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La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin. Lo spiega Sabella in un paper.

L’analisi e l’interpretazione che l’economista Giuseppe Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici, il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di straordinario.

Quello che l’economista Giuseppe Sabella ha consegnato all’editore Rubbettino (che lo sta diffondendo con grande successo a 1,99 euro e proventi per l’Ucraina) è qualcosa di più di un saggio breve, un paper come si dice in gergo: è un’originale ed approfondita analisi delle motivazioni prodromiche che hanno scatenato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e delle varie concause che l’hanno determinata e sostenuta. Abituati agli estenuanti e spesso stucchevoli dibattiti televisivi dove i tuttologi esprimono congetture, interpretazioni, punti di vista, opinioni sovente non suffragate da analisi competenti, forse più preoccupati di prendere posizione o di esporre suggestioni quasi mai aderenti alla realtà, si resta sorpresi nel leggere questa trentina di pagine dove Sabella espone in modo chiaro alcune riflessioni più che plausibili. 

Egli scrosta le apparenze e le suggestioni che coprono la  realtà (come una sorta di “cappa” direbbe Veneziani)  e riporta ogni approfondimento sul piano dell’approccio geopolitico ma soprattutto geoeconomico: è da tempo convinto assertore della matrice e della genesi  economica, tecnica e scientifica di ciò che sta accadendo a livello planetario. Allievo di un grande filosofo della Scienza, il compianto Prof. Giulio Giorello (ho avuto l’onore di conoscere e intervistare entrambi e di coltivare una consonanza di interessi culturali con l’amico Giuseppe, apprezzandone il rigore metodologico nell’approccio ai grandi temi del nostro tempo) l’autore di questo saggio- dosato in misura da essere fruibile al grande pubblico- non tradisce la sua solida formazione: l’impianto è scientifico senza disdegnare quelle dimensioni soggettive che si esprimono sul piano sociologico, demografico, politologico nella loro poliedrica dimensione di approccio. Non corollari ma aspetti complementari ancora riconducibili ai cascami deleteri della globalizzazione poichè – come esprime l’aforisma di Giulio Tremonti che apre il saggio — “Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra”: e non si tratta di un rovesciamento tautologico, di un gioco di parole, ma dell’incipit che spiega l’impianto concettuale dell’analisi di Sabella.

L’Ucraina da almeno cent’anni è sempre stata la zona più ricca dell’ex blocco sovietico: i kulaki ucraini (specie nel Donbas) erano gli imprenditori più solidi e intraprendenti. D’altra parte l’Ucraina ha una storia millenaria: quando a Kyiv fioriva la cultura, si erigevano chiese e si aprivano cenacoli culturali, nel resto della Russia c’era la foresta, la lingua degli intellettuali e dei colti era l’ucraino, il russo il vulgo popolare. 

Ma Sabella esordisce subito con le vicende attuali, dall’invasione ordinata da Putin il 24 febbraio 2022, e confuta l’ipotesi di un accerchiamento della NATO nei cfr. della Russia e l’intenzione dell’Ucraina di aderire al Patto Atlantico, idea avanzata da G. Bush nel 2008 e respinta dall’Europa, né  mai rinnovata da Zelensky che persegue invece l’obiettivo di entrare nell’U.E. Ciò premesso l’autore descrive il mutato quadro geopolitico in Europa (con l’uscita di scena della Merkel) e nei rapporti tra USA e Cina che hanno sempre più catalizzato i timori americani sul versante del Pacifico: l’America first di Trump apriva a Putin con il G8 e ciò non era gradito ai cinesi, mentre le tensioni tra Russia e Paesi europei erano iniziate ben prima dell’invasione armata ordita da Putin. “La crisi di microchip, gas e materie prime è ciò che segue a questa instabilità” e al mutato quadro geopolitico. In particolare la Cina ha fatto incetta di materie prime nel mondo mentre la Russia ha giocato la carta della dipendenza europea dalla sua fornitura di gas: una tenaglia per ridimensionare il progetto dell’indipendenza europea. 

Cina e Russia che imboccano la strada dell’espansionismo economico approfittando della debolezza degli USA, fortemente divisi al loro interno, mentre l’Europa che rendendosi conto del gap produttivo rispetto alle grandi potenze, lancia il Green Deal che diventa poi Next generation EU, come investimento nelle filiere produttive, tentando un riavvicinamento (penso non altrettanto ricambiato) con gli USA. In questo scenario (Cina e Russia emergenti, America impegnata a misurarsi nella doppia partita ed Europa velleitaria ma isolata) prende corpo il progetto di Putin di riprendersi l’Ucraina con motivazioni diverse (il revanscismo – “l’Ucraina è parte della storia Russa- e i timori dell’accerchiamento NATO)  da quella che Sabella ritiene essere la vera causa scatenante del conflitto: ciò che lui definisce lo “scudo ucraino”. 

Il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino prende corpo, la Cina come prima industria manifatturiera del mondo e la Russia come fonte di materie prime (gas e petrolio). Solo in Europa nel 2021 la Russia ha provveduto al 45% del fabbisogno di gas e al 25.7 % di petrolio del vecchio continente.” Tuttavia, Mosca non è solo gas e petrolio: secondo i dati dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, la Russia dispone di vaste riserve di ferro (seconde solo a quelle australiane), di PGM (Metalli del gruppo del platino), oltre che di oro, nickel e alluminio. La vastità  del territorio, infine, la pone al primo posto al mondo anche per riserve di legname (sul territorio russo e presente oltre il 20% delle foreste al mondo”. L’obiettivo di Putin è quello di diventare il primo fornitore di materie prime della Cina: da un lato il Paese più esteso del mondo (con 150 milioni di abitanti) dall’altro la prima industria manifatturiera con un potenziale esplosivo di esportazioni. 

Da qui deriva, oltre il dato politico che riguarda due dittature, l’interesse reciproco di collaborazione e l’alleanza geoeconomica. Per questo l’Ucraina (seconda riserva europea di gas naturale) serve alla Russia anche se l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie e di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo”… senza contare le grandi riserve di minerale di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità).

Nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie. Il pensiero corre subito alle mire della Cina su Taiwan, primo produttore al mondo di batterie e microchip: sarebbe davvero utile per Xi Jinping poter incrementare le importazioni di “oro bianco” se la Russia si riprendesse l’Ucraina-  invitata contemporaneamente a far parte della strategia dell’U.E. per la transizione ecologica ed energetica – che detiene un altro primato: possiede le cd. “Terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanoidi) che sono il motore delle nuove tecnologie digitali…. Le Terre Rare in questo momento più ambite sono quelle del gruppo dei “supermagneti”, ovvero il neodimio, il lantanio, il praseodimio, etc. Sono importantissimi per la produzione  dei nuovi motori dell’auto elettrica, cosi come per smartphone e televisori, ma anche per tutta la filiera eolica, per la fibra ottica e per quella della diagnostica medica. Sono elementi in grado di cambiare e di potenziare le proprietà delle leghe che li contengono. Come si comprende, sono il cuore dell’innovazione tecnologica e digitale, motore a sua volta – insieme alle fonti energetiche rinnovabili – dello sviluppo sostenibile”. 

Il Green Deal impone scelte drastiche: ce lo ricorda Sabella quando afferma “la strada è tracciata”, ed è “la transizione che ci conduce dal carbone alle energie rinnovabili passando per il gas”. Sabella traccia una mappa del nuovo ordine mondiale che si svilupperà su tre direttrici, tenuto conto di fattori imprevedibili (ad es l’economia cinese non può crescere ad una media del 7% l’anno) : 1) Cina e Stati Uniti cercheranno sempre più  di chiudere i loro mercati alla penetrazione esterna e cercheranno di invadere il solo altro grande mercato che esiste fuori di esse: l’Europa. 2) Il mondo va configurandosi verso tre grandi piattaforme produttive: USA, Cina ed Europa. Ma Europa, in senso industriale, significa soprattutto Germania. Per la Germania il principale mercato di sbocco non sarà più il mondo, come e stato finora, ma essenzialmente l’Europa. E dunque interesse vitale per l’industria tedesca che il mercato europeo cresca e si consolidi. 3) In ragione di questa grande riconfigurazione politica ed economica, le catene globali del valore cambieranno morfologia: i processi di decoupling e di back reshoring si velocizzeranno.

L’analisi e l’interpretazione che Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico: essa si appalesa come qualcosa di più della semplice disamina plausibile. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di utile, di unico e di straordinario.

Anche perché non gli sono estranei i drammatici risvolti  e i disastri umanitari che il delirio di onnipotenza e lo spregio per l’autodeterminazione dei popoli e le libertà individuali, ma direi la vita stessa, hanno drammaticamente provocato.

Chiudo con le sue parole che sono il fermo immagine del presente. “Al principio di una nuova fase della storia del mondo, Putin sta disperatamente cercando di impossessarsi della miniera ucraina perché consapevole di quella ricchezza e delle difficolta dell’economia russa. Dentro il processo di regionalizzazione dell’economia e di decoupling delle catene del valore, si contrapporranno l’economia occidentale e quella asiatica, ovvero il blocco delle democrazie liberali e quello delle autocrazie. La speranza è che la Russia non istituzionalizzi il metodo belligerante per avvantaggiarsi. E che la Cina non assecondi il metodo di Putin. Da questo punto di vista, la crisi ucraina è molto preoccupante”. 

A cominciare dall’Europa, aggiungerei.

 

 

Giuseppe Sabella è direttore di Oikonova, think tank specializzato in economia e lavoro. Collabora e ha collaborato con diverse testate tra cui Tgcom24, Sole 24Ore, RaiNews e Il Sussidiario. Per Rubbettino ha pubblicato “Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid” (2020) e, insieme a Giuliano Cazzola, “L’altra storia del sindacato. Dal secondo dopoguerra agli anni di Industry 4.0” (2018). E allievo di Giulio Giorello, col quale ha scritto “Societa aperta e lavoro” (2019).

25 Aprile. Ricordare per educare: le considerazioni di Mariapia Garavaglia, Presidente dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni.

Ricordare il 25 aprile considero essere un dovere civico e una responsabilità educativa. Ogni anni provo un sottile disagio nel registrare che ci dono fazioni politico culturali che tenacemente insistono nello sminuire  e relegare una data fondativa della Nazione a puro fatto storico da archiviare.

Il fatto è che non è conosciuta la nostra storia, nemmeno la più recente. I più non hanno nemmeno riminiscenze dei movimenti studenteschi del 1968, della crisi economica dei primi anni settanta, che viene richiamata in questi giorni a causa della necessaria riduzione delle risorse energetiche, a causa della guerra in Ucraina.

La pandemia, che non ci abbandona ancora, e la crudele guerra nel cuore della Europa, dimostrano agli scettici sul fenomeno della globalizzazione, quanto siamo tutti interdipendenti.

Per questo urge che la scuola riprenda con vigore i programmi di storia e geografia perché sarebbe difficile perfino capire i telegiornali  senza nozioni geografiche per capire la geopolitica. Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni, vanno ricordati e onorati tutti coloro che non hanno temuto di sacrificare la vita. Accanto ai Partigiani Italiani hanno combattuto alleati provenienti da ogni angolo del pianeta: Americani, Canadesi, Francesi, Polacchi, una brigata di ebrei. 

Combatterono uomini, donne  e addirittura ragazzini. Se per anni si è consentito che si appropriasse della Festa   qualche parte politica è tempo di riconoscere la Resistenza per quella  che fu, una lotta di popolo che ha conquistato la libertà per tutti. Grande apporto fu quello delle forze cattoliche tra le cui fila si annoverano sacerdoti martiri per i quali sono in corso processi di beatificazione: “Ribelli per amore” della libertà, contro l’odio. La lotta di  Liberazione è il fondamento della nostra Costituzione, che garantisce per tutti la democrazia e l’unità del Paese.  

Questa è la verità e non riconoscerla indebolisce la forza della stessa nostra Carta. Per la libertà e l’ dipendenza di un popolo la scelta della Resistenza è essenziale, altrimenti c’è la resa. In questi tragici giorni in cui constatiamo la tenacia, il coraggio e lo sprezzo del pericolo da parte degli Ucraini, possiamo meglio comprendere e rivalutare la Resistenza italiana. Addolorati e ammirati per la fierezza degli Ucraini abbiamo il dovere morale di sostenerli, con tutti gli aiuti possibili e anche con le armi. Al contrario la domanda è: la Russia deve distruggere, soggiogare e annettere l’Ucraina? Contemporaneamente  occorre trovare il modo per intessere un dialogo con Putin: chi lo fa?

Temo la stanchezza nel vedere le immagini televisive; temo la chiusura in noi stessi per le eventuali restrizioni e austerità che la guerra potrà richiederci. Pace e giustizia dipendono dalle azioni di tutti e di ciascuno. Gli Ucraini stanno resistendo anche per noi.

 

Mariapia Garavaglia, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Oggi non allineati, domani uniti contro l’Occidente?

Le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora.

Quando finalmente questa guerra terminerà quali saranno i suoi effetti a livello globale dal punto di vista delle alleanze geopolitiche? La domanda è di grande interesse perché se (come ha titolato la rivista Limes) “la Russia cambia il mondo” non è di secondario interesse comprendere “come” questo mondo muterà. 

Qualche interrogativo in effetti merita porselo alla luce dei numerosi Paesi che si sono astenuti (ben 58) nelle votazioni all’ONU sulla sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, oltre ai 24 che si sono espressi con un “No” (per la cronaca, i “Sì” sono stati 93). Rammento al lettore che gli astenuti erano stati 35 (solo 5 i contrari) nella votazione del 2 marzo di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina.

La convinzione ormai consolidata di Putin è nota: l’ordine mondiale a guida unipolare statunitense sorto con la morte dell’URSS è finito, in seguito all’emersione di nuove potenze planetarie (la Cina) e alla riemersione della Russia, una Russia storica e neo-imperiale che riprende leadership in tutto lo spazio ex sovietico e viene riconosciuta per questo anche dagli occidentali. Non solo. Una Russia in grado di costruire nuove alleanze internazionali. Con la Cina, certamente (con la quale si è aperta un’éra di “amicizia senza limiti”, sottovalutando il rischio di divenirne col tempo un mero vassallo, vista la differenza di forza economica sottostante); ma pure con nazioni ancora oggi inquadrabili nella rete di alleanze americane.

Paradigmatico, e preoccupante, è il caso dell’India, la nazione che si avvia a divenire la più popolosa del globo. New Delhi insieme a Canberra, Tokyo e Washington ha dato vita alla strategica QUAD, l’alleanza nell’indo-pacifico che mira a contenere l’allargamento dell’influenza cinese nell’area. Interesse vitale per l’India, evidentemente. Ciò nondimeno il recente incontro del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, con il suo collega indiano ha consentito al primo di affermare, con una certa soddisfazione, di poter avviare una proficua collaborazione fra i due Paesi. L’India quindi nella vicenda ucraina non si schiera. Ma ciò equivale, a fronte dell’enormità di quanto sta avvenendo su quel territorio, se non ad un sostegno certo ad una non condanna delle scelte aggressive di Mosca. 

Segnale di grande preoccupazione per l’Occidente, che quest’ultimo dovrebbe analizzare con grande attenzione.

Un’altra potenza regionale, per di più nucleare, che ha deciso di non schierarsi è il Pakistan. Luogo di transito anche jihadista, come noto. E così pure, sempre in Asia, l’altro grande Paese musulmano, l’Indonesia. La retorica anti-occidentale di Putin evidentemente qualche ascolto lo conquista. L’Occidente dovrebbe domandarsi perché. Gli americani in primis. Giungendo a rilevare come la gestione vaccinale anti-Covid 19, ad esempio, non sia stata particolarmente apprezzata da quelle parti. Troppo incentrata sui ricchi Paesi del nord del mondo, poco generosa nei confronti di quelli più poveri. O finalmente riconoscendo che l’invasione dell’Iraq fu un errore i cui effetti arrivano sino ad oggi, con le “perplessità” (eufemismo) asiatiche verso gli occidentali, americani e britannici in testa, ovviamente.

Ma pure nel medio-oriente l’astensionismo testimonia la serietà del problema per Washington e i suoi alleati. E se l’astensione dell’Egitto del generale al-Sisi, sempre più legato a Mosca nella gestione del problema libico (a conferma della crescente presenza russa nel Mediterraneo, altra questione di non poco conto) poteva essere immaginata, quella di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e pure del Qatar fotografa un potenziale pericolo che la Casa Bianca non potrà sottovalutare. Certo, si tratta di regimi illiberali impossibili da associare a qualsivoglia concetto democratico. Ma gli occidentali, interessati alle risorse energetiche da questi possedute, hanno sempre sorvolato sul punto. 

Ora invece qualcosa sta accadendo. Pare quasi che autocrazie, dittature, dispotismi vari stiano, progressivamente e senza un piano prestabilito o un ordine in qualche modo pianificato, convergendo verso un “risentimento” per ora generico nei confronti dell’Occidente, da taluni visto come “decadente”, da altri come “egoista”, da altri ancora come portatore di una visione e di una realtà effettuale “materialista” e insensibile alle ragioni dell’Assoluto e dello spirito, e più o meno da tutti come un predatore delle ricchezze del pianeta senza averne titolo, non foss’altro per la sua esiguità demografica, in costante declino. 

Un Occidente che oggi accoglie generosamente gli ucraini dopo aver respinto anche erigendo muri i disperati provenienti dall’Afghanistan piuttosto che dalle coste meridionali del Mediterraneo (con l’unica eccezione per i siriani accolti dai tedeschi) con quali facilità può ottenere il consenso di iracheni, libanesi, giordani? Ma anche dei messicani, a conferma che il tema migratorio sarà uno dei principali di questo secolo, soprattutto se le fosche previsioni sul cambiamento climatico verranno confermate tramutandosi in realtà. 

Insomma, l’Occidente mostra crepe interne con l’astensione del Brasile, che se dovesse confermare alla presidenza Jair Bolsonaro sarebbe tragicamente incamminato verso una forma di autocrazia antiambientalista dannosissima per l’intero pianeta; con la complicata alleanza militare di cui è parte la Turchia di Erdogan, sempre più autoritaria ed assertiva; con l’insidia interna alla stessa UE cresciuta a Budapest e Varsavia, in entrambe le capitali sul rispetto dello stato di diritto e nella prima anche su quello delle relazioni con Mosca.

La democrazia sta retrocedendo nel pianeta. E il modello autocratico ha addirittura osato lambire il centro del “mondo libero”, con la non accettazione da parte di Donald Trump del risultato elettorale del novembre 2020 e l’assalto del 6 gennaio seguente al Campidoglio.

E allora, se così stanno le cose, le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora. Sembra che siano in molti, là fuori, ben poco interessati alla “democrazia” di matrice occidentale e a ritenere invece che l’uomo del Cremlino abbia più d’una ragione. In qualsiasi modo si concluderà la guerra in Ucraina, è un tema che si proporrà. Meglio saperlo per tempo.

 

Attraversare l’incertezza, l’editoriale di “Dialoghi”, trimestrale di attualità, fede e cultura promosso dall’Azione Cattolica Italiana.

L’incertezza che viviamo, in maniera sempre più diffusa, può provocare sbandamento, angoscia, instabilità. Ma può essere anche occasione generativa di consapevolezza e di crescita individuale e collettiva, se la si sa attraversare facendone esperienza. L’editoriale appare sul n. 85 della rivista (gennaio-marzo 2022 – anno XXII).

Gabriele Gabbrielli

Il tempo che viviamo ha diverse sfaccettature, dipende dalle prospettive e dalle sensibilità con le quali lo si guarda. Ce n’è una, forse, più prepotente delle altre: è quella che guarda al tempo come dimensione nella quale tutto ci sfugge di mano, non riuscendo a star dietro alla velocità dei cambiamenti che ci propone. Ogni cosa ci appare fragile e al tempo stesso sproporzionata rispetto alle nostre capacità. Tutta la società così diventa accelerata, popolata da donne e uomini che corrono, si incrociano senza toccarsi, procedono con lo sguardo rivolto a terra.


Non c’è tempo per alzarlo, si teme lo sguardo dell’altro e si tira dritto. Ciascuno per sé. Connessi ma isolati. È il tempo in cui le relazioni diventano altro: si digitalizzano, perdono sostanza preferendo una leggerezza senza responsabilità, sfumano ed evaporano come acqua al sole. La pandemia ci ha fatto toccare con mano il distanziamento sociale e le sue implicazioni. Un contesto nel quale la solitudine irrompe, senza fare distinzioni, nella vita rumorosa dei più giovani e in quella silenziosa e ritirata degli anziani.

 

Nel cuore delle persone, allora, pulsano con forza domande come queste: dove sto correndo? Che senso ha questo vivere affaticato e triste? Come stanno i miei figli e cosa pensano? Sono felici? E gli altri dove sono finiti? Quando li ho persi di vista? Tutto, così, pren- de il colore dell’incertezza con le sue variegate tonalità: paura, ansia, solitudine, pessimismo, apatia, immobilismo, chiusura, depressione. Solo per richiamarne alcune. Nel lavoro poi il senso di incertezza eccessivo e diffuso, causato da molteplici fattori come riorganizzazioni repentine, modelli di leadership che tengono costantemente sotto pressione le persone, ruoli che frantumano i contenuti del lavoro rendendoli elementi da ricomporre flessibilmente, diventa fonte di disadattamento, terreno nel quale crescono burn-out e stress profes- sionale. Le implicazioni sulla salute sono numerose.

 

L’incertezza, evidentemente, è categoria complessa e multidimensionale. Quando la viviamo percepiamo un senso di sbandamento perché tutto si muove, si alimenta un senso di instabilità che crea quel profondo disagio che si prova quando tutto sembra fuori controllo e dalla nostra portata. La vita allora sembra sfuggirci di mano generando uno stato d’animo terribile. Si fa avanti una tentazione: quella di dire che non possiamo fare nulla perché non abbiamo risorse e appigli a cui aggrapparci per rimanere sal- di nell’incertezza, non riusciamo a trovare un riparo sicuro per attraversare quest’epoca terremotata. L’incertezza, così, compie l’ultimo atto della sua parabola discendente: inscrive un’ipoteca sulla vita e sul futuro. Diventa oltremodo insidiosa quando non è governata, ci strattona violentemente inducendo a pensare che non possiamo fare niente. Da questa prospettiva l’incertezza e le credenze che genera abbassano le nostre difese immunitarie fino a farle precipitare a livelli insostenibili.

 

Leggi l’articolo completo cliccando il seguente link

https://www.rivistadialoghi.it/sites/default/files/Dialoghi%201_2022_Editoriale.pdf

 

Adesso prima c’è il partito, poi vengono le alleanze.

Il “centro” politico, culturale e programmatico si deve caratterizzare in modo autonomo. Dopodichè, a bocce ferme e con un sistema elettorale certo, si costruirà la coalizione credibile.

La politica italiana, come tutti ben sappiamo, è sempre stata sinonimo di “politica delle alleanze”. Ce lo ricordava l’indimenticabile Mino Martinazzoli perchè, questa, era e resta una costante costitutiva della politica italiana. E proprio con l’avvicinarsi delle elezioni politiche nazionali si fa sempre più attuale ed importante il capitolo delle alleanze e delle rispettive coalizioni da costruire con cui ci si presenterà di fronte ai cittadini. Certo, ad oggi non conosciamo ancora quale sarà il prossimo sistema elettorale. E questo, purtroppo, è un vizio ricorrente della politica italiana. Ovvero, le regole cambiano a seconda delle convenienze di chi in quel momento è al governo. Un metodo alquanto anomalo e singolare perchè non risponde al “bene comune” della politica ma solo e soltanto al tornaconto momentaneo delle singole forze politiche. Nulla a che vedere con quello che è capitato nella prima repubblica quando il sistema elettorale era l’ultimo dei problemi dei partiti di governo perchè le regole del gioco non venivano messe in discussione con le furbizie e gli escamotage strumentali che invece hanno caratterizzato il comportamento politico concreto della cosiddetta “seconda repubblica”.

Ma, per tornare al tema delle alleanze, è indubbio che la geografia politica è cambiata radicalmente in questi ultimi anni. La pandemia prima e, soprattutto, la guerra russo-ucraina dopo hanno, di fatto, mutato in profondità i tradizionali assetti politici. Il vecchio centro sinistra e il vecchio centro destra rischiano di appartenere ormai ad un lontano passato difficilmente riproponibile nella sua versione meccanica e statica. E questo perchè la sinistra alleata organicamente con il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e manettaro dei 5 Stelle è difficilmente catalogabile sotto il segno di una alleanza autenticamente riformista, democratica e di governo. Come, specularmente, un centro destra caratterizzato dalla deriva sovranista – sempre meno credibile e, fortunatamente, meno vistosa ed ostentata del passato – non potrebbe essere una coalizione politicamente credibile ed affidabile a livello nazionale ed europeo.

Ecco perchè la formazione politica di “centro” che si sta delineando e definendo a livello nazionale non può che coltivare l’obiettivo di rafforzarsi sotto il profilo politico e programmatico e poi, ma solo in un secondo momento, costruire e consolidare un’alleanza politica credibile e coerente. Sotto questo versante, la vera sfida politica e culturale resta quella di indebolire e ridimensionare la spinta e la deriva populista – in particolare quella di matrice grillina – per favorire, al contrario, la costruzione di una coalizione squisitamente riformista, democratica e di governo. Perchè, alla fine, una coalizione è credibile e seria solo se non deve essere sottoposta ai raggi x sia a livello nazionale che a quello europeo per la sua scarsa se non nulla affidabilità politica e programmatica. Una questione persin troppo nota per essere ancora ulteriormente descritta ed approfondita. Ed è proprio questa la vera sfida ed ambizione del partito di centro nel nostro paese che vuole declinare, al contempo, una altrettanto autentica e credibile “politica di centro”. Se si pensa, al contrario, di definire da subito il campo in cui si vuole giocare – per adoperare un linguaggio calcistico – si fa un doppio errore. Da un lato si consolida da subito un ruolo gregario e marginale del “centro” e, dall’altro, resterebbe inalterato il quadro politico con due coalizioni che non fanno altro che riproporre, seppur in termini diversi rispetto al passato, la logica e la cultura degli “opposti estremismi” caratterizzati dall’unico obiettivo di delegittimare e distruggere politicamente lo schieramento avversario o nemico.

Per questi semplici motivi, adesso, il “centro” politico, culturale e programmatico si deve caratterizzare in modo autonomo. Dopodichè, a bocce ferme e con un sistema elettorale certo, si costruirà la coalizione credibile e affidabile sotto il profilo politico e di governo. Fondamentale, questa volta, è non invertire l’ordine dei fattori. L’alleanza è sempre fondamentale, come ovvio, ma questa volta viene dopo il profilo e l’identità del partito.

“L’impegno parlamentare? Vissuto con passione. Politicamente devo tutto a Fanfani”. Hubert Corsi conclude il suo racconto.

Tra ricordi e considerazioni attuali, il dialogo con Hubert Corsi permette di tracciare il substrato dell’esperienza democristiana. Quel che viene rappresentato va oltre il dato locale: si rifrange in altre esperienze, diverse nelle forme e affini nei contenuti, che descrivono il “panorama” del partito cardine del secondo Novecento italiano. Di seguito riportiamo la seconda parte dell’intervista.

Che cosa ha fatto Fanfani per il collegio? 

Era il capolista del collegio. Ha fatto tanto per la riforma agraria come Ministro dell’Agricoltura. Era molto attaccato alla provincia di Grosseto. 

Quando aveva le “sue” pause in politica – nel 1959 voleva lasciare tutto! – era nel suo ambiente e territorio che trovava le motivazioni più forti per rimettersi in cammino. Sì, quando sentiva l’urgenza di un impegno rinnovato, partiva sempre dalla provincia di Grosseto dove sapeva che aveva tanti amici. E dunque era da qui che ripartiva galvanizzato. Aveva come riferimento Enea Piccinelli, parlamentare, un grande e bel personaggio della vita politica locale, sempre molto lucido, sempre pronto a muoversi in azione. Quando ha lasciato il parlamento nel 1983 è ritornato alle origini, all’impegno nella Azione Cattolica e nel sociale, alla famiglia. Adesso, per molti mesi all’anno, vive a  Piancastagnaio sull’Amiata tra la sua gente.  

Anche Malfatti  veniva spesso? 

Sì, veniva perché si era sposato con la marchesa Spinola che aveva una tenuta Orbetello. 

Veniamo a te. Quando sei entrato in Parlamento? Come la ricordi la esperienza? 

Vi entrai nel 1983 perché non si presentó più Enea Piccinelli, con il quale avevo molto e a lungo collaborato, sicché fu proprio lui ad aiutarmi lasciandomi il testimone. 

Sei stato relatore di diversi provvedimenti…

Ero in commissione Industria e nell’ambito della Dc avevo competenza sul comparto energetico-minerario. Tutti i relativi provvedimenti toccavano a me: l’Enea, la geotermia, l’energia, ecc… 

Nei giorni scorsi con la crisi energetica si è parlato in tv di geotermia del Monte Amiata come fonte di energia. Si potrebbe sfruttare di più o vi sono troppi vincoli? 

Si dovrebbe sfruttare di più sia la parte ad alta entalpia, che produce energia elettrica, come pure la bassa entalpia, con cascata di vapore per alcune industrie come le serre, gli allevamenti di pesce…Sono tanti gli impieghi da poter mettere in cantiere. Invece, è la parte che non è stata assistita abbastanza, neppure dall’Enel che su questa attività, nelle provincie di Siena Arezzo Grosseto e Pisa, aveva storicamente il monopolio. In particolare, nasce a Larderello l’esperienza più grande e significativa: da qui, addirittura a partire dal ‘700, si avvia lo sfruttamento finalizzato allo sviluppo del territorio. Ecco, invece di concentrarsi solo nell’alta entalpia, con una monocoltura che altro non dava, si dovevano sviluppare esperienze diverse, come quelle legate alle piccole imprese di teleriscaldamento. Dunque, la scelta di fornire energia gratis non doveva precludere la possibilità di incentivare e sostenere le piccole attività manifatturiere. 

Come un distretto? 

Non lo abbiamo realizzato ed è stato un errore gravissimo. 

Che si dovrebbe fare per rimuovere questi freni? 

Occorre un aggiornamento della legge del 1986, di cui per altro sono stato relatore. Le competenze in materia sono passate alle Regioni. Soprattutto in Toscana, in Alto Lazio  e in Campania sono diverse le zone dove si dovrebbe pensare ad usi diversi dalla (sola) produzione di elettricità. Non è facile, me ne rendo conto. Si tratta di far crescere una piccola imprenditorialità che al momento risulta poco diffusa o comunque non adeguatamente strutturata.  

Sono osservazioni molto puntuali, segno di studio e dedizione politica. Il compito del legiferatore non sempre è conosciuto ed apprezzato. A tale riguardo, quale è il sentimento più vivo della tua esperienza parlamentare?

Teniamo presente che nel 1983 la Dc aveva perso molti voti. Tra gli eletti serpeggiava un qualche avvilimento, ma nell’occcasione entrò una covata di giovani deputati ai quali fu data la possibilità di mettere in evidenza il valore della loro formazione. Si tratta di ex colleghi – non mi avventuro nelle singole citazioni – di cui ricordo bene lo slancio e la preparazione. 

Gli anni ottanta sono stati anni di sviluppo importanti per la crescita. Furono operate scelte importanti sia in politica estera che in politica economica. Adesso, con la guerra in Ucraina, riemerge il price cap. Rammento che tu ponesti questo problema nel 1992 nella famosa risoluzione parlamentare sulle privatizzazioni…

Quell’intervento ci costò parecchie nottate passate a discutere, a confrontarci sui vari passaggi, a limare le singole proposizioni. Fu svolto un lavoro di analisi e di sintesi particolarmente accurato. Se la risoluzione fosse stata rispettata, come d’altronde era nei nostri auspici, oggi avremmo molti meno problemi. 

Si riuscì comunque a difendere i settori strategici dello Stato.

Sì, parliamo delle telecomunicazioni, delle banche, delle autostrade: si convenne che l’interesse della comunità nazionale, e quindi dello Stato, dovesse pesare in questi ambiti oltremodo delicati. In effetti, la risoluzione fu anticipatrice delle esperienze che in seguito hanno avuto il loro corso. 

Non puoi lamentarti, hai collaborato alla definizione di una giusta e opportuna strategia di tutela a proposito di alcuni fondamentali “beni” del Paese. Lavorare in questo modo   rende tutti più soddisfatti, sia dal lato degli eletti che da quello degli elettori. Tuttavia, una volta conclusa l’esperienza parlamentare, a cosa ti sei dedicato?

Beh..non sono rimasto con le mani in mano. Ho avuto anche la fortuna di fare il sindaco di Monte Argentario. Guidare un comune vuol dire imparare a misurarsi con i problemi, stando quotidianamente a contatto con la gente. È fare politica, ancora una volta, ma con il fiato sempre sul collo. Un’esperienza unica, spesso complicata, che riserva amarezze non attese ma anche gratificazioni impensate.   Poi, finito il mandato amministrativo di Sindaco, dal 1995 mi sono dedicato totalmente alla Croce Rossa di Grosseto. 

Mi pare di poter dire, conoscendo il lavoro da voi svolto come Croce Rossa, che siete all’avanguardia per quanto riguarda l’attività di sostegno al territorio. 

Devo dire che il nostro comitato e con esso i vari comitati territoriali – una decina in tutto – lavorano molto bene garantendo alle popolazioni un livello più che rispettabile di tutela e assistenza. 

Un fiore all’occhiello anche durante l’emergenza del Covid…

Direi proprio di sì. Abbiamo apprezzato la grande capacità dei volontari di vincere la paura. La grande paura di aiutare gli altri, nei modi possibili, come portare la spesa, le medicine, ecc…alle persone anziane o prestare soccorso agli ammalati di Covid, assistendoli nel passaggio da reparto a reparto. Sono stati eroici. In provincia di Grosseto abbiamo 5000 volontari. 

E i giovani ci sono? 

In effetti, nel periodo più duro del Covid si sono avvicinati molti giovani. L’accesso alla Croce Rossa non è facile. Non paghi una quota come per altre associazioni, ma devi fare  un corso e superare un esame. È una procedura complessa che non ha riscontro in campi analoghi. Altrove è tutto più semplice. 

Prendete figure particolari? 

Sono tutte figure specializzate. I soccorritori devono gestire le cosidddette manovre salvavita, per questo sono formati alla conoscenza e alla pratica delle specifiche procedure di sicurezza. Se li metti in condizione d’indossare una divisa, importante e rispettata, spetta ad essi dimostrare fin da subito di essere all’altezza della funzione assegnata. 

Siete andati in Ucraina? 

Alcuni di noi sono andati, ognuno con elevata capacità professionale. La CRI nazionale ha scelto una strada ben precisa: chiede fondi, non oggetti. In altri termini, preferisce evitare di “caricarsi” di donazioni che di per sé sono belle, ma nell’insieme possono dar luogo a combinazioni antieconomiche. Serve ottenere un corretto margine di efficienza. Non bisogna spendere più di quello che hai trasportato lungo un viaggio di oltre 2000 chilometri. Per questo anche la logistica è fondamentale: tende, medicinali, viveri, vanno organizzati e gestiti con la massima oculatezza. Allora, come dicevo, la professionalità non è un optional.

Bene. Permettimi di riprendere, andando alla conclusione, il filo della politica. Che cosa ti rimane di Fanfani? 

Devo tutto a Fanfani, è stato uno dei miei maestri. 

Raccontami un aneddoto…

Una sera, a chi tra di noi si lamentava perché dovevamo incidere di più sulla vita politica, nche del nostro partito, volle spiegare quanto aveva inciso la provincia di Grosseto nella storia della Dc. 

Il gruppo di amici che poi avrebbe dato vita alla “comunità del Porcellino” si era riunito a Bologna. Oltre a Lazzati, La Pira, Fanfani e Dossetti, ce n’era un altro che ho dimenticato: la memoria, purtroppo, non mi soccorre. Quella riunione, svolta nel periodo della clandestinità, doveva sciogliere la riserva circa la convenienza e correttezza dell’assegnazione alla Dc dell’aggettivo “cristiana”. Per loro era troppo impegnativa. Volevano un altro nome. Allora incaricarono Dossetti di andare a rappresentare questa posizione a De Gasperi. Dossetti parte con la macchina verso Roma e sceglie di prendere la strada per Firenze passando per Siena e Grosseto. Ebbe però un incidente a Civitella Marittima: la strada bianca e dissestata, quella tra Siena e Grosseto, era delle peggiori che si potesse immaginare. Non poté ripartire per Roma e neppure poté, di conseguenza, partecipare all’incontro di partito dove avrebbe dovuto informare De Gasperi del loro “verdetto”.

È un episodio conosciuto…

È vero, ma non sai quello che aggiunse Fanfani. “Attraverso le vostre strade così disastrate – disse – siete stati determinanti nella storia della Dc. Avete determinato un indirizzo che ha segnato nel profondo la nostra storia”. Immagina il suo sorriso sornione! Poi sarebbero arrivati  i finanziamenti per migliorarle. Civitella Marittima se lo meritava: per i camionisti passare di li, con quei tornanti pericolosi, era una maledizione. 

Fanfani ce lo raccontò a cena dopo un comizio. Così come ricordò la vicenda del rogito di Capalbio, quell’atto lunghissimo di venti pagine che aveva dovuto copiare da bambino. C’è un collegamento ideale. Da Pieve Santo Stefano, il suo paese d’origine, partivano le greggi transumanti verso la Maremma. Anche quel percorso doveva essere un incubo, forse per le greggi ma sicuramente per gli uomini.

Per leggere la prima parte dell’intervista (14 aprile 2022)

https://ildomaniditalia.eu/la-nostra-battaglia-per-contrastare-i-comunisti-metteva-in-campo-ragione-e-passione-politica-intervista-a-hubert-corsi/

Ankara, la battaglia sull’islam obbligatorio a scuola e i diritti negati

La Corte costituzionale turca riconosce due decisioni della Corte europea critiche per il mancato rispetto dei diritti. Una battaglia legale avviata da una famiglia, contraria alla frequenza obbligatoria dell’ora di religione musulmana alla figlia. Attacchi dalla fazione conservatrice ed esponenti di governo. Dubbi sulla futura applicazione della sentenza. 

Una sentenza che, se non si può definire storica, certo va registrata per la sua importanza in tema di libertà religiosa in Turchia, dove anche nel recente passato si sono registrati episodi controversi e in cui lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan si fa portavoce di una politica nazionalismo e islam. Nei giorni scorsi la Corte costituzionale ha riconosciuto due precedenti sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che criticava Ankara sui principi e contenuti dell’istruzione religiosa obbligatoria ai minori. I supremi giudici hanno dunque stabilito che forzare l’educazione a una fede – obbligando a seguirne le lezioni – bambini e giovani contro la volontà dei genitori è una palese violazione dei diritti.

Tuttavia, analisti ed esperti avanzano dubbi sul fatto che il governo accoglierà la decisione. E adeguerà il proprio indirizzo politico adempiendo alle indicazioni contenute nella sentenza. 

La decisione della Corte costituzionale è frutto di una lunga battaglia legale iniziata oltre 10 anni fa da Huseyin El, che ha lottato a lungo per evitare che la figlia frequentasse lezioni di religione musulmana. Il preside dell’istituto ha insistito affinché Nazli Sirin El, all’epoca studentessa di quarto grado, seguisse i corsi perché solo cittadini cristiani ed ebraici potevano beneficiare dell’esenzione. La famiglia della ragazza segue l’alevismo, una delle molte sette dell’islam che – fra gli altri – celebra i riti nelle case assembleari (cemevi), più che nelle moschee. 

Ad al-Monitor l’avvocato Esra Basbakkal, legale della famiglia, spiega che “costringere un genitore a rivelare o documentare la sua fede è una violazione dell’art. 24 della Costituzione” secondo cui “nessuno può essere costretto a rivelare credenze e convinzioni religiose”. Il tribunale di primo grado 13 anni fa ha sentenziato a favore della studentessa in base alle leggi nazionali e alle convenzioni internazionali. Ma il ministero dell’Istruzione si è appellato al Consiglio di Stato, che ha ribaltato la decisione. Nel 2014 la controversia è arrivata sul tavolo della Corte costituzionale: a distanza di otto anni, il verdetto secondo cui l’obbligo di frequenza alle lezione di fede musulmana sono una violazione dei diritti umani e della famiglia di scegliere il percorso educativo dei figli. 

“Una decisione troppo a lungo rimandata, ma che va nella giusta direzione” commenta Orhan Kemal Cengiz, avvocato pro diritti umani che ha seguito nel tempo la vicenda della famiglia El e altre due storie simili. “I tribunali locali – aggiunge – spesso ignorano le decisioni della Corte europea, ma ora devono prestare attenzione a quelle della Corte costituzionale”. Diversi i commenti della fazione radicale e conservatrice; critiche giungono anche da esponenti del partito di governo sebbene le più alte cariche, presidente compreso, per ora non hanno commentato. Il quotidiano ultra-conservatore Yeni Akit definisce uno “scandalo” la scelta dei giudici costituzionali. Mehmet Akif Yilmaz, membro del Partito di Giustizia e sviluppo (Akp) e membro della Commissione per l’istruzione, definisce un “tradimento” stabilire che lezioni di religione “in questa terra benedetta dall’islam” possano essere giudicate una “violazione ai diritti umani. La nostra gente – aggiunge – non permetterà un simile tradimento” dei valori. 

Le classi di religione erano facoltative fino al golpe militare del 1980. Il governo dei generali guidato da Kenan Evren ha stabilito l’obbligo della frequenza, con lo scopo di controllarne l’insegnamento ed evitare derive radicali o fanatiche inserendolo nella Costituzione del 1982. In realtà, le classi hanno per lo più alimentato un islam sunnita che ha esasperato il disagio di molti studenti e genitori laici, che chiedevano più storia delle religioni e meno precetti islamici.

L’ora di religione obbligatoria è una cartina di tornasole per misurare lo stravolgimento dei valori laici in materia di istruzione, rispetto ai primi governi repubblicani. Una escalation che si è andata rafforzando con l’ascesa al potere dell’Akp nel 2002 e l’introduzione di un nuovo sistema scolastico nel 2012 con altri corsi “opzionali”: Corano, Vita del profeta Maometto e Conoscenza religiosa di base. Nella maggior parte dei casi sono diventati obbligatori, perché non vi erano alternative. Per l’avvocato Basbakkal, la scelta migliore sarebbe quella di renderle volontarie ma, vista la posizione del governo, sembra assai improbabile un simile, per quanto auspicato, cambiamento. A settembre, Diyanet (il ministero per gli Affari religiosi) ha annunciato l’intenzione di introdurre corsi obbligatori di Corano ai bambini in età prescolare e sono allo studio corsi pilota in diverse città.

Il Papa all’Urbi et Orbi: basta guerre, lasciamoci vincere dalla pace di Cristo. (Radio Vaticana)

Rivolgendosi al mondo intero nel tradizionale Messaggio di Pasqua, il Pontefice ricorda ancora la guerra in Ucraina, i Paesi martoriati da lunghi conflitti e violenze e provati da tensioni sociali e drammatiche crisi umanitarie e definisce la pace una “primaria responsabilità di tutti”.

Tiziana Campisi

“Lasciamo entrare la pace di Cristo nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri Paesi!” invita Francesco nel suo Messaggio Urbi et Orbi di Pasqua. Dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro, dalla quale si muove, alla brezza del vento, il drappo con lo stemma papale, il Pontefice si affaccia sulla piazza affollata da 100mila fedeli. È accompagnato dai cardinali Renato Raffaele Martino e Michael Czerny, inviato nelle scorse settimane due volte in Ucraina e nei Paesi confinanti che stanno accogliendo i profughi per mostrare la vicinanza della Chiesa al popolo ucraino, assai provato dall’aggressione militare russa. 

Cristo è risorto

Il Pontefice ripete le parole di Gesù risorto ai suoi discepoli: “Pace a voi”, ma definisce quella di quest’anno una “Pasqua di guerra”, perché “troppo sangue abbiamo visto, troppa violenza” e si fa fatica “a credere che Gesù sia veramente risorto, che abbia veramente vinto la morte”. Ma “Cristo è risorto! È veramente risorto!”, afferma Francesco, anche se quella che stiamo vivendo sembra una Quaresima che non vuole finire. È chiara l’allusione alla situazione in Ucraina, ma il pensiero del Papa è anche per quelle Nazioni da decenni segnate da conflitti, quelle che vivono una drammatica crisi umanitaria o gravi problematiche. Ma c’è anche il bilancio di due anni di pandemia da considerare:

Era il momento di uscire insieme dal tunnel, mano nella mano, mettendo insieme le forze e le risorse… E invece stiamo che in noi non c’è ancora lo spirito di Gesù, c’è ancora lo spirito di Caino, che guarda Abele non come un fratello, ma come un rivale, e pensa a come eliminarlo. Abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto per credere nella vittoria dell’amore, per sperare nella riconciliazione.

Sia pace per l’Ucraina

La voce del Pontefice riecheggia in una piazza San Pietro abbellita da 40 mila fiori e decorazioni offerti da fioristi olandesi e professori di floristica di biotecnologie della slovena Naklo e allestiti con la collaborazione dei giardinieri vaticani. Il Papa ricorda che “le piaghe nel Corpo di Gesù risorto sono il segno della lotta che Lui ha combattuto e vinto per noi, con le armi dell’amore, perché noi possiamo avere pace, essere in pace, vivere in pace”. Quindi invoca la pace menzionando quanto sta accadendo nell’Est Europa:

Sia pace per la martoriata Ucraina, così duramente provata dalla violenza e dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata. Su questa terribile notte di sofferenza e di morte sorga presto una nuova alba di speranza! Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre.

Rifugiati, sfollati, anziani e bambini nel cuore del Papa.

Insiste, Francesco, perché tutti si impegnino a chiedere la pace e sollecita i responsabili delle Nazioni ad ascoltare “il grido di pace della gente”, poi confida:

Porto nel cuore tutte le numerose vittime ucraine, i milioni di rifugiati e di sfollati interni, le famiglie divise, gli anziani rimasti soli, le vite spezzate e le città rase al suolo. Ho negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra. Guardandoli non possiamo non avvertire il loro grido di dolore, insieme a quello dei tanti altri bambini che soffrono in tutto il mondo: quelli che muoiono di fame o per assenze di cure, quelli che sono vittime di abusi e violenze e quelli a cui è stato negato il diritto di nascere.

La carità vinca l’egoismo e l’individualismo

Rattristato da quanto sta accadendo, il Papa non dimentica, però, “le porte aperte di tante famiglie e comunità che in tutta Europa accolgono migranti e rifugiati”. Da qui l’auspicio che “questi numerosi atti di carità diventino una benedizione per le nostre società, talvolta degradate da tanto egoismo e individualismo, e contribuiscano a renderle accoglienti per tutti”. Ma Francesco spera anche sollecitudine per “altre situazioni di tensione, sofferenza e dolore”.

Si viva in fraternità nel Medio Oriente e a Gerusalemme

E dopo aver commentato i recenti fatti di cronaca, il Papa, la cui voce viene diffusa dai media vaticani con il commento, oltre che nelle lingue consuete, anche in ucraino e russo, comincia il lungo elenco dei Paesi che hanno più bisogno di preghiere:

Sia pace per il Medio Oriente, lacerato da anni di divisioni e conflitti. In questo giorno glorioso domandiamo pace per Gerusalemme e pace per coloro che la amano, cristiani, ebrei e musulmani. Possano israeliani, palestinesi e tutti gli abitanti della Città Santa, insieme con i pellegrini, sperimentare la bellezza della pace, vivere in fraternità e accedere con libertà ai Luoghi Santi nel rispetto reciproco dei diritti di ciascuno.

Pace per i Paesi dilaniati da tensioni e violenze e per tutta l’Africa

E prosegue, il Pontefice, ricordando i popoli del Libano, della Siria e dell’Iraq. Domanda pace “per la Libia, perché trovi stabilità dopo anni di tensioni, e per lo Yemen, che soffre per un conflitto da tutti dimenticato con continue vittime”, e si augura che “la tregua siglata nei giorni scorsi possa restituire speranza alla popolazione”. Esorta, poi, a pregare “per il Myanmar, dove perdura un drammatico scenario di odio e di violenza, e per l’Afghanistan, dove non si allentano le pericolose tensioni sociali e dove una drammatica crisi umanitaria sta martoriando la popolazione”. Quindi il Papa estende la sua invocazione per l’intera Africa:

Sia pace per tutto il continente africano, affinché cessino lo sfruttamento di cui è vittima e l’emorragia portata dagli attacchi terroristici – in particolare nella zona del Sahel – e incontri sostegno concreto nella fraternità dei popoli. Ritrovi l’Etiopia, afflitta da un grave crisi umanitaria, la via del dialogo e della riconciliazione, e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Non manchi la preghiera e la solidarietà per le popolazioni del Sudafrica orientale, colpite da devastanti alluvioni.

I problemi nel continente americano

Infine Francesco prega per l’America Latina, dove la pandemia ha peggiorato alcune condizioni sociali, “esacerbate anche da casi di criminalità, violenza, corruzione e narcotraffico”, e ancora per la riconciliazione della Chiesa cattolica canadese con i popoli autoctoni.

La pace primaria responsabilità di tutti

E terminando il suo discorso, il Papa torna ancora sulla guerra, avverte che ogni conflitto porta con sé strascichi che coinvolgono tutta l’umanità: dai lutti al dramma dei profughi, alla crisi economica e alimentare”. Ma incoraggia a guardare a Gesù che ha vinto la morte e ci dona pace:

Davanti ai segni perduranti della guerra, come alle tante e dolorose sconfitte della vita, Cristo, vincitore del peccato, della paura e della morte, esorta a non arrendersi al male e alla violenza. Fratelli e sorelle, lasciamoci vincere dalla pace di Cristo! La pace è possibile, la pace è doverosa, la pace è primaria responsabilità di tutti! 

Il cardinale Martino annuncia, quindi, la benedizione del Papa con l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni. Francesco recita la formula solenne e concede a tutti il perdono dei peccati. E prima del segno della croce si raccoglie qualche istante in silenzio, poi pronuncia in latino: “Dio onnipotente e misericordioso vi dia l’indulgenza, l’assoluzione e il perdono di tutti i vostri peccati, un periodo di pentimento genuino e fruttuoso, un cuore sempre penitente e una conversione della vita, la grazia e il consiglio dello Spirito Santo, e la perseveranza continua nelle opere buone”.

Il messaggio pasquale di Francesco è preceduto dall’esecuzione dell’inno pontificio, da parte della banda della Gendarmeria Vaticana, e dell’inno italiano, da parte dell’arma dei carabinieri. Schierati di fronte alla Basilica Vaticana, il corpo della Guardia Svizzera, in alta uniforme, e una rappresentanza delle forze armate italiane, che al termine della cerimonia rendono omaggio al Papa.

 

(Fonte: Radio Vaticana, 17 aprile 2022)

Un teologo, Hans Küng, ci aiuta a comprendere la forza liberante della fede. Il cesaro-papismo deforma questa verità.

Lo zar (Pietro il Grande) considerava l’unzione come una legittimazione sacrale del proprio potere illimitato”. La libertà della Chiesa, segno della piena fedeltà al Vangelo, impedisce l’asservimento della religione al potere. Un invito alla lettura di Renato Balduzzi, docente universitario, già ministro della sanità.

Di fronte agli orrori quotidiani, come fare risuonare, dentro e fuori ciascuno di noi, le parole di pace della Pasqua?

Propongo di lasciarci interrogare da alcuni densi passaggi di uno scritto di quasi trent’anni fa, il quale, ancorché inevitabilmente datato quanto a riferimenti geopolitici concreti, rimane tuttavia un thesaurus sotto il profilo storico-metodologico e della visione complessiva.

Si tratta, ancora una volta, di uno scritto di Hans Küng, nel quale il teologo svizzero (mancato un anno fa, a 93 anni) esprimeva un punto di vista che trovo molto interessante e che presenta singolari assonanze con l’approccio che papa Francesco sta sviluppando, da parecchie settimane, a proposito dell’aggressione russa in Ucraina.

 

Un’uniformazione di chiesa e Stato – sia essa bizantina, moscovita, o di quale altro tipo si voglia – non porta quasi necessariamente a una supremazia dello Stato sulla chiesa e, alla fine, a una capitolazione della chiesa di fronte allo Stato? Una chiesa e una teologia, integrate nello Stato, non smarriscono la loro funzione profetica, che devono necessariamente avere nella società se intendono restare fedeli al Vangelo?

Lo zar (Pietro il Grande) considerava l’unzione come una legittimazione sacrale del proprio potere illimitato. Si spiega così perché un secolo più tardi, nell’era di Metternich, lo zar militarista Nicola I abbia potuto formulare la seguente massima di politica interna: «Autocrazia, ortodossia, narodnost (nazionalità e pietà popolare)».

Se si riconosce che la cristianità occidentale e quella orientale non rappresentano due religioni/civiltà, ma due costellazioni in verità molto diverse, due paradigmi, dell’unico cristianesimo, il cui riavvicinamento e la cui intesa sono già stati promossi da Giovanni XXIII, dal Vaticano II e dal patriarca Atenagora di Costantinopoli, allora si riconosce anche che proprio da un’intesa ecumenica delle chiese (in Iugoslavia, in Ucraina, tra Roma e Mosca) avrebbe potuto essere preparata l’intesa tra i gruppi nazionali (perché deve essere impossibile tra serbi e croati ciò che è stato possibile tra francesi e tedeschi?).

  1. Küng, Cristianesimo(1994), trad. di Giovanni Moretto, 9.a ed. B.U.R., Milano, Rizzoli, 2019, pp. 271, 311, 865.

Forma ed evoluzione del populismo oggi: Marc Lazar spiega le tesi del suo ultimo libro a Le Nouvel Observateur. 

Riportiamo un piccolo stralcio dell’intervista che Marc Lazar ha concesso la settimana scorsa a Sarah Halifa-Legrand per il prestigioso settimanale francese (L’OBS).

 

[…]

 

Il populismo francese è tutt’altro che un caso isolato… Qual è la sua valutazione del populismo in Europa e non solo oggi?

 

Alcuni osservatori una volta credevano che la stagione populista fosse finita. Tutti i populisti di destra che si riferivano alla Brexit e Donald Trump, che volevano fare “Frexit” o “Italexit”, si sono resi conto che il Regno Unito era in una situazione molto difficile, che Trump, il loro riferimento, aveva perso le elezioni, mentre poi il Covid ha messo in luce l’importanza di un’Europa unita, capace di pagare ingenti somme agli States. Non è così. Il neopopulismo oggi è un fenomeno duraturo, profondo, globale, non uno scatto febbrile passeggero, come avrebbero potuto essere gli esperimenti populisti del passato. Niente a che vedere con il Poujadismo della Quarta Repubblica, esempio emblematico in Francia di populismo, che durò solo pochi anni fino al ritorno al potere di De Gaulle. Oggi il neopopulismo si radica perché ha ovunque le stesse tre grandi causalità: l’affanno delle nostre democrazie liberali e rappresentative, che è spesso riassunto dall’espressione “stanchezza democratica”;  disoccupazione, disuguaglianze sociali e precarietà del mercato del lavoro in un mondo globalizzato; e infine questioni culturali e di identità.

 

Questo neopopulismo assume nel tempo una forma sempre più definita?

 

Nel mondo della ricerca ci sono tre grandi linee di pensiero per comprendere il populismo, che è sempre difficile da identificare e definire. La prima consiste nel dire che il populismo è una thin ideology, un’ideologia sottile, difficile da identificare. Non esistono infatti grandi dottrine o grandi autori sul populismo, con la notevole eccezione del tentativo di definire il populismo di sinistra della filosofa belga Chantal Mouffe e di suo marito, l’argentino Ernesto Laclau [una strategia di conquista del potere che consiste in particolare nel riportare la passione in campo politico opponendo il popolo alle élite, per combattere l’egemonia neoliberista, ndr]. 

Una seconda scuola vede giocare il popolo contro l’élite come una strategia per acquisire potere e poi mantenerlo, continuando a mobilitare le folle a sostegno del leader.

Secondo la terza ipotesi, che ho sviluppato nel mio libro “Peuplecratie” (1), il populismo è uno stile, un modo di essere, un modo di parlare.  Alcuni populisti si esprimono in modo semplice e volgare, adottano certe posture del corpo, come l’italiano Matteo Salvini, perché è così che percepiscono le persone. Questo stile tende a diffondersi, anche tra coloro che si oppongono ai populisti. Lo abbiamo visto con Matteo Renzi o anche Emmanuel Macron, che si è presentato nel 2017 come il candidato antisistema, l’uomo nuovo. Credo che il populismo attuale assomigli sempre di più a una combinazione più o meno organizzata di queste tre definizioni principali.

Mi sembra che la sua forma più compiuta si trovi oggi in Ungheria. Viktor Orbán sta costruendo una spina dorsale per la sua sperimentazione. Ha dato un nome al suo progetto – “democrazia illiberale” – e lo ha spiegato: a suo parere è necessario difendere un’Europa in declino, minacciata di sommersione dall’Islam, ristabilendo i valori cristiani e rimettendo la famiglia tradizionale al centro della società. 

Eric Zemmour è sulla stessa linea ideologica. Il loro discorso è molto più coerente di quello di Marine Le Pen, che ha delle costanti ideologiche, in particolare su immigrazione ed Europa, ma che si adatta anche molto.  Mentre ha iniziato promuovendo, sulla scia del padre, una politica neoliberista in economia, si è evoluta verso una posizione molto più statalista. Pur provenendo da una famiglia politica che ha sempre disprezzato il femminismo, si presenta come una donna moderna.

 

[…]

 

(Traduzione a cura della redazione)

 

  1. Ilvo Diamanti et Marc Lazar, Peuplecratie. La Métamorphose de nos démocraties, Gallimard, 2019.

Quando Russell ed Einstein lanciavano l’allarme sugli armamenti nucleari…

Nel 1955 lo scienziato Albert Einstein e il filosofo-matematico Bertrand Russell e lo scienziato promuovono una dichiarazione a favore del disarmo nucleare e della scelta pacifista per l’umanità, sottoscritta da scienziati e intellettuali.

Nella tragica situazione che l’umanità si trova ad affrontare, riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi per valutare i pericoli sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito del documento che segue. Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano, la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti, e su tutti i conflitti domina la titanica lotta tra comunismo e anticomunismo. Chiunque sia dotato di una coscienza politica avrà maturato una posizione a riguardo. Tuttavia noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare. Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli uomini sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare. 

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”.

La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere grandi città come Londra, New York e Mosca. È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto. Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato. 

Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento. In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo.

Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile.

Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne. Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. 

Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente. Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. 

Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale. Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione: In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.
    

Albert Einstein, Bertrand Russell, Max Born (Premio Nobel per la fisica) Percy W. Bridgman (Premio Nobel per la fisica) Leopold Infeld (Professore di fisica teorica) Frédéric Joliot-Curie (Premio Nobel per la chimica) Herman J. Muller (Premio Nobel per la fisiologia e medicina) Linus Pauling (Premio Nobel per la chimica) Cecil F. Powell (Premio Nobel per la fisica) Józef Rotblat (Professore di fisica) Hideki Yukawa (Premio Nobel per la fisica). 

(Il testo dell’Appello è stato riproposto ieri dall’Agenzia Italia – AGI)

 

Oggi è Pasqua. La bella meditazione di don Mazzolari.

È stato definito in tanti modi, anche “prete anticlericale” per il suo parlare schietto, non sempre apprezzato, a causa di questa franchezza, dai confratelli e dai superiori. Fu combattente, ma celebrò la pace. Scrisse: “Il cristiano è un ‘uomo di pace’, non un ‘uomo in pace’: fare la pace è la sua vocazione”. Don Primo Mazzolari c’invita a vivere la Pasqua con parole essenziali e piene di tensione spirituale.

Primo Mazzolari

Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. «Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume», non è un «sepolcro glorioso». «Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito», è fuori della Pasqua.

«Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente», invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua. «Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini» per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

«Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio» non ha ancora buttato via le «trenta monete d’argento».

«Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà», rinnega la Pasqua.

«Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza», non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare «i segni della Pasqua?».

(1 aprile 1936) La Pasqua, 64-65.

Ucraina. L’intransigenza di Putin e Biden domina lo scenario bellico e fa temere inquietanti sviluppi.

Mentre Washington e Londra hanno scartato la possibilità di convincere Putin a venire a più miti consigli con un negoziato, alcune capitali europee ritengono che possano ancora essere tentate ulteriori iniziative di pace, anche sulla spinta (non secondaria) di gruppi d’opinione interni pacifisti. Per “distrazione”, come è caduto un missile indiano sul Pakistan, sull’Ucraina potrebbe anche cadere un ordigno nucleare… 

Mentre l’offensiva militare russa continua senza sosta, concentrandosi nei bombardamenti urbani nell’area sud-orientale dell’Ucraina, il confronto verbale a distanza tra Russia ed Occidente si arricchisce di nuovi spunti polemici. Esso ha raggiunto livelli sempre più elevati anche sull’onda di nuove accuse di Zelensky mosse all’esercito invasore circa inaccettabili eccidi commessi un po’ dappertutto nei confronti dei civili nonché il temuto impiego di armi chimiche.

Lo scontro più aspro è quello tra Mosca e Washington, i cui “leader” sembrano gareggiare nel volerlo innalzare ulteriormente, facendo interrompere di fatto il seppur tenue processo negoziale portato avanti dalla Turchia.

Biden ha parlato senza mezzi termini di “genocidio” perpetrato dai russi e della necessità di perseguirlo, a tempo debito, nei fori internazionali competenti, appoggiandosi anche sulle prime dichiarazioni rilasciate dal procuratore della Corte Europea di Giustizia, secondo cui l’alto magistrato avrebbe rilevato sul terreno l’esistenza di dati sufficienti per avviare una istruttoria sulle le gravi violazioni denunciate.

Al tempo stesso, il presidente americano ha parlato di una maggiore assistenza militare all’Ucraina, comprendente entro pochi giorni la fornitura di armamenti pesanti offensivi (carri armati, cannoni ed elicotteri), riecheggiando analoghe dichiarazioni di Boris Johnson, più battagliero che mai dopo una breve ma intensa visita nelle aree limitrofe alla capitale ucraina, dove le nefaste conseguenze delle stragi compiute dai militari russi in ritirata appaiono più evidenti. 

Putin, da parte sua, non arretra. Infatti, pur ammettendo che la situazione in Ucraina si configura come “una tragedia”, egli ha sottolineato come l’ “operazione militare speciale” da lui decisa fosse inevitabile per le “nobili motivazioni” che l’avevano resa necessaria, prima fra tutte il “sacro mandato” ricevuto dal suo popolo per rivendicarne i diritti e consolidare la sicurezza del paese, con particolare riferimento agli abitanti del Donbass.

Egli ha inoltre nuovamente accusato l’Occidente di voler promuovere il “neo nazismo” in Ucraina per trasformarla in una testa di ponte diretta contro la Russia. 

Queste dichiarazioni, peraltro, sono state ancora una volta supportate dal Patriarca della Chiesa Russa di Mosca, che non cessa di predicare la “sacralità” dell’intervento militare contro un “Occidente irrimediabilmente corrotto”, subito fortemente contestato dalla comunità ortodossa di Leopoli (con il seppur vago timore di un possibile scisma). In altri termini, alla guerra combattuta con le armi potrebbe aggiungersi una guerra religiosa.

Anche al Cancelliere austriaco Nehammer, che ha ricevuto al Cremlino (primo leader europeo ad essere incontrato dopo l’inizio delle ostilità), Putin ha riservato un comportamento molto poco amichevole e niente affatto costruttivo, finendo per consegnargli un messaggio verbale per i colleghi europei intriso di disprezzo, intransigenza e minacce.

Stesse minacce Mosca ha rivolto a Svezia e Finlandia per la volontà manifestata recentemente dai rispettivi governi di avviare al più presto la procedura d’ingresso nella NATO. Si è parlato, in particolare, di un incremento di forze terrestri, aeree e navali russe alla frontiera nonché di un probabile schieramento di armamenti nucleari.

Quasi contemporaneamente (e significativamente) Putin ha nominato un nuovo comandante delle operazioni militari nella persona di Aleksandr Dvornikov, artefice principale del sanguinoso conflitto in Cecenia e Siria dove si era guadagnato, oltre che molte prestigiose onorificenze al merito di guerra, il titolo di “macellaio” per l’uso indiscriminato di armi ibride e della tortura pur di ottenere la vittoria finale.

Infine, il “neo Zar” non ha mancato di enfatizzare la sudditanza dell’Europa agli Stati Uniti, sottolineando la sua dipendenza energetica dalla Russia destinata – a suo dire – a perdurare ancora a lungo, malgrado gli sforzi in atto per diversificare le fonti di approvvigionamento, e causa prima di notevoli irreversibili danni all’economia.

Sul fronte strettamente europeo, impegnato nell’“ultimo miglio” della sua campagna elettorale per l’Eliseo, Macron tenta di tornare a ritagliarsi un ruolo di rilievo nel tentativo di ritessere i rapporti con Mosca, in particolare affermando di non condividere i toni dell’alleato Biden nel dialogo a distanza con Putin. Lo invita, infatti, alla moderazione verbale, facendo capire che la possibilità di riavviare un negoziato passa anche, se non soprattutto, attraverso una maggiore misura dei toni e il reciproco rispetto, anche perché accuse non suffragate da prove reali (raccolte da personale indipendente) non rappresenterebbero il modo migliore per placare gli animi e far scendere l’atmosfera di alta tensione creatasi.

In conclusione, sembra che mentre Washington e Londra abbiano scartato la possibilità, almeno a questo stadio, di convincere Putin a venire a più miti consigli con un negoziato, alcune capitali europee ritengono che possano ancora essere tentate ulteriori iniziative di pace anche sulla spinta (non secondaria) di gruppi d’opinione interni pacifisti, filo-russi o anti-USA, che continuano a condannare le politiche “troppo filo-americane” dei rispettivi governi.

Per ultimo, l’affondamento – causato da due missili ucraini (versione di Kiev) o avvenuto accidentalmente (versione di Mosca) – dell’incrociatore “Moskva”, poderosa nave ammiraglia e autentico fiore all’occhiello della marina russa, che fiancheggiava validamente a distanza l’armata terrestre, costituisce un notevole colpo (non soltanto psicologico) per possibili negative ripercussioni sull’ormai prossima offensiva volta a conquistare l’intera fascia costiera sul Mar Nero. 

Al riguardo, gli esperti prevedono che la tattica bellica russa potrebbe necessitare di opportune modifiche, rendendo gli attacchi più impegnativi e, forse, diluiti nel tempo. Alcuni osservatori arrivano, invece, a immaginare una reazione isterica di Putin, messo di fronte ad un secondo smacco militare (dopo quello rappresentato dalla mancata capitolazione di Kiev), reazione che potrebbe già essere ricondotta alla notevole intensificazione dei bombardamenti in atto sul territorio e alla ripresa degli attacchi sulla capitale ucraina.

L’incalzare degli eventi fa registrare un sempre maggiore richiamo delle principali parti in causa all’eventuale impiego, a certe condizioni, dell’arma nucleare. In maniera velata ed episodica da parte americana e più palese e insistente da parte russa. Al di là del monito che l’avvertimento di per se contiene, esso sottolinea la necessità per tutti di fermarsi in tempo, prima cioè di arrivare al punto di non ritorno, poiché, in tali condizioni, una guerra nucleare potrebbe deflagrare anche senza alcun preavviso. 

Nel frattempo, la stampa ha semplicemente registrato il lancio, avvenuto per errore, di un missile indiano sul territorio pakistano…  

Giorgio Radicati – Ambasciatore

Putin non è né di destra né di sinistra, semmai totalitarista e imperialista.

Sono molteplici le sfaccettature della matrice politica del nuovo Zar: ma se si pensa alla distribuzione dei compiti agli oligarchi del Cremlino sembra di ritrovarvi più di una analogia con i gerarchi nazisti.

Merita più di una citazione l’articolo di Giuliano Cazzola, pubblicato su Linkiesta del 16/4 u.s. L’incipit spiega, a chi è di facile definizione e attribuisce patenti ideologiche, una parte del titolo qui sopra: “Non capisco come si possa essere stati nel corso della vita di sinistra ed essere oggi con Putin”. Citando il discorso dello Zar del 22 febbraio u.s. – che altro non è che la dichiarazione di guerra all’Ucraina – Cazzola osserva che “in più di 3,6mila parole l’acronimo Nato non compare neppure una volta; e neppure le parole «minaccia» e «accerchiamento». Un’altra grande assente è la definizione «nazista» (si parla solo una volta di «neonazismo aggressivo»)”.

Viceversa Putin imputa all’Ucraina di essere un Paese “nazionalista”, mentre in ogni intervento (personale o diffuso come messaggio dogmatico da fiancheggiatori, stampa e TV: i giornalisti parlano ad una voce sola, la sua) nel corso dell’operazione militare declina il nazionalismo in neonazismo. Giustamente Cazzola si chiede come possa essere definita neonazista una nazione che ha subito pesantemente la Shoah e in cui non vi è traccia oggi di alcuna iniziativa di antisemitismo. 

Confondere il nazionalismo con il neonazismo è commettere un errore di valutazione storica e del presente: contemporaneamente se Putin si arroga il compito di “denazificare” l’Ucraina – con la benedizione del Patriarca Kirill che la individua come patria del nazismo, del relativismo etico, della corruzione dei costumi – dopo averla accusa di “bolscevismo”  (“«l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata l’Ucraina di Vladimir Lenin. Egli ne fu il creatore e l’architetto») passa dall’errore di valutazione alla confusione tout- court. 

In realtà accusando nello stesso momento l’Ucraina di essere “neonazista” e “bolscevica” vuole porre se stesso e la Russia  al di fuori e al di sopra di questi schemi ideologici  ma la politica espansiva, aggressiva e minatoria che sta adottando lo ascrive al più vetero-zarismo sul piano dell’assolutismo autarchico interno e al colonialismo sfrontato del totalitarismo imperialista. In realtà sono molteplici le sfaccettature della matrice politica di Putin: ma se si pensa alla distribuzione dei compiti agli oligarchi del Cremlino sembra di ritrovarvi più di una analogia con i gerarchi nazisti.

Ma la confusione tra nazionalismo e patriottismo da un lato con il “neonazismo” dall’altro attribuita all’Ucraina dimentica che in realtà la campagna di guerra aggressiva e distruttiva avviata contro quel Paese il 24/2 esprime in modo netto ed incontrovertibile la volontà di appropriarsi di quello Stato, cancellandone il nome, le radici e le tensioni autonomistiche e soprattutto calpestando il principio che sottende la coerenza tra il concetto di Nazione e quello di Stato (che della Nazione è la consacrazione giuridica e istituzionale): il principio, dicevo, dell’autodeterminazione dei popoli.

Per questi motivi ove non si voglia attribuire un imprinting  ideologico di destra o di sinistra alla politica di Putin non si può negarne la matrice totalitaria, autarchica e imperialista. Non è solo il riscatto dei territori russofoni l’obiettivo dello Zar 2.0 bensì inizialmente la conquista dell’intero territorio ucraino, attraverso una aggressione militare di inaudita violenza ed efferatezza, uccidendone o espatriandone come prigionieri di guerra i civili comprese donne e minori, per poi puntare ad una avanzata verso l’Europa.

Paesi come la Finlandia o la Svezia che vantano secoli di neutralità e ora chiedono di aderire alla Nato la dicono lunga sui timori delle mire espansive di Putin. Chiaramente il discorso si spiega in termini geoeconomici, considerate le ricchezze  di gas e minerarie dell’Ucraina che fanno gola ad un Paese come la Russia che vuole il primato mondiale della gestione delle risorse energetiche, tendendo conto da un lato della Cina come primo Paese manifatturiero (e quindi famelico di materie prime necessarie per la produzione delle merci da esportare) e dell’Europa come continente che si è messo in condizione (soprattutto l’Italia, con uno scellerato cedimento ai veti dei negazionismi energetici dei “no-tutto”) di dipendere dalle forniture di energie made in Russia.

Si aggiunga il delirio di conquista che sta pervadendo l’autarca russo, una vera minaccia agli equilibri e alla pace attraverso mire ed azioni colonialiste per l’allargamento dell’impero ex sovietico. Stride non poco che gli opposti si tocchino: la Le Pen in Francia ha apertamente dichiarato di sostenere Putin e rappresenterebbe metà della tenaglia che stringerebbe d’assedio il cuore dell’Europa.

Questo mentre gli amici-compagni dell’Anpi, rieleggendo il loro presidente nazionale – pur tra dissensi interni anche se di condanna dell’aggressione russa – mantengono una posizione di equidistanza rispetto al conflitto e non riconoscono analogie tra la nostra Resistenza e quella del popolo ucraino aggredito dall’invasore.

 

Legge proporzionale. Serve alla stabilità politica e alla evoluzione democratica del Paese. Contro il populismo e il trasformismo.

Un sistema proporzionale avrebbe il vantaggio di far emergere le varie ricette politiche e programmatiche da un lato e, dall’altro, di dar voce al pluralismo politico e culturale presente nel nostro paese. Ciò non deve alimentare la frammentazione ma, al contrario, creare le condizioni per dar vista a maggioranze politiche e di governo basate sulla politica e non sul pallottoliere. 

Il lento, e speriamo irreversibile, tramonto del populismo di marca grillina dovrebbe coincidere con l’altrettanto lento ma progressivo ritorno della politica. E quindi della centralità dei partiti dopo una stagione di cartelli elettorali e partiti personali; delle culture politiche dopo l’azzeramento di tutti i riferimenti ideali e culturali; di una competente e qualificata classe dirigente dopo l’ideologia dell’uno vale uno e, in ultimo, di una cultura di governo dopo l’avventurismo della improvvisazione e della “fantasia al potere”. È del tutto evidente che il cambiamento della fase politica si trascina dietro anche, e possibilmente, un cambiamento dell’assetto politico. Perchè al di là dei sondaggi che continuano ad attribuire ai populisti dei 5 stelle un consenso che si aggira attorno ad un sempre più misterioso 13/15%, è di tutta evidenza che riproporre oggi alla pubblica opinione italiana una ricetta populista, giustizialista, manettara, demagogica e anti politica non è lontanamente pensabile dopo il fallimento di questi ultimi 4 anni di governo. 

Le mode, del resto, passano in fretta e dopo quella berlusconiana e quella leghista, anche quella populista volge al termine. Portando dietro di sè una somma di macerie e di malgoverno che sarà ricordato come una stagione politicamente fallimentare e culturalmente largamente deficitaria.

Ed è proprio in questo contesto che, parlando della politica di casa nostra, ad un cambiamento di quadro politico corrisponde anche un cambiamento di assetto politico. E quindi di regole elettorali. Anche se ben sappiamo – ed è una pessima prassi – che i sistemi elettorali vengono modificati di norma alla fine di ogni legislatura con l’obiettivo, neanche tanto nascosto, di favorire i partiti che la patrocinano, è abbastanza evidente che non si può non prendere in considerazione la necessità di avere un sistema elettorale di ispirazione proporzionale. E questo per una ragione persin troppo semplice da richiamare. Ovvero, di fronte a coalizioni ed alleanze che non esprimono più nulla se non la volontà di distruggere e annientare l’avversario/nemico, un sistema proporzionale avrebbe il vantaggio di far emergere le varie ricette politiche e programmatiche da un lato e, dall’altro, di dar voce al pluralismo politico e culturale presente nel nostro paese. 

Un sistema proporzionale che, come ovvio, non deve favorire ed incrementare la frammentazione ma, al contrario, creare le condizioni per dar vista a maggioranze politiche e di governo basate sulla politica e non sul pallottoliere come è capitato in questi ultimi anni di maldestro maggioritario. Per non parlare del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare che hanno spadroneggiato in questi ultimi tempi caratterizzati dal decadimento politico e dall’inaridimento etico del nostro sistema politico. 

Un sistema proporzionale che, al di là delle sue modalità concrete – preferenza singola, preferenze multiple, collegi uninominali o liste bloccate – avrebbe l’indubbio merito di misurare concretamente il peso dei partiti e di evitare la formazione di coalizioni che si riducono ad essere semplici cartelli elettorali o a sommatorie del tutto virtuali incapaci di dispiegare un vero progetto di governo. Come l’esperienza ha platealmente confermato in questi ultimi anni ricchi solo di trasformismo e di opportunismo. Al punto che si è dovuto ricorrere nuovamente ai “tecnocrati” causa il fallimento della politica e dei suoi protagonisti, cioè i partiti.

Ecco perché, dunque, adesso è il momento del “coraggio della politica”, per dirla con Carlo Donat-Cattin. Un coraggio della politica che deve però ripartire dalle fondamenta, come si suol dire. Che, nello specifico, significa anche e soprattutto un sistema elettorale proporzionale. E una realtà politica e culturale come la nostra – ovvero la cultura cattolico popolare e cattolico sociale – non può che invocarla e supportarla con tutte le sue energie e le sue forze.

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo».

Ieri sera, al termine della Via Crucis, il silenzio ha circondato il pensiero e la preghiera per la pace nel mondo. Papa Francesco ha reso questo momento ancora più carico di partecipazione. Il senso dell’essenzialità carica i cristiani di una responsabilità più intima e forte, per credere nell’avanzata del bene nonostante i lutti e le devastazioni che sono sotto gli occhi di tutti, anche oltre la stessa Ucraina. Il testo che segue è tratto, come abbiamo scritto nel titolo, da un’antica omelia. Da essa vogliamo trarre questa bellissima evocazione della parola del Padre: “Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta”.

***

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

 

La Dc partito clerico-moderato? Semmai l’antica sorgente è il socialismo cristiano. Un editoriale de “Il Popolo” in vista del 18 Aprile.

L’errore sotteso alle versioni più anguste del neo-centrismo odierno consiste nel ricondurre in ambito clerico-moderato l’esperienza democristiana delle origini. Nell’editoriale (“Pigrizia”) siglato dal direttore del quotidiano ufficiale della Dc – qui riprodotto integralmente – si rispondeva nel novembre del 1947 a tale accusa di Pietro Nenni. Il ruolo della Dc, secondo Mondini, doveva essere interpretato alla luce di principi fondamentali che sollecitavano l’adozione e lo sviluppo di politiche funzionali ai “progressi più arditi”. . 

Luigi Agostino Mondini

Pigrizia 

Che i giovanotti arruolati dall’«Unità» e convogliati al comunismo dai non ancora dimenticati Littoriali della cultura siano ignari della storia politica dell’Italia unificata, può essere perdonato. Non lo può essere per Pietro Nenni che, in una sintesi affrettata dell’attuale evoluzione politica del mondo, classifica la democrazia cristiana come la «tipica tradizionale destra italiana erede dei clerico-moderati».

Questo è un grosso e forse volontario sproposito. La clerico-moderateria fu un fenomeno a cui la democrazia cristiana nelle sue origini e nel suo sviluppo, sta come l’antitesi alla tesi. Non già che si voglia, a tanta distanza di tempo, quando la prospettiva storica si profila già abbastanza staccata e serena, si voglia dir male dei clerico-moderati: ma il fatto è che il movimento che ha sfociato sul fare del secolo nella democrazia cristiana, circa trent’anni fa nel partito popolare e durante la liberazione di nuovo nella democrazia cristiana, è sorto e si è sviluppato in netto contrasto con le tendenze conservatrici del clericalismo moderato.

La verità è che troppa gente nuova crede, come già lo credettero gli ipnotizzati dal mito mussoliniano, che il mondo abbia avuto principio con i più recenti atti di nascita. È un orgoglio un po’ ingenuo e un po’ sciocco: infantile, insomma. Se costoro però fossero meno impazienti e chiedessero notizia a Pietro Nenni, che non è più giovane, dei tempi in cui fermentavano i germi di questa Italia che tenta ancora oggi il suo rinnovamento, può darsi che egli ricordasse loro un certo libretto di Francesco Saverio Nitti – anche lui, giovane, allora, e serenamente curioso di ogni vivo fatto sociale – sul socialismo cristiano.

Nitti fissava storicamente il punto d’arrivo e di partenza d’una corrente sociale di antiche scaturigini ma che sfociava nelle forme in divenire della società umana. È quella corrente che oggi ha assunto la forza di un grande fiume che corre alle nuove foci: ed il ridurre la vita politica odierna a vecchi schemi verbali vuol dire pigrizia intellettuale e insensibilità storica: pigrizia e insensibilità che ci tocca riscontrare così frequentemente in questi giorni sui giornali che pretendono di appellarsi alla dialettica marxistica come all’ultimo ritrovato per la spiegazione delle forze che si contrastano nella vita associativa.

Riscontrare nella democrazia cristiana il riflesso contingente di piccoli o grossi interessi di questa o quella categoria, significa non aver capito nulla della vigorosa ripresa di coscienza, da parte di «élites» operose e di masse assetate di giustizia, della funzione del cristianesimo nella struttura della società. Basti ricordare che la prima affermazione italiana di un’autentica democrazia risale ai gloriosi comuni medioevali e coincide con una chiara e insofisticabile professione cristiana, per comprendere come la democrazia cui oggi facciamo appello non è una improvvisazione teorica e un banale pratico accorgimento, ma un ritorno alle fonti più pure della nostra vita nazionale per trarre impulso ai necessari rinnovamenti strutturali.

Certe vecchie parole ammuffite come clericalismo, laicismo, ecc. non danno più suono: non significano più nulla. Oggi si tratta di ridare al popolo una coscienza della propria umanità: e questa coscienza, per noi, è indissociabile dai valori supremi che permettono e sollecitano i progressi più arditi.

(“Il Popolo”, venerdì 7 novembre 1947)

 

Quale Stato sociale? La riflessione di Giuliano Amato rischia di rimanere prigioniera di una visione alto borghese.

L’attuale presidente della Corte Costituzionale saluta con entusiasmo il ritorno dello Stato. Ma di quale Stato? E soprattutto, di quale Stato sociale?

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La domanda del titolo si impone soprattutto dopo aver letto l’ultimo di Giuliano Amato (attuale presidente della Corte Costituzionale, più volte ministro e presidente del Consiglio dei ministri) dal titolo “Ben tornato Stato, ma” edito da Il Mulino.

Non sono tra quelli che ritengono lo Stato come semplice garante delle vicende economiche, come se queste ultime, da sole, possano rappresentare il senso di una comunità che, invece, andrebbe costruita sulla base di altri valori: la solidarietà, il rispetto ideale, la diversità, la cultura della sussidiarietà e della giustizia sociale.

Eppure, rispetto a queste problematiche mi sembra che il nuovo libro dell’attuale presidente della Corte Costituzionale sia una sorta di ritorno al passato con alcune precisazioni importanti. Amato ripercorre le iniziative politico-economiche legate alle vicende degli anni Ottanta attraverso le politiche miranti a ridurre l’intervento pubblico in economia ed il conseguente debito pubblico con una politica di privatizzazioni selvaggia inaugurata da Bettino Craxi e dal suo governo.

Oggi l’attuale presidente della Corte Costituzionale saluta con entusiasmo il ritorno dello Stato. Ma di quale Stato? E soprattutto, di quale Stato sociale? Lo smantellamento dell’intervento pubblico in economia (citato da Amato nel suo libro) più che favorire il risanamento dei conti pubblici, si è rivelato una sorta di oligarchia economica che avvantaggia i più abbienti a danno di coloro che vivono del proprio lavoro quotidiano (sia esso manuale o intellettuale).

Ed infatti, oggi se si guarda alla realtà sociale, si scopre che tutta una classe media che negli anni Settanta ed Ottanta ha vissuto in condizioni dignitose ed agiate, oggi si ritrova a vivere quasi alle soglie della povertà. Gli stipendi dei lavoratori dipendenti (sia privati che pubblici) segnano il passo da diversi anni con tutte le conseguenze relative all’economia in generale, soprattutto se riferita ai consumi e, quindi, all’espansione.

Anche l’attuale Governo presieduto da Mario Draghi (super Mario) al di là della credibilità al cospetto della comunità mondiale, rappresenta una certa situazione retrograda se si considera l’annullamento totale di quella piccola elemosina che Matteo Renzi aveva inteso concedere agli stipendi che non arrivavano alle mille e cinquecento euro nette e che poi il governo Conte portò a cento euro mensili. Da Gennaio, invece, questo piccolo aiuto concesso ai lavoratori è sparito dalle iniziative del Governo tra il silenzio grave non solo del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico, ma anche e, soprattutto, da parte delle forze sociali.

Una situazione sociale grave che sembra non preoccupare minimamente Giuliano Amato, tanto che considera l’attuale situazione completamente diversa dal passato, ma in segno positivo con argomentazioni che vanno dalle regolazioni di settore per le attività bancarie e finanziarie, nonché l’intervento dello Stato come investitore nelle imprese come Ente capace di favorire il progresso e l’innovazione e quindi una maggiore produttività del sistema economico.

Tutti argomenti di alta cultura borghese, ma che esclude totalmente i lavoratori privati e pubblici che non raggiungono la soglia mensile dei mille e cinquecento euro. Ed allora a cosa e a chi serve una tale tendenza economica che penalizza sempre di più i più deboli a danno dei più forti?

 

Congresso del Partito comunista cinese: la pandemia a Shanghai riapre i giochi politici.

Li Qiang, segretario locale del Pcc e alleato di Xi Jinping, sotto attacco per la gestione dell’emergenza Covid-19: era il favorito per succedere al premier Li Keqiang. Rischio sommosse se la crisi sanitaria si estenderà portando gravi riflessi economici. Con Xi indebolito, spazio alle fazioni che lo contrastano.

AsiaNews

La pandemia da Covid-19 a Shanghai riapre i giochi politici in vista del 20° Congresso del Partito comunista cinese, che si terrà in autunno. Fino allo scoppio dell’emergenza sanitaria nella megalopoli di 26 milioni di abitanti, la posizione del presidente cinese Xi Jinping sembrava inattaccabile, ora rischia di indebolirsi.

Insieme alla vittoria contro la povertà estrema, Xi vorrebbe esibire quella contro il Covid-19, annunciata in tutta fretta a metà 2020. Dovrà forse rifare i calcoli: il coronavirus non si sconfigge per decreto e la sua persistenza minaccia le conquiste (discusse) sul versante della lotta alla povertà.

La prima, illustre vittima politica del Covid a Shanghai pare essere Li Qiang. Il segretario locale del Partito, un alleato di Xi, era dato come probabile successore di Li Keqiang nel ruolo di premier. La crisi sanitaria nella megalopoli commerciale e finanziaria del Paese avrebbe irritato non poco Xi, decretando l’automatica caduta in disgrazia del suo ormai ex protetto.

Come nota Nikkei Asia, la “retrocessione” di Li Qiang è visibile in modo plastico dall’invio a Shanghai della vice premier Sun Chunlan, chiamata a trasmettere sul luogo le istruzioni di Xi: una sorta di commissariamento. Sun è sì responsabile delle politiche nazionali anti-Covid, ma nella gerarchia del Pcc è pari grado di Li Qiang, in quanto entrambi sono membri del Politburo.

Shanghai, dove si registra il 95% dei casi di contagio nazionali, è in lockdown fino al termine di aprile. Osservatori denunciano che l’approccio draconiano per debellare il coronavirus rischia di scatenare una crisi umanitaria nella città, con le autorità che faticano a distribuire cibo alla popolazione. Sul web circolano primi video di protesta contro la politica “zero Covid” di Xi, ritenuta da molti esperti poco flessibile e nei fatti impraticabile contro la variante Omicron.

I timori della leadership è che l’emergenza sanitaria a Shanghai possa allargarsi ad altre parti del Paese, soprattutto quelle rurali, dove il tasso di vaccinazione degli anziani è più basso e le strutture sanitarie sono spesso inadeguate.

C’è poi l’impatto economico, che colpisce senza distinzioni produzione, logistica e consumi. Da un calcolo di Nomura, riportato da Financial Review, le 23 città cinesi che sono in lockdown totale o parziale rappresentano il 13,6% della popolazione nazionale e il 22% del prodotto interno lordo.

La combinazione tra forti restrizioni personali e crisi economica potrebbe scatenare proteste mai viste dai tumulti di Tiananmen del 1989: lo scenario che terrorizza Xi. Il mix sarebbe esplosivo e rimetterebbe in discussione la sua leadership, o almeno indebolirebbe la sua posizione, obbligandolo a cedere posti chiave negli ingranaggi di governo e del Partito a esponenti di altre fazioni.

La maggior parte degli analisti sostiene che la scelta del nuovo premier darà indicazioni sul grado d’influenza che Xi avrà dopo il Congresso. Fuori gioco Li Qiang, in uno scenario che vede Xi fiaccato la guida del governo potrebbe andare a Hu Chunhua. Vice premier e membro del Politburo, egli è un esponente della Gioventù comunista, la potente fazione del Pcc legata all’ex presidente Hu Jintao e Li Keqiang, emarginata negli ultimi anni da Xi.

Alla fine Xi e i suoi avversari interni potrebbero trovare un compromesso sulla figura di Wang Yang, presidente della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, organo che formalizza decisioni già prese dalla leadership. Wang non è legato ad alcun gruppo di potere particolare o a un leader specifico: la sua candidatura verrebbe valutata sulla base del suo operato.

Gli esiti della lotta alla pandemia peseranno molto sul futuro politico di Xi. Solo ulteriori notizie drammatiche dal fronte di guerra ucraino potrebbero avere un’influenza maggiore sugli equilibri di potere post-20° Congresso in Cina.

 

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Francesco: vocazione della Chiesa è evangelizzare, non i numeri.

 

Con le vocazioni che diminuiscono, c’è “il rischio di voler cercare le vocazioni senza adeguato discernimento”. Lo ha affermato il Papa nell’incontro avuto lo scorso 3 aprile con 38 gesuiti durante il viaggio apostolico a Malta, durante il quale ha affrontato anche il tema dei migranti e della cura del creato. Il testo della conversazione pubblicato sulle pagine de La Civiltà Cattolica”.

Di seguito riportiamo la nota pubblicata sul sito di Radio Vaticana.

 

 

Paolo Ondarza

 

“La vocazione della Chiesa non sono i numeri, ma è evangelizzare”.  Nel suo colloquio con i gesuiti maltesi pubblicato su “La Civiltà Cattolica“, Francesco torna sulla necessità di una “Chiesa in uscita”. “Nell’Apocalisse si dice: «Io sto alla porta e busso». Ma oggi – spiega – il Signore bussa da dentro perché lo si lasci uscire”. Questa è la necessità e la vocazione della Chiesa dei nostri giorni.

 

Benedetto XVI, un profeta

 

“Benedetto XVI è stato un profeta” della “Chiesa del futuro”, nota il Vescovo di Roma: “essa diventerà più piccola, perderà molti privilegi, sarà più umile e autentica e troverà energia per l’essenziale. Sarà una Chiesa più spirituale, più povera e meno politica: una Chiesa dei piccoli”. Ma se le vocazioni diminuiscono, così come i matrimoni, “c’è anche il rischio di voler cercare le vocazioni senza adeguato discernimento”, quindi suggerisce di assumere umiltà, servizio e autenticità come qualità per rispondere “creativamente” alla crisi vocazionale di un’Europa invecchiata.

 

Ogni giovane è unico

 

Ai seminaristi Papa Francesco chiede di essere “persone normali, senza immaginare di essere né «grandi apostoli» né «devotelli». E per questo – rileva – ci vogliono anche superiori normali” che rifuggano dall’ipocrisia, la quale può rovinare “la strada di un giovane”. “I superiori devono far nascere fiducia. Mai si devono uniformare i giovani. Ognuno è una specie unica: per ciascuno hanno fatto lo stampo e poi l’hanno rotto. Non siamo tutti uguali: abbiamo carte di identità distinte”.

 

Tragedie migranti, problema europeo

 

Interpellato sul cammino sinodale il Pontefice non ha dubbi: va avanti e “non si torna indietro”: l’ultimo Sinodo ha espresso chiaramente la volontà di “riflettere sulla teologia della sinodalità per fare un passo decisivo verso una Chiesa sinodale”. Il pensiero va poi alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo: “Quello delle migrazioni è un problema dell’Europa” e non solo dei Paesi di approdo. Occorre “progredire con i diritti umani per eliminare la cultura dello scarto”: i drammi delle traversate del deserto, della tratta, delle torture e dei viaggi in mare, sono “una delle vergogne dell’umanità che entra nelle politiche degli Stati”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-04/papa-gesuiti-viaggio-apostolico-malta-civilta-cattolica.html

 

 

(Fonte: Radio Vaticana, 14 Aprile 2022)

Francesco Adenti, dall’Azione cattolica al Parlamento, oggi medita sul futuro dei cattolici in politica. Non basta la pura testimonianza.

Abbiamo alle nostre spalle figure come La Pira alle quali oggi guardiamo con ritrovato interesse. I cattolici democratici possono riprendere il filo di una iniziativa politica. Cosa significa riorganizzare il “centro”, fuori dalle semplificazioni giornalistiche. Questo è il problema. Un progetto di “centro” che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono). Non  che un’azione di pura testimonianza, culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi, ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe, nelle scelte di governo del Paese. Intervista con il fondatore del Centro Studi Giorgio La Pira di Pavia.

Onorevole Adenti, vuole riassumere per i lettori de “Il Domani d’Italia” la storia della fondazione del Centro Giorgio La Pira di Pavia? Quali motivazioni vi spinsero a dar seguito ad un cenacolo politico, laboratorio di idee e di presenza attiva nella realtà pavese e lombarda e  perché fu scelto il nome e la figura di La Pira per intitolarlo? Quale lezione ideale e quali riferimenti valoriali del Padre Costituente, dell’autorevole sindaco di Firenze, accademico, uomo di grande fede e di cultura vi orientarono in questa direzione?

Tutto nacque, come spesso accade, da un’amicizia maturata nelle aule universitarie, nello specifico tra il sottoscritto e Mauro Danesino che si consolidò sul campo in una militanza all’interno dell’Azione Cattolica e soprattutto all’interno della Fuci pavese in cui entrambi fummo dirigenti. Negli anni Novanta si sentiva a Pavia la mancanza di un’associazione cattolica che potesse essere luogo di discussione culturale ma anche di confronto su temi socio-politici a livello cittadino e nazionale. In tale contesto, fu, oserei dire, facile scegliere Giorgio La Pira, come figura ispiratrice, che  ci conquistò subito per il modo concreto ed innovativo in cui ricoprì la carica di Sindaco, per l’impegno straordinariamente profetico a favore della pace nel mondo e per la sua testimonianza dei valori cristiani nelle diverse sedi istituzionali in cui operò, dal Parlamento al Governo. Una fecondità di pensiero che è la nostra stella polare, ora come allora, di un’azione che dopo oltre trent’anni, continua con lo stesso entusiasmo e con lo stesso coraggio, proprio come quello che animò il  Sindaco “Santo” di Firenze, di contribuire in modo tangibile al miglioramento della società in cui viviamo.

Quali sono le principali attività di studio, riflessione, confronto che alimentano la presenza del Centro La Pira nella vita politica non solo a livello cittadino o provinciale? La storia del Centro Studi racconta di un punto di riferimento per i cattolici impegnati in politica, di una scuola di formazione specie per i giovani, di iniziative editoriali (a cominciare dal Vs. magazine “Proposte” ), di convegni, eventi, di una presenza nelle istituzioni politiche, di un rapporto con i Popolari a livello nazionale,  fino alla Sua elezione al Parlamento nelle elezioni del 2006. È un progetto che prosegue e va portato avanti, mutatis mutandis, in una realtà culturale in continua evoluzione? Certamente siete diventati interlocutori imprescindibili nel confronto tra i partiti e all’interno delle istituzioni della Vs. realtà territoriale. È orgoglioso di aver dato visibilità e azione ad una politica vicina alle esigenze della gente che attende risposte dalla politica?

Il Centro culturale Giorgio La Pira fino dall’inizio ha operato in sintonia con il “progetto culturale” della CEI cercando, da un lato, di essere un laboratorio di idee e di formazione nella vasta area della prepolitica e, dall’altro, di essere un vero e proprio soggetto organizzatore di eventi, manifestazioni, iniziative di carattere culturale, artistico ed educativo con finalità esclusivamente solidaristiche. Pertanto un’associazione apartitica all’interno della quale, nel corso degli anni, si sono formati diversi amici che, successivamente, hanno operato al servizio dell’amministrazione della cosa pubblica con umiltà, competenza e spirito di servizio. Risulta difficile per ragioni di spazio, sia enumerare le innumerevoli manifestazioni pubbliche organizzate nel corso degli anni, sia elencare gli amici che hanno assunto incarichi politico-amministrativi a livello nazionale e locale. Certamente vi è l’orgoglio di aver centrato l’obiettivo originario e cioè quello di essere riusciti ad avvicinare i cittadini, soprattutto i giovani, alla “buona” politica e di avere in modo concreto sostenuto con spirito solidaristico diverse azioni sul territorio cittadino a favore di soggetti svantaggiati (anziani, diversamente abili, minori ospiti delle case di accoglienza). E l’azione è tuttora in corso…

 Riporto una frase del libro “La nostra vocazione sociale” di Giorgio La Pira  «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.» Questa difesa dell’impegno politico e della militanza civile e sociale, riassume in sé l’ispirazione fondativa del pensiero di Giorgio La Pira e la sostanzia di una visione “cristianamente ispirata” della società. Come può essere attualizzata nella politica di oggi, che vive più di accomodamenti e riposizionamenti tattici che di forti e nobili ispirazioni ideali?

Una frase bellissima, quella da Lei citata che, unitamente a quella di Paolo VI “la politica è la più alta forma di carità” (ricordo un Papa “fucino” già assistente nazionale della FUCI), ci incoraggiano a non rinchiudersi in se stessi, a preferire la proposta alla protesta ma soprattutto a riconoscere  il primato degli ideali e del pensiero (spirito di servizio politico, slancio per una società migliore, chiare idee ispirative, rispetto per la cultura, proposte precise, comportamenti coerenti). E questo incoraggiamento è di grande attualità ed è diretto soprattutto ai cattolici che per troppo tempo hanno abdicato all’impegno pubblico preferendo comodamente “stare alla finestra” e lasciando spazio a una classe politica, per lo più, improvvisata ed impreparata, più attenta alla ricerca di consensi che all’ascolto e alla risoluzione dei problemi dei cittadini. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto di fronte all’attuale degrado della politica ma al contrario farci promotori, ciascuno nel proprio ambito di impegno, perché emerga il dovere di partecipare alla vita civica per realizzare il bene comune, riconoscendo la “nobiltà” della politica come importante componente dell’etica. In tale contesto mai come oggi risulta profetica una citazione dello statista democratico-cristiano Aldo Moro: “Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non  nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”.

 “Pavia città per l’uomo” è stata la declinazione aggregativa agli appuntamenti elettorali del Centro Giorgio La Pira. C’entra anche in questo la caratura politica del grande Sindaco di Firenze che nel 1967 venne eletto presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite? Possiamo rendere attuale il suo slogan di allora –  “Unire le città per unire le nazioni”?

 “Pavia città per l’Uomo”, ispirandosi al pensiero del Venerabile Giuseppe Lazzati, già Rettore della Università Cattolica e parlamentare della DC, nacque nel 1993 in occasione delle elezioni del Consiglio di Quartiere “Centro” di  Pavia con l’intento di offrire un ambito civico per coloro che non volendo essere ingabbiati nei recinti dei partiti tradizionali erano alla ricerca di un percorso per partecipare alla vita amministrativa della città. Tale cammino sta continuando ai giorni nostri sotto forma di movimento civico al quale, accanto a diversi amici formatosi nelle fila del Centro culturale Giorgio la Pira, si sono avvicinati tantissimi cittadini appartenenti a diverse estrazioni sociali e professionali, spesso senza esperienza politica, ma tutte desiderose di impegnarsi per il bene della propria città traendo la linfa vitale del proprio agire dall’ispirazione cristiana. Nel corso di questi anni è stata dimostrata la validità del “civismo” come valore fondamentale, da un lato, per accrescere la partecipazione dei cittadini alla vita politico-amministrativa e, dall’altro, per cementare il legame delle persone con il proprio territorio, il proprio quartiere, il proprio rione, dove si vive, dove si cresce, dove si soffre, dove si lavora. A tal proposito di grande ispirazione fu il discorso di insediamento di Giorgio la Pira in Consiglio Comunale nel 1951 dove affermò: “Gli obiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre: il primo si fonda sulla pagina più bella e umana del Vangelo e cioè risolvere i bisogni  più urgenti degli umili (“avevo fame e mi avete dato da mangiare”); il secondo potenziare le attività cittadine nell’industria, nel commercio e nella finanza; terzo dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza”. Quindi la concretezza come buongoverno lasciando da parte le appartenenze partitiche e gli steccati ideologici: purtroppo oggi non sempre è così anche a livello locale.

Il sostanziale fallimento del sistema maggioritario e  del bipolarismo (favorito anche dal trasformismo parlamentare e dall’ingresso del Movimento 5 Stelle) ripropone l’ipotesi del sistema elettorale proporzionale, per garantire una presenza di tutte la componenti politiche, pur con una soglia di sbarramento. Che cosa pensa di questo ritorno al passato che potrebbe restituire agli elettori il diritto di esprimere un voto di preferenza?  La convince la riduzione del numero dei parlamentari o corriamo il rischio di concentrare nelle mani dei leader di partito la scelta dei candidati, la linea politica del partito in un’epoca in cui sembrano banditi dall’agenda politica i vecchi, accesi ma utili dibattiti congressuali?

Non vi è dubbio come la politica italiana si trovi in notevoli difficoltà perché è immobilizzata dalla contrapposizione di tre poli  che non  hanno i numeri per governare da soli, situazione che ha causato la nascita di governi disomogenei. Alla natura mista dell’attuale sistema elettorale c.d. “Rosatellum” (in parte maggioritario e in parte proporzionale) viene attribuita da molti la responsabilità di aver eletto un Parlamento frammentato e in cui è difficile formare una maggioranza coesa e omogenea. Anch’io sono d’accordo con tale opinione ritenendo urgente intervenire con una nuova legge elettorale che, in primis, abbandoni definitivamente alcune anomalie della partitocrazia che i cittadini non hanno apprezzato (candidati presentati in liste graduate dai partiti, nessun uso di preferenze); in particolare la scelta preferenziale è un potere che va assolutamente restituito all’elettorato. Va rilevato che la partitocrazia, fatte le dovute e lodevoli eccezioni, ha determinato un notevole peggioramento di classe dirigente. È vero e riconosciuto, infatti, che il Paese è più avanti della sua classe dirigente. In tale contesto, la mia personale preferenza va ad un sistema rigorosamente proporzionale senza premio di maggioranza (che reintrodurrebbero polarismi innaturali) con consistente quorum del diritto di rappresentanza (5%),  liste di candidati in ordine alfabetico, con uso di più preferenze (due o tre) e con il divieto di candidature presenti in più di un collegio elettorale. A ciò dovrebbe aggiungersi la c.d. “sfiducia costruttiva” cioè un governo dovrebbe restare in carica con pieni poteri fino a quando le Camere non dessero fiducia ad altro governo sostenuto da uguale o diversa maggioranza. Si eviterebbero in tale modo lunghi e inattive crisi di governo. Mi rendo conto che il sistema proporzionale possa dare luogo ad eccessive pretese di piccoli partiti che risultassero determinanti per formare una maggioranza parlamentare. Ma questo è il male minore al confronto con l’attuale “tripolarismo” ingessante nel quale sono pur sempre presenti le pretese di piccolissimi partiti e/o gruppi parlamentari che nascono come funghi in ogni legislatura.  Infine un cenno sull’avvenuta riduzione dei parlamentari che meriterebbe maggior approfondimento e che costituisce, in sé, un fatto positivo ma che rischia di risultare limitativo se non accompagnato almeno dal superamento del bicameralismo perfetto: penso infatti che sia stata una riforma monca.

Si assiste, anche in conseguenza del fatto di non disporre di maggioranze stabili, con un chiaro programma di governo del Paese e di modello di società da proporre ai cittadini, ad un ritorno verso il “centro”, come luogo di una visione moderata della politica e risposta alle domande di stabilità da parte dell’elettorato. C’è molto fermento al centro, sia a livello parlamentare sia nelle espressioni dell’associazionismo locale: per ricostruirlo non basta una volontà sommativa, una aggregazione di addendi dei partiti esistenti ma occorre una visione qualitativamente diversa della politica come servizio e un radicale ricambio della classe dirigente. Concorda con questi postulati e ritiene possibile una ricostituzione del centro che parta dal “basso”, dalle periferie, dai cenacoli locali?

Grazie per questa domanda che mi consente in via preliminare di chiarire, dal mio punto di vista cosa sia e perché è importante la “centralità” della proposta politica.  La “centralità non deve essere intesa come banale posizionamento cioè come luogo da occupare nello schieramento delle forze in campo (schieramento che ora non è più lineare tra sinistra-centro-destra e le forze politiche non sono più espressione di blocchi sociali. La “centralità”  è  soprattutto un modo di essere in politica, è una mentalità, un metodo costante d’approccio ai problemi. È una posizione culturale, ferma sui principi ed aperta al pluralismo, capace pertanto di opportune mediazioni purchè non rappresentino cedimenti di valori e servano al raggiungimento del bene comune. Questa doverosa premessa serve per affermare, in modo netto, che senza il possesso di questo approccio al “modo di fare politica”  da parte dei partiti candidati a far parte del costituendo “centro” mi pare arduo che possa nascere una formazione politica attraente per l’elettorato moderato in grado di rappresentare, con autorevolezza, i valori della centralità della persona e solidarietà, riformismo e sussidiarietà, difesa dei diritti dei lavoratori e della democrazia parlamentare. Non bastano quindi le alchimie dei partiti per il decollo della proposta, serve invece un progetto politico di lungo e forte respiro programmatico che coinvolga la ricca tradizione dei movimenti cattolici, che cambi una politica asservita alla carriera e che perde di vista l’orizzonte morale ed avendo come riferimento i valori e gli ideali del popolarismo e gli apporti della cultura liberaldemocratica. Una proposta che abbia anche l’ambizione di recuperare all’impegno politico una generazione di intelligenze, anche giovani che sono rimaste alla finestra circoscrivendo la presenza pubblica all’impegno nei gruppi di volontariato, delle associazioni sociali ed ecclesiali, di tutto ciò che è prepolitico e culturale. Occorre però essere chiari: un progetto di “centro” come ipotizzato che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono) se prima non si attuasse una riforma elettorale in senso proporzionale. Non  che un’azione di pura testimonianza,  culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi,  ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe,  nelle scelte di governo del Paese.

Mino Martinazzoli aveva dato una risposta chiara al tema della moderazione che è strettamente correlato ad un possibile ritorno del “centro”: non assenza o rinuncia, non soccombenza ai poteri forti ma presenza attiva e ricca di progettualità politica. Proponendo una distinzione forse ancora valida : “Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”. Se la condivide, quale ritiene debba essere il ruolo dei moderati e quale lo spazio di agibilità del cattolicesimo liberale e di quello sociale, dopo il sostanziale fallimento di una politica fortemente polarizzata a destra o a sinistra?

Come rileviamo negli attuali dibattiti politici i “moderati” sono presenti o ritengono di essere presenti in tutti i partiti ed ancor oggi più che in passato questo termine viene utilizzato spesso in modo strumentale o per la mera ricerca del consenso o per dimostrare il possesso  delle attitudini necessarie per assumere determinati ruoli oincarichi. Per Mino Martinazzoli “moderato” tutto d’un pezzo e mente di grande lucidità politica significava “interpretazione temperata della politica, tendenziale riduzione della sua parzialità, capacità nel percepire nello scontro fra interessi e valori le scelte che meglio corrispondono a un’idea di interesse generale (bene comune)”.  Penso che oggi siano pochi i politici che, pur autodichiarandosi “moderati, posseggano questo approccio alla politica che nasce da una formazione e da un modo di pensare che purtroppo è in rapida estinzione. Riguardo alle espressioni “cattolicesimo liberale” come quello di “cattolicesimo democratico” ritengo che oramai siano espressioni che stentano ad identificarsi ancora in  una posizione politica di una qualche riconoscibilità nell’orizzonte della ridislocazione complessiva, tuttora in atto, dello scacchiere delle formazioni politiche nel nostro Paese. Ritengo invece che i cattolici  abbiano il dovere come più volte sollecitato dalla Chiesa”, a partecipare alla dinamica politica cercando di sposare esperienze originali affini  anche se provenienti da culture diverse. In tale contesto ritengo invece importante l’impegno culturale attraverso i quali i cattolici, pur prendendo atto del pluralismo politico-partitico, mettano in campo un’azione sinergica di recupero ideale e di formazione culturale per dare sempre più approfondita coscienza delle comuni premesse (la conoscenza e la messa in pratica del magistero sociale della Chiesa, la conoscenza per un ragionato rifiuto di quelle ideologie che contrastano con la concezione cristiana dell’uomo e della vita, la difesa della dignità della persona etc..). Già questo sarebbe un obiettivo importante, tenuto conto della perdurante dispersione delle numerose aggregazioni cattoliche, ricche di cultura ed esperienze, ma incapaci di dare visibilità ed incisività alle comuni sensibilità sui temi dell’agenda politica.

 

 

Chi è Francesco Adenti

Francesco Adenti nato a Bereguardo (PV) il 19 gennaio 1961. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Pavia (1985).  Ha conseguito presso l’università “Bocconi” il Master in “organizzazione & personale base”  e ha frequentato presso il medesimo Ateneo il Corso di perfezionamento in Giurista d’Impresa. Attualmente Dirigente presso un’azienda pubblica lombarda.  Si è formato nell’Azione Cattolica ed è stato dirigente della FUCI diocesana. E’ stato Consigliere del Comune di Pavia, in diversi periodi, tra il 1993 e il 2016. Presidente dell’Istituzione “Teatro Fraschini” di Pavia dal 1997 al 2000. E’ stato assessore del Comune di Pavia dal 2000 al 2005. E’ stato Deputato al Parlamento nella XV legislatura (2006-2008) e componente della Commissione Affari Costituzionali, Interni e Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 18 novembre 1996 è iscritto all’Albo professionale dei giornalisti, elenco pubblicisti della Lombardia. Già collaboratore dei settimanali delle Diocesi di Pavia e Vigevano. Autore di diverse pubblicazioni in ambito culturale e socio-politico. Tra i fondatori ed attualmente Presidente del Centro culturale “Giorgio La Pira” onlus di Pavia nonché Arbitro Benemerito dell’Associazione Italiana Arbitri della F.I.G.C.

Europa al bivio fra una pace possibile e la sua terza rovina.

 

Si deve valutare se lUcraina sia solo una tappa di un inarrestabile piano di espansione della Russia, da fermare con ogni mezzo, oppure se essa non sia piuttosto un pezzo di quella guerra mondiale a pezzi” causata principalmente da chi non intende riconoscere in nessun modo un nuovo ordine multipolare. Alla risposta che verrà data è appeso il futuro dellEuropa. Una questione cruciale che necessita di un autentico confronto fra posizioni diverse, perché è vietato sbagliare.

 

Giuseppe Davicino

 

La guerra è sempre un crimine, per sua natura. Non fa eccezione quella in Ucraina. Di fronte a tanto orrore serve un dibattito sulla scelta migliore da compiere. Siamo di fronte a un bivio di portata storica. Si deve valutare (con una decisione con cui l’Europa si gioca l’osso del collo, perché potrebbe comportare come averte l’amb. Marco Carnelos, il “terzo suicidio dell’Europa”, ovvero la terza devastazione dell’Europa a causa di una guerra mondiale) se Putin costituisca una minaccia estrema alla pace mondiale, un conquistatore seriale che, se non fermato con ogni mezzo, finirà per attaccare i Paesi baltici, la Polonia e ogni territorio che rientra il quel presunto disegno, oppure se la genesi di questa “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui la questione Ucraina non rappresenta che un pezzo, abbia altre cause.

 

La seconda ipotesi, mi pare quella più fondata, non solo perché la prima porta dritti allo scontro diretto Nato – Russia, ma perché credo manchino i presupposti perché la prima ipotesi sussista. Dopo il 1989 di fatto gli Stati Uniti si sono trovati ad essere l’unica superpotenza rimasta. Nel resto del mondo da allora nessuno ha messo in discussione la leadership americana per diversi anni. Tempo nel quale gli Usa avrebbero dovuto costruire un ordine mondiale equo, riconoscere sfere d’influenza regionali, stabilizzare, integrare, rispettare e valorizzazione le diversità, agire in una logica win-win, di reciproco vantaggio, con il resto del mondo. Invece ha finito col prevalere una logica da Far West, sicuramente anche contro la volontà del popolo americano che di guerre continue non ne voleva più sapere dopo il Vietnam.

 

Così si è assistito a una globalizzazione selvaggia, a una speculazione finanziaria dai tratti talora banditeschi, che ha più volte razziato nel corso degli anni le principali borse asiatiche, alle guerre in Medio Oriente innescate con falsi pretesti e quasi sempre al di fuori della cornice della legalità internazionale, all’innesco della “minaccia” del terrorismo “islamico”, made in Cia, giunta all’apice con l’11 settembre e con successive ramificazioni degli attentati in Europa. E l’enorme concentrazione di ricchezza in mano di pochissimi soggetti privati, prodotta dalla combinazione tra globalizzazione dei commerci e digitalizzazione dell’economia, ha dato forza a una perversa idea di ordine mondiale, nella quale il resto del mondo non poteva riconoscersi e, a ben vedere, neanche i ceti lavoratori e popolari occidentali. Un disegno di dominio sull’intera umanità, che ha come protagonisti le famiglie che dominano la finanza, i vertici delle multinazionali degli armamenti, del digitale, della farmaceutica, della comunicazione, e che ha nel Forum di Davos uno dei suoi maggiori centri di elaborazione strategica.

 

Questi soggetti hanno dettato la linea ai governi occidentali in modo sempre più invasivo, usurpando il potere delle istituzioni, portandoli a comprimere salari, welfare, diritti e libertà fondamentali e a sostenere le loro guerre, necessarie all’ordine mondiale che stanno tentando di imporre.

 

Visto da questa angolazione credo risulti abbastanza chiaro che si è arrivati alla guerra in Ucraina nel 2014 e all’attuale invasione russa, a causa di una volontà che non ha voluto sentire ragione per la pace, essendo il suo obiettivo la capitolazione della Russia, considerata come il penultimo ostacolo (l’ultimo è la Cina) al governo mondiale dei miliardari che si prefigge di realizzare gli aberranti programmi transumani e post-democratici di Davos. A causa del fallimento degli accordi di pace in Ucraina l’Europa sta iniziando a pagare un prezzo altissimo in termini economici e sociali e rischia di venire trascinata in un grande conflitto. Ma non sarà la guerra della libertà contro la tirannia. E neanche Stati Uniti e Nato contro Russia. Sarà, e già è, la guerra dei Rothschild, dei Bill Gates, degli Schwab contro l’umanità.

 

Sarà la guerra fra i fautori del governo unico mondiale del club degli ultra-ricchi contro i sostenitori di un ordine mondiale multipolare, principalmente i Brics ma a cui auspicabilmente possono aggiungersi Stati Uniti e Europa. Se così stanno le cose credo appaia chiaro altresì che si potrà interrompere la corsa verso il baratro della guerra solo se avverrà, in tempo utile, un cambiamento nell’equilibrio dei poteri nel cuore dell’Occidente che restituisca alle democrazie il controllo sui loro governi. Un cambiamento che non potrà che comportare, da parte americana innanzitutto, la scelta per il multipolarismo e la presa di distanza dal disegno del governo unico mondiale di pochi poteri privati.

 

Se questa appare la posta, in gioco trovo ancora più preoccupante il fatto che non solo nell’intero sistema dei media non vi sia un reale dibattito fra posizioni diverse, se non in virtù di qualche caso personale, ma che il dibattito sia pressoché assente all’interno dei partiti e delle organizzazioni della società civile di qualsiasi natura. Voci dissonanti che si collegano, minoranze organizzate con portavoce credibili e preparati, contraddittori autentici sui media: la mancanza di queste cose credo comporti un impoverimento della democrazia e, purtroppo, temo, ci porterà a subire tragedie di cui avremo il rimorso di non aver fatto abbastanza per evitarle.

Di Giovan Paolo, “perché la sinistra e i progressisti vincono poco?”. Manca la riconnessione sentimentale col proprio popolo.

 

L’autore, giornalista e saggista, già Senatore del Partito democratico, compie un’esplorazione senza remore e infingimenti all’interno dell’universo mentale e politico della sinistra. I suoi pensieri sono raccolti in un libro fresco di stampa, Un’altra storia. Se quarant’anni di Thatcher e Reagan visembran pochi (Prefazione di Costanze Reuscher e Antonio Roccuzzo), Edizione Ytali, 2022. Per gentile concessione pubblichiamo di seguito il capitolo intitolato “Sospesi”.

 

 

 

Roberto Di Giovan Paolo

Sospesi tra voglia di essere protagonisti e “damnatio memoriae”. La sinistra, i progressisti europei, mondiali se ci mettiamo almeno i democratici USA, in realtà da anni vivono questa dicotomia tragica alternando ubriacature movimentiste, spesso senza una costruzione di programma e di piano d’azione, e la necessità-dovere di governare; vissuta, quest’ultima, sempre in ritardo e in emergenza oppure come una sorta di “maledizione”: un obbligo che fa sentire inadatti, svuotati (di ideali), impauriti, sempre in difficoltà.

 

Con inevitabili conseguenze: o la pavida gestione del presente con il volto di chi deve sempre scusarsi di scelte quotidiane che sembrano imposte dall’alto, dai “poteri forti” e dall’emergenza, oppure l’onnipotenza del momento con l’annuncio prossimo della “rivoluzione” (sia chiaro, metaforica) qui e ora, anche quando si tratta di mere e inevitabili scelte di transizione o di necessarie misure dovute.

 

Con ulteriore scivolamento in un solipsismo che allontana dal “proprio popolo” (dagli altri di fatto sei già lontano essendo considerato a priori “progressive” o di sinistra), con definitivo isolamento e futura dannazione della memoria. Gli esempi sono molti: da Blair a Clinton e Al Gore, da Jospin a Zapatero e il SubComandante Marcos (più scomparso che dannato), oppure Schroeder e Tsipras, e poi in Italia Rutelli, Veltroni, se volete anche D’Alema, sicuramente Prodi (dillo ai famosi 101). Matteo Renzi è riuscito ad avere l’uno (isolamento) e l’altra (la damnatio memoriae), esagerato com’è… Ma va detto che l’icona di sinistra non ha mai voluto farla.

 

Eppure, il popolo della sinistra o quello progressista (che non è sempre la stessa cosa, e li divide il culto della personalità del leader e un’idea di diversa progressività nell’applicazione concreta degli ideali) è un popolo generoso, disponibile a confrontarsi, a sentirsi dire ogni due per tre che ha sbagliato tutto, pronto a investire in nuovi leader e nuovi temi in men che non si dica. Disponibile a riconoscere i pregi (quel che è grave, spesso solo in forma tattica) negli avversari, a servire disciplinatamente ai tavoli nelle feste di partito e a girare casa per casa vendendo gadget, e perfino sogni; a fare campagne elettorali paese per paese, piazza per piazza, “al lavoro e alla lotta”, sotto la pioggia e sotto il sole cocente. E pronto a commuoversi per regole a volte antiche e desuete.

 

Perché tutto questo avviene con ripetitività? Può essere solo un segno dei tempi, quando questi tempi si allungano a diversi lustri di distanza? È quasi un obbligo saper vedere nuove leadership, altre dal presente. Crescere nei media, andare al governo (poco), fallire, piangere sul latte versato. Ma può bastare a riscaldarsi il cuore lo spiegare tutto con l’adorabile versione moderna del “rinnegato Kautsky” o della controrivoluzione interna dei nobili vandeani? Non sarà che si dovrebbero cercare le risposte meno nella frenesia del presente e più nella lettura del passato, gettato alle spalle troppo frettolosamente, piuttosto che ritrovarsi di nuovo e in corsa all’ennesimo governo “in coabitazione”, quando va bene; di corsa e in preda all’emergenza “usuale”, che favorisce la coazione a ripetersi? E in buona sostanza dando ragione a Marx che prevedeva nel ripetersi di una storia la trasformazione da tragedia a farsa? Forse fermarsi per un momento a riflettere sull’inizio di questo ciclo, che pare continuare all’infinito e condannare i suoi protagonisti all’irrilevanza del “tempo lungo”, potrebbe aiutare.

 

Per esempio a rimuovere la “damnatio memoriae” e rileggere “laicamente” gli avvenimenti, ponendo alcuni protagonisti della sinistra nella giusta luce e recuperando alcuni provvedimenti dall’oblio. Una delle regole della sinistra e dei progressisti è difatti non essere quasi mai orgogliosi e consapevoli dei progressi fatti fare alla società civile da loro amministrata: basterebbe delle volte il confronto con le “società civili” dei governi di destra che li seguono per scoprire e riscoprire lati positivi e tendenze da valorizzare. Per poi rivolgersi al passato (sì, la storia e a volte anche la cronaca del passato prossimo, insegnano ancora qualcosa) e arrivare al nodo reale, alla domanda fondamentale, al momento decisivo in cui la sinistra e i progressisti non sono più stati al centro della loro (e tantomeno dell’altrui) narrazione.

 

Una narrazione forse inconsapevole e ben poco conscia dell’attuale società della comunicazione (talvolta ossessiva) e della politica giocata attorno o addirittura solo con i media, in cui la visione di sinistra e progressista diceva ancora qualcosa all’uomo comune, al cittadino. Anche eventualmente a quello di opinione contraria. E gli diceva che il loro futuro sarebbe stato o avrebbe potuto essere diverso, alternativo e in definitiva migliore del presente che vivevano.

 

Io credo che quel momento ci sia stato, è ben localizzabile, e a quel momento si deve tornare per riprendere il filo della matassa, svolgendolo pazientemente; per riprendere da lì il percorso, senza dimenticare quello che c’è stato dopo, i risultati e le sconfitte, ma guardandole con occhio diverso, per farne tesoro e ricominciare un discorso, a se stessi e alla società civile. E quel momento richiama il 1979 e i susseguenti anni Ottanta: la vittoria culturale e ideologica di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Non due diavoli (al limite, anche…) ma due interpreti politici elettoralmente invincibili, perché per certi versi idealisti e anche inconsapevoli, talvolta, di essere i registi di una svolta giunta a maturazione attraverso le loro proposte e divenuta poi una svolta mondiale travolgente, a tratti inflessibile e percepita come pienamente corroborata da fatti.

 

Certo, anche da quelle che oggi chiameremmo “fake news”, allora non smascherate, e divenuti presunti fatti oggettivi assunti poi come regole d’uso da tutti. Comprese parti notevoli della sinistra e dei progressisti. Regole d’uso e di ingaggio che ancora oggi maneggiamo per districarci nella società del nostro tempo e che rischiano, se assunte ancora acriticamente, alla vigilia di una nuova era – di internet delle cose(IoT), di 5G, di intelligenza artificiale, data mining e transizione digitale ed ecologica in genere – di divenire le uniche regole globali di ingaggio della società civile e della politica, anche quando voglia misurarsi con questo tempo di cambiamento, forse altrettanto epocale di quello di quarant’anni fa.

Il Dio della pace secondo Teresio Olivelli e l’immeritata libertà degli occidentali dimentichi.

 

Guai a dimenticare che la nostra Costituzione, dove si legge che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, è nata da una guerra: la guerra di liberazione. Il sentimento di pace, quando autentico e severo, non risponde alla meta-logica dello sdilinquimento pacifista.

 

 

Antonio Payar

 

L’Italia ripudia la guerra (Costituzione, Art. 11). *E basta?* Leggere ‘quale’ guerra: “L’Italia ripudia la guerra *come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali*; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, _etc. etc._”.

Quindi l’Italia non ripudia la guerra tout court.

 

La Sinistra che a breve scampanellerà per il 25 Aprile con le bandiere arcobaleno si deve ripassare la Storia e ricordare che se oggi si può liberamente andare in piazza, fare il no-Vax ad oltranza o occuparsi dello smalto delle unghie dei piedi della Ferragni è perché il Venticinque Aprile del 1945 la Libertà e la democrazia  parlamentare (all’occidentale; se lo ricordino tutti quelli con la puzza sotto il naso verso l’Occidente mentre ci invitano a ‘capire Putin…’) sono state conquistate con i fucili, con le brigate partigiane, con i copiosi rifornimenti di armi degli Alleati, con Marzabotto (la Bucha italiana), con le Fosse Ardeatine, non andando incontro ai Tedeschi con le mammolette; insomma con quella che ancora oggi, anche nel frasario della Sinistra, dei nostri “professori della resa” (Polito, Corsera, 11 Aprile) e di varia sicumera cattolica ‘contro la guerra a prescindere’, si chiama *guerra di liberazione*.

 

Ma come si fa a non ricordarsene!

 

Appena scorgevano un elmetto grigio con lo scalino i partigiani, anche cattolici, sparavano a vista, senza se e senza ma. Se nell’Aprile del ’45 Karl Wolff, il capo supremo delle SS in Italia si decise a trattare la resa con gli Alleati di tutte le forze tedesche sul suolo italiano (e a insaputa di Hitler) fu per gli uffici di Pio XII e per gli incessanti attacchi dei Partigiani. Mano tesa e corredo di pallottole. Voglio ricordare che non poche Brigate Partigiane, e persino anche delle Garibaldi (rosse), avevano un Cappellano militare, e anche designato da varie Diocesi di allora. Allora buona parte della Chiesa non ebbe dubbi da che parte stare, e stava con gente che usava le mitragliatrici e non i mazzolini di margheritine.

 

E ricordiamo pure il Beato Teresio Olivelli, deciso partigiano perché cattolico, morto in un sottocampo di Flossembürg a Gennaio del 1945 (il campo dove ad Aprile morirà Bonhoeffer) per un calcio allo stomaco di un kapò. Olivelli scrive la preghiera del Ribelle: contro “la sordità inerte della massa,” (come annotò poi Amendola, il coraggio delle armi lo ebbero in pochi)

 

“a noi, oppressi da un giogo

oneroso e crudele

che in noi e prima di noi ha calpestato Te

fonte di libera vita,

*dà la forza della ribellione.*”.

 

Questa era la pace per cui combatté Olivelli e anche per la sua ‘guerra’ che gli costò la vita noi siamo liberi.

La Disinformazione è la tattica dello Zar.

Il pensiero strategico russo e cinese sul cyberspazio attribuisce enorme importanza alle attività di disinformazione, influenza e manipolazione psicologica: per gli esperti russi e cinesi lo scopo primario delle aggressioni cibernetiche è aggredire la mente dellavversario. Una guerra non dichiarata che si combatte anche in tempo di pace.

Con i nuovi mezzi di comunicazione e con le discussioni che diventano sempre più globali, può diventare difficile riconoscere una fake news, capire la differenza tra disinformazione accidentale e disinformazione deliberata.

Da quando Facebook è stato accusato di guidare le preferenze di voto nella campagna presidenziale degli Stati Uniti del 2016 si è aperto un nuovo problema per gli Stati.

Questi ultimi, negli anni, hanno potuto appurare come le operazioni di influenza russa abbiano avuto come obiettivo quello di diffondere una realtà alternativa di fronte alle principali questioni geopolitiche.

Per fare ciò, le “fabbriche di troll” russe sono diventate dei veri e propri pilastri della guerra dell’informazione, andando a finanziare, in molti casi, partiti anti sistema. Una guerra portata avanti per poter danneggiare i candidati che potrebbero essere più critici nei confronti di Mosca e per favorire i loro oppositori filo-russi. Una guerra non dichiarata che si combatte anche in tempo di pace e che ha, fra i suoi obiettivi, la manipolazione dell’opinione pubblica.

Il pensiero strategico russo e cinese sul cyberspazio attribuisce enorme importanza alle attività di disinformazione, influenza e manipolazione psicologica: per gli esperti russi e cinesi, infatti, lo scopo primario delle aggressioni cibernetiche è aggredire la mente dell’avversario. Non una novità se si considera che, fin dall’epoca zarista, si sono usati tali sistemi. In epoca sovietica la “Dezinformacija” era tra gli strumenti utilizzati da Mosca per creare divisioni e instabilità all’interno del mondo occidentale.

Oggi questo sistema viene utilizzato nei confronti dell’opinione pubblica europea, per veicolare, attraverso leader compiacenti, i seguenti messaggi: “L’Europa é invasa da immigrati e profughi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che sono fuori controllo. Putin è l’ultimo baluardo contro questa crisi”. “L’Europa, e l’Occidente in generale, sono società decadenti sotto il profilo morale”. “Gli Stati Uniti e il complesso militare-industriale americano vogliono dominare il mondo”.

Tutto questo creando varie teorie del complotto (o della cospirazione) per accrescere l’ostilità dei cittadini nei confronti delle élites e creando l’idea di una destra alternativa globale di cui il presidente russo sarebbe uno dei leader. Una delle teorie più diffuse in Russia è quella secondo la quale fu l’Occidente guidato dall’America a mettere in ginocchio la Russia negli anni ’90. L’obiettivo principale dell’Occidente era lo scioglimento della nuova Russia, proprio come lo fu una volta il crollo dell’Unione Sovietica.

La NATO è diventata il principale spaventapasseri in questa narrazione. E tutti coloro che aspiravano ad entrare nella NATO, come Georgia e Ucraina, erano considerati traditori e potenziali nemici della Russia. Ora questa potenza di fuoco si sta concentrando sulle elezioni francesi e sulla creazione di un movimentismo filo putiniano in Italia. Bisognerà stare molto attenti e creare una contraerea che possa diventare un baluardo contro questo tipo di populismo ed estremismo.

Non possiamo permettere che il nucleo fondamentale dell’Ue venga conquistato da figure che operano all’interno di un sistema democratico con l’intento di farlo saltare. E non possiamo permettere all’Italia di essere confusa nelle sue scelte da quel “partito di Putin” che oramai nel nostro paese comprende una vera e propria struttura organizzata, con mezzi economici, gruppi dirigenti e leader. Perché, come diceva Berlinguer, mi sento più sicuro vivendo nell’area della Nato.

La difficoltà dei riformisti. L’esempio di Donat-Cattin.

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La cultura e la prassi riformiste sono necessari ed indispensabili se non si vuole consegnare il paese o nelle mani dei populisti di turno da un lato o dei tecnocrati o dei cosiddetti esperti” dallaltro.

 

Giorgio Merlo

 

In un recente libro pubblicato sul magistero politico e istituzionale di Carlo Donat-Cattin, “Un riformista al governo. Ministro del centro sinistra dal 1963 al 1978” di Marcello Reggiani emerge in tutta la sua difficoltà la scelta di essere “riformisti” nella politica italiana. Certo, le stagioni politiche che hanno visto in Donat-Cattin un significativo protagonista dello scenario pubblico italiano sono profondamente diverse rispetto al contesto contemporaneo. Ma è indubbio che c’è un filo rosso che lega le diverse stagioni politiche e le difficoltà, concrete e tangibili, nel declinare un riformismo politico e di governo. Perchè il riformismo, di norma, cozza contro il pensiero unico, il “politicamente corretto” e la vulgata conformista del momento. Un solo esempio concreto riferito agli anni e all’esperienza concreta, politica, culturale e di governo di Donat-Cattin. Cercare di rappresentare i ceti popolari e, soprattutto, i lavoratori e gli operai nelle fabbriche come esponente della sinistra sociale della Dc dopo e come sindacalista Cisl prima era pressochè impossibile, perchè inconcepibile dalla narrativa dell’epoca dove solo i comunisti e la sinistra storica potevano assolvere a quel ruolo.

 

In altre parole, non era tollerabile che un democratico cristiano di sinistra, la famosa “sinistra sociale” di ispirazione cristiana denominata “Forze Nuove”, potesse contendere la rappresentanza sociale e politica di quei ceti che storicamente, secondo la vulgata dominante, doveva essere di “appartenenza” del Pci e della sinistra. Certo, i tempi sono cambiati e ormai da tempo la sinistra storica, come recitano quasi tutti i sondaggi, non rappresenta più i ceti popolari e quel pezzo di società e del mondo delle professioni che per moltissimi anni era di sua pertinenza.

 

Altri soggetti politici e partitici si fanno ormai carico di quelle domande e di quelle istanze sociali e politiche. E quindi anche della loro rappresentanza elettorale. Ma, al di là della sinistra e della sua rappresentanza sociale, è indubbio che essere riformisti nella politica italiana resta un compito difficile, ieri come oggi. E questo per due ragioni di fondo.

 

Innanzitutto il riformismo era e resta incompatibile con ogni forma di populismo. Quel populismo che in Italia ha fatto irruzione nel 1994 e che poi si è progressivamente impadronito della dialettica politica nostrana sino al 2018 quando ha travolto e sconvolto i connotati storici della stessa democrazia nel nostro paese. E il partito di Grillo, sotto questo versante, rappresenta tutt’oggi il culmine di questo decadimento etico, politico, culturale ed istituzionale. Stupisce, al riguardo, che un partito di potere e governista per eccellenza come il Partito democratico possa individuare nel partito cardine del populismo l’alleato strategico e storico per governare saldamente, e democraticamente, il futuro del nostro paese.

 

Perchè il riformismo, alla fin fine, si pone l’obiettivo di trasformare la società senza assecondare le spinte massimaliste, estremiste e populiste. E cioè, la cultura e la prassi riformiste hanno la cultura di governo come bussola di riferimento senza, però, rinunciare ai propri obiettivi programmatici per inseguire e accattivarsi le mode correnti. Sotto questo aspetto, come descrive nel libro lo stesso Reggiani, il magistero politico e istituzionale di un esponente della prima repubblica come Carlo Donat-Cattin è quantomai calzante per il ruolo concreto che ha giocato nel suo partito di riferimento, la Dc appunto, e nella società nel suo complesso. Il rifiuto del populismo, quindi, è il cuore della cultura e della funzione riformista soprattutto nell’azione di governo.

 

In secondo luogo si è autenticamente riformisti solo quando si è espressione di una cultura politica. Qualunque essa sia. Perchè il riformismo, di norma, risponde ad una visione della società e l’azione di governo conseguente ha come obiettivo ultimo, attraverso una necessaria ed indispensabile cultura della mediazione e del confronto, quello di tradurre quella cultura in atti di governo e in provvedimenti legislativi. Anche qui, per fare un solo esempio del passato, l’approvazione di una legge che ancora oggi resta uno dei caposaldi dello Stato di diritto e della civiltà democratica, ovvero lo “Statuto dei lavoratori”, fu merito di un esponente politico come Donat-Cattin allora titolare del dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale.

 

Una legge che, non a caso, registrò la bocciatura da parte del Pci e di altre formazioni all’epoca estremistiche o massimaliste. Il riformismo, quindi, esige e richiede cultura di governo, disponibilità all’ascolto e al dialogo con gli avversari, non pretendere di possedere la verità in tasca, avere una visione laica della società e, soprattutto, il coraggio di andare controcorrente. Cioè contro il “politicamente corretto” dell’epoca di riferimento. Che, ieri come oggi, ha quasi sempre il consenso dell’informazione dominante e dei grandi gruppi di potere.

 

Ecco perchè il recupero di credibilità della politica non passa attraverso l’esaltazione del populismo, del massimalismo e di ogni forma di estremismo. Al contrario, la cultura e la prassi riformiste sono necessari ed indispensabili se non si vuole consegnare il paese o nelle mani dei populisti di turno da un lato o dei tecnocrati o dei cosiddetti “esperti” dall’altro. Che, puntualmente, seguono quasi sempre le rovine e i disastri provocati dai populisti di governo. Come puntualmente è capitato nel nostro paese in questi ultimi anni.

 

E questa, al di là di molte chiacchiere, sarà la vera sfida politica, culturale e programmatica per chi cerca di invertire la rotta rispetto al predominio populista di questi ultimi tempi. Il resto appartiene solo alla propaganda e al chiacchiericcio. E, in ultimo ma non per ordine di importanza, si può ritornare ad essere politicamente riformisti solo se il “coraggio della politica” e delle scelte politiche tornerà al centro dell’attenzione. E l’esempio di Carlo Donat-Cattin uomo di governo, al riguardo, è quantomai esemplare e significativo.

“La nostra battaglia, per contrastare i comunisti, metteva in campo ragione e passione politica”. Intervista a Hubert Corsi.

Grossetonotizie.com

 

Cosa significava essere cattolici e democristiani in un territorio dominato dai “rossi”? Qual era il messaggio che la Dc portava tra la gente? Come è cresciuta una generazione di quadri militanti e dirigenti? Hubert Corsi, più volte deputato e sindaco del Comune dell’Argentario, ripercorre le tappe della sua esperienza pubblica fin dalle prime battute nel Movimento giovanile dc.

Di seguito pubblichiamo la prima parte dellintervista.

 

Partiamo in questo viaggio retrospettivo, caro Hubert, da cose lontane nel tempo.

 

Oggi ho 84 anni, sono della generazione del 1938.

 

Ecco, parliamo degli inizi, grosso modo collocando la vicenda che ti riguarda attorno agli anni cinquanta: come nasce il primo impegno politico?

 

Mi sono iscritto  alla Dc perché ero molto interessato alla politica. Vivendo in un piccolo comune, quello di  Montepescali (Gr), venivano molti personaggi che facevano comizi: la gente si portava le sedie in piazza perché era anche un piccolo spettacolo.

Il primo episodio è del 1953. Venne Luciano Blanciardi  e Carlo Cassols. Il primo era direttore della biblioteca di Grosseto e il secondo era stato anche mio professore al liceo. Avevano aderito a Unità popolare, quella formazione che risultò decisiva nel 1953 per la sconfitta di De Gasperi e della sua “legge truffa”. Io in verità continuo a chiamarla legge maggioritaria: il tempo delle  truffe viene dopo.

Quella legge, infatti, assicurava stabilità poiché conferiva il premio a chi raggiungeva la maggioranza assoluta. Dopo si è passati all’attribuzione del premio a chi prendeva molto meno, tanto che la logica adottata assomiglia a un rovesciamento di quadro evocativa, intrinsecamente, di uno scenario da colpo di stato.

 

Mi raccontavi che De Gasperi venne dalle tue parti attorno 1951 e 1952. Quale fu la circostanza.

 

Era il tempo del centrismo, oggi rivalutato per il portato innovativo delle scelte compiute dalla classe dirigente raccolta attorno a De Gasperi. Pensiamo, ad esempio, alla riforma agraria. Grazie ad essa, ricaddero sulla Maremma investimenti dello Stato che non avevano riscontri nella storia. De Gasperi venne ed illustrò la riforma che incideva complessivamente su 742 mila ettari, di cui ben 178 mila riguardavano la Maremma (quasi il 18 per cento delle superfici coltivabili). I proprietari erano grandissimi latifondisti con 14 mila e 7 mila ettari.

Fanfani ci ricordò che uno dei primi atti che fece da piccolo – aveva 12 anni – su richiesta del babbo notaio, fu quello di copiare un atto notarile di ben 20 pagine, tanto era estesa la proprietà in oggetto. Quel rogito rimase impresso nella mente di lui adolescente. La fatica della trascrizione, avente per oggetto una tenuta di Capalbio colpita dalla riforma agraria, determinò la scoperta della maremma.

 

Quanto ha inciso la bonifica sull’Italia del dopoguerra?

 

Fu un fatto notevole, per quel che ci riguarda. Sorse l’acquedotto del Fiora, furono realizzati chilometri e chilometri di strade, si avanzò a grandi passi sulla via dell’elettrificazione. Non mancarono le tensioni tra maggioranza e opposizione. Lo scontro rivelò tutta la distanza esistente tra democristiani e comunisti. La Dc puntava sulla famiglia diretto-coltivatrice, e quindi su una classe media che poi sarebbe diventata imprenditrice di se stessa. Il Pci, invece, rifiutava l’assegnazione diretta delle terre alle famiglie preferendo il ricorso a cooperative immaginate alla stregua di Kolkhoz, ovvero delle proprietà collettive sul modello sovietico.

 

Diciamo…una visione culturale diversa.

 

Direi proprio di sì. Comunque la storia ci ha dato ragione, visti gli sviluppi e i riscontri successivi. L’aiuto dello Stato, specialmente attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione della riforma agraria, fece crescere una nuova generazione di coltivatori diretti. Gli Enti di sviluppo, cui si dedicò sapientemente Tommaso Morlino, fornirono agli assegnatari quel supporto che mai prima di allora era stato dato. Nacquero diverse cooperative di produzione, servizi e  commercializzazione.

Se vieni in provincia di Grosseto trovi il caseificio di Manciano, trovi la cantina del Morellino di Scansano, la cantina di Pitigliano. Trovi, in sostanza, i modelli che risalgono a quella intuizione.

Il Presidente della cantina di Scansano che fattura milioni e milioni di euro di un vino che è ormai famoso in tutto il mondo è figlio di un coltivatore diretto.

 

Hanno saputo adeguarsi ai tempi nuovi e diventare impresa agricola?

 

Esattamente!

 

Era la visione, appunto, di La Pira e di Fanfani…

 

Sì, quella che tu chiami visione entrava poi nel “concretismo” della politica. La Pira puntava al lavoro come esperienza che non doveva tradursi in concezione ed immagine di dannazione, ma come il principale fattore per esplicitare la dignità dell’uomo. Dunque, a conferma di tale impostazione, nascono i villaggi di assegnatari dove c’era la chiesa, l’officina, il bar, i vari punti di servizi…Le persone potevano riunirsi e fare vita sociale.

 

 

Diventavano comunità.

 

Se vai al centro del villaggio Rispescia, ex riforma agraria, al centro trovi una fontana che reca una scultura in bronzo di un cinghiale. È la riproduzione del cinghialino di Pietro Tacca che sta a Firenze. La portò La Pira come Sindaco di Firenze quando venne inaugurato il villaggio nel 1953 alla presenza dello stesso Fanfani.

 

E tornando agli aspetti più direttamente politici?

 

La battaglia tra noi e i comunisti era serrata. Teniamo conto che dovevamo misurarci con una presenza robusta dei nostri antagonisti. Noi, in realtà, le percentuali più alte le prendevamo in provincia di Arezzo.

Ricordo che nel 1951 De Gasperi venne a “metterci la faccia”, come si direbbe oggi, in piena campagna elettorale. La Dc aveva rinunciato ad alcuni collegi provinciali a favore delle liste di centro collegate. Era la dimostrazione che da parte nostra gli alleati ricevevano attenzione e rispetto.

L’intervento di De Gasperi confermò l’impegno che avevamo delineato, dando slancio e fiducia ai nostri militanti.

Di questo fummo orgogliosi.

 

E la tua specifica esperienza?

 

Io venivo da una famiglia cattolica e ho studiato dai salesiani. L’appartenenza a questo ambiente familiare e culturale accentuava le difficoltà: la strada era impervia, più difficile, perché significava essere minoranza che per emergere doveva lottare molto.

Sicuramente più di altri.

Partecipavo al Movimento giovanile e con altri, al villaggio La Vela a Castiglione della Pescaia, voluto e organizzato dal “solito” La Pira, prendevo parte ai corsi di formazione.

Dalla formazione alle piazze il passo non doveva essere lungo.

Il primo impegno pubblico verrà nel 1970 con l’elezione al consiglio comunale di Grosseto.

 

(1. Continua)

Il centro non è immobilismo, ma equilibrio e innovazione. Deve rappresentare il motore del riformismo.

 

Oggi in Francia la politica di centro passa per la vittoria di Macron. Abbiamo in Italia un problema analogo. L’importante è non smarrire il valore della formula degasperiana del “centro che cammina verso sinistra” perché consente, al di là di restrittive e incongrue intepretazioni, di cementare un nuovo riformismo. L’unico in grado di reggere la sfida di questo tempo inquieto e difficile.  

 

Lucio D’Ubaldo

 

Se non fosse per l’attualità delle elezioni francesi, nelle quali  si consolida il profilo neo-centrista di Macron, non avrebbe grande appeal il ritorno a un’antica disputa, tutta interna al cattolicesimo politico, sul “centro che cammina verso sinistra”.

 

La nota formula degasperiana è posta sotto attacco. In alcuni casi se ne intende smorzare il valore politico facendone l’espressione, ancorché generica, dell’ansia cristiana per il riscatto degli umili; in altri, con più crudezza, se ne denuncia l’erraticità che traspare – così si dice – da uno slogan mal riuscito. Dunque, in nome di un presunto salvataggio del ‘vero’ De Gasperi si tira in ballo anche Sturzo, autore della censura del suddetto slogan.

 

Strano, questo modo di procedere; ancor più strano il sussulto di astrazione, giacché si sposa una tesi con l’ambizione di ancorarsi a un dato oggettivo, ma non si compie alcuna onesta verifica storica, né ci si perita di utilizzare armi improprie – il ricorso a Sturzo – per contestare questa idea del centro dotato di spirito innovativo.

 

De Gasperi, in realtà, credeva nel progresso e per esso combatteva, fin da quando nel suo Trentino scopriva la buona novella della ‘democrazia cristiana’ che a Roma dava impulso alla battaglia del giovane Murri, prima che la sua intempestività lo conducesse alla scomunica. Tra liberalismo e socialismo, ai primi del Novecento, questa nuova opzione si poneva indubbiamente al centro, ma non con l’indifferenza tipica degli ignavi.

 

Il centro voleva significare, nell’apprendistato politico di De Gasperi, l’incontro di libertà e giustizia: la prima in quanto mossa verso la seconda, fuori pertanto dall’assoluto ideologico del liberalismo; e la seconda riconnessa alla prima, a controbilanciare il movimento, così da presentarsi come giustizia non più condizionata dall’elemento ateo-rivoluzionario del socialismo. Nel tempo, specie dopo la sciagurata esperienza del fascismo, De Gasperi rinnoverà la sua adesione a questa combinazione di valori e prospettive, per dare una nervatura al solidarismo del partito-nazione.

 

Egli però, a scorno degli odierni cultori del centrismo senza qualità, ovvero senza un criterio di specificazione utile, indica nel collegamento tra la Dc e le forze di matrice laico-socialista il motore del riformismo democratico e sociale. Ripudia  pertanto l’ipotesi del governo solitario dei cattolici e organizza lo spazio della collaborazione democratica, secondo una direttiva molto chiara: sceglie Einaudi Sforza e Saragat, non Covelli e Lauro (né tanto meno Giannini).

 

Non poteva imbarcarli, i monarchici e i qualunquisti? Ecco, se lo avesse fatto il suo “centro che cammina verso sinistra” – definizione che campeggia addirittura nell’intervista al Messaggero il giorno prima delle elezioni del 18 Aprile 1948 – sarebbe apparso in perfetta contraddizione con il principio ispiratore che fondamentalmente ne determinava l’orientamento e il percorso. Non avrebbe certificato, per dir così, la novità di visione e di azione dei “democratici e cristiani”.

 

Eppure anche i monarchici e i qualunquisti avevano nei loro programmi il contrassegno di un amore per il popolo, addirittura per le plebi; lo avevano nell’ottica di una destra che si bagnava alle acque del paternalismo, a prescindere perciò da un vissuto veramente democratico; e dunque lo avevano come orpello di una politica di conservazione, perché lo stesso movimentismo dell’Uomo Qualunque, nella sua colorita scenografia di denuncia e di protesta, mancava di qualsiasi aggancio a un programma di riordino e trasformazione della società.

 

Ebbene, Sturzo metteva sì De Gasperi alla sbarra per lo “slogan infelice” sul centro, giacchè esso gli si parava dinanzi come il temuto fantasma del cedimento a sinistra; ma  doveva arrivare a questa condanna sul finire degli anni ‘50, al crepuscolo di un’esistenza che scontava le angustie dell’isolamento, con l’ossessione di una Dc perdutamente inabissata nei vortici del vecchio e nuovo statalismo. Bisogna entrare nello spirito delle parole, altrimenti si maschera di storia una manipolazione più o meno onesta.

 

Orbene, è un profeta più che disarmato l’autore dall’articolo in questione (“L’equivoco: centro-sinistra”, Il Giornale d’Italia, 13 giugno 1958): a tal punto, disarmato, da non accorgersi nemmeno di essere in contraddizione con la sua stessa visione della storia e della politica, non certo asservita all’idolatria dell’esistente o alla codificazione dell’immobilismo.

 

In fondo si potrebbe applicare a Sturzo quello che Sturzo applicava a De Gasperi, vale a dire il principio sacrosanto per cui “nessuno deve attribuire ad un uomo il dono dell’infallibilità”. Infatti oggi, stante l’allarme per la dipendenza energetica dalla Russia, non stride con la sensibilità popolare il secco no che Sturzo opponeva a Saragat, come si legge sempre nell’articolo, sul punto relativo alla nazionalizzazione delle fonti di energia?

 

E qui siamo al punto cruciale della questione, perché l’ultimo Sturzo giudica inammissibile il centro-sinistra, ancora allo stato aurorale, vedendo in esso non già il cammino verso l’equità e la giustizia sociale, bensì la tendenza al declino in conseguenza dell’intromissione del potere pubblico nella sfera dell’economia, a discapito dell’autonomia dei gruppi sociali e infine della libertà dei singoli. Una posizione ampiamente rivelatrice della critica sturziana al welfarismo, piuttosto che una valutazione realistica degli equilibri politici in Parlamento e nel Paese.

 

Insomma, visti da vicino gli argomenti della disputa esigono attenzione, evitando comunque di distrarsi nella contemplazione di dettagli improduttivi. Si tratta di salvare il nucleo del popolarismo, la sua originalità di dottrina e prassi al servizio dell’innovazione, la sua capacità di sintesi sociale. De Gasperi, inventando la coalizione dei riformisti democratici, ha dispiegato nella realtà politica un disegno progressivo, portando al culmine dell’azione di governo l’istanza del cambiamento, quello possibile nelle condizioni date dalla Guerra fredda.

 

Nel tempo presente il nemico non è dato dal comunismo, ma dal ritorno in grande stile del nazionalismo e dell’imperialismo. È sotto i nostri occhi. La caduta delle ideologie ha liberato energie positive innescando, al tempo stesso, tentazioni rovinose: una forza equilibratrice, capace di ridurre le spinte radicali, è necessaria alla tenuta di un’autentica e vitale democrazia, sempre in marcia verso una più alta condizione di vita civile.

 

In Francia la risposta viene da Macron, in Italia la memoria di De Gasperi deve secernere una proposta di analoga portata.

Diplomazia al palo. Lo “Speciale Ucraina” dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

 

La diplomazia langue, mentre sul campo sono ore decisive per la sorte di Mariupol. LEuropa discute di nuove sanzioni e Washington chiede allIndia di prendere una posizione più dura nei confronti di Mosca.

 

Istituto ISPI

 

 

“Non è stato un incontro amichevole”. Così il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha descritto l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin avuto ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) a Mosca. Nehammer ha detto di aver trasmesso a Putin il concetto che “questa guerra deve finire, perché in una guerra ci sono solo perdenti da entrambe le parti”. Durante il colloquio, durato circa 75 minuti, Nehammer ha detto di aver chiesto un’indagine internazionale sui presunti crimini di guerra commessi da parte russa in Ucraina e ha ribadito che le sanzioni europee continueranno finché continueranno i combattimenti. I media russi riferiscono che l’incontro, avvenuto nella residenza ufficiale di Putin, a Novo-Ogaryovo appena fuori Mosca, si è svolto a porte chiuse su richiesta dell’Austria.

 

Anche se il cancelliere austriaco è il primo leader europeo ad aver incontrato di persona il presidente russo dall’inizio dell’invasione, la sua visita è guardata con diffidenza da diverse cancellerie: l’Austria – che non fa parte della Nato – è, insieme alla Germania, uno dei paesi più dipendenti dal gas russo in Europa e tra coloro che maggiormente si oppongono ad un embargo energetico contro Mosca. Il viaggio aveva lo scopo di far capire a Putin che la Russia “ha perso la guerra da un punto di vista morale”, ha spiegato il ministro degli Esteri austriaco Alexander Shallenberg. Nehammer e Putin però avrebbero discusso anche delle forniture di gas russo all’Europa. Intanto sul terreno i combattimenti infuriano soprattutto nell’est del paese: le prossime ore – secondo fonti di intelligence – potrebbero essere decisive per le sorti di Mariupol, città martire che da oltre 40 giorni resiste all’assedio. E c’è allarme per la notizia – non confermata – riguardo al ricorso ad armi chimiche e sostanze tossiche nell’area del Donbass.

 

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è tornato a polemizzare con l’Unione europea dopo che l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue Josep Borrell ha dichiarato che l’Europa continuerà sulla linea delle sanzioni e dell’aiuto militare a Kiev, e ha accusato Mosca di crimini di guerra. “Le sue dichiarazioni – ha detto Lavrov citato dalla Tass – mostrano che l’Ue vede Kiev come una testa di ponte per sopprimere la Russia”. In Europa intanto si continua a discutere del prossimo pacchetto di sanzioni contro Mosca: per Borrell “nulla è fuori discussione, comprese le sanzioni su petrolio e gas”, considerato che il greggio pesa molto di più per leconomia russa del gas. Nel 2021, infatti, l’Ue ha pagato quattro volte di più per il petrolio russo che per il gas, ha affermato Borrell, quindi, “è molto importante includere il petrolio, che è al contempo un colpo più pesante ed è più facile [per l’UE] da sostituire”.

 

Ma dichiarazioni a parte non è chiaro quanto ci vorrà perché i 27 raggiungano lunanimità necessaria per imporre il blocco alle importazioni di greggio russo. Oltre all’opposizione fin qui dimostrata da Austria e Germania, il primo ministro ungherese, Viktor Orban – forte della rielezione ad un quarto mandato –, ha affermato la scorsa settimana che l’estensione delle sanzioni al petrolio e al gas russo è “una linea rossa”. È probabile che l’Ue, che importa il 27% del proprio petrolio dalla Russia, discuta di un abbandono graduale. La Germania si è impegnata a eliminare il carbone e il petrolio russi entro la fine dell’anno, ma ha affermato che la fine della dipendenza dal gas russo non sarebbe raggiunta almeno fino al 2024.

 

La via italiana per la riduzione dalla dipendenza dal gas russo passa da Algeri: ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) il governo italiano e quello algerino hanno concordato un aumento delle forniture di gas che prevede che entro il 2024 l’Italia riceva dal paese nord africano circa 9 miliardi di metri cubi di gas in più all’anno, sfruttando parte del potenziale ancora inutilizzato del gasdotto italo algerino Transmed, infrastruttura nata agli inizio degli anni Ottanta e che collega l’Africa alla Sicilia passando per la Tunisia. L’Algeria, oggi secondo paese per forniture di gas all’Italia dopo la Russia, dovrebbe così diventare il nostro primo fornitore. L’accordo è stato formalizzato ad Algeri, la capitale dell’Algeria, dopo un incontro tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. Ma l’intesa potrebbe essere la prima di una lunga serie. Subito dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo aveva annunciato che l’Italia si sarebbe mossa con rapidità per ridurre la dipendenza dal gas russo: il nostro paese importa da Mosca circa 29 miliardi di metri cubi di gas su un fabbisogno totale di 80 all’anno.

 

E da Palazzo Chigi confermano una lunga lista di contatti con Congo, Angola e Mozambico, tutti paesi produttori dove l’Eni è presente da anni.

 

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Il “new deal” dell’Istituto Maritain: italiano nelle sue radici, internazionale nel suo impianto. Quasi mezzo secolo di lavoro.

 

Sabato 9 aprile u.s. si è tenuta l’Assemblea Generale dell’Istituto che si accinge a celebrare il suo cinquantesimo. Di seguito il comunicato che riporta le conclusioni della riunione 

 

Redazione

 

Nell’Assemblea Generale sono stati riconfermati per il prossimo quadriennio (2022-2026) gli organi dirigenti dell’Istituto a cominciare dal Presidente, Francesco Miano (Università Federico II di Napoli), dal Vice Presidente Vicario Giuseppe Schtlitzer (Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede), dai Vice Presidenti, Julio Plaza (Università di Tucumàn, Argentina) ed Enzo Carra (saggista, già Deputato) e dal Segretario Generale, Gennaro Giuseppe Curcio (Università degli Studi della Basilicata).

 

Sono stati eletti cinque nuovi componenti del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto: Francesco Saverio Garofani, Consigliere per la Sicurezza del Quirinale; Marco Damilano, giornalista e scrittore, già direttore del settimanale L’Espresso; Marco Follini, saggista e giornalista  già Vice Presidente del Consiglio dei Ministri; Filippo Lombardi, Direttore di Tele Ticino (Svizzera) già Presidente del Senato della Confederazione Elvetica; Paolo Nepi, Professore all’Università degli Studi di Roma Tre e Direttore della Biblioteca della Persona dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain.

 

Nella medesima occasione, confermati come componenti del Consiglio di Amministrazione: Luigi Di Santo (Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Direttore della Scuola nazionale di formazione socio-politica “Giorgio La Pira”), Lucio D’Ubaldo (saggista, già Senatore), Maurizio Martirano (Università degli Studi della Basilicata), Florian Michel (Francia), Charles-Ferdinand Nothomb (Belgio) e William Sweet (Canada, Presidente d’Onore dell’Istituto).

 

Nel prossimo quadriennio l’Istituto, in continuità con le attività sinora svolte, si concentrerà su questioni emergenti del nostro tempo e che riguardano il prossimo futuro. Nell’approfondimento dell’Umanesimo personalista di Jacques Maritain, si propone di contribuire alla società del bene comune ricercando le risposte alle sfide che la contemporaneità pone all’uomo. Promuovendo la cultura del dialogo e della pace, con particolare riferimento al tempo che viviamo (guerra in Ucraina, la pandemia, ecc.), molta attenzione sarà dedicata alla persona nella sua relazione con la comunità sociale, civile e politica. Le innovazioni scientifiche e tecnologiche, infatti, invitano a riflettere sul ruolo dell’uomo nei confronti della comunità, dell’ambiente, della natura e della società civile.

 

Le proposte formative rivolte a studenti, universitari, ricercatori, professionisti, esperti e interessati alle tematiche, oltre ad approfondire e diffondere il pensiero maritainiano, proporranno una interpretazione dell’attualità secondo i principi e i valori del personalismo.

Ci vuole un «booster» di consapevolezza. Dai Campi  Interregionali Per Studenti (CIPS) un progetto targato Azione cattolica.

 

Dal Movimento Studenti di Azione Cattolica le proposte per non disperdere la lezione della pandemia e per una scuola che sia capace di progettare futuro, luogo di Ascolto, Benessere e Comunità.

 

Lorenzo Pellegrino

Ci sono anche io! In maniera forte e decisa ma lontana dalla presunzione, come studenti e studentesse di Azione Cattolica abbiamo scommesso sull’ascolto che scatena il cambiamento. Si tratta di un processo che non fa rumore, ma spalanca possibilità; una sorta di effetto farfalla al contrario, nel quale il silenzio e l’attenzione giocano un ruolo più determinante dei cori nelle piazze.

Si sono appena conclusi i CIPS (Campi Interregionali Per Studenti), durante i quali il ritornello “Ci sono anche io!” ha sintetizzato la straordinaria necessità di tutti gli studenti e le studentesse di sentirsi ascoltati, tra i banchi di scuola come negli spazi di partecipazione e ancora nelle città.

In tre giorni di confronto e riflessione a Vibo Valentia, Lecce, Salerno, Pesaro, Bergamo e Torino abbiamo coinvolto le istituzioni territoriali in un dialogo sincero e costruttivo e pur avendo “domande (…) quante ne vuoi”, abbiamo offerto anche risposte condivise, o meglio, proposte nate dalla progettazione condivisa, nello stile della scrittura collettiva della scuola di Barbiana. Infatti, se i problemi sono collettivi, è necessario “sortirne insieme” per scongiurare l’avarizia che ha caratterizzato il “libera tutti” che chiude l’emergenza in un cassetto senza cambiare (quasi) nulla.

Negli studenti, invece, il desiderio di cambiare c’era già prima del Covid e non si è arrestato; al contrario, si sta raggiungendo la “consapevolezza di gregge” che l’unico antidoto per la scuola italiana sia proprio l’ascolto, quello vero; non basta una dose, serve un booster di attenzione.

Pertanto, se la prima pagina del nostro Zanichelli porta la voce Ascolto, basta voltare pagina per trovare la B di Benessere. A scuola vogliamo stare bene, a scuola vogliamo sentirci accolti, inclusi e vogliamo dare parola al nostro essere. Il modo in cui abitiamo la scuola è il miglior contrasto all’abbandono scolastico, l’ascolto è il miglior antidoto alle disuguaglianze e lo studio la migliore ricetta per l’inclusione. A scuola abbiamo bisogno di un ascolto competente, di un supporto professionale; in questo senso l’introduzione dello psicologo nelle scuole è un passo avanti, ma ancora bisogna camminare in questa direzione prevedendo la possibilità di un orientamento consapevole, che sia al mondo del lavoro o al percorso universitario. A noi studenti serve quindi – in termini di Percorsi per le Competenze Trasversali –  un progetto reale e condiviso a livello nazionale che abbia una competente applicazione pratica da parte delle scuole sul territorio. Non ci interessano documentazioni redatte velocemente e sbrigate come semplici pratiche amministrative, ma abbiamo bisogno di progetti reali che diano futuro allo studente sin dal presente, nel continuo dialogo con il docente e il tutor esterno.

Alla terza pagina del dizionario che stiamo costruendo non può non comparire la voce Comunità, perché se una rivoluzione deve partire, può farlo solo dai territori, dai patti educativi che come scuole, associazioni e enti locali possiamo stringere in maniera da rendere le nostre città accoglienti e palestre di responsabilità. In questo senso l’ora di Educazione alla Cittadinanza non può essere esclusivamente una lezione di diritto, in quanto il bene comune non si insegna, la passione per il territorio non può stare su una lavagna (nemmeno su quella digitale). L’insegnamento dell’educazione civica diventi allora l’occasione che le scuole non devono perdere per contribuire realmente alla crescita di cittadini consapevoli, interessati alle loro comunità e partecipi delle loro città. In poche parole, sarebbe bello creare piccoli laboratori di Costituzione applicata, perché la democrazia riprenda posto tra i nostri banchi e la responsabilità entri nel vocabolario di una scuola attenta, aperta e lungimirante.

I sogni per la scuola del futuro non possono contenersi in poche righe; invece i progetti per il presente di una scuola che può ripartire hanno trovato spazio tra le parole delle centinaia di studenti coinvolti. Per una scuola migliore non servono nemmeno tutte le lettere, basta l’ABC.

 

 

Lorenzo Pellegrino è Segretario nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (MSAC). Questo articolo, ripreso dal sito dell’Azione Cattolica, è stato pubblicato in origine su “Avvenire” del 12 aprile 2022.

Tumori cerebrali: dalle CAR-T nuove speranze di cura per i gliomi inoperabili

Nuove speranze di cura dalle CAR-T per i tumori cerebrali dei bambini: un mix di terapia genica e terapia farmacologica dalla potente azione antitumorale inibisce la crescita dei ‘gliomi diffusi della linea mediana’. Si tratta di tumori del cervello molto aggressivi, inoperabili e, fino a oggi, senza un trattamento efficace. La nuova terapia è stata sviluppata dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità, del Policlinico Gemelli e dell’Institute of Cancer Research di Londra. I risultati dei test di laboratorio aprono la strada alla futura sperimentazione sull’uomo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Neuro-Oncology.

I GLIOMI DELLA LINEA MEDIANA

I ‘gliomi diffusi della linea mediana’ sono tumori tipici dell’età pediatrica, nella maggior parte dei casi dovuti alla mutazione della proteina H3K27M. Si sviluppano nelle strutture mediane del cervello, in particolare nel ponte, la parte del tronco encefalico che regola funzioni vitali come il respiro e l’attività cardiaca. Questi tumori sono molto aggressivi, tendono a diffondersi rapidamente e a infiltrarsi in profondità. A causa della loro sede, non possono essere asportati chirurgicamente.

In Italia, vengono diagnosticati in età pediatrica circa 20-25 casi di gliomi localizzati nel ponte, con un picco d’incidenza tra i 5 e i 10 anni di età. La sopravvivenza media è molto bassa (9 -12 mesi) e meno del 5% dei bambini sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, nonostante i trattamenti radio e chemioterapici. Per l’eterogeneità dei gliomi e per le difficoltà dei farmaci a superare la barriera che protegge i tessuti del cervello per arrivare al tumore, sino ad oggi non è stato possibile individuare una cura efficace.

LO STUDIO

Lo studio coordinato dall’Area di Ricerca di Oncoematologia del Bambino Gesù, diretta dal prof. Franco Locatelli, è stato condotto in laboratorio partendo dalle cellule tumorali di pazienti affetti da glioma sottoposti a biopsia. Le indagini su tessuto, su cellule derivate dalle neoplasie e su modelli animali hanno permesso di identificare una terapia antitumorale mai sperimentata prima, basata sull’utilizzo di un farmaco sperimentale (il Linsitinib) in combinazione con linfociti T geneticamente modificati (cellule CAR-T).

Il farmaco, individuato attraverso uno screening farmacologico, è un inibitore specifico della proteina IGF1R (molecola presente sulla membrana delle cellule tumorali) capace di esercitare un’azione antitumorale diretta sulle cellule di glioma diffuso della linea mediana. Le CAR-T sono state invece programmate per riconoscere – e uccidere – le cellule tumorali aggredendo una proteina espressa sulla loro superficie: l’antigene GD2 (GD2-CAR-T).

La nuova terapia combinata, sperimentata in laboratorio su diversi modelli di glioma della linea mediana, si è dimostrata in grado di inibire la crescita del tumore. I ricercatori hanno dimostrato, inoltre, che la combinazione produce un effetto antitumorale più efficace rispetto ai due trattamenti usati separatamente: il farmaco amplifica l’attività delle cellule CAR-T e si ipotizza che le CAR-T riescano a “fare strada” al farmaco nel superamento della barriera protettiva ematoencefalica.

La ricerca del Bambino Gesù è stata sostenuta da Children with Cancer UK, AIRC, Ministero della Salute, AIFA, Fondazione Mia Neri, Fondazione Heal, DIPG Collaborative e Fondazione Veronesi.

LE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE

I gliomi diffusi della linea mediana sono ancora orfani di trattamento, ma «i risultati preliminari dello studio sono incoraggianti» spiega il prof. Franco Locatelli Direttore di Medicina Sperimentale e di Precisione del Bambino Gesù. «La nuova strategia di cura ha fornito risultati pre-clinici promettenti e potrebbe rappresentare il primo passo per arrivare a trattare con successo una proporzione dei pazienti affetti da questa terribile forma di tumore».

Come sottolineano i ricercatori, prima di passare alla sperimentazione sull’uomo andranno messe a punto le modalità migliori per veicolare farmaco e CAR-T nella sede tumorale e sarà necessario testare il mix terapeutico su modelli di tumore più complessi che consentano di anticipare e di valutare la risposta immunitaria e infiammatoria nei pazienti.

La rilevanza scientifica dello studio del Bambino Gesù, in particolare per le prospettive di cura che si aprono con lo sviluppo della nuova terapia combinata, è stata sottolineata anche in un recente editoriale pubblicato sulla rivista Neuro Oncology.

Accordo sull’energia tra Italia e Algeria. Draghi: “Mattei è stato un grande protagonista della collaborazione tra i nostri Paesi”.

 

Ieri il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, è andato in visita ad Algeri. Al suo arrivo allaeroporto internazionale Houari Boumédiène, ha incontrato il Primo Ministro della Repubblica Democratica e Popolare di Algeria, Aïmen Benabderrahmane. Successivamente ha deposto una corona di fiori al Monumento dei Martiri, per poi recarsi al Palazzo El Mouradia” dove ha avuto un bilaterale con il Presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune.

A margine dellincontro si è svolta la cerimonia di firma della Dichiarazione di intenti sulla cooperazione nel settore dellenergia tra il Governo italiano e il Governo della Repubblica Algerina. A questa si è aggiunto un accordo tra Eni e Sonatrach che consentirà di aumentare le esportazioni di gas verso lItalia utilizzando le capacità disponibili di trasporto del gasdotto TransMed/Enrico Mattei.

Il Presidente del Consiglio ha poi incontrato esponenti della comunità italiana in Algeria presso lAmbasciata dItalia.

Di seguito riportiamo il testo della dichiarazione finale di Draghi.

 

Redazione

 

È un grande, grandissimo piacere essere oggi ad Algeri. Voglio ringraziare il Presidente Tebboune, il Premier Benabderrahmane e il Governo algerino per la calorosa accoglienza.

 

I rapporti tra Italia e Algeria hanno radici profonde. Oggi pomeriggio saluterò la comunità italiana – la cui presenza risale già all’Ottocento. L’Algeria è il primo partner commerciale dell’Italia nel continente africano – e l’interscambio tra i nostri Paesi è in forte crescita.

A novembre, c’è stata la visita del Presidente della Repubblica con l’intitolazione del giardino “Enrico Mattei”. Mattei è stato un grande protagonista della collaborazione tra i nostri Paesi, una collaborazione che oggi rafforziamo ulteriormente.

 

I nostri Governi hanno firmato una Dichiarazione d’Intenti sulla cooperazione bilaterale nel settore dell’energia.  A questa si aggiunge l’accordo tra Eni e Sonatrach per aumentare le esportazioni di gas verso l’Italia. L’Italia è pronta a lavorare con l’Algeria per sviluppare energie rinnovabili e idrogeno verde.

Vogliamo accelerare la transizione energetica e creare opportunità di sviluppo e occupazione.Subito dopo l’invasione dell’Ucraina, avevo annunciato che l’Italia si sarebbe mossa con la rapidità per ridurre la dipendenza dal gas russo.

Gli accordi di oggi sono una risposta significativa a questo obiettivo strategico, ne seguiranno altre. Il Governo è al lavoro per difendere i cittadini e le imprese dalle conseguenze del conflitto.

Voglio ringraziare i Ministri Di Maio e Cingolani e l’ENI per il loro impegno su questo fronte. Italia e Algeria vogliono rafforzare la cooperazione anche in altri campi. All’incontro di oggi seguirà il quarto Vertice Intergovernativo che – ho il piacere di annunciare – si terrà qui ad Algeri il prossimo 18 e 19 luglio. Prima del Vertice Intergovernativo incontrerò nuovamente e con il massimo piacere il Presidente Tebboune, in occasione della sua visita di Stato in Italia a fine maggio.

 

Video su YouTube (v. a partire da 5’30’’)

https://youtu.be/x2sKVs9BWVY

Francia, la mappa del voto al primo turno. Scomparso dai radar il Partito socialista. Un errore l’adesione del PD (di Renzi) al PSE?

 

Il primo turno delle presidenziali francesi si è concluso com’è noto con il successo di Emmanuel Macron. Forte del 27,84 per cento dei voti, ha guadagnato il pass per il ballottaggio di domenica 24 aprile. Anche Marine Le Pen risulta vincitrice poiché con il 23,15 (in crescita rispetto alle precedenti elezioni) per cento dei sostegni arriva di nuovo al ballottaggio.


Redazione

 

Le mappe del voto riportate dai media locali hanno dato indicazioni importanti su quali territori siano controllati dai vari candidati. Il capo dell’Eliseo, ad esempio, ha dominato nella metà ovest del paese, arrivando in testa in circa 12.000 comuni e conquistando anche la Normandia, dove nel 2017 a vincere è stata Le Pen.

Nel nord e nel sud è invece la candidata dell’estrema destra ad aver sedotto di più gli elettori, consolidando la sua leadership in territori come la Provenza, le Alpi e la Costa Azzurra e ottenendo il suo miglior risultato nella regione dei Pirenei Orientali. Il dato forse più interessante è però quello che riguarda le città con più di 100.000 abitanti, dove a vincere è stato Jean Luc Melenchon della France Insoumise raccogliendo il 31 per cento dei voti. Città Come Lilla, Strasburgo, Marsiglia, Tolosa, Montpellier.

 

Nella capitale invece l’ha spuntata il presidente uscente con il 35,33 per cento dei voti, forte soprattutto nei quartieri schierati storicamente con la destra gollista. Chi è risultata quasi assente nei grandi centri è Marine Le Pen, che d’altra parte nelle zone rurali ha mostrato ancora una volta di avere un bacino di consensi maggiore dei suoi sfidanti. Nella regione collinare delle Ardenne, ad esempio, la candidata dell’estrema destra ha raccolto il 36 per cento dei voti, staccando Macron di 14 punti. Invece, nei territori francesi d’oltremare il grande protagonista è ancora Melenchon, che ha vinto nelle Isole di Guadalupa, nella Guyana, nella Martinique e nella Reunion.

Oltre a divisioni di tipo geografico nel voto, se ne notano alcune importanti anche per fasce di età e di reddito. Secondo le stime di Ipsos Sopra Steria, Melenchon è stato il candidato favorito dai giovani. L’ha votato più di uno su tre nella fascia 18-24 anni. In questo senso, il successo di Macron al primo turno è dovuto in gran parte al sostegno di elettori di età più avanzata. In particolare, il capo dell’Eliseo ha ottenuto il 41 per cento dei voti degli over 70 che si sono recati alle urne. Così come hanno votato per Macron i più abbienti: il 35 per cento di coloro che guadagnano più di 3.000 euro netti al mese. Le fasce in condizioni economiche meno agiate si sono rivolte invece verso Le Pen – 31 per cento delle preferenze tra i cittadini che hanno uno stipendio mensile inferiore a 1.250 euro –  e ancora a Melenchon.

La scomparsa dai radar del Partito socialista – la sua candidata, Anne Hidalgo, ha chiuso con uno striminzito 1,8 per cento – riapre l’interrogativo sulla scelta compiuta a suo tempo dal Pd, quando ne era indiscusso Segretario Matteo Renzi, al Partito socialista europeo (PSE). Non pochi dirigenti, in queste ore, avvertono il disagio per una collocazione a dir poco imbarazzante. Appare evidente, in ogni caso, come la vera ‘novità’ nel quadro progressista europeo si confermi l’esperienza di Macron. Da questi si attende ora una iniziativa che, stando a un accenno fatto a caldo, dovrebbe trasformare in partito il suo ancora poco strutturato movimento.

 

P.S. È stata utilizzata come fonte primaria una nota dell’Agenzia Italia (AGI)

Francesco e Kirill di fronte alla guerra: due diverse declinazioni della fede. Possibile un loro incontro a Gerusalemme?

Il giorno della Domenica delle Palme, Papa Francesco esortava da Piazza San Pietro alla pace e alla concordia tra i popoli della terra. Invece, a più riprese, il Patriarca di Mosca ha abbracciato la missione “denazificatrice” e l’aggressione armata in terra ucraina, lanciando anatemi contro gli eretici che vorrebbero colpire la Russia, il suo Capo, il suo popolo e le tradizioni culturali e religiose del Paese. Sembra comunque che Francesco, stando a una indiscrezione della Reuters, potrebbe incontrare il Patriarca Kirill a Gerusalemme il prossimo giugno. Anche nell’orizzonte di questa nota di speranza, il commento che segue fornisce ampi spunti per capire le relazioni, tornate oggi sotto tensione, tra il Papato e il Patriarcato di Mosca.

Quanto sia arduo il dialogo interreligioso lo si evince in senso diacronico dalla Storia e – commisurato al presente – dalle vicende del nostro tempo. Mentre Papa Francesco il giorno della Domenica delle Palme esortava da Piazza San Pietro alla pace e alla concordia tra i popoli della terra, a partire da un accorato appello a deporre le armi nel conflitto tra Russia ed Ucraina che ha già mietuto migliaia di vittime militari e civili, a fermare questa orrenda barbarie che semina morte, dolore, atrocità disumane, a Mosca il Patriarca della Chiesa Ortodossa e di tutte le Russie, Kirill (al secolo Vladimir Michajlovič Gundjaev) si rivolgeva ai fedeli con questa esortazione: “Possa il Signore aiutare tutti noi in questo periodo difficile per la nostra madrepatria per unirci tutti, anche attorno alle autorità, e le autorità a sentire la responsabilità per il popolo, l’umiltà e ad essere pronti a servirlo. Allora ci sarà nel nostro popolo una vera solidarietà e la capacità di respingere i nemici, sia interni che esterni”.

Parole pronunciate nel corso di una cerimonia religiosa nella chiesa dell’Intercessione della Theotòkos, a Mosca, come riportato dall’agenzia di stampa Tass.

Notoriamente vicino al Presidente Putin, Kirill non aveva esitato al momento dell’invasione dell’Ucraina ad appoggiare “la missione militare” avviata dallo Zar: certamente consapevole delle conseguenze devastanti che ne sarebbero derivate ma implorando la benedizione di Dio per una iniziativa mirata a colpire i nemici della Patria a cominciare dai gay, per moralizzare il mondo ed estirpare la malapianta della miscredenza, della secolarizzazione e del relativismo etico.

A più riprese e in diverse occasioni il Patriarca di Mosca ha abbracciato la missione “denazificatrice” e l’aggressione armata in terra ucraina, lanciando anatemi contro gli eretici che vorrebbero colpire la Russia, il suo Capo, il suo popolo e le tradizioni culturali e religiose del Paese. Fino a ricevere e benedire il comandante Azatbek Omurbekov – passato agli onori della cronaca recente come il ‘macellaio di Bucha’ – prima che partisse per la sua crociata salvifica.

Persino la Chiesa in Russia è dunque talmente asservita al regime da assecondare una campagna bellica che sta radendo al suolo l’Ucraina, usando ogni tipo di violenza per annientarne la popolazione, infliggere ferite mortali alle città, bombardare i civili e muovere un numero impressionante di carri armati per rastrellare ogni angolo del Paese. Questo affiancamento al potere politico la dice lunga sulla concezione religiosa del Patriarca: la fede non è un atto di trascendenza ma un adeguamento alle strategie militari.

Ovunque nel mondo si direbbe “guerra” ma a Mosca è vietato, pena l’arresto e la carcerazione: se il capo spirituale della grande comunità russa ci aggiunge la benedizione della Chiesa ortodossa abbiamo un tutt’uno che rende coesa la politica di Stato con la religione praticata. Infatti secondo Kirill “il potere è un’istituzione inalienabile, creata da Dio, che ha accompagnato l’umanità nella sua storia. Capita spesso che una persona che ha raggiunto il potere si dimentichi di tutto il resto e che usi questo potere per ampliarlo ulteriormente, o solo per vivere in modo più agiato”.

Una descrizione, questa, che Putin indossa attualmente come la sua camicia, ma che evidentemente è rivolta invece all’ambizioso Zelensky, il cui primo obiettivo è la difesa dell’autodeterminazione de popoli. Ben diverso il tenore dell’appello di Papa Francesco che nello stesso giorno rinnovava la sua risoluta  condanna alla “follia della guerra dove si torna a crocifiggere Cristo”. Parole eloquenti alle quali il Capo della Chiesa cattolica ha unito un appello affinché “si ripongano le armi” e “si inizi una tregua pasquale” che abbia per obiettivo “la pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente”.

Inevitabile per chiunque comparare questi due distinti modi di intendere l’aggressione militare e lo sfacelo umano ed ambientale che ne deriva, in questo momento per questo evento ma esprimendo concetti estensibili ad ogni circostanza in cui non la pace, non la concordia, non il dialogo, non il perseguimento del bene comune e la serenità spirituale ed esistenziale, ma la violenza crudele e spietata, compiuta con calcolata efferatezza prende il sopravvento e ci interroga nel profondo di quella coscienza morale che dovrebbe essere il comune denominatore necessario per dare risposte a chi voglia descrivere in che cosa consista la dignità umana.

L’icona, finestra dell’Oltre: Zanchi riporta l’attenzione sulla presenza del divino nelle immagini sacre. Intervista.

 

Molti credenti interessati a una ricerca spirituale – dice Zanchi – trovano nelle icone una forza di riconoscibilità, di veicolazione di sentimenti che non trovano altrove. Saranno anche cose brutte, però funzionano. Nellarte magari ci sono cose belle che però non generano quell’impulso emotivo e spirituale che la gente cerca.

Giuliano Zanchi, la cui intervista qui parzialmente riprodotta appare sul sito della casa editrice Vita e Pensiero, ha scritto per essa Icone dell’esilio. Immagini vive nell’epoca dell’Arte e della Ragione (2022).

 

 

Velania La Mendola

 

Nella società dell’immagine, che spazio occupano le icone della devozione cattolica? Lo racconta Giuliano Zanchi, direttore della Rivista del Clero e docente di Teologia dell’Università Cattolica, nel volume Icone dellesilio. Immagini vive nellepoca dellarte e della ragione che a questa prima domanda risponde:

 

«La storia delle immagini sacre nella cultura europea cristiana, dall’umanesimo alle avanguardie (che hanno disintegrato i paradigmi estetici), passa dal rapporto tra potere e immagini, dalla loro funzione sociale nelle rispettive epoche. Le immagini sacre si sono succedute con funzioni iconiche diverse: per 1000 anni l’immagine cristiana ha avuto una funzione vicina a quella del sacramento, non realtà ma manifestazione dell’altra realtà, del divino; nell’epoca moderna invece, epoca dell’arte della ragione,l’immagine ha cambiato funzione sociale: la pittura è finestra sul mondo, non sull’Oltre. L’arte religiosa si è nel tempo adeguata a questo modo di intendere l’immagine. Tuttavia ho notato qualcosa d’interessante: nella devozione mistica vedo il tentativo di sopravvivere da parte della vecchia funzione dell’immagine.

 

Dove ha notato questa resistenza dellOltre?
Il culto del Sacro Cuore, le immagini miracolose, i simulacri di Maria dell’800, il re-incanto del volto sindonico grazie alla fotografia… pur con le dovute differenze hanno un lato che le accomuna: sono esperienze che consentono di far sopravvivere l’antica funzione dell’icona, il mediare spiritualmente e sensibilmente la presenza del divino. Sono espressione di un cattolicesimo che si sente in esilio (la cultura costruisce protocolli al di fuori del sapere religioso) e cerca spazio.

 

Al Sacro Cuore lei dedica la prima parte del volume, da Margherita Maria Alacoque allimpegno militante del Novecento e oltre; un complesso percorso religioso, artistico e culturale che riguarda anche lUniversità Cattolica. Quali sono i punti salienti che si riverberano nella contemporaneità?
È l’idea del binomio cuore-ragione che per tanto tempo l’umanità ha separato in due tronconi: il sentimento, sentito come inaffidabile perché soggettivo e quindi non veritiero; la razionalità, che – culminata nell’Illuminismo che puntava alla ricerca della verità – si è ridotta nel postmoderno a una mera organizzazione tecnicistica della verità.
Nel caso dell’Università Cattolica il Sacro Cuore è ciò che unisce al valore della ricerca accademica l’idea che negli affetti umani, avvolti dagli affetti divini, ci sia unaintelligenza della profondità insita nella realtà. Un elemento che è un supplemento di ragione, non una debolezza emotiva. L’eredità di questa storia tocca profondamente qualcosa che resta irrisolto nei nostri paradigmi culturali.

 

Insomma le immagini sacre ridanno peso al sentimento?
C’è un mondo mistico che tenta di tenere unite le componenti scorporate che abbiamo detto, cuore e ragione, che invece nell’umano stanno insieme: gli affetti non sono ciechi, fanno la differenza, danno senso, anche nell’esperienza religiosa. Avere fede non è sapere la verità ma stare in un legame. Queste immagini traducono questa idea.

 

La sua analisi mi pare abbia punti di tangenza con un fenomeno registrato nellultimo rapporto Censis, dove si legge che «lirrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale» del nostro Paese. C’è quindi un oltre” che non riguarda il divino. Cosa ne pensa?
La società dell’irrazionalità è un risultato di un lungo processo di rimozione dell’Oltre: la differenza oggi è che nell’era post-moderna la ragione non è più quella immaginata dall’illuminismo, separata dagli affetti; la ragione oggi è abbandono delle grandi ambizioni di trovare i valori assoluti, perché si pensa che non esistano più. Questo modo di intendere le cose lascia scoperto tutto il resto, che però è necessario. Da questo vuoto esplode la ricerca di altro, che arriva un po’ dove può e un po’ dove vuole… anche all’esoterico o al bizzarro o al complottismo.

 

 

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https://www.vitaepensiero.it/news-lintervista-licona-finestra-delloltre-5822.html

Il dilemma che incombe sulla coscienza degli Europei: quanta sofferenza si è disposti a sopportare?

 

Ci è chiaro che per sconfiggere Putin dovremo resistere a lungo, non per poco tempo, alla carenza di energia e forse anche alla disinformazione via social che promanerà da Mosca, come già sta cominciando ad accadere. Ciò influenzerà un crescente numero di persone che comincerà a dire che non vale certo la pena di “morire” economicamente per l’Ucraina e che forse Putin non ha proprio tutti i torti.

 

Enrico Farinone

 

Nel corso di queste drammatiche settimane di guerra in Ucraina tutti noi siamo sommersi da analisi e valutazioni geopolitiche e senz’altro chi ha voluto documentarsi con una certa serietà ha avuto la possibilità di saperne un po’ di più di quanto ne sapesse prima dell’inizio del conflitto.

 

Le immagini televisive colte sul campo dagli inviati delle diverse testate e dai giornalisti freelance hanno per parte loro documentato frammenti – solo frammenti, ma più che sufficienti per farsi un’idea di quali orrori generi una guerra – di vita vissuta da esseri umani terrorizzati dalle sirene d’allarme, dal fragore delle armi, dal sordo rimbombo delle bombe sganciate dall’altro, dal sibilo mortale portato da missili appuntiti e veloci.

 

Le analisi con le parole rappresenterebbero ben poca cosa se ad esse non potessimo sovrapporre la visione della realtà sul terreno. È quest’ultima che illumina in tutta la sua verità l’invocazione alla pace di Papa Francesco e la conseguente netta condanna di ogni armamento e di ogni riarmo. Resta naturalmente la realtà di un aggressore e di un aggredito, una verità che non può lasciare indifferenti. E che ha generato presso l’occidente europeo, oltre a un doveroso moto di solidarietà assistenziale nei confronti del secondo, due ordini di decisioni: quella di fornire armamenti (ancorché “difensivi”: ma quale arma non è di per sé, invece, “offensiva” della vita?) al governo di Kiev. E quella di porre in essere sanzioni economico-finanziarie nei confronti del primo, l’aggressore russo.

 

Entrambe le scelte hanno progressivamente aperto un dibattito, prima marginale ma via via più insistito, sulla loro opportunità e validità nel tempo. Riflessioni anche necessarie e dovute. Purtroppo, come troppo spesso ormai accade, “sporcate” dalla polemica spicciola creata da talk show televisivi perennemente volti a cercare audience tramite la ricerca di personaggi improbabili che assumono transitoriamente visibilità mediatica poi amplificata dalla banalizzazione social quanto più espongono teorie e opinioni fuori da qualsivoglia oggettivazione, scientifica o politica o d’altra natura a seconda del tema trattato. Depurata però da questa purtroppo insopprimibile e debordante spettacolarizzazione che non risparmia neppure un evento tanto tragico intriso di tante sofferenze come è una guerra, la riflessione su queste scelte compiute dagli europei è opportuna.

 

Non intendo e non posso ora qui sviluppare una mia personale riflessione al proposito. Però vorrei almeno porre due questioni, che al fondo nessuno di noi può eludere. E che – ciò è più preoccupante – se le cose dovessero proseguire ancora a lungo (come è a questo punto più che possibile, se non addirittura probabile) nessuno di noi potrà più eludere.

 

Sulle armi. Aiutare gli aggrediti è doveroso. Dobbiamo però essere consapevoli che gli armamenti portano violenza e morte. Essi arricchiscono i loro costruttori e commercianti, impoveriscono tutti gli altri. Uno degli esiti di questa guerra voluta da Putin sarà giustappunto l’esplosione della spesa in armamenti nel mondo. Le conseguenze saranno minori risorse dedicate alla lotta alla povertà, alle malattie incluso il Covid, all’investimento educativo e professionale…

 

Sulle sanzioni. La propaganda russa sostiene che esse serviranno solo a cementare ancor più il popolo intorno alla sua guida politica. Nel breve è senz’altro così. Sul medio-lungo qualcosa potrebbe anche cambiare. Non per caso l’apparato repressivo legislativamente garantito è stato da ultimo ulteriormente rafforzato. Ma le sanzioni “auto-colpiranno” anche gli europei. E non solo sotto il profilo del “confort” personale, dall’aria condizionata ai termosifoni invernali. Ma pure sotto quello produttivo, con le conseguenze occupazionali conseguenti. Il pericolo recessivo è alto e reale. (Solo la fine delle ostilità potrà farlo svanire). Ecco, questo è il punto.

 

Siamo tutti pronti al crollo o comunque alla significativa riduzione del nostro benessere a causa di una guerra ai nostri confini? Tutti noi che non abbiamo mai vissuto direttamente una guerra? Tutti noi immersi da decenni nel mito e nella pratica attiva del consumismo, della vita agiata declinata al materiale e (quasi) per nulla più allo spirituale, al valoriale, all’ideale? Ciò che invece le generazioni a noi precedenti avevano ben chiaro, e inscritto nella loro formazione culturale instillata dal vissuto quotidiano dei loro padri, delle loro madri. Lo siamo?

 

Oggi c’è una parola che va di moda, e che per ciò stesso io non amo particolarmente. Gli europei sapranno affrontare questi nuovi tempi con la “resilienza” necessaria? Ci è chiaro che per sconfiggere Putin su questo piano dovremo resistere a lungo, non per poco tempo, alla carenza di energia e forse anche alla disinformazione via social che promanerà da Mosca, come già sta cominciando ad accadere, influenzando un crescente numero di persone che comincerà a dire che non vale certo la pena di “morire” economicamente per l’Ucraina e che forse Putin non ha proprio tutti i torti?

 

È stato giustamente detto che oggigiorno “la potenza geopolitica non è determinata da quanta forza economica si può mettere in campo, ma da quanta sofferenza si riesce a sopportare”. Quanta sofferenza siamo disposti a sopportare?

Il monito autorevole del Presidente della Repubblica sull’aggressione all’Ucraina.

 

Fare appello alla cultura come motore di pace e di concordia tra i popoli vuol dire ripercorrere la storia dell’umanità nei suoi corsi e ricorsi: in particolare questo richiamo così appropriato, pertinente ed autorevole aderisce al presente dell’Europa, ai suoi travagli, ai distinguo che ancora impediscono di realizzare quella compattezza di intenti e di visione che è l’ineludibile premessa per ogni scenario futuro.

 

Francesco Provinciali

 

L’aggressione compiuta contro l’Ucraina, contro la libertà e la stessa vita dei suoi cittadini, da parte della Federazione Russa, costituisce una ferita che colpisce la coscienza di ciascuno”. Non sono le parole dell’opinionista di turno, ascoltate nel caravanserraglio televisivo che vede contrapposti coloro che accusano Putin di realizzare veri e propri crimini di guerra e altri che esprimono posizioni dubitative o apertamente negazioniste, incolpando Zelensky di aver inscenato una fiction dell’orrore.

 

Si tratta infatti di un’affermazione netta e inconfutabile del Presidente Sergio Mattarella, pronunciata in occasione della cerimonia di inaugurazione che ha dato il via all’evento “Procida, Capitale italiana della cultura 2022”. Non è retorica di Stato ma avvertita consapevolezza di un’aggressione crudele e sanguinaria perpetrata contro la popolazione civile ucraina, in particolare le donne, i bambini e gli anziani.

 

Un orrore inimmaginabile dopo le pessime lezioni subite dalla scelleratezza e dal delirio di onnipotenza che erano emerse nel 900: nessuno avrebbe immaginato che certi eventi si ripetessero in crudeltà ed efferatezza, a margine di sacrifici umani che hanno lasciato segni indelebili nella storia e nella memoria che dobbiamo conservare come monito affinchè ragione e coscienza abbiano sempre a prevalere.

 

Si coglie in queste parole lo sdegno di un Capo di Stato che rappresenta il popolo italiano: ad esse va attribuito il peso che meritano sia sulla ribalta internazionale sia rispetto alle istituzioni del nostro Paese, nel pieno rispetto delle loro autonomie ma facendo sintesi di un sentimento che deve accomunare l’intera Nazione. Oltre tutte le parole e spesso degli sproloqui che ci tocca di ascoltare dai mass media, quanto espresso con forza e chiarezza dal Presidente Mattarella dovrebbe indurre coloro che azzardano interpretazioni dubitative che generano sconcerto ad osservare la realtà dei fatti e degli eventi.

Viviamo giorni terribili. Siamo travolti da immagini che pensavamo aver consegnato per sempre all’archivio degli orrori non ripetibili nel nostro continente. Invece altro sangue innocente, altre vite spezzate, altri crimini spietati stanno nuovamente popolando gli abissi della disumanità […] È in gioco il destino dell’intera Europa, che si trova a un bivio tra una regressione della sua storia e la sua capacità di sopravvivere ai mali del proprio passato, e di superarli definitivamente […] I popoli europei sono intimamente legati da fili che la storia ha reso forti, preziosi, insostituibili: non possono e non devono essere lacerati per colpa di chi ha fatto ricorso alla brutalità della violenza e della guerra”.

 

Ed affida proprio alla cultura, che significa ‘radici’, tradizioni’, ‘valori’, ‘civiltà’, il compito di inondare di luce e di ricerca del vero, del bello e del giusto i tempi angoscianti che stiamo vivendo: “Anche l’energia della cultura deve soccorrerci per fermare la guerra. Costruire la pace è un impegno che richiama i valori più profondi, a partire dal diritto di ciascuno a vivere in libertà, a scegliere il proprio destino – prosegue il Capo dello Stato -. Il patrimonio culturale genera patrimonio morale su cui risiede la civiltà di un popolo. Genera umanesimo. Sono le risorse che permettono ai popoli di ripartire, di rialzarsi, di ricostruire sulle macerie. Di riprendere a dialogare, di costruire su orizzonti comuni. La cultura respinge la pretesa di chi vuole trascinarla nel vortice della guerra. Ribadisce, al contrario, la sua limpida vocazione al dialogo e alla pace”.

 

Fare appello alla cultura come motore di pace e di concordia tra i popoli vuol dire ripercorrere la storia dell’umanità, nei suoi corsi e ricorsi: in particolare questo richiamo così appropriato, pertinente ed autorevole aderisce al presente dell’Europa, ai suoi travagli, ai distinguo che ancora impediscono di realizzare quella compattezza di intenti e di visione che è l’ineludibile premessa per ogni scenario futuro che attende tra mille incognite i destini del vecchio continente.

 

Un compendio di saggezza e di lungimiranza che le folate del negazionismo preconcetto e acritico si rifiutano di ascoltare, trincerandosi nella dietrologia delle nostalgie di un passato doloroso che non deve tornare e nel limbo dell’indeterminato di cui si colgono segnali allarmanti nel montante pregiudizio ideologico, nell’indifferenza acritica, nel nichilismo acefalo di chi si ostina a mettere tutto in perenne discussione, sostituendo valori e ideali con opinioni effimere, transeunti, legate a doppio filo ai luoghi comuni della globalizzazione e delle sue derive irrazionali e dense di pericoli per tutti.

 

Il discorso pronunciato da Mattarella è un forte richiamo alla lettura delle evidenze: non credo sia sfuggita al Capo dello Stato la nebulosità che avvolge una certa informazione. Come recentemente ribadito dal Fondatore del Censis De Rita la cultura dell’“uno vale uno” non è un presidio culturale del concetto di democrazia che ha infatti un significato valoriale, non sommativo. Riaffiorano invece in certi discorsi negazionisti i fantasmi e gli spettri di un passato che non può e non deve ritornare.

“Centro”, dall’analisi all’azione. Urge la traduzione di proposte e volontà generose in concrete scelte politiche.

 

L’interessante iniziativa di Viterbo dei giorni scorsi, conclusasi con un documento significativamente intitolato Boarding Card – Idee ricostruttive oggi, ha voluto riscoprire, rileggere e riattualizzare il magistero politico e di governo di Alcide De Gasperi. Si è trattato di un segnale importante. Sta di fatto però il tempo stringe e non bastano più le evocazioni, gli auspici, le attese e le semplici analisi. In altre parole, non è più sufficiente la sola testimonianza.

 

Giorgio Merlo

 

Crescono nella periferia italiana gli inviti alla mobilitazione, all’unità e ad una nuova assunzione di responsabilità per ricomporre e rafforzare l’area di “centro” nel nostro paese. Una esigenza e una domanda politica che si fanno sempre più insistenti soprattutto di fronte all’inadeguatezza dei due poli tradizionali. È di tutta evidenza, del resto, che la cultura “degli opposti estremismi”, seppur declinata in forma diversa rispetto al passato, non può essere la regola che orienta e disciplina il comportamento dei partiti nella cittadella politica italiana contemporanea. È giunto il momento in cui serve un “di più” di politica e meno trasformismo politico, opportunismo parlamentare e relativo e conseguente decadimento etico collettivo. Una esigenza, questa, che si può contrastare solo con il ritorno di una autentica e credibile “politica di centro” e che si traduce, com’è altrettanto ovvio, con un vero e credibile “partito di centro”.

 

Ma, al di là di questa esigenza, è indubbio che questa domanda politica, culturale ed organizzativa attraversa soprattutto la nostra area culturale di riferimento, quella cattolico popolare e cattolico sociale. Al riguardo, si moltiplicano le iniziative in tutta Italia di spezzoni di questi mondi vitali che pongono il problema, reale e non retorico, di una nuova rappresentanza politica ed organizzativa. A fronte, soprattutto, della insufficienza degli attuali attori in campo. L’interessante iniziativa di Viterbo dei giorni scorsi, conclusasi con un documento significativamente intitolato Boarding Card – Idee ricostruttive oggi, con il suo impianto teso a riscoprire, rileggere e riattualizzare il magistero politico e di governo di Alcide De Gasperi, è uno dei tanti segnali che sono emersi dalla galassia di questo mondo culturale. Ma le iniziative, appunto, si moltiplicano.

 

Mi è capitato di presentare recentemente il mio ultimo libro su “Franco Marini, il Popolare” a Bergamo in una iniziativa organizzata dall’amico Giovanni Sanga a cui hanno partecipato centinaia di persone che fanno ancora riferimento a quel patrimonio culturale ed ideale. Ma si potrebbero citare molti altri esempi. Ebbene, la domanda di fondo che emerge è pressochè sempre la stessa. Ovvero, e sintetizzo, ma come è possibile disperdere un patrimonio politico, culturale, sociale che conserva ancora un forte e significativo radicamento territoriale disseminato in tutto il paese? In sostanza, come è possibile continuare a non dar voce ad un mondo che richiede solo e soltanto una rappresentanza politica ed organizzativa?

 

Attorno a queste domande, semplici ma profonde, si gioca la partita decisiva per il futuro del “centro”, per la prospettiva della “politica di centro” e, soprattutto, per la presenza e l’efficacia della tradizione cattolico popolare e cattolico sociale. Perchè delle due l’una. O c’è la consapevolezza che, in vista della prossima e decisiva consultazione elettorale, una forza di centro – non statica e che non vive di mera rendita di posizione ma dinamica e profondamente innovativa – si impone aggregando i vari spezzoni che compongono quest’area superando personalismi e difficoltà di relazione, oppure ci dovremo rassegnare alla progressiva ma irreversibile dispersione di un filone importante e di qualità della stessa cultura politica italiana.

 

Detto in altre parole, sarebbe da irresponsabili essere accusati di involontaria, e forse anche inconsapevole, complicità nel dissolvere un patrimonio di idee, di valori e di politiche che erano e restano di una bruciante attualità e modernità. Il tempo stringe e, come capita in queste occasioni, non bastano più le evocazioni, gli auspici, le attese e le semplici analisi. In altre parole, non è più sufficiente la sola testimonianza. Come ci hanno insegnato i nostri “maestri”, la politica ha un senso ed è credibile quando “sa unire il pensiero e l’azione”. E quello che stiamo vivendo è uno di quei momenti. Come diceva Donat- Cattin nella storica rubrica che scriveva su “Tersa Fase”, il “nostromo”, si tratta di un “avviso ai naviganti”.

Lo Speciale dedicato a Armida Barelli. E il ruolo del cattolicesimo democratico. Tutto sul periodico dell’Azione cattolica.

 

La guerra in Ucraina, lo speciale dedicato ad Armida Barelli, e il ruolo del cattolicesimo democratico. Disponibile on line il nuovo numero di “Segno nel mondo”.

 Redazione

Un numero davvero speciale, questo, di Segno nel mondo. Che avvolge il proprio racconto dentro i fatti del nostro tempo, a cominciare dalla guerra in Ucraina per poi approfondire la beatificazione di Armida Barelli e infine entrare in un ricco dossier sul cattolicesimo democratico. Da oggi disponibile on line a questo link, si presta a essere letto, diffuso, fotocopiato nei gruppi, nelle parrocchie, nelle diocesi.

 

L’editoriale, a firma di mons. Gualtiero Sigismondi, assistente generale dell’Azione cattolica italiana, ci parla di Pasqua e pace, alla luce dei giorni terribili che stiamo vivendo, mentre il focus su Ucraina e Unione Europea scritto da Gianni Borsa, giornalista del Sir e presidente dell’Ac di Milano, ci spiega come la guerra in corso richiama l’Europa alla propria missione di pace, declinando questa missione in scelte tanto concrete quanto complesse.

 

Ma è sulla giornata di sabato 30 aprile che Segno nel mondo dedica un ampio speciale. Nel Duomo di Milano ci sarà la beatificazione di Armida Barelli. L’Azione cattolica italiana fa parte del Comitato di beatificazione e canonizzazione insieme alla diocesi di Milano, all’Università Cattolica del Sacro Cuore e all’Istituto secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo. Segno dedica alla “Sorella maggiore” uno speciale certo non esaustivo, ma che potrà essere utile, ci auguriamo, a promuoverne la conoscenza anche presso i soci più giovani. Ricordare la figura di Armida Barelli e la storia della Gioventù femminile di Ac significa portare nel presente idee e passioni che ancora oggi possono profondamente aiutare la Chiesa e la società italiana.

 

Lo “speciale” si conclude introducendoci anche alla canonizzazione, il 15 maggio, del “fratello universale” Charles de Foucauld.

 

Il dossier si concentra invece sul ruolo del “cattolicesimo democratico”. Con l’introduzione di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Ac, proviamo a imbastire una prima riflessione sul presente e sul futuro del cattolicesimo democratico, tradizione politica di cui, «il Paese riconosce la necessità» specie nei momenti di emergenza, ma che non sembra avere alle spalle «un movimento sufficientemente vivace». Notarstefano indica rotte operative e stili possibili per i laici impegnati e per l’associazionismo. Il dossier è arricchito dall’intervento di Angelo Picariello, giornalista-quirinalista di Avvenire e appassionato della lezione di Aldo Moro, e dalle interviste a Ernesto Preziosi, Debora Ciliento e Francesco Russo. Nella prospettiva di valorizzare le numerose esperienze politiche e amministrative sui territori, raccogliamo le testimonianze di Benedetta Simon, Giuseppe Irace, Raimondo Cacciotto, Dario Maresca e Francesco Crinelli.

 

Nella rubrica Perché credere, infine, l’assistente nazionale del Msac, Mario Diana, riferendosi al tema della fraternità, riconosce in essa il fondamento spirituale di un atteggiamento etico che non ha paura di sporcarsi le mani con “l’altro”: «se provassimo a stilare un glossario delle parole più utilizzate negli ultimi anni dalle nostre comunità ecclesiali – scrive don Mario – sicuramente sul podio salirebbe la parola fraternità! Ma non è solo questione di parole. È una scelta di postura».

 

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/la-rivoluzionaria-bianca/

Il conflitto si aggrava e una soluzione negoziale appare lontana. Sull’Europa incombe una nuova cortina di ferro.

Se alla fine si arriverà al tavolo negoziale, le posizioni delle due delegazioni saranno condizionate dai risultati ottenuti dai rispettivi eserciti e dall’impatto delle sanzioni imposte alla Russia. Indipendentemente dalla direzione che prenderà il corso degli eventi, si ha la netta sensazione che il mondo stia per voltare pagina.

In Ucraina, il cammino verso la pace si fa sempre più lungo, problematico e insidioso, tra rari momenti di cauto ottimismo per un negoziato che resta ipotetico e frammentario, frequenti accelerate di brutale violenza sul campo di battaglia ed un linguaggio a distanza tra le parti in causa fortemente minaccioso.

L’eccidio di civili a Bucha (cittadina a pochi chilometri da Kiev) ha occupato molto spazio nella cronaca quotidiana della guerra in corso, dando l’avvio ad una sequela di segnalazioni di altre stragi, compiute o presunte, ad opera dell’esercito russo. Ciò ha indotto Zelensky (rivelatosi ancora una volta molto abile sul piano della propaganda)  e i suoi alleati occidentali (in primis, gli Stati Uniti) a portare la questione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’opinione pubblica mondiale nonché di sollecitare una inchiesta presso le competenti organizzazioni internazionali per sottoporre Putin al giudizio della Corte Penale di Giustizia de L’Aja, pur conoscendo bene l’impossibilità pratica, per motivi formali e sostanziali, di avviare e, soprattutto, portare a termine con successo tale procedura.

Comunque, da questa corale energica denuncia è derivata la decisione di infliggere a Mosca nuovi pacchetti di sanzioni economiche e, nel contempo, prevederne altri nonché decretare l’espulsione dai paesi di rispettivo accreditamento (fra cui l’Italia) di una lunga lista di diplomatici russi (cui ha fatto riscontro analoga annunciata misura del Cremlino) con conseguente aumento della già alta tensione esistente.

Altri eventi significativi si sono susseguiti senza sosta. Dalla sospensione della Federazione russa dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (votata a larga maggioranza dall’Assemblea, ma con il voto negativo della Cina…) al blocco di nuovi investimenti in Russia e dell’importazione di petrolio approvati a stragrande maggioranza dal Congresso americano. Dalla dichiarazione del Segretario Generale della NATO, Stoltemberg, di aumentare il sostegno militare a Kiev per la seconda fase del conflitto al pessimismo circa la possibilità di un prossimo “cessate il fuoco” manifestato dal Sottosegretario delle Nazioni Unite dopo una serie di colloqui ad alto livello a Mosca. Dal ritorno a Kiev di alcuni rappresentanti diplomatici (Turchia, Lituania, Slovenia) al viaggio verso la capitale ucraina di Elizabeth von der Leyen per incontrare Zelensky e consegnargli il documento di richiesta di ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea (avvenimenti ambedue incoraggianti per il governo locale).

Un missile sulla stazione di Kramatorsk (dove diverse centinaia di civili attendevano di evacuare dal Donbass per sfuggire ai bombardamenti) ha provocato la morte di cinquanta persone, oltre al ferimento di altre cento, per il cui lancio ucraini e russi si rimpallano la responsabilità. Infine, la dichiarazione dell’Ambasciatore russo a Washington secondo cui l’invio di armi occidentali in Ucraina potrebbe determinare uno scontro tra Stati Uniti e Federazione Russa. Nel frattempo, mentre le truppe russe installate nell’area di Kiev continuano il ripiegamento (in parte verso la Bielorussia e in parte verso il sud-est del paese), l’esercito invasore continua a bombardare varie città meridionali, seminando morte e distruzione e terrorizzando le decine di migliaia di civili (tra cui donne, bambini ed anziani) ridotti allo stremo, che ancora non sono riusciti a fuggire per il mancato doveroso rispetto russo dei corridoi umanitari.

A Washington e nelle principali capitali europee si darebbe ormai per scontato che Putin non abbia alcuna intenzione di avviare un serio negoziato prima di avere messo il governo ucraino definitivamente in ginocchio sul piano militare. Il menzionato ritiro delle truppe dall’area settentrionale del paese – secondo vari analisti indipendenti – potrebbe, infatti, non essere definitivo e, soprattutto, costituirebbe il preludio di una gigantesca mossa militare a tenaglia volta a neutralizzare totalmente l’esercito ucraino, dopo averlo circondato, mediante l’impiego di un formidabile dispiegamento di forze aeree e terrestri. Anche i massimi responsabili della NATO avallerebbero tale ipotesi.

Di fronte alla prospettiva di una capitolazione di Zelensky, considerata destabilizzante per l’intero fronte occidentale, Biden, secondo quanto filtra dagli ambienti governativi americani, sarebbe incline a rivedere il divieto di fornirgli armi di offesa (come da lui incessantemente richiesto) nel tentativo di costringere Putin ad accettare serie conversazioni di pace. Il sempre maggiore (seppur indiretto) coinvolgimento americano ed europeo nel conflitto rischia però non soltanto di aggravare ulteriormente le relazioni (già, di fatto, ai minimi termini) tra Mosca, da un lato, e Washington e i suoi alleati, dall’altro, ma di prolungare indefinitamente il confronto armato sul terreno.

Al riguardo, alcuni osservatori tornano periodicamente a menzionare il rischio che Putin, intenzionato a neutralizzare militarmente l’avversario, temendo di non riuscire ad ottenere i risultati sperati e sentendosi minacciato da un Occidente sempre più determinato e aggressivo, possa decidere di utilizzare l’arma nucleare seppur in ambito circoscritto (c.d. impiego tattico).  Sarebbe una mossa estrema e azzardosa, volta a sfidare apertamente gli avversari, puntando sulla nota riluttanza dell’opinione pubblica occidentale a dare il proprio assenso ad una guerra nucleare. Tale scelta avrebbe conseguenze imprevedibili, ma sicuramente, per certi versi, devastanti.

È uno scenario inquietante, seppur ancora (altamente?) improbabile. Più facile prevedere il prolungamento di uno scontro armato convenzionale, caratterizzato da una serie di “stop and go”, la cui durata sarebbe strettamente dipendente dalla capacità dell’esercito ucraino (grazie anche all’assistenza d’oltre confine) di contenere la massiccia offensiva russa.

Comunque, se alla fine si arriverà al tavolo negoziale, le posizioni delle due delegazioni saranno condizionate dai risultati ottenuti dai rispettivi eserciti e dall’impatto delle sanzioni imposte alla Russia. A quel punto, non può escludersi che la materia del contendere – oltre a vertere su un nuovo confine territoriale tra Russia e Ucraina – potrebbe allargarsi, riguardando, in qualche modo, anche la regolamentazione dei logorati rapporti Est–Ovest nonché una nuova mappa del potere politico ed economico delle parti. In tal caso, dall’esito delle conversazioni potrebbe emergere un Occidente indebolito per la perdita di una primazia politica ed economica ed una Federazione russa molto più sbilanciata verso Oriente per favorire la nascita di un nuovo ordine internazionale (più volte in questi giorni auspicato da Mosca) calibrato sulla Cina e sull’India che, con le recenti votazioni all’ONU, hanno dimostrato di non essere del tutto insensibili ai richiami di Putin.

In conclusione, indipendentemente dalla direzione che prenderà il corso degli eventi, si ha la netta sensazione che il mondo stia per voltare pagina e che l’attuale vicenda bellica rischi di concludersi con un brusco ritorno a un lontano passato ossia con il sostanziale deprecabile ripristino in Europa della “cortina di ferro”.

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

Dopo Mariupol e Bucha, la strage di Kramatorsk.

by President Volodymyr Zelenskyy su flickr

Possiamo solo immaginare il terrore di chi ha visto repentinamente la fine, di chi è stato torturato, dei bambini che hanno assistito allo stupro delle mamme e delle sorelle, i padri lontani, nelle trincee dei fronti, i vecchi annichiliti e spenti dallo sfracello umano che consuma i sacrifici e i ricordi di una vita.

Non so da dove cominciare, l’incalzare degli eventi legati all’aggressione russa all’Ucraina mi spezza il fiato. Mi giungono foto tanto eloquenti quanto crudeli nella mattinata, in diretta da quel Paese martoriato, dove si consumano in sequenza stragi e crimini orribili. Da oltre 40 giorni viviamo di riflesso gli orrori dell’eccidio di un popolo, il deflagrare delle bombe, il sibilo dei missili, le cannonate dei carrarmati che sparano ad alzo zero sui civili e poi passano sopra i cadaveri, palazzi che bruciano, città rase al suolo, distruzione e morte. Immagini che scorrono sul mio cellulare: provo a socializzarne alcune, con stringati commenti di presentazione, qualcuno mi chiede se sono attendibili.

Non mi offendo perché c’è chi dubita di me, mi vergogno per coloro che non si arrendono alle evidenze di un dramma umanitario che si consuma sotto gli occhi del mondo. Per coloro che nei salotti televisivi esprimono la propria incredulità: non bastano le foto da terra e quelle satellitari, i resoconti degli inviati dei media, le testimonianze dei sopravvissuti. Questi negazionisti che esordiscono con un “è vero, la Russia ha aggredito l’Ucraina”, ma poi cercano attenuanti e stemperano: “la Nato  accerchiava i paesi dell’Est, tra i militari ucraini ci sono neonazisti, i cadaveri sono stato posizionati come nella scenografia di un film per suscitare sdegno, è tutta una messinscena”.

I distinguo sono sottili e persino stupidi, accompagnati da smorfie ed affermazioni che lasciano basiti. L’uomo sa essere crudele e spietato ma a volte la violenza simbolica delle parole, l’insinuazione che forse è consapevole menzogna, l’intuizione che questa dietrologia del falso e dello spaccare a metà torti e ragioni nasconda complicità occultate usando l’etica della ricerca della verità, ferisce quanto le armi, colpisce la disperazione dei soccombenti come una mannaia e si abbatta anche su di noi, cercando attenuanti che non ci sono e che non dovrebbero nemmeno essere pronunciate.

Tutto d’un fiato riassumo, le foto davanti a me: c’è stato un attacco dei militari russi alla stazione ferroviaria ucraina di Kramatorsk, per ora si contano 50 vittime civili, erano persone che aspettavano il treno per fuggire, senza meta ma comunque altrove. Tra di essi molti bambini: i russi hanno dedicato un missile per loro, vi si legge “per i bambini”. Qualcuno a cui invio le foto non crede, forse mi sono fatto suggestionare : poi arrivano le conferme di Enrico Mentana e di Repubblica, la stampa comincia a diffondere le immagini. Scrive Mentana: “Quella scritta in russo “per i bambini” leggibile su uno dei razzi che hanno provocato la strage …. è la firma che Mosca non potrà disconoscere sotto un’azione contro civili inermi in fuga. Ma perché Putin firma un atto che non può che essere catalogato come crimine contro l’umanità?

Sulla piazza della stazione oltre alle vittime a terra si riconoscono carrozzine di bimbi piccoli, zainetti, oggetti ‘abbandonati dalla vita e dimenticati dalla morte’: un orrore senza fine sta montando l’escalation della decimazione, dell’eccidio di anziani, donne e bambini. Le sequenze sull’Iphone della strage di Kramatorsk sono interrotte dalla foto di Vlad, un bambino di 6 anni ripreso mentre porta del cibo sulla tomba della mamma morta di fame a Bucha: a firmare lo scatto è il fotografo del’Ap Rodrigo Abd, l’immagine compare sul sito del Corriere della Sera. Mariupol e Bucha sono state il simbolo della carneficina e della mattanza dei civili: città distrutte, morti ovunque, di spari, di bombe, di fame o di sete, gente disidratata dopo aver bevuto anche l’acqua dei termosifoni, i pochi sopravvissuti chiusi nei bunker mentre fuori i carri armati compivano la mattanza.

Possiamo solo immaginare il terrore di chi ha visto repentinamente la fine, di chi è stato torturato, dei bambini che hanno assistito allo stupro delle mamme e delle sorelle, i padri lontani, nelle trincee dei fronti, i vecchi annichiliti e spenti dallo sfracello umano che consuma i sacrifici e i ricordi di una vita. Perché? Perché chi pronuncia la parola “guerra” in Russia viene arrestato e imprigionato, perché Navalny è stato condannato ad altri 9  anni di carcere “per truffa e oltraggio alla Corte”, perché la stampa e le TV continuano a sostenere che si tratta di una missione militare per denazificare l’Ucraina, perché il Patriarca Kirill benedice questa “missione” salvifica contro i pervertiti e i gay e con essa unge con il segno di croce ortodosso il comandante Azatbek Omurbekov  il macellaio di Bucha, prima che parta per la sua  maledetta crociata di fede? L’ex Giudice italiano della Corte penale dell’Aia, Cuno Tarfusser, ha detto in una intervista e in TV che basterebbero gli eccidi, le torture, le distruzioni perpetrate a Mariupol e a Bucha per incriminare Putin per delitti di guerra contro l’umanità. E anche se Zelensky chiede una – per ora – impossibile “Norimberga”, non si possono rubricare le affermazioni dell’alto magistrato come ipotesi demagogiche.

Ora si aggiunge la strage di Kramatorsk, l’aggressione russa comandata da Putin ha fatto un salto verso l’incommensurabilmente orribile e atroce, l’attacco diretto alla popolazione civile, alle donne, agli anziani ai bambini. Quel razzo dedicato a loro la dice lunga sulla strategia militare di questa “missione”, la scritta in russo è inequivocabile “За детей” (ai bambini): una strategia, ma per le vittime un’invasione barbarica, un’aggressione brutale e omicida,  assume sempre di più le sembianze di una catastrofe umanitaria, di un olocausto, dell’annientamento di un popolo e di una Nazione.

Nessuno può leggere i disegni nella mente di Putin: il fatto che sia isolato e a sua volta prenda le distanze dai suoi più stretti collaboratori, se non per confidare il minimo necessario rende tutto imprevedibile e ci mette di fronte al rischio del peggio. Probabilmente il conflitto durerà a lungo, ci sono ferite profonde non rimarginabili, per un popolo la bandiera, la terra, le tradizioni, il senso di esser parte di comunità sono ragioni ineludibili per resistere ad oltranza. Lo avevamo fatto anche noi nella lotta di Liberazione.

Lo ricordino gli amici e i compagni dell’Anpi. Mio padre era partigiano, ora saprebbe da che parte stare. Le sanzioni colpiscono al cuore l’economia della Russia ma si riverberano come un boomerang contro l’Occidente, l’ONU appare paralizzato e impotente, l’America in crisi di identità e lontana, la minaccia di ricorrere alle armi nucleari rallenta e frena gli aiuti. È un periodo di crisi apicale a livello mondiale, altri attori attendono di muovere le proprie pedine sullo scacchiere geopolitico e geoeconomico. Si ipotizzano scenari imperscrutabili. Ma per chi sta qui, finora al sicuro,  dove – come mi disse in una intervista del maggio 2020  l’intellettuale Pietrangelo Buttafuoco – “non ce la siamo mai passata così bene”, corre l’obbligo e il dovere morale di una riflessione sui destini dell’uomo, sui corsi e ricorsi della storia, sulla precarietà del presente.

Il senso di impotenza che sembra pervadere l’Occidente fino ad ammalarlo di sindrome suicidiaria, fino a ridurlo – secondo Federico Rampini – ad un malato terminale, dovrebbe indurci a più di una riflessione: la debolezza meditabonda sui ‘ma’ e sui ‘se’ della guerra in Ucraina non è una buona premessa per renderci consapevoli su tutti gli scenari possibili che preludono ai destini dell’Europa. In questi giorni Ursula Von Der Leyen è stata a Kiev e a Bucha: in questa guerra le donne – dalle madri del popolo a quelle impegnate in politica – ci stanno dando una lezione di coraggio.

Al di là della nostalgia. Come riunire i democratici cristiani?

 

Nell’attuale contesto serve attivare un forte centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista e occidentale, alternativo alla destra nazionalista e distinto e distante dalla sinistra alla faticosa ricerca della propria identità. Un centro nel quale andrebbero ricomposte tutte le fratture esistenti nel campo degli ex Dc, aperto alla collaborazione con le culture liberal democratiche e riformiste socialiste.

 

 

Ettore Bonalberti

 

Seguo sempre con interesse le note politiche dell’amico Giorgio Merlo il quale è intervenuto l’altro ieri, 8 Aprile, su Il Domani d’Italia, con un articolo dal titolo emblematico: “La Dc e chi la voterebbe ancora”. Da un lato Merlo sostiene che la Dc va archiviata come “fatto storico” e “prodotto politico”, dall’altra, citando una recente ricerca Ipsos su come votano oggi i cittadini che nel 1992 scelsero la Dc, costata come quegli elettori si siano divisi tra Fratelli d’Italia e il Pd. Conclude, tuttavia, che “la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana continuano ad essere attuali ed importanti. E quella politica e quel modo d’essere nella politica chiedono ancora di essere rappresentati e di essere interpretati nella società contemporanea. Piaccia o non piaccia ai populisti e ai sovranisti di turno”.

 

A me pare una lettura insufficiente della complessa realtà venutasi a creare dopo la fine politica del partito che ha rappresentato l’architrave del sistema italiano per oltre quarant’anni. Anche le conclusioni Ipsos sull’attuale tendenza elettorale degli ex Dc non tiene conto che, dal 1993 in poi, il voto degli ex Dc si sono divisi tra la nuova esperienza del movimento partito del Cavaliere, Forza Italia, che, grazie agli amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, scelse di aderire al Ppe; quella della Margherita e poi del Pd, insieme alla frastagliata serie di cespugli che, a diverso titolo, si rifanno alla Dc. Questi ultimi sono il risultato della dolorosa diaspora Dc (1993-2022) tuttora in corso.

 

Avendo attivato insieme a Silvio Lega e con il contributo di amici, tra i quali determinante il ruolo svolto presso il Ministero degli Interni e con sentenze di tribunali alla mano, da Leo Pellegrino, l’autoconvocazione del CN della Dc fu fatta nel 2012 per dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010. Poiché, secondo questa sentenza, la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta, trovo ingenerosa e superficiale e insufficiente la lettura di quegli avvenimenti e dei suoi esiti. Ho scritto su questa triste vicenda il mio ultimo libro: Demodissea, la Democrazia cristiana nella stagione della diaspora (1993-2020), Edizioni Il Libro, nel quale testimonio da “osservatore partecipante” i travagli vissuti per il tentativo di ricomporre politicamente la Democrazia Cristiana.

 

Il tentativo è stato svolto con la segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi, attuale segretario politico, mentre sono sorti tanti cespugli di pseudo aspiranti leader democratico cristiani. Una dispersione suicida che si è tentato, anche qui con enormi difficoltà, di superare con la Federazione Dc e Popolare coordinata da Giuseppe Gargani.

 

Seguo quotidianamente le note su facebook e whatsapp di “Insieme” guidata da Giancarlo Infante e degli amici Dc di Giulio Andreotti, come le diatribe dai risvolti tragicomici di altri “personaggetti”, per sottolineare come tra nostalgia e vacui velleitarismi non mancano i tentativi di costruire un’offerta politica in linea con la nostra migliore tradizione. Ho accolto con molto interesse le conclusioni del convegno di Viterbo su De Gasperi e il documento finale : “Boarding card- Idee ricostruttive oggi”. Anche qui non s’impone la nostalgia, ma una visione realistica della politica. Essenziale resta l’esigenza di ricomporre quanto oggi è ancora frammentato. Si tratta di tenere conto, da un lato, della struttura socio economica e culturale dell’Italia, nell’età della globalizzazione, e, dall’altra, delle esortazioni provenienti dalla Chiesa come quella espressa dal card Bassetti in un’intervista al Corsera (9 Novembre 2019): “È necessaria una nuova presenza di cattolici in politica. Una nuova presenza che non implica solo nuovi volti nelle campagne elettorali, ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative che contemporaneamente siano critiche e costruttive” che riprende quanto a più riprese ha affermato Papa Francesco.

 

Con la mia teoria, definita euristicamente, dei “quattro stati”: la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non Stato, ho provato a rappresentare sociologicamente l’attuale complessa composizione sociale italiana, caratterizzata da interesse e valori diversi e in taluni casi contrapposti, che richiedono risposte ispirate, oggi come nelle fasi precedenti della rivoluzione industriale, dalla dottrina sociale cristiana.

 

Siamo, dunque, alla presenza di una domanda, soprattutto del terzo stato produttivo e dei diversamente  tutelati, che non trova nell’attuale assetto politico del Paese, un’offerta politica che sta riducendosi a un tripolarismo forzato tra la destra, guidata da Fratelli d’Italia, e le due sinistre rappresentate da Pd e M5S.

 

Si deve uscire da questo trilemma dal quale le formule di governo sin qui prodotte sono prevalenti quelle guidate da personalità  di natura tecnica, espressione di una crisi politica che sta sempre più caratterizzandosi come crisi di sistema. Una situazione aggravatasi con la pandemia prima e con l’attuale guerra russo-ucraina, destinata a mutare l’intero assetto geopolitico europeo e mondiale.

 

Sono convinto che in tale contesto serve attivare un forte centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista e occidentale, alternativo alla destra nazionalista e distinto e distante dalla sinistra alla faticosa ricerca della propria identità. Un centro nel quale andrebbero ricomposte tutte le fratture esistenti nel campo degli ex Dc, aperto alla collaborazione con le culture liberal democratiche e riformiste socialiste, per il quale la Dc di Grassi e la Federazione Popolare Dc, insieme alle altre realtà di ispirazione popolare, cattolico democratica e cristiano sociale, sono tutte impegnate.

 

Servirà, innanzi tutto, definire un programma all’altezza dei bisogni del terzo stato produttivo e delle classi popolari presenti tra i diversamente tutelati, per garantire quella saldatura tra ceti medi e classi popolari che è stato il ruolo storico politico sociale e istituzionale più importante della Dc di Gasperi, Fanfani, Moro, sino all’ultimo esperienza di Martinazzoli.

 

Su questi fondamentali, anche con la Dc di Grassi e la Federazione Popolare e dei Dc, siamo tutti coinvolti e ci auguriamo di ricomporci al centro con quanti intendono impegnarsi per un’area politico culturale e sociale di cattolici democratici e cristiano sociali, ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana. Dunque, non di nostalgie regressive si tratta, ma della volontà di offrire ancora una volta alla società italiana una proposta politica che adesso, ahinoi, non esiste.

«Lettera al Sindaco». Don Roberto Sardelli e l’umanità scartata. Il commento dell’Osservatore Romano.

 

Don Sardelli è stato un punto di riferimento per tutti gli emarginati di Roma. Il Sindaco, Clelio Darida, prese sul serio la denuncia del sacerdote tanto da interloquìre pubblicamente con lui. Questo confronto è rimasto finora nell’ombra, anch’esso travolto dalla damnatio memoriae che ha colpito la complessa vicenda democristiana.

Angelo Zema

 

«Noi mandiamo questa lettera al sindaco perché è il capo della città. Egli ha il diritto e il dovere di sapere che migliaia di suoi cittadini vivono nei ghetti. Per scriverla ci abbiamo impiegato dieci mesi». È l’inizio della “Lettera al sindaco” presentata alla stampa nel settembre 1969. Frutto del lavoro di don Roberto Sardelli con i suoi collaboratori e soprattutto di quel popolo di dimenticati che abitava nelle baracche addossate all’Acquedotto Felice insieme al quale il sacerdote viveva da circa un anno.

 

Nato il 5 aprile 1935 a Pontecorvo, in Ciociaria, Sardelli aveva potuto incontrare don Milani e l’esperienza della sua scuola di Barbiana e approfondire in Francia la conoscenza dei preti operai; fu seminarista al Collegio Capranica negli anni del Concilio Vaticano II e il suo primo incarico in parrocchia fu a Vitinia, nella periferia sud di Roma. La svolta avvenne nel 1968 con l’arrivo a San Policarpo, la parrocchia a ridosso di quello che poi è diventato il Parco degli Acquedotti.

 

Dove oggi giocano bambini e ragazzi con il pallone, passeggiano le famiglie, si organizzano visite guidate e i suoi sentieri sono percorsi dalle biciclette, quell’anno il panorama era costellato di baracche. Una lunga serie che continuava anche a Tor Fiscale e al Mandrione. «C’erano dei “montarozzi” che nascondevano l’Acquedotto, le baracche erano tra gli archi, non si vedevano da lontano, bisognava imboccare un sentierino sterrato da via Lemonia che passava in mezzo alle baracche», ha ricordato una delle testimoni dell’epoca nel recente “Museo Pasolini” di Ascanio Celestini proposto dalla Rai. Era una vita tra fango e polvere, senza diritti. «I pozzi neri si trovano a pochi metri dalle nostre cosiddette abitazioni. Tutto il quartiere viene a scaricare ogni genere di immondizie a 100 metri dalle baracche. Siamo in continuo pericolo di malattie», si leggeva nella “Lettera al sindaco”.

 

Don Roberto vide quella realtà e decise di andare a vivere in mezzo a quell’umanità sfruttata, composta da immigrati provenienti in prevalenza dall’Abruzzo e da altre zone del Sud Italia. Diede vita a una scuola che prese il nome dal numero della baracca, la “Scuola 725”. Oltrepassando un cancello con una grande scritta rossa, arrivarono subito una cinquantina di ragazzi; era soprattutto «una scuola che formava per la vita», sottolineava lo stesso Sardelli. Dove c’era spazio per il Vangelo, Gandhi, Luther King, i giornali, la politica. La vita, appunto.

 

Da quella scuola che «portava il mondo nelle loro case» spogliate di diritti, nacque l’idea della “Lettera al sindaco”, centomila copie ciclostilate. All’insegna del “Non tacere”: «Diventò per noi uno slogan, gridare la nostra dignità», disse il sacerdote. Fu il segno più eclatante di un impegno che rafforzò i legami di umanità all’interno della baraccopoli, legami che poi si sfilacciarono in occasione del trasferimento degli abitanti, alcuni anni dopo, nel quartiere di Nuova Ostia, lontano dal centro e senza servizi. Un impegno accanto a quella “umanità scartata” cui don Sardelli non è venuto meno, neanche a distanza di tempo da quegli anni.

 

Se si era accostato al mondo rom a partire dalla danza, se aveva continuato a scrivere dalla parte dei più deboli su giornali e riviste, se aveva seguito per diversi anni i malati di Aids (ed è in quel contesto che lo avevo incontrato più o meno trent’anni fa durante una celebrazione nella casa famiglia della Caritas di Roma a Villa Glori), “i ragazzi dell’Acquedotto”, ormai diventati padri di famiglia, erano sempre nel suo cuore. Con loro don Roberto rilanciò quasi quarant’anni dopo lo spirito di quella “Lettera al sindaco”, riproponendone nel 2007 una aggiornata al primo cittadino della Capitale (Walter Veltroni), di fronte alle nuove emergenze che la città viveva: il fenomeno dei senza casa, la precarietà del lavoro, il degrado ambientale, il futuro della scuola, la crisi della politica, solo per dirne i più significativi.

 

Un lavoro di squadra cui aveva dato voce alcuni anni dopo anche un documentario, “Non tacere”, che aveva rievocato l’esperienza della Scuola 725 e la sua eredità. Un’eredità e una memoria che restano vive anche ora, a tre anni dalla morte di don Roberto (febbraio 2019). C’è un luogo che rappresenta un riferimento unico per coltivarla, ed è la Biblioteca Raffaello, all’Anagnina, non lontana da quell’Acquedotto Felice che ospitò la baraccopoli. È qui che Sardelli donò nel 2015 i suoi libri e l’archivio, i libri che usava a scuola con note e appunti, giornalini, disegni dei bambini, fotografie, lettere indirizzate a varie personalità, rassegne stampa, gli studi sulle origini del flamenco, ma anche la sua chitarra, il microscopio e la sua macchina da scrivere. E la Biblioteca alimenta la memoria del sacerdote con numerose iniziative, da una rubrica sui social attraverso i documenti del suo fondo alle otto interviste ai testimoni della Scuola 725 raccolte da Ascanio Celestini in collaborazione con il servizio Mediateca di Biblioteche di Roma. «Le esperienze della Scuola 725, delle scuole di borgata — dice una delle testimoni dell’epoca — sono ancora vive e insegnano quello che bisogna fare».

Crimini di guerra: un mandato di arresto internazionale per Putin?

 

Cuno Tarfusser, ex Procuratore di Bolzano e soprattutto ex vice presidente della Corte internazionale penale dell’Aia, si esprime in una intervista con particolare chiarezza, esaminando gli aspetti giuridici della questione. Poi la guerra purtroppo continua e restano  il cessate il fuoco, la tregua e la pace i veri obiettivi. Onu, Capi di Stato e Santa Sede potrebbero avere un ruolo determinante per la fine delle ostilità.

Francesco Provinciali

 

Cuno Tarfusser, già a capo della Procura di Bolzano e per 10  anni – dal 2009 al 2019 – giudice della Corte Penale internazionale dell’Aia fino a diventarne vice presidente, un magistrato tutto d’un pezzo e con le idee chiare, in un’intervista al Corriere della Sera ha preso in considerazione l’ipotesi di un mandato di arresto internazionale per Vladimir Putin, per i crimini di guerra commessi  contro la popolazione civile.

 

“Potrebbe arrivare entro la fine dell’anno. In questa guerra non bisogna andare lontano per individuare i responsabili e raccogliere le prove”. Secondo il giudice – già impegnato nella vicenda del Darfur – è importante sommare le evidenze delle vicende più eclatanti della “missione militare russa in Ucraina” (per usare una definizione dell’Ambasciatore russo in Italia Sergey Razov) come ad esempio “ l’attacco all’ospedale e al teatro di Mariupol, le fosse comuni e i civili uccisi nelle strade di Bucha. Basterebbero per un’incriminazione”. “In Ucraina si commettono crimini di guerra ogni giorno – sottolinea nell’intervista  – Il punto è raccogliere prove ‘genuine’, cosa non facile in una situazione di conflitto aperto. È quanto sta cercando di fare la squadra del procuratore generale della Cpi Karim Khan”.

 

Si aggiunga una notizia di ieri, che andrà verificata a breve: i crematori mobili russi a Mariupol bruciano i corpi dei residenti della città, assassinati, allo scopo di distruggere ogni prova dei crimini commessi (Fonte: Consiglio comunale di Mariupol).

 

Senza entrare nel merito politico della vicenda il giudice si sofferma sull’ipotesi di accertamento di reati penali. Questione non secondaria nel conflitto in atto per la crudeltà e l’efferatezza del massacro di vittime civili e avvio della procedura del magistrato che valuta un’ ipotesi di reato: nel diritto internazionale vige infatti il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, raccolta la “notitia criminis”.

 

Sul piano dei principi giuridici e della via giudiziaria che ne consegue  la puntualizzazione è ineccepibile: “Se Putin “fosse raggiunto da un mandato di cattura, la sua capacità di muoversi sulla scena internazionale diminuirebbe fortemente. Se andasse in uno dei 123 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma rischierebbe l’arresto. Per lui anche solo questa possibilità rappresenterebbe un danno”.

 

Questo è tuttavia solo un aspetto della vicenda bellica in atto che se da un lato ipotizza una sanzione per violazione di principi etici e giuridici condivisi dalla comunità internazionale, dall’altro palesa il valore simbolico del procedimento e di una possibile e consequenziale condanna per un reato penale, previo accertamento in sede giudiziaria delle correlate responsabilità. Tuttavia sul piano della concreta agibilità di questa ipotesi si evidenziano alcune difficoltà oggettive.

 

Nessuno può immaginare che Putin si allontanerebbe dal territorio della Russia per correre questo rischio, d’altra parte se l’obiettivo principale invocato da quella parte del mondo che chiede il cessate il fuoco e trattative concrete susseguenti – cioè a dire la pace – dovesse imboccare la strada della fine delle ostilità, il ritiro dell’esercito invasore e la ricostruzione di un’Ucraina indipendente (con tutte la variabili delle autoproclamate repubbliche filorusse di Donetsk e Lugansk, nel Donbass  oggetto dell’inevitabile negoziato), ciò non potrebbe aver luogo se al tavolo delle decisioni non sedesse Putin stesso: egli è l’attore principale di quanto sta accadendo e la ratifica di un possibile accordo che eviti conseguenze disastrose per il mondo e per l’Europa in particolare, non potrebbe prescindere dalla sottoscrizione dell’autarca di Mosca.

 

Una ‘Norimberga’ applicata alla guerra in atto e ai crimini militari commessi, come invocata da Zelensk’kyi, non è ipotesi praticabile al momento, pur a fronte dell’atrocità del massacro delle vittime civili, delle donne stuprate e uccise, dei minori assassinati. Non ci sono film, attori e comparse: incredibile solo pensare che qualcuno sostenga – anche tra noi – questa tesi. Anche se le evidenze di quanto sta accadendo non ammettono revisionismi, negazionismi e formule dubitative francamente inaccettabili occorre perseguire in primis la via della pace. Ma se al Tribunale dell’Aia siedono giudici autorevoli e – come recita un adagio ricorrente nelle aule giudiziarie – ‘la giustizia è lenta ma inesorabile’ , ciò un giorno dovrà accadere ma in questa fase di guerra ancora aperta su più fronti, sanguinosa e devastante, un vero orrore agli occhi del mondo, le posizioni di Russia e Ucraina paiono ancora nettamente distanti tra loro.

 

Una resta vittima e l’altra carnefice. Per questo – oltre le sanzioni, oltre il giudizio morale, oltre le evidenze documentate – occorrerebbe un giudice istituzionale terzo, capace di far sedere a un capo e all’altro del tavolo i due protagonisti principali, unici attori di un possibile accordo che ponga fine a questa intollerabile atrocità. L’Onu potrebbe svolgere questo incarico (se il regolamento prevede l’inazione per il veto di uno Stato membro vuol dire che si deve cambiare regolamento: ma l’organizzazione mondiale delle Nazioni Unite non può recitare un ruolo meramente marginale e di fatto ininfluente), la diplomazia internazionale dovrebbe unirsi e sotto gli occhi di tutto il mondo i Capi di Stato chiedere di essere ricevuti al Cremlino, ma non come Enrico IV a Canossa.

 

Lo stesso Papa Francesco dovrebbe sfidare la storia, nonostante il diverso punto di vista del Patriarca Kirill, e compiere un passo clamoroso e denso di incognite ma utile a spezzare una guerra che rischia di protrarsi ad oltranza: andare a Mosca più che a Kiev.  Come Leone I che fermò gli Unni di Attila che imperversavano per l’Europa. Per quanto ci riguarda, nel frattempo, sarebbe utile che quegli opinionisti privi di qualsivoglia competenza  che si altercano tra loro esprimendo con disinvoltura congetture fantasiose secondo pregiudiziali ideologiche (peraltro mutevoli), utili soprattutto per presentare un libro, avessero il pudore di tacere per non buttare “cherosene sul fuoco”, per usare un’espressione dell’ambasciatore Razov.

La guerra dopo Bucha. Morti e devastazioni hanno suscitato ripugnanza nella pubblica opinione internazionale.

 

Non avremmo immaginato tanto disastro. Gli orrori ci hanno fatto capire – o semplicemente rammentato – che non esistono guerre o resistenze “comode” e che tra i prezzi da pagare c’è purtroppo anche quello che deriva da scelte difficili, ma molto spesso necessarie. 

 

Massimo De Simoni

 

I tragici accadimenti di Bucha segnano inevitabilmente uno spartiacque nella storia della guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina. Le immagini di civili inermi torturati, uccisi ed ammassati in modo indegno e disumano nelle fosse comuni ha scosso l’opinione pubblica occidentale e ha turbato la coscienza di ciascuno di noi; abbiamo anche riletto in modo diverso le parole con le quali Biden (attirandosi diverse critiche) ha definito Putin “un macellaio”.

 

Bucha ha fatto emergere anche l’insufficienza dell’azione europea che in questo primo mese di guerra ha pensato di poter agire con delle sanzioni “comode” che avessero effetto sulla Russia, ma non sui paesi che le adottavano; delle sanzioni – in altre parole – che non intaccassero le nostre necessità, i nostri stili di vita e le quotidiane comodità. Ma quegli orrori ci hanno fatto capire – o semplicemente rammentato – che non esistono guerre o resistenze “comode” e che tra i prezzi da pagare c’è purtroppo anche quello che deriva da scelte difficili, ma molto spesso necessarie.

 

Chi propone di non sostenere la resistenza ucraina nella speranza che Putin si possa “accontentare” della regione del Donbass, dovrebbe spiegare perché questa tattica non ha già dato i suoi frutti, visto che già nel 2008 in Georgia e nel 2014 in Crimea l’Europa fece finta di non vedere l’aggressione della Russia.

 

Chi invece pensa che la NATO sia una delle cause dell’aggressione, rifletta sul fatto che l’Ucraina sta lì a dimostrare esattamente il contrario, ovvero che ad essere attaccati (non casualmente) sono i paesi non aderenti al patto atlantico, proprio perché si trovano fuori da quel perimetro di difesa occidentale comune.

 

Quando ci si imbatte in commenti sulle inevitabili crudeltà della guerra si capisce che l’allungamento dei tempi del conflitto può far dimenticare chi ha sparato il primo colpo, con il rischio di un bilanciamento delle responsabilità. E’ un rischio grave, perché se la guerra (come dice Papa Francesco) è il fallimento dell’umanità, la responsabilità principale di questo fallimento ricade su chi ha freddamente e scelleratamente deciso di dare fuoco alla miccia. Va tenuto a mente, perché la guerra uccide donne e uomini e con essi anche la verità e la logica; non vorremmo quindi assistere all’ulteriore oltraggio di mettere sullo stesso piano gli aggrediti e gli aggressori.

Guerra in Ucraina. Buonomo (Lateranense): “L’Onu è fuori da un’azione concreta, va ripensata”. Intervista (AgenSIR).

 

Il rettore della Pontifica Università Lateranense affronta il tema, tornato di viva attualità, della riforma delle Nazioni Unite: “L’Organizzazione sia una realtà all’interno della quale si affrontino le questioni comuni e a cui si diano soluzioni comuni. La Russia ne intende bloccare le decisioni. Ma non si può fare a meno di alcun membro”.

 

 

 

Filippo Passantino

 

 

“Credo che la frase del Papa risponda non solo alla constatazione della realtà. In questo momento, l’Onu è praticamente tagliato fuori da un’azione concreta rispetto al conflitto in Ucraina che è diverso da tutte le altre guerre dell’ultimo periodo. Allo stesso tempo, è anche un grido di richiesta di una diversa concezione delle Nazioni Unite da

quella attuale. Perché non è più possibile rimanere fermi a quella originaria del 1945”. Lo dice al Sir il rettore della Pontificia Università Lateranense, Vincenzo Buonomo, commentando le parole di Papa Francesco, che ha ribadito come si assista “all’impotenza dell’Onu”.

 

Secondo lei, quale dovrebbe essere questa diversa concezione dellOnu?
Nel 1945 l’Onu venne istituita come effetto anche della Seconda Guerra mondiale. Questo “anche” è importante. Prevedeva non solo la presenza di alcuni Paesi con uno status diverso – i cosiddetti membri permanenti – ma anche azioni di risposta o di prevenzione, per garantire la sicurezza e quindi la pace, che oggi non è più possibile pensare e mettere in atto. Perché è cambiato il modo di combattere. Sono cambiati gli schieramenti. Più sofisticati sono gli armamenti che vengono utilizzati e le tecniche di guerra: sempre più spesso si utilizzano armamenti senza la presenza dell’elemento umano, ma affidando tutto alla tecnologia e alla cibernetica. Dal punto di vista politico, l’Onu paradossalmente si è indebolito rispetto alla sua finalità essenziale, cioè non quella di risolvere i conflitti, ma di prevenirli diventando un “centro” per le attività degli Stati: dal disarmo, al controllo degli armamenti, alla proibizione della legge del più forte. Il Papa chiede all’Onu di essere veramente un organo, un’autorità che a livello mondiale possa operare al di sopra degli Stati e dei loro interessi per quanto riguarda il mantenimento della pace e della giustizia. Ma di fronte ad una spesa mondiale per gli armamenti che ammonta a circa 2.000 miliardi di dollari e un bilancio ordinario Onu che a stento raccoglie contributi per 2 miliardi, come si può? L’idea del Papa ricorre in diversi discorsi, da quello fatto il 26 settembre 2015 alle Nazioni Unite ad altri contesti internazionali, fino a quello pronunciato a Malta sabato scorso.

 

Secondo lei, quale sarebbe il passo successivo da fare?
Il dibattito dell’altro ieri al Consiglio di sicurezza ha dimostrato che, se il conflitto ucraino ritorna all’interno dell’Organizzazione, forse potremmo avere una gestione collegiale, più ampia, rispetto invece a un agire che si limita alla contrapposizione, non solo di posizioni ma di interessi: Paesi che stanno sostenendo giustamente l’Ucraina di fronte all’aggressione russa e Paesi che direttamente o indirettamente sostengono la posizione della Russia e altri che non prendono posizione.

Siamo al di fuori di ogni contesto che ragiona e agisce in comune, l’Onu deve diventare il contesto comune.

Deve essere non solo una cassa di risonanza dei problemi del mondo, ma una realtà all’interno della quale si affrontano le questioni comuni e a cui si danno soluzioni comuni. Questo è il passo necessario. Le crisi vanno gestite a livello mondiale, spostarle solo su alcuni organismi a livello regionale non dà risultati, perché le implicazioni di questa guerra in modo diretto o indiretto ricadranno su tutti gli Stati. Basti pensare all’impatto economico negativo che questa guerra sta portando a tanti Paesi, ad iniziare da quelli già nella precarietà.

 

Qual è il ruolo dei piccoli Stati in questo contesto?
Credo che l’azione dei piccoli Stati possa essere quella di far comprendere quali sono i problemi che i grandi Stati pongono nelle relazioni internazionali. Quando nell’Europa della Guerra fredda, tra il 1967 e il 1975, cominciò quello che venne chiamato il Processo di Helsinki, i piccoli Stati riuscirono a creare le condizioni per quello che poi fu l’Atto Finale, che segnò non soltanto una formale soluzione del secondo conflitto mondiale, ma gettò anche le basi per quello che sarà poi gradualmente il cambiamento avvenuto soprattutto nei Paesi dell’Europa Centrorientale. I piccoli Stati hanno una capacità di manovra che può essere ascoltata.

 

Come si può leggere il ruolo della Russia allOnu?
È evidente di come la Russia voglia fare uso della sua posizione, cioè bloccare ogni decisione che il Consiglio di sicurezza può assumere rispetto al conflitto in Ucraina. Allo stesso tempo l’Onu stesso non può fare a meno della Russia.

Nel contesto internazionale, nel negoziato, nell’attività diplomatica escludere qualcuno significa non solo tenerlo fuori, ma non potere collaborare con questo per risolvere le questioni. Nella comunità internazionale non si può escludere alcun membro.

Non è la soluzione. Anche se quel membro sta commettendo degli illeciti. Lo insegna l’esclusione della Germania dalla Società delle Nazioni, prima della Seconda Guerra mondiale. In tutti i modi anche lo Stato che viola le regole va recuperato per fargli capire la sua responsabilità e portarlo a collaborare per andare oltre. In Ucraina, quando finirà l’uso delle armi, si aprirà un altro conflitto, che è quello finalizzato alla ricostruzione della pace che potrà significare nuovi confini o diverse ripartizioni dei territori, ritorno delle popolazioni sfollate o dei rifugiati all’estero, giustizia per i crimini commessi. E tutti i protagonisti dovranno essere presenti, per assumersi responsabilità e impegni.

 

Si parla di crimini internazionali, di processi del tipo Norimberga, ma è possibile?
Una cosa è chiara: non serve invocare la Corte penale internazionale, anzi direi che è un modo per sottrarsi alle responsabilità. La Corte paradossalmente è chiamata in causa da Stati – e sono tanti! – che non ne accettano la funzione e la competenza. Non dimentichiamo che dopo Norimberga c’è stato il Tribunale di Tokio, quello per la ex Yugoslavia, per il Ruanda, per la Cambogia, per la Sierra Leone… fino alla Corte. E allora perché non si dice chiaramente che la civiltà giuridica, a cui è giunta l’umanità anche mediante questi tribunali, impone a tutti gli Stati di giudicare chi commette crimini internazionali? Anche gli Stati a cui appartengono gli accusati di crimini internazionali. Si chiama “giurisdizione universale” e la si vuole ancora considerare una pura utopia, ma solo per sottrarsi alle responsabilità e forse per poter poi dire di fronte ai crimini commessi che la Corte penale internazionale non serve. La logica è quella che Papa Francesco tante volte così descrive proprio parlando della guerra:  “è sempre colpa degli altri” e quindi “a me che importa?”.

 

(Fonte: AgenSIR 7 aprile 2022)

 

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https://www.agensir.it/mondo/2022/04/07/guerra-in-ucraina-buonomo-lateranense-lonu-e-fuori-da-unazione-concreta-va-ripensata/

Il mercato non può tutto, lo Stato non è solo assistenza. Giuliano Amato fa il punto sulla rinascita della mano pubblica.

 

 

Mercoledì 13 aprile alle ore 17.30 si terrà nella sede dellIstituto della Enciclopedia Italiana la presentazione del volume Bentornato Stato, ma di Giuliano Amato. Intervengono con lautore Emanuele Felice, Sabino Cassese. Modera Sarah Varetto.

 

 

(Redazione)

 

Il Presidente della Corte costituzionale manda in libreria (Il Mulino editore) un saggio, breve ma denso, che riapre una questione da sempre al centro del dibattito politico. Sembrava scomparso dai radar, invece lo Stato ritorna a far parlare di sé. In modo nuovo.

 

«…immune dai suoi vecchi vizi e lontano, in ogni circostanza, dall’hybris dell’accentramento autoritario». Non ci interessa dimostrare l’essenzialità dello Stato o del mercato, ma capire come possano interagire per costruire il nostro futuro. «Se fotografo i rapporti che oggi vedo fra lo Stato e l’economia e li confronto con quelli che ho vissuto e che ho contribuito a creare, la differenza che noto è grandissima».

 

Uno dei protagonisti della storia politica e istituzionale italiana riflette su come oggi – in un mondo indebolito dalle crisi e sollecitato da grandi trasformazioni – sia illusorio pensare che il mercato possa da solo trovare soluzioni. Ma mentre in passato il ritorno allo Stato ha significato debito pubblico, inefficienza e corruzione, oggi lo Stato torna protagonista come investitore nelle imprese della crescita di domani e come Stato «provvidenza», capace di interventi che mai avevamo visto prima.

 

Che cosa ha provocato un mutamento così profondo? È possibile oggi uno Stato promotore, dove l’utilità dell’intervento pubblico possa resistere alle patologie e alle storture che aprirono la strada al neoliberismo?

 

(Il testo è la sinossi del volume curata dall’editore)

La Dc e chi la voterebbe ancora.

 

Archiviata la Dc comefatto storico” e  prodotto politico” che non può che essere storicizzato, è evidente che resta aperto il dibattito su chi, oggi, rappresenta ancora quella fetta di elettorato che si è riconosciuto e che ha ancora votato quel partito. Ora, chi è in grado di farsi carico nella società contemporanea di una domanda di stabilità, di buon governo e di capacità di tenuta democratica e costituzionale, come seppe fare la Dc?

 

 

Giorgio Merlo

 

In una interessante inchiesta condotta dall’Ipsos su cosa votano oggi i cittadini che nel 1992 scelsero la Democrazia Cristiana – ultima volta in cui lo scudo crociato si presentò alle elezioni – emergono elementi alquanto curiosi. Secondo questo studio sarebbero oltre 5 milioni i cittadini/ elettori che votarono Dc nel ‘92 e che oggi scelgono prevalentemente 2 partiti, Fratelli d’Italia e il Pd su tutti e che poi si plasmano in minor misura su quasi tutti gli altri partiti. Insomma, un voto che riflette un pluralismo che ormai è un dato fortemente acquisito nella politica italiana. E, soprattutto, un voto che conferma – per chi non l’avesse ancora capito – che nella Democrazia Cristiana convivevano anime culturali diverse e sensibilità sociali diverse accomunate, però, dalla capacità dei gruppi dirigenti del tempo di creare una sintesi politica efficace e fortemente unitiva.

 

Ora, archiviata la Democrazia Cristiana perchè, appunto, è stato un “fatto storico” e un “prodotto politico” che non può che essere storicizzato, è abbastanza evidente che resta aperto il dibattito su chi, oggi, rappresenta ancora quella fetta di elettorato che si è riconosciuto e che ha ancora votato la Dc da un lato e chi, invece, è concretamente in grado di saper farsi carico nella società contemporanea – seppur difficile e complessa – di quella domanda di stabilità, di buon governo e di capacità di tenuta democratica e costituzionale. Un elemento, questo, che resta tuttora sul tappeto. Oltre allo storica domanda se è opportuna riproporre, seppur in forma diversa rispetto al passato, una esperienza politica simile a quella vissuta nel nostro paese per quasi 50 anni o se, al contrario, è auspicabile proseguire quella cultura e quel modo d’essere in politica in più partiti e in più formazioni politiche.

 

Ma, al di là di questa domanda a cui ormai il tempo ha dato una risposta compiuta, l’unico elemento che merita di essere ripreso – e che la stessa ricerca dell’Ipsos ripropone in tutta la sua attualità – è che il ruolo, il progetto politico e la stessa “mission” che ha caratterizzato la Dc per molti anni non possono non essere declinati anche oggi nella cittadella politica italiana. Perchè, oltre ai valori di riferimento e alla proposta politica concreta declinata nel tempo, è di tutta evidenza che il modo d’essere della Dc giocato per molti anni nella politica italiana non può essere banalmente e qualunquisticamente archiviato. Solo un partito populista e un movimento anti politico e demagogico come i 5 stelle poteva prescindere e ridicolizzare una esperienza che ha rappresentato per molti anni un architrave del sistema democratico. E, semmai, quello che interpella ancora oggi tutti coloro che hanno ritenuto, e che ritengono, che la Dc è stato un partito importante e decisivo a garanzia della democrazia e dello sviluppo del nostro paese, è che a prescindere dall’attuale partito di appartenenza, non ci si può voltare dall’altra parte quando si tratta di inverare quei valori e quel progetto politico che non sono tramontati solo perchè quel partito ha cessato di candidarsi alle elezioni.

 

E proprio la ricerca dell’Ipsos conferma quell’assunto. Ovvero, la storia e l’esperienza della Democrazia Cristiana continuano ad essere attuali ed importanti. E quella politica e quel modo d’essere nella politica chiedono ancora di essere rappresentati e di essere interpretati nella società contemporanea. Piaccia o non piaccia ai populisti e ai sovranisti di turno.

Se il grido di pace del Papa rimane inascoltato.

 Prospettive ed eventuali spiragli riguardo alla crisi russo-ucraina. Il ruolo della diplomazia italiana. L’autore esprime qui una sua tesi, non collimante con la posizione del gruppo redazionale, che muove dalla critica alla scarsa iniziativa del governo italiano in ordine alla ricerca della pace.

 

 

Marco Giuliani

 

Era successo pochissime volte che l’invocazione di un pontefice a favore di un compromesso mirato a incentivare la pace rimanesse politicamente inascoltata, o che divenisse persino oggetto di attacchi indiscriminati. La nutrita parte di media apertamente schierati, o svuotati di qualsiasi proposta atta a contribuire a una mediazione intesa a frenare la crisi russo-ucraina, ha portato, con la complice inconsistenza di una sana diplomazia di intermediazione, anche a questa detestabile eccezione.

 

Si sta parlando dell’attualità, che è strettamente legata agli avvenimenti più gravi relativi al XX secolo. Ricordiamo, a rigor di logica e per dovere di informazione, il peso che rivestì il ruolo di Benedetto XV negli anni della Grande Guerra (osteggiato, ma immolatosi a riferimento centrale e aperto al dibattito dei paesi belligeranti) e ancor più la posizione assunta da Giovanni XXIII nel 1962, quando la crisi di Cuba, che sembrò portare verso la catastrofe, condusse la Chiesa di Roma a trasformarsi in un importantissimo argine di pace a cui prestarono attenzione sia John Kennedy che Nikita Kruscev (il primo cattolico, il secondo nativo dell’Oblast’ di Kursk, confine russo-ucraino). La condizione di guerra che interessa i confini dell’Europa orientale ormai da un mese e mezzo sta provocando, oltre a dolore e distruzione, anche la progressiva decadenza dei valori fondanti sui quali poggia la nostra società: la convivenza, il compromesso e la libertà di pensiero. Papa Francesco, dal punto di vista etico, ne esce sicuramente rafforzato, ma allo stesso tempo viene defraudato della sua autonoma quanto naturale funzione diplomatica da una propaganda sempre più becera che tenta di distrarre l’attenzione da una serie di interessi senza scrupoli. Il suo secco «no ai bombardamenti e al traffico di armi» è riuscito nell’impresa non solo di scatenare l’ironia – per certi versi miseramente dispregiativa – di alcuni scrivani nostrani benpensanti e privi al contempo di idee che possano contribuire alla messa in atto del processo di pace, ma anche di suscitare l’indifferenza della nostra diplomazia.

 

Il grido di Francesco è stato, per alcuni versi, addirittura straziante poiché lucidamente e preventivamente consapevole di non essere ascoltato. Tuttavia, doveva almeno tentare. Così, se da un lato si avverte il disperato bisogno di trovare una soluzione concordata che fermi l’escalation, dall’altro traspare invece la grave carenza di iniziative (o impegno) che riescano a dare una svolta decisiva per il buon fine dei negoziati (premesso che questi siano iniziati). La Farnesina a trazione 5 Stelle appare avulsa da qualsiasi iniziativa unilaterale o viepiù concertata, ancorché priva di un’anima moderatrice; si tratta di quell’anima che contraddistinse la nostra diplomazia dopo il 1945, la quale, pur in un clima di guerra fredda, contribuì progressivamente al disgelo tra i due blocchi con politiche ponderate o comunque produttive, se non altro a livello intercontinentale. Cosa ne facciamo del prezioso lascito dei nostri Padri costituenti? Non c’è stata l’arte di intervenire prima del fatidico casus belli e non c’è stato, da parte della UE, un intervento lungimirante e compromissorio che avrebbe potuto evitare il peggio. Era così complicato far sedere a un tavolo le parti interessate? Eppure, le avvisaglie c’erano da anni.

 

Tra le migliaia di commenti che stanno caratterizzando il dibattito nella rete in questo tristissimo momento della nostra storia, alcuni giorni fa abbiamo letto anche l’affermazione «aridatece Andreotti!», con particolare riferimento alla stagnazione in politica estera della attuale classe dirigente italiana. Tenendo lo sguardo rivolto al passato, la risposta è No; purtroppo oggi non c’è più un De Gasperi ad interim, un Nenni agli Esteri o un Benedetto Croce senza portafoglio che espone il suo brillante pensiero. Non c’è la voce dello statista purosangue. Occorre farsene una ragione, ma ci domandiamo: perché dovremmo rassegnarci?

 

Ora come ora, non tutta l’opinione pubblica italiana riesce a girarsi dall’altra parte. Sicché, cresce il dissenso (anche questo, tra l’altro, strategicamente ridimensionato dalla nostra informazione allineata), che non è un dissenso partigiano, bensì un dissenso social-popolare il quale non accetta che l’Italia spenda, da qui in poi, 38 miliardi di € annui (circa 104 milioni al giorno) per il riarmo, equivalenti al famigerato 2% del Pil. Ma soprattutto, non accetta il senso di passiva estraneità – se non in termini di embargo verso la Russia – di fronte a una catastrofe che diventerà non più arginabile se non col dialogo, per quanto difficile, da avviare seduta stante.