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Lotta all’usura: Napoli, il premio intitolato a padre Massimo Rastrelli

L’11 dicembre si terrà a Napoli, presso la Sala del Concistoro dell’Isis Alfonso Casanova, la consegna del premio intitolato al gesuita padre Massimo Rastrelli, il primo ad aver dato vita a una fondazione antiusura a Napoli.

In attuazione della campagna di informazione all’educazione finanziaria e di sensibilizzazione al contrasto dell’usura e del gioco d’azzardo, promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, di cui è membro il Ministero dell’Economia e delle Finanze, si terrà l’incontro con tutti gli studenti delle ultime classi dell’Istituto Casanova, del Liceo Genovesi, del Liceo Vittorio Emanuele II-Garibaldi e dell’Istituto Pimentel Fonseca e di altri Istituti siti a Salerno, per l’assegnazione e consegna del premio intitolato a padre Massimo Rastrelli del valore di 1.000 euro per il miglior tema su “Prevenzione all’usura (art. 15 L. 108/96) – Gioco d’azzardo: tentazioni – dipendenza – rovina”.

Il Papa alle Ong cattoliche: “Un’adeguata formazione è oggi un impegno prioritario”

Sono lieto di darvi il benvenuto in questa sede di Pietro, simbolo di comunione con la Chiesa universale. Grazie per essere venuto da diversi paesi del mondo per condividere esperienze e riflessioni sul tema dell’inclusione. Grazie per questo sforzo. Gli occhi non lavoreranno più duramente perché possono leggere con calma. Con questo, vuoi trasmettere una testimonianza concreta per incoraggiare i più vulnerabili ad essere accolti, incluso, per rendere il mondo una “casa comune”. Tutto ciò è fatto con esperienze sul campo e anche nell’arena politica internazionale.

Molti di voi sono interessati e cercano di essere presenti nei luoghi in cui vengono discussi i diritti umani delle persone, le loro condizioni di vita, il loro habitat, la loro istruzione, il loro sviluppo e altri problemi sociali. In questo modo danno vita a quanto affermato dal Concilio Vaticano II: la Chiesa “esiste in questo mondo e vive e agisce con esso” (Const. Past. Gaudium et spes , 40).

È una “frontiera” per la Chiesa in cui possono svolgere un ruolo notevole, come ha ricordato il Consiglio stesso parlando della cooperazione del cristiano nelle istituzioni internazionali, cito: «Alla creazione pacifica e fraterna della comunità di i popoli possono anche servire in vari modi le varie associazioni cattoliche internazionali, che devono essere consolidate aumentando il numero dei loro membri ben addestrati, i mezzi di cui hanno bisogno e il corretto coordinamento delle energie. L’efficacia in azione e la necessità di un dialogo richiedono iniziative di gruppo nel nostro tempo »( ibid ., 90).

Questa affermazione conciliare ha una grande rilevanza e vorrei evidenziarne tre aspetti: 1) formazione dei membri; 2) disporre dei mezzi necessari; 3) condividere iniziative che sappiano lavorare in “team”.

Primo: la formazione . La complessità del mondo e la crisi antropologica in cui siamo immersi oggi richiedono una testimonianza coerente della vita per creare un dialogo e una riflessione positiva sulla dignità umana. Questa testimonianza suppone due esigenze: da un lato, grande fede e fiducia nel conoscerci strumenti dell’azione di Dio nel mondo; non è la nostra efficacia a prevalere; dall’altro, è necessario disporre di un’adeguata preparazione professionale in materie scientifiche e umane per saperle presentare dal punto di vista cristiano; In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa offre la cornice di adeguati principi ecclesiali per servire meglio l’umanità. Ti consiglio di conoscerla, allenarti bene in lei e poi “tradurre” i suoi progetti.

Un’adeguata formazione e istruzione, in quanto dimensione trasversale ai problemi della vita socio-politica, è oggi un impegno prioritario per la Chiesa. Non possiamo parlare a memoria. Ecco perché, ho voluto lanciare un appello globale, ricostruire un Patto globale sull’istruzione, un passo avanti, che forma per la pace e la giustizia, che forma per l’accoglienza tra i popoli e la solidarietà universale, oltre ad avere Spiega la cura della “casa comune”, nel senso espresso nell’enciclica Laudato si ‘ . Pertanto, ti incoraggio ad aumentare ulteriormente la tua professionalità e la tua identità ecclesiale.

Secondo: disporre dei mezzi materiali necessari per realizzare gli scopi indicati. Ricorda la parabola dei talenti. I mezzi sono importanti, sono necessari, sì, ma a volte possono essere insufficienti per raggiungere gli obiettivi proposti. Non dobbiamo scoraggiarci. Dobbiamo ricordare che la Chiesa ha sempre fatto grandi opere con mezzi poveri. Dobbiamo cercare, certamente, e sfruttare al massimo i nostri talenti, ma dimostrando con esso che ogni potere ci viene da Dio, che ogni potere non è nostro. È lì che sta la sua ricchezza; per il resto, dice San Paolo:”Dio ha il potere di riempirti di tutti i tuoi doni, in modo da avere sempre ciò di cui hai bisogno e avere ancora abbastanza per fare tutti i tipi di buone opere” ( 2 Co9.8). A volte l’eccesso di materiale significa eseguire un’opera è controproducente perché anestetizza la creatività. E che, dall’amministrazione di una casalinga, alle grandi industrie o alle grandi organizzazioni benefiche, devo scuotere la testa per vedere come nutro seimila, con una porzione per quattromila; Ciò aumenta la creatività, ad esempio. Inoltre, esiste una malattia in questo dei mezzi materiali nelle istituzioni; A volte le risorse quando sono abbondanti non raggiungono dove devono andare. Perché, poiché disponiamo di risorse, qui paghiamo una sotto-segreteria e una sotto-segreteria; e, quindi, l’organigramma amministrativo cresce così tanto che il 40, 50, 60% dei contributi ricevuti rimangono nell’apparato organizzativo e non raggiungono dove devono andare. Questo non invento,

Infine, condividendo iniziative per lavorare in gruppo . L’esperienza della fede, saper portare la grazia del Signore, ci dice che questo è possibile, condividere le iniziative per lavorare in gruppo. Collaborare a progetti comuni fa risplendere ancora di più il valore delle opere, perché mostra qualcosa che è innato per la Chiesa, la sua comunione, camminando insieme nella stessa missione ( syn-odos ) al servizio del bene comune, attraverso corresponsabilità e contributo di ciascuno. Il tuo forumVuole essere un esempio di ciò, quindi i progetti che realizzano in ogni luogo, unendo le forze con altre organizzazioni cattoliche e in comunione con i loro pastori e con i rappresentanti della Santa Sede prima delle organizzazioni internazionali, avranno l’effetto moltiplicatore del lievito del Vangelo, e la luce e la forza dei primi cristiani. Il mondo di oggi richiede nuova audacia e nuova immaginazione per aprire altre strade per il dialogo e la cooperazione, per favorire una cultura dell’incontro, dove la dignità dell’essere umano, secondo il piano creativo di Dio, è posta al centro.

Cari amici, la Chiesa e il Papa hanno bisogno del vostro lavoro, del vostro impegno e della vostra testimonianza al confine dell’arena internazionale. La parola bordo per te deve avere molto significato. Continua con coraggio e speranza sempre rinnovata. Grazie

Terapia genica contro l’emofilia

La tecnica impiegata al Policlinico di Milano sfrutta virus inattivati, cioè resi innocui, per trasferire all’interno delle cellule del midollo prelevate direttamente dal paziente il gene corretto, che integrandosi nel genoma della cellula ripristina la funzione mancante.

La sperimentazione meneghina è la prima nel nostro Paese, e segue alcuni tentativi condotti in Nord America. Il paziente ha ricevuto l’infusione delle sue cellule modificate agli inizi di novembre.

Gli esperti stimano che l’effetto dell’inserzione del gene possa perdurare per diverso tempo, anni, con grande impatto positivo sul paziente e anche sul sistema sanitario nazionale.

Alitalia, con la nomina del super commissario occorre una visione strategica.

Con il super commissario in Alitalia spero siano finite le stagioni dove a pagare sono stati i lavoratori della società e a perdere grandi occasioni tutto il Paese.

Con una società di trasporto aereo di bandiera funzionante e ben gestita, si rimette in moto il lavoro, si torna a dare sicurezza e diritti ai lavoratori e aumentano le connessioni e le possibilità di sviluppo, a cominciare dalla Capitale, Roma, e tutta la Regione Lazio, che con l’aeroporto di Fiumicino- migliore hub di Europa nel 2018 – potrebbe sviluppare ancor di più tutto il lavoro fatto in questi anni sullo sviluppo economico e il turismo e contribuire in modo consistente al rilancio delle imprese del territorio e del Paese intero.

Alitalia, quale compagnia di bandiera, nasce come noto il 21 ottobre 1957 dalla fusione disposta dall’IRI, che era proprietaria delle due compagnie di trasporto aereo: Alitalia e LAI (linee aeree italiane).

In quegli anni la gestione pubblica “imprenditoriale” ha dato uno sviluppo alla Compagnia, che negli anni novanta è arrivata a trasportare mediamente 28 milioni di passeggeri per anno, mentre nel 2018 sono stati poco più di 21 milioni. La gestione di Alitalia ha addirittura conseguito utili nel 1997, cosa inconsueta fino ad allora.

Poi è iniziata una crisi lenta e progressiva, determinata da diverse cause: prepotente avanzata delle compagnie low-cost, riduzione delle tratte intercontinentali, messa in esercizio di treni veloci, etc.

L’assenza di una strategia lungimirante del trasporto aereo, in un mondo in costante e veloce evoluzione, come la ottusa riduzione delle tratte intercontinentali – di sicuro rendimento – e alla ostinata corsa alla cattura degli slots per voli nazionali, che hanno in pratica trasformato Alitalia in una compagnia domestica, è stato uno degli errori di questi ultimi decenni.

È finito il tempo degli annunci, ora con il super commissario, Alitalia dovrà dotarsi di una strategia del trasporto aereo e non vivere alla giornata con rimedi temporanei.

Oltre la ricerca dei soci per iniettare capitale, occorre una vera visione strategica per la società, che dovrebbe prevedere il focus sulle rotte internazionali, l’intermodalità, puntare su una customer experience eccellente, sul digitale e sulla semplificazione dei processi interni ed esterni.

Un piano industriale strategico, che porti la compagnia a diventare motore di sviluppo e possibile esempio di buona gestione e controllo di un settore fondamentale come quello del trasporto aereo”.

Augusto Gregori, componente Segreteria e Responsabile Industria Commercio Artigianato e Turismo del Partito Democratico del Lazio.

Le domande di Bonanni sono quelle decisive, molto più del Mes

La discussione intorno alla riforma di quello che giornalisticamente viene definito “fondo salva-stati”, ma che in realtà, usando un’espressione dell’ex presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, fa parte di quegli “strumenti di tortura” di cui dispone l’Europa a egemonia tedesca, per disciplinare gli stati ancora riottosi all’obbedienza cieca all’ordoliberismo, rischia di mettere in secondo piano le questioni fondamentali da cui passa il futuro dell’integrazione europea.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità, infatti, anche se si riuscirà a bloccare quegli aspetti legati alla sua riforma che lo rendono più pericoloso per l’Italia, al di là di una assicurazione superficiale ed illusoria ai mercati, nulla può offrire ai partners europei sul piano della fiducia e del progetto riguardo al nostro comune futuro. Tocca alla politica indicare dei traguardi adesso che siamo all’inizio di una nuova legislatura europea, superando quell’immobilismo che lascia che tutto proceda per inerzia al punto da non prevedere neanche una correzione di rotta rispetto ad uno schianto sociale ed economico prossimo e più che prevedibile a politiche economiche e monetarie immutate, i cui prodromi sono avvertibili in tutti i più grandi Paesi dell’Unione.

Il 3 dicembre scorso sul Domani d’Italia è apparso un articolo di Raffaele Bonanni nel quale sono racchiuse le questioni davvero decisive, assai più del Mes, riguardo al nostro avvenire, nazionale e comunitario, che con grande efficacia l’Autore ha raccolto in tre domande.
“Perchè in politica si litiga continuamente su cose di poca importanza, e sulle cose vitali non si fiata nemmeno?”.

Le cose decisive sono le politiche economiche e monetarie, che si decidono, almeno formalmente, a Bruxelles. Dopo aver constatato la cronica assenza, anche nella finanziaria in discussione, di adeguati “investimenti per infrastrutture materiali ed immateriali”, e per interventi vitali per il Paese, Bonanni si domanda perché i nostri governanti non prendono in considerazione una nuova politica monetaria, non necessariamente inedita perché era quella della Democrazia Cristiana pre-Andreatta, e che ha un solido modello, agli antipodi di quello imposto all’Europa dalla Germania, nella Abenomics del Giappone di Shinzō Abe? Ed infine pone la domanda che è la vera questione politica di questa fase storica: a fronte del conclamato fallimento dell’ordoliberismo, “chiunque abbia del buon senso (…) cambierebbe rotta, ci sarà qualcuno che si porrà l’obiettivo di farlo?”.

Senza dimenticare le annose questioni irrisolte che ci trasciniamo dietro (la giustizia e la pubblica amministrazione da riformare, e via dicendo) la questione politica fondamentale è quella posta dalle domande di Bonanni. Continuare a fingere di non vedere che le politiche tedesche di austerità si sono rivelate un disastro su tutti i fronti, e stanno distruggendo il tessuto economico e sociale dei Paesi dell’Eurozona, li condannano ad una strutturale inadeguatezza di investimenti che si sta trasformando in arretratezza dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina, li obbligano ad accettare livelli abnormi di disoccupazione, di povertà e di disuguaglianza, ebbene non considerare tutto ciò, significa molto semplicemente rinunciare all’idea che un domani che speriamo assai prossimo, l’Europa possa diventare unita. La battaglia da fare adesso, in questa fase storica, perché forse tra qualche tempo potrebbe risultare troppo tardi, è quella di una iniziativa forte e bipartisan dell’Italia come grande Paese fondatore verso un chiarimento sulle prospettive dell’Europa.

Si sta insieme per sbranarsi l’un l’altro, con la legge del più forte oppure si vuole unire i nostri destini in uno stato unitario? Non si tratta di una alternativa. Perché l’opzione più infausta, quella della disgregazione appare già in avanzato stato di compimento. Solo se con urgenza si riesce a portare al tavolo europeo la necessità di un radicale cambio di rotta, di una inversione ad U nelle politiche economiche e monetarie che chiuda il ciclo nefasto delle politiche austeritarie e apra in termini concreti e veloci ad una nuova fase di politiche espansive, demitizzando la questione del debito, che non sarà mai un problema se alle spalle dello spazio politico dell’Eurozona c’è una banca centrale nella pienezza dei suoi poteri, si può tentare di porre un argine al processo di disgregazione in atto dell’Europa. Che non è opera dei sovranisti, che sono un’armata Brancaleone, bensì è opera delle politiche economiche gravemente inadeguate praticate nel decennio che sta per concludersi, che proprio in quanto declamano la stabilità monetaria, stanno causando in tutt’Europa una instabilità sociale, economica e politica senza precedenti e potenzialmente orientata verso un epilogo tragico e cruento. Se non si cambia, presto, la rotta.

Il furore di vivere degli italiani in una società ansiosa

Lungamente atteso – specie da coloro che il Presidente De Rita definisce “amici della cultura CENSIS” ma anche dalla politica e dalle istituzioni– è stato pubblicato il 53° Rapporto sulla società italiana, ispirato a quel cimento del continuismo analitico, descrittivo e propositivo a cui l’Istituto si è sempre attenuto dal dopoguerra ad oggi, pur in una esponenzialmente accentuata deriva di frammentazioni e discontinuità.
Il Rapporto affronta subito il tema dominante: descrivere il presente per cogliere le evidenze sociali, economiche, politiche, emotive, individuali e collettive immaginando i contorni di un futuro possibile ma ancora vuoto di contenuti rassicuranti, e definisce entrambi “incerti”: “ così è per gli italiani il presente e così è il futuro percepito. Pensando al domani, il 69% dei cittadini dichiara di provare incertezza, il 17,2% pessimismo e il 13,8% ottimismo, con i pesi relativi di questi ultimi due stati d’animo quasi equivalenti, che finiscono per neutralizzarsi”.

“Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro (mentre) il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

È una convinzione radicata nella “pancia” sociale del Paese che genera uno stress esistenziale, intimo, logorante, perché legato al rapporto di ciascuno con il proprio futuro, che amplifica la già elevata tensione indotta dai tanti deficit sperimentati quotidianamente e si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico: il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso; al 54,9% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa, ecc.); e per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015). La pressione che ne deriva è socialmente vissuta come un vero e proprio tradimento, che si aggiunge alle due promesse mancate del recente passato: l’annunciata ‒ e mai arrivata ‒ ripresa e il non pervenuto rinnovamento in meglio. Così gli italiani vivono la sensazione del tradimento per gli sforzi fatti finora, che non solo non vengono riconosciuti, ma a cui ora si vorrebbero associare nuovi conti da saldare. Stress esistenziale, disillusione e tradimento originano un virus ben peggiore: la sfiducia, che condiziona l’agire individuale e si annida nella società. Il 75,5% degli italiani non si fida degli altri, convinti che non si è mai abbastanza prudenti nell’entrare in rapporto con le persone”.

Il Censis legge così i sentimenti prevalenti che affiorano dal “corpaccione sociale” (per usare un’espressione cara a De Rita) e che succedono al rancore evidenziato come stato d’animo più diffuso nel precedente, 52° Rapporto: stress di vivere in un contesto di incertezze, disillusione, tradimento “percepito” come somma delle risposte attese e mancate. Questi sono i fattori costitutivi della sfiducia diffusa che li riassume come evidenza unificante e prevalente.

L’economia non dà segnali rassicuranti: l’ascensore sociale è fermo, la deriva di impoverimento del ceto medio è posta su un piano inclinato, il lavoro non decolla, il calo demografico è costante tra gli italiani, (“rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori che restituiscono il ritratto di un Paese in forte declino demografico. Al 1° gennaio 2019 la popolazione italiana è pari a 60.359.546 residenti: 124.427 in meno rispetto all’anno precedente”) , così come continua l’emorragia dei talenti e dei pensionati verso l’estero non compensata da ingressi di pari livello, si incrina la sostenibilità generazionale con ricadute sui costi del welfare: “non si corre e non si affonda, si sta fermi in uno stand by di ritmi rallentati”. Il Rapporto evidenzia due indici eloquenti: la decrescita del settore immobiliare come modello di crescita e autotutela: il patrimonio immobiliare passa infatti dal 59,8% del 2011 al 53,9% attuale della ricchezza familiare complessiva. Viene ad erodersi una tendenza consolidata nel tempo, quella di considerare l’investimento nel mattone come il più sicuro, “bene rifugio per eccellenza” .

Contemporaneamente cala la fiducia nell’investimento in titoli di Stato: con i BOT a rendita zero, tanto che il 61,2% degli italiani si dichiara non interessato ad acquistarli.
“Lo scemare dell’antica vocazione imprenditoriale e la crisi degli investimenti tradizionali, valorizzatori dei patrimoni di milioni di famiglie, evidenziano concretamente la scomparsa del futuro nel quotidiano delle persone.”
Si tratta di una consapevolezza fatta propria dai cittadini che nella misura del 74% prevedono il perdurare della fase di stagnazione mentre addirittura il restante 26% teme una caduta di tipo recessivo.

Non si profilano all’orizzonte, dunque, nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro.
“Al di là delle esigenze di ripristino degli equilibri finanziari e di modernizzazione delle transazioni economiche, resta il fatto che il periodico agitare la scure fiscale non aiuterà la società italiana a ritrovare la fiducia e la voglia di investire per tornare tutti a crescere. Nell’eccezionale stravolgimento sociale, condensato in pochissimi anni, il furore di vivere degli italiani li riporta tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia riuscirà a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non scomparirà dai loro volti, non ci sarà alcun crollo”. Singolare ed ermeneutico-interpretativo questo fermo immagine del CENSIS che trasforma la sopravvivenza ondivaga delle oscillazioni di piccolo cabotaggio in un “furore” vitale, pur in un contenitore ansiogeno generale che pervade il tessuto sociale a tutti i livelli e nei meandri più reconditi degli atteggiamenti individuali e sociali come reazione allo stato di incertezza.

Viene da chiedersi quanto a lungo possa durare questa lunga fase di sfiducia, originata da altri sentimenti evidenziati nei Rapporti precedenti: se, in altri termini, la sua metabolizzazione negli stati d’animo delle persone e nella comunità produrrà ancora e fino a quando tolleranza e “voglia di vivere” ovvero se imboccheremo il tunnel imperscrutabile del disorientamento totale fino al panico esistenziale come condizione antropologica prevalente. Segnali negativi ce ne sono e non pochi, mentre quelli positivi o possibilisti non sono ad essi quantitativamente speculari o in via di radicamento nell’immaginario collettivo.
Il Rapporto evidenzia ad es. come a fronte di una crescita di 321 mila posti di lavoro tra il 2007 e il 2018 ci sia in effetti la necessità di scorporare i dati considerando “la lente dell’orario di lavoro”.

“Il risultato finale è l’esito della riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e dell’aumento di quasi 1,2 milioni di occupati part time: nel periodo 2007-2018 questa tipologia di lavoro è cresciuta del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018- 2019) è aumenta di 2 punti. Oggi, ogni cinque lavoratori, uno è impegnato sul lavoro per metà del tempo”.
Il problema principale per la gente resta la disoccupazione: “preoccupa il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto al tema delle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e delle questioni ambientali e climatiche (8%)”.
L’impianto del Rapporto si sviluppa lungo l’asse crescente della sfiducia e abbraccia tutti i contesti e gli aspetti del vivere: importante ed eloquente l’analisi del gap tra politica e cittadini, dove si coglie uno “smottamento del consenso”, nell’attesa messianica di un salvatore della Patria e mentre “le cronache della politica nazionale risultano essere il principale oggetto dell’attenzione degli italiani quando si informano …”Il 90,3% dei telespettatori rinuncerebbe di buon grado alla vista di un politico in tv”.

Quanto al sistema scolastico – da tempo sotto la lente di ingrandimento dell’OCSE, che sostiene che nel nostro Paese vivano 13 milioni di analfabeti funzionali – il Rapporto mette in rilievo alcune criticità: “pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di istruzione e di competenze tra i giovani e tra gli adulti: sono questi alcuni dei fattori di criticità cui il sistema educativo italiano è chiamato a dare risposta”.
Il Censis riprende in pratica alcune derive già evidenziate in una ricerca del Linguista Tullio De Mauro del 2011, laddove punta l’indice su un impoverimento culturale diffuso sul quale pesano non poco e in senso negativo – più per l’abuso che per l’uso – smartphone e tablet , intesi come strumenti di semplificazione e non di approfondimento e ricerca.

Tra i fattori propulsivi per favorire una inversione di tendenza rispetto alle derive di sfiducia e individualismo (mitigato dal crescere di fenomeni associativi spontanei) il Rapporto evidenzia la necessità di un ricambio qualitativo della classe dirigente, dove conti il merito e non più (ma l’inversione sembra in atto) la logica “dell’uno-vale-uno”.

La comunità è l’antidoto a un capitalismo malato


Ieri, sul “Corriere della Sera”, Massimo Gramellini ha parlato del moto di solidarietà di un piccolo comune della Sardegna (Tula, provincia di Sassari) il cui obiettivo era quello di sostenere un concittadino in procinto di perdere la casa. Gramellini riconosce di aver sottovalutato il pensiero di Raghuram Rajan per il quale le piccole comunità possono costituire la salvezza della società globalizzata e iper tecnologica. Di seguito riproponiamo l’intervista molto stimolante di Rajan, apparsa il 4 ottobre scorso sul settimanale “Vita”.

La complessità aumenta, la disoccupazione morde e le democrazie del mercato liberale non offrono più risposte al bisogno di eguaglianza e giustizia sociale. «Diventano meritocrazie… ma ereditarie», spiega l’economista Raghuram Rajan. Per porre rimedio a questa situazione, le risposte devono ripartire dai luoghi e, in particolare, da quel terzo spazio che è la comunità: «la comunità tiene l’individuo ancorato a una serie di reti umane reali e gli conferisce un senso di identità: questo permette di rispondere meglio alle crisi».

Stato, mercato, comunità: questi tre pilastri sono oggi affetti da un grave disequilibrio. Dar voce alla comunità come luogo di empowerment è urgente e fondamentale, spiega Rajan, che fu tra i pochi a prevedere la crisi del 2008. «Quando esiste il corretto equilibrio fra i tre pilastri, la società è nelle condizioni migliori per poter garantire il benessere della popolazione», scrive nel suo Il terzo pilastro (Egea, 2019). Rajan, oggi docente di Finanza alla Booth School dell’Università di Chicago, già governatore della Bank of India e vice presidente del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, insiste su un paradosso: «siamo circondati dall’abbondanza, non siamo mai stati più ricchi grazie alle tecnologie». Per la prima volta, racconta Rajan, «non sono unicamente i Paesi più sviluppati ad arricchirsi, ma c’è una distribuzione della crescita. Per questo, nell’arco di una generazione abbiamo visto miliardi di persone transitare dalla povertà alla categoria del ceto medio». Eppure qualcosa non funziona.

Che cosa è successo al “sogno liberale”? Il ritorno alla comunità non risuona di “passatismo”?

Il cambiamento tecnologico ha acceso la luce sulle democrazie liberali tipiche mercato occidentale del dopoguerra e sull’ordine globale creato dagli Stati Uniti e abbiamo capito che qualcosa ha smesso di funzionare. Quindi è al futuro, al problema e al contempo alla soluzione che dobbiamo guardare. Andiamo con ordine.

Primo punto. Il cambiamento tecnologico ha permesso l’integrazione di mercati molto diversificati in tutto il mondo. Le imprese che partecipano a questi mercati globalizzati preferiscono una governance omogenea. Storicamente, questo desiderio di omogeneità ha fatto migrare i poteri normativi e di governance dalla comunità al livello regionale e poi a quello nazionale. I poteri tendono a passare attraverso i governi sovranazionali (pensiamo all’Unione Europea) e trattati (il previsto TPP) sulla scena internazionale. La gente comune si sente sempre più lontana da luogo dove vengono prese le decisioni e sente di avere poco controllo.

Secondo punto. Il cambiamento tecnologico – sia direttamente attraverso l’automazione, sia indirettamente attraverso il commercio globale – sta avendo effetti molto diversificati sulle comunità all’interno dei paesi industrializzati. Abbiamo una fiorente New York City da un lato e poi abbiamo il fallimento di città come Granite City, in Illinois. Queste diverse realtà hanno bisogno di risposte politiche altrettanto diverse.

Terzo punto. Le comunità che stanno perdendo posti di lavoro e forza economica stanno anche assistendo a un crollo sociale. Hanno bisogno di adattarsi. Tuttavia, il mercato tecnologicamente avanzato richiede competenze più elevate, che queste cominità non sono in grado di fornire, soprattutto perché le loro istituzioni locali, come le scuole, si deteriorano in termini di qualità. Ciò causa un ulteriore decadimento della comunità: i migliori se ne vanno altrove, per far studiare i propri figli.

Qui l’articolo completo

Papa Francesco ad Aggiornamenti Sociali: “In ascolto e in dialogo, lungo sentieri umili”

Ieri mattina la redazione di Aggiornamenti Sociali e alcuni tra i suoi collaboratori più stretti sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco, in occasione del 70° anniversario dell’inizio delle pubblicazioni (gennaio 1950).

All’incontro – che si è svolto nella Sala del Concistoro – hanno partecipato i membri della redazione di Milano (gesuiti e laici) e di Palermo, alcuni accompagnati dai familiari, e coloro che partecipano al comitato scientifico, ai gruppi di studio e di riflessione: docenti, ricercatori, professionisti, ecc.

Erano presenti anche padre Bartolomeo Sorge, direttore emerito, e il Provinciale dei gesuiti italiani, padre Gianfranco Matarazzo. Dopo un saluto e un ringraziamento da parte del Direttore responsabile, padre Giacomo Costa, papa Francesco ha pronunciato un discorso a braccio, rimandando nel contempo al discorso ufficiale che aveva preparato.

Dopo avere ringraziato i presenti, in particolare i padri Costa e Sorge, papa Francesco si è soffermato sul concetto di ascolto: “Mai si può dare un orientamento, una strada, un suggerimento senza l’ascolto. L’ascolto è proprio l’atteggiamento fondamentale di ogni persona che vuole fare qualcosa per gli altri. Ascoltare le situazioni, ascoltare i problemi, apertamente, senza pregiudizi. (…) L’ascolto dev’essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi. Il mondo dei pregiudizi, delle ‘scuole di pensiero’, delle posizioni prese fa tanto male…”.

Il secondo passo, ha proseguito il Papa, è dialogare, provare a dare una risposta. “La risposta di un cristiano qual è? Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento (…). Ma se voi partite da preconcetti o posizioni precostituite, da pre-decisioni dogmatiche, mai, mai arriverete a dare un messaggio. Il messaggio deve venire dal Signore, tramite noi. Siamo cristiani e il Signore ci parla con la realtà, nella preghiera e con il discernimento”.

“Oggi – ha concluso il Pontefice rivolgendosi alla redazione e ai collaboratori di Aggiornamenti Sociali – non ci sono ‘autostrade’ per l’evangelizzazione, non ce ne sono. Soltanto sentieri umili, umili, che ci porteranno avanti. Io vorrei incoraggiarvi su questo. E forse qualcuno dirà: “Ma, padre, i problemi sono tanti e abbiamo paura di scivolare e sbagliare e cadere”. Ma, grazie a Dio! Se tu cadi, ringrazia Dio perché avrai la possibilità di alzarti e andare avanti e di tornare a camminare… Ma uno che non si muove per paura di cadere o scivolare o sbagliare, mai, mai sarà fecondo nella vita. Andate avanti, coraggiosamente”.

Leggi il testo integrale del discorso di papa Francesco

Ilva: 200 Sindaci italiani lanciano il manifesto per Taranto

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

Oltre 200 sindaci di tutta Italia aderenti a Italia in Comune hanno  sottoscritto il “Manifesto per Taranto” elaborato dalla rete di Italia  in Comune Puglia. Il documento, che sarà presentato al Governo nelle  prossime ore, intende porre l’attenzione sulla totale mancanza di  coinvolgimento degli Enti Locali nella delicatissima vicenda dell’Ilva.

“Per la prima volta numerosi soggetti istituzionali e portatori di  interesse, particolarmente rappresentativi della comunità ionica, tra i  quali anche il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, hanno stilato un  ventaglio di ipotesi di interventi settoriali da sottoporre al Governo  per una efficace soluzione della crisi Ilva, che includa il superamento delle controversie giudiziarie”, si legge nel documento, il cui primo  firmatario è Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e presidente del partito.

Intanto il metodo, come osserva Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto  e vice coordinatore nazionale di IIC, che ha promosso l’iniziativa: “la  nuova trattativa con ArcelorMittal, a detta dei firmatari di quello che è stato definito un ‘manifesto per Taranto’, dovrebbe iniziare solo dopo un corretto e trasparente coinvolgimento degli enti locali e senza l’interruzione del programma di saldo dei crediti dell’indotto tarantino, che quota alcune decine di milioni di euro. Quindi, la proposta è quella di un ripensamento radicale della governance dello stabilimento con una gestione mista pubblico-privato e con la creazione delle condizioni tali per le quali l’indotto locale possa convertire la sua vecchia esposizione finanziaria (circa 150 milioni di crediti) in quote della nuova fabbrica. Uno schema, questo, che potrebbe coinvolgere anche i lavoratori, sulla scorta dell’esperienza tedesca”.

Quanto alle tecnologie, prosegue il Manifesto, quello che viene richiesto è uno sforzo finanziario e politico diverso e una strategia diversificata tra il breve e il lungo periodo: “In una prima fase, nel breve-medio periodo, si deve aprire ad un mix di altiforni riqualificati e forni elettrici che impieghino materiale pre-ridotto o tecnologie paragonabili in termini di resa ed emissioni; in una seconda fase, nel lungo periodo, si deve giungere alla decarbonizzazione completa, presumibilmente a base di gas, come previsto dalla UE”, .

Naturalmente attenzione viene posta sul ‘nodo’ ambiente e salute: “Si deve insistere nel riesame dell’Aia richiesto dal Comune di Taranto e si deve dar corso alla introduzione della valutazione del danno sanitario sui futuri incrementi di produzione. Inoltre, è ora che le bonifiche siano poste in capo agli enti locali e lo Stato acceleri procedure e dotazioni, in maniera svincolata dalla produzione di acciaio.”

La strategia ideata non esclude anche gli esuberi e il ‘fallace’ piano industriale di ArcelorMittal Secondo gli amministratori di partito, l’unica strada da intraprendere è quella di “raccontare subito la verità ai sindacati” e farsi carico, da parte dello Stato, di tutti i costi
sociali e della ricollocazione dei lavoratori da reimpiegare nel processo di bonifica o in attività socialmente utili sul territorio: “si punti a salvaguardare un reddito dignitoso, non si racconti la favola di un ciclo integrale dell’acciaio immutabile”.

Infine, in materia di investimenti e di infrastrutture, i firmatari scrivono: “occorrono misure legislative, finanziarie e fiscali straordinarie, sia nazionali che comunitarie, per accompagnare la riconversione e le bonifiche almeno per il prossimo ventennio, oltre che per favorire massicci investimenti e insediamenti produttivi nella Zes ionico-lucana, che compensino la riduzione della produzione di acciaio e gli esuberi in quel comparto. Si pensi anche ad una no-tax area e ad un rinnovato sforzo dello Stato verso le carenti infrastrutture di base. Taranto deve diventare il test nazionale di avanguardia del green new deal.” Una riflessione a parte quella fatta per il porto ionico, da ripensare per la sua importanza all’interno di un nuovo modello di sviluppo del territorio.

Per il coordinatore nazionale, Alessio Pascucci “Al di fuori degli slogan degli ultimi giorni, il Governo deve rilanciare e rafforzare l’azione del tavolo istituzionale permanente previsto dal Cis Taranto, agire risolutamente su semplificazioni normative e alleggerimento dei vincoli di bilancio degli enti locali: non occorrono altre invenzioni estemporanee per il “Cantiere Taranto” annunciato dal Presidente del Consiglio”. La comunità ionica ha vissuto le peripezie di questi due anni, ha subito una gara insensata, ha imparato a sue spese cosa
significhi davvero porre tutta questa complessa dinamica nelle sole mani di un privato ed è stata persino mortificata dalla mancanza di dignitose compensazioni socio-economiche, dunque la rigidità dei tarantini oggi discende da queste esperienze dolorose. Questa stanchezza e questa sofferenza, tutto il disincanto rappresentano una situazione chiara: o
si rende Taranto protagonista della transizione o la gran parte dei tarantini, delle loro Istituzioni e dei loro corpi intermedi saranno ormai pronti a rinunciare del tutto a quella fabbrica”.

Al via Portale e Piattaforma “ParteciPa” per consultazioni pubbliche online

Importante svolta tecnologica del Governo sul percorso di costruzione di una democrazia realmente partecipata. Debuttano, infatti, il portale “Consultazione.gov.it” e la piattaforma telematica per le consultazioni “ParteciPa”, nati da un progetto congiunto del Dipartimento della Funzione Pubblica e del Dipartimento per le Riforme Istituzionali della Presidenza del Consiglio.

Presentati  in conferenza stampa, a Palazzo Vidoni, dal ministro per la Pa, Fabiana Dadone, dal ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, i due nuovi strumenti mettono a sistema le iniziative governative di consultazione pubblica e consentono di rendere più fluido ed efficace l’interscambio continuo tra cittadini e Pubblica amministrazione, allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni degli enti, modellare, ridefinire i servizi erogati o, persino, costruirne di nuovi partendo dal contributo decisivo degli stakeholder e della società civile nel suo complesso.

Il portale Consultazione.gov.it raccoglierà a regime tutte le consultazioni svolte dalle amministrazioni e promuoverà l’intervento attivo dei cittadini, mentre “ParteciPa”, costruita con il supporto di Formez Pa sul modello virtuoso della piattaforma “Decidim” di Barcellona, consentirà agli enti di mettere a punto i migliori percorsi di interlocuzione e confronto con la collettività. Ad essi si aggiunge la Guida alla consultazione online, un documento operativo a disposizione di tutte le Pa per rafforzare e armonizzare le politiche di partecipazione.

“Siamo di fronte a un bell’esempio di uso del digitale per aprire le pubbliche amministrazioni alla società civile e per dare sostanza al concetto di democrazia partecipativa – ha spiegato il ministro Dadone – Proprio la Funzione pubblica lancerà due consultazioni su ‘ParteciPa’ a brevissimo: lunedì 9 dicembre debutterà la prima su trasparenza e anticorruzione, che sarà aperta fino alla metà di gennaio e sarà molto importante, perché chiederemo a chi applica le regole ogni giorno come esse vadano modificate per snellire le procedure. La seconda consultazione, dedicata alla semplificazione in senso più ampio, partirà invece lunedì 16 dicembre e resterà aperta per 90 giorni. L’iniziativa si inserisce comunque in un set di proposte e strumenti messi a punto per garantire il coinvolgimento dei cittadini nella vita degli uffici pubblici, tra i quali voglio anche segnalare le linee guida sulla valutazione partecipativa delle performance, che consentiranno a tutti di dare un giudizio per migliorare le amministrazioni stesse”, ha chiosato il titolare di Palazzo Vidoni.

Il ministro D’Incà ha aggiunto: “Sull’esempio di molti altri paesi come gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la stessa Commissione Europea, l’Italia si dota di un portale cosiddetto ‘aggregatore’ in grado di raccogliere le consultazioni pubbliche. In questo modo i cittadini e le imprese potranno accedere da un unico punto all’ elenco delle consultazioni di loro interesse e ai relativi link stimolando così l’azione del legislatore dal basso. L’esperienza ci dice che la disponibilità delle tecnologie è importantissima, ma quello che conta è la capacità delle amministrazioni di utilizzare effettivamente tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per coinvolgere i cittadini”, ha chiarito il ministro per le Riforme.

“La creazione di una piattaforma della Consultazione risponde alla necessità di favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche – ha detto il sottosegretario Fraccaro – aggregando in un unico sito tutte le opportunità di partecipazione e in prospettiva mettendo a disposizione delle amministrazioni un software open-source per realizzare le consultazioni sulla base delle migliori pratiche internazionali. La partecipazione è un principio cardine della visione politica del M5S che ora diventa realtà. La piattaforma, che sarà accompagnata da altri strumenti quali il portale e le linee guida, ha l’obiettivo di dare voce a cittadini e imprese valorizzando le consultazioni come strumento di attuazione della volontà popolare: è un processo indispensabile – ha concluso Fraccaro – per migliorare la qualità delle leggi e quindi della vita nel nostro Paese”.

L’antica arte presepiale in scena di vita quotidiana

Fino al 19 gennaio 2020, a Cassano all’Ionio (Cosenza), il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, diretto dalla dottoressa Adele Bonofiglio, propone, per le festività natalizie, la mostra L’antica arte presepiale in scena di vita quotidiana.

Realizzata con la partecipazione dell’Associazione Amici del Presepio, sezione di Cosenza “Stella di Betlemme 2000”, vede l’adesione di presepisti da tutta la provincia, offrendo ai visitatori opere delle diverse tradizioni locali.

“La finalità dell’iniziativa – precisa la dottoressa Bonofiglio – mira a valorizzare le maestranze d’eccellenza artistico-artigianali dell’arte presepiale della Calabria, attraverso storie, tecniche e materiali diversi. Il presepe si configura – conclude la Bonofiglio – come parte integrante della nostra tradizione culturale, partita dalla sensibilità di san Francesco d’Assisi e diffusasi poi in tutto il mondo, spesso sottoforma di autentici capolavori d’arte”.

Le malattie autoimmuni

Le malattie autoimmuni sono patologie caratterizzate da una reazione scorretta del sistema immunitario, che attacca e distrugge i tessuti sani del nostro organismo riconoscendoli come estranei per errore.

La causa è generalmente sconosciuta. Alcune malattie autoimmuni, come il lupus, ricorrono nella storia famigliare e alcuni casi possono essere scatenati da infezioni o altri fattori ambientali. Alcune patologie comuni generalmente considerate di eziologia autoimmune includono la celiachia, il diabete mellito di tipo 1, la malattia di Graves, le malattie infiammatorie intestinali, la sclerosi multipla, la psoriasi, l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico. La diagnosi può essere difficile da determinare, in quanto molte di queste malattie presentano sintomi simili.

Il trattamento dipende dal tipo e dalla gravità della condizione. Spesso vengono utilizzati farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e immunosoppressori. Occasionalmente può essere fatto ricorso anche all’immunoglobulina per via endovenosa. Sebbene il trattamento solitamente migliori i sintomi, in genere non riesce a curare la malattia.

La diagnosi di una malattia autoimmune si basa su una visita medica specialistica e l’esecuzione di esami tra cui:

La ricerca degli anticorpi antinucleo (ANA) e anti-ENA.
La ricerca di autoanticorpi organo-specifici (per es. anti-tireoglobulina e anti-tireoperossidasi).
L’analisi dei livelli di proteina C-reattiva e della velocità di sedimentazione degli eritrociti (VES).
Esami ematici generali ed esame delle urine.

 

I cattolici democratici e il Pd.

Il dibattito è quantomai aperto e sarebbe del tutto negativo ridurlo ad una sorta di richiesta di spazi, o di mendicare ruoli o, peggio ancora, di intestardirsi a ritagliarsi una funzione che non trova riscontro. Ma, al di là delle legittime posizioni e del vasto, radicato e massiccio pluralismo che ormai caratterizza da decenni le scelte concrete e politiche dei cattolici italiani, un dato è indubbio: la cosiddetta “questione cattolica”, seppur in forma diversa e più articolata rispetto ad un passato anche solo recente, ha nuovamente fatto irruzione nel dibattito pubblico del nostro paese.
Ora, senza entrare nei dettagli di una discussione che è appena agli inizi, credo sia utile richiamare almeno tre aspetti che, almeno a mio giudizio, non possono essere semplicisticamente aggirati.
Innanzitutto, e al di là delle buone intenzioni dei vari proponenti, il tempo per dar vita ad una sorta di Democrazia Cristiana bonsai è alle nostre spalle. Scrivevo in una precedente riflessione che dopo l’esperienza di Andreotti e D’Antoni nel lontano 2001 con “Democrazia Europea”, si sono succeduti circa una sessantina di tentativi a livello nazionale e a livello locale finalizzati a dar vita a nuovi partiti, nuovi soggetti politici e nuove sfide elettorali. Tutti, purtroppo o per fortuna, puntualmente falliti. Almeno a livello elettorale. Perché quasi tutti accomunati dal fatidico 0,5/1% dei consensi. Gli ultimi due potenziali partiti nati nelle ultime settimane avranno un epilogo diverso? Può darsi, ma se il buongiorno si vede dal mattino non c’è da essere particolarmente ottimisti su un esito politico ed elettorale diametralmente opposto rispetto alle decine di nobili e disinteressati tentativi sperimentati negli ultimi anni.
In secondo luogo, piaccia o non piaccia, il consenso che il centro destra – e nello specifico il progetto leghista incarnato da Salvini – registra tra i cattolici praticanti e non, è massiccio e trasversale. Un consenso che potremmo definire antico perché, dalla fine della Democrazia Cristiana in poi, proprio il contenitore del centro destra ha registrato una vasta e convinta adesione politica ed elettorale di settori consistenti del cosiddetto mondo cattolico italiano. Ricordato ancora recentemente in una importante intervista rilasciata dal cardinal Camillo Ruini al Corriere della Sera. Un consenso che, molte volte, prescinde anche dalla concreta e quotidiana predicazione della Chiesa italiana.
Ecco perché, in ultimo luogo, se si vuol dar voce, oggi e non ieri, spessore e consistenza alla cultura cattolico democratica, cattolico sociale e cattolico popolare, non si può non prendere in seria consolidazione quei partiti “plurali” – almeno così si definiscono – che vivono in virtù della pluralità culturale che li contraddistingue. E il Pd rientra a pieno titolo in questa dimensione e in questo impegno. Purché siano chiare due condizioni. La prima è che quest’area sia più visibile e più unita, pur senza chiudersi in una ristretta ed esclusiva enclave. Paraconfessionale. E, in secondo luogo, che il gruppo dirigente del Pd creda sino in fondo in questa prospettiva plurale e che valorizzi, di conseguenza, la ricchezza e la fecondità politica, culturale, ideale, sociale e programmatica di questa pluralità. Come, ad esempio, sostiene un autorevole dirigente come Goffredo Bettini.

Questo, forse, è un impegno concreto per i cattolici democratici e popolari nell’attuale contesto politico italiano. Pur nel rispetto di tutte le altre esperienze e di tutti gli altri tentativi che puntano a ridare dignità, presenza e autorevolezza alla cultura politica dei cattolici italiani. Perché oggi è così, domani chissà…. Essendo la politica, soprattutto quella italiana, per sua natura in continua evoluzione e in perenne mutamento. A volte persin troppo rapido, smodato e confuso.

Come affrontare la questione meridionale oggi

Nell’affrontare la questione meridionale, va considerato francamente superato il modello ideologico delle due Italie: una malandata, che viene assistita, e l’altra avanzata socialmente, tecnologicamente e per l’assetto produttivo; un’Italia cioè che assiste l’altra, per lo più delocalizzando le sue linee produttive,non sempre all’altezza del mercato. Insomma, la solita Italia di serie A, contrapposta a una di serie B.

Ma qui c’è qualche interessante novità: nuovi scenari, ad iniziare dalla diffusione della digitalizzazione, impongono nuove logiche e nuovi modelli di sviluppo. Al giorno d’oggi, l’imprenditore che produce software, utilizzando piattaforme tecnologiche e algoritmi innovativi è un soggetto globale al Sud come al Nord d’Italia. Il “nordista” ha poca assistenza da dare e il “sudista” non ha bisogno della ex Cassa del Mezzogiorno, nè del fisco agevolato, perché le agevolazioni fiscali hanno un effetto marginale sulle decisioni di investimento (C. Cottarelli “I sette peccati capitali dell’economia italiana” Editore Feltrinelli).

Sia al Nord che al Sud servono, invece, infrastrutture di supporto all’intelligenza artificiale; servono scuole di formazione specialistica; gli istituti di ricerca sono fondamentali. Questa domanda è di elevata qualità al Nord come al Sud. L’Italia del futuro, globale e digitale, sarà un unico territorio su cui sviluppare “joint venture” tra operatori italiani e stranieri per sinergie che diano competitività internazionale. E il futuro è già qui, se si guarda al riassetto urbano di città del Sud come Lecce e Matera, che sono oggi un esempio da imitare anche per molte cittadine del Nord. Sono un esempio del possibile allineamento delle due Italie, quella “arretrata” e quella più evoluta.

L’attuale presenza dello Stato e degli Enti Locali va, invece, sottoposta ad un’operazione di ridimensionamento perché non in grado di fornire adeguatati servizi per promuovere un’economia dinamica, competitiva ed innovativa. A nuovi soggetti pubblici spettarà ora l’elaborazione e l’attuazione di nuovi interventi strategici in campi sinergici alle imprese, ma ognuno con responsabilità indipendente e ben definita.

Queste aree sono l’istruzione e la formazione, il capitale umano, le infrastrutture digitali, le reti di intelligenza artificiale. Sono investimenti di alta qualità parimenti al Sud come al Nord, senza differenze. Così, si possono fare intese tra protagonisti di pari dignità. Ad esempio, il giovane imprenditore pugliese che, in soli quattro anni, realizza un’azienda dotata di 50 unità tra ingegneri, chimici e fisici ed è presente con un’unità di produzione anche in USA, è senz’altro una “risorsa” per un’intesa alla pari con operatori complementari localizzati al nord. Tutto ciò è favorito dall’abbassamento delle soglie di entrata nei ricchi segmenti di mercato del digitale e della robotica ecc. E’ il momento dei capitali immateriali: al sud come al nord vi sono pari opportunità.

Nel nuovo scenario globale l’impresa può realizzare il proprio futuro prescindendo, come già sottolineato, dai fondi pubblici; contando, piuttosto, sulla disponibilità di infrastrutture digitali e di capitale umano all’altezza.

E’ un’idea superata ritenere, anche da parte di politici o imprenditori del sud, che una realtà imprenditoriale meridionale sia riduttiva e bisognosa di assistenza. Anche al Sud si trovano oramai imprenditori globali, che operano nell’aerospazio come nel fintech.
Dunque, nell’ottica di una rinnovata politica meridionalista, e alla luce dell’esperienza fatta, alle Istituzioni va dato il compito di fare ciò che il mercato non fa: istruzione e capitale umano, ambiente, ricerca di base, infrastrutture digitali.

Lo Stato e gli Enti Locali potranno essere, non solo nel Sud ma in tutto il territorio italiano, nuovi soggetti di una imprenditoria pubblica sinergica al mercato, e non di supplenza.
Quale lezione si può trarre? In primo luogo non possono essere accollati all’impresa costi che derivano da politiche di sostegno sociale che sono di competenza delle Istituzioni. In questi casi si auspica che lo Stato e l’imprenditoria, privata e pubblica, realizzino una sinergia tra loro. Per semplificare: allo Stato spetta in proprio la politica di tutela sociale mediante programmi specifici di investimenti, con chiare e precise responsabilità di risultati da parte dei managers pubblici. All’impresa, invece, l’efficienza e la competitività del mercato, per una complessiva politica di crescita economica e sociale e di tutela dei posti di lavoro, secondo modelli di responsabilità sociale. Alla politica, infine, le azioni per l’uscita dalla cultura dell’assistenzialismo per percorrere anche nel Sud la via dell’imprenditoria globale e competitiva.

Famiglia, Acli: crescono le fragilità, servono politiche strutturali per il futuro del Paese

La famiglia italiana ha visto crescere la sua vulnerabilità, soprattutto negli anni della crisi, ma resiste e rappresenta ancora un valore fondamentale e molto spesso sostituisce il welfare statale. È questo uno dei risultati della ricerca presentata dall’Iref, l’Istituto di ricerca delle Acli, alla presenza della Ministra della Famiglia, Elena Bonetti, dal titolo “Famiglia italiana: un racconto attraverso i dati”.

Livelli essenziali di prestazione per le famiglie italiane” è stata la proposta avanzata dal Presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini, che ha sottolineato come “pur apprezzando l’azione del governo attuale che “ha rimesso al centro dell’agenda le politiche di sostegno ai nuclei familiari e le linee guida annunciate dalla ministra Bonetti, le Acli non possono non sottolineare il contesto difficile e disomogeneo, con divari di assistenza e scolarizzazione enormi tra Nord e Sud, nel quale dare attuazione a politiche di sostegno universali”. Per questo, “anche in virtù di un’avanzata discussione sull’autonomia regionale differenziata, proponiamo che le misure di sostegno alla genitorialità, gli investimenti sulla natalità, asili nido e formazione scolastica siano inseriti all’interno di un disegno più ampio e organico di Livelli essenziali di prestazione”.

La ricerca ha sondato un campione di circa 700 famiglie residenti in Italia con o senza figli, residente in piccoli e medi centri e con un reddito medio-basso tra i 1.000 e 1500 euro. Quasi il 27%avrebbe voluto più figli e il 48% ha problemi di conciliazione tra orari di lavoro e famiglia.

La vulnerabilità economica sembra essere il primo ostacolo alla genitorialità visto che il 47% non riesce a risparmiare nulla e una spesa imprevista sarebbe molto problematica per il 43% del campione e addirittura impossibile da sostenere per l’11%.

Qui la ricerca completa

Unhcr: “Situazione nei centri in Libia è diventata terribile”

In Libia, circa 5.000 richiedenti asilo sono ancora detenuti per un tempo indefinito nei principali centri di detenzione ufficiali, nominalmente gestiti dal Dipartimento per combattere l’immigrazione illegale  del Governo di accordo nazionale, riconosciuto a livello internazionale.

Ora però la situazione nei centri di detenzione in Libia è diventata terribile.

Non solo per il sovraffollamento, ma anche per la tubercolosi dilagante, una inadeguata  protezione e sicurezza e numerosi casi di abusi e violenza oltre a diversi episodi legati allo sfruttamento sessuale.

Unhcr e Oim avevano già più volte detto di non essere assolutamente in condizione di garantire dignitose condizioni di vita in Libia. E ultimamente a Bruxelles, Vincent Cochetel, Inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo Centrale, ha ribadito la richiesta di “chiusura totale dei centri”.

 

 

 

Norberto Spina vince il Martini Award

È stata inaugurata il 4 Dicembre a Milano, nella Galleria della Fondazione Culturale San Fedele, la mostra «Identità. Natura e destino», che raccoglie i lavori dei partecipanti alla 15a edizione del Premio Artivisive, riservato ad artisti under 35. Premio che è andato a Debora Fella.

Nell’occasione è stato annunciato il nome del vincitore del Martini International Award, premio istituito nel 2013 con l’intento di ricordare la figura e l’opera di Carlo Maria Martini e di tenere vivo lo spirito che ha animato il suo impegno. Dalla scorsa edizione il Martini Award, promosso dalla Fondazione Carlo Maria Martini insieme all’Arcidiocesi di Milano, presenta una significativa novità: si svolge infatti nell’ambito delle arti figurative grazie alla collaborazione con il Premio Artivisive della Fondazione Culturale San Fedele.

Il vincitore dell’edizione 2018-2019 è risultato Norberto Spina, con l’opera Senza titolo (quieto vivere). Nato a Torino nel 1995, da più di vent’anni vive a Milano dove nel 2017 si è diplomato in Pittura presso l’Accademia di Brera. Ha già partecipato a diverse mostre collettive e premi, tra cui il premio X Nocivelli, in cui è arrivato secondo nella sezione di pittura, e il premio Arte 2016 a Palazzo Reale, in cui è arrivato tra i finalisti giovani.

A consegnare il Premio è stato mons. Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’Arcidiocesi di Milano. Dopo il suo saluto è intervenuto il Presidente della Fondazione Martini, Carlo Casalone SJ, che ha detto alcune parole sulla connessione tra il tema dell’opera (la precarietà, l’identità fragile, a livello personale e sociale, la sostenibilità) e il pensiero del Cardinal Martini.

La mostra «Identità. Natura e destino» sarà visitabile, con ingresso gratuito, fino all’11 gennaio 2020. Orari: da martedì a venerdì, dalle 16 alle 19, sabato dalle 14 alle 18, al mattino su appuntamento (chiuso i festivi e dal 24 dicembre al 6 gennaio). Maggiori info: www.sanfedele.net

 

Diabete: arriva in Italia nuovo farmaco

Arriva anche in Italia un farmaco di ultima generazione per i pazienti con diabete di tipo 2, che sono oltre 4 milioni di persone. Somministrato per via iniettiva, con una penna pre-riempita, una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti, unisce, rispetto ai farmaci disponibili, superiore efficacia nel controllo della glicemia e del peso corporeo.

Oltre ai benefici per il cuore, comporta la riduzione del rischio di complicanze del diabete.

Semaglutide è stato oggetto di un ampio programma di studi clinici, che va sotto il nome di Sustain, che ha dimostrato la superiore efficacia della molecola nell’abbassamento del livello di emoglobina glicata.

Intervista a Piercamillo Davigo: “La corruzione in Italia era ed è estremamente diffusa”

Dott.Davigo, come si può sostanziare e spiegare con parole accessibili al grande pubblico il concetto di legalità?

Vaclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca ha parlato della legalità come del potere di chi non ha potere. I potenti non hanno bisogno della legalità, chi non lo è, grazie alla legalità, può rivolgersi ad un funzionario o ad un magistrato per chiedergli di difendere i suoi diritti con la forza dello Stato.

La Commissione ecclesiale Giustizia e pace della C.E.I. nella nota pastorale “Educare alla  legalità” del 4.10.1991 ha scritto “Se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l’arbitrio sul diritto, con  la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. La «legalità», ossia il rispetto e la pratica delle leggi, costituisce perciò una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini”.

Nella Sua lunga e prestigiosa carriera ha trovato una corrispondenza di causalità tra fatti di cronaca e  comportamenti sociali? Le vicende di corruzione venute alla luce hanno contribuito a migliorare il senso civico di legalità, hanno inciso sui comportamenti della gente? Si accusa spesso la politica di essere fonte di cattivi esempi ma è sempre vero che gli elettori sono alla fin fine migliori degli eletti?

La corruzione in Italia era ed è estremamente diffusa. Transaparency International (un’organizzazione non governativa che elabora l’indice della corruzione percepita) colloca il nostro Paese al penultimo posto nell’Europa occidentale e dietro molti Paesi Africani che sono percepiti come meno corrotti dell’Italia. Le reazione della classe dirigente alle indagini sono state di cercare di impedire indagini e processi anziché prevenire al corruzione. Sotto questo profilo la politica ha dato certamente cattivi esempi chiamando ad incarichi pubblici o di partito persone condannate, ovvero che hanno beneficiato della prescrizione, talora confessi. Accanto a ciò sono state varate leggi processuali e sostanziali che hanno reso difficoltoso punire questi comportamenti. Basta pensare alla differenza fra altri Paesi e l’Italia in tema di sanzioni previste per le falsità contabili, presupposto per la creazione di fondi neri, dai quali si attinge per corrompere.

Ritengo che i cittadini siano migliori della loro classe dirigente per una ragione semplice: i ladri non producono reddito, ma lo ridistribuiscono (a se stessi) soltanto. Per questa ragione i ladri non possono mai essere più numerosi dei derubati. La maggioranza assoluta non è composta da ladri, ma da derubati.

Esiste – nella storia giudiziaria recente – il famoso punto di passaggio e transizione ad una seconda o addirittura terza Repubblica? C’è stata continuità nella deriva delle illegalità o c’è stato invece un momento di svolta, una sensibilità più avvertita?

Sono scomparsi cinque partiti, quattro dei quali avevano più di cento anni. Sotto questo profilo un mutamento politico c’è stato. Peraltro i partiti politici continuano ad essere associazioni non riconosciute in cui allignano comportamenti fraudolenti, come il tesseramento di persone ignare di essere iscritte. Anche per questa ragione continuano a dilagare comportamenti illegali nella classe politica.

E’ d’accordo sul fatto che la fermezza vada esercitata non solo nel momento in cui,  individuate le colpe, si vuole infliggere una sanzione esemplare ma in via preventiva ogni volta che – al bivio delle scelte con cui sostanziamo eticamente ogni nostra azione – siamo chiamati a decidere tra il bene e il male?

Le sanzioni esemplari non servono. Serve la scoperta dei comportamenti illegali ed il biasimo sociale degli stessi. Ovviamente per biasimare un comportamento illegale (che è sempre anche immorale) bisogna avere chiaro che è riprovevole. Per i cristiani dovrebbe essere sufficiente ricordare il settimo comandamento.

Dott. Davigo, dall’alto della Sua professione, che differenza vede tra “giustizia” e giustizialismo”? Cercare colpevoli – specie in Italia- è diventato una specie di sport nazionale: la gente chiede giustizia immaginando che le colpe siano sempre degli altri. Non trova che comportamenti sociali, corruzione della politica e informazione (sempre portata ad enfatizzare il male sul bene) abbiano contribuito a modificare radicalmente le stesse relazioni interpersonali, ora più spesso basate su sentimenti condivisi di invidia, sospetto, acrimonia  in una sorta di “tutti contro tutti” generale? Nella sensibilità e nei commenti della pubblica opinione rispetto ai fatti di cronaca avverte un confine, una linea di demarcazione, tra sensibilità morale e rancore sociale? Quanto è sincero il rammarico e quanto contano nel sentire comune i giudizi frettolosi, la voglia del patibolo e del tintinnare delle manette?

Il termine “giustizialismo”  è un neologismo che intende descrivere una situazione in cui vi è o si vorrebbe che vi fosse un eccessivo intervento repressivo. In materia di corruzione ciò non è mai avvenuto. La Finlandia, uno dei Paesi percepiti come meno corrotti al mondo ha, in proporzione alla popolazione, un maggior numero di condanne dell’Italia per i reati di corruzione. L’intervento repressivo in questa materia è, se mai, insufficiente. Nel distretto di Corte d’appello di Reggio Calabria, in 20 anni vi sono state solo due condanne per corruzione. Si potrebbe sostenere che è un’isola felice dove non vi sono corrotti e corruttori, ma un ex sindaco di quella Città ha scritto un libro autobiografico in cui ha descritto una situazione di radicata e diffusa corruzione.

Detto questo sarebbe opportuno che alla voglia di punizione subentrasse anzitutto il desiderio di verità e conoscenza. Non è vero che rubano tutti. È vero che rubano in molti. Per distinguere gli onesti dai ladri sono necessarie indagini e processi. Peraltro una volta che i fatti sono noti ciascun cittadino può farsi una propria opinione e regolarsi di conseguenza. Altrettanto ci si dovrebbe attendere che facessero coloro che sono investiti di responsabilità politiche. Purtroppo ciò raramente avviene. Se venissero processati degli “ex”, già allontanati dai posti che ricoprivano dai loro partiti, ciò che accade nelle aule di giustizia non avrebbe alcun rilievo politico. Invece restano ai loro posti finché arrivano i Carabinieri a prenderli e qualche volta anche dopo.

Si fa un gran parlare di riforma della Costituzione, mi pare tuttavia che questo improvviso fervore sottenda a motivazioni diverse da quelle di un  mero adeguamento tecnico necessario. Non trova che la nostra Costituzione resti ancora una delle più belle lezioni di legalità e vada – se mai – riscoperta, valorizzata e , finalmente, applicata integralmente? Nel relativismo etico e culturale del nostro tempo, in questa epoca di crisi e di transizione, dove si sono persi gli orizzonti di senso, la direzione di marcia e il collante per il bene comune, la Costituzione Repubblicana può costituire ancora un riferimento imprescindibile per tutti noi?

Sono molto scettico rispetto alle riforme di cui si parla da anni.

Quanto al federalismo basta ricordare che la Sicilia è la Regione con il massimo di autonomia, addirittura fina dal 1946. Non mi sembra che i risultati siano stati brillanti. Forse sarebbe necessario prendere funzionari in Alto Adige e mandarli a Palermo, ma questo è esattamente il contrario del federalismo.

Quanto al presidenzialismi, semi presidenzialismo o rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio dei ministri ci si dimentica che in un regime parlamentare il primo ministro deve avere il voto di fiducia delle Camere e quindi è anche, necessariamente, il capo della maggioranza parlamentare. Cumula in sé il potere esecutivo e legislativo. Forse ha troppi poteri, non troppo pochi.

Quanto alla riforma del Parlamento per renderlo più efficiente (eliminazione del bicameralismo perfetto) mi sembra che ci si dimentichi che l’Italia ha troppe leggi non troppo poche.

Detto questo vi sono riforme necessarie per adeguare l’assetto costituzionale al sistema elettorale maggioritario, ma sono di segno diverso e contrario rispetto a quelle proposte da tutto l’arco politico.

La Costituzione della Repubblica rimane un tavola, non solo di regole, ma anche di valori, tuttora attuale.

Alcuni di questi valori (diritti umani, principio di uguaglianza, imparzialità della pubblica amministrazione, solidarietà) devono essere rafforzati di fronte agli attacchi sempre più frequenti.

Si ha l’impressione di uno scontro continuo e diretto tra i cosiddetti poteri forti dello Stato: per questo i moniti e i richiami del Presidente della Repubblica non mi sembrano retoriche affermazioni di principio.  La gente percepisce un atteggiamento tendenzialmente tracotante della politica, che separa il paese legale da quello reale. Ci sono condizionamenti forti e occulti nell’informazione, nell’economia, come se poche mani sapienti orientassero le scelte che riguardano la collettività. Che cosa ci separa dalle democrazie occidentali più evolute dove la politica è servizio e non ‘affare’? 

Anzitutto vi è un problema serio di informazione: in Italia non esistono editori puri (che si occupano cioè solo di informazione). In secondo luogo vi è un diffuso costume di servilismo verso i potenti. In nessun Paese occidentale un potente potrebbe dire ai giornalisti quello che si sente dire in Italia, senza che gli fossero rivolte domande o ricordati i fatti che lo smentiscono.

In secondo luogo il contrasto ai comportamenti devianti della classe dirigente è più energico. È sufficiente ricordare quali sanzioni sono state inflitte a manager negli Stati Uniti o le dimissioni di esponenti politici in Gran Bretagna per fatti decisamente meno gravi di quelli che si vedono quotidianamente in Italia.

E’ di questi tempi la diatriba sulla lunghezza dei processi ma anche sulla proliferazione esponenzialmente crescente di leggi e leggine, come se tutti gli aspetti della vita sociale potessero essere previsti e regolamentati. Perché in Italia è così difficile avere un quadro normativo certo, rassicurante, sintetico e tutelante per tutti, dove la “legge” sia garanzia di equità e non scorciatoia per interessi di  parte?

In Italia abbiamo avuto per quarant’anni un sistema politico bloccato con la conseguenza che sono state trasferite dal Governo al Parlamento una serie di decisioni per coinvolgere, almeno nella discussione, l’opposizione. Il risultato è stato il proliferare delle leggi.

Vi è poi un eccessivo ricorso allo strumento penale, anche per fatti che potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative ovvero essere considerati solo illeciti civili.

A fronte di una spesa per la giustizia dello stesso ordine di grandezza in Gran Bretagna si celebrano 300.000 processi penali l’anno; in Italia 3.000.000.

Ogni anno in Italia vengono iniziate più cause civili di quante ne vengono avviate in Francia, Gran Bretagna e Spagna messe insieme.

La ragione principale della durata dei procedimenti è il loro numero. Se un giudice deve fare un processo e questo dura 4 udienze dura 4 giorni. Se ne deve fare 2.000 e la prima udienza libera c’è la dopo un anno 4 udienze sono 4 anni.

Per ridurre il numero di processi è necessario rivedere il sistema alla radice, perché oggi sono tutelati coloro che violano le regole anziché coloro che le rispettano.

È anche necessario ridurre il numero di avvocati. In Italia sono 230.000, in Francia 47.000.

Nel contesto dei procedimenti di competenza del Tribunale dei minori si parla di “giustizia mite”. Esiste forse  il pericolo che questa scelta porti ad una concezione ‘indulgente’ della giustizia anche per il resto della vita?

Bisogna distingue tra le varie realtà, la giustizia “riparativa” può funzionare per reati non gravi e per imputati che non hanno fatto del crimine una scelta di vita. Per questi ultimi è necessaria fermezza.

Dott Davigo , nel ringraziarLa per la Sua preziosa e prestigiosa collaborazione, Le rivolgo  come ultima domanda la famosa invocazione di quel mugnaio prussiano che di fronte all’ennesima angheria subita dal suo imperatore esclamava: ci sarà pure un giudice a Berlino! In altri termini: vedendo tante ingiustizie sociali, prepotenze, inganni, soprusi, i cittadini possono sperare ancora nella Giustizia?

Nonostante le gravi difficoltà in cui il sistema giudiziario si dibatte, credo di si. Migliaia di persone (appartenenti alle forze di polizia, funzionari, avvocati e magistrati) continuano a fare il loro dovere per cercare di rendere giustizia. Comunque non può mai essere più buio che a mezzanotte.

Quel Dicembre del 1978 dallo SME al MES

Paragonare il M5S alla Democrazia Cristiana, seppure “con minore consapevolezza e ancora meno capacità di manovra”, come fa Marco Imarisio sul Corriere appare un atto di eccessiva  generosità verso i grillini e una grave offesa alla Dc.

Quaranta anni fa, di questi giorni, il 12 dicembre del 1978  il Parlamento veniva chiamato ad una scelta difficile e di traguardo storico come era l’adesione allo SME. Dunque Mes come SME. Quella decisione fu preceduta dal consiglio nazionale della Dc dell’1 e 2 dicembre. L’11 dicembre si riunisce il Direttivo Dc della Camera con il Presidente del Consiglio Andreotti che relaziona sullo SME, ma non anticipa la linea perché sono ancora in corso contatti. Galloni, presidente del Gruppo afferma:” Non illudersi che il non aderire si allontani il calice amaro dei sacrifici. Non vale la pena allontanarci dall’Europa”. Partendo da “una inflazione superiore a quella degli altri Paesi chiedevamo un margine non del 2,5, ma più largo; si é riusciti ad avere il 6 per cento non solo per noi ma per tutti i Paesi che lo chiedevano. Dalla riunione di Bruxelles emergeva una situazione di delusione, ma c’era il dato positivo di un prestito di 5 miliardi di dollari in cinque anni con la limitazione alle sole infrastrutture e non esteso alla riconversione industriale”. Andreotti replica agli intervenuti dicendo che i “contatti proseguiranno nella notte. Appartenere all’Europa di serie A o B non dipende dallo SME, ma dal tasso di deflazione che riusciremo a raggiungere”.

Del resto stare in Europa era inimmaginabile senza convergere sui minori tassi di inflazione delle altre economie così come richiamato dal Piano triennale  Pandolfi, Ministro del Tesoro,  titolato “una proposta per lo sviluppo, una proposta per  l’Europa” con misure programmatiche  volte a colmare il fabbisogno di investimenti e la riduzione dei lavori di lavoro con il Mezzogiorno.

Nei suoi diari Giulio Andreotti ricorda come il Partito di De Gasperi “non può mancare di coraggio di fronte a scelte europee”.

Rifiutare quella scelta avrebbe significato per la DC avrebbe significato andare contro la propria storia.

Il 12 dicembre 1978 l’adesione allo SME fu  votata alla Camera, con un PCI ancorato ad una visione neutralista. Si aprirono profonde crepe sulla intesa politica DC-PCI.

Pandolfi non mancava di ricordare l’ammonimento di Guido Carli:”si ricordi il vero nemico è il populismo”.

Il 12 dicembre 1978  si va al voto e come affermerà poi Barca nella ricostruzione di quei giorni  “senza che nulla ci venga comunicato da Andreotti su una mozione che prevede l’ingresso immediato e pieno”.

Una ricostruzione storica di Castronuovo portò a un giudizio severo per il quale “con il voto contro lo SME suonò come una conferma della immaturità del PCI sul terreno di una politica estera e del rapporto con l’Occidente”.  Le vicende di quaranta anni fa pongono il problema di come muoversi nel processo di integrazione europea.

Dunque nei prossimi giorni si avrà la cartina di tornasole di chi vuole stare in Europa e di chi invece privo di cultura europeista spinge sulla paura e sul catastrofismo, per lo scivolamento su una posizione terzomondista carica di rischi e di pericoli.

La Dc seppe dimostrare coraggio nelle gradi decisioni politiche dalla CEE allo SME, dall’atto unico al trattato di Maastricht, dall’euro al fondo salva stati e  a tanti altri passaggi che richiedono responsabilità piuttosto che populismo a basso costo.

Accostare il M5S alla DC è una offesa alla storia non solo di quel Partito, ma a quella del nostro paese per la straordinaria  crescita economica, sociale e civile del Paese realizzata con il concorso rilevante dei democristiani.

Papa Francesco: “resta una finestra di opportunità per limitare il riscaldamento globale“.

“Numerosi studi ci dicono che è ancora possibile limitare il riscaldamento globale”. Ne è convinto il Papa, che nel messaggio inviato alla Cop 25, in corso a Madrid chiede “una chiara, lungimirante e forte volontà politica, focalizzata nel perseguire un nuovo corso che richiede di allocare gli investimenti finanziari ed economici in quelle aree che realmente salvaguardano le condizioni di una vita degli di umanità su un pianeta ‘sano’ per oggi e per domani”. Di qui la necessità di “riflettere coscienziosamente sul significato dei nostri modelli di consumo e di produzione e sui processi di educazione e di consapevolezza che li rendano compatibili con la dignità umana”.

Resta una finestra di opportunità, ma dobbiamo fare in modo che non venga chiusa,  dobbiamo cogliere questa occasione per azioni responsabili nel campo economico, tecnologico, sociale ed educativo, sapendo molto bene come le nostre azioni siano interdipendenti”.

“Non dobbiamo scaricare sulle nuove generazioni il peso dei problemi causati dalle generazioni precedenti. Al contrario, dovremmo dare loro l’opportunità di ricordare la nostra generazione come quella che ha rinnovato e agito – con coscienza onesta, responsabile e coraggiosa – per il bisogno fondamentale di collaborare al fine di preservare e coltivare la nostra casa comune”.

Ministro Dadone: “una commissione ad hoc sulla materia dell’anticorruzione”

Le norme spesso si accavallano e si sovrappongono creando confusione, difficoltà nell’attuazione concreta e ridondanze. Per questo, afferma il Ministro Dadone, “saluto con soddisfazione l’insediamento presso i miei uffici di una commissione ad hoc sulla materia dell’anticorruzione, composta da 17 esperti, che lavorerà a titolo gratuito con il compito di fare una ricognizione del quadro delle regole e di proporre interventi per un concreto snellimento, soprattutto sul versante degli oneri amministrativi. Dovranno anche studiare i risultati della consultazione pubblica su trasparenza e anticorruzione che lanceremo a brevissimo”.

Quindi Dadone precisa: “Per dare un approccio il più concreto possibile, ho voluto che sedesse al tavolo anche un responsabile del piano anticorruzione proveniente da un piccolo comune. Chi lavora ogni giorno con queste norme, deve poter dire la propria opinione sulla traduzione della teoria in pratica”.

I tumori benigni della colecisti

I tumori benigni della colecisti vengono definiti dal punto di vista anatomo-patologico come lesioni polipoidi, cioè formazioni che si accrescono all’interno del lume dell’organo.

Microscopicamente sono il più delle volte adenomi, più raramente leiomiomi o lipomi. Assumono importante rilevanza clinica essendosi dimostrata la sequenza evolutiva adenoma – carcinoma.

Accanto a queste lesioni propriamente tumorali si descrivono le forme pseudo tumorali, molto più frequenti delle prime: i polipi di colesterolo (60% dei casi) e l’adenomiomatosi.

I polipi di colesterolo sono riconducibili all’accumulo di colesterolo all’interno di particolari cellule spazzino, i macrofagi, da cui l’accrescimento graduale della parete.

L’adenomiomatosi è una condizione di causa sconosciuta caratterizzata dall’iperplasia dei tessuti della parete colecistica, con conseguente estroflessione della mucosa all’interno del lume. Può essere diffusa (adenomiomi multipli) o localizzata (adenomioma singolo, solitamente sul fondo).

Sia le forme tumorali che quelle pseudo-tumorali sono nella maggior parte dei casi lesioni asintomatiche di riscontro occasionale; i sintomi, quando presenti, sono del tutto simili a quelli di una colica biliare, riconducibili all’ostruzione del deflusso biliare tramite il dotto cistico. Le lesioni polipoidi della colecisti sono diventate negli ultimi anni di più frequente riscontro grazie alla diagnostica ecografica: sono descritte come lesioni che si proiettano nel lume della colecisti, senza dare “cono d’ombra” acustico posteriore e non mobili. La distinzione fra lesioni benigne e maligne rimane comunque difficile (ecografia 45-90%, TC 60%).

Le neoformazioni riscontrate all’ecografia di dimensioni maggiori di 1 cm devono essere trattate chirurgicamente mediante  l’asportazione dell’intera colecisti (colecistectomia). Lo stesso dicasi per le neoformazioni di più piccole dimensioni (< 1cm) se sintomatiche, e quelle in cui controlli ecografici seriati abbiano mostrato tendenza all’accrescimento.

Negli altri casi è indicato il controllo stretto delle dimensioni del polipo mediante controlli ecografici periodici (dai tre ai sei mesi).

Opportunità e minacce di un Congresso anticipato del Pd

Articolo pubblicato sulle pagine dell’huffingtonpost

Man mano che avanza la consapevolezza delle difficoltà legate all’esperienza di governo, cresce il dilemma in seno al Pd sulle scelte da compiere nell’interesse generale del Paese. Qualcuno, risolutamente, brandisce come una spada l’ipotesi di un congresso anticipato.

Sembra quasi una minaccia, non si capisce rivolta a chi. E tuttavia, dinanzi alla instabilità del quadro politico istituzionale, del congresso avrebbero bisogno tutti, anche quelli che non appartengono al Pd o non votano per esso. Il confronto interno deve infatti mirare a un profondo chiarimento sulla riorganizzazione della proposta politica.

La vera minaccia opera contro il Pd, ovvero contro la sua stessa natura e funzione di originale formazione politica. Infatti, l’idea di un congresso che regoli la partita nel senso del ritorno all’autonomia della sinistra, rompendo l’equilibrio tra riformismo laico socialista e riformismo cattolico democratico, sancirebbe di fatto la fine del Pd.

Mascherare con affabulazioni identitarie la riproposizione di una “gioiosa macchina da guerra”, darebbe il colpo di grazia all’esperimento che racchiudeva e ancora, a mio avviso, dovrebbe racchiudere l’integrazione di culture e sensibilità diverse nell’ambito del progressismo democratico e costituzionale.

L’accordo di governo è nato da un’esigenza destinata a durare per tutto il tempo della pericolosa fiammata del sovranismo a guida salviniana. Di certo le elezioni anticipate sarebbero la dimostrazione del fallimento non già di questa o quella forza politica, ma dell’opzione generale che ha portato alla collaborazione quadripartita (M5S, Pd, Italia Viva e LeU).

Molti elettori sono rimasti delusi dal modo con il quale abbiamo incarnato la scommessa del “nuovo riformismo” italiano. Allora il congresso avrebbe senso se fosse lo strumento per riaprire il dialogo con gli orfani – davvero tanti – di una speranza apparentemente tradita.

Dovrebbe pertanto annunciare il gesto di conversione alla umiltà di una politica di autentica convergenza democratica, senza la pretesa di una costrittiva uniformità burocratica. Forse dovremmo parafrasare il motto di De Gasperi per adattare a noi stessi quanto basta a convincerci che solo se saremo generosi potremo essere uniti, così da poter sperare, fondatamente, che proprio perché uniti saremo anche forti.

Certamente, in virtù di tale afflato di generosità reciproca, più forti di quanto oggi sia possibile registrare a seguito di scissioni e abbandoni, talvolta silenziosi e irreparabili. C’è un’Italia che mostra di credere alla positività di un messaggio di fiducia e speranza.

Le sardine, con il loro richiamo inaspettato a una politica di sereno confronto, non insegnano nulla?

PD senza rotta, verso il maggioritario

“La Stampa” ha scritto recentemente che “Zingaretti punta alla svolta maggioritaria”. Da tempo il segretario del PD sarebbe convinto che il sistema italiano deve evolversi verso un “nuovo bipolarismo”, con un centrodestra guidato dalla Lega e un nuovo centrosinistra da costruire attorno al Partito Democratico, che comprenda anche i Cinquestelle. Tuttavia per realizzare questa strategia sarebbe necessaria una legge elettorale maggioritaria, che consenta agli elettori di conoscere prima del voto con quali alleanze formare il governo. Si dovrebbe pertanto abbandonare l’idea di “tornare alla proporzionale in maniera dissennata” come ha sostenuto Geremicca, editorialista del quotidiano torinese. Anche Goffredo Bettini, consigliere di tutti i segretari PD che hano condiviso la “vocazione maggioritaria”, ha spinto Zingaretti a fare questa scelta, senza però chiedersi dove porterà…

Se ciò che induce Zingaretti alla svolta maggioritaria fosse l’obiettivo di dare vita a un governo in grado di contrastare l’onda sovranista, di portare a conclusione questa contorta legislatura, gli si potrebbe ricordare che la governabilità può essere garantita, forse meglio, da una legge proporzionale con premio di maggioranza, da assegnare al partito (o alla coalizione) che conquista la maggioranza relativa dei voti, con la clausola che impone nuove elezioni nel caso di una crisi di governo.

Ma forse il dubbio che agita il PD, in questa burrascosa stagione della politica, dipende dal fatto che si sono iscritti alla futura competizione elettorale due nuovi partiti, guidati da Renzi e da Calenda; e questa novità ha a che fare con la storia del centrosinistra, mentre sta organizzandosi un movimento di ispirazione cristiano-popolare, che potrebbe dare vita a una nuova esperienza, e che comunque potrebbe orientare il voto di molti elettori.

Il Partito Democratico potrebbe interpretare la forte domanda di cambiamento che sta scuotendo l’opinione pubblica; ma questa scelta lo costringerebbe ad abbandonare l’idea di un più stretto rapporto con i Cinquestelle… E allora potrebbe prevalere nel PD l’idea di scoraggiare questi nuovi competitori, con una legge maggioritaria che ne ostacoli la discesa in campo. Ma sarebbe un salto nel vuoto anche per il PD.

Quando si apre una riflessione sui sistemi elettorali, bisogna ricordare che “non c’è buon vento per chi non sa quale rotta seguire”. Il PD sa dove vuole andare?

Leggo sull’Espresso che nel partito sarebbe in corso una sfida “tra due anime del partito”: neoliberisti e solidali, entrambe dai profili indefiniti, anche dopo la Conferenza di Bologna. E anche il M5S sembra diviso tra una destra, che è tentata dal sovranismo, e una sinistra che vorrebbe consolidare l’intesa con i democratici. La destra grillina sovranista è pronta a uno scontro bipolare, la parte sinistra resta incerta, anche sulla propria identità, mentre il governo “giallorosso” zoppica in maniera sempre più evidente.

In questa situazione, l’imprevista mobilitazione delle Sardine, che hanno riempito Piazza Maggiore a Bologna per contestare Salvini, e poi hanno ripetuto questa impresa in molte altre piazze al Nord e al Sud, fa pensare che il vento possa cambiare direzione. Tuttavia questo avvenimento sta rendendo più impegnativa anche la discussione sul futuro dei Democratici, poiché – come ha scritto Ilvo Diamanti – si tratta di un movimento “alla ricerca di una identità”. Se poi ci riferiamo a quanti cercano di dare una risposta al disagio del mondo cattolico, alla maggioranza che da tempo non vota, al centro che guardava a sinistra, ci incontriamo nuovamente con l’attesa di una radicale novità. Anche guardando a questa realtà Padre Bianchi si è augurato che la generazione che sembra uscire dall’indifferenza, sappia proporsi un nuovo orizzonte sociale e sappia approdare alla politica. Dicendo no a Salvini, questi movimenti si sono slegati dal sovranismo e appaiono chiaramente alternativi all’antipolitica, alla democrazia illiberale. Ma dovranno confrontarsi con la realtà…

Per le Sardine non si tratta di un movimento “collaterale” alla sinistra; si tratta di una sfida, di una contestazione che riguarda anche i partiti che non hanno saputo ascoltare e parlare al popolo. Si tratta di una nuova ondata “di protesta” destinata ad esaurirsi?

In realtà questi giovani non sono prigionieri del giacobinismo di Rousseau, non affidano il cambiamento alla rottamazione, alla ghigliottina: dicono no all’odio e alla violenza, vogliono un Paese migliore… In queste piazze non c’è traccia di populismo giustizialista; quando cantano Bella Ciao fanno riferimento agli ideali della Costituzione repubblicana e sembrano consapevoli delle difficoltà che incontra la democrazia nel tempo della globalizzazione e dell’economia digitale.

A questo punto, i dibattiti sul sistema elettorale e quello sul progetto politico si intrecciano.

Sinora è mancata una seria riflessione sulle ragioni della parabola che ha portato i partiti dalla Prima Repubblica alla dissoluzione della Seconda Repubblica, dal tramonto dell’unità politica dei cattolici alla crisi del progetto dell’Ulivo e poi al declino della stessa idea di sinistra.

È mancato un Congresso del PD, più volte evocato, e alla recente Conferenza di Bologna gli interventi più ascoltati sono stati quelli di Fabrizio Barca e di padre Francesco Occhetta, cioè di chi ha affrontato temi cari anche ai Popolari, di chi ha messo in evidenza i limiti della strategia del partito.

Sto leggendo un bel libro sulla storia dei cristiano sociali, dal 1995 al 2017, Da cristiani nella sinistra. È anche la storia della parabola del centrosinistra: dalla formazione dell’Ulivo alle elezioni europee del 2006, che ha portato la democrazia italiana sull’orlo di un precipizio. E ho dovuto riflettere sulla contraddizione che c’è per i cristiani impegnati in politica, in particolare per i cristiano-sociali, tra il credere nel pluralismo come valore, nel pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici (e quindi nel dialogo, nel confronto tra forze politiche diverse), e l’avere affidato l’unità della sinistra, l’unità di tutti i riformisti, al maggioritario, al sistema bipolare. Cioè a un sistema che comporta la radicalizzazione delle posizioni, lo scontro politico. E che esaspera anche la divisione dei cattolici tra popolari e conservatori.

La politica, quando è orientata da un sistema elettorale che divide il Paese, che radicalizza la lotta per la conquista del potere, nella storia nazionale e anche nella storia del cattolicesimo politico, è sempre stata una politica che guarda a destra, che apre le porte all’autoritarismo. Anche oggi una legge elettorale che riduce lo spazio per il dialogo, non può che favorire il qualunquismo, la demagogia, la tentazione plebiscitaria, un rigurgito conservatore, la chiusura verso gli altri, una politica che si nutre di paura….

Sembra che Salvini e i sovranisti abbiano capito ciò che non hanno ancora capito alcuni esponenti della sinistra, fermi a una vocazione maggioritaria che ricorda la “gioiosa macchina da guerra”, la democrazia dell’alternanza come garanzia della stabilità del governo. Di quale governo? Non a caso Salvini, come tutti i sovranisti, pensa alla concentrazione del potere, oscilla tra Putin e Trump, chiede i pieni poteri, guarda alla democrazia illiberale.

Un amico che condivide la proposta di “proporzionale corretta”, mi ha chiesto: cosa ne pensi del sistema francese? Questo sistema, immaginato dal generale De Gaulle per rendere marginali, con il secondo turno le posizioni estreme, prevede il ballottaggio tra più candidati: con il ballottaggio se il terzo candidato vota per il secondo, chi era arrivato primo (nel primo turno) perde le elezioni. Con questa regola la Le Pen è stata sconfitta da Macron; e suo padre era stato sconfitto da Chirac, che ha avuto i voti dei socialisti. Senza il secondo turno, il partito di Le Pen, primo al primo turno, avrebbe conquistato l’Eliseo, tutto il potere, con meno del 30% dei voti…

Cosa potrebbe accadere in Italia? Salvini, leader dei sovranisti, ha detto “no al doppio turno, poiché tutti sarebbero contro di me”. In realtà, nell’ultima tornata di elezioni comunali, al ballottaggio per l’elezione dei sindaci Lega e M5S hanno votato insieme contro il PD, e il PD ha perso la guida di molti comuni… E non si può escludere che dopodomani, in occasione di elezioni politiche, i Democratici possano nuovamente essere sconfitti dalla convergenza di “tutti contro il PD”. Siamo alla “roulette russa”?

Nessuna legge elettorale è perfetta. Tutto dipende dagli elettori, dal loro voto.

P. S. Il maggioritario, a un turno o con il doppio turno, non ha evitato la frammentazione e ha favorito il trasformismo; ha favorito anche la personalizzazione della politica e infine la formazione di un Parlamento di “nominati”, e la tentazione di fare deragliare la politica verso la privatizzazione.

La “proporzionale corretta” garantisce la governabilità, la centralità del Parlamento e il rispetto delle minoranze. Infine, il sistema proporzionale può essere eventualmente coniugato con candidature uninominali; lo abbiamo sperimentato per il Senato, e anche per l’elezione dei Consigli provinciali.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

(Fonte “Rinascita Popolare” dell’Associazione dei Popolari del Piemonte)

Il “Ritorno” della Balena Bianca, Cesa e Gargani lanciano la federazione popolare.

(Fonte Adnkronos)

A volte ritornano. Si richiamano alla Balena Bianca, ma non vogliono fare una riedizione. L’obiettivo è creare un nuovo contenitore politico al centro, per dare maggiore spazio e voce ai moderati, alternativo alla destra sovranista della coppia Salvini-Meloni e al Pd. E coinvolgere tutti quei moderati delusi, a cominciare da quelli dentro Forza Italia.

Nasce la ‘Federazione popolare dei democratici cristiani’: a celebrare il battesimo ufficiale, questa mattina [ieri per chi legge, ndr], nell’auditorium Aldo Moro di via Campo Marzio, a pochi metri da Montecitorio, esponenti storici dell’ex Dc come Lorenzo Cesa, attuale leader dell’Udc, l’ex ministro Giuseppe Gargani, Mario Tassone, segretario nazionale del nuovo Cdu e Renato Grassi, segretario della Dc storica, che per anni si è battuto contro lo scioglimento della Balena bianca, decretato da Mino Martinazzoli.

L’atto costitutivo è stato firmato davanti al notaio una settimana fa, manca il simbolo. Nessun amarcord, ma una rivendicazione senza nostalgie dell’orgoglio identitario della Dc che fu. ”Se oggi usciamo dalle catacombe per organizzarci al centro e rivendicare la nostra identità, è un fatto importante, direi che è una notizia”, esordisce Gargani, che spiega le ragioni dell’iniziativa: ”Non vogliamo il risveglio della Dc come tale, ma oggi c’è ancor di più l’esigenza del centro, la necessità di aggregarci, che coinvolga tutti i moderati, alternativa alla destra eversiva e alla sinistra, a questo Pd, parte della maggioranza a sostegno del governo Conte”.

Dello stesso avviso Cesa: ”Mettere insieme come facciamo oggi 46 sigle è un fatto straordinario, continuiamo l’avventura, quel percorso politico iniziato tempo fa” dall’Udc, che vuol portare alla creazione di un ”soggetto politico di centro, distinto e distante dai populisti di destra e dalla sinistra”.

Gargani rivolge un appello a Gianfranco Rotondi, assente in sala: ”Gianfranco ha messo in piedi una Fondazione della Dc, spero possa essere il presupposto culturale della nostra azione politica”. Anche Cesa ‘chiama’ Rotondi: ”Mi dispiace che oggi Gianfranco non c’è. La sua Fondazione può diventare il nostro strumento culturale”. Il leader dell’Udc non ha dubbi: ”C’è bisogno di quel buon senso che non c’è più: basta con la politica urlata, sempre contro qualcuno o qualcosa. Noi siamo qui: l’Udc può essere lo strumento per riorganizzarci in un partito di centro. di ispirazione cristiana, che rimetta al centro della politica soprattutto la persona. Non è facile. Noi abbiamo una rete già in essere, soprattutto al Sud: va riordinata”. Cesa si rivolge agli ”amici di Forza Italia”, per convincerli a federarsi nel nome del centro, appunto: “Nelle prossime ore avrò un incontro con gli amici di Forza Italia: dobbiamo metterci tutti insieme, ci sono tanti di Forza Italia che la pensano come noi…”.

Un nuovo Welfare per il Quinto Stato

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Marco Trentini

I precari possono essere considerati un gruppo sociale o la precarietà è una condizione individuale? Quali politiche si possono mettere in atto? Maurizio Ferrera risponde a questi interrogativi ne La società del Quinto Stato (Laterza, 2019) un libro agile per numero di pagine e stile di scrittura, in cui non si limita a descrivere le trasformazioni in atto nel lavoro, ma presenta anche una proposta di riforma del Welfare.
Più volte Ferrera fa riferimento a La grande trasformazione di Karl Polanyi (trad. it. Einaudi 1974), un volume del 1944 in cui colui che è considerato uno dei padri della sociologia economica si occupa di quella che può essere definita la crisi della società liberale, avvenuta all’inizio del secolo scorso, in particolare a partire dagli anni Trenta. Egli non si limita a sostenere che anche in questi anni stiamo attraversando una fase di profondi mutamenti economici e sociali (per dire questo non sarebbe stato necessario citare lo studioso di origini ungheresi), ma richiama lo schema di analisi utilizzato da Polanyi che aveva ipotizzato l’esistenza di un doppio movimento: il primo, ispirato dal liberismo economico, è caratterizzato dall’espansione del mercato e il secondo (definito anche contro movimento) dalla resistenza, grazie alla domanda di protezione sociale avanzata soprattutto dalla classe lavoratrice.

Tre capitoli del libro sono dedicati ad analizzare i tratti del primo movimento (la fase di espansione del mercato) di quella che viene chiamata la Grande trasformazione 2.0, che è tuttora in corso e le cui caratteristiche sono il passaggio a un’economia post-industriale, la globalizzazione e l’economia digitale. L’attenzione è posta, come si può intuire dal titolo del libro, su un gruppo sociale generato da questi mutamenti e che viene definito “Quinto Stato” in cui rientrano i lavoratori precari. La precarietà riguarda soprattutto i giovani ed è una condizione sociale caratterizzata dall’instabilità lavorativa, dalle scarse protezioni sociali e dalla vulnerabilità economica provocata dalle basse retribuzioni. Ma parlare di Quinto Stato presuppone che la precarietà non sia una situazione transitoria e abbia invece una certa continuità nel tempo.

Definendo i lavoratori precari come Quinto Stato Ferrera si discosta dalla definizione di Guy Standing che in Precari. La nuova classe esplosiva li considera una classe sociale, facendo riferimento alla posizione dei lavoratori precari nel processo produttivo. Quello che secondo Standing li caratterizzerebbe è l’insicurezza del lavoro nelle sua varie dimensioni (ad esempio, dell’occupazione, del posto di lavoro, del ruolo professionale, del reddito ecc.). Per Ferrera, invece, sono un ceto: un gruppo sociale accomunato dalla condizione sociale e più precisamente dalla vulnerabilità e dall’insicurezza. Inoltre è improprio parlare di classe sociale visto che si tratta di un gruppo sociale fluido, piuttosto eterogeneo al suo interno e con un basso grado di politicizzazione. Un’affermazione, quest’ultima, che non appare del tutto convincente. In fondo, lo stesso Standing scrive che il precariato non ha già una consapevolezza di classe, ma è una classe in divenire.

Indipendentemente dal fatto che i precari siano uno stato/ceto o una classe, un punto su cui c’è convergenza è che la precarietà provoca un forte ridimensionamento delle tutele e dei diritti conquistati dai lavoratori nel corso del Novecento grazie anche all’azione collettiva del movimento operaio. Molti rischi sociali che erano coperti dal Welfare vengono ora trasferiti sull’individuo. Si può parlare di una sorta di lato oscuro della flessibilità, pensando a tutta la letteratura che ne enfatizza solo gli aspetti positivi per le organizzazioni e per il lavoro.

La stessa economia digitale, oltre a opportunità in termini di organizzazione del lavoro, genera dei rischi sociali. Non solo quelli legati alla sostituzione del lavoro con le macchine, come ipotizzato da alcuni studiosi (scenario che andrà verificato, ma che si può immaginare potrà divenire più articolato di come viene spesso presentato), ma quelli di un’economia in cui si diffondono i “lavoretti” (gig economy) e in cui nell’intermediazione del lavoro centrale è il ruolo svolto dalle piattaforme online e delle app, come nel caso dei fattorini di consegne a domicilio e di Uber.

Alle insicurezze generate dai mutamenti economici si aggiunge che la mobilità sociale che, insieme alle politiche di Welfare, ha contribuito a ridurre le diseguaglianze sociali, si sta contraendo. La paralisi della mobilità, secondo Ferrera, fa sì che i solchi fra uno strato sociale e l’altro siano più profondi.

Dopo aver delineato i tratti del primo movimento, il libro si sposta su quello che si può considerare il secondo o il contro movimento. Gli ultimi due capitoli sono infatti dedicati a delineare una possibile strategia di risposta alle nuove sfide. Quanto mai necessaria visto che l’intreccio fra insicurezza economica, impoverimento e risentimento politico, fortemente accentuatosi soprattutto dopo la crisi del 2008, rischia di destabilizzare le democrazie anche più consolidate. Anche se va notato che il risentimento politico che alimenta il populismo sovranista sembra riconducibile a quella che sinteticamente può essere definita la radicalizzazione politica del ceto o della classe media, che vede peggiorare o sente minacciata la propria posizione sociale, e non dei precari.

Qui l’articolo completo 

Riflessioni sui Diritti umani: universalità e attualità

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 ha richiesto una collaborazione tra esperti di tutto il mondo. Incarnando diverse prospettive culturali, il processo di elaborazione è stato guidato dalla convinzione condivisa dell’importanza di trovare principi comuni essenziali per la sopravvivenza della stessa civiltà.

Sebbene fosse un processo arduo ed esteso, il risultato fu uno sforzo collettivo, prezioso per i decenni a venire, al quale il filosofo francese Jacques Maritain apportò un contributo determinante dapprima con l’Introduzione da lui scritta nel volume Human Rights: Comments and Interpretations, e successivamente, in particolare, con il discorso inaugurale da lui pronunciato a Città del Messico in occasione della II Conferenza Generale dell’Unesco (novembre 1947), le cui tesi sui “principi pratici” da adottare per raggiungere un accordo altrimenti impossibile tra le culture furono universalmente accolte- Motivato dal settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e arricchito dai saggi di eminenti studiosi, il volume (“Metaphysics of Human Rights 1948-2018. On the occasion of the 70th anniversary of UDHR” a cura di Luca Di Donato ed Elisa Grimi, Vernon Press 2019) vuole essere un contributo di riflessione sui diritti umani e sulla loro universalità.

La domanda di fondo è se, dopo settanta anni, questa Carta possa essere ancora considerata universale, o meglio ancora, come definire il concetto di “universalità”. Viviamo in un’epoca in cui questa nozione sembra essere guidata non tanto dai valori che il soggetto percepisce intrinsecamente come buoni, ma piuttosto dalle esigenze del singolo. L’universalità non è quindi più dedotta da qualcosa che è dato oggettivamente all’interno della prassi condivisa. Viceversa, ciò che sembra essere universale è ciò che riteniamo essere valido per tutti. Il volume potrà interessare coloro che sono attualmente impegnati nella ricerca o nello studio in molteplici settori tra cui filosofia, politica e diritto. 

Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO Sala del Primaticcio – Piazza di Firenze, 27 Martedì 10 dicembre 2019 ore 16.00

Programma

Indirizzi di saluto

Prof. Gennaro Giuseppe CURCIO, Segretario Generale, Istituto Internazionale Jacques Maritain

Dott.ssa Maria Concetta CASSATA, Presidente, Comitato Unico di Garanzia,

Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo

Introduzione

Prof. Francesco MIANO

Presidente Istituto Internazionale Jacques Maritain

Presiede

Dott. Giancarlo MARCOCCI, Centro Studi e Ricerche “Jacques e Raissa Maritain”

Trezzo sull’Adda (Milano)

Interventi

Prof.ssa Mariella ENOC, Presidente, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma

Prof.ssa Livia POMODORO, Presidente, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano

Saranno presenti i curatori Prof. Luca Di Donato e Prof.ssa Elisa Grimi

Il Paradiso della porta accanto

Chi studia la storia con metodologia e passione ha letto tanti esempi di imperi che sono caduti per mancanza di slancio. Quando una società smette di sperare nel domani, rimanendo nella propria zona di conforto, comincia il suo declino.

Dai Sumeri, prima dell’avvento di Sargon, fino ai casi a noi prossimi, lo storico assiste a società che faticano a sopravvivere perché indecise tra il riformismo e l’immobilismo. Il cambiamento è il segreto di Pulcinella della sopravvivenza, anzi, dell’evoluzione sana e vitale di un mondo che, altrimenti, invecchia e muore. E’ il caso di Pio IX, un Papa che volle lasciare troppo tardi il potere temporale; non fece in tempo: arrivarono i Garibaldini.

Lo Stato della Chiesa non cadde perché arrivarono loro, ma giunsero i garibaldini (o meglio, i Bersaglieri) perché ormai era finito. Finito il tempo in cui una Chiesa, consunta ormai dal clericalismo e dal conservatorismo, ambiva a scandire il ritmo del battipetto dei suoi sudditi, anziché traghettarli a un ritmo ben più elevato, quello celeste. Sempre rimanendo in tema, il cosiddetto “partito romano”, circolo di preti che, di generazione in generazione, si sentiva investito informalmente dell’incarico di proteggere il Vaticano dagli assalti del modernismo (arrivando persino a pensare di vincere con i trattati di Mussolini prima, e di Craxi poi), si è arreso di fronte alla semplicità dell’ultimo Papa, ingiustamente additato come “antipapa”, che non vuol cambiare la dottrina: piuttosto presentarla in modo più semplice.

Non una Chiesa di potere, ma una di programma. Non una figura, quella del Papa, assiso sulla sedia gestatoria, a cui le genti vanno incontro, ma una figura che si incammina verso le genti. Sia chiaro che i due sistemi vanno entrambi bene, seppure contestualizzati ognuno al proprio tempo.

In una società che cambia e si avvia verso il globalismo, non è solo sciocco desiderare, da nostalgici, ciò che non è più e che non può più essere. E’ anche stupido. Del resto, però, i Farisei erano presenti anche al tempo di Cristo.

Corum Populo: “Bocca di rosa e le altre”

Il prossimo 6 dicembre al Piccolo Teatro Unical andrà in scena “Bocca di rosa e le altre”, un viaggio tra le donne cantate da Fabrizio De André.

Iniziativa che sarà portata alla ribalta da Simona Micieli, amante fin da piccola della poesia di Faber, che ha scritto e che dirigerà l’intera serata con la sua splendida voce.

La musica sarà interpretata dai Coram Populo, di cui Simona è la voce, affiancati per l’occasione da due musicisti d’eccezione: Walter Giorno alla batteria e Giovanni Brunetti al pianoforte.

I Coram Populo, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, hanno il merito di non essere banali. E siamo sicuri che riusciranno a dar vita alle bellissime parole del maestro.

Il gruppo sarà chiamato in questa circostanza ad unire il mito, di Faber, alla esperienza dolorosa e d’amore che è presente nelle donne del poeta.

Quelle donne scolpite nella memoria di tutti noi, con l’uso di parole mai scelte a caso.

Tutto un campionario di ritratti ai quali Faber ha dato voce nel corso della sua produzione, in un quadro realistico dipinto con poche pennellate da maestro, che racchiudono uno spettacolare coraggio e la dignità di chi riesce ad amare.

Grazie a questi ritratti, le donne, escono fuori dal misticismo della canzone per diventare vere e per lasciarci il piacere e il bisogno di ascoltarle.

Un ascolto che siamo, già  certi, ci renderà più umani e ci lascerà, ancora una volta, pensare alla fatica di quel sorriso che cerca un ritaglio di Paradiso.

La nuova Direttiva Ue sul whistleblowing

Pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 26 novembre 2019 la Direttiva (UE) 2019/1937 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2019, riguardante la protezione delle persone che segnalano violazioni (whistleblowing) del diritto dell’Unione.

Gli Stati membri dovranno porre in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva entro il 17 dicembre 2021. Per quanto riguarda i soggetti giuridici del settore privato con più di 50 e meno di 250 lavoratori, gli Stati dovranno conformarsi all’obbligo di stabilire un canale di segnalazione interno entro il 17 dicembre 2023.

Gli Stati dell’Unione dovranno recepire quanto stabilito dalla direttiva entro due anni dalla pubblicazione della Direttiva nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (quindi entro il 26 novembre 2022) e adottare regole interne entro i suddetti termini al fine di garantire gli standard minimi della Direttiva, fermo restando che in virtù della clausola di non regressione, l’attuazione della Direttiva non potrà comportare in alcun caso una riduzione dell’attuale livello di protezione.

La direttiva amplia la platea dei “segnalatori” protetti. La nuova disciplina si applicherà, senza distinzione, alle persone segnalanti che lavorano nel settore privato o pubblico e che abbiano acquisito informazioni sulle violazioni in un contesto lavorativo.

Tra i soggetti tutelati rientrano dunque le persone aventi la qualità di lavoratore, anche autonomo (dunque i professionisti), nonché i dipendenti pubblici, gli azionisti e i membri dell’organo di amministrazione, direzione o vigilanza di un’impresa (compresi i membri senza incarichi esecutivi), i volontari e i tirocinanti retribuiti e non retribuiti e, infine, qualsiasi persona che lavora sotto la supervisione e la direzione di appaltatori, subappaltatori e fornitori.

La direttiva stabilisce norme minime comuni di protezione delle persone che segnalano le seguenti violazioni del diritto dell’Unione:

a) violazioni che rientrano nell’ambito di applicazione degli atti dell’Unione di cui all’allegato relativamente ai seguenti settori:
appalti pubblici;

servizi, prodotti e mercati finanziari e prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo;

sicurezza e conformità dei prodotti;

sicurezza dei trasporti;

tutela dell’ambiente;

radioprotezione e sicurezza nucleare;

sicurezza degli alimenti e dei mangimi e salute e benessere degli animali;

salute pubblica;

protezione dei consumatori;

tutela della vita privata e protezione dei dati personali e sicurezza delle reti e dei sistemi informativi;

b) violazioni che ledono gli interessi finanziari dell’Unione di cui all’articolo 325 TFUE e ulteriormente specificate nelle pertinenti misure dell’Unione;

c) violazioni riguardanti il mercato interno, di cui all’articolo 26, paragrafo 2, TFUE, comprese violazioni delle norme dell’Unione in materia di concorrenza e di aiuti di Stato, nonché violazioni riguardanti il mercato interno connesse ad atti che violano le norme in materia di imposta sulle società o i meccanismi il cui fine è ottenere un vantaggio fiscale che vanifica l’oggetto o la finalità della normativa applicabile in materia di imposta sulle società.

Reti e percorsi di cure palliative

Nel corso dei 10 anni dalla promulgazione della legge 15 marzo 2010, n. 38, si è registrata un’importante crescita dei servizi nel campo delle cure palliative. Il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca hanno svolto un ruolo fondamentale, creando un quadro normativo organico di riferimento, promuovendo la crescita di un sistema professionale specificamente formato, capace di affrontare con competenza e responsabilità i bisogni del malato e della sua famiglia. La distribuzione della rete delle cure palliative rimane tuttavia fortemente disomogenea nelle diverse regioni.

Il Workshop è l’occasione per un confronto in merito alle principali leve di cambiamento nella gestione dei percorsi di cura dei malati in condizioni di cronicità complesse e avanzate: innovazione organizzativa, ricerca, formazione e informazione.

Obiettivi del Workshop:

  1. presentare e discutere le principali evidenze sviluppate dallo Studio Demetra I, patrocinato dal Ministero della Salute e promosso dalle Fondazioni  Berlucchi e Floriani con il supporto del centro collaborativo WHO di Barcellona e di altri enti ed esperti nazionali ed internazionali, in merito al funzionamento delle Reti Locali di Cure Palliative e ai percorsi di cura rivolti alle persone in condizioni di cronicità complesse e avanzate. Lanciare la nuova progettualità integrata Demetra II.
  2. fornire elementi per una programmazione aziendale efficace e sostenibile, capace di favorire l’implementazione di modelli organizzativi centrati sul governo clinico di percorsi di cura appropriati ai bisogni dei malati, coerenti con le evidenze e le migliori pratiche gestionali;
  3. presentare attraverso un confronto di esperienze internazionali i risultati del lavoro interministeriale sulla formazione accademica in cure palliative e affrontare il tema della formazione medica specialistica.

L’evento nasce dalla collaborazione scientifica e organizzativa con la Fondazione Floriani e la Fondazione Guido Berlucchi.

Leggi il Programma

Rimettiamo i nostri debiti

Basta leggere il documento di programmazione economico-finanziaria per il prossimo anno, per rendersi conto della assenza gli investimenti per infrastrutture materiali ed immateriali, per la ‘’education’, per altri settori vitali per il Paese, come accadrebbe in qualsiasi paese abbia i conti a posto. Ma noi che abbiamo un debito che in rapporto al pil è per negatività il secondo del mondo siamo al palo da molto tempo. Insomma  il debito pubblico è un convitato di pietra che pregiudica ogni programmazione di nuovi investimenti per le necessità italiche. 

Un debito, bisogna ricordarlo, procurato da sperperi elettoralistici da parte dei governi, anziché  procedere ad assottigliarlo per abbassare almeno il conto degli interessi. Un cane che si morde la coda, meccanismo che se non dovesse interrompersi, porterà la Nazione nello sfacelo completo. Dunque, gli interessi che paghiamo finanziano lautamente banche e agenzie di finanza internazionale che come sanguisughe sono attaccate alla condizione che, per nostra sciatteria o malgoverno, noi stessi provochiamo. Ora vediamo come stanno le cose per il primo paese che ha il debito doppio rispetto a noi: il Giappone. 

Nella terra del sol levante praticamente il debito è quasi tutto finanziato dai risparmiatori Giapponesi; esattamente come facevamo noi fino al periodo della cosiddetta Prima repubblica: i risparmiatori compravano Bot ben remunerati, cosicché erano le famiglie a guadagnarci accrescendo il loro potere di acquisto con ricadute benefiche anche sul Pil. Un circuito virtuoso che non solo alimentava una dinamica benefica, ma ci risparmiava anche declassamenti delle agenzie specializzate che spingono verso una spirale sempre più in basso, ed in aggiunta le rampogne con relative penalizzazioni europee. 

Se le cose stanno in questo modo, tutti coloro che hanno governato fino ai nostri giorni, perché non  hanno preso in considerazione queste verità ? Eppure il risparmio degli italiani, nonostante in questi anni si è in parte dilapidato, è ancora il più alto del mondo, e raggiunge un monte che è il doppio del nostro debito pubblico. In simili circostanze chiunque abbia del buon senso, abbia amore per la patria, abbia senso di responsabilità, abbia a cuore gli interessi popolari, cambierebbe rotta. Ma finora la rotta è sempre la stessa; ci sarà qualcuno che si porrà l’obiettivo di farlo? Finirà la situazione incresciosa che in politica si litiga continuamente su cose di poca importanza, e sulle cose vitali non si fiata nemmeno? Secondo me il cambiamento in Italia ci sarà quando si lavorerà per togliere i pesi economici che incombono sulle famiglie, e non al contrario concorrendo ad appesantirli. 

Si una rivoluzione da fare da parte di chi ha le mani libere.

Da Bruxelles un fondo per la bioeconomia

La Commissione di Bruxelles e la Banca europea per gli investimenti hanno annunciato che Ecbf Management GmbH è stata selezionata come consulente in materia di investimenti per il fondo per la bioeconomia circolare. Una misura per finanziare le imprese e i progetti innovativi del settore nell’Ue e nei Paesi associati a Horizon 2020. L’iniziativa fa parte della strategia europea per la bioeconomia tesa a raccogliere 250 milioni di euro da investitori pubblici e privati entro i prossimi mesi, per dedicarli a settori come l’agricoltura, l’allevamento, l’acquacoltura, la pesca, la silvicoltura, i prodotti biochimici, i biomateriali e l’alimentazione.

La Banca europea per gli investimenti dovrebbe erogare fino a 100 milioni di euro nel fondo, sostenuto da una garanzia di InnoFin. La bioeconomia abbraccia tutti i settori e i sistemi che si basano su risorse biologiche ed è uno dei più grandi e più importanti ambiti di intervento dell’Ue. Attualmente comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti  con un fatturato annuo indicativo di 2.000 miliardi di euro, dando lavoro a circa 18 milioni di persone. La bioeconomia circolare ha quindi il potenziale per svolgere un ruolo centrale per il Green Deal europeo, che consentirà di raggiungere gli obiettivi ambientali, climatici e per la biodiversità in linea con le finalità di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Biblioteche scolastiche: La spesa media per studente

Le biblioteche scolastiche continuano a essere un’emergenza nazionale. È quanto emerge dall’indagine, realizzata dall’Associazione Italiana Editori (AIE) in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR), il Centro per il Libro e la Lettura (CEPELL) e l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), per fotografare lo stato delle biblioteche scolastiche italiane e basata sulle risposte di 7.762 scuole.

Un quadro che si ricompone dopo otto anni dall’ultima rilevazione e che evidenzia come, rispetto al 2011, la spesa media per studente per il loro funzionamento sia di 1,13 euro (1,56 euro otto anni fa) e il numero di scuole dotate di biblioteca si attesti oggi all’85% rispetto all’89% di allora. E questo malgrado il 45% delle scuole indichi che la biblioteca sia stata potenziata grazie a iniziative come #ioleggoperché.

Sono alcuni dei dati che verranno presentati giovedì 5 dicembre alle 11.30 in Sala Aldus a Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, in programma fino a domenica 8 dicembre al Roma Convention Center La Nuvola. Ne discuteranno Lucia Azzolina (Sottosegretaria MIUR), Ricardo Franco Levi (presidente AIE) e Giovanni Peresson (AIE), moderati dal giornalista del Corriere della Sera Paolo Conti.

Il Natale a Cori

Il 14 e 15 Dicembre, a Cori, si terrà il III “Natale Insieme”, evento organizzato dall’Associazione culturale “Event Art”, in collaborazione con Comune di Cori e Associazione culturale “Chi dice donna”, presentato da Lara Zaccagnini e patrocinato da: Regione Lazio, Consiglio regionale del Lazio, Provincia di Latina, “Cori e Giulianello in Rete”. La manifestazione si svolgerà tra piazza Signina e via Madonna del Soccorso, che per l’occasione si trasformerà in una “via dell’Arte”, con l’esposizione delle opere degli artisti partecipanti ai due concorsi a premi previsti.

Il Concorso di Estemporanea di Pittura, dedicato al Maestro Francesco Porcari, vedrà protagonisti pittori e acquarellisti liberamente posizionati con cavalletti e tavolozze tra i vicoli del centro storico, da dove imprimeranno live – davanti alla gente – sulle tele, scorci della Città d’Arte.

Verranno disposte in strada anche le luminarie realizzate con materiale di riciclo, da professionisti e non, nell’ambito dell’altro concorso indetto per sensibilizzare al tema degli scarti e del loro riutilizzo, al rispetto dell’ambiente e al risparmio energetico, facendo della creatività strumento di educazione civica.

Il programma quest’anno è stato ulteriormente ampliato. Oltre ai mercatini artigianali di Natale allestiti in tutta l’area, verranno proposte diverse iniziative durante i due giorni: il presepe rinascimentale vivente con figuranti in costumi d’epoca; l’arte del maneggiar l’insegna degli Sbandieratori di Cori; le gare di mostaccioli tra massaie; le dimostrazioni ritmiche e canore delle scuole di ballo e dei cori natalizi; la simulazione di volo di Fly in the Sky. Per i bambini anche laboratori creativi e ludoteca in legno itinerante.

I visitatori, oltre a degustare il menù turistico di prodotti tipici preparato dai ristoratori con sconti convenzionati potranno scoprire la storia e la cultura locale usufruendo delle visite guidate dell’Associazione culturale “Arcadia”, lungo un itinerario che toccherà i principali siti archeologici, compresi i due monumenti nazionali: l’Acropoli e il Tempio di Ercole, le Mura poligonali, il Complesso Monumentale di Sant’Oliva, il Museo della Città e del Territorio di Cori, l’area del foro romano, il Tempio di Castore e Polluce, la Cappella dell’Annunziata (prenotazioni obbligatorie: arcadia@museodicori.it).

Che cosa è la fibromialgia

La fibromialgia (FM) è una sindrome cronica e sistemica, il cui sintomo principale è rappresentato da forti e diffusi dolori all’apparato muscolo-scheletrico.

La sindrome fibromialgica manca di alterazioni di laboratorio. Infatti, la diagnosi dipende principalmente dai sintomi che il paziente riferisce. Alcune persone possono considerare questi sintomi come immaginari o non importanti. Negli ultimi 10 anni, tuttavia, la fibromialgia è stata meglio definita attraverso studi che hanno stabilito le linee guida per la diagnosi. Questi studi hanno dimostrato che certi sintomi, come il dolore muscoloscheletrico diffuso, e la presenza di specifiche aree algogene alla digitopressione (tender points) sono presenti nei pazienti affetti da sindrome fibromialgica e non comunemente nelle persone sane o in pazienti affetti da altre patologie reumatiche dolorose.

Le opzioni terapeutiche per la fibromialgia comprendono:

• farmaci che diminuiscono il dolore e migliorano la qualità del sonno
• programmi di esercizi di stiramento (stretching) muscolare e/o che migliorino il fitness cardiovascolare
• tecniche di rilassamento ed altre metodiche per ridurre la tensione muscolare
• programmi educativi per aiutare il paziente

Approccio terapeutico multimodale del paziente fibromialgico
• Educazione del paziente
• Descrizione delle caratteristiche della malattia
• Descrizione del programma terapeutico
• Modificazioni delle abitudini di vita che potrebbero determinare e/o perpetuare la sintomatologia fibromialgica
• Programmazione di un’attività fisica moderata ma continuativa
• Supporto psicologico e/o psichiatrico, se necessario
• Terapia farmacologica e/o riabilitativa di sviluppo

Chi finanzia la politica?

Il tema in Italia, ma non solo, è vecchio e antico. Al punto che sul tema del finanziamento alla politica e ai politici sono scomparsi partiti, sono state travolte e sconvolte fasi storiche e sono finite nella polvere carriere mirabolanti di molti leader politici. Quindi non è una variabile indipendente, se così si può dire, nella intricata matassa che resta la politica nel nostro paese.

Ma, per non ripetere le solite prediche moralistiche da un lato che vedono solo ladri e criminali in tutti i partiti salvo il proprio e per non cadere nella speculazione opposta che giustifica e tollera tutto, anche il plateale malcostume che emerge, non possiamo non ricordare tre aspetti basilari quando si affronta seriamente, e non con la solita propaganda, il capitolo del costo della politica e quindi del suo relativo finanziamento.

Innanzitutto, e appunto, la politica ha un costo. Chi predica il contrario dice semplicemente una menzogna. Oltre ha una palese falsità. In secondo luogo, e dopo la nefasta – e per molti versi ancora misteriosa – esperienza di “tangentopoli” che ha distrutto alcuni partiti e ne ha salvati altri, non possiamo più permetterci il lusso di convivere con un contesto che tollera illegalità, sotterfugi, furbizie e disonesta’. In ultimo, si deve affrontare il tema del finanziamento alla politica senza le ormai straconosciute e stracollaudate lenti della demagogia, del moralismo, della propaganda e dell’attacco preventivo. Il tutto per evitare che la politica sia appaltata ai soli ricchi da un lato o agli spregiudicati e cinici comportamenti dall’altro.

Se questo è vero, com’è vero piaccia o non piaccia, si tratta adesso di intervenire politicamente e legislativamente. Senza le furbizie della regolamentazione che disciplina il funzionamento delle ormai note Fondazioni, senza continuare a nascondersi dietro al plebiscito del referendum del 1993 – e come poteva essere diversamente in piena tangentopoli … – che proibiva di continuare ad elargire il finanziamento pubblico ai partiti e senza cadere nel grottesco e nella ridicolaggine che i partiti vivono e si organizzano con il 2 per mille o con le salamelle o con i piccoli contributi dei suoi associati. Perché possiamo anche continuare a credere che viviamo nel paese di Alice nelle meraviglie ma prima o poi c’è un limite anche per l’ipocrisia e la goffaggine.

Ecco perché, a fronte delle concrete esperienze che abbiamo vissuto in questi lunghi 25 anni e con ricette che si sono dimostrate del tutto insufficienti e fallimentari e prive di qualsiasi capacita’ di saper coniugare la rigorosa trasparenza dei conti con la buona politica, forse è arrivato il momento di riparlare con chiarezza e coraggio del tanto biasimato “finanziamento pubblico” alla politica. Cioè ai partiti. Anche se i partiti oggi non esistono granché perché ormai campeggiano i cartelli elettorali e le liste del “capo”. Ma, comunque sia, sempre di partiti si tratta. Ed è perfettamente inutile continuare con il ritornello che la politica non costa e quando costa ci si deve pensare con metodi poco chiari e del tutto tartufeschi.

Ed è venuto, forse, anche il momento per dire che i partiti sono importanti e decisivi per continuare a fare politica. Secondo il dettato costituzionale. Partiti intesi come strumenti democratici che garantiscono a tutti la possibilità di esercitare l’attività politica. Anche a quei cittadini che non sono ricchi e possidenti. Partiti, però, che possano vivere nella trasparenza e nella serietà di poter declinare la propria attività senza ricorrere alle solite e ormai collaudate furbizie che rasentano, come da copione e da esperienza, l’illegalità e che perpetuano le zone grigie e le zone d’ombra. Partiti che devono pubblicizzare ciò che spendono e ricevono risorse – rigorosamente pubbliche – in base ai consensi che riscuotono tra i cittadini nelle varie consultazioni elettorali. Oltre, com’è ovvio, a donazioni private altrettanto pubbliche e registrate.

Ma per centrare questi obiettivi va rimossa l’ipocrisia e la propaganda. E si deve avere il coraggio di riparlare, schiettamente e senza sotterfugi, di finanziamento pubblico alla politica. Cioè ai partiti. Vedremo se prevarrà ancora l’ipocrisia, la propaganda, la demagogia e l’antipolitica o se, al contrario, comincerà a farsi largo la concretezza, il senso di responsabilità, l’ancoraggio alla Costituzione e il giusto ruolo che debbono ritornare ad avere i partiti. La partita e’ del tutto aperta e nessuno sa, ad oggi, quale sbocco avrà. Ma vale la pena di provarci.

Famiglia: il 4 dicembre la presentazione di una ricerca Acli

“La famiglia italiana: un racconto attraverso i dati” è il titolo della ricerca inedita dell’Iref, l’istituto di ricerca delle Acli, che sarà presentata mercoledì 4 dicembre dalle ore 15 presso Palazzo Altieri, in Piazza del Gesù 49, a Roma.

Dopo un saluto da parte del Presidente Provinciale delle ACLI di Roma, Lidia Borzì, e del Presidente Forum delle Associazioni Familiari, Gianluigi De Palo, il consigliere di Presidenza Acli, Gianluca Budano, Portavoce Nazionale “Investing In Children Alleanza per il benessere e l’inclusione dell’infanzia, introdurrà il tema del convegno e della ricerca inedita che verrà presentata dalla ricercatrice dell’Iref, Federica Volpi.

Commenteranno i dati della ricerca la Prof.ssa Antonietta Censi, docente di Sociologia della famiglia all’Università “La sapienza” di Roma e la Dott.ssa Carla Collicelli, collaboratrice del CNR e membro del segretariato ASVIS insieme ai rappresentanti di ACLI Colf, AIF, Coordinamento Donne Acli e FAP Acli. Alle ore 17,30 è previsto l’intervento del Ministro delle Pari Opportunità e la Famiglia, On. Elena Bonetti e, a seguire, le conclusioni del Presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini.

Gli scatti di Inge Morath a Roma

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche: la sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto con la gente.
I rapporti lavorativi con personalità quali Ernst Haas, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, contribuiscono a chiarire l’evoluzione professionale della Morath e il personale stile fotografico nutrito degli ideali umanistici successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche della fotografia quale “momento decisivo” come la definì Cartier-Bresson.

Attraverso le sue fotografie si ripercorrono le tappe dei suoi principali reportage geo-etnografici, includendo anche la nota serie di curiosi ritratti con le maschere del disegnatore Saul Steinberg.

La mostra si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della Morath, attraverso circa 140 fotografie e decine di documenti originali. Compaiono anche immagini, realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.
A Roma, Inge ritorna invece nel 1960 per un lavoro su commissione: fotografare la bellissima attrice e modella Rosanna Schiaffino, che immortala all’interno della sua abitazione romana.
Nei pochi anni che intercorrono tra i due momenti romani, Inge Morath si è ormai affermata. Il suo sviluppo è stato graduale. Dopo l’esordio come traduttrice e scrittrice in Austria, aveva iniziato a scattare nel 1952. L’anno successivo, grazie a Robert Capa, comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi.

Il suo primo importante reportage, datato 1953, è dedicato ai “Preti operai”. È di questi anni l’incontro con Henry Cartier-Bresson, con cui inizia un sodalizio decennale che ne segna l’esistenza. Proprio nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagna infatti Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza.
Durante le riprese Inge conosce lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventa suo marito nel 1962.
Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue sono immagini che sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti.
Riesce a fissare l’anima di grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e di scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Immortala l’anima dei luoghi.

Imperdibili le sue foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, degli studi di artisti permeate dallo spirito delle persone che vi avevano vissuto.
Inge Morath è stata, soprattutto, una viaggiatrice. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina, tutti preparati con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le ha permesso di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Preparazione, conoscenza, empatia. Così può giungere al momento magico, quello della «chiusura dell’otturatore. Un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato.»

La laurea e il lavoro che cambia

Nei prossimi 5 anni 6 occupati su 10 dovranno avere la laurea o il diploma per entrare nel mercato del lavoro. Inoltre saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati – di cui l’80% è il naturale turnover – per soddisfare le esigenze produttive delle imprese e della pubblica amministrazione. Lo certifica il Report Excelsior di Unioncamere e Anpal sui fabbisogni occupazionali 2019-2023.
Le lauree più gettonate? Spazieranno dal settore medico-sanitario a quello economico-giuridico e ingegneristico. Livelli di studio più alti costituiscono requisito minimo per far carriera. Ovvio.

Meno scontata, invece, è la prontezza con la quale il sistema formativo italiano riuscirà a coprire la domanda delle imprese in tema di trasformazione digitale, robotica, education, cultura, ecosostenibilità, salute e benessere.

Per non dire del gap linguistico (conoscenza dell’inglese in primis) vero fardello di noi italiani. C’è da rimboccarsi le maniche e fare tutto in fretta e bene. Il cambiamento imperversa e i nostri giovani diventano sempre meno giovani.

(Fonte My Pegaso)

Un naso elettronico per fiutare le tracce di cellule tumorali

La maggior parte dei casi di cancro del colon-retto ha origine da alcune lesioni che si possono formare nel nostro intestino, comunemente chiamati polipi. Almeno inizialmente i polipi non sono costituiti da cellule tumorali maligne. Sono, quindi, tumori benigni che, dopo molti anni, potrebbero trasformarsi in tumori maligni.

Il nuovo dispositivo si chiama ‘ScentA1’ ed è il frutto di uno studio del dipartimento di Fisica dell’ateneo estense.

Se individuato per tempo il tumore del colon-retto, per il 90% dei casi è prevista la guarigione. Ecco appunto l’importanza dello screening, perché porta a ridurre la mortalità.

La caratteristica di ScentA1 sarà quindi di permettere ai medici la diagnosi del tumore attraverso l’analisi dei campioni di feci dei pazienti, senza rendere necessaria la colonscopia.

Pronti a lavorare per la nuova casa dei Popolari

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento che ieri ha svolto il segretario politico dell’Unione per il Trentino (UPT) all’assemblea (Roma, Palazzo della Cooperazione) dei gruppi aderenti al “Documento Zamagni”.


Desidero portare il saluto a questa assemblea per dire subito che come segretario politico dell’Unione per il Trentino ho sottoscritto convintamente e istantaneamente il Manifesto Zamagni.

Sottolineo l’importanza di questo Manifesto soprattutto per il richiamo alla Comunità coesa e solidale, concetto a noi caro ma oggi aggredito da una politica delle Destre divisiva e individualista.

Dopo aver governato per vent’anni il Trentino il nostro partito ha attraversato di recente una forte crisi dovuta da un lato a personalismi e dall’ altro lato a una certa ambiguità nella linea politica con tensioni inaccettabili verso destra.

Abbiamo pagato a caro prezzo questa crisi ma nel nostro congresso dello scorso 15 giugno è stata confermata unanimemente una linea politica netta e chiara caratterizzata soprattutto da una barriera invalicabile verso destra.

Lo stesso congresso ha avviato un percorso rigenerativo del partito con lo scopo di riunire tutte le forze popolari, siano esse organizzate o meno, in una nuova casa dei popolari trentini.

L’unione per il Trentino è portatrice legittima della tradizione politica e culturale del popolarismo trentino che trova in Degasperi la sua ispirazione.

Se a livello locale stiamo lavorando per la costruzione della nuova casa dei popolari, a livello nazionale siamo disponibili a partecipare, anche eventualmente a livello federativo, alla costituzione del nuovo soggetto politica di ispirazione cristiana e popolare.

Siamo fiduciosi. C’è moltissima gente che in silenzio e senza fare chiasso aspetta. Aspetta un segnale, un progetto politico serio basato su basi valoriali solide come quelle del popolarismo declinabili in proposte concrete come risposta alle loro istanze.

Noi ci siamo.

A Prato i detenuti lavoreranno in una azienda tessile

Nel carcere della Dogaia a Prato verrà aperta una azienda di confezioni dove saranno impiegati detenuti verso il fine pena, per dare loro una opportunità di lavoro in vista di un reinserimento nella società. I

l progetto nasce dalla Caritas diocesana di Prato, tramite il braccio operativo Fondazione Solidarietà Caritas onlus.

Nel progetto “Confezione”, questo il nome dell’iniziativa, saranno impiegati prima con un tirocinio e poi con un regolare contratto cinque detenuti in regime di semilibertà o che possono usufruire delle possibilità offerte dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario.

I turni sono di otto ore per cinque giorni la settimana. La Pointex fornirà in comodato d’uso gratuito le macchine da cucire e le altre attrezzature. Il progetto è frutto di un accordo di rete sottoscritto lo scorso 15 ottobre.

Il luogo di lavoro all’interno del carcere della Dogaia sarà pronto entro la fine di dicembre. A gennaio 2020 l’azienda entrerà in funzione.

Questa iniziativa si inserisce in un progetto più ampio della Caritas di Prato chiamato “Non solo carcere” per favorire il reinserimento sociale dei detenuti e sensibilizzare la cittadinanza alle questioni del mondo carcerario.

Istituite in Campania quattro Zone speciali di conservazione

E’ stato firmato dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il decreto di istituzione di quattro Zone speciali di conservazione, già proposte alla Commissione europea come Siti di importanza comunitaria. L’area interessata si estende, complessivamente, per oltre 7 mila ettari comprendendo i fondali marini di Ischia, Procida e Vivara; le rupi costiere dell’isola di Ischia; i fondali marini di Baia; i fondali marini di Gaiola e Nisida.

“Un traguardo significativo – ha sottolineato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa – che vuol dire avere ancora più a cuore la tutela della biodiversità, di aree naturalistiche belle di per sé che hanno bisogno di una maggiore protezione. Il nostro patrimonio ambientale è prezioso, ma anche fragile, e dunque va difeso. Continueremo su questa strada, con la designazione di altre Zsc, come già abbiamo fatto in passato”.

La designazione delle Zone speciali di conservazione è un passaggio importante per la piena attuazione della Rete Natura 2000 perché garantisce l’ottimizzazione delle misure di conservazione offrendo anche una maggiore sicurezza per la gestione della rete stessa e il suo ruolo strategico finalizzato al contenimento della perdita di biodiversità secondo i target dell’Ue.

I siti Natura 2000 sono stati designati specificamente per tutelare aree che rivestono un’importanza cruciale per una serie di specie o di tipi di ambiente naturale elencati nelle direttive Habitat e Uccelli e sono ritenute di rilevanza unionale perché sono in pericolo, vulnerabili, rare, endemiche o perché costituiscono esempi notevoli di caratteristiche tipiche di una o più delle nove regioni biogeografiche d’Europa.

Nel 2037 circa un bambino su due nascerà da una coppia che si è conosciuta online.

Continua ad aumentare il numero delle coppie che si sono conosciute online e nei prossimi anni il trend sembra destinato a intensificarsi ulteriormente. Lo indicano i risultati di una proiezione realizzata dall’Imperial College Business School di Londra. Secondo le stime degli autori del report, nel 2037 circa un bambino su due nascerà da una coppia che si è conosciuta online.

Dal report ‘Future of Dating’ emerge che dall’inizio del nuovo millennio sono nati tre milioni di bambini da coppie che si sono conosciute su Internet. Più di un terzo (35%) di chi ha trovato il proprio partner online ha avuto un figlio a distanza di un anno dal primo incontro. L’analisi indica anche che, nel 18% dei casi, le coppie nate sul web hanno due bambini, mentre quelle con un solo figlio rappresentano il 16% del totale.

Gli uomini hanno maggiori probabilità (42%) di dare vita a una famiglia con un partner conosciuto online rispetto alle donne (33%).

 

Morbillo e Rosolia: meno casi nel 2019

I dati nazionali raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità dal 1 gennaio al 31 ottobre 2019, evidenziano 1605 casi di morbillo (di cui 7 nel mese di ottobre). Il  58% si è verificato nel Lazio e Lombardia. Sono stati conteggiati 168 casi in bambini sotto i 5 anni di età. L’86% dei casi non era vaccinato al momento del contagio e il 31% ha manifestato almeno una complicanza. Inoltre, sono stati segnalati 94 casi tra operatori sanitari e 43 casi tra operatori scolastici. Riguardo ai casi di rosolia, l’età mediana è pari a 27 anni. È quanto emerge dai dati dell’ultimo bollettino redatto dall’Iss. Rispetto allo stesso periodo del 2018 sono stato registrati circa il 37% di casi in meno

Quasi l’80% dei casi si è verificato in persone tra 15 e 64 anni di età. Tuttavia, l’incidenza più elevata si è verificata nella fascia 0-4 anni. In questa fascia sono stati segnalati 168 casi, di cui 60 aveva meno di un anno di età (incidenza nei bambini sotto l’anno di età: 136,9 casi/1.000.000). Lo stato vaccinale è noto per 1.476/1.605 casi; di questi, l’86,3% (n=1.274) era non vaccinato al momento del contagio, l’8,5% aveva effettuato una sola dose, il 2, 6% aveva ricevuto due dosi e il 2,6% non ricorda il numero di dosi. Il 31% dei casi segnalati (n=498) ha riportato almeno una complicanza. La complicanza più frequente è stata la diarrea (206 casi), seguita da epatite/aumento delle transaminasi (193 casi), e cheratocongiuntivite (139 casi).

Il 5% dei casi ha sviluppato una polmonite. Le complicanze segnalate nel periodo considerato includono tre casi di encefalite, rispettivamente in due persone adulte non vaccinate (27 e 28 anni di età), e in un bambino sotto l’anno di età. Sono stati registrati inoltre: 122 casi di stomatite, 71 di insufficienza respiratoria, 43 di laringotracheobronchite, 39 casi di trombocitopenia e 38 di otite. Nel mese di febbraio 2019 è stato segnalato un decesso per complicanze respiratorie del morbillo, in una persona adulta (45 anni) non vaccinata, con patologie concomitanti.

Il 45,8% dei casi di morbillo segnalati è stato ricoverato e un ulteriore 25,8% si è rivolto ad un Pronto Soccorso. Sono stati segnalati 93 casi tra operatori sanitari (5,9% dei casi totali) di cui il 73% non vaccinato. L’età mediana degli operatori sanitari è 31 anni. Sono stati segnalati inoltre, 43 casi tra operatori scolastici, di cui 34 non vaccinati (79%).

Caso Benetton: riflessioni (amare) sulla debolezza dello stato.

Grillo ha tuonato forte contro Benetton per rimuovere le concessioni autostradali, e facendolo apre una grande questione, sapendo quali interessi economici si vanno a toccare. 

Sembrava che dopo il gravissimo crollo del ponte Morandi tutto fosse sopito, ingoiato come avviene per ogni altra notizia importante o non dalla ruota degli accadimenti, che al momento che si propongono sembrano tenere banco per lungo tempo, ma un’altra notizia presto prende il suo posto e chi si è visto si è visto. Ma il nodo autostrade, con accadimenti uno dopo l’altro, dimostra tutta la sua drammaticità. 

Tempo fa alcuni tecnici di aziende subappaltatrici delle concessionarie, sono stati incriminati per aver nascosto nei dossier di verifica dopo sopralluoghi nelle infrastrutture, la condizione pietosa di alcuni viadotti e ponti, facendo risultare le ispezioni come positive. 

Poi in questi giorni un’altro clamoroso crollo inaspettato alla A6, ed ecco che l’alzo zero contro Autostrade per l’Italia da parte di Grillo e arriva al massimo di scontro. Va ricordato che Autostrade per l’Italia ha sottoscritto qualche anno fa concessioni di durata per ben 39 anni con pedaggi tanto alti da non avere pari nel mondo; motivati secondo i contraenti dal fatto che si fornirebbero manutenzioni e costruzioni di altre corsie o nuovi tronchi autostradali. Ma da quello che succede si vede che non è sempre così. 

Ed intanto il costo del pedaggio è arrivato a superare il costo del carburante impiegato per il viaggio nella stessa tratta. Si spera che davvero i cittadini vengano informati per filo e per segno, e vengano informati su ogni dettaglio riguardante le concessioni. Chissà perché si fa un gran discutere di sovranità popolare, ma da quello che vedo questo concetto si usa solo per la fuffa. 

Il tema autostrade riguarda il buon uso di un bene statale, un fattore di grande sviluppo e di rilievo per le tasche dei cittadini; più recupero di sovranità su un tema di questa importanza non ne vedo. Se tornassimo indietro nel tempo, il costo dei pedaggi, quando era gestito dallo Stato, il costo era tantissimo meno ed il ricavato copriva benissimo la restituzione dei denari occorsi per costruire quelle infrastrutture: comprese le manutenzioni; tant’è che lo Stato non impiego’ una lira. 

Non capisco dunque quale è il vantaggio per i cittadini per questa giostra messa su con le concessioni. E poi: carburanti, generi di ristoro, oggettistica e quant’altro si vende nei caselli, hanno prezzi degni dei più lussuosi negozi dei centro città. Eppure i flussi di viaggiatori sono enormi, almeno quanto gli affari di chi gestisce questi servizi. Chi ha pensato almeno a riparare i viaggiatori da questi esosi prezzi? Chi ha pensato ad un sistema di calmieraggio dei prezzi nella concessione stipulata con privati da parte di rappresentanti dello Stato proprietario della infrastruttura autostradale?   

Spesso mi sono chiesto a cosa pensassero i governi mentre sottoscrivevano queste pattuizioni. Comunque questa vicenda segnala nel paese la presenza di un groviglio di interessi su cui è necessario fare trasparenza. Penso a tutte le utenze di servizi regolate da regimi concessori di comuni e regioni, oltre dello Stato, che nessuno conosce, in molti casi da funzionamento opaco e farraginosi: tutti a scapito dei cittadini. Sarebbe una grande rivoluzione se qualche realtà politica se ne intestasse la realizzazione. Ci guadagneremmo in civiltà, in risparmio, ed anche in serietà del dibattito politico. 

Insomma meno fumi bizantini, più confronto politico sugli interessi vivi dei cittadini.

Papa Francesco alla “ Cittadella della Carità “ al Casilino, La prima visita di un Papa nella struttura della Caritas.

Dopo il grande e impegnativo viaggio pastorale in Thailandia e in Giappone, Papa Francesco ha visitato, nel pomeriggio  la “ Cittadella della Carità” in via Casilina vecchia, fra Piazza Lodi e il Ponte Casilino. Un incontro speciale, perché cade nell’ambito del 40° anniversario  della fondazione della Caritas Diocesana di Roma, ed è la prima volta che un Pontefice visita questa importante struttura. Tale realtà si può considerare un modello, al servizio delle persone  povere, fragili e meno fortunate, che oggi vengono considerate e chiamate comunemente “gli ultimi”.

Ma come è nata l’idea, il progetto e la sua realizzazione di questa fondamentale struttura della carità, fortemente sostenuta anche da don Luigi Di Liegro, fondatore e primo direttore della Caritas di Roma? Occorre  fare una breve riflessione, sul periodo fra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, per comprendere il clima politico e sociale che caratterizzava la realtà romana rispetto al contesto nazionale. Era stato realizzato nel 1987, l’Ostello di Roma Termini per i barboni, e la Caritas gestiva  d’intesa con le Ferrovie dello Stato e l’Amministrazione Capitolina. 

Si manifestavano nel nostro Paese i primi fenomeni di immigrazione di massa, basti ricordare lo sbarco a Bari di migliaia di immigrati albanesi nell’agosto del 1991 e a Roma, l’anno precedente oltre 2.500 immigrati extracomunitari, prevalentemente etnie di pakistani e bengalesi, nord africani e indiani, occuparono la fabbrica dismessa dell’ex Pastificio Pantanella, in via Casilina, nei pressi di Porta Maggiore. I locali del sito occupato vennero utilizzati come abitazioni, luoghi di lavoro scuola per imparare l’italiano e nei sotterranei una piccola moschea. In quel periodo era stata varata la legge Martelli, era febbraio 1990, con lo scopo di regolare organicamente l’immigrazione e favorire la nascita dei primi centri di accoglienza e  “malgrado il poco respiro della normativa, ha comunque impostato la lenta e iniziale stabilizzazione dei migranti”.

A Roma con l’occupazione della Pantanella, che era diventata quasi una questione di carattere nazionale,  si era determinata una situazione difficile, perchè i problemi che si crearono erano, nuovi e complessi, per le Amministrazioni  locali, e sul come cercare e dare risposte a nuovi bisogni. Carenze e polemiche, ma anche dialogo e confronti, promesse e impegni, per trovare idonee risposte. Questa emergenza anomala venne risolta con soluzioni concordate per il trasferimento in altre sedi degli immigrati. La decisione, sofferta, vide la presenza dei rappresentanti dei gruppi   degli extracomunitari, il Comune di Roma e la Caritas, che poneva fine ad “ una emergenza nell’emergenza”, che significava sgombrare e chiudere la “Fabbrica degli immigrati”, così veniva chiamata dalla stampa la questione Pantanella. 

In questo clima sociale e civile nella Capitale, era maturata la convinzione che si doveva operare con tempestività nel trovare soluzioni per i meno fortunati (non a caso la prima cooperativa della Caritas si chiamava “Partire dagli ultimi”),  e il Consiglio Comunale di Roma nell’ottobre del 1990, consapevole che una parte dell’edificio di via Casilina vecchia, 19 -19a, assegnato all’Amnu,  doveva essere destinato alla Casa Ospizio per Barboni, secondo le indicazioni della Giunta Carraro, con un finanziamento, per la progettazione e la ristrutturazione, di cinque miliardi ( oggi 2,7 milioni di euro), e  l’assegnazione in comodato d’uso alla Caritas di Roma. Nella seduta dell’8 ottobre 1991, con un voto all’unanimità, cioè di tutte le forze politiche presenti nel Consiglio Comunale di Roma, approvarono un ordine del giorno, cioè un documento che impegnava la Giunta Capitolina ad assegnare e destinare tutto l’immobile a uso sociale, e a facilitare e accelerare i tempi di realizzazione.

Questo il contenuto di quel documento, per certi versi storico: “L’Amnu detiene gran parte dell’immobile, per uso deposito cassonetti per l’immondizia ed altro, destinazione questa in palese contrasto con la natura storica dello splendido immobile seicentesco ed in palese contrasto con le esigenze dei poveri anziani che occupano in parte detto immobile, assistiti dalla Caritas. Immobile questo che ben si presta nella sua totalità alla Casa Ospizio Santa Giacinta.”  Da qui la revoca, della Giunta della concessione dell’immobile all’Amnu, e la destinazione totale alla Caritas di Roma. Poi nel corso degli anni le trasformazioni funzionali per essere al servizio degli ultimi.

Oggi la visita del Papa, che si è trasformato in un incontro gioioso e di famiglia, con ospiti, volontari e operatori della Caritas diocesana, che è stato accompagnato dal cardinale De Donatis, dal vescovo Palmieri  e don Benoni Ambarus. Ha iniziato la visita nella chiesa di Santa Giacinta, poi la sede del Centro Odontoiatrico, dove svolgono il volontariato oltre 40 dentisti, poi l’Emporio della solidarietà, il primo supermercato gratuito nato in Italia, successivamente la Casa di Accoglienza  “Santa Giacinta”, che ospita 82 persone ultracinquantenni in gravi condizioni di disagio socio-economico.  

Nell’incontro conclusivo il Santo Padre, di fronte a 220 persone in rappresentanza delle realtà Caritas, ospiti e operatori, dopo il saluto e le domande  del Direttore don Benoni, di una volontaria e di un ospite, si è soffermato sulla parola vulnerabilità, affermando e parlando a braccio: “ Tutti siamo vulnerabili e per lavorare nella Caritas bisogna riconoscere quella parola, ma riconoscerla, fatta carne nel cuore. Venire a chiedere aiuto è dire “sono vulnerabile” e aiutare bene soltanto si fa dalla propria vulnerabilità. E’ l’incontro di ferite diverse, di debolezze diverse, ma tutti siamo deboli, tutti siamo vulnerabili”. D’altra parte – ha continuato Papa Francesco- anche Dio si è fatto vulnerabile per noi. Egli è uno di noi: non aveva casa dove nascere, ha sofferto la persecuzione, il dramma di dover fuggire in un altro Paese. Anche Lui, era povero, era migrante ed è per questo che possiamo parlargli senza temere. Le parole del Santo Padre sono state ascoltate in un silenzio carico  di commozione e gratitudine.

Con la visita alla Cittadella della carità, sono state cinque le visite di un Papa alla Caritas di Roma. A iniziare è stato Giovanni Paolo II, alla Mensa di Colle Oppio il 20 dicembre 1992, A distanza di 15 anni, il 4 gennaio 2007 Benedetto XVI, all’Ostello di via Marsala, per tornarci poi il 14 febbraio 2010, in occasione dell’Anno europeo di lotta alla povertà. Papa Francesco ha aperto la Porta Santa della carità, il 18 dicembre 2015, all’Ostello “Don Luigi di Liegro” in via Marsala.

 

Il Meccanismo europeo di stabilità: le questioni aperte

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Nicolò Carboni

In queste ore il dibattito pubblico italiano pare dominato dal MES, un acronimo (l’ennesimo, peraltro usato, con un altro significato, anche quando si parlava di concedere alla Cina lo status di economia di mercato) che indica il Meccanismo europeo di stabilità, ovvero quello strumento che ‒ nelle intenzioni dell’Eurogruppo ‒ dovrebbe integrare le funzioni finora svolte dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e dal Meccanismo europeo di stabilizzazione (EFSM).

Il dibattito pare a tratti surreale se si pensa che il progetto MES nasce come accordo intergovernativo tra il 2011 e il 2012 (otto anni fa!) e che il negoziato sui contenuti tecnici del testo è ormai chiuso da mesi, con i leader chiamati a esprimersi sul Trattato con un semplice assenso o dissenso alla prossima riunione del Consiglio europeo.

Pur essendo uno strumento intergovernativo (come pure, inizialmente, il Fiscal compact), esso viene regolato dalle norme del diritto internazionale consuetudinario ed è totalmente avulso sia dal diritto europeo che da ogni possibile controllo da parte di Parlamento europeo e Commissione. Per superare questo vulnus – molto contestato dalle sinistre e dalla parte più funzionalista della burocrazia europea – la Commissione e il Parlamento hanno proposto di elaborare un regolamento ad hoc, per riportare il MES nel quadro del diritto comunitario. Tuttavia, l’Eurogruppo (con il voto favorevole dell’Italia durante il governo Conte I) ha rigettato questa proposta, preferendo mantenere la situazione attuale e proponendo, contemporaneamente, una riforma complessiva del sistema. Qualora il voto fosse favorevole, a gennaio inizierebbe la procedura di ratifica da parte di tutti i Parlamenti nazionali coinvolti. In ogni caso va sottolineato che al Consiglio di dicembre si voterà solo l’approvazione definitiva e non ci sono più margini per modificare il testo che, ormai, è inteso come consolidato.

Dal punto di vista politico, seppur con una serie di limiti e dubbi, il MES rappresenta (come ricordato da Giampaolo Galli nella sua audizione alla Camera dello scorso 6 novembre) una «oggettiva manifestazione di solidarietà» dei Paesi più solidi dell’eurozona nei confronti di quelli più deboli. Dopotutto la Germania, un improbabile futuro “cliente” del MES, ne è il primo contributore con circa il 27% del capitale versato (l’Italia è terza con il 18%).

Peraltro, nella nuova versione del Trattato non è presente la temibile “ristrutturazione automatica preventiva” del debito pubblico, molto sponsorizzata da Jens Weidmann e dal gruppo della Kerneuropa nordico/tedesca. Col testo attuale lo Stato che chiede l’intervento del MES si sottopone a una serie di verifiche e solo se queste hanno un esito non soddisfacente, subentra la richiesta di ristrutturazione.

Sgombrato il campo dal pericolo meccanicista, però, rimangono una serie di questioni aperte: prima di tutto la ristrutturazione seppur non automatica, dovrà comunque essere preventiva perché il MES può garantire gli aiuti «solo ai paesi i cui debiti siano giudicati sostenibili». Il rischio pratico è l’instaurarsi di un circolo vizioso per cui un Paese entra in tensione perché non può rispettare il Fiscal compact, ma, al tempo stesso, non può accedere agli aiuti perché per accedervi dovrebbe comunque rispettare i vincoli su deficit e debito. Appare chiaro, dunque, che – nonostante le formalità giuridiche – il MES manterrà un margine di discrezionalità piuttosto ampio con la novità – rispetto alla troika – che con l’abolizione dei memorandum non è più previsto un momento “negoziale” tra Stato in difficoltà e istituzioni creditizie, ma un meccanismo molto più burocratico e procedurale.

Si tratta di un nuovo approccio al problema del debito: fino a oggi la Germania e i suoi alleati avevano ritenuto di fare affidamento su regole (Maastricht, Fiscal compact, troika) che disciplinassero i Paesi per via normativa.

Fallito questo tentativo, ora si prova a passare a un nuovo modello che inizia a coinvolgere i meccanismi di mercato: non viene più messa in discussione l’opportunità di un eventuale bail out dello Stato in difficoltà (come invece fece Wolfgang Schaeuble nel 2015 con la Grecia), ma per attivarlo viene richiesto che il Paese abbia la fiducia, almeno potenziale, degli investitori privati.

La logica appare, dunque, molto più sottile: l’insostenibilità politica di una ristrutturazione del debito viene di fatto accettata (venendo dunque incontro alle richieste dei Paesi più fragili), ma l’eventuale Paese free rider si trova imbrigliato in un meccanismo (il MES appunto) che gli nega un sostegno in assenza di solide garanzie finanziarie. Volendo fare un paragone un po’ estemporaneo, ma non troppo, il MES è come un’assicurazione sugli incendi per la nostra casa. Solo che il premio mensile non lo paghiamo noi e, in caso di fiamme, l’assicuratore non pagherà a meno che l’inquilino non sia in grado di provare che tutti gli impianti erano certificati e a norma. Peccato però che la politica economica non sia deterministica come la giurisprudenza amministrativa e nemmeno come la fisica, dunque, il concetto di “impianto a norma”, per rimanere nella metafora, può variare molto al cambiare all’interlocutore.

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