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Le ondate di calore in Italia, oggi è negli anni a venire (Il Mulino).

Le cosiddette «ondate di calore» hanno segnato anche questa estate italiana. Da cosa dipendono? Come collegarle allazione delluomo? Il presente del clima è questo. Il futuro dipenderà in gran parte da noi.

Anche lestate 2021 verrà ricordata per le numerose ondate di calore che, a fasi alterne, hanno interessato vaste aree dellemisfero Nord. Particolarmente significativi per intensità e durata gli eventi osservati in Canada (British Columbia), nel Nord Ovest degli Stati Uniti, sulla Siberia orientale (Yakutia), in Scandinavia, nellEuropa orientale e in Italia. Per quanto riguarda il nostro Paese, il caldo anomalo ha interessato a più riprese il Centro Sud, in particolare Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia, con valori che spesso hanno raggiunto o superato i 40°C. In Sicilia l11 agosto scorso, in una località nellentroterra siracusano (Monasteri), il termometro ha toccato i 48,8°C; il valore, attualmente in fase di validazione da parte del Wmo (lOrganizzazione metereologica mondiale), potrebbe rappresentare la più alta temperatura mai documentata in Europa.

Prima di provare a capire la relazione tra ondate di calore e cambiamenti climatici è bene spiegare cosa sono e come si formano. Va innanzitutto precisato che le ondate di caldo, insieme alle ondate di freddo, sono eventi meteorologici del tutto normali che contribuiscono, in maniera se vogliamo un po’ «estrema», alla redistribuzione del calore tra aree polari e zone tropicali. Le avvezioni di caldo e freddo più intense si formano quando la circolazione atmosferica tende a diventare più instabile. In parole semplici, nellarea di contatto tra masse daria fredda e densa di origine polare e quelle più calde provenienti da latitudini temperate e tropicali si forma la cosiddetta corrente a getto. Questultima si muove in direzione Ovest Est, tuttavia non lo fa sempre nello stesso modo: il moto può essere infatti uniforme e seguire i paralleli (zonale), oppure irregolare e distribuirsi sui meridiani (maggiori scambi Nord Sud). Nel primo caso in Europa e in Italia prevalgono correnti occidentali senza particolari eccessi termici, nel secondo caso, invece, si attivano flussi daria molto calda verso Nord e molto fredda verso Sud.

Le ondate di calore si inseriscono nellultimo caso citato: la loro intensità e la loro durata dipendono dal tipo di configurazione meteorologica che interessa una determinata area. In Italia si formano generalmente per risalita verso Nord di masse daria di origine subtropicale-desertica e seguono generalmente due fasi: la prima, detta di «avvezione» o dinamica, è quella in cui il flusso di calore viene richiamato verso la penisola da unarea di bassa pressione posta sul vicino Atlantico, o sui Balcani (o su entrambe le zone, come mostrato in questa immagine); la seconda, di «consolidamento», vede formarsi il cosiddetto promontorio anticiclonico grazie allaccumulo, alle medie quote troposferiche, dellaria calda proveniente da Sud. Una volta sviluppato, il promontorio può stazionarie per giorni o addirittura settimane, favorendo un progressivo aumento delle temperature grazie alla forte compressione (più aria entra e rimane intrappolata allinterno dellarea anticiclonica, più questa grava sugli strati più bassi, lo stesso principio per il quale una pompa di scalda quando gonfiamo la gomma di una bicicletta).

In base alla posizione assunta, il promontorio anticiclonico, può risultare più intenso al Centro Sud o al Nord; non sempre, infatti, unondata di calore interessa indistintamente tutto il territorio nazionale. Nel 2003, nel 2006 e nel 2019, ad esempio, furono le regioni centro settentrionali a registrare le anomalie più marcate, questanno, invece, è toccato ai settori meridionali della penisola. Nel 2003 il promontorio anticiclonico si posizionò sullEuropa centrale coinvolgendo anche il Nord Italia; qui, oltre al continuo apporto di masse daria di origine subtropicale, agirono venti di caduta settentrionali e una fortissima compressione adiabatica, una sorta di versione europea dellheat dome che ha interessato tra giugno e luglio il Canada occidentale (49,6°C a Lytton, British Columbia). Questanno, invece, abbiamo assistito, quasi senza soluzione di continuità, a un afflusso di correnti provenienti dal Sahara e dirette verso le regioni centro meridionali. Varie avvezioni daria calda, sospinte da una bassa pressione semi-permanente sullEuropa centro occidentale, si sono succedute per oltre due mesi, spesso accompagnate da ingenti quantitativi di polveri desertiche. Per il Sud Italia e soprattutto per la Sicilia, quella appena terminata verrà probabilmente archiviata come una delle estati più calde dellultimo secolo.

Quando si parla di ondata di calore, in meteorologia ci si riferisce a qualcosa di statisticamente preciso; infatti, senza una definizione univoca e riconosciuta, qualsiasi fase più calda del normale verrebbe etichettata come eccezionale, o anomala. Molti centri di ricerca e istituti sia nazionali (ad esempio lIspra) sia regionali, utilizzano indici codificati e scientificamente riconosciuti, come il Wsdi (Warm Spell Duration Index) indicato dal Wmo. Questo indice indentifica unondata di calore quando si verificano almeno 6 giorni consecutivi in cui la temperatura massima è superiore al 90° percentile di quel determinato giorno rispetto al periodo climatologico di riferimento.

Luso di indici permette non solo di indentificare con certezza statistica unondata di calore, ma anche di osservarne il trend nel corso dei decenni. Questo è un passo importante, perché ci consente di passare dal fenomeno meteorologico al clima che lo caratterizza, ossia come si comporta in termini di frequenza e intensità nel corso del tempo. Le serie storiche disponibili ci dicono che la frequenza delle ondate di calore in Italia è più che raddoppiata negli ultimi ventanni (v. il grafico), parallelamente a esse si assiste a un incremento del numero di giorni «estivi» (T Max > 25°C, immagine 3), del numero di notti «calde» (T Min oltre il 90° percentile, immagine 4) e dei giorni «caldi» (T Max oltre il 90° percentile, immagine 5). Sul punto, si rimanda al Rapporto clima di Ispra.

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https://www.rivistailmulino.it/a/le-ondate-di-calore-in-italia-oggi-e-negli-anni-a-venire?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+24+agosto+-+2+settembre+%5B7980%5D

Smart working sì, smart working no. Il rebus di Brunetta visto da Becchetti (formiche.net).

Lopportunità e lefficacia dello smart working dipende dalla tipologia di lavoro. Quindi Brunetta che sta riportando i dipendenti della Pubblica amministrazione in ufficio ha ragione, ma non del tutto, scrive leconomista Leonardo Becchetti


Le dichiarazioni del ministro
Renato Brunetta che annunciano la fine dello smart working nella Pubblica amministrazione e il ritorno al lavoro in presenza ravvivano il dibattito sugli effetti di questa modalità di lavoro su produttività e qualità della vita. Come è noto lo smart working esisteva anche prima ma la pandemia è stata una gigantesca esercitazione forzata di lavoro a distanza che ha modificato le nostre abitudini e ci ha indotto a riflettere.

Da un punto di vista potenziale, poter giocare su tre registri di relazioni invece di una non può non generare significativi aumenti di produttività. Un tempo le relazioni sul lavoro erano solo faccia a faccia, in presenza. Oggi possiamo interagire con i colleghi di lavoro in modalità webinar (faccia a faccia a distanza) e whatsapp (senza compresenza nello stesso luogo né sincronia temporale). Poter usare la modalità webinar e quella whatsapp vuol dire ridurre enormemente i costi e tempi di spostamento. Pensiamo soltanto a quanto è costoso e vincolante interagire e prendere decisioni soltanto in incontri in presenza faccia a faccia.

Sincronizzare le agende è difficile e gli stessi ritmi ed occasioni dinterazione sono necessariamente più rarefatti. Non è un caso che il settore privato che è orientato al profitto abbia scelto come strategia ottimale (ora che è possibile tornare alla presenza al 100 percento) quella di una robusta quota di lavoro smart consentendo ai propri dipendenti di scegliere tra le due e le tre giornate di lavoro in remoto e modificando la stessa struttura e natura degli uffici. Ha ragione Brunetta o le aziende private?

La risposta è che possono anche aver ragione tutti e due perché lopportunità e lefficacia dello smart working dipende ovviamente dalla tipologia di lavoro. Lo smart working non si applica ovviamente per quei tipi di lavoro che richiedono uninterazione faccia a faccia col cliente (il chirurgo, il commerciante), la produzione in una catena di montaggio (loperaio) o il lavoro in agricoltura e ovviamente le attività sportello della pubblica amministrazione.

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https://formiche.net/2021/09/becchetti-smart-working/

Vaccini: dalla “società dei due terzi” a quella del “terzo prevalente”.

La parola libertà” in campo sanitario serve alla Lega per accarezzare un certo anarchismo latente e quindi ad occhieggiare alanti-scientismo di minoranze rumorose. Dobbiamo confidare, in alternativa a questa condotta poco seria, sul buon senso civico delle comunità.  

Vediamo se ho capito bene. Visto che (purtroppo) non esistevano le condizioni politiche per lobbligo vaccinale generalizzato, il Governo ha pensato di introdurre il Green Pass. Esso serve per accertare che le persone siano vaccinate (e dunque riducano di moltissimo la circolazione del Covid, il contagio e – nel caso di infezione – le conseguenze più gravi per se e per gli altri) nel caso di attività professionali e di relazione sociale che le espongano a molti contatti.

Chi non accetta questa regola lo fa perché (al netto di chi ha motivi particolari di tipo sanitario) non vuole vaccinarsi. Per paura, ideologia, scetticismo o asocialità. La Lega vuole che queste persone possano avere il tampone gratis. Quasi un premio fedeltà. Così, non solo si espongono al rischio esponenziale di beccarsi il virus (cioè di contagiare gli altri e di gravare sul sistema pubblico per le spese di cura ospedaliera), ma non devono neppure rinunciare a nessuna loro attività professionale o sociale e – con i soldi di tutti gli italiani, in larga maggioranza vaccinati – si fanno fare anche i tamponi gratisogni 48 ore.

Mi chiedo: ma la maggioranza degli italiani che – seguendo le indicazioni dei medici e delle Istituzioni – si è vaccinata (accettando cioè di correre un minimo rischio personale per essere tutti più sicuri come comunità) cosa deve pensare? Che i più irresponsabili e i più furbi la indovinano sempre?

Un volta si parlava della società dei due terzi: la maggioranza che stava bene se ne fregava altamente della minoranza che stava male e su questo fondava il suo potere di condizionamento delle istituzioni. Oggi, la rovina dei meccanismi democratici della rappresentanza rende quasi rovesciata questa prospettiva: la minoranza riottosa e contraria alle regole di solidarietà condiziona la Politica e la pubblica opinione a danno della maggioranza che invece a queste regole si attiene. La cosa non può funzionare.

Brutta la (piccola ma simbolica) questione dei tamponi gratis. Questa sorta di doppio binario anche comunicativo (da una parte il Governo che sforna provvedimenti per la tutela della salute e – dallaltra – importanti partiti di maggioranza e di opposizione impegnati a rincorrere il consenso della minoranza ostile ai vaccini) fa crescere lincertezza e aumenta il disorientamento del popolo.

Se poi ci aggiungiamo il festival delle quotidiane dichiarazioni di filosofi, immunologi, artisti e influencer e la pervasività dei social, ne esce un quadro poco esaltante di come le classi dirigenti si rapportano con lopinione pubblica in un momento di così drammatica emergenza.Alla fine, tocca sperare nel buon senso civico della comunità. E nella capacità di Draghi, e dei suoi veri e sinceri alleati, di tenere duro.

Su “La Voce del Popolo”, settimanale della diocesi di Brescia, il ricordo di Martinazzoli.

Con il titolo di Mino e il laico Concilio mancato della Dclarticolo, a firma dellex parlamentare e attuale commentatore politico, propone questa succinta e interessante considerazione sullultimo segretario della Dc.

Sono passati 10 anni, proprio in questi giorni, dalla scomparsa di Mino Martinazzoli.

Dieci anni che non hanno offuscato il suo ricordo, né sottratto una paradossale attualità alle sfide che egli si trovò ad affrontare, a perdere e a veder poi rifulgere. Sì, perché va riconosciuto con onestà che la sua grande sfida quella per il ripensamento della Dc egli non la vinse. E anzi portò dentro una battaglia quasi impossibile il suo tormento di pensatore e la sua nobiltà di servitore dello Stato.

Ma non poté capovolgere il verso della storia. Di questo esito, molti hanno dato colpa a lui. Perché poco assertivo, poco disinvolto, poco fortunato, poco al passo coi tempi. Eppure erano proprio queste le sue paradossali qualità. Di essere appunto un uomo che evitava di gettarsi a capofitto nel dirupo delle parole dordine più facili e preferiva semmai cimentarsi con le difficoltà che la sua ambizione ideale gli poneva davanti.

Socrate diceva dei politici ateniesi: Li incalza lacqua che scorre nella clessidra. Fatto sta che al momento della leadership martinazzoliana lacqua era già scesa quasi tutta e la clessidra stava per rovesciarsi. Per questo, molti lo hanno raccontato come il Celestino V della storia democristiana.

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https://www.lavocedelpopolo.it/opinioni/mino-e-il-laico-concilio-mancato-della-dc

Le schiere cattoliche dell’Araba Fenice (che ci sia ognun lo dice, cosa sia nessun lo sa).

Non ci sono più i cattolici come area organizzata, pronta alla mobilitazione, con un sentire politico omogeneo. Tuttavia, dislocati un poovunque, i cattolici ci sono e grosso modo contano. Il problema è “prendere da un altra partela questione del loro impegno pubblico. Serve un salto di qualità culturale.

Su “Il Domani d’Italia” del 2 Settembre si legge che finalmente c’è arrivato anche Merlo: i cattolici, e il loro voto, non ci sono (la chiama ‘domanda scomoda’…; quali sarebbero stati gli ‘accomodamenti’ che l’avrebbero potuta glissare?).

Sui contesti in cui è andata maturando questa ‘assenza’, ne ha fatto un quadro storico Luca Diotallevi, Fine corsa-La crisi del cristianesimo come religione confessionale(EDB, 2017). Il quadro è quello. E se è quello – ed è quello –  ci si può far poco (chi freme per risultati a breve porti pazienza). Quando di parla di ‘presenza’ (votante o no) cattolica, cristiana o anche ispirata ad un ‘sistema di pensiero’, si parla di minoranza (ma è già un lusso).

Quindi, quando il voto (cosiddetto) cattolico esce dai recinti della Chiesa, prima del fare argine ai comunisti, poi del difendere la morale tradizionale e i ‘valori non negoziabili’, infine del non soccombere all’invasione di altri riti (moschee ecc) e costumanze, non si capisce su che cosa, e soprattutto per che cosa, possa trovare una ragione non banale dell’addensarsi e ripresentarsi. Ormai anche i successi personali dei singoli Pontefici non significano, almeno quando c’è da contarsi, più di tanto. Le Istituzioni, e quindi anche le Chiese (figuriamoci una militanza partitica), sono sentite come non comportantiobblighi particolari per le popolazioni che esse immaginano di guidare/gestire. Quindi inutile, anzi distogliente, sognare riscosse.

Ma ora, quando certi fautori di nuove ‘parti politiche’ cattolicamente ispirate scoprono che forse fin’adessohanno parlato solo a combattenti e reduci, ora c’è il rischio depressione. Come sostengo invece da qualche anno, non ci sono ‘i cattolici’ (con l’articolo) come area religioso-politica disponibile ad una nuova mobilitazione; e però cattolici, o tradizionalmente tali in vario grado, diffusi un po’ dappertutto ci sono eccome. Ma intanto non sono richiamabili sotto le armi; poi, hanno da tempo in totale trascuratezza il tema-chiave della trascendenza (solo soluzioni subito) e il tema della responsabilità relazionale e sociale, e quindi culturale, del credere o di stare a sbadigliare ad un po’ di Messa la Domenica.

Quindi: ci sono; sono sparsi in ragione dell’asservimento a lusinghe politico-pratiche del momento; non curano minimamente le conseguenze personali profonde e collettive del credere nel Vangelo di Gesù.

Non c’è male…

P.S. Naturalmente anch’io sono così, un insieme di incoerenze a cui cerco di porre rimedio come posso per Grazia di Dio. L’unica differenza è che quando ci penso mi intristisco, i più invece pensano di aver già capito e visto tutto, gente cattolica cattolicissima ma sicura, scevra da sfumature, mai in crisi per il confronto con l’esigente Parola di Dio. Sul voto cattolico bisogna (bisognava farlo da tempo) mettersi l’animo in pace, prima lo si fa prima si comincia a lavorare attaccando il problema da tutt’altra parte.

L’opinione pubblica è ancora distratta. Inizia adesso, però, una fase politica delicata. Occorre molta responsabilità.

La preparazione delle liste per le amministrative del prossimo 3 ottobre non ha innescato un interesse particolare da parte della pubblica opinione. Intanto, dopo il voto locale, saffaccia la scadenza di un voto veramente decisivo, quello per il Presidente della Repubblica. A riguardo, non si possono lanciare candidature a caso, senza una adeguata motivazione.

 

In politica si amministra anche il tempo. Ha un grande peso nel valutare strategie e tattiche; confondere le une con le altre comporta spesso sconvolgere piani con rischi di sconfitte. Si avvicinano date che stanno effettivamente scompaginando le idee, a scapito della chiarezza di rapporto con gli elettori. In ottobre elezioni amministrative in grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino; a febbraio lelezione del Presidente della Repubblica e nel 2023 le elezioni politiche generali. Tutto il dibattito fra le forze politiche è condizionato dalla seconda scadenza ed è irrazionale, perché comporta poco rispetto istituzionale nei confronti di Sergio Mattarella cui viene continuamente chiesto di prolungare il mandato solo perché i partiti giocano a scacchi nellattesa di sistemare tutte le loro pedine.

Non si può strumentalizzare la più alta carica dello Stato a fini di interessi di partito, per aspettare Godot/Draghi che, invece, sarebbe interesse degli Italiani, e quindi dovrebbe esserlo anche dei partiti, che rimanga a palazzo Chigi fino alla conclusione naturale della legislatura (una intelligente Grossekoalition lo manterrebbe fino al 2026, perché chi governerà in seguito si troverà completato il PNRR). E in questo senso nessuna tessera dellattuale governo dovrebbe essere rimossa, pena muovere pedine che inficerebbero il cammino delle prime attuazioni del PNRR.

Si vedrà quanto venga prima il bene pubblico invece degli interessi di bottegadei partiti, sfilando qualche ministro dal governo per qualche incarico considerato strategico (per il partito!). Sgradevole anche il totocandidati: si citano candidati – quasi fosse promozione di prodotti – che non vedremo eletti (tutti maschi mai citate le donne ed è un bene che non vengano strumentalizzate!). E comunque la storia recente conferma che il Parlamento, quando estata lora di decidere, non ha sbagliato nella scelta degli ultimi Presidenti. Mi viene da aggiungere che meno male non esiste lelezione diretta del Presidente della Repubblica! Ricordate che tipi erano quei personaggi di cui di tempo in tempo si è infatuata lopinione pubblica? Avremmo rischiato di vederli insediati al Quirinale.

Il dito e la luna. La classe politica dei giorni nostri e la società concreta e reale.

Siamo troppo abituati a nutrirci di politica spettacolo. In questo modo perdiamo il contatto con l’effettiva consistenza della vita civile e politica. Se tutto diventa slogan, nulla sorregge l’azione dell’uomo pubblico. Cos’è il populismo? Basta una classificazione, consolidata per pigrizia o ignoranza, a rendere conto della dinamica politica? Anche il giudizio sui 5 Stelle esige di andare oltre il luoghi comuni.

 

Nino Labate

 

Sono da solo a constatare un pericoloso strabismo, forse di taglio menefreghista, delle nostre attuali élite, a cui concorre massicciamente anche il giornalismo schierato e fazioso dei giorni nostri? Facciamoci caso perché si tratta a mio avviso di una vera e propria caduta di stile, intellettuale e culturale, oltre che etica, rappresentabile con la metafora del dito e della luna.

 

Mi spiego meglio. Sembra infatti diffusa la pessima abitudine di dimenticarsi  della luna e di guardare sempre  al dito. Ove nel “dito” troviamo la superficiale e costante polemica quotidiana, unita alla  cronaca spesso offensiva e disonorante della nostra classe politica contro se stessa; e nella “luna” invece la profonda e mai scrutata a sufficienza “società concreta”, oggi nelle mani di pregiudizi e di luoghi comuni, nel suo reale sviluppo  storico e nelle sue trasformazioni ormai in stato avanzato.  Una società che appare sotto i nostri occhi con bisogni e nuove domande provocati da violenti cambiamenti culturali e sociali.

 

Un vizietto aristocratico ed elitario, questo, tipico delle oligarchie, che spinge ad osservare sempre chi sta piu in alto e  sopra di noi. Al massimo chi sta di lato e di fianco a noi. Uno  spiarsi fra “pari” ed eguali, insomma fra “pochi ma buoni”, dimenticandosi sempre di chi sta in basso e sotto di noi, dei  “molti ma cattivi”, verso i quali  mancano  risposte di “lunga durata” adeguate alla storia che viviamo e a quella che ci attende.

 

Le elite che si spiano

 

La metafora ci parla dunque del vizio di guardare costantemente verso l’alto, polemizzando con la classe politica e i partiti che la compongono; verso le élite che la formano e la disformano, la strutturano e la destrutturano, per studiarne le mosse e poi polemizzare, con attacchi spesso offensivi, ma sempre al di là di una fisiologica e democratica dialettica politica interpartitica. Si dirà che questa è la logica delle democrazie competitive oggi personalizzate e governate dai vari leader, ognuno alle prese con la politica spettacolo, con un marketing raffinato, con il tutto e il contrario di tutto, così come veicolato dai social.

 

Eppure c’è qualche utopista che comincia a pensare che questa logica sia destinata ad  essere superata o che sia al massimo transitoria. D’altronde sarà sempre tardi quando capiremo che “…siamo tutti sulla stessa barca! I primi esempi delle “Grandi Coalizioni fra diversi, qualche volta  “nemici”, sono arrivati dalla Germania, dalla Francia e dalla Spagna. E da qualche mese noi stiamo sperimentando qualcosa di simile con Draghi. Tuttavia non bisogna essere papalini e bergogliani per ammettere l’evidente necessità di remare insieme – evito di dire che siamo “Fratelli Tutti” – ammesso che riusciremo mai a capirlo, dispersi come siamo tra partiti e partitini, leader e leaderini.

 

Purtroppo ciò che conta adesso è la voglia di osservare attentamente e scrupolosamente cosa fa e dice l’uomo politico avversario, per poterlo attaccare e criticare. Scrutarsi a vicenda e polemizzare anche aspramente con il  “diverso”, sono il mantra del mondo politico attuale. Altro sembra non esserci.

 

Ci vengono in aiuto le parole inflazionate di populismo e trasformismo, in testa all’ordine del giorno e buone per ogni minestra, ricorrendo alle  quali secondo molti veloci osservatori si risolve tutto, senza spiegare mai niente sul loro vero significato e su cosa vogliamo dire. E ci aiuta la  costante e ansiosa ricerca di un centro politico diverso dalla destra e dalla sinistra, di cui però si tacciono  sempre i profili e le caratteristiche cultural-politiche,   superficialmente identificati con l’antisovranismo, l’antipopulismo e il non voto.

 

E però in questo modo che si perdono i contatti con il basso, ovvero con la “società concreta” direbbe Luigi Sturzo. Latitano infatti le analisi empiriche capaci di suggerire diverse cose e stimolare soluzioni condivise per il bene di tutti, alla luce di quello che passa il mondo di oggi è in prospettiva di domani.

 

Diciamo ancora meglio che è proprio cosi che si trascurano i rapidi cambiamenti. Quei cambiamenti che possono anche trasformare radicalmente i nostri abitudinari modi ideologici (e mentali) di intendere e capire la realtà della politica, dei partiti e degli uomini politici; di saper leggere e interpretare, in sostanza, la società cambiando opinione – perché no, mettendo fra parentesi i nostri pregiudizi ed evitando di ricorrere al trasformismo come sinonimo di malcostume e paradigma dei voltagabbana dai connotati camaleontici. Il cosiddetto trasformismo è anche questo, ma non è solo questo. Nasconde spesso coscienziosi mutamenti di opinioni e assunzioni di responsabilità storicizzate, come suggeriscono i “compromessi storici” e le Grandi Alleanze realizzati fra forze politiche diverse se non alternative.

 

Aggiungo che il disinteresse verso la “società concreta” è un vizio fatto proprio anche da buona parte dell’attuale giornalismo italiano – in particolare quello schierato –  per molti aspetti fazioso sui diritti umani e tuttavia padronale come mai prima d’ora.  Un giornalismo, potremmo dire, attento solo alla testata e agli editoriali “nemici”, per attaccarli e delegittimarli in un continuo gioco che sconta  la distanza dai fatti nudi e crudi giacché vive in esclusiva sintonia con le proprie convinzioni e con quelle della proprietà.

 

La società concreta

 

Le analisi correnti fanno a meno della “società in concreto”, percepita e valutata nei suoi profondi cambiamenti, nelle sue ancora sconosciute trasformazioni, nelle sue “metamorfosi”, come le definisce Bergoglio con un termine forte che fa pensare e riflettere molto. Ma è anche assente la voglia di “costruire” (il nuovo) e non di “ri-costruire” (il  vecchio), come ci raccomanda Sergio Mattarella.

 

Siamo di fronte a un vizio che disattende alcuni insegnamenti politici fondamentali. Proprio il sociologo Luigi Sturzo, sin dai primi anni del secolo scorso, suggeriva di rivolgere gli sguardi prima di tutto verso la “società…concreta e storica” e verso…”le forme di socialità esistenti, e cioè verso il mondo lavorativo reale, ai suoi tempi agrario e artigianale. Occorreva, in altri termini, conoscere la sua composizione, per essere in grado di aggredire le cause del diffuso malessere sociale, nonché i motivi delle crisi economiche, culturali e antropologiche. Secondo Sturzo, senza questa piena e responsabile  presa di coscienza qualunque discorso rimaneva privo di concretezza. Daltro lato è stato il Concilio a raccomandare di aprire sempre gli occhi verso “i segni dei tempi”, per poter discernere bene la storia e cercare così di  capire la società nella quale si e immersi e si vive.

 

Mi limito, in conclusione, a un solo esempio per far capire la differenza tra il dito e la luna. Noi verso il Movimento 5 Stelle abbiamo usato e usiamo espressioni generiche e precostituite. Le ho adoperate e forse continuo ad adoperarle anch’io. Se però leggiamo con attenzione le ricerche dell’istituto Cattaneo, scopriamo che l’identità dell’elettorato pentastellato scuote alcuni consolidati stereotipi. È un elettorato – ci dicono le statistiche – formato per il 56,9% da operai e liberi professionisti: esattamente 29,5 % operai e 27,4 % liberi professionisti. Inoltre, il 39,7% è costituito da credenti non partecipanti e praticanti: anche qui, per l’esattezza, 24,4% sono i credenti non partecipanti e 15,3% i praticanti. E ancora, il 34,5% proviene da Pd e Idv, mentre il 5,1% da Udc. Solo il 6,7% si definisce di destra. La domanda allora è scontata: perché questi dati? Perché forse – ma solo forse – sono gli elementi decisivi che ci spingono a comprendere più in radice quello che è successo negli ultimi anni nei partiti, nel substrato culturale dell’elettorato e nell’andamento dei flussi di voto.

 

Non basta adagiarsi sulle classificazioni di comodo.

Una domanda scomoda: esiste ancora il voto cattolico?

Il pluralismo dei cattolici è ormai un dato incontrovertibile. Pensare di resuscitare un senso di appartenenza, senza avere gli strumenti che nel passato ne determinavano l’accettazione, rivela un mix di superficialità e strumentalismo. Anche nelle prossime elezioni amministrative il “voto cattolico” suppone l’esistenza di qualcosa che non c’è. Dobbiamo aggiornare la nostra piattaforma, per non scivolare sul terreno di pratiche velleitarie. 

 

Giorgio Merlo

 

Tra gli elementi ricorrenti che caratterizzano il voto amministrativo c’è sempre la domanda – solita, ripetitiva e adesso anche un po’ noiosa – su come si comporterà il voto cattolico. Ovvero, come si orienterà il voto dei cattolici nella singola competizione amministrativa. Certo, ci sono dei test importanti e significativi. A partire da alcune grandi città dove il risultato è tuttora incerto – penso in particolare a Roma e a Torino – ma, comunque sia, il tema interessa l’intero scenario nazionale.

 

Ora, per evitare equivoci ed inutili e sterili discussioni, ci sono almeno tre elementi che non possiamo non sottolineare quando si parla, ancora e anche un po’ tardivamente, di “voto cattolico”.

 

Innanzitutto il pluralismo politico dei cattolici è un dato largamente e storicamente acquisito. Nessuna rappresentanza esclusiva è possibile. Nessuno, cioè, può rivendicare di rappresentare in modo coerente e diretto il cosiddetto “voto cattolico”. Certo, noi sappiamo da ricerche specialistiche e demoscopiche, che il voto cattolico veleggia più verso il centro destra quando si parla di “praticanti” e di frequentatori anche solo saltuari della Messa domenicale, mentre coltiva maggiori simpatie per lo schieramento della sinistra quando affonda le sue radici nel mondo dell’associazionismo organizzato, giovanile e non solo.

 

Tuttavia sono e restano classificazioni un po’ astratte e che vanno sempre lette ed interpretate con serietà e con trasparenza. Cioè senza partigianeria e settarismi. Comunque sia, si tratta anche in questo caso di uno spiccato pluralismo delle singole opzioni politiche.

 

In secondo luogo non ci sono più i rappresentanti politici “ufficiali” del cosiddetto mondo cattolico. Un tempo, in condizioni diverse e in un contesto molto più semplificato, Carlo Donat-Cattin parlava di “cattolici professionisti”, mentre Mino Martinazzoli li definiva, ancor più sarcasticamente, “sepolcri imbiancati”.

 

Ecco, oggi nessuno può più ergersi ad essere l’interlocutore privilegiato se non addirittura esclusivo di alcuni settori del mondo cattolico. Sicuramente ci sono candidati e personalità politiche che continuano ad essere maggiormente interpreti di quella sensibilità culturale e delle istanze che provengono da quei mondi vitali; ma sono il frutto di esperienze del passato che ancora si trascinano nel nuovo contesto culturale, sociale e politico. E che prescindono, di norma, dalle stesse formazioni politiche contemporanee. Si tratta, cioè, di esponenti politici che storicamente hanno sempre mantenuto e coltivato rapporti con pezzi dell’area cattolica italiana e in virtù di questo collegamento continuano ad essere punti di riferimento politico e anche istituzionale.

 

In ultimo, questa situazione concreta che si vive in tutte le grandi città italiane dove si andrà al voto amministrativo, al di là delle singole specificità e caratteristiche, evidenzia ancora di più la oggettiva impossibilità di dar vita a formazioni politiche cattoliche o di ispirazione cristiana. Certo, per tutti quelli – come me e come migliaia di altri amici disseminati in tutta la penisola italiana – che hanno vissuto da protagonisti o meno quelle storiche esperienze, dalla Dc al Ppi ad altre formazioni politiche, è del tutto ovvio che si continua a coltivare una grande simpatia per quei partiti e per quelle stagioni politiche. Ma sono proprio le tendenze e le costanti politiche e sociali contemporanee a dirci che quelle esperienze, seppur rinnovate e modernizzate, non sono più riproponibili. O meglio, lo sono solo se accettano di ridursi a giocare un ruolo puramente ed esclusivamente testimoniale. Com’è accaduto in questi lunghi venti anni nella concreta dialettica politica italiana. Partiti e movimenti che possono, anzi debbono, continuare a rifarsi all’ispirazione cristiana in politica e alla tradizione del cattolicesimo democratico, sociale e popolare ma che, al contempo, non possono riproporre meccanicamente le esperienze organizzative del passato.

 

Ecco perchè, alla vigilia di una interessante e decisiva campagna elettorale per il rinnovo di molte grandi amministrazioni locali del nostro paese, è bene essere chiari su cosa significa oggi, e non ieri, il cosiddetto “voto cattolico”. Per evitare equivoci, fraintendimenti, confusione, strumentalizzazioni e furbizie varie di molti candidati.

Ornella Spagnolello, medico a Kabul: “La paura non manca, ma il nostro posto è qui”. Intervista (AgeSir).

Siciliana di origine, 32 anni, è in Afghanistan con Emergency, dopo essere stata in Sudan, Congo e fra i malati di Covid a Bergamo. La dottoressa descrive un clima di “profonda apprensione” nella capitale. Ma lascia intendere di voler onorare il suo impegno con l’organizzazione umanitaria. E rende omaggio ai colleghi afghani e al fondatore Gino Strada

 

Gianni Borsa

 

Si divide tra corsia e sala operatoria Ornella Spagnolello, 32 anni. Origini siciliane, laureata in medicina d’urgenza, risponde a una videochiamata del Sir dall’Ospedale Emergency di Kabul, dove è arrivata lo scorso giugno. Alle spalle vanta già diverse esperienze “forti”: in Sudan, Congo, a Bergamo nel periodo più duro della pandemia Covid-19.

 

Dottoressa, quale clima si respira in città? La popolazione che voi incontrate come vive questa situazione di transizione e di violenza nella capitale?

Avverto un clima di profonda apprensione per quanto accade in questi giorni e in relazione al prossimo scenario politico, sociale, ed economico dell’Afghanistan. Anche perché vi è grande incertezza e il futuro dipenderà da diversi fattori.

 

Quello di Emergency è, a Kabul, forse lospedale più attrezzato sul piano sanitario. Dopo le vicende degli ultimi giorni, attentato allaeroporto compreso, il vostro lavoro sarà cresciuto a dismisura. Riuscite a curare tutte le persone che arrivano da voi?

L’ospedale di Emergency conta 105 posti letto, dispone di tre sale operatorie che possono lavorare contemporaneamente, e in questi giorni in effetti sono attive in continuazione. Abbiamo 6 posti in terapia intensiva, c’è un reparto di terapia sub-intensiva. Stiamo facendo fronte a un elevatissimo numero di accessi. Sono arrivati qui in poche ore, dopo l’attentato all’aeroporto, 62 pazienti: 10 sono stati curati al pronto soccorso, 36 sono stati ammessi ai reparti, altri 16, purtroppo, sono arrivati già morti. Alcuni, trasportabili, sono stati in seguito trasferiti in altri ospedali della capitale, coordinando gli interventi con il ministero della Salute.

 

Quali tipi di interventi medici sono stati necessari?

 

Un po’ di tutto. Essendo un ospedale chirurgico abbiamo affrontato soprattutto ferite da pallottole oppure legate ad esplosioni, traumi agli arti, all’addome, alla testa. Molti dei pazienti erano in gravissime condizioni.

 

Cerano anche bambini tra loro?
La maggior parte erano maschi di età compresa tra i 20 e i 40 anni, ma c’erano anche dei bambini.

 

In ospedale c’è un gran numero di medici, infermieri e altri operatori. Siete di diverse nazionalità? Cosa dicono della situazione i suoi colleghi?

 

Il personale nazionale, cioè afghano, conta 350 persone, al quale ci aggiungiamo noi, “internazionali”: siamo una decina. Devo riconoscere che i nazionali sono molto presenti, concentrati sul lavoro, attivi, con una disponibilità e professionalità encomiabili. Confesso che, se io fossi al loro posto, non so se saprei agire con la stessa lucidità. Comunque fra loro avvertiamo una certa preoccupazione.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2021/09/01/ornella-spagnolello-medico-a-kabul-la-paura-non-manca-ma-il-nostro-posto-e-qui/

AscaNews, Biasi: occorre accelerare sulla low carbon economy. 

Il Chairman del fondo Quercus che investe in rinnovabili asserisce: clima fuori controllo.

 

Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sempre più evidenti e a dimostrarlo sono anche i numeri raccolti dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), secondo cui Luglio 2021 sarebbe stato il mese più caldo degli ultimi 142 anni.

 

Al caldo da record si aggiungono anche le grandinate improvvise e violente che nell’ultimo mese hanno colpito il Nord Italia e devastato i borghi a ridosso del Lago di Como, le alluvioni dirompenti che hanno sconvolto il Belgio e la Germania, o gli incendi che tra luglio e agosto hanno messo in ginocchio la Turchia e numerose regioni in Italia, Sardegna in primis.

 

Alla luce di questi dati si è espresso Diego Biasi, co-founder ed Executive Chairman del fondo d’investimento in energie rinnovabili Quercus Real Assets:

 

“Quest’estate – ha dichiarato – abbiamo assistito a un clima sempre più fuori controllo e ad eventi atmosferici imprevedibili. Quanto avvenuto in più parti del mondo ci dimostra ancora una volta la necessità e l’importanza di contrastare il climate change, a partire da un cambio radicale di strategia energetica.

 

Le tecnologie ci sono e sono e la sensibilità, sia dei governi che dei consumatori, è sempre più matura: ora occorre accelerare sulla low carbon economy, deburocratizzare il sistema per rendere più accessibili gli investimenti ed efficientare il sistema a partire dalle energie rinnovabili”.

Una nuova stagione per l’Europa

Al di là delle azioni da mettere in atto da subito a tutela degli afghani fuoriusciti dal loro Paese, è evidente che la UE deve riflettere a fondo per poi decidere qualcosa circa il suo futuro nel mondo. L’alleanza con gli USA, che è poi un’alleanza dell’occidente, deve senza dubbio essere rivivificata ma anche ridiscussa e aggiornata..

 

Enrico Farinone

 

La settimana spesa da Joe Biden in Europa lo scorso giugno era parsa agli europei utile e interessante.
All’insegna del motto America is back il Presidente USA aveva offerto l’idea di una rinnovata alleanza fra le democrazie occidentali in onore dei comuni valori liberali. Democrazia e diritti umani erano nuovamente al vertice degli interessi americani, secondo una visione che ha fra i suoi punti di forza l’universalità dei valori democratici e la solidarietà fra quanti ad essi si rifanno nella gestione delle proprie comunità nazionali.

 

Un approccio multilaterale e cooperativo che naturalmente richiede pure un comune atteggiamento, critico, verso le tante autocrazie, come quella russa, o dittature, come la cinese, che stanno allargando la propria sfera di influenza nel mondo in questo nuovo secolo. L’idea di un summit delle democrazie occidentali nasceva sostanzialmente da queste considerazioni. E a dimostrazione della positiva volontà collaborativa Biden aveva lasciato un margine d’apertura a proposito dei rapporti – nello specifico – con la Russia, che la Germania ha poi abilmente utilizzato per concludere i lavori del gasdotto Nord Stream 2, notoriamente avversato dagli a

mericani.

 

Difficile immaginare quanto sarebbe accaduto solo due mesi dopo, anche se l’annuncio del ritiro delle truppe USA di stanza in Afghanistan era già stato dato. Un ritiro unilaterale, per di più organizzato malissimo, deciso in solitudine e ponendo gli alleati europei di fronte al fatto compiuto. Non certo un comportamento coerente con le belle parole del viaggio europeo.

 

Ora, al di là delle azioni da mettere in atto da subito a tutela degli afghani fuoriusciti dal loro Paese, è evidente che la UE deve riflettere a fondo per poi decidere qualcosa circa il suo futuro nel mondo. La fase storica dipanatasi nel XX° secolo si è definitivamente conclusa. Gli americani sia per motivi geopolitici (il Pacifico è ormai più importante dell’Atlantico) sia per ragioni economiche (devono rilanciare gli investimenti interni, e con essi l’occupazione e il reddito) hanno mutato l’ordine delle priorità: da questo punto di vista lo slogan trumpiano America first è tuttora pienamente operativo. Si può anzi dire che America is back è un motto forse valido per la politica estera che però è succedaneo, secondario rispetto a quello valido per la politica interna.

 

Se le cose stanno così, l’UE deve prenderne atto e decidere cosa fare. Proseguire e accelerare il processo unitario o regredire verso ipotesi sempre più lontane dall’idea federativa in ossequio al nazionalismo più vetusto? La via di mezzo nella quale ci si è barcamenati per lunghi anni, inclusi gli ultimi, rischia di non rivelarsi all’altezza delle nuove domande che il contesto internazionale del XXI° secolo pone.

 

Lo si è detto e scritto tante volte. È quasi banale ripeterlo. Nel mondo globalizzato – quanto meno globalizzato dallo sviluppo tecnologico, per non parlar d’altro – sarà sempre più difficile per singoli Paesi di modeste dimensioni, per di più in regressione demografica accentuata, essere competitivi con i giganti internazionali asiatici, e con gli Stati Uniti. Non solo dal punto di vista economico, commerciale. Anche da quello politico. Questo nuovo scenario è, fra l’altro, la base su cui si fonda il rinnovato interesse per la geopolitica. Che solo i sovranisti più ideologizzati non comprendono, o fanno finta di non comprendere per poter continuare a lucrare elettoralmente un sentiment nazionalista ancora forte (e attizzato con le squallide polemiche sul fenomeno migratorio) presso vasti strati di popolazione. Una visione di corto respiro che nel medio periodo rischia di condurre i paesi europei all’impoverimento e che pertanto va respinta e combattuta.

 

L’alleanza con gli USA, che è poi un’alleanza dell’occidente, deve senza dubbio essere rivivificata ma anche ridiscussa e aggiornata. Prendendo atto della nuova strategia americana. Con gli impegni che ne conseguiranno, in termini di scenario complessivo, oltre che economici. La UE a questo punto deve dunque decidere se assumere un ruolo di maggior protagonismo a livello planetario, o quanto meno sui quadranti di sua diretta pertinenza geopolitica. Il Mediterraneo innanzitutto.

 

La questione di una politica estera e di difesa comune ora si pone con una forza ed una urgenza invero inedite. Ma estremamente concrete. Bene ha fatto il Presidente Mattarella a ricordarlo nel suo recente discorso a Ventotene.

 

Non si tratta ovviamente di problemi di facile soluzione. Comportando sforzi economici rilevanti non sarà semplice convincere a sostenerli opinioni pubbliche, ovvero elettorati, che danno per scontati i benefici della democrazia senza valutarne adeguatamente i costi, i doveri che ne conseguono. Brexit, fra l’altro, ha indebolito la UE in misura significativa sul fronte militare. Occorrerà ragionare con Londra sul come individuare una forma di cooperazione, dato che il probabile prossimo parziale disimpegno statunitense riguarderà il teatro occidentale e quindi essa pure ne sarà coinvolta. Il tutto andrà ovviamente valutato in ambito NATO, ma pure questa organizzazione dovrà configurarsi in modo differente rispetto a quello attuale, tarato sullo scenario del XX° secolo e ormai in gran parte superato. Sciogliendo anche qualche nodo, si pensi ad esempio all’ambiguità delle posizioni assunte e delle azioni poste in essere dalla Turchia di Erdogan.

 

Saprà l’Unione Europea affrontare con la consapevolezza del caso questo nuovo versante della Storia? Purtroppo è lecito dubitarne. Ciò che non è lecito a quanti vi credono, però, è smettere di lottare, con una puntuale opera di informazione e convincimento, per un grande obiettivo quale l’Europa unita.

Kabul come Saigon? Un paragone che non sta in piedi.

Non è una sconfitta. Gli Stati Uniti hanno i mezzi necessari ad isolare politicamente i talebani. La priorità per Washington non è quella di trattare un modus vivendi con i leader talebani, ma di contrastare con tutta la potenza disponibile una resurrezione dellISIS. Alla Casa Bianca si mira a concentrarsi sui punti nevralgici del confronto planetario.

 

Marino de Medici

 

Come già nel 1975, quando Saigon passò nelle mani  dell’esercito nordvietnamita, i catastrofisti americani ed europei sputano fuoco e fiamme per il tragico abbandono dell’Afghanistan. Kabul come Saigon, dunque. Una sconfitta “epica” che cancella ogni credibilità dell’America, proclamano i catastrofisti tra I quali si distingue il Corriere della Sera con uno sfogo occultamente anti-americano.

 

Gli storici seri sanno invece che il Vietnam non segnò la fine della credibilità degli Stati Uniti e avvertono che il disastro afghano avrà uno svolgimento simile. Vero è che come per l’Afghanistan, molti in America chiedevano a gran voce maggiori stanziamenti per difendere il Vietnam, a cominciare da Henry Kissinger che nel Marzo 1975 dichiarava: “Non possiamo abbandonare gli amici in una parte del mondo senza mettere a repentaglio la sicurezza degi amici dappertutto”.

 

Ma quanta e quale credibilità persero in realtà gli Stati Uniti? I nemici dell’America gongolavano e Mosca in particolare si apprestava a raccogliere i frutti della ritirata americana dal Sud-est asiatico. Di fatto, però, gli interessi strategici americani non subivano un crollo, mentre era l’Unione Sovietica ad accusare un colpo micidiale, quello della disfatta in Afghanistan nel 1979.

 

 

Di fatto, la perdita del Vietnam del Sud non significò la fine della leadership americana né indusse i Paesi in pericolo a ritenere di non potersi più affidare a quella leadership, a tutto scapito del permanere dell’influenza dell’America. Se questa venne in qualche modo compromessa, ciò avvenne in conseguenza del’invasione dell’Irak senza una provata giustificazione strategica. Resta però il fatto che i Paesi alleati ed amici continuarono ad affidarsi alla protezione garantita dall’America e ad offrire supporto reciproco.

 

Dopo l’abbandono deciso da Biden, gli Stati Uniti non sono privi di risorse per l’Afghanistan, a cominciare dai mezzi necessari ad isolare politicamente i talebani, incluso il diniego di miliardi di dollari del tesoro afghano congelati da Washington. La priorità dell’America non è quella di trattare un modus vivendi con i leader talebani, ma di contrastare con tutta la potenza disponibile una resurrezione dell’ISIS e di altre organizzazioni terroristiche.

 

Questa strategia si impone non solo per l’Afghanistan ma per tutto il Medio Oriente dove gli Stati Uniti affiancheranno i Paesi minacciati dal terrorismo ISIS. La perdita dell’Afghanistan non cambia questo scenario, senza riguardo alle lugubri profezie dei catastrofisti. L’America recupererà la sua influenza in uno scenario ben più vasto dell’Afghanistan, come già avvenne nel dopo Vietnam degli Anni Settanta.

 

Occorre ricordare ai catastrofisti che il disastro nel Vietnam aprì un nuovo capitolo nel confronto globale a favore dell’America che acquistò il partenariato di Paesi che temevano l’effetto domino e agivano di conserva con l’America per contenere il comunismo in tre Paesi asiatici: Cambogia, Laos e Vietnam. Ed ancora, gli storici ricordano che l’apertura di Nixon alla Cina ridusse il confronto cino-americano e fece in modo che la vittoria nord-vietnamita non favorisse un predominio regionale cinese.

 

Paradossalmente, la fine del coinvolgimento americano nel Vietnam obbligò la leadership americana a rivolgere l’attenzione ad altri temi strategici, dall’integrità delle alleanze al negoziato di disarmo con Mosca. Dai difficili frangenti della sconfitta sud-vietnamita finì con l’amergere una più produttiva “soft power” americana. Questa può ora rientrare il gioco con la rinuncia alle guerre senza fine, le “forever wars” che succhiano la capacità dell’America di contribuire al progresso globale.

 

Come già nel dopo Vietnam, l’America ha la possibilità di plasmare un ordine regionale tra Paesi consociati del Sud-est asiatico che non hanno interesse alcuno a vedere l’Afghanistan nel ruolo di “sponsor” di un nuovo terrorismo. È fortemente improbabile infatti che l’Afghanistan talibano possa trasformarsi in una fiorente democrazia. Tanto vale cogliere la palla al balzo dell’uscita da una guerra interminabile e far leva sugli interessi nazionali delle potenze regionali.

 

Come avverte lo storico Mark Atwood Lawrence, la sfida insita nello sforzo di Washington di recuperare la sua posizione globale non proviene da leader stranieri improvvisamente turbati da dubbi circa l’affidabilità degli Stati Uniti ma da una problematica interna negli Stati Uniti. Basti pensare all’improntitudine con cui il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha definito il ritiro dall’Afghanistan “una delle peggiori decisioni di politica estera nella storia americana”.

 

McConnell tenta con ogni mezzo di riconquistare il Senato per i repubblicani nelle prossime elezioni di mid-term. Per lui ed i suoi soci repubblicani, la soluzione era sostanzialmente quella di “kick the can”, ossia di calciare la lattina lungo una strada  senza sbocco. La massa degli americani sa invece che Biden ha preso la decisione giusta. Purtroppo la storia è piena di casi in cui i leader pagano il prezzo di decisioni giuste. È del tutto possibile che Joe Biden rientri in questa categoria.

 

[ L’autore, già corrispondente Ansa da Washington, ha gentilmente autorizzato la pubblicazione di questo articolo, apparso in origine sul suo blog]

 

Parolin al Global Forum della Corea: “Non c’è pace senza dialogo e perdono”. Servizio di Radio Vaticana.

Il segretario di Stato vaticano interviene con un lungo videomessaggio al Korea Global Forum for Peace”, organizzato ogni anno dal Ministero dellUnificazione della Repubblica di Corea, per discutere sulla pace e lunificazione della Penisola

 

Salvatore Cernuzio

 

“Mentre la giustizia esige che non violiamo i diritti degli altri e diamo a ciascuno ciò che è dovuto, la carità ci fa sentire i bisogni degli altri come nostri e favorisce una cooperazione fruttuosa. Altrimenti, continueremo a costruire una ‘pace negativa’, la semplice non belligeranza o l’assenza di guerra.  La pace, invece, deve essere intesa in definitiva in termini positivi, come la promozione di quelle cose che ci uniscono.  Potremmo dire che la pace è amicizia”. È uno dei passaggi chiave del lungo intervento del cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, al “Korea Global Forum for Peace” (KGFP). Si tratta dell’evento organizzato ogni anno dal Ministero dell’Unificazione della Repubblica di Corea, per discutere sulla pace e l’unificazione della Penisola. Vi prendono parte esperti, ricercatori e funzionari governativi di oltre venti Paesi. Tema dell’evento di quest’anno, dal 31 agosto fino al 2 settembre, è “Una nuova visione delle relazioni intercoreane e della comunità. Per la pace, l’economia e la vita”. La tre giorni, a motivo delle restrizioni della pandemia, si svolgerà online. E il cardinale Parolin è intervenuto tramite un videomessaggio, in cui si è soffermato in particolare sul ruolo delle Chiese nello stabilire la pace nella Penisola coreana, a partire dal magistero della Chiesa e di tutti gli ultimi Papi.

 

Paolo VI e lincontro delle nazioni come fratelli 

 

Il segretario di Stato è partito dalle parole di Papa Paolo VI, quando nella Populorum Progressio affermava che i popoli e le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come figli di Dio, e lavorare insieme per costruire il futuro comune del genere umano con un obiettivo: “Creare le condizioni per lo sviluppo integrale dell’umanità”. Un processo, ha sottolineato il cardinale, favorito da tre azioni: accoglienza, accompagnamento, ascolto. Accoglienza che, ha spiegato Parolin mutuando il pensiero di Papa Francesco, si traduce in “vicinanza, apertura al dialogo, pazienza e una gentilezza che non condanna”. “Il primo passo per accogliere veramente gli altri è avvicinarsi a loro, fare spazio per loro nella nostra vita, essere disposti a condividere le nostre gioie e dolori, e costruire relazioni autentiche”. L’accompagnamento, nel senso che – ha evidenziato il porporato – “non ci può essere uno sviluppo armonioso della società in tutte le sue parti se non si mettono in pratica strategie condivise volte al rispetto della vita umana e al progressivo accompagnamento delle persone”. Sulla stessa scia, l’ascolto è la chiave per la risoluzione dei conflitti, la mediazione culturale e la pacificazione nelle comunità e nei gruppi. L’ascolto diventa quindi dialogo che “è un grande segno di rispetto in quanto aiuta le persone a capire e ad apprezzare i bisogni degli altri”, “senza ignorare le differenze” ma “senza far prevalere la nostra posizione su quella degli altri”.

 

Giovanni XXIII e i valori che uniscono.

 

Riflettendo su una “nuova visione” delle relazioni nella Penisola coreana, il segretario di Stato ha ricordato la figura di Giovanni XXIII e la sua grande attenzione verso i valori universali che uniscono le persone.  Papa Roncalli, ha detto Parolin, “ha sempre cercato la bontà presente in ogni persona e in ogni società, e ha stabilito un dialogo basato sul rispetto e sul riconoscimento reciproco che ha superato la mentalità ristretta che creava divisioni”. “Credendo che ci sia del buono in ogni persona, lo ha portato a cercare prima ciò che unisce piuttosto che ciò che divide”. Proprio questo principio è stato alla base dell’opera dell’allora Pontefice per aiutare a risolvere pacificamente la crisi di Cuba.

 

Il Concilio Vaticano II: la pace è più che lassenza di guerra 

 

Richiamando poi il Concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et Spes, il cardinale Parolin ha rimarcato che “la pace è più che assenza di guerra”: essa “non può essere ridotta al mantenimento di un equilibrio di potere tra forze opposte, né nasce da un dominio dispotico, ma è opportunamente chiamata ‘effetto della giustizia’… Una ferma determinazione a rispettare la dignità degli altri individui e popoli, insieme alla pratica deliberata della cordialità, sono assolutamente necessari per il raggiungimento della pace”.  La pace è anche amicizia e benevolenza, intesa – dice il cardinale citando Confucio – come il non voler imporre agli altri ciò che non si desidera per se stessi. Un principio che è vicino al precetto cristiano dell’“amerai il tuo prossimo come te stesso”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-08/cardinale-parolin-global-forum-pace-corea.html

Riprendiamo il cammino. Il vuoto al centro esige una forte iniziativa politica. Cosa possono fare i cattolici popolari?

Anche se confessa di nutrire una certa sfiducia, l’autore ripropone la linea della ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. La sua posizione, non coincidente se non per la genuina motivazione con quella de “Il Domani d’Italia”, merita in ogni caso rispetto e considerazione. Come altre volte, ben volentieri pubblichiamo il suo intervento.

 

Ettore Bonalberti

 

C’è un grande fermento al centro, alla ricerca di un punto di equilibrio che, dopo la fine della DC, manca nella politica italiana. Ci stiamo provando noi della DC guidata da Renato Grassi, dopo la sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 (“la DC non è mai stato giuridicamente sciolta”). Prima con Fiori, Lega, Darida, Alessi e il sottoscritto, insieme a Leo Pellegrino, instancabile nel perseguire la rinascita del partito; poi con Gianni Fontana e tanti altri amici sino alla segreteria attuale di Grassi.

 

Il nostro percorso (2012-2021) è stato ostacolato dalle iniziative di alcuni ben noti “sabotatori seriali”, alcuni dei quali esecutori di mandanti non estranei agli illeciti perpetrati negli atti finali dell’esperienza democratica cristiana. Illeciti mai giudicati e sanzionati.

 

Lo stanno tentando gli amici di “Insieme”, anche se non mancano le divisioni al loro interno tra la linea di Infante e quella di Tarolli.

 

Abbiamo rilanciato il tentativo con l’amico Peppino Gargani, attraverso la Federazione Popolare dei DC, sperimentando, ahimè ancora una volta, la posizione equivoca di Cesa e dell’UDC, un partito oggi dominato dal sen. De Poli, eterna costola subalterna di Forza Italia e della Lega nel Veneto come a Roma. Anche “il miglior fico del bigoncio”, Gianfranco Rotondi, da sempre inserito da democratico cristiano nel gruppo di Forza Italia, sta tentando l’ardita sperimentazione della nascita di una possibile convergenza tra ciò che rimane della Balena bianca con l’area dei Verdi italiani, sul modello dell’alleanza esistente tra la CDU e i Verdi tedeschi.

 

Non mancano fermenti nell’area degli ex DC che, fatta l’esperienza nel PD, stanno vivendo un momento di sofferta riflessione in Rete Bianca, convinti, come loro sono, sicuramente della necessità di una ricomposizione della nostra area, sempre, però, fondata sul primato di una collocazione a sinistra, anche se non sono più chiari, a loro come a tutti noi, gli elementi di identità del partito di Enrico Letta, dopo la sofferta e complessa camaleontica trasformazione da PCI, PDS, DS, Ulivo, Margherita, PD.

 

Ho cercato, invano, di indicare nella condivisione di una proposta programmatica (Camaldoli 2) la base di una possibile ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, avanzando alcune idee sul piano della politica economica e finanziaria che, ritengo, essenziali per qualsivoglia progetto riformistico credibile nella condizione di sovranità limitata monetaria e popolare del nostro Paese. Partire dalle alleanze, come ho scritto più volte, non facilita, anzi ostacola il progetto.

 

Anche il Cavaliere è ridisceso in campo con l’ultima intervista rilasciata al giornale di famiglia, tentando di ripresentarsi come elemento di continuità, nientemeno, dell’esperienza degasperiana. Ci aveva provato un’altra volta, riuscendovi, come suggeritogli dagli amici scomparsi, Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che gli indicarono l’entrata nel PPE, forte, in quegli anni, di una rappresentanza consistente di voti in sede nazionale ed europea. Ora, con Forza Italia stretta nella morsa del centro destra, che dalla guida di Salvini sta diventando sottoposta a quella estrema della Meloni e di Fratelli d’Italia, lo sforzo di Berlusconi sembra al limite del patetico, nell’impossibile sogno di una sua elezione al Quirinale, per il quale anche una riverniciatura dorotea potrebbe servire alla causa.

 

Devo onestamente ammettere che, dopo tanto combattere, sono stanco e sfiduciato, ancorché sempre interessato a concorrere al progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un progetto che continuo a ritenere indispensabile per ricostruire un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità.

 

Sono ancor più convinto che per realizzare questo progetto sia necessario che tutti i vecchi attori, compresi quelli della mia generazione, molti dei quali responsabili delle difficoltà sin qui riscontrate, facciano non uno, ma anche due passi indietro e che il testimone della migliore tradizione politico culturale DC e popolare, venga assunto da una nuova generazione alla quale noi dovremmo limitarci a fornire dei buoni consigli. Diversi tentativi sono stati compiuti, sin qui senza successo, cercando di rispettare statuti e regolamenti delle diverse realtà dei partiti e associative dell’area.

 

Penso che, allo stato degli atti, sarebbe molto più opportuno, utile ed efficace organizzare un’Assemblea Nazionale aperta a tutti coloro che, firmando un apposito documento, si riconoscono nei valori, nella storia e nei programmi della DC e nel decalogo etico sturziano. Superando tutte le oligarchie, i centri di potere e i giochi delle tessere che si sono sin qui riproposti e con un regolamento semplice che consenta l’emergere di una nuova classe dirigente. Ritengo, infatti, che ci siano ancora molti democratici cristiani e popolari in Italia, i quali attendono solo di essere chiamati da protagonisti a decidere come riprendere il cammino.

 

Allegato

Il decalogo del buon politico di Luigi Sturzo

 

  1. È prima regola dell’attività politica essere sincero e onesto. Prometti poco e realizza quel che hai promesso.
  2. Se ami troppo il denaro, non fare attività politica.
  3. Rifiuta ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico.
  4. Non ti circondare di adulatori. L’adulazione fa male all’anima, eccita la vanità e altera la visione della realtà.
  5. Non pensare di essere l’uomo indispensabile, perché da quel momento farai molti errori.
  6. È più facile dal No arrivare al Si che dal Sì retrocedere al No. Spesso il No è più utile del Sì.
  7. La pazienza dell’uomo politico deve imitare la pazienza che Dio ha con gli uomini. Non disperare mai.
  8. Dei tuoi collaboratori al governo fai, se possibile, degli amici, mai dei favoriti.
  9. Non disdegnare il parere delle donne che si interessano alla politica. Esse vedono le cose da punti di vista concreti, che possono sfuggire agli uomini.
  10. Fare ogni sera l’esame di coscienza è buona abitudine anche per l’uomo politico.

I dubbi di Ferrara sulle elezioni capitoline

Mentre la campagna elettorale entra nel vivo con la presentazione delle liste, il fondatore del Foglio manifesta la sua incertezza tra i due candidati, Calenda e Gualtieri, che si dividono i voti del centro sinistra.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Che fare tra Calenda e Gualtieri? Una volta tanto Giuliano Ferrara ha dismesso l’abito del predicatore, sempre sicuro di un giudizio o di un’opzione, per confessare invece nel tradizionale editoriale sul Foglio del lunedì le sue incertezze di coscienza.

 

Il cuore batte senza dubbio per Calenda, e non da oggi; batte per il programma più chiaro e dettagliato, e anche più coraggioso; un programma, in effetti, espressivo di una spigliata volontà riformatrice, di cui l’ex ministro di “industria 4.0” si vanta con la consueta spavalderia. E finanche con un eccesso di sicurezza molto somigliante alla sfrontatezza.

 

Questo dice il cuore, ma la mente? Ecco, Ferrara non nasconde che la ragione obbliga a valutare con scrupolo la maggiore forza d’urto della candidatura del centro sinistra. Gualtieri può far leva su una coalizione che sconta limiti e difetti, ma promette verosimilmente, anche in virtù della sua ampiezza, di agganciare Michetti in un probabile testa a testa per la vittoria al primo turno.

 

Fin qui nulla di straordinario, appartenendo l’analisi a quel grande capitolo di “scienza elettorale applicata”, perlopiù rintracciabile nel diffuso sentire della pubblica opinione, per la quale esiste, nel tempo della secolarizzazione della politica, la necessità o l’opportunità del cosiddetto voto utile. E chiaramente l’utilità consiste nel fare di tutto per evitare che al ballottaggio vadano la Raggi e Michetti. Ebbene, nell’editoriale questo nodo problematico si presenta in tutta la sua complessità. Di fatto è un nodo che Ferrara non scioglie, quasi volendo accarezzare a dispetto di ogni evidenza le “ragioni del cuore”, quelle cioè che innervano la sfida alla fredda logica della convenienze.

 

È la classica sospensione del giudizio, pur nel timore di doversi ritrovare nella gabbia di una dialettica Gualtieri-Calenda, bella quanto si creda ma destinata, in ultima istanza, a indebolire entrambi i contendenti. Dunque, cacciata dalla porta, la teoria del voto utile rientra dalla finestra. In effetti, ogni preferenza guadagnata da Calenda rappresenta un punto in meno per Gualtieri. In sostanza il vecchio bacino elettorale di centro sinistra si divide, come appunto si constata, senza che poi le due parti separate abbiano la forza di sprigionare una specifica autonoma e aggiuntiva capacità di attrazione, ciascuna auspicabilmente nella propria sfera di influenza.

 

Il problema riguarda più che mai Gualtieri, se solo si considera che il suo schieramento, articolato in funzione del “pieno a sinistra”, non prospetta al momento quel tanto di espansione al centro, di cui per contro si avrebbe assoluto bisogno per assorbire il voto in uscita verso Calenda. In realtà, Gualtieri non si attesta nei sondaggi molto al di sopra di Roberto Giachetti, il candidato che nel 2016 portava a casa un modesto 25 per cento, scontando però la concorrenza di Fassina. Un fatto, questo, che nell’attuale competizione per il Campidoglio non si ripropone. Bisogna allora ritenere che qualcosa disturba l’azione del Pd, rendendola poco trainante nel processo di mobilitazione del centro sinistra.

 

In conclusione, i dubbi di Ferrara sono destinati a rimanere basculanti assai, in attesa di evoluzioni.

Schuster, il monaco pastore che diceva ai suoi preti “se siete santi, la gente crederà”. Il ricordo di “Famiglia Cristiana”.

Benedettino, ha guidato la Chiesa ambrosiana dal 1929 al 54 ispirandosi all’esempio e al magistero di San Carlo Borromeo. Prima di morire si congedò così: «La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. Il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi, ha paura invece della nostra santità».

 

Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’ età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’ Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’ educarono alla preghiera , all’ ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’ Anselmo a Roma).

 

Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’ amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’ archeologia, l’ arte sacra, la storia monastica e liturgica. Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari.

 

Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici.

 

La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come unabbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio. Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura, invece, della nostra santità”.

 

Pochi giorni dopo, l’ impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”.

 

Il processo di beatificazione ebbe inizio nel 1957 e si concluse nel 1995 con l’ approvazione del miracolo ottenuto per sua intercessione: la guarigione di suor Maria Emilia Brusati, da glaucoma bilaterale. La proclamazione solenne di beatificazione è del 12 maggio 1996 da parte di Giovanni Paolo II.

 

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https://m.famigliacristiana.it/articolo/beato-alfredo-ildefonso-schuster-il-monaco-pastore-che-diceva-ai-suoi-preti-se-siete-santi-la-gente-credera.htm

Occhio per occhio, dente per dente: funziona? La newsletter di “Servire l’Italia”.

L’autore rivendica l’originalità del pensiero di Sturzo anche nella individuazione delle cause del conflitto. Le armi, infatti, sono il risultato dell’ingiustizia. L’umanità deve concentrarsi perciò sul modo di coniugare progresso ed equità, se l’obiettivo è lenire quanto più possibile i mali del mondo.

 

Giovanni Palladino

 

Non è stato incoraggiante vedere Biden piangere in diretta TV e poi promettere vendetta, arrivata un giorno dopo. Per l’ennesima volta si è così ricorsi alla legge del taglione, la forma più antica di diritto che risale al Codice di Hammurabi, redatto durante il regno del re babilonese dal 1.792 al 1.750 avanti Cristo. Ma la lunga storia del mondo ci dimostra chiaramente che la legge dell’occhio per occhio, dente per dente non ha mai risolto i problemi, anzi spesso li ha aggravati.

 

Nella nostra professione di fede diciamo: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”. È tuttavia certo che Dio, fra le cose visibili, non ha creato le armi. Sono state create per lo più dagli uomini di governo, affinché i governati le usassero soprattutto a difesa dei governanti e del loro potere. Non solo per difenderlo, ma anche per aumentarlo.

Nel corso dei secoli sono stati fatti enormi investimenti a tal fine. Si è iniziato con la pietra, arma gratuita, che servì all’inizio per il sostentamento dell’uomo con la caccia, tanto da promuoverla al ricordo di un’epoca (l’età della pietra). Ma poi si passò ad investimenti via via più costosi: clava, lancia, freccia, spada, pistola, fucile, cannone, bomba, nave, aereo, bomba atomica. Nel frattempo, per millenni, nessun investimento fu fatto nell’aratro: davanti all’aratro c’era sempre un animale ben dotato di muscoli e dietro un uomo affaticato alla sua guida.

 

Come si spiega questo disinteresse dei potenti per migliorare la produttività della terra? Semplice: a loro servivano soprattutto soldati e contadini a basso costo; l’invenzione del motore poteva aspettare. È comunque significativo che quando il motore fu inventato, macchine e aerei furono messi subito a disposizione dei potenti, mentre i trattori tardarono a entrare in funzione. In Italia arrivarono negli anni ’50. Pochi si ricordano che, per i primi 40 anni del volo umano, i piloti degli aerei furono per lo più militari.

 

Dov’è la soluzione? Non nel Codice di Hammurabi, ma nel Vangelo e nella Dottrina sociale della Chiesa.

 

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash576.pdf

Tiggiano, la Biblioteca di comunità per frenare lo spopolamento. Servizio del settimanale “Vita”.

Un progetto del Comune finanziato con risorse comunitarie ha restituito vitalità al Palazzo Serafini-Sauli e speranze al territorio. Si chiama “Spaghetti W(eastern)” Community Library perché siamo ai confini del Sud-est d’Italia, in una zona di frontiera dove lattrice Helen Mirren e il regista Taylor Hackford hanno acquistato una masseria e si sono messi a disposizione per una serie di iniziative culturali.

 

Luigi Alfonso

 

Un palazzo settecentesco costruito attorno a una torre fortificata del Cinquecento, che rischiava di cadere a pezzi ma che è sempre stata la sede ideale per un’offerta culturale di alto livello. Come la Biblioteca Comunitaria “Spaghetti W(east)” . Benvenuti a Tiggiano , paese di 2.800 anime nel cuore del Capo di Leuca, in provincia di Lecce. Da qualche settimana il Palazzo baronale Serafini-Sauli ospita la nuova Biblioteca di comunità , inaugurata ufficialmente nell’estate del 2019 e che soltanto da un paio di settimane, causa pandemia, ha avviato i servizi di start-up previsti dal bando regionale garantirene anche l ‘apertura quotidiana.

 

Si tratta di un progetto nel quale la Giunta comunale, guidata dal giovane sindaco Giacomo Cazzato, crede moltissimo. Al punto che ha investito i 550mila euro di fondi europei messi a disposizione da un bando della Regione Puglia. I colori del logo della Biblioteca di richiamano la pestanaca, la caratteristica carota giallo-viola coltivata esclusivamente a Tiggiano e hinterland. Un richiamo a un territorio che desidera risollevarsi attraverso le sue specialità e la ricchezza culturale che offre.

 

«Siamo agli estremi confini Sud-est del Paese, da qui il nome del progetto che si è classificato al secondo posto ex aequo tra i 160 Comuni che hanno partecipato», commenta il primo cittadino. «Abbiamo scelto l’Ape come simbolo della lentezza e della resistenza in un contesto particolare e difficile com’è il Mezzogiorno, soprattutto la periferia. È un’idea inclusiva che ha sezioni didattiche dedicate ai bambini, con una particolare attenzione per quelli con disabilità. Siamo orgogliosi anche della sezione Montessori, per i più piccoli, e di quelle sugli studi storici, geografici e paesaggistici».

 

La biblioteca comunale esisteva da tempo ma ora appare del tutto rinnovata negli spazi, negli arredi, nell’illuminazione. Nel frattempo è stata arricchita con libri di elevato spessore in ambito economico, storico, artistico e scientifico. Al bando hanno partecipato altri Comuni pugliesi, ma quello di Tiggiano è stato premiato per l’offerta innovativa della proposta.

 

«Ci troviamo in una zona di frontiera, ai confini dell’estremo oriente d’Italia, che in un lontano passato era parte integrante dell’impero bizantino e della sua millenaria cultura», ricorda Carlo Vito Morciano , bibliotecario di start-up Biblioteca di comunità. «Questo è un piccolo paese che fa i conti con lo spopolamento. L’idea di coniugare la cultura con altri aspetti sociali, per esempio favorendo l’incontro intergenerazionale o la conoscenza della nostra lingua da parte degli studenti Erasmus e degli immigrati dei Centri di accoglienza, permette di creare nuove relazioni socioculturali e aprire nuovi orizzonti a quei giovani che hanno deciso di rimanere nel proprio territorio.

 

Oggi il patrimonio librario che vantiamo attira numerosi studenti ma anche tante famiglie che si trovano la biblioteca come luogo di investimento del proprio tempo libero. Non solo: qui, all’offerta culturale che mette in campo beni materiali e immateriali, abbiamo unito una serie di servizi che stanno incontrando il favore dei residenti e dei turisti, uno spazio aperto per la consultazione e lo studio, il co-working, lo svolgimento di piccole conferenze, eventi e riunioni, e persino un centro di raccolta per il bookcrossing. Ci proponiamo come trait d’union tra le generazioni, per esempio con laboratori di lettura che si vedono nonni, figli e nipoti gli uni a fianco agli altri. Soprattutto di questi tempi, è un valore aggiunto. Abbiamo anche dei giochi con una grande rilevanza ludica e formativa. Ogni martedì ospitiamo il Centro antiviolenza per le donne, mentre il lunedì proponiamo i corsi di italiano per stranieri».

 

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http://www.vita.it/it/article/2021/08/30/tiggiano-la-biblioteca-di-comunita-per-frenare-lo-spopolamento/160273/

Colle o Chigi? Un dilemma senza rischi. Bianco e Galli a confronto su Formiche.Net.

Colle o Chigi? Un dilemma senza rischi. Bianco e Galli a confronto su Formiche.Net.

Carlo Galli: Draghi al Colle sarebbe una presenza rassicurante se dalle urne uscisse vincitore una forza politica anti sistema”. Gerardo Bianco: Draghi come De Gasperi. Sarebbe irrispettoso chiedere una rielezione a tempo per Mattarella”.

 

Francesco De Palo

 

Sergio Mattarella e il coraggio dell’io responsabile basterà a fargli dire sì al bis? Formiche.net lo ha chiesto al professor Carlo Galli e all’ex ministro democristiano Gerardo Bianco. Le analisi, pur con le differenti sfumature, convergono su un punto: il dilemma è senza rischi per l’Italia, dal momento che la personalità dell’attuale premier sarà comunque parte integrante della vita politica futura del Paese, al Colle o a Palazzo Chigi.

 

Mattarella saprà valutare un eventuale bis

 

Secondo Carlo Galli, Storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, già deputato dem nella scorsa legislatura, ci penserà lui stesso a capire se davvero la sua eventuale rielezione sia qualcosa di cui l’Italia non possa fare a meno. “Tutti siamo consapevoli che, a fine mandato, la posizione del Capo dello Stato si fa pesante e gravosa, ma la decisione non può che essere sua”.

 

Molti vorrebbero vedere congelata l’attuale situazione: con quali vantaggi? “Non tutti, in verità. Quirinale e Palazzo Chigi oggi rappresentano un asse, ma ci sono forze politiche che in prospettiva vorrebbero esprimere il prossimo premier: personalmente penso che, in caso di reiterato no di Mattarella, la cosa più ovvia sia quella di eleggere Draghi. Non dimentichiamo che il Quirinale è un’istituzione a geometria variabile: quando vi è stata un’oggettiva esigenza, ha avuto un importante peso politico nella pratica italiana”.

 

“Perciò – prosegue Galli – con Draghi al Colle il suo plus valore politico non verrebbe meno, anzi. Una personalità come quella dell’attuale premier, anche dal Colle offrirebbe il proprio contributo all’immagine dell’Italia all’estero. Potrebbe avere il ruolo di rassicurare l’opinione internazionale sulla strada intrapresa dal Paese nel caso che le elezioni politiche fossero vinte da forze politiche antisistema o comunque critiche. Forze che potrebbero legittimamente esprimere un loro presidente del Consiglio come conseguenza di una normale maggioranza parlamentare, ma in un contesto protetto dalla presenza indiretta ma rilevante di un Capo dello Stato come Draghi”.

 

[…]

 

Le differenze con la rielezione di Napolitano

 

“Sarebbe irrispettoso chiedere una rielezione a tempo per Mattarella”, dice a Formiche.net l’ex ministro democristiano Gerardo Bianco, secondo cui l’attuale Capo dello Stato ha un senso altissimo delle istituzioni e quindi il suo convincimento andrà misurato su questa cultura costituzionale. “Rispetto al bis di Napolitano – osserva – vi sono oggettive differenze, per cui parlare adesso dell’eventuale bis di Mattarella è fuori luogo vista la situazione politica alquanto confusa. Il fatto stesso che spesso torni l’idea di una destra pronta a votare in prima battuta Silvio Berlusconi non può che indurci ad una grande prudenza. È chiaro che se si dovesse verificare una sorta di ingorgo politico-istituzionale allora si potrebbe determinare il cosiddetto caso di eccezione, che potrebbe al limite far rivedere le singole posizioni”.

 

E aggiunge che Draghi è la grande opportunità che l’Italia ha sui tavoli internazionali, per cui qualsiasi ruolo che occuperà in futuro avrà comunque una funzione primaria. “L’Italia con Draghi sta acquistando una nuova dimensione, così come ebbe ai tempi di De Gasperi. Quale che sarà il suo ruolo, da Draghi non si potrà prescindere”.

 

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Colle o Chigi? Un dilemma senza rischi. Bianco e Galli a confronto

Il partito “cristiano” di Berlusconi.

Forza Italia come “partito cristiano” non è un’affermazione sulla quale convenire pacificamente. Tuttavia, anche questa sortita dimostra che il fondatore e padrone assoluto del partito cerca di rafforzare una identità sempre più declinante. In modo poco chiaro, si prospetta dunque un rafforzamento del profilo ideale dell’aggregato berlusconiano, nel timore quanto mai evidente di dissipare un patrimonio, una volta cospicuo, di consensi elettorali e di potere.  

 

 

Giorgio Merlo

 

In un lungo articolo pubblicato sul Giornale, Silvio Berlusconi ha tratteggiato, per l’ennesima volta, il profilo e la natura politica di Forza Italia: e cioè, un “partito cristiano, liberale, europeista e garantista”. Dopo essersi soffermato sulla natura “liberale” in una precedente riflessione, questa volta ha richiamato l’attenzione sulla natura “cristiana” del partito, perfettamente integrato nella esperienza e nella tradizione del Partito Popolare Europeo.

 

Ora, al netto della propaganda spicciola e della polemica persin troppo facile da contrapporre, credo sia importante avanzare qualche riflessione in merito. Seppur brevemente e senza particolari approfondimenti.

 

Innanzitutto un partito non scopre la sua vera identità politica e culturale dopo quasi 30 anni dalla sua fondazione. Perchè Forza Italia è nata in vista delle elezioni politiche del 1994 e la sua identità cristiana e popolare è rimasta, almeno così pare, un oggetto misterioso per svariati lustri. Ma il fatto che Berlusconi oggi, in una stagione di profonda trasformazione e di cambiamento, insista in modo persin ossessivo sulla natura “cristiana” del partito non può non essere presa in seria considerazione. E, su questo versante, saranno solo e sempre le scelte politiche, cioè le azioni concrete, a dirci se alle intenzioni corrisponde realmente un progetto politico o se, al contrario, si tratta di semplici annunci.

 

In secondo luogo, anche se viviamo in una stagione politica dominata dalla personalizzazione, dalla spettacolarizzazione, dal populismo e dalla demagogia imperante, è però indubbio che un partito di ispirazione “cristiana, popolare ed europeista” non può non avere tra i suoi dirigenti nazionali e locali persone che provengono espressamente da quella cultura e da quella tradizione ideale e culturale. E questo non solo perchè le culture politiche non sono oggetti intercambiabili ma continuano, bene o male, a rappresentare un pensiero da cui trarre alimento. Ma, soprattutto, perché un partito che si rifà a quella tradizione deve saperla declinare, seppur laicamente, sempre e non ad intermittenza. Anche questa una promessa che andrà misurata solo dai fatti.

 

In ultimo, per rifarsi alla concreta e storica politica italiana, i partiti di ispirazione cristiana – dalla Democrazia Cristiana dei De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti, Donat-Cattin, Zaccagnini e Tina Anselmi, per citare solo alcuni statisti al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli e Franco Marini – hanno saputo declinare concretamente anche e soprattutto una “politica di centro” oltre ad un progetto politico riformista, democratico, europeista e socialmente avanzato. Un partito e una tradizione che affondavano le sue radici nel patrimonio etico, culturale e politico del cattolicesimo democratico, popolare sociale italiano. E che ha sempre cercato di ispirarsi a quel filone nel dirimere i nodi che, di volta in volta, si affacciavano all’attenzione dell’agenda politica italiana.

 

Ecco perchè anche la riflessione di Berlusconi non va affatto sottovalutata. Purchè siano chiari anche i tre, seppur brevi, elementi che ho richiamato e che hanno caratterizzato nella storia politica italiana l’esperienza dei partiti popolari di ispirazione cristiana, democratica ed europeista.

Paolo Branca (Università Cattolica): “Isis-K e la guerra dei puri e duri difensori dell’islam sunnita”. Intervista su AgenSir.

Con l’attentato del 26 agosto allaeroporto di Kabul, è apparsa una nuova entità nello scacchiere islamico della Regione: lIsis del Khorasan. Hanno attaccato – spiega in questa intervista al Sir Paolo Branca dellUniversità Cattolica di Milano – perché “ritengono i Talebani troppo morbidi e sostanzialmente dei traditori che stanno lasciando partire i collaborazionistidegli occidentali. Vogliono essere percepiti come i puri e i duri difensori dellislam sunnita autentico contro chi scende a compromessi e si abbassa a forme di conciliazione seppur temporanee coi nemici della fede”

 

  1. Chiara Biagioni

 

C’è una battaglia in atto anche dentro l’immensa galassia dell’islam tra chi si percepisce “più puro” degli altri e rivendica per sé il ruolo di difensore di un islam autentico. Non è facile muoversi in questo contesto. Difficile anche prendere le distanze, fare dichiarazioni. Insomma, nel mondo dei “puri”, il “nemico” da sconfiggere non sono solo gli Stati Uniti, ma anche “chi scende a compromessi e si abbassa a forme di conciliazione seppur temporanee coi nemici della fede”. Abbiamo chiesto a Paolo Branca, docente di lingua araba e islamistica all’Università Cattolica di Milano, di spiegarci cosa sta succedendo nello scacchiere “islamico-sunnita” dove letteralmente è scoppiata la crisi afghana. Alla ricerca di spiragli di dialogo, lo studioso è tassativo: prima ancora di avviare dialoghi e negoziati, è “essenziale in questo momento che prosegua l’attività delle Ong, non soltanto nelle grandi città, ma ovunque”.

 

Professore, con lattentato del 26 agosto allaeroporto di Kabul, è apparsa una nuova entità nello scacchiere islamico della Regione: lIsis del Khorasan . Ma chi sono e che tipo di islam praticano?

 

Il Khorasan è un’antica provincia dell’Iran nord-orientale (oggi divisa fra Iran, Pakistan e Afghanistan). Con le loro bandiere nere su cui era scritto “Non c’è altro dio che Allah e Maometto è il Suo Inviato”, proprio la dinastia degli Abbasidi venne a scalzare quella degli Omayyadi, accusati di essere indegni di guidare i musulmani perché settari e ‘imborghesiti’.

 

In tutti si nota una grande rilevanza di fattori simbolici legati alla storia: Isis (Islamic State of Iraq and Syria) si riferiva non a caso alle due sedi principali del califfato ‘classico’: quello di Damasco (fino al 750 d.C) e quello di Baghdad (fino al 1258), paesi ormai in cui il vuoto di potere dei rispettivi governi dava l’occasione di ricostituire un potere islamico centrale e velleitariamente universale proprio dove era effettivamente esistito per secoli.

 

Perché hanno attaccato laeroporto di Kabul. Che messaggio hanno voluto lanciare? Quale uso del terrorismo fanno? Quale scopo perseguono?

 

Vogliono essere percepiti come i puri e i duri difensori dell’islam sunnita autentico contro chi scende a compromessi e si abbassa a forme di conciliazione seppur temporanee coi nemici della fede.

 

Talebani e Isis-K sono entrambi espressione dellislam sunnita. Ma in che cosa differiscono?

 

Come leninisti, trotskisti, maoisti e via dicendo ognuno considera se stesso più ortodosso e gli altri una sorta di ‘eretici’ con cui si mostrano talvolta più intransigenti che verso i nemici dichiarati.

 

Che ruolo può giocare a questo punto Al-Azhar?

 

Purtroppo, le istituzioni religiose anche di prestigio dei paesi islamici dipendono tutte da un Ministero degli Affari Religiosi, quindi sono pilotati dai vari regimi e la loro indipendenza e credibilità ne viene spesso compromessa.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2021/08/28/paolo-branca-universita-cattolica-isis-k-e-la-guerra-dei-puri-e-duri-difensori-dellislam-sunnita/

(AsiaNews) Mosca: 7 miliardi di rubli per diffondere ‘contenuti spirituali e morali’ su internet.

I fondi si sommano ad altri 3 miliardi già stanziati dal governo. Principali destinatari del progetto saranno i giovani. Iniziativa appoggiata dal patriarca Kirill (Gundjaev): “Necessario intervenire per rispondere alla crisi della gioventù”, soprattutto dopo le proteste a favore di Aleksej Navalnyj.

 

Vladimir Rozanskij

 

Il governo russo ha deciso nei giorni scorsi di stanziare 7 miliardi di rubli (circa 9 milioni di euro) per 200 progetti finalizzati a “contenuti spirituali e morali” su internet, destinati alla gioventù. I fondi sono indirizzati all’Istituto per lo sviluppo di internet, col titolo di “contenuti di interesse statale” per il “Runet”, la variante autarchica di internet, per ora solo virtuale. I 7 miliardi andranno ad aggiungersi a un primo finanziamento di 3 miliardi, già inserito nel bilancio statale.

 

I contenuti etici indicati nel progetto sono diretti “alla formazione di una coscienza civile e di valori morali e spirituali tra i giovani”, e dovranno essere presentati entro il 31 dicembre di quest’anno, come ha dichiarato a Rbk il direttore generale dell’Istituto per lo sviluppo di internet, Anton Ključkin. Egli prevede per l’anno prossimo “un significativo aumento dei mezzi a disposizione” per oltre 15 miliardi di rubli, destinati a crescere ulteriormente negli anni successivi, per desiderio dello stesso presidente Putin.

 

L’Istituto diretto da Ključkin è attivo dal 2015, e alla sua fondazione hanno partecipato diversi organismi pubblici e privati per lo sviluppo delle tecnologie internet, con il sostegno dell’amministrazione presidenziale. Il compito dell’Istituto è quello di “creare uno spazio di discussione per internet e il settore delle comunicazioni, svolgendo ricerche pubbliche e su commissione e favorendo il dialogo tra l’industria e le autorità”.

 

Dal 2020 all’istituto sono stati affidati i concorsi pubblici per i contenuti destinati alla gioventù. Come spiega Ključkin, alla loro organizzazione partecipa la potentissima Gazprom-media insieme ad altri gruppi di primo piano, compreso il primo canale della televisione e il portale Yandex. È prevista una fruttuosa collaborazione con i produttori e le agenzie indipendenti, nell’ambito di progetti co-finanziati.

 

I progetti verranno quindi valutati da un consiglio di osservatori già insediato, e presieduto dal vice-direttore dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko, già capo del governo negli anni di Eltsyn, e da molti indicato come un possibile erede di Putin. Di esso fanno parte rappresentanti al massimo livello del mondo dei media, del cinema e dello spettacolo. Il comitato per la produzione dei contenuti scelti sarà poi affidato al vice-direttore del Gruppo dei Media Nazionali, responsabile del settore dell’intrattenimento, Vjačeslav Murugov.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Mosca:-7-miliardi-di-rubli-per-diffondere-‘contenuti-spirituali-e-morali’-su-internet-53930.html

“Scene terribili all’aeroporto. Eccezionali, gli italiani”. Colloquio con Fabio Angelicchio (La7) sul ritiro da Kabul.

L’inviato del telegiornale di Mentana racconta a “Il Domani d‘Italia” le ore, angosciose e interminabili, trascorse nell’inferno dell’aeroporto di Kabul. Una testimonianza ricca di considerazioni importanti su come il contingente militare italiano ha gestito il ritiro dall’Afghanistan, ora di nuovo nelle mani dei Talebani.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Di ritorno da Kabul non ha avuto tempo per tirare il fiato e mettere in ordine il puzzle delle cose viste, avendole raccontate pressoché in diretta. Fabio Angelicchio, inviato de “La7”, ha fatto parte del gruppo di giornalisti che il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha voluto al seguito della missione lampo per riportare a casa i militari italiani e molti collaboratori afghani. Adesso, fermo per la quarantena a casa e libero dalle urgenze più immediate della cronaca televisiva, accetta di buon grado di “confessarsi” all’indomani di questa delicata operazione.

 

Hai vissuto momenti davvero difficili. Levacuazione, come si poteva immaginare, ha richiesto un grande sforzo operativo. Lattentato dellIsis-K ha reso ancora più drammatica la gestione dellaeroporto. Che sensazione riporti alla luce della tua esperienza?

 

Devo dire, prima di tutto, che i militari italiani si sono distinti per efficienza e abnegazione. Sono stati ammirevoli, non hanno perso mai la calma, non si sono mai sottratti al contatto umano con le persone accampate attorno alla pista. Un giovane in divisa mi ha detto a un certo punto che non dormiva da tre giorni. A vedere il colonnello che rispondeva a tutti, garantendo a tutti l’imbarco, sono rimasto francamente impressionato. Anche nel volo di ritorno mi è sembrato di toccare con le dita l’umanità del nostro contingente e del personale di servizio: i bambini hanno trovato chi li ha coccolati, in qualche modo, facendoli giocare nello spazio ristretto della cabina.

 

Tu eri sullaereo che al momento del decollo è stato attaccato…

 

Sì, una collega era addirittura accanto alla giovane pilota quando è scattato l’allarme. La reazione, come giornali e Tv hanno riferito, non poteva essere più lucida. Certo, non possiamo confermare che di attentato vero e proprio si sia trattato, vista la prudenza dei nostri servizi di informazione; ma il modo con il quale è stata approntata la manovra difensiva, appena staccati da terra, dimostra l’elevato grado di professionalità di chi stava ai comandi del C-130, una “macchina volante” sofisticatissima.

 

Abbiamo riportato a casa circa 5000 persone. E abbiamo fatto tutto con ordine, nel rispetto del cronopragramma. Che possiamo dire?

 

Che sono o siamo stati bravi. Gli italiani, va detto, meritano un elogio: e dovremmo essere orgogliosi, tutti insieme, di quel che s’è fatto a Kabul in queste durissime giornate. Un elogio che non deve trascurare, ovviamente, l’aspetto più angoscioso di un lungo conflitto che termina, nonostante gli auspici e le rassicurazioni, con questo carico di dolore e di tensioni, in un clima di allarme generale.

 

Com’è Kabul in queste ore? Puoi dare una tua testimonianza?

 

Impossibile. Siamo partiti da Roma, abbiamo fatto scalo in Kuwait, siamo arrivati a Kabul e dopo poche ore – a dire il vero interminabili – siamo ripartiti. Ciò che abbiamo registrato, parlando con chi s’accalcava a bordo pista, è la paura diffusa nella capitale. L’elenco dei profughi è cresciuto sicuramente, di ora in ora, perché anche a detta dei Talebani non tutti rientravano nella categoria dei profughi politici. Li abbiamo portati a bordo, tutti quelli che potevamo, volendo parlare “come se” fossi io la voce delle nostre autorità. Anche l’ambasciata ha fatto un lavoro superbo.

 

Eri già stato in Afghanistan?

 

Sì, ci sono stato nel recente passato. È un Paese che nessun esercito può pretendere di assoggettare. Vent’anni fa l’Occidente, solidale con l’America ferita dall’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, mise nel mirino i santuari del terrorismo wahabita operanti in territorio afghano. Oltre allo sradicamento dell’Isis, con l’eliminazione di Bin Laden, non c’era un obiettivo superiore da poter mettere a segno ragionevolmente. Qualcosa si è fatto, andando oltre la soglia minimale, ma una vera azione di “nation building” non è mai stata contemplata e promossa.

 

Il ritiro era dunque inevitabile…

 

L’idea che Biden sia l’autore di una politica improvvisata non rende giustizia della verità. Gli accordi di Doha sono stati voluti da Trump. La stessa amministrazione Obama, tra alti e bassi, aveva in animo di porre termine alla missione militare. Certo, il caos che accompagna questa ritirata indebolisce l’immagine delle forze occidentali. Si poteva fare di più e di meglio? Tutti noi, oggi, lo affermiamo a gran voce. Non dimentichiamo però che l’Afghanistan è un Paese complicato, dove contano le tribù, i piccoli potentati locali, le logiche di clan. Il potere centrale è sulla carta: il capo del governo ricopre una funzione che pare identificarsi, in fin dei conti, con quella di un’autorità municipale. Insomma, gli altri capi delle province lo presentano e lo considerano come il “sindaco di Kabul”, o poco più.

 

E ora, a tuo giudizio, cosa può accadere? È plausibile sperare in una stabilizzazione di questa tormentata regione del mondo? Non ci sono pericoli di nuove guerre?

 

La guardinga e tuttavia concreta disponibilità che Draghi sta raccogliendo attorno alla proposta di un G20 straordinario, dedicato appunto alla crisi afghana, attesta la complessità della situazione e insieme la consapevolezza dei principali leader mondiali di quanto sia necessario individuare un equilibrio adeguato a contenere spinte contrastanti. Cina, Russia, Iran, Turchia, Pakistan sono coinvolte più o meno direttamente nel nuovo processo di stabilizzazione. Ma neppure l’India, e neppure il Vietnam, possono permettersi il lusso di distrarsi. Anzi, non hanno la minima voglia di cadere in questo errore. Non si distrarranno, a mio parere.

 

E lOccidente, in particolare lEuropa? Siamo obbligati a farci da parte, in silenzio, privi di un disegno?

 

Tutt’altro. Avremo sicuramente modo di verificare che il ruolo dell’Europa, in accordo con gli USA, crescerà. Siamo chiamati, ad esempio, a governare una transizione che riguarda anzitutto la politica di accoglienza. Senza l’impegno dell’Europa, in chiave non solo umanitaria, ogni progetto di nuovo assetto locale e sovra-regionale rischia di andare in frantumi rapidamente. È una convinzione che deve spingerci pertanto a riordinare il profilo dell’Unione: a Bruxelles, per questo, ci sarà da lavorare molto nei prossimi mesi.

Il moralismo e la superiorità morale

Ormai, esaurita la funzione di filtro assicurata dai grandi partiti popolari, la degenerazione del lessico della politica manifesta tutta la sua gravità. Il discorso sulla moralità politica si trasforma in impetuoso torrente di pregiudizi e arroganza, che scorre come un fiume carsico e periodicamente riemerge in tutta la sua virulenza. Soprattutto con lavvicinarsi delle competizioni elettorali.

 

Giorgio Merlo

 

Tra i tanti vizi che accompagnano e caratterizzano la politica italiana ce n’è uno che persiste da decenni e che stenta a scomparire. Anzi, è più presente che mai ed è uno degli elementi più insopportabili e nocivi nella concreta dialettica politica nostrana. È quella che va sotto il nome di moralismo e che, tradotto nell’atteggiamento politico quotidiano, si trasforma nella cosiddetta “superiorità morale” di una parte politica sull’altra. Al riguardo, ci sono tonnellate di atteggiamenti, di pubblicistica varia, di dichiarazioni e di comportamenti concreti e tangibili che comprovano quella deriva e quel malcostume.

 

È una deriva che alligna storicamente a sinistra, nella sinistra aristocratica, intellettuale, alto borghese e salottiera. Ma che poi, progressivamente, si è estesa a quasi tutto il campo della sinistra. Salvo di quella sinistra popolare e autenticamente rappresentativa di interessi sociali e popolari che, al contrario, punta a privilegiare la dimensione appunto popolare e autenticamente democratica nella fisiologica competizione politica. Ma questa esisteva quando i partiti erano strumenti democratici, popolari, collegiali e che sfornavano politica e cultura politica e non cartelli elettorali nelle mani del capo di turno.

 

Ma, per fermarsi all’oggi, è indubbio che il tarlo del moralismo e della cosiddetta “superiorità morale” continua a scorrere come un fiume carsico nella concreta dialettica politica – a livello locale come a livello nazionale – e periodicamente riemerge in tutta la sua virulenza. Soprattutto con l’avvicinarsi delle competizioni elettorali. Una deriva e un malcostume che non hanno mai avuto cittadinanza, ad esempio, nella storia e nella tradizione del cattolicesimo politico italiano nelle sue varie e multiformi espressioni. E questo perchè le radici del moralismo e della superiorità morale sono insite e strettamente intrecciate con la storia e la tradizione della sinistra italiana. Per molteplici e variegate motivazioni che non si possono riassumere e ricordare in questa breve nota politica.

 

Una ragione su tutte, però, si può ricordare ad alta voce. Ed è quella che risiede nella tentazione egemonica che ha sempre caratterizzato il pensiero e la prassi della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni. Dal rapporto con gli altri partiti al giudizio concreto sulle persone, dalla convinzione di possedere la “verità” politica alla delegittimazione moralistica degli avversari. È appena sufficiente scorrere le valutazioni su singoli esponenti politici del passato o del presente e, soprattutto, sulle scelte politiche concrete che vengono compiute dagli avversari/nemici per rendersene conto.

 

Certo, il moralismo, la violenza verbale, il giustizialismo manettaro e la secca e perentoria delegittimazione moralistica degli avversari – se non una vera e propria criminalizzazione politica degli avversari – appartengono di diritto alla cultura grillina come si è concretamente manifestata in questi ultimi lustri nel dibattito politico italiano. E cioè, una estremizzazione e una deriva massimalistica di ciò che storicamente ha rappresentato la sinistra italiana. Ed è anche coerente, nonchè giustificato, che su questo versante ci sia una sostanziale convergenza di sensibilità culturale, e quindi di scelte politiche, tra questi due mondi che si sono contrapposti per qualche tempo ma che poi hanno ritrovato le ragioni di una unità politica, culturale e progettuale. Come hanno confermato a più riprese i rispettivi gruppi dirigenti a livello nazionale.

 

Ecco perchè, anche su questo versante, c’è il dovere politico e culturale di reagire e di contrastare questa deriva moralistica e oligarchica che resta all’origine di un indebolimento della stessa qualità della nostra democrazia. Una reazione che non dev’essere, però, speculare ad un malcostume che ha caratterizzato, e che caratterizza tutt’ora, il naturale e quotidiano confronto politico nel nostro paese. Perchè il confronto tra persone, tra partiti e tra rappresentanze sociali ha un vero senso democratico e liberale solo se tutti riconoscono una vera parità di partenza. Senza nessun privilegio e senza nessuna presunta o maldestra superiorità culturale o, peggio ancora, morale. O meglio, moralistica.

 

Una deriva che, basti citare l’esperienza concreta di alcuni grandi statisti democratici cristiani del passato – da Carlo Donat-Cattin in poi – non ha certamente giovato al consolidamento e alla qualità democratica del paese. Per non parlare degli avversari politica della sinistra contemporanea. Un tema, questo, che forse merita una forte attenzione politica e culturale e che non può essere affrontata, e possibilmente risolta, con una semplice alzata di spalle.

Non è più tempo di demagogia e assistenzialismo

I partiti, come pure le forze sociali, sono obbligati a compiere scelte impegnative. Spetta al governo “dettare la linea”, con proposte che smontino le vecchie logiche di protezione corporativa, segnate fatalmente dall’inefficenza. Le riforme devono mirare a rendere l’Italia più moderna, perché solo un vero cambio di passo può garantire la ripresa, con un sano sviluppo dell’economia e la crescita effettiva dell’occupazione.

 

Raffaele Bonanni

 

C’è grande fermento per rivedere norme e garanzie per il sistema degli ammortizzatori sociali e riguardo le politiche attive del lavoro, con grandi attese dei lavoratori e annunci della politica. La questione è davvero di enorme importanza, data la situazione a dir poco malferma della stabilità della occupazione, resa ancor più problematica dalla pandemia, e di un mercato del lavoro che presenta vistose contraddizioni a causa della scarsità endemica di qualifiche professionali più calzanti con le esigenze d’impresa protese verso esigenze di produzioni nuove e competitive.

 

Comunque, temi di tale portata non è conveniente per gli interessi dei lavoratori, delle imprese e del Paese, affrontarli in fretta e furia in contraddizione tra loro e scollegati con gli obiettivi generali che riguardano la crescita del Paese, con un welfare inclusivo ed efficiente. Infatti le direttrici delle riforme dovranno essere compatibili con le esigenze di crescita delle professionalità ed in linea con la rivoluzione digitale che ha investito ogni ambito produttivo: dal terziario avanzato, all’agricoltura, dalle industrie 4.0, al settore delle costruzioni, dai settori della energia alla ristorazione o ai servizi alla persona.

 

D’altronde buona parte degli investimenti che si faranno con i denari prestati e a fondo perduto assicurati a noi dall’Unione Europea, potranno avere un effetto moltiplicatore alla sola condizione del varo di riforme profonde che risolvano davvero i nodi aggrovigliati da tempo della giustizia, del fisco, della P.A. e del lavoro. Su questi argomenti l’insistenza delle autorità europee è continua ed occorrerà recuperare il tempo perduto. Dovrà avvenire per gli ammortizzatori sociali da impostare in senso universalistico per ogni lavoratore, attraverso un sistema proprio di finanziamento che ne garantisca autonomia ed efficacia al riparo da ogni tentazione di assistenzialismo.

 

Se il governo intendesse svolgere un ruolo all’altezza delle esigenze odierne, dovrà invitare le parti sociali a cucire un loro abito su misura per gli ammortizzatori, che per naturale loro responsabilità non potrà che essere lontano da tentazioni assistenzialistiche, legando indissolubilmente i periodi di necessaria interruzione del lavoro per gli svariati motivi da prevedere, all’utilizzo intensivo dei tempi di non lavoro all’obbligo di partecipazione a corsi da frequentare per la rielaborazione della propria professionalità, con la perdita della indennità CIG nel caso di mancata partecipazione. Il sistema dei fondi interprofessionali governati dalle parti sociali, potranno ben assicurare i corsi necessari.

 

Questi istituzioni sussidiarie, in buona parte efficienti,  potranno senz’altro essere utili allo scopo di ottenere un cambiamento di non poco conto rispetto alle attuali scoraggianti esperienze. Il governo dovrà naturalmente avere ruolo per la definizione della riforma, e a valle delle decisioni delle parti sociali potrà far valere la propria responsabilità intervenendo con vantaggi fiscali soprattutto a favore delle piccole imprese sugli oneri di contribuzione che li coinvolgerà. Dunque legare gli ammortizzatori allo strumento più importante delle politiche attive del lavoro, la formazione, procurerà una vera benefica rivoluzione nel mondo del lavoro con cambiamenti non di poco conto sulle distinte responsabilità delle parti sociali e del governo, oltre alla fine inesorabile delle vecchie abitudini dell’uso scriteriato, puramente assistenziale, degli ammortizzatori.

 

L’altro punto non potrà che riguardare  gli strumenti che rendono gestibile l’incontro veloce e produttivo tra la domanda e l’offerta di lavoro. Tanti sono stati i capitali statali che si sono buttati al vento in nome del  “collocamento”. Pubblico. Si è voluto con dispendio di risorse considerevoli gonfiare a tutti i costi i cosiddetti uffici dell’impiego, costituiti improbabili task force come i “navigatori”, che presto si sono rivelati del tutto incapaci di facilitare assunzioni, se non l’assunzione copiosa di coloro che sono stati assunti per questo compito. Questo prezioso lavoro lo potrà svolgere produttivamente solo chi conosce giornalmente le realtà d’impresa, cioè le agenzie private che dietro compenso delle imprese hanno tutto l’interesse a ridurre i tempi di incontro tra chi cerca nel mercato del lavoro professionalità occorrenti e chi cerca una impresa che lo può impiegare.

 

Penso dunque che queste riforme si faranno bene solo se si vorrà metterci al riparo da chi nel governo, come sembra,  vuole distribuire senza senso soldi dei contribuenti per farsi bello con gli elettori, e chi nel sociale bussa alla casse governative per l’assistenzialismo. Alcune esperienze del passato di casse integrazioni senza fine, ed ultimamente il caso eclatante dei redditi di cittadinanza elargiti senza alcun criterio riconducibile al buon senso, ci obbligano al cambiamento vero senza perdita di tempo.

Lacrime destre. La politica ridotta a pragmatismo: Sallustri e Feltri ne esaltano il profilo.

Sulle pagine di “Libero” si leggono ogni giorno i pensieri di algido realismo delle due firme più autorevoli. Non mancano i giudizi sprezzanti sugli avversari. Domina su tutto l’idea che la forza faccia premio sempre e comunque sulla bontà delle intenzioni, come pure sulla genuinità dell’impegno politico.

 

Paolo Frascatore

 

Che il duo Feltri-Sallusti fosse di destra e, come tale, al servizio della causa politica di una parte, oggi (anche grazie a loro) in mani estreme come quelle della Lega e di Fratelli d’Italia, è cosa nota ai lettori. Ne avevamo scritto soltanto qualche settimana fa.

 

Ma ieri, sulle pagine di “Libero”, il duo più famoso d’Italia nello sparare a zero contro tutto ciò che proviene dall’ex mondo della sinistra, è arrivato addirittura a qualcosa di surreale insieme ad uno scarso senso civile, da un lato, e dal versare lacrime di coccodrillo, dall’altro.

 

Sallusti, nel suo editoriale “Lacrime sinistre”, si meraviglia che un capo di Stato (Biden) possa emozionarsi di fronte alla strage di Kabul e trova l’occasione per definire John Kennedy “il più immorale e libertino degli statisti in rapporti accertati con ambienti mafiosi”, e per proseguire, poi, con Bill Clinton e Barak Obama su altre questioni; mentre il suo collega, Vittorio Feltri, di spalla sullo stesso quotidiano, versava, appunto, lacrime di coccodrillo nell’editoriale dal titolo “La lunga agonia di Gianfranco Fini”.

 

L’uno e l’altro ormai paladini delle posizioni di destra più estreme vagheggiano un mondo senza valori morali di riferimento, ateo, scristianizzato, individualista, borghese e benpensante, dove tutto è controllato dall’economia; dove tutto è concentrato in poche mani; dove le diversità sociali e, di conseguenza, economiche siano ancora più nette.

 

Loro, Sallusti e Feltri, espressione più alta di quei liberal-chic che frequentano i salotti milanesi e romani benpensanti; che guardano con fastidio alla stessa democrazia come governo del popolo, poiché quest’ultimo non è altro che l’espressione più becera di quella plebe di storica memoria che deve essere sempre confinata ai margini della vita sociale e politica.

 

Loro che si indignano ancora quando raccontano di Bill Clinton e dello scandalo alla Casa Bianca nello studio ovale con la stagista Monica Lewinsky, dimenticando che il loro capo politico o sicuramente il loro datore di lavoro corrisponde a tale Silvio Berlusconi, ossia al re delle famose olgettine, colui che riferì essere la famosa minorenne Ruby la nipote di Mubarak.

 

Loro che un giorno sì e un giorno no dalle colonne di “Libero” confezionano titoli ed usano termini poco educati e sicuramente poco degni per chi è (Sallusti) o per chi è stato (Feltri) giornalista professionista. Ma tutto ciò per il tandem di “Libero” sono solo quisquilie, argomenti da popolino. Quando si parla di morale pubblica con simili personaggi si rischia di apparire datati, vecchi nelle idee, ed ancor di più se si fa riferimento a principi religiosi. Per loro, infatti, la politica non è altro che quella disegnata da Machiavelli nel famoso Principe: conquista e conservazione del potere.

Il Papa: i politici proteggano la dignità umana dalle minacce delle tecnologie

Udienza ai membri dellInternational Catholic Legislators Network: Pornografia minorile, furto di dati, falsità dei social: servono leggi attente a guidare levoluzione e lapplicazione della tecnologia per il bene comune”. “Il Covid, piaga terribile che ha causato rovina economica e sociale”. Il servizio di Radio Vaticana.

 

Salvatore Cernuzio

 

C’è la pandemia di Covid, “piaga terribile” che “si accanisce” e continua a causare morti e contagi, oltre che “una rovina economica e sociale”. Ci sono le perturbazioni e polarizzazioni politiche che suscitano sfiducia e scarsa stima nei confronti dei rappresentanti politici. Ma soprattutto c’è una sfida che chiama in causa e rende ancora più delicato il ruolo dei parlamentari, soprattutto dei parlamentari cattolici, che è quella delle nuove tecnologie e delle minacce contro “la dignità umana” insite in esse. Pornografia minorile, attacchi a strutture delicate come ospedali, sfruttamento di dati personali, fake news: contro queste “piaghe” è necessaria una legislazione attenta e orientata al bene comune.

 

È un mandato chiaro e definito quello che il Papa affida ai membri dell’International Catholic Legislators Network, rete di parlamentari cattolici provenienti da tutto il mondo, nata a Trumau, in Austria, nel 2010 con il patrocinio dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn. Il porporato è presente infatti all’udienza del Pontefice e, a inizio udienza, ricorda che “è la dodicesima volta che questo gruppo di parlamentari si incontra: non vogliono lasciare la loro fede nella porta del Parlamento, ma vogliono portarla dentro. Hanno bisogno di coraggio e di sostegno”. A fianco al cardinale, ci sono il presidente dell’Icln, Christian Alting von Geusau, presente all’incontro con i suoi cinque figli, e il patriarca della Chiesa Siro-ortodossa, Ignatius Aphrem II.Scusandosi per il fatto di non poter parlare in piedi, “ma ancora sono nel periodo post-operatorio e devo farlo da seduto”, Francesco ringrazia l’organismo – già ricevuto in udienza negli anni precedenti – per il lavoro svolto in questi undici anni. Un lavoro di accompagnamento, promozione e sostegno all’opera della Santa Sede nei propri Paesi e nella comunità internazionale. Nel suo discorso, il Papa si concentra sulla realtà odierna: “Un momento critico della storia”, dice, gravemente segnato dalla pandemia di Covid che sembra accanirsi sempre di più.

 

Abbiamo certamente registrato progressi significativi nella creazione e nella distribuzione di vaccini efficaci, però ci rimane ancora molto lavoro da portare a termine. Ci sono stati già più di duecento milioni di casi confermati e quattro milioni di morti per questa piaga terribile, che ha causato anche tanta rovina economica e sociale

 

Il ruolo di parlamentari è dunque più che mai importante. “Preposti a servire il bene comune, ora siete chiamati a collaborare, attraverso la vostra azione politica, a rinnovare integralmente le vostre comunità e la società intera”, afferma Francesco. L’obiettivo non è solo “sconfiggere il virus” e nemmeno “tornare allo status quo antecedente la pandemia. No, sarebbe una sconfitta!”, bensì “affrontare le cause profonde che la crisi ha rivelato e amplificato: la povertà, la disuguaglianza sociale, l’estesa disoccupazione e le mancanze di accesso all’educazione”.

 

Un lavoro non facile di per sé, ancora di più in “un’epoca di perturbazione e polarizzazione politica”, in cui “i parlamentari e i politici più in generale non sono sempre tenuti in grande stima”. Tuttavia, annota il Papa, “quale chiamata più alta esiste che quella di servire il bene comune e dare priorità al benessere di tutti, prima del tornaconto personale?”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-08/papa-udienza-international-catholic-legislators-network.html

Perché conserviamo le email

Probabilmente ci stiamo avvicinando ad una trasparenza totale non criptabile, una sorta di archivio universale. Tuttavia il fatto di non cancellare le mail significa spesso aggrapparci ad una memoria esterna consultabile. Questo ci costringe a viaggiare a ritroso nel tempo per recuperare ciò che potrebbe andare perduto.

 

Francesco Provinciali

 

L’evoluzione tecnologica incessante, utile e per certi aspetti pervasiva, ci aiuta e ci sovviene nel facilitare la comunicazione, l’informazione, la conoscenza di notizie che circolano nell’universo globalizzato del web, imponendoci peraltro una continua selezione per distinguere ciò che può essere vero, attendibile, da verificare o si nasconde sotto le mentite spoglie delle fake news. Anche per i testi che noi stessi componiamo, dal laconico “grazie”, dal saluto, ad una interlocuzione più dettagliata e complessa pc, tablet e smartphone costituiscono ormai un supporto indispensabile, l’hardware e il software dei nostri mezzi sono basi organizzative imprescindibili: nel lavoro, nel tempo libero, persino nelle relazioni più affettive e personali.

 

Una volta per una dichiarazione d’amore si scriveva una lettera, adesso si manda una mail o un ancora più veloce whatsapp. Il nostro account diventa anche – e questo è un aspetto interessante e non ancora adeguatamente studiato – la chiave d’accesso all’archivio che via via abbiamo costruito, siano essi i documenti o le stesse email: mentre per i primi appare logico dotarsi di un catalogo implementabile a cui attingere, le seconde dovrebbero in teoria avere un range temporale di utilizzo più ristretto alle necessità spazio-temporali contingenti.

 

Eppure ci priviamo malvolentieri o per abitudine della “posta elettronica” e spesso ne rimandiamo la cancellazione, anche quando in teoria non serve più, perché obsoleta o lontana nel tempo.

 

Forse la spiegazione consiste nel fatto tecnico: conservare la posta elettronica (come prima facevamo con quella cartacea) ci permette di disporre di un archivio sempre consultabile, forse – ed è qui l’aspetto più intrigante – ci consente di mantenere un legame con gli scritti e le azioni del passato che ha un fondamento persino affettivo; rileggendo un carteggio informatizzato riaffiorano alla memoria dettagli che non sempre con le nostre risorse mentali o per la labilità delle comunicazioni, o ancora per una selezione naturale che ci spinge a ricordare ciò a cui attribuiamo importanza e utilità immediate, riusciamo a metabolizzare e richiamare al presente senza l’aiuto di un testo.

 

Abbiamo perso l’abitudine della scrittura manuale ed autobiografica e questo non è un bene: ad essa è inevitabilmente legata la nostra stessa identità personale, l’intimità inviolabile dello scritto riservato.

 

Eppure – lo vedremo meglio – ci sono sistemi scolastici che vanno abbandonando il corsivo o i libri cartacei a favore della letto-scrittura informatizzata. Ogni scritto, anche con i mezzi della tecnologia, impone un richiamo all’utilità della memoria e ad essa afferisce, solo che con le mail facciamo ricorso – e ad esso affidiamo parte del nostro “io” – ad una sorta di archivio nel web: da diversi anni assistiamo ad un continuo passaggio di dati e informazioni dall’interno (della mente e delle sue risorse fisiologiche) all’esterno, che noi stessi favoriamo, esportando in scatole o strumenti tecnologici ciò che ci riguarda, quasi fino a spogliarci della memoria come necessità e farla diventare un contenitore cui attingere di volta in volta.

 

Credo sia importante riflettere sul fatto che i contenitori esterni spesso diventano vasi comunicanti e i nostri dati personali finiscono per essere socializzati, perdendo quell’aura di segretezza o di riservatezza che ne consente il possesso esclusivo e il dominio. Basta ripensare agli attacchi hacker anche recenti, alcuni eclatanti  ai siti, agli account, ai dati personali per comprendere come la privacy soccomba spesso di fronte ad una trasparenza non sempre legittimata da adeguate protezioni ove non si faccia strumento intrusivo e arma distruttiva degli aspetti più sacri e inviolabili della nostra vita personale affettiva o professionale.

 

Ogni pc, tablet o smartphone diventa un contenitore vulnerabile agli attacchi esterni di malintenzionati.

 

Probabilmente ci stiamo avvicinando ad una trasparenza totale non criptabile, una sorta di archivio universale catalogabile che facilita accessi da fuori e purtroppo a volte in modo fraudolento, l’intreccio e la vulnerabilità dei dati. Tuttavia il fatto di non cancellare le mail significa spesso aggrapparci ad una memoria esterna consultabile, a fronte di una caducità dei ricordi metabolizzati dentro di noi. Questo ci costringe a viaggiare a ritroso nel tempo per recuperare ciò che potrebbe andare perduto.

 

Possiamo chiamarla – parafrasando Marcel Proust – la sindrome del viaggiatore alla ricerca del tempo perduto.

Come acutamente osserva Henry-Pierre Jeudy nel suo libro Fare memoria (Giunti) “il culto degli oggetti del passato risponde al bisogno di scongiurare la minaccia che incombe sull’uomo moderno: la perdita del senso della sua continuità. In tempi di consumo culturale di massa questo assioma vale anche per i pensieri e gli scritti del passato: un tempo si leggeva un libro per dedurne insegnamenti di vita, oggi più facilmente si tende a conservare il ricordo di sè, dall’oblio dell’incessante avvicendarsi di eventi a volte importanti altre insignificanti”. Trovo fondamentale, per ciascuno di noi e per chi deve professionalmente occuparsi del nostro equilibrio esistenziale, la riflessione argomentata da Eugenio Borgna nel suo I grandi pensieri vengono dal cuore.Educare all’ascolto (Raffaello Cortina) perché riconduce alla sfera dei sentimenti, alle emozioni, ai turbamenti, ai pensieri della nostra vita quotidiana la ricerca della nostra non duplicabile autenticità.

 

Viviamo da tempo l’epoca di un lento sgretolamento dell’identità individuale per vivere comportamenti massificati o per subire l’influenza (da cui il tanto osannato ma spesso condizionante ruolo degli influencer) di agenti esterni di convincimento e di persuasione occulta: tra le altre evidenze della pandemia ci sta anche questa deriva nichilista e di abbandono dell’io.

 

Memoria e ricordo costituiscono due puntelli per la sopravvivenza dell’identità: non tutto può esser metabolizzato, per questo le tecnologie dovrebbero aiutare ma non sostituire. Lo stesso Vittorino Andreoli ci invita ad usare più il cervello che abbiamo in testa di quello che teniamo in tasca o sul nostro scrittoio (L’uomo con il cervello in tasca, Solferino). E anche se l’oblio è il primo nemico della storia e cancella vite e vicende del passato, Rainer Maria Rilke ci ricorda il diritto di esercitarlo, a tutela della nostra integrità emotiva e della primazia del pensiero critico: “Importante è ricordare ma ancora più importante è saper dimenticare” (Opera omnia, Morcelliana).

 

È la capacità di selezione il vero discrimine del discernimento: vale per il pensiero critico, per la sfera prassica e per quella emotiva, soprattutto sul piano etico. Un compito che si fa dovere, come ci ricorda Ruben Razzante, per non residuare una umanità soccombente al dominio del nichilismo e dell’indifferenza. Usare con rispetto la tecnologia  per ciò che serve, senza esserne usati.

Bologna, mappa e storia elettorale. L’analisi dell’Istituto Cattaneo.

Con questa terza analisi continua la serie degli approfondimenti offerti dallIstituto Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle grandi città chiamate al voto in ottobre e levoluzione della loro geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dellIstituto.

 

(Salvatore Vassallo)

 

 

 

I dati e le mappe

 

In vista delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre l’Istituto Cattaneo ha messo a punto un nuovo dataset che, per ognuna delle grandi città chiamate al voto, consente sia di interpretare gli orientamenti di voto in una prospettiva longitudinale (di lungo termine) sia di analizzare il modo in cui gli orientamenti di voto sono distribuiti all’interno del territorio comunale, nelle varie zone delle città, caratterizzate da diversi gradi di benessere dei residenti.

 

A questo fine, i dati di tutte le elezioni comunali, regionali, per la Camera dei deputati e per il Parlamento europeo sono stati ricodificati in modo da potere ricostruire l’andamento nel tempo – dal 1993 ad oggi – dei consensi attribuiti ai principali partiti (o a gruppi di partiti minori), al mutare delle denominazioni o al netto dei processi di scissione/fusione.

I dati sono stati anche “geolocalizzati”, come verrà detto in uno dei successivi paragrafi. Sono stati cioè riaggregati – partendo dai risultati registrati in ogni sezione elettorale – al livello della unità urbanistica più piccola disponibile in modo da consentire una analisi territoriale “intra-comunale” del voto per ciascuna di queste elezioni. È così possibile esaminare non solo l’evoluzione nel corso del tempo del voto ma anche verificare come il voto si sia distribuito e si distribuirà nelle diverse zone della città, variamente connotate in base ad indicatori di benes- sere economico, livelli medi di istruzione e di carattere demografico.

 

Questa terza analisi riguarda la città di Bologna. Quelle già pubblicate su Milano e Torino sono su www.cattaneo.org. A breve seguiranno analisi simili su Roma e Napoli.

 

Prima e dopo il 99

 

Ad ottobre 2021, Bologna pare destinata a rimanere nelle mani del centrosinistra, mancando quasi tutte le condizioni che resero possibile la vittoria imprevista di Giorgio Guazzaloca, unico sindaco dal dopoguerra sostenuto dal centrodestra, alle elezioni del giugno 1999. Come si vededalla serie storica dei risultati di tutte le elezioni (Europee, regionali, camera, comunali) svolte dal 1994 ad oggi, nella seconda metà degli anni Novanta il centrodestra poteva contare su una “base” di circa il 40% dell’elettorato, cui si aggiunse, già al primo turno delle amministrative, un voto di opinione favorevole al cambiamento che si allargò ulteriormente al secondo turno fino a diventare per uno scarto dello 0,7% maggioranza. Ebbero un ruolo determinante la componente politica centrista, allora saldamente parte della coalizione di centrodestra, insieme, soprattutto, al tratto popolare, civico e moderato del candidato, a fronte dei conflitti interni alla classe dirigente dei Democratici di Sinistra e ad una lunga sequenza di errori favoriti dalla aspettativa del gruppo allora a capo del partito che sarebbe stato, in ogni caso, impossibile perdere a Bologna (la vicenda fu dettagliatamente analizzata dall’Istituto Cattaneo in: P. Cor- betta, G. Baldini, S. Vassallo, La sconfitta inattesa, il Mulino, 2000). Fabio Battistini, il candi- dato scelto dal centrodestra per le elezioni del 2021 parte molto più in salita. La base dei con- sensi su cui può contare l’area politica che lo sostiene si è andata attestando negli ultimi dieci anni, a Bologna, anni intorno al 30%. Pd e centrosinistra fanno affidamento su un bacino elet- torale di oltre venti punti percentuali più ampio, a cui si aggiunge il soccorso (non strettamente necessario) dei 5 stelle.

 

Continua a leggere (analisi completa)

https://www.cattaneo.org/bologna-mappe-elettorali-2021/

Terre rare e magneti, l’Europa prepara il salto (via dalla Cina). Un approfondimento di “Formiche”.

 

Oggi la Cina ha il monopolio sulla produzione di magneti permanenti e controlla il mercato delle terre rare. Il reshoring di queste catene produttive sha da fare nel nome della transizione ecologica (e dellautonomia strategica). Reuters rivela le mosse di Bruxelles per favorire unindustria europea

 

Otto Lanzavecchia

 

Lo sforzo di decarbonizzazione e di transizione ecologica che l’Unione europea ha deciso di intraprendere poggia su un salto tecnologico sistemico. Dunque è naturale che le industrie di riferimento – generazione di energia elettrica pulita, stoccaggio, mobilità sostenibile e quant’altro – diventino il perno strategico di tutta l’operazione. E com’è emerso dalla crisi dei microchip (anch’essi fondamentali per la transizione), non poter mettere in sicurezza una catena di produzione cruciale mette a rischio l’intera operazione.

Questi i motivi per cui Bruxelles – riporta Reuters – starebbe lavorando su un piano per innescare la crescita dell’industria europea di magneti permanenti, una componente essenziale per i veicoli elettrici – nonché la relativa industria, già in rapida espansione – e le turbine a vento. La volontà di Bruxelles è in linea con quella di Londra e Washington, dove il mese scorso sono stati approvati crediti d’imposta per i produttori di queste componenti. La finalità, per dirla come usa oggi in Europa, ha a che fare con l’autonomia strategica dei Ventisette.

Tuttavia il reshoring e l’espansione di quella particolare catena produttiva è una sfida di portata internazionale. Oggi la Cina risponde al 98% della domanda europea (e al 90% di quella globale), mentre nell’intero emisfero occidentale esiste solo un produttore di caratura globale, la tedesca Vacuumschmelze, che difatti sta aspettando le prossime mosse di Bruxelles per capire se aumentare la produzione o meno.

 

Il nodo fondamentale si chiama terre rare, ossia i minerali necessari per produrre i magneti permanenti (e altra componentistica high-tech), il cui mercato globale è dominato dal Dragone. Perciò realtà europee devono fare i conti con le pratiche anticompetitive di Pechino, che a forza di sussidi e sgravi – e grazie alla presa solidissima sull’estrazione di terre rare – favoriscono i produttori cinesi di magneti permanenti. “[Loro] ottengono le materie prime pagandole il 25% in meno rispetto [a noi]”, ha detto a Reuters Bernd Schleede, il capo della divisione magneti permanenti della Vacuumschmelze.

 

Il piano europeo parte appunto dall’approvvigionamento di terre rare. A fine 2020 l’Ue ha lanciato l’Alleanza europea per i materiali grezzi (Erma) al fine di assicurare che i Ventisette abbiano a disposizione le materie prime per la transizione ecologica (ma anche quella digitale, aerospazio e difesa). L’idea è creare un’industria domestica di estrazione e lavorazione delle terre rare.

 

Grazie alle fonti di Reuters è emerso come l’industria dei magneti permanenti si inserirà in questa infrastruttura: finanziamento a basso costo e compensazioni per i prezzi elevati dei materiali grezzi (la cui domanda si moltiplicherà fino a dieci volte entro il 2050, data entro la quale l’Ue si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica). I piani su come favorire l’industria europea di terre rare per i magneti – via un ente sotto l’egida dell’Erma – saranno resi pubblici il mese prossimo.

 

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Terre rare e magneti, l’Europa prepara il salto (via dalla Cina)

La strage di Kabul mina la credibilità degli USA, ma l’Europa non può venire meno a un dovere di solidarietà transatlantica.

Occorre tener presente che l’Isis ha colpito a freddo, con crudeltà, per mettere un cuneo nella pur fragile intesa tra Biden e i Talebani. Gli emuli del terrore alla Bin Laden sapevano perché colpire e come rendere più duro l’impatto degli attentati.

Chi voglia difendere le ragioni di Biden, da oggi trova più arduo esprimere comprensione per l’operato dell’America in Afghanistan. Gli attentati all’aeroporto di Kabul, condannati anche dai Talebani, gettano un’ombra cupa di discredito sulla Casa Bianca. Non è normale, se così vogliamo dire, che dall’opposizione repubblicana siano state sollecitate a caldo le dimissioni del Presidente. È tornato a farsi sentire Trump, per intonare il suo De profundis a riguardo di chi detiene – abusivamente, secondo il suo messaggio di propaganda –  lo scettro del comando. È la riprova di una super potenza in debito di ossigeno, senza più la forza di un patriottismo oltre le mura di casa (ammesso che esista, a rigore, un patriottismo dentro i confini domestici).

In effetti, gli strateghi dell’Isis Korhasan sapevano come colpire e lo hanno fatto con crudeltà, mirando a generare il caos. Anche se i servizi di intelligence aveva lanciato l’allarme, i meccanismi di protezione si sono rivelati insufficienti. Anche i soccorsi umanitari, con il carico di procedure straordinarie, hanno dato l’esca agli operatori di morte, pronti a muoversi con più spregiudicatezza in un contesto sottoposto a una pressione davvero estrema. I kamikaze del terrore islamista hanno inteso, con la loro azione sciagurata, moltiplicare quanto più possibile i morti e i feriti. Questo è il teatro di una guerra che a Kabul si riaccende, sotto i riflettori del mondo, invece di lasciare spazio alla pacificazione auspicata.

Come reagirà, a questo punto, il Presidente? Ha avuto il coraggio di assumersi tutte le responsabilità, sin dall’inizio della vicenda; non ha scaricato le colpe sui collaboratori o su altri settori dell’amministrazione; si è preoccupato di definire il profilo di una scelta che molti considerano azzardata. Ora non può arretrare, come ha fatto capire nel discorso alla nazione di stanotte (per l’Italia) in cui ha salutato, con le lacrime agli occhi, “gli eroi morti a Kabul per una missione altruista”. E ha aggiunto, rivolto ai terroristi: “Ve la faremo pagare”. Tuttavia, una controffensiva militare sul campo, a meno di un blitz contro qualche santuario dell’Isis Korhasan, non sembra una risposta facile. Può essere ritardata l’evacuazione, ma il punto sta sempre nel complicato ed incerto rapporto con i Talebani. Non è detto, per altro, che essi abbiano da guadagnare da una paludosa e infida gestione degli eventi, incastrando l’America in una trappola senza uscita.

Il fatto che la strage dell’aeroporto rechi il sigillo dell’Isis non è un segnale rassicurante per nessuno. Non lo è per la Cina, né tanto meno per la Russia. Tutta la vasta regione indo-asiatica (Pakistan, India, Iran) avverte la minaccia di una sanguinosa recrudescenza del terrorismo alla Bin Laden. D’altronde, il viaggio di Kamala Harris ad Hanoi e Singapore evidenzia la necessità di rafforzare il dialogo con i Paesi più vicini all’epicentro della crisi e più attenti a un recupero celere, in questa vasta area del globo, del necessario equilibrio politico-militare. Non è solo l’Occidente a vivere giorni di angoscia. In ogni caso, da questa parte dell’Atlantico è ragionevole preservare la consapevolezza che soffiare sul fuoco della crisi, lasciando Biden da solo, non corrisponde agli interessi profondi dell’Europa.

L’alternativa ai populismi e ai sovranismi sta nel recupero dell’autonomia della politica

Quanto più si riduce il controllo popolare, tanto più il potere è percepito come strumento di élite globaliste, senza legami con il territorio. La buona politica, quella che fa i conti con i problemi veri, deve ritrovare il coraggio di misurarsi con le grandi e piccole lezioni della storia, anche per evitare che esse tornino ad ammaestrarci con il loro carico di tragedia.

 

Giuseppe Davicino

 

In un recente articolo su “Il Domani d’Italia”, Giorgio Merlo dà un giudizio addirittura troppo tenero sui 5 Stelle. Per come si sono dimostrati essere i loro esponenti (al di là di ciò che comunque è giusto riconoscere a Conte da premier) attribuire loro una qualità politica seppur negativa, come populista, significa fare loro una concessione che essi non meritano, essendo la loro stella polare, dopo aver raccattato voti con gli argomenti più disparati, solo il potere per il potere. Di Maio è l’emblema di questa deriva del M5S direi neodorotea, se non apparisse un complimento eccessivo.

 

Merlo non è tenero neanche con il già gran sacerdote del vuoto politico cosmico veltroniano, Bettini, costringendolo in categorie logico-razionali che sono estranee a quel mondo. A mio avviso è interessante osservare, come in questo non pensiero di Bettini ciò che fonda l’esser alternativo al populismo da parte della sinistra, sia qualcosa di estrinseco alla politica. Tale fondamento sono il progetto e il modello di società e di economia dell’élite mondiale, nelle sue diverse espressioni. La sinistra è quella che si intesta la caratteristica di esserne la più fedele esecutrice e che può trascinare con sé il M5S, sottraendolo alla volubilità della sua residua base, potendo contare sempre sulla “corresponsabilità” della destra, abilissima a dirottare l’attenzione su questioni non centrali ma di forte e immeditato impatto nell’immaginario popolare, in modo che il progetto unico calato dall’alto avanzi senza effettivo controllo democratico.

 

Può andar bene un tale sistema al centro, a un centro che abbia l’ambizione di esser all’altezza della sua tradizione e in particolare di quella di ispirazione cristiana, che ha dato il meglio di sé quando ha saputo farsi movimento di frontiera per esplorare nuovi e più alti equilibri democratici? Credo proprio di no. Questo schema di governance va infranto, per ripristinare un modello fondato sulla sussidiarietà nel modo in cui fu intesa dagli angloamericani dopo l’ultima guerra, che vede al vertice un sistema di organizzazioni internazionali che sono reale espressione dei livelli di governo regionali e locali e non emanazioni, lautamente foraggiate, dell’élite finanziaria, dei colossi digitali, di alcuni regimi con ambizioni da superpotenza, come quelli di Pechino e Berlino che agiscono sottotraccia, come invece sta accadendo.

 

Le strategie vengono definite sempre più negli think tank dei soggetti che esercitano de facto il potere mondiale, che controllano l’informazione, dei quali i politici si sono ridotti ad esecutori. L’alternativa vera al populismo e ai sovranismi, mi pare si situi a questo livello, quello del recupero dell’autonomia della politica. Per questa via la buona politica, quella che fa i conti con i problemi veri, nella rudezza e complessità con cui emergono, deve ritrovare il coraggio di misurarsi con le lezioni della storia per evitare che esse tornino ad ammaestrarci con il loro carico di tragedia.

Cogestione e rappresentanza dei lavoratori nella gestione delle società partecipate.

La Cisl batte su questo chiodo da anni. Il testo qui riprodotto è lo stralcio di un recente documento della Fit-Cisl (Federazione italiana trasporti) del Lazio intitolato “Una nuova mobilità per Roma Capitale”. In fondo riportiamo il link per accedere al documento integrale.

 

Uno dei diritti fondamentali dei lavoratori, rivendicato negli ultimi anni dalle grandi Confederazioni sindacali, è quello relativo alla partecipazione alle scelte produttive e organizzative delle imprese. Un diritto che può tradursi in scelta strategica laddove contribuisca efficacemente ad una ridefinizione organizzativa e alla conseguente qualificazione professionale e salariale del lavoro, all’innovazione dei processi produttivi necessari per la competitività ed il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità.

 

Un’impostazione che ritrova attualità in considerazione delle previsioni straordinarie di investimento che insisteranno sulla mobilità, racchiuse nel PNRR. Una valutazione che, nel caso specifico, si rafforza in virtù della valenza che il servizio di trasporto pubblico e, per estensione, le società che vi operano, assume in termini economico-industriali, di asset strategico per il mercato e la competitività del tessuto produttivo territoriale, sociale, in quanto elemento che contribuisce all’assottigliamento delle disparità e delle disuguaglianze.

 

Se a ciò si aggiunge la constatazione circa il carattere sostanzialmente pubblico delle risorse che ruotano intorno al settore, non è così assurdo attribuire in maniera strutturale alle suddette società il concetto di Corporate Social Responsibility, in quanto erogatrici/produttrici di servizi pubblici di interesse generale, la diffusione dei quali è direttamente proporzionale al soddisfacimento della domanda sulla quale convergono i bisogni di tutti gli Istituti componenti la società: Famiglie, Istituzioni, Imprese, Associazionismo. Quindi, per estensione della catena del valore, imprese aventi come core aziendale il perseguimento del bene comune, dove le responsabilità dei gestori vengono estese dagli obblighi verso gli azionisti ad analoghi impegni verso gli altri stakeholder, in primis i lavoratori.

 

Si tratta di considerazioni che inducono a pensare che siano maturi i tempi per iniziare ad introdurre modelli sperimentali, se non pioneristici, di partecipazione. Da intendersi sia come partecipazione alla governance dell’impresa, quale area strategica per scelte imprenditoriali socialmente responsabili, anche in ragione di una sostanziale coincidenza dell’interessa sociale (d’impresa) con l’«interesse comune» nella società pubbliche che svolgono servizi essenziali, sia come partecipazione organizzativa, attraverso la quale far concorrere i lavoratori all’innovazione dei processi produttivi e alla qualificazione del lavoro.

 

Modelli che non andrebbero ad esaurire la dimensione del “conflitto”, esaltandola, piuttosto, dentro la più ampia cornice della creazione del valore condiviso che può trovare concreta espressione nell’aumento del benessere aziendale, nell’incremento dei livelli di produttività, nella fluidificazione dei processi decisionali, nella pre-distribuzione delle risorse, nell’ accrescimento del senso di appartenenza dei lavoratori.

 

Continua a leggere il documento integrale della CISL

Il traguardo di un nuovo umanesimo è possibile. L’Europa contribuisca a scrivere le regole del mondo globale.

Il discorso del Presidente del Parlamento europeo, tenuto al Meeting di Rimini il 22 agosto, è un invito a credere nel rilancio a livello continentale (e mondiale) di politiche di solidarietà e di sviluppo dopo la crisi indotta dalla pandemia. Un ruolo importante può svolgerlo l’Italia, a patto che rafforzi la linea della stabilizzazione, connessa a una intelligente e coraggiosa strategia di riforme, che vede al centro l’impegno del capo del governo, Mario Dragni.

 

David Sassoli

 

Come avviene da tempo, il Meeting ci invita a riflessioni profonde. E soprattutto a cogliere le dinamiche che la contemporaneità sviluppa proponendoci scene inedite e sempre più complesse. Lo stesso tema dato alla vostra kermesse – “il coraggio di dire io” – si presta a diverse considerazioni a seconda dell’ambito in cui si declina il desiderio di rafforzare la nostra responsabilità, di non comprimere l’originalità di ogni persona, di aumentare la partecipazione alla vita sociale.

 

Non sfugge a nessuno che la crisi del Covid, così drammatica e profonda, costituisca uno spartiacque fra un mondo che ci è noto, che abbiamo imparato a conoscere, e una scena nuova che ancora facciamo fatica a immaginare, a interpretare e nella quale identificare la nostra presenza. Molto ancora ci sfugge. Capiamo che la moviola della Storia non si possa riavvolgere e farci tornare al mondo di prima, ma al tempo stesso vi è un senso di inquietudine che impedisce ancora di scrivere pagine nuove per un tempo nuovo.

 

Non dobbiamo avere paura della crisi. Non dobbiamo rassegnarci a una opportunistica passività. Questo è un tempo di pericoli inediti, ma anche di straordinarie opportunità perché tutto quello che abbiamo costruito nella seconda parte del Novecento sviluppando democrazia e libertà è chiamato a confrontarsi con processi globali complessi e rischiosi. La nostra idea di persona, di inviolabilità della vita umana, l’affermazione di diritti universali, l’ispirazione allo sviluppo integrale della persona sono gli ingredienti con cui noi ci presentiamo alle nuove sfide. Saranno sufficienti? Il traguardo di un nuovo umanesimo è possibile, ma non scontato.

 

Dobbiamo ringraziare il presidente della Repubblica, Mattarella, che proprio qui al Meeting, ha rilanciato in apertura la necessità di aggiornare il nostro “personalismo”.

 

Abbiamo bisogno di un pensiero all’altezza della sfida della contemporaneità. E insieme abbiamo bisogno di testimoni in carne e ossa, di coerenze individuali, di storie di vita, di amicizia, di solidarietà. Il magistero di Papa Francesco è molto impegnativo per i cattolici, e non è un caso che qualcuno – anche tra i cattolici, va detto – si metta nella posa del giunco che attende il passaggio dell’onda di piena. La radicalità evangelica è più forte di una dottrina e interroga nel profondo le nostre coscienze, ci chiama ad essere fedeli nella quotidianità, nell’incontro con l’altro, con chi è più debole, e insieme ci sfida ad essere nella storia con l’animo dei costruttori.

 

D’altronde, è il dono – non l’egoismo, come sostenuto da un liberismo che si presume egemone – il dono è l’energia che costruisce le comunità. Che le rende più forti. L’idea di persona è indissolubilmente legato a quella delle formazioni sociali, dei mondi vitali, delle comunità intermedie. La libertà non è mai divisibile. Non c’è libertà personale senza la libertà del vicino. Non c’è libertà se accanto a noi c’è sfruttamento, dipendenza, servitù. Non c’è libertà della persona senza la libertà delle comunità. Ha scritto Edgar Morin, che ha appena compiuto 100 anni ma non smette di aiutarci a riflettere, che “l’unica cosa in grado di proteggere la libertà è la presenza costante, nello spirito dei suoi membri, della loro appartenenza solidale a una comunità e di un sentimento di responsabilità nei confronti di questa comunità”.

 

La pandemia ci dice molte cose su noi stessi. Ci ha fatto capire quanto dipendiamo dagli altri, ma anche quanto sia possibile riconnettere la politica con la persona. Ci ha mostrato con chiarezza quali strumenti siano idonei ad affrontare le sfide nuove e nello stesso tempo dove siamo fragili, inefficaci. Ci dice in cosa la nostra democrazia europea deve migliorare e dove il rapporto fra Unione Europea e Stati nazionali debba cambiare.

 

Le lezioni del Covid sono tante, non mettiamole in cassetto.

“Prima la persona” è ancora alla nostra portata e nessuna sfida, nessun confronto geopolitico, nessuna crisi può derubarci di questa voglia di proteggere la nostra identità. Basta sapere, però, che non possiamo farlo da soli, come abbiamo fatto nel secondo dopoguerra, o come abbiamo creduto fosse possibile al solo Occidente bastando a se stesso.

 

Siamo fiduciosi perché l’azione di contrasto alla pandemia in Europa poteva portare ad un corso delle cose molto diverso senza le scelte che sono state fatte.

 

Senza l’Unione europea avremmo avuto conflitto fra le Nazioni sulla ricerca dei vaccini, sulla politica sanitaria, sull’assistenza a chi si è trovato senza lavoro, avremmo compromesso Schengen e rialzato le frontiere interne, non avremmo potuto condividere il debito, non vi sarebbe stato un poderoso sostegno alle economie nazionali.

 

La tragedia ha provocato una vera rivoluzione nella risposta europea. Una rivoluzione in 5 passi. Riepiloghiamole.

 

Primo, le regole del fiscal compact sono state sospese fino al 2022 e si sta ragionando sullo scenario post Covid. Abbiamo bisogno di regole nuove. Secondo, con l’azione europea gli Stati nazionali hanno aumentato sensibilmente il loro rapporto debito/PIL per difendere famiglie e imprese dallo shock economico e sociale prodotto dalla pandemia. Terzo, abbiamo vissuto il paradosso di non aver mai avuto a disposizione tante risorse per investimenti come in un momento di crisi come questo. Di fatto una forma di condivisione del rischio tra paesi membri che prima della pandemia era rigidamente esclusa. Quarto, le Banche centrali hanno acquistato fino al 25% dei titoli pubblici dei paesi membri (la BCE pianifica se necessario di arrivare fino al 33%) evitando in questo modo che l’aumento del debito si trasformasse in crisi degli spread sui mercati finanziari. Di fatto l’impegno all’acquisto dei titoli da parte della BCE ha reso il debito sostenibile, nonostante l’aumento del suo rapporto con il PIL e mantenendo i tassi d’interesse e i rendimenti dei titoli molto bassi. Quinto, tutto questo è stato possibile in cambio di condizionalità sull’uso dei fondi. Le risorse del PNRR vanno spese avendo a mente obiettivi precisi (digitalizzazione e transizione ecologica) e tempi certi definiti dall’Unione Europea.

 

L’esperimento ha avuto pieno successo. Famiglie e imprese sono state tutelate per quanto possibile rendendo questa crisi molto diversa da quella del 2009. La rivoluzione macroeconomica, come la chiama il professor Becchetti, fa sì che le risorse siano state disponibili e che il conto sia stato e sarà più leggero grazie all’aumentato attivismo della BCE e alle emissioni comuni di titoli. Nel 2009 la crisi finanziaria bruciò risparmio privato, colpì asimmetricamente solo il Sud dell’area euro e non fu consentito contrastarla con politiche fiscali e monetarie espansive. Oggi la crisi è stata simmetrica, tutti i paesi UE hanno solidarizzato tra loro consapevoli di trovarsi sulla stessa barca, le politiche monetarie e fiscali aggiuntive hanno evitato la distruzione di risparmio e messo a disposizione risorse monetarie (i depositi bancari in Italia sono cresciuti di quasi 90 miliardi) che sono il carburante della ripresa che stiamo osservando.

Siamo entrati insomma in terreni inediti e ora che abbiamo scoperto che gli equilibri macroeconomici reggono sarebbe una follia tornare indietro. Pensiamo solo a cosa vorrebbe dire restaurare l’obiettivo del Fiscal Compact e obbligare i nostri paesi a convergere su un rapporto debito/PIL del 60%. Si ucciderebbero famiglie e imprese; si strozzerebbero tutti gli Stati nazionali; si metterebbe in ginocchio l’Unione.

 

È pertanto essenziale che i cinque passi vengano confermati. E qui la questione diventa molto politica perché la vera sfida – e già vediamo molti ambienti scommettere su un ritorno alle regole di prima – sarà prendere coscienza che ciò che è stato fatto durante la pandemia deve diventare la nuova politica economica dell’Unione.

 

Per questo, una domanda è d’obbligo: queste risorse, queste politiche messe in atto dall’Unione europea dovranno concludersi con la fine dell’emergenza sanitaria ed economica, come chiedono alcune forze liberiste e conservatrici, oppure le energie dispiegate nella lotta alla pandemia e alla crisi sociale da essa generata dovranno trasformarsi in una nuova impalcatura di politiche pubbliche europee, e di conseguenza anche in un rinnovamento istituzionale dell’Europa comunitaria?

 

La risposta a questa domanda non è un gioco enigmistico. E’ la questione da cui discendono le altre questioni. Dalle conclusioni che trarremo dipenderà anche la nostra capacità di affrontare il mutamento climatico e il grande progetto di riconversione verde al quale abbiamo legato lo sviluppo dei Paesi europei nei prossimi decenni. E non solo. Confermare le scelte fatte, farle diventare permanenti, consentirà all’Unione di assumere personalità politica nella scena internazionale.

 

Se non si fossero abbandonati gli strumenti, le regole e i paradigmi in vigore solo due anni fa saremmo stati in partita in questi mesi così drammatici?

 

Questa è la grande, storica, sfida che abbiamo di fronte. La svolta compiuta con il Next Generation EU ci dà una grande chance: far mettere radici ad una nuova politica europea di crescita e sviluppo per tutti. Nei prossimi due/tre anni, dunque, ci giochiamo le nostre possibilità nei prossimi vent’anni. Non sfugge a nessuno che il successo e l’insuccesso dipenderanno molto dall’Italia.

 

Se il nostro paese dimostrerà di utilizzare in modo virtuoso i soldi del PNRR, la nuova politica economica potrà affermarsi e i 5 passi fondati sullo scambio di politiche espansive, condizione del rischio, interventismo della BCE in cambio di condizionalità e uso appropriato delle risorse potranno garantire la scrittura di una pagina nuova dell’esperienza europea e consentire di affrontare i rischi e le incertezze del mondo nuovo con responsabilità e coerenza. Un fallimento costerebbe molto caro all’Italia e al progetto europeo.

 

Chi pensa di mettere tra parentesi quanto accaduto, di chiudere tutto in un’emergenza, per tornare alle politiche di prima, rischia di far piombare l’Europa in una crisi strutturale dagli esiti molto negativi. La sfida di questo tempo ci pone, insomma, di vivere questo crinale della Storia abbandonando la logica emergenziale.

 

É vero che siamo partiti da una emergenza ma ora possiamo progettare la nuova Europa. E una Italia rinnovata in una Europa rinnovata. Questo è il vero bandolo della matassa di questa fase politica. Questa è la priorità della nostra agenda. Abbiamo un governo a cui chiediamo stabilità. Questa, certo, è la premessa di tutto. Un governo che non è espressione di una formula politica tradizionale. Ma sarebbe sbagliato racchiudere la sua esperienza in uno stato d’eccezione temporalmente limitato. Se la partita più importante, quella decisiva, si gioca in Europa, è con l’Unione europea che vanno sincronizzati i tempi delle politiche nazionali.

 

E lo stesso concetto di stabilità non può ridursi ad esorcizzare momenti di crisi. L’interesse del Paese – che a mio giudizio coincide con il più autentico interesse europeo – è che il cambiamento dell’Europa si radichi, diventi strutturale, e molti degli strumenti adottati diventino permanenti. Ecco perché ritengo che la missione del governo non possa esaurirsi nel completamento della vaccinazione e nell’avvio del Pnrr – impegni molto importanti – ma debba riguardare la stabilizzazione della svolta europea.

 

La stabilità italiana è un progetto politico, non solo una condizione per affrontare una stagione difficile.

 

La stabilità ha senso perché serve a consolidare la svolta avvenuta in Europa, e di conseguenza nelle nostre politiche nazionali di bilancio, di investimento, di coesione sociale.

 

Prima della pandemia a governare le istituzioni europee vi erano regole e indirizzi che penalizzavano la solidarietà in nome di un rigore, spesso astratto, ingiusto, che ha prodotto forti diseguaglianze, che ha frenato lo sviluppo, e dunque la crescita del Continente nella competizione globale.

 

Rendere stabile, e dare radici, al cambiamento iniziato con il Green deal e rafforzato dagli strumenti posti in essere nell’azione comunitaria di contrasto alla pandemia, è dunque la vera strategia di cambiamento.

Potremmo permetterci di dire che conclusa l’emergenza – quando neppure l’emergenza sanitaria è conclusa – l’Europa possa tornare quella di prima?

 

Molti di noi, invece, sono convinti che il Green deal debba dispiegare i suoi effetti, l’unione fiscale e bancaria debba prendere nuove forme istituzionali, più comunitarie, con meno poteri di veto e maggiori sinergie tra Paesi che condividono valori di libertà e democrazia, che lo spirito di solidarietà possa consentire di sviluppare politiche comuni utili a nostri paesi e alle nostre opinioni pubbliche.

 

Se l’Europa rafforzerà le società e le comunità in termini di sviluppo e coesione, avrà più forza per affermare nel mondo i valori civili e democratici che sono parte della nostra stessa identità.

 

Nei giorni scorsi sono stato in Lettonia, Lituania e Estonia, paesi baltici alle prese con un duro confronto per l’integrità delle nostre frontiere. Il tema dello sicurezza dello spazio europeo, minacciato da guerriglie ibride o attacchi informatici che tentano di condizionare le nostre democrazie, è una priorità che non possiamo scansare voltandoci dall’altra parte. E lo stesso non possiamo fare rispetto alle crisi umanitarie che chiedono di noi nel Mediterraneo o adesso in Afganistan.

 

È chiaro che la drammatica crisi afgana riguarda anche l’Europa. La sconfitta dell’Occidente mette in discussione la nostra identità nel contesto globale. Ma non possiamo diventare spettatori sconcertati e impotenti. L’indignazione diffusa tra noi, i timori legati alle scelte dei nuovi governanti, le coscienze ferite dei nostri popoli rischiano di disperdersi nell’aria senza una assunzione di responsabilità comune dell’Unione. Non si tratta certo di separare le due sponde dell’Atlantico, al contrario si tratta di comporre un nuovo equilibrio in cui l’Europa riesca finalmente a mettere in comune ciò che finora non ha fatto, o ha fatto solo in minima parte: la politica estera e la difesa.

 

In attesa di capire meglio quali saranno i passi da compiere nei confronti delle nuove autorità afgane pensiamo sia un valore etico irrinunciabile fare ogni sforzo per garantire sicurezza a tutti coloro che in questi 20 anni hanno collaborato con noi e hanno creduto in noi. Se crediamo, come crediamo, alla forza della diplomazia saremo sempre disponibili al dialogo anche con coloro che sono molto distanti da noi. A tendere la mano però serve essere in due. Non basta volersi sedere a un tavolo se non si accomoda anche la controparte.

 

Dobbiamo sapere, comunque, che la nostra capacità di risposta dipenderà dal grado di solidarietà che sapremo dimostrare al nostro interno nel costruire politiche europee comuni. Senza una politica sanitaria europea non sarà possibile affrontare in futuro le nuove emergenze che arriveranno; senza una politica della sicurezza comune saremo fragili ed esposti alle minacce dei regimi autoritari; senza una chiara politica europea non potremmo sostenere il confronto commerciale con la Cina; senza una politica europea per l’immigrazione e l’asilo non saremmo in grado di affrontare sfide che nei prossimi anni dal Sahel all’Asia vedranno in movimento milioni e milioni di persone che guarderanno all’Europa come terra del loro rifugio.

 

L’Italia in tutto questo ha un ruolo decisivo per la conformazione e per il destino dell’Europa e la sua stabilità ne è un pre-requisito nel breve e nel medio periodo. Non dobbiamo dimenticarlo mai.

 

Siamo partiti dalle nuove sfide a cui ci chiama il mondo globale, dalle inquietudini rispetto alla complessità dei problemi, ai rischi e alle pressioni a cui siamo sottoposti. Ma come sempre, tutto si tiene. A noi europei oggi è chiesto di partecipare a scrivere le regole del mondo globale. E ne abbiamo la possibilità perché siamo ancora in grado di connettere la responsabilità individuale ad uno spazio plausibile, e questo spazio è la dimensione europea. Lo avevamo capito anche prima della pandemia, e ne avevamo parlato anche qui al Meeting due anni fa. Oggi il Covid ha reso più evidente che solo la sovranità comune europea può consentire di dare senso e respiro alla sovranità nazionale.

 

Il “coraggio di dire io”, per me, chiama ad una forte responsabilità individuale e collettiva. E alla consapevolezza che noi europei siamo chiamati ancora una volta a partecipare ad una grande opera di liberazione dell’uomo.

Il dibattito sull’Afghanistan mortifica le ambizioni dell’Europa. Dal Meeting di Rimini un’immagine desolante.

Come dice Diego FabbrilEuropa non esiste sul piano geopolitico, esistono le collettività europee che hanno interessi, visioni diverse”. Il populismo ha indebolito gravemente la capacità di riflessione e iniziativa della classe dirigente politica. Quest’anno l’incontro di Comunione e Liberazione ha rimarcato questa triste condizione di insufficienza.

 

Giuseppe Davicino

 

Il dibattito sull’Afghanistan è la cartina di tornasole dell’ inadeguatezza dell’attuale classe politica di fronte alle diverse sfide. Non si può definire una prospettiva di stabilizzazione né parlare genericamente di sconfitta dell’Occidente senza considerare che tutto è cominciato dal Project for the New American Century, dal piano di un think tank, quello di Cheney e Rumsfeld, seguito, casualmente, dall’11 settembre. L’invasione di Afghanistan e Iraq e successive destabilizzazioni di altri Stati dell’area MENA sono conseguenze calcolate. È la storia degli ultimi 20 anni che va riscritta.

 

Così molto spesso avviene intorno all’Europa, verso cui si sentono affermazioni superficiali e populiste, provenienti da settori che si definiscono europeisti. Se non guardiamo alla realtà, non eviteremo di ripetere gli errori del passato. E la realtà, come ci ha ricordato di recente un convinto assertore dell’Europa alla tedesca (scuola Limes), come Diego Fabbri, è che “l’Europa non esiste sul piano geopolitico, esistono le collettività europee che hanno interessi, visioni diverse”, cosa di cui i padri fondatori erano perfettamente consapevoli e che non impedì loro di sognare ma, come suol dirsi, facendo fuoco con la legna che avevano a disposizione, senza pericolose illusioni. Ogni qualvolta l’Impero Centrale prende il sopravvento, l’Europa si sfascia, non la si costruisce.

Gli interessi economici sull’Afghanistan

Viviamo in un contesto mondiale, segnato da dinamiche assai concrete, in cui l’elemento dominante è l’economia. In effetti, siamo lontani da quel sentimento di alterità e indipendenza rispetto al dominio del denaro, che impregnava di sè la politica di uomini come Dossetti. La vicenda afghana ci riporta alla cruda realtà dei fatti, con il peso evidentissimo delle grandi multinazionali in ragione delle strategie di approvvigionamento di materie prime essenziali per lo sviluppo dell’economia mondiale.

 

Paolo Frascatore

 

La questione afghana tiene banco a livello mondiale e sembra preoccupare Nazioni e Capi di Stato. A dire il vero, le vicende di questi giorni non possono non preoccupare tutti coloro che non solo ritengono fondamentale la convivenza pacifica tra popoli e nazioni, ma anche il riconoscimento di diritti umani che non possono essere ripudiati e negati. Il problema, però, è anche un altro e riguarda quella realpolitik per la quale si muovono le superpotenze mondiali in ragione di interessi economici. Infatti, dietro al concetto demagogico di democrazia gli Stati Uniti d’America hanno costruito conflitti armati nel corso del Novecento (soprattutto in Medio Oriente) al fine di monopolizzare una tra le principali fonti di energia, ossia il petrolio.

Negli USA possono alternarsi presidenti repubblicani e democratici, ma gli obiettivi di Stato non cambiano perché entrambi i partiti badano alla sostanza: monopolizzare le fonti primarie di energia per essere primi a livello mondiale attraverso le multinazionali. Non c’è stata guerra in Medio Oriente che non fosse legata ad interessi economici ed in modo particolare all’utilizzo del petrolio. La stessa guerra fredda tra URSS e USA nel corso di quasi tutto il Novecento, al di là dei diversi sistemi politici, era imperniata sulla forza militare (oltre alla vendita di armi soprattutto ai paesi poveri) come motore di predominio per fini strettamente economici. Si potrebbe dire allora che la politica degli Stati ruota complessivamente, o meglio si muove dettata da interessi economici e non da regole morali e di buona amministrazione.

Quest’ultimo sembra essere un paradosso, soprattutto se si ascoltano politici di punta che fanno passare il proprio impegno politico al servizio del bene comune. In realtà, più che al servizio del bene comune, essi sono al servizio delle multinazionali che ormai hanno monopolizzato e concentrato l’economia mondiale in poche mani. Nessuno in passato ha avuto il coraggio di schierarsi contro questo stato di cose, ossia contro l’imperialismo USA ed URSS, se si eccettuano le posizioni di Giuseppe Dossetti, riprese poi nel 1972 da Livio Labor e dal suo Movimento Politico dei Lavoratori.

Ma se il quadro politico mondiale, rispetto al Novecento, è cambiato e sono cambiati anche gli obiettivi economici, non è cambiata la strategia delle superpotenze se non nel fatto che rispetto ad USA E Russia di Putin, oggi si è aggiunta anche la Cina. Tutto questo per dire cosa? Le vicende dell’Afghanistan, al di là di quella che ancora oggi viene sostenuta come educazione alla democrazia, sono imperniate su motivi di fondo economici. L’economia mondiale (ormai è cosa acquisita) deve muoversi necessariamente verso il green: il surriscaldamento del pianeta impone un brusco cambio di rotta soprattutto per quanto concerne l’utilizzo delle fonti energetiche. Non più petrolio o carbone, ma energia pulita e non inquinante.

Da qui le nuove autovetture ibride che sostituiranno quelle attuali. Ma per le autovetture ibride o elettriche è necessario dotarle di batterie al litio (in uso anche nei telefonini cellulari), un minerale quest’ultimo di cui proprio l’Afghanistan è ricco tanto da essere il primo paese mondiale. Non voliamo sulle ali della fantasia, ma è plausibile che dietro la presa del potere dei Talebani in Afghanistan vi sia un tacito compromesso tra questi ultimi e gli americani: voi lasciate il nostro territorio e ci consentite di prendere il potere, noi vi lasciamo le nostre riserve di litio. Ancora una volta, dunque, è l’economia a guidare la politica.

Classe dirigente e qualità della democrazia

La selezione della classe dirigente è un tema decisivo per la stessa qualità della  democrazia. Una volta erano i partiti a determinare la crescita delle nuove leve politiche, destinate a porsi al servizio delle istituzioni. Oggi, in attesa che si ricostituisca un ‘sistema’ più ordinato, è un compito che attraversa e interpella le ‘culture politiche’ secondo modalità al momento inesplorate.

 

Giorgio Merlo

 

Da anni si discute su come venne selezionare la classe dirigente politica nel nostro paese. Certo, per svariati decenni la classe dirigente era la conseguenza concreta e diretta di un cursus honorum preciso e e dettagliato. C’erano alcuni ingredienti di fondo che caratterizzavano quel percorso: militanza politica, radicamento territoriale, rappresentanza sociale, capacità di elaborazione politica e culturale e, soprattutto, conoscenza dei problemi. Certo, poi c’erano le eccezioni ma, di norma, il contesto politico ed ambientale in cui maturava la classe dirigente politica ed amministrativa rispettava quei canoni di fondo.

 

Una prassi e un percorso che sono definitivamente saltati dopo l’irruzione dei partiti personali, dei cartelli elettorali e, soprattutto, dopo l’avvento del populismo di marca grillina. Metodi e prassi – o meglio sub culture – che hanno distrutto i partiti democratici e collegiali, raso al suolo le tradizionali culture politiche, azzerato la competenza e la preparazione e, infine, premiato l’improvvisazione, la casualità e la strutturale e granitica fedeltà al capo partito. Elementi, questi, che di fatto bloccano all’origine qualsiasi forma di selezione vera ed autentica di una credibile classe dirigente politica. Il tutto è condito da leggi elettorali che, come ovvio e persin scontato, riflettono la natura e il profilo dei partiti. Cioè partiti o rigorosamente personali oppure, come nel caso del Pd, articolato in una molteplicità di correnti militarmente organizzate che riproducono la natura personale del partito. Nel caso specifico, ogni corrente è un partito in miniatura.

 

Ecco perchè non sarà affatto facile invertire la rotta sul tema, spinoso e decisivo, della selezione della classe dirigente. Un tema antico e noto alle cronache politiche se è vero che già all’inizio della seconda repubblica si paventava il rischio che il tempo dell’investitura dall’alto precedeva quello della legittimazione democratica dal basso. E proprio la fedeltà è diventata il criterio di fondo attorno al quale si gioca l’intero capitolo della selezione della classe dirigente. Una fedeltà al capo che prescinde dalla politica, dalla discussione, dal confronto e da tutto ciò che qualifica la politica, rafforza i partiti e rilancia la partecipazione democratica. Un compito e una sfida che nella politica italiana non possono più attendere e che richiedono da parte dei partiti, o di ciò che resta di loro, un soprassalto di orgoglio.

 

Certo, non sono sicuramente le primarie lo strumento per centrare questi obiettivi. Un escamotage burocratico e protocollare che ha dimostrato la sua strutturale inefficacia e la sua inutilità se si vuole realmente favorire una selezione mirata e qualificata della classe dirigente. E, forse, è anche giunto il momento affinchè le storiche e nobili tradizioni culturali del nostro paese riscoprano sino in fondo la loro ricchezza e la loro specificità per rilanciare quei valori e quelle modalità concrete che hanno contribuito per decenni a fare della politica non solo un esercizio di esaltazione del capo e delle sue gesta ma un luogo di elaborazione e di costruzione della politica. Per questi motivi la selezione della classe dirigente diventa, ora più che mai, un tema decisivo per la stessa qualità della nostra democrazia.

Inattuali, noi? Accettiamo la sfida. L’esempio ci viene da uomini come Sturzo e Moro.

Se la cultura politica dei cattolici democratici punta a reggere la sfida, provando ad essere ancora significativa, non può sottrarsi al rischio di esser considerata inattuale. Bisogna accettare il rischio di trovarsi nella classifica di quanti, per la pubblica opinione, sono  fuori dallo spirito del tempo. Allora urge pensare che proprio dalle macerie può rinascere un pensiero e una prassi politica adeguata.

 

Giuseppe Davicino

 

Le riflessioni di Giorgio Merlo, questa volta sul ritorno delle culture politiche, vanno sempre dritte al punto.

 

La nostra tradizione politica ha dato il meglio di sé proprio nelle fasi in cui ha saputo contribuire a sciogliere nodi politici in apparenza inestricabili. Questo non lo si può mai fare andando a rimorchio della storia, ma interpretandola e cercando di anticiparla.

 

Se i cattolici democratici nelle varie stagioni avessero posizionato comodamente le loro vele nella direzione del vento che soffiava, ben difficilmente avrebbe potuto esserci l’esperienza del Partito Popolare di Sturzo, meno che mai l’elaborazione progettuale sotto il ventennio fascista che contribuì a far sorgere una forma di stato in radicale discontinuità con i regimi totalitari di allora e un modello economico per certi versi originale.

 

Successivamente, se da De Gasperi a Moro non fosse prevalsa una linea tutt’altro che scontata all’epoca, molto scomoda e subissata di critiche verso chi la intesseva, di laicità e di moderazione, contro le pressioni maccartiste,e contro le pressioni clericali a cui si contrappose la cultura delle alleanze, quindi contro le pressioni  negli anni di piombo per una deriva da stato di polizia, cui si contrappose una risposta ferma ma senza nessuna menomazione dello stato di diritto, il ruolo della nostra tradizione politica non avrebbe potuto essere quello che è stato.

 

Se questo è vero allora credo che l’invito ai cattolici democratici a non aver paura di essere fuori moda, di tornare a disturbare, possa esser tradotto nella volontà di contribuire a farsi carico di una nuova mediazione fra capitalismo attuale, dell’industria 4.0 e della sorveglianza, e democrazia.

 

Dopo il crollo del comunismo, nonostante i lungimiranti moniti della Chiesa di Wojtyla, tale equilibrio è andato dissolvendosi. I poteri reali, finanziari, bio-tecnologici, tecnocratici hanno iniziato a progettare un modello di società che prescinde dalla democrazia, ma anche dal concetto di persona, di diritto naturale, da qualsivoglia forma di umanesimo.

 

I risultati di tale processo di frantumazione del compromesso fra capitalismo e democrazia abbiamo iniziato a scorgerli dapprima con la crisi del progetto europeo, passato nelle mani delle tradizionali élites economiche e tecnocratiche mitteleuropee, successivamente con una abnorme finanziarizzazione dell’economia a livello globale, parallelamente con l’invenzione occidentale di un altrimenti inesistente (quantomeno come minaccia globale) terrorismo “islamico”, messo in scena per giustificare trent’anni di initerrotte guerre nel Grande Medio Oriente.

 

I suddetti risultati li vediamo molto più nitidamente ora che una ristretta regia globale sembra voler indirizzare le democrazie occidentali attraverso sempre nuove emergenze verso approdi che difficilmente si conciliano con la libertà e lo stato di diritto.

 

Dunque, se la nostra cultura politica vuole continuare ad essere significativa non può sottrarsi al rischio di esser considerata inattuale, fuori dallo spirito del tempo, pur di riaffermare la necessità di un nuovo umanesimo. Si tratta di trovare il modo per rappresentare le istanze di giustizia dei molti, dei popoli, della classe media, ai tavoli veri, non certo quelli istituzionali purtroppo, dove si compiono le scelte decisive riguardo ai futuri modelli di società e di economia.

 

La nuova mediazione fra centri di potere che comandano de facto il mondo e la democrazia esige forze politiche che sappiano aggiungere punti all’agenda globale che non sono stati previsti da quelle  élites e di toglierne o modificare altri che sono stati previsti. Esige di superare il rapporto di supordinazione oggi esistente fra politica e i nuovi centri decisionali globali finanziari, digitali, bio-tecnologici.

 

In mancanza di ciò (ma servono interpreti che sappiano perlomeno distinguersi pubblicamente dalla narrazione unica, che siano dotati di autonomia politica, culturale e di giudizio) non solo i cattolici in politica sono destinati a una prolungata insignificanza, ma si rischia la complicità con ciò che sta avanzando nel mondo.

 

Se non ci si arma di coraggio, di saggezza e di lungimiranza tempestivamente, mettendo in gioco e facendo fruttificare la nostra cultura politica, questa generazione di cattolici in politica avrà in comune con quelle precedenti solo il fatto di dover ricostruire dalle macerie e dalle devastazioni in arrivo, senza aver credibilmente provato neanche a scongiurarle.

Ddl Zan: «Serve corresponsabilità per un patto educativo». Nitida presa di posizione su «Città Nuova».

Lart.7, listituzione della Giornata nazionale contro lomofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia: una norma che si contrappone al ruolo educativo dei genitori e allautonomia (e alla libertà) di insegnamento dei docenti.

Valter Marchetti

Diamo subito uno sguardo a testo dell’art.7:

 

  1. La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dellinclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione.
  2. La Giornata di cui al comma 1 non de­termina riduzioni dell’orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in un giorno feriale, costituisce giorno di vacanza o com­porta la riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.
  3. In occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia sono organizzate cerimonie, in­contri e ogni altra iniziativa utile per la re­alizzazione delle finalità di cui al comma 1. Le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa di cui al comma 16 dell’articolo 1 della legge 13 luglio 2015, n. 107, e del patto educativo di corresponsa­bilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività di cui al pre­cedente periodo compatibilmente con le ri­sorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

 

In grassetto ho evidenziato i passaggi chiave di questo articolo, proviamo a focalizzarli meglio. Anzitutto, perché la scelta del 17 maggio? Perché il 17 maggio del 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità decise di cancellare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola «una variante naturale del comportamento umano»; il 17 maggio del 2004, Louis-Georges Tin (curatore del Dictionnaire de l’homophobie), fu l’ideatore della prima giornata internazionale contro l’omofobia, giornata che venne istituita ufficialmente dall’Unione europea nel 2007, con l’invito a tutti gli Stati membri di predisporre un sistema di leggi atte a superare le discriminazioni e violenze e promuovere eventi internazionali di sensibilizzazione e prevenzione per contrastare l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

 

Ma se già esisteva la giornata internazionale contro le discriminazioni sessuali o basate sull’identità di genere, per quale motivo lo Stato italiano dovrebbe introdurre una legge specifica per commemorare questa data? Forse per legittimare ufficialmente una cultura (ed una formazione) dell’identità di genere e, quindi, della ideologia gender? L’introduzione nelle scuole degli strumenti per la diffusione della conoscenza della legge contro l’omofobia, rischia di porsi in contrasto con il primo comma dell’art.30 della Costituzione («… E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli …»). E se gli stessi genitori di uno studente minorenne (proprio nell’interesse superiore di questo minore) dovessero chiedere alla scuola l’esonero da questi insegnamenti, alias, momenti di approfondimento, attorno alle tematiche correlate al gender? Rischierebbero di essere “etichettati” come genitori “omofobi”, con tutto ciò che ne conseguirebbe sotto il profilo di eventuali ipotesi di reato, ai sensi per gli effetti degli articoli del Ddl Zan eventualmente approvato? Detti genitori, addirittura, potrebbero essere sottoposti all’accertamento della loro capacità genitoriale, con l’eventuale applicazione di una sanzione penale.

 

L’art.2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, prevede che lo Stato «nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche»; ed ancora, l’art.26 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, prevede che ai genitori è universalmente riconosciuto «il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».

 

Visti i sopradetti (chiari e inequivocabili) principi europei e internazionali, insisto sull’importanza dell’art.30 della Costituzione che pone al centro il ruolo (ed il dovere) fondamentale dei genitori nei confronti dei figli (anche quelli nati al di fuori di un matrimonio), declinando questo ruolo pedagogico e sociale in tre verbi peculiari quanto impegnativi: mantenere, istruire ed educare i detti figli. L’art.7 comma 1 del Ddl Zan rischia di portare con sé dei contenuti normativi che si pongono in netto contrasto con i principi costituzionali, soprattutto in riferimento al ruolo educativo che i genitori hanno nei confronti dei figli.

 

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Ddl Zan: «Serve corresponsabilità per un patto educativo»

Piccola antologia del negazionismo. Editoriale di “Dialogando”.

Il rapporto tra scienza e verità e tra politica e bene comune. Dice fin dalle prime battute l’autore, non senza una marcata ironia:«…finalmente abbiamo una corporazione nuova e all’altezza dei tempi: la corporazione dei negazionisti e dei no vax. Ne sentivamo la mancanza».

 

Luigi Alici*

 

È nata una nuova corporazione. D’ora in avanti, in presenza di passaggi delicati nel processo di riforme e modernizzazione del Paese, non si dovrà più parlare soltanto di lacci e lacciuoli prodotti da resistenze corporative medievali. No, finalmente abbiamo una corporazione nuova e all’altezza dei tempi: la corporazione dei negazionisti e dei no vax. Ne sentivamo la mancanza.

 

Ciò che li accomuna, oltre un appello piuttosto vago all’autonomia individuale, è un enorme cartello dei NO: no alla politica, no alla scienza, no alle leggi che limitano gli spazi della vita privata (ma quali leggi non lo fanno?), no agli “esperti”, no agli istituti di ricerca, no all’informazione ufficiale.

 

Si tratta di una galassia estremamente frastagliata, di cui vorrei tentare una piccola fenomenologia:

– L’intellettuale narcisista: è l’osso più duro. Abituato ad andare oltre i luoghi comuni, ad esercitare una costante vigilanza critica, spesso aiuta a cogliere aspetti importanti che sfuggono alle maglie del pensiero unico. Purtroppo, soprattutto se è un “nipotino” di veri intellettuali, ha civettato a lungo con la retorica della post-verità, non crede nella scienza, non si sente capito dalla politica, soprattutto ha un’alta opinione di sé. A questo punto, non si è lasciato scappare un boccone troppo ghiotto: mixare un po’ di Nietzsche (non ci sono i fatti, solo le interpretazioni) e un po’ di Foucault (il biopotere come la forma più pervasiva di controllo dei corpi), ed ecco che la miccia è pronta. Il materiale incendiario non manca. Purtroppo, nel migliore dei casi non ha la minima  percezione della ricaduta deleteria delle proprie parole; nel peggiore, va in cerca proprio di quello. Solitamente ha uno stipendio assicurato e un alto tenore di vita. Se dovesse ammalarsi, non deve chiudere il proprio negozio e non rischia di perdere un lavoro precario. Con qualche giorno in una buona clinica, conta di sfangarla. Per fortuna, non fonderà mai un partito o un movimento: dove riesce a trovare dieci persone intelligenti come lui?

– Il tuttologo saccente: questo è un caso diverso. Si tratta di una persona laureata, di un’età compresa fra i trenta e i cinquant’anni. Solitamente ha una formazione tecnica, spesso è un ingegnere, un biologo, qualche volta persino un medico. Ha una buona famiglia. Porta i figli in vacanza e compra loro anche il gelato. Ma li tiene costantemente (insieme alla moglie) in stato di indottrinamento permanente. Lui frequenta la rete, anche se non ama la carta stampata, conosce un sacco di gente, sa che le cose non stanno mai come ci sono raccontate. Solitamente è un moralista pallosissimo: ha letto quattro cose e usa sempre gli stessi argomenti, conditi in tutte le salse. “Non date retta” è il suo vangelo, la fiducia negli altri è l’anticamera della stupidità. Le istituzioni sono biechi centri di potere, ma se riuscisse a occuparvi un gradino più alto davvero non gli dispiacerebbe. Il virus esiste, ma il fenomeno è stato gonfiato dalle multinazionali del farmaco. Io non ci casco. Purtroppo, è un animale gregario: va costantemente in cerca dei suoi simili, per sentirsi confermato. Per fortuna, ne trova sempre meno di quanti ne cerca.

  • Il gaudente menefreghista: fra i mammiferi libertari, rappresenta l’evoluzione della specie. Sin dall’Ottocento i suoi più lontani antenati erano coetanei che avevano letto in quantità industriale libri di cui lui ignora bellamente persino l’esistenza; avevano fondato movimenti, promosso riunioni, organizzato proteste. Senza Twitter. In nome della libertà avevano trascorso il fiore della giovinezza in celle umide e maleodoranti, erano stati torturati, fucilati, impiccati. Avevano partecipato a guerre sanguinose, amato fino alla morte una bandiera. Le loro idee erano ideali. L’evoluzione della specie, invece, fa cadere letteralmente le braccia. Non si muove senza Trip Advisor e senza la compagnia di prede femminili usa e getta. Sniffa e si fa di coca. Tanto il mondo è uno schifo, tutto fa schifo, forse anche la mia vita. Non è disposto a morire per la libertà, né per la propria fede, né per l’indipendenza del proprio popolo o della propria nazione. Eppure c’è ancora qualcosa a cui mai e poi mai vorrebbe rinunciare: l’happy hour. Purtroppo, è pronto a seguire non la politica, ma il politico – qualsiasi politico – che gli garantisca la salvaguardia del weekend. Per fortuna, è persino disposto a vaccinarsi, pur di non rinunciare a uscire la sera.

 

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https://luigialici.blogspot.com/2021/08/piccola-fenomenologia-del-negazionismo.html

 

*Docente di Filosofia morale allUniversità degli Studi di Macerata e direttore della Scuola di Studi Superiori Giacomo Leopardi”. È stato presidente nazionale dellAzione cattolica italiana e direttore della rivista «Dialoghi».

Kabul: boom demografico minaccia i talebani (AsiaNews).

Oltre all’opposizione interna, i militanti islamisti dovranno affrontare e gestire la rapida crescita della popolazione. Più di quattro bambini per donna nel Paese. Ogni mese circa 600 donne incinte e 4mila bambini afghani perdono la vita alla nascita o subito dopo. Continue violenze e Covid-19 aggravano il problema.

 

Riccardo Lampariello*

 

Un boom demografico minaccia il dominio talebano. Oltre all’opposizione interna, i militanti islamisti, che hanno ripreso il controllo del territorio afghano dopo il ritiro delle forze militari USA e Nato, dovranno affrontare e gestire la rapida crescita della popolazione. Con più di quattro bambini per donna, l’Afghanistan è cresciuto di quasi un milione di abitanti all’anno, arrivando a circa 38 milioni secondo la Banca Mondiale. Tale aumento è causa di ulteriore stress per un Paese devastato, dove il sistema sanitario è molto carente.

 

In tempi “normali” l’Afghanistan ha faticato a fornire servizi sanitari di qualità alla popolazione. Nonostante i grandi miglioramenti degli ultimi 20 anni, il Paese ha ancora uno dei tassi di mortalità materna e neonatale più alti del mondo, e il più alto dell’Asia. Per fare un raffronto, nel vicino Pakistan la mortalità materna è un quinto di quella afghana. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ogni mese circa 600 donne incinte e 4mila bambini afghani perdono la vita alla nascita o subito dopo.

 

I neonati muoiono soprattutto a causa di complicazioni seguite alla nascita prematura, di eventi durante il parto (ad esempio asfissia) o infezioni; le madri perdono la vita per emorragie, infezioni e complicazioni dovute ad aborti rischiosi. La maggior parte delle morti sono prevenibili con la fornitura di servizi sanitari di qualità durante la gravidanza, il parto e nei primi giorni di vita. Però in Afghanistan meno del 60% delle nascite è supervisionato da professionisti sanitari qualificati.

 

Mentre una popolazione in crescita richiederebbe più medici, infermieri, prodotti sanitari e infrastrutture per soddisfare le esigenze in espansione, anni di violenza hanno logorato il già fragile sistema sanitario nazionale. Esso ha fatto affidamento finora sui servizi forniti da operatori umanitari venuti dall’estero. Poiché anche il personale sanitario è colpito dai combattimenti – a volte sono vittime dirette di aggressioni – le strutture sanitarie e i reparti di maternità sono lasciati parzialmente o totalmente incustoditi.

 

La popolazione ha sempre più paura di lasciare le proprie case a causa della violenza, e quindi l’accesso all’assistenza sanitaria è calato in modo drammatico. Con oltre 100mila nascite mensili previste per i prossimi mesi, c’è un bisogno immediato di garantire la continuità dei servizi sanitari in tutto il Paese.

 

Oltre ai bisogni di assistenza sanitaria materna e infantile, la violenza furiosa ha intensificato le ferite da trauma, che richiedono un aumento dei servizi medici e chirurgici di emergenza e un sostegno psicologico. Le interruzioni nella fornitura di servizi sanitari aumentano il rischio di epidemie; poi quasi metà della popolazione infantile è malnutrita.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Kabul:-boom-demografico-minaccia-i-talebani-53892.html

 

*Direttore del programma sanitario di Terre des hommes Foundation. Le opinioni espresse nellarticolo sono dellautore e non riflettono necessariamente quelle dellorganizzazione per cui lavora.

Il cancellino di Gualtieri

La cosiddetta “cancel culture” s’insinua tra le pieghe della narrazione dell’ex ministro dell’Economia. Forse non se ne avvede, ma commette comunque un errore. La storia del centrosinistra a Roma, in realtà, è più articolata del bignami presentato da Gualtieri. Nasce nei primi Anni sessanta, con Glauco Della Porta e Amerigo Petrucci, prosegue con buoni sindaci come Clelio Darida e Nicola Signorello. Perché dimenticarlo?

 

Enzo Carra

 

Curiosa campagna elettorale quella che si svolge a Roma: c’è uno, il candidato della destra Michetti, che ambisce a fare di Roma la nuova “caput mundi” e ce n’è un altro, il candidato del centrosinistra, Roberto Gualtieri, che il passato preferisce ignorarlo. Non è dato sapere se Michetti pensi a qualche forma di cesarismo, che pure certo andrebbe a genio a parte del suo elettorato. Quello che è sicuro, invece, è che Gualtieri, il quale pure è uno storico, utilizza sommariamente la “cancel culture”. Il suo problema non è la damnatio memoriae di certi imperatori, lui non vuole dimenticare Nerone, a lui basta depennare il trentennio democristiano in Campidoglio che è pur sempre nel Dna di tanti elettori e dirigenti del suo partito.

 

Intervistato da Repubblica, Gualtieri è orgoglioso di poter affermare che “il centrosinistra ha espresso i più grandi sindaci di Roma” e li cita. Da Argan a Petroselli, da Rutelli a Veltroni. Gualtieri dimentica Ugo Vetere e inserisce arditamente Ernesto Nathan, ma ottiene questo risultato utilizzando la “cancel culture” e, grazie a questo strumento, può addirittura riconoscere che “anche l’esperienza di Marino ha prodotto risultati importanti.” Dei quali né lui né i suoi compagni di corrente si resero conto allora, essendo i principali protagonisti della cacciata a mezzo notaio di quel sindaco. Sempre grazie alla “cancel culture” Gualtieri può omettere il seguito della gita dal notaio, detonatore dell’esplosione grillina nella Capitale con conseguente elezione di Virginia Raggi.

 

La storia del centrosinistra a Roma è più articolata del bignami presentato da Gualtieri. Nasce nei primi Anni sessanta, con Glauco Della Porta e Amerigo Petrucci, prosegue con buoni sindaci come Clelio Darida e Nicola Signorello. È pur vero che quel centrosinistra non comprendeva i comunisti, ma perché cancellarli? Quella storia non si è mai davvero fatta, o meglio è stata scritta dai vinti e non dai vincitori di allora. Ed è una storia dalla quale sgocciolano notizie di crimini ed errori, ma anche di grandi successi. In quei lunghi anni c’è stato il “sacco di Roma”, ma ci sono state anche le Olimpiadi del 1960 con quello che hanno significato per il riordino urbano. C’è stata la banda della Magliana, che non era una corrente democristiana, ma anche la ricostruzione della città sulle macerie della guerra. Si sono visti in Campidoglio democristiani grossier e comunisti dotati di esprit de finesse, ma tutto questo che vuol dire? Certo non basta a giustificarne la rozza cancellazione.

 

Questa parte allo storico Gualtieri non interessa. Eppure sa che da quegli anni e da quella gente viene anche la passione e l’onesta politica di tanti elettori e di tante donne e uomini che combattono con lui la stessa battaglia. Per riportare Roma tra le grandi capitali del mondo.

Bettini, il populismo e i 5 stelle.

Come si fa a celebrare la funzione del Pd come alternativa al popolulismo e al tempo stesso prefigurare l’alleanza strategica a sinistra, imperniandola su Pd e M5S? Una teoria che mette in evidenza la pretesa di elevare a verità ciò che invece assomiglia al “nulla della politica” (Martinazzoli).

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, ricapitolando. Goffredo Bettini, intelligente politico del mondo post comunista, dice in una intervista al Corriere della Sera che la “sinistra e il Pd sono la garanzia insostituibile per assicurare nel futuro un’alternativa al populismo e al sovranismo”. E sin qui tutto bene. Ora, per evitare di creare ulteriore confusione, Bettini è l’alfiere e il protagonista per eccellenza dell’alleanza tra la sinistra italiana, cioè il Pd, e il partito di Conte e di Grillo, ovvero il partito populista per eccellenza nel nostro paese.

 

Al riguardo, non credo che Bettini, politico di lunghissimo corso, pensi che le conversioni politiche di un partito avvengano in modo improvviso, collettivo e pertanto misterioso. Fuor di metafora, come può essere credibile la tesi di un partito che, improvvisamente, rinnega tutto ciò che l’ha contraddistinto e caratterizzato per almeno tre lustri? Come si può pensare che una comunità politica nata all’insegna dell’antipolitica, dell’antisistema, della demagogia, dell’antiparlamentarismo, del giustizialismo manettaro, della delegittimazione morale e politica dell’avversario – cioè del nemico -, dell’attacco alle persone, del rifiuto delle alleanze, della democrazia digitale e, di conseguenza, del populismo più sfrenato possa all’improvviso e unanimemente mutare la prospettiva rinnegando tutto il passato?

 

Veramente Bettini pensa che tutto ciò che un partito/non partito dice da quasi 20 anni possa essere fanciullescamente e goliardicamente cancellato e tutta la sua comunità politica ed elettorale segua bovinamente e passivamente quelle indicazioni? Detto in altri termini, ma veramente Bettini pensa che il partito di Conte e di Grillo non ha più nulla a che vedere con il populismo che hanno praticato, urlato, teorizzato, manifestato e declinato in tutti questi anni e in tutte le sue svariate modalità?

 

Ecco, credo che siano sufficienti queste semplici e banalissime domande per arrivare ad una altrettanto semplice conclusione. E cioè, il populismo non è taxi ma, di norma, il Dna di un partito o di un movimento politico. È un modo d’essere, una prassi studiata e praticata, una cultura – o meglio, una sub cultura – in cui una intera comunità e quindi un intero elettorato si riconoscono. Oltretutto, quando i protagonisti politici a livello nazionale e a livello locale sono sempre gli stessi. In ultimo resta la domanda di fondo. Ovvero, Bettini individua nel Pd l’unica vera “alternativa politica al populismo”. E cosa propone per centrare questo obiettivo così nobile? L’alleanza organica, strategica e duratura con i 5 stelle, cioè con il partito populista per eccellenza.

 

Verrebbe da dire, misteri della fede. Ma essendo in un altro pianeta, è meglio dire che si tratta di un mistero della post politica. Quella che l’indimenticabile Mino Marttinazzoli definiva come “il nulla della politica”.

La ritirata americana arriva da lontano

Il punto è che Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con linevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Non a caso, Gideon Rachman, lautorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Ecco, sarà bene rifletterci sopra, a cominciare da noi europei.

 

Enrico Farinone

 

E’ difficile analizzare i diversi elementi che compongono il puzzle afgano senza avere negli occhi le drammatiche immagini viste in questi giorni. Ed è parimenti arduo farlo senza forzare i toni intorno agli aspetti che si ritengono basilari e, soprattutto, più vicini alla propria sensibilità e alle proprie idee. Arriva però sempre il momento nel quale, superata l’onda della prima commozione, occorre recuperare lucidità per poter osservare le cose in termini oggettivi e quindi poter affrontare la situazione al meglio, considerandola per quella che è.

 

Uno degli elementi, quello su cui vorrei soffermarmi qui perché conduce alle nuove responsabilità dell’Unione Europea (che tratterò in un prossimo articolo), è stato ormai rilevato quasi unanimemente dagli analisti politici. Ovvero il ritrarsi degli Stati Uniti da quel ruolo di primo rappresentante degli interessi occidentali nel mondo che ne aveva caratterizzato l’azione durante il secolo scorso.

 

Occorre prenderne atto: Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con l’inevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Ha mutato l’ordine delle priorità: prima le esigenze interne, dopo – semmai – quelle legate alla politica estera, e anche fra queste ultime il focus non è il più il medesimo: ieri, a fronte del comunismo sovietico e della strategicità degli approvvigionamenti petroliferi, era orientato prevalentemente su Europa e Medio Oriente (quindi Atlantico e Mediterraneo, quindi Occidente); oggi, a fronte dell’avanzata cinese in ogni campo incluso quello militare, è innanzitutto rivolto a quello che noi definiamo oriente asiatico ma che per gli USA è occidente, al di là di quell’Oceano Pacifico che bagna le sabbiose spiagge della California.

 

Forse questa considerazione renderà parzialmente felici gli inesausti oppositori dell’imperialismo amerikano, quello con la kappa, così come sorprenderà quanti avevano immaginato che l’America first trumpiano fosse una delle tante anomalie di un Presidente non all’altezza, oltre che reazionario.

 

In realtà il progressivo cambio di orientamento nella politica internazionale degli Stati Uniti si era cominciato a percepire già ai tempi della presidenza Obama. E’ stata ricordata la sua intenzione di ridurre la presenza di truppe in Afghanistan sin dal 2010 (poi in realtà, cedendo alle pressioni e alle analisi strategiche e sul campo del Pentagono, aveva aumentato gli effettivi in situ). E già allora il vice presidente Biden si era dichiarato contrario rispetto a quest’ultima scelta. Io però vorrei qui rammentare anche la cortese ma ferma richiesta rivolta agli alleati europei nella NATO di contribuire maggiormente alle spese per quest’ultima (andata un po’ nel dimenticatoio solo perché ripresa da Trump con più vigore e con la volgarità tipica del personaggio): segnale pure esso di un diminuito interesse verso il quadrante europeo intervenuto dopo la fine dell’Unione Sovietica.

 

E che dire, ancora, delle incertezze palesate, sempre da Obama, nella vicenda siriana, che nel tempo hanno consentito non solo la permanenza al potere del massacratore del suo popolo, Bashar al-Assad, ma anche il consolidamento di basi militari russe sul Mediterraneo orientale?

 

Insomma, il quadro strategico è cambiato. E non di poco. Molti osservatori, fra i quali il sottoscritto, avevano erroneamente interpretato l’America is back di Joe Biden come il ripudio totale della dottrina Trump, probabilmente ingannati dal proprio radicale dissenso nei confronti delle idee e dei modi del magnate newyorchese; ma in realtà il cambiamento data ormai da quasi tre lustri, e in esso certamente la crisi economico-finanziaria innestata nel 2007 dalla questione dei mutui subprime ha esercitato un ruolo non secondario. Perché ha indirizzato l’elettorato statunitense a richiedere alla politica più attenzione e risorse per infrastrutture, creazione di posti di lavoro, sanità, politiche sociali e meno per dispendiose iniziative militari internazionali delle quali l’americano medio non comprende – oggi, svanito il pericolo comunista – la necessità né tanto meno le motivazioni d’ordine geopolitico.

 

Biden è riuscito a sconfiggere Trump soprattutto tracciando un quadro di ripresa interna – a partire dalla sconfitta del Covid-19, senza il quale probabilmente Trump sarebbe stato rieletto – e ora è su questa che verrà misurato dagli elettori. Ed infatti – al di là della disastrosa ritirata da Kabul, sulla quale occorrerà indagare meglio perché è evidente che gli americani con essa hanno perduto in credibilità e potere di deterrenza – già ora il suo consenso è in diminuzione a causa soprattutto della ripresa di forza del virus, dovuta anche alla non completa immunizzazione vaccinale della popolazione, che pure era stata assicurata. E’ il problema del consenso. Dei voti da raccogliere. Un tema che il politico che opera in una democrazia non può mai trascurare, a differenza degli autocrati o dei dittatori. Ciò però può indurre – come è stato nel caso in questione – a commettere errori, anche gravi. Che possono generare mutamenti di scenario imponenti.

 

Gideon Rachman, l’autorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Forse con un po’ troppa enfasi, ma certo è che ora, nel 2021, siamo ormai pienamente nel XXI° secolo, che taluni han definito il ”secolo asiatico”. Sarà bene rifletterci sopra. A cominciare da noi europei.

Chi è Tommaso Claudi, il console italiano che salva gli afghani. Il servizio dell’Agenzia Italia.

A 31 anni da compiere il 30 agosto, è l’unico diplomatico italiano rimasto nel Paese riconquistato dai talebani. In una foto lo si vede, con elmetto e giubbotto antiproiettile, aiutare un bambino in lacrime a superare un muro nell’aeroporto di Kabul.

 

Manuela D’Alessandro

 

“È salito sui container andando ben oltre il suo dovere, buttandosi anima e cuore” per individuare nella folla stipata le attiviste di Pangea che dovevano imbarcarsi per l’Italia“, racconta all’AGI Luca Lo Presti, responsabile dell’organizzazione umanitaria milanese. In una foto lo si vede, con elmetto e giubbotto antiproiettile, aiutare un bambino in lacrime a superare un muro nell’aeroporto di Kabul.

 

Sono ormai diverse le azioni di coraggio riconosciute al console a Kabul, Tommaso Claudi che, a 31 anni da compiere il 30 agosto, è l’unico diplomatico italiano rimasto nel Paese riconquistato dai talebani. “Grazie Tommaso”, ha twittato il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi.

 

E anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ne ha riconosciuto il valore: “Se stiamo riuscendo a portare a casa i nostri connazionali e gli afghani che hanno collaborato col nostro Paese lo dobbiamo anche a persone come Tommaso Claudi. Il suo impegno in una situazione di emergenza, davanti a difficoltà evidenti, è una prova di grande amore per l’Italia”.

 

È originario di Camerino, dove la sua famiglia in queste ore ha scelto di proteggerlo col silenzio: “Soprattutto la mamma dopo che gli è stata data questa visibilità ha paura”, spiega un parente stretto del giovane.

 

Ricco il suo curriculum con due lauree, una in Linguistica a Pavia, la seconda in Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano. Superate le prove diplomatiche, nel settembre del 2017 Claudi viene nominato Segretario di Legazione in prova alla carriera diplomatica, confermato in ruolo dal 5 giugno 2018. Qualche mese dopo, nel gennaio del 2019, arriva come secondo segretario commerciale a Kabul.

 

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https://www.agi.it/cronaca/news/2021-08-23/afghanistan-tommaso-claudi-console-italiano-salva-bambini-13650753/

1924, Donati commemora don Minzoni: «Il suo esempio ci sarà d’aiuto». Oggi le celebrazioni con Enrico Letta.

Pubblichiamo la parte iniziale del discorso commemorativo tenuto il 23 agosto 1924 dal direttore de «Il Popolo» Giuseppe Donati, presso la sezione romana del Ppi, in via di Monte della Farina 50, nel primo anniversario della morte di don Minzoni. Il link in fondo permette di accedere al testo completo del discorso.

Il parroco di Argenta, ucciso 98 anni fa dalla violenza fascista, sarà ricordato oggi, lunedì 23 agosto alle ore 19 a Ravenna, in piazza Garibaldi. La serata, organizzata dal Centro Studi Donati, dalle ACLI, dall’Associazione Benigno Zaccagnini, sarà coordinata da Livia Molducci. Alcuni giovani leggeranno brani del diario di don Minzoni e scritti di Benigno Zaccagnini, Giovanni Paolo II, Sandro Pertini. Dopo il saluto di Michele de Pascale è previsto lintervento di Enrico Letta.

 

Giuseppe Donati

 

Raccogliamoci per alcuni istanti in religioso silenzio e ri-cordiamo. Si compie l’anno oggi, nel momento in cui siamo qui raccolti, che don Giovanni Minzoni morì accoppato proditoriamente ad un cantone buio della sua Argenta, vittima innocente di un bestiale eccesso di odio politico.

 

Dalla vigliacca ferocia degli assassini non lo protessero né la prestanza della sua forte e impetuosa giovinezza, né il fascino spirituale di quella bontà che splendeva in tutte le sue parole e in tutte le sue opere. Certo odio – qualunque sia l’etichetta ideale di cui si ricopre – non s’arresta né davanti alla sacra veste del Sacerdozio di Cristo, che don Giovanni portava come un angelo, né davanti alla divisa del combattente eroico, che Egli aveva pure onorata sul campo in difesa della Patria.

 

Pertanto il bieco assassinio di don Giovanni Minzoni strappò dal petto di tutti i suoi conterranei un grido di dolore e di protesta, che si ripercosse in tutti i cuori.

 

Più alto fu quello dei confratelli, che l’avevano in esempio; dei commilitoni, che ne ammiravano il valore; dei poveri e degli infelici, coi quali aveva particolarmente diviso il suo pane di asceta e la sua fede di apostolo. L’Italia si riempì di quel grido; e da ogni parte si invocò, si reclamò anzi il virile conforto della giustizia. Giustizia, infatti, fu promessa da chi doveva, con la solita abbondanza di parole tronfie di collera mendace.

 

Dopo un anno, ahimè, non solo non si è fatta ancora giu-stizia; ma a coloro che si ostinavano ad invocarla si è risposto con lo scherno e con la minaccia; ed ora forse «gli ignoti» assassini dell’arciprete di Argenta transitano tuttavia liberi e boriosi per le vie dove don Giovanni Minzoni seminò il bene e raccolse la morte.

 

Meglio delle ombre della notte, protessero l’impunità degli assassini e dei mandanti, i silenzi vili, se non proprio compiacenti dei mancati testimoni, la prestabilita inettitudine di deboli custodi della legge, la tolleranza infine di tutti coloro che, per amor di quiete, obliano abitualmente il cristiano dovere della fortezza e del coraggio, avverso i prepotenti e gli ingiusti. In tal modo, per centinaia di vittime innocenti s’è creato in Italia quel sistema di omertà e di impunità per i colpevoli, che ha distrutta ormai ogni fiducia nella giustizia, e posti i cittadini liberi alla mercè di faziosi avversarii e dei fanatici e prezzolati sicari.

 

In questo stato di cose, possiamo disputare quale sia il modo «per una degna commemorazione di don Giovanni Minzoni»? Ci è stato detto, dai soliti prudenti assertori della tattica del giusto mezzo (Manzoni direbbe che il giusto mezzo è precisamente quello dove essi si trovano a loro comodo), ci è stato detto, dicevo, di escludere dalle nostre rievocazioni ogni altro significato all’infuori di quello che riguardi in don Giovanni Minzoni il sacerdote e il combattente. Ma, allora, perche fu ucciso e perchè gli fu negata giustizia?

 

Queste inevitabili e terribili domande rendono inutili negli altri, come è impossibile in noi, ogni ipocrisia. Se la commemorazione di don Giovanni Minzoni deve essere fatta in modo da non turbare non dirò coloro che non seppero e non vollero fare giustizia del suo assassinio ma dirò certi «fiancheggiatori» di coloro che pure parteggiano per i suoi accoppatori, questa commemorazione sarebbe impossibile, almeno in linea di lealtà e sincerità, verso la vita e la morte di Colui che si vuol commemorare.

 

In don Giovanni Minzoni – diciamolo alto e folrte, perché è l’intera verità – venne colpita, come si voleva colpire, l’idea politica popolare, cioè l’idea democratica cristiana, che Egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente.

 

È superfluo rievocare i fatti e le circostanze che furono causa del proposito assassinio: sono noti e a tutti noti. La stampa cattolica non asservita li ha documentati non meno saldamente e coraggiosamente di quella popolare. Sul movente squisitamente politico del delitto non può esservi dubbio.

 

Il testo del discorso di Giuseppe Donati

Dal Piemonte appello per l’Afghanistan. Giampiero Leo, insieme ad altri, indica un percorso di solidarietà ad ampio raggio.

Più di cento realtà associative piemontesi hanno approfondito le questioni che scaturiscono dal drammatico epilogo della vicenda afghana. Urge uno sforzo di comprensione, fermo restando il ripudio di ogni arretramento rispetto ai principi e alle regole fissate nella Carta dei diritti dell’uomo.

 

 

Redazione

 

Sulle tragiche vicende che si stanno svolgendo in Afghanistan, si è giustamente scritto molto e si stanno leggendo e ascoltando moltissime opinioni e analisi.

 

Anche noi membri e rappresentanti di due significativi coordinamenti di realtà diverse, abbiamo ritenuto opportuno, anzi doveroso, esprimere la nostra posizione, che troverete nel comunicato allegato.

 

Ci permettiamo soltanto – in “prefazione” al comunicato, di segnalare due peculiarità che – a nostro avviso – costituiscono un fattore di novità:

 

1- La prima è che il nostro “appello” nasce realmente da un confronto ampio, dialettico e franco tra i rappresentanti di un numero davvero significativo di realtà presenti nella società. Il Coordinamento interconfessionale è costituito da rappresentanti di quasi tutte le confessioni religiose (o assimilabili) presenti in Piemonte. Il Coordinamento contro l’atomica, tutte le guerre e i terrorismi raccoglie sicuramente la grande maggioranza delle realtà e dei Movimenti impegnati su queste tematiche. Insieme superiamo sicuramente il numero di cento realtà aderenti. Già questo fatto ci sembra alquanto significativo, anche perchè copre una “area culturale” tanto ampia quanto variegata, ma che è stata capace di trovare una sintesi unitaria.

 

2- Una seconda peculiarità è che – partendo da quanto descritto nel punto 1 – ci siamo ripromessi di lavorare e impegnarci per provare a ridare “un’anima” alla democrazia e ai princìpi che la sostengono.

 

Abbiamo un riferimento formidabile nella nostra Costituzione e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’uomo approvata dalle Nazioni Unite, ma pensiamo che i valori fondanti delle due succitate “carte”, debbano essere rivitalizzati, meglio compresi, e incarnati genuinamente e concretamente nella vita dei Paesi democratici. Con una modalità, quindi, che risulti credibile, apprezzabile, attraente o quanto meno rispettabile da tutti quei popoli che, per ragioni storiche, hanno legittimamente compiuto  percorsi storici diversi dai nostri.

 

Comunicato. Noi siamo con il popolo afghano e col senso autentico della libertà.

 

Il precipitare della situazione in Afghanistan, in tempi più celeri di qualsiasi immaginazione, ci induce a essere più che mai a fianco del popolo afghano – un popolo che da più di quarant’anni è dentro al tunnel della guerra; e a rivolgere un triplice appello.

 

Il primo è al governo italiano e alle istituzioni internazionali. Affinché nessuno sforzo sia risparmiato per tutelare chi ha ragione di temere in quel che accade: sia esigendo un’attenzione straordinaria e costante delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza a salvaguardia dei diritti umani, sia predisponendo corridoi umanitari e tutto ciò che può condurre in salvo chi è in pericolo.

 

Il secondo appello è ai talebani, che governeranno l’Afghanistan in virtù di una vittoria ottenuta con le armi e non con il libero consenso. Si sentano comunque responsabili dell’incolumità e della dignità delle donne e degli uomini dell’Afghanistan, ovvero appunto del rispetto dei diritti umani. Sappiano mantenere la promessa che hanno fatto, che non ci saranno cioè vendette; e un comportamento più mite di quanto non sia nelle aspettative possa contribuire a una loro diversa immagine presso l’opinione pubblica mondiale.

 

Il terzo appello è alla coscienza degli uomini e delle donne dell’Occidente. Affinché questo momento così avvilente sia fecondo di insegnamenti. In primo luogo è indubitabilmente chiaro che la democrazia non può e non deve essere esportata, e che una libertà imposta, non rispettosa dei percorsi di ciascuno, non è vera libertà. In secondo luogo è devastante, per quanto di continuo ricorrente nella storia, che nobili ideali siano usati per nascondere interessi ben precisi o la consueta politica di potenza; e quel che inesorabilmente ne deriva è il loro discredito.

 

Bisogna allora veramente chiedersi se quegli ideali sono innanzitutto vivi qui da noi, nell’ambito della civiltà che ne è all’origine, al punto da poter dare la vita ed essere di esempio ad altri. Le ideologie totalitarie, religiose o laiche, hanno saputo smuovere i popoli, chiamandoli a grandi sacrifici; ne è in grado l’idea della libertà? Nella democrazia, al di là degli equilibri tra interessi e sistemi di potere, si può trovare un contenuto spirituale che la sorregga? Solo se la risposta sarà autenticamente affermativa, essa avrà un futuro.

 

Giampiero Leo, Claudio Torrero a nome del “Coordinamento interconfessionale Noi siamo con voi”.

Paolo Candelari a nome di A.G.Ite contro le armi atomiche, tutte le guerre e i terrorismi

Veri abusi e nuove forme di vittimismo

A forza di vedere violenza dappertutto, ci avviciniamo al punto in cui la percezione del reale si deforma. A voler essere consequenziali, anche il dono della vita ci è stato imposto e dunque rappresenta una violenza. Il rischio è che dietro questa ipertrofia della denuncia anti-violenza si annidi una difficoltà oggettiva a rapportarsi con il prossimo.

 

Danilo Campanella

 

Anni fa sentii una donna, la chiamerò Adelina, di oltre novant’anni, senza fissa dimora, che tra un ricordo e l’altro mi raccontò di quando, da ragazza, un medico durante la visita si approfittò di lei. Figlia di contadini, ingenua, forse isolata dal punto di vista familiare, si scompose appena. Quando lo disse al primario quello la pregò di non parlarne per evitare uno scandalo. Succede, disse lei, per nulla turbata. “Ma voi uomini in fondo siete buoni, siete tanto affettuosi, quando vi si da ciò che volete, come i bambini”. Poi disse che, tornando a casa, vide un fatto terribile: il pesce rosso che aveva nella boccia galleggiava senza vita.

 

Che strano, pensai, Adelina aveva sopportato lo stupro ma non sopportava che il pesce rosso le fosse morto. “Tornai a casa e lo trovai morto, capisci?” Mi disse, come se non trovasse ancora pace. Per diverse notti, in seguito a quell’incontro, faticai ad addormentarmi. Non so dove sia oggi, ma quella donna mi diede una lezione di vita che equivale a un pugno nello stomaco. Un tempo era tutto normale, sopratutto per le donne. Ora per fortuna non lo è più. Rischiamo tuttavia nel cadere nell’ipersensibilità. Siamo passati, dal mobbing, allo stalking, sino a forme sempre più sottili di “violenza”, nella sua accezione di “andare oltre”.

 

C’è il ghosting, ed ora arriva anche l’orbiting. Coniato da Anna Iovine, blogger di Man Repeller, il termine si riferisce a quegli/quelle ex che scompaiono ma che continuano a seguirci sui social network. A tanti, o tante, presumo, dia fastidio. Mi chiedo: aumentano le forme di violenza oppure aumenta la nostra sensibilità nel percepire i rapporti interpersonali? Ancora non lo so. Vorrei però anche io, in questa sede, coniare un nuovo termine, osando, senza pretesa di esaustività, “Lifeing”, ovverosia la forma di violenza verso chi, pur non volendolo, viene data la vita. Insomma, la nascita. Senza il nostro assenso siamo stati gettati nel mondo, nudi, nel dolore e nel sangue, costretti a doverci caricare di fame, malattie, oneri non voluti. Nessuno ha firmato un pezzo di carta prima di nascere.

 

Eppure eccoci qui, costretti, quando tutto va bene, comunque a scontare quarant’anni di lavori forzati per poi sopravvivere a un breve periodo di libertà vigilata, prima di costituirci al necroforo. Non è forse questa la più grande forma di violenza? Quindi, non sarebbe il caso di allenare la nostra percezione verso gli altri in modo che ogni foglia caduta non ci suggerisca una forma di abuso? Lo dobbiamo per lo meno alla signora Adelina, così sensibile e rispettosa verso il mondo da ritenere passabile persino la più aberrante forma di abuso; affinché si torni a una percezione equilibrata del reale, che non tolleri la violenza, ma che nemmeno la veda in tutto pur di trovare una scusa per non rapportarsi con il prossimo. Affinché quella boccia, dove un tempo nuotava un pesciolino rosso, non rimanga vuota.

Addio Nicoletta

Il ricordo personale della “Signorina buonasera” per eccellenza, Nicoletta Orsomando. Uscita dalla scena televisiva seppe mantenere integra la sua riconosciuta eleganza e discrezione. Non mancava di ironia. È stata una presenza importante, non solo per chi l’ha conosciuta da vicino.

 

Silvia Costa

 

Una donna deliziosa e ironica, intelligente ed elegante. È stata la prima e più familiare annunciatrice televisiva. La ricordo personalmente benissimo perché mio padre è stato uno dei pionieri della Rai Tv (veniva da Radio firenze) e curava le prime trasmissioni (i programmi culturali, la prosa, la rivista ) fin dai primi anni ‘50.

 

Con mia sorella ed altri bambini partecipai a uno dei primi programmi della Rai dedicati all’infanzia: “Giochiamo insieme”, naturalmente in diretta pomeridiana, di Anna Maria Romagnoli. In un angolo, sullo sfondo di una pesante tenda beige drappeggiata alle spalle, c’era lei, Nicoletta Orsomando, con il suo sorriso accattivante, impeccabile e  graziosa. Era per noi una presenza materna.

 

Da allora ci siamo incontrate tante volte in questi decenni. Negli ultimi anni ci vedevamo alla messa domenicale in Santa Maria in Trastevere dove con l’amato nipotino non mancava mai. Sempre con elegante discrezione, la stessa con cui era uscita dalla scena televisiva.

 

La “signorina buonasera” per eccellenza aveva uno speciale guizzo negli occhi, una dizione perfetta, una esemplare disinvoltura unita al senso della misura con un pizzico di umorismo e di leggerezza .

 

Il contrario dello stereotipo della valletta o della donna oggetto: una signora dello schermo che ci ha accompagnati per le diverse età della nostra vita, rassicurante e serena .

 

Addio Nicoletta.

Don Minzoni nel ricordo di Scelba a 50 anni dalla morte. Domani, con Enrico Letta, la commemorazione a Ravenna.

Tornato alla guida della Dc sulla scia del congresso di Roma del 6-10 giugno 1973, Fanfani avvia una mobilitazione straordinaria del partito aprendo una sottoscrizione proprio nel segno del cinquantenario dell’assassinio, per mano di sicari fascisti, dell’Arciprete di Argenta. A seguire, il Consiglio nazionale è convocato il 5 agosto presso la tomba del martire, già cappellano militare nella Grande Guerra, in origine legato alla tradizione della prima Dc di Murri e poi alla esperienza del Partito popolare di Sturzo. Nella circostanza, il compito di tracciare un profilo a tutto tondo del sacerdote è affidato a Mario Scelba, anziano leader di una Dc anticomunista, ma nondimeno caratterizzata in senso antifascista per rispetto alla lezione di Sturzo e di De Gasperi. Ripubblichiamo il testo della relazione che l’Ufficio programma della Dc inserì nell’opuscolo stampato subito dopo la manifestazione di Ravenna.

 

Don Minzoni, una sfida al fascismo.

 

Mario Scelba

 

Cari amici, Signore e Signori, l’iniziativa della D.C. di celebrare la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della morte di don Giovanni Minzoni, caduto il 23 agosto 1923, a 38 anni, vittima della violenza politica fascista, vuole, anzitutto, rendere omaggio ed esprimere riconoscenza all’uomo che testimoniò con sacrificio della vita la sua fedeltà alla causa della Chiesa e agli ideali democratici cristiani di libertà e di democrazia. A questi sentimenti di omaggio e di riconoscenza partecipano tutti i democratici cristiani d’Italia, qui oggi idealmente rappresentati dai membri del massimo organo del nostro partito – il Consiglio Nazionale – appositamente convocato, in Ravenna, con lodevole decisione della Direzione, su proposta del Segretario politico on. Fanfani.

 

La celebrazione vuole poi ricordare a tutti gli italiani, e specie ai giovani che non hanno conosciuto le lotte cruenti per la libertà, di che lacrime gronda e di che sangue la conquista del regime di libertà, di cui tutti noi oggi godiamo, e di cui non pochi facilmente abusano col rischio di metterne in pericolo l’esistenza. Ma la celebrazione del cinquantenario cadendo in un periodo difficile della vita nazionale, vuole anche avere un più preciso significato. La violenza, come metodo di lotta politica, è tornata di attualità e la sua presenza pesa non poco, negativamente, sullo sviluppo della Nazione e sul suo credito internazionale. In questo quadro, la celebrazione supera l’interesse per la tragicità dell’episodio personale e quello per gli ideali di un partito politico, per coinvolgere tutti gli italiani che credono nella libertà e nella democrazia e si sentono cointeressari al destino di una Patria libera e prospera. Per i democratici cristiani – in particolare – si tratta di rinnovare – oggi – solennemente, l’impegno di fedeltà agli ideali per i quali don Minzoni fece olocausto della vita.

 

Don Giovanni Minzoni non era un uomo comune, anche se il martirio è quel che lo ha consacrato alla storia. Nato a Ravenna il 29 giugno 1885, veniva ordinato sacerdote 1’11 settembre 1909 e destinato ad esercitare il suo ministero ad Argenta. Il 15 dicembre 1916 veniva nominato arciprete, su designazione unanime dei capifamiglia della parrocchia, ai quali un’antica consuetudine riservava il diritto di elezione del parroco. Ma, subito chiamato alle armi, a causa della guerra, poté assumere le funzioni solo tre anni dopo, il 24 giugno 1919, con l’invio in congedo. Destinato, all’atto del richiamo alle armi, ad Ancona, come soldato di sanità, a sua domanda veniva inviato, nel febraio 1917, al fronte, in prima linea, come cappellano militare. Aveva chiesto l’invio al fronte per testimoniare, come cattolico, la sua lealtà verso la Nazione, e in fanteria, perché «i fanti – scriveva – sono i poveri», ed egli voleva restare, come in Argenta, vicino ad essi.

 

In queste scelte, c’è già una parte importante dell’uomo. Le sue qualità umane emergono dal rapporto che il Comandante del 256″Reggimento di Fanteria, Brigata Veneto, di cui faceva parte, redasse il 25 dicembre 1917, per sollecitare la concessione di una medaglia al valore al suo subalterno. L’autore del rapporto, un incredulo, così scrive di don Minzoni: «Ha carattere forte, franco, leale. Ha gentile l’animo e pratica razionalmente la carità cristiana. È molto coraggioso… i soldati lo ricercano. È stimato ed amato da tutti gli ufficiali del reggimento, compresi quelli non credenti o di altra religione. Malgrado il suo spirito ardente e battagliero, nelle discussioni fra ufficiali si conserva calmo e prudente. In combattimento e in trincea è noncurante del pericolo; gira per le trincee e per i posti di medicazione a rincuorare i feriti e i meno animati».

 

La prova della sua tempra di uomo, del suo coraggio, l’offre nell’episodio che si svolge il 15 giugno 1918 sul Piave e che gli valse la medaglia d’argento al valore militare, conferitagli sul campo dal Comandante della Terza Armata, il Duca d’Aosta, con la seguente motivazione: «Instancabile nella sua missione pietosa di confortare feriti, aiutare i moribondi, durante il combattimento, impugnato il fucile e messosi alla testa di una pattuglia di arditi – il comandante del reparto era caduto – si slanciava all’assalto contro il nucleo nemico, faceva numerosi prigionieri e liberava due nostri militari di altro corpo precedentemente catturati». Riferendo l’episodio bellico nel suo diario, e il rischio corso, scrive: «La morte sul campo non mi ha mai fatto paura; mi sembra bella e grande».

 

Don Minzoni segui la vocazione di sacerdote, sapendo di dover operare in una regione ove, per ragioni storiche, il prete – a quel tempo – era letteralmente odiato, e ove la politica, infeudata, anche per l’assenza dei cattolici, ai partiti cosiddetti «laici», non si fermava dinanzi all’altare, ma anzi era protesa attivamente a distruggere gli altari; in una regione in cui, per le misere condizioni del proletariato agricolo e l’indole dei cittadini, le lotte sociali si svolgevano con una asprezza tale da richiamare su di esse l’attenzione preoccupata della Nazione e quella degli stranieri. Ad Argenta le cose erano peggio che nel resto della diocesi di Ravenna, di cui la città faceva parte. In una relazione del 1905 dell’Arcivescovo di Ravenna, dopo la visita pastorale, si parla di «invasione – in Argenta – demolitrice e scristianizzante del socialismo, predicato e professato – come del resto nella provincia – in maniera satanica». E in altra relazione del 1912, quando già don Minzoni operava sul posto, la città è descritta dallo stesso Arcivescovo come «l’emporio di tutte le iniquità, ove anche la libertà di coscienza è conculcata».

 

La posizione dei cattolici, nella provincia di Ravenna, è data da questi risultati avutisi nelle elezioni del 1906 per il consiglio provinciale, al quale partecipavano, per la prima volta, con due candidati: Ing. Fabiani e Ing. Castellucci: repubblicani 8.798; socialisti 4.318; cattolici 552; in questa cifra erano compresi i voti dei 150 preti della diocesi! In una terra bruciata dalla predicazione e dall’azione, per lungo tempo pressoché incontrastate, di un socialismo rivoluzionario anticristiano e in un clima acceso d’intolleranza e di estremismo sociale, il 10 maggio 1910, a 25 anni, don Minzoni inizia il suo ministero sacerdotale come cappellano in una parrocchia d’Argenta, S. Nicolò. Il contatto con la realtà dovette essere conturbante s’egli parla di senso di «smarrimento» provato dinanzi alla gravosità del compito. Come programma, si pone di agire in due direzioni: la formazione dei giovani e l’azione economico-sociale. Avverte però subito la sua impreparazione per quanto riguarda quest’ultima attività, e nel 1912 s’iscrive alla Scuola Sociale di Bergamo, istituita nel 1908, e al termine di tre anni consegue la laurea con pieni voti.

 

Rientrato ad Argenta, dopo aver ricevuto la laurea, agli amici che lo festeggiano dice: «In questi pochi anni che ho vissuto con voi ho sentito il bisogno, oltre che di lavorare per la causa del bene, di dedicarmi e di approfondirmi in una scienza troppo necessaria al movimento cattolico. Oggi che il mio studio è stato, con l’aiuto di Dio, felicemente coronato, vi faccio solenne promessa che non sarà un alloro che appenderò a un ramo della mia vita perchè vi abbia ad avvizzire, ma piuttosto lo considero come un’arma sacra datami dalla Provvidenza perchè abbia a servire, come le mie modeste forze permetteranno, alla causa di Cristo, che è causa comune!». Ma anche con la laurea in scienze sociali, pur facendo presa come uomo per il suo calore umano; non riesce a sfondare come sacerdote. Di qui un senso di frustrazione che lo spinge a scrivere nel suo diario: «Sento come un’invidia, uno spasimo per i trionfi dei partiti avversari e provo talvolta ildesiderio di essere fra le loro file tanto per ottenere una vittoria, la vittoria di un giorno». Don Minzoni durante gli anni del seminario, che sono quelli delle lotte della prima democrazia cristiana, con don Romolo Murri, in testa, parteggia per l’una e per l’altro. Ma quando, nel marzo 1909, don Murri, eletto deputato, viene scomunicato, il chierico Minzoni, commentando nel diario la lettera scritta dal primo al suo vescovo in risposta alla scomunica, ha parole dure di critica.

A seguire il testo completo

Don Giovanni Minzoni Martire per la libertà