale tra i partiti e della reciproca delegittimazione politica e personale – questa figlia diretta della deriva populista, demagogica e qualunquista del grillismo militante – si ritorna puntualmente ad individuare nel centro il luogo politico decisivo per far pendere la vittoria da una parte o dallaltra. E sarà proprio questa la frontiera, e la scommessa, attorno alla quale si gioca la prossima partita politica. Ben sapendo che lesperienza Draghi è destinata, almeno in parte, a modificare la natura e il profilo del sistema politico italiano. Dove, cioè, un luogo di centro e una politica di centro non solo saranno importanti ma addirittura essenziali per declinare anche e soprattutto una vera cultura di governo.

Cosa dovrebbe suggerire Barcellona

Gualtieri ha dialogato con la Sindaca di Barcellona, giunta a Roma per dare una mano al centro sinistra. Non si è parlato di sistema elettorale. Invece lesperienza spagnola può suggerire le soluzioni per strappare il Consiglio comunale a un destino di irrilevanza.


Nei giorni scorsi la Sindaca di Barcellona
è venuta a Roma per dare il suo appoggio alla candidatura di Roberto Gualtieri. Questo legame con la capitale della Catalogna rappresenta una consuetudine per la sinistra romana. Anche nel 1993, in preparazione della sua campagna elettorale, Rutelli fece tappa da quelle parti per acquisire gli elementi più utili ai fini della formazione – così fu detto – di nuovi indirizzi e contenuti amministrativi per la Città Eterna. Allepoca il sindaco era Pasqual Maragall, carismatica figura del socialismo catalano. Oggi Ada Colau governa Barcellona con una formula ibrida, figlia in parte della stagione che ha visto il successo della sinistra antiglobalista, ma non più ben accetta dal gruppo consiliare espressione di Podemos, il partito nato sullonda di quella stagione di entusiasmi e propositi radicali.

Il Pd avrebbe potuto, in ogni caso, attirare lattenzione sulle differenze che intercorrono tra il sistema elettorale italiano e quello spagnolo relativamente alla elezione deiSindaci. Da noi, infatti, vige una regola che porta allinvestitura popolare del Primocittadino, anche a prescindere dalla esistenza, in casi estremi, di una maggioranza a suo sostegno; in Spagna, invece, il sistema (proporzionale con sbarramento al 5 per cento) prevede che il Sindaco debba essere eletto in Consiglio comunale, anzitutto ricercando al suo interno la maggioranza assoluta, poi ripiegando sulla nomina dufficio del capolista della lista più votata, anche se ciò non si accompagna alla acquisizione del 50 più 1 per cento dei voti espressi in Consiglio. Ciò significa, in pratica, che il Sindaco assume lincarico con la prospettiva di ricercare volta a volta lappoggio di una maggioranza, anche flessibile. La stabilità è garantita, per quanto possibile, dallobbligo di presentare con la sfiducia al Sindaco una proposta alternativa (il cosiddetto metodo della sfiducia costruttiva).

Ada Colau ha riconquistato nel 2019 il diritto a guidare la città grazie al contributo di Manuel Valls, lex Primo ministro francese, candidato a Sindaco in virtù specialmente delle sue origini catalane. In sostanza, tre voti di Ciudadanos, la metà di quelli che il partito liberal-democratico aveva guadagnato nelle elezioni municipali, hanno seguito lindicazione di Valls (candidato appunto di tale partito). Questi si è dunque inserito nel gioco, dando alla Colau la spinta necessaria, senza per altro chiedere nulla in cambio, affinché attorno alla sua persona fosse raggiunta la maggioranza relativa. Da qui, tuttavia, la simmetrica apertura di un fronte polemico dal versante di sinistra della coalizione.

In effetti, la modalità di elezione prevista dal sistema spagnolo non implica la trasformazione del Sindaco in una sorta di Podestà. La governabilità non viene imposta, come se il premio di maggioranza (alle volte smisurato) valesse più di qualsiasi rispetto per il consenso reale dei cittadini, ma resa possibile dalla contrattazioneche il Primocittadino ha la responsabilità di gestire in un sano, ancorché faticoso, rapporto con il Consiglio comunale. Ci sono motivi, insomma, per prendere spunto da Barcellona, ovvero dal modello elettorale municipale adottato nel 1985 dalla Spagna. Vale più questo, ai fini di un recupero di vivacità della democrazia locale, che non tante fantasmagorie nello scenario alla Casaleggiodi una democrazia diretta e partecipata, come se gli esempi di Barcellona fossero davvero così originali e soprattutto così convincenti.  

Bernard-Henri Lévy: “Dopo la disfatta, dobbiamo sostenere la resistenza afghana”. Un’esclusiva dell’Agenzia Italia.

Intervista al filosofo francese: “Abbiamo dato ai talebani il Paese su un piatto d’argento, ora dobbiamo limitare i danni, per alleggerire la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

In Afghanistan, per l’Occidente, più che di un ritiro si è trattato di una “disfatta” e adesso bisogna aiutare la resistenza nel Panshir guidata da Ahmad Massoud. A dirlo all’AGI è il filosofo e scrittore francese Bernard-Henri Lévy, secondo il quale gli Stati Uniti “hanno deciso di cedere il Paese ad una organizzazione che essi stessi consideravano terroristica”.

Ora, osserva Lévy, occorre “limitare i danni” esercitando pressioni sui talebani con tutti gli strumenti a disposizione per alleggerire “la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

L’intellettuale teme che l’Afghanistan torni ad essere un rifugio per i terroristi: “I legami che i talebani hanno con Al-Qaeda sono di lunga data, organici, familiari. Quanto all’Isis in Afghanistan, non dimentichiamoci che è nato da una scissione interna ai talebani”. In tutta questa vicenda, aggiunge infine Lévy, “sono i russi, i cinesi, ma anche gli iraniani, i turchi e il Qatar che trarranno maggiori vantaggi”. Insomma, “assistiamo a un vero e proprio ribaltamento geopolitico”.

Come giudica l’epilogo di questi 20 anni di presenza straniera in Afghanistan? È stato un successo o una debacle per gli Usa e i suoi alleati?


“Una debacle, senza dubbio. A causa dell’atmosfera di ‘si salvi chi può generale, di panico, che ha accompagnato il ritiro militare. Ma non è stato un ritiro, è stata una ritirata. Anzi, non è stata nemmeno una ritirata: è stata una disfatta. In realtà la storia era già scritta con gli accordi di Doha, nel febbraio 2020, fra gli Stati Uniti e i talebani. Perché i talebani? Perché aver dato loro questo ruolo, questa legittimità? Perché aver negoziato con loro e non con il governo afghano, addirittura in assenza di quest’ultimo? La partita era già compromessa da quel giorno. Gli Stati Uniti, senza che li costringesse nessuno, hanno deciso di cedere il Paese ad una organizzazione che essi stessi consideravano terroristica”.

 

Ahmad Massoud e il Fronte Nazionale della Resistenza stanno combattendo contro i talebani nella valle del Panshir: l’Occidente dovrebbe aiutarli?

“Mi sembra evidente. Sono uomini che difendono i nostri valori. Hanno una cultura ancestrale, molto bella, molto grande, molto nobile, ma, in più, difendono i nostri valori. Cioè quei diritti elementari, assolutamente compatibili con la loro cultura. Mi riferisco al diritto a non subire mutilazioni, del diritto di una donna a non essere lapidata, del diritto di un ragazzo di ascoltare musica, e così via. E noi dovremmo abbandonare queste persone? Lasceremmo i talebani, che hanno fatto man bassa degli enormi arsenali che abbiamo abbandonato, sconfiggere la loro resistenza? Sarebbe indegno. Non è possibile. Motivo per il quale, sì, penso che bisogna aiutare il Panshir. Aiuti umanitari. Ma anche un aiuto politico e logistico”.

Negli ultimi giorni i governi di alcuni Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno in qualche modo posto le condizioni ai talebani per quanto riguarda la composizione del loro governo e le loro politiche: è questo un buon approccio?

“Lo ripeto, il buon approccio sarebbe stato di non dare loro l’Afghanistan, su un piatto d’argento. Tuttavia, una volta che questo è accaduto, che è stato commesso questo errore, come comportarsi? Cosa occorre fare? Limitare i danni, salvando ciò che si può ancora salvare. E non abbandonando i malati, i fragili, i più poveri. Occorre, quindi, utilizzare quella influenza e quel credito che ci restano affinché Kabul dia vita al governo meno peggio possibile. Penso che ai talebani, dopo la nostra partenza vergognosa, non importi molto di ciò che pensiamo e vogliamo. Ma forse non del tutto. E ciò che ci resta come capacità di pressione su di loro, come potenza finanziaria, l’Fmi, la Banca mondiale, i miliardi bloccati a Washington, tutto questo deve essere utilizzato a nostro vantaggio per alleggerire un po’, ma veramente poco poco, la sofferenza di quelle afghane e di quegli afghani che stanno precipitando nel buio”.

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https://www.agi.it/estero/news/2021-09-06/disfatta-afghanistan-intervista-bernard-henri-levy-13777812/

In difesa del Ministro dell’Ambiente. Parlare del nucleare non può essere un tabù.

È un errore dividere in buone o cattive, a priori, le fonti di energia. Lalternativa al petrolio o al carbone richiede lespressione di una concreta volontà politica. Sulla Germania grava la responsabilità dei ritardi nel campo di una coerente strategia per lambiente.


Il recente invito del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ad andare oltre le ideologie nei confronti del nucleare civile di ultima generazione, appare quanto mai opportuno nel metodo e nella sostanza. La realt
à delle cose è molto diversa da una narrazione quasi manichea che divide le fonti denergia in buone e cattive. E il tema dellenergia ha delle implicazioni enormi che vanno al di là dellambito tecnico.

Un approccio sereno e senza preconcetti dovrebbe portarci a riconoscere che le energie rinnovabili danno sì un buon contributo in termini di indotto economico e soprattutto in termini di cambio di mentalità, di sensibilità ambientale ma allo stesso tempo esse coprono percentuali non decisive del fabbisogno energetico e non sempre con la continuità essenziale per assicurare la stabilità della rete elettrica. Ad esempio, nellinverno scorso, quando nella mitteleuropa le eccezionali nevicate, seguite da forti gelate e da prolungata assenza di vento, misero fuori uso nel contempo pannelli solari e pale eoliche, la rete elettrica europea rischiò il collasso.

Il tema dellenergia presenta altresì delle forti implicazioni geopolitiche. A tal punto che il controllo delle fonti di energia venne considerato dopo la seconda guerra mondiale una questione per la sicurezza mondiale, escludendo da tale mercato le nazioni non ritenute sufficiente affidabili.

Permane, dunque, una questione tedescaanche in campo energetico, rafforzata dal modo, non del tutto lineare e sbrigativo, con cui la classe dirigente tedesca, mise da parte uno statista come Helmut Kohl, fra i massimi rappresentanti della radicale svolta che la Germania seppe compiere rispetto al suo ingombrante passato, per riallacciare invece i legami di continuità con la tradizionale geopolitica della nazione. In tal modo la Germania negli ultimi trentanni ha riguadagnato legemonia in Europa per la sua solita via economica, e iniziato ad accarezzare lidea di poter esercitare un ruolo da potenza mondiale. Lasse mercantilistico (e non solo) con la Cina a questo da anni sta servendo.

Un disegno che trova negli Stati Uniti un ostacolo insormontabile almeno finché la Superpotenza mantiene il controllo del mercato del petrolio, trattato in dollari. Non potendo sostituire il dollaro come valuta mondiale, in taluni think tank si pensa di poter sostituire il petrolio come principale fonte denergia. È confronto geopolitico di primordine. Bene quindi ha fatto il ministro Cingolani, ragionando più da ministro degli Esteri che da ministro della Transizione, a riaprire il discorso sul nucleare in Italia, che ad oggi resta la fonte denergia migliore in alternativa alle fonti fossili.

Quanto al dibattito su altre alternative serieal petrolio, il vero problema, ridotto allessenziale, non è che manchino le tecnologie, manca la volontà politica di implementarle. Il nodo politico è “chiguida questo processo non il comesi producono le nuove energie. Appare chiaro che solo gli Stati Uniti possano assumerne la guida, e che occorra riconoscerlo senza tentennamenti. Il controllo americano sul mercato energetico del futuro costituisce nel contempo la garanzia di una dimensione globale per la transizione energetica, lantidoto ad ogni latente velleità revanscista da parte di chi non potrà mai ambire a guidare il mondo e un forte contrappeso allascesa della Cina.

LItalia, con le sue eccellenze mondiali nella ricerca scientifica e nelle tecnologie ha tutto linteresse a contribuire a un tale piano e ad evitare che le chiavi del mercato energetico del futuro possano finire in mani sbagliate.