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La Dc e il potere di oggi. Nessuna parentela.

Ci risiamo. Non passa settimana dove non si traccia il confronto tra quel leader o statista democristiano e qualche esponente dell’attuale nomenclatura politica e di governo. Una operazione alquanto ardita, nonchè originale, non solo per la distanza siderale tra quella classe dirigente e quella contemporanea ma anche, e soprattutto, per la differenza quasi antropologica tra il profilo e la natura politica della leadership diffusa democratico cristiana e quella dei partiti dominanti. È di qualche giorno fa il paragone tra il comportamento del Ministro Di Maio e gli statisti Dc. Una riflessione che non solo suona grottesca ma forse anche offensiva nei confronti della lunga e travagliata esperienza della Democrazia Cristiana. 

Ora, per non inoltrarsi nel citare i singoli, e forse anche un po’ comici, paragoni tra questi e quelli, mi limito a richiamare tre soli titoli per evidenziare, ancora una volta, l’immensa diversità tra le due classi dirigenti. 

Innanzitutto c’era un “metodo” che caratterizzava il personale di governo della Dc. Un metodo che rispondeva anche ad una precisa e definita cultura di governo. E cioè, cultura della mediazione, alto senso dello Stato e delle rispettive istituzioni democratiche, disponibilità permanente al dialogo e al confronto, evitare ogni radicalizzazione dello scontro politico e, soprattutto, una chiara prospettiva che accompagnava e condizionava le singole e quotidiane scelte politiche e di governo. 

In secondo luogo la cultura politica. Ma come è possibile continuare a confondere le classi dirigenti come se i giudizi politici fossero banalmente e qualunquisticamente intercambiabili? Ogni classe dirigente è frutto non solo di una particolare stagione storica e politica ma è anche il riflesso di una altrettanto definita cultura politica. Come si può confondere il magistero dei “cavalli di razza” della Dc e di molti statisti che hanno contribuito, attraverso la loro attività, a scrivere le pagine migliori dell’Italia democratica e repubblicana con quello di partiti e di esponenti politici che hanno rinnegato sistematicamente quella pagina storica? Non si tratta di santificare o nobilitare anzitempo una intera classe dirigente che, come ovvio, è stata attraversata da luci e ombre. Ma, molto semplicemente, non si può ridurre tutta l’erba ad un fascio confondendo chi teorizza l’”anno zero” nella politica italiana – cioè esultare per aver tentato di radere al suolo le culture politiche del passato, nonchè costituzionali, che hanno contribuito a far crescere e maturare la qualità della nostra democrazia – con chi, al contrario, è stato portavoce ed interprete di una solida, storica e radicata cultura politica, quella del cattolicesimo politico, sociale e democratico. Lo dico per rispetto della Dc e della sua composita e variegata classe dirigente ma anche per i teorici e i figli del “vaffa day” di grillina memoria. 

In ultimo, e senza più ripetertelo ulteriormente, ma che cosa c’entra la storia della Dc con quella dei partiti attuali? In particolare con quei partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche del marzo 2018? Se è vero, com’è vero, che la Dc, per citare un autorevole e qualificato esponente di quel partito, Guido Bodrato, è stata un “fatto storico” e pertanto irripetibile perchè contestualizzato, è del tutto arbitrario continuare a balbettare parallelismi e similitudini con ciò che accade oggi nella cittadella politica italiana. E ciò vale sia per coloro che hanno militato in quel partito e sia, a maggior ragione, per chi ha contribuito negli anni a demolirlo politicamente, culturalmente e storiograficamente. Anche se oggi cresce una strana e singolare nostalgia di quella esperienza politica e soprattutto della valenza e della qualità di quella specifica e particolare classe dirigente. 

Ecco perchè i confronti sono del tutto fuori luogo e fuori tempo. Non c’è alcuna cultura politica comune; non c’è una cultura di governo comune; non c’è una prospettiva politica comune e, in ultimo luogo, ma non meno importante, non c’è neanche uno stile comune. In sostanza non c’è nulla di politicamente rilevante in comune se non occupare, pro tempore, i medesimi ruoli. Un po’ poco per trovare misteriose affinità politiche, culturali e di governo. 

I Monsignori di Voltaire

Dopo la fine del partito unico dei cattolici è finita anche la loro presenza politica o rimane qualcosa di quei principi, di quei programmi, di quei valori che avevano ispirato tanta parte della storia recente di questo Paese?

E dopo il tramonto del collateralismo con le associazioni, con i cenacoli culturali, con il mondo del volontariato, con lo stesso sindacato, dove può trovare spazio e collocazione – se mai esiste ancora – una dottrina sociale ispirata ai principi della giustizia e della carità, dell’equità e dell’etica dei comportamenti? Non disponiamo oggi di un Codice di Camaldoli in versione 2.0, mancano menti illuminate, penne raffinate e visioni lungimiranti.

Ma non per questo si deve giocare al ribasso.

Dal cattolicesimo popolare possono emergere idee e luci per rischiarare i troppi coni d’ombra del presente.  A guardarsi in giro è difficoltoso distinguere, anche stropicciandosi gli occhi: retaggi, rimpianti, ricordi danno sostanza ad uno sparigliamento che assomiglia più al limbo dell’indeterminato di quanto non rendano  l’idea di una compattezza nobilitata da connotazioni qualificanti.

E serve ancora a questa Italia del terzo millennio che i cattolici si rimbocchino le maniche e si diano da fare per partecipare con fattivo e concreto contributo a definire e magari guidare ancora un modello di società, a traghettare il salvabile di una stagione finita e lontana – ma che non merita di essere demonizzata – oltre le secche di una palude, come quella attuale, affidata più alle cronache spicciole di giornata, agli aneddoti pruriginosi, alle squallide diatribe di palazzo e agli inciuci tipici del peggiore trasformismo nazional-popolare?

Destra e sinistra – a un tempo alibi e miti di un bipolarismo sui generis, più preoccupato di rivendicare il principio di alternanza che di sostanziarne le idee – hanno diviso e separato i cattolici in nome di ragioni diverse, che gli apparentamenti politici con gli alleati di coalizione hanno poi reso sovente inconciliabili con le origini. La polarizzazione è sovente una forzatura del buon senso e dei sentimenti popolari, piuttosto che una presumibile strategia vincente.

Possiamo dire che molta parte dei cattolici oggi impegnati in politica hanno svenduto a buon mercato le loro idee? A conti fatti sì, possiamo dirlo.

Se n’è accorta da tempo anche la Chiesa, suo malgrado accomodante verso certi adattamenti al nuovo che avanza e attenta a non mischiare fede e ragion di stato in nome di una laicità che è patrimonio culturale condiviso.
Ma non è venuta meno la Chiesa: hanno mancato, arrabattandosi di qua e di là con disinvolte capriole, coloro che – dopo lo sconquasso degli anni novanta, si sono arrogati il compito di traghettare principi e valori, mostrandone spesso il lato peggiore.

Eppure questioni aperte ce ne sono e il contributo del cattolicesimo sociale potrebbe essere determinante: l’etica in politica, innanzitutto, la famosa e ormai retorica ‘questione morale’, la tutela della famiglia, la vivibilità dei contesti urbani, i flussi migratori, le difficoltà del vivere sociale con le nuove forme di povertà, il problema del lavoro e della casa, i sani principi educativi, la nobilitazione del merito, la dignità della giustizia, il dovere della carità, la difesa della vita..

Spiace, turba, confligge pensare e vedere che molti sedicenti cattolici si impegnano con più fervore su altri campi, se n’è accorta anche la CEI che ha posto il problema di una nuova classe politica dove l’impegno civile e sociale dei cristianesimo trovi una concreta collocazione.

I tempi si fanno bui, troppo di quello che ci compete risulta disinvoltamente possibile, aggiustabile, riciclabile: una concezione machiavellica del potere dove la preoccupazione principale è di trovare spazio per succedere a se stessi.

Anche alla politica si potrebbe dunque chieder conto di ciò che qualifica una presenza personale ispirata ai valori del cattolicesimo: vedo molte genuflessioni ma poca coerenza di vita. 

A chi fa politica e professione di fede va chiesto se – oltre il presenzialismo datato, agli assetti di potere, alle alleanze a quadratura variabile – sussista un problema di unità di principi e di valori che prescinda dagli schieramenti, se non sia quella la discriminante che conta, più dello stare da una parte o dall’altra, più dello schierarsi a tutti i costi.

Magari ponendo anche qualche interrogativo sui tempi utili per passare ad altri il testimone della rappresentanza. Ci sono molti buoni esempi da imitare, in genere silenti e nascosti: sono le persone rette che conquistano la convinta adesione dei cittadini, poiché esprimono coerenza tra idee e azioni. Ma ci sono anche molti “dottor sottile”, depositari autoreferenziali di una eredità culturale, che cercano cavilli, puntualizzano, si compiacciono di elaborazioni semantiche sempre più ardite. Costoro mi ricordano i monsignori presi di mira da Voltaire: persone molto più impegnate a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo.

E questa metafora valga anche in senso laico, per chi si atteggia ad essere l’ultimo defensor fidei.

Lotta agli abusi: vademecum della Congregazione per la dottrina della fede

NOTA BENE:

a. oltre che per i delitti previsti dall’art. 6 delle Normae promulgate dal motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”, quanto segue è da osservarsi — con gli eventuali adattamenti — in tutti i casi di delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede;

b. nel seguito verranno adottate le seguenti abbreviazioni: CIC: Codex Iuris CanoniciCCEO: Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium; SST: motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” – Norme emendate 2010VELM: motu proprio Vos estis lux mundi – 2019; CDF: Congregatio pro Doctrina Fidei.

* * *

0.  Introduzione

Per rispondere alle numerose domande sui passi da seguire nelle cause penali di propria competenza, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha predisposto questo Vademecum destinato, in primo luogo, agli Ordinari e agli Operatori del diritto che si trovano nella necessità di dover tradurre in azioni concrete la normativa canonica circa i casi di abuso sessuale di minori compiuti da chierici.

Si tratta di una sorta di “manuale”, che dalla notitia criminis alla definitiva conclusione della causa intende prendere per mano e condurre passo passo chiunque si trovi nella necessità di procedere all’accertamento della verità nell’ambito dei delitti sopra menzionati.

Non è un testo normativo, non innova la legislazione in materia, ma si propone di rendere più chiaro un percorso. Nonostante ciò se ne raccomanda l’osservanza, nella consapevolezza che una prassi omogenea contribuisce a rendere più chiara l’amministrazione della giustizia.

I riferimenti principali sono i due Codici vigenti (CIC e CCEO); le Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nella versione emendata del 2010, emanate con il motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, tenuto conto delle innovazioni apportate dai Rescripta ex Audientia del 3 e 6 dicembre 2019; il motu proprio Vos estis lux mundi; e, non da ultimo, la prassi della Congregazione per la Dottrina della Fede, che negli ultimi anni si è sempre più precisata e consolidata.

Trattandosi di uno strumento duttile, si prevede che esso possa essere aggiornato periodicamente, ogni qual volta si dovesse modificare la normativa di riferimento o la prassi della Congregazione rendesse necessarie precisazioni ed emendamenti.

Non sono state volutamente contemplate nel Vademecum le indicazioni sullo svolgimento del processo penale giudiziale nel primo grado di giudizio, nella convinzione che la procedura illustrata nei Codici vigenti sia sufficientemente chiara e dettagliata.

Il desiderio è che questo strumento possa aiutare le Diocesi, gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica, le Conferenze episcopali e le diverse circoscrizioni ecclesiastiche a meglio comprendere e attuare le esigenze della giustizia su un delictum gravius che costituisce, per tutta la Chiesa, una ferita profonda e dolorosa che domanda di essere guarita.

I.  Che cosa configura il delitto?

1. Il delitto di cui si sta trattando comprende ogni peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore (cf can. 1395 § 2 CIC; art. 6 § 1, 1° SST).

2. La tipologia del delitto è molto ampia e può comprendere, ad esempio, rapporti sessuali (consenzienti e non consenzienti), contatto fisico a sfondo sessuale, esibizionismo, masturbazione, produzione di pornografia, induzione alla prostituzione, conversazioni e/o proposte di carattere sessuale anche mediante mezzi di comunicazione.

3. Il concetto di “minore” per quanto riguarda i casi in questione è variato nel tempo: fino al 30 aprile 2001 si intendeva la persona con meno di 16 anni di età (anche se in alcune legislazioni particolari — per esempio USA [dal 1994] e Irlanda [dal 1996] — l’età era già stata innalzata ai 18 anni). Dal 30 aprile 2001, quando fu promulgato il motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela, l’età è stata universalmente innalzata ai 18 anni, ed è l’età tuttora vigente. Di queste variazioni bisogna tenere conto quando si deve definire se il “minore” era effettivamente tale, secondo la definizione di Legge in vigore al tempo dei fatti.

4. Il fatto che si parli di “minore” non incide sulla distinzione, che si desume talora dalle scienze psicologiche, fra atti di “pedofilia” e atti di “efebofilia”, ossia con adolescenti già usciti dalla pubertà. La loro maturità sessuale non influisce sulla definizione canonica del delitto.

5. La revisione del motu proprio SST, promulgata il 21 maggio 2010, ha sancito che al minore vanno equiparate le persone che hanno abitualmente un uso imperfetto della ragione (cf art. 6 § 1, 1° SST). Circa l’uso dell’espressione “adulto vulnerabile”, altrove descritto come «ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa» (cf art. 1 § 2, b VELM), va ricordato che tale definizione integra fattispecie più ampie rispetto alla competenza della CDF, la quale resta limitata, oltre ai minori di diciotto anni, a chi “ha abitualmente un uso imperfetto di ragione”. Altre fattispecie al di fuori di questi casi vengono trattate dai Dicasteri competenti (cf art. 7 § 1 VELM).

6. SST ha inoltre introdotto (cf art. 6 § 1, 2° SST) tre nuovi delitti che riguardano una tipologia particolare di minori, ossia acquisire, detenere (anche temporaneamente) e divulgare immagini pornografiche di minori di 14 anni (dal 1 gennaio 2020: di 18 anni) da parte di un chierico a scopo di libidine in qualunque modo e con qualunque strumento. Dal 1 giugno al 31 dicembre 2019 l’acquisizione, la detenzione, e la divulgazione di materiale pornografico che coinvolga minori fra i 14 e i 18 anni di età commessi da chierici o da membri di Istituti di Vita consacrata o di Società di vita apostolica sono delitti di competenza di altri Dicasteri (cf artt. 1 e 7 VELM). Dal 1 gennaio 2020 la competenza è della Congregazione per la Dottrina della Fede.

7. Si sottolinea che questi tre delitti sono canonicamente perseguibili solo a partire dall’entrata in vigore di SST, cioè dal 21 maggio 2010. La produzione di pornografia con minori, invece, rientra nella tipologia di delitto indicata nei nn. 1-4 del presente Vademecum e, quindi, va perseguita anche prima di tale data.

8. Secondo il diritto dei religiosi appartenenti alla Chiesa latina (cf cann. 695 ss. CIC), il delitto di cui al n. 1 può comportare anche la dimissione dall’Istituto religioso. Si nota fin d’ora quanto segue: a/ tale dimissione non è una pena, ma è un atto amministrativo del Moderatore supremo; b/ per decretarla, deve essere scrupolosamente osservata la procedura relativa, descritta nei cann. 695 § 2, 699, 700 CIC; c/ la conferma ex can. 700 CIC del decreto di dimissione va richiesta alla CDF; d/ la dimissione dall’Istituto comporta la perdita dell’incorporazione nell’Istituto e la cessazione dei voti e degli obblighi derivanti dalla professione (cf can. 701 CIC), e il divieto di esercitare l’Ordine ricevuto finché non siano verificate le condizioni di cui al can. 701 CIC. Si applicano le medesime regole, con gli opportuni adattamenti, anche per i membri definitivamente incorporati nelle Società di Vita apostolica (cf can. 746 CIC).

II.  Che cosa fare quando si riceve un’informazione su un possibile delitto (notitia de delicto)?

a/ Che cosa s’intende per notitia de delicto?

9. La notitia de delicto (cf can. 1717 § 1 CIC; can. 1468 § 1 CCEO; art. 16 SST; art. 3 VELM), che viene talora chiamata notitia criminis, è qualunque informazione su un possibile delitto che giunga in qualunque modo all’Ordinario o al Gerarca. Non è necessario che si tratti di una denuncia formale.

10. Questa notitia può dunque avere varie fonti: essere presentata formalmente all’Ordinario o al Gerarca, in modo orale o scritto, dalla presunta vittima, dai suoi tutori, da altre persone che asseriscono di essere informate dei fatti; giungere all’Ordinario o al Gerarca durante l’esercizio dei suoi doveri di vigilanza; essere presentata all’Ordinario o al Gerarca dalle autorità civili secondo le modalità previste dalle legislazioni locali; essere diffusa dai mezzi di comunicazione di massa (ivi compresi i social media); giungere a sua conoscenza tramite le voci raccolte, e in ogni altro modo adeguato.

11. Talvolta, la notitia de delicto può giungere da fonte anonima, ossia da persone non identificate o non identificabili. L’anonimato del denunciante non deve far ritenere falsa in modo automatico tale notitia; tuttavia, per ragioni facilmente comprensibili, è opportuno usare molta cautela nel prendere in considerazione tale tipo di notitia, che non va assolutamente incoraggiato.

12. Allo stesso modo, non è consigliabile scartare aprioristicamente la notitia de delicto che perviene da fonti la cui credibilità può sembrare, ad una prima impressione, dubbia.

13. Talora, la notitia de delicto non fornisce dettagli circostanziati (nominativi, luoghi, tempi…). Anche se vaga e indeterminata, essa deve essere adeguatamente valutata e, nei limiti del possibile, approfondita con la debita attenzione.

14. Bisogna ricordare che una notizia di delictum gravius appresa in confessione è posta sotto lo strettissimo vincolo del sigillo sacramentale (cf can. 983 § 1 CIC; can. 733 § 1 CCEO; art. 4 § 1, 5° SST). Occorrerà pertanto che il confessore che, durante la celebrazione del Sacramento, viene informato di un delictum gravius, cerchi di convincere il penitente a rendere note le sue informazioni per altre vie, al fine di mettere in condizione di operare chi di dovere.

15. L’esercizio dei doveri di vigilanza in capo all’Ordinario e al Gerarca non prevede che egli debba esercitare continui controlli investigativi a carico dei chierici a lui soggetti, ma non consente neppure che egli si esima dal tenersi informato circa le loro condotte in tale ambito, soprattutto se sia giunto a conoscenza di sospetti, comportamenti scandalosi, condotte che turbano gravemente l’ordine.

b/ Quali azioni si devono intraprendere quando si è ricevuta una notitia de delicto?

16. L’art. 16 SST (cf anche cann. 1717 CIC e 1468 CCEO) dispone che, ricevuta una notitia de delicto, si svolga un’indagine previa, qualora la notitia de delicto sia “saltem verisimilis”. Se tale verisimiglianza risultasse non fondata, si può non dare seguito alla notitia de delicto, avendo cura tuttavia di conservare la documentazione insieme a una nota nella quale illustrare le ragioni della decisione.

17. Anche in assenza di un esplicito obbligo normativo, l’autorità ecclesiastica presenti denuncia alle autorità civili competenti ogni qualvolta ritenga che ciò sia indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di ulteriori atti delittuosi.

18. Considerata la delicatezza della materia (data per esempio dal fatto che i peccati contro il sesto comandamento del Decalogo sono raramente avvenuti in presenza di testimoni), il giudizio circa l’assenza di verisimiglianza (che può portare all’omissione dell’indagine previa) sarà emesso solo in caso di manifesta impossibilità di procedere a norma del Diritto Canonico: per esempio, se risulta che, al tempo del delitto di cui è accusata, la persona non era ancora chierico; se risulta evidente che la presunta vittima non era minorenne (su questo punto, cf n. 3); se è un fatto notorio che la persona segnalata non poteva essere presente sul luogo del delitto nel momento in cui sarebbero avvenuti gli addebiti.

19. Anche in questi casi, comunque, è consigliabile che l’Ordinario o il Gerarca dia alla CDF comunicazione della notitia de delicto e della decisione di soprassedere all’indagine previa per manifesta assenza di verisimiglianza.

20. In tal caso si ricordi che, pur mancando il delitto con minori, ma comunque in presenza di condotte improprie e imprudenti, se la cosa è necessaria per proteggere il bene comune e per evitare scandali, rientra nei poteri dell’Ordinario e del Gerarca prendere altri provvedimenti di tipo amministrativo nei confronti della persona segnalata (per esempio, limitazioni ministeriali), o imporle i rimedi penali di cui al can. 1339 CIC, al fine di prevenire i delitti (cf can. 1312 § 3 CIC), oppure la riprensione pubblica di cui al can. 1427 CCEO. Se poi ci sono stati delitti non graviora, l’Ordinario o il Gerarca deve intraprendere le vie giuridiche adatte alle circostanze.

21. Secondo il can. 1717 CIC e il can. 1468 CCEO, il compito dell’indagine previa spetta all’Ordinario o al Gerarca che ha ricevuto la notitia de delicto, o a persona idonea che egli avrà individuato. L’eventuale omissione di questo dovere potrebbe costituire un delitto perseguibile ai sensi del CIC, del CCEO e del motu proprio Come una madre amorevole, nonché dell’art. 1 § 1, b VELM.

22. L’Ordinario o il Gerarca cui spetta tale compito può essere quello del chierico segnalato o, se differente, l’Ordinario o il Gerarca del luogo dove sono avvenuti i presunti delitti. In questo caso, si comprende facilmente che è bene che si attivi la comunicazione e la collaborazione fra i diversi Ordinari interessati, onde evitare conflitti di competenza o duplicati nel lavoro, soprattutto se il chierico è un religioso.

23. Se un Ordinario o un Gerarca riscontra problemi per avviare o svolgere l’indagine previa, si rivolga senza indugio alla CDF, per consiglio o per dirimere eventuali questioni.

24. Può succedere che la notitia de delicto sia giunta direttamente alla CDF, senza il tramite dell’Ordinario o del Gerarca. In tal caso, la CDF può chiedergli di svolgere l’indagine, o, secondo l’art. 17 SST, svolgerla essa stessa.

25. La CDF, per proprio giudizio, per esplicita richiesta o per necessità, può anche chiedere ad un Ordinario o a un Gerarca terzo di svolgere l’indagine previa.

26. L’indagine previa canonica deve essere svolta indipendentemente dall’esistenza di una corrispondente indagine da parte delle autorità civili. Qualora però la legislazione statale imponga il divieto di indagini parallele alle proprie, l’autorità ecclesiastica competente si astenga dall’avviare l’indagine previa e dia comunicazione alla CDF di quanto è stato segnalato, allegando eventuale materiale utile. Qualora sembri opportuno attendere la fine delle indagini civili per acquisirne eventualmente le risultanze o per altri tipi di motivazione, è bene che l’Ordinario o il Gerarca si consigli in proposito con la CDF.

27. L’attività di indagine deve essere svolta nel rispetto delle leggi civili di ogni Stato (cf art. 19 VELM).

28. È noto che, anche per i delitti di cui si sta trattando, esistono termini di prescrizione dell’azione criminale che sono notevolmente variati nel tempo. I termini attualmente vigenti sono definiti dall’art. 7 SST[1]. Poiché però il medesimo art. 7 § 1 SST consente alla CDF di derogare in singoli casi alla prescrizione, l’Ordinario o il Gerarca che abbia constatato che i tempi per la prescrizione sono trascorsi dovrà ugualmente dare seguito alla notitia de delicto e all’eventuale indagine previa, comunicandone gli esiti alla CDF, cui unicamente spetta il giudizio sul mantenimento della prescrizione o sulla deroga ad essa. Nella trasmissione degli atti l’Ordinario o il Gerarca potranno utilmente esprimere un proprio parere circa l’eventuale deroga, motivandolo in ragione delle circostanze attuali (es.: stato di salute o età del chierico, possibilità del medesimo di esercitare il suo diritto di difesa, danno provocato dalla presunta azione criminale, scandalo suscitato).

29. In questi delicati atti preliminari, l’Ordinario o il Gerarca può ricorrere al consiglio della CDF (cosa che può avvenire in ogni momento del trattamento di un caso), come anche liberamente consultarsi con esperti in materia canonica penale. In quest’ultima evenienza, però, si badi di evitare ogni inopportuna o illecita diffusione di informazioni al pubblico che potrebbe pregiudicare la possibile, successiva indagine previa o dare l’impressione di aver già definito con certezza i fatti o la colpevolezza del chierico in questione.

30. Si deve notare che già in questa fase si è tenuti all’osservanza del segreto di ufficio. Va ricordato tuttavia che a chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti.

31. A norma dell’art. 2 § 3 VELM, l’Ordinario che abbia ricevuto la notitia de delicto deve trasmetterla senza indugio all’Ordinario o al Gerarca del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario o al Gerarca proprio della persona segnalata, vale a dire, nel caso di un religioso, al suo Superiore maggiore se è l’Ordinario proprio, e nel caso di un diocesano, all’Ordinario della diocesi o al Vescovo eparchiale di incardinazione. Qualora l’Ordinario o il Gerarca del luogo e l’Ordinario o il Gerarca proprio non siano la stessa persona, è auspicabile che essi prendano contatto per concordare chi svolgerà l’indagine. Nel caso che la segnalazione riguardi un membro di un Istituto di vita consacrata o di una Società di vita apostolica, il Superiore maggiore informerà anche il Moderatore Supremo e, nel caso di Istituti e Società di diritto diocesano, anche il Vescovo di riferimento.

III. Come avviene l’indagine previa?

32. L’indagine previa si svolge secondo i criteri e le modalità indicati nel can. 1717 CIC o 1468 CCEO e richiamati qui di seguito.

a/ Che cos’è l’indagine previa?

33. Si deve sempre tenere presente che l’indagine previa non è un processo, e il suo scopo non è raggiungere la certezza morale in merito allo svolgimento dei fatti oggetto dell’accusa. Essa serve: a/ alla raccolta di dati utili ad approfondire la notitia de delicto; e b/ ad accreditarne la verisimiglianza, ossia a definire quello che si chiama fumus delicti, cioè il fondamento sufficiente in diritto e in fatto per ritenere verisimile l’accusa.

34. Per questo, come indicano i canoni citati nel n. 32, l’indagine previa deve raccogliere informazioni più dettagliate rispetto alla notitia de delicto circa i fatti, le circostanze e l’imputabilità di essi. Non è necessario realizzare già in questa fase una raccolta minuziosa di elementi di prova (testimonianze, perizie), compito che spetterà poi all’eventuale procedura penale successiva. L’importante è ricostruire, per quanto possibile, i fatti su cui si fonda l’accusa, il numero e il tempo delle condotte delittuose, le loro circostanze, le generalità delle presunte vittime, aggiungendo una prima valutazione dell’eventuale danno fisico, psichico e morale procurato. Si dovrà avere cura di indicare possibili relazioni con il foro interno sacramentale (in merito a ciò, tuttavia, si tenga conto di quanto richiede l’art. 24 SST[2]). Si aggiungeranno anche eventuali altri delitti attribuiti all’accusato (cf art. 8 § 2 SST[3]) e si indicheranno fatti problematici emergenti dal suo profilo biografico. Può essere opportuno raccogliere testimonianze e documenti, di qualunque genere e provenienza (comprese le risultanze delle indagini o di un processo svolte da parte delle autorità civili), che possano risultare veramente utili a circostanziare e accreditare la verisimiglianza dell’accusa. È già possibile indicare eventuali circostanze esimenti, attenuanti o aggravanti, come previste dalla Legge. Può anche essere utile raccogliere fin d’ora testimoniali di credibilità circa i denuncianti e le presunte vittime. In Appendice al presente Vademecum si include uno schema riassuntivo dei dati utili, che chi svolge l’indagine previa vorrà tenere presente e compilare (cf n. 69).

35. Qualora, durante l’indagine previa, si venga a conoscenza di altre notitiae de delicto, esse vengano approfondite nella medesima indagine.

36. Come accennato, l’acquisizione delle risultanze delle indagini civili (o dell’intero processo di fronte al Tribunale statale) potrebbe rendere superflua l’indagine previa canonica. Si deve comunque prestare la dovuta attenzione alla valutazione delle indagini civili da parte di chi deve svolgere l’indagine previa, perché i criteri di esse (per esempio in merito ai tempi di prescrizione, alla tipologia del delitto, all’età della vittima…) possono sensibilmente variare rispetto al prescritto della Legge canonica. Anche in questo caso, può essere consigliabile, in caso di dubbio, ricorrere al confronto con la CDF.

37. L’indagine previa potrebbe essere superflua anche in caso di delitto notorio e non dubbio (per esempio l’acquisizione degli atti processuali civili o la confessione da parte del chierico).

b/ Quali atti giuridici bisogna compiere per avviare l’indagine previa?

38. Se l’Ordinario o il Gerarca competente ritiene opportuno avvalersi di altra persona idonea per svolgere l’indagine (cf n. 21), lo scelga con i criteri indicati dal can. 1428 §§ 1-2 CIC o 1093 CCEO[4].

39. Nella nomina di chi svolge l’indagine, tenendo conto della cooperazione che può essere offerta dai laici ai sensi dei cann. 228 CIC e 408 CCEO (cf art. 13 VELM), l’Ordinario o il Gerarca tenga presente che, secondo il can. 1717 § 3 CIC e 1468 § 3 CCEO, se in seguito si svolgerà un processo penale giudiziale, la stessa persona non potrà in esso svolgere la funzione di giudice. La prassi suggerisce che lo stesso criterio si usi per la nomina del Delegato e degli Assessori nel caso di processo extragiudiziale.

40. Secondo i cann. 1719 CIC e 1470 CCEO, l’Ordinario o il Gerarca deve emettere un decreto di apertura dell’indagine previa, in cui nomina colui che conduce l’indagine, indicando nel testo che egli ha i poteri di cui al can. 1717 § 3 CIC o 1468 § 3 CCEO.

41. Benché la Legge non lo preveda espressamente, è consigliabile che sia nominato un Notaio sacerdote (cf cann. 483 § 2 CIC e can. 253 § 2 CCEO, dove vengono indicati altri criteri per la scelta), che assiste chi svolge l’indagine previa, ai fini di garantire la fede pubblica degli atti da lui redatti (cf can. 1437 § 2 CIC e 1101 § 2 CCEO).

42. Si noti tuttavia che, non trattandosi di atti processuali, la presenza del Notaio non è necessaria ad validitatem dei medesimi.

43. In fase di indagine previa non è prevista la nomina di un Promotore di giustizia.

c/ Quali atti complementari si possono o si debbono compiere durante l’indagine previa?

44. I cann. 1717 § 2 CIC e 1468 § 2 CCEO, e gli artt. 4 § 2 e 5 § 2 VELM fanno riferimento alla tutela della buona fama delle persone coinvolte (accusato, presunte vittime, testimoni), così che la denuncia non possa generare pregiudizi, ritorsioni, discriminazioni. Chi svolge l’indagine previa deve dunque avere questa specifica attenzione, mettendo in atto ogni precauzione a tal fine, dato che quello alla buona fama è un diritto dei fedeli garantito dai cann. 220 CIC e 23 CCEO. Si noti tuttavia che questi canoni garantiscono dalle lesioni illegittime di tale diritto: qualora quindi sia in pericolo il bene comune, la diffusione di notizie circa l’esistenza di un’accusa non costituisce necessariamente una violazione della buona fama. Inoltre le persone coinvolte siano informate che qualora intervenisse un sequestro giudiziario o un ordine di consegna degli atti di indagine da parte delle autorità civili, non sarà più possibile per la Chiesa garantire la confidenzialità delle deposizioni e della documentazione acquisita in sede canonica.

45. Ad ogni modo, soprattutto quando si debbano diffondere pubblici comunicati in merito, bisogna adoperare ogni cautela nel dare informazioni sui fatti, per esempio usando una forma essenziale e stringata, evitando clamorosi annunci, astenendosi del tutto da ogni giudizio anticipato circa la colpevolezza o innocenza della persona segnalata (che sarà stabilita solo dal corrispondente, eventuale processo penale, mirante a verificare il fondamento dell’accusa), attenendosi all’eventuale volontà di rispetto della riservatezza manifestata dalle presunte vittime.

46. Poiché, come detto, in questa fase non si può ancora definire l’eventuale colpevolezza della persona segnalata, andrà evitato con ogni cura — nei pubblici comunicati o nelle comunicazioni private — qualsiasi affermazione a nome della Chiesa, dell’Istituto o Società, o a titolo personale, in quanto ciò potrebbe costituire un’anticipazione del giudizio sul merito dei fatti.

47. Si ricordi poi che le denunce, i processi e le decisioni relative ai delitti di cui all’art. 6 SST sono soggette al segreto di ufficio. Questo non toglie che il denunciante – soprattutto se intende rivolgersi anche alle autorità civili – possa rendere pubbliche le proprie azioni. Inoltre, poiché non tutte le forme di notitiae de delicto sono denunce, si può eventualmente valutare quando ritenersi obbligati al segreto, sempre tenuto presente il rispetto della buona fama di cui al n. 44.

48. Sempre a tale proposito, bisogna accennare alla sussistenza o meno, a carico dell’Ordinario o del Gerarca, dell’obbligo di dare comunicazione alle autorità civili della notitia de delicto ricevuta e dell’indagine previa aperta. I principi applicabili sono due: a/ si devono rispettare le leggi dello Stato (cf art. 19 VELM); b/ si deve rispettare la volontà della presunta vittima, sempre che essa non sia in contrasto con la legislazione civile e — come si dirà (n. 56) — incoraggiando l’esercizio dei suoi doveri e diritti di fronte alle autorità statali, avendo cura di conservare traccia documentale di tale suggerimento, evitando ogni forma dissuasiva nei confronti della presunta vittima. Si osservino sempre e comunque a tal proposito le eventuali convenzioni (concordati, accordi, intese) stipulate dalla Sede Apostolica con le nazioni.

49. Quando le leggi statali impongano all’Ordinario o al Gerarca l’informativa circa una notitia de delicto, si è tenuti ad essa anche se si prevede che, in base alle leggi dello Stato, non vi sarà l’apertura di una procedura (per esempio per intervenuta prescrizione o per differenti previsioni circa la tipologia delittuosa).

50. Qualora le Autorità giudiziarie civili emanino un ordine esecutivo e legittimo richiedendo la consegna di documenti riguardanti le cause, o dispongano il sequestro giudiziario degli stessi documenti, l’Ordinario o il Gerarca dovrà cooperare con le Autorità civili. Qualora vi siano dubbi sulla legittimità di tale richiesta o sequestro, l’Ordinario o il Gerarca potrà consultare esperti legali circa i rimedi disponibili nell’ordinamento locale. In ogni caso è opportuno informare immediatamente il Rappresentante Pontificio.

51 Qualora si renda necessario ascoltare un minore o persona ad esso equiparata, si adottino le norme civili del Paese e modalità adeguate alla età e allo stato, permettendo, ad esempio, che il minore sia accompagnato da un maggiorenne di sua fiducia ed evitando che abbia contatto diretto con l’accusato.

52. Nella fase dell’indagine previa, un compito di particolare delicatezza che spetta all’Ordinario o al Gerarca è di decidere se e quando informare di essa l’accusato.

53. Per questo compito, non esiste un criterio uniforme, né vi sono esplicite disposizioni di Legge. Bisogna valutare l’insieme dei beni che sono in gioco: oltre alla protezione della buona fama delle persone interessate, c’è anche da tenere in conto per esempio il rischio di inquinamento dell’indagine previa, lo scandalo dei fedeli, l’opportunità di raccogliere prima tutti gli elementi indiziali che potrebbero essere utili o necessari.

54. Qualora si decidesse di ascoltare la persona segnalata, trattandosi di una fase precedente al giudizio non è obbligatorio provvedere a nominarle un avvocato d’ufficio. Se essa lo ritiene opportuno potrà tuttavia avvalersi dell’assistenza di un patrono da lei scelto. Alla persona segnalata non può essere imposto il giuramento (cf ex analogia cann. 1728 § 2 CIC e 1471 § 2 CCEO).

55. Le autorità ecclesiastiche devono impegnarsi affinché la presunta vittima e la sua famiglia siano trattati con dignità e rispetto, e devono offrire loro accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi, nonché assistenza spirituale, medica e psicologica, a seconda del caso specifico (cf art. 5 VELM). Altrettanto può essere fatto nei confronti dell’accusato. Si eviti però di dare l’impressione di voler anticipare le risultanze processuali.

56. È assolutamente necessario che, in questa fase, si eviti ogni atto che possa essere interpretato dalle presunte vittime come un ostacolo all’esercizio dei loro diritti civili di fronte alle autorità statali.

57. Là dove esistano strutture statali o ecclesiastiche di informazione e appoggio alle presunte vittime, o di consulenza per le autorità ecclesiali, è bene fare riferimento anche ad esse. Queste strutture hanno uno scopo di puro consiglio, di orientamento e di assistenza, e le loro analisi non costituiscono in alcun modo decisioni processuali canoniche.

58. Ai fini della tutela della buona fama delle persone coinvolte e della tutela del bene pubblico, così come per evitare altri fatti (per esempio, il diffondersi dello scandalo, il rischio di occultamento delle future prove, l’attivazione di minacce o altre condotte volte a distogliere la presunta vittima dall’esercizio dei suoi diritti, la tutela di altre possibili vittime), secondo l’art. 19 SST l’Ordinario o il Gerarca hanno il diritto, fin dall’inizio dell’indagine previa, di imporre le misure cautelari elencate nei cann. 1722 CIC e 1473 CCEO[5].

59. Le misure cautelari elencate in questi canoni costituiscono un elenco tassativo, ossia si potrà scegliere unicamente una o più di esse.

60. Ciò non toglie che l’Ordinario o il Gerarca possa imporre altre misure disciplinari, secondo i suoi poteri, che però, a stretto rigore di termini, non potranno essere definite “misure cautelari”.

d/ Come si impongono le misure cautelari?

61. Sia detto anzitutto che una misura cautelare non è una pena (le pene si impongono solo al termine di un processo penale), ma un atto amministrativo i cui fini sono descritti dai citati cann. 1722 CIC e 1473 CCEO. L’aspetto non penale della misura deve essere ben chiarito all’interessato, per evitare che egli pensi di essere già stato giudicato o punito prima del tempo. Va inoltre sottolineato che le misure cautelari si devono revocare se viene meno la causa che le ha suggerite e cessano quando l’eventuale processo penale avrà termine. Inoltre, esse possono essere modificate (aggravandole o alleggerendole) se le circostanze lo richiedessero. Si raccomanda comunque particolare prudenza e discernimento nel giudicare il venir meno della causa che ha suggerito le misure; non si esclude, inoltre, che esse – una volta revocate – possano essere imposte di nuovo.

62. Si rileva frequentemente che è ancora in uso l’antica terminologia di sospensione a divinis per indicare il divieto di esercizio del ministero imposto come misura cautelare a un chierico. È bene evitare questa denominazione, come anche quella di sospensione ad cautelam, perché nella vigente legislazione la sospensione è una pena e in questa fase non può ancora essere imposta. Correttamente la disposizione sarà denominata, per esempio, divieto o proibizione di esercizio del ministero.

63. È da evitare la scelta di operare semplicemente un trasferimento d’ufficio, di circoscrizione, di casa religiosa del chierico coinvolto, ritenendo che il suo allontanamento dal luogo del presunto delitto o dalle presunte vittime costituisca soddisfacente soluzione del caso.

64. Le misure cautelari di cui al n. 58 si impongono mediante un precetto singolare legittimamente notificato (cf cann. 49 ss. e 1319 CIC e 1406 e 1510 ss. CCEO).

65. Si ricordi che, quando si decidesse di modificare o revocare le misure cautelari, bisognerà farlo con apposito decreto legittimamente notificato. Non sarà necessario farlo, invece, alla fine dell’eventuale processo, dato che in quel momento esse cessano in forza del diritto.

e/ Che cosa fare per concludere l’indagine previa?

66. Si raccomanda, ai fini dell’equità e dell’esercizio ragionevole della giustizia, che la durata dell’indagine previa sia adeguata alle finalità dell’indagine stessa, ossia il raggiungimento della fondata verisimiglianza della notitia de delicto e della corrispettiva esistenza del fumus delicti. Il protrarsi ingiustificato della durata dell’indagine previa può costituire una negligenza da parte dell’autorità ecclesiastica.

67. Se l’indagine è stata svolta da persona idonea nominata dall’Ordinario o dal Gerarca, essa gli consegni tutti gli atti dell’indagine insieme a una propria valutazione delle risultanze dell’indagine.

68. Secondo i cann. 1719 CIC e 1470 CCEO, l’Ordinario o il Gerarca deve decretare la chiusura dell’indagine previa.

69. Secondo l’art. 16 SST, una volta che l’indagine previa sia conclusa, e qualunque ne sia l’esito, l’Ordinario o il Gerarca ha il dovere di inviare copia autentica dei relativi atti alla CDF, nei tempi più rapidi. Alla copia degli atti e alla tabella riassuntiva di cui all’Allegato, egli unisca la propria valutazione delle risultanze dell’indagine (votum), offrendo anche eventuali suoi suggerimenti circa la maniera di procedere (per esempio, se ritiene opportuno attivare una procedura penale, e di quale tipo; se possa ritenersi sufficiente la pena imposta dalle autorità civili; se sia preferibile l’applicazione di misure amministrative da parte dell’Ordinario o del Gerarca; se si debba invocare la prescrizione del delitto o concederne la deroga).

70. Nel caso in cui l’Ordinario o il Gerarca che ha svolto l’indagine previa sia un Superiore maggiore, è bene che trasmetta copia del fascicolo dell’indagine anche al Moderatore supremo (o al Vescovo di riferimento, nel caso di Istituti o Società di diritto diocesano), in quanto sono le figure con cui ordinariamente la CDF interloquirà nel seguito. A sua volta, il Moderatore supremo invierà alla CDF il proprio votum, come al n. 69.

71 Qualora l’Ordinario che ha svolto l’indagine previa non sia l’Ordinario del luogo dove è stato commesso il presunto delitto, il primo comunichi al secondo le risultanze dell’indagine.

72. Gli atti vengano inviati in un unico esemplare; è utile che essi siano autenticati da un Notaio, che sarà uno della Curia, se non ne è stato nominato uno apposito per l’indagine previa.

73. I cann. 1719 CIC e 1470 CCEO dispongono che l’originale di tutti gli atti venga conservato nell’archivio segreto della Curia.

74. Sempre secondo l’art. 16 SST, una volta inviati gli atti dell’indagine previa alla CDF, l’Ordinario o il Gerarca dovranno attendere comunicazioni o istruzioni in proposito da parte della CDF.

75. Chiaramente, qualora nel frattempo emergessero altri elementi relativi all’indagine previa o a nuove accuse, essi vengano trasmessi il più presto possibile alla CDF, a integrazione di quanto già in suo possesso. Se poi sembrasse utile riaprire l’indagine previa a motivo di tali elementi, se ne dia immediata comunicazione alla CDF.

IV. Che cosa può fare la CDF a questo punto?

76. Ricevuti gli atti dell’indagine previa, ordinariamente la CDF ne dà immediato riscontro all’Ordinario, al Gerarca, al Moderatore supremo (nel caso dei religiosi, anche alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; se poi il chierico è di una Chiesa orientale, alla Congregazione per le Chiese orientali; infine, alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli se il chierico appartiene a un territorio soggetto a quel Dicastero), comunicando – se già non lo si era fatto in precedenza – il numero di Protocollo corrispondente al caso. A questo numero bisognerà fare riferimento per ogni successiva comunicazione con la CDF.

77. In un secondo tempo, dopo aver studiato attentamente gli atti, alla CDF si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. La decisione presa viene comunicata all’Ordinario, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

a/ Che cosa sono le misure disciplinari non penali?

78. Le misure disciplinari non penali sono atti amministrativi singolari (ossia, atti dell’Ordinario o del Gerarca, oppure anche della CDF) con cui all’accusato viene imposto di fare o di non fare qualcosa. In questi casi, ordinariamente si impongono limitazioni nell’esercizio del ministero, più o meno estese in considerazione del caso, come anche talvolta l’obbligo di risiedere in un determinato luogo. Si sottolinea che non si tratta di pene, ma di atti di governo destinati a garantire e proteggere il bene comune e la disciplina ecclesiale, e ad evitare lo scandalo dei fedeli.

b/ Che cosa è un precetto penale?

79. La forma ordinaria con cui si impongono queste misure è il precetto penale ai sensi del can. 1319 § 1 CIC e 1406 § 1 CCEO. Il can. 1406 § 2 CCEO equipara ad esso l’ammonizione con minaccia di pena.

80. Le formalità richieste per un precetto sono quelle già ricordate (cann. 49 ss. CIC e 1510 ss. CCEO). Tuttavia, perché si tratti di un precetto penale, nel testo deve essere chiaramente indicata la pena comminata nel caso in cui il destinatario del precetto trasgredisca le misure che gli sono state imposte.

81. Si ricordi che, secondo il can. 1319 § 1 CIC, in un precetto penale non si possono comminare pene espiatorie perpetue; inoltre, la pena deve essere chiaramente determinata. Altre esclusioni di pene sono previste dal can. 1406 § 1 CCEO per i fedeli di rito orientale.

82. Tale atto amministrativo ammette ricorso nei termini di Legge.

c/ Che cosa sono i rimedi penali, le penitenze e le riprensioni pubbliche?

83. Per la definizione dei rimedi penali, delle penitenze e delle riprensioni pubbliche, si rimanda rispettivamente ai cann. 1339 e 1340 § 1 CIC, e 1427 CCEO[6].

V. Quali sono le decisioni possibili in una procedura penale?

84. Le decisioni al termine del processo penale, sia esso giudiziale o extragiudiziale potranno avere un esito di tre tipi:

– condannatorio (“constat”), se con certezza morale consti la colpevolezza dell’accusato in ordine al delitto ascrittogli. In tal caso si dovrà indicare specificatamente il tipo di sanzione canonica inflitta o dichiarata;

– assolutorio (“constat de non”), se con certezza morale consti la non colpevolezza dell’imputato, in quanto il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non è previsto dalla legge come delitto o è stato commesso da persona non imputabile;

 dimissorio (“non constat”), qualora non sia stato possibile raggiungere la certezza morale in ordine alla colpevolezza dell’imputato, in quanto manca o è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato ha commesso il fatto o che il delitto è stato commesso da persona imputabile.

Vi è la possibilità di provvedere al bene pubblico o al bene dell’accusato con opportune ammonizioni, rimedi penali e altre vie dettate dalla sollecitudine pastorale (cf can. 1348 CIC).

La decisione (per sentenza o per decreto) dovrà indicare a quale di questi tre generi fa riferimento, perché sia chiaro se “consta”, o “consta che non”, o “non consta”.

VI. Quali sono le procedure penali possibili?

85. Secondo la Legge, le procedure penali possibili sono tre: il processo penale giudiziale; il processo penale extragiudiziale; la procedura introdotta dall’art. 21 § 2, 2° SST.

86. La procedura prevista nell’art. 21 § 2, 2° SST[7] è riservata ai casi gravissimi, si conclude con una decisione diretta del Sommo Pontefice e prevede comunque che, anche se il compimento del delitto è manifesto, all’accusato sia garantito l’esercizio del diritto di difesa.

87. Per quanto riguarda il processo penale giudiziale, si rimanda alle apposite disposizioni di Legge, sia dei rispettivi Codici, sia degli artt. 8-15, 18-19, 21 § 1, 22-31 SST.

88. Il processo penale giudiziale non richiede la doppia sentenza conforme, pertanto la decisione assunta dalla eventuale seconda istanza tramite sentenza determina la res iudicata (cf anche art. 28 SST). Contro una sentenza che sia passata in giudicato è possibile solo la restitutio in integrum, purché si producano elementi che rendano palese la sua ingiustizia (cf cann. 1645 CIC, 1326 CCEO) o la querela di nullità (cf cann. 1619 ss. CIC, 1302 ss. CCEO). Il Tribunale costituito per questo tipo di processo è sempre collegiale, ed è formato da un minimo di tre giudici. Gode del diritto di appello alla sentenza di primo grado non solo la parte accusata che si ritiene ingiustamente gravata dalla sentenza, ma anche il Promotore di Giustizia della CDF (cf art. 26 § 2 SST).

89. Secondo gli artt. 16 e 17 SST, il processo penale giudiziale si può svolgere in CDF o essere affidato a un Tribunale inferiore. Circa la decisione in proposito, viene inviata apposita lettera esecutiva a quanti sono interessati.

90. Anche durante lo svolgimento di un processo penale, giudiziale o extragiudiziale, si possono imporre all’accusato le misure cautelari di cui ai nn. 58-65.

a/ Che cos’è il processo penale extragiudiziale?

91. Il processo penale extragiudiziale, talora chiamato “processo amministrativo”, è una forma di processo penale che riduce le formalità previste nel processo giudiziale, al fine di accelerare il corso della giustizia, senza per questo eliminare le garanzie processuali che sono previste dal giusto processo (cf can. 221 CIC e 24 CCEO).

92. Per i delitti riservati alla CDF, l’art. 21 § 2, 1° SST, derogando ai cann. 1720 CIC e 1486 CCEO, dispone che sia solo la CDF, in singoli casi, ex officio o su richiesta dell’Ordinario o del Gerarca, a decidere se procedere per questa via.

93. Come il processo giudiziale, anche il processo penale extragiudiziale si può svolgere in CDF o essere affidato a un’istanza inferiore, ossia all’Ordinario o al Gerarca dell’accusato, oppure a terzi incaricati a ciò dalla CDF, su eventuale richiesta dell’Ordinario o del Gerarca. Circa la decisione in proposito, viene inviata apposita lettera esecutiva a quanti sono interessati.

94. Il processo penale extragiudiziale si svolge con formalità leggermente differenti secondo i due Codici. Se vi fossero ambiguità circa il Codice a cui fare riferimento (per esempio nel caso di chierici di rito latino che operano in Chiese orientali, o chierici di rito orientale attivi in circoscrizioni latine), bisognerà chiarire con la CDF quale Codice seguire e, in seguito, attenersi scrupolosamente a tale decisione.

b/ Come si svolge un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?

95. Quando un Ordinario riceve dalla CDF l’incarico di svolgere un processo penale extragiudiziale, deve anzitutto decidere se presiedere personalmente il processo o nominare un proprio Delegato. Deve inoltre nominare due Assessori, che assisteranno lui o il suo Delegato nella fase di valutazione. Per la loro scelta, può essere opportuno attenersi ai criteri elencati nei cann. 1424 e 1448 § 1 CIC. È necessario nominare anche un Notaio, secondo i criteri richiamati al n. 41. Non è prevista la nomina del Promotore di giustizia.

96. Le suddette nomine avvengano tramite apposito decreto. Agli officiali sia richiesto il giuramento di compiere fedelmente l’incarico ricevuto, osservando il segreto. L’avvenuto giuramento deve constare agli atti.

97. Successivamente, l’Ordinario (o il suo Delegato) deve avviare il processo, con un decreto di convocazione dell’accusato. Tale decreto deve contenere: l’indicazione chiara della persona convocata, del luogo e del momento in cui dovrà comparire, dello scopo per cui viene convocato, cioè prendere atto dell’accusa (che il testo del decreto richiamerà per sommi capi) e delle corrispondenti prove (che non è necessario elencare già nel decreto), ed esercitare il suo diritto alla difesa.

98. Benché non esplicitamente previsto dalla Legge per il caso di un processo extragiudiziale, tuttavia, trattandosi di materia penale, è quanto mai opportuno che l’accusato, secondo il disposto dei cann. 1723 e 1481 §§ 1-2 CIC, abbia un procuratore e/o avvocato che lo assiste, da lui scelto o – se egli non lo fa – nominato d’ufficio. Il nominativo dell’avvocato deve essere fornito all’Ordinario (o al suo Delegato) prima della sessione di notifica delle accuse e delle prove, con apposito mandato procuratorio autentico secondo il can. 1484 § 1 CIC, per le necessarie verifiche sui requisiti richiesti dal can. 1483 CIC[8].

99. Se l’accusato rifiuta o trascura di comparire, l’Ordinario (o il suo Delegato) valuti se effettuare una seconda convocazione.

100. L’accusato che rifiuta o trascura di comparire in prima o in seconda convocazione venga avvertito che il processo andrà avanti nonostante la sua assenza. Questa notizia può essere data già al momento della prima convocazione. Se l’accusato ha trascurato o rifiutato di comparire, la cosa venga verbalizzata e si proceda ad ulteriora.

101. Giunti il giorno e l’ora della sessione di notifica delle accuse e delle prove, all’accusato e all’eventuale avvocato che lo accompagna viene esibito il fascicolo degli atti dell’indagine previa. Si renda noto l’obbligo di rispettare il segreto di ufficio.

102. Si presti particolare attenzione al fatto che, se il caso coinvolge il sacramento della Penitenza, venga rispettato l’art. 24 SST, che prevede che all’accusato non venga riferito il nome della presunta vittima, a meno che essa non abbia espressamente acconsentito a rivelarlo.

103. Non è obbligatorio che alla sessione di notifica prendano parte gli Assessori.

104. La notifica di accusa e prove avviene allo scopo di dare all’accusato la possibilità di difendersi (cf can. 1720, 1° CIC).

105. Con “accusa” si intende il delitto che la presunta vittima o altra persona sostiene essere accaduto, secondo quanto risultato durante l’indagine previa. Presentare l’accusa significa dunque rendere noto all’accusato il delitto che gli si attribuisce, secondo quanto lo configura (per esempio, luogo di accadimento, numero ed eventualmente nominativo delle presunte vittime, circostanze).

106. Con “prove” si intende l’insieme di tutto il materiale raccolto durante l’indagine previa e altro materiale eventualmente acquisito: anzitutto la verbalizzazione delle accuse rilasciate dalle presunte vittime; poi i documenti pertinenti (per esempio cartelle cliniche, scambi epistolari anche per via elettronica, fotografie, prove d’acquisto, estratti conto bancari); i verbali delle dichiarazioni di eventuali testimoni; e, infine, eventuali perizie (mediche — tra cui quelle psichiatriche —, psicologiche, grafologiche) che chi ha condotto l’indagine abbia ritenuto di accogliere o far eseguire. Si osservino le regole di riservatezza eventualmente imposte dalla legge civile.

107. L’insieme di quanto sopra viene chiamato “prove” perché, pur essendo stato raccolto in fase antecedente il processo, nel momento in cui viene aperto il processo extragiudiziale diventa automaticamente un insieme di prove.

108. In qualunque fase del processo, è lecito che l’Ordinario o il suo Delegato dispongano la raccolta di ulteriori prove, se sembra loro opportuno in base alle risultanze dell’indagine previa. Ciò può accadere anche in base alle istanze dell’accusato in fase di difesa. I risultati andranno ovviamente presentati all’accusato durante lo svolgimento di essa. Gli venga presentato quanto raccolto a seguito delle istanze difensive, indicendo una nuova sessione di contestazione di accuse e prove, qualora si siano riscontrati nuovi elementi di accusa o di prova; altrimenti, questo materiale si può considerare semplicemente come elemento integrante della difesa.

109. La difesa può avvenire secondo due modalità: a/ raccogliendola seduta stante con apposito verbale sottoscritto da tutti i presenti (ma, in particolare, da: Ordinario o suo Delegato; accusato ed eventuale avvocato; Notaio); b/ fissando un ragionevole termine entro il quale detta difesa venga presentata all’Ordinario o al suo Delegato, in forma scritta.

110. Si ricordi attentamente che, secondo il can. 1728 § 2 CIC, l’accusato non è tenuto a confessare il delitto, né può essergli imposto il giuramento de veritate dicenda.

111. La difesa dell’accusato può chiaramente servirsi di tutti i mezzi leciti, come per esempio la richiesta di udire testimoni di parte, o esibire documenti e perizie.

112. Per quanto riguarda l’ammissione di queste prove (e, in particolare, la raccolta di dichiarazioni di eventuali testimoni), valgono i criteri discrezionali permessi al giudice dalla Legge generale sul giudizio contenzioso[9].

113. Qualora il caso concreto lo richieda, l’Ordinario o il suo Delegato valuti la credibilità circa gli intervenuti nel processo[10]. Però, secondo l’art. 24 § 2 SST, è obbligato a farlo a proposito del denunciante qualora sia coinvolto il sacramento della Penitenza.

114. Trattandosi di processo penale, non è previsto l’obbligo di un intervento del denunciante in fase processuale. Di fatto, egli ha esercitato il suo diritto contribuendo alla formazione dell’accusa e alla raccolta delle prove. Da quel momento, l’accusa viene portata avanti dall’Ordinario o dal suo Delegato.

c/ Come si conclude un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?

115. Egli invita i due Assessori a fornire entro un certo ragionevole termine la loro valutazione delle prove e degli argomenti di difesa, di cui al can. 1720, 2° CIC. Nel decreto può anche invitarli a una sessione comune, in cui svolgere tale valutazione. Il fine di tale sessione è evidentemente di facilitare l’analisi, la discussione e il confronto. Per tale sessione, facoltativa ma raccomandabile, non sono previste particolari formalità giuridiche.

116. Si fornisca previamente agli Assessori tutto il fascicolo processuale, concedendo loro un tempo congruo per lo studio e la valutazione personale. È bene ricordare loro l’obbligo di osservare il segreto di ufficio.

117. Benché non sia previsto dalla Legge, è bene che il parere degli Assessori venga redatto in forma scritta, per facilitare la stesura del successivo decreto conclusivo da parte di chi di dovere.

118. Allo stesso fine, se la valutazione delle prove e degli argomenti di difesa avviene durante una sessione comune, è consigliabile prendere una serie di appunti sugli interventi e sulla discussione, anche in forma di verbale sottoscritto dagli intervenuti. Questi scritti ricadono sotto segreto di ufficio e non devono essere diffusi.

119. Qualora consti del delitto con certezza, l’Ordinario o il suo Delegato (cf can. 1720, 3° CIC) dovrà emanare un decreto con cui chiudere il processo, imponendo la pena, il rimedio penale o la penitenza che egli riterrà più adeguata alla riparazione dello scandalo, al ristabilimento della giustizia e all’emendamento del reo.

120. L’Ordinario ricordi sempre che, se intende imporre una pena espiatoria perpetua, secondo l’art. 21 § 2, 1° SST dovrà avere il mandato previo della CDF. Viene in tal modo derogato, limitatamente a questi casi, il divieto di infliggere pene perpetue per decreto, di cui al can. 1342 § 2 CIC.

121. L’elenco delle pene perpetue è unicamente quello previsto dal can. 1336 § 1 CIC[11], con le avvertenze di cui ai cann. 1337 e 1338 CIC[12].

122. Poiché si tratta di un processo extragiudiziale, si abbia cura di ricordare che il decreto penale non è una sentenza, che si emette solo alla fine di un processo giudiziale, anche se – come una sentenza – esso impone una pena.

123. Il decreto in questione è un atto personale dell’Ordinario o del suo Delegato, pertanto non deve essere firmato dagli Assessori, ma solo autenticato dal Notaio.

124. Oltre alle formalità generali previste per ogni decreto (cf cann. 48-56 CIC), il decreto penale dovrà citare per sommi capi i principali elementi dell’accusa e dello svolgimento del processo, ma soprattutto esporre almeno brevemente le ragioni su cui si fonda la decisione, in diritto (elencando cioè i canoni su cui la decisione si fonda – per esempio, quelli che definiscono il delitto, quelli che definiscono eventuali attenuanti, esimenti o aggravanti – e, almeno in modo essenziale, la logica giuridica che ha portato a decidere di applicarli) e in fatto.

125. La motivazione in fatto è chiaramente la più delicata, perché l’autore del decreto deve esporre le ragioni in base alle quali, confrontando il materiale dell’accusa e quanto affermato nella difesa, di cui dovrà rendere conto sinteticamente nell’esposizione, è giunto a ritenersi certo del compimento o del non compimento del delitto, o della non sufficiente certezza morale.

126. Ben comprendendo che non tutti possiedono articolate conoscenze del diritto canonico e del suo linguaggio formale, per un decreto penale si richiede che venga principalmente messo in evidenza il ragionamento svolto, più che curare nel dettaglio la precisione terminologica. Eventualmente si ricorra all’aiuto di persone competenti.

127. La notifica del decreto nella sua integrità (quindi, non solo della parte dispositiva) avverrà tramite i mezzi legittimi previsti (cf cann. 54-56 CIC[13]) e deve constare in debita forma.

128. In qualunque caso, comunque, si deve inviare alla CDF copia autenticata degli atti processuali (se già non erano stati trasmessi) e del decreto notificato.

129. Se la CDF decide di avocare a sé il processo penale extragiudiziale, tutti gli adempimenti previsti a partire dal n. 91 saranno chiaramente a proprio carico, fatto salvo il diritto di chiedere la collaborazione delle istanze inferiori, se necessario.

d/ Come si svolge un processo penale extragiudiziale secondo il CCEO?

130. Come si è detto nel n. 94, il processo penale extragiudiziale secondo il CCEO si svolge con alcune peculiarità proprie di quel diritto. Ai fini di una maggiore scorrevolezza espositiva, per evitare ripetizioni, si indicheranno solo tali peculiarità: pertanto, alla prassi fin qui descritta e in comune con il CIC, bisognerà fare gli adattamenti che seguono.

131. Anzitutto va ricordato che il dettato del can. 1486 CCEO va scrupolosamente seguito, pena la mancanza di validità del decreto penale.

132. Nel processo penale extragiudiziale secondo il CCEO non c’è la presenza degli Assessori, ma è invece obbligatoria quella del Promotore di giustizia.

133. La sessione di notifica dell’accusa e delle prove si deve svolgere con la presenza obbligatoria del Promotore di giustizia e del Notaio.

134. Secondo il can. 1486 § 1, 2° CCEO, la sessione di notifica e conseguentemente la raccolta della difesa va svolta unicamente in discussione orale. Ciò non esclude tuttavia che, per tale discussione, la difesa possa essere consegnata in forma scritta.

135. Si invita a ponderare con particolare attenzione, in base alla gravità del delitto, se le pene di cui al can. 1426 § 1 CCEO siano veramente adeguate per raggiungere quanto previsto dal can. 1401 CCEO. Nella decisione circa la pena da imporre si osservino i cann. 1429[14] e 1430[15] CCEO.

136. Il Gerarca o il suo Delegato ricordi sempre che, secondo l’art. 21 § 2, 1° SST, sono abrogati i divieti di cui al can. 1402 § 2 CCEO. Pertanto, egli potrà imporre per decreto una pena espiatoria perpetua, avuto tuttavia il mandato previo della CDF richiesto dal medesimo art. 21 § 2, 1° SST.

137. Per stendere il decreto penale valgono i medesimi criteri indicati ai nn. 119-126.

138. La notifica, poi, avverrà nei termini del can. 1520 CCEO e deve constare in debita forma.

139. Per tutto quanto non si è detto nei numeri precedenti, si faccia riferimento a quanto scritto per il processo extragiudiziale secondo il CIC, anche nell’eventuale svolgimento del processo in CDF.

e/ Il decreto penale ricade sotto il segreto pontificio?

140. Come già richiamato (cf n. 47), gli atti processuali e la decisione si trovano sotto il segreto di ufficio. Bisogna costantemente richiamare a questo tutti gli intervenuti nel processo, a qualunque titolo.

141. Il decreto va notificato integralmente all’accusato. La notifica va fatta al suo procuratore, se egli se ne è avvalso.

VII. Che cosa può succedere quando finisce una procedura penale?

142. Secondo il tipo di procedura attivata, vi sono differenti possibilità che spettano a chi è intervenuto come parte nella procedura stessa.

143. Se vi è stata la procedura secondo l’art. 21 § 2, 2° SST, trattandosi di un atto del Romano Pontefice esso è inappellabile (cf cann. 333 § 3 CIC e 45 § 3 CCEO).

144. Se vi è stato un processo penale giudiziale, si aprono le possibilità di impugnazione previste dalla Legge, ossia la querela di nullità, la restitutio in integrum e l’appello.

145. Secondo l’art. 20, 1° SST, l’unico Tribunale di seconda istanza che si può adire è quello della CDF.

146. Per presentare appello, si segue il disposto di Legge, notando accuratamente che l’art. 28, 2° SST modifica i termini di presentazione dell’appello, imponendo il termine perentorio di un mese, da contarsi secondo quanto disposto dai cann. 202 § 1 CIC e 1545 § 1 CCEO.

147. Se vi è stato un processo penale extragiudiziale, è data la possibilità di presentare ricorso contro il decreto che lo conclude secondo i termini previsti dalla Legge, ossia dai cann. 1734 ss. CIC e 1487 CCEO (cf punto VIII).

148. Appelli e ricorsi, secondo i cann. 1353 CIC, e 1319 e 1487 § 2 CCEO, hanno effetto sospensivo della pena.

149. Poiché la pena è sospesa e si è ritornati in una fase analoga a quella preprocessuale, restano in vigore le misure cautelari con le stesse avvertenze e modalità di cui ai nn. 58-65.

VIII. Che cosa fare in caso di ricorso contro un decreto penale?

150. La Legge prevede modalità differenti, secondo i Codici.

a/ Che cosa prevede il CIC in caso di ricorso contro un decreto penale?

151. Chi intende presentare un ricorso contro un decreto penale, secondo il can. 1734 CIC deve chiederne prima la riforma all’autore (Ordinario o suo Delegato) entro il termine perentorio di dieci giorni utili dalla legittima notifica.

152. L’autore, secondo il can. 1735 CIC, entro trenta giorni da quando ha ricevuto la domanda può rispondere correggendo il proprio decreto (ma, prima di procedere in tal caso, è bene consultarsi immediatamente con la CDF), o respingendo la domanda. Ha anche facoltà di non rispondere in alcun modo.

153. Contro il decreto corretto, il respingimento della domanda o il silenzio dell’autore, il ricorrente può rivolgersi alla CDF direttamente o tramite l’autore del decreto (cf can. 1737 § 1 CIC) o tramite procuratore, nei termini perentori di 15 giorni utili previsti dal can. 1737 § 2 CIC[16].

154. Se il ricorso gerarchico è stato presentato all’autore del decreto, questi lo deve immediatamente trasmettere alla CDF (cf can. 1737 § 1 CIC). Dopo di che (come pure se il ricorso è stato presentato direttamente in CDF), l’autore del decreto deve unicamente attendere eventuali istruzioni o richieste della CDF, che comunque lo informerà circa l’esito dell’esame del ricorso.

b/ Che cosa prevede il CCEO in caso di ricorso contro un decreto penale?

155. Il CCEO prevede una procedura più semplice rispetto al CIC. Infatti, il can. 1487 § 1 CCEO prevede unicamente che il ricorso venga inviato alla CDF entro dieci giorni utili dalla notifica.

156. L’autore del decreto, in tal caso, non deve fare nulla, se non attendere eventuali istruzioni o richieste della CDF, che comunque lo informerà circa l’esito dell’esame del ricorso. Tuttavia, se si tratta dell’Ordinario, dovrà prendere atto degli effetti sospensivi del ricorso, di cui al n. 148.

IX. C’è qualcosa che bisogna tenere sempre presente?

157. Fin da quando si ha la notitia de delicto, l’accusato ha diritto di presentare domanda di essere dispensato da tutti gli oneri connessi con il suo stato di chierico, compreso il celibato, e, contestualmente, dagli eventuali voti religiosi. L’Ordinario o il Gerarca deve chiaramente informarlo di questo suo diritto. Qualora il chierico decidesse di avvalersi di questa possibilità, dovrà scrivere apposita domanda, rivolta al Santo Padre, presentandosi e indicando in breve le motivazioni per cui la chiede. La domanda deve essere chiaramente datata e firmata dall’Oratore. Essa andrà consegnata alla CDF, accompagnata dal votum dell’Ordinario o Gerarca. La CDF, a sua volta, provvederà all’inoltro e – se il Santo Padre accetterà l’istanza – trasmetterà all’Ordinario o Gerarca il rescritto di dispensa, chiedendogli di provvedere alla legittima notifica all’Oratore.

158. Per tutti gli atti amministrativi singolari emanati o approvati dalla CDF è data facoltà di ricorso ex art. 27 SST[17]. Il ricorso, ai fini della sua ammissibilità, deve determinare con chiarezza il petitum e contenere le motivazioni in iure in facto sulle quali si basa. Il ricorrente deve sempre avvalersi di un avvocato, munito di apposito mandato.

159. Se una Conferenza episcopale ha già provveduto a scrivere le proprie linee guida in merito al trattamento dei casi di abuso sessuale di minori, rispondendo all’invito fatto dalla CDF nel 2011, questo testo dovrà essere tenuto presente.

160. Capita talvolta che la notitia de delicto riguardi un chierico già deceduto. In tal caso, non può essere attivato alcun tipo di procedura penale.

161. Se un chierico segnalato muore durante l’indagine previa, non sarà possibile aprire una successiva procedura penale. Si raccomanda comunque all’Ordinario o al Gerarca di darne ugualmente informazione alla CDF.

162. Se un chierico accusato muore durante il processo penale, il fatto venga comunicato alla CDF.

163. Se, in fase di indagine previa, un chierico accusato ha perso tale stato canonico in seguito a concessione di dispensa o a pena imposta in altra procedura, l’Ordinario o il Gerarca valuti se sia opportuno condurre a termine l’indagine previa, a fini di carità pastorale e per esigenze di giustizia nei confronti delle presunte vittime. Se ciò poi avviene a processo penale già avviato, essa potrà comunque essere condotta a termine, se non altro ai fini di definire la responsabilità nell’eventuale delitto e di imporre eventuali pene. Va infatti ricordato che, nella definizione di delictum gravius, conta che l’accusato fosse chierico al tempo dell’eventuale delitto, non al tempo della procedura.

164. Fatto salvo quanto previsto dall’Istruzione sulla riservatezza delle cause del 6 dicembre 2019, l’autorità ecclesiastica competente (Ordinario o Gerarca) informi nei dovuti modi la presunta vittima e l’accusato, qualora ne facciano richiesta, circa le singole fasi del procedimento, avendo cura di non rivelare notizie coperte da segreto pontificio o segreto di ufficio la cui divulgazione potrebbe portare detrimento a terzi.

* * *

Questo Vademecum non pretende di sostituirsi alla formazione degli operatori del diritto canonico, in particolare per quanto riguarda la materia penale e processuale. Soltanto una conoscenza approfondita della Legge e dei suoi intendimenti potrà rendere il debito servizio alla verità e alla giustizia, da ricercarsi con peculiare attenzione in materia di delicta graviora in ragione delle profonde ferite che infliggono alla comunione ecclesiale.


[1] Art. 7 SST – § 1. Fatto salvo il diritto della Congregazione per la Dottrina della Fede di derogare alla prescrizione per i singoli casi, l’azione criminale relativa ai delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede si estingue per prescrizione in vent’anni. § 2. La prescrizione decorre a norma del can. 1362 § 2 del Codice di Diritto Canonico e del can. 1152 § 3 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Ma nel delitto di cui all’art. 6 § 1, 1°, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto diciotto anni.[2] Art. 24 SST – § 1. Nelle cause per i delitti di cui all’art. 4 § 1, il Tribunale non può rendere noto il nome del denunciante, né all’accusato, e neppure al suo Patrono, se il denunciante non ha dato espresso consenso. § 2. Lo stesso Tribunale deve valutare con particolare attenzione la credibilità del denunciante. § 3. Tuttavia, bisogna provvedere a che si eviti assolutamente qualunque pericolo di violazione del sigillo sacramentale.

[3] Art. 8 SST – § 2. Questo Supremo Tribunale giudica anche gli altri delitti […] in ragione della connessione della persona e della complicità.

[4] Can. 1428 CIC – § 1. Il giudice o il presidente del tribunale collegiale possono designare un uditore per svolgere l’istruttoria della causa, scegliendolo tra i giudici del tribunale o tra le persone approvate dal Vescovo a tale incarico. § 2. Il Vescovo può approvare all’incarico di uditore chierici o laici, che rifulgano per buoni costumi, prudenza e dottrina. Can. 1093 CCEO – § 1. Il giudice o il presidente del tribunale collegiale possono designare un uditore per svolgere l’istruttoria della causa, scegliendolo o tra i giudici del tribunale o tra i fedeli cristiani ammessi dal Vescovo eparchiale a questo ufficio. § 2. Il Vescovo eparchiale può ammettere all’ufficio di uditore dei fedeli cristiani, che si distinguano per buoni costumi, per prudenza e dottrina.

[5] Can. 1722 CIC – L’Ordinario per prevenire gli scandali, tutelare la libertà dei testimoni e garantire il corso della giustizia, può […] allontanare l’imputato dal ministero sacro o da un ufficio o compito ecclesiastico, imporgli o proibirgli la dimora in qualche luogo o territorio, o anche vietargli di partecipare pubblicamente alla santissima Eucaristia […]. Can. 1473 CCEO – Al fine di prevenire gli scandali, di proteggere la libertà dei testimoni e di tutelare il corso della giustizia, il Gerarca può […] impedire all’imputato l’esercizio dell’Ordine sacro, dell’ufficio, del ministero o di altro incarico, imporgli o proibirgli il soggiorno in qualche luogo o territorio, o anche proibirgli di ricevere pubblicamente la divina Eucaristia […].

[6] Can. 1339 CIC – § 1. L’Ordinario può ammonire, personalmente o tramite un altro, colui che si trovi nell’occasione prossima di delinquere, o sul quale dall’indagine fatta cada il sospetto grave d’aver commesso il delitto. § 2. Può anche riprendere, in modo appropriato alle condizioni della persona e del fatto, chi con il proprio comportamento faccia sorgere scandalo o turbi gravemente l’ordine. § 3. Dell’ammonizione e della riprensione deve sempre constare almeno da un qualche documento, che si conservi nell’archivio segreto della curia. Can. 1340 § 1 CIC: La penitenza che può essere imposta in foro esterno, consiste in una qualche opera di religione, di pietà o di carità da farsi. Can. 1427 CCEO – § 1: Salvo restando il diritto particolare, la riprensione pubblica ha luogo o davanti al notaio o a due testimoni oppure a mezzo di lettera in modo però che consti da qualche documento della ricezione e del contenuto della lettera. § 2. Bisogna guardarsi affinché nella riprensione pubblica non si dia uno spazio maggiore di quanto è necessario, all’infamia del reo.

[7] Art. 21 § 2, 2° SST – Alla Congregazione per la Dottrina della Fede è lecito: […] 2° deferire direttamente alla decisione del Sommo Pontefice in merito alla dimissione dallo stato clericale o alla deposizione, insieme alla dispensa dalla legge del celibato, i casi più gravi, quando consta manifestamente il compimento del delitto, dopo che sia stata data al reo la facoltà di difendersi.

[8] Can. 1483 CIC – Procuratore ed avvocato devono essere maggiorenni e di buona fama; l’avvocato deve inoltre essere cattolico, a meno che il Vescovo diocesano non permetta altrimenti, e dottore in diritto canonico, o in caso contrario veramente esperto, ed approvato dal Vescovo stesso.

[9] Ex analogia can. 1527 CIC – § 1. Possono essere addotte prove di qualunque genere, che sembrino utili per esaminare la causa e siano lecite.

[10] Ex analogia can. 1572 CIC – Nella valutazione delle testimonianze, il giudice, dopo aver richiesto, se necessario, lettere testimoniali, prenda in considerazione: 1) quale sia la condizione e l’onestà della persona; 2) se la testimonianza è fatta per conoscenza propria, soprattutto per aver veduto o udito personalmente, oppure in base alla propria opinione, per fama o per averlo udito da altri; 3) se il teste sia costante e fermamente coerente con se stesso, oppure sia variabile, insicuro o dubbioso; 4) se abbia contestimoni su quanto ha deposto, e sia confermato o no da altri elementi di prova.

[11] Can. 1336 CIC – § 1. Le pene espiatorie, che possono essere applicate a un delinquente in perpetuo oppure per un tempo prestabilito o indeterminato, oltre alle altre che la legge può eventualmente aver stabilito, sono queste: 1) la proibizione o l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio; 2) la privazione della potestà, dell’ufficio, dell’incarico, di un diritto, di un privilegio, di una facoltà, di una grazia, di un titolo, di un’insegna, anche se semplicemente onorifica; 3) la proibizione di esercitare quanto si dice al n. 2, o di farlo in un determinato luogo o fuori di esso; queste proibizioni non sono mai sotto pena di nullità; 4) il trasferimento penale ad altro ufficio; 5) la dimissione dallo stato clericale.

[12] Can. 1337 CIC – § 1. La proibizione di dimorare in un determinato luogo o territorio può essere applicata sia ai chierici sia ai religiosi; l’ingiunzione di dimorarvi può essere applicata ai chierici secolari e, nei limiti delle costituzioni, ai religiosi. § 2. Per infliggere l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio, è necessario che vi sia il consenso dell’Ordinario di quel luogo, salvo non si tratti di una casa destinata alla penitenza ed alla correzione dei chierici anche extradiocesani. Can. 1338 CIC – § 1. Le privazioni e le proibizioni recensite nel can. 1336 § 1, 2° e 3°, non si applicano mai a potestà, uffici, incarichi, diritti, privilegi, facoltà, grazie, titoli, insegne che non siano sotto la potestà del superiore che costituisce la pena. § 2. Non si può privare alcuno della potestà di ordine, ma soltanto proibire di esercitarla o di esercitarne alcuni atti; parimenti non si può privare dei gradi accademici. § 3. Per le proibizioni indicate nel can. 1336 § 1, 3°, si deve osservare la norma data per le censure al can. 1335.

[13] Can. 54 CIC – § 1. Il decreto singolare, la cui applicazione viene affidata all’esecutore, ha effetto dal momento dell’esecuzione; in caso contrario dal momento in cui viene intimato alla persona per autorità di colui che emette il decreto. § 2. Il decreto singolare, per poterne urgere l’osservanza, deve essere intimato con un legittimo documento a norma del diritto. Can. 55 CIC – Fermo restando il disposto dei cann. 37 e 51, quando una gravissima ragione si frapponga alla consegna del testo scritto del decreto, il decreto si ritiene intimato se viene letto alla persona cui è destinato di fronte a un notaio o a due testimoni, con la redazione degli atti, da sottoscriversi da tutti i presenti. Can. 56 CIC – Il decreto si ritiene intimato, se colui al quale è destinato, chiamato nel dovuto modo a ricevere o ad udire il decreto, senza giusta causa non comparve o ricusò di sottoscrivere.

[14] Can. 1429 CCEO – § 1. La proibizione di dimorare in un determinato luogo o territorio può colpire solo i chierici o i religiosi o i membri di una società di vita comune a guisa dei religiosi; la prescrizione invece di dimorare in un determinato luogo o territorio non può colpire se non i chierici ascritti a un’eparchia, salvo il diritto degli istituti di vita consacrata. § 2. Per infliggere la prescrizione di dimorare in un determinato luogo o territorio, si richiede il consenso del Gerarca del luogo, a meno che non si tratti o della casa di un istituto di vita consacrata di diritto pontificio o patriarcale, nel qual caso si richiede il consenso del Superiore competente, oppure di una casa destinata alla penitenza e all’emendamento di chierici di più eparchie.

[15] Can. 1430 CCEO – § 1. Le privazioni penali possono colpire soltanto le potestà, gli uffici, i ministeri, gli incarichi, i diritti, i privilegi, le facoltà, le grazie, i titoli, le insegne che sono sotto la potestà dell’autorità che costituisce la pena o del Gerarca che ha promosso il giudizio penale o che la infligge con decreto; lo stesso vale per il trasferimento penale ad altro ufficio. § 2. Non può esserci la privazione della potestà di ordine sacro, ma solo la proibizione di esercitare tutti o alcuni dei suoi atti a norma del diritto comune; così pure non può esserci la privazione dei gradi accademici.

[16] Can. 1737 § 2 CIC – Il ricorso deve essere presentato entro il termine perentorio di quindici giorni utili, che […] decorrono a norma del can. 1735.

[17] Art. 27 SST – Contro gli atti amministrativi singolari emessi o approvati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nei casi dei delitti riservati, si ammette il ricorso, presentato entro il termine perentorio di sessanta giorni utili, alla Congregazione Ordinaria (ossia, Feria IV) del medesimo Dicastero, la quale giudica il merito e la legittimità, eliminato qualsiasi ulteriore ricorso di cui all’art. 123 della Costituzione Apostolica “Pastor bonus”.

Delitti nel Deep Web: uno scrittore l’aveva previsto.

Sembra il titolo di un film, eppure, purtroppo, la vicenda è reale. Perché alcuni ragazzi, per altro minori, hanno sentito il desiderio malato di pagare qualcuno dall’altra parte del mondo per far del male ad altri ragazzini? E’ la domanda che ci poniamo noi, e che deve essere balenata probabilmente anche agli inquirenti dell’’ “Operazione Delirio”. Rimbalza su tutti i giornali in queste ore che in Italia è stata scoperta una chat in cui ragazzi tra i 13 e i 17 anni si scambiavano foto e video di ragazzini torturati, pare nel sud est asiatico. Ed erano gli stessi italiani a pagare, con denaro digitale, gli aguzzini nel deep-web, la parte illegale di internet, in cui si trova davvero di tutto: sesso, droga, violenza.

E’ molto difficile indagare nel Deep, a causa di codici protetti e meandri della rete oscura. Tempo fa un libro-inchiesta della Tau Editrice dal titolo “Occultismo. L’attualità di un mito. La presenza dell’ignoto”, aveva affrontato per mano del saggista Danilo Campanella anche il problema dell’occulto 2.0. Nel libro un capitolo è dedicato proprio alla parte oscura di Internet. L’autore è stato un’altra voce inascoltata? Spesso noi prendiamo sotto gamba certe tematiche, ritenendole fantapolitica. La domanda che ci si pone è, ancora una volta, cosa si può fare per comprendere il perché alcuni ragazzi si prestano a certi orrori che, normalmente, si vedono soltanto nella finzione cinematografica?

Detassazione premi di produttività: pubblicato il Report al 14 luglio 2020

È consultabile online il Report sull’andamento dei premi di produttività, ricavato dalla procedura per il deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha attivato a seguito del Decreto Interministeriale 25 marzo 2016, relativo alla detassazione dei premi di produttività.

Il Report, aggiornato alla data del 14 luglio 2020, si compone di due parti: nella prima è fornita un’indicazione del trend della misura e della sua diffusione territoriale; la seconda è dedicata al monitoraggio dei soli contratti “attivi”.

Alla data di chiusura del Report, le dichiarazioni di conformità compilate, redatte secondo l’articolo 5 del Decreto, sono state 56.131. Nello specifico, 11.998 dichiarazioni di conformità si riferiscono a contratti tuttora attivi; di queste, 9.144 sono riferite a contratti aziendali 2.854 a contratti territoriali.

Dei 11.998 contratti attivi, 9.433 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 7.074 di redditività, 5.524 di qualità, mentre 1.436 prevedono un piano di partecipazione e 6.918 prevedono misure di welfare aziendale.

Prendendo in considerazione la distribuzione geografica, per sede legale, delle aziende che hanno depositato le 56.131 dichiarazioni ritroviamo che il 77% è concentrato al Nord, il 16% al Centro il 7% al Sud.

Una analisi per settore di attività economica evidenzia come il 58% delle dichiarazioni si riferisca ai Servizi, il 41% all’Industria e il 1% all’Agricoltura.

 

Per la consultazione integrale dei dati, vai al Report

Allarme su Nature: nei prossimi mesi boom di fratture tra over 65

Nei prossimi mesi ci sarà una drammatica impennata di fratture e loro complicanze negli over 65. Gli anziani sono i più colpiti non solo da Covid-19, ma anche da numerose altre patologie correlate, come l’osteoporosi. E le statistiche parlano chiaro: già oggi l’80% delle persone trattate per una frattura non riceve una terapia anti-osteoporosi, accrescendo così il rischio di patologie correlate e nuove fratture.

Così lo stop dei mesi scorsi delle attività sanitarie sulle malattie croniche, come osteoporosi e riabilitazione, fa prevedere agli esperti una nuova impennata delle fratture. Ad affermarlo, in un articolo pubblicato su ‘Nature Reviews Endocrinology’, è Nicola Napoli, medico dell’unità di Endocrinologia del Policlinico universitario Campus Bio-Medico.

La pandemia in corso in tutto il mondo e la cura dei pazienti con fragilità ossea sono quindi strettamente connesse. I dati a disposizione indicano che la maggior parte dei pazienti ospedalizzati con Covid-19 ha una età media superiore ai 60 anni: sono soggetti fragili e con almeno un’altra patologia in corso che, insieme all’immobilizzazione e a trattamenti di lungo periodo, aumentano il rischio di fragilità ossea e di fratture.

Secondo gli ultimi dati disponibili, inoltre, in Italia sono circa 3,5 milioni le donne e 1 milione gli uomini affetti da osteoporosi. Nei prossimi 20 anni, con il progressivo invecchiamento della popolazione, si prevede un aumento del 25% degli over 65, e la Società italiana dell’osteoporosi stima un proporzionale incremento dell’incidenza di osteoporosi nella popolazione.

Alla ricerca del centro perduto

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Aveva iniziato Berlusconi nel Novembre scorso, quando annunciò l’avvio dell’esperimento di “ Altra Italia”, una federazione di forze moderate e centriste. Il progetto era ed è strettamente collegato al tipo di legge elettorale con cui, alla fine, si andrà a votare alle prossime elezioni politiche. La scelta compiuta in quei mesi dell’azzeramento dei coordinatori di Forza Italia, provocò la scissione di Giovanni Toti e le ire di Mara Carfagna, e la fibrillazione costante e progressiva dei gruppi parlamentari e in periferia di quel partito.

Si era così avviato un processo di ricomposizione dell’area centrale al quale anche noi “ DC non pentiti” siamo da molto tempo interessati, tanto da esserci battuti per ricomporre i diversi partiti, associazioni, movimenti e gruppi nella Federazione Popolare dei DC, costituita con atto notarile nello stesso mese di Novembre 2019. Nella recente assemblea della Federazione tenutasi il 2 Luglio, si è unanimemente concordato sia il nome e il simbolo della Federazione, sia di presentarci con liste unitarie alle elezioni regionali e comunali di Settembre, con lo scudo crociato e il nome di “Unione Democratici Cristiani”.

In parallelo i gruppi de la “ Rete bianca”, “Costruire Insieme” e “Politica Insieme”, che avevano condiviso “il manifesto Zamagni”, sono interessati a dar vita a la “Parte bianca” . Trattasi di due progetti, il nostro e il loro, che contengono molti elementi in comune, non solo per il riferimento alle medesime radici politico culturali di ispirazione popolare e democratico cristiana e alla netta alternatività alla deriva nazionalista sovranista e antieuropea del duo Salvini-Meloni, ma dalla volontà di attuare integralmente la Costituzione repubblicana e di adottare politiche economico e sociali ispirate dalla dottrina sociale cristiana. Un tema quest’ultimo divenuto tanto più decisivo dopo che il governo giallo-rosso sta portando all’approvazione finale il progetto di legge Zan-Scalfarotto sul contrasto all’”omotransfobia”, contro cui l’opposizione del mondo cattolico è intransigente e totale.

Il gap, tuttavia, tra le aspirazioni etico culturali e politiche dell’area cattolica, unita nella difesa dei “valori non negoziabili”, e la concreta realtà organizzativa della stessa, tuttora in preda alle conseguenze della suicida diaspora democratico cristiana( 1994-2020), rende palese la condizione di assoluta minoranza dei cattolici in un Paese dominato dalla cultura ispirata dai principi del relativismo etico, e di irrilevanza sul piano politico istituzionale. Una condizione che, non vigesse la “maledizione di Moro”, pronunciata dal leader pugliese dal carcere delle BR sui suoi successori, accompagnata, ahimè, dalle molte stupidità di noi indegni suoi eredi, dovrebbe immediatamente impegnarci nella ricomposizione politica di un’area di centro laica, democratica, popolare, liberale, riformista, europeista, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, unita nell’attuazione piena della Carta costituzionale.

Non sarà, infatti, Di Maio con la sua annunciata volontà di “fare il partito dei moderati” , ossia il progetto di una svolta politica netta rispetto all’anno scorso, quando volava in Francia per incontrare i leader dei gilet gialli in compagnia di Alessandro Di Battista. Un’esperienza politica, quella di Di Maio e del M5S, sorta dalla cultura grillina del “vaffa…”, che non può essere quella su cui può nascere un centro politico credibile a livello nazionale ed europeo. Una sede quest’ultima dove sono ben presenti le grandi culture: popolare, socialista e liberale, che furono alla base della fondazione dell’Unione Europea.

L’Italia ha bisogno di ritrovare un partito di ispirazione cristiana impegnato a tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, che rappresentano la risposta più approfondita e avanzata ai grandi problemi della globalizzazione. Ecco perché rivolgo un nuovo pressante appello agli amici della “parte bianca” affinché si compia un passo importante nella direzione dell’unità con la Federazione Popolare dei DC, premessa indispensabile per dar vita, prima delle prossime elezioni politiche, al soggetto politico nuovo con cui presentarci INSIEME alla scadenza elettorale.

I profitti della Bank of America crollano

La Bank of America fa sapere che i profitti sono crollati del 52 per cento nel secondo trimestre del 2020.

In totale l’istituto ha guadagnato 3,53 miliardi di dollari contro i 7,35 miliardi di un anno fa. Dati che, scrive il “Wall Street Journal”, riflettono la preoccupazione dell’industria bancaria rispetto a una possibile ondata di default legata alla pandemia di coronavirus.

Bank of America ha stanziato 5,12 miliardi di dollari nel periodo in esame per coprire future perdite legati a prestiti a rischio, nonostante le autorità federali abbiano varato nelle scorse settimane pacchetti di aiuti da oltre 3 mila miliardi di dollari per aiutare famiglie e aziende a superare la crisi.

In totale, le maggiori banche statunitensi hanno stanziato 28 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno per coprire le perdite legate a prestiti.

Save the children: riscriviamo il futuro insieme

Per molti bambini questa estate non sarà ricca di opportunità educative e all’insegna della socialità come molti speravano. Soprattutto a seguito di questi mesi passati in lockdown la speranza nella riapertura era accompagnata da quella di poter accedere a numerose attività estive per i bambini e i ragazzi.

Purtroppo però, come emerge dal rapporto di monitoraggio Riscriviamo il Futuro, le disparità in Italia nell’offerta dei centri estivi sono molte e minano alla socialità e alla ripresa educativa dei bambini: sembra che l’isolamento sociale, ricreativo e formativo per molti di loro sia destinato a continuare.

20 comuni capoluogo di regione sono stati presi in considerazione per questa ricerca. Abbiamo analizzato: il periodo di avvio delle attività, le fasce di età dei bambini accolti, le tariffe e le agevolazioni e le esenzioni.
Dall’analisi dei dati, emerge chiaramente un panorama frammentato in tutta Italia, con regole differenti in base ai comuni, che spesso crea confusione e marca le differenze tra nord e sud del paese.

Appena è stata resa possibile la riapertura, dalle linee guida ministeriali, ciò che ci si aspettava fosse una ripartenza all’unisono, tuttavia non è stato così e non tutti i comuni sono stati pronti da subito a riaprire le attività dedicate ai più piccoli e ai giovani.

Alcuni hanno centralizzato l’offerta mentre altri l’hanno delegata al privato e al non profit. In linea generale poi la situazione si è resa ancor più difficile a causa di informazioni frammentate e a un’offerta non uniforme per tutte le fasce d’età. Infine i costi, anch’essi diversi da territorio a territorio anche laddove il reddito famigliare presentato è lo stesso.

In questo periodo 6 genitori su 10 hanno fatto i conti con la riduzione temporanea dello stipendio, e quasi 1 genitore su 7 tra quelli di nuclei familiari più fragili, ha perso il lavoro a causa dell’emergenza.

Paradossalmente, se uno dei due genitori ha perso il lavoro, con esso ha anche perso il diritto alle forme di sostegno in base al reddito che consentirebbero ai bambini di svolgere attività formative e ricreative importanti in questo momento, cosa non da poco se si considerano le profonde differenze in termini di costi che è possibile verificare sul territorio nazionale.

Eppure proprio quest’anno l’offerta estiva è di particolare importanza, dopo il lungo periodo di isolamento, le scuole chiuse e tantissime famiglie che non trascorreranno nemmeno un giorno di vacanza mentre fronteggiano un grave impoverimento.

“Il diritto all’educazione dei bambini non può essere lasciato sempre in fondo alla lista. Questa estate deve essere l’occasione per restituire ai bambini più colpiti dall’isolamento educativo le occasioni di socialità, di gioco e di apprendimento che sono loro mancate, per prepararli ad un rientro a scuola sereno, afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children commentando i dati sul monitoraggio dei centri estivi. “Chiediamo un impegno straordinario alle amministrazioni, alle scuole, alle istituzioni ad ogni livello per aprire nel mese di agosto spazi di gioco, educazione e di socialità per tutti i bambini, a partire da quelli che vivono nei quartieri più svantaggiati, utilizzando tutti i fondi stanziati, semplificandone se necessario le procedure di impiego. L’estate dei bambini non deve essere un tempo vuoto, ma un tempo ricco di opportunità”.

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Reddito di emergenza: già erogata a 209mila nuclei familiari la prima mensilità

Al 30 di giugno 2020, sono stati 455mila i nuclei familiari che hanno richiesto il Reddito di emergenza e a 209mila di essi (dunque, il 46%) è già stato erogato il beneficio.
È questo il dato principale, fornito dall’INPS, che fotografa la situazione della nuova misura di sostegno introdotta su impulso decisivo del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo.

Come ha posto in rilievo la titolare del Dicastero, i 209mila nuclei percettori “si traducono in oltre 500mila persone che hanno ricevuto un sostegno concreto grazie a questa misura introdotta con il Decreto Rilancio“.

Le regioni con il maggior numero di nuclei percettori sono state la Campania (18,4%), la Sicilia (16,1%) e il Lazio (11%). Peraltro, la distribuzione geografica delle domande pervenute rispecchia in gran parte quanto già osservato per le richieste del Reddito di cittadinanza: una concentrazione maggiore nelle regioni del Sud e nelle isole, pari al 48% del totale; segue il Nord con il 33% e, infine, il centro Italia con il 19%.

Numeri di rilievo, dunque, a quindici giorni dalla scadenza per richiedere il beneficio: ci sarà tempo, infatti, fino a venerdì 31 luglio per presentare le domande. Il riconoscimento del Rem può essere chiesto all’INPS, esclusivamente online presentando la domanda sul sito web dell’Istituto (utilizzando PIN, SPID, Carta Nazionale dei Servizi e Carta di Identità Elettronica) oppure attraverso i Caf e i Patronati.

La domanda dovrà essere presentata da uno dei componenti del nucleo familiare, seguendo le indicazioni fornite nella Circolare n. 69 dell’INPS.

A margine del commento sui dati diffusi dall’INPS, il Ministro Catalfo ha annunciato l’intenzione di proseguire l’attuale azione di sostegno andando “avanti con la riforma degli ammortizzatori sociali“.

Suor Maria Laura Mainetti sarà beatificata il 6 giugno 2021

CHIAVENNA OMICIDIO SUORA SUOR MAINETTI MARIA LAURA 70

Decima figlia di Stefano Mainetti e Marcellina Gusmeroli, originari della Valtellina, rimase orfana della madre pochi giorni dopo essere nata. Venne quindi accudita prima dalla sorella Romilda e poi dalla seconda moglie del padre. Inoltre anche suor Maria Amelia, amica della defunta madre, si preoccupò della sua istruzione, facendole proseguire gli studi a Parma presso le suore della sua congregazione, le Figlie della Croce. Dopo le scuole medie frequentò l’Istituto magistrale, terminato in seguito a Roma nel 1960.

La ragazza interpretò le parole “devi fare qualcosa di bello per gli altri”, dette a lei da un sacerdote durante una confessione, come il progetto che Dio aveva per lei e nel 1957 disse alla propria famiglia di voler diventare suora. Il 22 agosto iniziò presso le Figlie della Croce di Roma il postulato, il 15 agosto 1959 emise i primi voti cambiando il proprio nome in Maria Laura e nel 1960 professò i voti perpetui a La Puye.

Iniziò quindi l’opera di educatrice in diverse scuole elementari delle Figlie della Croce a Vasto (1960-1962), Roma (1962-1963 e 1969-1973), Parma (1979-1984) e infine Chiavenna (1963-1969 e dal 1984). Nel 1987 divenne responsabile della sua comunità.

La sera del 6 giugno 2000, verso le 22, uscì dal convento per aiutare una ragazza che le aveva telefonato dicendole di essere rimasta incinta dopo aver subito uno stupro. Tuttavia era solo una scusa inventata dalla ragazza, Ambra Gianasso, diciassettenne, per poter incontrare la religiosa in un luogo isolato, il parco delle Marmitte dei Giganti, raramente frequentato la sera, e poterla così offrire, insieme alle amiche Veronica Pietrobelli e Milena De Giambattista (rispettivamente 17 e 16 anni), come sacrificio a Satana. Secondo quanto confessarono le ragazze, la vittima inizialmente designata sarebbe stato il parroco del paese, successivamente scartato per la sua corporatura robusta che avrebbe reso difficile l’omicidio, per cui la scelta venne spostata sulla Mainetti, dal fisico esile e giudicata quindi più facilmente assassinabile.

Le tre ragazze accompagnarono la religiosa lungo un viottolo poco illuminato, la colpirono inizialmente con una mattonella e finirono per ucciderla con 19 coltellate; le giovani confessarono, durante gli interrogatori nel corso delle indagini, che, mentre veniva colpita ormai inginocchiata al suolo, suor Maria Laura chiese a Dio di perdonare le ragazze. Le indagini sull’omicidio esclusero la partecipazione diretta o indiretta di una persona adulta, che avrebbe potuto suggestionare le ragazze, mentre vennero rinvenuti quaderni delle ragazze con scritte sataniche e risultò che, nei mesi precedenti, queste avevano compiuto un giuramento di sangue che le avrebbe legate fra loro indissolubilmente.

Il 25 ottobre 2005 l’allora vescovo della diocesi di Como Alessandro Maggiolini aprì il Processo Diocesano per la beatificazione di suor Maria Laura, conclusosi il 30 maggio 2006. Successivamente nel 2008 la Santa Sede approvò la richiesta per l’inizio del processo di beatificazione.

Ora a fine del processo di beatificazione, suor Maria Laura Mainetti sarà proclamata Santa  il prossimo 6 giugno 2021, a Chiavenna, alla presenza del card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione per la Causa dei Santi.

 

Covid: tracce immunità in chi non si è ammalato

Antonio Bertoletti, scienziato italiano in forze all’università di Singapore, professore di Emerging Infectious Diseases alla Duke-Nus Medical School, in un’intervista al ‘Foglio’ spiega che: “Il mio lavoro mostra è che nei soggetti che non si sono mai ammalati di coronavirus, in realtà, ci sono tracce (anche abbastanza consistenti) di immunità cellulare (le solite T cells) contro sezioni di SarsCoV-2 che potrebbero essere state stimolate da altri virus che circolano normalmente nella popolazione”.

L’esperto parla del suo studio e, in un rapporto preliminare per la rivista ‘Nature’ al riguardo, spiega che: “E’ importante diffondere il messaggio che le cellule T e non solo gli anticorpi sono una parte essenziale dell’immunità antivirale. C’è invece l’idea di una totale assenza d’immunità contro i coronavirus nella popolazione generale. Il che è chiaramente scorretto. Diversi tipi di coronavirus hanno sempre circolato tra gli umani. E’ possibile che un’immunità a virus strettamente correlati possa ridurre la vulnerabilità o alterare la gravità della malattia”.

Tra i diritti dei figli c’è anche quello di essere ascoltati

Quanto tempo riserviamo all’osservazione, all’ascolto, al dialogo con i nostri figli?
Possiamo dire di conoscerne i comportamenti, le categorie emotive, le ferite nascoste?
Sappiamo se ci sono più streghe o più fate nei pensieri dei nostri bambini?
E quei folletti, che solo loro sanno vedere, recano messaggi di sofferenza o di speranza?
Conosciamo a fondo le paure e i sentimenti dei nostri ragazzi, spesso isolati e afasici?
Guardandoci attorno con più attenzione possiamo accorgerci che l’infanzia non abita più nel paese dei balocchi, qualcuno ne ha buttato via le chiavi.

A volte la condizione minorile soffre dell’ansia anticipatoria degli adulti, altre volte ne subisce solo tristemente la violenza, altre ancora il disinteresse e l’abbandono.
Che lo si faccia per cattiveria o per bontà si finisce spesso per adultizzare l’infanzia, per farla crescere in fretta privandola dell’innocenza che le appartiene, comprimendola in una sorta di nicchia esistenziale sempre più ristretta e sovraesposta ai pericoli di un mondo “senza rete”.

Ma anche fare i genitori richiede una buona dose di coraggio e di fatica, a volte di fortuna.
Ci sono casi in cui servono degli aiuti, dei sostegni competenti, dei supporti di tipo sociale e psicologico e allora ci si deve affidare con fiducia a chi può dare una mano per leggere i segni del disagio, interpretarli con esperta competenza professionale, indicare i percorsi per uscire dalle situazioni critiche.
Ma sempre con l’avvertita consapevolezza che ci sono compiti che le leggi di natura e quelle del cuore assegnano a chi ha generato e che non si possono delegare.
Che richiedono amore, pazienza, dedizione, sacrificio.

Ci sono ostacoli che si possono rimuovere con interventi esterni, situazioni critiche che si possono correggere, consigli e consulenze che si possono ricevere ma anche il più onesto professionista dell’età evolutiva e il più tenace e intransigente genitore sanno o dovrebbero sapere che non esistono formule magiche che si possono appiccicare nella mente e nel cuore dei figli.

Nel momento in cui un bambino viene al mondo larga parte dei suoi destini dipende dalle persone che ne accompagnano la crescita, soprattutto dai suoi genitori.
Basta un evento, un fatto critico, una svolta negativa nella vita di coppia e si determinano zone d’ombra che richiedono di essere lette con sensibilità e competenza.
Non sempre sono presenti entrambi i genitori nella vita dei figli e non sempre sono all’altezza per comprenderne a fondo i bisogni e le criticità.

E’ importante che chi resta sappia assumersi delle responsabilità e rivolgersi a chi può dare un apporto di collaborazione e di sostegno.
E se invece non resta nessuno, che ci sia almeno chi può evitare che l’abbandono e la violenza si sostituiscano alla speranza.
Per questo tutte le istituzioni possono fare molto per il bene dei bambini e degli adolescenti e dobbiamo essere profondamente grati a chi accompagna questo impegno civile con una sensibilità morale solitamente onesta e consapevole.

La scuola, i servizi sociali, il mondo del volontariato, ad esempio.
Ci sono genitori che riconoscono l’importanza di queste “alleanze” con il sociale ma non perdono mai di vista i propri personali doveri, altri che delegano alle risorse esterne il compito di intervenire, rimuovere, correggere, sostituire, altri ancora che attribuiscono responsabilità e dispensano “colpe”, accusando il partner, le assistenti sociali, gli insegnanti.

Non sempre si possono risolvere i propri garbugli esistenziali e le difficoltà emotive dei figli cercando le risposte fuori di noi.
Anche per chi può permetterselo non basta dire “ lo porto dallo psicologo”, “lo faccio valutare” , bisogna forse interrogare più spesso la propria coscienza, assumersi personali responsabilità.

L’esperienza insegna che lo sguardo più eloquente, l’espressione più spontanea, il comportamento più sincero e significativo non sono quelli che si manifestano nel corso della narrazione indotta da un incontro su appuntamento, nello studio di uno “specialista”.
Viene allora a un bel punto il momento in cui bisogna prendere la mano dei nostri figli, sedersi accanto a loro e ascoltare, pazientemente ascoltare.

La popolazione di Italia e Spagna potrebbe dimezzarsi entro fine secolo

La popolazione della Spagna e dell’Italia si potrebbe ridurre del 50 per cento entro la fine di questo secolo. Secondo quanto riferisce “El Mundo”, la prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” ha pubblicato uno studio condotto dall’Istituto di metrologia e valutazione della salute (Ihme) dell’Università di Washington che fornisce proiezioni globali, regionali e nazionali sull’economia, la popolazione, la mortalità, la fertilità e la migrazione in 195 paesi.

L’indagine prevede che la popolazione mondiale raggiungerà il picco di circa 9,7 miliardi nel 2064, ma scenderà a 8,8 miliardi entro la fine del secolo, un calo di oltre il 50 per cento in ben 23 paesi nei quali il tasso di fertilità totale (Tfr) sarà a livelli che non permetteranno di mantenere la dimensione delle loro popolazioni, a meno che non vengano applicate “politiche di immigrazione liberale”

Scuola, presentato il Portale “Superiamo i divari” territoriali

La Vice Ministra dell’Istruzione Anna Ascani ha presentato, insieme all’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE) e all’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI) e con le Regioni coinvolte nel Piano di intervento per la riduzione dei divari territoriali in istruzione (Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia), il Portale “Superiamo i divari”, realizzato dal MI in collaborazione con l’Impresa sociale “Con i bambini”. Ha partecipato all’incontro anche il Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano.

Il Portale, che sarà accessibile a partire dal prossimo anno scolastico sul sito del Ministero dell’Istruzione, è uno strumento rivolto alle scuole dei territori in maggiore difficoltà e servirà a coordinare le attività e le proposte progettuali finalizzate al superamento dei divari territoriali nei processi di apprendimento.

“Intervenire sui divari territoriali esistenti nel nostro Paese – ha dichiarato la Vice Ministra dell’Istruzione Anna Ascani – è prioritario per il Ministero. Su questo siamo costantemente impegnati con la Ministra Azzolina. Durante le settimane più critiche di questa epidemia la scuola italiana ha fatto un lavoro straordinario, ma sono emerse con maggiore evidenza le fragilità del sistema. Non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno, perché l’Italia può tornare a crescere solo se ciascuno è messo nelle condizioni di fare la propria parte e dare il proprio contributo. Per questo ho ritenuto il Piano necessario e non abbiamo smesso di lavorarci nonostante il lockdown. Attraverso il Portale entriamo ora nel vivo del programma e creiamo un luogo di incontro privilegiato per tutti gli attori coinvolti, in cui mettere in condivisione le buone pratiche esistenti, dando strumenti concreti a scuole e territori per intervenire sulle criticità. Monitoreremo l’attuazione del Piano, per essere certi dell’efficacia delle azioni che verranno messe in atto. Occorre ricostruire la coesione territoriale proprio partendo dalla scuola per rilanciare il Paese”.

“C’è una coincidenza profonda – ha sottolineato il Ministro Provenzano – tra gli obiettivi di questo Programma e l’impianto generale del Piano per il Sud che stiamo seguendo e che è entrato a far parte del Piano Nazionale delle Riforme. Investire sul capitale umano è fondamentale per spezzare il nesso purtroppo esistente tra povertà e povertà educativa minorile, un vero e proprio scandalo moderno. Non possiamo continuare a lasciar correre l’idea che lo sviluppo di un individuo sia determinato dal contesto in cui nasce e cresce. È un’ingiustizia. E il Paese ha bisogno in questa fase dell’impegno di tutti per ripartire. Non faremo mancare il nostro supporto nell’attuazione del Piano: è importante dare presto concretezza agli interventi per invertire la rotta e ottenere risultati quanto prima”.

Attraverso il Portale, Uffici Scolastici Regionali, Assessorati, Enti e soggetti che partecipano all’iniziativa avranno a disposizione materiali informativi, cognitivi e finanziari utili alla realizzazione di iniziative territoriali di potenziamento delle competenze degli studenti e potranno confrontare le progettualità esistenti e da programmare, per intervenire con un approccio sistemico.

Il Portale sarà composto da una parte pubblica e da una parte riservata. Quest’ultima sarà a disposizione delle scuole che potranno condividere le buone pratiche e collaborare per migliorare le competenze degli studenti.

Coronavirus, sanitari riconosciuti “vittime del dovere”

Approvato all’interno del Dl Rilancio, passato al Senato, l’emendamento che riconoscere ai professionisti della sanità deceduti nella lotta contro il Covid, lo status di ‘vittime del dovere’. “Salutiamo positivamente l’approvazione della proposta, avanzata e sostenuta dal coordinamento nazionale delle professioni sanitarie della Cisl Fp”. Lo sottolinea, in una nota, il coordinatore nazionale delle professioni sanitarie della Cisl Fp, Michele Schinco, commentando l’inclusione, all’interno del dl Rilancio approvato al Senato, dell’emendamento che estende ai medici, operatori sanitari, farmacisti impegnati nell’emergenza Covid-19 e colpiti da patologie invalidanti o morte, di quanto indicato nella legge numero 407 del 1998.

“Un impegno concreto che, come sindacato, abbiamo portato avanti con grande forza per riconoscere un parziale risarcimento ai nostri colleghi che hanno subito patologie invalidanti e alle famiglie che hanno perso un proprio caro nella durissima battaglia contro il Covid – prosegue Schinco – Andiamo avanti come coordinamento per dare risposte concrete a tutti i professionisti sanitari del nostro Paese che hanno bisogno di un sindacato forte e vicino ai bisogni di riconoscimento e valorizzazione professionale”

Cattolici e politica, una proposta federativa

La nota qui pubblicata s’inscrive nella diffusa ricerca di un nuovo profilo dell’impegno pubblico dei cattolici democratici e popolari. Sangiorgi indica la strada di una federazione (Politica Insieme, Costruire Insieme, Rete Bianca) aperta a ulteriori sviluppi sul piano programmatico, secondo la logica degasperiana di un centro socialmente avanzato, a ulteriori sviluppi sul piano programmatico. A destra, invece, anche gli ex Udc hanno avviato e persino formalizzato un processo di analoga portata, con l’occhio rivolto, in particolare, al superamento della lunga esperienza berlusconiana. Restano due ipotesi distinte, finora sostanzialmente inconciliabili. All’appello manca la determinazione a fare sintesi da parte di un soggetto strutturato – Pd e Forza Italia, nel loro antagonismo, avevano questa originaria ambizione – nonostante la domanda espressa dalla pubblica opinione per una nuova articolazione del quadro politico. Purtroppo il Pd, ovvero l’unica forza in campo che possa ormai fregiarsi del titolo di “partito costituzionale”, stenta a cogliere o meglio a raccogliere l’istanza rigeneratrice del cattolicesimo politico italiano. Dunque, il valore specifico della proposta di Sangiorgi sta nella volontà di non più crogiolarsi nella disamina dell’esistente, visto che mira a stimolare, con intelligenza e passione, un di più di autentica responsabilità. A tutti i livelli. [L. D.]

Cari amici in questi ultimi mesi, diciamo dall’inizio del 2020, ho maturato una progressiva disaffezione verso i nostri tentativi di dare vita a un soggetto culturale politico di ispirazione cristiana. Disaffezione e pessimismo. Il livello delle polemiche interne, delle incomprensioni, delle ripicche personali, con il loro corredo di repliche e controrepliche stizzite, è divenuto insopportabile ed è sotto gli occhi di ciascuno, spettacolo deprimente e penoso del quale, a iniziare da me, tutti dobbiamo vergognarci. E mi sono detto: io abbandono. Lottare contro comportamenti altrui modellati su categorie ideologiche di appartenenza che non si pensa minimamente di discutere è  inutile. Dopo oltre dieci anni di impegno personale, forse i tempi di una nostra ricomposizione organizzativa restano ancora lontani. Meglio lasciare dunque.

Ieri l’altro è stato un lunedì 13 luglio particolarmente caldo, uno di quei giorni estivi che consigliano prudenza specie a chi è avanti con gli anni: meglio restare in casa, e poi ci sono anche i rischi del covid. Ma io avevo un appuntamento, e nel pomeriggio sono andato alla stazione Termini. Alle 17,25, puntuale, al binario sette è arrivato da Firenze il freccia rossa 9421, e dal treno è sceso monsignor Gastone Simoni. Quo Vadis Domine, gli ho chiesto, dopo tutte le sofferenze fisiche e morali che ha patito in questi mesi. Quale ragione aveva di muoversi e di venire da Firenze in un contesto simile. La risposta, espressa non a parole ma con il linguaggio del proprio comportamento, è stata: eo Romam iterum crucifigi.

Penso che non io, ma tutti noi dobbiamo sentirci come l’antico destinatario di quello straordinario messaggio, che oggi don Gastone rilancia con il suo personale dolore per i nostri contrasti, e giochi, e manovre, e supponenze, e rivalità, e polemiche,  e sospetti interni. E spreco di talenti, ha ragione il giovane amico Dante Monda a parlare di spreco di talenti, perché è questo che ci sarà rimproverato. A Roma, all’inizio della via Appia, nel luogo dove la tradizione vuole che il Quo Vadis sia avvenuto, è stata edificata una piccola chiesa, affianco alle catacombe di San Callisto. Non c’è una immagine più eloquente delle catacombe, per descrivere la nostra attuale situazione e la necessità di uscirne. Anche la lettura del Quo Vadis di Henrik Sienkiewicz sarebbe d’aiuto. 

All’apparenza sembra semplice. Basta combinare la motivazione dell’impegno civile dei cristiani di Dietrich Bonhoeffer – i cristiani che stanno con un solo piede sulla terra staranno con un solo piede in paradiso – con il popolarismo di Luigi Sturzo, che ne è la concreta  traduzione politica nella chiave dei liberi e forti. Sappiamo invece quanto tutto questo non sia semplice. Quanto sia complicato raggiungere l’impossibile della politica attraverso quell’altro impossibile, tutto speciale dei cristiani, che è la dimensione del divino. Ma i cattolici che vogliono fare una politica di ispirazione cristiana hanno un senso soltanto se si collocano qui, in questa mediazione fra cielo e terra, fra il destino ultimo dell’esistenza umana e la vita e i problemi quotidiani delle comunità.

Il messaggio di don Gastone Simoni che siamo chiamati a raccogliere è questo. E’ la sfida che poneva Luigi Sturzo: e se si vince, diceva Sturzo, la vittoria è dell’idea, non la nostra.  Se si perde la sconfitta è la nostra, non dell’idea. Il 7 maggio scorso ho ricordato, con un articolo sul Domani d’Italia, i nove anni trascorsi da quando un gruppo di noi, quel giorno del 2011, dette vita intorno a don Gastone, vescovo di Prato, alla Carta d’Intesa, un documento che è stato la madre di una lunga serie di elaborazioni e di passaggi ulteriori che il 30 novembre 2019 sono culminati a Roma nell’assemblea nella quale tre soggetti, Costruire insieme, Politica insieme e Rete bianca, immaginavano di fondersi in una nuova entità, il nome proposto era Partebianca, che insieme li rappresentasse e li superasse. 

Come sappiamo questo passaggio non è avvenuto. A otto mesi di distanza non mi interessa recriminare ancora sul perché il tentativo è fallito e chi lo ha fatto fallire. Una dose di responsabilità l’avremo tutti. Mi interessa invece che non si perseveri sulle conseguenze sciagurate di quel fallimento, comprese le inimicizie, se non addirittura le intolleranze personali che hanno accompagnato la frattura politica avvenuta. Siamo arrivati al punto di volere imporre, da parte di alcuni, le modalità di incontri con alcuni soggetti ma escludendone altri, arrogandosi la verifica delle compatibilità  fra i diversi soggetti.  

Don Gastone ieri al suo arrivo a Roma era provato da tutto ciò. Mentre gli andavo incontro nel caldo della stazione pensavo alla sua amarezza per questa situazione. E però appena abbiamo iniziato a parlare, ciò che colpiva era invece la dolce testardaggine con la quale continua a ricercare il dialogo, incontra e parla con tanti di noi, sale sui treni, non si risparmia, consuma le sue forze: eo Romam iterum crucifigi. Questo porta a due considerazioni. La prima è la dignità, la nobiltà d’animo, la passione politica che muove quest’uomo. La seconda è che eo Romam iterum crucifigi  spetta a noi, non a lui: è la nostra strada in salita, è la nostra parte di responsabilità e di impegno che deve escludere prosopopee personali e intime convinzioni di essere i migliori, i predestinati a chissà quale destino politico. Diceva Aldo Moro che è il nostro contributo di laici, se ne siamo capaci, a dire una parola politica degna dell’altra Parola. 

Faccio un appello a questi tre figli di Abramo che sono Costruire insieme, Politica insieme, Rete bianca, e gli altri soggetti individuali e collettivi che vogliano unirsi a una simile iniziativa. Nell’attesa della costituzione del soggetto unitario che resta il nostro obiettivo, diamo vita intanto un coordinamento di tipo federativo. Centriamolo su tre riferimenti certamente comuni, la Costituzione, l’Europa, la Dottrina Sociale della Chiesa. Dall’intreccio di questi tre riferimenti ricaviamo la nostra idea di una società inclusiva, di istituzioni partecipative, di uno sviluppo del Paese solidaristico. Scegliamo subito almeno tre primi temi che, per il loro valore emblematico,  siano esplicativi di un tale intreccio, gli altri verranno a seguire : 

– l’immigrazione come cartina di tornasole dei più generali problemi ai quali sta andando incontro la società italiana nel suo complesso; 

– il Parlamento e il sistema istituzionale nel suo insieme rispetto al referendum confermativo della riduzione dei parlamentari;

– la concreta attuazione della riforma del no profit e delle altre forme produttive collegate, dentro una visione di sviluppo  economico che sappia conciliare  profitto e solidarietà; 

I temi vanno affrontati seguendo un eguale schema narrativo, composto dalla 1) enunciazione del problema, 2) la sua collocazione nel contesto del Paese, 3) le criticità che ha, 4) le proposte per superarle, 5) una bibliografia di approfondimento. La definizione nel concreto del problema e delle proposte relative, sarà la migliore smentita di quanti possano sospettare che il coordinamento federativo nasconda aprioristicamente una collocazione di destra o di sinistra, sospetto al centro di molte nostre polemiche. La identità politica sarà definita dalla qualità delle proposte, da tramutare in petizioni parlamentari, per entrare nel gioco delle dinamiche e del confronto politico all’interno delle istituzioni rappresentative. 

Io le chiamo le “schede della democrazia”. Nel loro insieme costituiranno una ritrovata cultura di governo, che darà luogo  a una proposta di governo, che a sua volta renderà necessaria una organizzazione politica che la supporti. Questi sono i passaggi. Fare l’inverso non vuole dire bruciare i tempi, ma perderli. Nei mesi scorsi si è cercato da più parti, all’interno delle nostre associazioni,  di mettere a fuoco diversi problemi del Paese. Adesso è necessario un metodo di comunicazione delle proposte elaborate, secondo lo schema narrativo delineato, per evitare la babele dei linguaggi e delle proposizioni. Questo richiede un gruppo di coordinamento specifico.

Questo lavoro comune non pregiudica in nessun modo il fatto che uno dei tre figli di Abramo, o tutti e tre, o altri soggetti ancora, vogliano strutturarsi parallelamente al loro interno con assemblee costituenti, e altre modalità organizzative se avvertono una tale necessità. Però, contemporaneamente, aderendo alla federazione, partecipano a un processo aggregativo e propositivo più ampio e rappresentativo, maggiormente in grado di diventare un riferimento politico attrattivo e di confronto, nella straordinaria situazione attuale del Paese e dell’Europa. 

Proviamo. 

Leader del passato e aspiranti eredi.

Il tema dell’eredità dei grandi leader politici e statisti del passato è un argomento sempre complesso e ancora molto dibattuto. È stata sufficiente la chiara provocazione del capo della Lega Salvini sull’eredità politica ed elettorale del partito di Berlinguer per riaccendere i riflettori su un capitolo che è destinato a non spegnersi mai. 

Ora, nessuno crede, mi pare, alla tesi che spostando la sede della Lega in un palazzo di via delle Botteghe Oscure a Roma automaticamente si innesca il meccanismo della potenziale eredità politica di quel che fu il Pci da parte dei leghisti. Ma è indubbio che sulla presunta esclusiva della eredità politica, culturale e morale di singoli leader e statisti del passato nessuno riesce a fissare punti fermi. Anche se, almeno tre su aspetti, non ci dovrebbero essere svariate interpretazioni e molteplici letture. 

Innanzitutto non si può essere eredi, o candidarsi ad essere tali, quando si è sostanzialmente e storicamente estranei a quella cultura. Per fare due soli esempi – tra i tantissimi su cui ci potremmo cimentare – un esponente dell’attuale destra e centro destra italiano non può, se è accompagnato da un minimo di onestà intellettuale, candidarsi ad essere un potenziale erede della tradizione storica, culturale ed ideologica della sinistra italiana. Sia nella versione ex comunista sia di quella socialista, salvo esercitarsi in continue e ripetute capriole divertenti e simpatiche nel dichiarare la propria fedeltà al patrimonio storico di quel campo politico. Come, d’altronde e specularmente, sarebbe curioso se qualche esponente attuale della sinistra italiana volesse intestarsi il magistero politico e culturale di leader e statisti della Dc. Esponenti della sinistra interna di quel partito o, peggio ancora, delle componenti moderate e conservatrici della Democrazia Cristiana. Ci sono dei percorsi nella vita politica che non sono intercambiabili a piacimento, a seconda delle convenienze del momento e in ossequio alla prassi trasformistica che ormai è diventata la cifra quasi esclusiva dell’attuale geografia politica italiana. Un minimo di decoro, almeno in apparenza, va ancora mantenuto. 

In secondo luogo i sostenitori e i teorici dell’”anno zero”, della “rottamazione” o del “vaffa day” non potranno mai ergersi ad interpreti di qualche cultura politica e, nello specifico, di alcuni grandi leader e statisti del passato. E ciò per una ragione molto semplice se non addirittura banale. Ovvero, chi pensa che l’esperienza politica nuova e post ideologica parte con la propria esperienza o con la propria discesa in campo non è titolato anche per essere interprete di qualsiasi filone ideale o culturale del nostro paese. Se il filo rosso che accomuna i sostenitori dell’anno zero, cioè della tesi che va raso al suolo il passato seppur con modalità leggermente diverse ma comunque simili nella declinazione concreta dell’azione politica, è persin ovvio che per costoro le culture politiche, tutte le culture politiche, sono solo un intralcio e un ostacolo per il dispiegamento del proprio progetto politico. Che poi, detto tra di noi, non è nient’altro che uno spregiudicato disegno di potere che si manifesta con un partito personale guidato da un capo al quale viene appaltato praticamente tutto ciò che è riconducibile alla concreta attività politica di quel cartello elettorale. Altrochè eredi di statisti e leader del passato. 

In ultimo, il valore, la valenza e la qualità delle culture politiche. Se penso, tanto per fare un esempio della mia area culturale, alla tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano, non credo che questo filone ideale possa essere allegramente interpretato e richiamato da chicchessia perchè in un tale discorso o in un intervento fa un richiamo esplicito e diretto a quella tradizione. Se tutto fosse così semplice e scontato non avremmo che l’imbarazzo della scelta nell’elencare i molteplici eredi politici e culturali di 

quella tradizione ideale e storica. Penso a tutti coloro che comicamente continuano a rifarsi alla tradizione della Democrazia Cristiana per giustificare il proprio modo d’essere nella politica italiana. Esponenti e semi leader che della Dc ricordano a malapena l’esistenza concreta nell’altro secolo…. Ma, per tornare alle culture politiche, è indubbio che si può, seppur con molti limiti e saggia prudenza, continuare a rifarsi a quelle correnti di pensiero purchè ci sia una coerenza nel percorso quotidiano di chi lo dice pubblicamente. Ovvero che nella concreta azione politica da un lato e nella ricerca costante – con l’approfondimento e il dibattito – della sua attualità e contemporaneità dall’altro ci sia una coerenza di fondo. Anche nel comportamento. Solo così potremmo credibilmente sostenere che le culture politiche continuano a fecondare concretamente la politica nelle sue multiformi espressioni. 

Perchè limitarsi a richiamare il magistero di quel leader o di quella cultura politica senza neanche conoscerli, leggerli, approfondirli e discuterli, oltrechè un’azione di disonestà intellettuale si corre anche il rischio di alimentare ulteriormente il distacco dalla politica e, soprattutto, di ridicolizzare le stesse fondamenta ideali della nostra repubblica e della nostra Costituzione. 

San Bonaventura tra azione e contemplazione

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

l 15 luglio si celebra la memoria liturgica di san Bonaventura da Bagnoregio, frate minore, cardinale e dottore della Chiesa. Vissuto nel XIII secolo, è stato ministro generale del suo ordine francescano ed è l’autore della «Legenda maior» (che divenne la biografia ufficiale di san Francesco d’Assisi) e della «Legenda minor». L’insegnamento del “dottore serafico” ha avuto una profonda influenza sulla formazione teologica di Joseph Ratzinger, che proprio su san Bonaventura ha incentrato il suo studio di abilitazione per l’insegnamento universitario, approfondendone poi gli aspetti più significativi in diversi scritti e interventi. Da Pontefice, tra l’altro, il 6 settembre 2009 si è recato in visita a Bagnoregio, paese natale di Bonaventura — rivolgendo un discorso alla cittadinanza riunita in piazza Sant’Agostino — e al santo ha dedicato tre catechesi durante le udienze generali del 3, 10 e 17 marzo 2010. Di questi quattro testi del Papa emerito pubblichiamo di seguito alcuni passi.

Una fede amica dell’intelligenza

Fra’ Bonaventura, unisce il suo nome a quello di Bagnoregio nella nota presentazione che di se stesso fa nella Divina Commedia. Dicendo: «Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che nei grandi offici sempre posposi la sinistra cura» (Dante, Paradiso XII, 127-129), sottolinea come negli importanti compiti che ebbe a svolgere nella Chiesa, pospose sempre la cura delle realtà temporali (“la sinistra cura”) al bene spirituale delle anime (…).

Non è facile sintetizzare l’ampia dottrina filosofica, teologica e mistica lasciataci da san Bonaventura. In questo Anno Sacerdotale vorrei invitare specialmente i sacerdoti a mettersi alla scuola di questo grande Dottore della Chiesa per approfondirne l’insegnamento di sapienza radicata in Cristo. Alla sapienza, che fiorisce in santità, egli orienta ogni passo della sua speculazione e tensione mistica, passando per i gradi che vanno da quella che chiama “sapienza uniforme” concernente i principi fondamentali della conoscenza, alla “sapienza multiforme”, che consiste nel misterioso linguaggio della Bibbia, e poi alla “sapienza onniforme”, che riconosce in ogni realtà creata il riflesso del Creatore, sino alla “sapienza informe”, l’esperienza cioè dell’intimo contatto mistico con Dio, allorché l’intelletto dell’uomo sfiora in silenzio il Mistero infinito (…).

Nel ricordo di questo profondo ricercatore ed amante della sapienza, vorrei inoltre esprimere incoraggiamento e stima per il servizio che, nella Comunità ecclesiale, i teologi sono chiamati a rendere a quella fede che cerca l’intelletto, quella fede che è “amica dell’intelligenza” e che diventa vita nuova secondo il progetto di Dio.

(Visita a Bagnoregio, 6 settembre 2009)

Tra le grandi figure cristiane

Egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.

Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì.

Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei frati minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di san Francesco. Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo (…). Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura (…).

Per rispondere a chi contestava gli Ordini mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo scritto dimostra come gli Ordini mendicanti, in specie i frati minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso (…).

Per intervento personale del Papa Alessandro iv, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse ministro generale. Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi (…). Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor (…). Il Capitolo generale dei frati minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e questa divenne, così, la biografia ufficiale del Santo.

Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Il punto essenziale: Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui (…).

(Udienza generale, 3 marzo 2010)

Fedele interprete di san Francesco

San Bonaventura, tra i vari meriti, ha avuto quello di interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco d’Assisi, da lui venerato e studiato con grande amore (…).

San Bonaventura respinge l’idea del ritmo trinitario della storia. Dio è uno per tutta la storia e non si divide in tre divinità. Di conseguenza, la storia è una, anche se è un cammino e — secondo san Bonaventura — un cammino di progresso. Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio — in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: «… vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26), «prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16, 15). Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un’altra Chiesa da aspettare. Perciò anche l’Ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico (…).

(Udienza generale, 10 marzo 2010)

Accanto a Tommaso d’Aquino

Egli è un eminente teologo, che merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. Altre analogie li accomunano: sia Bonaventura, francescano, sia Tommaso, domenicano, appartenevano agli Ordini mendicanti che, con la loro freschezza spirituale, come ho ricordato in precedenti catechesi, rinnovarono, nel secolo XIII, la Chiesa intera e attirarono tanti seguaci (…).

San Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici, nient’altro è necessario. Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio, l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la definizione più adeguata della nostra felicità. In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene (…).

Tutta la nostra vita è quindi per san Bonaventura un “itinerario”, un pellegrinaggio — una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera — così dice il Santo — è la madre e l’origine della elevazione — “sursum actio”, azione che ci porta in alto — dice Bonaventura.

(Udienza generale, 17 marzo 2010)

Il Forum dell’arte contemporanea italiana invia il documento conclusivo al Governo

È stato inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini il documento conclusivo del Forum dell’arte contemporanea italiana, prodotto in oltre un mese di discussioni, dibattiti, confronti, e completato, dopo la plenaria del 30 maggio, dai coordinatori dei sei tavoli tematici che ne hanno costituito l’ossatura e dal board del Forum. Il documento sintetizza, inevitabilmente in modo parziale, l’enorme quantità di idee e strategie scaturite dalla partecipazione di centinaia di operatori ed esperti: artisti, direttori di istituzioni, curatrici e curatori, critici d’arte, galleristi, giornalisti, collezionisti, ma anche legali, politici, amministratori, ricercatori e attivisti che hanno dato luogo a questa “chiamata alle arti”, come è stata denominata l’edizione speciale del Forum svoltasi interamente online.

Nata con l’obiettivo di rispondere alla crisi economica e alla forte pressione a cui la pandemia di Covid-19 ha sottoposto il settore dell’arte contemporanea, dove la mancanza di interventi da parte del governo minaccia la sua stessa continuità di esistenza, il documento che ne consegue intende sollecitare il mondo politico a riconoscere l’importanza essenziale dell’arte contemporanea e dei suoi operatori. È un riconoscimento che non ha avuto bisogno di particolari sollecitazioni nelle nazioni più mature, come mostrano i pronti e massicci interventi voluti dai governanti di paesi come la Germania o gli Stati Uniti. Il documento cerca di avere uno sguardo lungimirante: punta a risolvere le problematiche contingenti, ma invita alla predisposizione di nuove regole e leggi che consentano di sopperire allo svantaggio strutturale del sistema dell’arte italiano rispetto a quello degli altri Paesi. Mira a rispondere all’urgenza, ma in un’ottica di riforma sostanziale del sistema di medio e lungo periodo.

Il documento (scaricabile online su forumartecontempornea.it/documenti), presenta tre tipologie di richieste al Governo:

  1. Interventi di sostegno urgente sia nei confronti delle istituzioni che degli operatori delle arti visive la cui attività è stata drammaticamente inficiata dalla crisi del Covid-19, superando le barriere burocratiche che rendono questi lavoratori – spesso temporanei, precari, freelance – poco circoscrivibili, così come la materia di cui si occupano. Con l’intenzione, che il Forum condivide con altri gruppi di interesse e associazioni, di lavorare nei prossimi mesi per definire i criteri di costituzione di un sistema professionale per i lavoratori delle arti visive e riconoscendo il sistema produttivo che l’arte contemporanea attiva, a cominciare dalle gallerie di ricerca.
  2. Avviare un New Deal culturale con l’intervento anche dei privati, argomento sul quale il documento presenta molti suggerimenti, ed in primis la necessità dell’estensione dell’Art Bonus a tutte le tipologie di attività e di organizzazioni di arte contemporanea. L’Art Bonus, introdotto nel 2014 dal Ministro Franceschini, che consente una detassazione pari al 65% per le erogazioni finalizzate ai beni culturali storici, è stato di recente esteso anche all’ambito dello spettacolo.
  3. Il Forum porta avanti anche una visione dell’arte come strumento di crescita sociale, legata a un’idea di welfare e di cura, vicina alle comunità, ai territori.  Per questo, per costruire un nuovo modello di Paese, richiede con forza che i rappresentanti del mondo dell’arte vengano chiamati a sedersi ai tavoli di discussione necessari per sviluppare le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno per pensare a un prossimo rilancio, anche in vista dell’ottenimento del Recovery Fund europeo.

Non mancano altre proposte, tra cui emerge la riforma dell’Italian Council, ovvero quello strumento di sostegno e produzione dell’arte italiana di cui il Ministero si è dotato nel 2016, anche grazie allo stimolo del primo Forum per l’arte contemporanea italiana svoltosi a Prato l’anno precedente, e che ora ha avviato un percorso di revisione, sotto lo stimolo del tavolo di lavoro ad esso specificamente dedicato, teso a semplificare le procedure e ad allargare la tipologia di progetti che può esserne supportata.

Urban Award: oggi la conferenza stampa di presentazione della quarta edizione

Si terrà mercoledì 15 luglio 2020 alle ore 15:00 la presentazione alla stampa della quarta edizione del premio Urban Award. Ideato da Ludovica Casellati, direttrice di Viagginbici.com e promosso da Anci con Openjobmetis e IntesaSanPaolo, Urban Award si rivolge a tutti i Comuni italiani per far emergere i progetti di utilizzo di biciclette e trasporti integrati.

L’evento si svolgerà online e per poter partecipare è necessario iscriversi compilando il form disponibile a questo link: ISCRIVITI. Saranno presenti: Antonio Decaro, presidente ANCI, Vittorio Brumotti, pioniere ciclismo sostenibile, Renato Di Rocco, presidente FCI(Federazione Ciclistica Italiana), Matteo Marzotto, imprenditore e ambassadorPremio Urban Award, Piero Nigrelli, direttore generale ANCMA(ass.ne nazionale ciclo, motociclo e accessori), Marco Vittorelli presidente Openjobmetis Spa, Rosario Rasizza, AD Openjobmetis spa.

Ludovica Casellati, ideatrice del Premio Urban Award, coordinerà gli interventi.

Il Covid-19 attraversa anche la placenta

Fino ad ora il contagio da Covid-19 nei neonati era documentato per lo più dopo la nascita. Adesso le prove della potenziale trasmissione di Sars-CoV-2 attraverso la placenta da una madre, positiva al virus, al neonato sono descritte in uno studio francese pubblicato su ‘Nature Communications’. Precedenti ricerche hanno suggerito che la trasmissione perinatale (il periodo immediatamente prima e dopo la nascita) può verificarsi, ma non è chiaro se ciò avvenga attraverso la placenta, la cervice o come conseguenza dell’esposizione ambientale.

Il team di Daniele De Luca dell’Antoine Béclère Hospital, Paris Saclay University Hospitals (Francia) descrive un caso che suggerisce la possibilità di una trasmissione transplacentare di Sars-CoV-2. Protagonista una donna incinta di vent’anni, ricoverata in ospedale con febbre e tosse violenta. Gli esami del sangue e i tamponi rinofaringei e vaginali hanno confermato la presenza del virus. I tamponi nasofaringei e rettali raccolti dal bambino un’ora dopo il parto con taglio cesareo, e poi di nuovo dopo 3 e 18 giorni, sono risultati positivi. Anche il sangue neonato e il lavaggio broncoalveolare sono risultati positivi. Gli autori hanno osservato che il bambino presentava sintomi neurologici associati all’infezione, simili a quelli riportati nei pazienti adulti.

Le analisi di neuroimaging hanno indicato una lesione della sostanza bianca, che gli autori ipotizzano possa essere causata dall’infiammazione vascolare indotta dall’infezione da Sars-CoV-2. Non sono state rilevate altre infezioni virali o batteriche e sono stati esclusi tutti gli altri disturbi neonatali potenzialmente responsabili di questi sintomi clinici. Sia la madre che il bambino si sono ripresi dall’infezione e sono stati successivamente dimessi dall’ospedale, fanno sapere i sanitari.

De Luca e colleghi hanno anche misurato cariche virali più elevate nella placenta rispetto al liquido amniotico e al sangue materno, il che suggerisce che Sars-CoV-2 possa replicarsi attivamente nelle cellule della placenta e causare viremia neonatale. Ciò sarebbe coerente con i livelli di infiammazione osservati in un esame istologico della placenta. Confermando la presenza di Sars-CoV-2 nel tessuto placentare e nel sangue materno e neonatale, gli autori concludono che molto probabilmente la trasmissione dalla madre al bambino è avvenuta attraverso la placenta. Ulteriori studi saranno necessari per confermare questi risultati.

Polonia, ha vinto la destra ma il cambiamento non può essere fermato.

In queste elezioni presidenziali, la differenza tra Andrzej Duda e Rafał Trzaskowski è stata di soli 400.000 voti. Gli aventi diritto raggiungevano i 30 milioni.  La differenza registrata, come è noto a vantaggio di Duda, corrisponde a un errore statistico del 2%. Per questo, alla vigilia del voto, l’esito prevedibile era così incerto.

Il candidato dell’opposizione era sostenuto solo dalla sinistra e non da altri ex candidati, dunque mancava dell’appoggio di quell’area di popolazione legata a piccole città e villaggi.  La mancanza di sostegno è dipesa purtroppo dagli interessi e dalle gelosie di partito.  A urne aperte, si è palesato un sostanziale pareggio, ma l’attuale Presidente ha annunciato la vittoria senza attendere il consolidamento dei risultati. 

Occorre dire che il Presidente ha anche vinto grazie all’ondata di odio, alimentata dai media statali, contro il candidato dell’opposizione.  Il quadro di queste elezioni appariva semplice è complicato al tempo stesso perché entrambi – Duda e   Trzaskowski – mettevano insieme 10 milioni di elettori, in pratica equivalenti, come somma, ai 2/3 del corpo elettorale.  

In ogni caso, circa 10 milioni di Polacchi non hanno votato.  Il problema ha riguardato anzitutto i Polacchi residenti all’estero, bloccati non solo a causa del coronavirus. In molte sedi diplomatiche polacche operano ambasciatori che sostengono la destra al potere e molto è stato fatto per rendere difficile il voto. Ciò nondimeno, il candidato dell’opposizione ha sicuramente vinto all’estero.  Quel che emerge, alla fine, è la profonda divisione politica del Paese. 

Ora, sulla base di questi rapporti politici, la situazione si presenta alquanto complicata. Sta di fatto che la destra al potere deve cambiare strategia.  I giovani vogliono una Polonia diversa, moderna, inserita a pieno titolo nell’Unione europea. Sicuramente dovranno contare e conteranno le tradizioni nazionali, culturali e cristiane. Di questo sono consapevoli anche i più giovani, a dimostrazione di come evolva la visione del cambiamento in Polonia.

Arnaldo Benini: “Il mondo si percepisce, il tempo si sente”.

Professor Benini, il suo libro in edizione aggiornata, “Neurobiologia del tempo” si propone di offrire – come si legge nell’ introduzione – un resoconto di ciò che si sa della natura del tempo. Una questione ostica persino a S. Agostino,  che non sapeva darne spiegazione. Perché il tempo è una materia così complessa?

Il tempo è una delle dimensioni essenziali della vita, anche se non si vede, non si tocca, non si annusa, non si sente come si sente un suono. Da qui la difficoltà, o l’impossibilità, durata due millenni, di capirne la natura. Il vuoto concettuale favorì la fantasia e la  varietà di ipotesi e supposizioni sulla natura del tempo prive di concretezza. Per secoli ne hanno parlato  filosofi e teologi, poi i fisici, senza mai chiedersi, nemmeno ora, che cosa il tempo sia e da dove venga. La famosa controversia fra Newton e Leibniz era di carattere religioso e non scientifico. Immanuel Kant ha individuato la natura del tempo considerandolo “una forma del nostro senso interno”, a priori rispetto all’esperienza e alla realtà. Per lui il tempo è una proprietà del corpo e non del mondo. Pochi decenni dopo, nel 1849, lo scienziato tedesco Hermann von Helmholtz, profondo studioso di Kant,  con un esperimento semplice e geniale, scoprì la natura nervosa del tempo con le caratteristiche che determinano il rapporto della coscienza col mondo e con l’interiorità. L’a priori, che non è un tempo psicologico ma rigorosamente fisiologico, fu localizzato da von Helmholtz in meccanismi del cervello. Essi si sono sviluppatisi con l’evoluzione e sono trasmessi da una generazione all’altra. Kant, che di cervello non parla, pose il fondamento concettuale sul quale si svilupperà la neuroscienza del tempo. Non a caso nell’800 Kant era considerato “l’uomo dei fisiologi”.

Albert Einstein  scrisse che  “la separazione tra passato, presente e futuro è una tenace illusione”.       Perché la fisica nega il tempo mentre le neuroscienze ne descrivono natura e meccanismi?

Einstein e i fisici, a partire dall’inizio del secolo scorso, parlano del tempo o per negarlo, in base a complesse equazioni di cui si loda la “bellezza” e non la congruenza con la realtà, o per attribuirgli caratteristiche impossibili da  verificare e quindi gratuite. Che il tempo rallenti con l’aumento della velocità, e alla velocità della luce si fermi è indimostrabile. Se uno di due gemelli rimane tranquillo a casa e l’altro gira attorno al mondo alla velocità della luce, quando torna sarebbe molto più giovane del fratello sedentario. In realtà si è visto che il tempo rallenta con la velocità, ma a rallentare non è il tempo, che è nel cervello, ma gli orologi che lo misurano e che risentono la gravità e la velocità. La caratteristica del tempo come quarta dimensione dello spazio, della quale lo stesso Einstein per tutta la vita non riuscì a convincersi, è priva di senso: non spiega né il tempo né lo spazio. Il filosofo della fisica Craig Callender sostiene che un mondo senza tempo è “una realtà che fa sbigottire”. Negli ultimi tempi alcuni fisici, fra i quali emerge il fisico quantistico Lee Smolin, sostengono che il tempo deve ritornare nella fisica, che altrimenti corre il rischio dell’irrilevanza, come già paventato dal fisico John Stewart Bell. La fi-sica Sabine Hossenfelder, in un recente libro, riferisce i colloqui con fisici eminenti, che parlano delle difficoltà della fisica per la sua distanza dal mondo. I fisici non si sono mai interessati alla neuroscienza del tempo. Tranne poche eccezioni, continuano ad ignorarla, nonostante i risultati e i dati d’enorme interesse che ha fornito e fornisce. Una situazione paradossale e senza precedenti nella cultura.

 In realtà abbiamo una percezione del tempo che trascorre e segna la scansione della nostra stessa vita: “tempora mutantur et nos mutamur in ilis” ma ci riesce difficile renderla un’idea spiegabile.

La neurobiologia del tempo, nonostante i molti aspetti ancora non chiariti, ha dimostrato oltre ogni dubbio che il senso del tempo è prodotto da meccanismi nervosi sparsi in tutto il cervello. Il cervello è la macchina del tempo. La biologia comparata, con ricerche molto sagaci, ha dimostrato che tutti gli esseri viventi con sistema nervoso, anche minuscolo come quello di api e formiche, hanno un senso del tempo che, pur non essendo numerico come quello umano, è molto preciso. Se api e formiche non l’avessero, non potrebbero condurre la loro meravigliosa e disciplinata vita sociale. Ciò vale anche per il senso dello spazio e della causalità, anch’essi a priori e non frutto dell’esperienza. Il senso del tempo è un complicatissimo traliccio nervoso, a priori come capì Kant, nel quale viene collocata sia l’esperienza del mondo, con i dati forniti dagli organi di senso, che quella dell’interiorità (pensieri, riflessioni, stati d’animo, ecc.) Il tempo non si percepisce, come percepiamo un suono o un colore, ma si sente. Il mondo si percepisce, il tempo si sente. Da Von Helmholtz in poi sappiamo che il senso del tempo è un prodotto del cervello, con diverse analogie fisiologiche con l’altro suo prodotto che è il linguaggio.

Le neuroscienze hanno dimostrato che il senso del tempo è reale ed è un evento della coscienza. Quanto è importante la coscienza per giungere ad una definizione del senso del tempo?

Il senso del tempo non si definisce, si descrive, ed è un evento della coscienza. Anche il fisico Richard Feynman diceva  che il tempo non si definisce ma si misura, senza considerare che ciò che si misura deve pur esistere. L’orologio segna il tempo, quello oggettivo, ma solo quando il dato dell’orologio diventa evento della coscienza di chi lo guarda acquista significato. I meccanismi nervosi del senso del tempo sono attivi anche durante l’incoscienza del sonno, per cui quando ci si sveglia si sa più o meno che ora sia. Agli interessanti e recenti studi sul senso del tempo durante il sonno è dedicato un capitolo.

Ogni domanda sul senso del tempo rischia di essere tautologica: tuttavia possiamo dire che è risolto il dubbio se esso sia una caratteristica dell’Universo  che noi percepiamo oppure un’impalcatura di meccanismi cerebrali, nei quali è inserita la realtà, anche quella della vita mentale. Già Galilei, ripreso esplicitamente ed ampiamente da Kant, aveva intuito il ruolo centrale dei meccanismi innati della conoscenza, anche se non disponeva dell’evidenza sperimentale.

Galileo, nel Saggiatore, non parla del tempo ma del suono, che se non c’è qualcuno che l’ascolti non esiste. Esso è un movimento d’aria, che diventa suono nelle aree cerebrali della percezione acustica. Kant cita ampiamente Galileo per spiegare gli a priori (tempo, spazio, causalità), che sono meccanismi della nostra interiorità attraverso i quali entriamo in contatto col mondo. La realtà che percepiamo è sempre e solo un’interpretazione cerebrale. La domanda sul senso del tempo non corre più il rischio d’essere tautologica, nel senso che il tempo è il tempo. Le neuroscienze cognitive dimostrano che il tempo è un prodotto del cervello. Il tempo oggettivo è quello dell’orologio, uguale per tutti, il tempo soggettivo, fenomenologico, è il tempo della vita, diverso a seconda delle circostanze. Entrambi sono prodotti dal cervello, il primo con i centri della razionalità, prevalentemente presenti nell’emisfero sinistro, l’altro con quelli dell’affettività, propri di quello destro.

Oltre al tempo oggettivo e a quello soggettivo, esiste un tempo lineare dove collochiamo gli eventi che si succedono e un tempo circolare e ciclico che segue gli eventi che si ripetono e le alternanze biologiche della vita. In che misura questi modelli di tempo sono prodotti dal cervello?

Il tempo lineare e quello ciclico non sono alternativi al tempo soggettivo ed oggettivo. Tutti i “modelli” del tempo sono creati da meccanismi nervosi, selezionati nel corso dell’evoluzione secondo le esigenze delle specie e il rapporto con l’ambiente. Solo nell’uomo, in età relativamente recente, il senso del tempo ha acquisito il valore numerico. La necessità dell’ordine sociale ha portato il cervello a sviluppare i marchingegni degli orologi, che misurano il tempo assoluto, senza il quale la società contemporanea crollerebbe o, meglio, non sarebbe mai nata. Da quando il tempo è misurato, ha acquisito un valore economico enorme.

La ripartizione fenomenologica di Ernst Pöppel distingue cinque esperienze coscienti del tempo:  durata, simultaneità e successione, sequenza degli eventi, senso del presente, anticipazione del futuro. Esse  conferiscono alla coscienza una facoltà ordinativa del tempo.  Risulta  interessante il paragrafo della simultaneità illusoria e quello della compressione del tempo secondo i diversi meccanismi: trattandosi di una funzione soggettiva è interessante notare come varia il senso del tempo rispetto all’età o con riguardo a quelli che Lei definisce “cervelli ammalati”.

Il grande fisico John Arcibald Wheeler sostiene che il senso del tempo impedisce che tutto succeda contemporaneamente. L’ordine temporale c’è anche nella successione degli eventi che si sognano, cioè nell’incoscienza del sonno. I centri del tempo lavorano anche senza che i centri della coscienza siano attivi. Circa la simultaneità: Hermann von Helmholtz scoprì l’illusione della simultaneità fra arrivo di uno stimolo e la sua percezione cosciente: i meccanismi cerebrali impiegano da un terzo ad un mezzo secondo prima di rendere cosciente ciò che gli organi di senso o i meccanismi dell’interiorità trasmettono alle aree cerebrali della coscienza. Di quel tempo, che von Helmholtz chiamò, decenni prima di Proust, con le parole francesi temps perdu non abbiamo coscienza, e quindi, diceva von Helholtz, i nostri pensieri sono più lenti di quel che crediamo. Se siamo toccati nello stesso istante in faccia e in un piede l’illusione della simultaneità rispetto ai meccanismi nervosi che ci rendono coscienti di quell’evento è doppia: il tempo impiegato dallo stimolo che parte dal piede arriva al cervello dopo aver percorso i nervi della gamba, il midollo spinale e il tronco encefalico, mentre dalla faccia al cervello il percorso è molto più breve; eppure la percezione è simultanea, e avviene circa mezzo secondo dopo l’evento. Tutto quel tempo viene, come oggi si dice, “compresso” ed è perdu per la coscienza e per la memoria. Il presente, ha scritto il grande neurofisiologo Gerald Edelman, è remembered, ricordato, perché lo avvertiamo dopo il tempo perdu, cioè quand’è già passato.  Il cervello può manipolare il senso del tempo perché lo crea. 

Quali sono, a suo parere, i prossimi passi della ricerca  della neurofisiologia del tempo?

Oggi si lavora per localizzare, all’interno del cervello, i vari meccanismi del tempo oggettivo e di quello fenomenologico e i rapporti con i centri della coscienza e del sistema limbico dell’affettività. Recenti studi hanno mostrato dove venga memorizzata la categoria del tempo di un evento, accanto all’area della memoria spaziale. Lo studio del senso del tempo negli animali, di cui nel libro si portano diversi esempi sorprendenti, comprende animali con sistemi nervosi minuscoli e cervelli sviluppati: entrambi sono straordinariamente esatti.

Istat: nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia

Il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia registrato nel 2018 è di nuovo superato dai dati del 2019: gli iscritti in anagrafe per nascita sono appena 420.170, con una diminuzione di oltre 19 mila unità sul 2018 (-4,5%).

Il calo si registra in tutte le ripartizioni, ma è più accentuato al Centro (-6,5%). I fattori strutturali che negli ultimi anni hanno contribuito al calo delle nascite sono noti e si identificano nella progressiva riduzione della popolazione italiana in età feconda, costituita da generazioni sempre meno numerose alla nascita – a causa della denatalità osservata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta – non più incrementate dall’ingresso di consistenti contingenti di giovani immigrati.

Negli ultimi anni si assiste anche a una progressiva diminuzione del numero di stranieri nati in Italia, così che il contributo all’incremento delle nascite fornito dalle donne straniere, registrato a partire dagli anni duemila, sta di anno in anno riducendosi. Nel 2019 il numero di stranieri nati in Italia è pari a 62.944 (il 15% del totale dei nati), con un calo di 2.500 unità rispetto al 2018 (-3,8%).

Il peso percentuale delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati è maggiore nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,1%) e nel Nord-est (21,2%). Un quarto dei nati in Emilia-Romagna è straniero (25,0%), in Sardegna solo il 4,3%. Il tasso di natalità del complesso della popolazione residente è pari al 7,0 per mille. Il primato è detenuto dalla provincia autonoma di Bolzano (9,9 per mille) mentre i valori più bassi si rilevano in Liguria (5,7 per mille) e in Sardegna (5,4 per mille).

Coronavirus: le nuove norme in vigore da oggi

Resterà in vigore l’obbligo di indossare la mascherina negli spazi chiusi di accesso pubblico. Continueremo quindi a portare con noi il dispositivo di protezione individuale, per coprire naso e bocca in quei momenti in cui è impossibile garantire il distanziamento sociale. I guanti invece non saranno necessari

Proseguiranno i controlli nei luoghi della movida, e potrebbero quindi scattare anche le sanzioni.

Verifiche e accertamenti anche in uffici pubblici e ristoranti. Per chi non rispetterà le regole scattano le sanzioni che per i gestori potrebbero arrivare fino al ritiro della licenza con conseguente chiusura temporanea del locale. Proseguirà anche l’obbligo per i gestori di locali pubblici di raccogliere e conservare per 14 giorni le generalità dei clienti.

Inoltre  saranno internsificati anche i Controlli sulle spiagge, dove con l’apertura della stagione estiva sono spesso stati segnalati degli stabilimenti che non rispettano le regole per il distanziamento tra ombrelloni e lettini.

Digitale, smart class nel secondo ciclo: pubblicata la graduatoria, finanziate 2.198 scuole

È stata pubblicata il 10 luglio la graduatoria degli istituti destinatari dei finanziamenti dell’Avviso per la realizzazione di smart class nel secondo ciclo. Saranno 2.198 le scuole finanziate, per un totale di 21.964.751,74 euro di fondi PON assegnati.

I fondi consentiranno di acquistare, anche in vista della ripresa di settembre, strumenti e dispositivi digitali, accessori e periferiche hardware (come proiettori, webcam o scanner), software e licenze per piattaforme di e-learning, monitor touch screen e per creare spazi digitali nelle scuole, favorendo nuove metodologie di apprendimento.

In allegato la tabella con la ripartizione regionale.

Regione N. Candidature Importo Richiesto
ABRUZZO 69 689.838,63
BASILICATA 36 359.974,95
CALABRIA 115 1.149.790,95
CAMPANIA 291 2.908.756,52
EMILIA ROMAGNA 130 1.298.508,02
FRIULI VENEZIA GIULIA 51 509.778,61
LAZIO 193 1.928.234,37
LIGURIA 45 449.352,02
LOMBARDIA 222 2.217.522,71
MARCHE 69 689.602,25
MOLISE 19 189.999,94
PIEMONTE 126 1.259.077,37
PUGLIA 199 1.988.864,99
SARDEGNA 61 609.978,98
SICILIA 214 2.139.026,49
TOSCANA 132 1.319.140,94
TRENTINO-ALTO ADIGE 39 388.599,92
UMBRIA 48 479.927,29
VENETO 139 1.388.776,79
Totale 2198 21.964.751,74

28 Luglio: la Giornata mondiale dell’epatite

La Giornata mondiale dell’epatite viene commemorata ogni anno il 28 luglio per aumentare la consapevolezza dell’epatite virale, un’infiammazione del fegato che causa una serie di problemi di salute, incluso il cancro al fegato.

Esistono cinque principali ceppi del virus dell’epatite: A, B, C, D ed E. Insieme, l’epatite B e C sono la causa più comune di decessi, con 1,4 milioni di vite perse ogni anno. Tra la pandemia di COVID-19, l’epatite virale continua a reclamare migliaia di vite ogni giorno.

Il tema di quest’anno è ” Futuro senza epatite ” , con una forte attenzione alla prevenzione dell’epatite B (HBV) tra madri e neonati. Il 28 luglio l’OMS pubblicherà nuove raccomandazioni sulla prevenzione della trasmissione del virus da madre a figlio. L’HBV può essere prevenuto tra i neonati attraverso l’uso di un vaccino sicuro ed efficace.

Un proverbio al giorno….

Spesso la saggezza popolare ci è maestra di vita più di quanto lo siano gli insegnamenti formali e intenzionali.
I proverbi hanno radici lontane nelle alterne vicende della storia dell’uomo ma giungono fino ai nostri giorni conservando intatta e anzi arricchendo la loro immediatezza espressiva, sanno inquadrare e definire le situazioni più ricorrenti della nostra esistenza e possono darci spiegazioni esaurienti con poche, misurate parole.

Ognuno ci trova le risposte che attende agli interrogativi della propria quotidianità.
Si può dire che – essendo alla portata di tutti – realizzano la democrazia della parola e valorizzano l’aristocrazia del buon senso.
Ho sempre pensato che i proverbi debbano essere insegnati, studiati e tramandati anche a scuola, anzi soprattutto a scuola.

Prima di tutto per non disperdere un patrimonio di cultura locale che merita di essere conservato e trasmesso, per sopravvivere alla globalizzazione salvando le identità, il ”genius loci”, le nostre troppo colpevolizzate appartenenze.
E poi per lo straordinario potenziale educativo che sprigionano, per l’universalità del messaggio che racchiudono in sé, che è un po’ il contrario ma anche l’integrazione del concetto precedente: conservano la cultura radicata e nello stesso tempo ci fanno comunicare in modo planetario perché sulle cose della vita, gira che ti rigira, la “morale della favola” ci fa parlare lo stesso linguaggio, ci fa intendere sul bene e sul male.
E’ veramente ogni volta sorprendente e calzante la forza sintetica e la capacità descrittiva di ogni proverbio, è davvero incredibile come si possa – con immediatezza comunicativa e senza tanti valzer di parole – usare un’espressione così plasticamente adattabile a ciascuno di noi e così globalmente intellegibile.

I proverbi sono il sale della tradizione ma rivelano ogni volta una modernità che non ha eguali.
Sono più veloci di internet, più chiaro-scuri di un quadro di Caravaggio, più sintetici di una poesia ermetica, più efficaci di una ricetta: sono già dosati, misurati, plasmati, efficaci subito, pronti all’uso, solubili all’istante.
Si adattano a tutte le forme del comunicare: chiudono una lettera, aprono un discorso, troncano una retorica, facilitano un messaggio come Whatsapp con gli SMS.
E poi ti fanno “pensare”, oltre l’immediatezza della risposta, oltre la battuta ad effetto: una volta la spari tu per primo e un’altra volta la subisci come una fucilata che ti lascia secco tanto non te l’aspettavi.

Soprattutto trovo che i proverbi abbiano sempre ragione, mai una volta che uno possa dire “stavolta l’ho fregato!”.
No, loro sono lì, pronti a leggerti la vita e a dimostrarti che ce n’è sempre uno che se lo avessi messo in pratica prima avresti evitato di fare il contrario.

Anzi, forse non è vero neanche questo:”del senno di poi sono piene le fosse”.
Allora trovi che un proverbio ti può spiegare ma ti può anche aiutare, consolare, riconciliare con la vita, che è vero che ”chiodo schiaccia chiodo”.

Giuro che il prossimo libro che scrivo lo voglio intitolare così: “Un proverbio al giorno”.
Ci voglio mettere dentro 365 proverbi – più quello famoso dell’anno bisesto – per affrontare ogni giornata usando la saggezza già scritta e già vissuta da chi mi ha preceduto.
Come se fosse una pillola o uno sciroppo da deglutire con fiducia, per non lambiccarsi troppo il cervello nel cercare di capire tutte le cose della vita ma applicando con ironia e umiltà la morale di una favola certamente già raccontata.

Milano: Oggi la presentazione del “Rapporto sulla città – Ambrosianeum 2020”

Il “Rapporto sulla città – Ambrosianeum 2020”,  raggiunge la trentesima edizione, con il contributo di Fondazione Cariplo ed edito da Franco Angeli, per “fotografare – attraverso dati, storie, racconti di successi e di fragilità – la realtà delle donne milanesi e lombarde”.

L’appuntamento è per oggi, alle ore 11, all’Ambrosianeum, in via delle Ore 3 a Milano.

Intervengono: Antonio Calabrò, direttore Fondazione Pirelli, vicepresidente Assolombarda; Elena Cattaneo, senatrice a vita, professore di Farmacologia – Dipartimento di bioscienze – Università degli Studi di Milano, Istituto nazionale di Genetica molecolare. Presentano: Marco Garzonio, presidente di Ambrosianeum Fondazione culturale; Rosangela Lodigiani, curatrice del Rapporto Ambrosianeum.

Il Rapporto sulla città di questo 2020 da ricordare ha al centro le donne che portano vita, bellezza, amore e voglia di futuro. Se ne fanno carico anche per gli uomini, quando ce n’è bisogno. E lo fanno bene.

Altro tema fondamentale del rapporto sarà il Covid

Italia leader dell’agriturismo, è la vacanza cult del 2020

La vacanza “cult” dell’estate 2020 è in agriturismo dove è possibile trascorrere le giornate in sicurezza nelle campagne tra verde ed enogastronomia senza rischiare gli affollamenti. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che l’Italia è leader mondiale nel turismo rurale con 24mila strutture agrituristiche diffuse lungo tutta la Penisola. Gli agriturismi – sottolinea la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

Dal pranzo sul plaid con i piedi sull’erba, all’agri-aperitivo a bordo piscina o tra i filari, ma c’è anche chi si è attrezzato per ospitare i commensali nel granaio o sulle balle di fieno nell’aia o ha organizzato cene romantiche tra i vigneti tra  le diverse proposte  per l’estate 2020 segnata dall’emergenza coronavirus che – precisa Coldiretti – spinge verso il turismo di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città.

Gli agriturismi in Italia con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola possono dunque contribuire – sottolinea la Coldiretti – evitare il pericoloso rischio di affollamenti nelle località turistiche piu’ battute. A far scegliere l’agriturismo nell’estate del covid è certamente  l’opportunità di conciliare la buona tavola con la possibilità di stare all’aria aperta avvalendosi anche delle comodità e dei servizi offerti. Se la cucina è una delle ragioni principali per scegliere l’agriturismo, sono sempre più diffusi programmi ricreativi come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking, ma non mancano attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici.

Le proprietà dell’ananas

L’ananas (Ananas sativus) è il frutto della pianta di ananasso, appartenente alla famiglia delle Bromeliacee. Grazie alla presenza della bromelina ha un’azione decongestionante, oltre che essere ricca di sali minerali e in vitamine.

L’ananas ha un effetto diuretico: combatte la ritenzione dei liquidi ed è un buon digestivo e possiede un’azione antinfiammatoria sui tessuti molli. Viene usato nelle terapie contro la cellulite.

In cucina viene usato sia per la preparazione di secondi piatti, come il pollo in agrodolce, sia per la preparazione di dolci.

Nelle analisi diagnostiche il succo di ananas (assunto per via orale) è utilizzato in radiologia come mezzo di contrasto per gli esami di colangiografia in risonanza magnetica al posto di alcune costose sostanze di sintesi. Studi scientifici pubblicati a partire dal 2004, verificati nel 2007e 2012 hanno dimostrato l’efficacia del succo dal punto di vista tecnico medicale.

L’esperienza pratica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, dove il succo d’ananas è stato utilizzato continuativamente per due anni, ha altresì evidenziato ottimi risultati sia dal punto di vista dei pazienti che dal punto di vista della spesa.

Infatti il succo risulta molto più gradevole del farmaco che veniva utilizzato in precedenza e in tema di spending review è stato possibile rispamiare nel 2014 circa 14.000 euro, contenendo la spesa a poche centinaia di euro all’anno per l’acquisto del succo.

L’ananas potrebbe avere degli effetti collaterali e i suoi preparati potrebbero essere scarsamente tollerati da persone con ulcera peptica attiva e sono controindicati a chi è in trattamento con anticoagulanti, a causa della loro moderata attività antiaggregante piastrinica, perché potrebbe aumentare il rischio di emorragie in persone che assumono aspirina o fluidificanti del sangue.

 

Card. Bassetti: “Per rispondere alle sfide imposte dalla pandemia servono le sentinelle per la casa d’Israele”.

Il cardinale Gualtiero Bassetti

Carissimi fratelli e sorelle,

con animo grato al Signore, celebro oggi l’Eucaristia, in questa insigne basilica romana, per ricordare una figura centrale della storia cristiana: Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa.

Saluto con viva cordialità il fratello vescovo S. E. Mons. Guerino Di Tora, ausiliare di Roma; il carissimo Mons. Marco Frisina, rettore di questa basilica e straordinario compositore e direttore di musica. Saluto con tanta cordialità e riconoscenza le Monache benedettine, che festeggiano san Benedetto e custodiscono gelosamente questo sacro luogo dedicato alla martire Cecilia e carico di tante memorie storiche. Saluto di cuore i sacerdoti concelebranti e i fedeli laici, impegnati nell’associazionismo cattolico, provenienti da varie parti d’Italia.

Carissimi, il libro dei Proverbi ci offre, oggi, un grande invito a cercare la conoscenza di Dio. Perché è dalla bocca del Signore che escono “scienza e prudenza”. Solo in questo modo si può comprendere veramente “l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene”. Queste parole sono di straordinaria attualità e ci interrogano profondamente. Mai come oggi, infatti, in questo drammatico e complesso cambiamento d’epoca, siamo tutti esortati a discernere i “segni dei tempi”. Oggi infatti è, senza dubbio, il tempo dei profeti. È tempo di coloro che sanno mettersi in ascolto, ogni giorno, della parola di Dio e sono in grado di leggere in profondità il mondo che ci circonda.

Per rispondere alle sfide imposte dalla pandemia nel mondo contemporaneo non abbiamo bisogno soltanto di grandi esperti o di tecnici, ma abbiamo bisogno soprattutto di uomini e donne che si fanno “ambasciatori di Cristo”. Uomini e donne che, come le sentinelle per la casa d’Israele, rispondono a una missione divina, esprimono con passione e generosità la loro vocazione e si mettono a disposizione della comunità.

Proprio oggi celebriamo san Benedetto: senza dubbio un profeta dei suoi tempi. Paolo VI quando lo proclama patrono dell’Europa lo definisce come “messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in occidente”. Pace, unità e cristianesimo: ovvero le basi della nostra civiltà. La fitta rete di monasteri benedettini che si sviluppa in tutto il continente europeo costituisce, ancora oggi, le fondamenta spirituali, culturali dell’Europa. Di un’Europa che “prega e lavora”: cioè che contempla la parola di Dio e si prende cura di tutti gli esseri umani, a partire dai più deboli; che testimonia l’amore di Cristo e, al tempo stesso, si fa costruttrice del mondo con le opere dell’ingegno.

Al centro dell’opera di Benedetto si pone, senza dubbio, la ricerca di Dio. È quello che viene definito il “cristocentrismo della regola”. “Niente anteporre all’amore di Cristo” (RB.4,21), si legge nella Regola. E ancora: “Nulla, assolutamente nulla, antepongano all’amore di Cristo” (RB.72,2). Parole ancora oggi rivoluzionarie e, in particolar modo, valide per tutti i cristiani. Essere cristiani nel mondo contemporaneo, infatti, significa essenzialmente prendere il vissuto di Cristo e farlo nostro. E quale è il vissuto di Cristo? Il vissuto di Cristo sono le Beatitudini. Certo le Beatitudini sono per noi anche un insegnamento morale, ma esprimono il cuore pulsante del Vangelo. Le Beatitudini sono la lieta novella, sono Gesù Cristo e rappresentano, per tutti noi una scuola di santità.

Le Beatitudini sono infatti il termine di confronto e di valutazione dei nostri comportamenti quotidiani e delle nostre scelte di vita. Le Beatitudini sono la nostra regola di vita, sono un dono della grazia, ma sono anche frutto di preghiera costante e di totale abbandono all’azione dello Spirito. Possiamo leggere per tutta la vita le Beatitudini, ma non si improvvisano dentro di noi. Non si traduce Cristo dentro di noi se non nella preghiera e in un totale abbandono all’azione dello Spirito. E infatti Don Primo Mazzolari, per rimarcare questo abbandono all’azione dello Spirito, diceva che le Beatitudini “non si possono predicare” ma si possono soltanto leggere. Perché è solo Cristo che parla “dal di dentro di ogni Beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente”. Non si possono predicare, diceva Mazzolari, ma se ne possono leggere con grande attenzione le parole: perché sono parole “che hanno la virtù di far piangere” e da cui può scaturire “gioia o vergogna”. E ancora oggi, quando noi leggiamo queste parole, sentiamo esplodere dentro di noi il nostro cuore: un’esplosione di gioia e vergogna. Vergogna per i nostri peccati, le nostre miserie, i nostri tradimenti; gioia per l’amore sconfinato di Cristo nella vita di ognuno di noi.

Papa Francesco ha addirittura consigliato di imparare a memoria le parole delle Beatitudini, perché quelle parole rappresentano “la carta d’identità del cristiano”, una vera e propria “mappa di vita” da cui non si può prescindere. Una carta d’identità da tenere sempre con noi. In ogni ambito dell’agire umano, nella famiglia e nella scuola, nel lavoro e nel tempo libero, ogni cristiano è chiamato a incarnare le Beatitudini con atti concreti e non solo a parole. Perfino nella vita politica e nell’esercizio del potere, il cristiano è chiamato a rendere testimonianza a questo passo del Vangelo.

Una grande figura del passato a me molta cara, come Giorgio La Pira, ha testimoniato nella sua opera quella che è stata definita la spiritualità delle Beatitudini. O meglio, come è stato scritto, “La Pira è riuscito a vivere la politica come la Beatitudine di colui che ha fame e sete di giustizia”. E questa fame e sete di giustizia è oggi più che mai necessaria. Ed è il requisito essenziale per tutti coloro che si accingono ad operare nella politica. Dopo questo terremoto mondiale provocato dalla pandemia ci troviamo di fronte a un bivio epocale: o noi ricostruiamo il mondo con questa fame di giustizia oppure assisteremo al declino della nostra civiltà come spettatori irrilevanti. Come uomini e donne, cioè, che non hanno più nulla da dire e da dare alla società contemporanea.

E invece abbiamo, come cristiani, molto da annunciare e da fare per il nostro tempo. Dobbiamo annunciare la “verità sull’uomo”, come amava dire Giovanni Paolo II, e dobbiamo impegnarci per l’unità della famiglia umana e l’unità della Chiesa. Di fronte al rischio di una crisi epocale dobbiamo comportarci come san Benedetto: pregare e lavorare per la rinascita del nostro Paese, del nostro continente e della nostra civiltà.

Democrazia e partiti

1) Dal militante obbediente al partecipante per conoscere, discutere e deliberare

Le questioni riguardanti la democrazia interna ed esterna ai partiti sono prioritariamente una questione di cittadinanza attiva, quindi di partecipazione attiva alla vita dei partiti e, nel contempo, una questione di legittimità democratica dell’agire politico. Sono questioni che si possono considerare sotto tre aspetti: 1) il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art. 49 della Costituzione); 2) il dovere per i partiti di comportarsi con “metodo democratico”, atteso che i medesimi partiti sono organizzazioni destinate a svolgere un ruolo di particolare rilevanza costituzionale; 3) l’ingerenza indebita dei partiti, che sono organizzazioni esponenziali di un interesse di parte, nelle Pubbliche Istituzioni che, a loro volta, sono preposte a tutelare gli interessi generali del Paese. I tre aspetti sono tra loro intrecciati e costituiscono i connotati identificativi della liberal-democrazia che, ai nostri tempi, è sotto attacco da forze determinate a cancellare le libertà garantite dalla giovanissima Costituzione italiana.

Il diritto in capo ai cittadini di associarsi in partiti è previsto dalla Costituzione, ma molti dei comportamenti effettivi dei partiti tengono i cittadini o lontani da una partecipazione attiva o in condizione di militanza obbediente al capo partito di turno. Ciò può accadere facilmente nei partiti personali nati a misura delle ambizioni personali dei loro capi.

L’elusione degli obblighi derivanti dall’art. 49 della Costituzione risulta visibile, tra l’altro, comparando i comportamenti effettivi dei partiti con normative come quelle di cui al decreto legge 149/2013, convertito con modificazioni dalla Legge 13/2014 recante la “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”.

Comunque la normativa citata è sostanzialmente “claudicante” perché, pur indicando alcuni paletti del metodo democratico nella compilazione degli statuti dei partiti, ha una rilevanza limitata ad una sola “gamba”, quella dell’accesso e del godimento dei finanziamenti, mentre è sostanzialmente inidonea a far “camminare” i partiti, con la seconda “gamba”, quella riguardante gli aspetti strutturali e funzionali del “metodo democratico”.

Pertanto sarebbe ora di introdurre norme pienamente efficaci e cogenti, in piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione, per far rientrare l’agire politico dei partiti nell’alveo costituzionale che richiede l’esercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva. In sostanza occorre superare il sistema del “militante” del partito inteso come cieca obbedienza e cieca fede politica per pervenire al sistema del “partecipante” col “metodo democratico”, il metodo fatto di comportamenti, ovvero di procedimenti rivolti a conoscere, discutere e deliberare.

 

2) L’ingerenza indebita dei partiti nelle Istituzioni

“Il governo costituzionale, e più ancora il governo parlamentare, quale oggi prevale agli altri in molte parti d’Europa e dell’America con varie forme, è sempre un governo di partito. Esso come ogni cosa umana ha pregi e difetti che gli sono inerenti, e per l’indole sua stessa inevitabili, quand’anche il partito che governa si tenga strettamente nella cerchia dell’azione politica. Ma ogni partito tende naturalmente ad uscirne e ad esercitare un’ingerenza indebita nella giustizia e nell’amministrazione, e ciò al fine di conservare e di estendere la sua propria potenza. Gli effetti che da questa indebita ingerenza derivano sono gravissimi, e producono perturbazione e iattura ai diritti e agli interessi dei cittadini che le istituzioni libere sarebbero invece destinate a tutelare.”

Queste parole, scritte da Marco Minghetti nel suo celebre libro del 1881 (I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione), rispecchiano una situazione che sembra simile alla situazione dei nostri giorni. 

I partiti di quell’epoca, nonostante i limiti e i difetti messi a fuoco dall’autorevole statista, avevano connotati riferibili ad una pluralità di scuole di pensiero politico. C’era un alto senso della disciplina e dell’onore dei singoli parlamentari, a qualunque parte politica appartenessero. Tutti gli esponenti dei partiti, compreso Minghetti, innanzi al trasformismo dimostrarono un grande impegno per la “riforma morale” dello Stato. In quel periodo storico, pur essendo presente un notabilato che non facilitava la partecipazione democratica peraltro penalizzata dall’assenza del suffragio universale, non esistevano partiti personali e padronali.

Nei nostri tempi stiamo attraversando una pericolosa fase storica che fa intravedere non solo l’invadenza dei partiti, ma l’assenza di ogni traccia dell’etica pubblica. È palese una “voglia” di appropriazione di tipo “feudale” delle pubbliche istituzioni. È una voglia che tende addirittura all’immedesimazione organica dei partiti nelle stesse istituzioni. Tra l’altro, c’è in sospeso il varo dell’ennesima legge elettorale dopo il decennio nero caratterizzato da tre leggi elettorali illiberali, il Porcellum l’Italicum e il Rosatellum. Sono leggi “congegnate” per permettere a quattro o a cinque capi partito di scegliere i componenti delle Camere. E c’è di più. Due delle tre leggi elettorali citate, il Porcellum e l’Italicum, sono state sottoposte al vaglio della Corte costituzionale e sono state dichiarate incostituzionali. Ciò, si noti bene, è avvenuto a seguito di ricorsi promossi da semplici cittadini che hanno agito non come esponenti di un partito o di una componente parlamentare.

Un sonoro schiaffo ai principi dell’etica pubblica è stato e continua ad essere lo spoil system all’italiana, introdotto sul finire del XX secolo per nominare ad libitum i vertici della pubblica amministrazione e per relegare l’alta burocrazia in un ruolo ancillare della politica. Sta di fatto che sono stati picconati i principi costituzionali riguardanti il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione e l’accesso mediante concorso agli impieghi nelle stesse pubbliche amministrazioni (art. 97). Altra picconata è stata inferta ai principi riguardanti lo specifico vincolo dei pubblici impiegati che “sono al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98). 

Significativa è stata la vicenda relativa allo sciagurato abbandono della prassi virtuosa di tenere separati gli incarichi di governo dagli incarichi di direzione dei partiti. Cominciò il Presidente del Consiglio De Mita. In seguito ci fu il turno di Craxi. Ad onor del vero c’è da dire che all’epoca dei Governi di De Mita e di Craxi l’abbandono della prassi dell’incompatibilità dei due ruoli, di capo partito e di capo del Governo, non suscitò grande scandalo perché all’interno dei due partiti c’erano correnti di pensiero e personalità autorevolissime che rendevano visibili elementi di dibattito e di democrazia interni ai rispettivi partiti.

Però la confusione dei ruoli di capo partito, una organizzazione di parte, e di capo del potere Esecutivo, un potere da esercitare nell’interesse della generalità dei cittadini, diede la stura alla “scuola di pensiero” secondo cui ci sarebbe la necessità di una “democrazia decidente”. Questa ineffabile locuzione, “democrazia decidente”, è la maschera sulla “voglia” di mettere in primissimo piano l’uomo solo al comando dappertutto: Sindaco, Governatore, premierato assoluto e finanche presidenzialismo all’italiana. Ciò in spregio della primaria funzione (di indirizzo e di controllo) degli organi collegiali rappresentativi del diritto alla partecipazione (Consiglio comunale, Consiglio regionale. Parlamento) e in spregio dei principi liberal-democratici concernenti la divisione dei poteri insegnati da Montesquieu. Sta di fatto che sono state messe in atto politiche e comportamenti che hanno determinato sia la crisi della “rappresentanza” e, quindi, delle assemblee elettive, che la crisi dei partiti. Queste due situazioni di crisi hanno un cammino comune e favoriscono l’avvento di un nuovo feudalesimo fatto da un notabilato ai livelli comunali, regionali e nazionali.

Abbiamo visto e sentito sconcertanti attacchi alle istituzioni come quelli in spregio del Parlamento definito “il luogo dove si parla e non si decide”. Gli stessi consigli comunali sono visti con fastidio dalla tendenza, ancora in atto, del “partito dei sindaci”, che da troppo tempo rivendica sempre più potere per il Sindaco. Ormai molti sindaci nemmeno partecipano alle riunioni del consiglio comunale. Ed è certo che il sindaco dei nostri tempi ha più potere di quanto non avessero i podestà di epoca fascista. Lo stesso fenomeno si registra a livello dei governatori regionali, che pretendono sempre più potere da gestire. E queste pretese vengono favorite, purtroppo, dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, una riforma che, di fatto, porta acqua al mulino della secessione rivendicata dal più antico partito presente in Parlamento.

Basterebbe esaminare l’evoluzione, nell’ultimo quarto di secolo, della normativa riguardante il “sistema dei controlli” interni ed esterni sull’operato dei sindaci e dei “governatori”, quest’ultima è la qualifica impropria dei Presidenti delle Regioni, per comprendere il come e il perché la gestione della cosa pubblica sia diventata una continua ricerca di mettere le mani sui palazzi del potere in termini proprietari. Altro che le indebite ingerenze prese in esame da Marco Minghetti nel 1881. Senza scomodare gli esperti di diritto pubblico, tutti noi sappiamo quanto si siano affievoliti e quanto siano inefficaci i controlli di natura amministrativa, di natura contabile e di natura politica, questi ultimi di competenza delle Assemblee elettive. In spregio all’etica della responsabilità, la responsabilità erariale è stata via via normata in modo da renderla quasi inapplicabile. Molti degli Organi consultivi sono stati ritenuti superflui e, quindi, o soppressi o inascoltati. Invece abbiamo visto crescere il conferimento di onerosi incarichi di consulenze ad estranei alla Pubblica Amministrazione. In carenza di sistemi stabilmente preordinati al controllo interno di legittimità degli atti e dei provvedimenti, è stata introdotta l’ineffabile figura dell’assessore alla legalità di nomina discrezionale da parte del Sindaco e del Governatore. 

Quanto al controllo di natura politica, si enfatizza la possibilità di consentire tale controllo episodicamente una volta ogni 5 anni e per un solo giorno, il giorno delle elezioni, ovvero il giorno del plebiscito per eleggere direttamente il sindaco e il governatore. E lo stesso si vorrebbe fare a livello nazionale, magari col presidenzialismo all’italiana altrimenti detto “il sindaco d’Italia”.

Nel quadro degli assetti, delle forzature, delle ingerenze e dei desiderata accennati per sommi capi, rientra la vicenda relativa all’inserimento nella scheda elettorale del nome del candidato premier. Un inserimento che, com’è noto, è incompatibile con il conferimento dell’incarico di competenza del Presidente della Repubblica.

Tutto ciò accade con un ricorrente attacco alla Costituzione, che viene considerata di ostacolo alla ineffabile “democrazia decidente”.

 

3) ll diritto alla partecipazione attiva

Il diritto alla partecipazione che coinvolga i cittadini, è l’idea del premio Nobel Wole Soyinka che avvertiva, fin dall’inizio del terzo millennio, la necessità di porre la partecipazione all’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e in tutti i primi articoli delle Costituzioni di tutti i Paesi del Pianeta. Giova ricordare in proposito quanto aveva affermato John Stuart Mill: “La libertà come principio, non si può mai applicare ad una società fatta di uomini che non abbiano ancora imparato a migliorarsi attraverso una discussione libera e alla pari. Fino ad allora, per loro non può esserci altro che una cieca obbedienza ad un Akbar o a un Carlo Magno, se sono abbastanza fortunati a trovarne uno.”

Sarebbe ora di affrontare le questioni della partecipazione con la piena consapevolezza che abbiamo in Italia una Costituzione, quella entrata in vigore nel 1948, lungimirante e certamente idonea ad indicarci la strada maestra per rendere effettiva la partecipazione attiva dei cittadini e per impedire le ingerenze indebite dei partiti nelle pubbliche istituzioni.

Sia nei “principi fondamentali” che nei “diritti e doveri dei cittadini” della prima parte della Costituzione, tutti compresi negli articoli da 1 a 54, ci sono molte indicazioni che direttamente o indirettamente ci parlano della partecipazione.

In particolare, l’art. 1 ci dice che “la sovranità appartiene al popolo” e l’art. 54 prevede l’adempimento delle funzioni pubbliche con disciplina e onore. L’art. 2 ci parla dei diritti inviolabili dell’individuo “sia come singolo e sia nelle formazioni sociali”. L’art. 3, comma secondo, menziona espressamente “l’effettiva partecipazione” e i diritti e i doveri correlati alla necessità di “rimuovere gli ostacoli di ordine sociale” che limitano di fatto “la libertà e l’eguaglianza”. L’art. 49 chiarisce la natura e il contenuto del diritto dei cittadini di associarsi “liberamente” in partiti per partecipare, o meglio, “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il verbo “concorrere” che ha significato analogo a quello di “partecipare” è previsto come diritto dei cittadini a proposito della presenza dei partiti nel nostro ordinamento costituzionale.

L’art. 49 è chiarissimo anche a proposito del pluralismo dei partiti e dell’impossibilità che un partito possa immedesimarsi nello Stato o possa diventare partito unico come avvenne durante il fascismo: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti”. E la norma costituzionale ci dice che la questione dei partiti è fondata sul diritto soggettivo del cittadino di partecipazione attiva. 

L’avverbio “liberamente” posto a base della libera volontà di aderire ad una associazione, è il medesimo indicato nell’art. 18 sul diritto di associazione, un diritto che ha solamente tre divieti: contrasto alla legge penale, associazioni segrete, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Art. 18 e art. 49 prevedono entrambi due diritti fondamentali caratterizzanti la convivenza democratica in un regime di libertà individuale e di libertà delle associazioni. Sono diritti riguardanti sia l’individuo singolarmente considerato e sia, con pari dignità, l’associazione di cittadini. Una pari dignità che, in genere, viene cancellata nei regimi autoritari e che, infatti, fu cancellata dal fascismo. La nostra Costituzione la prevede nel sopra citato art. 2 declinando il “dovere” della Repubblica che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il diritto di associazione di cui all’art. 49 che fa menzione espressa dei partiti ha, ovviamente, oltre ai divieti di cui all’art. 18, il divieto di cui alle XII disposizioni transitorie e finali della Costituzione a proposito del divieto di “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. La locuzione “sotto qualsiasi forma” dovrebbe avere molto rilievo in Italia dove la Costituzione, certamente democratica e liberale, è stata e continua ad essere continuamente sotto attacco soprattutto per scardinare il principio della divisione dei poteri e per introdurre forme di premierato assoluto, o dell’uomo solo al comando, o del “presidenzialismo all’italiana”, o del “sindaco d’Italia”.

Il diritto (di associarsi liberamente in partiti) di cui all’art. 49 della Costituzione fa parte del Titolo quarto sui “Rapporti politici” della Parte Prima della Costituzione dedicata ai “Diritti e doveri dei cittadini”.

Peraltro, tutti i 7 articoli del Titolo quarto, dall’art. 48 (diritto di voto, personale, libero, eguale e segreto) all’art 54 (doveri da adempiere con disciplina ed onore) sono diritti e doveri del cittadino che comportano speciali obblighi (e responsabilità) in capo alle entità (partiti, pubbliche istituzioni, etc.) nelle quali tali diritti (dei cittadini) vengano esercitati.

Gli altri soggetti coinvolti nei 7 articoli del Titolo quarto sono destinatari di vincoli e di obblighi che la Costituzione indica avendo comunque al centro e come presupposto il diritto (o il dovere) dell’individuo. Così, per fare qualche esempio, a fronte del dovere di tutti i cittadini di “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, c’è il vincolo (per le istituzioni) secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Altro esempio si può fare a proposito dell’art. 51 che prevede l’obbligo per la Repubblica a promuovere “con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

L’art. 49 della Costituzione, non pone direttamente in capo ai partiti il diritto di “partecipazione” alla determinazione della politica nazionale. Sono i cittadini i titolari del diritto. E i partiti sono previsti, in termini strumentali, per l’esercizio del diritto di partecipazione posto in capo ai cittadini. E c’è di più. C’è un vincolo preciso alle modalità della partecipazione nei suoi riflessi interni ed esterni dei partiti: il “metodo democratico” che è, quindi, elemento costitutivo e di legittimazione dell’associazione chiamata partito. L’esistenza di un partito unico è uno dei connotati dei regimi autoritari, mentre il pluralismo dei partiti attiene agli aspetti esterni del metodo democratico. Ma per quanto attiene agli aspetti interni al partito, il metodo democratico comporta regole che abbiano natura e contenuto di sicura democraticità. Pertanto non può certamente essere considerato conforme alla Costituzione, con tutto ciò che ne consegue, un partito personale o padronale oppure un partito organizzato come un Consiglio di Amministrazione di una società per azioni. Queste ultime, come si sa, sono regolate da norme di natura privatistica e i loro “metodi” decisionali sono subordinati a meri interessi della proprietà ricadenti nel regime del diritto privato. D’altronde, i cittadini che si associano in partiti hanno diritti di partecipazione attiva totalmente differenti dai soci di una società per azioni. Nelle società per azioni si partecipa alle perdite e ai profitti di natura economica della singola associazione e del singolo associato. È una partecipazione quasi totalmente passiva (salvo il diritto di partecipazione alle assemblee societarie) in attesa degli utili sul denaro investito. Nei partiti si partecipa di persona col proprio impegno e con la propria credibilità messi in gioco per la buona convivenza di tutti i cittadini nell’intero Paese e, per alcuni temi come l’ambiente o la pubblica sanità, per la buona convivenza nell’intero Pianeta.

Il “metodo democratico” pone paletti che consentono di riconoscere i confini nell’ambito dei quali possano agire legittimamente i partiti, che sono soggetti alle disposizioni costituzionali poste a presidio di diritti e doveri definiti nel Titolo IV (“Rapporti politici”).

Durante la prima Repubblica il “metodo democratico” interno ai partiti era di solare evidenza perché c’erano in vita organizzazioni politiche che erano diffuse sul territorio ed erano animate da pensiero politico che veniva posto a confronto in puntuali congressi. All’esterno del partito c’era un pluralismo di partiti ricchi di storia e di pensiero politico.

Del tutto differente è la situazione caratterizzata dalla presenza di partiti personali e padronali che sono, per loro natura, lontani dal “metodo democratico”. Infatti questi ultimi partiti sono visibilmente gestiti col metodo della cooptazione e del decisionismo del capo. Alcuni addirittura portano il cognome del capo del partito. Innanzi ad un partito che porti nel nome e nel simbolo il cognome del proprio capo viene immediatamente da pensare che si tratti di una formazione politica legata al culto della personalità e dei pieni poteri del capo carismatico. Non viene certamente in mente il culto e la cultura del metodo democratico. E il culto della personalità, eufemisticamente definito “leaderismo” nei nostri tempi, è sempre foriero di disastri come quelli che abbiamo visto durante il secolo scorso.

Quanto all’ingerenza indebita dei partiti, è da sottolineare che lo spoil system all’italiana, introdotto sul finire del XX secolo per nominare ad libitum i vertici della pubblica amministrazione, è stato e continua ad essere un vero disastro. Infatti sono stati picconati i principi costituzionali riguardanti il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, nonché l’accesso mediante concorso agli impieghi nelle stesse pubbliche amministrazioni (art. 97). Altra picconata è stata inferta ai principi riguardanti lo specifico vincolo dei pubblici impiegati che “sono al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98). Infatti, i vertici della pubblica amministrazione, reclutati per la loro fedeltà ai partiti, vengono relegati in un ruolo ancillare di chi abbia effettuato la loro nomina. Con ciò diventano, nel contempo, i parafulmini delle incapacità e delle inefficienze della politica a farsi carico delle proprie responsabilità.

4) Alcuni connotati del metodo democratico già presenti nel diritto positivo

Pur in assenza di una legge attuativa dell’art. 49 della Costituzione, il “bisogno” di giustificare per legge il finanziamento dei partiti ha indotto il legislatore a definire alcuni punti di riferimento del metodo democratico e, in particolare, alcuni “requisiti di trasparenza e democraticità” e alcuni connotati della democrazia interna e dei controlli.

Basta scorrere alcuni articoli della normativa vigente per rendersi conto che il contenuto e la natura di quei requisiti e di quei connotati sono scarsamente osservati da molti partiti, specialmente quelli personali e padronali. 

Purtroppo non ci sono conseguenze rilevanti in capo ai partiti per le loro “devianze” e per le loro “invadenze”. Ma è importante leggere alcune indicazioni che possono mettere a nudo alcuni comportamenti omissivi o commissivi di partiti poveri di pensiero politico, ma ricchissimi di immense risorse finanziarie finalizzate alla mera occupazione dei palazzi del potere.

I partiti politici che intendano avvalersi dei benefici previsti dalla legge sono tenuti a dotarsi di uno statuto, redatto nella forma dell’atto pubblico “nel rispetto della Costituzione e dell’ordinamento dell’Unione europea”. E nello statuto vanno previsti:

“a) il numero, la composizione e le attribuzioni degli organi deliberativi, esecutivi e di controllo, le modalità della loro elezione e la durata dei relativi incarichi, nonché l’organo o comunque il soggetto investito della rappresentanza legale;

  1. b) la cadenza delle assemblee congressuali nazionali o generali;
  2. c) le procedure richieste per l’approvazione degli atti che impegnano il partito;
  3. d) i diritti e i doveri degli iscritti e i relativi organi di garanzia; le modalità di partecipazione degli iscritti all’attività del partito; 
  4. e) i criteri con i quali è promossa la presenza delle minoranze, ove presenti, negli organi collegiali non esecutivi; 
  5. f) le modalità per promuovere, attraverso azioni positive, l’obiettivo della parità tra i sessi negli organismi collegiali e per le cariche elettive, in attuazione dell’art. 51 della Costituzione; 
  6. g) le procedure relative ai casi di scioglimento, chiusura, sospensione e commissariamento delle eventuali articolazioni territoriali del partito;
  7. h) i criteri con i quali sono assicurate le risorse alle eventuali articolazioni territoriali;
  8. i) le misure disciplinari che possono essere adottate nei confronti degli iscritti, gli organi competenti ad assumerle e le procedure di ricorso previste, assicurando il diritto alla difesa e il rispetto del principio del contraddittorio;
  9. l) le modalità di selezione delle candidature per le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, del Parlamento nazionale, dei consigli delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano e dei consigli comunali, nonché per le cariche di sindaco e di presidente di regione e di provincia autonoma; 
  10. m) le procedure per modificare lo statuto, il simbolo e la denominazione del partito; 
  11. n) l’organo responsabile della gestione economico-finanziaria e patrimoniale e della fissazione dei relativi criteri; 
  12. o) l’organo competente ad approvare il rendiconto di esercizio;

o bis) le regole che assicurano la trasparenza, con particolare riferimento alla gestione economico-finanziaria, nonché il rispetto della vita privata e la protezione dei dati personali. 

Si può fare a meno di riportare tutta la casistica concernente l’incasso, la rendicontazione e i controlli per del denaro destinato ai partiti. Ma è da porre in rilievo che le sanzioni pecuniarie previste in casi di inadempimenti da parte dei partiti sono fin troppo blande. D’altronde, la normativa resta claudicante perché cammina con la sola gamba dei finanziamenti e non sono previste garanzie specifiche e cogenti per le questioni attinenti al metodo democratico ovvero per gli aspetti relativi all’esercizio del diritto alla partecipazione attiva dei cittadini.

Questi piccoli passi per regolare i partiti al loro interno non sono, ovviamente, la vera e propria attuazione dell’art. 49. In Italia il metodo democratico viene sacrificato sull’altare dell’autoreferenzialità e del “qualunquismo di giornata” dei capi carismatici e delle oligarchie. L’autoreferenzialità è una malintesa idea della libertà, perché senza regole certe e affidabili si riducono gli spazi di libertà dei cittadini che hanno il diritto di liberamente e laicamente aderire ad una formazione politica non per mero atto di fede.

Una provocazione

Le  culture  politiche  convergenti e  da  ridefinire  

Alle blasfemie e alle sparate provocatorie, Matteo Salvini ci ha ormai abituati. Basta che abbia una telecamera davanti. E basti ricordare quel giuramento di Milano sul Vangelo , e quel comizio di Siracusa col Rosario in mano. Ora se ne esce dicendo che la Lega è l’erede dei valori di Berlinguer. Boh ! Diciamo pure, però, che se guarda solo ai voti e alle classi sociali che votano Lega, un poco di ragione c’è l’ha: il 50%  circa dei suoi elettori è composto  da operai e lavoratori autonomi. Un dato che conferma la vecchia  previsione di D’Alema sulla Lega come “costola del movimento operaio” . Questa sua paradossale uscita mi ha però sollecitato una riflessione e una convinzione. La riflessione è quasi scontata e riguarda  il rimescolamento delle identità dei partiti italiani, con la crisi delle differenze fra le culture politiche storiche provocata  dalle profonde trasformazioni in corso.  Si giustifica con un dato molto semplice legato ai cambiamenti strutturali, antropologici, sociali, economici e culturali, che viviamo.

E che, dopo,  tutti insieme si riversano inevitabilmente sul  politico. Partiti  che da solidi sono ormai diventati liquidi e mutevoli nell’offerta. Rivolti a pezzi di società variabili e una volta rigidamente schierati nelle appartenenze. La convinzione riguarda invece  le risposte da dare a una tale crisi delle identità, che non possono essere tanto  diverse l’una dall’altra. A  misura cioè di singolo partito politico,  di singolo elettorato , di singolo leader di partito.   Come è noto,  il dibattito su Sinistra, Centro e Destra, compresi i luoghi geometrici intermedi, non è nuovo. Ed è già pieno di una interessante bibliografia. E’ compito  dei filosofi della politica, discutere e individuare i grandi principi fondanti e i grandi valori  della democrazia  e del vivere civile  che ci attendono. Il fatto nuovo è, che di fronte ad una concentrata ed unica sfida globale –  il mercato, i profitti, la finanza , la crescita a prescindere dalla distribuzione, le migrazioni, ecc.  –  questi valori pur mantenendo le caratteristiche che si sono affermate da Pericle in poi, non possono essere molto diversificati.  Diventando necessario concentrare e unire le risposte ai mutamenti epocali, con   soluzioni il più possibile univoche e unitarie. Saranno però proprio questi valori che ci permetteranno di prendere le distanze dalle ultime ideologie, dalle scorciatoie, dalle illusioni, e dai populismi. E sarà il realismo politico che potrà accorciare le distanze tra i partiti,  avvicinando i loro  obiettivi sociali ed etici , i traguardi da raggiungere.                     

Le  tante  sfide  già sotto i nostri occchi.                                                                     

Le sfide del futuro appartengono in parte già al passato. E sono sotto i nostri occhi da un poco di tempo.  Sono tante  e diverse . Ma sono novità assolute nella storia dell’uomo. Proprio per questo è da ritenere che basti un poco di buon senso per dire che le risposte da dare non possono essere altrettanto tante e diverse.  Si pensi al clima e ai ghiacciai che spariscono. All’acqua dei mari che si  alza. All’equilibrio ecologico  del pianeta , e all’energia rinnovabile.  Alla biodiversità e al cambiamento climatico. Alle foreste amazzoniche. E soprattutto alle  povertà in drammatico aumento con 400 milioni circa di poveri concentrati nell’Africa Subsahariana, e pronti a scappare dalla fame e dalle guerre. Si pensi ai big data, agli algoritmi che dettano i ritmi alla nostra vita sociale. A cosa sarà il lavoro tra una decina di anni.  All’intelligenza artificiale e alla robotica che smantelleranno il mondo lavorativo che conosciamo.  Allo smart working che ci accompagnerà oltre la pandemia. Al mondo digitale delle poche aziende globali che lo gestiscono. Ai “Treni proiettile”  magnetici giapponesi che corrono a 600 Km l’ora.  A Marte che ci attende. E si pensi alla nuova economia globale in pieno sviluppo e nelle (poche) mani di un capitalismo finanziario e digitale che chiede uno Stato minimo. Se non assente. Eh.. insomma,ne abbiamo di sfide. Una serie di sfide incredibili che sono vere e proprie  rivoluzioni delle  nostre conoscenze, ma che  conducono a vere e proprie rivoluzioni  delle nostre strutture sociali, economiche,  culturali, e dunque politiche. Verso cui bisognerebbe concentrare e  far convergere  risposte e soluzioni univoche .

Con una sola avvertenza a scanso di equivoci. E cioè che questo urgente lavoro unitario , deve far capo alla testa e non alle pancia. Accorciando distanze , sì.  Ma evitando nello stesso tempo di cadere nelle trappole – pericolose –  del pensiero unico e del partito unico,  dove si livella ogni dibattito, e si fa morire il sacrosanto diritto alla libertà di associarsi e di dissentire.  E’ stata la mistica Simon Weill ad avvertirci molti anni fa di questo pericolo. Quando ha ragionato sulla morte del partito politico quando si riduceva ad una sola dimensione. Per questo, pur di fronte a problemi epocali che chiedono risposte coraggiose non dissimili,  bisogna continuare ad aver fiducia nel pluralismo. Legittimando i corpi intermedi , specie quelli che partono dal basso . Riconfermando senza discussioni il  ruolo insostituibile del Parlamento : silenzioso durante il Corona virus !  Rispettando i municipi con i loro  problemi reali locali. Delegando poteri  e  sovranità a quella Europa unita indicataci dai padri fondatori.  Applicando quel benedetto principio di  sussidiarietà, ma evitando  per favore di evocare fascismi quando si necessita di utili e necessarie decisioni centrali nelle mani del Governo. Tutto questo a  patto che sia un  pluralismo vero. Non quello finto  venduto come vero.  Un pluralismo sostanziale, insomma. Non quello artefatto per accontentare i tanti partiti personali oggi a misura di solitari leader. O  quello favorito e incentivato soltanto dalle leggi proporzionali che conducono ad un pluralismo politico formale, che,  nella prospettiva dei cambiamenti spesso si riduce a ripetute fotocopie di partiti  e programmi, ad eccezione di qualche virgola.                                     

Il momento storico
Salvini con sua beata incoscienza mi ha però fatto pensare anche alla politica del  particolare  momento storico che viviamo. Con l’ importanza della presenza di uno Stato , pandemia o meno, che deve continuare a fare  la sua irrinunciabile parte reagendo a quel neoliberismo modello laissez faire .

Del  meno Stato e più  privato. E così spiazzando quei diversi studiosi e  editorialisti  innamorati del libero mercato  come  unica e sola possibilità di sopravvivenza civile, che hanno sempre snobbato Keynes. Un momento storico che deve essere però tolto dalle mani dei tanti che confondono il bene comune col bene particolare, il  bene di tutti col bene di una sola parte.   E tutto questo  mentre l’economia si incammina verso lidi sconosciuti e le società  necessitano di urgenti analisi sui cambiamenti strutturali e le sfide incredibili che essi  ci riservano.  Sotto questo aspetto, e sapendo delle difficoltà, ritengo che lo smussamento delle differenze e l’avvicinamento delle risposte politiche e partitiche sul futuro già presente, debba essere precipuo  compito della ragione più che della passione. Più della scienza politica che della scienza populista con i suoi canoni depositati nel mondo dei media, dei social e dei selfie. Un  compito nuovo ma arduo nello stesso tempo. Capisco. Che  ha poco da fare con la cattura del consenso politico-partitico.  Ma  capace di leggere un capitalismo ormai concentrato nelle mani della sola finanza e lontano dai controlli democratici,  che crea quelle diseguaglianze e povertà di portata mondiale, e  con un mercato azionario pilotato da solo da quell’1% di super ricchi  che detta le leggi alla democrazia, esercitando un potere extrapolitico  su cui sorvolano anche i liberisti.

Gli interrogativi
Ci sono risposte diverse da dare per questi problemi? E , per caso,  una  destra  sociale,  una volta che indirizza il suo sguardo verso la società anziché verso le sue idee,  riesce veramente a essere diversa da una sinistra sociale?
Esiste dunque qualche  possibilità per ridurre le differenze, soprattutto quelle tardo ideologiche, concentrandoci tutti, a destra, al centro e a sinistra, sulle sfide che ci attendono ? Esiste questa volontà ? O invece dobbiamo creare differenze fittizie per proseguire allegramente su quelle partitiche storiche, sulle cui distinzioni  occorre una totale ritaratura perché di destra e  sinistra, come le abbiamo sempre intese, non hanno più niente ?   Esiste la possibilità di conciliare il sacrosanto diritto costituzionale di concorrere alle elezioni politiche e di essere presenti, evitando però la proliferazione inutile dei partiti,  quando ormai se ne contano 54 registrati,  18  in Parlamento , e 9 fuori dal Parlamento  che arrivano a 26 se si tiene conto dei gruppi parlamentari, delle liste per l’Europa e di quelle nazionali locali ?
Ho cari amici che la pensano in modo diverso. Ma se la mia chiacchierata porta al bipolarismo e al bipartitismo, devo ammettere che  ciò non mi scandalizza per niente. E, guardando al futuro, è anzi un mio auspicio che trascura anche le
Terze Vie  fallimentari. Non concede però nulla ai populismi che guardano alle c.d. caste e alla classe politica, indispensabili ieri come oggi . Quelli cioè  del… né destra né sinistra ! Perché rimane sul tappeto e in bella evidenza l’eguaglianza. Quella tanto cara a Norberto Bobbio che ci deve fare luce. Accompagnandola con i  diritti dell’uomo, la giustizia e la carità, e possibilmente con l’utopia di Bergoglio sul Salario Universale. .
Il dibattito su Sinistra, Centro e Destra
Quando era già partito un processo spontaneo di ridefinizione, è  stato Marco Revelli  a interrogarsi, circa 30 anni, fa sull’ “Identità smarrita”  di Sinistra e Destra” . Facendo seguire questa sua riflessione da un lavoro provocatorio e ancora più chiaro sin dal suo titolo: Finale di partito. Nel quale  –  scontando la scomparsa del vecchio partito di massa trasformato in comitato elettorale nelle mani di un leader in diretto rapporto con gli elettori per dare così ragione a Bernard Manin e alla sua  “Democrazia del pubblico” ,   e  con gli occhi rivolti a quella  “Postdemocrazia”   denunciata da Colin Crouch  caratterizzata dall’enorme e incontrollabile potere delle lobby economiche e dei mass media  –  sono proprio le identità di  sinistra, destra e…centro,   ad essere messe sotto osservazione. Sono anche gli anni in cui Pietro Scoppola ragiona su quella Repubblica dei partiti  che ha  frenato l’avvento di una democrazia compiuta.  Soffermandosi sulle ragioni storiche del centrismo, e  lanciando velati avvertimenti sulle èlite interne ai partiti, premessa alla loro crisi di identità, ai  giorni nostri matura. Subito dopo arriva il lavoro di Norberto Bobbio su  Sinistra e Destra ,  indicata come alternativa tra i fautori dell’uguaglianza e i sostenitori della diseguaglianza. Una distinzione utile, feconda e lungimirante che ha avviato un dibattito ancora in corso.  Ripreso recentemente anche da  Civiltà Cattolica con l’articolo di Francesco Ochetta del Maggio 2018 : “Destra , Sinistra e le nuove appartenenze della politica”  che  si interrogava su cosa potesse sostituire queste ormai vecchie categorie politiche. Mentre nei riguardi del Centro, tutta la storia politica italiana si rivolge non solo a dove si stava seduti negli emicicli parlamentari, ma anche al centrismo storico della vecchia Dc. Spesso definito moderato e cattolico. Un centrismo in quegli anni  giustificato da una “Politica di centro…necessaria per l’Italia post-fascista,  portando al superamento dell’antifascismo e alla convinzione che il partito comunista di Togliatti sarebbe , prima o poi, diventato democratico” . Cosi la filosofa Lorella Cedroni, introduceva   un bel  libriccino di Reset edito nel 1995: “Centrismo vocazione o condanna ?”,   che è consigliabile leggere per le considerazioni ancora attuali  sul centrismo  e sul centro politico. Su quei ceti medi moderati e su quella borghesia,  oggi scomparsi dalla scena sociale e culturale, e sulla mediazione, in quei tempi indispensabile. Il tema riguarda il  dialogo  “…a distanza”  tra il cattolico Augusto Del Noce  e Norberto Bobbio, che si dichiarava ateo ma che sosteneva ad alta voce  di ignorare  la definizione di ateo. E le considerazioni sono forse utili per capire l’importanza del superamento del centrismo e del centro politico storici, tornati oggi d’attualità grazie alla legge proporzionale, pensando che da sola possa creare una domanda sociale  e definire una identità cultural-politica. Con qualche fuga in avanti sul popolo cattolico e moderato che in tempi di secolarizzazione dovrebbe rappresentarne la base sociale, e  che alcuni miei stimati amici assieme alle loro associazioni vedono con molto ottimismo.  Non sono più i tempi di Del Noce e  Bobbio. Con il  centrismo di quegli alle spalle di una Chiesa cattolica, spaventata e timorosa dell’ateismo marxista e della Cortina di ferro. Giustificato  e forse necessario  negli anni del secondo dopoguerra, a causa della   nota situazione internazionale, e se vogliamo anche nazionale, che ha caratterizzato le identità  partitiche di quel tempo storico, mentre Aldo Moro si scaldava i muscoli e osservava. Ma senza elaborare una qualche originale filosofia politica… di centro, inesistente allora come oggi, se non quella sorretta dalla Guerra fredda. Con una identità  “innervata solo in alcuni valori cristiani tradizionali da difendere”,  oggi a secolarizzazione avanzata impossibile. Non fa male alla chiacchierata  ricordare che la Dc , partito di Centro, se non di centrodestra, è stata sin d’allora protagonista di riforme economiche e sociali di netto sapore di sinistra .
Prime conclusioni.
Devo riconoscere  che  dietro queste mie divagazioni,  ci sono anche le allegre provocazioni  di  Giorgio Gaber. Ma che sicuramente non ci sono, lo ripeto,  le intenzioni populiste di Beppe Grillo del né… né. Nonché di tutti i populismi esistenti che alzano la  bandiera dell’anticasta e della post destra e della post sinistra senza chiarire.  Poiché  è alla razionalità politica che ci si deve rivolgere, e non alla passionalità. Alla testa e non alla pancia.  Alla fine capisco di trascinarmi l’ironia del mio vecchio parroco . Che pochi mesi  dopo il successo elettorale del M5s, mi ha frettolosamente avvertito che “…il centro elettorale della vecchia Dc, compreso quello della sua bella (sic!) sinistra interna, è stato occupato da Grillo … e che oggi non essendoci più il Pci,  è il Pd il  nuovo partito politico di centro, …perché la sinistra, la destra e lo stesso vecchio centro  sono morti” .
Mi tocca infine ricordare , a scanso di equivoci, che se abbiamo ancora bisogno delle distinzioni geometriche orizzontali , e se  abbiamo la voglia di mantenere una  Sinistra, un Centro e una Destra, ebbene dobbiamo  avere il coraggio di dire a chiare lettere che esse indicano, e devono indicare, altre , ma altre cose. Anche se, come ho cercato di chiarire, non  tanto  diverse rispetto alle sfide del  postmoderno. Il che significa che se  vogliamo mantenere queste distinzioni, ponendoci con auspicabili atteggiamenti razionali  di fronte alle incognite,  le  soluzioni vanno trovate rimanendo insieme il più possibile.
Poiché non è più il proprio elettorato che va difeso.
Ma la società e il mondo in cui viviamo nel loro insieme.   

‘Ndrangheta, dalla frutta ai bar affari da 24,5 mld

Dal controllo sui bar, ristoranti e negozi di frutta e verdura fino al furto dei raccolti come l’uva, il volume d’affari delle agromafie è salito a 24,5 miliardi di euro con attività che riguardano l’intera filiera del cibo, approfittando anche della crisi causata dall’emergenza coronavirus.

L’agroalimentare per Coldiretti è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi economica perché  consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione le agromafie impongono la vendita di determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della mancanza di liquidità, arrivano a rilevare direttamente grazie  alle disponibilità di capitali ottenuti con il commercio della droga. Un fenomeno che minaccia di aggravarsi ulteriormente per gli effetti della pandemia che potrebbe spingere le imprese a rischio a ricorrere all’usura per trovare i finanziamenti necessari.

In questo modo la malavita si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.

Ma è drammatico anche il moltiplicarsi delle razzie nei campi, per un bottino stimato in 300 milioni di euro all’anno che finisce sul mercato nero ed alimenta i canali dell’abusivismo e dell’illegalità, come nel caso della banda specializzata in furti d’uva sgominata da carabinieri della stazione di Licodia Eubea e del Nucleo radiomobile della compagnia di Caltagirone.

Non si tratta più solo di semplici “ladri di polli” quanto spesso di veri criminali, che mettono a segno raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole. La paura dilaga nei campi dove ci si sta organizzando con ronde e servizi di vigilanza notturni  ma con il ripetersi di questi fenomeni molti imprenditori si stanno scoraggiando e addirittura non denunciano più le razzie.

Autotrasporto, ok del Parlamento europeo al pacchetto Mobilità

“L’approvazione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo del pacchetto Mobilità rappresenta un successo per l’Unione europea e anche per l’Italia, che ha visto accolte le priorità rappresentate nel corso del negoziato durato tre anni: certezza delle norme, loro controllabilità, strumenti di controllo, tutela delle condizioni dei lavoratori, criteri certi per le condizioni di accesso al mercato e alla professione, regolamentazione delle attività di cabotaggio”. Questo il commento del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli al via libera da parte del Pe alla riforma del settore del trasporto su strada.

“Si tratta di una vera e propria riforma del settore dell’autotrasporto in Europa, – soiega il Ministro – che stabilisce norme chiare sulle condizioni di accesso al mercato e alla professione nel settore dell’autotrasporto, sui tempi di guida e di riposo ed in generale sulle condizioni di lavoro degli addetti del settore e sull’uso dei dispositivi per il controllo delle prestazioni di lavoro. Norme che non si prestano ad interpretazioni che consentano la loro circonvenzione e che assicurano parità di condizioni alle imprese dell’autotrasporto.

Il Parlamento europeo ha adottato, dunque, un’importante riforma nel settore del trasporto su strada, grazie al via libera – senza modifica – da parte degli eurodeputati ai tre atti normativi adottati dai ministri Ue ad aprile. L’accordo politico con il Consiglio era stato raggiunto nel dicembre 2019. Per porre fine alle distorsioni della concorrenza nel settore del trasporto su strada e garantire migliori condizioni di riposo per i conducenti, sono state rivedute le norme sul distacco dei conducenti, i tempi di guida e i periodi di riposo dei conducenti ed è stata prevista un’applicazione più rigorosa delle norme sul cabotaggio (il trasporto di merci effettuato a titolo temporaneo da trasportatori non residenti in uno Stato membro ospitante). Inoltre sono previste una concorrenza più equa e la lotta alle pratiche illegali. I tachigrafi dei veicoli saranno utilizzati per registrare i passaggi di frontiera al fine di contrastare le frodi. Per evitare il cabotaggio sistematico, è previsto un periodo di incompatibilità di quattro giorni prima che si possano effettuare ulteriori operazioni di cabotaggio all’interno dello stesso paese con lo stesso veicolo.

Un video dai ricercatori dell’Iss per un’estate in sicurezza

Vivere pienamente l’estate senza trascurare le regole per non tornare indietro. È questo il messaggio con cui i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità si rivolgono ai cittadini, e soprattutto ai giovani, ricordando in un video le precauzioni essenziali per contrastare il virus senza farci rinunciare alla convivialità dell’estate e che ci permettono di trascorrere le vacanze in sicurezza.

A ricordare le regole a nome di tutto l’ISS sono: Flavia Riccardo, epidemiologa del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS, Alberto Mateo Urdiales, ricercatore presso lo stesso Dipartimento, Maria Luisa Scattoni, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Autismo dell’ISS.

Paolo Cabras: la sua Dc era quella di Moro e Zaccagnini.

.Pubblichiamo il testo della commemorazione tenuta dal figlio dello storico dirigente della Dc, Paolo Cabras, la mattina di sabato scorso 4 luglio nella circostanza delle esequie, svoltesi alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.

 Papà era un uomo di parte, convinto delle sue idee, determinato e non disposto a facili compromessi.

Per lui la politica è stata, più che una scelta, la scoperta di una vocazione maturata all’università. Una passione alla quale non ha esitato a sacrificare una promettente carriera di medico tra le lacrime di mia nonna. Quando decise che il suo futuro sarebbe stato la politica, virò su medicina legale per guadagnarsi da vivere, ma i suoi orizzonti erano oramai altri. 

Era consapevole di come in politica fossero fondamentali il confronto e la mediazione, senza però mai rinunciare a porre al primo posto la coerenza con i suoi principi e la sua concezione dell’impegno politico. A questo si devono i suoi cambi di corrente nella democrazia cristiana, a volte dolorosi, e per i quali pagò inevitabilmente un prezzo. Rimase sempre fedele alla sua visione di un grande partito popolare, in grado di rappresentare anche i ceti deboli e di fare concorrenza, su quel terreno, alla sinistra socialista e comunista.

Nutriva stima e considerazione per molti suoi colleghi ma non nascondeva la negatività dei suoi giudizi nei confronti di altri. Sapeva riconoscere le ragioni e il valore di chi vantava una diversa appartenenza. 

La sua DC era quella di Moro e Zaccagnini che, come sappiamo, durò poco e finì tragicamente.

Divenne piuttosto noto come assessore del comune di Roma all’edilizia, quando erano ancora molte le famiglie costrette in alloggi fatiscenti. Alle elementari scrissi in un tema che mio padre era assessore alle baracche suscitando, comprensibilmente, l’ilarità dei miei compagni. 

Pur avendo avuto importanti incarichi di partito e avendo svolto un’intensa attività parlamentare, di potere ne ha sempre gestito poco.

Non ci ha mai chiesto di partecipare alla sua avventura politica ma fui io a chiedergli di poter assistere ad un congresso nazionale. Ero lì il giorno del suo intervento mentre un manipolo di compagni di partito, per farlo concludere, gli dava, con tono non propriamente gentile, del comunista e batteva vigorosamente le mani sul palco da dove stava parlando (senza riuscire a interromperlo). Aveva perso il congresso.  

È stato uomo di parte in politica ed è stato anche uomo di parte nella Chiesa. Rivendicava l’ispirazione cristiana in politica ma, fedele alla lezione di Luigi Sturzo, non ha mai preteso di fare politica in nome della Chiesa, né tantomeno in nome di Dio. Ha studiato all’istituto Massimo, dove mio nonno Mario insegnava, ed ha avuto sempre un solido legame con i gesuiti, personale e intellettuale. La sua Chiesa era quella di don Mazzolari, di don Milani, di Padre Balducci e di Padre Turoldo, la chiesa di papa Francesco, una Chiesa schierata con gli ultimi e che scorgeva nel Concilio Vaticano II i segni di una nuova primavera.

Non è un caso che a celebrare oggi sia un gesuita come padre Massimo Nevola, né il fatto che ci troviamo in questa bella basilica di Santa Maria in Trastevere. Qui infatti papà conobbe l’allora parroco, don Vincenzo Paglia, e con qualche fatica lo convinse a curare una rubrica su “Il popolo”, il quotidiano della democrazia cristiana di cui allora era direttore. Per superare le resistenze di don Vincenzo gli disse che non potevano solo criticare dall’esterno – si riferiva alla comunità di Sant’Egidio – ma che dovevano sporcarsi le mani se volevano cambiare davvero la democrazia cristiana. 

Per noi è stato sempre e soprattutto un padre con cui scherzare, giocare e godere di momenti di ineguagliabile felicità. Conosceva il dovere e la responsabilità, ma ricorderemo innanzitutto la sua gioia di stare, prima insieme a noi e alla mamma e poi anche con i nipoti, una gioia che non si è mai attenuata. Indimenticabili i suoi arrivi in montagna ad agosto inoltrato dove ci raggiungeva, noi bambini e la mamma, con regali per tutti: da quel momento cominciava la vacanza perfetta.

Non amava parlare di sé e per superare le distanze ricorreva spesso all’arma dell’ironia. Le vittime delle sue battute ed imitazioni erano soprattutto zii e cugini. A volte risultava troppo insistente e qualcuno dimostrava di non gradire. Io, col tempo, ho capito quanto fosse interessato all’umanità di chi incontrava di cui sapeva spesso cogliere ed evidenziare gli aspetti peculiari. In questo modo ci ha insegnato ad apprezzare e ad amare ancora di più – lui, appassionato di teatro e di cinema – la commedia umana della nostra grande famiglia.

Gli ultimi anni sono stati duri ma ci hanno anche regalato momenti di grande intimità. Fino a quando ha potuto ha mantenuto vivi i suoi interessi e le sue passioni. 

Ringrazio la mamma per quello che ha fatto e ringrazio tutti coloro che oggi hanno voluto rendergli l’estremo saluto.

 

Il reset pandemico

Ancora in questi giorni non sappiamo quanto potrà durare la pandemia e quali altre crisi, che speriamo non dovremo affrontare. Ma già ci siamo resi conto che queste difficoltà così intensamente vissute da tutte le persone, stanno generando una mentalità e coscienza più adatte a riordinare, nelle priorità, le necessità personali e comunitarie. Potrebbe definirsi un salutare reset, che però non abbiamo avuto nell’altra crisi, quella finanziaria di più di un decennio fa, che seppur gravida di interrogativi per la vita delle persone e per le prospettive della economia e della democrazia, non ha avuto quella capacita di coinvolgimento emotivo che costituisce quella energia capace di generare il motore per il cambiamento d’epoca.

Il lockdown già ha provocato un fulmineo cambio di passo già lo ha provocato nel costume, nelle relazioni tra persone e nel lavoro. Ma ci sono stati già segni molto profondi sopratutto per l’affermazione di nuovi paradigmi: il recupero da parte delle élites europee della consapevolezza della propria storia, della propria vocazione democratica, della importanza ruolo di continente unito per l’equilibrio del mondo. La reazione dell’EU nel far fronte alla emergenza sanitaria ed economica ne è una prima prova, ma ancora più forte, ha riguardato la progettazione ormai palese di livelli più intensi di motivazioni, per giungere finalmente ad un assetto più definito di Stato federale.

L’Europa è stata addormentata per tre quarti di secolo, avviluppata nei suoi nazionalismi ed opportunismi insensati, mentre altre aree regionali si sono affermate per la primazia nella economia, e nella guida dei processi politici e nella supremazia militare in ogni scacchiere internazionale. Nel tempo, contemporaneamente alla riduzione del protagonismo europeo, si sono man mano fatte avanti potenze asiatiche ed euro-asiatiche governate internamente da dittature o da democrazie ai primi passi, che fanno sorgere grandi dubbi per i destini futuri del mondo. Costoro negli ultimi anni sono diventati su più piani tanto aggressivi, da suscitare forti dubbi sulla probabilità di un loro interesse ad intorbidire le stesse acque europee sostenendo più o meno palesemente ‘l euroscetticismo’, per evitare lo sviluppo della UE, come grande concorrente economico e politico alla leadership del mondo.

Questo scenario, e la ritrovata consapevolezza di confermarsi eredi diretti dell’Umanesimo generatore del protagonismo delle persone per la determinazione del proprio destino nella vita comunitaria, sono state le spinte principali, a distanza della prima dichiarazione di Schuman per la comunità del carbone e dell’acciaio di 70 anni fa, di ripresa di disegni progettuali di grande portata.

Dunque un progetto che avrà conseguenze positive per i nostri popoli, ma anche per tanti altri, che sono molto lontani dai diritti democratici, civili e sociali, che proprio i filosofi del nostro continente indicarono come orizzonti fecondi di libertà e di benessere. Rifortificare quelle fondamenta, ha in senso di recuperare in Europa l’idea cardine che senza una filosofia di fondo quale bussola per organizzare la democrazia, si scivola facilmente nel populismo disgregatore; mentre per i popoli ancora senza libertà, una indicazione salda e sperimentata, che senza democrazia l’uomo degrada perdendo anche il senso della sua dignità e della sua storia.

Piero Bassetti: “Occorre portare il Paese unito e vitale sulla scena dell’Unione Europea”.

Sig. Presidente della Giunta, Sig. Presidente del Consiglio Regionale, signore e signori,

Devo dire che l’invito a concorrere a elaborare i primi 50 anni della nostra Regione mi ha fatto un grande piacere e onore. Quando 50 anni fa partimmo per attuare la Regione Lombardia, mai avrei immaginato che oggi sarei stato qui con voi a celebrarne, il primo mezzo secolo di attività. Mi sento quindi in dovere di ringraziare innanzitutto il Padre Eterno per avermi donato la lunga vita e la buona salute grazie a cui posso avere questa occasione. Ma soprattutto il Presidente e tutti voi, per il vostro invito. (Ringrazio anche i presidenti di Giunta o del vecchio Consiglio presenti).

Consentitemi in questa circostanza, indubbiamente una circostanza storica,  di potervi parlare non soltanto come testimone delle origini della nostra Regione, ma anche come qualcuno che vuole guardare ai Cinquant’anni trascorsi non solo per commemorarli ma anche per confrontarli con gli orizzonti che si aprono oggi alla Lombardia e perciò all’Italia. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che le Regioni costituiscono forse la novità più radicale della Costituzione repubblicana del 1948, a parte ovviamente le statuizioni di principio e la proclamazione dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Qui il discorso completo di Piero Bassetti per il 50esimo della Regione Lombardia

Anziana scippata mentre entra in Chiesa ai Gordiani

E’ accaduto tutto improvvisamente ieri pomeriggio alla Parrocchia di Santa Maria della Misericordia, al Prenestino, nel V° Municipio di Roma. Una signora, quasi ottantenne, aveva attraversato il cortile per entrare in Chiesa, e sulla porta d’ingresso è stata aggredita da due malviventi. Mentre uno l’ha strattonata e messo una mano sulla bocca intimandogli di non strillare, l’altro gli rubava l’orologio, il braccialetto e la collana. La signora si svincolava e i due si sono dati alla fuga, ma ha inseguito i due scippatori che si sono rifugiati nel Campo Nomadi di via dei Gordiani, che è confinante con la Parrocchia. Entrata con coraggio nel campo attrezzato del Comune di Roma, è stata soccorsa e assistita da una famiglia del campo, ma dei due ladri nessuna traccia. Dopo poco sono arrivati i Carabinieri, che hanno svolto i rilievi e gli accertamenti, ed è arrivata anche l’ambulanza che ha provveduto al primo soccorso della sfortunata parrocchiana. 

Oggi i Carabinieri sono tornati al Campo Nomadi per proseguire le indagini su questo triste episodio di malavita di periferia. Va ricordato che quest’anno la Parrocchia ha subito tre furti di notevole gravità, con danni valutati in molte decine di migliaia di euro. Sono stati rubati, tra l’altro, strumenti audio per il teatro, oltre 100 pannelli fotovoltaici dai tetti, panche e compressori. Tutti regolarmente denunciati. Questa ultima vicenda inqualificabile e incomprensibile, ha scosso profondamente la Comunità parrocchiale e i sacerdoti della Chiesa, perché il clima nel quartiere è diventato “molto pesante”, di fronte ai continui episodi di criminalità nel territorio.

Prepariamoci

Di una cosa possiamo essere certi, non ci sorprenderà più. Almeno questo è un vantaggio. Un vantaggio non da poco, soprattutto se ci si attiene alle regole e alle leggi stabilite. Come abbiamo visto, il virus si batte anche, se non soprattutto, con la cultura. La cultura del diritto, la cultura del buon ordine.

Chi ha invece inteso trascurare questo aspetto, si è trovato in gravi difficoltà. Cito solo un Paese tra tanti: gli Stati Uniti d’America. Ora, tra gli estremi dei comportamenti cinesi e il lassismo degli americani, meglio tenere un atteggiamento responsabile, che non sia né da regime poliziesco né da Paese lasciato in balia dei comportamenti individuali.

Siamo all’11 luglio e da due tre giorni, anche da noi, il virus ha leggermente rialzato la testa. Ancora tutto sotto controllo, però testimonia quanto sia ancora insidiosa la sua maligna presenza. Non è da escludere che a temperature autunnali possa nuovamente riprendersi una cattiva scena.

Fermo restando che proprio ieri il Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato che lo Stato di Emergenza sarà prolungato fino al 31 gennaio 2021. Altri sei mesi. La scienza è sempre in allarme. Dovremmo credere che la farmacologia tiri fuori il coniglio dal cappello e che un vaccino si possa applicare all’inizio del prossimo anno. Ma vaghiamo nel campo delle speranze.

L’economia e la sfera sociale saranno messe ancora sotto torchio. Anzi, nell’ambito della prima le ripercussioni negative busseranno alla porta a fine estate. Sul piano prettamente sociale dovremmo aver già abbondantemente acquisito le norme sostanziali del comportamento: MASSIMA ATTENZIONE, DISTANZE RISPETTATE, MASCHERINE DA INDOSSARE IN LUOGHI CHIUSI, IGIENE DELLE MANI E PRONTO INTERVENTO ALL’APPARIRE DEI PRIMI SINTOMI INFLUENZALI.

Questa, sarà la cassetta degli attrezzi comportamentali. Gli italiani hanno dimostrato, tranne qualche sporadico caso, di meritarsi un giudizio corposamente positivo. C’è da mettere sul piatto, però, anche una stanchezza spirituale. Abbiamo accumulato da inizio marzo, uno stress non da poco. Dobbiamo saper fronteggiare eventuali restrizioni che metteranno a dura prova ancora il nostro stile di vita.

La parte produttiva, in tutti i suoi settori, si è già equipaggiata per non essere più esclusa dalla propria funzione. Il corpo di un Paese importante come l’Italia, non potrebbe più tollerare chiusure improvvise di settori vitali per la ricchezza del Paese. Purtroppo, ci sarà da registrare anche una miriade di realtà non solo in affanno, ma pure in obbligo di chiusura. E tutto questo già ci fa allarmare, perché vi saranno grigie ripercussioni sul tessuto sociale, che richiederà sicuramente un ulteriore intervento di pratiche da welfare, al fine di attenuare le gravi difficoltà che purtroppo, per molti si stanno ormai, tristemente, profilando.

Per quello che si può, godiamoci il sole dell’estate, a chi è concesso, pure il mare o la montagna. Comunque sia, facciamoci una scorpacciata di luminosità. Ne avremo un gran bisogno quando il sole tenderà a piegarsi verso il basso nella sfera terreste.

Commercio, 82% degli italiani sceglie il Made in Italy

Più di 8 italiani su 10 (82%) con l’emergenza coronavirus sugli scaffali cerca prodotti Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro del territorio. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixe’. L’andamento degli acquisti – sottolinea la Coldiretti – è accompagnato da una svolta patriottica degli italiani con una maggiore attenzione all’origine dei prodotti che mettono nel carrello determinato dalla consapevolezza delle difficoltà che sta affrontando il Paese. L’italianità – precisa la Coldiretti – è diventata dunque un fattore importante di richiamo nelle vendite dei prodotti.

Una attenzione particolarmente evidente nei prodotti alimentari anche per i primati conquistati dal Made in Italy nel mondo per qualità e sicurezza. L’agroalimentare nazionale è il più green d’Europa con 303 indicazioni geografiche riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio, e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari. Primati da valorizzare – evidenzia la Coldiretti – con l’indicazione di origine su tutti i prodotti per garantire trasparenza e libertà di informazione ai consumatori.

“In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti per combattere la concorrenza sleale al Made in Italy” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’Italia ha la responsabilità di svolgere un ruolo di apripista in Europa, anche sfruttando le opportunità offerte dalla storica apertura dell’Ue all’obbligo dell’origine con l’indicazione dello Stato membro con la nuova Strategia Farm to Fork nell’ambito del Green New Deal”.

Grazie al pressing della Coldiretti è in vigore in Italia l’obbligo di indicare in etichetta l’origine per pelati, polpe, concentrato e degli altri derivati del pomodoro con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 26 febbraio 2018 del decreto interministeriale per l’origine obbligatoria su conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro. Il 13 febbraio 2018 era entrato in vigore l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano per la pasta e del riso. Ma prima erano stati raggiunti già diversi traguardi: il 19 aprile 2017 è scattato l’obbligo di indicare il Paese di mungitura per latte e derivati dopo che il 7 giugno 2005 era entrato già in vigore per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy mentre, a partire dal 1° gennaio 2008, vigeva l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro.

A livello comunitario – continua la Coldiretti – il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto, mentre – conclude la Coldiretti – la Commissione Europea ha recentemente specificato che l’indicazione dell’origine è obbligatoria anche su funghi e tartufi spontanei.

L’Oms ha creato un comitato indipendente per valutare la risposta alla pandemia

Lo ha annunciato il direttore generale dell’Agenzia dell’Onu, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing settimanale con gli stati membri.

Il primo rapporto del comitato, che sarà presieduto dall’ex premier neozelandese Helen Clark e dall’ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, sarà presentato in un’assemblea generale a novembre.

“Tutti noi dobbiamo guardarci allo specchio: l’Oms, gli stati membri, tutti coloro che sono stati coinvolti nella risposta” al Covid-19. Stiamo combattendo la battaglia della nostra vita e dobbiamo fare di meglio. Non solo adesso ma anche in futuro. Questo genere di minacce non cesseranno e con tutta probabilità diventeranno più aggressive”.

L’unico modo per combattere il coronavirus è “restare uniti” ha aggiunto a due giorni dalla conferma che gli Stati Uniti lasceranno l’agenzia dell’Onu.

“L’unica via da seguire è quella dell’unità”, ha insistito sottolineando che il “virus prospera nelle divisioni ma viene ostacolato quando siamo uniti”.

Po: A Torino 63 chili di rifiuti raccolti nel fiume in 4 mesi.

Nel corso dei 4 mesi di sperimentazione del Po d’Amare a Torino sono stati raccolti 63 chili di rifiuti, dei quali circa il 60% sono imballaggi in plastica di varia tipologia. Il riciclo di tale materiale ha permesso di realizzare 10 portapenne in plastica mista che ogni partner del progetto potrà conservare a ricordo dell’iniziativa.

La sperimentazione, che si è svolta tra settembre 2019 e gennaio 2020, era finalizzata a prevenire il river litter, cioè a intercettare i rifiuti nel Fiume Po tramite barriere galleggianti affinché non arrivassero al mare salvaguardando così risorse naturali importantissime per il Paese quali fiumi, mari e spiagge. La stessa tecnica era già stata impiegata lungo il Po una prima volta in provincia di Ferrara, ma mai in un contesto urbano qual è quello di Torino.

Una raccolta di rifiuti così esigua nell’arco dei mesi di realizzazione del progetto dimostra che, laddove il ciclo dei rifiuti viene gestito rispettando la normativa in materia e secondo criteri di sostenibilità ambientale ed economia circolare, i risultati in termini di tutela delle risorse comuni sono evidenti.

La sperimentazione è anche la prova che, per garantire la salvaguardia delle risorse naturali e pubbliche, è importante fare rete tra diversi enti: un connubio positivo tra istituzioni, aziende e consorzi che hanno messo a fattor comune il proprio know how ha garantito il buon esito dell’iniziativa.

Le barriere sono state posizionate nel mese di settembre 2019 per poi essere rimosse a gennaio 2020, con un leggero ritardo rispetto alla pianificazione iniziale dovuto alla piena che ha interessato il fiume Po nel mese di novembre 2019 che ha richiesto una temporanea rimozione delle barriere. Tramite un’imbarcazione “Sea hunter” e operatori da terra, i rifiuti sono stati raccolti in appositi cassoni gestiti da Amiat che li ha accumulati per poi sottoporli alla analisi merceologica a cura di Corepla.

Quanto raccolto è composto per circa il 60% da imballaggi in plastica di vario tipo: bottiglie in PET (polietilene tereftalato), flaconi in PE (polietilene), polistirolo espanso, pellicole e vaschette.

Il restante 40% invece è materiale di vario genere tra cui tessuti, materiale organico (sfalci, …), alluminio, acciaio e vetro, oggetti vari.

“Per una città che punta a diventare sempre più ‘green’, i risultati della sperimentazione di ‘Un Po d’Amare’ a Torino ci consegnano quella che è una buona notizia per l’ambiente, soprattutto alla luce del quotidiano allarme sulla presenza di rifiuti plastici nei mari, nei corsi d’acqua e nei laghi” ha commentato la Sindaca di Torino, Chiara Appendino. “La quantità esigua di materiale rinvenuto è il frutto dell’impegno di un ‘sistema’ fatto di istituzioni, aziende e consorzi che consente di intercettare e riciclare i rifiuti prima che arrivino ai fiumi. Nonché di tutti i cittadini che, con il loro comportamento virtuoso, possono essere davvero protagonisti nella difesa del nostro ambiente. Cosa che è e rimane una priorità, per noi e per le prossime generazioni”.

“Grazie a questi progetti, virtuosi e soprattutto necessari, che abbiamo avviato in questi ultimi anni in diverse sezioni dell’asta del fiume Po abbiamo ottenuto dati straordinariamente rilevanti al fine di individuare le linee strategiche future della pianificazione degli interventi utili da programmare per migliorare la qualità del Fiume e dei territori sottesi. L’azione svolta a Torino è assolutamente illuminante in tal senso e ci sarà di grande aiuto“ ha proseguito Meuccio Berselli Segretario Generale Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po.

“L’iniziativa Po d’AMare non si limita a denunciare una problematica ma costituisce una risposta concreta alle conseguenze ambientali causate dal marine litter” ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile “La sperimentazione ha avuto inoltre nella città di Torino  sia un’importante funzione pratica, contribuendo a ridurre gli impatti ambientali causati dall’inquinamento da plastiche, sia una rilevante funzione educativa e di sensibilizzazione, rafforzata dal contesto urbano, per le autorità locali e per l’opinione pubblica che hanno potuto osservare da vicino come affrontare e risolvere i problemi ambientali.”

“Riteniamo i risultati del progetto Po d’Amare molto soddisfacenti, non solo per le evidenze confortanti sulla gestione dei rifiuti del territorio, ma anche sulla funzionalità stessa del nostro sistema per ridurre il quantitativo di rifiuti che raggiungono il mare. Ringraziamo tutti i soggetti che hanno sposato questa iniziativa, seconda tappa dopo Ferrara sul fiume Po, con un alto valore di sensibilizzazione” ha sottolineato Lorenzo Barone Direttore Generale di Castalia Operations.

“Questo progetto si inserisce nel programma di attività sperimentali e innovative che Corepla porta avanti per proteggere l’ambiente – ha dichiarato Antonello Ciotti, Presidente di Corepla – Siamo estremamente soddisfatti del risultato e di aver dato il nostro contributo per renderlo possibile, insieme a tutti i soggetti coinvolti nell’iniziativa. Quello che cerchiamo di fare, attraverso le nostre attività, è contribuire alla crescita di una cultura fondata sui valori dell’ambiente e del corretto riciclo delle risorse, ma per raggiungere risultati positivi è fondamentale il coinvolgimento dei cittadini nell’adozione di un comportamento corretto”

“Il Po d’Amare ha restituito risultati decisamente confortanti perché dimostra che laddove la gestione dei rifiuti è condotta secondo criteri rigorosi di sostenibilità ambientale tutto il sistema ne beneficia. Desidero inoltre evidenziare la valenza comunicativa di questa iniziativa che sensibilizza l’opinione pubblica sull’importanza di salvaguardare l’ecosistema fiume a beneficio di tutti i territori che esso attraversa” ha concluso Christian Aimaro, Presidente di Iren Ambiente e Amiat Gruppo Iren.

Tumore al seno: lo screening riduce i decessi

Uno screening con una risonanza magnetica (MRI) a cadenza annuale, a partire dall’età di 25-30 anni, potrebbe ridurre i decessi per tumore al seno di almeno il 50% nelle donne sopravvissute a un cancro in età pediatrica. È quanto emerge da uno studio condotto dal Boston Children’s Hospital.

“Le sopravvissute a un cancro in età pediatrica, trattate con radiazioni al torace, sono ad alto rischio di decesso per cancro al seno”, dice Jenninfer Yeh, autrice principale dello studio.

Per creare una coorte di sopravvissute a un tumore infantile sottoposte in passato a radioterapia toracica, Yeh e colleghi hanno sviluppato due modelli di simulazione usando lo studio Childhood Cancer Survivor e altri dati pubblicati.

I modelli hanno valutato tre strategie: nessuno screening; mammografia digitale con screening tramite MRI a partire dai 25 (le attuali raccomandazioni del Children’s Oncology Group), 30 o 35 anni d’età e continuando fino a 74 anni, solo MRI a partire dai 25, 30 o 35 anni d’età, continuando fino ai 74 anni.

Conte pensa di estendere lo stato di emergenza fino alla fine dell’anno

Il premier Conte sta valutando di estendere lo stato emergenziale causato dal coronavirus fino alla fine dell’anno.

Dati alla mano, la fine della pandemia da COVID-19 sembra ancora lontana. Per questo la proroga dello stato di emergenza è un’ipotesi plausibile, anche se manca ancora la conferma ufficiale del Presidente del Consiglio.

La proroga farà sì che Palazzo Chigi potrà far ricorso a nuovi Dpcm (strumenti legislativi che non hanno bisogno di passare dal varo delle Camere, al contrario dei decreti). Mentre con lo stato d’emergenza la Protezione civile manterrà un ruolo centrale, soprattutto in vista della riapertura delle scuole.

È evidente che la prosecuzione fino al termine dell’anno risenta delle previsioni del Comitato tecnico scientifico. E dunque della probabilità  che in autunno possa svilupparsi la tanto temuta seconda ondata.

Riprese alla moviola: dove va la politica italiana?

Dopo la nottata a palazzo Chigi (con riserva) tour dell’intrepido Conte per le capitali d’Europa. Caos dopo la sentenza della Corte costituzionale riguardo al ponte Morandi, con i Benetton sconfitti.

Il nostro Presidente del Consiglio ama sempre le apparizioni in tv. Non pago dell’ennesima lunghissima conferenza-stampa all’indomani della lunga notte per tentare di mettere insieme i pezzi della sua complicata maggioranza, vola in Europa per incontrare leader che peraltro si sapeva benissimo che erano d’accordo con le posizioni italiane. Sempre dinnanzi alle telecamere con la ben nota eleganza del suo abbigliamento e il sicuro fascino della sua immagine, Conte ha ripetuto desideri e punti di vista più volte espressi, che per molti versi non modificano il quadro delle difficili trattative in vista del prossimo appuntamento europeo. Meno male però che sono ben ferme e favorevoli le impostazioni delle due signore tedesche: Cancelliera e Presidente della Commissione che insieme al Presidente del Parlamento Sassoli esprimono e sostengono una forte linea europeista per interventi efficaci e soprattutto rapidi collegati ad una  una nuova  prospettiva di riforme e di avanzamento per tutte le istituzioni europee.

Noi italiani come al solito rischiamo di fare la parte dei parenti poveri, velleitari e anche un po’ irresponsabili e sempre col cappello in mano. E anche con una qualche prosopopea ed impegnati a dare in qualche modo lezioni di storia, di cultura e di civiltà. In modo irresponsabile continuiamo a fare gli schizzinosi sul Mes, quasi non riuscissimo a capire che si tratta di finanziamenti utili e vantaggiosissimi per la nostra ripresa che non riesco minimamente a comprendere in che modo e con che faccia si potrebbe spiegarne il rifiuto al popolo italiano. Spagna e Portogallo hanno da subito espresso con chiarezza la loro posizione, mentre il nostro governo è impantanato amleticamente, e forse soprattutto furbescamente, a rinviare ancora una volta una scelta che a noi apparirebbe fin dall’inizio doverosa e scontata. Ma Conte con rinvii e tatticismi usura la sua immagine e anche quella di tutto il governo, perché la distanza tra sproloqui televisivi ed egocentriche rappresentazioni, nonché tatticismi inevitabilmente sempre più inconcludenti, rischia di aggravare una situazione di per sé tremendamente difficile. Ma forse il portavoce di palazzo Chigi non ha saputo illustrare per tempo i dati spaventosi dell’Istat e della Banca d’Italia specie riguardo al mondo del lavoro, delle famiglie e delle imprese, e perfino della catastrofe del nostro Pil, che ci pongono  all’ultimo posto in Europa.

Ne emerge  inadeguatezza ed una impreparazione da sgomento mentre il giovane Casaleggio è intrattenuto per più di tre ore a colloquio a palazzo Chigi. Non abbiamo alcuna simpatia per il centro destra ed i suoi leader, ma certo invitarli per lettera la sera prima dell’incontro con il Presidente del Consiglio, appare non solo una mancanza di stile e in qualche modo una forma di arroganza,  ma un pretesto per poter mistificare che la partecipazione delle minoranze è stata respinta pregiudizialmente sin dai giorni delle formidabili giornate di villa Madama e che è dunque colpa di Salvini e della Meloni se l’esito risulterà negativo e inconcludente. Solo infatti un politico navigato e attento come Berlusconi si era detto sin dal primo momento disponibile alla riunione governo-opposizioni,  aggiungendo alla disponibilità alla riunione la sempre ribadita scelta di voto a favore del Mes.

Al rientro a Roma, Conte  troverà tra l’altro l’enorme  grana politica legata alle vicende del ponte Morandi resa ancor più incandescente dalla sentenza della Corte costituzionale. Inevitabile la burrascosa reazione dei 5stelle, finalmente uniti nel loro stile protestatario e vendicativo, ossessivamente espresso fin dall’inizio dall’allora ministro Toninelli, con l’evidente condivisione dello stesso Conte prima versione ai tempi del governo con Salvini. Si tratta di materia tragica e dolorosa che richiederebbe innanzitutto rispetto e partecipazione per le vittime, il lutto e il dolore indimenticabili per le loro famiglie. Sentimenti tragici che non saranno certo superati da ulteriori reazioni emotive né da spirito di vendetta verso i responsabili e le gravissime scorrettezze e colpevoli omissioni da parte delle autostrade della famiglia Benetton.

Purtroppo è sopraggiunta con straordinario tempismo una dichiarazione televisiva da parte del nostro Presidente del Consiglio già sulla via del ritorno da Madrid. Complessi e complicati problemi giuridici restano sul tappeto insieme all’urgenza imposta dalla imminente inaugurazione del nuovo ponte ultimato a tempo di record sotto la guida impareggiabile dell’architetto Renzo Piano; mentre si fa sempre più caotica ed esplosiva la situazione della viabilità intorno a Genova e a tutta la Liguria e verso le regioni limitrofe e la Francia. Situazione che certo non migliorerà un clima politico già così turbato ed incandescente per affrontare il quale oltre a tempestività, concretezza e comprensibilità per i cittadini non basteranno rinvii, tatticismi strumentali e mistificazioni sulle responsabilità e la tragica realtà del crollo di un ponte straordinario colpevolmente lasciato in stato di trascuratezza e abbandono fino alla inevitabile catastrofe.

 

I capi e i leader.

Diceva Mino Martinazzoli, uno dei più raffinati esponenti della sinistra Dc, che “nella prima repubblica c’erano i leader, nella seconda ci sono soltanto più i capi”. Lo diceva all’inizio degli anni duemila e non ha avuto il tempo di conoscere la classe dirigente approdata a Roma nel 2013 per non parlare – ahimè – di quella andata al governo nel 2018. Come sempre una riflessione secca ma profondamente ed intrinsecamente vera. Perchè, in effetti, la tanto biasimata, contestata e delegittimata classe dirigente della lunga e tortuosa prima repubblica, almeno quella della Democrazia Cristiana, era diffusa, radicata e plurale. Certo che c’erano i leader.

Di più, c’erano gli statisti. Categoria che oggi si guarda solo più con il binocolo. Ma era una classe dirigente che non amava appaltare tutto al capo, che non legava il suo destino al salvatore della patria. E quando c’era qualche tentativo cesarista e autoritario all’orizzonte, scattavano i contrappesi non solo dell’organizzazione democratica che presiedeva quel grande partito ma anche, e soprattutto, le regole statutarie e normative che impedivano quella deriva e quella degenerazione.

Il tutto perchè si credeva nel modello democratico del partito e nella leadership cosiddetta diffusa. Tanti tasselli che costituivano un mosaico credibile e persin armonico. Poi sono arrivati, per dirla con Mino, i “capi”. E quando arrivano i capi semplicemente non si discute più. Comanda lui. Punto. Il partito si identica con la persona – l’ormai celebre partito personale – e tutto ciò che il partito trasmette alla pubblica opinione deve coincidere perfettamente con l’indole e la personalità del capo.

Il dissenso interno è bandito alla radice e quando c’è viene letto ed interpretato come un intralcio ed un ostacolo per lo stesso progetto del partito. La democrazia dell’applauso sostituisce il seppur faticoso, ma necessario, confronto interno. E le classi dirigenti del partito non sono nient’altro che il prolungamento dei voleri e dei desideri del capo. E la battuta di Martinazzoli precedeva ancora l’irruzione dei populisti – al governo o alla opposizione poco importa – non essendo più tra noi dal lontano settembre 2011. Ma la situazione non è migliorata. Anzi, è peggiorata. E di gran lunga.

Ho voluto ricordare quella battuta perchè sono e resto profondamente convinto che il capitolo della classe dirigente, della organizzazione democratica del partito e la necessità di non alimentare in modo sempre più spregiudicato il profilo personale del partito stesso, sono temi che non possono più essere semplicisticamente e banalmente elusi o aggirati. Soprattutto da parte di coloro che arrivano da una tradizione democratica e non populista, partecipativa e non verticale, collegiale e non oligarchica. Insomma, dalle culture democratiche e costituzionali.

A cominciare dalla tradizione cattolico democratica e popolare. E questo perchè il monito di Martinazzoli non può cadere nel vuoto. Soprattutto in una stagione politica che, almeno così pare, è destinata a ridisegnare le coordinate del suo futuro dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha colpiti. E che non è ancora affatto alle nostre spalle. E se il buongiorno si vede dal mattino, non può non partire dalla organizzazione concreta dei suoi attori principali, cioè i partiti – oggi per lo più semplici cartelli elettorali o partiti del capo – e dalle sue regole interne, dalla credibilità ed autorevolezza della sua classe dirigente e da come si costruisce e si definisce un progetto politico. Per questo il monito di Martinazzoli continua ad essere di una bruciante attualità.