Home Blog Pagina 555

La scomparsa dei partiti.

La drammatica emergenza sanitaria che coinvolge tutti e in modo trasversale, ha già prodotto alcuni risultati. Per restare sul versante della politica. Uno su tutti. La scomparsa, momentanea, dei partiti dall’orizzonte pubblico. Alcuni si compiaceranno. Altri, pochi anzi pochissimi, si doleranno. Ma un fatto è certo. Da quando è scoppiata l’epidemia i partiti si sono volatilizzati. Un motivo in più per evitare gentilmente di continuare a pubblicare sondaggi quotidiani. Anche perchè è abbastanza evidente che sono altamente improbabili se non del tutto infondati. 

Ora, il silenzio dorato dei partiti, di quasi tutti i partiti, ci porta ad una conclusione abbastanza scontata. E cioè, al di là delle polemicucce quotidiane, al di fuori della valanga di insulti e di diffamazioni che ogni giorno vengono scaraventati l’un contro l’altro armati, appena si deve passare ad una fase dove le contumelie si devono comprensibilmente sospendere per ovvie ragioni, i partiti tacciono. Blaterano ancora i loro capi pensando, o illudendosi, che le lancette dell’orologio sono ancora ferme a qualche mese fa. Così non è più, purtroppo. E allora la comunicazione si interrompe e si ferma . Tutto tace. 

Ho voluto ricordare questo aspetto perchè se l’opinione pubblica si abitua al mutismo dei partiti – che già prima non godevano di grande popolarità e simpatia – sarà molto difficile dopo la bufera che ci ha inghiottiti rispedire al mittente la voglia popolare di avere “uno che decide”. E che soprattutto sia in grado di risolvere i problemi quando si presentano in tutta la loro virulenza. 

Perchè la momentanea scomparsa dei partiti si affianca, purtroppo, anche alla forte attenuazione della politica nel suo complesso. Perché se la politica è visione e prospettiva, almeno nella sua nobile accezione, i partiti dovrebbero essere gli attori principali per potere tradurre concretamente quella visione e quella prospettiva. Perchè se i partiti scompaiono dalla scena, inesorabilmente anche la politica è destinata a inaridirsi e ad entrare in crisi irreversibile. 

Ecco perchè quanto prima serve una inversione di tendenza. Per il bene dei partiti, per il bene della politica ma soprattutto per la qualità della nostra democrazia. 

Il sindaco di New York chiede aiuti militari per combattere il coronavirus al presidente Trump.

Il numero di casi confermati a New York è salito a 3.615, e la città sta diventando l’epicentro della crisi negli Stati Uniti

Il bilancio dei morti nella città per il virus è salito a 22, raddoppiando in un giorno. Anche il numero totale di casi è quasi raddoppiato, per il secondo giorno consecutivo.

Per questo il Sindaco De Blasio ha sollecitato Trump a mobilitare i militari per garantire rifornimenti cruciali – che la città potrebbe esaurire in due o tre settimane – e fornire assistenza medica.

Il drammatico aumento deriva in parte dall’aumento dei test, ma indica anche quanto il virus si sia già diffuso sul territorio nazionale. Il 17 marzo scorso, si contavano poco più di 5.700 casi confermati di coronavirus negli Stati Uniti.

Quel numero è aumentato ad oltre 11.500 entro il 19 marzo, e le autorità sanitarie nazionale hanno avvertito che il bilancio continuerà a salire bruscamente man mano che saranno disponibili ulteriori risultati dei test.

Les Echos: gli italiani non sono mai stati così soli dinnanzi alla morte.

Il quotidiano francese “Les Echos”, parlando delle conseguenze che hanno avuto sulla popolazione le restrizioni applicate da Roma per arginare il nuovo coronavirus scrive che: “La pandemia di coronavirus non solo sconvolge la vita quotidiana degli italiani, ma ha anche conseguenze per la loro morte. E più precisamente sulle cerimonie e i riti che di solito la circondano.

Il contenimento è totale e gli incontri pubblici sono severamente vietati. I funerali non possono essere organizzati.

Spesso gli stessi direttori di pompe funebri si occupano di una canzone o di una preghiera, depositando rapidamente un oggetto o dei fiori prima di svolgere il proprio lavoro il più rapidamente possibile. “Questa epidemia uccide due volte , spiega uno di loro. Isolando i malati prima della loro morte e impedendo alle loro famiglie di accompagnarli nel loro ultimo viaggio. Sono devastati e trovano difficile accettarlo. “

Uno stress estremo che si aggiunge allo shock della scomparsa e all’ansia del parto”.

 

Coronavirus, non più di 72 ore senza spesa per 1/3 degli italiani

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3 (30%) non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè in riferimento alle nuove misure anti contagio in discussione a livello nazionale per limitare gli spostamenti delle persone fuori dalle mura domestiche anche per gli acquisti alimentari.

Il risultato è che – sottolinea la Coldiretti – nel 38% delle case degli italiani sono state ammassate scorte di prodotti alimentari e bevande per il timore ingiustificato di non trovali più disponibili sugli scaffali. Nelle dispense sono stati accumulati soprattutto nell’ordine, pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%).

Un comportamento irrazionale che – continua la Coldiretti – sta provocando file davanti a negozi e supermercati con lunghe attese legate alla necessità di scaglionare gli ingressi nei luoghi di vendita, di mantenere la distanza di sicurezza fra un consumatore e l’altro e di evitare pericolosi assembramenti.

Ma gli accaparramenti – precisa la Coldiretti – mettono anche sotto pressione il lavoro di oltre tre milioni di italiani che continuano ad operare nella filiera alimentare, dalle campagne all’industrie fino ai trasporti, ai negozi e ai supermercati, per garantire continuità alle forniture di cibo e bevande alla popolazione.

Coronavirus: le istruzioni sul rientro degli italiani dall’estero

I connazionali che rientrano in Italia da altri Paesi verranno sottoposti ai controlli aeroportuali previsti e attivati, fin dall’inizio dell’emergenza, grazie al supporto e alla disponibilità del volontariato di protezione civile e del personale sanitario. La Polizia di Stato effettuerà i consueti controlli di frontiera agevolando la compilazione della prevista autocertificazione per il rientro presso il proprio domicilio, residenza o abitazione.

In ottemperanza alle misure vigenti per la mobilità delle persone all’interno del territorio nazionale, sarà consentito ad una sola persona raggiungere lo scalo aereo, ferroviario o marittimo, per agevolare il rientro verso la residenza o il domicilio del connazionale. Lo spostamento in questione rientrerà tra le fattispecie di “stato di necessità” che dovrà essere autocertificato con il modulo messo a disposizione del Viminale, compilato in tutte le sue parti indicando, in particolare, il tragitto percorso.

Inoltre, come previsto dal Decreto 120/2020 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Ministero della Salute, i connazionali che rientrano dall’estero, anche in assenza di sintomi riconducibili al Covid-19, dovranno obbligatoriamente comunicare il proprio ingresso in Italia al Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Sanitaria locale. Saranno inoltre sottoposti alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni.

Coronavirus: scoperto come collegare respiratore a più circuiti

“Abbiamo scoperto come collegare un respiratore a più circuiti”. Lo annuncia Sergio Venturi, commissario ad Acta per l’emergenza coronavirus in Emilia-Romagna. “L’intuizione  si deve al professor Ranieri, direttore del reparto di Rianimazione e Anestesia a Bologna che, con alcuni colleghi, di fronte all’emergenza, in particolare a Bergamo, ha provato a collegare un respiratore a due circuiti”.

“Questo ha portato un’impresa di Mirandola a costruire in 72 ore un prototipo, già testato all’Ospedale Sant’Orsola: funziona e nei prossimi giorni useremo quelli necessari perché saremo in grado, a breve, di ordinarli”. “Le prime forniture – approfondisce l’ex assessore alla Sanità – arriveranno a Piacenza e Parma”.

“72 ore per realizzare un circuito innovativo che permette di utilizzare un ventilatore polmonare per più pazienti contemporaneamente. Uno strumento messo a punto da un’azienda di Mirandola, nel distretto biomedicale modenese, che potrebbe rivelarsi fondamentale per moltiplicare i posti letto in terapia intensiva. E’ davvero una notizia straordinaria, che dice tanto della nostra terra – commenta il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, sulla sua pagina Facebook – Ci siamo sempre rialzati, e lo faremo anche questa volta. Insieme”. Il circuito “è stato testato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna e funziona. Già nei prossimi giorni ordineremo quelli necessari e i primi saranno inviati nelle province dove la situazione è più critica” ribadisce.

Il #Coronavirus e la “decrescita infelice”

La lunga colonna notturna di camion militari che trasportano bare di deceduti nel bergamasco, resterà tra le immagini emblematiche di questi giorni, al pari della passeggiata domenicale del Papa argentino (triste, solitario y final) per una Roma deserta.

Cosa ci insegnano momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni di emergenza? Il vero cambiamento c’è stato dal punto di vista sociale. Gli insegnamenti sono stati molti e dolorosi. Stiamo facendo tutti, più o meno consapevolmente, una prova generale di “decrescita infelice”. Alcuni movimenti politici avevano rilanciato nei mesi scorsi il tema della decrescita felice, ma quella a cui stiamo assistendo invece è una decrescita tragica, perché basata anche sui morti. E’ anagrafica, perché “sfoltisce” i più deboli e fragili, alleggerendo i conti della previdenza sociale. E’ psicologica, perché mette a dura prova il tessuto sociale che dovrebbe tenere unita una “comunità di destino”. E’ una decrescita “green” perché l’acqua dei canali di Venezia è più pulita, il cielo di Milano è tornato limpido e respirabile e sulla pianura Padana, come mostrano le immagini via satellite, è praticamente scomparsa la nube di inquinamento. 

Dopo la storica frase “non siamo qui per controllare gli spread”, che infinite sciagure inflisse ai listini mondiali, Christine Lagarde ha parzialmente corretto il tiro con una serie di Operazioni di mercato aperto (OMT) da 750 miliardi di euro, per stabilizzare i mercati. Vedremo se gli effetti saranno quelli sperati. Intanto però, con i principali asset strategici italiani a prezzo di saldo, arrivano (o arriveranno presto) le prime Offerte pubbliche di acquisto. Tutto ciò nel silenzio (più che interessato) dei Paesi del Nord Europa. Quello di cui avremmo bisogno, un nuovo Piano Marshall, non sta arrivando da Washington, ma da Pechino. Consulenze e tecnologie sanitarie, respiratori e macchinari. La nuova “via della Seta” si vede anche nel momento del bisogno.

Intanto si prolunga il blocco totale (almeno in Italia) ben oltre la data fatidica del 3 aprile. I principali esperti ormai concordano su una realistica “deadline” dell’emergenza Coronavirus al mese di giugno, prima di poter tornare gradualmente a una vita normale. Il professor Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, dice apertamente che per una ripresa delle attività economiche bisognerà considerare “lo scenario peggiore”. Tutto ciò quanto lo pagheremo? È questa la domanda che ci dobbiamo porre. Naturalmente si può sempre cantare alle finestre, abbracciarsi (virtualmente) sventolando il tricolore. Il richiamo alla Patria è più che legittimo, nei momenti di difficoltà. Ma quando si raggiunge un certo livello di benessere e si è abituati a un certo standard di consumi, è molto difficile accettare di tornare indietro. E questa “decrescita infelice” avrà un prezzo per tutti, in termini economici e sociali. #andràtuttobene? Speriamo

Coronavirus: In questa prova dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale

Ho notato che attraverso i social circola un messaggio vocale ben letto e ben presentato che prende le mosse dal rifiuto che ci sarebbe stato da parte di frau Merkel, da monsieur Macron, dai misters Trump e Johnson di aiutare l’Italia in questa straordinaria circostanza che la vede seconda solo alla Cina per morti ed infettati, e sta vivendo una esperienza di grande incertezza, preoccupazione, e dolore.

Chi è in questa condizione certamente viene assalito dalla emotività e si aspetta solidarietà; però è molto esposto anche a facile vittimismo, quando punzecchiato da culture negative molto aduse al gioco della contrapposizione e dello scarica barile. Certamente gli italiani hanno un buon credito verso gli altri popoli in difficolta, datosi che singole associazioni e istituzioni, tradizionalmente si sono sempre prodigate a soccorrere chi è stato colpito da eventi negativi naturali, da guerre, da persecuzioni, da carestie.

Di questo siamo stati sempre orgogliosi al punto che nobilmente possiamo dire a testa alta: “siamo italiani”. Ora per parlare di altri, è vero, non è sembrato proprio che volessero immedesimarsi nella nostra situazione. Sarà stato il fatto che almeno i paesi occidentali non affrontano una importante pandemia da un secolo, come la ‘spagnola’ che provocò una ecatombe di 50 milioni di morti e per questa ragione probabilmente sono stati colti impreparati; sarà per le misure drastiche che prontamente abbiamo adottato che ha preoccupato gli altri partners e l’economia; o perché le misure draconiane prese, metteva loro con le spalle al muro al cospetto dei loro popoli. Fatto è che si sono mostrati freddi, e c’è voluto del tempo perché si rendessero conto della reale portata delle decisioni italiane, che in grande parte, loro malgrado, hanno dovuto adottare.

Basti per tutti riferirsi alle sconcertanti affermazioni e alla condotta del primo ministro del Regno Unito Johnson e la rapida sua inversione ad U, per capire il loro stato d’animo. Ora, posto che gli altri hanno sbagliato, spero nessuno me ne voglia se ricordo che a dicembre noi stessi, ad esempio, abbiamo chiuso primi tra tutti i nostri voli con la Cina che adesso osanniamo. Ed allora dobbiamo stare attenti a non prendere la strada sbagliata nel usare le nostre energie emotive in recriminazioni vittimistiche. Penso che questi messaggi nei social, tentano di spingerci nell’angolo anziché al contrario spingerci a reagire diversamente e positivamente. In questa prova invece noi dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale e coesione sociale, come finalmente si sta facendo. Tutte le virtù che siamo capaci di esprimere, le dobbiamo dimostrare innanzitutto a noi stessi; il resto poi viene da se.

Lo dobbiamo al nostro interesse primario a superare la pandemia e per riprendere fiducia in noi stessi; soprattutto la fiducia nella capacità di ridiventare un popolo unito, lungimirante, moderno. Sono sicuro, la pandemia avrà la funzione di un reset generale sull’Italia da tempo inceppata. Dobbiamo saperci riproporre tempestivamente e cambiare strada. Non mi convincono quelli che se la prendono con francesi e tedeschi, senza che si accenni ad alcuna autocritica ai nostri comportamenti. Molti di quelli che se la prendono con altri popoli europei aldilà delle loro colpe, nei fatti scavano la fossa all’Europa. Se fossero coscienti o in buona fede, la criticherebbe per spingerli a fare l’Europa e non il contrario. È vero, l’Europa così non può andare avanti, ma ora più che mai occorre farla davvero. Proprio in questi frangenti drammatici, dovremmo issare la bandiera dell’Unione. Se è vero che il dopo crisi vedrà un mondo cambiato nella economia, nella filosofia della vita, nella politica, anche la natura del potere cambierà.

Dobbiamo essere un solo Stato continentale per la nostra autonomia e dignità di culla della cultura democratica e sociale, per la efficientizzazione della economia e dello sviluppo del lavoro, per neutralizzare l’offensiva dei grandi Stati che brigano in ogni modo perché fallisca il sogno europeo, tra l’altro seminando zizzania tra noi. Ecco perché dobbiamo cambiare la narrazione. A chi punta il dito il dito contro il comportamento degli italiani sul debito pubblico, dobbiamo dimostrare che siamo capaci di asciugarlo anziché accrescerlo, sperperando denari per sostenere una macchina amministrativa inefficiente e costosa e per regalie elettoralistiche.

A chi ci esclude dai giochi geopolitici, dobbiamo dare la dimostrazione che sugli interessi nazionali ed europei, davvero tutta la politica e le istituzioni europee nazionali e locali giocano una sola partita. Ecco, dico a coloro che in buona fede fanno circolare quelle comunicazioni vittimistiche, che facciamo bene a provocare emozione ed anche risentimento, ma devono servirci per riconquistare in ogni ambito quella dignità e nobiltà italica ed europea di cui non sempre siamo esemplari eredi. Credetemi, questo è lo spirito per cambiare davvero. Chi recrimina è già sconfitto.

Le due speranze

Siamo costretti a misurarci quotidianamente con un evento che dimostra una velenosità senza pari. Sappiamo che, in quanto fenomeno naturale, ha una sua durata. Inizia, si sviluppa, giunge all’estremo e poi, via via decade. Questa consapevolezza ci permette di superare, almeno astrattamente, le difficoltà che ciascuno di noi incontra giornalmente.

Restiamo, però, sempre aggrappati ai dati del momento. E con speranza, ogni volta ci capita, di augurarci di registrare un rallentamento di quel malefico cammino.

Se questi dispositivi mentali capitano a ciascuno di noi, questi capitano anche alle istituzioni. Le istituzioni governative, nazionali, continentali e, sicuramente, quelle a carattere mondiale.

Ci arrabattiamo sul che fare singolarmente di fronte ai dati attuali, alla contingenza come si arrabattano le istituzioni.

Per quanto concerne il comportamento del singolo, giungo persino a sostenere la seguente tesi: per battere il virus bisogna anche mettere in ombra la propria ragione, ossia restringere al massimo grado le ragionevoli giustificazioni dei nostri possibili movimenti. In altri termini, quel “restare a casa!”, dovrebbe essere inteso come un imperativo che ciascun individuo dà a se stesso, senza che sia necessario l’intervento di una autorità esterna.

Guardando il problema da un punto estremo, fatto salvo che ciascun governo si muove e si muoverà secondo necessità proprie e nei limiti della propria realtà, non c’è alcun dubbio che una manovra ad ampio respiro debba essere promossa dalle sfere continentali. Nello specifico, per quanto ci riguarda, trattasi dell’Unità Europea. Come fosse una grande madre, la quale sapendo l’insopprimibile diversità dei figli, offre loro delle opportunità per renderli, agli occhi di se stessa, uguali e con massime opportunità per ciascuno di loro.

Già si è parlato di “coronabond” e quindi siamo sulla linea corretta. Non sarà semplice questo indirizzo, perché a qualcuno non sarà particolarmente gradito, ma è l’unico modo per dare e trovare il senso al corpo e l’orizzonte di questa nostra comune madre, vale a dire l’Europa.

Questa manovra avrebbe lo stesso effetto prodotto dalle conoscenze scientifiche, quelle che ho ricordato all’inizio. Sapere che un fenomeno finisce e che una protezione economica ampia ci attende, renderà più semplice accettare, ogni giorno, questa gravosa condizione spirituale, questa incertezza esistenziale e questa umana fragilità che ora, più che mai, ci viene riversata addosso.

Nutro sempre il segreto desiderio di scrivere le prossime newsletter su un’altro argomento. Credo che questo sia anche quanto voi attendiate, mentre posate gli occhi su queste mie brevi riflessioni. Adesso, purtroppo, è la quarta volta di seguito che mi costringo a starmene imprigionato dentro queste parole.

L’Esercito italiano arruola con concorso 120 ufficiali medici e 200 sottufficiali infermieri

L’Esercito italiano avvia una procedura straordinaria di arruolamento per chiamata diretta di 120 ufficiali medici e di 200 sottufficiali infermieri utili allo scopo. Le domande di arruolamento dovranno essere presentate entro il 25 marzo 2020 in maniera telematica, previo accreditamento, esclusivamente tramite il “Portale dei concorsi on line del Ministero della Difesa”, raggiungibile all’indirizzo concorsi.difesa.it oppure tramite l’homepage del sito www.difesa.it.

La selezione è riservata alle persone che non abbiano superato i 45 anni e che siano in possesso di una laurea magistrale in medicina e chirurgia e della relativa abilitazione all’esercizio della professione, per quanto riguarda i 120 posti da ufficiale medico, mentre per i 200 posti da sottufficiale infermiere servirà avere la laurea in scienze infermieristiche e della relativa abilitazione professionale.

Il personale che verrà arruolato dopo aver superato le prove previste, sarà avviato agli Enti individuati dalla Forza armata e nominato tenente o maresciallo in ferma annuale del Corpo sanitario dell’Esercito, con trattamento giuridico ed economico dei parigrado in servizio permanente.

Coronavirus: tutte le disposizioni del Comune di Roma

Numerose le misure adottate dal Campidoglio in attuazione dei Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per contenere la diffusione del Coronavirus (e assidui i controlli della Polizia Locale). Qui di seguito i provvedimenti, settore per settore, e le iniziative straordinarie (come il trasferimento su web e social di arte, spettacoli e musica):

TRASPORTI: ultima corsa di metro-bus-tram alle 21, riduzione corse con orario estivo, sospesi bus notturni. TAXI: nuovi turni con riduzione del servizio (-33%). Sospesa la flessibilità in ingresso e in uscita per tutti i turni di servizio su tutto il territorio comunale, alle stazioni ferroviarie e all’aeroporto di Fiumicino (parzialmente aperto, mentre quello di Ciampino è chuso). L’orario minimo di servizio giornaliero è ridotto a 3 ore.

VIABILITA’:  fino al 3 aprile 2020 viene sospeso il pagamento della sosta tariffata su tutto il territorio di Roma Capitale

Lo stabilisce un ordinanza della Sindaca emanata in funzione del mantenimento dei servizi essenziali per la cittadinanza garantiti dagli operatori che devono potersi recare nelle proprie sedi di lavoro nella maniera più agevole possibile.

Fino al 3 aprile 2020 i varchi delle Zone a traffico limitato del Centro storico, del Tridente e di Trastevere sono disattivati per l’intera giornata.

Annullato l’appuntamento con #ViaLibera di domenica 22 marzo (#ViaLibera è l’iniziativa di Roma Capitale che per una domenica al mese prevede una rete di strade riservate completamente o parzialmente a pedoni e ciclisti, con eventi e altre attività lungo il percorso).

SPORTELLI AL PUBBLICO: vengono erogati agli sportelli i soli servizi “incomprimibili” come le denunce di nascita e morte. Gli sportelli anagrafici dei Municipi aprono solo al mattino e solo su appuntamento.

La Casa Comunale riduce l’apertura al pubblico e osserva questo orario: dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 (possibili ulteriori riduzioni saranno tempestivamente comunicate qui sul portale).

Ogni altro servizio anagrafico e di stato civile è disponibile esclusivamente online. Gli accessi sono contingentati in modo da mantenere la distanza di sicurezza di un metro tra chi attende in fila e tra pubblico e operatori.

060606: il contact center di Roma Capitale resta aperto come sempre 24 ore su 24. La direzione dello 060606 lancia nel contempo una comunicazione agli utenti, sottolineando che il servizio non è “in possesso di informazioni aggiuntive” in tema di Coronavirus e non è “abilitato a fornire interpretazioni delle disposizioni governative in vigore”. L’invito è dunque a non saturare le linee per avere notizie già fornite dalle fonti a ciò preposte, in primis la pagina dedicata del Ministero della Salute .

TURISMO E RELATIVI SPORTELLI: sospesa la vendita della Roma Pass fino al 4 aprile, punti informativi (Tourist Infopoint) chiusi, sportello informativo del Dipartimento Turismo attivo solo via telefono e per posta elettronica. Sportello attività ricettive (SUAR) chiuso e sostituito da contatti per telefono ed e-mail.

SCUOLE: sospesa l’attività fino al 3 aprile, è partita ed è stata completata la sanificazione di edifici, mense, arredi, scuolabus (operazioni concluse in 212 asili nido capitolini, 318 scuole dell’infanzia capitoline, 181 nidi in convenzione, 7 nidi in concessione e 4 nidi in finanza di progetto).

CENTRI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO (C.O.L.): ricevimento al pubblico sospeso fino a nuove disposizioni.

MERCATI: consentite aperture mercati idonei al rispetto delle misure sanitarie di contrasto epidemiologico.

GESTIONE RIFIUTI DOMESTICI: in base alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, AMA diffonde precise prescrizioni e indicazioni su come raccogliere e gettare i rifiuti, per chi è positivo al tampone o in quarantena e per tutti gli altri cittadini. Importante, ai fini del contenimento del contagio, attenersi scrupolosamente al vademecum AMA.

PARCHI E VILLE: chiusi fino al 25 marzo, tranne le aree e i parchi non recintati (come Villa Borghese), dove è invece previsto un aumento dei controlli per verificare il rispetto delle disposizioni fissate dal Decreto governativo dell’11 marzo. Vedi qui per l’ordinanza.

CENTRI ACCOGLIENZA, MENSE SOCIALI, PIANO FREDDO: nuove accoglienze sospese (tranne che su segnalazione degli ospedali, in casi specifici e “compatibili con la vita comunitaria”); uscite degli ospiti “sempre limitate allo stretto necessario”; visite a domicilio solo nei casi indispensabili; sospensione degli “accompagnamenti” da parte delle unità di strada (unica eccezione, quelli legati a procedimenti giudiziari); mense sociali aperte ma nel rispetto delle distanze minime e con turni di accesso. E, per quanto riguarda in particolare il Piano Freddo, ampliata l’accoglienza H24 per i senza fissa dimora: i centri attualmente in regime H15 passano al regime completo H24, in modo che 240 ospiti rimangano giorno e notte nelle strutture, senza spostarsi. E i nuovi inserimenti saranno preceduti da controlli per verificare lo stato di salute degli ospiti.

CENTRI ANZIANI E DI AGGREGAZIONE: decisa la chiusura fino al 3 aprile “di tutti i centri semiresidenziali socio-assistenziali e ludico-ricreativi gestiti da Roma Capitale, in convenzione e privati”: centri anziani, centri Alzheimer, centri diurni, laboratori per anziani-persone disabili-minorenni, ludoteche e centri di aggregazione giovanile. Vedi la nota ufficiale. In tutti i centri anziani sono previsti interventi di sanificazione.

CENTRI ANTIVIOLENZA: continuano la loro attività di sostegno alle donne vittime di violenza di genere, garantendo assistenza telefonica e rispondendo a tutte le richieste di aiuto. I numeri sono attivi h24 e sono disponibili qui sul portale istituzionale. Numero telefonico nazionale 1522, gratuito e attivo h24.

ATTIVITA’ CULTURALI: Tutti i musei, i teatri e tutti i luoghi e gli istituti della cultura, come gli spettacoli, sono sospesi su tutto il territorio nazionale e dunque anche a Roma.

SPORT: L’Assemblea Capitolina ha varato un ordine del giorno che stabilisce misure di ristoro e sostegno: sospensione del canone per il periodo di emergenza e per i mesi successivi; richiesta all’Istituto per il Credito Sportivo di sospendere le rate di mutui relativi agli impianti per i mesi di emergenza e fino a due mesi successivi, per dare tempo agli impianti di ricreare flussi economici.

AMA: disposta la chiusura degli sportelli al pubblico per i servizi relativi alla Tariffa Rifiuti. Fino al 3 aprile prossimo, gli uffici Ta.Ri. di via Capo D’Africa 23/b, via Giovanni Amenduni (Ostia) e via Mosca 9 rimarranno dunque chiusi.

PERSONALE CAPITOLINO: “Tutti i dipendenti capitolini rientrati sul territorio di Roma nei 14 giorni antecedenti l’8 marzo, provenendo dalle zone ‘rosse’ (art. 1 DPCM 8 marzo 2020), sono esonerati dal servizio fino a nuova disposizione e sono tenuti a restare a casa, contattare il numero verde 800 118 800 e seguire le indicazioni fornite”. Così la nota di Roma Capitale. Su scala generale è praticato il lavoro da remoto (smart working), esteso a tutto il personale per l’intera settimana lavorativa, ad esclusione dei servizi essenziali che richiedono presenza fisica e con il mantenimento, dove necessario, di presìdi minimi sui luoghi di lavoro. Vedi la nota ufficiale. Data la novità di questo modo di gestire il lavoro, l’assessore al Personale Antonio De Santis lancia #RomaCapitaleSmart, un “contenitore” per accogliere idee, proposte e suggerimenti dei dipendenti, stimolando “la partecipazione e la condivisione di tutti” per una “crescita esponenziale, dinamica e stimolante” delle attività amministrative svolte in modalità “smart”.

Cura Italia: le nuove norme per la Pubblica Amministrazione

Smart working come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione, sospensione dei concorsi per 60 giorni, differimenti dei termini amministrativi e proroga della validità dei documenti: sono diverse le misure di interesse per le pubbliche amministrazioni nel decreto “Cura Italia”, corposa risposta economica all’emergenza Covid-19.

Il decreto legge n.18 del 2020, appena varato, conferma la centralità del lavoro agile. L’obiettivo è quello di potenziare ai massimi livelli possibili l’utilizzo di questa forma organizzativa, limitando la presenza negli uffici pubblici alle sole attività “indifferibili” che non possono essere svolte da remoto. Anche con questo provvedimento, il Governo mira a creare le condizioni perché la PA continui ad erogare servizi senza compromettere la lotta al virus.

In relazione ai concorsi pubblici per l’accesso al pubblico impiego, viene prevista la sospensione del loro svolgimento per sessanta giorni a decorrere dall’entrata in vigore del medesimo decreto (ieri, 17 marzo 2020). Sono esclusi i casi in cui la valutazione dei candidati viene effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica. Restano valide le procedure per le quali risulti già ultimata la valutazione dei candidati e la possibilità di svolgimento dei procedimenti per il conferimento di incarichi, anche dirigenziali, che si instaurano e si svolgono in via telematica, ivi incluse le procedure relative alle progressioni tra le aree riservate al personale di ruolo.

Il decreto inoltre prevede:

  • la possibilità per i consigli dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane e le giunte comunali di collegarsi con videoconferenza per effettuare riunioni di lavoro, nel rispetto di criteri di trasparenza e tracciabilità, garantendo comunque la certezza nell’identificazione dei partecipanti e la sicurezza delle comunicazioni. Le stesse modalità possono essere adottate dagli organi collegiali degli enti pubblici nazionali, dagli enti e dagli organismi del sistema camerale, dalle associazioni private anche non riconosciute e dalle fondazioni;
  • la sospensione dei termini nei procedimenti amministrativi e degli effetti degli atti amministrativi in scadenza, fino al 15 aprile 2020; inoltre, tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati, in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020, conservano la loro validità fino al 15 giugno 2020;
  • la proroga al 31 agosto della validità dei documenti di riconoscimento e di identità, scaduti o in scadenza; mentre la validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento.

Coronavirus: al via i test per un vaccino italiano

Takis, società biotech di Castel Romano, che ha annunciato di aver ricevuto il via libera per la sperimentazione sugli animali del vaccino contro il Sars-Cov2. I test, il cui inizio è previsto proprio nel corso di questa settimana, sono stati autorizzati dal Ministero della Salute e sono i primi del genere in Europa.

Quello di Takis è un vaccino genetico che contiene solo un frammento di Dna, sarebbe sicuro e indurrebbe una forte risposta da parte del sistema immunitario. Si basa, spiegano gli scienziati, su una tecnologia chiamata “elettroporazione”, che consiste nell’iniezione nel muscolo seguita da un impulso elettrico molto breve che facilita il suo ingresso nelle cellule e attiva il sistema immunitario.

Cosa è cambiato nella lotta ai Virus

La prima manifestazione della peste, in tempi non troppo antichi, viene fatta risalire al 542 d.C. a Bisanzio, mentre, avvicinandosi ai giorni nostri, a Venezia giunse nel 1348 dalla Dalmazia.

La peste del 1348 si sviluppa nel 1346 nel nord della Cina e, attraverso la Siria, arriva nel 1347 in Sicilia e da lì a Genova.

Ovviamente,anche all’epoca, il fenomeno cambiò completamente i rapporti sociali ed economici, bloccando quasi completamente le relazioni tra le persone, anche tra i parenti più stretti.

Il Maggior Consiglio di Venezia decise di fronteggiare l’emergenza nominando tre esperti, per difendere la salute dei veneziani. Come prima cosa, fecero spostare i cadaveri dalla città su due isole abbandonate.

Successivamente, il Maggior Consiglio avviò una serie di misure per rilanciare l’economia, con sgravi fiscali per i commercianti, intimando i pubblici ufficiali a riprendere servizio regolarmente, incoraggiò l’immigrazione, ripristinò le processioni e le feste, prima abolite, per il rischio di contagio.

Subito dopo, nel 1400, nasce a Venezia il Lazzaretto: la quarantena oltre la quale la malattia si può dire debellata.

Ma per prima fu la Repubblica di Lucca che dispose per i medici, come avveniva in Francia, l’uso di un vestone cerato completo di cappuccio ed occhiali.

Fu questo stesso germe patogeno il responsabile delle ricorrenti epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità fino al XVIII secolo.

Anche quella che colpì Viterbo nel 1524.

In quel caso, come si può dedurre dall’allegato all’articolo, il Comune di Viterbo prese posizioni molto forti per contrastare la malattia.

Uno dei primi provvedimenti fu quello di chiudere la città e di chiedere ai cittadini di rimanere un mese all’interno delle proprie abitazioni.

Si chiusero tutte le osterie e si nominò un medico psichico e un cirusico per le necessità dei malati.

Tutte misure che, ahimè, non riuscirono a fermare la peste.

E che resero queste epidemie vivide memorie nel ricordo collettivo; non è un caso, infatti, che l’opera più estesa sulla peste sia italiana.

Fu scritta da Frari con il titolo “Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria, Venezia, 1840”; in essa vengono anche citate le pesti più memorabili, fino al 1770.

Anche Muratori ne scrisse e Albert Camus ne La peste (1947), ambientato ad Orano, ci mostra una città spettrale.

Ma fu il Dott. Rieux, in un suo libro, a rilevare come, cessata la peste, i cittadini tornassero al sonno dell’incoscienza, ammonendo: “Il bacillo della peste non scompare mai”.

Fatti dell’anno 1524 a Viterbo dalla Storia di C. Pinzi

L’Unità nazionale e Mattarella.

Finalmente la tanto declamata unità nazionale comincia a farsi breccia nel grigio panorama politico nazionale. Seppur tra mille sospetti e veti reciproci, il cammino – tortuoso – della coesione istituzionale è sempre più forte. Certo, dettata prevalentemente, se non unicamente, da ragioni drammatiche legate all’emergenza sanitaria. Ma, comunque sia, almeno la politica nel suo complesso adesso dimostra di essere all’altezza della situazione. E anche i provvedimenti che sono stati assunti recentemente dal Governo e che dovranno ancora essere decisi non potranno che essere approvati a larghissima maggioranza se non all’unanimità. 

Certo, non siamo in epoca di statisti e di leader e quindi l’autorevolezza e l’autorità della politica nel suo complesso stenta ad imporsi. Ma, al di là della fragilità e dell’inconsistenza di larga parte della classe politica contemporanea, è indubbio che lo spirito dell’unità nazionale comincia ad affermarsi. Sarebbe auspicabile, al contempo, evitare di autocitare i sondaggi di popolarità del governo o dei singoli capi partito in questa congiuntura così drammatica e così inquieta che vive l’intero paese. Se c’è un elemento da battere in questa fase politica è proprio quello di voler apparire come artefici di scelte giuste e condivise dai cittadini e suffragate dai sondaggi. Per motivi anche etici forse sarebbe opportuno evitare di scendere su questo terreno. 

Dopodiché, in questa stagione politica vanno favorite ed incentivate tutte le iniziative e i tentativi che mirano a creare un clima di unità, di coesione e di solidarietà nazionale. Un atteggiamento politico, culturale ed istituzionale utile al paese ma anche e soprattutto necessario per fugare tutti gli equivoci di una politica ciarliera e del tutto disancorata da ciò che in questo momento vive realmente il sistema paese. Una necessità più che una convinzione. 

Ed è proprio in questo momento che i grandi punti di riferimento – politici ed istituzionali – sono necessari per l’intera comunità. Tra tutti, oggi, noi abbiamo la fortuna di avere l’autorità politica, istituzionale e morale del Presidente della Repubblica. Una figura, quella di Sergio Mattarella, che era e resta decisiva non solo come garante delle nostre istituzioni democratiche ma anche, e soprattutto, come la figura in grado di guidare ed interpretare con saggezza, buon senso ed intelligenza la politica italiana in questa fase inedita e per molti versi anche misteriosa e sempre più inquieta. Perchè anche in assenza di statisti e di leader politici riconosciuti, una figura come quella di Sergio Mattarella resta un faro a cui guardare con fiducia per illuminare le strade pubbliche apparentemente senza luce e senza speranza. 

Progettiamo un nuovo risorgimento italico

Pubblichiamo ampi stralci della lettera, meritevole di grande attenzione, che il Vice-presidente di “Svegliamoci Italici”, Umberto Laurenti, ha inviato il 16 marzo ai soci dell’Associazione (fondata da Piero Bassetti).

[,,,]

Spero mi perdonerete se, prima di parlare della grave emergenza sanitaria che ci tiene immobilizzati fisicamente, vi confesso che non mi sento civicamente tranquillo nel vedere l’Italia e presto anche altri Paesi europei e non solo, in una sorta di coprifuoco senza limiti di durata nell’orario giornaliero e nel tempo, con divieto di circolazione, di riunione, con Parlamento ed ogni altra Assemblea elettiva resi pressoché inoperanti, con la messa in stato di paralisi dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, del volontariato, delle aggregazioni di fedeli di ogni confessione religiosa, con scuole, università e gran parte dei luoghi di lavoro chiusi, con i Tribunali sostanzialmente non operanti, con palinsesti radiotelevisivi egemonizzati dall’epidemia in diretta. 

E per fortuna che qualcuno saggiamente ha impedito che venissero chiuse per decreto le edicole e quindi sospesa la libertà di stampa! Certo ci restano radio, tv, telefono e web, mezzi di comunicazione fondamentali ma non necessariamente rispondenti ai criteri di trasparenza e pluralismo; e ci resta pure il sapere che, grazie al telefonino che abbiamo ormai sempre in mano o in tasca (e che ci dovrebbero ricordare che va disinfettato quanto le nostre mani) ed alla geolocalizzazione da esso fornita, con l’aiuto dei droni, degli aerei e dei satelliti, siamo costantemente monitorati nei nostri spostamenti e comportamenti, ovviamente tutto a fin di bene e per la nostra salute…! Tutto ciò è arrivato, è tuttora in corso e durerà non sappiamo ancora per quanto tempo, in un’Italia già alle prese con problemi non semplici quali la recessione economica, l’instabilità politica, il distacco tra cittadini ed Istituzioni, il malessere di vasti strati sociali, il divario crescente tra Nord e Sud, la cronica  inefficienza della Pubblica Amministrazione, la carenza di infrastrutture e servizi, tutte condizioni negative che certo non vengono meno nella straordinaria condizione attuale di grave rischio per la salute della collettività, ed a cui si potranno aggiungere altre insorgenze anche gravi, quale quella già accaduta e non ancora sufficientemente analizzata e contrastata, della rivolta improvvisa e contemporanea nella maggior parte delle carceri italiane. 

Insomma siamo in presenza di una innegabile generale sospensione delle garanzie costituzionali poste a fondamento della nostra comunità civile e financo delle minime condizioni di democrazia formale, il tutto forse neanche percepito dall’opinione pubblica e solo domenica 15 marzo timidamente segnalato da un articolo di Piero Ignazi su Repubblica, quando invece, senza voler negare l’eccezionalità della situazione determinata dal dilagare del coronavirus, dovrebbe essere presente nel dibattito politico, nella coscienza civica comune, nell’attenzione degli organi di informazione, almeno la consapevolezza del rischio latente in uno stato generale di sospensione senza neppure la data prevista per il loro ripristino, delle condizioni di vita democratica. E pensare che persino il Direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel dichiarare, seppur tardivamente, lo stato di pandemia sanitaria, ha voluto rimarcare che “questa non è solo una crisi sanitaria, è una crisi che toccherà ogni settore”.

[…] 

Poiché è sicuro che, quando usciremo e se usciremo da questa crisi, saremo obbligati a ripensare alla globalizzazione, alle Istituzioni sovranazionali a partire dall’Unione Europea, alla partecipazione dei singoli e dei gruppi ai processi decisionali politici ed economici. Di sicuro ci troveremo in un mondo nuovo, che sconterà una fase di strabismo istituzionale fino al configurarsi di un nuovo assetto che non potrà essere semplicisticamente protezionista o globalista. Sui quesiti ricorrenti del “perché, come, fino a quando, abbiamo fatto tutto bene?” rispetto alla pandemia del coronavirus, non voglio esprimermi, lanciando solo, a futura memoria, una domanda: c’è qualche spiegazione per il fatto che la pandemia si è sviluppata, nella fase iniziale, sia in Cina che in Italia, nelle zone più industrializzate dei due Paesi? Qualcuno può spiegarci se c’è una qualche attinenza tra sviluppo del coronavirus e condizioni climatico-ambientali delle due zone?

[…]

Sono convinto, e proprio questo potrebbe essere il tema di un primo ragionamento comune, che questa pandemia non solo modificherà i nostri comportamenti individuali e collettivi, non solo costringerà a rivedere i modelli di organizzazione sanitaria nonché di prevenzione e risposta ai rischi delle calamità naturali, non solo suggerirà di aggiornare il nostro sistema delle autonomie, ma per guardare a noi, imporrà una riformulazione del Messaggio Italico, se vogliamo che sia significativo nella vita civile di oggi e non solo di dopodomani, e rispondente per la sua parte al cambiamento epocale che fatalmente sarà prodotto dalla crisi attuale.

La conseguenza percettiva della certificazione dello stato di pandemia sanitaria è che ora siamo meno isolati, l’Italia non è più il lazzaretto del mondo occidentale, anzi, le misure adottate in Italia hanno impedito o rallentato l’espandersi del virus, che maggiori devastanti esiti potrebbe produrre in aree meno dotate di strutture sanitarie, quali ad esempio l’America Latina; la crisi economica certo ci sarà e sarà devastante, ma riguarderà tutti e in tutti i Paesi, per cui tutti dovremo ripartire da sottozero. Ed ancora una volta, quindi, dovranno venir fuori le capacità tipiche degli Italici. Ce ne sarà bisogno, poiché, tanto per fare un esempio, dovranno essere totalmente riviste le previsioni rispetto alla mobilità, anche perché già non sappiamo quanto tempo ancora il coronavirus interesserà il territorio italiano, ma ancor meno possiamo sapere quanto durerà nelle altre parti del mondo dove nel frattempo si sposterà, e ciò fatalmente riguarderà la operatività dei collegamenti aerei e quindi il futuro dei flussi turistici verso l’Italia.

Certo il nostro Progetto ed il suo Manifesto dovranno adeguarsi al nuovo scenario, ma noi dobbiamo prepararci fin da ora. Dovremo anche noi, che abbiamo accolto il messaggio di Piero Bassetti, e l’abbiamo accettato come idea guida della missione della nostra Associazione “Svegliamoci Italici”, fare la nostre parte per guidare il non facile e lungo cammino per la costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla cooperazione tra le grandi Civiltà, ma anche per ripristinare una corretta e positiva immagine della nostra Penisola, territorio di origine, testimonianza ininterrotta, riferimento istintivo ed emblematico, laboratorio di elaborazione per gli sviluppi futuri, della grande Civiltà Italica. 

Ho l’impressione, ed è soprattutto su questo mio spunto programmatico che chiedo il vostro apporto di idee e proposte, che immaginare una Campagna per un nuovo Rinascimento Italico che rilanci il nostro territorio ricco di musei e siti archeologici, teatri, borghi e città d’arte, terreno fertile per prodotti agroalimentari di qualità, ma anche per l’innovazione, la creatività, la cura del benessere, nel rispetto per la Natura e l’ambiente e nella valorizzazione dei lasciti culturali del passato, non sia più solo una opportunità per noi tutti e per la nostra Associazione in particolare, ma un obbligo, intorno alla cui ideazione e programmazione dobbiamo iniziare a lavorare con urgenza.

[…]

Il Papa fa suo l’appello per il Rosario dei Vescovi italiani

“Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente oggi alle ore 21 nella recita del Rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo Cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del Rosario, sotto lo sguardo amorevole di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio”. Queste le parole che il Santo Padre ha pronunciato al termine dell’udienza generale.

La preghiera del Rosario verrà accompagnata anche da un semplice segno: si propone di esporre alle finestre delle case un piccolo drappo bianco o una candela accesa, simboli della speranza e della luce della fede. “Dalle nostre abitazioni – afferma il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI – si eleva al Padre la supplica dei suoi figli, affinché il Signore, buono e misericordioso, dia la forza del suo Spirito ai medici e agli operatori sanitari, illumini i ricercatori, guidi i governanti, infonda vigore ai corpi degli anziani e dei bambini, allontani la paura, doni a tutti, specialmente ai malati, la consolazione del suo Figlio Gesù”.

TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera.

Siria: Save the Children, “217 scuole bombardate negli ultimi 3 mesi e 30 bambini uccisi”

Un anno di combattimenti intensi nell’area ha messo sotto duro attacco l’educazione e il futuro di un milione e mezzo di bambini. Oltre la metà delle scuole di Idlib – 570 su 1.062 – sono danneggiate, distrutte o sono confinate in aree troppo pericolose perché possano essere accessibili ai bambini. Altre 74 scuole sono attualmente utilizzate come rifugi per le famiglie che fuggono dal conflitto. Per ospitare tutti i bambini in età scolare a Idlib ogni classe ancora attiva dovrebbe accoglierne fino a 240.

Nell’ultimo anno, l’escalation di violenze in aree civili ha costretto le persone a fuggire da quasi metà della provincia di Idlib, in condizioni sempre più disumane. Nei primi due mesi del 2020, almeno 30 bambini sono stati uccisi e oltre 550mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Tutto questo ha obbligato i bambini coinvolti a vivere sotto la costante minaccia della violenza.

Il 25 febbraio scorso 8 scuole e due asili sono state colpite da attacchi, il numero più alto in un solo giorno ad Idlib dall’inizio del 2019. Secondo la rete Hurras, la maggior parte di questi bombardamenti, è avvenuto durante le lezioni. Questi episodi vanno in controtendenza rispetto al passato, quando le strutture educative erano state in gran parte colpite al di fuori dell’orario scolastico; da marzo 2019, infatti, c’era stato un solo altro bombardamento occorso durante le lezioni, che ha ucciso 5 bambini, il 1° gennaio 2020.

I genitori per risolvere il problema chiedono che le lezioni si svolgano in luoghi nascosti, come grotte e scantinati, oppure in strutture mobili, più difficili da colpire.

Quindi per impedire che il conflitto privi i bambini della loro educazione, Save the children, insieme al suo partner Shafak, ha trasformato quattro autobus in aule mobili dipinte con colori vivaci, portando così la scuola anche nel pieno della crisi ad alcuni dei 575.000 bambini sfollati.

Nelle aule mobili si insegnano materie fondamentali come l’arabo e la matematica, si fornisce supporto emotivo e psicosociale strutturato e vengono svolte attività di gioco per aiutare i bambini a riprendersi dalle esperienze traumatiche che hanno vissuto.

La Consob vieta le vendite allo scoperto per tre mesi

La vendita allo scoperto, chiamata anche vendita a nudo (in lingua inglese short selling, o semplicemente short), è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori.

La vendita allo scoperto è un’operazione finanziaria di tipo prettamente speculativo ed orientata verso un orizzonte temporale di brevissimo periodo. Per tale motivo non può essere considerata uno strumento d’investimento. Inoltre, a causa degli effetti ribassisti sulla borsa valori, è sottoposta a particolari regole nella maggior parte dei paesi.

Ora in Italia la Consob ha introdotto un divieto alle posizioni nette corte (vendite allo scoperto e altre operazioni ribassiste) dopo aver ricevuto parere positivo dall’Esma. Il divieto, per la prima volta, si applica a tutte le azioni negoziate sul mercato regolamentato italiano e durerà tre mesi.

 

Le migliori app per le videochiamate di gruppo

Quali sono le app per videochiamate di gruppo da scaricare subito su Android e iPhone in questi tempi di permanenza forzata in casa?

Se, per esempio, si vuole videochiamare un proprio famigliare direttamente dallo smartphone, una delle app più indicate è WhatsApp, che consente di interagire simultaneamente con massimo tre contatti. Per le videochiamate più numerose con parenti e amici, un’ottima soluzione è Skype, un’applicazione molto popolare in grado di connettere contemporaneamente fino a 50 utenti.

Messenger o Instagram, inoltre, sono due piattaforme indicate per videochiamare gli amici, potendo sfruttare divertenti filtri e personalizzazioni.
Per chi utilizza le videochiamate per lavoro, invece, una piattaforma molto gettonata è Zoom Cloud Meeting, utile per facilitare il coordinamento tra colleghi o per organizzare lezioni scolastiche da remoto.

Duo è invece la proposta di Google già pre-installata su tutti gli smartphone Android ed è compatibile anche con gli iPhone.

Un’altra ottima alternativa per effettuare videochiamate di gruppo è Hangouts di Google, anch’essa fruibile sia su dispositivi mobile che da computer. Questa piattaforma si appoggia sul servizio di posta elettronica gmail, ma ha un limite non trascurabile: non supporta videochiamate con più di 10 partecipanti.

Tutto questo non Dimenticando Teams di Office e Skype.

Coronavirus: la disputa sul farmaco giapponese

Assorted pills

Le autorità cinesi sostengono che un farmaco giapponese si è dimostrato efficace nel trattamento di pazienti contagiati dal coronavirus.

Il dirigente del ministero cinese della Tecnologia e della Scienza Zhang Xinmin, secondo il Guardian, ha evidenziato i risultati ottenuti grazie all’impiego del favipiravir, sviluppato da una controllata della Fujifilm.

Il farmaco, come si legge sul Guardian, sarebbe stato utilizzato con successo nel trattamento di 340 pazienti tra Wuhan e Shenzhen. “Ha un alto livello di sicurezza ed è chiaramente efficace”, le parole di Zhang, rilanciate in primis da media nipponici. I pazienti a cui è stato somministrato il farmaco sarebbero risultati negativi, in media, a 4 giorni dalla positività. L’emittente NHK afferma che i pazienti non trattati, invece, avrebbero impiegato 11 giorni per arrivare allo stesso risultato. Inoltre, le radiografie avrebbero confermato miglioramenti nelle condizioni polmonari del 91% dei pazienti a cui è stato somministrato il farmaco.

La percentuale scende al 62% se si considera chi non ha ricevuto il favipiravir. Nessun commento ufficiale, al momento, dalla Fujifilm Toyama Chemical, che ha sviluppato il farmaco.

Le dichiarazioni di Zhang sono state ridimensionate però da un’anonima fonte del ministero della Sanità giapponese: “Abbiamo dato l’Avigan (il nome del farmaco, ndr) a 70-80 persone, ma non sembra funzionare così bene quando il virus si è già moltiplicato”, le parole della fonte al Mainichi Shimbun.

Riflessione in questi giorni di dolore e di difficoltà dell’Italia e del mondo

Ogni attività di social dovrebbe avere a mio parere una direzione ben precisa, e, per quanto riguarda noi, accogliere e organizzare coloro che credono fermamente in un progetto d’ispirazione cristiana e popolare, laica e cattolica, che sappia produrre un seme di nuova democrazia e di nuova socialità, nel cammino iniziato dai padri politici Sturzo e De Gasperi, insieme anche, ovviamente ai tanti protagonisti del mondo cattolico in politica, così come si è determinato in oltre un secolo di storia.

Cosa vuol dire allora essere partecipi di questo progetto? Parto sempre dalla famosa affermazione di Papa Giovanni XXIII “ quando incontri un viandante, non chiedergli mai da dove viene, domandagli dove è diretto”.

Ciò che conta allora è la direzione. In questo momento storico ci sono molte direzioni: ci sono i populisti ( come prevalentemente i 5 stelle, ma la malattia è diffusa in ogni parte politica, perché purtroppo, si promette più di quello che si può fare, mentre, al contrario, De Gasperi diceva il contrario); ci sono i nostalgici ( e mi riferisco sia a coloro che vorrebbero ritornare a un passato recente o remoto, considerato paradigmatico, sia a chi pensa di rifare esattamente le stesse cose, senza rendersi conto che oggi non è più possibile); ci sono i coltivatori di illusioni (ottiche) che osservano solo miraggi e visioni; ci sono infine le persone concrete che guardano i fatti, riflettono sulla realtà del mondo attuale e, sulla base di quello che hanno imparato frequentando l’Amicizia del Signore, sia coscientemente, sia senza saperlo ( perché “ non chi dice Signore Signore …ma chi fa la volontà del Padre mio..”), propongono cose nuove, mantenendo le antiche nella loro pienezza valoriale, come dei buoni amministratori e cultori del bene comune.

Ecco noi vogliamo appartenere a questa categoria e non disperdere il grande patrimonio di cultura e di educazione politica e sociale che abbiamo conservato e che è a nostra disposizione, non tanto per ripeterlo, quanto perché ci serva a comprendere quello che dobbiamo fare oggi, dopo avere attentamente osservato quello che è avvenuto in questi ultimi 25-30 anni e proporre concrete risoluzioni e posizioni al servizio delle persone.

Coronavirus: dietro ogni difficoltà c’è una opportunità.

Sono convinto che dopo che passeremo questa condizione di difficoltà particolare, nulla resterà più come prima. L’esperienza che nostro malgrado stiamo facendo, ci sta inducendo a cambiare le priorità del paese, ci sta spingendo verso la innovazione, ci ha riporta su un terreno delle cose più realistiche mettendo all’angolo le posizioni esagerate, di rottura, populistiche. Insomma, dopo gli innumerevoli deragliamenti, il convoglio Italia, man mano, sembra voler tornare sui binari del realismo, del rifiuto delle esasperazioni, del recupero del tempo perso nel campo della innovazione.

Ad esempio, in questi momenti chi liquiderebbe la sanità italiana con luoghi comuni tanto sostenuti negli ultimi anni, al cospetto di tanta dedizione dimostrata dal personale medico e paramedico? Continuerebbe a tagliare risorse sulla sanità come se fosse un settore qualsiasi? Solo oggi possiamo renderci conto che i tagli passati, hanno mantenuto il tradizionale a discapito della prevenzione ed investimenti come reparti speciali sanitari che si stanno dimostrando vitali per la sicurezza delle persone.

Lo stesso vale per la scuola. Quale governante ispirato e lungimirante penserebbe che la spesa da destinare dovrebbe essere indirizzata solo all’assunzione di nuovi insegnanti privi di competenze aggiuntive a quelle tradizionali richieste, dopo che la chiusura forzata della scuola, non l’ha vista attrezzata neanche minimamente per allestire lezioni on line. È triste constatare che non si sono usati neanche app gratis esistenti per gestire lezioni con tecnologie ormai mature.

È persino inutile sottolineare quanto sia penalizzante interrompere i programmi di istruzione per i nostri bambini e ragazzi. Cambierà tanto anche il lavoro italiano dopo il forzato ricorso allo smart working. Non si tornerà indietro nella pubblica amministrazione, così come nel terziario e nell’industria. Sono convinto che le regolazioni dei prossimi rinnovi contrattuali, saranno fortemente condizionati dalle pattuizioni su orari, profili professionali, retribuzioni ed altro, riguardo questa modalità di lavoro che ci permette di superare come lavoratori tempo e spazio, con grandi guadagni di tempi, di salute, di relazioni familiari, di produttività.

Anche le relazioni sociali, interpersonali, quelle politiche, sindacali, quelle sociali in generali ed anche quelle religiose, saranno sostenute grandemente dalle modalità di collegamento on line. Attualmente ciascuno di noi si è relazionato digitalmente, ma di norma con un’altro singolo. Gli incontri di gruppo gli abbiamo concepiti soltanto di tipo “front”. Ed invece in questi giorni, quanti di noi hanno dovuto istallare velocemente app per tenere riunioni con tante altre persone che avevano l’esigenza di parlarsi in gruppo, incontrarsi virtualmente con la propria comunità religiosa per partecipare on line alla celebrazione eucaristica? Ed allora, di ciò che ci capita, dobbiamo farcene una ragione. Ed infatti vale la pena seguire una giustissima affermazione di un grande uomo come Galileo Galilei che di difficoltà ne incontrò tante: “ dietro ogni difficoltà c’è una opportunità”.

Il coronavirus, le scuole chiuse e l’istruzione a distanza

La riforma Renzi-Faraone altrimenti definita della “buona scuola” aveva simbolizzato nell’immaginario collettivo la figura del “preside-sceriffo”: ciò a motivo del fatto che sembrava cogliersi nell’articolato (peraltro alquanto disarticolato) del provvedimento legislativo (legge 107/2015) una deriva decisionista che rafforzava le prerogative dei dirigenti scolastici.

Le recentissime puntualizzazioni del Ministro MIUR On.le Lucia Azzolina in materia di formazione e istruzione a distanza introducono una nuova metafora per responsabilizzare i capi di istituto in ordine all’attivazione di iniziative di didattica attuate coi mezzi telematici, in questo periodo di chiusura delle scuole e di sospensione delle lezioni in presenza: quella che li definisce “comandanti della nave”.

Facile intuire la volontà del Ministro di assicurare ‘comunque’ l’esercizio del diritto allo studio garantito dagli articoli 3 e 34 della Costituzione, dalla legislazione dei Decreti Delegati del 1974, dalla legge 517/1977 e dalle successive disposizioni, coerentemente ispirate al principio dell’assolvimento dell’obbligo scolastico e formativo, agli alunni costretti a casa dalla pandemia del Coronavirus per effetto del più recente ‘DPCM Conte’ sui provvedimenti restrittivi atti ad evitare la diffusione del contagio, altrimenti facilitata dall’aggregarsi delle classi e dei gruppi di persone fisiche e dalla frequenza degli alunni alle attività didattiche.

Di metafora in metafora la deriva interpretativa dei più recenti titolari del dicastero di Viale Trastevere va nella direzione di un rafforzamento dei processi di decentramento organizzativo-didattico delle istituzioni scolastiche, specie dopo i provvedimenti sul conferimento dello status dirigenziale ai Direttori didattici e presidi (DL 59/1998) e sull’autonomia scolastica (DPR 275/1999).
Gli indirizzi ministeriali non vengono meno e la gerarchia di decentramento autarchico interna al sistema scolastico non si destruttura (vengono anzi rafforzate le funzioni degli Uffici scolastici regionali) ma il trend in atto da anni muove verso un allineamento dei luoghi delle decisioni a quelli della scuola militante, quindi verso la periferia del sistema. Lo scopo è ovviamente quello di valorizzare le potenzialità autogenerative e progettuali del pianeta-scuola e di favorire uno snellimento nelle procedure decisionali.

Sarebbe interessante approfondire questo aspetto poiché sembra invece – dal tam tam che arriva dalle scuole – che spesso si corra in rischio di introdurre nuovi livelli di burocrazia decentrata, che a volte finisce per essere persino più pervasiva e soffocante di quella tradizionalmente affidata alle autorità centrali.
La nota teoria di Parkinson sulla ”autogenesi degli uffici” finisce per replicare in periferia i difetti del sistema, nell’implementare gli adempimenti, nel creare una discrasia tra quantità sovrabbondante delle procedure e loro effettiva utilità.
Basti pensare all’enfasi data alle riunioni e all’intensità della loro calendarizzazione: viene da chiedersi quanta parte del tempo dedicato agli impegni collegiali e al crescente numero di adempimenti burocratici miniaturizzati in ogni aspetto della vita scolastica, produca alla fin fine un effettivo miglioramento in termini di efficienza ed efficacia della qualità del servizio pubblico erogato e quanto sottragga energie agli adempimenti didattici “in classe”.
Forse si è perso l’orizzonte di senso rispetto alle teorie curricolari e all’impostazione dei processi di insegnamento-apprendimento: “programmare” è “semplificare” e questo pare esser stato dimenticato in quel coacervo soffocante di riunioni, assemblee, comitati, gruppi di lavoro, team, staff e chi più ne ha più ne metta, che finisce col creare una sovrastruttura poco funzionale alla didattica e molto autoreferenziale rispetto agli adempimenti propedeutici, preliminari o validativi.

Si destina – come direbbe Thomas Bernhard – “più tempo a preparare che a fare”.
Chi conosce l’utilità della pedagogia comparativa sa che si tratta di una tendenza quasi fisiologica in atto nei sistemi scolastici dei Paesi della Comunità europea: sistemi formativi consolidati su un forte accentramento dei livelli decisionali muovono verso il decentramento di ruoli e funzioni e verso l’autonomia dei singoli istituti scolasti mentre modelli organizzativi basati sul potere delle autorità locali (scolastiche ed extrascolastiche) si incanalano nella direzione opposta: quella di compensare l’eccessiva discrezionalità locale con un rafforzamento delle funzioni di indirizzo e di controllo da parte del Ministero centrale, in tema di programmi, modelli organizzativi e coordinamento sulle linee generali che restituiscono una identità nazionale all’apparato scolastico, valga per tutti l’esempio del cd. “common core” in atto nei Paesi anglosassoni: stabilire uno zoccolo duro che garantisca omogeneità nell’uguaglianza dei diritti di accesso e garanzia di esiti formativi finali non condizionati dalla loro localizzazione.

Nell’uno e nell’altro modello organizzativo, con enfasi e peso differenziati, le nuove tecnologie stanno integrando le didattiche tradizionali, centrate sulla lezione frontale, sui libri e sulla scrittura manuale.
E’ noto che in Finlandia il tablet sta sostituendo l’uso del corsivo nell’apprendimento della letto-scrittura, con quali risultati sarà dato a verificare tra qualche anno.
Ma una scuola che ignora le nuove tecnologie rischia di non restare al passo coi tempi.
Anche il sistema scolastico italiano ha prodotto vere e proprie innovazioni in tema di insegnamento a distanza: basti ricordare da quanti anni è in vigore la cd. “istruzione domiciliare” a favore degli alunni impossibilitati a seguire le lezioni a scuola a motivo di infortuni, convalescenze post-operatorie, malattie.

Chi scrive queste righe ha contribuito a realizzare quel tipo di progetto: siamo stati i primi in Europa e in tema di scuola ospedaliera e di insegnamento a domicilio il “modello Italia” ha costituito un’eccellenza imitata poi da altri Paesi. Questo esempio di insegnamento a distanza si basava tuttavia su una precisa previsione normativa e poteva contare su uffici, strutture, disponibilità di mezzi, dotazioni e risorse programmate. Il richiamo del Ministro Azzolina ad avviare modelli didattici “ a distanza” fa necessariamente leva sulle motivazioni e la volontà progettuale di ogni singolo istituto, essendo tali moduli formativi contestualizzati ad una situazione di emergenza determinata dalla evidenza della pandemia in atto.

I riferimenti normativi cui fa riferimento il Ministro tuttavia sembrano generali e aspecifici e non suffragati da una espressa previsione normativa.
Occorre considerare la vastità dell’impegno richiesto, per evitare di avere scuole pilota e scuole non dotate di mezzi sufficienti ad avviare tali procedure. Inoltre- con riferimento all’utenza (leggasi alunni e famiglie) – va tenuto presente la vasta tipologia di situazioni domestiche, di disponibilità di mezzi e dotazioni tecnologiche, ma anche elementi oggettivi come l’ordine e il grado di scuola di iscrizione, le discipline, le materie.

Un corso di matematica o di lingua straniera a distanza ha un significato in termini di supplenza alla mancata frequenza scolastica, mentre appare meno sostenibile sul piano logico e comunicativo un analogo tipo di modulo didattico se riferito alla scuola dell’infanzia.
Non va sottovalutato inoltre un altro aspetto prodromico e una precondizione che si rivela essenziale: il cd. “decreto economia” (cioè la pars construens delle iniziative legate alla lotta al coronavirus e alle sue conseguenze) prevede che gli edifici scolastici siano inaccessibili anche al personale Dirigente, docente ed ATA. Ci si chiede come potrebbero avviarsi progetti di didattica a distanza in scuole fisicamente chiuse, per evitare incontri, riunioni e contatti che favorirebbero il contagio.
Se ne deduce che iniziative del genere potrebbero essere assunte a livello di volontariato e dalle abitazioni private dei docenti: non si può infatti immaginare che proprio le scuole siano luoghi di erogazione di un pubblico servizio dove prima e più che altrove vengono elusi i provvedimenti restrittivi del Governo.

Già prima del “decreto economia” si era verificata una situazione contraddittoria nel contesto dello stesso DPCM “Conte” del 4 marzo u.s : nel medesimo art.1) alla lettera a) si vietavano (divieto che resta in vigore) le assemblee, le riunioni e gli assembramenti di persone in luoghi pubblici e privati, mentre alla lettera d) veniva disposta la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Tuttavia il comma di cui alla lett. g) dello stesso art.1) consentiva ai Dirigenti scolastici di avviare iniziative di insegnamento a distanza “sentiti i collegi dei docenti”. Ora “sentire il collegio dei docenti” (un organo collegiale istituito con DPR 416/1974) significa all’atto pratico “riunirlo” : si tratta di convocare un’assemblea mediamente costituita da 60/120 persone, violando in tal modo il divieto di riunire una moltitudine di persone.
Eppure risulta che per ottemperare a tale previsione normativa alcuni Dirigenti scol.ci abbiano convocato i rispettivi collegi dei docenti. Forse bastava più attenzione nella stesura del DPCM o un po’ di buon senso nel dare priorità al rischio contagio anziché ai progetti didattici a distanza, vista la gravità della situazione.

Si aggiunga che la chiusura prima regionale e in altre province, poi totale delle scuole era stata preceduta da una disposizione che prevedeva che alunni provenienti dall’estero (segnatamente dalla Cina) potessero essere riammessi a scuola sulla base di una valutazione di opportunità delegata ai loro genitori.

In conclusione: sceriffi, comandanti o più correttamente “dirigenti scolastici” sono spesso chiamati a dirimere e interpretare disposizioni ministeriali contrastanti e di difficile applicazione sul piano organizzativo. In certi casi disposizioni nazionali tempestive, chiare e indiscutibili metterebbero chi le riceve in condizioni meno controverse sul piano delle responsabilità connesse a decisioni da assumere.
E’ un male italiano il “ni”: ma qui si oscilla spesso tra l’omissione e l’eccesso di zelo.

Migranti: “L’85% di chi è arrivato in Italia negli ultimi 6 anni ha subito torture”

Secondo le informazioni raccolte da Medici per i Diritti Umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l’85% dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel paese torture, violenze e trattamenti inumani e degradanti; i due terzi sono stati detenuti, quasi la metà ha subito un sequestro o si è trovata vicino alla morte. Nove persone su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Un numero elevato di testimoni ha dichiarato di essere stato costretto ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.

Tali dati, riferiti al campione di oltre tremila persone assistite da MEDU, rappresentino un
quadro fedele di ciò che accaduto, ed accade, alla gran parte di migranti e rifugiati che sono transitati in questi anni in Libia, o che vi si trovano in questo momento.

Oggi in Libia sono operativi 11 centri di detenzione per migranti formalmente controllati dalle autorità del Governo di accordo nazionale (Gna) mentre nel corso degli ultimi anni sono stati censiti 63 centri di detenzione su tutto il territorio libico.

Non esistono stime attendibili su quante persone siano attualmente rinchiuse in questi luoghi di sequestro anche se il loro numero è presumibilmente assai maggiore di quello dei detenuti nei centri ufficiali”, rileva Medu. “L’attendibilita delle informazioni fornite dai testimoni  è stata verificata in base ai riscontri oggettivi disponibili come ad esempio l’effettiva esistenza dei centri di detenzione nei luoghi e nei tempi riferiti, l’esistenza di testimonianze, informazioni, rapporti di soggetti terzi a conferma/disconferma di quanto affermato”.

Nel complesso le storie raccolte presentano “una straordinaria concordanza nel descrivere luoghi, perpetratori e tipologie di violenze che si sono consumate all’interno e fuori dai centri di detenzione”.

Si tratta, secondo Medu, di “un formidabile atto di accusa sulla tragedia che si sta consumando in questi anni sulle rotte migratorie che attraverso la Libia portano in Europa”. Nel rapporto vi sono anche 50 testimonianze che illustrano l’effettivo quadro di violazioni dei diritti umani in Libia.

L’eta media dei migranti e rifugiati (88% di sesso maschile e 12% di sesso femminile) assistiti e intervistati da Medu è di 26 anni. Tra di loro sono presenti oltre 300 minori (13%), incontrati negli insediamenti informali di Roma e presso il sito umanitario di Agadez.

Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.

L’80% dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati assistiti all’interno dei progetti di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura di Medu in Sicilia e a Roma (circa 800 pazienti) presentava ancora segni fisici compatibili con le violenze riferite e conseguenze psicologiche e psico-patologiche della violenza.

Circolare della Polizia stradale: le regole per i monopattini elettrici

Nuove regole per la circolazione dei monopattini elettrici. La disciplina è contenuta nella circolare esplicativa del Servizio della Polizia Stradale del 9 marzo 2020. 

La legge 28 febbraio 2020, n. 8, che ha convertito con modificazioni il decreto-legge cosiddetto “decreto milleproroghe”, ha introdotto, tra le altre, disposizioni sulla circolazione dei dispositivi per la micromobilità elettrica e sui veicoli atipici. La norma, oltre a prorogare di dodici mesi il termine di conclusione della sperimentazione, portandolo al 27 luglio 2022,  disciplina la circolazione dei monopattini elettrici, anche al di fuori dell’ambito della sperimentazione, e dei segway, hoverboard, monowheel e degli analoghi dispositivi elettrici di mobilità personale. 

Le nuove regole sono relative, ad esempio, ai limiti di età per la loro conduzione, all’obbligo dell’uso del casco per i minori di diciotto anni, all’obbligo di indossare il giubbotto retroriflettente in condizioni di scarsa visibilità. 

La circolazione dei monopattini elettrici, per effetto dell’equiparazione ai velocipedi, non è soggetta a particolari prescrizioni relative all’omologazione, approvazione, immatricolazione, targatura, copertura assicurativa. Per circolare su strada, però, devono rispondere a specifiche caratteristiche: 

  • avere un motore elettrico di potenza nominale continuativa non superiore a 0,50 kW (500 watt); 
  • non essere dotati di posto a sedere per l’utilizzatore perché destinati ad essere utilizzati da quest’ultimo con postura in piedi; 
  • essere dotati di limitatore di velocità che non consenta di superare i 25 Km/h quando circolano sulla carreggiata delle strade e i 6 km/h quando circolano nelle aree pedonali; 
  • essere dotati di un campanello per le segnalazioni acustiche; 
  • riportare la marcatura «CE»; 
  • avere i componenti specifici per i monopattini elettrici; 
  • da mezz’ora dopo il tramonto, durante tutto il periodo dell’oscurità, e di giorno, qualora le condizioni atmosferiche richiedano l’illuminazione, devono essere equipaggiati con luci bianche o gialle anteriori e con luci rosse e catadiottri rossi posteriori per le segnalazioni visive ed in mancanza non possono essere utilizzati, ma solamente condotti o trasportati a mano. 

Nel Cretaceo superiore i giorni duravano mezz’ora in meno

Un nuovo studio, condotto da un team di scienziati delle Università di Bruxelles e Ghent, ha dimostrato che in passato, per effetto della maggior velocità di rotazione della Terra attorno al proprio asse i giorni duravano 30 minuti in meno e  la Luna era più vicina alla Terra di circa mille chilometri.

Per giungere a queste conclusioni gli esperti hanno analizzato un reperto fossile della conchiglia di un mollusco bivalve della famiglia delle rudiste, il Torreites Sanchezi, conservato al museo di storia naturale di Maastricht, che un tempo popolava le aride montagne dell’Oman.

È così emerso che il numero complessivo di anelli depositati dalla T. Sanchezi in un anno è pari a 372, e che ogni anello è diviso in lamelle chiaro-scure che suggeriscono una crescita differente nel giorno e nella notte.

Coronavirus: a che punto è il farmaco anti-artrite?

Assorted pills

Nei giorni scorsi erano arrivate speranze dal Tocilizumab dato che alcuni pazienti con il coronavirus trattati con questo farmaco avevano risposto bene a Napoli, ma anche a Fano, Pesaro e Padova. Il Tocilizumab è un anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide. La Roche, azienda che lo produce, ha annunciato la cessione gratuita del farmaco alle Regioni che lo richiederanno. I test sul Tocilizumab erano cominciati in Cina.

Il protocollo per la sperimentazione scientifica del Tocilizumab per il trattamento della polmonite indotta dal coronavirus  non è stato approvato dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ma è in corso la “valutazione per l’approvazione e tutti speriamo che nei prossimi giorni si possa addivenire ad una soluzione positiva”, ha spiegato Vincenzo Montesarchio, infettivologo dell’ospedale Cotugno di Napoli.

Sono stati 11 finora i pazienti con Covid-19 trattati a Napoli con il farmaco anti-artrite tocilizumab e sembra che possa dare il via a un cauto ottimismo.

 

L’unità possibile per un nuovo centro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo dell’on. Tarolli (ParteBianca)

Rispetto al dibattito e agli auspici che in Italia, fra gli attori della politica, ci sia anche una “realtà centrista”, scenario che senz’altro condivido, occorre avere chiaro da dove si viene. Non tanto per fare i censori, quanto per partire da una necessaria analisi critica di quanto gli ultimi decenni ci hanno consegnato.

All’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, la DC – partito che aveva guidato l’Italia per mezzo secolo e che poteva vantare almeno tre successi storici: l’uscita dell’Italia dalla povertà e l’entrata nel novero dei paesi più evoluti, essere stata fra i fondatori della Nuova Europa e di aver concorso alla sconfitta storica del comunismo! –  si sgretola e si sbriciola.

I Dirigenti del tempo si dimostreranno impari alla sfida. Chiudono e consegnano la cultura che aveva concorso a governare il Paese alla irrilevanza.

Si apre una fase nuova. Si pensa di poter entrare nell’età dell’oro! Si parla di seconda Repubblica. Ci si convince, che solo un sano bipolarismo sia in grado di far uscire l’Italia dalla palude delle mediazioni e di assicurare un salvifico approdo ad un Sistema che consenta l’alternanza alla guida del Paese.

Si afferma l’esperienza del partito del leader.

Il riferimento diventa Berlusconi, che lancia Forza Italia, e che coinvolgerà Alleanza Nazionale, nata sulle ceneri del Movimento Sociale, e la Lega, che da voce a tanta parte del Nord del Paese, soprattutto ai ceti produttivi.

Farà sognare! Con il sogno della rivoluzione liberale, con l’esaltazione della meritocrazia e della semplificazione, con il miraggio del calo delle tasse.

Vincerà e perderà; ma per due decenni sarà il dominus

E nell’area della sinistra?

Fra una divisione e l’altra, il Pci evolve prima in Pds, e poi in Pd. Ma sempre all’insegna dell’inseguimento.

Aspirando ad essere progressista a tutti i costi, contagiato dalle esperienze clintoniane e blairiane, cavalca a briglia sciolta la globalizzazione, il leaderismo, le liberalizzazioni, le semplificazioni, anche il precariato.

Si fa paladino delle tematiche dei diritti, cedendo alle spinte radicali e perdendo, così, progressivamente la sua anima e la sua attrattività.

In pari tempo la UE perde i suoi caratteri originari, di essere popolare, sussidiaria e promotrice di crescita. Per approdare ad una UE dei criteri e delle regole, della stabilità, e delle tecnocrazie illuminate.

E, infine, un po’ tutto l’Occidente non sa declinare in modo organico e sistematico il passaggio dal secolo delle Ideologie, con i suoi schematismi anche manichei, al secolo delle Libertà, che deve potersi esprimere non solo nella sfera individuale ma anche dentro un contesto comunitario. 

In questo quadro, l’Italia non metabolizza il sistema bipolare, ma rimane ancorata alle sue peculiarità e ai suoi territori. La semplificazione maggioritaria non sfonda. Le due coalizioni, di centro-destra e di centro-sinistra, si formano e governano con l’apporto di partiti e partitini.

Ora, il giudizio di chi ha governato in questi ultimi 27 anni sta davanti a noi nella crudezza della sua realtà.

Gli indicatori sono impietosi: l’economia ci ha arricchito di sofferenze. Le “politiche dei numeri” (regole, criteri, tasse, inflazione..) ci tengono ai livelli del 1998. La qualità e il funzionamento della nostra democrazia si è impoverita. Il Parlamento è stato anestetizzato. E la tensione etica e valoriale si è affievolita.

Le illusioni e le speranze iniziali, come la valanga di Rigopiano, si infrangono e vengono travolte. A noi rimangono solo le macerie.

E irrompono nella partita Grillo e i 5 Stelle. Con il loro carico di cambiamento e rigenerazione, ma pure con il carico di impreparazione, improvvisamente e semplicismo.

Con il loro ingresso, il sistema politico italiano approda al tripolarismo, con le novita, le anomalie e le difficoltà conseguenti.

Un dato però merita di essere rimarcato: se la crisi economica successiva al 2007/2008 deve essere considerata, per voce degli esperti, più grave di quella della fine degli anni venti, vuol dire che il sistema politico come quello di protezione sociale ci ha messo al riparo dalle terrificanti derive a cui si era approdati negli anni trenta.

La conclusione che ci pare di poter trarre, anche se in apparenza di parte, può essere così sintetizzata: nei 27 anni in cui la tradizione politica italiana del popolarismo cristianamente ispirato è stata divisa, e quindi non in grado di giocare la partita, il Paese ne ha pesantemente sofferto.

E questo non perché sia una cultura vecchia, superata o minoritaria, altrimenti non si spiegherebbe come il Paese che guida l’Europa, continui ad essere ancora governato proprio da questa cultura.

Semplicemente perché bisogna ritornare a una “unità possibile”, la più ampia possibile, aperta a credenti e non, che non corre in soccorso di altre culture, ma che intende giocare una testimonianza in autonomia dentro la palestra del sistema delle alleanze.

  • Ivo Tarolli, già parlamentare (ParteBianca)

Donat-Cattin, attuale e moderno.

Il suo magistero politico, culturale, sociale e istituzionale è sempre stato complesso e articolato. Difficile da declinare. Eppure Carlo Donat-Cattin, scomparso 29 anni fa, continua ad essere un punto di riferimento non solo per i cattolici impegnati in politica ma per tutti coloro che continuano a battersi a difesa dei ceti popolari nella concreta azione pubblica. 

Certo, Donat-Cattin aveva una cultura politica di riferimento netta e definita. Era quel cattolicesimo sociale che ha contribuito ad affinare e a qualificare la stessa esperienza del cattolicesimo politico nella società italiana, a partire dagli inizi del ‘900. E, del resto, la sua esperienza politica nella Dc si è sempre ispirata a quel filone ideale, coerente a quel magistero culturale e intransigente sul versante politico. Al punto che l’uomo che storicamente ha rappresentato l’alternativa al potere tecnocratico, alla destra economica e sociale, ai circoli borghesi e aristocratici e alla deriva liberista della politica, fu addirittura accusato duramente dalla cosiddetta sinistra del nostro paese di essere poco sensibile alle istanze e alla difesa dei ceti popolari. Appunto, Donat-Cattin era una personalità forte e coraggiosa che non si rassegnava a vedere la Dc come un partito neo borghese, conservatore, prevalentemente moderato e tutto sommato insensibile e poco attento ai valori e ai principi della dottrina sociale cristiana della Chiesa. E il suo magistero politico, culminato con il varo dello “Statuto dei lavoratori” nel maggio del 1970 – cioè “portare la Costituzione nelle fabbriche”- è sempre stato ispirato ad un sistema di valori che lo portava anche ad entrare in contrasto con i detentori e gli esegeti della cosiddetta sinistra politica nel nostro paese. 

Uomo battagliero ma coerente, burbero ma ricco di umanità, concreto ma con una vasta cultura alle spalle, è stato indubbiamente tra i protagonisti assoluti della politica italiana per oltre un trentennio, dalla fine degli anni ‘50 sino alla sua scomparsa. Insomma, era semplicemente uno statista. E quando si è espressione di una cultura politica, oltrechè leader politico – l’ormai famosa sinistra sociale della Dc di Forze Nuove – difficilmente l’eredità si disperde. Certo, i tempi sono profondamente cambiati e la società italiana non è lontanamente paragonabile a quella che ha visto Donat-Cattin protagonista eccellente ed indiscusso per svariati lustri. Ma la sua cultura politica, la sua tensione ideale, la sua difesa e promozione dei ceti popolari, la sua ispirazione cristiana, il suo coraggio indomito e anticonformista e, soprattutto, il suo attaccamento ad una concezione popolare e solidaristica della battaglia politica, sono elementi costitutivi che non possono essere archiviati facilmente e con leggerezza adolescenziale. Meritano di essere vissuti e inverati anche e soprattutto nella dialettica politica contemporanea non perchè siamo catturati da un istinto nostalgico ma perchè quei valori, quella cultura e quella testimonianza continuano ad essere moderni, attuali e fecondi. Per questi semplici motivi il magistero di Carlo Donat-Cattin continua ad essere moderno ed attuale. E non solo per gli ex amici di Forze Nuove o della ex sinistra Dc. 

Coronavirus. “Una sfida immane che ci coinvolge tutti e che sollecita risposte nuove in campo medico, etico ed economico”. Intervista a Monsignor Andrea Manto

Articolo pubblicato sulle pagine di Quotidiano Sanità a firma di Cesare Fassari

Monsignor Andrea Manto, 53 anni, medico specializzato in geriatria, è docente presso la Pontificia Università Lateranense e presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant, succedendo nel ruolo al fondatore, cardinale Elio Sgreccia, dopo la sua scomparsa. Prima di questo incarico, Manto è stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della Sanità della CEI e del Centro per la Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma. Ecco le sue riflessioni su quanto sta accadendo a seguito della pandemia di COVID-19 e sulle sue implicazioni sul piano della tutela della salute, sugli aspetti bioetici con essa connessi e sulle ricadute sociali ed economiche che si stanno delineando nel Mondo.

Monsignor Manto, l’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia di questo nuovo Coronavirus ci sta ponendo dinanzi a problemi di sostenibilità e di etica medica che pensavamo di aver ormai messo da parte, se non altro nel mondo occidentale. Gli anestesisti italiani hanno posto questioni dirimenti, delineando possibili scenari, seppur fortunatamente non ancora operativi, che ci pongono dilemmi più ampi sul dovere e sulla conseguente possibilità di curare e assistere ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età e condizione di salute. Siamo pronti a questa sfida?

Penso che nessuno possa dirsi pronto a sostenere questa sfida da solo. Non si può affrontare in maniera isolata la sfida di un’epidemia causata da un virus nuovo, per il quale mancano anticorpi nella popolazione e cure mediche efficaci. È necessario condividere le conoscenze e i saperi nella comunità scientifica e coordinare gli interventi di sanità pubblica. Né si può affrontare la sfida di elaborare principi etici liquidando, unilateralmente e sotto la spinta dell’emergenza, la deontologia medica, che è un sapere condiviso e consolidato da secoli a tutela dei valori fondanti dell’umanità. Le faccio un esempio: il “first come, first served” è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali.

Esso serve a impedire la prepotenza e gli abusi. Minarne il valore può causare molti più problemi di quanti si pensa di risolverne. Ad esempio, ipotizziamo che ci sia un solo posto libero in una rianimazione e arrivino, a distanza di pochi minuti, due pazienti intorno ai 60 anni di età, molto simili per gravità della situazione e possibilità di sopravvivenza: Lei cosa farebbe se fosse il medico? Userebbe il criterio dell’ordine di arrivo o tirerebbe la monetina? È una scelta terribile e capisco la sofferenza di chi deve compierla. Ma la deontologia è chiara: il dovere del medico non è affidarsi soltanto a un criterio statistico o a una linea guida generale.

Egli deve decidere per quella persona e in quella precisa situazione il bene concretamente possibile, certamente evitando interventi terapeutici inutili, sproporzionati o esplicitamente rifiutati dal paziente, ma mai può agire contro l’interesse del paziente. Non è infrequente che il medico, come lo statista, il giudice, o chiunque abbia responsabilità rilevanti per le vite degli altri, si trovi di fronte a scelte drammatiche di cui deve assumersi il peso da solo. E purtroppo non esistono deroghe, scorciatoie o seconde opportunità.

Nessuno può sostituirsi a noi e alla nostra libertà e responsabilità e al nostro dovere di decidere in scienza e coscienza, anche sbagliando, ma assumendoci il carico che da questo deriva. È la vita, sempre imperfetta eppure sempre meravigliosa. È la bellezza e il dramma della nostra libertà, che desidera l’assoluto, ma vive nel qui e ora e ha bisogno di confini.
Trovo perciò che la SIAARTI abbia sollevato dei problemi di etica medica assai rilevanti, tanto più nello scenario attuale e nel contesto del mondo globalizzato. Su tali problemi bisogna tenere sempre viva l’attenzione e andare a fondo nel dibattito, perché essi non riguardano solo i medici, i malati e le loro famiglie o chi è chiamato ad amministrare la sanità, ma toccano tutti noi e il fondamento stesso della società e della democrazia.

Preferisco però, come affermato dal presidente dell’Ordine dei Medici Anelli, considerare l’iniziativa degli anestesisti un “grido di dolore” di fronte alla pesante situazione che stiamo attraversando o un allarme rispetto a un suo possibile aggravamento, se non si prendono misure ancora più efficaci. Infatti, al netto del merito di segnalare il problema, il documento elaborato dalla SIAARTI non mi sembra un testo adeguato nell’approccio e nei contenuti.

Perché?
Anzitutto non c’è nulla di nuovo nell’argomentazione che introduce. In altri Paesi si propone già da tempo di escludere gli anziani dalle cure più costose per ridurre la spesa sanitaria, per esempio proibendo l’innesto della protesi d’anca dagli 80 anni in poi. In Italia nello scorso decennio in molti tavoli di riflessione sulle cure intensive si sosteneva la scelta di non ricoverare gli anziani in rianimazione. E non perché fossimo di fronte alla minaccia del Coronavirus, ma perché, secondo alcuni, di fronte ai tagli imposti dai piani di rientro era preferibile tenere i posti per i più giovani.

L’idea di fondo è che il razionamento o la scarsità delle risorse disponibili ci debbano portare a prefissare criteri di selezione del valore della vita umana. È un’idea miope e pericolosa, perché ai potenziali tagli e risparmi sulla vita degli altri non c’è mai limite, in tutti i campi (si pensi ad esempio alla sicurezza sul lavoro o all’ambiente) e perché si minano le basi della solidarietà e della democrazia. I medici, in base alle loro competenze, devono fare di tutto per curare al meglio ogni paziente in forza dell’alleanza medico-paziente e far capire alla società il valore fondamentale della tutela della vita e della salute.

Bisogna incessantemente costruire ponti tra scienza e saggezza, individuando scelte coerenti e modalità idonee per mettere a fuoco e affermare i valori più autenticamente umani. Occorre creare una nuova mentalità e non rassegnarsi al pensiero unico, sempre materialista, formando le coscienze a rispettare la vita umana pensandola sempre come fine e mai come mezzo.

Alcuni anni fa l’Unione europea, era il 2006, lanciò uno slogan affascinante “La salute in tutte le politiche” in una visione illuminata e trasversale della promozione della salute tra i popoli in grado di coniugare la salute delle persone attraverso politiche concertate sul piano economico, sociale e ambientale. Di quel programma ambizioso, in realtà, se ne è persa traccia col passare degli anni e la tutela della salute si è continuata a considerare di fatto più un fattore di costo che di sviluppo per un Paese. E ora, forse, ne vediamo le conseguenze…
Esatto! Ha colto perfettamente il mio pensiero. Le dirò che la logica del documento SIAARTI va proprio a sposare la linea che vede la tutela della salute soprattutto come un costo, e dietro l’urgenza della decisione clinica maschera un criterio di utilitarismo e di egoismo (la persona serve finché è utile e quando è un peso va abbandonata).

Un’idea che, per cerchi concentrici e slittamenti progressivi, “contagia” tutti e mina la struttura stessa della società. Per certi aspetti è questa la prima e più pericolosa epidemia, perché veicola l’egoismo e la legge del più forte (darwinismo sociale) e legittima quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”. Con la rottamazione dei valori da un lato, e con i piani di rientro dall’altro, siamo arrivati a non avere un numero congruo di posti-letto nelle rianimazioni, a spendere sempre meno per le politiche di prevenzione ed educazione sanitaria, a non investire in ricerca e formazione per affrontare le epidemie e a non accantonare risorse per l’emergenza.
E poi questo documento si presta al disegno, in corso da tempo, di sostituire la medicina ippocratica con la medicina ideologica.

Si spieghi monsignore.
Si vuole, in buona sostanza, sostituire al dovere di curare una persona in quanto essere umano, il dovere di curare le persone solo in base alle indicazioni del parametro ideologico dominante (culturale, politico, ecc.). Perciò di volta in volta, avremo categorie di persone che non sono degne di essere curate, o perché la loro qualità della vita a nostro (di chi?) giudizio non è adeguata, o perché costano troppo, o perché non producono, o perché sono migranti e portano malattie di cui non vogliamo contagiarci, o magari perché sono di razza, religione o convinzione politica diversa da quella della maggioranza che decide.

Il processo in sintesi è il seguente: con la motivazione di affrontare il problema spinoso delle decisioni drammatiche nei casi-limite si cercano i criteri di scelta, o meglio di selezione, trovati adesso nell’analogia con il triage che si opera durante le guerre(!) o le catastrofi. Poi, per semplificare la fatica della complessità di decidere e per razionalizzare l’incertezza di stare su confini scivolosi, si procede a cristallizzare i criteri in indicazioni normative e perciò valide per tutti.

Tali indicazioni normative, derivanti come dicevo da criteri arbitrari applicati ai casi limite e poi decontestualizzati, vengono progressivamente trasferite nella comune pratica clinica per ulteriore analogia o similitudine; per esempio ove lo Stato tagliasse fondi per le cure agli indigenti, oppure qualora la presenza di troppi anziani malati mettesse a rischio il sistema pensionistico. In questo modo viene eroso il criterio fondante della democrazia e del contratto sociale, che è appunto l’indisponibilità della vita umana. Mi permetta un’ultima battuta: il pericolo maggiore per la libertà non sta nel quasi-coprifuoco che ci viene adesso imposto al fine di impedire la diffusione del virus, ma sta nella finta libertà di avere in futuro un criterio “giusto” per decidere chi far morire.

Questa emergenza sanitaria, divenuta presto anche economica e sociale, sta sollevando anche altre questioni che investono la sfera ampia, e fino ad oggi apparentemente intoccabile (sempre nel nostro “Occidente”), delle libertà personali e delle responsabilità ad esse connesse quando entra il gioco il bene comune. Come sta reagendo a suo parere il popolo italiano di fronte a restrizioni e divieti mai adottati finora?
Direi che stiamo reagendo complessivamente abbastanza bene. L’impatto con l’epidemia ci ha fatto scoprire altri aspetti della nostra società e della vita che troppo spesso si danno per scontati. Per esempio il fatto che ciascuno di noi è individualmente responsabile della salute degli altri e del bene comune molto più di quanto ordinariamente lo percepisca.

Questa interdipendenza non dovrebbe mai consentire atteggiamenti superficiali e richiede perciò educazione sanitaria, cultura della prevenzione, responsabilità e rispetto delle regole della vita buona. Gli stili di vita sani proteggono sia nelle situazioni ordinarie che in quelle straordinarie; non a caso i fumatori sono probabilmente più suscettibili alle complicazioni gravi dell’infezione da Coronavirus.

La lista delle pratiche individuali virtuose sarebbe lunghissima. Questa crisi può rappresentare una grande opportunità di crescita e di maturazione collettiva, specie per le generazioni più giovani. Tutti possiamo cogliere la lezione dell’interdipendenza declinandola come educazione alla tutela della propria salute, responsabilità verso gli altri, dovere di solidarietà verso le persone più fragili, anche perché l’epidemia ci insegna i più fragili da un momento all’altro potremmo essere proprio noi. Tutti possiamo capire che non si vive soltanto da sé stessi e per sé stessi. Ma c’è anche un’altra straordinaria opportunità…

Quale?
La individuo nel fatto che siamo costretti a fermarci e a fare i conti con il rischio e con la paura della morte. Vivere è sempre rischioso e ogni giorno tutti noi un po’ moriamo, perché scorre il tempo della nostra vita. Tuttavia non ci pensiamo, siamo sempre di corsa e presi dalle cose da fare, preoccupati di “funzionare” più che di “esistere”.

L’attuale situazione di “sospensione” della vita può renderci moralmente più forti se pensiamo che, proprio perché ogni giorno moriamo tutti un po’ alla volta, dobbiamo dare un senso profondo e una motivazione alta alla nostra vita, vivere per qualcosa che valga davvero la pena e non invece sciupare la vita. Ogni vita è preziosa e ogni attimo della vita è importante. Il nostro popolo è un popolo molto resiliente, abituato a fare di necessità virtù, e sono certo che saprà risollevarsi anche da questa prova. D’altra parte, stiamo vivendo di fatto una soppressione delle libertà costituzionali e questo si può giustificare solo di fronte a un rischio di portata eccezionale.

Ovviamente, la chiusura di tutto o quasi tutto non potrà essere sostenuta a lungo e per accelerare la soluzione del problema tutti dobbiamo fare la nostra parte. Ci è richiesto di essere uniti e superare le divisioni, i personalismi e la frammentazione del tessuto comunitario. In questo difficile frangente la politica ha la grande responsabilità di cercare l’unità, non solo in vista dell’urgenza immediata, ma anche per le strategie di rilancio e di riprogettazione del Paese.

Un’altra riflessione che le propongo è sulla capacità di reazione della comunità internazionale. Al momento sembrano mancare una visione e una coesione universali sulle strategie e sui mezzi da mettere in campo, tant’è che nei giorni scorsi il Dg Oms si è detto preoccupato tanto dell’escalation dei contagi quanto dell’inazione di molti Paesi. Verrebbe da dire che il Mondo, oltre che sulla politica e sull’economia, sia diviso anche su come far fronte a un’emergenza sanitaria globale contro la quale non dovrebbero esistere barriere di alcun tipo…

Purtroppo quello che Lei evidenzia è drammaticamente vero. Contrastare una pandemia richiede interventi tempestivi e coordinati a livello internazionale. Invece, viviamo il paradosso che in un mondo globalizzato dall’economia, dal commercio, dai sistemi di trasporto e dalle tecnologie di comunicazione digitale riemergono fortemente divisioni, nazionalismi, egoismi.

La pandemia mette a nudo quanto queste opzioni siano irresponsabili, pericolose per tutti e di corto respiro. Nel mondo globalizzato, l’interdipendenza tra salute ed economia, come già quella tra salute ed ecologia, appare molto più chiaramente e chiede la necessità di rafforzare i luoghi di confronto, di mediazione, di pacificazione e di concertazione, partendo però dagli interessi di chi è più debole o più indietro. Più che solo nella competizione forsennata per l’ultima tecnologia sanitaria o per lo smartphone sempre più veloce, bisognerà investire nelle scelte che creano maggior guadagno di salute globale. Serve una nuova mentalità politica capace di includere e di custodire, partendo dalla dignità inviolabile dell’essere umano, la cui vita è indisponibile alla volontà del più forte e non può mai essere strumentale o funzionale a qualsivoglia interesse sovraordinato.

La globalizzazione non può limitarsi a essere monetaria, economica e tecnologica. È necessario e urgente costruire la globalizzazione dell’umano e la comunione tra i popoli, partendo dalla responsabilità di custodire il valore inestimabile di ogni vita. È questa la vera sfida che abbiamo davanti e la pandemia lo dimostra chiaramente.

Qui l’articolo completo

Il lavoro dopo il coronavirus

In che misura le esperienze maturate dal coronavirus indurranno ai cambiamenti di comportamento individuali e collettivi della nostra società italiana? Non lo sappiamo ancora, ma proviamo a prefigurarne alcuni.

Parafrasando Machiavelli l’introduzione di un’innovazione “produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo”. La brusca novità (catastrofe, calamità, cambiamento repentino di abitudini, di paradigmi socio-economici) stimola messaggi neurofisiologici alla corteccia prefrontale che inducono o all’aggressività (luddismo) o alla fuga all’indietro (passatismo) o alla paralisi (incredulità e stasi). Lo sanno bene i genitori che, di fronte ad un fanciullo che subisce una caduta, vedono che piange, se chi gli sta di fronte si spaventa e si angoscia, o ride, se chi gli sta di fronte sorride e amorevolmente rassicura. È l’effetto dei neuroni specchio che trasferiscono empaticamente i sentimenti tra esseri umani in relazione visiva .

Queste reazioni vengono superate se vengono innescati i bisogni fondamentali dell’uomo/donna, che Maslow ci ricorda essere: sopravvivenza, fame, sete, sesso, riconoscimento sociale.

Il coronavirus sta emergendo come un nuovo “cigno nero”, cioè un evento imprevisto e imprevedibile, che, come ci ha ricordato Thaleb può cambiare la storia o, in ogni caso, l’esperienza collettiva di una comunità (italiana, europea, umana?). Domandiamoci quali potrebbero essere i primi effetti sul piano dell’innovazione in tema di lavoro.

a) La riscoperta del lavoro domestico, che attraverso il telelavoro, il lavoro smart, il lavoro decentralizzato, da un lato isola il lavoratore dai rapporti umani, ma dall’altro gli consente di accudire anche ai lavori domestici, alle cure parentali, alle pause, stimolo alla creatività e alla relazionalità produttiva. È la fine del lavoro fordiano, ma pure della “classe lavoratrice” sostituita sempre più dalla segmentazione professionale e dalla rete di “relazioni sindacali trasversali e transnazionali”. Si pensi ai “lavoratori” di Airbnb, della logistica transnazionale, delle filiere produttive-distributive di prodotti industriali, alimentari, farmaceutici che, di fronte allo strapotere delle Over the Top, si possono informare, contattare, mobilitare in eventuali “scioperi” transfrontalieri. Si pensi ai “consumatori” in rete che possono informarsi, comunicare le loro valutazioni su prodotti e servizi (banche e assicurazioni in primis) e, se danneggiati, procedere a campagne di “svuotamento della reputazione” o di svelamento di comportamenti sleali, truffaldini o “socialmente ambigui” a livello mondiale.

b) La espansione della teledidattica. Strumento già adottato negli anni ’70; chi non ricorda le lezioni notturne della rete Nettuno (ne fui coinvolto anch’io) che abituarono i docenti ad essere comunicativamente efficaci, interattivi con i partecipanti e comunque presenti, pena la perdita di credibilità e di stima da parte dei loro colleghi, forse gli unici che seguivano, criticamente, certe lezioni. Ciò consentirà da un alto l’espansione del numero dei laureati, magari di laurea triennale, quindi professionalizzante, dall’altro di sviluppare una seria politica di aggiornamento e di riqualificazione professionale che oggi, in particolare in Italia, è una grave mancanza.

c) Lo sviluppo della telemedicina, che ora consente di diagnosticare da remoto e di evitare code, intasamenti e sovraccarico al personale medico e paramedico, e domani, come già avviene negli Stati Uniti, la chirurgia a distanza e le relative terapie domestiche, con maggiore specializzazione, minori costi sanitari e minor inutile trasferimento di pazienti e parenti per l’Italia e per l’Europa. Naturalmente con adeguamento della velocità delle reti, dei sistemi assicurativi e delle normative che tutelino i pazienti e gli operatori sanitari.

Vi sarà quindi bisogno di nuove professionalità, per nuovi posti di lavoro e per nuove competenze interdisciplinari. Certo, resta il problema della fase intermedia che Machiavelli icasticamente descrive. Ma questa è da sempre compito della politica: prefigurare il futuro garantendo chi non riesce a raggiungere il nuovo. In Europa prima la Gran Bretagna post-belliica, poi l’Italia, lo seppero fare nel passaggio dalla società agricola a quella industriale.

Possibile che una nuova classe dirigente italiana non sia in grado di fare un analogo sforzo nel 2020?

(Tratto da http://www.associazionepopolari.it/)

Le fake news sul Coronavirus

Dalla vitamina C come ipotetico ‘scudo’ contro l’infezione, agli animali da compagnia accusati di poter contagiare, fino alla sopravvivenza del virus sull’asfalto, che richiederebbe l’uso di un solo paio di scarpe quando si esce a fare la spesa.

Qui tutte le bufale smentite dagli esperti interpellati dall’AdnKronos Salute.

Vitamina C a tutti quanti: bambini, adulti e soprattutto anziani, nell’ordine di 1-2 grammi al giorno per difendersi dal coronavirus? E’ la prima fake che viene demolita: “Smentisco nella maniera più assoluta – dice Andrea Gori, direttore Malattie infettive del Policlinico di Milano – Nessuna vitamina C, nessuna terapia con integratori. In questo momento – precisa lo specialista, fra i camici bianchi in trincea contro l’emergenza – non esiste una profilassi efficace per il coronavirus”.

Così come è fake la ‘storia’ dell’uso di un solo paio di scarpe per andare fuori, con l’invito a lasciarle fuori dalla porta di casa un volta utilizzate perché il virus riuscirebbe a rimanere vivo per 9 giorni sull’asfalto. L’audio con il suggerimento sta facendo il giro delle chat di tutta Italia, ma il virologo dell’università Statale di Milano Fabrizio Pregliasco spiega: “E’ vero, il virus può sopravvivere qualche giorno, ma con una carica virale irrisoria. La sporcizia, ovvero il substrato organico, può in qualche modo facilitare la sopravvivenza del microrganismo, ma è davvero irrisoria la quota che può essere portata dalle scarpe. Inoltre, questi virus sopravvivono sulle superfici “laddove non vengano esposti a disinfezione ma anche elementi colme sole, pioggia, intemperie”. Parola d’ordine, ancora una volta, igiene accurata delle mani e pulizia ambienti.

Quanto a bambini e coronavirus, le false notizie che circolano riguardano il loro essere untori: “E’ certificato che i bambini si ammalino molto raramente e sviluppano la malattia in forma lieve. Ma c’è da sfatare il falso mito sul fatto che trasmettano il contagio più facilmente, non sono untori”, assicura Michele Usuelli, medico di terapia intensiva neonatale alla clinica Mangiagalli, Fondazione Irccs Policlinico di Milano.

Acqua calda arma contro il coronavirus, perché il patogeno morirebbe alla temperatura di 26-27 gradi? O ancora, stare al sole perché questo lo uccide (anche sui vestiti), ed evitare di bere liquidi con dentro del ghiaccio (‘amico’ del virus)? “La soluzione dell’acqua calda è un’assurdità, forse frutto dell’idea che con il caldo si tende a ridurre la diffusione di molti patogeni respiratori”, ragiona Susanna Esposito, presidente dell’Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici (Waidid) e professore ordinario di Pediatria all’università di Parma, che invita a diffidare da questo tipo di informazioni. “Stare al sole fa bene perché aumenta la sintesi di vitamina D, ma contro i coronavirus non ha effetto”. Anche il monito contro il ghiaccio non ha alcuna logica. “Piuttosto, è bene lavare accuratamente e spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche”, ricorda.

Molto importante, inoltre, sfatare il mito secondo cui gli esseri umani possano essere infettati dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2 proveniente da animali. “Ricerche approfondite – riportano le Faq dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – hanno dimostrato che sia il coronavirus Sars che il coronavirus Mers derivavano da virus animali e sono diventati patogenici per l’uomo. Diversi coronavirus noti circolano negli animali, ma non provocano patologie nell’uomo. Non risulta rischio che il Sars-CoV-2 possa essere trasmesso da animali domestici”.

Sempre l’Iss risponde alla domanda: mangiare aglio può aiutare a prevenire l’infezione da nuovo coronavirus? L’aglio è un alimento sano che può avere alcune proprietà antimicrobiche. Tuttavia, non abbiamo evidenze scientifiche che il consumo di aglio protegga dalle infezioni con il nuovo coronavirus Sars-CoV-2.

Attenzione, poi: gli antibiotici – rileva l’Iss – non sono efficaci nella prevenzione e nel trattamento del nuovo coronavirus, perché non funzionano contro i virus, ma solo contro i batteri. Il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 è, per l’appunto, un virus e quindi gli antibiotici non vengono utilizzati come mezzo di prevenzione o trattamento, a meno che non subentrino co-infezioni batteriche.

Infine, i corrieri: ricevere una lettera o un pacco può essere pericoloso? No – risponde l’Iss – da precedenti analisi sappiamo che in funzione del tipo di superficie e delle condizioni ambientali il virus può resistere da poche ore a un massimo di alcuni giorni.

(Fonte AdnKronos)

Emergenza Covid-19: call per start up e PMI

La Commissione europea ha lanciato una call aperta a start up e PMI.

Non è previsto tema specifico. Verranno presi in considerazione tutti i progetti in grado di accelerare il contenimento e la gestione dell’emergenza sanitaria in corso causata dal Covid-19.

Le risorse a disposizione sono pari a 164 milioni di euro.

Le proposte vanno presentate entro le ore 17 di mercoledì 18 marzo 2020.

Isernia è l’unica provincia italiana senza casi positivi al coronavirus

La seconda provincia del Molise  è ad oggi l’unico territorio italiano a non avere ancora registrato un caso di positività al  COVID-19.

Il sindaco d’Isernia, Giacomo D’Apollonio dice: “il virus  se vuoi batterlo devi precederlo. Abbiamo attivato il Centro operativo comunale, come per i terremoti, portiamo la spesa a casa degli anziani, la lasciamo sullo zerbino. E controlliamo tutti quelli che rientrano dal Nord Italia, almeno chi si è autodenunciato. Noi contiamo 1500 studenti fuorisede, studiano alle università di Milano e Bologna. Quindici ragazzi sono in isolamento volontario. Abbiamo messo a bilancio anche la pulizia straordinaria delle maggiori strade cittadine e la sanificazione. Due mercati bisettimanali insediati nell’angusta area storica sono stati sospesi. Quando è guerra è guerra”.

Anche il Guardiano del Convento dei Cappuccini di Isernia, Fratel Nazario Vasciarelli, descrive i giorni del Coronavirus che lui, anche parroco del Sacro Cuore, sta condividendo virtualmente con i fedeli: “Siamo tornati alla vita eremitica dei primi Frati Cappuccini”.

“Stiamo facendo vita contemplativa obbedendo alla Madre Chiesa e ai nostri governanti – racconta – Abbiamo intensificato i momenti di preghiera e condivisione, rispettando quanto prescritto per la sicurezza, della lettura e dello studio”.

Raccomandazioni per le persone in isolamento domiciliare

1. La persona con sospetta o accertata infezione COVID-19 deve stare lontana dagli altri familiari, se possibile, in una stanza singola ben ventilata e non deve ricevere visite.

2. Chi l’assiste deve essere in buona salute e non avere malattie che lo mettano a rischio se contagiato.

3. I membri della famiglia devono soggiornare in altre stanze o, se non è possibile, mantenere una distanza di almeno 1 metro dalla persona malata e dormire in un letto diverso.

4. Chi assiste il malato deve indossare una mascherina chirurgica accuratamente posizionata sul viso quando si trova nella stessa stanza. Se la maschera è bagnata o sporca per secrezioni è necessario sostituirla immediatamente e lavarsi le mani dopo averla rimossa.

5. Le mani vanno accuratamente lavate con acqua e sapone o con una soluzione idroalcolica dopo ogni contatto con il malato o con il suo ambiente circostante, prima e dopo aver preparato il cibo, prima di mangiare, dopo aver usato il bagno e ogni volta che le mani appaiono sporche.

6. Le mani vanno asciugate utilizzando asciugamani di carta usa e getta. Se ciò non è possibile, utilizzare asciugamani riservati e sostituirli quando sono bagnati.

7. Chi assiste il malato deve coprire la bocca e il naso quando tossisce o starnutisce utilizzando fazzoletti possibilmente monouso o il gomito piegato, quindi deve lavarsi le mani.

8. Se non si utilizzano fazzoletti monouso, lavare i fazzoletti in tessuto utilizzando sapone o normale detergente con acqua.9. Evitare il contatto diretto con i fluidi corporei, in particolare le secrezioni orali o respiratorie, feci e urine utilizzando guanti monouso.

10. Utilizzare contenitori con apertura a pedale dotati di doppio sacchetto, posizionati all’interno della stanza del malato, per gettare guanti, fazzoletti, maschere e altri rifiuti.

11. Nel caso di isolamento domiciliare va sospesa la raccolta differenziata per evitare l’accumulo di materiali potenzialmente pericolosi che vanno invece eliminati nel bidone dell’indifferenziata.

12. Mettere la biancheria contaminata in un sacchetto dedicato alla biancheria sporca indossando i guanti. Non agitare la biancheria sporca ed evitare il contatto diretto con pelle e indumenti.

13. Evitare di condividere con il malato spazzolini da denti, sigarette, utensili da cucina, asciugamani, biancheria da letto, ecc.

14. Pulire e disinfettare quotidianamente le superfici come comodini, reti e altri mobili della camera da letto del malato, servizi igienici e superfici dei bagni con un normale disinfettante domestico, o con prodotti a base di cloro (candeggina) alla concentrazione di 0,5% di cloro attivo oppure con alcol 70%, indossando i guanti e indumenti protettivi (es. un grembiule di plastica).

15. Utilizzare la mascherina quando si cambiano le lenzuola del letto del malato.

16. Lavare vestiti, lenzuola, asciugamani, ecc. del malato in lavatrice a 60-90°C usando un normale detersivo oppure a mano con un normale detersivo e acqua, e asciugarli accuratamente.

17. Se un membro della famiglia mostra i primi sintomi di un’infezione respiratoria acuta (febbre, tosse, mal di gola e difficoltà respiratorie), contattare il medico curante, la guardia medica o i numeri regionali.

18. Evitare il trasporto pubblico per raggiungere la struttura sanitaria designata; chiamare un’ambulanza o trasportare il malato in un’auto privata e, se possibile, aprire i finestrini del veicolo.

19. La persona malata dovrebbe indossare una mascherina chirurgica per recarsi nella struttura sanitaria e mantenere la distanza di almeno 1 metro dalle altre persone.

20. Qualsiasi superficie contaminata da secrezioni respiratorie o fluidi corporei durante il trasporto deve essere pulita e disinfettata usando un normale disinfettante domestico con prodotti a base di cloro (candeggina) alla concentrazione di 0,5% di cloro attivo oppure con alcol 70%

Il Tar blocca la discarica di Monte Carnevale, i grillini agitano la bandiera del San Camillo, il Pd attacca la Raggi sull’igiene pubblica.

Fa un po’ effetto leggere sulle cronache che un giudice monocratico del Tar ha bloccato la discarica di inerti e fanghi a Monte Carnevale, zona Ponte Galeria. Vi si opponeva un comitato di cittadini che tra le ragioni addotte ne ha trovata una insospettabile: l’esistenza di un nido di civette, specie protetta, a rischio distruzione ove fosse realizzato l’impianto. Fa effetto non tanto la notizia in sé, una delle tante che vanno a ingolfare l’elenco dei vari blocchi amministrativi, ma il contesto in cui cade la notizia stessa. 

Tutto ci si aspetterebbe in un tempo di emergenza meno che apprendere l’ennesimo rigurgito di una “normalità impeditiva” di scelte necessarie al futuro di Roma. In queste ore, infatti, si ripete a destra e manca come sia giusto e necessario ripensare un modello giuridico amministrativo sovraccarico di procedure, vincoli e controlli.  Ci stiamo rendendo conto, forse, che pure in questo campo il troppo stroppia. Non a caso s’invoca il modello Genova, adottato per la costruzione del nuovo ponte, che in sostanza offre una risposta all’emergenza attraverso deroghe al Codice degli appalti.

Fin qui le vicende della giustizia amministrativa; poi, a completamento, insorgono quelle politiche. Il prof. Martelli, spalleggiato dai grillini, si è lanciato in una campagna social per il ripristino dell’ospedale Forlanini, chiuso da anni, in vista di possibili pericoli di espansione del coronavirus. La proposta non ha trovato il consenso della Regione, essendo implausibile immaginare che il rafforzamento delle attività di contrasto all’epidemia passi attraverso l’ipotetico rilancio di un ospedale i cui tempi di riattivazione non potrebbero essere compatibili con l’urgenza della manovra da approntare. Non si capisce per quale motivo un medico informato, legato da anni alla politica, si metta su questo piano di infecondo populismo mediatico, vagheggiando cose altamente improbabili.

Infine, parlando dei partiti, stride con la serietà del momento la condotta del Pd di Roma e del Lazio nel suo enfatizzare incongruamente l’opposizione alla Raggi. L’ultima uscita di Bruno Astorre, senatore e segretario regionale, è servita a polemizzare ieri con l’attuale inquilina del Campidoglio a proposito degli interventi igienici – ritenuti insufficienti – sulle strade e i cassonetti dell’immondizia. “La sanificazione è urgente, servirebbe un sindaco vero”, ha detto Astorre. Ora, se il Pd ha fatto bene nei giorni passati a richiamare il centro destra alla opportunità di una tregua sul piano della lotta politica nazionale, a maggior ragione dovrebbe richiamare se stesso, nel quadro della dialettica democratica locale, a un maggior fair play nei confronti di un’amministrazione guidata da grillini,  vuoi o non vuoi suoi alleati di governo.

Non è detto che la pubblica opinione voglia comunque plaudire a queste dimostrazioni di superficialità, certamente non in linea con il bisogno di responsabilità e concretezza di cui la politica è chiamata a farsi carico nelle attuali circostanze critiche. Per fortuna il Papa ha compiuto uno dei suoi gesti clamorosi, sempre sull’orlo di una imprevedibilità che scuote le coscienze e rincuora l’animo delle persone, andando a piedi a San Marcello per raccogliersi in preghiera davanti al Crocefisso del miracolo contro la peste. Dobbiamo farne memoria e aggrapparci alla speranza, consci di un messaggio più che mai valido e propizio anche (e soprattutto) per il mondo della politica.

Viminale: oltre 550 mila le persone controllate nell’ambito dell’emergenza Covid-19

Il Viminale ha comunicato  che sono oltre 550mila (550.589), le persone controllate dalle Forze di polizia, nei giorni dall’11 al 14 marzo, per verificare il rispetto delle prescrizioni adottate per il contenimento del contagio da Covid-19.

Sono, inoltre, oltre 20mila (20.003) le persone denunciate per violazione dell’art 650 del codice penale.

Per quanto riguarda, invece, gli esercizi commerciali, quelli controllati sono oltre 250mila (253.837) che hanno portato alla denuncia alle  autorità di 982 titolari di esercizi commerciali.

Va ricordato che il 12 marzo con una circolare ai prefetti, sono stati forniti indicazioni sulle nuove e più stringenti misure, efficaci fino al 25 marzo 2020, adottate con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 marzo 2020 e finalizzate al contenimento e alla gestione dell’emergenza in atto sull’intero territorio nazionale.

Le misure previste dal dPCM vanno ad aggiungersi a quelle introdotte con i decreti dell’8 marzo e del 9 marzo 2020, che restano efficaci, ove compatibili con le nuove disposizioni, fino al 3 aprile 2020. Viene inoltre precisato che quanto stabilito in tema di spostamenti dal decreto dell’8 marzo si applica anche per quelli all’interno di uno stesso comune, compresi gli spostamenti per il rientro presso la propria abitazione.

Per quanto riguarda le situazioni di necessità, la circolare specifica che gli spostamenti sono consentiti per comprovate esigenze primarie non rinviabili, come ad esempio per l’approvvigionamento alimentare, o per la gestione quotidiana degli animali domestici, o svolgere attività sportiva e motoria all’aperto, rispettando la distanza interpersonale di almeno un metro.

Il Papa e la Salus populi Romani: intervista a Ilario Maiolo dell’Arciconfraternita del Crocifisso di San Marcello.

Ieri pomeriggio, poco dopo le 16:00, Papa Francesco ha lasciato il Vaticano in forma privata e si è recato in visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore, per rivolgere una preghiera alla Vergine, Salus populi Romani, la cui icona è lì custodita e venerata. Successivamente, facendo un tratto di Via del Corso a piedi, come in pellegrinaggio, il Santo Padre ha raggiunto la chiesa di San Marcello al Corso, dove si trova il Crocifisso miracoloso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la “Grande Peste” a Roma. Abbiamo intervistato Ilario Maiolo dell’Arciconfraternita del Crocifisso di San Marcello.

La visita del Santo Padre oggi in forma privata al Crocifisso della Chiesa di San  Marcello al Corso ha il significato di un gesto di umiltà e di invocazione. Nel 1522 il Crocifisso fu portato in processione per le vie di Roma per debellare la peste. Oggi possiamo attribuire alla visita di Papa  Francesco un sentimento di auspicio e affidamento divino affinché si ripeta in quel gesto di fede la speranza che tutto il mondo invoca?

Certamente, il Crocifisso è la speranza che il mondo invoca in questo periodo così buio. Inoltre come già in passato il SS. Crocifisso non si stanca di farci miracoli. Il Papa quindi in visita al Crocifisso di San Marcello è una speranza per tutti noi che siamo smarriti e non sappiamo dove andare. Seppur periodo di deserto e riflessione, la preghiera, se fatta con il cuore, rappresenta quel dono grande che il Padre ci ha fatto. Anche noi sull’esempio del Papa possiamo chiedere la grazia per il mondo intero di far cessare questa epidemia così seria e grave.

Ci può ricordare quell’aneddoto storico e quali sono i sentimenti di fede popolare che sono rimasti e radicati nella vostra comunità parrocchiale, nell’arciconfraternita  e nella gente ancora oggi?

Era la notte tra il 22 e 23 maggio 1519 quando vi fu un grande incendio che distrusse tutta la Chiesa di San Marcello, l’unica cosa rimasta intatta fu il SS. Crocifisso con le due lampade a olio accese.
Nel 1522 la “Grande Peste” fece si che ricorrendo al SS. Crocifisso, memori del miracolo della notte dell’incendio, in 16 giorni la peste venisse sconfitta. Anche nel 1600 un altro episodio di peste cessò miracolosamente chiedendo l’intercessione al SS. Crocifisso in Urbe.
Ancora è rimasta radicato nella nostra comunità la speranza che il SS. Crocifisso ci ascolta sempre, rimaniamo speranzosi per questa situazione che ci opprime e preghiamo perché interceda per noi.

Come la Diocesi di Roma si sta preparando per organizzare le parrocchie, le associazioni, il volontariato per contribuire fattivamente e con la preghiera affinché questa pestilenza del terzo millennio risparmi  il suo flagello alla Capitale?

Sono già stati presi provvedimenti a livello nazionale ed anche diocesano per porre rimedio alla diffusione del virus. Oltre che con la preghiera personale, alcune Parrocchie si sono organizzate in streaming per la recita del Rosario o di altre preghiere in comune. Il volontariato sicuramente, sebbene limitato,  che fa tanto anche in situazioni normali, adesso anche sta facendo molto, contribuendo affinché finisca questa “pestilenza del terzo millennio”.

Il nord dell’Italia sta attraversando un periodo drammatico : possiamo sentirci vicini nella preghiera in questa invocazione affinché il coronavirus risparmi altre vite umane e ci permetta di ritornare alle nostre abitudini quotidiane, agli affetti, al lavoro?

Il SS. Crocifisso è storicamente legato alla città di Roma, come Urbs Urbis, quindi ognuno può farvi riferimento per la preghiera e sicuramente verrà ascoltato. Sebbene fisicamente a Roma, molti sono legati alla tradizione del Crocifisso anche fuori Italia.

Ringraziamo Papa Francesco che ci ha fatti rimanere sorpresi e felici per la sua visita privata. Visto il momento non sarebbe potuta essere pubblica. Quali sentimenti ha suscitato in Voi e nei romani questo gesto di umiltà e di Fede?

Siamo rimasti sorpresi ma felici per la visita di Papa Francesco che lascia nei nostri cuori la speranza universale che il contagio finisca presto e che ognuno di noi possa ritornare agli affetti che la vita ci ha donato.

Amare il nostro tempo: la lezione di Aldo Moro.

Nell’anniversario della strage di via Fani e del rapimento del Presidente della Dc, riteniamo utile proporre uno stralcio (pp. 150-152) dell’ultimo libro del nostro direttore (Lucio D’Ubaldo, Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro, Edizioni Il Domani d’Italia, pp. 204, 15,00 euro) per l’interesse che può suscitare, in questo tempo difficile e ciò nondimeno “da amare”, una nuova riflessione politica attorno alla ripresa e allo sviluppo della lezione di Aldo Moro.

Il paradosso è che l’ideale democratico cristiano, sorto con Romolo Murri all’alba del Novecento in funzione del superamento dell’antitesi tra cristianesimo e modernità, “cada, come corpo morto cade”, abbandonato a se stesso. Sicché, mentre aveva anticipato di alcuni decenni le scelte dei Padri conciliari sul rapporto Chiesa-mondo, ora lentamente scivola nel dimenticatoio della storia, finendo per estinguersi al pari delle sue caduche manifestazioni storiche. Non è più visto come fonte di rinnovamento e autentica laicità, oltre le nebbie del postmoderno: alla fine, in questa incomprensibile nemesi storica, patisce la riduzione a controparadigma dell’iniziativa politica. Declassato o stroncato il motivo ispiratore, del “partito che non c’è” residua il pallore di simulazioni estemporanee. Solo la forza del racconto che fa propria l’evocazione della “giovinezza di Moro”, per riprendere in forma allusiva un’originale immagine che Moro propone del cristiano di fronte alla “giovinezza del mondo”, può reggere all’amarezza di questo smottamento sul terreno delle idee.

A dire il vero non si edifica un partito nemmeno abbarbicandosi alla memoria di Moro. Se questa fosse la tentazione, comprensibilmente per la fregola di uscire dal labirinto di attese frustrate, non si andrebbe lontano. Maggiore respiro si dà della ricognizione attorno alla storia, minore può essere il rischio d’intristimento nel gioco di soluzioni artificiose. Riprendere a pensare la politica coincide, in questa tradizione indimenticata, votarsi alla pienezza di un compito che attiene al perseguimento del bene comune, non in astratto o per formule perentorie, ma come obiettivo storicamente determinato. È un bisogno di concretezza e creatività che rompe la crosta della rassegnazione. Amare la Patria, allora che cosa significa? Poiché abbiamo sconsacrato la lotta di classe, anche se le classi non sono sparite e dunque nemmeno la loro lotta, riusciamo ad attrezzare una politica che agisca da fattore coesivo della società? Che vada incontro, perciò, alla bellezza di un sano patriottismo della cittadinanza, fuori dal sequestro delle ubbie sovraniste? E non è forse legittimo riattingere al discorso dell’uomo che ha più operato in chiave di progressiva integrazione politica, confidando nell’autentica dialettica di libertà e solidarietà, per un disegno di progresso?

Moro ha pensato la Dc, non si è limitato a constatarla. E nel medesimo tempo, attraverso la Dc, ha pensato l’Italia. In alcuni punti la sua lezione può anche rivelarsi inadattabile all’oggi, laddove specialmente l’incontro con la “politica elettrica”, di cui parlano Marshall ed Eric McLuhan nelle loro leggi dei media (Le tetradi perdute di Marshall McLuhan, 2019), comporta un fatidico attrito. Infatti, la politica concepita e messa in atto da Moro tutto è meno che elettrica: dunque, vista in superficie, è decisamente inattuale. Ma che conta se vince la volontà di penetrare il suo messaggio più profondo e ancora intatto?

Ma la politica c’è ancora. E più forte di prima.

Non sappiamo, ad oggi, cosa capiterà dopo la bufera innescata da questa misteriosa emergenza sanitaria.

Non sappiamo quali saranno i temi e soprattutto quale sarà l’agenda che orienteranno i comportamenti della politica e dei politici del momento. Parlo dei politici del momento anche perchè lo tsunami è così forte che può travolgere l’attuale rappresentanza politica a vantaggio di un ceto politico ad oggi non definibile. Ma, al di là di quale sarà la rappresentanza politica, un dato è sufficientemente chiaro. E sta emergendo in tutta la sua virulenza e grossolanità in questi giorni drammatici.

L’ha espresso con semplicità e schiettezza il capo politico britannico. E il terreno di gioco, come da copione, è sempre quello della sanità e della difesa dei più deboli. Ebbene, ancora una volta si è riproposta la solita teoria. E cioè, i più deboli vengono abbandonati al loro destino a scapito della salvaguardia e della tutela dei più ricchi, cioè di chi ha le risorse per salvarsi. È l’antica strategia darwniniana che se viene applicata dogmaticamente in politica ripropone vecchie e antiche categorie ed invoca, di conseguenza, la presenza e l’insostituibilità della politica.

Sì, proprio di quella politica molto bistrattata e rinnegata e che adesso riemerge come un fiume carsico e di cui non possiamo farne a meno. Piaccia o non piaccia ai tecnocrati, ai ricchi possidenti, agli eterni uomini nuovi e ai teorici del superamento definitivo delle categorie culturali del passato. La grossolanità, la volgarità e la spregiudicatezza della destra, a volte, sortisce l’effetto opposto. E così è stato nuovamente questa volta. 

Esempi da non imitare

Pensavamo che l’italiano Gennaro Arma, il “capitano coraggioso” della nave da crociera Diamond Princess, con buona parte dei passeggeri a bordo infettati dal coronavirus, sceso per ultimo dall’imbarcazione, avesse riscattato la figuraccia di capitan Schettino sceso per primo guardando da terra la propria nave affondare.

Pensavamo anche che “l’alto là” di “capitan” Sergio Mattarella alla BCE per la pugnalata alle spalle dell’Italia inferta dalla Presidente Lagarde (non siamo qui per ridurre lo spread), che ha fatto crollare la Borsa di Milano in un sol giorno del 17 per cento, fosse un momento di riscatto, di orgoglio e di esempio per ogni altro “capitano” con grandi o piccole responsabilità di governo nelle strutture pubbliche del nostro Paese.

Purtroppo ci siamo sbagliati!

“Capitan” Joseph Polimeni, direttore generali dell’Azienda Sanitaria di Pordenone, in un sol colpo, centra entrambi gli obiettivi: la fuga (Schettino) e l’incapacità di leggere questo momento drammatico (Lagarde).

Infatti, con circolare del 12 marzo 2020 indirizzata a tutti i responsabili delle numerose strutture aziendali, senza un minimo coordinamento, non trova di meglio che addossare ad ognuno di loro la responsabilità, così si legge, di decidere quali dipendenti lasciare a casa, con quali strumenti di lavoro e quali indicazioni dare per “supportare la front line sanitaria”.

Esaurito il compitino, non senza rilevare che tutto questo i Responsabili lo devono fare “fermo restando gli obiettivi di budget”, cosa fa:

Se ne va a casa!

Vale solo la pena di ricordare che a proposito del rispetto dei budget, perfino Ursula Von der Leyen, difronte alla difficile situazione che stiamo vivendo ha affermato “Siamo pronti ad aiutare l’Italia con tutto quello di cui ha bisogno”.

Polimeni pare esserci adeguato a Schettino per aver abbandonato la “nave” e per lo scarico di responsabilità sui “marinai” (peraltro encomiabili) e alla Lagarde per l’uso delle risorse.

Inconcepibile. Pordenone merita ben altro.

Se non fossimo in una situazione drammatica verrebbe da dire che il “nostro capitano”  ha perfettamente ottemperato alle raccomandazioni governative:

1° lavarsi le mani 2° io resto a casa.

Coronavirus: dalla farina (+80%) al latte (+20%) la top ten degli acquisti.

Dalla farina (+80%) al latte (+20%) sono i cibi che entrano nella top ten dei prodotti alimentari più acquistati dagli italiani nelle settimane dell’emergenza coronavirus. E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione della presentazione dell’indagine “La spesa degli italiani nel tempo del coronavirus” ha stilato l’elenco dei dieci prodotti alimentari più richiesti per riempire la dispensa con il crescente rischio quarantena nel periodo dal 24 febbraio all’8 marzo, sulla base delle vendite del mondo Coop

La scelta degli italiani – sottolinea la Coldiretti – è stata quella di privilegiare alimenti semplici alla base della dieta mediterranea con una grande attenzione pero’ alla conservabilità che ha favorito gli acquisti di prodotti in scatola. Se la farina con un balzo dell’80% rispetto alla media del periodo è stata il prodotto più acquistato sul podio salgono anche – precisa la Coldiretti – carne in scatola con un aumento del 60% e i legumi in scatola con un balzo del 55%. A finire nel carrello della spesa degli italiani sono stati soprattutto nell’ordine – continua la Coldiretti – la pasta con un +51% e il riso con un +39% ma si registra una crescita del 39% anche per le conserve di pomodoro mentre le vendite dello zucchero salgono del 28%, quelle dell’olio da olive del +22%, il pesce surgelato del 21% e il latte Uht del 20%. Nelle scelte – sottolinea la Coldiretti – sono stati premiati i prodotti essenziali e penalizzate le scelte di gola dagli aperitivi (-9%) alle creme spalmabili (-8%).

Da segnalare secondo la Coldiretti una particolare attenzione è stata anche riposta alla provenienza dei prodotti acquistati con un deciso orientamento a sostenere gli acquisti di prodotti Made in Italy per aiutare lavoro ed economia. Una conferma del successo della campagna #MangiaItaliano per salvare il Made in Italy, difendere il territorio, l’economia e il lavoro.

Un obiettivo sostenuto secondo l’indagine Coldiretti/ixe’ dalla grande maggioranza dei consumatori (82%) che è d’accordo sul fatto che in questa fase è importante acquistare prodotti italiani per tutelare una filiera agroalimentare che dal campo alla tavola garantisce all’Italia il primato nella qualità e nella sicurezza alimentare.

La fabbrica cinese che produce più mascherina di tutti

Byd è un colosso economico cinese che si occupa di vari settori, dal sanitario a quello delle auto elettriche. Realizza sistemi ferroviari monorotaia e semiconduttori per il campo elettronico. Inoltre, fino all’arrivo della Tesla, con la sua Model 3, Byd era la prima impresa al mondo per produzione e vendita di auto elettriche. In più, è uno dei leader per quanto riguarda gli autobus elettrici.

Ora in soli tre mesi è diventato il più grande produttore al mondo per l’appunto di mascherine protettive contro il Coronavirus.

L’azienda cinese fin da gennaio ha iniziato a distribuire maschere e gel disinfettante raggiungendo picchi inaspettati.

Lo stabilimento di Shenzhen ha raggiunto la piena operatività lo scorso 8 febbraio,  con i macchinari che non si fermano mai.

Complessivamente al suo interno sono impegnate tre divisioni e 1.300 persone, tra ingegneri e tecnici. Il risultato di questo immane sforzo è che, attualmente, la Byd produce 300.000 boccette di disinfettante e cinque milioni di mascherine ogni giorno.

 

Alimenti che rinforzano il sistema immunitario

Funghi: essendo ricchi di sostanze antiossidanti, immunostimolanti e disintossicanti.

Agrumi: ricchissimi di vitamina C.

Carote: da sempre considerata un elisir di lunga vita, grazie alla presenza del betacarotene è in grado di contrastare in maniera efficace sia le infezioni che l’azione dei radicali liberi.

Aglio: secondo una ricerca britannica l’aglio crudo, essendo ricco di allicina, possiede preziose proprietà antibiotiche.

Legumi:  contenendo ferro, favoriscono il consolidamento delle difese immunitarie.

Cioccolato: stimola il potenziamento dei linfociti, che svolgono la delicata funzione di adattare il sistema immunitario alle diverse infezioni che colpiscono di volta in volta l’organismo.

Verdure a foglia verde: dai broccoli ai cavoli alle cicorie.

Miele: ottimo antibiotico naturale in grado di combattere il raffreddore e le infezioni alle vie respiratorie.

 

Papa Francesco: messa del 15 marzo 2020

Il Papa a Santa Marta prega per i lavoratori che garantiscono i servizi essenziali Nella Messa a Santa Marta, Francesco continua a pregare per i malati e rivolge un pensiero grato a quanti col loro lavoro permettono il funzionamento della società in questo momento di emergenza. Nell’omelia commenta il Vangelo domenicale: il dialogo di Gesù con la samaritana che confessa i suoi peccati. Il Signore vuole con noi un dialogo sincero e trasparente

La destra? Inammissibile

Carissimi, anche noi ci siamo dati da fare in questa brutta circostanza. Non sappiamo se tenere aperta o chiusa la cappella del Convento, causa disguidi nella comunicazione tra Sacri Palazzi, ma abbiamo desiderio di essere presenti, mettendoci al servizio della comunità.

Ho scritto a un confratello, molto solerte fino ad oggi nel proporci una spericolata coniugazione tra dottrina sociale della Chiesa e partiti sovranisti, se non ritenga inammissibile il cinismo della destra. È giunto il tempo di mettere decisamente un freno alle illusioni dei cattolici tradizionalisti.

Non l’ho fatta troppo lunga, in questa mia lettera, giacché le parole di una giornalista che vive a Londra sono apparse – non solo a me, ma a tutti gli altri confratelli – davvero sconcertanti. Lei non ha colpa, ha solo dato conto della “sensibilità” dell’attuale governo conservatore della Gran Bretagna.

È vero, gli inglesi amano restare calmi davanti alle tragedie: non sono come noi mediterranei. Qui però si va oltre la distinzione tra popoli del nord e popoli del sud.

Boris Johnson nelle ultime ore ha un po’ corretto il tiro, ma i suoi scienziati ed esperti lo avrebbero convinto che preparare la gente alla perdita dei propri cari sia meglio di qualsiasi prevenzione “da contenimento”. Meglio lasciar infettare le persone – fino al 60 per cento della popolazione – per creare l’immunità di gregge.

Stanno così le cose? Ecco la risposta della giornalista, Deborah Bonetti, direttrice della londinese Foreign Press Association: “Sì, tanto a morire saranno i poveri, i vecchi e i deboli: nel gregge sopravvivono i più forti. È il darwinismo applicato al XXI secolo. Alla gente che accusa sintomi dicono di starsene a casa, non li visitano e non fanno neppure i test”.

Non c’ė da aggiungere granché, mi pare tutto chiaro, tremendamente chiaro e desolante. Ecco la destra nel mondo. La stessa destra che motiva e corrobora la nostra destra. Quella schierata, per intenderci, sempre a difesa dei “valori della vita”.

I valori dei più forti, anche per la vita.

Ha ragione Zanda, restituiamo al parlamento la sua centralità: no alla “ademocrazia”.

In questi giorni, la pandemia che sta mettendo a dura prova le famiglie e la economia, pone con grande sollecitudine la esigenza di fronteggiare come paese ed in modo adeguato, la molteplicità delle situazioni che si presentano ora e che si mostreranno in futuro. A tale proposito, giorni fa, si è invocata da parte di taluni la necessità della costituzione di un governo di emergenza che coinvolga tutte le forze politiche. 

D’altro canto nell’Italia degli anni ottanta ci fu una esperienza di questo tipo provocata dal terrorismo devastante del brigatismo rosso: il governo di solidarietà nazionale che vide insieme due forze storicamente contrapposte come la Democrazia Cristiana ed i Partito Comunista. La stessa Germania ha conosciuto in seguito una esperienza analoga praticata fino ai giorni d’oggi, che trova nella coalizione governativa due storiche forze contrapposte: i democristiani del Cdu-Cau e il Partito socialdemocratico. 

Va precisato che ambedue le esperienze: sia quella italiana, che quella tedesca, furono precedute da un confronto lungo ed approfondito da cui originò un programma dettagliato, discusso dalle stesse basi dei rispettivi partiti. L’altro elemento importante di queste esperienze è costituito dal fatto che queste forze avevano già provato a collaborare nei territori, e ad esempio il Bundenstag  era stato il luogo centrale della discussione politica. Infatti da tempo le contrapposizioni erano state sostituite da una dialettica conducente e collaborativa che aveva preparato quelle decisioni inedite. 

Nell’attuale scenario politico, nulla somiglia a quel passato! Anzi, persino per le decisioni prese dal Governo in questi giorni drammatici, abbiamo assistito ad imbarazzanti contrapposizioni di leader politici e da presidenti di regioni dello stesso partito, precedute da offerte di dialogo strumentali e prive di presupposti. Penso che nelle circostanze dolorose come quelle che viviamo,  i cittadini si aspettino uno stile diverso, proprio per sottolineare che nel buio in cui siamo piombati, la armonia sia l’unica possibilità che abbiamo per saper decidere soluzioni difficili ed opportune. La linea di comando deve essere una sola; ci piaccia o no chi la esprime, ci piaccia o no quello che si decide. Ci sono sempre i modi per far valere le proprie opinioni, ma in questi frangenti, non con le modalità politiche rumorose di opposizione come se vivessimo nella ordinarietà. Di fronte al paese, credo che sia importante dare segni coerenti. 

Lo Stato centrale e le le sue articolazioni locali,  come le forze politiche nazionali, devono collaborare senza porre alcuna pregiudiziale, come un tutt’uno a garanzia degli interessi primari della Nazione; poi a consuntivo i cittadini sapranno senz’altro fare un bilancio di ciò che è accaduto e dei meriti e demeriti di ciascuno. Sono convinto che tra i demeriti, verranno considerate anche le contrapposizioni pregiudiziali espresse in circostanze così straordinarie. Ma il luogo deputato a favorire la collaborazione politica nel senso più alto ed efficace, è il Parlamento, a partire dall’assunto di principio. Le Camere, non possono che essere il luogo privilegiato da cui far originare collaborazioni, e non le agitazioni delle nomenclature partitiche. 

Purtroppo si vede a occhio nudo che in questi giorni non fervono certo le attività parlamentari e questo è negativo per la Repubblica. Ecco perché l’appello del Senatore Zanda di non rallentare i lavori delle Camere, e di reagire a qualsiasi tentativo di chiuderle, è fortemente condivisibile. Infatti se proprio in questi giorni il Parlamento si ponesse al centro  della vita democratica come gli compete, potrà dare il segno tanto necessario, che questa primaria istituzione Repubblicana è e deve restare una fiaccola che non si spegne neanche di fronte ad accadimenti gravi. È dunque necessario che si riproponga come l’unico luogo di rappresentanza e di confronto: il luogo principe in cui si riconosca il paese. 

In questi giorni si sono prese molte decisioni drastiche per arginare la pandemia. Ma i servizi di prima necessità vitali per i cittadini sono aperti con le precauzioni del caso. Anche il Parlamento deve rimanere aperto come luogo essenziale per testimoniare vitalità e salute della Democrazia. Non vorremmo che accanto alla pandemia crescesse pericolosamente la malattia della “ademocrazia”: la condizione patologica di un paese dove nessuno rimette in discussione la Democrazia, ma dove i comportamenti, le forme e la sostanza, si esprimono al contrario.

Governatori all’attacco, ma la salute pubblica non può funzionare con 21 ministri.

Mentre i cittadini danno prova di buon senso, sorprendendo  gli abituali fustigatori degli italici costumi, alcuni Presidenti di Regione alzano i toni dello scontro. 

De Luca (Campania) ha parlato di “idiozie” del governo e ha inscenato per alcune ore – dopo ha dovuto fare marcia indietro! – la parte dello super sceriffo, immaginando fermi di polizia e provvedimenti penali per i trasgressori di un’ordinanza regionale (incostituzionale) ancora più stringente e limitativa in materia di mobilità personale. 

Dal canto suo, Fontana (Lombardia) ha preso di petto la Protezione Civile accusandola di grave inadempienze per non essere in grado di fornire i macchinari necessari all’allestimento di un ospedale d’emergenza nei locali della nuova Fiera di Milano. In verità mancherebbe anche il personale medico e paramedico, a riprova che la corsa contro il tempo per assistere i malati da Covid-19 non prevede – checché ne pensi il varesino Fontana secondo cui “Roma non capisce” – soluzioni di “rito ambrosiano”.

Sono alcuni esempi, tra i più eclatanti, che indicano la dismisura che ottenebra l’azione dei governatori regionali.  Certo, la situazione è drammatica in alcune zone del Paese. Tuttavia la disciplina non è una regola che s’intende applicabile soltanto ai cittadini. Dovrebbe essere, in primo luogo, il modo con il quale un uomo di governo si propone, ovvero si comporta, specie nei momenti più difficili. Questo scrupolo manca, evidentemente, sicché uno spettacolo di tale autoesaltazione finisce per destare forti e motivate perplessità in gran parte della pubblica opinione. Questa battaglia contro il virus ha bisogno di uno sforzo eccezionale, in spirito di grande solidarietà, per garantire il massimo coordinamento tra gli operatori.

Se pensiamo al domani, quando l’emergenza cesserà d’imporsi alla normale conduzione della vita pubblica, dobbiamo mettere in agenda la revisione del modello di sanità regionalizzata. È necessario individuare, con attenzione ed equilibrio, una diversa formula di gestione del sistema. Avere 21 ministri della salute in giro per l’Italia, incastrati nelle logiche del proprio universo di riferimento, non è la migliore garanzia per 60 milioni di italiani. Un conto è valorizzare le eccellenze, figlie magari del buongoverno locale, altro è rassegnarsi alla incombenza delle satrapie. Perché mai le Regioni, concepite per legiferare e programmare e coordinare, con una responsabilità che si voleva collegate essenzialmente allo sviluppo territoriale locale, debbono conservarsi nella forma attuale, assai distante dal disegno originario? In sostanza, perché debbono occuparsi quasi esclusivamente di sanità, appigliandosi a un modello tutto di gestione e di potere, per giunta con scarsi controlli

Il fallimento del federalismo non è una questione di dottrina. Sta nella coscienza di un Paese strattonato violentemente dalla crisi sanitaria. E non è neppure un complotto ai danni delle Regioni, ma la constatazione di quanto sia stato grave – da Bassanini in poi – aver tutti giocato la carta del leghismo, slabbrando il tessuto morale e istituzionale di un Paese che solo negli ultimi 150 di storia patria ha conosciuto la forma di Stato unitario nazionale. Ora si tratta di rivedere questa impostazione, correggendo gli eccessi e mitigando le pretese, così da trovare un nuovo equilibrio. Bisognerà ripartire dai Comuni, sperando nell’avvento di una nuova generazione di Sindaci e amministratori locali. In definitiva, la sfida non consiste nel ritorno al vecchio centralismo, ma nella ricostruzione di un legame profondo e corretto tra Stato e autonomie locali, riportando le Regioni al ruolo di enti di programmazione fissato nella (bellissima) Costituzione del 1948.

Europa: immigrazione e pandemia. Ripartire dai padri fondatori

Rileggo spesso, con trasporto emotivo e ammirazione per l’uomo e le idee, il discorso di Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi del 10 agosto 1946 di cui riporto una breve parte del famoso incipit: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
……. ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire”.

Rileggo e rifletto sul coraggio dell’uomo, sull’umiltà del rappresentante della Nazione sconfitta nel conflitto bellico appena concluso, sulla lungimiranza del politico che fa leva sul dovere di puntare al dialogo, alla cooperazione e alla pace per ristabilire le condizioni della crescita economica e sociale, in una parola della “ricostruzione”, termine che riassume la situazione internazionale in una prospettiva di “coesione e visione”.
E rileggendo intuisco la proposizione di alcuni temi prodromici all’idea di unire le forze nazionali del vecchio continente nella prospettiva – che la Storia ha plasmato dandole forma e sostanza – di una Comunità Europea legata da tradizioni culturali, valori, riferimenti ideali, prospettive evolutive sul piano sociale, attraverso l’avvio di trattati sul piano economico e commerciale, per favorire lo scambio delle esperienze, delle persone, dei prodotti, in una prospettiva di solidarismo istituzionale.

La contestualizzazione della situazione post-bellica e l’emergenza di figure di spicco politico, di intuizione non visionaria, di rettitudine, di vocazione popolare – intesa come sintesi tra autorità e rappresentatività, l’orientamento e la tensione verso un “bene comune” super partes, l’intuizione di una realtà istituzionale terza che rappresentasse le singole vicende e realtà nazionali, unitamente all’emergere di figure di spicco come De Gasperi stesso, di Schumann, Spinelli, Monnet, Adenauer, consentì un periodo di elaborazione storico-politica dell’idea transnazionale di Europa in cui ravviso due precipue peculiarità.

La prima è legata alle dimensioni territoriali e alle alleanze statuali che si andavano delineando: un’Europa “a sei “ poteva essere propedeutica ad ulteriori aggregazioni ma intanto- con senso pratico, concezione della realtà storicamente contestualizzata, senso della misura, consapevolezza della “governabilità” dell’unione comunitaria, messa al bando dei velleitarismi espansivi – era una entità tangibile e foriera di consolidamenti sul piano strutturale, normativo, economico, di identità e riconoscimento sociale.

La seconda riveste una valutazione di tipo metodologico: per capirla appieno, storicamente contestualizzata e poi rapportata al presente, possiamo compararla a certe recenti scelte espansive dell’Unione Europea, agli allargamenti inclusivi di altri Stati che ne’ per tradizione, ne’ per affidabilità e stabilità istituzionale ed economica avrebbero meritato un’espansione senza confini, un’inclusione ibridata e indeterminata dove le differenze di origine hanno alla fine prevalso sullo spirito comunitario, mentre non è mai decollata l’idea fondativa di una matrice culturale comune, di identità, sovrapposizioni valoriali, tradizioni compenetrabili.

Se dovessi immaginare una linea di continuità, un percorso, un filo conduttore che – partendo dalla CECA e dal MEC e giungendo all’Unione Europea odierna, oltre l’enfasi inclusiva che l’ha caratterizzata in modo spesso frettoloso ed acritico, privilegiando gli aspetti quantitativi su quelli identitari e qualitativi, rafforzerei la convinzione che sia stata l’economia il paradigma, il motore e la forza (ora trainante ora frenante) del decollo dell’Europa così come si è andata configurando dalle origini ai giorni nostri.
Si parla oggi dell’Europa dei mercati, delle banche, degli interessi economici che prevale sull’Europa dei popoli, delle persone, di una comunità solidale e coesa.
Prevale paradossalmente persino rispetto al tema del lavoro rispetto al quale manca del tutto una prospettiva di approccio e una visione che crei connessioni, interscambi, crescita comunitaria, diffusione del benessere nell’U.E. senza gerarchie di ricchezza o povertà.
Il salto di qualità è ancora molto lontano ma le emergenze del momento ci chiedono una prova di coesione e unità di intenti, in una prospettiva solidaristica, che non lasci indietro nessuno.

I drammatici avvenimenti legati all’esodo biblico di migranti dall’Africa dei Paesi in guerra, spinti dalla fame, dalla ricerca di lavoro e agiatezza dimostrano che manca una visione comunitaria condivisa, oltre i trattati di Schengen , di Lisbona e di Dublino.
Prevalgono le logiche di arroccamento e di difesa dei confini nazionali.
Manca una politica di gestione e di governo del fenomeno migratorio, nella sua realtà attuale e in quella immaginabile per gli anni a venire, basti pensare alle proiezioni demografiche – per citare un Paese ed un’etnia – che riguardano la Nigeria che si calcola diventerà entro 10/15 anni il Paese più popoloso al mondo dopo Cina ed India, con una popolazione venti volte superiore a quella italiana.
Su questo tema l’Europa, l’Unione, i singoli Stati stanno palesando un ritardo di consapevolezza, azione, programmazione, condivisione.
Ma un nuovo tsunami ha investito l’Europa e gli esiti ci toccano da vicino in modo imperscrutabile e imprevedibile: si aggiunge infatti in questo periodo storico l’emergenza senza precedenti della pandemia del Covid 19.

Il primo Paese europeo a subire l’impatto del contagio è stato, manco a dirlo, l’Italia ma l’epidemia dilaga ormai in tutta Europa e nel mondo intero.
L’OMS ha dichiarato ufficialmente le condizioni di una emergenza pandemica, cioè totale.
Il Parlamento Europeo e gli organismi di Governo dell’U.E. dopo aver riconosciuto nell’immigrazione e nel suo controllo un problema epocale ora devono fare i conti con questa peste del terzo millennio che sta mettendo in ginocchio il nostro Paese ma inevitabilmente riguarderà ogni Stato e Nazione della Comunità Europea.
Finora ogni Stato l’ha vissuta come problema interno ma presto diventerà una condizione comunitaria da condividere e da fronteggiare attraverso politiche sanitarie coordinate.
Qui si sta manifestando la ridondanza dei proclami e degli intenti rispetto alla fattibilità di azioni concordate. Qui si appalesa il prevalere degli aspetti formali su quelli sostanziali, una sorta di impotenza istituzionale che respinge ad ogni singolo Stato la soluzione dei problemi emergenti, dove la logica comparativa non cerca omogeneità di indirizzi, scelte, azioni ma tassonomie tra chi sta meglio e chi se la passa peggio.

I singoli Stati sembrano perseguire – sotto diverse formule ed alchimie politiche – l’antica trilogia del “popolo/territorio/potestà d’imperio”, che altro non è che la simulazione/dissimulazione del rigido controllo dei confini nazionali, un vero e proprio ritorno a certe visioni autarchiche verso l’interno e “devolutive” verso gli altri Paesi dell’U.E. Ne’ si dimentichi che il passaggio epocale della “Brexit” è un preoccupante segno di “distinguo e separatezza” da parte di uno dei Paesi più rappresentativi della cultura e delle potenzialità politico-istituzionali di un’Europa unita, a cominciare dalla lingua parlata e scritta più diffusa nel pianeta.
Il contagio sta toccando pesantemente il Regno Unito: andrà affrontato in una logica di separatezza? Sarà questa la prima “messa alla prova” degli esiti tangibili della Brexit?
Occorre ragionare in una logica di “Europa dei popoli e delle Nazioni”, piuttosto che in una logica sommatoria di singoli Stati.

L’Europa di oggi è una gigantesca scacchiera dove Governi e poteri forti dell’economia e della finanza stanno muovendo le pedine della propria sopravvivenza, dei propri destini, del futuro delle proprie generazioni emergenti. E in testa a tutta questa piramide di preoccupazioni oggettive e finora affrontate con circospezione, sospetto, distinguo e poco piglio decisionista sta la lenta erosione delle sovranità nazionali senza che le stesse possano essere sostituite da un solido impianto politico/istituzionale coeso, solidale, di lunga deriva.
Questo spiega l’emergenza dei sovranismi e dei populismi come reazione emotiva difficilmente controllata attraverso azioni concertate a livello unitario, poiché molto forte è la discrasia, il gap che separa le “visioni” e le idee stesse di Europa.
Le emergenze citate dovrebbero spingere verso un rafforzamento dell’Unione sul piano delle relazioni internazionali, soprattutto un’idea forte, unitaria e vincente in materia di politica estera e una semplificazione normativa e burocratica della vita dei cittadini dell’Unione.

Troppe cose ancora ci dividono.

E’ di questi giorni l’abissale divergenza di punti di vista espressi da Christine Lagarde, Presidente della BCE e Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in tema di interventi a sostegno delle emergenze nazionali – segnatamente quella italiana – rispetto al dramma della diffusione pandemica del COVID19 e degli interventi atti a fronteggiarla.

Occorre uno sforzo per superare le frammentazioni e le polarizzazioni.
Serve – è vero – una politica monetaria sulla linea di indirizzo tracciata da Mario Draghi ma ad essa si deve affiancare una comune politica fiscale e con essa sistemi sanitari capaci di interagire in sinergia a fronte di situazioni drammatiche come quella in atto.
La nostra economia continentale si trova davanti ad una drammatica crisi senza precedenti: urge una politica condivisa di sostegno alle famiglie, alle imprese, ai giovani e agli anziani, statisticamente le vittime più esposte al contagio e ai suoi esiti letali.

Solidarietà: un valore che dovrebbe ispirare le politiche comunitarie, disponibilità ad accettare le differenze come valore in un’ottica di azioni coese e condivise.
Un principio sul quale è tornato proprio in questi giorni con autorevolezza il Presidente Mattarella che ha riproposto il tema del bene comune e dell’unità di intenti.
L’Europa affronta una prova cruciale e terribile che la mette alla prova per dimostrare che oltre i trattati, i protocolli e le intese esiste davvero un afflato comunitario che restituisce senso alle intuizioni dei padri fondatori.

La storia ha fatto il suo percorso e ci sono opportunità allora impensabili per avvalorare e sostanziare una comune ispirazione identitaria, che si può realizzare con il concorso di tutti.
Non possiamo dimenticare millenni di storia, la matrice democratica degli Stati nazionali post-bellici, il fondamento di una visione cristiana della vita, popolare e di giustizia sociale degli interessi collettivi.

In ciò- per quanto riguarda il contributo ideale e valoriale che afferisce alla storia del nostro Paese – ritrovo i riferimenti ideali citati da De Gasperi nel discorso del 1946, in un’ottica oggi più che mai necessaria e prevalente di cooperazione tra i popoli.