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La Settimana Santa nella diocesi di Roma

Una Pasqua diversa, da vivere «nelle nostre case», «riscoprendo l’ascolto della Parola di Dio e la ricchezza dei simboli della Liturgia». Il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive una lettera alla comunità diocesana – sacerdoti e diaconi, religiose e religiosi, e tutto il popolo di Dio – con gli orientamenti pastorali della diocesi di Roma per la Settimana Santa. Ci avviciniamo a questo tempo, esordisce il vicario, «in una situazione di emergenza sanitaria mondiale, senza poter vivere comunitariamente le celebrazioni pasquali. È una condizione molto triste, ma dobbiamo accogliere la strada che la Provvidenza ci indica, anche se diversa da quella che avevamo immaginato».

Rimane dunque la necessità che le Messe siano celebrate senza la presenza dei fedeli, che potranno seguirle appunto da casa, in streaming o in diretta televisiva. «Raccomando – scrive il cardinale De Donatis – di seguire le liturgie presiedute dal Santo Padre, nostro vescovo e, in ogni caso, di dedicare un congruo tempo all’orazione personale e familiare, valorizzando soprattutto la Liturgia delle Ore e le altre pratiche di pietà. Rinnovo l’invito a valorizzare la catechesi per gli adulti e per i bambini, con la spiegazione dei segni liturgici da utilizzare nella preghiera in famiglia, nonché a vivere la carità “del telefono” o quella “della porta accanto”».

La nota della diocesi chiarisce che la Messa della Domenica delle Palme andrà celebrata «solo in forma semplice (terza forma del Messale Romano), omettendo la processione, la benedizione e la distribuzione di palme e rami di ulivo». Quanto al Triduo Pasquale, la Messa Crismale potrà essere celebrata alla fine dell’emergenza sanitaria, mentre «la Messa in Coena Domini può essere celebrata eccezionalmente senza la presenza del popolo», omettendo la lavanda dei piedi, già facoltativa, e la processione al termine della celebrazione. Per il Venerdì Santo, invece, è stata predisposta un’intenzione «da introdurre nella Preghiera universale, dedicata a coloro che si trovano in una situazione di smarrimento, ai malati, al personale sanitario e in suffragio dei defunti». Ancora, l’atto di adorazione della Croce, mediante il bacio, potrà essere effettuato dal solo presidente dell’azione liturgica. Un rito più semplice anche quello previsto per la Veglia pasquale, senza l’accensione del fuoco; «della liturgia battesimale si mantenga solo il rinnovo delle promesse». Mentre «i catecumeni riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana al termine dell’emergenza sanitaria».

Leggi il testo integrale della nota sugli orientamenti pastorali

Scarica l’intenzione di preghiera

A Lecco un osservatorio contro le infiltrazioni mafiose durante l’emergenza Covid-19

Nelle pieghe delle difficoltà economiche, causate dalla situazione emergenziale per il contagio Covid-19, tenta di infiltrarsi la criminalità organizzata di stampo mafioso per incrementare illegalmente i propri profitti.

Per monitorare e attualizzare gli strumenti di contrasto a protezione dell’economia legale, si è costituito oggi nella prefettura di Lecco un Osservatorio, con il compito di intercettare precocemente le tendenze evolutive dei fenomeni criminali di tipo mafioso nella fase emergenziale e post-emergenziale.

L’Osservatorio, che nasce su iniziativa del prefetto Michele Formiglio, è coordinato dalla prefettura; ne fanno parte rappresentanti della Direzione Investigativa Antimafia di Milano, della questura, del comando provinciale dei Carabinieri e del comando provinciale della Guardia di finanza di Lecco. Si avvarrà anche dei contributi informativi delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali.

«È prevedibile – ha osservato il prefetto Formiglio – che le mafie si stiano già organizzando per dare attuazione ad una progettualità criminale di mettere in piedi “sistemi bancari paralleli”, di collocare gli investimenti mafiosi negli ambiti strategici e a più alta redditività del settore creditizio, sanitario e degli strumenti medicali in un momento di grande fragilità quale è quello che stiamo vivendo. Lo Stato non permetterà a nessuno di piegare l’emergenza ai profitti illeciti della criminalità organizzata».

 

L’Europa vuole salvare Sammezzano

Reggello, Italy - May 12, 2014: The hall of "Non Plus Ultra" of Sammezzano Castle in moorish architecture style; Shutterstock ID 353073077; PO: SAMMEZZANO2
Con una comunicazione trasmessa a Francesco Esposito, portavoce del movimento civico Save Sammezzano e referente dell’omonima campagna di sensibilizzazione, Europa Nostra – la federazione pan-europea per il patrimonio culturale – ha notificato l’inserimento del Castello di Sammezzano nel “ 7 Most Endangered”, programma comunitario volto ad individuare i 7 siti culturali più in pericolo presenti sul territorio europeo e mobilitare soggetti pubblici e privati affinché ne venga garantito il recupero.
Dopo essere già stato inserito tra i 14 luoghi più in pericolo d’Europa, Sammezzano riesce così ad accedere alla fase finale del “7 Most Endangered”, risultando l’unico monumento italiano incluso in quest’importante progetto europeo.Gli altri 6 siti che parteciperanno al programma sono: National Theatre of Albania (Albania), Castle Jezeří (Repubblica Ceca), Y-block – Government Quarter (Norvegia), Szombierki Power Plant (Polonia), Belgrade Fortress and its surrounding (Serbia), Plečnik Stadium (Slovenia).

L’istanza per la candidatura al “7 Most Endangered” è stata avanzata a luglio 2019 per tramite di “ Imago Mundi Onlus”, associazione culturale di Cagliari presieduta da Fabrizio Frongia e già ideatrice di “ Monumenti aperti”, la più importante festa della Sardegna dedicata alla promozione e valorizzazione de beni culturali.

La partecipazione al programma ha ottenuto fin da subito il supporto ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Reggello, del Comitato Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona e della Kairos Srl, creditore procedente della procedura fallimentare che fino a pochi mesi fa aveva per oggetto Sammezzano. Da metà novembre la Sammezzano Castle Srl, società proprietaria del Castello di Sammezzano, è infatti uscita dal fallimento, riottenendone la disponibilità sostanziale.

L’iniziativa si concretizzerà con l ’attivazione di un team di professionisti di altissimo profilo composto da esperti di patrimonio culturale di Europa Nostra ed esperti di finanza della Banca Europea per gli investimenti. Tale team multidisciplinare, insieme alle organizzazioni che hanno nominato i siti e ad altri possibili partner, si recheranno presso i 7 luoghi vincitori e si incontreranno con i principali portatori di interesse pubblici e privati.
Essi identificheranno quindi possibili fonti di finanziamento e adeguati piani di intervento, aiutando inoltre a mobilitare altri soggetti potenzialmente interessati al recupero di Sammezzano. Verranno infine formulate e rese pubbliche una serie di raccomandazioni tecniche e finanziarie sulle quali poter indirizzare le azioni da intraprendere in futuro.

L’Ema sta valutando 40 farmaci e 12 vaccini contro il Covid-19

L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta valutando  40 farmaci potenzialmente efficaci contro Covid-19. Tuttavia, al momento, considerando i dati preliminari presentati all’Ema, non ci sono prove dell’efficacia di nessuno di questi farmaci.

Tra i potenziali trattamenti per COVID-19 sottoposti a studi clinici per valutare la loro sicurezza ed efficacia contro la malattia ci sono due antimalarici, due antivirali usati contro l’Hiv, un antivirale sviluppato per Ebola, un farmaco per la sclerosi multipla e un antireumatico.

I farmaci sono:

  • remdesivir (investigativo)
  • lopinavir / ritonavir (attualmente autorizzato come medicinale anti-HIV)
  • clorochina e idrossiclorochina (attualmente autorizzata a livello nazionale come trattamenti contro la malaria e alcune malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide)
  • interferoni sistemici e in particolare interferone beta (attualmente autorizzato a trattare malattie come la sclerosi multipla)
  • anticorpi monoclonali con attività contro i componenti del sistema immunitario.

L’Agenzia ha anche discusso con gli sviluppatori di una dozzina di potenziali vaccini COVID-19. Due vaccini sono già entrati nella sperimentazione clinica di fase I , che sono i primi studi necessari e sono condotti in volontari sani. In generale, le tempistiche per lo sviluppo di medicinali sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni attualmente disponibili e dell’esperienza passata con i tempi di sviluppo del vaccino, l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per l’approvazione e disponibile in quantità sufficienti per consentire un uso diffuso.

Il sanfedismo come patologia della chiesa

Ci sono persone che anche in questi giorni drammatici hanno, specie su Fb, come unica preoccupazione quella di criticare, offendere, umiliare papa Francesco.

A loro non interessa la tragedia collettiva. Tutto è pretesto per attaccare Francesco: le chiese chiuse, la richiesta a preti e religiosi di stare vicino a chi soffre, il fatto che non si inginocchia di fronte al Santissimo…

Non parlano di altro, ogni giorno. Le sofferenze di un popolo non li toccano. Non si può rispondere a queste accuse.

C’è qualcosa di miserabile, di ignobile in esse.

Tanti non cristiani, non credenti, sono più vicini al cuore di Cristo di questi sanfedisti pieni di livore, ossessionati da una ortodossia che esiste solo nelle loro teste, da un purismo fatto di odio.

C’è una patologia nella Chiesa ed essa emerge, con evidenza, in un tempo come questo in cui la via della misericordia, dimostrata dal sacrificio dei tanti che rischiano e offrono la loro vita, è palese a tutti.

(dal profilo Fb dell’autore)

La sanità regionale non deve essere messa in discussione

Sono in totale disaccordo con il vicesegretario del PD Orlando e con quanti come lui sostengono l’avocazione allo Stato della competenza in materia di sanità.
Se un dato critico emerge da questa drammatica vicenda del Coronavirus, è la fragilità che si è notata in ciò che già oggi, in materia di tutela della salute pubblica, compete allo Stato.
Compete allo Stato (e non alle Regioni) dotarsi di strutture e capacità operativa in previsione di emergenze nazionali e globali, come questa. Compreso, per dire, l’approvvigionamento tempestivo delle famose mascherine, magari attraverso un accordo a livello europeo.

Compete allo Stato (e non alle Regioni) fissare e garantire ovunque nel Paese i livelli essenziali delle prestazioni.

Compete sempre allo Stato garantire il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale che poi viene ripartito tra le Regioni (con eccezione di quelle tra le Regioni Speciali che finanziano autonomamente la sanità con i propri Bilanci).

E compete infine allo Stato vigilare affinché in tutte le Regioni siano rispettati criteri di efficienza e di funzionalità nelle strutture sanitarie.

Se in qualche Regione la sanità non funziona (ben prima del Coronavirus) si adottino misure efficaci e puntuali. Gli strumenti giuridici ci sono.
Ciò che compete invece alle Regioni non si può certo dire che non stia generalmente funzionando.

Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Trentino-Alto Adige (per citare le aree più colpite) stanno gestendo con grande impegno e capacità le loro competenze in una situazione eccezionalmente difficile.

Certo, ci sono stati anche momenti di incertezza nelle decisioni politiche locali e in qualche realtà le cose hanno funzionato meglio che in altre. Ma forse questi problemi di tempestività e di coerenza decisionale non ci sono stati a livello di Governo centrale?
E allora, perché pensare di “avocare allo Stato” ciò che funziona, anziché far funzionare ciò che ha manifestato segni di fragilità e di impreparazione?

Le Regioni non sono “piccoli Stati”. Gestiscono le loro competenze dentro un “quadro” che dovrebbe comporsi di visioni, programmazioni e strumenti di cornice nazionale ed europea.
Se questo quadro mostra elementi di debolezza, la soluzione non può essere “accentare poteri e responsabilità a Roma”, ma dotarsi finalmente di uno Stato efficiente. Magari meno invasivo, barocco, costoso e pesante; più innovativo e veloce.

Vale per la Sanità e vale per tutti gli altri campi della vita civile, sociale ed economica.
Guai a noi se da questa crisi si tornasse indietro verso concezioni stataliste.

La “ripartenza” richiede che tutti (anche tutti i livelli istituzionali) mettano in discussione il proprio operato e le proprie consuetudini. Ma occorre rafforzare e non mortificare i principi di fondo di una Repubblica delle Autonomie che scommette sulla responsabilità diffusa e solidale, non sull’illusione di una scorciatoia centralista

Il rapporto tra i diversi poteri nella democrazia italiana

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo apparso sulle pagine della rivista Vita Pastorale diretta da Padre Francesco Occhetta.

1.Il rapporto tra i diversi poteri nella democrazia italiana può essere affrontato secondo due modalità complementari: in primo luogo, attraverso l’esame delle disposizioni costituzionali e delle loro interpretazioni succedutesi negli oltre settant’anni di vita repubblicana; in secondo luogo, attraverso l’esame delle prassi applicative e degli assetti di fatto, che hanno variamente interagito con le prime. In questo scritto faremo riferimento al modello disegnato in Assemblea costituente, ponendolo a confronto con la situazione attuale, nella convinzione che la tenuta complessiva della democrazia italiana debba molto alle caratteristiche di tale modello e che pertanto un suo eventuale mutamento (di tanto in tanto evocato da esponenti politici a corto di idee e di volontà seria e fattiva, e da qualche loro poco avveduto consigliere) debba essere attentamente ponderato, e che comunque sia metodologicamente sbagliato proporre mutamenti di regole e istituti costituzionali, senza avere previamente valutato se siano davvero essi alle origini delle disfunzioni lamentate e se di essi si sia fatta applicazione corretta.

2. La parola che meglio può forse sintetizzare il rapporto tra i diversi poteri previsto nella Costituzione italiana è “equilibrio”. Un equilibrio che troviamo presente già all’interno dei principi fondamentali (si pensi, ad esempio, al rapporto tra l’art. 7 e il primo comma dell’art. 8, dove l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge costituisce un bilanciamento con la peculiare condizione giuridica della confessione cattolica) e che costituisce il denominatore comune della seconda parte della Costituzione, dove traspare la preoccupazione dei costituenti di evitare che ciascuno dei poteri costituzionali (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale) lo sbilanci a proprio favore, e in particolare che venga compromesso l’equilibrio tra i poteri espressione dell’indirizzo politico e i poteri di garanzia costituzionale. Anche all’interno dei singoli organi e poteri, sia di indirizzo politico, sia di garanzia, ritroviamo meccanismi e istituti che risentono della medesima impostazione: si pensi all’equilibrio multivirtuale delle disposizioni costituzionali in tema di governo (uno dei suoi profili è divenuto di viva attualità in occasione della formazione del primo Governo Conte), oppure al delicato e innovativo bilanciamento che la Costituzione realizza nella composizione del Consiglio superiore della magistratura e nella ripartizione delle competenze tra questo e il Ministro della giustizia.

3. Il modello costituzionale ora sintetizzato risente – lo si ripete spesso e giustamente – dell’impostazione che, all’interno dell’Assemblea costituente, ne diede la componente cattolico-democratica, la quale svolse sul punto un ruolo determinante. Secondo questa impostazione, una costituzione è proporzione ed equilibrio, come soprattutto Giorgio La Pira aveva chiarito in numerosi scritti anteriori e coevi ai lavori costituenti. Proporzione, nel senso che una buona costituzione deve essere proporzionata alla società cui si riferisce, e ciò si verifica quando “la struttura dell’organizzazione giuridica rispecchia in sé quella del corpo sociale” (e il corpo sociale “esiste col suo fine e con la sua struttura anteriormente alla organizzazione giuridica positiva”). Equilibrio, poiché la struttura pluralistica della società – con il riconoscimento di “realtà sociologiche e giuridiche diverse dallo Stato e che questo deve proteggere ed ove occorre integrare: comunità familiare, culturale, religiosa, economica, territoriale, internazionale” – si riflette nella struttura pluralistica degli organi costituzionali dello Stato. E alla domanda se la Costituzione italiana appena approvata rispecchiasse la struttura pluralistica della società, quella “piramide rovesciata secondo un criterio di socialità progressiva” (secondo la celebre definizione che della struttura costituzionale diede Aldo Moro, stando all’autorevole testimonianza di Meuccio Ruini) la risposta di La Pira fu: tendenzialmente sì.

4. Proporzione ed equilibrio non vanno confusi con debolezza. Nel tempo, è prevalsa in studiosi e politici l’opinione secondo cui il rapporto tra i poteri disegnato nella Costituzione italiana (la sua “forma di governo”) andrebbe nel senso di una razionalizzazione debole della forma di governo parlamentare o, per dirla con Leopoldo Elia, discreta. Come ho avuto occasione di scrivere qualche anno fa proprio su questa rivista, tale opinione sembra tuttavia più il frutto di un’analisi della pratica costituzionale che non del testo della carta, se è vero che il principale artefice della nozione di parlamentarismo razionalizzato, Boris Mirkine-Guétzevitch, nel presentare, all’inizio degli anni Cinquanta, la nuova Costituzione italiana, ne diede un giudizio ampiamente positivo, in particolare dell’art. 94 il quale “riassume all’incirca tutti gli elementi della procedura razionalizzata in formule sobrie che lasciano spazio sufficiente alla giurisprudenza”. Una “profezia”, quella di Mirkine, che, a distanza di anni, appare azzeccata, essendo sempre più evidente (ancorché non sia sempre facile convincere di ciò i nostri aspiranti riformatori costituzionali) che le disfunzioni istituzionali vadano addebitate a omissioni nella legislazione attuativa e a scelte sul piano dei regolamenti parlamentari, della legislazione elettorale e dei comportamenti degli attori politici, piuttosto che a difetti di architettura costituzionale: del resto già nel 1948, in un articolo pubblicato sulla rivista dossettiana Cronache sociali e intitolato Per un efficiente governo democratico in Italia, negli stessi termini si esprimeva Meuccio Ruini, auspicando la sollecita approvazione di quella legge attuativa dell’art. 95 Cost. (“una legge-chiave, un punto di volta dal quale si possono guardare i vari problemi strutturali”), per la cui approvazione sarebbero dovuti trascorrere 40 anni …

5. La risposta di La Pira e dei principali esponenti del cosiddetto gruppo dossettiano circa la corrispondenza solo tendenziale della struttura della nuova Costituzione alla struttura pluralista del corpo sociale era motivata dalla mancata differenziazione della composizione e dunque della rappresentatività delle due Camere: la seconda Camera avrebbe dovuto essere la Camera dei “corpi” in cui si articola il pluralismo sociale (comuni, regioni, corpi professionali, culturali, ecc.). Sarà La Pira stesso a sintetizzare, con la consueta lucidità, le ragioni di tale mancata differenziazione: “pregiudizi derivanti dallo pseudo corporativismo fascista, da un mancato approfondimento del problema da parte dei partiti e dell’Assemblea costituente e da effettive difficoltà pratiche”. La critica lapiriana al bicameralismo paritario era largamente condivisa all’interno del gruppo democratico-cristiano, ben al di là della pattuglia di parlamentari riuniti attorno a Giuseppe Dossetti. Ad esempio, in uno scritto del 1948 sempre su Cronache sociali, Costantino Mortati oppone alla critica di organicismo, rivolta dai laici e dai socialcomunisti alle posizioni democratico-cristiane, due considerazioni di fondo: che tale concezione “trova la sua giustificazione nella natura diffusiva della politica, destinata a permeare tutti i settori della vita associata ed a trarre da tutti la linfa vivificatrice”, e che l’organicismo “è uno di quei fenomeni che potrebbero dirsi neutri perché suscettibili di assumere aspetti assai vari, di essere impiegati a fini diversi o anche contrastanti fra loro”. Da allora, non soltanto quell’impostazione non ha più avuto convinti propugnatori, ma anche le pur labili tracce di essa nella carta costituzionale (si pensi al Cnel) sono state dapprima immiserite nella prassi e poi fatte oggetto di una veemente e miope campagna soppressiva. A livello parlamentare, non meraviglia che una proposta di legge elettorale volutamente nel solco di quell’impostazione (XVII leg., Atto Camera n. 1453, Balduzzi e altri, presentata il 31 luglio 2013) non abbia avuto, tanto più in tempi di Italicum rampante, accoglienza sostanzialmente positiva …

6. Eppure è da quell’impostazione sui rapporti tra i poteri nella democrazia italiana che converrebbe muovere (magari cominciando con attuare l’allargamento della Commissione parlamentare per le questioni regionali, ai sensi dell’art. 11 della legge cost. n. 3/2001) per innovare la struttura costituzionale vigente senza romperne l’equilibrio profondo. L’esperienza delle revisioni costituzionali bocciate dagli elettori nel 2006 e nel 2016 dovrebbe servire sia da ammonimento a non proporre strumentalmente il cambiamento dei rapporti tra i poteri per ottenere effetti politici vantaggiosi per sé e per i propri sostenitori, oltre che a non ascrivere alla Costituzione responsabilità risalenti ad altre cause, sia da incoraggiamento a valutare con attenzione la prassi per sapere discernere ciò che è deviazione o rottura rispetto al modello costituzionale da ciò che ne costituisce innovazione rispettosa (ho provato recentemente a dimostrare come un approccio siffatto sia in grado di dare conto anche di vicende delicate e complesse, come quelle che hanno interessato il Consiglio superiore della magistratura, autentico snodo di quello che è oggi il nucleo profondo della separazione dei poteri, quella cioè tra potere politico e magistratura). Alla tutela del modello costituzionale deve tuttavia affiancarsi la valorizzazione della qualità dell’equilibrio costituzionale dei poteri: pensiamo soltanto all’essenziale ruolo svolto, anche in questi mesi e in queste settimane, dal Presidente della Repubblica nei rapporti con gli organi di indirizzo politico e come rappresentante dell’unità nazionale (il cui senso profondo lo stiamo apprezzando proprio in mezzo alle difficoltà e alle apprensioni legate alla diffusione del virus Covid-19, nel non facile bilanciamento tra ragioni dell’indirizzo e coordinamento e ragioni dell’autonomia regionale), nonché al significato stabilizzatore e di bastione dei valori del costituzionalismo che, nel suo insieme, svolge la Corte costituzionale. Tale qualità va ribadita anche in questi giorni, nel mezzo (ma forse sarebbe meglio dire: ai margini) della discussione sul prossimo referendum costituzionale avente per oggetto la riduzione del numero dei parlamentari: referendum la cui portata e il cui significato si presentano quanto mai ambigui, oscillando tra un remake, di cui non si avverte proprio la necessità, dell’antiparlamentarismo e una, sempre utile, spinta verso un più alto grado di etica pubblica. Al di là dell’eventuale conferma da parte del corpo elettorale, rimarranno intatti i temi di fondo, che attendono risposta: una legge elettorale finalmente sincera ed efficiente, una migliore caratterizzazione delle due assemblee parlamentari. Ce n’è a sufficienza per concludere questo ragionamento con l’indicazione di due direzioni possibili di cambiamento: più forza agli enti intermedi, più presenza della società nei corpi rappresentativi. Se da un lato è impensabile riferirsi al cattolicesimo democratico e sociale senza la dovuta attenzione a queste due direzioni di marcia; dall’altro esse attendono interpreti convinti, autorevoli, coerenti.

Una pandemia che è come una guerra, speranza e solidarietà non possono mancare

Era il 21 febbraio 2020, e all’Ospedale di Schiavonia nel Padovano in Veneto, si registrava la prima vittima italiana del Coronavirus: il 78enne Adriano Trevisan, residente a Vo’ Euganeo, un comune di 3.300 abitanti. La notizia ha mandato in fibrillazione le autorità del nostro Paese: Governo, Regioni e Comuni, alle prese con ritardi e polemiche sulla gestione di una situazione  molto complessa, e mai verificatasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Infatti di fronte a un’emergenza di salute pubblica, con un virus sconosciuto, che si stava manifestando in maniera distruttiva (contagiati positivi e morti) in diversi Paesi del mondo e in modo particolare nella nazione più popolosa della Terra, la Cina, le decisioni e i provvedimenti legislativi assunti da parte delle Autorità italiane hanno avuto le caratteristiche di una dichiarazione di guerra contro un nemico sconosciuto. 

Con il passare dei giorni dalle prime notizie di un virus sconosciuto, il mondo politico nei diversi Paesi, si è diviso fra chi considerava fare paragoni con una guerra mondiale anomala e chi sosteneva che fosse una forma d’ influenza, poi, se era una epidemia oppure una pandemia. Da qui si sono confrontate, in tempi diversi, due strade o “due filosofie”, per combattere il coronavirus: in maniera “dura”, con provvedimenti che dovrebbero durare alcune settimane, costi “accettabili” dal punto di vista economico e salvando milioni di vite; l’altra in maniera “soft”, lasciando la malattia libera di circolare, praticamente senza costi economici, ma con la morte di milioni di persone e il collasso dei sistemi sanitari.

La risposta “dura” dei Paesi che hanno reagito con fermezza al contagio sono stati la Cina, la Corea del Sud, il Giappone e a suo modo l’Italia, infatti la sospensione dell’attività didattica nelle Scuole e nelle Università del nostro Paese è avvenuta il 5 marzo, poi l’interruzione delle manifestazioni di tutte le iniziative culturali e sportive, compreso il campionato di calcio, e infine  le restrizioni generali delle attività, comprese le funzioni religiose e i funerali, salvo i servizi essenziali, attualmente in vigore dall’11 marzo. La Cina ha istituito la “ zona rossa” nel territorio di Wuhan, per circa 60 milioni di cittadini, il 23 febbraio, e da questo luogo si era diffuso rapidamente, in tutto il resto del mondo, il coronavirus. Con tempi di chiusura che sono andati da 5 a 6 settimane.

La scelta “soft” da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e altri Paesi Europei, ha comportato una sottovalutazione e ritardi, per alcuni aspetti hanno ignorato quanto stava accadendo in Italia, convinti che la loro scelta fosse quella più utile ai propri Paesi, salvo poi ricredersi. La malattia respiratoria COVID – 19, chiamata comunemente coronavirus, non avendo attualmente un vaccino valido, ha determinato che il “modello Italia” è stato imitato e utilizzato come uno dei più efficaci, come le norme per “ il distanziamento sociale” per evitare il contagio,

Alcune vicende accadute vanno ricordate, perché quanto si manifesta, in queste settimane così difficili e drammatiche, forse potevano essere meno dolorose per tante persone che ci hanno lasciato. Il 27 gennaio, sulla Cronaca di Roma, di alcuni quotidiani si leggeva “ Abbiamo deciso di rinviare la festa per il Capodanno cinese, in programma il 2 febbraio in piazza San Giovanni a Roma”. A comunicarlo è stato il portavoce della comunità, Licia King, dopo gli aggiornamenti che arrivavano dalla Cina. Stessa decisione è stata presa anche a Milano, dove salterà la parata, con la motivazione: “Abbiamo concordato con tutta la comunità che la festa deve essere rinviata, perché c’è gente che sta male e non è il caso di festeggiare”. Un segnale ignorato.

“ La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo”. Eravamo nel marzo del 2015, quando Bill Gates, creatore di Microsoft, pronunciò queste parole nel corso di un Ted Talk (Conferenze con la missione su “idee che val la pena diffondere”), con un messaggio di otto minuti. Una profezia inascoltata.

L’esperienza dell’epidemia dell’Ebola in alcuni Stati dell’Africa, era considerata una minaccia, tanto conosciuta dall’allora Prasidente Barack Obama, che determinò la creazione di un’unità di crisi permanente contro la pandemia, con un gruppo misto di scienziati e specialisti della Sicurezza nazionale. Nei giorni precedenti all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il team dei consulenti presidenziali per la Sicurezza uscente invitò alla Casa Bianca quello appena messo insieme da Donald Trump per una visita rituale di passaggio delle consegne dopo l’11 settembre. Obama volle che, in quella occasione, a fianco delle ipotesi di attacchi terroristici e cibernetici, fosse inserito una simulazione dell’arrivo di una pandemia, e il giorno dell’inaugurazione rivolse al nuovo Presidente un nuovo appello sullo stesso tema. John Bolton per conto di Trump ha sciolse l’unità di crisi, in quanto rappresentava una spesa superflua.  Una Task Force smantellata che poteva salvare, forse, migliaia di vite umane in tutto il mondo.

Oggi a 40 giorni dalla morte di Trevisan,  per il nostro Paese è stato l’inizio di una emergenza sanitaria devastante, si vedono anche le ricadute impressionanti sul piano economico e sociale, e la domanda che si pone per donne e uomini è quella di domandarsi come finisce e quando? Non c’è una risposta semplice! Che sia una guerra senza sirene d’allarmi e senza bombardamenti, è vero. Che ci siano le file nei negozi, che  siamo rintanati in casa, salvo quelle persone che vanno al lavoro per servizi essenziali, o escono per la spesa e per i medicinali. Che le strade delle città sono vuote e spettrali, rappresentano la normalità di sopravvivenza. Che i morti, ad oggi, sono 12.428, il numero più alto al mondo, i guariti oltre 15.700, e i contagiati 105.792, pari a una persona ogni 567 abitanti . Una percentuale che dimostra la sofferenza del nostro Paese, con situazioni di particolare criticità in Lombardia ( le più colpite  Bergamo e Brescia) e in altre regioni del Nord, e non è paragonabile ad altre Nazioni. Tutto questo è ciò che rappresenta il coronavirus nella nostra Italia. 

Le previsioni, e sono solo previsioni, inducono a sperare che si allenterà gradualmente a partire dalla seconda metà di aprile, dopo la Santa Pasqua, anche se in questi ultimi giorni sembra che siamo al picco. Per riprendere la vita  normale ci vuole ancora tempo. In questi 40 giorni ( e 40 è un numero che, nel significato e nella simbologia, si presta a diverse interpretazioni), quante situazioni sono cambiate, piccole e grandi. Difficile dirle tutte, ma le più evidenti vanno dalla testimonianza del personale sanitario, dalle forze dell’ordine alla Protezione Civile, e dalle Associazioni di volontariato laico e cattolico a chi garantisce i servizi  essenziali pubblici e privati, e a chi in silenzio aiuta nelle piccole comunità, a vivere la difficile quotidianità.

L’invito costante a rimanere a casa,  attraverso le indicazioni governative e veicolate dai media e dai social, che affermano: “Andrà tutto bene”, “Io resto a casa”, “Distanti ma vicini”, dove si lavora da casa, con “il telelavoro” chiamato smart working, analogamente con la stessa tecnica informatica la scuola si è organizzata con gli alunni per favorire parte della didattica annuale. Molti sono gli esempi che si potrebbero raccontare, e in questa quarantena o quaresima casalinga, per tanti è anche tempo di angoscia, di paura, di riflessione e di speranza. Esiste lo sconforto, poi c’è chi pensa positivo e chi prega. Si pensa ai morti, alle vittime del dovere come il personale sanitario, le forze dell’ordine, religiosi, ecc. In questi sentimenti c’è l’umanità, con la sua fragilità, di fronte a una emergenza che l’uomo, in tempi passati e in modalità diverse, aveva conosciuto e sconfitto.

In questo contesto emergenziale non possono essere dimenticate le testimonianze e l’incoraggiamento,  di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Mattarella. Gli eventi più significativi sono stati: la supplica di Papa Francesco alla Madonna del Divino Amore, analogamente a quanto era avvenuto nel 1944 con Pio XII; la visita alla Madonna a Santa Maria Maggiore e al Crocifisso di San Marcello a via del Corso, e la benedizione da Piazza San Pietro deserta, “Urbi et Orbi” (a Roma e al mondo). Il Papa tra l’altro ha detto: “Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

Nel discorso alla Nazione , dopo alcuni interventi veicolati dai media, il Presidente Mattarella dopo aver richiamato il senso di responsabilità per una nuova solidarietà europea, che è nel comune interesse, ha detto: “Abbiamo superato altre volte periodi difficili e drammatici, vi riusciremo certamente, insieme, anche questa volta.”  In questa situazione drammatica, le due sponde del Tevere sono apparse più vicine nella sera del 27 marzo dopo le parole del Papa e del Presidente.

Infine è doveroso riportare quanto affermato dal Segretario Generale dell’ONU,  Antonio Guterres, che ha invitato tutti i Paesi in guerra, nelle diverse regioni, di sospendere le azioni belliche di fronte alla pandemia in atto sul nostro pianeta. Questo quanto dichiarato:  “E’ ormai chiaro a tutti, che questo virus non colpisce solo una determinata nazionalità, un solo credo religioso o semplicemente alcuni gruppi etnici. L’epidemia è su scala globale, e allo stato attuale, nessun angolo del mondo può considerarsi al sicuro”.  Questo il cuore dell’appello a tutti i Paesi del nostro pianeta. 

Ieri, per iniziativa dell’Anci, in tutti i comuni del nostro Paese, i Sindaci hanno ricordato e onorato, tutti i caduti di questa pandemia.

Siamo convinti che la speranza e la solidarietà faranno la loro parte, e non possono mancare, anche in questa drammatica emergenza.

Il nome della cosa

Quando lessi le 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes ( la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità, ebbi la sensazione  di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali.

In questo caso oggetto di studio e dei risultati della ricerca condotta dagli scienziati era l’erosione lenta ma graduale della “biodiversità”: in pratica il pericolo paventato e sottoposto alla responsabilità dei governanti a livello planetario riguarda la scomparsa di specie viventi- animali e vegetali – a causa del deterioramento della “salute” degli ecosistemi che inglobano l’uomo e le altre forme di vita.

Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, agricoltura intensiva, caccia e pesca, inquinamento ambientale, uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono dunque gli stili di vita dissennati che – secondo il Rapporto dell’ONU – hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”. Sono dati catastrofici che dovranno prima o poi  indurre i governi ad assumere provvedimenti legislativi condivisi ed azioni urgenti di freno a questa deriva distruttiva del pianeta e della sua biodiversità.

Questo fenomeno, così grave e cupo nelle previsioni, finirà secondo l’ONU per condizionare ed alterare le condizioni di vita e sopravvivenza della stessa specie umana, a lungo termine, poiché la biodiversità è garanzia di alimentazione, sostenibilità ambientale, acqua potabile, produzione di energia e  di farmaci.

La Terra si trova – secondo il Rapporto – alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. Ma è trascorso quasi un anno da quel grido d’allarme rivolto ai decisori politici e nulla sembra essere stato fatto. Per mero inciso ricordo ancora una volta che in quei giorni veniva sottoscritto tra Italia e Cina un accordo atto a prevenire contagi, epidemie e pandemie nel flusso degli scambi umani e commerciali tra i due Paesi, dopo il Memorandum del marzo 2019.

“Improvvisamente”- come direbbe Dostoevskij – ci è capitata ora questa sciagura cosmica della pandemia da Coronavirus e l’attenzione mondiale della scienza si è concentrata su questo evento, al fine di studiarne le cause, le analogie con le pestilenze del passato, le atipicità, l’evoluzione sofisticata del virus, il rapido e diffuso contagio e le conseguenze in atto oltre a quelle prevedibili come postumi latenti e pronti a riesplodere, la ricerca di un antidoto che ancora una volta funga da vaccino per la salvezza dell’umanità.

Intervistando recentemente il Prof Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, sul tema del COVID-19 , per avere un punto di vista “esperto” sulla situazione, ho colto il nesso che lega le Sue riflessioni e i suoi studi con le evidenze desumibili dal Rapporto ONU/OCSE. Sono Sue le parole che riconducono ad una visione più ampia del fenomeno così come si sta manifestando in modo tragico e dirompente, e lo fanno con deduzioni ineccepibili, che non limitano l’eziopatogenesi – cioè la scintilla che ha acceso il primo caso- ad un errore o un atto deliberato avvenuto in laboratorio ovvero al consumo di carne cruda di pipistrello da parte di un cittadino di Wuhan o comunque non la riconducono a questo evento se non come fattore scatenante del contagio: girano in rete le immagini dei mercati orientali dove si vedono topi, pipistrelli, cani, gatti e serpenti in vendita per il consumo alimentare. Così come circolano ipotesi di ricerche sulle alterazioni del genoma sfuggite di mano o usate come strumenti per guerre attraverso la diffusione dei virus patogeni. Tra ipotesi, algoritmi e studi demografici si potrà risalire all’incipit scatenante, mentre restano plausibili e sostenute dai molti silenzi iniziali le teorie complottiste, così come è evidente la differenza di abitudini alimentari e stili di vita tra occidente e oriente: ci sono consuetudini radicate in tradizioni antiche che dovrebbero renderci intellettualmente più onesti e meno inclini ad usare la stupida demagogia quando discettiamo di integrazione per osmosi o quando riteniamo ancora sostenibile una globalizzazione che l’evidenza dei fatti e la diversità dei contesti ha ampiamente smentito più volte.

Afferma il Prof. Benini: “L’umanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.  È assurdo cercare l’origine della pandemia attuale in  un mercato cinese. Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica”…” L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi  e inquinamenti, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò ed altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale. Non è un caso che le epidemie da coronavirus si siano ripetute negli ultimi anni fino alla penetranza di quella attuale. Passata la buriana, si continuerà ad asfaltare, sradicare, inquinare”.

Secondo il Prof. Benini la pericolosità del COVID-19 è causata alle sue repentine mutazioni circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze genomiche, il 9 marzo altre 50. In questo quadro patogeno risulta persino difficile trovare un vaccino che possa fronteggiare queste mutazioni genomiche. Appare quasi superfluo evidenziare quanto questa tesi sia persino sovrapponibile con le conclusioni del Rapporto ONU/OCSE sulla scomparsa della biodiversità.

Ma il dato più eclatante che emerge dall’intervista del Prof.  Benini riguarda la sostenibilità ambientale tra umanità e pianeta, specie se– come è accaduto negli ultimi decenni- la crescita della specie umana ha raggiunto dimensioni innaturali: cresce di 70 milioni di persone all’anno e ha raggiunto i 7 miliardi e mezzo di abitanti. Secondo gli studi del biologo Edward O. Wilson una volta superati i 6 miliardi di abitanti la presenza dell’uomo diventa incompatibile con l’ambiente: essa si può rallentare per eventi patogeni o – per lo stesso motivo- può arrestarsi all’improvviso. E’ come se la natura mettese un limite all’espansione degli esseri umani sulla terra, una sorta di crollo per incompatibilità: è questa la ragione principale dello scatenarsi delle pandemie, che diventano fenomeni aberranti di autoregolazione di una soglia di tollerabilità sistemica. Ecco dunque che i concetti di estinzione della biodiversità per mano dell’uomo e di sostenibilità antropocentrica nel contesto planetario diventano interrelati e complementari. Le pandemie sono dovute a mutazioni genetiche di tipo selettivo, a reazioni della natura che usa i virus RNA come arma micidiale di selezione naturale. Non è un caso che statisticamente ciò avvenga attualmente in danno delle persone più deboli e anziane. Una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali: il Covid-19 sembra dunque attaccare l’uomo per traslazione zoogenetica.

A fronte di un quadro allarmante di evidenze, raccomandazioni, dati, statistiche, proiezioni che la scienza mette a disposizione dei decisori politici a livello mondiale sia in tema di contesto ambientale in progressivo e irreversibile degrado, sia per il ripetersi di epidemie a rapido contagio ed alta letalità, sia per i pericoli di mutazioni e alterazioni genetiche che possono portarci improvvisamente verso un big crash devastante, le risposte che arrivano dalla politica oscillano tra l’incosciente indifferenza, lo smantellamento dei sistemi sanitari, l’assenza di protocolli internazionali di difesa e profilassi, la confusione di competenze istituzionali.

Abbiamo avuto anche in questa occasione prove generali di colpevole sottovalutazione della pandemia, dalla teoria dell’immunità di gregge, ai ritardi nell’adottare misure drastiche di isolamento, al monitoraggio dei casi, all’assenza di dotazioni sanitarie per gli ospedali o per i comuni cittadini, a cominciare dalla telenovela delle mascherine e dei respiratori.

Il 31 marzo u.s mentre i politici italiani –  accertata l’indisponibilità dell’Europa ad aiutarci- avviavano in sordina la strategia del dopo (senza essersi curati del prima, è del lontano 31 gennaio il Decreto governativo sullo stato di emergenza sanitaria) , programmando passeggiate per i bambini, modalità di pratica dello jogging, riapertura graduale di fabbriche, uffici, scuole, centri estetici e negozi di generi non essenziali (dopo aver tambureggiato con ogni mezzo con l’atto di fede “restate a casa, ce la faremo”) , la rivista Nature usciva con un articolo che paventava una prossima più feroce recrudescenza del virus. Ha ragione il Prof. Benini quando sostiene che la “dabbenaggine dei politici è insigne”: cercano di non convincere gli elettori al meglio ma di soddisfarne i desideri”.

Qualcuno, preso da una trance fideistica intravvede già la luce in fondo al tunnel: ma non sa o finge di non sapere che può trattarsi di un treno che procede a folle velocità contro di noi.

Speriamo-  è un dovere e un appiglio per tutti- che dal big crash non ci separi ormai solo la buia galleria dell’incoscienza.      

L’europa lancia “Sure”, la cassa integrazione europea.

La Commissione Europea “proporrà questa settimana un nuovo strumento per sostenere il lavoro a orario ridotto”, che si chiamerà ‘Sure’, grazie al quale “più persone manterranno il loro posto di lavoro durante la crisi provocata dal coronavirus e ritorneranno al lavoro a tempo pieno quando finirà, quando la domanda tornerà a salire e gli ordini ritorneranno”.

“Abbiamo imparato la lezione della crisi finanziaria”, continua, quando gli Stati che avevano strumenti simili sono stati capaci di ripartire più rapidamente, dato che le aziende non avevano dovuto licenziare dipendenti, mantenendo quindi intatto il loro potenziale produttivo. “E’ cruciale far ripartire il motore dell’economia senza ritardo” quando la crisi sarà finita.  Le aree di Milano e di Madrid, sottolinea von der Leyen, fanno parte della “spina dorsale dell’economia europea”.

Sure “aiuterà i Paesi più colpiti ed è garantito da tutti gli Stati membri: questa è la solidarietà europea in atto. E’ per l’Italia, per la Spagna, per gli altri Paesi e per il futuro dell’Europa”.

1946 – 2020, cosa significa “ricostruire”: analogie con il secondo dopoguerra

Correva il 1946 e l’Europa era in macerie. L’Italia ripartiva a seguito della devastazione di una guerra durata sei dolorosi anni (dall’occupazione dell’Albania del 1939 alla resa del 1945). Era giunto il momento del Referendum istituzionale e delle elezioni per la Costituente del 2 giugno, che rappresentavano le prime consultazioni libere (con il voto esteso alle donne) dopo vent’anni di regime autoritario fascista.

I contrasti politici – benché feroci – non impedirono ai partiti di mantenere quella solidarietà necessaria perché la neonata Repubblica affrontasse e superasse le prove più dure che al momento si trovava di fronte: il varo della Costituzione, i trattati e soprattutto la ricostruzione materiale ed economica del paese. Questo approccio fu determinante. I lavori dei costituenti durarono un anno e mezzo, sino al Natale del 1947; in seguito alle elezioni successive (le politiche della primavera ’48), i cittadini non solo scelsero chi avrebbe dovuto guidarli al governo, ma si espressero anche a favore di un nuovo sistema e di una nuova collocazione internazionale che permettessero di dare luogo a decisioni nette, pur dolorose, ma necessarie per il rilancio della nazione.

Gli importantissimi Ministri del Tesoro di allora del I, II, III, IV e V Gabinetto De Gasperi, svolsero un ruolo fondamentale che consistette nell’evitare ante litteram un intervento statale troppo invasivo (tipico del dirigismo dei regimi dispotici) e nel riportare il paese alla stabilità monetaria e al risanamento del bilancio; impostazione attuata secondo una corrente di pensiero liberal-moderata ispirata agli ideali finanziariamente ortodossi post-risorgimentali e pre-fascisti. Del resto, la legge 1271 del 30 ottobre 1948 (previsione delle entrate e delle spese del Ministero del Tesoro per l’esercizio finanziario 1948-49) attribuiva al dicastero presieduto da Giuseppe Pella pieni poteri in merito alle casse dello Stato. Fu una manovra che lasciò inevitabilmente il segno e non fu esente da ulteriori divisioni politico-sociali. Tentiamo di spiegarne il perché.

Il programma si incanalò prevalentemente su due binari ben distinti: l’inasprimento fiscale e la svalutazione della lira, elementi che avrebbero consentito l’aumento delle esportazioni e incoraggiato il rientro dei capitali in relazione al cambio valutario più conveniente. A ciò fu aggiunta la limitazione del credito in modo da restringere la circolazione della moneta e indurre imprenditori e grandi aziende a immettere nel mercato i proventi accumulati nel tempo.

L’operazione aggiustò da un lato e ruppe dall’altro, per cause di forza maggiore. La lira recuperò il suo potere d’acquisto, i capitali ricominciarono a circolare nel mercato, il ceto medio acquisì pian piano fiducia e i salariati trassero vantaggi dal ribasso dei prezzi. Molto bene, ma ci fu un però. Dall’altra parte, infatti, a fine 1948 i disoccupati raggiunsero la cifra di due milioni di unità provocando più disuguaglianza sociale e nuove tensioni, mentre i sindacati scesero ancora sul piede di guerra e molte fabbriche vennero occupate. E ancora, Togliatti fu ferito gravemente a Montecitorio da un invasato e nelle piazze ricomparvero armi e barricate. Con ciò, l’antica unità antifascista subiva il suo decisivo e immutabile obnubilamento.

Quali sono i rischi che corre l’economia italiana in questa primavera 2020, caratterizzata dalla drammaticità e dalla straordinarietà di questa emergenza sanitaria così inattesa (almeno da noi comuni cittadini) e tuttavia così violenta e aggressiva? Le analogie con 74 anni fa, purtroppo, saranno più o meno quelle che un po’ tutti temiamo e che andranno presumibilmente a manifestarsi: una forte recessione, l’impoverimento addizionale delle fasce più deboli del paese e nuove tensioni sociali.

Con la differenza che oggi in Europa circola la moneta unica e chiunque non sarà esente da ripercussioni negative; in secondo luogo, che non potremo usufruire di un nuovo Piano Marshall (allora fu utilizzato in gran parte per le derrate alimentari) poiché gli Stati Uniti, colpiti a loro volta duramente dall’epidemia, daranno pochissimo spazio a sovvenzioni e crediti ai paesi amici in grave difficoltà.

Ma soprattutto – ci sia permesso di dire – che in quanto a carisma e capacità di intermediazione, al contrario di quel passato, oggi non si intravedono leaders politici in grado di affrontare al meglio una crisi di sì tali dimensioni. Anche perché nonostante il dramma che tutti stiamo vivendo e nonostante lo choc per le migliaia di vittime del virus, ci sono personaggi che continuano a soffiare sul fuoco della strumentalizzazione e dell’utilitarismo a fini propagandistici. Fenomeni, questi ultimi, in una condizione al limite dell’insostenibile, degni di un paese del terzo mondo.

L’urgenza degli aiuti

Un sistema moderno è particolarmente complesso. Una struttura economica, il funzionamento della stessa, le relazioni tra le diverse istituzioni pubbliche e private, la produzione e la distribuzione della ricchezza, tutto questo presenta un ingranaggio largamente differenziato e in diversi strati, con architetture raffinatissime e ricami tra i più sofisticati.

Immaginarsi il blocco, se pur parziale, di questa realtà, ha conseguenze quasi infernali.

Riordinarlo via via, tenendo conto dei vari inceppi , è un esercizio da far tremare i polsi. Lo studio dei sistemi complessi è una delle materie che mette a dura prova anche gli intelletti più sopraffini.

Il coronavirus è stato come gettare dello zucchero nel motore di questa macchina. Ha bloccato gran parte dei suoi marchingegni e oggi, siamo alle prese con un guaio difficilmente risolvibile in tempi stretti. Avendo salvaguardato il funzionamento del sistema sanitario, di alcune filiere di produzione e di distribuzione alimentare, siamo invece assolutamente fermi per la stragrande maggioranza delle altre attività.

Corre quindi l’obbligo di far muovere anche il denaro. Sia per quanto concerne il fabbisogno personale e famigliare, ma anche per mantenere in vita le attività produttive. Di questi due aspetti è chiaro che prevale il primo. Senza però, trascurare con massima attenzione pure il secondo.

Il finanziamento relativo al quadro di base: il denaro ai nuclei familiari, può essere risolto all’interno del nostro Paese. Per rispondere invece all’altro aspetto, è indispensabile una politica a raggio più ampio, vale a dire a carattere europeo. Da qui la forte richiesta da parte di alcuni Paesi – Italia, Francia, Spagna – di giungere al salvifico coronabond.

Ritornando alle urgenze, quelle che non possono essere in alcun modo disattese, il finanziamento alle famiglie per garantirsi l’acquisto dei beni di prima necessità, si dovrà fare ricorso a una distribuzione più snella e rapida possibile. Per questo motivo, al ciclopico apparato dell’INPS, bisogna sostituirlo con una rete diffusa di istituti bancari che possano giungere più facilmente all’obiettivo previsto. In questo caso bisogna sapere togliere ogni orpello burocratico.

Non ci devono essere in alcun modo ostacoli burocratici, né costi suppletivi da caricare sulle spalle di tutti i soggetti interessati alla funzione. Lo Stato deve garantire ciascun soggetto della bontà e della correttezza dei mezzi impiegati. Non so quanto tempo si dovrà impiegare per rendere attiva questa procedura. Si sa, invece, che questa procedura è stata già ideata e accolta da diversi soggetti politici, governativi e non.

La parte più debole, va riconosciuto, si registra essere il sistema bancario che, in tutta questa vicenda, dovrebbe far da supporto attivo, riconoscendo loro i costi vivi dell’operazione.

Per le imprese che stanno subendo una sofferta torsione economica, si dovrà sin da ora studiare un piano di rilancio, ma questo potrà essere attuato solo con cospicui finanziamenti. Ripetiamo finanziamenti che devono, come già scritto, trovare una fonte continentale.

È del resto evidente che gli aspetti procedurali in atto in tempi ordinari, dovranno essere sospesi, al fine di accelerare l’attività senza inspiegabili ostacoli per quanto stiamo tristemente attraversando.

Se l’aiuto alle famiglie, ragionevolmente, si dovrà realizzare da qui a qualche giorno, quello alle imprese, dovrà essere invece predisposto da qui al mese di maggio. Mese in cui ci si augura tutti, vi sia una ripresa della stragrande maggioranza delle attività produttive.

Le grandi banche inglesi sospendono i dividendi

Hsbc, Rbs, Standard Chartered, Barclays e Lloyds hanno deciso di sospendere dividendi e i piani di riacquisto di azioni dopo che la Bank of England (Boe) ha chiesto agli istituti britannici di dirottare le risorse destinate agli azionisti verso l’economia, in modo da cercare di contrastare gli effetti del coronavirus.

Il mancato versamento dei dividendi porterà ad un mancato guadagno per gli azzionisti di  7,5 miliardi di sterline.

Oltre a chiedere il congelamento delle cedole, in linea con quanto fatto dalla Bce, la Boe ha chiesto alle banche inglesi di «non pagare bonus cash» ai propri manager.

Decreto Cura Italia: le indennità e i bonus accessibili con SPID

Dalle indennità per i lavoratori autonomi al bonus baby sitting: i cittadini possono accedere alle misure di sostegno al reddito erogate dall’Inps anche attraverso il Sistema Pubblico d’Identità Digitale. Lo ricorda AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale.

SPID è la chiave per accedere a numerose misure di sostegno al reddito previste dal Decreto Cura Italia (decreto-legge 17 marzo 2020, n.18) in favore dei lavoratori e delle famiglie, a seguito dell’emergenza Coronavirus.

Per fruire di queste indennità sarà possibile fare domanda sul sito dell’INPS anche con la propria identità digitale, oltre che con carta d’identità elettronica, carta dei servizi, PIN semplificato.

L’INPS ha reso noto che i moduli per la compilazione delle domande saranno online a partire da oggi 1° aprile.

Tra le misure accessibili tramite SPID:

Le indennità Covid-19 per i lavoratori autonomi, parasubordinati e subordonati:

Le indennità hanno un importo pari a 600 euro e sono indirizzate, per il mese di marzo, ai lavoratori le cui attività risentono dell’emergenza epidemiologica dovuta al Covid-19.

Non sono soggette ad imposizione fiscale, non sono tra esse cumulabili e non sono riconosciute ai percettori di reddito di cittadinanza.

Sono destinate in particolare a:

– liberi professionisti e collaboratori coordinati e continuativi;

– lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Assicurazione generale obbligatoria;

– lavoratori stagionali dei settori del turismo e degli stabilimenti termali;

– lavoratori agricoli;

– lavoratori dello spettacolo.

Bonus baby-sitting:

Il bonus è stato previsto in conseguenza della sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole a causa dell’emergenza Covid-19.

È una misura che si rivolge alle famiglie con figli di età non superiore ai 12 anni.

Possono beneficiare del bonus:

– i dipendenti privati, iscritti alla Gestione Separata e lavoratori autonomi nel limite massimo di 600 euro, in alternativa al congedo parentale;

– i lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, appartenenti alla categoria dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori sociosanitari, nonché al personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico impiegato per le esigenze connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, per un importo fino a 1000 euro.

Coronavirus. Nuova circolare della Salute con le prestazioni ostetriche e ginecologiche “indifferibili”.

Facendo seguito alla circolare ministeriale n. 7422 del 16.03.2020 recante “Linee di indirizzo per la rimodulazione dell’attività programmata differibile in corso di emergenza da COVID-19” ed in riferimento altresì alla circolare ministeriale n. 7865 del 25.03.2020 recante “Aggiornamento delle linee di indirizzo organizzative dei servizi ospedalieri e territoriali in corso di emergenza COVID-19”, a chiarimento di quanto indicato a proposito delle attività programmate da considerare clinicamente differibili in base a valutazione
del rapporto rischio-beneficio, si raccomanda di includere nelle attività non procrastinabili sia ambulatoriali che di ricovero, tutte le attività programmate di ambito oncologico (incluse le prestazioni di II livello previste dalle campagne di screening oncologico), nonché le seguenti attività programmate volte alla tutela della salute materno-infantile.

PRESTAZIONI INDIFFERIBILI

Ostetricia:
1. Esami ematochimici previsti nell’allegato 10.B DPCM 12.1.17
2. Prima visita ostetrica da eseguirsi entro la 12 settimana come da linea guida ISS per la gravidanza
fisiologica
3. Visite ostetriche urgenti per:
-contrazioni uterine
-minaccia di aborto
-minaccia di parto pretermine
4. Test di screening delle aneuploidie test combinato (se previsto dal SSR)
5. Ecografia Ostetriche I° Trimestre
6. Ecografia V mese morfologica
7. Ecografie Ostetriche III° Trimestre solo se sussistono fattori di rischio quali diabete gestazionale,
ritardo di crescita, pregresso taglio cesareo, ipertensione etc .
8. Ambulatorio Gravidanza a Rischio Ospedaliero (dove verranno effettuate visite ed ecografie ostetriche)
9. Diagnosi Prenatale (villocentesi, amniocentesi, esami correlati)
10. Monitoraggio del benessere fetale (cardiotocografia…)
11. Tampone vagino-rettale ricerca SGB a 37 settimane
12. Prelievi microbiologici per sospetta infezione vulvo-vaginale
13. Garantire tecniche farmacologiche e non farmacologiche per il controllo del dolore in travaglio
14. Visita post-partum
15. Consulenza psicologica se sussistono fattori di rischio per gravida o puerpera
Si raccomanda l’esecuzione dei Corsi di accompagnamento alla Nascita esclusivamente in modalità on line.

Ginecologia:
16. Certificato interruzione volontaria di gravidanza con ecodatazione
17. IVG (Interruzioni volontarie di gravidanza)
18. Visite ginecologiche per:
19. -Perdite ematiche anomale
20. -Emorragie
21. -Algie pelviche significative
22. -Infezioni vulvo vaginali acute
23. Ecografia ginecologica per sospetto oncologico
24. Screening colpo-citologico di II° livello per pazienti ad aumentato rischio di K portio (H SIL, AGC
etc)
25. Isteroscopie per sospetto oncologico
26. Procedure di PMA (Procreazione medicalmente assistita) esclusivamente per pazienti già in trattamento
che devono effettuare prelievo ovocitario ed embriotransfer
27. Interventi chirurgici ginecologi per patologia oncologica

L’Italia deve reagire alla crisi. Angelo De Mattia spiega quali sono le condizioni, in Europa e nel mondo, per garantire la credibilità del paese.

I commentatori in genere sono schiavi della notizia. Perdono di profondità quando sono chiamati a guardare oltre la siepe e a disegnare nuovi scenari. Angelo De Mattia, già direttore centrale della Banca d’Italia, esprime una naturale propensione a legare il particolare al generale. Questa conversazione ha preso di mira le questioni più urgenti della crisi determinata dall’epidemia da coronavirus e tuttavia si è conclusa con il “colpo d’ala” di una citazione del Premio Nobel per l’economia, Edmund Phelps, sulla opportunità di “sospendere per qualche mese – egli dice – il sistema capitalista per salvare l’economia e insieme le vite umane”. Evidentemente siamo chiamati ad affrontare un passaggio difficilissimo che mette in gioco la tenuta del nostro modello di sviluppo e più ancora incide sulle prospettive della democrazia nel mondo, specie in Occidente. De Mattia mette a premessa una nota di ragionata fiducia sul ruolo dell’Europa, considerando che alcuni atti, come la sospensione del vincolo del 3 per cento sul deficit dei bilanci statali, mettono in risalto la volontà di reagire con mezzi e procedure non usuali a una crisi d’impatto epocale. Segnali di apertura, anche in queste ore, lasciano sperare che si ricucia lo strappo tra Europa del Nord ed Europa del Sud. Se vuole contare nel mondo l’Europa deve essere unita. Il momento eccezionale richiede un impegno altrettanto eccezionale.

Ecco, ci troviamo a un bivio che ricorda gli anni ‘30 del secolo scorso. C’è molto pessimismo in giro. Siamo destinati a scivolare, malgrado gli appelli, verso una depressione analogamente distruttiva, con forte caduta del reddito, crescente inflazione, calo della domanda e dell’occupazione?

Non sarei così pessimista perché oggi siamo molto più preparati. Conosciamo la dinamica che portò alla Grande Crisi e soprattutto abbiamo fatto tesoro dei rimedi – purtroppo tardivi – che innervarono la ripresa, con le coraggiose innovazioni del New Deal di Roosevelt. Alcuni errori non li abbiamo più ripetuti e siamo in condizione di non ripeterli nemmeno ora. Semmai occorre evitare che il dibattito sulle necessarie scelte da adottare si trascini alle lunghe, determinando qual senso di incertezza che moltò pesò sulla gestione dell’ultima crisi finanziaria, quella del 2008 determinata dalla esplosione della bolla finanziaria dei subprime. L’importante è che si esca in fretta dalla sindrome di impotenza che aggredisce l’immagine dell’Unione Europea.

Impotenza che nasce dalla paralisi…

Sì, le difficoltà non vanno ignorate. È comprensibile che la Germania, insieme ad altri Stati del nord Europa, guardi con timore alla richiesta di generiche operazioni d’intervento a sostegno delle economie nazionali più deboli, con maggiori esposizioni di tutti nel maneggiare il debito pubblico complessivo. Non è tuttavia condivisibile questa chiusura tedesca. Per contro ’Italia deve fare attenzione a non trasmettere messaggi contraddittori, come quando si dichiara di escludere la mutualizzazione del debito e poi si accenna alla mutualizzazione dei rischi connessi alla gestione del debito: si tratta di un “ibis redibis” che non aiuta a stabilizzare il giudizio dei nostri interlocutori, essendo chiaro che mettere il rischio sulle spalle di tutti implica l’oltrepassamento di una ragionevole procedura di aiuto agli Stati più colpiti dall’emergenza sanitaria.

Si dice pure che se l’Europa non risponde dobbiamo e possiamo fare da soli.

Penso che intanto facciamo bene a fissare correttamente i termini di una manovra che spetta al Governo perfezionare attraverso l’annunciato decreto previsto a breve. Innanzi tutto le risorse vanno destinate alla salute degli italiani dal momento che la pubblica opinione si attende una risposta circa la volontà di rafforzare il servizio sanitario nazionale. A ciò si aggiunge, ovviamente, la formulazione di un vari atti a sostegno dell’economia. Ecco allora il primo messaggio positivo da indirizzare ai partner europei: prendiamo di petto, seppur in via preliminare, i fattori che possono interessare la ripresa economica. Mentre si rattoppa il vestito, cercando di assicurare le tutele opportune, Conte deve mettere in campo una terapia schock sulle politiche dell’innovazione e della produttività (non solo del lavoro, ma anche del capitale), per essere all’altezza di una sfida che si prefifùgura ancora più dura sul terreno della competizione internazionale. Perciò è necessario finalizzare, fin da subito, una quota degli investimenti all’innesco di cambiamenti strutturali in grado di configurare il ruolo dell’Italia nella transizione verso quello il governatore Visco ha voluto chiamare il “mondo nuovo”.

In effetti senza l’Europa ogni prospettiva si fa più complicata e difficile.

L’Europa deve fare la sua parte. D’altronde, la chiusura dell’Amministrazione Trump – politica doganale in testa – impone una iniezione di dinamismo nell’azione coordinata dell’Unione. Se Washington chiude, Bruxelles deve aprire. Tuttavia ha ragione Gentiloni a precisare che una generica prospettazione del nuovo solidarismo, attraverso l’emissione di un bond europeo a lunga scadenza, rischia di essere un’utopia. Mi pare abbia detto, conoscendo la suscettibilità dei tedeschi, che la proposta di un tale bond non passerà mai. In ogni caso, ci sono altri strumenti che possono essere utilizzati e non necessitano di modifiche ai trattati. Vale la pena studiare finanziamenti una tantum e nuove attribuzioni alla politica comunitaria, come ad esempio l’istituzione di una forma di assicurazione europea contro la disoccupazione. In ultimo, alla Bce si può far capo per identificare procedure di sostegno finanziario molto aggressive, prescindendo per essere chiari dalle condizionalità del Mes (e quindi dal Mes tout court) in ragione dell’effetto di discredito dell’Italia sui mercati internazionali una volta accettata la tutela di organismi esterni (troika). Non escluderei infine il contributo che potrebbe fornire la Bei (Banca europea per gli investimenti) attraverso l’emissione di titoli destinati essi stessi a entrare nel portafoglio acquisti della Bce.

Eppure la Lagarde ha dato l’impressione di essere timida, se non riluttante, di fronte alle pressioni per un ruolo più incisivo della Bce.

Un conto sono le impressioni, altro sono i fatti. Una battuta della Lagarde non inficia la svolta strategica della Bce. Registriamo che la Banca di Francoforte è pronta a coprire almeno 750 miliardi di titoli, acquistandoli sul mercato secondario, per giungere a fine anno alla soglia limite di 3000 miliardi. Una richiesta giusta potrebbe essere quella di rimuovere questo limite, sicché gli operatori finanziari di tutto il mondo capirebbero che l’intervento della Banca centrale non incrocia divieti o restrizioni di sorta. Oggi, dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea sulla legittimità del Quantitative easing, la Bce può muoversi con pienezza di mezzi e senza timori. In questo quadro, ove fosse chiarito poi che gli acquisiti dei titoli di debito non sarebbero vincolati alla percentuale di partecipazione di ogni Stato al capitale iniziale della Bce, l’Italia potrebbe confidare sulla potenziale copertura di emissioni sovrabbondanti i limiti attuali. Possiamo intuire, nella sostanza, quale sia la potenza di fuoco dell’Europa per contrastare il pericolo di una grave recessione.

Non c’è il rischio, tuttavia, che la politica monetaria si impantani in un circolo vizioso, con le banche impossibilitate a mobilitare la liquidità messa a loro disposizione? La vigilanza europea negli ultimi anni ha sconfinato nel parossismo di vincoli sempre più stretti, tanto da inibire l’erogazione di credito a sostegno delle banche all’economia reale.

Anche in questo caso abbiamo assistito a un cambio di rotta. Finora la Vigilanza ha operato in regime di totale autonomia rispetto al Consiglio direttivo della Bce, titolare sulla carta del potere ultimo di decisione. Da questo momento in avanti la responsabilità torna ad essere del Consiglio, visto e considerato che nell’immediato si è deciso, per dare forza alla politica monetaria, di alleggerire i criteri vincolanti l’attività creditizia degli istituti bancari. Teniamo presente che nel ‘73 l’Italia, con il contributo della Banca centrale, reagì allo schock petrolifero con un mix di provvedimenti che includevano anche una particolare correzione degli strumenti e degli obiettivi della vigilanza. Abbiamo un’esperienza che ci può ammaestrare sulle scelte da compiere oggi.

E qui torna ad affacciarsi la preoccupazione sulla difficoltà di contenere le oscillazione dello spread, fonte di incertezza per un Paese come il nostro impegnato a rifinanziare mese per mese una quota molto alta del suo debito pubblico. 

Vorrei ricordare che in altre epoche, negli anni ‘90, l’allora governatore Fazio si trovò a gestire l’innalzamento dello spread tra lira e marco fino a 800 punti base. Avvenne però che l’azione di contrasto all’inflazione, con atti di politica monetaria che miravano a dissuadere i comportamenti legati alle connesse aspettative di lievitazione dei prezzi, consentì di riportare successivamente il differenziale a 200 punti base. Questo risultato si consolidò con la piena adesione all’euro proprio nel quadro di una coerente politica antinflazionistica. Se è chiara la strategia, non pesa lo squilibrio che sul momento fotografa lo spread. In questo senso, un’azione portata avanti con incisività e chiarezza rende la Bce padrona del gioco e implica la tendenziale stabilizzazione di un indice sensibile, come appunto è lo spread.

Monti e Tremonti, con qualche differenza d’impostazione, hanno indicato la strada di una emissione straordinaria (Prestito Italia?)  che abbia una durata molto lunga e una remunerazione non eccessiva. Costituirebbe un atto di patriottismo per impedire che il debito ci travolga. È un’ipotesi percorribile?

Sì, a me sembra un’ipotesi percorribile. A patto però che non si accompagni a suggestioni anti-euro e quindi non alluda a una forma larvata di Italexit. Pensare infatti che questo prestito possa essere addossato alla Bce, ripristinando a livello europeo quello che era il rapporto con la Banca d’Italia prima del famoso divorzio, significa violare i Trattati e alimentare nuovi sospetti a danno del nostro Paese. Il debito va affrontato con la convinzione di poterne domare la spirale perversa con le armi di una corretta politica economica che l’Italia – insieme e non contro l’Europa – è in condizione di mettere in piedi.

Dunque, non dobbiamo preoccuparci del debito?

A questa domanda occorre rispondere con assoluta chiarezza: il debito è un fardello che poggia sulle nostre spalle. Immaginare che possa rappresentare un dato superfluo, ininfluente sulla crescita, esterno alle dinamiche dell’economia, è quanto mai fuorviante. Il debito che oggi s’attiva – probabilmente arriverà a fine anno al 160 per cento su PIL – deve essere sottomesso a un piano di rientro. Intanto preserviamo le basi imponibili, come invita a fare Draghi; poi però definiamo con serietà i termini della sua progressiva riduzione. Per questo occorre avere più sviluppo, frutto sicuramente di uno sforzo che esalti la convergenza operosa delle migliori energie del Paese. Uno sforzo che porti alla ribalta una classe dirigente solida, consapevole delle sue responsabilità, credibile all’interno e all’esterno, così da rilanciare il volto dell’Italia in Europa e nel mondo.

Ecco la ciliegina finale. Visto che abbiamo parlato di New Deal e di intervento pubblico, ormai sembra normale ragionare sulla estensione dei compiti della Cassa Depositi e Prestiti, come se dovesse assolvere alle funzioni dell’Iri (quando l’Iri era una cosa seria). Non è un po’ azzardato? Fino a che punto si può dilatare il ruolo di un istituto finanziario impegnato a mobilitare, entro i limiti fissati da norme che rimontano alle prescrizioni della Carta costituzionale, il risparmio degli italiani?

In effetti, la Cassa Depositi e Prestiti fa già troppo. È sbagliato pretendere che faccia di più, dando ad essa il profilo di una “nuova Iri”. Forse dovremmo elaborare un pensiero nuovo che inventi le forme di uno sviluppo necessariamente nuovo. È tempo di ritornare alle intuizioni di Keynes – attenersi al discorso sul deficit spending nello stato di emergenza appare francamente riduttivo – laddove con esse si profilava la essenzialità di istituti mondiali per armonizzare le politiche monetarie. Il Piano Marshall aveva alle spalle gli accordi di Bretton Woods. Adesso siamo arrivati a destrutturare le regole del commercio internazionale, persino rimettendo in auge il protezionismo. Combattere la globalizzazione selvaggia non può significare che ci rifugiamo nella logica degli egoismi nazionali, illudendoci di vincere in questo modo il declino. Per questo dico che se viene a mancare la “spalla atlantica” non può mancare, di tutto contro, quella che potremmo definire la “spalla europea”. Vale per tutti, per l’Italia come per la Germania, perché siamo tutti sulla stessa barca.

 

 

Sindaci, ora in campo come Popolari.

Tra gli argomenti che faranno irruzione nella politica italiana dopo lo tsunami che ci ha investito ci sarà sicuramente una rivisitazione del rapporto tra il centro e la periferia. O meglio, tra i poteri locali e il potere nazionale. Tra le Regioni e i Comuni da un lato e lo Stato centrale dall’altro.

E, accanto al nuovo rapporto tra poteri locali e potere centrale, drammaticamente emerso con questa dura ed inedita emergenza sanitaria, ci sarà il tema della nuova classe dirigente politica. Ma questo e’ un argomento che maturerà a suo tempo. Il tema, però, di un rinnovato protagonismo politico ed istituzionale degli amministratori locali da un lato e di una rivisitazione profonda del rapporto tra Stato ed enti locali dall’altro è destinato a cambiare profondamente la stessa politica italiana. Registriamo, infatti, che già oggi – in piena emergenza nazionale – fioccano documenti trasversali che possono mutare profondamente gli stessi equilibri politici attualmente in campo.

Perchè è proprio su questo versante che si sperimentano incroci politici, domande di cambiamento, istanze da condividere e poteri da ridiscutere che forse sino a poco tempo fa era semplicemente impensabile affrontare.

Ed è proprio di fronte ad uno scenario in rapida evoluzione come questo che una cultura politica come quella che affonda le sue radici nel popolarismo di ispirazione sturziana non può e non deve estraniarsi o, peggio ancora, giocare al ribasso. Soprattutto penso a tutti quei sindaci e amministratori locali che si riconoscono in questa cultura e in questo filone a prescindere dagli attuali attori politici in campo. Lo dico perchè è proprio partendo da un capitolo concreto come quello del governo del territorio e dei rapporti con i poteri superiori che si gioca un passaggio decisivo della nostra democrazia e, soprattutto, degli stessi rapporti politici.

Noi Sindaci e amministratori locali popolari e cattolici democratici saremo, su questo versante, in prima linea. A prescindere dai partiti e dagli schieramenti politici attualmente in campo.

Un pasticcio.

Secondo me su questa annosa vicenda degli Eurobond, o come li vogliamo chiamare, ci si sta progressivamente ficcando in un cul de sac politico dai risvolti negativi molteplici, ed in questo momento letali per le prospettive future, economiche, e politiche. Troppa confusione, troppe ambiguità, ed anche qualche irresponsabilità. Da dieci giorni a questa parte la Banca Centrale Europea e la Commissione Ue, hanno annunciato un quantitativo enorme di euro pari a 750 miliardi di euro, il congelamento del Patto di Stabilità, è una disponibilità a trattare altre soluzioni che al momento non sono pronte per la disparità di vedute tra paesi aderenti del nord e quelle del sud Europa, eppure sta accadendo di tutto contro l’Europa.

Peraltro questo pasticcio, paradossalmente è stato innescato oggettivamente proprio dal Governo. Cosicché se nel paese fino a qualche giorno fa i cittadini si erano stretti tutti attorno alle istituzioni nazionali e locali nel combattere una battaglia comune, rifiutando contrapposizioni e strumentalizzazioni politiche, ecco che si rischia fortemente la acutizzazione della solita storia irresponsabile di offrire ai facinorosi qualcuno da odiare: la Germania ed Olanda e dunque l’Europa. Certamente ci sono visioni diverse tra più soggetti come sempre capita, ed ancor di più su interessi così rilevanti che hanno diviso anche in passato. Ma chi governa dovrebbe sapere che le vicende spinose vanno gestite nel silenzio degli incontri senza sosta per trovare soluzioni.

Ed invece si è aperta una querelle rumorosa che ha inteso anche dare dei giudizi morali oltre che politici, come se la pretesa del nostro governo di non discutere della condizionalita’ per usufruire degli Eurobond, fosse un requisito bastevole per discutere di soldi che ciascuno dovrebbe garantire. Anche in queste ore, la presa di posizione pubblicata da alcuni sindaci italiani sul‘Frankfurter Allgemein Zeitung (il giornale economico più autorevole tedesco) che ha tacciato Germania e Olanda di avere un comportamento non etico, e comunque non riconoscente per i trascorsi abbuoni di debito del dopoguerra, certamente non alleggeriranno le difficoltà già esistenti. Qualche giorno fa, due Italiani che conoscono la politica e l’economia hanno accoratamente detto cose importanti agli europei circa il come comportarci in questo inedito frangente di difficoltà; mi verrebbe da dire con tutto il cuore: “apprendete da loro!”

Speriamo che la situazione si possa riprendere lavorando fino all’ultima ora del nuovo appuntamento tra i capi dei governi europei che si terrà nei prossimi giorni. Ma quello che è certo che in queste ore i sovranisti alla Orban stanno per fregarsi le mani.

Confindustria: Le previsioni per l’Italia

Mai nella storia della Repubblica ci si è trovati ad affrontare una crisi sanitaria,  sociale ed economica di queste proporzioni. Il pensiero va ai malati ed alle loro famiglie, ed agli eroi che ogni giorno lavorano con rischi enormi per la loro cura in tutto il Paese e specie nelle regioni che soffrono le conseguenze più dure. La salute è il bene primario, ed ogni contributo affinché si possano alleviare e contrastare le conseguenze dell’epidemia è cruciale.

Le relazioni sociali ed economiche sono colpite in modi gravi, imprevedibili fino a poche settimane orsono. I consueti comportamenti individuali e collettivi, le relazioni tecnologiche tra fattori produttivi ed output, i meccanismi consolidati di trasmissione delle politiche pubbliche, i rapporti internazionali di scambio, sono alterati ed in alcuni casi del tutto saltati. Più che quello di prevedere il futuro, questo è il tempo di agire affinché il nostro Paese, la nostra società, possano affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l’emergenza sanitaria sarà mitigata.

Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri paesi si stanno già muovendo in questa direzione.

Nessuno conosce, ad oggi, la dimensione complessiva degli interventi necessari, che saranno comunque massivi e che saranno condizionali agli sviluppi sanitari ed economici. Ma a tutti è chiaro che solo mettendo in sicurezza i cittadini e le imprese, la recessione attuale potrà non tramutarsi in una depressione economica prolungata.

Economia italiana colpita al cuore Uno shock imprevedibile ha colpito l’economia italiana a febbraio 2020, quando è iniziata la diffusione nel Paese del virus COVID-19. Si tratta di uno shock congiunto di offerta e di domanda: al progressivo blocco, temporaneo ma prolungato, di molte attività economiche sul territorio nazionale, necessario per arginare l’epidemia, si è associato un crollo della domanda di beni e servizi, sia dall’interno che dall’estero.

Le prospettive economiche, in questa fase di emergenza sanitaria, sono perciò gravemente compromesse. Non è chiaro, inoltre, con quali tempi esse potranno essere ristabilite neppure dal lato dell’offerta. Nelle previsioni che qui presentiamo, ipotizziamo che nel settore manifatturiero saranno attive queste percentuali di imprese nei prossimi mesi, nell’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno. Aprile: 40% all’inizio; 60% alla fine del mese; maggio: 70% all’inizio; 90% alla fine del mese; giugno: 90% all’inizio; 100% alla fine del mese. Anche con queste ipotesi, la caduta stimata del PIL nel secondo trimestre rispetto a fine 2019 è attorno al 10% (Grafico A). Inoltre, la ripartenza nel secondo semestre sarà comunque frenata dalla debolezza della domanda di beni e di servizi.

Grafico Enorme la perdita di PIL stimata nella prima metà del 2020

Del realismo, o dell’eccessivo ottimismo di queste ipotesi, solo i prossimi mesi diranno. Nel caso in cui la situazione sanitaria non evolvesse positivamente, in una direzione compatibile con questo scenario dell’offerta, le previsioni economiche qui presentate andrebbero riviste al ribasso. Nel 2020 un netto calo del PIL è comunque ormai inevitabile: lo prevediamo al -6,0%, sotto l’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria termini appunto a maggio. Si tratta di un crollo superiore a quello del 2009, e del tutto inatteso a inizio anno (Tabella A). Ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali, potrebbe costare una percentuale ulteriore di Prodotto Interno Lordo dell’ordine di almeno lo 0,75%.

Tabella Le previsioni per l'Italia: scenario base

L’azione di politica economica, immediata ed efficace, deve essere diretta in questa prima fase a preservare il tessuto produttivo del Paese, impedendo che la recessione profonda di questi mesi distrugga parte del potenziale e si traduca in una depressione prolungata, con un aumento drammatico della disoccupazione ed un crollo del benessere sociale. Non appena possibile, occorrerà poi mobilitare risorse rilevanti per un piano di ripresa economica e sociale. In entrambe le fasi, un’azione comune o almeno coordinata a livello europeo sarebbe ottimale; in assenza di questa possibilità, la risposta della politica economica nazionale dovrà essere comunque tempestiva ed efficace. Siamo in una recessione atipica, che non nasce dall’interno del sistema economico italiano, né in quello internazionale. Non nasce dall’incepparsi di qualche meccanismo dei mercati finanziari o dalla necessità di “correggere” qualche eccesso. Lo shock viene dall’esterno, colpisce l’economia come un meteorite.

I consumi delle famiglie, nella prima metà del 2020, risentiranno delle conseguenze dell’impossibilità di realizzare acquisti fuori casa, ad esclusione di alimentari e prodotti farmaceutici. Il totale della spesa privata risulterà decisamente inferiore rispetto a quello dell’anno scorso (-6,8%). Al suo interno si determinerà una sostanziale ricomposizione del paniere, a sfavore di vari capitoli di spesa, quali l’abbigliamento, i trasporti, i servizi ricreativi e di cultura, i servizi ricettivi e di ristorazione.

Gli investimenti delle imprese sono la componente del PIL più colpita nel 2020 (-10,6%). Calo della domanda, aumento dell’incertezza, riduzione del credito, chiusure forzate dell’attività: in questo contesto è proibitivo per un’azienda realizzare nuovi progetti produttivi, visto che la stessa prosecuzione dell’attività corrente è compromessa o a forte rischio, come mostra la caduta della produzione industriale. Gli investimenti privati, perciò, crolleranno nella prima metà di quest’anno.

L’export dell’Italia non viene risparmiato dal calo generale dell’attività economica (-5,1% nel 2020). L’attesa di una riduzione delle vendite estere è dovuta a quella prevista negli scambi mondiali e, soprattutto, nelle filiere di produzione nei paesi europei, a causa della pandemia che ha colpito tutto il mondo, o quasi. Poiché il calo dell’attività sarà particolarmente forte nei principali mercati di destinazione dei prodotti italiani e i nostri esportatori saranno più penalizzati da difficoltà produttive e logistiche, l’export è atteso cadere più della media mondiale. Peraltro, i rischi sono qui fortemente al ribasso, perché un blocco dell’attività più lungo e diffuso a livello internazionale potrebbe portare a un crollo del commercio mondiale comparabile a quello del 2009. Inoltre, concorrenti esteri potrebbero approfittare delle attuali difficoltà della manifattura italiana per sottrarre quote di mercato.

Imprese a rischio, Italia a rischio Tutto ciò esercita una pressione senza precedenti sulla capacità di resilienza del nostro sistema produttivo. Dalla sua tenuta dipendono le prospettive di rilancio, una volta terminata l’emergenza sanitaria.

In particolare, dall’industria dipendono direttamente o indirettamente un terzo circa di tutti gli occupati nel nostro Paese e originano circa la metà delle spese in R&S e degli investimenti necessari ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia.

Oggi è urgente evitare che il blocco dell’offerta ed il crollo della domanda provochino una drammatica crisi di liquidità nelle imprese: a fronte delle spese indifferibili (tra cui quelle per gli adempimenti retributivi, fiscali e contributivi) e degli oneri di indebitamento, le mancate entrate prodotte dalla compressione dei fatturati potrebbero mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di intere filiere produttive. Bisogna evitare che la crisi di liquidità diventi un problema di solvibilità, anche per imprese che prima dell’epidemia avevano bilanci e prospettive solide.

Pur con alcune differenze tra i diversi comparti e con sfumature diverse tra imprese di piccole, medie o grandi dimensioni, il tema della tenuta del tessuto produttivo italiano durante la fase emergenziale è cruciale per tutte le aziende. Le imprese e le persone che vi lavorano sono il vero patrimonio dell’Italia. Solo la loro tutela, quindi la tutela dell’occupazione, in questa fase delicata consentirà al Paese di tornare a crescere in futuro.

Bisogna agire immediatamente Servono, perciò, interventi di politica economica, immediati e di carattere straordinario, su scala sia nazionale che europea. Per sostenere la tenuta e poi la ripartenza dell’attività economica già nella seconda parte del 2020 e quindi nel corso del 2021.

In Europa, dopo i consueti balbettamenti assai gravi in questa situazione, in queste settimane sono state già prese decisioni importanti. I massicci interventi della BCE, che hanno fermato per ora l’impennata dello spread sovrano per l’Italia; la sospensione di alcune clausole del Patto di Stabilità e Crescita, per la finanza pubblica; le misure temporanee sugli aiuti di Stato.

Queste azioni, però, vanno accompagnate con un cruciale passo in più: l’introduzione di titoli di debito europei, fin troppo rimandata. L’Europa è chiamata a compiere azioni straordinarie per preservare i cittadini europei da una crisi le cui conseguenze rischiano di essere estremamente pesanti e di incidere duraturamente sul nostro modello economico e sociale.

In Italia, gli interventi auspicabili sono molti e vanno in diverse direzioni. Alcune delle quali già recepite nel recente decreto legge “Cura Italia”, che ha adottato prime misure per il rafforzamento del sistema. Il DL è dichiaratamente solo un primo passo per la tutela del sistema economico e sociale. Al netto di alcune sgrammaticature, gli intenti sono condivisibili ma la dimensione degli interventi è largamente insufficiente, anche tenendo conto delle risorse messe in campo da altri paesi europei e non. È stata anticipata da parte del Governo l’intenzione di varare un ulteriore intervento in aprile, di portata analoga a quello di marzo (circa 25 miliardi), di cui però al momento non sono disponibili i dettagli sulle singole misure.

Il CSC stima che, se le nuove misure in cantiere fossero analoghe a quelle del primo intervento e finanziate integralmente con risorse europee, si potrebbe avere – a parità di altre condizioni e nello scenario di ripresa delle attività produttive delineato sopra – un minor calo del PIL in Italia nel 2020 per circa 0,5 punti rispetto allo scenario di base, senza impatti sul deficit pubblico (Tabella B).

Tabella Le previsioni per l'Italia: scenario base

Nel riconoscere lo sforzo compiuto dal Governo, è tuttavia chiaro che occorre rafforzare massicciamente la diga a difesa della nostra economia, anche con strumenti innovativi. È cruciale che si definisca fin d’ora il quadro delle prossime azioni, necessarie per restituire fiducia a famiglie e imprese, rispetto a un percorso di salvaguardia del sistema produttivo da un evento così profondamente negativo.

Il nostro Paese deve muoversi subito, con una ingente dotazione di risorse volte a generare effetti positivi per tutte le imprese italiane. Attivando un flusso di liquidità che consenta di diluire nel lungo termine l’impatto della crisi per le imprese, senza appesantire eccessivamente il debito pubblico.

Confindustria ha definito una serie di proposte concrete, per garantire la tenuta del sistema economico italiano. Solo se si mantiene in efficienza la macchina dell’economia, per quanto al momento quasi ferma, sarà possibile rimetterla in moto subito, al termine dell’emergenza sanitaria. Queste azioni devono comprendere: un piano anti-ciclico straordinario, finanziato con risorse europee; interventi urgenti per il sostegno finanziario di tutte le imprese, piccole, medie e grandi; strumenti di moratoria e sospensione delle scadenze fiscali e finanziarie; un’operazione immediata di semplificazione amministrativa, per rendere subito effettiva l’azione di politica economica.

Passando dal tema della tenuta a quello del rilancio, anche quest’ultimo da progettare da subito per rendere attiva la ripartenza appena possibile ed anche nell’anno in corso, il CSC ha realizzato due simulazioni con il modello econometrico. Le stime che emergono da queste analisi mostrano come, finanziando con risorse europee e nazionali gli ingenti interventi necessari per liquidità delle imprese, trasferimenti alle famiglie, investimenti pubblici e privati aggiuntivi in sanità, tecnologia, ambiente, è possibile far ripartire il Paese lungo un sentiero sostenibile di medio termine.

Confindustria insieme con le Confindustrie tedesca e francese ha proposto un piano europeo straordinario di entità pari a 3000 miliardi di euro di investimenti pubblici. Considerando una prima tranche di entità pari a 500 miliardi su un periodo di 3 anni, fatta inizialmente anche di misure per la liquidità e, poi, soprattutto di investimenti in sanità, infrastrutture e digitalizzazione, questo sarebbe in grado di alzare la crescita in Italia e nell’Eurozona di rispettivamente 2,5 e 1,9 punti percentuali nell’orizzonte di stima (Tabella C).

Tabella Un piano europeo straordinario per alzare la crescita

Fattori geoeconomici

La crisi economica globale generata dal COVID-19 necessita, quindi, di interventi eccezionali e immediati di politica economica, su cui è concentrato il dibattito nell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, però, come e più di quanto avvenuto nelle precedenti crisi del 2008 e del 2011, richiede un ripensamento profondo degli strumenti di policy a disposizione, in un’ottica sovranazionale e di medio-lungo periodo. La crisi attuale, infatti, è due volte globale: sia nella diffusione dello shock sanitario che nei canali di trasmissione produttivi e finanziari.

Di conseguenza, mette a nudo tutte le criticità, non risolte in precedenza, nella gestione multilaterale delle politiche economiche, che dovrebbe essere coordinata a livello europeo e mondiale.

Nel Rapporto del CSC sono esaminati quattro fattori geoeconomici cruciali, che identificano altrettante tematiche trasversali: i cambiamenti climatici, le regole europee, i legami finanziari USA-Europa e la governance multilaterale degli scambi.

Lotta ai cambiamenti climatici L’emergenza sanitaria è connessa al tema, più ampio, della sostenibilità della crescita mondiale. Evidenzia, infatti, che l’equilibrio economico è, necessariamente, anche un equilibrio ambientale e sociale. L’Europa, in particolare, ha urgente necessità di un ampio piano di investimenti per realizzare la transizione green, anche per contribuire al recupero macroeconomico dopo la crisi da COVID-19.

Regole europee Già la crisi dei debiti sovrani del 2011 aveva mostrato le criticità dell’architettura della casa comune europea. I limiti dell’assetto della governance europea sono nuovamente evidenziati dall’attuale crisi sanitaria. Il piano proposto finora dalla Commissione UE è poca cosa e come al solito lascia ai singoli paesi la responsabilità di gestire la crisi. La sospensione del Patto di stabilità è emergenziale, indispensabile ma insufficiente. Le istituzioni europee sono all’ultima chiamata per dimostrare di essere all’altezza della situazione.

Legami finanziari USA-Europa I mercati finanziari sono stati l’origine e il primo canale di diffusione della crisi del 2008, dagli Stati Uniti all’Europa e al resto del mondo. I successivi profondi interventi regolatori e prudenziali li hanno resi sensibilmente più robusti a fronte di shock negativi. Sono in grado di reggere l’impatto della crisi da COVID-19?

Governance degli scambi mondiali Il dibattito sul protezionismo, che è stato momentaneamente oscurato dalla crisi pandemica, ha costituito il principale elemento di tensione economica globale nei due anni passati. Anche ora i blocchi agli scambi giocano un ruolo rilevante, aggravando le conseguenze delle interruzioni lungo le catene internazionali di fornitura. C’è da attendersi che le tensioni commerciali tornino al centro del dibattito, una volta terminata l’emergenza sanitaria?

 

Con il Cura Italia non lasciamo soli i Caregiver familiari

L’arte della politica, non sono certo io a doverla rammentare a chi la pratica quotidianamente nell’interesse del Paese ma talvolta vale la pena ricordare come occorra mettere da parte la propria visione e le proprie convinzioni partitiche, per facilitare una convergenza verso una nuova visione, più ampia, che conduca verso la migliore soluzione nell’interesse della collettività. Ebbene ieri, in un Paese che oramai comunica via social, ho assistito con piacere al formarsi di una “nuova convergenza” nell’interesse dei Caregiver Familiari.

Il termine “Familiari” è sempre necessario (affinché non si confondano con Colf e Badanti) ed indica, come prevede la legge, coloro che assistono il congiunto con disabilità grave h24 e che, come se non bastassero le già costanti difficolta della loro vita, in questo periodo di emergenza sanitaria si trovano ad essere doppiamente discriminati: sono già posti agli arresti domiciliari dal loro ruolo di cura ed ora sono stati, ancora una volta, dimenticati dal Governo che, in un primo tempo aveva paventato una seppur minima tutela economica nel decreto Cura Italia, poi scomparsa. Per il Governo del “nessuno sarà lasciato solo” alla prova dei fatti i Caregiver Familiari sono stati letteralmente lasciati soli, a differenza di altre categorie messe in crisi dalle misure governative anti contagio, adottate tardivamente, che tuttavia vedono – per ora solo sulla carta – un minimo di ristoro dal danno, con un bonus di 600 euro mensili. Ma cosa è successo ieri che mi porta a parlare di “nuova convergenza”? Semplice, tra i 1126 emendamenti presentati al Cura Italia ne balzano agli occhi almeno due di reale interesse per i Caregiver Familiari.

Il primo, il 24.0.1 a firma della Sen. Guidolin del M5S, che nel rendere alternativa la misura dei 12 giorni di congedo, in aggiunta a quelli già concessi ai sensi dell’art. 33 comma 3 della legge 104/92, ad un bonus da 600 euro complessivi da usare per acquisti di servizi domiciliari, commette l’errore di utilizzare 5 milioni presi dal Fondo per il sostegno e la valorizzazione del lavoro di cura svolto dai Caregiver Familiari. Fondo che, in mancanza di una legge che ne ripartisca le risorse tra gli aventi diritto in forma di aiuto economico diretto, ha nel frattempo accumulato la bella cifra di 75 milioni di euro dal 2018 e potrebbe dare una mano a circa 65 mila famiglie. Quel fondo in effetti non può e non deve essere utilizzato, nemmeno in questa situazione di emergenza, per finanziare misure non conformi alla volontà del legislatore che lo ha istituito. Sul punto ieri vi è stata una levata di scudi prima alla Vice Presidente della Camera On. Carfagna che nel rimarcare come “I caregiver familiari e i loro cari che hanno bisogno di assistenza sono i grandi esclusi dal dl Cura Italia” ha evidenziato come “un emendamento al dl (ndr Cura Italia) a firma M5S, che pur avendo una finalità giusta, ha una copertura sbagliata: 5 milioni presi dal fondo caregiver” ed ha fatto appello al Ministro Elena Bonetti affinché “intervenga per andare in soccorso di queste persone che dedicano la loro esistenza a chi senza di loro non avrebbe una vita”. A stretto giro è intervenuto anche il Sen. Andrea Cangini che ha presentato l’emendamento 30.0.2 finalizzato a corrispondere un bonus da 600 euro al mese , per i mesi di marzo e aprile, al parti di tutti gli altri soggetti tutelati dal Governo nel Cura Italia, anche ai Caregiver Familiari.

Cangini, che non esita ad etichettare il tentativo dei M5S come “Uno scippo che prelude a una guerra tra poveri.” si auspica invece con riguardo al proprio emendamento 30.0.2 “che tutte le forze politiche siano pronte a farlo proprio”. In serata il Ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia Elena Bonetti, chiude al Movimento 5 Stelle e da ragione a Mara Carfagna con un lapidario “Ha ragione Mara Carfagna. Il fondo caregiver deve essere utilizzato per le finalità per cui è stato costituito.”. Adesso si auspica che la “nuova convergenza” del Ministro Bonetti , che ha dimostrato di saper superare ogni barriera ideologica per il bene del Paese e dei Caregiver Familiari, porti, come accadde nel 2017 con l’emendamento 30.0.2 che riconosceva per la prima volta in Italia figura giuridica del caregiver familiare ed istituiva il Fondo (da notare la coincidenza con il numero dell’emendamento di Andrea Cangini) ad una larga convergenza per l’approvazione dell’emendamento 30.0.2 a firma di Andrea Cangini.

Una ultima nota, che è una speranza: nel 2017 l’emendamento 30.0.2 a prima firma Laura Bignami, passò con 165 firme con i Senatori che facevano la fila in Commissione Bilancio per sottoscriverlo, fu un record nella storia del Senato della Repubblica, forse questa volta si riuscirà fare di meglio? Speriamo per il Paese e per i Caregiver familiari che così scopriranno di non essere stati lasciati soli, almeno dal Parlamento.

Emergenza coronavirus: emessi i mandati di pagamento per i comuni

Il ministero dell’Interno ha provveduto all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei comuni beneficiari dei 4,3 miliardi di euro del Fondo di solidarietà comunale 2020 e dei 400 milioni di euro da destinare a misure urgenti di solidarietà alimentare.

In particolare, una task force del Dipartimento Affari interni e territoriali – coordinata dalla direzione centrale della Finanza locale – ha provveduto, contestualmente alla pubblicazione, nella GU del 29 marzo 2020,  del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 28 marzo 2020 -“Criteri  di formazione e di riparto del Fondo di solidarietà comunale 2020” – all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei 6.579 comuni delle regioni a Statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna per risorse pari a 4.291.361.883,26 euro.

In esecuzione dell’ordinanza di Protezione civile n. 658 del 29 marzo 2020 – “Ulteriori interventi urgenti di protezione civile in relazione all’emergenza relativa al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili” – si è provveduto anche all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei comuni di tutte le Regioni, sia a Statuto ordinario che a Statuto speciale, per fronteggiare l’emergenza alimentare.

I confini aperti e il virus di Wuhan

Tra l’ideologia dei confini aperti e della globalizzazione da un lato, la pandemia in corso dall’altro, vi è una relazione rintracciabile. Negli USA il 27 gennaio scorso, il giorno in cui Trump blocca i voli da e per la Cina, il candidato Democratico alla presidenza Joe Biden definisce il blocco “isterica xenofobia”. Il 2 febbraio, il giorno in cui Trump (pur con i poteri limitati che un presidente ha in materia di sanità, come su altri temi) richiede la quarantena per chi fosse stato in Cina di recente, il leader Democratico in Senato, Schumer, dichiara: “Il prematuro bando dei contatti con la Cina è un pretesto anti-immigrati”. Il 23 marzo, quando il Senato approva una terza (già due generose leggi di sostegno sociale erano state approvate, per centinaia di miliardi di dollari) e debordante legge di spesa per il sostegno all’economia e a tutti i cittadini – colpiti o no dalle misure di contenimento della pandemia –, i Democratici alla Camera chiedono di sostituirla con un loro progetto che include l’estensione a tutti gli stati degli strumenti che già rendono possibili le frodi elettorali in alcuni stati a governo Democratico: assenza di identificazione fotografica per chi vota, nessuna identificazione credibile per i voti inviati per corrispondenza, raccolta dei voti casa per casa. Inoltre i Democratici chiedono fondi per loro obiettivi che non hanno alcuna relazione con la pandemia: fondi per prorogare la presenza nel paese degli immigrati illegali, per alzare il salario minimo obbligatorio, per aumentare il potere dei sindacati nelle grandi società, ed altro. Delle loro richieste nel testo firmato da Trump rimane poco, ma quel poco (che corrisponde a circa 200 milioni di dollari, un decimo del totale stanziato dalla legge di spesa) è troppo e impone, insieme ad altri dati, un giudizio negativo sulla legge. Ricordo che già nella prima legge di sostegno sociale vi erano le misure pertinenti in relazione all’assistenza sanitaria, come i test con tampone gratuiti per tutti, o la copertura assicurativa gratuita, anche per le polizze che non lo prevedevano, delle terapie per l’epidemia del virus cinese.

L’estremismo anti-Trump e l’immigrazionismo che vuole i confini aperti e le città-santuario, e che è indifferente alle conseguenze sulla convivenza sociale, hanno reso tossica la dirigenza dei Democratici. La pandemia è occasione per investire Trump con accuse prive di fondamento, sostenute o non contestate dai media più diffusi, che una volta di più tradiscono il loro ruolo. Come sempre, le accuse di media disonesti in America vengono riprese e ripetute, più o meno in malafede e qualche volta per ignoranza, dai media italiani. In realtà Trump e il suo governo si sono mossi con efficienza (si possono ricordare le lentezze del governo Obama per l’assai meno grave “influenza suina”, che causò negli USA 12 mila morti); le eventuali carenze o impreparazione sono da imputare a città e stati, che sono responsabili della gestione e programmazione in materia di sanità; e le situazioni più critiche si hanno in città con governi Democratici, nonostante gli ingenti e articolati aiuti federali. Per quanto riguarda il presidente, già il 21 gennaio, quando in Europa governi e media minimizzavano, Trump concordava con l’autorità sanitaria USA (CDC, Center for Desease Control) di indirizzare in tre soli aeroporti chi arrivava dalla Cina, tra cui decine di migliaia di studenti, e di attuarvi uno screening medico. Già il 23 gennaio, quando in California l’allontanamento da un’aula universitaria di uno studente cinese ammalato veniva contestato dai liberal che controllano lo stato e le università, il dottor Fauci, l’immunologo incaricato da Trump di guidare la task force medica anti-virus di Wuhan, annunciava l’inizio della sperimentazione su un vaccino. Il 27 gennaio, quando il Congresso USA era bloccato dalla frode del falso impeachment, Trump sospendeva i voli da e per la Cina (il blocco diveniva totale il 31 gennaio) e il suo decreto, senza dubbio decisivo nel ritardare di 5-6 settimane la diffusione del virus negli USA e dunque nel salvare migliaia di vite, veniva accolto dai Democratici e dai loro media con accuse di “razzismo” e di “xenofobia”. 

In Italia la risposta del governo è stata più lenta e ideologica. Le conseguenze su alcune province italiane devastate dall’epidemia possono delineare una responsabilità penale. Dopo che il 30 gennaio il WHO (l’agenzia ONU World Health Organization) aveva dichiarato, peraltro in termini riduttivi (e dirò perché), un’emergenza sanitaria globale, il 31 gennaio il governo italiano pubblicava sulla Gazzetta Ufficiale l’annuncio di un’emergenza per la diffusione del virus cinese. I voli in Italia da e per la Cina venivano chiusi il 2 febbraio. I turisti cinesi che arrivavano nel Nord Italia con treni o pullman, per lo più dalla Germania, non venivano fermati né controllati. Le richieste dei virologi di mettere in quarantena tutti coloro, tra cui i cittadini italiani, che erano tornati dalla Cina o risultavano in contatto con europei di ritorno dalla Cina, non venivano accolte: il che è stato il fattore decisivo nell’esplosione della pandemia in Lombardia e in Veneto. Mentre il sindaco di Firenze proponeva “l’abbraccio a un cinese” come apertura culturale (o come messaggio verso la comunità di cinesi di Prato, che lo finanzia), sui maggiori media non si sottolineava, forse per evitare accuse di “razzismo”, che la Lombardia ha un’alta concentrazione di immigrati cinesi, né che il virus era giunto in Italia con due turisti cinesi (poi curati e guariti), oltre che – quasi certamente – con uomini d’affari tornati dalla Cina e non messi in quarantena. Il 15 febbraio, dopo contatti con l’ONU, il governo italiano mandava in regalo alla Cina 18 tonnellate di strumenti sanitari. Il 21 febbraio Conte dichiarava che “non c’è motivo per allarmismi”, e il 28 febbraio lo ripeteva in TV. Il 9 marzo, quando la situazione in alcune province lombarde diveniva gravissima, il governo italiano iniziava provvedimenti restrittivi, certamente richiesti da virologi e autorità sanitarie: misure severe su scala nazionale, ma insufficienti nelle province più colpite, così da richiedere in Lombardia nuove chiusure due settimane più tardi. Il modello Giappone Corea Singapore, cioè il lockdown non per tutti, in grado di limitare i paurosi danni all’economia, non trovava accoglienza. 

Pur nell’emergenza, una seria questione è che i decreti del governo italiano implicano un’autorità che il governo attuale non ha, essendo contestato da metà della nazione: un’autorità che esso si arroga, con la copertura del capo dello stato, e che è in sostanza usurpata. Quando a metà marzo il contagio si allargava, il governo italiano pensava ad aprire le carceri per alcune categorie di detenuti. Mentre gli italiani erano agli arresti domiciliari, il governo non bloccava gli sbarchi dei migranti. Quando a Bergamo ogni famiglia aveva un morto e i camion dell’Esercito portavano via le bare o i cartoni con le salme, i media italiani vicini al governo evitavano di denunciare le responsabilità del governo cinese e, insieme ai funzionari del WHO, si impegnavano a cercare un nome asettico per il virus cinese di Wuhan. Mentre in Italia e in Occidente trilioni di dollari e di euro andavano in fumo sui mercati, per il panico e per le conseguenze economiche del virus cinese, dai megafoni del globalismo ci arrivava la conferma che il problema è il “razzismo”. 

La pandemia, invece, dovrebbe essere la fine degli eccessi del globalismo. La prima denuncia necessaria è quella per gli imperdonabili ritardi del governo cinese nel comunicare le reali dimensioni dell’epidemia, di cui quel governo era al corrente almeno da novembre 2019. Ho raccontato altrove di come il governo cinese abbia bloccato, in dicembre, le informazioni del dottor Li Wenliang alla comunità scientifica; come lo abbia costretto a firmare l’ammissione di aver diffuso “dicerie”; come abbia silenziato e incarcerato lui e altri 6 dottori cinesi disposti a denunciare quanto accadeva a Wuhan; e come a metà marzo abbia cercato di confondere le responsabilità con vergognose accuse agli USA, o con il tentativo di imporre la definizione di “virus italiano”. Nessuno dei maggiori governi europei, tantomeno quello italiano, ha denunciato le manovre di propaganda del governo cinese, con un’ipocrisia ben sperimentata da quando l’inquinamento atmosferico e ambientale che ha origine in Cina viene assolto in nome delle esigenze di crescita della Cina. Da anni abbiamo indicazioni che figure al vertice della classe politica, dei media, delle grandi società, non solo in Asia e in Africa, ma anche in Europa e in America, sono sulla lista paga del governo cinese. Le agenzie dell’ONU stanno diventando agenzie del governo cinese: così si spiegano le imprecisioni e la mancanza di denunce del WHO. 

Gli USA devono verificare il ruolo del WHO, che essi finanziano. Dal 2009 in poi, gli USA hanno fatto donazioni per più di 100 miliardi di dollari per assistenza sanitaria ad altri paesi, per lo più in Africa e in Asia. Nella prima delle tre leggi di spesa post-pandemia approvate dal Congresso nel marzo 2020, vi sono 1,3 miliardi di dollari per assistenza sanitaria all’estero, di cui 600 milioni versati all’ONU e al WHO. A fine gennaio 2020 il blocco dei voli da e per la Cina deciso da Trump andò incontro al dissenso del WHO, il cui direttore dichiarò che il blocco avrebbe “aumentato la paura senza benefici sanitari”. Il WHO non ha dichiarato la pandemia fino all’11 marzo. Una condotta diversa del WHO poteva indurre alcuni paesi a chiudere i confini con settimane di anticipo. Sappiamo che il governo cinese spende miliardi per allargare il controllo su agenzie come il WHO e per la propaganda all’estero. Vediamo i maggiori media USA, e al seguito quelli italiani, evitare denunce nei confronti della Cina e diffonderne le bugie. In Italia abbiamo visto i media enfatizzare l’arrivo dalla Cina di qualche decina di respiratori e di 5 o 10 medici cinesi (peraltro benvenuti), senza chiarire che le forniture erano a pagamento, a differenza dei materiali sanitari inviati dal governo italiano in Cina nel febbraio 2020. Al governo cinese non può essere consentito di falsificare la realtà. Non hanno colpe i medici cinesi che hanno combattuto l’epidemia a Wuhan, né i medici e gli scienziati cinesi che scambiano informazioni con i colleghi in Occidente. Ma a molti livelli, dagli ispettori inviati dal governo di Pechino nelle zone colpite dal virus ai vertici della polizia e dei militari, il regime cinese è responsabile dell’incubo generato a Wuhan.

Negli USA l’attuale cautela che arriva dai maggiori media, timorosi di spingere troppo oltre le accuse alla Cina, ha come precedente decenni di benevolenza da parte dei governi USA, e di impunità per la Cina, per le scorrettezze commerciali cinesi e per il sistematico furto di tecnologia e di proprietà intellettuale applicato dal governo di Pechino. Per decenni, dalla presidenza Carter in poi, dunque passando attraverso molte vicende storiche, nessuna denuncia del protezionismo commerciale, dello spionaggio, delle invasioni cyber, delle crescenti acquisizioni cinesi in Occidente, sembrò possibile. Negli USA la collaborazione indifesa con la Cina era persino codificata e prevista nelle agenzie federali e nelle grandi società private. Quando nel 1995-1996 oltre 200 mila magnifici aceri del New England furono distrutti da un insetto arrivato dalla Cina sulle navi merci, il silenzio fu governativo (silenzio replicato in Italia nel 2019, quando interi raccolti nel Nord Italia vengono distrutti dalla cimice cinese arrivata con i container delle merci). Per decenni professori e studenti vengono arrestati nei campus in quanto spie cinesi, senza che i media diano rilievo ai numeri e agli obiettivi della presenza cinese nelle università USA. Per decenni Hollywood, che costruisce film su qualsiasi menzogna, ha avuto cura di non produrre nulla che potesse dispiacere a Pechino. Per decenni i media hanno coperto le tariffe commerciali applicate dalla Cina e le pratiche di basso costo del lavoro e incuranza ambientale che hanno favorito il trasferimento di ingenti produzioni in Cina. Gli stessi media che 80 anni fa coprirono i crimini di Stalin, dal 2012 parlano del presidente cinese Xi come di un leader illuminato, anziché indicarlo come un metodico killer di massa. Il passaggio a quanto accade con l’epidemia per il virus di Wuhan è rintracciabile. Perché vi è un primo responsabile per il modo in cui il virus si è diffuso e per il modo in cui ha invaso i paesi occidentali: il regime comunista cinese, che per mesi non ha informato di quanto accadeva e non ha consentito ai medici del CDC americano di entrare in Cina.  

Il 31 dicembre scorso il governo di Pechino invia al WHO una comunicazione in cui si parla di un’epidemia a Wuhan, ma si afferma che non c’è passaggio del virus “tra umani”. Benché dalla Cina corrano sul web le parole di medici e semplici cittadini cinesi che affermano il contrario, il 14 gennaio il WHO scrive sul suo sito: “Il governo cinese afferma che non c’è trasmissione tra umani”. Il giorno dopo il WHO comunica ufficialmente al mondo: “Dalle informazioni che abbiamo, non vi è prova di una sostenuta trasmissione tra umani”. L’inganno cinese, e la scarsa volontà di indagare del WHO, hanno successo. In quel momento da oltre un mese il governo di Pechino punisce e imprigiona chi parla di quanto accade. Il 7 gennaio una riunione al vertice a Pechino ha come argomento la lotta all’epidemia. Il 15 gennaio una folta delegazione cinese arriva a Washington per firmare con il governo Trump la prima parte dell’accordo commerciale negoziato da oltre 18 mesi: i delegati cinesi, delle cui condizioni di salute non si può essere certi, scambiano grandi strette di mano e si ammassano con i delegati americani, tra cui molte personalità anziane. Finalmente, il 20 gennaio, la Cina ammette la trasmissione del virus tra umani, ma ancora afferma che la malattia è “prevenibile e curabile”. Sette giorni dopo Trump blocca i voli dalla Cina. Dodici giorni dopo li blocca anche l’Italia. 

Appare adeguata la valutazione del governo Trump, resa ufficiale dal Segretario per la Sicurezza Nazionale, O’Brien: “Il regime cinese ha tenuto nascoste le notizie sull’epidemia. Ha punito dottori e giornalisti che ne avevano parlato. Ha impedito la possibilità di prevenire una pandemia”. Come è tradizione per i regimi del comunismo reale, per il governo cinese la menzogna è un primario strumento di controllo della società e del potere. Il governo di Pechino cerca di confondere l’opinione pubblica con strampalate accuse all’Occidente. Come qualificati osservatori negli USA hanno indicato, è giunto il momento di rompere la dipendenza commerciale da un regime così disonesto, che ha contribuito a portare nel mondo così tanta sofferenza. Tra le reazioni possibili da parte USA, mentre appare fuori portata la cancellazione del debito sovrano USA detenuto dalla Cina (1,14 trilioni di dollari), realistica ed urgente è la necessità di rompere la dipendenza dalla Cina per quanto riguarda la produzione di medicinali, in particolare antibiotici. Gli USA, come i paesi europei, devono produrre in autonomia i farmaci di cui hanno necessità, così come devono produrre in autonomia l’acciaio per le navi o i camion, e molto d’altro. Le supply chains, cioè le catene di produzione e distribuzione, sono da decenni troppo dipendenti dalla Cina. Per i medicinali, anche dall’India: si veda come, a fine marzo 2020, nel momento in cui il chloroquine viene indicato come possibile farmaco per le infezioni da virus di Wuhan, l’India, che ne è il maggiore produttore, ne blocca l’esportazione. La lezione deve coinvolgere i governi europei, troppo disponibili verso il regime cinese: da Boris Johnson, che invita la Huawei a costruire il 5G in Gran Bretagna, al ministro degli Esteri dell’attuale governo italiano, sempre ossequioso verso le imposture di Pechino. In America come in Europa, tra le misure da considerare vi è quella di negare l’accesso agli aiuti finanziari post-pandemia alle società che investono in Cina.

Come ho detto, tra la pandemia in corso e l’ideologia del globalismo e dell’immigrazionismo vi è una relazione diretta. Tutt’altro che essere manifestazione di apertura mentale, l’immigrazionismo è la religione dei ciarlatani. In qualche caso, quella dei traditori. Per quanto riguarda gli USA, l’immigrazionismo è divenuto il volto e la sostanza del partito Democratico. Destabilizzati da Trump e dal suo tentativo di cambiare su temi cruciali, gli attivisti dei confini aperti hanno trasformato il partito Democratico nel movimento più estremista della storia USA. La presa che tale partito mantiene su circa metà della società deriva dalla confusione della società. Una confusione per decenni alimentata anche dai flussi immigratori e divenuta aggressiva negli anni di Obama, quando la fortuna politica dei Democratici fu affidata alle sussidiate masse urbane e suburbane. Un contributo decisivo viene da gruppi finanziari che dispongono di illimitate quantità di denaro. George Soros è il nome più noto, ma non l’unico. Altri nomi sono il miliardario “verde” californiano Tom Steyer, che si è vantato di aver investito nelle elezioni di midterm 2018 più di tutti i sostenitori del GOP; o il miliardario Bloomberg, che anche dopo il crollo della sua candidatura alla presidenza elargisce ai Democratici centinaia di milioni di dollari in funzione anti-Trump.

Riguardo agli eccessi dell’immigrazione in America, segnalo due passi avanti compiuti dal governo Trump nei primi tre mesi del 2020. Il primo riguarda la piaga delle città-santuario (cioè rifugio di immigrati illegali e piccoli criminali). Dopo che una Corte d’appello federale ha riconosciuto l’autorità del ministro della Giustizia nel richiedere, alle città che beneficiano di finanziamenti federali, informazioni sui criminali in loro custodia, Trump ha chiesto al ministro di fermare i finanziamenti alle città che non si adeguano, e dunque impediscono all’agenzia federale ICE di deportare gli illegali responsabili di reati. È un passo avanti ancora insidiato, perché ulteriori cause legali porteranno la questione, per una delibera, alla Corte Suprema.

Il secondo dato positivo è che a fine febbraio è finalmente divenuta operativa la regola del “carico pubblico” nel valutare le richieste di cittadinanza da parte di immigrati legali, dando così all’agenzia delegata (Citizenship and Immigration Services) la possibilità di negare le “carte verdi”, che sono il primo passo verso la cittadinanza, a chi fonda il proprio reddito su programmi di welfare non di emergenza. Dunque usufruire della sanità gratuita per gli indigenti (Medicaid) o di altri programmi finalizzati ai poveri, continua a non essere un ostacolo per ottenere la carta verde. Un ostacolo lo sono programmi come i sussidi in denaro ottenuti per un periodo superiore ai 12 mesi. L’obiettivo è che gli immigrati a cui è concessa la residenza legale non siano un “carico pubblico”, cioè possano sostenersi con il lavoro. Da quando fu introdotta dal governo Trump nell’estate 2019, la regola del “carico pubblico” è andata incontro a cause legali da parte degli attivisti dell’immigrazione; ma prima Corti d’appello, poi la Corte Suprema, ne hanno confermato la perfetta legalità. Che l’immigrato non debba essere “un carico” per la società è legge fin dal 1882 ed è un criterio ribadito da una legge del 1996, mai messa in atto. L’indipendenza è un valore centrale della cultura americana, però contestato dagli avvocati dell’immigrazionismo. Un fatto positivo è che il governo Trump, con la regola del “carico pubblico”, rivolga attenzione alle realtà dell’immigrazione legale. Però la regola divenuta operativa nel febbraio 2020 ha troppe deroghe: non si applica né ai rifugiati introdotti nel paese dall’ONU (spesso fonte di gravi dissesti sociali), né a coloro che reclamano l’asilo politico (richiesta paurosamente abusata). Né si applica alle richieste precedenti il 24 febbraio. Inoltre la mancata concessione della carta verde non significa espulsione, bensì soltanto prosecuzione di residenza temporanea (e di benefici dal welfare). Tutto ciò toglie mordente alla regola introdotta. La quale regola, come altre restrizioni, è a rischio di essere travolta dalla pletora di aiuti sociali conseguenti alla pandemia e introdotti con la sfrenata legge di spesa approvata a fine marzo 2020 per la cifra di 2,2 trilioni di dollari.

Se avrà un secondo mandato, in materia di immigrazione Trump deve usare meno moderazione. Quando l’epidemia del virus di Wuhan era in corso da settimane, abbiamo visto il suo governo prendere la decisione, in realtà paurosamente tardiva, di respingere gli immigrati illegali fermati sul confine, e abbiamo visto presentare quella più che necessaria decisione con cautela, in punta di piedi, come nell’avvicinarsi a qualcosa di esplosivo. Ovviamente la guerra interna a cui Trump è andato incontro nel tentativo di cambiare in materia di immigrazione è stata vergognosa e condizionante. E il Congresso ha molto potere sul tema immigrazione. Ma rimane che la pur garantista legge sull’immigrazione (Immigration Act) del 1965 afferma: “Se il presidente stabilisce che l’ingresso nel paese di qualsiasi categoria di stranieri o di immigrati è di detrimento alla nazione, egli può fermarne l’entrata o imporvi le restrizioni che considera adeguate”. 

Se avrà un secondo mandato, Trump dovrebbe affrontare i temi dell’immigrazione con la leadership esercitata davanti all’emergenza sanitaria. Mi riferisco sia alle misure per rallentare l’arrivo del virus in America, sia a quelle per combattere l’epidemia quando essa è dilagata. Si è trattato di una leadership accorta, attenta al dettaglio, ispirata a consuetudini di imprenditore applicate da un uomo che lavora venti ore al giorno. Coloro che in America, e al guinzaglio in Italia, cercano di propagare il contrario, dovrebbero andare incontro a misure disciplinari, se si tratta di giornalisti, o a procedimenti penali, se si tratta di politici. Invece, in materia di immigrazione, nel dopo-pandemia Trump dovrà evitare i ritardi e le carenze che, sia pure sotto il fuoco nemico, hanno rallentato il cambiamento durante il suo primo mandato. Molte cose devono cambiare nel dopo-pandemia. Tra queste, la Cina dovrà pagare un prezzo, almeno in termini di presenza in Cina di imprese occidentali e di affidamento per la produzione di merci essenziali. In Italia dovrebbe pagare chi ha fatto del paese un esempio negativo nel mondo intero, per non aver preso in gennaio e febbraio le misure che potevano ridurre i danni.        

Internet casa: cresce la convenienza rispetto al 2019

Il 2020 ha preso il via all’insegna della convenienza per le tariffe internet da rete fissa. I prezzi dei pacchetti, se confrontati con quelli del 2019, sono più economici soprattutto grazie una riduzione dei costi di attivazione, che registrano un brusco calo (-65%).

È quanto emerge dall’ultimo Osservatorio SOStariffe.it, che ha posto a paragone i prezzi dei pacchetti ora in commercio con le tariffe Internet Casa presenti sul mercato nel corso dell’anno 2019

La prima voce in cui si scorge una riduzione dei costi medi (del 10%) è il canone mensile standard. Durante tutto lo scorso anno in media costava 34,07 euro, mentre ora si aggira sui 30,53 euro. Di segno opposto invece il canone mensile in promozione (+5%) che segna un minimo aumento, quasi impercettibile.

E così se nel 2019 si pagavano 26,05 euro al mese durante il periodo promozionale, ora sono richiesti in media 27,38 euro. C’è anche da notare tuttavia che mentre nell’anno appena trascorso il periodo promozionale aveva una durata media di 13 mesi, ora la lunghezza di quest’ultimo è pressoché indeterminata. Quasi come se il periodo promozionale senza fine fosse diventato la regola.

Un’ottima notizia poi è l’abbattimento dei tanto detestati costi di attivazione, che si riducono in modo significativo (– 65%). Se nel 2019 si attestavano sui 147,57 euro, ora hanno un costo complessivo medio di 52,15 euro. Tuttavia mentre lo scorso anno erano ripartiti in 20 mesi ora vengono spalmati in 2 anni, pari cioè 24 mesi (dunque su un periodo leggermente più lungo, del 20%).

Coronavirus: evitati 120.000 decessi in tutta Europa

Un report realizzato da un team dell’Imperial College di Londra guidato da Neil Ferguson e Samir Bhatt e diffuso dall’Oms Collaborating Centre for Infectious Disease Modelling stima che: le grandi misure restrittive adottate nel Vecchio Continente per frenare l’epidemia da nuovo coronavirus potrebbero aver già evitato fino a 120.000 decessi in tutta Europa.

Secondo la ricerca la percentuale di persone già infettate dal virus oscillerebbe tra il 2 e il 12% della popolazione: 2,7% nel Regno Unito, solo 0,41% in Germania, 3% in Francia e 9,8% in Italia. Dunque nel nostro Paese ci sarebbero già “5,9 milioni” di casi di Covid-19.

“È certamente un momento difficile per l’Europa – commenta Samir Bhatt, docente senior della School of Public Health dell’Imperial College – ma i governi hanno preso provvedimenti significativi per garantire che i sistemi sanitari non vengano sopraffatti. Vi sono prove concrete del fatto che questi provvedimenti hanno iniziato a funzionare e hanno appiattito la curva. Riteniamo che molte vite siano state salvate. Tuttavia, è troppo presto per dire se siamo riusciti a controllare completamente le epidemie e le decisioni più difficili dovranno essere prese nelle prossime settimane”.

Condannare Orban senza riduzionismi o giustificazionismi.

Vedo che c’è ancora qualcuno che prova a difendere Orban con l’argomento secondo cui un’ampia maggioranza parlamentare gli ha conferito poteri pieni e illimitati nel tempo.
Purtroppo tra qualche mese, il 10 luglio, sarà l’ottantesimo anniversario del voto dei pieni poteri al Governo del Maresciallo Pétain da cui nacque il regime filo-nazista e antisemita di Vichy a cui solo 80 valorosi, tra cui il leader socialista Léon Blum, osarono dire di No, mentre ben 569 dissero sì. Voto di cui pochi non pochi degli stessi parlamentari si pentirono quando ne videro i devastanti esiti.

Gli Stati costituzionali del secondo dopoguerra e lo stesso processo di Unione europea sono nati per impedire il ripetersi di quei tragici errori a partire dalle ragioni di quei primi Resistenti.

Per questo non è ammissibile nessun giustificazionismo o riduzionismo.

David Sassoli: “Oggi più che mai serve aiutare i nostri paesi a spendere con una garanzia sul debito”.

“Siamo dentro una grande battaglia politica. Senza l’Europa i nostri paesi, tutti, non ce la faranno e allora serve indirizzare le scelte che farà l’Unione. C’è da superare l’emergenza e poi si dovrà ricostruire, dare lavoro, salari, sostenere imprese e giovani. Un piano europeo per la disoccupazione è già pronto, ma oggi più che mai serve aiutare i nostri paesi a spendere con una garanzia sul debito che inevitabilmente si produrrà. Usare per questo il fondo salvi stati senza condizionalità, far leva sul bilancio dell’Unione, introdurre bond limitati alle spese effettuate? Di certo, servono strumenti di solidarietà europea per difendere Stati e cittadini”.

“Non può esservi fallimento. Possono esserci scelte sbagliate. Ma la risposta non cade dal cielo, bisogna costruirla e deve avere consenso, perché così funziona in democrazia. I paesi che credono serva una forte risposta europea e uno strumento di solidarietà hanno buone ragioni e in questo momento in tutti i paesi, anche del Nord, la gravità della situazione ha riaperto la riflessione. Siamo dentro una catastrofe e tutti coloro che fanno credere di avere la bacchetta magica o vogliono stampare moneta non aiutano nessuno”.

“Noi dalla crisi vogliamo uscirne con la democrazia. Abbiamo chiesto alla Commissione europea, custode dei Trattati, di verificare se la legge ungherese sia conforme all’art, 2 del Trattato. Tutti gli Stati europei hanno il dovere di proteggere i nostri valori comuni. Per noi i Parlamenti devono restare aperti e la stampa dev’essere libera. Nessuno può usare la pandemia per manipolare la nostra libertà”.

Cura Italia: Noi ci siamo

La drammatica emergenza del Covid-19 ha riportato alla luce le difficoltà che l’economia aveva vissuto durante il periodo della crisi del 2008 e che forse, negli ultimi 11 anni, abbiamo dimenticato.

Per evitare il diffondersi del contagio, il Governo ha dovuto prendere la sofferta decisione di chiudere temporaneamente le attività non essenziali, utili a fronteggiare il Coronavirus. La giunta regionale del Lazio, dal canto suo, ha preso decisioni coraggiose messe in atto attraverso le ordinanze delle scorse settimane. Coraggiose perché volte a tutelare la salute di tutti noi, ribadendo che proprio la salute è il valore primario.

Sappiamo già che il grande sforzo che stiamo affrontando non andrà ad esaurirsi con questa fase emergenziale. Dobbiamo, fin da adesso, progettare il passaggio successivo, quello della ripresa che sarà molto dura. Saremo infatti chiamati a sostenere la nostra economia con responsabilità, lavorando per superare incertezze e blocchi tipici di una fase di crisi.

L’Italia però ha una gran fortuna, che la distingue e la rende differente dagli altri paesi. Questa fortuna è data dai nostri imprenditori, capaci e abili nel mettere in campo idee per rimettersi in cammino. Pensiamo solamente al miracolo che tante aziende hanno fatto in 10 giorni per l’attivazione dello smartworking, la messa in rete di servizi online che prima erano impensabili o le tante realtà che hanno messo a disposizione gratuitamente le loro piattaforme. E le istituzioni dovranno sostenere queste nostre eccellenze perché meritano un riconoscimento per il loro impegno e perché sono le uniche in grado di aiutare il Paese tutto a uscire da questa condizione.

Il Governo, attraverso il Decreto Cura Italia, ha risposto alle incertezze del settore con una netta dimostrazione di lungimiranza, introducendo una prima serie di trasferimenti e aiuti alle imprese e ai lavoratori autonomi. Penso, ad esempio, al blocco dei licenziamenti per 60 giorni e alla Cassa Integrazione in deroga fino a 9 settimane, una misura che testimonia la volontà di preservare il lavoro come diritto assoluto del cittadino – ancor prima che dovere – da un lato, ed allo stesso tempo assiste le imprese in questo momento delicato.

Non va in alcun modo dimenticato però che le imprese avranno bisogno, ora più che mai, di continuare ad avere accesso al credito. Per questo è stata prevista l’impossibilità per le banche di revocare le linee di credito concesse prima del 2 febbraio 2020

A questo si aggiunge la sospensione sino al 30 settembre 2020 delle rate di mutui o altri finanziamenti a rimborso rateale, peraltro con ulteriore dilazionamento delle rate non pagate e tutto ciò senza oneri aggiuntivi.

Infine, viste le esigenze delle famiglie con la chiusura delle scuole, per i lavoratori autonomi o dipendenti sono stati previsti una serie di congedi ai quali si associa una indennità di 600 euro.

La giunta della Regione Lazio ha fatto sue le linee guida dell’azione del Governo e ha messo in campo risorse finalizzate ad un grande sostegno all’economia regionale.

In questo senso la Regione si è già attivata per le imprese, i professionisti e i lavoratori stanziando fondi per la Cassa Integrazione e per la liquidità che arriverà a tante categorie.

A ciò si aggiunge il piano Pronto Cassa, con cui la Regione ha voluto strutturare un’azione più mirata per le micro, piccole e medie imprese, i liberi professionisti, i consorzi e le reti di impresa del quadrante.

Pronto Cassa si fonda su tre pilastri:

1- Istituzione di un fondo rotativo per il piccolo credito di 55 milioni al fine di erogare, in modalità semplificata, prestiti fino a 10mila euro a tasso zero da restituire in cinque anni.

2- Attivazione, con la compartecipazione della Banca Europea degli investimenti di un fondo di 200 milioni di per prestiti a tasso agevolato, con ulteriori 3 milioni di fondi regionali per garantire l’abbattimento degli interessi.

3- Estensione delle coperture del Fondo centrale di Garanzia per imprese e liberi professionisti, grazie a uno stanziamento iniziale di 10 milioni di cui 5 dalla Regione Lazio e 5 dalle Camere di Commercio.

Risorse queste, che a regime svilupperanno una mobilitazione di 450 milioni di euro.

Siamo tutti coscienti che questo è solo l’inizio di un lungo cammino. Arriveranno altre misure a cui si sta già lavorando, misure volte a far ripartire il nostro artigianato ed il nostro commercio di prossimità, due settori che devono essere messi nelle condizioni di guardare al futuro con ancora più fiducia.

Questo è ciò che serve per affrontare l’emergenza. Da questa condizione di crisi dobbiamo imparare che l’economia non è la cosa più importante e non solo perché, come stiamo vedendo, da sola non basta nemmeno a se stessa. Dobbiamo impararlo perché solo così potremo ricordarci che l’economia è utile se è al servizio delle persone e delle comunità.

Per questo è necessario ridisegnare i confini tra istituzioni, mondo produttivo e imprese, che nel Lazio potrà approfittare di uno strumento solido come le reti tra imprese. E quella tra mondo del lavoro e innovazione.

Se c’è una parola che deve guidare la nostra progettualità nel campo dello economico è Innovazione.

Come indicato da personalità del calibro di Mario Draghi, ex Presidente della Banca Centrale Europea, abbiamo necessità di sviluppare l’industria 4.0. Non solo attraverso l’utile strumento dello smart working, di cui si è parlato tanto in questo periodo, ma anche e soprattutto nella formazione professionale, che oggi non è ancora del tutto in linea con le aspettative delle imprese che operano con le ultimissime innovazioni. E, attraverso una rete di infrastrutture informatiche in grado di fornire un valido supporto alle imprese. Quest’ultima fornirebbe un maggiore sostegno all’internazionalizzazione di beni e servizi utili per incrementare la voce export nella bilancia commerciale del Paese, rafforzando settori chiave come l’industria farmaceutica e aerospaziale. A ciò si legherebbe il tema di formazione e innovazione che garantirebbe ai nostri giovani di affrontare il mondo del lavoro con strumenti più solidi di quelli del passato, intercettando quel bisogno di alta formazione che richiedono le nostre aziende.

Il commercio e l’artigianato, se messi in rete, potrebbero godere dei frutti della interconnessione, e rafforzare le reti di imprese aumentando la qualità e rafforzando le connessioni del tessuto produttivo regionale, coniugando innovazione e tradizione. A questo proposito, penso ormai da tempo che sia necessario far nascere l’accademia dell’artigianato, intervento fondamentale ed unico, teso a valorizzare le potenzialità e le specificità di ciascun territorio. Infatti il commercio di prossimità e le piccolissime imprese di natura familiare nell’ambito artigiano, un tempo chiamate botteghe, sono le presenze che caratterizzano un quartiere, lo rendono unico e favoriscono la creazione di quella rete sociale che aiuta a stabilire rapporti tra le persone.  Si potrebbero creare delle vere e proprie zone artigiane, capaci anche di riqualificare quelle zone che hanno più bisogno di aiuto nel ricreare un tessuto sociale. Il commerciante e l’artigiano sono le principali memorie viventi dei quartieri e possono tramandare la storia e contribuire a scrivere il futuro.

Fino ad arrivare al turismo, un settore cruciale che mostra ogni anno a milioni di persone quelle meraviglie che tutto il mondo ci invidia: la storia, la cultura, la natura. Anche qui gli strumenti da utilizzare sono molteplici e l’innovazione nelle formule di trasporto locale consentirebbero una più semplice e piacevole fruizione delle tante meraviglie che il nostro territorio può offrire. Il Lazio dovrà puntare fortemente sul turismo, promuovendo un’idea sostenibile certificata, dove la Regione dovrà apporre il suo sigillo di qualità. Insieme alla valorizzazione dei borghi, della storia e della loro cultura. Bisogna rilanciare e valorizzare Ventotene che è tra i luoghi fondativi dell’Europa e Roma che necessità di un rilancio qualitativo del suo turismo. La Regione Lazio può divenire, attraverso le sue molteplici potenzialità e bellezze, centro strategico del rilancio dell’Europa.

Ma il Lazio non si limita a conservare la cultura: la promuove. Pensiamo ad esempio a un settore come il Cinema e l’audiovisivo, che in questi giorni sta subendo un duro colpo. Negli anni passati, è stato motore di promozione del territorio. Pertanto avrà bisogno del nostro sostegno per continuare a raccontare la nostra Italia a tutto il mondo, permettendo di continuare il processo di pubblicizzazione delle nostre bellezze. In un momento complesso come quello attuale, abbiamo infatti necessità della forza della narrazione per mostrare a tutto il mondo cosa ancora l’Italia può offrire.

Io ritengo che queste siano le direttrici principali su cui lavorare per abbattere tutti i muri che dividono quei settori che, se favoriti nella comunicazione e nella conoscenza reciproca, possono mettere in piedi un sistema di eccezionale rilancio per tutta la regione. Questo è, senza dubbio, il più autentico e potente vaccino per sconfiggere l’attuale crisi economica.

Noi ci siamo, siamo presenti e vogliamo cogliere questo momento di difficoltà, questo inverno, per progettare con voi la primavera della nostra regione.

Papa Francesco ci ha ricordato che nessuno si salva da solo, il Presidente Mattarella ci ha richiamato all’unità e all’orgoglio nazionale.

Insieme possiamo uscire da questa emergenza e iniziare a ricostruire e a dare una nuova speranza al nostro futuro.

 

 

Ciambella (ANCI), “Convochiamo i Consigli comunali”.

Sulla proposta di convocare i Consigli comunali interviene Luisa Cismbella, consigliere nazionale Anci, inviando una lettera, che qui riportiamo, al Sindaco di Bari e Presidente dell’Anci Antonio Decaro. L’Italia deve riaprire!

E’ proprio Il caso di dire che mai come in questo caso l’esercizio democratico dei consigli comunali è garanzia di efficienza e di efficacia delle iniziative ammnistrative locali da porre in essere per vincere I emergenza Covid 19.
Se ciò non bastasse, i Comuni dovranno approvare i bilanci per uscire da una inadeguata e insufficiente gestione in dodicesimi in tempo di crisi e solo la funzionalità dei Consigli può garantire quella operatività che occorre ai cittadini.

Caro Presidente Decaro, questo sforzo e questa iniziativa può essere iscritta all’interno di quelle progettualità che servono l’oggi costruendo il futuro e l’Italia della post epidemia. Così facendo, a mio avviso, farai trovare i Comuni italiani pronti ad affrontare la sfida del cambiamento in un mondo e in un Paese che dopo questa emergenza sanitaria non saranno più gli stessi.

Con rinnovata stima, restando a
collaborazione, saluto cordialmente.

Luisa Ciambella

Berlusconi, adesso vediamo se i fatti seguono le parole.

Non farà piacere ai professionisti dell’antiberlusconismo. Nè ai sostenitori a sinistra, e tra i 5 stelle soprattutto – che sono presenti anche a destra, come ovvio e risaputo – della demolizione personale dell’avversario politico. Una prassi che conosciamo da anni e che non merita neanche di essere ricordata talmente è nota. Ma, piaccia o non piaccia, dobbiamo prendere atto che, forse per l’età o forse per una recuperata saggezza politica, le ultime e rare esternazioni politiche di Berlusconi sono degne di nota e non possono essere semplicisticamente snobbate. L’ultima intervista rilasciata a “Repubblica” conferma che da quelle parti, cioè nel campo del centro destra, non tutto è Salvini e Meloni. C’è dell’altro, semprechè non sia una sola rondine. Perchè, come ben sappiamo, non basta per fare una primavera. 

Ma, per restare al merito politico, Berlusconi sostiene due cose a mio parlare non secondarie. Innanzitutto che nei momenti più drammatici – e quello che stiamo vivendo è uno di quelli – un paese ha l’obbligo di unirsi. Cioè di “aiutare chi decide”. E sin qui può apparire un ragionamento alla catalano ma nella concreta situazione politica italiana è già un gran passo avanti. Cioè l’ormai famosa politica di “coesione nazionale” o di “unità nazionale”. In secondo luogo la sottolineatura della “centralità dell’Europa” in questa difficile fase politica per il nostro paese e anche per tutti gli altri paesi del vecchio continente. O meglio, l’unità politica dell’Europa. E, aggiunge Berlusconi al riguardo, il progetto politico illustrato recentemente da Draghi può dare un contributo decisivo per risollevare il vecchio continente. E anche il nostro paese facendolo uscire ora dall’isolamento ora dalla confusione. 

Detto questo, però, ci sono almeno due questioni che non possono essere sottovalutate. La prima. Questa posizione, cioè quella illustrata da Berlusconi e da altri esponenti del centro destra, hanno la forza per condizionare oggi l’attuale centro destra a trazione leghista? Cioè una posizione che non insegua solo e soltanto la brutale radicalizzazione del confronto politico nel nostro paese accompagnata da una scarsa cultura di governo? In secondo luogo, sarà mai possibile dar vita, seppur dopo questa drammatica ed immane emergenza sanitaria, ad un luogo politico che sappia recuperare le ragioni e la cultura di una “politica di centro” che sia elemento non di grigio trasformismo, non di gregaria appartenenza, non di immobilismo cinico e tattico ma, al contrario, una politica che sappia recuperare una cultura di governo e, soprattutto, un modo di essere in politica che esca dall’involucro demagogico, populista e fazioso che sono e restano all’origine della nostra crisi della politica e della sua classe dirigente? 

Due piccole domande politiche che non possono e non potranno essere eluse da chi, seppur tardivamente, pone la questione dell’europeismo, del buon governo, di una prassi riformista e democratica in cima della sua agenda. Vedremo se le interviste, seppur interessanti e suggestive, avranno un seguito politico e, soprattutto, di iniziativa e di azione politica. 

Il Cardinale vicario Angelo De Donatis positivo al coronavirus

Il cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, dopo la manifestazione di alcuni sintomi, è stato sottoposto al tampone per il Covid-19 ed è risultato positivo. È stato ricoverato al Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli IRCCS. Ha la febbre, ma le sue condizioni generali sono buone, ed ha iniziato una terapia antivirale. I suoi più stretti collaboratori sono in autoisolamento in via preventiva.

«Sto vivendo anche io questa prova, sono sereno e fiducioso – dichiara il cardinale De Donatis –! Mi affido al Signore e al sostegno della preghiera di tutti voi, carissimi fedeli della Chiesa di Roma! Vivo questo momento come un’occasione che la Provvidenza mi dona per condividere le sofferenze di tanti fratelli e sorelle. Offro la mia preghiera per loro, per tutta la comunità diocesana e per gli abitanti della città di Roma!».

L’America prepara il secondo pacchetto di aiuti

Il Congresso federale degli Stati Uniti, che ha recentemente approvato un pacchetto record di misure emergenziali da 2mila miliardi di dollari per contrastare le ricadute economiche e occupazionali della pandemia di coronavirus, sta già lavorando ad un ulteriore pacchetto di misure emergenziali, “forse addirittura maggiore del secondo”, per evitare che la crisi si trasformi “nella Grande depressione del XXI secolo”.

Legislatori di entrambi i partiti, funzionari dell’amministrazione presidenziale, economisti, think-tank e lobbisti stanno già definendo i contorni delle nuove misure, e il dibattito formale potrebbe iniziare entro la fine del mese di aprile.

Tra le priorità condivise tanto dall’amministrazione presidenziale, quanto dai Democratici, ci sarebbe la definizione di misure a sostegno dei bilanci dei singoli Stati dell’Unione, provati dal calo delle entrate fiscali e dall’aumento delle domande di spesa.

CEI: stanziati altri tre milioni per le strutture sanitarie

Continuando l’opera di sostegno alle strutture ospedaliere, molte delle quali stanno radicalmente modificando la propria organizzazione interna per rispondere all’emergenza sanitaria, la Conferenza Episcopale Italiana mette a disposizione altri 3 milioni di euro – provenienti dai fondi dell’otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (BA).

Per sostenere le strutture sanitarie è aperta una raccolta fondi. Chi intende contribuire può destinare la sua offerta – che sarà puntualmente rendicontata – al conto corrente bancario: IBAN: IT 11 A 02008 09431 00000 1646515
intestato a: CEI
causale: SOSTEGNO SANITÀ

La preghiera dell’ambulanza che unisce il mondo

Una foto scattata in Israele ha fatto il giro del mondo.

La foto ritrae due paramedici del Magen David Adom, mentre sono assorti in preghiera accanto alla loro ambulanza.

Un gesto apparentemente normale se non fosse che Abraham Mintz è di religione ebraica e indossava il classico ‘talled’, mentre il suo compagno Zohar Abu Jana è invece musulmano ed è genuflesso per terra davanti al proprio tappetino.

Lo scatto, rinominato “la foto dell’ambulanza”, rappresenta dunque una pausa religiosa che ha catturato l’attenzione dei media internazionali e ha avuto eco anche negli Stati Uniti.

Ungheria: il parlamento dà pieni poteri al premier Orbán

Da ieri Viktor Orbán ha i superpoteri. Si esattamente così. il Premier Ungherese non dovrà affrontare nuove elezioni il suo mandato al momento è senza limite, potrà chiudere a sua discrezione il Parlamento e le uniche informazioni saranno quelle di fonte ufficiale.

A chi verrà accusato dall’esecutivo di diffondere fake news potrà essere data una condanna fino a 5 anni di prigione.

Le nuove regole possono essere revocate solo con un altro voto dei due terzi del parlamento e una firma presidenziale.

La legislazione ha suscitato profonda preoccupazione sia tra i gruppi per i diritti civili in Ungheria sia tra le istituzioni internazionali, con funzionari del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che esprimono pubblicamente timori riguardo al disegno di legge. La legislazione ha anche suscitato critiche da parte dei membri del Parlamento europeo.

Durissima l’opposizione ungherese: “Oggi inizia la dittatura senza maschera di Orban”. Lo ha detto il leader dei socialisti ungheresi Bertalan Toth, commentando la legge approvata dal parlamento. Anche il presidente del partito nazionalista Jobbik ha parlato di “colpo di Stato”, affermando che la situazione attuale non giustifica affatto lo stato di emergenza così come si configura nella legge.

Coronavirus: al via anche in Italia la sperimentazione con il sarilumab

Assorted pills

Il gruppo farmaceutico francese Sanofi annuncia l’avvio di una sperimentazione clinica globale di fase II/III sull’anticorpo monoclonale sarilumab  in pazienti ricoverati in gravi condizioni per Covid-19.

Il trial è iniziato con reclutamento immediato in Italia, Spagna, Germania, Francia, Canada e Russia, ed è già stato somministrato il primo trattamento al di fuori dagli Stati Uniti dove i test erano partiti all’inizio di marzo. I test sul farmaco sono condotti da Regeneron negli States e da Sanofi extra-Usa.

Sarilumab è un inibitore dell’interleuchina-6 (IL-6), proteina che può giocare un ruolo chiave nel guidare la risposta immunitaria infiammatoria all’origine della sindrome da distress respiratorio acuto osservata nei malati con grave infezione da nuovo coronavirus.

Ungheria: Meloni più indifendibile di Salvini

Gli stati di emergenza rappresentano sempre uno stress test perchè non consentono in tutto in parte l’uso delle regole ordinarie. Tuttavia gli Stati democratici costituzionali si sono dotati di chiari limiti per impedire quello che accadeva nel Novecento con le clausole di salvaguardia dell’assolutismo per cui il Sovrano in emergenza riacquisiva una pienezza di poteri e per evitare anche quello che successe nel 1933 con la legge dei pieni poteri a Hitler.

La democrazia liberale è anche e soprattutto garanzia del biglietto di ritorno, anche dagli stati di emergenza.

Per quello è del tutto indifendibile non solo la difesa di Salvini, ma ancor peggio quella di Meloni e del deputato Claudio Borghi che paragonano le limitazioni varate coi decreti italiani che scadono dopo sessanta giorni ai poteri senza limiti conferiti al Governo di Orban, a cui si aggiungono peraltro pesanti limiti ai media stampa indipendenti. Davvero pensano di convincere qualcuno paragonando il Governo Conte a quello di Orban?.

Le osservazioni di Arnaldo Benini sono ineccepibili

Le osservazioni di Arnaldo Benini sono ineccepibili e ci riconducono al grande tema dell’uomo su questa terra, al suo divenire, al suo esistere in relazione all’ambiente che abbiamo trovato: l’uomo non si è fatto da solo, noi siamo il risultato di una evoluzione programmata.

A tale proposito ricordo le opere scritte da Stephen Jane Gould naturalista e paleontologo americano, di origine ebrea, morto per un tumore del tessuto connettivo. Gould, che è agnostico, parla di un “orologio biologico intelligente”che scandisce la storia della vita e che regola la storia delle specie e della comparsa dell’uomo sulla terra.

In precedenza, anche Mark Twain aveva affermato che la storia della vita può essere paragonata alla torre Eiffel, la cui vernice sulla palla finale della costruzione è la nostra storia. Ora a noi che siamo un pezzetto di universo che studia se stesso, siamo l’unica specie che possiede il principio conoscitivo e di interrelazione costruttiva ( e distruttiva) dell’ambiente intorno a noi, è stato affidato ( gli atei dicono per caso..) il compito di coltivarlo, amministrarlo custodirlo. Qualcuno direbbe anche distruggerlo.

Ma non è questo il fine a cui siamo stati chiamati. Per noi credenti ( e mi piace dire “ pensanti”, come il cardinale Carlo Maria Martini riteneva noi fossimo), la città dell’uomo e la città di Dio un giorno si incontreranno e da quel momento cesseranno le lacrime della storia dell’uomo, perché Lui tergerà ogni lacrima dai nostri occhi.

I cattolici e il pauperismo. Saranno ancora utili per il “dopo”.

Il prof. Angelo Panebianco, con la consueta intelligenza e raffinatezza, ha lanciato nei giorni scorsi una accusa politica e culturale ad un “certo cattolicesimo politico” nel nostro paese. Una accusa che evidenzia una sorta di immaturità politica di un filone ideale che non riuscirebbe, stando alle osservazioni del politologo bolognese, ad uscire dalle secche del pauperismo e delle pastoie burocratiche. E quindi, e di conseguenza, portatore di una sostanziale avversione se non tiepidezza nei confronti “dell’economia di mercato”. Che poi sono le facce della stessa medaglia. 

Una riflessione nè nuova nè originale ma che, da tempo, alligna tra osservatori ed opinionisti che non hanno quasi mai individuato nel cattolicesimo politico una esperienza matura ed adulta in grado di dare un contenuto decisivo, nonchè moderno ed originale, per il governo del paese. Eppure è proprio la storia del nostro paese a dirci il contrario. La cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana ci conferma che anche in Italia è stato possibile un sano e fecondo compromesso tra democrazia e capitalismo capace di declinare una vera ed autentica cultura di governo. Del resto, questa è stata anche un’accusa, sempre di natura politica, rivolta ad alcuni settori della sinistra Dc che avrebbe condiviso nel tempo con mondi e sensibilità culturali tiepidi nei confronti dell’economia di mercato e della cultura industriale. Anche qui, è la stessa esperienza politico ed istituzionale concreta che smentisce questa rilettura un po’ caricaturale, tardo ideologica e fortemente pregiudiziale nei confronti di una cultura politica che ha caratterizzato ampi settori dell’area cattolica italiana. E che smentisce, nei fatti, l’atavica avversione nei confronti della sinistra Dc e e del cosiddetto “cattolicesimo politico” italiano. 

Certo, oggi non esiste una esperienza ed uno strumento politico in grado di recuperare, seppur aggiornandola, quella cultura e quel progetto politico. Il “centro”, oggi, semplicemente non esiste. E, di conseguenza, è venuta meno anche una cultura e una prassi che storicamente si è riconosciuta nella sinistra Dc e quindi nella Dc. Ed è venuta meno anche quella “politica di centro” che aveva dato un contributo decisivo per il governo del nostro paese. 

Ora, essendo alla vigilia di una fase storica che probabilmente cambierà radicalmente il panorama pubblico del nostro paese e forse gli stessi equilibri democratici dopo lo tsunami rappresentato da questa drammatica emergenza sanitaria, non è secondario recuperare una cultura e un giacimento di valori che restano essenziali per la qualità della nostra democrazia. Ad oggi nessuno sa che cosa realmente capiterà dopo questa dura ed inedita esperienza. Nessuno può prevedere, oggi, quali saranno realmente le forze in campo e, soprattutto, l’agenda e le priorità che detteranno i comportamenti e le conseguenti scelte politiche a livello nazionale dopo la terribile pandemia. Ma una cosa sola è certa. Si dovrà ripartire dalle fondamenta, si dovrà recuperare la dimensione della comunità e, soprattutto, si dovrà elaborare un progetto politico capace di legare la solidarietà con lo sviluppo e la crescita. E proprio lungo questo solco sarà ancora una volta decisivo il contributo – con altri, come ovvio – del cattolicesimo politico italiano nelle dimensioni concrete che assumerà. 

Pandemia Covid-19: l’umanità impreparata. Intervista ad Arnaldo Benini

Fra i temi attuali s’impone la pandemia da coronavirus. È d’accordo?

Certo. È un evento con aspetti non solo medico-sanitari, ma anche etici ed esistenziali. È la seconda volta in un secolo, dopo l’influenza “spagnola”  del 1918-1920, che l’umanità è minacciata da una pandemia virale. Allora non se ne conosceva la causa e non si seppe che cosa fare. Morirono 100milioni di persone. Oggi la causa si conosce (almeno in parte), ma non si sa ancora combatterla se non limitando al massimo i contatti umani. Gli interventi in questo senso sono pesanti, ma opportuni. L’esperienza apocalittica insegnò che crisi sanitarie di quelle dimensioni non si affrontano con provvedimenti improvvisati. Sorsero servizi sanitari nazionali che si federarono poi nella World Health Organization (WHO) delle Nazioni Unite, che sorveglia la condizione sanitaria del globo. Ma la crisi ci coglie di nuovo impreparati. Non s’è imparato niente, nemmeno dalle epidemie virali degli ultimi anni.

Nel  2013 lei ha recensito per il Domenicale del SOLE-24ORE il libro di David Quammen “Spillover”  pubblicato in italiano con lo stesso titolo nel 2017. Lo studio anticipa, fin nei dettagli,  la pandemia attuale del coronavirus COVID-19. L’allarme, lanciato da virologi di tutto il mondo, di un imminente, inevitabile “big crash”, fu ignorato. Perché  questa clamorosa disattenzione dei decisori politici che dovrebbero tradurre in prevenzione i dati delle ricerche scientifiche?                                                  

I “decisori politici”, come li chiama lei, negli ultimi decenni hanno disatteso questo e altro. La loro dabbenaggine è stata ed è insigne. I politici di basso rango che guidano oggi il mondo cercano non di convincere gli elettori al meglio, ma di soddisfarne i desideri. E l’umanità, ha scritto nello studio “Le Parasite” il  filosofo francese Michel Serres, è composta prevalentemente di parassiti, simili a virus, batteri e funghi. L’umanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Quando la crescita di una specie raggiunge dimensioni innaturali, essa o si arresta lentamente o per crollo improvviso. Una volta superati i 6 miliardi di persone, ammonì  il biologo Edward 0. Wilson, l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.  È assurdo cercare l’origine della pandemia attuale in  un mercato cinese. Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica. Gli ospedali e l’assistenza medica nel paese più ricco e potente del mondo sono – dice il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo – disastrosi. Gli Stati Uniti sono ora il fulcro della pandemia. In compenso s’investono miliardi per arrivare primi sul pianeta Marte nel 2030. Per far che cosa? Che  cosa hanno portato all’umanità i viaggi sulla luna di mezzo secolo fa? Su Marte non si farà nulla di utile. Si confermerà solo la follia umana.

Potremmo essere già coinvolti in questo “schianto planetario”?

 L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi  e inquinamenti, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò ed altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale. Non è un caso che le epidemie da coronavirus si siano ripetute negli ultimi anni fino alla penetranza di quella attuale. Passata la buriana, si  continuerà ad asfaltare, sradicare, inquinare. Convegni e congressi sull’inquinamento  ambientale sono farse con aspetti grotteschi. 

Per Peter Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960, “i virus sono frammenti  di cattive notizia avvolti in una proteina”. La “cattiva notizia” è il filamento REM che costituisce il genoma virale. Come avviene che un virus diventa aggressivo?

Per molte generazioni, e anche per secoli o millenni, può stabilirsi un equilibrio ecologico fra un virus meno aggressivo e un ospite più resistente in un ecosistema relativamente stabile. La tregua finisce se il virus cambia ospite per zoonosi (il passaggio da una specie all’altra), per  mutazione genetica casuale, cambiamento dell’ecosistema, evento quest’ultimo, data l’insipienza umana, oggi senza tregua. 

Che cosa  farà scoppiare il  “next big one”? Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comporta-menti umani.

Per molti epidemiologi il “next big one”, cioè la riduzione drastica della popolazione, sarà provocata da una pandemia virale e non batterica, perché i batteri sono vivi e vegeti, ma, fin quando non diventeranno resistenti agli antibiotici usati nel modo scriteriato attuale, sono controllati.  Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno. 

Solo tra qualche anno si saprà  se tutto ciò che sta accadendo è causato da uno sbaglio in laboratorio,  da un uso strumentale della virosi per scatenare una guerra  o dal passaggio del virus da un pipistrello  al corpo di un abitante di Wuhan. 

Ricerche attendibili escludono che il  coronavirus COVID-19 sia il prodotto di un  errore dilaboratorio o di un calcolo  militare.  

Per sperare in una fine della pandemia dobbiamo aspettare l’alternanza dei corsi e ricorsi storici, la scoperta di un vaccino o rassegnarci al fatto che il virus compia il suo ciclo? Ci sono altre strade per poter dire “ce la faremo?”.

L’immunologo milanese Albero Mantovani e molti altri specialisti in tutto il mondo ammoniscono che ogni previsione è prematura, cioè impossibile, perché non conosciamo ancora a sufficienza la biologia del nemico, del COVID-19. In gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità avvertì che la pericolosità del COVID-19 era dovuta principalmente alla frequenza delle sue mutazioni, circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze geno-miche, il 9 marzo altre 50. Studi più recenti sembrano dimostrare che le mutazioni non sarebbero marcate, ma resta il fatto che il virus cambia. Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso. A Bergamo e Brescia si è verosimilmente selezionato un virus aggressivo, altrove è, fino ad ora, più benigno, ma può cambiare da un momento all’altro. Circa la durata: la “spagnola” ci ammonisce che ogni illusione è pericolosa. Nei mesi estivi del 1918 la malattia sembrò spegnersi, ma negli ultimi tre mesi dell’anno i morti furono tanti che si temette la fine dell’umanità. Poi la malattia si attenuò, fino a sparire. Spontaneamente, perché contro di essa non s’era fatto nulla. La spiegazione più logica è quella delle casuali mutazioni genomiche del virus, la prima in senso aggressivo e poi benigno.  Le mutazioni rendono la protezione degli anticorpi temporanea. Per lo stesso motivo difficile e delicato è l’allestimento del vaccino: come allestirlo se il nemico cambia così spesso? Si ammonisce ora che un vaccino che agisca su una forma benigna potrebbe avere effetti negativi. Ce la faremo, con tante vittime, contando anche su una mutazione virale benigna. Fino alla prossima volta, dove arriveremo inesorabilmente impreparati e dopo aver massacrato un altro po’ di mondo.

Lei ha accennato a problemi etici.

 Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato. C’era posto per tutti. E di ciò sono grato al destino.

 

Coronavirus: vola il prezzo del grano, sorpassato il petrolio

Vola il prezzo internazionale del grano che nell’ultima settimana ha fatto registrare un ulteriore aumento del 6% alla borsa merci di Chicago con la Russia che ha deciso di limitare le esportazioni dopo che la scorsa settimana le quotazioni del grano nel paese di Putin avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura quello del petrolio degli Urali, che è sceso a 12.850 rubli per tonnellata. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti alla fine della settimana al Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole che secondo gli esperti continueranno a crescere.

In controtendenza al crollo fatto registrare dai mercati finanziari, la corsa a beni essenziali sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole, con i contratti future per consegna a maggio del grano che – sottolinea la Coldiretti – sono aumentate di circa il 6%, mentre la soia è salita di circa il 2% e il mais ha incrementato il valore dello 0,7% durante l’ultima settimana.

Gli effetti della pandemia – continua la Coldiretti –si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l’oro fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati.

Una preoccupazione che – precisa la Coldiretti – ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo essere diventata il maggior esportatore di grano del mondo mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto.

Si tratta di scelte che – sottolinea la Coldiretti – dimostrano come i governi si stiano concentrando sull’alimentazione delle proprie popolazioni mentre il virus interrompe le catene di approvvigionamento in tutto il mondo con timori di una crisi alimentare globale.

L’aumento del grano che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali e infatti solo la punta dell’iceberg con le tensioni che si registrano anche per il riso con il Vietnam che – riferisce la Coldiretti – ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall’agosto 2013. In aumento anche la soia, il prodotto agricolo trai più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale perché costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame in forte espansione con i consumi di carne.

Una tendenza all’accaparramento che è confermata anche in Italia dove nell’ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (+99,5%) ma sono saliti del 47,3% quelli di riso bianco e del 41,9% quelle di pasta di semola, secondo una analisi della Coldiretti su dati IRI nelle ultime 5 settimane al 22 marzo 2020.

“L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”. Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio – sottolinea la Coldiretti – è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.

Il grano resta tuttavia – precisa la Coldiretti – la coltivazione più diffusa in Italia con circa trecentomila agricoltori impegnati secondo una stima ella Coldiretti che sottolinea come la produzione potrebbe notevolmente aumentare per puntare anche all’autosufficienza con una adeguata remunerazione della produzione nelle aree interne dove sarebbe importante per combattere lo spopolamento ed il degrado ambientale.

L’Italia è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 in aumento dello 0,5%  con una produzione attorno ai 4,1 miliardi di chili ma forte è l’importazione dall’estero (pari a circa 30% del fabbisogno) con ben 793 milioni di chili in aumento del 260% arrivati dopo l’accordo CETA dal Canada dove non si rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese a partire dall’utilizzo dell’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole. Il raccolto di grano duro è più che sufficiente per garantire la pasta agli italiani, ma che viene integrato con le importazioni, visto che la metà della pasta prodotta è destinata all’export, ora in difficoltà per l’emergenza Coronavirus. Le previsioni di semina del grano tenero per 2020 – continua la Coldiretti – sono invece di 536.000 ettari circa rispetto ai 530.000 del 2019 con una produzione 2,73 miliardi di chili con le importazioni che arrivano in questo caso al 70% del fabbisogno totale.

La tendenza all’aumento delle quotazioni – conclude la Coldiretti – si è registrata questa settimana anche in Italia per soia, grano tenero e duro per il quale nella prossima conferenza stato regioni del 31 marzo verrà portato il decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, recante criteri e modalità di ripartizione del Fondo per il grano duro per incentivare i contratti di filiera. Il decreto prevede che i contratti dovranno essere pluriannuali e con utilizzo di semente certificata con un importo massimo del contribuito fissato a 100 euro l’ettaro per una superficie coltivata a grano duro nel limite di 50 ettari a beneficiario.

Coronavirus, lettera del premier inglese Johnson alle famiglie: “Andrà peggio”

“Le cose peggioreranno ancora prima di cominciare a migliorare”. E’ questo il messaggio che il premier britannico, Boris Johnson, diffonderà in una lettera che spedirà a 30 milioni di famiglie del Regno Unito, prefigurando ulteriori restrizioni ai movimenti.

Nella comunicazione, il primo ministro prospetta l’ipotesi di un inasprimento delle misure adottate per contenere la diffusione del coronavirus. “Dall’inizio – si legge- abbiamo cercato di varare i provvedimenti giusti al momento giusto. Non esiteremo a spingerci oltre se questo è ciò che ci consigliano di fare scienziati e medici”.

“E’ importante che che io sia chiaro con voi: sappiamo che le cose peggioreranno prima che inizino a migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo corretto. Più siamo numerosi tutti noi che seguiamo le regole, minore sarà il numero delle vite che andranno perse e prima la vita tornerà alla normalità”. “Ecco perché, in questo momento di emergenza nazionale, vi esorto per favore a stare a casa, a proteggere il sistema sanitario e a salvare vite”.

 

Basta con le fake news. NewsGuard gratis fino al primo Luglio.

Per permettere a tutti gli utenti di evitare le notizie false sul coronavirus Sars-CoV-2 , NewsGuard, società che fornisce valutazioni di credibilità e schede informative per migliaia di siti di notizie e informazione, ha deciso di rendere gratuita la propria estensione per browser fino al primo luglio.

Tramite l’estensione per browser di NewsGuard è possibile visualizzare le schede informative di oltre 4.000 siti di notizie, che rappresentano il 95% del traffico delle notizie online, e scoprire quali portali pubblicano informazioni false o inaffidabili (il plugin le contrassegna con un’icona rossa).

Finora NewsGuard, nel suo Centro di monitoraggio della disinformazione relativa al coronavirus, ha identificato 132 siti che hanno pubblicato delle fake news fuorvianti su Covid-19, alcune delle quali sono anche diventate virali sui social media.

 

Coronavirus: la vitamina C è inutile

Circolano molte fake news in questi giorni, come quella secondo cui assumendo vitamina C non solo si possa curare il coronavirus, ma addirittura se ne possa prevenire il contagio.

Michele Lagioia, Direttore medico sanitario dell’Irccs Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano ha chiarito questo aspetto dichiarando che: “La vitamina C non cura, né previene il contagio da coronavirus”.

E avverte: “Attenzione a non abusarne”. “La persone che assumono troppa vitamina C (o acido ascorbico) – spiega l’esperto nella newsletter dell’Humanitas, rischiando l’ipervitaminosi e conseguenti disturbi ai reni, allo stomaco, all’apparato digerente in generale”.

Imprevedibilità

Carissimi,
dovrei parlare del Papa e della sua preghiera nella grande piazza vuota, a San Pietro, davanti al Crocifisso ligneo miracoloso, sotto una pioggia leggera e insistente. Uno spettacolo immenso! In effetti ha colpito tutti, credenti e non credenti, l’implorazione così umile e forte di Francesco, nei giorni della tempesta, al Signore che non abbandona, come sulla barca squassata dalle onde non aveva abbandonato i discepoli impauriti.

Potrei aggiungere altro? Penso proprio di no. Abbiamo fiducia anche in queste giornate di preoccupazione e smarrimento. E non rinunciamo alla fortezza di figli della Redenzione, con la gioia che nasce dalla speranza contro ogni speranza, di cui ancora e sempre dobbiamo rendere conto al mondo.

Oggi la Chiesa festeggia Marco, Vescovo di Aretusa, l’odierna città siriana di Er Rastan. In verità solo tardivamente è asceso all’onore degli altari. Lo inseguì a lungo, durante la sua esistenza terrena, l’ombra del sospetto per una qualche cedevolezza agli eretici del tempo: i seguaci di Ario. Poi fu tenace, però, nella difesa dei cristiani contro Giuliano l’Apostata, il giovane imperatore che non disdegnava la spada per imporre il ripristino dei culti pagani.

Marco, per la sua testimonianza di fede, fu iscritto ben presto nei menologi e nei sinassari bizantini, mentre ancora il nostro insigne Card. Cesare Baronio, revisore nel Cinquecento del Martyrologium Romanum, lo escludeva dall’elenco dei Santi. Ecco, al tempo dell’eretico Lutero non era facile beatificare un mediatore – possiamo definirlo così? – rispetto agli eretici ariani del IV secolo. Baronio evidentemente pensava all’ortodossia, magari stimando che fosse necessario esagerare un po’ in questa sua intransigenza ecclesiastica. Alla fine, nonostante il fumo dei sospetti addensato nei secoli, oggi Marco di Aretusa è indicato dalla Chiesa alla venerazione dei fedeli: i Bollandisti, come si legge nelle storie dei Santi, lo considerano un martire.

Questa è la vita e questa la storia, carissimi, entrambe ricche come si vede di incomprensioni e riscatti, perlopiù imprevedibili. Anche i Cardinali, insomma, possono prendere una toppa. A me disturba il mondo dei presuntuosi. Troppe sicurezze danno fastidio, all’occorrenza spingendoci dalla parte del torto. Allora, in questo tempo di Quaresima, v’invito a riflettere su un pensiero di William Shakespeare, che troverete in seconda pagina dell’Avvenire (gratuito sul web): “Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio”.

Buona Domenica!

Emergenza, disperazione, speranza. Rileggendo Kierkegaard

Prendere la parola durante un’emergenza è un salto nel buio che richiede coraggio, e anche una certa dose di avventatezza. Per questo la comunicazione pubblica oggi è insieme inquieta ed esitante. Lo stesso si dica per la nostra classe dirigente, spiazzata di fronte a un’impresa del tutto inedita. Come nella storiella di ‘al lupo, al lupo’, dopo anni di emergenza continua e di crisi alternate, da quella finanziaria alle varie crisi di governo alla cosiddetta crisi migratoria, quando arriva un’emergenza per molti versi più emergente delle altre, perché più avvertita sulla pelle e nel corpo delle persone, siamo impreparati e ci mancano le parole per esprimere e dare forma al nuovo trauma: mancano perché ne abbiamo abusato, sono ormai inflazionate in una cronica crisi di credibilità. Fa quasi sorridere, e a volte fa tirare un sospiro di sollievo, l’atmosfera sospesa e rarefatta dei talk show così tranquilli senza pubblico, delle opinioni proposte col beneficio del dubbio, mettendo le mani avanti, pur sempre turbata da brevi sfoghi personali dei soliti urlatori. Ma al netto di marginali ed episodiche scenate, generalmente si è più cauti, più responsabili, e ci si chiede se non si possa restare così, se dopo questa purga ci sentiremo più sobri, più lucidi.
Posto questo augurabile guadagno in lucidità, per metterlo davvero a frutto occorre un salto in più. Per pensare seriamente a come riorganizzare l’economia e la società dopo la tragedia che stiamo vivendo si deve pensare più a fondo. Infatti per poter chiarire e decidere cosa prevedere per il domani, prendendo posizione su possibili pronostici oggi ancora incerti, occorre un pensiero radicale che si interroghi su come e perché sperare. Si sente insomma un’urgente domanda di speranza, e precisamente sulla speranza, domanda sempre sottintesa ad ogni pensiero pubblico, ad ogni comunicazione. La domanda fondamentale della crisi della salute è la domanda sulla salvezza, come rivela l’etimologia. Riusciamo davvero a sperare? Su cosa si fonda questa speranza? Cosa dà forma ad essa, alla nostra vita, oggi e per l’avvenire?

Per farsi meglio queste domande, si potrebbe andare a rispolverare i classici, cioè quelle letture che, pur lette di sfuggita, al liceo ci inquietavano e ci formavano. Molto a tema capita il testo fondamentale Malattia per la morte, di Kierkegaard. In quelle pagine densissime ed esplosive della cultura occidentale si raffigura e prefigura l’uomo moderno e la sua crisi post-moderna. Un uomo inevitabilmente disperato, seppure latentemente e in diversi gradi e forme. Disperato perché preda delle sue contraddizioni, perso negli estremi di finito e infinito, possibilità e necessità. È l’uomo «fantastico», per cui «sempre più cose diventano possibili, perché niente diventa reale», perché «tutto diventa sempre più istantaneo»; ma anche, per converso, il fatalista determinista,o il «conformista» borghese, senza fantasia, senza «spirito», entrambi irrigiditi nella sola necessità. Dell’ultimo tipo di disperato si leggono righe attualissime, quando è descritta la sua reazione di fronte alla paura: «se talvolta l’esistenza aiuta con orrori che eccedono la saggezza pappagallesca dell’esperienza triviale, il conformismo dispera, cioè, diventa allora manifesto che era disperazione».

Di fronte all’eccedenza dell’orrore, della paura fisica o comunque esterna, dell’imprevisto che sconvolge il nostro ordine, il conformista crolla, dispera e ammutolisce.
A distanza di quasi due secoli, da quel 1849 denso di svolte storiche, il filosofo danese ritrae con tremenda onestà gli stessi atteggiamenti tipici che oggi riaffiorano nei nostri discorsi: di fronte al trauma e all’orrore, davanti alla manifestazione della nostra disperazione, non riusciamo a non essere emotivi, rassegnati e sconcertati. Chi si abbandona alle isteriche fantasie che circondano le fake news, chi all’elitarismo del disincanto, i più restano nel ‘disorientamento di massa’ più muto e paralizzato.

È inutile e forse anche pericoloso rifiutare questo stato delle cose, bisogna farci i conti. Se la nostra disperazione riuscirà a manifestarsi nella modo più autentico possibile, attraverso un pensiero radicale e sincero, forse potremmo imparare, senza troppe pretese, ad attraversarla e viverla con più verità, meno finzioni fantastiche o ipocrite. Sicuramente questo condurrebbe ad un modo più autentico di sperare: è solo con il riconoscimento della vera disperazione che si scopre la vera speranza. Come indica un altro classico del pensiero occidentale, anch’esso pensato nel momento della crisi: «solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza» (da Angelus Novus, Walter Benjamin, 1892-1940).

C’è bisogno di solidarietà.

Mi ha fatto specie ieri sentire il governatore della Lombardia affermare da Barbara d’Urso che le mascherine di produzione locale saranno “solo” per l’emergenza lombarda e non saranno date alle regioni che ne hanno bisogno (vale la pena guardare l’espressione della conduttrice), così come il vantarsi di “essere efficienti”, quasi che altrove la gente dormisse e aspettasse l’ennesima tragedia per sfruttare ancora una volta lo Stato o le Regioni “efficienti”, che – ahimè – non hanno però saputo contenere l’esodo verso il Sud, che ora sta mostrando le conseguenze.

È un momento altamente drammatico nel quale non dovrebbero esserci divisioni Nord-Sud, o Destra-Sinistra, ma solo preoccupazione per l’altro ed estrema solidarietà. E invece pare che neppure i morti, una intera generazione che ha affrontato guerra, fame e privazioni, e che sta scomparendo falciata da un virus – che non ha nazionalità e non guarda in faccia a nessuno, siano re, principi o uomini d’affari – riescano a farci entrare in quella dinamica di profonda umiltà che ci è necessaria, se non come cristiani, almeno come esseri umani consapevoli di non essere onnipotenti. Per questo mi vergogno di appartenere alla razza umana, sempre più “inumana”, fredda, egoista, attaccata ai profitti e, permettetemi, ancora oggi – mentre si muore e c’è chi già non ha liquidità – al business del calcio. Finire o no il campionato? Quanti soldi si perderanno…Ma a chi importa se scuole ed università sono chiuse e l’anno scolastico ed accademico non arriva al termine? Se stiamo creando una nazione di ignoranti tagliando fondi all’istruzione poco conta.

Mi vergogno di appartenere alla razza umana quando mi reco a fare la spesa e trovo i prezzi triplicati e penso a chi non ha più un lavoro. Grazie alla Protezione Civile che qui, almeno in qualche comune nell’Alta Terra di lavoro, in cooperazione con la Caritas parrocchiale, sta distribuendo pacchi alimentari a chi non lavora. E mi vergogno di essere europea, perché l’Europa che vedo ora – anzi da molto, troppo tempo – non è quella dei Padri Fondatori, Di De Gasperi, Adenauer, Schuman, e altri. Sta prevalendo la logica economica e commerciale all’umanità. Nei giorni in cui eravamo presi dall’emergenza siamo stati offesi e presi in giro. Oggi Macron è il primo che si ricrede e ci indica come un modello da seguire, unendosi a Italia, Spagna, ed altri paesi del sud-Europa nel denunciare una “Unione Europea egoista”. Non aggiungo altro. Ma vorrei terminare con le parole di Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nella stupenda poesia – e andrebbe tradotta in tutte le lingue – ci ricorda che davanti alla morte siamo tutti uguali perché: “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella”.

La democrazia ai tempi del virus

Articolo pubblicato sulle pagine delle rivista Atlante di Treccani a firma di Giorgio Scichilone

La democrazia ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici, giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.

Ai margini, si direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco, un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più, per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende di Cesare che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile. Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia, è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto, per assicurare la salute degli individui?

In sostanza l’attuale situazione è stata descritta da molti in termini preoccupati come “stato d’eccezione”. Carl Schmitt, il giusfilosofo tedesco di simpatie naziste, coniò questa formula per descrivere l’essenza della sovranità. Mentre in una dittatura abbiamo uno stato d’eccezione permanente, in cui le libertà costituzionali sono nella disponibilità dell’autorità politica, la democrazia trova la sua legittimazione dal consenso individuale e volontario finalizzato a garantire la libertà naturale dell’uomo. In casi eccezionali, come già l’antica repubblica romana prevedeva, l’ordine costituzionale può sospendersi per tutelare la “salus rei publicae”. La salvezza dello Stato è una delle possibili traduzioni, ma letteralmente si tratta della salute della cosa pubblica, cioè dei cittadini. Una sedizione interna o una guerra che minacciavano la dissoluzione dello Stato e le vite delle persone giustificavano il ricorso a mezzi inusitati, che avevano però il carattere della temporaneità e responsabilità, per contrastare nel modo più efficace e tempestivo possibile il rischio fatale che incombeva sulla società. Era uno stato d’eccezione in cui a qualcuno, in deroga alle procedure ordinarie, veniva affidata la summa potestas, i pieni poteri, per difendere e tutelare lo Stato. I repubblicani dell’età umanistica videro in Giulio Cesare il guastatore della repubblica perché aveva fatto saltare il limite temporale della dittatura, differendo sine die il momento in cui occorreva riferire al Senato sull’uso del potere assoluto. Se la straordinarietà temporanea che consente i mezzi speciali non si incontra poi con la responsabilità, allora la salute pubblica non è più garantita dalla legge ma dalla discrezionalità arbitraria di chi è – o si è posto – al di sopra della legge. Del resto, il primo documento di ‘filosofia politica’ della tradizionale occidentale, la dotta discussione tra ‘barbari’ (i Persiani) riportata da Erodoto, poneva un discrimine tra quelli che potremmo definire regimi autoritari e liberali. Nei secondi chi detiene il potere deve rendere conto del proprio operato. Dove c’è invece arbitrarietà, la libertà dei sudditi è in pericolo.

Schmitt era un ammiratore di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento che ha fatto derivare la legittimità dello Stato dal patto tra individui liberi e uguali. Ne è risultato il mostruoso Leviatano, che ha costantemente i pieni poteri per garantire la vita dei cittadini. Hobbes scriveva il suo trattato durante una guerra civile. In quel momento l’unica preoccupazione era salvare la vita, e ogni individuo aveva paura della morte violenta. Il pensiero elementare del filosofo era di risolvere quella sfida capitale. La sua idea era di fondare un potere talmente forte – onnipotente – che potesse ergersi, di fronte alle fazioni armate che avevano disfatto l’ordinamento giuridico e insanguinato il Paese, per imporre una legge comune evitando le faide private. Un compito epocale che richiedeva il consenso di ciascuno. Lo scambio era seducente e ha generato una retorica che non smette di mostrare la sua vitalità: la sicurezza al posto dei diritti. Hobbes è stato naturalmente molto criticato, e i successivi pensatori liberali hanno ritenuto che uno Stato non può fondarsi sulla sola difesa della vita per potere essere considerato legittimo. Alla vita John Locke ha aggiunto in modo imperituro la libertà e la proprietà, e nella Dichiarazione d’indipendenza americana campeggia, come un tempo la parola libertas sui torrioni delle città medievali italiane, la felicità, l’ulteriore fine che lo Stato è chiamato a garantire.

Qui l’articolo completo 

Carte d’identità: prorogata la validità al 31 agosto 2020

Con una circolare indirizzata ai prefetti, la direzione centrale per i Servizi Demografici ha evidenziato che il decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 ha prorogato al 31 agosto prossimo la validità delle carte d’identità scadute, senza che rilevi la durata del periodo trascorso dalla data di scadenza, o delle carte in scadenza dopo l’entrata in vigore del decreto legge.

La proroga riguarda sia le carte d’identità “cartacee” che quelle “elettroniche”. Rimane invece limitata alla data di scadenza del documento la validità ai fini dell’espatrio.

L’Ater di Roma e la Croce Rossa Italiana per la consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio

Questo è il tempo della responsabilità, ma anche della solidarietà. L’assessorato alle Politiche Abitative della Regione Lazio e l’Ater di Roma hanno sottoscritto un accordo con la Croce Rossa Italiana per attivare, da oggi, un servizio di consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio per le persone in maggiore difficoltà che abitano nelle case popolari Ater.

Il servizio è rivolto agli anziani (over 65 anni), in particolare quelli soli e non autosufficienti, ai soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (temperatura superiore a 37,5°) o sottoposti alla misura della quarantena o risultati positivi al virus, alle persone immunodepresse, ai disabili, agli affetti da patologie gravi, da disabilità invalidanti, ai nuclei composti da due sole persone di cui uno disabile grave a cui è fermamente raccomandato di non uscire di casa. Vista l’urgenza, Ater provvederà ad inviare, alla propria utenza “fragile”, comunicazione ad hoc (mediante telefonate, sms o mail) per l’attivazione del servizio “consegna a domicilio” e la modalità di espletamento dello stesso. Da oggi, tutti gli utenti che appartengono alle categorie di cui sopra potranno contattare il call center dedicato di Ater al numero 06 899 199.

L’operatore del call center acquisirà le richieste degli utenti, riferite all’acquisto di prodotti alimentari e farmaci, per poi trasmetterle alla Croce Rossa italiana, comitato di Roma, che a sua volta si avvarrà dei centri operativi nei vari quadranti della Capitale per il reperimento e la consegna delle merci ordinate. I volontari della C.R.I., riconoscibili in uniforme, ritireranno i prodotti presso gli esercizi di riferimento mentre per i medicinali potranno essere finanche ritirare la ricetta presso lo studio medico o acquisiranno il numero NRE e il codice fiscale del destinatario del farmaco per poi recarsi in farmacia. I medicinali e i prodotti alimentari verranno poi consegnati in busta chiusa all’utente. Prima di procedere all’acquisto, l’operatore C.R.I. incaricato ritirerà presso l’abitazione il denaro necessario alla spesa. Il servizio di consegna è completamente gratuito. Attraverso la consegna a domicilio è inoltre possibile richiedere lo scontrino fiscale “parlante” da utilizzare per le detrazioni fiscali, fornendo ai volontari della Croce rossa la tessera sanitaria o il codice fiscale.

“Dopo i lavori di sanificazione negli spazi comuni degli edifici dell’Ater di Roma, dall’inizio della prossima settimana questi interventi verranno avviati anche in tutti i complessi di edilizia residenziale pubblica delle altre Ater del Lazio. Ora con questo nuovo accordo con la Croce Rossa Italiana vogliamo fornire un ulteriore contributo per contrastare il contagio da Covid-19, aiutando le persone anziane, con disabilità o con gravi fragilità a restare a casa grazie alla consegna a domicilio dei farmaci e della spesa alimentare. È una fase difficile, ma con l’impegno e la responsabilità di tutti riusciremo a superarla”, dichiara Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio.

“Insieme agli interventi massivi di sanificazione ad oggi effettuati in 3900 scale di edifici Ater in 66 quartieri – spiega il direttore generale Andrea Napoletano – ATER Roma, su impulso della Regione Lazio e grazie alla preziosa disponibilità della Croce Rossa Italiana, ha voluto attivare un servizio per alleviare le difficoltà che le necessarie restrizioni per fermare il contagio comportano nella vita quotidiana dei più fragili. Nelle nostre case abitano circa 120 mila persone, di cui gran parte anziani e siamo in grado di individuare chi può avere più bisogno di aiuto. Quale Azienda della pubblica amministrazione siamo chiamati a fare la nostra parte mettendo a disposizione risorse e competenze”.

“Croce Rossa di Roma con i suoi Volontari – commenta la presidente della C.R.I., Debora Diodati – è mobilitata da settimane a sostegno degli anziani e delle persone più fragili con quello che abbiamo chiamato “il tempo della gentilezza”. Questo accordo ci vedrà ancora più partecipi di un’azione che nell’emergenza cerca di non lasciare indietro le persone più esposte e quelle più fragili. C’è un’emergenza sociale importante da affrontare nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e ne siamo pienamente consapevoli. Così come c’è l’emergenza della solitudine e di forme di marginalità che le nostre comunità sempre più vivono. Questa iniziativa va nella direzione di aiutare e chi come Croce Rossa è un’Italia che Aiuta non può che dare il suo contributo”.

“La Croce Rossa con i suoi operatori – prosegue Adriano De Nardis, presidente della C.R.I. della Regione Lazio – ha lanciato da settimane un appello ai cittadini invitandoli a restare a casa al fine di evitare inutili rischi per la propria salute. Il tempo della gentilezza, questo il nostro motto che guida le progettualità dedicate all’emergenza covid, cui anche questo Protocollo fa riferimento. La nostra mission ci impone di mettere a disposizione ogni nostra risorsa per limitare qualsiasi inutile esposizione, specie per i cittadini più vulnerabili. Sono molto soddisfatto dell’iniziativa sviluppata da CRI Roma in sinergia con Regione Lazio e Ater di Roma, che dimostrano in questo modo una sensibilità importante verso i propri inquilini e verso la salvaguardia della popolazione tutta”.

Il buco dell’ozono sta guarendo.

Lo strato di ozono, che era arrivato ai minimi storici nel 2019, ora sta meglio.

Questo grazie al Protocollo di Montreal, strumento legato al Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione di Vienna “a favore della protezione dell’ozono stratosferico”entrato in vigore nel gennaio 1989.

Dopo queste misure restrittive, a partire dal 2000 circa, le concentrazioni delle sostanze chimiche nella stratosfera hanno iniziato a diminuire e il buco dell’ozono ha iniziato a recuperare.

Inoltre, si prevede, che l’ozono recupererà tornando ai livelli degli anni ’80 entro il 2030 per le medie latitudini dell’emisfero settentrionale e entro il 2050 per le medie latitudini meridionali, mentre in Antartide accadrà nel 2060.