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La super società e la scommessa sulla libertà. In un saggio di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti. Recensione sull’Osservatore Romano.

 

Abbiamo di fronte una società “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta. Il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dellumano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Si tratta di un libro da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità.

 

Marco Bellizi

 

«Non possiamo dare per scontato che la democrazia liberale costituisca ancora il modello di governo di riferimento nell’età della supersocietà». Bene. O male. O forse né l’uno né l’altro. Dipende, ovviamente. Tuttavia l’affermazione evidenziata dal libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà? (Bologna, il Mulino, 2022, pagine 239, euro 16) contiene in sé un robusto stimolo all’inquietudine, non fosse altro che per il termine “supersocietà”, il quale, appunto, evoca facilmente scenari distopici.

 

Ma cosa è la “supersocietà”? Un po’ complesso da spiegare in poche righe. Quello che si può dire — scrivono gli autori — è che le conseguenze della pandemia si sono sommate agli effetti dei precedenti shock mondiali e «combinate con l’emergere della questione della sostenibilità dentro il nuovo ambiente tecnico digitale in uno scenario mondiale metastabile». In breve, un modello in crisi, senza più grandi certezze e sempre più insostenibile sia sotto l’aspetto ambientale sia sotto l’aspetto umano, in cui l’insicurezza sembra condurre dritti verso l’incremento di controllo, favorito dalle nuove tecnologie che ci rendono sempre più interdipendenti e paradossalmente sempre più isolati. Una società, appunto, “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta.

 

Non c’è di che stare allegri. Eppure, a scorrere le pagine di questo saggio sociologico in parte scientifico e in parte divulgativo (senza che nessuno dei due aspetti ne risulti penalizzato), non si può non ritrovarsi naturalmente d’accordo con gli autori.

 

Il fatto è che, diciamolo, sino a ora abbiamo un po’ scherzato con il luogo comune (ormai) del niente-più-sarà-come-prima. E a forza di scherzare, chiusi in casa prima per paura del virus e chiusi in casa dopo a guardare le immagini della guerra, ci stiamo forse rendendo conto che in fondo non è più tanto il caso di scherzare.

 

Il futuro è qui. Che noi lo vogliamo o meno. Stato e mercato, le due infrastrutture istituzionali sulla base delle quali continua, nonostante tutto, a fondarsi la nostra vita sociale, appaiono, avvertono Magatti e Giaccardi, inadeguate: «Le prime perché basate sull’idea moderna di sovranità territoriale quando invece le dinamiche e i problemi sono ormai da tempo globali (lo Stato — scrivono — che rimane pur sempre un “participio passato” è strutturalmente in ritardo rispetto all’innovazione, che allo stesso tempo regola a da cui dipende); la seconda perché il sistema dei prezzi non è in grado di veicolare adeguatamente tutte le informazioni necessarie per un adeguato coordinamento delle azioni di produzione e consumo rispetto ai problemi posti dall’entropia associata al nostro modello di sviluppo».

 

La pandemia lo ha lasciato intuire: a fatica la democrazia occidentale è riuscita a governare gli effetti dell’enorme impatto globale del virus, anche e soprattutto riguardo alle modalità di risposta, che hanno presentato in maniera inedita, a proposito in particolare della vaccinazione di massa, il tema della libertà e del controllo. Ma se c’è bisogno di maggiore controllo, allora non è il caso di dubitare dell’efficienza del sistema occidentale, rispetto, solo per fare un esempio, alla peculiarità della risposta cinese al covid, con chiusure generalizzate, tracciamenti rigorosi, immunizzazione a tappeto? E che dire della risposta all’invadenza del mercato globalizzato, tecnologicamente complesso e sempre più verticalizzato nel controllo, che conduce all’autoisolamento, ai rigurgiti nazionalisti, alle campagne belliche d’altri tempi?

 

Il punto, come si accennava, è che il modello occidentale è ormai un sistema instabile, con un grado di squilibrio potenzialmente catastrofico. Sostenibilità e digitalizzazione, i due driver attuali dello sviluppo — scrivono ancora gli autori — «esigono un approccio ecosistemico e complesso che rischia di non essere nelle corde della visione individualistica dell’Occidente».

 

In breve: il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dell’umano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Di più: anche sotto il profilo del nostro senso morale «non siamo equipaggiati per affrontare i problemi che la supersocietà ci presenta». Facciamo fatica a farci carico di problemi che possiamo solo immaginare e che (ancora) non tocchiamo con mano. Tamburi lontani. Ma sempre più distinguibili. E allora, «se vogliamo evitare lo scontro di civiltà occorre un’idea di libertà in grado di gettare le basi di un nuovo ordine mondiale».

 

È un’affermazione, un impegno, dirompente. Neanche facile da digerire. Però è difficile rispedirlo al mittente, anche perché i sociologi qui ci conducono per mano attraverso un percorso profondo ma lineare che va da Romano Guardini a Henri Bergson, da Sigmund Freud a Edgar Morin a Dietrich Bonhoeffer per illustrare tutta l’evidenza di una rivoluzione già in atto e che occorre governare opportunamente attraverso una riformulazione epistemologica, un nuovo concetto di organizzazione sociale e d’impresa, con l’introduzione, solo per fare un esempio, del concetto di “contribuzione” accanto a quello di retribuzione (già di per sé una rivoluzione di enorme portata, laddove, semplificando molto, il compenso del lavoro si misurerebbe anche con la realizzazione del sé nella società, il riconoscimento di senso del proprio operare oltre che con la possibilità di ottenere mezzi per acquistare cose).

 

È un libro, insomma, da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità. Se la libertà è relazionale (e lo è) allora, scrivono Magatti e Giaccardi, «Oriente e Occidente sono provocati a ridire chi sono e cosa vogliono essere, a partire dalle sfide che la supersocietà porta con sé: il rapporto con la tecnica, con l’ambiente, con la soggettività». Perché «un nuovo ordine mondiale pacifico può essere creato solo grazie al dialogo dialogico (contrapposto a quello dialettico) che superando le posizioni di partenza tende a un risultato terzo, in grado di cambiare le parti coinvolte». Siamo realmente pronti?

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 26 giugno 2022

Nadia Urbinati riconosce, a fatica, che solo i cattolici democratici hanno dato dignità al centro. Che cosa significa oggi?

 

Dietro la politica di centro della Dc c’era una cultura di governo e un criterio direttivo, operava dunque una visione strategica, tanto da far dire a De Gasperi che il suo era un partito di centro in cammino verso sinistra.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Dinanzi a gracili argomentazioni, la critica di chi vede nel centro una scelta ambigua, senza qualità politica, si carica di facile eloquenza. “Il centro si definisce per assenza “, ha scritto polemicamente Nadia Urbinati sul Domani (25 giugno 2022). È difficile darle torto, se la causa di questi conati centristi riporta immancabilmente alla ricerca, pur legittima ma non esaustiva, di uno spazio di rappresentanza politica. Uno spazio che non ospita, appunto, valori e aspirazioni, bensì soltanto ansia di posizionamento.

 

Di sfuggita, però, la nota firma del giornale di De Benedetti esprime nell’articolo un concetto meritevole di più attenzione e discernimento: “I centristi della Prima repubblica – riconosce con molta onestà – erano più corposi perché abbeverati a quella che forse è stata la fonte più ricca del centrismo ideologico, il cattolicesimo democratico”. Questo è il punto. Dietro la politica di centro della Dc c’era una cultura di governo e un criterio direttivo, operava dunque una visione strategica, tanto da far dire a De Gasperi che il suo era un partito di centro in cammino verso sinistra. Non era un agglomerato definito per esclusione – né di sinistra e né di destra – votato pertanto a un tipo di equilibrismo che aveva per obiettivo la semplice conservazione del potere.

 

Stare al centro voleva dire proporre una “terza via” tra collettivismo e capitalismo, dando alla lotta contro il comunismo una curvatura fortemente democratica e alla pregiudiziale antifascista un carattere fondativo dell’identità  di partito. Non solo Moro ma lo stesso Fanfani, magari con un taglio volontaristico eccessivo, propugnava la funzione di un centro dinamico, capace di rispondere alla domanda di giustizia che nasce e s’impone con l’evoluzione economica e civile della società. Tant’è vero che la storia più interessante e dunque più vera della Dc sta nella ricerca e costruzione di un progresso a dimensione umana, dove l’interclassismo costituiva la formula aideologica dell’alleanza tra ceti medi e classi popolari.

 

Tuttavia, Nadia Urbinati sostiene maliziosamente che il fulcro della politica democristiana s’identificava con l’assicurazione purchessia della governabilità, senza troppi scrupoli, cosicché “quando si trattava di scegliere si preferiva la destra, come succede nella Francia del secondo Emmanuel Macron”. Un’affermazione, questa, poco convincente, essendo il passaggio dal centrismo al centro-sinistra, e poi dal centro-sinistra alla solidarietà nazionale, finache al pentapartito del duello Craxi-De Mita, l’evidente conferma storica di come la proiezione in avanti, nel confronto serrato con la sinistra di governo e di opposizione, fosse l’esplicito riconoscimento della inapplicabilità, in seno al partito dei cattolici democratici, di una preferenza conservatrice di destra. Anzi, secondo il giudizio severo di Del Noce, la pecca principale della Dc va rintracciata all’opposto nel suo progressivo cedimento alla egemonia culturale della sinistra. Da qui, secondo tale accusa, la secolarizzazione e con essa l’avvento della società permissiva, di cui l’aborto, tornato a dividere l’opinione pubblica mondiale dopo la sentenza della Suprema Corte di Washington, rappresenta emblematicamente uno dei frutti più avvelenati.

 

Ebbene, quando proprio sul tema delicato dell’aborto Mons. Paglia invita a un dialogo civile, allo scopo di “ragionare insieme” sulle prospettive legate alla migliore applicazione della legge 194, non restituisce dignità a quel modo di pensare e agire che in fondo ci permette di rintracciare il “senso del centro” come strumento di mitigazione dei radicalismi e degli ideologismi, nonché di sana provocazione per spostare equilibri e generare convergenze? Dunque, non è perlomeno più complessa la materia di questo centro che invero i Popolari hanno tenuto a valorizzare dopo il ‘94, arricchendolo di contenuti e rivestendolo di coerenza, così da fornire un lucignolo di speranza nella lunga notte della diaspora democristiana? Sono domande che non sembrano abusive. Adesso quel che conta, però, non è tradurre obbligatoriamente tutto ciò in un nuovo partito di centro, anche a dispetto delle difficoltà oggettive, ma di asseverare la cultura del centro d’ispirazione popolare come anima – non la sola – di una nuova proposta riformatrice, inclusiva e plurale, rispettosa delle identità.

Senza centro non si governa.

 

Di fronte al fallimento del bipolarismo selvaggio” e alla caduta del dogma populista e sovranista, è di tutta evidenza che saranno altre categorie a dominare il futuro equilibrio politico. E, sotto questo versante, la politica di centro” e il centro saranno indubbiamente i protagonisti della prossima contesa elettorale.

 

Giorgio Merlo

 

Il dibattito sul centro impazza. E, al netto delle caricature e delle fantasie di alcuni commentatori, è indubbio che le prossime elezioni saranno caratterizzate dalla presenza politica del centro. Mi spiego meglio. Ci sono almeno 3 considerazioni che non possiamo non fare alla vigilia di una lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nella primavera del 2023.

 

Innanzitutto viviamo in un’altra stagione storica rispetto al voto del marzo 2018. Il tramonto, triste e anche un po’ squallido, del populismo grillino da un lato e la crisi palpabile del sovranismo di marca leghista dall’altro, evidenziano che si è chiusa una fase politica dominata, appunto, dal populismo e dal sovranismo. E, non a caso, lo spettacolo offerto dai 5 stelle in queste ultime settimane lo conferma in modo persin imbarazzante. In attesa che anche nella Lega salviniana capiti qualcosa. E gli scricchiolii sulla tenuta politica ed organizzativa di quel partito sono già evidenti…

 

In secondo luogo è tramontato quella sorta di “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi anni. Una sorta di cultura degli “opposti estremismi” che ha contribuito da un lato ad allontanare ulteriormente i cittadini dalle urne e, dall’altro, ha ridotto ed indebolito la stessa efficacia dell’azione di governo. Al punto che l’unico obiettivo politico dei due poli è stato quello di annientare, se non addirittura distruggere, l’avversario/nemico senza attenuanti. E dove la politica, di fatto, è sospesa perchè sostituita dagli slogan – reciproci – che individuano nell’avversario politico il nemico irriducibile da sconfiggere a tutti i costi. Altrochè la democrazia dell’alternanza e il sano e fisiologico bipolarismo.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, di fronte al fallimento del “bipolarismo selvaggio” e alla caduta del dogma populista e sovranista, è di tutta evidenza che saranno altre categorie a dominare il futuro equilibrio politico. E, sotto questo versante, la “politica di centro” e il centro saranno indubbiamente i protagonisti della prossima contesa elettorale. Certo, lo sappiamo tutti, serve l’unità delle forze, dei partiti e dei movimenti che non si riconoscono negli attuali schieramenti e un programma di governo adeguato e pertinente. Oltre ad una classe dirigente qualificata ed autorevole. Senza alcun pregiudizio politico però e, soprattutto, senza pregiudiziali di natura personale che sono anche un po’ ridicole e grottesche. Cioè, in pratica, occorre fare l’esatto contrario di ciò che dice Calenda tutti i giorni.

 

Ecco perchè la fase che stiamo vivendo richiede coerenza politica, coraggio, ma anche, e soprattutto, la capacità di mettersi in discussione. Sapendo che nella primavera del 2023 ci saranno altre categorie politiche, altri partiti, altri equilibri politici e, di conseguenza, si aprirà un’altra stagione politica. E, al di là del sistema elettorale che ci sarà, è indubbio che vincerà la coalizione con un profilo più centrista. Ovvero che saprà dimostrare concretamente che la fase della reciproca delegittimazione e distruzione sarà definitivamente alle nostre spalle. Per questo, adesso, conta saper declinare – come ci hanno insegnato i grandi “maestri” e leader cattolici popolari e sociali del passato – una vera, autentica e credibile “politica di centro”.

“Dopo la sentenza della Corte Suprema sull’aborto, negli Usa serve un patto contro la guerra civile”. Sechi intervista Clementi (AGI).

https://europa.today.it/
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Intervista a Francesco Clementi, costituzionalista dell’Università di Perugia. “Questa sentenza ci dice che la ricerca dell’equilibrio oggi negli Stati Uniti sarà durissima. Serve un nuovo patto politico-costituzionale. In Europa l’impatto della sentenza sarà duplice”.

 

Mario Sechi

 

Il diritto all’aborto in America è stato abolito? No. Ma anche sì. In questa contraddizione c’è il dilemma di un’America che fatica ad evitare una seconda guerra civile. Il paese è in uno stato permanente di ‘culture wars’, sembra non trovare una via d’uscita. C’è una difficoltà nel passaggio dalla poesia di Amanda Gorman (‘In This Place’), scritta per il giuramento di Joe Biden, alla prosa di ogni giorno, dall’ideale alla politica.

i diritto (e di rovescio). Per sapere, per capire, occorrono strumenti raffinati di analisi. Il professor Francesco Clementi, costituzionalista, docente di diritto pubblico comparato a Perugia, è la persona giusta per guardarci dentro.

 

Professor Clementi, che cosa stanno dicendo – a tutti noi, non solo agli americani – i giudici della Corte Suprema?

“Che nessun pasto è gratis, che la democrazia va coltivata ogni giorno, dunque i diritti devono ricevere il sole che la partecipazione alla vita del paese ciascuno di noi deve dare. I diritti senza doveri, a partire da quello della partecipazione, vuol dire diritti vuoti”.

 

Che decisione è quella della Corte?

“Ci troviamo di fronte a una decisione importante, perché dal punto di vista della tecnica giurisprudenziale della Corte, fa una cosa rara”.

 

Quale?

“Fa l’over-ruling, cioè non riconosce i precedenti giurisprudenziali come vincolanti”.

 

Traduco: tutto quello che c’era prima non vale, giusto?

Esattamente. Secondo elemento: l’over-ruling sul diritto costituzionale è ancora più raro. In questo senso è una decisione storica per il metodo e la tecnica scelta. Storica per il merito che va a incidere su un diritto fondamentale, cioè la libertà di scelta delle donne di se e quando abortire”.

 

Tecnicamente la decisione non ha abolito il diritto d’aborto, come leggiamo in queste ore.

“No, non ha abolito il diritto, lo ha de-federalizzato. Lo ha messo in mano alla legislazione dei 50 Stati americani e non più sotto la copertura omogenea su tutto il territorio nazionale di una sentenza della Corte, cioè quello che aveva stabilito la Roe-Wade. Tecnicamente il diritto all’aborto c’è, ma gli Stati sono liberi di legiferare in modo più o meno restrittivo”.

 

E a quel punto casca anche il diritto o no?

“Il diritto dipende a quel punto dallo Stato dove vivi. E per questo che noi rischiamo domani di avere situazioni giuridiche uguali, ma trattate differentemente da Stato a Stato. Questa è l’asimmetria relativa al principio di eguaglianza che tanti oggi lamentano”.

 

A questo punto si aprirà un movimento migratorio interno per accedere a questo diritto?

“Sì, è molto probabile, perché il rischio è da un lato di finire in prigione, laddove si pensi di voler abortire. E questo al di là delle situazioni giuridiche specifiche, politicamente determinerà un’ulteriore polarizzazione tra Stati democratici e Stati repubblicani, allargando quella frattura di una potenziale seconda guerra civile americana. È il rischio che vedono in tanti”.

 

Il diritto all’aborto in America dunque dipendeva da una sentenza della Corte Suprema e basta?

Sì, il punto su cui tutto si regge è l’assenza di una legge federale che dal 1973, consolidi un diritto giurisprudenziale”.

 

Quindi è colpa del Congresso?

“In un certo senso sì. Non a caso il presidente Biden ha detto serve il Congresso, per cui votate votate votate”.

 

Le critiche sono legittime, ma gli attacchi alla Corte Suprema non rischiano di indebolire il sistema istituzionale americano?

“Il rischio è sempre più crescente. Nonostante una vecchia battuta americana dica che “i giudici danno e i giudici tolgono”. Tuttavia, non possiamo non vedere questo ulteriore elemento di radicalizzazione dello scontro. Non che la Corte è buona quando è democratica e cattiva quando è repubblicana… – La Corte in se e per sé è buona, ma la sua interpretazione in senso originalista rischia di calcare una tendenza a coinvolgere le istituzioni nel conflitto politico”.

 

Quindi, la dottrina di cui il giudice Antonin Scalia era il più importante rappresentante – la Costituzione è quella che intendevano i padri fondatori, rispettando ‘l’original intent’ dei costituenti – è diventata un problema?

“Lo è, perché confligge con un lungo e consolidato approccio – la ‘Living Constitution’ – per il quale la Corte accompagna con le sue sentenze l’evolvere della società. Mentre per gli originalisti è il legislatore federale o statale a dover accompagnare l’evolvere della società con le sue leggi, con una Corte neutrale e distante. Per i sostenitori della ‘Living Constitution’, la Corte è dentro la forma di governo e si affianca al legislatore”.

 

Ma non si finisce per cambiare la Costituzione così?

“La Costituzione americana è la più antica del mondo, evidentemente sulla sua interpretazione si gioca la sua legittimazione. Questa è la sfida oggi, una sfida che naturalmente, riporta gli americani alle origini del loro stare insieme e al tempo stesso alle prospettive di valore che collettivamente debbono ritrovare per continuare a camminare insieme”.

 

È il modello che seguì ‘RBA’, la giudice Ruth Bader Ginsburg?

“Assolutamente sì, quello di una Corte che via via accompagna, mano nella mano, la crescita del paese. Fin dalla metà degli anni Cinquanta con la presidenza di Earl Warren e l’esplosione, sotto la legislazione Kennedy-Johnson, dei diritti civili”.

 

È quello che il giudice Samuel Alito contesta?

“Proprio così, Alito contesta nella sentenza di ieri che sia ancora necessario proteggere quelle sacche di disuguaglianza che dagli anni Cinquanta / Sessanta in poi sono divenute i pilastri della giurisprudenza americana: il diritto di voto per le persone di colore, l’accesso alle università per le minoranze etniche, tutte le libertà legate alle questioni di genere, a partire da quella delle donne, per arrivare alle sentenze sul matrimonio e i diritti sessuali”.

 

 

Bene, ma alla fine, i movimenti americani più conservatori contestano questo processo, dicono che siamo alla dittatura delle minoranze. E in effetti, le forzature esistono. Le faccio un esempio: uomini che si sentono donne a cui viene permesso di gareggiare con le donne nelle discipline sportive. Ovviamente vincono, ma a perdere in gara è la ragionevolezza. O no?

“Qui la risposta migliore l’ha data, proprio nella sentenza di ieri, il presidente della Corte Suprema, John Roberts, di cultura repubblicana, che tuttavia pur sostenendo la decisione della Corte, ha inteso aggiungere una sua opinione concorrente, che dice una cosa importantissima: “Bisogna garantire una ragionevole opportunità di scelta sui diritti, sempre”. Questa è la posizione in realtà della Corte, espressa dal suo presidente, che fatica a diventare mainstream perché vive ancora dentro un tempo fortemente polarizzato. La storia della Corte è costellata da un continuo ‘swinging’ alla ricerca dell’equilibrio. Questa sentenza ci dice che la ricerca dell’equilibrio oggi negli Stati Uniti sarà durissima. Serve un nuovo patto politico-costituzionale”.

 

La mia impressione è che la decisione della Corte finirà per danneggiare i repubblicani sul piano elettorale.

“Lo penso anche io, sinceramente. È un boomerang che parte da un elemento corretto (l’assenza di una legge federale dopo 50 anni di giurisprudenza), ma che fa finta di non vedere quanto sia cambiata la società americana e con esso il mondo in questi 50 anni. Pensare di rimettere il dentifricio nel tubetto rischia di essere un’operazione anti-storica e politicamente dannosa, perché nelle prossime elezioni di mid-term di novembre, l’ala moderata dei repubblicani, che è una parte storicamente importante delle vittorie repubblicane, rischia di trovarsi senza riferimenti culturali perché trascinata su posizioni che neanche loro riconoscono più”.

 

È il trumpismo, bellezza.

“E questo è esattamente il problema dei repubblicani oggi, decidere se accettare la sfida di un ritorno a un passato che non passa, o accettare la sfida del cambiamento senza rinunciare ai propri valori, come non a caso la Corte sottolinea con la ‘concurring opinion’ del presidente Roberts. Il modello democratico, infatti, negli anni si è sentito culturalmente egemone, ma senza continuare a coltivare il dubbio e il dialogo nella società”.

 

E quindi anche dall’altra parte, nei Democratici, c’è qualcosa da rivedere.

“Decisamente, non a caso Joe Biden non sta chiamando alla rivolta i democratici, polarizzando nello scontro il paese, ma invita alla calma, sta chiamando gli elettori alla partecipazione, perché in fondo, non va dimenticato, le democrazie sono un oggetto fragile e vivono innanzitutto, sulla base del fatto che i cittadini votando continuano a tenerle in piedi”.

 

Impatto sull’Europa?

“Duplice: il primo, è un impatto politico, non dimentichiamo che i diritti nascono in Europa, nel Regno Unito, e questo inevitabilmente scatenerà reazioni importanti, ma a differenza degli Stati Uniti, la tradizione costituzionale europea – almeno nei paesi ‘Western legal’ – è molto più solida nella valorizzazione, tutela e garanzia dei diritti fondamentali, non a caso, volenti o nolenti, siamo ancora la patria del welfare State”.

 

Secondo impatto?

“L’onda americana prima o poi arriva. La campanella dell’ultimo giro è suonata, sta ai difensori di un modello di dialogo democratico decidere se entrare in campo o far sì che il futuro anche dell’Europa, un domani, sia iper-polarizzato”.

 

Sullo sfondo, c’è la dottrina della Chiesa cattolica. Grande dilemma.

“Qui non bisogna mai dimenticare due cose: che qualsiasi Papa è innanzitutto cattolico, ma che la Chiesa per restare centrale nelle società complesse, non può che vivere sempre meglio l’apertura ai laici e alle loro istanze. Dentro questa sfida c’è il catechismo di domani e l’idea di un mondo che nel dialogo tra le Chiese e con i fedeli dovrà trovare elementi nuovi di crescita”.

Fonte Agenzia Italia (AGI) 25 giugno 2022.

De Mita, una vita tutta politica. “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

 

Una politica intesa sempre come larte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. Dopo lassassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio.

Riportiamo l’intervento di Castagnetti alla fine della messa di giovedì scorso, nella chiesa del Gesù, nel trigesimo della scomparsa di Ciriaco De Mita.

 

Pierluigi Castagnetti

 

Eravamo preparati, perché noi anziani per definizione dobbiamo esserlo più degli altri. Eppure la morte di Ciriaco, oltre che averci comprensibilmente addolorati, ci ha lasciato un vuoto grande. Non solo perché tanti di noi ne sono stati a lungo amici e allievi, ma perché nello smarrimento diffuso di una stagione che a una certa parte di noi sembra estranea e per tanti aspetti sbagliata, il suo numero di telefono era un elemento di rassicurazione psicologica,  non tanto perché lui fosse aduso a confortare il prossimo, ma perché la sua testa ha continuato a funzionare fino alla fine anche a beneficio del prossimo.

 

Si può ben dire che la sua è stata una vita totalmente politica, senza nulla togliere ovviamente allo spazio degli affetti familiari che tanto lo hanno preso e sostenuto.

 

Una vita tutta politica perché dalla politica, come lui diceva spesso, quando essa è stata la ragione principale della propria vita, non ci si dimette, come non ci si dimette dalla funzione del pensare: “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

 

Una politica intesa sempre come l’arte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. E poiché la politica per farsi e per fare ha bisogno di infrastrutture che chiamiamo istituzioni, lui continuava a immaginare istituzioni più efficienti, moderne, orientate a facilitare obiettivi di giustizia e uguaglianza.

 

Non solo, ma in particolare per il “suo” Sud. Non amava, giustamente perché era ben di più, essere identificato come un leader meridionale, anche se non disdegnava esibire la sua – seppur non iniziale – discepolanza verso due maestri meridionali come Sturzo e Moro, perché credeva fermamente alla dimensione nazionale e internazionale delle politiche che propugnava e perseguiva. Ma il Sud restava sempre sullo sfondo dei suoi ragionamenti: farlo crescere non con pratiche clientelari o anche solo localistiche, ma farlo crescere economicamente, poiché intellettualmente non aveva già nulla da invidiare ad altri territori.

 

Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. E più di uno di noi, io fra questi, anche inconsapevolmente, gli ha recato qualche amarezza, che lui peraltro ha registrato o contrastato a viso aperto, come era solito fare.

 

Ma è doveroso aggiungere un interrogativo. In cos’altro è consistita la sua grandezza? Perché molti di noi (e non solo noi, anche storici e importanti opinionisti) fanno coincidere la sua biografia con quella dell’ultima Dc? Perché dopo l’assassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio, di una ripartenza, la strada dell’accettazione della sfida che altri aveva lanciato proprio alla sua DC in quei difficili anni ottanta. Quel terribile e intensissimo decennio racchiuso tra l’assassinio di Aldo Moro e quello di Roberto Ruffilli, meritava forse altro seguito.

 

Ma noi siamo tra coloro che hanno dovuto imparare sulla propria pelle che “non tutto è nelle nostre mani”. Eppure, nonostante ciò, è sempre gratificante continuare a guardare avanti con la fiducia che le proprie idee valgono il prezzo dell’impegno di una vita.

Crisi Russia-Ucraina tra feroci scontri e propaganda senza limiti. La pacificazione continua ad apparire ancora molto lontana.

 

La strada del componimento pacifico per via negoziale appare sempre più stretta. Giungono intanto notizie di massicce offensive russe cui si contrappongono ritirate strategiche ed improvvise azioni di disturbo effettuate dalle truppe locali su obbiettivi mirati, senza che il quadro militare generale possa sostanzialmente definirsi mutato.  

 

Giorgio Radicati

 

Nel passare in rassegna il susseguirsi degli eventi, si rileva come il fossato tra la Russia e l’Occidente tenda pericolosamente ad allargarsi e, di riflesso, la strada del componimento pacifico per via negoziale appaia sempre più stretta.

 

La missione a Kiev di Draghi, Macron e Scholz ha portato per almeno un giorno alla ribalta “le illustri comparse” della crisi russo-ucraina. Nelle dichiarazioni rese durante ed al termine della breve visita dai tre rappresentanti europei, quello italiano è apparso il più agguerrito e fermamente convinto della necessità di sostenere l’Ucraina economicamente e militarmente nonché di appoggiare senza riserve il suo ingresso nell’Unione Europea, riuscendo, almeno all’apparenza, a trainare i suoi compagni di viaggio (che sembrava avere in precedenza indottrinato a puntino).

 

Per certi aspetti la circostanza potrebbe stupire, tenuto conto della politica indipendente da Washington cavalcata dal leader francese e quella solitamente prudente e misurata adottata da Scholz come potrebbe parimenti stupire il fatto che il Presidente del Consiglio italiano abbia confermato una linea inflessibile molto vicina a quella americana, pur non essendo pienamente condivisa dalla totalità dei partiti che sostengono il suo governo nonché, stando ai sondaggi, dalla maggioranza della popolazione (ben oltre il 50%). Si ha, pertanto, l’impressione che Draghi sia deciso a portare avanti una propria politica, volendosi accreditare come convinto difensore dei principi occidentali difesi dalla NATO (il mandato di Stoltemberg dovrebbe scadere la prossima primavera, in concomitanza con le elezioni politiche italiane…). In altri termini, di fronte alla campagna elettorale già in corso in Italia, l’ex banchiere sembrerebbe voler andare avanti per conto suo, cavalcando l’atlantismo ispirato dalla politica di Biden e confrontandosi il meno possibile con il Parlamento.

 

Del resto, nel corso di una visita “ad hoc” e di fronte al Presidente dell’Ucraina, Macron e Scholz non potevano tirarsi troppo indietro ed hanno perciò dovuto seguire lo spartito che il collega italiano, dopo avere predisposto con tanta cura, ha interpretato con efficacia e forte determinazione.

 

Ciò detto, al di là delle espressioni di sostegno manifestate dai tre leader, permane l’idea di una linea europea ondeggiante circa l’atteggiamento da assumere nei confronti di Mosca. Ciò è in gran parte dovuto dalla serie di interessi, pregiudizi e timori non sempre coincidenti, che caratterizzano i comportamenti e le dichiarazioni dei ventisette membri dell’Unione, che spesso appaiono più impegnati a minimizzare l’effetto “boomerang” delle sanzioni piuttosto che opporre a Mosca una salda barriera unitaria.

 

Su tale variegata tessitura Putin continua a puntare per rendere più fragile l’alleanza europea, ricorrendo anche alla diversa somministrazione di forniture energetiche nonché alla misurata e diplomatica gestione dell’emergenza alimentare mondiale (per la difficoltà di trasportare per mare il grano stoccato nei silos ucraini) e ribattendo colpo su colpo sull’onda di una intensa escalation militare e propagandistica con il risultato di rendere lo scontro fra Est ed Ovest (perché di questo ormai si tratta) più forte e sanguinoso.

 

In tal senso, ventiquattro ore dopo l’incontro di Kiev, in occasione del Forum economico di San Pietroburgo, il neo zar si è scagliato ancora una volta contro l’Occidente con una lunga ed articolata esternazione, definendolo una entità politica ed economica ormai prossima al crollo e condannando, in particolare, la sudditanza dell’Unione Europea nei confronti degli Stati Uniti, che arriverà – ha enfatizzato – a mettere fortemente a rischio la sua stessa sovranità. Al tempo stesso, egli ha affermato che l’epoca del mondo unipolare era terminata, rivendicando per la Russia un ruolo di prima grandezza nella creazione di nuovi equilibri mondiali geopolitici e per la capacità di respingere tutti gli attacchi, anche economici (con esplicito riferimento alle sanzioni), che le sono stati mossi.

 

Subito dopo, in risposta al blocco ferroviario deciso dal governo lituano in materia di trasporto di merci da Vilnius verso il territorio russo a seguito dell’applicazione delle sanzioni stabilite dall’Unione Europea, Mosca ha reagito minacciosamente, affermando che ogni limitazione al transito di merci dalla Russia verso Kalinigrad (enclave russo) comporterebbe conseguenze dirette per il popolo lituano, facendo intravedere una potenziale e, per certi aspetti, esplosiva rivendicazione territoriale su quell’area per sottrarla alla sovranità di quel paese (tenuto conto che una analoga rivendicazione tedesca su Danzica portò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale). Ossia, altra legna sul fuoco che arde!

 

Ma la ciliegina sulla torta Putin l’ha messa quando, quasi contemporaneamente, in un discorso ai diplomatici delle accademie militari, ha annunciato l’operatività entro fine anno del super missile balistico intercontinentale Sarmat, con gittata fino a diciottomila chilometri, in grado di montare fino a dodici testate termonucleari e di neutralizzare il sistema antimissilistico americano Thaad. Con l’occasione, egli ha anche brevemente illustrato il rafforzamento in atto dell’esercito impegnato in Ucraina, esaltando la capacità operativa dei sistemi anti missilistici S-500 a disposizione.

 

La risposta dell’Unione Europea e di Washington non si è fatta attendere. Infatti, mentre il presidente americano annunciava il prossimo invio in Ucraina di nuovi sofisticati armamenti, il Consiglio ha riconosciuto lo status di candidati all’ingresso nell’Unione di Ucraina e Moldavia mediante una forte accelerazione delle procedure favorita – come è stato precisato – dal conflitto in essere in quella regione.

 

Oggi avrà inizio il periodico vertice della NATO (25-26 giugno). In questa sede verrà esaminata la situazione militare sul campo e saranno adottate le decisioni necessarie per continuare a tenere sotto controllo l’offensiva russa, anche in vista di possibili eventuali sviluppi. Si può, però, già prevedere che non saranno di certo inviati a Mosca ramoscelli d’ulivo…

 

Nel frattempo, la guerra continua. Giungono notizie di massicce offensive russe cui si contrappongono ritirate strategiche ed improvvise azioni di disturbo effettuate dalle truppe locali su obbiettivi mirati, senza che il quadro militare generale possa sostanzialmente definirsi mutato.  Insomma, resa ucraina, vittoria russa e negoziati di pace continuano ad essere parole di fatto bandite dal lessico utilizzato dalle parti in conflitto.

 

Disabili, il questionario della vergogna. Anche per Gualtieri è “sbagliatissimo”. Si conferma la sciatteria dell’amministrazione. 

 

Questa iniziativa dimostra la scarsa o nulla competenza nel settore delle disabilità di chi elabora, avvalora e mette in circolazione siffatta modulistica. Si dà spazio allincompetenza professionale che raccoglie dati al limite della violazione della privacy e dei principi costituzionali, senza un briciolo di buon senso e di umanità, e ci si mette sopra il cappello dellinvestitura politica e istituzionale.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo esser stato recepito dal distretto socio-sanitario di Nettuno e distribuito alle famiglie con persone disabili ma poi ritirato dalla stessa Amministrazione comunale per le reazioni indignate dei destinatari e il clamore suscitato nella pubblica opinione, il questionario messo a punto dalla Regione Lazio per testare lo “stress” dei caregiver che avevano presentato istanza allo scopo di accedere ai sussidi compensativi per le disabilità– già definito dello scandalo o della vergogna – è approdato al Comune di Roma e inoltrato ai nuclei familiari dell’area metropolitana, sollevando come prevedibile lo stesso polverone.

 

Ora il modulo incriminato è ritornato al mittente: la Regione Lazio – che l’ha elaborato come  Caregiver burden inventory o “Inventario del carico assistenziale” nella delibera che riconosce le figure dei caregiver familiari, sotto forma di linee guida e conoscitive, valuterà se correggerlo, ritirarlo o rimandarlo in circolazione con gli improbabili chiarimenti che tuttavia non giustificherebbero l’iniziativa che è apparsa subito inqualificabile, inidonea e di pessimo gusto. Lette alcune domande viene da chiedersi a chi sia venuta in mente questa indegna pensata: “Da zero a quattro, quanto ti vergogni di tuo figlio o del tuo familiare disabile?”, “Quanto risentimento provi nei suoi confronti?”, “Quanto non ti senti a tuo agio quanto hai amici in casa?”, “Senti che stai perdendo vita”?.  Con una specifica: uno significa poco, due moderatamente, tre parecchio e quattro molto.

 

Questa iniziativa dimostra la scarsa o nulla competenza nel settore delle disabilità di chi elabora, avvalora e mette in circolazione siffatta modulistica (necessario quanto l’Isee per accedere ai sostegni) definita “strumento scientifico indicato da una delibera di giunta regionale tra i possibili strumenti da utilizzare da parte dei Comuni e consiste in una modalità di autovalutazione (percezione soggettiva dello stress, semplice ma efficace, riferita a cinque differenti aspetti della condizione di caregiver familiare: carico oggettivo, psicologico, fisico, sociale ed emotivo (percezione soggettiva). L’obiettivo è quello di individuare idonee misure di sostegno per le famiglie interessate» ma nell’involucro di uno psicologismo di basso profilo umano e culturale. Presentata come “uno strumento di valutazione del carico assistenziale, in grado di analizzarne l’aspetto multidimensionale“, in realtà inutile, dannosa e prigioniera dei neologismi del linguaggio 4.0.

 

Dunque i familiari di un disabile dovrebbero dichiarare non solo i disagi ma quanta vergogna, addirittura “risentimento”, provano per la loro situazione ma ci si chiede chi mai risolverebbe il loro eventuale scompenso emotivo. Siamo alle solite: si dà spazio all’incompetenza professionale che raccoglie dati al limite della violazione della privacy e dei principi costituzionali, senza un briciolo di buon senso e di umanità, e ci si mette sopra il cappello dell’investitura politica e istituzionale. Moduli del genere non ne dovrebbero proprio girare. Il disagio o le speranze dei caregiver non sono merce di pubblico scambio con l’assistenza dovuta alle persone con disabilità. Vergogna dunque sì: ma tutta per questa iniziativa.

Colpi di sole. L’editoriale de “La voce del popolo”, settimanale della Diocesi di Brescia.

 

Lultimo colpo di scena arriva dal fronte grillino che si è diviso e non in maniera indolore. Enrico Letta guarda al campo largo del centrosinistra, cioè a un terreno dove, potenzialmente, giocano più leader…Lo attende unimpresa ardua. Al centro si inserisce addirittura anche Luigi Di Maio. Il centro destra si presenta più diviso di quanto le intenzioni unitarie rivendichino. Anche Draghi ha smarrito un po’ la bussola.

 

Luciano Zanardini

 

La XVIII legislatura ci ha abituato alle sorprese, ai cambi di rotta, alle frasi dette e poi smentite, ai cambi di casacca, alle liti e agli innamoramenti repentini. L’ultimo colpo di scena, anche se era nell’aria da tempo, arriva dal fronte grillino che si è diviso e non in maniera indolore. Non intendiamo entrare nelle logiche interne, ma è sicuramente importante guardare allo scenario che si apre all’orizzonte.

 

Citando il deputato del Partito Democratico, Alfredo Bazoli,“la perversa combinazione tra partiti senza identità, scarsa democrazia interna, personalismi smisurati, polverizza il quadro e fa molto male alla credibilità della politica”. Enrico Letta guarda al campo largo del centrosinistra, cioè a un terreno dove, potenzialmente, giocano più leader: Giuseppe Conte, Carlo Calenda, Matteo Renzi, Roberto Speranza/Bersani… Lo attende, viste le premesse, un’impresa ardua.

 

Se è vero che Renzi e Calenda faticano a dialogare insieme, non si può certo dire che i due non abbiano già più volte dichiarato l’impossibilità di sedersi al tavolo con quel che resta dei Cinque Stelle. I pentastellati si ritrovano indeboliti elettoralmente, fagocitati dal Pd, ma soprattutto dall’azione di governo che, evidentemente, non li aiuta nella ricerca del consenso popolare. Del resto erano nati come forza antisistema, ma con il passare dei giorni sono caduti negli stessi errori che imputavano agli altri.

 

Li ricorderemo, insieme alla Lega, per il reddito di cittadinanza (così come è congegnato non funziona) e per il bonus del 110%, una misura iniqua i cui effetti li sconteremo nel lungo periodo. Che cosa è rimasto di un tema caro come la transizione ecologica? Lo stesso Letta deve guardarsi dall’ala democristiana del Pd che non ha gradito e non gradisce il corteggiamento al Movimento e il perseguimento dei diritti individuali come una priorità. Forza Italia con il fantasma di Berlusconi, che si agita ad ogni sconfitta elettorale, non sa bene in che direzione proseguire: Tajani (il più vicino al Cavaliere) guarda all’asse con il centrodestra, Gelmini, forse, a una reunion del centro con “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi, con il ministro Mara Carfagna e con Matteo Renzi, seguendo un po’ il tentativo sperimentato a Verona con il sostegno all’ex sindaco Flavio Tosi.

 

Al centro (sembra quasi incredibile) si inserisce anche Luigi Di Maio. Non dorme notti tranquille neppure la Lega con Matteo Salvini: il segretario è criticato all’interno di via Bellerio, ma anche nella coalizione dove avanza con forza la leadership di Giorgia Meloni; la Lega ha provato anche l’Opa, l’Operazione di acquisto, di una vulnerabile Forza Italia. Sullo sfondo Mario Draghi che, complice l’elezione del Presidente della Repubblica, ha smarrito un po’ la bussola: ha partorito una riforma della Giustizia che poteva essere più ambiziosa; ha prorogato la politica dei bonus; ha scelto di non confrontarsi sul tema della guerra e dell’invio delle armi in Ucraina (“non ci faremo commissariare”), svilendo l’azione del Parlamento.

 

Cosa diceva De Mita? “Noi democristiani concepiamo i rapporti internazionali soprattutto in termini di pace”. È un insegnamento di grande attualità.

 

Ieri, nella chiesa del Gesù, al fianco di Palazzo Cenci-Bolognetti, sede storica della Dc, Mons. Paglia ha celebrato la Messa nel trigesimo della morte di Ciriaco De Mita. Di seguito pubblichiamo, per gentile concesssione, il testo della commemorazione svolta durante l’omelia dall’amico prelato.

 

Mons. Vincenzo Paglia

 

Ci ritroviamo oggi, in questa chiesa, la chiesa del Gesù, per pregare, a trenta giorni dalla sua morte, Ciriaco De Mita. Abbiamo scelto di celebrare questa santa liturgia qui al Gesù, la chiesa vicina alla sede storica della Democrazia Cristiana, nella convinzione che quel che viviamo, che edifichiamo, i legami che stringiamo non solo non vengono annullati, inghiottiti dalla morte, ma sono parte di quella risurrezione della carne che per noi cristiani sta nel cuore della fede. Quanta storia della politica dei democristiani ha visto questa chiesa! La vicinanza fisica dei due luoghi ci spinge a ricordare quanto l’ispirazione cristiana abbia inciso nell’animo di Ciriaco De Mita anche nel versante dell’impegno politico.

 

Oggi, il nostro radunarci attorno all’altare è segnato anche dal ricordo – che si fa anche preghiera – di Ciriaco, un amico che abbiamo conosciuto e stimato, con il quale non è mancata neppure una appassionata dialettica perché la vita, anche quella della politica, non fosse fatta di parole, “Signore, Signore”, ma di fatti, di impegno per costruire una casa che fosse fondata sulla roccia. Ciriaco ha potuto farlo anche perché non è stato solo un uomo politico. Ha potuto farlo perché la sua politica è stata ispirata da qualcosa che veniva dall’esterno della politica: un po’ come la chiesa del Gesù dalla sede del partito? De Mita non a caso pensava – sono sue parole – che “la politica disumanizza, più la si riduce meglio è”. È l’espressione di una saggezza non comune in un uomo politico, il cui impegno assorbente spinge in genere – chi non ha una statura morale – ad esaltare tutto ciò che fa.

 

È bene oggi ricordare che la fede ha avuto un posto importante nella vita di Ciriaco. Non amava parlarne. In tante occasioni ha espresso le sue visioni e le sue idee, ma la fede era per lui – cito ancora – “una dimensione intima e discreta di cui preferiva non parlare”. La fede non coincideva per lui con quel clima “sacrale” in cui tutto, nel piccolo mondo rurale di Nusco, gli appariva immerso quando era bambino e adolescente. La fede per lui era piuttosto “una libera adesione personale” e una “radice profonda” cui continuare sempre a tornare. Il suo percorso di fede è stato segnato – in tempi diversi – dall’incontro con una serie di sacerdoti, che lui amava ricordare. Oltre a don Giuseppe Passaro, che per primo lo incoraggiò a studiare e a pensare, sono stati per lui importanti quelli che ha incontrato in Università Cattolica a Milano, come don Mario Giavazzi, mons. Carlo Colombo, don Filippo Franceschi e don Italo Mancini. La sua maturazione religiosa si è saldata, in modo sereno, a un’esuberante, talvolta tumultuosa, creatività intellettuale, alimentata da molteplici stimoli culturali.

 

Gli anni in cui ha frequentato l’università sono stati anni in cui il cattolicesimo italiano si veniva aprendo alla modernità non come esperienza conflittuale ma come dilatazione di orizzonti ricchi di promesse: i cattolici italiani sentivano allora di essere chiamati ad assumersi responsabilità sempre più grandi in un mondo in rapida trasformazione. Per De Mita politica voleva dire “risolvere i problemi” e richiedeva sia principi morali sia competenze adeguate. Di qui un approccio schiettamente laico alla politica, ma animato da valori profondi. Più volte ha ripetuto di non aver mai avvertito tensioni né tantomeno contrapposizioni tra la sua fede cattolica e le sue posizioni politiche, anche se più volte qualche ecclesiastico ha criticato le sue idee politiche o ostacolato la sua carriera. Penso che anche oggi ci sarebbe bisogno per il nostro paese, e non solo, di cattolici in politica che operano perché sentono il dovere – e perché no, anche un po’ l’orgoglio – di contribuire in modo incisivo alla costruzione della città terrena. Alla costruzione di quella casa fondata sulla roccia di cui abbiamo ascoltato dal Vangelo.

 

C’è chi a Ciriaco de Mita ha attribuito uno spirito contestatore, che in lui si univa a una timidezza nascosta da un’aggressività più apparente che reale. Si trattava, comunque, di una contestazione costruttiva. Fin da giovanissimo, ha fatto parte della Democrazia cristiana. Ma per lui l’aspetto organizzativo non ha avuto un’importanza preminente (almeno finché non ne è diventato segretario). Per lui, politica voleva dire anzitutto una costruzione culturale che il partito doveva poi realizzare. Insomma non era di coloro che dicono “Signore, Signore”, pensando di avere la verità in mano. Per De Mita, come ha detto molte volte, il partito “non è la Verità”, semmai è una “verità relativa, nel senso che è ricerca, alla luce di valori e di principi fermi, di soluzioni inevitabilmente contingenti”. Insomma, uno strumento al servizio non di se stesso ma di un obiettivo più grande che per lui significava: sviluppare la democrazia. La Democrazia cristiana – così pensava – non doveva lavorare per mantenere o ampliare il suo potere, ma per stabilire – in collaborazione con altri, compresa l’opposizione – regole comuni che permettessero una democrazia compiuta, comprendente anche l’alternanza di governo. Da questo nasceva la sua attenzione – non comune tra i politici del suo tempo – ai problemi istituzionali, volta non al perseguimento di un interesse di parte ma alla costruzione di una “casa comune”. Tale preoccupazione è stata anche alla base del suo speciale rapporto con Aldo Moro e che dovrebbe essere anche oggi l’obiettivo fondamentale di qualunque impegno politico.

 

A volte, una visione eccessivamente intellettuale della politica gli ha fatto commettere errori (altre volte invece ha saputo farsi carico con senso di responsabilità degli errori fatti da altri). Ma anche se talvolta esprimeva un pensiero molto complesso – scherzando, affermava che lui stesso non sempre capiva ciò che diceva – i problemi che cercava di risolvere sono stati quelli, molto concreti, degli italiani e delle italiane del suo tempo. È stato un attento osservatore della società italiana, dei suoi cambiamenti e degli squilibri che ne sono derivati. Ha avuto un’attenzione particolare alle aree più fragili del nostro Paese, a partire dal Mezzogiorno anche se non sopportava un meridionalismo “protestatario, lamentoso, anti-nordista”. Le sue battaglie avevano valenze non solo politiche ma anche morali. L’opposizione allo strapotere della televisione commerciale rispondeva alla preoccupazione per le conseguenze negative che in effetti ci sono state.

 

Travolto anche lui dalla fine del suo partito e della prima Repubblica, ha continuato a combattere, forte anche di un rispetto e di una stima da parte di molti che non sono venuti meno. Lo ha fatto lavorando – fino all’ultimo – a una riforma istituzionale che, se accolta, avrebbe aiutato la politica italiana a evitare molti passi sbagliati nei decenni successivi. Anche dopo il 1994, benché fosse considerato espressione di un passato da dimenticare, non si è arreso e ha continuato a fare politica, con il rigore intellettuale e morale che gli erano propri. Tra le molte lezioni che ci ha lasciato vorrei ricordare oggi, una sua limpida affermazione del 1984: “Noi democristiani concepiamo i rapporti internazionali soprattutto in termini di pace”. La pronunciò non solo denunciando un pericolo innalzamento della tensione tra Est ed Ovest ma anche le tante “guerre dimenticate” in Africa e altrove. E sull’Europa denunciava il pericolo di un ritorno dello spirito nazionalistico. Quarant’anni dopo è un insegnamento di grande attualità.

 

Cari amici ho voluto ricordare qualche tratto della vita di Ciriaco De Mita mentre sale al Signore la nostra preghiera con lui, nella certezza che le cose belle, le cose buone che ha fatto per il bene del Paese, dell’Europa e del mondo, sono parte di quella casa del cielo che Ciriaco ha iniziato ad edificare già da questa terra. Così l’Apocalisse: “Scrivi: d’ora in poi, beati i morti che moriranno nel Signore…essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13).

Ripensare il tempo come storia. Europa, cristianesimo e geopolitica in un libro di Eugenio Mazzarella. Recensione dell’Osservatore Romano.

 

“Il richiamo di Mazzarella – scrive l’autore nelle conclusioni – a un diverso sentire antropologico rinnova invece la potenza di una visione – ma direi meglio di una coscienza – che può ancora attraversare lo spazio del conflitto del nostro mondo. Come la testimonianza che è possibile pensare ancora, e costruire un governo multilaterale, nel mutuo rispetto delle potenze mondane”, alla luce di quella potenza irriducibile al mondo, ma che fa andare avanti il mondo, che è la presenza e il destino di bene di ogni essere umano”.

 

 

Costantino Esposito

 

Il cristianesimo ha inventato la “storia”: questo è un dato di fatto, più che una valutazione di parte. Basti pensare a un autore come Agostino d’Ippona, e a come egli abbia pensato lo svolgersi delle vicende umane nel tempo: non più solo come il succedersi delle azioni (tentativi, vittorie, sconfitte) per raggiungere e mantenere il più possibile il potere sugli antagonisti, sui casi della natura, infine sul tempo stesso che porta alla morte. Il racconto di questa successione degli eventi fino ad allora — pensiamo alla grandiosa storiografia greca e romana — mirava in definitiva a individuare il meccanismo naturale della virtù politica, sempre in lotta per imporre la propria impronta sull’irrazionalità del destino, sull’indifferente violenza del caso. Con il cristianesimo il tempo, dall’essere l’enigmatica ruota del divenire naturale, diventa esso stesso storia. E lo diventa non grazie alla narrazione fatta dai vincitori del caso, ma come dall’interno, perché un nuovo principio si afferma, e diviene lentamente esperienza vissuta degli esseri umani. Il Lògos, il principio — quello che per essenza era pensato fuori dal tempo — entra proprio nel tempo, non per sottometterlo ma piuttosto per sottomettersi a esso, perché accade, avviene in forma temporale, umana. Solo dall’interno del tempo si può vincere la violenza impassibile del tempo (la morte), e per questo il tempo diventa la storia il cui protagonista è l’io di ogni essere umano. Il tempo diventa storia del mondo perché è la storia cosciente di ciascuno di noi. Ed è qui che per il cristianesimo si gioca, drammaticamente, il destino storico di ogni epoca.

 

Il cristianesimo ha così ripensato il tempo come storia. Ma si può dire lo stesso anche della sua azione sullo spazio e nello spazio? È vero, come spesso ripete Papa Francesco, che nella concezione cristiana del mondo vi è una superiorità del tempo sullo spazio (Evangelii gaudium, 222-225), perché partire dal secondo significherebbe mirare a conquistare e occupare luoghi di potere, cioè delimitare un possesso, mentre partire dal primo significa aprire di continuo dei processi, cioè mirare al riaccadere della novità. Ma l’ultimo, breve e intensissimo libro di Eugenio Mazzarella (Europa, cristianesimo, geopolitica. Il ruolo geopolitico dello spazio” cristiano, (Milano-Udine, Mimesis, 2022, pagine 108, euro 9) riapre la questione, provando a flettere la priorità del tempo in una concezione originale dello spazio, o meglio degli spazi cristiani. A partire da una connessione che già aveva inquietato alcuni spiriti storici di rilievo tra il XVII e il xix secolo, quella cioè tra cristianità ed Europa. Sappiamo bene come negli ultimi decenni sia divenuta sempre più problematica (e politicamente scorretta) l’identificazione dello spazio europeo con la storia cristiana. Ma non si tratta solo di integrare l’Europa cristiana con le sue fonti classiche e i suoi esiti illuministi, ma di capire, analogamente a quello che è accaduto con il fattore-tempo, cosa è accaduto con il fattore-spazio, o più esplicitamente, come dice Mazzarella, chiedersi qual è «il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano».

 

Questo ideale di Europa non coincide con una determinata epoca storica (il Medioevo di Novalis), ma si presenta a noi, e ci interpella ancora, come «fondativa esperienza storico-spirituale», e politicamente come «la più grande piattaforma di diritti (naturali, umani, di cittadinanza) che la storia della civilizzazione umana abbia conosciuto e conosca».

 

Uno spazio di libertà che paradossalmente ha reso possibili anche «i percorsi laici della sua scristianizzazione» fino alla sottomissione al Mercato come nuovo vitello d’ora dell’homo consumens.

 

Ma ciò che più colpisce in questa ricostruzione è il fatto che Mazzarella (anche seguendo una traiettoria significativa che va da Guardini a Ratzinger a Carrón) individui come problema storico (e politico) centrale del nostro tempo la presa d’atto del fallimento di una cultura che, nata dall’esperienza cristiana, ha poi proceduto all’universalizzazione astratta del vissuto in valori morali, non presenti nella vita ma staccati da essa e ridotti a traguardi tanto ideali quanto irraggiungibili di un’etica del dovere. Non è dunque l’appello ai valori morali a costituire la traccia “cristiana” dell’Europa (come modello e canone per il mondo intero), anzi, sono proprio questi valori che hanno trasformato il cristianesimo in quello che Nietzsche chiamava «il sepolcro di Dio». Bisogna piuttosto capire che cosa, meglio che tipo di esperienza ha originato questa civilizzazione, e che tipo di perdita ha poi causato, sta causando la sua crisi endemica. Bisogna cioè tornare al vissuto che ha formato i valori, senza cedere all’illusione che siano i valori a generare la vita.

 

Il problema più infuocato, per Mazzarella (e come dargli torto?) è quello di tornare a “sentire” la vita, i diritti e i doveri, i fini e gli stessi valori. Si tratta di raggiungere quello «strato ontologico fondativo del sentire», in quella percezione di sé, degli altri e del mondo, in cui comincia il lavoro della coscienza e l’affermazione dell’irriducibilità dell’io: «Una dignità dell’uomo che non è nella disponibilità di nessun potere umano (che la può solo riconoscere) ma solo dell’amore, della fondativa solidarietà universale del fatto umano garantito nella paternità incarnata di Dio». L’io “cristiano-europeo” (ormai non si tratta più di un’etichetta ma di una tendenza della vita e di una connotazione antropologica per tutti) è un io irriducibile perché è «il Tu divino che, prima ancora che io dell’autoaffermazione, mi fa me delle relazioni; che fa quel che davvero sono, vita “affidata” e che si fida, che nasce in cure fondative, quelle parentali della relazione filiale e fraterna, e ne assume il primato ontologico, etico, sociale».

 

Questa postura antropologica resa possibile dall’origine che attinge all’origine dell’esperienza cristiana, appare certo come qualcosa di inedito, di scandaloso sullo scacchiere della geo-politica odierna, tanto si è persa la traccia dell’essere-relazione proprio dell’esserci umano nel livellamento economico, culturale e politico della globalizzazione planetaria. E ciò che sembrerebbe contrapporsi a questo livellamento riguarda in realtà fenomeni ancora più inquietanti, come la ricerca nazionalistica dell’egemonia mondiale secondo blocchi contrapposti (la guerra in corso lo fa vedere drammaticamente). In questo caso l’alternativa è figlia del suo contrario e comunque perpetua l’insignificanza della dimensione sociale e dell’istanza politica dell’esperienza umana. Il richiamo di Mazzarella a un diverso sentire antropologico rinnova invece la potenza di una visione – ma direi meglio di una coscienza – che può ancora attraversare lo spazio del conflitto del nostro mondo. Come la testimonianza che è possibile pensare ancora, e costruire un governo multilaterale, nel mutuo rispetto delle potenze “mondane”, alla luce di quella potenza irriducibile al mondo, ma che fa andare avanti il mondo, che è la presenza e il destino di bene di ogni essere umano.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 22 giugno 2022

I miei incontri con De Mita. Reminiscenze in libera uscita.

 

Si conosce poco il De Mita della politica estera. L’autore aiuta a colmare questa lacuna con i suoi ricordi di diplomatico. A Brasilia e Washington i due incontri ufficiali a distanza di quindici anni.

 

Giorgio Radicati

 

La nuvola letteraria levatasi dopo la triste dipartita di Ciriaco De Mita, sotto forma di varie rievocazioni della sua lunghissima carriera politica, si è ormai dissipata. Mi sembra, pertanto, il momento di narrare due ricordi personali sulla figura dello statista di Nusco che, seppur marginali, confermano e contribuiscono a mettere meglio in risalto la sensibilità, competenza e fiuto politico del leader di razza.

 

Brasilia, Estate 1973.

 

Agli inizi degli anni ’70, il Brasile era conosciuto in Italia soprattutto per il calcio, le mulatte e il caffè. Infatti, Il fenomenale Pelè si presentava come un autentico mito del football; le mulatte come donne bellissime, sensuali e instancabili danzatrici di samba; il “cafesinho” come la famosa gustosa bevanda, servita quotidianamente per soddisfare il palato di milioni e milioni di persone in ogni angolo del pianeta. In piena estate tropicale, il popolo brasiliano celebrava il Carnevale, grande festa pagana, espressione insuperabile della gioia di vivere collettiva, cui gli italiani guardavano solitamente con malcelata curiosità e grande desiderio di parteciparvi.

 

Ero approdato a Rio de Janeiro nel gennaio di quell’anno e inviato subito (mio malgrado) a Brasilia, la nuova capitale, dove da poco tempo era stata trasferita l’ambasciata. A quell’epoca, le relazioni fra l’Italia e il Brasile non potevano definirsi esemplari. Il paese era governato dai militari, che nel 1964 avevano conquistato il potere con un colpo di stato. A Roma, la sinistra condizionava le scelte di fondo del governo e per questo le relazioni tra le due capitali erano state ibernate in attesa di tempi migliori (contrariamente a quanto altri governi europei facevano…). Di conseguenza, niente visite ufficiali e molto scarsi anche i contatti diplomatici.

 

Brasilia era ancora una città molto artificiale, pur celebrando il tredicesimo anniversario della sua inaugurazione, avvenuta il 21 aprile del 1960. Era stata edificata in poco più di due anni per volontà e su impulso del presidente Juscelino Kubischek: un’impresa notevole, essendo l’area prescelta praticamente disabitata, distante oltre 1200 chilometri da Rio e S. Paolo e praticamente priva di vie di comunicazione stradali con il resto del paese. Un’enorme quantità di materiale da costruzione era stata addirittura trasportata in aereo e migliaia di tecnici e maestranze vi erano, in breve tempo, affluiti da ogni lato, montando un gigantesco cantiere edile e costituendo una speciale società autogestita, regolata cioè da un codice di comportamento costruito sull’esperienza quotidiana.

 

Al mio arrivo, la città era un agglomerato di edifici, dove risiedevano e si aggiravano migliaia di persone con la mente e il cuore altrove. Automi distratti, inconsapevoli artefici di una realtà destinata a consolidarsi soltanto con l’avvento delle future generazioni. La città era carente di importanti servizi pubblici come pure di aree commerciali comunemente intese. Il turista non vi sostava più di tre giorni, ricavando la netta impressione di trovarsi in una metropoli in fieri, con un’architettura originale (opera di Niemeyer), scarso traffico sulla rete urbana (ideata da Lucio Costa) e una popolazione che praticamente spariva soprattutto dopo le ore di ufficio. Insomma, una sorta di laboratorio urbano e sociale montato nel bel mezzo del desolato “planalto central”!

 

Il presidente in carica era il gen. Garrastazu Medici. Il paese era ancora sulla cresta dell’onda favorevole iniziata nella seconda metà degli anni ’60. L’economia andava a gonfie vele con un aumento del reddito nazionale di poco inferiore al 9%, dopo aver toccato punte dell’11%. Si parlava di “miracolo brasiliano”, paragonandolo a quello giapponese di pochi anni prima. Le esportazioni erano in continua ascesa e il Ministro delle Finanze Delfin Neto aveva introdotto le mini svalutazioni della moneta, un tecnicismo che manteneva alta la crescita dell’economia e stabile il valore del cruzeiro.

 

L’ambasciatore italiano – il conte Ludovico Barattieri di S. Pietro (discendente dell’omonimo generale sconfitto ad Adua nel 1895), persona intelligente, ma irascibile e sempre molto polemico – mi informò dell’arrivo del ministro dell’Industria Commercio e Artigianato, Ciriaco De Mita, con un breve ironico commento, intriso di scetticismo: “Cosa verrà a fare? Probabilmente turismo, vista la scarsa attenzione che il patrio governo riserva di questi tempi al Brasile…”.

 

De Mita si era dimesso soltanto pochi mesi prima dalla carica di Vice Segretario della DC (durata quattro anni), in occasione dell’accordo di Palazzo Giustiniani tra Moro e Fanfani, che aveva determinato la fine del governo Andreotti. In quel momento faceva parte del quarto governo Rumor. La sua visita di tre giorni fece cambiare totalmente idea all’esperto diplomatico. De Mita dimostrò subito grande conoscenza del Brasile ed interesse, rilevando come il paese avesse assunto ormai un notevole peso in seno alla Comunità internazionale e distanziato gli eterni rivali argentini (alle prese con l’ennesima profonda crisi politica ed economica). Aveva facilmente accesso ai finanziamenti della Banca Mondiale (grazie anche agli Stati Uniti) e le principali capitali europee facevano ponti d’oro per aumentare, su base di reciprocità, il volume degli scambi economici e commerciali anche in virtù di specifici accordi di cooperazione.

 

De Mita era perfettamente al corrente della politica estera brasiliana, impegnata ad avviare un aperto dialogo ad Est come ad Ovest, adottando un comportamento definito “pragmatismo responsabile”, ma non nascondendo l’ambizione di assumere anche la “leadership” dei paesi in via di sviluppo. Era convinto che l’Italia dovesse prendere esempio dagli altri partners europei per collaborare con il Brasile al fine di favorire la nostra economia, piuttosto che escluderla per la presenza dei militari al potere, pratica del resto ancora molto diffusa all’epoca nel sub continente americano. L’attuale – egli disse – è una fase destinata a passare, mentre le relazioni storiche tra i due paesi rimarranno, esaltate oltre misura dai vincoli speciali costituiti qui dalla presenza di milioni di italiani di seconda e terza generazione emigrati.

 

Proprio in quei giorni un brillante economista di origine italiana, Carlos Geraldo Langoni, sosteneva che ragioni obiettive spiegavano l’aumento della diseguaglianza della distribuzione della rendita durante la fase di crescita accelerata del paese, ma che nel lungo periodo quella stessa crescita avrebbe consentito ai ricchi di arricchirsi di più, ma anche alle classi più povere di migliorare il proprio reddito. De Mita, cui avevo riportato l’argomentazione, si limitò ad osservare, scuotendo in maniera scettica la testa: “Lungo periodo…e nel frattempo i più poveri debbono campare con un reddito minimo di 60 dollari al mese…?”.

 

Nelle conversazioni ufficiali De Mita sparse ottimismo e voglia di costruire, suscitando in tutti gli interlocutori un rinnovato interesse per il nostro paese, confermato anche dai commenti che ebbi modo di raccogliere nei corridoi dell’Itamaraty dopo la sua partenza. Soltanto pochi mesi dopo De Mita si trasferiva al Ministero del Commercio Estero e poi al dicastero del Mezzogiorno nei governi Moro terzo e quarto (1976-79). Nel frattempo, ebbe luogo (per pura coincidenza?) l’avvicendamento a Brasilia dell’ambasciatore Barattieri con Enrico Giglioli, considerato una grande vecchio amico del Brasile, e le relazioni tra Roma e Brasilia ricominciarono ad intensificarsi…

 

Washington, Primavera 1988.

 

Tornai a vedere De Mita quindici anni dopo. L’incontro avvenne a Washington, quando arrivò in visita ufficiale, in veste di Segretario della DC e Presidente del Consiglio. Era all’apogeo della sua carriera politica, dopo aver promesso (ed in parte attuato) un ricambio generazionale nel partito nonché lo scioglimento delle correnti, presentandosi come un politico “tecnocratico”, aperturista e moderno, contrario all’alleanza “remissiva” con i socialisti. Era stato rieletto alla segreteria del partito con l’80% dei voti e, nell’aprile del 1988, aveva finalmente assunto la guida di un governo pentapartito (con De Michelis suo vice), dopo aver superato un veto socialista prolungato nel tempo. Era reduce, infatti, da una lunga e sfibrante contesa con gli altri notabili democristiani, mentre all’esterno Bettino Craxi, rancoroso per aver dovuto lasciare Palazzo Chigi dopo tre lunghi anni di governo, continuava, nonostante tutto, a non rendergli la vita facile.

 

Lo ricevette l’ambasciatore Rinaldo Petrignani, uno degli ultimi “grand commis” degli Affari Esteri (nella cui squadra occupavo il posto di Primo Consigliere). A Washington De Mita ebbe una accoglienza degna della sua funzione e del prestigio che l’Italia – allora quinto paese più industrializzato del pianeta – godeva negli Stati Uniti, tanto che fu ricevuto con tutti gli onori dalle più alte cariche dello stato. Alla Casa Bianca, Ronald Reagan stava ultimando il suo secondo mandato e, pur essendo in fase calante, era ancora molto popolare per avere messo l’URSS di Gorbachev all’angolo ed imposto al paese la ricetta liberistica in economia, dando piena fiducia all’iniziativa privata, ed incassato notevoli dividendi politici. Insomma, unanimemente riconosciuti erano i successi da lui ottenuti in economia e politica estera.

 

In una conversazione privata a Florence House, la sontuosa residenza dell’ambasciatore italiano, ricordo che De Mita criticò il presidente americano per non preoccuparsi troppo di un razionale utilizzo degli ammortizzatori sociali al fine di mitigare la crudele competizione insita nell’economia di mercato e di avere, conseguentemente, troppo allargato la forbice tra la fascia sociale dei ricchi e dell’alta borghesia e quella dei poveri. Lo elogiò, invece, per avere sfidato l’URSS e dimostrato che Mosca era ormai diventato un gigante dai piedi di argilla, restituendo al popolo americano quell’orgoglio che i quattro sciagurati anni della presidenza Carter avevano fortemente intaccato.

 

Quindici anni non erano trascorsi invano…La lotta politica lo aveva temprato. Comparandolo con il politico che avevo conosciuto in Brasile, lo trovai più maturo e sicuro di sé, carismatico, convinto nei propri mezzi e desideroso di realizzare il piano politico che aveva a lungo coltivato nelle stanze di Piazza del Gesù: fare della DC un partito aperto alla società civile e dell’Italia un paese moderno al passo con i tempi. Egli aveva forse perduto almeno parte di quell’idealismo profetico che aveva mostrato di possedere sull’altopiano brasiliano e cominciato ad adottare il “pragmatismo responsabile”, di cui avevamo allora discusso e che i generali brasiliani avevano assunto come stella polare nella loro perigliosa navigazione al timone del paese. La lotta politica che lo aveva visto protagonista in quegli anni lo aveva trasformato in indomito combattente di razza, consapevole però che i successi ottenuti fino a quel momento non potevano in alcun modo garantirgli indefinitamente la posizione apicale che occupava.

 

Glielo lessi nello sguardo rilassato che mi lanciò quando alla fine della visita, al momento del commiato in aeroporto, gli sussurrai sorridendo: “Good Luck, Mr. President”. Un anno dopo, nell’arco di pochi mesi, De Mita era prima costretto a cedere la Segreteria del partito a Forlani (in occasione del XVIII Congresso democristiano) e poi, durante l’estate, a lasciare la Presidenza del Consiglio ad Andreotti. Terminava così il suo tentativo di rinnovare in profondità la DC (di cui si avvertiva da tempo la necessità), alla vigilia del crollo dell’impero comunista, che avrebbe mutato gli equilibri geopolitici internazionali e lo stesso assetto politico dell’Italia, terremotato poi da Tangentopoli.

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

Di Maio, la conversione e la scelta politica.

 

Le piroette di “Gigino” sono note. È passato con disinvoltura da una posizione all’altra, approdando finalmente alla scelta euro-atlantica e alla difesa, senza se e senza ma, del governo Draghi. Ora, la soddisfazione per il cambiamento intervenuto non può tradursi nel pensiero che porta a considerare l’ex 5 Stelle un attendibile e sicuro riferimento per la costruzione di un nuovo Centro.

 

Giorgio Merlo

 

Vabbè, si potrebbe dire senza farla lunga, che la festa è finita, è stato bello, cala il sipario. Ciao 5 Stelle. Però, c’è un però. Certo, ascoltare uno che ha fatto la fortuna personale con un partito ripetendo all’infinito slogan, accuse infamanti contro gli avversari politici, criminalizzare tutti quelli che c’erano prima, sostenere teorie sulla superiorità morale nei confronti di tutti gli altri interlocutori politici, esaltare l’incompetenza e l’improvvisazione al potere, ridicolizzare altri partiti e le rispettive culture politiche e poi, una bella sera, rinnegare tutto ciò e liquidare la precedente esperienza come se fosse tutte merce avariata… beh, fa ancora un certo effetto. Anche nella società contemporanea, dove la politica, di fatto, è scomparsa.

 

Ora, tutti sappiamo però che siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico più spietato e dall’opportunismo personale e parlamentare – e dove il capitolo del “terzo mandato”, come tutti sanno, è centrale e determinante da quelle parti… – ma anche quando si rinnega radicalmente tutto ciò che si è predicato per circa 15 anni anche i palati politici più addestrati e collaudati provano tuttavia un certo brivido.

 

Detto questo, che effettivamente non si può negare come se nulla fosse, non possiamo non cogliere anche un dato politico inequivocabile. E cioè, Di Maio dopo aver rinnegato e sconfessato radicalmente tutto quello che ha teorizzato, detto e praticato per cinque lustri e sino a qualche settimana fa, adesso ha scoperto che è arrivato il momento della “scelta”. Politica e forse anche culturale, nonchè comportamentale, archiviando – almeno speriamo definitivamente – la sequela di insulti, attacchi personali, contumelie e semi diffamazioni rivolte agli avversari/nemici politici in tutti questi anni. E la “scelta” politica è quella, che personalmente condivido, di contribuire a rafforzare e a consolidare un progetto politico di Centro nel nostro paese attraverso la declinazione concreta di una “politica di centro”.

 

Certo, non può essere Di Maio – per ragioni persin troppo evidenti da spiegare – il perno attorno al quale si costruisce un simile progetto. Ma, comunque sia, la presa di distanza di Di Maio e della sua corrente, seppur estemporanee e dettata da evidenti ragioni legate alla tagliola del “secondo mandato”, aiuta ad isolare sempre di più il populismo giustizialista, manettaro e demagogico di ciò che resta del partito dei 5 Stelle. Un segnale che non può non essere colto da tutti coloro che lavorano per dar vita a questo progetto distinto e distante dal “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi lustri e che si è ulteriormente rafforzato in questi ultimi tempi con l’assenza della politica e il trionfo del trasformismo e della spregiudicatezza.

 

Ecco perchè il nostro compito politico e il nostro ruolo in questo progetto specifico, anche e soprattutto dopo le scelte dell’ex pentastellato Di Maio, si rafforza sempre di più. Adesso si tratta di consolidare questo soggetto plurale e di affinare, al contempo, un “pensiero” politico che sia in grado di dare robustezza ideale e programmatica a questa sfida che sarà decisiva anche per garantire la qualità e l’efficacia nell’azione di governo dopo le prossime elezioni politiche. Ognuno con la propria storia, la propria cultura e la propria sensibilità politica.

Di Battista va in Russia, Di Maio va al centro, Conte resta con il cerino in mano.

 

Colpisce l’evoluzione imprevedibile e felice del Ministro degli Esteri. Risulta quasi un perfetto doroteo: il suo futuro è verso il centro, ha l’abilità per ritagliarsi uno spazio e intrecciare interlocuzioni. L’idea del campo largo è l’apoteosi  della confusione politica ma farà posto a molti agricoltori che vi coltiveranno il proprio orticello. Abiurando la demagogia e l’oltranzismo rivoluzionario del passato lascia per strada morti e feriti: in sostanze, tutte le politiche del M5S.

 

Francesco Provinciali

 

Acque alte e nodi al pettine nei 5 stelle. Forse l’unico che si capacita – senza dirlo- dello sconquasso che fa deflagrare il Movimento è il suo fondatore Beppe Grillo. Casaleggio jr. è ormai un corpo estraneo da tempo, i gioielli di famiglia intanto prendono strade diverse. Alessandro Di Battista – dopo esser stato a lungo in Sudamerica – ora va in Russia, dice che se la vuole girare proprio tutta: penso che sarà un’esperienza gratificante, la motivazione è quella di conoscere una realtà di cui finora ha solo parlato, l’intendimento è di accreditarla politicamente per avere argomenti da utilizzare nella lotta alla NATO, all’atlantismo, alla cultura occidentale. Parte, ma come nel titolo di una canzone di Califano… “non esclude il ritorno”.

 

Chi proprio fa le valigie e trasmigra creando il nuovo soggetto politico “Insieme per il futuro” è Luigi Di Maio e lo fa giocando di anticipo prima di essere cacciato, portando con sé una cinquantina di parlamentari. Nel discorso di commiato e di progetto Gigino confuta tutto ciò che lo aveva accreditato come il grillino di opposizione: il parlamento aperto come la scatola di sardine, l’uno vale uno, la piattaforma Rousseau, il feeling con i gilet gialli e la richiesta di impeachment di Mattarella.

 

L’esperienza di Governo lo ha maturato, ha stemperato gli oltranzismi e le velleità giacobine, adesso è tutta un’altra persona ed oggettivamente – al netto del limite del doppio mandato che se fosse rimasto nei 5S lo avrebbe escluso dalle elezioni del 2023 – gli va riconosciuto di aver compiuto un percorso di radicamento nelle istituzioni, di lealtà verso il governo di cui fa parte, di fedeltà a Mario Draghi, di accreditamento verso una concezione mite e moderata della politica: il suo discorso di investitura è la più dura lezione politica per l’egocentrismo di Conte e lo Zarismo di Grillo, le sue parole hanno scoperchiato (con l’autorevolezza della carica ministeriale e la credibilità che merita chi ha compiuto un convinto cammino di ripensamento e redenzione) l’inconsistenza politica del grillismo riducendola ad un miserevole “vaffa” ora rinnegato e marginalizzando Conte (che lui aveva messo in sella) nel nulla assoluto. Come dice Sansonetti, qualcosa di cui si parla ma che non esiste. Nell’addio di Di Maio c’è di tutto: l’incompatibilità ideologica con il Movimento e quella personale con Conte che non ha mai digerito l’estromissione da Palazzo Chigi e vede nemici e traditori dappertutto.

 

Ora Di Maio è quasi un perfetto doroteo: il suo futuro è verso il centro, ha l’abilità per ritagliarsi uno spazio e intrecciare interlocuzioni. L’idea del campo largo è l’apoteosi  della confusione politica ma farà posto a molti agricoltori che vi coltiveranno il proprio orticello. Abiurando la demagogia e l’oltranzismo rivoluzionario del passato lascia per strada morti e feriti: il reddito di cittadinanza (un fallimento nel creare lavoro e nel vincere la povertà, ormai reso sistema: se l’Italia è il Paese dei bonus, delle mance  e delle regalie siamo sulla buona strada ), il Memorandum della via della seta che – non bastasse la minaccia russa – porta la Cina nel ventre molle dell’Europa, il taglio dei parlamentari che si rivelerà la ghigliottina della democrazia e la consegna della politica ai partiti personali e ai capi bastone che decideranno a tavolino i deputati e i senatori da portare con sé. L’importante è esserci. Navigare necesse est, vivere non est necesse.

“Trasformazione digitale in comune”: parla Michele Bertola. A cura del prof. Limone.

 

Intervista a Michele Bertola, direttore generale del comune di Bergamo, autore del volume Persone fuori dal comune. Storie di donne e di uomini che hanno provato a cambiare la pubblica amministrazione. E qualche volta ci sono riusciti”, Rubettino editore, 2022. 

 

Donato Limone

 

Cinquantatreesima uscita de “La Pa che Vorrei”, il talk settimanale condotto da Donato Limone, già Professore ordinario di informatica giuridica e direttore della rivista elettronica di diritto economia e management. Tema della puntata: “Trasformazione digitale in comune“.

 

Mercoledì 22 giugno alle ore 12 il prof. Limone ha intervistato Michele Bertola, direttore generale del comune di Bergamo, autore del volume “Persone fuori dal comune. Storie di donne e di uomini che hanno provato a cambiare la pubblica amministrazione. E qualche volta ci sono riusciti”, Rubettino editore, 2022.

 

Il volume non è un saggio, è una narrazione. Come scrive Fabrizio Barca nella prefazione:

“Sono storie calde, profondamente umane, di vittorie e sconfitte. Storie di Giulia, architetto e project manager, e Sebastiano, operaio elettricista, di Rossana e Edoardo, dirigenti, e di Letizia impiegata, di Lorenzo, Matilde, Matteo, Adele, e di altri ancora. Alle prese con i servizi essenziali della nostra vita. Dall’assistenza agli anziani al risanamento di un quartiere, dalla vigilanza urbana al reinserimento di ragazzi difficili, dall’accoglienza dei migranti ai servizi cimiteriali.

 

Le storie sono narrate a Cecilia, giovane funzionaria appena assunta, da una figura che quelle storie ha incrociato nella propria vita itinerante di ispettore della Ragioneria Generale, con il mandato di verificare l’aderenza degli atti amministrativi e contabili dei Comuni alle norme. Qui sta la “trovata” della cavalcata, in cui noi lettori assistiamo alla formazione di un nuovo quadro della PA da parte di un quadro alle soglie della pensione, che ha compreso nel profondo cosa va e cosa non va in quel mondo, i limiti profondi della propria stessa funzione di controllante delle procedure formali e come il “fattore umano” possa fare differenza. Con coraggio e ottimismo, egli sceglie di insegnare a Cecilia, attraverso quelle storie, come prestare prima di tutto attenzione al benessere ultimo dei cittadini serviti e dove siano i guasti del sistema.”

 

Il prezzo di copertina del volume è 15 euro e i diritti d’autore connessi alla vendita del testo sono totalmente devoluti al progetto di CESVI in Zimbabwe denominato Casa del Sorriso.

 

Per saperne di più

https://www.key4biz.it/la-pa-che-vorrei-intervista-a-michele-bertola-dg-del-comune-di-bergamo/407691/

La sconfitta di Macron è segno della crisi del sistema politico francese

 

A Parigi si avverte la durezza del colpo, per lingovernabilità emergente dalle urne, ma il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, delineato da Macron, rischia di sfrangiarsi. Manca in Parlamento una maggioranza “in linea” con l’Eliseo. Che fare?

 

Cristian Coriolano

 

Macron non ha raggiunto la maggioranza assoluta, quindi la sua politica di modernizzazione, autonoma dalla sinistra e dalla destra, pare fortemente ridimensionata. A Parigi si avverte la durezza del colpo, per l’ingovernabilità emergente dalle urne, ma nella sostanza il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, guidato da una Francia non più abbarbicata al suo sovranismo illuminato, rischia di sfrangiarsi. Al solito, ciò che avviene nella République assume un significato più ampio, finanche paradigmatico, come onda magnetica transnazionale. Al di là e al di qua delle Alpi, un’opinione critica ricava dal voto francese la conferma circa l’inabilità del centrismo a soddisfare la sua premessa fondamentale, evocativa di una istanza di mitigazione che introduce all’arte del compromesso. Il centro esce sconfitto – si dice – e con esso il riformismo, avendo la democrazia bisogno evidentemente, specie in questa fase di massima turbolenza internazionale, di una dose apprezzabile di radicalità. Inseguire l’elettorato ragionevole comporta la rinuncia, in definitiva, a comprendere e rappresentare le istanze popolari più vive, non sempre coincidenti con la vera e presunta ragionevolezza.

 

In realtà la crisi è del modello gollista o meglio della sua aggiornata versione macroniana. Nel dopoguerra, De Gaulle gettò sul tavolo della politica l’idea del governo di un solo partito e riuscì successivamente nell’impresa di cambiare la costituzione, introducendo il semi-presidenzialismo.  All’inizio però c’è l’appello, nel 1946, a votare per l’MRP di Bidault, che incarnava la posizione dei democristiani d’Oltralpe. Ora, anziché proporsi l’obiettivo caro a De Gasperi della formazione di una solida coalizione di governo, il Generale predilige la soluzione monistica: un blocco maggioritario dentro gli argini del partito che ambisce a conquistare il potere. Dunque, viene prima l’opzione politica strategica, poi il suo inalveamento nel sistema istituzionale della V Repubblica che prende forma nitidamente nel 1958. Senonché, questa repulsione del modello coalizionale manifesta con Macron, dopo un lungo ciclo di regolare alternanza tra destra e sinistra, un’ambizione e una difficoltà; da un lato, come si è visto negli anni recenti, l’ambizione di fare del centro il pivot dell’equilibrio politico e istituzionale, dall’altro la difficoltà, evidenziata appunto in queste elezioni, a consolidare il ruolo maggioritario del “partito del Presidente”.

 

È vero, “Ensemble” si è presentato come un agglomerato di gruppi e personalità politiche, adottando una implicita formula di coalizione. Sta di fatto, però, che il tratto distintivo del blocco macroniano era e resta quello di un partito, e di un partito senza alleanze. Di qui lo scacco per l’impossibilità di organizzare in Parlamento – mai così segmentato e conflittuale – una maggioranza allineata alla politica dell’Eliseo. È possibile inventarne una nuova che faccia leva sulla eccezionalità del momento? A ben vedere, Socialisti (PSF} e Repubblicani (LR} potrebbero avere interesse, per ragioni distinte, a rimettere in moto l’ingranaggio inceppato della politica francese. Tra Mélenchon e Le Pen monta l’esigenza di un connubio di forze responsabili, naturalmente dislocate in un’area intermedia tra le posizioni più radicali. Ma questo, alla fine, riporta il discorso sulla necessità di un “centro” capace e disposto a fare ciò che i politologi, specialmente a Parigi ma nondimeno a Roma, chiamano dispregiativamente consociativismo. La Francia diventa ancora una volta un laboratorio.

Qualcuno metta sul comodino di Putin i libri di Tolstoj e Dostoevskij

 

La Russia – si legge in questo articolo – ha radici profonde nella cultura e nei valori universali che hanno segnato il cammino dell’umanità: dagli scandagli interiori nella lotta perenne tra il bene e il male, agli aneliti di libertà di un popolo ora amorfo, ora ribelle ma perennemente oppresso, alle cime inarrivabili nella letteratura, nella scienza, nell’arte. Anche Putin in persona, che spesso in passato ha evocato la grandezza dei figli migliori della sua patria, dovrebbe attingere alla lettura dei grandi autori russi, vette ineguagliabili della cultura di ogni tempo.

 

Francesco Provinciali

 

Credo che nella sua lunga parabola di ascesa al potere, in parte ascrivibile agli incroci fortuiti di un ineludibile destino e in parte dovuta alla capacità di preordinarne gli eventi, Vladimir Vladimirovic Putin sia sempre stato condizionato e guidato da due fondamentali aspirazioni: accreditare se stesso nella pienezza delle proprie potenzialità e rappresentare la Russia, consapevole di essere l’erede della identità storica culturale di un Paese di oltre 144 milioni di abitanti, esteso su 17 milioni di chilometri quadrati, attraversato da 10 fusi orari, comprensivo di 200 etnie e di oltre 60 tra lingue e dialetti. In questa condizione esistenziale diventa persino inevitabile confondere i piani dell’essere e dell’apparire ma Putin in questa fase apicale di decisioni drammatiche ha scelto di portare il mondo sull’orlo di un abisso senza ritorno. Fondamentalmente è solo, non può fidarsi nemmeno del più affidabile collaboratore, mette tra sé e gli altri la distanza del potere assoluto, la diffidenza verso complotti, congiure e tradimenti: il tavolo lungo oltre sei metri che lo separa dai suoi interlocutori è l’icona di una malcelata debolezza, dietro la boriosità delle parole e la spietatezza delle decisioni e dei gesti.

 

Arroccato in un bunker che si fa sempre più stretto, forse minato dal male si affida al procrastinamento della violenza agìta attraverso una strategia militare che si è rivelata dispendiosa e fallace, abbacinato dal miraggio del rilancio e del ricorso ad armi distruttive usa la minaccia come deterrente al suo timore più avvertito, quello che il progetto imperialista ed espansivo crolli e porti all’annientamento di ogni mira calcolata. Oltre l’apparente tracotanza quali fantasmi avverte intorno a sé, quali pericoli incombenti agitano i suoi pensieri e turbano le sue notti? La consapevolezza di usare il potere assoluto del regime e la disinformazione per dissimulare l’evidenza della realtà potrebbero essere alibi che nascondono la paura di fallire in un disegno che la Storia ha già conosciuto molte volte in passato, il peggior nemico è l’ostentazione della forza e la certezza di impadronirsi delle leve che possono affossare l’umanità in una sorta di cupio dissolvi: ci si chiede attoniti quale sia il confine entro cui fermarsi, usando la via del discernimento e della consapevolezza.

 

Questa lezione non imparata nel ‘900 rimbalza nel nuovo millennio ma non conosce altri esiti oltre gli orrori della tragedia. Un olocausto è tale non solo per l’ampiezza e i numeri delle vittime: è il male assoluto che spegne ogni speranza, ruba gli affetti, punisce gli innocenti, si veste di orrore e di morte. La Russia ha radici profonde nella cultura e nei valori universali che hanno segnato il cammino dell’umanità: dagli scandagli interiori nella lotta perenne tra il bene e il male, agli aneliti di libertà di un popolo ora amorfo, ora ribelle ma perennemente oppresso, alle cime inarrivabili nella letteratura, nella scienza, nell’arte. È questa la Russia che amiamo e che ci è stata amica, espressione singolare e unica ma corposa e potente di quella civiltà europea non occidentale ma sua componente e suo completamento.

 

Se le sanzioni – pur tra mille riserve e derive autolesionistiche – sono una via alternativa all’uso delle armi esse non possono tuttavia reprimere, punire e rendere ostile ogni espressione culturale, artistica o sportiva che ci fa dono delle tradizioni di una civiltà che ci è persino complementare. Anche Putin in persona, che spesso in passato ha evocato la grandezza dei figli migliori della sua patria, coloro che hanno lasciato tracce indelebili che nobilitano i valori umani, dovrebbe attingere con meditata riflessione, con umiltà e orgoglio alla lettura dei grandi autori russi, vette ineguagliabili della cultura di ogni tempo. Egli non è certamente Rodion Romanovic Raskol’niìkov di Delitto e castigo ma può imparare come ogni colpa conosca la propria espiazione: “Ma come è possibile, come è possibile vivere senza gli altri uomini?”.

 

Non è Dmitrij Fyodorovich Karamazov ma potrebbe comprendere quanto sono profondi gli abissi del male: “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Non è neppure Pëtr Kirillovič Bezuchov ma Guerra e pace potrebbe diventare la metafora di un miracolo impensabile: “Tutti pensano a cambiare il mondo ma nessuno pensa a cambiare se stesso”. All’animo umano – pur smarrito nel delirio dell’onnipotenza e nella disperazione della violenza compiuta e subita- non è mai preclusa la via della ragione. In nome di quella sensibilità universale che è radice della civiltà anche nel dramma degli eventi più tragici, se qualcuno di coloro che oggi lo osannano, fino ad essere megafoni della propaganda del male, gli facesse dono di lasciare sul suo comodino i libri di Tolstoj e Dostoevskij gli offrirebbe l’opportunità di capire di aver imboccato la strada sbagliata: in quei capolavori si esprime la vera grandezza della Russia, non nella crudeltà spietata che lo rende dannato. Purtroppo è solo un’illusione: la via della riflessione e del ripensamento che abita nei meandri più reconditi della coscienza di ciascuno non gli appartiene e  non lo induce ad una svolta, un gesto di resipiscenza, un pentimento, un riscatto.

Ridurre il prezzo dell’energia per rafforzare l’Europa.

Unfinished European Union Flag puzzle

 

Riconoscere le questioni centrali per il futuro è forse il modo migliore in questo difficile momento per ridare slancio a una iniziativa politica di centro, che superi l’attuale frammentazione e che superi anche il falso problema di una lista per Draghi. Uno di questi temi centrali è costituito dall’energia. Ovviamente non significa cavalcare in modo populista il tema del caro energia, magari solo promettendo nuovi bonus e tagli delle accise. Si tratta, ben più seriamente, di affrontare la questione energetica in tutte le sue implicazioni.

 

Giuseppe Davicino

 

La guerra in Ucraina ha riportato l’attenzione sulla dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia proprio in una fase in cui, forse con un qualche deficit di prudenza, l’Unione Europea, era impegnata a perseguire la transizione energetica non solo in positivo, ma anche disincentivando il ricorso alle fonti di energia tradizionali. Un errore strategico è stato la riduzione delle scorte di gas in Europa già per lo scorso inverno, ben prima della guerra. Misura che, a sua volta ha permesso alla speculazione finanziaria di far lievitare il prezzo del gas oltre ogni ragionevole (ed etico e lecito) guadagno per gli intermediari.

 

Ora, di fronte all’incubo dell’iperinflazione in tempo di recessione, che si prospetta e che minaccia la stabilità sociale ed economica degli stati europei, si deve lavorare ad ogni livello, per scongiurare gli effetti peggiori. L’Unione Europea deve dimostrare di non essere solo una macchina burocratica che attua piani prestabiliti a prescindere dal mutare delle priorità. C’è un passaggio dell’intervento del presidente del consiglio Draghi all’Ocse del 9 giugno scorso, che indica un cambio di metodo, e prim’ancora di mentalità, rispetto agli obiettivi della sostenibilità: “Mentre costruiamo un modello economico migliore per domani, dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte”. E queste sfide sono date dagli eventi storici, non sono solo quelle scelte.

 

L’Europa più che dai nemici esterni si deve guardare da se stessa. O recupera la capacità di stare sulle piorità che sono imposte dalla Storia e che possono non coincidere con quelle desiderate, oppure in prospettiva rischia di divenire un involucro svuotato, una forma priva della sostanza, come successe a un’altra costruzione politica che aveva il suo centro all’incirca dove ce l’ha l’Ue, il Sacro Romano Impero, che sopravvisse a se stesso formalmente addirittura per un millennio.

 

In questa prospettiva, di riconcilare i piani energetici europei con la realtà, l’Italia sembra rivestire un ruolo di primo piano, mentre anche Germania e Olanda, a loro modo, stanno prendendo decisioni pragmatiche per contenere il prezzo dell’energia, che non confliggono in alcun modo con lo sviluppo delle rinnovabili. L’eredità di Enrico Mattei, con quel che significa per la reputazione del nostro Paese presso gli stati esportatori di energia dell’Africa e del Medio Oriente, fa dell’Italia un partner affidabile, probabilmente più di altri Paesi occidentali in fase di uscita. Credenziali che questo governo ha dimostrato di saper utilizzare, stringendo nuovi, e in certi casi esclusivi, accordi di collaborazine energetica con Paesi mediterranei e dell’Africa subsahariana, potenzialmente capaci nel giro di qualche anno di ridefinire il ruolo dell’Italia in Europa in materia di energia.

 

Tutti questi sforzi per contenere il prezzo dell’energia potranno sortire il risultato desiderato solo nel caso in cui il conflitto in Ucraina finisca presto. Per questo è necessario mantenere uno sguardo che vada oltre i tristi avvenimenti che insanguinano quella parte d’Europa, anche col pensiero di non “regalare” all’Asia le immense opportunità  derivanti dall’importazione di risorse di cui la Russia è ricca.

 

E nel contempo, accanto ad un ulteriore sviluppo delle fonti di energia rinnovabili per il contributo che possono dare, importantissimo che però non va né sottovalutato né sopravvalutato, occorre destinare risorse adeguate alla ricerca e allo sviluppo di nuove fonti di energia pulite e finanziariamente abbordabili. E questo passaggio verso il futuro va fatto con la medesima impostazione geopolitica dei precedenti. La guida politica, le chiavi tecnologiche e la standardizzazione di queste nuove fonti di energia non potranno che realizzarsi in una strettissima alleanza con gli Stati Uniti. Altrimenti non avrebbe senso rinunciare oggi al gas e al petrolio russi per poi gettarsi su tecnologie nuove per l’energia russe, cinesi o indiane.

 

Se c’è un messaggio popolare, non populista, che deve arrivare ai decisori nazionali ed europei, questo credo si possa esprimere nei seguenti termini: il caro energia non è un valore, al contrario le politiche volte alla riduzione del prezzo dell’energia (e al contenimento dell’inflazione che ne consegue) possono evitare all’Europa prove più dure di quelle che già stiamo affrontando.

Debito e mattone, i due problemi che la Cina non riesce a scrollarsi. L’analisi di “formiche. net”.

 

Sembrano lontani i vari casi Evergrande, Shimao&co. Eppure negli ultimi mesi sono fioccati i downgrade di società legate al comparto immobiliare. Quasi un centinaio in poco meno di nove mesi.

 

Gianluca Zapponini

 

Il gigante dormiva, non era morto. In Cina la crisi del mattone non è mai finita. A volte è esplosa, altre volte no e i fallimenti veri o presunti della varie Evergrande, Shimao, sono lì a testimoniarlo. Il problema, però non è risolto. Due anni di pandemia e di altrettanta strategia zero-Covid, più dannosa che altro, hanno spinto il Dragone a battere di nuovo la fiacca, avviandosi a chiudere il 2022 con un Pil a +4,5%, al di sotto delle previsioni ufficiali del governo. Naturale, dunque, che il comparto immobiliare, che vale il 25% del Pil cinese, continui ad annaspare.

Le sirene sono tornate a suonare. La prova è nell’esponenziale aumento dei declassamenti del debito corporate legato alle imprese del mattone cinese, che nei giorni scorsi hanno toccato i massimi dal 2009. Basti solo pensare che l’agenzia Moody’s ha dichiarato di aver emesso 91 downgrade solo negli ultimi nove mesi, all’indirizzo di società immobiliari cinesi. Un declassamento su larga scala e per questo strutturale, un po’ come se l’intero mattone della Repubblica popolare fosse stato declassato.

 

Addirittura, le obbligazioni corporate di alcuni gruppi cinesi hanno ricevuto più di un downgrade. Ad oggi nel gradino B3 negative o inferiore, dunque spazzatura, si posizionano i debiti di Evergrande, Groenlandia, Agile Group, Sunac, Logan, Kaisa e R&F. “Il nostro vasto downgrade riflette l’attuale ambiente operativo molto difficile per gli sviluppatori immobiliari cinesi, combinato con un ambiente di finanziamento ristretto per tutti loro”, ha affermato Kelly Chen, vicepresidente e analista senior di Moody’s Investors Service. “Abbiamo visto tutti che le vendite contrattate sono state piuttosto deboli e non abbiamo visto un rimbalzo sui listini molto significativo in risposta alle politiche di supporto”, ha aggiunto l’esperto, in riferimento al piano di stimoli messo a punto dal governo cinese per risollevare l’economia.

 

Che sconta anche un calo generalizzato delle entrate fiscali. Lockdown vuol dire meno consumi e meno transazioni, di qualsiasi natura. E fuga dei capitali vuol dire meno tasse versate all’erario del Paese ospitante oltre al venir meno dei soldi prestati in cambio di debito cinese. Insomma, la Cina è a secco. “L’ultima ondata di Omicron e i blocchi diffusi da metà marzo nelle principali metropoli hanno portato a una forte contrazione delle entrate del governo”, ha affermato Ting Lu, capo economista cinese di Nomura.

 

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https://formiche.net/2022/06/cina-mattone-evergrande-rating-moodys-covid/

Il paesaggio della memoria. La storia di una comunità  attraverso la politica, la sua dignità, le sue liturgie.

Tripadvisor

 

La storia di un comizio, quello del sindaco di Mottafollone,  paesino della Calabria, che ci riporta al clima della politica degli anni ‘80. L’autore rievoca l’episodio con leggerezza e profondità, rendendo omaggio ai democratici cristiani che vissero quella stagione da protagonisti nel loro territorio.

E l’omaggio, in questo caso, si carica di attenzione e rispetto, in realtà anche di affetto, come può fare chi torna con la mente alle immagini e alle impressioni di giovane “apprendista politico” di fronte alla battaglia del sindaco a lui…molto caro: il sindaco, infatti, è il suo papà.

In fondo alla pagina riportiamo il link per leggere il pdf della storia completa. 

 

Giovanni Iannuzzi

 

«Questa sera in Piazza Indipendenza, per le elezioni europee, parlerà il Sindaco di Mottafollone, Vincenzo Salvatore Iannuzzi. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare. Il 17 giugno vota e fai votare Democrazia Cristiana». Correva l’anno 1984. L’Autobianchi 112 celeste, inghirlandata di manifesti e bandiere con il simbolo dello scudo crociato, percorreva le strade del paese annunciando dal megafono il comizio serale. E poi seguiva a tutto volume una strofa di «Bianco fiore», l’inno ufficiale di partito. La mobilitazione vedeva impegnati gli opposti schieramenti. Di solito erano i comunisti a contendere lo spazio, con la Renault 4 rossa che diffondeva le note di «Avanti popolo, alla riscossa…». Un’altra Italia, un’altra politica: oggi ne conserviamo l’eco, come fosse il ritorno in cuffia delle sonorità di un’antica propaganda. Attraverso i luoghi e il vissuto di una comunità è possibile parlare di una pedagogia civile e urbana che aiuta a ritrovarsi al di là delle differenze.

 

Si trascinavano gli ultimi scampoli della primavera e incombevano giornate calde, non solo per l’imminenza della stagione assolata. Il 17 giugno si votava per i rappresentanti al Parlamento europeo, il cuore democratico dell’Europa unita. Lo si era votato a suffragio universale per la prima volta nel 1979 e ora, con il nuovo ricorso alle urne, si avvertiva l’impegno a consolidare il grande esperimento comunitario.

 

La tesi più condivisa dagli analisti classifica le europee come elezioni di secondo ordine rispetto a quelle per i parlamenti nazionali. Ciò in virtù, innanzitutto, di un più basso livello di partecipazione e un predominio di «tematiche domestiche», con la complicità anche dei media che sottovalutano, e non da oggi, le grandi questioni europee. Con il progressivo venir meno della novità rappresentata dall’elezione diretta, il disimpegno nei confronti dell’Europarlamento si è accentuato, non solo nel nostro paese. La lettura dei quotidiani riproduce molto bene il clima politico delle prime consultazioni. Nel 1979 il voto seguì di una settimana quello politico, con un inevitabile calo di tensione e di interesse, a cui fece riscontro una minore mobilitazione dei partiti; nel 1984 l’attenzione dell’elettorato venne polarizzata attorno a questioni molto rilevanti ma tutte interne, quali lo scontro politico tra governo e opposizione sul decreto sulla «scala mobile» e lo spauracchio del «sorpasso» agitato dalla DC contro il PCI, sicché l’impegno delle forze politiche fu decisamente più intenso.

 

In ogni caso, se a livello nazionale poteva oscillare il pendolo della partecipazione all’evento elettorale europeo, certamente sul piano locale si avvertiva meno tale andamento altalenante. Soprattutto nei piccoli centri, qualsiasi occasione di confronto riattivava il senso di appartenenza, dando modo alle diverse «fazioni democratiche» – in particolare a democristiani e comunisti – di verificare il loro grado di tenuta sul territorio. Non erano concesse distrazioni. Non si poteva mollare la presa, né da una parte né dall’altra.

 

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Petrolio & grano: gli effetti della guerra di Putin. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

PIXNIO
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Cina e India acquistano l’oro nero da Mosca, ma il trasporto avviene a tutt’oggi su navi europee. Le sanzioni, dunque, possono colpire il commercio. Intanto, sul fronte del grano, non si sblocca la trattativa e quindi si aggrava ogni giorno che passa il pericolo di carestia, specialmente per il continente africano.

 

(Istituto ISPI)

 

Per il momento, l’attenzione di Pechino sembra concentrata sul greggio russo: è di oggi la notizia che le importazioni cinesi di petrolio dalla Russia sono aumentate del 55% annuo nel mese di maggio. L’impennata – mentre l’Europa ha deciso di fare a meno del petrolio russo dalla fine dell’anno – è confermata dall’Agenzia delle Dogane cinesi secondo cui il mese scorso Pechino ha acquistato circa 8,42 milioni di tonnellate di petrolio dalla Russia. Si tratta di una quantità molto più elevata rispetto alle importazioni di petrolio dall’Arabia Saudita, solitamente il principale fornitore della Cina.

 

Mosca, dunque, è riuscita a scalzare il primato di Riyadh come principale fornitore di petrolio della Cina grazie a un forte sconto sui prezzi. La vendita ‘in saldo’, con sconti fino al 30% sui prezzi di mercato, ha comunque procurato a Mosca guadagni per circa 20 miliardi di dollari nel mese di maggio. I dati doganali pubblicati lunedì mostrano anche che la Cina ha importato 260.000 tonnellate di greggio iraniano il mese scorso, nonostante il regime di sanzioni tuttora in vigore.

 

E all’incremento delle importazioni di Pechino corrisponde un aumento persino superiore da parte di Nuova Delhi: l’India quest’anno ha acquistato quasi 60 milioni di barili di petrolio russo, a fronte dei 12 importati in tutto il 2021. C’è un altro fianco su cui la Russia resta vulnerabile: in assenza di infrastrutture adeguate la maggior parte dei combustibili fossili russi viaggia su navi europee: per questo nel sesto pacchetto di sanzioni, la Ue ha previsto il divieto agli assicuratori europei di garantire la copertura delle navi che trasportano petrolio russo.

 

Sull’altro ‘fronte’ della guerra, quello relativo al grano, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno discusso oggi (ieri per chi legge, ndr) in Lussemburgo di come liberare milioni di tonnellate di grano e cereali destinati all’export, fermi a causa del blocco russo dei porti ucraini sul Mar Nero. “Le conseguenze della guerra stanno diventando pericolose non solo per l’Ucraina ma per il mondo: c’è il rischio di una carestia senza precedenti specialmente in Africa”, ha messo in guardia l’Alto rappresentate Ue Josep Borrell, dicendosi però sicuro che alla fine le Nazioni Unite riusciranno a trovare un accordo.

 

“Non si può immaginare che milioni di tonnellate di grano rimangano in Ucraina mentre il resto del mondo soffre la famequesto è un vero crimine di guerra, pertanto non si può immaginare che questo continui a lungo, altrimenti la Russia dovrà essere ritenuta responsabile. Non si può usare la fame delle persone come unarma di guerra”, ha aggiunto Borrell. Insieme, Russia e Ucraina esportano quasi un terzo del grano e dell’orzo a livello globale, oltre il 70% dell’olio di girasole e sono importanti fornitori di mais.

 

La Russia è il primo produttore mondiale di fertilizzanti. Dallo scorso 24 febbraio, data dell’invasione russa, la guerra ha fatto salire alle stelle i prezzi alimentari mondiali, già in aumento, impedendo a circa 20 milioni di tonnellate di grano ucraino di raggiungere il Medio Oriente, il Nord Africa e diverse regioni dell’Asia. Se il blocco persiste, secondo le Nazioni Unite, fino a 181 milioni di persone in 41 paesi rischiano di dover affrontare una grave crisi alimentare.

Un magistero aperto alla modernità. «Dinamiche e politiche culturali nell’età di Leone XII». La recensione dell’Osservatore Romano.

 

Il volume mette in luce un governo come quello di Papa Annibale della Genga, marchigiano, basato sul magistero, lortodossia e la tradizione, e che invece finisce per aprirsi alla modernità, allinterdisciplinarità fra arti e scienze che è anche incontro tra Roma e Europa; tra artisti e studiosi internazionali, a volte anche a-cattolici.

 

Paola Petrignani

 

L’ultima voce all’interno di un piccolo ma importante coro di studi: il volume Dinamiche e politiche culturali nelletà di Leone XII — presentato nel pomeriggio del 16 giugno alla Pontificia Università Gregoriana — è il neo uscito nell’ambito di un progetto che da dieci anni, grazie all’Associazione “Sulla pietra di Genga” e al comune di Genga, ripensa e approfondisce il pontificato leonino e il periodo della Restaurazione pontificia.

 

La presentazione — avvenuta all’interno della serie di incontri dei Dialoghi sul Risorgimento a tema Ripensare la Restaurazione — è stata introdotta da Marek Inglot, Decano della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa Pontificia Università Gregoriana, moderata da Andrea Ciampani (Università Lumsa), e ha visto protagoniste Catherine Brice (Université Paris-Est Créteil) e Stefania Petrillo (Università degli Studi di Perugia). Proprio partendo dal volume di Giovanna Capitelli, Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli, le studiose sono intervenute per aggiustare il tiro, per definire e approfondire quegli spunti di riflessione derivati dalla lettura delle dense pagine. E questo perché, come è stato detto alla Gregoriana, il volume interroga la storia e ripensa l’intera epoca della Restaurazione, nonostante la sua focalizzazione sulle politiche (e attenzione, non una “politica” ma una molteplicità di politiche e dinamiche) del pontefice salito al soglio di Pietro nel 1823. Poco più di un anno e ne sarà anzi il bicentenario: durante la presentazione è emerso chiaramente quanto questo evento sia atteso dagli studiosi e dall’Università tutta.

 

Attraverso una breve scorsa della serie dei saggi che animano il volume, suddiviso a sua volta per macroquestioni — Istituzioni e Riforme, Contesti e Figure, Interventi e Strumenti —, ci si è presto resi conto di quanto la fatica di questi studiosi non sia solo luogo di costruzione di un nuovo sapere, ma sia anche l’ennesima struttura di un «cantiere aperto» che ripensa la storiografia del (e attorno al) pontificato leonino. Partendo da problemi irrisolti, si è quindi tentato di andare oltre, di approfondire la materia per darne uno spiraglio di (possibile) verità. E in sede di dibattito è stato interessante vedere come queste problematiche non siano veramente risolte, e come esse possano essere ancora e ancora motore di nuove riflessioni.

 

In primis quelle di Catherine Brice, che grazie al libro scopre una Roma molto più variegata e diversificata, «molto meno cupa» di quanto si possa pensare, la quale, definendo alcune linee di riflessione iniziali, arriva a una conclusione che è tutto meno che una conclusione (esattamente quello che ci aspetteremmo da una dibattito tra studiosi). E questo perché l’ambiguità politica di Leone XII non è potuta rimanere fuori dal suo intervento. La politica leonina (che, come detto, non è unica e singolare, ma è piuttosto plurale e variegata) ha portato la studiosa a interrogarsi su quella «doppia complessità» che intreccia la stessa idea di politica culturale a quella piuttosto puramente pubblica. Quella di un governo come quello papale, basato sul magistero, l’ortodossia e la tradizione, e che invece finisce per aprirsi alla modernità, all’interdisciplinarità fra arti e scienze che è anche incontro tra Roma e Europa; tra artisti e studiosi internazionali, a volte anche a-cattolici.

 

Ma esattamente da dove deriva questa politica? È intenzionale — e quindi il cuore della personale ambiguità politica di Leone XII — o piuttosto deriva da una mancanza di mezzi da parte del governo pontificio, altra faccia dello squilibrio delle finanze papali che proprio per la carenza di questi mezzi non poté che affidarsi a una moltitudine di artisti e studiosi privati? È una contraddizione che ha mosso buona parte del dibattito pomeridiano: il paradosso di politiche culturali di restaurazione che diventano anzi il fulcro della diversità e della ricchezza del pontificato, «ma non per forza del pontefice».

 

Da questa prospettiva si è giunti alla domanda di Petrillo: si potrebbe allora parlare anche di un »sistema dell’arte»? Termine prettamente contemporaneo, eppure un ottimo spunto per cercare di comprendere il lavoro culturale attorno alle arti sotto il pontificato leonino. Anche qui, una piccola contraddizione: l’allora mobilità degli artisti e di chi voleva farsene una guida (si prenda d’esempio Angelo Mai) è in parte assoggettabile a un modello simile, ma il sistema leonino imponeva una gerarchia, e questa stessa gerarchia preclude un «sistema dell’arte» nel vero senso della parola, nonostante il grande coinvolgimento degli artisti.

 

Ed ecco di nuovo il paradosso, la contraddizione; la pluralità di un periodo controverso che fu però un momento di grande apertura per la città. Roma, con Leone XII , si apre alla cultura europea in un modo tutto nuovo; ne diventa anzi un altro centro, nonostante una filiera di comando attenta a ben altra ortodossia. Ma ancora tornano le domande, quindi: Come funziona veramente questa filiera? Il quadro è tutto meno che monolitico, e il volume di Capitelli, Sermattei e Regoli obbliga a ripensarne il sistema imponendone, anzi, una visione plurale e complessa. Ma come concludono anche gli studiosi, la Restaurazione va sicuramente ancora studiata a fondo.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 17 giugno 2022. La riproduzione avviene per gentile concessione del giornale.

Dichiarato improponibile l’emendamento per la retrodatazione al 1° Aprile delle tutele per i lavoratori fragili.

 

Il senso dell’emendamento – ora dichiarato “improponibile” – era quindi quello di dare continuità alla vigenza delle tutele a partire dal giorno successivo alla scadenza dello stato di emergenza e pertanto dal 1° aprile 2022.

 

Francesco Provinciali – Francesco Alberto Comellini

 

Si è chiusa male la vicenda dell’emendamento 20.0.16 a firma Sen. Binetti-Sen. Gallone riguardante la retrodatazione al 1° aprile u.s. delle tutele previste per i lavoratori fragili.

 

Il Sen. Andrea Parrini (PD) – Presidente della Commissione affari costituzionali del Senato – ha dichiarato improponibile l’emendamento (scritto con il nostro supporto tecnico)  per recuperare tale retrodatazione al 1 aprile 2022. La questione era ampiamente nota: l’art.10 della legge 19 maggio 2022 n.° 52 , di conversione del D.L. 24 marzo 2022 n.°24 (che invece non l’aveva normata, prevedeva la reintroduzione delle tutele a favore dei lavoratori fragili originariamente previste  all’art. 26 comma 2 e comma 2/bis del DL 17 marzo 2020 n.18.

 

Vale a dire la possibilità di avvalersi dello smart working e dell’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero per i soggetti con fragilità certificata, specie dopo il DM Salute del 4/4/2022 che stabiliva le situazioni patologiche che sostanziavano lo status di “malattia fragile”.

 

La citata legge 52/2022 reintroducendo le due forme di tutela non dava tuttavia continuità con quelle precedentemente vigenti fino al 31 marzo 2022 (scadenza dello stato di emergenza): infatti le tutele sono entrate in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sulla G.U 23/5/22 serie generale n.°119. della legge stessa, vale a dire dal 24 maggio u.s. e sono valide fino al 30 giugno.

 

Il senso dell’emendamento – ora dichiarato “improponibile” – era quindi quello di dare continuità alla vigenza delle tutele a partire dal giorno successivo alla scadenza dello stato di emergenza e pertanto dal 1° aprile 2022.

 

Questo avrebbe evitato il “buco” di copertura normativa che invece a questo punto resta, dal 1° aprile al 23 maggio: in questo lasso temporale niente smart working e niente equiparazione al ricovero ospedaliero dei gg di malattia che pertanto rientrano nel periodo di comporto contrattuale.

Chi si fosse ammalato in questo periodo avrebbe dovuto attingere al proprio congedo o alle ferie.

 

Non si comprendono le ragioni di diniego a questa estensione delle tutele, sulla quale lo stesso Ministro Brunetta audito in sede di Commissione parlamentare per la semplificazione si era espresso positivamente, non comportando oneri. La dichiarazione di improponibilità dell’emendamento “riparatore” Binetti.-Gallone lascia scoperti in quanto a tutele i lavoratori fragili per un periodo non da poco (1/4 – 23/5)

 

A questo punto i lavoratori fragili in tal modo danneggiati dovrebbero essere informati sulla ragione di tale pronunciamento di improponibilità: il Sen. Parrini, legittimato a decidere in merito, dovrebbe spiegare le ragioni del suo diniego.

 

E i Ministri del Lavoro, delle Disabilità e della Salute dovrebbero chiarire come mai non hanno provveduto loro stessi, di iniziativa governativa, a colmare questo vuoto normativo di copertura delle tutele.

I lavoratori fragili possono chiedere direttamente spiegazioni agli interessati, avvalendosi degli indirizzi web che si trovano nei siti istituzionali del Senato e dei Ministeri.

Queste decisioni vanno spiegate ai cittadini  , specie se riguardano persone con gravi patologie , che soffrono la propria condizione di fragilità.

 

Fa specie – e non è cosa di poco conto- che nel frattempo il contratto dei navigator sia stato prorogato di 4 mesi da un giorno all’altro e che la stragrande maggioranza dei percettori del reddito di cittadinanza ne usufruisca rifiutando le proposte di lavoro offerte.

 

L’Italia si conferma il Paese dei bonus una-tantum mentre sono negate o ridimensionate una-semper le tutele per le persone fragili, i disabili e le pensioni di invalidità restano a livelli di terzo mondo.

 

Questa vicenda della mancata retrodatazione delle tutele per i fragili lascia l’amaro in bocca e un senso di ingiustizia sociale in danno dei più deboli che chi ha deciso si trattasse di un tema “improponibile” dovrebbe spiegare.

Riproponiamo in calce l’emendamento non accolto:

 

Emendamento 20.0.16

Sen.Binetti, Sen.Gallone

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

«Art. 20-bis.

(Modifiche all’articolo 10 del decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 maggio 2022, n. 52)
All’articolo 10, del decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 maggio 2022, n. 52, al comma 1-bis, dopo le parole «24 aprile 2020, n. 27, è prorogata» inserire le seguenti: «dal 1 aprile 2022».

 

 

Una nuova integrazione europea. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

 

Una modifica delle regole di bilancio a favore di politiche monetarie e fiscali espansive, una progressiva cessione della sovranità nazionale verso un bilancio unico per lEurozona, potrebbero far compiere uno step in più allintegrazione politica dellUE,

Marco Fornasiero

 

Che cosa significa essere cittadini europei oggi e quali possono essere le leve per velocizzare il processo di integrazione che stiamo vivendo? Sono queste alcune delle domande che dovremmo porci, soprattutto a fronte del conflitto in corso in Ucraina. La guerra ha avuto ripercussioni, e continuerà ad averne anche in futuro, in molti settori che toccano la vita quotidiana delle persone. Le previsioni economiche di primavera per la zona euro, pubblicate il 16 maggio scorso dalla Commissione europea, hanno previsto una riduzione del PIL dal 4% al 2,7% nel 2022 e dal 2,8% al 2,3% nel 2023, con una diminuzione del prodotto reale entro il 2022 dal 2,1% allo 0,8%. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, si prevede un aumento dell’inflazione al 5,9% e al 2,3%, nel 2022-2023. Questi scenari sono frutto dall’aumento incontrollato dei prezzi dell’energia, come petrolio e gas, i quali hanno avuto a loro volta ripercussioni sulla produzione di generi alimentari e dunque sulla vita dei cittadini europei.

 

Nonostante tutto, le istituzioni europee e i Capi di Stato e di Governo hanno proseguito con l’attuazione delle transizioni verde e digitale, inaugurate con la Presidenza di David Sassoli del Parlamento europeo, iniziata nel maggio del 2019, e sostenute in ultima istanza dall’Eurocamera con l’approvazione di alcuni dei provvedimenti chiave del pacchetto Fit for 55. Il dibattito sul tema in seno al Parlamento europeo è stato molto ampio e, vista l’importanza dei provvedimenti discussi, è stato necessario proseguire i negoziati,  anche ritardando l’approvazione di alcuni di questi, come avvenuto per il regolamento sul sistema ETS, per il CBAM – il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, e per il Fondo Sociale per il Clima che verrà votato durate la plenaria del 22-23 giugno.

 

Ma la vera svolta nel percorso di integrazione europea è avvenuta quando gli Stati membri, assieme alle istituzioni europee, hanno scelto di dotarsi di un bilancio comune, il Next Generation EU – NGEU, per sostenere la ripresa economica europea dopo la pandemia e al contempo favorire lo sviluppo delle transizioni gemelle, quella ambientale e quella digitale. Una decisione anzitutto politica, oltre che economica e normativa, che ha alla base principi quali la solidarietà e il bene comune. Una decisione che ha fatto sentire molti “più europei”.

 

Un altro settore che negli ultimi mesi ha avuto sviluppi notevoli è quello della difesa comune europea. La decisione di inviare armi in supporto all’Ucraina ha spinto le istituzioni europee a proporre la creazione di un Recovery Fund per la ricostruzione dell’Ucraina e il riarmo europeo. Così facendo, l’UE ha aggirato l’ostacolo dei trattati europei che vietano il finanziamento di operazioni di difesa europea con fondi interni al bilancio UE. Inoltre, l’istituzione di un bilancio comune per la difesa avrebbe anche la funzione di razionalizzare la spesa militare, migliorandone la qualità. Attualmente, infatti, tutti gli Stati membri dell’UE spendono all’anno un totale di circa 200 miliardi di euro per il capitolo “difesa”; un dato che fa riflettere se confrontato con le spese della Russia che si attestano intorno ai 61,7 miliardi di dollari annui.

 

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/una-nuova-integrazione-europea/

 

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Il Movimento 5 Stelle ha seminato odio. Quel che oggi raccoglie è la consacrazione del suo fallimento.

Le arlecchinate che si sono consumate in questa legislatura hanno offerto un quadro desolante. Oggi Di Maio veste i panni del leader responsabile, ma dimentica i suoi trascorsi da demagogo. La storia insegna che i capi delle rivoluzioni sono sempre i primi a cadere sotto la mannaia. La politica non si fa con le decapitazioni, ma con il confronto delle idee, ricercando la sintesi

 

Mario Tassone

 

Una legislatura iniziata il 2018, nata male rischia di finire peggio. Nelle elezioni il M5S stravinse,la Lega ebbe una buona affermazione. Gli altri risultati incoraggianti per alcune formazioni politiche e negativi per altre. Nessuna indicazione, politicamente coerente per la formazione di un esecutivo,  così come era avvenuto dal 1994 in poi. Solo la legislatura del 2001/6 si è completata con lo stesso governo e la stessa maggioranza.

 

Il resto, un fallimento che ha liquidato i partiti e la politica. La sovranità popolare spenta, la pluralità delle idee e la vitalità della partecipazione risucchiate da un vortice distruttivo e sostituite dal dirigismo di una realtà di capi sotto capi e di cortigiani. Se nel 2018 la legislatura ha vissuto, lo si deve al Presidente Mattarella, degno e onesto servitore dello Stato che ha evitato il peggio. Le arlecchinate che si sono consumate hanno offerto un quadro desolante.

 

Il governo Draghi con una maggioranza di quasi tutti è il risultato dell’opera di Mattarella altamente meritoria. Oggi alla vigilia del dibattito parlamentare sulla guerra in Ucraina si registra una “vivace” dialettica nei pentastellati. Essi avevano conseguito un successo elettorale con “parole d’ordine” forti: il cambiamento,la moralità, la buona economia e la occupazione. Il contrasto violento tra Conte e Di Maio sulla fornitura delle armi alla Ucraina è solo un aspetto, nemmeno il più importante,del contendere. La fedeltà alla Nato, la collocazione Occidentale, l’appartenenza all’Europa certo sono idee e posizioni alternative a confronto.

 

L’interesse vero che anima lo scontro è il dominio sul Movimento, il limite dei due mandati. Il resto…tutto relativo. È la lotta per il potere condotta senza afflato culturale che non ci può essere in una realtà sorta dal nulla e costruita sulla rete. Manca l’elemento umano. Fa sorridere Di Maio quando denuncia una congiura dell’odio nei suoi confronti.  È una affermazione che sconcerta e sa di provocazione. Di Maio dimentica che i 5 stelle hanno seminato odio,divisioni,infangato storie civili e persone perbene. Ha dimenticato che ha vinto il progetto del VFC esposto con foga da Grillo che affermava “li stiamo circondando tutti,li prendiamo”.

 

È stata una somministrazione di odio. Odio quando Grillo invocava la mannaia dei giudici e poi penosamente li insultava quando si sono “interessati” del figlio. Di Maio dimentica che da capo politico di un Movimento che aveva acquisito la maggioranza relativa aveva chiesto l’impeachment del Capo dello Stato. Di Maio dimentica gli insulti che ha rivolto a tanti parlamentari che hanno onorato la repubblica. Di Maio dimentica l’inganno consumato verso gli elettori,gli onesti lavoratori con la politica delle regalie. Quando con un manipolo di suoi colleghi si affacciò di sera dal balcone di Palazzo Chigi, dichiarando di aver sconfitto la povertà. Di Maio dimentica quando da V.Presidente del Consiglio si recò a Parigi per solidarizzare con i Gilet gialli .

 

E poi il grido di …guerra “onestà onestà” solo invocata.

 

Il suo Movimento ha accettato poi il finanziamento pubblico dei partiti,i benefit utilizzati in modo improprio,sproporzionato e indecoroso. E poi Di Maio dovrebbe dirci che fine ha fatto la denuncia del Ministro della transizione ecologica designato dal suo Movimento, che ha parlato della esistenza di truffe delle bollette elettriche.  Non si sa più nulla se non di una convocazione del procuratore della repubblica di Roma. C’era la truffa o no? Un mistero….

 

Altro che odio verso Di Maio. Vi è stato un odio continuo verso il Paese ingannato e politicamente truffato. Oggi Conte, privato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che non aveva fatto nulla per meritare e che considera Draghi un usurpatore, vuole solo impossessarsi del Movimento, eliminando tutti i competitors con un articolo del regolamento. La storia insegna che i capi delle rivoluzioni sono sempre i primi a cadere sotto la mannaia. La politica non si fa con le decapitazioni, ma con il confronto delle idee, ricercando la sintesi. Speriamo che la stagione avversa ai buoni sentimenti finisca, si ritorni alla normalità della dialettica politica e i seminatori di odio ritornino da dove erano venuti: dal nulla.

 

[Post dell’autore su Fb]

Patuanelli può scegliere di candidarsi alla presidenza della Regione Friuli Venezia Giulia?

Flickr

 

In realtà il centro sinistra, almeno quello che oggi si condensa sotto questa sigla, ha già perso la partita. Per poter spodestare il presidente Fedriga ci vuole ben altro rispetto alle misere appendici apparse sulle cronache regionali in questi ultimi tempi. Se dovessero seguire questi ultimi sentieri, anche la speranza sarebbe costretta a fare le valigie.

 

Gianfranco Moretton

 

È inevitabile, c’è sempre un tempo in cui s’incrocia la dimensione ideale con la gravità della realtà. È ciò che accade adesso. Siamo arrivati al dunque. Dieci anni fa, tutti a dire, ad urlare che due mandati sono sufficienti e oggi, a scadenza delle due legislature, quei proclami stentano a essere ricordati. È il problema dei 5 Stelle, Di Maio è la punta dell’iceberg. Siamo alla resa dei conti. Pensavate forse che Di Maio e accoliti fossero dei cherubini? Tutti votati alla bellezza dei propositi e delle idee? Se così pensavate, oggi siete tutti quanti smentiti dai fatti. Il dramma si sta compiendo nella casa di Grillo. Io l’avevo da lungo tempo previsto. Potranno scalpitare quanto vorranno, ma il Beppe nazionale li ha stecchiti. Due mandati e basta.

 

È il caso di pensare che il Ministro Patuanelli, ad onor delle cronache che ha ancora intonso il salva condotto per una ulteriore esperienza romana, sia in predicato, come a suo tempo si vociferava, di porsi al comando dello schieramento per strappare la regione a Fedriga.

 

L’idea, a tutti gli effetti, è sensata. Poi, altra cosa, è vederla trionfare. Certamente, sono destinate al naufragio tutte le altre ipotesi di lavoro nel campo del centro sinistra. Alcune, persino ridicole; altre, indigeste anche a chi ha un palato animalesco. Quindi, si passa dal teatro nazionale, visitando le cosucce di casa pentastellate, al nostro teatrino di periferia.

 

Per poter spodestare il presidente Fedriga ci vuole ben altro rispetto alle misere appendici apparse sulle cronache regionali in questi ultimi tempi. Se dovessero seguire questi ultimi sentieri, anche la speranza sarebbe costretta a fare le valigie.

 

Questo non vuol dire che la Regione, il centro sinistra l’abbia già persa, ma è semplicemente la presa d’atto che questo centro sinistra l’ha già persa. C’è da augurarsi, per il bene di questa Regione, che il confronto tra i due contendenti non registi uno sbilanciamento così imperioso.

 

Questa critica è volta esclusivamente a mettere in guardia quelli che possiedono un buon grado di intelligenza politica per spronarli a far cambiare rotta a chi si sta destinando anticipatamente a sedersi all’ultimo posto della graduatoria politica regionale.

Il 22 e 23 giugno ‘Missione Italia 2021 2026’, evento Anci sul Pnrr alla Nuvola di Roma.

 

Riportiamo il comunicato che appare sul sito dell’Anci a riguardo della due giorni romana per l’esame dei problemi concernenti la “messa a terra” dei progetti elaborati dai comuni nell’ambito del Pnrr.

 

 

Anci

 

A che punto sono gli investimenti e le riforme che accompagneranno l’attuazione del PNRR, opportunità unica di rilancio per il nostro Paese? Questo sarà il filo conduttore di Missione Italia – 2021/2026 il PNRR dei Comuni e delle Città, l’evento che Anci organizza a Roma il 22 e 23 giugno presso il Centro Congressi La Nuvola e che vedrà la partecipazione di tutti gli attori istituzionali, economici e sociali coinvolti nell’attuazione in Italia del piano Next Generation Eu (qui altre info logistiche utili)
“Per noi è doveroso assumere questa iniziativa – dice il presidente dell’Anci, Antonio Decaro – perché nel PNRR i Comuni e le Città hanno un ruolo determinante. I circa 40 miliardi di euro assegnati ai Comuni sono destinati a progetti strettamente connessi con la vita quotidiana dei cittadini e con l’esigenza dei nostri territori di crescere, uscire più forti e più giusti dalla crisi che stiamo attraversando. Il grande incontro di Roma sarà solo la prima tappa di un percorso che l’Associazione intende replicare con eventi di verifica e di confronto annuali fino al 2026, data ultima di attuazione dei progetti. L’Europa e l’Italia si sono fidati dei Sindaci per la realizzazione concreta del PNRR: noi sentiamo molto questa responsabilità nei confronti del nostro Paese, siamo pronti a fare la nostra parte”.

La presenza istituzionale ai lavori che si apriranno mercoledì 22 giugno alle 10,00 con la relazione del presidente dell’Anci, sarà molto qualificata: dal palco della ‘Nuvola’ si alterneranno nove ministri: Daniele Franco (Economia), Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione), Luciana Lamorgese (Interno), Dario Franceschini (Cultura), Enrico Giovannini (Infrastrutture e Mobilità sostenibili), Patrizio Bianchi (Istruzione), Vittorio Colao (Innovazione e transizione digitale), Mara Carfagna (Sud e Coesione territoriale), Andrea Orlando (Lavoro e Politiche Sociali), Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Cingolani (Transizione Ecologica).

Un altro momento clou dell’evento sarà la presenza, il 23 giugno mattina, del Commissario europeo per gli Affari Economici e monetari Paolo Gentiloni, che sarà introdotto dal presidente del Consiglio nazionale Anci Enzo Bianco.
Durante la due giorni, per ognuna delle sei missioni in cui si articola il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si svolgerà un confronto tra i ministri titolari di ogni singola misura e i Comuni e le città assegnatarie. Tra i sindaci presenti: Roberto Gualtieri (Roma), Dario Nardella(Firenze), Beppe Sala (Milano), Matteo Lepore (Bologna), Luigi Brugnaro (Venezia), Stefano Lo Russo (Torino), Gaetano Manfredi(Napoli), Alessandro Canelli (Novara), Alessandro Ghinelli (Arezzo), Carlo Salvemini (Lecce), Valeria Mancinelli (Ancona), Luca Vecchi (Reggio Emilia), Marco Fioravanti (Ascoli Piceno), Michele Conti (Pisa), Francesco Italia (Siracusa), e Roberto Gravina(Campobasso).

All’incontro parteciperanno anche alcuni rappresentanti di aziende pubbliche e di istituzioni finanziarie coinvolte nell’attuazione del PNRR. Tra loro Gelsomina Vigliotti (Vicepresidente Italiana BEI), Cristiano Cannarsa (Ad Consip), Umberto Lebruto (Ad FS Sistemi Urbani) e Domenico Arcuri (Ad INVITALIA).

Durante l’evento saranno presentate anche le esperienze di alcuni piccoli Comuni che hanno presentato progetti su alcune misure previste dal PNRR: quelle per l’attrattività dei borghi, per la transizione ecologica e missione verde, per la rigenerazione urbana e i piani urbani integrati.

 

La due giorni Anci alla Nuvola sarà anche occasione per far incontrare e dialogare il mondo delle aziende con quello dei Comuni. Obiettivo, attivare una sinergia concreta ed efficace per mettere a terra, insieme, i progetti del Pnrr. L’incontro tra imprenditoria e enti locali inizierà nel pomeriggio del 22 giugno, dopo i saluti istituzionali della mattina che verranno chiusi dal presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli. Sia nella plenaria che nei tavoli di lavoro si affronteranno le tematiche cardine del Pnrr: dalle principali regole e procedure per attivare i progetti, alla rigenerazione urbana, dalla transizione digitale, alle misure per le Città metropolitane, passando per i progetti per i piccoli borghi fino al ciclo integrato dei rifiuti.

Interverranno: Federico Della Casa, senior vice presidente Salesforce Southern Europe, Middle East and Africa, Andrea Ripa di Meana, amministratore Unico GSE, Luca Ruini, presidente Conai, Maximo Ibarra, CEO Gruppo Engineering, Andrea Vota,  public policy manager per il Sud Europa – Bolt, Francesco Profumo,  presidente ACRI, Corrado Dentis, presidente Coripet, Angelo Cacciotti, presidente M3S, Paolo Gencarelli, responsabile Immobiliare Poste Italiane e Augusto Modanesi, regional Access Head di Takeda Italia.

 

Per saperne di più

https://www.anci.it/il-22-e-23-giugno-missione-italia-2021-2026-evento-anci-sul-pnrr-alla-nuvola-di-roma/

Le comiche dei 5 Stelle.

 

Ormai il Movimento si avvita giorno dopo giorno nelle sue macroscopiche contraddizioni. La domanda, come si dice, sorge spontanea: sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che  non è solo comico, ma appare sempre più penoso e triste?

 

Giorgio Merlo

 

Polemizzare contro un realtà cadente – qualunque sia il genere trattato – non è mai un esercizio educato o anche solo di buon senso. È sempre meglio evitare di scagliarsi contro chi sta per scomparire. Ma, detto questo, è difficile resistere alle comiche quotidiane che ci offre il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 Stelle. C’è una grande difficoltà, però. E cioè, di fronte ad una miriade – e che cresce in modo esponenziale – di contraddizioni come possiamo selezionare i pezzi migliori di questa saga divertente e anche simpatica? Perché ormai, salvo il Pd di Letta che continua a ritenere i 5 Stelle un alleato strategico e decisivo per dare una prospettiva progressista e democratica al nostro paese, tutti gli altri assistono a questo spettacolo semplicemente divertiti e basiti. Dunque, per non scrivere un libello, mi fermo a tre soli esempi. E tutti simpatici e divertenti, appunto.

 

Innanzitutto Di Maio. Dunque, adesso è diventato quasi come noi. Cioè un convinto e quasi feroce sostenitore del Centro e del centrismo. E, di conseguenza, respinge in modo secco “il partito dell’odio”, gli insulti agli avversari, la trivialità del linguaggio, “il disallineamento” rispetto alle alleanze tradizionali dell’Italia sul piano geopolitico; crede nella stabilità del governo; esalta Draghi; valorizza il ruolo dei partiti e delle culture politiche e mi fermo qui per motivi di spazio… Resta solo un piccolo, piccolissimo particolare. Tutte le cose che ha detto per quasi 20 anni su questi temi – ovviamente e scientificamente erano l’esatto opposto di ciò che sostiene in queste ultime settimane – cosa ne facciamo? Li resettiamo dalla rete? Li cancelliamo come battute fuor di luogo? O, molto più semplicemente, diciamo che solo i cretini non cambiano mai idea? Ecco, nel rispetto di tutte le opinioni, siamo solo indecisi su come dobbiamo giudicare quel passato che è durato sino a poche settimane fa.

 

Il secondo esempio è il nuovo capo dei 5 Stelle, cioè Giuseppe Conte. Certo, Piero Sansonetti ha liquidato la pratica sin da subito sostenendo semplicemente che “Conte non esiste” e, pertanto, è inutile formulare giudizi di ordine politico. Una osservazione netta e tagliente ma, tutto sommato, abbastanza calzante. Del resto, come puoi giudicare un politico – almeno così dice di essere – che fa un’alleanza prima con la destra, esaltandola e glorificandola e poi, in un battito di ciglio, si allea con la sinistra e i post comunisti con altrettanto rapidità. Ovviamente senza alcun dibattito politico. E men che meno culturale o programmatico. Il tutto avviene così, come se fossimo nella piena normalità democratica. E poi arriva la leadership di questo strano partito. Prima sostiene di essere un “vero cattolico democratico”, quindi un uomo di governo, poi un sincero “populista”, adesso – almeno così sembra – vuol ritornare alle origini del movimento. E cioè, “capace, capacissimo, capace di tutto” per dirla con una celebre battuta di Carlo Donat-Cattin degli anni ‘80…

 

In ultimo lo spassosissimo e divertentissimo dibattito sul “secondo mandato”. Come da copione, essendo dei politici professionisti e molti anche senza una professione specifica, era del tutto scontato che dopo 10 anni trascorsi in Parlamento e al governo con relativi privilegi, prebende, macchine blu e tutto ciò che caratterizza la tanto deprecata “casta”, l’unico ed esclusivo obiettivo era quello di come restare al potere. E, nello specifico, in Parlamento. E così è, del resto. Ma il tutto avviene in un contesto surreale dove gli anti casta per eccellenza e gli insultatori seriali ed implacabili della vecchia classe dirigente diventano, improvvisamente, i difensori di tutto ciò che caratterizza la casta nella sua fase decadente. A cominciare, guarda caso, proprio da come cercare di restare aggrappati alla poltrona da parlamentare escogitando marchingegni impensabili, e quindi sempre più comici per superare la tagliola del secondo mandato.

 

Ora, per non farla lunga, una sola domanda. Ma sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che, diciamocelo fra di noi, oltreché comico è sempre più penoso e triste? Ma l’unico dato politico che conta, al di là delle comiche, è che si tratta di una prassi, l’ennesima, che non contribuisce a rafforzare e a qualificare la politica nel nostro paese. E, paradossalmente, il colpo di grazia arriva proprio da coloro che volevano rivoluzionare il tutto. È la solita, e puntuale, eterogenesi dei fini.

Povertà, male d’Italia. Una nota sul sito dell’Azione Cattolica.

 

I dati del Rapporto Istat sulla povertà in Italia ci raccontano chi sono e quanti i nuovi poveri: giovani, famiglie e stranieri. Serve un nuovo welfare state. Francesco: la povertà è “figlia dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse”

 

Antonio Martino

 

Sono 5,6 milioni gli italiani che vivono in povertà assoluta. Uno ogni dieci. La fotografia impietosa dell’ultimo Rapporto Istat sulla povertà mostra un’Italia con un’economia piegata dalla pandemia e dalle conseguenze di una guerra alle porte di casa. Una guerra che a differenza di tutte le altre che, in contemporanea, si combattono nel mondo ci riguarda direttamente, perché direttamente siamo in campo anche noi, visto che le armi che forniamo agli ucraini per difendersi dall’aggressione russa costano e pesano sulle nostre tasche. Come pesano sulle nostre tasche le sanzioni applicate nei confronti di Mosca e le rappresaglie sul gas che il Cremlino ci indirizza contro.

 

La crisi sociale che sempre accompagna quella economica di certo è destinata a peggiorare senza una significativa riforma del welfare state attualmente vigente. Una necessità che deriva innanzitutto da una novità di questi tempi: secondo l’Istat la fascia di età più colpita dalla crisi è quella dei giovani, mentre sino al decennio scorso l’infelice primato toccava agli over65. C’è poi un’ulteriore dato che si palesa con evidenza: la condizione di povertà assoluta – che come scrive l’Istat è non essere in grado di assicurare a se stessi una spesa mensile che consenta di avere “uno standard di vita minimamente accettabile” – varia sempre più a seconda del territorio di residenza.

 

Secondo l’Istat, per un adulto che vive in un’area metropolitana del Nord, la soglia di povertà assoluta è pari a una spesa mensile di 852,83 euro, mentre scende a 766,70 euro se la persona risiede in un piccolo comune settentrionale e si abbassa ulteriormente a 576,63 euro se vive in un paesino del Sud Italia. Terzo e ultimo elemento degno di sottolineatura – anche se non propri nuovo – è il dato che riguarda le famiglie con tre o più figli, specie se minori. In questo caso la povertà assoluta tocca il 22,6 %: quasi una famiglia numerosa su cinque vive in povertà assoluta.

 

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https://azionecattolica.it/poverta-male-ditalia/

Emergenza rifiuti a Roma: Gualtieri fa leva sull’ottimismo mentre la politica ostenta superficialità.  Non va bene.

 

I troppi roghi degli impianti, l’ultimo dei quali a Malagrotta, suscitano sospetti intollerabili. Cerroni attacca e nessuno risponde. Non c’è una vera consapevolezza della gravità della situazione. Il Pd lascia fare al Sindaco nell’illusione che la pioggia di risorse finanziarie annunciate arrivi a bagnare la terra inaridita della politica. Non è detto che ciò avvenga.

 

Romano Contromano

 

Povera Roma. A distanza di pochi anni vanno a fuoco tre impianti destinati al trattamento delle varie tonnellate di rifiuti che la città produce quotidianamente. Brutta notizia, con scarse reazioni: sappiamo dal Sindaco che l’indagine della magistratura sull’incendio di Malagrotta, l’ultimo della serie, sarà portata avanti con scrupolo nei prossimi mesi per accertare eventuali ipotesi di reato. Il Procuratore Lo Voi avrebbe dato garanzie a tale riguardo, come se non fosse un dovere della magistratura fare questo e come se questo dovere escludesse, su un altro piano, la responsabilità della politica di capire cosa stia accadendo nella Capitale sul delicatissimo versante della gestione dei rifiuti. Che ci sia un disegno criminale, è legittimo pensarlo anche quando una nube di narcosi, non meno nociva di quella rilasciata dal rogo, grava sulla pubblica opinione.

 

Manlio Cerroni, il “re della monnezza” messo sotto accusa per colpe mai finora accertate nei processi, ha rilasciato dichiarazioni pesanti al Riformista di venerdì scorso, in pratica denunciando l’avventatezza del provvedimento del Tribunale che ha affidato anni fa l’impianto di Malagrotta a una gestione commissariale priva di competenze e cognizioni tecniche. Sarebbe lecito aspettarsi che qualcuno smentisse tali pesanti addebiti, perché il silenzio mette le ali ai sospetti o alle illazioni. Sembra che l’informazione incontri la difficoltà a dispiegare la sua carica vitale nella ricerca della verità. E i partiti nemmeno recepiscono l’insidia di questa inammissibile congiura della distrazione. Mai la città aveva conosciuto un livello così alto di evanescenza nell’articolazione della dialettica democratica.

 

Per giunta Cerroni insiste su un altro punto: l’ipotesi di bruciare i rifiuti è sbagliata, a suo dire, perché oggi esistono sul mercato tecnologie alternative che assicurano un impatto molto più sicuro sull’ambiente, riducendo drasticamente le emissioni di CO2. Si dovrebbe desumere che il futuro non si sposa con la scelta, formalmente data per scontata, dell’incenerimento. Eppure, che sia vero o che sia sbagliato, il monito lanciato da Cerroni non viene preso in considerazione. Il dibattito sfugge dalle mani e prende il volo, lasciando sul campo una divisione rivestita di facili pregiudiziali: pro o contro l’inceneritore, senza entrare nel merito delle soluzioni. Saggezza vorrebbe, invece, che la battaglia per restituire decoro e pulizia alla città non eludesse il nodo delle soluzioni tecniche in grado di conseguire l’obiettivo di una moderna ed efficiente gestione dei rifiuti.

 

Roma intanto si dimena nell’emergenza. In questo quadro è superfluo dire che con il passare del tempo cresce il disagio della popolazione. Gualtieri si muove con diligenza e spirito di abnegazione, ma sconta una certa solitudine nell’esercizio delle responsabilità amministrative. Il Pd, perso nell’oblio di sé, non lo aiuta: invece di donare energia alla sua iniziativa, adesso più che mai concentrata sulla pulizia della città, ne registra passivamente gli sviluppi. Quale sia la visione d’insieme, ovvero l’approccio consapevole ai problemi della Capitale, non è dato di sapere. Si annuncia la convocazione del congresso cittadino e le primarie per la candidatura a presidente della Regione, ma tutto sfuma negli equilibrismi interni tra aree d’influenza, senza uno sforzo di elaborazione strategica. Certo, sono in arrivo tante risorse e con esse, si spera, la correzione delle criticità che più incidono sulla vita quotidiana dei romani. Tuttavia, se manca l’afflato della politica, ovvero l’insostituibile soffio di idealità che da essa promana, non c’è sicurezza di ottenere con la sola leva finanziaria un riscontro organico alla speranza di riscatto della città.

Attenti a non confondere il richiamo ai valori della pace con la risorgente pregiudiziale antiamericana.

Molti hanno fatto finta di non capire quali siano le reali intenzioni di Putin. La rassegnazione alla propaganda filorussa certifica un fatto inoppugnabile, ovvero la perdita di ogni bussola ideale.

Non tutti avevano capito la vera posta in gioco della guerra di Putin contro l’Ucraina. Molti hanno fatto finta di non capire. La condotta di Mosca e il discorso di Putin (l’ennesimo) al Forum di San Pietroburgo dovrebbero aprire le orecchie e gli occhi anche ai più distratti. Ciò che non si è voluto capire – alcuni lo avevano chiaramente segnalato – è che l’obiettivo di Putin non è né solo il Donbass e neppure solo l’Ucraina. È la democrazia europea di ispirazione liberale. Il nuovo equilibrio mondiale vagheggiato da Putin è l’esatto contrario: un mix tra autocrazie liberticide, nazionalismo imperialista, cleptocrazia elevata a sistema, blasfema alleanza tra trono e altare, dominio del più forte sul diritto dei popoli al loro futuro di libertà.

Nessuna giusta, anche severa e spietata critica all’Occidente e alle sue contraddizioni può esimerci dal constatare questo pericolo e dal combattere questa visione del mondo. Putin ha scommesso da anni (ed investito politicamente e finanziariamente) su questo obiettivo. Ha cinicamente usato l’ingenuità (spesso interessata) di alcuni Paesi Europei. Ha cavalcato tutte le pulsioni anti democratiche ed anti liberali presenti – e crescenti – nella società e nella politica europea ed occidentale.

Non prendere atto di tutto ciò (così come lasciare l’Ucraina al suo destino, facendo solo finta di aiutarla) significa mettere un tassello decisivo al mosaico del declino dell’Europa democratica e libera. Le pubbliche opinioni europee dovrebbero esigere dai loro Governi comportamenti più chiari, coraggiosi, coerenti. Invece – qualcuna meno, qualcuna più, come quella italiana – sembrano piuttosto sensibili alle sirene dei ciarlatani che ripetono come i pappagalli la narrazione putinista, accecati da una avversione anti americana ed anti occidentale mai sopita.

Sono i veri cavalli di Troia di Putin e sono pericolosi quanto e più dei missili che ogni giorno Mosca lancia drammaticamente sulle case, sugli ospedali, sulle infrastrutture civili dell’Ucraina che resiste. Questo diffuso atteggiamento non ha nulla a che vedere con il prezioso ed esigente valore della Pace. Ha molto a che vedere, invece, con una grave crisi di valori democratici, con una decadente rassegnazione, con la perdita di ogni bussola.

 

Ma Putin, oggi, non vuole finire la guerra.

Appare ogni giorno più chiaro che Putin ha deciso di estendere il conflitto al campo economico. È convinto infatti che le libere società occidentali o occidentalizzate non hanno valori intrinseci alle popolazioni in grado di sopportare per lungo tempo le reali e significative diminuzioni del livello del tenore di vita derivanti dal prolungamento della guerra. Dunque, Non si vedono sbocchi a breve.

Il viaggio in treno sino a Kiev dei capi di governo dei tre principali Paesi della UE ha con facilità assunto un forte valore simbolico. La foto con Macron, Scholz e Draghi in tenuta informale nel vagone ferroviario ha invaso le redazioni giornalistiche e i siti web. Qualcuno si è spinto a dire che si è scritta una pagina di storia.

La realtà, però, è assai meno entusiasmante. Lo scenario generale rimane alquanto cupo. La missione – alla quale nell’incontro con Zelensky è stato aggregato il premier della Romania, paese confinante con l’Ucraina – sostanzialmente aveva un triplice intendimento: dire agli ucraini che la loro richiesta di adesione alla UE sarà evasa nei tempi più rapidi possibili (che però non sono affatto immediati) purché essi si acconcino ad avviare una trattativa di pace realistica con i russi. E inviare a questi ultimi un avvertimento chiaro: l’Ucraina diverrà parte dell’Unione Europea, ragion per cui combatterla significherà combattere l’Europa, con tutte le conseguenze del caso.

Tenendo fuori la NATO e gli americani con questa iniziativa gli europei hanno assunto una iniziativa politica autorevole, ed è interesse e speranza di tutti che essa produca i risultati che si è ripromessa. Ma sarà così? Lecito dubitarne, almeno nel breve periodo. L’irridente provocazione dell’ex presidente Medvedev e la secca dichiarazione del ministro Lavrov testimoniano plasticamente l’irritazione russa e al tempo stesso la poca o nulla disponibilità a trattare con gli europei. Fin dall’inizio della crisi personalmente sostengo che la trattativa – quando ci sarà – Putin vorrà farla con gli americani. Da potenza a potenza. Ma anche la richiesta di Zelensky non offre, nell’immediato, motivi di grande speranza: noi vi ringraziamo, confidiamo di entrare nell’Unione in tempi ragionevoli, ma il nostro hic et nunc ha un nome solo: armi. Dateci armamenti moderni in grado di contrastare i russi.

Armamenti che non sono però già tutti nelle disponibilità reali dei paesi europei, nel senso che molti di essi dovrebbero essere fisicamente prodotti, con un investimento massivo di risorse economiche di fatto da economia di guerra. Una decisione che i Parlamenti dei Ventisette è dubbio voterebbero senza accese discussioni e forti opposizioni.

Già, l’economia. Alle prese con il post-pandemia ora i bilanci statali devono affrontare anche le conseguenze della crisi energetica indotta dal progressivo razionamento di gas e petrolio provenienti dalla Russia. Poiché appare ogni giorno più chiaro che Putin ha deciso di estendere il conflitto al campo economico. Convinto che le libere società occidentali o occidentalizzate non hanno valori intrinseci alle popolazioni in grado di sopportare per lungo tempo le reali e significative diminuzioni del livello del tenore di vita che deriveranno dalla crisi produttiva e poi commerciale, e quindi economica, che lui imporrà tagliando sino a revocare del tutto la vendita del suo principale asset strategico. Una capacità di resilienza che invece i russi hanno da sempre. Al di là di chi li governa (comunque, invariabilmente, dittature).

Se Putin, come tutto lascia intendere, ha optato per una lunga guerra di logoramento con l’obiettivo dapprima di conquistare città dopo città il Donbass e poi di progredire lungo le sponde del Mar Nero verso ovest per chiudere agli ucraini ogni via di accesso ai porti ivi presenti, le risposte occidentali non potranno che essere due, opposte. O armare Kiev molto più di quanto fatto sinora e dunque rischiare un incancrenimento della guerra che inevitabilmente colpirà pesantemente le loro economie. Ed è quanto chiede Zelensky. O al contrario non farlo e di fatto accettare che la Russia avanzi lungo il fronte, senza avere fra l’altro la certezza che il fronte medesimo ad un certo punto non torni ad investire anche il nord dell’Ucraina e la sua stessa capitale. Ed è quanto teme Zelensky.

Poi c’è la questione del grano. Un’altra arma che, ormai è evidente, Putin ha deciso di giocare con spregiudicatezza. Ben sapendo che i problemi che il suo mancato smistamento dai silos e dai campi ucraini alle imprese alimentari africane determinerà – oltre alla fame per milioni di persone, ma questo a lui importa poco o niente – pressioni sociali sui governi africani che genereranno instabilità, e quindi disordini, e quindi migrazioni, che si scaricheranno su un’Europa che ha più volte dimostrato di sopportare a fatica e solo con numeri limitati. È il caos in occidente e segnatamente in Europa che vuole Putin. Probabilmente immaginando di poter vendere le proprie risorse energetiche altrove e confidando di poter allargare, complice appunto il caos, la propria influenza nel continente africano.

Non si vedono sbocchi a breve, dunque. Un altro anno nero per l’umanità. È dunque realistico riconoscere che a questo punto occorra lavorare per imbastire un tavolo di pace. Prima che la guerra allarghi ulteriormente il fronte. Con un retrogusto amaro, perché è evidente che la Russia vi si siederà da una posizione di forza (per quanto riguarda le conquiste territoriali) e che pertanto la violenza e l’usurpazione avranno ottenuto il loro obiettivo minimo. Ma Zelensky è in grado di trattare un’amputazione territoriale dopo tanti lutti e tante distruzioni? Quanto il nazionalismo ucraino – ovviamente alimentato in tutte queste settimane tragiche – gli consentirà di trattare? Sarà sufficiente un preciso impegno europeo alla ricostruzione del Paese, privo del Donbass e della Crimea? E infine, sono disponibili a trattare gli americani? Perché, ripeto, è con loro che Putin vuole trattare. E poi, oggi, Putin vuole trattare?

Il Centro si costruisce superando i “particulari” personali e mirando al bene comune. 

I diversi appelli inviati agli esponenti delle frazionate realtà dei partiti dell’area centrista non hanno sin qui ricevuto risposta. Tutti stanno fermi in un improduttivo surplace, attendendo la legge elettorale che verrà. Ora, se i vertici restano immobili, spetta alla base prendere una iniziativa. Il Centro va riorganizzato, per questo serve una costituente.

Antonio Bisaglia, che di politica se ne intendeva, insegnò a noi giovani iscritti della DC polesana che la politica, in uno stato democratico, è lo strumento attraverso cui, in un determinato contesto storico e  con il  consenso, si realizza il punto di equilibrio tra interessi e valori. Tra gli interessi non esistono solo quelli generali, ma non vanno dimenticati o pregiudizialmente nascosti quelli “particulari” dei diversi attori politici, tanto degli interpreti principali quanto delle semplici comparse della scena politica nazionale e locale.

Sono proprio questi interessi personali che sembra ostacolino l’avvio della ricomposizione al centro di un partito o di una federazione di partiti, che si ponga in alternativa alla destra nazionalista e populista e al populismo grillino, restando distinto/nta e distante da una sinistra ancora all’affannosa ricerca di un’identità, aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la costituzione repubblicana, nella fedeltà alla storica alleanza euro atlantica dell’Italia. Questo il progetto politico da perseguire.

Un partito e/o una Federazione nella quale dovrà essere forte il contributo offerto dalle componenti di ispirazione democratico cristiana e popolare, insieme a quelle laico liberali e riformiste con le quali è nata la nostra Repubblica.

I diversi appelli che abbiamo inviato agli esponenti delle frazionate piccole realtà dei partiti della nostra area, non hanno sin qui ricevuto risposta. Tutti fermi in un improduttivo surplace, in attesa della legge elettorale che verrà, con i diversi attori protagonisti e i loro comprimari, interessati, soprattutto, al loro “particulare”, ossia alla ricerca del miglior posizionamento per garantirsi un posto al sole.

Nulla di ispirato agli interessi del bene comune, che dovrebbe guidare l’azione politica di quanti, eredi di Sturzo e De Gasperi, dovrebbero “servire la politica e non servirsi di essa”. L’Italia sta vivendo un momento di gravissima crisi politica, economica e sociale, dopo una pandemia che ancora si prolunga e impegnata in questa “terza guerra mondiale” che, seppur non ufficialmente dichiarata, dall’invasione russa in Ucraina sta determinando effetti tremendi a livello planetario. L’anomia, ossia la condizione di assenza di regole, del venir meno del ruolo dei gruppi intermedi, della discrepanza tra gli obiettivi che la società propone a persone e famiglie e la concrete risorse disponibili di queste ultime, accompagnerà un autunno nel quale, tra inflazione crescente e chiusura forzata di molte imprese, il clima sociale potrà diventare caldissimo. Il bipolarismo forzato che ha caratterizzato l’intera lunga storia della seconda Repubblica ( 1993-2022) è giunto al capolinea, ma per il suo superamento e per far tornare alla partecipazione politico elettorale i cittadini, serviranno nuovi partiti, nei quali sia rigorosamente rispettato l’art.49 della Costituzione. E, come nei tempi migliori della storia nazionale, è indispensabile un partito di ispirazione democratico cristiana e popolare, espressione dei valori dell’umanesimo cristiano, aperto alla collaborazione con altre culture accomunate dalla volontà di difendere e attuare la Costituzione. 

Non c’è più tempo da perdere o di “annaccarsi” (per i siciliani: il massimo del movimento col minimo spostamento) o, peggio, di restare in una condizione di stallo, in attesa del miglior offerente per “i soliti noti”. Se non partirà dai vertici nazionali ai quali inviamo l’ultimo invito, costruiamo dalla base le condizioni per la convocazione di un’assemblea costituente di ricomposizione politica della nostra area, premessa indispensabile per concorrere all’avvio del centro nuovo di cui il Paese ha necessità, come è emerso anche dalle recenti elezioni amministrative locali. 

 

Internet per la gente. Il Tascabile della Treccani affronta il tema con Tarnoff.

Che forma potrebbe avere un Internet svincolato dagli imperativi del mercato? Un’intervista a Ben Tarnoff.

Lo scorso ottobre, apparendo prima di fronte alle telecamere di 60 Minutes e poi di fronte ai legislatori di mezzo mondo, l’ex dipendente di Facebook Frances Haugen ha ribadito un concetto evidente a chiunque si interessasse già del tema, ma che raramente era stato esplicitato nei luoghi di potere politici. Tutte le esternalità negative dei social network di proprietà di Mark Zuckerberg che da anni venivano denunciate da attivisti, giornalisti e utenti comuni, diceva in sostanza Haugen, non erano falle di sicurezza involontarie, su cui l’azienda non aveva alcun potere. Erano, piuttosto, la conseguenza diretta del business model di una multinazionale che sceglieva di dare priorità ai profitti rispetto alla sicurezza dei propri milioni di utenti.

 

Ad adottare un atteggiamento cinico, si potrebbe dire che non ci sia da meravigliarsi: le aziende, soprattutto di questa portata, perdono spesso di vista qualsiasi relazione tra guadagno e morale. Eppure, nella narrazione tecnoutopica di cui siamo imbibiti fin dagli anni Settanta (persino nel nostro Paese, figuriamoci oltreoceano) Internet doveva essere diverso. Internet doveva connettere l’umanità, eliminare la scarsità, universalizzare la conoscenza, guidarci verso magnifiche sorti e progressive – benché fosse stato inventato a fini militari. E benché, almeno dagli anni Novanta, sia stato privatizzato fino a renderlo irriconoscibile.

 

Certo, già nei primi anni di Facebook – quando quasi sembrava che l’azienda offrisse i suoi servizi sulla base di un  altruistico slancio ad accorciare gli spazi, riallacciare legami, unire le persone, e non perché ogni singolo, minuscolo dato creato dal bisogno di socialità di milioni di utenti potesse essere condiviso a peso d’oro con una miriade di terze parti – girava qualche meme dall’estetica vagamente cospiratoria che ti ricordava che se non stai pagando per un prodotto è perché il prodotto sei tu. Ma c’erano le carote da raccogliere su Farmville per riempire le ore vuote del pomeriggio. C’era l’improvvisa possibilità di ritrovare la tua cotta delle elementari con una velocissima ricerca, o di stringere amicizia virtualmente con qualcuno a cui non avresti mai avuto il coraggio di presentarti offline. C’era la convinzione che, in Paesi che erano stati autoritari per decenni, quello stesso strumento che tu usavi per raccogliere carote e flirtare a distanza di sicurezza potesse essere usato per cambiare tutto, per sempre.

 

Due anni dopo la Primavera Araba, Edward Snowden lancia l’allarme sulle attività di sorveglianza di massa perpetrate dalla National Security Agency statunitense, che passa anche attraverso Internet. È l’inizio di una valanga di inchieste, rivelazioni, ricerche accademiche e scandali che, da Cambridge Analytica ai Facebook Papers, evidenziano con urgenza crescente cosa significhi essere davvero tu, il prodotto.

 

Qualcuno cancella il proprio profilo Facebook, benché, come scrive Paris Marx, “le azioni individuali non genereranno mai spazi di emancipazione online”. Qualcuno scrive a Clearview AI per assicurarsi che la propria faccia non sia all’interno dei loro inquietanti database. Qualcuno, la maggior parte, pubblica un post in cui si lamenta di quanto siano pessimi – moralmente, politicamente, socialmente, sì, ma anche in semplici termini del servizio offerto – gli spazi in cui continuano a passare ore e ore della propria giornata. 3,6 miliardi di persone continuano a usare i servizi di Meta, nonostante tutto.

 

A livello politico, qualcosa sembra muoversi, anche se con una lentezza e una confusione che nulla possono contro un settore il cui motto è stato a lungo “muoviti veloce e spacca le cose”. Ma, al di là della fissazione conservatrice per una moderazione dei contenuti considerata tirannica, quella che sembra mancare è la capacità di immaginare un futuro diverso per Internet, radicalmente slegato dalle logiche del profitto.

 

Da anni ormai il giornalista statunitense Ben Tarnoff sta riflettendo su questo futuro da una prospettiva dichiaratamente socialista. Il risultato è Internet for the people, in uscita il 14 giugno per Verso. Al suo interno, con un’immediatezza rara, Tarnoff non si ferma a constatare che Internet, così com’è oggi, non funziona. Invece, partendo sempre da amari appunti storici, il libro prima racconta come Internet sia stato privatizzato ad ogni livello – dai cavi sottomarini agli spazi digitali, passando per i provider che controllano l’accesso a un bene ormai necessario per lavorare, comunicare, informarsi, studiare – prima di identificare come questo processo abbia generato le crisi che ci troviamo ad affrontare oggi. Poi, ad ogni livello, tratteggia la possibilità di alternative non utopiche. Quello che ne emerge è un esercizio critico di immaginazione e un appello a rimboccarsi le maniche – come programmatori, designer, ricercatori, politici, abitanti del web – per creare spazi di effettiva partecipazione democratica che soppiantino i walled garden in cui ci muoviamo oggi.

 

Segue intervista 

https://www.iltascabile.com/societa/internet-per-gente-tarnoff/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

Centro, si può andare avanti con le invidie e i rancori?

Un progetto di Centro riformista, democratico, di governo e innovativo decolla se si superano tutte le pregiudiziali di carattere personale che qualcuno simpaticamente pone come ostativi. Guai ad operazioni camuffate da solenni impegni, ma condizionate nel concreto da piccoli giochi di potere.

Parliamoci chiaro senza alcuna divagazione politologica. Ma davvero il progetto centrista, democratico e riformista nel nostro paese rischia di saltare per ridicole, grottesche e sciocche pregiudiziali o pregiudizi di natura personale? O meglio, per motivazioni dettate esclusivamente da rancori, invidie e gelosie? Lo dico perchè, come tutti ormai sanno, è sufficiente sfogliare i quotidiani per rendersi conto che questo, purtroppo, è il tarlo che corrode la credibilità dell’intero progetto. E quindi far saltare un progetto che, com’è altrettanto evidente, sta riscuotendo consensi crescenti nella pubblica opinione per questioni futili e addirittura inspiegabili. E questo perché da un lato si registra il fallimento definitivo ed irreversibile del progetto populista grillino e del sovranismo leghista e, dall’altro, perchè il ‘bipolarismo selvaggio’ a cui siamo ormai abituati da anni non regge più di fronte alle sfide e alle domande che caratterizzano la nostra società. Sempre più complessa e articolata.

Ora, però, se la riscoperta del Centro, o meglio di una ‘politica di centro’, quasi si impone di fronte a questa doppia crisi politica, è altrettanto vero che lo spettacolo a cui assistiamo non può proseguire come se nulla fosse. E questo per due ordini di motivi, persin troppo semplici da ricordare.

Innanzitutto un partito di Centro – serio, credibile e rappresentativo – decolla se i partiti, i movimenti e il civismo che non condividono più i meccanismi e le regole del ‘bipolarismo selvaggio’, confluiscono sotto lo stesso tetto politico. Sembra una affermazione talmente banale ed elementare da non essere neanche presa in considerazione. Eppure tocca ripeterlo perché, almeno così pare, non è del tutto scontata. Speriamo che il semplice buon senso e le norme basilari della politica abbiano il sopravvento rispetto ad altre pseudo categorie.

In secondo luogo – altra osservazione altrettanto banale, elementare e scontata – un progetto di Centro riformista, democratico, di governo e innovativo decolla se si superano tutte le pregiudiziali di carattere personale che qualcuno simpaticamente pone come ostativi. Anche questa considerazione pare persin surreale da menzionare eppure così non è. Ora, per evitare di entrare nei meandri e nei dettagli di chi sostiene, purtroppo, queste amenità, mi basta ricordare che nella tanto biasimata e criminalizzata prima repubblica, quando si parlava, ad esempio, di “preambolo” era sempre e solo la politica a dettare le condizioni. Cito, appunto, il famoso “preambolo” vergato dal leader e statista della Dc Carlo Donat-Cattin nel congresso del partito democristiano del febbraio 1980 che sbarrava la strada all’accordo con i comunisti per motivazioni squisitamente ed esclusivamente di valenza politica. Nessun pregiudizio di natura personale, nessun veto sui singoli esponenti e, men che meno, nessun giudizio sulla nomenclatura comunista dell’epoca.

Ecco, ho voluto fare solo queste due rapide – e almeno a mio parere scontate – riflessioni per arrivare ad una semplice conclusione. Il progetto centrista alternativo al populismo e al sovranismo decolla solo se si abbandonano al loro destino qualsiasi forma di pregiudizio personale verso chicchessia. Ovviamente parlo di leader e di esponenti politici nazionali e non di altre categorie. Se, invece, questi sciocchi e grotteschi pregiudizi dovesse avere il sopravvento, allora dovremmo prendere amaramente atto che l’obiettivo dei paladini delle “pregiudiziali” personali è un altro. Ed anche molto più banale. Ovvero, alzare sempre di più la posta in gioco del proprio partito e delle proprie ridicole motivazioni semplicemente per ottenere più posti e più seggi parlamentari dall’azionista politico di maggioranza della coalizione che si vuol scegliere. Un obiettivo persin troppo semplice da capire, al di là dei pubblici pronunciamenti politici e dei solenni giuramenti di fedeltà di natura programmatica. Il tutto sarebbe una banale operazione di potere. E questo lo capiremo solo strada facendo.

Mosca ritorna ai tempi sovietici (AsiaNews)

Il Parlamento russo adotta norme stringenti sulla libertà di espressione: si vogliono colpire gli “agenti stranieri”. Sarebbe un ritorno ai tempi di Stalin e Breznev. Nell’Unione Sovietica di Gorbačëv vi era più libertà che nella Russia di oggi.

Vladimir Rozanskij

La Duma nazionale ha approvato un nuovo progetto di legge che riporta la libertà di espressione al concetto di “libertà di manifestazione” dei tempi sovietici. Un gruppo di deputati e senatori, Andrej Klimov, Vasilij Piskarev, Andrei Lugovoj, Maria Butina, Rosa Čemeris e Andrej Alševskikh, considerati “la crema del Parlamento”, hanno proposto di “perfezionare la regolazione dello stato di agente straniero”.

Nel progetto si prevede il divieto agli “inoagenty” di svolgere qualunque tipo di attività educativa o formativa, di pubblicare contenuti per l’infanzia, di lavorare nelle istituzioni statali e regionali della pubblica istruzione e una serie di altri divieti. E soprattutto, per evitare qualunque forma di contaminazione, l’assoluto divieto di qualunque forma di pubblica manifestazione.

Sarà proibito alle persone iscritte alla “lista nera”, in cui ormai finiscono tutti coloro che rivolgono critiche al governo, all’esercito e alla politica statale, organizzare riunioni pubbliche, manifestazioni di strada, cortei e riunioni presso gli edifici delle stazioni e delle fermate degli autobus, degli aeroporti, degli edifici e dei territori legati alle istituzioni educative, a quelle sanitarie e di assistenza sociale, agli edifici di culto e di ogni organizzazione religiosa. E come ciliegina sulla torta, sarà proibito radunarsi presso gli edifici degli organi della pubblica amministrazione e nei territori contigui a essi: in pratica ovunque.

Ai cittadini sarà quindi impedito manifestare qualunque forma di dissenso davanti ai palazzi del potere, del Parlamento e del governo, dove si prendono le decisioni che suscitano spesso lo scontento della popolazione, e dove si vorrebbe esprimere il proprio dissenso, mentre si potrà farlo soltanto nel profondo dei boschi. E pensare che la Corte costituzionale russa aveva stabilito nel 2019 che “non si possono innalzare barriere insormontabili per la soddisfazione del diritto dei cittadini alla libertà di riunione pacifica presso gli organi della pubblica amministrazione”, in una sentenza che riguardava la repubblica di Komi nel nord della Russia europea.

La stessa Corte si è pronunciata anche nel 2020, ricordando che arrecare disagi ai cittadini che non intendono partecipare a esse “non può costituire obiezione per negare il diritto ad azioni pacifiche di espressione della propria volontà”. Secondo la Consulta gli organi del potere “sono tenuti a prendere tutte le misure a loro affidate per garantire la possibilità di organizzare manifestazioni in luoghi concordati, senza cercare di trovare in ogni occasione delle cause che giustifichino l’impossibilità di realizzare il diritto a organizzare riunioni pubbliche nei formati previsti dalla legge”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Mosca-ritorna-ai-tempi-sovietici-56045.html

 

Il virus più dannoso è la burocrazia che soffoca e limita la nostra vita.

L’iperproduzione normativa finisce per imprigionarci e per complicare maledettamente il senso delle cose, poiché le parole nuove finiscono inevitabilmente per procrastinare ogni chiarimento. Avviene pertanto che tutto si presenti come un continuo rimando del provvisorio da perfezionare. E questo ci rende insicuri.

A forza di elaborare costrutti mentali con i quali vorremmo favorire il progresso e semplificare le nostre relazioni sociali finiamo per incrementare una deriva di iperproduzione normativa che ci imprigiona. Dobbiamo regolamentare tutto, prevedere tutto, pianificare, salvare i diritti di ciascuno e per far questo costruiamo una babele di regole che spesso finiscono per cozzare tra loro e allora ne inventiamo altre per correggere, dirimere  incomprensioni, conflitti , per riempire i vuoti che si creano quando risolvere sulla carta un problema finisce per generarne uno nuovo. Invece che ingolfare apparati, istituzioni, semplice vita quotidiana di adempimenti, cose da fare, obblighi e divieti dovremmo fare l’opposto: svuotare, semplificare, ridurre, usare il buon senso comune, parlarci senza sotterfugi, essere sinceri con noi stessi e con gli altri.

Diceva San Tommaso che il mondo va avanti, progredisce, è migliore se gli uomini si dicono reciprocamente la verità: il fatto che ciò non sempre accada ci porta a stabilire che siamo alla ricerca di una oggettività nelle cose finendo per trascurare l’importanza delle variabili soggettive. Si deve fare così e poi così e poi ancora così: ma per quanto si pensi a programmare i giorni i mesi e gli anni della nostra vita, viviamo il pensiero divergente, la fantasia, la libertà, persino la digressione come un peccato. Tutto diventa maledettamente complicato perché siamo noi stessi che cercando il meglio, la perfezione delle cose, il progresso ad ogni costo finiamo per circondarci da condizionamenti che ci rendono insicuri e ansiosi. 

Il Prof. Alberto Mingardi, accademico, Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni, collaboratore del Corriere della Sera, ogni sabato propone un libro da scoprire e da leggere, cercando tra quelli dimenticati o ingialliti negli archivi delle biblioteche, per valorizzarli. La sua rubrica l’ha intitolata così: “Salvare i cocci della società aperta e altre illusioni”. Il libro di questa settimana è…Giuseppe Berto, Colloqui col cane (1968), Venezia, Marsilio, 1986, pp. 172. Lo cito perché calza a pennello con il discorso sulle incomprensioni che ci rendono vicendevolmente impenetrabili: uno per essere ascoltato finisce per parlare con il suo cane e magari scopre che in quel modo si ritrova davanti allo specchio a parlare a se stesso. Si domanda Mingardi come uno scrittore possa dialogare con il suo cane, ad esempio di politica e di massimi sistemi (il libro è di quell’anno epocale che fu il ’68) ma finisce per dedurre “che uno dei maggiori scrittori italiani dovesse immaginare di discutere di questi temi col suo animale domestico ci dà l’idea di quanto poco propensi ad ascoltarlo fossero i bipedi”. 

Egli estrapola dal libro una definizione della burocrazia che calza a pennello con i dilemmi esistenziali con cui ho aperto questa sommessa riflessione: a volte è inutile cimentarsi in elucubrazioni ingannevoli o sovrabbondanti  quando puoi trovare chi prima di te e meglio ha scritto la sintesi che ti porta a chiarire ciò su cui ti interroghi.

Scrive dunque Giuseppe Berto: “Invero lo Stato per primo si rende conto che il costo della propria amministrazione è biasimevole: i pubblici funzionari, molti dei quali stanno insediati in uffici superflui, costano troppo. Allora che ti fa? Istituisce un ministero per la riforma burocratica, ossia un complesso di burocrati che mettono in moto la macchina burocratica per ridimensionare la burocrazia. Qui l’errore, forse, è che si presume troppo dagli uomini, giacché succede che i burocrati, con tutte le buone intenzioni magari, finiscono per potenziare se stessi, per rendersi ancora più inaccessibili e inattaccabili, per crearsi carriere più rapide e remunerative”.

Ecco, questo è ciò che continua ad accadere ancora oggi. E’ una visione sommativa della vita che ci porta ad aggiungere parole per spiegare altre parole, ad elaborare leggi che chiariscano quelle precedenti perchè erano  incomprensibili, senza rendersi conto di creare un accumulo, aggiungendosi:  il virus della burocrazia si inocula negli apparati e nei costrutti mentali di cui ho scritto in esordio e finisce per complicare maledettamente il senso delle cose, poiché le parole nuove finiscono inevitabilmente per procrastinare ogni chiarimento, è tutto un continuo rimando del provvisorio da perfezionare. C’è sempre bisogno di soluzioni perfette e già scritte: non lo saranno mai, purtroppo, e questo – se non ragioniamo con la testa e amiamo con il cuore – finisce per condizionarci, a volte rovinarci la vita.

Biden alla corte di Bin Salman. L’analisi dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Prossima visita di Joe Biden in Medio Oriente: oltre a Israele e Palestina, il presidente Usa andrà in Arabia Saudita, che aveva definito “un pariah”.

 

Istituto ISPI

 

La Casa Bianca ha reso note le date del viaggio di Joe Biden in Medio Oriente. La prima visita del presidente americano nella regione si terrà dal 13 al 16 luglio e comprenderà tappe in Israele, in Palestina e in Arabia Saudita. Non è un viaggio qualunque, quello del presidente americano che in passato aveva più volte criticato gli insediamenti israeliani a scapito dei palestinesi e che riguardo all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi aveva detto, durante la campagna elettorale, chei sauditi devono essere trattati come i pariah che sono”. Era il 2019 ma il mondo era diverso. La guerra in Ucraina e, soprattutto, la guerra del gas da parte di Mosca hanno imposto un cambio di rotta: a Washington sono convinti che in questo momento, con l’aumento dei prezzi degli idrocarburi, il regime di sanzioni e il taglio delle forniture da parte russa, non convenga inimicarsi la casa regnante saudita. 

 

Così Biden entrerà nella storia come il primo presidente degli Stati Uniti a volare direttamente in Arabia Saudita da Israele, un percorso raramente consentito da Riyadh, che – sebbene un progressivo avvicinamento e una non dichiarata collaborazione nei settori di intelligence e sicurezza – tuttora non ha relazioni diplomatiche con lo stato ebraico. L’annuncio del tour ha sollevato numerose polemiche e 13 organizzazioni per i diritti umani hanno rivolto un appello al presidente, denunciando che l’incontro con il principe Mohammed bin Salman fornirebbe all’erede al trono saudita legittimità e prestigio nonostante le gravi violazioni in atto all’interno del paese.

 

La sorte, si sa, sa essere ironica. E così il viaggio del presidente americano, che aveva promesso di “riportare i diritti umani in cima all’agenda statunitense”, avverrà a un anno esatto dalle conclusioni delle indagini dei servizi di intelligence sull’omicidio Kashoggi. Conclusioni che confermavano che il principe Mohammed Bin Salman, leader de facto della monarchia saudita, ordinò, approvò e coprì il sequestro e il brutale omicidio del giornalista saudita Jamal Kashoggi mentre questi si trovava nell’ambasciata saudita di Istanbul nel 2018. La visita rappresenta un’eclatante inversione a ‘U’ nelle relazioni con Riyadh da parte del presidente che aveva promesso in campagna elettorale di fare dell’Arabia Saudita “un pariah”, al punto che più di un commentatore oggi sulla stampa americana descrive quello che agli occhi di molti appare come “un tradimento”. 

 

La détente è nell’aria anche a Capitol Hill, e diversi rappresentanti democratici sostengono che isolare l’Arabia Saudita in un momento in cui potrebbe servire gli interessi degli Stati Uniti e globali sarebbe un errore. Anche il senatore repubblicano Lindsey Graham infuriato dopo un briefing in cui aveva coniato l’espressione “sega fumante” in riferimento alle responsabilità del principe ereditario nell’omicidio, si è detto disposto a dare a Biden “lo spazio di cui ha bisogno”, e ha aggiunto: “Deve sollevare la questione delle violazioni dei diritti umani. Ma l’Arabia Saudita è ancora un alleato”.

 

Quella saudita non sarà l’unica tappa sensibile del viaggio presidenziale. In Israele Biden terrà colloqui con il primo ministro Naftali Bennett, un nazionalista di destra che sostiene la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania occupata. Una costruzione illegale secondo il diritto internazionale e a cui l’amministrazione democratica ha più volte detto di “opporsi fermamente”. Inoltre il viaggio avviene ad appena un mese di distanza dall’omicidio di Shireen abu Akleh, nota giornalista dell’emittente araba Al Jazeera, uccisa durante un’azione militare israeliana mentre indossava il giubbotto “press”. Testimoni oculari hanno riferito che la reporter palestinese sarebbe stata colpita da un cecchino israeliano mentre intorno non c’erano combattimenti. In Cisgiordania Biden incontrerà anche il suo omologo palestinese, Mahmoud Abbas, a cui rinnoverà l’impegno per una soluzione dei due stati

 

Se dopo i quattro terribili anni di Donald Trump, e con l’arrivo dei democratici alla Casa Bianca i palestinesi hanno tirato un sospiro di sollievo, non sono mancate cocenti delusioni. Come quella per la mancata riapertura del consolato statunitense a Gerusalemme, che consideravano di fatto un’ambasciata, chiuso da Trump nel 2018. Infine, da più parti si continua a spingere affinché anche l’Arabia Saudita entri a far parte degli ‘Accordi di Abramo’, ovvero il piano per la ‘normalizzazione’ delle relazioni tra Tel Aviv e le capitali arabe, da cui i palestinesi hanno molto da perdere e poco da guadagnare.

 

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Bisogna costruire con serietà e fantasia una nuova prospettiva politica.

La sfida politica è tutta aperta. Ma l’obiettivo prioritario è uno solo: un’area di centro ha un senso solo se riesce ad essere il futuro “baricentro” della politica italiana. Un baricentro che esprima e declini sino in fondo una cultura di governo. In definitiva, si tratta di un progetto che non tollera rancori, invidie, pregiudiziali personali e pregiudizi di ogni sorta.

Le recenti elezioni amministrative ci consegnano numeri e dati che la percezione popolare ci aveva già anticipato. Ormai, per fare un solo esempio concreto, rimane solo più Pagnoncelli a dirci, periodicamente, che i 5 Stelle hanno un consenso che supera saldamente il 15%. Tutti sanno, tranne Pagnoncelli appunto e pochi altri, che quel partito è ormai arrivato irreversibilmente al capolinea. Su questo, Renzi, da fine politico qual’è anche se spregiudicato, l’ha colto da mesi.

Ma, al di là del crollo definitivo dei 5 Stelle, della flessione pesante della Lega salviniana – anche qui un dato largamente anticipato -, dell’aumento consistente del partito della Meloni grazie alla bravura, checchè se ne dica, della segretaria nazionale di quel partito e della tenuta del Pd seppur accompagnato da sconfitte cocenti in alcune grandi città, quello che va colto e che emerge in modo inequivocabile da questa tornata amministrativa è la novità del voto centrista o moderato o liberal democratico. I voti alle liste dei partiti di centro o di quelle liste civiche che non si riconoscono in questo “bipolarismo selvaggio” – e non, invece, in un bipolarismo normale e fisiologico – evidenziano che questo spazio politico cresce nel nostro paese. Uno spazio politico che, dopo la sbornia populista, demagogica e giustizialista interpretata in modo magistrale dal partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle di Grillo e di Conte, emerge in modo esponenziale.

Ora, però, quello che conta politicamente è far sì che questo centro che rinasce – e che non si può legare soltanto ai dispetti e ai rancori di qualche presunto “capo” – sappia trasformarsi realmente nel “baricentro” della politica italiana. E, soprattutto, che sia un baricentro che declini in modo autorevole e credibile quella cultura di governo che sino ad oggi ha stentato ad imporsi con altrettanta autorevolezza e credibilità. C’è chi parla di “area Draghi”, seppur senza Draghi candidato e, soprattutto senza “il partito di Draghi”. Ma, comunque sia, si tratta di un’area centrista che ambisce a diventare centrale nelle dinamiche politiche concrete.

Certo, è un’operazione che richiede la massima unità di tutte quelle forze politiche, movimenti e realtà civiche che puntano deliberatamente a costruire una politica di centro con uno strumento politico ed organizzativo di centro. Ovvero un partito. Un progetto che non tollera rancori, invidie, pregiudiziali personali e pregiudizi di ogni sorta. Chi si fa portatore di questa sub cultura e di questi comportamenti puerili punta semplicemente a far fallire il progetto e non a promuoverlo.

Ecco perchè la sfida politica è tutta aperta. Ma l’obiettivo prioritario è uno solo: un’area di centro ha un senso solo se riesce ad essere il futuro “baricentro” della politica italiana. Un baricentro che esprima e declini sino in fondo una cultura di governo. Cioè, detto in altri termini, che sappia essere sino in fondo il punto di maggior equilibrio e di garanzia, e per eccellenza, del sistema politico italiano. E non solo una sommatoria di sigle.

14 giugno 2022. Cosa è cambiato? L’analisi dell’Istituto Cattaneo.

I flussi rispetto alle elezioni del 2017. Attraverso l’analisi dei flussi in 6 città tra il voto per i candidati a sindaco del 2017 e quello espresso il 12 giugno 2022, si vede se e in che misura il nuovo bipolarismo ha preso piede in ambito locale.

Salvatore Vassallo – Rinaldo Vignati

Nota metodologica. I flussi elettorali sono gli interscambi di voto avvenuti fra i partiti nel corso di due elezioni successive. Nel nostro caso vengono stimati per singole città sulla base dei risultati delle sezioni elettorali. Si tratta di stime statistiche, e quindi di misure affette da un certo margine di incertezza. 

Le nostre analisi sono effettuate «su elettori» e non «su voti validi», al fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del «non (astenuti, voti non validi, schede bianche) .voto» Il mero confronto fra gli stock di voti dei partiti di due elezioni non è sufficiente a spiegare gli spostamenti di voto effettivamente avvenuti, in quanto mascherano i reali flussi di voto che possono anche produrre saldi nulli. L’individuazione dei reali flussi elettorali può avvenire mediante due tecniche. 

La prima consiste nell’intervistare un campione di elettori sul vo a to appena dato e sul voto precedente (con i problemi connessi a tutte le forme di sondaggio elettorale, in questo caso aggravati dalle défaillances della memoria e dalla riluttanza degli intervistati ad ammettere il loro eventuale astensionismo). 

La second ed è la tecnica qui utilizzata consiste nella stima statistica dei flussi a partire dai risultati di tutte le sezioni elettorali di singole città (la tecnica, detta «modello di Goodman», non è applicabile sull’intero paese, né su aggregati territoria li troppo ampi, ma può essere condotta solo su singole città a partire dai risultati delle sezioni elettorali, assumendo che i flussi elettorali siano stati gli stessi in tutte le sezioni della città, a meno di oscillazioni casuali). 

L’errore statistico è quantificato dall’indice VR (più è elevato maggiore è l’incertezza della stima): nella situazione ottimale questo indice deve avere valore inferiore a 15. Il Cattaneo pubblica le stime dopo avere effettuato tali controlli.

 

Per leggere l’analisi dell’Istituto Cattaneo

2022-06-14-FlussiCom_2017_2022

Solo propaganda? Non voto. Il Centro non è più solo un sogno.

È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma “per” l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo.

 

 

“In giro che succede? 

Vi faccio vedere come si fa

Santa immaginazione, 

ho perso le chiavi della città

Magiche le elezioni, 

a fare promesse siamo i campioni.

Passo l’inverno a tenervi buoni

Cerco l’estate quaggiù in città.

E allora sì, propaganda, propaganda

Non c’è più niente che mi manca

E allora sì, propaganda, propaganda

La risposta ad ogni tua domanda”.

(Fabri Fibra, Colapesce, Dimartino – Propaganda)

Non è il mio genere musicale, ma “Propaganda” di Fabri Fibra mi ha colpito al primo ascolto, perché sembra essere la perfetta colonna sonora dell’attuale sistema politico. Promesse irrealizzabili, populismo, demagogia, trattare i cittadini come clienti da abbindolare con fake news e disinformazione.

Se la politica è solo propaganda l’elettore non “spreca” il proprio tempo per recarsi alle urne. Le ultime elezioni amministrative (56% affluenza) hanno dimostrato, ancora una volta, che gli elettori si rifiutano di scegliere il meno peggio tra i due blocchi populisti. La personalizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, ad essa legata, allontanano i cittadini dalla politica. Se per scegliere i sindaci e i consiglieri comunali, si reca alle urne solo un italiano su due, vuol dire che la politica è sempre più isolata.

Altra nota stonata, dell’ultima tornata elettorale, è l’affluenza ai referendum sulla giustizia, solo il 20%. Una ricerca di BiDiMedia, di una settimana fa, faceva già presagire l’esito dei quesiti. In media i telegiornali italiani ne hanno parlato solo per l’1,1 %. Per non parlare dei talk che hanno preferito il solito scontro alla vera informazione. Il problema informazione è uno dei nostri problemi, la nostra voce è assolutamente assente, dobbiamo rimediare il prima possibile con gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.

Unico fattore positivo sono le liste centriste, che con grande coraggio e forza si sono presentate agli elettori in alcuni comuni italiani.

Proviamo a stilare un elenco approssimativo. 

Amministrative, liste di centro, indipendenti e autonome da destra e sinistra:

(Fonte: Eligendo)

Parma

CIVILTA’ PARMIGIANA 4,58%

UN PROGETTO DI COMUNITA’ 1,57%

ORA CON DARIO COSTI SINDACO 5,27%

GENERAZIONE PARMA 0,79%

Lucca

INSIEME – IMPEGNO CIVICO 1,31%

LUCCA SUL SERIO 2,43%

Todi

AZIONE CON CALENDA 4,04%

PROGRESSO PER TODI 2,90%

TODI CIVICA 6,27%

Narni

BUFI SINDACO 1,78%

Alessandria

ALESSANDRIA VIVA 1,34%

SI’AMO ALESSANDRIA 5,80%

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 5,67%

ALESSANDRIA PULITA 1,16%

Asti

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 1,21%

Como

VERDE E’ POPOLARE 0,72%

L’Aquila

AZIONE CON CALENDA +EUROPA 4,80%

Palermo

ROMPI IL SISTEMA 0,96%

AZIONE CON CALENDA + EUROPA 8,11%

E TU SPLENDI PALERMO 1,3%

Ciampino

CAMBIAMO 1,90%

ITALIA VIVA 2,71%

NOI DI CENTRO 0,15%

Catanzaro

AZIONE POPOLARE 0,92%

NOI CON L’ITALIA 2,88%

CATANZARO AL CENTRO 2,76%

Sabaudia

UNIONE DI CENTRO 1,22%

FORZA ITALIA 13,20%

AZIONE CON CALENDA 4,22%

SCEGLI SABAUDIA 6,80%

CITTA’ NUOVA 7,35%

Verona

FARE! CON FLAVIO TOSI 4,42%

FORZA ITALIA 4,34%

Questi risultati, insieme a quelli dello scorso anno, sono un buon punto di partenza per il centro che verrà, se si riuscirà ad unire tutti i centristi italiani in vista delle politiche del 2023. È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma “per” l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo. Serve uno sforzo unitivo, umiltà e passione. Come ho già detto molte volte, fino a diventare noioso, questo coraggio non può che partire da “noi” cittadini comuni. È il momento di agire per costruire il nostro futuro insieme.

 

Bellini e la pasta alla “Norma” (l’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione il pezzo che appare nella rubrica “Minimalia” dell’organo ufficioso della Santa Sede, edizione del 15 giugno 2022.

Gabriele Nicolò

Alla prima della Norma alla Scala (26 dicembre 1831) il catanese Vincenzo Bellini — in preda alla frustrazione di fronte al pubblico che, deluso dall’opera, rumoreggiava — disse con malcelato dispetto: «I milanesi non hanno ancora digerito il risotto di ieri». 

Composta in meno di tre mesi, la Norma avrebbe in seguito riscosso un sontuoso successo: ma il “fiasco” della prima rappresentazione inflisse al compositore una ferita profonda. Per rimarginarla occorse il gratificante plauso della critica che da principio, in verità, aveva avanzato riserve nei riguardi della primadonna, Giuditta Pasta, il cui particolare timbro di voce non permetteva di collocarla con irrefutabile evidenza nella categoria di soprano, mezzosoprano o contralto. 

La frase pronunciata da Bellini in occasione della “prima” alla Scala corse veloce lungo la penisola, fino a raggiungere la Sicilia, dove, in contrapposizione al risotto milanese si volle assegnare il nome di “Norma” a un piatto tuttora fiore all’occhiello della cucina siciliana: la pasta condita con salsa di pomodoro, melanzane fritte e ricotta salata. 

Se al risotto milanese si contestava di essere poco digeribile, è innegabile che anche a questo piatto non fa difetto una certa ricamata elaborazione. Attraverso il battesimo di quella prelibatezza, i siciliani volevano tributare un omaggio al talento musicale del corregionale Bellini: piatto alla “Norma” stava infatti a simboleggiare l’esecuzione di un qualcosa fatto a regola d’arte. Veniva così celebrata la singolare alleanza tra musica operistica e prodezza culinaria, tra note brillanti e seducenti aromi.

Alcune considerazioni sui risultati delle amministrative 

I segnali che provengono dalle urne fanno pensare a uno smottamento dei blocchi elettorali. Cresce, non a caso, l’astensionismo. Come ci si prepara alle politiche del prossimo anno?

Non è andata bene in termini di affluenza ai seggi. Nei cinque referendum la percentuale è sprofondata al 20 per cento, mentre nei comuni chiamati al voto (gli 818 gestiti dal ministero dell’Interno) si è recato alle urne solo il 54,72% degli aventi diritto. Alle consultazioni precedenti si era toccato il 60,12%. È abbastanza semplice trarre le conclusioni. Prima della fotografia di chi vince e di chi perde, c’è da osservare con preoccupazione quella che certifica in maniera inequivocabile il lento smottamento della partecipazione elettorale. Una politica disossata, con partiti deboli e gruppi dirigenti senza radici, porta a questo scenario di inaridimento democratico.

Le elezioni amministrative non offrono indicazioni uniformi, essendo molte e varie le combinazioni locali che formano e deformano le tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Cresce la frammentazione come fenomeno correlato all’assentesimo e ciò richiede onestamente una lettura più integrata. Nella cosiddetta periferia emerge una dispersione di fattori che solo l’involucro dell’investitura diretta dei sindaci provvede a contenere, in parte nascondendone gli aspetti negativi, anche dettati da un ricorso irrefrenabile alla personalizzazione della politica. Le basi elettorali, specialmente al sud, risultano friabili, poiché oggi possono disporsi a sostegno di una soluzione amministrativa, domani trasferirsi in altro campo nelle elezioni per il Parlamento. 

Naturalmente i segnali che provengono da una consultazione popolare permettono di individuare i processi che investono le realtà di base, come ad esempio la crescita della destra meloniana (a spese della Lega) e il declino del M5S (a vantaggio di tutti e di nessuno). Secondo le intenzioni di voto, certamente più affinate per l’impatto che i voti scrutinati determinano, cambia l’equilibrio tra i partiti. I dati forniti nella tarda serata di ieri da Bruno Vespa ipotizzano nuove percentuali, con Fratelli d’Italia al 22.5, Pd al 19, Lega al 15, M5S all’11.5, Forza Italia all’8, Celenda e Renzi (insieme) all’8. Dunque, il quadro delle alleanze è destinato a comporsi con più difficoltà rispetto al passato, benché prevalga nell’immediato un flebile coro di auspici per l’avvento di un nuovo e sano bipolarismo.

Il problema del governo, però, non trova soluzione nelle alchimie dei numeri o negli artifici delle formule. Scatta sempre il momento della verità. È impossibile credere che ci si possa preparare al 2023 con la frenesia caratterizzante la mobilitazione di tutti contro tutti, benché l’ampia maggioranza di governo resti vincolata alla leadership di Draghi. Il partito di lotta e di governo, concepito da Berlinguer per salvare l’autonomia del Pci, si configura al presente come una tentazione generalizzata a imboccare con disinvoltura una qualche via di fuga dalle responsabilità. Ora, sembra di capire che i mercati – vedi le ultime giornate negative della borsa – non apprezzino affatto questa fibrillazione endemica, incunabolo di alternative che dovrebbero librarsi in campagna elettorale nel vuoto di una narrazione senza più legami con il recente passato di governo. Invece l’Italia ha bisogno di chiarezza e la chiarezza passa per la lealtà e la coerenza dei partiti che condividono con Draghi il peso delle responsabilità. Qualcosa deve accadere per non tracimare nella confusione.

Potrà il Pnrr rilanciare le aree interne? Un contributo della rivista “Il Mulino”.

Per come è strutturato il Piano e per quelle che sono le condizioni, anche amministrative, delle aree, è difficile pensare che in un tempo breve le aree interne possano effettivamente beneficiare di questa occasione di rilancio.

Luisa Corazza

Chiedersi se il Pnrr riuscirà a rilanciare le aree interne impone una riflessione sull’impatto complessivo del Piano, per coglierne gli effetti sugli equilibri tra i territori e comprenderne le effettive potenzialità.

 

Come è stato efficacemente osservato da Gianfranco Viesti nell’introduzione a questo “speciale” (Un Piano per il Paese), il Piano di ripresa italiano non vede i territori, nel senso che non offre quella lettura trasversale che consente di far emergere la diseguaglianza territoriale.

 

Tra i divari rimossi, quelli che colpiscono le aree interne risultano ancor più nascosti, quasi invisibili nelle pieghe nascoste dell’Italia rugosa, fatta di microluoghi lontani e dimenticati, le cui difficoltà non vengono censite né denunciate perché interessano pochi o nessuno. Trattandosi, inoltre, di luoghi distribuiti lungo tutto lo stivale (l’Italia delle aree interne si snoda dalla val Chiavenna al Salento, passando per l’Appennino centrale) la loro difesa non trova cittadinanza nelle storiche rivendicazioni identitarie che hanno caratterizzato la questione territoriale italiana.

 

Eppure, da più parti si sente dire che il Pnrr rappresenta per le aree interne un’occasione unica, in grado di invertire l’inesorabile curva demografica che ha portato allo spopolamento di luoghi, paesi, aree, determinando non solo la perdita di una memoria che per secoli ha costituito la spina dorsale della cultura italiana, ma anche rischi concreti per la cura dell’ambiente e del territorio (intervenendo al Forum delle aree interne a Benevento il ministro Giovannini ha sottolineato che la cura del territorio è essenziale per evitare il collasso dell’ecosistema).

 

Probabilmente è presto per misurarsi con queste aspettative (si veda l’Accordo stipulato tra il Centro di ricerca per le aree interne e gli Appennini (AriA) e Istat, “per la realizzazione di una collaborazione su le conseguenze del Recovery Plan sulle Aree Interne”); è possibile però individuare nella struttura del piano e nei metodi a cui è affidata la sua realizzazione una serie di fattori che, se ignorati, possono minarne dalle fondamenta le capacità di successo, tenendo conto delle caratteristiche sociali, economiche e culturali delle aree interne. Deve essere inoltre osservato che la scelta di far confluire in un’unica strategia di ripresa tutti i fondi disponibili (nazionale ed europei) depotenzia in parte gli interventi sulle aree interne, che godevano già, grazie al lavoro impostato da Fabrizio Barca con la strategia nazionale per le Aree Interne (Snai), di proprie specifiche linee di finanziamento.

 

Nella struttura del Piano di ripresa è prevista come è noto una specifica missione dedicata alla coesione sociale e territoriale, all’interno della quale sono rinvenibili anche interventi dedicati alle aree interne. Sono state avviate, ad esempio, linee di finanziamento dedicate al potenziamento infrastrutturale per migliorare strade e presidi sociali, nella speranza di creare sistemi, o ecosistemi, che siano in grado di stimolare l’innovazione. Si tratta di interventi che, al momento, hanno attivato soprattutto progetti di rigenerazione urbana nei piccoli centri, ai quali si intreccia il sostegno alle aree colpite dal terremoto, che coincidono in gran parte con aree interne.

 

Il riferimento alle strade, e in generale alle infrastrutture di mobilità che sono il vero punto dolente delle aree interne, consente di allargare il raggio della valutazione del Piano, per cogliere, al di fuori degli interventi specifici di coesione territoriale, alcune linee del Pnrr che producono, in maniera indiretta, un impatto sulle aree interne. È infatti soprattutto in questa visione più allargata che si intravvedono le potenzialità per i luoghi marginali: la questione aree interne si compone, nel Piano di ripresa, di diverse poste, molte delle quali si ritrovano tra le pieghe di altre missioni.

 

Gli interventi concernenti la transizione ecologica, ad esempio, avranno certamente un impatto sui territori delle aree interne, alle prese, da decenni, con problemi di dissesto idrogeologico o impegnati nella tutela della biodiversità, in territori in cui lo spopolamento si misura anche in termini di vulnus ambientale. La questione sanitaria, inoltre, ha rappresentato negli anni uno dei fattori di storico divario delle aree interne (tanto che la distanza dai poli sanitari costituisce un indice di perifericità ai fini della Snai), sicché si può certamente affermare che l’attuazione della missione 6 costituirà un banco di prova fondamentale per il miglioramento della vita delle aree interne. Anche senza volere scomodare la telemedicina, che richiede, per poter offrire un servizio efficace, una cultura digitale adeguata nella popolazione di destinazione (le aree interne sono popolate in prevalenza da anziani), gli interventi più promettenti sono quelli che riguardano la riforma dell’assistenza medica di prossimità, dove le Case di Comunità previste dal DM 71 potranno fare effettivamente la differenza per la medicina territoriale delle “terre d’osso” (v. M. Rossi Doria, La polpa e l’osso: scritti su agricoltura, risorse naturali e ambiente, L’Ancora del Mediterraneo, 2005), ridotta allo stremo da anni di politiche sanitarie tese ad accorpare in grandi centri ospedalieri ogni presidio di cura.

 

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Le madri ucraine e la Madonna a Treblinka

In questi ultimi giorni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Treblinka, richiamando alla memoria  la Madonna Sistina di Raffaello e le sofferenze delle madri ucraine, è tornata di grande attualità per le riflessioni che ha stimolato. “La sua bellezza — scriveva Grossman dinanzi alla famosa tela — è strettamente connessa alla vita su questa terra”.

 

“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hitlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori”. Così Vasilij Grossman, il grande scrittore ebreo russo-ucraino, autore di “Stalingrado” e “Vita e destino”, corrispondente di guerra dell’Armata Rossa , descrive nel suo reportage dal titolo “L’inferno di Treblinka” gli orrori della fabbrica della morte realizzata a pochi chilometri da Varsavia.

 

In questi ultimi giorni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, Treblinka, richiamando alla memoria  la Madonna Sistina di Raffaello e le sofferenze delle madri ucraine, è tornata di grande attualità per le riflessioni che ha stimolato. In occasione della Pasqua , invitato da Papa Francesco, Roberto Benigni illustrando la famosa tela di Raffaello, considerata la “vetta delle cose più belle che ha prodotto l’umanità” , ha affermato che nello sguardo della Madonna Sistina scorgeva le sofferenze delle donne ucraine scalze che abbandonavano le loro terre tenendo in braccio i propri figli  o che vivevano tra mille difficoltà con i propri  piccoli  negli improvvisati ricoveri per difendersi dalle bombe russe.

 

Il capolavoro di Raffaello ha avuto una vita travagliata. Dipinto per la Chiesa del Convento di San Sisto a Piacenza (da  qui deriva il nome di “Madonna Sistina”), fu poi venduto a metà del 700 a Federico II di Sassonia che  collocò il quadro nella famosa Galleria di Dresda. La  tela, nascosta dai tedeschi per non finire distrutta durante i bombardamenti degli alleati, fu scoperta dai Russi che avevano sconfitto le truppe hitleriane  e venne portata a Mosca, dove fu esposta per tre mesi  nel Museo Puskin  nel 1955 prima di essere restituita a Dresda, ricadente – allora —  nella Repubblica Democratica Tedesca. Grossman racconta che il 30 maggio 1955 , come migliaia di persone, entra nel museo Pushkin e si avvicina al quadro di Raffaello. La prima impressione che riceve lo scrittore è che il quadro, la Madonna,  è “immortale”.

 

I Russi hanno avuto e continuano ad avere un grande amore per l’opera di Raffaello. Per tutti basta ricordare Dostoewskij. Così scrive la moglie Anna Grigor’evna nei suoi “Ricordi”: “Mio marito mi conduceva direttamente davanti alla Madonna Sistina. Considerava questo dipinto il massimo capolavoro creato dal genio umano”. Grossman,  al cospetto del quadro,  capì subito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna“ che avevano stupito il suo cuore e il suo spirito, “solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna.“

 

Per descrivere la bellezza del quadro, non si può non riprendere Grossman : “La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine  dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi”.  “E più terrestre ancora mi pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino”.

 

Uscendo dal Museo e riflettendo sulla potenza espressiva del quadro di Raffaello, Grossman comprese che la visione della giovane madre  con il suo bambino nelle braccia riconduceva il suo animo a Treblinka evocando un angoscioso parallelo con le madri lì internate. Era la Madonna di Raffaello che con i suoi piedi nudi calcava la terra di Treblinka “camminando dal luogo ove svuotavano i vagoni fino alle camere a gas”.

 

E così conclude Vasilij Grossman il suo breve capolavoro, la Madonna a Treblinka: “Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo. Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà”. Lo scrittore russo-ucraino, al pari di Dostoewskij, comprese che la bellezza era un baluardo contro la barbarie perché possiede una dimensione etica e religiosa. Non sorprende che Papa Francesco abbia dato significativa rilevanza alla Via Pulchritudinis e che Benigni abbia evocato la Madonna di Treblinka per ricordare a tutti gli orrori della guerra ucraina e lanciare un messaggio di pace. 

Merita, infine, di essere apprezzato il fatto che il Direttore degli Uffizi Schmidt, allo scoppio della crisi ucraina, abbia fatto pubblicare sui social  il quadro  del grande pittore fiammingo Paul Rubens dal titolo “Le conseguenze della Guerra” che rappresenta allegoricamente le sofferenze subite dalle popolazioni durante i conflitti e che ispirerà il capolavoro di Picasso “Guernica”. La bellezza senza tempo di taluni simboli universali può essere utilizzata per la condanna della barbarie e per un accorato appello  alla pace!

Catastrofe referendaria. E ora?

I nodi della politica, in vista del 2023, arrivano al pettine. Si pensa che Draghi debba farsi da parte e non si calcolano le conseguenze politiche di questa prospettiva. Una riflessione seria dovrebbe interessare il Pd, visto che gli exit poll mettono anche in mostra una certa fragilità dell’alleanza con il M5S. Come si consolida l’area del riformismo responsabile?

Il quorum non è stato raggiunto, una volta tanto le previsioni sono state rispettate. La percentuale dei votanti è stata molto bassa e ciò rende più netta la dêbacle. Non si può parlare di una sconfitta inaspettata, ma della naturale conclusione di un’iniziativa politica che fin dall’inizio appariva malamente imbastita. Mentre il Parlamento era impegnato nell’esame della “riforma Cartabia”, il referendum voluto dai Radicali e, peggio ancora, dalla Lega veniva a spezzare la trama delle intese su una materia molto delicata come la giustizia. Questa distorsione, lesiva implicitamente della maggioranza di governo, ha rappresentato agli occhi della pubblica opinione un tentativo strumentale di ricorso alla consultazione popolare. 

Sta di fatto che Matteo Salvini esce da questa prova referendaria ulteriormente indebolito. Del resto, grava su di lui il sospetto di una condotta spregiudicata nei rapporti con la Russia. Guidare un partito di governo in maniera così stridente con le scelte della maggioranza costituisce un elemento di forte discredito. Servirà capire, alla luce dei risultati delle amministrative, quanto la sua leadership abbia imboccato la strada di un declino irreversibile. Se le urne dovessero sancire il declassamento rispetto alla Meloni, sarebbe assai improbabile che nulla accada negli equilibri di partito. Salvini resisterà, conoscendo la tenacia che distingue il suo protagonismo, ma stavolta nella Lega il redde rationem s’annuncia pressoché scontato. Si vedrà, di sicuro un chiarimento di linea politica appare necessario ai fini della tenuta del governo.

Anche il Pd è chiamato a fare chiarezza. Emerge dagli exit poll la percezione di una certa fragilità del cosiddetto campo largo. Non brilla di consensi, alla prova dei fatti, l’alleanza strategica con i 5 Stelle. Su questo punto, anch’esso nevralgico per quanto attiene agli equilibri di governo, Letta ha il dovere di riaprire il confronto negli organi dirigenti. Coerenza vuole che la scelta di porsi a guardia del governo Draghi porti i Democratici a interrogarsi sulle alleanze più idonee a consolidare l’area del riformismo responsabile. Al Nazareno si sottovaluta il rischio di lasciare Draghi troppo solo, pensarlo già fuori da qualsiasi prospettiva elettorale, immaginarne la messa ai margini senza ripercussioni per il futuro dell’Italia. Una proposta politica che regga all’urto di una destra ambiziosa, trainata dalla “novità” della Meloni, non la si costruisce con il semplice restauro del bipolarismo antecedente alla esperienza di Draghi.

I nodi della politica, un po’ per tutti, stanno venendo al pettine.

Il genocidio dell’Holodomor e le opinioni politiche in Italia.

Il PD ha presentato in Parlamento una mozione rievocativa di eventi che sono considerati il più grave sterminio del XX secolo dopo l’Olocausto. Oggi la Russia di Putin si macchia delle stesse crudeli, azioni criminose.

Ciò che colpisce in Italia è il fatto che sia il PD – erede anche della tradizione comunista – a prendere una posizione netta che separa aggrediti e aggressori, a difendere le ragioni della NATO, ad accusare Putin di crimini di guerra. Invece molt propaganda sull’equidistanza da tenere tra Russia e Ucraina, fino ad esprimersi a sfavore della richiesta di adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, viene diffusa dai populisti, dai nazionalisti, dai negazionisti e dai finti pacifisti.

La mozione presentata alla Camera dal PD sul genocidio dell’Holodomor perpetrato tra il 1932 e il 1934 ad opera del regime staliniano (morirono per carestia e per fame cinque milioni di persone di cui tra i tre e i quattro milioni erano ucraini) intende chiarire che si trattò del più grave sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto. Esso si verificò nei territori allora facenti parte dell’ex URSS , nelle aree geografiche attualmente corrispondenti all’Ucraina, al Kazakhistan e alla regione del Volga. “Holodomor  è una parola ucraina che significa “sterminio per fame”: milioni di persone furono private dei mezzi di sostentamento, della possibilità di spostarsi, lavorare, procurarsi il cibo, confinate in intere città e i loro beni confiscati, assoggettate ad operazioni di persecuzione e blocchi stradali  ad opera della polizia  anche per stroncare l’identità politica del popolo ucraino e degli oppositori del totalitarismo sovietico. Questi fatti storici furono documentati per la prima volta dallo storico inglese Robert Conquest nel 1986  e nel 2023 ne ricorrerà il novantesimo anniversario. Significativo l’intendimento di questa mozione: impegnare il governo d’intesa con il Parlamento a riconoscere l’Holodomor come genocidio messo in atto dal regime comunista sovietico per volere di Stalin, che mirava ad annientare una parte di popolazione della Repubblica sovietica ucraina ritenuta pericolosa per l’URSS, attraverso lo sterminio di massa e a promuovere iniziative mirate a rinnovare la memoria di quei tragici eventi, alla stregua di quanto il Parlamento europeo e altri singoli Paesi, attraverso documenti e atti, hanno già riconosciuto.

Non sfugge la similitudine con gli attuali avvenimenti: l’invasione e l’aggressione dell’Ucraina da parte del regime di Putin mascherate come “operazione militare speciale”, un massacro unilaterale e criminale, persino benedetto dal Patriarca di Mosca, allo scopo di denazificare quel Paese che aveva subito la persecuzione di Hitler. Stessa crudeltà, stessa spietatezza, stessa spudorata finzione nel cercare motivazioni politiche e pericoli etnici inesistenti. Stupiscono alcuni dettagli che vale la pena di sottolineare, tanto si appalesano nelle loro contraddizioni. Il fatto che sia il PD, erede in parte del PCI, a depositare questa mozione tendente a ricostruire la verità storica dell’Holodomor fa il paio con la linea politica assunta rispetto alla guerra in atto e dimostra il compimento e la conclusione di un percorso politico verso l’Occidente e l’Alleanza Atlantica. La distinzione tra aggressori e aggrediti è la linea di demarcazione tra il riconoscimento dell’evidenza incontrovertibile dei fatti e la loro mistificazione: PD e IV,. +Europa, Azione e partiti di Centro non hanno mai mostrato cedimenti a favore delle teorie dell’equidistanza, all’ipotesi dell’accerchiamento della NATO come causa del conflitto, patrocinando invece l’allargamento della stessa NATO a Finlandia e Svezia e assumendo come propria la scelta di sostenere l’Ucraina aggredita con la fornitura di armi e la strategia delle sanzioni. Colpisce che il centro sinistra non abbia riserve nell’addebitare a Putin la scelta scellerata di aprire il conflitto, nel confermare l’adesione all’Alleanza Atlantica, nella ricerca di una strategia militare e diplomatica comune ai Paesi dell’U.E.

Sorprende scoprire nuovi contatti della Lega con il Partito Russia Unita (con cui ha tacitamente rinnovato il gemellaggio lo scorso marzo, ad invasione avvenuta), così come l’invito a prendere in considerazione l’ipotesi di cessione di parte dei territori ucraini alla Russia.

Se quella “Z” adottata come icona sui carrarmati, le divise militari, persino le bombe dall’esercito russo vuole rappresentare un revanscismo di tipo veterocomunista (poichè solo in questo modo si potrebbe accusare l’Ucraina di neonazismo) viene da chiedersi come mai una parte della destra , l’ala populista nei 5 Stelle e i nazionalisti sostengano una linea morbida verso Putin mentre dalla parte opposta dell’emiciclo non ci siano ombre o venature nella difesa delle ragioni della nazione aggredita.

Tempora mutantur et nos mutamur in illis”:  è vero ma c’è un limite a tutto. Fa bene il COPASIR e volerci vedere chiaro e sarebbe il caso di andare fino in fondo in questa ricerca della verità sulle infiltrazioni della propaganda russa in Italia, nei mezzi di informazione, nella stampa e nei talk show televisivi. L’ossessione della par condicio – una scelta tutta italiana – porta in televisioni personaggi che adombrano complotti, finzioni e messinscene. Come la strage di Bucha o quella di Kramatorsk, la distruzione di Mariupol, il massacro dei civili, la sparizione di migliaia di bambini, tutte fattispecie  eloquenti di per sé per  le quali i mass media hanno aperto le porte a personaggi equivoci che hanno accreditato tesi insostenibili e francamente vergognose. Mentre nella stessa coalizione di Governo la linea ferma e decisa di Draghi deve fronteggiare atteggiamenti cedevoli e qualunquisti che in nome del disarmo universale propugnano una pace inaccettabile perché significherebbe darla vinta all’aggressore e sottrarre territori alla nazione aggredita, come se l’Italia – dietro minaccia atomica o di guerra sine die e distruzione totale – dovesse cedere all’invasore- si fa per dire-  il Veneto o la Lombardia. C’è da augurarsi che questa messinscena che stravolge la verità sia smascherata  dal COPASIR o da qualche Procura decisa ad indagare sull’attentato alla nostra unità nazionale, anche attraverso contatti decisamente fuori luogo che in nessun modo avrebbero potuto o potrebbero rappresentare linee politiche alternative a quelle adottate da Governo e Parlamento e sancite da alleanze e trattati internazionali.

Ma Calenda che tipo è? Sbeffeggia tutti, con acrimonia, ma vuole essere il federatore dei riformisti.

Vuole fare il terzo polo moderato e riformista, ma non si sa bene con chi e su quali basi. Intanto non disdegna di lanciare segnali di fumo al Pd, che pure mantiene fermo il cosiddetto asse strategico con i 5 Stelle. Troppe contraddizioni, molta presunzione: dove vuole arrivare, in questo modo, il leader di Azione? È una domanda più che lecita, per capire ciò che bolle in pentola dalle parti dei “puristi” del movimento neo-riformatore.

Non passa giorno che il simpatico Calenda non rilasci patenti di onestà, di moralità, di coerenza e di competenza ad esponenti politici di destra, di sinistra e di centro. Una sorta di tribunale di inquisizione all’amatriciana che, debbo dirlo con franchezza, è anche divertente ma dove il contenuto politico è praticamente inconsistente se non addirittura introvabile. Ovvero, per dirla con altre parole, si tratta di giudizi o di sentenze – a seconda dei casi – che si basano esclusivamente sulle persone prescindendo, quasi sempre, da ogni considerazione politica. 

Ora, chi sia Calenda per formulare queste implacabili sentenze resta per tutti noi un mistero. Anche perchè, se dovessimo ripercorre il suo curriculum politico degli ultimi 2/3 anni accompagnato dai giudizi su singoli leader politici, arriveremmo alla conclusione che uno Calenda é veramente “capace, capacissimo, capace di tutto”, per dirla con un celebre slogan di Carlo Donat-Cattin coniugato negli anni ‘80 ma che resta sempre attuale e contemporaneo. Per fermarsi ad alcuni epiteti famosi, non possiamo dimenticare – sempre parlando di Calenda – che “il centro mi fa schifo”, che “Mastella non serve a nessuno”, che Renzi “deve decidere se fare il politico o gli affari” e via discorrendo e poi apprendiamo, nello stesso momento, che lui vuole fare “il terzo polo moderato e centrista”. Con chi, è un altrettanto mistero. A parte con ciò che resta dei radicali, con tutti quelli che scappano dagli altri partiti e con tutti coloro che leggono e apprezzano i suoi quotidiani insulti ed anatemi contro altri leader politici centristi?

Detto fra di noi, è una strategia politica curiosa che sta appassionando un po’ tutti. Almeno quelli che non disdegnano la satira politica e coloro che non sono granchè sensibili alla coerenza della politica e nella politica. Del resto, in una legislatura dominata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare, le argomentazioni di uno come Calenda sono come il cacio sui maccheroni. Di meglio, cioè, non si può trovare.

Ora, però, c’è una domanda attorno alla quale prima o poi qualcuno dovrà dare una risposta. Né banale e né approssimativa. Ovvero, se Calenda è quello che appare tutti i giorni e ciò che dice tutti i giorni – su cui è meglio sorvolare per non trovarsi in un ginepraio inestricabile – dov’è la novità e l’originalità di un personaggio del genere? Ovvero di un politico che lancia strali contro i 5 Stelle e poi, come credo tutti sanno, è disponibile a stringere accordi e alleanze politiche con un partito come il Pd, alleato strategico proprio del partito populista per eccellenza, cioè quello di Conte e di Grillo? Se i centristi gli “fanno i schifo”, se il “centro gli fa schifo”, se insulta i vari leader centristi in campo, lui sarebbe il leader del futuro polo “moderato e centrista?”.

Mi fermo qui perchè potremmo fare un libello, seppur rapido e sintetico, su tutto ciò che dice e tutto ciò che fa senza la benchè minima coerenza del suo ragionamento politico. Non dico culturale perchè credo che pochi hanno capito, sino ad oggi, quali sono i suoi riferimenti culturali ed ideali se non il suo acceso e visibile narcisismo autoreferenziale. Ecco, appunto, ma il simpatico Calenda in politica che tipo è? Così, per saperne di più.

La riforma laboral. L’analisi di Bentivogli sulla nuova normativa spagnola in materia di lavoro.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo da lui scritto per il magazine “Fortune Italia”. Le sue conclusioni sono molto nette: “Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani”.

La nuova Riforma del lavoro del governo di Sanchez è in realtà ‘la riforma della riforma’: modifica e cambia direzione a quella del popolare Rajoy nel 2012. Riforma che non solo fece crescere la precarietà, ma anche la possibilità di diffusione “legale” di lavoro povero. La Rajoy non è abrogata: restano in piedi le normative sui licenziamenti. Il dato nuovo: i provvedimenti successivi allo Statuto dei lavoratori del 1980 andavano verso una progressiva liberalizzazione, tendenza ora invertita. La riforma ha raccolto consenso tra governo, sindacati e associazioni datoriali ma è stata fortemente osteggiata dall’opposizione. Il decreto era stato approvato il 28 dicembre 2021 ma nel voto parlamentare di conversione finale ha registrato 175 sì e 174 no, grazie a un errore del voto telematico del deputato popolare Alberto Casero. La riforma risponde ad una condizionalità posta dall’Ue per lo sblocco di 12 mld del Next Gen Eu: la riduzione di disoccupazione e precariato, che come in Italia colpisce i giovani e le donne.

 

Perché se ne parla? Secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istituto nazionale di statistica (Ine), oggi 12,8 milioni di spagnoli hanno un contratto stabile, un record. Il balzo ad aprile, quando sono stati firmati 1.450.093 contratti: di questi il 48,2% a tempo indeterminato, secondo i dati del ministero del Lavoro. La diminuzione dei contratti a termine ha portato a una riduzione del tasso di occupazione a tempo determinato, ora al 24,21%. Ora si prevedono solo 2 tipi di contratti a termine: quello strutturale e quello di sostituzione di un altro lavoratore. Nel primo caso non si possono superare i sei mesi (un anno in caso di accordo collettivo con i sindacati di settore). Riformato anche il con- tratto di formazione, gli ammortizzatori sociali e il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto. Abolito “il contratto di lavoro e servizio”, uno dei maggiori responsabili della precarietà. Vengono incrementate le fattispecie in cui l’azienda deve proporre una ricollocazione e un percorso di formazione professionale. Due i contratti a causa mista (formazione e lavoro) con regole più chiare. Per le irregolarità sono previste sanzioni e trasformazioni a tempo indeterminato.

 

Tra gli aspetti più controversi della riforma del Partito Popolare del 2012 c’era la limitazione a un anno dell’ul- trattività, ovvero il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto, che nella nuova riforma viene estesa fino a ulteriore rinnovo. Vengono limitate le deroghe alla contrattazione nazionale ed esclusi, dalle materie derogabili, salario e orario. Esattamente come previsto in Italia dal 2011 e dal T.U. del gennaio 2014. A febbraio il governo spagnolo e i due principali sindacati del Paese, Ugt e Comisiones Obreras, con la contrarietà della Confindustria spagnola (Ceoe), hanno stretto un patto per fissare il salario minimo a 1.000 euro al mese (per 14 mensilità), con un aumento di 35 euro sul 2021. La misura interessa 2 milioni di lavoratori e riguarda la soglia minima retributiva dei lavoratori dipendenti.

 

Le comparazioni sono sempre utili, ma a condizione che siano svolte senza dimenticare i contesti e le storie dei diversi Paesi.

 

Cosa abbiamo, in Italia, già da tempo? Innanzitutto, la parità di condizioni contrattuali (non solo retributive) tra lavoratori in somministrazione e lavoratori a tempo indeterminato, dal 1997, con la legge Treu. La nuova riforma spagnola incide molto sui contratti di brevissima durata, inferiori a un mese e soprattutto a 7 giorni, da noi in crescita ma meno diffusi. È presto per dire se i dati saranno stabili (come spero) o una fiammata di adattamento, tipica dei casi di instabilità delle norme. Come accaduto da noi post jobs act, grazie agli incentivi in decontribuzione fiscale per le assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti (2015), o post “decreto dignità” (2018), con cui i limiti ai contratti a termine oltre i 24 e soprattutto i 12 mesi portarono le aziende (purtroppo solo temporaneamente) a trasformare a tempo indeterminato i contratti delle persone che altrimenti sarebbero state sostituite. 

 

Per comparare i due contesti: in Italia, a fine 2021, i contratti a tempo indeterminato sono 14.836.012 (l’83%), mentre quelli a tempo determinato sono 3.028.066 (il 17%). L’Italia è uno dei Paesi in cui il part-time obbligatorio è tra i più alti e in crescita. Un problema comune ai due Paesi. Secondo le comunicazioni obbligatorie (COB), nel terzo trimestre 2021, il 31,2% delle posizioni a tempo determinato ha una durata fino a 30 giorni (il 9,9% un solo giorno). Si riscontra un aumento delle attivazioni dei contratti di brevissima durata, e di quelli da sei mesi a un anno (Scicchitano, S; 2022). Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani: il lavoro povero si combatte con nuove tutele, ma soprattutto con un’istruzione di qualità e il diritto soggettivo alla formazione, punti cardine sorvolati da tutte le riforme italiane dal 1997 a oggi.

 

Fonte: “Fortune Italia”, giugno 2022.

Si fa presto a dire Draghi, più difficile coglierne la sfida politica.

Le crisi in corso impongono un dibattito sulle prospettive a partire dai punti fermi indicati all’Ocse da Draghi rispetto alle priorità del presente. Prima e più del consenso, conta lo stile per quanti vedono nella visione proposta dal Presidente del Consiglio la via per affrontare una situazione generale delicata e per rigenerare la politica.

L’annuncio della presidente della Bce Christine Lagarde dei rialzi programmati del costo denaro e della fine degli acquisti dei titoli di stato, contribuisce a rendere ineludibile il dibattito sul futuro dell’Europa e dei nostri sistemi democratici. Nel contempo l’Europa è l’area del mondo che più averte le ripercussioni economiche della guerra in Ucraina, e che più si è sbilanciata nella corsa alla transizione ecologica, penalizzando e riducendo le fonti di energia tradizionali e ottenendo nell’immediato il risultato di fare salire il costo dell’energia.

Questi ed altri fattori impongono, appunto, un dibattito sulle prospettive. A cominciare da come si pensa di percorrere la curva pericolosa che ci sta dinnanzi dell’iperinflazione, senza finire di nuovo a Weimar ma senza neanche correre il rischio di rompere l’area Euro. In questa direzione i suddetti annunci della Lagarde non possono che far parte di una “liturgia” collaudata, atta a placare i Paesi del Nord ma senza asfissiare quelli mediterranei. Alla linea indicata dal presidente del Consiglio Mario Draghi il 9 giùgno scorso all’Ocse non sembrano esserci alternative: “responsabilità e solidarietà”. Possono cambiare gli addendi, si può avere un scambio dei ruoli fra i soggetti delle molitche monetarie, si possono inventare nuovi programmi ma alla fine il risultato non può mutare, a forme di acquisto dei titoli di stato da parte della banca centrale non c’è alternativa, soprattutto in tempi di deflazione.

Politiche monetarie adeguate al difficile momento sono il presupposto per un progetto di ripresa, al quale è certo essenziale la fine della guerra il più presto possibile. Ma poi – ed è ancora il discorso di Draghi all’Ocse in quello che si può considerare il passaggio centrale – per costruire il domani “dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte”. Non un approccio ideologico ma l’umiltà e la saggezza di riconoscere che accanto alle priorità definite vi sono quelle che la storia ci impone nel presente. La questione della transizione energetica è emblematica sotto questo profilo. Oggi il tema è il caro energia e il caro cibo, contrastare in Italia e nelle aree più povere del mondo, a cominciare da quelle in Africa, l’aumento delle disuguaglianze e della povertà, che provocano. Inoltre, non ci si può fossilizzare sui sistemi attuali di generazione delle energie alternative ma puntare, come ha suggerito Draghi a Parigi, a “promuovere ulteriormente la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite”.

Quali considerazioni politiche si possono trarre da un simile stato di cose? Forse quella più significativa è che l’attuale presidente del consiglio continua a dare prova di guidare non solo l’azione di governo ma di occupare anche e con enorme autorevolezza, lo spazio della progettualità e dell’elaborazione politica lasciato sostanzialmente sguarnito da questi partiti i cui gruppi dirigenti, chi più chi meno, appaiono incapaci di andare oltre una scaletta di priorità che mutuano dall’esterno, che non riescono più a definire in autonomia e tantomeno in sintonia e in dialettica con l’elettorato. L’altra lezione politica da apprendere, a mio avviso, è che un sistema pur formalmente multipartitico, ma che dimostra preoccupanti sintomi di fobia del pluralismo delle opinioni e dei punti di vista, strutturati e rigorosi ma non per forza coincidenti con la visione delle ristrette cerchie in cui è concentrato il potere, sui temi cruciali (economia, politica internazionale, ambiente, salute, energia…) finisce per essere inadeguato ad affrontare le sfide, che richiedono sempre uno sguardo più ampio dell’ideologia e delle mode del momento. È nell’interesse di tutti, e della democrazia, fermare una deriva che degrada sommariamente e sistematicamente ogni posizione diversa a fake news.

Se in qualche modo assistiamo a tutto questo, allora, credo, debba anche cambiare radicalmente il modo in cui si pone il tema di una lista o di un contenitore per Draghi per le prossime politiche. Nessun paragone è possibile col passato. La debolezza del sistema dei partiti è tale che a Draghi non sembrano esserci alternative anche per la prossima legislatura. Dunque, il problema, paradossalmente, non è tanto il consenso ma lo stile, il recupero di credibilità, la capacità di esser in sintonia con le direttrici di una leadership internazionalmente riconosciuta che esprime un’idea di Paese per il nuovo mondo multipolare, che di riffa o di raffa, emergerà dalle crisi in corso. Se un tale raggruppamento si costituirà, la sua principale ragione sociale non potrà che essere quella di cercare di instaurare un dialogo, effettivo, non a senso unico, con quello che in questa fase purtroppo sembra costituire il partito di maggioranza nel migliore dei casi solo relativa, che è il partito dell’astensione. Ma perché ciò diventi possibile è necessario superare steccati ideologici, dogmatismi di convenienza e massimalismi di varia natura che ben poco hanno a che fare con una cultura di centro.

Federalismo = autonomia = sciacallaggio

La proposta di poteri differenziati a vantaggio di alcune Regioni settentrionali suona come una beffa per il Meridione.

Gianluca Budano 

Mi vergogno di vedere all’attenzione di Governo e Parlamento ancora una volta una proposta di autonomia differenziata che significa che chi corre di più in una Regione ha più soldi da spendere per i suoi cittadini! 

Dopo anni in cui il sud (dire sud è una semplificazione perché anche alcune aree del centro Italia sono interessate) ha arricchito la sanità del nord, ha smaltito la produzione del nord, ha fornito manodopera spopolandosi, si è sorbito gli impianti inquinanti che hanno portato morte e neutralizzazione delle vocazioni economiche territoriali, non ha avuto le stesse infrastrutture (strade, alta velocità, ecc), ha pagato i riparti delle risorse europee e di quelle nazionali imposti con la logica dei più forti e con una buona dose di accondiscendente e incompetente classe dirigente dello stesso sud. 

Per non aggiungere che siamo nel pieno di un conflitto bellico, di una pandemia e di un caro vita senza paragoni (dopo la benzina, ora anche l’aumento dei tassi di interesse dei mutui prima casa!!!). Per non parlare del fatto che nel 2022 il diritto alla salute uguale per tutti è ancora una finzione in barba alla Costituzione e nel centro sud si muore prima, e in culla di più.

La politica del sud (o dei sud) si unisca in un muro compatto, senza eccezioni! E chi al nord si dice solidale, lo dimostri dicendo NO a questo cannibalismo senza precedenti, altrimenti è connivente e appartiene al partito trasversale degli sciacalli.

 

Gianluca Budano è stato Vice Presidente nazionale delle Acli.

«L’emancipazione alimentare dei popoli farà la pace dal basso» (L’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione l’intervista a Pier Sandro Cocconcelli, ordinario di microbiologia degli alimenti della Facoltà di Scienze Agrarie e alimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. La sua tesi è chiara, ma al tempo stesso impegnativa: bisogna «progredire come comunità internazionale, senza bisogno di attingere al granaio del mondo attraverso una filiera che la guerra può paralizzare».

 

Chiara Graziani

 

Pier Sandro Cocconcelli è un microbiologo alimentare. Ordinario di microbiologia degli alimenti della Facoltà di Scienze Agrarie e alimentari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si occupa di creare l’ambiente più salubre e indicato per fornire all’uomo il cibo che gli occorre: quindi di come gestirne produzione e trasformazione con cura, cautela e tecnologie adeguate e aggiornate.

Ma siccome il buon cibo, o il cibo buono, non è solo quello che non nuoce ma quello che ti permette di diventare una persona integrata e libera, inevitabilmente il professore si trova davanti interrogativi pratici ed etici che portano molto lontano se si segue un approccio integrale alla questione. Approccio integrale e multidisciplinare che è fra gli obiettivi del SACRU (Strategic Alliance of Catholic Research Universities, 8 atenei in quattro continenti) del quale è capofila proprio l’Università Cattolica.

«Produrre cibo sicuro, e sviluppo integrale dell’uomo — ci spiega Cocconcelli — richiede anche stabilità, equa distribuzione dei benefici, accesso ai diritti, ricaduta sulla promozione dell’intera società e non solo dei singoli individui. Passare dal paradigma del solo successo individuale — importante ma non sufficiente — a quello, invece cruciale, del successo comune. In un certo senso produrre il cibo buono, non solo il buon cibo, è un’opera di pace perché richiede attenzione al bene comune. E questo ci ricorda la crisi del grano bloccato nei porti dalla guerra in Ucraina, con l’Africa forzata ad importare per sopravvivere, quando potrebbe ridurre sostanzialmente la dipendenza da altre regioni aumentando la capacità di produrre cereali e altri prodotti della terra più adatti ai diversi territori ed alle loro caratteristiche. Oltre che alle esigenze nutrizionali della popolazione, che oggi presenta il tasso più elevato di malnutrizione. All’Africa rischia di mancare il grano russo-ucraino (il famoso granaio del mondo dal quale non esce il raccolto per il blocco dei porti) ma potrebbe fare molto di più da sola; diversificare e continuare il processo per rendersi autonoma. Progredire come comunità internazionale, senza bisogno di attingere al granaio del mondo attraverso una filiera che la guerra può paralizzare. Ma lo scenario africano è fra i più complessi ed accompagnare questo processo di emancipazione alimentare e umana richiede un impegno di lungo respiro e che tocca molti aspetti etici e politici».

La prima conseguenza della guerra, oggi guerra globale, è dunque il cibo cattivo. In tutti i sensi.

È senz’altro una delle conseguenze più gravi che raggiungono, anche molto lontano dal teatro del conflitto armato, le popolazioni più fragili. Dal 24 febbraio abbiamo visto quanto l’invasione di una nazione da parte di un’altra abbia un potentissimo effetto sistemico che arriva in aree lontane.

Professore, lei fa parte della rete universitaria cattolica internazionale SACRU . Un network di competenze, dalla sua a quelle sociali ed economiche, che ha deciso di affrontare la questione dell’accesso al cibo buono in maniera integrale. In che misura la questione della sicurezza e della salubrità alimentare è anche un problema di stabilità e di pace?

Mi lasci premettere che altre sono le mie competenze specifiche: io lavoro sulla sicurezza del cosiddetto food system, dal campo alla tavola. Ma, da Manzoni in qua ci è stato spiegato molto chiaramente a cosa porti il pane negato o scomparso. Dai tumulti di San Martino nel 1628, fino alle più recenti rivolte per il pane del 2011 nel nord Africa, la storia si ripete: fame, insicurezza, assalto ai forni.

Quella che oggi chiamiamo food security, la disponibilità e l’accesso al cibo, da sempre ha un impatto profondo sulla stabilità delle società e sulla pace. Ma anche la food safety, la salubrità del cibo di cui ci nutriamo, impatta fortemente sulla vita dei cittadini e può avere pesanti costi sociali: malattie alimentari, malnutrizione, aspettative di vita molto più basse. Una situazione che era già grave prima di questo conflitto e che, purtroppo, sembra destinata a peggiorare rispetto alle previsioni. La Fao stima che nel 2022 ci siamo ritrovati sotto questo punto di vista, ai dati di 10 anni fa. Siamo tornati indietro al 2012, dieci anni bruciati e le previsioni indicano un rilevante aumento delle persone malnutrite, fino al 10% della popolazione mondiale, a causa della pandemia Covid. A questo andranno aggiunte le conseguenze della guerra.

Crede che anche i Paesi più ricchi potrebbero essere raggiunti dall’insicurezza alimentare, visto che la guerra in Ucraina si abbatte su un sistema così profondamente interconnesso e globale?

Non ci aspettiamo, al momento, problemi di salubrità o di disponibilità del cibo nei Paesi più ricchi. Ma possibili ricadute sulla capacità di acquisto, di garantirsi l’accesso a una nutrizione sufficiente ed equilibrata, sì. Con tutte le conseguenze di cui parlavo prima.

La situazione, dunque, evolve in fretta e non in bene. La ricerca universitaria e cattolica in cosa può contribuire?

Compromettendosi in un grande progetto di istruzione e formazione integrale nei Paesi che ne hanno bisogno. La pianificazione della produzione alimentare, che è necessaria, non può che passare dalla formazione di persone — di personalità se non vogliamo usare il termine leader — che facciano delle loro competenze, lo ripeto integrali, il motore del successo umano della società cui appartengono. Persone in grado di indicare un percorso, non solo di diventare appetibili sul mercato estero del lavoro qualificato.

Ci faccia un esempio.

Anche due. C’è un bando, finanziato con fondi della Cei, con il quale la Cattolica offre di formare in tre anni i docenti delle università africane interessati ad un dottorato executive in scienze agrarie e alimentari. L’idea è formare i formatori con le migliori conoscenze scientifiche oggi disponibili. Perché siano in grado di trasferire competenze nelle loro società e di usare le tecnologie più innovative per uno sviluppo sostenibile. Uno dei gravissimi problemi che tiene l’Africa ostaggio del “granaio del mondo” e, quindi, della guerra, è anche il non potere trasferire ai Paesi africani le tecnologie che già ci sono ma che non possono ancora essere applicate alla produzione alimentare regionale e alle sue esigenze. E, ovviamente, non ci rivolgiamo solo agli atenei cattolici. Tutte le università africane, senza distinzione, possono concorrere al bando.

Il secondo esempio?

Fra i tanti mi viene in mente il professor Mario Molteni della mia università che con la fondazione E4Impact (Imprenditoria per l’Impatto) ha coinvolto università africane, in diciannove paesi di diversi, in un programma di formazione imprenditoriale per i giovani. Dopo due anni di master i partecipanti, più di un terzo donne, sono invitati a proporre un progetto operativo aziendale. Molto spesso si tratta di imprese nel settore agroalimentare. Ed il 60% dei progetti al momento presentati si è trasformato in un’impresa reale e tutte le imprese già presenti sono cresciute. Un caso di formazione dei singoli che porta benefici a tutta la comunità, che è l’obiettivo di ogni progetto in campo.

Scienze dell’alimentazione, agraria, economia. Un approccio integrale al problema del cibo.

Non posso non ricordare anche l’aspetto etico della questione. La difficoltà sul terreno è il rapporto di interazione fra sistema politico e sociale e gli investimenti che si fanno in quel contesto. Esistono buone e cattive prassi. Il caso del professor Molteni, formazione e promozione a partire dal basso, è sicuramente un caso scuola di buona prassi. Vede, l’Africa, e non solo, ha bisogno di una pianificazione che è mancata sulla capacità di garantirsi sicurezza alimentare, intesa in entrambe le accezioni security e safety. E per far questo occorre imparare a produrre in modo efficiente, aumentando la quantità di cibo prodotto e, allo stesso tempo, sostenibile, senza aumentare l’impatto negativo sull’ambiente, deforestando o sprecando acqua. È poi essenziale mettere in piedi filiere sicure e salubri di produzione e trasformazione degli alimenti, riducendo il tasso di malattie alimentare che ancora oggi colpisce in modo pesante le popolazioni dei paesi a basso reddito, in particolare i bambini. Questo non può andare avanti. E solo una formazione integrale, la migliore istruzione interdisciplinare possibile, offerta partendo dal basso può cambiare le cose. Dobbiamo formare non solo bravi agronomi e tecnologi alimentari esperti delle tecnologie più innovative ma che nel contempo siano dotati di competenze trasversali per gestire la complessità del sistema alimentare. Su questo ho una ferma convinzione.

Le avranno obiettato che si tratta di un processo molto lungo.

Certamente. Ma occorre cominciare. Ed ora è il momento. Le conseguenze della guerra ce lo dimostrano. 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 11 giugno 2022.