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Il Canto delle cose beatamente perdute

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Silvia Guidi

La bellezza non basta, la musica delle parole non basta, la poesia deve anche essere “buona”, nutriente. Se non amplia gli orizzonti di chi legge, se non porta effetti collaterali positivi nella vita di chi la frequenta può essere serenamente, beatamente dimenticata, facendo posto ad altri nutrimenti letterari più corroboranti. È una delle regole di quel decalogo implicito che connota la vita e l’opera di Margherita Guidacci, e che rende così interessanti, così concretamente “utili” i suoi saggi critici (e così belli e originali i suoi versi). Lo ha messo in luce con chiarezza Ilaria Rabatti nella documentatissima, appassionata introduzione al libro Il fuoco e la rosa. Quattro Quartetti di Eliot e Studi su Eliot (Petite Plaisance, 2006) che ripropone traduzioni e saggi tanto interessanti quanto poco noti; in due casi, pubblicati anche dal nostro giornale (Itinerario dalla terra Desolata il 21 maggio 1986 e Una Lady silenziosa e dolcissima indica la rotta ai naviganti il 26-27 settembre del 1988). 

Nei curricola vitae dei grandi scrittori ci sono spesso entusiasmi giovanili e infatuazioni letterarie destinate a non lasciare traccia. Per Margherita Guidacci, ad esempio, l’innamoramento per il cosmo simbolista è stato tanto violento quanto passeggero, una full immersion che risale al periodo degli studi universitari legata, spiega Rabatti, alla «gran mole di lavoro andata poi beatamente perduta» compiuta durante l’elaborazione della tesi di laurea su Ungaretti, assegnatale da Giuseppe De Robertis nel 1943. 

In realtà, ricorda la scrittrice fiorentina nell’articolo Coscienza di un confine («Stagione, lettere ed arti», anno III, n. 11, p. 8), «la mia tesi di laurea doveva vertere sulla poesia italiana contemporanea (si era allora negli anni di guerra, in pieno rigoglio dell’ermetismo) poi per ragioni di tempo e di salute si restrinse invece al solo Ungaretti. Posso dire (…) di non avere fatto mai studi più coscienziosi. Nella fornitissima biblioteca di Giovanni Papini, in cui, per gentile concessione dello scrittore, mi recavo ogni sera percorrendo a tastoni, nell’oscuramento, il tratto fra via della Mattonaia e via Guerrazzi, il materiale non mancava davvero (…) riempivo quaderni su quaderni di appunti, inseguendo le diramazioni dalla triplice fonte di Rimbaud-Verlaine-Mallarmé, oltre alla larga arteria di Valéry, fino ai rigagnoli più capillari ed esterni, dei Ghil o dei Fabre (…) Come poi tanta mole di lavoro abbia potuto andare per me così beatamente perduta, è un altro fatto, che resta da spiegare. Ognuno di noi è naturalmente selettivo, permeabile a certe esperienze, impermeabile ad altre, indipendentemente dal tempo e dall’applicazione che vi dedica: come ogni pianta sceglie dal terreno determinate sostanze e non altre, e non cresce finché non ha trovato quelle che la nutrono». 

Il decadentismo «evidentemente non mi nutriva — confessa la Guidacci — né quello di cui mi ero cibata nella biblioteca di Giovanni Papini, né quello di cui avevo osservato, con un timore reverenziale, i riflessi nella Firenze ermetica del mio tempo».

Ben più sostanziosa per la scrittrice è la poesia di Emily Dickinson, di John Donne e di T.S. Eliot, o la prosa di Ernest Hemingway e, in generale, la voce di quegli autori che sentono la necessità di una letteratura più aderente alla vita, usando magari un linguaggio meno “puro”, ma più concreto e denso di pensiero. Scrittori in cui l’impegno intellettuale è sempre sorretto da una immaginazione plastica e lussureggiante, forse più difficili da tradurre, ma sicuramente più interessanti e “nutrienti”. Il tema del nutrimento interiore che deriva dalla traduzione torna anche nell’intervista concessa dalla scrittrice a Ennio Ercoli, La coscienza e il senso dell’assoluto. «Quello della traduzione — racconta Guidacci — è stato per me un lavoro formativo, mi ha nutrita, mi ha aperto delle prospettive. Soprattutto rispetto ad Eliot per quanto riguarda quel concetto dell’intersezione dell’eterno nel tempo che venne acquisito in un momento di crisi della mia generazione e che ci ammoniva ad agire bene, distaccati dal frutto dell’azione, che richiamava il valore cristiano riproposto con voce moderna. Sì, posso dire che in quel momento la poesia di Eliot è stata un conforto infinito». 

Un sollievo profondo e duraturo; un cibo per l’anima senza date di scadenza a breve termine, scaturito però da una costante, aspra battaglia con testi complessi, difficili da traslare in un altro universo simbolico.

Sui problemi della traduzione poetica la Guidacci tornerà spesso, in molti scritti e in tante interviste. «In tutte, comunque, con decisione — nota Ilaria Rabatti nella sua prefazione/saggio — afferma la strada che seguirà sino alla fine: non tradurre mai sistematicamente, ma perseguendo con paziente impegno un’ambizione di bellezza». 

Una bellezza, anche qui, non fine a se stessa ma utile a uno scopo ben preciso, capace di donare al testo tradotto una nuova incarnazione, nel senso letterale (e cristiano) del termine. «Tradurre — scrive Guidacci parlando dei suoi studi su Eliot — è sempre stata per me un’esperienza molto importante. Un’esperienza che sento, in qualche modo, affine a quella creativa. Non si tratta, infatti, di travasare da una lingua all’altra, ma di far rivivere nella lingua d’arrivo ciò che era vivo e produceva effetti vitali nella lingua di partenza: arrivare, insomma, all’anima di una poesia e offrirle una nuova incarnazione. Per ottenere tale risultato si devono mettere in opera esattamente gli stessi mezzi che ci soccorrono nel creare una poesia originale; risolvere gli stessi problemi di senso, di suono, di ritmo; armarsi della stessa pazienza e capacità di attesa e, qualche volta, affrontare la stessa disperazione». 

La riflessione sul testo precede, accompagna e segue sempre il duello corpo a corpo con il solenne, sentenzioso periodare del poeta di Saint-Louis. Durante il lavoro di traduzione, la Guidacci metterà mano, infatti, al saggio I Quartetti di Eliot, pubblicato sulla rivista «Letteratura» nell’ottobre del 1947.

«Fu uno dei primi se non addirittura il primo in Italia — sottolinea con legittimo orgoglio la stessa autrice — a trattare diffusamente del capolavoro eliotiano»; un testo uscito in inglese nel 1944 e conosciuto in Italia solo dopo la fine della guerra. 

Ai versi di Eliot Guidacci riconosce un alto valore nutritivo, talvolta persino terapeutico, apprezzando soprattutto la poesia drammatica, nel tentativo di recuperare quella dimensione corale della poesia che nel Novecento è stata spesso trascurata. 

I poeti del secolo breve, nota la scrittrice, fanno fatica a usare la prima persona plurale; perso di vista il “noi” e la dimensione epica del bene comune rischiano di affondare nelle secche di un intimismo sentimentale sterile. 

Eliot, invece, nei suoi momenti più alti — come nei cori de La Rocca o nel lamento delle donne di Assassinio nella cattedrale — è capace di ricomporre «la frattura fra l’artista e il tempo». 

Ed è facile allora rendersi conto di come la lirica «fra tutte le forme poetiche — scrive la Guidacci nel testo “Il pregiudizio lirico” (ampiamente citato nel saggio di Rabatti) — non solo non sia oggi la più indicata ad esprimere questa realtà, ma sia addirittura intrinsecamente la più insufficiente. Quanto era viva e operante nel primo Ottocento la spinta individualistica, tanto viva e operante è oggi l’aspirazione ad una comunità in cui l’individuo si sviluppi in armonia con gli altri, in un contemperamento di diritti e di doveri». 

Al mito della solitudine dei vittoriosi o dei vinti di stampo romantico «si contrappone oggi — continua Guidacci — un desiderio di fraternità: tanto più dopo che due guerre mondiali ci hanno insegnato (specialmente la seconda) come gli uomini su questa Terra si salvino o si dannino insieme (…) È la crisi inversa, e l’alba di una fase sociale molto differente da quella su cui germinò la lirica romantica. Ed essendo una fase in cui l’uomo non è considerato isolato, ma al centro di rapporti con altri uomini, alla poesia si offrono come vie di agganciamento alla realtà molto meglio le forme pluralistiche, quali la drammatica, la satira, che non la lirica».

D’altronde, chiosa Guidacci, gli esempi positivi, anche nel tanto vituperato secolo breve, non mancano. «Se guardiamo alle direzioni più valide della poesia mondiale, vediamo come il passaggio, ad esempio, dalla lirica alla drammatica sia da più parti in atto: basterebbe ad esemplificarlo il cammino di Eliot. E oltre che da Eliot le più alte cime della poesia di questo secolo sono state, per l’appunto, toccate da un poeta anche drammatico come Federico Garcìa Lorca e da un poeta essenzialmente drammatico come Bertolt Brecht». Ciò che dà voce alle domande più autentiche dell’uomo è di per sé religioso, anche se non viene mai citata la parola Dio, ribadisce Guidacci nei suoi saggi critici. «Non comprendo come si possano contrapporre la prima e la seconda metà dell’opera di Eliot chiamando religiosa soltanto quest’ultima, da Ash-Wednesday in poi. Si integrano a vicenda come due emisferi di una medesima sfera». E il cristianesimo di Eliot, precisa la scrittrice (descrivendo, inconsapevolmente, anche la propria lotta interiore) «non ha niente dell’evasione, di un ripiego a cui l’anima si determini per sfuggire a un’intollerabile angoscia. Eliot non è giunto al cristianesimo perché stanco di una intense moral struggle abbia a un certo punto, deciso di concedersi dei bewildering minutes, un appagamento sentimentale; vi è giunto proprio al termine di quella moral struggle, accettata e combattuta fino in fondo con immenso coraggio».

Il rischio di balcanizzazione dell’Etiopia

Articolo già pubblicato sulla rivista Atlante della Treccani a firma di Giacomo Natali

Il 22 giugno scorso, milizie nazionaliste dell’Amhara, nel Nord dell’Etiopia, hanno messo in atto un tentativo di colpo di Stato nell’omonimo Stato regionale, uccidendone il governatore e il procuratore capo, mentre in un’azione congiunta ad Addis Abeba veniva freddato il capo di Stato Maggiore etiope. Nel giro di poche ore il governo federale ha poi ripreso il controllo della zona e ha confermato l’arresto di oltre 250 persone e l’uccisione del generale Asaminew Tsige, considerato a capo del piano. Ma l’episodio ha messo al centro dell’attenzione internazionale le crescenti tensioni etniche all’interno del secondo più grande Paese del continente africano. E c’è chi si chiede se le coraggiose riforme messe in atto negli ultimi sedici mesi dal nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, stiano aumentando il rischio che esplodano conflitti settari aperti, con una conseguente frammentazione simile a quella vissuta dalla Iugoslavia negli anni Novanta. Ma su scala assai superiore.

Al governo dall’aprile del 2018, Abiy Ahmed ha elettrizzato il Paese e la comunità internazionale con annunci e decisioni che gli hanno fatto guadagnare paragoni con Mandela e Gorbačëv. Innanzitutto in politica estera, con la sorprendente pacificazione ottenuta nel decennale conflitto con l’Eritrea. Ma è forse nelle scelte di politica interna che la sua volontà di apertura e cambiamento è ancora più evidente. Il primo ministro ha rilasciato decine di migliaia di prigionieri politici, ha decriminalizzato gruppi armati di oppositori e rimosso lo stato di emergenza che teneva sotto scacco il Paese. Lo stesso Asaminew Tsige era stato rilasciato l’anno scorso dal carcere dove scontava l’ergastolo, ricevuto per un precedente tentativo di cospirazione.

Ma la notte del golpe, il governo regionale era stato riunito dal governatore, poi ucciso nell’attacco, proprio per discutere il reclutamento che il generale ribelle aveva ripreso a portare avanti apertamente tra le milizie della comunità Amhara, la seconda più numerosa del Paese. E il crescente aumento di queste tensioni mette ora a rischio una delle riforme più attese tra quelle promesse dal primo ministro Ahmed: quella di tenere libere elezioni democratiche nel maggio del 2020. Già per due volte, infatti, è stato rinviato il censimento necessario a stabilire il corpo elettorale. Mentre al contempo sono ripresi gli arresti e da giorni è stato bloccato l’accesso a Internet.

L’Etiopia è una Repubblica federale di oltre 100 milioni di abitanti, in gran parte giovanissimi, composta di nove Stati regionali, i quali ospitano a loro volta oltre 70 gruppi etnici riconosciuti. Per tenerli uniti, per decenni sono state portate avanti due strategie parallele. Da un lato quella di alimentare la cosiddetta identità culturale ‘habesha’: un termine di origine dibattuta, che fa comunque riferimento con orgoglio alla mescolanza degli abitanti di Etiopia ed Eritrea, superando le differenze di cittadinanza, etnia, tribù, lingua, o religione. Dall’altro il pugno di ferro di un governo centralizzato autoritario, in grado di soffocare ogni tentativo di ribellione locale. Ovviamente a costo di libertà individuali e politiche.

Lo stesso partito che ha eletto Abiy Ahmed a capo del governo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (FDRPE) è in realtà un’alleanza formata da quattro partiti regionali, con forti legami con le formazioni politiche che amministrano gli altri cinque Stati regionali. Giunto al potere nel 1991, con una rivoluzione che ha ribaltato il regime Derg, l’FDRPE ha ottenuto nei due decenni successivi grandi risultati, trasformando l’Etiopia delle carestie in una potenza economica regionale, ma sempre mantenendo l’approccio autoritario dei predecessori, almeno fino allo scorso aprile.

La scelta del giovane Abiy Ahmed come nuovo primo ministro aveva un forte significato simbolico anche dal punto di vista etnico. Fino ad allora, infatti, l’FDRPE era stato gestito dalla minoranza tigrina, che pur rappresentando solo il 6% della popolazione deteneva gran parte del potere politico ed economico, avendo, a loro volta, preso il posto degli Amhara, che non sono propriamente un’etnia, ma costituivano tradizionalmente l’élite alla guida del Paese fino alla deposizione di Hailè Selassiè nel 1974. Ahmed è invece il primo leader proveniente dall’etnia Oromo, la principale in Etiopia, ma storicamente marginalizzata. Inoltre ha origini familiari miste cristiane e musulmane e parla fluentemente le tre principali lingue del Paese.

L’articolo completo è leggibile qui

Il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira aderisce alla campagna nazionale #IoAccolgo

In vista della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 29 settembre 2019, il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira di Firenze aderisce alla campagna nazionale #IoAccolgo, promossa da svariati enti del terzo settore e realtà ecclesiali.
È una campagna sociale e culturale, finalizzata però a dare risposte concrete a tutti coloro che si trovano in difficoltà in ogni città, parrocchia e territorio del nostro Paese.
L’oggetto simbolo della campagna è la coperta termica: esporla sui balconi o in altri luoghi pubblici, sarà la prima maniera di aderire.

Se volete avere più informazioni potete consultare il sito www.ioaccolgo.it, dove troverete il manifesto della campagna e il documento fondativo.
La campagna durerà almeno un anno e proverà a fornire stimoli ed idee per agire in ambiti diversi.
La campagna si prefigge di promuovere un coinvolgimento vero e attivo per conoscere e incontrare altre realtà della propria città e per immaginare iniziative che aiutino tutti a percepirsi comunità locale solidale col desiderio di incontrarsi e aiutarsi reciprocamente.

Istat: in Italia si “conferma uno scenario a breve termine caratterizzato dalla debolezza dei livelli produttivi”

I segnali di ripresa dell’economia internazionale appaiono episodici e nel complesso i dati hanno segnalato tendenze meno positive rispetto alle attese, sia nei paesi emergenti sia in quelli avanzati.

Le previsioni per l’area dell’euro indicano un possibile rallentamento nel secondo trimestre.

L’economia italiana appare caratterizzata dal proseguimento della fase di debolezza dei ritmi produttivi associata però a miglioramenti sul mercato del lavoro e del potere d’acquisto delle famiglie.

Ad aprile, l’indice della produzione industriale ha segnato una diminuzione, per il secondo mese consecutivo, interrompendo la tendenza positiva evidenziata nei primi mesi dell’anno.

A maggio, è proseguito l’aumento del numero di occupati in presenza di una forte riduzio-ne del tasso di disoccupazione.

L’inflazione italiana si mantiene su tassi moderati e inferiori a quelli dell’eurozona, con un differenziale significativamente più ampio per la componente core.

A giugno, l’indice del clima di fiducia dei consumatori ha mostrato una diminuzione significativa diffusa a tutte le sue componenti e anche la fiducia delle imprese ha registrato un peggioramento. L’indicatore anticipatore conferma uno scenario a breve termine caratterizzato dalla debolezza dei livelli produttivi.

Cybersecurity, tutelare dalle minacce il settore dell’acqua potabile

Quello della cybersecurity è uno scenario in continua evoluzione. Un campo orientato alla protezione dei sistemi informatici e, tra questi, delle reti idriche, elettriche e delle telecomunicazioni. Nelle prossime settimane, le linee guida riferite alla sicurezza del settore acqua potabile saranno condivise con le organizzazioni pubbliche e private che garantiscono i servizi essenziali. Il programma è stato realizzato e condiviso con gli altri Dicasteri competenti (Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti, Economia e Finanze, Salute), come previsto dal decreto legislativo n. 65/2018 di attuazione della direttiva comunitaria Network and information security (Nis).

“Le linee guida – ha detto il titolare del Mattm, Sergio Costa – costituiscono uno strumento operativo di supporto al processo di gestione e trattamento del rischio cyber, per affrontare in modo organico e qualificato la gestione della sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. A tale scopo sono basate sul Framework Nazionale per la Cyber Security e la Data Protection, all’interno del quale è possibile inquadrare le misure di sicurezza, gli standard e le norme di settore, secondo un principio di neutralità tecnologica, che non va ad imporre agli operatori l’impiego di una specifica dotazione strumentale, bensì suggerisce un approccio razionale e dinamico strettamente legato all’analisi del rischio”.

“Allo stesso tempo – ha aggiunto il Ministro – si vogliono promuovere azioni concrete di prevenzione attraverso meccanismi di early warning che fanno uso del sistema delle notifiche volontarie per la condivisione delle informazioni sugli incidenti con la comunità di sicurezza nazionale posta a protezione dello spazio cibernetico, fermo restando gli obblighi di notifica degli incidenti rilevanti sulla continuità dei servizi essenziali forniti. L’acqua è un bene universale e l’accesso di tutti a essa è un diritto che va tutelato, anche attraverso misure di prevenzione e protezione dalle minacce di tipo cyber”.

Il Ministero dell’Ambiente è l’Autorità competente Nis per il settore fornitura e distribuzione di acqua potabile destinata al consumo umano, al quale afferiscono i servizi essenziali di fornitura all’ingrosso, captazione, potabilizzazione, adduzione e distribuzione. In tale settore il Mattm ha già provveduto lo scorso dicembre, d’intesa con le Regioni e Province autonome, all’individuazione degli Operatori di servizi essenziali (Ose) presenti su tutto il territorio nazionale.

Gli impianti e i sistemi di gestione e controllo del servizio idropotabile possono avere, infatti, una componente digitale significativa. I gestori di questi servizi sono chiamati, dunque, a garantire un livello comune ed elevato di sicurezza cibernetica, attuando le misure tecniche e organizzative adeguate e proporzionate alla gestione dei rischi per la sicurezza della rete e dei sistemi informativi utilizzati. Le linee guida saranno messe a disposizione delle Autorità competenti Nis presso le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano per attività di ispezione e verifica, in itinere, presso gli Ose.

Colpo di calore

L’ipertermia è una condizione patologica dell’organismo umano caratterizzata da un forte aumento della temperatura corporea, conosciuta anche come colpo di calore, che può verificarsi a causa di particolari condizioni climatiche tipiche dell’estate.

È diversa dalla febbre, perché questa è una risposta dell’organismo a uno stato di infezione (o più genericamente a uno stato di infiammazione) e insorge a prescindere dalla temperatura esterna, su comando della regione pre-ottica dell’ipotalamo anteriore; l’ipertermia invece insorge senza questo comando, indotta solo dalla temperatura esterna.

Il primo soccorso in casi di ipertermia deve tendere a mantenere le funzioni vitali dell’infortunato, portandolo in un ambiente arieggiato ma senza provocare un raffreddamento repentino.

Il rischio di shock ipovolemico, dovuto ad una perdita eccessiva di sali, rende indispensabile la richiesta di soccorso medico qualificato e l’ospedalizzazione. Se l’infortunato è cosciente, può essere somministrata dell’acqua, se possibile con integratori salini. Assolutamente da evitare alcolici e caffè, per le loro proprietà vasodilatatorie. Nell’attesa del soccorso, in caso insorgano i sintomi dello shock, l’infortunato può essere messo in posizione antishock, con gli arti inferiori sollevati.

I colpi di calore si possono evitare seguendo alcune precauzioni dettate dal buonsenso per evitare il surriscaldamento e la disidratazione. Portare vestiti leggeri e ampi per facilitare la traspirazione, mettere cappelli di colori chiari e a tesa larga per tenere fresca la testa, evitare di fare lavori pesanti o esercizi fisici durante le ore più calde, evitare gli interni delle automobili e gli spazi ristretti. Chi lavora all’aperto deve ricordare che la forte umidità e la luce diretta del sole possono portare a una temperatura percepita di circa 10 °C superiore a quella indicata dal termometro.

Altrettanto importante è tenere l’organismo bene idratato, bevendo molto per reintegrare i liquidi persi con la traspirazione. Non ci sono sintomi fisici particolari che indichino uno stato di disidratazione: la sensazione di sete non è un indicatore affidabile, soprattutto nelle persone anziane. Un test molto attendibile dello stato di idratazione dell’organismo è il colore delle urine: più è scuro, più il corpo ha bisogno di liquidi. Tè e birra hanno un effetto diuretico, ma apporteranno più liquidi di quanti ne facciano perdere: il caffè espresso, il vino e i superalcolici invece no, e per questo vanno evitati. Comunque l’acqua pura e semplice resta di gran lunga la scelta migliore.

 

Torino: Adunata per i “liberi e forti”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato dei Popolari piemontesi

Come Popolari piemontesi ci siamo recentemente chiesti “Che fare?” per provare a dar vita ad una nuova stagione dei “liberi e forti”, così necessaria per il nostro Paese.

Era nata la proposta che dalle testate web impegnate a veicolare i contenuti del popolarismo partisse l’organizzazione di una “adunata nazionale” dei democratici popolari di ispirazione cristiana, per favorire l’ineludibile passaggio dall’io dell’autoreferenzialità al noi della comunità politica. Per alcuni questa consapevolezza non è ancora matura, e richiede altro tempo. Ma il tempo potrebbe essere poco.

Così tra le realtà dei Popolari e altre del Nord legate alla cultura cattolico democratica, con cui si è creata immediata sintonia, abbiamo pensato di fare un passo avanti e organizzare un pomeriggio di confronto e proposte per definire una possibile azione comune.

L’incontro nasce per far incontrare persone accomunate dal riferimento alla tradizione del popolarismo, la cultura che ha saputo tradurre sul piano politico, e con assoluta laicità, l’ultracentenaria dottrina sociale cristiana, all’insegna del “bene comune” e della giustizia sociale, qualificando il proprio pensiero con gli aggettivi “democratico”, “popolare”, “sociale”, “solidale”, e con uno sguardo privilegiato agli “ultimi”.

Tutti coloro, singoli e associazioni, che si riconoscono in questo ambito sono invitati a partecipare. L’incontro è aperto, senza posti riservati e gerarchie preordinate. Speriamo soltanto nella più ampia adesione dalle Regioni più vicine.

L’appuntamento è per giovedì 11 luglio a Torino, presso l’Hotel Diplomatic di via Cernaia 42.

Ci aspettano quattro ore intense di discussione.

Accoglienza dei partecipanti dalle ore 14.30 e inizio alle 15 con la relazione introduttiva (Cosa farebbe oggi Sturzo) tenuta da Alberto Guasco, docente di Storia contemporanea alla Link University di Roma, bolognese di adozione e autore di un importante volume su “Cattolici e Fascismo” e di una fresca biografia sul Cardinal Martini.

Seguirà un confronto a tre voci su Costruire un percorso comune tra Domenico Galbiati, rappresentante lombardo di Politica Insieme, Giorgio Merlo, portavoce piemontese di Rete Bianca, e Lorenzo Dellai, che porterà la sua esperienza dell’Unione per il Trentino. E arriviamo all’ampio spazio di dibattito che chiuderà la prima parte.

La seconda sarà introdotta da una mia relazione su I capisaldi di un programma condiviso ed efficace, che avvierà il secondo spazio di dibattito tra i presenti, per individuare i punti caratterizzanti di un “partito di programma” nella più autentica – e moderna – concezione sturziana.

Nell’ultima mezz’ora si cercherà di definire un documento conclusivo con gli impegni futuri.

Se sarà possibile una nuova stagione dei “liberi e forti” lo capiremo dalle presenze e dalle opinioni espresse alla riunione torinese del prossimo giovedì.

Per leggere il programma dell’incontro cliccate sul link seguente: Programma_Torino_11_luglio

Mario Draghi, l’uomo che ha salvato l’euro

Articolo già pubblicato dall’Agenzia AGI

“La Bce farà tutto il necessario per preservare l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente”. Il 26 luglio 2012 Mario Draghi è a Londra per una conferenza. La divisa unica europea è sotto l’attacco della speculazione internazionale, l’uscita dei Paesi ‘periferici’ è considerata a un passo.

L’utilizzo dell’Esm è bloccato in attesa del via libera della Corte costituzionale tedesca. Pesano le obiezioni della Bundesbank e di alcuni esponenti politici conservatori. La condanna pare già scritta. Una manna per chi scommette sulla fine dell’euro. Quando Draghi sale sul palco, nessuno si aspetta che quel discorso cambierà la storia della crisi.

Dopo sei minuti di introduzione, però, il presidente della Bce scandisce le due frasi. Il discorso passa agli annali. La locuzione entra nel lessico comune, utilizzata persino per una dichiarazione d’amore: “Sei bella come il ‘whatever it takes’ di Draghi”.

Sulla sua poltrona a Francoforte arriverà Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale. E qualcuno ha ipotizzato che Draghi potrebbe prenderne il posto a Washington. Chi lo conosce bene dice che di sicuro non tornerà in Italia per un incarico politico. Più facile una scelta legata al suo vecchio amore, l’insegnamento. In molti continuano a chiamarlo ‘professore’.

A strapparlo alla cattedra nel 1991 fu Guido Carli che lo nominò direttore generale del Tesoro su consiglio di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia. Da quella poltrona Draghi ha seguito tutta la stagione delle privatizzazioni e la stesura delle nuove regole sulla finanza, che sfoceranno nel testo unico del 1998, informalmente battezzato con il suo nome.

Nel 2002 lascia l’incarico e passa in Goldman Sachs. A richiamarlo in Italia nel dicembre 2005 è il governo Berlusconi, che lo nomina governatore della Banca d’Italia. L’istituto è scosso dagli scandali che hanno costretto alle dimissioni Antonio Fazio. Nei sei anni di incarico a palazzo Koch, Draghi ridà autorevolezza all’istituto centrale e ne modifica profondamente la governance.

Datato giugno 2011 è il suo sbarco alla Bce. Un battesimo non facile. Il 5 agosto, con una lettera firmata insieme al suo predecessore Jean Claude Trichet, invita il governo italiano a “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali”.

Un passaggio che porterà alla crisi del governo Berlusconi e alla nascita dell’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti. Il 2011 e il 2012 sono anni di crisi profonda per l’euro. A tenerlo in piedi è una serie di misure straordinarie: l’introduzione dell’Ltro per finanziare il settore bancario, il taglio dei tassi d’interesse, lo sblocco dell’Esm.

Ma la rivoluzione vera è il Quantitative easing, con cui l’Eurotower riacquista i titoli di Stato in pancia alle banche immettendo liquidità da destinare al finanziamento di famiglie e imprese. Un programma, rinnovato sino a fine 2018 nonostante le resistenze tedesche, che ha immesso nel sistema circa 2.600 miliardi di euro, pari a quasi il 20% del Pil dell’Unione europea. “Whaterver it takes”, appunto.​

 

“Incontro soddisfacente” fra Putin e il Papa. Ma Francesco non molla gli ortodossi di Costantinopoli

Articolo già apparso sulle pagine dell’huffingtonpost a firma di  Maria Antonietta Calabrò

Non c’è stato nessun invito in Russia per Papa Francesco, come anticipato ieri sera dal Cremlino, dato che dopo la crisi ucraina i rapporti tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato di Mosca si sono raffreddati.

Ma non era scontato il commento dello stesso zar russo che congedandosi ha detto a Francesco: “Grazie per il tempo che mi ha dedicato. È stato un discorso molto sostanzioso e interessante”. Mentre il portavoce vaticano ad interim Alesandro Gisotti  ha sottolineato la “sincera e gioiosa soddisfazione del Santo Padre”, per una conversazione “di così alto livello con il presidente russo”, cui Francesco ha rinnovato l’ “augurio per tornare ancora”.

Riparte insomma il dialogo di Francesco con Putin e con gli ortodossi russi, ma senza che questo voglia dire per il Vaticano e per il Papa abbandonare gli ortodossi di Costantinopoli.

Quanto al viaggio nella capitale della Federazione dovranno passare forse anni (come ha dichiarato lo stesso Putin) ma adesso la prospettiva è di nuovo aperta.

L’arrivo in ritardo di Putin era scontato. Il Presidente infatti arriva sempre in orario diverso da quello ufficialmente comunicato ai mass media. È avvenuto per Trump e per la Regina d’Inghilterra, dal nordcoreano Kim si è presentato in anticipo. Motivi di sicurezza.

Quello che non era scontato è stata invece la durata del colloquio con Papa Francesco durato quasi un’ora. Seguito da un lungo incontro con i vertici della Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Pietro Parolin (con Trump, Francesco parlò in tutto 30 minuti).

Un evento inusuale. “Preghi per me”, ha risposto con umiltà Francesco a Putin, e anche questo suona inusuale se detto da un Papa ad un uomo di Stato e di potere del calibro di Putin.

Il comunicato ufficiale Vaticano è stato molto sobrio. Dodici righe in tutto, spaziature comprese. La “sostanza” cui si è riferito Putin riguarda soprattutto le ultime tre righe: “Nel prosieguo della conversazione ci si è soffermati sulla questione ecologica e su alcune tematiche dell’attualità internazionale, con particolare riferimento alla Siria, all’Ucraina e al Venezuela”.

Ma è normale che tanto più è stato “sostanzioso il discorso”, tanto più sintetico debba essere il comunicato finale.

Del resto il motivo principale della breve visita di Putin in Italia era proprio l’incontro (da lui richiesto) con Papa Francesco. Il terzo (dopo il primo del 2013 e il secondo del 2015) in qualche modo reso necessario, dal cambio di baricentro degli interessi strategici vaticani. Sembrano oggi lontanissimi i tempi della visita a Cuba del Pontefice (settembre 2015) e del colloquio di Francesco con il patriarca di Mosca Kirill (febbraio 2016).

Il sogno di Francesco adesso è la Cina, come ha dichiarato a fine maggio di ritorno dalla Romania.

Ma soprattutto la guerra in Ucraina e lo scisma della Chiesa ortodossa ucraina dal Patriarcato di Mosca (che di fatto ha sottratto alla potestà di Kirill quasi metà di tutti i fedeli ortodossi russi) hanno fatto il resto.

Bisogna ricordare che lo scisma ucraino  ha avuto la benedizione del Patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, molto vicino a Francesco su le più spinose tematiche (futuro del Creato, migranti…), capo di una Chiesa “divisa” da mille anni, eppure “sorella”.

Non è forse un caso che appena dopo aver accettato la richiesta di Putin, ufficializzata il 6 giugno scorso, il Papa in occasione della Festa di San Pietro e Paolo (29 giugno), a pochi giorni dall’arrivo dello zar, abbia voluto donare a Bartolomeo sette reliquie di San Pietro (frammenti di ossa) ritrovate nei sotterranei vaticani e particolarmente venerate da un altro Pontefice, San Paolo VI .

Una donazione che ha creato qualche malumore in Vaticano ( dove esiste un forte partito “filorusso”) e che ha un significato inequivocabile: il dono, le reliquie più preziose di cui un Papa possa disporre, è un segno di fratellanza e unità che nessuno può intaccare.

Come a dire che Francesco (successore di Pietro) non si allontanerà da Bartolomeo (successore dell’apostolo Andrea), a causa dello scisma all’interno dell’ortodossia o per la pressione di Mosca. Pietro ed Andrea apostoli erano e rimarranno fratelli.

La questione Ucraina, dunque, è stata determinante nello spingere Putin ad essere ricevuto da Francesco. Ed è stato il main topic. La sua richiesta è avvenuta dopo che era stato annunciato un importante incontro che avverrà  domani e dopodomani in Vaticano dei vertici dei cattolici ucraini, chiamati da Francesco ad affrontare i problemi spirituali e politici del Paese in modo da ristabilire la pace.

L’articolo completo è leggibile qui 

Michel De Certau e la teologia

Tratto dalla rivista La Civiltà Cattolica a firma di Paul Gilbert

Il contesto dell’articolo. Michel de Certeau, gesuita morto nel 1986 a 61 anni, è stato soprattutto uno storico della mistica del XVII secolo, con particolare attenzione ai gesuiti Pierre Favre e, soprattutto, Jean-Joseph Surin. Il suo percorso intellettuale è stato segnato dalla cultura nella scienza storica, che si sviluppava al di fuori degli ambienti ecclesiastici, in qualche modo in una terra di missione per la Chiesa. 

Perché l’articolo è importante?

L’articolo, attraverso il pensiero di de Certau, affronta la complessa relazione tra la cultura e la mistica, considerandone anche i suoi eccessi. La mistica infatti mette in questione il punto di vista della filo­sofia tradizionale, perché offre un’aper­tura a un mondo ignoto, al di là del razionale, al mondo dell’«altro»: un tema, questo, diventato importante nella riflessione filosofica del XX secolo.

De Certeau vede la ricerca intrapresa dai mistici come un sintomo della difficoltà di vivere la scomparsa del senso. Egli era impressionato dalle difficoltà incontrate dal cri­stianesimo nel mondo contemporaneo, che non comprendeva più il linguag­gio dei teologi. Non solo a causa della secolarizzazio­ne ma soprattutto a causa dell’assenza di significato del discorso teologico. Nel 1969, de Certeau sostiene l’«idea» che Dio è diventato lo «straniero».

L’articolo poi espone la riflessione di de Certeau sull’interpretazione che Surin offre della cosiddetta indifferenza ignaziana, e di come essa contempli anche «l’indifferenza» di Dio verso le nostre scelte: il suo rispetto per la nostra libertà, insieme alla continuità della sua bontà, ci lascia responsabili di noi stessi. «Dio indifferente [significa che] tutto rimane da fare per chi vuole impegnarsi sui sentieri non tracciati dell’avve­nire, secondo il dinamismo di una creazione sempre rinnovata» (P. Lecrivain).

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Perché le epoche dei grandi scricchiolii dei sistemi culturali sono spesso accompagnate da fenomeni «de­vianti», mistici?
  • Cosa è un mistico e qual è dunque il suo ruolo nel tempo che vive?
  • Cosa si intende per «indifferenza» di Dio e per «teologia negativa»?

 

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Arriva lo stop ai fondi per il muro di Trump

Una corte d’appello di San Francisco ha confermato la decisione di congelare i fondi del Pentagono destinati alla lotta antidroga e dirottati con un ordine esecutivo del presidente Usa verso la costruzione della barriera antimigranti.

“Quanto all’interesse pubblico, concludiamo che è meglio servito rispettando l’assegnazione costituzionale del potere di spesa al Congresso”, hanno scritto due dei tre giudici (uno nominato da Barack Obama, l’altro da George W. Bush).

Inoltre, la corte ha annullato una precedente sentenza che consentiva all’amministrazione Trump di imporre ulteriori restrizioni alle strutture cui si rivolgono le donne con basso reddito per abortire.

 

 

Putin a Roma: l’embargo russo costa all’Italia oltre un miliardo di euro

a una analisi della Coldiretti, divulgata in occasione della visita del presidente Vladimir Putin in Italia, alla vigilia dell’anniversario dell’embargo deciso quasi 5 anni fa con decreto n. 778 del 7 agosto 2014 e più volte rinnovato come ritorsione alla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina, emerge che: “Le esportazioni agroalimentari made in Italy in Russia hanno perso oltre un miliardo di euro negli ultimi cinque anni a causa del blocco che ha colpito una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi, ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia ed Australia”.

“L’agroalimentare italiano – spiega la Coldiretti – è infatti l’unico settore colpito direttamente dall’embargo che ha portato al completo azzeramento delle esportazioni dei prodotti presenti nella lista nera, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dal prosciutto di Parma a quello San Daniele, ma anche frutta e verdura come le mele, soprattutto della varietà Granny Smith dal colore verde intenso e sapore leggermente acidulo particolarmente apprezzate dai cittadini russi”.
“Si tratta di un costo insostenibile per l’Italia e l’Unione europea ed è importante che si riprenda la via del dialogo”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, sottolineando che “ancora una volta il settore agroalimentare è stato merce di scambio nelle trattative internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto che ciò comporta sul piano economico, occupazionale e ambientale”.
Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni “si sommano – continua la Coldiretti – quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il made in Italy. Nei supermercati russi si possono ora trovare fantasiosi surrogati locali che hanno preso il posto dei cibi italiani originali”.

“Un blocco dunque dannoso per l’Italia anche se “nel 2018 l’export agroalimentare italiano è cresciuto del 7% rispetto all’anno precedente raggiungendo i 561 milioni di euro grazie ai comparti non colpiti dall’embargo, come il vino, le paste alimentari, pomodori pelati e polpe, tabacchi e olio, a conferma della fame d’Italia dei cittadini russi. I valori – conclude la Coldiretti – rimangono comunque nettamente inferiori a quelli del 2013, l’ultimo anno prima dell’embargo, quando le esportazioni agroalimentari made in Italy avevano raggiunto i 705 milioni di euro”.

Sea Watch: il conflitto Rakete Salvini

Premetto che gli attori in campo sono tutti infarciti di idee che orientano giudizi e comportamenti, e che l’ideologia sovrasta comunque ciascuno di noi. Ad esaminare il caso della Sea Watch non possiamo esimerci dalla osservazione che ho premesso. Per essere ancor più chiaro, tanto la comandante Carola Rakete, quanto il Ministro degli Interni Matteo Salvini, devono fare i conti con la scena che sta alle loro spalle e che condiziona fortemente tanto l’una quanto l’altro.

Fatta questa precisazione, cerco di rappresentarmi la vicenda nel seguente modo: Carola si prodiga a salvare 40 naufraghi, Salvini intende respingere qualsiasi approdo che non sia preventivamente garantito dai flussi regolari.

Il conflitto tra i due protagonisti è del tutto evidente. Sono due atteggiamenti tra loro contrapposti: ciò che vuole l’uno è respinto dall’altro.

Ora, sappiamo che cosa sia accaduto. Televisioni e giornali ci hanno fatto mille volte riandare con gli occhi e con la mente ai fatti. È pertanto inutile aggiungere una mia ulteriore versione. Tanto, già sapete tutto. Il mio compito è da che parte collocarmi.

Perché è evidente che qui una posizione va pur presa.

Alla luce della sentenza del Giudice, è chiaro che l’azione della giovane tedesca non può essere in alcun modo punita. Ragioni di elevato spessore umano elevato reggono la decisione del Giudice. Il conflitto, in una società civile, è sempre rigorosamente demandato alla corte della giustizia. Il politico ha altri compiti e le persone possono, per fortuna, criticare i dispositivi della Magistratura, ma devono comunque rigorosamente rispettarli. Quello che fa specie, invece, è che Salvini, da Ministro degli Interni, ha apertamente, in forma diretta, in chiaro, protestato nei confronti della sentenza, apostrofando pure il Giudice, affermando che quello che ha espresso va rubricato come atto politico.

Non posso, per ragioni squisitamente razionali, non mettere all’indice una posizione così espressa; Salvini, in quanto individuo può permettersi qualsiasi avversione al giudizio del Gip, ma non può, perché rappresenta anche me, oltre voi tutti, farlo da Ministro dell’Interno.

È bene sottolineare questo aspetto perché ci sono tante questioni delicate sotto questa vicenda; pertanto, esaminare con serietà il fenomeno può essere molto utile per chiunque, al fine di dipanare un’intricata matassa politica.

Potrei anche sbagliarmi, potrei anche scrivere delle cose non del tutto fondate. Questo è sempre possibile. Ma scrivo proprio perché qualcuno possa rilevare le mie vuotezze e correggere quanto vado dicendo. In fondo, essendo stato io un democristiano vicino al pensiero di Aldo Moro, ho appreso in quel partito, il sacrosanto diritto di esprimere apertamente la propria convinzione, ma di riconoscere anche le osservazione degli altri nei miei riguardi perché la democrazia, in fondo, è un esercizio che si pratica, almeno credo, in questo modo.

Non so se io, nella condizione data, mi sarei comportato come la comandante Carola. Non lo so. Anzi, pensandoci su, probabilmente non ho la stoffa per gettarmi in simili imprese; posso però dire, con certezza, che, pur avendo anche io più volte criticato alcune sentenze, so distinguere ciò che è lecito fare da libero cittadino rispetto a quello che non andrebbe in alcun modo compiuto se rappresentante delle Istituzioni.

Per concludere, ciò che di sacro ci ha dato la società moderna, è la netta separazione tra potere legislativo, politico e giudiziario; bisogna sempre salvaguardarlo, per non cadere nelle conformazioni che la storia ci ha orribilmente consegnato sotto vesti e forme dittatoriali.

Piccoli Comuni: Uncem contro il divieto di integrare le tariffe scuolabus

Nelle scorse settimane una deliberazione della sezione di controllo piemontese della Corte dei Conti ha stabilito che ai comuni non è consentita l’erogazione gratuita del servizio di trasporto pubblico scolastico, trattandosi di servizio che deve avere a fondamento una adeguata copertura finanziaria (vedi qui il nostro precedente articolo al riguardo). Sulla vicenda è tornato Marco Bussone, Presidente Uncem, ponendo l’accento in particolare sulle difficoltà che questa decisione creerà in particolare ai piccoli Comuni e a quelli di area Montana.”È assurdo e lontano dalla realtà affermare che lo scuolabus debba essere interamente pagato dagli utenti, dalle famiglie, e non possa essere attivato grazie a un’integrazione della tariffa da parte del Comune. Che potrebbe anche decidere di regalarlo. Vale in particolare per i Comuni piccoli e montani. Se non ho la scuola elementare o la media, devo poter organizzare come voglio lo scuolabus nel mio Comune verso i paesi vicini. Una decisione anche di spesa che Sindaco e Amministrazione comunale devono poter fare, con la forza della loro autonomia, investendo risorse del bilancio, per permettere a chi vive sul territorio di non scappare inseguendo servizi che peraltro lo Stato ha chiuso e limitato imponendo parametri mutuati dalla città. E invece no. Ancora la Corte dei Conti, non capendo le realtà territoriali del Paese, dice che lo scuolabus deve essere pagato dagli utenti, senza possibilità di integrazione comunale. Assurdo”.

Così Bussone sulla delibera 46/2019 della Corte dei Conti, Sezione di controllo del Piemonte, in cui è stata esclusa qualsiasi discrezionalità per l’azione amministrativa dell’ente che intenda agevolare la frequenza all’attività didattica da parte dell’utenza scolastica. L’invarianza finanziaria per lo scuolabus è prevista dall’articolo 5, comma 2, del Dlgs 63/2017 dove si afferma che: “Il servizio di scuolabus è assicurato su istanza di parte e dietro il pagamento di una quota di partecipazione diretta, senza nuovi o maggiori oneri per gli enti territoriali interessati”.

“È fuori da ogni logica perché il Paese vero è ben altro – commenta Bussone – Comuni senza scuola, frazioni lungo le valli, borgate nelle aree interne. Chilometri e chilometri di scuolabus da fare nelle zone montane del Paese per scendere più a valle verso i plessi scolastici. È naturale, ovvio, che il singolo Comuni o più Comuni in Unione scelgano di integrare la tariffa, di far pagare ai cittadini una cifra simbolica. Lo fanno perchè senza quel servizio, lo spopolamento sarebbe ancor più grave, ancor più tragico. E invece no. La Corte dei Conti ci dice che non possiamo. Sono le famiglie a dover pagare tutto. Mentre in città per il trasporto pubblico si mandano i bilancio in rosso, nei piccoli Comuni è dunque vietato integrare con 5 o 10 mila euro annui del bilancio la spesa per lo scuolabus. Già è assurdo avere pullman gialli che non possono portare altre persone. Poi arrivano norme, sentenze, delibere così lontane dalla realtà, che sembra di essere presi in giro da chi non capisce cosa è l’Italia, cosa solo i piccoli Comuni, come sono organizzati i servizi, cosa vuol dire presidio del territorio e impegno degli Enti locali. La norma su scuolabus e bilanci comunali va cambiata, ma anche gli organi di controllo potrebbero essere più vicini al Paese vero”.

Il festival dei lettori creativi annuncia la seconda edizione

Dopo l’esordio della prima edizione, Bookolica, il festival dei lettori creativi torna nella cornice dell’Alta Gallura in Sardegna per una seconda edizione tutta da scoprire.

Nel weekend dal 26 al 28 luglio 2019 Bookolica animerà le strade dei comuni di Tempio Pausania e Bortigiadas con una tre giorni dedicata alla letteratura e alle arti visive alla presenza di ospiti di portata nazionale e internazionale. L’evento sarà il punto di incontro per un pubblico ampio e variegato che avrà l’opportunità di partecipare a un ricco calendario di eventi dove la “cultura del libro” ne farà da protagonista in tutte le sue molteplici sfaccettature. Appuntamenti ed incontri che animeranno suggestive locations in uno scambio virtuoso di saperi e cultura.

Anche per l’edizione 2019 il file rouge del festival è il dialogo tra parola e immagine nonché tra la letteratura e le arti visive e performative. La letteratura diventa luogo di convergenza e propulsione degli altri linguaggi creativi per generare – attraverso le parole – immagini e immaginario, visioni e visionarietà: una contaminazione di segni e codici diversi che vuole essere il tratto distintivo della manifestazione.

Bookolica si pone l’obiettivo di accentuare la centralità del lettore e della comunità locale nel proprio contesto ambientale, riscoprendo i luoghi come libri interattivi da sfogliare, ri-leggere e nei quali sentirsi protagonisti consapevoli. Il festival si fa promotore attivo dell’importanza della lettura, intesa come piacere individuale e bene comune, essenziale per la crescita culturale, per lo sviluppo della conoscenza e della personalità e per la costruzione di “lettori forti”, maturi, consapevoli e liberi. Un particolare sguardo sarà poi rivolto all’editoria digitale, un mercato in continua crescita in Italia, che offre un approccio sempre più interattivo e integrato e apre nuovi scenari per il futuro.

Il colesterolo cattivo troppo basso alza il rischio di ictus

Un nuovo imponente studio che ha coinvolto quasi 100.000 persone mette in guardia sul fatto che avere livelli troppo bassi di colesterolo LDL, quello ritenuto cattivo, alza il rischio di essere colpiti dall’ictus emorragico. La ricerca è stata svolta dall’Università della Pennsylvania in collaborazione con la Harvard Medical School di Boston.

È importante quindi mirare a un controllo del colesterolo adeguato, evitando di scendere sÈ importante quindi mirare a un controllo del colesterolo adeguato, evitando di scendere sotto i 79 milligrammi, specie per chi è già di per sé a rischio di ictus emorragico, concludono gli autori del lavoro.

Il passo in avanti dei cattolici di Politica Insieme

  1. Se l’obiettivo di Politica Insieme era quello di accogliere e far sentire a casa tutti i molteplici soggetti che compongono la variegata galassia del popolarismo italiano, credo che l’incontro di ieri pomeriggio all’Istituto Sturzo abbia colto nel segno. 

Nessuna rivendicazione di primogenitura, nessun pacchetto preconfezionato da offrire, grande disponibilità al dialogo e alla convergenza programmatica. E, cosa ancora più importante, capacità di portare il confronto su tematiche alte, anche grazie ad interventi di respiro come quelli di Stefano Zamagni o Leonardo Becchetti che, sia pure in pillole, hanno fatto scorgere il senso di un rinnovato impegno in politica di chi si ispira alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Eppure rimangono ancora grandi ostacoli sulla via, che l’incontro stesso ha evidenziato. 

In primo luogo l’eterogeneità dei soggetti della “galassia bianca” convenuti lascia aperto il problema della definizione di posizioni nette e chiare sulla quali convergere. Se è da respingere l’inevitabilità della diaspora dei cattolici, neppure si può assumere per vero il contrario: ci sono visioni ampiamente divergenti nel mondo cattolico e queste erano assommabili nella Democrazia Cristiana solo grazie al nemico esterno e alla sua vocazione maggioritaria, di grande partito che regolava i posizionamenti con la sua democrazia interna. Dato che è impensabile oggi riproporre un simile schema, si dovrà creare un manifesto netto, chiaro, senza ambiguità alla ricerca di ecumeniche convergenze da parte di tutti. 

L’incontro di ieri ha plasticamente mostrato molti dei volti del nostro mondo cattolico (ed altri ancora ve ne sono…) lasciando aperti dubbi sulla loro effettiva capacità di lavorare insieme per il bene comune.

Un secondo elemento problematico sta nella costruzione del soggetto politico. Se è emersa con forza l’istanza di sviluppare un percorso nuovo e originale, con parole d’ordine, modello organizzativo e volti nuovi – senza nuovismi, ma con “spirito generativo”, per usare le parole di Becchetti – d’altro lato è parsa ancora molto labile la proposta. 

Alcune preziose indicazioni le ha fornite nel suo intervento Giancarlo Infante, che ha parlato della necessità di anteporre a tutto l’organizzazione del pensiero ed il confronto, su questo, con le comunità locali. Pensare ed agire politicamente necessita oggi di ripartire dal “civismo di partecipazione”, dalle tante liste civiche del Paese, spesso animate proprio dai cattolici, che attendono uno sbocco alle loro istanze di bene comune. Non a caso l’intervento della sindaca di Assisi Stefania Proietti è stato seguito con grande attenzione dalla sala ed ha avuto applausi calorosi. 

Bene quindi lavorare all’elaborazione di pensiero e di proposte, ma per poi tradurle subito in azioni politiche sul territorio, che deve essere coinvolto nel processo di sviluppo del nuovo soggetto politico.

L’impressione, quindi, è che il sasso nello stagno sia stato gettato, che l’attenzione sia alta, ma che solo con molto coraggio ed altrettanta tenacia si possano affrontare le sfide che sono emerse nell’incontro. Manca forse un poco di entusiasmo, come è naturale in un mondo che ha consumato in un ventennio decine di sigle, progetti e leadership, ma c’è la consapevolezza, come ha detto Becchetti verso la conclusione, che è necessario “mettere in moto processi che nel tempo cambino il mondo”. 

Ieri un passettino è stato fatto nella giusta direzione ma ciò ha reso più evidente quanto ancora sia lungo il cammino.

 

 

Auguri David

Ci sono eventi, nella vita pubblica, che trasmettono un immediato calore di gioia. Non valgono divisamenti e retropensieri, associati di solito ai fatti di cronaca politica. L’elezione di David Sassoli alla Presidenza del Parlamento europeo è uno di questi eventi. Sì è affacciato timidamente all’orizzonte ed è esploso, in poche ore, come fulgida sorpresa per tutti. Gli italiani hanno potuto alzare gli occhi da terra: il momento dell’orgoglio è scattato.

Sassoli ha iniziato a far politica da ragazzo. Aveva ideali e passioni, gli stessi che ancora coltiva in età matura. Quando nei primi anni ‘70, al circolo F. L. Ferrari del quartiere Prati, incrociavi l’imponente figura di Paolo Giuntella, dietro potevi scorgere la zazzera di un ragazzo magro e vivace, nutrito alla scuola di un cattolicesimo democratico impenitente e severo, contro le “povere cose” della Dc romana. È cresciuto con il vezzo di proclamarsi democristiano – di sinistra – senza avere la tessera di partito. Era stato Dossetti a stabilire, per sé, questa regola di consonanza e diversità, in nome di una superiore identificazione con il messaggio “democratico e cristiano”.

Poi ha fatto altre scelte, anteponendo la professione all’impegno politico. Chi non ricorda Sassoli conduttore del Tg1? Di lontano ha visto la fine della Dc, sicuramente con distacco sofferto, rinunciando a partecipare alle operazioni di salvataggio della tradizione cattolico democratica. No ai Popolari, no alla Margherita: si è tenuto perciò alla larga da questa fatica di reinvenzione di una storia complessa. Solo con il Pd ha ritrovato il gusto del coinvolgimento nella lotta politica.

Nel 2009 fu chiamato, inaspettatamente, a guidare la lista per le europee nel collegio dell’Italia centrale. Ora, a maggio scorso, è stato rieletto per la terza volta consecutiva. Chi lo ha votato – e sono stati molti – ha dato credito alla sua immutata generosità. È così. Aveva messo nel conto di “stare nel gruppo”, nulla avendo a che pretendere, in questo Parlamento guardato a vista, come tutte le istituzioni europee, dai nostri impavidi sovranisti e populisti. Adesso tocca a lui sedere sullo scranno più alto dell’Aula di Strasburgo. È il premio che merita, per la serietà e l’onestà da sempre assunte a costume di vita politica. La sorte gli assegna una funzione di alta rappresentanza in virtù della quale, specie nei momenti più delicati, potrà dare all’Italia una mano importante, ponendosi idealmente al fianco del suo e nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

Auguri, David!

Sassoli: “Non siamo un incidente della Storia”

Cittadine e cittadini dell’Unione europea, signore e signori parlamentari, cari amici, colleghi, rappresentanti delle Istituzioni, dei Governi, donne e uomini di questa Amministrazione.

Tutti voi capirete la mia emozione in questo momento nell’assumere la Presidenza del Parlamento europeo e di essere stato scelto da voi per rappresentare l’Istituzione che più di ogni altra ha un legame diretto con i cittadini, che ha il dovere di rappresentarli e difenderli. E di ricordare sempre che la nostra libertà è figlia della giustizia che sapremo conquistare e della solidarietà che sapremo sviluppare.

Permettetemi di ringraziare il Presidente Antonio Tajani per il lavoro svolto in questo Parlamento, per il suo grande impegno e la sua dedizione a questa Istituzione. Voglio anche dare il benvenuto ai nuovi colleghi, che sono il 62% di quest’Aula, un bentornato ai parlamentari confermati e alle donne, che rappresentano il 40% di tutti noi. Un buon risultato, ma noi vogliamo di più.

In questo momento, al termine di una intensa campagna elettorale, ha inizio una legislatura che gli avvenimenti caricano di grande responsabilità perché nessuno può accontentarsi di conservare l’esistente. Ce lo dice il risultato elettorale, ce lo testimonia la stessa composizione di questa Assemblea.

Siamo immersi in trasformazioni epocali: disoccupazione giovanile, migrazioni, cambiamenti climatici, rivoluzione digitale, nuovi equilibri mondiali, solo per citarne alcuni, che per essere governate hanno bisogno di nuove idee, del coraggio di saper coniugare grande saggezza e massimo d’audacia.

Dobbiamo recuperare lo spirito di Ventotene e lo slancio pionieristico dei Padri Fondatori, che seppero mettere da parte le ostilità della guerra, porre fine ai guasti del nazionalismo dandoci un progetto capace di coniugare pace, democrazia, diritti, sviluppo e uguaglianza.

In questi mesi, in troppi, hanno scommesso sul declino di questo progetto, alimentando divisioni e conflitti che pensavamo essere un triste ricordo della nostra storia. I cittadini hanno dimostrato invece di credere ancora in questo straordinario percorso, l’unico in grado di dare risposte alle sfide globali che abbiamo davanti a noi.

Dobbiamo avere la forza di rilanciare il nostro processo di integrazione, cambiando la nostra Unione per renderla capace di rispondere in modo più forte alle esigenze dei nostri cittadini e per dare risposte vere alle loro preoccupazioni, al loro sempre più diffuso senso di smarrimento.

La difesa e la promozione dei nostri valori fondanti di libertà, dignità e solidarietà deve essere perseguita ogni giorno dentro e fuori l’Ue.

Cari colleghi, pensiamo più spesso al mondo che abbiamo, alle libertà di cui godiamo…. E allora diciamolo noi, visto che altri a
Est o ad Ovest, o a Sud fanno fatica a riconoscerlo, che tante cose ci fanno diversi – non migliori, semplicemente diversi – e che noi europei siamo orgogliosi delle nostre diversità.

Ripetiamolo perché sia chiaro a tutti che in Europa nessun governo può uccidere, che il valore della persona e la sua dignità sono il nostro modo per misurare le nostre politiche…

….che da noi nessuno può tappare la bocca agli oppositori, che i nostri governi e le istituzioni europee che li rappresentano sono il frutto della democrazia e di libere elezioni…

….che nessuno può essere condannato per la propria fede religiosa, politica, filosofica… che da noi ragazze e ragazzi possono viaggiare, studiare, amare senza costrizioni…

….che nessun europeo può essere umiliato e emarginato per il proprio orientamento sessuale… che nello spazio europeo, con modalità diverse, la protezione sociale è parte della nostra identità,

….che la difesa della vita di chiunque si trovi in pericolo è un dovere stabilito dai nostri Trattati e dalle Convenzioni internazionali che abbiamo stipulato.

Il nostro modello di economia sociale di mercato va rilanciato. Le nostre regole economiche devono saper coniugare crescita, protezione sociale e rispetto dell’ambiente. Dobbiamo dotarci di strumenti adeguati per contrastare le povertà, dare prospettive ai nostri giovani, rilanciare investimenti sostenibili, rafforzare il processo di convergenza tra le nostre regioni ed i nostri territori.

La rivoluzione digitale sta cambiano in profondità i nostri stili di vita, il nostro modo di produrre e di consumare. Abbiamo bisogno di regole che sappiano coniugare progresso tecnologico, sviluppo delle imprese e tutela dei lavoratori e delle persone.

Il cambiamento climatico ci espone a rischi enormi ormai evidenti a tutti. Servono investimenti per tecnologie pulite per rispondere ai milioni di giovani che sono scesi in piazza, e alcuni venuti anche in quest’Aula, per ricordarci che non esiste un altro pianeta.

Dobbiamo lavorare per una sempre più forte parità di genere e un sempre maggior ruolo delle donne ai vertici della politica, dell’economia, del sociale.

Signore e Signori, questo è il nostro biglietto da visita per un mondo che per trovare regole ha bisogno anche di noi.

Ma tutto questo non è avvenuto per caso. L’Unione europea non è un incidente della Storia.

Io sono figlio di un uomo che a 20 anni ha combattuto contro altri europei, e di una mamma che, anche lei ventenne, ha lasciato la propria casa e ha trovato rifugio presso altre famiglie.

Io so che questa è la storia anche di tante vostre famiglie… e so anche che se mettessimo in comune le nostre storie e ce le raccontassimo davanti ad un bicchiere di birra o di vino, non diremmo mai che siamo figli o nipoti di un incidente della Storia.

Ma diremmo che la nostra storia è scritta sul dolore, sul sangue dei giovani britannici sterminati sulle spiagge della Normandia, sul desiderio di libertà di Sophie e Hans Scholl, sull’ansia di giustizia degli eroi del Ghetto di Varsavia, sulle primavere represse con i carri armati nei nostri paesi dell’Est, sul desiderio di fraternità che ritroviamo ogni qual volta la coscienza morale impone di non rinunciare alla propria umanità e l’obbedienza non può considerarsi virtù.

Non siamo un incidente della Storia, ma i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi.

Colleghe e colleghi, abbiamo bisogno di visione e per questo serve la politica. Sono necessari partiti europei sempre più capaci di essere l’architrave della nostra democrazia. Ma dobbiamo dare loro nuovi strumenti. Quelli che abbiamo sono insufficienti. Questa legislatura dovrà rafforzare le procedure per rendere il Parlamento protagonista di una completa democrazia europea.

Ma non partiamo da zero, non nasciamo dal nulla. L’Europa si fonda sulle sue Istituzioni, che seppur imperfette e da riformare, ci hanno garantito le nostre libertà e la nostra indipendenza. Con le nostre Istituzioni saremo in grado di rispondere a tutti coloro che sono impegnati a dividerci. E allora diciamo in quest’Aula, oggi, che il Parlamento sarà garante dell’indipendenza dei cittadini europei. E che solo loro sono abilitati a scrivere il proprio destino: nessuno per loro, nessuno al posto nostro.

In quest’aula insieme a tanti amici e colleghi con molta esperienza, vi sono anche tantissimi deputati alla prima legislatura. A loro un cordiale saluto di benvenuto.

Ho letto molte loro biografie e mi sono convinto si tratti di una presenza molto positiva per loro competenze, professionalità. Molti di loro sono impegnati in attività sociali o di protezione delle persone, e questo è un campo su cui l’Europa deve migliorare perché abbiamo il dovere di governare i fenomeni nuovi.

Sull’immigrazione vi è troppo scaricabarile fra governi e ogni volta che accade qualcosa siamo impreparati e si ricomincia daccapo.

Signori del Consiglio Europeo, questo Parlamento crede che sia arrivato il momento di discutere la riforma del Regolamento di Dublino che quest’Aula, a stragrande maggioranza, ha proposto nella scorsa legislatura.

Lo dovete ai cittadini europei che chiedono più solidarietà fra gli Stati membri; lo dovete alla povera gente per quel senso di umanità che non vogliamo smarrire e che ci ha fatto grandi agli occhi del mondo.

Molto è nelle vostre mani e con responsabilità non potete continuare a rinviare le decisioni alimentando sfiducia nelle nostre comunità, con i cittadini che continuano a chiedersi, ad ogni emergenza: dov’è l’Europa? Cosa fa l’Europa? Questo sarà un banco di prova che dobbiamo superare per sconfiggere tante pigrizie e troppe gelosie.

E ancora, Parlamento, Consiglio e Commissione devono sentire il dovere di rispondere con più coraggio alle domande dei nostri giovani quando chiedono a gran voce che dobbiamo svegliarci, aprire gli occhi e salvare il pianeta.

Mi voglio rivolgere a loro: considerate questo Parlamento, che oggi inizia la sua attività legislativa, come il vostro punto di riferimento. Aiutateci anche voi a essere più coraggiosi per affrontare le sfide del cambiamento.

Voglio assicurare al Consiglio e alle Presidenze di turno la nostra massima collaborazione e lo stesso rivolgo alla Commissione e al suo Presidente. Le Istituzioni europee hanno la necessità di ripensarsi e di non essere considerate un intralcio alla costruzione di un’Europa più unita.

Tramite il Presidente del Consiglio europeo voglio rivolgere anche un saluto, a nome di quest’Aula, ai Capi di Stato e di Governo.

Ventotto paesi fanno grande l’Unione europea. E si tratta di 28 Stati, dal più grande al più piccolo, che custodiscono tesori unici al mondo. Tutti vengono da lontano e posseggono cultura, lingua, arte, paesaggio, poesia inimitabili e inconfondibili. Sono il nostro grande patrimonio e tutti meritano rispetto.

Ecco perché quando andrò a visitarli, a nome vostro, non sarò mai distratto. E davanti alle loro bandiere e ai loro inni sarò sull’attenti anche a nome di coloro che, in quest’Aula, non mostrano analogo rispetto.

Lasciatemi infine rivolgere un saluto ai parlamentari britannici, comunque la pensino sulla Brexit. Per noi immaginare Parigi, Madrid, Berlino, Roma lontane da Londra è doloroso.

Sì sappiatelo, con tutto il rispetto che dobbiamo per le scelte dei cittadini britannici, per noi europei si tratta di un passaggio politico che deve essere portato avanti con ragionevolezza, nel dialogo e con amicizia, ma sempre nel rispetto delle regole e delle rispettive prerogative.

Voglio salutare i rappresentanti degli Stati che hanno chiesto di aderire all’Unione europea. Il loro percorso è avviato per loro libera scelta. Tutti capiscono quanto sia conveniente far parte dell’Unione. Le procedure di adesione proseguono e il Parlamento si è detto più volte soddisfatto dei risultati raggiunti.

Infine, un in bocca al lupo a tutta l’amministrazione e ai lavoratori del Parlamento.

Ci siamo dati un obbiettivo nella scorsa legislatura: far diventare il Parlamento europeo la Casa della democrazia europea.

Per questo abbiamo bisogno di riforme, di maggiore trasparenza, di innovazione. Molti risultati sono stati raggiunti, specie sul bilancio, ma questa legislatura deve dare un impulso maggiore.

Per fare questo c’è bisogno di un maggior dialogo fra parlamentari e amministrazione e sarà mia cura svilupparlo.

Care colleghe e cari colleghi, l’Europa ha ancora molto da dire se noi, e voi, sapremo dirlo insieme. Se sapremo mettere le ragioni della lotta politica al servizio dei nostri cittadini, se il Parlamento ascolterà i loro desideri e le loro paure e le loro necessità.

Sono sicuro che tutti voi saprete dare il necessario contributo per un’Europa migliore che può nascere con noi, con voi, se sapremo metterci cuore e ambizione.

Grazie e buon lavoro.

 

Quel Muro che farebbe del Friuli una piccola Ungheria

I muri non sono mai stati un modello per separare, semmai sono utili per costruire case. Chiunque dovesse immaginare di risolvere i problemi erigendo barriere fisiche dovrebbe, innanzitutto, superare quelle che ha più o meno involontariamente costruito nella propria mente. In fondo, l’uomo è caratterizzato per proporre ponti, varchi, sentieri, autostrade.

Quindi, da qualsiasi parte provenga una idea insolita, come quella all’inizio citata, è meglio metterla subito in naftalina o, meglio ancora, farla scomparire nell’oblio.

Per imitazione si può anche commettere qualche imprudenza e indulgere in qualche errore. Negligenze, entrambe, riparabilissime. Lo stesso Donald Trump, dopo aver sbandierato ai quattro venti una biblica costruzione a difesa delle sue ricche terre, ha incontrato una intensissima resistenza della gran parte del popolo Statunitense e lui stesso è sembrato vacillare.

In Europa si sono manifestate alcune indecorose brutture. Faccio riferimento a quello che è apparso in Ungheria e in alcuni confini Balcanici. Non è questo un esempio né da pensare né tantomeno da imitare.

A volte, l’esagerazione ideologica e il momento di un infernale calore estivo, può capitare di incappare in qualche scivolone di troppo.

I giornali, ma la stessa tv, in forma diretta, hanno riportato le idee di Matteo Salvini, affiancate prontamente dal Presidente Massimiliano Fedriga, di fare anche nei confini tra il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia un muro risolutore. Nulla di più fallace. Sarebbe una pietosa ricerca, del resto infruttuosa, di risolvere un problema che dovrebbe invece trovare il suo dissolvimento alla radice e non certo nel tratto terminale del fenomeno emigrazione.

Da quanto si capisce, però, Fedriga sembra aver ammorbidito il proclama iniziale. Oggi, sembra più volto ad intensificare la presenza di forze dell’ordine dispiegate lungo il tracciato confinario. Non è che questo impedirà e tamponerà la cosa, ma almeno fa registrare una virata radicale rispetto all’insidiosa e vuota, quanto inconcludente, idea della barriera fisica.

Sapendo che la Lega è l’unico partito vigente che registra ancora una struttura piramidale, in cui il vertice offre il verbo, è evidente che ciò che dice Salvini non viene mai messo in discussione e la sua favella è una favella quasi religiosa. Conoscendo personalmente il Presidente Fedriga, so che lui è animato da un impasto umanamente gradevole: non è aggressivo, è alla mano, parla con tutti, non è altezzoso, non gli sembra di essere il Re sul trono, ma anche lui deve fare i conti con la struttura del suo partito, per questo so quanto sia in tensione quando tratta di questi argomenti. Non a caso, nei fatti, dopo quei proclami sembra essere calato un silenzio e l’asse operativo si sia orientato a una prassi più moderata e meno chiassosa.

Auguro pertanto, al Presidente Fedriga, non certo di abiurare, perché non si deve mai pretendere una simile finalità, ma nel suo silenzio custodisca una idea che non ci faccia in alcun modo assomigliare a Viktor Orban.

Liliana Ocmin: Donne protagoniste dell’attualità nel bene e nel male

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

In queste ore abbiamo assistito ad un susseguirsi di notizie che hanno avuto come protagoniste, nel bene e nel male, le donne. Da una parte, il caso della Sea Whatch che si è svolto nell’indifferenza assordante dell’Europa, dall’altra, la nomina per la prima volta e in contemporanea di due donne alle più alte cariche istituzionali europee. La prima notizia, senza entrare nel merito delle polemiche che hanno contornato l’intera vicenda,  conclusa, dopo oltre due settimane di tira e molla, con lo sbarco e la distribuzione tra alcuni paesi delle 40 persone a bordo della nave, ci ha sollecitate ad unirci a quante e quanti hanno criticato l’episodio sotto il profilo per così dire “linguistico”.

Ci riferiamo in particolare agli epiteti irripetibili, oltre agli odiosi cori razzisti, pronunciati nei confronti della capitana Carola. Ma cosa c’entrano quelle brutte espressioni con i fatti accaduti? Abbiamo la “vaga” sensazione di essere ancora una volta di fronte alla solita manifestazione di stampo sessista che attraverso il linguaggio greve e irrispettoso non esprime nient’altro che l’immagine stereotipata della figura femminile, subalterna all’uomo, da punire come si conviene ogni qualvolta fuoriesce dai canoni  dell’immaginario collettivo e si comporta come persona capace di decidere autonomamente. Il linguaggio utilizzato crediamo faccia parte, purtroppo, proprio di quella cultura maschilista ancora diffusa e che tenta di vanificare gli sforzi che da questo punto di vista istituzioni e società civile stanno portando avanti con tanta determinazione e dedizione, consapevoli della grande sfida che hanno davanti. Ha fatto bene la nostra Segretaria generale Annamaria Furlan a bollare subito le offese sessiste contro Carola come “vergognose”.

La pari dignità tra le persone, tra uomini e donne, si realizza pienamente se accompagnata anche da un giusto grado di consapevolezza e maturità culturale. Continuare a lavorare su questo versante, come stiamo facendo anche noi del Coordinamento nazionale donne, sicuramente rappresenta la strada più difficile ma che vale la pena di percorrere se vogliamo che la parità e il rispetto della dignità della persona sia sostanziale e non solo formale. Non bisogna minimizzare questi episodi, anche se essi si presentano apparentemente isolati, perché non è vero, come ha detto qualche giornalista, che se al posto della capitana ci fosse stato un capitano sarebbe stata la stessa cosa e si sarebbero usate le stesse espressioni. Quando si tratta di una donna si sa sempre con quale arma colpire, tratteggiandola spesso come incapace e degna solo di essere stuprata, perché l’arma dello stupro è quella che per eccellenza la umilia nel profondo, che la sporca in maniera indelebile. L’episodio sessista della Sea Watch non è il primo e probabilmente non sarà neanche l’ultimo, l’importante che non passi l’dea che si tratti di qualcosa di residuale, a cui non dare peso, perché rappresenta al contrario il termometro di ciò che spesso arde sotto la cenere, potenzialmente in grado di rinfocolare ed espandersi. 

La seconda notizia parla invece della nomina di due donne – già una sola di queste sarebbe stato un gran risultato – ai vertici della nuova Europa uscita dalle urne lo scorso 26 maggio. È una grande evento che sicuramente lascerà il segno nella storia, che ci fa ben sperare, perché siamo convinte che il cambiamento culturale necessario per poter raggiungere le pari opportunità passa anche dalle scelte coraggiose delle donne nei posti decisionali strategici. Le due donne in corsa, l’una per la Presidenza della Commissisone Europea e l’altra per quella della BCE, sono la tedesca Ursula von der Leyen 60 anni, sette figli, laurea in medicina, ministra di A. Merkel, che ha introdotto importanti misure per la famiglia,  e Christine Lagarde, politica e avvocata francese, ministra dell’Economia, dell’Industria e dell’Impiego della Francia dal 2007 al 2011 e in seguito dirigente del Fondo Monetario Internazionale. Come Coordinamento auspichiamo ora una conferma delle due candidate da parte del Parlamento europeo, convinte, come lo siamo da tempo, che più donne nei ruoli apicali siano fondamentali alla promozione di una cultura che sappia mettere al centro l’equilibrata partecipazione democratica delle cittadine e dei cittadini europei.

Intervista a suor Alessandra Smerilli: Abbiamo bisogno di una Chiesa in ascolto

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Docente di Economia presso la Pontificia facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali dei Cattolici della Conferenza episcopale italiana, Alessandra Smerilli è una religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ha partecipato, come uditrice, alla quindicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e il 24 maggio Papa Francesco l’ha nominata tra i consultori della Segreteria generale. Forte di queste esperienze e responsabilità, suor Smerilli affronta il tema della crisi della società attuale e del ruolo che la Chiesa è chiamata a svolgere puntando l’attenzione sulla sinodalità, un’istanza sollecitata dal concilio Vaticano ii che, per prendere corpo, richiede capacità di ascolto e disponibilità a mettersi in discussione.

 

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana?

Sono d’accordo con quanto afferma De Rita, anche se vedo la situazione italiana in questo momento abbastanza complessa e delicata. C’è sempre stato, e credo ci sarà sempre un bisogno di sicurezza e al tempo stesso di un orizzonte di senso. Ma due autorità sono sufficienti a garantire questo quando la società è un corpo. Oggi avvertiamo disgregazione, mancanza di fiducia nelle istituzioni, disintermediazione e sparizione dei corpi intermedi. In Italia abbiamo tanti microcosmi a volte non comunicanti tra di loro, le appartenenze si fanno più deboli e mutano in continuazione. Di fronte a tutto questo credo che innanzitutto la Chiesa ne debba prendere atto con coraggio e senza nostalgia. In secondo luogo è la trama delle relazioni sociali e spirituali che va ricostruita. E questo lo si fa mettendosi con umiltà accanto alle persone lì dove sono, nella logica di una Chiesa missionaria. Durante i lavori del Sinodo sui giovani di ottobre 2018 è emersa l’icona dei discepoli di Emmaus come chiave di lettura di una Chiesa a misura di giovani. Credo sia anche l’icona di una Chiesa a misura della contemporaneità: Gesù si fa incontro, cammina con i discepoli, suscita domande e ascolta. In Italia abbiamo bisogno di una Chiesa in ascolto, vicina alla gente, che si ferma nei villaggi, e quindi nelle periferie. Tutto questo è già in atto, ma forse va fatto con più decisione, nella comprensione che siamo davanti a un mondo, soprattutto di giovani, che da noi non si aspetta nulla e che non ha le categorie per interpretare parole e segni che per noi sono forse scontati. Saranno le nostre parole a dover cambiare? Lo potremo comprendere solo insieme e mettendoci in ascolto.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso.

Nel documento preparatorio alla quarantaseiesima settimana sociale dei Cattolici italiani, tenutasi a Reggio Calabria nel 2010, come Comitato scientifico ci riferivamo all’Italia come media potenza declinante, destando un po’ di scalpore tra i cattolici italiani. All’epoca avevamo tentato un’agenda di speranza con tanti spunti concreti per invertire la rotta. Ed eravamo ancora in tempo. Evidentemente le cose sono andate diversamente. La situazione economica e sociale in Italia è preoccupante, ma la narrazione che ne viene fatta è avvilente e preoccupa ancora di più: sembra che non abbiamo scampo, e questo ci indigna, ci fa sentire rassegnati e aumenta il rancore. E il rancore porta anche ad una colpevolizzazione di chi non ce la fa. Se una persona è povera, se disoccupata, se rimane indietro, è colpa sua. Una non bene intesa cultura del merito porta a legare il successo e la realizzazione nella vita ai propri sforzi. Ma sappiamo bene che non è così. Recenti ricerche citano il cosiddetto paradosso della meritocrazia: processi di selezione meritocratica che enfatizzano il valore del merito, finiscono per generare “vincitori” che tendono ad escludere altri. Basta solo l’idea dell’essere più abili di altri a rendere le persone più favorevoli a esiti non equi. Quando il successo è determinato dal merito, ogni vittoria può essere vista come il riflesso delle virtù e del valore di una persona. A tal proposito l’economista Robert Frank nel suo libro Success and Luck (2016) analizza i casi fortuiti e le coincidenze che si leggono dietro a tanti casi di successo. Tra gli imprenditori di successo ci sono molte persone premiate solo dal caso, e tra i falliti ci sono molti che hanno semplicemente trovato il vento sfavorevole. Questo non vuol dire che le persone di successo non abbiano meriti, ma che il legame tra merito e risultato è solo debole e indiretto. Sentirsi persone di successo perché meritevoli crea meccanismi di esclusione.

Il clima attuale inoltre, è favorevole ad una grande confusione in termini di lettura della situazione, ma anche di soluzioni. Come economisti ci troviamo ogni giorno davanti a soluzioni fantasiose di breve periodo, che nel lungo andrebbero ad incrinare ancora di più la situazione. L’economista John Maynard Keynes così scriveva nel 1933: «Siamo in una situazione simile a quella di due camionisti che si incrociano nel mezzo della strada stretta, e sono bloccati l’uno di fronte all’altro perché nessuno conosce in quel caso le regole della precedenza. I loro muscoli non servono; un ingegnere non potrebbe aiutarli; ipotizzare una strada più larga non servirebbe a nulla per uscire da quella empasse. Servirebbe soltanto una piccola, piccolissima, chiarezza nel pensare. Allo stesso modo, oggi il nostro problema non è un problema di muscoli e di forza. Non è neanche un problema di ingegneria. Non possiamo neanche parlare di un problema di business e di imprese. Non è neanche un problema di banche. Al contrario, il nostro è strictu sensu un problema economico, o, per dirlo meglio, un problema di Economia Politica». Abbiamo bisogno di chiarezza di pensiero, di unire le forze migliori, di mettere mano da una parte ai problemi più gravi, come quello della povertà giovanile e della conseguente emigrazione, accompagnata dal costante calo delle nascite. Dall’altra parte è necessario comprendere che le soluzioni non possono essere di breve, brevissimo periodo, per poter invertire la rotta.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Se la globalizzazione e la delocalizzazione vengono associate, soprattutto nei piccoli centri, a sparizione progressiva dei servizi, disoccupazione, futuro incerto, è chiaro che la globalizzazione venga vista come un mostro. E davanti ai mostri ci si chiude, si scappa o si combatte. Il punto è che i malesseri italiani hanno soprattutto radici interne, quali per esempio corruzione, evasione fiscale, lentezze burocratiche e difficoltà a fare rete. Cercare il nemico fuori di noi da combattere è più facile, ma non risolverà i nostri problemi più gravi. E paradossalmente il dare risalto all’identità non sta diventando un collante sociale. Anzi, ci mette gli uni contro gli altri, in una guerra tra poveri, perché le identità sono tante e come a cerchi concentrici: superata una soglia ci sarà sempre qualcuno che può essere escluso dal cerchio.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

La sinodalità è un’istanza del Concilio Vaticano II che ancora stenta a prendere corpo. Camminare insieme richiede una grande capacità di ascolto, quell’ascolto vero che cambia tutti coloro che partecipano al dialogo. Richiede anche disponibilità a mettersi in discussione, di dar vita a percorsi che possono nascere in maniera inattesa. Una condizione necessaria per dar vita a processi sinodali è quella di un grande distacco da se stessi, di apertura e disponibilità ad ascoltare insieme la voce dello Spirito. E nella Bibbia l’ascolto è obbedienza in atto: ascoltare è fare (“Tu ci riferirai tutto ciò che il Signore, nostro Dio, ti avrà detto: noi lo ascolteremo e lo faremo” Dt. 5,27).

Senza questi elementi ed atteggiamenti di fondo si può anche celebrare un sinodo, ma non vivere un processo sinodale. Perché la sinodalità non diventi una moda, una parola nuova per cambiare l’involucro, ma non la sostanza del nostro agire, ritengo che sia molto importante ricordarci che essa è per la vita e la missione della Chiesa, in vista dell’annuncio e della trasmissione della fede: è nelle relazioni, sentendoci membra gli uni degli altri, che la fede diventa contagiosa.

La fatica e le resistenze derivano forse dalla sicurezza che strutture e prassi consolidate ci offrono, dal timore di lasciare il certo per l’incerto. E mentre si preparano gli animi a processi sinodali, è importante anche cercare di comprendere se le strutture attuali sono adatte a nuovi cammini, altrimenti il rischio è quello di versare vino nuovo in otri vecchi, con conseguenze destabilizzanti. Inoltre, durante il Sinodo sui giovani l’assemblea ha riflettuto su quanto sia importante formarsi alla sinodalità, perché cammini di discernimento comunitario non si possono improvvisare. Diventa importante soprattutto tra i più giovani, iniziare a formarci insieme laici, religiosi e seminaristi (cf. df 124)

Quando si dice “chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

I ragazzi oggi molto attivi sul fronte ambientale ci stanno insegnando qualcosa: si può essere minorenni, senza diritto di voto e non avere voce in capitolo. Ma se si è in tanti e si riesce a fare rete, allora si rischia anche di cambiare il mondo. Sono spesso in giro per l’Italia e osservo che le esperienze più significative di cambiamento, di cura per le città, di innovazioni sociali ed economiche nascono laddove si riesce a lavorare insieme, senza badare alle etichette, ai ruoli e al prestigio. Mi sono recata di recente a Cefalù, dove è nato il laboratorio speranza, una fondazione di partecipazione con lo scopo di aiutare i giovani a non essere costretti a partire per trovare lavoro. L’idea è nata dal Vescovo, ma a realizzarla sono in tanti: sindaci, interi consigli comunali, associazioni, movimenti, sindacati, imprenditori. Così si apre un processo, un sogno diventa segno. I risultati non saranno immediati, ma la costanza permetterà ai sogni di prendere pian piano corpo. La tentazione più grande che vedo all’orizzonte per il popolo di Dio è quella dello scoraggiamento. È una grande tentazione perché ci fa sentire impotenti, impossibilitati ad agire. Credo che invece questo sia il tempo di aprire processi, di continuare a seminare, di innaffiare, di aver cura delle pianticelle: le foreste nascono così. Ma i frutti li avremo solo se saremo capaci di far fronte comune. Di fronte a una grande richiesta di “identità”, noi dobbiamo essere in grado di mostrare che la nostra identità è una convivialità delle differenze, dove tutti si possono sentire a casa, soprattutto chi ora è più ai margini.

Istat: prosegue il calo della popolazione

Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima.

Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

Nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest (vi risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%) e infine dalle Isole (11,0%).

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità.

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille.

Ricerca. Italia-Cina, dieci anni di cooperazione. Al via la call per partecipare alla Settimana dell’Innovazione 2019

Dal 28 al 31 ottobre 2019, si svolgerà l’annuale Settimana Cina-Italia dell’Innovazione, della Scienza e della Tecnologia, in programma nelle città di Pechino e Jinan.

Seminari tematici, tavoli di networking, incontri one-to-one e un’intensa azione di promozione istituzionale sotto l’egida dei rispettivi Governi scandiranno il ritmo dello storico programma di cooperazione bilaterale, avviato dieci anni fa tra Italia e Cina per valorizzare i sistemi innovativi di ricerca e impresa.

La Settimana dell’Innovazione avrà quest’anno un particolare rilievo anche grazie agli accordi siglati nell’ambito del Memorandum of Understanding, firmato in occasione della visita del Presidente cinese Xi Jinping in Italia e in vista del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche nel 2020.

Il programma prevede:

  • il 28 Ottobre (Pechino): lo svolgimento del Sino-Italian Exchange Event;
  • il 29 Ottobre (Pechino): la celebrazione del decimoanniversario del China-Italy Innovation Forum, alla presenza dei Ministri Marco Bussetti e Wang Zhigang;
  • il 30 Ottobre (Pechino): visite a Poli di Innovazione e Centri di Eccellenza;
  • il 31 Ottobre (Jinan): il Focus Territorialeai centri di ricerca e incubatori tecnologici.

In occasione della manifestazione, si svolgeranno inoltre le finali della Best Start-up Showcase Entrepreneurship Competition, che ha visto dall’inizio dell’anno 90 start-up impegnate in un percorso selettivo di esplorazione del contesto cinese. Infine, in occasione del decimo anniversario del Forum, sarà allestita un’area espositivaper presentare i risultati della cooperazione tra istituzioni e imprese italiane e cinesi.

Possono partecipare le imprese e tutti i soggetti pubblici e privati (centri di ricerca, università, cluster tecnologici nazionali, imprese e start-up, distretti innovativi, parchi scientifici e tecnologici, associazioni di categoria, etc.) con una sede in Italia, attivi nell’innovazione di prodotto e processo o nella ricerca scientifica e tecnologica, e che hanno interesse a confrontarsi con potenziali partner della Repubblica Popolare Cinese.

La partecipazione alla manifestazione, agli incontri one-to-one e alle sessioni di lavoro è gratuita ma è subordinata alla compilazione del modulo di registrazione.

Per partecipare alla Settimana è necessario compilare ilmodulo di iscrizione pubblicato sul sito di Città della Scienza: http://machform.cittadellascienza.it/view.php?id=158198

L’inceneritore di Ravenna verrà dismesso

Stop all’inceneritore di Ravenna che a fine anno non vedrà più il conferimento dei rifiuti urbani nell’impianto. E’ questo il primo degli obiettivi raggiunti e sottolineati nella relazione conclusiva del monitoraggio intermedio del Piano regionale dei rifiuti.

Un risultato significativo, che nasce dall’azione condivisa tra Regione Emilia Romagna, Comune di Ravenna e Hera, che insieme hanno definito un piano d’intervento che porterà, appunto, alla dismissione della struttura. Questi ultimi mesi (la fine dell’anno segnerà la chiusura definitiva) serviranno per gli adempimenti tecnici ed organizzativi. Ovviamente il programma non comprometterà l’autosufficienza della regione nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti, che verrà garantita sia attraverso l’efficace utilizzo degli altri impianti presenti sul territorio, secondo, sia dall’aumento della raccolta differenziata, sulla quale, si sta realizzando l’obiettivo del 73% entro il 2020 previsto sempre dal Piano, essendo già arrivata al 68% nel 2018 (+3,7% sull’anno precedente).

La chiusura dell’impianto di Ravenna è stata annunciate ieri dal presidente della Regione Stefano Bonaccini, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Bologna con l’assessore regionale all’Ambiente Paola Gazzolo e con il sindaco del Comune di Ravenna Michele De Pascale.

Lo scorso anno sono stati 81 i Comuni impegnati nei sistemi di tariffazione puntuale che consente di misurare il rifiuto prodotto e di pagare per quanto si butta come prevede la legge regionale 16 del 2015 sull’economia circolare di cui il Piano dei rifiuti è strumento attuatore.

In tal senso la riduzione dei rifiuti urbani indifferenziati è stata addirittura superiore alle previsioni. La raccolta differenziata ha invece raggiunto il record del 68% e i conferimenti in discarica sono al 4,9%, già sotto l’obiettivo del 10% fissato dall’Europa per il 2035.

Ma non è tutto: la Regione scende in campo anche contro la plastica che inquina il mare. I pescatori potranno raccogliere i rifiuti in Adriatico senza pagare la tariffa di servizio portuale. La disposizione è operativa da subito e permette di dare piena attuazione a quanto già previsto dal Piani di raccolta dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico, già adottati dalla Capitanerie d’intesa con la Regione per i porti Rimini, Bellaria, Cattolica, Cesenatico, Goro, Gorino, Porto Garibaldi e Riccione. Un incentivo a difesa dell’intero ecosistema marino.

Un antiretrovirale per l’HIV

In una ricerca su animali, pubblicata su Nature Communications, è stato dimostrato che con una terapia antivirale a lunga azione e lento rilascio, eseguita con la tecnica del taglia e incolla del Dna  è possibile eliminare completamente il virus dell’Aids dal corpo di animali infetti, guarendoli in via definitiva dall’infezione.

Lo studio è stato condotto da Kamel Khalili della Temple University a Philapelphia e dalla University of Nebraska Medical Center e vede tra gli autori anche gli italiani Pietro Mancuso, Pasquale Ferrante e Martina Donadoni, sempre presso la Temple University.

De Mita e Nusco, si riparte dal basso e dalle comunità locali.

La visita a casa De Mita, la relazione poderosa del presidente De Mita, la partecipazione ad un convegno fortemente partecipato da amministratori locali e sindaci a Nusco, il viaggio da Roma con l’amico Lucio D’Ubaldo. Si potrebbero sintetizzare così i passaggi che sono culminati con l’incontro promosso da Giuseppe De Mita e dalla associazione Popolari per l’Italia e che ha registrato una folta presenza di persone che hanno scoperto, e forse anche riscoperto, l’impegno pubblico ed istituzionale attraverso le autonome locali.

Cioè i municipi. E il contributo di Ciriaco De Mita, al riguardo, è stato significativo e di qualità – come sempre, del resto – per ridare autorevolezza e prestigio al filone popolare in un contesto politico confuso e disordinato. Certo, De Mita richiama. E richiama ancora l’attenzione non solo del “suo” pubblico ma di un’area molto più estesa perché con la sua rielezione a Sindaco di Nusco ha ridato speranza e voce a quell’autonomismo che affonda le sue radici nel pensiero sturziano e nel popolarismo di ispirazione Cristiana. Al di là dell’anagrafe, del destino inglorioso dei vari rottamatori nostrani e dell’esperienza accumulata nel passato, un fatto è indubbio.

Con Ciriaco De Mita in campo si può far ridecollare un filone di pensiero e un modello di partecipazione politica che sino a poco tempo parevano definitivamente eclissati. E il convegno di Nusco lo ha confermato. Senza bandiere, senza vessilli, senza gigantografie, senza capitani e senza capi ma con la forza delle idee, del radicamento territoriale e della presenza istituzionale dal basso, può rinascere una nuova stagione politica. E la forza della testimonianza personale, come emergeva dal colloquio nel suo studio di Nusco gremito di libri, documenti, appunti, relazioni varie sui tavoli di lavoro, sono la conferma che forse siamo alla vigilia di una fase politica che può archiviare definitivamente quel finto nuovismo – accompagnato da un clamoroso vuoto di idee e di progetti – che ormai da troppo tempo segna il lento declino della democrazia italiana.

E quindi, proprio da un convegno come quello di Nusco può partire una rinnovata speranza per la politica italiana e per lo stesso futuro del pensiero popolare e cattolico popolare. E cioè, una presenza organizzata di amministratori locali che può essere funzionale e propedeutico per una rinnovata presenza pubblica dei cattolici popolari italiani. Al di là di qualsiasi degenerazione identitaria, delle piccole conventicole e degli stessi equilibrismi romani.

Si parte dal basso, si parte dalle comunità locali e, soprattutto, dalla testimonianza concreta di uomini che hanno contribuito, con molti altri, a rendere forte e robusta la nostra democrazia. Per questo ringrazio il neo sindaco di Nusco e, nello specifico, un testimone eccellente della lunga, nobile e travagliata stagione del popolarismo di ispirazione cristiana.

Gli eroi e gli Iseppi

Un Paese che si meraviglia perché la foto segnaletica della giovane capitana di Sea-Watch 3 sia stata diffusa è un paese che non ricorda gli applausi distribuiti non molti anni fa ai magistrati che gonfiavano il petto mandando in giro le foto di imputati in ceppi e manette. Cominciarono con Enzo Tortora. E nessuno di loro pagò mai. Eroi.

Ultimamente abbiamo capito come vanno le cose tra loro, in questo Paese. Basta leggere le intercettazioni pubblicate sui giornali, autentica nemesi: per anni sono stati loro a usarle e oggi ne vengono colpiti. C’è, tra l’altro, un alto magistrato, imputato di reati gravissimi, che viene informato da un suo collega che stanno indagando su di lui; e allora quello che fa? Lesto si rivolge alle caritatevoli cure del procuratore generale della cassazione per metterci una o più pezze. Eroi.

Un Paese che chiama eroi i pur bravissimi tecnici ai quali è stato chiesto di far esplodere ciò che restava del ponte Morandi quando semmai fu un grande – non un eroe, un grande – l’ingegner Morandi, autore di un viadotto importante e decisivo per la rinascita di Genova che soltanto l’incuria dei gestori ha poi trasformato in assassino. Eroi.
Un Paese che non orripila guardando un tizio grassoccio il quale, ogni giorno, ogni ora, in piedi e seduto, in divisa o a petto nudo, in brache e sandali da frequentatore di un qualunque “bagni da Gino”, elenca stentoreo i prescelti da odiare. Un Paese che non orripila perché è una congregazione di bisognosi di affetto e di psicofarmaci. Eroi.

Un Paese che la prima domenica d’estate affolla il romano Palazzo dello Sport per ascoltare un certo Panzironi. Che non è quello vero, quello a capo dell’Ama con Alemanno, eroi della rinascita della Capitale, prima del cambiamento avvenuto con Virginia Raggi. Quello di domenica è uno che chiamano il “messia delle diete” e assicura a chi lo paga centoventi anni di vita. Benvenuto anche a lui nel Paese nel quale va in onda, ”h24”, come si dice nella nostra neolingua da caserma, un talent di mostri, con magistrati che stanno dalla parte sbagliata, ministri panzoni e Panzironi vari. Eroi.

Il dramma italiano sta qui. Per più di mezzo secolo l’Italia non ha avuto bisogno di eroi, anzi li ha temuti e respinti. Il Paese è risorto e cresciuto facendo a meno di queste figure imbarazzanti e dannose, esagerate e ridicole. A nessuno degli uomini – e delle donne – che hanno fatto l’Italia è stato mai riservato l’ingenuo e peccaminoso titolo. Noi italiani siamo diventati, in maggioranza, dei buoni democratici e abbiamo goduto nel vivere in un grande Paese, industriale e agricolo, fondato su grandi tradizioni e geniali intuizioni. Questo grazie a guide sicure, consapevoli, tendenti al grigio. In bianco e nero eravamo forti. Nel sovranismo di selfie e marchette siamo abbagliati e isterici.

Stanno costruendo le strutture protette che accoglieranno amorevolmente questi potenti a petto in fuori e pancia in dentro: il web accende e brucia, il click è uguale per tutti. Fortunati quelli che come l’ex direttore generale della Rai all’epoca dei “professori”, 1996-1998, Franco Iseppi, oggi presidente del Touring Club Italiano, possono ricordare, come ha fatto lui, con Stefano Lorenzetto sul Corriere della Sera del 25 maggio scorso, splendori e miserie dell’ancien régime.

Libero dalla schiavitù di descriversi supereroe, parla di se stesso come uomo che ha saputo vivere i suoi ottant’anni senza dover mai tradire, interpretando correttamente i ruoli che gli sono stati assegnati. Fiero di aver collaborato con Enzo Biagi: “Raffaele Crovi e Gianfranco Bettetini non trovavano il coraggio di dire a Enzo che un suo servizio televisivo zoppicava e andava tagliato. Mi offrii di farlo io. Mi chiese; tu che ne pensi? Hanno ragione, risposi. E Biagi: visto che sei bravo, da oggi lavori con me”.

Prima di allora, Iseppi aveva condiviso l’esperienza di un gruppo, Presenza culturale, insieme a Ermanno Olmi, Raffaele Crovi, Mario Pomilio, Leandro Castellani, Ludovico Alessandrini, Gino Montesanto e molti giovani intellettuali. Nel 1970, al concorso Rai per produttori e sceneggiatori, Paolo Grassi gli fa una domanda sul teatro africano. “Iniziai a parlare di Aimé Césaire. Mi interruppe: qui siamo gli unici due a capire che cosa sta dicendo. Se tutti i cattolici fossero come lei, noi socialisti potremmo andare a spasso. Assunto”.

Quell’Italia non aveva bisogno di eroi ma di persone intelligenti.

Per la nuova democrazia di cattolici e laici, per l’applicazione della Costituzione

Il marxismo non c’è più; il liberalismo è una categoria ottocentesca. Ci sono, se mai il neoliberismo e il neostatalismo, con tutte le implicazioni negative, perché entrambi funzione l’uno dell’altro, nella non valorizzazione della persona. Dunque rimane il popolarismo.
Il popolarismo sturziano è una virtù, per un certo verso astratta e per l’altro, molto concreta. Quando i socialisti in Sicilia fanno lo sciopero contro gli agrari, Sturzo, che non aveva ancora fatto il partito a inizio del secolo scorso, va ed è solidale coi socialisti, però poi dice ai socialisti-io voglio togliere la terra agli agrari, ma per darla ai contadini, mentre voi volete togliere la terra gli agrari e darla allo Stato, quindi questo non è in funzione dei contadini-. Questa cosa l’ho ripensata spesso, perché De Gasperi, che nella vulgata generale sarebbe un conservatore, fece la riforma agraria in due mesi.

Sturzo è ancor oggi, meravigliosamente, la soluzione ai grossi problemi dell’Italia. Perché la triade impresa, lavoro, famiglia è la circolarità creativa e risolutiva del nostro paese.La DC non è mai stata un partito dei cattolici, ma di cattolici e laici nello stesso tempo, e seppe riunire uomini e donne di buona volontà, uniti nello spirito dei valori della libertà e della dignità della persona e del lavoro, con concretezza e realismo politico. La DC fu soppressa nel 1994. Non facciamo un’altra Margherita per favore, un partito cioè stampella della sinistra, come vorrebbero alcuni e come vorrebbero anche diversi “esponenti del mondo cattolico”.

Nemmeno Sturzo lo volle e si schierò in alternativa alle proposte politiche ufficiali, subendo il martirio dell’esilio. Oggi ci aspetta sicuramente un altro martirio, quello che abbiamo visto di recente e che potrebbe concretizzarsi nelle prossime regionali ( alle quali ci prepareremo con meticolosa cura senza trascurare nessun particolare) per una alleanza innaturale con le sinistre da parte di esponenti cattolici di “varia appartenenza”. Non facciamo un partito clericale, nè un partito “clericaldisinistra”, i cui preliminari li abbiamo sconsolatamente intravisti…Perché abbinare l’azione, l’anima e lo spirito dell’opera immensa e originale di La Pira a piccoli personaggi della attuale sinistra, con eminenti benedizioni, è la peggiore conclusione che noi, che crediamo nei valori universali del popolarismo di Sturzo e De Gasperi, potremmo fare. Grazie e speriamo di essere bravi a resistere alle sirene clericali.

Le teorie di un vero economista

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Sergio Valzania

«Non è vero che esiste una legge della “libertà naturale” degli individui nelle attività economiche. Non vi è nessun “contratto” che conferisca diritti perpetui a coloro che hanno o che acquisiscono. Il mondo non è governato dall’alto in modo che l’interesse privato e l’interesse sociale coincidano sempre, né è governato dal basso in modo che essi coincidano all’atto pratico». Così scrive John Maynard Keynes ne La fine del Lassez-Faire, pubblicato nel 1926 sulla traccia di una conferenza tenuta due anni prima.

Un’ottima occasione per avvicinarsi al pensiero, ma soprattutto alla personalità, del celebre economista inglese ci viene offerta in questi giorni da una nuova traduzione, fatta da Giorgio La Malfa, della maggiore delle sue opere specialistiche Teoria Generale dell’Occupazione, della Moneta e dell’Interesse accompagnata da un ricco corredo di scritti minori e da un imponente apparato critico, uscita nei Meridiani di Mondadori (Milano, 2019, pagine 315, euro 80). Il volume va messo in libreria vicino agli altri due testi fondamentali dell’economista inglese, editi in italiano da Adelphi: Le conseguenze economiche della pace, il saggio che rese famoso Keynes nel quale lo studioso condannava il comportamento punitivo da parte dei vincitori nei confronti della Germania sconfitta alla conferenza di Pace di Parigi del 1919, e Sono un liberale? Ed altri scritti che contiene tra l’altro un profilo del maestro, Alfred Marshall, nel quale l’autore sottolinea la derivazione diretta della cattedra di economia da quella di morale.

Forse quella che oggi più ci interessa, e conserva maggiore attualità, è la figura di John Maynard Keynes come moralista, proprio in quanto scienziato dell’economia, perché fu sempre capace di mantenere un solido e costruttivo rapporto tra due punti di vista la cui separazione, alla quale la contemporaneità sembra volerci abituare, rischia di risultare perniciosa. A proposito di Marshall, Keynes scrisse che per lui «questi studi erano una specie di lavoro religioso, per aiutare il genere umano».

Nonostante una vita caratterizzata da un accentuato anticonformismo, tipico delle élite britanniche della prima metà del Novecento, Keynes aveva un profondo rispetto per la tradizione religiosa. In una conversazione con Thomas Eliot ebbe a dire: «Comincio a rendermi conto che la nostra — la mia e la tua — generazione deve molto alla religione dei nostri padri. I giovani che crescono senza di essa non riusciranno a vivere appieno la loro vita».

La critica radicale al lassez faire — alla teoria economica classica fondata sul pensiero di David Ricardo e basata sulla convinzione che esistano leggi di mercato capaci di imporre un’autoregolamentazione degli scambi, dei valori e dei prezzi, alle quali è inutile e assurdo opporsi — discende dalla convinzione che l’uomo è chiamato a regolare il mondo dove vive e soprattutto ne è responsabile. Libero arbitrio e peccato originale sono due misteri che vanno presi in considerazione per comprendere le motivazioni, magari a volte inconsapevoli, dell’opera di Keynes.

Lo studioso inglese era convinto, come scrive in una lettera del 1938 a Roy Harrod, che «l’economia è essenzialmente una scienza morale e non una scienza naturale», utilizzando una terminologia che individua l’ambito delle proprie ricerche e ne tratteggia allo stesso tempo il carattere. Il vero economista, secondo Keynes specie rarissima per la molteplicità e soprattutto la differenza di talenti che gli sono richiesti, è dunque chiamato prima ancora che a individuare leggi matematiche, a collaborare alla costruzione di un umanesimo adeguato al mondo moderno, che ha subito trasformazioni violente e repentine, e ne porta le ferite.

Che l’uomo vada posto al centro della riflessione che riguarda l’economia, per lo studioso inglese è un fatto evidente. Sempre scrivendo a Roy Harrod precisa che «essa ha a che fare con motivi, aspettative, incertezze psicologiche. È come se la caduta della mela a terra dipendesse dalle motivazioni della mela: se per la mela valga la pena di cadere a terra, o se la terra desideri che la mela cada».

Perciò gli studi economici devono collegarsi strettamente con la cultura del tempo nel quale si sviluppano. Keynes fu attento alla psicanalisi di Freud e alla nuova fisica, il cui campo era stato aperto dalla teoria della relatività di Einstein. Nella lunga e attenta introduzione al volume, Giorgio La Malfa riflette su quanto l’aggettivo “generale” nel titolo dell’opera maggiore dello studioso inglese debba essere collegato alla denominazione della forma definitiva della teoria della relatività, appunto definita come generale.

La generalità della nuova teoria consiste infatti secondo Keynes nel ridurre la teoria economica classica a un semplice caso particolare: la situazione di piena occupazione. E proprio l’occupazione è la questione che interessa più di altre lo studioso, in quanto legata alla parte debole della società, che paga il prezzo delle crisi di fronte alla quale non si può semplicemente sostenere, come fa la teoria del lassez faire, che prima o poi passeranno e che il mercato riaggiusterà tutto. Il sogno di Keynes si proietta in un mondo futuro, quando, come scrive in Possibilità economiche per i nostri nipoti, «potremo finalmente permetterci di assegnare al desiderio di denaro il suo giusto valore. L’amore del denaro, per il possesso di denaro sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali».

I nipoti di Keynes, scomparso sessantaduenne nel 1946, sono diventati nonni, ma la sua profezia sembra ancora lontana dall’avverarsi.

Nomine Ue: cʼè lʼaccordo

Alla presidenza della Commissione va il ministro della Difesa tedesco, Ursula Von der Leyen, della Cdu.

La francese Christine Lagarde va alla presidenza delle Bce, mentre il socialista spagnolo Josep Borrell diventa Alto rappresentante.

Il nuovo presidente del Consiglio europeo sarà il primo ministro belga Charles Michel.

Vicepresidenti della Commissione con il “rango più alto” saranno Frans Timmermans e Margrethe Vestager. Sono in corso contatti tra Bruxelles e Strasburgo per sciogliere anche l’ultimo nodo relativo al presidente del Parlamento europeo.

Per il momento l’Italia, come prevedibile, rimane a bocca asciutta. Anche se per lei potrebbe aprirsi la possibilità di una vicepresidenza.

 

I deputati pro-Brexit voltano le spalle allʼinno

Gli eurodeputati britannici del Brexit Party, la formazione di Nigel Farage, sono rimasti seduti o hanno voltato le spalle durante l’esecuzione dell’inno europeo che ha aperto la sessione inaugurale a Strasburgo. A rimanere seduti anche alcuni parlamentari francesi del gruppo sovranista Identità e democrazia, di cui fa parte la Lega.

Dopo il gesto di protesta dei parlamentari, il presidente uscente, Antonio Tajani (Ppe), ha richiamato la Camera all’ordine, chiedendo a tutti i deputati di alzarsi in piedi.

 

Il Piano strategico del Turismo 2019-2021 della Regione Lazio

Il Piano strategico del Turismo 2019-2021 della Regione Lazio  per la valorizzazione del mare, ha tra le sue novità, un capitolo dedicato esclusivamente al mare, al litorale costiero, alle isole pontine e alle strategie possibili per generare un’economia in chiave sostenibile.

Gli obiettivi: con il nuovo Piano strategico del turismo del Lazio la Regione promuove al meglio questo patrimonio a partire da un turismo sempre più sostenibile, che lascia la ricchezza là dove la crea, si sviluppa senza aggredire i borghi e i litorali, è competitivo con le altre realtà nazionali e internazionali, ed è in grado di accogliere giovani e famiglie.

Eni e Regione Lombardia insieme per la decarbonizzazione

E’ stato siglato ieri, presso la raffineria Eni a Sannazzaro de’ Burgondi, nel pavese, un protocollo d’intesa che guarda all’implementazione, in un’ottica circolare congiunta, di nuovi modelli industriali per una crescita sostenibile di lungo termine, nella prospettiva di un futuro low carbon. L’accordo firmato dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e dal Chief Refining and Marketing officer di Eni, Giuseppe Ricci, tratteggia e definisce i punti chiave del percorso di collaborazione per la salvaguardia delle risorse naturali attraverso un uso efficiente e sostenibile delle stesse, la promozione del recupero, nonchè il riuso attraverso l’estensione della vita dei prodotti e della produzione di biocarburanti, anche attraverso la valorizzazione delle biomasse o dei rifiuti.

Le iniziative riguarderanno diversi ambiti: studi e sperimentazioni per la valorizzazione e ottimizzazione della gestione dei rifiuti urbani, anche attraverso sistemi di mappatura e tracciabilità con strumenti digitali, con particolare riguardo alla frazione organica, che Eni attraverso la tecnologia proprietaria Waste to Fuel sta testando in un impianto pilota a Gela per la produzione di bio-olio; la valorizzazione dei fanghi biologici e dei rifiuti plastici, attraverso le tecnologie di riciclo di materia o di conversione in intermedi chimici e/o energetici; la valorizzazione delle biomasse di scarto delle filiere produttive lombarde, in particolare del riso, del settore lattiero caseario e dell’industria delle carni, per il recupero dei grassi animali.

Regione Lombardia ed Eni studieranno anche modelli virtuosi di raccolta e recupero degli oli esausti domestici per la produzione di biocarburanti, e per il recupero e riuso, a fini produttivi, delle acque di provenienza industriale o civile. Nelle aree industriali in corso di bonifica o già riqualificate si potranno sviluppare iniziative di produzione di energia rinnovabile, mentre per la mobilità verranno studiate soluzioni che puntino alla riduzione delle emissioni e all’efficienza nell’uso delle auto private e del trasporto pubblico e del car sharing.

Il percorso di de carbonizzazione avviato da Eni ha come obiettivo il raggiungimento delle zero emissioni nette dell’upstream entro il 2030. Eni conta di raggiungere questo ambizioso target attraverso interventi mirati all’aumento di efficienza per minimizzare le emissioni dirette di anidride carbonica a monte: entro il 2025, infatti, la compagnia s’impegna a ridurre di circa il 45% l’intensità emissiva delle proprie attività upstream, ad azzerare il flaring di processo e ridurre dell’80% le emissioni fuggitive di metano. La strategia di decarbonizzazione di Eni conta anche sulla crescita delle fonti low carbon, con l’aumento della quota di gas e biofuel nel portafoglio della società; una crescita delle fonti a zero emissioni, come il solare, l’eolico e i sistemi ibridi; nonché in un approccio circolare che massimizzi l’uso dei rifiuti come feedstock trasformando ed estendendo la vita utile degli asset.

50° anniversario Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia

In occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia diretto da Adele Bonofiglio, afferente al Polo museale della Calabria guidato da Antonella Cucciniello, si avviano le celebrazioni della ricorrenza con un ricco programma di eventi che si svolgeranno nel corso dell’anno.

Con due giornate, dedicate ad un importante convegno scientifico che si terrà nei giorni 6 e 7 luglio 2019, si offrirà una importante disamina degli studi fin qui condotti da esimi studiosi nazionali e internazionali che relazioneranno sull’area di Hipponion-Valentia.

Nell’ambito dei festeggiamenti si svolgerà la Iª fiera dei Musei del territorio, al fine di promuovere e valorizzare le prestigiose realtà locali. Le celebrazioni continueranno con l’allestimento di  una mostra su Scrimbia a metà settembre, e nei giorni 19 e 20  ottobre 2019 si svolgerà la Iª Fiera dei Musei  Archeologici della Magna Grecia.

Il Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia è stato istituito nel 1969 ed è dedicato alla memoria del Conte Vito Capialbi, erudito del luogo. Animato da spirito antiquario, per primo raccolse e custodì le testimonianze della vita della città ricostruendone la storia dalla fondazione della colonia locrese di Hipponion alla costituzione della colonia romana di Valentia.
A questo nucleo si aggiunse la collezione di monsignor Albanese ricca soprattutto di ex voto.
I reperti che dal VII sec.a.C. al III sec.d.C, illustrano la civiltà greca, bruzia e romana sono stati in gran parte rinvenuti nell’area della città antica.
Particolare rilievo rivestono  le terrecotte (VI –V sec. a. C.) alcuni bronzi  e la preziosa laminetta aurea, con testo orfico, rinvenuta in una vasta necropoli che interessa l’area urbana della città moderna.
Di notevole interesse, inoltre, il ricco monetiere Capialbi che rappresenta un riferimento numismatico  tra i più importanti in Calabria.

L’evento è stato realizzato grazie al sostegno della Banca di Credito
Cooperativo di San Calogero e della Camera di Commercio di Vibo Valentia e con la condivisione per gli aspetti organizzativi di: Ristorante Filippo’s di Franca Daffinà, Marco Renzi, Double C Ballet – Compagnia ValentiaDanza, CSV.

Gli integratori alimentari nell’attuale quadro normativo

Assorted pills

In base all’attuale normativa gli integratori, nel contesto della legislazione alimentare, si configurano come “fonti concentrate” di nutrienti o altre sostanze ad effetto nutritivo o fisiologico. Il loro ruolo è quello di favorire la normalità delle funzioni dell’organismo o ridurre fattori di rischio di malattia, senza alcuna finalità di tipo terapeutico che è una prerogativa esclusiva dei medicinali.

Il convegno, organizzato dalla Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, è articolato in due sessioni principali.

Con gli interventi in programma ci si prefigge di delineare in modo chiaro la gamma dei costituenti ammessi all’uso negli integratori alimentari, il significato del ruolo “fisiologico” di tali prodotti e le garanzie che devono offrire in termini di qualità, sicurezza ed efficacia nel rispetto di tutte le disposizioni applicabili della legislazione alimentare.

Interverranno esperti scientifici, rappresentanti del ministero della Salute, dell’Istituto superiore di sanità e dei medici di medicina generale.

Sea Watch: la morale come legge

Comunque si valutino le sue convulse fasi finali, la vicenda della Sea Watch evidenzia una frattura tra Morale e Legge.
Nell’idea di democrazia liberale ancorata al rispetto preminente dei diritti della persona (quella che nella recente intervista al Finacial Times il Presidente Putin ha definito come ormai fallita), la cultura europea aveva composto questa antinomia e ci aveva indotti a pensare che Morale e Legge potessero abitare uno spazio comune, nel rispetto delle reciproche essenziali dimensioni. Non sempre coincidenti, ma convergenti.
La (buona) Politica, con la sua missione di dialogo e di mediazione, ha guidato e amministrato questo fecondo terreno comune.
La vicenda Sea Watch di questi giorni (non l’unica, peraltro) sembra invece riportarci indietro nella storia.

Ha ragione la Capitana Carola quando afferma di agire in nome della Morale oppure ha ragione il Capitano Salvini quando afferma di agire in nome della Legge?
Nello scontro – così posto – tra Capitani, la (buona) Politica scompare, mentre la tifoseria prende il sopravvento.
Vorrei essere chiaro: se questa è l’alternativa, scelgo comunque e senza dubbio la “Capitana” e non il “Capitano”.
Tuttavia, la gestione di un fenomeno epocale e strutturale come quello delle migrazioni non può essere interamente scaricato sulle spalle di qualche “eroe” (oltre che dei tanti volontari – che Dio li benedica – pur meno noti alle cronache, ma artefici di una capillare, operosa e discreta rete di solidarietà diffusa).

E neppure – per l’altro verso – può essere posta sulle spalle degli apparati di Pubblica Sicurezza, chiamati ad applicare Leggi “manifesto” sempre più ispirate alla coltivazione della paura più che alla vera sicurezza.
La radicalizzazione che dilaga nella pubblica opinione, in primis sui social – col suo carico di violenza e con le sue ricadute di incattivimento generale dei rapporti sociali – non promette nulla di buono, come la Storia dovrebbe insegnare.
Ritengo meritoria la testimonianza di alcuni parlamentari del centro sinistra nei giorni scorsi a Lampedusa e condivido totalmente le tante prese di posizione di persone e associazioni che hanno voluto dire una parola chiara di “resistente” solidarietà, in controtendenza all’aria che tira.

Significa che una parte della società non intende cedere il cervello all’ammasso; si ribella a questa deriva di inumanità e di cinismo; non ha dimenticato le pagine più buie della storia, scritte – consapevolmente o meno – con lo stesso inchiostro velenoso tornato oggi, pare, di gran moda.
Tutto ciò, però, è la base Morale (imprescindibile), non è ancora una “Politica”.
Occorrono una “narrazione” nuova ed una proposta chiara e complessiva di “governo” (pur dall’opposizione) del fenomeno migratorio.
Ciò che ancora manca è un “Manifesto Culturale e Politico” che affronti in maniera razionale, rigorosa e con linguaggio socialmente comprensibile questa sfida epocale, in tutti i suoi aspetti.

Dalla gestione delle emergenze attraverso lo strumento pianificato e sicuro dei corridoi umanitari, alla politica sistematica di integrazione (con il necessario impegno anche educativo in tema di diritti ma anche di doveri degli immigrati e con una grande attenzione – oggi totalmente assente – al tema delle seconde e terze generazioni); dalle misure efficaci e generalizzate di impiego dei richiedenti asilo in attività di utilità sociale per le comunità che li accolgono, alla riapertura delle procedure per le quote di ingresso programmato di stranieri a fini lavorativi (bloccate da anni e richieste a gran voce da molti imprenditori, che magari votano Lega ma poi si lamentano che le loro attività non si possono svolgere senza lavoratori stranieri); dalla rivendicazione di misure “certe” di sanzione – rimpatrio compreso – per chi viola le nostre regole (chi dovrebbe garantirle? L’opposizione oppure il Ministro dell’Interno in carica ormai da più di un anno?), alla informazione capillare sulla vera dimensione reale del fenomeno migratorio in Italia (che tutti gli istituti demoscopici affermano essere distorta e oggetto di percezioni lontanissime dalla realtà).
Tocca alle culture democratiche recuperare una prospettiva credibile e convincente su questo terreno.

Diversamente, la pur nobile e moralmente obbligata testimonianza valoriale non sarà certo sufficiente a sottrarre i “penultimi” (e quanti temono di diventarlo) dalla trappola della paura (e dell’odio alimentato ad arte) verso gli “ultimi” di turno.

La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa – Intervista a Luciano Violante

Tratto dalla pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Nella sede della Fondazione Leonardo da lui presieduta, incontriamo Luciano Violante che interviene nel dibattito cominciato dal sociologo Giuseppe De Rita il 21 maggio su queste pagine con una riflessione che rinviava all’esperienza del Medioevo e all’Italia dei Comuni e alla necessità di una doppia autorità, civile e spirituale; una che garantisca la sicurezza e l’altra che offra un senso, un orizzonte di senso.

Oggi la sicurezza è un grande tema che muove anche le scelte elettorali. Ma di quale sicurezza stiamo parlando?

La sicurezza oggi non è un obiettivo del governo; è un tema della propaganda e della polemica nella politica e nei suoi satelliti. Serve ad acquisire o a consolidare consenso, non a individuare politiche adeguate attraverso il confronto tra posizioni diverse. Il meccanismo sovranista si alimenta quotidianamente della proposizione del nemico. Se mi è permesso in questa sede, direi che ha il complesso di San Giorgio: o è a cavallo con la lancia in resta contro un drago minaccioso ai suoi piedi, oppure non lo riconosce nessuno. Si tratta di qualcosa di molto diverso dalla politica della sicurezza di cui parla De Rita. Il cittadino ha bisogno di sicurezza sul lavoro, nella sanità, nelle condizioni ambientali. Ma queste sicurezze non le riceve più da nessuno; questo silenzio per un verso alimenta il rancore, per altro verso spinge a dare consenso a chi dona sogni con promesse mirabolanti e con la contemporanea indicazione di colpevoli contro i quali scaricare il rancore. La società è attraversata dalla colpevolizzazione dell’altro. Finché c’era il bipolarismo internazionale, ciascuno dei due sistemi dava il meglio di sé, perché doveva competere con l’avversario, doveva dimostrarsi più credibile dell’altro. I sovietici mandavano Gagarin in giro per lo spazio e gli Usa facevano scendere Armstrong sulla Luna. In questo sistema i due soggetti che competevano, garantivano la sicurezza intesa in senso globale, e allo stesso tempo davano un senso alla vita. Era una singolare cooperazione a vantaggio dell’umanità. In Occidente la fede cristiana per un verso e il capitalismo per un altro verso davano un senso, una speranza alla vita. La stessa funzione avevano i partiti comunisti nell’orbita sovietica e in molti paesi occidentali. Non ignoro il Cile da una parte e l’Ungheria dall’altra. C’era del male, ma anche del bene. Poi è scattato il corto circuito. Ho l’impressione che l’Occidente non sia stato capace, nel suo complesso, di gestire la globalizzazione, che è stato il tempo del dopo-guerra fredda. Hanno fallito sia l’ala liberista, che ha ridotto il popolo a una massa di consumatori, sia quella socialista che si è illusa di poter garantire per il popolo mentre si sedeva su uno strapuntino del banchetto neoliberista.

Il fallimento di queste due ipotesi ha portato a una rottura orizzontale, non più per appartenenze a grandi schieramenti valoriali, che creavano separazioni verticali ma tenevano uniti società, corpi intermedi e politica. Oggi si manifesta una frattura orizzontale tra una società rancorosa e una società intimidita. I rancorosi si considerano danneggiati dalle élites e le élites sinora non si dimostrano idonee ad affrontare il rischio di una narrazione che spieghi la verità. I sovranismi sono l’espressione di questo; cosa dicono infatti se non “noi stiamo, chiusi, tra noi, perché gli altri sono gli avversari, i nemici”. Gli altri non hanno avuto la forza di opporre argomenti strategici, ma solo argomenti tattici. In questo modo sono venuti meno i tre grandi elementi di una democrazia: un soggetto che garantisse diritti e sicurezza, un soggetto che desse un senso alla vita, un soggetto capace di mediare tra società e decisori politici.

Il quadro è desolante e inquietante, si può recuperare?

Io sono sicuro che si può superare questa fase. Il Papa ha detto che siamo in un cambiamento d’epoca, non in una semplice epoca di cambiamenti. È un’analisi che illumina. Se c’è questo tipo di cambiamento non possiamo pensare a ricette del passato tutte incentrate attorno alla espansione illimitata dei diritti, sino a far diventare diritti i semplici desideri. Un nuovo senso della vita si può garantire solo con una politica dei doveri. Sono i doveri che danno un senso alla vita, non sono i diritti; eppure oggi pochi, forse nessuno, parlano di doveri. Doveri vuol dire comunità, vuol dire rispetto dell’altro, vuol dire limite. E oggi nessuno parla di limiti, di rispetto dell’altro… Di qui la situazione di assonnamento della ragione che c’è in giro. A mio avviso il punto di partenza è fare comunità; quello che manca soprattutto è la comunità, cioè un complesso di soggetti che si considerino provvisti di doveri verso l’altro e verso la comunità nel suo complesso.

Viene in mente le “profezia” di Aldo Moro: «Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere».

Con la lungimiranza che gli era propria, Moro aveva colto l’avvio di uno sgretolamento del sistema basato sulla corsa ai diritti, per cui si deve fare tutto ciò che si può fare. Questo consegna la società ai meri rapporti di forza, perché chi può fare fa. E chi non può fare sta a guardare, protesta o si rifugia nella satira. Non vedo soggetti in giro che stiano attivando un processo di fiducia.

Forse il Papa?

Io non sono cattolico, nel senso che non ho religione. Spero di avere fede, cerco di averla, legando ragione e fede, senza illudermi di poter capire tutto. Chi sono io per discettare su Dio? E quindi guardo con grande attenzione al Papa. Papa Francesco ha la sua storia nell’America del Sud, che è una cosa diversa dal mondo di cui stiamo parlando in questo momento. Lui giustamente spinge per i diritti degli ultimi, e fa benissimo. Però siamo su una lunghezza d’onda che alcune volte, lo dico con rispetto, dovrebbe essere coniugata con un processo più costruttivo della comunità: mi sembra che manchi la parte dei doveri. Ma potrei sbagliare. E manca un principio di gerarchia; si tratta di una parola che suona antica ma penso che una società democratica abbia bisogno di un principio di gerarchia. Per gerarchia non intendo un ordine civile piramidale, intendo una scala di valori cui corrisponde una scala di meriti, alla quale corrisponde una scala di responsabilità. Si parla oggi di morte della democrazia; i necrologi appartengono a un fase nella quale ritenevamo la democrazia in qualche modo incrollabile, piena di difetti, di buchi, ma incrollabile. E c’era una corsa a dimostrare quanti buchi avesse. Oggi molti credono lo Stato sia incrollabile e quindi lo si può benissimo spogliare di risorse e di competenze; va bene, ma poi? Democrazia e Stato possono essere considerati, come fanno in tanti, condizioni inestinguibili, come il sole, la pioggia, ma non è così. Il punto è che la democrazia e lo Stato devono essere curati, perché sono un prodotto umano e come tutti i prodotti umani vanno curati, altrimenti si essiccano. Ma come si curano democrazia e Stato? Credo che questo sia uno degli obiettivi che dobbiamo porci. A me sembra che sia necessario partire dalla ricostruzione di comunità, lo ripeto. Invece il partito piramide ha sostituito il partito comunità, con la caporalizzazione dei partiti politici, nessuno escluso. L’idea che la modernità sia semplicemente un continuo superamento del limite in ogni campo dell’agire umano, dà l’illusione della onnipotenza, che è l’anticamera della catastrofe. La stessa caduta dell’etica pubblica è determinata da questa trasformazione. L’etica è frutto dei valori di una comunità, non dell’imposizione dall’alto da parte di un capo.

Non a caso Mattarella insiste sui corpi intermedi.

A ragion veduta. Tra l’altro proprio a Sergio Mattarella si deve una delle migliori leggi elettorali che dava al candidato e al politico la consapevolezza di rappresentare un tot numero di persone e quindi doveva stare là, doveva parlare, ascoltare, eccetera… rappresentare appunto, essere il punto di riferimento di una comunità. Nella scorsa legislatura, ogni tanto venivano a trovarmi, un po’ segretamente, alcuni parlamentari del Movimento Cinque Stelle, e una volta una giovane, molto sveglia, mi disse: “ma noi che cosa non abbiamo? che cosa non sappiamo?”. Io risposi, da anziano: “Voi non conoscete il dolore delle persone. Chi fa politica conosce il dolore delle persone perché sta in mezzo alle persone che vengono a dirgli i loro problemi. Non vogliono che tu glielo risolva, vogliono che tu condivida il loro dolore. Questa è la questione. Voi parlamentari di oggi questa cosa non la conoscete. Magari state dove sta la gente, ma non vi mescolate”. Attraverso la conoscenza del dolore si può costruire la comunità, perché la comunità non è un circolo ricreativo, è un luogo nel quale si vive; si convive anche con le forze disgregatrici ma ci si impegna a sconfiggerle. Il Papa invita a non temere i conflitti, alla manutenzione dello squilibrio.

L’uomo di fede, di qualsiasi fede, può quindi giocare oggi un ruolo dentro questa crisi?

La fede dà speranza, ma dà anche responsabilità. È più facile ritrarsi che impegnarsi perché spesso sembra prevalere l’apparenza, mentre la fede è sostanza che non appare. Pensi all’uso sfacciato dei simboli religiosi… bene ha detto il cardinale Ravasi sul Corriere della Sera distinguendo tra fede e religione; quest’ultima è l’esteriorità. Oggi c’è, mi pare, una forte esibizione di questa esteriorità. Però la fede è un’altra cosa. C’è bisogno di persone di fede. Anche di una fede che non sia ultraterrena, ma di fede nel senso di persone che vogliono dare un senso alla vita, credere che la vita abbia un senso e che si impegnano su questo. C’è tanta gente che lavora spinta da una grande fede, sia di tipo secolare che di tipo religioso, ma tutto questo non emerge. Quanti ragazzi ad esempio fanno assistenza sociale e s’impegnano nel volontariato. I difetti si superano partendo dalle qualità; fermiamoci alle cose che funzionano, chiediamoci come mai funzionano e cerchiamo di estendere il modello.

Ho intervistato in questa serie Gioele Anni. Un ragazzo di 28 anni, uno impegnato nell’Azione Cattolica che non cerca alibi ma è motivato in modo contagioso a impegnarsi per il bene comune. Parlando di politica ha detto che oggi la politica è “una cosa complessa che ce la vendono facile”.

Mi fa venire in mente di nuovo Aldo Moro, di cui sono stato allievo, che una volta mi disse «bisogna distinguere tra semplificare e banalizzare. Chi semplifica toglie consapevolmente il superfluo, chi banalizza toglie inconsapevolmente l’essenziale». Questo “vendere facile” non è semplificazione, ma banalizzazione, si elimina l’essenziale e si mette in primo piano il superfluo. Noi siamo parte della complessità del mondo. Dobbiamo esserne consapevoli.

La crisi che stiamo vivendo è totalmente nuova o non c’è mai nulla sotto il sole come dice Qoelet? Forse un elemento nuovo c’è: la tecnologia, che ne pensa?

Ho ricordato il cambiamento d’epoca. Se c’è cambiamento d’epoca, c’è trasformazione. Chiamiamo crisi quello che è un processo di trasformazione. Se non saremo in grado di prendere in mano il processo e di portarlo avanti sarà deperimento, crisi appunto. Ma se saremo capaci di prendere nelle nostre mani il futuro, sarà trasformazione compiuta. Le nuove tecnologie pongono la necessità di un “umanesimo digitale”, di una rivisitazione dell’umano, per un’umanità che dev’essere più consapevole per non diventare subalterna alla macchina. Secondo me si deve ridefinire l’umano in rapporto alla tecnologia, non come separatezza ma come capacità di governo.

Nel dialogo con Habermas, l’allora cardinale Ratzinger sosteneva proprio questo, che c’è stato uno sviluppo enorme dal punto di vista tecnologico al quale non ha corrisposto uno sviluppo morale, da qui l’inquietante squilibrio.

È così, c’è uno squilibrio. C’è, ci deve essere, un’etica della tecnica. Come Fondazione Leonardo noi avremo un convegno il 21 e 22 novembre prossimo sui principi etici e giuridici dell’intelligenza artificiale e robotica perché senza etica non c’è nessun progresso nella tecnologia; non si può fare tutto ciò che si può fare, quello che si può fare dipende anche da quello che si riesce a governare. La tecnologia ci spinge ad approfondire il concetto di umano; la pura contrapposizione dell’umano alla tecnologia è già di per sé una forma di difesa fragile, destinata a soccombere.

D’altra parte dopo la seconda guerra mondiale il problema dell’umano si è riproposto, pensiamo al tema della dignità; l’Onu e la Ue si basano sul primato dell’umano.

Proprio per l’uso dissennato della tecnologia nella distruzione dell’altro emerse il discorso dell’umano, la dignità, il valore dell’uomo. Dopo la guerra si reagì. Pensiamo oggi all’uso della tecnologia nel campo della comunicazione: abbiamo fondato i meccanismi democratici sull’opinione pubblica ed ecco che vediamo come l’opinione pubblica può essere deviata da false notizie. Perciò abbiamo bisogno di un’umanità diversa che si formi sull’uso consapevole di questi strumenti. Si pone, senza esagerare in prediche, il problema del primato della verità, oggi forte più di prima.

 

Istat, scende la disoccupazione: a maggio è al 9,9%, ai minimi dal 2012

Dopo la sostanziale stabilità registrata ad aprile, a maggio 2019 la stima degli occupati risulta in crescita rispetto al mese precedente (+0,3%, pari a +67 mila); anche il tasso di occupazione sale al 59,0% (+0,1 punti percentuali).

L’aumento dell’occupazione si concentra tra gli uomini (+66 mila) mentre risultano sostanzialmente stabili le donne; per età sono stabili i 15-24enni, in calo i 35-49enni (-34 mila) e in aumento le altre classi di età, prevalentemente gli ultracinquantenni (+88 mila). Si registra una crescita sia degli indipendenti (+28 mila) sia dei dipendenti, permanenti e a termine (+39 mila nel complesso).

Le persone in cerca di occupazione sono in calo (-1,9%, pari a -51 mila). La diminuzione è determinata da entrambe le componenti di genere ed è distribuita in tutte le classi d’età tranne i 35-49enni. Il tasso di disoccupazione cala al 9,9% (-0,2 punti percentuali).

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a maggio è sostanzialmente stabile, l’andamento è sintesi di una diminuzione tra gli uomini (-29 mila) e una crescita tra le donne (+33 mila). Il tasso di inattività è invariato al 34,3% per il quarto mese consecutivo.

Nel trimestre marzo-maggio 2019 l’occupazione registra una crescita rilevante rispetto ai tre mesi precedenti (+0,5%, pari a +125 mila), verificata per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia gli indipendenti (+0,5%, +27 mila) sia i dipendenti permanenti (+0,6%, +96 mila) sia, in misura lieve, quelli a termine; per tutte le classi di età si registrano segnali positivi ad eccezione dei 35-49enni.

All’aumento degli occupati si associa, nel trimestre, un ampio calo delle persone in cerca di occupazione (-3,7%, pari a -100 mila) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -37 mila).
Anche su base annua l’occupazione risulta in crescita (+0,4%, pari a +92 mila unità).

L’espansione riguarda entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+43 mila) e soprattutto gli ultracinquantenni (+300 mila) mentre risultano in calo le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. La crescita nell’anno si distribuisce tra dipendenti permanenti (+63 mila), a termine (+18 mila) e indipendenti (+12 mila).

Nei dodici mesi, la crescita degli occupati si accompagna a un notevole calo dei disoccupati (-6,9%, pari a -192 mila unità) e a una sostanziale stabilità degli inattivi tra i 15 e i 64 anni.

Papa Francesco: l’8 luglio celebrerà una messa per i migranti nella basilica di San Pietro

In occasione del VI anniversario della visita a Lampedusa, lunedì 8 luglio, il Santo Padre Francesco celebrerà una Messa per i Migranti, alle ore 11, nella Basilica di San Pietro. Parteciperanno alla celebrazione circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono impegnati per salvare la loro vita.

Alla Messa, presieduta dal Papa all’Altare della Cattedra, prenderanno parte solo le persone invitate dalla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, a cui il Santo Padre ha affidato la cura dell’evento.

La Messa sarà trasmessa in diretta da Vatican Media, ma non è prevista la presenza della stampa in Basilica. Il Santo Padre desidera che il momento sia il più possibile raccolto, nel ricordo di quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che, ogni giorno, si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati.

America nazionalista o imperiale?

Fonte Associazione Popolari a firma di Giuseppe Ladetto

Nel dibattito politico abbiamo ascoltato frequentemente l’accusa di “nazionalismo” nei confronti dei cosiddetti “sovranisti”. Ma come detto in altro articolo (Tra nazione e nazionalismo), il nazionalismo non consiste nella difesa di una propria cultura identitaria e di un proprio modo di vita, ma è teso ad esaltare la propria nazione considerata superiore alle altre per razza, cultura, civiltà o istituzioni politiche, traducendosi in atti di forza tesi a dominare altri popoli e ad espandere territorialmente, militarmente o economicamente il proprio Paese. Quando si indicano la Russia e la Cina come paesi nazionalisti, si possono ritrovare elementi a sostegno della tesi.

Tuttavia, non vedo mai citare fra questi gli Stati Uniti che pur uniscono in sé tutti gli elementi che caratterizzano la definizione di nazionalismo: si considerano superiori agli altri Paesi, si ritengono indispensabili per il mondo e manifestamente destinati a governarlo; sono la nazione che spende di più per le forze armate e gli armamenti (più del 40% della spesa mondiale che giunge a oltre il 60% con gli “alleati” della NATO), che dispone del maggior numero di basi militari disseminate per il mondo e che negli ultimi 50 anni ha condotto il maggior numero di guerre o interventi militari in varie parti del globo.

Ma solo accennare a tale fatto scatena le indignate risposte della più parte dei politici, intellettuali, esponenti del giornalismo e della comunicazione: questi subito ricorrono all’accusa di “antiamericanismo” per mettere a tacere l’imprudente che avesse osato introdurre questo argomento.

Eppure è arduo negare l’evidenza degli elementi sopra indicati. Infatti chi ha abbastanza pudore per non nasconderli ricorre ad un’altra argomentazione: gli Stati Uniti non possono essere accusati di nazionalismo perché sono un impero, come lo era Roma nel mondo antico. Una concezione imperiale è sorretta da una visione universalistica tesa ad unificare il mondo portando a tutti i benefici che contrassegnano la vita del Paese leader e soprattutto a realizzare la pace universale.

Prendiamo al momento per buona tale definizione. Però, né Roma ieri, né gli USA oggi hanno il monopolio di tale vocazione imperiale: Cina e Russia potrebbero proporsi come candidate, soprattutto la Cina che si definisce “comunista”, ed il comunismo ha certo una impronta di taglio universale.

Ma ci dice Joseph Nye, studioso di relazioni internazionali, che, a tal fine, occorre il potere: questo consiste nella capacità di chi lo esercita d’indurre gli altri ad agire in base alle proprie aspettative. Per fare ciò (indurre gli altri) ci sono tre modi: con la coercizione (le armi), con il denaro (la forza economica), con la capacità di attrazione e di persuasione (la diffusione della propria way of life).

Gli Stati Uniti dispongono delle tre dimensioni del potere in rilevante misura (militare, attrattiva e, per quanto non più come un tempo, economica). Cina e Russia no: anche se la prima dovesse superare gli USA nell’economia, resterebbe a lungo indietro sul piano militare e soprattutto su quello attrattivo; la Russia ha una economia debole (il PIL e il reddito pro capite sono 1/7 e 1/3 di quelli USA), una struttura istituzionale e un sistema giuridico inefficienti, e manca di un potere attrattivo; la sua forza è esclusivamente militare. L’atteggiamento ostile degli USA nei confronti della Russia viene dal fatto che Mosca costituisce un pericoloso elemento di disturbo revisionista dello status quo, catalizzatore per altre potenze infastidite dalla preminenza americana.

Alessandro Barbero, in una trasmissione televisiva dedicata alla storia, ha rilevato che un impero non può tollerare la presenza di un altro impero (anche se difettoso dei requisiti necessari) e neppure di nazioni che non gli si sottomettano o contestino lo status quo imperiale. Perché Napoleone ha voluto imbarcarsi nella difficile impresa di invadere la Russia, tragicamente finita per l’esercito invasore? Lo storico risponde che non fu per la ragione messa in campo dall’imperatore francese (la Russia non rispetta il blocco commerciale antibritannico), ma perché Napoleone vedeva nella Russia un impero che poneva limiti all’espansione dell’impero francese, il solo ritenuto giustificato perché portatore dei valori illuministici.

È opinione diffusa che gli imperi nascano da una concezione universalistica o comunque da un disegno o una vocazione presente fin dalle origini della nazione a ciò predestinata. Tuttavia, ci dice Dario Fabbri che tale vulgata politologica non corrisponde alla realtà. È del tutto inavvertitamente che certe nazioni si tramutano in imperi: in un primo tempo, si espandono sul territorio per accrescere la propria profondità difensiva; in seguito, acquisiti nuovi territori e domini, possedendo idonee capacità demografiche e tecnologiche od organizzative, continuano ad espandersi per accaparrarsi delle risorse necessarie alle nuove esigenze di grande potenza..

Roma, nei primi secoli, era una delle tante città del Lazio in lotta con i vicini per impossessarsi delle terre migliori e delle vie di comunicazione. A tal fine, le era sufficiente un esercito di entità modesta, fatto di cittadini, in prevalenza contadini, che lasciavano i campi e prendevano le armi quando necessario. Con l’espandersi del territorio conquistato, per difenderne le acquisizioni, l’esercito è stato via via numericamente accresciuto fino a diventare permanente, con una lunga ferma, e dipoi formato di soli professionisti. Anche il governo dello Stato e l’amministrazione dei territori conquistati hanno comportato la formazione di un idoneo corpo di funzionari. Così i costi dell’organizzazione civile e militare hanno richiesto crescenti tributi da parte dei Paesi assoggettati e spinto a nuove conquiste. Inoltre, poiché l’appetito viene mangiando, le ricchezze (terre, bottino, schiavi) acquistate con le vittorie sono diventate necessarie per sostenere il tenore di vita, diventato più dispendioso, delle classi dirigenti e della popolazione romana. In tal modo, nasce la vocazione imperiale che si fa tanto più marcata quanto più si espandono le conquiste e complessa l’organizzazione e gestione statale. È quanto contrassegna la genesi e lo sviluppo di ogni impero anche ai nostri giorni. Semmai la complessità delle società e delle formazioni statali moderne accresce ancor più questo nesso tra spinta espansiva ed esigenze di sopravvivenza degli apparati militari, burocratici e economico produttivi (ad esempio l’industria degli armamenti) che caratterizzano le grandi nazioni odierne e ne sostengono l’espansione.

Scrive Dario Fabbri che gli imperi durano fino a quando non si esauriscono i presupposti strutturali che li hanno determinati, non certo per volontà dei politici che li governano. Negli Stati Uniti, periodicamente emergono (in specie in campo repubblicano) tentazioni isolazioniste per la stanchezza che genera la politica imperiale con i suoi costi e il tributo di “vite americane”. Inoltre, una tale politica comporta un crescente peso degli apparati centrali a discapito degli Stati di cui è composta la Federazione, e in sostanza comprime la vita democratica. Oggi, di questa stanchezza si è fatto interprete Donald Trump, ma i suoi tentativi di voltare pagina sembrano destinati all’insuccesso proprio per la reazione degli apparati securitari scesi in campo con tutta la loro potenza per propugnare il perseguimento di una politica estera imperiale. E con ogni probabilità saranno destinati all’insuccesso analoghi tentativi di disimpegno di cui potrebbero farsi portatori personalità di parte democratica, come Bernie Sanders (la cui candidatura nelle passate primarie è stata contrastata con ogni mezzo).

Gli Stati Uniti, come scrive Dario Fabbri, mantengono tuttora intatte le condizioni che ne hanno consentito l’ascesa imperiale (il controllo delle vie marittime, lo strapotere tecnologico, l’approccio messianico alle vicende umane, la capacità di attrarre giovani immigrati idonei ad essere impiegati nelle forze armate) e continueranno ancora per molto tempo a essere l’unica superpotenza globale.

Altri politologi la pensano diversamente a partire da Henry Kissinger. Essi ritengono che il mantenimento della leadership planetaria sia un’ impresa che si fa sempre più difficile e pesante in un mondo in cui nuovi attori sono comparsi, altri si sono rafforzati e dove l’attrattiva dell’american way of life è ancora forte, ma non più come in un passato ancora recente. Kissinger in particolare ritiene che l’assetto unipolare sia oggi avviato a un inarrestabile declino. Se non se ne prende atto in tempo e si continua a procedere sulla vecchia strada, la situazione è destinata a diventare sempre più pericolosa, poiché ne risultano incrementati terrorismo, tensioni, guerre, crisi di vario ordine, con il rischio di una guerra su scala mondiale disastrosa per tutti.

Non sta a me entrare in questo dibattito che vede coinvolti qualificati esperti di cose internazionali. Devo  tuttavia fare una considerazione. Quale che sia il giudizio sull’impero americano, è certo che la logica imperiale (a qualunque formazione statale appartenga) non assicura la pace universale, ma va nella direzione opposta: solamente da essa infatti possono venire  reali pericoli di una guerra estesa e devastante.

Ora ritornando a quanto detto in apertura dell’articolo, appaiono ingenue le preoccupazioni di coloro che nel nostro Paese denunciano i sovranisti quali pericolosi guerrafondai. A questi si possono fare molte giustificate critiche, ma appartengono alla mera propaganda affermazioni strumentali del tipo di quella fatta da Mario Monti in vista delle elezioni europee: “Se vincono i sovranisti, ci sarà la terza guerra mondiale”.

È arduo immaginare che i pericoli di guerra possano venire da Paesi europei (chiunque ne sia al governo) o dalle loro contrapposizioni per motivazioni che mai hanno rilevanza geopolitica. In un mondo globalizzato in cui sono presenti potenze di grandezza quasi continentale, la stessa ridotta dimensione dei Paesi europei, il loro modesto potenziale umano e l’età media elevata della popolazione dovrebbero essere elementi  sufficienti per far capire che da tali paesi non possono venire minacce allo status quo planetario tali scatenare una guerra mondiale.

Di fatto, la sola guerra oggi presente in Europa è quella che ha luogo in Ucraina, una guerra che trova motivazione nella volontà statunitense di ridimensionare la Russia espandendo sempre più ad est la NATO e destabilizzando a tal fine i Paesi ad essa limitrofi (Ucraina, Bielorussia, Georgia) che hanno storicamente profondi legami etnici, culturali, religiosi ed economici con Mosca.

Lo stretto di Hormuz e le sanzioni USA all’Iran

Nel 2018, alla decisione di Trump di ripristinare le sanzioni verso l’Iran, la UE non aderisce, e ciò complica il progetto di Washington di isolare l’Iran. In nome dei commerci, o anche soltanto in nome di rancide ideologie terzomondiste (rancide anche nelle pieghe antisemite), i burocrati e i governi che dettano legge a Bruxelles, cioè quello tedesco e quello francese, non accettano le richieste che arrivano dal governo Trump: perseguire ed espellere gli agenti iraniani in Europa; chiudere, se necessario, le ambasciate; sanzionare le società coinvolte in attività di terrorismo. Nemmeno un attentato maggiore in Danimarca, da alcune voci collegato a fondi iraniani e sventato all’ultimo momento nel settembre 2018, convince a un giro di vite. Il governo tedesco e quello francese pensano di poter aspettare l’uscita di scena di Trump nel 2020, che essi auspicano. Quando nel novembre 2018 Trump reintroduce le sanzioni, gli stipendiatissimi passacarte di Bruxelles annunciano un antipatico tentativo di stabilire un canale di pagamento in euro, che escluda il sistema del dollaro, per mantenere i legami economici con l’Iran. Persino con qualche accanimento, funzionari di Bruxelles studiano un sistema di baratto che consenta all’Iran di vendere petrolio o gas in Cina, e averne in cambio merci tecnologiche europee prodotte in Cina. La mentalità o l’ideologia che stanno dietro a queste azioni sono le stesse del governo Obama, il cui segretario al Tesoro, Lew, nel luglio 2015 assicurò in Congresso che all’Iran “negheremo l’accesso al mercato finanziario USA”, mentre invece faceva pressioni sulle banche americane affinché lavorassero con l’Iran. Affermando che l’accordo sul nucleare faceva dell’Iran un accettabile interlocutore per gli affari, Obama diede istruzioni a Kerry e altri ministri affinché incoraggiassero le istituzioni finanziarie a lavorare con l’Iran, e a questo scopo inviò delegati in molti paesi del mondo. Un analogo appeasement è la scelta dei potentati europei. Nel febbraio 2019, quando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il vice presidente americano Mike Pence chiede ai governi europei di unirsi agli USA nel denunciare l’accordo del 2015, la risposta è evasiva, mentre il governo tedesco e quello francese confermano (con il costituire società che diano attuazione al canale di pagamento in euro) i legami economici e diplomatici con l’Iran.

 

Ma intanto le sanzioni americane spingono importanti società europee a uscire dal mercato iraniano, nel timore di perdere l’accesso all’economia USA e ai suoi 22 trilioni di dollari di PIL. A inizio 2019 le sanzioni cominciano a farsi sentire, e l’economia iraniana incespica. L’export di petrolio e gas è sceso, in un paese dove quell’export fornisce l’80% delle entrate. Le maggiori società europee lasciano il paese. Sul piano delle transazioni bancarie, però, le sanzioni unilaterali USA non sono sufficienti. Per anni, prima durante i negoziati, poi dopo l’accordo del 2015, i legami commerciali con la Cina hanno portato investimenti in Iran, mentre quelli con la Russia hanno significato la costruzione di una seconda centrale nucleare e massicci acquisti di armamenti avanzati. Servendosi del fatto che l’accordo non riguardava tali acquisti, l’Iran ha sviluppato missili balistici e comprato da russi e cinesi missili terra-aria e terra-mare, oltre che imbarcazioni veloci fornite di siluri ad alto potenziale. Gli anni dell’accordo, dopo il 2014, hanno coinciso con la guerra in Siria, di cui l’Iran è stato il principale istigatore, e con lo spostamento di armi e truppe iraniane verso il Libano. Nei primi due anni di presidenza Trump le piccole aggressioni da parte di motovedette iraniane verso le unità della flotta USA nel Golfo Persico sono diminuite fino all’irrilevanza. Poi, quando l’economia iraniana è peggiorata, a inizio estate 2019 si è giunti alle provocazioni iraniane in prossimità dello Stretto di Hormuz.

 

Prima e dopo la crisi di inizio estate 2019, rinnovate sanzioni verso l’Iran, insieme a una deterrenza armata, sono la strada per indebolire il regime e arrivare a un negoziato credibile. Il governo Trump ha cancellato la nozione (obamiana) che il tema del nucleare può essere separato dalle altre iniziative del regime: un eventuale accordo deve riguardare l’arma nucleare, ma anche il programma missilistico iraniano e il sostegno a gruppi terroristi. La mancanza di consenso alle nuove sanzioni da parte dei maggiori governi europei, e l’evidenza che Cina e Russia proseguono i loro commerci con l’Iran, sono ostacoli maggiori. In ogni caso, qualunque ne sia l’esito, la decisione di Trump di revocare l’accordo concluso da Obama è moralmente apprezzabile e strategicamente coerente. Quanto al regime iraniano, la sua strategia è quella di tutti i nemici di Trump, cioè di aspettare una sua sconfitta nelle elezioni del 2020 e intanto operare perché ciò avvenga. A quest’ultimo obiettivo si adegua il tentativo di attirare gli USA in risposte militari limitate.

 

Da quando le difficoltà economiche alimentano l’opposizione interna, il regime iraniano sente il terreno franare sotto di sé. In questo contesto avvengono, nel maggio e giugno 2019, gli attacchi iraniani a petroliere, in prossimità dello stretto di Hormuz, con mine applicate sopra la linea di galleggiamento (in giugno un video registrato da un drone della Navy USA mostra un motoscafo iraniano che si affianca a una petroliera colpita per rimuovere una mina inesplosa). Nel punto più stretto, tra le due sponde di Hormuz ci sono meno di 15 km; da lì passano ancora il 20% del gas naturale e il 15% del petrolio esportati via mare; le destinazioni sono: Cina, India, Giappone, Taiwan, Indonesia, Europa; una navigazione libera e sicura viene considerata necessaria. Con gli attentati alle petroliere, il regime iraniano cerca attenzione e cerca soccorso, dai governi europei oltre che da Cina e Russia, per fermare le sanzioni USA in nome di un appeasement che eviti gli attentati alla navigazione. Con tale obiettivo, nella notte del 20 giugno quel regime, o qualche suo vertice militare, alza la posta in gioco: un missile terra-aria russo, lanciato da una base iraniana, abbatte un drone della Navy in missione di sorveglianza nei pressi di Hormuz. Non è un piccolo drone; è un grande velivolo, dal costo di 110 milioni di dollari. La previsione di tutti, in primo luogo del governo iraniano, è che gli USA rispondano con un limitato attacco su obiettivi iraniani. In America i media, i neo-con, persino i Democratici, invitano ad agire. La trappola per Trump è ben preparata: un attacco limitato condurrebbe a un’escalation senza infliggere danni sostanziali, mentre aprirebbe le porte a una valanga di accuse false a Trump e agli USA. Per il regime iraniano e per il suo zelo jihadista, essere oggetto di un attacco, soprattutto con perdite di truppe, sarebbe il risultato più gradito. Le perdite sono l’ultima cosa di cui quel regime si preoccupa, e un attacco USA, certamente travisato da comunicazioni distorsive, sarebbe per l’Iran un’occasione di rinnovato dialogo con Pechino e con Bruxelles.

 

Per gli USA, la perdita di un drone sofisticato (e vulnerabile) è molto spiacevole, ma è più un motivo per non mettere a rischio i propri velivoli, che non per accettare un conflitto limitato e gestito, presso l’opinione pubblica, da media avversi. Una guerra rimane tra le possibilità della storia: ma in quel caso dev’essere una guerra vera, con lo scopo di fare il massimo danno, e non il minimo danno, al nemico; dev’essere una guerra vera, non affidata a due o tremila uomini (truppe speciali, uomini di prima linea), come avviene da oltre 15 anni in modo esecrabile, immorale e strategicamente difettoso. Appare dunque corretta la decisione di Trump di non autorizzare l’attacco limitato che tutti attendono. Meno apprezzabile è il processo decisionale troppo trasparente: le notizie stampa sul raid annullato mezzora prima dell’inizio, l’intenzione dichiarata da Trump di voler evitare le perdite (150 truppe) previste tra gli iraniani, e altre chiacchiere mediatiche, non aiutano, non servono. Ciò che conta è la scelta di Trump di non cadere nella trappola di un’altra guerra che non è guerra. Niente può danneggiare Trump nelle elezioni del 2020 quanto un altro conflitto, condotto a metà e con mille freni, che i suoi elettori non vogliono. Gli iraniani, come i cinesi, come i governi europei, lo sanno. Per questo motivo essi vedrebbero con favore un’azione militare USA, che senza dubbio sarebbe di modesta entità, dalle parti di Hormuz.

 

Davanti alle provocazioni iraniane di inizio estate 2019, gli USA hanno opzioni diverse dalla guerra, tra cui sanzioni e incursioni cyber. Le sanzioni economiche annunciate da Trump il 24 giugno, che colpiscono le società petrolchimiche del paese e ne riducono l’export (che beneficiava di molte deroghe nelle sanzioni di fine 2018), sono più dannose per il regime della perdita di una batteria di missili russi, o di una stazione radar, o di 150 truppe. L’accordo sul nucleare del 2015 aveva liberato l’Iran dalle sanzioni e aveva garantito le sue attività aggressive. Un regime ispirato dal fondamentalismo islamico può compiere ben altro che abbattere un drone. Se il regime avesse la bomba nucleare, Israele sarebbe il primo bersaglio. Soltanto i +leader Democratici USA, o governi europei al servizio del globalismo, possono fingere di non vederlo. La strategia di Trump del giro di vite sul regime, aumentando la stretta delle sanzioni e assicurando i vicini arabi del sostegno USA in caso di aggressioni iraniane, può funzionare, in rapporto a un eventuale cambio di regime in Iran. Ovviamente, un attacco maggiore su obiettivi USA cambierebbe lo scenario.

 

Riguardo alla crisi di Hormuz dell’estate 2019, vi sono due cose da notare. La prima è che è giunto infine il momento di mettere in questione la garanzia di libera navigazione e di liberi commerci fornita esclusivamente, a Hormuz e nei mari vicini, dalle forze USA. Trump ne ha parlato in un tweet ma, come su altri temi, la politica USA non cambia per un tweet. A chi serve la sicurezza a Hormuz? A chi servono il petrolio e il gas che vi passano? Non agli USA, che non ne hanno bisogno, avendo raggiunto la piena indipendenza energetica ed anzi essendo divenuti un esportatore, tra i maggiori, di gas e petrolio. Nessuna delle petroliere attaccate a inizio estate 2019 aveva bandiera USA o relazione con gli USA. Petroliere e flussi sicuri servono alla Cina (il 60% dei flussi va in Cina), al Giappone, all’India, e così via. Poiché in politica estera il presidente ha qualche autonomia, e poiché nulla ci si può attendere da un Congresso che per metà è nella morsa di politiche distruttive per la nazione americana, si può auspicare un’iniziativa diplomatica (e comunicata al pubblico) affinché i paesi interessati ai traffici in uscita da Hormuz siano coinvolti nel garantire la sicurezza della navigazione in prossimità della costa iraniana: coinvolti almeno in termini finanziari e di sostegno politico. Che la Cina sia pronta a condannare una risposta USA alle aggressioni iraniane, mentre essa è il primo beneficiario della guardia armata condotta dalle forze USA in quei mari, è un’aberrazione. 

 

La seconda cosa da notare riguarda l’Europa. Nel momento più caldo della crisi nell’estate 2019 i vertici della UE, sulla stessa linea dei maggiori media americani, criticano la denuncia dell’accordo sul nucleare da parte di Trump (come se quella denuncia fosse la causa delle malefatte iraniane, che vanno avanti almeno dal 1983, quando vi fu l’attacco terroristico di Hezbollah alla caserma dei marines in Libano) e mettono in dubbio l’utilità delle sanzioni verso l’Iran. La posizione presa dai governi europei che impongono la linea a Bruxelles (Germania e Francia) era l’esatto scopo degli attacchi iraniani, che volevano dimostrare il pericolo derivante dalle sanzioni americane. L’esigenza che l’UE non si faccia condizionare dalle manovre o dalle truffe iraniane non ha bisogno di commenti. Qualche parola, però, vorrei dire riguardo al paese leader dell’UE, la Germania. Da qualche anno ascoltiamo critiche esplicite al governo Trump da parte di esponenti della politica e della finanza tedesche. Le ascoltiamo anche da un leader, la Merkel, un tempo prudente, poi divenuto obsoleto, legato al globalismo, e talvolta fuori dai cardini: cominciò a esserlo nel 2010, con il primo salvataggio finanziario della Grecia; si aggravò nel 2015, con l’apertura delle frontiere a un milione e mezzo di immigrati dal Medio Oriente in poco più di un anno, recando grave danno alla società e alla convivenza in Germania; divenne incontrollabile con le dichiarazioni ostili verso Trump, in un caso persino pronunciate in America, nell’università di Harvard (il che è come se Trump attaccasse la Merkel in un’assemblea del partito tedesco AFD). Ma per la Germania il problema va oltre la sua leader globalista e anti-Trump. La deriva antiamericana si confonde con una deriva pacifista e con un ambientalismo massimalista, applicato anche quando danneggia l’ambiente (come avviene in Germania per molti impianti solari, che stravolgono l’ambiente). Troppo tedeschi tendono a dimenticare che nei 40 anni seguiti al 1945 il loro paese era esposto a un’invasione da parte dell’esercito sovietico, se a difenderlo non vi fosse stato il deterrente delle forze USA di stanza in Germania: se i cieli tedeschi non fossero stati pattugliati dai Phantom americani e se le foreste tedesche non fossero state presidiate dagli Abrams americani. Troppi tedeschi tendono a dimenticarlo, tanto più quando un presidente americano, Trump, per la prima volta mette in questione la mancata osservanza, da parte della Germania, degli impegni per il finanziamento della NATO; o mette in questione le tariffe commerciali, sia pur modeste, che la Germania applica su alcuni prodotti USA e che hanno contribuito, insieme all’eccellenza di molti prodotti tedeschi, al vasto attivo commerciale della Germania; o quando quel presidente offende la sensibilità tedesca mostrando di non approvare le scelte globaliste del governo di Berlino o chiedendo (e qui sbagliando) di ridurre i legami con la Russia per l’acquisto di energia. La deriva antiamericana del governo Merkel ci infastidisce; in ogni caso, essa non può motivare il salvataggio di un Iran a cui la Germania ha venduto di tutto, dalle prese Siemens alle turbine per il nucleare. Il legame dell’alleanza occidentale con l’America, almeno nei confronti di regimi-canaglia, deve prevalere. 

Dall’Agenzia del Demanio una nuova asta per alcuni beni in Puglia e Basilicata

In Puglia e Basilicata l’Agenzia del Demanio mette in vendita fabbricati e terreni  per un valore complessivo a base d’asta di oltre 1.300.000 euro.

Ventidue i beni che si trovano nelle provincie di Bari, Foggia, Taranto, Lecce e Brindisi e tra questi: un vigneto di 4.752 metri quadri dal valore a base d’asta di 20.700 euro a Grottaglie (Ta) e un terreno di 15.969 metri quadrati in provincia di Taranto, con prezzo di partenza pari a 100.000 euro.

Gli altri dieci immobili si trovano, invece, in provincia Potenza e Matera. Tra questi vi è un edificio ad un solo piano con grande giardino a Bernalda (Mt) in riferimento al quale l’offerta parte da 188.400 euro, nonchè un ex casello di Bonifica a Scanzano Jonico (Mt) dal valore a base d’asta di 133.000 euro.

L’Agenzia del Demanio offre sul mercato beni immobili di proprietà dello Stato attraverso procedure ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di trasparenza dell’azione amministrativa previsti dalla normativa in materia.

Il termine ultimo per partecipare al bando è previsto per 22 luglio 2019. Ad aggiudicarsi i singoli lotti saranno coloro che presenteranno le migliori offerte in riferimento al prezzo fissato a base d’asta.

Emilia Romagna: il vaccino contro il Papilloma virus diventa gratuito anche per le giovani fino a 26 anni

La profilassi anti-papilloma virus, già di routine per gli adolescenti di entrambi i sessi a partire dagli undici anni di età, viene estesa – gratuitamente – anche alle giovani donne fino a 26 anni, mai vaccinate in precedenza.

Lo ha deciso la Giunta regionale, rafforzando il proprio impegno per la tutela della salute delle persone grazie alle vaccinazioni. In questo caso per prevenire l’infezione da Papillomavirus Umano (Hpv), causa di tumore alla cervice dell’utero e di altri tumori dell’apparato genitale maschile e femminile. Grazie al provvedimento adottato, si amplia la platea dei possibili destinatari.

Il vaccino potrà essere somministrato in concomitanza della prima chiamata per lo screening del tumore del collo dell’utero. Rientrano nell’ampliamento della copertura vaccinale gratuita anche le donne che abbiamo subito recenti trattamenti per il trattamento delle lesioni Hpv correlate, per ridurre il rischio di possibili recidive. Infine, la gratuità di questa vaccinazione è stata estesa anche alle persone che debbano svolgere terapie con immunomodulatori e immunosoppressori.

La copertura vaccinale Hpv

I dati della copertura vaccinale regionale per Hpv, aggiornati al 31/12/2018 e raccolti dall’Anagrafe vaccinale regionale, mostrano per i diversi anni di nascita che hanno goduto dell’offerta attiva e gratuita (a partire dalle ragazze nate nel 1997) una percentuale che si aggira tra il 75 e l’80%.

Per i ragazzi dodicenni nati nel 2006 (primo anno di estensione del vaccino anche ai maschi) l’adesione alla prima dose del ciclo vaccinale in Emilia-Romagna è stata alta (67,4%) e circa il 32% ha già completato il ciclo.

Anche le percentuali riferite dal ministero della Salute (aggiornamento al 31/12/2017) confermano il buon livello di copertura raggiunto in Emilia-Romagna, che si colloca tra i primi posti a livello nazionale per la vaccinazione contro l’Hpv nelle dodicenni. Prendendo in considerazione i dati riferiti alle bambine nate nel 2005 (la vaccinazione delle nate nel 2006 è ancora in corso), la percentuale di vaccinate in regione era del 71,01%, in Italia del 49,92%.

L’intelligenza di Scalfari consegna il PD alla sua dissoluzione

Articolo pubblicato, con titolo diverso, su Huffington di domenica 30 luglio 2019)

Scalfari offre sempre uno spunto di qualità per riflettere sulla vita politica odierna. Lo fa con le armi di un’analisi attenta alla storia, legando presente e futuro. Non sono mai banali, le sue analisi, né lo sono i richiami che spesso formula a sostegno di un’azione politica più coraggiosa, in nome di un’Italia bisognosa di speranza. Dunque prestare attenzione a quanto scrive, sempre con lucidità, non è un esercizio superfluo: anzi, di regola costituisce una bussola imperdibile.

È noto, del resto, il suo rapporto di simpatia e vicinanza con il Pd, dalle origini ad oggi, benché talvolta non lesini critiche alla dirigenza del partito. Nel tradizionale editoriale della domenica, ha voluto su “Repubblica” rincuorare il mondo democratico, spingendolo a guardare avanti, a combattere la buona battaglia contro l’attuale Governo, a vincere l’amnesia da cui scaturisce il disorientamento. Per questo, volendo rinsaldare l’identità della sinistra, ha riproposto la figura di Enrico Berlinguer.

In un passaggio è stato lapidario: “Il Pd odierno è la derivazione del partito comunista di Berlinguer”. Il che suona, onestamente, come la confutazione del percorso che ha condotto i cattolici del PPI a farsi promotori, dopo la parentesi della Margherita, di quel nuovo soggetto unitario dei riformisti, a cui fu dato appunto il nome di Partito democratico. Più che un partito unitario dei riformisti, con l’apporto eminente dei cattolici democratici, il Pd sarebbe o dovrebbe essere l’incarnazione della profezia di Marx sull’assorbimento della eredità liberale nel comunismo. Correva l’anno 1848. Dinanzi ai moti rivoluzionari europei Marx arrivava a questa conclusione: “Uguaglianza e libertà: questo è il comunismo e questo sarà il futuro del mondo”.

Ora, in Italia, la suggestione del “comunismo liberale” costituì nel secondo dopoguerra l’effimera scommessa del Partito d’Azione. Non ebbe fortuna. Togliatti, più di altri, ne stroncò le ambizioni archiviando in fretta, per agganciare la Dc di De Gasperi, la fragile esperienza del governo Parri. Ebbene, se l’anti-azionismo del leader storico dei comunisti italiani ha conosciuto piena espansione, con il varo negli anni ’70 della politica del compromesso storico, lo si deve in effetti a Berlinguer. Di qui viene la lezione su cui fa leva dialetticamente, dopo la caduta del Muro e la fine della prima Repubblica, lo sforzo di ricomposizione della cultura riformatrice italiana.

Forse, se oggi il Pd sconta un effetto di incompiutezza, talché la curva del consenso elettorale ha preso a piegarsi, non sta nel suo mancato aggiornamento della linea azionista. Sta piuttosto nel suo esatto contrario, vale a dire nella strisciante e contraddittoria pretesa – si pensi alla contestuale mitizzazione, non priva di ingenuità, del dialogo tra Berlinguer e Moro – con la quale s’intende recuperare ed imporre, in chiave di sostanziale emancipazione dal mondo “democratico e cristiano”, l’anima profonda dell’azionismo. Da questo punto di vista, a soffrire non è la posizione di quanti hanno trasfuso nel Pd la linfa del cattolicesimo politico, quanto il Pd nella sua interezza e complessità.

Fuori dal confronto che Moro e Berlinguer simboleggiano, senz’altro in uno processo di assiduo adeguamento alla realtà odierna, il Pd si riduce a materia inerte. Può reinventarsi nella figura di partito che non volle essere in origine, quando cioè fu riconosciuta l’esigenza, da parte degli ex comunisti, che la fondazione di una nuova politica democratica andasse oltre le alternative – socialdemocrazia o neo-laburismo – della sinistra europea. Ma se un partito diventa materia inerte, in questo caso perché si rifugia in un “altrove” già respinto all’atto della sua costituzione, allora non può pretendere di riconquistare la perduta capacità di attrazione. Questo rischio, nascosto nella sollecitazione elegante e insidiosa di Scalfari, pesa più di qualsiasi minaccia di scissione. Cosí, più semplicemente, il Pd implode.

Allarme a tavola per l’accordo coi Paesi Mercosur

E’ allarme sicurezza a tavola con l’accordo tra l’Unione Europea ed i Paesi del mercato comune dell’America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (Mercosur) su alcuni dei quali gravano pesanti accuse per i pesanti rischi alimentari e per lo per sfruttamento del lavoro minorile per prodotti che arrivano anche in Italia secondo il Dipartimento del lavoro Usa. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’accordo raggiunto tra l’Unione Europea e le controparti del Mercosur.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una intesa intempestiva, in piena fase di rinnovo delle Istituzioni comunitarie, con evidenti criticità per il settore agricolo sulle quali dovranno esprimersi ora il Consiglio Ue e il nuovo Parlamento Europeo ma anche i Parlamenti nazionali. Dopo il più grande scandalo mondiale sulla carne avariata che ha coinvolto il Brasile a preoccupare è il via libera all’’ingresso nei confini europei di un contingente agevolato di carne bovina ma anche – sottolinea la Coldiretti – un quantitativo rilevante di pollame con gravi preoccupazioni per l’aspetto sanitario. Vale la pena ricordare che il manzo refrigerato e il pollame dal Brasile si sono classificati, per i casi di Escherichia Coli-Shigatoxin, nella top ten dei cibi piu’ pericolosi per il numero di allarmi alimentari che hanno fatto scattare in Italia nel 2018 secondo le elaborazioni Coldiretti su dati RASSF.

In Brasile dall’inizio dell’anno – aggiunge la Coldiretti – sono stati approvati ulteriori 211 pesticidi molti dei quali sono vietati in Europa. . Ma i Paesi del Mercosur – continua la Coldiretti – hanno chiesto concessioni nel settore dello zucchero che potrebbero aumentare le difficoltà della produzione comunitaria e lo stesso discorso vale per il riso e per gli agrumi per i quali si temono problemi fitosanitari dai prodotti provenienti dagli stati sudamericani contaminati da Black-spot o Macchia nera, una malattia non presente in Europa dove rischia così di diffondersi con effetti disastrosi.

Peraltro nel negoziato – denuncia la Coldiretti – è tutelato meno del 10% delle specialità Made in Italy con un via libera di fatto ai prodotti del Made in Italy taroccato particolarmente fiorente su quei mercati. “E’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il settore agricolo non deve diventare merce di scambio degli accordi internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto sul piano economico, occupazionale e ambientale sui territori”.

La libellula della NASA volerà intorno a Titano

La NASA ha annunciato che la prossima destinazione nel sistema solare è Titano, un mondo unico e ricco di risorse organiche. Alla ricerca degli elementi costitutivi della vita, la missione Dragonfly cercherà di campionare ed esaminare i siti intorno alla gelida luna di Saturno.

Dragonfly verrà lanciato nel 2026 e arriverà nel 2034. Il velivolo rotante volerà verso dozzine di posizioni promettenti su Titano alla ricerca di processi chimici prebiotici comuni sia su Titano che sulla Terra. 

Durante la sua missione, Dragonfly esplorerà ambienti diversi da dune organiche al pavimento di un cratere da impatto in cui acqua liquida e materiali organici complessi sono fondamentali per la vita. I suoi strumenti studieranno fino a che punto la chimica prebiotica potrebbe essere progredita. Inoltre studieranno le proprietà atmosferiche e di superficie della luna e il suo oceano e i suoi serbatoi liquidi. 

Il Giappone riprendere la caccia alle balene

Il Giappone sta per riprendere la caccia alle balene a scopi commerciali.

Lo confermano i media internazionali dopo i ripetuti annunci fatti a partire dallo scorso dicembre, quando il Giappone ha abbandonato la Commissione internazionale (Iwc) che vieta la caccia ai cetacei.

Il governo di Tokyo ha dovuto dichiarare di avere interrotto la caccia alle balene per scopi commerciali nel 1982, in ottemperanza alla moratoria adottata dall’Iwc, ma dal 1987 le imbarcazioni nipponiche hanno ripreso a sopprimere piccole quote di balene per questioni che il governo definisce ‘legate alla ricerca scientifica’.

Tokyo ha fatto sapere che la caccia avverrà nelle acque della propria zona esclusiva economica (Zee), e non più nell’Oceano antartico, aggiungendo che le navi rispetteranno i limiti sulle quote di pesca.

Ospedali in difficoltà: mancano gli specialisti

Il titolare del Miur, Marco Bussetti, ha siglato i decreti che stabiliscono i posti per l’anno accademico 2019/2020. Quelli per Medicina e Chirurgia saranno 11.568 (nel 2018 erano 9.779 ) e quelli per Odontoiatria saranno 1.133 (1.096 lo scorso anno). Il decreto per Medicina e Chirurgia passa ora al Ministero della Salute, per essere controfirmato dal titolare Giulia Grillo.

“Su Medicina e Odontoiatria questo Governo sta mantenendo le promesse fatte, portando avanti un’azione strategica, sia nell’interesse dei nostri giovani che del Paese – ha detto il ministro Bussetti -. Abbiamo aumentato i posti a disposizione degli studenti universitari e continueremo a lavorare in questa direzione. L’Italia ha bisogno di medici, dobbiamo colmare questo vuoto. Chiaramente, è importante che a questo corrisponda anche un incremento delle borse di specializzazione mediche. Ed è per questo che ci siamo mossi su questo fronte. Abbiamo aumentato le borse già a partire dallo scorso anno e anche quest’anno abbiamo incrementato le risorse di cento milioni in Legge di bilancio per finanziare nuovi contratti di formazione. Non ha alcuna utilità avere più laureati se poi non si specializzano e non possono esercitare. Inoltre, siamo impegnati insieme al Ministero della Salute, agli Atenei e alle Regioni in una riforma del modello di ammissione ai corsi. E’ richiesta da anni, è stata molto dibattuta e adesso vogliamo arrivare alle risposte attese”.

De Mita riparte da Nusco

Perché De Mita invita a Nusco vecchi e nuovi amici, dopo il suo ritorno, per un altro mandato, alla guida del Comune irpino? La locandina che annuncia la riunione di domani, lunedì 1 luglio, non lo spiega. Stavolta il messaggio nasconde nelle pieghe della sobrietà il contenuto politico dell’iniziativa.
Si preannuncia un’occasione di verifica, anzitutto in ambito locale, ma con l’occhio rivolto al Paese.

Se la risposta degli irpini fosse fiacca, De Mita intende trarne le conseguenze. Cadrebbe il sipario sulla scena del possibile rilancio del cattolicesimo politico. Al contrario, se venisse un’adesione più convinta, tale da supporre l’esistenza di una volontà o almeno di un’aspettativa dal timbro sufficientemente forte, allora l’anziano leader della Dc si disporrebbe a fare propria questa rinnovata urgenza di partecipazione del “mondo popolare”.

Pertanto, la cautela della vigilia non deve confondere il giudizio degli osservatori. Cova sotto le ceneri della memoria il noto “ragionamento” demitiano sulla crisi del potere. Che non desiste, potremmo dire, dal provocare ed insistere; che cerca in ogni caso di estrapolare dalla politica imbarbarita del pentaleghismo le ragioni di un riscatto come leva dell’alternativa; che si traduce nel tentativo di portare – il ragionamento – oltre i confini della rassegnazione e dell’opportunismo.

L’Italia è scivolata nella palude di quel “sovranismo psichico” che il Censis ha registrato, mesi fa, nel suo tradizionale Rapporto di fine d’anno. Troppe inadempienze consentono a un governo rabberciato, privo di un autentico criterio direttivo, di sopravvivere a se stesso. Probabilmente De Mita non indugerà nel discorso sul “Pd che non basta”, se non altro perché ne riteneva scontata la validità anche nei giorni dell’onnipotenza renziana. Sarà dunque interessante, a Nusco, capire con quale suggestione avverrà il revamping della dialettica sul ruolo trainante del popolarismo, anche dinanzi alle fragilità della sinistra democratica.

Con De Mita, di regola, non ci si annoia.