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Covid: apertura a cena vale 80% fatturato ristoranti

La possibilità di apertura serale a cena vale l’80% del fatturato di ristoranti, pizzerie ed agriturismi duramente provati dalla chiusure forzate che travolgono a valanga interi settori dell’agroalimentare Made in Italy con 1,1 milioni di tonnellate di vino e cibi invenduti. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sull’ipotesi di riaperture dei servizi di ristorazione delle Regioni che prevedono anche la distanza di 2 metri fra i tavoli al chiuso e di 1 metro all’aperto.

La possibilità di riaprire le attività di ristorazione a pranzo e a cena sfruttando gli spazi all’aperto salva moltissime realtà del settore tra le quali – sottolinea la Coldiretti – anche i 24mila agriturismi italiani che possono contare su ampie aree all’esterno Una misura attesa dopo che le chiusure a singhiozzo dall’inizio della pandemia hanno tagliato i redditi degli operatori.

Nell’attività di ristorazione – rileva la Coldiretti – sono coinvolti circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi nella Penisola ma le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – conclude Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale.

Consumi: Istat, a marzo 2021 ” lieve accelerazione dell’inflazione”

Nel mese di marzo, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,8% su base annua (da +0,6% di febbraio), confermando la stima preliminare.

La lieve accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente all’inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (che passano da -3,6% a +1,7%) e, in misura minore, all’accelerazione di quelli dei servizi relativi ai trasporti (da +1,0% a +2,2%).

L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici rallentano lievemente portandosi entrambe a +0,8%, da +0,9% di febbraio.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+3,2%) e, in misura minore, dei servizi relativi ai trasporti (+1,3%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +0,9% per l’indice generale e a +0,5% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un’inversione di tendenza da +0,2% a -0,1%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano da +0,1% a +0,7%.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra un aumento su base mensile dell’1,8%, prevalentemente per effetto della fine dei saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui il NIC non tiene conto, e dello 0,6% su base annua (da +1,0% di febbraio), confermando la stima preliminare.

Il protrarsi, in alcuni casi, dei saldi stagionali (ascrivibile anche a loro avvio temporalmente diversificato tra le regioni) fa sì che l’aumento, rispetto a febbraio, dei prezzi di abbigliamento e calzature, sia pari a +23,0%, molto meno ampio, quindi, di quello di marzo 2020, quando fu pari a +31,1%. La differenza tra le due variazioni si riflette sulla dinamica su base annua sia dei prezzi di abbigliamento e calzature, che invertono la tendenza da +5,8% a -0,7%, sia dell’indice generale, la cui crescita, per l’IPCA, rallenta e risulta più contenuta del NIC.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,7% su base annua.

La Commissione Europea punta tutto su Pfizer/BioNTech, Moderna e CureVac

La Commissione Europea punta tutto sui vaccini a Rna messaggero prodotti da Pfizer/BioNTech, Moderna e CureVac, e per il prossimo anno non rinnoverà i contratti con AstraZeneca e J&J, i cui preparati anti Covid utilizzano un vettore virale con una tecnologia più tradizionale. Ad annunciare la scelta strategica a Bruxelles è stata la presidente Ursula Von Der Leyen, all’indomani dell’annuncio della pausa anche in Europa nella distribuzione del vaccino di Janssen (J&J), dopo che Fda e Cdc negli Usa hanno deciso di mettere in stand by le somministrazioni.

Quindi il contratto, che l’esecutivo Ue intende finalizzare “presto”, prevedrà non solo la produzione nell’Ue dei vaccini, ma anche quella dei componenti di base. Un chiaro riconoscimento del carattere strategico della produzione di vaccini sul suolo europeo, dopo la lezione impartita all’Ue, che nella prima ondata della pandemia dovette scongiurare l’India di non lasciarla senza paracetamolo, dalla vicenda di AstraZeneca, la multinazionale anglosvedese che consegna vaccini al Regno Unito, ma continua a tagliare le dosi destinate all’Ue. Tanto da costringere la Commissione ad avviare formalmente il meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dall’accordo di acquisto anticipato.

Elogio della gentilezza

Questa lunga pandemia ci sta cambiando: siamo spaesati, disorientati, afflitti, senza riferimenti emotivamente rassicuranti. Viviamo in una condizione esistenziale di “sospensione”, dagli esiti ancora incerti, tendenzialmente soli e timorosi nelle relazioni interpersonali.

La disintermediazione sociale – di non recente deriva – ha sottratto spazi di interlocuzione e di dialogo, di confronto e di rappresentanza: c’è lo Stato, ci sono le istituzioni , sempre più lontani e inarrivabili e poi ci siamo noi cittadini, ogni giorno costretti a misurarci con una realtà incerta e orfana di approdi.

Poi c’è tutto quello che si è sedimentato nei nostri comportamenti individuali da qualche decennio a questa parte: la frantumazione del corpo sociale, la crisi economica, le solitudini e le fragilità.

Tutto questo sovente alimenta reazioni emotive di isolamento, diffidenza, rancore.

Da tempo le relazioni sociali ci affliggono. La vita di condominio ci logora. Il traffico, gli orari, i turni di lavoro, le intemperanze dei colleghi, le code nei negozi e agli sportelli ci esasperano e ci rendono sistematicamente stressati.

Le coordinate di spazio e di tempo si fanno sempre più soffocanti ed opprimenti.

Non possiamo coltivare il desiderio di uscirne affidando i destini del nostro stato d’animo alla speranza di una vacanza, al mito dell’oasi lontana. 

Non ci serve reagire invocando sempre la speranza della fuga.

Queste consuetudini di vita appartengono al nostro stesso modo di essere.

Essere genitori, figli, vicini, parenti, colleghi, compagni di viaggio anche nel senso più ampio e metaforico del termine, di un viaggio fatto di giorni e lungo una vita.

Vorremmo cambiare ma aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi senza renderci conto che la reciprocità del vivere alla fin fine ci rende sempre perdenti.

Se ci preme essere più sereni, ben disposti, tolleranti dobbiamo recuperare il senso del buon gesto, dell’iniziativa: essere gentili senza dover attendere di ricambiare una cortesia.

La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini: dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni  e le piccole difficoltà di ogni giorno.

Ci servirebbe anche per capire che sovente e più di quanto noi stessi crediamo, molte delle cose che ci riguardano dipendono dall’atteggiamento con cui ci accingiamo ad affrontare la vita e la realtà.

Possiamo esercitare già in famiglia questa “bontà dell’animo” che non è fatta solo di gesti esteriori ma di una disponibilità convinta a metterci empaticamente nei panni degli altri.

La famiglia infatti non va intesa solo come luogo di ricomposizione di conflitti o di sentimenti latenti ma come contesto di vita dove gli affetti si esprimono anche con comportamenti di generosa disponibilità.

E gli insegnanti, che hanno a cuore le buone sorti delle giovani generazioni, ricordino che la scuola è sede di apprendimenti e di istruzione ma che l’educazione alla tolleranza, al rispetto, ai modi cortesi nel porci verso gli altri non è un nostalgico ricordo di buone prassi del passato ma un principio che vivifica ogni giorno l’autentica formazione di ogni persona. Dalla chiusura delle scuole abbiamo appreso che il rapporto umano non può essere sostituito dalla tecnologia che ci trasmette immagini a distanza ma non emozioni, che non stimola la motivazione, primo vero requisito per ricomporre conoscenza e socializzazione.

Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute. Questa bontà d’animo che cogliamo e spesso riceviamo con semplici gesti di umanità può essere moltiplicata all’infinito, fino a diventare forse l’unico modo per comprendere la vita degli altri, oltre la burocrazia opprimente che si frappone in modo spesso ostile e paralizzante.

 

Dall’accordo nucleare con l’Iran alla conversione degli arsenali atomici

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
«Nella ripresa dei colloqui a Vienna per l’Accordo Nucleare con l’Iran ci sono margini di trattativa che permetterebbero la riapertura del negoziato, in assenza del quale la situazione potrebbe degenerare. È di questi giorni la notizia dell’attentato, non rivendicato, ai danni dell’impianto di arricchimento iraniano del Centro nucleare di Natanz…».
Lo ha dichiarato a “Orbisphera” l’ingegnere nucleare Giuseppe Rotunno, fondatore e presidente del “Comitato per una Civiltà dell’Amore”.
Nel 1992 l’Ing. Rotunno, insieme a valenti ed importanti collaboratori, ha elaborato il primo “Studio di Fattibilità tecnico-economica per la conversione delle armi nucleari”.
Tale Studio, che illustra anche il conseguente dividendo economico da destinare ai Paesi poveri del mondo, è stato presentato in un Convegno Internazionale che si è svolto a Roma con la partecipazione di Papa Giovanni Paolo II.
Lo Studio e le analisi degli esperti sono stati successivamente avvalorati dagli accordi internazionali stipulati tra USA e Russia nel 1993 con il Piano ventennale “Megatons to Megawatts”, che stabiliva la conversione delle prime 20mila testate nucleari in energia di pace.
Il Programma è stato poi riproposto nel 1994 in un Convegno internazionale presso la FAO e ripreso nel 1998 ad Assisi. È stato infine presentato a Roma ai Premi Nobel per la Pace durante il Grande Giubileo dell’anno 2000.
Con il sostegno del Santo Padre e il patrocinio del Governo Italiano, nell’ottobre del 2002 si è svolto ad Assisi, nella Basilica di San Francesco, il Summit per la Pace “Economia, Ecologia, Pace”, dal quale è emerso il “Programma di conversione delle armi in progetti di sviluppo nel Sud del mondo – Megatons to Development”.
Tornando ai nostri giorni, Rotunno ha sottolineato che «è possibile cogliere l’occasione del ripristino dell’Accordo Nucleare con l’Iran per avviare il dialogo tra le potenze nucleari su una nuova fase del disarmo, così come sottoscritto nel Trattato di Non Proliferazione (TNT) Art. VI».
«Questo può avvenire – ha precisato – se uno Stato Membro della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ne fa esplicita richiesta al Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Atomica a Vienna». Giova ricordare, a tale proposito, che di tale organizzazione fa parte anche la Santa Sede.
Secondo l’Ing. Rotunno è urgente avviare ora questa trattativa per dare un esempio al mondo circa la necessità di ridurre progressivamente e congiuntamente la consistenza degli arsenali nucleari, impegnandosi con serietà e fiducia.
«È necessario – ha ribadito Rotunno – che Stati Uniti ed Iran raggiungano al più presto l’intesa per concordare le modalità di rientro negli accordi previsti dal JPCoA (Joint Comprehensive Plan of Action) del 2015».
In base a tali accordi, l’Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento, e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. Per i successivi quindici anni l’Iran potrà arricchire l’uranio solo al 3,67%.
L’Iran ha inoltre pattuito di non costruire, nello stesso periodo, alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante. Le attività di arricchimento dell’uranio saranno limitate ad un singolo impianto, utilizzando centrifughe di prima generazione per dieci anni. Altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.
Per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, l’AIEA avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani.
«Per impedire il rischio di conflitto militare e rinnovare gli accordi di pace – ha suggerito Rotunno – sarebbe auspicabile che la Santa Sede, che è membro dell’AIEA, chieda con un’apposita dichiarazione rivolta al Consiglio dei Governatori di attivare un negoziato diplomatico per ripristinare l’operatività del JCPoA, a garanzia della pace nell’area».
«Questa soluzione – ha sostenuto – sarebbe un evento storico per avviare un progressivo disarmo in tutto il mondo, e costituirebbe un importante precedente di soluzione pacifica per trasformare le minacce nucleari in opportunità per tutta la comunità internazionale».
 «Il disarmo nucleare – ha concluso l’Ing. Rotunno – è possibile con la conversione degli arsenali in energia di pace e di sviluppo sostenibile nel mondo, come già sperimentato con il Piano Usa-Russia “Megatons to Megawatts” e come sollecitato dal “Comitato per una Civiltà dell’Amore” nel Convegno del 12 marzo scorso svoltosi nel Sacro Convento d’Assisi».
Per ogni approfondimento:
Nuclear for Peace

Sparta e Atene tra mito e realtà

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di  Sergio Valzania

La storia nasce bellicosa. I suoi padri riconosciuti, Erodoto e Tucidide, raccontano le guerre combattute dai greci contro i persiani e poi, conseguita la vittoria, tra di loro per la supremazia sull’Ellade. I conflitti esaltano le differenze, che sembrano capaci di dar ragione delle incomprensioni, delle divergenze e infine del ricorso alle armi. O almeno così pare a molti.

Erodoto descrive i maggiorenti persiani in splendide vesti che si umiliano lavorando nel fango davanti al re dei re, loro sovrano e perciò padrone assoluto, e confronta questo atteggiamento con quello dei liberi greci, che si pretendono tutti uguali per dignità, fino a chiamarsi a Sparta omoioi, i pari. Seguendo l’esempio del predecessore anche Tucidide sottolinea quelle che appaiono come grandi differenze tra spartani e ateniesi, capofila degli schieramenti contrapposti, nel tentativo di spiegare come mai l’intero mondo greco si sia lacerato per un trentennio, dal 431 al 404 avanti Cristo, in un durissimo conflitto fratricida, la guerra del Peloponneso, così chiamata dal nome della regione dove si trova Sparta.

Il titolo di un recente libro di Eva Cantarella, edito da Einaudi, Sparta e Atene, autoritarismo e democrazia (Torino, 2021, pagine 200, euro 15), sembra alludere proprio a queste differenze, riconoscendo le due città quali campioni di due forme di pensiero e di organizzazione sociale ben distanti l’una dall’altra e dunque verosimilmente all’origine dello scontro.

La tesi proposta da Cantarella è però diversa, a riprova del fatto che a volte i titoli sintetizzano in modo eccessivamente brusco il contenuto delle opere. Non sempre ci si combatte tra diversi, sostiene la studiosa, capita più spesso di quanto si creda che a contrapporsi siano realtà simili e che sia il conflitto stesso a indurle a proporsi come radicalmente distinte. Nella guerra del Peloponneso gli spartani si presentano come campioni della libertà, alla quale gli ateniesi contrappongono il valore dell’allargamento della partecipazione al potere politico a tutta la cittadinanza. Ciascuna di queste affermazioni contiene però un’elevata dose di propaganda.

Sparta e Atene, sostiene l’autrice, sono due polis, la traduzione come città-stato rende solo parzialmente la realtà politica e sociologica che caratterizzò la Grecia classica, e già questo le rende simili. Entrambe hanno un consiglio degli anziani, magistrati scelti tra i cittadini e una assemblea che li elegge, oltre a prendere le decisioni più importanti per la comunità. Solo i maschi adulti e liberi partecipano a essa e i criteri di appartenenza alla cittadinanza sono rigidi in tutte e due le póleis. Cantarella evita di affrontare temi propriamente bellici, ma si può aggiungere che l’identità dei cittadini si confonde per entrambe le città-stato con quella oplitica, i diritti politici sono collegati con l’appartenenza alla falange che rappresenta la polis in battaglia, con gli uomini armati nello stesso modo, disposti fianco a fianco, ciascuno protetto dallo scudo rotondo del compagno che gli sta vicino.

Cantarella sottolinea come addirittura la divinità principale delle due città sia la stessa, Atena, la cui statua scolpita da Fidia si trova sull’acropoli di Atene, con lo scudo dorato che riflette i raggi del sole con tale lucentezza da far scorge dal mare il lampeggìo. Alla stessa dea, che in città ha un santuario detto Chalkioikos per il bronzo che ne copre le mura, gli spartani celebrano sacrifici nel momento per loro più significativo, quando l’esercito parte per recarsi in guerra,

Certo le differenze non mancano, e si comprende bene come le necessità di sintesi alle quali un testo dichiaratamente divulgativo deve sottostare abbiano costretto l’autrice a condensare la riflessione, senza affrontare i pur profondi cambiamenti che avvengono nel tempo. Questo si nota in particolare nella valutazione del livello artistico delle produzioni laconiche, che tende a ridursi. Sparta e Atene del VI secolo, quando si combattono le guerre persiane nelle quali si trovano affiancate nella lotta, erano ben diverse da quelle del V , al momento del conflitto che le vede contrapposte.

Tra le differenze proposte dalla stessa tradizione spicca il ruolo delle donne, molto maggiore a Sparta che ad Atene. Aristotele stesso critica gli usi e le libertà propri delle spartane, uniche in Grecia a frequentare i ginnasi e a partecipare a competizioni agonistiche. A loro era addirittura concesso di godere diritti di proprietà immobiliari, pure se con una serie di limitazioni.

Lo spazio limitato e l’intento divulgativo impediscono alla Canterella anche di entrare nel vivo delle questioni poste della guerra, di fornire la propria interpretazione in relazione al confronto tra l’imperialismo ateniese e il sistema egemonico spartano.

Molto interessante l’ultimo capitolo del libro, dedicato all’«uso moderno dei modelli». Alla fin fine la questione è in buona parte quella, ciò che sappiano è quanto viene trasmesso da una tradizione non solo storiografica ma anche decisamente politica che in molte occasioni ha utilizzato l’epica della guerra del Peloponneso per presentare le proprie piattaforme programmatiche. Senza preoccuparsi troppo della concordanza di queste operazioni con le fonti disponibili. Fu il caso di Robespierre, innamorato di Sparta, mentre Voltaire, contro Rousseau, apprezzava Atene.

Negli anni della guerra fredda alcuni esponenti dell’intelligence statunitense riconobbero nell’Urss profonde analogie con Sparta, in seguito il politologo Graham Allison ha proposto l’opposizione del Usa-Sparta minacciato da Cina-Atene. La forza degli studi classici, unita alla capacità analitica e narrativa di Tucidide.

BCE: i risultati della consultazione pubblica su un euro digitale

La Banca centrale europea (BCE) ha pubblicato un’analisi esaustiva della propria consultazione pubblica su un euro digitale. L’analisi conferma perlopiù le prime osservazioni: ciò che cittadini e professionisti vorrebbero da una valuta digitale innanzitutto la tutela della privacy (43%), seguita dalla sicurezza (18%), dalla possibilità di utilizzarla in tutta l’area dell’euro (11%), senza costi aggiuntivi (9%) e offline (8%).

“Un euro digitale può avere successo soltanto se risponde alle esigenze dei cittadini europei” ha dichiarato Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della BCE. “Faremo del nostro meglio per assicurare che un euro digitale sia in linea con le aspettative dei cittadini che sono emerse dalla consultazione pubblica.”

La privacy è la caratteristica più importante di un euro digitale sia per i cittadini sia per i professionisti, specialmente per esercizi commerciali e altre imprese. Entrambi i gruppi vedono positivamente requisiti volti a prevenire attività illecite.

Oltre due terzi dei partecipanti alla consultazione riconoscono l’importanza di servizi innovativi, offerti da intermediari, in grado di consentire l’accesso a un euro digitale e indicano che questo dovrebbe essere integrato negli attuali sistemi bancari e di pagamento. Vorrebbero poter usufruire di servizi aggiuntivi oltre ai semplici pagamenti in euro digitali.

Circa un quarto dei partecipanti ritiene che un euro digitale debba rendere i pagamenti transfrontalieri più rapidi e meno costosi.

La BCE ha ricevuto molti suggerimenti di natura tecnica dai partecipanti. Secondo un quarto dei singoli partecipanti, per facilitare la realizzazione di caratteristiche simili a quelle del contante, sarebbero preferibili soluzioni con carta (o smartcard) o con un elemento sicuro nello smartphone per gli utenti finali. Quasi la metà dei partecipanti ha menzionato la necessità di stabilire limiti all’ammontare detenuto, una remunerazione a più livelli o una combinazione di questi due elementi per gestire la circolazione dell’euro digitale. Una quota analoga di professionisti condivide questa opinione.

Le risposte alla consultazione provengono perlopiù dalla Germania (47%), dall’Italia (15%) e dalla Francia (11%).

La tecnologia digitale come strumento per riportare il nostro Paese tra i leader europei.

Grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), l’Italia ha la possibilità di puntare ad essere ancora più ambiziosa, proponendo un traguardo a 5 anni. L’Italia del 2026 dovrà essere nel gruppo di testa in Europa, seguendo 5 obiettivi:

  1. Diffondere l’identità digitale, assicurando che venga utilizzata dal 70% della popolazione, più del doppio rispetto a oggi;
  2. Colmare il gap di competenze digitali, con almeno il 70% della popolazione che sia digitalmente abile;
  3. Portare circa il 75% delle PA italiane a utilizzare servizi in cloud;
  4. Raggiungere almeno l’80% dei servizi pubblici erogati online;
  5. Raggiungere, in collaborazione con il Mise, il 100% delle famiglie e delle imprese italiane con reti a banda ultra-larga.

Un principio fondamentale per perseguire questa strategia è la cooperazione. Una cooperazione di tutto l’apparato amministrativo, centrale e territoriale.

Occorrerà anche la cooperazione di tutte le forze produttive del Paese: le grandi aziende, la piccola e media impresa, gli artigiani, i commercianti, le organizzazioni di categoria e i liberi professionisti. Infine è necessaria una cooperazione su scala europea e atlantica, lavorando insieme nella direzione di una vera autonomia digitale.

Il tassello imprescindibile di qualsiasi trasformazione, e soprattutto quella digitale, sono le persone. Se veramente si vuole cambiare marcia dell’innovazione in Italia, bisognerà mobilitare gli investimenti, ma soprattutto investire sul valore creativo e innovativo che deriva da competenze individuali e conoscenze collettive.

Un nuovo accordo commerciale tra la Danimarca e Cuba

La Camera di commercio cubana e la Confederazione danese delle industrie hanno stretto un nuovo patto commerciale.

Patto che si concentrerà nei rami della chimica, dell’agricoltura e del ferro e dell’acciaio, con 15 pronte a lavorare sul cibo, l’energia.

La Danimarca ha sempre trovato l’offerta di prodotti cubani interessanti. Soprattutto nei settori dell’agroalimentare.

La Danimarca è tra i 10 paesi europei che esportano di più a Cuba, un elenco guidato dalla Spagna seguita da Italia, Germania, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Polonia, Belgio e Portogallo.

Pfizer, Moderna e trombosi rare: “Nessun caso registrato finora”

Dopo lo stop precauzionale in Usa al vaccino Johnson & Johnson dopo 6 casi di trombosi rare seguite alla somministrazione del vaccino, l’Fda fa il punto anche sui vaccini Pfizer e Moderna.

E finora – quando “sono state somministrate oltre 180 milioni di dosi”, dei due vaccini anti Covid – “non abbiamo registrato casi” di trombosi rare “associate con trombocitopenia”, un fenomeno che si è registrato invece in alcune persone (nell’ordine di qualche unità per milione) vaccinate con Johnson & Johnson negli Usa e con AstraZeneca in Europa.

Lo spiega Peter Marks, direttore del centro per la ricerca e la valutazione biologica dell’Fda statunitense, in un briefing trasmesso on line dall’ente regolatorio americano per illustrare le ragioni che hanno portato le autorità Usa a sospendere temporaneamente la somministrazione del vaccino Janssen (J&J).

Mattarella: “E’ mio vivo auspicio che Washington e Roma possano costantemente rinsaldare la loro vicinanza”

Nell’anno in cui la Repubblica Italiana celebra il 160mo anniversario di vita dell’unità del Paese, ricorrono anche i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti d’America, avviate il 13 aprile del 1861.

Un lungo cammino abbiamo percorso insieme da allora. La nostra profonda amicizia si è progressivamente rafforzata negli ultimi settantacinque anni, radicandosi nella comune adesione ai valori di libertà, pace, democrazia.

I costanti e fecondi scambi sociali e culturali tra i nostri popoli la alimentano, così come il contributo fornito dalla ampia e operosa comunità di origine italiana negli Usa e dai cittadini statunitensi residenti nel nostro Paese.

Un legame che ci vede impegnati, in una prospettiva convintamente transatlantica, a sostenere e promuovere le libertà civili e i principi democratici, in un quadro di sicurezza e stabilità internazionale teso a promuovere lo sviluppo economico e il progresso sociale.

Sfide globali senza precedenti ci spingono, ancora una volta, a unire volontà ed energie a livello nazionale, internazionale e nei consessi multilaterali che hanno dimostrato, nei decenni, efficacia di azione.

E’ mio vivo auspicio che Washington e Roma, insieme anche nel rispondere alle sfide di questo momento, possano costantemente rinsaldare la loro vicinanza e sviluppare sempre più la loro collaborazione a sostegno dell’affermazione dei comuni valori.

Con questo spirito, sono lieto di rivolgere i miei più calorosi auguri per il futuro delle relazioni tra i nostri due popoli e il più vivo apprezzamento a quanti, con il loro impegno, contribuiscono a incrementare il legame tra Italia e Stati Uniti

La modernità di una nuova “sinistra sociale”.

Avendo appena ultimato un libro sul “magistero” politico, culturale ed istituzionale di Franco  Marini, si può dire tranquillamente che oggi, soprattutto dopo questa terribile e persistente  pandemia, si sente sempre di più la necessità e forse anche l’indispensabilità di riavere nel  panorama pubblico italiano la presenza di una “sinistra sociale”. Una sinistra sociale che non  dev’essere necessariamente d’ispirazione cattolica ma che quasi si impone per affrontare la  nuova emergenza che si profila di fronte a noi. Ovvero, per affrontare una nuova, drammatica ed  inedita “questione sociale”. Certo, la sinistra sociale di un tempo, almeno quella che abbiamo  conosciuto e sperimentato nella politica italiana, aveva una identità ed un profilo politico e  culturale definiti ed immediatamente percepibili. Accompagnato da una classe dirigente che  sprigionava qualità, autorevolezza e forte radicamento sociale e territoriale.

Ma, com’è altrettanto  ovvio ed è bene non dimenticare, c’era anche una cornice politica e di sistema dove era più facile  individuare i punti di riferimento che declinavano concretamente politiche socialmente avanzate.  Una stagione che, oggi, piaccia o non piaccia, non c’è più e che è ormai alle nostre spalle.  Tuttavia, anche all’interno degli attuali contenitori elettorali – o di quel che resta dei partiti  organizzati del passato – la presenza di un settore, o di un’area o di un filone che affronti di petto  una rinnovata “questione sociale” diventa sempre più urgente. Mi rendo conto che non è una  operazione facile, soprattutto nei partiti che risentono ancora, e fortemente, del vento populista e  antipolitico. Partiti che, in ossequio alla natura personale e leaderistica della loro organizzazione,  hanno smarrito progressivamente la loro stessa identità culturale ed ideale a vantaggio della legge  populista che impone quasi per decreto il superamento delle culture politiche a vantaggio di  parole d’ordine e del verbo del “capo”. Ma la “questione sociale” è destinata ad imporsi  comunque e a condizionare le scelte concrete di quei partiti che non vivono solo di populismo di  marca grillina e della demagogia a buon mercato. 

Ma tocca soprattutto a coloro che hanno vissuto da protagonisti, o anche solo da simpatizzanti,  l’esperienza della “sinistra sociale” del passato valorizzare quel patrimonio e adeguarlo alle nuove  emergenze della stagione che stiamo vivendo. Non è più possibile anteporre all’emergenza  sociale le parole d’ordine del populismo, che ormai conosciamo quasi a memoria. E cioè, la sola  propaganda, l’esaltazione del “capo” partito, la demagogia, le promesse da circo equestre, la  lotta sempre più ridicola e grottesca alla “casta” quando chi predica questa battaglia ipocrita è  diventato a tutti gli effetti protagonista e alfiere della nuova “casta” di potere e, in ultimo, come  distribuire il potere all’interno dei rispettivi partiti tra richiami alle quote e alle intramontabili parità  di genere. Quando tutto, come ovvio e scontato, risponde solo e soltanto ad una questione di  potere nel partito e nelle istituzioni.  

E il recupero di questo patrimonio culturale ed ideale è anche la modalità concreta per rinverdire e  riattualizzare il magistero di una classe dirigente, quella di un passato recente e meno recente,  che ha contribuito a qualificare il ruolo della politica e di una cultura politica – nello specifico  quella del cattolicesimo sociale e popolare – nella storia democratica del nostro paese. 

Il Museo racconta i progetti Cnr di agroalimentare e bio-economia

Il Museo nazionale scienza e tecnologia Leonardo da Vinci sta realizzando tre mini-documentari della durata di circa 20 minuti ciascuno, per raccontare gli studi svolti dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) nell’ambito dei progetti del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari (Cnr-Disba): Nutrage: Nutrizione, alimentazione & invecchiamento attivo, coordinato dall’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Cnr-Ispa), e Bio-Eco: Bioeconomia, coordinato dal Cnr-Disba. Il progetto è stato realizzato da Museo e Cnr, con il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.
Nei video, i protagonisti dei progetti saranno intervistati e raccontati dalla giornalista scientifica Barbara Gallavotti, autrice di Superquark e consigliere scientifico del Museo, pubblicamente impegnata nella divulgazione di temi di attualità.

Il primo documentario verrà proposto in occasione della Giornata della ricerca italiana nel mondo, che il 15 aprile di ogni anno mira a portare l’attenzione sull’eccellenza del lavoro dei ricercatori italiani e che quest’anno è dedicata in particolare anche al legame tra ricerca-industria nei seguenti settori dell’agroalimentare, dell’ambiente e dell’economia circolare, dello spazio, delle tecnologie marine, delle tecnologie applicate alla medicina ed ai beni culturali.

Dal 15 aprile sul canale YouTube del Museo e su quello del Cnr
“Il sapore del futuro”
(in italiano con sottotitoli italiani e inglesi)
Condotto da Barbara Gallavotti
A partire da ricerche condotte sulle origini delle nostre preferenze alimentari – influenzate dalle nostre abitudini, dalle nostre tradizioni e dai nostri geni – questo documentario racconta di diversi studi condotti dal Cnr. Le varie ricerche contribuiscono a formare un complesso mosaico di risultati e interpretazioni che ci aiuta a comprendere come le diete possano e debbano evolvere, in un mondo che cambia e in cui vi è la sempre più impellente necessità di adeguare la nostra alimentazione per renderla più sana, ma anche più sostenibile.
Realizzato dal Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, grazie al progetto Nutrage, in partnership con il Consiglio nazionale delle ricerche e con il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Come il primo, anche gli altri due episodi sono pensati per il grande pubblico interessato alla ricerca di frontiera e, attraverso la interdisciplinarità degli studi del Cnr, mettono in luce l’eccellenza e l’internazionalità della ricerca italiana. Vi si affrontano in maniera chiara e accessibile temi vicini al vissuto quotidiano e all’immaginario di molti cittadini del mondo:
Invecchiamento e lunga vita” – episodio in cui si parla di come le abitudini alimentari e di vita del Mediterraneo (ma non solo) hanno un effetto determinante sulla possibilità di vivere a lungo e in salute;
Nuove tecnologie per un uso sostenibile del territorio” – episodio in cui si parla di produzione e uso sostenibile del territorio al fine di garantire una qualità della vita desiderabile per tutto il pianeta e per le generazioni future.

I mini-documentari sono realizzati nell’ambito della convenzione “Rinnova. Riconnettere i saperi, ispirare le persone, cambiare i paradigmi” firmata nel 2020 tra il Museo e il Cnr-Disba. Questo progetto mira a promuovere la diffusione della cultura tecnico-scientifica, sviluppando e rendendo accessibili nuove risorse culturali, anche attraverso il dialogo tra società civile e mondo della ricerca.
Il progetto nel suo complesso prevede lo studio e l’elaborazione di un programma integrato di risorse e attività culturali rivolte a pubblici diversi su temi scientifici, storico-economico-sociali e tecnologici in ambiti quali alimentazione e salute, economia green e circolare, sostenibilità, acqua.

Industria: Istat, a febbraio produzione in aumento dello 0,2% su base mensile

A febbraio 2021 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,2% rispetto a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio il livello della produzione cresce dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile cresce su base congiunturale per i beni di consumo (+2,6%); mentre diminuisce per l’energia (-2,0%), i beni strumentali (-1,7%) e i beni intermedi (-0,5%).

Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2021 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali dello 0,6% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a febbraio 2020). Si registra un incremento tendenziale solo per i beni intermedi (+2,1%). I restanti comparti, viceversa, mostrano flessioni, con un calo marcato per l’energia (-6,2%) e i beni strumentali (-4,3%) e meno accentuato per i beni di consumo (-1,9%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+8,5%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+4,6%) e la fabbricazione di prodotti chimici (+3,5%). Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-26,2%), nelle attività estrattive (-15,9%) e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-13,7%).

Giustizia tributaria, al via la commissione interministeriale Giustizia-MEF

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, hanno firmato il decreto con cui viene istituita una commissione interministeriale sulla giustizia tributaria, con il compito di analizzare e formulare proposte di intervento, per far fronte al contenzioso arretrato e ridurre la durata dei processi. La giustizia tributaria rientra nelle competenze del Ministero dell’Economia e delle Finanze; il Ministero della Giustizia è coinvolto sul fronte del ricorso in Cassazione, dove il contenzioso tributario rappresenta una delle componenti principali dell’arretrato accumulato (50.000 i ricorsi pendenti stimati a fine 2020, con una percentuale di riforma delle decisioni di appello del 45%).

La commissione interministeriale sarà presieduta da Giacinto della Cananea, docente di diritto amministrativo presso l’Università Bocconi di Milano e componente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria. Vicepresidente, Fabrizia Lapecorella, Direttore generale delle Finanze presso il Mef. Sedici in totale i componenti (Massimo Guido Antonini, Pietro Bracco, Clelia Buccico, Margherita Cardona Albini, Gianni De Bellis, Andrea Giovanardi, Enrico Manzon, Sebastiano Maurizio Messina, Domenico Pellegrini, Ernesto Maria Ruffini, Livia Salvini, Maria Vittoria Serranò, Luca Varrone, Glauco Zaccardi).

La Commissione entro il 30 giugno 2021, presenterà ai Ministri una relazione sull’esito dei lavori svolti e le proposte di intervento formulate. Una riforma strutturale della giustizia tributaria rientra tra le priorità d’azione indicate dal Governo ed è coerente con le indicazioni dell’Unione europea.

Startup e PMI innovative: oltre 27 mln gli investimenti

Sono oltre 27 milioni di euro gli investimenti destinati a Startup e Pmi Innovative, finora agevolati attraverso il nuovo incentivo del Ministero dello sviluppo economico avviato lo scorso 1° marzo 2021.

Nel primo mese di operatività della misura sono state, infatti, ammesse circa 1.688 operazioni d’investimento per le quali sono state concesse agevolazioni per oltre 13 milioni di  euro.

La misura prevede la concessione di un credito d’imposta del 50% in favore delle persone fisiche che investono nel capitale di queste imprese, nei limiti delle soglie fissate dal regime de minimis. Gli investimenti presentati interessano prevalentemente imprese che operano nei settori dell’ICT, del manifatturiero e dei servizi di consulenza e ricerca e sviluppo. Le domande per richiedere l’agevolazione potranno continuare ad essere presentate al Ministero, attraverso la piattaforma online.

Scoperti 2 punti deboli tumore del colon

Due nuove scoperte sembrano aprire dei nuovi spiragli di cura per il tumore al colon.

Il primo, coordinato dal professor Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell’Irccs Candiolo, e condotto dal dottor Giovanni Germano, mostra la possibilità di estendere l’efficacia dell’immunoterapia anche a pazienti che oggi non rispondono alle cure, grazie alla terapia combinata di due farmaci immunoterapici ancora in fase sperimentale di laboratorio.

Il secondo, frutto di una collaborazione coordinata sempre da Bardelli e dalla dottoressa Sabrina Arena con il Wellcome Sanger Institute di Cambridge e con l’Istituto Tumori di Amsterdam, apre la via allo sviluppo di nuove cure per pazienti che ad oggi hanno ancora pochissime chance di guarigione, svelando un nuovo bersaglio farmacologico, l’enzima Werner o Wrn, una molecola deputata a ‘sciogliere’ la doppia elica del Dna delle cellule tumorali, che le aiuta a moltiplicarsi.

Massimo Franco: “Il vuoto di visione e di coraggio apre spazi immensi ai populismi”

Dott. Massimo Franco, le descrizioni che leggiamo nelle indagini e nei Rapporti degli Istituti di ricerca (ISTAT/CENSIS) ci riferiscono di una società delusa e sfiduciata, a volte rancorosa e cattiva, dove prevalgono atteggiamenti di indifferenza e di egoismo, di scarso senso civico. Eppure ci sono intorno a noi esempi e storie di solidarietà, altruismo, passione civile: basti pensare alle vicende di abnegazione nel periodo di crisi pandemica, a chi si prende cura del prossimo e lo fa gratuitamente, senza clamore mediatico. Il bene e il male sono dunque aspetti compresenti da sempre nella realtà: sono forse gli occhiali che inforchiamo che ci danno l’impressione di una prevalenza dell’uno o dell’altro? Oppure viviamo davvero una deriva di decadenza di valori e di “etica flessibile”? 

La sfiducia è inevitabile, e la sensazione che si sia arrivati a una sorta di spartiacque col passato la accentua. Nei periodi di crisi e di transizione accelerata, come l’attuale, emergono in modo più radicale le contraddizioni. E in qualche modo avviene un riassestamento dei valori, delle priorità, facendo emergere i comportamenti in modo radicalizzato. Quanto stiamo vivendo non capita all’improvviso.  Rimanda all’erosione progressiva della vita sociale avvenuta negli ultimi due decenni, almeno, con un’accentuazione di  quella che lei definisce decadenza e etica <flessibile>. L’impressione è che occorrerà tempo per riordinare i fondamenti della convivenza. Al momento non è facile fare previsioni. L’unica cosa certa è che una pandemia come quella che attraversiamo è un fattore di trasformazione rapida e traumatica, dalla quale la società risulterà cambiata; e, con la società, i rapporti umani e sociali, oltre che l’organizzazione del lavoro. Vincerà chi riuscirà a capire prima e meglio come sia opportuno rivedere le proprie certezze e prendere atto che le rendite di posizione del passato sono finite. Si tratta di una sfida impegnativa, che richiede una maggiore aderenza alla realtà e all’autenticità dei rapporti. Almeno in questo, può produrre effetti positivi.

Non ho mai creduto al teorema dell’anno zero: quello a partire dal quale nella politica, nelle istituzioni, nell’amministrazione della giustizia, della salute, dell’educazione come per magia ci sia qualcuno capace di materializzare la “città del sole” di Tommaso Campanella. Si vive una sorta di enfasi delle apparenze rispetto alla gestione della realtà. Abbiamo un nuovo Governo definito di alto profilo, che comprende volti nuovi e facce già viste. Viene anche denominato tecnico-politico: ma dove finisce un aspetto e comincia l’altro?

Su questo si fa molta confusione. In Italia i governi <tecnici> debbono comunque essere votati dal Parlamento, e dunque godere dell’appoggio di una maggioranza politica. Se poi ci si riferisce alla figura del premier e di alcuni ministri, anche qui è bene evitare la demagogia. E’ vero che Mario Draghi non è stato votato da nessuno. Ma anche il caso di Giuseppe Conte, da questo punto di vista, è eclatante. Non solo non era stato eletto dal Movimento 5 Stelle. Nel 2018 il M5S non l’aveva nemmeno candidato. E’ stato scelto sulla base di un patto di potere tra grillini e Lega nel 2018: due forze che si erano combattute escludendo di potersi alleare. E poi è stato riscelto nel settembre del 2019 per un patto altrettanto di potere tra M5S e Pd e Iv, anche loro in teoria incompatibili. Quanto alla composizione, mi pare che sia stata decisa con un compromesso tra partiti e premier. Ai dicasteri economici sono stati insediati ministri tecnici vicini a Draghi, per gestire al meglio i fondi europei per la ripresa; altrove, ministri espressi dalle forze politiche. Si tratta di una miscela in qualche modo inevitabile per garantire al governo quel consenso molto ampio che si è registrato; e che rappresenta un elemento di forza e insieme di debolezza. Credo che l’alto profilo sia garantito soprattutto dalla credibilità di cui Draghi gode nelle cancellerie europee e negli Stati uniti, come ex presidente della Banca Centrale europea: un ruolo che non si può definire solo tecnico. E’ questo ad avere spinto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, a chiedergli di guidare il governo come ultima sponda per un’Italia disorientata da due anni e mezzo di premierato populista.  

Abbiamo vissuto una lunga stagione in cui si sono puntate tutte le fiches sulla globalizzazione come soluzione ai problemi economici, di uguaglianza sociale, di comunicazione e di conoscenza. Tuttavia con  esiti non sempre convincenti. Forse parte di quello che sta succedendo a livello di pandemia è figlio della globalizzazione intesa come conquista e sottomissione del mondo. Che fine ha fatto il genius loci? Quell’orto di casa a cui Ermanno Olmi diceva di ritornare per trovare le radici della nostra vita e delle tradizioni che troppo presto abbiamo calpestato? Preoccupati dalla crescita e dal progresso abbiamo perduto le nostre identità? Lo chiedo a Lei che ha incontrato Bill Gates e ne ha fatto un libro di successo. Esiste un problema di sostenibilità generazionale anche nel suo aspetto speculare a quello solitamente considerato: ci sarà una fascia di persone anziane estromessa (o vessata) dalla digitalizzazione della vita?

Credo che il genius loci inteso come tentazione di ritrarsi nell’<orto di casa> sia molto forte e altrettanto velleitaria. Che lo vogliamo o no, siamo connessi con il mondo, e l’idea di tornare indietro implica seri problemi di regressione, di decrescita e di subalternità. Semmai, il problema è come si declina la globalizzazione; come può essere accompagnata e non subita, e quale apparato legislativo va pensato e organizzato per evitare che, oltre ai benefici, comporti uno sfruttamento del lavoro tipico del Terzo e Quarto Mondo, e una concorrenza che distrugge ricchezza invece di contribuire a costruirla. Il tema non dovrebbe essere quello di rifiutare la globalizzazione, ma di conciliarla con una protezione dei diritti individuali e collettivi che al momento appare, a dir poco, intermittente. Credo che le fasce più esposte  non siano solo gli anziani, per motivi oggettivi di alfabetizzazione digitale, ma anche in generale le famiglie più povere  e meno scolarizzate, per le quali la didattica a distanza o lo smart working sono concetti astratti, non possedendo nemmeno un computer. La grande sfida della globalizzazione riporta al tema dell’istruzione, della ricerca, del collegamento tra scuola e università, e mondo del lavoro; insieme a un’eguaglianza di opportunità per uomini e donne. Lei accennava a Bill Gates. Be’, ricordo che proprio un globalista come lui aveva previsto con anni di anticipo che le nuove minacce all’umanità sarebbero arrivate non da conflitti armati tradizionali, ma da pandemie. La globalizzazione è anche questo: un interscambio di informazioni che può consentire di prevedere le sfide del futuro e dunque organizzarsi per contrastarle nel modo più efficace: cosa che col Covid non è stata fatta.     

Durante il lockdown le scuole hanno sperimentato la cd. “didattica a distanza”. I risultati sono stati però deludenti. A parte la scarsa dotazione di risorse tecnologiche delle scuole, a parte che il 30 % degli alunni del sud non hanno in casa un pc per collegarsi con gli insegnanti, è emerso quanto in un rapporto educativo, in una relazione siano importanti l’aspetto umano e la dimensione empatica. Lo psichiatra Paolo Crepet ha adombrato il pericolo che una didattica basata solo sulle tecnologie produca forme di incomunicabilità se non di comportamenti anaffettivi. La cd. D.A.D potrebbe essere una scelta per il futuro o è solo un momentaneo, utile ripiego? La Finlandia ha abolito l’uso del corsivo nella letto-scrittura: gli studenti usano solo il tablet per imparare a scrivere. Considerate le nostre tradizioni culturali una simile scelta potrebbe ispirare anche la didattica della scuola italiana?

Sulla prima parte ho già risposto prima. Per quanto riguarda la Didattica a Distanza (DAD), c’è da augurarsi che sia solo una parentesi. L’educazione e la formazione, in una parola la crescita personale hanno bisogno di rapporti umani veri, diretti, continui. Già i videogiochi e i telefoni cellulari accentuano la solitudine e un distacco dalla realtà che può avere effetti collaterali pericolosi. Non credo che, sia per i professori che per gli alunni, la DAD possa essere un modello.

Cosa manca a questo Paese per cambiare rotta? Basta un Governo con mandato a termine?  O serve un radicale cambio di passo nella selezione di una nuova classe dirigente, la ‘conoscenza’ delle cose, l’etica pubblica, il senso civico di cui pare siamo carenti. Servirebbe qualcosa di diverso dai siparietti delle fiction cui siamo abituati, insieme agli innumerevoli tavoli di concertazione. Debito pubblico crescente, corruzione ‘resiliente’,  burocrazia opprimente, politica inconcludente…. L’Italia è il Paese dei bonus senza controllo: nascono come ‘una tantum’ e diventano ‘una semper’. I pentastellati stanno attraversando una crisi senza precedenti eppure hanno ottenuto la conferma degli Esteri, la promessa di una espansione del reddito di cittadinanza, il ministero della transizione ecologica. Dipende dall’esser il primo partito in Parlamento? Draghi è il top ma si parte già con un compromesso al ribasso?

Manca la consapevolezza che non esistono scorciatoie per riprendersi. E invece, in questi anni, a cominciare dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia non ha mai ritrovato un baricentro e un’idea di  quello che vuole essere nel contesto europeo. Si è andati avanti con una <cultura della scorciatoia> con la quale si proponevano soluzioni mirabolanti quanto illusorie; e proposte <facili>, <popolari>, di fatto già allora <populiste>, per le quali l’opinione pubblica non avrebbe pagato un prezzo. Il risultato è che queste scorciatoie hanno fatto perdere tempo, produttività, punti di Pil, e aumentato il debito pubblico del Paese: fino ad arrivare al 2018, quando al potere è arrivato un populismo che di tutti questi difetti è la conseguenza e il risultato finale, anche se non la causa. Oggi abbiamo un Parlamento nel quale la maggioranza relativa dei voti è del M5S, sebbene non più nell’elettorato; e la maggioranza assoluta appartiene a forze dichiaratamente populiste o sovraniste. Il governo Draghi è il tentativo di riportare almeno una parte del parlamento al principio di realtà e, se possibile, di <costituzionalizzarlo> su posizioni che tengano conto non solo delle nostre alleanze internazionali, ma delle compatibilità interne. E’ un compito molto difficile, dopo lunghi intermezzi di demagogia istituzionale e governativa, dagli anni di Silvio Berlusconi a quelli di Matteo Renzi, per arrivare a Conte. 

Come mai ogni volta che si deve decidere qualcosa di importante  si ricorre spesso alle task force con nomine di tecnici ed esperti, anche monomandatari su temi delicati come la sanità o la futura gestione del Recovery plan: non dovrebbero bastare i Ministri come esponenti diretti del potere esecutivo previsto dalla Costituzione? Sono scelte costose che allontanano le decisioni e svuotano la politica di alcuni requisiti imprescindibili, ad es. la conoscenza, la competenza, la responsabilità, proprio come più volte invece indicato dal  Presidente Draghi. Ora che guida lui il Governo ciascun Ministro sarà chiamato a rispondere di responsabilità dirette?

Se non si seleziona una classe dirigente degna di questo nome, rivedendo i meccanismi con i quali si fanno le liste elettorali e ricostruendo un percorso all’interno delle forze politiche che privilegi la competenza, si passerà sempre più da governi e ministri senza storia a commissariamenti progressivi delle istituzioni, senza spezzare questo circolo perverso. La parabola di questi due anni e mezzo dice questo. Ma, di nuovo: quanto è accaduto nel 2018 è figlio dei fallimenti delle classi politiche precedenti. I grillini sono figli legittimi di quei fallimenti. Il fatto che a Roma, dopo cinque anni di immobilismo devastante, la sindaca Virginia Raggi possa ancora ricandidarsi senza che le altre forze politiche abbiano ancora tirato fuori il proprio candidato o la propria candidata, conferma un vuoto di visione e di coraggio che apre spazi immensi a vecchi e nuovi populismi.  

La gestione della pandemia – senza un piano pandemico – attuata attraverso DPCM complicati e gestiti in regime di continuo conflitto Stato-Regioni ha prodotto un effetto moltiplicatore, con ricadute paralizzanti a livello organizzativo e producendo ansia e confusione nei cittadini. Il Parlamento è stato quasi esautorato dal dibattito sul “da farsi”. I presidenti delle Giunte regionali si autodefiniscono “governatori” per agire come tali ma questa qualifica non è prevista dalla Costituzione e produce un’enfasi funzionale che esaspera i rapporti con lo Stato centrale: non Le pare che occorra intervenire per evitare personalizzazione, diaspore e conflitti? 

Credo che i rapporti tra Stato e Regioni siano stati gravemente sbilanciati nel periodo in cui alcune forze come la Lega hanno cercato di inserire elementi spuri di autonomia nella Costituzione. Questo ha creato conflitti di attribuzione e di competenze, dei quali paghiamo le conseguenze a livello nazionale, per la creazione di <mini-Stati> e <mini-premier> a Nord e a Sud, in molti casi incapaci di gestire l’emergenza; e tendenti a scaricare le responsabilità sul potere nazionale. Non è un fenomeno solo italiano. Avviene lo stesso in molte parti d’Europa, dalla Germania alla Spagna. Ma si pone un problema di riequilibrio e di revisione del potere in modo da arginare in futuro fenomeni come quelli che stiamo vivendo, a scapito della funzionalità e dell’efficacia delle norme e dell’equilibrio tra poteri.

Il dibattito sul MES – già espunto dai temi degli Stati Generali- ha configurato schieramenti non allineati all’interno nel precedente Governo Conte. Il Prof. Cottarelli mi aveva detto: dobbiamo decidere presto e  accettare questa soluzione, anche partendo da una situazione debitoria. Perché per tutto il 2020 ha prevalso invece  il partito trasversale del rinvio: Lei prevede che Draghi prenderà una posizione netta su questo tema?

Ha prevalso per ragioni ideologiche: il M5S, così come la Lega e FdI, hanno demonizzato il Mes al punto da trasformarlo in tabù. E le difficoltà interne al mondo grillino hanno impedito qualunque passo avanti. Il fatto che Draghi abbia rinviato la soluzione non significa che il Mes sia inutile, anzi: a mio avviso continua a convenire all’Italia. La differenza è che, mentre con Conte il <no> appariva un omaggio ai veti del <suo> Movimento e a un antieuropeismo ancora presente nel M5S e a destra, l’attuale premier offre su questo punto garanzie evidenti. E dunque il rinvio della decisione semina meno allarme e perplessità di prima. Di certo, Draghi ha dovuto tenere conto dell’ostilità dei Cinque Stelle al Mes, essendo formalmente ancora la forza parlamentare maggiore. Essendo ancora più lacerati e in crisi di prima, i grillini temono che un cedimento su questo punto moltiplichi le fughe dal Movimento.

La crisi da Covid-19 ha scompaginato gli equilibri geopolitici e soprattutto geoeconomici. Le mire espansionistiche della Cina portano scompiglio negli assetti consolidati delle alleanze storiche, a cominciare dalla Nato. Si percepisce una svolta filo-cinese dell’Italia, a partire dal Memorandum sulla “via della seta del 2019”, le aperture fiduciarie durante la pandemia, gli accordi commerciali. Tuttavia va considerato che Joe Biden vuole riavvicinare gli USA all’Europa. Quali sono a Suo parere le prospettive dell’Italia nell’U.E.  e sul più vasto scacchiere internazionale? L’inazione – almeno in casa nostra – sembra prevalere, insieme alla logica del rinvio. Il passaggio dal Recovery Fund al RecoverY Plan è stato solo uno step nominalistico: in che misura possono ora incidere le priorità della “transizione ecologica” e della “digitalizzazione”?

La transizione ecologica è stato il contentino dato a Beppe Grillo, che doveva trovare una giustificazione all’appoggio al <banchiere Draghi>, demonizzato per anni dai suoi seguaci e da lui stesso.  Quel ministero è stato esaltato, sebbene al momento sia ancora quasi allo stato virtuale, per motivi squisitamente politici legati alla situazione dei Cinque Stelle. Quanto alla digitalizzazione, è un processo necessario ma che richiederà tempo. Le innovazioni tecnologiche non si fanno soltanto fornendo computer e possibilità di cliccare. Debbono entrare nella cultura e nella mente della gente, essere accettate e metabolizzate prima che usate. Ma sul piano internazionale non vedo inazione, anzi. Mi pare che il governo abbia dato una sterzata vistosa alla politica estera. Il raccordo con l’Unione europea e gli Stati uniti è esplicito, netto e rivendicato da Draghi. La lega ha dovuto attenuare i toni filorussi e schierarsi, seppure a malincuore, su posizioni atlantiste. E nel M5S certe tentazioni filocinesi sono rientrate rapidamente. Certo, non si può scommettere su una svolta così repentina da parte di alcune forze. Ma suggestioni pericolose come referendum per l’uscita dalla moneta unica, o addirittura minacce di un’uscita dell’Italia dall’Ue sono scomparse: comunque non si sentono più.    

All’apertura del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXII mise in guardia dai “profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del mondo”.  Da allora nulla fu più come prima: da Paolo VI a Wojtyla a  Francesco (“Il mondo sta cambiando e anche noi dobbiamo cambiare”), come la Chiesa è sopravvissuta alla secolarizzazione e al relativismo fino a diventare guida e faro del cambiamento? Cosa è rimasto del secolare “secretum et archivium” e in che direzione guarda la Chiesa della post-modernità?

La Chiesa mi pare parte integrante della crisi. E’ immersa nella crisi di identità dell’Occidente. La riflette, come riflette alcune derive del populismo. Cerca di reagire, di denunciare quello che non va, ma al momento non ho l’impressione che riesca a offrire soluzioni credibili. Ed è uno degli aspetti più preoccupanti di questa fase. Il primato morale della Chiesa mi sembra estremamente controverso: per i casi di pedofilia, per gli scandali finanziari, per le divisioni teologiche e in generale per una mancanza di unità interna che prefigura rotture e rese dei conti nel futuro prossimo. Il pontificato che guarda in direzione dei poveri e degli emarginati è una risposta, ma lascia aperti e irrisolti molti altri problemi; e soprattutto, fatica a offrire una bussola all’Occidente. 

Idee per un rilancio della rappresentanza politica e della partecipazione popolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’appello delle associazioni ForumalCentro, Onda Civica, Appello Lib-Dem, Forme & Riforme, Coordinamento per la DemocraziaCostituzionale – Piemonte, Rete per la Democrazia Liberale, Partito Liberale Europeo per una riforma istituzionale 

La formazione di una nuova maggioranza parlamentare, costituita da quasi tutte le principali forze politiche, segna un impegno comune, volto a fronteggiare la grave crisi sanitaria ed economica che affligge il Paese e a gestire efficacemente i finanziamenti europei.

Lo spirito di solidarietà politica espresso dalla formazione del nuovo Esecutivo offre anche una preziosa opportunità, forse meno visibile per molte persone, ma che non può essere sprecata: quella di realizzare le riforme istituzionali necessarie e improrogabili, soprattutto dopo l’approvazione della legge costituzionale 18 ottobre 2020, n. 1, che ha ridotto il numero dei parlamentari a partire dalla prossima legislatura.

1. È urgente, innanzitutto, una riforma della disciplina in materia elettorale.

Come è emerso durante la campagna referendaria sul taglio del numero dei parlamentari, anche per gli esponenti delle forze politiche che hanno sostenuto la riforma, quest’ultima ha determinato una consistente riduzione della rappresentatività delle Assemblee legislative nazionali e ha posto non trascurabili problemi alla funzionalità degli stessi organi parlamentari.

Il decreto legislativo 23 dicembre 2020, n. 177 permette di applicare la vigente normativa elettorale alla nuova composizione di Camera e Senato, ma ha introdotto collegi uninominali eccessivamente ampi e determina un’accentuata disparità tra le Regioni nel rapporto tra popolazione media e seggi da assegnare.

Le forze politiche della precedente maggioranza avevano trovato un accordo per adottare un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento: una scelta volta a garantire il pluralismo politico territoriale, la parità di genere e il rispetto dei principi riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale e di tutela delle minoranze linguistiche. Tale soluzione sembra ora di nuovo in discussione.

I sottoscrittori di questo documento sono convinti che il sistema proporzionale resti la soluzione più adeguata alla forma di governo e alla cultura politica del Paese.

Negli anni in cui sono state applicate leggi elettorali di ispirazione maggioritaria non può dirsi che la stabilità di governo sia aumentata e che la frammentazione politica si sia ridotta; al contrario, si è assistito alla nascita di un gran numero di nuove formazioni politiche e di coalizioni divise al proprio interno, che si sono sfaldate ripetutamente determinando diverse crisi di governo e radicalizzando l’insoddisfazione dei cittadini verso la politica, facendo crescere atteggiamenti di reazione ed, in maniera allarmante, l’astensionismo

Il sistema proporzionale, oltre a contribuire all’innalzamento del livello di rappresentatività delle Camere, agevolerebbe l’instaurazione di più solidi rapporti tra le forze politiche e il territorio e potrebbe anche servire a creare le condizioni per una rigenerazione dei partiti, necessaria ora come mai prima.

Nella stessa prospettiva, si auspica, se non si vuole adottare un proporzionale puro, almeno la previsione di soglie di sbarramento tali da non compromettere la rappresentatività cui il sistema dovrebbe tendere, senza trascurare le legittime esigenze di stabilità di governo.

2. Un altro elemento che dovrebbe caratterizzare il nuovo sistema elettorale è il meccanismo delle preferenze, indispensabile per restituire valore alla libera scelta elettorale dei cittadini.

Le critiche a tale metodo, secondo cui esso agevolerebbe la corruzione e comporterebbe un nuovo aumento dei costi della politica, non appaiono convincenti.

Certamente il voto di lista con preferenza non rende immune il sistema da fenomeni corruttivi, ma questi possono essere prevenuti e combattuti attraverso appositi correttivi, come la definizione di collegi piccoli e un più efficiente sistema di controlli. Quanto alle spese elettorali, si può introdurre un’adeguata disciplina che le regoli.

3. Se, infine, si andasse a votare con l’attuale disciplina e senza alcune nuove modifiche alla Costituzione, volte a innalzare i quorum attualmente previsti per l’elezione degli organi di garanzia e per il procedimento di revisione costituzionale, il rischio concreto è che una maggioranza sovrarappresentata da questa legge elettorale si potrebbe trovare nelle condizioni di fare tutto da sé. Potrebbe cambiare la Costituzione senza il concorso delle minoranze politiche (raggiungendo anche i due terzi dei voti, sufficienti a impedire lo svolgimento del referendum costituzionale) e potrebbe designare, sempre in solitudine, un rilevante numero di componenti degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, CSM., ecc.).

4. Non è meno urgente, poi, la riforma dei regolamenti parlamentari. Questi da tempo avevano bisogno di una riscrittura complessiva e accorta; oggi però un intervento è addirittura indispensabile, per consentire il funzionamento delle Assemblee legislative e degli organi parlamentari minori e per assicurare la rappresentanza delle minoranze nello svolgimento delle funzioni affidate alle Camere.

5. L’attuale fase politica costituisce, infine, un’occasione preziosa per promuovere la riscoperta del valore dei partiti, protagonisti della democrazia rappresentativa dei quali non è possibile fare a meno.

Coloro che firmano questo documento auspicano che si apra un’ampia e approfondita riflessione per arrivare ad attuare l’articolo 49 della Costituzione, con l’adozione di una disciplina che finalmente assicuri la democrazia interna dei partiti. È questa una condizione indispensabile per restituire ai partiti il loro fondamentale ruolo di strumenti di partecipazione e di mediazione e di soggetti idonei a formare e a selezionare una classe politica adeguata.

Chiediamo, pertanto, ai parlamentari di intervenire, riprendendo i lavori sulla riforma della disciplina elettorale nel senso auspicato e sulle proposte di revisione costituzionale utili a salvaguardare il sistema delle garanzie. Agire presto e in fretta per uscire dall’emergenza è una necessità, ma non è un buon motivo per trascurare problemi che, se non affrontati a dovere, rischiano di compromettere in modo irreparabile il funzionamento del sistema costituzionale.

Chiediamo, inoltre, agli organi d’informazione, alle associazioni espressioni e sostenitrici dei valori democratici della partecipazione popolare, ai protagonisti della vita culturale ed artistica del Paese, ed, in definitiva, ad ogni cittadino che voglia partecipare ad un processo di rivitalizzazione della politica, di sostenere in ogni forma e luogo questo appello ed i contenuti che propone.

ForumalCentro, Onda Civica, Appello Lib-Dem, Forme & Riforme, Coordinamento per la DemocraziaCostituzionale – Piemonte, Rete per la Democrazia Liberale, Partito Liberale Europeo

Non chiamatele aree interne: intervista a Giovanni Teneggi

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista ACRI

Giovanni Teneggi è direttore generale di Confcooperative Reggio Emilia. Da anni studia e racconta il fenomeno delle “cooperative di comunità”, un’originale forma di organizzazione sociale, che si sta diffondendo in tutta la Penisola.

Per cominciare, cosa sono le cooperative di comunità?

Le cooperative di comunità sono “imprese abitanti”: ovvero strumenti di riconciliazione fra la dimensione della cittadinanza e quella economica. Il reale e duraturo sviluppo di un territorio si realizza, infatti, solo coniugando questi due aspetti: una cittadinanza realmente protagonista e un’economia utile per il benessere della comunità. Difficile dire quindi se si tratta di esperienze sociali che sviluppano economie o di economie che producono relazioni e coesione sociale e a dire il vero poco ci importa. Il risultato è un’impresa sostenibile e competitiva in contesti di più difficile accessibilità alle risorse.

Spesso, parlando di cooperative di comunità, cita le “economie di luogo”, di cosa si tratta?

Sono economie che non possiamo riconoscere senza includere il luogo nelle quali si sviluppano, i suoi caratteri, la sua gente, la sua storia. Sono economie che intendono la capitalizzazione sociale, ambientale, culturale dei luoghi nelle quali operano come fattore essenziale di continuità e competitività. Sono economie generate da luoghi che tornano ad essere di destino per i propri abitanti nativi, ritornanti, adottivi o affettivi. Sono economie, infine, che vivono la partecipazione delle istituzioni sociali locali non come responsabilità o vincolo, ma come opportunità di un reciproco processo trasformativo, verso nuovi livelli di competitività sostenibile.

Cosa ci può insegnare l’esperienza di chi, nel mondo ultrarapido e liquido di oggi, sceglie di tornare a popolare i paesi delle aree interne italiane?

Chi torna a popolare paesi delle aree interne italiane ci indica l’urgenza di tornare a un luogo come carattere della propria esperienza di vita, sociale ed economica. Non necessariamente un luogo “sperduto”. Potrebbe essere anche un condominio, un quartiere metropolitano, una periferia, un centro rurale denso. La chiave è “fare luogo”, dove si decide o si ha l’occasione o la necessità di stare. Perché l’area interna non è geografica, ma sociale e umana: sugli Appennini come nelle metropoli c’è una grande e urgente necessità di recuperare luoghi in cui i membri delle comunità possano ritrovarsi e imparare nuovamente a vivere in una dimensione ecosistemica con ciò che li circonda.

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Cenni sul Servizio di Neuropsichiatria Infantile di Pavia

In qualità di responsabile del Servizio di Neuropsichiatria infantile (NPI), ora in pensione, posso delineare come già negli anni Ottanta gli operatori di servizi diversi avessero elaborato un sistema di lavoro che permetteva di confrontare continuamente e periodicamente i metodi di intervento. 

Nel 1978, dopo l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, gli operatori lavoravano direttamente sul territorio presso ambulatori, consultori di quartiere, strutture educative (nidi, materne, elementari, centri socio educativi) e anche presso il domicilio di soggetti gravi.

Si avevano contatti frequenti con:

  • medici scolastici e assistenti sanitarie che svolgevano attività di prevenzione segnalando eventuali problematiche emerse dal lavoro periodico nelle classi filtro
  • pediatri di base per screening attraverso le vaccinazioni.

Con l’avvento delle USSL e delle ASL il Servizio di NPI si organizzò nei reparti ospedalieri e nelle équipe sul territorio  (Pavia, Voghera, Vigevano) secondo quanto indicato nel Piano Regionale della Regione Lombardia. Le figure professionali di riferimento erano medici NPI, terapisti della neuropsicomotricità, fisioterapisti, logopedisti, psicologi, consulenti di arteterapia, musicoterapia, tecnici ortopedici; ci si avvaleva di consulenze esterne di teatroterapia, ippoterapia, terapia in acqua. Si facevano incontri di équipe per coordinare e discutere gli interventi. Fondamentale era l’integrazione tra i diversi tipi di professionalità che agivano nel confronto e dialogo reciproco.

In ciascuna sede operavano un responsabile medico NPI e altri colleghi medici NPI che si dedicavano alla cura di bambini con patologie diverse: disturbi della personalità della sfera autistica, disturbi neuromotori, difficoltà di apprendimento contestualizzate all’interno delle difficoltà del percorso evolutivo.

In seguito alla prima visita del NPI e discussione del caso in équipe, si procedeva alla osservazione e valutazione per una eventuale presa in carico riabilitativa con progetto terapeutico e verifiche periodiche.

La presa in carico globale del bambino, oltre al trattamento ambulatoriale, comprendeva anche consulenze presso le strutture educative e del tempo libero (oratori, palestre) incontri con genitori, nonni e fratelli.

L’aspetto assolutamente innovativo consisteva nel fatto che gli operatori sanitari erano collegati con gli altri servizi del territorio: medici scolastici, assistenti sociali e insegnanti.

Periodicamente si tenevano riunioni allargate anche con i rappresentanti dei quartieri.

Era prassi normale che gli insegnanti segnalassero al Servizio gli alunni con problemi ed invitassero le famiglie a portarli ai nostri ambulatori.

Il servizio era basato su incontri di rete che includevano la Scuola (gruppi con insegnanti), le Strutture operanti sul territorio (pediatri di base, Istituto Dosso Verde di Pavia, Clinica Mondino) e “Gruppi dei genitori” (incontri mensili finalizzati alla condivisione riflessiva delle proprie esperienze, delle difficoltà sperimentate e delle strategie trovate per la soluzione dei problemi).

Attraverso le proprie specificità funzionali, il gruppo consentiva la condivisione e l’elaborazione degli aspetti dolorosi, il riconoscimento delle parti buone ed efficaci del ruolo genitoriale, l’assunzione progressiva di una posizione più attiva e quindi anche un ruolo genitoriale con potenzalità terapeutiche.

Nel Piano Regionale della NPI della Lombardia veniva indicato quanto fossero necessari interventi precoci di tipo diagnostico, di tipo terapeutico riabilitativo ed educativo assistenziale specializzato, per evitare la cronicizzazione dei disturbi. Tale cronicizzazione avrebbe determinato un elevato tasso di disabilità con conseguente gravoso impegno economico per il Sistema Socio Sanitario. Era quindi necessario predisporre un intervento che prevedesse la presa in carico dei soggetti attraverso la diagnosi precoce, controlli clinici, supervisione ai terapisti dell’Azienda Ospedaliera, counseling ai genitori.

Il rivedere queste esperienze ha sottolineato come ora il Sistema si sia impoverito, manchi la visione territoriale della Sanità e le offerte di servizi pubblici siano diminuite, senza contare il problema della pandemia che mette ulteriormente a rischio la salute dei minori.

Noi abbiamo lavorato con professionalità e dedizione in un periodo di sanità pubblica con un obiettivo ben preciso: la salute del paziente.

Un’estate senza turisti americani costa 1,8 miliardi all’Italia

Un’estate senza turisti americani costa 1,8 miliardi all’Italia per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti in riferimento alle dichiarazioni del virologo Anthony Fauci, consigliere per le questioni sanitarie del presidente statunitense Joe Biden, che prevede la ripresa dei viaggi  “fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno” .

Una previsione di fronte alla situazione dei contagi che si sta verificando destinata pero’ – sottolinea la Coldiretti – ad incidere pesantemente dal punto di vista economico. Prima della pandemia nel 2019 ci sono stati oltre 1,4 milioni di cittadini statunitensi in viaggio in Italia durante i mesi di luglio, agosto e settembre che anche quest’anno, come lo scorso, rischiano di essere praticamente azzerati dall’emergenza covid, secondo l’analisi Coldiretti su dati Bankitalia.

La perdita dei turisti statunitensi – continua la Coldiretti – è particolarmente pesante perché hanno un budget elevato con una spesa estiva pari a quasi 1/3  del totale della spesa totale dei cittadini extracomunitari nella Penisola durante i mesi di luglio, agosto e settembre. Le mete privilegiate sono le città d’arte che risentiranno più notevolmente della loro mancanza ma – conclude la Coldiretti – gli americani prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

Mise: incentivi per le nuove imprese di giovani e donne

Il Ministero dello Sviluppo economico sostiene giovani e donne che intendano avviare nuove imprese su tutto il territorio nazionale, attraverso finanziamenti agevolati a tasso zero. Lo prevede la circolare del Mise che stabilisce i termini per l’avvio della presentazione delle domande a partire dal prossimo 19 maggio 2021.

Potranno fare richiesta per il contributo le micro e piccole imprese costituite da non più di 60 mesi alla data di presentazione della domanda di agevolazione e nelle quali la compagine societaria sia composta prevalentemente da soggetti di età compresa tra i 18 e i 35 anni, o da donne.

L’agevolazione potrà, inoltre, essere richiesta anche dalle nuove imprese in corso di costituzione. I programmi d’investimento delle nuove imprese, per le quali sarà possibile ottenere l’agevolazione, riguardano la produzione di beni nei settori industria, artigianato e trasformazione dei prodotti agricoli, fornitura di servizi alle imprese, commercio e turismo.

Forlani contro Moro. È lui ad assumere, nel congresso del 1959, il “centro che marcia verso sinistra” come bandiera della Dc.

A Firenze, nell’ottobre del 1959, fanfaniani e basisti attaccano da sinistra Aldo Moro, segretario del partito dal marzo precedente, che salva a fatica la sua maggioranza nell’ultima notte del congresso in virtù dell’accordo con Giulio Andreotti. 

A guidare l’attacco è proprio Amintore Fanfani, sacrificato pochi mesi prima dal gruppo di Antonio Segni  – inventore dei dorotei, nati per l’occasione con l’investitura di Moro nel famoso Consiglio nazionale della Domus Mariae, nonché leader di un governo spostato a destra – sull’altare della difesa ad oltranza del centrismo, contro perciò l’apertura ai socialisti.

Nel suo intervento, Arnaldo Forlani ripropone con forza quel “centro che muove a sinistra”, che Alcide De Gasperi aveva assunto a criterio della identità democratico cristiana. 

Lo stesso Luciano Radi, altro fanfaniano, concludeva il suo intervento con un richiamo altrettanto esplicito: “Il  congresso deve impedire – queste le parole del giovane deputato umbro – il prevalere dell’ala moderata e l’abbraccio della destra esterna: deve ridare al Paese la Democrazia Cristiana che il comunismo teme e che è la D.C. di centro che marcia verso sinistra”.

Comunque a Firenze si manifesta, su questo punto, una sottile ma decisa distinzione tra i due gruppi di opposizione: i fanfaniani declinano l’essere a sinistra come quintessenza di un anticomunismo dinamico, socialmente avanzato, mentre i basisti ne sostengono l’efficacia per l’aspetto consequenziale sul terreno delle alleanze, introducendo con più chiarezza la questione dei rapporti con il Partito socialista.

Un’ultima considerazione. Spesso a De Gasperi si attribuisce la formula del “partito di centro che guarda a sinistra”, ma in realtà l’espressione da lui preferita dava l’idea del movimento giacché suonava, appunto, come “centro che muove (o cammina) verso sinistra”.

Di seguito riportiamo il passaggio in cui Forlani esplicitava  la sua interpretazione del motto degasperiano, essenziale per il carattere della Dc come forza politica moderna e popolare.   [L. D.]

Dal discorso congressuale di Arnaldo Forlani

[…]

La Democrazia Cristiana è un partito di cattolici, ma questo non è un elemento esclusivo della sua unità in quanto essa è un partito moderno, democratico, interclassista, ispirato ai principi della dottrina sociale cristiana. Se il comunismo è stato fermato in Italia dai cattolici, può essere in seguito sconfitto dalla D.C., grande forza democratica popolare, capace di promuovere lo sviluppo della democrazia, realizzando i propri ideali.

A tal fine l’impegno del Partito, ammaestrato anche dalle dure esperienze del passato, deve essere diretto a salvaguardare le proprie genuine caratteristiche contenute nella formula prospettata da De Gasperi secondo cui la D.C. è un partito di centro che marcia verso sinistra. 

È la definizione esatta che indica da una parte il carattere costitutivo del Partito e dall’altra il suo compito storico riferito alla presente società e ai suoi problemi. La D.C. è un partito di centro, interclassista, che considera suo compito storico non la meccanica mediazione degli interessi di classe contrapposti, ma, nella presente società e in questa fase del suo sviluppo civile ed economico, considera suo compito la risoluzione dei problemi che, rimasti aperti in Italia, hanno portato parte delle classi lavoratrici contro la D.C. 

Coloro che interpretano il centrismo come mera mediazione di interessi diversi e contrapposti non accettano questa definizione degasperiana e la attribuiscono ad un suo momento di relativa e scarsa lucidità. Il centrismo di questi amici finisce per diventare, sia pure con le migliori intenzioni di questo mondo, una posizione tipicamente conservativa e di sterile tentativo di mediazione, una posizione che potrebbe essere attuale ed avere anche una sua permanente validità in una società bene equilibrata e interamente acquisita alla  democrazia. Ma questo non è il nostro caso.

Non è questa la situazione politica nella quale operiamo e ove vi fosse bisogno di qualche dimostrazione credo che dovrebbe bastare per tutti la relazione di questa mattina dell’on. Moro.

[…]

 

Sergio Paronetto, un “mito” del cattolicesimo sociale e democratico.

L’autore ripropone il testo da lui elaborato in occasione del convegno promosso da Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini il 24 luglio 2013 in occasione del settantesimo anniversario del Codice di Camaldoli.

Per quanti tra di noi che hanno vissuto solo la storia del dopoguerra attraversata dai diversi momenti della ricostruzione, dello sviluppo impetuoso, della crisi degli anni settanta, della spinta sfrenata del liberismo reaganiano e thatheriano fino alla attuale fase di declino, rileggere la storia del Codice di Camaldoli significa immergersi nella grandezza di quegli uomini, protagonisti del futuro del Paese. Non si può non restare ammirati dalla forza di quelle idee e soprattutto verso colui che cresciuto alla scuola laica, ma così naturaliter christiana fu il motore della fatica. Colui che analizzava le scelte di quella tela insieme moderata e radicata nella migliore tradizione sociologica “nostra” come scrisse Giulio Andreotti. Quell’uomo era Sergio Paronetto, scomparso nel 1945. La sua è stata una storia breve ma intensa, piena di significato.

I partecipanti al piccolo cenacolo di via Reno erano affascinati dalla rivendicazione del primato della persona umana e del diritto di famiglia in antitesi con lo stato onnipresente e soffocante; protesi verso la ricerca di un equilibrio tra validità economica degli schemi e tutela della dimensione di una società a misura d’uomo.

Forse è il momento di riproporre ai giovani quel modello.

Ma non abbiamo ancora un Montini in grado di costringere i cattolici a tessere la tela di Camaldoli che orienterà i costituenti.

Sergio Paronetto non è stato un costituente, ma è come se lo fosse stato, tanta è stata la forza della sua ispirazione e l’influenza esercitata nei camaldolesi e nei costituenti.

Il codice è il momento alto di un progetto di società coerente e funzionante. Dà coerenza ai motivi tecnocratici, sociali e anticapitalistici.

Abbiamo un debito verso gli estensori del codice e verso Paronetto in particolare perché hanno saputo fare le scelte giuste idonee a unire i drivers dello sviluppo, facendo uscire il Paese dalla miseria.

Quella è una pagina di storia di cui i democristiani devono essere orgogliosi.

E fanno bene Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini a dare il significato storico che la commemorazione merita, legandola coerentemente a una prospettiva di riaggregazione culturale e politica.

“Paronetto trovò l’equilibrio tra informato realismo e ispirazioni fondamentali aggiornando e razionalizzando Malines” scrisse Andreotti in De Gasperi visto da vicino.

Paronetto è stato capace di coniugare il nittismo antiburocratico, la sensibilità ai valori della solidarietà, la democrazia economica, l’antimonopolismo radicale.

Per Paronetto il mercato andava aiutato con i controlli, con le indagini con le restrizioni. Per l’economia reale i mercati vanno corretti, sostenuti rilanciati mentre i mercati finanziari vanno governati con regolamenti e tetti. V’era nel suo pensiero modernità nella dimensione della gestione economica dei beni pubblici. Era un economista di impresa e il sistema Paronetto mette insieme politica economica e Welfare, economia delle imprese e investimenti sociali, processo di accumulazione e dignità umana.

Era competente e preparato. “Continua a consigliarmi con la tua illuminazioni dalla realtà” è l’esortazione di De Gasperi in una lettera.

Abbiamo un debito verso un personaggio che ha coniugato modernità e internazionalizzazione dell’approdo alla economia, alla industria, alla finanza.

Aveva una visione progettuale che puntava alla economia produttiva una figura riservata che aveva affinità con Guido Carli.

Vorrei concludere con il ricordo di una lettera che scrive Menichella allora direttore generale dell’Iri, poi straordinario governatore della Banca di Italia a Vittorino Veronese il 24 marzo 1955 per ricordarne la figura a dieci anni dalla scomparsa. Dopo avere sottolineato la sua “capacità di giudizio sereno ed equilibrato che in Paronetto era il frutto di una continua, assillante, tormentosa azione di appello alla sua coscienza, profondamente religiosa e vigile in ogni momento della sua vita” Menichella ricorda un episodio che då il segno della modestia di Paronetto e la sua sinceritá.

“Alla chiusura dell’anno 1939, provvedendo a migliorare gli stipendi dei funzionari, apportai un aumento anche al Suo. Mi trattenni dal fare di più come Egli meritava, solo per timore di turbare la sua modestia, sicchè grande fu la mia meraviglia allorquando mi si presentò per indurimi a limitare l’aumento che Gli avevo concesso, minimizzando il suo lavoro e citando esempi di funzionari, estranei al nostro ambiente che, a suo dire, valevano più di Lui e avevano stipendi minori. Naturalmente non lo accontentai. Ne rimase male e me lo disse. Ne fu turbato. Lo scrisse nelle carte ritrovate dopo la morte”.

Riteneva folle la cifra fissata. Questa decisione gli faceva paura. Fino al punto di dire “non c’è un profondo e perverso errore in tutto ciò? Una ingiustizia, una complicitá nostra?”.

In questa lettera c’è una lezione di etica e di moralità, un insegnamento di modestia, rispetto alla deriva finanzaria “stockoptionista” e “shortermista” alla creazione di valore artificiale, alle fusioni e acquisizioni di breve periodo dei tempi nostri che hanno perdere di vista il ciclo lungo della economia sia rispetto agli investimenti che al lavoro.

Va anche ricordata l’intelligente mediazione di Paronetto che, attraverso opportune modifiche ai capitoli sulla educazione e sulla famiglia, permise di riguadagnare il consenso di Capograssi, che non si estese fino al punto di figurare tra i redattori dell’opera, ma solo come consulente e collaboratore, perchè non favorevole all’idea di un “distillato della sapienza catto-iitalianamente”.

E sul tema del lavoro elaborato dalla triade di Morbegno – Saraceno, Vanoni e Paronetto – la sua criticitá e prudenza verso la participazione operaia alla gestione dell’azienda, definendola “illusoria meta la cui conquista lascerá insoddisfatti e delusi i lavoratori per la sua inconsistenza economica e morale” e nella peggiore “espediente accettato o propugnato da taluni datori di lavoro o da loro più o meno consapevoli interpreti per eludere altre più vere e sostanziali rivendicazioni dei lavoratori o per assicurarsi con mezzi politici la posizione di privilegio” .

Una posizione diversa da quella di Fanfani, più articolata rispetto a Gonella, Ferrari Aggradi e Taviani o di Malvestiti.

V’era in sostanza una distinzione tra partecipazione agli utili e il tema più complesso della partecipazione intesa come democrazia partecipativa e del solidarismo partecipatativo nella economia, nell’artigianato, nelle pmi, nella cooperazione.

Certo oggi sono diversi i tempi, la storia, gli uomini, le culture, di quando di affermava quel sogno utopico. C’era però in quella “terza via” la indicazione per garantire giustizia sociale per tutti attraverso il ruolo regolatore e perequativo dello Stato.

È stato detto che punto di forza fu quello della autonomia del gruppo di Camaldoli dalla politica partitica, ma essi stessi furono guida!

È forse il momento di riscoprire l’insegnamento sturziano, di riprendere coraggio, a partire “dal programma politico che non si inventa, ma si vive e per viverlo si deve seguire nelle sue fasi evolutive, precorrere le attuazioni, determinare e soluzioni, nel complesso ritmo delle affermazioni, nella fermezza delle negazioni”.

Far rivivere il Codice di Camaldoli oggi è un sogno o piuttosto l’itinerario di un cammino da riprendere senza indugi?

Nasce con Paronetto, prima della caduta del fascismo. la futura classe dirigente Dc.

Nel 1938 un giovane esponente del laicato cattolico, Sergio Paronetto, che morirà prematuramente nel 1945 a soli 34 anni, si era messo in testa un’idea bizzarra: formare una nuova classe dirigente di governo. Lui era stato presidente nazionale della FUCI, molto legato a mons. Montini e a quel tempo lavorava all’IRI (assieme a Guido Rossi, Guido Carli, Pasquale Saraceno, e altri giovani di qualità) divenendo ben presto vice di Menichella (il mitico futuro presidente della Banca d’Italia dopo il fascismo).
Ebbene, una sera invitò a casa sua a Roma poco più di una decina di esponenti dei movimenti cattolici con interessi politici, e fece loro più o meno questo discorso: cari amici io penso che il fascismo ormai sia alla fine (per la verità non c’era ancora stata l’entrata in guerra), lo si vede dal logoramento interno, da varie scelte più o meno disperate che fatalmente gli si rivolteranno contro, come la politica coloniale, le leggi razziali e le stesse crescenti persecuzioni contro la chiesa e le attività dei suoi movimenti laicali. Dunque, bisogna preparare e prepararsi al dopo.
Ci sarà inevitabilmente una transizione difficile dura e dolorosa, anche se ancora non riusciamo a immaginarne i contorni. Ma poi un dopo democratico dovrà pur essere costruito. Chi guiderà quella fase? Penso che non potranno essere i liberali, perché hanno la responsabilità maggiore di averci portato il fascismo. Non potranno essere i comunisti, verso la cui ideologia voi sapete che pure io ho guardato per un certo periodo con un certo interesse, per la semplice ragione che non hanno risolto il loro rapporto con l’economia di mercato, indispensabile per accompagnare e sostenere un processo democratico. E, allora, io penso che sarà affidata ai cattolici – con il sostegno anche di altri, evidentemente- l’impresa di costruire un sistema democratico e un’economia di mercato con forti finalità di giustizia sociale.

Ma ai cattolici chi ha mai insegnato la democrazia, l’economia sociale di mercato, la cultura di governo?

Alcuni di voi certamente non hanno bisogno di impararle, per la personale formazione e l’esperienza democratica prima del fascismo. Ma qui c’è da costruire un intero ceto politico, possibilmente di incontestabile qualità. Probabilmente c’è da costruire un nuovo partito politico molto diverso dal PPI di Sturzo, perché occorre una inequivocabile vocazione governativa (lo stesso Paronetto sarà uno dei maggiori estensori poi del Codice di Camaldoli). Dunque c’è da mettersi al lavoro di gran lena. Se siete d’accordo ci troviamo qui a casa mia tutte le settimane e ci mettiamo a studiare duro insieme.

PS. Dimenticavo un dettaglio: tra quel gruppo di allievi c’erano De Gasperi,Spataro, Gonella, Giordani…, Andreotti.
(Dal profilo fb dell’autore)

Bentivogli (Base Italia) e Vito (Forza Italia) tratteggiano un percorso comune nel segno del riformismo

Con queste due lettere inviate all’Avanti!, giornale socialista diretto da Claudio Martelli, si è avviato un interessante dialogo sulle prospettive dei riformisti.

“L’APPELLO DI BENTIVOGLI VA ESTESO ANCHE A FORZA ITALIA”

di Elio Vito

“Il recente appello di Marco Bentivogli ad ‘Unire i Riformisti’ è rivolto al centrosinistra, per proporre una identità culturale e politica non massimalista, ormai superata dalla storia, ma ancora in parte presente ed influente nella sinistra italiana.
Eppure l’Appello di Bentivogli può ben interessare anche Forza Italia (e non dico solo suoi singoli esponenti, in una prospettiva scissionista e di abbandono, utile a guadagnare posizioni interne e simpatie esterne, che a me francamente non interessa).
Il tema, o meglio ancora la domanda, riguarda piuttosto la natura ed il futuro di Forza Italia, questo originale Movimento politico nato dalla formidabile intuizione del suo leader, un imprenditore di successo che ha saputo trasformare e modernizzare come pochi il costume, la società, la televisione, lo sport, la politica del nostro Paese.
Di natura ed indole liberale, soprattutto in campo economico e sociale, caratterizzatasi sui temi garantisti della giustizia e dei diritti civili (tema che ora rischia un po’ di sbiadirsi), Forza Italia si è saggiamente collocata in Europa nel Partito Popolare, rispettando la sua matrice cattolica.
Ma Forza Italia, e gli Amici dell’Avanti lo sanno bene, ha al suo interno, sin dalla nascita, istanze e personalità, oltre che liberali e cattoliche, anche socialiste, socialdemocratiche, radicali che hanno contribuito a rendere più vario il partito e più vasto il suo elettorato. Tali ultime istanze e personalità, per quanto ancora presenti, paiono, soprattutto per loro responsabilità, essere ora ai margini della identità e della politica di Forza Italia, come se avessero esaurito una spinta propulsiva che invece oggi è ancora più necessaria.
E non voglio qui dilungarmi sulle ragioni per le quali i partiti alleati (ma collocati in ben altre famiglie europee od in cerca di migliore collocazione), dopo essere stati portati al governo da Forza Italia l’hanno adesso superata elettoralmente.
Allora, in conclusione, anche per non abusare della ospitalità, credo che l’Appello di Bentivogli, debba trovare in qualche modo anche l’interlocuzione di Forza Italia, da sempre autentica forza riformatrice.
E forse il primo risultato comune di questa interlocuzione, necessario in questo momento storico, può essere, per tutti i riformisti ed i riformatori, l’abbandono di ogni ambiguità (anche se a volte ben celata) sulla salda e definitiva collocazione europeista ed atlantica dell’Italia.”

deputato di Forza Italia

“PER L’ UNITA’ DEI  RIFORMISTI NON CI SONO VETI ED ESCLUSIONI”

di Marco Bentivogli

Caro Elio Vito,
non sono tra coloro che considerano superate le distinzioni destra e sinistra. Non posso negare che ultimamente queste categorie, non inutili, della politica, siano diventati occasioni interessate di collocazione. Ho avuto modo di scrivere quanto la sinistra abbia devoluto valori, stili e orizzonti a semplici evocazioni sufficienti per auto-riconoscersi nel clan in geometrie utili solo alla ricerca del potere per il potere senza alcuna progettualità.
Condivido che dentro forza italia ci siano istanze e personalità non riducibili al berlusconismo che però a mio avviso, non da solo, ha contribuito alla consegna del paese ai populisti di destra e di sinistra.
“Unire i riformisti” è nato proprio, a differenza di altri appelli, senza partire dai veti all’adesione. Ma come giustamente Vito ricordava ci devono essere dei valori comuni che, proprio per uscire da ogni ambiguità, vanno abitati e non solo evocati nei cenacoli. Le culture socialiste, cattolico democratiche, radicali e liberali sono radici importanti del riformismo italiano ed europeo. Le alleanze, che in politica non sono un accessorio, hanno generato alberi storti. Essere europeisti, atlantisti, per la società aperta e solidale mette dall’altra parte ogni populismo gastro-mediatico, che ha il giustizialismo, l’individualismo, l’assistenzialismo e lo statalismo. Potrai non trascurare che alcune tv per inseguire la mitica “audience” invece di favorire la consapevolezza della complessità, banalizzano tutto quello che accade per intercettare persone urlanti e produrre il consenso emotivo dei vari impresari della paura. In una politica fatta da troppe comparse che vivono di applausi di un pubblico virtuale, serve discontinuità. Nel mentre questo paese attende ancora le riforme vere che nella mia esperienza non si faranno se non costruiamo ceto politico dotato di coraggio, pensieri lunghi e iniziativa popolare: questo per me sono i riformisti. Per questo bisognerebbe resettare e riconfigurare la politica italiana, prima che sia troppo tardi.

Che succede, Europa?

E’ un momento complicato, per l’Europa. Le cose non stanno andando come dovrebbero. E come l’imponente piano di aiuto economico varato lo scorso anno in risposta alla pandemia aveva lasciato sperare. Era quella, infatti, una concreta dimostrazione di quanto l’Unione fosse in grado di reagire alle avversità con una potenza collettiva e con una solidarietà fra le nazioni davvero significativa dando così maggior forza alle ragioni della federazione. Oggi, al contrario, prima ancora che il Next Generation UE venga avviato e inizi a dispiegare i suoi effetti, l’immagine icastica e l’imbarazzante scena svoltasi ad Ankara, una vera e propria umiliazione subìta dalla Commissione Europea nella persona della sua più alta rappresentante, conferma e amplifica le difficoltà della UE. Ma non è solo questo.

Il ritardo nella campagna vaccinale, il declino improvviso e inaspettato di Angela Merkel – ovvero dell’unico leader politico continentale – dovuto ad una seconda fase dell’epidemia devastante in Germania quanto la prima era stata sostanzialmente contenuta, i problemi già emersi con la nuova America di Biden, che pure sta offrendo alleanza politica non però senza contropartite, il riacutizzarsi delle tensioni con la Russia, palesemente mostratesi nell’offensivo trattamento riservato da Putin all’Alto Rappresentante Josep Borrell in occasione della sua visita a Mosca: tutti fattori che accrescono le difficoltà di una Unione che nel mentre avvia la Conferenza sul proprio futuro si trova a gestire un presente, come detto, assai complicato.

Io non so se ad Ankara il regista di un episodio che si presta a varie letture, incluse quelle ironiche, sia stato il presidente turco o addirittura quello del Consiglio Europeo, o se invece si sia trattato di un clamoroso errore (voluto?) del cerimoniale. So però che, oltre all’inaccettabile umiliazione sessista subìta da Ursula von der Leyen, si è svolto agli occhi del mondo un nuovo atto dello scontro – a volte sotterraneo, altre esplicito – fra le due istituzioni unioniste che rappresentano le due opposte visioni dell’Europa, quella comunitaria e quella nazionalista. Due visioni che convivono a fatica, ovviamente, e che hanno generato un compromesso che nei momenti di maggiore difficoltà mostra tutti i suoi limiti. 

La sedia che mancava ad Ankara è la plateale testimonianza di come un campione del nazionalismo, Erdogan nel caso, veda l’Europa, ovvero una somma di stati e non un’entità unica. Al pari di Trump, ieri, e di Putin, sia ieri sia oggi, egli preferisce parlare e trattare con i singoli stati nazionali che con l’UE. Nell’occasione, Charles Michel rappresentava proprio quella visione. La questione femminile è un elemento in più. Gravissimo, peraltro. Ma il punto politico è quell’altro. Ecco perché Michel avrebbe dovuto reagire e non facendolo si è mostrato inadeguato al ruolo che occupa. Però occorre riconoscere – e a questo tendono le interpretazioni più maliziose – che l’incidente non si sarebbe svolto (non, almeno, in questi termini) se la figura della presidenza del Consiglio Europeo non esistesse. Se la Commissione fosse il vero e unico governo europeo, rispondente al Parlamento di Strasburgo. Se le competenze federate fossero maggiori e ben delineate. Di questo dovrebbe discutere la Conferenza sul futuro della UE. Emergerebbe così, fra l’altro, la superiorità valoriale delle istituzioni europee a fronte di questi regimi autocratici ostili ai diritti umani, a quelli delle donne, a quelli delle minoranze. Magari qualche nostro sovranista avrebbe l’opportunità per fare una riflessione in più…

Ma quello che oggi interessa maggiormente l’opinione pubblica europea è naturalmente la pandemia. Come venirne fuori. La debolezza che la Commissione ha mostrato nella definizione contrattualistica dell’acquisto dei vaccini (“un po’ leggera” l’ha definita Draghi) sta assestando un colpo parecchio duro alla sua propria credibilità presso i cittadini europei, che infatti come al solito stanno guardando ai propri governi nazionali e non certo a Bruxelles per risolvere quella che oggi è la questione numero uno. E così quanto di buono è stato seminato nel 2020 rischia d’essere seppellito, prima ancora che fiorisca, nel 2021. Probabilmente non sarà una Conferenza nata dopo continui rinvii testimonianti difficoltà politiche più che organizzative a evitare questo pericolo. Ma resta il fatto che l’uscita dalla pandemia, quando sarà, imporrà all’Europa un cambio di passo. Necessiterà a tal fine di nuove leadership. Che stavolta una di queste sia italiana?

Il caso delle assunzioni alla Regione Lazio: non solo disinvoltura amministrativa, ma formula di controllo sulle istituzioni e sul partito.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’autore, che preferisce scrivere in anonimato, riporta i problemi attuali del Pd alle scelte compiute in passato dal gruppo dirigente dei Ds.

La vicenda dei concorsi che sta creando molto imbarazzo alla Regione Lazio è figlia di un pensiero degli anni ‘90, divenuto dominante in una parte della sinistra, ovvero che per governare Roma e il partito bisognava avere oltre che un progetto politico, due requisiti ulteriori: rapporti amicali e 200 stipendi a carico dell”amministrazione pubblica, numero sufficiente per garantire stabilità e sicurezza alla parte politica. 

Un concetto che poteva avere una sua validità se appunto accompagnato da un programma ma che, ai nostri tempi, ha portato soltanto all’assunzione di fedelissimi per concorso o chiamata diretta nelle varie aziende regionali e che poi hanno portato, di fatto, all’annullamento di qualsiasi posizione politica diversa o critica all’interno degli organismi di partito, dal momento che, anche se in maniera legittima in alcuni casi, i ruoli apicali del partito del Lazio sono direttamente coinvolti in questa vicenda.

Ricordiamo, che già nel 2002 la Corte dei conti condannò gli appartenenti alle giunte Rutelli, dal 1993 al 2001, al risarcimento di ben 4 miliardi di lire (circa due milioni di euro attuali) per aver assunto esterni alla pubblica amministrazione in ruoli apicali non sfruttando le risorse interne. Attenzione, noi riconosciamo e rivendichiamo il diritto della politica a scegliersi persone di fiducia, ma fino a quando si parla di ruoli politici e di gestione non della parte amministrativa. I concorsi possono anche essere legittimi ma noi parliamo di responsabilità etica e di opportunità quando piu persone, non solo occupano più ruoli all’interno degli enti in questione, ma, poi presiedono posti dove si decidono gli indirizzi politici. 

È palese nel Lazio e a Roma la mancanza di qualsiasi dibattito in corso sulla vicenda concorsi quando invece nel passato, su vicende piu o meno gravi, si è presa una posizione. Purtroppo sarà la televisione e la stampa a rendere ancora di più pubbliche le questioni che si stanno tenendo nascoste e che alla fine, temo, investiranno tutto il partito democratico, con conseguenze che potranno influenzare le prossime campagne elettorali. Non è sufficiente la difesa di ufficio di avvocati di parte a spiegare la regolarità dei bandi se la parte politica non ha la forza ed il coraggio di affrontare la questione di petto dimostrando di non essere complice di scelte che danneggeranno tutti.

Alcune semplici considerazioni sulla sanità

Più volte è  accaduto in questo periodo così pieno di problemi inerenti la salute pubblica , di sentire evocata la legge 833/1978 che istituiva, ormai più di 40 anni fa, il cosiddetto Sistema Sanitario Nazionale ( SSN) e lo spirito che la permeava.

Da allora tanti cambiamenti si sono succeduti in quasi ogni aspetto della società e quindi anche in ambito socio sanitario, dove la gestione economica è diventata sempre più importante. Ora, se è vero che la spesa del SSN è progressivamente aumentata nel tempo, è altrettanto vero che risparmiare solo eliminando ( personale, investimenti, progetti )è forse la soluzione più semplice ma non è la soluzione più intelligente

Attualmente lo sconvolgimento legato all’arrivo del Covid ci offre un’occasione storica, che sarebbe meglio non lasciarsi sfuggire (anche se le premesse non sono buone).

Quindi, ben lontano dal fornire soluzioni, vorrei solo segnalare quello che ,in 43 anni di lavoro come medico ospedaliero presso la Fondazione Maugeri, non mi è piaciuto e desidererei cambiare.

I) sburocratizzare: troppa carta per il medico e l’infermiere. Per cui togliere tutto quello che si può ed affidare il resto a personale amministrativo. Questo vale anche per il paziente che spesso non sa a chi rivolgersi e come

II) creare sinergie fra medico di famiglia, reparti diagnosi e cura , reparti riabilitativi RSA , servizi sul territorio. Questo ora non avviene anche perché manca la consuetudine per creare la quale dovrebbero essere resi obbligatori periodici confronti con le figure sopra ricordate Io stesso, ai tempi in cui lavoravo, per avere un minimo di efficienza in questo campo, ho dovuto personalmente costruirmi una piccola rete di riferimento ( ormai perduta )prima di tutto con le famiglie, i medici di medicina generale, i servizi specialistici del territorio, i servizi sociali, i gruppi di auto mutuo aiuto, con impiego di tempo e di fatica.

III) profonda revisione del rapporto pubblico – privato. In effetti oggi la sanità privata non esiste, poiché sembra strano chiamare privata un’ azienda che ha un solo cliente ( il SSN). Quindi bisognerebbe unificare la normativa, inserire il privato in un unico piano sanitario con gli stessi diritti e doveri del pubblico, penalizzare pesantemente il profit, tenendo presente che la sanità è un diritto ( come la giustizia, la difesa, la scuola ecc.) e quindi va considerato privato solo quello che il cittadino si paga  interamente di tasca sua.

IV) quanto sopra riferito non esclude un contributo diretto del cittadino al pagamento del servizio, con una netta progressione a seconda del reddito.

V) potenziamento dei servizi territoriali. L’ospedale , come ogni tipo di istituzionalizzazione, è nocivo alle categorie più deboli ( anziani, bambini,disabili, psichiatrici)  quindi andrebbe utilizzato con molta cautela e solo quando appare l’unica via percorribile.

VI) prevenzione. Fondamentale ma pochissimo considerata ( forse perché costa poco ). Manca alla mia esperienza e quindi non aggiungo altro

Questo, in estrema sintesi, quanto da me identificato. Ho cercato di essere chiaro e rapido e spero di esservi riuscito. Mi auguro però che la brevità non venga scambiata per superficialità e che a poche parole segua tanto, tanto lavoro.

 

Commercio: ora gli italiani tagliano anche il cibo (-5,5%)

Per la prima volta dall’inizio della pandemia gli italiani sono costretti a tagliare anche la spesa alimentare che crolla del 5,5%. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti divulgata in occasione della diffusione dei dati Istat sul commercio al dettaglio a febbraio 2021. Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una brusca inversione di tendenza dopo che l’alimentare era risultato il settore che aveva resistito meglio alla crisi con un aumento della vendite al dettaglio determinato anche dal maggior tempo trascorso a casa dagli italiani in lockdown.

Ora l’acuirsi della crisi – precisa la Coldiretti – colpisce direttamente i consumi essenziali della famiglie a partire dal cibo. A calare a febbraio rispetto allo scorso anno sono le vendite alimentari in tutte le tipologie commerciali, dalla grande distribuzione (-6,1%) ai piccoli negozi ((-2,9%) fino addirittura ai discount (-1,5%).

E’ il drammatico effetto della presenza in Italia di 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, un milione in più rispetto allo scorso anno, con il record negativo dall’inizio del secolo secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat. Fra i nuovi poveri – sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid.

UIL: In 5 anni, tra il 2016 ed il 2020, la Tassa sui Rifiuti (TARI) è aumentata mediamente del 2,4%

In 5 anni, tra il 2016 ed il 2020, la Tassa sui Rifiuti (TARI) è aumentata mediamente del 2,4%, mentre tra il 2019 e il 2020 l’aumento è dello 0,8% anche se in alcuni casi si sono registrate impennate fino al 35%. È quanto scaturisce dallo studio del Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL che ha elaborato i costi in 105 città capoluogo di provincia.

In valori assoluti, spiega Ivana Veronese – segretaria confederale Uil – le famiglie italiane verseranno, nel 2020, nelle casse comunali, in media 307 euro, a fronte dei 304 del 2019 e dei 299 nel 2016.

Nel 2020 la Tari è aumentata in 3 città su 10, tra cui: Roma, Torino, Cagliari, Genova e Firenze. Da segnalare la città di Livorno dove l’importo della TARI aumenta, non per effetto della delibera comunale, ma per l’aumento del tributo provinciale ambientale (TEFA) deciso dalla provincia di Livorno. Rimane stabile in 62 città: Bologna, L’Aquila, Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Le tasse sui rifiuti sono invece diminuite in 13 città tra cui: Milano, Bari, Venezia e Nuoro.

Nello specifico – segnala la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese – tra il 2019 e il 2020, a Crotone si registra un aumento pari al 35,1%; a Cremona del 12,6%; ad Ancona dell’11,2%; a Sondrio del 9,8% e a Campobasso del 9,2%. Chieti, tra il 2019 e il 2020, invece, si registra una diminuzione della tassa pari al 13,6%; a Venezia dell’11,3%; a Trapani del 10,2% e a Lecco del 9,9%. Nelle città metropolitane invece la TARI aumenta a Firenze del 6,1%; a Genova del 5,7%; a Messina e Roma del 2,9%; a Cagliari del 2,6% e a Torino dello 0,8%.

Mentre diminuisce dello 0,6% a Milano, del 6,5% a Bari e dell’11,3% a Venezia.

Quando Leo Valiani esaltava la figura di De Gasperi e la sua politica di apertura “verso sinistra”…

Nei giorni scorsi, in coincidenza con l’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi, abbiamo ripubblicato l’intervista a Pietro Scoppola, apparsa sul numero speciale “Il Popolo”, il 3 aprile 1981, esattamente a 100 anni dall’evento (lo statista trentino nacque infatti a Pieve Tesino il 3 aprile 1881). Cogliamo ora l’occasione per ripresentare un’altra intervista, quella a Leo Valiani, intellettuale e politico di formazione azionista, all’epoca una delle personalità più in vista del Partito repubblicano. 

“La scelta politica della collaborazione con i partiti laici”: questo il titolo che aveva dato il quotidiano della DC, sintetizzando così il contenuto di una corposa e stimolante conversazione. Vale la pena riscoprirne il messaggio. Infatti, a distanza di 40 anni la testimonianza di Valiani invita ancora a riflettere sulla coerenza di De Gasperi, specie per quel che riguarda la difesa del carattere democratico, e perciò limpidamente antifascista, del nuovo Stato uscito dalla lotta di Liberazione. 

Una coerenza che restituisce pieno valore alla collocazione in ambito riformista di un partito, la DC, che egli propose e sostenne – negli anni cruciali della Ricostruzione – come “partito di centro che muove verso sinistra”. Non un partito, dunque, alla ricerca di un equilibrismo fasullo, come di un centro senza indirizzo e volontà, ovvero senza un preciso indirizzo politico. Dalle parole di Valiani ricaviamo un incoraggiamento. È indubbio che la scelta degasperiana, se rivisitata con spirito creativo nel contesto attuale, implichi uno sforzo di modernità in funzione, per dirla in breve di una nuova sintesi democratica e popolare. Di fatto, aperta a sinistra. [L. D.]

 

A colloquio con Leo Valiani

Il Senatore Leo Valiani, autorevole storico di formazione laico-democratica, è uno dei testimoni più prestigiosi della nostra storia repubblicana. Gli chiediamo di ricordare con noi la «elezione» politica di Alcide De Gasperi.

«De Gasperi l’ho conosciuto personalmente il 5 maggio dei ’45 – ci dice subito il sen. Valiani – quando la delegazione del Comitato di liberazione nazionale “Alta Italia” in cui rappresentavo il Partito d’Azione, si incontrò con il governo nel quale De Gasperi era ministro degli Esteri. Ma, di fama, Io conoscevo già dal periodo dell’Aventino, come uno dei più coraggiosi capi dell’opposizione antifascista. Del resto nel carteggio di Filippo Turati con Anna Kulischova si trova conferma del giudizio molto positivo che Turati dava del coraggio di De Gasperi in una situazione in cui non tutti, purtroppo, brillarono per questa virtù davanti alle minacce armate di squadristi fascisti. Voglio tornare all’incontro del ’45, non solo, ma anche ai due, successivi di una quindicina di giorni, nei quali lo statista democristiano espose il suo programma di governo e, anzi, pose la sua candidatura a capo del governo”». «Dopo quella riunione dissi a un amico del partito d’azione: “Questo governo governerà per cinque anni”. E lo ricordai nel libro che scrissi tre anni dopo sull’avvento di De Gasperi». 

Ci doveva essere. comunque. qualcosa di specifico che In De Gasperi la colpiva… 

“Sì. Il fatto che in quella situazione incandescente si pronunciasse per l’epurazione e le riforme, ma sottolineasse che tutto sarebbe fallito se non si ricostituiva in via preliminare l’autorità dello Stato: voleva uno Stato democratico, ma forte. Questo colpiva perché allora il concetto di Stato forte veniva associato, dopo venti anni di fascismo, alla dittatura. Si pensava che la democrazia non avesse bisogno di uno Stato forte, ma di uno Stato fondato su larghissimi diritti di libertà, di partecipazione delle masse. Lo pensava anche lui ma aggiungeva che doveva essere ugualmente forte, altrimenti si sarebbe finiti nel caos». «Non dimentichiamo che egli aveva vissuto, cosa che era capitata a pochi, in posizione politica eminente, la crisi del primo dopoguerra, quando la debolezza dello Stato aveva generato il fascismo. Molti lo avevano dimenticato e venti anni di uno Stato eccessivamente forte erano serviti a farsi un’idea falsa dello Stato stesso…Invece De Gasperi ricordava il periodo precedente quando lo Stato troppo arrendevole, troppo timoroso di affermare la propria autorità era caduto nell’impotenza davanti all’assalto del fascismo. Questo mi colpì e capii che aveva ragione». 

«Anche Parri aveva un’idea non molto dissimile, ma non aveva né dietro a sé un grosso partito, né aveva forse capito l’urgenza di affermare pubblicamente questo concetto. Lo voleva ottenere forse anche Parri, in modo più graduale, consensuale, invece per De Gasperi bisognava, all’occorrenza, anche imporlo perché il pericolo della disgregazione era troppo forte e credo che questo giocò notevolmente nella sua designazione a capo del governo». 

Non ricorda, Senatore, se allora, all’interno della Democrazia Cristiana, ci fosse chi osteggiava quella designazione? 

«Osteggiare credo proprio di no. C’era forse chi la temeva e fra quelli Don Sturzo per idee sue particolari che le spiego. Ricordo che in quell’occasione andai a trovare Don Sturzo che abitava in un sobborgo di New York. Egli vedeva le cose e le valutava un po’ a volo d’aquila. In pratica temeva che l’assunzione di De Gasperi alla presidenza del Consiglio nuocesse alla DC perché la metteva in posizione difficile nei rapporti con il Vaticano da un lato e dall’altro con i partiti laici che formavano la maggioranza del Cnl, sei partiti dei quali uno solo, la DC, non pregiudizialmente laico, quindi insisteva per la riconferma di Parri». 

«Secondo me in quel momento Don Sturzo non era aggiornato sulla situazione italiana, non sapeva cioè che la DC avanzava cosi impetuosamente che in qualche modo le difficoltà che indubbiamente esistevano nei suoi rapporti sia col Vaticano, sia coi partiti laici, venivano risolte per effetto della sua stessa crescita di massa». 

Una crescita come quella dell’immediato dopoguerra avrebbe potuto tentare, chi la poteva gestire, ad una politica molto meno democratica… 

«Con De Gasperi non poteva capitare, anzi la sua forza credo che fosse la sua capacità di contemperare la crescita di massa della DC – che era indubbiamente l’elemento che gli dava potere – e la riaffermazione dell’autorità dello Stato indipendente dai partiti. Infatti lui andò alla presidenza del Consiglio come candidato dei partiti. Però mentre il potere politico lo voleva interamente per i partiti, non voleva che lo Stato, cioè l’amministrazione, fosse sottoposto ai partiti e, quindi, voleva l’autorevolezza dello Stato indipendentemente dai partiti». «Questo ful il senso del suo governo e la misura in cui si può dire che governò bene». 

Tornando un attimo al problema dello Stato forte, se non ricordiamo male, il partito d’azione. proprio su una proposta, adottò, nel manifesto per il 2 giugno ’46, la richiesta dell’istituzione di una repubblica presidenziale sul modello di quella americana (all’assemblea costituente la sostenne Calamandrei). Non ha mai saputo che cosa ne pensasse De Gasperi? 

«Direttamente no. Però più tardi abbiamo saputo da Gonella che De Gasperi era preoccupato per la redigenda costituzione, che avrebbe pure lui voluto rafforzare l’esecutivo, non so se esattamente attraverso la repubblica presidenziale o attraverso una legge elettorale che non fosse proporzionale, ma maggioritaria. Certo per lui era difficile pronunciarsi perché la proporzionale era una vecchia rivendicazione del suo partito (il Partito popolare di Don Sturzo) fatta nel 1919 sotto il governo Nitti». 

«De Gasperi dovette comunque pensarci parecchio. Infatti, nel ’53 varò il disegno di legge a rappresentanza maggioritaria…». 

Che lei sicuramente giudica…

«…Un errore tattico. Con esagerazione venne chiamata “legge truffa”: era semplicemente una legge fatta nel momento sbagliato. Dalle prime elezioni De Gasperi aveva a disposizione alcuni anni per varare una riforma del genere. Lo ha fatto sotto le elezioni e ha sbagliato. Quella legge elettorale favoriva specificatamente í partiti di governo perché essi potevano apparentarsi e quindi aspirare alla maggioranza relativa…». 

Poteva farlo anche l’opposizione. 

«No. Perché il Partito socialista di Nenni aveva rinunciato a far lista comune con i comunisti. In effetti Nenni, anche in virtù della sconfitta subita nel ’48, aveva tenuto conto delle critiche degli altri partiti e si era sganciato dai comunisti, non interamente come farà dopo la rivolta d’Ungheria nel ’56. ancora non rompendo il patto d’unità d’azione, ma dichiarando che il Partito socialista alle elezioni avrebbe fatto lista autonoma. Comunque, gli stessi partiti di governo si accorsero che la legge sapeva molto di sopruso e aggiunsero la clausola che poi la fece sconfiggere, cioè che ci voleva la maggioranza assoluta degli elettori per convalidarla». 

«Debbo dire che ciò depone a favore della buona fede di De Gasperi. Infatti, se fosse stato un “maligno” avrebbe congelato tutto in modo da far scattare la legge».

De Gasperi comunque non è tutto qui, cioè la sua azione positiva non si limita soltanto al ripristino dell’autorevolezza dello Stato, all’efficienza relativa del governo, ma era anche uomo di visioni strategiche… 

«Sì. La sua visione strategica era quella di guadagnare i socialisti e in generale le forze democratiche di sinistra alla collaborazione con la DC. “Il partito di centro che cammina verso sinistra”: mi pare che questa definizione valga ancora. Ancora oggi è il traguardo che la DC ha avanti a se: non credo che la DC possa essere un partito di sinistra se non a prezzo di gravi perdite del suo elettorato. De Gasperi a questa visione tenne fede anche nei giorni di maggior difficoltà, perché questa “mezzadria’ — così la definì egli stesso — la offrì a Nenni in quelle riunioni dell’estate del ’45 di cui le dicevo all’inizio. Ripeteva l’offerta nel ’46 dopo l’avvento della Repubblica per governare assieme l’Italia. La cosa riuscì per qualche tempo. Poi la situazione internazionale, la guerra fredda, il fatto che Nenni solidarizzasse con il Pci che a sua volta solidarizzava con l’Unione Sovietica di Stalin, ricacciarono i socialisti all’opposizione. Si potrebbe, ora, discutere se allora non si poteva separare Nenni dai comunisti con qualche concessione. Mah…».

Però De Gasperi pensò subito a trovare un’alternativa e la vide in Saragat e nel partito repubblicano di Sforza, Pacciardi e La Malfa. 

E vorrei far notare che lo fece dopo le elezioni del 18 aprile in cui la DC ottenne la maggioranza assoluta. Coerentemente egli volle fare un governo con questi partiti, non solo, ma alla fine, dovendo scegliere, per dissensi su varie riforme, tra liberali e repubblicani, scelse repubblicani e social democratici ». 

E la politica estera di De Gasperi?


«In politica estera De Gasperi ha vissuto due drammi: il trattato di pace e la Comunità europea di difesa (la CED). Il trattato di pace. De Gasperi veniva anche lui da una regione che era vissuta sotto l’Austria e anche se il suo non era un partito irredentista, era, però italiano e difendeva i diritti dell’italianità. Nel ’18 fu quindi felice che il Trentino si ricongiunse all’Italia. Lascio immaginare cosa provò dopo la Seconda guerra mondiale nel dover ratificare con la sua firma un trattato di pace che toglieva all’Italia la Venezia Giulia non solo nelle sue parti slave. ma anche in quelle italiane. E tuttavia si rassegnò, ne vedeva l’inevitabilità ». 

«A questo sacrificio trovò il compenso dell’inclusione dell’Italia nel Patto atlantico. Anche quella non fu per lui un’operazione facile, perché la tradizione del mondo cattolico italiano era la neutralità e non l’alleanza militare: i cattolici erano per il pacifismo (“l’inutile strage!”). Però De Gasperi fu per l’adesione al Patto atlantico ed ebbe la soddisfazione di constatare che questo finiva per costituire un compenso – se così si può dire – per le dolorose perdite che l’Italia aveva subito col trattato di pace: l’Italia fu ammessa al “Patto” sul piede di parità con le nazioni vincitrici». 

«Il secondo dramma: la CED Egli era un europeista convinto, anzi l’Alleanza atlantica stessa l’aveva accettata perché vedeva in questa il veicolo per l’unità europea: se la tradizione cattolica democratica era quella della neutralità, era anche quella del superamento dei nazionalismi e quindi per l’unificazione europea. Quella unificazione che egli mise in moto, almeno sul piano economico, assieme ad altri democratici cristiani (Schuman in Francia e Adenauer in Germania) doveva avere un corollario politico che fu elaborato con il suo concorso: la CED. Questa avrebbe dato al Patto atlantico il suo carattere non di guerra fredda, ma di una forza europea anche militare, che significasse l’unificazione del vecchio continente e che permettesse all’Europa di svolgere un’azione anche moderatrice nei confronti dell’alleato più forte (USA) nei rapporti col rivale, nella minaccia potenziale costituita dell’Unione Sovietica». 

«Fu una reviviscenza del nazionalismo francese che fece naufragare la CED nel ’54, poco prima della morte di De Gasperi, che ne soffri moltissimo. Per due volte una politica estera giusta ma difficile, con le contraddizioni che sempre in essa esistono, gli aveva amareggiato l’esistenza». 

Cosa rende, infine, positivo li bilancio politico di De Gasperi? 

«Sì. Fu positivo per le linee che egli indicò. Ne cito due. La prima fu la scelta di Vanoni alla direzione della politica economica. Con essa indicò la linea della lotta alla disoccupazione. La seconda fu una decisione negativa ma altrettanto importante: il rifiuto dell’operazione Sturzo. La chiamano cosi anche se Sturzo di quell’operazione non ne avesse colpa alcuna. Figuriamoci, un antifascista di quella specie! Comunque egli si trovò nella dolorosa condizione di dover proporre per le elezioni comunali di Roma del ’52 una lista civica che includeva anche l’estrema destra. De Gasperi la rifiutò, mettendosi in urto col Pontefice di allora Pio XII che invece caldeggiava l’operazione». 

«Anche questa era un’indicazione per il futuro: la Repubblica doveva si difendersi da un’eventuale minaccia comunista, fosse o non fosse reale. ma non doveva mai dimenticare le proprie origini antifasciste. E credo che questo sia uno dei motivi, fra gli altri, per cui a tanta distanza di tempo, dobbiamo rendere omaggio a De Gasperi al di là delle critiche che allora gli muovevamo e dei dissensi che possiamo anche oggi stesso avere su certe decisioni o indecisioni da lui prese o non prese». 

 

[Intervista a cura di Alfredo Bettini]

Economia debole, misure sbagliate, povertà in crescita

Crescono i poveri, ma le attenzioni sono altre. Si susseguono dibattiti su dibattiti ed appelli su appelli sulla povertà incalzante in Italia, ed in verità la sua crescita è una triste realtà che si lega indissolubilmente alla regressione senza sosta della nostra economia, che dura da più di un ventennio.

Infatti tutti i fattori segnalano malessere economico, come la diminuzione della nostra capacità competitiva nei mercati internazionali, con la conseguente perdita di importanti spazi di commesse, che ha costituito la motivazione di fondo insieme all’indebitamento progressivo pubblico, dell’aumento della povertà. Dovrebbe essere banale sottolineare che quando si restringono le possibilità di vendere le produzioni dentro e fuori i confini nazionali, immediatamente si hanno contraccolpi sulla base occupazionale e sul volume degli introiti pubblici che ricadono pesantemente sul sistema di protezione sociale.

Non esiste nel mondo un solo paese che peggiorando la sua economia ha potuto fare fronte elle emergenze sociali. Anzi dovunque si sono innescate situazioni critiche senza ritorno e le conseguenze a cascata sono state subite su più ambiti, anche sulla democrazia.

Eppure queste considerazioni scontate non sembrano essere in cima ai pensieri della gran parte della classe dirigente, al punto tale da spendere le proprie attenzioni su questioni diametralmente opposte alle nostre necessità. È indicativo che dall’aprile del 2019 in Italia si sono spesi ben 13 miliardi di Euro per redditi di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e reddito di emergenza senza un analisi appropriata sulla povertà e scavalcandola con misure elettoralistiche e pedagogicamente errate.

La platea coinvolta di beneficiati è di ben 4,4 milioni di persone e di circa 2 milioni di nuclei familiari. Con la messa a disposizione di questa montagna di denaro, la povertà reale non è stata neanche scalfita con i 600 mila di poveri in più dall’aprile 2019 ed una risibile riduzione della povertà assoluta di appena l’1,6% nel 2020.

Tutto ciò significa che si sono dati aiuti anche a chi poteva comunque procurarsi da vivere lavorando come i giovani, che i poveri veri non hanno beneficiato di alcuna provvidenza, che non si sono fatte politiche attive del lavoro e che la spesa pubblica è stata ancora una volta clamorosamente orientata a politiche pro-cicliche (spesa contro lo sviluppo), e non finalizzate alle urgenze sociali più gravi. Ma la beffa, come si sa dalle cronache, che molti fruitori di questi redditi non sempre erano in possesso dei requisiti previsti per legge. Stante così la situazione, in occasione delle ultime decisioni governative non si è ritenuto più utile e trasparente rimuovere le decisioni sbagliate di due anni fa ed utilizzare le stesse somme per la povertà e le politiche attive del lavoro. La stabilità della maggioranza di governo ha prevalso su ogni altro ragionevole intento.

Dunque alla fine del discorso alla più parte della classe dirigente odierna, dei poveri interessa molto marginalmente. Ed ancora una volta i soldi pubblici vengono spesi, anche in situazioni drammatiche, come specchietti per allodole utili alla perenne competizione tra le forze politiche.

L’Ulivo di ieri e di oggi.

Dunque, si riparla dell’Ulivo. E sicuramente è una bella notizia perchè significa, almeno solo a  livello simbolico ed emotivo, ricordare una bella stagione della politica italiana. Una stagione  caratterizzata da un vero progetto politico, anche se poi miseramente fallito, e dal protagonismo  di culture politiche che avevano contribuito a costruire e a consolidare la democrazia italiana. Un  progetto politico che concise anche con il “ritorno” della politica dopo una fase difficile e  complessa che aveva raso al suolo tutti i partiti che avevano governato il nostro paese per quasi  50 anni. A cominciare dalla vicenda che aveva coinvolto e caratterizzato la Democrazia Cristiana,  e cioè il partito italiano che aveva contribuito, con la sua presenza, con la sua cultura di governo,  con la sua cultura politica e soprattutto con la sua classe dirigente, a definire e a permeare il  sistema politico italiano. 

E quindi, l’Ulivo era sinonimo di culture politiche riformiste, di alleanza politica imperniata attorno  ad un progetto di governo e con partiti che incarnavano una autentica storia politica e una  tradizione ideale. 

Ora, pare che si voglia rilanciare il progetto dell’Ulivo nell’agone politico contemporaneo, seppur  con partiti profondamente diversi e con un progetto politico ancora tutto da definire e da  costruire. 

Ma, al di là del progetto politico che sarà riproposto, è indubbio che le costanti che l’avevano  caratterizzato a metà degli anni ‘90 non avranno più cittadinanza alcuna nella stagione  contemporanea. E questo almeno p tre elementi. Innanzitutto le culture politiche. Il progetto,  almeno così pare di capire, poggerebbe sull’apporto decisivo e determinante del partito  antisistema, anti politico, demagogico e populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo. Anche se  con l’ultima torsione, dopo il lungo pellegrinaggio trasformista, lo dipinge addirittura come un  movimento “liberal moderato” anche se sempre interprete di un “populismo dolce”. Uno scenario  impensabile nella concreta esperienza del primo Ulivo. In secondo luogo la classe dirigente. Su  questo versante è superfluo ogni commento rispetto alla esperienza del passato talmente è  profonda la differenza di qualità. In ultimo il progetto di governo. Se nel 1996 il filo rosso che  giustificava la scommessa politica era prevalentemente quello di disegnare un progetto di  governo certamente alternativo al centro destra ma fortemente propositivo e capace di dispiegare  una autentica cultura riformista, oggi si tratta prevalentemente di mettere in piedi una coalizione  “contro” qualcuno. Nel caso specifico contro Salvini e la Lega. E quindi un progetto politico e di  governo che si caratterizza per l’avversità implacabile contro l’avversario di turno e per giustificare  la vocazione “governista” della sinistra. 

Ecco perchè, forse, è arrivato anche il momento – almeno per chi continua a credere nel progetto  ulivista – di rileggere, seppur criticamente, l’esperienza dell’Ulivo del passato per costruire, oggi,  una coalizione vera e politicamente credibile che non si riduca ad essere solo un pallottoliere  contro il nemico giurato e accusato di ogni nefandezza. 

Infermieri tra ospedale e territorio: tutto torna

Per la prima volta, nel nostro Paese, la figura infermieristica ha avuto una vasta eco legata all’emergenza sanitaria del 2020 che ha dato visibilità e riconoscimento alla professione infermieristica e soprattutto all’importanza di avere l’Infermiere i vari contesti sanitari, socio sanitari, istituzionali (scuole  per esempio) sino a valorizzare una figura emergente rappresentata dall’Infermiere di Famiglia e di Comunità.

In un sistema sanità orientato e aperto sempre di più al territorio e alla comunità sociale, è essenziale per il cittadino e per le altre professioni sanitarie e sociali aver presente chi è l’Infermiere, partendo da una delle pietre miliari della professione infermieristica, il DM 739/1994  che sancisce l’entrata ufficiale dell’Infermiere nel mondo delle professioni sanitarie e individua il potenziale operativo dell’assistenza infermieristica affermando che “l’assistenza infermieristica preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa, è di natura tecnica, relazionale, educativa. Le principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria”.

Nel 1889, Florence Nightingale, infermiera britannica visionaria e pioniera dell’assistenza infermieristica moderna, scriveva che la missione delle cure infermieristiche in definitiva è quella di curare il malato a casa sua… per cui intravedendo la sparizione di tutti gli ospedali e di tutti gli ospizi, concludeva che non serviva parlare in quel momento dell’anno 2000. 

Nel 2020, circa a un secolo e mezzo di distanza, il neo eletto Premier, Mario Draghi, afferma che la “casa” deve essere il principale luogo di cura. La nostra Federazione Nazionale dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) ha risposto che GLI INFERMIERI SONO A DISPOSIZIONE ed io aggiungo: sin dal 1889.

Lo scenario vede l’emergere di nuovi bisogni di salute, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie cronico-degenerative e la risposta assistenziale è ancora molto parziale perché riguarda la dimensione fisica del problema e non l’INTEREZZA BIO PSICO SOCIALE E SPIRITUALE della persona assistita. 

E non possiamo trascurare la crescita di sofferenza psicosociale  e la mia personale lunga esperienza nell’ambito psichiatrico è testimone di una continua, inarrestabile crescita di fragilità psichica. 

Va preso atto del fatto che Il sistema della salute mentale italiano, uno dei pochi, veri sistemi di cura di comunità nel mondo, faticosamente costruito in questi ultimi 40 anni, rischia in pochi anni di collassare, sotto il peso di un carico sempre più gravoso e in assenza di un’adeguata attenzione al depauperamento delle risorse umane e materiali di cui invece ne ha una gran necessità per rispondere in modo efficace, efficiente e appropriato ai bisogni di salute mentale della popolazione

Dopo un anno di PANDEMIA, una psico-pandemia si sta abbattendo proprio sui servizi di Salute Mentale che vedono il moltiplicarsi esponenziale del disagio psichico per le diverse ripercussioni sul piano emotivo, economico, sociale, culturale. Un servizio pubblico non può non rispondere a questo stato di emergenza/urgenza, per cui è altrettanto URGENTE rinforzare i servizi per migliorare l’assistenza e le cure ai pazienti e non dover sempre e ancora affidarsi al “fai da te” e alla coscienza degli operatori.

Gli Infermieri ci sono per un nuovo inizio e ci sono sempre stati, la pandemia ne è la DURA PROVA VIVENTE, laddove si sono spesi (alcuni si sono “spenti” per sempre in itinere) per fronteggiare una emergenza senza precedenti. 

Se l’obiettivo è quello di rafforzare e ri-disegnare una Sanità Territoriale, l’Infermiere è un punto di riferimento importante e figura “centrale” non soltanto nell’ospedale ma soprattutto sul territorio in sinergia con le altre figure professionali, in primis i medici, per un concreto cambiamento di prospettiva della Sanità in Italia.   

 

La disuguaglianza, gli ultra ricchi, Capitol Hill

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Alberto Parmigiani

A seguito dell’assalto al Congresso del 6 gennaio, è sorto un vivace dibattito, originariamente su Twitter, legato al tema delle disuguaglianze. Se dimostrare il collegamento diretto tra le disuguaglianze e le rivolte di Capitol Hill è chiaramente problematico, nel senso che identificare relazioni causa-effetto nelle scienze sociali è intrinsicamente difficile, argomentare contro l’importanza cruciale della disuguaglianza nei processi politici legati all’elezione di Trump e alla polarizzazione del suo elettorato fino agli eventi del 6 gennaio è semplicemente irrealistico. O per lo meno fuori dalla realtà della discussione accademica di questi temi.

Per dare un’idea dell’evoluzione della disuguaglianza economica, vorrei partire da questo grafico (fonte: elaborazione dell’autore, su dati US Census Bureau)

Mostra due variabili, il reddito mediano reale delle famiglie (scala a sinistra) in blu e la disuguaglianza economica (indice di Gini, scala a destra) in rosso, in Michigan, lo Stato più colpito dalla crisi del 2008. Dal grafico si vede che nel 2019 non si è ancora raggiunto il livello di reddito del 1969, nonostante la ripresa degli ultimi cinque anni. Non si può fare a meno di chiosare, senza voler dimostrare nulla, che a Lansing, capitale del Michigan, si è verificato un precedente dell’assalto al Congresso il 30 aprile del 2020, quando milizie armate sono entrate nel campidoglio statale per protestare contro le misure di lockdown.

Adesso dal caso estremo del Michigan allarghiamo il quadro: nella grande maggioranza degli Stati americani, trenta su cinquanta per cui i dati sono disponibili, il reddito reale delle famiglie nel 2019 era minore di quello del 1999, nonostante la ripresa degli ultimi anni dopo la crisi del 2008. Negli stessi due decenni, la disuguaglianza è aumentata in tutti e cinquanta gli Stati, tra l’altro partendo da valori già alti rispetto ad altri Paesi occidentali. Stati come New York, Florida e California, dove il reddito reale ha avuto un buon tasso di crescita, in controtendenza rispetto alla maggioranza degli altri Stati, hanno un livello di disuguaglianza tra i più alti degli Stati Uniti, e l’indice è cresciuto anche nei primi due decenni degli anni Duemila. Questo significa che anche dove la ripresa c’è stata, questa è stata in gran parte appannaggio della parte più ricca della popolazione. Nella maggioranza degli Stati, il reddito reale mediano è diminuito e la disuguaglianza è cresciuta, doppia statistica che dice molto sui motivi della rabbia dei ceti medi e bassi della popolazione.

I sondaggi a caldo hanno mostrato che quasi metà degli elettori repubblicani, e circa un quinto dell’elettorato totale, erano favorevoli all’assalto al Campidoglio. Una grande maggioranza di elettori repubblicani (tra il 60 e il 75%) e circa un terzo dell’elettorato pensa anche dopo mesi di distanza che le elezioni di novembre siano state truccate. La polarizzazione estrema dell’elettorato americano, e segnatamente lo spostamento a destra del Partito repubblicano, sono fenomeni che vengono da lontano. Dalla fine degli anni Settanta c’è stata negli Stati Uniti un’offensiva politica che ha perseguito un cambiamento del paradigma economico dei Trenta Gloriosi, da una parte creando un network culturale di fondazioni e think tank per influenzare l’opinione pubblica e dall’altra accrescendo il loro potere di influenza politica, in primo luogo tramite le contribuzioni finanziarie. Voglio in questo spazio concentrarmi su questi due aspetti della questione, partendo dal presupposto, dimostrato empiricamente, che gli ultra ricchi hanno preferenze politiche differenti dal resto della popolazione (più a favore del mercato, meno a favore di ogni intervento dello Stato nell’economia).

 

Qui l’articolo completo

Cina: Maxi multa per Alibaba

Le autorità cinesi hanno sanzionato il gigante dell’e-commerce Alibaba con una maxi-multa da 18,2 miliardi di yuan (pari a 2,78 miliardi di dollari) per abuso di posizione dominante. . La multa fa seguito all’inchiesta avviata nei confronti dell’azienda a dicembre.

Alibaba, leader dell’e-commerce cinese fondato da Jack Ma e una delle aziende più ricche al mondo, ha affermato di aver accettato la sanzione e si è impegnata a delineare già da lunedì dei piani per rendere le sue operazioni conformi.

L’indagine che ha portato alla multa si è concentrata sulla pratica di Alibaba di vietare ai commercianti di offrire i loro prodotti simultaneamente su siti di e-commerce rivali.

Il precedente record per una multa imposta da SAMR era di 6,1 miliardi di Yuan (800 milioni di Euro) ai danni del produttore di chip Qualcomm.

Da lunedì 19 aprile saranno disponibili i BTP Futura per la ripresa economica

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) comunica la pubblicazione della Scheda Informativa e della Nota Tecnica relative alla terza emissione del BTP Futura, il titolo di Stato dedicato esclusivamente al risparmiatore retail, che verrà collocato da lunedì 19 aprile a venerdì 23 aprile 2021 (fino alle ore 13.00), salvo chiusura anticipata.

I proventi del collocamento saranno destinati a finanziare le misure per la ripresa economica dal Covid-19 e le spese statali destinate a fronteggiare la pandemia, comprese quelle relative alla campagna vaccinale.

Il titolo avrà una scadenza di 16 anni e sarà previsto un doppio premio fedeltà: alla fine dei primi otto anni di vita del titolo l’investitore che avrà detenuto il BTP Futura sin dall’emissione avrà diritto a un premio intermedio pari al 40% della media del tasso di crescita del PIL nominale registrato nei primi otto anni di vita del titolo, con un minimo dello 0,4% del capitale investito, fino ad un massimo dell’1,2%, Alla scadenza finale (dopo i successivi otto anni), agli investitori che avranno continuato a detenere il titolo senza soluzione di continuità dall’emissione fino alla scadenza, verrà corrisposto un premio finale che includerà due componenti: la prima pari al restante 60% della media del tasso di crescita del PIL registrato nei primi otto anni del titolo, con un minimo dello 0,6% fino ad un massimo dell’1,8%; la seconda pari al 100% della media del tasso di crescita del PIL registrato dal nono al sedicesimo anno, con un minimo dell’1% ed un massimo del 3% del capitale investito.

Il BTP Futura presenta cedole nominali semestrali calcolate sulla base di tassi prefissati e crescenti nel tempo (il cosiddetto meccanismo step-up). Le cedole verranno calcolate in base ad un dato tasso cedolare fisso per i primi 4 anni, che aumenta una prima volta per i successivi 4 anni, una seconda per i successivi 4 anni ed infine una terza volta per i restanti 4 anni di vita del titolo prima della scadenza. La serie dei tassi cedolari minimi garantiti di questa prima emissione del BTP Futura sarà comunicata al pubblico il giorno venerdì 16 aprile 2021, mentre i tassi cedolari definitivi saranno annunciati alla chiusura del collocamento, il giorno 23 aprile, e non potranno comunque essere inferiori ai tassi cedolari minimi garantiti comunicati all’avvio del collocamento. Inoltre, il tasso cedolare dei primi 4 anni resterà invariato, mentre in base alle condizioni di mercato potranno essere rivisti a rialzo solo i tassi successivi al primo.

Il titolo sarà collocato alla pari (prezzo 100) sul mercato attraverso la piattaforma elettronica MOT di Borsa Italiana per il tramite di due banche dealers: Intesa Sanpaolo S.p.A. e Unicredit S.p.A. Il collocamento non prevede eventuali riparti, né sarà applicato alcun tetto massimo assicurando la completa soddisfazione degli ordini, salvo facoltà da parte del Ministero di chiudere anticipatamente l’emissione. L’eventuale chiusura anticipata non potrà comunque avvenire prima di mercoledì 21 aprile, garantendo dunque al risparmiatore almeno tre intere giornate di collocamento. Nel caso la chiusura anticipata avvenisse alle 17.30 del terzo o del quarto giorno di collocamento, i tassi cedolari definitivi verranno fissati nella mattina del giorno successivo a quello di chiusura del collocamento e potranno essere soltanto confermati o rivisti rialzo, in base alle condizioni di mercato.

Al sottoscrittore non verranno applicate commissioni per acquisti nei giorni di collocamento, mentre sul rendimento del titolo si continuerà ad applicare l’usuale tassazione agevolata sui titoli di Stato pari al 12,5% e l’esenzione dalle imposte di successione come per gli altri Buoni del Tesoro Pluriennali.

La Scheda Informativa e la Nota Tecnica per gli intermediari sono consultabili su sito del Debito Pubblico, ove verranno pubblicate anche le FAQ, per fornire ai risparmiatori e agli operatori di mercato tutti gli elementi informativi utili per prendere parte all’imminente collocamento.

Torna il Green Road Award, alla ricerca della migliore ciclovia italiana

Si aprono le candidature per Italian Green Road Award 2021, sesta edizione dell’Oscar italiano del cicloturismo che viene assegnato alle “vie verdi” italiane che si sono distinte nell’attenzione al turismo “lento” e che hanno saputo valorizzare i percorsi ciclabili completandoli con servizi idonei allo sviluppo del turismo slow.

Il premio si svolge in un momento d’oro per la bicicletta, sia in termini di vendite (2.010.000 bici vendute nel 2020, + 17% rispetto al 2019, dati ANCMA), sia per l’andamento in crescita del cicloturismo (circa 5 milioni di italiani hanno utilizzato la bicicletta nel corso delle vacanze estive 2020, con una spesa di circa 4 miliardi di Euro sui 23 totali, Rapporto sul Cicloturismo Isnart-Unioncamere e Legambiente).

Nei prossimi giorni, il comitato organizzativo di Italian Green Road Award invierà alle amministrazioni regionali le domande di partecipazione, ogni Regione o territorio può candidare al massimo 2 vie verdi, e le candidature dovranno pervenire entro il 31 maggio. Per “green road”, si intende una strada riservata esclusivamente a mezzi non motorizzati, oppure una strada bianca con poco traffico o una strada secondaria a bassa percorrenza. Il premio prende in considerazione percorsi identificati con nome e segnaletica, studiati per consentire ai ciclisti di percorrerli in sicurezza. Grande impulso alle green road è arrivato dalle ferrovie dismesse così come dagli argini dei fiumi e dei corsi d’acqua, inclusi i canali di irrigazione, oggi riconvertiti in strade ciclabili. Le green road offrono la possibilità di visitare una regione contribuendo a conservare e valorizzare il patrimonio locale, consentono la crescita del pendolarismo non motorizzato, riducono gli effetti di inquinamento e contribuiscono al miglioramento della qualità della vita incidendo sulla conservazione del suolo pubblico e sullo sviluppo economico, sociale e turistico dei territori.

Per i territori e, in particolare, i piccoli borghi, quello in bicicletta è un turista ad alto valore aggiunto e a impatto zero: rispetta l’ambiente, si sposta frequentemente non concentrando la spesa su un’unica area, usufruisce dei servizi turistici, visita musei, acquista tour tematici, prodotti enogastronomici. Lungo le direttrici ciclabili possono svilupparsi nuove forme imprenditoriali e nascere nuove opportunità di lavoro: guide cicloturistiche, servizi che spaziano dalla ciclofficina al bike cafè, strutture bike friendly, agribike.

I finalisti del premio verranno resi noti all’inizio di giugno e la cerimonia di premiazione si terrà sabato 19 giugno a Pescara, in Abruzzo, Oscar del Cicloturismo 2020 con la ciclovia Bike to Coast.

Giustizia e solidarietà, i vettori di un Pd a vocazione popolare.

Davanti all’articolo dell’amico Alessandro Risso⁩, di cui condivido punto per punto la critica al Pd e al maggioritario, mi viene da rispondere a lui e agli amici di Insieme, ricordando l’episodio del Vangelo del giovane ricco, e pio, che chiese a Nostro Signore come fare per essere perfetto.

Trovo che Insieme è in una situazione simile: ha già tutto sul piano programmatico e ideale per essere un partito di popolo, gli manca, a mio avviso, di fare il passettino finale, ma decisivo: affrancarsi dal “politicamente corretto”.

Quando maturerà la consapevolezza che tra gli obiettivi che intende perseguire e l’agenda globale che avanza, non discussa nè votata da alcuno, vi è una strutturale inconciliabilità o addirittura antiteticità, allora potrebbe divenire un partito significativo per quella parte di classe media e di mondo cattolico più sensibile ai temi della giustizia e della solidarietà.

Ma fare ciò significa mettere in conto di avere tutti i media e gran parte dell’intellighenzia contro. Insomma, una battaglia da fare, nel solco del popolarismo.

Prima il programma

Giorgio Merlo nei suoi interessanti interventi sul progetto di costruzione del soggetto politico nuovo di centro, nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia” (Cattolici e “centro”. Ora serve una “costituente”), propone un’assemblea costituente per superare la frammentazione politica esistente nell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Ho scritto all’autore che è del tutto condivisibile l’idea del superamento della diaspora di un’area nella quale “ tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”, pensando all’assemblea costituente come lo strumento utile per tale progetto. Tuttavia, per non fallire nell’impresa, a me sembra sia indispensabile partire prima dal programma con cui ci si dovrà necessariamente confrontare, come sostengo con la mia recente indicazione della Camaldoli di programma 2021. E continuavo nella mia replica a Merlo: un’assemblea costituente che si indicesse come propone, mi pare,  anche INSIEME, il partito guidato da Giancarlo Infante, senza un accordo sul programma, finirebbe col dividerci prima ancora di cominciare sul tema delle alleanze, che, tra l’altro, saranno condizionate se non del tutto imposte, ahimè, dalla legge elettorale che, alla fine, sarà scelta. In questa fase di ricomposizione della nostra area serve affermare che il centro di ispirazione DC e popolare dovrà essere: ” alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità“. Trovata l’intesa sul programma, ossia sulla mediazione realistica e storicamente attualizzata tra gli interessi e i valori che si intendono rappresentare, va da sé che ci si potrà alleare con chi, trovando consonanza col nostro programma, intende difendere e attuare integralmente la Costituzione, che è il programma più avanzato possibile, soprattutto per rispondere, come direbbe Giorgio La Pira ” alle attese della povera gente” e non solo,  ma anche a  quelle del terzo stato produttivo architrave del sistema democratico.

Nel mio precedente articolo “ Il nostro impegno politico” ho evidenziato le priorità che emergono nell’Italia del dopo pandemia: la ricostruzione della sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio e, prima di ogni altra cosa: la ripresa economica e dell’occupazione. Per ciascuna di queste emergenze ho abbozzato alcune idee da discutere e approfondire nella nostra Camaldoli 2021.

Certamente, mentre saremo sicuramente uniti sul piano dei valori, si tratterà di condividere le politiche economiche coerenti con i principi di riferimento della dottrina sociale cristiana, così come espressi nelle  ultime encicliche sociali: Laudato SI e Fratelli tutti.

Anche noi, come fecero i padri fondatori della DC nel 1943 ( prima il codice di Camaldoli, poi le idee ricostruttive della DC, di Demofilo/ De Gasperi), prima dovremo ritrovarci uniti sul programma di ispirazione democratica e popolare per il Paese e dopo, solo dopo, ci ritroveremo in un’assemblea costituente per la ricomposizione politica della nostra area. La Federazione Popolare DC è pronta per attivare questa tappa preliminare insieme agli amici raccolti attorno al manifesto Zamagni: Insieme, Costruire insieme, Rete bianca.

Dopo questa tappa programmatica ci sarà il primo impegno elettorale con le elezioni amministrative di autunno, nelle quali sarebbe auspicabile la presentazione di liste unitarie sotto lo stesso nome e simbolo di candidati dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Entro l’anno, infine, l’assemblea costituente, da indire con regole condivise per prepararci alla scadenza elettorale che potrebbe cadere subito dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. E noi a quella data dovremo essere pronti.

 

La cultura della cura

Nell’anno che il Pontefice ha  dedicato alla “cultura della cura” i problemi della sanità, della cura della persona, del territorio e dell’ambiente sono argomento centrale. 

La pandemia virale ha fatto conoscere le eccellenze del sistema sanitario lombardo,  la competenza e lo spirito di sacrificio dei medici, degli infermieri, di tutto il personale ospedaliero, ma ha anche messo in evidenza  fragilita’ e  carenze preesistenti l’evento. E’ il momento di assumerne piena consapevolezza, poiché la salute è un bene fondamentale previsto dalla costituzione, e  solo rimeditando sugli errori del passato è possibile  progettare il futuro .

 In questo periodo si è parlato soprattutto delle carenze della medicina di base, ritenuta in parte  responsabile  dell’eccessivo aggravio del sistema ospedaliero. La prospettiva dovrebbe essere estesa  a tutto il sistema dell’assistenza socio-sanitaria  territoriale, che negli ultimi anni  ha subito diverse modifiche, in una direzione per piu’ ragioni  problematica. 

Vale la pena  ricordare  la definizione che l’OMS ha dato della salute: si tratta di una condizione complessa,alla quale concorrono fattori di ordine psicologico, sociale, economico,ambientale. La sua realizzazione prevede  il contributo di diverse figure professionali oltre ai medici, ossia gli  infermieri  ,gli  psicologi, gli educatori, gli assistenti sociali, i farmacisti, i biologi , i tecnici di diverse aree.

A questi criteri era improntata la legge 833 del 1978, istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale, che andava a sostituire il vecchio sistema mutualistico.  Ci sono state successive modificazioni legislative, con  relativi cambiamenti nell’organizzazione dei servizi, che potrebbero non risultare coerenti con tali principi. 

 Su questo argomento, facendo leva su di una recente memoria, sono state raccolte le testimonianze di operatori e dirigenti che hanno svolto parte attiva in alcuni di questi settori e possono quindi fornire una visione concreta del “lavoro sul territorio”.

Una breve premessa  consentira’ di inquadrare e comprendere meglio i diversi contributi.

 

La legge 833 del 1978, coincidente   con l’istituzione  delle Regioni a statuto ordinario,  comprendeva unitariamente le funzioni  di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione. Era basata sul decentramento istituzionale,sulla partecipazione, sul controllo democratico  e la collaborazione attiva con gli enti locali, i comuni.  Era stata preceduta dall’istituzione dei C.S.Z . (Consorzi Sanitari di Zona) con funzioni di prevenzione e sanita’ pubblica, trasformati in seguito  nelle Unita’ Socio-Sanitarie Locali (USSL). Inoltre era stato approvato il primo   piano regionale ospedaliero.

Nel 1985 vennero istituiti 15 Servizi di prevenzione, che divennero in seguito obbligatori su tutto il territorio nazionale, articolati in una serie molto vasta e complessa di funzioni e servizi.

Cambiamenti  progressivi  hanno avuto inizio  con la legge regionale n.31 del 1997, sino  alla legge 23 del 2015, istitutiva delle ATS ,ossia le  Aziende di Tutela della Salute.  L’unitarieta’ del sistema prevenzione-diagnosi-cura -riabilitazione è stato  interrotto in virtu’ dei  provvedimenti via via adottati . Il Dipartimento di prevenzione è diventato “Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria”, con una limitazione consistente delle attività di prevenzione, e non solo . Non si è trattato quindi di un cambiamento  nominale, bensi’ strutturale, con il progressivo impoverimento della rete dei servizi territoriali  e  relativi tagli del personale.

A proposito di “cultura della cura”, da piu’ parti si sollecitano maggiori investimenti nella formazione  e opportuni adeguamenti dei piani di studio  e dei corsi di laurea. Vale allora la pena menzionare  le ricadute  sul piano delle abilità e delle competenze del personale , con il venir meno di uno “stile” di lavoro improntato al confronto e alla cooperazione reciproca, in una prospettiva di complessità e interdisciplinarieta’. 

L’effetto di questi processi puo’ essere colto in concreto, nell’immediato, a partire dalle categorie piu’ fragili ,come i minori e gli anziani, e di altre,  delle quali viene data testimonianza  nei contributi che seguono.                  

Nella mia prospettiva professionale, la pandemia consegna un quadro di incertezza diffusa, di paura, con l’aumento degli stati ansiosi , delle condizioni depressive e dei disturbi di ordine psicopatologico.

Appare significativo in questo senso il lavoro al quale ho partecipato all’interno dell’istituto psicoanalitico del quale sono socia, che ha per oggetto l’analisi dei sogni dei pazienti: ricorrono immagini di eventi luttuosi, di distruzione, di catastrofi naturali.

Parlano chiaro anche i risultati delle due indagini statistiche condotte  per conto del CNOP (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi),,una precedente la pandemia, l’altra realizzata nel corso del 2020. Mi limito a citare l’esito  di uno dei quesiti, formulato in questi termini :

“Ha mai sofferto di ansia, depressione o altri problemi psicologici ?”

A questa domanda ha risposto affermativamente  una percentuale del 45% della popolazione di sesso femminile  e il 30% di quella maschile. L’indagine condotta l’anno successivo ha  evidenziato un quadro seriamente aggravato dall’impatto della pandemia, con un incremento di 10 punti percentuali  del livello di stress. 

Dal punto di vista degli   intervistati, l’assistenza psicologica andrebbe garantita dal servizio pubblico, e lo psicologo dovrebbe “…far parte delle risorse pubbliche del paese”.E’ un diritto  confermato confermato anche  dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) .

 Nella realtà, il numero degli psicologi arruolati nel S.S.N. è nettamente inferiore alla richiesta , e  la carenza non è solo di tipo quantitativo, ma qualitativo.

Per meglio intendersi, riguarda   gli aspetti organizzativi, la “messa a sistema” di questa figura professionale .  Come afferma il Presidente del CNOP, D.Lazzari: “…oggi gli psicologi sono dispersi nei diversi ‘silos’  in cui è organizzata l’assistenza territoriale, non hanno nessuna forma di coordinamento…e quindi,oltre a essere pochi di numero, non possono ottimizzare la loro presenza in modo trasversale, nei diversi livelli verticali o ambiti orizzontali”.
Queste considerazioni valgono anche per le altre professioni del profilo socio-sanitario, ossia medici, infermieri, assistenti sociali, educatori. L’emergenza- virus lo ha particolarmente evidenziato, in realtà si tratta di  un problema che  precede la pandemia e mette in luce un difetto del sistema.

Si è tornati a parlare dell’importanza della  rete dei servizi territoriali, cioè di un tipo di organizzazione all’interno della quale i  servizi presenti sul territorio risultano interconnessi, e i singoli operatori non agiscono in maniera  isolata, ma in costante reciproca interazione. 

Ne deriva un vantaggio significativo in modo particolare per un tipo di utenza definita “multiproblema”. Il paziente viene infatti collocato all’interno di un progetto di cura complessivo e coerente, studiato nelle diverse componenti, che gli risparmia ulteriori consultazioni e procedure burocratiche,talora confusive.

Per quanto riguarda operatori e professionisti, vorrei citare la testimonianza  degli psicologi scolastici, che  offrono l’esempio concreto di cosa significa operare in una condizione di isolamento, senza il supporto di rete.

 Ci si aspetta che lo psicologo scolastico intervenga principalmente nell’area dei disturbi dell’apprendimento. In realta’, secondo quanto dichiarato, le richieste che  provengono dalla scuola riguardano soprattutto problematiche che vanno dal bullismo alle dipendenze,dai disturbi del comportamento alimentare a una vasta gamma di disturbi evolutivi, sino  alle segnalazioni al Tribunale per i Minorenni: richieste alle quali è difficile far fronte senza  la collaborazione  degli  psicoterapeuti, degli assistenti sociali e di altre professionalita’.

Del lavoro sul territorio ho fatto esperienza in qualità di Dirigente Psicologa con Incarico Professionale di Alta Specializzazione, all’interno del Dipartimento di Salute Mentale,ove,oltre alle mansioni di specialistica, partecipavo attivamente al lavoro in équipe. 

Il fulcro era costituito dalla riunione quotidiana fra tutti i componenti, medici, infermieri, assistenti sociali, che non era finalizzata non a un  semplice “passaggio di consegne”, ma al confronto fra le diverse competenze, in un’ottica di complessità . Vi era  poi la riunione settimanale, con obiettivi  di formazione continua, riconducibili al paradigma della complessità : educazione alla riflessione, all’osservazione, al confronto e alla comunicazione.   

La prossimità al territorio è la caratteristica che vorrei porre in particolare evidenza. 

Essa era garantita dalle frequenti visite domiciliari compiute dai vari componenti dell’équipe. E’ una pratica che ha mostrato nel tempo tutta la sua efficacia, consentendo a molti pazienti di ricevere le cure nel proprio ambiente di vita, prevenendo le recidive, evitando il ricovero ospedaliero.

Si tratta di un sistema di lavoro che ho ritrovato in contesti istituzionali  molto diversi.

Ad esempio,presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, ove   mi era stata conferita una borsa di studio finalizzata alla ricerca  sulle problematiche psicologiche dei malati oncologici,

l’attività domiciliare , in stretto collegamento con  la realtà ospedaliera, era portata avanti da équipes multiprofessionali  facenti capo a  una fondazione privata, la Fondazione Floriani.

Ho ritrovato questo sistema di lavoro  anche  oltreoceano, all’interno di progetti complessi e articolati, finanziati dal National Cancer Institute, presenti non soltanto in realtà di eccellenza dell’area californiana.  Molti erano una combinazione di assistenza domiciliare e di servizio “in-patients”, ossia prevedevano una soluzione residenziale, costituita da apposite stanze e posti-letto messi a disposizione da ospedali , case di cura, cliniche di riabilitazione, e assistenza domiciliare. Miravano a consentire al malato di ricevere le cure nella propria abitazione, continuando a condurre una vita il piu’ “normale” possibile,  a prevenire il rischio dell’emarginazione connesso alla malattia e i danni dell’istituzionalizzazione troppo prolungata.

Un’offerta assistenziale di questo tipo dovrebbe essere garantita anche a tutta la popolazione anziana. Le cure date a domicilio consentirebbero infatti a molti  di conservare i legami familiari e sociali, di mantenere l’abituale stile di vita, evitando l’istituzionalizzazione nelle R.S.A, non sempre motivata dalla presenza di patologie croniche degenerative.

Il Covid spinge i prezzi alimentari al record da 7 anni

I prezzi dei prodotti alimentari hanno raggiunto a livello mondiale il massimo da quasi sette anni trainati dalle quotazioni in aumento per zucchero, oli vegetali, cereali, latte e carne. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base dell’Indice Fao dei prezzi dei prodotti alimentari a marzo 2021, che ha raggiunto il valore massimo dal giugno 2014. Si tratta – sottolinea la Coldiretti – del risultato di dieci mesi di aumenti consecutivi con l’indice Fao che ha raggiunto un valore medio di 118,5 punti in marzo, per effetto di un incremento del 2,1% rispetto al mese precedente. A tirare la volata – precisa la Coldiretti – sono i prezzi internazionali dei cereali cresciti del 26,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre i prodotti lattiero caseari sono saliti del 16% rispetto all’anno scorso ma va anche segnalato il balzo del 30% nelle quotazioni dello zucchero.

Con la pandemia da Covid – continua la Coldiretti – si è aperto uno scenario di riduzione degli scambi commerciali, accaparramenti, speculazioni e incertezza per gli effetti dei cambiamenti climatici che spinge la corsa dei singoli Stati ai beni essenziali per garantire l’alimentazione delle popolazione. La paura di non poter soddisfare i bisogni primari come il cibo ha convinto la stessa Unione Europea a lanciare una consultazione pubblica per raccogliere contributi dagli operatori, ma anche dalle autorità e dai cittadini per realizzare un piano finalizzato a conquistare l’autosufficienza alimentare. L’emergenza Covid – rileva la Coldiretti – sta innescando un nuovo cortocircuito sul fronte delle materie prime anche nel settore agricolo nazionale che ha già sperimentato i guasti della volatilità dei listini in un Paese come l’Italia che è fortemente deficitaria ed ha bisogno di un piano di potenziamento produttivo e di stoccaggio per le principali commodities, dal grano al mais fino all’atteso piano proteine nazionale per l’alimentazione degli animali in allevamento per recuperare competitività rispetto ai concorrenti stranieri.

Proprio per i ritardi infrastrutturali in Italia – spiega la Coldiretti – si trasferiscono solo marginalmente gli effetti positivi delle quotazioni sui mercati internazionali che invece impattano molto più pesantemente sul lato dei costi per le imprese soprattutto impegnate nell’allevamento che stanno affrontando una grave crisi. L’aumento delle quotazioni – sottolinea la Coldiretti – conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza ma anche le fragilità presenti in Italia sulle quali occorre intervenire per difendere la sovranità alimentare, ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali e creare nuovi posti di lavoro.

“Per cogliere una opportunità unica abbiamo elaborato e proposto per tempo progetti concreti immediatamente cantierabili per l’agroalimentare con una decisa svolta verso la rivoluzione verde, la transizione ecologica e il digitale in grado di offrire un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini che invita a non trascurare nel Recovery plan le opportunità che vengono dalle campagne. “Digitalizzazione delle aree rurali, recupero terreni abbandonati, foreste urbane per mitigare l’inquinamento in città, invasi nelle aree interne per risparmiare l’acqua, chimica verde e bioenergie per contrastare i cambiamenti climatici ed interventi specifici nei settori deficitari dai cereali all’allevamento, dalla quarta gamma fino all’olio di oliva sono – sottolinea Prandini – alcuni dei progetti strategici elaborati dalla Coldiretti insieme a Filiera Italia per la crescita sostenibile a beneficio del sistema Paese. Bisogna ripartire dai nostri punti di forza e l’Italia – conclude Prandini – è prima in Europa per qualità e sicurezza dell’alimentazione dove è possibile investire per dimezzare la dipendenza alimentare dall’estero”.

TPL, tavolo permanente Ministero/Regioni/enti locali

Verifica della situazione organizzativa del sistema di trasporto pubblico locale in relazione alla graduale riapertura delle attività scolastiche in presenza e analisi della gestione del servizio pubblico in sicurezza. Questi i temi oggetto di un incontro in video conferenza, da tenersi “con la massima urgenza”, su iniziativa del Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini al Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, Stefano Bonaccini, il Presidente Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), Antonio Decaro e al il Presidente dell’Unione Province d’Italia (UPI), Michele de Pascale.

Nella lettera in cui preannuncia l’incontro, il Ministro ricorda che “nel quadro costituzionale delle competenze dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie Locali, la programmazione, la gestione, l’efficientamento e la qualità del servizio del trasporto pubblico non può che essere affidata alla specifica competenza del sistema degli enti territoriali e locali e alle relative Aziende di trasporto pubblico locale”. Tuttavia, aggiunge il Ministro, “nell’ambito della collaborazione che deve sempre essere perseguita tra i diversi livelli di governo del Paese, credo opportuno costituire un tavolo permanente per verificare la situazione organizzativa del sistema di trasporto pubblico locale con particolare riferimento alla piena operatività dei programmi dei servizi aggiuntivi”.

In riferimento alle eventuali criticità che potrebbero presentarsi nella prossima fase di riapertura, una volta che le misure di prevenzione e il proseguimento della campagna vaccinale consentiranno un graduale ritorno alla normalità, Giovannini ritiene che il tavolo possa contribuire a definire le modalità di gestione del trasporto pubblico locale, funzionale alla ripresa di tutte le attività formative, sociali, culturali e commerciali.

Nella lettera, il Ministro ricorda inoltre che, per consentire il rispetto dei limiti del 50% della capienza di riempimento dei mezzi di trasporto pubblico locale e regionale previsti per contrastare la diffusione del COVID-19, il Governo ha stanziato importanti risorse per sostenere il settore: dall’inizio della pandemia a oggi sono stati destinati 2,3 miliardi di euro sia per compensare i minori ricavi tariffari, sia per finanziare i servizi aggiuntivi di trasporto pubblico. Inoltre, sono stati istituiti tavoli operativi presso ogni Prefettura per favorire anche il coordinamento, a livello locale, tra la programmazione delle attività didattiche e quella dei servizi di trasporto pubblico. Infine, il Ministero ha già avviato il monitoraggio dei servizi aggiuntivi e delle altre attività che saranno svolte dagli Enti Locali, anche alla luce delle disposizioni del “Decreto sostegni”.

Regione Lazio: approvate le graduatorie del progetto ‘Ossigeno’

La Regione Lazio ha approvato le graduatorie del progetto ‘Ossigeno’ relative alla ‘Manifestazione d’interesse per la selezione di progetti su aree pubbliche o ad uso pubblico finalizzati alla piantumazione di nuovi alberi e arbusti nel territorio della Regione Lazio’. Grazie a una somma complessiva di 6 milioni di euro, che mette insieme i fondi stanziati nel 2020 e nel 2021, è possibile finanziare tutti i progetti presentati che sono entrati a far parte della graduatoria finale per ciascun lotto geografico.

In totale sono stati ammessi a finanziamento 100 progetti. Nel dettaglio, 28 saranno realizzati nella provincia di Frosinone, 18 in quella di Latina, 4 in provincia di Rieti, 12 a Viterbo, mentre nella provincia di Roma saranno 31 e nel territorio di Roma Capitale 8. A conclusione della piantumazione, che avrà inizio nel mese di maggio, su tutto il territorio regionale saranno piantati 42mila tra alberi e arbusti che in media compenseranno circa 4.000 tonnellate all’anno di CO2.

“L’obiettivo di trasformare il Lazio nella prima regione green d’Italia è sempre presente in agenda e lo portiamo avanti con il progetto ‘Ossigeno’. Con questo ulteriore passaggio investiamo 6 milioni nel verde pubblico, sostenendo concretamente 100 progetti che sono delle vere e proprie idee di territorio, fondate sul principio della sostenibilità ambientale. In questi mesi abbiamo continuato a lavorare, a prendere accordi, vagliare e scegliere i progetti più rappresentativi. E’ stata veramente notevole la partecipazione delle cittadine e dei cittadini del Lazio che stanno manifestando un grande interesse e questo dimostra l’attaccamento al luogo in cui si vive e la volontà di rendere l’ambiente sempre più vivibile e a misura d’uomo. In questo periodo così difficile, cerchiamo di imprimere una svolta al nostro sistema economico e di sviluppo a partire dalla valorizzazione dei beni comuni, e rispondendo sempre alle domande che vengono dei territori. Con questo ulteriore passaggio, abbiamo siglato 100 nuovi patti di collaborazione con i beneficiari per affidare loro le piante che acquistiamo che rappresentano un bene comune fondamentale per il nostro futuro. Non ci fermiamo, con la partecipazione di tutte e tutti vinciamo le sfide”, commenta il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

“Investire nel rafforzamento del Capitale Naturale della nostra regione è sempre un’ottima scelta che dimostra la capacità di una visione più ampia e di lungo termine che oggi le Istituzioni sono tenute ad avere, partendo dalla consapevolezza che si può agire sul piano globale anche con delle azioni di livello locale. In particolare con il progetto ‘Ossigeno’, la Regione Lazio contribuisce all’abbattimento delle emissioni inquinanti e ad aumentare, grazie alla fotosintesi clorofilliana, la cattura della CO2 atmosferica. Inoltre, con l’aumento della quota di verde andiamo ad accrescere quei servizi ecosistemici ad essa collegati. Un’azione ‘salva-clima’ che fa bene all’uomo, alla Natura e alla qualità della vita dei nostri territori. Dobbiamo proseguire su questa strada creando un ‘grande polmone verde diffuso’ tramite una rete ecologica che colleghi il verde urbano al grande patrimonio naturalistico dei nostri Parchi, impegnandoci come Regione a garantirne, attraverso finanziamenti adeguati, la manutenzione e la cura affinché questi luoghi siano non solo tutelati ma anche resi fruibili per la cittadinanza”, dichiara l’Assessora alla Transizione Ecologica e alla Trasformazione Digitale, Roberta Lombardi.

Grazie all’impegno dei territori che hanno saputo presentare progettualità dall’alto valore ambientale il Lazio si arricchirà di un’architettura verde contribuendo enormemente al benessere del paesaggio e dei cittadini. Amministrazione regionale, Comuni, Associazioni, Enti pubblici e privati, e cittadini hanno lavorato insieme per la creazione di nuovi spazi verdi che faranno da sfondo a un disegno estremamente rispettoso del territorio. Il progetto ‘Ossigeno’ ha tra le sue caratteristiche quella di coinvolgere direttamente chi vive nei territori, affinché possa prendersi cura del proprio ambiente nel modo migliore possibile.

Il progetto ‘Ossigeno’ è partito il 21 novembre 2019, in occasione della Giornata Nazionale degli Alberi, e fa parte del più ampio programma di azioni ‘Lazio Green’ con l’obiettivo di contrastare il cambiamento climatico, compensare le emissioni di CO2, proteggere la biodiversità.

Le graduatorie complete per ciascun lotto geografico della Manifestazione d’interesse sono consultabili all’indirizzo web: http://www.regione.lazio.it/rl/ossigeno/manifestazione-interesse/

Agenas: le prestazioni effettuate dal SSN in piena emergenza epidemiologica

L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS), in collaborazione con il Laboratorio Management e Sanità (MeS) della Scuola Superiore Sant’Anna, ha prodotto un’analisi preliminare delle prestazioni effettuate dal SSN, sia in regime ospedaliero sia in ambito di specialistica ambulatoriale, mettendo a confronto i dati dei primi mesi del 2020, in piena emergenza epidemiologica, con quelli dello stesso periodo 2019.

In base  a questa analisi emerge come la riduzione dei ricoveri programmati sia particolarmente accentuata in Molise dove sono stati decurtati di oltre il 73%. Va invece meglio per la provincia autonoma di Bolzano dove il calo è stato del 35,5%.

Per quanto riguarda invece i ricoveri urgenti, la diminuzione è stata del 24% a livello nazionale, con il dato peggiore registrato in Molise (-55%) e quello migliore in Lombardia (-12%).

Mentre per quanto riguarda le analisi di laboratorio le mammografie si sono ridotte del 30% a livello nazionale, con punte del 40% in Sardegna e Calabria e del 37% nella Provincia Autonoma di Trento e si può anche notare un calo del 22% dei ricoveri per ictus ischemico con punte del 54% in Valle d’Aosta e di quasi il 50% in Molise.

Il PD, visto da Insieme

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Rinascita Popolare

Non posso che ringraziare Vincenzo Ortolina per aver proposto il suo articolo pubblicato giorni fa su C3dem come replica al mio ultimo editoriale (CLICCA QUI). Il suo scritto e l’ampio commento aggiunto da Sandro Campanini, che mi erano sfuggiti, permettono di approfondire un confronto che può solo avere effetti positivi su un auspicabile nuovo protagonismo politico dei cattolici democratici.

Credo possiamo dare per nota la storia del PD, a partire dal discorso di Valter Veltroni al Lingotto di Torino sino all’ultima segreteria di Enrico Letta. Ovviamente meno scontata è la conoscenza di Insieme, il nuovo partito avviato lo scorso 4 ottobre dall’Assemblea costituente a Roma, sulla scia del cosiddetto “Manifesto Zamagni”. Essendo tra coloro che lo hanno fondato, posso definirne alcuni aspetti che dallo scritto di Ortolina escono in modo non corretto.

Innanzitutto Insieme non è, né vuole essere, un “partito cattolico” o “dei cattolici”. La sua dichiarata “ispirazione cristiana” e il riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa non hanno nulla di confessionale o integralista, ma si traducono in una proposta politica programmatica, aperta a credenti e non credenti su un piano di assoluta laicità. Un partito inclusivo per tutte le persone “di buona volontà”, che chiede adesione e consenso sulla base del proprio programma, come fece Luigi Sturzo con il suo Partito Popolare. All’iniziale documento politico-programmatico approvato in Assemblea sta proseguendo un continuo lavoro dei Dipartimenti tematici: per essere nati da pochi mesi abbiamo già prodotto molti contenuti che si possono leggere sul nostro sito (www.insieme-per.it) e altri ne definiremo nel prossimo futuro. Penso così di aver anche chiarito a Campanini che è proprio sulle proposte concrete e non “sull’appartenenza confessionale” che Insieme vuole misurarsi.

Non siamo poi nati per occupare uno spazio geometrico, quel “centro” tanto citato e ambito. Intendiamo qualificarci per il programma, e semmai ricerchiamo la “centralità dei problemi”, quelli che ci permettono di entrare in sintonia con la gente, preoccupata per il proprio futuro reso ancora più incerto dalla pandemia. Concordo con Franco Monaco quando dice che “servono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato”: infatti, e lo dico a Ortolina, Insieme non è un ennesimo tentativo di riproporre la DC. Bastano e avanzano le otto DC citate da Nino Luciani sul “Corriere”, tutte convinte di essere quella legittima in una penosa guerra a colpi di carte bollate. Penso che la Democrazia cristiana non meriti questo, e vada consegnata alla storia con l’affidamento dello scudo crociato agli archivi dell’Istituto Sturzo.

Insieme vuole essere un partito “nuovo”: “nuovo” perché partito di programma, perché fautore di una politica per e non contro, perché usa il linguaggio del “sì sì, no no”, perché autonomo e alternativo al fallimentare sistema politico della Seconda Repubblica, perché rifiuta il leaderismo e si basa sul coinvolgimento delle persone e delle realtà associative nei territori, favorendo così la nascita di una classe dirigente di “facce nuove”.

Un partito che si ritiene politicamente “antagonista alla destra e alternativo alla sinistra”. Ortolina lamenta che così si mettono “sostanzialmente sullo stesso piano il PD e la destra di oggi, autoritaria, opportunista (…) e rozza”. Credo che gli aggettivi nella lingua italiana non siano usati a caso: antagonista significa “che è in opposizione, in contrasto”; alternativo vuole dire “che offre una possibilità di scelta” (dalla Treccani). La differenza è evidente, e non mi dilungo oltre. Così come non tratto le tante affinità, molte delle quali elencate da Ortolina stesso dopo aver letto i nostri documenti fondativi. Dovendo sceglierne una sola, direi l’ammirazione per lo straordinario magistero di papa Francesco.

Credo invece valga la pena soffermarsi sugli aspetti negativi che imputiamo al PD, in modo che siano ben chiare a chi ci legge le differenze sostanziali con Insieme. Le suddivido in punti.

1. Ortolina ha opportunamente richiamato la nostra dura critica a egoismi sociali e individualismo libertario, e ritiene che in Italia tali aspetti siano riconducibili soprattutto all’epopea televisiva e politica di Berlusconi. C’è del vero, ma non è possibile dimenticare il ruolo svolto a servizio del cosiddetto turbocapitalismo dalle élite liberal mondiali, in particolare statunitensi, cui il PD – a partire da Veltroni – ha sempre guardato come un esempio da seguire. Parlando di questi temi, domando spesso ai miei interlocutori quale presidente USA eliminò la distinzione tra banche territoriali e banche d’affari, risalente agli anni Trenta per evitare il ripetersi del crollo di Wall Street. Molti rispondono Reagan, considerato un falco liberista, Pochi sanno che fu invece il democratico Bill Clinton, nel 1999. Meno di dieci anni dopo sarebbero arrivati il fallimento di Lehman Brothers e la crisi dell’economia di carta. Quindi il ruolo dei liberal e radical-chic nella crisi dei valori e nei guasti dell’economia globalizzata non deve far sorridere, essendo un dato di fatto. Ci sarà un motivo se Trump (e meno male che ha perso…) alle ultime presidenziali ha raccolto 70 milioni di voti, e non tutti di fanatici suprematisti bianchi.

2. Il PD ha progressivamente cambiato pelle in un aspetto fondamentale per chi fa riferimento al Popolarismo: da partito delle autonomie locali, dei municipi, della rappresentanza territoriale anche delle aree più periferiche, si è scoperto via via più centralista, è diventato prima partito delle aree metropolitane, forse più redditizie elettoralmente ma espressione di un’Italia parziale, poi il “partito della ZTL” incapace di comprendere il disagio delle periferie.

3. Nato come “casa comune delle culture riformiste”, il PD da un lato ha dovuto sempre fare i conti con la mai sopita tendenza egemonica di chi proveniva dall’ex PCI (causa prima dell’amalgama mal riuscito riconosciuto dallo stesso D’Alema); dall’altro si è sempre più caratterizzato come il partito dei diritti civili e individuali (tralasciando i diritti sociali, le comunità e i corpi intermedi), che lo hanno via via trasformato in un partito radicale di massa. Il disagio di molti cattolici, anche progressisti, per le politiche PD alla Cirinnà è un dato di fatto.

4. Da “partito plurale”, evoluzione della coalizione dell’Ulivo, il PD si è trasformato in “partito del leader”, abbracciando senza remore questa caratteristica della politica degli ultimi decenni introdotta da Berlusconi. Con Renzi regnante abbiamo visto espressioni di di culto della personalità non dissimili da Arcore e dintorni. I partiti personali si sono rafforzati con leggi elettorali che hanno accentrato la scelta degli eletti (i nominati) nelle mani dei capi partito, di fatto premiando il servilismo e non il merito.

5. La Seconda Repubblica si è caratterizzata per la ricerca di un sistema bipolare favorito da leggi elettorali maggioritarie, addirittura anticostituzionali. Il PD nasce a vocazione maggioritaria con Veltroni e mantiene questa linea con Letta. La crisi della rappresentanza parlamentare, la credibilità ai minimi termini dei partiti e della politica sono sotto gli occhi di tutti. Il bipolarismo ha fallito : Letta però continua a riproporlo, e anche Ortolina parla di “competizione giustamente bipolare”. Su questo, e sul resto elencato prima, siamo distanti.

Le nostre forti critiche al sistema bipolare e maggioritario, ai partiti personali e ai “nominati” non sono solo la voce di un partito fuori dal coro perché fuori dai giochi del Palazzo. Il preoccupante discredito della politica, e quindi delle istituzioni, viene certificato dal crescente astensionismo elettorale, salito al 47% nelle ultime elezioni di valore politico, le europee del 2019. Il noto sondaggio IPSOS sul voto dei cattolici ha rivelato che non è andato a votare addirittura il 52%. Tra i restanti che hanno scelto un partito, 16 su 100 hanno votato Lega, 13 il PD, 7 i Cinquestelle, 5 Forza Italia e 3 la Meloni. Nel PD vi sono politici affermati che si richiamano alla cultura cattolico democratica – Letta, Franceschini, Del Rio, a Torino Lepri, a Milano Pizzul (con cui mi sono confrontato in un dibattito organizzato dai Popolari di Lecco) e altri – ma la loro capacità di rappresentanza si ferma a quel deludente 13%, in una situazione di sostanziale monopolio del PD nel campo del centrosinistra. È un problema di credibilità ormai perduta, come ho cercato di spiegare in un articolo di qualche tempo fa (CLICCA QUI). C’è chi continua a farsi andare bene tutto, la “ditta” bersaniana come il partito di Renzi, passato però dal 41% sulla fiducia al 18% una volta visto all’opera. E mai che ci sia stata un’autocritica vera: basta cambiare segretario e salire tutti insieme sul suo carro…

Ma questi possono essere giudizi soggettivi. Di oggettivo resta che l’offerta politica è inadeguata se metà dell’elettorato diserta le urne. Anche Franco Monaco dovrebbe farsene una ragione.

Per ampliarla in modo credibile occorre cambiare il sistema. Cominciando col restituire al cittadino elettore il reale potere di scegliere il partito e le persone che meglio lo rappresentano. Proporzionale e preferenze. Basta bipolarismo, premi di maggioranza, “nominati, strenuamente difesi dai protagonisti del logoro teatrino della politica odierna, compreso il rientrante Enrico Letta.

Ecco spiegato, senza alcun astio ma con lucida serenità, caro Ortolina, cosa oggi ci divide dal PD. Non sappiamo se Insieme riuscirà ad essere protagonista delle elezioni politiche nel 2023. È un cammino lungo e impervio quello che abbiamo intrapreso. Vedremo cosa riusciremo a fare. Invece, chi continua ad aspettare la trasformazione del PD, ricorda un po’ sia il Godot di Beckett sia il don Abbondio manzoniano, prudentemente schierato all’ombra del potere. I tempi richiedono cambiamenti, da perseguire con coraggio: quello che non dovrebbe mancare a chi si richiama ai “liberi e forti”.

Cattolici e “centro”. Ora serve una “costituente”.

La lezione, almeno così pare, non è ancora stata sufficientemente metabolizzata. Per uscire dalla  metafora, continua la proliferazione delle esperienze politiche e pseudo politiche che puntano a  rilanciare una “politica di centro” con l’apporto decisivo e determinante dei cattolici popolari e  democratici. Tutti, ormai, conosciamo e da lungo tempo la storia. Nessuno, come ovvio, mette in  discussione la buona volontà e il disinteresse dei singoli di dar vita alla propria piccola, e di norma  irrilevante, sigla politica. Non si può parlare neanche di contenitore elettorale perchè, proprio sotto  il profilo elettorale, si tratta di esperimenti del tutto irrilevanti nonchè misteriosi. Eppure si va  avanti e i gruppi nascono come funghi in autunno. 

Ora, il nodo da sciogliere è semplice e al tempo stesso complesso. Ormai è un giudizio quasi  unanime. E cioè, il “centro” continua ad essere un’area politica importante – è sempre più  auspicata e gettonata dalla politologia nostrana – nella storia del nostro paese e ancor più oggi  quando, di fatto, non esiste un partito che sia in grado di declinare quel progetto. Molti blaterano  di centro e nessuno riesce ad intercettare quel mondo, quell’area politica, sociale e culturale. E  siamo arrivati al punto, ironia della sorte, che il partito di Grillo – cioè una esperienza politica che  si è da sempre contraddistinta per la sua cifra populista, demagogica, anti politica e  antiparlamentare – straparli di dar vita ad un movimento liberal/moderato. Per non parlare del Pd o  della Lega di Salvini…. 

Ma è del tutto evidente che, seppur di fronte ad un quadro politico confuso, frastagliato e in  continua evoluzione, un “partito di centro” o una “politica di centro” che veda anche l’apporto  decisivo della “nostra” cultura popolare e cattolico sociale, non si intravede ancora all’orizzonte.  Fuorchè si pensi che quest’area possa anche essere rappresentata dai radicali o da vari esponenti  politicamente inaffidabili… 

E, malgrado ciò, molti amici continuano simpaticamente a riproporre le proprie sigle o ad  avanzarne di nuove come se nulla fosse. Pensando che così facendo, prima o poi tutti gli altri  confluiscano passivamente e silenziosamente nella propria. Come ovvio, si tratta di una pura  illusione se non di una vera e propria utopia. 

Ecco perchè, quindi, si tratta di capire, adesso, come uscire da questa endemica e fallimentare  prassi. E, al di là di chi – del tutto legittimamente – pensa di continuare con la moltiplicazione delle  sigle e, di conseguenza, con la gelosa conservazione della propria, per uscire da questa melassa  occorre uno scatto. Un salto di qualità. Una profonda inversione di rotta. Una iniziativa un po’  dirompente che metta tutto in discussione ma per guardare avanti, però, e per non farsi più  catturare dalla sola nostalgia e dalla triste e decadente conservazione dell’esistente. Fatta di sigle,  partitini e vuote sigle elettorali. 

Nel passato, come tutti sanno, ci sono stati momenti che definiamo per comodità “costituenti”  dove sono state approfondite e scandagliate le ragioni politiche per rilanciare la nostra cultura, il  nostro progetto, il nostro patrimonio ideale e storico. Certo, nel passato esistevano anche la  “politica” e una classe dirigente, il che non è affatto una variabile indipendente rispetto alla  credibilità del progetto complessivo. Ma ogni fase storica, comunque sia, va vissuta con le  caratteristiche e le costanti che la caratterizzano. Senza rimpianti e senza rassegnazione. Ed è  proprio partendo da questa considerazione che si dovrebbe cominciare a pensare ad una  “Assemblea Costituente” che sia in grado di aggregare le varie e molteplici esperienze  disseminate in tutta la preferita italiana e, soprattutto, di darle una veste politica ed organizzativa  seria e credibile. Una iniziativa che abbia un solo e grande obiettivo: superare la frammentazione e  la polverizzazione e gettare le premesse per ricostruire una presenza politica e culturale il più  possibile aggregante, laica e capace di porre fine a questa singolare e persino grottesca divisione  fra centinaia di sigle. Tutte, come scontato, irrilevanti a livello politico ed elettorale.  

Si tratta di una semplice proposta ma che potrebbe sciogliere un nodo ormai endemico. Non si  può più assistere a questa dispersione. Per il bene della nostra cultura politica ma, soprattutto,  per la qualità della nostra democrazia e anche per la stabilità del nostro sistema politico. 

L’umanità alla fine di un ciclo

È opinione diffusa ormai che al termine di questa crisi economico-sanitaria tutto l’assetto mondiale di organizzazione della vita quotidiana dei cittadini dovrà ripartire secondo nuovi modelli di sviluppo e di stili di vita.

Non sarà più possibile, infatti, tornare al passato, alla vita quotidiana che abbiamo conosciuto sinora nel bene e, soprattutto, nel male.

L’umanità è alla fine di un ciclo storico che ha visto sul piano politico il tramonto delle ideologie del secolo breve, ma anche la crisi di un modello di sviluppo economico che sembrava essere perennemente valido nel creare ricchezza e benessere.

Invece, la realtà quotidiana ci indica altri paradigmi sui quali bisognerà fare i conti se vogliamo davvero uscire da una impasse che è soprattutto sociale, nel senso che la crescita economica per una vita dignitosa di tutti dovrà abbandonare, se non demonizzare, tutto ciò che ha guidato sinora i sistemi economici a livello mondiale.

Di questo dovrà farsi carico in primis la politica che non potrà più essere soggetta a lobby economiche interessate, ma ad una visione diversa del mondo in sintonia con le nuove domande che vengono dalla società: innanzitutto l’ambiente inteso in una duplice visione di recupero e salvaguardia, ma al contempo anche di sviluppo economico.

In questo quadro tornano particolarmente attuali alcune considerazioni profetiche di Jacques Maritain, riprese da Giorgio La Pira nel secondo dopoguerra: siamo giunti davvero alla fine di un ciclo storico (compreso quello cosiddetto post moderno) ed all’apertura di uno nuovo nel quale la cultura scientifica, quella umanistica e, conseguentemente, quella economica debbono avviarsi ad una nuova sintesi.

La cultura umanistica deve saper rivalorizzare la realtà del creato, mentre quella scientifica e quella economica devono ispirarsi all’etica e, quindi, mettersi al servizio dell’uomo al fine di una duplice valorizzazione: la persona umana e la natura.

Il discorso ambientale diventa, dunque, preminente perché assume un significato che va oltre i singoli Stati.

Infatti, l’ambiente da salvare riguarda l’intero pianeta: la rottura degli equilibri economici in una parte del mondo riguarda tutto il globo. Se i popoli poveri del terzo mondo sono costretti a coltivare droga per sopravvivere (sotto lo stretto controllo dei potentati economici malavitosi che fanno affari illeciti anche in questo settore), le conseguenze riguardano l’intero pianeta. Se i Paese industrializzati inquinano mari, fiumi, atmosfera, prodotti alimentari, le conseguenze ricadono sulla vita e sulla salute di tutti gli uomini, anche di quelli che del benessere economico di pochi subiscono le conseguenze negative.

Non si tratta di paladinismo per un ritorno al passato, per una sorta di nostalgico rigurgito dietrologico dell’umanità allo stato di natura, ma di una presa di coscienza reale: i poveri del mondo (la maggioranza) non possono pagare per gli errori, gli egoismi e le bramosie dei ricchi.

Allora, il richiamo di Paolo VI° nella Populorum Progressio nel temere la collera dei poveri, che ormai non è più solo del terzo mondo, dovrebbe far riflettere il mondo politico, ma soprattutto quello economico, per un cambio di passo, per un diverso mondo da costruire dopo la fine di questa crisi che ha messo a nudo l’inconsistenza di un modello di sviluppo basato sul semplice profitto economico.