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Dai ministri degli esteri dei Paesi Brics un invito al dialogo

Il primo giugno scorso a Città del Capo in Sudafrica si è svolto il vertice dei ministri degli esteri dei Paesi che costituiscono il Coordinamento Brics. Si è trattato dell’incontro di più alto livello svolto sinora nell’ambito della presidenza di turno sudafricana in preparazione del vertice dei capi di stato e di governo del prossimo agosto.

Il giorno successivo, ieri, i ministri degli esteri dei 5 Paesi hanno incontrato i loro omologhi di 12 Paesi “amici dei Brics”. Si tratta di Indonesia, Bangladesh, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, la Comore, Gabon, Congo, Argentina, Cuba e Venezuela. Un gruppo di Paesi che insieme ad altri, come Algeria, Siria, Messico, Afghanistan, Pakistan, paiono interessati ad aderire all’iniziativa dei Brics. Eventi che testimoniano come la multipolarità sia ormai un dato di fatto da capire e con il quale confrontarsi.

La stessa dichiarazione congiunta rilasciata al termine del vertice dei ministri degli esteri dei Paesi Brics si pone come un contributo al dibattito sulla politica mondiale che non andrebbe ignorato, sottovalutato o non colto nel suo reale spirito, estrapolando solo passaggi ad effetto. Vi si trovano infatti posizioni molto equilibrate e prudenti, pur nella loro peculiarità.

Il documento esprime le proposte e le preoccupazioni comuni dei 5 Stati in ordine alla necessità di una riforma delle istituzioni internazionali che sia più aderente alla mutata realtà del XXI secolo e in ordine alla necessità di rafforzare il multilaterarismo. E lo fa sottolineando la centralità delle Nazioni Unite e della cornice del diritto internazionale.

In particolare i Brics individuano nella cooperazione politica e di sicurezza, in quella economica e finanziaria, e in quella culturale i tre pilastri della loro strategia.

I ministri Brics hanno ribadito anche l’importanza del G20 come forum multilaterale, gruppo del quale tre Brics avranno la presidenza di turno fino al 2025, infatti alla presidenza attuale dell’India seguiranno quelle del Brasile e del Sudafrica.

I 5 ministri hanno chiesto che l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile nelle sue tre dimensioni – economica, sociale e ambientale – avvenga in modo equilibrato e integrato, mobilitando i mezzi necessari per attuarla.

La valutazione negativa espressa sulle sanzioni viene collocata all’interno di una più ampia critica a “misure coercitive economiche unilaterali, come sanzioni, boicottaggi, embarghi e blocchi” per il loro impatto sull’economia mondiale.

Vi è poi una presa d’atto dell’importanza dell’uso delle valute locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i BRICS e i loro partner commerciali, ma senza ostilità verso le altre valute.

La dichiarazione congiunta di Città del Capo ha espresso apprezzamento sui tentativi in corso di soluzione diplomatica della guerra ucraina, sottolineando in ogni caso la necessità di garantire il traffico commerciale del grano sul Mar Nero e dei fertilizzanti, e ribadendo l’importanza di consentire ai cereali e ai fertilizzanti di continuare a raggiungere i più bisognosi.

Nel Pd si è spenta la funzione dei cattolici democratici

La sconfitta nelle ultime amministrative ha riaperto il dibattito all’interno del Pd. La Schlein ha provato a non farsi vedere, ignorando persino l’urgenza di una valutazione dei risultati negli organi di partito, ma senza riuscire per questo a velare lo stato di allerta che circola al Nazareno. A non farsi vedere, stavolta, sono i testimonial del nuovo corso. L’unico a fare eccezione è Dario Franceschini, convinto oramai che la politica sia fatalismo, per cui basta attendere pazientemente per tornare prima o poi al governo. Anche Prodi si è detto preoccupato della vaghezza della proposta politica, non a caso sdegnata dagli elettori; una vaghezza, persino nel normale cifrato della comunicazione mediatica, che fa pensare ad un’altra Schlein rispetto a quella trionfante nelle primarie con il messaggio della radicalità. Doveva essere la Greta Thunberg del progressismo tutto diritti e niente mediazioni, magari con una maturità più consona all’impresa di redenzione della sinistra, ma non è stato così. O perlomeno non ha dato l’idea di esserlo nel suo noviziato di leader senza passato, e quindi senza peccato.

Il paradosso sta nel fatto che ora siano proprio gli sconfitti a richiamare l’ancoraggio della politica allo sperone di una certa radicalità d’impegno, anzitutto nella dialettica parlamentare, per incalzare la maggioranza sul terreno delle scelte di governo. La componente degli ex popolari non manca di pungere con questo stiletto polemico, immettendo così nel circuito della critica un richiamo alla maestà del realismo, ultimo retaggio incontrovertibile del pensiero politico cattolico. È Castagnetti a ricordare, ieri sul Foglio, il catechismo di una politica emancipata dal dogmatismo e ricondotta – par di capire – nell’alveo della sua eminente funzione di servizio al bene comune. Un modo, questo, per non esasperare il dissenso sulle questioni di natura etica, come evidenziato ultimamente in materia di maternità surrogata. Sul punto Delrio e Lepri, in un intervento a doppia firma su Avvenire di oggi, fanno del loro meglio per mettere a segno la classica quadratura del cerchio. “Il Pd – scrivono i due dirigenti – non ha finora compiuto atti di rottura sui temi etici. Qualche volta, tuttavia, ha comunicato questa sensazione”.

In altre circostanze fu D’Alema a rammentare che anche in politica vale la formula ”esse est percipi” (l’essere significa essere percepito) enunciata da George Berkeley, il filosofo e vescovo anglicano del XVII-XVIII secolo. La classe dirigente del Nazareno, in primo luogo quella di radice democratico cristiana, dovrebbe considerare il vincolo posto da questo enunciato. Anche solo l’appartenenza al mondo socialista e socialdemocratico europeo, fortemente caratterizzato da posizioni di liberismo etico, spinge nel verso di questa pubblica “percezione”. E il Pd, complice la propaganda congressuale della giovane segretaria, è andato anche oltre la soglia per la quale poteva essere percepito come il partito del “radicalismo etico”. Nell’opinione comune questo dato è apparso come fondativo del “nuovo Pd” targato Schlein.

Il problema che adesso si pone ai cattolici democratici è se la battaglia nel Pd può avere ancora un riscontro accettabile. I dubbi sono grandi e ogni giorno diventano sempre più grandi. Affidarsi alla virtù del pragmatismo equivale a smentire l’ambizione di fungere da coscienza critica – usiamo pure questa espressione – del centro sinistra risorto dopo la caduta della Prima Repubblica. Servirebbe invece che gli stessi Castagnetti e Delrio, solo per citare i più rappresentativi, non indugiassero a spingere la loro critica fin dove necessario a disvelare il fallimento dell’operazione che ha portato con tutta evidenza alla consumazione del “partito unico del riformismo”. Lo sforzo di correzione dall’interno è diventato un impegno inane,  senza respiro strategico, tanto da presentarsi agli occhi della pubblica opinione come un sorvolamento sulla crisi del Pd. Dunque è tempo di riconoscere che i popolari, dispersi e pur legati alla lezione di Sturzo De Gasperi e Moro, possono o meglio devono riprendere un percorso di autonomia. Il Pd non è il sogno che avevano sognato, magari con troppa fiducia e senza precauzioni.   

 

Ciriaco De Mita, l’uomo che prendeva sul serio la politica.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Riportiamo il testo integrale dell’omelia di Mons. Paglia alla messa di suffragio, officiata a Roma nella Chiesa del Gesù mercoledì 31 maggio, a un anno dalla scomparsa del leader irpino.

Ci ritroviamo qui, in questa chiesa del Gesù, familiari ed amici, per ricordare – ad un anno dalla morte – Ciriaco De Mita. La fede ci suggerisce di pensarlo in quella casa del Padre, dalle molte dimore, di cui Gesù parlò ai discepoli, prima della Pasqua: “perché dove sono io siate anche voi”, consapevoli che i legami che stringiamo sulla terra sono stretti anche nei cieli. Oggi la Chiesa celebra la festa della Visitazione della beata vergine Maria a Elisabetta. E a me pare una coincidenza ricca di significato ricordare Ciriaco De Mita dopo aver ascoltato il Magnificat. Da quasi duemila anni, questo canto risuona nelle più diverse circostanze storiche. Di generazione in generazione, i credenti lo hanno cantato, sia quando la loro vita scorreva tranquilla sia durante le persecuzioni, sia quando ad essi le società hanno affidato la loro guida sia quando sono stati ai margini o poco rilevanti. 

Tutti abbiamo ascoltato o cantato il Magnificat molte volte. Eppure, ogni volta le sue parole ci sorprendono. È un canto che rovescia le apparenze della storia secondo cui i superbi e i potenti sembrano sempre prevalere. Perché, come capiamo dalle parole di Elisabetta ricolma di Spirito Santo davanti alla “madre del mio Signore”, la vittoria dei superbi e dei potenti è davvero apparenza. Il vero protagonista della storia – che tuttavia si serve delle mani degli uomini e delle donne – è infatti Colui che innalza gli umili, che ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi. È la potenza della misericordia che compie quest’opera straordinaria. 

Certo, solo Dio può compiere l’opera straordinaria cantata dal Magnificat. Eppure siamo chiamati tutti, in qualche modo, ad imitarlo. Per certi versi è proprio questo il compito che anche la politica può realizzare, seguendo anzitutto la strada indicata dalla lettera ai Romani: non essere pigri nel fare il bene, ma ferventi nello spirito; lieti nella speranza e costanti nelle tribolazioni; perseveranti nella preghiera; pronti a sostenere le necessità dei santi e premutosi nell’ospitalità. Capaci – ed è qui che siamo chiamati ad imitare la perfezione del Padre – di benedire quelli che ci perseguitano.

Anche Ciriaco lo ha sicuramente ascoltato più volte. Non so che cosa abbia pensato ascoltandolo, anche perché non amava parlare della sua fede e non ci ha lasciato molte testimonianze pubbliche a questo proposito. Ha espresso tante volte le sue visioni e le sue idee, ma la fede era per lui “una dimensione intima e discreta di cui preferiva non parlare”. La fede per lui non coincideva con quel clima “sacrale” che egli percepiva a Nusco quando era bambino e adolescente. La fede per lui era piuttosto “una libera adesione personale” e una “radice profonda” cui continuare sempre a tornare. Ha avuto un senso molto forte in lui il senso della della laicità e cioè della necessità di mantenere non solo distinte ma anche separate fede e politica: questa convinzione ha ispirato l’azione della Base alla cui fondazione e al cui sviluppo ha dato un contributo molto importante. Eppure, la politica è stata per lui sicuramente un modo per portare lo straordinario nell’ordinario: c’è stata sicuramente questa spinta profonda – direi spirituale – alla radice di una passione non comune che ha segnato il suo eccezionale impegno politico.

Ciriaco De Mita ha detto una volta che l’attività politica non è gratificante per il “senso di superiorità rispetto agli altri che il potere spesso induce in chi lo ha; la vera, sana, gratificazione del politico consiste nel raggiungere risultati positivi per la comunità”. E ha aggiunto: “questa attività somiglia, per il forte impegno e per lo spirito di sacrificio che spesso richiede, al gesto con cui si fa un dono”. Insomma, in sintesi affermava che la politica ha bisogno di “generosità”. Chi lo ha conosciuto sa che credeva in queste cose e le ha anche vissute. La tenacia con cui legava qualsiasi scelta ad un “ragionamento” – le radici culturali della Cattolica e dei suoi maestri non lo hanno mai abbandonato – esprimeva la forza con cui ha sempre mantenuto queste convinzioni. Non doveva essere il potere l’obiettivo della politica: quest’ultimo rappresentava uno strumento e dunque l’opportunità di perseguirlo o di lottare per conservarlo dipendeva dalla qualità del fine che si perseguiva. O meglio del disegno che si intendeva realizzare.

De Mita conosceva bene la politica e sapeva bene quanto male può fare. “La politica disumanizza” disse un giorno ed era addirittura convinto che “più la si riduce meglio è”. Possiamo chiederci come si conciliano queste parole con un impegno politico vissuto sin da giovanissimo e fino all’ultimo giorno. A me pare illuminante l’attenzione con cui ha sempre guardato alle istituzioni e alla loro riforma. È come se avesse sempre voluto immettere nella politica un di più: la politica insomma non solo e non tanto come lotta o anche compromesso tra forze diverse per il potere ma come strumento per costruire la casa comune e cioè come mezzo per limitare, regolare, orientare l’uso del potere. E lo si fa in modo esemplare proprio prendendosi cura delle istituzioni, ma non facendo prevalere in tale cura una posizione di parte, bensì favorendo una convergenza e una collaborazione tra partiti diversi più ampia possibile. Si deve proprio a Ciriaco De Mita il primo e più importante tentativo di riforma istituzionale della “Repubblica dei partiti”, condotto negli anni Ottanta dalla Commissione Bozzi. E fu suo – in collaborazione con Nilde Iotti- anche l’ultimo serio tentativo di salvare la politica italiana riformandola profondamente prima del collasso del 1993-94. E, al di là dei diversi giudizi nel merito, ai suoi tentativi tutti hanno riconosciuto onestà di intenti, serietà di metodi e validità di fini.

È una lezione di particolare attualità perché oggi non sappiamo bene che cosa pensare e come regolarci riguardo al potere. Spesso lo giudichiamo un male in sé, che non dovrebbe esistere, che dove si manifesta debba essere sempre contestato e mai approvato. Proprio l’altro  giorno – ed è una felice coincidenza con questa memoria – papa Francesco, diceva: “Per il cristiano, grandezza è sinonimo di servizio. Amo dire che ‘Non serve per vivere chi non vive per servire’. E credo che oggi il conferimento del premio Paolo VI al presidente Mattarella sia proprio una bella occasione per celebrare il valore e la dignità del servizio, lo stile più alto del vivere, che pone gli altri prima delle proprie aspettative”. Il Magnificat ci insegna che non è certo un male un potere che disperde i superbi e rovescia i potenti, che innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. Indubbiamente, sappiamo che gli uomini e le donne esercitano il potere con ben altri scopi, esaltando la forza dei ricchi e dei potenti. Ma rifiutando per principio qualunque potere si rischia involontariamente di aprire la strada al potere autoreferenziale dei più forti. È questo li motivo profondo dei tentativi di regolare la politica, compresi quelli di Ciriaco De Mita: obbligarla il più possibile ad adempiere alla sua vera funzione, quella – sono parole sue – “di aiutare le persone perché progrediscano e siano poste nelle condizioni di esprimere la loro libertà edi tutelare la loro dignità”. Si riecheggia qui l’art. 3 della Costituzione italiana secondo cui “tutti i cittadini hanno p a r i dignità” senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo stesso articolo 3 impegna la Repubblica – e cioè non solo lo Stato ma anche tutti noi – a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Don Milani – un altro testimone alto del Novecento – amava molto questo articolo della Costituzione, sino a farne il centro del suo insegnamento ai ragazzi di Barbiana.

Ricordiamo con affetto oggi Ciriaco De Mita e mentre preghiamo per lui gli chiediamo di pregare per noi, per quella comunione di fede e di affezioni che la morte non recide. E il senso profondo della santa Liturgia che rende presente il cielo sulla terra. E che ci permette perciò di ricordare i nostri amici che ci hanno preceduto non semplicemente con nostalgia, ma come compagni di viaggio traendo dal loro bagaglio tutto ciò che può aiutarci a servire con generosità e intelligenza questo nostro paese e il mondo intero.

 

Per saperne di più

Omelia tenuta il 27 maggio 2022, nella Chiesa del Gesù a Roma, nel Trigesimo della morte di De Mita.

https://www.vincenzopaglia.it/index.php/funerale-di-ciriaco-de-mita.htm

Pd e Centro, il tempo è poco per decidere cosa fare.

La scelta neo-protestataria del nuovo Pd da un lato, la prevalenza nello schieramento conservatore della Destra di origini missine dall’altro. A congiungere i due punti al vertice del triangolo la legge elettorale maggioritaria, tutrice di un bipolarismo rissoso e affatto incline a ogni mediazione, arte e virtù ripugnate e catalogate sdegnosamente come “democristiane”. 

Un Paese che si radicalizza nello scontro non fa bene a sé stesso e aggrava problemi di per sé già complicati. L’alternanza al potere, che è utile e positiva nella sua funzione di lubrificazione dei meccanismi della democrazia, risulta senz’altro più produttiva se temperata da quel virtuoso confronto con l’opposizione dal quale talvolta possono nascere idee e soluzioni interessanti e innovative. Con beneficio dell’intera comunità nazionale. Ciò senza far venire meno, naturalmente, le differenze fra gli schieramenti e fra i partiti e pure lo scontro duro, quando inevitabile e dunque intorno a questioni di fondo difficilmente componibili. 

Questa visione più moderata della disfida politica, ma non per questo meno audace (anzi forse più coraggiosa, in quanto ipotizza la possibilità di comuni “assunzioni di responsabilità” quando le condizioni al contorno lo richiedano), è in genere propria di un Centro dinamico e propositivo, quando presente nel sistema politico di un Paese. Sto parlando di un Centro che “prende” posizione, non che si limita a “marcare” una posizione. Il che comporta avere non solo una propria linea politica e proposta programmatica ma anche una indispensabile attitudine a costruire alleanze, necessarie per competere alle elezioni con effettive possibilità di vittoria e dunque alimentate dalla disponibilità a ricercare e conseguire punti realistici e accettabili di mediazione.

Tutto ciò premesso, bisogna riconoscere che – costretto dal vincolo del sistema maggioritario e anzi proprio in ragione di esso – il Pd originario aveva esattamente questo obiettivo che però sussumeva in sé medesimo: era questo il significato della “vocazione maggioritaria” ideata e poi narrata da Walter Veltroni e condivisa da molti di noi, cattolici democratici alla ricerca di uno strumento politico moderno e al contempo non dimentico delle culture politiche del Novecento che hanno costruito la nostra democrazia repubblicana.

Ora però il nuovo Pd emerso dal congresso di quest’anno, con le modalità note, indicative di un partito che tende a seguire un’onda piuttosto che a indicare una via, ha abbandonato la propria idea fondativa per abbracciarne una diversa, significativamente diversa. Ponendo così molti suoi attivisti, ma ancor più molti suoi elettori, nella condizione di dover decidere cosa fare. Restare e continuare a votarlo sia pure condividendo assai poco delle posizioni e soprattutto della posa assunta dalla nuova dirigenza, più che altro in base alla sconsolata valutazione circa l’assenza di una reale alternativa elettorale, visti i deludenti sondaggi relativi alle forze “centriste” oggi offerte sul mercato elettorale. Oppure andarsene, gli iscritti e i simpatizzanti, o non votarlo più, gli elettori.

Il risultato di questa sofferta condizione lo si è visto lo scorso 25 settembre. Che il recente turno amministrativo, oltre a quello regionale in Lazio e Lombardia lo scorso febbraio, si è incaricato di confermare. Con grande gioia della Destra di governo.

Ora, bisogna dire le cose in chiaro. Guardandole dal punto di vista dell’elettorato, che è quello che conta davvero. Perché quello dei professionisti della politica è assai limitativo, essendo palesemente troppo influenzato dalle personali prospettive di carriera. E le cose in chiaro sono due, inerenti il Pd e il Centro. 

Ovvero, per quanto riguarda il primo: al di là della superficialità e indeterminatezza della proposta programmatica sinora esposta dalla nuova dirigenza dem, più che altro intenta a cavalcare ogni possibile protesta, è evidente che la scelta radicale imperniata sui diritti individuali non è in grado di allargare il consenso oltre un certo limite. Del resto, per la gente comune le priorità sono altre ed è su di esse che tara il giudizio sull’offerta partitica. 

Per quanto concerne il secondo è pure evidente che se non sarà in grado di presentare una piattaforma programmatica unitaria imperniata su un minimo comun denominatore strategico, inclusiva del contributo di più culture politiche e infine incarnata da una leadership anche plurale ma compatta e affatto litigiosa esso non avrà alcuna possibilità di successo elettorale, nemmeno con il sistema proporzionale europeo. 

Orbene, partendo da queste due semplici ma dure considerazioni i discorsi inerenti Pd e Centro vanno ora approfonditi. Senza schermature ideologiche. Il tempo è adesso.

Letizia a Milano sognando il Centro che verrà

L’incontro che si è svolto a Milano nei giorni scorsi con mondi, gruppi, associazioni e partiti di orientamento centrista è una buona notizia per tutti coloro che non si rassegnano ad una progressiva e sempre più smodata radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica nel nostro paese. Un progetto, quello centrista, che da troppo tempo viene evocato da più pulpiti e che, purtroppo, stenta ancora a decollare in modo compiuto. Per svariate motivazioni. Ma dopo la vittoria elettorale e il consolidamento della destra identitaria e di governo e l’affermazione di una sinistra sempre più massimalista, radicale ed estremista, è giocoforza anche il ritorno del Centro. O meglio, di una ‘politica di centro’. Dando voce ad un elettorato che, o si rifugia nell’astensionismo o vota, seppur stancamente, la coalizione di centro destra.

Ora, però, questo progetto – anche e soprattutto in vista delle ormai prossime elezioni europee – deve articolarsi lungo 3 direttrici di fondo se vuole realmente uscire allo scoperto e decollare.

Innanzitutto deve essere un progetto che non si limita a creare un cartello elettorale ma, al contrario, a costruire una iniziativa che punta progressivamente a trasformare questa domanda politica, culturale, sociale e quindi programmatica in un vero e proprio partito. Certamente plurale al suo interno ma, comunque sia, un partito organizzato. E questo per la semplice motivazione che la ‘politica di centro’ nel nostro paese non si può ridurre ad una mera operazione elettorale ma richiede, al contrario, una progettualità politica complessiva e a lungo termine.

In secondo luogo, e strettamente legata a questa prima indicazione, è necessario una qualificata e autorevole “regia” politica per favorire e far crescere questo percorso. Ed esponenti come Beppe Fioroni, Matteo Renzi, Letizia Moratti e molti altri possono svolgere questo ruolo delicato per evitare di deragliare inseguendo l’improvvisazione inconcludente, il pressappochismo organizzativo o la debolezza politica e progettuale. Una “regia” che, soprattutto, sia in grado di incanalare il ricco e variegato pluralismo che caratterizza quest’area e che va ricondotto ad unità, seppur nel rispetto di tutte le sensibilità ideali e territoriali.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il progetto politico deve essere chiaro e percepibile dai cittadini/elettori. Non un luogo cerchiobottista, vagamente trasformista ed ondivago. No, si tratta invece di costruire e di dar voce ad un progetto politico e di governo distinto e distante da ogni forma di massimalismo estremista e di un populismo anti politico e qualunquista. Del resto, un progetto è chiaro e realistico se è in grado di rappresentare un segmento sociale e di tradurre quelle domande e quelle istanze in una chiara iniziativa politica e legislativa. Al riguardo, è quantomai necessario che questo progetto sia animato e accompagnato da una cultura politica. Che non può essere, come ovvio, solo quella di matrice cattolico popolare e sociale. Anche questa, come ovvio, accanto però ad altre culture riformiste e democratiche. 

Quello che serve è che ci sia un respiro ideale e culturale forte e convincente nel dispiegare un progetto politico centrista, democratico, riformista e di governo. E l’iniziativa che si è svolta nei giorni scorsi a Milano può centrare questo obiettivo solo se si rispettano sino in fondo anche queste tre indicazioni di marcia.

La Rai preda dei partiti evoca la fine della prima repubblica

Avviso ai “lottizzatori” di queste ore. L’occupazione delle caselle televisive raramente porta un grande beneficio a quanti si prodigano nell’impresa. La Rai dei partiti di una volta non arrecò fortuna alla prima repubblica. E l’editto bulgaro di Berlusconi non arrise al suo governo di allora. 

È quasi sempre un’illusione l’idea che nominando i propri cari se ne abbia in cambio una messe di voti. Tanto più ai nostri giorni. Ora, sia chiaro, il sottoscritto può sdegnarsi ma non troppo per le nomine di questi giorni. Sono stato a suo tempo consigliere di amministrazione della Rai per conto della Dc, e dunque so che mi è precluso il pulpito da cui rivolgere prediche troppo severe ai miei “successori”. Anche se nel frattempo la morsa della lottizzazione si è fatta ben più serrata di allora, e dunque forse noi predecessori avremmo diritto a qualche indulgenza in più. 

Sta di fatto che la televisione di oggi è assai meno influente di allora. I social hanno occupato una parte sempre più larga del discorso pubblico nel bene e nel male. E i telespettatori si sono abituati a farsi da sé il proprio palin- sesto. 

C’è insomma un’attitudine più disincantata che rende assai meno influenti i messaggi telepolitici. Sia quelli ufficiali dei telegiornali, sia quelli più subliminali delle grandi fiction e delle trasmissioni più spettacolari. Dunque verrebbe da consigliare ai nuovi potenti del ramo di usare modi più felpati di trattare l’argomento. Senza fidarsi troppo dell’efficacia delle cure che i loro cari pensano di dedicare ai telespettatori. I quali ormai sono così smagati da decidere a modo loro.

Fonte: La Voce del Popolo – 31 maggio 2023

Titolo originario: Avviso ai “lottizzatori”: servono modi più felpati.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale diocesano di Brescia].

La corsa alle elezioni anticipate in una Spagna segnata dalla radicalizzazione politica

La durissima sconfitta elettorale patita dalla Sinistra spagnola nel turno amministrativo del 28 maggio (nelle grandi città e in molte regioni del Paese) non è il frutto di una qual certa insoddisfazione dell’elettorato per i non brillanti risultati economici conseguiti dal governo di Pedro Sanchez. Che non sono affatto negativi: il PIL in questi anni è cresciuto e la disoccupazione è diminuita. Nulla di clamoroso, si intende, ma obiettivamente è difficile esprimere un giudizio rigorosamente negativo della politica economica attuata dalla Moncloa. Anzi, se si considera il fatto che l’esecutivo si regge sin dal 2019 sull’appoggio esterno di forze regionaliste (ancorché schierate a sinistra) basche e catalane e che di recente ha patito pure un’ulteriore scissione di Podemos, il partito alleato del PSOE di Sanchez, bisogna riconoscere a quest’ultimo una buona capacità di navigazione parlamentare per ottenere i voti necessari a procedere con le sue scelte. E ora la sua mossa a sorpresa, ovvero la convocazione anticipata dei comizi elettorali di metà luglio ne dimostra la lucida freddezza: solo drammatizzando la situazione Sanchez può sperare di far tornare alle urne i molti elettori di sinistra che domenica scorsa le hanno disertate. E che peraltro potrebbero non bastare, perché la sconfitta del 28-M (come è uso scrivere in Spagna) ha almeno due motivazioni di quelle assai serie per chi le subisce, in questo caso la Sinistra.

La prima è di natura politica: si è concluso un ciclo, iniziato oltre dieci anni fa con la protesta de “los indignados”, avviata alla Puerta del Sol di Madrid, al km zero da dove si irradiano le strade di Spagna, dai giovani che inaugurarono quella stagione e che qualche tempo dopo, sotto la guida di uno di loro, Pablo Iglesias, fondarono Podemos. Un movimento dal successo immediato, ma destinato a rivelarsi effimero nel tempo (qui in Italia vi fu chi prontamente tentò di imitarlo, senza successo, nemmeno effimero) in quanto radicato sulla protesta e non sulla proposta. Non solo: il movimento presto si fece partito e pur conseguendo discreti risultati elettorali si avviò su una strada che lo condusse a perdere ogni carattere di novità, ogni freschezza. Divenne lo strumento personale di Iglesias e ancor più della ambiziosissima sua fidanzata Irene Montero (oggi ministra nel governo Sanchez), un centro di potere che condusse lo stesso Iglesias alla vicepresidenza del Governo, ma pure ad una prima spaccatura nel partito operata ai danni di uno dei suoi co-fondatori, Inigo Errejòn. 

Parliamo dell’ideatore della narrazione dicotomica “popolo-casta” che aveva emozionato molti spagnoli, specie giovani, illudendoli sulla possibilità di “cambiare” davvero la società, come spesso accade all’avvento di una nuova classe politica che si vuole davvero popolare in quanto nata nelle piazze e con esse desiderosa di rimanere unita, portandole anzi dentro la cittadella del potere. Sino al tentativo del leader di essere eletto alla presidenza della Comunità di Madrid, nel 2021, fallito e seguito dalle sue dimissioni dal governo e dal ritiro (temporaneo?) dalla politica. Ma la parabola discendente avrebbe dovuto vedere anche un’ulteriore spaccatura, con la nascita da una costola di Podemos (o meglio di Unidos Podemos, coalizione di estrema sinistra poi rinominata Unidas Podemos, rigorosamente al femminile) del nuovo movimento Sumar, che ora vuol farsi partito, col risultato che entrambe le sigle stanno correndo il rischio di consegnarsi all’irrilevanza. Insomma, il solito frazionismo a sinistra che conosciamo bene anche qui in Italia.

Ora Sanchez deve in un paio di settimane al massimo favorire una loro riunione in vista delle elezioni di luglio. Lo spettro che agiterà sarà un governo del Partido Popular e dell’estrema destra di Vox, partito nato pochi anni fa da una scissione a destra dello stesso PP, già di per sé un partito assai meno moderato dei Popolari europei aderenti al PPE. 

La seconda motivazione della sconfitta della Sinistra è d’ordine per così dire culturale: sono sempre di più gli spagnoli che non condividono e spesso aborrono la linea radicalmente laicista dell’esecutivo di Sanchez, che ha ripreso e sviluppato – sotto l’impulso imperioso di Podemos e in particolare della sua componente “femminista” – la spinta sui “diritti individuali” che già fu del governo socialista di Zapatero negli anni zero del nuovo secolo. In particolare ha generato forti dissensi la “Ley trans”, che consente di autodeterminare la propria identità di genere a partire dai 16 anni di età senza alcun certificato/consenso di alcun tipo; e così pure la legge sul diritto all’eutanasia.

Questa radicalizzazione generalizzata a sinistra ha comportato una simmetrica radicalizzazione a destra: i Popolari, subendo la concorrenza del nuovo partito di destra Vox, hanno dunque a loro volta radicalizzato il proprio profilo; tentativo analogo ha fatto Ciudadanos, il partito di Centro che ai suoi albori aveva ottenuto buoni risultati, ma che poi ha virato verso destra, anch’esso succube del radicalismo imperante, col risultato di perdere i suoi elettori, tornati alla “casa madre” popolare.

Ora la campagna elettorale sarà breve ma durissima, con i due fronti armati l’un contro l’altro all’insegna di parole d’ordine definitive, escludenti, probabilmente offensive: la partita, nonostante il risultato delle amministrative, è aperta. All’insegna dello scontro, totale. Una domanda sorge: ma è un bene per la Spagna?

Le regole realizzano e custodiscono i valori a beneficio della libertà

Come diceva Georges Bernanos “non siamo noi che custodiamo le regole ma sono le regole che custodiscono noi”. Dimentichiamo spesso – infatti – che il rispetto delle buone regole non costituisce solo un vincolo, magari fastidioso, a cui non possiamo sottrarci perché prevede obblighi e sanzioni ma anche una preziosa risorsa per essere gratificati da  protezioni individuali e certezze sociali.

In un contesto esistenziale dove prevalgono la fragilità interiore e lo sbandamento emotivo ci accorgiamo quanto sia rassicurante poter contare sulla socializzazione dei valori.

Le tradizioni, le consuetudini, le istituzioni in cui la società si riconosce sono involucri che contengono la sedimentazione del pensiero e delle azioni, quello che resta dei vissuti, il deposito delle esperienze, la convenzione condivisa dei comportamenti che ci permette sia di vivere in una rete di relazioni che hanno un significato, in cui possiamo identificarci, sia di scambiarci messaggi reciprocamente comprensibili. Il frettoloso elogio del cambiamento fine a sé stesso, oggi tante volte ricorrente nelle aspettative sociali e nelle aspirazioni individuali, ma spesso imperativo categorico della globalizzazione e metafora perdente della progettualità, non può privarci della ineguagliabile, rassicurante condizione mentale di stabilità che ci deriva dalla certezza di possedere i punti di riferimento che ci siamo dati.

La vita è una continua ricerca di situazioni di equilibrio e il progresso consiste nel fare un passo avanti avendo ben presente da dove si arriva. In una società attraversata da tensioni e spinte contrapposte, dove trionfa il relativo dei singoli punti di osservazione e di interesse, è invece importante sapere che ci sono diritti e doveri da rispettare, norme e principi da non infrangere, tutele per tutti, specie per i più deboli e indifesi. Alla definizione delle regole risulta perciò determinante l’apporto dato dalla scelta dei valori che le sostengono, affinché siano comprensibili, eque, giuste, condivisibili e sostenibili.

Le regole stabilite da una dittatura violano i principi di libertà e democrazia, si tratta quindi di norme che più che suggerite sono imposte, più che accettate sono subite.

In una società fondata sull’odio razziale, sulla xenofobia, la regola della discriminazione nega il valore dell’uguaglianza: le norme si uniformano a consuetudini sbagliate e allora più che rispettate vanno combattute per essere cambiate. Ma anche in un contesto dove i valori trovano solo formale ossequio e retorica ostentazione, dove il trionfalismo della parola nasconde invece insidie, ingiustizie e sofferenze viene messa in mostra solo la parte più teorica e superficiale dei riferimenti ideali.

I valori costituiscono la parte migliore della nostra tradizione culturale, l’espressione materializzata delle scelte morali di una società, il punto di approdo di una civiltà che possa definirsi tale: sono le radici che ci legano alla nostra storia affinché si faccia tesoro del passato per costruire un mondo migliore. Solo se sono sostenute da valori condivisi ed eticamente ispirati le norme del vivere sociale ci aiutano a darci degli ordinamenti dove le regole custodiscono e proteggono la nostra libertà. Attingendo a piene mani dalla tradizione, riceviamo insegnamenti di vita quanto mai preziosi per il presente e il futuro. Occorre avere i piedi ben piantati prima di spiccare il volo. 

Persona e società nella cultura dei cattolici democratici e popolari

Il test elettorale di fine maggio ha riconfermato una tendenza generale ormai nettamente delineata: la delusione generata dal populismo, che sfocia in un’astensione di circa la metà del corpo elettorale, e la polarizzazione destra-sinistra, che premia largamente la destra. Sono questi due trend che condizionano inevitabilmente il dibattito sul centro e sul ruolo dei Popolari per delle politiche di centro, riformiste soprattutto nel senso di risultare all’altezza delle sfide del cambio di epoca in corso.

In un tale contesto l’iniziativa dei Popolari deve partire dal presupposto che per poter esprimere una politica bisogna innanzitutto esserci. A tal fine l’attenzione crescente che nell’arcipelago del cattolicesimo democratico e sociale viene riservata alle idee e agli strumenti che permettono loro di essere veicolate, appare centrale. Si tratta innanzitutto di evidenziare i tratti di una cultura politica, quella ispirata al popolarismo, di definire una visione della società, della persona umana, del futuro, che scaturisce da questa peculiare prospettiva.

Nel contempo servono gli strumenti, le occasioni i luoghi per alimentare il dibattito che definisce la proposta di questa area culturale e politica. Uno di questi strumenti è sicuramente il giornale on line “Il Domani d’Italia”. Fondamentale è anche una rete organizzativa il più possibile capillare, e allo stesso tempo capace di ritrovarsi coesa sulle questioni qualificanti. Se il processo di riaggregazione dei Popolari prosegue in questo modo, oltre la frammentazione e i personalismi che si sono visti per anni, apparirà chiaro a tutti che quella popolare è una delle componenti irrinunciabili all’area di centro, e che come tale va riconosciuta.

Anche perché la nuova sintesi che molti auspicano, fra una sinistra democratica e riformista e un centro popolare e plurale, appare tutt’altro che semplice da realizzare mentre non si può escludere che una parte dell’attuale Pd possa avvicinarsi al centro. I margini di manovra appaiono stretti. Da un lato la sinistra attuale non pare affatto intenzionata discostarsi da un percorso che sembra aver mutuato da altri, facendo proprie discutibili campagne di stampa, martellanti e a senso unico, come quelle in favore della propaganda gender, del fondamentalismo green che lungi dall’esprimere una autentica coscienza ecologica integrale, non di rado usa l’ambiente come pretesto per politiche malthusiane e pauperiste sulle classi più deboli, sui loro beni e sui loro diritti; per una digitalizzazione che prescinde dall’umanesimo.

Dall’altro lato, gran parte della classe media, bersaglio della politica di una sinistra, radicale ma nel difendere gli interessi dei più forti, risulta molto esigente e non tollera ambiguità. Se da parte del centro non c’è chiarezza rispetto alle suddette derive, il loro voto è già perso in partenza, e la gran parte dei ceti medi e popolari si vede costretta, per mancanza di offerta politica adeguata, a optare per l’astensione o per la destra.

Ecco, dunque, l’importanza di una riaggregazione dei Popolari in funzione di un centro capace di affrontare con equilibrio e creatività le sfide che ci pone il nostro tempo.

Solo con un progetto solido per la nostra epoca, solido come quelli che i cattolici democratici seppero definire in epoche passate, un centro plurale e popolare appare in grado di poter proporsi all’attenzione di un elettorato sfiduciato ma molto meno disorientato e sprovveduto di quanto possa sembrare.

L’Eco di Bergamo | Chi era veramente Don Milani. Intervista a Mauro Ceruti.

Di seguito riportiamo la parte finale dell’intervista a Mauro Ceruti, filosofo e senatore della Repubblica nella XVI legislatura, pubblicata su «L’Eco di Bergamo» (28 maggio 2023) con il titolo: «Per lui la fede esigeva libertà. Ma non è mai stato un sessantottino». Si ringrazia Mauro Ceruti per aver acconsentito alla parziale riproduzione del suo colloquio con Carlo Dignola, caposervizio del quotidiano bergamasco.

 

(…)

Carlo Dignola

Un uomo diretto, persino duro a volte. 

 

«Indubbiamente don Lorenzo Milani è una spina nel fianco alla tendenza della Chiesa a fare di sé una sorta di lenitivo della disuguaglianza sociale, tradendo l’immaginazione evangelica che invita a concepire un mondo nuovo e un uomo nuovo. Questo però non si tradusse mai in una critica ideologica o in una tendenza a uscire dalla Chiesa, come accadde per molti in quel periodo post-conciliare. Don Milani non si è mai sentito ai margini della Chiesa, mai. E ha sempre riconosciuto la Chiesa come Sacramento di Cristo. 

 

In lui convivevano, anzi erano la stessa cosa il radicalismo evangelico e il riconoscimento del carattere sacramentale della Chiesa. È davvero una sorta di lama d’acciaio che entra in modo netto nella sua Chiesa ancor più che nella società. Però non è un fulmine a ciel sereno. È anche espressione del cattolicesimo fiorentino di quegli anni, ci sono senz’altro tre uomini che hanno avuto un’influenza decisiva su di lui. 

 

Il primo è il suo vescovo di Firenze, cardinale Elia Dalla Costa, grande elettore di Papa Giovanni: per don Lorenzo è stato maestro di una fede sottratta a qualsiasi servizio ai poteri mondani. Il secondo è don Giulio Facibeni, il fondatore dell’Orfanotrofio della Madonnina del Grappa: un’opera che non volle far dipendere dall’istituzione Chiesa, era finanziata dalle libere oblazioni degli operai. La aprì nel quartiere operaio di Firenze dove tutti erano comunisti, per essere un ponte fra ciò che invece allora era divisivo. Il terzo uomo importante per don Lorenzo fu Giorgio La Pira, siciliano di nascita ma sindaco di Firenze e poi, anch’egli, esempio concreto di “uomo del Vangelo”: viveva come un povero in una cella del convento dei Domenicani in San Marco. Don Lorenzo è cresciuto in questo humus». 

 

Prete «di base». 

 

«Le sue sono sempre esperienze concrete e paradigmatiche: la prima è quella, come coadiutore, a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze. Lì fa l’esperienza di una Chiesa “che ha tutte le parole, tranne quelle necessarie”. Una Chiesa che non sa parlare ai suoi parrocchiani che stanno vivendo il trauma del passaggio dalla società contadina a quella operaia. Don Milani non fa ciò che facevano gli altri parroci nelle sue condizioni, costruire oratori moderni, campi sportivi, sale cinematografiche con l’idea di portare lì i ragazzi per tenerli lontani della tentazione della secolarizzazione, della “tentazione comunista”. Ma viene spiato dai suoi stessi parrocchiani, e calunniato. Subisce una emarginazione totale, inviato nel confino mortifero di Barbiana, sperduta frazione montana nel Mugello».

 

Praticamente in missione in un «Terzo mondo»… 

 

«Che però è diventato uno specchio autentico, la coscienza critica per il Primo mondo. Lì don Lorenzo non fa professione di vittimismo, ma trova l’opportunità più creativa per dare espressione alla sua personalità e alla sua vocazione. A Barbiana la fede si trasforma nella passione per un’educazione alla libertà che vuol essere il contrario del proselitismo. Vuol portare quei bambini esclusi a ragionare con la propria testa, e quindi a raggiungere una libertà interiore, condizione di autentica emancipazione sociale. 

 

La scuola per don Lorenzo non è un ascensore sociale per integrarsi in un modello che discrimina, ma libertà di pensiero, libertà interiore. L’evangelizzazione e l’educazione alla libertà sono per lui una stessa cosa. Portare l’uomo a essere libero, dice don Lorenzo, è già un evento evangelico anche se io il nome di Cristo non lo pronuncio. Per questo non riteneva necessario tenere il crocifisso nella sua scuola. Era sufficiente che il riferimento ai simboli cristiani fosse nelle liturgie. In questa luce vanno letti i due scritti più noti e più scandalosi della sua esperienza pastorale, la “Lettera ai cappellani militari: l’obbedienza non è più una virtù” e la “Lettera a una professoressa”. 

 

Don Milani legge sul giornale che alcuni cappellani militari sostengono che un buon cattolico deve condannare l’obiezione di coscienza perché è una disobbedienza alle leggi dello Stato. Non solo nella società ma soprattutto nella Chiesa da sempre la parola “obbedienza” è una parola importante. Nella libera discussione con i ragazzi di Barbiana viene invece messa in discussione l’obbedienza all’autorità, e posta in primo piano l’obbedienza alla coscienza, libera. Verrà denunciato per vilipendio, per apologia di reato: sarà prima assolto e poi condannato dopo la sua morte. 

 

La “Lettera a una professoressa” nasce invece dalla bocciatura all’esame di licenza media di Gianni, un ragazzo di famiglia povera. I dialoghi con i ragazzi fanno emergere la differenza fra lui e Pierino, il primo della classe, figlio di una famiglia colta: questo sa svolgere benissimo il tema proposto, come la professoressa vuole che sia svolto, Gianni invece non è in grado: la scuola è un perfetto momento di selezione sociale. La “Lettera a una professoressa” è il testamento spirituale di don Lorenzo, cristiano e prete, non un testamento filosofico, politico o culturale – anche se poi ha ispirato tanta riflessione di tipo pedagogico. 

 

Don Milani non avrebbe mai immaginato o pensato di riformare la scuola istituzione secondo il modello della sua Barbiana. Quella può essere un’ispirazione, ma è un’esperienza che coincide con la sua personalità. Né avrebbe mai voluto identificare la sua con le scuole cattoliche. Pensa a una cultura non confessionale proprio perché l’evento più profondamente evangelico è l’evento di una crescita della libertà interiore. Don Milani è un prete che vive nel suo tempo e che ha una coscienza critica, ma non ha nessuna intenzione direttamente politica – anche se ne ha, certo, indirettamente. In questi decenni si sono visti tanti tentativi di appropriarsi del “vero don Milani”, ma incontrarlo è possibile solo nell’esperienza di vita singolare assoluta di quest’uomo di fede limpida, irripetibile, proprio perché l’orizzonte del suo impegno pedagogico è la creazione di condizioni sociali ed educative che promuovano la libertà».

Gualtieri e l’assessore Patanè sconfitti sulla circolazione dei mezzi d’epoca

Passo fondamentale sulla questione della circolazione dei veicoli storici all’interno della ztl e della fascia verde imposte dal Sindaco di Roma Gualtieri e dall’Assessore alla mobilità Patanè. Alla fine l’ordinanza contro i mezzi d’epoca, quei cosiddetti “rottami”, come sono stati definiti dalla giunta capitolina, trova il parere negativo del Consiglio di Stato che, come già segnalato da molti negli ultimi giorni, dati alla mano, sottolinea “che l’impatto emissivo dei veicoli storici, soprattutto in considerazione del loro limitato utilizzo nel tempo, è da ritenersi scarsamente apprezzabile, sia in termini assoluti che relativi, in rapporto alle componenti inquinanti prodotte dai restanti mezzi circolanti”. 

Dati evidentemente non noti all’Assessorato competente che in maniera del tutto evidente non si è dimostrato all’altezza di condurre questa sorta di battaglia di Pirro, peraltro ignorando la ricaduta di tale scelta in termini sociali ed economici. Per fare qualche esempio, ormai noto a tutti, i tesserati dei club auto e moto che avrebbero rischiato di perdere da un anno all’altro ASI e FMI (si parla di qualche milione di euro l’anno), il danno alle piccole imprese di settore: officine specializzate, meccanici, negozi di nicchia. Infine, è forse ancor più grave, non è stato tenuto conto che molte persone, tra cui magari diversi anziani o soggetti in difficoltà, le possibilità per rispettare l’ordinanza non le hanno e non le avranno mai.

Tutto da rifare in pratica, magari con un minimo di lungimiranza e sensibilità in più, anche a tutela di un Sindaco che si trova ad amministrare una città già complessa per sua natura, e non ha certo bisogno di ulteriori problemi. Con il pronunciamento del Consiglio di Stato al Comune restano poche possibilità: modificare immediatamente l’ordinanza o perdere con certezza davanti al TAR ed elaborare una nuova delibera ad hoc per questa tipologia di veicoli. 

Senza addentrarsi troppo nel merito della tematica, che può interessare o meno, questo episodio rappresenta dal un lato una gestione che potrebbe ulteriormente forzare la fragilità del Sindaco, e dall’altro aprire qualche ragionamento su chi è stato scelto per occuparsi delle vicende, anche più serie, della nostra città.

Ancora suggestivo il discorso di De Gasperi sulla fatica della democrazia.

[…]

Volendo utilizzare due espressioni riassuntive, e necessariamente semplificatorie, si potrebbe allora  descrivere il periodo degasperiano come un’epoca di mediazione, mentre quella attuale come un’epoca di disintermediazione: la prima prevede un connubio tra  mediazione e leadership che trova un’incarnazione proprio nella figura del leader democristiano – si pensi alla  propensione a creare maggioranze «eccedenti» in Parlamento – e un’organizzazione della vita politica che valorizza i corpi intermedi, in particolare i partiti politici (soprattutto con l’intento di sensibilizzare i cittadini alla  partecipazione democratica); la seconda stagione – che  circoscrive la vita politica degli ultimi decenni – è caratterizzata, al contrario, da una profonda crisi della rappresentanza politica, strettamente legata all’indebolimento della funzione di mediazione dei partiti e, per molti versi, al presunto azzeramento della distanza tra eletti ed elettori, che diventerebbe possibile grazie alle   tecnologie informatiche. In particolare, il rapporto di immediatezza che si è instaurato tra leadere e «popolo»  (Urbinati,  2020),  ha  determinato  la  restrizione  di  quella  distanza democratica nella quale operano i corpi intermedi, che però rappresenta la ragione costitutiva di un sistema  rappresentativo (Campati, 2022).

Giungere alla conclusione secondo cui, nel volgere delle  stagioni politiche di una democrazia parlamentare come quella italiana, possono succedersi momenti nei quali il decisionismo e l’immediatezza sembrano soverchiare le pratiche della mediazione, altri nei quali si verifica l’esatto contrario, e altri ancora nei quali mediazione e immediatezza sono in equilibrio, può sembrare riduttivo. Forse lo è molto meno, se si ricorda che tutti questi scenari possono verificarsi  all’interno  di  un  contesto  istituzionale formalmente immutato. Tale aspetto evidenzia come il sistema istituzionale italiano (e non solo) sia caratterizzato  da elementi di flessibilità che spesso non vengono presi nella giusta considerazione e proprio tale mancanza è alla  base di conclusioni troppo affrettate quando si considera esaurito il ruolo di una leadership, oppure quando si decreta l’indebolimento dell’influsso di talune ideologie o persino quando si ipotizza la conclusione dell’operatività di alcune formazioni politiche.

L’intento al fondo del presente articolo è stato quello di ricordare come la democrazia rappresentativa si presenti  sotto le forme di un sistema altamente complesso, nel   quale operano leader e classi politiche diverse, che  possono orientarla in un modo o in un altro attraverso l’uso che fanno degli ingranaggi che la regolano. Proprio grazie a tale complessità (Innerarity, 2022), cioè all’insieme di equilibri (flessibili) che ne governano il funzionamento, essa riesce a garantire pluralismo, libertà e tutela dei diritti. D’altronde, ce lo ricorda lo stesso De Gasperi nella citazione posta in esergo a queste pagine: la democrazia è tutt’altro che semplice, ma è il sistema «meno peggio» che possa toccare al mondo.

Frase di De Gasperi in esergo

«Questo metodo democratico, che pure è il migliore che il consorzio umano abbia inventato, è tuttaltro che semplice. Continui discorsi, continue agitazioni, una Camera, due Camere, elezioni sopra elezioni, quanta fatica! Io non parlo male di questo sistema, perché abbiamo avuto tali esperienze nel passato per concludere che è il meno peggio che può toccare al mondo»

Titolo originale dell’articolo

Un metodo tutt’altro che semplice. Democrazia e mediazione nella riflessione di Alcide De Gasperi.

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Diamo nuova spazio al protagonismo dei cattolici popolari e democratici.

C’è un filo rosso che lega i cattolici democratici e popolari, l’area Tempi Nuovi, il blog ‘Il Domani d’Italia’ e la prospettiva per ricostruire un Centro dinamico, riformista, democratico e di governo. E il filo rosso lo si potrebbe riassumere con 6 parole: un rinnovato protagonismo politico dei Popolari. Perché di questo alla fine si tratta. In discussione, infatti, non c’è la fretta di dar vita a sigle e movimenti sterili, irrilevanti ed insignificanti come ormai siamo tristemente abituati da troppi anni. Nè, d’altro canto, si tratta di disegnare scenari prendendo atto a priori della nostra impotenza politica e progettuale.

No, molto più semplicemente la posta in gioco è, adesso, quanto mai chiara. E cioè, rilanciare e riattualizzare la cultura, il ruolo e la mission dei cattolici democratici, popolari e sociali per un nuovo progetto politico. Il tutto attorno ad un organo che, da tempo, si caratterizza per un profilo di elaborazione politica, culturale, sociale ed economica: ‘Il Domani d’Italia’.

Senza arroganza intellettuale – che storicamente non ci appartiene – e senza alcuna presunzione di esclusivismo, in gioco c’è però volontà di uscire da una situazione di emarginazione e di sudditanza culturale che da troppo tempo accompagna ormai la presenza e il ruolo dei cattolici popolari impegnati in politica e nel dibattito pubblico più in generale. Certo, siamo perfettamente consapevoli che la sfida è difficile ed impegnativa. Ma siamo altresì convinti che solo attraverso il ritorno alle origini della nostra esperienza storica sarà possibile ritagliare un rinnovato ruolo per dare un contributo originale e significativo al rinnovamento e al cambiamento della politica italiana.

La stagione della testimonianza sterile e sostanzialmente insignificante all’interno di partiti ostili o che perseguono un altro progetto politico e culturale – come ad esempio il Pd a guida Schlein – o a titolo personale in altri soggetti politici, sono ormai alle nostre spalle. Non passa attraverso quella strada nè una ricomposizione dell’area cattolico popolare e sociale e nè, tantomeno, una spinta a ridisegnare gli equilibri politici nel nostro paese. Ma questo nuovo ruolo può arrivare solo da una ripresa dell’iniziativa politica con la finalità di ritornare protagonisti attorno ad un progetto, ad una proposta e ad una visione di società. Insomma, detto in altre parole, in gioco c’è la coerenza e la fedeltà ad una tradizione. Storica, politica, culturale e sociale. E questo, come nella migliore tradizione democratico cristiana e cattolico popolare, non può che avvenire attorno ad una rivista.

E il ‘Domani d’Italia’ risponde a questo requisito. Come, nel passato recente e meno recente, lo sono state riviste e organi di informazione che hanno contribuito a formare le classi dirigenti della tradizione cattolico democratico e popolare. Perchè forse è giunto il momento di dirlo ad alta voce e senza ulteriori tentennamenti: è finita, cioè, la stagione dei “cattolici indipendenti di sinistra” da un lato e la deriva “gentiloniana” nel rapporto con la politica dall’altro.

Si apre, dunque, una nuova stagione anche per la nostra cultura politica. E dobbiamo essere all’altezza della situazione. Su un triplice versante: su quello dell’elaborazione politica e culturale; sulla chiarezza della prospettiva politica e anche, e soprattutto, nella dimensione organizzativa e territoriale. Seguendo sino in fondo il monito di Pietro Scoppola di saper legare in un disegno armonioso e fecondo “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”.

Le elezioni amministrative rivelano la fragilità della politica di Elly Schlein

La vera e propria batosta per il centro-sinistra, uscita in modo a dir poco perentorio da questi ultimi ballottagg, deve far riflettere molte persone. A partire dalla Segretaria del Partito Democratico che nei primi commenti a caldo attribuisce ad un (soprannaturale?) “vento di destra” il quasi-cappotto subito.

Sfortunatamente per lei e per noi ancora una volta la realtà, che è notoriamente testarda, evidenzia una distanza enorme tra la narrazione, a cui sembrano credere perfino gli stessi narranti, e la concreta dimensione della quotidianità.

I diversivi, le scuse, le analisi politologiche dei salotti delle ztl, tutto quello che è stato opposto nelle intenzioni e nei fatti con l’obiettivo di evitare l’unica cosa che davvero serviva (e serve), ovvero un reale e profondo ripensamento di una nuova, autentica, intera area politica progressista, deve cessare al più presto.

Tutta le forze di un’area autenticamente progressista, tutte le culture e le tradizioni politiche che la compongono (e quindi anche il cattolicesimo democratico sociale e popolare, che reputo la mia casa) a prescindere dai contenitori passati, presenti o futuri, devono riguadagnare la credibilità necessaria per riappropriarsi del proprio popolo.

Compito improbo? Certo!

Ma ineluttabile se non si vuole continuare a lasciare il Paese in mano ad una destra abilissima ad abbindolare e distrarre l’opinione pubblica, ma molto meno a governare.

Un compito che inizia con le parole, certo, ma soprattutto con prese di posizione nette, comprensibili ed inequivocabili sulle questioni dirimenti riguardanti la politica interna e, soprattutto, di politica estera. Non certo con le incredibili (nel senso letterale del termine) acrobazie lessicali che per ora sembrano essere purtroppo l’unica cifra di Schlein.

Ancora suggestivo il discorso di De Gasperi sulla fatica della democrazia

Antonio Campati

Volendo utilizzare due espressioni riassuntive, e necessariamente semplificatorie, si potrebbe allora  descrivere il periodo degasperiano come un’epoca di mediazione, mentre quella attuale come un’epoca di disintermediazione: la prima prevede un connubio tra  mediazione e leadership che trova un’incarnazione proprio nella figura del leader democristiano – si pensi alla  propensione a creare maggioranze «eccedenti» in Parlamento – e un’organizzazione della vita politica che valorizza i corpi intermedi, in particolare i partiti politici (soprattutto con l’intento di sensibilizzare i cittadini alla  partecipazione democratica); la seconda stagione – che  circoscrive la vita politica degli ultimi decenni – è caratterizzata, al contrario, da una profonda crisi della rappresentanza politica, strettamente legata all’indebolimento della funzione di mediazione dei partiti e, per molti versi, al presunto azzeramento della distanza tra eletti ed elettori, che diventerebbe possibile grazie alle   tecnologie informatiche. In particolare, il rapporto di immediatezza che si è instaurato tra leadere e «popolo»  (Urbinati,  2020),  ha  determinato  la  restrizione  di  quella  distanza democratica nella quale operano i corpi intermedi, che però rappresenta la ragione costitutiva di un sistema  rappresentativo (Campati, 2022). 

Giungere alla conclusione secondo cui, nel volgere delle  stagioni politiche di una democrazia parlamentare come quella italiana, possono succedersi momenti nei quali il decisionismo e l’immediatezza sembrano soverchiare le pratiche della mediazione, altri nei quali si verifica l’esatto contrario, e altri ancora nei quali mediazione e immediatezza sono in equilibrio, può sembrare riduttivo. Forse lo è molto meno, se si ricorda che tutti questi scenari possono verificarsi  all’interno  di  un  contesto  istituzionale formalmente immutato. Tale aspetto evidenzia come il sistema istituzionale italiano (e non solo) sia caratterizzato  da elementi di flessibilità che spesso non vengono presi nella giusta considerazione e proprio tale mancanza è alla  base di conclusioni troppo affrettate quando si considera esaurito il ruolo di una leadership, oppure quando si decreta l’indebolimento dell’influsso di talune ideologie o persino quando si ipotizza la conclusione dell’operatività di alcune formazioni politiche. 

L’intento al fondo del presente articolo è stato quello di ricordare come la democrazia rappresentativa si presenti  sotto le forme di un sistema altamente complesso, nel   quale operano leader e classi politiche diverse, che  possono orientarla in un modo o in un altro attraverso l’uso che fanno degli ingranaggi che la regolano. Proprio grazie a tale complessità (Innerarity, 2022), cioè all’insieme di equilibri (flessibili) che ne governano il funzionamento, essa riesce a garantire pluralismo, libertà e tutela dei diritti. D’altronde, ce lo ricorda lo stesso De Gasperi nella citazione posta in esergo a queste pagine: la democrazia è tutt’altro che semplice, ma è il sistema «meno peggio» che possa toccare al mondo.

 

Frase di De Gasperi in esergo

«Questo metodo democratico, che pure è il migliore che il consorzio umano abbia inventato, è tutt’altro che semplice. Continui discorsi, continue agitazioni, una Camera, due Camere, elezioni sopra elezioni, quanta fatica! Io non parlo male di questo sistema, perché abbiamo avuto tali esperienze nel passato per concludere che è il meno peggio che può toccare al mondo»

 

Titolo originale dell’articolo

Un metodo tutt’altro che semplice. Democrazia e mediazione nella riflessione di Alcide De Gasperi.

 

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La Turchia sceglie ancora Erdogan in nome della stabilità

Visto i tempi che corrono, appare ragionevole ritenere che la vittoria al ballottaggio delle presidenziali in Turchia di Recep Tayyip Erdogan possa essere considerata più come un male minore che come un problema. In questa fase di cambio d’epoca la Turchia è il luogo dove mondi diversi si incontrano e delicatissimi equilibri stanno in piedi nonostante tutto. Il leader turco per il successo di ieri, che lo conferma ininterrottamente al potere dal 2014 come presidente, ha significativamente ricevuto le congratulazioni sia di Zelensky che di Putin, ed è stato il primo all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina a organizzare in Turchia colloqui per tentare la pace.

L’Occidente, o più precisamente determinate élites occidentali, non fanno mistero di nutrire scarsa simpatia per l’ex sindaco di Istanbul, ma, a ben vedere alcuni degli aspetti più criticabili della gestione Erdogan non sono estranei a altrettanto discutibili scelte compiute dall’Occidente. Quasi, quasi si potrebbe dire che abbiamo contribuito noi a costruire quell’Erdogan che non ci piace, pensando di potercene disfare a nostro piacimento. Ma le cose non sono andate così. Intanto, è stata data una valutazione discutibile del processo avviato da Erdogan, a inizio secolo, prima come fondatore dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo e successivamente da primo ministro, di valorizzazione della cultura islamica nella sfera pubblica. Questo suo progetto è sempre stato alternativo e contrario a ogni forma di fondamentalismo religioso islamista (con il quale invece ambienti di intelligence occidentali hanno avuto rapporti poco chiari) e faceva esplicito riferimento al modello laico delle democrazie cristiane europee, seppur si discostasse dal tradizionale laicismo su cui è stata fondata la Turchia moderna di Atatürk.

Ma l’Erdogan che conosciamo, che negli anni ha saputo proporsi come indispensabile alla propria patria, risoluto (è un eufemismo) con la minoranza curda, che ha coltivato l’ambizione di fare della Turchia lo stato guida della Fratellanza Musulmana, nonché di paladina dei diritti del popolo palestinese, senza per questo rinunciare a più che buoni rapporti, al di là di qualche incidente, con Israele; che si è mostrato incline a suggestioni neo ottomane anche grazie alla sconsiderata decisione franco-americana di disintegrare la statualità libica nel 2011, che si è accodato all’invasione della Siria; che ha ricattato l’Ue sugli ingestibili flussi migratori, ingrossati anche dai disastri che l’Occidente combinava in Iraq, ebbene questo Erdogan sarebbe stato inimmaginabile in assenza di precise scelte adottate in Occidente e non dal governo di Ankara se non come risposta e reazione ad uno scenario che altri, non la Turchia, aveva deciso di creare.

Il fatto che ha mutato radicalmente l’atteggiamento di Erdogan verso l’Occidente fu il tentativo di colpo di stato ordito contro di lui nell’estate del 2016. Da allora il presidente turco non dà più nulla per scontato, fa pesare la forza economica (nonostante l’altalena di crisi monetarie) e militare della Turchia, ha mantenuto una posizione di sostanziale equidistanza nel conflitto russo-ucraino, e si è prontamente adeguato ai nuovi equilibri in Medio Oriente, anche ristabilendo le relazioni con la Siria.

Certo, ci sono gli interrogativi sulla qualità della democrazia turca, sulla tendenza all’autocrazia manifestata da Erdogan in questi anni, la questione dell’autonomia curda, quella dei migranti. Sono questioni che devono essere affrontate e sulle quali l’Europa non può sorvolare.

E tuttavia il realismo politico suggerisce che una Turchia interessata a mantenere buoni rapporti fra l’Occidente e le potenze asiatiche, qual è la Turchia di Erdogan, in questa fase di grande incertezza, forse risulta preferibile come fattore di stabilità globale a una Turchia più allineata all’Occidente, che si esporrebbe al rischio della possibile apertura di un nuovo fronte bellico verso la Russia. Perché quell’eventuale fronte, al posto dell’attuale salda amicizia fra Ankara e Mosca, rischierebbe di essere un corridoio verso l’imponderabile.

Il futuro di Musk è fatto di impianti cerebrali per la connessione tra uomo e computer

Mentre il Presidente Mattarella presenziava alla Cerimonia per i 150 anni dalla scomparsa di Alessandro Manzoni, qualcuno si affannava ad auspicare meno latino e più ChatGPT nelle scuole superiori, senza dimenticare la via immersiva da tempo imboccata dal metaverso e dalle teorie del mondo virtuale inclusivo. La tecnologia “corre come una lepre”, scrive Ruben Razzante nel libro “I Social media che vorrei” e “tocca il cielo con un dito”, come aveva ben descritto Emanuele Severino. Penso al candore di Pascal nel distinguere l’esprit de geometrie dall’esprit de finesse e la mente guarda a ritroso nella Storia, con gratitudine per chi ha rappresentato la scienza – da Leonardo, a Newton ad Einstein – e per chi ha esaltato l’arte – come Caravaggio, Mozart, Dostoevskij, per ricordare solo l’altro ieri. Globalizzazione e post-moderno si sono imposte come derive che hanno offerto un assist alla tecnica, il pensiero ha assunto prevalenza computazionale, come lo stesso Heidegger aveva intuito e mentre l’arte vive più la stagione della riproducibilità tecnica che l’aura dell’originalità, come rimarcato da Walter Benjamin nel celebre saggio scritto tra il 1935 e il 1939, la deriva scientifica prende il sopravvento in tutti i suoi connotati teoretici ed applicativi.

Tecnica, tecnologie, algoritmi, hardware e software, cyber e web ne sono i cascami continuamente attualizzati, mentre l’Intelligenza Artificiale riassume la progettualità ad alto indice innovativo, è una sorta di via tracciata per codificare la correlazione tra mente umana e sua capacità di replicarne le funzioni in modo programmato o autonomo, come spiega Luciano Floridi quando parla di “cut and paste” del digitale: la capacità di ricombinazione della realtà, una sorta di suo “copia e incolla”.

“I robot per adesso non sono più intelligenti dell’uomo ma lo possono diventare” ha detto Geoffrey Hinton, guru dimissionario di Google e gli impliciti sottesi aprono scenari impensabili. Il processo di digitalizzazione è parte integrante della più ampia deriva di riconversione ecosistemica: tutto sta ad intendersi sull’uso e il senso delle parole e sui limiti delle azioni esperibili. Finora l’approccio con l’I.A. è stato tendenzialmente negativo, prefigurando narrazioni distopiche e scenari catastrofici. Sarebbe auspicabile una connotazione diversa a condizione che l’uomo resti al centro dei cambiamenti, le cui regole siano gestite dalla scienza ma sovraordinate da codici etici, condizione non sempre traducibile sul piano del diritto tanto che in molti prevale un giustificato scetticismo.

È di questi giorni la notizia di Neuralink, la start-up di Elon Musk, di aver ottenuto dalla FDA (Food and Drug Administration-USA) l’autorizzazione a progettare dispositivi da impiantare nel cervello per comunicare con i computer attraverso il pensiero: un’immaginazione che ha sempre affascinato e terrorizzato, questa del comando mentale a dispositivi esterni programmati per svolgere determinate funzioni. Musk ne evidenzia le potenzialità persino medicali e terapeutiche, come help di connessione con la realtà per aiutare persone paralizzate o affette da patologie neurologiche. Per realizzare questa funzione di comando sarebbe necessario impiantare un chip nel cervello attraverso un intervento chirurgico. Non sfuggono tuttavia – quasi sintomaticamente – i pericoli di un uso distorsivo di questa funzione: per cancellare la privacy- ad esempio – o per comandare a distanza dispositivi capaci di compiere azioni criminose, per implementare l’uso preordinato del digitale, per limitare le libertà personali concentrando il potere di controllo nelle mani di trust malavitosi.

Il pericolo di un uomo robot. Un mondo telecomandato gestito da potenziali “padroni delluomo che esercitano il loro dominio attraverso il cervello, direttamente con gli impianti di sensori digitali e mediatamente con lintelligenza artificiale”, come mi scrive Vittorino Andreoli, che di potenzialità ed azioni distorsive dell’uomo sull’uomo e sull’umanità se ne intende. Perché il rischio più nefasto e persino irreversibile è che ne venga deformata e distrutta la struttura ontologica della persona, il suo pensiero, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue libertà. Facendo parte della natura anche l’uomo ne condivide i rischi distruttivi, che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche le potenziali capacità reattive, persino di ribellione. Per questo accolgo l’invito del Prof. Andreoli, un mix di affettuoso consiglio e di prefigurazione di un futuro carico di incognite: “Si goda la vista del sole poiché tra poco lo vedrà come un enorme bitcoin”.

Il Domani d’Italia: il cambiamento che serve per dare più spazio e più voce al cattolicesimo democratico e popolare.

Il blog lo vogliamo vivo, possibilmente attrattivo, serio ma “colorato”. Con la responsabilità di cui sentiamo il peso, essendo “ll Domani d’Italia” una testata di nobili origini, ormai ben oltre i 120 anni da quando Romolo Murri ne fece la bandiera del giovane movimento dei democratici cristiani, abbiamo sempre immaginato che fosse centrale nel nostro lavoro l’attenzione alle novità, cercando per questa via di migliorare la formula editoriale. Non abbiamo goduto di appoggi finanziari, ci siamo impegnati a fare tutto il possibile con mezzi poveri e in spirito di volontariato, dando spazio alla intelligenza e generosità di tanti amici. Siamo orgogliosi del fatto che dal 2013, quando l’edizione online ha preso il via, sia stato confermato ogni giorno l’appuntamento con i nostri lettori.

Orbene, siamo felici di poter presentare un’ulteriore evoluzione del sito-giornale, per la quale siamo davvero grati all’editore di AskaNews, e in particolare al suo direttore Gianni Todini. Inizia infatti con la qualificata agenzia di stampa una collaborazione impegnativa, anche sotto l’aspetto eminentemente tecnico, che permette a “Il Domani d’Italia” di aggiungere alle proprie note di commento, di solito concentrate al mattino, anche le notizie principali della giornata, senza soluzione di continuità. Da oggi, come si vede viaggiando sul sito, cambia la struttura della comunicazione e la stessa veste grafica del sito – il cosiddetto layout. Questo ci obbliga ad andare oltre con lo sguardo, e quindi a tenere presente le aspettative connesse a questo salto di qualità, per entrare in una dimensione inevitabilmente più complessa.

Abbiamo accennato agli aspetti tecnici. Di questi tempi occorre alzare, ad esempio, la soglia di sicurezza e protezione, per bloccare gli assalti degli hacker. Va da sé, poi, che il “collegamento” con AskaNews richiede standard adeguati. E potremmo continuare. Tuttavia, a conclusione di questa breve presentazione, conta mettere in evidenza l’impatto che l’innovazione strumentale può determinare sul lavoro di comunicazione, essendo necessario a questo punto ampliare e rafforzare l’organizzazione dei contenuti. L’ambizione è rompere il soffitto di vetro che trattiene lo slancio verso il cielo di una maggiore interazione con un mondo interessato al dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico.

Don Milani, il maestro giunto alla fine del mondo per farne lo spicchio di un mondo nuovo.

Nell’anno in cui ricorre il 50° anniversario delle “150 ore, grande conquista sindacale che riconosceva il diritto allo studio per i lavoratori, si celebra il Centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Sono molti gli elementi che si intrecciano in questa fase di transizione tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, dove emergere per altro una rinnovata cultura dei diritti ispirata al legame tra istruzione e lavoro. L’impegno di don Milani – sacerdote e maestro che a Barbiana realizzò la sua scuola popolare per le persone più povere, aperta a giovani, operai e contadini – contribuì, insieme a quello di altre personalità come Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Roberto Sardelli ad aprire vasti dibattiti che trovarono una grande cassa di risonanza nelle rivendicazioni di piazza. 

La questione centrale è rappresentata dal processo di alfabetizzazione, avviato dalle istituzioni subito dopo il secondo dopoguerra e, di conseguenza, dallo sviluppo della scolarizzazione nel nostro paese. Nell’Italia repubblicana, con la Dc che avrà a lungo la guida del governo e del dicastero della Pubblica Istruzione, il tema della partecipazione alla nuova vita democratica emergerà come una delle questioni dominanti, soprattutto quando, a partire dalla fine degli anni ‘60, sulla scena pubblica entrano in gioco nuovi attori: tra questi i giovani, gli operai e le donne che mettono al centro nuovi bisogni e la rivendicazione di nuovi diritti.

Per favorire la scolarizzazione furono messe in atto diverse iniziative. Tra queste vale la pena ricordare quelle promosse dalla RAI in sinergia con il Ministero della Pubblica Istruzione, che si rivelarono uno strumento fondamentale nella lotta all’analfabetismo. Si parlerà, infatti, di “televisione pedagogica” nel momento in cui sugli schermi degli italiani, dal 1958 al 1968, fecero il loro esordio “Telescuola” e “Non è mai troppo tardi”, programma quest’ultimo guidato dalla celebre figura del maestro Alberto Manzi, destinato a uno straordinario successo.

È in questo fervido contesto pedagogico che si sviluppa l’opera di don Milani, forma di un teatro che agisce lontano dai riflettori ma decisiva per pensare una società più giusta. Cresciuto in una famiglia colta, facoltosa e agnostica, don Lorenzo è un uomo illuminato e persuaso innanzitutto dall’idea che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, sognando una scuola che non escluda i ragazzi meno fortunati. La sua è una pedagogia rivoluzionaria che vuole educare alla vita, partendo da tre pilastri: l’istruzione, il Vangelo e la Costituzione. Dopo alcuni passaggi controversi, il 7 dicembre 1954 arriva quasi da esiliato, come priore, a Barbiana, nella Chiesa di Sant’Andrea. Il piccolo borgo è situato nella valle del Mugello, in provincia di Firenze, e qui don Lorenzo abiterà fino alla fine dei suoi giorni in compagnia di poche decine di famiglie che gli affidano i figli. Il motto della sua scuola è “I care”, che vuol dire “mi riguarda”, “mi prendo cura”. Seguendo questa regola don Lorenzo realizza un’esperienza a ciclo unico nella quale il maestro e i suoi allievi fanno vita comune; un’esperienza che costituirà un esempio per qualsiasi insegnante. La sua “officina popolare” attirerà sull’Appennino toscano tantissima gente, in particolare educatori e personaggi del mondo delle istituzioni e della cultura. «Chi sale a Barbiana non può non tornare indietro senza un significativo insegnamento: il no all’indifferenza». Lo affermò, alla sua prima uscita pubblica, Giuseppe Fioroni, ministro della Pubblica Istruzione, partecipando alla tradizionale marcia di Barbiana nel maggio del 2006.

Personalità scomoda, soprattutto agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche, non arretra nel suo pensiero, anzi nel 1967, mentre nel paese si sta esaurendo la prima esperienza riformista tra Dc e Psi, esce Lettera a una professoressa, a tutti gli effetti una provocazione, un testamento spirituale e, insieme, una proposta educativa. Il testo, scritto con i suoi allievi, si traduce in un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico italiano, tanto da suscitare un vivace dibattito e a provocare aspre polemiche. Succede, in effetti, che certi libri travalichino il loro tempo e diventino un mito. Si può dire che è quanto accaduto a don Milani. In realtà le sue riflessioni rischiarono di diventare anche altro, soprattutto quando la Lettera diventò l’epicentro della contesa tra la protesta studentesca e l’ideologia comunista e cattolica, finendo per scuotere molte coscienze nella società italiana del tempo. Come scrisse Italo Montini nel suo “Ricordo di don Milani” sulle pagine de “Il Popolo” del 28 giugno 1967, egli dovette difendersi dal «tentativo di agganciamento da parte dei comunisti che […] respinse vigorosamente». Si tratta di una tesi che verrà ripresa anche dallo storico Gianpaolo Romanato quando, nel decennale della scomparsa del sacerdote, scriverà sempre sul quotidiano della Dc un articolo dal titolo “Il primato della fede nella vita di don Milani”. Sembra utile ai fini delle nostre osservazioni evidenziarne uno stralcio: «La sua preoccupazione era la progressiva defezione dei poveri dalla Chiesa e la necessità, per recuperarli, di condividere la loro miseria e la loro sofferenza. Il primato, diceva, non spetta alla giustizia, ma alla fede; tuttavia per recuperare il popolo alla fede bisogna prima fargli giustizia. Solo interessate deformazioni dei fatti hanno potuto farlo apparire un prete rosso; al contrario egli giudicò il comunismo una dottrina che “non vale nulla, una dottrina senza amore, non degna di un cuore di un giovane”».

Oggi si può che anche lui come altri profeti non ascoltati nel loro tempo condivida il singolare destino di essere stato “rivalutato” solo molti anni dopo la morte, essendo finalmente riconosciuto come l’artefice di una delle più importanti esperienze educative del nostro paese, sicuramente densa di forti implicazioni pedagogiche e didattiche.

Ripercorrere la sua biografia, a partire dalle opere più signifivative, ci permetterebbe di recuperare idee e valori che non sono più moneta corrente nel dibattito pubblico di questi ultimi anni. Potrebbe offrirci, inoltre, l’occasione per riflettere soprattutto su un sistema scolastico inclusivo, che non lasci indietro nessuno, perché – sono le sue parole – «se non riesce a recuperare gli alunni più svantaggiati, la scuola diventa come un ospedale che cura i sani e respinge i malati». In questa prospettiva, una buona notizia arriva dalla Rai che proprio in questi giorni sta trasmettendo “Barbiana ´65”, l’unico documento esistente, inedito e restaurato, con don Milani in scena.

Il priore di Barbiana ha vissuto tra gli ultimi, offrendo gli strumenti di riscatto sociale e culturale. La sua è una pedagogia dell’emancipazione, riformista e progressista, incardinata in una visione ideale e religiosa ancora viva ai nostri giorni. Da tempo alle prese con una grave malattia, si spense a soli 44 anni. Era il 26 giugno del 1967. Le sue spoglie riposano nel piccolo cimitero del borgo, a Barbiana, una scelta che aveva maturato fin dai primi giorni del suo arrivo in quel «niente» alla fine del mondo. Nella sua ultima lettera scrive: «Cari ragazzi […] ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Il Centro non è la riedizione del Partito liberale o del Partito repubblicano

L’importante e suggestiva riflessione di Enrico Borghi sulle colonne di questo giornale offre l’occasione per chiarire almeno 3 aspetti decisivi. Sul versante di come si possa, oggi, rideclinare una nuova e rinnovata “politica di centro” nel nostro paese dopo la doppia deriva identitaria della sinistra massimalista e radicale della Schlein da un lato e di molti settori della destra di governo dall’altro.

Innanzitutto il futuro Centro dinamico, riformista e di governo non può ridursi ad essere una banale e quasi ridicola riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della presenza del vecchio PLI o dell’antico PRI. Detto in altri termini, se il tutto si riduce – come pare sia l’obiettivo di Calenda – ad una strategia politica e culturale liberista sul terreno economico, laicista su quello valoriale e classista su quello sociale, è di tutta evidenza che si tratta di una prospettiva politicamente monca e oserei dire quasi ininfluente ed irrilevante ai fini di un rinnovato protagonismo di una ricetta riformista, democratica e autenticamente innovativa e moderna. Non a caso, si tratta di un orizzonte, questo, che non sarebbe destinato ad incidere negli equilibri politici complessivi del nostro paese.

In secondo luogo il progetto di “Renew Europe”, richiamato da Borghi, non può essere la semplice e banale riedizione del convegno che si è svolto recentemente a Roma al Teatro Eliseo. Detto con tutto il rispetto, quella è una importante esperienza liberista, radicale e laicista dove la presenza della cultura e della tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale è del tutto assente se non addirittura estranea. Non può essere quello il modello a cui ispirarsi se si vuol giocare un ruolo determinante a livello nazionale e anche a livello europeo. Perchè delle due l’una. O c’è la capacità e la volontà, di aprirsi a mondi vitali, a interessi sociali, a gruppi, a movimenti e a forze popolari della società che continuano a riconoscersi in una cultura centrista e riformista distinti e distanti dalla destra identitaria e dalla sinistra estremista e radicale dando vita ad un vero soggetto dove la componente e l’area cattolico popolare e sociale siano visibili e protagonisti, oppure questo mondo culturale, sociale e politico inesorabilmente scivolerà in larga parte nel conglomerato conservatore o si rifugerà massicciamente nell’astensione. E il capitolo dei valori, al riguardo, non può essere una variabile indipendente ai fini stessi dell’elaborazione del progetto politico complessivo. Perchè non ci si può limitare ad una rivendicazione persin ossessiva della cultura dei diritti individuali senza porre al centro della nostra strategia politica la centralità della persona. E quindi i suoi bisogni, le sue ansie, le sue preoccupazioni e i suoi drammi. Sociali, esistenziali e culturali. Non c’è alternativa a questo dilemma. E, su questo versante, saranno solo e soltanto i fatti concreti e tangibili a dirci se persistono questa volontà politica e questa sensibilità culturale.

In ultimo, come giustamente richiama Borghi a proposito del “nuovo corso” del Pd della Schlein, non si può costruire e consolidare questo luogo politico e progettuale “parlando anche con i cattolici”. Che, per evitare confusioni clericali o confessionali, sarebbero poi i cattolici popolari e sociali perchè i cattolici, in sè, sono una categoria universale e pertanto non banalmente classificabile o riconducibile ad un gruppo politico o, peggio ancora, partitico. Ma, se si vuole centrare questo obiettivo, anche in un contesto dove questa cultura politica non può ancora dar vita ad un soggetto/partito autonomo ed organizzato, è di tutta evidenza che il nuovo contenitore/partito centrista e riformista deve essere autenticamente e visibilmente plurale. Nella sua classe dirigente, nel suo profilo politico, nella sua natura culturale e nella sua elaborazione programmatica. Senza questi tasselli, che sono e restano costitutivi, è l’intero mosaico che rischia di scricchiolare o di essere l’ennesimo tentativo per dar vita ad un cartello elettorale privo, però, di un necessario ed adeguato respiro culturale e politico/progettuale.

Ecco perché siamo arrivati ad un punto di svolta anche, e soprattutto, per qualificare e irrobustire una prospettiva centrista, innovativa, moderna e riformista nel nostro paese. Senza passi falsi ma con la comune consapevolezza che è giunto il momento per far vincere la politica contro i soliti organigrammi interni destinati a sciogliersi come neve al sole nell’arco di poco tempo.

La Voce del Popolo | Servizio civile: proposta che dovrebbe unire.

Ci sono temi sui quali la destra e la sinistra, perfino nelle loro versioni più radicali, potrebbero collaborare senza dover ricorrere a mediazioni centriste e senza rischiare di incorrere nell’accusa di spirito consociativo. Per esempio, potrebbero mettersi al lavoro per istituire un servizio civile. Una struttura che desse solidità e prospettive allo slancio ammirevole di tutti quei ragazzi che in questi giorni si so- no dedicati a spalare fango e soccorrere gli alluvionati. 

Non si tratta di edulcorare il conflitto politico – che in un regime di libertà ci sta tutto. E neppure di insistere più del dovuto sul valore di certe collaborazioni trasversali che pure non dovrebbero essere vissute con troppo scandalo. È ovvio che ci sia dialettica e competizione tra parti politiche che si contendono la guida del paese. È ovvio anche che talvolta dialettica e competizione passino il segno, anche se a chi scrive la cosa desta quasi sempre un moto quasi di raccapriccio. 

Ma al margine di tutto questo vi sono circostanze e situazioni in cui il conflitto può essere sospeso e da cui magari possono scaturire iniziative che accomunano momentaneamente i contendenti del giorno prima e del giorno dopo. 

Offrire ai giovani che finiscono gli studi qualche mese da dedicare a una forma di volontariato civile, imparando a misurarsi con le asprezze della vita, a rendersi utili, ad apprendere sul campo qualcosa in più degli insegnamenti maturati sui banchi di scuola, tutto questo potrebbe far parte di un progetto a cui le parti politiche potrebbero dedicare un lavoro a più mani. Per una volta, una sola.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 25 maggio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Fondo Monetario Internazionale prevede un 2024 a rischio di recessione negli USA

“La resilienza dell’economia Usa e la solidità dei mercati del lavoro sono buone notizie. Tuttavia, è possibile che l’ampio e rapido aumento dei tassi di interesse che è già stato introdotto non sia sufficiente per riportare rapidamente l’inflazione all’obiettivo”. 

 

Lo sottolinea il Fondo monetario internazionale al termine della missione ‘Article IV’ sugli Stati Uniti. Nel report l’Fmi afferma che c’è “un rischio materiale che la Federal Reserve dovrà alzare il tasso ufficiale molto più di quanto attualmente previsto per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%” e ciò “significherebbe che l’economia rallenterebbe più bruscamente in una fase successiva (forse nel 2024), creando una recessione man mano che la politica monetaria più restrittiva prende piede”. 

 

Inoltre, “la combinazione di tassi di interesse più elevati, un dollaro più forte e un rallentamento più marcato dell’attività negli Stati Uniti avrebbe significative ricadute macrofinanziarie negative sul resto del mondo”. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 26 maggio 2023

L’esempio di don Milani al centro della politica per la scuola del governo Prodi II

Considero una circostanza davvero felice la partecipazione a questa marcia di Barbiana nella veste di nuovo ministro della Pubblica Istruzione. È la mia prima uscita pubblica e farla qui nei luoghi di don Lorenzo Milani, mi sembra davvero beneaugurante e soprattutto impegnativo. La mia generazione non ha un ricordo diretto di don Milani, come non lo ha del Concilio e di tutto quel movimento che accelerò il passaggio degli anni “sessanta”. Quel tratto di storia, però, costituisce per tutti, e quindi anche per me, un “luogo” dalle fortissime valenze simboliche. E certo non mi sfugge che proprio qui a Barbiana, siamo nel cuore di quel decisivo passaggio di una storia che ha caratteri di universalità e che il tempo non scalfisce, ma continua ad avvalorare.

Di don Milani e, soprattutto, di “Lettera a una professoressa” si è scritto moltissimo. Siamo, infatti, di fronte a quei giacimenti di memoria storica che non invecchiano mai, anche se a non pochi fa comodo fare finta di non avvedersene. Ed è la prova vera della vitalità di queste memorie, come del resto i lavori del concorso bene hanno testimoniato. Noi non siamo di fronte ad un cimelio nel quale i ricordi si racchiudono dopo avere perduto gran parte della propria energia iniziale. Ricordi, insomma, non più capaci di suscitare interesse per il futuro, ma solo o al massimo, utili per scrivere una storia che si risolve negli eventi che l’hanno costituita, e che ormai è incapace di rigenerarsi. Noi oggi siamo di fronte ad un insegnamento che pur segnato dal tempo, conserva tutta intera la propria carica di profezia; e certo non è retorico affermare che oggi il messaggio di Barbiana fa pensare e conserva integra quella inquietudine che, quaranta anni fa, la propose laicamente all’attenzione di tutti.

Alla metà degli anni sessanta l’Italia viveva il culmine di quello che allora fu chiamato il “boom economico”. Tra il 1950 e il 1964, il nostro Paese aveva raddoppiato il reddito netto per abitante in termini reali. Un risultato che prima si era potuto realizzare solo in novanta anni, in pratica dall’unità d’Italia del 1861. Eppure nel pieno di quel processo di evoluzione, il benessere non veniva equamente ridistribuito. Insieme all’accrescimento economico e finanziario, si accompagnavano fenomeni di sofferenza e di esclusione. Nacquero e si accrebbero in quegli anni i disagi delle periferie metropolitane invase dagli immigrati del sud, e nelle campagne restarono ampie zone non raggiunte dal miracolo economico, dove la fatica delle opere agricole e dell’allevamento, non garantiva alle famiglie un futuro di grandi speranze. Barbiana era, appunto, uno di quei luoghi di fatica e di vita difficile. Un contesto che oggi facciamo qualche fatica a immaginare, ma che – come vedremo – poneva problemi che seppure per strade diverse, stanno tornando nel mondo di oggi.

Ed ecco il primo insegnamento di don Milani: guardare alle cose nascoste; andare oltre la banalità dell’evidenza. E chi avesse voglia di rileggersi (o leggere per la prima volta) le 160 pagine della lettera dei ragazzi di Barbiana, potrà agevolmente capire questo atteggiamento di svelamento della realtà. Gli esempi sono moltissimi e nella trama del libro appaiono con limpida evidenza, denunciando la perpetuazione di quei percorsi di esclusione sociale che per tanti decenni hanno attraversato la scuola e il mondo della formazione e che dopo un certo accanimento controriformatore degli ultimi anni, si ripropongono in forme antiche e nuove. 

Ancora oggi, nel nostro Paese, decine di migliaia di ragazzi ogni anno escono dalla scuola media senza aver conseguito il titolo finale, esclusi quindi da ogni possibile proseguimento formativo. Mentre oltre un quarto dei giovani continua a non conseguire né diplomi né qualifiche professionali. Un fenomeno dimenticato anche a causa delle sofferenze umane e sociali spesso connesse ai processi dell’immigrazione. Ed è un punto sul quale è mio fermo proposito intervenire con politiche adeguate perché in nessun modo la scuola sia un luogo di esclusione. La scuola è di tutti e per tutti e a questo principio fondamentale non è possibile derogare.  

E siamo ad un secondo decisivo insegnamento che viene dall’esperienza di Barbiana: non lasciare indietro nessuno. E non solo per quella pietà che in una società segnata per tanti aspetti dall’empietà è certamente una laica e nobile virtù. Ma per un interesse reale che comprende, ma supera i sentimenti. Parlo dell’interesse della Repubblica a formare il maggior numero possibile di giovani ad impegni di vita e di lavoro degni di essere vissuti, e tali da costituire una base di certezze umane e produttive per il futuro del nostro Paese. I ragazzi che i borghesi non volevano, così si legge nella “Lettera”, invece devono trovare i motivi e godere dei privilegi necessari per restare e realizzare il successo formativo superando le difficoltà. 

“L’abbiamo visto anche noi – dicevano i ragazzi di don Lorenzo – che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”. Questo dovrà essere anche il nostro approccio per favorire l’inserimento dei diversamente abili.

E qui l’indicazione è chiarissima e vincolante certamente per chi ha la responsabilità generale della scuola. Non solo per ridurre il fenomeno della mortalità scolastica, secondo una pura logica di numeri, ma nel senso più sostanziale di dare davvero a tutti quella formazione che è indispensabile per un pieno inserimento sociale, per il quale è altrettanto evidente che occorrono sinergie nuove tra i vari organi di governo centrale e locali, e, soprattutto, un rimotivato coinvolgimento tra pubblico e privato per creare le possibilità di incontro tra il sapere e la produzione della ricchezza e dei servizi. Un coinvolgimento che dovrà vedere il sistema educativo protagonista attivo e senza incertezze.

Chi sale a Barbiana, poi, non può non tornare senza un altro importante insegnamento: il no all’indifferenza. Si è scritto direi fino alla noia del significato di quell’I care che campeggia nel locale della scuola. È vero, la vera cifra che tante volte distingue tra loro le persone, è proprio questa caratteristica immateriale, capace di trasformare un gesto qualsiasi in una azione significativa. Possiamo anche nutrire dissapori tra di noi, pensarla diversamente su una o più questioni, anche decisive; ma se le scelte “ci interessano”, potremmo sempre trovare un terreno di confronto che dia senso alle parole e alla volontà che dietro di esse si manifesta. Come accennavo prima, l’indifferenza dei borghesi cui alludono tante pagine della “Lettera”, è diversa da quella indifferenza che noi oggi sperimentiamo. Se prima l’indifferenza nascondeva in sé stessa una forma di insofferente spregio per le classi inferiori (sentimento ingenuo oltre che scellerato); oggi essa, oltre a quello, si colloca in tutti quei territori dove per tante ragioni l’uomo tende a ridurre i propri comportamenti ad una banalità opaca sulla quale la luce dell’etica civile non riesce più a filtrare per illuminare le coscienze. Ed ecco allora che a quella citazione inglese i care, possiamo dare oggi un significato più pieno. Essa, infatti, è la formula di un invito ad essere pienamente uomini. Essa, in definitiva, indica la necessità di un “nuovo umanesimo”. 

Le culture del “Novecento” hanno prodotto tante dottrine politiche e, quindi, forme di umanesimi contraddittori, come ha ben detto il filosofo De Lubac il quale ammoniva che: “L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. E la storia del “secolo breve” con le sue stragi ne ha dato tragiche testimonianze. Ma attenzione, la fine delle ideologie non ha avuto meccanicamente come conseguenza la fine della disumanità. Le nuove povertà dei paesi industrializzati, le crescenti divisioni tra i paesi ricchi e paesi poveri, le oltre centoquaranta guerre che ancora si stanno combattendo nel mondo anche con l’empio impiego dei bambini-soldato, la crisi ambientale e tanti altri fenomeni tutti preoccupanti, ci dicono che gli esiti della modernità da soli non sono in grado di garantire un futuro di pace degno di una umanità riscattata dalle guerre e dalle ingiustizie. Ci dicono cioè che dobbiamo incontrarci per riscrivere insieme le tavole di un’etica condivisa che ridia ragioni di speranza e di crescita all’umanità. Tanti fatti, oltre a quelli appena segnalati, ci dicono pure che la costruzione di un umanesimo vero e di pace è impegno difficilissimo. Ma non impossibile. E per costruirlo don Lorenzo ci aiuta con il suo generoso e intelligente esempio, a partire da quella scuola che attraverso il suo impegno ha dato la parola ad una povertà che ne era priva, afona. E anche oggi dobbiamo ridare la parola a chi l’ha perduta insieme alla voglia di comunicare, di parlare; a chi, nella frammentazione del presente, ha perso la fiducia di poter divenire protagonista della propria vita. E su questi valori, ve lo assicuro di cuore, orienterò il mio impegno di governo, come ministro dalla scuola di tutti, perché questo e non altro vuol dire l’espressione “pubblica istruzione”.

Con un’ultima notazione che qui a Barbiana è necessaria: c’è una terra di mezzo tra i grandi apostoli della solidarietà e quella variegata della politica. C’è uno spazio dei profeti ed è una patria senza confini. Bene, noi sappiamo che don Milani l’abita ancora e ci aiuta sempre con l’esempio della sua missione religiosa, ma anche e soprattutto civile.

Dibattito | I cattolici democratici protagonisti di una nuova fase politica.

Tifenn Degornet

Le suggestioni e le riflessioni pubblicate su questo blog  esigono un ragionamento, dentro una volontà di confronto, che non può né deve essere eluso. E se costruire una proposta politica significa inverare, sul piano della Storia, principi e valori in un quadro di proposta progettuale, può essere utile far precedere la riflessione da un analisi della contingenza storica che stiamo vivendo. In Europa, alla vigilia di elezioni importantissime, stiamo vivendo una fase nuova. Dalla frustrazione e nostalgia, e dalla sfiducia e risentimento degli anni Dieci, siamo entrati in una fase di risacca. I movimenti sorti come risposta alla crisi dei debiti sovrani e dei provvedimenti di austerità, imperniati da una retorica anti-sistema e da un tratto di contestazione profonda, sono diventati improduttivi sul piano elettorale.

Syriza in Grecia (che era stato salutato da chi oggi guida il Pd come il sol dell’avvenire europeo del Duemila), Podemos in Spagna, il Movimento 5 Stelle in Italia, ma anche l’UKIP di Nigel Farage, che fu la reazione a destra contro la globalizzazione e l’Unione Europea, mostrano tutti la corda. I populismi di destra e di sinistra hanno infiammato piazze e folle, ma non hanno saputo farsi proposta di governo. Di fronte a questo gli elettori rifluiscono o nell’astensione o nella restaurazione. Viviamo una specie di Termidoro europeo, che mette fine alla stagione dei giacobini per aprire la strada al ritorno della restaurazione. Guardiamo cosa succede in Grecia o in Italia, o cosa sta per accadere in Spagna. Il punto è – per rimanere alla metafora storica – che questa restaurazione non funzionerà. Lo vediamo oggi in italia: Pnnr al palo, sbarchi aumentati, legislazione mediatica e populismo giudiziario, bulimia di potere senza uno straccio di proposta modernizzatrice per il Paese, cristallizzazione di un sistema di rendite e corporativismi che inchiodano la nostra economia da decenni. 

Qui sta il cuore dello spazio politico del centrismo riformista e democratico: creare le condizioni per le quali un elettorato moderato, riformatore e pragmatico non venga “arruolato” per assenza di alternative nelle file di una destra antimoderna e illiberale, e offrire una proposta politica un grado di assicurare che i moderati non rifluiscano nel conservatorismo e i riformisti non vengano risucchiati e silenziati dentro il massimalismo radicale. A tale proposito, preoccupa – e non poco – la deriva assunta da Pd all’indomani della vittoria della Schlein: da un lato si sposano le tesi dell’individualismo dei diritti, lasciando sullo sfondo il fondamentale richiamo ai doveri della solidarietà sociale, dall’altro si manifesta una tendenziale subalternità nei confronti della deriva culturale di matrice “travagliesca” del Movimento 5 Stelle che sulla giustizia, sulle riforme, sulla politica estera sembra essere impegnata ad una sfida continua al Pd dentro la consueta logica del “più uno”, che dai tempi di Bertinotti connota a sinistra ogni tentativo del massimalismo di soffocare le culture riformiste e di governo.

Ci troviamo così in uno schema opposto a quello della Prima Repubblica. Mentre la Dc raccoglieva voti moderati per orientarli politicamente verso il centrosinistra e le riforme di struttura, per fare avanzare la società, oggi la Destra raccoglie i voti moderati per attuare politiche identitarie e nazionaliste che faranno arretrare la società. E questo avviene perchè davanti all’offerta politica secca bipolare, il voto dei “non schierati” viene attratto dalla Meloni e non dalla Schlein, il cui partito ha perso ogni appeal per l’elettorato non schierato ideologicamente.

E, ancora una volta, qui sta il cuore politico dello spazio di un centrismo riformista. Che come tale, lo vorrei dire senza infingimenti, non può prescindere dal contributo e dalla presenza della cultura cattolico democratica. Non per una banale logica di captatio benevolentiae. Quanto, invece, per un basilare riconoscimento di un dato storico, che è inaggirabile: l’affermazione della democrazia, nel nostro Paese, è avvenuta con il contributo decisivo e profondo del cattolicesimo democratico, unito al riformismo liberaldemocratico e liberalsocialista, e grazie all’ intreccio di queste culture culturali e politiche si è assicurata l’evoluzione dei filoni politici della sinistra comunista e della destra missina, che nel corso della Prima Repubblica sposavano piattaforme regressive sotto il profilo dei valori democratici.

E come ci ha insegnato Pietro Scoppola, quello che è avvenuto in Francia, in Spagna o nel Regno Unito, con figure del cattolicesimo politico riformista di grande prestigio annegate dentro formazioni politiche di ceppo tradizionale socialista o liberale, non può avvenire in Italia per tre ragioni che si riassumono in tre parole: per la forza maggiore nel nostro Paese della tradizione politica cattolico democratica, per la debolezza della tradizione socialdemocratica e per il peso dell’eredità comunista nella nostra storia. Peso, inteso in termini di condizionamento culturale, che oggi riemerge in tutta la sua forza nel Pd, e che porta a concepire i riformisti cattolici del Nazareno non più come portatori di una cultura organica (oltre che fondativa del partito), ma come interlocutori occasionali con i quali aprire una dialettica dentro una dimensione di riconoscimento che assegna ai cattolici una funzione quasi lobbystica. (“Sì, ci sono anche i cattolici, parleremo anche con loro”, ha avuto modo di dire a Repubblica un influente membro della nuova segreteria, dando voce a un sentimento ampiamente diffuso a quelle latitudini, e affidando sostanzialmente alla cultura del riformismo cattolico una funzione di alterità rispetto alla riscoperta dell’originario filone dell’ ortodossia di sinistra). 

Mentre il Nazareno torna al Patto Gentiloni, al centro si riparte con il confronto e la discussione. Che deve condurre alla costruzione di una soggettività italiana che sia figlia della Storia, della cultura politica e della tradizione riformista italiana. In questa accezione, l’esperienza di “Renew Europe” non va letta, e non deve essere vissuta, come un recinto nel quale entrare, quanto invece come un tessuto connettivo che può allargarsi ed espandersi dentro un terreno più ampio nel quale le culture sappiano farsi sintesi ed innervarsi dentro un reciproco ascolto e confronto. Va anche in questa direzione il documento approvato dai gruppi parlamentari nei giorni scorsi, che immagina la auspicata lista unitaria per le elezioni del prossimo anno da costruirsi “a partire” dall’esperienza di Renew Europe e del Partito Democratico Europeo. In fondo, è questo il lascito della grande stagione della laicità della politica, che richiede assunzione di responsabilità e capacità di mediazione alta. Davanti ai grandi temi della vita di oggi (dalla messa in discussione dei modelli democratici sul piano globale al futuro del personalismo davanti ad un progresso tecnologico che sfugge alla possibilità di ogni controllo, per dire le cose più grandi) c’è bisogno di un grande lavoro culturale e valoriale. C’è bisogno di un retroterra etico e politico. C’è bisogno di riserve alle quali attingere per evitare la deriva dell’Italia e dell’Europa. Insomma, c’è bisogno della sintesi delle migliori culture politiche riformiste d’Italia, con la capacità di fare politica. Esattamente quello che i cattolici democratici hanno saputo fare nella loro storia in Italia. 

Ciriaco De Mita, una volta, ebbe a ricordarmi che nel primo dopoguerra Alcide De Gasperi seppe tenere insieme i democristiani che erano cattolici, i socialdemocratici che erano marxisti, i repubblicani che erano massoni e i liberali che erano anticlericali. E questo perchè mise al centro un pensiero politico di fondo forte e coerente su valori portanti come l’idea della democrazia e della libertà per la ricostruzione del Paese, l’atlantismo leale, l’europeismo come traiettoria identitaria, la politica economica fondata sulla crescita e la solidarietà. Questi valori li abbiamo tutti nelle nostre corde. È il momento storico di tornare a trafficare questi talenti. Insieme.

 

 

Dibattito | Al voto europeo uniti attorno alla bandiera del Partito popolare europeo

Dopo l’infausta fine della prima repubblica, il centro era stato rappresentato dal “partito di plastica” del Cavaliere che, in alternativa alla gloriosa macchina da guerra occhettiana, conquistò la maggioranza del voto alle elezioni del 1994, sfruttando l’immagine di uomo nuovo della politica italiana e i voti dei reduci del Psi e di molta parte degli ex Dc.

Berlusconi, grazie alle sollecitazioni di Sandro Fontana e di don Gianni Baget Bozzo, suo intelligente mentore ideologico, scelse di allearsi a livello europeo con il Ppe, di cui divenne uno dei più autorevoli leader per consenso elettorale e ruolo istituzionale. Oggi, dopo il voto di Settembre 2022, quella situazione è totalmente mutata e quello che un tempo era il centro destra a dominanza del partito di Forza Italia, è diventata un’alleanza di destra-centro egemonizzata dal partito di estrema destra di Giorgia Meloni, nel quale, nonostante le chiare scelte euro atlantiche compiute dalla Presidente del consiglio, convivono molti esponenti di culture nazionaliste e sovraniste di nostalgici post e neo fascisti.

Ipotizzare alleanze a destra dei Dc e Popolari legati alla cultura originaria democratico cristiana e popolare con tale maggioranza, a me pare solo possibile come scelta tattica, forse comprensibile a livello locale, ma assolutamente incompatibile in quello nazionale, considerate le distanze esistenti tra gli ideali e i valori che ispirano la destra meloniana da quelli propri della nostra tradizione sturziana, degasperiana e morotea.

Anche a sinistra, con un Pd a dominanza della neo segretaria Elly Schlein, ridotto al ruolo di un “partito radicale di massa”, la nostra incompatibilità è evidente. Una incompatibilità confermata dalle decisioni che amici Popolari ex Margherita hanno compiuto, come Fioroni e altri, uscendo da un partito i cui valori, alla fine, sono risultati incompatibili con quelli fondanti della nostra cultura politica.

Qualcuno si era illuso sul terzo polo del duo Calenda-Renzi, ma proprio in questi giorni si è potuto vedere quanto le divisioni tra di loro siano profonde e che solo l’esigenza di conservare il supporto finanziario del gruppo parlamentare unificato, abbia rappresentato la condizione utilizzata e imposta da Renzi per il varo di una lista unitaria alle prossime europee.

Giorgio Merlo nella sua ultima nota su “Il Domani d’Italia” (Il Centro è credibile se è credibile chi lo rappresenta), sulla base di un sondaggio di Lorenzo Pregliasco, confermerebbe la profezia di uno spazio elettorale attorno al 10 % a un centro che fosse equidistante dai due poli della destra e della sinistra, con personalità credibili alla sua guida. Gli è che, da un lato, i cosiddetti cattolici della morale, flirtano con la destra già da molti votata, e, dall’altra, quelli del sociale, o sono coerentemente fermi al centro, come il sottoscritto e molti altri, o ripensano nostalgicamente a una nuova Margherita in formato 4.0, sempre con lo sguardo rivolto a quella sinistra da cui sono appena fuggiti, dopo la vittoria congressuale della leader statunitense nazionalizzata svizzera.

Ecco, se veramente fossimo tutti interessati, come affermato sia al Convegno del Parco dei Principi del 25 Febbraio che a quello del 13 maggio al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, alla ricomposizione politica dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, è evidente che, utilizzando finalmente alle prossime elezioni europee il sistema elettorale proporzionale con preferenze, l’unica scelta che dovremmo compiere è quella della formazione di una lista unitaria di tutte le componenti della nostra area, tanto quelle che fanno capo agli amici di Tempi Nuovi – Popolari uniti, che a quelle di Insieme e, infine, ma non meno decisivi, di Iniziativa Popolare, con tutti gli amici a diverso titolo democratici cristiani e con tutte le diverse associazioni e movimenti che sottoscrissero il patto della Federazione Dc e Popolari.

Ogni altra scelta che puntasse di andare ciascuno per proprio conto sarebbe miope e contro producente, giacché da sola nessuna delle diverse formazioni potrebbe superare realisticamente la soglia minima obbligatoria prevista dalla legge elettorale europea per l’assegnazione dei seggi. Unica discriminante per il voto europeo dovrebbe esser la comuna volontà di far parte della più ampia squadra del Partito Popolare Europeo, poiché tutti eredi del partito che, con De Gasperi fu, con Adenauer, Monnet e Schuman, tra i fondatori della compagine popolare europea, lasciando a un futuro congresso nazionale la decisione delle scelte politico programmatiche e delle alleanze sul piano interno italiano. Ecco perché mi sento di rivolgere l’ennesimo appello a tutti gli amici delle diverse realtà politico culturali citate affinché si rinviino le decisioni sulle alleanze e ci si impegni tutti uniti per dar vita a una lista unitaria dei Dc e Popolari alle prossime elezioni europee, con l’obiettivo di riportare finalmente nel Parlamento a Strasburgo e a Bruxelles alcuni deputati rappresentativi della nostra cultura politica.

Una buona legge elettorale può riconciliare il cittadino con la politica

La progressiva riduzione della partecipazione al voto può ragionevolmente creare un problema di legittimazione del risultato per chi, di volta in volta, vince le diverse competizioni elettorali? In termini formali ovviamente no. Ma in termini politici si impone una riflessione se chi prevale nelle elezioni (soprattutto nelle competizioni a turno unico) non può dire di rappresentare la maggioranza dei cittadini, ma a volte solo una esigua parte di elettori rispetto all’intera platea degli aventi diritto di voto. Infatti, in presenza di percentuali di partecipazione al voto inferiori al cinquanta per cento, il risultato ottenuto da ciascuna lista indica un livello di consenso realmente presente nel tessuto sociale che è pari alla metà della percentuale di voti ottenuti o a volte anche meno. In altre parole una lista che raggiunga una pur lusinghiera percentuale di voti (ad esempio del 28-30%) sta in effetti rappresentando un percentuale dell’intera cittadinanza che è molto inferiore a quel numero.

Nelle recenti competizioni elettorali regionali del febbraio 2023, il caso limite è stato quello del Lazio, dove la percentuale di votanti ha raggiunto il minimo storico del 37,2%. In casi di questo tipo, una lista che raggiunge il 30% è in effetti stata votata dall’11% degli elettori. Lo stesso Presidente della Regione Lazio, legittimamente eletto lo scorso febbraio con il 53,9% dei voti, è stato effettivamente votato da non più del 20% dei cittadini del Lazio. Anche nelle elezioni politiche del settembre 2022 il “primo partito” è stato quello dei non votanti (circa 20 milioni); si consideri inoltre che il centrodestra vince con 12,6 milioni di voti, mentre tutte le altre forze politiche (oggi all’opposizione) non vincono perché divise tra loro, ma raccolgono complessivamente oltre 16,4 milioni di voti. Il paradosso espresso da questi numeri è che oltre tre quarti degli elettori non trova rappresentazione nella maggioranza che governa attualmente il Paese.

Il ragionamento si potrebbe concludere dicendo semplicemente che gli assenti hanno sempre torto. E in parte è così, perché poi i governi e le amministrazioni elette operano e decidono in nome e per conto di tutti. Ma oltre questo non si può sottovalutare che la bassa affluenza al voto e un simile meccanismo elettorale non creano – tra le altre cose – quell’afflato tra elettori ed eletti che poi diventa anche vettore delle scelte politiche di amministrazioni e governi. Una condizione dalla quale derivano poi conflitti e sfiducia generalizzata nelle istituzioni e in chi le rappresenta. Con il progressivo calo della partecipazione dei cittadini alle scelte delle amministrazioni manca sempre più quel coinvolgimento popolare che crea un senso civico diffuso e con esso anche le condizioni per amministrare al meglio una comunità organizzata, specialmente quando si tratta di grandi agglomerati urbani.

Probabilmente un errore fatto in modo sistematico nel corso degli anni è stato anche quello di definire il voto sempre e soltanto come un diritto. La nostra Costituzione invece, all’articolo 48, definisce il voto come “personale ed eguale, libero e segreto” aggiungendo che “il suo esercizio è un dovere civico”. I costituenti hanno voluto sottolineare il concetto di “dovere” aggettivandolo come “civico” per evitare che il legislatore ordinario potesse in seguito prevedere delle sanzioni a carico di chi non vota. Oggi è più che mai necessario recuperare quel concetto di “dovere civico” per ristabilire un rapporto fiduciario meno effimero e più duraturo tra cittadini e rappresentanti eletti nelle istituzioni; ne deriverebbe un vantaggio complessivo per tutti, grazie alla crescita di un comune senso civico di appartenenza ad una comunità in grado di confrontarsi in modo costruttivo intorno a problemi e possibili soluzioni.

Sono riflessioni che dovrebbero guidare ogni proposta di modifica dei sistemi elettorali a livello sia nazionale che locale. In questo senso va spezzata una lancia a favore dei sistemi elettorali che prevedono un doppio turno e che hanno la caratteristica di riuscire a tenere insieme i vantaggi della logica proporzionalistica che tutela le diversità politiche con l’esigenza di stabilità di amministrazioni e governi. Il modello elettorale dei comuni, anche detto del “sindaco d’Italia”, consente infatti di salvaguardare ogni singola forza politica nel primo turno, individuando con nettezza nel secondo turno di ballottaggio chi dovrà guidare l’amministrazione o il governo; è un sistema inclusivo, che può risultare incentivante per la partecipazione al voto consentendo ad ognuno di fare una scelta che tenga insieme la voglia di identità con la necessità di sintesi. Ritrovare una sana partecipazione significherebbe anche che chi è chiamato a governare può rappresentare realmente la maggioranza dei cittadini e non solo una parte dei pochi che si recano a votare. Le leggi elettorali devono essere rivolte agli elettori con l’obiettivo di riavvicinarli alla politica e al voto. Altre finalità possono interessare solo gli “addetti ai lavori” con grande nocumento per la qualità della nostra democrazia.

Renew Europe, finta unità tra Calenda e Renzi senza i cattolici democratici.

All’incontro romano di Renew Europe, il raggruppamento che vede come leader Emmanuel Macron, può essere attribuito tutto il valore che merita uno sforzo di lodevole apertura. Si è trattato però di una sorta di processo endogeno, sviluppato all’interno del contenitore dei liberal-democratici europei e quindi legato alla prospettiva di una lista unitaria tra Azione, Italia Viva e Più Europa, ovvero tra i partiti italiani iscritti attualmente a Renew Europe. In sostanza, l’apertura nel significato pieno del termine non c‘è stata a motivo della mancanza del benché minimo accenno, durante e dopo il convegno, ad altre forze politiche e sociali. 

Questa volta è stato Calenda a dire con più chiarezza quale sia realisticamente il perimetro dell’iniziativa alla quale si dispongono i suoi protagonisti. “Con Renzi si ferma ogni polemica, non si discute più su questioni di merito, questo sia per quanto riguarda i gruppi che i leader politici. Si valuterà la possibilità di costruire una lista di Renew Europe nei tempi giusti. Non deve essere matrimonio di interesse, ma un processo. Oggi siamo tre partiti distinti che devono collaborare per ottenere i voti. Mi richiamerei, per questo, allo spirito repubblicano di Draghi”. 

Orbene, ammesso che la tregua tra Azione e Italia Viva regga, non sembra scontato realizzare l’obiettivo di una saldatura più completa, vista la prudenza, se non la freddezza, della componente che fa capo a Maggi e Della Vedova, ma in ultima istanza alla Bonino per la sua storia e il suo potenziale di fascinazione sul mondo “radicale”. Da questo lato del triangolo viene infatti la sollecitazione a riguardo di un più esplicito ancoraggio alla “cultura dei diritti”, come d’altronde asserito dallo stesso Macron quando mesi fa ha  lanciato la proposta diretta a far sì che il diritto all’aborto diventi parte integrante della legislazione europea, sottraendo la materia alla competenza dei singoli Stati.

L’appuntamento dei liberal-democratici serviva ad allargare il campo, invece lo ha praticamente cintato senza risolvere o alleggerire il contenzioso interno. Sta qui la delusione. In un tempo che richiede la ricerca di nuove convergenze tra forze popolari e riformatrici, secondo un disegno che si vorrebbe improntare a un umanesimo rispettoso del contributo delle fedi, l’approccio dell’agglomerato italiano di Renew Europe esibisce una vocazione all’irrigidimento lungo l’asse del liberismo etico (essendo quello economico acquisito acriticamente). Su queste basi il confronto con i cattolici democratici parte male o non parte affatto, non valendo in politica il criterio per il quale, alla Totò maniera, “la somma fa il totale”: si rischia, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, di generare ulteriore confusione nell’elettorato.

Manzoni precursore del Risorgimento nel ricordo di Fanfani al Senato

Amintore Fanfani

Il 22 maggio 1873 si spegneva a Milano Alessandro Manzoni. Il Senato, che lo annoverava da 13 anni tra i suoi membri, partecipò ai funerali, svoltisi con grande solennità il 29 dello stesso mese. Il 3 giugno il presidente Fardella di Torrearsa rievocò in Aula l’illustre scomparso. E, in esecuzione del voto unanime espresso in quel giorno, un busto di marmo fu posto poi in biblioteca, quasi a sottolineare il ricordo di un senatore insigne nelle lettere, ma schivo della politica. 

Ricorrendo in questi giorni il centesimo anniversario della morte di Manzoni, non poteva il Senato della Repubblica non partecipare al ricordo di Milano e dell’Italia, promuovendo sue proprie onoranze. 

Per Palazzo Madama, con l’assenso del Ministro per pubblica istruzione ed il consenso del Centro di studi manzoniani, della Biblioteca nazionale Braidense e del comune di Milano, si è ottenuto di poter collocare in una delle sale senatoriali un quadro del secolo scorso. In esso il pittore Giuseppe Molteni ritrae lo scrittore al centro di un noto paesaggio lariano, attribuito al pennello di Massimo d’Azeglio. Il pregio dell’opera è accresciuto, quindi, dalle circostanze che, a compirla, abbia dato mano lo statista-pittore che l’8 giugno 1860 fu invitato, insieme al collega Casati, ad introdurre in Aula il neo-senatore Alessandro Manzoni per prestare giuramento. 

Da una sala contigua a quest’Aula, meno riservata di quella della biblioteca, la pittorica effigie meglio ricorderà ai senatori un predecessore tra i più illustri, non solo per gli indiscussi meriti letterari, ma anche per certi meriti politici, attorno alla natura dei quali le polemiche, in verità, non sono del tutto sopite. 

E, rivolgendo, in quest’occasione, la parola agli onorevoli colleghi, non posso non prendere avvio proprio da ciò che disse il presidente Fardella di Torrearsa sottolineando che “la lunga intemerata vita di Alessandro Manzoni non fu spesa nell’adoperarsi attivamente nelle pubbliche faccende”. A ciò dire l’antico Presidente fu portato forse anche dal ricordo della rinunzia, fatta pervenire dal Manzoni agli elettori di Arona, quando lo avevano prescelto come deputato, allegando il motivo che tale lezione, per lui, suonava come l’invito rivolto ad “uno zoppo per una festa da ballo”.

Certo, la ritrosia del ‘48 ad accettare il mandato degli elettori, come la discrezione con la quale nel febbraio del 1860 accolse la nomina a senatore e la parca partecipazione alle sedute del Senato in tempi di accese lotte, che non lasciavano inosservata l’assenza da esse di  italiani ricchi di grandi doti e di distinta personalità, han dato risalto alla modesta presenza di Alessandro Manzoni nella vita politica.

Il problema, che sembrò senza importanza per chi decise la nomina di Manzoni a senatore per avere “con servizi  e meriti eminenti illustrato la Patria”, non sfuggì a quanti, a ciclo concluso di una esistenza certamente preclara, cercarono di spiegare di essa le luci e le ombre.

Appena morto il Manzoni, Giosuè Carducci esprimendo “alcuni giudizi“ su di lui, fondava il proprio invito a non presentarlo quale banditore e partecipe dei moti risorgimentali, sul silenzio che il poeta, dopo il ’21, aveva mantenuto verso la Patria; e quasi spiegava quel lamentato silenzio, e l’inerzia che lo accompagnò, con la morale – secondo lui – deducibile dai “Promessi Sposi”, quella cioè “che a pigliar parte alle sommosse l’uomo rischia di essere impiccato; e torna meglio a badare in pace alle cose sue facendo quel po’ di bene che si può”. Deduzione – questa – non certo elogiativa per il nostro commemorato, che però da se stesso, in certo modo, aveva anticipato simile spiegazione del suo restare appartato dall’azione, allorché il 7 ottobre 1848, da Lesa, aveva scritto a Giorgio Briano: “Tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando le parole possono condurre ad una deliberazione… il fattibile, le più volte non mi piace, e, dirò, anzi mi ripugna; e ciò che mi piace non solo parrebbe fuori di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe  me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo, e d’aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle sue conseguenze”.

E aldilà di questa soggettiva spiegazione, Arturo Carlo Jemolo, proprio in opera nuova, di questi giorni, spiega la scarna presenza del Manzoni nella vita politica italiana col fatto che egli “sente la nazione, non lo Stato, non crede alla possibilità delle leggi, di amministrazioni buone, non vede dietro di sé tempi migliori da risuscitare, e ben poco spera dall’avvenire”.

Ai sottolineatori della riservatezza politica manzoniana un dotto membro della nostra Assemblea giustamente, tuttavia, ricorda – bene anticipando il sentimento diffuso oggi in quest’Aula – che accanto al Manzoni che “sta per conto suo”, c’è anche un Manzoni “che compie senza sacrificio, senza sforzo tutti gli atti necessari a congiungere la fede del credente con la dignità del cittadino; un Manzoni che non sbaglia nel ‘48, nell’adesione alle cinque giornate, che non sbaglia nel decennio della lunga snervante attesa, che non ha esitazioni o incertezze di fronte alla svolta del ‘59, che riceve dalle mani del Rattazzi, all’indomani di Villafranca, l’assegno Regio di riconoscenza, ma ringrazia Cavour;… un Manzoni che si reca a votare nel dicembre del 1864 a Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, primo sicuro passo sulla via di Roma, resistendo a tutte le pressioni anche familiari;… di un Manzoni che plaude all’impresa garibaldina dei Mille, senza aspettare il corso degli eventi;… un Manzoni che non ha nessuna incertezza o esitazione, una volta compiuta la parabola dell’unità, a incontrarsi con Mazzini, asserendo che con Mazzini egli aveva avuto sempre fede nell’indipendenza d’Italia, compiuta e assicurata con l’unità”.

Né sembrino di poco conto questi atti, anche se confrontati con quelli dei massimi protagonisti del Risorgimento. Infatti, per l’ambiente in cui viveva Manzoni, essi risultarono tanto significativi da non risparmiargli contrarietà in vita e perduranti  critiche anche in morte, quando la sua memoria fu biasimata proprio per avere egli “detto troppi sì alla signora rivoluzione”.

L’aver pronunziato questi sì concorse a meritargli il laticlavio: ed anche il ricordo di questi si gli merita la celebrazione che a cent’anni dalla morte ne facciamo, sia per aver egli, con la sua non dimenticata opera di scrittore sommo, onorato le lettere in Patria e nel mondo, sia per avere egli con ferme decisioni, in momenti salienti, anticipato e stimolato la convinta adesione di ampia parte della popolazione italiana di profondo sentire cattolico allo sforzo lungimirante per superare storici steccati, per concorrere a prendere le decisioni capaci di consolidare l’unità raggiunta e, sulla base di essa, promuovere necessari progressi nel senso della libertà.

In questo spirito possiamo riallacciarci, dopo cent’anni, alla celebrazione che di Alessandro Manzoni fu fatta in quest’Aula dal Presidente d’allora, elogiando in Manzoni il sommo letterato, il precursore del Risorgimento, il cantore dell’unità nell’ora del periglio, il senatore che, col suo giuramento, confermava e rinnovava le sue libere aspirazioni, il vegliardo che, quasi nonagenario, a quanti circondavano il suo letto di morte rivolgeva “parole che è bello ripetere – così concluse il Fardella di Torrearsa –  anco  in quest’Aula: pregate così pure, come io ho fatto quotidianamente, per la Patria”.

Ed accogliendo, dopo cent’anni, questo invito, nelle nuove condizioni dell’Italia, non possiamo non proporci di mettere al sommo dei nostri pensieri e della nostra opera il fermo proposito di fare quello che da noi dipende, affinché l’Italia, delle conquiste sinora raggiunte sulla via dell’indipendenza, dell’unità, della libertà, faccia solida base per accrescere le altre cui attende di progresso, di giustizia, di pace.

Il Centro è credibile se è credibile chi lo rappresenta

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Recentemente, alla presentazione del mio ultimo libro sul “Centro. Dopo il populismo” a Torino, Lorenzo Pregliasco – autorevole e qualificato sondaggista – ci ha spiegato in modo molto semplice ma schietto che esiste un elettorato centrista nel nostro paese. Soprattutto dopo la ripartenza di una forte e massiccia radicalizzazione della lotta politica, frutto e conseguenza del voto del 25 settembre scorso ma, soprattutto, grazie alla vittoria della Schlein alle primarie del Partito democratico. Una radicalizzazione che va di pari passo con una altrettanto nociva e pericolosa polarizzazione ideologica. Il tutto, come ovvio ed evidente, crea una miscela esplosiva che può mettere in discussione la stessa tenuta della nostra democrazia e la qualità del sistema democratico.

Ma, per tornare a Pregliasco, è interessante la tesi che ha presentato a Torino. E cioè, esiste 1 elettore su 10 che oggi in Italia si riconosce in un’area centrista. Un 10% di elettorato che potrebbe, però, anche crescere ulteriormente purchè, ecco la novità, si tratti di una offerta politica credibile da un lato e che, soprattutto, sia rappresentata in modo credibile da chi la guida dall’altro. Insomma, torniamo all’antico. Non quello usato e nostalgico ma, al contrario, quello serio e collaudato. Ovvero, con un progetto politico coerente e aderente alla società contemporanea e con una classe dirigente altrettanto credibile, quello spazio politico può riavere un ruolo decisivo e determinante per gli stessi equilibri politici complessivi. Sin qui Pregliasco, pur senza esercitarsi, come ovvio, nello stilare nomi e cognomi.

Ora, è di tutta evidenza che – e lo dico senza alcuna polemica politica e men che meno di carattere personale – difficilmente un esponente con il profilo politico di Calenda può interpretare quel ruolo o farsi carico di quella domanda politica, culturale e sociale che attraversa la nostra società. Non può essere un politico aggressivo, divisivo, strutturalmente impulsivo e poco incline, per non dire nulla, alla cultura della mediazione, del confronto, del rispetto dell’avversario e della composizione degli inevitabili contrasti che nascono nella lotta politica quotidiana, la figura più idonea per interpretare e tradurre concretamente la “politica di centro” nel nostro paese. Oltre, ma questo è ancora un altro aspetto, essere radicalmente estraneo ed esterno alla cultura cattolico popolare, democratica e sociale che, come tuti sanno, è stata nel nostro paese decisiva per dare forma e sostanza al Centro e alla “politica di centro”.

E l’elemento decisivo, quindi, per rilanciare e soprattutto per rappresentare il Centro oggi nel nostro paese risiede proprio in questa sfida. E cioè, senza rincorrere la più spietata personalizzazione della politica – un tassello, questo, storicamente estraneo alla cultura e alla politica di un Centro democratico, dinamico, riformista e di governo – è indispensabile avere una leadership credibile che incarni anche “fisicamente” quel profilo. Che è sì di natura politica, culturale e programmatica ma che, soprattutto, lo confermi anche e soprattutto nella cosiddetta “cultura del comportamento”, come amava definirla il grande storico cattolico Pietro Scoppola quindi parlava di autorevolezza e di credibilità della classe dirigente politica.

Ecco perchè l’osservazione di Lorenzo Pregliasco, ancora una volta, coglie nel segno.

Eurispes, la sfida dei tempi nuovi per una Italia consapevole del suo ruolo.

Il messaggio del 35° Rapporto Italia dell’Eurispes, presentato ieri a Roma, che fotografa un Paese che oscilla tra inseguire l’illusione di una nuova normalità e l’apertura ai tempi nuovi, è quello di non mettere la testa nella sabbia come gli struzzi bensì di attrezzarsi ad affrontare, come ha affermato Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, «le novità e la portata dei cambiamenti in atto, a livello globale e nelle nostre comunità nazionali e locali», quelli che l’Eurispes definisce i “megatrend”, i grandi processi legati, ad esempio, alla rivoluzione digitale, agli andamenti demografici, ai cambiamenti climatici, ai flussi migratori, alle disuguaglianze economiche, agli squilibri sociali diffusi.

Tra i molteplici aspetti del Paese messi in luce dal Rapporto Italia spiccano i dati rilevati dell’indagine dell’Eurispes per il 2023, il 53,8% dei cittadini indica che l’andamento della economica del Paese nel corso dell’ultimo anno è peggiorato. La pandemia ha portato pessimismo: fino al 2020 prevaleva infatti l’opinione secondo cui la situazione fosse sostanzialmente stabile. Mentre riguardo al futuro economico dell’Italia nei prossimi 12 mesi, secondo il 31,2% degli italiani la situazione resterà stabile, mentre per circa il 30% peggiorerà, solo per l’8,5% ci sarà un miglioramento e ben il 30,2% non sa o non risponde. Nonostante la percezione di un peggioramento della situazione economica del Paese, il 42% dei cittadini afferma che la propria situazione economica personale/familiare negli ultimi 12 mesi è rimasta stabile.

La spesa che più spesso mette in difficoltà le famiglie è il pagamento del canone d’affitto (48,4%), seguita dalle bollette e utenze (37,9%; +3,5% rispetto al 2022) e dalla rata del mutuo (37,5%), mentre tre italiani su dieci hanno difficoltà a pagare le spese mediche (30,1%; +5,6%).

La maggioranza degli italiani (75,1%), nel corso dell’ultimo anno, ha sperimentato l’effetto dell’inflazione, avvertendo l’aumento dei prezzi in Italia. Gli aumenti più significativi si riscontrano per le bollette, i generi alimentari e la benzina (con oltre il 90% delle indicazioni). 

Parecchi altri sono gli aspetti della vita nazionale analizzati nella ricerca, una sintesi della quale è scaricabile sul sito dell’Eurispes.

Di grande interesse rispetto al tentativo dell’Italia di affrontare le sfide di questo cambio di epoca in corso, risultano anche i dati forniti riguardo all’evoluzione dei rapporti commerciali tra Italia e Africa, un continente che secondo la Banca Africana per lo Sviluppo (AfDB) nel 2022 ha conosciuto un incremento del PIL del 3,8%, che lo pone al secondo posto nel mondo dopo l’Asia per crescita economica.

Nel 2022 l’interscambio commerciale dell’Italia con l’Africa ha fatto registrare per la prima volta dal 2011 un saldo negativo. Si è infatti avuta una vertiginosa crescita delle importazioni dall’Africa (+36,5%) a cui ha contribuito l’aumento delle importazioni di gas e di petrolio da Algeria e Libia,  in sostituzione di quelli russi. Una dimostrazione del fatto che il Piano Mattei per l’Africa comincia a dare i suoi frutti a vantaggio sia dei Paesi africani che dell’Italia, con la prospettiva per l’Italia di poter ampliare con l’Africa le opportunità di sviluppo di partnership eque, solide e diversificate.

Il Manzoni di Papa Montini

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Paolo VI

 

Signor Cardinale,

Apprendiamo dalla sua lettera che la Città di Milano sta per celebrare, in maniera degna delle sue tradizioni di spiritualità e di cultura, il 1° Centenario della morte di Alessandro Manzoni. Nel compiacerci di cuore per questo avvenimento, che raccoglierà l’adesione di personalità e di studiosi italiani ed esteri, desideriamo in qualche modo partecipare a quanto è stato predisposto per onorare noi pure l’insigne Uomo, che ha dato alla fede cattolica una così alta testimonianza con la convinzione vissuta del credente e col sommo magistero letterario dell’incomparabile artista.

Il Manzoni si trovò in un momento decisivo della storia: di fronte alla ideologia dell’illuminismo razionalistico. Egli prospettò con «La morale cattolica», una visione teologica della vita umana e affermò l’inscindibilità del fatto morale da quello dottrinale; di fronte al laicismo della rivoluzione sostenne, con accenti squisitamente religiosi negli «Inni sacri» specialmente, i valori del culto cattolico e la commossa partecipazione del popolo alle festività liturgiche; in mezzo al dramma umano delle guerre di allora celebrò il soccorso della fede con le sue composizioni liriche sul risorgimento italiano e sul declino napoleonico. Le sue tragedie portarono sulla scena le vicende dei condottieri e la storia franco-longobarda, penetrandole del respiro di umanissimi sentimenti e inserendole nel quadro più vasto di un’esperienza vitale, dove accanto ai grandi anche ai semplici è assegnato un posto degno di rispetto e di umana pietà. Egli pertanto sentì che la letteratura è strettamente congiunta alla vita e la vita alla verità religiosa, e che non si può dare una risposta al segreto dell’arte se prima non sia intuita la risposta al senso della vita. Per questo volle riproporre, nella visione di un tempo storico quale è il Seicento, i ricorrenti problemi che l’uomo incontra nelle sue diverse età.

I «Promessi Sposi», che sono il naturale sbocco di questa cristiana meditazione sull’esistenza, vivono in uno spazio sociale e spirituale senza confini, non circoscritto alle terre, pur così suggestive, a specchio del lago di Como, e generazioni di uomini, ormai da più decenni, si sono soffermate su quelle pagine, e vi hanno trovato riflesso un aspetto della loro propria vita, o, diciamo meglio, la risposta animata a tanti loro problemi.

Per la città di Milano, che sempre noi ricordiamo con partecipe affetto, quei personaggi sembrano di casa: essi conservano una fisionomia simbolica che ha preso il carattere dei luoghi, e nonostante la metamorfosi indotta dai nuovi tempi, essi posseggono ancora un accento che si adatta mirabilmente al cielo e al lavoro della città e delle campagne lombarde. In questa rappresentazione tutti i personaggi di scena assurgono a figure tipiche di perenne eloquenza; ed Ella può ben comprendere come sia per noi motivo di vera commozione il ricordo del Cardinale Federigo Borromeo, che lasciò nell’Arcidiocesi ambrosiana, tanto legata al veneratissimo San Carlo, fondazioni e memorie giunte vive sino a noi. Un Padre Cristoforo che si pone a contrastare con i potenti e che, a prima vista, sembra l’uomo sconfitto, i protagonisti che devono lasciare il paesello, dopo l’addio ai monti, in cerca di rifugio in un mondo sconosciuto, e tutto l’insieme dei fatti tra la carestia, i disordini e la peste, sono continui richiami a situazioni storiche passate, ma non trascorse, diremmo col Manzoni, e che si ripetono nella storia dei popoli, anche di recente.

Guardare più in alto per trovare i legami della vita umana con un disegno della Provvidenza è un dovere trasparente dalle pagine semplici e sublimi dell’immortale romanzo, dovere che ciascuno ha verso se stesso e verso il prossimo, proprio in ordine alla legge di Dio e ai precetti della carità. Questo, a noi pare, è il grandissimo merito che ha avuto il Manzoni, riproponendo, con la pacata suggestività dell’arte, il significato più profondo della umana esistenza. Se volessimo rievocare le cose innumerevoli che lo scrittore ha voluto dire, non dovremmo passare sotto silenzio le circostanze, quasi marginali, e spesso inosservate, che sono la lezione segreta e persistente del Manzoni più intimo; si pensi, ad esempio, alla predica di Padre Felice al lazzaretto: c’è in quella invocazione alle Beatitudini del Vangelo un cristianesimo puro e semplice, una verità sofferta tra una popolazione di derelitti e di consacrati alla morte; quando la Croce s’inalbera e ha inizio la processione, ci vien fatto di pensare a questo cammino del mondo e dell’età presente, che ha bisogno, per avanzare, che la Croce apra il cammino e sia sempre di guida. Nel Manzoni, a noi sembra, non esistono zone morte, né pagine di ripiego. Ci sembra di scorgere, nel gran teatro del mondo che là si riflette, un richiamo continuo e insistente alle leggi umane, alle leggi divine, a quelle infine della Chiesa, per cui, coerentemente, lo Scrittore stesso confidò al P. Cesari: «Colla Chiesa voglio sentire, esplicitamente dove conosco le sue decisioni, implicitamente dove non le conosco: sono e voglio essere colla Chiesa fin dove lo so, fin dove veggo e oltre».

In tale luce, la conclusione del romanzo è, effettivamente, il succo di tutta la storia: i dolori vengono e vanno; così le sofferenze si succedono negli individui, nelle famiglie e nei popoli, ma la fiducia in Dio raddolcisce tante pene e «le rende utili per una vita migliore». Al termine della «Pentecoste», il più ispirato dei suoi Inni, il Poeta si sofferma a guardare la fede che brilla nello sguardo di chi muore, sperando: così ci par di vedere il Manzoni nelle giornate ultime della sua vita, accanto alla sua cara Chiesa di San Fedele.

Il romanzo è una «consolazione per l’umanità», e così lo giudicò il Verdi, che celebrò degnamente il transito del grande artista con la «Messa da Requiem». Crediamo che di questa consolazione anche la società odierna abbia un sincero bisogno. Si discuteva tanto, nell’età manzoniana, del terzo stato: lo Scrittore lo pose al centro dei «Promessi Sposi», e mostrò un interesse singolarissimo per la vita degli umili, che sembrano destinati a restar fuori dalla storia, mentre per la loro fede e la loro sanità morale ne sono la base e il fermento. In questo Centenario, in cui gli studiosi più qualificati interverranno con nuove esegesi, sembra perciò opportuno che sia stabilito un contatto tra la dottrina dei critici e il popolo, quello per primo pastoralmente affidato alle Sue sollecite cure. Le iniziative prese in tale circostanza, dalle Autorità civiche come dall’arcidiocesi, ne sono un segno consolante.

Il Manzoni tornerà così tra la sua gente ambrosiana, che lo conobbe e lo amò in ogni tempo, e che prosegue a vedere in Lui, con affettuosa stima, l’uomo, lo scrittore, il cristiano. Auspichiamo altresì che l’occasione celebrativa ne richiami e riproponga più universalmente il messaggio consolatore, il quale indica nella fitta e confusa trama degli eventi umani l’azione segreta, di cui dicevamo, della Provvidenza di Dio, la quale tutto guida, alla fine, per il bene dei suoi figli.

Con questi voti a Lei e alle Autorità che promuovono le solenni celebrazioni nella diletta Arcidiocesi, giunga l’augurale saluto della nostra Benedizione Apostolica.

 

N.B. Il messaggio al Cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano, fu divulgato il 19 maggio 1973, ma vergato dal Papa il 14 aprile.

 

Fonte: Vaticano

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730519_centenario-manzoni.html

In Italia bisogna ragionare sulla espansione dei Brics nel bacino mediterraneo

Sono diciannove i Paesi che, per il momento, hanno chiesto di aderire al Coordinamento dei Brics. Lo ha reso noto Anil Sooklal, ambasciatore presso i Brics, del Sudafrica che detiene la presidenza di turno, specificando che fra questi Paesi tredici hanno avanzato una formale richiesta di adesione e sei hanno espresso la volontà politica di farlo. Il tema dell’allargamento e delle modalità con cui sarà fatto, verrà discusso al vertice dei ministri degli esteri dei Paesi Brics che si terrà a Città del Capo il prossimo primo giugno, in vista del XV vertice dei leaders Brics che si terrà a Durban dal 22 al 24 agosto prossimo.

 

L’allargamento dei Brics costituisce un processo di rilievo per gli equilibri globali. Diventa importante, e urgente data la rapidità con cui sta avvenendo, definire l’atteggiamento e la strategia da tenere verso i Brics allargati, o Brics Plus, come potrebbero decidere di chiamarsi dopo le nuove adesioni.

 

L’Italia è lo stato occidentale più interessato poiché quasi tutta la sponda Sud del Mediterraneo (Algeria, Tunisia, Egitto, Siria, Turchia) nei prossimi anni potrebbe ritrovarsi nei nuovi Brics. Se la sappiamo cogliere, questa è una opportunità straordinaria per l’Italia che può rendere il nostro Paese un laboratorio di dialogo e di partenariato tra il nostro sistema di alleanze e quello che si sta consolidando fra un numero rilevante di stati emergenti, e rendere l’Italia il centro dell’incontro tra questi due mondi.

 

L’apertura di un nuovo ciclo di relazioni improntate all’interdipendenza e alla collaborazione tra Est e Ovest (significativa è anche la scelta del governo italiano di ospitare a Otranto, porta verso l’Oriente, il prossimo G7) appare favorita anche da processi di pacificazione che stanno avvenendo con impressionante velocità fra Paesi che hanno richiesto l’adesione ai Brics. Ex nemici di un passato recente, che hanno combattuto guerre devastanti, innescate e sostenute perlopiù da soggetti esterni, ora hanno normalizzato le relazioni diplomatiche e si ritrovano addirittura alleati.

 

Qualche significativo esempio.Turchia e Siria, con Damasco riammessa con tutti gli onori nella Lega Araba; Arabia Saudita e Iran, che sono tornati a parlarsi grazie alla mediazione di Pechino, e nonostante la loro guerra per procura in corso nello Yemen, che adesso non sembra aver più ragion d’essere.

 

Pakistan e Afghanistan, che, in aggiunta alla loro comune prospettiva nei Brics Plus, hanno deciso, insieme alla Cina, lo scorso aprile, di estendere il Corridoio Economico Cino-Pakistano (CPEC) al disastrato Afghanistan. Dopo 20 anni di occupazione occidentale, seguita a quella sovietica, un Paese da 40 anni in guerra vede, per la prima volta, a portata di mano un processo di enorme sviluppo perché, nonostante tutto, con la Cina arriva lo sviluppo, interessato quanto si vuole (Pechino vede l’Afghanistan come hub commerciale strategico per la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta), ma le infrastrutture per lo sviluppo i cinesi le hanno realizzate in Africa, nel vicino Pakistan e tutto lascia presagire che le faranno anche in Afghanistan.

 

Dal punto di vista geopolitico sembra assumere una particolare rilevanza il fatto che quasi tutta l’Asia Meridionale e Indo-Pacifica, dall’Iran all’Indonesia, intenda aderire ai Brics. Noi europei riteniamo l’Europa il principale teatro in cui si definiscono gli equilibri mondiali (purtroppo in questa fase anche attraverso il ricorso alla guerra, scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina). Ma l’Asia Meridionale, da cui passa il controllo dei mari, necessario per contenere l’Eurasia, non è da meno per importanza.

Ora, di fronte al processo di allargamento dei Brics, non è pensabile che l’Occidente possa isolarsi e barricarsi dietro i suoi confini.

 

Forse è arrivato il momento di pensare a come starci nel mondo multipolare. Sia come nazione, sfruttando adeguatamente l’invidiabile collocazione geografica della Penisola che ci permette più di altri di cogliere le opportunità offerte dall’allargamento dei Brics nel Mediterraneo, sia come Europa, sia come Occidente.

 

Una missione e un servizio che gravano innanzitutto sugli Stati Uniti per il ruolo guida che a loro compete e che, senz’altro e dopo gli opportuni chiarimenti all’interno dei loro gruppi dirigenti, saranno in grado di assolvere nel modo più idoneo a definire a nome di tutto l’Occidente un accordo vantaggioso di collaborazione con i Brics e con il Resto del Mondo per la gestione della politica mondiale, che riduca al minimo e possibilmente disinneschi dal loro interno le occasioni e i teatri di conflitto e rafforzi la stabilità e la pace nella giustizia nel mondo intero.

Al Brennero, tra Italia e Austria, non c’è pietà per i migranti.

Facendo un ripasso di geografia il passo del Brennero separa le Alpi retiche da quelle Noriche e funge di divisorio fra la Sill e l’Isarco, due affluenti rispettivamente del fiume Inn e dell’ Adige, “segnando così il limite fra il bacino imbrifero dell’Adriatico al sud e del Mar Nero col Danubio al nord”.

 

Ci si potrebbe giocare la propria testa che gli emigranti che affluiscono da quelle parti tutto questo non lo sanno. Tanto meno sono interessati alla notizia che in quella terra tutto nascerebbe dal Fondatore di una Corte dal nome altisonante, un certo Chunradus Prenner de Mittenwalde. Si sa soltanto che vengono sballottati tra l’Italia e l’Austria. Sembrerebbe che i gendarmi addetti ai respingimenti abbiano una procedura efficace per far desistere quei pellegrini dal proseguire nella marcia verso una terra promessa. L’espediente è semplice ed all’un tempo fruttuoso. 

 

Pescati in fragranza di transito viene loro comminata una multa che non sono in grado di pagare. A quel punto si passa alla seconda fase che prevede il sequestro del cellulare dei malcapitati. Cellula proviene da piccola cella, un nome che uno scienziato volle così dare alla sua scoperta giocando con il microscopio qualche secolo fa.

 

Quei disperati che quotidianamente cercano fortuna in Europa non possono essere messi in galera, occorrerebbero un numero infinite di celle per contenerli tutti. Secondo le regole dell’arte della guerra, al nemico è bene sempre tagliare i riferimenti ed i rifornimenti. Con un semplice gesto, la requisizione di un cellulare, si ottiene uno scopo che darà frutti preziosi.

 

Senza possibilità di comunicare con i parenti già presenti nel continente, gli emigranti sono privati di contatto sia con la terra d’origine che quella agognata d’approdo. Non viene loro strappata la lingua ma è come lo si fosse fatto. Non viene loro cancellata la memoria ma i dati da conservare. Le foto delle persone a te care e i loro messaggi, ti sono sottratte recidendo i ponti a cui aggrapparti per non precipitare nel vuoto.

 

Con mossa astuta stracciano la mappa dei loro sentimenti che si perdono, rinchiusi nel posto dove stanno senza poter respirare aria di nuove patrie. Nel “Re Lear” ci si chiede se sia un furto giustificabile sottrarre se stessi di dove non c’è più pietà.

Futurus è il participio futuro del verbo esse, essere. Il futuro ti è negato ma anche il passato non ti spetta, così che tu non possa prendere un nuovo slancio e riprovarci. Si tratta di uno stratagemma che ha una sua tremenda funzionalità. Del resto si deve fronteggiare in ogni modo la carica di ben oltre 101 emigranti. Alla domanda: “Tu come stai?”, “Miseramente cara, come al solito. Superbamente a pezzi” risponderebbe Crudelia De Mon. Al Brennero non piacciono i cartoni animati. Quanto a crudeltà, fanno sul serio.

 

Parodiando Iannacci potremmo cantare: Brennero e nuvole, la faccia triste dell’Europa. Che voglia di piangere ho.

Elezioni in Turchia, lo sfidante di Erdogan non si arrende

Nonostante i sondaggi che danno Erdogan vincente il candidato dell’opposizione turca, Kemal Kilicdaroglu, non intende arrendersi. E, in vista del ballottaggio di domenica 28 maggio, ha alzato i toni per conquistare indecisi, giovani e nazionalisti. Il politico turco ha ulteriormente spinto su una delle sue promesse elettorali, il rimpatrio dei rifugiati siriani.

 

“Siamo pronti a rimandare tutti i rifugiati nei loro paesi d’origine senza alcun razzismo. Noi, i leader della coalizione, abbiamo preso una decisione: li rimanderemo tutti nei loro paesi d’origine entro due anni al massimo”, ha dichiarato a un comizio ad Antiochia.

 

“Quelli al governo hanno fatto un accordo di riammissione. Hanno trasformato la Turchia in un deposito di migranti”, ha tuonato ancora.

 

Dichiarazioni che cozzano con l’immagine mite del candidato dei sei partiti d’opposizione, portata avanti nella prima fase della campagna nel corso della quale Kilicdaroglu ha più volte trasmesso video dalla sua cucina o dallo studio di Ankara con le maniche della camicia tirate su. Ma questa immagine ha lasciato il posto a quella di “leader duro”, in particolare sulla questione migranti.

Fonte: Askanews- 23 maggio 2023

Nessuna dimenticanza a 31 anni dalla strage di Capaci

Strana lingua il siciliano, bellissima e puntuale anche quando piega l’italiano alle sue forme espressive. “Mi sono fatto persuaso” ed ancor meglio quando sibila: “Mi sono fatto capace” indicando, così, la forza di poter tutto comprendere, assorbire e sopportare. 

Tempo fa, lungo una strada, alla altezza di un paese dal nome profetico, Capaci, ci fu più luce del solito. Il Paradiso aveva bisogno di un bagliore per un cambio di marcia, annichilito dal ritmo costante dell’eternità. In quel punto la terra ebbe un ventre capace di tutto ingoiare, digerendo in anticipo la dimenticanza degli anni a seguire.

Ancor prima un poeta scrisse: “Fan le capaci volte echeggiar sempre / Di giovanili strida…”. Il cielo contenne lo scoppio del tritolo, il lamento delle sirene e di quelli che si rattristarono, anche vecchi tra loro, quando gente di Stato ci rimise le penne.

Capace fa rima con rapace: richiama subito la sfida ad essere in grado di superare il proprio limite. Capaci rimanda alla competizione a chi, tra i vari, alza sempre di più il tiro. È andata come vi ho detto. 

Prima o poi ce ne faremo capaci.

Manzoni visto con gli occhi di uno studioso originario della Corea

Deug-Su I

Sebbene cristiano, non riuscivo a liberarmi da categorie di giudizio che discendevano da uno sfondo culturale di rilevante connotazione buddhista. L’azione di Dio nella storia, ossia la nota caratteristica del messaggio manzoniano, sfumava in una pacata atmosfera di religiosità, in un pessimismo raccolto e contemplativo. Nella visione pessimistica del mondo come dolore, coglievo i fatti umani prevalentemente nella loro negatività e dimensione effimera ed esistentiva; non si rivelavano quindi capaci di illuminare, se non per via dell’opposto, un piano provvidenziale.

Tale atteggiamento mi portava a cogliere nel cristianesimo stesso una vaga religiosità e quindi, in fondo, a privarlo del puntuale rilievo dei suoi eventi storici e del suo pellegrinaggio nel secolo. All’occhio, dunque, ovvero a sorvolare l’immediatezza significativa della vita umana per incentrarsi nella meditazione su una verità solipsistica, anche una storia così armonicamente articolata e così sapientemente significativa come quella del romanzo del Manzoni, stentava a configurarsi in me in tutto il suo rilievo concreto. L’approdo era sempre una realtà ideale intuita in modo indeterminato. Tale situazione dipendeva forse, oltre che dalla caratteristica della mia formazione, anche dal fatto di non aver considerato più attentamente l’iter del dramma interiore del Manzoni. 

In Italia, ho avuto modo di accostarmi alla chiarezza mediterranea che dà un timbro singolare al costume cattolico di questa terra e che mi aiuta a comprendere meglio la spiritualità del Manzoni. Ora il Manzoni mi persuade e la sua testimonianza morale soprattutto religiosa diviene motivo per me di chiarimento e di consenso. Un primo momento di questa convergenza di giudizio e di vita è un intenso senso di simpatia verso le creature manzoniane, simpatia che non si ferma ai familiari personaggi dei Promessi sposi, ma raggiunge vicende e figure più complesse e drammatiche in cui il Manzoni ha forse raffigurato qualche elemento del suo itinerario. 

Gli equilibri dell’universo poetico dei Promessi sposi sono l’esito finale di un processo di tensione e di tentativi che altre opere manzoniane, specie le tragedie, mettono in luce. Nel mio itinerario di chiarimento, sono idealmente passato attraverso le inquiete figure delle tragedie alla serenità del romanzo. La conversione manzoniana dal mondo del dolore a quello dell’amore sembra, dunque, emblematica di quella liberazione cui ogni uomo, senza alcuna distinzione, tende e consegue, talvolta anche nel fallimento della propria vicenda empirica.

 

Fonte: Il Popolo (22 maggio 1973)

Titolo originale: La Provvidenza nella storia. Testimonianza dall’oriente.

Autore: Il dottor Deug-Su I, autore di questo scritto, è coreano. E’ stato un insigne medievista e coreanista dell’Università di Siena, premiato dal Presidente della Repubblica di Corea nel 2003 come miglior umanista coreano all’estero. Aveva studiato a Perugia con Claudio Leonardi, insegnando poi alle università di Lecce, Siena e Arezzo. Visiting professor in Belgio e a Berlino, dirigeva per il Centro di Studi Comparati dell’Università di Siena-Arezzo una collana di studi e testi poetici coreani, in traduzione inglese e tedesca, che rappresenta l’unica impresa editoriale destinata specificamente alla conoscenza della cultura coreana in Occidente.
I suoi studi in italiano, coreano e tedesco riguardano argomenti specialistici come l’agiografia altomedievale, il rapporto fra ideologia e cultura religiosa in età carolingia, o la mistica cisterciense, ma anche temi interculturali come la comparazione fra estetica orientale e occidentale o la canonizzazione “occidentalizzata” dei martiri coreani, che I Deug-Su esplorava sui microfilms dell’Archivio Segreto vaticano.
E’ venuto a mancare nel 2004

Il governo Meloni è vittima della sua sindrome complottista

Il governo di destra soffre di una sindrome complottista. Ogni volta che una sua proposta politica è criticata, si affretta a spiegare che esistono trame occulte nei suoi confronti ad opera di giornalisti, magistrati, tecnici, finanza internazionale, etc.. Ciò non stupisce più di tanto perché l’elettorato affascinato dai complotti è stato in questi anni corteggiato dalla destra, è sufficiente ripensare alla sponda che Lega e FdI ha dato alla galassia negazionista dei vaccini.  

Gli esempi della sindrome complottista non sono pochi, mi soffermo però sugli ultimi tre riguardanti il codice degli appalti, il disegno di legge sull’autonomia differenziata e l’audizione alla Camera della Banca d’Italia sulla delega fiscale.

Il 29 marzo il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Giuseppe Busia, è intervenuto sul disegno di legge del nuovo codice degli appalti (codice Salvini) rilevando gli aspetti positivi del provvedimento ed esprimendo nel contempo dubbi “per la riduzione della trasparenza e della pubblicità delle procedure, principi posti a garanzia di una migliore partecipazione delle imprese”e per l’innalzamento troppo elevato del valore dei lavori che si possono affidare direttamente o con procedure negoziali, cioè senza gare d’appalto, modalità “che rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”. Osservazioni ragionevoli che avrebbero meritato perlomeno un approfondimento, poiché l’ANAC è l’autorità amministrativa indipendente, istituita con legge statale, la cui missione istituzionale è la prevenzione della corruzione in tutti gli ambiti dell’attività amministrativa; inoltre perché dispone di competenze di elevata professionalità che hanno maturato un patrimonio di conoscenza ed esperienza nella gestione degli appalti. Invece la reazione del governo è stata di lesa maestà e ha chiesto le dimissioni del presidente di ANAC.

Il 17 maggio viene reso pubblico, sul sito del Senato, un documento del Servizio Bilancio che stronca il disegno di legge leghista sull’autonomia differenziata per dare più potere alle regioni. La reazione immediata dei ministri Salvini e Calderoli è stata durissima: i tecnici sono accusati  di essere incompetenti e servili verso FdI, tiepida verso questa riforma. Che cosa hanno detto di così grave i tecnici del Servizio del Bilancio che ha il compito istituzionale di tutelare l’equilibrio del bilancio cosi come prevede l’art.81 della Costituzione? Semplicemente che il ddl Calderoli, non prevedendo nuovi e maggior oneri a carico  della finanza pubblica, non è credibile e che le “regioni più povere ovvero quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive”.  

Arriviamo al 18 maggio. Alla Commissione finanze della Camera è audito il Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia Giacomo Ricotti sulla delega al Governo per la riforma del sistema tributario. L’intervento suscita molto scalpore perché vengono messi in discussione i ‘totem’ del centro destra. La flax tax è criticata: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica”. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire “attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Anche qui il governo, lancia in resta, è andato all’attacco di Bankitalia accusandola di essere vicina alla sinistra e dileggiando i suoi tecnici: “Molti di questi – ha sostenuto il sottosegretario alle imprese – sono solo bravi a scrivere libri e hanno competenze universitarie, ma non conoscono il fisco reale. Mai fatta una dichiarazione dei redditi, etc.”.

Da queste ultime tre vicende, e delle tante altre che le hanno precedute, emergono i tratti  autoritari del governo di destra: non bisogna disturbare il manovratore, i tecnici dovrebbero rinunciare alla loro autonomia ed essere servili al ministro o sottosegretario di turno oltre a un’insofferenza diffusa verso gli organismi pubblici di controllo.

Nelle democrazie bisogna avere però il senso del limite. “La verità è che non possiamo funzionare – ha scritto Tom Nichols  – se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui. A volte ci opponiamo a questa conclusione perché sconvolge il nostro senso d’indipendenza e autonomia. Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni e ci irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice stiamo sbagliando o ci dà spiegazioni su argomenti che non capiamo”.

Il monumento che manca è quello alla normalità della vita vissuta

Un monumento serve a immortalare una prodezza, un gesto, un personaggio. Chi passa, osserva, inquadra l’epoca, scruta la lapide, cerca lo sguardo fiero di chi ha meritato tanta gloria, ricostruisce gli eventi e se non ci riesce da solo si fa aiutare da qualche bene informato di passaggio: tutto si spiega in una posa, sintesi di una vita da consegnare ai posteri. Pochi busti, molti cavalli con relativi fantini: si vede che il cavaliere è un genere che non passa mai di moda. Una volta se ne vedevano di più nei cortili, nelle piazze, ai crocevia, ora bisogna proprio andarseli a cercare.

Una spiegazione c’è: se servono ad esaltare le virtù umane il sillogismo è presto fatto, si vede che stiamo vivendo tempi di recessione morale. Meno virtù, meno monumenti. Si tratta infatti di un repertorio legato al passato, quando si avvertiva il senso e il peso di un gesto, di una prodezza, di una parola. Chi erigerebbe oggi un simile tripudio di marmo a chi avesse anche solo il coraggio di dire “obbedisco”? Quei pochi che restano, in genere, sono proporzionati al contesto: piazza grande, personaggio grande, monumento grande e il contrario per tutto il resto.

Adesso l’umanità non ha più tempo per fermare la posa, serve spazio per il traffico e le rotonde evitano anche le soste e i semafori. A parte qualche lapide smunta e sbiadita ai ‘militi ignoti’, trovo che il monumento celebri soprattutto il genius loci, con le dovute eccezioni come da tradizione nazionale, essendo stato quello italiano notoriamente un popolo di santi, poeti, navigatori ed eroi. Essersi fermati qui è anche un segno di pudore: potremmo erigere monumenti a opinionisti, politicanti e influencer? Trattandosi di riconoscimenti postumi forse, un domani, qualcuno ci ripenserà.

Ma i simboli di oggi hanno significati a volte indecifrabili: vedi tre cerchi al centro di un’aiuola e pensi “che cosa vorrà dire?”, poi qualcuno ti spiega che è un elogio perenne all’intercultura e all’amicizia tra i popoli, un valore oggi in disuso e in riarmo. Mi pare che i simboli e le allegorie dei nuovi monumenti replichino i significati imperscrutabili del nostro tempo: ognuno ci può vedere quello che crede, salvo che non venga pietosamente dettagliato a margine. Trovo inoltre che i monumenti servano a immortalare un gesto, un attimo, un’azione, un avvenimento, per cui legano il tempo breve di una sola cosa alla memoria dell’eternità.

Mi pare che manchino invece monumenti alla vita della gente normale, l’elegia dell’uomo qualunque, ma non per questo del qualunquismo. Eppure dovremmo ricordarci reciprocamente più spesso che oltre il gesto, il clamore, dell’evento, l’episodio, la battaglia è la santa e paziente quotidianità, spesso sommersa e ignota ai più, che spinge avanti i destini del mondo. So di gente che ha lavorato una vita compiendo sempre il proprio dovere senza ricevere neppure il ’grazie’ del commiato, padri e madri che hanno cresciuto con grande sacrificio i propri figli per esserne -da vecchi- abbandonati, uomini che per il lavoro hanno chinato il capo di fronte a soprusi ed  angherie dei prepotenti, donne umiliate nella violenza e rese silenti dalla vergogna, giovani che hanno studiato onestamente e con impegno sperando che il rispetto verso la scuola e il sapere li avrebbe prima o poi ricompensati, malati sopportare con rassegnazione il destino della sofferenza e del dolore, bambini abbandonati e senza nome, un’umanità variegata e composita che ha saputo attendere tutta la vita un’improbabile occasione di riscatto.

Persone che hanno ammantato di normalità la loro sofferenza per renderla pudicamente impercettibile, che hanno combattuto l’ingiustizia e la solitudine continuando ad amare la vita e a rispettare il prossimo. Gente di cui non si parlerà mai, confusa nel grigiore di una massa privata di eclatanti identità. Nessuno ha mai eretto monumenti alla normalità, come se fosse una cosa mediocre e senza valore, dimenticando che la fatica di vivere i gesti della quotidianità è la vera epopea dell’esistenza, senza cavalli, mostrine, stellette e feluche.

Ecco a me piacerebbe – non so a voi – che almeno in qualche parte del mondo, in un posto qualunque, nella banalità di una piazza senza storia e senza epoca qualcuno erigesse un monumento alla memoria di quanti hanno vissuto onesti e dimenticati. Non per celebrare l’anonimato come valore ma per far capire a chi passasse di lì e osservando chiedesse – “chi sarà mai?”- che a volte il vero eroismo non si celebra nel singolo gesto ma nella lunga, silente rassegnazione di chi è stato capace di vivere fino in fondo senza mai ribellarsi al destino di una consapevole soccombenza. 

La riammissione della Siria nella Lega Araba non è una buona notizia

Bashar al-Assad è il dittatore responsabile della morte di oltre mezzo milione di suoi connazionali, della incarcerazione di oltre 100.000 oppositori del regime, della scomparsa di decine di migliaia di loro, dell’utilizzo di armi chimiche contro persone inermi, della devastazione del suo Paese, di milioni di sfollati senza più un luogo dove andare. E di molte altre nefandezze. Ebbene, la Siria di Bashar al-Assad è stata riammessa – 12 anni dopo esserne stata espulsa – nell’organizzazione della Lega Araba, unico voto contrario quello del Qatar, sette gli astenuti, tredici i favorevoli. Una notizia che è passata velocemente sui quotidiani e che ha interessato solo le (poche) persone interessate agli avvenimenti della politica internazionale. Una notizia, però, che è di una gravità estrema.

 

Non solo per l’aspetto etico della vicenda. Il dittatore siriano in tutti questi anni non ha mai, mai, mostrato un minimo segno di pentimento o anche solo di riflessione su quanto compiuto in questi lunghi anni di guerra civile. Ma anche per gli aspetti più propriamente politici. Ufficialmente o, meglio, informalmente, si dice che vi sia stato – pare – un qualche impegno di Damasco al contrasto dell’esportazione di questa nuova potente droga, un’anfetamina denominata Captagon, che sta infestando il Medio Oriente della quale la Siria è divenuta il luogo di smistamento principale. Un impegno che il dittatore avrebbe potuto assumere dal momento che, si mormora, il commercio della sostanza stupefacente ruoterebbe intorno a suo fratello, Maher al-Assad, che con questo “business” avrebbe fatto miliardi di dollari.

 

La realtà, però, è che – al di là di questa pur credibile motivazione – i paesi dell’area hanno probabilmente realizzato che non si può prescindere da Assad nel rapporto con la Siria, un paese la cui guerra interna ha comportato enormi problemi per tutte le nazioni vicine, non solo quelle confinanti. Disperati emigrati che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia (per non dire di quelli già da anni arrivati in Germania) determinando tensioni sia economiche sia sociali in nazioni già in difficoltà per conto loro. Una presenza non solo logistica (con i porti militarizzati di Latakia e Tartus) della Russia non a tutti gradita; il rischio di nuovi insediamenti jihadisti in un territorio non completamente governato; e ora pure la devastazione indotta dalla “droga dei combattenti”, come viene chiamato il Captagon.

 

Inoltre, è bene dirlo, il grande attivismo nell’area in questi ultimi mesi (a cominciare dalla ripresa dei rapporti fra Arabia e Iran favorita dalla mediazione cinese) è un ulteriore segnale di voluto allontanamento dall’occidente: l’Unione Europea non esiste da quelle parti, e quando è presente lo è con alcuni singoli stati nazionali; ma soprattutto sono assenti gli Stati Uniti, assenti di fatto dalla vicenda siriana sin da quando Obama decise di non intervenire nonostante l’accertato utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile utilizzate dall’esercito di Assad. 

 

La Lega Araba non è un organismo con molti poteri, tanto che la riammissione di Damasco nel suo seno non significa automaticamente la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria da parte di tutti i paesi che ne fanno parte, ognuno decidendo autonomamente cosa fare. La Lega è però importante almeno sul piano simbolico, e forse non solo, naturalmente: questo significa per Assad un riconoscimento importante, decisivo. Ha vinto lui. Al prezzo di un paese distrutto, ora anche dal devastante terremoto di pochi mesi fa, e soprattutto violentato nella sua anima interiore, laddove un barlume di giustizia si vorrebbe preservare e invece si deve amaramente riconoscere che per essa non c’è posto.

Prima Roccella e poi Viola vittime del clima di intolleranza al Salone del libro.

Nella politica contemporanea ne vediamo di tutti i colori, come si suol dire. Intendendo che l’inaffidabilità e il trasformismo sono le categorie più gettonate nella cittadella politica italiana e che non hanno sostanzialmente avversari. Ma la vicenda concreta legata al “non intervento” del Ministro Roccella al Salone del Libro di Torino non l’avevamo ancora mai vista. E che supera, purtroppo, di gran lunga la pur sgradevole contestazione di un no vax all’immunologa Antonella Viola che si è verificata ieri sempre al Salone nel Linbro durante la presentazione di un suo libro.

Ricapitolando. Dunque, un Ministro, con altri autorevoli interlocutori, sta per presentare un suo libro “Una famiglia radicale” al Salone di Torino. Un folto gruppo di contestatori a nome e per conto di sigle difficili persin da pronunciare e di ispirazione “femminista”, impedisce sistematicamente al Ministro di parlare. Urla, insulti, invettive e ogni sorta di attacchi personali ai relatori. Fa da sfondo, come da copione, l’accusa generica di essere fascisti. Di fronte a questo spettacolo, che non finisce, il Ministro invita i contestatori sul palco a spiegare le loro ragioni. Dopo la lettura di un documento, peraltro un po’ sgrammaticato, di una portavoce di quei gruppi, la stessa Roccella invita gli stessi ad un dialogo sul merito. Niente da fare, il confronto non lo accettano perchè l’ obiettivo dichiarato e perseguito è solo quello di non far parlare il Ministro. Interviene anche il Direttore del Salone Lagioia che non si capisce bene se è felice di questa contestazione o se cerca, al contrario, di far intervenire il Ministro.

Conclusione di questa vicenda. Roccella non parla, vengono individuate e denunciate alcune persone per “violenza privata” dalla Digos e poi parte, come sempre, la polemica politica. E qui arriva il divertimento. Inizia la solita Schlein che, noiosamente e stancamente, attacca a testa bassa la destra fascista di governo che non tollera più il dissenso democratico e che vuole creare un clima sempre più intimidatorio nei confronti delle minoranze. Fanno da grancassa gli ormai noti organi di informazione di sinistra – a cominciare da Stampa e Repubblica e la solita emittente televisiva – che si scatenano contro il Governo e la deriva autoritaria di questo esecutivo per spiegare e giustificare ciò che è accaduto al Salone. Al contempo, alcuni esponenti di Fratelli d’Italia contestano il povero Lagioia che, ripeto, non si capisce se è felice ed appagato di questa inedita e gravissima contestazione o se lavorava seriamente e realmente per risolverla.

Insomma, credo sia la prima volta in Italia che ad un Ministro viene negato il diritto di parlare in un luogo culturale e di confronto tra idee – e sin qui non è affatto una novità – ma che la responsabilità politica di questa intolleranza antidemocratica e di stampo neo fascista viene scaricata sul Ministro stesso. Una sorta di eterogenesi dei fini che, d’ora in poi, grazie alle strane e singolari teorie della Schlein e della sua corte mediatica, permetterà a chiunque di bloccare e di impedire a qualche esponente politico “nemico” di intervenire e poi, curiosamente, di montare una polemica violenta e aggressiva contro chi non ha potuto parlare.

Morale della favola. La contestazione è sempre legittima in un paese democratico. In qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Ma, con altrettanta chiarezza, impedire scientificamente di parlare all’avversario/nemico resta un atto di marca fascista. O comunista, a seconda dei punti di vista. La democrazia, al contrario, abita altrove. Nel rispetto, sempre e rigoroso, delle opinioni altrui e del pensiero dei propri avversari. Punto. Il resto sono chiacchiere da bar e pura propaganda.

Manzoni e la libertà su “Il Popolo” di Giuseppe Donati

Giuseppe Ellero 

 

[…]

Pensavo a tutto ciò rileggendo questi giorni La rivoluzione francese, il bel frammento che Alessandro Manzoni lasciò disgraziatamente incompiuto. Mi parve che il grande scrittore parlasse oggi o risorgesse oggi, spirito ammonitore ai posteri suoi ammiratori.

 

È noto come il frammento manzoniano ponga a confronto la rivoluzione francese dell’89 con la rivoluzione italiana del ’59 e dalle differenze degli effetti ne induca la differenza delle cause. Una di queste differenze egli trova nell’oppressione del paese sotto il nome di libertà che caratterizzò la rivoluzione francese dell’89 e la distinse nettamente dall’italiana del ’59. Quest’oppressione è riassunta nel nome di terrore che fu dato a una fase non breve di essa. E qui il Manzoni ha una pittura di questa oppressione che noi sentiamo certo oggi più vivamente che ieri. «La ragione (egli dice) per cui un tal nome di terrore fu dato a quella sola fase, fu perché in essa la cosa era arrivata al colmo. Ma com’è chiaro per chiunque voglia dare un’occhiata ai fatti, il sopravvento di forze arbitrarie e violente era già principiato, quasi a un tratto con la Rivoluzione, a rattenere col mezzo di attentati sansuinosi e impuniti sulle persone, una quantità di pacifici cittadini dal manifestare, non che dal sostenere i loro sentimenti, e a imporre a molti, più onesti che risoluti membri dei Corpi o legislativi o amministrativi e altri, creati, o lasciati formarsi dalla Rivoluzione medesima, l’assenza o il silenzio, per arrivar poi a imporre con un successo più indegno, la parola e il voto».

 

Come si vede, queste parole sembrano scritte oggi.

 

Ma di fronte a questa rivolta opprimitrice il Manzoni evoca la rivoluzione italiana che non fu terroristica. Ecco le sue parole che definiscono chiaramente la libertà. «Qui la libertà lungi dall’essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libertà di nome, fatta consistere da alcuni nell’esclusione di una forma di Governo, cioè in un concetto meramente negativo, e che per conseguenza si risolve in un incognito: ma la libertà davvero, che consiste nell’essere il cittadino per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private e contro ordini tirannici del potere, e nell’essere il potere stesso immune dal predominio di società oligarchiche, e non sopraffatto dalla pressura di turbe sia avventizie sia arruolate: tirannia e servitù del potere, che furono a vicenda e qualche volta insieme, due modi dell’oppressione esercitata in Francia nei vari momenti di quella Rivoluzione, uno in maschera d’autorità legale, l’altro in maschera di volontà popolare ».

 

«È il mio caso – diceva Renzo al dottore – pare che abbian fatta la grida apposta per me».

 

Dato così il concetto di libertà, il Manzoni, riflettendo a questi due effetti così diversi delle due Rivoluzioni: oppressione in Francia, libertà in Italia, ne trova le cause nell’origine stessa dei due grandi avvenimenti. La Rivoluzione francese, egli dice in sostanza, non era necessaria.

 

E in lunghe pagine si adopera a provare come le riforme imperiose che dovevano togliere i mali dell’antico regime erano nel pensiero di tutti, del terzo stato come dei nobili e del re, e bastava la ferma e onesta volontà di tutti nell’applicarle. Non così in Italia. Oui, secondo il Manzoni, era necessaria la sostituzione di uno Stato forte ai molti, giacché i mali e la vergogna d’Italia derivavano non tanto dall’assolutismo dei principi, quanto dall’essere essi in molti, e perciò deboli e perciò impotenti a creare una nazione veramente libera. La Rivoluzione italiana dunque scoppiata su da una necessità di vita, fu perciò stesso, dice il Manzoni, aliena da ogni volontà di sopraffazione e di oppressione della libertà civile. Ecco le sue parole, piene anche qui per noi d’immediata e sentita verità:

 

«Fu infatti il sentimento del loro diritto che produsse negl’Italiani quella generale concordia, la quale prevenne anche l’occasione e la tentazione di opprimere. Non dico la necessità, perché questa non può mai essere altro che un pretesto, o d’uno o d’alcuni, ai quali sia necessario, per conto loro, d’opprimere una popolazione che non voglia fare ciò ch’essi vogliono: necessità tanto allegata dagli autori dei fatti più atroci della Rivoluzione francese e dai loro apologisti, e ch’era stata così bene chiamata dal Voltaire: la scusa dei tiranni.

 

Qu’il impute, s’il veut, des désastres si grands à la necessité, l’excuse des tirans ».

 

Non è chi non vede come queste parole, in tutto ciò che riguardano la libertà civile di un popolo, siano un frutto dello spirito del Cristianesimo. Fra i tumulti delle Rivoluzioni, tra i mali ch’esse portano, matura sempre per trionfare, un progresso provvidenziale guidato dall’alto. E quando qualche macigno enorme vien gettato contro questo frume irresistibile, noi ci rinfranchiamo udendo le voci che segnarono le tappe del suo corso e ne affermarono la insopprimibile vitalità.

 

Titolo originale: La libertà nel pensiero di A. Manzoni

[Il Popolo – 19 ottobre 1924]

 

Giuseppe Ellero (1866-1925) sacerdote friulano, storico e poeta. Insieme al suo correligionario Pio Paschini aveva partecipato al rinnovamento culturale durante il modernismo. Organizzatore del Partito Popolare nell’udinese.

Agenzia cinese per la sicurezza informatica blocca l’azienda statunitense Micron

Il gigante statunitense dei semiconduttori Micron ha fallito una revisione della sicurezza nazionale. Lo ha annunciato domenica l’agenzia cinese per la sicurezza informatica, invitando gli operatori di “infrastrutture informative critiche” a smettere di acquistare i suoi prodotti. L’episodio segna l’ultima escalation nell’aspra guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina, con Washington che cerca di bloccare l’accesso di Pechino ai semiconduttori all’avanguardia.

 

Le autorità cinesi hanno lanciato a marzo una revisione dei prodotti venduti nel paese da Micron, uno dei maggiori produttori mondiali di chip. I prodotti Micron “hanno potenziali problemi di sicurezza della rete relativamente seri, che rappresentano un grave rischio per la sicurezza della catena di approvvigionamento delle infrastrutture informatiche critiche della Cina e influenzano la sicurezza nazionale cinese”, ha affermato in una nota l’amministrazione della sicurezza informatica (CAC) aggiungendo che “gli operatori di infrastrutture informatiche critiche in Cina dovrebbero smettere di acquistare prodotti Micron”.

 

L’ampia definizione cinese di infrastruttura informativa critica comprende settori che vanno dai trasporti all’assistenza sanitaria. “Abbiamo ricevuto dal CAC l’avviso di conclusione della sua revisione dei prodotti Micron venduti in Cina”, ha dichiarato Micron in una nota. “Stiamo valutando la conclusione e valutando i nostri prossimi passi”. Alla domanda se la società presenterà ricorso contro la decisione, una portavoce di Micron ha dichiarato: “Non vediamo l’ora di continuare a impegnarci nelle discussioni con le autorità cinesi”.

 

Circa il 10 percento del fatturato annuo di 30,8 miliardi di dollari di Micron lo scorso anno proveniva dalla Cina, secondo i dati dell’azienda. Ma gran parte dei prodotti Micron venduti nel paese sono stati acquistati da produttori stranieri, avevano affermato in precedenza gli analisti, e non è chiaro se la decisione dell’agenzia della sicurezza informatica influirà sulle vendite ad acquirenti stranieri. La Cina nel 2021 ha annunciato regole per proteggere le infrastrutture informative critiche con requisiti di sicurezza dei dati più sensibili. Recentemente ha anche rafforzato l’applicazione delle sue leggi sulla sicurezza dei dati e contro lo spionaggio.

 

La guerra dei chip tra Pechino e Washington si è intensificata lo scorso anno quando gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’accesso della Cina a chip di fascia alta, apparecchiature per la produzione di chip e software utilizzati per progettare semiconduttori.

 

Washington ha citato preoccupazioni per la sicurezza nazionale e ha affermato di voler impedire che la tecnologia che potrebbe aiutare a sviluppare attrezzature militari avanzate venga acquisita dalle forze armate e dai servizi di intelligence cinesi.

 

Nel 2021, la Cina ha importato semiconduttori per un valore di 430 miliardi di dollari, più di quanto ha speso per il petrolio.

Fonte: AskNews (21 maggio 2023)

Herald Catholic | Denatality afflicts the West but Israel goes against the trend.

Laura Perrins

[…]

To see the contrast in this approach you have to go to Israel, the only western type of nation that has above replacement fertility rates. It is not all down to ultra-orthodox Jewish families who do indeed have 5 or 6 children, but also due to the fact that secular Jews have the same number of children as Europeans used to have in the 60s and 70s. 

 

In this piece comparing Israel to Canada, the author explains, “Israeli women work at almost the same rates as they do here, with 59 per cent workforce participation compared to 61 per cent in Canada. But they get far less time off when they have babies — around three months compared to 18 in Canada. Similar to us, they have a strong social safety net with subsidized day-care and public health care. But they also share some of Canada’s struggles — their housing and grocery prices are extremely high, for example.

 

“The real secret to Israel’s fertility rates appears to be cultural. The family is at the absolute centre of Israeli life. Getting married and having kids is the highest cultural value. (Any Jewish person in either Israel or the diaspora will attest to the immense pressure to marry — it’s as if a great tragedy has befallen you if you have the ‘misfortune’ of remaining single past 26)”.

 

In fact, in Judaism most religious festivities are celebrated first and foremost in the home rather than the synagogue. Perhaps this also sends a message of just how important the family is in Jewish culture. 

 

And then of course there is the Shoah. “Holocaust generational trauma is also part of the story. The global population of Jews is still lower than what it was before the Second World War and there is a sense among Israelis that they have a duty to replenish those numbers.” 

 

The author [by The Economist] concludes, “But most importantly, children are seen as a blessing instead of a burden.” Indeed, “to many Israelis, children represent life — and only life brings hope”.

[…]

 

Find out more

https://catholicherald.co.uk/as-fertility-rate-plummets-in-catholic-italy-what-hope-is-left-for-west/

Chiamata ultima per il Centro alle elezioni europee del prossimo anno

Qualche giorno fa Massimo Gramellini lo ha scritto alla sua maniera esilarante ma il problema che ha posto è reale: quegli elettori, pochi o tanti che siano, che non si riconoscono né nelle posizioni di Giorgia Meloni né in quelle di Elly Schlein quale alternativa hanno, dopo la lite esplosa fra i due galli nel pollaio dell’ipotetico Terzo Polo? Per pura coincidenza lo stesso giorno su questo giornale è apparso un onesto pezzo di Ettore Bonalberti nel quale finalmente si riconosce che il “guazzabuglio di sigle” post-democristiane sorte in questi anni, tutte all’insegna di un comprensibile e nobile richiamo al valore del cattolicesimo politico ma anche dell’autoreferenzialità, non hanno prodotto alcun risultato se non – aggiungo io – di aggiungere confusione e sconforto nella testa di quei pochi o molti italiani che sono rimasti delusi dal bipolarismo bislacco che si è andato affermando nel nostro Paese. 

 

Elettori, o ex elettori, vista la crescente disaffezione nei confronti delle urne, che magari erano stati sedotti da Berlusconi, da un lato, ma che ora non apprezzano la svolta decisamente destrorsa dell’ex centrodestra o che, dall’altro, avevano dato fiducia al Pd ma che ora decisamente non condividono la sua svolta radicaleggiante e massimalista impostole dalla nuova segreteria.

Quindi il problema posto da Gramellini effettivamente c’è. Ora, io voglio qui limitarmi a porre la questione. A sottolinearla. Dal punto di vista del cittadino semplice, quello che segue solo parzialmente le vicende politiche, o per nulla, saltando piè pari sui giornali – quando ancora li legge – o sui siti on line le notizie sui partiti, i retroscena e quant’altro. Segue i telegiornali e un po’ di talk show, quanto basta. Vive però la vita di qualsiasi altro italiano con i suoi problemi e anche le sue amenità, gioie, dolori, difficoltà, momenti di felicità. Gente normale, ordinary people come dicono gli americani.

 

Non proseguo. Ci siamo capiti. Questo popolo, come con vocabolo nobile lo si sarebbe chiamato una volta, oggi come oggi ha di fatto – elettoralmente – solo tre opzioni: o votare la leadership dell’attuale Presidente del Consiglio e quindi andare nella direzione di un consistente partito conservatore (questo, almeno, pare essere l’obiettivo finale di Giorgia Meloni); o sostenere la spinta a sinistra del nuovo Pd, con le venature radicali note, assai ostili nei confronti dei cattolici; o non votare affatto, una scelta che sta crescendo nel sentiment diffuso dei nostri concittadini. Rimangono per il resto opzioni minori e ininfluenti, oppure quella degli ex grillini ora istituzionalizzati da Conte in una formazione di pseudo-sinistra, in realtà assai confusa e solo vagamente assimilabile al progetto antipartitico e antipolitico delle origini.

 

Si dice che uno spazio “al centro” esiste, a maggior ragione dopo l’esito dell’ultimo congresso del Pd. Uno spazio che il Partito democratico originario, quello della “vocazione maggioritaria”, aveva in parte conquistato ma che oggi ha perduto, pare con grande piacere, visto che gli esponenti della sua attuale maggioranza si vantano con orgoglio di essere “di sinistra” e cercano di allontanare in tutti i modi da sé il ricordo della lunga presenza del partito nei governi dell’ultima decade con il loro carico di responsabilità istituzionale seguita alla chiamata in condizioni di emergenza da parte di due Presidenti della Repubblica. 

 

Lo spazio esiste e c’è una occasione – una sola ormai – per dimostrarlo: le prossime elezioni europee. Importantissime per il futuro dell’Unione, ma anche per il futuro del sistema politico nazionale. Sistema proporzionale, nessuna necessità di alleanze. Voto d’appartenenza, dunque. Non dico altro. Anche un bambino capisce che il Centro, se vuole creare le condizioni per darsi un futuro, dovrà presentarsi unito, con una sola lista, senza personalismi e con un programma coerente con la propria vocazione europeista, con quel che ne consegue. Ultima chiamata.

I Popolari e la costruzione di una prospettiva di pace

Di fronte all’aggressione della Russia all’Ucraina ci si è chiesti più volte come possano verificarsi ancora guerre, invasioni, occupazioni nel XXI secolo. Si è trattato purtroppo solo dell’ultima aggressione in ordine di tempo in questo secolo. E ogni volta che la via delle armi sembra soppiantare la diplomazia molte coscienze individuali, realtà significative della società civile, anche del mondo cattolico, si pongono delle domande.

 

Domande alle quali credo che i Popolari non possano dare risposte né populiste da un lato, né di convinzione che la guerra costituisca la soluzione ai problemi, dall’altro.

Un conto è il piano della coscienza individuale, un altro quello della società civile, dove ogni soggetto è libero di interrogarsi su quale sia la logica da seguire o da respingere di fronte allo scontro che si sta consumando nell’Europa orientale.

 

Un altro conto ancora è quello della politica e delle istituzioni dove ci sono degli impegni e delle responsabilità nei confronti del sistema di alleanze nel quale il nostro Paese ha scelto di collocarsi. E soprattutto nei confronti di una amicizia storica, salda e centrale, dell’Italia con gli Stati Uniti.

 

Per questo credo che sia largamente condivisa tra i Popolari la necessità di prendere le distanze, al di là del merito, da iniziative e dichiarazioni che in modo speculare cercano di fare passare o come colpe del governo di turno quelle che sono necessità imposte da una complicata situazione internazionale, o, viceversa, che cercano di mettere in dubbio l’atlantismo dei partiti di opposizione. Le decisioni derivanti dal sostegno, anche militare, all’Ucraina sono responsabilità del Paese intero, unito sulla linea indicata e tenuta dalle massime autorità competenti.

 

Ciò detto, in modo chiaro e inequivocabile, rimane aperta la questione di come accompagnare la necessaria solidarietà atlantica, anche con una discussione sulla definizione di ciò che seguirà alla guerra, su quale idea di ordine internazionale si intende perseguire. Credo che i Popolari possano e debbano cercare di qualificarsi maggiormente in questo tipo di dibattito. Un dibattito tutt’altro che velleitario in quanto giorno dopo giorno si impone più nitida la constatazione che il conflitto ucraino non può esser risolto con le armi, se non con avventure senza ritorno, e che la ricerca di un largo consenso fra le nazioni sul nuovo ordine globale multilaterale è condizione imprescindibile per la pace. Una volta rotto il ghiaccio su questo tema poi si creano le condizioni per disinnescare i conflitti regionali, come insegna il depotenziamento della guerra nello Yemen seguìto ai recenti accordi, propiziati dalla Cina, fra Arabia Saudita e Iran.

 

Perché l’ostacolo principale alla pace in questo lungo travaglio verso il mondo multipolare rimane quello costituito da quegli ambienti che a oriente come a occidente coltivano disegni imperiali. 

 

Nella nostra parte di mondo questi gruppi di interesse (ideologici come i neocons, economico-finanziari) sembrano riuscire ancora a condizionare l’informazione e la politica americana, e dunque dell’intero Occidente, nel tentativo di mantenere una loro anacronistica influenza sulle questioni e sulle istituzioni globali.

 

Per tale motivo spingono i governi occidentali a sanzionare, espellere, fare guerra a chiunque si opponga a un tale disegno e rivendichi il riconoscimento di una strutturale multipolarità e diversità come sistema di governance globale. Ma per quanto tempo potremmo continuare a combattere contro il resto del mondo che è sette volte più grande dell’Occidente per popolazione?

 

Dobbiamo discutere allora anche di un cambio di mentalità richiestoci dal mondo attuale. L’Occidente non è più la misura di tutto, ci si deve abituare al confronto, al rispetto delle diversità, a rinunciare al doppiopesismo, al fatto che nel mondo ci siano centri concorrenti, non per questo nemici, con i quali è possibile raggiungere accordi ragionevoli, di reciproco vantaggio. Emblematico in tal senso il caso della Tunisia, sollevato opportunamente al G7 di Hiroshima dal premier Giorgia Meloni. Essendoci ormai un sistema monetario distinto e complementare a quello occidentale, la Tunisia, bisognosa di un ingente prestito internazionale, può ora scegliere tra Fmi e Ndb (Nuova Banca di Sviluppo di cui oltre ai Brics fanno parte anche altri stati come Uruguay, Egitto, Bangladesh). Impuntarsi nel subordinare all’accettazione di condizioni capestro l’ottenimento del prestito Fmi, non farà altro che spingere il Paese nordafricano verso i Brics.

 

Dunque, si può agire per illuminare l’altra faccia per la pace, che è quella costituita da un necessario aggiornamento di visione.

 

E nel contempo dobbiamo confidare nel fatto che nella politica americana verrà il tempo nel quale a chi ha fatto adottare agli Stati Uniti le rovinose strategie degli ultimi trent’anni, verrà presentato il conto. Il bilancio è pesantissimo per gli Stati Uniti, sia in Europa che nel Medio Oriente, che in Africa.

 

Dobbiamo scommettere sul fatto che gli Stati Uniti sapranno stupire ancora il mondo e che saranno loro a guidare l’Occidente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nuovo ordine mondiale multipolare.

 

Ma nel frattempo, in attesa che si compia questa svolta nella politica americana, la guerra in Ucraina purtroppo pare destinata a continuare, imponendo a tutti almeno una responsabile e concreta ricerca della riduzione dei danni, preparando nel contempo le condizioni attraverso cui il conflitto in corso non possa più avere ragion d’essere.

 

Essenziale la verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale.

 

È prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “ partito radicale di massa”.

 

Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, come la mia, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana.

 

Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della Dc, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica.

 

Ho sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della Dc: la Dc è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia; la Dc è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica; la Dc è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica; la Dc è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

 

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la Dc è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista. E finivo affermando che “la Dc è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché.

 

Alla fine della Dc concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze:

  • la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell’uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
  • la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
  • la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
  • la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
  • la quiescenza nei confronti della criminalità organizzata;
  • la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
  • la tiepida lotta all’evasione fiscale;
  • la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
  • l’eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
  • il cumulo esagerato di incarichi pubblichi;
  • la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l’innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate;
  • i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all’UE;
  • lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
  • gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
  • l’eccesso di appiattimento nell’accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Dc.

 

Sono, però, convinto che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine. È necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da Dc a Ppi? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi?

 

Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a  indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della Dc italiana.  Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali (Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:

-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan).  Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse  di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna e produce tuttora interessi; 

-stampare con le BIN (banche d’interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN;  

-non voleva inoltre che Banca d’Italia fosse estromessa dall’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d’Italia fu estromessa dall’acquisto dei BTP rimasti invenduti, l’Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller “se vuoi  che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”. 

 

E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo: Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992, nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent, Gran Maestro della Massoneria inglese. In quell’occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese e alla massoneria il controllo economico e finanziario.

 

Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via  in pochi mesi la Dc e i suoi alleati (Psi, Psdi,  Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni 80, riuscendo nell’incredibile impresa di portare l’Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali. Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per la realizzazione di quel progetto.

 

Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato. La variabile non previstafu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia. Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.

 

La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in  tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica. Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area Dc e Popolare. Se De Gasperi con la Dc seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.

Accordo Nasa e Bezos per portare sulla Luna la missione Artemis V

Dopo la Starship di Space X la Nasa, l’agenzia spaziale americana, ha annunciato di aver affidato alla compagnia spaziale privata Blue Origin che fa capo al miliardario Jeff Bezos, patron di Amazon, il contratto per proseguire nello sviluppo di un secondo lander lunare, il “Blue Moon” che servirà per trasportare sulla Luna gli astronauti del programma Artemis a partire – se tutto andrà bene – dalla missione Artemis V, prevista per il 2029.

Il team guidato da Blue Origin – che comprende Lockheed Martin, Boeing, Draper, Astrobotic e Honeybee Robotics –investirà oltre 7 miliardi nel progetto.

Il veicolo “sostenibile”, con combustibile a idrogeno e ossigeno liquidi (LOX-LH2), scelto dalla Nasa e costruito dalla Blue Origin dovrà fare la spola tra la stazione Gateway, la base spaziale in orbita cislunare e la Luna, più o meno ogni 30 giorni, per la costruzione del primo avamposto lunare della storia; una base permanente al Polo Sud del nostro satellite naturale, dove sono presenti depositi di ghiaccio d’acqua che, in futuro, potrebbe essere utilizzati anche per produrre il propellente per le astronavi, direttamente sulla Luna.

Questa scelta della Nasa arriva dopo quella della Starship della SpaceX di Elon Musk nel 2021 e che ora è in fase di test non senza qualche “normale” difficoltà iniziale ma con continui e incoraggianti progressi.

Anche il Blue Moon dovrà dare prova di affidabilità con una serie di test, compresa una discesa reale sul suolo lunare senza equipaggio.

“Con l’annuncio di oggi stiamo facendo un ulteriore investimento nell’infrastruttura che aprirà la strada allo sbarco dei primi esseri umani su Marte”, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Bill Nelson, mentre Jeff Bezos ha detto su Twitter: “Onorato di essere in questo viaggio con la NASA per far atterrare gli astronauti sulla Luna, questa volta per restare. Risolveremo i problemi e renderemo l’LOX-LH2 una combinazione di propellente immagazzinabile, per tutte le missioni nello spazio profondo”.

 

Fonte: AskaNews, 20 maggio 2023

Ceccanti chiede agibilità per i riformisti ma dentro un Pd autoreferenziale

Di seguito riportiamo l’intervista concessa ieri all’Agenzia Italia (AGI) da Stefano Ceccanti. 

In sostanza, egli tiene fermo il punto: nessun ripiegamento aventiniano e nessuna tentazione scissionistica. La minoranza deve incalzare la segreteria rafforzando i punti qualificanti della politica riformista. In un partito contendibile è legittimo lavorare per l’alternativa. 

Il punto debole, però, è che non emerge un contributo innovativo rispetto all’analisi sulla crisi del Pd. In più, conservando l’impianto del cosiddetto partito a vocazione maggioritaria, 

Ceccanti evita il discorso sulle alleanze. In questo modo vince un approccio “programmistico” che alla lunga, per il suo stesso limite, inclina fatalmente verso la riedizione di un integralismo tutto politico.

La domanda di fondo sarebbe quella che molti si pongono, ovvero se è un dato secondario il declino di consensi che vede il Pd arrancare poco sopra o poco sotto – ma nelle elezioni politiche di settembre è valso il poco sotto –  la linea del 20 per cento. Dal 2008 ad oggi, più di un terzo dell’elettorato si è allontanato dal “partito unico del riformismo”.

Invece di approfondire le ragioni di questo crollo strutturale, i riformisti di Ceccanti si avvinghiano al dibattito sulle “tecniche di convivenza”. Troppo poco.  

 

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Intervista

 

Dare spazio e agibilità politica a chi non è convinto dalla posizione della segreteria del Partito democratico, senza per questo arrivare a ‘strappi’ traumatici o a forme ancora più diffuse di disimpegno, rifluendo solo verso la vita privata e professionale. Verso questa necessità muove l’iniziativa di tre esponenti dell’area riformista del Pd: Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini. Insieme hanno firmato un appello che parte dalla tentazione aventiniana registrata dentro il Partito democratico nelle ore precedenti all’incontro di Elly Schlein con Giorgia Meloni sulle riforme. 

 

Una tentazione respinta dalla segreteria Pd, ma che ha allarmato l’ala riformista del partito. “Ci sono diversi temi su cui la posizione della segreteria non convince tutti. È legittimo”, spiega Ceccanti all’AGI: “Schlein ha vinto il congresso e ha diritto a portare avanti la propria proposta”. Tuttavia, aggiunge l’esponente dem, “durante il congresso è emersa una proposta politica e culturale che ha piena cittadinanza dentro il Pd e che, in modo aggiornato, deve vivere”. Questa proposta è quella rappresentata dalla ex mozione Bonaccini. “Il presidente Bonaccini ha giustamente altre priorità, tanto più oggi, glielo chiedono i cittadini che governa”, spiega Ceccanti riferendosi all’emergenza in Emilia-Romagna che vede il governatore e presidente del Pd in prima linea. E, tuttavia, “bisogna dare spazio a chi non condivide questa impostazione. C’è la richiesta di fare vivere un altro paradigma culturale e politico…Noi riteniamo che il Pd sia un partito contendibile. E che sia un bene che nel Pd vivano permanentemente proposte alternative a quelle della segreteria pro tempore”. 

Questo non significa che debbano arrivare ‘strappi’ nei passaggi parlamentari o, peggio, fuoriuscite. Al contrario, “si può anzi si deve votare in Parlamento in linea con le indicazioni della segreteria, salvaguardando la discussione interna. I partiti a vocazione maggioritaria sono fatti di disciplina nel voto, ma di libertà nelle espressioni interne. Anche Corbyn, nel Labour, veniva criticato dall’area che faceva riferimento a Keir Starmer, ma poi tutti votavano insieme in Parlamento”. 

 

Il Keir Starmer del Pd, mutatis mutandi, chi porrebbe essere?. “Non è una questione attuale, né di preservare correnti precedenti”, ribatte Ceccanti: “Oggi Bonaccini ha le sue esigenze, anche immediate. Ma un partito grande come ha osservato Arturo Parisi non pone i propri aderenti ed elettori tra un congresso e l’altro di fronte all’alternativa tra l’unanimismo o il nulla, vuoi come scissioni vuoi come abbandoni. Disciplina intorno a chi ha vinto e vitalità anche spregiudicata di dibattito devono andare insieme “, conclude Ceccanti.

Riflessioni sul merito alla luce delle condizioni reali della scuola

Tema veramente complesso quello del merito…Da diversi anni non si fa che parlarne, come elemento imprescindibile per la valorizzazione della persona, nella scuola, nel mondo del lavoro, in tutte le attività che possono manifestare le “doti” di ciascuno. Il merito dovrebbe essere il criterio in base al quale si assegnano incarichi di lavoro pubblico e privato, si investono risorse per borse di studio, ricerche e altro, si votano i propri rappresentanti…Si tratta cioè, come cita lo Zingarelli, del “diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa, dovuto alle qualità intrinseche della persona, o da essa conseguita con le opere” e anche, per estensione, “valore, pregio”.

Fin qui niente da eccepire, se il criterio fosse veramente rispettato e utilizzato in modo corretto, salvo il fatto che porta con sé anche il principio della competitività, non sempre positivo se spinto agli eccessi per poter primeggiare in un mondo difficile come il nostro attuale. Si sta parlando del mondo adulto, ma che cosa succede se trattiamo di “merito” nella scuola? Oggi abbiamo addirittura un ”Ministero dell’istruzione e del merito”, espressione seducente per promettere un cambio di rotta nel processo pedagogico didattico, teso a valorizzare le doti di ciascuno studente, invece che a confonderli tutti in una diffusa mediocrità. 

Si vuole cioè sottolineare il criterio della “meritorietà”, come dice qualcuno con un nuovo eufemismo, per far emergere le eccellenze e preparare i giovani ad una società e ad un mondo del lavoro sempre più esigenti, senza però che sia chiaro quali ne siano i valori fondanti, se non il successo individuale e il conseguente appagamento personale. E in questo emerge una prima contraddizione. Ciascuno studente ha forme di intelligenza diverse, talenti diversi, per qualità e quantità, ma non sempre di natura tale da soddisfare gli obiettivi di apprendimento fissati per le varie discipline dai programmi scolastici o dai criteri di valutazione dei singoli Collegi Docenti, quando non dai singoli insegnanti. In questi casi, in cui il “merito scolastico” non riesce ad emergere secondo i criteri ufficiali di cui sopra, quale è la sorte di questi ragazzi? Se la scuola è quella del “merito”, rimarrebbero fuori dalla competizione e per loro non ci sarebbe opportunità di sviluppare i talenti che possiedono.

La seconda contraddizione si fonda su un falso problema pedagogico, addirittura fuorviante, se si guarda alla realtà della scuola nel suo svolgersi quotidiano. Esso è fatto di conoscenze da apprendere e di competenze da sviluppare, ma anche e soprattutto di rapporti formativi, tra compagni e con i docenti, che servono a far crescere dal punto di vista umano, sociale e civile, a formare cioè una persona integrale, non solo una macchina per produrre. Questa sì è una realtà inclusiva, che promuove i talenti. È proprio nel rapporto formativo tra docente e studente, attraverso un’osservazione attenta ed empatica, che si possono individuare le caratteristiche peculiari di ciascun alunno, il tipo di intelligenza, le attitudini specifiche, e si riescono a mettere in atto le forme di didattica più adeguate ad ”educare”, cioè a tirar fuori, a sviluppare le potenzialità del singolo soggetto.

In questo processo anche la valutazione non può che essere formativa, deve portare l’allievo a rendersi conto dei suoi livelli di apprendimento, delle motivazioni di eventuali insuccessi e delle modalità per migliorare le sue prestazioni. Deve sviluppare la fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità, di qualunque misura e qualità esse siano.  Non ci possono essere perciò giudizi di valore prestabiliti cui tendere, che potrebbero demotivare o fissare in un’immagine definita un risultato provvisorio. Eccellenza, mediocrità sono quindi categorie inadatte a definire un processo che si sviluppa a partire dalla scuola per l’infanzia, alla scuola superiore, fino all’università.

La contraddizione sta proprio in questo: far emergere le potenzialità di ciascuno, di qualunque tipo esse siano (vero obiettivo di una pedagogia attenta alla persona), non vuol dire ragionare in termini di “merito”, che invece fa riferimento ad una scala di valutazione degli apprendimenti e dei risultati stabilito a priori come soddisfacente. Considerare “meritorio” o meno un risultato induce cioè a pensare che questo possa dipendere solo dalle qualità e dall’impegno del soggetto, generando scoraggiamento in chi non riesce altrettanto bene. Il concetto di “merito” crea dunque una distinzione tra studenti, tra “chi ce la fa e chi no”, senza tener conto dei livelli di partenza, delle facilitazioni che un contesto famigliare benestante e istruito può fornire e di altri stimoli esterni. Invece la scuola è deputata a dare di più a chi ha di meno, rimuovendo per quanto possibile, a livello di processo didattico ed educativo, gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità di ciascuno. E’ un preciso dettato della Costituzione, di cui sembra non si tenga adeguatamente conto.

Sarebbe inoltre diseducante favorire un clima di emulazione e di rincorsa tra gli studenti, additando traguardi “meritori”, quando la nostra società avrebbe bisogno di rapporti solidali, collaborativi, sereni, senza dimenticare che i giovani sono fragili, spesso non sopportano il peso dei confronti e delle pressioni, soprattutto famigliari, a dare risultati sempre migliori. Sono sotto gli occhi di tutti i suicidi di studenti che non si sono sentiti in grado di affrontare gli obblighi scolastici ed evidentemente non hanno trovato nessuno in grado o disposto ad aiutarli.

Fortunatamente la scuola, nonostante tanti problemi di preparazione e di soddisfazione economica e professionale degli insegnanti, di strutture, attrezzature, di valorizzazione sociale, presenta molti casi di eccellenza, che assolvono in modo puntuale alle necessità educative dei loro studenti, con progetti di recupero e di sviluppo, di inclusione, di orientamento, di preparazione al lavoro. Il tutor o l’incaricato per l’orientamento non sono una novità, ma funzioni svolte da diversi anni a cura di docenti interni esperti e disponibili, con sacrificio proprio di tempo e di formazione, per precisa delibera di parecchi Collegi docenti. Chi ha vissuto la scuola, gestendo questi progetti e partecipando alle attività INVALSI di valutazione dei POF e poi degli istituti scolastici nelle varie versioni, può rendere testimonianza di persona circa queste realtà, che non sono poche, ma sono ignorate nel clima generale di denigrazione del servizio pubblico statale, per ignoranza, per ripetizione di luoghi comuni o, peggio, per interessi di parte. Ben venga quindi un riconoscimento economico di queste attività, ma non si pensi così di aver risolto tutti i problemi di scarso successo scolastico o di abbandono.

Quella del “merito” in ambito scolastico è dunque una propaganda fuorviante, che si intesta falsi obiettivi di miglioramento. Non si tiene in considerazione, invece, che parecchi istituti del Paese mancano di condizioni di sicurezza, attrezzature adeguate, spazi e fondi, senza i quali non solo è difficile svolgere una didattica inclusiva e contenere gli abbandoni, con un orientamento serio e con attività extracurricolari idonee ai diversi talenti e bisogni della persona degli studenti, ma anche sviluppare le tanto sbandierate eccellenze. Bisogna dire allora che il “merito” vero, in questi moltissimi casi di difficoltà, va agli insegnanti quando riescono ad essere, per i loro alunni, modello di coerenza, di impegno, di equità e di coscienza civile e sociale.

 

Angela Colombo, ex ispettrice tecnica presso l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.

Identità e partito plurale devono interagire nella prospettiva di nuovi approdi

Dunque, diciamocelo con chiarezza e senza equivoci. La stagione dei partiti rigorosamente identitari è ancora dietro alle nostre spalle. Certo, e senza alcuna tentazione nostalgica, è indubbio che i partiti identitari sono sempre la strada migliore perchè sommano tutti coloro che provengono dalla stessa cultura politica, perseguono lo stesso progetto politico con maggior facilità e, soprattutto, non devono condividere la vita di partito con persone o movimenti e gruppi che arrivano da altre tradizioni ideali e che, di conseguenza, sono portatori di altre sensibilità ideali. Ma è evidente che, almeno a quelli che non vivono con la testa rivolta all’indietro, che i partiti identitari al momento sono semplicemente impraticabili. Quello che, invece, sono ritornate attuali dopo la stagione caratterizzata dal populismo e dall’antipolitica grillina, sono le tradizionali categorie della politica italiana. E cioè, la destra moderata e di governo, la sinistra massimalista e radicale e un rinnovato populismo di marca pentastellato. Meno aggressivo e violento sotto il profilo del linguaggio ma altrettanto pericoloso per la sua deriva trasformistica ed opportunistica.

Ed è proprio lungo questo percorso che le culture politiche possono e devono ritornare centrali e determinanti nell’orientare e nel condizionare l’evoluzione della politica italiana. E, di conseguenza, le identità politico e culturali non sono affatto superate e non vanno rinchiuse in una torre d’avorio per spenderle in ridicole operazioni elettoralmente irrilevanti e politicamente fallimentari. Ma proprio quelle identità politico e culturali – a cominciare dalla nostra, quella cattolico popolare e sociale – possono e devono saper fecondare i nuovi progetti politici.

E il progetto di dar vita ad una rinnovata ed aggiornata Margherita – non come replica di un partito che ha vissuto in un’altra fase storica, come ovvio e scontato, ma come modello organizzativo di partito – può essere una risposta politica credibile e pertinente in questa nuova fase politica. Una fase, cioè, che può ricostruire, dopo la destra e la sinistra, anche una “politica di centro” e di conseguenza un partito di centro. Dinamico, riformista, democratico e di governo. Una “politica di centro” che non può non contemplare la presenza, attiva e forse determinante, della cultura e della tradizione cattolico popolare e sociale.

Ecco perchè siamo arrivati ad un bivio: e cioè, anche noi Popolari abbiamo il dovere di ritornare protagonisti – attraverso l’intelligenza della politica, la coerenza culturale e un maggior coraggio civico – nella cittadella politica contemporanea. Non riproponendo movimenti e partiti a batteria puramente virtuali e quindi insignificanti ma, al contrario, battersi per un progetto politico percorribile e collaborando attivamente con tutti coloro che perseguono il medesimo progetto. E, proprio attraverso il celebre monito moroteo “la coscienza di sè e l’apertura verso gli altri” è possibile ricostruire un progetto politico credibile e anche fortemente attuale e contemporaneo.