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Ogni bel ballo stufa

È ben vero che sapersi vedere è un esercizio piuttosto complicato. Più facile è cogliere un altro. Renzi, con la Leopolda targata dieci, non è riuscito a capire, né pare l’abbiano capito i suoi, che quella cifra squilla intensamente.

Dieci, in politica, è un valore altissimo. Per un rottamatore sembra quasi un’era geologica. Dovrebbe giungere alla seguente conclusione: dovrei farmi da parte, rottamarmi e mettere la parola fine alla mia presenza.

Del resto, a ben guardare, le forme e i modi sono stra datati: stesso luogo, stessa impostazione, tavoli distribuiti come capitava dieci anni fa, uguali luci, identico palco, stesso soggetto che recita la parte.

Più vecchio di così non c’è più alcuno.

Tanto Salvini, quanto la Meloni e ancor più Berlusconi si sono saputi rinnovare in forme via via diverse, rispetto a quanto ci rovescia addosso il famoso rottamatore di Rignano.

S’inventa un simbolo, che ha già l’imprimatur negli scaffali dei supermercati nei reparti dell’intimo per donna. Risciacqua la pallida figura di Macron, per imitarla.

Elemosina consensi a destra e a manca; cerca di togliere le spoglie al partito del suo amico Berlusconi e di farsi largo tra le fila degli scontenti delle forze centriste. Non dico a caso elemosina perché ad oggi, sembra che il suo minuscolo consenso resti piantato a cifre modestissime. Sono per giunta convinto che quel recinto resterà sempre confinato in un angolo ristretto.

Nemmeno Zingaretti sembra preoccuparsi di questo vecchio rottame che non sa vedersi per quel che è. Il Pd ha già perso quel che doveva perdere, resterà ancorato anche lui a cifre modeste. Non sembra destinato, con questa classe politica a schiodarsi da quel 19/20%, ma può essere tranquillo perché non sciamerà più verso il vecchio Renzi.

Le trovato del toscano non mancheranno. Farà l’occhiolino a Di Maio, lo sta già facendo, non si esclude qualche altra furbata, alzerà il tono per far vedere che esiste contro il suo Governo, sbraiterà a più non posso, ma quel che ha dato ha dato e non ci sono più margini di miglioramento.

Non penso che ci siano connazionali votati a dar credito a chi ha nel corso degli anni conquistato le vette e in malo modo, poi del tutto scialacquale.

Ieri si è chiusa la Leopolda, non stento a pensare che vi sarà anche una undicesima edizione, ma come dicono dalle mie parti, “ogni bel ballo stufa”, tradotto significa che la bellezza per mantenersi tale, deve sapersi rinnovarsi.

Piazza San Giovanni a Roma e Leopolda a Firenze: i nodi, per tutti, vengono al pettine.

È accaduto ciò che era nelle cose, da tempo.

Primo. La Lega Federalista di Bossi ed il centro destra di Berlusconi sono morti e al loro posto esiste la destra italiana. Una destra forte, radicata, radicale, nazionalista, anti europea, populista. Guidata da Matteo Salvini e senza ormai più nessun confine verso le formazioni (e sopratutto verso gli umori) neofascisti.

Secondo. Nel campo alternativo alla destra è nata una nuova area politica, frutto diretto della crisi strutturale del Partito Democratico e della sua “vocazione maggioritaria”. Un’area guidata da Matteo Renzi che punta a dare voce agli elettori “democratici, riformisti, liberali, europeisti”. (Non mi pare di aver notato il riferimento al Popolarismo).

I due eventi (che nessuno sano di mente può seriamente equiparare) hanno però due elementi in comune: il superamento degli attuali “contenitori politici” (non solo nel senso del loro perimetro, ma anche della loro natura) e il riferimento a “forme nuove di rappresentanza politica” fondate sulla leadership personale e sulla cosiddetta disintermediazione.

Questi due fatti politici (con i quali occorre comunque fare i conti) non possono certo sorprendere la nostra piccola comunità che dialoga attraverso “Il Domani d’Italia” e altri analoghi strumenti di riferimento per la rete dei “Popolari impenitenti”.

Essi confermano le analisi che da tempo andiamo facendo.

Abbiamo sempre sostenuto che l’ambizione di chi puntava a fare i “moderati” del centro destra italiano era una pura illusione. E che il Partito Democratico non era strutturalmente in condizione di portare a compimento il suo progetto fondativo, quello di essere il contenitore esclusivo e universale delle culture democratiche e popolari del centro e della sinistra. Anzi, molti di noi – io tra questi – pur essendo ontologicamente di centro sinistra, non vi avevano mai aderito perché ritenevano che tale progetto non avesse fondamento nella società italiana, neppure nella stagione del bipolarismo.

Poteva forse averlo se, invece di un partito di stampo tradizionale, si fosse dato vita ad una esperienza innovativa di tipo confederativo, capace di valorizzare le diverse culture politiche e non di annullarle in una indistinta vocazione progressista. Ma così non è stato.

I nodi, alla fine, vengono al pettine. E – per restare alla nostra metà campo di gioco – è inutile addebitarne le colpe a chi coglie i vuoti e li riempie, come ha fatto Matteo Renzi, con la sua consueta spregiudicata abilità e la sua genialità tattica. Su questo piano ha una marcia in più ed è inutile negarlo.

Tutto ciò era già scritto ed inevitabile? Non credo.

Occorreva però che almeno in quattro “ambiti” ci fosse un minino di capacità nel capire i segni dei tempi e nel tirarne coraggiosamente e lucidamente le conseguenze.

I primi due ambiti stanno dentro il Partito Democratico. Sinistra del partito e componenti di matrice popolare e liberal-democratica dovevano avvertire per tempo che il gioco si era rotto. E decidere consensualmente strade diverse, nel reciproco interesse (e dunque in quello del centro sinistra). Scegliere di blindare il fortino assediato non è stata azione lungimirante.

Ci ha provato Lucio D’Ubaldo, da queste colonne, con la arguta provocazione, rivolta a Pierluigi Castagnetti, di riorganizzare l’assetto politico con la riesumazione del “congelato” Partito Popolare Italiano. Non vi è stata risposta, purtroppo.

Il terzo ambito – dobbiamo dirlo con sincera autocritica – riguarda la variegata e dispersa rete dei popolari “senza casa”. Da mesi e mesi si discute senza conclusione alcuna attorno all’ipotesi di costituire una “Comunità Politica Popolare”.

Nonostante l’impegno di molti, non se ne è cavato fino ad ora un ragno dal buco. Era difficile, in controtendenza e senza un leader mediatico riconosciuto: vero! Ma almeno ciò che si poteva fare andava fatto e non lo abbiamo fatto. Di questo portiamo – tutti e ciascuno – grande responsabilità.

Il quarto ambito riguarda il mondo della società civile di ispirazione popolare e cattolico democratica, tanto fecondo e vivo nelle analisi e nelle testimonianze ideali e sociali, quanto restio – se non schizzinosamente ostile – ad incarnare tutto ciò in una dimensione di impegno politico. Sovente più propenso a svolgere il ruolo di “consigliere del Principe di turno” che a “sporcarsi le mani” come protagonista di un proposta politica autonoma, originale, riconoscibile.

I nodi, appunto, vengono sempre al pettine.

Padre Sorge stronca la scissione di Renzi

Fonte AdnKronos a firma di Elena Davolio

Renzi, al pari di Berlusconi e Salvini, ha la sindrome del salvatore della patria“. Lapidario il giudizio di padre Bartolomeo Sorge, il gesuita politologo, a proposito dell’ex segretario del Pd e della nascita del nuovo partito ‘Italia Viva’ dopo l’addio al Pd. “Ogni tanto – afferma padre Sorge in un’intervista all’Adnkronos – sorge un politico che si esalta e crede di essere il salvatore della patria. Il comportamento di Berlusconi, Salvini e Renzi è lo stesso: sono uomini di partito personale che si credono necessari e vogliono pieni poteri anche se non lo dicono in partenza”.

Per l’ex direttore di ‘Civiltà Cattolica’ siamo davanti ad una vera e propria “patologia politica, con tutto il rispetto perché devo dire che quando Matteo Renzi si è presentato la prima volta l’ho pure appoggiato pubblicamente. Anche in una conferenza in Parlamento davanti ai deputati. Poi ha iniziato ad essere l’unico uomo al potere con questo personalismo politico ma non è questa la democrazia”.

Padre Sorge spiega le ragioni del suo giudizio tranchant sulla scissione dell’ex segretario del Pd. “Da un punto di vista di scienza politica la sua è una vera immaturità: mentre sta decollando un governo unito per una battaglia importante, si va a dividere una settimana dopo la partenza. Questo è politicamente immaturo e irresponsabile. Quel che più mi fa impressione è che questo non è un fenomeno unico. Ogni tanto – ribadisce – sorge un politico che si esalta e crede di essere il salvatore della patria”. Il gesuita è scettico anche sulle parole di Renzi che ha comunque detto che non farà mancare il suo appoggio al governo: “Io sono un uomo libero, non bisognava rompere l’unità nel momento in cui nasceva un esperimento difficile di unità. Anche se Renzi dice ‘io appoggerò il governo’ alla prima occasione si vedrà subito, sono convinto che non sarà così”.

I cattolici non dovrebbero sostenere il nuovo partito di Renzi? “Credo che dalla fede – osserva padre Sorge – non si possa dedurre un modello politico. C’è un pluralismo legittimo perché i valori siano preservati. I primi dodici articoli della Costituzione sono il fondamento della convivenza civile di un popolo e sono anche i pilastri della dottrina sociale della Chiesa. Una volta messi al sicuro, sulla forma esterna ciascuno può scegliere quello che sembra meglio. Il messaggio cristiano è uno solo: siate coerenti dovunque vi troviate. Certo – annota ancora il gesuita pensando all’altro Matteo (Salvini) – non si può essere coerenti se si approva la politica dei porti chiusi e si sente invocare la Madonna che benedica i porti chiusi, e la legittima difesa con il permesso di sparare: queste sono bestemmie!“.

Jack Kerouac: Il dramma e l’amore dell’uomo solo

Articolo pubblicato nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Eraldo Affinati

Cinquant’anni fa, il 21 ottobre, moriva Jack Kerouac, distrutto dall’alcol e da una vita di sprechi. Avvenne a St. Petesburg, in Florida, dove si era da tempo trasferito. Aveva quarantasette anni. Quando non viaggiava, restava a casa, a Lowell, in Massachusetts, sotto gli occhi e la protezione della madre Gabrielle, da lui chiamata mémêre, mammina, in omaggio alle radici famigliari francesi. È stata Ann Chartes, nella sua pur contestata biografia (Vita di Kerouac, Mondadori, 2003), a rivelare la dimensione solitaria e introversa del grande scrittore americano: dissoluto quanto basta per lasciar supporre chissà quali profanazioni e tuttavia cattolico fin nel midollo, al punto da scoprire lui stesso la matrice religiosa di “beat”, inteso, nella radice latina, come “beato”.

Dunque la “beat generation”, nel filtro finale della Vanità di Duluoz, questa sorta di “autobiografia delle autobiografie”, altro non sarebbe stata che una schiera di santi maledetti, angeli caduti, vagabondi del Karma, per l’appunto, tutta gente ossessionata dal mito del sentiero, dalle ombre contorte dei sotterranei, sì, ma con l’idea del ritorno stampata sempre bene in testa, soprattutto nei momenti più bui, quando ciò pare impossibile. Proprio allora risplende fisso sul ribelle il sogno del Big Sur, l’eremo estremo in bilico sull’oceano, dove intonare il concerto mesto del pellegrino penitente nell’aria salmastra e nebbiosa che annichilisce persino il desiderio più sfrenato. Ecco uno dei grandi fraintendimenti della letteratura novecentesca: aver creduto che On the road, il romanzo che più di ogni altro ha messo in scena gli ideali trasgressivi dei giovani, fosse l’inno al superamento degli steccati, alla libertà quale delirio e smarrimento, e non invece, come tutte le vere Odissee, una sostanziale celebrazione, certo dissimulata, infinitamente differita, del focolare domestico.

Per rendersene conto basta leggere il finale, nel momento in cui il protagonista, reduce dalle traversate coast to coast da New York a San Francisco, da cento avventure e bevute colossali, torna finalmente a Manhattan e, in una sera estiva e languente di falene notturne, appena vede una finestra illuminata non trova di meglio che gridare a perdifiato senza speranza di venire ascoltato. «Ma una graziosa ragazza sporse la testa dalla finestra e disse: “Sì, chi è?” “Sal Paradiso” risposi, e sentii il mio nome risuonare nella via triste e solitaria. “Venga su” m’invitò lei. “Sto facendo la cioccolata calda”». Termina così l’epica nomade del cavaliere disarcionato. Avete forse dimenticato i giorni di primavera che precedono una grande partenza, quel profumo di menta, o la sua idea, prima di giugno, una carta Michelin completamente aperta sul pavimento e il ragazzo che c’è dentro ognuno di noi in ginocchio a disegnare con la matita un possibile itinerario? Allora è giunto il momento di rileggere On the road, capolavoro di giovinezza, di vuoto, di vita. Siamo pronti, per l’ennesima volta, eppure sembra ancora la prima. Vagoni ferroviari pieni di barboni che si riscaldano le mani, torte di mele e mocassini indiani, tante belle fanciulle a Des Moines, uscendo da scuola.

Un gruppo di amici scalmanati pronti a seguirci persino in capo al mondo e comunque di sicuro nel selvaggio West, nel regno dei distributori di benzina scintillanti come diademi nel buio desertico. Le strade percorse da Dean Moriarty, redivivo Peter Pan braccato dalla sua stessa vitalistica inconcludenza, restano incise nelle adolescenze di molti fra noi: lo vediamo entrare dal cancelletto del giardino di fronte con gli occhi arrossati, la camicia fuori dai pantaloni, una barba lunga di tre giorni. Bussa, si presenta e dice di venire da New York, senza essersi mai fermato solo perché voleva vedere di quale colore fosse in aprile l’Oceano Pacifico. «Amico, vuoi venire a fare un giro sulla mia Cadillac? Ti porto giù fino a San Diego e poi ce ne andiamo in Messico».

Dean sembra completamente folle, ma in realtà vibra in lui la passione mortificata di chi non si accontenta e intende forzare la propria finitudine. Soprattutto ci affascina il suo rapporto con Sal Paradiso, l’alter-ego di Jack Kerouac. Si tratta di due persone dal carattere opposto e complementare: un vitalista e uno scrittore. Immaginate una versione modernista dell’amicizia fra Tonio e Hans, nel Tonio Kröger di Thomas Mann. L’individuo sprofondato ciecamente nell’azione e l’artista contemplativo che pure si lascia trascinare dal compagno. Il comandante e lo stregone. Entrambi si cercano e nutrono uno verso l’altro una speciale soggezione, un reciproco timore, di cui è tessuto il romanzo. Fra le poetiche apparentemente inconciliabili dell’estancia e della pampa, come avrebbe detto Jorge Louis Borges, pare impossibile scegliere: da una parte il conforto e la protezione assicurata dai fuochi caldi della fattoria; dall’altra il fascino irresistibile delle pianure sconfinate dove si perde il gaucho. Ricordo quando un giorno di Natale arrivai nella stazione degli autobus di Città del Messico: era un terminal strepitoso che mi sembrava di aver già visto da qualche parte anche se non capivo quando e dove, dal momento che per la prima volta ci capitavo.

Le insegne “Autobus americanos” con le scritte Chicago, Los Angeles, New York mi elettrizzarono. Una grande Madonna di Guadalupe troneggiava nell’atrio affollato, in mezzo al presepe. Libri, gelati, valigie, una lirica animazione. Stavo cercando l’autobus diretto alle Piramidi quando d’improvviso compresi il mio dejà vu: era la memoria della pagina di On the road, nel momento in cui Sal Paradiso sta per tornare a New York. C’era anche qualcosa di Malcolm Lowry, ugualmente attratto da quel capolinea d’umanità in transito. Questo per dire fino a che punto la letteratura intensifica la vita. La orienta, talvolta la determina. Come se il nostro spirito ci spingesse oltre, là dove i sensi si bloccano. Ma in quali anfratti trovava Jack Kerouac la forza che gli consentiva di giungere a tale potenza rappresentativa? Certo dal suo talento, peraltro pagato a caro prezzo, come tutto nella vita, perché ciò che abbiamo bisogna conquistarlo, ma se dovessi trovare un precedente letterario, intendo la voce assoluta di riferimento tonale, direi Stendhal. Lo stile tutto in prima battuta, da codice civile, come è stato detto, del grande scrittore francese, riecheggia in Kerouac alla maniera di una musica lontana: da lì nasce la magia del rotolo in cui venne composto On the road. E così il disorientamento di Fabrizio del Dongo nel campo di battaglia di Waterloo, descritto nelle prime pagine della Certosa di Parma, rivive nei giri oziosi del trump americano, fin quando in Satori a Parigi, alla ricerca degli avi, arriva in Bretagna. E ci racconta, ancora una volta, il dramma e l’amore dell’uomo solo.

Papa: “Globalizzazione dovrebbe essere solidale ma alimenta guerre”

La globalizzazione che caratterizza il nostro tempo dovrebbe essere “solidale” e “rispettosa” delle differenze tra i popoli, invece alimenta “guerre”.

A denunciarlo è Papa Francesco all’Angelus in Piazza San Pietro che spiega; “La Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra oggi, è un’occasione propizia affinché ogni battezzato prenda più viva coscienza della necessità di cooperare all’annuncio della Parola, all’annuncio del Regno di Dio mediante un impegno rinnovato. Il Papa Benedetto XV, cento anni orsono, per dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di tutta la Chiesa promulgò la Lettera apostolica Maximum illud. Egli avvertì la necessità di riqualificare evangelicamente la missione nel mondo, perché fosse purificata da qualsiasi incrostazione coloniale e libera dai condizionamenti delle politiche espansionistiche delle Nazioni europee.

Nel mutato contesto odierno, il messaggio di Benedetto XV è ancora attuale e stimola a superare la tentazione di ogni chiusura autoreferenziale e ogni forma di pessimismo pastorale, per aprirci alla novità gioiosa del Vangelo. In questo nostro tempo, segnato da una globalizzazione che dovrebbe essere solidale e rispettosa della particolarità dei popoli, e invece soffre ancora della omologazione e dei vecchi conflitti di potere che alimentano guerre e rovinano il pianeta, i credenti sono chiamati a portare ovunque, con nuovo slancio, la buona notizia che in Gesù la misericordia vince il peccato, la speranza vince la paura, la fraternità vince l’ostilità. Cristo è la nostra pace e in Lui ogni divisione è superata, in Lui solo c’è la salvezza di ogni uomo e di ogni popolo.

Per vivere in pienezza la missione c’è una condizione indispensabile: la preghiera, una preghiera fervorosa e incessante, secondo l’insegnamento di Gesù proclamato anche nel Vangelo di oggi, in cui Egli racconta una parabola «sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). La preghiera è il primo sostegno del popolo di Dio per i missionari, ricca di affetto e di gratitudine per il loro difficile compito di annunciare e donare la luce e la grazia del Vangelo a coloro che ancora non l’hanno ricevuta. È anche una bella occasione oggi per domandarci: io prego per i missionari? Prego per coloro che vanno lontano per portare la Parola di Dio con la testimonianza? Pensiamoci”.

Clima: la Sardegna a rischio desertificazione

Il professore Pier Paolo Roggero – docente ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee all’Università di Sassari – lancia l’allarme: “la temperatura media sta aumentando, l’anno scorso di 3 gradi in più rispetto ala media degli ultimi 40 anni”.

“Aumenta la presenza di alcuni gas, in particolare dell’anidride carbonica che cresce in modo inedito: oggi abbiamo un dato mai visto prima”. “Il nuovo clima”, ha spiegato il professore, “cambia l’agricoltura: la quantità, le perdite, le spese. In generale, ci sono maggiori costi o minori ricavi”.

E lancia un avvertimento all’industria: “Ogni settore e ogni territorio avrà effetti diversi. Oggi sono pochissime le aziende che ancora non hanno fatto nulla per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Ma occorre farlo in maniera strategico e sinergico, mettendo insieme le competenze scientifiche con le esperienze delle aziende e programmare insieme alla politica”.

Ad alzare l’asticella rossa è Massimo Gargano, direttore nazionale dell’Anbi, l’Associazione nazionale dei concorsi di bonifica: “La Sardegna è tra le regioni a rischio desertificazione, per questo è necessaria una sfida infrastrutturale. Per esempio, di tutta l’acqua che cade raccogliamo solo l’11%. Così come bisogna pensare ad un consumo del suolo intelligente: in questa regione assistiamo ad uno spopolamento e abbandono delle zone interne, con conseguente spostamento e pressione nelle coste”.

Il Ring della vergogna

Un ring in piena regola. Il ring della vergogna. Con tanto di combattimenti, gente che assiste allo “spettacolo” e chissà che non ci sia scappata pure qualche scommessa clandestina. Nulla di nuovo se non fosse che lo scenario è da incubo: una struttura per anziani – nella Carolina del Nord – si sarebbe trasformata nell’arena di combattimenti organizzati dalle dipendenti, tre infermiere afro-americane licenziate e poi arrestate con accuse pesantissime.

Protagonisti gli anziani ospiti – alcuni affetti anche da demenza – costretti dalle tre presunte aguzzine a sfidarsi in contese di inaudita violenza. La struttura ha preso le distanze dall’accaduto precisando al New York Post che le tre sospettate erano state licenziate già da prima che il fatto fosse reso noto dai media nazionali. Non sappiamo se il quadro accusatorio sarà confermato alla fine del processo. Se lo fosse ci auguriamo l’adozione di pene esemplari. Troppe e dense nebbie avvolgono il mondo delle case per anziani, da un capo all’altro del Pianeta. Finendo per oscurare la dignità e il lavoro di quegli operatori onesti e perbene che – come sempre – sono maggioranza silenziosa.

Fonte My Pegaso

Osteoporosi

Con la parola osteoporosi si intende una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea e resistenza causata da fattori nutrizionali, metabolici o patologici. Lo scheletro è quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture patologiche, in seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni della microarchitettura delle ossa.

Generalmente l’osteoporosi viene considerata una patologia a carico delle ossa, ma secondo alcuni si tratterebbe di un processo parafisiologico nel soggetto anziano, la cui presenza predispone comunque a un maggior sviluppo di fratture patologiche, una conseguente diminuzione della qualità e della speranza di vita e di complicanze dovute alle fratture, se non adeguatamente trattata. Poiché viene considerata troppo facilmente malattia (e non causa della vera malattia o espressione manifesta di osteoporosi, ovvero la frattura da fragilità), il British Medical Journal l’ha inclusa in un elenco di “non-malattie” (International Classification of Non-Diseases).

L’osteoporosi si manifesta inizialmente con una diminuzione del tono calcico nella massa ossea (osteopenia). Le ossa più facilmente interessate dalla diminuzione del tono calcico sono le vertebre dorso-lombari, il femore e il polso.

Inizialmente asintomatico, rimane tale per 2/3 delle persone.[13] Le prime manifestazioni compaiono con le fratture; il dolore alle ossa e alla muscolatura ad esempio è tipico della presenza di fratture, ma esse possono anche non essere avvertite dall’individuo e facilmente possono avvenire anche al minimo evento traumatico. Solitamente il dolore è localizzato alla schiena o al bacino, ma è possibile che si manifesti ovunque sia la sede della frattura ed è di tipo acuto e si aggrava in presenza di sforzi e carico. Con il progredire dell’osteopenia si può manifestare un crollo vertebrale, una frattura dell’avambraccio (polso) o una frattura femorale.

La fratture possono portare ipercifosi dorsale e iperlordosi cervicale.

Grillo Sproloquia, Fino a quando? La democrazia ne è danneggiata.

In nessuna democrazia del mondo il capo di un partito al governo, dichiarerebbe che sarebbe giusto non far votare nelle competizioni elettorali per il rinnovo di ogni assemblea elettiva gli anziani.

Beppe Grillo, fondatore è vero capo dei Cinque Stelle, ha affermato con grande decisione che il diritto di voto degli anziani, sarebbe nocivo al cambiamento, in quanto la loro espressione di voto annichilirebbe la possibilità per i giovani di essere padroni del loro tempo. Insomma l’ex comico sottolineando che l’aspettativa di vita delle persone crescerà, mentre con la forte decrescita delle nascite i giovani saranno sempre pochi, il voto degli anziani porterebbe a soluzioni di governo sfavorevoli agli interessi dei giovani. Anzi aggiunge che il dato della astensione di molti giovani dal voto, sarebbe determinata dalla loro frustrazione provocata dalla predominanza degli anziani.

Grillo non è la prima volta che lancia provocazioni per la convivenza comunitaria, ma quest’ultima è davvero preoccupante. Non si cruccia dello squilibrio oramai evidente tra i poteri globali della finanza che depotenziano la forza della democrazia, e che in prospettiva potranno originare ad una nuova servitù della gleba del terzo millennio; non si pone il problema di riequilibrare nello Stato democratico, i poteri dei ricchi che potrebbero soffocare quelli dei più poveri: si preoccupa di togliere il voto agli anziani per aiutare i giovani.

Ascoltando sempre più frequentemente proposte e provocazioni davvero lesive del buon senso e della coesione comunitaria, che sono oramai diventate quasi normali, mi chiedo quanto tempo dovrà passare a che le persone consapevoli dei tempi bui che viviamo, possano finalmente reagire aprendo una discussione vera e determinata per riportare la nostra comunità nel solco della propria tradizione e della civiltà democratica? Le Democrazie raramente cadono sotto i colpi dei propri nemici; cadono quasi sempre per le insufficienze, le vigliaccherie, gli errori dei democratici stessi.

Patria, un democristiano che ha dato molto alle istituzioni e al partito.

E’ difficile ricordare in pochi minuti una amicizia lunga quaranta anni, fin da quando, Renzo entrò a Montecitorio nel lontano 1979.

C’è il rischio che le emozioni, i ricordi personali, i sentimenti prevalgano sulla ragione e su una lettura meditata dei passaggi della vita, soprattutto se lo facciamo in questa Sala per noi così carica di ricordi.

La vita parlamentare di Renzo Patria si intreccia con la mia, che seguivo per il Gruppo parlamentare l’area economica. Renzo Patria fu sempre componente della Commissione Finanze e Tesoro, fino a diventarne Presidente nella XIV legislatura.
Per quindici anni abbiamo condiviso scelte politiche, avvenimenti di vita parlamentare e quelli personali. Era una vita parlamentare intensa, fatta di tanti momenti di vita comune che terminavano ben oltre gli orari delle sedute.

Aveva competenze specifiche che gli venivano riconosciute e che venivano valorizzate nell’esame dei provvedimenti in particolare sulla finanza locale, sul fisco, sulla Amministrazione finanziaria, sui quali spesso veniva chiamato a svolgere il ruolo di relatore, così come sul bilancio dello Stato dove non mancava di intervenire. Era in fondo il riconoscimento della sua specializzazione, delle sue competenze, delle sue relazioni e della sua sensibilità in una Commissione dove era forte la professionalità dei suoi componenti. Era la commissione per citare dei nomi, degli Usellini, dei Citterio, dei Fiori, degli Azzaro, di De Cosmo, dei Rubbi, ma anche di Felice Borgoglio, Spaventa, D’Alema padre, Sarti Armando, Vincenzo Visco e tanti altri, dove il confronto delle posizioni era di alto livello e dove la sensibilità politica doveva essere coniugata con la competenza. Le sue iniziative legislative guardavano ai settori prima ricordati, ma non mancava di porre attenzione al territorio dove il suo legame era forte, sia con la previsione di sezioni distaccate delle Corti di Appello, e per l’Università Sud Orientale, così come per i compendi pubblici da destinare all’ente locale come l’ex ospedale militare e l’ex caserma San Martino, valorizzando il decentramento e la vicinanza su aspetti fondamentali come la giustizia e la Istruzione, come esigenza dei giovani e dei cittadini rispetto alla “lontana Torino”.

Nell’ambito fiscale sottolineò con anticipo, anche per la sua esperienza di amministratore locale la “spinta al riordino della imposizione del settore immobiliare e norme severe in materia di responsabilità per il dissesto”. Ribadiva come “la mancanza di autonomia impositiva e l’insoddisfacente impianto normativo porta a difficoltà di gestione”. Era una risposta alla esigenza e alle spinte che stavano maturando, anche con fratture politiche, per l’autonomia sostanziale degli enti locali. Tutto questo con largo anticipo rispetto alle concrete innovazioni nell’ordinamento. Il suo impegno parlamentare sui problemi ambientali è contrassegnato dalla lunga azione sull’Acna di Cengio e sulla Val Bormida che lo coinvolgerà con numerosi atti di sindacato ispettivo nella decima legislatura.
Soltanto alcuni anni dopo, nel 1994, si arriverà alla istituzione della commissione monocamerale di inchiesta.

Interpellanze, mozioni parlamentari erano seguite passo dopo passo, non azioni estemporanee, ma con la piena consapevolezza dell’obiettivo da raggiungere anche attraverso un confronto duro con il suo partito la DC, con la stessa maggioranza e con il Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo. Gerardo Bianco in quel tempo Vicepresidente della Camera dovrebbe ricordare una di queste sedute movimentate. Muovevano i primi passi le politiche di compatibilità ambientali per l’assenza di controllo nei decenni nelle produzioni inquinanti. Sottolineò la necessità di prevedere processi di risanamento per rendere compatibili le produzioni con l’ambiente e di istituire autorità ambientali, perché i rischi ambientali superano i confini amministrativi delle provincie e delle Regioni e degli Stati. E’ stato così per Chernobil come per le fabbriche della Germania Est che inquinavano le foreste della Baviera. Era così per la Val Bormida. In una occasione la sua penetrante attenzione ai testi in discussione gli fece scoprire che un punto del dispositivo della mozione Matulli, quindi del responsabile Ambiente del suo partito, era scomparso nel testo in votazione. Non era cosa di poco conto perché prevedeva di “assicurare che nessuna attività produttiva sia avviata prima che venga attivato integralmente il monitoraggio” ( di cui al punto 2). Un vero e proprio giallo. La sua Mozione non fu approvata. Rimase fermo sulla sua posizione, ma fu un alto momento tra i partiti e all’interno della stessa DC dove il confronto democratico era un valore assoluto.

Lo studio di quei problemi ambientali lo portò a presentare trenta anni or sono una iniziativa di riforma della Costituzione per la tutela dell’ambiente, del paesaggio, e il patrimonio storico della nazione per promuovere la collaborazione internazionale per la salvaguardia dell’ecosistema. Sono questioni recentemente richiamate dal Presidente del Consiglio Conte nelle recenti dichiarazioni programmatiche di agosto. Metteva la persona umana al centro degli interessi per la salubrità degli ambienti di vita e di lavoro.
La sua iniziativa costituzionale per la detrazione fiscale delle spese per l’istruzione eliminando la sperequazione tra istituti pubblici e privati si muoveva all’interno della cornice costituzionale degli articoli 33 e 34 della Costituzione.

Ma è sul bilancio interno che emergeva la sua sensibilità istituzionale. In un suo intervento del 1983 non v’era solo il riconoscimento formale della Presidenza Iotti, per le grandi trasformazioni della Camera dei Deputati in atto come la creazione dell’Ufficio di Bilancio, una innovazione specifica, come strumento di valutazione della spesa e la creazione della struttura per la redazione dei testi legislativi o come il trasferimento della biblioteca e la sua trasformazione in Biblioteca di ricerca. Non mancava di sottolineare la “urgenza di recuperare la centralità del Parlamento”. Quel Parlamento che oggi si vuole limitare nelle sue funzioni di rappresentanza e con idee strampalate sulla democrazia diretta.
Poi nell’ultima sua legislatura quella dal 2001 al 2006 voglio ricordare la sua azione in difesa del ruolo e della funzione delle Banche popolari e di credito cooperativo, come fu attivo protagonista, quando il Paese fu attraversato da scandali finanziari, nella indagine conoscitiva sui rapporti tra le imprese, i mercati finanziari e la tutela del risparmio che portò alla definizione di una buona legge, la 262 del 2005, che ancora oggi riscontra notevoli apprezzamenti, per le profonde innovazioni nelle infrastrutture normative introdotte a tutela dei risparmiatori.

Auspicò come “adempimento al dovere del legislatore di accendere un faro che indichi la strada per la ricostruzione di una etica finanziaria” come sollecitato da Ciampi, ma al tempo stesso “la politica doveva recuperare un ruolo primario se non vogliamo – disse – che la finanza e i poteri forti siano essi a dettare l’agenda anche alle Istituzioni elettive”. Come sono attuali queste parole!

Aveva la grande preoccupazione di evitare il rischio di far ricadere sulle Istituzioni la crisi che colpiva i partiti politici nei primi anni novanta “pena l’irreparabile decadenza della nostra democrazia”. La tutela delle condizioni di vita e di lavoro dei deputati non poteva, secondo Renzo Patria, essere intesa “quale tutela di privilegi individuali e corporativi, ma va ricondotta nell’ambito suo proprio e cioè di garanzia della funzione di rappresentanza popolare che i membri del Parlamento esercitano”. “Delegittimare il Parlamento significa sconfiggere la sovranità popolare facendo prevalere con la piazza minoranze velleitarie e violente ma non per questo meno pericolose per le sorti della democrazia del nostro Paese.
Sapeva ascoltare i fermenti della società civile. “Sarebbe semplicistico e colpevole – disse in Aula – se ignorassimo le domande, e non ci accorgessimo della profondità della crisi che è di identità e di credibilità dei nostri comportamenti”.
Riteneva preminente l’obiettivo di restituire le Assemblee legislative alle loro finalità più vera, la sede nella quale si operano scelte nell’interesse dei cittadini.

Nei suoi interventi sul bilancio interno della Camera, per la sua sensibilità, poneva particolare attenzione alla “condizione del parlamentare” per renderlo sempre più libero dai condizionamenti dei partiti e dei Gruppi. Difese l’autonomia amministrativa della Camera, esprimendo preoccupazione per le insidie che si manifestavano verso il personale della Camera.
Rifiutava il concetto di Camera come “azienda”.
Per Renzo “l’amministrazione della Camera non è altro che uno degli strumenti attraverso i quali l’ordinamento ha inteso garantire all’Istituzione-Camera le condizioni necessarie di autonomia per il pieno esercizio delle proprie funzioni costituzionali. Efficienza ed economicità di gestione non possono costituire per la Camera dei valori assoluti, ma vanno perseguiti entro i limiti dell’interesse generale al complessivo funzionamento delle Istituzioni rappresentative”. L’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori sono chiamati a svolgere nella loro qualità di organi collegiali di direzione politica funzioni che nulla hanno in comune con i consigli di amministrazione operanti nelle realtà aziendali.

Nel suo agire quotidiano portava avanti l’idea e i valori degasperiani della Democrazia Cristiana. Forte era la sua Fede democratica. Sentiva profondamente il contatto con il mondo cattolico da cui era stato formato. Ripeteva “dobbiamo ripartire dagli oratori e dalla società civile”. Nella diaspora non cancellò le amicizie, ma mantenne rapporti cordiali senza rancori.
L’associazionismo nelle sue varie forme e articolazioni era il momento per portare avanti insieme le idee. Fino all’ultimo istante è stato protagonista nella Associazione Democratici Cristiani dove mi volle fortemente.

Dopo le esperienze parlamentari non abbandonò la politica ma si dedicò con impegno nella vita degli ex parlamentari per tredici anni di cui otto anni con responsabilità comuni con Gerardo Bianco e poi con Antonello Falomi. Abbiamo avuto altri intensi momenti di vita vissuta. Nella Associazione ha potuto traslare tutta la sua esperienza nella gestione quotidiana dei problemi grandi e piccoli, anche rispetto all’ondata di populismo e antipolitica, soprattutto nella valorizzazione di un corpo intermedio con le sue regole ancorate ai valori costituzionali, che non erano un retaggio del passato, ma la stella polare dell’agire quotidiano.

Ha partecipato con entusiasmo alla promozione di iniziative su tutto il territorio nazionale, da Napoli sui temi del Mezzogiorno e Milano per l’Expo, fino a Torino per l’anniversario dei 150 anni della unità di Italia. Portava la sua esperienza istituzionale, quindi con una conoscenza profonda dell’Istituto parlamentare proprio mentre più forti si diffondevano i germi dell’antipolitica e avanzava l’odio sociale contro il Parlamento con una campagna antisistema volta a ridurne ruolo e funzione, Queste erano preoccupazioni in lui ben presenti e non mancava di sottolinearle quotidianamente.
Renzo Patria apparteneva alla categoria dei parlamentari seri, fortemente impegnati nel duro lavoro parlamentare sia d’ Aula che di Commissione, profondamente legato al suo territorio, alla Sua Frugarolo, alla Sua Alessandria, al Suo Piemonte; era una presenza quotidiana e costante perché legata ai principi del “proporzionale” che non ammetteva fughe dagli elettori, ma contatti quotidiani, permanenti.
In venti anni di presenza in Parlamento, i numeri di Renzo Patria offrono un quadro rappresentativo di 900 progetti presentati, di 692 atti di indirizzo e di 162 interventi in Aula e nelle Commissioni. La difesa del Parlamento era a tutto tondo. Per Renzo Patria anche “il parlamentare che ha cessato la funzione in considerazione dell’attività resa debba avere sempre il rispetto del rango che gli compete nelle pubbliche manifestazioni, così come peraltro accade quando responsabile della organizzazione è il cerimoniale del Quirinale”.
Volle dotare la nostra Associazione del proprio vessillo come simbolo di unità e di rappresentanza perché nelle manifestazioni ufficiali fossimo presenti con il coraggio e l’orgoglio della nostra storia senza distinzioni partitiche.
Non si rassegnava alle spinte verso la cancellazione della memoria e fino all’ultimo ha difeso le proprie idee i valori per i quali ha lottato nella sua vita.

Siria: Unicef, la centrale idrica di Alouk non funziona più

Fran Equiza, rappresentante Unicef in Siria, in una nota sulle conseguenze del conflitto nel nord-est del Paese dichiara che: Le due principali linee elettriche che alimentano la centrale idrica di Alouk sono state danneggiate durante i combattimenti, causando l’interruzione del funzionamento della centrale idrica”,

E anche se “le squadre tecniche sono state in grado di raggiungere la stazione idrica all’inizio di questa settimana”. “Tuttavia, non sono state in grado di riparare completamente i danni causati dai combattimenti nella zona”. Evidenziando che “il collegamento a un approvvigionamento idrico alternativo da Al-Himme, una vicina stazione di pompaggio, copre meno di un terzo del fabbisogno della popolazione”, Equiza sottolinea che “le persone sono ora costrette a fare affidamento sull’acqua non sicura proveniente da pozzi poco profondi, il che aumenta il rischio di malattie trasmesse dall’acqua ai bambini”.

In coordinamento con i partner e le autorità locali, l’Unicef annuncia che sta rispondendo alla grave carenza d’acqua tra le comunità colpite, attraverso la fornitura giornaliera di 95.000 litri d’acqua e 12 serbatoi per allievarne la carenza nei rifugi della città di Al-Hasakeh, oltre ai 50 metri cubici ai rifugi di Tel Tamer negli ultimi sei giorni; l’autotrasporto d’acqua verso i campi di Al-Hol e A’reesha con una media di 600 metri cubici al giorno, raggiungendo 77.000 sfollati interni e rifugiati; piccole riparazioni alla stazione idrica di Alouk.

“Una tregua nella violenza permetterà all’Unicef di fornire 16.000 litri di carburante per garantire il funzionamento dell’impianto idrico di Alouk fino alla riparazione degli impianti elettrici e per contribuire ad aumentare la capacità della fonte di acqua alternativa di Al-Himme”.

Infine, un monito alle parti in conflitto che “dovrebbero facilitare l’accesso sicuro agli tecnici specializzati, in modo da poter riparare i danni alla stazione idrica il più presto possibile”

Oggi i ‘Parchi letterari’ europei in festa

La quinta giornata europea dei parchi letterari si celebra in tutta Europa domenica 20 ottobre. Visite guidate e manifestazioni gratuite per rivivere l’atmosfera e le suggestioni che hanno ispirato i grandi poemi e i romanzi che hanno fatto la storia della letteratura.

Le iniziative in programma sono molto interessanti e includono passeggiate, mostre, degustazioni, letture e rappresentazioni teatrali. Sarà il Galtellì Literary Prize, ispirato al premio Nobel Grazia Deledda, a inaugurare la festa dei Parchi letterari, che proseguirà in tutta Italia .In occasione del bicentenario dell’Infinito di Leopardi, nella Villa Colloredo Mels del parco marchigiano di Recanati si potranno visitare due mostre che ruotano attorno all’espressione dell’infinito nell’arte, dall’epoca romantica a oggi: “La fuggevole bellezza. Da Giuseppe De Nittis a Pellizza da Volpedo” e “Interminati spazi e sovrumani silenzi. Giovanni Anselmo e Michelangelo Pistoletto” con la presenza di grandi artisti italiani. Sempre il 20 si potrà salire sul monte Tabor per ammirare i monti Sibillini oltre la celebre siepe citata dal poeta.

Saranno aperti al pubblico per passeggiate, spettacoli e letture anche altri parchi letterari italiani, mentre all’estero, sono previste interessanti iniziative: attraverso i diari del navigatore Pietro Querini, si sbarcherà a Røst nell’arcipelago delle Lofoten dove “per tre mesi all’anno, cioè da giugno a settembre, non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte … gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrano molto benevoli”; mentre con lo scrittore norvegese Johan Peter Falkberget si potrà conoscere le storie dei minatori e dei contadini di Røros, cittadina oggi patrimonio dell’Umanità.

Per maggiori informazioni su tutte le iniziative in programma: www.parchiletterari.com

Nasce VRUMS il primo centro in Italia per la promozione, la fruizione e lo studio della Realtà Virtuale

Il 29 novembre 2019 apre VRUMS (Virtual Reality Rooms Italia), uno spazio di 280 metri quadrati, in Via Zaccherini Alvisi 8 a Bologna, il primo centro in Italia per la promozione, la fruizione, lo studio e la divulgazione della Realtà Virtuale in ogni suo aspetto.

VRUMS nasce dall’esperienza interdisciplinare di professionisti della comunicazione e delle nuove tecnologie, ricercatori in campo socio-sanitario e Vitruvio Virtual Museum – marchio che dal 2015 realizza esperienze di Realtà Virtuale per l’arte e la cultura, già esposte in numerosi musei italiani – con l’intento di accorciare le distanze fra i diversi settori che potenzialmente possono interagire con lo strumento della Realtà Virtuale.

VRUMS sarà il punto di riferimento a livello nazionale per lo sviluppo di nuove sinergie e ricerche che vedranno l’applicazione della Realtà Virtuale a diversi comparti dell’economia: dal gaming alla sanità, fino ad arrivare alla cultura e al cinema, le tecnologie altamente all’avanguardia sviluppate da VRUMS saranno al servizio di tutti i settori. Il know how di VRUMS porterà a un’ulteriore crescita la sperimentazione e le azioni già messe in atto nell’utilizzo e nella fruizione quotidiana della Realtà Virtuale.

Secondo l’opinione ormai consolidata di filosofi, informatici, storici, antropologi, medici, economisti e giuristi di fama, la Realtà Virtuale rappresenta un linguaggio nuovo e diretto, che accorcerà le distanze fra cultura umanistica e cultura scientifico-tecnologica, grazie alle molteplici speculazioni cognitivo-intellettive che promette di potenziare.

Le applicazioni di Realtà Virtuale toccano tutti gli ambiti del sapere e promettono di rivoluzionare ogni aspetto dell’esistenza umana, dall’apprendimento all’intrattenimento, dalla medicina al business. Se il Nord America e l’Asia stanno da tempo facendo i conti con questa nuova disciplina e strumento di conoscenza, l’Europa – e l’Italia in particolare – si presentano ancora in ritardo rispetto ai paesi più industrializzati: i centri per la realtà virtuale finora sorti appaiono settoriali e chiusi alla fruizione pubblica, decisamente poco integrati con la società civile.

Il gect archimed per avviare la strategia macroregionale del mediterraneo e rilanciare il sud

Le questioni dalle quali vorrei procedere per introdurre queste poche note intorno alla strategia macroregionale per rilanciare lo sviluppo del Sud sono originate da due notizie apparse nei gironi scorsi, come al solito trattandosi del Mezzogiorno, senza molto rilievo sulla stampa.

La prima è una dichiarazione di Marc Lemaitre, direttore generale delle politiche regionali dell’UE, il quale ha testualmente detto: “Voglio richiamare l’attenzione sulla consistente riduzione degli investimenti nazionali (dell’Italia) al Sud fino al punto da neutralizzare e rendere vano lo sforzo europeo nelle politiche regionali per il Mezzogiorno”. E, subito dopo, a aggiunto: “Tra il 2014 e il 2017 l’Italia si era impegnata a realizzare investimenti nel Sud per un importo pari allo 0,47% del prodotto interno lordo (PIL) delle Regioni del Mezzogiorno ma non è andata oltre lo 0,38%. A fine programma la Commissione potrebbe decidere di operare una correzione, cioè un taglio, dei fondi”.

La seconda è una denuncia presentata all’Unione Europea da parte del movimento Sicilia Nazione (del quale fa parte il vice-presidente della Regione siciliana, prof. Gaetano Armao) contro lo Stato italiano per “violazione per principio di addizionalità” in quanto l’Italia, invece di trasferire alla Sicilia i fondi dei programmi europei in aggiunta a quelli ordinari propri, utilizza i primi in sostituzione dei secondi. Non solo. Ma ha ridotto questi trasferimenti di fondi statali al di sotto della soglia del 34% che era stata introdotta con legge statale nel 2017.

Ebbene, dal ‘combinato disposto’ di queste due notizie non mi sembra difficile pervenire ad alcune significative conclusioni. La prima, che l’UE, pur con tutte le sue insufficienze ed incapacità in ordine ad una vera politica di sviluppo soprattutto dei territori del Sud che si affacciano sul Mediterraneo, è in ogni caso l’unico ancoraggio vero per cercare di limitare i danni delle Regioni del Mezzogiorno d’Italia. La seconda, che è la conferma di una dato che finalmente comincia ad essere riconosciuto anche dall’opinione pubblica e, cioè, che lo Stato italiano è il primo, vero, grande responsabile dell’attuale condizione disastrosa e non più tollerabile dei territori del Mezzogiorno. La terza, ancora più grave e devastante, che la classe politica regionale e locale del Sud non solo è inetta ed incapace ma prende deliberatamente in giro la propria gente: se così non fosse, il vicepresidente della Regione siciliana non avrebbe dovuto condividere ed apprezzare la denuncia all’UE dello scandalo italiano dell’utilizzo dei fondi europei da parte di una benemerita Associazione della società civile ma avrebbe dovuto promuovere egli stesso un pronunciamento ufficiale del governo della Regione siciliana e, se lo avesse fatto con lungimiranza politica, non da solo ma con il coinvolgimento di tutte le altre Regioni del Mezzogiorno.

Sottolineo queste evidenze perché -dopo quasi un lustro di dibattito scientifico, prima, e socio-culturale, dopo, per cercare di avviare la costituzione della Macroregione del Mediterraneo Occidentale quale principale strategia non solo per salvare la prospettiva di una Europa federale delle Comunità ma anche per riorganizzare i territori regionali interni al Mezzogiorno d’Italia e così rilanciarne lo sviluppo- ad oggi la politica meridionale (con le istituzioni che essa guida e che hanno il potere formale di promuovere una macroregione: Regioni e Città metropolitane, cioé) non ha fatto registrare alcun atto concreto di iniziativa che ne avviasse il procedimento costitutivo. Né meno come risposta delle Regioni meridionali alle dirompenti proposte avanzate nell’ultimo anno da alcune Regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna) per il riconoscimento di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che se attuate avrebbero ulteriormente penalizzato le Comunità del Mezzogiorno. Circostanza, questa dell’inazione politica delle istituzioni, che, tenuto conto della sua inderogabilità, costringe al palo di partenza tutta la procedura macroregionale e quindi condanna i territori del Sud a marcire nel proprio sottosviluppo.

Tranne che, di fronte a questa situazione ed all’impossibilità che siano i soli soggetti della società civile ad avviare l’iter procedurale della costituzione della macroregione, non si decida di seguire un’altra strada, forse addirittura più conducente. Quella di investire, per l’occasione, un Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale (GECT) e, precisamente, il GECT dell’Arcipelago delle Isole del Mediterraneo (ARCHIMED), che ha sede a Taormina e Catania ed è nato per promuovere la cooperazione transfrontaliera nell’ambito della politica di coesione economica e sociale che, a seguito del Trattato di Lisbona, ha oggi anche una dimensione territoriale. In questa prospettiva, si tratterebbe dunque per ARCHIMED di svolgere un’azione coesa e coordinata per aiutare e favorire la costituzione di un modello di sviluppo nuovo che partendo dai cittadini e dalle istituzioni locali del bacino del Mediterraneo occidentale trasformi le sue debolezze in punti di forza.
Naturalmente, come detto in altre circostanze, le specifiche priorità tematiche intorno alle quali ancorare questa strategia saranno determinate dalla concreta idea di Macroregione del Mediterraneo Occidentale che si adotterà. In ogni caso, però, non si potrà prescindere da quistioni fondamentali per l’area quali: 1) l’ambiente ed il cambiamento climatico; 2) la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica; 3) la connettività nel settore dell’energia e dei trasporti; 4) la tutela e la valorizzazione dei beni culturali; 5) e ultima ma chiaramente prima per importanza: la convivenza unitaria e la promozione dei diritti umani di tutte le genti che nel Mediterraneo si affacciano.

Questi imprescindibili pilastri sui quali la macroregione va costruita non esauriscono, però, le sfide che l’impresa deve affrontare. Per superare i tanti ostacoli che si frappongono ad una sua positiva realizzazione imprescindibili sono poi: a) capacità amministrativa; b) governance adeguata; c) programmazione politica; d) finanziamenti congrui; e) comunicazione efficace. Senza un’adeguata ‘rivoluzione’ in questi campi, infatti, ogni azione sul piano delle politiche strategiche richiamate sarebbe impossibile e quindi destinata al fallimento.

Per concludere, voglio infine ricordare che questo è il ‘momento della verità’ se si vuole veramente lanciare una strategia macroregionale del Mediterraneo. E ciò in quanto la preparazione in atto dei Programmi 2021/2027 fornisce una opportunità unica per dimostrare la serietà dell’impegno riguardo alla sua definizione e, soprattutto, al suo perseguimento. Vedremo, se questa nuova strada proposta sarà in grado di condurlo alla sua definizione o, ancora una volta, la strategia macroregionale per il Mediterraneo occidentale resterà un’occasione perduta.

La rinascita dell’estrema destra in Germania

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Giorgia Bulli

L’attentato alla sinagoga di Halle risveglia in Germania mai sopiti timori sulla rinascita dell’estrema destra nelle sue manifestazioni partitiche e organizzative-culturali. Si tratta di un timore fondato, se consideriamo la sequenza di recenti attacchi di matrice estremista di destra nel Paese. Non più tardi del mese di giugno del 2019, un noto esponente della CDU del Land dell’Assia, presidente del governo regionale di Kassel, Walter Lübcke, era stato assassinato nel giardino della propria abitazione. La confessione dell’attentatore ‒ che aveva dichiarato di avere agito da solo ‒ confermava i sospetti sulla natura politica dell’omicidio. Stephan E., questo il nome dell’omicida, era noto alle autorità giudiziarie per il suo passato di militanza violenta nelle organizzazioni partitiche e non partitiche dell’estrema destra dell’Assia. Proprio per questo, la lettura del “lupo solitario” non aveva convinto né gli inquirenti, né l’opinione pubblica, ormai abituata al confronto con la crescita di atti violenti e simbolici dell’estrema destra tedesca.

Come rivelato da numerose ricerche, infatti, l’aumento della violenza politica di estrema destra si esprime non solo in attacchi come quelli di Halle e Kassel, ma in una serie di attività perpetrate da organizzazioni gruppuscolari, i cui obiettivi sono principalmente gli oppositori politici, le minoranze etniche, le confessioni religiose. Secondo l’ultimo rapporto curato dal ministero dell’Interno per la Protezione della Costituzione (Verfassungsschutzbericht), il 2018 è stato caratterizzato da un netto aumento degli atti violenti contro immigrati e richiedenti asilo e da una recrudescenza dell’antisemitismo.

Sul primo versante, occorre ricordare quelli che sono passati alla cronaca come i fatti di Chemnitz, dove nell’agosto del 2018 la morte di un cittadino tedesco nel corso di una rissa con un cittadino siriano e uno iracheno aveva scatenato una serie di manifestazioni violente contro gli immigrati. I giorni delle manifestazioni a Chemnitz avevano dimostrato la grande capacità di mobilitazione delle organizzazioni di estrema destra, che nel giro di poche ore erano riuscite a far convergere nella piccola città sassone quasi un migliaio di militanti, che al grido di “Wir sind das Volk!” (il popolo siamo noi!”) avevano dato luogo a una “caccia all’uomo” contro i migranti contrastata a stento dalla polizia. Il picco della partecipazione era stato raggiunto nella giornata della manifestazione organizzata dalla rete civica di tendenze estremiste PRO-CHEMNITZ, alla quale avevano partecipato circa 6.000 persone. Il mese successivo, un’analoga situazione si era verificata a Köthen, nella Sassonia Anhalt, con conseguenze meno drammatiche grazie all’intervento stavolta tempestivo della polizia. Per quanto riguarda l’antisemitismo, il rapporto del ministero dell’Interno segnala una crescita del numero di atti riconducibili all’agitazione della destra estrema rispetto al 2017, ed evidenzia il carattere prevalentemente antisionista e la ripresa dei miti del complotto antisemita nella prevalente retorica dell’estrema destra.

Le reazioni politiche all’attacco di Halle, oltre alla condanna della violenza, denunciano il clima di radicalizzazione della retorica del partito populista di destra della AfD (Alternative für Deutschland, ‘Alternativa per la Germania’). Il ministro degli Interni Seehofer (CSU), dopo aver definito una «vergogna» per la Germania l’attentato, si è allineato alle dichiarazioni del ministro dell’Interno del Land della Baviera, Joachim Herrmann (CSU), che aveva individuato in alcuni esponenti della AfD i responsabili morali del crescente antisemitismo. In particolare, Hermann aveva puntato il dito sulla figura di Björn Höcke, noto esponente del partito populista di destra della Turingia e rappresentante dell’ala destra radicale della formazione partitica.

Limitare alle recenti agitazioni anti-immigrazione della AfD, al pronunciato anti-islamismo del movimento sociale di destra di PEGIDA e alla capacità di mobilitazione giovanile di formazioni più recenti come il Movimento identitario (IB, Identitäre Bewegung) la responsabilità della recrudescenza delle manifestazioni dell’estrema destra in Germania è però una lettura solo parziale.

Lo dimostra, andando a ritroso, l’esistenza di una rete terroristica, i cui atti violenti sono stati a lungo attribuiti ad un regolamento di conti tra bande di migranti turchi. La serie di omicidi compiuti tra il 1997 e il 2006 in varie città tedesche era stata in realtà organizzata dalla formazione di estrema destra della NSU (Nationalsozialisticher Untergrund, ‘Clandestinità nazionalsocialista’), della cui esistenza i servizi segreti erano al tempo al corrente. Nel 2011, lo scandalo legato alle rivelazioni che le indagini sul caso erano state ostacolate proprio dall’azione di agenti dei servizi segreti tedeschi, aveva riaperto le polemiche sulla natura della lotta della Repubblica federale tedesca all’estremismo di destra. Le accuse rivolte alle istituzioni partitiche, ma soprattutto ai vertici della polizia, di essere “cieche dall’occhio destro” si è così rinvigorita, coinvolgendo le più alte sfere della politica tedesca. All’indomani dei fatti di Chemnitz, il responsabile dell’ufficio federale per la protezione della Costituzione, il capo dei servizi segreti – Hans-Georg Maaßen –, era stato infatti rimosso dall’incarico a causa di dichiarazioni che ridimensionavano la portata delle manifestazioni antimigrazione avvenute a Chemnitz.

Qui l’articolo completo

Francia-Germania trovano l’accordo sulla difesa

In occasione del Consiglio dei ministri franco-tedesco che si è svolto a Tolosa, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno trovato un accordo per rafforzare la cooperazione tra Parigi e Berlino nel settore della difesa.

“L’accordo sull’esportazione di armi sigla una fiducia reciproca tra Francia e Germania e costituisce la condizione di successo de progetti comuni”, ha fatto sapere l’Eliseo. I due leader hanno dichiarato che sono stati tolti quei blocchi che impedivano lo sviluppo del Sistema di combattimento aereo del futuro (Scaf) e del carro armato del futuro (Mgcs).

Nel gennaio del 2020 saranno notificati i crediti ai gruppi industriali che stanno lavorando allo Scaf per realizzare i primi prototipi che saranno pronti nel 2025. Sempre nel primo trimestre del prossimo anno verrà firmata un’intesa sullo studio di un sistema per il Mgcs.

Scattati i dazi, -20% Made in Italy sulle tavole Usa

Un calo del 20% delle vendite dei prodotti agroalimentari Made in Italy colpiti dai superdazi di Trump. E’ questo l’effetto stimato dalla Coldiretti dell’entrata in vigore delle nuove tariffe sui prodotti europei fino a 7,5 miliardi a partire dal 18 ottobre, nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus, dopo il via libera del Wto.

Dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano fino al Gorgonzola ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori, nella black list decisa dalla Rappresentanza Usa per il commercio (Ustr) ci sono beni alimentari per un valore delle esportazioni di circa mezzo miliardo di euro colpiti da dazi aggiuntivi che – sottolinea la Coldiretti – provocano il rincaro dei prezzi al consumo ed una preoccupante riduzione degli acquisti da parte dei cittadini e ristoratori statunitensi.

Il dazio per il Parmigiano Reggiano e per il Grana Padano ad esempio passa – spiega la Coldiretti – dagli attuali 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari al chilo. Il risultato è che il consumatore americano lo dovrà acquistare sullo scaffale ad un prezzo che sale dagli attuali circa 40 dollari al chilo ad oltre i 45 dollari, con una conseguente frenata dei consumi.

A beneficiare della situazione è la lobby dell’industria casearia Usa (CCFN) che – riferisce la Coldiretti – ha esplicitamente chiesto con una lettera di imporre tasse alle importazioni di formaggi europei al fine di favorire l’industria del falso Made in Italy e costringere l’Unione Europea ad aprire le frontiere ai tarocchi a stelle e strisce. Le brutte copie dei prodotti caseari nazionali hanno avuto una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni raggiungendo complessivamente i 2,5 miliardi di chili ed è realizzata per quasi i 2/3 in Wisconsin e California mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto. In termini quantitativi in cima alla classifica – precisa Coldiretti – c’è la mozzarella con 1,97 miliardi di chili all’anno, seguita dal Parmesan con 192 milioni di chili, dal provolone con 181 milioni di chili, dalla ricotta con 113 milioni di chili e dal Romano con 25 milioni di chili realizzato però senza latte di pecora, secondo l’analisi della Coldiretti su dati Usda, il Dipartimento dell’agricoltura statunitense.

Se l’Italia paga un conto salato per formaggi, salumi e liquori, la Francia – sottolinea la Coldiretti – stima in circa 1 miliardo il danno economico totale causato dai dazi Usa che nell’alimentare interessano i vini escluso lo champagne ed i formaggi tranne il Roquefort. La Spagna – continua la Coldiretti – è colpita su olio di oliva, vino e formaggi mentre la Gran Bretagna viene penalizzata soprattutto in termini di superalcolici, a partire dallo Scotch Whiskey ma nel mirino c’è anche la Germania, che si vedrà tassare circa un quinto delle sue esportazioni negli States.

“Ora si apre il negoziato in attesa della sentenza del Wto sui sussidi americani a Boeing con l’impegno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a valutare le rimostranze dell’Italia assunto nell’incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mentre è importante tenere aperto il canale delle trattative è necessario attivare al piu’ presto aiuti compensativi rafforzando i programmi di promozione dei prodotti agricoli nei paesi terzi e concedendo aiuti agli agricoltori che rischiano di subire gli effetti di una tempesta perfetta tra dazi Usa e Brexit, dopo aver subito fino ad ora una perdita di un miliardo di euro negli ultimi cinque anni a causa dell’embargo totale della Russia”” conclude il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

Le Prefetture per la Settimana nazionale di protezione civile

Sono numerose le iniziative organizzate dalle Prefetture sul territorio nazionale nell’ambito della Settimana Nazionale della Protezione Civile. Gli appuntamenti promossi dagli Uffici territoriali del Governo si rivolgono ai diversi target della comunicazione del rischio e di protezione civile, con uno sguardo particolarmente attento agli Amministratori locali sul tema della pianificazione, al mondo della scuola e alle nuove generazioni.

Oggi, si terrà a Gorizia un incontro con la popolazione che verterà sui rischi del territorio, sulle misure di autoprotezione e sulla pianificazione, mentre il 19 e 20 ottobre a Venezia saranno allestiti stand informativi rivolti alla cittadinanza e organizzate attività dimostrative con le strutture operative.

Numerose e significative anche le iniziative che si sono svolte nei giorni scorsi, e in particolare i convegni “Come la scienza tiene sotto controllo il territorio: l’università incontra i cittadini” a Vigarano-Mainarda, “La pianificazione di emergenza come strumento di prevenzione”, organizzato ad AvellinoCaserta, Benevento, “La pianificazione di emergenza provinciale e comunale -L’esperienza del servizio civile NON3MO” a MacerataUdine ha affiancato le iniziative organizzate dalla Regione Friuli Venezia Giulia, mentre Brescia ha dedicato agli studenti un convegno dedicato a clima, ambiente e protezione civile nella giornata del 15 ottobre.

Attiva su più fronti – dalla scuola al mondo delle Istituzioni – anche Grosseto, con incontri sul tema della prevenzione dei rischi rivolti agli studenti, accanto ad appuntamenti di taglio istituzionale con sindaci e strutture operative del territorio, relativi al tema della pianificazione territoriale. Pescara ha invece organizzato un Open day aperto a tutta la cittadinanza con stand informativi rivolti agli studenti, che ha previsto anche piccoli momenti esercitativi con il coinvolgimento delle strutture operative del territorio. Sempre rivolte al mondo della scuola, una esercitazione di protezione civile a Salerno con il coinvolgimento di oltre 400 studenti e una giornata di studio a Caltanissetta nell’ambito del progetto “Cultura è… protezione civile”. Esercitazioni di protezione civile, sia per posti di comando sia con il coinvolgimento della cittadinanza, anche per Siena e Latina.

Retinite pigmentosa

La retinite pigmentosa, indicata anche con l’acronimo RP, è una malattia genetica dell’occhio che colpisce l’epitelio pigmentato e la retina (retinopatia). Può anche essere acquisita e in questo caso sarà dovuta alla carenza della vitamina A. Uno dei primi sintomi consiste nella riduzione della visione di notte fino alla cecità notturna (emeralopia). Questo fenomeno può precedere la visione a cannocchiale, ossia la perdita del campo visivo periferico. Il progredire della patologia varia a seconda dei casi ma non tutte le persone affette da retinite pigmentosa diventano legalmente cieche.

La RP è un tipo di distrofia retinica progressiva, un gruppo di disturbi ereditari in cui le anormalità dei fotorecettori (coni e bastoncelli) o dell’epitelio pigmentato retinico o della retina stessa portano a una graduale e progressiva perdita della vista. Gli individui che ne sono affetti accusano dapprima una difficoltà di adattamento al buio, seguita da una costrizione del campo visivo periferico. Durante la fase terminale della malattia si può anche verificare la perdita della visione centrale.

L’abbondante presenza sull’epitelio retinico di pigmenti a forma di fagiolini è tipicamente patognomico per la retinite pigmentosa. Tra le altre caratteristiche oculari, vi sono:

il pallore cereo della testa del nervo ottico
i vasi sanguigni retinici attenuati
maculopatia a velo
edema maculare cistoide
cataratta subcapsulare posteriore

L’ultima idea di Grillo: Togliere il voto agli anziani

Sicuramente ha letto attentamente il Rapporto ISTAT sull’Italia del calo demografico e delle culle vuote: troppi anziani rispetto alle giovani generazioni. In effetti altre Ricerche autorevoli (valga per tutte quella della Sapienza di Roma) confermano un problema di “sostenibilità” del sistema-Paese (welfare, pensioni, distribuzione del reddito ecc.) mentre il 53° Rapporto CENSIS ormai imminente, dovrebbe riproporre il fermo-immagine di un Paese invecchiato, stanco, deluso, sfiduciato e rancoroso. Ma l’idea di togliere il voto agli anziani (questa volta, per ora non è stata identificata la soglia oltre la quale si diventa vecchi, forse quota 65 potrebbe andare, peccato che chi ambisce ad una pensione debba lavorare fino ai 67) è tutta sua: l’ultima “sparata” di Beppe Grillo mira ad un target di popolazione ormai maggioritario nel Paese.

Riassumendo: dopo il taglio dei parlamentari e la creazione di una super-casta blindata di deputati e senatori nominati dai rispettivi capi partito che renderà superfluo o pleonastico recarsi a votare persone già designate, si aggiunge ora il progetto politico di togliere del tutto questo fastidio alle persone di una certa età.

Ribadisco il termine “politico” poiché l’illuminazione giunge dal fondatore e “vero” capo politico del partito di maggioranza relativa: non si tratta di una boutade da bar dello sport , una burlesque (come la chiamerebbe il Cavaliere) ma di un’affermazione gravida di significati politici palesi o reconditi, che vanno decifrati se si vuole intuire il disegno di un nuovo modello di organizzazione della comunità sociale e dello stesso sodalizio umano.
L’impressione – ma si tratta di una suggestione personale (anche se suffragata dalla recente sottolineatura di Mario Draghi che ha evidenziato un trend di pensiero: “Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco”) è che sia in atto una lenta, inesorabile deriva di svuotamento della democrazia partecipativa e di tutto il suo portato storico, ideologico, esperienziale – direi dalla Costituzione del 1948 in qua- a favore del subentro di una non meglio definita “democrazia virtuale” i cui fondamenti epistemologici, logici, prassici e culturali sono compresi in una cornice  che marginalizza la conoscenza diretta delle cose e dell’esperienza umana.

La democrazia diretta e rappresentativa cede il passo alla sua gestione delegata: magari gestita da una “piattaforma” on line che – come sottolineato dal Presidente Emerito della Consulta Giovanni M. Flick – è pur sempre un’organizzazione privata che anticipa, riassume, indirizza una linea politica parlamentare: forse l’obiettivo vero è che un giorno la possa sostituire. Questa logica sottrattiva – meno parlamentari, meno votanti, fuori dall’esercizio del diritto di elettorato attivo (votare) e passivo( essere votati) gli anziani, magari a favore di 15/16enni, meno luoghi di dibattito ‘in presenza’ per cedere il passo a quel grande buco nero della espressione di idee, sentimenti, opinioni (a loro volta riassunte in formule sempre più sintetiche e subordinate allo strapotere delle tecnologie) sincopate e categoriche che chiamiamo web o internet, che dir si voglia, introduce una specie di depotenziamento sensoriale: non vedo, non sento, non tocco.

Chi ha letto ‘1984’ di Orwell o ‘Il mondo nuovo’ di Aldous Huxley ricorderà questa rappresentazione immaginifica e iconografica della lenta, inesorabile scomparsa della persona (nella sua fisicità e della sua libertà di pensiero) a favore di una realtà sociale e antropologica precostituita: nelle regole, nelle consuetudini, nelle norme, nei divieti. La scomparsa della specie umana.

Ora, l’idea di togliere il voto agli anziani, secondo quanto scrive Grillo «nasce dal presupposto che una volta raggiunta una certa età, i cittadini saranno meno preoccupati del futuro sociale, politico ed economico, rispetto alle generazioni più giovani, e molto meno propensi a sopportare le conseguenze a lungo termine delle decisioni politiche». E poi: «In tal caso, i loro voti dovrebbero essere eliminati del tutto, per garantire che il futuro sia modellato da coloro che hanno un reale interesse nel vedere realizzato il proprio disegno sociale – aggiunge ancora il fondatore del Movimento. Gli elettori sono, in larga misura, guidati dal proprio interesse personale, e l’affluenza relativamente bassa degli elettori più giovani può essere in parte causata dal sentirsi alienati da un sistema politico gestito da persone che non considerano della loro stessa natura».

Un vero teorema della contrazione anagrafica dei diritti civili, che riduce gli spazi di agibilità democratica ad un’area di immaginifica fruibilità di azioni e comportamenti legati al soddisfacimento di interessi a pulsione immediata: un presentismo che nega la vita trascorsa come esperienza da mettere a disposizione delle generazioni future, che conculca l’idea stessa di cultura come insieme di valori esperiti e tramandati, che destina alla fascia della cosiddetta “terza età” occupazioni del tutto ininfluenti rispetto ad un contesto sociale. Insomma gli anziani messi al bando di ogni decisione, dovranno adeguarsi al voto dei loro eredi.

Si potrebbe cominciare paradossalmente dal condominio: già in quel contesto potrebbero votare solo gli infrasessantacinquenni (anche se si tratta di coloro che dopo aver lavorato una vita hanno potuto acquistare la casa di abitazione): quindi i figli, i nipoti e i pronipoti. Un giorno magari anche in qualche modo gli animali domestici poiché (lo dice una Sentenza di Cassazione) fanno già parte del nucleo familiare e – secondo un disegno di legge dell’On.le Michela Brambilla – potrebbero essere inseriti nello stato di famiglia.
Dopo il condominio tutto il resto: il comitato di quartiere, il comune, la regione, il parlamento.

Si arriverà dunque a realizzare l’idea non solo di una democrazia virtuale attraverso il web ma anche quello di una democrazia minoritaria, dalla quale gli anziani sarebbero espulsi come una categoria di soggetti defedati e condannati alla morte civile prima di quella fisica?
Ma la lungimiranza del Grillo nazional-popolare previene le obiezioni: «La prima opposizione sarebbe quella della discriminazione, fondata sull’età. Ma è falso, affinché vi sia discriminazione vi deve essere un trattamento diverso tra due o più gruppi/identità basato su alcune caratteristiche arbitrarie. In questo caso, le politiche differenziate per età non dividono la popolazione in due o più gruppi, poiché tutti, alla fine, diventiamo anziani. Quindi non c’è ingiustizia».

In buona sostanza e per concludere: dopo una vita di lavoro, di fatiche e di esperienze (vero tesoro a disposizione dei giovani) ci attende una vecchiaia di marginalizzazione e di esclusione dalla vita democratica e – di converso – da quella sociale se è vero che la prima supporta la seconda.

Una bella soddisfazione, non c’è che dire.

Vincoli di mandato e partiti digitali, due temi intrecciati

Articolo pubblicato sul sito prima pagina news a firma di i Mario Nanni

L’articolo 67 della Costituzione italiana dice: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Che cosa significa? Quest’articolo della Carta fondamentale della nostra Repubblica, nel solco di una dottrina
condivisa e praticata dagli Stati democratici moderni negli ultimi due secoli, riconosce l’idea che un eletto in Parlamento debba essere interprete dell’interesse comune e non degli interessi di un gruppo particolare.

E che deve poter decidere liberamente senza sottostare a vincoli, sia da parte degli elettori sia dei partiti o dei gruppi parlamentari. Ebbene, questo articolo 67, cioè il divieto di vincolo di mandato, è a rischio di cancellazione: il maggior partito presente oggi in Parlamento, il Movimento 5 stelle, ha nel suo programma l’obiettivo di modificarlo introducendo il vincolo, e intanto minaccia di multe salatissime i parlamentari che dovessero uscire dal gruppo o abbandonare il movimento.

Questo tema incrocia altri importanti temi di politica e di riforma costituzionale. Nel caso dei 5 Stelle incrocia il discorso sui partiti digitali, della piattaforma Rousseau, un’associazione privata che in pratica ha appaltato la gestione di un partito politico, ne è diventato il luogo di decisione, saltando a pie’ pari la volontà degli eletti. Su questo gruppo di questioni si è svolto oggi nella sede della Cassazione, a Roma, un importante convegno, organizzato dall’associazione ‘’Italia Stato di diritto’’, che raggruppa giuristi, avvocati, professori, e che con questa iniziativa ha fatto sentire oggi nella Capitale la sua voce e il suo contributo al dibattito politico e istituzionale sempre più caldo oggi in Italia, tantopiù dopo il taglio dei 345 parlamentari che ha dato un colpo mortale al principio di rappresentanza.

Di questo tema specifico si è occupato oggi il neonato Comitato per il NO, nel referendum confermativo che si farà, ed è presieduto dall’on. Giuseppe Gargani.

Qui l’articolo completo

La città nella Bibbia: da luogo di alienazione a dono di Dio

Pubblichiamo l’abstract dell’Articolo che appare sull’ultimo numero dell’autorevole rivista dei Gesuiti “la civiltà cattolica” a firma di Vincenzo Anselmo

Il contesto dell’articolo. La nascita dei primi insediamenti urbani nel mondo antico, soprattutto nell’ambito del Vicino Oriente, costituisce uno snodo epocale, che segna un decisivo avanzamento tecnologico, econo­mico e sociale. E, in un certo senso, possiamo dire che sin dalle origini la città si rivela come uno dei protagonisti anche del racconto biblico.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo espone alcuni esempi di come la città sia entrata nell’immaginario biblico e con quale valenza.

Già nei racconti delle origini appare subito una contrapposizione tra nomadi e agricoltori. Caino è lavoratore del suolo, mentre Abele è pastore di greggi. Le attività dei due fratelli presup­pongono l’una la stanzialità, necessaria per le coltivazioni affinché chi semina possa attendere il tempo della mietitura, e l’altra il no­madismo, alla ricerca di pascolo per le greggi.

Questo, come altri esempi dettagliati nell’articolo (la vicenda di Lamec, Babele, la tenda di Abramo e la città di Sodoma) mostrano in buona sostanza come il mon­do biblico manifesti una diffidenza verso la città e la vita che in essa si conduce.

Eppure, come viene spiegato nella seconda parte dell’articolo, nel mondo biblico è presente un modello di città che non è sol­tanto un’impresa umana, frutto di conquiste tecnologiche che rin­chiudono gli abitanti tra le mura di una falsa sicurezza, generando una società dispotica e omologante. La città può essere, infatti, un dono gratuito che viene direttamente da Dio, come la Gerusalemme nuova dell’Apocalisse, città-giardino che scende dal cielo. Non si tratta semplicemente di un nostalgico ritorno al paradiso perduto: il regno di Dio sorge in mezzo alla società degli uomini in una rinnovata comunione tra cielo e ter­ra, dove non ci sono più morte, lutto, violenza, affanno e dove gli esseri umani possono vivere da «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19).

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • In che modo la città entra nell’immaginario biblico?
  • La forma di vita nella città è recepita e accolta con favore, oppure viene guardata con sospetto?

Povertà: Eurostat, per il 5,8% della popolazione europea il rischio è evidente

C’è una parte consistente della popolazione europea che è a rischio povertà perché il proprio reddito disponibile è inferiore alla soglia nazionale di indigenza: si tratta del 16,9% della popolazione, ed è una percentuale che continua a restare alta nel tempo e addirittura con regressi se si confronta con il 16,6% del 2008.

Eurostat pubblica un’analisi statistica delle motivazioni per cui il 21,7% dei cittadini europei vive a rischio povertà o esclusione sociale. Oltre al fattore reddito, c’è chi vive in “grave deprivazione materiale”, condizione in cui si trova il 5,8% della popolazione: risorse limitate al punto da non riuscire a pagare le bollette, scaldare casa o fare le vacanze.

Questa percentuale anche se sta diminuendo lentamente a livello europeo trova varie differenze tra i Paesi membri: schizza al 20,9% in Bulgaria ma è del 1,3% in Lussemburgo e del 1,6% in Svezia.

Rispetto al 2008, la percentuale di persone gravemente deprivate materialmente è aumentata in sette Stati membri ed è diminuita in diciassette. In terzo luogo, c’è il 9% della popolazione che vive in famiglie in cui gli adulti hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale lavorativo totale nell’ultimo anno.

È una percentuale che oscilla ed è ora inferiore al livello del 2008 (9,2%). I lavoratori sotto-occupati più numerosi sono in Irlanda (16,2%), Grecia (14,6%), Belgio (12,1%), Italia (11,3%).

I giovani in preghiera per una nuova economia

Tanti giovani, rappresentanti delle fedi religiose, si ritroveranno ad Assisi, dal 25 al 27 ottobre, per vivere insieme momenti di preghiera, di confronto e partecipare a un pellegrinaggio musicale con oltre 100 artisti provenienti da tutto il mondo.

Il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, mons. Domenico Sorrentino spiega che questo e il modo per “prepararsi all’appuntamento del marzo prossimo ‘The Economy of Francesco’ voluto dal Pontefice che ha invitato qui in Assisi giovani economisti, ricercatori e imprenditori per parlare di economia sostenibile e solidale. Mettendoci in cammino per l’appuntamento del 2020, questo anniversario dello Spirito di Assisi vedrà giovani rappresentanti delle diverse religioni confrontarsi sulla necessità di realizzare una nuova cultura economica”.

Il programma prevede che venerdì 25 ottobre a partire dalle 10,15 nel salone papale del Sacro convento, i diversi relatori si confrontino sul tema: “Quale economia a partire dalle fedi”. Dopo l’introduzione di Annarita Caponera, ci sarà la tavola rotonda tra la musulmana Yasmin Doghri, Alessandro Busti (Baha’ì), Alessio Lanfaloni per i cattolici e Graziano Di Nepi dell’Unione Giovani ebrei d’Italia (Ugei).

La preghiera interreligiosa si svolgerà domenica 27 ottobre a partire dalle ore 16 nel refettorietto del Convento della Porziuncola e vi prenderanno parte mons. Domenico Sorrentino, rav Joseph Levi, presidente della scuola fiorentina per il dialogo interrelioso di Firenze, Maurizio Ciarfuglia per la fede Baha’ì, Stella Yousif Milad della Chiesa Copta-Ortodossa e Pawel Gajewski, pastore valdese, rev. Simon Cocksedge della Chiesa Anglicana.

Banda ultra larga: la montagna friulana recupera il gap

Ampezzo è il primo comune nelle aree bianche della regione Friuli Venezia Giulia in cui si avvia la commercializzazione dei servizi in fibra ottica sulla rete che porterà nelle case e nelle imprese la banda larga a una velocità di 1 Gigabit al secondo ed è il primo progetto a essere interamente finanziato con fondi del programma di Sviluppo rurale (Psr) 2014-20.

Sono stati investiti circa 230mila euro per collegare 784 unità immobiliari alla fibra ottica attraverso una rete di circa 21 chilometri, di cui il 90 per cento realizzata sfruttando infrastrutture esistenti, soprattutto di proprietà di Insiel e che resteranno pubbliche. Nei prossimi giorni la commercializzazione dei servizi sarà disponibile anche nei comuni di Preone, Raveo e Socchieve, collegati alla stessa centrale di Ampezzo, e poi progressivamente in altri comuni del territorio.
“La Banda larga è la connessione che può colmare le distanze fisiche e dare alla montagna le stesse opportunità delle grandi città o del resto del territorio regionale” Così il presidente della Regione Massimiliano Fedriga in una nota dell’ufficio stampa della giunta a commento dell’inaugurazione odierna proprio ad Ampezzo di questa nuova fase del piano BUL per il Friuli Venezia Giulia. Per noi – ha evidenziato Fedriga – la montagna è un’opportunità e non una riserva. È strategica al punto che, poco meno di un anno fa, abbiamo convocato i primi Stati Generali ed oggi la banda larga è realtà”.
L’infrastruttura interamente in fibra ottica è realizzata da Open Fiber (nell’ambito del piano Bul di Infratel), che è risultata vincitrice di tutti e tre i bandi pubblici per la realizzazione e la gestione della rete in oltre 7000 comuni italiani in modalità Ftth (Fiber To The Home, fibra fino a casa). La società manterrà la concessione della rete per 20 anni e ne curerà la manutenzione.

Il piano di cablaggio in Friuli Venezia Giulia coinvolge 316mila unità immobiliari di oltre 200 comuni. L’investimento complessivo è di quasi 130 milioni di euro. Sono già 80 i cantieri aperti e saliranno a 100 entro fine anno. I lavori sono terminati in circa 20 comuni, ma si conta di raggiungere 40 comuni entro il 2019.

Gli inibitori di pompa protonica possono essere pericolosi

Sono tra i farmaci più prescritti in assoluto. Ma gli inibitori di pompa protonica (PPI) dovrebbero essere prescritti al dosaggio inferiore e per il minor lasso di tempo possibile, in relazione alla condizione trattata . E non certo all’infinito e senza alcuna rivalutazione, come purtroppo spesso avviene.

Il motivo non è solo quello dello spreco di risorse, ma del pericolo degli effetti indesiderati anche gravi che una somministrazione sconsiderata di questa categoria di farmaci può causare.

Un messaggio questo che dovrebbe arrivare anche a tutti i medici e i pazienti italiani, visto che nel nostro Paese pantoprazolo, lansoprazolo e omeprazolo figurano nella top ten dei farmaci più prescritti. Con buona pace dell’appropriatezza e della evidence based medicine.

A fare il punto sugli effetti collaterali da PPI, ancora poco conosciuti, provvede adesso una review pubblicata su CMAJ (Canadian Medical Association Journal).

40 anni fa il premio Nobel per la pace a Madre Teresa di Calcutta

Il 17 ottobre 1979, esattamente 40 anni fa, venne conferito a Madre Teresa di Calcutta il Premio Nobel per la pace.
Nata a Skopje Vilavet del Kosovo nel 1910 a 18 anni prese i voti e si trasferì in India dove trascorse la maggior parte della sua lunga vita, specialmente a Calcutta, dove nel 1950 fondò la Congregazione delle Suore Missionarie della carità e dove morì nel 1997.

La sua esistenza fu interamente dedicata alla cura dei poveri, degli indigenti, dei malati, dei diseredati, delle persone afflitte da ogni sofferenza umana e spirituale. La fama delle opere di bene realizzate con tenacia ed energia fisica straordinarie si espanse in tutto il mondo fino a renderla simbolo della promozione del bene comune, della difesa e valorizzazione della vita, finalizzando ogni istante della sua esistenza alla ricerca delle persone di cui prendersi cura, senza attendere che fossero gli altri a cercare di lei.

Per la sua dedizione al prossimo, una intera vita di abnegazione totale, continua, senza remore o condizionamenti culturali, ideologici, religiosi, di censo, di etnia, di origine sociale, è stata proclamata beata da Papa Giovanni Paolo (che aveva una predilezione speciale per questa suorina eletta a simbolo universale dell’amore senza ‘se’ e senza ‘ma’) il 19 ottobre 2003 e santa da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

Madre Teresa di Calcutta ci ha lasciato il migliore insegnamento che una persona possa donare al genere umano: il buon esempio. Ancor di più: la totale dedizione al prossimo con una determinazione direttamente proporzionale all’intensità e alla gravità della sofferenza da lenire.
Da Lei abbiamo avuto in dono pensieri e riflessioni che – uniti in una sorta di allegoria della gratuità del bene senza condizione – costituiscono una sorta di “filosofia” della vita e per la vita.

Spese tutta se stessa per gli altri ed ebbe la gioia di poterlo fare per l’intera sua lunga esistenza.
Perché: “La felicità è un percorso, non una destinazione”….” C’è molta sofferenza nel mondo: fisica, materiale, mentale. La sofferenza di alcuni è da imputare all’avidità di altri. La sofferenza materiale e fisica è quella dovuta alla fame, alla mancanza di una casa, alle malattie. Ma la sofferenza più grande è causata dall’essere soli, dal non sentirsi amati, dal non avere nessuno. Con il tempo ho capito che l’essere emarginati è la malattia peggiore di cui un essere umano possa soffrire.

Quando ho fame, mandami qualcuno da sfamare. E quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di bere. Quando ho freddo, mandami qualcuno da scaldare. E quando sono triste, mandami qualcuno a cui dare conforto”. Non senza la consapevolezza che l’occasione di fare del bene è vicina, non lontana: “Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia”.

Perché Madre Teresa si prodigò per la redenzione morale e materiale dei poveri diventando un esempio mondiale di amore e dedizione che le valse il premio Nobel per la pace e la santità?
Perché riuscì a domare la ribellione della sua anima di fronte a tanta sofferenza e a trasformarla in una straordinaria energia interiore che, a dispetto della fragilità della sua condizione fisica e del suo aspetto minuto e macilento, rivelò la forza incredibile della sua determinazione che si rinnova ogni giorno come monito e richiamo alle nostre indolenze, ai nostri effimeri turbamenti mondani, alle nostre debolezze.

La forza dell’amore la spinse a mettersi in gioco, a dare un senso preciso a quella parte della sua esistenza che non poteva non essere condizionata dalla folgorazione di un incontro, dalla possibilità di un gesto, di una scelta coraggiosa, di una decisione che dipendeva solo dallo slancio dei sentimenti, dalla consapevolezza morale e dalla volontà di fare.

Ma quella svolta fu resa possibile nella sua mente e nella sua anima fino a renderla eroica protagonista della generosità, e si ripete ogni volta ancora oggi nell’umanità intera in ogni gesto di amore e di bontà, proprio grazie alla straordinaria potenzialità emotiva e spirituale che ci rivela con rinnovato stupore quanto sia grande e ancora inesplorata la via che porta alla verità e al bene.

Kurdi di Siria. I patti violati, l’America “ Gigante dai piedi di argilla”.

L’improvvisa decisione del presidente Trump di ritirare le truppe statunitensi dal Nord Est della Siria, ha sconvolto tutti i pronostici di pace della tormentata regione medio orientale.
Dopo aver cercato di giustificarsi definendo “stupida” una delle guerre più sanguinose di questi ultimi anni, il capo della nazione più potente del mondo si è limitato a cinguettare contro il suo omologo turco accusandolo di gravissimi crimini politici e lanciando patetiche minacce di vendette economiche che, come prevedibile, hanno lasciato lo spietato leader di Ankara nella più totale indifferenza.
Erdogan oggi è incredibilmente forte e ne è del tutto consapevole.

Sul piano militare comanda il secondo esercito più potente della NATO dopo quello degli Stati Uniti e può manovrarlo come meglio crede, molto più liberamente di quanto non sia concesso a Trump , condizionato da un Parlamento scrupolosamente attento a non ripetere gli errori del passato e, per quanto riguarda il M.O. in particolare, il sostanziale fallimento della guerra contro l’Iraq.
Ha tutte le ragioni per non temere alcuna reazione da parte della Russia e sa di poter contare sul tacito accordo di Putin che, almeno per il momento, ha tutto l’interesse a lasciare che altri facciano le loro mosse e vengano allo scoperto, per poi dare scacco matto non appena lo avrà giudicato opportuno e tornare a ricoprire quel ruolo di primo piano in Medio Oriente che dalla guerra dell’Irak in poi, Mosca era andata lentamente perdendo.
Ai confini col territorio iracheno, il Kurdistan un tempo in continua guerra contro Bagdad, ora è governato da Masoud Barzani e gli investimenti turchi ottenuti con l’ accordo dell’ex acerrimo nemico Jalal Talabani, assicurano non soltanto il benessere della regione, ma anche e soprattutto una alleanza che soltanto fino a pochi decenni fa era considerata impensabile.

Alla nuova intesa tra kurdi iracheni e Erdogan, contribuisce anche il fattore politico. Il governatore del Kurdistan combatte da sempre sia il Pkk, Partito dei Lavoratori dei Kurdi turchi, sia il Pyk, l’omologo partito dei kurdi siriani, entrambi di ispirazione marxista e invisi sia ad Ankara che a Damasco.
Le divisioni tra la popolazione kurda e gli interessi particolari dei clan spesso in contrasto fra di loro, hanno sempre costituito alcuni tra gli ostacoli più gravi che hanno impedito il raggiungimento di un fine pur conseguito da tutti, la creazione di nazione, eventualità che Erdogan teme in sommo grado e che lo induce a ricorrere ad ogni mezzo possibile per evitarla.

In Iraq, almeno per il momento, sembra tornata una tranquillità che permette ad Ankara di dedicarsi con maggiore impegno alla repressione dei kurdi di Siria.
Oltre a questi fattori di natura politica, in Medio Oriente ancora più instabili che nel resto del mondo, Erdogan può sempre contare sull’ impareggiabile vantaggio delle acque. Il Tigri e l’Eufrate nascono in Turchia, assicurano la sopravvivenza delle popolazioni della Siria e dell’Iraq che attraversano, ma che al tempo stesso, impongono una perenne dipendenza di quei paesi da Ankara, inducendoli ad una politica di cautela nei confronti della capitale turca.

Erdogan, a sua volta, ha sempre conseguito il solo e principale obbiettivo di annientare le forze kurde che, a suo parere, minacciano l’integrità territoriale della Turchia perché mirano alla creazione di una nazione indipendente al Nord della Siria e proprio a ridosso del confine turco.
Per il presidente turco, le ambizioni territoriali dei kurdi sono e resteranno sempre inaccettabili perché potenzialmente nocive ad Ankara. In questi ultimi anni, l’alleanza degli Stati Uniti con i combattenti kurdi nella guerra contro l’ISIS in Siria, complicava la situazione e, sostanzialmente, contrastava con l’etichetta di “terroristi” applicata da Erdogan all’ YPG , Unità di Protezione Popolare, attiva in Siria e di matrice marxista, . Agli occhi del presidente turco le vittorie conseguite dall’YPG contro quelli che il governo americano considerava i più pericolosi terroristi internazionali, diventavano sempre più intollerabili di mano in mano che legittimavano la lotta dei kurdi e nell’estate del 2016 decise di prendere in mano la situazione. Mentre i kurdi siriani stavano vincendo al Sud, i carri armati turchi entravano nel Nord della Siria, lungo le rive occidentali dell’Eufrate e occupavano i territori siriani rimasti ancora sotto il controllo dell’ ISIS poco prima che le forze curde li precedessero.

Erdogan, che da tempo aveva pianificato di eliminare le forze kurdo- siriane stanziate al confine col Nord della Siria, non perse tempo e, agli inizi del 2018, comandò l’ offensiva contro i kurdi. Dopo la vittoria di Afrin, nel giro di due mesi il Nord della Siria, cadeva sotto il controllo turco.
Col tentativo di raggiungere un accordo di pace, in agosto Stati Uniti e Turchia firmarono un’intesa che prevedeva la creazione di una “zona cuscinetto” ai confini tra il Sud della Turchia e il Nord della Siria e il ritiro dei kurdi dalla linea di confine, scoprendo così il fianco a qualsiasi manovra militare comandata da Ankara. Da parte sua, il governo statunitense garantiva la presenza armata del suo esercito, per assicurare la protezione e la sicurezza dei kurdi.

Praticamente, Trump assumeva l’impegno di sostituire le forze curde con quelle americane, rimaste quindi sole a impedire ogni tipo di invasione da parte turca.
Erdogan non chiedeva di meglio. Il 9 di ottobre scatenò la sua “Primavera di Pace” e invase il Nord della Siria. Dopo due mesi dal giorno della firma solenne dei due capi di Stato,l’ accordo era diventato carta straccia e Trump fu costretto a cedere al ricatto .
Le forze armate americane vennero ritirate e ancora si ignorano le decisioni dei governo francese e inglese sulla destinazione delle loro forze presenti nella zona.
Oggi da molte parti si sostiene che era prevedibile che la Turchia non avrebbe mai rinunciato ai suoi propositi di sterminio dei suoi nemici kurdi e, se mai Trump avesse osato pretendere il rispetto degli accordi di agosto, si sarebbe trovato nella inaccettabile situazione di combattere contro un membro della NATO, col rischio di provocare una Terza Guerra Mondiale.

Ma i kurdi, dopo aver combattuto e vinto il nemico più temuto e odiato dall’Occidente, l’Isis, subivano l’ennesimo tradimento dello loro tormentata storia e proprio da parte del capo dello Stato più potente del mondo che aveva garantito la loro salvezza.
Forse Trump avrebbe potuto pensarci prima, forse avrebbe dovuto prendere maggiori cautele. Soprattutto avrebbe dovuto considerare l’idea che esistesse qualcuno più forte, più astuto e perfino più cinico e più spietato di lui.
Non l’ha fatto ed ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza a governare il più forte- ma fino a quando?- Stato del mondo. Per la prima volta nella sua pur breve storia, questa temibile potenza, ha conosciuto l’umiliazione.

Intanto, nella parte opposta dell’Oceano, l’Europa si limita ad osservare. Qualche capo di Stato ha minacciato embarghi e il blocco della vendita di armi ad Erdogan, poi ha fatto un po’ di conti ed ha rimandato ogni decisione ad un indefinito futuro.
Lo sdegno e la condanna sono affidati ai media che ben poco possono fare, oltre ad infiammare per qualche giorno la popolazione e partecipare al lutto per lo sterminio di un popolo con la morte sul campo di qualche eroico giornalista.

Tutti noi stiamo assistendo alla progressiva impotenza dell’ Europa che si sta riducendo ad un mero potentato economico e, ormai rassegnata a diventare una onirica Utopia, sempre cinguettando, tace.

Mattarella incontra Trump alla Casa Bianca

Desidero ringraziare molto il Presidente Trump per l’invito e per l’accoglienza riservata a me e alla delegazione che mi accompagna.

I rapporti tra Stati Uniti e Italia sono caratterizzati da un’amicizia profonda e da comunanza di interessi, rafforzati l’uno e l’altro dalla presenza negli Stati Uniti di tanti americani di origine italiana.

Anche per questo sono lieto di poter svolgere la visita in questo mese di ottobre, dedicato anche quest’anno al patrimonio italo-americano.

Vorrei riprendere il riferimento che ha fatto il Presidente Trump a Cristoforo Colombo, che ha aperto orizzonti, ha fatto conoscere e posto in collegamento continenti che si ignoravano. E, a giudicare dal ruolo dell’America nel mondo, sembra che abbia fatto un buon lavoro allora.

L’Italia vede negli Stati Uniti non soltanto un alleato fondamentale, ma anche un Paese con il quale condivide lo stesso cammino democratico, insieme al quale si riconosce negli stessi valori di libertà, di tutela dei diritti umani, di rispetto delle minoranze, di Stato di diritto.

La visione internazionale dell’Italia si basa sul pilastro dell’Alleanza atlantica cui si è affiancato nel tempo con coerenza quello dell’integrazione europea, dell’unione europea. Sono le due componenti insostituibili della nostra politica estera e del nostro percorso di collaborazione.

Siamo uniti – Stati Uniti, Italia, Europa – per la storia, per i valori di riferimento, per la cultura che ci accomuna, per i rapporti umani così intensi tra i nostri concittadini.

Come il Presidente Trump ha ricordato, abbiamo parlato della Nato che rappresenta anzitutto una comunità di valori in cui l’Italia si riconosce e a cui partecipa convintamente e fattivamente. L’Italia contribuisce da sempre, in maniera intensa, con efficacia, alle missioni e alle operazioni Nato, coadiuvando in maniera sostanziale le attività dell’Alleanza.

L’Italia resta – vorrei rammentarlo – oltre che il quinto contributore della Nato, il secondo contributore di militari nelle missioni della Nato. Dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il Paese che di più fornisce suoi militari per le missioni Nato, che si aggiungono alle altre che l’Italia svolge sotto l’egida delle Nazioni Unite o nella coalizione contro il terrorismo che si sono articolate e sviluppate in questi ultimi anni.

Vorrei rammentare che in questi giorni sei F35 dell’aeronautica italiana stanno vigilando, pattugliando i cieli dell’Islanda in ambito Nato per assicurare sicurezza e pace.

L’Italia ha costantemente ribadito che lo spirito transatlantico va coltivato, preservato, mantenuto con forza in ogni ambito, in ogni dimensione del rapporto che vi è.

Con questo spirito auspichiamo e auspico che l’avvio della nuova legislatura dell’Unione Europea, di questo nuovo quinquennio, possa costituire l’occasione di una rinnovata condizione collaborativa nei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea.

Puntiamo alla definizione di soluzioni negoziali in grado di rafforzare le nostre relazioni. Le tensioni commerciali non giovano ad alcuno. Riteniamo che una reciproca imposizione di dazi sia controproducente e dannosa per entrambe le nostre economie.

Vorrei aggiungere che condividiamo con gli Stati Uniti la convinzione dell’opportunità che l’Organizzazione Mondiale del Commercio venga riformata per renderla più efficiente e più efficace.

Abbiamo parlato – come il Presidente ha ricordato – della Siria. Noi siamo fortemente preoccupati per l’offensiva della Turchia nel Nord-Est della Siria. In pochi giorni questa offensiva ha già causato molte vittime e molte decine di migliaia di profughi, di sfollati, e di molte vittime anche tra i civili.

È un’offensiva che comporta anche un alto rischio di offrire nuovi spazi – impensati fino a pochi giorni addietro – all’Isis e alle sue criminali azioni terroristiche in Siria, in Medio oriente, ma non soltanto in Medio oriente. Anche altrove, in altri continenti.

L’Italia, in linea con la posizione dell’Unione europea, ha condannato e condanna l’operazione in corso da parte della Turchia.

Abbiamo anche parlato della Libia, come tutti gli argomenti affrontati, con spirito di grande amicizia e di grande concretezza.

L’attuale situazione sul terreno in Libia per noi è motivo di grande preoccupazione. Siamo convinti che il protrarsi della violenza e degli attacchi militari metta a rischio la stabilità dell’intera regione nordafricana, aumenti la minaccia terroristica, contribuisca a creare un ambiente favorevole ad ogni tipo di traffici illeciti e metta a rischio la produzione energetica di quel Paese. E soprattutto neghi ai libici la possibilità di una pacificazione cui, dopo tanti anni, hanno pienamente diritto.

Abbiamo parlato dei rapporti con la Cina. Nel mantenere un dialogo aperto con la Cina intendiamo difendere attivamente l’ordine internazionale basato su regole certe, con l’ONU al suo centro e un sistema commerciale libero e aperto, basato sui principi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

A questo riguardo abbiamo affrontato due argomenti, innanzitutto la sicurezza riguardo a nuove tecnologie, al 5G. L’Italia è molto attenta all’esigenza di sicurezza nazionale. Lo è e lo sarà.

Abbiamo sottolineato come sia necessario che vi siano condizioni di effettiva parità nel commercio e negli investimenti, che vi sia ovunque, per un buono e sano rapporto commerciale, un accesso al mercato non discriminatorio, e che vi sia la salvaguardia della proprietà intellettuale per gli operatori economici; che non vi sia sottrazione indebita di tecnologie.

Di tutti questi argomenti e di altri ancora abbiamo parlato con spirito di amicizia e con grande collaborazione. E l’occasione è stata ancora una volta propizia per riaffermare la grande amicizia che vi è tra Stati Uniti e Italia, e il rapporto forte che vi è tra i nostri Paesi nell’ambito transatlantico.

Per questa ragione ringrazio molto il Presidente Trump per l’incontro, per i colloqui e per la sua accoglienza.

In attesa di vederlo questo pomeriggio nell’incontro che sarà di grande significato. Grazie Presidente.

Domanda: Avete parlato di una tassa digitale (Amazon e Google)?

Presidente: Non ne abbiamo discusso e peraltro vi sono delle sedi internazionali in cui confrontarsi e trovare soluzioni a questo problema rilevante.

Domanda: Per quanto riguarda la Siria, nei giorni scorsi lei aveva ammonito l’Europa sui rischi di una risposta troppo timida. Negli ultimi giorni ci sono stati alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, che hanno proposto un bando sulle esportazioni di armi alla Turchia. Secondo lei questa può essere una strada adeguata per rispondere a quanto sta accadendo anche considerando che la Turchia è e resta un membro dell’alleanza Nato?

Presidente: Sì, la Turchia è un membro della Nato e la cosa naturalmente ha molta importanza. Vorrei ricordare che in questo momento in Turchia vi è un apporto italiano perché vi è una importante batteria antimissilistica che, in ambito Nato, l’Italia da diverso tempo mantiene in Turchia proprio perché ci si rende conto dei problemi che ha.

Dicevano i latini:’Amicus Plato, sed magis amica veritas’. Più importante del mio amico è la verità. I rapporti di amicizia e di alleanza non tolgono che si possa dire che quello dell’ingresso militare in Siria da parte della Turchia sia un grave errore. Per cui lo abbiamo condannato senza esitazioni per le ragioni che prima ho ricordato.

La soluzione non sta nelle sanzioni – che se continua sono inevitabili, e che anche per quello che è avvenuto sono inevitabili – che l’Unione Europea ha annunziato; la soluzione è nello stop alle operazioni militari e nel ritiro, per cancellare i pericoli che prima ho indicato.

Domanda: cosa si pensa in Europa della decisione del Presidente Trump di ritirarsi così repentinamente dalla Siria?

Presidente: Sulla Siria ho già risposto e non sono qui per dare giudizi su quello che fanno altri Paesi ma per dire qual è la posizione del mio Paese. Ed è quella che ho esposto sulla Siria, sulla condanna senza alcun equivoco e ambiguità sul quanto la Turchia ha deciso di fare nei giorni scorsi.

Domanda: Sembra che ci sia un’apertura da parte di Trump per quanto riguarda i dazi, quindi un punto d’incontro che aveva già richiesto lei. Sarà possibile a questo punto evitare i dazi, e che quindi scattino tra due giorni?

Presidente: Per quanto riguarda la questione dei dazi conseguenti all’accertamento da parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sui contributi dell’Unione europea ho già detto qual è la nostra convinzione, e la ripeto: credo che nel rapporto transatlantico, nell’amicizia che contrassegna in maniera storicamente ineludibile Stati Uniti e Unione europea, la strada preferibile sia quella di incontrarsi per confrontare le posizioni, ricercare e trovare – cosa ampiamente possibile – una soluzione che tenga conto delle esigenze di entrambe le parti.

L’altra strada è quella di imporre dazi. Oggi, in conseguenza di quanto l’organismo del commercio internazionale ha deciso per quanto riguarda Airbus, tra sei mesi per quello che deciderà – come ormai è sicuro – per quanto riguarda i contributi dati alla Boeing. Significherà una rincorsa di dazi vicendevoli e di reazioni vicendevoli.

Credo che la strada migliore si invece quella di incontrarsi e affrontare la questione, ponendo sul tavolo le rispettive esigenze, e trovare una soluzione. Questo, comunque, se non ora, tra qualche tempo sarà indispensabile.

A mio avviso è conveniente farlo subito, evitando di porre dazi e di creare questa spirale di contrapposizioni che danneggerebbe entrambe le economie.

Moody’s: Prepariamoci ad una recessione globale

C’è una possibilità “fortemente alta” che una recessione possa colpire l’economia globale nei prossimi 12-18 mesi.

“Penso che i rischi siano terribilmente elevati che se qualcosa non si modifica, il rischio diventi reale”, ha dichiarato Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics. “Dirò anche questo: anche se non avremo una recessione nei prossimi 12-18 mesi, penso che sia abbastanza chiaro che avremo un’economia molto più debole”.

Evitare un rallentamento dell’attività economica richiede che entrino in gioco molti fattori. Tra cui servirebbe un ravvedimento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump  nel non intensificare la guerra tariffaria con la Cina, una risoluzione sulla Brexit e che le banche centrali continuano con il loro stimolo monetario.

Eswar Prasad, professore alla Cornell University, ha affermato che la spesa dei consumatori ha contribuito, al momento, nel sostenere la crescita in diverse economie, cosa che non è sostenibile sul lungo periodo.

“I consumatori e le famiglie non possono essere il motore della crescita. Quindi, in realtà, la chiave è elaborare una serie di politiche che stimoleranno un rilancio della fiducia delle imprese e dei consumatori e finiranno per incentivare gli investimenti ”,

Martedì, il Fondo monetario internazionale aveva effettuato una revisione al ribasso della crescita globale .

Nel suo rapporto sulle prospettive economiche mondiali , FMI prevede che l’economia globale crescerà del 3% quest’anno e del 3,4% nel 2020. Dato inferiore al 3,2% e al 3,5% – rispettivamente per il 2019 e il 2020 – previsto a luglio.

 

A Civita Castellana il convegno nazionale “Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti”

Cresce l’interesse del mondo culturale per il nuovo convegno nazionale, organizzato dall’associazione culturale Giorgio La Pira, che si terrà sabato 19 ottobre, alle 16.30 presso la Sala Conferenze della Curia vescovile di Civita Castellana .
Al centro del dibattito, un interessante focus sul tema “Comunità e partecipazione in Adriano Olivetti”.
Nel corso dell’incontro si susseguiranno autorevoli relatori che analizzeranno la figura rivoluzionaria dell’imprenditore, considerato uno dei più grandi al mondo per la sua visione che travalica l’idea pura e semplice di azienda per inserirla in un progetto estremamente organico.

Il costante tentativo olivettiano è stato, infatti, quello di restituire il giusto senso ad ogni aspetto della quotidianità: al lavoro, alle persone, alle competenze, alla rappresentanza politica.
Una ricerca che passa, necessariamente, dalla realizzazione di un modello di impresa improntato non solo alla produttività ma anche, e soprattutto, plasmato da principi etico-sociali, come risultato di sinergie intellettuali e culturali e perno principale di una società spiritualmente più elevata, attenta ai bisogni dell’uomo e alla sua realizzazione secondo le quattro forze spirituali: amore, giustizia, verità e bellezza.

Della complessità della figura di Adriano Olivetti si parlerà con Giovanni Bianco (Università di Sassari), Carlo Bersani (Università Niccolò Cusano), Francesco Maria Biscione (storico), Aurelio Rizzacasa (Università di Perugia) Matteo Cosulich (Università di Trento) e Nicola Tranfaglia (Università di Torino).
Aprirà i lavori l’indirizzo di saluto di Emilio Corteselli, Presidente dell’associazione culturale nazionale “Giorgio La Pira”.

Il convegno vanta il patrocinio della Fondazione “Giorgio La Pira”, della Fondazione Adriano Olivetti , dell’Accademia di studi storici “Aldo Moro”, dell’Archivio storico Flamigni, del Comune di Civita Castellana e dell’Istituto Midossi.
Info: FB Associazione culturale nazionale Giorgio La Pira

Sicurezza stradale, Agrigento provincia virtuosa

Nei primi otto mesi di quest’anno, l’Osservatorio Asaps ha registrato lungo le strade della Penisola 102 incidenti gravissimi: 23 sono avvenuti lungo le autostrade, 69 su statali e provinciali e 10 nei centri abitati. Negli incidenti plurimortali, le vittime sono state 223 di cui purtroppo anche 5 bambini. Ottantotto i sinistri con 2 vittime, 10 quelli con 3 vittime, 2 con 4 vittime e 2 con più di 4 vittime. Tre gli incidenti plurimortali causati da pirati della strada. In altrettanti casi un conducente (quando è stato possibile accertarlo) è risultato positivo all’alcol (2) o alla droga (1).

In 85 episodi coinvolte autovetture, in 10 degli autocarri, in uno un pullman, in 6 delle moto, in 2 un velocipede e in 6 casi un pedone. Volgendo poi lo sguardo allo scorso anno vediamo come, secondo le statistiche provinciali elaborate da Aci e Istat, sulle strade italiane si siano verificati 172.553 incidenti con lesioni a persone, che hanno causato 3.334 decessi e 242.919 feriti. Rispettivamente 472 incidenti, 9 morti e 665 feriti, in media ogni giorno. Le statistiche Aci e Istat, indicano Genova in cima all’infausta classifica  con +37 vittime, a causa del crollo del Ponte Morandi. Seguono Bari, con 24 morti in più rispetto al 2017, Brescia (+22), Messina (+19), Chieti (+15) e Vercelli (+13).

Meglio invece per Modena e Foggia, dove si sono registrati 18 morti in meno. Seguono Cuneo e Trapani (-16), Asti, Caserta e Taranto (-15). Se nel nostro Paese, rispetto al 2010, il numero dei decessi per incidente stradale è diminuito in media solo del 19%, Agrigento risulta, per contro, tra le pochissime province italiane che hanno già raggiunto l’obiettivo Ue di ridurre del 50%, entro il 2020 i morti per incidente stradale. La città siciliana ha fatto registrare, ad oggi, un calo del 78%. Le altre province che hanno raggiunto il virtuoso target sono: Barletta-Andria-Trani (-66%), L’Aquila e Campobasso (-52%), Taranto (-51%) e Terni (-50%).

Guardando poi oltre il nostro confine nazionale vediamo che se da un lato la sicurezza stradale nell’Unione europea negli ultimi decenni è migliorata notevolmente, dall’altro il numero di morti e feriti è ancora troppo elevato. In materia di sicurezza stradale l’Ue collabora con le autorità dei diversi Paesi membri per sviluppare le iniziative nazionali, definire obiettivi e affrontare i vari fattori che influiscono sugli incidenti (infrastrutture, sicurezza dei veicoli, comportamento del conducente, nonché risposta di emergenza). La sicurezza delle infrastrutture è quindi tra le priorità, come del resto l’educazione stradale di ogni cittadino riguardo ai comportamenti a rischio e a tutela di se stessi e degli utenti più vulnerabili.

 

Regione Lazio al via il ‘Participation Act’

La Regione ha approvato in Giunta una delibera per la definizione di un ‘Participation Act’ per la promozione della partecipazione delle organizzazioni di tutela dei pazienti e dei loro famigliari nella programmazione e valutazione dei servizi sanitari regionali.

Viene istituita presso l’Assessorato regionale una vera e propria Cabina di regia che rappresenta la sede istituzionale per il confronto tra la Regione e le organizzazioni sulle politiche e le iniziative regionali messe in campo. Ed inoltre una volta l’anno si riunirà l’Assemblea delle organizzazioni di tutela dei pazienti che rappresenta lo strumento di confronto pubblico. Vogliamo migliorare e implementare il coinvolgimento dell’associazionismo e del volontariato con l’obiettivo di monitorare e migliorare le politiche regionali in materia sanitaria.

Sono stati individuati dei Gruppi di partecipazione attiva a cui aderiscono liberamente le organizzazioni in rappresentanza dei pazienti delle seguenti patologie: autoimmuni e reumatologiche, rare, diabete e metaboliche, cardiocircolatorie, respiratorie, oncologiche, neurologiche e neurodegenerative, renali croniche, psichiatriche, neuropsichiatriche infantili e dipendenze patologiche.

Le organizzazioni che intendano partecipare ai gruppi dovranno dichiarare di essere registrate in Italia o in Europa e operative nel territorio regionale, essere iscritte al Registro unico nazionale del terzo settore (RUNTS), che pazienti e loro caregiver rappresentino la maggioranza degli iscritti, che gli organi direttivi siano democraticamente eletti dagli iscritti e che rendano pubblici i finanziamenti ricevuti.

La presente intesa è stata condivisa con le associazioni dei malati cronici e rari del Lazio: FederDiabete Lazio, AISC AISM APNOICI PARENT PROJET e dal Coordinamento Regionale delle Associazioni dei malati cronici e Rari del Lazio (CRAMC Lazio) promosso da Cittadinanzattiva Lazio a cui aderiscono l’Associazione italiana pazienti BPCO Onlus, AIC Lazio (Associazione Italia Celiaci), Azione Parkinson, AIL Lazio (Associazione Italiana contro la leucemia-linfomi e i mielomi), Associazione malati di reni, ASBI (Associazione Italiana Spina Bifida), FAIS (Federazione Associazioni Incontinenti e Stomizzati), Bianco Airone pazienti Onlus, AISC Lazio (Associazione Italiana Scompensati Cardiaci), ASMARA (Sclerodermia e altre malattie rare “Elisabetta Giuffrè”), ALMAR Lazio (Associazione Lazio Malati reumatici), A.L.I.Ce. (Associazione per la lotta all’ictus Cerebrale) onlus – Regione Lazio, A.P.E. Onlus – Associazione Progetto Endometriosi Onlus, SIMBA, Libellula Libera.

“La Cabina di regia, che si riunirà con una frequenza trimestrale, avrà la funzione di ascolto e di interlocuzione definendo inoltre i criteri di priorità per esaminare le proposte avanzate dalle organizzazioni. La Cabina di regia attiverà inoltre la consultazione delle organizzazioni in relazione a iniziative regionali ritenute prioritarie e potrà attivare tavoli tematici e per patologie specifiche con la partecipazione dei rappresentanti dei professionisti” – così l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria, Alessio D’Amato.

“L’approvazione dell’Atto di indirizzo da parte della Regione Lazio rappresenta una svolta rilevante nella governance del sistema sanitario regionale. Infatti – spiega Elio Rosati, segretario regionale di CITTADINANZATTIVA Lazio – grazie a questa misura le organizzazioni civiche, le associazioni dei malati cronici e rari vedono riconosciuto un principio fondamentale: quello della pienezza nel partecipare all’elaborazione di politiche regionali inerenti il settore della cronicità. Si apre con questo Atto di indirizzo un percorso innovativo che vede insieme Regione, operatori e associazioni nella elaborazione, monitoraggio e valutazione dei percorsi di salute. Tale Atto rappresenta allo stesso tempo una sfida unica nel panorama italiano: il protagonismo delle organizzazioni civiche, delle associazioni di malati cronici e rari come modello di sviluppo per una sanità partecipata. Riteniamo fondamentale il ruolo delle associazioni, dei volontari e delle migliaia di cittadini che da oggi potranno avere in questo nuovo modello partecipativo una possibile risposta a bisogni di salute complessi”.

Conte e la Dc.

La visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad Avellino per commemorare e celebrare il centenario di un grande meridionalista democristiano come Fiorentino Sullo, ha avuto tre grandi meriti. Innanzitutto un riconoscimento pubblico ed autorevole – affatto non scontato – del ruolo storico e politico della Democrazia Cristiana. Un partito che ha avuto una responsabilità di governo per quasi cinquant’anni nella vita pubblica del nostro paese e che ha saputo, in quell’arco di tempo, conservare la democrazia, garantire lo sviluppo e accompagnare la crescita italiana. Un ruolo politico, culturale e sociale che, come tutti sanno, e’ stato pesantemente contestato e anche platealmente criminalizzato per molti anni da ampi settori della stampa italiana e da uno stuolo di intellettuali, commentatori e opinionisti che hanno individuato per molti lustri nella Dc la ragione e la causa di tutti i mali della politica italiana.

In secondo luogo, al di là dell’inevitabile colore e goliardia di molti commenti giornalistici, l’intervento di Conte – soprattutto di fronte ad alcuni leader storici della Democrazia Cristiana, a cominciare dal Presidente Ciriaco De Mita – ha fatto emergere, per l’ennesima volta e per chi non lo sapesse ancora, che la Dc era un grande partito anche perché era espressione di una precisa e determinata cultura politica. Del resto, il cattolicesimo democratico, il cattolicesimo sociale e il cattolicesimo popolare non possono essere scambiati come semplici pillole propagandistiche disancorate dalla realtà. La Dc aveva un progetto politico, aveva un progetto di governo, aveva una visione di futuro perché possedeva una cultura di riferimento. Rinnegarla sarebbe semplicemente una miopia politica e una falsità storica. E il riconoscimento ad un leader come Sullo – come quest’anno si è fatto per lo statista piemontese Carlo Donat-Cattin nel centenario della nascita – e’ la conferma che quella cultura ha prodotto un fatto storico. Continuare a nasconderla o a sottovalutarla sarebbe semplicemente un falso storico e politico. In terzo luogo la presenza di Conte ad Avellino ha evidenziato, per chi se ne fosse dimenticato, che la Democrazia Cristiana aveva una qualificata, preparata ed autorevole classe dirigente. A livello nazionale ma anche, e soprattutto, a livello locale. Una classe dirigente che ancora oggi, dopo essere stata contestata, ridicolizzata e dileggiata per molti anni dopo tangentopoli e la fine di quella grande esperienza politica, continua a suscitare attenzione ed interesse per la qualità che sprigionava e per la capacità, nella coerenza dei comportamenti, di indicare la rotta e la bussola da perseguire per il bene dell’intero paese.

Ecco, la visita e l’intervento di Conte ad Avellino hanno confermato questi tre aspetti. E di questo gli va dato atto. Dopodiché, e’ persin scontato sottolineare che non basta una celebrazione del passato per innescare un processo politico del futuro. Soprattutto in una fase politica dominata dal trasformismo e dalla prassi trasformistica. Dove le alleanze sono il frutto di convenienze giornaliere, dove le appartenenze politiche vengono sacrificate nell’arco di poche settimane per la conservazione del potere e dove, soprattutto, le culture politiche semplicemente non esistono più perché domina il pressapochismo, la superficialità e la leggerezza della classe dirigente.

Insomma, la presenza dei cattolici democratici e popolari continua ad essere indispensabile e necessaria per il nostro paese. Con altre culture e altre esperienze politiche, com’è ovvio. Ma la presenza politica, culturale e programmatica di questo filone ideale non può essere semplicisticamente riproposto attraverso il richiamo della nostalgia o con una piroetta trasformistica. E questo per rispetto della Dc, del suo ruolo politico, della sua cultura politica e della sua autorevole ed irripetibile classe dirigente. Come, appunto, ha detto il Premier ad Avellino.

La sfida ambientale in Africa

Articolo pubblicato nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La questione ecologica in Africa è impellente e sarebbe a dir poco fuorviante dissociarla dai temi della miseria sociale, della fame, della crisi economica e dell’instabilità politica. Al contrario, la sfida ambientale è vitale per la qualità della vita nel continente, soprattutto per contrastare l’impatto negativo di fenomeni come l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Non a caso il compianto teologo camerunese Jean Marc Ela, nel suo saggio Repenser la théologie africaine. Le Dieu qui libère, Karthala, affermava senza esitazione che «ciò che più è da temere nelle Chiese dell’Africa è che la salvezza di Dio sia annunciata per l’essere umano, come se il suo destino non fosse legato a quello della terra dove si radica la sua vita».

Recenti studi incentrati sulla genetica delle popolazioni umane, ritengono che l’Africa abbia già attraversato una grave crisi circa 70 mila anni fa quando l’Homo sapiens sapiens rischiò l’estinzione nel settore orientale del continente (il cosiddetto Corno d’Africa), a causa dell’estrema siccità che avrebbe ridotto a poco più di duemila unità i nostri antenati afro. Sta di fatto che il recente rapporto Cambiamento climatico e territorio, diffuso lo scorso 8 agosto a Ginevra dall’Ipcc, il Comitato scientifico dell’Onu sul clima, ha evidenziato come il riscaldamento globale — che causa siccità, inondazioni e incendi sempre più frequenti anche nelle zone mediterranee — sarà nei prossimi anni un fattore sempre più destabilizzante per l’Africa. Col risultato che il Global warming amplificherà drammaticamente eventi già oggi molto ricorrenti, quali piogge violente, siccità e desertificazione, sottraendo il terreno ai contadini, soprattutto nelle regioni più povere del continente. Di conseguenza aumenterà la mobilità umana all’interno dei Paesi interessati e oltre le loro frontiere. Ecco che allora i cosiddetti migranti economici — al centro del dibattito politico in Europa — saranno sempre più “migranti climatici”, accentuando la conflittualità sociale per l’uso delle terre ma anche nei Paesi di destinazione.

Assieme alla siccità — stando sempre al rapporto Ipcc — aumenteranno gli incendi. La scorsa estate più di diecimila incendi hanno ridotto in cenere vasti settori dell’immensa foresta pluviale che attraversa l’Angola, lo Zambia e il settore meridionale della Repubblica Democratica del Congo. Secondo gli esperti, la causa scatenante è legata in parte alle pratiche agricole e zootecniche ancestrali per cui contadini e pastori bruciano tradizionalmente la vegetazione per ripulire e fertilizzare savana e foreste. Se a queste tecniche si associano i disastri ambientali e soprattutto i lunghi periodi di siccità sempre più frequenti, lo scenario complessivo è oltremodo inquietante. Infatti, le terre arse nel continente africano rappresentano quasi il 70 per cento dell’intero scacchiere andato a fuoco nel mondo.

Un altro fenomeno che non andrebbe sottovalutato è la deforestazione della fascia tropicale per mano di aziende straniere: una progressiva soppressione delle aree boschive in modo da poterne sfruttare il legno per scopi industriali. È sempre più evidente che l’ecosistema forestale è strategico per la regolamentazione e la stabilizzazione del clima globale. Ad esempio, quello del grande fiume Congo svolge un ruolo chiave nella fornitura dei beni e dei servizi ambientali, nella regolazione e stabilizzazione del clima globale e nella promozione dello sviluppo socio-economico del suo vasto bacino idrografico. Un altro fattore della crisi ecologica africana riguarda la mancanza d’acqua e in particolare le varie forme di contaminazione di quella potabile. Questa fenomenologia sta acuendo già da diverso tempo le tensioni e le rivalità tra i governi locali per il controllo dell’oro blu, come nel caso del fiume Nilo. Allo stesso modo vi è il crescente problema della gestione dei rifiuti, in particolare quelli tossici (come la diossina), o semplicemente delle grandi quantità dei rifiuti non biodegradabili. Discariche e baraccopoli appaiono come una sorta di binomio, simbolo plastico delle contraddizioni di molte città africane dove non c’è slum senza che a fianco vi sia una montagna di rifiuti. Ad esempio, di fronte alla baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi (Kenya) svetta la collina del Mukuru, che raccoglie ogni giorno circa duemila tonnellate di rifiuti: una micidiale mescolanza di rifiuti industriali, urbani e persino ospedalieri che genera livelli di inquinamento elevatissimi, più volte comprovati da ricerche di organizzazioni internazionali come Unep, il Programma Onu per l’ambiente.

Di converso è bene segnalare l’impegno del governo ruandese che negli ultimi anni ha adottato misure per garantire uno sviluppo nazionale in armonia con la tutela dell’ambiente. Le autorità di Kigali hanno bandito su tutto il territorio nazionale l’uso e la produzione di sacchetti di plastica. Non solo: per ridurre le emissioni di carbonio e promuovere un’economia resistente ai cambiamenti climatici entro il 2050, il Rwanda ha istituito il Fondo verde, un fondo di investimento innovativo, il più grande del suo genere in Africa. Molto interessante, a livello ecclesiale, è l’impegno della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di un Paese definito un vero e proprio “scandalo geologico” in conseguenza dello stretto legame che esiste tra i conflitti che hanno insanguinato il Paese e le risorse naturali. Il coinvolgimento della Chiesa congolese è stato così elevato che ha istituito il Cern: il Comitato ad hoc episcopale per le Risorse Naturali, con osservatori disseminati nelle varie diocesi situate nelle aree minerarie.

È comunque sempre più evidente l’urgenza di promuovere un’ecologia integrale — in linea con l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ — intesa come paradigma concettuale e come percorso spirituale, non solo per l’Africa, ma per l’intero consesso delle nazioni. Ecco che allora s’impone l’esigenza di una stagione protesa all’affermazione di una consapevolezza globale. Un po’ tutti dovrebbero rammentare che durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti attaccarono il Giappone utilizzando l’uranio del Shinkolobwe nel Katanga congolese, mentre oggi le grandi potenze, nell’era della globalizzazione, fanno incetta del coltan (lega naturale di columbio e tantalio) nel settore orientale dell’ex Zaire. Per non parlare della Repubblica Centrafricana dove uranio, diamanti e legname pregiato rappresentano un ghiotto business per le multinazionali d’ogni genere. E cosa dire del petrolio sudanese, fattore altamente destabilizzante nelle vicende storico-politiche, commerciali e belliche dei due Sudan?

Occorre comunque rilevare che nelle religioni tradizionali africane, in cui il rispetto verso la Terra Madre anima i comportamenti e gli atteggiamenti verso la natura, le Chiese africane hanno la grande responsabilità di promuovere e ricondurre, anche attraverso l’inculturazione, il tema dell’integrità del Creato nel contesto dell’annuncio del Regno di Dio. D’altronde è lo stesso Papa Francesco che nella Laudato si’ spiega come «i sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale». In particolare, l’Eucaristia che «unisce cielo e terra» e «ci orienta ad essere custodi di tutto il Creato».

Il rancore e l’insicurezza come fattori di discontinuità

Aspettando la pubblicazione dell’annuale Rapporto CENSIS, vetrina sempre aggiornata dell’Italia odierna, in un agile volumetto fuori commercio (“Il cimento del continuismo nelle turbolenze della discontinuità”), scritto per “gli amici della cultura Censis” il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore, Direttore e ora Presidente dell’Istituto di ricerche sociali, ripercorre con rapidi fotogrammi il susseguirsi delle derive di discontinuità e delle fratture che hanno accompagnato il Paese nel secondo dopoguerra e le riassume in rapida sintesi: la stretta monetaria del 62, il fiammeggiante 68, il terrorismo degli anni 70, la vicenda di Tangentopoli, la crisi economica del 2008, il governo del cambiamento del 2018.

Ricercatore capace di analisi profondissime ed ermeneutiche nello scandaglio dei fenomeni macro economici e sociali sempre legati alla guida o al traino della politica, ma soprattutto ineguagliabile nel riassumerne i tratti connotativi e denotativi, attraverso sintesi vigorose e definizioni descrittive, persino iconografiche, per fermo-immagine, il Prof. De Rita finisce per riscoprirsi cucita addosso la nomea dell’inguaribile continuista, di colui che con determinazione e fede nell’uomo non perde di vista la necessità di saper guardare oltre, verso le soluzioni delle fasi critiche, cercando sempre di esprimere coerenza interpretativa e visione prospettica, affinchè si possa dire che c’è un domani ad ogni problema, un dopo che andrà gestito e guidato e che il primo dovere dell’analista sociale è quello di evitare le secche del presentismo asfittico e inconcludente.

La traccia descrittiva della sua ricerca è a un tempo ciò che De Rita definisce il “corpaccione sociale”, privilegiando la macro analisi ma non disdegnando i dettagli rivelatori di nuove tendenze e in esso il flusso degli eventi, l’abbozzo dei disegni riformatori e la loro sovente autoreferenziale caducità.

Questa attitudine innata nel personaggio finisce per indirizzare la linea di ricerca sociale del Censis, i temi, le tracce, le piste di indirizzo ma soprattutto per guidare il suo Istituto verso un obiettivo intrinsecamente ambizioso: quello di distinguersi nel superare gli altri approcci conoscitivi della realtà troppo spesso impantanati tra rimozione del passato, ingestibilità del presente e indecifrabilità del futuro.

Per chi ha letto e seguito le tracce di lettura della realtà dei Rapporti Censis dalla sua fondazione ai giorni nostri, diventa quasi impossibile prescindere dalle logiche argomentative, dal frasario, dalle invenzioni lessicali , dalle ambiziose visioni prospettiche che l’Istituto ha via via proposto come chiavi di lettura della realtà: tocca umilmente a me sottolinearlo e nel farlo ammettere di essere cresciuto culturalmente a “pane e De Rita”.

L’abito di “cocciuto continuista” che De Rita si cuce addosso ha quasi il senso di un riassunto, di una rivisitazione delle fasi critiche del Paese e della Repubblica, per dimostrare che nel “panta rei” della vita e delle cose tutto ha una spiegazione e un superamento.

Miglior dono il Presidente De Rita non poteva farci: possiamo ragionevolmente ammettere che la nostra società, sfilacciata, molecolare, frammentata, liquida direbbe Zygmunt Bauman, merita “un impegno congiunto di vigore e di fede”.

La lettura del presente è fotografica: ascensore sociale fermo, volatilità del lavoro,  insicurezza al limite della paura, egoismo dilagante, assenza di una idea di prossimità, invidia e rancore come motori delle azioni umane.

De Rita si concentra soprattutto sulle due derive da lui ritenute più pregnantemente negative di questa epoca: l’insicurezza individuale e sociale e il rancore verso le istituzioni, la politica, persino verso il nostro prossimo.

Potremmo dire che la nuova ignavia di questo inizio di secolo e di millennio consiste nel sentirsi paradossalmente più gratificati dalla sofferenza altrui che da un benessere personale che tarda ad arrivare o pare sfuggito per sempre.

Questi sentimenti negativi offrono una chiave di lettura indicativa di una condizione antropologica di precarietà e incertezza.

Eppure De Rita, scrutando oltra la siepe, cerca di vedere oltre.

Riponendo fiducia ad esempio nel ricostruire quel tessuto di enti, organismi, associazioni, rappresentanze intermedie che rimettano in collegamento le persone con le istituzioni, che superino le disuguaglianze sociali e restituiscano fiducia e dignità al ceto medio, che frenino l’esodo dei talenti e valorizzino il merito senza cordate di appartenenza.

La stessa discontinuità politica è forse il fattore di potenziale cambiamento più eclatante e radicale del primo ventennio del secolo, nella proliferazione di soggetti nuovi e potenzialmente discontinui rispetto al passato. Resta il fatto che proprio qui si avverte l’assenza di una progettualità, di un modello sociale che coniughi crescita e sostenibilità, diritti soggettivi e bisogni collettivi e tutto si traduca in una rapsodia di interventi potenzialmente innovativi ma slegati tra loro, fatti di bonus e provvedimenti a pioggia, mentre il governare si declina più istintivamente nel comandare.

Ma la tenacia di De Rita e il suo bagaglio di esperienza culturale e professionale trasudano tra le righe di questo volumetto, indicandoci la via di un continuismo tenace che sappia vincere le frammentazioni del presente e le discontinuità continuamente emergenti nel seno di una società magmatica, sfaldata e molecolare ma sostanzialmente ricomponibile se lo sguardo si volge, finalmente, al futuro.

Istat: economia sommersa e attività illegali

Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%.

L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è perciò lievemente ridotta portandosi al 12,1% dal 12,2% nel 2016, e confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 è interamente dovuta alla riduzione del peso della componente riferibile al sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale resta stabile (1,1%).

La composizione dell’economia non osservata, ovvero il peso percentuale che ciascuna componente ha sul totale dell’economia non osservata, registra modeste variazioni nell’arco dei quattro anni analizzati. La correzione della sotto-dichiarazione del valore aggiunto risulta essere la componente più rilevante in termini percentuali: nel 2017 pesa il 46,1% (+0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente).

L’insieme delle componenti dell’economia sommersa vale nel 2017 circa 192 miliardi di euro, il 12,3% del valore aggiunto prodotto dal sistema economico: la sotto-dichiarazione vale 97 miliardi, l’impiego di lavoro irregolare 79 miliardi e le componenti residuali 16 miliardi.

Il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del Commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale.

Nel 2017 sono 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità). L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) segna la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015).

L’Ue cerca soluzioni multimodali di micro mobilità nelle città

Si è tenuta a Lubiana una conferenza sulla nuova sfida della micro mobilità nelle città. L’uso di questi veicoli deve essere sicuro e sostenibile. Attualmente la sperimentazione consente che monopattini elettrici, hoverboard, segway e monowheel possano circolare in ambito urbano, previa delibera comunale, su aree pedonali, percorsi pedonali e ciclabili, piste ciclabili in sede propria e su corsia riservata, zone a 30 Km/h e strade con codesto limite di velocità. In Italia la sperimentazione deve essere chiesta dalle singole città entro un anno dall’entrata in vigore del regolamento del Mit e potrà durare da un minimo di dodici mesi ad massimo due anni.

Il decreto del giugno 2019, attua la norma della legge di Bilancio corrente anno e descrive nel dettaglio sia le caratteristiche dei mezzi che delle aree e strade oggetto della sperimentazione. Nello specifico delibera che i monowheel e gli hoverboard vengano ammessi solo nelle aree pedonali e a velocità inferiori a 6 km/h. Nelle zone pedonali potranno circolare anche i segway e i monopattini ma sempre entro i 6 km/h. Segway e monopattini saranno ammessi anche su percorsi pedonali e ciclabili, piste ciclabili in sede propria e strade con limite di velocità di 30 km/h, a velocità non superiore a 20 km/h. Tutti i mezzi devono essere dotati di regolatore di velocità configurabile in funzione delle limitazioni previste.

I Comuni italiani che istituiscono o affidano servizi di noleggio dei dispositivi in condivisione devono provvedere a definire aree per la sosta dei dispositivi, in particolare nei punti di scambio più elevato, per garantire una fruizione più funzionale dei dispositivi ed evitare l’intralcio di marciapiedi e aree pedonali con dispositivi abbandonati in posizioni non consentite e non sicure per i pedoni. Gli stessi Comuni prevedono poi, nell’istituzione o nell’affidamento del servizio di noleggio, l’obbligo di coperture assicurative per l’espletamento del servizio.

La micromobilità ha già preso piede in moltissime città europee svolgendo un ruolo di contrasto all’inquinamento atmosferico. “L’utilizzo di motorini elettrici, biciclette, monopattini e altri dispositivi rappresenta uno dei grandi temi nella ricerca di soluzioni multimodali di mobilità integrata – ha detto il commissario europeo per i Trasporti, Violeta Bulc -. Se affrontata in modo corretto, la micromobilità può svolgere un ruolo significativo nel rendere concreta la visione ‘zero’: zero inquinamento ed emissioni, zero morti e feriti gravi, zero ingorghi stradali a livello europeo, nazionale e locale. La nostra conferenza a Lubiana è dedicata a questo argomento. Riunisce diversi interlocutori per individuare le questioni più urgenti e proporre soluzioni da sottoporre alla nuova Commissione”.

18 ottobre è la Giornata Mondiale della Menopausa

La Società Internazionale della Menopausa (IMS), in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha designato il 18 Ottobre come la Giornata Mondiale della Menopausa , nata con lo scopo di far conoscere sempre meglio questo periodo fisiologico e naturale della vita di una donna, ed offrire così l’occasione per informare tutte le donne sui cambiamenti, ma anche le problematiche, che si verificano durante la menopausa.

La menopausa non è una malattia ma un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della sua fertilità. Tuttavia in questo periodo della vita alcune donne accusano dei disturbi per i quali esistono cure e rimedi utili a garantire loro comunque una buona qualità di vita.

In genere si verifica tra i 45 ed 55 anni di età, ma non sono rare menopause precoci e tardive. Già alcuni mesi prima della cessazione delle mestruazioni si osservano alterazioni del ciclo mestruale (mestruazioni ravvicinate e abbondanti oppure più distanziate tra di loro). Nello stesso periodo le ovaie cessano la loro attività e, di conseguenza, diminuisce nel sangue la quantità degli estrogeni, cioè di quegli ormoni prodotti fino allora dalle ovaie.

Conte, il democristiano

La commemorazione ad Avellino di Fiorentino Sullo, il ministro democristiano che fu bloccato dalla destra economica del Paese allorché propose agli inizi degli anni ‘60 una moderna riforma urbanistica, è stata l’occasione per un discorso di Conte sulla ripresa d’iniziativa politica dei cattolici democratici. Ne aveva parlato altre volte, con riferimenti anche alla sua formazione culturale, ma ieri è andato oltre le solite affermazioni che spingono molti, a destra e a sinistra, a evocare un passato non più censurato dai facili detrattori della Prima Repubblica.

Infatti, davanti a una platea di “vecchie glorie” della Dc irpina, il Presidente del Consiglio si è premurato di sottolineare il valore della ricostruzione di un’area di pensiero e di azione, non per la rispettabile esigenza di onorare personaggi e storie di una stagione trascorsa, ma per attivare una nuova motivazione all’impegno pubblico, secondo alcuni principi morali, attingendo a una esperienza di governo ultradecennale (oggi ampiamente rivalutata) del partito che fu di De Gasperi, Moro e Fanfani.

L’argomentazione di Conte è stata precisa e stringente, meno retorica e vuota di tanti discorsi che improvvisati “rifondatori” dello Scudo Crociato vanno facendo da anni, usando la carta bollata e ogni espediente da legulei per rivendicare a man bassa l’improbabile eredità (immobiliare?). In più, nel suo svolgimento, ha messo da parte le fumisterie sul ruolo dei cattolici, evocato in astratto dai predicatori della dottrina sociale della Chiesa, come se questo ruolo appartenesse, in effetti, alla dinamica dell’eterno ritorno al pre-politico, aggiornando il non expedit del secolo XIX. Conte ha detto invece che occorre ispirarsi a quei valori “che la tradizione politica del cattolicesimo democratico ha elaborato nel XX secolo” e che sono concretamente “una risorsa etico-politica alla quale poter attingere, anche muovendo da prospettive differenti, con lo scopo di individuare i percorsi più efficaci per realizzare il bene comune”.

In sostanza, citando il titolo di un libro-intervista del compianto Pietro Scoppola, Conte ha perorato la causa non del ritorno alla Democrazia cristiana, ma del rilancio di un’idea importante e qualificante, quella cioè della “democrazia dei cristiani”. Dunque, siamo di fronte a un programma per il futuro e verrebbe da chiedere se passa, questo futuro, per la continuità del rapporto di Conte con il M5S di Grillo, Casaleggio e Di Maio. In ogni caso, mentre delinea da parte sua uno scenario nuovo, i cattolici democratici e popolari, largamente confluiti nel 2007-2008 all’interno del Pd, tutto possono fare meno che rimanere silenti, pervicacemente ignari di questa o altre sollecitazioni.

È tempo di riprendere a ragionare, insieme, con serietà. Per questo a novembre chiamerò a raccolta vecchi e nuovi amici “popolari”, per aprire un dibattito costruttivo e sereno sulle prospettive del partito. Mi auguro che in quella sede, con Zingaretti, si possa uscire dal circolo vizioso delle mezze polemiche e delle allusioni, croce (sicuro) e delizia (forse) dei nostri dibattiti, per affrontare un passaggio che chiama in causa, come si vede, il vasto mondo del neo-popolarismo”. Un mondo oggi disperso, per larga parte, ma desideroso di tornare in campo.

Una nuova legge elettorale

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Enzo Cheli

A meno di due anni di distanza dall’ultima riforma per l’elezione delle due Camere (riforma varata con la “legge Rosato” n. 165 del 2017), si ripropone oggi in Italia il tema di un’ulteriore riforma elettorale. Come affrontare questo nuovo, difficile passaggio al fine di giungere a una soluzione ragionevole e, soprattutto, utile?

Quando si parla di legislazione elettorale occorre partire da una premessa forse un po’ ovvia, ma che va ricordata. La premessa è che la legge elettorale rappresenta la regola fondamentale – la Grundnorm – del sistema politico e, in quanto tale, essa va inquadrata nell’impianto costituzionale come anello di congiunzione tra Costituzione formale e Costituzione materiale. La conseguenza è che, in linea di principio, la legislazione elettorale dovrebbe disporre di un grado di stabilità se non identico quantomeno tendenzialmente comparabile con quello proprio del dettato costituzionale e non variare continuamente secondo le contingenze del gioco politico.

A questo si può aggiungere che in democrazia una buona legge elettorale dovrebbe, da un lato, sul versante del sistema politico, rappresentare con sufficiente obbiettività la consistenza delle forze in campo e, dall’altro, sul versante dell’impianto istituzionale, proiettare efficacemente questa rappresentazione nel funzionamento della macchina costituzionale, con riferimento particolare alla funzione legislativa ed alla funzione di governo. Obbiettività nella rappresentazione ed efficacia nella proiezione sono, dunque, i criteri-guida che dovrebbero ispirare sempre una buona legislazione elettorale e indurre a ricercare, in relazione ai diversi impianti politici, il giusto punto di equilibrio tra il principio proporzionale e il principio maggioritario.

La riforma di cui oggi si parla viene richiamata, come sappiamo, tra gli obbiettivi programmatici del governo in carica alla luce di un accordo politico orientato, a quanto pare, verso l’abbandono del principio maggioritario che ispira ancora in parte il sistema vigente, a un ritorno verso un sistema proporzionale puro o, quanto meno, più rafforzato rispetto alla disciplina in vigore.
A sostegno di questo orientamento si adducono in sostanza due motivazioni. La prima, di carattere prevalentemente formale, collega la recentissima riforma alla riduzione del numero dei parlamentari, riduzione che, ove non fosse completata dall’adozione di un sistema proporzionale, rischierebbe di ridurre eccessivamente lo spazio riservato alle minoranze e, al Senato, la stessa rappresentanza di alcune regioni. La seconda motivazione, più esplicitamente politica, collega invece il ritorno al proporzionale (puro o comunque rafforzato) con la finalità di contrastare la possibile vittoria alle prossime elezioni della Lega, che è oggi il maggiore partito della destra. Ed è proprio per contrastare questa finalità legata alla politica contingente che la Lega ha promosso, attraverso otto regioni, un referendum popolare diretto ad abrogare l’intera quota proporzionale della legge vigente (riferita a quasi due terzi dei collegi), così da trasformare l’attuale sistema elettorale in un sistema integralmente maggioritario. Dunque, a parte i dubbi fondati che molti prospettano in ordine all’ammissibilità di tale referendum, quello che oggi si sta profilando è lo scontro tra due sistemi radicalmente contrapposti, cioè tra un proporzionale puro (o quasi puro) e un maggioritario (puro o quasi puro), che verrebbero a trovare il loro sostegno in due opposte maggioranze: il proporzionale nella maggioranza parlamentare che attualmente sostiene il governo ed il maggioritario nella maggioranza popolare che si ritiene esistente a favore della Lega. Situazione, quindi, del tutto inedita nella nostra storia costituzionale e, forse, non priva di rischi.

In presenza di questo stato di cose verso quale riforma possibile può risultare oggi conveniente orientarsi? Prima di giungere alla scelta di un determinato sistema elettorale occorre innanzitutto riflettere su quelle che sono le coordinate fondamentali in grado di guidare tale scelta.

La prima coordinata riguarda la stessa natura della legge elettorale che, come sopra si accennava, è legge direttamente complementare dell’impianto costituzionale. Questa natura porta sicuramente a giustificare come necessaria una riforma elettorale conseguente alla modifica dell’impianto parlamentare, sia in relazione alla prevista riduzione nel numero dei parlamentari, sia in relazione al probabile futuro passaggio a una riforma anche delle funzioni delle due Camere nella prospettiva di un bicameralismo differenziato. Molto meno giustificata risulterebbe, invece, una riforma elettorale che fosse in prevalenza orientata verso il fine contingente di battere nelle prossime elezioni gli avversari. E questo non solo perché l’uso congiunturale e strumentale della legge elettorale rappresenta una prassi costituzionalmente scorretta, ma anche perché, alla luce delle esperienza del passato, tale prassi si è dimostrata anche poco efficace (e spesso controproducente) in relazione alla crescente volatilità del nostro corpo elettorale. Basti solo ricordare a questo proposito il fallimento delle finalità contingenti e strumentali perseguite sia con la riforma elettorale del 2005 (con la “legge Calderoli”), che condusse in prima battuta alla vittoria del centrosinistra, sia con la riforma elettorale del 2017 (con la “legge Rosato”), che ha condotto alla netta affermazione di quella forza (il Movimento 5 Stelle) che con la legge di riforma si intendeva contrastare.

La seconda coordinata che converrebbe oggi tener presente attiene all’insegnamento che è possibile trarre dalla storia dei sistemi elettorali adottati nel corso della nostra esperienza repubblicana. L’Italia, come sappiamo, ha utilizzato per 45 anni nelle due Camere un sistema proporzionale pressoché puro, che ha potuto funzionare sia perché temporalmente connesso a una Costituzione che nasceva su di un impianto fortemente garantista sia perché sorretto da un sistema di partiti stabili e bene organizzati.

Dopo la crisi del sistema dei partiti e il referendum del 1993 si è passati (con la “legge Mattarella”) a un sistema prevalentemente maggioritario (con la presenza di una quota proporzionale pari al 25%) che ha operato per 12 anni, avviando un impianto di governo bipolare (con tre governi di centrodestra e due governi di centrosinistra), che si è trovato, peraltro, sempre in difficoltà per le sue divisioni interne e che alla fine ha cessato di funzionare per l’evoluzione del nostro sistema verso una forma di tripolarismo. Sono poi seguite le riforme del 2005 e del 2017, che hanno riportato l’asse del sistema verso un modello proporzionale corretto dalla presenza di meccanismi maggioritari, quali il premio di maggioranza previsto dalla “legge Calderoli” e la presenza di oltre 1/3 di collegi maggioritari prevista dalla “legge Rosato”. L’esperienza degli ultimi 25 anni ci mostra, quindi, come il nostro Paese, dopo il crollo dei partiti tradizionali, non abbia mai utilizzato un sistema puro (né proporzionale né maggioritario), ma abbia sempre cercato di combinare in misura diversa i due sistemi al fine di individuare un punto di equilibrio ragionevole tra rappresentanza e governabilità. Questo punto di equilibrio almeno sinora – per l’uso improprio e strumentale che si è fatto della legislazione elettorale – non è stato raggiunto, ma questo non esclude che, proprio alla luce dell’esperienza del passato, l’adozione di sistemi elettorali “misti” in grado di combinare tra loro tecniche sia proporzionalistiche che maggioritarie rappresenti ormai un elemento rispondente a un’esigenza strutturale di un sistema politico disomogeneo e frammentato qual è il nostro.

Una terza coordinata riguarda, infine, le indicazioni che in materia di sistemi elettorali ha offerto negli anni recenti la Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014 (riferita alla “legge Calderoli”) e con la sentenza n. 35 del 2017 (riferita all’“Italicum”, cioè alla legge elettorale varata dal governo Renzi, ma mai entrata in funzione). Con queste due sentenze la Corte, com’è noto, non ha fatto una scelta determinata, ritenendo sia i sistemi proporzionali che i sistemi maggioritari compatibili con il nostro modello costituzionale, ma ha tracciato alcuni confini per ambedue i modelli. Confini che escludono, nel maggioritario, la possibilità di introdurre correttivi al proporzionalismo (come il premio di maggioranza o il ballottaggio) sganciati dalla previsione di una soglia minima di accesso. Il principio di fondo che è venuto a ispirare queste sentenze è che i meccanismi maggioritari che la legge elettorale può adottare per dare stabilità ai governi devono svolgersi entro margini di ragionevolezza, evitando di creare squilibri eccessivi tra la maggioranza dei rappresentati nel Paese e la maggioranza dei rappresentanti in Parlamento. Su questa linea anche la Corte – pur senza poter dare indicazioni dirette e positive – sembra quindi aver indicato come preferenziale la strada dei sistemi “misti”, dove rappresentanza e governabilità possano essere bilanciate secondo un equilibrio ragionevole.

Qui l’articolo completo

Gli ex diccì tutti d’accordo: Sullo, un gigante che risollevò il Mezzogiorno

Articolo pubblicato sulle pagine Il Ciriaco a firma di Claudio Papa

Democristiani uber alles al Teatro Gesualdo. Il più classico dei “come eravamo” per ricordare la figura di Fiorentino Sullo. Fu proprio l’ex ministro a far crescere una classe dirigente che poi, nel famoso congresso provinciale del 1969, strappò a Sullo la guida del partito, segnando divisione profonda fino al ritorno, dieci anni dopo, di Sullo nello scudocrociato. Protagonisti di quella stagione, e delle successive, tutti presenti al Massimo cittadino: Gianfranco Rotondi, presidente della Fondazione Sullo, Gerardo Bianco che guida il comitato promotore delle celebrazioni. E poi Ciriaco De Mita, Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Ortensio Zecchino e Clemente Mastella. Il partito delle correnti per antonomasia è compatto nel ribadire come una figura come quella di Sullo sarebbe assolutamente necessaria oggi per la politica e per il Mezzogiorno. « Intanto vorrei ringraziare il presidente del consiglio – ha detto Rotondi – ha avuto rispetto e garbo non solo per la figura di Sullo ma anche per la storia della Dc e la cultura del cattolicesimo politico.

Quella stagione non ritornerà, ma si può andar avanti e cambiare la fine». Rispetto alla classe dirigente del Mezzogiorno di oggi, Rotondi non ha dubbi: Sullo è imprevedibile, nessuno può dire cosa avrebbe detto. Magari sarebbe stato grillino. Non ha eredi ne interpreti, solo testimoni. La figura di Sullo è irrepetibile, uno dei grandi non minore di De Gasperi e Dossetti e nella storia della Dc occupa un posto grandissimo». Anche l’ex ministro Ortensio Zecchino sottolinea come «Sullo è stato una persona di grande spessore politico. Uno dei pochi che ha saputo coniugare pensiero ed azione. Va ricordato per la concretezza con cui ha gestito tante situazioni. Ha dato un volto moderno alla Cassa del Mezzogiorno» . Importante anche il contributo di Sullo per Ariano. «Aveva da poco realizzato la legge del dopo terremoto del 1962 di cui Ariano fu epicentro e si candidò come consigliere comunale nel periodo in cui era una roccaforte fascista».

Sullo ma non solo. Fu l’intera classe dirigente della Dc a risollevare le sorti del Mezzogiorno, secondo Giuseppe Gargani. «La Democrazia Cristiana ha segnato la differenza in questa provincia risollevando il destino del Mezzogiorno, ponendo il problema delle zone interne e lo scontro con le zone costiere servivia per poter essere protagonisti della vicenda. Si deve a lui la vittira del nuovo ruolo del Mezzogiorno!. L’ex europarlamentare non dimentica le vicissitudini interne allo scudocrociato.

«La Dc ha avuto la sua evoluzione, lo scontro tra correnti ha portato alla divisione con Fiorentino Sullo e a una diaspora che non ha mai fatto piacere a nessuno. Sullo è stato dimenticato? Si, anche per i suoi errori, la politica non fa sconti a nessuno». Dulcis in fundo Clemente Mastella, sindaco di Benevento. «Sullo diede vitalità affrontando la legge urbanistica cosa che non ebbero tutti il coraggio di fare. Fu un politico concreto. Fece passare l’autostrada da Avellino, anche se secondo quanto stabilito dal criterio romano dell’Appia doveva transitare per Benevento». Un uomo fortemente legato al territorio, quasi un controsenso nell’epoca in cui si tagliano i parlamentari. «Rischiamo – ha detto – di non avere più rappresentanza dei territori, realtà come Avellino e Benevento faranno fatica. E’ assurdo ed irrazionale. Se il problema sono i costi della politica, bastava votare la riforma costituzionale di Renzi e tagliare il Senato, oppure procedere ad un taglio lineare delle spese anche sui dipendenti».

Il de profundis dei sabotatori seriali

Guardando il video dell’assemblea di una dozzina di amici DC, illegittimamente convocata dal prof Luciani, Sabato scorso a Roma, , trova conferma l’infausta previsione secondo cui la storia di questi sette anni ( Novembre 2012, data della celebrazione del XIX Congresso nazionale della DC) da tragica si sarebbe conclusa in una tragicomica farsa finale.
Lasciamo a questi amici, già deferiti ai probiviri del partito guidato da Renato Grassi (unica legittima espressione di ciò che rimane della DC storica) il compito di seppellire le loro ultime frustrazioni, mentre continuiamo a sostenere ogni azione positiva verso la ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Sono stato tra i promotori nel 2011, con gli amici: Publio Fiori, Silvio Lega, Sergio Bindi, Calogero Mannino, Paolo Cirino Pomicino, Ugo Grippo, Clelio Darida, Ombretta Fumagalli Carulli e alcuni altri, dell’autoconvocazione del vecchio ultimo consiglio nazionale della DC, con il quale riaprimmo il tesseramento al partito, sulla base del quale il tribunale di Roma ha riconosciuto la legittima continuità storica del partito, e, successivamente, celebrammo il XX Congresso nazionale (Novembre 2012) con l’elezione di Gianni Fontana alla segretaria nazionale.
Fummo immediatamente stoppati dall’azione dei sabotatori, interessati sopra tutto ai temi del patrimonio immobiliare ex DC e abbiamo dovuto combattere sette anni di sofferenze e di lotte continue che, Sabato scorso, hanno vissuto il momento delle comiche finali, con l’annuncio della prossima imminente elezione di un “anti-papa”, del tutto fuori da ogni legittimità politica e statutaria.

Miserie di una povera classe dirigente ispirata più dalla frustrazione, che dalla razionalità politica. Con queste miserabili azioni e il triste spettacolo offerto sabato scorso, i sabotatori seriali segnano il loro tragico de profundis politico culturale. Di fatto si sono posti al di fuori della DC, legittimamente riconosciuta dal tribunale di Roma, i cui organi sono stati eletti nel congresso del 14 Ottobre 2018.
Prioritario adesso é dare avvio alla federazione dei DC e Popolari italiani su cui stanno lavorando seriamente gli amici Gargani, Grassi, Cesa, Tassone, Rotondi, con il sottoscritto e con gli amici Fiori, Rotunno e Giannone. Questi ultimi due, nei prossimi giorni, verificheranno le adesioni di diversi gruppi, movimenti e associazioni dell’area politica cattolica interessati/bili al progetto.

Un’iniziativa particolarmente importante è quella assunta dalla “Fondazione Sullo”, oggi “Fondazione DC”, guidata da Gianfranco Rotondi ( “ il miglior fico del bigoncio”, direbbe il compianto Francesco Cossiga), di dar vita a un comitato tecnico scientifico presieduto dall’amico Prof Antonino Giannone, vice presidente ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti- www.alefpopolaritaliani.it), che si dedicherà alla formazione della nuova classe dirigente. Un comitato che già vede l’adesione di qualificati esponenti del mondo accademico, scientifico e della società civile.
Ci sono altri amici, già democratici cristiani, i quali, usciti dal PD e ritrovatisi nell’associazione “Rete bianca”, stanno tentando di organizzarsi con alcuni gruppi, che sembrano, almeno sin qui, più preoccupati di apparire distinti e distanti dalla storia della DC, assertori di una purezza tutta da dimostrare, rispetto alla quale nutriamo sempre quella giusta prudenza mista allo scetticismo, così presente a Pietro Nenni che sui “duri e puri” formulò una lapidaria sentenza :“A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura.”

Tra questi, ahimè, ci sono amici che ebbero quasi tutto dalla DC, ma che nelle recenti elezioni europee hanno finito con il vergognarsi del loro stesso passato, sino a porre il veto su una lista unitaria che avesse anche solo il riferimento allo scudo crociato.
Sono “ i duri e puri” che sostengono l’idea di un “vino nuovo in otri nuovi”. Bellissima proposta, salvo che, esaminando i curricula di alcuni dei protagonisti scopriamo: quanto agli otri, trattarsi di consumati amici ex DC ora pentiti, in cerca di un salvifico rilancio, insieme a pseudo giovani rancorosi, alcuni dei quali hanno girovagato, nel ventennio della diaspora DC, di orto in orto senza trovare ristoro. Quanto al vino, infine e per la verità, non abbiamo ancora potuto conoscere e gustare le novità d’annata.
Non disperiamo, tuttavia, che anche questi amici finiranno con il ravvedersi e, di fronte alla situazione reale della politica nazionale, aderiranno al progetto di nuovo centro che la Federazione dei DC e Popolari intende concorrere a promuovere. Molto dipenderà da come terminerà la difficile partita della legge elettorale, che influirà largamente sull’evolversi della politica italiana.

Quello che noi perseguiamo, in ogni caso, è l’idea di un centro ampio, plurale, che da tempo connotiamo come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista salvin-meloniana e alla sinistra comunista. Un centro aperto alla collaborazione con tutte le forze disponibili all’impegno per la difesa e la realizzazione integrale della Costituzione.

Un passo importante in tale direzione è l’annuncio dato dall’amico Peppino Gargani secondo cui, Mercoledì prossimo, “il Comitato dei popolari per il NO”, da lui presieduto, con cui conducemmo la nostra battaglia contro la deforma costituzionale renziana, tramuterà la sua ragione sociale nel: “Comitato per la difesa della democrazia rappresentativa”. Di lì si ripartirà con la richiesta, mi auguro, di una proposta di legge di iniziativa popolare per l’attuazione concreta dell’art 49 della Costituzione sulla democrazia dei e nei partiti, premessa indispensabile per una reale democrazia rappresentativa nel nostro Paese.

Un bambino un voto

La proposta di estendere il diritto di voto ai 16enni lanciata dall’ex premier Enrico Letta ha raccolto, nei giorni scorsi, non solo l’appoggio del Pd e del M5s, ma anche quello dell’attuale presidente del consiglio.

Gli argomenti a favore del voto a 16 anni sono numerosi, e peraltro è una soglia che, per le elezioni locali, politiche ed europee, è già stata sperimentata in diversi paesi, anche dell’Unione Europea (Austria e Malta, per esempio, mentre in Grecia il limite è a 17 anni).
Però non bisogna credere che questa sia stata l’unica proposta che nel corso degli anni abbia fatto riflettere sulla questione  Maurizio Eufemi (deputato UDC) presentò il 7 Aprile 2004 un ddl per dare voto doppio a coloro che esercitavano la potestà di figli di età inferiore ai 18 anni.

Questo escamotage, serviva secondo l’autore, per rafforzare la componente elettorale dei più giovani, ma senza ricorrere alla formula del voto ai sedicenni.
Eufemi intendeva responsabilizzare, valorizzandola attraverso i genitori, la famiglia. Discutibile, ma non banale.

Sarebbe però un errore, quello di liquidare la proposta come una boutade, difatti l’interpretazione dell’Onorevole Eufemi non si può far prescindere da quello che era il dibattito che si era venuto a creare in quel periodo in Europa.

Nella relazione accompagnatoria del documento 15/1544 dell’11 settembre 2002 presentato al Bundestag tedesco da quasi una cinquantina di parlamentari di diverso orientamento politico, si spiega come sia opportuno riconoscere al minore il diritto di voto sin dalla nascita, al momento dell’acquisizione della capacità giuridica, e che i genitori siano chiamati ad esprimere il voto dei figli minori tenendo conto della progressiva maturazione, nel dialogo con loro, man mano che crescono, di loro propri orientamenti.
In Italia sono state le ACLI (Associazioni cristiane lavoratori italiani) a rilanciare la questione nel marzo del 2004, con un documento, «Un bambino un voto», del suo presidente Luigi Bobba e del professore Luigi Campiglio, pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano.

L’idea del suffragio ai più piccoli in realtà parte da lontano. Si potrebbe addirittura risalire al 1848, quando il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, nell’elaborare la sua proposta di costituzione, affermò che il diritto di voto avrebbe dovuto essere esteso a ogni cittadino di sesso maschile, al quale sarebbe spettato pure il compito di votare per moglie e figli. Un voto per ogni bocca da sfamare.

Proprio per questo mi sembra doveroso riportare, nel link sottostante, il disegno di legge del 7 Aprile 2004.

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Friuli Venezia Giulia: Non aspettiamo il peggio

Il mondo delle imprese ha sempre un piede ficcato nell’incertezza. Si sa, che l’impresa attinge, per sua natura, le risorse da chi le risorse le possiede: le banche.

Quindi, è normale che siano sempre in uno stato d’incertezza. Le fa respirare e trovare un giusto equilibrio soltanto la garanzia che il domani richieda il loro puntuale intervento; cioè lavorino.

Quando si attraversa una crisi profonda, allora possono capitare più disgrazie. Mancanza di finanziamenti – ed è stato ed è ancora un tratto che caratterizza questi tempi – incertezze nel campo dello sviluppo, e oggi più che mai questo è il tema più sentito; e distrazioni interne alle imprese stesse.

Magari, ci saranno anche altre difficoltà, ma ho acceso solo queste lampade che mi sembrano far luce sugli angoli più delicati.

Questa stringata premessa, per giungere velocemente alle cose di casa nostra.

Non sarà compito mio far nomi e dare indirizzi, segnalo solo, da quanto sono a conoscenza, che nella nostra Regione Fvg ci sono affaticamenti molto preoccupanti. Almeno quattro o cinque realtà che sembrano camminare su un filo teso.

Questa informazione viene offerta perché tutti i soggetti interessati dal fenomeno non si mostrino colpevolmente passivi di fronte a questi dati. Quattro o cinque realtà significa una marea di lavoratori e dalla marea di lavoratori una marea di indotto economico.

Si trattasse di un caso sporadico, saremmo nella norma, è sempre più o meno capitato che qualcosa non andasse nel verso giusto. Di fronte però ad un torrente di questa portata non si può in alcun modo trascurare la vicenda e, tutti, secondo le proprie competenze, cercare soluzioni.

È chiaro che questa pur leggera denuncia si rivolga in primis al mondo politico e al mondo imprenditoriale. Ma devono essere in allerta anche gli sportelli bancari.

Credo che competa all’assessore alle attività produttive della Regione Fvg – le imprese a cui faccio riferimento sono per la maggior parte imprese di costruzioni ma non mancano gravi sofferenze anche nel settore del metalmeccanico – fare il primo passo e muoversi nella direzione che compete alla sfera politica: fare una ricognizione del possibile malessere; convocare un tavolo con le imprese, le associazioni di categorie e i sindacati del settore; informare la commissione consigliare e ideare un piano industriale di supporto.

Spagna: arriva la condanna della Corte suprema contro i leader indipendentisti catalani

L’ex vicepresidente della Catalogna, Oriol Junqueras, il principale imputato del cosiddetto “proces”, contro il leader indipendentisti catalani che hanno convocato e partecipato il primo ottobre di due anni al referendum sull’indipendenza, è stato condannato a 13 anni di carcere per il crimine di sedizione e appropriazione indebita.

I suoi colleghi membri del governo, gli ex consiglieri Raül Romeva, Dolors Bassa e Jordi Turull sono stati condannati a 10 anni per il crimine sedizione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Joaquim Forn e Josep Rull sono stati condannati alle pene di 10 anni e 6 mesi di carcere e 10 anni e 6 mesi di interdizione assoluta.

Jordi Sánchez e Jordi Cuixart hanno ricevuto una condanna a 9 anni di carcere e 9 anni di interdizione. L’ex presidente del Parlamento, Carme Forcadell, è stato condannato a una pene detentive di 11 anni e 6 mesi per sedizione e di altrettanta interdizione.

Come anticipato nei giorni scorsi dalla stampa spagnola, la Corte suprema ha fatto cadere il reato più grave di attentato alla Costituzione, che era chiesto dalla Procura.

Intanto  i vescovi della Catalogna (tra cui figurano gli arcivescovi di Barcellona, card. Joan Josep Omella, e di Terragona, mons. Joan Planellas Barnosell) in una lunga nota pubblicata immediatamente dopo la sentenza emessa dalla Corte suprema spagnola: affermano che per lo sviluppo armonioso di tutta la società, occorre “innescare qualcosa di più dell’applicazione della legge” e chiedono pertanto a tutte le forze in campo di intraprendere “la via della misericordia per disattivare la tensione accumulata negli ultimi anni”.

Sempre secondo i Vescovi , l’unica soluzione possibile per una pacificazione nel territorio, è l’avvio di “un serio percorso di dialogo tra i governi spagnolo e catalano che consenta di trovare una soluzione politica adeguata, sapendo che dialogare significa rinunciare a parte di ciò che uno vorrebbe, per avvicinarsi all’altro e immaginare una soluzione soddisfacente tra tutti”.

Nobel dell’Energia: da Eni i premi per ricerca e innovazione

Si è tenuta la scorsa settimana al Quirinale la cerimonia di premiazione degli Eni Award, un evento che ha visto la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Presidente di Eni, Emma Marcegaglia, e dell’Amministratore Delegato dell’azienda, Claudio Descalzi. Il riconoscimento ha lo scopo di stimolare un migliore utilizzo delle fonti energetiche, incoraggiando le nuove generazioni di ricercatori a fare sempre di più e meglio nel complesso lavoro rivolto alla sostenibilità e all’innovazione.

Per la categoria Giovane Ricercatore dell’Anno, che in ogni edizione premia due ricercatori under 30 che abbiano conseguito il dottorato di ricerca nelle università italiane, i riconoscimenti sono andati ad Alberto Pizzolato e a Matteo Monai. Il primo, proveniente dal Politecnico di Torino, ha ideato e sviluppato metodi computazionali innovativi per la generazione di dispositivi energetici ad alte performance, basso costo ed elevata durabilità. Dispositivi ottenuti grazie a speciali algoritmi di ottimizzazione che li rendono in grado di autoevolvere in architetture complesse ed efficienti. Il secondo ricercatore, proveniente dall’Università degli Studi di Trieste, ha presentato invece una best practice sullo sviluppo di catalizzatori nanostrutturati a base di leghe metalliche di elementi non nobili (quindi a basso costo) per applicazioni in campo energetico, in particolare nella conversione delle biomasse a combustibili e prodotti chimici.

Per la categoria Transizione Energetica, uno dei tre principali premi per le migliori innovazioni nel settore degli idrocarburi per la decarbonizzazione del sistema energetico, il primo posto è stato conseguito da James Dumesic dell’Università del Wisconsin, Madison, che ha sviluppato processi catalitici innovativi per la conversione di biomasse a carburanti e prodotti chimici, incrementando la resa mediante l’ottimizzazione delle condizioni di reazione. Tra i nuovi processi sviluppati, la conversione di uno zucchero (il fruttosio) in un composto da cui è possibile ottenere biomateriali utilizzabili in alternativa a comuni materiali plastici di origine fossile.

Il premio Frontiere dell’energia, per ricerche sulle fonti di energia rinnovabile e sullo stoccaggio di energia, è stato poi assegnato a Michael Aziz e Roy Gordon dell’Università di Harvard, che hanno sviluppato un nuovo tipo di batteria particolarmente adatta per lo stoccaggio sicuro e conveniente  di energia rinnovabile intermittente come la solare ed eolica e la successiva erogazione per lunghi periodi di tempo. La nuova chimica delle batterie utilizza molecole organiche disciolte in acqua costituite da elementi abbondanti ed economici in grado di accumulare energia.

Il premio Soluzioni Ambientali Avanzate, dedicato a ricerche sulla tutela di aria, acqua e terra e sulla bonifica di siti industriali, è stato, infine, assegnato a Paul Chirik della Princeton University, la cui ricerca di successo riguarda il campo della catalisi. Nel caso di specie metalli quali Ferro e Cobalto possono sostituire leghe nobili quali ad esempio Platino, Rodio, Palladio, utilizzati nelle reazioni catalitiche nell’industria farmaceutica  e nei  prodotti di consumo, con ricadute positive economiche ed ambientali. Recentemente Chirik ha scoperto che i catalizzatori al Ferro da lui sviluppati sono in grado di riciclare il butadiene aprendo così la strada a futuri sviluppi nel campo delle mitigazioni dell’impatto ambientale delle plastiche tradizionali.

Per la sezione Giovani Talenti dall’Africa, una sezione istituita nel 2017 in occasione del decennale di Eni Award e dedicata ai giovani talenti dal Continente africano, il premio è stato assegnato a Emmanuel Kweinor Tetteh della Durban University of Technology e a Madina Mahmoud della American University del Cairo. La proposta di Tetteh riguarda la valutazione di un processo che integra l’impiego di foto-catalizzatori innovativi con sistemi di trattamento biologico delle acque reflue e, al contempo, convertire la CO2 in combustibili. Il lavoro di Mahmoud è invece focalizzato sulla preparazione di membrane innovative per il trattamento delle acque di produzione.

Tumori alla tiroide: altro che biopsia ad ago sottile

Il desorbimento per ionizzazione elettrospray, una tecnica di ionizzazione diretta usata per la spettrometria di massa (chiamata quindi DESI-MS), “sarà un eccezionale test complementare per il citologo nella valutazione dei noduli tiroidei”. “Man mano che la tecnica diventa più raffinata, in alcuni casi potremmo essere in grado di ovviare alla necessità di una revisione citologica della biopsia ad ago sottile”. dice James Suliburk del Baylor College of Medicine, a Houston, in Texas.

La tecnologia permette di eseguire analisi sulle cellule e di ottenere i risultati in tempo reale, senza un’importante elaborazione o la preparazione dello striscio FNAB. La FNAB guidata dagli ultrasuoni è una tecnica standard di cura per la diagnosi preoperatoria delle lesioni sospette della tiroide, ma può essere difficile discriminare i noduli maligni e benigni in base alla citologia della biopsia.

Conte, Di Maio e l’eccezione democristiana. Parla Calogero Mannino

Articolo pubblicato sulle pagine di formiche.net a firma di Maria Scopece

Capopopolo grillino o democristiano, leader di piazza o uomo di palazzo? Non è facile etichettare Giuseppe Conte, il premier bis che è entrato da poco più di un anno in politica e sembra ci stia da una vita. “Non è facile perché lui è l’eccezione, e come tale vuole presentarsi” dice Calogero Mannino, siciliano e democristiano doc, cinque volte ministro e una vita trascorsa nella Balena bianca.

Mannino, che effetto le fa sapere che Conte andrà a commemorare Fiorentino Sullo ad Avellino?

Ci sono due ragioni della visita, una istituzionale e una di opportunità politica.

Partiamo dalla prima.

Di fronte a un personaggio come Fiorentino Sullo c’è un’obbligazione morale alla memoria. Ha fondato la sinistra Dc di Base, le ha dato forma assieme a Nicola PistelliLuigi Granelli e Giovanni Marcora. È stato il precursore del centrosinistra, è uscito dalla Dc con una rottura politica e umana drammatica che il suo discepolo De Mita ebbe il merito di ricomporre quando divenne segretario. La storia di Sullo appartiene alla storia del Paese.

E l’opportunità politica in cosa consiste?

Nella Dc Sullo è sempre stato l’eccezione, non la regola. Forse anche gli amici della Base avellinese ritengono di essere stati un’eccezione. Sarebbe curioso, visto che De Mita è stato segretario del partito per otto anni per poi farselo scappare dalle mani.

Conte che c’entra?

Ad Avellino Conte non va a celebrare una figura unificante della storia democristiana. Ricorda Sullo, non Moro, non Donat-Cattin, non Andreotti, non Rumor. Credo gli torni comodo. Anche lui in fondo si è presentato come un’eccezione e tale vorrà rimanere in futuro. Così nessuno potrà accusarlo di riprendere in mano le redini di una vecchia Dc, quella appunto di Fanfani, Moro, Andreotti.

Ma Conte si può dire un dc o no?

Sarei prudente a usare certi termini. L’esperienza della Dc è ormai tutta storicizzabile, non è un precedente da cui derivare esperienze attuali. Certo, l’iniziativa in memoria di Sullo ha un valore simbolico.

Quale?

È singolare che si ritrovino insieme Gianfranco Rotondi e Ciriaco De Mita. Quando la Dc si sciolse il primo scelse Silvio Berlusconi, il secondo la linea popolare e della Margherita. Due percorsi opposti che consumarono definitivamente il dramma democristiano.

Conte il federatore della vecchia Dc. Se lo immagina alla guida di un nuovo partito dei cattolici? È un tema di cui anche la Cei discute da tempo.

Conte non guarda alla Cei ma al Vaticano, con cui ha un filo diretto. La Cei ha abbandonato la Dc già nel 1992. Oggi un largo pezzo, quello dei post-dossettiani, è impegnato senza fortuna a costruire un nuovo spazio. Hanno sempre immaginato che l’unico rapporto possibile dei cattolici fosse con il Pd, con i cosiddetti “cattolici democratici”. Cioè l’ultima versione del cattocomunismo, che però era un fenomeno politico e culturale molto più serio.

Cos’è rimasto oggi della Dc?

La Dc non esiste più perché non ha più un ruolo. Si è fatta fuori una volta per tutte con la battaglia per la preferenza unica e il maggioritario nel 1994. La sinistra democristiana era convinta fosse uno strumento utile per allearsi con i comunisti e invece alla fine la spuntò Berlusconi. Con il maggioritario la sinistra non sarà mai sufficientemente maggioranza.

Oggi lo può diventare?

Ne dubito. In un’intervista al Corriere Goffredo Bettini ha avvertito Nicola Zingaretti. La sinistra italiana oggi non può diventare maggioranza.

Perché?

Zingaretti ha perso l’occasione di andare alle elezioni e ricollocare il partito sul versante del centrosinistra. Ora quel treno è passato e il Pd si ritrova al cospetto di Di Maio con il piattino in mano.

E i Cinque Stelle?

Non hanno abboccato all’amo perché hanno capito la linea Bettini-Zingaretti. È quella del vecchio Pci, che non voleva alleati ma partiti satelliti.

Conte riuscirà dove Zingaretti ha fallito?

Conte ha mostrato doti di grande accortezza politica e anche di spregiudicatezza. Vuole trasformare lentamente i Cinque Stelle in una formazione di centro ricollegando i fili del partito a chi ricopre oggi quell’area politica, cioè all’eredità della Dc. Se Di Maio si opporrà all’operazione Conte non rischierà comunque di compromettersi, perché lui già si trova al centro

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La lezione di Mario Draghi

In occasione del conferimento della Laurea honoris causa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il Presidente della BCE Mario Draghi ha pronunciato un discorso che non può essere certo definito ‘di circostanza’: per chi lo ha ascoltato o letto attentamente si tratta di un compendio di cultura e non solo economica, una sorta di bilancio personale e professionale dell’esperienza prestigiosa che lo ho reso protagonista indiscusso della politica monetaria della Banca Centrale europea.

E il conferimento della laurea ad honorem è un suggello di alto profilo alla statura internazionale del personaggio che in tale circostanza non ha smentito la fama che lo vuole uomo dotato di una straordinaria capacità di inquadrare il contesto, di indicare le metodologie proprie del policy maker al più alto livello decisorio, usando un linguaggio chiaro, asciutto, documentato, sintetico e uno stile sobrio e discreto.
Presentando una sorta di bilancio istituzionale del mandato, il Presidente Draghi non ha mancato di farlo dando un taglio interpretativo personale, alla luce dell’esperienza vissuta che può a ragione essere considerato come una sorta di pista aperta per chi sarà chiamato ad assolvere responsabilità pubbliche ad ogni livello in cui un decisore politico deve render conto dell’incarico ricevuto per realizzare il bene comune. Una traccia spendibile ovunque ci sia un dovere da assolvere, esprimendo competenza e responsabilità sempre sorrette da un fondamento etico senza il quale non esiste sviluppo sostenibile.
Una lezione di economia ma anche di etica pubblica, di terzietà e correttezza, che può ben considerarsi come un’eredità professionale e morale a disposizione di chi gli subentrerà nel delicato compito svolto.

Un know how posseduto e maturato nello sviluppo di una carriera prestigiosa, al Ministero del Tesoro, poi alla Banca d’Italia, alla BCE, al Comitato economico e finanziario europeo, al Financial Stability Board.
La lezione di Draghi esposta in Cattolica è il riassunto di un’esperienza umana e professionale che ha riguardato due livelli di esplicitazione compresenti: quella del policy maker (il decisore politico) e del decision maker (chi ha l’onere delle decisioni da assumere in conseguenza del mandato ricevuto), due profili professionali che necessitano di una visione globale e circostanziata delle problematiche da affrontare, il possesso saldo di una metodologia operativa ragionata, la visione di chi sa orientarsi nella complessità del presente e infine la capacità previsionale rispetto alle conseguenze delle scelte.
Ciò che Draghi ha riassunto in tre requisiti imprescindibili e complementari: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà.

La conoscenza implica approfondimento, possesso dei caratteri costitutivi della realtà, capacità ‘esperta’ nella gestione dei contesti di competenza: particolarmente significativo il riferimento di Draghi alle derive recenti e in atto e che si riporta in tutta la sua eloquenza: “Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco”.

Ne consegue che ad ogni livello la conoscenza stessa è la base e il supporto della competenza la quale a sua volta è requisito prodromico all’esercizio dei qualsivoglia responsabilità. Una lezione non detta ma intuibile, rivolta alla politica e al suo impoverimento culturale. “A fronte del cambiamento climatico è solo grazie al lavoro degli studiosi del clima che possiamo comprendere gli scenari che ci aspettano, così come la ricerca e l’analisi accurata dei dati dell’economia dell’eurozona, il lavoro degli economisti e degli statistici sono da decenni il pilastro su cui poggiano le valutazioni della BCE, per realizzare politiche monetarie e scelte ponderate”. Quanto al coraggio esso è dote precipua del policy maker quando si potrebbe indugiare nella tentazione di prender tempo e non decidere.

“L’inazione trova la sua radice nella convinzione che l’esistente non abbia bisogno di modifiche, anche quando tutta l’evidenza e l’analisi indicano la necessità di agire”. Di converso “Il punto importante, in questa sede non è che certe decisioni si siano rivelate appropriate ex post; conta invece che, quando la necessità di agire è stata documentata e motivata è stato trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni, per il bene dell’Unione economica e monetaria”.

L’umiltà infine si rivela dote complementare e necessaria: “I funzionari pubblici, le banche centrali in particolare, ricevono un mandato che è il frutto di un processo politico, mandato che “è essenziale affinché l’indipendenza della banca centrale sia compatibile con la democrazia”.

Per questo “La natura politica del nostro mandato ha alcune implicazioni essenziali: non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. È nostro dovere farlo”. Nel ripercorrere le tappe della Sua esperienza straordinaria Mario Draghi non ha nascosto le difficoltà incontrate strada facendo.

Per questo la sua conclusione, che guarda con fiducia all’eurozona e al futuro dell’Unione Europea, è la conferma della bontà delle scelte perseguite e l’invito – rivolto a chi in futuro si occuperà di economia e politica monetaria a lavorare adoperando le tre chiavi di lettura e di azione utilizzate e ancora valide come via da percorrere e metodo da applicare. “Spero che vi possa essere di conforto il fatto che nella storia le decisioni fondate sulla conoscenza, sul coraggio e sull’umiltà hanno sempre dimostrato la loro qualità”.
Potremmo dunque dire che si tratta di tre requisiti che uno scienziato deve possedere.