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Contro il declino e l’opacità della politica

Lo sappiamo tutti. Oggi non ci sono più i grandi leader politici di un tempo – salvo rarissime eccezioni – e prosperano, invece, i capi partito. Frutto e conseguenza della profonda trasformazione della organizzazione del sistema politico. Perché i partiti popolari, di massa, democratici ed interclassisti sono stati semplicemente sostituiti dai cartelli elettorali da un lato e dai “partiti personali” o dai “partiti del capo” dall’altro. È di tutta evidenza che si tratta di una modifica profonda della stessa organizzazione politica che, di fatto, mina alla radice quello che un tempo veniva definita come ‘leadership politica’.

Ed è proprio quel profilo che consegnava al leader politico una ‘mission’ precisa nella sua comunità e nella intera società che superava la stessa leadership politica e di partito. Credo di non esagerare affatto se dico che il leader politico della prima repubblica era al tempo stesso anche un “educatore”. Cioè un punto di riferimento culturale, ideale che oltrepassava la mera dimensione politica.

Lo era per il suo stile, per il suo modo d’essere, per la sua dirittura morale e, soprattutto, per la sua cultura e per il suo concreto comportamento politico. Intendiamoci, nessuna sacralizzazione del capo – come, purtroppo, capita oggi dopo la decadenza e il progressivo impoverimento della politica causa l’irruzione del populismo qualunquista, demagogico e anti politico – ma, al contrario, la sua capacità, attraverso il suo carisma, di essere punto di riferimento del suo partito ma stimato e rispettato dagli stessi avversari.

Quella era la cifra del leader politico per l’intera prima repubblica e per buona parte della cosiddetta seconda repubblica. Ora, se si vuole rilanciare la qualità della democrazia, una rinnovata credibilità dei partiti e delle stesse istituzioni democratiche, è indubbio che si deve ripartire dalle fondamenta. Cioè da una rigorosa selezione democratica delle classi dirigenti da un lato e da una messa in discussione – profonda e definitiva – dei “partiti personali e del capo” dall’altro. Due condizioni basilari ed essenziali senza le quali qualsiasi operazione di rinnovamento e di cambiamento della politica è destinata a fallire.

Ma per centrare quei due obiettivi va recuperato sino in fondo il vecchio monito di Pietro Scoppola di saper legare, in una sintesi operativa e feconda, la “cultura del comportamento” con la “cultura del progetto”. Solo attraverso quei due postulati sarà possibile riavere quei leader politici, appartenenti a tutte le culture politiche, che sanno essere protagonisti delle vicende politiche ma, al contempo, anche autentici punti di riferimento delle rispettive comunità umane e della intera società italiana.

E questo perchè la stagione dei capi indiscussi, privi di qualsiasi cultura politica e di una concreta visione della società ma animati dalla sola volontà del comando e della imposizione, non solo allontanano la partecipazione ma contribuiscono in modo potente alla decadenza della politica. Oltre ad introdurre disvalori e malcostume nella stessa cittadella politica. Come è puntualmente capitato in

questi ultimi tempi nella politica italiana.

Leader come educatori dunque e, pur senza alcuna deriva moralistica, forse è arrivato anche il momento per porre la questione con coraggio e coerenza all’interno di rispettivi partiti. Ovviamente non nei partiti populisti e qualunquisti dove non vige alcun criterio se non quello dell’anti politica e del giustizialismo più spietati. Una operazione, questa, che deve trovare cittadinanza nelle comunità democratiche e solidali.

Sotto questo versante un contributo decisivo, e ancora una volta, può arrivare dalla cultura e dal pensiero del cattolicesimo democratico, popolare e sociale dove, guarda caso, i grandi leader politici erano anche, e soprattutto, straordinari ed irripetibili educatori culturali e spirituali. Un patrimonio, questo, che non può essere disperso perchè sacrificato sull’altare delle convenienze momentanee. Senza questo soprassalto d’orgoglio e questo recupero culturale, ideale ed umano qualsiasi operazione di rinnovamento della politica rischia di partire già sconfitto. E oggi non ce lo possiamo più permettere. Per il bene della nostra democrazia e il futuro stesso del nostro paese.

L’onda lunga del razzismo fa male all’Italia

Il ddl sull’Autonomia differenziata, una volta approvato dal Senato sta facendo il suo costituzionale percorso. Siamo ora in attesa delle conclusioni che speriamo interpellino anche i cittadini. Una legge voluta da Salvini e Calderoli, dopo un tacito baratto con la Meloni e La Russa sul loro Premierato. Quest’ultimo nel non tanto velato ricordo del loro mentore Giorgio Almirante, che, reduce della Repubblica fascista di Salò, chiedeva un vero e proprio presidenzialismo. Insomma: “…i soldi che produco io sono solo e soltanto miei; e in Italia…occorre un capo unico forte e veloce”.

Che il Nord Italia, nonostante che Cavour ce l’abbia messa tutta e col pieno di giovani bergamaschi fra i mille di Garibaldi, non avesse mai potuto digerire il meridione d’Italia, era cosa nota. Povero Garibaldi! A saperlo, arrivato a Marsala avrebbe fatto una buona bevuta di quel vino liquoroso che piaceva molto agli inglesi, e poi se ne sarebbe tornato verso Quarto.

Ma la vera chicca di questa incomprensibile ripulsa antimeridionale è riposta nel fatto che questa inimicizia mista a un razzismo nascosto a fatica, si è  trasferita non tanto sulle regioni meridionali, sui loro territori, sulla loro economia, ma proprio e soltanto sui meridionali. Sui terroni. Sui suddisti. Sugli zotici e  cafoni.  Insomma su coloro che è bene definire “differenti…da noi settentrionali”. Anche perché sono forse piu scuri di faccia.

Esagero? Ebbene sì, lo riconosco! Ma non dobbiamo  scandalizzarci troppo. Perché la faccenda delle “differenze” regionali non parte dalla legge in discussione che potrebbe  nascondere altre finalità. Essa in realta è molto vecchia. Sono andato a vedere. Quando nel 1984 nacque la Lega di Bossi con la sua “Repubblica del Nord” e con le magliette su cui era scritto “Prima il Nord”,  nel settentrione erano gia presenti ben 6 movimenti regionalisti e autonomisti: Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, e Toscana. Seguirono solo dopo le sceneggiate di Pontida. Con i cartelli pieni di “Nord”; con i giuramenti dei leghisti vestiti da Vichinghi; con i loro copricapi con le corna; e con gli attivisti in pantaloncini e barba tinta di verde nel ricordo dei loro barbari antenati scandinavi. Di quel popolo, cioè, che come dicono gli storici compiva stragi e piraterie in Europa rubando e depredando. E con i leghisti presenti in quei giuramenti, che ignoravano totalmente la meridionale Magna Grecia, assieme alla storia della ancora più meridionale democrazia ateniese. Realtà quest’ultima, che ha seminato un piccolo germoglio per la cultura europea, e a ben vedere ha piantato le radici della democrazia moderna.

Forse è allora bene ricordare che anche moltissimi anni prima di Pontida e già dai primi anni ’60, ci sono stati nel Nord Italia forti segnali di antimeridionalismo. Quando per esempio in una bella città epicentro dello sviluppo industriale italiano come Torino, e in un Paese in pieno boom economico come il nostro, non si affittavano le case a chi veniva dal Sud: “Non si affitta ai meridionali”, erano i cartelli diffusi in quasi tutti i quartieri torinesi di quegli anni. E questo, paradossalmente, proprio mentre la Fiat per espandersi assorbiva mano d’opera meridionale.

Una avversione inspiegabile, spesso di origine psicotica, trascinatasi sino ai giorni nostri, quando veniamo a sapere che appena qualche anno fa a Padova, a Pordenone, a Venezia, sono comparsi cartelli analoghi. E quando il Tgr Rai della Puglia – poco prima del silenzio voluto dalla lottizzazione “melon-salviniana” – denunciava che a Milano una studentessa di Foggia è stata cacciata da una padrona di casa antimeridionalista, che una volta interviststa sul perché, si è giustificata dichiarandosi “…salviniana e razzista”. E che pertanto, non voleva avere nessun rapporto con i meridionali.

Pericoli per la mescolanza di razze supposte diverse anche queste? Non credo molto. Ma in ogni caso pericoli. Devo però a tale proposito dire di più. Perché i moniti sulle tragedie della “sostituzione etnica” che rimbalzano in bocca al cognato della Meloni Lollobrigida, oggi Ministro, ci fanno ora piena  compagnia. Ai giorni nostri, infatti, i cartelli delle città del Nord sono cambiati. Niente più “Non si accettano calabresi e siciliani”,  ma “Non si affitta ai musulmani”; Non si affita agli stranieri”; “Non si affitta agli emigranti”; “Non si affitta ai Neri”. E con l’aggiunta: “Qui siamo cristiani”.

Insomma un nostro futuro senza neonati, ovvero con un tasso di natalità ai minimi termini. Con i nostri figli sfamati e sazi che vanno all’estero, mentre respingiamo i figli degli altri che arrivano qui da noi per sfamarsi, e che tuttavia è bene trasferire in altre nazioni. Caccciarli o rinchiuderli. Intendiamoci: sbandati e pericolosi ce ne sono dappertutto. Senza dubbio. Ma sono le soluzioni estreme dei trasferimenti pagati, che lasciano perplessi. Tutto cio mi rimanda in conclusione alla  bella  metafora delle tantissime formiche nere che arrivano dentro casa nostra – tutte uomini e donne in carne ed ossa –  che conviene spazzarle via con un aspirapolvere.

Un traslato utilizzato giorni fa dalla filosofa Francesca Rigotti su questo blog, per spiegare gli accordi tra la Meloni e il presidente Albanese Rava, finalizzati, con tanto di compensi, a trasferire nei “…campi di concentramento” albanesi tutta la carne umana che sbarca in quella siciliana Lampedusa da premio Nobel. Cosi come è da premio Nobel il calabrese Mimmo Lucano, che ha avuto l’infelice  idea di fare accomodare nel suo paesino e nel corso di pochi anni ben 400 stranieri, oggi presenti fra i 1800 abitanti di Riace. Dando loro una casa e un lavoro. E così risollevando nello stesso tempo l’economia del posto. Ma benché di fronte a difficoltà giudiziarie prive di sostanza, dimostrando quei valori di accoglienza solidale e di quella ospitalità tipiche di tutti i meridionali, che non si sono mai sognati di scrivere sulla porta: “Non si accetano settentrionali”. Valori, questi, molto facili da scovare leggendosi la “Fratelli Tutti” di quel Bergoglio…in attesa del Giubileo.

L’Italia ha interesse a sfruttare ciò che funziona in altre nazioni

Non è un rimprovero verso qualcuno in particolare, men che meno verso la Meloni che sul “caso Toti” nicchia, sebbene faccia intendere che le dimissioni del Presidente della Liguria aiuterebbero a disinnescare la bomba dello scandalo nel pieno della campagna elettorale. Il mio rimprovero semmai è verso tutta la classe dirigente per l’assenza di proposta e iniziativa, quando sulla scia della vicenda ligure ci sarebbe più di una ragione per riprendere in mano la questione del finanziamento pubblico dei partiti.

Intanto alcune domande si pongono. Se è costituzionale la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, come si può imporre l’abbandono dell’incarico ricoperto nelle istituzioni? Ed ancora, è costituzionale che per le responsabilità di un Presidente di Regione o di un Sindaco, sia penalizzata (con lo scioglimento) l’intera Assemblea degli eletti? Questo è il vulnus istituzionale più rilevante,  considerando che la vicenda giudiziaria di norma dura molti anni, magari concludendosi con l’assoluzione degli imputati, mentre lo scioglimento dell’Assemblea interviene subito e ha conseguenze irreversibili.

Si tratta di capire quali possano essere i rimedi. Assunto che l’elezione diretta è fuori discussione, la soluzione va trovata nelle procedure vigenti altrove. Ad esempio nella democrazia americana. I nostri acuti politici si sono eccitati dinnanzi agli aspetti più hollywoodiani delle grandi assemblee per le primarie, ma proprio nelle primarie, ovvero nello sbocco c cui esse conducono, c’è una soluzione. Il leader non è solo, la campagna elettorale ruota attorno a un ticket (in pratica si formalizza ab initio l’esistenza di un vice). Ove accada che il leader debba dimettersi, non si precipita nel vuoto: subentra il vice (o la vice) fino a conclusione del mandato. L’Assemblea non paga pegno, insomma la figura di vertice si dimette ma senza alcuno scioglimento dell’Assemblea.

L’altra lezione americana riguarda la formula che impedisce una troppo marcata differenziazione tra gli Stati (nel nostro caso il discorso riguarderebbe le Regioni). Il Senato americano, infatti, contro il possibile strapotere degli Stati più popolosi, i quali nella Camera dei Rappresentanti godono degli effetti di un riparto di seggi su basi proporzionali, è composto da due soli senatori per ogni Stato, quale che sia la consistenza demografica dell’uno o dell’altro. Viene garantita in questo modo una rappresentanza paritaria, punto di equilibrio di un sistema altrimenti a rischio di permanenti e irrisolvibili contrasti.

Un innesto fortuito di regole e procedure prese dall’esterno è sconsigliabile, ma prendere le soluzioni migliori e adottarle con intelligenza va a beneficio dell’ordinamento democratico – se vogliamo renderlo più efficiente. Non bisogna chiudersi o pretendere di sperimentare, come per l’opzione del premierato, qualcosa di inesistente nel resto del mondo. Ci vuole un pizzico di buon senso. Anche di fronte allo “scempio” della riforma costituzionale del governo, varrebbe la pena mettersi d’accordo sulla soluzione del semi-presidenzialismo alla francese. Parigi ci dice che funziona.

Asia News | Il Patriarca incorona Putin per l’eternità

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha rivolto un saluto al presidente Vladimir Putin, in occasione dell’inaugurazione-incoronazione dell’ennesimo mandato presidenziale e dell’anniversario della Vittoria su ogni nemico, augurandogli di rimanere al potere do skončanija veka, un’espressione presa dalla liturgia analoga a quella latina in saecula saeculorum. Forse il patriarca intendeva semplicemente indicare un “mandato a vita” per lo zar-presidente, che mai come quest’anno ha esaltato la solennità dell’autocrazia con i tappeti e le fanfare del Cremlino, ma l’eccesso di zelo è stato talmente evidente che la sala stampa del patriarcato ha tagliato la frase dal comunicato che riportava il testo del patriarca.

La benedizione imperitura è risuonata la sera del 7 maggio al Cremlino nella cattedrale dell’Annunciazione, la cappella privata degli zar davanti al cui altare si stagliano le splendide serie di sacre immagini dei più grandi iconografi della storia russa, Teofane il Greco e Andrej Rublev, dove il presidente ha presenziato al Moleben, la litania augurale del patriarca. La preghiera di Kirill ha invocato l’intera schiera celeste e “la benedizione di Dio, la protezione della Regina del cielo siano con voi fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire, e ho l’ardire di aggiungere che, a Dio piacendo, la fine del secolo significhi anche la fine della vostra permanenza al potere, poiché voi avete tutto quanto serve per compiere a lungo e con successo il vostro servizio alla Patria”. Nel testo diffuso dalla sala stampa la frase è stata ridotta alla “fine della esistenza” del presidente, e anche dal video del Moleben su YouTube è stata tolta la profezia escatologico-presidenziale.

In ogni caso Kirill si è rivolto al presidente con il titolo di vaše prevoskhoditelstvo, “vostra eminenza”, come era consuetudine riguardo ai membri della famiglia regale, aggiungendo che “per la grande misericordia di Dio il nostro tempo è stato gratificato dal fatto che a capo dello Stato russo c’è una persona di fede ortodossa, che non si vergogna della propria fede”. Secondo il patriarca, molti russi vedono in Putin “una persona molto buona, intelligente e di cuore”, anche se lo ha esortato a “non essere soltanto buono, ma anche severo, poiché il capo dello Stato deve prendere a volte decisioni fatidiche e groznye”, che si può tradurre con “clamorose” o meglio con “minacciose”, ribadendo l’analogia tra Putin e Ivan Groznyj, il “terribile” o appunto il “minaccioso”. Aggiungendo che “se non si assumono queste scelte drammatiche, le conseguenze potrebbero essere estremamente pericolose per il popolo e per lo Stato, e spesso si tratta di decisioni che comportano anche delle vittime”. Oltre all’accenno al primo zar cinquecentesco, il discorso patriarcale ha richiamato le gesta eroiche del principe Aleksandr Nevskij, che “non ebbe paura dei nemici ed è stato glorificato come santo”, senza peraltro aggiungere riferimenti diretti alla guerra in Ucraina.

A questo punto, secondo le nuove regole costituzionali approvate in modalità decisamente “poco ortodossa” nel 2020, Putin potrà guidare la Russia fino al 2036, quando compirà 84 anni, in caso di ulteriore rielezione nel 2030. La maggioranza dei sovrani della storia russa, principi, zar o segretari di partito, sono rimasti in sella fino alla fine della loro esistenza, ad esclusione dell’ultimo imperatore-martire Nicola II e del segretario Nikita Khruščev, spodestato da Brežnev e compagni per restaurare l’ordine staliniano. Dopo la fine dell’Urss si sono succeduti gli infelici governi di Mikhail Gorbačev (1985-1991) e di Boris Eltsin (1992-1999), per non parlare della presidenza “transitoria” di Dmitrij Medvedev tra il 2008 e il 2012, dove di fatto Putin governava come primo ministro, anche in questo imitando lo zar Ivan il Terribile che “designava” altri personaggi quando si ritirava nei possedimenti intorno a Mosca. In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-regno-eterno-dello-zar-vittorioso-60715.html

Regionalismo differenziato, l’errore storico della Lega di Salvini.

Alla fine, l’insistenza nella determinazione ad approvare a qualunque costo la “propria” riforma dell’autonomia differenziata e ancora di più l’accelerazione impropria imposta all’iter parlamentare in modo che si possa concludere prima del voto per il parlamento europeo, così da consentire alla Lega di Salvini di alzare una specie di trofeo da mostrare ai propri seguaci, hanno provocato qualche giorno fa una presa di posizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.  Più che la natura di un “avviso ai naviganti” ha assunto il tenore ed il contenuto – per dirla con un termine inglese che è stato già usato – di un vero e proprio warning, vale a dire: di un avvertimento istituzionale sulla riforma, che dovrebbe indurre tutte le forze di governo, a cominciare da quella della premier, a valutare bene i propri passi. Perché, come testualmente ha detto Mattarella, “lo sviluppo dell’Italia ha bisogno del rilancio del Mezzogiorno” ed “una crescita equilibrata e di qualità del Sud” assicurerebbe “grande beneficio all’intero territorio nazionale”. Non solo. Ma, come è noto, il profilo identitario della nostra Repubblica ci indica un modello istituzionale proiettato verso la coesione e la solidarietà che implica l’unità giuridica ed economica della comunità, l’eguaglianza dei diritti di cittadinanza, il rispetto della democrazia rappresentativa.

Prima di correre il rischio di rompere questi equilibri ordinamentali, dunque, è necessario riflettere bene su quali siano le condizioni che possano giustificare una tale iniziativa. Non, però, sulla base della libera interpretazione di questa o quella forza politica ma secondo l’indirizzo politico-costituzionale contenuto nella Carta fondamentale che, purtroppo, finora è stato completamente negletto sia da parte dei fautori che dei contrari all’autonomia differenziata.

 

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Come ricordare Giacomo Matteotti? Anche un condominio ne discute.

Giuseppe Pisanelli fu deputato del regno d’Italia e Ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Minghetti, fu autore del progetto del codice di procedura civile ma anche della pena di morte, in ordine alla quale aveva una posizione abolizionista.

Nella sua produzione bibliografica c’è anche un lavoro dal titolo curioso –  Passatempi di una onesta brigata nel tempo del colera – forse non avendo del tutto chiaro come il suo intuito avesse anticipato quello che un giorno, sia pur di sponda, avrebbe potuto riguardargli.

Accade in questi giorni che nel quartiere Flaminio di Roma si sia aperta una disputa tra favorevoli e contrari. In un condominio di via Pisanelli si dibatte se accettare la proposta del Comune di Roma di sostituire una precedente targa intestata a Giacomo Matteotti, che visse in quell’abitato, con una nuova lastra più descrittiva della sorte di morte che ebbe Matteotti, raccontando più dettagliatamente di un agguato per mano fascista.

Ci sono fatti che stentano a trovare la giusta dimensione ed essere messi a fuoco in modo corretto. Sembra che il problema di diniego del condominio sia quello di una scritta dalle eccessive dimensioni e quindi troppo impattanti.

Si tratta di una vicenda già targata, ormai di qualche giorno fa di cui però non si conosce ancora l’esito conclusivo. Il prossimo 10 giugno ricorrono i 100 anni della morte di Matteotti e ancora non è chiaro se la targa in nuova versione troverà ospitalità. La vecchia lastra, peraltro abusiva, era stata messa da un condomino di buona volontà e mai sanzionata dal Comune. Siamo alle solite contraddittorie e bizantine storie italiane, dove ci si muove sempre sul filo del consentito e del tollerato.

Non si tratta di una questione estetica. Un condominio non è altro che un Parlamento di dimensioni ridotte. Sembra che, di fondo, ci sia il timore dei condomini di esporsi a possibili ritorsioni da parte di qualche sconsiderato che possa non apprezzare l’iniziativa. Un modo, insomma, di pararsi le terga da atti che possano compromettere la tranquillità dell’abitato.

In origine, per targa si indicava anche uno scudo, a forma di cuore, utile alla protezione della persona. Sulla targa pare che si tergiversi al pari di ogni decisione che suggerisce prudenza senza però squalificarsi. Qua non c’è nulla di romantico in ballo, il target da raggiungere è non avere rogne di ogni genere ma anche non perdere la faccia. Non ci sarebbe insomma da rivendicare un motivo di particolare lustro nel poter vantare Matteotti come un condomino del tempo che fu.

Parodiando, si potrebbe dire che “tra il lustro e il brusco”, nella incertezza delle luci del crepuscolo e dell’alba e di una posizione da assumere, è probabile che resterà semplicemente la vecchia iscrizione, sia pure priva di permessi ma comunque intoccabile, dove la ragione superiore si fa beffa del cavilloso rigore delle leggi e dei regolamenti.

Il lustro era il rito di aspersione e purificazione posto in atto ogni cinque anni dai censori al termine del loro incarico. A nessuno degli abitanti del palazzo di via Pisanelli è richiesto di mortificarsi e di espiare colpe e mancanze, né essere martiri o eroi. La damnatio memoriae suggerisce comunque di non essere trascurati. Lì dove c’è il sospetto di un pericolo si deve agire in ogni caso per la libertà. Ogni clima, eventualmente torbido, merita sempre una contromossa che non sia di timidezza.

Il quartiere Flaminio prende il nome dal politico e generale romano Gaio Flaminio Nepote che si distinse per aver sconfitto i Galli e per la sua sconfitta contro Annibale al Trasimeno.  Si dice che sia stato decapitato. Speriamo che la targa di Matteotti non conosca la stessa sorte o che una maldestra brigata dopo i tempi del covid non ne inibisca la mostra.

Unità dei popolari, l’obiettivo resta nonostante i fallimenti accumulati.

Ci avevamo provato nel 2017, con la Dc guidata da Gianni Fontana e nel 2021, con la Federazione dei Dc e Popolari presieduta da Peppino Gargani. Dopo quelle esperienze di ritorno a Camaldoli, siamo ancora vittime della diaspora suicida e privi, alle prossime europee, di un partito di riferimento della nostra area politico culturale.

Il grande fiume carsico del mondo cattolico, frastagliato nei suoi numerosi affluenti culturali e organizzativo sociali, non riesce a superare la frammentazione politica succeduta al tempo dell’unità nella Dc. Conseguenza della fine dei collateralismi, dei nostri errori e del trionfo del relativismo etico culturale che ha attraversato l’esperienza contemporanea del nostro Paese. La crisi dell’associazionismo e della stesse culle di formazione tradizionale cattolico-sociali, le parrocchie, hanno ostacolato l’emergere di una nuova classe dirigente sul piano organizzativo e  politico istituzionale; al tempo stesso gli ultimi eredi dell’esperienza democratico cristiana si sono dispersi nelle tante piccole casematte guidate da capi e capetti, ognuno dei quali convinti di potere coordinare gli altri o, molto più egoisticamente, disponibili a trovare la personale collocazione nei partiti espressione del bipolarismo forzato da leggi elettorali assurde, pseudo maggioritarie.

È evidente che tentare di ripartire dalle numerose piccole realtà partitiche sparse si è dimostrata sin qui un’impresa fallimentare. Penso a quella da me personalmente vissuta dal 2012, allorché, con gli amici Silvio Lega e Clelio Darida, avuto notizia da Publio Fiori della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 (“La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), tentammo, con l’autoconvocazione del consiglio nazionale della Dc, di riaprire politicamente la vicenda democratico cristiana, finendo con l’esito attuale di “una ventina di Dc”, guidate da pseudo segretari in costante contesa giudiziaria per la loro legittimità. Uno spettacolo ben triste.

Ecco perché ritengo si debba ripartire ancora una volta dalla base, grazie a un tema unificante, almeno me lo auguro, per tutti i cattolici delle tre componenti: democratica, liberale e cristiano sociale. Mi riferisco alla difesa della repubblica parlamentare e della Costituzione che, con gli amici di Iniziativa Popolare, stiamo tentando di fare con la proposta di cancellierato sul modello tedesco, con il ritorno alla legge elettorale proporzionale e l’istituto della sfiducia costruttiva. Se, invece, permanesse il rifiuto della sfiducia costruttiva da parte della Meloni, con la sua idea fissa del premierato, dovremmo essere pronti ad attivare il comitato per il NO al progetto di “deforma costituzionale” della destra sovranista nazionale.

Sul progetto di cancellierato italiano vorremmo aprirci al confronto con tutte le realtà della nostra area socioculturale presenti nelle diverse regioni italiane, per preparare finalmente, in autunno, dopo il voto europeo, una Camaldoli 2024 del mondo cattolico, da cui far emergere, con una proposta di programma politico per l’Italia, una rinnovata classe dirigente che potrà guidare una lista unitaria alle prossime elezioni politiche nazionali.

Credo che il progetto di questa nuova Camaldoli 2024 potrebbe essere proficuamente attivato dai responsabili delle testate giornalistiche che, come quelle de “Il Popolo” e de “Il Domani d’Italia”, insieme ad altre disponibili, sono state sin qui tra quelle più sensibili al tema della ricomposizione politica dei cattolici, al fine di superare gli egoismi particolaristici dei diversi piccoli gruppi e per garantire la partecipazione delle personalità più significative della realtà cattolica italiana.

Siamo forti degli insegnamenti sociali degli ultimi pontefici, tra  i più rigorosi interpreti dei problemi della nostra realtà, si tratta di impegnarci a derivarli sul piano politico  istituzionale con la nostra autonoma responsabilità, in una fase così difficile e carica di tensioni a livello interno e internazionale. Vogliamo riprovarci?

Beppe Matulli, cattolico esigente e sempre con lo sguardo avanti.

Beppe Matulli, cattolico esigente e sempre con lo sguardo avanti.

 

È interessante ricordare come sempre, nei suoi interventi sia in ambito locale che nazionale, politico o associativo, Beppe partisse sempre dalla analisi dei cambiamenti di scenario in Europa e nel mondo.

 

Silvia Costa

 

Sono commossa e onorata di essere qui con voi,a Palazzo vecchio, a ricordare Beppe Matulli, a quasi tre mesi dalla sua scomparsa, nella nostra Firenze dove io sono nata e dove lui è stato un grande vice Sindaco. Per me è stata una grande, dolorosa perdita, perché a Beppe mi legava un’amicizia fraterna e complice, durata 40 anni. Con lui dai primi anni ‘80 ho condiviso l‘impegno politico nella Democrazia Cristiana, con la segreteria di rinnovamento di De Mita.

Lui, il suo “discepolo più amato” e ascoltato –  come ha detto Pierluigi Castagnetti – giovane esponente della sinistra Dc, legato a Nicola Pistelli, quindi brillante segretario regionale della Toscana. Io, da poco Dirigente nazionale Spes, impegnata nel Movimento femminile con maestre come Maria Eletta Martini e Tina Anselmi.

Abbiamo  entrambi attraversato i passaggi complessi dalla fine della Dc, al PPI, alla Margherita, al Pd spesso scambiandoci riflessioni, amarezze e convinzioni, insieme a una ostinata passione per l’impegno civile e politico che per entrambi è continuato, in forme diverse.

Per me Beppe  è  stato soprattutto un grande amico, generoso e solidale, un interlocutore sempre stimolante, rigoroso e coinvolgente; ma anche acuto e  spiritoso, un maestro di vita e di buona politica ispirata a un cattolicesimo praticato, animato da una coerente etica della responsabilità verso il bene comune e le istituzioni democratiche, nel dialogo con tutti ma sempre dando forza argomentativa alle sue posizioni. Il suo tratto umano, sorridente e aperto, la sua proverbiale franchezza unita alla delicatezza dei toni, lo ha fatto amare da tanti, anche dai suoi avversari politici.

Beppe era un uomo integro, profondamente credente ma  “cattolico  esigente” e laico nell’azione politica, un politico di grande finezza culturale, di letture sterminate e grande curiosità intellettuale, sintesi e riferimento del multiforme cattolicesimo fiorentino, impegnato nel volontariato per gli ultimi fino alla fine, sempre con lo sguardo alla condizione dei giovani – come è emerso ai suoi funerali dallo splendido ricordo dell’Abate di San Miniato – e sempre con lo sguardo avanti,  animato da una sincera vocazione pedagogica in politica.

Ricordo che a un Congresso della Dc nel 1984, richiamando una frase di Manzoni rivolta a Cavour, diceva che un politico deve avere due qualità: essere prudente e essere imprudente.

 

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Gli scontri del presente e i buoni esempi del passato

C’è un sentimento di nostalgia che attraversa la politica italiana. Si infittiscono gli anniversari, e così si finisce per rendere doveroso omaggio ai grandi del passato. Ma soprattutto si rivisitano più benevolmente gli avversari di ieri e dell’altro ieri.  E così fioccano gli applausi del popolo di destra rivolti a Berlinguer. E dal capo opposto si levano voci d’un tratto più indulgenti verso Berlusconi.

Niente che sconvolga la mappa delle reciproche certezze. Ma almeno qualcosa che renda meno minacciosi i confini tra un territorio e l’altro. S’intende che tutto questo ha a che vedere anche con le astuzie più tipiche della politica.

Infatti, si usa qualche riguardo verso i nemici di prima anche per colpire più efficacemente i nemici di adesso. Cosa che non dovrebbe scandalizzare e che anzi potrebbe perfino essere apprezzata come segno di un costume più cavalleresco. A patto che tutti questi apprezzamenti “postumi” possano aiutare a stabilire codici di combattimento meno ferini e meno unilaterali di quelli con cui ci troviamo quotidianamente a fare i conti.

Speranza piuttosto vana, almeno a giudicare dalle cronache quotidiane che risuonano in vista della imminente campagna per le elezioni europee. Resta il fatto che è quasi sempre il passato a fornire buoni esempi. Mentre il presente segnala piuttosto una tendenza a radicalizzare lo scontro. Quasi che riconoscere qualche ragione ai propri avversari di oggi e ai loro argomenti fosse segno di una scarsa convinzione nelle proprie buone ragioni. Mentre è quasi sempre il contrario.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Le contestazioni a Roccella e la gioia della sinistra radical

Non c’è niente da fare. È appena sufficiente registrare la reazione della sinistra, nelle sue diverse e multiformi espressioni, per rendersi conto che il pluralismo delle opinioni continua ad essere una sorta di tabù da quelle parti. Certo, il protocollo prevede che quando c’è una censura o una constatazione violenta nei confronti di un avversario politico – come quella plateale che ha nuovamente coinvolto la povera Eugenia Roccella per le tesi che sostiene e non per il ruolo istituzionale che riveste pro tempore – arriva, blandamente e distrattamente, una solidarietà.

Una solidarietà però, è bene dirlo subito, che non trova cittadinanza nei gazzettieri quotidiani della sinistra televisiva, accademica, intellettuale ed artistica. La solidarietà si ferma al partito. Del resto, non si deve essere dei profeti per dire che Gruber, Formigli, Floris, Scurati, Fazio, Littizzetto, Augias e tutti i “martiri” e le “vittime” milionarie dell’informazione contemporanea, non diranno una sola parola al riguardo. Anzi, sosterranno – con la gioia e il giubilo di tutto l’arcipelago della sinistra ex e post comunista – che questo è il pluralismo. E cioè, quando in pubblico si viene contestati e zittiti è, semplicemente, la regola della democrazia. In punta di diritto una tesi ineccepibile.

Purché, come ovvio, non capiti a sinistra perchè altrimenti e puntualmente scatta l’allarme del regime illiberale, della torsione autoritaria, della restrizione delle libertà, del ritorno

dell’intramontabile fascismo, della negazione sistematica del diritto alla parola e altre corbellerie similari.

Ora, e al di là dell’ultimo caso specifico, un dato si staglia, e per l’ennesima volta, all’orizzonte. E cioè, questo atteggiamento evidenzia un solo dato. Che resta costitutivo dell’ideologia – e non della cultura o del pensiero – della sinistra. Chi ha una opinione diversa, o addirittura alternativa, rispetto a quella che rappresenta la vulgata corrente o il sempreverde “politicamente corretto”, semplicemente può e deve essere contestato. E se del caso anche zittito. Era così ai tempi della Democrazia Cristiana. È così se governa il centro destra e sarà sempre così ogniqualvolta si avanzano tesi in aperto contrasto con chi fa della “superiorità morale” e della “arroganza intellettuale e culturale” la sua ragion d’essere nella società e nel dibattito pubblico.

Un tic, questo, che spiega meglio di qualsiasi altra osservazione come viene declinato e praticato in quel campo – rafforzato anche dall’ingresso dei populisti interpreti dell’anti politica e del giustizialismo più spietato – il pluralismo. Perché, alla fine, si tratta sempre e solo di capire come si declina concretamente il pluralismo e il rispetto dell’avversario. E quando l’uno si interpreta come la difesa e il rispetto delle proprie opinioni – e solo di quelle – e l’altro viene vissuto all’insegna del rapporto con il proprio nemico irriducibile, è chiaro a tutti che ci troviamo di fronte

al germe dell’intolleranza e della più spietata arroganza morale e culturale.

E la contestazione, l’ennesima a Roccella o ad altri esponenti del “campo avverso” per dirla con una felice espressione del passato di Veltroni, non può che far piacere e salutata con entusiasmo e felicità da tutto il circo mediatico della sinistra radical.

Cristianesimo e liberalismo: chi aveva ragione tra La Pira e Sturzo?

Sturzo, che Piero Gobetti (1901/1926) non a caso definiva “messianico del riformismo”, poneva alla base di ogni comportamento umano un’estrema moralità che non sempre si sarebbe mantenuta in seguito; la partitocrazia, ovvero il regime dei partiti elevato a sistema, avrebbe indotto alla corruzione, quindi all’immoralità che non è caratterizzata soltanto dallo sperpero di denaro pubblico, ma da ingiusti sistemi fiscali, da clientelismo diffuso, dall’abuso della propria influenza politica nel ruolo che si occupa, nell’esame dei pubblici concorsi o anche nell’assegnazione degli appalti, svilendo la politica della necessaria “terzietà”.

In questo senso la polemica negli anni ’50 con l’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira, figura ineccepibile moralmente ed eticamente, assunse tuttavia toni molto marcati. Gli ricordò infatti di appellarsi al Vangelo, come La Pira spesso faceva, ma ricordarsi anche che il Figlio dell’uomo volle dare da mangiare alle folle due volte, tuttavia prima moltiplicò i pani e i pesci e poi li fece distribuire.

La Pira non fu meno duro nel replicare anche solo indirettamente a Sturzo, come rammenta lo storico Gabriele De Rosa: “…appena La Pira mi vide attaccò a parlare di Sturzo accusandolo di essere un politico per i ricchi e fu durissimo; e che avrebbe fatto meglio a pregare che a scrivere perché era un liberale nient’affatto cristiano”. Insomma il contrasto non fu affatto lieve e il sindaco santo a volte veniva fuori anche nel suo lato da convertito!

A distanza di tanti anni e in una situazione politica oggi difficilissima dobbiamo riconoscere che la storia ha dato ragione al sacerdote di Caltagirone: lo Stato non è un rifugio per ammortizzare i debiti di aziende in difficoltà, ma uno strumento di equilibrio in una società democratica che vive pienamente nella libertà.

Possiamo concludere con le parole dello stesso Sturzo che così rispose il 20 settembre 1946, due settimane dopo il suo ritorno in Italia da un esilio cui l’aveva condannato il fascismo per vent’anni, all’indirizzo di saluto del membri del

Consiglio Nazionale della Dc: “…C’è qualcosa che dipende da voi e qualcosa che dipende dagli eventi: da voi dipende la fermezza nei principi e la fedeltà allo spirito della Democrazia Cristiana che deve vivificare tutta l’azione politica e sociale. Non mirate al puro successo materiale. Quando vi sono ostacoli, vanno prese iniziative per irrobustire lo spirito al di sopra degli elementi tecnici e pratici della vita politica. Su questo punto occorre rifarsi al Vangelo, che ci ammonisce di essere distaccati dai mezzi materiali, non per schivare il lavoro in una fiducia passiva nella Provvidenza, ma per non perdere mai il contatto con gli ideali. «Cercate il Regno di Dio e vi sarà dato». Gli ideali su cui fondare ogni sana azione politica sono la giustizia e la libertà; giustizia e libertà sono gli ideali della Democrazia Cristiana”.

 

[il testo qui proposto è la coda finale di un’ampia riflessione dell’autore, docente all’Università Lateranense, su “Il Liberalismo di Luigi Sturzo”]

Rome Summit, la parola ai giovani imprenditori cattolici.

Il cristianesimo perde ogni sostanza se gli sottraiamo la concretezza, perché l’etica è la cartina tornasole della morale. Ed etica significa non sottrarsi all’impegno quotidiano per quello che Papa Paolo VI chiamava “sviluppo umano integrale”. Sempre più vediamo attribuire alle imprese un ruolo che non è più solo quello di semplici generatori di profitti. Oggi all’impresa è richiesto di essere attore primario della transizione ecologica, erogatore di servizi di welfare, prendere parte al sostegno alla genitorialità, farsi carico dei bisogni di comunità e territorio. Oggi, la logica della responsabilità d’impresa chiama l’azienda a farsi attore autenticamente politico. Pur rimanendo al di fuori degli schieramenti, della logica di fazione, ci è richiesto di essere contributori sociali, ben oltre l’ambito fiscale.

 

Gli imprenditori cattolici accolgono volentieri questo compito, che è connaturato alla visione dell’impresa maturata dalla dottrina sociale, in dialogo (e non in contrasto!) con le istanze del lavoro e indirizzata al bene comune (non al profitto privato). Ma se l’impresa assume un ruolo politico, allora deve assumere anche una voce politica. E gli imprenditori che si riconoscono nelle radici cattoliche, in dialogo con le altre parti sociali, hanno deciso di scendere in campo, collegando Chiesa e istituzioni civili, per offrire un contributo di visione sui nodi che stringono la società. Per questo il Movimento Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) intende lanciare Rome Summit, che si terrà il 15 maggio, a partire dalle 16.30 e sarà ospitato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata italiana in Vaticano, con la partecipazione dei rappresentanti giovani delle associazioni d’impresa, i vertici delle istituzioni italiane – dal vicepremier Antonio Tajani al presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana – e i vertici della Chiesa, sarà infatti con noi il Segretario di Stato, S.E.R. il Card. Pietro Parolin, nella prospettiva di affrontare le crisi che preoccupano il nostro tempo – dalla natalità, con i suoi effetti sul sistema previdenziale, fino all’urgenza di promuovere imprese giovani e sostenibili capaci di affrontare i problemi sociali.

Davanti a questioni così ampie, occorre allargare il più possibile il dialogo. Saranno con noi, i rappresentanti dei giovani imprenditori delle associazioni d’impresa più rappresentative del Paese: Riccardo Di Stefano per Confindustria, Angelica Donati per Ance, Davide Peli per Confartigianato, Andrea Sangiorgi per Confcooperative, Antonio Ieraci per Federmanager, Giovanni Gioia per Confagricoltura, Eustachio Papapietro per Confapi, Enrico Parisi per Coldiretti.

Dal dialogo tra imprese, istituzioni e Chiesa, emergeranno proposte concrete, rivolte ai decisori pubblici di ogni livello di governo. In campo saranno le priorità e i bisogni che nascono dall’esperienza di chi si trova a gestire direttamente un’attività d’impresa ed avere responsabilità di rappresentare tante di esse, all’interno delle numerose organizzazioni di rappresentanza che hanno accettato di partecipare. Perché Roma, perché nella sede dell’Ambasciata italiana in Vaticano? Perché Roma rappresenta un’autorità morale, di cui oggi l’economia e la politica hanno più che mai bisogno per ritrovare il senso di un impegno quotidiano. È un bisogno che accomuna credenti e laici, un bisogno a cui le parole di Papa Francesco sui temi sociali, economici e politici hanno dimostrato di saper rispondere.

Non a caso, il Rome Summit si propone come una declinazione particolare di The Economy of Francesco, l’appello che il Santo Padre ha rivolto ai giovani (imprenditori, economisti…) perché si impegnino a gettare le fondamenta di una economia più umana. In questa logica, UCID intende essere un ponte tra mondi, agente del dialogo sociale, della concertazione con le istituzioni, promotore di cultura dell’impresa e del lavoro. Il Rome Summit sarà occasione per iniziare a sperimentarci alla prova di questa missione.

 

UCID associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

 

Benedetto Delle Site: è l’attuale presidente di Giovani Ucid, esperienza avviata a partire dal 2021, dopo alcuni anni alla presidente di Giovani Ucid Lazio. Delle Site è inoltre alla guida dell’assciazione di categoria Federproprietà e direttamente impegnato come Ceo e fondatore dello studio Delle Site e partners, specializzato nell’alta consulenza per l’accesso al credito. 

Non dimentichiamo Aldo Moro

Il 16 marzo e il 9 maggio del 1978 si consumò una tragedia immane per le famiglie e per il Paese. Dopo tanto sangue innocente, l’assassinio di Moro doveva essere il colpo di grazie al sistema democratico. Era la “traduzione” della rivoluzione mancata,  perseguita dalle frange estreme della sinistra, che si erano organizzate dopo aver lasciato il Pci.

La “verità “su quella tragedia è stata ricercata dalle varie commissioni parlamentari, dalla magistratura e da nutrite schiere di giornalisti, oltre ovviamente agli apparati di sicurezza. Rimangono molte zone oscure sui mandanti,su quanti avevano interesse ad eliminare Aldo Moro.

Il 9 maggio si ricordano tutte le vittime del terrorismo. Il rischio è che abbondino le frasi di circostanza su un avvenimento lontano. Il tempo stempera tutto ma il tentativo di consegnare all’oblio la morte di Moro è un delitto.

Le mezze verità, l’uso anomalo del segreto di stato per coprire responsabilità personali e di gruppi di pressione non aiutano un Paese a crescere e alla democrazia a rafforzarsi.

La vittoria sul terrorismo fu l’ultimo sforzo di quello che rimaneva dei partiti.

Dopo Moro l’impianto democratico dello Stato si è eroso. Nella metà degli anni ‘90 ci fu una congiura di esponenti massoni deviati, di alcune procure d’assalto, di certa sinistra con il corollario di complicità e connivenze che ha collassato il sistema delle garanzie democratiche. Ricordiamo con Aldo Moro le tante vittime innocenti,martiri della libertà.

Il manifesto che il 9 maggio del 1978 la Dc affisse in tutta Italia con l’effige di Moro diceva: “Vive nei nostri cuore il Suo amore per la libertà”. Oggi è in atto un disegno eversivo della maggioranza di governo che attenta alla Costituzione e all’unità del Paese. Non è possibile stare silenti difronte una prospettiva pericolosissima. È auspicabile sperare che l’amore per la libertà non sia scomparso dal cuore degli italiani che debbono trovare la forza del coraggio per non soccombere. Così si onorano le vittime del terrorismo e della violenza in qualsiasi forma si manifesti per evitare il precipizio che sta dinanzi a noi!

 

 

P.S. Oggi 9 maggio, alle ore 11.00, nella Chiesa di S. Nicola di Catanzaro ci raccoglieremo in preghiera per ricordare Aldo Moro, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Ravera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino uccisi dalle Brigate Rosse e tutte le altre vittime del terrorismo e pregare.

 

[Il testo appare sulla pagina Fb dell’autore]

Il futuro dell’Europa è nella riscoperta delle sue radici

Il rapido avanzare della storia verso un multilateralismo più partecipato dovuto al consolidarsi di più centri decisionali accanto a quello americano-occidentale, pone il percorso di costruzione dell’unità europea di fronte a sfide inedite e di importanza vitale rispetto al ruolo che il Vecchio Continente potrà recitare sulla scena globale.

Per la prima volta dopo circa cinque secoli si assiste al venir meno dell’egemonia occidentale nel mondo. L’influenza delle vecchie potenze coloniali europee, come Regno Unito e Francia, deve cedere il passo di fronte alle istanze di molti Paesi del Sud del mondo di indipendenza non più solo formale come alla fine della decolonizzazione, ma sostanziale, anche geopolitica, economica e culturale. Mentre gli Stati Uniti, di fronte alla crescita di potenze come la Cina e l’India sperimentano gli effetti della fine del “momento unipolare” e sembrano preoccupati soprattutto di raggiungere un accordo di coesistenza con protagonisti di rango pari al loro.

Di fronte a tali processi cresce la consapevolezza che l’Unione Europea così com’è risulta inadeguata a esercitare un ruolo di primo piano nei nuovi equilibri globali che si stanno delineando. Va riconosciuto a Mario Draghi il merito di aver sensibilizzato l’opinione pubblica continentale sulla necessità per l’Europa di affrontare le nuove sfide in tre direzioni principali: la sicurezza, le catene di approvvigionamento in particolare quelle energetiche, la competizione sul mercato globale.

Per un’Europa rinata sulle ceneri della lunga guerra civile europea del secolo scorso il tema della sicurezza è tornato ad essere fondamentale, non solo per quanto riguarda la legittima e ormai matura prospettiva di rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, attraverso un maggiore coordinamento delle forze armate e degli arsenali dei Paesi membri in vista di un esercito comune, ma soprattutto per quanto riguarda la sfida di garantire la sicurezza privilegiando le alternative alla guerra. Alla radice del progetto dei padri fondatori, del quale la dichiarazione Schuman rappresenta una prima importante manifestazione, vi fu la determinazione nell’erodere il terreno sul quale crescono i conflitti armati, attraverso la messa in comune delle risorse oggetto delle contese passate. Allora erano il carbone e l’acciaio. Oggi possono essere le terre rare, i minerali strategici, le riserve di fonti di energia, i fertilizzanti, il grano.

È guardando alle proprie radici che le istituzioni europee possono riscoprire il fine per cui sono nate, e ritrovare il filo di un percorso messo molto a dura prova dalla insensata  prova di forza con modalità d’altri tempi che si sta consumando in Ucraina sulla pelle della popolazione. Il solo bilancio dei torti e delle ragioni appare insufficiente per aprire spiragli di pace ma anzi rischia di fare di torti inaccettabili come l’invasione russa dell’Ucraina, delle ragioni per più grandi tragedie che rischiano di ripercuotersi sull’intera Europa, impantanandola in una guerra infinita e sottraendole energie vitali per stare al passo, o perlomeno non rimanere troppo indietro verso l’Asia e il resto del mondo che corrono e che stanno già dettando gli standard dell’innovazione.

Porre fine con le armi della diplomazia e del negoziato a quella che non è solo una guerra civile fra popoli slavi e ortodossi ma una nuova guerra civile europea, è la base per costruire il futuro dell’Europa.

Un’Europa più federe alle ragioni per cui è nata come storia unitaria saprà trovare il punto di incontro tra interessi, talora divergenti, fra le due sponde dell’Altlantico in autentico spirito di solida amicizia e di realizzata indipendenza. E sarà in grado nello stesso tempo di trovare una sintesi fra le diverse spinte geopolitiche presenti al suo interno, che le consentirà di parlare con una voce sola all’esterno e di concepirsi come protagonista autonoma sulla scena mondiale nella costruzione di un nuovo ordine multilaterale più adeguato ai tempi, più equo e inclusivo.

Le elezioni del 9 giugno assomigliano alla fiera delle vanità.

Con la presentazione delle liste è iniziata la campagna che ci porterà al voto dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. Mai come questa volta l’appuntamento elettorale europeo si sta caricando di significato politico e non solo in chiave interna. Sono elezioni che si svolgono con una guerra in corso proprio nel cuore dell’Europa, con un paese come l’Ucraina che dopo l’aggressione russa ha chiesto di aderire all’Unione europea e che la stessa UE vuole aggregare con l’intento dichiarato di contrastare le mire espansionistiche di Putin.

In questo complesso quadro di politica internazionale la vicenda elettorale europea rischia di essere banalizzata per qualche manciata di voti in più, con candidature finalizzate alla sola ricerca del consenso, furbizie ed espedienti di vario genere.

Nel Partito Democratico è stata scongiurata l’ipotesi di inserimento del nome della Segretaria Schlein nel simbolo di partito, una scelta che avrebbe segnato una deriva personalistica lontana dalla cultura politica del Pd, ma non già quella della candidatura finalizzata alla sola raccolta di voti. La valutazione collegiale svolta negli organi di partito ha poi evitato che la stessa Schlein capeggiasse le liste Pd in tutti i collegi elettorali italiani; anche quello sarebbe infatti stato un segnale di eccessiva personalizzazione in un partito che tradizionalmente non ama votare per la segreteria pro-tempore, ma per un progetto o una proposta politica.

La stessa collegialità non è però presente in altre forze politiche con il risultato che le liste sono spesso il frutto delle “intuizioni” del capo in cerca di un plebiscito personale da inseguire prevalentemente con argomentazioni che nulla hanno a che vedere con la politica e con l’Europa.

E così abbiamo la Presidente del Consiglio che – lungi dal parlare della crescente precarietà e povertà presente nel Paese – gioca la carta del “voto confidenziale” chiedendo di essere votata scrivendo solo Giorgia; per le proposte politiche ci sarà tempo! Al tempo stesso Salvini, per tentare di evitare la debacle elettorale, candida l’impresentabile ed incolto Vannacci e fa campagna elettorale schierandosi apertamente contro l’idea della “svolta green” in ambito europeo. In caso di vittoria della destra nel Parlamento europeo a pagare il conto di queste dissennate scelte contro l’ambiente e l’innovazione sarebbero le fasce più deboli della popolazione e i più poveri. L’Italia ha bisogno di rafforzare il proprio rapporto con l’Unione europea e chi afferma il contrario lo può fare solo per motivi strumentali o per mancanza delle necessarie cognizioni; ma in alcuni messaggi elettorali ricorrono entrambe le motivazioni. L’Unione europea non è contro di noi, ma avvolte noi siamo contro l’Europa. Il voto di giugno è un’occasione per stare dalla parte giusta.

Cosa possiamo apprendere dai famosi due gesti di Giulio Cesare

Foto Di Efry PXbay
Foto Di Efry PXbay

La sera del 10 gennaio del 49 a.c. Giulio Cesare, di ritorno dalla vittoriosa campagna militare in Gallia, fermò il suo carro trainato dai cavalli sulla sponda del fiume Rubicone, sostando a lungo e meditando in silenzio. Aveva in animo di attraversare quel breve fiume romagnolo, considerato il confine tra la provincia Gallica e lo Stato romano per raggiungere e conquistare Rimini, in ciò sfidando Pompeo, finora suo alleato, che sarebbe diventato suo acerrimo avversario in una decisiva e feroce guerra civile.

Nel racconto che ci fa Plutarco, secondo la traduzione di Mario Scaffidi Abbate (nel suo “Vite parallele”), si legge tutta l’intensità emotiva della decisione che Cesare doveva prendere. Come ci ha insegnato la storia tramandata Giulio Cesare passò infine il Rubicone consegnando alla leggenda le brevi parole pronunciate per suggellare l’ardimentosa scelta: “Iacta alea est”, secondo la versione di Svetonio, più comunemente “Alea iacta est” nell’uso letterario e più ripetuto di quella citazione. Anche se molti secoli dopo Erasmo da Rotterdam coltivò la suggestiva ipotesi che fosse stata troncata per errore l’ultima lettera, per cui “est” sarebbe stato in realtà “l’imperativo “esto”, caricando di maggior significato la decisione assunta. Non “il dado è tratto”, come siamo solitamente usi a menzionare, bensì il più perentorio “sia tratto il dado”.

Anche “passare il Rubicone”, metafora della scelta compiuta, è consegnata alla storia e al lessico in uso come l’espressione più esplicativa di una importante, irreversibile, decisione da prendere: un gesto da cui non si può più tornare indietro. In realtà una prassi scemata nei secoli visto il susseguirsi delle vicende umane, in cui la pace è diventata via via una parentesi tra due guerre mentre le tattiche hanno lentamente preso il posto delle strategie. Sono passati oltre duemila anni ma l’umanità non è riuscita a liberarsi dal giogo ricorrente dei conflitti bellici tanto che vien da chiedersi come e perché la giurisprudenza e la diplomazia affinate nel corso dei secoli siano alla fin fine sempre soccombenti di fronte all’accendersi di una guerra armata.

Queste parole passate alla storia come espressione di ardimentoso coraggio non sono state metabolizzate e stemperate nell’epoca della post-modernità dalla politica come luogo delle mediazioni possibili: ancora oggi ci sono dadi da trarre o ‘fiumi’ da passare. Le vicende umane esprimono tutto il loro incerto movimentismo, legato a circostanze mutevoli, ad alleanze insicure, alle preoccupazioni della posta in gioco che sono compresenti ad un’indifferenza raggelante: ancora oggi Dante non riterrebbe degni gli ignavi di entrare nell’Inferno.

Trovo interessante ripercorrere la vicenda umana di Giulio Cesare perché riprende i tratti della mitologia greca e dei suoi eroi: riflesso epico della grandezza degli Dei e misura delle alterne e mutevoli vicende della vita, dove le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche. Ce lo ricordano Ettore, Achille, Ulisse, Orfeo, Narciso, Pandora…

Una dimensione umana che ritroviamo intatta e accresciuta il 15 marzo del 44 a.c., – le cosiddette Idi di Marzo – il giorno dell’assassinio di Giulio Cesare, il crimine più famoso dell’antichità. In quell’episodio si legge la gamma infinita dei sentimenti umani: il tradimento, la codardia, la viltà, il parricidio, la consapevolezza di compiere un atto mortale, la vendetta, l’invidia, il rancore, la scelleratezza.

23 coltellate uccisero il dictator, colui che pensava ad un assembramento benevolo di fedeli senatori.

Anche questa parte di storia si ripete nei fotogrammi degli efferati delitti del nostro tempo, con le stesse modalità vigliacche: in fondo, fuggendo a sé stessi, gli assassini si avvalsero della facoltà di non rispondere. Ma ciò che colpisce di più di quella scena è ancora una volta un gesto unico e consapevole che spiega la grandezza di Giulio Cesare: quello di alzare la tunica e avvolgervisi dentro, per non vedere le pugnalate e per nascondersi in una nicchia di abbandono e di pudore, per non esporre il proprio corpo trafitto.

Non si può non usare quell’immagine come icona e metafora dei tradimenti e degli omicidi più efferati di ogni tempo, fino ad oggi.  Pensando all’abbandono del proprio corpo alle mani armate di coltello, viene in mente che in quell’istante fatale e conclusivo dell’esistenza la si ripercorre fino a comprendere quanta falsità e quanto inganno la possano risolvere, sorprendentemente, in un attimo. Ma anche in che modo e improvvisamente si avvalorino i presagi che abbiamo sovente pensato e respinto confidando nella bontà dell’essere umano.

Caso Toti: Nordio ha ragione, Landini ha torto. 

È difficile questa volta avere a che ridire sulla dichiarazione del Guardasigilli Carlo Nordio a riguardo del provvedimento assunto dalla magistratura a carico di Giovanni Toti, Presidente della regione Liguria.

«Non conosco gli atti – ha detto il ministro – e da garantista penso sempre alla presunzione di innocenza. Mi è sembrato di capire che si tratta però di fatti che risalgono ad alcuni anni fa e che l’inchiesta non è nata oggi ma tempo addietro. Ho esercitato 40 anni da pubblico ministero e raramente ho chiesto provvedimenti di tutela cautelare dopo anni di indagini. Le mie perplessità non sono mai sul momento in cui scatta il provvedimento cautelare rispetto all’imminenza delle elezioni ma se ho delle perplessità tecniche riguardano una misura rispetto al tempo in cui è stato commesso il reato ed è iniziata l’indagine».

Sono parole che devono far riflettere. Come pure, al contrario, fa riflettere l’uscita di Landini per il quale la vicenda giudiziaria ligure, nella quale Toti è agli arresti domiciliari per corruzione, “conferma che la cultura in questo Paese continua a essere basata sulla corruzione” […] “Queste cose – ha aggiunto – non fanno che aumentare la distanza delle persone dalla politica, il messaggio che viene mandato è che la politica serve per arricchirsi, che la politica serve per il potere”. Ecco, francamente non ci siamo.

L’opposizione non può appoggiarsi a un pregiudizio ideologico. Anche se la riforma della giustizia proposta dal governo non piace, un’opposizione seria non si lascia prendere dalla logica del giustizialismo, pensando sempre di guadagnare punti con le sommarie contestazioni delle colpe altrui. Quando l’Italia era l’Italia, De Gasperi e Togliatti fecero tutto quel che serviva, ognuno per la propria parte e tutt’e due con vero senso delle istituzioni, per rimettere in piedi la nazione. Fecero anche di più, perché una volta divisi per scelte diverse e finanche opposte in politica interna ed internazionale, seppero mantenere un equilibrio sostanziale nell’esercizio dei propri ruoli, rispettivamente nella sfera di governo e in quella di opposizione.

Oggi si dimenticano questi esempi di saggezza politica e, come avviene incessantemente dalla nascita della prima repubblica, si accolgono facilmente – troppo facilmente per l’esattezza – i controesempi di intolleranza e irresponsabilità. Il mea culpa dovrebbe scattare proprio adesso guardando alla triste vicenda di Toti.

Aggiornamenti Sociali | Anche oggi vi sono alternative alla guerra.

[…] Se si considera la storia europea di questi decenni per quanto riguarda il discorso e le azioni sulla pace, due tratti si impongono sugli altri. Innanzi tutto, il nesso subito evidente tra il favorire le occasioni di conoscenza reciproca e il miglioramento delle condizioni economiche per giungere a reale pacificazione. In secondo luogo, a livello di principi, e anche in numerosi casi concreti, la chiara e ferma consapevolezza che la priorità va accordata alla capacità di dialogare e di negoziare con quanti hanno posizioni e interessi diversi o addirittura opposti. Si può riformulare questa affermazione in altri termini: come europei abbiamo capito che i conflitti fanno parte naturale della storia dell’umanità, ma che la via per la loro risoluzione non necessariamente coincide con la guerra. Anzi, «la guerra è la patologia del conflitto, la sua degenerazione violenta. Questo accade quando nessuno se ne fa carico, se ne prende cura o, peggio, quando lo si alimenta. La guerra non è ineluttabile, è piuttosto il risultato di precise scelte politiche e non può mai essere strumento per raggiungere la pace» (Bartolucci V., «Costruire la pace», 11 giugno 2022, in www.rivistailmulino.it).

Questa prospettiva, per quanto iscritta in profondità nel cammino che abbiamo fatto come popoli europei, sembra oggi vacillare, essere messa in dubbio o dimenticata. Eppure anche oggi, facendo memoria dell’opera di riconciliazione collettiva che sta alla radice dell’intuizione europea, è possibile operare per la pace. Per questo, insieme a centinaia di realtà italiane, con storie e riferimenti tra loro anche molto distanti, stiamo partecipando al percorso di Arena di pace 2024 (cfr. il riquadro alle pagine precedenti), che muove dall’affermazione di papa Francesco dell’esistenza di una terza guerra mondiale a pezzi, e che oggi, come ribadito dal Pontefice nel Discorso di inizio anno al Corpo diplomatico l’8 gennaio scorso, si sta sempre più avvicinando a diventare un conflitto globale. Questo percorso culminerà nell’incontro del prossimo 18 maggio a Verona, a cui parteciperà anche il Papa, per dialogare con i delegati presenti.

Di fronte a questa realtà, si sente l’urgenza di cercare nuove vie per ridare pregnanza alla parola della pace, sapendo coniugare i tanti aspetti che sono in gioco (diritti e democrazia, economia e lavoro, ambiente), seguendo la prospettiva del paradigma dell’ecologia integrale, e in un confronto che per essere propositivo ne accetta i tempi lunghi e si costruisce lontano dai riflettori. Ma soprattutto sarà un’occasione per riaffermare con decisione la convinzione che esiste uno spazio reale per immaginare la pace, sottraendosi all’idea che sia la mera “assenza di guerra”. Questo compito è vitale e ci tocca tutti, perché la pace è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani solo di alcuni.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/venti-di-guerra-e-arene-di-pace/

La storia richiama la Cisl alla sua identità

Lo diciamo da tempo non per un pregiudizio ideologico ma limitandoci semplicemente a fotografare la realtà. E la conferma arriva, puntuale, attraverso le scelte concrete e non con gli anatemi politici o le pregiudiziali personali. Fuor di metafora, e senza alcuna polemica, dobbiamo prendere atto che con l’attuale segreteria nazionale della Cgil da un lato e la guida del Pd della Schlein dall’altro le lancette del rapporto tra il sindacato e il partito sono ritornate indietro di molti anni. O meglio, siamo ritornati alla classica tradizione della sinistra comunista dove il sindacato non era nient’altro che la “cinghia di trasmissione del partito” di riferimento, cioè il Pci.

Certo, in questo caso abbiamo una sorta di “cinghia di trasmissione” al contrario. Dove l’agenda viene invece dettata dal sindacato e il partito, almeno così pare, esegue. Ma questo fatto è riconducibile solo a chi ha più carisma nel partito o nel sindacato in quel particolare momento storico. Certo, nel passato i confronti erano diversi – basti pensare a Berlinguer e Lama – anche perché c’erano i leader e gli statisti nella politica e nel sindacato. Oggi, purtroppo per tutti, l’offerta è cambiata e il mercato della classe dirigente è quello che è. Ma, al di là di questa persin scontata riflessione, è indubbio che non possiamo non registrare una pesante regressione sul terreno dell’autonomia delle forze sociali rispetto alla politica e ai partiti.

Sotto questo versante, il ruolo e la funzione della Cisl restano esemplari. E non solo perché l’autonomia era, e resta, un caposaldo costitutivo della storia e della identità del “sindacato bianco” ma anche, e soprattutto, per la capacità dei suoi leader nazionali di aver saputo mantenere e salvaguardare questa specificità nelle varie fasi storiche e politiche del nostro paese.

E oggi la linea e la strategia della Cisl a guida Luigi Sbarra può rivendicare, ad alta voce, di non avere alcun problema sul fronte del collateralismo o della subalternità o dell’appiattimento nei confronti di alcune forze politiche o di governo. Perché, appunto, la forza della Cisl risiede unicamente nel suo coraggio e nella sua coerenza di essere autonoma dalle singole appartenenze partitiche e politiche. È appena sufficiente fare un confronto con la strategia perseguita quotidianamente da Landini e dalla Cgil e, di conseguenza, dai suoi partiti di riferimento – Pd su tutti e di risulta i populisti dei 5 stelle – per rendersi conto che c’è una strutturale e permanente commistione politica tra il ruolo del partito e la funzione del sindacato. Di fatto, non si capisce dove finisce il primo e dove comincia il secondo. Anche perchè, com’è ormai evidente a tutti, si tratta della medesima agenda politica, culturale, sociale e di schieramento. Si moltiplicano, infatti, scioperi e mobilitazioni di natura politica e gli argomenti al centro dell’agenda di governo diventano sempre oggetto di contestazione politica da parte del sindacato e dei partiti collaterali.

Ecco perché, soprattutto in questa fase storica e politica, è quantomai importante evidenziare la triplice specificità che storicamente accompagna il cammino della Cisl. E cioè, l’autonomia dalla politica e dai partiti, la priorità dei contenuti e la centralità della contrattazione. A livello locale come a livello nazionale. Una specificità che rende la Cisl semplicemente moderna, attuale e contemporanea. A vantaggio della qualità della democrazia, del rispetto dei valori della Costituzione e della credibilità del sindacato e della stessa politica.

AsiaNews | Joseph Thermadom, sordomuto, ordinato sacerdote nel Kerala.

Foto di Balaji Srinivasan da Pixabay
Foto di Balaji Srinivasan da Pixabay

A Thrissur nello Stato indiano del Kerala il diacono Joseph Thermadom – sordo e con problemi nel linguaggio – è stato ordinato sacerdote della Congregazione della Santa Croce dall’arcivescovo Mar Andrews Thazhath. Secondo fonti indiane, Thermadom è la prima persona con questo tipo di disabilità a essere ordinata sacerdote nella Chiesa cattolica del Paese. Sarebbero 26 quelle avvenute in tutto il mondo, con un unico precedente in Asia. Il rito dell’ordinazione si è svolto giovedì 2 maggio nella Basilica di Nostra Signora dei Dolori. Il nuovo sacerdote guida la liturgia pregando nel linguaggio dei segni.

“Nella mia vocazione e missione – racconta p. Thermadom ad AsiaNews – mi sento chiamato innanzi di tutto a offrire i sacramenti nella lingua dei segni indiana a tutte le persone sorde cattoliche in India. Sosterrò anche la chiamata di Dio alle persone sorde al sacerdozio e alla vita religiosa, ricordando a tutti il versetto del Levitico ‘Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio’, la parola positiva della Bibbia sulle persone sorde”. In India sono circa 60 milioni le persone con problemi di linguaggio e di udito.

Nato sordo e con problemi di linguaggio, Thermadom ha oggi 38 anni. Figlio di Thomas e Rosy – insieme al fratello, anche lui audioleso – aveva studiato a Mumbai conseguendo già una laurea prima di abbracciare la vita religiosa. Ha frequentato la toelogia presso l’Apostolato dei Missionari domenicani per i sordi negli Stati Uniti, per poi tornare in India dove è entrato in contatto con i padri della Santa Croce attraverso il loro ministero per i sordi. Avendo espresso il desiderio di unirsi al loro ministero, nel 2017 è stato accolto nella comunità di Aymanam. Ha emesso la prima professione nel 2020 presso il Noviziato della Santa Croce a Yercaud, nel Tamil Nadu, e in agosot era già diventato la prima persona sorda a compiere la professione definitiva nella congregazione.

Costituzione deformata, serve organizzare una risposta al premierato.

Ciò che sta avvenendo nel nostro Paese configura una sempre più forte “orbanizzazione” del sistema politico istituzionale. Il triplice patto di maggioranza: premierato alla destra meloniana, autonomia differenziata alla Lega e riforma della magistratura, secondo l’antica aspirazione berlusconiana, determinerà uno stravolgimento della Costituzione della Repubblica.

Forti di una maggioranza parlamentare derivata da una legge assurda e che, in ogni caso, rappresenta meno della metà dell’elettorato italiano, Giorgia Meloni è pronta a pagare i debiti contratti con i partiti alleati, ponendo se non in primis, alla pari, la sua “(de)forma costituzionale”.

Il premierato nel suo progetto costituisce un ircocervo assoluto nel panorama istituzionale internazionale, destinato a scardinare l’equilibrio dei poteri sin qui garantiti dalla Carta repubblicana. Non avrà i 2/3 dei voti necessari per farla passare in parlamento e dovrà ricorrere al referendum che fu la ghigliottina politica di Matteo Renzi. In alternativa a questo progetto confuso e pericoloso gli amici di Iniziativa Popolare stanno proponendo l’idea di un cancellierato italiano, che potrebbe incontrare il sostegno di una maggioranza qualificata parlamentare per essere adottato. Trattasi di proporre per l’Italia un modello istituzionale simile a quello tedesco, di un Paese, cioè, la cui storia politica si é sviluppata secondo tempi e modi assai simili a quelli vissuti dall’Italia. Un modello in cui il Parlamento è eletto con il sistema elettorale proporzionale con sbarramento e viene introdotto l’istituto della sfiducia costruttiva, per cui un governo eletto non può essere sostituito se non in presenza di una maggioranza parlamentare alternativa.

Resta sempre da rendere concretamente applicato l’art.49 della Costituzione sulla democrazia interna dei partiti, premessa indispensabile per una partecipazione democratica effettiva dei cittadini alla vita del Paese. Altrettanto complesse e divisive sono le altre due riforme, dell’autonomia differenziata e della magistratura, destinate a creare una frattura profonda nel Paese e nei corpi fondamentali della Repubblica.

Tutto ciò in una situazione economico sociale di tipo anomico, nella quale prevalgono fortissime disuguaglianze e un impoverimento di fasce sempre più vaste della popolazione, aggravate dal permanere di un’ingiustizia fiscale non più tollerabile, con oltre il 90% dell’IRPEF a carico dei lavoratori dipendenti e i pensionati con prelievi automatici alla fonte, e le altre categorie senza sostituto d’imposta, solleticate dai provvedimenti continui del governo a favore di evasori e furbetti del quartiere, che perpetuano quest’ingiustizia.

In tale quadro, nel quale non va dimenticato quanto sta accadendo sul piano europeo e internazionale con le pesanti conseguenze sulle politiche economiche e finanziarie dell’Italia, lo stravolgimento istituzionale programmato dal governo si accompagna a quel tentativo di controllo autoritario dell’informazione a partire dalla RAI con l’aiuto di Mediaset, sempre attenta a tutelare i propri interessi, e delle testate giornalistiche amiche. Lo sciopero  proclamato ieri dai giornalisti USIGRAI e l’immediato avvio di un “sindacato giallo” simile a quello che negli anni ’50-60 faceva il gioco della Fiat contro CGIL,CISL e UIL, ne è la drammatica testimonianza.

Credo sarebbe da stolti sottovalutare ciò che sta accadendo nel nostro Paese e penso che sarebbe necessario attivare senza rinvio un comitato unitario per la difesa della Costituzione con tutte le forze politiche, culturali e sociali che si riconoscono nella Carta fondamentale e nella sua ispirazione antifascista. Quella connotazione essenziale che i componenti di questo governo, formato da eredi almirantiani, da leghisti eterodossi del pensiero bossiano, e dal partito berlusconiano ridotto al ruolo di riserva della maggioranza con obliquo ricordo del Cavaliere, si rifiutano di dichiarare esplicitamente.

Mi auguro che questo appello possa partire da tutti gli amici e da tutte le formazioni che, a diverso titolo, si rifanno alla storia politica del cattolicesimo italiano; quella dei cattolici democratici, dei liberali e dei cristiano sociali, per i quali tutti, al di là delle diverse valutazioni che pure caratterizzarono la loro storia dentro e fuori della DC, ebbero sempre chiara la convinzione sturziana, degasperiana e morotea, di far parte di un progetto politico democratico , popolare e antifascista.

Un aspirapolvere per chi ha inventato la Guantanamo dell’Albania

Il primo maggio di quest’anno, dopo che alzandomi non mi ero accorta di nulla, torno in camera da letto a metà mattina e le vedo. Centinaia, migliaia di formiche che si aggirano alla base della porta-finestra che dà su un balcone che dà a sua volta sul nostro giardinetto. Apro, e ti scorgo una colonna di esserini neri neri che a partire dal basso sale al nostro piano inerpicandosi su un filo esterno attiguo al tubo di scarico dell’acqua piovana.

La colonna si stacca poi dal filo e procedendo sul muro in orizzontale arriva al balcone e da lì alla camera. Che cosa faccio? Prendo la scopa e poi? Mi decido per l’aspirapolvere, lo attacco, e comincio ad aspirare le formichine che si aggirano dappertutto. Continuo per un’ora, sentendomi come Erode (non a caso mi chiamo Francesca) e intanto penso e penso.

Penso che le formiche non hanno chiesto di venire (come avrebbero potuto del resto?) ma non sono convinta. E se fossero umani? Se fossero persone dalla pelle scura che vengono “in casa mia” senza aver chiesto il permesso? Avrei il diritto di respingerle o, cosa che si fa oggi sotto gli occhi compiacenti di tanti, cattolici e no, deportarle?

Deportarle in Ruanda, come fa il primo ministro inglese, o in Albania, come fa la prima ministra italiana? Si tratta di paesi rispettosi dei diritti umani, si afferma da ambo le parti. Come no?! Basta controllare l’indice di corruzione di Transparency International, dove almeno il Ruanda sta al 49 posto (l’Italia al 42) mentre l’Albania si piazza nella 98° (novantottesima) posizione.

L’astuzia del contratto stabilito con un radioso sorriso sulle labbra da Giorgia Meloni e dal suo collega albanese Edi Rama è che nei centri di accoglienza italiani in Albania i migranti in attesa di selezione non potranno allontanarsi perché all’esterno essi saranno presidiati dalla seria e efficiente polizia albanese che li arresterebbe, dal momento che appena ne uscissero entrerebbero illegalmente nel territorio dell’Albania che non è membro dell’Unione Europea.

Capito l’inghippo? E poi in 28 giorni, dice l’accordo, si procederà alla selezione dei migranti stabilendo chi ha diritto all’asilo o all’immigrazione e chi no. I primi verranno avviati in Italia, e gli altri rispediti nei paesi d’origine (!). Credo che sia più facile credere a Babbo Natale, alla Befana e agli Ufo tutti insieme che a questa dichiarazione. E mi viene voglia di usare l’aspirapolvere, distogliendolo dalle formiche, verso le persone che hanno immaginato e realizzato questo piano perverso stile Guantanamo (luogo dove non vigono i diritti dell’uomo), e che invece tanti votano entusiasticamente.

 

Francesca Rigotti, filosofa e saggista, ha pubblicato di recente un saggio sull’ultimo discorso di Giacomo Matteotti (Il consenso e la forza. L’ultimo discorso del 30 maggio 1924 https://amzn.eu/d/6A4OrAQ)

Il principe e il povero: mito, destino e rinascita di Senna.

Roland e Ayrton insieme nel commiato

“…Il giorno dopo, il dottor Piana ed io ci eravamo recati presso la Medicina Legale di Bologna. Ancora oggi mi riesce impossibile descrivere e raccontare l’emozione, l’angoscia e il dolore che mi pervase alla vista di Roland e Ayrton. Erano là, ognuno su una barella, distesi uno di fianco all’altro, in un pallore mortale, surreale. Il grande campione e il pilota che inseguiva la gloria, accomunati dalla stessa passione, quasi in un abbraccio fraterno prima di dividersi per raggiungere i lontani luoghi del loro riposo eterno”.

Così racconta il dottor Domenico Salcito. Leader del team medico di primo intervento all’Autodromo di Imola nel 1994, sfilò il casco ad Ayrton Senna e vistolo senza coscienza, con il sangue che usciva da bocca, naso e orecchi, decise per una estrazione immediata – che fu fatta a braccia – del pilota dall’abitacolo.

Il Sabato 30 Aprile di trent’anni fa, dopo l’incidente e la morte (sul colpo, anche se poi fu fatto dichiarare deceduto all’ospedale per evitare il sequestro dell’autodromo) dell’austriaco Roland Ratzenberger, vedendo Senna cupo più del solito, Sid Watkins, il neurologo chirurgo inglese capo dello staff medico della FIA per i Gran Premi, lo consigliò: “…Ayrton, sei stato tre volte campione del mondo, sei il pilota più veloce, cos’altro vuoi fare? Lascia tutto e andiamo a pescare…”.

Cosa ci fanno tre Ministri degli Esteri ad una curva di un autodromo chiuso nella Festa del 1° Maggio? 

Istituzioni e politica hanno da sempre avuto un nesso con lo sport (da Olimpia): atleti – soprattutto se vincenti – vengono presto ricevuti a palazzo; la Camera il 1° Agosto 2021 fa partire una standing ovation per gli ori di Jacobs e Tamberi; Nixon nel 1972 è ufficialmente il primo americano a mettere piede in Cina dopo la rivoluzione di Mao del ’49 grazie alla ping pong diplomacy, e via di questo passo.

Ma nel caso del Primo Maggio di quest’anno c’era qualcosa di diverso, fuori dall’ordinario: si celebrava il Trentennale della scomparsa, in modo drammatico, di un grande campione della Formula 1, il brasiliano Ayrton Senna da Silva.

Come chi non segue il ciclismo sa chi sono Coppi o Merckx, così anche chi non segue l’automobilsmo sa chi sono Nuvolari, Lauda, Villeneuve, Schumacher e soprattutto lui, Ayrton Senna. Nell’inflazione di classifiche che ci sommerge per qualsiasi cosa, Senna, soprannominato Magic, viene collocato al primo posto come il più grande di tutti. Eppure a turno, al primo posto, dove adesso c’è Lewis Hamilton, ci sono stati Schumacher, detto il cannibale – 7 volte campione del mondo e dal 2000 al 2004 cinque volte di fila con la Ferrari -, Lauda, detto il computer, Jim Clark, il mito degli Anni ’60, e ovviamente Nuvolari, Varzi, Ascari, Castellotti e Fangio, quando l’Italia non era al top solo per le macchine – Alfa, Ferrari, Maserati, Lancia – ma anche per le sue leve di piloti (da un pezzo esaurite, da noi troppo costoso per un ragazzo cominciare a impratichirsi).

 

Ricordo di Senna

Giro-E, l’Anci al seguito dei ciclisti su e-bike.

Anche l’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia), quest’anno è partita insieme alla carovana del Giro d’Italia con l’iniziativa Giro-E. Il Giro-E si svolge con biciclette da corsa a pedalata assistita omologate e con motori da 250W per una velocità massima limitata a 25 km/h, fornite dal proprio Team di appartenenza.

L’arrivo della tappa avviene sotto allo stesso Arco e la premiazione è sullo stesso podio dei professionisti.

L’edizione 2024 prevede 20 tappe, con una percorrenza giornaliera compresa tra i 30 e i 85 chilometri. In tutto sono 1.165 chilometri totali per una media di 58,28 chilometri per tappa e 19.850 metri di dislivello.

L’obiettivo della manifestazione è quello di migliorare il grado di ingaggio della popolazione giovanile nel grande evento sportivo, di valorizzazione le risorse ed eccellenze culturali, naturalistiche, enogastronomiche del territorio come driver di sviluppo locale sostenibile, e di sensibilizzare il pubblico alla mobilità sostenibile e a tutte le tematiche legate alla sostenibilità ambientale.

Le tappe del Giro-E, la e-bike experience che si svolge nei giorni e sulle strade del Giro d’Italia, vedono coinvolte come sedi di partenza o arrivo ben 38 città italiane. Il team Anci sarà composto ogni giorno da Amministratori e Ambassador del territorio attraversato dal Giro.

A latere della corsa saranno organizzati  Workshop che si svolgeranno nelle aree Hospitality dei Green Fun Village allestiti in tutti i Comuni di partenza del Giro.

L’appuntamento di oggi 7 maggio è a Savona (candidata a Capitale italiana della Cultura per il 2027), alle ore 12.05, dove il Giro-E partirà alla volta di Andora. Un percorso di 84 km che vedrà coinvolto anche il team Anci, capitanato dall’ex sciatore Giorgio Rocca e composto da Amministratori locali e ambassador del territorio.

Oltre agli amministratori locali, alla partenza di Savona si potranno incontrare grandi campioni del passato come Bugno, Chiappucci, Tafi e Cunego, tutti impegnati nella competizione a pedalata assistita.

 

Per maggiori informazioni su tappe e calendario del Giro-E clicca su:

https://www.giroe.it/

La svolta sul job act mette all’angolo i riformisti del Pd

Era nell’aria ma nel partito circolavano previsioni contrastanti. I riformisti confidavano in un atteggiamento di prudenza. Invece, nel pomeriggio di ieri, è giunta la dichiarazione che ha stroncato le incertezze. “Molti del Pd firmeranno così come altri legittimamente non lo faranno: io mi metto tra quelli che firmeranno, non potrei fare diversamente visto che era un punto qualificante della mozione con cui ho vinto le primarie l’anno scorso. Ero in piazza con la Cgil nel 2015, è il secondo referendum che firmo per l’articolo 18”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, a Forlì, interpellata sul referendum promosso dalla Cgil sul Jobs act.

In pratica, per non lasciare campo libero a Conte, la segretaria sceglie di collocarsi sulla stessa linea dei Cinque Stelle. Il messaggio è chiaro anche se concede all’ala riformista la legittimità di esprimere un orientamento diverso o meglio di praticare una sorta di astensione: chi non vuole, può anche non firmare. Il che formalmente garantisce il pluralismo, ma a prezzo dell’ennesima baraonda all’interno e all’esterno del partito.

Non sono mancate le reazioni. Puntualmente è intervenuto Carlo Calenda: “È un gravissimo errore da parte della Schlein firmare contro il Jobs act – ha detto il leader di Azione – e appiattirsi sulle battaglie ideologiche e politiche di Landini. Aspettiamo piuttosto un incisivo intervento sulla questione Stellantis che sembra scomparsa dal radar della sinistra e di Landini”.

Adesso la parola passa ai riformisti, per la precisione a Lorenzo Guerini e i suoi amici di corrente, obbligati a muoversi sulla striscia sottile che la segretaria ha disegnato per loro. Sul piano mediatico non passa la libertà di scelta bensì la scelta di firmare, ovvero passa l’affermazione, che mette a terra una precisa linea politica, della Schlein in veste di paladina referendaria. Far finta che l’operazione non cambi i rapporti al Nazareno, equivale a trasmettere alla pubblica opinione un’idea oscillante tra la debolezza e la furbizia, a tutto danno dell’area che si proclama fedele, malgrado tutto, alla consegna di un sano riformismo, come era nei principi ispiratori del Pd.

Di quei principi cosa è rimasto?

Tornano i girotondi con attori impegnati nella pièce di sempre

Eccoli lì. Sono ritornati. O almeno così pare. Chi sono? Gli stessi da svariati lustri. Certo, adesso sono un po’ invecchiati ma sempre sicuri delle loro certezze ideologiche, dei giudizi sprezzanti sugli avversari/nemici e, soprattutto, fieri della loro superiorità morale e della loro granitica verità.

Sono i girotondini, o il popolo viola o le truppe arcobaleno o le sardine o i “chattisti antifascisti” come vengono chiamati oggi. Insomma, per farla breve, sono sempre loro. Ovvero, gli intramontabili esponenti della sinistra salottiera, arisrtocratica, alto borghese e talvolta anche milionaria del nostro paese. Molti sono diventati, a colpi di contratti ultra milionari, “martiri dell’informazione” o le “vittime” dell’ennesimo “regime dispotico” di cui non se ne accorge nessuno tranne loro.

Dove, però e per fortuna per loro, nel frattempo il patrimonio personale aumenta. Sono tutti coloro che, periodicamente, denunciano l’arrivo del solito e ormai noiosissimo regime fascista, la possibile restrizione delle libertà e l’inossidabile torsione autoritaria e antidemocratica. La parola d’ordine, ieri come oggi, è sempre la stessa: e cioè, “ora e sempre 25 aprile”.

Ora, pare che l’ultimo alfiere di questa battaglia a difesa delle democrazia e della libertà – salvo nei giorni festivi o nei cosiddetti “ponti” delle vacanze – sia l’ex direttore della Stampa Massimo Giannini. Chi legge i suoi editoriali, ieri sulla Stampa e oggi di nuovo su Repubblica, prova anche un po’ di nostalgia perchè, mutatis mutandis, sembra di rivedere i sermoni del Manifesto o di Lotta Continua contro il “sistema di potere della Democrazia Cristiana” con i macabri slogan che accompagnavano quella campagna stampa. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e anche il linguaggio è un po’ meno truculento e selvaggio di quell’epoca. Ma il nemico è sempre quello: il ritorno del regime. Nelle sue diverse espressioni accusando personaggi e partiti che lambiscono sempre quella sub cultura autoritaria, illiberale e squisitamente anti democratica.

Ora, e per tornare all’oggi, pare che all’orizzonte siano già in programma due iniziative dei nuovi “resistenti” dell’aristocrazia della sinistra italiana. Cioè quelli che si preoccupano della salute della nostra democrazia e delle condizioni drammatiche delle condizioni di vita dei ceti popolari. E questo lo fanno dall’alto dei loro contratti milionari e che, guarda caso, detestano profondamente quando qualcuno lo ricorda a tutti. Ceti popolari compresi.  Ma, per non infierire eccessivamente e senza dare una importanza oltremisura a queste future e possibili nonché simpatiche scampagnate in giro per l’Italia, credo sia importante richiamare un solo aspetto. E cioè, nel pieno rispetto di questi esponenti della borghesia italiana che votano convintamente e legittimamente a sinistra, vorremmo fare un solo invito affinchè l’iniziativa dei neo girotondini possa essere presa in seria considerazione.

Insomma, prima o poi occorrerà inventarsi un nemico irriducibile che esista per davvero senza sempre denunciarne l’arrivo imminente e che poi puntualmente scompare dall’orizzonte. Perché prima, e per lunghi 50 anni, c’era la Dc, poi Berlusconi, poi Salvini, poi Renzi, poi Meloni e poi chissà ancora. Per cui, mentre il portafoglio si ingrossa per meriti indubitabili, forse sarebbe opportuno – sempre per rendere più convincente la ‘resistenza al nuovo

regime’ – che il nemico ci fosse veramente. E che, soprattutto, non cambi così rapidamente.

Perchè, altrimenti, più che una protesta a difesa della libertà degli altri, rischia di apparire solo come una armata di reduci a difesa dei propri privilegi, del proprio potere e della propria e comprensibile visibilità mediatica.

Zelensky alle prese con l’avanzata dell’esercito di Putin

Anche in Ucraina termina il lungo inverno e arriva la primavera. Ma questa potrebbe essere una pessima notizia per la popolazione di quel Paese. Perché quest’anno l’offensiva contro gli avversari, se ci sarà, saranno i russi ad avviarla e non gli ucraini. Che l’anno passato l’annunciarono in pompa magna e però la fallirono.

Da allora molte cose sono cambiate. All’insegna della disillusione, anticamera della depressione. Lo sconforto che si propaga giungendo a indebolire lo spirito più indomito, generando il dubbio fatale: che non si possa vincere, che ogni sforzo risulterà vano.

È questo lo spirito col quale gli ucraini rischiano di affrontare la nuova primavera e la calda estate. Dopo aver martellato con missili mirati sulle città e in particolare sui luoghi ove i militari ucraini si addestrano, e dopo aver conquistato una cittadina dall’alto significato simbolico – Audiivka, “porta d’accesso” al Donbass – i russi potrebbero ora aver programmato una offensiva su vasta scala forti della loro superiorità numerica e nell’approvvigionamento di munizioni, droni, missili.

Per lunghi mesi europei e americani al di là delle parole sempre di sostegno hanno lesinato gli aiuti invocati con sempre maggior insistenza e sempre minor risultato dal Volodymyr Zelensky, dal 2022 per gli occidentali icona quasi pop con la sua perenne maglietta verde militare e ora invece quasi caduto in disgrazia dopo il fallimento dell’operazione di riconquista tentata la scorsa estate. Nel frattempo l’invasore si è riorganizzato, ha ridefinito la propria strategia, si è rinforzato logisticamente ed ha avviato una pervasiva guerra di logoramento.

Puntando sui due punti più deboli di Kyiv, peraltro ammessi ai quattro venti dalle stesse autorità ucraine: la carenza di munizioni e, più grave ancora, la mancanza di uomini da inviare al fronte. Quelli che lì vi sono, lo sono da oltre due anni e sono esausti. Comprensibilmente.

Solo nelle ultime settimane si sono registrati due eventi nuovi. Da un lato il Parlamento USA ha finalmente sbloccato i 61 miliardi di dollari promessi da Biden ma tenuti bloccati per mesi dai repubblicani a Washington; e dall’altro Zelensky ha – con difficoltà e solo perché consapevole del dramma profilantesi – abbassato il limite minimo d’età per la leva obbligatoria, aumentato quello temporale della ferma e bloccato i passaporti per tutti gli uomini di età inferiore ai 60 anni. Una sorta di generale chiamata alle armi seguita alla sostituzione del popolare capo delle Forze Armate Valerij Zaluznyj con Oleksandr Syrski, assai meno noto e popolare e per di più di etnia russa.

L’insieme di tutti questi elementi ha prodotto a livello interno un netto calo del consenso per il Presidente, al quale qualcuno comincia a imputare il fallimento della lotta alla corruzione, da sempre endemica nel Paese e che infatti era stata il cavallo di battaglia di Zelensky durante la sua vincente campagna elettorale, e al quale qualcuno sta inoltre domandando di rivedere la decisione di rinviare le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto tenersi quest’anno ma che per evidenti motivi sono state rinviate a data da destinarsi.

Il fronte interno, dunque, anche quello politico e non solo quello militare, non è più così solido. Un ulteriore punto a vantaggio del Cremlino. Che venne di fatto sconfitto, nel 2022, dalla determinazione, dal senso di appartenenza, dall’andrenalina degli ucraini tutti: una vera sorpresa, inaspettata, per i russi. Ma se il morale viene meno, se l’unità nazionale mostra delle crepe, se i capi politici e militari vengono più o meno velatamente posti in discussione allora il rischio del crollo diviene reale. E con esso, forse, la necessaria riconsiderazione della situazione per quella che è.

Potrebbe anche accadere che dopo l’estate un fronte diplomatico orientato alla trattativa si possa aprire. Ma nel caso, a quel punto, il vincitore delle elezioni americane sarebbe decisivo. E i due competitor non sono per nulla la stessa cosa. Anche per Kijv. E per Putin.

SuccedeOggi | Napoli, riecheggia con la Cilento il mare della Ortese.

Giuliano Capecelatro
«Occhi, occhi e ancora occhi». Questione di occhi. Di sguardo. Di visione; cioè di occhi della mente. E allora Napoli può squadernare davanti a chi la osserva il famigerato paradiso abitato da diavoli come può configurarsi ammaliante sirena folle d’amore. Può far storcere il naso alla sensibilità erotizzata del lombardo Alberto Arbasino o conquistare il veneto Guido Piovene, che nel Viaggio in Italia la esalta per il tramite della sua cucina: «semplice e mitologica»; e chiosa con acume: «L’archeologia a Napoli ha segreti con la mensa». Può offrire l’amorfo presepe congelato intorno ad alcune figure stereotipate – la pappetta precotta da ammannire al turismo di massa – o sgomentare chi ne percepisca il crudo, inestricabile sodalizio con la morte.

Nelle mille Napoli del quotidiano e dell’immaginario si inoltra, e ci porta per mano, con passo agile e sicuro Antonella Cilento, scrittrice napoletana, fervida organizzatrice di eventi culturali, animatrice dei laboratori di scrittura creativa Lalineascritta. L’ultimo lavoro, Il sole non bagna Napoli (Bottega Errante Edizioni, pagg. 184, euro 17), è un prezioso baedeker per chi intenda sfrondare la rappresentazione della metropoli da mille perniciose incrostazioni.

Riecheggia esplicitamente il mare di Anna Maria Ortese, il titolo. Non a caso. Perché Il sole è un libro contro. Non contro la città, tutt’altro; ma contro quell’occhio neghittoso che accetta immagini prefabbricate, prive di vita. Un testo che non ha toni e linguaggio massimalista da pamphlet, ma poggia, oltre che su una conoscenza quasi simbiotica della città, su una sapienza letteraria e una scrittura raffinata, incisiva, puntuale, che rende gradevole ogni pagina. Perché quasi ogni pagina è una scoperta, anche per chi si nutre di Napoli da sempre.

 

Per continuare a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/04/antonella-cilento-occhi-su-napoli/

Perché Forza Italia merita di essere sconfitta dalle urne  

È probabile che Licia Ronzulli non avesse letto il comunicato dei socialisti europei quando, intervenendo ieri in un comizio elettorale per il rinnovo del comune di Pescara, ha rilanciato la centralità del suo partito. Invece di rispondere del perché Forza Italia sia alleata della destra nazionalista e sovranista, rivendica una funzione che neppure i numeri possono giustificare. Un tempo, per il peso dei voti raccolti nei momenti d’oro del berlusconismo, valeva sostenere che “nell’area di centro l’unico voto utile è quello dato a Forza Italia”. Oggi francamente, questa affermazione della Ronzulli, sembra fuori luogo o meglio fuori misura.

Un partito debole, almeno nei confronti del principale alleato di governo, non è in condizione di garantire un equilibrio incardinato su una posizione di centro. Ma non basta. Forza Italia partecipa o dovrebbe partecipare alla battaglia portata avanti anche dal Partito Popolare Europeo contro il pericolo di una destra radicale, fondamentalmente euroscettica. Al tempo stesso, però, condivide l’azione di governo con partiti nazionalisti (FdI) o antieuropeisti (Lega), costituendo un’anomalia rispetto alla visione e alla condotta delle forze di matrice moderata aderenti al PPE.

Cosa hanno detto nel frattempo i socialisti europei? “Non coopereremo mai, né formeremo mai una coalizione con l’estrema destra…Allo stesso modo – si legge nella dichiarazione resa appunto nella giornata di ieri – invitiamo tutti i partiti democratici europei a respingere con fermezza qualsiasi normalizzazione, cooperazione o alleanza con l’estrema destra e ci aspettiamo che questo impegno venga incluso formalmente e inequivocabilmente nei rispettivi manifesti e programmi elettorali, così come abbiamo fatto nel manifesto del PSE”.

Parole molto chiare. Da ciò deriva che dopo le elezioni non ci potrà essere, pena l’ingovernabilità dell’Unione Europea, un assestamento come quello auspicato da Forza Italia, ovvero l’apertura ai conservatori dell’ECR (di cui la Meloni è leader indiscussa). E quesot rende implausibile l’ambiguo equilibrismo che la Ronzulli “neo centrista” propone agli elettori italiani. È vero il contrario: per rendere credibile una prospettiva in cui l’area di centro possa pesare a Bruxelles e a Strasburgo, non bisogna votare Forza Italia, ovvero non bisogna consentire che parta dall’Italia il messaggio per il quale si proietta sull’Europa l’alleanza sigillata attorno alla Meloni, in perfetta antitesi con quanto emerge nel contesto del dibattito europeo.

Le elezioni si fanno per scegliere una politica, non per imbrogliare gli elettori.

Simona Monti, inaugurata una “farfalla” nella sua Magliano Sabina.  

Simona lavorava come responsabile del controllo qualità per una ditta tessile italiana con sede nella capitale bengalese. Quella sera, si trovava al Holey Artisan Bakery, un ristorante frequentato da stranieri, insieme ad amici e colleghi per una cena di saluto prima di tornare in Italia.Alle 21:30 circa, un commando di 5 terroristi affiliati all’ISIS fece irruzione nel locale, prendendo in ostaggio le persone presenti. Seguì un’estenuante assedio durato 10 ore, al termine del quale le forze speciali bengalesi uccisero i terroristi liberando gli ostaggi sopravvissuti.

Simona Monti, purtroppo, non ce la fece. Si trovava al sesto piano dell’edificio, dove i terroristi uccisero la maggior parte delle vittime. Era incinta di cinque mesi e portava in grembo il suo primo figlio, che avrebbe chiamato Michelangelo.

La sua morte, insieme a quella degli altri connazionali e delle altre vittime innocenti, sconvolse l’Italia e il mondo intero. Simona viene ricordata come una donna solare, altruista e piena di vita, con un grande amore per il suo lavoro e per il Bangladesh, paese che l’aveva accolta a braccia aperte.

A Magliano Sabina, il suo paese natale, ieri le è stato dedicato un monumento che raffigura una farfalla, scelta come simbolo della sua voglia di volare leggera, per capire ed essere capita.

Di seguito riportiamo le parole pronunciate dal sindaco Giulio Falcetta

Prima di essere una Comunità ferita, sofferente…la  Comunità che l’ha persa…siamo…chi l’ha conosciuta, cresciuta: ne ha apprezzato le doti e capito le fragilità, chi ne ha condiviso le gioie, le amicizie e apprezzato il coraggio e la voglia di vivere.

Oggi celebriamo chi è Simona, non lasciamo spazio a chi ce ne ha privato. Io non so se Le piacerebbe una istallazione in suo nome, ma so per certo che a noi piace averla qui, accanto…ancora una volta.

Ci piace pensare di poter sedere con Lei e ascoltarla mentre racconta di persone conosciute sulle Ande, in Australia, in Cina, in tutta Europa e poi in Bangladesh…l’ultimo viaggio…l’ultimo lavoro.

Stava tornando e già si preparava ad una nuova avventura, forse la più grande, sicuramente la più bella…la maternità. Tante le amicizie incontrate lungo il cammino, tanti i sogni.

Uno spirito libero Simona, una di quelle persone che non riesci a catalogare, a imbrigliare a fermare. Ma che quando capita di starle accanto ti spinge ad alzarti, a oltrepassare limiti immaginari, a vivere…e questo susciterà a chi qui siederà.

Questo luogo è un posto del cuore…orientato verso l’alba, verso un nuovo giorno, un nuovo viaggio, una nuova avventura, un nuovo volo…ed è così che consegnamo Simona all’eternità. Come una farfalla che alza le ali, tra sogno e realtà.

Libertà di stampa, verità e finzione nello scontro di potere sull’editoria.

Dunque, quando si parla di libertà di stampa, di rispetto dell’articolo 21 della Costituzione e della libertà di espressione c’è qualcosa che non quadra nel nostro paese. Secondo una classifica di un tribunale alquanto discutibile, ‘Reporters sans frontieres’, la libertà di stampa e di espressione in Italia sarebbero scesi dalla 41° alla 46° posizione. Un arretramento che sarebbe dovuto, secondo questo studio, dalla vicenda legata alla vendita dell’agenzia Agi, appartenente all’Eni, al gruppo Angelucci che è già l’editore di alcuni quotidiani nonché senatore della Lega.

Ora, seppur nel massimo rispetto di questi organismi che sfornano classifiche sulla libertà di stampa a seconda della maggioranza politica che governa momentaneamente quel paese, credo che qualche riflessione prima o poi andrà pur fatta. Certo, anche i sassi conoscono nel nostro paese il solito ritornello propagandistico. Riassumendo, Mediaset è amica del governo di centro destra. Il Governo in carica, o la maggioranza politica parlamentare, sono gli editori di riferimento del servizio pubblico radiotelevisivo. Oltre alla presenza di alcuni quotidiani che, del tutto legittimamente, appoggiano l’esecutivo di centro destra. E sin qui ci siamo. Al riguardo, sarebbe anche curioso sapere dove sono il settarismo o la faziosità in programmi come quelli condotti da Bianca Berlinguer su Mediaset che, semmai e al contrario, rappresentano un modello di pluralismo e di imparzialità del giornalismo televisivo.

Dopodiché, di grazia, visto che parliamo di censura, di possibile ritorno del regime, di torsione autoritaria, di soppressione delle libertà – e quindi, e di conseguenza, anche di quella di espressione e di stampa – forse sarebbe anche il caso di porsi qualche seppur rapida domanda visto che parliamo di dittatura imminente e di “regime orbaniano”. E cioè, chi anche solo casualmente si sintonizza con i talk televisivi di Gruber, Formigli e Floris – a proposito, non saprei chi dei tre svetta per faziosità politica – o con gli altri talk de La 7; chi guarda i talk della Bortone o

di Report sulla Rai; chi segue i programmi di intrattenimento e politici della Nove; chi legge i quotidiani del gruppo Gedi – Stampa e Repubblica in testa – cosa pensa di questa singolare ed anacronistica classifica che condanna e paragona il nostro paese ad una nazione dove la democrazia è sostanzialmente a rischio perché, di fatto, la libertà si riduce progressivamente ed irreversibilmente?

Francamente avrei qualche difficoltà a fornire una risposta convincente e seria al riguardo. Ma, sin quando prendiamo lucciole per lanterne e confondiamo, ancora e sempre, artisti, conduttori, comici e furbastri milionari con i ‘martiri e le vittime della libertà’ non riusciremo mai a diventare adulti. O meglio, continuiamo a vivere in una bolla virtuale dove si chiede a segmenti dell’opinione pubblica – sempre la stessa, per la verità – di scendere in piazza e di difendere la libertà di espressione e di stampa quando, com’è ovvio, si tratta solo del destino personale, professionale e contrattuale di professionisti dello spettacolo e dell’informazione. Che hanno tutto il diritto, come scontato, di consolidare il loro patrimonio milionario senza confonderlo, però, con i sacrosanti ed indiscutibili valori costituzionali.

Ecco perché, soprattutto quando si parla di temi importanti e decisivi come quelli legati alla democrazia e alla libertà e non dei contratti milionari dei soliti noti, dobbiamo avere l’intelligenza e la capacità di saper distinguere la fisiologica e normale propaganda politica e di partito dalla concreta e del tutto verificabile ed oggettiva realtà dei fatti. Ne va anche della serietà e della maturità della politica italiana e dei suoi rappresentanti.

Vp Plus | Tutto è immagine, perciò comunicare non è semplice.

Foto di OsloMetX da Pixabay
Foto di OsloMetX da Pixabay

Gigio Rancilio

 

…Un aspetto importante e delicato riguardo il fatto che il mondo cattolico produce soprattutto testi. Ma il mondo digitale per come è fatto e per il modo con il quale ci approcciamo, sta pian piano emarginando questo tipo di contenuti. Fateci caso: sempre più spesso quando leggiamo un contenuto sul telefonino dopo qualche riga scrolliamo lo schermo al blocco successivo finendo col fare quella che gli esperti chiamano la lettura a canguro. Se poi ci troviamo davanti a un testo lungo, sempre più spesso non lo affrontiamo, un po’ perché abbiamo paura che ci faccia perdere troppo tempo e un po’ perché leggerlo ci appare una fatica fisica che non ci interessa più fare.

Da tempo i contenuti digitali di maggiore successo sono i video. Con una caratteristica in particolare: i video sottotitolati. La maggior parte di chi li guarda infatti lo fa con l’audio spento perché magari è sull’autobus o in una riunione. E così siamo al paradosso che per leggere abbiamo bisogno di frasi semplici e costruite come parliamo. Non è un caso che una delle ultime mode di questi anni siano i podcast. Che non sono più soltanto contenuti audio ma che diventano video con i protagonisti su un palco con un microfono in mano o una specie di studio di registrazione con cuffie in testa e microfoni davanti. È il trionfo della cosiddetta radiovisione, e cioè di un modello che fino a qualche anno fa sembrava inutile.

Eppure oggi tutto ha bisogno dell’immagine, anche una chiacchierata audio. Può non piacerci ma uno dei problemi che abbiamo come mondo cattolico è che non riusciamo a trasformare in video e podcast di successo le nostre interviste, i nostri commenti, le nostre riflessioni e le nostre idee. E questo anche per un altro problema non meno importante: abbiamo un modo di esprimerci che fatica ad arrivare alla maggior parte delle persone. Non solo perché usiamo vocaboli e costruzioni che di fatto ci rendono elitari, ma anche e soprattutto perché il nostro modo di ragionare e persino i nostri riferimenti e le nostre citazioni spesso tradiscono la nostra età anagrafica e così non vengono colti da chi ha meno di quarant’anni. Col risultato di apparire lontani ed escludenti. Se ci sono due lezioni che possiamo imparare dagli influencer e che la semplicità ha un grande valore e che si può essere semplici senza essere banali.

Quando pensiamo al digitale facciamo un altro errore: non teniamo conto delle differenze, del fatto che ogni luogo, ogni piattaforma, ogni mezzo ha le sue regole e il suo linguaggio. E che – a parte Facebook anche se lo è sempre meno – non esiste di fatto un social che premi la parola scritta. Ci sono le newsletter, che da qualche tempo vanno molto bene anche da noi in Italia, ma anche in questo caso per funzionare occorre essere costanti nella creazione dei contenuti, originali, credibili e soprattutto utili. Ciò che invece non dovremmo mai imparare dagli influencer sono tutte quelle strategie, quelle scorciatoie e quelle “tecniche” che molti di loro adottano. Dal comprarsi il pubblico ad avere una serie di profili comandati magari dall’intelligenza artificiale che subito commentano ciò che viene pubblicato o mettono un like.

Se avete avuto la bontà di arrivare fino a questo punto, avrete intuito che chi vuole realizzare contenuti digitali deve fare una grande fatica. Ma a ben vedere comunicare non è mai stato semplice; tanto più ora che tutto è misurabile e che se quello che diciamo non interessa si scopre molto facilmente.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it/news-vp-plus-i-cattolici-a-lezione-dagli-influencer-6491.html

Le proteste nei campus universitari annunciano un nuovo ‘68?

Le notizie che arrivano dagli Stati Uniti sul massiccio fermento giovanile attorno al conflitto in Medio Oriente non può e non dev’essere liquidato banalmente. Perchè si tratta di un fenomeno, quello della difesa del popolo palestinese contro le cosiddette violenze perpetrate dal governo israeliano, che possono trasformarsi in un gigantesco movimento di opinione a livello internazionale. Che parte da un tema specifico, seppur fortemente strumentalizzato, ma che può estendersi a molti altri aspetti della vita pubblica.

Ora, occorre sempre essere molto cauti quando si formano i movimenti di opinione di massa. Perché l’oggetto della contestazione cambia di volta in volta, come ovvio e scontato, ma può facilmente attecchire in molti contesti nazionali mischiando elementi diversi e a volte addirittura

contrapposti ma che comunque contribuiscono ad aggredire gli equilibri consolidati. Certo, quando il perno attorno al quale si può aggregare una intera generazione è ben visibile e sufficientemente sentito e vissuto a livello trasversale nei diversi paesi, la stessa organizzazione della protesta mondiale è persino più facile da pianificare. Perché i temi legati alla politica estera, da sempre, sono quelli su cui la mobilitazione e l’organizzazione politica sono più semplici da trasformare in bandiere ideologiche di combattimento, di violenza e di iniziativa politica nei diversi

contesti territoriali e geopolitici.

E di fronte ad un quadro del genere che può espandersi a macchia d’olio anche nel nostro paese – dove già il tema specifico è oggetto di forte contestazioni accompagnate dai soliti e collaudati comportamenti violenti di molti mondi riconducibili all’universo della sinistra estremista, massimalista e radicale – la politica, i partiti e le rispettive culture politiche, semprechè esistano ancora, non possono più tacere. Anzi, quello che semmai va colto con intelligenza e capacità è la ricaduta concreta che simili atteggiamenti possono avere nell’attuale contesto politico purtroppo caratterizzato da un forte astensionismo elettorale e da un progressivo allontanamento dalla vita concreta dei partiti politici. Certo, nessuna pensa alle parole d’ordine che hanno caratterizzato l’ormai lontano e storicizzato ‘68 ma è indubbio che alcune costanti ideologiche, cariche di odio e di violenza, possono riproporsi nella loro interezza ed organicità. Con la differenza che mentre alcuni decenni fa esistevano gli strumenti della mediazione politica, ovvero i partiti e altre organizzazioni di massa e democratiche, oggi tutto ciò è semplicemente scomparso perché sacrificato sull’altare della velocità della rete e delle interconnessioni.

Ma se non si vuole rinunciare a leggere e ad interpretare ciò che capita nella società contemporanea cercando, seppur con difficoltà, di affrontarlo con le lenti della politica e della

cultura politica, è sempre più indispensabile mettere in campo una iniziativa che sia in grado di percepire i sommovimenti che attraversano il nostro vivere civile.

“Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai… Nel profondo è una nuova nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia”. Certo le parole di Aldo Moro pronunciate nel novembre del ‘68 risuonano forse antiche e fuori tempo. Ma oggi, come allora, la capacità di saper leggere ciò che si muove nella società è il compito prioritario e principale di chi vuole fare politica. E, questa, è la semplice differenza tra chi vuole capire per poter cercare di governare ed interpretare una società e chi, al contrario, si limita a cavalcare strumentalmente e cinicamente ciò che capita per poi rischiare puntualmente di esserne travolto. È la differenza, in fondo, che divide il politico dal populista.

Puntiamo con coraggio a investire nel campo della solidarietà sociale

…Le prove che ci attendono, le trasformazioni che stiamo vivendo – veri e propri snodi di una storia nuova che muove i suoi primi passi – hanno bisogno che si rianimi un sentimento di amicizia sociale, un moto di condivisione e di solidarietà, tale per cui la collettività si riscatti dalla “massa”, dalla genericità della “gente” e diventi “comunità”. Del resto, la dimensione “popolare”, in quanto trae origine dalle esperienze originarie che segnano la vita di ognuno, crea un sentire comune che sottende e precede anche le differenti opzioni politiche di coloro che in essa di riconoscono.

Si tratta di un dato che, anche nella nostra storia, ha sviluppato una capacità di lettura e di modulazione della controversia politica che ha sicuramente concorso a consolidare le democrazia e la fiducia nelle istituzioni repubblicane. Non a caso, quando viene meno la coscienza di appartenere ad un destino comune, la consapevolezza di una sostanziale corresponsabilità di fronte alla storia ed ai suoi eventi, il sentimento di un reciprocità costitutiva del legame sociale, compaiono forme di populismo, di omologazione acritica a mode, costumi, stili di vita, modalità di pensiero unico e prevale l’ attrazione per il “capo carismatico”, l’illusione di un rapporto diretto con tale incarnazione del potere che conduce all’ atomizzazione della società, all’ impoverimento esiziale dei cosiddetti “corpi intermedi”.

Si tratta di processi che, in una direzione o nell’altra, sono mossi da una forza intrinseca che ha una sua inappellabile valenza antropologica e culturale, ma con i quali, peraltro, la politica può interferire. Purché abbia una visione chiara del contesto e la volontà di esprimere un orientamento che favorisca la ricomposizione di una forte coesione sociale.

È necessario insistere su politiche di forte investimento – non solo finanziario – in ordine a casa e lavoro, salute, educazione e cultura, sostegno alla natalità, attenzione alle età estreme della vita, vivibilità dell’ ambiente e del contesto urbano. In sostanza, ad una forte politica orientata ai “diritti sociali”, dobbiamo affidare il compito di rispondere alle esigenze di fondo delle famiglie, primo aggregato necessario a riannodare le fila della coscienza popolare del Paese.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/famiglia-popoli-e-diritti-sociali-di-domenico-galbiati/

Atlante Treccani | Gli europei dinanzi al rischio di scontro globale.

[…] gli accordi di Minsk sembravano rappresentare un compromesso tra le aspirazioni imperialiste della Russia e l’esigenza dell’Ucraina di preservare la propria integrità territoriale. Il 5 settembre 2014 fu sottoscritto il primo Trattato di Minsk, articolato in 12 punti, dove Ucraina e Russia si impegnavano a garantire l’immediato cessate il fuoco bilaterale, ad agevolare la decentralizzazione del potere riconoscendo il temporaneo autogoverno locale delle regioni del Donbass e a consentire all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) il controllo dello stato dei confini tra Ucraina e Federazione Russa.

In seguito a ripetute violazioni reciproche del cessate il fuoco, nel novembre 2014 fu avviata una seconda fase di trattative, sempre supervisionate dall’OSCE, che portò, l’11 febbraio 2015, alla firma del Trattato di Minsk II, siglato dai capi di Stato di Ucraina, Russia, Francia e Germania. Oltre a confermare quanto già espresso nella prima intesa, in esso si sollecitava una riforma della Costituzione dell’Ucraina che consentisse margini di autonomia alle regioni separatiste, e riconoscendo inoltre il pieno controllo ucraino del confine di Stato lungo la zona di conflitto e il ritiro di formazioni armate e veicoli militari stranieri. Tali accordi furono sottoscritti dai rappresentanti della Russia, dell’Ucraina e dell’OSCE, come gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina, e dai due rappresentanti delle regioni separatiste. Alla sottoscrizione degli accordi partecipò il Gruppo Normandia, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Germania e Francia, che sottoscrissero una dichiarazione congiunta, inserita nell’allegato n. 2 alla risoluzione n. 2202/2015 del Consiglio di sicurezza che recepisce altresì il secondo accordo di Minsk, rendendo peraltro l’organo delle Nazioni Unite un ulteriore garante per la buona riuscita dei due accordi.

Oggi il perseguimento della pace dovrà tenere conto di quegli accordi e dell’evoluzione della situazione che si è venuta a creare. Nella conferenza che si dovrà tenere per giungere in tempi brevi ad un armistizio, il ruolo di garanti dovrebbe spettare a un rappresentante degli Stati Uniti, ad uno per i Paesi appartenenti al gruppo dei BRICS, ad uno per l’Unione Europea, ad uno per la Turchia, ad uno per la Lega Araba. Al tavolo non potranno non essere presenti i rappresentanti dell’Ucraina e della Russia. Il primo punto dovrà riguardare l’immediato cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio occupato dopo il 24 febbraio 2022 a cui dovrà seguire un’azione di peacekeeping affidata all’OSCE.

I punti ulteriori dovranno poi concentrarsi sulle seguenti questioni:

  1. a) impegno di Ucraina e Russia a rispettare gli esiti di un referendum per le regioni separatiste, da realizzare dopo 12 mesi dalla sottoscrizione dell’armistizio, indetto e verificato da osservatori dell’ONU e dell’OSCE;
  2. b) impegno russo a rispettare i territori della Transnistria e di tutti i Paesi confinanti, in base ai principi adottati nella Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) di Helsinki. In particolare, Russia e Ucraina dovranno considerare inviolabili le loro rispettive frontiere e, pertanto, astenersi dal violarle;
  3. c) impegno dell’Ucraina a non entrare a far parte della Nato e impegno dell’Europa a costituire il primo nucleo di difesa europea che dovrà garantire i confini e la sovranità di ogni Paese appartenente all’Unione Europea;
  4. d) infine, la Federazione Russa dovrà destinare una parte degli asset finanziari congelati per la ricostruzione dell’

Di fronte al panorama delle macerie materiali e spirituali dell’Ucraina, il sogno dei padri fondatori ‒ Adenauer, De Gasperi, Monnet, Shuman, Spaak, Spinelli ‒ ci impone di perseguire questo obiettivo, di rendere attuali i loro valori di un’Europa riunificata e pacificata. È difficile immaginare di proseguire in questo modo e non impegnarsi ad individuare una soluzione che consenta di giungere ad un armistizio, che ci consenta di giungere alla pace.

 

[Il testo qui riproposto è la seconda parte dell’articolo pubblicato sull’Atlante di geopolitica della Treccani]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/rilanciare-l-europa-costruire-la-pace.html

Roma, a Montemigliore un esempio di rigenerazione del territorio.

A Roma la rigenerazione del territorio dal basso è possibile e le iniziative della cittadinanza romana spesso si rivelano le più efficaci. L’esempio della zona Monte migliore, nel quadrante Sud della Capitale lo dimostra.

Una settimana fa si è svolta la cerimonia di inaugurazione per celebrare la piantumazione di 31 nuovi alberi nel parco di Via Vivenza. Tutti i bambini (0-12 anni) delle Cinque Colline sono invitati alla festa. Con un contributo di 5 euro i ragazzi hanno avuto la possibilità di adottare un albero, scrivendo il proprio nome su una medaglia appesa all’albero scelto.

“Ho sempre pensato che il rifiuto può diventare una risorsa” racconta Anna Maria Secchi, promotrice dell’iniziativa. Ed è per questo che quando sono stata eletta presidente del comitato di quartiere Montemigliore ho scritto il progetto ‘Da rifiuto a risorsa”.

Montemigliore è un piccolo quartiere a Roma Sud nel territorio delle Cinque Colline, così chiamato perché ci sono 5 quartieri con circa 10mila abitanti. L’iniziativa consiste nel raccogliere tappi di plastica e plastica i cui codici corrispondono a PP-02-05-HDPE. Il ricavato di questo progetto, insieme al contributo dei cittadini, viene investito nella manutenzione dell’unico parco comunale nel quartiere.

“Questo parco è dato al Comitato di quartiere per custodia e migliorie” spiega Secchi. “Purtroppo il nostro territorio, che ricade nel Municipio IX, è stato preso di mira con interventi invasivi. A 6 km in linea d’aria è in progetto l’inceneritore, a 1 km dai nostri quartieri un impianto di Biogas. Oltre a 7 discariche già esistenti. Dal 2018, anno in cui è stato avviato il progetto, ho raccolto da questo territorio 9 tonnellate di plastica”.

Quest’anno l’associazione è giunta a raccoglierne 1 tonnellata e mezza e ha provveduto ad acquistare 25 alberi, già messi a dimora nel parco. All’inaugurazione dei nuovi alberi ha partecipato anche la presidente dell’assemblea capitolina Svetlana Celli e il vice presidente del municipio Augusto Gregori.

La Voce del Popolo | Leader poco solenni e inclini alla confidenza.

Raccontava a suo tempo Francesco Cossiga di quando una sera in Sardegna invitò a cena Carlo e Diana d’Inghilterra, in vacanza da quelle parti. Una volta seduti a tavola si rivolse alla principessa chiedendole come avrebbe dovuto chia- marla, con che titolo. Al che lei gli rispose pronta: “Call me Diana”.

A suo modo Giorgia Meloni deve aver pensato qualcosa del genere. La trovata di farsi votare scrivendo sulla scheda solo il nome di battesimo sembra voler offrire al suo elettorato un’occasione di confidenza, quasi di intimità. Nulla a che vedere con l’ufficialità e la solennità tipica dei leader d’antan. Un gesto che per un verso evoca vicinanza e per un altro tradisce un eccesso di astuzia.

Chi come me viene dal passato ha qualche difficoltà ad apprezzare la trovata meloniana. Sono abituato a leader più solenni, mai troppo inclini alla confidenza. È il retaggio di un’altra epoca, forse. Che rivela però anche un’istintiva diffidenza verso tutte quelle forme così alla mano da suscitare il sospetto di una certa demagogia. Tanto più mentre pende la discussione parlamentare sul “premierato”. Resto convinto che l’eccessiva personificazione della po- litica sia quasi sempre un’arma a doppio taglio. Forse anche per quanti la fanno propria con tutta la disinvoltura del caso. Detto questo, è probabile che invece la scelta della premier le possa portare una certa fortuna elettorale. Cosa che dovrebbe indurre i suoi avversari a evitare di demonizzarla in nome e per conto di un galateo che suona piuttosto desueto. Ancorché quel galateo rimandi a tempi politici migliori di questo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 2 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Al Paese serve un piano per la formazione e l’innovazione tecnologica

Contro le previsioni fatte negli anni settanta/ottanta, un punto fermo delle economie più avanzate è il persistere di un’industria manifatturiera. Ciò vale anche per l’Italia, che, tuttavia, rischia di perdere colpi anche in questo settore, in futuro. L’attuale carente politica industriale italiana, infatti, può favorire solo un processo di deindustrializzazione, soprattutto nella fascia dei settori a più alto contenuto tecnologico.

Al giorno d’oggi l’Europa presenta due sistemi produttivi dominanti: la Germania e la Francia, con i quali le piccole-medie imprese italiane hanno intensi scambi produttivi e commerciali, che hanno favorito il formarsi di aree a maggiore valore aggiunto in Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, con un conseguente incremento del divario Nord-Sud. Tuttavia, il sistema produttivo italiano rimane caratterizzato da produzioni a basso valore aggiunto, e dal modesto volume di investimenti tecnologici, con un andamento della produttività del lavoro nettamente inferiore a quello tedesco e francese. Da qui, la debolezza con cui l’industria italiana affronta una fase di radicali trasformazioni a livello mondiale.

Nel periodo 1995/2022, l’Italia presenta una produttività del lavoro inferiore a quella media dell’UE (-1,2%, dati Istat 2023). Nel 2023, l’Italia, nella graduatoria dei paesi “innovators” dell’UE, era al 15° posto su 27 paesi innovativi, la Germania stava al 7° posto. (fonte UE).

I dati riportati, dunque, indicano una produttività e una capacità di innovare che testimoniano la scarsa competitività dell’industria italiana e il modesto dinamismo tecnologico, che ha determinato ritardi strutturali rispetto ai competitors europei. Uno degli effetti più evidenti è che molte delle imprese del Nord-Italia sono diventate fornitrici al servizio dell’industria tedesca, operazione che ha consentito di far quadrare i conti economici, perdendo, però, l’autonomia strategica.

Ulteriore incremento della debolezza del sistema Italia è l’elevato debito pubblico, che comporta l’esborso, da parte dello Stato, di enormi somme di denaro, che vengono sottratte agli investimenti strategici nel sistema delle imprese.

Il problema di fondo, quindi, è l’incremento della produttività ai livelli tedeschi e francesi, indispensabili per una strategia di sviluppo, non solo dei processi di accumulazione nell’industria, ma anche del sistema produttivo nel suo complesso, compresi i servizi.

La via da percorrere, come già indicato in questo magazine, è quella di un incisivo piano di formazione professionale, necessario sia per colmare la carenza di figure professionali indispensabili nel sistema della produzione, sia per creare le condizioni di un positivo impiego del know-how derivante dagli sviluppi tecnologici futuri; nonché, da un piano decennale di innovazione tecnologica. Piano che dovrebbe avere, alla sua base, poche e vincolanti linee di ricerca, con al primo posto l’intelligenza artificiale, nell’ottica di una UE che accetta la sfida Usa/Cina.

L’investimento in nuova tecnologia deve coinvolgere Università, Centri di ricerca, imprese pubbliche e private; soggetti da organizzare in reti decentrate territorialmente e autonome, inserite in una ripotenziata R&S europea.

Servono, quindi, politiche nuove e coraggiose per riformare il capitalismo italiano, che oggi è fragile e troppo dipendente dagli interessi della finanza internazionale. Diversamente, la rinuncia a riprendere il percorso di crescita, che l’Italia ha saputo perseguire negli anni del miracolo economico, diventando la quarta/quinta potenza economica al mondo, porterà ad accettare la prospettiva di una integrazione nella piattaforma industriale tedesca delle aree industriali più competitive del nord-est, premessa per un’Italia succube degli interessi tedeschi.

 

Fonte: “Italia Informa” (Magazine economico, n. 2, marzo-aprile 2024).

Movimento per la vita, un’azione comune per l’accoglienza alla vita.

La polemica delle ultime settimane sulla “possibilità dei consultori di collaborare con realtà territoriali di volontariato, che hanno una consolidata esperienza nel prendersi cura della maternità e dunque anche del figlio che vive nel grembo della mamma, ha fatto emergere purtroppo molti pregiudizi nei confronti di chi, come il Movimento per la vita – realtà strutturalmente e metodologicamente diversa da Provita e Famiglia onlus con cui troppo spesso è confusa –, svolge da decenni un’opera di servizio accanto a donne in situazioni particolarmente difficili per una gravidanza imprevista e osteggiata, spesso dagli stessi partner, dai datori di lavoro, dalle famiglie”. Si apre così una nota diffusa il 1° maggio dal Mpv che nel suo servizio, reso attraverso i Centri di aiuto alla vita, le Case di accoglienza, Sos Vita e Progetto Gemma, dal 1975 ad oggi ha accolto, sostenuto ed accompagnato 856mila donne nel nostro Paese.
“Inspiegabile in particolare – prosegue la nota – è sembrato il clima di aperta ostilità con cui è stato espresso, sui media e da parte di esponenti della politica, il dissenso verso l’operato dei volontari dei Centri di aiuto alla vita, mostrando spesso di non avere la minima idea di cosa facciano realmente ogni giorno da anni, di come operino, dello stile di accoglienza – sempre con e per le donne, accanto alle donne –, della gratitudine che proprio le donne manifestano apertamente per il sostegno e la disponibilità ricevuti in un momento di difficoltà”. Chi sta “accanto alle donne, ai nascituri, ai neonati, ai bambini, alle famiglie  – si legge ancora nel testo – sente ora il dovere di chiedere che i toni si abbassino e si torni ad ascoltarsi, nell’interesse di tutti, e in particolare delle persone che vivono situazioni difficili della propria vita”.

Un saggio di Preziosi su passato e futuro del cattolicesimo democratico

Il saggio (Da Camaldoli a Trieste, Vita e Pensiero, 2024) offre una rapida panoramica del per­corso compiuto dai cattolici italiani nel rap­porto con la democrazia. A partire dal contri­buto dato già dalla visione personalista di Antonio Rosmini, dal pensiero di Giuseppe Toniolo, Romolo Murri e Luigi Sturzo cui si deve la fondazione del Partito Popolare.

Un contributo qualificato al pensiero sociale e po­litico dei cattolici viene offerto dalle Settimane sociali che, fin dal loro sorgere nel 1907, trat­tando temi di attualità politica, hanno accom­pagnato la loro presenza nella società. Il lungo percorso, che si dipana attraverso il XX secolo, porta i cattolici italiani a conoscere, accettare e praticare la democrazia non solo come sem­plice meccanismo istituzionale, ma come me­todo. E in questo modo di intendere il processo di costruzione del consenso, legandolo alla pratica di relazioni sociali, economiche, cultu­rali e politiche fondate sulla persona, sulla sua dignità e sulla sua cura, ha una centralità sim­bolica l’incontro del luglio 1943 nel monastero di Camaldoli.

È anche a partire da quell’appun­tamento, come dalla partecipazione alla Resistenza e dalla Settimana sociale di Firenze (1945) su Costituzione e Costituente, che istanze, aspirazioni, idee maturate per decenni o emerse dall’urgenza drammatica della guer­ra diventano vero e proprio progetto di uma­nizzazione, rifluito poi nella Costituzione e divenuto parte costitutiva dell’identità politica del Paese. Si apre così la fase della ricostruzione nazio­nale, in cui l’intensa opera di alfabetizzazione democratica svolta dai cattolici vede la pre­senza inedita delle donne che votano per la prima volta.

Ciò contribuisce non poco, con l’apporto di più generazioni, da De Gasperi a Moro, a dare forma e stabilità, pur tra fatiche e resistenze, alla partecipazione democratica. Un percorso che oggi, in uno scenario in cui la forma democratica presenta segnali di crisi e corre rischi di involuzione, chiede di essere proseguito. La 50a Settimana sociale (Trieste 3-7 luglio 2024), che ha per tema Al cuore della democrazia, è un’occasione per guardare al lascito di questo lungo cammino senza nostalgie, per contribuire a pensare la democrazia in un mondo profondamente mutato e in cerca di nuove chiavi di lettura.

 

Biografia dell’autore

Ernesto Preziosi è direttore del Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES). Tra le sue pubblica­zioni: Giuseppe Toniolo. Alle origini dell’impegno so­ciale e politico dei cattolici (Milano 2012); Piccola storia di una grande associazione. L’Azione cattolica in Italia (Roma 2013); Una sola è la città. Argomenti per un rinnovato impegno politico dei credenti (Roma 2014); Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti” (Brescia 2020); Ci vorrebbe un pensiero. In ri­sposta a una lettera di mons. Mario Delpini a 100 anni dalla nascita dell’Università Cattolica (Milano 2021); Armida Barelli. Il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica (Roma 2023).

 

Nika Shakarami, in Iran la morte sale a bordo di una camionetta.

C’è una canzone di Bennato che non può essere bannata da alcun regime e che indica di “una seconda strada a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al cammino, poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è”.

Vale per i cuori innocenti ma non ha avuto senso per la camionetta che ha caricato a bordo Nika Shakarami catturata dalle guardie iraniane mentre in quel di settembre gridava la sua opposizione alla morte di Mahsa Amini.

Il mezzo evidentemente ha smarrito la via maestra a causa della cliente che aveva a bordo ed ha fatto un percorso alternativo al dovuto. Le carceri erano già zeppe di protestatari e restava solo la strada per una accoglienza con i fiocchi.

Le guardie hanno sopportato dai loro colleghi l’onta del rifiuto di ingresso di quella testa calda nelle carceri già ripiene all’inverosimile di altri giovani dissennati. Così, il cammin facendo, è diventato la terra definitiva d’approdo. Nika, scartata via da altri scarti di miglior merito.

La versione ufficiale racconta che si è uccisa precipitandosi dall’alto di un palazzo ma la verità è venuta alla luce per mano di una inchiesta della Bbc. Qualcosa non è andata per il verso giusto o forse, il giorno dell’esecuzione, è mancato il giusto verso poetico e hanno dovuto sbrigarsi in fretta per chiudere la faccenda senza tirarla troppo per le lunghe.

Si legge che nei tempi antichi era stimato come razionale il suicidio del saggio, una manifestazione di una scelta di libertà e di libera scelta. Socrate, Seneca e qualcun altro potrebbero confermarlo.

Il regime avrebbe detto una bugia, in qualche modo tradendosi ma anche guadagnando punti nella considerazione internazionale. Avrebbe concesso generosamente la libertà alla ragazza di suicidarsi, senza interferire, non impedendole di farla finita.

Sta emergendo invece che le regole sono regole e la vita può togliertela solo chi comanda. Nika non ha avuto come luogo di esecuzione la dignità delle mura di una prigione, una cella che l’abbia ospitata prima del patibolo.  Nel mentre la conducevano su una camionetta, in giro senza più una meta, hanno creduto bene di violentarla. È stata coerentemente trattata come una donna di strada. I particolari dicono che nell’approccio un gendarme si è seduto sopra di lei per eccitarsi e perché la donna deve imparare a sottoporsi.

A bordo, mentre il motore andava, hanno proceduto al da farsi, meno ancora che sul canapè come donna da reggimento. L’hanno palpeggiata e così via. Al dimenarsi di Nika per opporre resistenza, l’hanno massacrata di calci e randellate, una camionata di botte, per poi scaricarla in mezzo alla strada, proprio come si fa nei film del terrore. La giovane ha resistito come una furia, è stato tutto inutile. Lotta e lutto sono amici.

Prima di abbandonarla, le puliscono però il sangue dalla testa che non si presentava più in buone condizioni. Non un gesto di pietà: chi vigila sulla pulizia morale di uomini e donne non può consentire nessuna forma di pubblico imbrattamento e di sporcizia. La verità ora sta venendo a galla. Stando al dizionario la galla è una escrescenza, un tipo di eruzione, una malattia delle piante ma anche qualcosa che sta sull’epidermide e che affiora malgrado tutto.

Dice il Giusti, “che i più tirano i meno è verità”. In Iran può darsi che sia così o che invece una minoranza di feroci dettino legge su una maggioranza impaurita.

Maat è la dea egiziana dell’ordine cosmico, della verità e della giustizia, rappresentata come donna con una piuma dritta sul capo. Si legge nel Libro dei morti che dopo la confessione negativa, di non avere colpe e peccati a carico, il cuore del defunto è pesato sul piatto di una bilancia. Sull’altro piatto è la piuma di Maat. Se i piatti restano in equilibrio, è il segno che non si è mentito.

Per Nika i suoi aguzzini devono aver pensato che “la donna è mobile, qual piuma al vento” e che la sua verità e la sua giustizia non meritava di essere comunque misurata. Sono loro a dettare le leggi dell’ordine e nessun altro. Nika aveva solo sedici anni. Una vecchia canzone dice che è l’età in cui “Non devi pianger mai così, Hai l’età del sorriso, Non intristire gli occhi tuoi….”. Nika aveva solo sedici anni. A farle compagnia ora è la morte, che per non sfigurare non rivela mai la sua età.

La Meloni con il premierato mostra i muscoli, anche verso Bruxelles.

Eccoli i Soloni di turno, pronti a denunciare l’ennesima anomalia italiana: “Che figuraccia facciamo in Europa? Ci accingiamo ad eleggere personalità che non possono o non vogliono lasciare il Parlamento, luogo di continuità e sopravvivenza politica per eccellenza”. È una polemica artefatta, anche un po’ strumentale, dal momento che sorvola su un problema ben presente nella testa di ogni leader di partito, vale a dire l’esigenza di consolidare attorno al proprio nome il rapporto con l’elettorato.

In questa rincorsa all’investitura, la più giustificata di tutti è la Meloni perché ha in mano l’asso pigliatutto per l’oggi e per il domani: il premierato, formula che agli occhi degli avversari diventa polemicamente il “premierato assoluto”. Con tutti i rischi che sappiamo. La Meloni si bene che col proporzionale puro viene a mancare il premio di maggioranza ed è necessario fare incursione in altri campi, tra i suoi alleati, rilanciando l’immagine di chi possiede gli strumenti per valorizzare il proprio ruolo, del resto già fortificato nello scontro (nascosto?) con Mattarella.

Giocare la carta del premierato significa per la Meloni un di più di coraggio e determinazione da esibire davanti alla nazione. Un vero e proprio salto triplo per essere percepita come la leader più impegnata, con piglio autarchico, a contrastare le supponenze europee in ordine ai parametri di bilancio da rispettare. Per questo ha bisogno di irrompere anche nel campo dei suoi alleati, per fare il pieno di voti e presentarsi forte al confronto con Bruxelles. Non solo destra, dunque, ma anche centro. se con questo s’intende aprire ai tanti elettori che attendono il governo alla prova della concretezza.

Il disegno può riuscire, specie con la Lega, visto che Salvini danza con l’estrema destra europea ed alleva quella interna con l’impronta doc del Generalissimo Vannacci. Il capo della Lega teme l’emoraggia di voti verso la Meloni ed in piccola parte verso Forza Italia, anche se gli Azzurri hanno perso un’occasione storica per non vivere più delle glorie del passato. In effetti, perché non è venuta da Tajani la proposta in grado di spiazzare la Meloni, quella cioè di elezione diretta sì, ma sul modello francese? Avrebbe dato dimostrazione di saggezza. La democrazia è più forte, e al tempo stesso più matura, se si adotta un sistema che altrove funziona. La tendenza a umiliare il Parlamento è profondamente sbagliata, dato che rappresenta l’altra fonte autonoma del potere e quindi il pilastro di un ordinamento flessibile ed equilibrato.

Questa prospettiva è mancata anche al Pd e alla sua segretaria che, per inciso, avrebbe dovuto insistere a candidarsi in tutte le circoscrizioni. I Soloni che affollano il Pd dimenticano che la competizione elettorale si gioca molto sulla riconoscibilità delle leadership. Sarebbe stato un colpo fortunato se Elly Schlein avesse tirato dritto, ponendosi alla guida delle liste, alzando la bandiera dell’alternativa, ma di un’alternativa credibile, come quella di una riforma ricalcata sul semipresidenzialismo alla francese.

Infine, un pensiero proprio sull’Europa: dovrebbe essere in testa ai discorsi di questa campagna elettorale che con il deposito delle liste prende formalmente il via. Chi potrà assumere le vesti di nuovo Delors nel contesto di trasformazioni ineludibili, a partire dalla difesa comune? Almeno su questo dovremmo avere le idee chiare. Inutile dire che l’indicazione più appetibile dentro e fuori Italia sarebbe quella di Draghi. Ebbene, cari Soloni, m’aspetto che all’ultimo la Meloni se ne voglia appropriare…pur di non avere Super Mario contro in Italia.

Candidature, l’inaffidabilità di molti capi partito.

È una considerazione che ormai non fa neanche più notizia. E cioè, quello che un capo partito dice il giorno prima – o la settimana prima, al massimo – viene sistematicamente rinnegato il giorno dopo o la settimana successiva. E, per fermarsi all’ultimo capitolo, quello della composizione delle liste, questo assunto è stato persin platealmente confermato.

Dunque, c’è chi ha detto sin dall’inizio – senza la solita insopportabile ipocrisia – che si candidava per trainare il partito alle prossime elezioni europee. Anche perché, come tutti sanno, nei partiti personali o del capo l’elettorato si riconosce prevalentemente nel messaggio e nel progetto incarnato dal leader stesso. Un atteggiamento, questo, però onesto e trasparente perchè ci ha risparmiato quella grassa ipocrisia dei soliti moralisti da baraccone. E non possiamo, al riguardo, non ricordare invece la coerenza e la trasparenza di Giorgia Meloni, di Antonio Tajani e anche di Elly Schlein. Certo, non andranno a Strasburgo, se eletti, ma visto che la personalizzazione resta una costante della dialettica politica contemporanea la loro candidatura serve come traino elettorale per identificare con la loro persona il progetto e l’identità del rispettivo partito.

Altra cosa, tutt’altra cosa, sono quei capi partito che sbraitano contro Meloni, Tajani e Schlein e poi si comportano nello stesso modo. La solita “doppia morale” ormai collaudatissima nella politica italiana. E non possiamo non citare in questa ultima categoria quei capi partito che decidono all’ultimo la loro presenza nelle liste, dopo aver tutto e il contrario di tutto, facendo saltare equilibri e candidature di persone che avevano già dato la loro concreta disponibilità. Un atteggiamento, questo, disgustoso e che si commenta da solo senza ulteriori commenti.

Ora, non resta che prendere atto di un progressivo e consolidato malcostume della politica italiana. Un malcostume che è il frutto e la conseguenza di una crescente e sempre più insopportabile inaffidabilità di quei capi partito espressione di partiti personali dove qualsiasi scelta si può fare perchè avviene senza consultare nessuno. Men che meno gli organi di partito che, di fatto, sono semplici orpelli del tutto inutili e pertanto ininfluenti. E questo, purtroppo, è uno di quei tasselli che contribuiscono in modo potente ad allontanare i cittadini dai partiti e, soprattutto, dalle urne. Perché quando buona parte della politica si riduce ad essere espressione di realtà autoreferenziali legate esclusivamente al capo attraverso il criterio della fedeltà assoluta, è di tutta evidenza che saltano tutti i tasselli che qualificano e sorreggono la democrazia nel nostro paese. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Perchè senza alcuna regola democratica interna ai partiti è gioco forza che poi questo meccanismo, e quindi questo costume, si trasferiscano meccanicamente anche nelle istituzioni. E, questo, forse, è l’aspetto che maggiormente squalifica la politica e la riduce ad un affare per pochi.

Per questi motivi, semplici ma essenziali, è sempre più indispensabile recuperare il vecchio monito di Pietro Scoppola di saper legare per i politici la “cultura del comportamento” con la “cultura del progetto”. Perchè, al di là di ogni deriva moralistica, senza il ritorno di un comportamento esemplare, trasparente e corretto, sarà la stessa politica ad essere sacrificata sull’altare della immoralità, della superficialità e della sola spregiudicatezza.

L’economia toglie valore al lavoro, la politica glielo deve restituire.

Il lavoro ha perso appeal diventando un mero strumento utile a soddisfare bisogni materiali o semplice argomento di dibattito per specialisti: economisti, sociologi, fiscalisti. La manifesta frammentazione del lavoro e delle aspettative non si è rivelato un liquido amniotico protettivo per i lavoratori sempre più differenziati fra garantiti e non garantiti, inclusi ed esclusi, soddisfatti e alienati.

Dentro un ingranaggio che sembra stritolarci sono sempre più evidenti i rischi che questa situazione sta già generando con un aumento considerevole delle disuguaglianze nel nostro Paese dove la forbice sembra sempre più divaricarsi tra lavoro senza diritti e lavoro povero.

Lo scenario internazionale con il quale il mercato del lavoro dovrà confrontarsi prevede che il 2% dell’attuale occupazione globale, pari a 14 milioni di posti di lavoro, è a rischio distruzione nei prossimi anni, a causa delle tendenze globali in atto dovute a: la transizione ecologica, le guerre che accerchiamo l’Europa, la trasformazione delle catene d’approvvigionamento e, non ultima, l’innovazione tecnologica.

Si è diffusa l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa. E la deroga rispetto ai diritti sanciti dai contratti collettivi è stata usata per mantenere i livelli occupazionali o mitigare i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali. Tale situazione ha aperto la strada all’idea, ormai largamente diffusa nel nostro Paese, che il lavoro abbia sempre meno punti fermi e tutto può essere oggetto di contrattazione, revisione e adeguamento. Il contatto che con esso ha un giovane nato agli inizi di questo millennio è di grande preoccupazione.

In questa fase di transizione è tempo di un dialogo serio tra le generazioni. Perché sono proprio le nuove generazioni che stanno pagando un prezzo altissimo, in termini di accresciuto senso di inutilità e di esclusione, a causa della prolungata congiuntura economica negativa, dello sbilanciamento demografico verso età mature, della permanente difficoltà nell’inserimento lavorativo, dell’enorme incertezza rispetto ai percorsi professionali e alla possibilità di costruire una famiglia.

È una sfida importante sulla quale ricadono altri fattori che concorrono a cambiare profondamente il lavoro, come: la tecnologia, i nuovi mercati, la demografia, la crisi economica e, non ultime, le guerre che si delineano all’orizzonte.  Solo alcuni elementi di questa realtà che da tempo caratterizzano il mercato del lavoro nel nostro Paese è il suo essere sempre meno accogliente nei confronti dei giovani rispetto agli altri Paesi europei. Come dire che la questione giovanile è da noi molto più grave che in altri paesi.

Stiamo vivendo uno dei periodi più pericolosi degli ultimi decenni, immersi tra processi di deindustrializzazione e nascita di una nuova economia dalla quale dipenderà la formazione del nostro PIL in futuro, con un debito pubblico elevato e tensioni nel mondo del lavoro; siamo anche il Paese con il più grande deficit fiscale in tempo di pace, con tassi d’interesse in aumento alle prese con gli effetti che le guerre avranno sugli alimenti, il commercio e le relazioni internazionali.

Di fronte a questo quadro, occorre porsi il tema del lavoro se si vuole ricostruire questo Paese, declinandolo in tutte le sue sfaccettature, interrogandosi se non sia giunto il tempo per avviare anche nuovi modelli organizzativi puntando sulla formazione, senza rinviare quello della sicurezza e dello sviluppo, che dovranno essere affrontati con grande realismo nella consapevolezza che il nostro, e solo, futuro sicuro è fuori dalle patrie: in Europa, inteso non più solo come orizzonte bensì come spazio politico.

 

Il testo è una sintesi dell’intervento tenuto da Rita Padovano al secondo incontro (18 ottobre 2023) nell’ambito del Forum da lei stessa promosso. Di seguito il LINK per leggere la relazione completa.

Da una società frantumata erompe l’istanza dell’uomo solo al comando

Sembra che una nuova era della democrazia bussi inesorabilmente alle nostre porte. Stiamo perdendo per strada alcune idee di fondo, largamente condivise, che abbiamo coltivato sin dalla Rivoluzione Francese.  Possiamo definirla l’era dell’incontro e del camminare insieme tra cristianesimo e modernità, tra liberalismo e socialismo, tra mondialismo e nazionalismi: da tutto ciò i diritti della donna e dell’uomo, con il complesso di principi democratici e rispetto etico, prendevano linfa vitale.

Subentra questa nuova era che in quasi tutto il mondo consacra la solitaria personalizzazione della democrazia politica e la totale delega depositata interamente sul nome del leader. Qui da noi istituzionalizzata con la nuova legge sul premierato e con il narcisismo di Giorgia trasferito sulla scheda – cosa che secondo alcuni analisti genera consenso e voti, a prescindere dalla presa in giro di chi vota.

Un premier-leader che annulla il partito e disintermedia gli stessi corpi intermedi. Ormai in diretto rapporto con l’elettorato, lui e solo lui, come dice qualche studioso, grazie soprattutto al sostegno dei media vecchi e nuovi. Qui da noi includendo anche i tre canali televisivi del servizio pubblico, al giorno d’oggi altoparlanti monocordi del governo e della Presidente del Consiglio, come mai prima si era visto. Tutto questo succede proprio mentre noi siamo sbadati e supeficiali: distratti, come ci ricorda il Censis. Accontentandoci delle fakes news, degli influencer, delle facce televisive dei leader, della loro politica spettacolo, delle loro posture e …dei loro nomi sulla scheda. Che poi questi stessi nomi siano una presa in giro, nessuno ci fa più caso.

La palla è stata ormai passata ad una comunicazione- spettacolo imbrogliona, polverizzata e orizzontale, sempre più nelle mani del web e dei social; ma facendo per questo ingranare la marcia indietro a quel partito politico che con tutti i suoi difetti abbiamo conosciuto per anni. Facendolo liquefare e retrocedere sino alla Roma dei Cesari: solitari uomini forti e rapidi nelle decisioni – vedi appunto il premierato -, autonomi risolutori della complessità storica in quanto predestinati e unti dal Signore. Rinchiudendolo a chiave – il vecchio partito – su un premier e su un leader. Sul suo volto, sul suo abbigliamento, sul suo modo di parlare, e.…sul suo nome!

Esagero? Se esagero dobbiamo però constatare che di  tutto il resto non si parla più. Stampa quotidiana e giornalismo televisivo, rincorrendo ogni santo giorno la polemica quotidiana fra leader, abbandonano il loro ruolo di sana, obiettiva e imparziale formazione di opinione pubblica, preferendo, una volta schierati, di concentrarsi sulla disputa frontale fra i solitari segretari di partito. Fenomeno ultraventennale iniziato a suo tempo con Berlusconi e le sue reti televisive private, lasciandoci in eredità il totem dell’uomo solo al comando, che oggi trova la sua consacrazione istituzionale nel premierato, specchio di quel presidenzialismo proposto a suo tempo da Giorgio Almirante.

Aggiungo solo un cenno alla frammentazione personalizzata delle tornate elettorali. Per le prossime elezioni europee sono state presentati ben 42 contrassegni differenti, che in attesa della loro accettazione sono stati definiti “simboli della discordia”. Tra questi 42 contrassegni, di cui alcuni contenitori di altri simboli, ne troviamo ben 8 fortemente personalizzati, con tanto di nome del leader in bella evidenza (Meloni, Salvini, Calenda, e persino Berlusconi…ad memoriam).

Allora, anche se la democrazia ha sempre riconosciuto l’importanza di una buona leadership, intesa come autorevole, intelligente e sapiente guida, oggi tuttavia e dopo l’era berlusconiana, abbiamo a che fare con il leader-capo. O meglio, con una marea di leader e di conseguenza con una marea di partiti che confortano una mia opinione, e non solo mia – quella secondo la quale, appunto, sono proprio i tanti partiti che confondono l’elettore e lo lasciano a casa. Ma è proprio con i tanti partiti che si snatura la vera essenza del pluralismo, che secondo Norberto Bobbio “…accanto al beneficio che può derivare dalla frantumazione del potere, c’è il maleficio della disgregazione (…)”; e che secondo Benigno Zaccagnini si può trasformare in stimolo pericoloso “…della disgregazione e delle tentazioni centrifughe (…)”. Forse gli Usa con il loro bipartitismo e il diffuso associazionismo sociale, insegnano qualcosa.

Mi sono sempre chiesto se non è proprio con un pluralismo finto, a misura personale, che si confonde e disperde l’elettorato. Quello che però oggi diventa pericoloso è la leaderpatia diffusa a macchia d’olio; una tragica malattia psichica dovuta al diffuso individualismo narcisista e alla diversità di soli nomi – a prescindere persino dai programmi – che avanza a passi veloci, aiutata e sorretta da un’etica protestante dimentica della fraternità e dell’uguaglianza. E dimentica soprattutto della metafora marinara di Papa Francesco, e cioè che in questo periodo della storia ci troviamo tutti “…sulla stessa barca”, e dobbiamo remare tutti insieme.

Insomma, dobbiamo abituarci o addirittura rassegnarci? O possiamo scommettere piuttosto sul bisogno urgente di metterci insieme, di camminare il più possibile insieme, prendendo le distanze dal pensiero unico e quindi confrontandoci con le idee diverse dalle nostre, cercando mediazioni e compromessi? Francesca Rigotti nel suo “L’era del Singolo” racconta i dilemmi di una società frantumata per effetto di un individualismo esasperato. Ne dobbiamo far tesoro, è una lezione importante se vogliamo andare oltre le ideologie del Novecento, fortemente divisive, mirando però a scansare con tutte le nostre forze questa avvolgente e lesiva seduzione del leaderismo.

Ecco i partiti ridotti a megafono del Capo

 Chiamatemi Giorgia. Votate Giorgia. Più confidenziale, tra amici. A questo siamo arrivati. Il trionfo del leaderismo, del “personal branding” insegnato nelle scuole di marketing. E la fine ormai decretata dei partiti. Ridotti a mero supporto organizzativo dei propri capi, divenuti l’unico prodotto offerto al pubblico. Al punto che questi ultimi si candidano per istituzioni che poi nemmeno frequenteranno, e lo dicono ai loro elettori con la sfrontatezza di chi li considera meri recettori di un messaggio verticale proveniente dall’alto e veicolato tramite social media. Chiedono loro un like, prima ancora che un voto.

Non solo Meloni. Si candidano quasi tutti capi-partito, quasi sempre in tutte le circoscrizioni elettorali. Così alla fine scende in lizza pure Calenda, che non pareva intenzionato. Come Tajani, che aveva negato l’ipotesi, non essendo mica Berlusconi…E come Schlein, che si è dovuta limitare a due sole circoscrizioni perché il suo è un partito ancora un po’ complicato, un po’ refrattario nei confronti del leaderismo, ma comunque ormai la direzione è presa, e il prof. Prodi dovrà farsene una ragione. Infine ha deciso di candidarsi (quasi ovunque) anche Renzi, un altro che di sé stesso ha un’ottima opinione.

E invece chi non si candida (in genere perché i sondaggi non dicono bene) si trova nella necessità assoluta di individuare una bandierina momentanea, alimentata da un buon vento (se poi è temporaneo non fa nulla, anzi forse meglio, l’importante è che colga il momentum).

Conte ha rinunciato perché è troppo furbo e sa bene che le carte vere il suo partito le può giocare solo nella contesa nazionale E dunque non conviene enfatizzare oltre modo una votazione non facile per il Movimento 5 Stelle, maggiormente attrezzato per le polemiche anticasta che per le politiche europee. Salvini è invece terrorizzato dal possibile esito negativo del voto e allora ha pensato bene di sfruttare il fenomeno del momento, appunto (col rischio, però, che il “momento” sia già passato, in quanto la velocità internettiana crea e disfa alla velocità della luce). Stessa operazione (arricchita dal ricorso ai buoni sentimenti, intesi a liberare una nostra compatriota da un carcere odioso) che prova il duo Fratoianni-Bonelli con Ilaria Salis (una seconda chance per loro di affidarsi a un nome divenuto noto dopo il disastroso esperimento fatto con il difensore dei migranti Aboubakar Soumahoro).

E le direzioni dei partiti, e i loro militanti che fanno, cosa dicono? Niente. Non che oggi non vi siano contrasti interni e dispute personali e politiche ma mentre nel passato le discussioni erano accese e alla luce del sole, codificate negli organismi di governo democratico interni ai partiti, il sistema attuale non prevede più nulla di tutto ciò: tutto è nascosto, ridotto a (eventuale) trattativa privata. Al punto che qualche impuntatura, come quelle che Schlein ha dovuto affrontare nel Pd o adesso i mugugni che si avvertono nella Lega vengono rubricati alla voce dissenso laddove una volta non sarebbero stati neppure avvertiti, abituati a ben altro livello di scontro.

Il risultato è quello che vediamo: partiti personali, simboli di partito sovrastati dal nome del leader, che poi spesso è un capo più che un leader, inaridimento del processo di selezione di nuova classe dirigente politica perché ora si cercano figurine esterne o vassalli interni in luogo di carisma e capacità. Dipendenti dal capo in tutto e per tutto e dunque muti o semplici ripetitori dei suoi slogan. Dirigenti politici che devono seguire il Numero Uno, il Capolista Unico, come l’intendenza di Napoleone. Senza neppure avere la certezza che il proprio Napoleone sia davvero un Napoleone. E, comunque, alla fine Napoleone è finito a Sant’Elena.

Primo maggio a Hong Kong, giochi pirotecnici ma senza cortei.

foto di carloyuen px
foto di carloyuen px

Spettacolari fuochi d’artificio (tempo permettendo) con combinazioni di luci create coi droni sul cielo di Hong Kong maggio. Ma nelle sue strade ben poco spazio per i cortei per i diritti dei lavoratori. È il 1 maggio che Hong Kong si appresta a vivere domani, nel clima imposto dalla Legge sulla sicurezza nazionale.

Fino al 2019 i partiti politici e i gruppi per i diritti dei lavoratori di tutto lo spettro politico organizzavano eventi nella metropoli per la Festa del lavoro per difendere i diritti dei lavoratori. Poi è arrivato lo stop forzato imposto ufficialmente per la pandemia. Ma anche in questo 1 maggio – il primo in cui a Hong Kong non vi sono più in vigore regole anti-Covid contro gli assembramenti – non vi sarà alcun corteo per i diritti dei lavoratori. Con i sindacalisti del movimento democratico in carcere e la Confederazione dei sindacati di Hong Kong costretta a sciogliersi per non finire nelle maglie della repressione, persino le organizzazioni dei lavoratori del fronte pro-Pechino hanno rinunciato alla loro manifestazione.

Una di loro – la Federazione dei sindacati del lavoro di Hong Kong e Kowloon – inizialmente aveva presentato la richiesta per un corteo, necessaria per tutti i raduni di più di 30 persone. Ma prima ancora di ottenere la risposta “ufficiale” l’ha ritirata, sostenendo che solo una dozzina di persone avevano espresso interesse a partecipare. Anche Kingsley Won, il presidente della Federazione dei sindacati di Hong Kong (altro organismo pro-Pechino), ha dichiarato a una testata locale: “In passato avevamo circa 3.000-4.000 persone che hanno partecipato alle nostre marce per la Festa del Lavoro. Con una partecipazione così ampia, è possibile garantire la sicurezza?”.

In questo clima a riempire il vuoto è l’attenzione spasmodica ai turisti attesi dalla Cina continentale per la Labor Day Golden Week, il lungo ponte di cinque giorni che durerà fino a domenica 5 maggio. Il dipartimento dell’Immigrazione prevede che vi saranno 5,7 milioni di viaggiatori in entrata e in uscita da Hong Kong tra oggi e il 5 maggio. E proprio per il 1 maggio – quando è previsto il picco dei visitatori – sono state ridotte al minimo le ferie del personale ai posti di frontiera e facilitato il “lavoro flessibile” per agevolare i flussi di passeggeri e veicoli, con un potenziamento del 40% anche dei bus navetta per il centro della città.

Nello sforzo di promozione turistica si inserisce anche l’avvio proprio il 1 maggio del nuovo spettacolo serale di fuochi d’artificio al Victoria Harbour che d’ora in poi dovrebbe ripetersi in tutte le principali festività e che costituisce il fiore all’occhiello di un investimento da 1 miliardi di dollari di Hong Kong (130 milioni di dollari Usa ndr) stanziato dal governo locale per attrarre nuovi visitatori soprattutto dalla Cina continentale. Anche se fino all’ultimo il debutto resta incerto perché per la sera del 1 maggio Hong Kong le previsioni meteo danno cattivo tempo.

I dati dell’Hong Kong Tourism Board mostrano che il numero di turisti continentali nell’ultimo trimestre del 2023 ha recuperato circa l’80% della media registrata nel quinquennio 2015-2019. I turisti internazionali, invece, hanno registrato una ripresa di circa il 60%. Tra questi, i visitatori provenienti dall’Asia meridionale e sudorientale hanno registrato la crescita più rapida, mentre continuano rimanere indietro quelli provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Il rabdomante De Rita alla scoperta dell’autopropulsione sociale

Per chi cerca di dare un senso alla propria vita ripercorrendo un viaggio a ritroso e riannodando i fili delle esperienze che via via si sono sovrapposte alla ricerca di una traccia di coerenza è necessario svincolarsi dal coinvolgente “circostante” che abbraccia nel presente ogni forma di comunicazione prevalente, fatta di opinioni, suggestioni e contingenze che sovente prescindono dai necessari approfondimenti e tutto riducono ad una frettolosa diagnosi di complessità, un limbo che avvolge ma deresponsabilizza dal pensare. Ciò è vero soprattutto per chi – svolgendo un’attività intellettuale – necessita di poter fare sintesi tra memoria del passato e immaginazione del futuro. Ove ciò non fosse, si resterebbe impantanati nell’oggi senza un ancoraggio alle radici esistenziali individuali e collettive, privi di una matita che ci consenta di tratteggiare modelli di sviluppo.

Per Giuseppe De Rita, fine osservatore dell’evoluzione delle dinamiche socio-economiche e culturali dal dopoguerra ai giorni nostri, fondatore e Presidente del più autorevole Istituto di ricerca sociale, possedere questa capacità di scandagliare nelle intersezioni degli epifenomeni sociali considerati, ha costituito una sorta di lunga, coerente parabola professionale. È lui stesso che spiega un’avvertita esigenza e la confessa: “Mi è venuta incontro la necessità di capire se tutto il lavoro svolto per decenni con curiosità e meraviglia, dappertutto e rasoterra, facendo fenomenologia dei tanti minuti soggetti e processi di evoluzione della società italiana (la piccola impresa, le economie locali, le città intermedie), avesse un significato al di là dell’impegno professionale. Se fosse in qualche modo ricollegato al mio iniziale innamoramento per il concetto di sviluppo. Ho ripercorso così decenni di lavoro e ne sono uscite queste pagine”. 

Ne esce invero un saggio pregevolissimo ed esplicativo, direi una sorta di ricapitolazione di un cammino il cui primo passo (ricordo Goethe: “Il primo passo è libero, al secondo siamo tutti obbligati”) era stata l’intuizione – assunta come incipit di un iter lungo ed articolato – del valore dello sviluppo come fattore propulsivo condiviso in una dimensione sociale.

Il titolo e il sottotitolo di questo saggio spiegano il senso di questo scandaglio retrospettivo: “Lo sviluppo e il divenire. Nota sull’autopropulsione sociale”. In questo titolo sono molti gli impliciti sottesi: le elaborazioni soggettive, le dinamiche collettive, il tentativo di una guida razionale, l’intuizione, la traditio e la ratio (o, come preferisce De Rita, “fides et ratio”), le emergenze rilevanti e percepibili, ciò che resta sottotraccia e va fatto riaffiorare, lo sforzo di comprensione della realtà lungo il suo divenire.

Nel cogliere le spinte di autopropulsione sociale, De Rita sembra interrogarsi, rivisitando il proprio lungo percorso di ricerca ermeneutico-interpretativa, sul suo “innamoramento” per il concetto di sviluppo: una indagine retrospettiva che gli restituisce conferme di cui ad un certo punto sembra essere – a un tempo – rassicurato e sorpreso. Per uno come De Rita che si è trovato a cogliere e   interpretare la tensione autopropulsiva della società italiana nella crescita tumultuosa del secondo dopoguerra, prima dall’osservatorio dello Svimez e poi da quello del Censis, curiosità e meraviglia sono stati due fantastici sentimenti che hanno accompagnato e assecondato la naturale propensione ad utilizzare lo sviluppo come chiave di lettura “dappertutto e rasoterra”, entrando nei meandri più reconditi della dimensione economica, culturale, istituzionale del Paese. 

Una vocazione ed una scelta che sono stati insieme strumento di conoscenza e tensione immaginativa del futuro perché, crescendo, la società si fa mondo, cadono le barriere e i retaggi e diventa traente la forza di andare continuamente oltre, che si fa potenza del ‘non ancora’. Anche se oggi il concetto di sviluppo si è slegato dalla iniziale spinta propulsiva, poiché si tratta di un’idea messa in crisi da una molteplicità di fattori che lo comprimono fino ad arrestarlo: dalla sostenibilità ambientale a quella generazionale, dal ritorno delle tensioni internazionali, alle crisi economiche, alle pandemie ricorrenti, alle guerre distruttive e generatrici di regressi storici.

Sarebbe miope non prenderne atto: forse lo sviluppo non sempre è stato progresso, forse sono emersi limiti e condizionamenti soggettivi e collettivi, nella corsa all’emulazione e nella pseudo-panacea risolutiva e fintamente palingenetica della globalizzazione. Lo stesso De Rita, in altri saggi si interroga sui processi di transizione e digitalizzazione e sui tempi della loro metabolizzazione.

C’è tuttavia una dimensione individuale e soggettiva in questa tensione allo sviluppo e una naturale dimensione collettiva autopropulsiva su cui vale la pena soffermarsi: in questa consapevolezza ‘esperta’ De Rita introduce una chiave di lettura di cui sono stato personalmente sorpreso, non in senso deteriore ma per la spiegazione inattesa anche se alla fine convincente.

Lo afferma egli stesso in un passaggio decisivo di questo suo excursus retrospettivo alla ricerca di una coerenza che è riuscito a mantenere nel tempo: “Nella fenomenologia concreta della società opera, infatti, una spinta parallela, anche se non convergente, fra la componente di fede religiosa e quella di primato della ragione, in un misterioso coabitare del cacciariano “lavoro dello spirito” (di ricerca, innovazione, sviluppo) e del religioso, silenzioso operare dello Spirito. Due cammini non alternativi, che si vanno configurando come i due paralleli assi di progressione dello sviluppo moderno”. Ricordo nitidamente i passaggi più significativi di questa descrizione nell’intervista che realizzai con Massimo Cacciari sul suo libro “Il lavoro dello spirito” e ne trovo piena conferma.

Si tratta di un silente lavorio sottotraccia che non è prerogativa della categoria degli intellettuali perché l’anima di una società complessa si forma nelle interrelazioni sociali palesi e nascoste, tra i fili d’erba di un grande prato dove brulica la vita, nelle consegne e nelle fratture generazionali, nelle incomprensioni latenti tra ‘paese legale’ e ‘paese reale’. Il De Rita che ci parla di “valorizzazione del quotidiano svolgimento della vita dei sempre più numerosi e consistenti soggetti sociali” è la stessa persona che – riannodando i fili di un’esistenza dedicata alla conoscenza, alla lettura e all’interpretazione di tutto ciò che ci circonda e ogni volta genera stupore e meraviglia, – tra localismi nascosti e derive plebiscitarie – descrive come tutto sia accompagnato dal “cammino dello spirito” che ci porta a scoprire la presenza di Dio nel mondo.

Le candidature non s’improvvisano, ecco il tarlo dei partiti personali.

Quando c’erano i partiti, e lo dico senza alcuna tentazione nostalgica – cioè quei luoghi politici dove si definivano i progetti programmatici e di governo, si elaborava cultura e si contribuiva a costruire classi dirigenti – le candidature ai vari livelli istituzionali venivano pianificate con intelligenza, equilibrio, prudenza e rispetto. Insomma, con le categorie che all’interno dei partiti erano dei criteri naturali per valutare e studiare insieme le migliori candidature per le varie consultazioni elettorali.

Ma, con l’avvento dei ‘partiti personali’ e ‘del capo’ quel percorso è stato semplicemente sostituito dalla improvvisazione, dalla casualità e dall’avventurismo. Ovvero, sul versante della Camera e del Senato le candidature si risolvono facilmente, complice un sistema elettorale che prevede solo la “nomina” anzichè l’elezione. E quindi, e di conseguenza, l’unico ed esclusivo criterio è quello della “fedeltà” al capo o al proprietario del partito. Nessun altro criterio è ammesso, come conferma in modo persin plateale l’esperienza concreta delle ultime elezioni politiche nazionali.

Altro discorso, invece, riguarda le consultazioni elettorali disciplinate dal ricorso alle preferenze multiple. Penso, nello specifico, alle prossime elezioni europee. Su questo versante, con l’incognita sino all’ultimo della prospettiva politica – quindi della concreta organizzazione della lista con cui ci si presenta di fronte agli elettori – che viene decisa scientificamente dal capo del partito, il criterio che viene seguito è quello della cosiddetta “pesca a strascico”. 

O meglio, prima si definiscono a tavolino chi deve essere eletto in quelle mega circoscrizioni – frutto di un mix di risorse finanziarie stanziate, conoscenza e pubblicità del candidato ed equilibrio politico all’interno della lista – e poi si passa a riempire la medesima lista chiedendo a destra e a manca le eventuali disponibilità. Il tutto attraverso il criterio del “chi c’è c’è” senza badare a nessuna valutazione politica, culturale, territoriale o meritocratica. Non a caso, la richiesta di candidature avviene all’ultimo senza alcuna pianificazione e, purtroppo, senza tenere conto della specificità, della valenza e della qualità del singolo candidato/candidata.

Ecco perché anche nella preparazione di questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo abbiamo assistito a questo triste ed avvilente spettacolo. Certo, va dato atto che nei partiti non personali – o non eccessivamente personali – come il Pd, Forza Italia e gli stessi Fratelli d’Italia, la formazione delle liste è avvenuto attraverso una seppur timida consultazione della base del partito e dei rispettivi territori. 

Per quanto riguarda il resto dello scacchiere politico italiano, il tutto è avvenuto attraverso il solito metodo. Ovvero, e lo ripeto, designazione dei potenziali eletti e poi la corte dei miracoli che deve completare la lista con strabilianti ed alquanto fragili, se non ridicole e grottesche, promesse future. Perché questa, appunto, è la prassi concreta ed usuale dei partiti personali e del capo che erano, sono e restano il tarlo che corrode le fondamenta della nostra democrazia, che indebolisce la politica e incrina la stessa credibilità delle varie istituzioni democratiche.

Talento al femminile, un libro ricorda il ruolo delle donne.

Muse, sì, ma non solo: molte sono le artiste donne che nel mondo della musica, dall’inizio del secolo scorso ad oggi, hanno influenzato intere generazioni, orientato correnti culturali, stravolto le regole per poi riscriverle attraverso il linguaggio più universale che esista. Le loro carriere, anche quando gloriose, sono da sempre in salita: tra vecchi pregiudizi e nuove discriminazioni, com’è oggi la situazione del “gender gap” nell’industria musicale?

Se a livello internazionale alcuni dati di Spotify appaiono incoraggianti rispetto al passato (Taylor Swift è in testa alle classifiche mondiali, “Flowers” di Miley Cyrus è stata la canzone più ascoltata del 2023 e artiste come Dua Lipa, Rihanna e Billie Eilish riescono a viaggiare alle più alte latitudini dello show business), in Italia il divario è ancora tutto da colmare. Tra gli artisti più ascoltati dello scorso anno non c’è nemmeno una donna, la Top 10 è dominata da uomini. Per ciascuna traccia di un’artista donna in classifica singoli, se ne rilevano 6 di artisti uomini. 

Sono tante le giovani cantanti che stanno guadagnando terreno, eppure, le artiste italiane rappresentano ancora solo il 14,1% nel totale del panorama musicale: non vendono semplicemente meno, sono meno e meno visibili. Fino ad oggi solo una donna, (Laura Pausini), ha cantato allo stadio di San Siro ed il numero di vincitori del Festival di Sanremo supera di oltre tre volte quello delle vincitrici. Per non parlare delle figure che lavorano dietro le quinte: le donne sono il 12,5% tra i compositori e solo il 2,6% nella produzione (Equaly Italia 2023).

Chi occupa posizioni di potere condiziona i modelli e gli standard di riferimento e se la leadership del settore è composta per lo più da uomini tra i 50 e i 60 anni, con una mentalità spesso figlia delle epoche precedenti, possiamo presto immaginare come mai sia tanto difficile accorciare le distanze.

Il talento al femminile fatica ad essere riconosciuto: le donne sul palco sono definite per lo più performer, anche quando sono cantautrici, produttrici e arrangiatrici.

E gli algoritmi non aiutano: partendo da una predominanza maschile,  l’“effetto eco” induce all’ascolto di altri uomini. L’algoritmo tende infatti a suggerire musica in base ai “gusti dell’utente”, cioè cantanti molto ascoltati dello stesso genere (musicale) e brani che non vengono saltati ma riprodotti fino in fondo. Le piattaforme, quindi, non sarebbero solo uno specchio del mondo discografico, ma tenderebbero ad aumentare la disparità. 

Per fortuna il problema, per quanto non risolto, è diventato molto più evidente e da tempo diverse realtà puntano ad amplificare le voci femminili. La stessa Spotify dal 2021 con il programma Equal supporta la parità di genere promuovendo playlist di sole artiste da tutto il mondo.

Qualche cambiamento anche nel nostro Paese sta avvenendo: rispetto al 2022, nel 2023 gli ascolti di artiste italiane sono cresciuti del 18% e la percentuale sale a oltre il 190% se rapportata agli ascolti del 2018. Finalmente!

Nel libro intitolato “She’s a woman” il giornalista e critico musicale Ezio Guaitamacchi ricorda il ruolo chiave delle donne nella scena internazionale dell’ultimo secolo e mezzo e lo fa raccontando le vite di alcune tra le più straordinarie e iconiche Regine della Musica, in un viaggio appassionante tra trionfi, cadute e battaglie portate avanti ad ogni costo. 

33 ritratti (come i giri di un vecchio vinile) a tinte forti accompagnati da immagini, fotografie, ricostruzioni biografiche, didascalie, curiosità, aneddoti e QR code per ascoltare brani che hanno scosso governi, coscienze e convenzioni. Carismi eccezionali in grado di tracciare nuove traiettorie stilistiche e sviluppare un approccio originale ai mille risvolti della femminilità, facendo da eco alle istanze di tante altre (e altri) nel mondo.

Non necessariamente le più “brave” spiega l’autore nella sua introduzione, quanto le più coraggiose in termini di emancipazione, impegno sociopolitico e orgoglio culturale.

Dalla vicenda travagliata dell’Imperatrice del Blues, Bessie Smith, alla prima canzone femminista della storia (Single Girl, Married Girl) di Sara Carter, dalla tenace decisione di Billie Holiday di voler interpretare un brano anti razzista (Strange Fruit) a quella di Aretha Franklin di chiedere “rispetto” per tutte le donne di colore. Dalle battaglie per i diritti civili di Joan Baez sino all’ecologismo ante litteram di Joni Mitchell passando dall’intraprendenza delle prime rocker come Janis Joplin, Nico o Patti Smith, in grado di misurarsi alla pari in un territorio “machista” come il rock and roll, al songwriting introspettivo di Amy Winehouse che cantava l’amore, ma quello “in cui si perde sempre”.

C’è Sarah McLachlan la quale rivelò che nelle radio americane non passavano mai due brani di voci femminili in sequenza o che non c’erano mai due artiste sullo stesso palco. Ci sono la ribelle Sinéad O’Connor e l’enigmatica Yoko Ono. E poi Édith Piaf che ha dato voce alla Vie en rose, ma anche Lady Gaga, costretta a un rapporto sessuale con un produttore musicale perché lui ascoltasse le sue canzoni, e molte altre.

Le pagine più significative dei loro successi, e talvolta dei loro insuccessi, sono descritte con cura grazie anche al contatto diretto dell’autore con molte di loro, intervistate nel corso della sua carriera. 

Nella prefazione Gianna Nannini ripercorre, tra le vicende raccontate, quelle che più hanno segnato la sua identità artistica ed invita ad un ascolto profondo di queste esistenze. Storie spesso crudeli e violente ma anche foriere di riscatto e autodeterminazione. 

Non resta allora che leggere queste pagine … e aggiornare le nostre playlist. Jim Morrison scriveva: “un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”. Magari sarà una donna a suonarla.