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Quale ripresa dopo l’emergenza?

Nel Paese qualcuno parla sottovoce di “fase due”, e cioè di avvio di ripresa. Ancor più timidamente qualcuno esprime sommesse critiche alla gestione della crisi interamente affidata ai virologi, senza coinvolgere anche medici igienisti, specialisti della medicina degli ambienti di lavoro, della vita collettiva, della scuola. Ancor più sommessamente si fanno analisi statistiche, per distinguere, ad esempio, tra il tasso di letalità (morti per numero di malati specifici) e il tasso di mortalità (morti sul totale della popolazione), o per valutare il numero dei contagiati nella popolazione, o altro. E ancor meno si ragiona sul serio fra le diverse strategie operative di due Regioni contigue – la Lombardia e il Veneto – dove la seconda con una più tempestiva azione di analisi dei territori e degli ambienti ha di fatto arginato e limitato drasticamente la contagiosità e la diffusione della pandemia. Forse perché sono due Regioni a guida leghista e nessuno vuole dire che anche importanti amministratori leghisti possono sbagliare in modo rilevante?
Questa assenza di confronto civile e politico dovrebbe far comprendere la gravità della nostra situazione e spingere le istituzioni, tutte le istituzioni ad un impegno più intenso, avvalendosi anche di competenze tecniche, ma certo non delegando a queste le risposte che i cittadini attendono.

Dopo quasi 12 anni di crescita debolissima il nostro Paese ha avuto un colpo che potrebbe rivelarsi davvero pericoloso per la nostra società e la nostra economia. Tra le macerie materiali e sociali De Gasperi ebbe la precisa idea politica di appellarsi anzitutto ai cittadini, al loro spirito di iniziativa, alla loro speranza individuale, per suscitare quell’indispensabile moto di speranza e di iniziativa collettiva che fu il vero motore della ricostruzione. Non si trattava di un appello retorico, ma di un investimento di fiducia nel Paese stesso, nelle sue energie vitali e nella sua genialità. Dunque molta, molta meno burocrazia, più fiducia nella capacità dei singoli di risollevarsi, più sostegni dello Stato all’iniziativa dei singoli (intesi come imprese e come comunità di persone). Aldo Moro spesso ammoniva sul fatto che lo sviluppo economico non si potesse favorire con i soli strumenti dell’economia.

Bisogna dunque credere fortemente nella tenuta e nella crescita democratica del paese e delle sue istituzioni democratiche. Per questo il Parlamento, come la assemblee regionali e comunali, dovrebbero subito riaccendersi e prendere la responsabilità di confrontarsi, di convergere e di indicare le diverse rotte da seguire, a livello generale e nei singoli territori. Guai a pensare di delegare ai tecnici quelle che devono invece essere risposte e obiettivi politici.
Non serve solo un elenco di cose da fare, ma precisi progetti, priorità e capacità di attuarli. Per definire questo occorre una forte convergenza politica, una fase di collaborazione intensa nella quale le forze politiche dovrebbero mettere da parte ogni animosità e propaganda, per esprimere invece il meglio di se stesse.

Credo però che si debba anche avere, come De Gasperi e Moro, una chiara visione della società nel suo insieme, della sua capacità di riprendersi soprattutto con il risveglio delle proprie intime energie. Occorrono oggi molte energie, anche nuove energie motivate per rianimare rapidamente un Paese notevolmente invecchiato e provato. E dove reperirle se non richiamando in Italia dall’estero – con un vero appello nazionale e imponenti misure di agevolazione al rientro – migliaia e migliaia di ex giovani italiani, per impegnarli non solo nella ricerca, ma anche nella piccola e grande impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nella vita professionale e civile. Chi è stato 10-15 anni fuori porta esperienza e competenza concreta. Ha idee ed energie per cambiare subito, per dare attuazione a molte nostre riforme sociali rimaste inerti nelle loro parti più innovative. Sarebbe anche una potente iniezione di fiducia e di coesione sociale. Fattori assai più importanti di nuove altre leggi e/o regole.

Analogamente sarebbe finalmente urgente una forte politica per la vitalità familiare, ma anche una rinascita di molte comunità locali e villaggi attraverso una intelligente gestione dei flussi di immigrazione. Senza energie fresche è davvero difficile rianimare un corpo anchilosato, impaurito e provato.
Dobbiamo sempre ancorarci alla nostre forte e incisiva Costituzione, per proseguire nel cammino democratico di una sua piena attuazione. Il ruolo dei cittadini e delle loro formazioni sociali sono le fondamenta più solide e radicate della nostra originale democrazia, del nostro assetto pluralista di autonomie sociali e locali.

In questo quadro si potrebbe anche valorizzare l’impegno del Cnel sulla scia di quanto preannunciato nei giorni scorsi dal suo Presidente, Tiziano Treu. Non si tratta certo di fare elenchi di proposte, o di riunire gruppi di studio. Negli ultimi 25 anni di difficoltà politiche nel nostro Paese è stato già detto e proposto tutto. La sfida vera perciò non è quella di pensare al Cnel come ad un centro studi, ad un laboratorio di esperti solo più rilevante perché espressi dalle categorie economiche e sociali. Tutto questo serve, ma ciò che serve ancor di più è rilanciare un ampio processo politico e istituzionale, all’interno del quale il Cnel possa esprimere la sua capacità di accompagnare, implementare, affinare, monitorare, verificare i processi di riforma e di cambiamento concreto. Occorrerebbe che le forze politiche condividessero rapidamente – e con metodo democratico – alcune priorità, le confrontassero con le forze sociali organizzate, e poi affidassero al Cnel il compito di aiutare la comprensione, la declinazione di queste misure nei diversi territori, nelle diverse pieghe della società, riportando costantemente al Governo e al Parlamento i suggerimenti e le proposte per migliorane e accelerarne l’efficacia.

Già negli anni novanta il Cnel si era mobilitato in queste reti di relazioni con i diversi territori, con tanti ambiti e gruppi sociali ai margini perché esclusi dalla rappresentanza organizzata. Aveva dimostrato una tale efficacia da spingere una politica allora, ancora molto ideologizzata, a progettare di cancellare il Cnel stesso perché in fondo svolgeva funzioni istituzionali che la stessa politica indebolita e impoverita non riusciva più ad assicurare dopo la morte dei partiti.

Il Cnel è parte della governance democratica pensata e voluta dai costituenti. Se ne può però richiamare una efficace funzionalità solo in una quadro complessivo di rilancio della iniziativa di tutte le Istituzioni della Repubblica. Per fare questo occorre davvero un nuovo e intenso spirito unitario di ripartenza e di speranza, per una nuova stagione di crescita sociale e civile.

Il “salva imprese” un buon provvedimento a cui servono miglioramenti

Il Decreto Legge varato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri, il cosiddetto salva imprese, è senza dubbio una buona iniziativa che contribuirà al rilancio delle attività produttive del Paese. Con questa decisione si è dimostrato come sia possibile, anche con la collaborazione di tutti, comprese le forze dell’opposizione e le associazioni di categoria, conseguire risultati positivi.

Però, questo provvedimento potrà conseguire gli obiettivi che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato e cioè di dare rapidamente liquidità alle imprese, solo se le procedure in capo al mondo bancario che istruirà le richieste di finanziamento e alla Sace per il rilascio delle relative garanzie, unicamente se saranno nella condizione di operare con la efficacia e velocità per dare immediata liquidità alle imprese.

Ma il DL prima di essere definitivo, dovrebbe essere modificato nella parte riguardante la durata del finanziamento portandolo da 6 a 10 anni per consentire maggior respiro finanziario alle aziende interessate.

E, specialmente, dare migliori indicazioni sulle modalità di istruttoria da parte degli istituti bancari per evitare equivoci interpretativi che non andrebbero nel verso della velocità di accreditamento delle risorse al mondo produttivo.

Diversamente le finalità del provvedimento legislativo verrebbero profondamente vanificate, procurando ulteriori difficoltà di struttura finanzia alle diverse aziende produttive. Specialmente nei confronti della attività turistiche che ancora non sanno quando e come potranno ripartire con la stagione estiva. Quindi miglioramenti al DL che diano fiducia e prospettive di sviluppo alle aziende del nostro Paese.

La Pasqua ai tempi del Coronavirus

In una nota trasmissione televisiva Massimo Cacciari auspicava la riapertura, nel rispetto del distanziamento sociale e dei dettami governativi, delle librerie, definite dal filosofo “luogo terapeutico per la nostra anima”. In realtà la dimensione culturale sembra essere una chiave di rinascita e di riscatto del Paese più importante di quella spirituale. Il processo di secolarizzazione ha ormai sostanzialmente depennato l’argomento religioso dal dibattito pubblico, relegandolo a un sentimento privato. Invece la religione è sempre stato un collante di tenuta del corpo sociale.

Come ha ricordato Antonio Polito sul “Corriere della Sera”, il fondatore della sociologia Emile Durkheim definiva la religione “una cosa eminentemente sociale”, il modo con cui la comunità costruiva la propria rappresentazione collettiva. Gli uomini sono sempre stati alla ricerca di elementi simbolici e di senso per la propria vita e la religione è sempre stato uno di essi. Durante la settimana Santa, sorge spontanea una domanda. Al netto delle limitazioni e dei disagi imposti dal Coronavirus, si può delegare il senso (profondo e simbolico) del mistero Pasquale ad una diretta streaming? 

Come sappiamo, la Messa è una celebrazione a cui si partecipa, ha bisogno di uno spazio fisico e della presenza fisica del celebrante e dei fedeli. Certo, le nuove piattaforme ci vengono in soccorso in queste settimane di lockdown per poter svolgere una serie di attività a distanza, dalla frequenza scolastica a quella lavorativa, dai contatti con amici e familiari ai tutorial sui temi più disparati. Ma si può credere seriamente che la messa in remoto abbia lo stesso valore “spirituale” di quella in loco? 

Bene hanno fatto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a stigmatizzare le dichiarazioni di Salvini (sulla Pasqua a chiese aperte). E’ evidente come la tutela della salute pubblica sia un interesse primario rispetto alla partecipazione ecclesiale. Allo stesso tempo, appare necessario aggiornare un po’ il repertorio, oltre ai generici appelli sulla bontà dello “stare a casa” e sulla rivalutazione della preghiera personale, che si potrebbe fare “anche in bagno o in cucina”, come suggerito da Rosario Fiorello.

Economia: Istat, per l’emergenza Covid-19 “shock generalizzato, senza precedenti”.

Lo scenario internazionale è dominato dall’emergenza sanitaria. Le necessarie misure di contenimento del COVID-19 stanno causando uno shock generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda.

La rapida evoluzione della pandemia rende difficile rilevare l’intensità degli effetti sull’economia reale con gli indicatori congiunturali la cui diffusione avviene con un ritardo fisiologico rispetto al mese di riferimento.

Le prime indicazioni disponibili sull’impatto economico in Italia provengono dal clima di fiducia di famiglie e imprese, che a marzo ha segnato una forte e diffusa flessione, e dai dati riferiti a febbraio sul commercio estero extra Ue e le vendite al dettaglio.

Il commercio extra Ue è stato fortemente influenzato dal calo delle esportazioni verso la Cina, mentre le vendite al dettaglio hanno mostrato un deciso aumento trainato dagli acquisti di beni alimentari.

L’inflazione si è approssimata allo zero per i ribassi delle quotazioni dei beni energetici collegati al crollo di quelle del petrolio. La crescita dei prezzi al consumo nell’area euro si è confermata più elevata di quella italiana, ma anch’essa in decisa attenuazione.

Coronavirus: a rischio crack 4 cantine su 10

Brusco crollo del fatturato in quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) con l’allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone per un giro d’affari di 11 miliardi. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti che ha elaborato un piano salva vigneti per far fronte alle gravi difficoltà generate dall’emergenza coronavirus.

A pesare sulla mancata vendita dei vini di qualità secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ è stata la chiusura forzata di alberghi, agriturismi, bar, e ristoranti avvenuto in Italia e all’estero con un forte calo delle esportazioni, aggravato anche dalle difficoltà logistiche e della disinformazione in un settore in cui le spedizioni fuori dal confine nazionale hanno raggiunto nel 2019 i 6,4 miliardi di euro, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale.

Senza vendite – precisa la Coldiretti – le aziende non riescono a far fronte ai pagamenti e a finanziare il ciclo produttivo che, dalla campagna alla cantina, non si puo’ fermare. Le misure messe in campo con il blocco delle rate di mutui, prestiti, tasse, contributi sono certamente utili ma non bastano ed è indispensabile – chiede Coldiretti – mettere a disposizione delle aziende vitivinicole liquidità sotto forma di prestiti a lunga scadenza a tasso zero e garantiti dallo Stato, pari ad una percentuale del fatturato dell’anno precedente, da erogare attraverso una semplice richiesta alle banche. Un intervento veloce e semplice che dovrebbe essere garantito indipendentemente dalla dimensione aziendale al quale va aggiunta – precisa la Coldiretti – anche una compensazione a fondo perduto sulle perdite subite sotto forma di “risarcimento del danno”. Ed è necessario – continua Coldiretti – che una misura similare sia garantita a bar, ristoranti, alberghi agriturismi per evitare il blocco dei pagamenti delle forniture a cui si sta assistendo e per fare in modo che non chiudano.

A livello nazionale la Coldiretti è impegnata nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni italiano finanziando un piano straordinario di comunicazione sul vino che – sostiene la Coldiretti – rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non. Le risorse dovranno arrivare anche dall’Unione Europea con misura OCM promozione che dovrà consentire alle cantine di utilizzare i fondi anche per attività di informazione e promozione sul mercato interno e Europeo. Bisogna semplificare e rendere più flessibile la gestione di tutte le misure del Programma Nazionale di Sostegno finanziato con i fondi di settore Ue – OCM vino con i primi passi importanti già stati previsti nel recente decreto Ministero delle Politiche Agricole del 31 marzo che tuttavia ancora non bastano.

Infine occorre trovare risorse aggiuntive comunitarie e nazionali per finanziare ogni utile strumento per la riduzione delle giacenze e per il contenimento della produzione di vino proveniente dalla prossima vendemmia. La Coldiretti ha presentato al Governo il piano salva vigneti con il quale, attraverso la distillazione volontaria, si prevede di togliere dal mercato almeno 3 milioni di ettolitri di vini generici da trasformare in alcol disinfettante per usi sanitari. La misura avrebbe inoltre l’importante effetto di favorire l’acquisto di alcol italiano che sugli scaffali è stato il prodotto che ha registrato il maggior incremento di vendite secondo Iri, ma anche di ridurre le eventuali eccedenze produttive. Il piano della Coldiretti prevede anche la vendemmia verde su almeno 30.000 ettari per una riduzione di almeno altri 3 milioni di ettolitri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali

Con il sangue dei guariti miglioramenti in 3 giorni

Lo studio, pubblicato su ‘Pnas’ e condotto dai ricercatori della Shanghai Jiao Tong University School of Medicine, segnala dei miglioramenti in un piccolo gruppo di pazienti già dopo 3 giorni dalla somministrazione della terapia a base di plasma.

Il team di Zhu Chen, Xinxin Zhang, Xiaoming Yang e colleghi ha esplorato la fattibilità di questo approccio su 10 pazienti con forme gravi di Covid-19, tra i 34 e 78 anni. I pazienti hanno ricevuto la trasfusione di una dose di 200 ml di plasma convalescente derivato da donatori guariti da poco da Covid-19 e contenente “alti livelli di anticorpi neutralizzanti”.

Entro 3 giorni dalla trasfusione i sintomi clinici, come febbre, tosse, respiro corto e dolore toracico “sono notevolmente migliorati e i pazienti hanno mostrato un aumento della conta dei linfociti, un miglioramento della funzionalità epatica e polmonare e una riduzione dell’infiammazione”, fanno sapere i ricercatori. Inoltre i livelli di anticorpi neutralizzanti sono aumentati o rimasti elevati dopo la trasfusione.

1.400 miliardi di liquidità? Non esiste: è già tutta impiegata

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’amico Giovanni Palladino apparso sulle pagine della newsletter Servire l’Italia

Intervistato ieri sera da Massimo Giletti su La7, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto: “La Germania non deve preoccuparsi: l’Italia ha sempre pagato i suoi debiti”. Rispondeva al dubbio di Giletti sull’effettiva volontà della Germania nel dare la “luce verde” all’emissione dei “corona- bonds”. Tuttavia è dall’ inizio degli anni ’50 che l’Italia non riesce a rimborsare tutti i suoi creditori, come lo dimostra chiaramente il puntuale aumento annuale del nostro debito pubblico. Il “rimborso” dei titoli in scadenza avviene con l’emissione di altri titoli di Stato, oltre ai nuovi da emettere per le maggiori spese prive di copertura “regolare”. Purtroppo la verità è questa.

Ma c’è un’altra verità, che dovrebbe essere altrettanto evidente: i 1.400 miliardi di liquidità (è l’importo dei depositi bancari e postali dei nostri risparmiatori) non sono disponibili, neppure in minima parte, per fronteggiare i costi economici e sociali del Covid-19, perché sono già tutti impiegati dai debitori (le banche e la posta) nella loro normale attività istituzionale: dare prestiti alle imprese, alle famiglie e allo Stato. In effetti non esiste denaro “ozioso”. Può esserlo per quei risparmiatori, che non vogliono investirlo direttamente in azioni, in obbligazioni o in loro attività produttive.

Ma appena il loro risparmio entra in banca o alla posta, deve per forza diventare “non ozioso”. Quindi è quasi tutto impiegato nell’economia privata e pubblica. E non è sempre di veloce liquidabilità. Questa si ha con il puntuale rimborso dei prestiti e – nel caso dei titoli di Stato posseduti dalle banche – con l’intervento di altri investitori disposti ad acquistarli, perchè lo Stato non li rimborsa (almeno sino ad oggi e chissà sino a quando…).
Si è detto che tra banche e Cassa Depositi e Prestiti si potrebbero “creare” 240 miliardi di prestiti per fronteggiare in parte i problemi nati con il Covid-19. Ma non si dovrebbe parlare di “creazione”, bensì di “sostituzione” di attività finanziarie. Ad esempio, le banche e la Cassa Depositi e Prestiti potrebbero vendere 240 miliardi di loro titoli di Stato per ricavare le risorse con cui effettuare questo necessario aiuto. Per farlo devono prima trovare gli investitori disposti ad acquistare i loro titoli. E con questi chiari di luna non è un’impresa facile.

Oggi l’unica soluzione è la ripresa del “quantitative easing” (QE) da parte della BCE, che purtroppo non sta più soccorrendo le nostre banche con questi riacquisti, come ai tempi di Draghi. Trump si è già assicurato per le banche USA ben $3.000 miliardi da parte della FED, la cui esposizione nei confronti delle banche sta per toccare $6.000 miliardi! Era di soltanto $870 miliardi alla vigilia della crisi del 2008. L’esposizione della BCE verso le banche dell’UE è pari al 45% di quella della FED. C’è quindi margine per un più generoso intervento di QE. E il problema non è chi scegliere – tra lo Stato e la SACE – il garante di tali prestiti Covid-19, perché la SACE è pur sempre di proprietà dello Stato. Il vero problema è che non esiste la liquidità. Solo la BCE può darla alle nostre banche con un semplice click, sperando che questa liquidità aggiuntiva sia capace di contribuire alla creazione di un grande surplus economico per compensare almeno in parte l’enorme deficit che verrà causato dal Covid-19. È una speranza che ha bisogno di nuove idee e di nuovi leaders. E ovviamente di tanta competenza.

Manovra economica: per la DC la più grande rivalutazione della storia. 

Ieri il governo Conte ha approvato, con molta enfasi, dopo non poche tensioni nella stessa maggioranza, il decreto liquidità Italia. Si tratta di una cifra imponente: ben 400 miliardi di euro, pari al 25 per cento del Pil.
Viene fatto riferimento a due Istituti e strumenti: i Confidi e la Sace.
Fanno parte dell’armamentario economico costruito dalla Dc durante le varie fasi del governo del  Paese, per favorire le esportazioni e il credito alle PMI e la crescita del Paese. Entrambi questi strumenti furono inventati negli anni sessanta e settanta, poi affinati nei decenni successivi.
Del resto analogo apprezzamento pubblico è venuto ieri sera in tv dal filosofo Massimo Cacciari che riconosceva esplicitamente il valore degli uomini della Prima Repubblica rispetto allo scenario sotto i nostri occhi.
Quale è il pericolo che abbiamo di fronte? La preoccupazione è che quello che è successo all’INPS con il sito paralizzato dall’enormità dei collegamenti informatici, possa riprodursi nella applicazione del decreto liquidità, quindi sul versante bancario, che procedure farraginose possano creare disagio e poi malessere sociale, che molte aspettative possano andare deluse. Le banche però non sono  istituti di beneficenza. Devono tutelare i risparmi dei depositanti. Devono rispettare i vincoli di bilancio, che non possono essere elusi.
Il nodo del merito del credito resta seppure per una percentuale bassa, ma comporterà conseguenze sulle istruttorie che non avranno percorsi agevoli. Dunque evitiamo facili illusioni.
C’è bisogno di procedure snelle e rapide se si vuole raggiungere l’obiettivo di assicurare la liquidità alle imprese, dietro le quali ci sono i lavoratori, gli occupati e le loro famiglie,  nonchè la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.
Quanto alla dimensione dello stock finanziario messo sul tavolo si tratta di debito che si aggiunge ad altro debito, in attesa che l‘UE decida come intervenire e come affrontare la crisi epidemica che colpisce tutti.
In ogni caso il decreto liquidità dovrà passare al vaglio del Parlamento e in virtù dello sforamento del Bilancio richiederà una maggioranza qualificata. Li si vedrà se il testo sarà rispondente alle attese dei cittadini che dei rappresentanti delle forze sia della maggioranza che delle opposizioni, perché sulle prospettive della tenuta del Paese non si può giocare!

Ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale

Pubblichiamo la lettera-appello inviata ad Avvenire che indica l’obiettivo preciso e pienamente condivisibile di un ripensamento e un rilancio del nostro Servizio civile universale.

Caro direttore,

ci piace rivolgerci attraverso di lei e il suo autorevole giornale al presidente del Consiglio, professor Giuseppe Conte, e al ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, onorevole Vincenzo Spadafora. La pandemia che stiamo attraversando ha dimostrato che esiste una grande necessità di competenze al servizio del bene pubblico. Riteniamo pertanto che questo sia un momento quanto mai opportuno per ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale, affidando a una forza nazionale giovanile la missione di aiutare le fasce più deboli della cittadinanza, a fianco della Protezione Civile e altre organizzazioni già attive. Insieme al personale della Sanità, i giovani motivati da un forte senso civico costituiscono oggi la nostra risorsa più preziosa.

Con un adeguato sostegno economico, il Servizio civile universale può inoltre rappresentare una preziosa opportunità formativa. Il periodo di formazione dovrebbe coinvolgere sia i settori pubblico e privato sia il Terzo settore, su tutto il territorio nazionale, e avere la durata temporale necessaria a permettere ai giovani di acquisire competenze e professionalità specifiche. In futuro altre emergenze – ambientali, sanitarie, economiche, sociali – saranno inevitabili. La difficoltà di prevederle e predisporre gli interventi necessari suggerisce di approntare strumenti organizzativi duttili, volti a far fronte a esigenze diverse a seconda delle circostanze, ma sempre disponibili a sostenere i concittadini con generosità. I giovani già addestrati potranno essere richiamati in caso di necessità. Le emergenze richiedono l’impiego di tecnologie avanzate e i giovani, che sono sicuramente facilitati ad apprenderle, possono assistere le generazioni più mature che con esse hanno minor dimestichezza.

Sarà opportuno attivare canali di istruzione fin qui non sperimentati e al tempo stesso permettere a giovani diversi per capacità, provenienza, competenze e attitudi- ni di operare fianco a fianco, incoraggiandoli a impegnarsi in un reciproco insegnamento e sostegno, da pari a pari. Non solo saranno in qualche misura alleviate le sofferenze delle persone colpite dalle avversità, ma si porranno obiettivi concreti allo spirito di solidarietà dei giovani e si daranno loro strumenti utili al raggiungimento dei loro obiettivi personali.

Il Servizio rappresenterà un’occasione di formazione che potrà anche favorire il loro inserimento lavorativo e professionale in tempi normali, nei più svariati settori, sempre rendendo conto del proprio operato secondo un principio di massima trasparenza. In questo momento difficile per tutti, rilanciare il Servizio civile potrebbe costituire una straordinaria occasione di accrescimento del senso civico, della responsabilità sociale, della cittadinanza attiva. Sin da ora siamo pronti a dare una mano e siamo certi che molti altri saranno disposti a farlo.

Gian Vittorio Caprara, Marco Santambrogio, Raffaella Ida Rumiati, Vincenzo Ziparo, Simona Colarizi, Giuseppe Ciccarone, Alessandro Treves, Mauro Bussani, Michele Salvati, Donata Francescato, Luigi (Gino) Pizzamiglio, Carlo Ratti, Bianca Beccalli, Gilberto Corbellini, Laura Borgogni, Fabio Lucidi, Antonella Recchia, Sergio Roncato, Stefano Zamagni, Concetta Pastorelli, Gianfranco Tarsitani, Gianbattista Sgritta, Silvia Castorina, Guido Pescosolido, Tomaso Quattrin, Giuseppe Usuelli, Milka Pogliani, Giuseppe (Pino) Cogliolo, Gabriella Pravettoni, Augusto Blasi, Vittorio Mazzotti, Massimo Rivosecchi, Luigino Bruni, Andrea Ranieri, Ferdinando Chiaromonte, William (Bill) Mebane, Salvatore Maria Aglioti, Grazia Francescato, Fiorenzo Laghi, Emma Baungartner, Ada Fonzi, Gianluca Vago, Donatella Spinelli, Luca Ricolfi, Santo Di Nuovo, Simonetta Magari, Nino Dazzi, Giuliano Cerulli, Antonio Lapenta, Marisa Malagoli Togliatti, Paolo Valerio, Roberto Ball, Lorenzo Strik Lievers

Qui potete leggere la risposta di Marco Tarquinio direttore dell’Avvenire

 

La “sfida” religiosa della Lega.

Il leader e capo della Lega Matteo Salvini continua la sua crociata, peraltro legittima e del tutto comprensibile, sui temi religiosi. Al di là della scelta di ognuno di esternare pubblicamente il suo credo religioso, seppur con modalità opinabili, resta il tema di fondo della opportunità di strumentalizzare simboli e concetti religiosi per finalità dichiaratamente politiche. 

Ora, conosciamo le motivazioni che giustificano questi atteggiamenti – perchè li leggiamo tutti i giorni su alcuni organi di informazione – soprattutto quando vengono confrontati con l’esperienza di un altro grande partito del passato, la Dc, che aveva addirittura nel suo simbolo – così dicono gli adulatori del leader della Lega – il simbolo religioso per eccellenza come la croce. Ecco, su questo versante è sufficiente ricordare che l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento di larga parte del suo gruppo dirigente erano il frutto di un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e di una severa e rigorosa distinzione tra la sfera temporale e quella spirituale. Certo, poi anche nella lunga esperienza democristiana non mancavano sacche di di clericalismo accompagnati da una marginale deriva confessionale. Ma erano pozioni e voci largamente minoritarie rispetto all’universo e alla complessità di quel partito. 

Nella situazione contemporanea, e nel caso specifico della Lega salviniana, mancano questi due tasselli fondamentali. E cioè, l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento del suo gruppo dirigente. Che non sono due aspetti marginali nella costruzione della identità di un partito. Al contempo, però, campeggiano i simboli religiosi continuamente esternati da un lato, e il richiamo a quei simboli come elementi divisivi e caratterizzanti dall’altro. Due elementi che sono anche e soprattutto riconducibili all’impianto sovranista che ispira e disciplina il progetto politico ed ideologico della Lega salviniana. 

Non c’è da stupirsi, quindi, se l’approccio della esternazione dei simboli religiosi continua imperterrita in tutti i luoghi. In Tv come nelle piazze, sulla rete come nei comunicati stampa. Semmai, e qui consiste la vera sfida politica e culturale, si tratta di verificare se la tradizione e la grammatica del cattolicesimo politico italiano ha la forza per offrire un’alternativa. Che non è, come ovvio, una crociata contro l’impostazione e la prassi sovranista della Lega. Ma, al contrario, il coraggio di saper tradurre nella società contemporanea i valori, la prassi e la cultura di una tradizione che ha fatto dei cattolici non una riserva di caccia da strumentalizzare ma un mondo da cui trarre insegnamento e ispirazione per la concreta azione politica. Sono due approcci, due culture e due modalità che si confrontano apertamente. Alternative l’una rispetto all’altra. Ma per contrastarla, democraticamente e laicamente, semplicemente occorre esserci. Questa è la sfida. 

L’errore di grammatica del Presidente della Regione siciliana

Dopo aver sollevato non una pandemia sanitaria ma un pandemonio politico con la sua richiesta di riconoscimento di “poteri speciali” ex art. 31 dello Statuto siciliano per potere disporre delle forze di polizia e, ove necessario, di quelle armate, il presidente della Regione, on. Nello Musumeci, in una video-dichiarazione ha sostenuto di non aver invocato alcun potere speciale e che si sta facendo appositamente una gran confusione perché la gente possa distrarsi dai gravissimi problemi che il governo nazionale crea invece di risolvere quelli esistenti.

Continuando su questa linea, l’on. Musumeci ha quindi sottolineato di aver chiesto semplicemente alla commissione paritetica (stato-regione) di occuparsi dell’attuazione dell’art. 31 dello Statuto regionale che è una norma che consente al presidente della regione, “in casi particolari e in contesti di emergenza” come quelli che stiamo vivendo in queste settimane, di assumere la guida e avvalersi delle forze di polizia. “Noi abbiamo deliberato perché la commissione paritetica e quindi lo stato ci faccia sapere se questo art. 31 può essere o meno applicato. Non c’è alcuna richiesta di poteri speciali. Non ne abbiamo mai chiesti. E non ne chiederemo. Il potere è già nello Statuto. Lo stato deve soltanto dirci se vuole negare questa norma così come ha fatto con tante altre o se possiamo metterci intorno a un tavolo e discutere”. E concludendo, ha poi con prudenza affermato: “ma possiamo parlarne dopo essere usciti da questa triste avventura”.

Ora, come si possa fare a chiedere l’applicazione di una norma, quale che sia, motivandola con la necessità che impone una situazione di emergenza della massima gravità e poi concludere il ragionamento a supporto con una dichiarazione di disponibilità a parlarne quando si sia usciti dall’emergenza evocata per chiederla è veramente cosa difficile da capire. Almeno che non si usi un’altra logica altrettanto sconosciuta di quella del covid 19. Ma non è questo il punto che ci appassiona.

La questione che più ci interessa mettere in rilievo è invece di merito. Come si possa fare a scambiare fischi per fiaschi. E cioè come si possa leggere una norma capovolgendone completamente il significato. Perché di questo si tratta. Musumeci e con lui i suoi consiglieri hanno commesso un gravissimo errore da paragonare a quelli di grammatica che alle elementari ci venivano fatti rilevare con un segnaccio blu.

Hanno infatti trasformato in un potere eventuale e straordinario, da riconoscere da parte dello Stato al presidente della regione “in casi particolari e in contesti di emergenza”, quella che il primo comma dell’art. 31 dello Statuto definisce come una prerogativa certa e ordinaria del presidente e del governo siciliano (“Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal Governo regionale”). Abdicando così, sotto un profilo qualificante ed irrinunciabile come l’ordine pubblico, alla identità della Sicilia quale istituzione regionale autonoma e paritaria (ex art. 114 Cost.) di fronte allo Stato.

Quanto, poi, all’altra questione della possibilità del presidente della regione di chiedere l’impiego delle forze armate dello stato è evidente che si tratta di altro problema, questo sì da affrontare volta per volta quando le circostanze dovessero richiederlo. Sovrapporlo o confonderlo con il primo è errore gravissimo. Conduce all’isolamento politico ed istituzionale. E pregiudica pure la sacrosanta battaglia per l’attuazione dei poteri regionali in materia di ordine pubblico. Se Musumeci fosse stato più attento questo rischio lo avrebbe evitato. E, così, non si sarebbe e non ci avrebbe coperto di ridicolo.

Roma-Milano, il viaggio della solidarietà.

Roma Milano non è una canzone dei “The Giornalisti”, tanto meno una famosa trasmissione televisiva di qualche anno fa. Roma Milano è, oggi, il viaggio di un volontario della Croce Rossa Militare, Roberto Barbavara, a supporto della componente civile di Croce Rossa e del corpo volontario delle Infermiere di Croce Rossa. Da Roma, dove la quarantena, a volte, è vista come costrizione, a Milano, dove il coronavirus ha generato distruzione e morte; dove, appena si supera Porta Romana, si entra in una dimensione di paura e timore per l’ansia di andare incontro alla catastrofe che ha abbracciato la Lombardia e il nord tutto. Ma tutto questo stato emotivo è superato dalla forte voglia, presente in ogni volontario partito dalla Capitale, di dare quel sostegno necessario a tutti coloro che sono stremati nella prima linea di combattimento del virus dalla morte invisibile.

Giusto, Roberto? Che Milano ha trovato? Quale umanità si è trovato di fronte a lei?

“È difficile descrivere la sensazione provata. Siamo addestrati e preparati, attraverso i vari corsi come “i care e supporto psicologico nelle emergenze”, a gestire le emozioni di fronte a catastrofi e traumi sociali. Eppure, ogni volta si rimane meravigliati a vedere cosa può la forza della natura. Terremoti, alluvioni, frane ed ora, ahinoi, il virus. È stato sconcertante immettersi nel tragitto da Roma a Milano, in quelle strade solitamente gremite di pendolari e lavoratori, di turisti e di viaggiatori; e che ora incrociano il vuoto assoluto, fatta eccezione per i camionisti e i trasportatori che non hanno i vincoli del PDCM Per non parlare degli autogrill, vu

oti e senza vita. Sembra di vivere in un film di fantascienza. E che dire di Milano? La città di Milano, quella del successo dell’Expo 2015, è totalmente svuotata, esigue le persone che si vedono circolare; quei pochi sono a piedi con il cane o con un carrello della spesa, un silenzio spettrale che è interrotto, solamente, dalle sirene dei soccorsi che si susseguono in continuazione. In una modalità che è difficile anche a raccontarla!”

Cosa spinge un volontario ad abbracciare, senza se e senza ma, un servizio di solidarietà umana come sta facendo lei?

“Non si pensa, si fa e basta, si è scelto di essere volontario e si fa quello per cui ci hanno preparati, collaborando con colleghi e persone del proprio gruppo, e di tutti i gruppi volontari di ogni corpo e natura.”

A volte viene da pensare che lo spirito del #iorestoacasa sia solo di facciata, che manchi quel senso di responsabilità, di quel senso civico, spesso sbandierato senza una ratio, che viceversa hanno tante persone, come voi volontari. Le viene qualche dubbio quando incontra la superficialità presente in molti strati della nostra popolazione?

“Noi, CRI militare e civile, abbiamo sposato i sette principi fondamentali che tengo a ricordare in questa occasione ” Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità”. Per tanto, io non ho dubbi o giudizi sulla popolazione. Stiamo vivendo un periodo difficilissimo ed alcune persone ancora stentano a rendersene conto. Gli organi preposti hanno messo in atto misure restrittive per le persone scettiche. Penso, e spero, che queste soluzioni che possono sembrare pesanti e limitative relativamente il distanziamento forzato stiano raggiungendo l’obiettivo scientifico desiderato.”

L’orrore di morte raccontato dai lombardi, e più volte visto da tutta la popolazione italiana in televisione, lei lo ha percepito nitidamente? O la realtà supera l’immaginazione?

“Al momento

c’è una percezione spettrale sembra un Paese congelato, immobile, speriamo si possa riprendere presto un pochino di normalità e serenità.”

Come ci cambierà il domani dopo questa dolorosa esperienza del Coronavirus?

“Spero che ci renda più consapevoli delle priorità, che ognuno riesca ad apprezzare quello che ha e non quello che potrebbe avere.”

Impareremo a donare di più al prossimo?

“Dobbiamo imparare a donare di più, perché molti di noi dopo il covid19 saranno il prossimo da aiutare… Saranno tempi durissimi che solo la solidarietà potrà aiutarci a superare.

 

Usa: un quarto dell’economia è bloccata a causa del coronavirus

Le chiusure degli Stati Usa per frenare la propagazione del coronavirus  hanno causato l’arresto di almeno un quarto dell’economia statunitense. Lo scrive il “Wall Street Journal”. Secondo l’analisi l’improvvisa battuta d’arresto del commercio negli Usa non ha precedenti per portata nel paese.

41 Stati Usa su 50 hanno ordinato la chiusura almeno parziale delle attività economiche e il prodotto interno lordo giornaliero degli Usa è crollato di circa il 29 per cento rispetto alla prima settimana di marzo.

Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analitics, ritiene come il presidente Usa, Donald Trump, che la situazione attuale non sia sostenibile: senza una ripresa almeno graduale entro i prossimi due mesi, infatti, il prodotto interno lordo Usa crollerebbe del 75 per cento annuo nel secondo trimestre.

WhatsApp, arriva il numero per restare informati sul Covid-19

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia anche il Italia il suo bot su WhatsApp che risponde alle domande sul Covid-19. Già nelle settimane precedenti era stato presentato un servizio analogo, ma solo in inglese, ora l’OMS ha lanciato anche quello esclusivo per l’Italia.

Per restare in contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp basta salvare il numero di telefono +41 22 501 78 34 nella propria rubrica e inviargli un semplice messaggio: “Ciao“. Il bot risponde immediatamente mostrando i diversi servizi disponibili: si può restare informati sugli ultimi numeri dei contagi o ricevendo le istruzioni per proteggersi dal contagio.

Sullo schermo apparirà il messaggio di benvenuto dell’OMS in cui spiega il funzionamento del bot di WhatsApp.

” Benvenuto nella chat ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp.

Qui troverai informazioni e consigli riguardo alla situazione attuale e la diffusione del coronavirus (COVID-19).

Cosa vorresti sapere sul coronavirus?

Rispondi con un numero (o emoji) in qualsiasi momento per ottenere le informazioni più recenti sull’argomento:

1. Ultimi casi 🔢
2. Proteggiti 👍
3. Maschere 😷
4. Miti: vero o falso? 🛑
5. Viaggiare 🗺️
6. Ultime Notizie 📰
7. Condividi & Invita ⏩
8. Dona ora 🥰
9. Lingue 🌐”

Dopo questo messaggio, basterà rispondere con un numero (ad esempio 1 per conoscere tutti gli ultimi casi a livello mondiale e regionale) per ricevere una risposta immediata. Per conoscere il corretto utilizzo della mascherina basta inviare un messaggio con scritto “3” e si riceve una risposta dall’OMS su come si deve usare. Inviando il numero “4”, invece, si ricevono delle informazioni molto utili sui miti nati in queste settimane sul Covid-19: smentire le fake news è fondamentale per non creare panico ingiustificato.

Apparecchiature, il punto sulla produzione e distribuzione

“Le attività di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale e delle apparecchiature necessarie a contrastare l’emergenza proseguono e crescono senza soluzione di continuità: i posti letto in terapia intensiva, che erano 5.179 all’inizio dell’emergenza, sono diventati 9.284. Ovvero il 79% in più. Quelli nei reparti di malattia infettiva e pneumologia, che erano 6.198, sono adesso 34.320. Oltre quattro volte di più. Credetemi: è stato fatto uno sforzo gigantesco”.

Così Domenico Arcuri ha dichiarato. Continuando ha affermato: “abbiamo complessivamente distribuito 72,3 milioni di apparecchiature e dispositivi… “Abbiamo consegnato ed installato nelle varie Regioni 1.679 ventilatori per la terapia intensiva e sub-intensiva. La dimensione degli approvvigionamenti e l’efficienza della distribuzione ci ha permesso di equilibrare meglio la ripartizione territoriale di queste fondamentali apparecchiature. Adesso anche le regioni del Sud sono progressivamente dotate degli strumenti necessari per il contrasto all’epidemia in una dimensione rilevante”.

Inoltre, sull’incentivo #CuraItalia gestito da Invitalia ha dichiarato: “In 9 giorni sono state presentate ad Invitalia 447 proposte di investimento per riconvertire o avviare impianti di produzione di dispositivi di protezione individuali. Di queste 217 sono state rigettate per motivi ostativi; 200 sono in valutazione; 30 sono state approvate. Di questi 30 progetti, 16 sono riconversioni e 14 ampliamenti; verranno effettuati in 10 regioni; produrranno un investimento complessivo di 13,6 milioni.”.

Il Commissario ha anche fatto riferimento all’accordo firmato il 3 aprile con Confindustria per la produttività industriale, che serve a garantire senza soluzione di continuità gli approvvigionamenti delle imprese italiane e fornire al Commissario una quantità di questi dispositivi in modo da dare un contributo alla distribuzione per i cittadini e il sistema sanitario.

“Infine – ha concluso Arcuri – volevo dirvi del progetto per la produzione industriale di mascherine protettive realizzato in partnership fra il Commissario straordinario di governo per l’emergenza Covid-19 e il Ministro della Giustizia Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: otto impianti automatizzati che arriveranno nell’arco dei prossimi 15 giorni consentiranno di produrre 400.000 mascherine al giorno che potranno poi progressivamente aumentare. Di questi 3 stabilimenti saranno ubicati presso gli istituti di Milano Bollate, Salerno e nel Polo di Roma Rebibbia. Il ciclo produttivo comprenderà anche la ricezione e preparazione del tessuto non tessuto, nonché lo stoccaggio e la sanificazione delle mascherine. Sapere che anche dalle carceri si possa dare un contributo a questa guerra ci dà davvero la forza per andare avanti cercando di vincerla. Giorno e notte”.

La nostalgia di Polito e la pretesa di Salvini: come vivere la Pasqua? Bisogna comunque reagire al sovranismo religioso.

Ad Antonio Polito, autorevole penna del Corriere, dispiace in fin dei conti che rimanga in questa Settimana Santa il suono delle campane e nulla più.

A lui dispiace cioè che a Pasqua non si abbia il segno visibile della comunità, dal momento che le Parrocchie non avranno modo di celebrare messa. Vede in questa quarantena che si estende alla dimensione della fede una perdita nient’affatto riducibile alla “nazione Cattolica”, ma all’Italia tutta intera. Una perdita, perciò, che riguarda anche le donne e gli uomini che non hanno il dono della fede.

Nell’articolo, oggi in prima del Corriere, si legge dunque il senso della nostalgia e dello smarrimento, benché il tono sia misurato e il tratto elegante, senza accenti impetuosi. Sì può convenire o dissentire, come sempre, ma le parole di Polito richiamano il valore della vita associata, anche e soprattutto quando l’associazione consiste nel ritrovarsi attorno alla mensa eucaristica del Signore.

Certo, un po’ colpisce questo invito nascosto alla Chiesa a preservare della Pasqua non solo lo “spirito”, ma la sua stessa “fisicità”. E tuttavia, in questa perorazione garbata, in punta di piedi, si coglie il bisogno di essere avvertiti del fatto che la vita oltre la reclusione domestica è anche afflato religioso, forse potremmo dire che è la vita in senso pieno.
Tutto questo non si trasforma in impeto anti papale, come traspare nettamente dall’invito di Salvini a riaprire le chiese, visto che ancora non si può riaprire l’Italia. Papa Francesco ha preso una decisione sofferta, allineando la comunità cristiana allo sforzo della nazione contro i pericoli della pandemia. La Chiesa è nel mondo senza essere del mondo: cosa diremmo oggi se non ci fosse tale scrupolo umano e civile nella maniera di servire l’umanità della Chiesa? Se prevalesse, in altri termini, l’idea che la Pasqua debba viversi a prescindere dalle contingenti restrizioni sanitarie?

La pretesa di sostituirsi alla gerarchia, sfidando persino l’autorità del Papa, fa di Salvini un pericolo della Chiesa. Finora, in effetti, lo era del Paese senza che ciò turbasse la coscienza dei tradizionalisti e dei cosiddetti moderati, in gran parte cattolici. Ora questa viscerale condivisione, per cui il leghismo si protende in territorio ostico alla modernità fino a declinarsi in sanfedismo, si rivela davvero perniciosa.

La Pasqua non può rientrare, pena l’obnubilazione dell’intelligenza, nelle scomposte dinamiche del sovranismo.

Giulio Giorello: “La tecnica e’ espressione di umanità”

Professor Giorello, una delle caratteristiche più salienti del dibattito filosofico contemporaneo mi pare riguardi i rapporti tra scienza e pensiero.

All’atto pratico la produzione e l’applicazione scientifica – sempre più estensiva ed esponenzialmente crescente – ha modificato radicalmente stili di vita, abitudini, comportamenti, mezzi e fini dell’agire individuale e sociale.

Alcuni suoi colleghi hanno avanzato l’ipotesi che gli stessi elementi costitutivi del mondo globalizzato che si disputano il dominio sul futuro dell’umanità (il capitalismo, la democrazia, quel che resta delle ideologie, le stesse religioni, l’economia di mercato) siano destinati a soccombere al cospetto della tecnica, proprio nel momento in cui intendono utilizzarla per realizzare i propri scopi.

Come spiega il filosofo della scienza questo ribaltamento concettuale che fa sì che  lo strumento utilizzato per far prevalere una logica dominante diventi esso stesso padrone e artefice di un sovvertimento: non più tecnica-mezzo ma tecnica-scopo?

L’impresa scientifica e tecnica ha rappresentato una delle grandi componenti della emancipazione umana, perché scienza e tecnica unite insieme permettono di controllare i ‘rischi ambientali’e in qualche modo rispondono ad alcuni bisogni primari, dal cibo alla sicurezza. Non dobbiamo dimenticare – sotto questo profilo – che la scienza è ‘comprensione del mondo’ ma è anche ‘intervento sul mondo’, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo.

Ora, molti miei colleghi – filosofi soprattutto – temono che la tecnica abbia avuto una tale crescita, negli ultimi duecento anni, tale da non diventare più un mezzo per vivere meglio ma uno scopo a sé, al quale verrebbero sacrificate non soltanto le nostre emozioni, le nostre intenzioni della vita quotidiana.

Addirittura la tecnica ‘divorerebbe’ quegli stessi sistemi a cui in realtà dovrebbe servire: ad esempio le religioni, la politica, il capitalismo, l’economia.

In realtà la componente che io chiamo “tecnica”, è una componente molto antica: se io osservo il processo con cui è emerso Homo sapiens, mi viene spontaneo far mia una battuta del biologo Christian de Duve (Come evolve la vita – Raffaello Cortina Editore) che dice che “gli ingegneri hanno preceduto i filosofi”, nel senso che prima ancora che ci ponessimo le domande fondamentali su chi siamo noi stessi, già eravamo in grado di creare strumenti – persino di creare strumenti per formarne degli altri. In un libro che ho scritto con il mio collega biologo Edoardo Boncinelli, abbiamo appunto rintracciato l’emergenza dell’umanità, in questa componente di una tecnologia applicata alla tecnica  stessa, cioè di una tecnica di secondo livello. Questo mi pare un elemento di particolare rilevanza: durante il nostro dialogo, trasposto in un libro, abbiamo fatto nostra una battuta del grande poeta Raymond Queneau (grande poeta-matematico, amico tra l’altro anche di Piergiorgio Odifreddi) nel suo poemetto Piccola cosmogonia portatile ed. Einaudi- canto VI – versi 43/44, che dice “un martel martella, e vedi già la logica mostrare il suo uso”. Ha ragione allora De Duve quando dice che i tecnici precedono i filosofi, ma è pure vero che la logica è incarnata nello strumento, nella macchina.

Secondo me la tecnica è espressione di umanità: è difficile pensare ad una tecnica disumana in sé. In molti casi c’è abuso della tecnica ma io non credo che l’umanità ne diventerà schiava: io penso invece che sia un grande strumento che ci apre possibilità inedite – certo, anche possibilità distruttive.

E’ dunque la preponderanza della tecnica il vero discrimine della post-modernità? 

Ogni altra ipotesi interpretativa sui destini del mondo e sulle direttrici di marcia da assumere per guidarne il cammino sembra in effetti debole, parziale, incapace di dare risposte adeguate e convincenti.

Nella società magmatica e liquida descritta da Z. Bauman in molti avvertono il senso di disorientamento e spaesamento prodotto dal relativismo, da una progettualità dal fiato corto e senza meta, dall’inadeguatezza delle risposte convenzionali: la guida della politica, il benessere economico, l’ordine sociale.

Altrettanti invocano un timone senza indicare il timoniere…

Mi domando tuttavia come la tecnica possa costituire l’elemento risolutivo e salvifico, considerato che proprio il suo uso indiscriminato sta consumando il pianeta, restringendo gli spazi di libera determinazione nelle azioni umane oltre quelle volute da un pensiero eminentemente ‘calcolante’, sottraendoci la possibilità di scelte alternative oggettivamente sostenibili.

Non trova che questa via obbligata di comportamenti totalmente condizionati dall’apparato tecnico finisca per sottrarci definitivamente gli spazi della libertà, della gratuità, dell’autodeterminazione? Che il pensiero pensante soccomba al pensiero pensato, precostituito, esterno?

Dalla domanda si capisce che lei pensa ad una ipotesi di sviluppo della scienza tale da poter  diventare mostruoso, perché sfugge agli elementi di controllo umano che hanno caratterizzato il progetto moderno e che questa alienazione profonda scandirebbe il trapasso dal moderno al post-moderno. In effetti questo è un rischio e Zygmunt Bauman ha dedicato a questo tema delle pagine bellissime.

Però attenzione: che il pensiero-pensante soccomba di fronte al pensiero-pensato vale non solo per l’impresa tecnico-scientifica ma ovunque si produca un fenomeno che io chiamerei “l’abbandono dello spirito critico”. Tale fenomeno si rivela anche ad esempio anche nelle religioni, quando gli elementi dogmatici prevalgono sull’uso della ragione, quando si dimentica che un uso maturo del proprio cervello, come diceva Kant, è il contrassegno dell’essere umano libero, quando si preferisce pensare non con la propria testa ma con quella di qualcun altro: cosa molto comoda ma anche molto pericolosa. Si tratta di forme di involuzione – in quello che lei chiama l’omaggio al pensiero-pensato che si impone su quello pensante – che purtroppo investono molti settori, compresa la stessa politica.

Ciò che caratterizza invece le fasi migliori della modernità è l’uso della ragione critica nello smantellare forme ingombranti di “pensiero-pensato” e questo si chiama illuminismo.

Su questo bisogna essere estremamente chiari: alcuni ritengono che l’illuminismo sia finito, che sia un’anticaglia, che abbia prodotto un dogmatismo della ragione. Io invece ritengo che lo spirito illuminista sia oggi più vivo che mai perché, a differenza di quello settecentesco, può calarsi proprio nelle conquiste migliori dell’impresa tecnico-scientifica. Sotto questo profilo la partita è tutt’altro che chiusa: basta dare un’occhiata alle grandi conquiste scientifiche, dalla fisica, alla biologia, all’ingegneria per rendersi conto che non sono elementi di conformismo quelli che prevalgono.

Se c’è un dibattito oggi ricco e interessante è quello sulla cosmologia e sull’unificazione delle forze fondamentali in fisica, per non dire dei nuovi orizzonti che ci stanno rivelando la biologia e le conquiste della neurofisiologia. Non è stata forse una grande esperienza di libertà anche la “rete”?

Ecco, io francamente non condivido le visioni catastrofiche e il pessimismo apocalittico di chi sostiene che noi oggi vivremmo nel “tramonto dell’occidente”.

Se così fosse, vorrebbe dire che l’occidente è da un po’ che tramonta, da qualche millennio: ma è ancora “qui”.

Il sociologo Acquaviva aveva denunciato ad esempio l’inadeguatezza della politica, capace solo di gestire l’ovvio, e invocava la straordinaria potenzialità critica della religione come fenomeno contrario alla globalizzazione e insieme coscienza critica della società consumistica, dopo il tramonto del  marxismo. In effetti se consideriamo alla lettera il dettato esplicito del Vangelo (“gli ultimi saranno i primi…beati i miti di cuore perché di essi è il regno dei cieli”) avvertiamo la potenzialità straordinaria di una rivoluzione possibile. Possibile anche – o ancora – sul piano esistenziale, cioè mondano…cioè di questo mondo?

 

Le religioni sono grandi e complicate forme espressive, la cui evoluzione è affidata a coloro che vi si riconoscono: esse, non dobbiamo dimenticarlo, ci parlano di Dio ma sono fatte da esseri umani.

E difficile stabilirne a priori il destino, essendo inserite nella dialettica dello sviluppo storico.

Sicuramente in molte religioni c’è un grande elemento di potenzialità e di emancipazione: c’è nel Cristianesimo, c’è nell’Islam, c’era già nell’Ebraismo (basti pensare alle componenti libertarie profonde presenti nel libro dell’esodo…).

Io indicherei tre bei contributi recenti, che hanno puntualizzato l’elemento liberante della religione:

per quanto riguarda l’ebraismo il bel libro di Amos Luzzatto per l’Einaudi (Il posto degli ebrei), per il Cristianesimo- nella stessa collezione editoriale “Le vele”- un paio di bei libri di Enzo Bianchi –priore di Bose (La differenza cristiana e Per un’etica condivisa) – mentre per l’islamismo suggerirei il testo Islam e libertà di Tarik Ramadan. Sono contributi eleganti che mettono in luce le potenzialità libertarie delle religioni, che peraltro hanno anche conosciuto periodi di involuzione, profondamente autoritari, spesso dando origine a esperimenti sociali intolleranti. I tre autori citati hanno avuto il coraggio – nelle loro analisi – di evidenziare luci ed ombre.

Mi affascina approfondire con Lei alcune conseguenze di questa deriva pervasiva della tecnica rispetto ai destini del mondo. Quanto è concettualmente lontano dalla nostra epoca il dualismo tra “esprit de geometrie” ed “esprit de finesse”? Come si conciliano con il carattere ordinativo della scienza le altre espressioni della cultura e dell’ingegno: la musica, l’arte, il teatro, la poesia…?

Ricordo il saggio di W. Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte nell’epoca contemporanea: uno spartiacque sul concetto di autenticità e di fruizione dell’arte… In effetti sembra che negli ultimi cinquant’anni il genio umano abbia espresso più potenzialità, inventiva e produzione nel campo scientifico che in quello artistico. E’così?

Il dualismo che lei cita fu inaugurato e codificato da quel  grande pensatore cristiano che fu Blaise Pascal, il quale fu peraltro anche un “grand geometre” e un matematico.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che nella matematica creativa esprit de geometrie ed esprit de finesse vanno sempre insieme: se lei prende i grandi matematici del passato, gli inventori del calcolo infinitesimale, ma anche Newton e Leibniz, o figure più recenti – io cito sempre il mio grande maestro Renè Thom ( Parabole e catastrofi ed. Il Saggiatore) – vediamo che la matematica più feconda va avanti geometrizzando e spazializzando i concetti ma nello stesso tempo utilizzando un atteggiamento critico che permette di scavare dentro le pieghe della matematica. Questo altro non è che un esprit de finesse interno alla matematica; ma poichè la matematica è una struttura chiave per la scienze più varie, dalla fisica all’economia, ecco che questo esprit de finesse si ritrova anche nelle scienze empiriche. Quindi non è vero che da una parte c’è l’esattezza geometrica e basta e dall’altra la finezza, da una parte il mondo della verità scientifica e dall’altra il mondo del senso.

La ricerca della verità scientifica e quella di senso vanno insieme e – forse – questa è la lezione che noi traiamo almeno da Galilei in poi.

Circa la produzione recentemente prevalente, anche guardando alle scienze e alle strutture matematiche, trovo che essa non abbia impedito l’esprimersi dell’esprit de finesse, in campo letterario, artistico o musicale. Potremmo liquidare rapidamente Mahler e Schonberg? Oppure pensiamo che sia superata La montagna incantata di Thomas Mann? O non troviamo un grande esprit de finesse in L’urlo e il furore di William Faulkner o in Ulysses di James Joyce? O ancora in un pittore come Francis Bacon? Perciò non sarei così drastico rispetto al quadro artistico-musical-letterario. L’altro giorno, per esempio, ho letto con enorme piacere splendide poesie del grande poeta caraibico – e premio Nobel – Derek Walcott…. e non le butto certo via.

C’è un altro aspetto che vorrei considerare con il Suo aiuto: il rapporto tra sofferenza e dolore da un lato, come  aspetti costitutivi della stessa dimensione esistenziale, e la ricerca continua della felicità. La felicità è utopia, speranza o immaginazione?

Non so cosa sia la felicità: so che noi abbiamo bisogni e desideri che cerchiamo di soddisfare nel miglior modo possibile ma per fortuna non ci fermiamo qui, altrimenti la nostra vita sarebbe piatta e banale. Siamo un tipo di animale che si pone di continuo nuovi obiettivi. Ha ragione Martin Heidegger: siamo proiettati nel futuro, la dimensione del ’progetto’ è anche la dimensione della nostra temporalità. Avrei pochissimo da dire in più rispetto a quella sua bellissima conferenza del 1924 dedicata al concetto di tempo. Da questo punto di vista io credo che avessero capito bene la questione i legislatori degli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione con cui 13 colonie del Nord America erano riuscite a buttare fuori l’invadente madrepatria britannica e a costituire il primo vero esempio di democrazia moderna. 

Loro parlavano di “ricerca della felicità” – non di felicità tout court – e della libertà che ognuno deve cercare in una dimensione libertaria.

La felicità secondo me non è utopia, né immaginazione, né speranza: è semplicemente una componente della nostra libertà, è la sua soddisfazione, quella che ci dà la libertà maggiore.

In questo io seguo il mio filosofo preferito, che è Benedetto Spinoza.

Sono ogni giorno sorpreso e a un tempo confermato rispetto a due evidenze che riscontro in alcune derive sociali in atto: da un lato il prevalere della incomunicabilità sul piano relazionale; dall’altro un’attenzione quasi morbosa verso gli aspetti negativi della condizione umana.

In un suo recente libro Lei coglie invece alcuni aspetti positivi nella ricerca del piacere materiale come fonte di conoscenza. La vita non è allora solo proibizione o castigo?

Lei probabilmente allude al mio libretto sulla lussuria, che rientra in una collezione sui cosiddetti ‘peccati capitali’, in un progetto coordinato dall’amico Carlo Galli.

Una delle ragioni per cui ho aderito a questo progetto editoriale è stata la direzione di Galli: una garanzia che questa trattazione dei “vizi” o “peccati” fosse molto attenta non solo agli aspetti psicologici ma anche a quelli ‘politici’ dei vizi stessi.

Ogni grande vizio ha un suo  cotè  politico: la lussuria è legata al senso della potenza.

I vizi e i peccati sono costitutivi del nostro vivere sociale, non possiamo pensare ad un mondo senza peccati: il peggior vizio consiste nel tentare con metodi drastici di stroncare tutti i vizi.

Questo non vuol dire che tutto sia lecito e che certi vizi possano essere accettati: in materia di lussuria io attribuisco un grado zero alla violenza sulle persone più deboli, ad esempio i minori, una cosa di per sé ripugnante.

Dobbiamo recuperare il senso del piacere e il gusto dell’eccesso: se non fossimo esseri eccessivi non avremmo Mozart, Joyce, non avremmo avuto ne’ la Torre di Babele ne’ la Tour Eiffel.

Ci sono coloro cui dà fastidio l’eccessività degli altri e allora tirano giù le torri: ebbene, le torri poi si ricostruiscono.

Prof. Giorello, vorrei concludere chiedendoLe, come ho fatto con altri illustri intervistati, quale declinazione esistenziale, quale vantaggio, possa avere la ricerca e la fruizione del silenzio in un mondo così chiassoso e invadente, di fronte a comportamenti collettivi che si ispirano al consumo vorace e rumoroso delle cose e del mondo stesso e ad una concezione riempitiva e utilitaristica del proprio essere in mezzo agli altri.

Io attribuisco un grande valore al silenzio, alla possibilità di estraniarsi e di racchiudersi in se stessi, non esser turbato da chiacchiere, godersi un’alba o un tramonto, in natura, in montagna, al mare ma anche in una grande città – le città , non dimentichiamolo-  hanno un grande fascino con le loro luci e le loro ombre…

Però non ne voglio parlarne troppo. Se c’è una cosa da evitare è proprio quella di fare l’elogio del silenzio.

Coronavirus: tra le polemiche Boris Johnson viene ricoverato per esami

Il premier britannico Boris Johnson è stato ricoverato in ospedale per una serie di esami.

Una portavoce di Downing Street ha reso noto che “il primo ministro, su consiglio del suo medico, è stato ricoverato in ospedale per esami. E’ un passo precauzionale, visto che il primo ministro continua a mostrare sintomi persistenti del coronavirus da 10 giorni dopo essere risultato positivo”.

Intanto non accennano a placarsi nel Regno Unito le polemiche sugli scarsi risultati finora ottenuti dal governo nella lotta contro la pandemia di coronavirus, in particolare in materia di test diagnostici.

Per il quotidiano “The Telegraph”, nel Regno Unito sono stati “messi a nudo i sistematici fallimenti della strategia del governo contro la pandemia”. A sua volta, il ministro della Salute, Matt Hancock, ha dovuto ammettere che il governo “avrebbe potuto fare meglio” prima di promettere di arrivare ad effettuare 100 mila test al giorno.

Il governo conta ora di “arruolare” tutti i laboratori privati, quelli delle università e pure gli ambulatori veterinari. Tuttavia, secondo gli esperti, anche con questo apporto le forze in campo non saranno adeguate. Infine, fanno notare i commentatori, in questo modo si rischia una tale frammentazione delle iniziative da far perdere alle autorità il polso della effettiva situazione sanitaria del Regno Unito.

Coronavirus: la Svezia pronta a cambiare rotta?

In Svezia l’epidemia di coronavirus cresce più rapidamente che altrove in Scandinavia e sul governo ci sono pressioni affinché abbandoni la linea morbida: scuole, ristoranti e bar aperti e semplici raccomandazioni a limitare i contatti, affidandosi alla responsabilità dei singoli.

Per ora solo gli assembramenti con più di 50 persone sono stati vietati, il campionato di calcio e le manifestazioni sportive sono stati rinviati, e scuole e università sono passati alle lezioni a distanza.

Il bilancio della pandemia al momento segna 6.443 pazienti infetti, di cui 520 in terapia intensiva, e 373 morti, con una media di 12 mila tamponi a settimana.

E anche se il Premier non vuole abbandonare la linea adottata finora, su indicazioni del principale epidemiologo del paese, Anders Tegnell che vuole far  progredire naturalmente l’epidemia, chiedendo ai malati di restare a casa per non sovraccaricare i servizi sanitari, nella convinzione che l’isolamento forzato non avrebbe funzionato a lungo termine, non tutti  sono d’accordo.

Marcus Carlsson, matematico della Lund University, è arrivato al punto di accusare la Svezia di giocare alla “roulette russa con la popolazione svedese” in un video pubblicato su YouTube e citato dal Guardian.

E uno studio pubblicato la scorsa settimana dalla rivista medica The Lancet, intitolato “Covid-19: Learning from Experience”, ha affermato che “la risposta lenta iniziale in Paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Svezia appare ora sempre meno assennata”.

 

Covid-19: Cei, in oltre 106 strutture più di 2.300 posti per medici, senza dimora e persone in quarantena

Prosegue l’impegno delle diocesi italiane nel far fronte all’emergenza Covid-19 mettendo a disposizione strutture edilizie, proprie o altrui, destinate principalmente a tre categorie di soggetti: medici e/o infermieri, persone in quarantena, senza dimora. Per loro, finora, le diocesi italiane hanno garantito in oltre 106 strutture più di 2.300 posti.

Una scelta solidale incoraggiata e sostenuta dalla Presidenza della Cei. Ad oggi sono 33 – ma l’elenco è in continuo aggiornamento – le diocesi (in 13 Regioni ecclesiastiche) ad aver comunicato di aver messo a disposizione della Protezione civile e del Sistema sanitario nazionale 46 strutture per oltre 1.200 posti. Sono poi 23 le diocesi (in 9 Regioni ecclesiastiche) ad aver fatto sapere di aver impegnato oltre 28 strutture per più di 500 posti nell’accoglienza di persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali. Infine, 27 diocesi (in 12 Regioni ecclesiastiche) hanno informato di aver messo a disposizione più di 32 strutture per oltre 600 posti per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria che tiene conto delle misure di sicurezza indicate dai decreti del Governo.

“Questa varietà d’interventi, iniziative e strutture messe in campo dalla Chiesa che è in Italia in questa emergenza – dichiara don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana -, oltre a essere segno visibile di quella ‘fantasia della carità’ a cui Papa Francesco c’invita continuamente, è testimonianza tangibile di un servizio alle persone, ai più poveri in particolare e a chi è in prima linea nella cura dei malati, e quindi al Paese intero”.

Lo sbiancamento della barriera corallina australiana

Il più grande nemico della barriera corallina australiana è tornato. La grande formazione che si trova di fronte alle coste nord orientali del continente ha subito il terzo massiccio sbiancamento in cinque anni, dopo quelli del 2016 e del 2017.

Lo sbiancamento, spiega l’Agenzia, è stato osservato dai ricercatori del Centro di eccellenza per gli studi della barriera corallina della James Cook University, che stanno conducendo dei sorvoli su tutta l’area per valutare il fenomeno.

Lo studio, che verrà portato a termine nelle prossime settimane, ha già evidenziato che si è verificato un esteso sbiancamento sia nelle aree più vicine alla costa della Barriera al nord, che al sud. Quest’ultima zona era rimasta incolume dai precedenti episodi di sbiancamento. La causa di questo fenomeno, spiega il GBRMPA, è dovuto alle temperature elevate che si sono registrate nel continente nel mese di febbraio, che hanno inevitabilmente avuto un effetto anche sulle acque marine.

Il fenomeno dello sbiancamento si verifica quando, per effetto delle acque più calde, i coralli espellono le alghe che vivono nei loro tessuti e donano loro il caratteristico colore (zooxanthellae). Questo evento rende le formazioni estremamente fragili.

Nel 2016, il 93% dei coralli della grande barriera corallina è stato soggetto a sbiancamento, e il 22% è poi morto. Alcune aree sono state colpite in modo severo dallo sbiancamento e hanno visto la morte di gran parte dei coralli presenti, con numeri che si aggirano tra il 50 e il 90% a seconda della zona.

I gatti i più esposti al contagio

Alcuni gatti sono stati infettati dal coronavirus a Wuhan: è quanto si legge in un rapporto dei ricercatori dell’Università agraria di Huazhong e dell’Istituto di virologia di Wuhan, di cui dà notizia il Global Times. Secondo lo studio, 15 dei campioni sierologici prelevati da 102 gatti della città epicentro della pandemia sono risultati positivi al coronavirus. Dal rapporto è emerso anche che tre dei campioni prelevati da gatti i cui proprietari sono risultati positivi hanno mostrato alti livelli di anticorpi neutralizzanti, il che indica che i gatti potrebbero essere stati infettati da stretti contatti con i loro proprietari.

Il lavoro dei ricercatori a cui fa riferimento il Global Times arriva a poche ore dalla pubblicazione di un altro studio sul portale BioRxiv. Gli scienziati dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, che fa parte dell’Accademia delle scienze agricole, hanno pubblicato uno studio che deve essere sottoposto a peer review. Secondo le conclusioni, i gatti sono più esposti al contagio rispetto a cani, maiali, polli e anatre.

Sanità e salute.

Carissimi, oggi è la domenica delle Palme e non vorrei distrarvi con pensieri troppo lontani da questo momento di concentrazione sulla nostra fede.

Spero soltanto non vi facciate impressionare da chi pretende di sostituirsi alla Chiesa, strattonando persino il Papa, nella missione che le appartiene per superiore volontà di Dio.
Non vorrei che questa emergenza sanitaria ci spingesse a tutelare l’igiene e a trascurare la pazzia. In giro vedo segni inquietanti di squilibrio, un uso dissennato della parola, una ricerca dell’esibizione a tutti i costi.

Tutto ciò accade mentre il “popolo” – quello che viene sempre osannato dai nostri demagoghi – avrebbe desiderio di misura e compostezza.
Non vinciamo la sfida se non alziamo le barriere immunologiche rispetto a questo virus incontrollato, nascostamente parallelo al covid-19, che si chiama esagerazione. Un’esagerazione che si riscontra tanto nei discorsi, quanto nei gesti.

Ora, devo dire francamente, questo sciavero di saggezza non è farina del mio sacco; non è neppure un sovrappiù d’istintiva preoccupazione: è qualcosa che nasce piuttosto dalla lettura mattutina di un vecchio articolo di G. K. Chesterton, oggi riproposto dal nostro benemerito “Avvenire”.

Chesterton invita a non confondere il racconto evangelico con il racconto fiabesco. Vale la pena leggere con attenzione questo breve testo. A un certo punto, verso la fine, ci s’imbatte nel passaggio che sembra inquadrare molto bene l’attuale tendenza a sbracare nell’autoesaltazione: “…molti fanatici dell’igiene dei giorni nostri sembrano preoccuparsi più della sanità che della salute. Chi si concentra troppo sulla potenza cade inevitabilmente in un eccesso di orgoglio”.

Intuire, effettivamente, la sotterranea collisione tra sanità e salute non è che la riprova di quanta luce possa diffondere la scintilla del genio. O non è così?
Buona domenica.

La democrazia illiberale non esiste, né può esistere un partito cattolico. La lezione di Dossetti.

Prendo spunto dal bell’ articolo di Castagnetti apparso su Avvenire del 4 aprile, sulla democrazia illiberale di Orban per svolgere alcune riflessioni.

Parlare di democrazia illiberale è più che un ossimoro. È un non senso, è una contraddizione in termini. Perché la democrazia è necessariamente pluralista nel senso che è intrinsecamente fondata sulla originaria e inviolabile libertà delle persone/individui che sanamente si confrontano/confliggono nella pubblica arena delle opinioni/interessi. 

La democrazia è sostanza e forma, a partire da una modalità di reggimento degli uomini attraverso la libera, e dunque non cruenta, scelta dei governanti. Nella nostra contemporaneità si parla di regime repubblicano, il cui duplice fondamento è: la garanzia dei diritti e la divisione dei poteri. Da ciò deriva che nessuna declinazione del termine/concetto “democrazia” può prescindere, oggi, dall’essere a sostegno di un ordinamento liberale et costituzionale: per il fatto che alla sua base – e al tempo stesso per la tutela delle persone/individui e delle formazioni sociali – è stato posto un documento giuridico, solennemente adottato e vincolante per tutti, denominato Costituzione.

Asserire poi che la democrazia cristiana è illiberale è un’apostrofe indebita e truffaldina: un malsano mescolamento di parole spacciate per concetti. Il che obbliga ad alcune distinzioni e a chiarimenti, non solo lessicali e terminologici.

In tempo storico: aveva ragione Sturzo a non voler chiamare “cristiano” (o cattolico) il partito da lui fondato nel 1919. Aveva, invece, compiuto un passo incauto (un mix di candore/generosità e furbizia elettoralistica) De Gasperi quando battezzò in quel modo il partito che risorgeva nel dopoguerra. Nei fatti, però, la DC è stata un partito popolare, con due declinazioni che si sono alternate alla sua guida: cattolico-liberale e cattolico-sociale, senza che mai una di queste tendenze annullasse l’altra.

Ragioniamo, sia pure in modo sintetico. L’autodefinizione di “seguace di Cristo” è oggettivamente troppo alta per un movimento politico, intriso e percosso dalla terraneità. Sempre ti potrà essere rinfacciato dagli avversari che i tuoi atti e comportamenti, come singolo e come aggregato, sono incompatibili con i precetti evangelici, già a partire dallo stile di vita e dal linguaggio usato. “Beati senza dubbio coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Luca, 27-28).

Qui cade acconcia una prima chiarificazione. Premesso che tutte le scelte politiche sono contingenti, revocabili e opportunistiche (nel senso che si sforzano di cogliere, a proprio vantaggio, un’opportunità che l’ora presenta) e che è vano misurarle sull’unum necessarium: la salvezza dell’anima) le opzioni di Orban – e del suo sodale italiano Salvini – confliggono apertamente con una lettura piana e semplice, alla portata di tutti, del messaggio evangelico. Nessuna interpretazione difforme è, a tale proposito, lecita con riguardo alle politiche anti-immigrazioni o a quelle contrarie al confronto libero delle opinioni (libertà di stampa ecc.) per fermarci ai due fatti più vistosi che opportunamente Castagnetti mette in luce.

Sull’ampiezza, o meglio, sulla profondità dell’accettazione della “libertà” quale requisito indispensabile alla visione politica di un partito “di ispirazione cristiana” si svolse nel novembre 1951, in sede di III Convegno dei giuristi cattolici, un memorabile scontro di opinioni tra Dossetti e Mortati, da una parte e Carnelutti e Capograssi (non presente di persona) dall’altra. Ciò che, sinteticamente, i primi rimproveravano ai secondi era l’assolutizzazione della libertà, che in Carnelutti portava dritto ad un liberalismo senza freni a vantaggio dell’iniziativa economica privata, mentre Capograssi era geloso di difendere la “verticale delle libertà” che, da quella personale di proprietà di sé (e dei beni essenziali), attraverso la libertà di coscienza saliva fino alla libertà di attingere direttamente Dio. Questo era il tipo di libertà che un’anima pura e coltivata come Capograssi, giustamente, pretendeva che venisse garantita dall’organizzazione politica denominata Stato.

Dossetti e Mortati certamente non si opponevano a ciò. Facevano soltanto osservare che, nell’impostazione liberale, l’interesse delle istituzioni si concentrava con grande anzi esclusiva prevalenza sulla difesa ad oltranza della proprietà privata dei mezzi di produzione; disinteressandosi viceversa dell’ultimo tratto della verticale delle libertà, cui poteva essere, benevolmente, consentito di interloquire con la divinità. Tanto ciò non disturbava un determinato assetto dell’organizzazione sociale, che restava fissata dalla gabbia d’acciaio della condizione economica circa la produzione e lo scambio: profitti, salari, situazione dei lavoratori ecc.

Questo è detto per porre qualche elementare distinguo alle categorizzazioni davvero rozze di Orban (e del suo emulo e protettore Salvini: altro che l’ostentazione televisiva del rosario!).

Concludendo: far propaganda di e per una democrazia cristiana illiberale è operazione tanto rozza intellettualmente quando pericolosa socialmente, nella misura in cui il messaggio che si vuole propalare è il seguente. La libertà è una fatica inutile e – di questi tempi – non ce la possiamo/vogliamo permettere. Sostituiamola con un blando totalitarismo che anteponga l’esercizio autoritario del potere ai diritti e alle libertà delle persone. Che un regime di tal fatta abbia la spudoratezza di richiamarsi ad una democrazia cristiana ci dice molto dei tempi sventurati che stiamo vivendo.

PPE. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti e pensiamo ai vivi.

Come spesso accade nella storia, le emergenze mettono a nudo ed accelerano processi già in atto nella società. Per esempio, la tendenza a barattare “libertà” con “(presunta) sicurezza”. Non è, appunto, una tendenza nuova. Molte grandi tragedie democratiche della storia sono accadute sulla base di questo baratto socialmente accettato.
Basti pensare, per quanto riguarda l’Europa, a ciò che è avvenuto tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Segnali di questo insano baratto (figlio di una crisi della Politica in termini di autorevolezza, carisma, competenza e di una caduta generale di “senso civico” e di cultura comunitaria) li avevamo visti molto prima del Coronavirus, anche nel nostro Paese.
Gran parte (non tutta) del consenso alla Lega ha avuto questa radice e questa motivazione.
Il caso di Orbán in Ungheria è l’emblema di questo baratto, coniugato pericolosamente con la cifra nazionalistica tipica di quel Paese.

Condivido pienamente quanto scritto da Umberto Laurenti e da altri. Non può esistere che la famiglia europea dei Popolari di Degasperi e degli altri leader fondatori abbia al proprio interno simili personaggi e simili partiti. O meglio, può esistere solo perché ormai il PPE sta perdendo (non da oggi: per il nostro Paese certamente da quando è stata accettata l’adesione di Forza Italia) la sua anima e la sua “ragione sociale”.

Non a caso, le culture politiche di matrice cristiano sociale sono oggi minoranza nel PPE.
Non aver mantenuto come base del PPE la cultura politica Cristiano Sociale, con il suo storico “confine a destra”, è stato un errore micidiale.

Questa posizione di tolleranza verso Orbán rende per noi ancor più “impotabile” la adesione a questa area politica europea, così come oggi configurata.
Ma, forse, questa crisi che travolge tante cose, travolge anche gli assetti politici consolidati.
Tanto più che il PPE non è un “partito europeo”, ma una federazione di partiti nazionali.
Un nuovo assetto politico europeo potrà nascere solo dopo che l’Unione Europea avrà deciso cosa essere da grande o – al contrario – come morire.

Nel primo (ovviamente auspicabile) caso, lo spirito europeista e democratico non potrà che essere uno degli elementi di aggregazione delle culture politiche popolari e cristiano sociali.
Pur in questa fase drammatica e inquietante, in tutti i paesi europei (anche ad est) è destinata a crescere la domanda di qualcosa di nuovo.

Il Magistero di Papa Francesco incoraggia e stimola. Nove sensibilità ecologiste (molto diverse dal ben noto ambientalismo salottiero) si diffondono. Concezioni solidali e sociali della democrazia covano sotto sotto, come braci nascoste. Senso di responsabilità e cultura del limite si fanno spazio anche nel mondo dell’economia e della finanza. Le tecnologie della rete si dimostrano non solo strumento di condizionamento, di potere e di diffusione organizzata di fake news, ma anche occasione di  conoscenza diffusa e di mobilitazione collettiva oltre ogni confine.

Sopratutto è destinata a farsi nuovamente strada la nostra cultura della “Comunità”.
E dunque di una democrazia ispirata al “personalismo comunitario”, garante non solo dei diritti individuali, ma anche di quelli sociali.
Una democrazia che vive di pluralismo e si traduce in una concezione di “Stato Nazionale” che “condivide” la sua sovranità con le autonomie territoriali e comunitarie da un lato e con le istanze europee e internazionali dall’altro.

Ed un “mercato” che non è solo “regolato”, ma anche intrinsecamente partecipe di una missione di servizio al bene comune e protagonista della lotta alle disuguaglianze.
Per questo, mi verrebbe da dire, lasciamo che i morti seppelliscano i morti. E pensiamo ai vivi.

Un’idea per niente stravagante

il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”:  conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “  la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.

Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete  bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.

Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.

Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere  “come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.

Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica  sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta  l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.

A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.

Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.

Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità,  una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva,  tranne qualche eccezione, dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.

Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.

Solitudine

Non è mia intenzione fare cose di cui non ho né titoli, né esperienze di argomenti relativi a cosa significhi vivere obbligatoriamente in una straordinaria condizione di solitudine.

Non per questo, però, qualche riflessione me la concedo, se non altro perché, come tutti quanti voi, la subisco. Per chi mi conosce sa quanto io sia avvezzo a starmene costantemente con altri, a parlare, a discutere a confrontarmi e in sostanza sono un uomo profondamente sociale.

Da un mese a questa parte, e voi assieme a me lo testimoniate, sono precipitato in un insopportabile cono di solitudine. È vero ho il telefono, ho il computer, ho la televisione, ma sono tutti mezzi che, pur offrendomi un contatto con il mondo, nel contempo lo distanziano.

Non basta quindi parlare o vedersi tramite un video, l’uomo ha necessità di condividere lo stesso spazio e avere contatti diretti e non mediati da altro. La solitudine apre due varchi: il primo che permette a ciascuno di noi di esplorare maggiormente la propria dimensione interiore; il secondo di metterci in una fredda condizione in cui si sente quanto quella ricchezza interiore sia sempre drammaticamente insufficiente.

Ed è per questo che il periodo di quarantena – è altamente probabile che il termine quaranta sia del tutto insufficiente – ci mostri questi due versanti esistenziali.

Possiamo pertanto così dilungarci nelle parti che abbiamo largamente trascurato, nel nostro intimo: ripensare alle scelte fatte, alle cause che le hanno prodotte, a cosa potevamo aspirare, alle sconfitte, agli slanci, alla povertà in certi momenti del proprio pensiero, alla bellezza del potenziare i tratti migliori di noi stessi; e, diciamolo, tutto questo ha l’indubbio vantaggio di estendere a dismisura le nostre parti recintate e custodite nella memoria.

Ci troveremo comunque a fare anche i conti, come ho riferito sopra, al limite che ciascuno di noi costituisce in quanto singolarità. Questo reclamerà il bisogno urgente di uscire da noi stessi, perché solo incontrando gli altri, stando con questi, litigando e riallacciando piacevoli armonie, daremo senso a quanto siamo.

Se l’isolamento dovesse prolungarsi oltre un certo limite, e vi confesso che per me sembra ormai raggiunto, quel secondo aspetto potrebbe rovesciarsi in timori, paure o eccessive preoccupazioni. Questa, se troppo intenso, rappresenterebbe davvero una vera malattia dell’anima.

Anche per questi aspetti, che sommariamente ho descritto, c’è da augurarsi una veloce sconfitta di questo malefico virus. Voi capite che non mi sono soffermato su guai ben più profondi, quali la salute del corpo, l’economia, il lavoro, perché ne abbiamo già parlato e purtroppo saremo ancora qui a parlarne. Ho inteso solo spendere qualche riflessione su aspetti magari più marginali, ma non per questo meno significativi del nostro vivere questa triste pagina quotidiana.

96mila kg di spesa sospesa per i più poveri

Novantaseimila chili di cibo 100% italiano, di qualità e a chilometri zero sono stati donati in una sola settimana a 22mila famiglie più bisognose direttamente dagli agricoltori di Campagna Amica nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. E’ il bilancio tracciato dalla Coldiretti sulla avvenuta consegna gratuita di frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, olio, vino per aiutare a superare l’emergenza economica e sociale provocata dalla diffusione del coronavirus e dalle necessarie misure di contenimento.

Si tratta di un risultato – sottolinea la Coldiretti – ottenuto grazie alla generosità degli agricoltori e dei frequentatori e sostenitori delle fattorie e dei mercati di Campagna Amica che continuano dove possibile a lavorare, anche con consegne a domicilio, per non far mancare cibi di qualità sulle tavole degli italiani. Un impegno per la raccolta e la distribuzione che ha coinvolto 250 realtà sul territorio nazionale attive  per fare in modo che macchina della solidarietà sia capillare anche con la collaborazione tra gli altri di  Parrocchie, Caritas Diocesane, Banco Alimentare e Amministrazioni comunali.

L’iniziativa la spesa sospesa di Campagna Amica è sul modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso i cittadini che acquistano nei mercati e le fattorie di Campagna Amica o ricevono la spesa a domicilio possono decidere di donare prodotti alimentari alle famiglie più bisognose che potranno portare in tavola frutta, verdura, farina, formaggi, salumi o altri generi alimentare Made in Italy, di qualità e a km zero che gli agricoltori di Campagna Amica, in accordo con i Comuni, consegnano gratuitamente entro Pasqua.

E in vista della Pasqua, in aiuto delle famiglie più bisognose– continua Coldiretti – arrivano anche i cuochi contadini di Terranostra che consegnano direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali tramandati da generazioni nelle campagne, con la possibilità per chi li acquista di offrirli ai più bisognosi grazie proprio all’iniziativa la spesa sospesa.

La Volkswagen invierà forniture mediche agli ospedali di New York

La Volkswagen, insieme al proprio fornitore di tessuti Faurecia, ha annunciato in un comunicato stampa di aver realizzato di 75.000 tute da spedire agli ospedali di New York City area prima della fine della settimana. “La spedizione di 75.000 unità è programmata per giungere questa settimana ed essere distribuita negli ospedali della zona, tra cui il Javits Center di New York City, recentemente trasformato dal Corpo degli ingegneri dell’esercito americano in un ospedale temporaneo con personale della Fema e personale medico dell’esercito”

Faurecia ha convertito le macchine in una fabbrica in Messico per fabbricare l’attrezzatura e ora ha la capacità di produrre circa 250.000 mascherine e 50.000 abiti ogni settimana

Programma Anziani e Infanzia: accorciare i tempi per le procedure di rimborso dei servizi

Una circolare inviata dall’autorità di gestione del Programma nazionale Servizi di cura all’infanzia e agli anziani non autosufficienti (Pnscia) ai sindaci dei comuni destinatari dei fondi erogati dal Programma sensibilizza gli amministratori locali sulla necessità di poter assicurare il pagamento tempestivo dei servizi.

La platea dei destinatari è formata da oltre 200 i sindaci dei comuni capofila degli Ambiti/Distretti socio-assistenziali delle quattro regioni dell’Obiettivo convergenza ( Campania,Puglia,Calabria e Sicilia), interessate dagli interventi.

L’obiettivo finale è garantire liquidità ai lavoratori. Le attività e i servizi legati ai due settori interessati dal Programma stanno infatti subendo in questo periodo rallentamenti e sospensioni dovuti alle misure di emergenza per contrastare l’epidemia da Coronavirus.

Ai sindaci è richiesto di fare in modo che vengano implementati nel più breve tempo possibile i dati finanziari nei sistemi informativi del Pnscia, per poi inviare la rendicontazione delle spese sostenute agli uffici regionali per il controllo di primo livello.

Questi ultimi, insieme con gli uffici dell’autorità di gestione e i program manager presso le prefetture capoluogo di regione, forniranno il loro supporto agli enti locali per rendere più rapide le attività di rendicontazione e accorciare quindi i tempi di rimborso da parte del Programma.

Gli Ambiti/Distretti, ottenute le risorse, potranno così pagare tempestivamente i servizi sui territori.

Coronavirus, dall’Aifa via libera ad un nuovo studio sul tocilizumab

Assorted pills

Via libera dell’Aifa a un nuovo trial sull’anti-artrite reumatoide tocilizumab nei malati di coronavirus.

L’Agenzia italiana del farmaco comunica che, “nell’ambito delle sperimentazioni cliniche sui farmaci per il trattamento della malattia Covid-19, è stato autorizzato uno studio di fase III (lo step di sperimentazione clinica più avanzato, ndr), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, per valutare la sicurezza e l’efficacia di tocilizumab (anticorpo contro il recettore dell’IL-6) rispetto a placebo, entrambi in combinazione con lo standard di cura. Lo studio è promosso dalla ditta F. Hoffmann-La Roche Ltd”.

Scelba oggi voterebbe l’espulsione di Orbán

Sta circolando in queste ore un bel documento sottoscritto da numerose personalità italiane e tedesche, intitolato “Solidarietà europea adesso” in cui si rivolge un appello affinché tutte le Istituzioni Europee, ognuna nell’ambito del proprio mandato, come pure gli Stati membri, debbano compiere uno sforzo convergente per azioni indispensabili in campo sanitario ed economico, per combattere la pandemia in atto ed approntare le misure necessarie per tornare ad un normale funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.

Se sono ancora in tempo, vorrei suggerire agli estensori dell’appello, che pure condivido in pieno, di aggiungere la necessità di tornare alla prassi ordinaria delle nostre Istituzioni democratiche. Perché quello che non emerge dal dibattito h24 su tutti i media è la incredibile narcolessia che dall’inizio della epidemia da coronavirus ha colpito gran parte delle assemblee rappresentative ad ogni livello, partiti e sindacati, e fino a qualche giorno fa anche associazioni e volontariato. Per fortuna in una società, quella italiana, che ha largamente assorbito gli anticorpi di protezione contro le derive autoritarie, ed anche al tanto deprecato web che insieme a giornali, radio-tv ed alle edicole fortunatamente non rientrate nella quarantena, hanno permesso di tenere acceso il dibattito e la partecipazione dei cittadini, pur nel rispetto del divieto di assembramento.

In altri Paesi dell’Unione Europea che ha dimenticato la sua vocazione all’unità politica ed istituzionale, accontentandosi di rafforzare alla meno peggio la propria esclusiva funzione di grande mercato di libero scambio, gli anticorpi e le garanzie di rispetto dei diritti fondamentali, sono evidentemente molto più deboli, ma proprio per questo, noi cittadini europei ed europeisti abbiamo concesso alle nostre Istituzioni Europee ampi poteri regolatori della nostra vita socio-economica, accogliendo entro il recinto comunitario anche Nazioni con democrazia più debole, convinti di tenerle comunque in sicurezza.

La incredibile ferita ai principi di democrazia rappresentativa operata dal leader ungherese Victor Orbán, con l’introduzione di leggi liberticide che gli assegnano poteri assoluti e senza limiti di tempo, conferma una tendenza assolutista già evidente nei comportamenti dello stesso Orbán nei mesi passati, che ha trovato nell’emergenza della pandemia il varco per dilagare senza freni. Era prevedibile, occorre dirlo.

Ciò che non era prevedibile, è l’atteggiamento di sorniona benevolenza verso Orbán ed il suo partito da parte di componenti consistenti del Partito Popolare Europeo, tra cui quella italiana di Forza Italia e tedesca della CDU, che pur in presenza di una chiara presa di posizione delle rappresentanze Belga, Ceca, Greca, Olandese nonché di tutti i Paesi nordici per l’espulsione degli ungheresi, osteggiano tale decisione.

E’ bene che si sappia che tutto ciò non può passare inosservato e non subire severa censura, perché tutti siamo impegnati a combattere il virus, né può essere sottaciuto che questo tentativo di salvare Orbán senza emettere una chiara sanzione politica espellendolo, è contro i princìpi ispiratori e lo Statuto del Partito Popolare Europeo. Ho partecipato personalmente a tutti i passaggi decisionali che hanno contrassegnato la nascita del PPE, compreso il suo primo Congresso del 1978, essendo stato dal 1976 al 1981 presidente europeo dei giovani del PPE, e mai è stata messa in discussione la necessità del rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie democratiche da parte di tutti gli Stati membri ed a maggior ragione dei partiti componenti una aggregazione politica che fa parte delle fondamenta dell’edificio comunitario.

Mi basta richiamare la dichiarazione solenne del Parlamento Europeo del 10 febbraio 1997, esplicitata dall’allora capo gruppo democristiano Mario Scelba: “Misure illiberali, all’interno degli Stati membri, determinerebbero una posizione di disparità fra i cittadini comunitari e, al limite, metterebbero in causa la stessa compattezza della Comunità, la sua vita…Il presupposto dell’eguaglianza dei cittadini comunitari in tema dei diritti civili e politici è uno dei cardini dei Trattati…Non si avrà un’Europa dei cittadini se essi non godranno degli stessi diritti civili e politici fondamentali…Il cliché di una Comunità europea mercantile e tecnocratica non corrisponde né ai motivi ispiratori della politica di integrazione europea, né alle finalità della Comunità…Porre al centro delle preoccupazioni del Parlamento Europeo il tema dell’eguaglianza dei cittadini comunitari e della protezione dei diritti civili e politici significa dare alla politica di integrazione europea il senso della nobiltà della sua ispirazione e un volto più umano alla Comunità europea”.

Tutti princìpi irrinunciabili e ben chiari, se in una intervista al giornale giovanile TUTTI, nel marzo 1979 dicevo: “ Un anno fa, nel Congresso di fondazione del PPE, abbiamo approvato un Programma estremamente importante in quanto riflette e sviluppa le nostre concezioni dell’uomo e della società, le nostre proposte in materia sociale, come pure in altri settori come quello monetario, dell’energia, dell’ambiente…Ci batteremo per un’Europa della libertà e della solidarietà, nella volontà di costruire per tutte le persone, di qualsiasi ceto sociale, una comunità che ognuno possa considerare come la propria Patria e della quale ognuno si senta partecipe. Un’Europa delle responsabilità quindi, un’Europa democratica e aperta verso il mondo esterno…”.

Oggi, pur preoccupati per la pandemia e per le gravi conseguenze economico-sociali sicuramente di non breve durata, siamo impegnati ad immaginare come ricostruire la nostra partecipazione politica, il nostro vivere sociale ed economico, con modalità e criteri che la svolta epocale che stiamo vivendo esigerà, ma che non potranno mettere in discussione i diritti fondamentali del nostro vivere da cittadini di una Europa che sa fare anche a meno di un Orbán se si tratta di difendere i princìpi. I tanto criticati Mercati l’hanno ben capito, se subito dopo la svolta autoritaria hanno affossato il valore del fiorino ungherese. Speriamo lo capiscano anche quei politici che si trovano a far parte di un Partito che ha gettato le fondamenta di un’Europa più moderna e giusta, anche se il disegno generoso e lungimirante non si è ancora realizzato.

Lo shock petrolifero del 1973

La guerra del Kippur tra arabi e israeliani determinò lo shock petrolifero del 1973 con pesanti conseguenze sulle economie mondiali. Viene ricordata come il periodo delle domeniche a piedi degli italiani.  Fu molto di più. 

I prezzi dei prodotti petroliferi aumentarono di cinque volte con uno sconvolgimento che si era unito alla cancellazione nell’agosto del 1971 degli accordi di Bretton Wood contagiando l’economia mondiale. Giá  nel dicembre del 1972 Siro Lombardini nel grande convegno economico della Dc, partito di maggioranza relativa, a Perugia, aveva posto l’esigenza di una politica di programmazione che avesse al centro la politica industriale, ponendo attenzione su nuove linee di sviluppo. 

La crisi energetica maturata dai nuovi rapporti tra produttori e consumatori determinava:  il rincaro dei prezzi di tutte le materie prime; la crisi dell’assetto monetario internazionale con i nuovi rapporti di scambio e grave deterioramento per il nostro Paese; una nuova divisione internazionale del lavoro. Lo sviluppo impetuoso degli anni cinquanta e sessanta veniva messo in discussione da variabili esogene, fuori dal nostro controllo. Il saggio di sviluppo dei paesi Ocse sarebbe passato negli anni sessanta dal 5 per cento al 3,3 degli anni settanta, mentre per l’Italia sarebbe  passato dal 5,7 al 3,1 per cento; una inflazione da costi si abbatteva sul sistema industriale italiano che veniva colpito al cuore, anche da una crisi della domanda. La chimica che aveva puntato sul credito agevolato ne fu travolta. Così come l’industria siderurgica a più alta intensità di energia subì colpi pesantissimi. Mentre era forte il dibattito tra congiunturalisti e strutturalisti che cercavano di piegare il dibattito alla strategia delle alleanze, così come quello tra restrizionisti, preoccupati dalla realtà dei vincoli esterni ed interni ed espansionisti, tra chi voleva incidere sull bilancia dei pagamenti riducendo importazioni e tra chi voleva bilanciare la tassa sul petrolio con maggiore spesa pubblica. Il culmine si raggiunse in occasione della lettera d’intenti al Fondo Monetario Internazione nel 1974. Prevalse la linea di rigore della Banca di Italia. Furono approntate misure per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso tagli sulla domanda, deposito obbligatorio sulle importazioni e politica fiscale restrittiva, nonché  controllo del credito totale interno. Il fabbisogno del tesoro che veniva superato rispetto all’ammontare programmato costringeva la Banca d’Italia a finanziarlo con la creazione di ampia base monetaria. 

Il quadro di governo in quegli anni è rappresentato dalla azione del quarto e del quinto governo Rumor. Nel 1975 intervenne anche l’accordo Lama -Agnelli su punto unico di  contingenza che permetteva ai lavoratori di recuperare la dinamica inflazionistica a due cifre. Moro espresse preoccupazioni perché “ più delicati problemi e rischi più attuali per la stabilità della economia pone invece l’andamento della dinamica salariale. Il governo non può, davanti a questi grandi round contrattuali, rimanere estraneo, poiché il loro risultato tocca piuttosto il livello generale dei prezzi e dei cambi che la distribuzione del prodotto fra profitti e salari”. 

Ai governi Rumor  segui il governo della piccola coalizione Moro – La Malfa, il bicolore DC- PRI  che gettò le basi della ristrutturazione industriale che si concretizzò con la legge 675 del 1977. Dopo la recessione profonda, nel quinquennio 1975-1980 si è registrato uno sviluppo degli investimenti con dimensioni consistenti in parte destinati all’ampliamento della capacità produttiva e una larga parte destinata alla razionalizzazione dei processi produttivi. Si misero in campo misure per fronteggiare la crisi delle grandi imprese anche per la forza del sindacato, mentre  il saggio di mortalità delle aziende piccole e piccolissime fu elevato. Nello stesso periodo gli interventi della Cassa Integrazione guadagni aumentarono di sei volte.  

Si privilegiarono misure di stabilizzazione senza quelle incisive  politiche strutturali che andassero verso la riduzione della bolletta petrolifera, nella ristrutturazione dell’apparato produttivo che l’aumento del prezzo del petrolio aveva bombardato nelle strutture alterando il prezzo dei fattori, e il rafforzamento della produttività, per aziende costrette alla competizione nonostante l’aumento dei costi. 

La crisi sanitaria del 2020 che stiamo vivendo, diventerà crisi economica e sociale. Alcuni settori come quello turistico, alberghiero,  ristorazione e quello dei trasporti di massa saranno pesantemente colpiti nelle attività economiche. Rispetto agli anni settanta non vi sará la distinzione tra garantiti e non garantiti perché i riflessi negativi saranno per tutti indistintamente.   Quello che sapientemente fece in quegli anni la Banca d’Italia, dovrebbe essere nella responsabilità della Banca Centrale Europea superando incertezze ed egoismi. Si imporrà un nuovo modello di sviluppo. Da questa crisi potrà ritrovarsi una nuova idea di Europa comunitaria, non sarà facile, ma é l’unica strada percorribile. Nessun Paese può resistere da solo  ad una paralisi così prolungata. Sarebbe profondamente sbagliato pensare di affrontare la crisi economica solo con misure assistenzialistiche senza gettare le basi per una ripartenza che segnerà una svolta per la interdipendenza tra le aree economiche del mondo. 

“Conteranno soprattutto –  per usare le parole di Moro propio all’atto di nascita del suo governo – “ lo scatto di volontà, il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l’economia ai nuovi equilibri internazionali, di inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, di mobilitare all’estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni”. 

Conte, la Dc e i cattolici.

Tra le cose laterali che caratterizzano la situazione drammatica ed inedita con cui ormai dobbiamo fare i conti, a volte emergono aspetti curiosi e simpatici che non meriterebbero neanche un commento, se non per evitare che, a volte, la confusione e il pressappochismo prendano il sopravvento. Certo, sappiamo tutti molto bene che viviamo in un momento drammatico dove la politica è semplicemente sospesa. Come è sospesa l’attività dei partiti, di tutti i partiti. Ed è, questa, una considerazione che ci porta anche a ritenere del tutto inattendibile qualunque sondaggio inerente il peso degli attuali partiti e anche la popolarità dei rispettivi capi. Diciamo così, non è proprio il momento per misurare la credibilità della politica e dei suoi principali esponenti… 

Ora, tra le considerazioni curiose, si fa per dire, che emergono da questa situazione anomala c’è la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della Dc. E, addirittura, allarga l’iscrizione ai 5 stelle. Insomma, nel vuoto che caratterizza il panorama pubblico nel nostro paese in questo momento e in attesa che, dopo la tempesta, riparta la dialettica politica – che sarà, comunque sia, profondamente diversa da quella che l’ha preceduta – con nuovi equilibri politici e forse anche con nuovi partiti e una rinnovata classe dirigente, prendiamo atto che la tanto detestata Democrazia Cristiana continua ad essere scimmiottata e miracolosamente rimpianta senza sapere bene di che cosa si parla. Adesso la nuova vulgata pare essere questa: chi si presenta ben vestito, ben pettinato, non bestemmia, non alza la voce e dice poco o nulla in pubblico è iscritto, de facto, alla Dc del ventunesimo secolo. Nulla, come ovvio, di argomenti che riguardano la Dc, la sua storia, il suo progetto, la sua classe dirigente fatta di leader e statisti – soprattutto di leader e statisti – a livello locale e nazionale e, soprattutto, la sua cultura di riferimento. E quindi, ogni confronto e paragone con quella esperienza avviene a prescindere dalla esperienza politica, culturale ed organizzativa della Democrazia Cristiana. 

È sufficiente questa semplice e quasi scontata osservazione per arrivare ad una altrettanto semplice e scontata conclusione. E cioè, il confronto con il passato avviene lungo le strade dell’estetica e dell’abbigliamento. Ma, come ben sappiamo, sono due caratteristiche radicalmente estranee alla politica. Almeno a quella politica che ha come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. Che non è, com’è ormai evidente a quasi tutti, la politica che purtroppo oggi continua a spadroneggiare in lungo e in largo. Ma il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere. 

La Cina è vicina. Forse troppo

Sono arrivate le mascherine.

Ho potuto acquistarle nella farmacia sotto casa ed anche il negozio di ferramenta sull’altro marciapiede della strada ha tolto della vetrine il cartello “mascherine esaurite”.

Eppure  sconti e polemiche sull’argomento si ripropongono ogni giorno sui quotidiani ed ogni sera nei mille programmi tv dedicati alla pandemia da covid19.

Tutti, dai medici ai politici, dai farmacisti ai soccorritori del 118, fino ai cittadini comuni,non c’è nessuno che ancora  non ne lamenti la indisponibilità, ne conclami la mancanza al momento opportuno o ne parli semplicemente come uno dei tanti scandalosi disservizi alla italiana.

Soltanto un virologo, il prof. Walter Ricciardi, ieri mattina, alla tv, ha detto quella che dovrebbe essere una parola definitiva sulla questione con una riflessione tanto banale quanto inquietante per il momento e per la prospettiva.

Le mascherine non c’erano allo scoppio della epidemia e non ci sono state nei momenti topici seguenti per un motivo semplicissimo: le mascherine non venivano più prodotte da tempo in Europa e nel resto dell’Occidente.

La produzione delle mascherine, ma anche degli altri presidi sanitari quali tute di protezione, maschere, occhiali, guanti e così via, sono stati appaltati alla Cina o ad altri paresi dell’Estremo Oriente dagli apparati produttivi avanzati del Mondo Occidentale.

Un vero e proprio monopolio procurato dal sistema economico ed industriale dei paesi “sviluppati” che , con miopia e tracotanza, si sono consegnati mano e piedi,in questo caso dovremmo dire polmoni, ad un regime autoritario connotato da caratteri decisamente imperialisti sul piano industriale, economico e finanziario e  sicuramente arretrato, pressoché a livelli ottocenteschi, per quanto concerne le remunerazione, le condizioni ed i diritti del lavoro e dei lavoratori.

Ormai il re è nudo ,e questa volta a gridarlo non è il bambino della favola di Andersen, ma è il Covid19 che fa sì che si accenda un riflettore su alcune contraddizioni del neo capitalismo globale che probabilmente dovrà ripensare attentamente i suoi parametri produttivi ed organizzativi.

Per averne una piccola e non scientifica conferma è sufficiente entrare in uno dei tanti esercizi commerciali dei “cinesi”presenti nelle città  e nei più piccoli paesi d’Italia,nei quali non è reperibile un prodotto a basso costo che non porti stampigliato il marchio “made in PRC” o similari.

Il fenomeno della mancanza di mascherine,unitamente alle considerazioni conseguenti, dovrà costituire il volano su una serie riflessione collettiva,  che veda protagonisti tutti i soggetti interessati (governanti,politici,industriali,commercianti,sindacati e lavoratori)sulla struttura complessiva del sistema produttivo italiano in particolare ed occidentale in generale.

Se il dopo pandemia,sarà il nuovo nei diversi ambiti politici, social economici, e finanziari, come gran  parte degli osservatori prevede, sarà opportuno farci trovare preparati.

Cittadini, eletti, istituzioni, imprese,sindacati e partiti vecchi e nuovi.

Perché la Cina, è un immenso territorio ed un singolare  fenomeno politico che, con le sue asimmetrie rispetto al resto del mondo, forse non rappresenta più  soltanto “una opportunità”, come affermava in altri momenti storici Romano Prodi.

La Germania si unisce alla proposta Usa per un governo di transizione in Venezuela

Il governo tedesco ha espresso sostegno alla nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela.

Il piano Usa è quello di affidare a un Consiglio di stato eletto da tutti i partiti le funzioni di governo transitorio utile a convocare nuove elezioni “libere ed eque” entro 6-12 mesi.

Un percorso da avviare dopo aver ottenuto “un passo indietro” tanto da Maduro quanto da Guaidò, e che porterebbe a un rinnovo delle principali istituzioni dello stato, a partire dal Consiglio elettorale nazionale e dalla Corte suprema.

Oltre alla Germania consensi sono arrivati anche da governi di altri singoli paesi europei. Austria e Portogallo tra i primi. La Spana, invece, ha fatto sapere di avere “esaminato con interesse” la nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela, ma ha ribadito il suo sostegno a una soluzione “negoziata, guidata in primo luogo dai venezuelani”.

L’offerta approvata da Guaidò è stata però presto respinta dal governo venezuelano. In una nota, Caracas ha fatto sapere che “non accetta e non accetterà mai” imposizioni di un qualsiasi governo straniero, e meno ancora di quello degli Stati Uniti”

 

Coronavirus: garantire a tutti una tavola di Pasqua

Con la Pasqua blindata gli italiani cercano di trovare comunque soddisfazione nel cibo, in cucina e a tavola dove verranno investiti 1,1 miliardi per prodotti tipici, vino e gli ingredienti delle ricette tradizionali. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’.

L’emergenza coronavirus che ha costretto gli italiani a casa ha cambiato solo in parte le abitudini degli italiani che non vogliono rinunciare ai piaceri del palato anche se si fa pesantemente sentire – sottolinea la Coldiretti – la chiusura forzata al pubblico di ristoranti, trattorie e agriturismi con un taglio del 27% della spesa complessiva per il pranzo di Pasqua degli italiani.

In aiuto delle famiglie quest’anno – continua Coldiretti – arrivano i cuochi contadini con la consegna direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali, tramandati da generazioni nelle campagne. Gli agriturismi di Campagna Amica Terranostra si impegnano infatti a consegnare iI pranzo pasquale direttamente nelle case degli italiani lungo tutta la Penisola con la possibilità di offrirlo ai più bisognosi grazie all’iniziativa la spesa sospesa in una situazione in cui si stima siano 3,2 milioni gli italiani che durante le feste non hanno cibo sufficiente.

L’obiettivo della Coldiretti è garantire a tutti una tavola di Pasqua “apparecchiata” a casa direttamente dai contadini con prodotti freschi e di qualità nell’ambito della campagna #MangiaItaliano a difesa del Made in Italy, del territorio, dell’economia e del lavoro.

Qual’è la foto che ha scattato Hubble il giorno del tuo compleanno?

Chi desidera partecipare all’iniziativa non deve fare altro che accedere al sito della Nasa e inserire il proprio mese e giorno di nascita (l’anno viene scelto dal sistema in base alle immagini presenti in archivio). L’immagine che si ottiene dopo aver inserito i dati è accompagnata da una breve descrizione: chi è interessato può ricevere più informazioni cliccando sul link “More info”. Selezionando “See Full Image”, invece, è possibile visualizzare l’immagine ottenuta in tutto il suo splendore e, volendo, scaricarla per mostrarla ai propri amici. Infatti, grazie alla bellezza delle foto scattate da Hubble, l’iniziativa sta ottenendo un buon successo sui social.

Attualmente, il telescopio spaziale Hubble è ancora pienamente operativo e, secondo le stime degli esperti, resterà attivo fino al 2030-2040. Il lancio del suo successore, il James Webb Space Telescope (JWST), è previsto per marzo 2021. Realizzato grazie a una stretta collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti, Europa e Canada, lo strumento verrà portato in orbita tramite il razzo “Ariane 5”, che dovrebbe essere lanciato dalla base di Kourou, nella Guyana francese.

COVID-19: clorochina e idrossiclorochina devono essere utilizzati solo negli studi clinici

Assorted pills

Clorochina e idrossiclorochina, due medicinali attualmente autorizzati per il trattamento della malaria e di alcune malattie autoimmuni, sono oggetto di studio in tutto il mondo in quanto potenzialmente in grado di curare la malattia da coronavirus (COVID-19). Tuttavia, l’efficacia nel trattamento del COVID19 non è ancora stata dimostrata negli studi.

È molto importante che i pazienti e gli operatori sanitari ricorrano a clorochina e idrossiclorochina solo per gli usi autorizzati o nell’ambito di studi clinici o di programmi nazionali di utilizzo in emergenza per il trattamento del COVID-19.
Sia clorochina che idrossiclorochina possono avere effetti indesiderati gravi, soprattutto a dosi elevate o in associazione ad altri farmaci. Non devono essere utilizzati senza prescrizione medica e senza la supervisione di un medico; le prescrizioni devono riferirsi solo agli usi autorizzati, salvo in caso disperimentazioni cliniche o di protocolli concordati a livello nazionale.

Sono in corso grandi studi clinici finalizzati a generare dati robusti che permettano di stabilire l’efficacia e la sicurezza di clorochina e idrossiclorochina nel trattamento del COVID-19. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) accoglie con favore questi studi, che consentiranno alle autorità di fornire agli operatori sanitari e ai pazienti indicazioni affidabili basate su solide evidenze.

Viste l’urgenza e la pressione che i sistemi sanitari devono affrontare per salvare vite umane durante la pandemia da COVID-19, alcuni paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Francia, hanno messo in atto rigidi protocolli per consentire l’uso sperimentale di questi due farmaci, ad esempio, in pazienti con forme gravi di COVID-19.

Clorochina e idrossiclorochina sono farmaci di vitale importanza per i pazienti con patologie
autoimmuni, come il lupus. È fondamentale che essi abbiano ancora la possibilità di ottenere questi medicinali e non debbano affrontare carenze dovute all’accumulo di scorte o all’uso al di fuori delle indicazioni autorizzate. In alcuni paesi la prescrizione dei medicinali è stata limitata per ridurre il rischio di carenze.

Chiarezza contro i liberali “eterni pasticcioni”. L’anti moderatismo di De Gasperi.

In occasione dell’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 3 aprile 1881) ripubblichiamo questo articolo, apparso esattamente un secolo fa su “Il nuovo Trentino” (18 marzo 1920) con il titolo “Chiarezza”, a firma dell’allora segretario del Partito  Popolare Trentino, non ancora deputato del Regno. Emerge in questa nota la polemica sul rimpasto del ministero Nitti e sull’atteggiamento dei liberali, infastiditi per la chiarezza programmatica del Partito popolare. Del resto, sosteneva De Gasperi, l’appoggio dei popolari al governo non poteva essere incondizionato, ma anzi doveva aprire una nuova fase politica. Alla fine il partito decise di votare il secondo Ministero Nitti, ma senza designare suoi rappresentanti in seno alla compagine governativa. 

A chi legge in questi giorni i giornali liberali appare più che mai manifesto quale infimo grado di coltura e di maturità politica essi suppongano ancora in Italia. Quello che in tutti i paesi civili del mondo si ritiene come la cosa più naturale, cioè che un partito, invitato a prendere parte al governo, fissi e pubblichi i suoi postulati programmatici, nel nostro paese, dove i ministeri si sono fatti sino ad oggi in base a consorterie e a giuochi di equilibrio, sembra una audacia inaudita. Specialmente i liberali, eterni pasticcioni, sono desolati di questa minaccia di chiarezza, che spunta sull’orizzonte della vita pubblica e stilano sui loro organi le più buffe geremiadi e le più ridicole sentenze.

Nulla di più piccino che i loro commenti sulla condotta tenuta dal Partito popolare in occasione della crisi e del rimpasto. Lasciata cadere, per la evidente assurdità, l’accusa di aver opposto un rifiuto all’invito dell’on. Nitti per non essere stati appagati nella fame smodata di portafogli, resta nei detti giornali la sorpresa del vedere i popolari formulare una serie di postulati programmatici e porli come condizione indispensabile alla collaborazione indiretta o eventualmente diretta al governo. Continua così l’equivoco che si era venuto formando nei giorni scorsi, prima ancora che l’on. Nitti, tornando da Roma, iniziasse le trattative per il rimpasto.

Si è cioè pensato che i popolari potessero prescindere completamente da questioni di programma; si è forse creduto che nella discussione sul tema della collaborazione quelli i quali tendevano a concludere per la collaborazione intendessero questa nel modo stesso nel quale fu intesa durante la guerra, quando si formavano i cosiddetti «ministeri nazionali». E avviene così che oggi, al sentir dire che i popolari hanno fissato i loro «punti», e cioè che essi pongono delle condizioni, si grida allo scandalo. Ora, tutto ciò è veramente strano. Non uno, a cominciare senza dubbio dall’onorevole Meda, tra coloro che propugnarono la tesi della necessaria collaborazione (tesi accolta in linea di principio, nelle riunioni degli organi del partito) aveva in mente una collaborazione senza garanzie programmatiche, offerta quasi per fare piacere ai liberali. A guerra finita e con cento deputati alla Camera non si poteva pretendere che il problema della partecipazione al governo fosse considerato dal nuovo Partito popolare al modo stesso nel quale lo si era valutato per l’entrata dell’on. Meda nel gabinetto Boselli. Non si capisce davvero, dopo ciò, come si possa cader dalle nuvole o anche mostrarsi scandalizzati perché i popolari han detto che la loro entrata in un ministero o anche soltanto il loro appoggio al nuovo governo sono subordinati alla accettazione di alcune condizioni.

Chi, tra i popolari, sosteneva la collaborazione, ammetteva che alle necessità del momento fosse da sacrificare molto di ciò che è nel programma del partito; ma non pensava davvero che tutto fosse da sacrificare, che nessuna, sia pure parziale, garanzia fosse da chiedere. Un partito affermatosi così vigorosamente nella vita politica nazionale, non può, se non a patto di suicidarsi, pensare a salire al potere come una qualunque pattuglietta parlamentare, senza avere la possibilità di svolgervi un’azione efficace e visibile. E se alla formulazione di quel programma minimo fu aggiunto il proposito che si avesse a trattare non di un semplice rimpasto, ma di una crisi generale, ciò fu appunto perché sulla base di quel programma, e nel confronto di quello che gli altri gruppi avessero voluto opporre, si potesse trattare per la formazione di un governo che avesse detta una parola nuova al paese, che avesse dato affidamenti nuovi per la soluzione dei gravi problemi della vita nazionale.

De Gasperi, un esempio per un nuovo partito di centro che muove verso sinistra. L’editoriale dell’osservatore romano.

L’editoriale che campeggia da oggi pomeriggio sull’Osservatore Romano è un invito a seguire la traccia del lavoro politico di Alcide De Gasperi, svolto in pieno Regime Mussolini amo guardando già alla “soluzione democratica” del dopo fascismo. Lo statista trentino operava sul finire degli anni ‘30, quando ancora il “cattolicesimo ufficiale” fiancheggiava con il silenzio e il plauso di rito l’operato del Duce, per preparare una nuova pattuglia di popolari e democratici cristiani all’appuntamento con le future responsabilità della storia. In questa posizione degasperiana non c’è ombra di ambiguità sull’ancoraggio all’antifascismo, anzi è da questo ancoraggio che si diparte il disegno lungimirante del “partito di centro che muove verso sinistra”. È dunque importante che il quotidiano che si stampa nella Città del Vaticano offra alla meditazione dei cattolici di oggi l’esempio di un uomo – il vero “Padre della Repubblica” come più volte detto da Eugenio Scalfari – che dette prova di saper convogliare sul terreno democratico la grande risorsa rappresentata dal mondo cattolico dell’epoca. Non ci sono margini per indietreggiare, insomma, rispetto al contenuto e al metodo della lezione degasperiana: anche la suggestione di un nuovo partito d’ispirazione cristiana riporta alla concretezza di un’opzione democratica moderna, soprattutto ora di stampo europeista, in grado di portare i moderati stessi fuori dalla palude del moderatismo, per farne il pilastro (anti sovranista) della rinascita dell’Italia.    (l. d.)

Editoriale dell’Osservatore Romano

Aiutare oggi e immaginare il domani. L’esempio di De Gasperi.

Andrea Monda

Il 3 aprile il Papa ha offerto la sua messa del mattino per le persone che “pensano al dopo”, più esattamente queste le sue parole: «C’è gente che da adesso incomincia a pensare al dopo: al dopo la pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: problemi di povertà, di lavoro, di fame. Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa anche al domani, per aiutarci a tutti noi».

È vero, esistono persone che hanno la capacità della pre-visione, di prevedere, loro sono i veri “prudenti”. Prudenza infatti viene da pre-videnza, è il contrario di quello si pensa comunemente, cioè la prudenza come il “non muoversi”, il frenare per evitare rischi. No, la prudenza è proprio l’arte di sapersi muovere anche nelle situazioni di difficoltà, di prepararsi per l’azione al tempo delle avversità, di sapere quindi progettare il futuro. Il prudente è proprio colui che esce dalla paralisi che spesso è provocata dalla paura. Questo progettare, gettare davanti, ha a che fare con il pensiero e l’immaginazione, con la capacità di intuire quello che già è presente ma ancora in forma nascosta, i semi per ora sepolti nella terra ma che presto germoglieranno.

Ma esiste davvero questa gente di cui parla il Papa? Ci sono persone che, già oggi, riescono a pensare a domani? La crisi che il mondo sta vivendo sembra aver messo in crisi anche la capacità della previsione, come se ci fosse una carenza di profezia. È talmente radicale, estrema, l’emergenza che sta attanagliando giorno dopo giorno le diverse nazioni e continenti che vengono colpiti dal virus che sentiamo di non essere in grado di progettare, di pensare al mondo che verrà dopo la fine della pandemia. Questo male è al tempo stesso antico e inedito e ci fa perdere i consueti punti di riferimento e anche le istituzioni politiche che dovrebbero esercitare il ruolo di guida, sembrano non avere parole per reagire alla sfida dell’oggi e visioni per immaginare il futuro.

Se vediamo indietro nella storia, sia quella civile che della Chiesa, vediamo che in realtà la storia presenta delle figure di uomini capaci di leg- gere in anticipo l’evolversi del tempo e di intervenire con spinta innovatrice e riformatrice.

Proprio il 3 aprile del 1881 a Pieve Tesino nasceva Alcide De Gasperi. A lui è attribuita la battuta che distingue il politico dallo statista per cui il primo pensa alle prossime elezioni, il secondo alle prossime gene- razioni. Forse la frase non è sua ma senz’altro di lui si può dire che è stato un grande statista. Nel Natale del 1938, con il fascismo all’acme della sua forza, ben lungi dall’inizio della guerra, a casa di Giuseppe Spataro, Alcide De Gasperi (lo ricorda Adriano Ossicini nella sua au- tobiografia) si chiamò in disparte i quattro, cinque amici presenti, e pose loro il problema: «Noi oggi, ci dobbiamo preparare, dobbiamo pensare al dopo, a quando il fascismo sarà caduto, perché non ci vorrà molto». E per tutta la seconda metà degli anni ’30 in Vaticano, come è raccontato nel saggio di Giuseppe Sangiorgi su De Gasperi, aiutato e stimolato dal Sostituto mons. Montini e dal direttore de «L’Osservatore Romano» Giuseppe Dalla Torre, insieme a Guido Gonella e pochi altri, cominciarono a preparare le “schede della democrazia”, una serie di studi monografici su vari temi, dalla politica estera e interna all’economia e alle questioni sociali, tutto materiale che poi confluì nei lavori dell’Assemblea Costituente, come ricordò poi lo stesso Gonella. I cattolici arrivarono preparati alla sfida della ricostruzione del paese, grazie al lavoro di persone come lo statista trentino. Questi uomini dunque esistono, e il Papa ci esorta oggi a pregare per loro, perché senza l’aiuto degli altri e delle loro preghiere, essi non avrebbero potuto svolgere il loro lavoro profetico di cui sempre, non solo oggi, il mondo ha bisogno.

Per una nuova Europa unita e solidale

Con la pubblicazione del “Manifesto per una nuova Europa unita e solidale”,(riportato di seguito) la CISL riafferma con determinazione la vocazione europeista, che ha caratterizzato da sempre la storia dell’Organizzazione nei suoi 70 anni di vita, che a breve, il 30 aprile prossimo, avranno compimento.

La CISL nacque negli anni successivi alla fine del Secondo conflitto mondiale, e nell’emergenza di quei giorni comprese subito l’importanza della scelta per un’Europa solidale e coesa, che superasse egoismi e nazionalismi che avevano invece caratterizzato per secoli la storia del continente, provocando guerre e milioni di morti.

I cinque punti individuati nel Manifesto esprimono un progetto e una visione, unici nel panorama sindacale italiano e nella migliore tradizione strategica dell’Organizzazione, individuando proposte per la gestione della condizione attuale, ma con la capacità di guardare al futuro, oltre l’emergenza, tracciando le strade da percorrere sul piano degli interventi economico-finanziari, sociali e politici. E’ il momento decisivo per consolidare l’idea di Unione Europea solidale, superando vecchi schematismi e rigidità nazionalistiche, che porterebbero al tragico fallimento di una delle grandi intuizioni per un politica orientata al bene comune.

Antonello Assogna  Fondazione Ezio Tarantelli

Per un’Europa unita e solidale

La pandemia del coronavirus, con la progressione del flagello biblico, ha ormai assunto i caratteri della tragedia umanitaria globale. È pressoché certa la recessione dell’economia mondiale nel 2020, con il rischio di depressione che assocerebbe alla tragedia umanitaria la catastrofe economica e sociale. La grave fase di emergenza rende necessarie risposte straordinarie dai sistemi sanitari già ampiamente provati, ma anche risposte urgenti dalle politiche economiche e soprattutto dalla capacità di innovazione. Perché il sogno europeo continui a vivere non è il tempo dei sovranismi o dell’egoismo miope dei singoli paesi. Occorre una svolta vera, non è il momento di esitare, come ha sollecitato anche il nostro Presidente Mattarella.
Ecco perché la Cisl ha predisposto un ”Manifesto per una Nuova Europa Unita e Solidale” in cinque punti programmatici che proponiamo, oltre che ai nostri iscritti, alla rappresentanza politica ed a tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali, economiche e sociali.

1. Aumentare il debito pubblico
Mario Draghi ha sostenuto che nello scenario, assolutamente nuovo, creato dall’emergenza pandemica esiste una sola strategia, obbligata e vincente: l’aumento significativo del debito pubblico.
Draghi, non meno di altri autorevoli economisti, propone dunque una complessiva mobilitazione dei bilanci pubblici, dei sistemi bancari e finanziari, dei sistemi postali per sostenere immediatamente le imprese impegnate a salvare posti di lavoro con nuove linee di credito, finanziamenti, scoperti di conto corrente a tasso zero e con garanzie statali senza onere alcuno per il prenditore, unite al rinvio delle scadenza fiscali.
A questa batteria di interventi si aggiunge il sostegno immediato e diretto alla liquidità delle imprese ed al reddito dei lavoratori con operazioni di helicopter money per salvare preventivamente le imprese, l’occupazione, il reddito dei lavoratori, scongiurare i fallimenti e l’escussione da parte delle banche delle garanzie statali

2. Euro bond di 3.000 miliardi e bilancio europeo
La Cisl ritiene assolutamente necessario ed urgente gestire l’emergenza attraverso l’emissione, da parte di una istituzione europea, di Eurobond, titoli di debito europeo garantito dagli acquisti illimitati della Bce, per un valore di 3.000 miliardi di euro distinti in due tranche, la prima finalizzata al sostegno dei sistemi sanitari, alla produzione di materiale sanitario ed alla cooperazione scientifica per la ricerca del vaccino; la seconda al contrasto delle ricadute recessive e, tendenzialmente, depressive sulle economie attraverso un Piano straordinario di investimenti in infrastrutture immateriali, fisiche, sociali integrato dai piani di investimenti nazionali stornati dal calcolo del deficit.

3. Aprire una fase costituente
Terminata l’emergenza, dovrebbe essere aperta una fase costituente e la strategia del debito europeo attraverso gli Eurobond dovrebbe diventare svolta strutturale, dotando l’Eurozona di un proprio autonomo bilancio, sostenuto da un’autonoma capacità di imposizione fiscale e da una Bce che, in quanto prestatore di ultima istanza, potrebbe acquistare debito europeo all’emissione. Il bilancio sarebbe gestito da un Ministero del Tesoro europeo al quale si affiancherebbero altri Ministeri per le funzioni internazionali via via delegate al livello europeo, dalla difesa, alla sicurezza fisica e sanitaria, all’immigrazione, che risponderebbero al Parlamento Europeo.
I debiti sarebbero gestiti con un nuovo Patto di crescita e stabilità fondato su progetti imponenti di crescita del Pil (al denominatore), socialmente ed ambientalmente sostenibili e su una equilibrata correlazione fra riduzione della spesa corrente ed aumento degli investimenti (al numeratore), così da impostare un percorso di riduzione costante del rapporto fra debito e Pil.
La Bce dovrebbe riformare ulteriormente il proprio Statuto estendendo i suoi compiti, oggi limitati alla stabilità dei prezzi, anche alla piena occupazione.

4. Un nuovo ruolo dei bilanci pubblici nazionali
I bilanci nazionali dovranno integrare, con estrema coerenza, i piani di azione europea all’interno della sospensione del Patto di stabilità.
Dopo i primi interventi, l’Italia ha bisogno ora di una manovra forte e strutturale con una decisa rimodulazione delle principali voci del bilancio pubblico che si presenta con 900 miliardi di euro di spese e 860 miliardi di euro di imposte e tasse.
In termini quantitativi la manovra dovrebbe pesare per il 4/5% del Pil, in valori assoluti intorno agli 80/100 miliardi di euro.
Sotto il profilo qualitativo essa dovrebbe operare con spostamenti di spesa pubblica e di imposte e tasse.
Il 50% della manovra dovrebbe trovare le coperture all’interno del bilancio, il restante 50% sarebbe finanziato in deficit, nell’ambito delle flessibilità europee emergenziali.
Si potrebbero tagliare almeno 20 miliardi di euro sugli 80 di Tax Expenditures e 20 miliardi di euro di fondi perduti, su un totale di 60 miliardi, erogati in conto capitale ed in conto corrente.
Queste risorse potrebbero finanziare una riforma strutturale dell’Irpef con sgravi alle famiglie ed ai lavoratori con reddito medio e basso per 45 miliardi di euro ed un intervento sul cuneo fiscale e contributivo per 25 miliardi di euro a favore delle imprese, ad esempio, con l’azzeramento dell’Irap; i restanti 10 miliardi di euro finanzierebbero gli investimenti pubblici. Sono, inoltre, inderogabili le semplificazioni burocratico- amministrative per aprire i cantieri di opere pubbliche già finanziate per 110 miliardi di euro ed impiegare, con analoga tempestività, gli 11 miliardi di euro di fondi strutturali europei non spesi.
Altresì, presentare il Def ad aprile ed approvare a maggio la Legge di bilancio 2021, sarebbe un segnale di forte determinazione all’Europa ed ai mercati.

5. Il futuro: l’Unione europea solidale
Il progetto di Unione economica e politica europea nacque dopo la catastrofe immane delle guerre mondiali del Novecento.
Oggi stiamo vivendo l’ora più tragica dopo quei giorni.
Per queste ragioni la Cisl ed il mondo del lavoro che rappresenta rivolgono un appello a tutta la leadership europea: la crisi è simmetrica, coinvolge tutti i popoli e non è responsabilità di chi ne porta la pena. Non possiamo affrontarla con il vecchio schema logoro e perdente dello scontro, del compromesso o dell’immobilismo dettati dal gioco degli apparenti interessi nazionali. L’alternativa fra il primato vitale del comune interesse europeo e l’implosione del progetto europeo nel nome infausto dei falsi interessi nazionali esclusivi non può che avere una ed una sola soluzione: è il tempo dell’Unione solidale.

La conferma di un Nobel. Bob Dylan canta ai tempi del corona virus.

L’autore commenta l’uscita nei giorni scorsi di un singolo di 17 minuti (Murder Most Foul) distribuito gratuitamente nel quale il “menestrello americano” riporta alla memoria l’assassinio di John Kennedy a Dallas, tanto da scuotere così, con la sua musica, la coscienza della pubblica opinione mondiale in questi giorni di dura emergenza sanitaria.

Se si può parlare di Dylan come poeta, occorre aggiungere che è un poeta religioso. La sua visione del mondo è quella di un ebreo e poi di un cristiano e, quasi per miracolo, entrambe le cose. Ma non stupiamoci più di tanto. Del resto Gesù era ebreo e in qualche modo lo è stato fino alla fine. Cristiano ci è diventato dopo la morte. Il Nuovo testamento si è aggiunto al vecchio,  non è stato un rinnegamento. Così il menestrello di Duluth, nel Minnesota, immerso nella tradizione folk, respira a pieni polmoni la presenza di Dio nella storia e cerca ovunque di coglierne i segni, ma soprattutto il dramma di una salvezza che tarda a venire perché il male non molla la presa, non vuole abdicare agli angeli che suonano le chimees of freedom, la campane della resurrezione.

Questa premessa serve a cogliere alcuni aspetti fondamentali della visione della vita che emerge dalle canzoni (perché di tali si tratta) di Dylan. Certo, quelli religiosi non sono gli unici riferimenti ispiratori – ci mancherebbe – sarebbe estremamente limitato. Ma sicuramente la presenza di Dio nella storia è onnipresente, sin dai primi anni sessanta, fino a questo ultimo epico drammatico sospiro della vecchiaia (Dylan ha quasi 80 anni). Questi tempi dannati ci hanno proprio rivelato quanto la fragilità della vecchiaia sia l’espressione più palese e toccante della fragilità umana.

Murder Most Foul, l’assasssinio più nefasto, più orribile, è un’espressione palesemente ripresa dall’Amleto di Shakespeare. E’ anche il giorno dell’infamia (come non ricordare l’infamy speech di Roosevelt dopo Pearl Harbour?). E’ un buon giorno per vivere, ma è anche un buon giorno per morire (come non ricordare il vecchio capo Sioux in “Piccolo grande uomo”). Ma tutta la canzone (come buone parte della lunghissima antologia dylaniana) è una continua citazione. Gli esegeti più acculturati si sono sbizzarriti per decenni a coglierle tutte. E non a casa la Bibbia è il testo più saccheggiato. 

L’assassinio nel nostro caso è quello di John Kennedy, il Presidente. Per gli americani quel novembre del 1963 segna una data spartiacque, la fine dell’innocenza, almeno quella presunta. Quelli della mia generazione restano forse sorpresi che non si fa cenno all’uccisione del fratello Bob. Per noi giovanissimi, militanti nell’Azione cattolica e moderatamente progressisti, fu la morte di quest’ultimo a strapparci una lacrima (now is time for the tears, chiude un’epica canzone dedicata all’uccisione di una povera inserviente nera). Immersi negli albori dell’«impegno» ci identificavamo nell’America della nuova frontiera, anche se quella più innovatrice del fratello minore. Ma non eravamo americani, eravamo italiani… 

Per Dylan l’uccisione di John Kennedy costituì un trauma già allora. Fu turbato enormemente, tanto da spingerlo a una svolta nel suo genere musicale e soprattutto nella fonti della sua ispirazione: meno impegno politico, meno pointing fingers songs e più immersioni nelle contraddizioni e nella profondità della natura umana. Desta ancora meraviglia come Dylan scandalizzi l’ambiente liberal asserendo che chiunque, lui stesso, loro stessi, potevano incarnarsi in Oswald, perché l’assassino era un simbolo dell’America stessa. Una società che corre a comprare le armi, che ammette la violenza quasi come fonte biblica, che sembra misconoscere la solidarietà, la pietà e il perdono, può arrivare anche a uccidere il Presidente!  

Ma Kennedy è the king, non è solo il Presidente. E’ colui che rappresenta l’America, quella delle speranze dei giovani che vogliono uscire dalla guerra fredda prima del tempo, quella che ascolta i Beatles e contesta la guerra nel Vietnam. Come non ricordare che Dylan, con Joan Baez, canta a Washington dopo che Martin Luther King ha gridato I have a dream! C’è chi ha scritto che nessuno ha interpretato gli anni sessanta come Dylan!

Oggi però quel periodo è troppo lontano.. Sembrano avvicinarsi i giorni dell’apocalisse. Dylan accompagna l’uscita della canzone con un breve testo nel quale si allude al corona virus. La notte è di nuovo sprofondata e la luce, almeno per ora, non squarcia le tenebre. Il suono stesso della canzone è quasi un lunghissimo (17 minuti!) pianto rituale, un lamento funebre. La perdita di un padre, come un sacrificio umano, è la perdita dell’anima di un popolo. 

This land is condamned, all the way from New Orleans to Jerusalem aveva cantato molti anni fa nella magnifica Blind Willie McTell. Stiamo ancora scontando le pene per il male arrecato ai nostri fratelli, per l’egoismo di una società dove trionfa l’individualismo, dove il più forte non intende aspettare il più debole…Dylan oggi ce lo ribadisce, con il suo stile, il suo linguaggio, con un rosario di misteri continui, soprattutto dolorosi. Ma l’ebreo che è in lui, innamorato del Cristo, il Jokerman, intravvede la salvezza, conscio però che nessuno ne può cogliere i percorsi incomprensibili, sotterranei e impercepibili per la nostra limitatezza.

Europa: momento cruciale

Ho trascorso i due anni che vanno dalle celebrazioni per il 60° dei Trattati di Roma (2017) alla campagna elettorale per il Parlamento Europeo del 2019 facendo moltissimi incontri di presentazione del mio libro Europa al bivio. In ognuno di essi, o quasi, ho ripetuto come un mantra, e sempre più insistentemente man mano che si avvicinava la scadenza elettorale, una semplice previsione (che in sé recava un auspicio): nel corso della prossima legislatura europea o la UE farà dei passi in avanti significativi verso una maggior empatia nei confronti dei suoi cittadini, verso una politica estera e di difesa comune, verso una comune politica fiscale, verso una politica economica e di bilancio coordinata e tesa a salvaguardare i principi di prudenza nella gestione dei conti ma anche gli obiettivi di convergenza sociale fra i diversi Paesi dell’Unione o imploderà.

Ecco, ci siamo.

Un evento esterno imponderabile pone gli Stati europei innanzi alla scelta che comunque si sarebbe dovuta compiere: una maggior solidarietà e comunanza oppure una rinnovata ostilità nazionalista. Le classi dirigenti politiche non si esprimeranno mai in questi termini, naturalmente. Ma questo è il pensiero dei cittadini europei, che si sta imponendo in ogni Paese. Lo si avverte distintamente, perché sta incuneandosi anche presso quelli di loro più inclini a comprendere i vantaggi possibili dell’Unione, più sensibili all’ideale federalista, più attenti alla geopolitica e alle sue implicazioni. Un sordo risentimento prossimo a trasformarsi in rivolta. Con una differenza rispetto a pochi mesi fa: mentre prima questo sentiment era legato alla constatazione che su quasi ogni dossier – forse escluso quello ambientale – i progressi erano minimali se non inesistenti ora la valutazione è secca: o ci si aiuta, tutti insieme, o ciascuno farà per conto proprio. Il corollario di questa affermazione è: cercandosi aiuti autonomamente in altre parti del mondo.

Si capisce bene a cosa questi ragionamenti dettati, oggi, dall’emergenza sanitaria ma domani – speriamo di no, ma il rischio c’è, e forte – dalla disperazione economica potrebbero condurre: pulsioni nazionaliste esasperate (che l’Europa ha già conosciuto nella sua lunga storia di conflitti) e rovesciamento di consolidate alleanze politiche figlie di un mondo ormai lontano e superato dagli eventi. Anche la comunità europea – rimasta per troppo tempo mera comunità di mercati senza sapersi evolvere in unione politica – sarebbe in quel caso percepita come un’eredità invecchiata e inattuale di quei tempi superati.

Ora la discussione è imperniata sulle modalità e l’entità dell’immane piano economico-finanziario che dovrà sostenere famiglie e imprese durante e dopo la pandemia. In modo particolare, sull’eventuale emissione di Eurobond perorata da diversi Paesi, rigettata da molti altri. Su questo crinale l’intera costruzione comunitaria potrebbe crollare. E la voce autorevole e preoccupata di uno dei suoi padri nobili, Jacques Delors, ce lo dice in termini espliciti: “La manque de solidarité est un danger mortal pour l’Europe”.

Questa divisione anche di fronte ad una tragedia quale l’epidemia virale da un lato testimonia la cecità della politica, o forse meglio dire l’inesistenza di una politica europea, e dall’altro sviluppa e amplifica il ridicolo teatrino intorno al prossimo bilancio settenale europeo cui si è assistito solo poche settimane fa. Un bilancio totalmente inadeguato ieri, figurarsi domani, ruotante intorno, decimale più decimale meno, all’1% del prodotto nazionale lordo dei Paesi UE, a proposito del quale i capi di governo hanno litigato non riuscendo a coprire, tutti insieme i Ventisette, la cifra che era di competenza della Gran Bretagna (peraltro ora anche i tempi di Brexit torneranno ad allungarsi, ma questo è un altro discorso).

Epperò.

Epperò non si può sostenere, semplicisticamente, che la UE non abbia fatto nulla, non stia facendo nulla. Anzi, proprio nel momento in cui giustamente si drammatizza la polemica circa il suo possibile futuro per dar forza alle richieste solidali, occorre saper riconoscere e apprezzare le notizie positive. Che non sono banali. Il famoso Patto di Stabilità è stato sospeso. Così pure è stata modificata la normativa sugli aiuti di Stato, consentendo interventi prima impossibili. E, soprattutto, la Banca Centrale Europea (sì, ancora la BCE: che però non esisterebbe se non esistesse la UE) ha ripreso in mano il bazooka (al di là degli errori comunicativi, gravi ma poi rimediati con i fatti, della Lagarde) chiamato Quantitative Easing giungendo a comprare 220 miliardi di titoli di Stato italiani. Una cifra enorme che l’Italia potrà utilizzare per finanziare il suo deficit.

Tutto bene, dunque? Certo che no. Gli Eurobond, con la possibilità di raccogliere risorse sui mercati finanziari mutualizzando il rischio, sono certo un obiettivo da conseguire. Ma dire che non è stato fatto nulla significa solo dare fiato alla propaganda sovranista. 

Al di là e oltre tutti questi ragionamenti, resta in ogni caso una questione di fondo. Ed è che tuttora è assente, sia presso i cittadini sia presso una ancora troppo ampia fascia di classe dirigente, la consapevolezza di quanto azzardato sia immaginare di affrontare il mondo globalizzato con la piccola taglia degli Stati nazionali. 

Ascolto ora al telegiornale che la Francia ha ordinato un miliardo di mascherine. Alla Cina. Che non si è mi fermata tutta. E che ora sta ripartendo anche nella provincia all’origine della tragedia che stiamo vivendo. Tutti in fila indiana a Pechino, allora? O magari non sarebbe meglio impiantare un’industria europea che produce presidi medico-sanitari, mascherine incluse?

Luigi Frati: “Per riavviare prima le attività industriali bisogna fare come hanno programmato Veneto e Lazio”

Dall’osservatorio dell’Istituto Pasteur Italia come vede la situazione di questa pandemia?

Ho in aggiornamento continuo i dati dalla rete dei 32 Istituti Pasteur, sparsi in tutti i continenti e coordinati dal Pasteur di Parigi, che vanta i 2 premi Nobel per la scoperta del virus dell’AIDS. Il Pasteur di Shangai ha delucidato la genomica sia del SARS virus che di SARS-CoV2, Parigi ha subito delucidato la struttura del virus isolato in Francia e sta lavorando sul vaccino. Oggi l’obiettivo unico è quello di stroncare la diffusione del coronavirus. Vi sono di sicuro decine di migliaia di asintomatici portatori del virus “a loro insaputa” e paucisintomatici che pensano a una comune influenza. Se solo si allenta di poco il contenimento dei rapporti interpersonali e sociali si avrà uno strascinamento dell’epidemia con fermi produttivi ancora più devastanti.

Prospettive terapeutiche attuali?

Riguardano solo ricoverati in ambito ospedaliero, dove danno un qualche risultato i farmaci che riducono l’infiammazione polmonare (sia gli inibitori della interleuchina-6 che del GM-CSF, che inibitori generici come la idroclorochina). Vaccini non ci saranno – se ci saranno – prima di 12-18 mesi ed anche più; anticorpi monoclonali contro l’antirecettore virale (la proteina spike) possono arrivare un poco prima, comunque non utili nell’attuale fase pandemica. Anzi gli annunci di vaccini o di sperimentazioni di vaccini sui topi servono forse ad attrarre finanziamenti, ma fanno danno grave contribuendo ad allentare le regole. Come lo fanno anche gli annunci di cure miracolose. 

Come si è mosso il Governo? 

Il Governo è stato tempestivo proclamando lo stato di emergenza il 31 gennaio. Troppi lo hanno preso sottogamba, anche perché qualche esperto virologo non più di 5 giorni prima aveva in TV affermato che non c’è epidemia, è solo influenza, e così via. 

Come è arrivato il virus?

Il salto di specie pipistrello-uomo a Wuhan è almeno di ottobre. In uno-due mesi i portatori di contagio in contagio sono diventati centinaia, con coronavirus non riconosciuto finché si sono ricoverati il 26 dicembre in ospedale 4 persone con polmonite. Da questi casi è scattato il meccanismo: diagnosi virologica, isolamento del virus, genomica, dichiarazione di epidemia da parte dell’OMS il 10 gennaio. Nel frattempo in Europa il virus SARS-CoV2 era stato portato da europei tornati per le vacanze di Natale-Capodanno, anche qui con diffusione “a loro insaputa”. I primi casi riconosciuti in Francia e Germania risalgono al 24 gennaio (il 27 gennaio l’Istituto Pasteur di Parigi ha pubblicato sul proprio Bollettino la sequenza del virus). In Lombardia il primo caso è stato diagnosticato solo il 20 febbraio: su questo ritardo di quasi un mese ha di certo influito l’organizzazione sanitaria, certo non imputabile agli attuali Presidente ed Assessore. Però…

Però cosa?

Nella sanità italiana prevale da 20 anni un indirizzo manageriale-finanziario: “contenere i costi a tutti i costi”. Per fare diagnosi di SARS-CoV2 occorre avere disponibile il kit per l’analisi genomica specifica, tramite PCR: quanti Direttori Generali forniscono questi kit come dotazione ordinaria dei laboratori di patologia clinica? E la carenza delle terapie intensive. E poi i manager della Sanità leggono The Lancet o il New England Journal of Medicine o Nature Medicine? Non credo proprio.

Perché lei fa questa osservazione?

Nel 2015 e 2016 due studi hanno ritenuto probabile una nuova epidemia da virus SARS dei pipistrelli (Menachery V.D. et al., Nature Medicine 2015;21:1508-13; US PNAS  2016;113:3048-53).  E uno studio del 2018 su New England Journal of Medicine (Morens D.M., Taubenberger J.K, NEJM 2018;379:2285-87) nel commentare cento anni dopo l’epidemia influenzale del 1918 (la cosiddetta spagnola, che fece oltre 40 milioni di morti) ha stimato che oggi una simile epidemia avrebbe richiesto solo negli Stati Uniti l’assistenza in terapia intensiva con supporto ventilatorio per 2 milioni di persone. In proporzione in Italia sarebbe per 300.000, che – calcolando un periodo influenzale di 3-4 mesi e una permanenza in terapia intensiva di 12-20 giorni – porterebbe alla necessità di 30.000 posti in terapia intensiva, 5000 in Lombardia, 3000 nel Lazio e così via. Ma la politica e i grandi manager della sanità non leggono né Nature Medicine, né il New England. 

Molte leggi obbligano le Regioni a programmare. Che cosa si è fatto?

Nelle Regioni in piano di rientro la mannaia del Ministero dell’Economia ha di fatto imposto scelte obbligate: tagli e poi tagli, qualche riconversione, sviluppo di tecnologie ridotte al minimo. In altre Regioni le scelte sono state tutte politiche. Penso alla Lombardia della lunga presidenza Formigoni: parità pubblico-privato, mano libera allo sviluppo di reti di case di cura rivolte alle prestazioni sanitarie redditizie, certamente non a predisporre reparti “just in case”, magari non di primo utilizzo per anni e poi indispensabili all’improvviso. La spinta al privato ha anche sminuito il ruolo della medicina territoriale, quella che era costituita dai medici condotti, ora dai medici di medicina generale. Quel ritardo in Lombardia di quasi un mese rispetto a Francia e Germania pesa sulla politica delle passate scelte: il risultato è che vi sono stati molti più casi e molte più persone decedute. Il paragone con il Veneto è decisivo.

Ma la sanità lombarda è anche di qualità.

Certamente lo è nella straordinaria rete degli IRCCS, non a caso vigilati centralmente dal Ministero della Salute, che li finanzia in relazione alla qualità della loro ricerca scientifica. Leggere e produrre pubblicazioni porta di sicuro qualità e capacità di diagnosi e cure anche sofisticate. Questo accade negli IRCCS di tutta Italia, come in Molise nell’IRCCS Neuromed, di cui sono direttore scientifico.  Ma il malato in prima battuta va in un ospedale locale, dove la diagnosi ultraspecialistica non viene in mente. Da apprezzare invece gli appelli al rigore del Presidente Fontana. Dovrà però ripensare la sanità della sua Regione.

E le altre Regioni?

Veneto ed Emilia si sono mosse bene. Hanno il vantaggio di eccellenti università, tra le prime al mondo in ambito biomedico (Padova ha anche un rettore medico di assoluto valore internazionale). Ragionando per criteri scientifici la politica fa meno errori e cede meno alle pulsioni della piazza. Bene la Regione Lazio, che ha la fortuna di avere l’IRCCS Spallanzani, dove sono centralizzati i casi più difficili e che fa da guida al resto della Regione. Un dato: allo Spallanzani non vi è stato nessun sanitario contagiato: ottima organizzazione, direzione sanitaria e direzione infermieristica efficienti. Purtroppo non è così ovunque: troppi medici e infermieri sono stati colpiti dall’epidemia, con organizzazioni mossesi in ritardo e con insufficiente professionalità di chi dopo il Decreto di stato di emergenza (31 gennaio) doveva provvedere (direzioni sanitarie e direzioni infermieristiche). Non è possibile che certe inefficienze passino dopo sotto silenzio. Nella sua rudezza lo ha detto con grande chiarezza il Presidente della Campania De Luca.

Mascherine, terapie intensive, molti operatori sanitari hanno lamentato ritardi gravi, medici e infermieri si sono infettati

Il nostro è un Paese strano: il Consiglio dei Ministri il 31 gennaio dichiara lo “stato di emergenza” per epidemia da coronarovirus e c’è chi aspetta istruzioni per agire, come se avere avuto un incarico manageriale (mi riferisco ai direttori generali di ASL e ospedali) o uno di direzione amministrativa o sanitaria o delle professioni sanitarie implichi ulteriori istruzioni per agire. Senza ulteriori direttive o circolari applicative non si fa nulla, solo lo stipendio lauto decorre comunque…. Il caos delle mascherine deriva da richieste esplose a metà marzo, anziché da verifiche di magazzino fatte ai primi di febbraio e relativi ordini: la programmazione è l’opposto d’improvvisazione.

Come andrà a finire?

Chi fa previsioni viene rapidamente smentito. Intanto i dati: quelli incontrovertibili sono solo le ospedalizzazioni e i decessi: questi per milione di abitanti nel Veneto sono meno di ¼ rispetto alla Lombardia. In ogni caso se si mantiene un atteggiamento di estremo rigore su tutti e tutto (cittadini, fabbriche, etc.) è probabile che a fine aprile i nuovi casi non siano più di 100-200 al giorno, quindi ben controllabili. Serve e servirà rigore estremo nel contenere i contatti inter-personali e servirà attenzione anche dopo. Né si può sperare nella fortuna e cioè che l’epidemia da SARS-Cov2, come accadde per la SARS del 2009, a maggio lentamente si spenga con il mutare di stagione. Certe dichiarazioni e certe circolari non aiutano.

Ce l’ha con la politica?

Non ce l’ho con la politica, ma per farsi notare un leader di partito, in ascesa, stazionario o declino che sia,  dovrebbe predicare il rigore, non il suo allentamento, se davvero gli preme la ripresa delle attività produttive. Per riavviare prima le attività industriali bisogna fare come hanno programmato Veneto e Lazio: test sul sangue a tutta la popolazione (ci sono già striscette in commercio)  e riammettere al lavoro subito chi risulta avere anticorpi contro il virus. La spesa è di gran lunga inferiore al danno per blocco delle attività cosiddette non essenziali, che sono invece essenziali in un paese che voglia tornare alla normalità.

E l’Europa?

Può sembrare paradossale dover ringraziare questa epidemia per aver messo a nudo ciò che non si voleva vedere. L’UE ha in Svezia un Centro di controllo delle malattie infettive: non ha potere d’intervento sui singoli Stati, nemmeno in condizioni eccezionali come questa. Se capita un evento straordinario scatta il potere di veto di un Paese contro un altro. È come se quando è avvenuto un terremoto in Friuli o in Campania o in Abruzzo le relative risorse dovessero essere a carico (cioè a debito…) di quelle Regioni, senza nessun obbligo d’intervento solidale. Forse Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech e Paul-Henri Spaak erano dei sognatori, ma partendo dalla comunità su carbone e acciaio ruppero il fronte per le guerre e costruirono il campo grande della cooperazione tra Stati, della solidarietà. Questa pandemia ha messo in evidenza che così l’Europa diverrà sempre più marginale nella guerra tra USA e CINA, in attesa che s’inserisca l’India, guerra che è principalmente, ma non solo, commerciale, perché è ideologica, di stile di vita. Come Istituto Pasteur abbiamo scritto un libretto sul coronavirus (cosa è, ci sono oppure no cure, cosa bisogna fare) insieme con una classe di III media: i ragazzi hanno chiuso la loro parte con una frase, che è ideologica, ma soprattutto drammaticamente pragmatica: non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a voi. È un messaggio per i signori della finanza, che forse stanno osservando quale azienda andarsi a comprare, visto il crollo delle Borsa. 

Spagna: il mercato del lavoro ha subito un colpo senza precedenti

La crisi del coronavirus ha distrutto in Spagna oltre 800mila posti di lavoro. La sospensione delle attività dopo la dichiarazione dello stato di allarme ha causato la chiusura di molte aziende. 

Secondo i dati diffusi dal ministero della Previdenza sociale, in poco più di due settimane, ovvero da quando le conseguenze della pandemia hanno iniziato a farsi sentire, sono stati persi 833.979 posti di lavoro, il peggiore calo nella storia.

Il numero totale di occupati è invece di 18.445.436. Anche il numero di disoccupati è cresciuto di 302.365 persone. Con questo salto, il numero totale di disoccupati sale a 4,5 milioni.

La Spagna è sempre stato un paese con alti tassi di lavoro temporaneo, ogni mese, infatti, vengono firmati circa due milioni di contratti e oltre il 90% temporaneo e molti di questi ultimi non durano nemmeno una settimana.

Questi numeri dicono che molte persone entrano ed escono dal lavoro ogni giorno , in modo che le dinamiche che il mercato del lavoro mantiene possano essere facilmente interrotte di fronte a uno shock come quello della crisi sanitaria .

E anche se il governo ha stabilito lo stop ai licenziamenti in realtà si è mosso troppo tardi creando numerosi licenziamenti e la messa in cassa integrazione (Erte) di molti lavoratori.

La Settimana Santa nella diocesi di Roma

Una Pasqua diversa, da vivere «nelle nostre case», «riscoprendo l’ascolto della Parola di Dio e la ricchezza dei simboli della Liturgia». Il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive una lettera alla comunità diocesana – sacerdoti e diaconi, religiose e religiosi, e tutto il popolo di Dio – con gli orientamenti pastorali della diocesi di Roma per la Settimana Santa. Ci avviciniamo a questo tempo, esordisce il vicario, «in una situazione di emergenza sanitaria mondiale, senza poter vivere comunitariamente le celebrazioni pasquali. È una condizione molto triste, ma dobbiamo accogliere la strada che la Provvidenza ci indica, anche se diversa da quella che avevamo immaginato».

Rimane dunque la necessità che le Messe siano celebrate senza la presenza dei fedeli, che potranno seguirle appunto da casa, in streaming o in diretta televisiva. «Raccomando – scrive il cardinale De Donatis – di seguire le liturgie presiedute dal Santo Padre, nostro vescovo e, in ogni caso, di dedicare un congruo tempo all’orazione personale e familiare, valorizzando soprattutto la Liturgia delle Ore e le altre pratiche di pietà. Rinnovo l’invito a valorizzare la catechesi per gli adulti e per i bambini, con la spiegazione dei segni liturgici da utilizzare nella preghiera in famiglia, nonché a vivere la carità “del telefono” o quella “della porta accanto”».

La nota della diocesi chiarisce che la Messa della Domenica delle Palme andrà celebrata «solo in forma semplice (terza forma del Messale Romano), omettendo la processione, la benedizione e la distribuzione di palme e rami di ulivo». Quanto al Triduo Pasquale, la Messa Crismale potrà essere celebrata alla fine dell’emergenza sanitaria, mentre «la Messa in Coena Domini può essere celebrata eccezionalmente senza la presenza del popolo», omettendo la lavanda dei piedi, già facoltativa, e la processione al termine della celebrazione. Per il Venerdì Santo, invece, è stata predisposta un’intenzione «da introdurre nella Preghiera universale, dedicata a coloro che si trovano in una situazione di smarrimento, ai malati, al personale sanitario e in suffragio dei defunti». Ancora, l’atto di adorazione della Croce, mediante il bacio, potrà essere effettuato dal solo presidente dell’azione liturgica. Un rito più semplice anche quello previsto per la Veglia pasquale, senza l’accensione del fuoco; «della liturgia battesimale si mantenga solo il rinnovo delle promesse». Mentre «i catecumeni riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana al termine dell’emergenza sanitaria».

Leggi il testo integrale della nota sugli orientamenti pastorali

Scarica l’intenzione di preghiera

A Lecco un osservatorio contro le infiltrazioni mafiose durante l’emergenza Covid-19

Nelle pieghe delle difficoltà economiche, causate dalla situazione emergenziale per il contagio Covid-19, tenta di infiltrarsi la criminalità organizzata di stampo mafioso per incrementare illegalmente i propri profitti.

Per monitorare e attualizzare gli strumenti di contrasto a protezione dell’economia legale, si è costituito oggi nella prefettura di Lecco un Osservatorio, con il compito di intercettare precocemente le tendenze evolutive dei fenomeni criminali di tipo mafioso nella fase emergenziale e post-emergenziale.

L’Osservatorio, che nasce su iniziativa del prefetto Michele Formiglio, è coordinato dalla prefettura; ne fanno parte rappresentanti della Direzione Investigativa Antimafia di Milano, della questura, del comando provinciale dei Carabinieri e del comando provinciale della Guardia di finanza di Lecco. Si avvarrà anche dei contributi informativi delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali.

«È prevedibile – ha osservato il prefetto Formiglio – che le mafie si stiano già organizzando per dare attuazione ad una progettualità criminale di mettere in piedi “sistemi bancari paralleli”, di collocare gli investimenti mafiosi negli ambiti strategici e a più alta redditività del settore creditizio, sanitario e degli strumenti medicali in un momento di grande fragilità quale è quello che stiamo vivendo. Lo Stato non permetterà a nessuno di piegare l’emergenza ai profitti illeciti della criminalità organizzata».

 

L’Europa vuole salvare Sammezzano

Reggello, Italy - May 12, 2014: The hall of "Non Plus Ultra" of Sammezzano Castle in moorish architecture style; Shutterstock ID 353073077; PO: SAMMEZZANO2
Con una comunicazione trasmessa a Francesco Esposito, portavoce del movimento civico Save Sammezzano e referente dell’omonima campagna di sensibilizzazione, Europa Nostra – la federazione pan-europea per il patrimonio culturale – ha notificato l’inserimento del Castello di Sammezzano nel “ 7 Most Endangered”, programma comunitario volto ad individuare i 7 siti culturali più in pericolo presenti sul territorio europeo e mobilitare soggetti pubblici e privati affinché ne venga garantito il recupero.
Dopo essere già stato inserito tra i 14 luoghi più in pericolo d’Europa, Sammezzano riesce così ad accedere alla fase finale del “7 Most Endangered”, risultando l’unico monumento italiano incluso in quest’importante progetto europeo.Gli altri 6 siti che parteciperanno al programma sono: National Theatre of Albania (Albania), Castle Jezeří (Repubblica Ceca), Y-block – Government Quarter (Norvegia), Szombierki Power Plant (Polonia), Belgrade Fortress and its surrounding (Serbia), Plečnik Stadium (Slovenia).

L’istanza per la candidatura al “7 Most Endangered” è stata avanzata a luglio 2019 per tramite di “ Imago Mundi Onlus”, associazione culturale di Cagliari presieduta da Fabrizio Frongia e già ideatrice di “ Monumenti aperti”, la più importante festa della Sardegna dedicata alla promozione e valorizzazione de beni culturali.

La partecipazione al programma ha ottenuto fin da subito il supporto ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Reggello, del Comitato Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona e della Kairos Srl, creditore procedente della procedura fallimentare che fino a pochi mesi fa aveva per oggetto Sammezzano. Da metà novembre la Sammezzano Castle Srl, società proprietaria del Castello di Sammezzano, è infatti uscita dal fallimento, riottenendone la disponibilità sostanziale.

L’iniziativa si concretizzerà con l ’attivazione di un team di professionisti di altissimo profilo composto da esperti di patrimonio culturale di Europa Nostra ed esperti di finanza della Banca Europea per gli investimenti. Tale team multidisciplinare, insieme alle organizzazioni che hanno nominato i siti e ad altri possibili partner, si recheranno presso i 7 luoghi vincitori e si incontreranno con i principali portatori di interesse pubblici e privati.
Essi identificheranno quindi possibili fonti di finanziamento e adeguati piani di intervento, aiutando inoltre a mobilitare altri soggetti potenzialmente interessati al recupero di Sammezzano. Verranno infine formulate e rese pubbliche una serie di raccomandazioni tecniche e finanziarie sulle quali poter indirizzare le azioni da intraprendere in futuro.

L’Ema sta valutando 40 farmaci e 12 vaccini contro il Covid-19

L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta valutando  40 farmaci potenzialmente efficaci contro Covid-19. Tuttavia, al momento, considerando i dati preliminari presentati all’Ema, non ci sono prove dell’efficacia di nessuno di questi farmaci.

Tra i potenziali trattamenti per COVID-19 sottoposti a studi clinici per valutare la loro sicurezza ed efficacia contro la malattia ci sono due antimalarici, due antivirali usati contro l’Hiv, un antivirale sviluppato per Ebola, un farmaco per la sclerosi multipla e un antireumatico.

I farmaci sono:

  • remdesivir (investigativo)
  • lopinavir / ritonavir (attualmente autorizzato come medicinale anti-HIV)
  • clorochina e idrossiclorochina (attualmente autorizzata a livello nazionale come trattamenti contro la malaria e alcune malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide)
  • interferoni sistemici e in particolare interferone beta (attualmente autorizzato a trattare malattie come la sclerosi multipla)
  • anticorpi monoclonali con attività contro i componenti del sistema immunitario.

L’Agenzia ha anche discusso con gli sviluppatori di una dozzina di potenziali vaccini COVID-19. Due vaccini sono già entrati nella sperimentazione clinica di fase I , che sono i primi studi necessari e sono condotti in volontari sani. In generale, le tempistiche per lo sviluppo di medicinali sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni attualmente disponibili e dell’esperienza passata con i tempi di sviluppo del vaccino, l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per l’approvazione e disponibile in quantità sufficienti per consentire un uso diffuso.