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Istat: Sono 1.786 le donne vittime di violenza che hanno trovato ospitalità in casa rifugio

L’Istat ha svolto per la prima volta l’indagine sui servizi offerti dalle case rifugio alle donne vittime di violenza, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità (Dpo) presso la Presidenza del Consiglio, le regioni e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr – Irrps). L’indagine è stata effettuata nei mesi di novembre 2018 – marzo 2019 e sono state contattate 232 case rifugio che rispondono ai requisiti dell’Intesa del 2014. Tra queste, 211 sono quelle che hanno completato il questionario e delle quali si rilasciano i primi dati.

Sono 1.786 le donne che hanno trovato ospitalità in casa rifugio nel corso del 2017, l’86,7% delle donne ospitate proviene dalla regione dove è situata la casa rifugio. Per oltre un terzo (34,0%) delle donne i servizi sociali territoriali costituiscono il canale di segnalazione verso la casa rifugio, il 24,2% accede attraverso i centri antiviolenza.

Tra i servizi offerti ve ne sono alcuni che vengono erogati prevalentemente in forma diretta dalle case rifugio, oltre alla protezione ed ospitalità in urgenza: servizi educativi e di sostegno scolastico ai minori, orientamento all’autonomia abitativa e sostegno alla genitorialità. Altri servizi vengono invece erogati in collaborazione con i centri antiviolenza e con altri servizi del territorio.

Il lavoro delle case rifugio si basa, principalmente, sull’apporto di personale retribuito (65% del totale del personale). Le figure professionali maggiormente presenti, oltre alle coordinatrici/responsabili e al personale amministrativo, sono le operatrici di accoglienza, le educatrici e le psicologhe.

Al via la raccolta delle olive in Italia

Al via la raccolta delle olive in Italia con la prima spremitura dell’anno che è fissata per oggi, a partire dalle ore 9,30, in Salento a Gagliano del Capo in Via Panoramica 2 con l’opportunità unica di gustare per la prima volta l’olio nuovo appena uscito dal frantoio e di assistere dal vivo al miracolo della trasformazione delle olive in extravergine.

Le prime olive giunte a maturazione sono quelle raccolte dalle piante infettate da Xylella, e poi innestate con varietà di ulivo resistenti che oggi dopo tre anni sono tornate a produrre, un segnale di speranza per territorio completamente devastato. Nell’ambito dell’azienda agricola sarà possibile visitare una serra di semenzali spontanei e varietà resistenti alla Xylella

Saranno presenti agricoltori, frantoiani, consumatori e rappresentanti del mondo della ricerca per discutere delle prospettive del settore sulla base delle analisi presentate dalla Coldiretti.

Le proprietà dell’erba cipollina

L’erba cipollina, botanicamente nota come Allium schoenoprasum, è una pianta aromatica che fa parte della famiglia delle Liliaceae, la stessa di cipolla, aglio, porro e scalogno.

E’ un alimento ricco di proprietà. Spiccano al suo interno la presenza di vitamine, soprattutto C e gruppo B, oltre che sali minerali tra cui calcio, magnesio, ferro e fibre utili al benessere dell’intestino.

Questa erba ha inoltre doti lassative naturali ed è considerata utile a mantenere in buona salute i reni, viste le sue proprietà depurative e diuretiche. Benefica anche per il cuore, l’erba cipollina ha proprietà cardiotoniche, stimola l’irrorazione sanguigna.

Tra i suoi principi attivi vi è anche l’acido glicolico, flavonoidi e altre sostanze dal potere antiossidante.

L’erba cipollina contiene carboidrati, proteine e fibre. I grassi sono in misura molto minore e il colesterolo è pari a 0. Per quanto riguarda i sali minerali invece 100 grammi di questa pianta contengono:

Potassio 296 mg
Calcio 92 mg
Magnesio 42 mg
Ferro 1,6 mg
Sodio 3 mg
Vitamina C 58,1 mg
Vitamina A 4.353 IU

Meglio un Conte bis con leale appoggio esterno.

In una vicenda totalmente anormale come quella della crisi di Governo (ma, potremmo dire, anormale come questo ciclo della vita politico-istituzionale), bisogna stare molto attenti nel formulare giudizi definitivi. Tutto può cambiare e poco è come sembra.

Tuttavia una domanda sorge spontanea.

Se il PD (giustamente e con fondati e da me condivisi motivi) vuole operare per una soluzione che eviti il ricorso immediato alle urne, per quale ragione ha posto il veto su un eventuale reincarico a Conte?

La risposta che Conte “non poteva non sapere” ciò che il suo Governo stava facendo non regge. Con altrettanta plausibilità, allora, si potrebbe rovesciare questa accusa su tutto il M5S, che sia nel Governo che in Parlamento non si è mai distinto o dissociato dalle scelte imposte dalla Lega di Salvini, decreto sicurezza bis compreso.

Se questa deve essere la logica (in quanto tale astrattamente pertinente) è chiaro che non resta nulla se non le elezioni immediate.

Ma, forse, la logica non è appunto questa.

Nel Parlamento in carica esistono equilibri determinati dagli elettori nel marzo del 2018.

Da questi occorre partire se si intende trovare una possibilità di ragionevole continuità della Legislatura.

Sono personalmente piuttosto perplesso nel leggere che si intende trovare, in questo Parlamento, la base per costruire un “Governo di svolta” con un profilo “politico” a tutto tondo.

Mi pare operazione piuttosto ardita, messa in questi termini.
Ritengo molto più realistico (e comunque altamente corrispondente agli interessi generali del Paese) ricercare in questa fase la possibilità di un Governo che accompagni la Legislatura almeno alla elezione del nuovo Capo dello Stato e che si ponga alcune (poche) priorità sul piano istituzionale, economico-sociale ed internazionale, nei termini indicati – tra l’altro – nei documenti espressi da Rete Bianca e da altre realtà del mondo popolare.

Un “fatto politico” è avvenuto, ovvero la rottura del patto Lega-M5S: su questo punto fa bene il PD a chiedere che siano tolte dal tavolo le ricorrenti tentazioni di una trattativa tesa a ripristinare questo patto.

Per il resto, penso che bene farebbe il Pd a prendere atto della realtà: l’unico ruolo (peraltro fondamentale) che questo partito può esercitare in questa fase, se non si vuole le elezioni immediate, è quello del leale appoggio esterno ad un Governo politicamente espresso dai Gruppi Parlamentari di maggioranza relativa, con la presenza di ministri “condivisi” di particolare autorevolezza anche tecnica in alcuni ruoli chiave, sulla base di un programma “minimo” ma “incisivo”.

A me pare del tutto evidente che porre un veto sulla figura del Presidente uscente, in questo senso, sia un errore clamoroso.

Verso Conte non ho mai nutrito particolari simpatie. Ma, appunto, in una fase come questa, le simpatie contano poco. Contano quel poco di “politica” che è rimasta e la possibilità di ristrutturare in un paio di anni l’intero sistema della rappresentanza politica in Italia, evitando la deriva di una pericolosa involuzione “post democratica”.

5 stelle come la Dc? Non siamo ridicoli.

Con inusitata leggerezza un noto editorialista della Stampa nei giorni scorsi ha scritto che i “5 stelle potrebbero diventare la nuova Democrazia Cristiana”. 

Ora, chiunque abbia letto quelle singolari e curiose parole credo che abbia fatto un sobbalzo o, addirittura, si è chiesto se c’è ancora un senso e una logica nel commentare la politica italiana di oggi. E questo, come ovvio, nel pieno rispetto di tutte le opinioni. Anche di quelle espresse dal noto editorialista della Stampa. 

E questo per 3 semplici motivi, al netto della profonda diversità storica e della scontata irripetibilità della politica, delle sue dinamiche e dei suoi strumenti concreti, cioè dei partiti. 

Innanzitutto la Dc era un partito profondamente democratico al suo interno. Certo, articolato per correnti organizzate perchè rappresentative dell’interclassismo della società italiana ma che garantivano, al contempo, un vero ed autentico pluralismo politico e culturale. Un partito che contava molti leader e grandi statisti ma che non tollerava al suo interno né i capi, né i guru e tantomeno i padroni. I 5 stelle? Semplicemente l’esatto contrario. 

In secondo luogo la cultura politica del partito. La Dc, certamente in un’altra epoca storica, aveva un chiaro riferimento culturale. Era un partito di ispirazione cristiana si’ ma, soprattutto, era un partito con una solida e riconosciuta cultura politica alle spalle. Il popolarismo sturziano, la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare e il filone cattolico democratico erano i fari che illuminavano il suo progetto politico e di governo. Certo, era una stagione politica e culturale dominata dalla contrapposizione ideologica ma sicuramente la Dc non poteva essere accusata di essere un partito liquido, ovvero privo di qualsiasi riferimento ideale e definito. I 5 stelle? Anche qui, l’esatto contrario di quella esperienza storica, politica e culturale. 

Ma è sul terzo aspetto che emerge una radicale separazione. E riguarda la collocazione del partito nello scenario politico. A prescindere dalle fasi storiche a confronto. La Dc è stato un partito di “centro che guarda a sinistra”, per dirla con De Gasperi. Sicuramente è stato un partito riformista, profondamente democratico, con una spiccata cultura di governo, centrale nello schieramento politico e con una linea chiara per quanto riguarda il campo delle alleanze. Ora, confrontare il ruolo, la funzione e soprattutto la collocazione di quel partito con i 5 stelle ci vuole una porzione di fantasia e di spensieratezza alquanto elevati. Non è il caso di infierire. Ma governare saldamente con la destra leghista per 18 mesi e, nell’arco di una manciata di ore, pensare di dar vita ad una alleanza opposta, alternativa e nettamente divaricante rispetto a quella praticata sino a qualche giorno prima – cioè con il nuovo partito della sinistra italiana di Zingaretti e con ciò che resta del vecchio Pci – credo che non meriti ulteriori commenti. 

L’elenco delle diversità potrebbe continuare all’infinito. Come, ad esempio, il confronto tra le classi dirigenti dei rispettivi partiti. Ma su questo terreno i 5 stelle, oggi, sono in buona compagnia con le classi dirigenti degli altri partiti. Ma è sufficiente fermarsi qui. Per arrivare ad una semplice conclusione. E cioè, qualunque confronto o parallelismo tra la Democrazia Cristiana e il partito dei 5 stelle può albergare solo nella mente di qualche marziano o di qualche osservatore distratto e del tutto avulso da ciò che è stata la politica italiana ieri e ciò che è oggi. 

Per dirla con termini ancora più semplici e comprensibili, tra la Democrazia Cristiana e i 5 stelle non è possibile alcun confronto perché sono su pianeti diversi. Ogni altro commento e’ puramente superfluo. 

Sul Tweet di Castagnetti. Se guardiamo a Moro, allora il Pd si limiti al sostegno parlamentare.

A proposito della affermazioni di Castagnetti sulla preferenza di Berlinguer nel 1976 per il governo a guida Moro anziché Andreotti va ricordato che non si tratta proprio della stessa cosa e situazione.

Andreotti aveva guidato il governo Dc PLI nel 1972 dunque ben 4 anni prima. In questa fase c’erano stati altri governi Rumor e Moro La Malfa, sulla base del deliberato del congresso del Palazzo dei Congressi mosso dall’accordo di Palazzo Giustiniani che vide la contrapposizione forte tra Fanfani e Andreotti. (C’ero).

Nel 1976 Moro fu certamente il negoziatore del governo della non sfiducia, con la ufficializzazione delle delegazioni Dc PCI nella sala del Direttivo Dc, ma l’intesa su Andreotti fu determinata dalla esigenza di salvaguardare in primo luogo la unità della Dc che era la stella polare di Moro e che ritroviamo nel testamento politico del discorso ai gruppi parlamentari della Dc del 28 febbraio 1978. (C’ero).

Andreotti nelle elezioni del 20 giugno 1976 ebbe uno straordinario successo elettorale chiudendo la campagna elettorale a Piazza del Popolo con la presenza attiva di Comunione e Liberazione e quella di Umberto Agnelli, candidato nel collegio di Roma due Prati, mischiato nella folla con Luca di Montezemolo
e non sul palco come fu invitato a salire. (C’ero).

Conte non può essere paragonato a Moro. Non viene da nessun passaggio elettorale. I paragoni sono improponibili. Andreotti nel 1976 realizzò il governo della non sfiducia. Se i 5 stelle difendono la posizione di Moro della continuità realizzino la non sfiducia con un monocolore 5s e il sostegno parlamentare esterno del PD. Vediamo sei due partiti sono in grado di farlo nome dei propri principi.

L’Europa, obiettivo dei cattolici

“Fuori dallo spazio europeo torneremo sudditi perché non saremmo in grado di affrontare nessuna priorità. Pensateci”. Queste sono alcune delle parole che David Sassoli ha pronunciato davanti al Parlamento Europeo.

Sono effettivamente parole che non possono suonarci indifferenti quando in Europa si rischia la spaccatura totale tra i paesi, dando nuovamente spazio alle pressioni economico politiche degli USA, che possono trasformare ancora una volta tutti noi cittadini d’Europa in ostaggi di una possibile e brutale politica di revanscismo tra le due più grandi potenze della terra, o forse tre se guardiamo alla Cina.

Oltremanica già stiamo subendo le continue minacce di una Gran Bretagna, che, tutto sommato, ha i suoi problemi interni, e va avanti con il “brexit si, brexit no” come se fosse una danza di cui tutti siamo già parecchio stufi.

Il discorso di Sassoli mi ha fatto riandare alle pagine del mio libro pubblicato nel 2011 su Pietro Pavan. Egli nel 1947 partecipò al congresso di Friburgo e ne stese, successivamente, un resoconto ben dettagliato. All’epoca le paure erano due: una forte ripresa della Germania – siamo a due anni dalla fine della seconda guerra mondiale – e il comunismo. Pavan ebbe a scrivere anche come tra movimenti europeisti genuini ve ne fossero alcuni “di ispirazione socialista, leninista-radicalmassonica”. Pio XII era un fervente sostenitore dell’Europa unita e la Santa Sede prende posizione ufficialmente nel 1948, dopo il colloquio del papa con il genero di Churchill, Duncan Sandys. Questo porterà i cattolici italiani a fondare il CAE (Centro di Azione Europeista), in cui Pavan lavorerà assiduamente.

Ma vorrei riportare testualmente ciò che scrissi nel libro: “La sua analisi lo porta a ritenere che di fronte all’agitarsi di tante idee i cattolici devono prendere posizione. Possono tergiversare, aspettare il momento propizio per intervenire, oppure ‘essere presenti con un’azione consapevole ed organizzata’. Ed a parecchi stava a cuore la seconda alternativa“.

In un suo discorso nel 1948 Pavan dichiara esplicitamente che “senza una unità europea sia economica che politica in alternativa c’è solo la morte dell’Europa. E sottolinea che il ruolo dei cattolici nella realizzazione dell’unità europea è imprescindibile “.

A questo punto della nostra storia, come italiani e cattolici, forse dovremmo riflettere, ma soprattutto agire e farlo subito. Don Sturzo scriveva nel 1950 a Veronese: “l’avvenire dell’Europa sia orientato verso il cristianesimo, abbandonando quel laicismo che ne ha avvelenato la vita pubblica“.

Credo che non ci sia altro da aggiungere alle parole di questo padre della Democrazia.
Caterina Ciriello

Lavori in corso

Ci sono alcuni presupposti che non vanno dimenticati. Senza questi verrebbe meno una chiarezza d’analisi. Non sono passati che diciassette mesi dalle elezioni del 4 di marzo. Questo è un dato che non può essere assolutamente dimenticato.

Potrei fare un’operazione del tutto legittima, riportare l’orologio a quella data. La condizione attuale è, in larga massima, identica a quel punto d’inizio: tre forze politiche che mal si sopportano e che devono trovare comunque un compromesso per non far fallire la legislatura. Il primo round ha richiesto tre mesi di faticoso confronto per suonare il campanello di fine ripresa.

Adesso, invece, i tempi dovranno essere fulminei. Immenso l’inizio, una frazione di secondo la successiva ripresa. Ma nulla è cambiato, opposti erano 5stelle e Lega, quanto sono opposti Pd e 5Stelle. Sapendo che la legislatura, ad oggi, si potrebbe dire essere ancora in una fase anoressica, diventa difficile immaginarsi che tutti i Parlamentari intendano andarsene a casa con questa fisicità. Credo non ci sia nessuno in grado di assecondare questa tesi della bella magrezza. Obietterete sostenendo che Salvini e la Meloni sbandierano il piacere dell’essere pelle e ossa, vero, ma questi, come forse qualcun altro, hanno la matematica certezza di ritornare sulla tavola imbandita.

Mentre la stragrande maggioranza dei mille parlamentari sono come foglie d’autunno … Dar torto a questi non è atteggiamento intelligente e rispettoso.

La Costituzione italiana prevede che il nostro sia un regime Parlamentare: i governi non escono dai voti ma dai Parlamenti. Com’è uscito quello dell’inizio giugno 2018, potrebbe uscire, per lo stesso identico principio, all’inizio del mese di settembre 2019. Nulla di strano. Di strano c’è solo che le parti in causa si guarderanno costantemente in cagnesco. Come del resto, anche se mascherato, si è verificato tra i partner della maggioranza sfasciata.

Potrà mai il Paese sopportare una tensione costante all’interno di chi ci governa? Francamente sono convinto che questi aspetti, comunque, il Paese li pagherà. In un modo o nell’altro le tensioni si scaricano e quando questo capita nel campo economico, la cosa può subire effetti spiacevolissimi. Sapendo che la nostra nave naviga a vista e si porta un carico nella stiva piuttosto pensante per non dire quasi esplosivo. In un clima di totale incertezza val la pena soffermarsi sullo stato d’anima dei Parlamentari.

Credo siano tutti in una fase di fibrillazione e il loro stato d’animo sia minato di intensa insicurezza. A maggior ragione, in questo clima politico in cui sembra del tutto smarrita la dimensione comunitaria o, se volete, l’orizzonte universale, in cui ciascuno pensa più a se stesso che al resto.

Intravvedendo alcuni soggetti, ho colto alcuni sintomi che potevano essere interpretati come celeste speranza o come possibile precipizio. Nel primo caso perché si augurano di posare il sedere su qualche Ministero, ma nel contempo, sapendo quanto tutto sia in stallo, di fare fagotto e tornarsene a casa.

Nonostante tutte queste grigie espressioni, voglio credere che, anche se non riconducibili a precisi soggetti, vi sia, nel nostro Paese, qualche angolo votato alla più alta espressione spirituale: il pensiero rivolto al bene comune, al bene dell’Italia, al bene di tutti. Se proprio mi strattonate perché io mi pronunci su qualche personaggio che tenga alto questo vessillo, non credo di sbagliare nel dire che sia in mano al Presidente della Repubblica. Su altri, sono sincero, non saprei chi citare.

Luce e gas: cosa succede in caso di aumento IVA

La crisi di governo evoca il fantasma dell’aumento dell’IVA. Se davvero l’imposta sul valore aggiunto salisse al 25,2% nel corso del 2020, a risentirne di più sarebbero gli utenti in regime di maggior tutela, con fatture della luce gonfiate del 9,39%. Prezzi maggiorati ma non di troppo invece, per i consumatori passati a un’offerta del mercato libero. L’ultimo studio SosTariffe.it ha simulato i rincari delle fatture luce e gas in caso di aumento della pressione impositiva.

Per evitare l’aumento dell’IVA servirebbero 23,1 miliardi solo per il 2020. Quindi se non si innalzano altre imposte, non si taglia la spesa o incrementa il deficit, dall’1 gennaio l’aliquota ordinaria salirà dal 22 al 25,2% e quella ridotta dal 10 al 13%.

Tutta ‘colpa’ delle cosiddette “clausole di salvaguardia” che stabiliscono l’incremento automatico di Iva e accise, in caso non si raggiungano determinati obiettivi di bilancio, in particolare quelli imposti dall’Ue.

Di quanto aumenterebbero le bollette di luce e gas?

In base ai risultati dell’indagine, a risentire di più dell’aumento dell’IVA sarebbero gli utenti in regime di maggior tutela. Sulle fratture residenziali della corrente elettrica a oggi si applica un’imposta valore aggiunto del 10%. Il prelievo fiscale, in caso di esercizio provvisorio, salirebbe al 13%.

Ne è emerso che, se nel corso del 2019 il consumatore considerato aveva una spesa annua per la luce di 628,32 euro, con l’eventuale innalzamento IVA, nel corso dell’anno 2020 spenderebbe la bellezza di 687,30 euro (circa il 9,39% in più).

Lo studio ha rilevato invece, che l’aumento del prelievo impositivo graverebbe meno su un consumatore del mercato libero. Un utente, con i medesimi consumi, il quale usufruisca di una fornitura di corrente elettrica ai prezzi del mercato libero, in media, con l’offerta più economica, spende all’anno 492, 48 euro. Nel 2020, in caso di aumento dell’iva, ne spenderebbe invece 505,10 euro (“solo” il 2,56% in più).

Diversa la situazione per le bollette del gas, che contrariamente a quelle della luce, non risentirebbero tanto degli aumenti IVA.

A oggi per un consumo di gas compreso entro i 480 metri cubi l’anno, l’IVA applicata alle fatture è pari al 10% e rischia di salire al 13%. Mentre invece, per consumi maggiori ai 480 metri cubi, imposta sul valore aggiunto applicata oggi è pari al 22%, e in caso d’incremento, salirebbe al 25,2%.

Le tariffe attuali, per un consumatore tipo in regime di maggior tutela con un consumo annuo di 1400 metri cubi di gas, si traducono in bollette per 1067,24 euro annuali. La cifra da spendere nel corso di un anno intero invece, in caso di aumento dell’IVA, salirebbe a 1091,92 (circa il 2,31% in più).

Anche su un consumatore tipo che ha aderito a un’offerta del mercato libero con lo stesso fabbisogno di gas annuale, l’aumento dell’Iva non inciderebbe più di tanto. Se le bollette di un intero anno si aggirano ora sui 987, 87 euro, nel corso del 2020 schizzerebbero a 1009,37 (circa il 2,18% in più).

Tumori: ecco una nuova arma

Arriva in Europa una nuova arma per il trattamento di tumori solidi che presentano una particolare alterazione genetica, la fusione di geni NTRK (Neurotrophic Tyrosine Receptor Kinase). Il farmaco è il larotrectinib e il Comitato per i farmaci ad uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea dei farmaci (Ema) ne ha raccomandato l’autorizzazione alla vendita nell’Unione europea.

Il medicinale è indicato per i pazienti il cui tumore è diffuso o non può essere rimosso chirurgicamente, e non hanno altre valide alternative terapeutiche, e per quei tipi di cancro che non hanno avuto origine nel sangue o nel midollo spinale.

Si potrà usare in alcuni tipi di tumori rari che colpiscono adulti e bambini, come il fibrosarcoma infantile o quello delle ghiandole salivari, e raramente anche in alcuni dei tumori più diffusi, come quello del colon e polmone.

De Mita: “Salvini ritirati”.

Antonia De Mita intervista Ciriaco De Mita

Leggittimo cambiare l’alleanza Governo per incrociare il sentimento delle maggioranza europeista e antisovranista.

di Egidio Banti

Registro che – con argomenti certamente degni di considerazione – si continua però a non considerare un fatto, legato alle elezioni europee di fine maggio.

Sono state quelle, con quel che ne è seguito dopo, a cambiare le carte in tavola, e ciò è avvenuto per volontà degli elettori, non contro. La maggioranza degli elettori europei (anche in Italia!) ha votato per una maggioranza europeista, non per una maggioranza sovranista! Quindi non è vero che gli elettori non si sono pronunciati, si sono pronunciati eccome.

Quella maggioranza europea che (un po’ a sorpresa, ma è andata così) ha visto l’adesione determinante del gruppo 5 Stelle al Parlamento europeo esiste numericamente anche in Italia. Non per nulla, il governo precedente – che non corrispondeva a quella maggioranza – è saltato nel giro di un mese.

Ora, visto che è saltato, provare a realizzare anche in Italia una maggioranza parlamentare coerente con il voto degli elettori, a me non sembra sconvolgente, ma doveroso. Che poi ci si riesca, è un’altra cosa. Però bisogna provarci, accettando il rischio di trovarci di fronte a una classe politica impreparata.

Ma proprio l’impreparazione dei 5 Stelle, parallela a quella degli uomini di Salvini, mi fa ritenere che un governo con il PD, che di preparazione a volte ne ha fin troppa, sarebbe un fatto positivo per l’Italia, e per l’Europa.

Conte ha messo fine alla stagione del salvinismo di Governo.

di Pierluigi Moriconi

Alla vigilia delle dichiarazioni di Conte in Senato, pubblicai la prima parte della requisitoria di Cicerone contro Catilina (“Fino a quando abuserai della nostra pazienza,Catilina?”), auspicando che nell’odierno Senato ci fosse un Cicerone.

 

Devo dire che questo auspicio si è concretizzato il giorno dopo. Conte, anche scontando la giusta critica sul ritardo della rottura, il Premier ha fatto si che le sue parole abbiano definitivamente sbaragliato un inconsistente Salvini e chiuso quella esperienza. Ha finito ciò che Renzi aveva iniziato mettendo all’angolo il “capitano”; un “capitano” però che a me è sembrato sempre un “piccolo caporale”.

 

Ora, abbiamo davanti il nodo Zingaretti e del suo entourage. Sappiamo che il desiderio nascosto, ma non tanto, è lo scioglimento delle Camere, cercando come unico risultato l’eliminazione di Renzi e i suoi. Ma come effetto collaterale la fine del PD.

 

Purtroppo il livello della classe dirigente è quello che è. In questa delicata partita avremmo avuto bisogno di ben altre personalità. Se Zingaretti vorrà riscattare la sua “inutile” segreteria, che in tutto questo tempo non ha prodotto nulla di ciò che ci si aspetterebbe da un segretario e da un partito di opposizione, deve evitare irrigidimenti che apparirebbero balbettii a scusa della rottura e quindi realizzazione dei suoidesiderata.

 

Povero Mattarella, che si deve sorbire tanta inconsistenza istituzionale! A lui tutta la nostra solidarietà. Con Salvini. domani eventualmente padrone del gioco per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica,metteremmo a rischio anche questa figura alta di garanzia della nostra Repubblica.

 

*Segretario nazionale dell’Associazione “Agire politicamente”.

Conte chiude alla Lega. E’ proprio necessario il veto del Pd su di lui?

A questo punto dobbiamo affidarci alla logica. Supponiamo che la pregiudiziale riguardante la guida del governo, con la conferma di Conte, sia insormontabile. E supponiamo altresì che la pressione di Salvini faccia breccia nei cuori dei grillini per ragioni – diciamo così – imperscrutabili. Allora si dovrebbe supporre che identica pregiudiziale dovrebbe valere se dovesse riaprirsi il forno gialloverde. Ma dopo le dichiarazioni di Conte, per il quale l’esperienza con Salvini è una pagina definitivamente archiviata, come si può immaginare che non valga a destra ciò che vale a sinistra, ovvero che a dispetto di tutto e di tutti si possa formare nuovamente un governo Lega-M5S, pur con il Presidente del Consiglio attestato su questa posizione di assoluta intransigenza?

Secondo logica, appunto, uno scenario ribaltonista che lasci a secco il faticoso dialogo con il Pd e rimetta in auge la precedente formazione governativa, magari con qualche aggiustamento “a latere” dell’oggetto del contendere, dovrebbe essere esclusa in maniera categorica. Questo dice un pensiero minimamente ordinato a fronte della singolare conduzione della crisi. È possibile che diventi regola un guazzabuglio di motivazioni altalenanti e contraddittorie? Anche la piattaforma Rousseau faticherebbe a identificare un algoritmo capace di giustificare l’ingiustificabile. Molti osservatori sono guardinghi, avvertono l’asfissia che attanaglia l’articolazione del ragionamento politico.   Figuriamoci allora come potrebbe reagire la pubblica opinione, anzi – per essere più chiari – come già inizi a reagire.

La questione della conferma di Conte non è di secondaria importanza per il Pd. La resistenza di Zingaretti è comprensibile. Certamente la svolta apparirebbe sbiadita, fino al punto di configurarsi, agli occhi dell’elettorato e della base del partito, alla stregua di una beffa. Tuttavia, sempre a fil di logica e con il realismo necessario, il veto sul premier uscente sconta il fatto che a pagare il prezzo della “rivoluzione parlamentare” sarebbe proprio l’artefice più diretto ed esplicito dell’inversione di rotta realizzata dopo appena 16 mesi dall’apertura di questa complicata legislatura. Conte ha avuto la forza, comunque, di mettere con le spalle al muro il suo ministro dell’Interno, inscenando nell’Aula del Senato una vera e propria requisitoria. Non si può far finta che il gesto non abbia pesato sulla rappresentazione nuda e cruda della fine di un ciclo politico.

Spetta dunque al segretario del partito più esposto, al quale s’indirizza la polemica di una destra ormai inferocita, prendere il coraggio a due mani. Può tenere il punto, non senza ragioni, ma così facendo rischierebbe di far saltare la soluzione della crisi, spalancando le porte a elezioni quanto mai ostiche – con quale schema, infatti, si dovrebbero affrontare? – o addirittura alla inusitata ricomposizione della vecchia maggioranza. È una decisione, quella che Zingaretti dovrà assumere nelle prossime ore, che solo gli incoscienti possono pretendere di maneggiare con l’ostentazione di ingenue sicurezze. Alla fine, però, se si vuole mandare all’opposizione Salvini, anche il sacrificio di una pallida discontinuità, certo insoddisfacente per il popolo della sinistra, può e deve essere sopportato in nome di una esigenza politica prioritaria. Anche Ciriaco De Mita, valutando l’emergenza  del momento, ha auspicato il varo del governo M5S-PD. Se fallisse, sarebbe un guaio.

P.S. Avevamo ipotizzato in un precedente articolo che   il veto potesse rafforzare alla lunga il ruolo di Conte. Sembrava che il M5S non si sbracciasse in difesa del suo premier. Evidentemente gli ordini della Casaleggio Associati hanno determinato una rapida correzione di tiro. Dunque, senza attendere scadenze lontane, fin da subito si acclara l’aumento d’incidenza e peso politico del premier dimissionario.

Sassoli: “dobbiamo custodire la democrazia e l’Europa”.

Pubblichiamo il discorso che il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha pronunciato ieri a Rimini nella giornata conclusiva del tradizionale Meeting di Comunione e liberazione.

Caro Presidente, cari amici,

le suggestioni e le provocazioni che mi avete consegnato consentono nella giornata conclusiva del Meeting di andare al cuore delle grandi questioni della contemporaneità. Vi ringrazio per l’invito e per avermi concesso la possibilità di riflettere ad alta voce sui tormenti e le speranze di questo tempo del nostro scontento. Sí, sentiamo tutti forte i pericoli a cui andiamo incontro e l’ansia di non essere all’altezza di sfide così impegnative. Vediamo anche molto chiaramente che alcune tendenze vorrebbero farci rinunciare ai valori sui quali è costruita la nostra convivenza. Sono le prove a cui è sottoposta la nostra generazione oggi, in questo momento, con domande inedite da parte di un mondo che si è trasformato sotto i nostri occhi e che spesso non siamo stati in grado di capire e di regolare.

Quando da ragazzo chiesi al professor Giorgio La Pira cosa intendesse per ‘escatologia del profondo’, lui mi rispose che la storia è come un Oceano in cui sei in grado di cogliere le correnti quando affiorano, ma in profondità altre si preparano, si gonfiano, e scoprirne la forza prima che si manifestino è opera della politica. Della grande politica.

I segni dei tempi ci dicono che le nostre società sono pervase da forti ondate di disgusto, immense delusioni, istituzioni che non vengono riconosciute come la casa comune in cui garantire le nostre libertà. Sono sentimenti che attraversano l’Europa, che ritroviamo in tutti i paesi dell’Unione e che nascono dal disagio, dall’esclusione, dalle ingiustizia ma che sono anche strumentalizzate da coloro che oggi hanno paura che l’Europa possa essere un competitor esigente perché legato a regole, valori, umanità.

Non è un caso che oggi in troppi scommettano sulla nostra debolezza e sulla nostra divisione. Se guardiamo al mondo fuori dallo spazio europeo vediamo quanto le dinamiche di potenza debbano essere temperate, regolate. E quante ingiustizie chiedano di noi. Per essere capaci di dare risposte dobbiamo caricarci sulle spalle l’ansia di cambiamento che contengono le domande che ci ha rivolto Papa Francesco, quando invita a lavorare per umanizzare i processi di globalizzazione. È la domanda cruciale del nostro tempo.

Ed è l’unica che può consentirci di riscoprire quella vocazione che in questi 70 anni ci ha portato a costruire uno spazio di democrazia in cui il diritto è il termine di riferimento con cui noi regoliamo i rapporti fra i nostri Stati membri, fra i nostri cittadini e domani con quegli Stati che aspirano a vivere con noi.

“Solo se l’Europa rimane e diventa sempre di più spazio di libertà – come ha di recente ricordato don Julian Carron – potremo condividere la ricchezza che l’uno o l’altro avrà trovato nella vita e potremo offrirla come risposta alle esigenze e alle sfide che abbiamo davanti”.

L’Europa, non dimentichiamolo, è il suo diritto. E anche quando le nostre Istituzioni si mostrano inadeguate o da riformare non dobbiamo dimenticare che, se anche imperfette, garantiscono comunque la convivenza possibile e custodiscono le nostre libertà. Non è un caso che le forze che vogliono dividerci ci raccontino di un sistema europeo le cui regole devono essere scardinate. Non chiedono riforme, ma ritorni indietro per impedire all’Unione di giocare il suo ruolo sulla scena mondiale, di essere capace di regolare l’uso della forza che non è solo militare, e per impedire ai nostri paesi di affrontare i loro problemi e di superare tante ingiustizie.

In questo momento assistiamo ad una insopportabile ingerenza nello spazio europeo da parte di forze esterne che ci fa dire che i nostri Paesi, dopo aver lottato per la propria indipendenza, oggi si trovano ad affrontare una fase nuova in difesa dell’indipendenza dell’Unione. La nostra autonomia ė garanzia per le libertà di cui godiamo e che ci fanno diversi da altri, non migliori, e a cui gli altri tuttavia spesso aspirano.

Quante volte, andando fuori dallo spazio europeo siamo visti con occhi pieni di ammirazione per quello che abbiamo costruito e per i nostri modelli di vita?

Dico questo non solo per la risposta da dare a quanti cercano di insinuarsi e strumentalizzare le posizioni nazionaliste, ma anche per l’evidente interesse a non consentire agli europei di giocare un ruolo in un mondo globale che non ha regole ma deve trovare regole. Fuori dallo spazio europeo torneremo sudditi perché non saremmo in grado di affrontare nessuna priorità. Pensateci… pensiamo ai problemi che abbiamo, ai problemi che ha l’Italia… la sfida ambientale, la sicurezza, le questioni finanziarie, gli investimenti, la lotta alla povertà, l’immigrazione, il commercio internazionale, la politica agricola, industriale, la sfida tecnologica.

Quali di queste grandi questioni possono essere affrontate dai nostri paesi da soli? Nessuna. E per molte sfide lo spazio europeo è già troppo piccolo. Se dovessimo ritornare indietro, come molti vorrebbero, non avremmo possibilità di superare tante difficoltà, ma metteremmo in gioco il bene più prezioso costruito dal secondo conflitto mondiale: la pace fra le Nazioni europee. È un rischio molto concreto, perché quando gli Stati non sono in grado di affrontare i problemi che hanno di fronte è naturale che li scarichino sugli altri, alimentando tensioni e addirittura conflitti. È la storia dell’Europa moderna, è la storia delle generazioni precedenti alle nostre. È la storia che ci riporta esattamente a 80 anni fa, ieri, quando il 23 agosto1939 viene firmato il patto Molotov-Ribbentrop, un patto di non aggressione fra la Germania nazista e l’Unione sovietica.

Sei giorni dopo, inizierà la guerra. Pio XII capì subito che era il semaforo verde all’invasione della Polonia e mandò un radiomessaggio famoso perché conteneva una formula che noi dobbiamo continuare a proteggere: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Un messaggio che non impedì, di lì a sei giorni, lo scoppio della seconda guerra europea e dunque mondiale, con il suo peso di lutti e al suo interno la incancellabile vergogna europea della Shoah.

Dobbiamo ricordare questa data. E dobbiamo farlo senza più quasi la voce dei testimoni che l’hanno vissuta: il volgere delle generazioni ci obbliga a guardare a quegli eventi con la forza della ragione e senza più l’ausilio così prezioso di chi ha vissuto la devastazione, la strage, la ferocia, l’odio razziale, la forza seducente del demonio nazionalista. Ma dobbiamo anche ricordare che coloro che hanno vissuto quell’orrore ci hanno dato in custodia istituzioni democratiche ed europee.

Tutti noi europei viviamo la responsabilità di quella custodia: la custodia della democrazia e dell’Europa.

Il progresso tecnologico e la semplificazione barbarica dei linguaggi può talvolta farci pensare che della democrazia e dell’Europa possiamo fare e pensare qualsiasi cosa. Che possiamo consegnare ai sentimenti volubili e cialtroni che trasudano sui social quel che è costato caro, carissimo: macerie di carne umana, macerie di città, macerie morali di un mondo che oggi qualcuno osa dipingere come il tempo in cui vigevano principi morali e che si è rivelato capace di abissi di crudeltà che dobbiamo avere davanti agli occhi. Le donne sventrate di sant’Anna di Stazzema, i treni caricati di ebrei venduti a 5mila lire a Roma e mandati a morire in Polonia, i Rom catturati e gasati, le vittime delle stragi e dei bombardamenti.

Chi incendiò l’Europa trovò anche un cristianesimo spiritualmente impreparato, impegnato nella lotta alla modernità e illuso che la caduta dei regimi liberali fosse una rivincita della “cristianità” e non un orrore. Dico questo perché a me, a voi, interessa capire la lezione del Secolo breve e quanto sul dolore il mondo cattolico sia riuscito in un’opera di riscatto e rinascita.
Non vi è dubbio che toccherà proprio al cattolicesimo politico individuare nella democrazia e nei Parlamenti gli strumenti per invertire la rotta e metterci in sicurezza.

Costituzione e Europa sono i termini della rinascita.

In Italia, i costituenti cattolici – Giuseppe Dossetti, e con lui Aldo Moro, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Costantino Mortati, la professoressa Bianchini– seppero disegnare quel capolavoro che è la nostra Costituzione: intrisa di un personalismo che non ha l’odore di un incenso stantio e strumentale, ma il profumo di una passione di verità cristiana che i cattolici hanno il dovere di opporre a chi ancora oggi – in Polonia, in Ungheria, in Italia – osa agitare i simboli della nostra fede come amuleti, con una spudoratezza blasfema.

La Costituzione ma anche l’Europa: perché l’Europa nasce da tre signori che parlano una lingua materna comune, il tedesco, e pensano con categorie materne comuni, in cattolico. Sono loro a capire che non ci sarà nessuna garanzia di una pace duratura senza una Europa che sappia essere pacificata e pacificante: una grande potenza di pace, messa in mezzo fra l’Atlantico e gli Urali, messa sopra al grande Continente africano in cui proprio gli europei sono andati a rubare di tutto, con lo schiavismo e con il colonialismo, e al quale devono restituire una prospettiva di pace e di sviluppo.

In tutto questo anche oggi i cattolici giocano un ruolo decisivo, perché è sulla loro divisione che contano le destre neo-nazionaliste. Se guardate a come si è estesa l’onda nera del sovranismo, con i suoi rigurgiti antisemiti e il suo razzismo più o meno travestito, vedete che ha puntato ai paesi di più forte tradizione cattolica e alla divisione del loro cattolicesimo: Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Italia sono stati territori nei quali si è puntato a spaccare il cattolicesimo, per spaccare il paese e spaccare l’Europa. Agitando fantasmi e paure non si è andati alla ricerca del voto cattolico (che è normale e ovvio), e neanche alla ricerca del voto conservatore (altrettanto normale): si è andati alla ricerca di frange e sette che rivendicano di essere la vera chiesa e che vengono chiamate a fischiare il Papa in una piazza italiana.

Anche questo non è inedito: quando Pio XI scomunicò i membri dell’Action française nel 1928, lo fece non perché gli desse noia il loro conservatorismo politico, ma perché volevano dividere la Chiesa. Ma oggi che la Chiesa, come diceva papa Giovanni, preferisce la medicina della misericordia alle armi della severità, bisogna essere non meno vigili e decisi di papa Ratti. E dire che il cattolicesimo non è un emporio dove si passa a prendere un rosario, un Vangelo, un santino, ma un popolo cristiano, legittimamente pluralista sul piano delle scelte politiche che sulla fedeltà alla Costituzione e nella difesa del sistema democratico non si lascia dividere. E che proprio nella Costituzione, intrisa di così profonda esperienza cristiana ed insieme intessuta del supremo principio di laicità (sentenza Casavola, un cattolico) trovano il loro punto di raccordo e la garanzia dei loro valori.

La stagione che viviamo non ci richiede partiti cristiani, ma forse ancor più ha bisogno di testimoni della radicalità evangelica e di interpreti dei segni dei tempi. Testimonianza: una parola molto cara alla vostra comunità.

Parola che richiama la forza generativa delle origini e che poi accompagna il cammino, anche nei cambiamenti necessari, come la vostra storia dimostra.

Tutto questo per dirvi che dobbiamo sentire il peso della nostra responsabilità – e su alcuni fondamentali non possiamo stare a guardare o essere neutrali – e dobbiamo sentirla in un momento come quello che vive il nostro Paese.

Se con tutta la fatica e le contraddizioni del caso, un cattolicesimo che sarà pure minoritario ma che domattina porterà a messa sette milioni di persone torna ad insegnare quelle virtù che la grazia fa ricevere come dono di Dio e che l’immagine di Dio impressa in ognuno fa scaturire da ogni coscienza, allora c’è una speranza che potrà rendere le formule politiche un viatico per raggiungere traguardi di partecipazione democratica che consentano davvero il “pieno sviluppo della personalità”, come la Costituzione indica come il bene repubblicano per eccellenza.

Sono giornate importanti, piene di incognite e nelle quali serve grande fiducia nella capacità di convincimento, di dialogo, di incontro.

Le forze politiche sono utili se sono riconosciute utili dal paese. E l’importanza dei partiti è nel tenere sempre al centro del loro impegno l’interesse del Paese.

Condivido sillaba per sillaba ciò che il card. Bassetti è venuto a dirvi sulla crisi di visione di cui il paese soffre: ma sono venuto anche a dirvi che io e voi dobbiamo anche interrogarci sulla nostra quota di responsabilità in questa crisi. Perché c’è ed è inutile negarla.

Chi, nell’ultimo quarto di secolo ha educato che nel lavoro si avanza non per protezione ma per esemplarità, che la coscienza da esaminare non è quella degli altri ma la propria, che il rigore etico è un cristallo che non ammette fessurazioni, che il dovere democratico è uno spirito di sacrificio e non una bestia da social? Chi, ha prodotto anticorpi utili per fronteggiare una cultura individualista che con troppa facilità ha travolto i valori della solidarietà, dell’umanità, dell’uguaglianza?

Ed è da questo esame di coscienza che dobbiamo ripartire: perché le formule politiche e parlamentari hanno un senso se servono a creare le condizioni per un rinnovamento culturale che tocchi tutti, che interessi tutti.

La macchina della propaganda neo-nazionalista lascia gli italiani in un mare di guai.

In Europa le forze che hanno vinto le elezioni stanno cercando di dar vita a una legislatura che vuole essere un punto di riferimento anche per il nostro Paese.

Gli europeisti italiani hanno un solido punto di riferimento nell’alleanza che si è realizzata nel Parlamento europeo, e che intendo rafforzare. Questa dovrà essere una legislatura politica con un’agenda sociale di forte discontinuità col passato e gli impegni assunti dalla presidente von der Leyen sono le basi su cui costruire un vero manifesto per la nuova Europa.

Sappiamo che queste sono ore di riflessione e confronto nella politica italiana e ci auguriamo che dalla crisi arrivino parole chiare anche sulle politiche di cui abbiamo bisogno.

L’agenda europea è un buon punto di riferimento perché contiene obbiettivi ambiziosi e strumenti adeguati e imboccare la strada dello sviluppo sostenibile, salvaguardare la flessibilità nell’attuazione del Patto di stabilità e crescita, rilanciare gli investimenti, introdurre un bilancio della zona Euro, sviluppare una strategia contro la povertà con una direttiva quadro sul salario minimo e una sui piani di protezione sociale.

Avere cura del pianeta, è avere cura degli uomini.

Di fronte ai disastri che oggi devastano Siberia e Amazzonia, gli europei lancino un segno, una campagna simbolica.

Ogni sindaco di città grande o piccola d’Europa sia il motore di una nuova speranza e con un piccolo gesto, ma di grande impatto, pianti un albero sotto lo slogan: tu sei il mio respiro, YOU ARE MY BREATH.

Istituzioni e cittadini, persona e comunità responsabile.

Il nuovo governo italiano dovrà avere obbiettivi ambiziosi per una crescita sostenibile, come ieri ha ben spiegato qui il professor Giovannini…

Le idee non mancano e invitiamo le autorità italiane a sostenere la nascita di una Banca Europea per il Clima, l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, l’introduzione di una tassazione per i “giganti tecnologici”. Su tutto questo il Parlamento europeo è già pronto a fare la propria parte.

D’altronde, abbiamo bisogno di un’Europa più forte per rispondere alla concorrenza di potenze economiche come la Cina e gli Stati Uniti ed avere nei rapporti con la Russia e la Turchia doti di dialogo e di fermezza basati sui valori della democrazia e dello stato di diritto.

Ma un’Europa più forte non può essere solo il risultato di interventi legislativi. Occorre investire sulle forze sociali, sulla loro autonomia, sul ruolo dei corpi intermedi. E al tempo stesso dobbiamo investire su persona e comunità, sulla libertà dell’individuo e dei corpi sociali. È la moderna frontiera su cui si gioca una parte importante del modello sociale europeo, perché tutto il corpo delle relazioni sociali, civili, solidali sono la spina dorsale della democrazia.

Anche questo è un portato della cultura cristiana che è diventato fondamenta della casa comune. E dobbiamo averlo chiaro perché la verticalizzazione dei poteri (economici, finanziari, anche geopolitici) sembra scoraggiare il protagonismo, l’autonomia e la responsabilità sociale.

A Bruxelles siamo riusciti a trovare convergenze importanti in Parlamento e si sono prese le misure alle forze antieuropee.

Costruire politiche senza le necessarie convergenze d’altronde risulta sempre sterile.

Confronto, dialogo, mediazione sono parole nobili per la politica che devono tornare nel vocabolario dei democratici.

Se la politica non è tutto, come avvertiva Aldo Moro, nella politica nessuno può sentirsi il tutto.

Seguiamo con passione quanto sta avvenendo in Italia e se la crisi sarà superata positivamente avremmo riconquistato un posto di primo piano per il nostro Paese in Europa. Sviluppare dialogo è sempre diventare più ricchi. E dobbiamo mettere nel conto che la storia non si costruisce senza difficoltà, senza ostacoli, o solo intuendo gli obbiettivi e dichiarandoli. Confronto sempre, ma non per ricercare alleanze per vampirizzare gli altri o trovare un compromesso di potere, ma concentrandosi sullo stato della nostra democrazia e sulle priorità del nostro paese.

D’altronde, non si governa con pieni poteri la settima potenza mondiale; non servono pieni poteri per governare società complesse.

Pieni poteri li chiedono coloro che si considerano autosufficienti e pensano che un uomo forte possa risolvere i problemi con la bacchetta magica o con l’uso della forza.

La prepotenza è una malattia che l’Europa ha conosciuto molto bene. Chi ama il proprio paese, invece, sa che l’Europa è un porto sicuro.

È come per coloro che amano l’umanità e sanno bene che i porti devono restare aperti, perché non è maltrattando la povera gente che si costruisce una politica per l’immigrazione. Impegniamoci a dare poteri all’Europa, invece, per affrontare il fenomeno migratorio e impegniamoci per una riforma del regolamento di Dublino, che il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza, e che stabilisce che chi arriva in Italia, Malta, Spagna, Grecia arriva in Europa ed è l’Europa a doversene occupare. Invito anche da qui, con voi, il Consiglio europeo a tirar fuori dai cassetti quella riforma ed approvarla.

“Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia”, ci ha ammoniti papa Francesco.

L’Europa spazio aperto, partecipato e solidale.

Cento anni fa, Mussolini in una famoso discorso ai Fasci di combattimento disse: “Dobbiamo riuscire a trasformare la paura in odio”. Noi, 100 anni dopo, dobbiamo trasformare la paura in solidarietà. Perché la solidarietà è moltiplicatore di benessere, e anche di sicurezza. Ma questo è possibile solo con una società viva, plurale, dialogante, sorretta da principi di umanità: non una società di monadi separate, ma di solide interrelazioni.

Chi, può continuare a dire, con fierezza, nel mondo di oggi che le libertà individuali sono un patrimonio inviolabile?

Se gli europei potranno continuare a dirlo, i cristiani potranno dire di aver fatto un buon lavoro.

Dobbiamo restare molto saldi.

E chi resta saldo? Solo colui – parafrasando Bonhoeffer – che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo.

“Ma dove sono questi uomini responsabili?”, si chiedeva il teologo.

La domanda di Bonhoeffer è terribile e vale per ciascuno di noi. Portiamocela sempre con noi, non per angosciarci, ma per riempirci di coraggio e speranza attrezzandoci anche, come consigliava Emmanuel Mounier, ad avere sempre una grande immaginazione.

L’economia che verrà

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.orbisphera.org a firma di Antonio Gaspari

Viviamo tempi difficili. La guerra dei dazi, le politiche speculative, l’egoismo unilaterale che straccia gli accordi commerciali per inseguire guadagni a breve, minacciano la crescita economica mondiale. E al tempo stesso, il tentativo di rilanciare la corsa agli armamenti e il ritorno di politiche neocolonialiste per lo sfruttamento di popoli e territori, fanno temere un passo indietro nella civiltà e nella democrazia.

Uno dei principali motivi di preoccupazione è che, a fronte di una crescita economica mondiale sempre più grande, lo squilibrio tra ricchi e poveri non solo non diminuisce ma si allarga.

Nel 2018 i 26 individui più ricchi del mondo possedevano una ricchezza pari a quella di 3,8 miliardi di persone, cioè più di metà della popolazione mondiale. E non fa eccezione il nostro Paese dove, a metà 2018, il 20% più ricco degli italiani possedeva il 72% dell’intera ricchezza nazionale.

Il dato che preoccupa è che la ricchezza si concentra, sempre più, in pochissime mani. Lo squilibrio paradossale tra ricchi e poveri è visibile anche nella misura delle retribuzioni. Negli Stati Uniti dal 1978 i dirigenti di impresa hanno visto aumentare i loro compensi del 940%, mentre nello stesso periodo la retribuzione dei lavoratori è cresciuta solo del 12%. E in molti Paesi sviluppati i salari sono stagnanti e la copertura sanitaria e quella pensionistica stanno subendo una progressiva erosione.

Questi dati danno la misura dell’ingiustizia in atto. Ma come sempre accade nella storia, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

In più parti del mondo, infatti, stanno emergendo gruppi economici e di pensiero che cercano di reagire a questi fattori di crisi proponendo significativi cambiamenti del modello economico dominante.

È accaduto così che duecento tra i maggiori imprenditori e dirigenti societari degli Stati Uniti hanno stilato un documento nel quale suggeriscono di riequilibrare l’attuale modello di crescita, limitando la speculazione e favorendo l’attenzione per le persone e l’ambiente.

In un manifesto pubblicato dalla “Business Roundtable” – un’organizzazione che riunisce esponenti dei CdA di imprese come Jp Morgan, Amazon, BlackRock, General Motors – si sostiene infatti che è necessario superare il dogma del «profitto ad ogni costo». E che occorre considerare l’impatto sull’ambiente, il rispetto dei consumatori e le condizioni offerte ai lavoratori.

Insomma, si ricomincia a parlare di un “capitalismo inclusivo” che non punti solo al profitto, ma consideri anche il tema delle ricadute sociali.

La “Business Roundtable” ha affermato, tra l’altro, la necessità di «investire sulla forza lavoro, sostenere le comunità locali e offrire ai lavoratori formazione e istruzione affinché possano sviluppare nuove competenze per un mondo in rapido cambiamento». Fattori, questi ultimi, che non sono antitetici al profitto ma che, anzi, sono gli unici in grado di garantire «valore a lungo termine per gli azionisti».

La proposta di un mondo più equo, con progetti innovativi sull’economia che verrà, è oggetto di dibattito anche all’interno della Chiesa cattolica.

Stanno crescendo, infatti, le adesioni all’incontro internazionale “The Economy of Francesco” che si terrà ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020. Incontro incentrato sulle proposte di Papa Francesco per una nuova economia di condivisione.

Hanno già confermato la loro presenza i Premi Nobel Muhammad Yunus e Amartya Sen, nonché gli economisti e attivisti per i diritti umani Bruno Frey, Tony Meloto, Carlo Petrini, Kate Raworth, Jeffrey Sachs, Vandana Shiva, Stefano Zamagni.

La finalità dell’incontro di Assisi è quella di «stringere con i giovani, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, un patto per cambiare l’attuale economia e dare un’anima a quella di domani perché sia più giusta, sostenibile e con un nuovo protagonismo di chi oggi è escluso».

Amatrice ricorda don Giovanni Minozzi. Accanto agli orfani della guerra

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Bruno Bignami

Amatrice commemora l’illustre concittadino don Giovanni Minozzi in occasione del centenario dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (15 agosto 1919 – 15 agosto 2019). Il filo rosso del suo impegno educativo, già maturato nel solco tremendo della Grande guerra, è confluito cento anni fa nella cura per gli orfani e si proietta nel futuro dopo i tragici eventi del terremoto. 

L’idea di aprire l’Opera per il Mezzogiorno nasce nel novembre 1918, a conclusione della guerra, quando don Giovanni, nato a Preta di Amatrice, espone il suo progetto all’amico barnabita Giovanni Semeria, già cappellano al Comando generale di Cadorna. Viene pensato come un impegno concreto per il dopo-conflitto. In quel momento don Minozzi rivela anche la sua profonda spiritualità: «Unire la coltura alla carità ho sempre desiderato. La coltura senza la carità è arida, infeconda: solo la carità anima tutto. Cristianesimo senza ardore di carità attiva mi pare un non senso, un assurdo. Amo Ozanam per questo».

Don Minozzi era partito per il fronte orientale italiano il 10 giugno 1915 in servizio sul secondo treno ospedaliero allestito dal Sovrano Ordine Militare di Malta. Era destinato nel Cadore, a Calalzo, in provincia di Belluno. Da subito, intende capire come funziona realmente la prima linea, vuole conoscere quali sono le vere necessità dei soldati, si prepara ad assumere un ruolo attivo all’interno dell’«inutile strage». Il suo diario, Ricordi di guerra, è una ricostruzione fedele del periodo, senza trascurare crisi e difficoltà. Egli, da patriota convinto, non si lascia andare a esaltazioni mitiche degli anni bellici. Anzi, ne evidenzia aspetti problematici e questioni irrisolte. Descrive la cruda realtà, mettendo in luce l’inadeguatezza dei quadri dirigenti. Parla di «generali limitati d’esperienza, corti di vista, mediocri d’ingegno e scarsamente quindi capaci di comando», presenti numerosi nello schieramento italiano al fronte «per moltissimo tempo». 

Si deve quindi al suo genio pedagogico l’idea di creare dei luoghi di umanizzazione a ridosso della linea del fronte per creare spazi alternativi alle osterie o alle case di prostituzione e per offrire occasioni di sano incontro per i giovani militari. La prima istituzione è la “Sala ritrovo”, nata a Calalzo di Cadore già nel giugno 2015. L’organizzazione della Sala è la risposta a una domanda: cosa fare davanti a centinaia di militari che si ammassano nel centro del paese annoiati e «inaspriti in un ozio acido e rissoso»? 

Dalla “Sala ritrovo” alla “Casa del soldato” il passo è breve. Il progetto matura a fine estate 1916 e parte dalla seguente considerazione educativa di don Minozzi: «Farli riposare poi, i combattenti, farli svagare bisognava, confortarli, rasserenarli, riconciliarli con la vita, di tra le lacerazioni cruente e le ingiustizie svergognate, distrarli come ragazzi ammusoniti e stanchi, strapparli, arieggiandoli, alle fissazioni di patimenti che si esacerbavano crudi in gorghi vorticosi. Cordialità larghissima si chiedeva insomma, interessamento fraterno per tutto quanto riguardava loro personalmente e le loro famiglie; comprensione pronta, immediata; assistenza affettuosa, sincera all’esterno; animo aperto a ogni forma di generosità più squisita. Il resto veniva, sarebbe venuto da sé».

L’idea delle “Case del soldato” non nasce però a esclusivo servizio dei militari. Don Minozzi si rende conto, infatti, della necessità di creare occasioni di incontro e di formazione anche per il clero in guerra. Il divario tra i cappellani e i preti-soldato, confratelli destinati a mansioni più umili e faticose, è avvertito sin dai primi mesi in guerra. Senza una cura spirituale «s’inacidivano i poveri preti sbandati, inquieti, nervosissimi», sempre più abbandonati a se stessi. I cappellani, invece, «ringalluzziti nella uniforme di ufficiali» e in condizioni economiche più agiate, stanno alla larga dagli altri, li guardano dall’alto in basso, li considerano inferiori, come truppa e massa da comandare.

Le “Case del soldato” si strutturano sulla falsariga delle “Case dell’operaio” cresciute nell’ambito dell’Opera Bonomelli e creano un circuito virtuoso di attività: dalla possibilità di leggere libri al gioco organizzato a gruppi o per masse (lotterie, albero della cuccagna), dalla musica al cinema, dallo sport (bocce, calcio, ginnastica) al teatro, dalla scuola per analfabeti alla possibilità di scrivere lettere alla famiglia, dalle conferenze spirituali e culturali ai momenti di svago, dalla rivendita alimentare a esperienze di animazione.

Che la carità sia l’unica seria risposta ai drammi della guerra diventa la convinzione di don Minozzi, condivisa con padre Giovanni Semeria. Inter arma caritas è il titolo di una conferenza che il barnabita tiene a Padova il 17 aprile 1917. Dalla loro amicizia si sviluppa il progetto dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, che aprirà i battenti il 15 agosto 1919. L’istituzione si impegna ad accogliere ed educare gli orfani, specialmente nelle regioni del sud Italia, ovvero in quei territori più dimenticati e dove invece si era realizzato il maggior numero di reclute di soldati. Il 25 luglio 1917 l’idea è proposta a Papa Benedetto XV. In una lettera Semeria espone le motivazioni delle “Case di orfani di guerra”. «Orfano io stesso di padre per la guerra del 1866, verso gli orfani di questa immane guerra mi sento personalmente inclinatissimo». L’attenzione al Meridione è frutto di una solidarietà maturata negli anni del conflitto: chi ha pagato di più le conseguenze della guerra sono i figli dei contadini. Per questo bisognava educarli affinché rimanessero legati alla loro terra, senza finire nel facile miraggio dell’emigrazione o del malaffare.

All’Opera, pensata e diretta da padre Semeria e da don Minozzi, collaborano da subito alcune congregazioni religiose femminili, che si mettono a disposizione per il bene del progetto. Per darvi continuità don Minozzi fonderà, nel 1931, la congregazione religiosa della Famiglia dei discepoli e nel 1940, con la collaborazione di madre Maria Valenti, la Pia associazione femminile delle Ancelle del Signore. Anche molti laici danno il loro contributo perché l’istituto possa camminare e diventare provvidenza per numerosi ragazzi rimasti orfani di guerra.

Il seme gettato nel solco di un evento terribile come la guerra giunge così a piena maturazione. Si fa strada come opera benemerita nel secolo scorso, a favore degli ultimi tra gli ultimi: i bambini abbandonati e rimasti orfani. Don Minozzi porta a compimento una vocazione squisitamente educativa del suo ministero. La sua paternità verso i giovani soldati, la cui umanità era in pericolo nel degrado della guerra, confluisce in una paternità sostitutiva nei confronti di chi non avrebbe più potuto abbracciare il padre terreno. Ha testimoniato una vita illuminata dall’urgenza della carità (2 Cor 5,14).

A cento anni dalla fondazione, Amatrice vive una stagione di memoria e di ricostruzione. Il dramma del recente terremoto — di cui proprio il 24 agosto ricorre il terzo anniversario — rimane una ferita aperta. Anche l’Opera ha subito danni irreparabili ed è stata nei giorni del sisma luogo del compianto e del lutto. Il progetto della “Casa del futuro” rappresenta il tentativo della comunità cristiana odierna di custodire la passione educativa di don Minozzi. Sui resti dell’Opera per il Mezzogiorno, che occupa 18 mila metri quadrati di spazio, sorgerà una struttura con quattro corti, in grado di accogliere il Museo diocesano (Muda), la sede dell’Opera nazionale con servizi per anziani, un punto di accoglienza per ragazzi e un luogo per la formazione di giovani alle arti e ai mestieri. 

La fantasia educativa di don Minozzi non conosce soste…

Via Francigena: candidatura a patrimonio Unesco

L’antica Via che nel medioevo univa Canterbury a Roma e ai porti della Puglia è stata riscoperta dai moderni viandanti, che si mettono in cammino lungo un percorso splendido e sorprendente.

Dal 2001 l’Associazione Europea delle Vie Francigene coordina lo sviluppo e la valorizzazione di un itinerario che attraversando l’Italia e l’Europa ripercorre la storia del nostro continente.

Proprio per questo prosegue l’iter della candidatura della Via Francigena a Patrimonio dell’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura).

Entro l’autunno verrà presentato e condiviso con i quattro ministeri di beni culturali di Gran Bretagna, Francia, Svizzera e Italia (i Paesi lungo i quali si snoda l’itinerario) lo studio tematico europeo sul riconoscimento della Francigena come patrimonio mondiale.

Un progetto nato per unire, l’Europa del Nord e l’Europa mediterranea.

Dazi: la vendetta della Cina affossa la soia in borsa

La vendetta della Cina contro i nuovi dazi di Trump affossa le quotazioni della soia Usa e rischia di provocare uno sconvolgimento globale dei mercati agricoli oltre che di quelli finanziari. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’andamento dei prezzi al Chicago Board of Trade, la Borsa di riferimento mondiale per il commercio agricolo, dopo l’annuncio della Cina di nuovi dazi su 75 miliardi di dollari di beni ‘made in Usa’ come ritorsione ai dazi americani operativi dall’1 settembre sull’import di prodotti cinesi.

Ad essere colpito è anche il prodotto simbolo delle esportazioni agricole statunitensi in Cina che per sostenere l’aumento del consumo di carne con i propri allevamenti è – sottolinea la Coldiretti – il principale acquirente mondiale della soia, ma ora la guerra dei dazi in atto con gli Usa potrebbe cambiare i normali flussi di mercato. La soia – continua la Coldiretti – è uno dei prodotti più coltivati nel mondo, largamente usato per l’alimentazione degli animali da allevamento, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti.

La decisione cinese colpisce i farmers americani all’indomani dell’avvio del piano da 16 miliardi di dollari predisposto dal governo americano per sostenere gli agricoltori colpiti proprio dagli effetti della guerra dei dazi con la Cina e – precisa la Coldiretti – rischia di minare il consenso del presidente Donald Trump nelle campagne.

La decisione interessa l’Unione Europea che – continua la Coldiretti – è il secondo importatore al mondo di soia ed ha praticamente raddoppiato le  importazioni di semi di soia statunitensi dal luglio 2018 al giugno 2019 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con gli Stati Uniti che sono oggi il maggiore fornitore di semi di soia del Vecchio Continente, per effetto dell’accordo raggiunto tra il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il presidente americano Donald Trump per scongiurare la guerra dei dazi tra storici alleati.

Il problema – precisa la Coldiretti – coinvolge direttamente l’Italia che è il primo produttore europeo con circa il 50% della soia coltivata e un raccolto pari a tre volte quella del secondo paese che è la Francia. L’estendersi della guerra dei dazi tra i due giganti dell’economia mondiale ai prodotti agroalimentare apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale anche con il rischio di anomali afflussi di prodotti sul mercato comunitario che – conclude la Coldiretti – vanno attentamente monitorati per verificare l’opportunità di attivare, nel caso di necessità, misure di intervento straordinarie.

L’attività fisica riduce il rischio di morte precoce

Ad affermarlo è un nuovo studio realizzato dai ricercatori dell’Università di Oslo e pubblicato sul British Medical Journal. Gli autori hanno analizzato i dati appartenenti a oltre 36.000 adulti di almeno 40 anni seguiti per diverso tempo, giungendo alla conclusione che ogni tipo di attività fisica si associa a un minor rischio di decesso, destinato invece ad aumentare, al contrario, per chi conduce una vita sedentaria.

Gli studi presi in considerazione dai ricercatori hanno utilizzato accelerometri per misurare i minuti di attività fisica totale di 36.383 adulti dall’età media di 62 anni. Una camminata lenta o compiti come cucinare e lavare i piatti erano considerati attività fisiche leggere, mentre tra quelle moderate rientravano le camminate veloci o passare l’aspirapolvere. Infine, scavare, fare jogging o portare carichi pesanti venivano considerate attività fisiche intense. Durante il periodo di follow-up delle persone esaminate, pari a sei anni, 2149 partecipanti sono morti: dopo aver considerato altri fattori che avrebbero potuto potenzialmente influenzare i decessi, i ricercatori hanno concluso che, a prescindere dall’intensità, il rischio di morte fosse minore nei soggetti che svolgevano attività fisica.

Riflusso gialloverde? Allora le elezioni diventano inevitabili.

Non bisogna essere indovini per scorgere dietro le parole asciutte e severe di Mattarella, così come sono state pronunciate l’altra sera al Quirinale davanti alle telecamere, il senso di irritazione per l’ambiguità dei partiti. Il Presidente ha fatto intendere che la proroga concessa deve portare a un risultato concreto e nondimeno coerente.

Ora, le trattative per una nuova intesa di governo vedono il M5S e il Pd impegnati a rimuovere gli ostacoli – primo tra tutti quello della designazione del premier – che gli avversari della svolta cercano di ingigantire e moltiplicare. Il rilancio del Conte bis mette in imbarazzo Zingaretti e lo espone all’accusa di cedimento su tutta la linea nel confronto con i Pentastellati. L’impressione, d’altra parte, è che Di Maio e Grillo abbiano esigenza di confermare il premier uscente perché non sono in grado di avanzare ipotesi alternativa. Dunque, più che un rilancio sarebbe un arrocco.

D’altronde Salvini, lasciando ancora ai margini Berlusconi, ha dato l’ennesima prova di acrobazia politica annunciando di essere pronto a ricomporre il quadro gialloverde, anche con Di Maio Presidente del Consiglio. Ormai siamo all’improvvisazione come arma privilegiata della selvatichezza politica, con il distacco da un sano principio di razionalità. Sì sta superando il limite oltre il quale si palesa la perdita del senso della decenza. I singoli fotogrammi di questa crisi agostana restituiscono volta a volta una immagine diversa della realtà. Anche i più acuti commentatori, nel valutare gli sviluppi della trattativa in corso, sono costretti ad arrendersi dinanzi alla mutevolezza di umori e di gesti. Può accadere ancora di tutto, si dice.

In realtà, nessuno può illudersi che la crisi possa chiudersi all’insegna del rocambolesco. Il Capo dello Stato, indisponibile a coprire qualsiasi accrocco di potere, ha fatto presente che martedì non tirerà le somme di questa lunga verifica in base agli annunci e alle smentite, e neppure in base agli ordini o ai contrordini che si sovrappongono a ritmo serrato, ma avvierà un nuovo giro di consultazioni per acquisire formalmente le conclusioni a cui saranno pervenuti i singoli partiti. Lo spettacolo di una crisi che si avvita su stessa, per poi additare  il ripristino del vecchio quadro di governo, sarebbe lesivo della credibilità del Paese. Che Mattarella possa soggiacere a tale eventualità è da escludere. È più facile che sciolga le Camere.

Monda, Rete Bianca va avanti.

La sfida dell’uomo politico, e dell’uomo in generale, è vivere il proprio tempo. L’azione, la scelta, sono sempre rivolte all’oggi, al momento attuale. Ciò suonerà scontato, eppure sembra che da un po’ si vada sbandierando immagini svuotate di senso, simboli morti, categorie inutili, magari trasposte maldestramente nel presente da un passato mitico in vista di un’idea di futuro vaga e confusa. Non mi riferisco soltanto alle ultime eclatanti esposizioni di simboli religiosi. Il vero dramma della politica attuale è il continuo stallo, dovuto a uno strutturale rifiuto del tempo presente, che è «alienato» e trasfigurato in sensazionali quanto sommari slogan o in vecchie e sbiadite ricette. Il tutto, appunto, nel segno di una alienazione, una astrazione dalla realtà concreta e vivente, in nome di un «punto di vista», di una parte, che pretende di detenere «la» soluzione, di incarnare l“«Italia migliore».

Al contrario, appare ormai evidente, per chi sa leggere gli eventi, che il momento richiede un enorme sforzo di visione d’insieme, a livello nazionale e internazionale, visione che a sua volta non può prescindere da un passo indietro rispetto a faziose prese di posizione, una maggiore sensibilità e responsabilità rispetto al bene comune. Comune, cioè non quello che una parte ritiene sia il bene «generale», «dei più», o «dei migliori». Comune, cioè prioritariamente rivolto all’insieme, innanzitutto nel prendere le cruciali decisioni macroeconomiche e internazionali e nell’attenta revisione dei meccanismi democratici e dell’intervento dello Stato sul territorio.

In questo quadro le associazioni politiche di ispirazione cattolica hanno una capacità specifica e dunque un compito particolare. La capacità è appunto quella visione d’insieme, che riabiliti e rifondi la mediazione come stile fondamentale del fare politica, rilanciando un dialogo costruttivo con tutte quelle forze anche laiche che da tempo non si sentono rappresentate. Il compito è cambiare passo. Decidersi per una visione condivisa innanzitutto sui temi specifici della legge di bilancio, della visione di Europa, della riforma elettorale e delle autonomie locali, organizzare nei prossimi giorni almeno quattro incontri costitutivi di linee programmatiche su tali temi (ad esempio su «nuove politiche distributive», «nuova concertazione europea», «nuova democrazia partecipativa» e «nuovo ruolo dello Stato sul territorio»). Definita una linea precisa, si tratterà di proporla, lottare democraticamente per farla condividere e mettere in pratica dall’intera comunità.

Questo compito è diretta conseguenza dell’eredità cattolico-democratica e non semplice allarmismo della contingenza. Occorre agire e compiere oggi ciò che naturalmente la nostra storia e il nostro convincimento ci suggeriscono. Bisogna farlo al giusto ritmo, senza perdere tempo per paure o tatticismi. E bisogna farlo insieme, uniti pur nella diversità di provenienze, innanzitutto lavorando per una struttura organizzativa comune fra chi ha già condiviso (Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca) un primo passo e altri che ne vogliano far parte, dentro e fuori del mondo cattolico, pena l’affievolirsi del potenziale carico di speranza dell’attuale esigenza. Tale struttura al principio dovrà essere in fieri, aperta, e sfruttare la sua dialettica democratica interna, senza nessun verticismo, per elaborare le serie proposte di cui ha bisogno la comunità Italia nel momento presente e nella prefigurazione del suo futuro possibile.

Il tempo si è fatto breve, occorre rispondere con intelligenza e coraggio.

*Dante Monda, Coordinatore nazionale Rete Bianca

La crisi è di sistema. Le opportunità per i cattolici.

Può succedere ancora tutto, in questa crisi (non di governo: di sistema) che ha colto il Paese alla sprovvista e la sua classe dirigente sostanzialmente impreparata. Ma se la crisi, per l’appunto, non è solo di governo ma di sistema vuol dire che, al di là della soluzione che verrà trovata la prossima settimana, i problemi di fondo sono destinati ad essere affrontati radicalmente, pena il loro riproporsi incancreniti, nel breve o medio periodo.
Al momento sembra profilarsi l’ipotesi di un governo che sarà chiamato a coniugare una riforma non condivisibile della Costituzione con la necessità di porvi automaticamente rimedio mettendo mano alla legge elettorale. Un’altra conseguenza, purtroppo difficilmente eludibile, sarà il varo di una legislazione in materia di fine vita che introdurrà l’eutanasia in Italia. Le cose vanno viste insieme.
Con la legge sull’eutanasia che si profila (non è stata nemmeno abbozzata, ma tutti sappiamo cosa pensino a riguardo Pd e Cinque Stelle) si compirà il processo di radicalizzazione, nel senso pannelliano del termine, dell’ordinamento italiano. Un ciclo che si compie.
Con la riforma della Costituzione il populismo grillino avrà finalmente il suo scalpo: il Palazzo è stato punito. Un successo che toglierà al M5S la sua ragion d’essere, perché dopo sarà sempre più difficile trovare un nemico contro cui puntare l’indice, in cerca di facili consensi, mentre si faranno sempre più inevitabili le difficili scelte in materia di conti pubblici, politica economica ed emergenze sociali.
Il mondo vede all’orizzonte una nuova possibile recessione: vacche magre, qualcosa andrà fatto e la circostanza sembra fatta apposta per alimentare fin da subito le crepe tra i due alleati.
I 10 punti programmatici di Di Maio ed i tre di Zingaretti non sono certo da respingere a priori: sono un elenco di alcune delle cose da fare.
Ad essere insufficiente è la caratura di chi è chiamato ad applicarli nei prossimi mesi: manca una vera progettualità, manca quel collante tra rappresentanti e rappresentati che è conditio sine qua non per guidare una democrazia avanzata in una navigazione su acque basse.
Manca, infine, la coscienza di un dato politico di portata strategica: da una legge elettorale proporzionale (proporzionale puro, sia chiaro: anche l’orribile Rosatellum ha un impianto proporzionale) non potrà che nascere un quadro politico rinnovato alla sua radice. Cadrà il sottile ricatto del voto utile, riaffioreranno le culture politiche cui è stata messa la mordacchia dopo il 1992, le identità (quelle vere, non quelle valligiane) saranno protagoniste del gioco democratico.
In una parola, si apriranno spazi finora negati a chi è portatore di una cultura forte e di mediazione, come quella cattolica. Nella sua versione popolare, nella sua versione democratica.
Un appuntamento con la Storia al quale dovremo farci trovare pronti, se mai si presenterà. Il processo di aggregazione dovrà essere rafforzato in questi 18 mesi che durerà, presumibilmente, il prossimo esecutivo.
Ed un salto di qualità sarà necessario, ad iniziare da uno sforzo sempre più ampio in quelle iniziative che sono state imbastite (pensiamo alla raccolta di firme in favore del Terzo Settore) allo scopo di superare la sterile divisione tra cattolici della morale e cattolici del sociale, una distinzione che sa molto di bipolarismo maggioritario.
Quindi una più forte strutturazione sul territorio e la messa a punto di una serie di proposte concrete da presentare ad un possibile elettorato di riferimento. I tempi ci chiamano.
C’è solo una cosa peggiore di star fermi a guardare, seduti su una staccionata: capire che si può scendere in campo, e scegliere di restare a guardare.

La scommessa cattolica non è la santa alleanza dei sovranisti. Parla Magatti

Articolo già apparso sulle pagine di Formiche.net a firma di Francesco Gnagni

“La questione dei simboli religiosi va compresa più in profondità. Salvini fa queste cose richiamandosi a una visione ben precisa, che ha riferimenti in Europa sicuramente in Orbán, e poi in Steve Bannon. Dove cioè, per quanto riguarda il mondo cristiano, ci sono componenti che pensano che la soluzione dei nostri problemi economici, sociali e politici, passi da una nuova alleanza tra politica e religione”. Parla senza mezzi termini il sociologo Mauro Magatti, docente di sociologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in edicola per i tipi del Mulino con “La scommessa cattolica. C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e le vicende del cristianesimo?”, testo scritto a quattro mani con la sociologa Chiara Giaccardi, in questa conversazione a tutto tondo con Formiche.net, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini sul tema del futuro di famiglia e lavoro.

C’è persino chi sostiene la tesi forte che il principale nemico di Matteo Salvini è Papa Francesco.

Non c’è dubbio. Questi gruppi, e questa visione, che non è solo cattolica, perché in America interessa più i gruppi evangelici, vede in Papa Francesco un nemico, un antagonista. La cosa va presa sul serio perché questa risposta, che poi va sotto il titolo di sovranismo, la penso problematica sia dal punto di vista politico che da quello religioso. E ha una transizione in atto, che nasce dalle contraddizioni, per usare un termine marxiano, del modello di sviluppo dal 1989 al 2008, che va a toccare dimensioni spirituali.

Spieghi meglio.

Il problema è capire la portata delle questioni che sono in gioco, che non sono solo economiche, tecniche o di efficientamento, ma arrivano a toccare l’idea stessa di libertà, di futuro, di crescita, e quindi, come Max Weber aveva detto, delle dimensioni spirituali. Fino a quando, in altri campi anche del sistema politico, non si fa i conti con questa dimensione spirituale, si lascia campo libero a queste incursioni che sono problematiche ma che hanno la forza di toccare un punto vero. Che altrove, invece, non è visto.

A primo impatto, se oggi si ripete che la società appare sempre meno religiosa, la politica sembra avere l’atteggiamento inverso: c’è chi sbandiera rosari e chi gli si oppone citando passi del Vangelo. Che momento è quello che stiamo vivendo? C’è una rinascita del sentimento religioso?

È evidente che in tutto il mondo dopo il 2008 si assiste al ritorno della politica, da quando cioè si parlava di un mondo unificato e della fine della storia di Fukuyama, e si pensava che bastassero il mercato e le istituzioni liberali e che non ci sarebbe stato nemmeno più bisogno della politica, e al ritorno della religione. Che noi vediamo dal versante cristiano, ma sappiamo nell’islam quanto è importante, sappiamo per gli indù quanto è importante, e persino in Cina c’è la riscoperta del confucianesimo come base del modello economico-politico che stanno costruendo.  Quindi siamo in presenza di un ritorno della politica e della religione.

Qual è il problema?

Il problema è capire questo ritorno che ragioni ha, evitare che produca risultati nefasti. È questo un elemento problematico del sovranismo: il ritorno della religione e della politica che si alleano per costruire una specie di nuova santa alleanza contro il cosmopolitismo, la tecnoscienza. Perché è destinato a produrre frazioni, contrapposizioni, lotte, muri e guerre di civiltà. Per questo abbiamo scritto il libro “La scommessa cattolica”, perché il tema non è uscire da questa contrapposizione tra sovranismo e cosmopolitismo astratto, una laicità radicale dove non c’è nessuno spazio per la religione e la politica ma ci si immagina un mondo solo organizzato dalla tecnoeconomia. È invece partendo dalla crisi profonda e antropologica che c’è in atto, soprattutto in Occidente, che bisogna riaprire il dialogo tra politica, religione, economia e tecnica. Che è la nostra forza. Naturalmente nella distinzione delle sfere, senza commistioni strane, ma riconoscendo l’importanza di tutti questi elementi.

Parlando dell’uso di simboli religiosi in politica il presidente della Cei Bassetti ha detto che “la religiosità si esprime in Chiesa e nei luoghi della fede”. È sempre stato così oppure si tratta di approccio nuovo della Chiesa in questo preciso momento storico?

La storia del cristianesimo è la storia dei due soli, e fin dall’inizio si è distinta la sfera religiosa e quella politica. La distinzione è sempre stata molto problematica, non è mai stata pacifica. Ma è un elemento distintivo della cultura occidentale cristiana. Questo è un valore che va difeso nel duplice senso: evitando gli sconfinamenti diretti della religione in politica, ma dall’altra parte comprendendo nella sfera pubblica che la religione non è solo un fatto privato ma un fatto pubblico, e collettivo. Questo è il tratto distintivo della cultura occidentale cristiana e della laicità.

Eppure l’unica che regna sovrana sembra la confusione.

Si fa molta confusione nel duplice senso: ci sono molte spinte laiciste, che negano la religione in qualunque ruolo se non in quella intimamente privata. Ed è un errore, a cui risponde, in questo momento storico, il fondamentalismo e il populismo, che mescolano in maniera impropria politica e religione. L’intervento di Bassetti credo che andasse a ristabilire questa duplicità, e questa articolazione, che non dobbiamo smarrire perché è un elemento fondativo della nostra civiltà.

Il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con la sociologa, oltre che sua moglie, Chiara Giaccardi, si intitola  “La scommessa cattolica”. Qual è questa scommessa?

Quella di superare da una parte un atteggiamento di prosopopea nei confronti della modernità e dei problemi contemporanei solo come portatori di disastri, ma allo stesso tempo anche di evitare il complesso di inferiorità che spesso si respira nel mondo cattolico. Come se in realtà le soluzioni vere le avesse solo la cultura laica… Superare questa ambivalenza vuol dire recuperare la consapevolezza che il cristianesimo possa avere qualcosa da dire di inedito e di originale alle questioni che abbiamo davanti.

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I diamanti della regina

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Edoardo Rialti

«Ci sono re e regine segrete, monarchi e sovrane silenziosi la cui grandezza non sta affatto nel successo e nel riconoscimento pubblico, ma nella fedeltà silenziosa a un ideale umano, a una testimonianza che, intercettata da un animo desto, ha la capacità di restituire alla trama stessa dell’esistenza quotidiana la sua gloria perenne ma tanto facilmente negletta, quello splendore che per Pindaro corrispondeva alla fugace sovrapposizione della vita umana e quella divina. Cristina Campo così definiva il suo amato Boris Pasternak, ma una simile corona si potrebbe benissimo offrire a lei stessa. La sua è una voce deliberatamente altra, “inattuale” direbbe Nietzsche e quindi straordinariamente necessaria com’è sempre la voce autentica della poesia, che rifugge dai facili applausi, dal sentimentalismo superficiale a cui i social l’hanno tanto dolorosamente ridotta, e invece è sempre una commistione della brezza leggera colta dal profeta Elia e del ruggito dell’angelo dell’Apocalisse. Il suo desiderio per un epitaffio che recasse scritto «Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno» riassume la vocazione di tutta una vita, e costituisce un salutare contro veleno alla banalizzazione della comunicazione nel mondo contemporaneo che consente di tornare alle radici della scrittura, della lettura, e quindi della comunicazione stessa, quella magia che ci permette di dialogare attraverso lo spazio e il tempo, come la definì Peter Kreeft, tra vicini di autobus o attraverso i secoli.

Come affermò Alberto Spina, «l’arte di scrivere presuppone l’arte di leggere, e l’arte di leggere a sua volta reclama la difficile, impervia arte di ereditare» e Cristina Campo, che iniziando a conversare con una nuova conoscenza domandava subito «Cosa sostiene la sua vita? Ossia cosa sta leggendo?» sarebbe stata profondamente d’accordo. La sua vita e la sua scrittura sono una lunga, costante ricerca delle proustiane sources de Vivonne, un percorso a ritroso “dalle foci alle sorgenti” come nella poesia del giovane Luzi, per tornare a quella fonte discreta d’acqua pura che costituisce il cuore d’ogni esperienza autentica, ma è anche una lunga galleria di ritratti amanti, o, quanto meno da principio, un altare come quelli commisti dei romani imperiali, sui quali si veneravano al tempo stesso Socrate, Iside e Cristo. Nel corso del tempo, quelli che anche Flannery O’Connor avrebbe definito «gli occhi che chiedevano tutto» del Pantocrator bizantino avrebbero bruciato e invaso ogni altro spazio, ogni altra lealtà.

Il mio debito verso di lei è di quelli che non si pagano. Ci sono stati momenti nei quali l’ho sentita più contemporanea di volti che incrociavo quotidianamente. Lo posso solo accennare, abbozzare. Lo scorso anno, in mesi di grande travaglio interiore, sono partito per una settimana di silenzio a Parigi, e ovunque mi recassi avevo sempre con me una sua fotografia, dono di un amico poeta, come un talismano, o i dagherrotipi che i soldati custodivano in battaglia. Un gesto semplice e perfino infantile, ma che per me accennava a una dinamica interiore complessa e importante, espressa assai meglio da Richard Blunck su Nietzsche e Céleste Albaret su Proust.

I grandi artisti e pensatori che amiamo e ammiriamo sono presenze e testimoni che non desideriamo semplicemente leggere: desideriamo vivere con loro, camminare con loro, guardare con loro, giacché dentro e oltre ogni parola e gesto ci testimoniano uno stile di stare al mondo, un’arte di esistere. Lei stessa lo affermava di talune foto che costituivano delle piccole icone d’un certo ideale umano, come quella celebre di Checov col cagnolino. La vita è arte, e l’arte è vita, e l’esistenza di Vittoria Guerrini (1923-1977), ossia Cristina Campo, tra Bologna, Firenze e Roma descrive una parola che, sempre minata dalla malattia, muove i primi passi nella luce dorata dei giardini fiabeschi della sua infanzia, attraversa un’adolescenza fremente e inquieta sotto i bombardamenti, la giovinezza fieramente bella e appassionata delle tante battaglie culturali, e una maturità che conosce grandi consolazioni e terribili strazi, l’amore per Dio e Elémire Zolla, ma anche il rapporto tempestoso con quest’ultimo, le angosce per la vituperata riforma liturgica nelle lingue nazionali e la battaglia al fianco di Lefebvre, “l’intervento Ottaviani”. Un viaggio che si apre nella grazia e l’eleganza e si spegne prematuramente, dopo aver sperimentato a lungo la morsa stritolante dell’“orribile nodo”, l’angoscia e la depressione.

A ripercorrerla, si ha l’impressione di assistere al forgiarsi e saggiarsi d’una autentica spada di Toledo, una lama tagliente, che però sa ferire anche gli amici e perfino se stessa, con alterigia, o al progressivo svuotarsi d’un vasto palazzo, finché non resti abitata una sola stanza vuota, quasi fosse un eremo. Come scrisse la Yourcenar di Kavafis (la cui esistenza fu per così dire l’opposto ma non la negazione di Cristina Campo) «qualunque cosa facciamo, ritorniamo sempre alla cella segreta della conoscenza di se stessi, insieme stretta e profonda, chiusa e traslucida, che è spesso quella dell’edonista, o dell’intellettuale, puro». A proposito della Campo, l’amico Mario Luzi parlò d’una specie di austerità tremenda, e ammise che c’era più che qualcosa di lei nella protagonista del suo Ipazia, dedicato significativamente al Leone Traverso che con Cristina ebbe una relazione importante e difficile. E fu proprio Traverso che, in una lettera dove cercava di spiegare perché un uomo come lui non riuscisse a stare con una donna come lei, esplicitò che talvolta le persone non fuggono dai demoni che scorgono negli altri (i diavoli altrui sono spesso una scusa per indulgere nei propri) ma dagli angeli, dalla purezza, dall’intensità, dalla costanza. Aveva ragione Dante a svenire davanti a Beatrice che lo rimprovera aspramente. Traverso parla dell’intensità senza sconti di Simone Weil e aggiunge: «Quella è la gente del tuo paese — come dicevi — non io: quell’impeto raccolto, quella perseveranza oltre la speranza, quel respiro anche nell’angustia più tremenda, voluta. Veramente, di fronte a simili esemplari umani, ci si domanda che ci stiamo a fare qui noi (io), se non a dar peso alla terra: affannati solo al nostro cammino di formiche ostacolate, affranti da briciole». Anche un’amica confidò: «Era difficile farle compagnia. Però aveva dentro una fiamma. Bastava toccare un argomento che le stava a cuore per vederla accendersi. La parola mistico viene da muein che vuol dire accennare. Il mistico è colui che fa intravedere ma non è mai esplicito. In questo senso Cristina era una mistica. Avevi l’impressione che dietro ci fosse qualcosa di enorme».

Questa vastità che sovrasta e compenetra le sue parole e i suoi gesti è ben più che il leitmotiv della sua produzione. Si tratta più di un clima emotivo e spirituale, di un orizzonte dentro il quale collare i singoli oggetti, di un mistero sempre accennato, appunto. È il fuoco segreto che anima le sue lettere, che giustamente la biografa Cristiana De Stefano definì tra le più belle della letteratura italiana, al pari degli epistolari di Tasso e Leopardi. A ogni passo vi si incontra una straordinaria delicatezza e attenzione, per sé, per i ritmi della propria vita interiore, e per gli altri, dagli amici d’una vita agli incontri d’un attimo, in stazione o in chiesa, dal Corrado Alvaro che la Campo tenne agonizzante tra le braccia, sussurrandogli che ovunque fosse caduto, da questa o quella sponda della morte, non avrebbe trovato altro che amore, alla popolazione in lotta di Cipro o ai senzatetto di Roma. È in una lettera a Traverso che la Campo si ritrae improvvisamente dalla possibilità che alcuni suoi scritti possano entrare nei cerchi concentrici delle recensioni, come se persino questa tenuissima attenzione mediatica la privasse dell’unica cosa che conta, dell’unico ossigeno che consente di respirare: «Ti ho già detto mille volte, credo, che la letteratura (parola orribile) non è un fine per me, non uno scopo, ma solo un mezzo, uno dei modi (infiniti) di vivere con libertà e solitudine… per piacere, Leone, aiutami a conservare il mio incognito, a scrivere ancora con piacere, aiutami a rimanere nel silenzio e nella pace che sono la sola libertà a cui io tenga». All’amica d’una vita, Mita, che attraversava un momento di difficoltà emotiva, suggerì: «Non credi che potrebbe farti bene — e un giorno aiutarti molto a comprendere — se tu scrivessi in un quaderno sigillato (per te sola, con l’idea di bruciare tutto tra un anno) tutto quello che vivi? “E si tratta precisamente di vivere tutto” disse Rilke, che qualche volta era molto grande anche lui. Quello che stai vivendo è prezioso. Scrivi un diario senza colori — ma tutto ci dev’essere, tutto. E dimentica il mondo, là dentro; e te stessa, e i tuoi amici — e Dio stesso. Di’ tutto e nient’altro. È importante». Ma vi si legge anche l’indignazione per chi, sprovvisto delle sue risorse, viene privato della bellezza necessaria a tutti da un mondo che devasta e impoverisce la nostra vita.

Certe sue pagine sulla prigionia spirituale dei quartieri moderni nelle periferie romane sembrano scritte da Pasolini, così diverso eppure così affine nel denunciare la fine di un mondo spirituale: «In quelle poche strade oscure vidi l’Inferno, ma l’inferno quale neppure Dio ma solo l’uomo nella sua demenza potrebbe immaginarlo perché là non c’era neanche il dolore, neanche il fuoco e il digrignare di denti, c’era semplicemente il Nulla, case di mille finestre dove non arriva mai il sole, dove nascono bambini che non hanno mai visto un cavallo, non hanno mai respirato altro che nafta, non hanno mai udito altro rumore che quello della sega circolare… se vedono un fiore, lo vedono alle porte del Verano». I suoi saggi consentono di affermare senza riserve che ci troviamo davanti alla più grande prosatrice italiana del Novecento, levigati da un’eleganza che cancella il suo stesso sforzo, come raccomandava la sprezzatura rinascimentale. Vi canta le lodi dei suoi “imperdonabili” (per il gusto contemporaneo, che a suo giudizio non può digerire un Tomasi di Lampedusa più di quanto possa comprendere i Padri del Deserto) testimoni che un altro sguardo, un’altra altezza è ancora raggiungibile, «che è bello avere un ideale impossibile».

Pasternak, il re nascosto che insegnava a comporre poesie aiutati dalla morte, Simone Weil, la mistica che le dimostrò che “si può diventare geni”, Emily Dickinson, la contemplativa che decise di frapporre un paravento tra sé e il resto del mondo, John Donne, il metafisico sensuale, sono solo alcuni ospiti del suo palazzo interiore, che non comprende esclusivamente persone ma anche luoghi e dettagli come l’austera, essenziale bellezza delle finestre fiorentine, le mazurke di Chopin o i cancelli dei giardini emiliani, oltre i quali i nonni sonnecchiano nella pennichella estiva. Ai suoi occhi Proust è il cavaliere d’una Quest medievale che ha l’ambizione di salvare un mondo intero («un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta, ci dicevano da bambini, come nel giorno della Creazione. Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte… chi oggi non è conscio di questo, non è poeta d’oggi»), una vocazione in cui da sempre si iscrive anche la sua, come testimonia una lettera al padre durante la guerra: «Voglio tentare tutto, papà caro, e vedrai che, a Dio piacendo, non ti deluderò! Ho tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi».

È il cuore non solo delle sue magnifiche traduzioni ma anche delle sue brevi ma splendide raccolte poetiche, dedicate alla trascuratezza dolente verso l’essenziale che caratterizza troppo del nostro tempo, ai nessi che possono legarci nel tempo e lo spazio, alla tradizione personale che possiamo salutarmente “inventarci”, legando un nostro amore non corrisposto a un sarcofago egizio o camminando per la strada alla luce d’un passaggio della liturgia bizantina: «poiché tutti viviamo di stelle spente». In questo nostro mondo di prostituzione della comunicazione, disseminato di ghetti che inveiscono rabbiosamente gli uni contro gli altri, leggere Cristina Campo consente di riscoprire la gloria della complessità dei nostri sentimenti, pensieri e gesti, e in un clima banalizzante ribadire e difendere che taluni aspetti della nostra vita ed espressione sono difficili non costituisce un lusso, ma un autentico atto di sopravvivenza. In mezzo al clamore e al frastuono di tante sollecitazioni inutili e dannose, si può ancora vivere la poustinia raccomandata da Catherine Doherty, il deserto interiore, è ancora possibile compiere un cammino quotidiano all’unico livello che conta.

È questa, in fondo, parte decisiva della letteratura, aiutare a esercitare quella “versione laica della preghiera, che è l’attenzione”, come scrisse Benjamin di Kafka. È questa la consegna di Cristina Campo, quando, accompagnandoci in un giardino o nel silenzio d’una navata barocca, si volta e rivolge direttamente la parola: «siedi contro il muro, leggi Giobbe e Geremia. Attendi il tuo turno, ogni rigo è profitto. Ogni rigo del libro imperdonabile». Allora i segni riprenderanno a parlarci, perché l’universo non ha mai smesso di seminarli, tutti intorno a noi: «Si vede talvolta in un treno, in una sala d’aspetto, un volto umano. Che ha di diverso? Di nuovo potremmo dire ciò che quel volto non ha, ciò che i suoi occhi non tradiscono… nel treno, nella sala d’aspetto, essi gonfiano l’anima di gioia, di un accresciuto, appunto, sentimento di vita… Sono, in realtà, occhi eroici. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti. Hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata nella mente».

E nella marea fangosa di reazioni istintive, nella cascata di messaggi inutili e preconfezionati nei loro sentimenti, potremo riprendere anche noi a scambiarci diamanti, ricchi anche di tutto il silenzio che sanno accogliere, come in questa breve missiva di Cristina Campo a Traverso: «Caro Bul, ti scrivo gli auguri che non ho potuto farti al telefono. Sono affettuosi come sempre. Perché non dirmi che partivi? Ti avrei augurato buon viaggio; in più ti avrei dimostrato (col solo dirti “Pronto”) che avevo capito, ripensandoci, le tue parole di iersera. Non scrivermi, Bul. Non è necessario. Sii sereno».

Unicef: 1,9 milioni di bambini costretti a lasciare la scuola in Africa

Piu’ di 1,9 milioni di bambini sono stati costretti a lasciare la scuola in Africa occidentale e centrale a causa dell’aumento degli attacchi e delle minacce di violenza contro l’istruzione in tutta la regione.

E’ quanto emerge dal nuovo rapporto “Istruzione a rischio in Africa occidentale e centrale”, pubblicato dal Fondo delle  Nazioni Unite per l’infanzia.

Charlotte Petri Gornitzka, vicedirettore generale dell’Unicef ha dichiarato che: ci sono sempre più “Attacchi deliberati e continue minacce contro l’istruzione – le fondamenta stesse della pace e della prosperità – hanno gettato un’ombra oscura sui bambini, le famiglie e le comunità di tutta la regione”.

“Ho visitato un campo di sfollamento a Mopti, nel Mali centrale, dove ho incontrato bambini piccoli in uno spazio di apprendimento sicuro sostenuto dall’Unicef. Mi è stato evidente quanto sia vitale l’istruzione per loro e per le loro famiglie”.

“Durante i miei incontri con i bambini e i giovani del Mali, mi sono reso conto di come la vita sia così difficile per loro, ma sono rimasta anche stupita dalla loro capacità di recupero e determinazione, e dalla speranza che avevano per il futuro”, ha detto Almellehan.

“Ho anche visto la vera differenza che l’istruzione può avere nella vita dei bambini. I bambini in Mali e in tutta la regione sono veri eroi e meritano di avere un ambiente sicuro per imparare e crescere”.

Rome Half Marathon Via Pacis

Domenica 22 settembre si terrà a Roma la terza edizione della Rome Half Marathon Via Pacis, prima e unica mezza maratona interreligiosa al mondo: 21 km e 97 metri che toccheranno, oltre a San Pietro, la sinagoga, la moschea, le chiese ortodossa, metodista e valdese, e i templi buddista e induista con l’obiettivo di promuovere, attraverso lo sport, il dialogo e l’integrazione tra persone di culture e religioni diverse. La manifestazione è convocata e organizzata dal Comune di Roma, da Athletica Vaticana – prima associazione sportiva costituita in Vaticano e realtà sportiva ufficiale della Santa Sede affidata dalla Segreteria di Stato al Pontificio Consiglio della cultura – e dalla Fidal (Federazione italiana atletica leggera), che propongono anche, come nelle precedenti edizioni, una corsa non competitiva di 5 km, la Run for Peace, rivolta soprattutto a famiglie, scuole e oratori.
Come l’anno scorso, alla Rome Half Marathon Via Pacis parteciperanno anche, per iniziativa di Athletica Vaticana che sarà presente numerosa, appartenenti alla Gendarmeria e alla Guardia svizzera, una rappresentanza di atlete del team protestante di Wittemberg, alcuni migranti accolti dalla cooperativa Auxilium, persone con disabilità e famiglie assistite dal Dispensario vaticano di Santa Marta. Alle 12, a conclusione della gara, appuntamento per tutti in Piazza San Pietro per l’Angelus con Papa Francesco.

Quest’anno la medaglia che sarà consegnata a tutti i partecipanti della corsa su strada è dedicata al Mahatma Gandhi in occasione dei 150 anni dalla nascita nel 1869, e oltre alla sua effigie stilizzata riporta questa sua affermazione: “La forza non deriva dalla capacità fisica. Deriva da una volontà indomabile”. La presentazione dell’evento si terrà il 9 settembre a Roma, nell’iconica e suggestiva cornice dell’Ara Pacis.

Venezia: “Sogni, una scala verso il cielo”

Il 15 settembre la Giornata Italiana della Cultura Ebraica giunge alla sua ventesima edizione con il suggestivo titolo “Sogni, una scala verso il cielo”. Si tratta di un tema stimolante che permette di raccontare l’ebraismo da diversi punti di vista: i sogni sono infatti una presenza costante nella storia e nei testi sacri ebraici, a partire dalla Torah (il titolo è un richiamo al famoso episodio della Genesi che ha per protagonista il patriarca Giacobbe), per continuare con il Talmud, con la tradizione mistica e fino ad arrivare a Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, che sull’interpretazione dei sogni fondò le sue innovative terapie per le nevrosi.

L’edizione italiana è diventata negli anni una delle più importanti in Europa coinvolgendo oltre ottanta località distribuite in quindici regioni del nostro Paese, da nord a sud alle isole. L’occasione consente ad un pubblico vastissimo di avvicinare o conoscere meglio un patrimonio storico, artistico, architettonico e archeologico di indubbio interesse, che va dalle numerose Sinagoghe ai musei ebraici, dagli ex ghetti e giudecche ai siti archeologici. Il programma della giornata a Venezia punta a coinvolgere i visitatori con iniziative artistico-culturali innovative e di grande attualità che permettono di cogliere la grandezza del patrimonio “immateriale” ebraico, forte dell’eredità culturale di grandi rabbini, pensatori e intellettuali che si inseriscono nella tradizione ebraica veneziana.

Ferrari da … giocare

A Milano, in occasione del GP dʼItalia a Monza il prossimo 8 settembre, anche i bambini e gli adulti con la passione per la “rossa” avranno la loro imperdibile occasione virtuale.

Dal 6 allʼ8 settembre, infatti, ritorna il Ferrari Store City Race. Nel tradizionale punto vendita del Cavallino in via Berchet, pieno centro a due passi dal Duomo, ci saranno infatti incontri e occasioni per conoscere il mondo sportivo legato alle rosse di Maranello. Tutti avranno la possibilità di giocare con i simulatori racing più evoluti e con vari videogame ispirati al mondo delle corse automobilistiche.

Guarda in silenzio

Tutti in movimento, presi da una nevrosi senza fine. Spaventati. Fiduciosi. Incerti. Un ciclo funambolico da mettere negli annali della storia politica. Questo parapiglia ce lo troveremo tra i piedi sicuramente fino a martedì, ma conoscendo un po’ i vizi italici, potrei sin da ora affermare che vi sarà sicuramente un’ulteriore coda.

Dentro questo strabiliante panorama, condito, ripetiamolo, da pulsioni quasi incontrollate, c’è uno sfondo che sembra invece, cristallizzato. Una tela su cui viene dipinto il caos. Questo supporto potrei ricondurlo a una figura che, con pazienza ciclopica, sovrintende il gioco di tutte queste marionette. Lo sfondo è il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Una figura d’altri tempi. Paziente. Lungimirante, una lungimiranza che echeggia personaggi letterari. Un politico con una stoffa ormai introvabile. L’opposto della nevrosi. Un esempio di rara saggezza.

Se ne sta sul Colle e invita i teatranti a spendersi in fretta perché il pubblico si stancherebbe di fronte a uno spettacolo troppo lungo e indecoroso. Fa trapelare anche qualche leggera irritazione, Un esempio: la sua cravatta non disposta nella consueta simmetria. Piccoli segni, è vero, ma indicativi di una capacità di saper trattenere ed armonizzare al meglio, una condizione non proprio governabile.

Sarà la sua storia a mantenere l’asse così fermo e verticale, l’avere vivo ricordo del fratello ammazzato dalla mafia, l’essere cresciuto nella giurisprudenza e in una terra alquanto inquieta, quale la Sicilia, la lunga militanza nella Democrazia Cristiana ancorata in un moderatismo che, nel suo caso, ha sempre guardato al mondo del centro sinistra; insomma una dimensione umana che si è costruita e temprata per lungo tempo nella complessità della nostra cultura politica.

Dobbiamo affidarci a lui. Sarà un maestro che saprà disciplinare gli alunni riottosi e immaturi che frequentano questa attuale, sgangherata classe politica? Confidiamo che sappia adoperare i mezzi più autentici per raddrizzare al meglio questa pirotecnica condizione estiva. Per adesso, non possiamo che notare la sua compostezza e il suo rigore che, va sottolineato, non ha mai dato prova di uscire dal cerchio della correttezza istituzionale, né ha mai dato prova di superare le sue prerogative di Capo dello Stato.

Sarà, come noi, in trepida attesa che le contraddizioni apparse in tutta lucentezza dalle compagini politiche, sdrammatizzino le asperità più elevate.

Non mancherà, comunque, con il suo silenzio, di orientare alla saggezza chi sembra ancora ben lontano dal possederla

La crisi verso un epilogo positivo. I Popolari verso un loro rilancio necessario.

Mai si era visto un Mattarella così contrariato e spazientito come nell’ora di cena è apparso ieri sugli schermi televisivi, quando ha riassunto lo stato delle consultazioni con i diversi gruppi politici, arrivando a concludere che nulla, a dispetto delle intenzioni sue e di larga parte della pubblica opinione, si poteva concludere se non per annunciare la proroga di cinque giorni delle procedure legate alla gestione della crisi.

Questo gli è stato chiesto, non solo da Pd e M5S, e questo ha disposto con malcelata preoccupazione è forse un pizzico d’irritazione. Chiaramente, se al termine della proroga accordata non emergesse una proposta concreta per il governo del Paese, il Presidente non esiterebbe a sciogliere le Camere, mettendo fine suo malgrado alla legislatura. Non ci sono più margini di tolleranza rispetto a dilazioni che mascherano inconcludenza o irresponsabilità.

Il monito presidenziale ha sortito effetto, se è vero che nel prosieguo della serata i segnali provenienti dalle parti interessate hanno dato l’idea di una volontà risolutrice. Zingaretti, uscendo dell’incertezza del suo zigzagare inquieto, ha diramato infine una nota di rassicurazione circa l’impegno a definire con i Cinque Stelle, partendo già dall’incontro odierno tra i rispettivi gruppi parlamentari, i contenuti dell’intesa per dare vita a un nuovo governo. Indietro non si torna, Salvini resta fuori dai giochi e sconta il rifiuto di Di Maio a prendere in considerazione il forno della Lega.

Ora l’inciampo è dato dalla scelta di un nuovo Presidente del Consiglio. Colpisce, a riguardo, la prontezza dei grillini nell’archiviare la figura di Conte. Qui sta la vittoria di Zingaretti, benché appaia ad occhio nudo la classica vittoria di Pirro. Da oggi l’ex premier può diventare infatti l’interlocutore di tutti i potenziali critici del governo. Si tratta di capire se ciò frenerà l’attivismo di Renzi o ne rafforzerà l’impeto. In effetti il connubio Di Maio-Zingaretti accelera il processo di ricostruzione di un partito di centro, così come concepito da Sturzo De Gasperi e Moro, capace di interpretare con spirito audace l’opera di discernimento – cosa c’è di buono e cosa c’è di cattivo? – che reclama ed esige il quadro politico in via di formazione.

I Popolari possono dunque sperimentare un loro ritorno in campo, con la  flessibilità necessaria, se nel contesto del nuovo orizzonte di governo faranno della loro “identità” l’anima della ricostruzione di un’autentica politica democratica e riformatrice.  Non è una funzione, questa,  che in realtà possa essere delegata, né tanto meno dispersa nel vuoto. Bisogna riprendere in mano gli arnesi della lotta politica nel segno di un’autonomia di pensiero e di azione, assorbente per sua intima volontà, quasi a ricalco della cosiddetta vocazione maggioritaria, le istanze di novità che muovono dalle esperienze più importanti di questi ultimi anni. Intanto l’augurio è che la crisi giunga al suo epilogo positivo e chiuda definitivamente la brutta parentesi del salvinismo di lotta e di governo.

Romano Guardini e l’Europa in un convegno a Isola Vicentina. Uniti nella diversità.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Agostino Marchetti *

Ho avuto il piacere di partecipare sabato 17 agosto — poiché vicentino e particolarmente interessato al pensiero guardiniano — al convegno «Romano Guardini uomo del dialogo, uomo europeo, uomo cristiano», organizzato dal comune di Isola Vicentina e dall’Associazione Romano Guardini nell’ambito della manifestazione «Agosto a Santa Maria 2019 – L’Arte dell’incontro», che si svolge dal 5 al 25 agosto presso il convento di Santa Maria del Cengio.

Il cardinale arcivescovo di München und Freising, Reinhard Marx, ha aperto i lavori, dopo i saluti iniziali, parlando di Guardini e l’Europa, tema ripreso peraltro in quasi tutti gli interventi. Il discorso iniziale del cardinale ha preso lo spunto da quello di Guardini per il suo sessantesimo compleanno, rispondendo in fondo alla sua domanda “Perché sono europeo?”, con radicamento nella cultura tedesca, in fedeltà alla prima patria, l’Italia. In fondo, per quel grande formatore-filosofo-teologo, l’Europa è una risposta a un problema personale, come attesta lui stesso, ed essa deve guardarsi dal subire il destino della Grecia classica. Si tratta del «fallimento dall’avere una patria nazionale». Ci vuole così «unità nella diversità», poiché è «l’eccessivo esaurimento esistenziale che porta ad accettare dei totalitarismi».

In ogni caso va tenuta ferma la connessione con il passato (la “millenaria esperienza”). Per Guardini compito dell’Europa è la critica della potenza. La questione del potere è infatti essenziale, considerando peraltro il potere legittimo come servizio e arrivando alla conclusione che l’umiltà per avere un tale spirito può venire solo da un uomo forte.

Anche l’Europa, però, può non raggiungere il suo fine e trovarsi poi sottoposta a potenze esterne.

Non sono mancati a questo punto gli accostamenti al pensiero e all’opera di Papa Francesco (in Evangelii gaudium e Laudato si’), con l’analisi della casa umana della creazione e un nuovo concetto di progresso. In tale contesto è necessario per l’Europa mantenere una sua identità in relazione con Cristo, ricoprendo il ruolo di difesa della dignità dell’uomo al fine di realizzare «un rinascimento europeo con partecipazione di noi cristiani e della Chiesa».

L’approfondito intervento sul cristianesimo come avvenimento, mio interesse particolare, mi ha dato occasione di richiamare una convinzione profonda di Guardini espressa in una lettera a monsignor Montini già nel 1952, e ribaditagli poi nel 1965 quando era già Papa Paolo VI: «La conoscenza della Chiesa è stata la ragione determinante per la mia vita. Quando ero ancora studente di Scienze politiche mi fu chiaro che la scelta cristiana non vien propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno riguardo alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa».

Per proseguire nella lettura rimando al mio Il Concilio ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia (Libreria editrice vaticana, pagina 335).

Per ciò che concerne invece l’avvenimento, ho fatto notare la necessità di considerare che oggi la tendenza è piuttosto tesa a parlare di “evento”, con implicita attenzione, pur magari senza rendersene conto, ad accettare il significato che ne fu inteso dalla storiografia soprattutto francese a partire dalla prima metà del secolo scorso, cioè come “rottura” e quindi non applicabile al magno sinodo, secondo il magistero di tutti i pontefici conciliari e post conciliari, compreso Papa Francesco (ibidem, pagina 359 ss.).

*Arcivescovo già segretario del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti

Una eccezionale instabilità che ci rende più fragili

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Mario Ricciardi

Un terremoto è un’esperienza che non si dimentica. Gli esseri umani dipendono in modo essenziale dal terreno su cui poggiano i piedi: per muoversi, esplorare le aree circostanti, spostare oggetti. Non è un mero accidente che qualunque progetto – e in generale la nostra capacità di pensare al futuro – richiami naturalmente l’immagine di un percorso: il progresso in uno spazio tridimensionale, il cui caso paradigmatico è costituito da un essere umano che cammina, saggiando la stabilità del terreno cui affida la propria sicurezza mano a mano che procede verso l’incognito. Ecco perché la sensazione di chi sente che gli manca la terra sotto i piedi è tra quelle che più rapidamente ci disorientano, innescando il panico. Credo che questa breve premessa sia utile per comprendere lo stato d’animo dello strano tempo che stiamo vivendo. Una fase in cui buona parte delle assunzioni condivise che hanno dato una relativa stabilità alla nostra vita quotidiana ha iniziato a vacillare, poi a mostrare crepe sempre più profonde, infine ha cominciato a sgretolarsi. Come se una sequenza di scosse telluriche – alcune meno violente, altre dagli effetti distruttivi – avessero cambiato il panorama del mondo in cui viviamo, provocando un senso di incertezza riguardo al futuro.

Anche se da principio abbiamo preso consapevolezza di tale fenomeno nel settore economico, per via degli effetti della “lunga crisi” (per riprendere l’espressione usata da Francesco Saraceno nel numero 1/2019), è chiaro che nessun aspetto della società ne è immune e che le cause della “grande trasformazione” in corso sono da cercare molto più indietro nel tempo rispetto al 2008. Alcuni, con qualche plausibilità, indicano il 1989 come l’anno in cui abbiamo cominciato a perdere l’equilibrio. Altri, anche in questo caso con buone ragioni, interpretano il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda come un passaggio di un processo di cambiamento globale iniziato ancora prima, con la fine della stabilità garantita dagli accordi di Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale. Quel che è certo è che nel giro di qualche decennio mutano i modi di produzione e di accumulazione della ricchezza, cambia la politica, si trasformano le forme della vita in comune, gli stili di pensiero e le sensibilità degli esseri umani. Come è accaduto altre volte nel corso della storia, il nuovo non sostituisce del tutto il vecchio – l’economia finanziaria non rende obsoleta la proprietà immobiliare – ma lo affianca, rimodellandone funzioni e scopi. Avanzare un’ipotesi sulla direzione complessiva di tale cambiamento è reso molto difficile dal fatto che tutti questi mutamenti non si lasciano ricondurre senza residuo sotto l’ambito d’applicazione di concetti “chiari e distinti”. La diseguaglianza, ad esempio, diminuisce su scala globale, ma è aumentata sensibilmente per alcune fasce sociali di quelli che un tempo, con qualche compiacimento, chiamavamo i “Paesi avanzati”. Le nostre capacità di soddisfare i bisogni primari di larghe fasce della popolazione sono cresciute, ma la moltiplicazione di quelli secondari ha innescato dinamiche di consumo sempre più intense che stanno avendo un impatto che comincia a diventare preoccupante sull’ambiente del nostro pianeta.

Siamo diventati più bravi a tessere, ma la coperta rimane corta, e i più forti la tirano dalla propria parte.

La storia ci insegna che in circostanze eccezionali, come quelle che stiamo affrontando, le comunità politiche avrebbero bisogno di guide affidabili. Governanti illuminati che siano in grado di tenere insieme le persone, aiutarle a riconoscere i benefici della cooperazione sociale, convincendo i forti a fare qualcosa per i deboli. Invece molti Paesi stanno attraversando la “grande trasformazione” con leadership che palesemente non sono all’altezza della sfida che si trovano davanti. Politici per caso, privi di qualsiasi vocazione per il bene comune, alla ricerca del potere per realizzare soprattutto le proprie ambizioni e quelle di cerchie di sodali, facilitatori più o meno compiacenti, complici, seguaci alla ricerca di un capo, quando non di un padrone. Credo si possa affermare che questo “fallimento” delle classi dirigenti, che riguarda soprattutto le democrazie occidentali, sia il risultato di una delle dimensioni del cambiamento in corso, che ha preso, come spesso accade, una direzione diversa da quella attesa. L’idea che si possa “sostituire il governo degli uomini con l’amministrazione delle cose” è parte del bagaglio della modernità politica, figlia dell’illuminismo continentale, cui la nostra cultura democratica deve tanto, nel bene e nel male. Dopo il 1989 questa idea si è alimentata di una fiducia irragionevole nella razionalità collettiva, nella capacità della società di autoregolarsi, nell’ineluttabile trionfo dell’interesse generale su quello particolare, o meglio nella convergenza tra i due.

Emblematica, da questo punto di vista, è la parabola del modo di valutare l’applicazione massiccia dell’intelligenza artificiale ai processi di regolazione. Abbracciata dapprima con entusiasmo, salutata come il segnale inequivocabile del trionfo della razionalità collettiva (da accademici, imprenditori, politici della Terza via e guru del web), viene oggi sempre più di frequente vista come una minaccia, un fattore determinante della crisi politica e sociale, fino al punto da invocare soluzioni drastiche che appaiono fuori tempo massimo e dal sapore neoluddista. La verità, come i più lucidi osservatori di questo aspetto della “grande trasformazione” non hanno mancato di osservare, è che la macchina, anche se intelligente, rimane un dispositivo meccanico. L’algoritmo incorpora le scelte di chi lo ha scritto, e le implementa in modo efficiente. La tecnica, quindi, non sostituisce “la” politica, ma “una” politica, mascherandola dietro l’apparenza di un processo neutrale. Nel paesaggio sociale della “lunga crisi” questo vuoto di un certo tipo di politica – basata sul compromesso tra saggezza pratica e principi deontologici di giustizia sociale – ha prodotto un crescente sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni della democrazia rappresentativa. La ripetizione ossessiva che “non c’è alternativa” a un sistema economico che genera squilibri distributivi per le classi medie le ha spinte progressivamente sull’orlo di un burrone oltre il quale c’è l’abisso di un nuovo totalitarismo.

Purtroppo nessuno ha idea di come si possa ravvivare uno spirito pubblico e una visione condivisa del destino comune (un tema su cui insiste giustamente Paolo Pombeni nel suo ultimo libro) una volta che le condizioni ambientali che ne costituivano i presupposti siano mutate in modo radicale. Se la politica è solo una carriera tra le altre, perché mai i politici dovrebbero avere virtù diverse da quelle mostrate da chi persegue il proprio interesse nelle professioni, o nell’impresa, oppure, come sempre più spesso appare evidente, nello spettacolo? Queste non sono questioni che si affrontano e si risolvono con una settimana di “summer school” e un paio di Ted Talks. Nel nuovo numero della rivista (che andrà in distribuzione nei prossimi giorni) si trova una prima riflessione su questi temi affidata a Claudio Giunta. Ma il problema è da approfondire ancora e cercheremo di farlo.

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Il pecorino vola negli Stati Uniti

Non c’è solo George Clooney ad apprezzare il pecorino negli Stati Uniti dove le esportazioni Made in Italy del tipico formaggio volano con un aumento record del 46% nel 2019. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno.

Appare quindi giustificato – sottolinea la Coldiretti – l’interesse economico da parte del famoso attore, due volte premio Oscar, che secondo le indiscrezioni del Daily Star sarebbe pronto ad aprire una attività legata al formaggio sardo dopo averne spedito 32 chili a Los Angeles per offrirlo ad amici e possibili clienti. Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono di gran lunga il principale mercato di sbocco all’estero del pecorino e del fiore sardo tanto che finiscono negli Usa quasi 2 pezzi su 3 del famoso formaggio esportati dall’Italia. Nel mondo – spiega la Coldiretti – sono stati spediti quasi 8,5 milioni di chili nei primi cinque mesi del 2019 con un aumento del 31% rispetto allo scorso anno.

Un successo – precisa la Coldiretti – che ha favorito sul mercato americano il proliferare delle imitazioni di bassa qualità in arrivo dall’estero o ottenute negli Stati del Wisconsin, California e New York e vendute ad esempio con il nome di “romano” cheese che a differenza di quello originale non sono fatte di latte di pecora ma di mucca. E non è quindi un caso che – continua la Coldiretti – siano proprio gli industriali del falso formaggio made in Italy negli Usa a spingere affinché il presidente degli Stati Uniti Donald Trump attui le minaccia di dazi anche su questi prodotti provenienti dall’Europa.

Nonostante il calo della produzione nazionale e l’aumento delle esportazioni del pecorino il prezzo del latte pagato agli allevatori rimane al di sotto delle aspettative a causa della scarsa trasparenza e delle distorsioni all’interno della filiera che – conclude la Coldiretti – impediscono una giusta retribuzione per il lavoro dei pastori e mettono a rischio una tradizione millenaria.

La Fed si prepara a tagliare i tassi.

La bassa crescita globale e le tensioni commerciali possono “rallentare l’economia statunitense”, proprio per questo la Fed sta pensando di abbassare i tassi di interesse.

Al momento, le previsioni economiche della Fed indicano per il 2020 una crescita moderata dell’economia, seguita da un leggero rallentamento.

L’incertezze legata alle politiche commerciali è elevata ed è un “vento contrario continuo”, afferma la Fed. Molti all’interno della Fed avevano, già, messo in evidenza il bisogno di “flessibilità” della banca centrale a fronte di uno scenario che cambia.

Intanto i futures suglli indici europei scendono guardando alle prossime mosse del presidente americano Donald Trump che continua il suo attacco alla banca centrale.

Governo, il passato che non deve tramontare.

Michele Ainis lancia su Repubblica una proposta – il cosiddetto “governo di decantazione” – che alcuni giorni fa, anche se il celebre costituzionalista forse non lo sa, Rete Bianca e altre sigle cattolico democratiche e popolari avevano già sommariamente tratteggiato in un documento dato alle stampe. Una proposta, quella di Ainis, che ha un precedente storico.

E risale al 29 luglio del 1987 quando un giovanissimo, per l’epoca, Giovanni Goria vara il suo governo che dura ben 8 mesi e che, tuttavia, prepara la fase politica che dopo quel governo decollerà. Un governo, appunto, di “decantazione” o di “tregua” come si vuol definire, che centra comunque due obiettivi: evitare le elezioni anticipate che fanno letteralmente tremare quei partiti che sanno di andare incontro ad una sicura sconfitta elettorale e, soprattutto, che sappia ripulire le molteplici scorie che hanno travolto la dialettica politica italiana degli ultimi mesi.

Soprattutto tra i due partiti che si apprestano a costruire una nuova maggioranza politica: e cioè, il Partito democratico e il partito di Grillo e Casaleggio. A volte, il ritorno dell’antico, e anche della saggezza politica e parlamentare che caratterizzava quella lunga stagione politica, può essere utile per districare una matassa sempre più aggrovigliata e confusa. Perché è inutile aggirare la contraddizione, seppur ammantata di nobili motivazioni.

Quando ci sono ribaltoni così eclatanti – e cioè, i 5 stelle che dopo aver governato con la destra sovranista sono disponibilissimi a stringere un accordo politico e di lunga durata con la sinistra di Zingaretti – è quantomai necessario una fase, appunto, di decantazione e di tregua. E’, probabilmente, questa, l’unica soluzione capace di ridare un minimo di credibilità alla politica, salvare la centralità delle istituzioni, conservare il ruolo non grottesco dei partiti e, soprattutto, restituire una pagina di serietà alla stessa azione di governo. 

Giuseppe Conte ex Presidente del Consiglio dei Ministri

La battaglia di questi giorni con tutta probabilità sarà l’ultima di una lunga guerra tra lega e cinquestelle cominciata subito dopo l’approvazione delle due misure bandiera: reddito di cittadinanza e riforma della Fornero. La fine del conflitto è stata segnata dal discorso al Senato del Presidente del Consiglio tra un vice alla sua sinistra, mummificato in una posa platealmente impassibile e l’altro, alla sua destra solo apparentemente composto ma pronto a sottolineare con moti ed espressioni i passaggi salienti.

La piece più interessante di tutta la recita, andata in scena a ferragosto al Senato dal Presidente Conte, è proprio la parte che si è riservato. Abbiamo individuato , in essa tre distinti atti. Primo tempo: la reprimenda a Salvini che ondeggiava tra il tono del rimprovero solenne che si fa in classe all’alunno scapestrato, e l’insulto al rivale: il copione non prevedeva urla come nelle liti tra automobilisti ma l’uso del tono paludato ed altezzoso ad un tempo per scaricare comunque gli insulti peggiori e le offese più sanguinanti che si rivolgono prima di venire alle mani. Secondo atto: prevedeva l’autocelebrazione quale uomo di Stato, sicuro di se stesso, convinto del suo status superiore nel parlare  di se in terza persona autochiamandosi   Presidente del Consiglio, incensandosi come una sorta di statista ed accusando il rivale non già di offesa alla sua persona bensì all’istituzione governativa, espediente retorico ben noto a cui ricorrono i poveretti per elevarsi laddove  essi, per la loro  meschinità, non potrebbero mai giungere se non per un colpo di immeritata fortuna.

Il terzo atto, forse il più spudorato è quello della chiusura dove Conte, sempre più convinto di essere lo statista del quale la patria non potrà fare a meno, ha presentato il programma del suo nuovo governo, un terzo atto molto lungo e perciò letto più in fretta   infarcito di luoghi comuni conditi in una salsa ambientalista che tutto dovrà avvolgere in un mitico ritorno alla natura incontaminata cioè in sostanza niente TAV, niente ferrovie, niente opere pubbliche niente fabbriche, un pezzo frutto probabilmente dei suggerimenti che sembrano scritti a due mani da Toninelli con il ministro dell’ambiente.
Stupisce che questo carneade riscuota un notevole successo nei sondaggi e  sia stato capace di far dimenticare ciò che si è ben guardato dal ricordare della sua permanenza a Palazzo Chigi.

All’inizio, durante la confusa fase di formazione del governo quando la sua candidatura sembrava caduta e la scelta del Capo dello Stato era per Cottarelli, l’uomo salito con il trolley al Quirinale, il nostro avvocato, professore ed da ultimo statista aveva già integrato il suo curriculum  autodefinendosi, in anticipo, Presidente del consiglio del governo italiano! Poco tempo dopo, seduto davanti alle telecamere al fianco del suo mentore Di Maio, che allora aveva da poco cessato di vendere bibite allo stadio San Paolo, gli chiese, non tanto a bassa voce da non essere colto dal microfono: “questo lo posso dire?” Di Maio gli fece cenno di no e lui se ne rimase zitto. Successivamente la sua figura di capo di governo andò sfumando e l’intera scena fu occupata dai due vice, Di Maio e Salvini, tanto che molti credettero che il presidente non ci fosse proprio. E’ noto inoltre che le riunioni del consiglio dei ministri da lui convocate sono state le più brevi della storia repubblicana: duravano pochi minuti ciascuna. Del resto a cosa dovevano servire se le decisioni erano prese sempre tra Di Maio e Salvini che poi gliele comunicavano? Non si è mai ben capito se l’impossibilità di svolgere il suo compito cioè quello di garantire l’indirizzo unitario del governo, come prescrive la costituzione, sia dovuta alla sua incapacità ovvero ad una obiettiva difficoltà di portare a sintesi posizioni talmente divergenti.

Questo è sin qui sempre avvenuto ma lo statista si è guardato bene dal trarne le conseguenze presentandosi dimissionario al quirinale come avrebbero fatto, anzi hanno sempre fatto, tutti indistintamente i suoi predecessori con ben diversa autorevolezza, dignità e senso dello Stato e delle istituzioni, temi dei quali Conte ha saputo solo infarcire il suo discorso. Ma la documentazione inoppugnabile si è avuta nella seduta di discussione parlamentare sulle mozioni pro e contro la TAV per la quale Conte, a rischio del collo, si era dichiarato favorevole. La commedia è stata assolutamente  inedita: al parlamento i due partiti al governo si pronunciano in modo apposto; il ministro delle infrastrutture Toninelli con una leggerezza pari solo al suo senso e alla sua conoscenza della costituzione, dichiara che la mozione anche se favorevole alla TAV vincola il parlamento e non il governo…! Al momento della pronuncia del voto i due sottosegretari indicano ai propri di votare l’uno, il leghista, insieme a tutti gli altri partiti, per il sì alla Tav, e l’altro, il pentastellato, per il no : si è materializzata così la rappresentazione pubblica, notarilmente anotata nei verbali del parlamento italiano, della conclamata  crisi di governo e dell’obbligo, non solo di dignità e morale ma conforme alla mai sino ad ora derogata  prassi costituzionale, di salire al Colle per presentare le dimissioni.

Eppure è avvenuto il contrario: anzi , forse non tutti lo ricordano, quella surreale seduta parlamentare in cui tutto ciò è avvenuto si è svolta alla presenza della poltrona del presidente del consiglio, ma assolutamente e continuativamente vuota. Forse il paragone è irriverente (nei confronti dei Savoia) ma è stato inevitabile pensare, guardando quel trono dal quale Conte ha poi pronunciato il suo roboante discorso sulle Istituzioni, alla fuga del Re e della sua corte da Roma al precipitare della guerra. Ci viene in mente per definire la statura politica di questo premier una sola delle tante citazioni fatte nei discorsi e ci dispiace di citarne solo una violando la par condicio: Salvini ha ricordato il pensiero pronunciato da Don Abbondio raggiunto dai bravi: “il coraggio , se uno non ce l’ha, non se lo può dare”. Appunto.

Conclusione: Ogni epoca crea i suoi statisti. A noi è capitato questo ma almeno possiamo osservare con orgoglio e come esimente che nessuno di noi ha mai votato  lui e quel suo governo.

Elezioni improbabili, Renzi invita tutti a star sereni.

Ci sono due aspetti della crisi da tenere in massima considerazione. Il primo riguarda l’Europa, ovvero la maggioranza (popolari, socialisti e liberal-democratici) che si è costituita contro le forze della destra xenofoba e neo-nazionalista. Questa Europa non può smentire se stessa accettando, come se niente fosse, un’Italia in mano ai sovranisti. Da qui deriva non solo l’apprensione per un governo – quello uscente – in mano a Salvini, ma anche per elezioni a comando, fatte in fretta, con il rischio di un Salvini ancora più forte.

Il secondo chiama in causa la naturale resistenza degli eletti a subire passivamente, dopo appena 16 mesi, la conclusione della legislatura. È avvenuto solo tre volte (1992-1994, 1994-1995, 2006-2008) che le Camere fossero sciolte con largo anticipo sulla scadenza naturale, ma sempre dopo almeno due anni . Molti segnali indicano sottotraccia che la voglia di tornare bruscamente alle urne non sia così forte. Resta poi il dubbio che una campagna elettorale artificiosamente compressa dentro uno schema  bipolare, avente come perno la sfida sovranista, possa rappresentare più che una risposta alle difficoltà del Paese un brutto e pericoloso salto nel buio.

Fattori esterni ed interni obbligano a inquadrare con grande realismo il percorso che si è aperto con la formalizzazione della crisi. Tutto può avvenire, anche un improvviso deragliamento; ma certo la prudenza del Capo dello Stato non inclina alla rassegnazione verso un irrazionale finale di partita. Il riserbo che avvolge l’azione di Mattarella cela il timore che la perniciosa fibrillazione in corso degeneri nell’irreparabile, spezzando la ricerca di un nuovo assetto di maggioranza in seno all’attuale Parlamento.

Questa, in effetti, è la difficile situazione che il Quirinale si sforza di padroneggiare. Dunque, che fare? Innanzi tutto occorre  allontanare le nubi delle pregiudiziali. Ad esempio, la discontinuità invocata da Zingaretti è un’arma a doppio taglio, essendo questo quadro politico il prodotto di una più radicale discontinuità, sancita per altro dagli elettori il 4 marzo del 2018, a tutto discapito dei governi a guida Pd. Andrebbe perciò mitigato l’aspetto strumentale e partigiano del concetto: usarlo, insomma, per chiedere la testa di Conte appare quanto meno fuori misura. La discontinuità ha senso e valore se tratteggia rigorosamente la fuoriuscita dal ricatto sovranista. Altro – come dire? – è farina del diavolo.

Stavolta il diavolo non è Renzi, il quale per convinzione o convenienza si muove, in verità, con lo scrupolo di chi dispensa a piene mani l’invito a star sereni. Ma si tratta di uno scrupolo che lascia comunque intravedere la possibilità di contromosse, se necessarie. D’altronde, finché Casaleggio e Zingaretti si spalleggiano a vicenda, lo spazio di manovra dell’ex segretario Pd rimane grande ma pur sempre circoscritto. Se invece, proprio sulla questione del reincarico a Conte, dovesse incresparsi il dialogo tra Pd e M5S, il peso di Renzi diventerebbe decisivo. A lui Conte può andar bene e lo ha fatto capire: aspetta solo, per dare seguito alla cosa, un’apertura dei pentastellati. A quel punto non sarebbe da escludere un nuovo strappo renziano per arrivare, magari sempre con Conte, a un governo di tregua. La pace al Nazareno ê sempre armata.

P.S. Nel frattempo il Presidente del Consiglio ostenta serenità e distacco, considerandosi fuori da ogni partita (Italiana o europea). Fa bene. 

L’Italia pareva ai nemici del risorgimento un’espressione geografica. E oggi cos’è?

Il 2 agosto 1847 Metternich scrisse, in una nota inviata al conte Dietrichstein, la famosa e antipaticissima frase «L’Italia è un’espressione geografica». Tale frase stava a determinare, dal suo punto di vista, un popolo unito linguisticamente (per modo di dire), ma politicamente inesistente e perciò insignificante, visto che all’epoca era ancora divisa in tanti staterelli. 

E mi pare di ravvedere in essa ciò che i cosiddetti grandi d’Europa – con il loro modo di porsi ed agire – pensano di questa nazione: divisa, inconcludente, come una barca senza un vero timoniere.

Ma il problema, a mio modesto parere, non è tanto ciò che gli altri pensano di noi, anche se ciò influenza il mercato e fa salire lo spread. Il problema è: crediamo ancora di essere una nazione, come scriveva F. Chabod, di avere valori, cultura e lingua propria da salvaguardare, ma non da imporre come accade nei moderni nazionalismi? E pure che l’idea di nazione è inscindibile dall’idea di Europa? Crediamo nei valori democratici che statisti come De Gasperi e Aldo Moro hanno portato avanti anche a costo della loro vita, come accaduto per Moro?

Questa ennesima crisi di governo, esplosa – ma già in incubazione da tempo – con tanti se, ma, forse, dubbi, colpe di chi e quant’altro, ha messo in luce ancora una volta la volontà di credere all’idea che le cose si ottengano con la forza e i ricatti, con le menzogne e i doppi giochi e non con la nobiltà dei ragionamenti e del dialogo infarciti di autentici ideali democratici e di libertà, specie di espressione; valori, questi, sanciti dalla nostra Costituzione e necessari alla vita di ogni civiltà che si rispetti. 

Purtroppo in Italia non si può più parlare, men che mai ragionare. Prima di tutto perché la fanno da padrona i social dove la “tuttologia” è la nuova “dea ragione”: spesso sono diventati la piattaforma preferita di personaggi beceri e senza morale, che travisano frasi, parole. 

Secondo perché la rabbia, la frustrazione evidente o nascosta impedisce qualunque tentativo di conversare con chicchessia serenamente. Si è immediatamente attaccati, etichettati. Parli di sovranità, di diritti, di identità, di doveri e allora sei fascista. Parli del contrario e allora sei comunista, buonista e così via. O è bianco o è nero, non esiste il grigio, proprio come negli scacchi dove l’obiettivo – seppur intelligentemente e nobilmente – è dar scacco al re, ossia vincere guadagnando strategicamente posizioni. Oggi in Italia chi ha dato scacco a chi?

Personalmente sto dalla parte della democrazia. Mio padre è stato partigiano; mia madre prigioniera del X° MAS e scampata alla morte per miracolo. E lei a 17 anni in Veneto vedeva passare convogli pieni di prigionieri ed ebrei che venivano smistati in Germania, come carne da macello: urlando gettavano piccoli pezzettini di carta e chiedevano tra le lacrime di avvisare i parenti. 

In famiglia siamo cresciuti a pane e democrazia, educate al rispetto dell’altro; e poteva mancare il pane, ma non libri e giornali perché l’educazione, la cultura, sono la salvezza dell’umanità. Questo ci diceva mio padre, il quale prima che Saviano “fosse” ha subito le minacce e gli attacchi della camorra perché nei suoi articoli denunciava le prime discariche abusive nel casertano.

Quella Educazione Civica imparata a scuola – e che oggi non si sa più che fini abbia – mi ha forgiata, mi ha insegnato tanto. Ed oggi resto allibita dinnanzi a tanta ignoranza e a tanta mancanza di rispetto verso le Istituzioni, anche da parte di chi dovrebbe rappresentarle: perché non si può definire “striscione” la bandiera che ci rappresenta. 

Non sto dalla parte di Salvini nè di chiunque altro. Sto dalla parte di chi, come me, sogna un’Italia veramente unita – perché gli italiani non lo sono –, dove gli egoismi regionali non prevalgano sul bene comune nell’autentica accezione del termine: (non quello che dice: che bello, tutti stiamo bene insieme) quello che si preoccupa del rapporto tra persona e comunità e porta avanti progetti in grado di far crescere socialmente, culturalmente ed economicamente tutti, senza esclusioni. Nessuno si faccia illusioni perché a sud e a nord, ad est ed ovest di questa povera Italia, i furfanti vestono abiti di tutti i colori, di tutti i partiti, e non conoscono il tricolore. 

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Chiedo scusa ma questa ci voleva. E non è un uso spropositato del Vangelo, perché non faccio propaganda politica o ideologica, ma chiedo rispetto per un popolo e le sue istituzioni, rispetto per i giovani in cerca di un lavoro, per chi l’ha perso, e per le donne che nel mio paese d’origine vanno a raccogliere i pomodori a 4 euro l’ora sotto il sole, senza nessuno che le tuteli. Perché i caporali c’erano già prima degli immigrati e gli sfruttatori sono sempre esistiti.

Non so se chi cerca di rappresentarci conosce tutto questo o pratica solo lo sport dell’“acchiappa la poltrona”.

Intanto sono iniziate le consultazioni. Che triste spettacolo il via vai dei politici al Quirinale per le consultazioni di rito, per l’ennesimo funerale di questa democrazia ferita nel profondo e del diritto degli italiani ad essere degnamente rappresentati. 

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Un’occasione per ripartire

Articolo già pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

«Chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Sono episodi di incoscienza religiosa, che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e nello stesso tempo di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello Stato moderno». Questo passaggio dell’intervento di ieri al Senato del presidente del consiglio Giuseppe Conte (il resto è raccontato nell’articolo di cronaca) tocca un punto cruciale non solo dell’attuale momento politico ma della storia politica italiana. Vale la pena quindi fermarsi e riflettere. Si potrebbe anche liquidare la questione citando il passo del Vangelo di Matteo (6,5-9) in cui il credente è invitato a pregare «nel segreto» e non «agli angoli delle piazze». Ma il tema è molto grande e complesso e merita la massima attenzione e capacità di approfondimento rispetto al tempo che viviamo e al rapporto, che riguarda la politica ma non solo, fra il dire e il fare (anche su questo basterebbe forse citare ancora Matteo 7,21: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli»).

Negli ultimi mesi questo quotidiano ha ospitato una lunga serie di interviste che hanno coinvolto intellettuali e studiosi, cattolici e laici, tutti appassionati delle sorti di questo meraviglioso e talvolta incomprensibile paese che è l’Italia e questo tema è inevitabilmente emerso più volte. C’è chi come Massimo Cacciari ha evidenziato criticamente anche come i gesti di esibizione dei simboli religiosi abbiano avuto l’effetto di un aumento del consenso e non la diminuzione, riscontrando in questo dato la prova di un evidente problema educativo. In fondo la domanda riguarda la verità di quel che si dice e il modo in cui la si propone testimoniandola o tradendola nei fatti. E riguarda allo stesso modo quel che ognuno vuol sentirsi dire e credere alimentando false verità. Si tratta di temi sociali ed etici, di difesa della giustizia e della vita, che non possono essere disgiunti e che riguardano tutti, non solo questo o quel partito o esponente politico.

E allora, in ossequio al motto di Spinoza «non ridere non lugere neque detestari sed intelligere» cerchiamo di frenare i nostri primi impulsi e di non deridere, non compiangere né disprezzare ma di comprendere: come si è arrivati a questo? L’educazione è in effetti il punto chiave, un’educazione che forse nel corso dei decenni è stata ridotta a istruzione, a una forma di mera guida e governo “dall’alto”, e questo slittamento di significato ha riguardato sia la politica sia la Chiesa cattolica, entrambe si sono dimenticate che per educare è essenziale come primo passo l’ascoltare. Il popolo non è stato ascoltato. I fattori che hanno causato questo stato di cose sono molteplici e infatti sembra indubbio che — paradossalmente — un posto di rilievo lo ha avuto anche la progressiva emarginazione del “religioso” dalla scena pubblica attraverso il complesso fenomeno che passa sotto il nome di secolarizzazione. In Italia non si è arrivati alla situazione propria della Francia, in cui proprio i simboli religiosi sono stati messi sotto accusa e espulsi anche fisicamente dalla vita pubblica attraverso legislazioni e normative penali, però anche in Italia si è affermato un assetto sociale che ha reso superfluo e superato ogni riferimento alla dimensione religiosa per cui il dominus è oggi il principio economico e tecnologico che inevitabilmente spinge verso un prepotente individualismo inaridendo ogni senso di appartenenza, tanto più se legata alla sfera religiosa vista come un residuo folkloristico di epoche antiche, tendenzialmente “buie” e superstiziose. Il discredito che a livello “alto”, della politica e del mondo culturale e intellettuale, è stato riversato sulla religione ha finito per provocare una reazione quasi istintiva per cui quei simboli religiosi hanno di fatto tradito la loro stessa natura: se infatti “sim-bolo” significa ciò che unisce, oggi assistiamo ad una spaccatura, tra chi li vede con fastidio e avversione e cerca di espungerli dalla vita sociale e chi invece a quei simboli si aggrappa come ad un feticcio dal forte valore identitario che però rischia di tradire il significato che essi rappresentano.

Se non si scioglie questo nodo la crisi politica potrà pure risolversi a livello parlamentare, con un passaggio elettorale o con un nuovo governo, ma la vera crisi, quella che affonda le radici nel vivere quotidiano e nelle esistenze reali degli italiani, non sarà minimamente affrontata.

In questa situazione la Chiesa cattolica, cioè il popolo dei cristiani, può senz’altro giocare un ruolo decisivo. Potrà farlo se innanzitutto avrà il coraggio di fare una profonda autocritica, in particolare per quella mancanza di ascolto già accennata e che è parte essenziale della dimensione sinodale che il Papa con insistenza sta proponendo sin dall’inizio del suo pontificato.

Il cristianesimo in particolare è la religione imperniata sul dogma dell’Incarnazione, cioè di un Dio che diventa uomo rinunciando al suo potere e che non chiede più il sangue degli uomini come nell’antichità ma Lui stesso diventa carne e sangue, pane quotidiano, cibo per la vita di tutti i giorni di ciascun essere umano. L’onnipotenza divina come era intesa prima del cristianesimo viene abbandonata a favore della libertà e la dignità dell’uomo. Per questo il potere viene de-sacralizzato e Dio lascia spazio a Cesare senza confondersi più con esso. Dal Vangelo è scaturita quella forza che ha portato all’affermazione della laicità, che non può però essere ridotta a laicismo, cioè a liquidare snobisticamente in nome di un malinteso razionalismo tutto ciò che riguarda la sfera religiosa anche perché questa rimozione impoverisce l’esperienza umana e fa torto alla sua ricchezza e complessità creando inevitabili reazioni che spesso si spingono agli eccessi opposti del fanatismo irrazionale e alla fine del fondamentalismo.

Su questo sentiero sottile e delicato tra i due rischi opposti si è sempre mossa e deve continuare a farlo con coraggio la Chiesa cattolica e allora anche questa ingarbugliata crisi della politica italiana può (e deve) rivelarsi un’occasione per una severa riflessione sul passato in vista di una urgente ripartenza dalle basi, cioè dall’ascolto del popolo e dei suoi bisogni e quindi dall’educazione, una ripartenza di cui l’Italia ha drammaticamente bisogno.

La “Quaresima di Salvini” e il M5S nuovo centro della politica italiana

Giuseppe Conte, infatti, nel suo intervento al Senato aveva appellato il ministro degli interni con questa connotazione: autoritario, privo di cultura costituzionale e irrispettoso delle regole, irresponsabile, sleale, sino alla stilettata velenosa della replica finale: “politico senza coraggio”. L’epiteto di codardo è quello che più pesa e peserà sull’immagine del “capitano”. 

Un’anamnesi psicologico caratteriale degna di una seduta psicanalitica. Mai si era vista, nella storia politica e parlamentare italiana, una crisi di governo con una requisitoria pubblica così feroce del presidente del consiglio contro il suo vice e ministro degli interni. 

Finisce così l’esperienza del governo giallo verde che segna, da un lato, la rinascita di un nuovo leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, e, dall’altra, l’inizio della “Quaresima salviniana”, ricordando una metafora che Fanfani utilizzò per Forlani, in un lontano congresso della DC, quello del patto di Palazzo Giustiniani (6 Giugno 1973). 

Alla “Quaresima di Salvini” si aggiunge il declino della guida politica del M5S di Luigi Di Maio, responsabile del crollo elettorale subito dal partito dopo quindici mesi di un governo, nel quale il M5S ha subito costantemente l’egemonia della Lega salviniana parlamentarmente più debole. 

Salvini paga gli errori di una strategia ondivaga, tra annunci e contro annunci, tempi errati nella tattica utilizzata, presentazione e ritiro di mozione di sfiducia al governo, senza dimissioni sue e dei ministri leghisti. Insomma una strategia fallimentare, tanto che nella seduta di ieri il ministro degli interni, anche nel suo confuso intervento, sembrava un pugile suonato, “groggy”, alle soglie del KO tecnico. 

Ovviamente, come ricordò Fanfani, dopo il patto con Moro per liquidare la segreteria Forlani, “dopo la Quaresima ritorna la Resurrezione”, e così potrà essere anche per Salvini, se saprà correggere gli errori di conduzione politica commessi in questa fase della politica italiana e del suo partito. 

Aperta la crisi di governo, spetta al saggio presidente Mattarella il compito di accertare se esistono le condizioni per una nuova maggioranza parlamentare in grado di reggere per l’intera legislatura o se, invece, si debba andare a elezioni anticipate, salvo passare per un governo di garanzia per lo svolgimento delle elezioni stesse. 

Per quanto è emerso dalle dichiarazioni di voto al Senato, se il passaggio obbligato sembra essere quello di una possibile maggioranza M5S-PD, con tutte le difficoltà interne ed esterne ai due partiti, ieri abbiamo assistito alla riconfermata e per certi versi incomprensibile disponibilità della Lega a un nuovo tentativo con i grillini, oltre alla richiesta del voto anticipato; alla reiterata dichiarazione di Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia per l’immediato ricorso al voto e per dar vita a una maggioranza sovranista e nazionalista Lega-FdI, con l’esclusione di Forza Italia; al timido cinguettio di quest’ultima che, con gli interventi della Bernini e di Gasparri, continuano a reclamare elezioni (?!) e il ritorno al centro destra a trazione salviniana, senza dar peso all’esclusione, quanto meno sottaciuta di Forza Italia da  parte sia della Meloni che dello stesso Salvini, almeno sino a quando questi vestiva i panni del Rodomonte tuttofare. 

Se veramente si andasse a elezioni anticipate, anche stavolta sarebbe impossibile la partecipazione di un partito di ispirazione cristiana, persistendo una diaspora suicida e assurda, espressione, da un lato, della “maledizione di Moro” e , dall’altra, della stupidità di tutti noi, eredi indegni dei nostri padri fondatori. Le abbiamo tentate tutte nel lungo travaglio politico dei cattolici italiani, dopo la fine della DC ( 1993-94) e sino ai nostri giorni, ma, almeno sin qui, rimangono velleitarie le nostre indicazioni e pressoché nulli i risultati politico organizzativi concreti in grado di ricomporre ciò che resta della tradizione democratico cristiana e popolare italiana. 

Ieri Giuseppe Conte è riuscito nell’impresa di parlare come un politico di cultura democratico cristiana, fedele servitore delle istituzioni, della Costituzione repubblicana e dello stato di diritto, autentico leader di un movimento che, grazie anche agli errori di Salvini, sta assumendo oggettivamente il ruolo di asse centrale della politica italiana. 

Certo il M5S dalla sua nascita con la cultura dei “vaffa…” e la sua struttura aziendale privatistica non può essere il modello di riferimento in grado di rappresentare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, che sono stati quelli cui ha sempre fatto riferimento la Democrazia Cristiana. Oltre tutto, gli esempi forniti sin qui, tanto a livello locale che di governo nazionale, hanno scontato il livello di improvvisazione e di prevalente scarsa competenza professionale politica e amministrativa dei dirigenti grillini. 

Non vi sono dubbi, però, sulla buona fede di una classe dirigente nuova di giovani che hanno inteso rappresentare ansie e bisogni diffusi in larghi strati della società italiana, rispetto ai quali noi “ DC non pentiti” abbiamo il dovere di guardare con estrema attenzione. 

Anche la triste formula della “decrescita felice” deve farci meditare tutti noi che, sulla questione ambientale e su quella antropologica, abbiamo il dovere di dare risposte, alla luce degli insegnamenti della dottrina sociale cristiana espressi dalle ultime encicliche sociali: dalla “Centesimus Annus” di Papa San Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, sino alla “Evangelii Gaudium” e la “Laudato Si” di Papa Francesco. Che si debba puntare a un nuovo tipo di economia, dando prevalenza a quella reale contro il dominio dei poteri finanziari sta scritto in tutti i nostri testi teologico pastorali citati, nella quale porre in essere politiche economicamente, socialmente e ambientalmente sostenibili, è una delle motivazioni più importanti di possibile intesa con il Movimento 5 Stelle. 

Non va sottovalutata, poi, la scelta europea fatta dal M5S a sostegno della neo presidente Ursula von der Leyen, popolare, ossia autorevolissima espressione del PPE cui facciamo anche noi riferimento. 

C’è, infine, una ragione più profonda che ci può collegare a questo nuovo centro della politica italiana, nel quale potremmo apportare il contributo della nostra migliore tradizione culturale e politica: il M5S tra i suoi primi obiettivi programmatici, ahimè sin qui solo enunciati, contiene quello che da molto tempo anche noi DC andiamo sostenendo: 

a) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

b) la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. 

Trattasi di due riforme propedeutiche a ogni altro tipo di riforma economica e sociale, senza delle quali, ogni progetto riformatore risulterebbe vano. 

Incapaci di realizzare, nei tempi brevi che la politica italiana ci impone, l’unità di tutti i DC, credo andrebbe accelerato il progetto di concorrere alla creazione di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, alternativo al sovranismo nazionalista che la deriva salviniana e della destra meloniana vorrebbe far prevalere in Italia. Una prospettiva drammatica se vincesse, di sicuro isolamento dell’Italia e di rottura con i nostri tradizionali partner europei e atlantici. E’ tempo che, come faremo noi sin dai prossimi incontri degli organismi nazionali DC, anche il M5S, con la nuova leadership di Conte conquistata sul campo, cominci a muoversi in questa direzione. 

Cresce il reddito delle famiglie, ma l’Italia resta tra le ultime

Aumenta il reddito delle famiglie nei Paesi Ocse. E pur se l’andamento è positivo anche in Italia, quest’ultima si piazza comunque sotto la media dell’organizzazione parigina e dell’aera euro.

La crescita nel nostro Paese è stata dello 0,5% contro il +0,6% dell’Ocse e il +0,7% dell’Europa.

Secondo i dati della stessa Ocse, in Germania l’aumento è stato dello 0,6%, in Francia dello 0,8%, negli Stati Uniti e in Canada dello 0,9%. Peggio di noi fa solo il Regno Unito (+0,3%), che mostra però un dato migliore nel cumulato degli ultimi 8 trimestri.

La Food and Drug Administration approva un farmaco per il tumore della prostata

Assorted pills

la Food and Drug Administration (FDA), ha approvato darolutamide, un farmaco indicato per il trattamento del tumore della prostata che continua a progredire nonostante la terapia di deprivazione androgenica (ADT) ma che non ha ancora sviluppato metastasi.

La decisione è stata presa sulla base dei risultati ottenuti nello studio (ARAMIS), che ha valutato darolutamide associato a terapia di deprivazione androgenica (ADT): l’aggiunta del farmaco comporta un aumento altamente significativo della sopravvivenza libera da metastasi (MFS)

Al momento, però, il darolutamide non è approvato dall’agenzia regolatoria europea o da altre autorità sanitarie al di fuori degli Stati Uniti.

Adesso il braccio di ferro è sul nome del Presidente del Consiglio.

L’approvazione all’unanimità dell’ordine del giorno (v. link sotto), presentato in direzione di partito da Nicola Zingaretti, contribuisce a rendere più lineare la gestione della crisi. Sì è fatto un passo avanti.

I punti programmatici indicati nel testo possono essere recepiti facilmente dal M5S. Il passaggio più delicato è quello che sollecita un accordo fondato sulla “necessaria discontinuità e su un’ampia base parlamentare”, tale da consentire al PD di assumersi “la responsabilità di dar vita a un governo di svolta per la legislatura”.

Aggettivi e sostantivi, in apparenza solo enfatici, stanno ad indicare la la richiesta pregiudiziale dei Democratici  in ordine alla sostituzione di Giuseppe Conte. Si tratta di uno scoglio – Bodrato parla di “calcio dell’asino” – che può determinare quanto meno il ritardo nella definizione dell’accordo.

Non è escluso che Renzi possa nuovamente inserirsi, con un gesto di fantasia e imprevedibilità, negli interstizi delle trattative. Nel suo discorso al Senato ha negato di voler tornare al governo: un modo come un altro per prendere le distanze dai vari aspiranti ministri e sottosegretari di stanza al Nazareno.

Ma la “necessaria discontinuità”, enunciata nell’ordine del giorno del PD, deve tradursi nella nomina di alcuni amici di Zingaretti?

LINK

L’ordine del giorno del segretario  https://www.agi.it/politica/crisi_governo_direzione_pd_zingaretti-6058098/news/2019-08-21/

Le incognite della crisi

Mai si era visto un Presidente del Consiglio svolgere la sua requisitoria dai banchi del governo contro il suo vice-Presidente e ministro dell’Interno, mentre quest’ultimo, seduto accanto, platealmente accompagnava i vari passaggi dell’intervento con segni di dissenso, facendo smorfie o sfoderando sorrisetti di degnazione.

La crisi è stata portata in Parlamento, ma ciò non ha prodotto un guadagno in termini di stile e contenuti. Qualcuno ha parlato di corrida. È stata sciupata l’occasione, ornata di solennità, di mettere a fuoco le ragioni che hanno condotto al fallimento del “governo del cambiamento”, nato fuori da un esplicito mandato elettorale. Conte ha tagliato di netto il nodo gordiano della crisi, sancendo con la sua requisitoria  l’archiviazione del rapporto con la Lega. Nel medesimo tempo, senza giravolte improvvisate, ha tracciato il solco di un’alternativa al ricatto sovranista, chiaramente riassunto nella rivendicazione di “pieni poteri” – così si è espresso Salvini – attraverso elezioni ridotte a plebiscito. Di fatto si è proposto come erede di se stesso.

Da oggi, dopo le dimissioni del Presidente del Consiglio, la partita è nelle mani di Mattarella. Lo è, in effetti, non solo ai sensi della Costituzione, ma anche per la “moral suasion” che può mettere in campo nel tentativo di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere. Dovrà, per questo, capire come evolve il confronto all’interno del Pd, in particolare sulla cosiddetta discontinuità (che ridotta all’osso vuol dire immaginare proprio la rimozione di Conte). Non è un mistero che Zingaretti preferisca la strada delle urne e si tenga molto stretto, a tale scopo, un pretesto poco convincente agli occhi del Capo dello Stato. Ma il pretesto unifica davvero il partito? I segnali non sono affatto chiari.

Di chiaro c’è che Renzi userà tutto il suo ascendente per marcare una posizione di forte autonomia, anche a prescindere dalla linea della segreteria. Sgradevole è apparso l’attacco (pilotato?) di Francesco Boccia all’ex segretario Dem, come se il problema, nel bel mezzo della verifica politica in Senato sui destini del governo e della legislatura, fosse la pubblica certificazione di un disaccordo strutturale tra la maggioranza zingarettiana e l’area renziana. È vero però che nascondere l’esistenza di tale disaccordo è praticamente impossibile.

Ora, in un certo senso, preme sotto i carboni ardenti della crisi una dinamica nascosta che avvolge il bisogno di un nuovo “centro propulsivo”, capace di unire politica e società nella ripresa di uno slancio vitale, per uscire dal pantano dell’immobilismo. L’Italia non cresce da 25 anni. In tutto questo tempo ha dominato la logica del bipolarismo artificioso, sempre gravido per i teorici della democrazia decidente, nonché dei partiti a vocazione maggioritaria, di un bipartitismo ancora più artificioso. Non c’è dubbio che la cancellazione del centro abbia infine generato un vuoto di direzione politica. Da ciò deriva la considerazione in ordine al fatto che l’iniziativa di Renzi, con l’apertura ai Cinque Stelle, incrocia esattamente questa profonda esigenza di riordino.

Siamo a un passaggio decisivo nella vita democratica del Paese.

Merlo: No alle scissioni, si al nuovo partito.

Al di la’ del ribaltone che forse sta per nascere dopo la fallimentare gestione del governo giallo/ verde, quello che emerge in modo inequivocabile è che il nodo da sciogliere adesso nel campo del centro sinistra, alternativo alla destra e al movimento antisistema e populista dei 5 stelle, è quello di dar vita ad un partito “costituzionale” che recuperi il progetto e la cultura politica del centro democratico, riformista e innovativo che ha caratterizzato per molto tempo la miglior stagione politica italiana. E, senza entrare nelle dinamiche sempre più misteriose di una crisi di governo “folle” ed irresponsabile, il problema non è riconducibile a favorire, o meno, una scissione all’interno del Partito democratico. Anche perché sarebbe curioso pensare che questa scissione, e l’ennesima, favorisca la ripartenza del campo del centro sinistra. Che oggi, semplicemente, non c’è.

Ormai è da mesi che tutti gli organi di informazione parlano e anticipano come imminente la “scissione” del Partito democratico e nel Partito democratico. Una operazione a mio parere inutile perché non contribuisce, se non in misura ridotta e quasi ininfluente, il tema di un credibile allargamento politico ed elettorale del campo riformista e di centro sinistra. E questo per un semplice motivo: oggi, molto più di ieri, c’è una esplicita richiesta di un nuovo spazio politico che vada a ridare voce ad un pezzo di società che oggi, di fatto, è orfano e senza rappresentanza. Uno spazio politico che prescinde da eventuali scissioni all’Interno del Pd o di altri partiti. Forse oggi, e proprio alla vigilia appunto di questa folle crisi di governo, emerge la necessità sempre più impellente di dar vita ad una nuova forza politica che rimetta in discussione i vecchi equilibri politici e cerchi di ridare una rappresentanza autorevole ed omogenea, nonché credibile, ad una consistente fetta di elettorato oggi spaesata e quasi attonita di fronte ad uno spettacolo semplicemente inguardabile. 

La vera sfida, oggi, è quindi quella di saper costruire un luogo politico, saper intercettare un consenso sempre più liquido e disorientato, elaborare al contempo un progetto politico e di governo che non si faccia condizionare dalle plateali contraddizioni che caratterizzano molte forze politiche e, in ultimo, che sia anche in grado di ridare voce a spezzoni di classe dirigente, di interessi sociali e culturali che oggi sono stancamente presenti nel Pd, in Forza Italia e in altre piccole formazioni politiche e che, invece, sono disponibili a scommettere sul progetto di una nuova forza politica. Questa, quindi, è la vera sfida politica, culturale e forse anche etica. Ma non solo perché quasi tutti i sondaggisti indicano una strada favorevole per una formazione politica che imbocchi quella via, ma per la semplice ragione che è utile per la democrazia italiana, per la qualità del campo riformista e democratico e per le stessa credibilità delle istituzioni nel nostro paese. 

Ecco perché è inutile, e anche un po’ riduttivo, continuare a parlare della scissione all’interno del Pd o di altri partiti. Quello che serve è altro, totalmente altro. Cioè un altro partito, con un nuovo progetto politico e una nuova cultura politica. Lo chiede la contingenza storica e politica italiana, e non un vecchio e stantio gruppo dirigente in preda alla conservazione del proprio seggio parlamentare.

Perché evitare le urne. Intervista a Dellai

Articolo già apparso sulle pagine di Formiche.net

Lorenzo Dellai, ex deputato di Democrazia Solidale – Centro Democratico, lo ha detto qualche settimana fa quando con Enrico Letta ha presentato a Trento la scuola di formazione politica promossa dall’associazione “Codice Sorgente. Idee Ricostruttive”.

All’Italia occorre un nuovo humus culturale e politico per affrontare le sfide, come quella di Salvini, che punta a banalizzare la politica. E consiglia di lavorare per una legittima difesa della democrazia parlamentare.

Quante possibilità ha il governo-ponte di durare per l’intera legislatura?

Se fossimo in tempi normali ed in una situazione normale la via maestra sarebbe stata quella del voto il più presto possibile. Il punto vero è che in questa crisi sui generis non vi è nulla di normale. Non è normale il modo in cui dentro il governo tutti hanno giocato alla maggioranza e all’opposizione, non è normale il ruolo del ministro dell’Interno che come da storia repubblicana italiana dovrebbe essere quello più discreto e silenzioso, non è normale che tutta questa dinamica della crisi annunciata ma non formalizzata si sia svolta in maniera totalmente sganciata dalle emergenze del Paese e dal quadro europeo.

Dunque?

Non essendoci nulla di normale il discorso va rovesciato. È interesse del Paese verificare fino in fondo con lealtà, serietà e rigorosità se il Parlamento sia in grado di assicurare una continuità della legislatura nei termini che il Capo dello Stato valuterà. Credo che il ragionamento vada fatto su due livelli. Il primo sulla base politico-parlamentare sufficientemente ampia che garantisca una ulteriore fase di legislatura. Il secondo sul profilo del governo, che non necessariamente deve rappresentare l’intera base: può essere anche di tipo diverso, espresso dalla forza politica principale, oppure misto.

Ipotesi Ursula, o parte di essa, quindi?

Importante in questa fase è mettere in sicurezza il Paese. É per questo che osservo la presenza di un altro punto anomalo: il gioco a non assumersi alcuna responsabilità. La crisi è stata provocata dal non voler fare i conti con gli effetti della manovra finanziaria. Qualcuno pensa che non gli convenga andare al governo adesso perché poi gli toccherebbe fare la manovra, è il mondo alla rovescia. La battaglia politica invece si fa per dimostrare di avere una visione, assumendosi responsabilità anche pesanti.

Vede nel Lodo Grasso appoggiato da Romano Prodi il tentativo di salvaguardare gli interessi nazionali più che quelli elettorali?

La situazione italiana presenza dei buoni margini per un governo che, se dovesse impostare una manovra nell’immediato e nel medio periodo, potrebbe puntare all’interesse generale. Auspico quindi che dal dibattito di oggi possa aprirsi una fase, sotto la vigilanza del Colle, che porti ad evidenziare una base parlamentare possibile. Ma non intendo con ciò una classica alleanza politica, quella parte solo dalle urne, bensì una convergenza di volontà per il bene comune.

Chi teme le urne?

È vero che esclude le urne chi teme di perdere i consensi, ma d’altronde è questa una forma di difesa della democrazia parlamentare rispetto alla sfida lanciata dal ministro Salvini alla politica italiana. Una sfida di banalizzazione delle questioni, di radicalizzazione di posizioni, rispetto alla quale si sarebbe apprestato a cogliere più consensi nelle urne per trasformare la natura della democrazia italiana. Rispetto a questo rischio è giusto essere preoccupati mettendo in campo una legittima difesa della democrazia parlamentare.

Dunque evitare le urne per un interesse nazionale?

Per interesse nazionale intendo il dover evitare che il ricorso alle urne, in una fase così delicata della nostra situazione economica e dei nuovi rapporti con la Commissione Ue che sta nascendo, avvenga in dispregio del bene comune. Ovvero senza il dovuto principio di responsabilità del governo e del parlamento. Inoltre questa strategia risponde anche all’interesse di tutelare una democrazia parlamentare liberale che non vuole diventare il primo laboratorio europeo pro Putin, che parla di superamento della democrazia parlamentare liberale.

Il direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, ha detto: “È tempo di resistenza, umana civile e religiosa”. Ha ragione?

Credo che sia una frase molto dura ma anche molto opportuna, che mi ricorda un’altra frase altrettanto dura scritta da De Gasperi nel 1925 ad un giovane cattolico trentino in cui spiegava la fase di consolidamento iniziale del Ventennio. E osservava che mentre una larga parte dei cattolici scelse il silenzio, un’altra osannava il nuovo capo. Diceva: “Non posso che essere contrario a questo atteggiamento, non per merito politico ma principalmente in quanto cattolico per motivi morali e spirituali”. Per cui vedo in questo momento una necessità di testimonianza da parte di chi ha l’ardire di definirsi cristiano: ed è un imperativo che va al di là dei legittimi regionamenti di tattica politica, ammesso che ve ne siano. Parlo di una visione legata all’umanesimo che non trova purtroppo riscontro negli atteggimenti sotto gli occhi di tutti.

 

Mercenari e compagnie di ventura in Africa. La corporazione della morte.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Padre Giulio Albanesi

Mercenari e compagnie di ventura infestano oggi, più che mai, le periferie del nostro povero mondo, quei bassifondi della Storia contemporanea dove sopravvive in condizioni penose tanta umanità dolente. Essi costituiscono, alla prova dei fatti, una sorta di corporazione dell’illecito sulla quale sarebbe auspicabile riflettere, rappresentando nel suo insieme, un fattore altamente destabilizzante per non pochi Paesi, molti dei quali africani. 

Chi scrive ricorda come fosse ieri, la lunga conversazione che ebbe a Nairobi, alla fine degli anni ‘90, con uno di loro, un certo Joe. L’incontro avvenne in un bar, dalle parti di Westlands, uno dei quartieri della capitale keniana. Magro allampanato, barbetta a pizzo, sguardo simpatico, questo signore aveva un passaporto sudafricano, ma in effetti era nato in Inghilterra dove aveva seguito tutti gli studi fino ad intraprendere la carriera militare. Successivamente si era congedato dall’esercito di Sua Maestà per raggiungere la moglie sudafricana a Johannesburg. Capelli ossigenati, pantaloni corti color panna, camicia nera sbottonata dalla quale affiorava una collana confezionata con strani amuleti e scarpe da tennis in pessimo stato, Joe sulle braccia aveva due grandi tatuaggi raffiguranti sull’avambraccio destro un elefante e sul sinistro un enorme coccodrillo, seminascosto dalla manica ripiegata. 

Questo personaggio, a dir poco eccentrico, mi era stato segnalato da un collega della stampa australiana che lo aveva intervistato in Angola quando combatteva come mercenario della famigerata Executive Outcomes (Eo). Joe disse subito che aveva deciso di chiudere la partita una volta per sempre con i cosiddetti dogs of war (“cani da guerra”), appellativo attribuito ai moderni soldati di ventura che da anni imperversano nel continente africano. «Àrmati e viaggerai» era il loro motto. Nelle loro fila c’era di tutto: portoghesi, belgi, russi, inglesi, irlandesi, serbi, croati come anche africani dello Zimbabwe, Mozambico, Namibia. I maggiori centri di reclutamento erano a quei tempi in Inghilterra e Sudafrica. 

«È gente disposta a tutto per i soldi poiché alle spalle di ogni mercenario c’è sempre una delusione: professionale, familiare, affettiva», raccontò Joe, mostrando la foto di sua moglie morta tragicamente nel corso di una rapina a mano armata alla periferia di Johannesburg. Nel 1986, essendo rimasto vedovo senza figli, decise di mollare il suo impiego di responsabile della sicurezza in un complesso alberghiero di prestigio, per fare il soldato di ventura; un mestiere che gli fruttò un bel gruzzolo, ma troppo rischioso per durare nel tempo. 

Oggi Joe vive in una capitale africana dove dirige un’impresa di import–export, ma quando era nell’Eo, combatteva in Angola. Nel corso della conversazione a Nairobi raccontò che gli uomini dell’Eo, ai suoi tempi, erano circa 2.500, molti dei quali veterani di guerre civili che hanno marcato la storia postcoloniale africana: Mozambico, Liberia, Namibia… Un vero e proprio esercito di professionisti, al soldo di chi offre di più. 

I mercenari, certamente, hanno sempre guadagnato bene. Stando ad un’inchiesta della rivista «New African», nel 1994, diciotto elicotteristi sudafricani operarono in Angola, firmando un contratto di 18.000 dollari mensili. «Può sembrare una cifra da capogiro — commentò Joe — ma, dopotutto, il rischio è davvero grande: durante gli anni trascorsi con l’Eo ho intascato molto, ma ho anche perso molti amici». Alcuni dei suoi compagni, spiegò con tono affranto, sono stati fatti prigionieri, altri hanno perso la vita. 

In questo ultimo decennio vi è stata comunque una sporulazione di compagnie dedite al reclutamento di mercenari. Attualmente, ad esempio, nella Repubblica Centrafricana è operativa la Wagner Group, un’organizzazione di mercenari dell’ex impero sovietico. I suoi mercenari affiancano i contractor statunitensi, sudafricani e francesi e godono della benevola protezione dei caschi blu dell’Onu impegnati, con non poche difficoltà, a contenere i massacri e le pulizie etniche in atto nello stremato Paese africano. Peraltro, secondo fonti autorevoli della società civile, la Wagner Group — già attiva in Siria, Libia e Sudan — avrebbe siglato diverse intese per avere ragguardevoli emolumenti sulle materie prime centrafricane, come i diamanti e l’oro estratti dal sottosuolo. 

Ciò nonostante, nessuna compagnia di mercenari ha mai raggiunto in Africa la notorietà di Eo. Il segreto del successo? La straordinaria capacità operativa dimostrata nel realizzare i contratti; una competenza, frutto, in gran parte, dell’esperienza maturata sul campo dagli ex appartenenti alle Forze Speciali dell’esercito del Sudafrica «razzista», tra cui il nefasto Battaglione 32, probabilmente la più famigerata unità militare che abbia mai combattuto in Africa. Anche se è stata ufficialmente sciolta il 31 dicembre del 1998, ancora oggi Executive Outcomes rappresenta il modello su cui si basano tutte le società militari private (Pmc), come quelle che hanno operato in Iraq e Afghanistan.

Secondo Mark Brown, un volontario statunitense di una importante ong, che conobbi in Sierra Leone nel 1998, questi moderni lanzichenecchi sono uomini senza scrupoli: «Per loro uccidere è un business e lo fanno perché esiste una costante crescita nel rapporto domanda-offerta». D’altronde il fenomeno non è affatto nuovo se guardiamo alla storia e la stessa etimologia della parola soldato lo lascia intuire. Molti dei dittatori africani vedono nei mercenari dei preziosissimi collaboratori. In effetti, la presunta etica di Eo — «azienda leader nei servizi di sicurezza per proteggere vite e comunità di persone» si leggeva sulla Web page aziendale (oggi non più online) — non ha mai convinto neanche i più ingenui. 

In Sudafrica le Chiese cristiane hanno da sempre condannato l’operato dei mercenari, definendoli come «cani da guardia della segregazione razziale» o «mastini da guerra». A dire il vero, negli anni ’60 e ’70 i mercenari riuscirono a creare attorno alla loro professione un alone di mito o leggenda. Come il francese Bob Denard, patito per i colpi di Stato nelle isole tropicali dell’Oceano Indiano — con una particolare propensione per l’arcipelago delle Comore — o come Mad Max Hoare, celebre per aver soffocato la rivolta dei Simba nell’ex-Congo belga negli anni Sessanta. 

Ma accanto a quelli che comunque sono pur sempre poco più che gruppi di sbandati pronti a tutto, sta emergendo un’altra figura di combattente a pagamento: il professionista della guerra, messo sotto contratto o alle dipendenze di private security, compagnie che, alla stregua di qualsiasi multinazionale, hanno proprie strategie di mercato, pubblicizzano il loro prodotto con show reel televisivi e stipulano regolari contratti secondo la legislazione internazionale. 

Personalmente, non dimenticherò mai l’esperienza vissuta in Sierra Leone quando, nel marzo del 1999, volai su un loro elicottero Mi8 carico di armi e munizioni. Avevo chiesto un passaggio per raggiungere l’aeroporto di Lungi dalla foresta dove avevo incontrato degli eroici missionari saveriani. A dire il vero ero convinto che si trattasse di militari dell’Ecomog, la forza d’interposizione dei Paesi della Comunità Economica dell’Africa Occidentale, sotto comando nigeriano. E invece, chiacchierando a bordo con i due piloti e il mitragliere, scoprii le loro vere nazionalità: due angolani e un eritreo. Il loro capo mi disse in perfetto inglese che appartenevano tutti e tre ad una non meglio precisata compagnia di sicurezza e che si guadagnava bene.

Inizialmente pensavano che fossi solo un giornalista, ma quando rivelai la mia vera identità missionaria, con grande sorpresa, divennero affabili e addirittura cortesi. «Padre, credo che oggi io abbia fatto l’unica opera buona di tutta la mia carriera militare; mi riferisco al fatto d’aver preso a bordo un prete», disse l’angolano spiegandomi che uccidere per lui non era mai stato un problema. 

Ascoltando le sue parole capii davvero quanto rischioso possa essere appaltare a società di mercenari le missioni di pace e di interposizione fra opposte fazioni come qualcuno vorrebbe in sede internazionale. Un’eventualità che, se dal punto di vista strettamente pragmatico ha indiscutibili vantaggi in termini di efficacia operativa, dall’altra ha ovvie e incontrovertibili controindicazioni di ordine morale. 

Parlare della realtà dei mercenari, senza ipocrisie e falsi pudori, è opportuno se si vuole davvero scuotere le coscienze, combattendo la «globalizzazione dell’indifferenza», denunciata da Papa Francesco nel suo illuminato magistero.

Il Monocolore Pentastellato

Il monocolore targato M5S, che stamane ripropone Giuliano Ferrara sul Foglio, è un’idea ardita ma non assurda. Se si vogliono evitare le elezioni, frenando la pretesa dei “pieni poteri” di Salvini, non ci sono tante strade. L’alternativa è un governo politico di complicata gestazione, frutto di un’intesa strategica tra M5S e Pd, con tutte le obiezioni che ne frenano la definizione pratica.

La svolta avverrà oggi pomeriggio in Senato con il discorso di Giuseppe Conte. Solo dopo l’intervento prenderà forma la procedura che segnerà il percorso della crisi. È improbabile che il Presidente del Consiglio traduca la volontà di archiviare l’esperimento gialloverde in un semplice e drastico rovesciamento di fronte, con l’appello ai Democratici a fare “squadra” in modo organico per il prosieguo della legislatura, sotto il mantello ideale di un matrimonio di convenienza a forte impatto sulla pubblica opinione. 

In effetti, la pubblica opinione è divisa tra il rifiuto delle smanie (pericolose) di Salvini e l’assenso, perlomeno complicato, a un mutamento di fronte tutto interno al Palazzo. Per questo la “tregua” è l’unica forma di soluzione alla crisi politica aperta con tanto clamore e tanta arroganza. Si tratta di conferire il giusto rilievo a un passaggio che risponde a una logica di necessaria e problematica transizione, appoggiandosi allo schema adottato in Europa con la elezione di Ursula con Deri Leyen (e David Sassoli). Il punto è capire se il monocolore pentastellato, a prescindere dalla sua intrinseca provvisorietà, può essere innervato da un gruppo più esteso di tecnici, su cui dovrebbe pesare la discreta ma incisiva “benedizione” di Mattarella.

È la scelta della “tregua” a consentire, più di altre ipotetiche operazioni, il formarsi di una larga convergenza parlamentare, senza pregiudiziali in ordine alle possibili inclusioni e quindi aperto, in via di principio, anche al l’apporto di Forza Italia. Ciò darebbe modo di esaltare il riconoscimento di una nuova centralità del Parlamento, alla quale necessariamente il governo sarebbe sottomesso. Poi si vedrà. Isolato Salvini, spetterà alle forze politiche immaginare lo sviluppo dell’intesa al di là dell’emergenza (perché di vera emergenza, non solo finanziaria, si deve oggi parlare in Italia).

Questo scenario – si dice – non convince Zingaretti. La preoccupazione del segretario Pd poggia su un argomento rispettabile, ovvero sulla consapevolezza dei rischi che comporta una transizione priva di respiro strategico. Bisogna tuttavia che emerga nel Pd un’altra consapevolezza, non meno stringente, a riguardo proprio dell’audacia di un cambio di maggioranza, la cui connotazione rimarrebbe agli occhi dei più un affrettato e spregiudicato accordo di potere con gli odiati (fino a ieri) avversari grillini. Invece un approccio più garbato – se l’aggettivo non disturba – è ciò che conviene allo stesso Zingaretti. Incassare la liquidazione dell’offensiva leghista sarebbe già un risultato di straordinaria importanza. Se esistesse un partito di centro, alla maniera di quel centro che proprio in queste ore il ricordo di De Gasperi riporta alla mente, non avrebbe difficoltà a cogliere il valore di una simile linea di prudenza, ma di una prudenza certamente unita a intelligenza e lungimiranza. Prima vengono gli interessi del Paese, poi quelli del proprio partito.

Le categorie politiche del novecento non servono più. A proposito di Del Noce.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Caro direttore, caro Lucio,

sto seguendo con interesse e – come ben sai – con tanti dubbi il vostro dibattito sul futuro di “Rete Bianca”,  per un ritorno sulla scena politica di quello che voi definite “Centro moderato cattolico-democratico e popolare”. 

Succede che domenica 18 agosto mi sono incontrato casualmente su”La Stampa”,  con un articoletto di Letizia Tortorello, dedicato ad Augusto Del Noce: “Ritornare a Del Noce tra democrazia e cristianesimo” Te lo allego.

La Tortorello – che io non conosco – dimostra però di saperla lunga. E una volta persuasa che la “…rilettura di Del Noce è oggi più che mai urgente” per evitare rischi di nuovi totalitarismi, recensisce e riassume efficacemente in 10 righe un recente libro di Luca Del Pozzo (“Filosofia cristiana e politica in Augusto Del Noce”) con cui l’autore sostiene “…l’urgenza di una nuova stagione di un cattolicesimo politico italiano” .

Di primo acchito, sembrerebbe dunque la tesi cara a “Rete Bianca”, sostenuta dalle indubitabili convinzioni del buon Giorgio Merlo, suo indefesso e coriaceo  sostenitore.

Ma non è  così! 

Continuando a leggere la breve recensione, ci si può  accorgere che Del Pozzo si proietta in quella analisi che, con strumenti conoscitivi e di studio sicuramente più  modesti, io mi sono permesso di accennare tempo fa.

Essendo sprovveduto tralascio la “Metafisica civile” come sintesi di quel che Del Noce intendeva per  ri-cristianizzare la democrazia. La lascio a voi filosofi della politica. 

A me interessano le conclusioni. 

Secondo Del Pozzo, Del Noce “…spinge il lettore a porsi la domanda cruciale se l’Italia sia ancora un paese cattolico, e per cattolici maturi”, e sostenendoci dalle sue categorie, spinge a ” …chiederci quale sia oggi la ‘superideologia’ dominante dopo che abbiamo visto la destra separarsi dalla sua visione morale, e la sinistra abbandonare il suo obiettivo sociale” .

Con la sorprendente – e per me consolatoria – constatazione che “…gli schemi politici novecenteschi sono saltati”(sic!) .

Ricorderai, caro direttore, che con alcune mie divagazioni primaverili ed estive da te pubblicate mi sono permesso di proporre l’atroce dubbio che le categorie politiche spaziali e geometriche orizzontali novecentesche di Centro, Sinistra e Destra, sono superate dalla storia che viviamo; e che bisogna vivere l’oggi per guardare al futuro.

Alcuni amici di ex sinistra mi hanno rimproverato; molti amici di ex centro mi hanno invece detto di non essere precipitoso e di osservare con attenzione quel 40% degli aventi diritti al voto che rimane a casa in pantofole; qualche conoscente di ex destra mi ha detto che chi non pensa prima alla Patria e dopo agli “invasori” emigranti non può  essere di destra e che la destra a tutela della nostra nazione è ancora viva e utile.

Detto doverosamente ciò,  ho sostenuto che secondo me è  oggi meglio, molto meglio, trasferirsi cristianamente sulla geometria verticale: Alti e Bassi; Ricchi e poveri; Superiori e Inferiori; Eguali e disuguali; amici e nemici; grande Europa e piccolo paese; Italexit e Nord Italia, e via divagando, al posto di rimanere ancorati a quella orizzontale degli emicicli novecenteschi; mi sono permesso di divagare sulle “Identità” del passato viste come scatole chiuse e pie illusioni che ci portano fuori strada; mi sono permesso di supporre che il “cattolicesimo moderato” non è  cosa per noi, di forte formazione cattolico-democratica e popolare; ho ricordato che vietandoci e impedendoci da noi medesimi – ma dimenticando Sturzo – di osservare la società, studiarla, descriverla e quindi progettare “…Il domani”, è cosa cattiva e sbagliata.

Mentre invece scommettere sulla cultura e sulla formazione prima di affidarci ai desideri (pur legittimi ) suggeriti solo da una mera legge proporzionale, è  invece cosa buona e giusta. 

Un caro saluto.

N.B. Comprerò il libro.