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L’infarto è scritto nel Dna

Chi è a maggior rischio di infarto presenta un ‘marchio’ specifico nel sangue. Ad individuare un nuovo e importante marcatore genetico è uno studio italiano pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One.

Lo studio pilota permette di individuare precocemente le persone ad alto rischio e su cui intervenire con urgenza. La malattia coronarica e la sua complicanza principale, l’infarto del miocardio, uccide ogni anno circa 70.000 persone in Italia ed è una delle principali cause di morte e disabilità.

Quasi tutte le sindromi coronariche acute presentano coronaropatia sottostante e a causarla è un mix fra stili di vita ed ereditarietà. Capire la relazione tra queste due variabili è stato l’obiettivo dello studio guidato da Giuseppe Novelli, rettore e direttore del Laboratorio di Genetica Medica del Policlinico di Tor Vergata, e da Francesco Romeo, direttore della Cardiologia dell’Università di Tor Vergata. I ricercatori hanno coinvolto nello studio pazienti con malattia coronarica stabile (cioè senza infarto) e pazienti con malattia coronarica instabile (ovvero con infarto) per identificare le varianti molecolari che funzionano come biomarcatori, che permettono cioè di individuare chi potrebbe andare incontro ad un evento acuto in un breve tempo.

In particolare, hanno analizzato l’espressione dei ‘piccoli messaggeri’ di RNA non codificante circolante nel sangue (microRNA). Queste molecole che agiscono da interruttori hanno importantissimi ruoli di regolazione dell’espressione genica e possono controllare processi biologici come la proliferazione cellulare, il metabolismo dei grassi, lo sviluppo di tumori.

Attraverso l’analisi molecolare è stato identificato, tra un pannello di 84 diversi microRNA espressi nella circolazione sanguigna, il comportamento ‘anomalo’ di miR-423: risultava avere dei livelli molto bassi in pazienti con malattia coronarica subito dopo l’infarto rispetto a chi aveva la malattia coronarica stabile. Questo, spiegano i ricercatori, indica che la sua espressione è specifica ed indicativa dell’evento acuto.

La luce del Papa

Il gesto con il quale l’Elemosiniere del Papa, Cardinale Konrad Krajewski, ha riallacciato l’utenza elettrica nel palazzo occupato di Roma merita delle considerazioni che non sono certamente quelle banali ed inutili fatte da chi ha invitato il porporato a pagare le bollette scadute, soprattutto se certi consigli arrivano da chi tra un comizio e l’altro non dimentica mai di fare la sua provocazione quotidiana ai danni dei più deboli e indifesi.

Ci si stupisce perché qualcuno assume (finalmente!) in modo deciso ed autorevole la difesa degli ultimi e dei dimenticati; dimenticati dalle istituzioni, ma non dal Papa che ha denunciato i limiti e tutta l’insufficienza della “società dello scarto “  ovvero di un sistema economico e di mercato che abbandona al proprio destino troppe persone, cercando delle insensate giustificazioni che hanno come comune denominatore la mancanza di rispetto per la persona umana, indipendentemente dalla sua origine o condizione sociale; la diversità che diventa una vergogna da nascondere, la povertà che viene trattata come se fosse una colpa.

L’azione dell’Elemosiniere del Papa merita un pensiero che vada oltre la valutazione formale del gesto e che cominci ad interrogarci anche sul tema della giustizia e non solo su quello della legittimità.

Chi si pone nella vicenda politica e sociale da cattolico democratico, da credente o anche solo da persona che ha a cuore la dignità umana dei suoi simili, si troverà sempre più spesso a dover distinguere tra ciò che è soltanto legittimo e ciò che è (oltre che legittimo) anche giusto.

Dobbiamo iniziare a dire con forza che è giusto ciò che mette l’uomo al centro dell’azione politica e delle attività economiche; dobbiamo dire con chiarezza che per noi è giusta la società che individua la persona umana come fine e non come strumento.

Se ad esempio una norma nuova e criminale dovesse legittimare il non-salvataggio in mare di chi sta annegando, questo rimarrebbe sempre e comunque un atto di grave ed ingiustificabile ingiustizia contro persone deboli e indifese; e purtroppo la storia del mondo è piena di crimini che il potente di turno ha cercato di legittimare coniando delle norme di convenienza.

In questa fase storica (ancor più che nel passato) le azioni e i comportamenti contano più delle affermazioni astratte o di principio.

Il Cardinale che si cala nel pozzo del palazzo occupato è la rappresentazione plastica della Chiesa come “ospedale da campo” tanto cara a Papa Francesco, che non perde occasione per invitare tutti a passare “dal dire al fare”, iniziando egli stesso ad adottare uno stile fatto di sobrietà e di schiettezza; quella schiettezza, avvolte anche ruvida, ci invita a riflettere e a metterci in gioco ed è un’opportunità da non perdere per cambiare noi e ciò che ci circonda.

L’Africa e la tragedia dei bambini soldato

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

L’Africa rappresenta da decenni il continente più colpito dal fenomeno dei bambini-soldato. Sebbene sia difficile monitorare le varie formazioni armate e soprattutto conoscere le cifre reali, è sempre più evidente che nelle aree di conflitto a pagare il prezzo più alto sono i minori. Il Paese maggiormente penalizzato, stando a una comparazione dei dati provenienti da autorevoli organizzazioni umanitarie, è il Sud Sudan con circa 19.000 ragazzi e ragazze arruolati nelle varie formazioni armate che infestano soprattutto le zone rurali. Nella Repubblica Centrafricana, nonostante l’intesa per un governo di unità nazionale, i minori costretti a imbracciare un’arma da fuoco sono circa 6000. Nell’infame lista c’è anche la Repubblica Democratica del Congo dove, solo nel 2017, sono stati segnalati oltre mille casi di reclutamento e la cifra complessiva sembra essere ben superiore alle 3000 unità. Nel nordest della Nigeria, in cui è attivo il movimento terroristico Boko Haram, oltre 3500 bambini sono stati reclutati come combattenti tra il 2013 e il 2017.

Lo stesso scenario è riscontrabile in Somalia, nelle regioni sudanesi del Darfur e delle Montagne Nuba, per non parlare della fascia Saheliana (particolarmente in Mali e Burkina Faso) dove recenti episodi di violenza nei villaggi, per mano di gruppi armati, hanno coinvolto, come parte attiva, dei giovanissimi. E cosa dire della Libia, dove all’interno delle milizie autoctone opera un numero finora impreciso di minori? Se da una parte è evidente che non è possibile accedere a dati certi e le stime spesso divergono fra di loro, soprattutto in ragione della fluidità del fenomeno, la situazione generale è comunque preoccupante. Di positivo c’è per fortuna il fatto che ogni anno vengono sottratti ai gruppi ribelli e agli eserciti convenzionali centinaia di minori grazie a proficue attività negoziali. È quanto avvenuto, ad esempio, la scorsa settimana, nello Stato nigeriano del Borno dove 894 bambini-soldato sono stati rilasciati dalla Civilian Joint Task Force (Cjtf) come parte dell’impegno preso dalla milizia per porre fine e prevenire il reclutamento di minori. Di questi 106 sono risultati essere ragazze.

In questi anni, rispetto all’ignobile tratta dei bambini-soldato, la società civile internazionale si è mobilitata ripetutamente. D’altronde, l’impiego dei minori nelle azioni belliche, soprattutto dove sono in corso guerre asimmetriche, è un dato incontrovertibile che non può lasciare indifferenti. Ognuno di questi combattenti, indipendentemente dallo scenario in cui opera, assume il duplice ruolo della vittima sacrificale e del carnefice. Da una parte il giovane combattente, poco importa se appartenga a questa o a quella nazionalità, viene costretto a sacrificare la propria innocenza; dall’altra esso si trasforma spesso nel più crudele degli aguzzini. Oggi, nel mondo, complessivamente, sono più di 250.000 i bambini-soldato e il loro utilizzo rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani e un ripugnante crimine di guerra.

In Africa, comunque, negli ultimi anni, il fenomeno dell’arruolamento ha subìto dei mutamenti che andrebbero valutati con grande attenzione. In alcune zone della fascia sub-sahariana esso è avvenuto, prevalentemente, in modo coercitivo, attraverso raid perpetrati da milizie di vario genere. Nel nord Uganda, ad esempio, dove la guerra civile si è conclusa da più di un decennio, i villaggi venivano attaccati, messi a ferro e fuoco e spesso i minori assistevano all’uccisione dei propri genitori e parenti. Questa brutale tecnica veniva poi seguita dall’indottrinamento, anch’esso esercitato con modalità invasive. In Sierra Leone, durante gli anni Novanta, i ragazzi e le ragazze subivano delle sedute psicologiche manipolatorie traumatizzanti e terrorizzanti, a cui erano associate pratiche suggestionanti come l’obbligo di bere latte e polvere da sparo, oltre all’assunzione di sostanze stupefacenti. I ribelli sierraleonesi del Fronte unito rivoluzionario (Ruf) condivisero questi metodi brutali e fortemente invasivi, anche con formazioni armate locali e della vicina Liberia. Nel nord Uganda, i famigerati ribelli dell’Lra si spinsero ben oltre nelle pratiche manipolatorie. I minori rapiti entravano a far parte del movimento armato solo dopo l’unzione (in lingua acholi: wiro ki moo) che veniva somministrata sul corpo della nuova recluta, secondo un rituale ideato da Joseph Kony, fondatore dell’Lra. Lo scopo era duplice: serviva a rendere idealmente invincibile il giovane combattente e a vincolarlo al movimento attraverso un legame ritenuto dagli stessi ribelli indissolubile. Pare che questa pratica del wiro ki moo sia stata utilizzata dai vertici dell’Lra anche dopo il ripiegamento dei ribelli, avvenuto dieci anni or sono, nei Paesi limitrofi (Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan).

L’ingresso, però, dei movimenti jihadisti, come Boko Haran in Nigeria, e in generale nella vastissima regione saheliana, ha determinato una evoluzione nelle modalità di reclutamento. Infatti, esso avviene anche a seguito di un indottrinamento compiuto nei villaggi rurali tra i giovani, molti dei quali analfabeti. Emblematico è il caso del Camerun, dove Boko Haram è sconfinato in questi anni ripetutamente. Qui alcune componenti della società civile, con la collaborazione dei missionari, hanno organizzato dei programmi preventivi di educazione alla pace in grado di contrastare il proselitismo dei ribelli nigeriani.

È importante sottolineare che, nel corso dell’ultimo ventennio, vi sono state, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, delle esperienze significative dal punto di vista del recupero (sia psicologico che scolastico-lavorativo), finalizzate alla reintegrazione di questi minori nelle loro rispettive comunità. Un numero rilevante di Organizzazioni non governative e congregazioni missionarie hanno investito risorse umane ed economiche con grande zelo e dedizione in questa nobile causa. Ciò ha determinato la messa a punto di protocolli riabilitativi, in collaborazione con le forze multinazionali di pace, che si sono rilevati proficui.

Ad esempio, in Sierra Leone, alla fine degli anni Novanta, al momento del rilascio, il bambino-soldato veniva accompagnato dal proprio ufficiale ribelle agli appositi centri di disarmo, sotto la supervisione dell’Ecomog (la forza militare d’interposizione dei Paesi dell’Africa occidentale) e dell’Unamsil (il contingente Onu dispiegato nell’ex protettorato britannico). Il suo nome era iscritto su uno speciale registro e così acquisiva lo status di “ex combattente”. Successivamente, avveniva il trasferimento in un campo di smobilitazione dove il minore otteneva lo “stato civile”. Qui scattava l’operazione di ricerca dei familiari. Il ricongiungimento con i parenti era, certamente, la fase più delicata del percorso di recupero e rappresentava in molti casi un ostacolo che poteva rivelarsi insormontabile. A volte capitava che il campo di smobilitazione fosse lontano dal villaggio natale dell’individuo che doveva quindi essere trasferito nel centro più vicino alla sua zona d’origine. Il vero trauma si manifestava, però, quando, dopo lunghe ricerche, l’ex bambino-soldato subiva il rifiuto dei propri cari. Poteva capitare che i genitori fossero deceduti e che la “famiglia estesa” (zii, cugini o nonni) non intendesse farsi carico del nuovo onere. In quegli anni, in Sierra Leone, la popolazione autoctona conosceva molto bene (per esperienza diretta) gli atti criminali che i giovani ribelli erano stati capaci di compiere (mutilazioni, uccisioni). Dunque, vi era una diffusa paura che questi ex combattenti, sebbene fossero figli o fratelli, potessero essere ancora pericolosi.

Il fenomeno del reclutamento dei minori è sempre stato legato a questioni scottanti: il controllo del territorio per conto di imprese minerarie, la povertà endemica, la militarizzazione delle società e l’assenza di democrazia. Ecco perché lo sfruttamento dei minori per fini bellici è solo una drammatica conseguenza delle ingiustizie che affliggono le società locali. Il loro arruolamento è avvenuto in passato e avviene tuttora in Africa, nei ranghi di formazioni regolari o ribelli, con la complicità di potentati vicini e lontani, per interessi antitetici a quelli del bene collettivo e personale. Vi sono, infatti, imprese che smerciano illegalmente armi e munizioni, con l’intento di avere il monopolio delle commodities (minerali e fonti energetiche).

È bene ricordare che nel 2000, 153 Paesi approvarono il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, concernente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati: uno strumento giuridico ad hoc che stabilisce che nessun minore di 18 anni possa essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. Il Protocollo in questione non è l’unico documento internazionale rilevante in materia. Vi è, ad esempio, la Carta Africana sui diritti e il benessere del bambino (African Charter on the Rights and Welfare of the Child), ratificata da 46 Stati membri dell’Unione Africana su 54, e la Convenzione 182 dell’Ilo, sulla proibizione e l’azione immediata per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, ratificata da 175 Stati.

Non resta, davvero, che passare dalle parole ai fatti. «Fermiamo questo crimine abominevole» ha scritto, lo scorso 12 febbraio, papa Francesco, tramite il suo account Twitter @Pontifex, in occasione della recente Giornata internazionale contro l’uso dei bambini-soldato.

Il gesto di Krajewski riapre il confronto tra pastori e popolo

La coraggiosa e del tutto inedita iniziativa del card. Konrad Krajewski, dettata da indiscutibili urgenze umanitarie, pone una serie di problemi che vanno affrontati con rigore. Un buon cristiano può trasgredire una legge per amore e correndo i rischi connessi, ma un pastore deve sempre domandarsi come il suo gesto si possa configurare nel contesto civile. Persino Gesù, quando superava la legge mosaica, non ne calpestava la forma ma ne valicava i limiti.

Se avete dubbi, pensate alla mancata lapidazione dell’adultera, un capolavoro di intelligenza politica oltre che di amore misericordioso. Ricordo che un giorno l’Abbè Pierre a me e ad altre giovani teste calde che gli chiedevamo di raccontarci le sue avventure nella Francia del dopoguerra, quando costruiva palazzi del tutto abusivi per i senzatetto, disse, come era solito fare senza mezzi termini, di non provare ad imitarlo. “Io l’ho potuto fare perché scuotevo le coscienze e cambiavo la politica, voi no!”: pressappoco queste furono le sue parole.

Ora ne comprendo bene il senso profondo. Lui era un personaggio pubblico, parlamentare insignito della Legion d’Onore e quindi pienamente dentro al contesto politico del suo Paese, non un vescovo o un cardinale.

Credo, perciò, che il gesto di Krajewski riapra il confronto tra pastori e popolo cristiano sui compiti affidati alla politica, “la forma più alta di carità”, che non possono essere surrogati da nessuno. Dopo il ruinismo, è davvero l’ora che si inauguri una stagione diversa di protagonismo laicale, dove ognuno faccia fino in fondo ciò che gli compete.

Geopolitica della fraternità. Intervento del Card. Parolin

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

La mattina di martedì 14 maggio, presso l’Università del Sacro Cuore a Milano, il cardinale segretario di Stato ha aperto i lavori del convegno internazionale «1919-2019. Speranze di pace tra Oriente e Occidente». Pubblichiamo quasi integralmente il testo del suo intervento.

Pochi giorni fa Papa Francesco ha lanciato un appello alle Nazioni, affinché si associno e lavorino insieme perché «il bene comune è diventato mondiale». Il Santo Padre ha poi sottolineato che laddove «uno Stato suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone, verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso».

Queste parole applicano all’attuale situazione di progressiva globalizzazione una linea di pensiero che il magistero della Chiesa ha sviluppato in modo costante negli ultimi cent’anni, attingendo anche all’antica saggezza dei padri della Chiesa. Infatti, proprio mentre ha conosciuto la possibilità di diventare più unita, l’umanità ha cominciato a sperimentare anche le divisioni più laceranti. A questi problemi nuovi, la Chiesa risponde esortando all’unità come espressione di un’esigenza intrinseca, che porta a sviluppare un legame autentico tra popoli diversi.

Gradualmente si è venuto rafforzando il senso dell’osmotica correlazione tra la natura sovranazionale della Chiesa cattolica e l’unità della famiglia umana. Infatti, il concilio Vaticano II nella Lumen gentium definisce la Chiesa «quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Allontanandosi progressivamente da un contesto di egemonia europea e da un approccio eurocentrico, il richiamo all’unità fra i popoli ha anche accompagnato un crescente interesse ecclesiale per i mondi non europei, in particolare africano, asiatico e latino-americano, sottolineando una prospettiva sempre più “globale”. La Chiesa si è espressa nel tempo su molti temi legati all’unità della famiglia umana: contro la guerra e l’uso della violenza, da una parte, e per la pace e il negoziato nelle controversie internazionali, dall’altra; per lo sviluppo della cooperazione internazionale e per la promozione delle organizzazioni sovranazionali. In sintesi, a problemi globali occorre dare soluzioni altrettanto globali. In questa sede, intendo limitarmi ad illustrare alcune linee del magistero pontificio degli ultimi cent’anni e a fare alcuni esempi.

In questa prospettiva, il 1919 costituisce un importante tornante della storia per quanto riguarda la tematica dell’unità della famiglia umana. Nel clima delle attese suscitate dalla fine della Prima guerra mondiale, Benedetto XV avviò un nuovo approccio della Santa Sede e della Chiesa cattolica al contesto internazionale, in continuità con l’opera di pace svolta durante la guerra.

È particolarmente conosciuta la di lui Nota del 1° agosto 1917, che definiva la guerra “inutile strage”. Tale denuncia del Papa metteva in luce, indirettamente, anche la crescente incapacità degli Stati europei a garantire l’equilibrio del sistema internazionale. In quel contesto, la voce di Papa Dalla Chiesa apparve quasi inascoltata, anche all’interno dello stesso mondo cattolico. Ma Benedetto XV vedeva lontano: nel seguito del Novecento, la pace e la guerra non si sarebbero più dovute fare riferendosi neppur lontanamente a giustificazioni “cristiane”. Questo Papa inaugurò un nuovo percorso del magistero pontificio sempre più critico verso la guerra quale strumento di soluzione delle controversie internazionali, atteggiamento poi condiviso e rilanciato dai suoi Successori.

Nell’Enciclica Pacem Dei munus, Benedetto XV invitò popoli e nazioni a riconciliarsi, prendendo posizione anche a favore della Società delle Nazioni da poco fondata. La prospettiva del Papa aveva qualche affinità con il progetto sociale del Presidente statunitense Woodrow Wilson. Le due figure, del Papa e del presidente, si stagliavano sullo sfondo del progressivo declino del ruolo egemonico dell’Europa. Ma le loro prospettive non erano le stesse: Wilson ha aperto la strada a nuovi equilibri atlantici tra Europa e Stati Uniti, mentre Benedetto XV ha guardato con attenzione anche a ciò che accadeva oltre l’Occidente. Al riguardo, la sua importante lettera apostolica Maximum illud segnò una discontinuità proprio nella storia delle missioni cattoliche nel mondo. Infatti, si tratta del primo documento missionario promulgato personalmente dal Papa, mentre quelli precedenti emanavano piuttosto dal Dicastero della Santa Sede competente per le missioni. È come se Benedetto XV avesse voluto autorevolmente dare nuovo inizio e nuovo slancio all’intera azione missionaria della Chiesa cattolica. Per Benedetto XV, la Chiesa doveva riprendere a guardare con maggiore attenzione ad Oriente, e in modo del tutto particolare alla Cina.

Il cristianesimo non doveva apparire «la religione di una data nazione, abbracciando la quale uno viene a mettersi alla dipendenza di uno stato estero, rinunciando in tal modo alla propria nazionalità». La Maximum illud è pervasa da questa ansia evangelizzatrice globale e raccomanda agli operatori missionari l’abbandono di atteggiamenti di superiorità verso il clero autoctono, di cui si auspica, al contrario, l’incremento e la promozione all’episcopato. Ne fu conseguenza, pochi anni dopo, la consacrazione nella basilica Vaticana dei primi sei vescovi cinesi. La lettera affermò chiaramente che le missioni non sono un’estensione della cristianità occidentale, bensì l’espressione di una Chiesa veramente universale che vuole mettersi a servizio di tutti i popoli.

In concreto, la critica all’atteggiamento nazionalistico di taluni missionari europei si inserì anche in una nuova prospettiva di attenzione alle buone ragioni dei patriottismi non europei, come quello che andava crescendo nella Cina di quegli anni. Si colloca in tale contesto il dialogo all’epoca avviato tra la Santa Sede e la Cina in vista di stabilire relazioni diplomatiche, per superare l’antico sistema dei protettorati e acquisire un rapporto istituzionale diretto: proprio per questo, ancora una volta, una potenza europea, in questo caso la Francia, si oppose all’iniziativa, fino a impedirne la realizzazione.

La preoccupazione per l’unità della famiglia umana fu viva anche in Pio XI, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, quando una nuova guerra apparve sempre più vicina e mentre cominciava la persecuzione degli ebrei in Europa. È nota la decisione che lo spinse a far preparare il testo di un’enciclica dedicata all’unità del genere umano (Humani generis unitas) che non poté portare a compimento. Dai documenti d’archivio, sappiamo che avrebbe contenuto una decisa condanna del razzismo e dell’antisemitismo nazista, proprio in nome della fondamentale uguaglianza e unità del genere umano.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il suo successore, Pio XII mise in guardia gli Stati affermando: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Proprio richiamandosi alla linea tracciata da Benedetto XV, Pio XII ebbe modo di esprimersi con accenti severamente critici nei confronti della guerra che scoppiò il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste.

Nella visione di Papa Pacelli, «le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l’unità del genere umano», e nella sua visione universale la Chiesa non mira ad uniformare l’umanità.

Nella sua enciclica programmatica, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Egli fece esplicito riferimento alla Cina parlando della chiusura della secolare «controversia dei riti», in continuità con il suo predecessore Pio XI, sancita definitivamente l’8 dicembre 1939. Tale questione aveva segnato dolorosamente la storia delle missioni cattoliche in Cina fin dall’epoca di Matteo Ricci e dei suoi compagni, i quali accoglievano favorevolmente le tradizionali forme cinesi di culto verso gli antenati, mentre altri missionari e scuole di pensiero le avversavano.

Nel 1946, Pio XII creò nuovi cardinali provenienti da tutti i continenti, tra cui il primo dalla Cina continentale, cioè l’allora vescovo di Pechino, monsignor Tommaso Tien Ken-sin. In tale occasione il Papa si rivolse ai porporati con le seguenti parole: «La comprensione universale della Chiesa non ha nulla a che vedere con la strettezza di una setta, né con la esclusività di un imperialismo prigioniero della sua tradizione». Erano parole forti e importanti, che indicavano un chiaro orientamento pastorale, alla vigilia di un processo di decolonizzazione che in pochi decenni avrebbe portato alla nascita di tanti nuovi Stati indipendenti.

Di «unità della famiglia umana» ha parlato anche il concilio Vaticano II. La Gaudium et spes sottolinea il contributo della Chiesa a tale unità perché essa, grazie alla «sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni», favorendo il superamento del dissenso e il consolidamento delle istituzioni «che la umanità si è creata e continua a crearsi».

La convocazione del concilio scaturì anche dalle convinzioni maturate da Giovanni XXIII durante un lungo percorso che da Bergamo lo aveva portato a Roma, Sofia, Istanbul, Parigi e Venezia. Dopo la grave crisi di Cuba, momento di svolta nella guerra fredda, nell’aprile 1963 pubblicò la Pacem in terris, rivolta significativamente anche a «tutti gli uomini di buona volontà» e dedicata «ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente».

Nell’enciclica, maturata in un contesto di potenziale conflitto atomico, Papa Roncalli parlò di avvento di un’epoca nella quale i membri di ciascuna comunità politica erano chiamati «a collaborare tra loro e orienta[rsi] verso una convivenza unitaria a raggio mondiale». Rifiutando le chiusure etniche, occorreva perciò valorizzare gli organismi internazionali, definiti veri e propri «segni dei tempi».

L’affacciarsi di tanti nuovi Stati sulla scena internazionale sollecitava una nuova solidarietà tra Nord e Sud del mondo all’interno dell’unica “famiglia umana”. Questi Stati chiedevano di essere accolti nella comunità internazionale su un piano di parità, superando posizioni asimmetriche e subordinate. In tale mutato contesto, è convinzione di Papa Giovanni che spetti allo Stato farsi carico, da un lato, del riconoscimento di diritti propri di tutti i cittadini in quanto esseri umani, a partire dai più deboli e da coloro che si trovano in condizioni di minor tutela e, dall’altro, spetta agli Stati nel loro insieme promuovere una collaborazione sempre più intensa in vista di realizzare obiettivi di bene comune.

Con Paolo VI l’auspicio di un’unità della famiglia umana ha generato un impegno sempre più vasto e concreto della Chiesa. Questo Papa avvertì con forza il rapporto tra universalità della Chiesa e unità del genere umano, sottolineato dal concilio. Egli assunse fin dall’inizio l’umanità intera come un interlocutore cui rivolgersi costantemente e indirizzò la sua prima enciclica, la Ecclesiam suam del 6 agosto 1964, a tutto il mondo, impegnandosi personalmente per la «grande e universale questione della pace» quale programma del suo pontificato.

Mentre il Vaticano II era ancora in corso, Paolo VI prese la parola — primo Papa nella storia — all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York, rappresentando una Chiesa che si mette al servizio della causa della pace, portando la propria esperienza di umanità per condividere le gioie e le speranze di tutti i popoli. In quella occasione, il Papa volle essere accompagnato da alcuni cardinali rappresentativi di tutti i continenti, simbolo di quell’unità della famiglia umana che trovava espressione visibile nell’universalità della Chiesa cattolica.

Com’è noto, Papa Paolo negli anni seguenti si adoperò instancabilmente per fermare la guerra in Vietnam. Il suo impegno per la pace, tuttavia, non significò soltanto intensa attività diplomatica ma anche un’azione molteplice su terreni diversi, come quelli del dialogo culturale, artistico, sociale e scientifico. Paolo VI, in particolare, aveva compreso chiaramente che la questione sociale era ormai diventata globale e nell’enciclica Populorum progressio sottolineò l’interconnessione tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, fraterna e solidale.

Ma gli eventi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sembrarono smentire questo nesso. Nell’enciclica Octagesima adveniens del 1971, Paolo VI denunciò l’insorgere di «un problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana» e che attraverso uno sfruttamento sconsiderato l’uomo rischia di distruggere la natura e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.

Per quanto riguarda l’insegnamento di Giovanni Paolo II, mi limiterò a ricordare due momenti particolarmente drammatici: il primo fu il ritorno della minaccia nucleare tra il 1985 e il 1986.  In quel difficile frangente, il 27 ottobre 1986 il Papa convocò i leader delle religioni mondiali ad Assisi, pregando perché «l’umanità, nella sua stessa diversità, [attingesse] dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione di ogni popolo». Il secondo momento significativo fu alla vigilia della guerra in Iraq del 2003, che Egli cercò di scongiurare in ogni modo. Davanti al corpo diplomatico Giovanni Paolo II lanciò il grido: «No alla guerra: la guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità».

Con Giovanni Paolo II, l’unità della famiglia umana si intreccia progressivamente con il fenomeno della globalizzazione, ormai vincente sul piano economico, ma carico di ambiguità sul piano umano e umanitario. Nel 2001, Giovanni Paolo II sullo sfondo drammatico dei crescenti movimenti migratori, richiamò con forza il bene comune universale, che abbraccia l’intera famiglia dei popoli, «al di sopra di ogni egoismo nazionalista».

Il tema dell’unità della famiglia umana viene ripreso nuovamente anche nell’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, che indica il dovere di perseguire il bene comune senza limitarlo ai soli confini nazionali.

Con Papa Francesco siamo giunti agli ultimi passi — per ora — del lungo cammino iniziato da Benedetto XV nel 1919. Primo Papa non europeo da molti secoli, Francesco costituisce l’espressione evidente della profonda trasformazione della Chiesa cattolica, il cui baricentro si è progressivamente proiettato dall’Europa verso un orizzonte mondiale. È noto, in particolare, quanto questo Papa abbia proseguito il percorso iniziato con il Vaticano II, accentuando le caratteristiche di una Chiesa “in uscita” e protesa ad evangelizzare, secondo le linee da lui indicate nell’enciclica Evangelii gaudium.

In tale orizzonte si colloca anche l’approccio di Papa Francesco all’unità della famiglia umana, un tema da lui affrontato in un contesto diverso da quello dei suoi predecessori, perché la globalizzazione è ormai diventata un fenomeno avanzato, che mostra sempre più chiaramente anche gravi limiti, problemi e contraddizioni.

A lungo si è sperato che, da solo, lo sviluppo di maggiori rapporti economici potesse favorire la pace e che una maggiore interdipendenza tra gli esseri umani spingesse anche verso maggiore unità e fraternità. Ma l’evoluzione della globalizzazione ha mostrato che un mondo più piccolo e interconnesso non è necessariamente un mondo più unito e più giusto, abitato da uomini e donne che si incontrano, solidarizzano e collaborano. Per questo, è cruciale continuare a riflettere non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dei contatti creati o intensificati dai processi di globalizzazione e, soprattutto, sulle nuove divisioni e disuguaglianze che ne scaturiscono.

L’unità della famiglia umana è un tema che emerge con forza anche nell’enciclica Laudato si’ che Papa Francesco ha dedicato alla custodia del creato, nella quale si rivolge non solo ai cristiani o agli uomini di buona volontà, ma inclusivamente «a ogni persona che abita questo pianeta». Egli scrive: «bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza». Il pianeta su cui viviamo è di tutti e viverlo come casa comune è una necessità sempre più impellente, per proteggerlo occorre ricercare insieme uno sviluppo sostenibile e integrale.

Per il Papa, le patologie di un mondo diviso non si affrontano inseguendo meramente l’illusorio obiettivo di una maggiore sicurezza per pochi e, di fatto, mantenendo dinamiche ingiuste che fanno soffrire molti, ma partendo dall’ascolto della voce dei poveri. A volte si tratta di interi popoli, spesso quelli più poveri della terra e, pur, «rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità». In questa linea, Papa Francesco ha affermato di recente: «lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante».

Per costruire compiutamente l’unità della famiglia umana occorrono invece più solidarietà, più misericordia e più fraternità. Soffermandomi per brevità solo su quest’ultimo tema, ricordo che Francesco vi ha fatto riferimento in numerose occasioni, tra cui la sua visita all’Onu. Durante il suo recente viaggio negli Emirati Arabi Uniti ha detto che solo ispirandosi all’ideale della fraternità, è possibile che membri diversi della famiglia umana si custodiscano a vicenda, facendo «prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione». Tutto ciò presuppone fedeltà alla propria identità ma anche il  «coraggio dell’alterità», che spinge a prendersi cura dell’altro e ci ricorda «che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo».

In questa prospettiva Oriente-Occidente, si inseriscono anche gli sviluppi del rapporto con la Cina durante l’attuale pontificato, che hanno portato alla stipula di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Proprio perché ispirato da motivi pastorali, l’Accordo guarda in primo luogo alla vita della comunità cattolica in quel grande Paese e, di riflesso, incoraggia la Cina a un dialogo sempre più aperto e collaborativo in favore della pace come destino comune della famiglia umana.

In un’intervista ad «Asia Times» del febbraio 2016, Papa Francesco ha affermato: «È una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace […]. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. […]. L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire».

Sono parole ispirate a quella che si potrebbe definire una “geopolitica della fraternità”, incentrata sul rispetto delle identità e sul coraggio dell’alterità. Il Papa invita così ad evitare che nella comunità internazionale insorgano nuove forme di “guerra fredda” ed esorta tutti a considerare il mondo intero come un bene comune, da condividere e conservare, affrontando insieme i problemi.

Io stesso ho avuto modo di dire, nell’agosto 2016, che «molte sono oggi le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». E quando è stato firmato l’Accordo ho sottolineato che tale firma, oltre che importante per la vita della Chiesa cattolica in Cina, lo era anche per il dialogo tra la Santa Sede e le autorità civili di quel Paese e «per il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale».

Tutti conosciamo i profondi travagli che hanno segnato la vita della Chiesa cattolica in Cina nel corso dell’ultimo secolo. Da tali acute sofferenze, grazie a Dio, però non sono nate due Chiese, perché in tutti i cattolici cinesi, a qualsiasi comunità essi appartenessero, è rimasto vivo il sentimento della piena comunione con il vescovo di Roma, così come il desiderio di amare e servire la propria patria. Alla base di tante tensioni non vi sono state, infatti, differenze teologiche, quanto piuttosto due differenti modi di affrontare la complessità del contesto storico e politico.

Oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il successore di Pietro e molti cattolici pongono gesti di riconciliazione che aiutano a ricomporre l’unità tra vescovi, sacerdoti e fedeli. Ciò che sta avvenendo ora nella Chiesa in Cina scaturisce infatti dalla forza di una comunione che è davvero cattolica, e cioè universale, e da cui viene anche una spinta alla fratellanza tra i popoli. La sempre più feconda integrazione dei cattolici cinesi nella Chiesa universale e il cammino di riconciliazione tra fratelli avviato negli ultimi anni costituiscono certamente una novità di portata storica, di cui nel tempo beneficeranno in molti, non solo in Cina. Infatti, l’auspicio del Santo Padre Francesco e dell’intera Chiesa cattolica è che tutto ciò possa contribuire, con l’aiuto di Dio, all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno, ove l’armonia tra i popoli e le nazioni possa davvero contribuire alla causa della pace e all’unità della famiglia umana.

Il Pd, il centro e il centro sinistra

Già pubblicato sulle pagine dell’Huffingtonpost

I conti, come si sa, non si possono fare senza l’oste. E quindi sino al 27 maggio non possiamo ridisegnare anticipatamente la geografia politica italiana che ci sarà. Ma un fatto è indubbio: dopo il 27 maggio, e a prescindere dagli stessi risultati elettorali – che comunque non si discosteranno granché dalle “tendenze” elaborate dai vari sondaggisti – nulla sarà più come prima. A cominciare dalla necessità, ormai richiesta e gettonata da settori crescenti e diversificati, di ridar vita ad una formazione politica che sappia recuperare e riattualizzare la tradizione, il pensiero, la cultura e una politica di “centro”. Ovvero una formazione politica che sappia affrontare la situazione politica che si è venuta a creare dopo il voto del marzo del 2018 e, soprattutto, che sappia battere la radicalizzazione della lotta politica che si è strutturata nel nostro paese. Non solo tra la “”nuova destra” di Salvini e la “nuova sinistra” di Zingaretti ma anche all’interno dello stessa area di governo.

Ora, per fermarsi al campo dell’ ex centro sinistra, e’ altrettanto indubbio, nonché oggettivo, che il panorama di oggi di quella coalizione non può reggere e,soprattutto, non è manco competitiva con gli avversari. Sia esso il centro destra o il partito antisistema e populista dei 5 stelle. E questo per una ragione molto semplice. Il Partito democratico continua a pensare di essere un partito a “vocazione maggioritaria”. Anche se siamo in un contesto dominato dal ritorno della legge proporzionale e quindi dalle rispettive culture politiche da un lato e, dall’altro, dal pesante ed irreversibile ridimensionamento elettorale del suddetto partito. Un vizio politico e culturale che stenta ad essere definitivamente rimosso. Perché se ai tempi del 40% del Pd era una strategia tutto sommato percorribile anche se contraddiceva un postulato essenziale della politica italiana che recita che la “politica in Italia e’ sempre stata politica delle alleanze”, oggi riproporre in modo subdolo quella “vocazione maggioritaria” rischia di essere ridicolo nonché un po’ patetico. Perché nell’ultima fase del Pd, quella a guida Zingaretti, e’ riemersa quella strana concezione che il partito di maggioranza relativa della coalizione distribuisce le carte, prevalentemente a tavolino, di chi ricopre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della alleanza. Una operazione, appunto, ridicola che può avere un solo epilogo: la quasi scientifica sconfitta politica ed elettorale salvo il ritiro dei concorrenti o per via politica o per via giudiziaria. Il che, almeno per il primo caso, e’ altamente improbabile.

Ora, se la vocazionale maggioritaria del Pd e’ un mero ricordo del passato – in entrambe le versioni in cui viene praticata – si tratta di ridar vita ad un vero centro sinistra. Non basta fare liste europee che vanno dal liberal/liberista Calenda al ricco alto borghese di sinistra Pisapia per arrivare alla conclusione che il Pd e’ il vero e l’unico partito di centro sinistra. Non è così e, non a caso, tutti i sondaggi e le consultazioni reali che ci sono state sino ad oggi hanno detto che attualmente il centro sinistra, semplicemente, non c’è.

Ecco perché l’unica operazione politica che, almeno in questo campo, occorre far decollare e’ quella di ricostruire un forza/partito/movimento che sappia riattualizzare il pensiero, la cultura e il metodo di un centro riformista, laico, plurale, di governo e autenticamente democratico. Con tanti saluti alla vocazione maggioritaria o minoritaria del Pd a guida Renzi o a guida Zingaretti. Un centro plurale e riformista che sappia anche, ma non solo, far ritornare protagonista quel cattolicesimo democratico e popolare che da troppo tempo e’ ai margini della vita politica nazionale e che stancamente vota gli attuali protagonisti in assenza di un soggetto che lo rappresenti realmente. Non in chiave esclusiva o, peggio ancora, confessionale ma in una comune collaborazione con altre culture e altri filoni ideali. Una forza che sia in grado di battere quella radicalizzazione politica e quella cultura degli “opposti estremismi” che, se non sconfitta sul terreno politico e culturale, rischia di minare le stesse radici della nostra democrazia. Perché la democrazia italiana, per dirla con una bella espressione di Aldo Moro, resta sempre quella caratterizzata da “strutture fragili e da una passionalità intensa”.

Per questi motivi la grande novità politica del dopo 26 maggio non potrà che essere quella della nascita di un partito di centro e di un nuovo profilo dell’ ex centro sinistra. Solo così sarà possibile competere con un centro destra in salute e con un partito populista e antisistema come i 5 stelle. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

Roma: Festa dei Popoli con il card. Parolin

Sarà il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin, a presiedere la celebrazione eucaristica  – alle ore 12 nella Basilica di San Giovanni in Laterano domenica 19 maggio –  per la ventottesima edizione della Festa dei Popoli organizzata dagli uffici Migrantes e Caritas della diocesi di Roma in collaborazione con i missionari scalabriniani.

Una iniziativa, la Festa dei popoli di Roma, che mira a valorizzare le diverse comunità etniche che vivono nella capitale e nei suoi dintorni per superare i pregiudizi, spiega Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma e del Lazio.

Dopo la celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano la festa con la partecipazione dei diversi gruppi e comunità etniche presenti nella diocesi.

Via i pro Maduro dall’ambasciata di Washington

Ieri è stata notificata un ordinanza  “agli invasori illegali della nostra ambasciata del Venezuela a Washington che devono lasciare la sede diplomatica”: lo afferma in un tweet Carlos Vecchio, rappresentante dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò che gli Stati Uniti riconoscono quale legittimo ambasciatore del Venezuela.

Secondo quanto riferito da Gustavo Tarre, rappresentante del Venezuela presso l’Osa (Organizzazione degli Stati americani) tre attivisti hanno lasciato l’edificio, mentre altri 4 sono rimasti al suo interno.

Brian Becker, direttore della Answer Coalition, che sostiene Maduro, ha detto che le persone ancora presenti nell’edificio non se ne andranno di propria volontà.

La notizia arriva poche ore dopo la richiesta formale di Guaidò agli Usa di ottenere un appoggio dalle forze armate statunitense.

 

Mercato unico digitale: meno care le chiamate per i 28 Paesi dell’Unione

A seguito dell’abolizione delle tariffe di roaming nel giugno 2017, i nuovi massimali previsti per le chiamate internazionali e gli SMS nell’Ue rientrano nella  revisione delle norme in materia di telecomunicazioni a livello europeo volta a rafforzare il coordinamento delle comunicazioni elettroniche e a potenziare il ruolo dell’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche.

Le nuove norme per le chiamate internazionali fanno fronte alle varie differenze di prezzo che esistevano in precedenza tra gli Stati membri. In media, il costo standard di una chiamata intra-Ue da rete fissa o mobile era triplo rispetto a quello di una chiamata nazionale, mentre il prezzo standard di un messaggio SMS intra-Ue era oltre il doppio rispetto a quello di un SMS nazionale. In alcuni casi, il prezzo standard di una chiamata intra-Ue può essere fino a dieci volte superiore al prezzo standard delle chiamate nazionali.

Da un’indagine di Eurobarometro sulle chiamate internazionali emerge che quattro intervistati su dieci (42%) hanno contattato qualcuno in un altro paese dell’Ue nel corso del mese precedente. Il 26% degli intervistati ha affermato di aver utilizzato il telefono fisso, il cellulare o gli SMS per chiamare qualcuno in un altro paese dell’Ue.

Saranno gli operatori delle telecomunicazioni in tutta l’Unione a dover fornire ai consumatori le informazioni sui nuovi massimali. Le norme si applicheranno in tutti i 28 Paesi a partire dal 15 maggio e presto anche in Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Il massimale è limitato all’utilizzo personale, vale a dire per i clienti privati. I clienti commerciali sono esclusi da questa regolamentazione dei prezzi, dato che numerosi fornitori già propongono offerte speciali particolarmente interessanti per i clienti commerciali. Le nuove norme in materia di telecomunicazioni aprono la strada a maggiori investimenti nella connettività ad alta velocità e all’introduzione della tecnologia 5G nell’Ue.

Il codice europeo delle comunicazioni elettroniche e il regolamento BEREC sono entrati in vigore nel dicembre 2018. Mentre il codice deve essere recepito negli ordinamenti nazionali entro la fine del 2020, il regolamento BEREC comprende date di applicazione diverse. La prima norma ad entrare in vigore tra quelle in materia di telecomunicazioni riguarda i massimali per le chiamate internazionali.

“I massimali previsti per le chiamate all’interno dell’Ue – ha detto il vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip –  costituiscono un esempio concreto di come il mercato unico digitale incida nella vita quotidiana delle persone. In effetti, con la costruzione del mercato unico digitale sono stati creati 35 nuovi diritti e libertà digitali. Nel complesso, le nuove norme in materia di telecomunicazioni aiuteranno l’Ue a soddisfare le crescenti esigenze di connettività degli europei e a rafforzare la competitività europea”.

“Dopo aver abolito le tariffe di roaming nel 2017 – ha aggiunto il commissario responsabile per l’Economia e la società digitali, Mariya Gabriel – l’Ue ha ora adottato misure contro le tariffe eccessive per le chiamate transfrontaliere dal proprio paese. Grazie a queste due azioni, i consumatori europei sono ora ampiamente tutelati contro le bollette esorbitanti quando chiamano un qualsiasi numero europeo, sia nel proprio Paese che all’estero. È uno dei numerosi risultati concreti conseguiti dal mercato unico digitale”.

Galleria Borghese: Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica

La Galleria Borghese dedicherà una mostra a una specifica produzione di Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica. Fontana sarà il primo artista italiano del Novecento esposto nel Museo dopo le rassegne dedicate a grandi figure internazionali quali Bacon, Giacometti, Picasso.

Verranno presentate circa cinquanta opere fra dipinti a olio in oro e ceramiche, realizzate principalmente negli anni Cinquanta e Sessanta. La mostra si inserisce all’interno del programma di ricerca che il Museo conduce da anni sulla propria eccezionalità di luogo altamente significativo quale identità combinata di collezione e spazio che la circonda.

L’inserimento delle opere di Fontana all’interno della collezione, in particolare fra i dipinti del Rinascimento e del Barocco, aiuterà a porre in risalto la costante attualità di un problema cruciale nella ricerca pittorica di ogni tempo: il concetto di “spazio”, la sua definizione, l’ansiosa ricerca della sua rappresentazione.

Per rendere pregnante l’apice inventivo di Lucio Fontana la concentrazione sarà sulla produzione in oro del grande artista. Oro non come colore, ma quale astrazione massima e antinaturalistica in un contesto, quello della Galleria Borghese, in cui la infinita varietà coloristica e la multiformità dei temi e dei soggetti pervade tutto lo spazio. Oro dunque non più nell’accezione barocca di massima esaltazione dell’ornamento, bensì vertice strutturale della forma che racchiude nella sua materia visivo compositiva la luce stessa, nella sua interpretazione fisica e estetica. L’oro come componente spaziale che, come nell’antichità classica, paleocristiana, medievale e rinascimentale, è la sintesi di luce e spazio.

Ma al contempo, anche oro originato, quale materia vergine, dall’impasto col fango. Per questa ragione la sua magnifica produzione in ceramica, nata, in termini materiali, dalla terra fangosa, affiancherà le opere in oro in questa mostra. Per questo si intende accostare agli ori una raccolta di ‘terre-cotte’, le sue ceramiche dipinte, scelte nel tema predominante delle Crocifissioni, composizioni tutte fortemente scosse da un fremito scomposto di origine ancora barocca.

Glaucoma: ecco il nuovo collirio per curarlo

Il collirio targato Unibo si basa sulle proprietà del sangue contenuto nel cordone ombelicale. Al suo interno, infatti, gli studiosi hanno individuato una serie di fattori di crescita in grado di contrastare il glaucoma. E gli stessi effetti riparativi potrebbero essere efficaci anche su altri tipi di malattie degenerative oculari.

Con il termine glaucoma si identifica oggi un gruppo di patologie oculari causate dalla degenerazione del sistema nervoso centrale dovuta all’invecchiamento. Queste patologie colpiscono circa un milione di persone in Italia: si stima che ne sia affetto tra l’1 e il 2% di chi ha più di 40 anni e il 5% di chi ha più di 70 anni.

Il sangue del cordone ombelicale viene infatti prodotto in un periodo di elevata richiesta metabolica e potrebbe quindi rappresentare una potente combinazione di fattori trofici, cioè di quelle sostanze prodotte dall’organismo in grado di garantire la sopravvivenza delle cellule e di stimolarne la crescita.

Dopo il gesto del Cardinale-elettricista

Ci interessiamo molto di Brexit, di Borsa, di opinionisti massoni e poco di quello che ci riguarda da vicino.

E ci riguarda non solo e non tanto come cattolici ma come europei e italiani, noi tutti che viviamo in un continente che invecchia vertiginosamente e in un’Italia che due partiti pensano di governare con politiche e con parole del passato.

C’è uno che ci vorrebbe chiudere in casa come Olindo e Rosa, impauriti e crudeli, e vuol chiudere i porti ripetendo luoghi comuni duceschi tipo indietro non si torna mentre abbiamo ingranato la retromarcia.

C’è poi un altro che ha nel moralismo piccolo borghese la sua arma migliore ma la usa come argomento da campagna elettorale e per il resto fa il turista tra parole d’ordine di destra e parole d’ordine di sinistra.

E questa è la nuova generazione che dovrebbe guidarci verso il futuro! Una volta tanto possiamo dire anche noi che i problemi sono altri e che i soli, al momento, che cercano di affrontarli sono papa Francesco e gli uomini che lavorano con lui? Direi di sì.  

Le grandi decisioni sul futuro dell’umanità e quindi le scelte da compiere per la sopravvivenza del nostro pianeta, come le politiche per il bene comune, per realizzarsi devono svolgersi in presa diretta perché questo pretende il nostro tempo.

Francesco si muove in presa diretta, mentre le nostre discussioni sono vecchio repertorio.

Parolin difende il Cardinale, Impagliazzo il Papa.

La nota sul Cardinale e lo stabile occupato, qui riproposta attraverso il link a fondo pagina, appare su un sito (Frammenti di Pace) molto informato sulle vicende di Chiesa. Non pubblica fake-news, né gioca sul sensazionalismo. È un osservatorio serio, da cui possiamo trarre quella che si presenta come la ricostruzione più attendibile dell’accaduto.

Dunque, stando alla nota, l’Elemosiniere del Papa avrebbe informato il Campidoglio in anticipo, anzi avrebbe sollecitato le autorità comunali a intervenire per evitare conseguenze spiacevoli: personale malate o fragili, a causa della mancanza di elettricità, andavano incontro a pericoli di varia natura. Solo dopo aver constatato la latitanza delle istituzioni, Konrad Krajewski (don Corrado, come ama essere chiamato il Cardinale polacco) ha dato corso alla sua clamorosa iniziativa. Di questa, pertanto, erano edotti gli uffici della Raggi.

Il resto è riportato a chiare lettere nelle cronache di giornali e siti web. Evidentemente l’alto prelato, abituato a misurarsi con situazioni di estremo disagio, ha ravvisato la necessità di “entrare a gamba tesa”. Ora, il clamore per il gesto compiuto non può offuscare la riflessione, quanto mai urgente, sulla responsabilità della politica. Di Maio e Zingaretti hanno plaudito, come se il Sindaco di Roma fosse una figura estranea, di cui il M5S possa ignorare l’appartenenza, e il leader del Pd il presidente di una Regione qualunque, non del Lazio. Un po’ sorprendente! In realtà, questo modo di fare accentua la crisi della politica, rendendo il senso dello Stato una merce sempre più rara.

Cosa ha detto, infine, il Card. Parolin? La solidarietà espressa con il ripristino della corrente nello stabile occupato deve valere come suggestione e monito affinché le istituzioni e la politica non si sottraggano alle loro responsabilità. Certo, dinanzi a questa precisazione si può obiettare che altro poteva essere il metodo, a buon conto nel rispetto proprio della legalità (anch’essa un valore da salvaguardare). Anche don Luigi Di Liegro si distinse per coraggio e determinazione, dando voce alla Chiesa dei poveri, ma scelse di modellare la battaglia a favore dei più deboli ed emarginati sul fermo principio del metodo democratico.

In ogni caso, ciò che conta qui ed ora è la sostanza del problema, ovvero l’inammissibilità di silenzi e rinvii da parte degli organi di governo, centrali e territoriali, al punto di lasciare incancrenire le situazioni più gravi e umanamente difficili. Ricorda Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che l’attacco al Papa in genere si ritorce contro gli stessi autori dell’attacco. È però necessario che i cattolici più impegnati non si riducano a distribuire pillole di saggezza, ma aiutino il Paese a ritrovare, anche  tra le polemiche innescate dall’episodio romano, quel senso di equilibrio che nasce dal rispetto per le istituzioni e l’ordinamento della vita democratica.

http://www.frammentidipace.it/Pages/PrimoPiano/10793/La_carit%C3%A0_accende_la_luce_e_il_cuore_dell

Un voto sottostimato

Fonte rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Domenica 26 maggio non voteremo solo per il rinnovo del Parlamento europeo. In Italia, lo stesso giorno, con le europee si terranno anche molte elezioni amministrative. Tra le altre cose (insieme alle regionali in Piemonte) si voterà in quasi quattromila comuni italiani, la metà del totale.

Sono elezioni molto importanti. Da un lato c’è l’Europa e il progetto europeo, il contenitore dentro il quale dovrebbe muoversi anche un progetto nazionale, soprattutto in un momento di grande incertezza in cui sono ormai evidenti le conseguenze indesiderate della globalizzazione. Difficile se non impossibile, ad esempio, porre rimedio alla crescita delle diseguaglianze, se non in maniera episodica e molto parziale (spesso creando nuove disparità), senza un coordinamento sovranazionale. Per non parlare del contrasto ai cambiamenti climatici. Dall’altro lato c’è il voto amministrativo, con tante realtà locali che guardano, comprensibilmente, al loro particolare, senza per questo restare immuni dal clima politico nazionale. Anzi.

Proprio ciò che si muove sulla scena politica nazionale determinerà molti dei risultati alle comunali. Per questo in molti casi la destra che si ispira al modello della Lega di Salvini per ora non batte un colpo (o quasi), convinta di potere giocare di rimessa. Dall’altra parte chi ancora si trova in grande difficoltà e fatica a uscire dall’angolo, il Partito democratico, rischia di patire anche a livello locale il momento non esaltante in cui, anche sotto la nuova segreteria, la principale forza di opposizione al governo giallo-verde sembra muoversi.

In questo modo c’è il rischio concreto che si allarghi il divario tra i risultati raggiunti dalle amministrazioni uscenti, in molti casi a guida Pd, e il responso delle urne. Detto altrimenti: anche laddove il Pd ha governato decentemente, o addirittura bene, questo potrebbe non essere sufficiente per ottenere dagli elettori un nuovo mandato. È, anche questo, il segno di una politica sempre meno prevedibile, di un elettorato che, dopo decenni di sostanziale staticità sembra averci preso gusto e molto spesso riconsidera, a volte profondamente, le proprie opzioni di voto. Anche così si spiegano le tante liste civiche o presunte tali che, in tante situazioni, cercano di smarcarsi dai partiti pur ricercandone l’appoggio. Cartelli elettorali creati ad hoc, che a volte rappresentano un buon collante per forze troppo deboli se prese singolarmente. E altre volte, invece, rischiano di approfondire le divisioni del centrosinistra, ancora incapace di proporre un progetto politico sufficientemente comprensibile e non troppo contraddittorio. Contro la realtà (i dati, i fatti, le percentuali, dietro le quali le amministrazioni si nascondono per dire che “no, non c’è crescita dell’insicurezza: i dati dicono che i reati sono scesi”) potrebbe vincere (ancora una volta) la percezione della realtà.

Il 26 maggio sarà dunque una data particolarmente importante per il futuro della vita politica e sociale del nostro Paese, che rischia di trovarsi, il giorno dopo, meno europeo e molto più fragile. Autoreclusosi nei confini di tante, deboli piccole patrie.

[Questo approfondimento sulle amministrative di maggio tocca le quindici città più popolose in cui si rinnovano i Consigli comunali: Bari, Bergamo, Cesena, Ferrara, Firenze, Foggia, Forlì, Livorno, Modena, Perugia, Pescara, Prato, Reggio Emilia, insieme a Cagliari e Sassari dove, in ragione dell’autonomia dell’Isola, si voterà il 16 giugno.]

De Michelis: La verità su Maastricht

Pubblichiamo il documento che Gianni De Michelis elaborò nel 1996

Su Maastricht sono fiorite ormai troppe leggende che ci fanno perdere di vista il senso di quel progetto destinato a cambiare il volto dell’Europa.

È perciò necessario ricostruire criticamente la storia del Trattato sull’Unione Europea, anche per capire quali conseguenze esso avrà per il nostro futuro. E per rendere chiaro a tutti che se Maastricht dovesse fallire, non sarà solo un arretramento parziale: l’intera costruzione europea minaccerebbe di collassare, con effetti che non voglio nemmeno immaginare. A questo scopo vorrei qui portare il contributo della mia testimonianza, come responsabile della politica estera italiana negli anni decisivi (1989-1992) per la concezione e la definizione del Trattato di Maastricht.

Il missile di Delors

Il cuore del Trattato di Maastricht è senza dubbio la moneta unica europea.

L’idea di Delors, quando nel 1984 diventa presidente della Commissione, è di utilizzare la moneta unica come strumento per l’integrazione politica europea. Delors rovescia il ragionamento di Spinelli: mentre i federalisti classici puntavano tutto sulla costituzione politica – con il risultato di scatenare il fuoco di sbarramento degli Stati nazionali – Delors considera che il modo migliore per avvicinare l’integrazione politica è di approfondire e rendere irreversibile l’integrazione economica e monetaria. Se Spinelli era un massimalista, Delors appare come un minimalista, perché parte dal basso, presenta i progressi nel processo integrativo come completamento del Mercato comune. Ma l’obiettivo è e resta identico: l’Europa unita.

Delors concepisce infatti il progetto di integrazione europeacome un missile a tre stadi, ciascuno dei quali esprime la spinta sufficiente per passare a quello successivo. Primo, l’Atto unico (1986), con la conseguente creazione del Mercato unico; secondo, la moneta unica, sancita dal Trattato di Maastricht (firmato l’11 dicembre 1991), da realizzare per tappe entro il 1999; terzo, l’integrazione politica europea, con una configurazione istituzionale ancora da definire, ma in qualche modo collocata a mezzo fra federalismo e confederalismo. Dunque un processo schiettamente politico, che si presenta come inscritto in una logica economicistica per meglio resistere agli attacchi degli avversari dell’integrazione.

Quando il progetto di unione monetaria viene sottoposto al Vertice europeodi Madrid (giugno 1989), la signora Thatcher scopre il gioco di Delors e apre il fuoco di sbarramento, di cui lei stessa sarà la prima vittima. Del resto, già la direttiva sulla libera circolazione dei capitali, approvata a Hannover nel giugno del 1988, implicava il superamento del Sistema monetario europeo e la sovranazionalizzazione della politica monetaria.

Oltre che dagli inglesi, obiezioni vengono da paesi piccolicome la Danimarca e il Portogallo, mentre Francia, Italia e Germania guidano il fronte del sì. In quel momento, si noti bene, Delors parla solo di Unione economica e monetaria e non di unione politica, ma è evidente a tutti che la messa in comune di uno dei simboli fondamentali della sovranità – la moneta – avrebbe significato un passo quasi irreversibile verso l’Europa politica. Nessuno sa, a questo punto, se le obiezioni degli anti-europeisti o degli scettici potranno essere superate.

Lo scambio geopolitico

Lo scenario cambia completamente nel semestre successivo. Il crollo del Muro di Berlino sconvolge gli equilibri mondiali. Già al Vertice straordinario di Parigi (novembre 1989) si delinea quello che sarà lo scambio geopolitico implicito nel Trattato di Maastricht: l’Europa dà via libera alla Germania per la riunificazione in tempi rapidi, ottenendo come contropartita l’europeizzazione del marco.

Di fatto la moneta unica (poi denominata euro) sarà il marco– nessuno ha interesse a che valga di meno – con la differenza che a governarlo non sarà la Bundesbank, composta solo da tedeschi, ma la Banca europea, del cui consiglio di amministrazione i tedeschi saranno solo una delle componenti. Nessuno, all’epoca, lo dice pubblicamente, ma fra noi è pacifico che questa è la posta in gioco. Senza capirlo, è impossibile ricostruire la vera storia di Maastricht. Soprattutto, non se ne possono vedere le implicazioni geopolitiche.

Dal novembre 1989 fino alla notte di dicembre del 1991, quando nella cittadina olandese di Maastricht variamo il Trattato, la questione tedesca domina i nostri pensieri e i nostri negoziati. La questione è molto chiara: o la Germania resta in Occidente anche dopo essersi annessa la Rdt, oppure slitta verso il Centro e oscilla paurosamente fra noi e la Russia. Alla fine, la Germania accetta di integrarsi più strettamente in Europa, rinunciando persino alla sovranità sul marco a una data fissata (1° gennaio 1999), pur di garantirsi l’appoggio dei partner alla riunificazione.

Vorrei sottolineare questo punto, spesso trascurato, anche perché la vera trattativa si svolgeva al coperto, circondata dal segreto più assoluto: la riunificazione tedesca non sarebbe stata possibile senza il consenso dell’Europa. Non è dunque vero che la partita con la Germania fosse giocata unicamente da Unione Sovietica e Stati Uniti, con l’appendice delle altre due potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, Francia e Gran Bretagna. Non è nemmeno vero che gli americani spingessero per concludere subito l’unificazione.

No, gli unici che avevano fretta erano i tedeschi. I quali sapevano benissimo che noi europei potevamo stopparli. Quanto meno, potevamo ritardare l’unificazione. Per fortuna, siamo stati abbastanza intelligenti da usare il nostro potere contrattuale in modo costruttivo.

Galeotto fu il caminetto

Ho un ricordo personale molto vivo che può illustrare la sorda battaglia fra Kohl e gli altri leader europei, avvenuta al coperto ma non per questo meno esplicita. Nel novembre 1989, su invito di Mitterrand, i leader dei Dodici si ritrovano all’Eliseo per discutere le conseguenze della caduta del Muro. Deve essere solo un incontro di facciata, una dimostrazione dell’unità dei Dodici in una fase tanto agitata, senza nessun impegno per favorire l’unificazione tedesca. Durante la cena, Kohl illustra quello che sarà poi il suo piano in dieci punti per l’unificazione, che si muove però ancora entro la cornice di una confederazione dei due Stati tedeschi.

Dopo cena, ci raduniamo intorno al caminetto per un caffè. Mitterrand al centro, attorno a lui i capi di Stato o di governo disposti a semicerchio, poi una seconda fila con i ministri degli Esteri. Io sono seduto alle spalle di Andreotti e Kohl. Mitterrand parla, e fa subito capire che per lui la questione dell’unità tedesca è un’eventualità storica, da esaminarsi in un futuro abbastanza imprecisato. Sullo stesso tono gli interventi degli altri, da Gonzalez alla Thatcher. Kohl diventa sempre più rosso di rabbia e quando tocca a lui sembra quasi che stia per piangere. Il succo del suo intervento è questo: voi non potete farmi tornare a Bonn, dal mio popolo, senza un messaggio chiaro di appoggio dell’Europa alla riunificazione tedesca.

È emozionatissimo perché capisce che sta rischiando di restare a mani vuote.

Io so che dopo Kohl tocca ad Andreotti. Allora, dalla sedia dov’ero appollaiato, mi chino verso di lui e gli bisbiglio in un orecchio: «Presidente, adesso tutti si aspettano da te la stoccata finale. Sanno benissimo come la pensi sull’unificazione tedesca (per inciso, Andreotti veniva da una riunione della Nato in cui aveva avuto uno scontro molto forte con Kohl, n.d.r.). Ma qui hai un’occasione unica. Qui non bisogna badare alle proprie idee, ma alla politica. Proprio perché tutti sanno come la pensi, se tu apri uno spiraglio a Kohl le tue parole varranno doppio. Io e Fagiolo (diplomatico, all’epoca stretto consigliere di De Michelis, n.d.r.) abbiamo preparato una frasetta per fissare la posizione italiana. Con tutte le cautele diplomatiche, questa frasetta dichiara che l’Europa auspica e promuove l’unificazione della Germania. Niente di definitivo, ma è ciò di cui Kohl ha bisogno per superare l’impasse».

Andreotti coglie al volo l’idea e legge quella frasetta, immortalata poi nel comunicato finale. Gli altri sono presi in contropiede. Se Andreotti, che notoriamente ama tanto la Germania da volerne due, dà via libera a Kohl, è difficile non tenerne conto. Di colpo l’impasseè superata e il vertice si chiude con un esplicito appoggio della Comunità all’idea della riunificazione tedesca. Credo che Kohl non abbia dimenticato quel momento e che il nostro buon rapporto con i tedeschi nasca anche di lì.

 

È da allora che si comincia a disegnare il compromesso fra Germania ed Europa, che cambia completamente la logica originaria di Maastricht. La moneta unica non basta più, bisogna aggiungervi la parte politica, perché la Germania deve essere integrata sempre più strettamente in Europa. È una conseguenza inevitabile dello stravolgimento degli equilibri internazionali. Una Germania più grande, liberata dai vincoli derivanti dalla sconfitta del nazismo, rischierebbe di squilibrare la costruzione europea.

Ricordo ancora l’impressione che farà a tutti, anche agli americani, il vertice Kohl-Gorbačëv del luglio 1990, nel Caucaso, quando il cancelliere tedesco sembra trattare da pari a pari con la superpotenza sovietica e si presenta dai russi con un ricco assegno e strappa il loro sì alla Germania unificata tutta nella Nato. È finita la Bundesrepublik di Bonn, comincia quella di Berlino. Di questo Delors e noi ci rendiamo perfettamente conto, sicché acceleriamo il passo e modifichiamo sostanzialmente la strategia.

L’11 febbraio 1990, durante il vertice della Csce a Ottawa, viene concepito il negoziato 2+4 (le due Germanie più le quattro potenze vincitrici) sull’unificazione tedesca. Ho uno scontro con Genscher, che strilla: «Voi italiani siete fuori del gioco!». Certo, siamo fuori del 2+4, ma siamo invece dentro, e con un ruolo trainante (dal 1° luglio l’Italia è presidente della Cee) al negoziato parallelo che deve portare la Rdt dentro la Comunità europea.

Una condizione di cui i tedeschi hanno assolutamente bisogno e che dà all’Europa, e anche a noi italiani, un certo peso contrattuale. Si tratta di portare con un negoziato fra i più veloci nella storia un paese di 16 milioni di abitanti dentro a una Comunità che ha impiegato sette anni di trattative per incorporare Spagna e Portogallo, tutto sommato paesi già diventati democratici. Il miracolo si compie tra giugno e settembre del 1990.

Forse non tutti ricordano che per un solo giorno, il 30 settembre 1990, noi siamo stati una Comunità a Tredici, avendo accettato l’ingresso della Germania orientale come entità strutturale a sé stante. Occorre ricordare che ancora all’inizio del 1990, l’anno dell’unificazione tedesca (1°.ottobre), molti non credono che il processo sarà così rapido. Ma già nel febbraio 1990 io traccio su un foglietto, durante il Vertice di Ottawa, i due possibili percorsi dell’unificazione, di cui il più veloce prevede la conclusione entro sei mesi (due meno di quelli poi effettivamente necessari).

Ci rendiamo conto che siccome Kohl deve affrontare le elezioniin ottobre ha un interesse vitale ad arrivarci con la Germania unita. Sicché ora spinge per un’unificazione al galoppo. Noi italiani siamo svelti a capire che il tempo stringe. Bisogna incardinare la nuova Germania in Europa prima che i tedeschi si riunifichino e dettino legge.Il treno che porterà a Maastricht deve correre molto più velocementee portare contemporaneamente all’allargamento (prima la Germania dell’Est, dopo il Duemila altri Stati dell’ex blocco sovietico) e all’approfondimento. L’allargamento lasciando l’Europa com’è significa distruggerla. Vuol dire importare i germi della disintegrazione e lasciare che corrodano le nostre istituzioni comuni e i nostri Stati. Su questo siamo d’accordo con Delors e con gli altri partner, a cominciare dagli stessi tedeschi.

Tanto che già il 20 aprile, al Vertice di Dublino, per la prima volta viene approvato un documento ufficiale del Consiglio dei ministri europei che parla di unione politica. Si comincia a delineare anche la necessità di una politica estera e di sicurezza comune. Gli inglesi, che pure vorrebbero dare priorità all’allargamento dell’Europa, non possono opporsi e si limitano ad alcune eccezioni e riserve nel merito.

È il momento di scattare per l’offensiva finale. Delors, presidente della Commissione, ed io, che in quel momento presiedevo il Consiglio dei ministri degli Esteri europei, siamo in perfetta consonanza. Nasce l’idea di chiudersi in conclave noi due con solo i consiglieri più stretti per definire una prima traccia dei possibili contenuti di quello che poi sarebbe diventato il Trattato di Maastricht. Lo facciamo all’inizio di settembre, nel segreto più totale. I tedeschi in quella fase non c’entrano. Nel week-end trascorso all’hotel Il Pellicano, all’Argentario, riusciamo ad accordarci su un canovaccio che definisce soprattutto la scaletta di argomenti da affrontare e le soluzioni di massima da proporre, nel quadro del negoziato sull’unione politica.

Un’idea abbastanza fedele del risultato dell’Argentariola si può avere rileggendo il testo del documento che la presidenza italiana fece circolare qualche settimana dopo (nel novembre) e che è stato riprodotto in un volume di Rocco Cangelosi. Il risultato più significativo, poi confermato a Maastricht, è rappresentato dall’indicazione di un impianto istituzionale a mezza via fra federalismo (caro soprattutto a Olanda e Belgio) e confederalismo (la nostra preferenza) per l’Europa del futuro.

Ora leggo che Delors critica quella politica esterae di sicurezza comune che è senza dubbio il punto debole di Maastricht. Ma nessuno come Delors conosce le resistenze che incontrammo nel negoziato del 1991-’92, e quindi le ragioni che ci indussero ad accettare un compromesso, in parte insoddisfacente, al fine soprattutto di incassare l’apertura di credito che avevamo nei confronti della Germania. Capisco che oggi Delors, per ragioni soggettive, si sia un po’ disamorato di Maastricht, ma all’epoca eravamo d’accordo su tutte le questioni essenziali.

Carli e i parametri

Negli ultimi mesi di negoziato, nel corso del 1991, si accentua il braccio di ferro con i tedeschi sull’unione monetaria. I pallini di Kohl sono i parametri di convergenza, e l’indipendenza della Banca europea, soprattutto come garanzia della stabilità dei prezzi. È chiaro che la moneta unica non si può fare senza un certo livello di convergenza fra le politiche economiche degli Stati membri. Ma il nostro ministro del Tesoro, Carli, si batte con forza contro un’interpretazione ideologica dei parametri. «Non ci sono numeri magici, per cui il 3,1 è male e il 2,9 è bene», ripete ai tedeschi.

Non è un caso che i quattro parametridi cui oggi tanto si discetta sulla stampa non siano inclusi nel testo del Trattato, ma siano collocati in un protocollo aggiuntivo. Questo vuol dire che gli organi dell’Unione possono interpretarli senza che questo debba comportare una modifica del Trattato e quindi la necessità di passare per una nuova ratifica da parte dei parlamenti nazionali. L’unico criterio rigido, su cui l’accordo è generale, è quello che riserva l’ingresso nella terza fase dell’unione monetaria ai soli paesi che abbiano mantenuto stabile per almeno due anni il rapporto di cambio della propria con le altre monete europee.

Carli ed io siamo convinti, allora, che l’Italia possa entrare da subitonel gruppo di paesi che avranno per primi la moneta unica. Non c’è, insomma, nessun tentativo di escludere a priori nessuno, tanto meno l’Italia. Semmai, fino all’ultimo c’è un tentativo tedesco di rendere non vincolante la decisione sulla moneta unica. Nelle versioni preparatorie del Trattato si lascia aperta la possibilità di cambiare idea all’ultimo momento.

Ma su nostra iniziativa passa invece, nel testo finale, la norma vincolante, che impegna tutti a fare la moneta unica a partire dal 1° gennaio 1999. Questo aspetto oggi viene trascurato, ma è fondamentale. Se qualcuno, ad esempio la Germania, non volesse più fare la moneta unica, dovrebbe rinnegare il Trattato di Maastricht, dovrebbe far saltare per aria l’Unione europea. E verrebbe meno allo scambio, di cui Kohl è sempre stato perfettamente cosciente, fra unificazione tedesca ed europeizzazione della Germania.

Alla prova della Jugoslavia

L’accordo di Maastricht viene siglato pochi giorni prima che la Germania, violando le regole del gioco, imponga ai suoi partner il riconoscimento accelerato di Slovenia e Croazia. Si può speculare a lungo sulle ragioni che spingono Kohl e Genscher ad abbandonare la linea di prudenza che loro stessi hanno inizialmente sostenuto, d’accordo con noi europei, con gli americani e con i sovietici. È un duro colpo per l’Europa.

Non è vero però, come sostiene qualcuno, che i tedeschi ci ricattino, minacciando di far saltare Maastricht se non riconosciamo le due repubbliche secessioniste ex jugoslave. La riunione decisiva si svolge a Bruxelles nella notte del 13 dicembre 1991, cioè due giorni dopola firma del Trattato. Genscher annuncia che la Germania riconoscerà in ogni caso entro Natale Slovenia e Croazia, come annunciato pubblicamente da Kohl qualche giorno prima.

Avendo partecipato a quella riunione, ricordo che la mia impressioneè che francesi e tedeschi siano d’accordo a essere in disaccordo. Genscher e Dumas fanno il gioco delle parti, ma in realtà i francesi non hanno nessuna intenzione di bloccare i tedeschi. Devono mantenere una posizione di facciata, in omaggio all’opinione pubblica, ma certo non si battono strenuamente contro i riconoscimenti.

Van den Broek, presidente di turno, e io a nome dell’Italiacerchiamo di rabberciare una posizione comune, per evitare che l’Europa alla prima grande prova si spacchi. E ci riusciamo. Fra l’altro, rinviando di quattro settimane il riconoscimento europeo di Slovenia e Croazia diamo al mediatore dell’Onu Vance il tempo necessario per disinnescare la mina dei territori croati tenuti dai serbi della Krajina. Il compromesso imposto da noi a Tud-man lo costringe a congelare per anni una situazione che vede un terzo del suo territorio in mano serba, in cambio del riconoscimento, fra l’altro condizionato.

Nella riunione di quella notte io spiego che non trovare una posizione comunesarebbe esiziale per l’Europa. Che cosa sarebbe successo infatti, in caso di disaccordo? La Germania, il Belgio, la Danimarca e forse l’Italia avrebbero riconosciuto le due repubbliche, mentre gli altri sarebbero rimasti alla finestra, sancendo una spaccatura verticale fra i Dodici e permettendo alle varie parti ex jugoslave di giocarci gli uni contro gli altri. Maastricht sarebbe morto a due giorni dalla nascita.

La migliore delle Europe possibili

È facile criticare Maastricht con il senno di poi. Ma qual era l’alternativa? Noi decisori non ci muoviamo in uno spazio astratto. Dobbiamo restare con i piedi per terra, calcolare costi e benefici delle diverse opzioni. Resto convinto che il Trattato di Maastricht, con tutti i suoi difetti, fosse la migliore soluzione possibile all’improvviso riemergere della questione tedesca.

Con la dissoluzione dell’impero sovietico noi eravamo a un bivio. Una strada ci riportava indietro all’Ottocento, alla logica dell’equilibrio delle potenze. L’altra, la strada dell’integrazione, ci proiettava verso il Duemila. Abbiamo scelto questa seconda strada, forse più difficile, certo più ambiziosa. Lo scambio geopolitico fra unificazione tedesca e stretta integrazione della Germania in Europa, sancita dall’europeizzazione del marco, era l’unica opzione realistica e coerente con i nostri interessi.

Avremmo forse dovuto rallentare l’unificazione tedesca?Mi pare azzardato sostenerlo. L’opinione pubblica non avrebbe capito. Sarebbe stato inoltre molto pericoloso per il mantenimento della pace. Concretamente: che cosa sarebbe successo se al momento del tentativo di golpe in Urss, nell’agosto del 1991, la Germania fosse stata ancora divisa, con centinaia di migliaia di soldati sovietici pronti a intervenire? Ricordo che quel lunedì 19 agosto ero in Jugoslavia, sul lago di Ocrida, per un incontro con il primo ministro Marković, il quale mi disse: «Stasera devo rientrare a Belgrado. Se il colpo di Stato in Urss riesce, mi fucilano…».

Un altro esempio: la guerra del Golfo, all’inizio del 1991. Se non avessimo risolto la questione tedesca per tempo, difficilmente avremmo potuto costruire quel fronte compatto, compresi in buona misura gli stessi sovietici, che liberò il Kuwait e impedì un’estensione del conflitto all’intero Medio Oriente, mettendo a rischio persino l’esistenza di Israele.

Il successo di Maastricht, e quindi la regolazione definitivadella questione tedesca, sarà deciso nei prossimi anni, quando si tratterà di portare a termine l’unione monetaria per poi proseguire, sullo slancio, verso una più stretta integrazione politica senza di cui l’allargamento a est sarebbe un disastro. L’unificazione europea è un processo. Per sviluppare l’integrazione noi dobbiamo stabilire delle procedure, le quali a loro volta, essendo applicate, creano la consuetudine e hanno un effetto autorafforzante.

Io credo che con Maastricht noi abbiamo messo in moto un meccanismoche rende alla maggioranza dei tedeschi più conveniente stare dentro l’Europa che tentare nuove avventure solitarie. La fuoriuscita dal processo di integrazione europea è diventata per la Germania molto più costosa. Basta questa considerazione, credo, per valutare l’importanza storica di quel Trattato, che prima o poi dovrà sfociare nell’integrazione politica del nostro continente.

Con fiducia verso una nuova fase di collaborazione

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

I recenti progressi dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Cina sono al centro della lunga intervista esclusiva concessa dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ai giornalisti Francesco Sisci e Zhang Yu e pubblicata sul «Global Times». Ne riportiamo una traduzione italiana, ringraziando il quotidiano cinese per la disponibilità del testo.

L’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese è stato firmato. Adesso il dialogo prosegue. Con quale frequenza si incontrano le due parti? Può raccontarci qualche dettaglio al riguardo?

Sì, il 22 settembre 2018 si è giunti alla firma di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina. Le due parti sono ben consapevoli che tale atto costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino, ma è soprattutto un punto di partenza. C’è fiducia che si possa ora aprire una nuova fase di maggiore collaborazione per il bene della comunità cattolica cinese e per l’armonia dell’intera società. I canali di comunicazione stanno funzionando. Ci sono elementi che mostrano un aumento di fiducia tra le due parti. Stiamo inaugurando un metodo che pare positivo e che certamente dovrà ancora essere messo a punto nel tempo ma che, fin da ora, ci fa sperare di poter raggiungere progressivamente risultati concreti. Dobbiamo camminare insieme, perché solo così potremo rimarginare le ferite e le incomprensioni del passato, per mostrare al mondo che anche partendo da posizioni lontane si possono raggiungere intese fruttuose. Vorrei sottolineare un aspetto che sta particolarmente a cuore a Papa Francesco, cioè la vera natura del dialogo. In esso, nessuna delle due parti rinuncia alla propria identità e a quanto è essenziale allo svolgimento del proprio compito. La Cina e la Santa Sede non stanno discutendo sulla teoria dei rispettivi sistemi, né vogliono riaprire questioni che appartengono ormai alla storia. Stiamo invece cercando soluzioni pratiche per la vita di persone concrete, che desiderano praticare serenamente la loro fede ed offrire un contributo positivo al proprio Paese.

C’è una certa opposizione al dialogo tra il Vaticano e il Governo cinese. Lei che cosa pensa di questa opposizione e che cosa vorrebbe dire agli oppositori all’interno della Chiesa?

Come avviene in generale nelle questioni complesse e quando si è posti di fronte a problemi di vasta portata, anche nello specifico dei rapporti sino-vaticani è un fatto normale che si confrontino posizioni diverse e si propongano soluzioni altrettanto diverse, a seconda dei punti di vista da cui si parte e delle preoccupazioni che prevalgono. Perciò, non c’è da stupirsi di fronte alle critiche, che possono sorgere sia all’interno della Chiesa sia in Cina o in altre parti, per un’apertura che può apparire inedita dopo un così lungo periodo di confrontazione. E mi pare umano e cristiano manifestare comprensione, attenzione e rispetto per chi le esprime. Certo, non tutti i problemi sono risolti! Tante questioni debbono essere ancora affrontate e lo stiamo facendo con buona volontà e determinazione. Sono ben consapevole che qui nessuno ha in tasca la verità assoluta (o la bacchetta magica!), ma posso dire anche che siamo impegnati a cercare soluzioni durevoli, che siano accettabili e rispettose di tutti. Ovviamente, un’altra cosa sono le critiche che vengono da posizioni pregiudiziali e che sembrano mirare solo a conservare vecchi equilibri geopolitici. Per Papa Francesco — il quale è ben consapevole di quanto è avvenuto nel passato anche recente — il principale interesse nel dialogo in corso è di ordine pastorale. Egli sta compiendo un grande atto di fiducia e di rispetto per il popolo cinese e la sua millenaria cultura, con la motivata speranza di ricevere una risposta altrettanto sincera e positiva. La cosa davvero importante è che il dialogo sia in grado di costruire progressivamente un più vasto consenso proprio portando frutti abbondanti. Un primo e duplice frutto a ben guardare già c’è: da un lato, si inizia a superare le reciproche condanne, ci si conosce di più, ci si ascolta, si comprendono meglio le esigenze dell’interlocutore; dall’altro, si apre la prospettiva che due soggetti internazionali tanto antichi, vasti e articolati — come la Cina e la Sede Apostolica — divengano sempre più consapevoli della responsabilità comune verso i gravi problemi del nostro tempo. A sfide globali debbono corrispondere risposte globali. E il cattolicesimo per sua natura è un fatto globale, in grado di favorire in modo originale la ricerca di senso e di felicità, di consolidare il valore dell’appartenenza a una specifica cultura e nello stesso tempo di sperimentare la fraternità universale. Come ha sottolineato di recente un vescovo cinese, le comunità cattoliche in Cina chiedono oggi di essere pienamente integrate nella comunione universale, portando alla Chiesa il dono di essere cinesi.

Per la Chiesa cattolica l’inculturazione è sempre stata importante nel predicare il Vangelo. Ora la Cina sta compiendo una “sinizzazione” delle religioni. Lei che cosa pensa dell’inculturazione e della “sinizzazione”?

L’inculturazione è condizione essenziale per un buon annuncio del Vangelo, che per portare frutto richiede, da un lato, la salvaguardia della sua autentica purezza e della sua integrità e, dall’altro, di essere declinato secondo la peculiare esperienza di ciascun popolo e cultura. Ne è testimonianza esemplare la feconda esperienza di Matteo Ricci che ha saputo farsi autenticamente cinese all’insegna dei valori dell’amicizia umana e dell’amore cristiano. Per il futuro, sarà certamente importante approfondire questo tema, specialmente il rapporto tra “inculturazione” e “sinizzazione”, avendo presente che la leadership cinese ha avuto modo di ribadire la volontà di non intaccare la natura e la dottrina delle singole religioni. Questi due termini, “inculturazione” e “sinizzazione”, si richiamano a vicenda senza confusione e senza contrapposizione: possono essere in qualche maniera complementari e aprire prospettive per il dialogo sul piano religioso e culturale. Direi, infine, che i principali protagonisti di questo impegno sono i Cattolici cinesi, chiamati a vivere la riconciliazione, per essere autenticamente cinesi e pienamente cattolici.

La Santa Sede ha svolto un ruolo positivo nell’aiutare la Cina a vedersi riconosciuti gli sforzi per dare un giro di vite contro il traffico di organi. Esistono altri ambiti in cui le due parti possono lavorare insieme?

Come accennavo poco sopra, molte sono oggi le sfide globali che chiedono di essere affrontate con spirito di positiva collaborazione. Penso qui in particolare alle grandi questioni della pace, della lotta contro le povertà, delle emergenze ambientali e climatiche, delle migrazioni, dell’etica dello sviluppo scientifico, del progresso economico e sociale dei popoli. Per la Santa Sede è di primaria importanza che in tutti questi ambiti venga rimessa al centro la dignità della persona, a cominciare dal concreto riconoscimento dei suoi diritti fondamentali ivi compreso quello alla libertà religiosa, e il bene comune, che è il bene di tutti e di ciascuno. Sono orizzonti molto ampi che oggi più che mai esigono un impegno comune da parte di tutti, credenti e non credenti. La Santa Sede continuerà a fare la propria parte nel quadro della comunità internazionale ed è disponibile ad ogni iniziativa che promuova il bene comune.

Questo è un tempo difficile per tutto il mondo, e in particolare per alcuni paesi. Che cosa potrebbe dire lei, personalmente, come uomo di fede, ai leader politici?

Oggi più che in passato i leader politici sono chiamati a enormi responsabilità. Quanto accade a livello locale ha quasi immediatamente ripercussioni sul piano globale. Tutti siamo interconnessi, per cui le parole e le decisioni di pochi influenzano la vita e il modo di pensare di molti. Come uomo di fede e come sacerdote vorrei invitare chi ha responsabilità politiche dirette a tener conto di questo potere di influenza sui popoli, un potere che può dare le vertigini. Vorrei dire loro che anche nelle situazioni più difficili e di fronte alle scelte più complesse non abbiano timore di alzare lo sguardo, al di là dei successi immediati, per cercare senza precondizioni soluzioni durevoli e lungimiranti, che contribuiscano a costruire un futuro più umano, più giusto e più degno per tutti. Mi permetto di indicare, a questo proposito, il messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della cinquantaduesima Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2019, dal titolo: «La buona politica al servizio della pace», che offre preziose indicazioni a tutti coloro che hanno responsabilità politiche.

Lei ha trattato con i rappresentanti cinesi per molti anni. Qual è il ricordo più forte di questo periodo? E quello più bello?

Conservo vivi e grati ricordi del periodo in cui, come sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, ho trattato con i rappresentanti cinesi e ringrazio il Signore per avermi concesso di fare questa bella esperienza. Non sono mancati, ovviamente, preoccupazioni e timori. In non poche occasioni mi è sembrato che non avremmo mai fatto dei progressi e che tutto si sarebbe interrotto. Ma è prevalsa, da entrambe le parti, la volontà di andare avanti e, con pazienza e determinazione, abbiamo cercato di superare gli ostacoli del cammino. Ecco, precisamente ciò è rimasto particolarmente impresso nella mia memoria. I momenti più belli sono stati quelli in cui abbiamo vissuto insieme momenti di familiarità e di amicizia, che ci hanno consentito di conoscerci e di apprezzarci di più e, in fin dei conti, di condividere l’umanità che ci accomuna al di là delle differenze che esistono fra di noi. Si tratta di situazioni che hanno un profondo valore in sé stesse, ma che sono state pure utili a creare un’atmosfera più favorevole durante i negoziati. Ricordo, in particolare, un’intera giornata trascorsa ad Assisi con la delegazione cinese in una domenica di primavera: gli affascinanti luoghi francescani e il clima che si era creato fra di noi mi aprì il cuore a una grande speranza, che mi ha sostenuto in tutti gli anni successivi e che ancora mi sostiene. Di essa abbiamo visto le prime realizzazioni e, con la grazia di Dio, ne vedremo di ulteriori, a beneficio di tutta la comunità cattolica cinese, che abbraccio fraternamente — in primo luogo quanti hanno maggiormente sofferto e soffrono — e di tutta la popolazione di quel Paese, alla quale auguro sinceramente ogni bene.

Ha un messaggio particolare per il popolo cinese e per i suoi leader?

Vorrei trasmettere ai leader, ma anche a tutti i cinesi, il saluto, l’augurio e la preghiera di Papa Francesco. Ai cattolici, in particolare, il Santo Padre chiede di intraprendere con coraggio il cammino dell’unità, della riconciliazione e di un rinnovato annuncio del Vangelo. Egli guarda alla Cina non solo come a un grande paese ma anche come a una grande cultura, ricca di storia e di saggezza. Oggi la Cina è tornata a suscitare dappertutto grande attenzione e interesse, specialmente nei giovani. Al riguardo, la Santa Sede spera che la Cina non abbia timore di entrare in dialogo con il più vasto mondo e che le Nazioni del mondo diano credito alle profonde aspirazioni del popolo cinese. In tal modo, lavorando tutti insieme, sono certo che potremo superare le diffidenze e costruire un mondo più sicuro e più prospero. Con le parole di Papa Francesco diremmo che solo uniti possiamo vincere la globalizzazione dell’indifferenza, operando come creativi artigiani di pace e tenaci promotori di fraternità.

Cent’anni fa nasceva il Partito Popolare

tratto da http://www.istitutomounier.it/ a firma di Giulio Alfano*

L’attuale momento politico è caratterizzato da una diffusa mancanza di idealità nelle finalità e nei progetti e da una debole tensione etica. Le cause di questa situazione sono probabilmente da ricercare nella profonda dissociazione che esiste tra società civile e società politica e,ancor più,nella generalizzata accettazione di un criterio assiologico di tipo utilitaristico ed edonistico;ne conseguono da un lato la crisi di partecipazione e rappresentanza della politica e dall’altro un approccio pragmatico e scettico alle questioni sociali,che si rivela incapace di conciliare le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo con le necessita e le sfide della società complessa post globalizzata. La costante diminuzione di partecipazione dei cittadini alla vita politica,le spinte xenofobe, sovraniste e populiste, nonché la perdi politica in sè ci consente a cent’anni di distanza di rivalutare la proposta politica di don Luigi Sturzo(1871/1959)in merito all’emergenza degli snodi che sono all’origine dell’attuale situazione,determinate per effetto di scelte emotive che deprimono il valore ontologico della persona.

Rileggere il programma del Partito Popolare che Sturzo fond’ nel 1919 preceduto dall’appello ai liberi e forti il 18 gennaio 1919,costituisce una fonte di ricchezza per affrontare la complessita della società contemporanea. Sturzo ha insegnato che il laico che opera in politica non lo fa in quanto cristiano,ma DA cristiano;non agisce alle dipendenze della Gerarchia,pur rispettandone l’elevato ruolo spirituale,ma nella propria responsabilità; non compie AZIONE CATTOLICA di evangelizzazione,ma AZIONE POLITICA in base alle proprie convinzioni religiose e morali;non si propone di costruire la CITTA’ DI DIO,compito della Chiesa e della comunita religiosa,bensì di contribuire alla costruzione della CITTA’ DELL’UOMO.

Il laico elabora programmi politici e compie azioni politiche tenendo conto dei principi cristiani,ispirandosi ad essi ,ma lo fa sotto la propria responsabilità ,operando scelte opinabili perchè frutto,alla luce dei principi immutabili,della propria interpretazione della mutevole e varia congiuntura storica e non derivanti direttamente dai contenuti della fede religiosa, nè imponibili come verità di fede.

Merito di Sturzo fu l’aver capito il momento opportuno del primo dopoguerra,l’aver agito in armonia con la Gerarchia Ecclesiastica e con l’intera comunità cristiana,l’aver chiarito il rapporto tra politica e religione e fra partiti e Chiesa,l’aver fondato l’autonomia politica dei laici e l’aconfessionalita del partito politico.

Quando rinascerà quella che secondo alcuni sarebbe stata la prosecuzione del Partito Popolare,ovvero la Democrazia Cristiana,essa sara autenticamente innovativa intercettando la lezione del Partito Popolare e la rivoluzione mounieriana del personalismo filosofico;purtroppo entrambe perse per l’emergenza dello scontro col comunismo che trasformo nei decenni la D.C in partito ideologico,votato alla tattica dello scontro elettorale e dell’accordo parlamentare con coloro che nei comizi diceva di combattere e con i quali invece nelle stanze parlamentari si accordava,rendendo nullo il retaggio di un integrità morale che Sturzo aveva difeso fino all’esilio. Viceversa dopo il crollo del muro di Berlino la D.C. è….evaporata nelle nebbie della storia e nel ricordo dell’anticomunismo elettorale!

prof. Giulio ALFANO

Presidente Istituto Emmanuel Mounier – Italia

 

Come evolse il quadro politico-sociale italiano a fine anni settanta: il post-Moro

Finì che il “cavallo di razza” (come fu definito Aldo Moro da Carlo Donat Cattin nel lontano 1969) della Dc, il più accreditato a guidare idealmente il suo partito (e non solo), si sacrificò – o fu sacrificato, secondo buona parte della storiografia contemporanea – in nome della democrazia. E non servirono a nulla settimane di febbrili trattative, scambi di opinioni, pressioni, sensazioni contrapposte, prese di posizioni politiche, decisioni drammatiche.

Cosa lasciò Moro in eredità allo Stato italiano, all’opinione pubblica e allo stato sociale? Un’eredità pesante non solo sotto l’aspetto politico, ma anche etico e teorico. Le sue “convergenze” se ne andarono con lui, portandosi dietro una scia di dolore, instabilità e prospettive condizionate da un decennio di terrorismo, il cui culmine, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980, venne raggiunto proprio nel trimestre marzo-aprile-maggio 1978 con il suo rapimento e la sua uccisione. Al di là della abbondante bibliografia seguita alla vicenda dello statista magliese e alle commissioni d’inchiesta parlamentari istituite negli anni (la più recente nel 2014, per cui non è stata comunque raggiunta una verità fondante e “il sapere per il sapere” legato all’acquisizione di conclusioni certe), molto probabilmente, più dei “55 giorni”, oggi è il pensiero moroteo che rimane nel dna dell’arco istituzionale d’Italia post-repubblicano. Un pensiero a metà tra l’assioma politico e la conclusione filosofica, dalla struttura complessa e non facile da interpretare, nella quale si fondono oggettività e assoluto (diritto, famiglia, etica e religione) lasciando spazio certamente al primato della ragione. Elementi non impositivi, bensì legati alla concezione di una democrazia partecipativa in cui il dialogo resta un passaggio necessario per la vita dello Stato liberale.

Il paese civile, tuttavia, nella primavera del ’78, benché si apprestasse a reagire, si trovò per diversi momenti sull’orlo del baratro; come dimenticare la apparente freddezza di Andreotti, lo sgomento di Longo e Berlinguer, la frenesia insistente di Craxi che potesse ricondurre a una transazione il cui scopo sarebbe stato quello di salvare Moro? E poi, la caccia spietata – quella si – di Dalla Chiesa ai brigatisti, mentre la politica si interrogava tra le accuse rivolte ai quadri dirigenziali democristiani e le scritte “assassini” sui manifesti del Partito Comunista, incolpato di avere un “braccio armato” pronto a colpire. Ma allora come spiegare la elezione unanime alla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, un partigiano, che ebbe luogo solo poche settimane dopo la vicenda-Moro (luglio ’78)? O il fatto che in quel clima di scontro tra i primi a essere colpiti ci furono proprio esponenti legati alla sinistra e ai suoi sindacati (clamorosa resta l’aggressione al segretario della Cgil  Luciano Lama a La Sapienza) ?

Quando l’ondata terroristica appariva non più arginabile (tra il ’77 e il ’79 gli attentati sfiorarono il numero di 1000), le istituzioni e il paese reale mostrarono di saper prendere le distanze dal fenomeno eversivo, che – contestualmente al potenziamento delle attività delle forze dell’ordine e dell’intelligence – subì le prime sconfitte e il progressivo debellamento. A metà ’78 il primo intervento compiuto dal nuovo esecutivo di solidarietà nazionale fu in economia: un sistema di tassazione a imposta indiretta in un rinnovato clima di austerità (condiviso dalle maggiori sigle sindacali, che moderarono le loro richieste). Provvedimenti che diedero un impulso positivo all’inflazione, scesa di diversi punti dopo anni di crisi. Allo stesso tempo, gli effetti della riforma fiscale varata nel ’74 snellirono in qualche modo la tassazione diretta razionalizzando la spesa pubblica, ma l’impossibilità di conciliare le istanze delle coalizioni formatesi durante il post-Moro (prima con l’appoggio esterno del Pci e poi con quello di Pli e Psdi) determinò anni di instabilità che si caratterizzarono per l’istituzione di governi a vaste rappresentanze (pentapartito e quadripartito) e si conclusero amaramente con la crisi della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Europee: in Gran Bretagna Farage è il primo nei sondaggi

Il “Brexit party”, nuova formazione politica lanciata soltanto alcune settimane fa dall’ex leader dell’Ukip Nigel Farage, svetta al primo posto in un recente sondaggio sulle intenzioni di voto per le prossime elezioni europee che nel Regno Unito si terranno il 23 maggio.

Questa formazione è nata con un unico obiettivo: fare in modo che il Regno Unito esca dall’Unione europea il prima possibile, anche senza un accordo se questa è l’unica soluzione. Secondo Farage, il paese dovrebbe uscire dal mercato unico e, soprattutto, dall’unione doganale – cosa che, la bozza di accordo negoziata da Londra e Bruxelles e già respinta dalla Camera dei Comuni più volte, non prevede, almeno in una prima fase.

Mentre a fare impressione è il tracollo all’11% del Partito Conservatore, più che dimezzato rispetto al 2014 e scavalcato persino dai Liberaldemocratici, gli europeisti più bellicosi in questa fase.

 

 

 

La regina viarum in festa

Sono stati presentati l’11 e il 12 maggio a Roma i 150 appuntamenti di Appia Day 2019, la kermesse partita tre anni fa, per ricordare l’intramontabile splendore dell’antica Via consolare rilanciandone lo sviluppo in chiave turistica e culturale. All’iniziativa, che ha visto insieme amministratori locali  e organizzatori, erano presenti, tra gli altri, il vice sindaco del Comune di Roma, Luca Bergamo, e l’assessore al Turismo del Comune di Brindisi, Oreste Pinto, rappresentanti istituzionali delle città di partenza e di arrivo della Via Appia, a testimoniare un denominatore comune tra le tante comunità locali che si dipanano lungo il tracciato.

La due giorni è stata anche l’occasione per sottoscrivere un protocollo d’intesa tra CoopCulture, Legambiente e Touring Club, il documento che promuove una visione integrata della valorizzazione della cultura e del turismo con il territorio e l’ambiente, attivando sinergie e iniziative condivise che guardino a sistemi territoriali e a circuiti turistico ambientali virtuosi. L’itinerario della Via Appia sarà oggetto, in particolar modo, di una prima sperimentazione del modello di collaborazione elaborato, che prevede un’interlocuzione congiunta con le diverse istituzioni, mirando a far sì che il network dell’Appia Day possa evolversi in un modello più strutturato per una animazione durevole ed efficace dell’intero tracciato. Una delle novità di quest’anno è il progetto “Appia Way”, un percorso virtuale che coniuga accoglienza, servizi turistici, itinerari culturali, naturalistici ed enogastronomici, con l’obiettivo di comporre e far vivere lungo l’Appia Antica il primo cammino multimodale al mondo: a piedi e a pedali, ma anche in treno, bus, corriera, sharing. Un progetto in progress da realizzare con il contributo di tutti: dai partecipanti alla rete Appia e ai singoli cittadini.

Torino: a Palazzo Barolo “Facendo altro”

E’ stata inaugurata ieri la mostra “Facendo altro” ospitata negli spazi espositivi del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari – Pari – di Palazzo Barolo e Housing Giulia.

Fotografia, scultura, pittura, video e installazioni sono i contenuti dell’allestimento, uno degli appuntamenti della rassegna “Singolare e Plurale”, un progetto dell’assessorato al Welfare della Città di Torino e Opera Barolo, curata da Artenne e Forme in bilico con il sostegno di Fondazione CRT, è un’opportunità per non perdere il filo di quanto avviene in città, in regione, in Italia e nel mondo, per mantenere attiva la rete costruita fra Amministrazione Comunale, Opera Barolo, scuola, università, fondazioni, dipartimenti educazione dei musei, associazioni e cooperative sociali.

E’ un’iniziativa che fa emergere e valorizzare le qualità nascoste dell’espressione artistica e culturale prodotta da minoranze sociali con fragilità e senza voce autonoma – persone con disabilità, anziani, pazienti psichiatrici – dando impulso alla costruzione di un welfare di comunità attraverso la continuità delle occasioni di cittadinanza attiva e di inclusione sociale per le persone a rischio di emarginazione.

Nei grandi saloni del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari la mostra “Facendo altro” presenta aspetti inediti o poco conosciuti di donne e uomini che conducono o hanno condotto pratiche artistiche parallele (talvolta convergenti) all’attività professionale ufficiale attraverso un’indagine antropologica, filosofica, psicologica e artistica. L’arte come necessità ineluttabile, prerogativa riconosciuta a outsider e irregolari, persone talvolta con disagi conclamati di vario genere, è invece un argomento poco esplorato rispetto a persone che conducono vite “normali”.

Problemi di intestino? Evitate questi alimenti

  • latte, latticini, gelato;
  • dolcificanti (sorbitolo, fruttosio);
  • marmellata;
  • frutta (pesche, pere, prugne, uva);
  • verdura (cavoli, carciofi, cipolle, rucola, cetrioli);
  • legumi e patate;
  • spezie, dadi, alimenti concentrati;
  • caffè, tè;
  • Coca Cola, bevande gassate;
  • cibo in scatola;
  • carne conservata.

Questi sono i cibi da evitare per tutti coloro che soffrono di problemi intestinali.

Mentre nessuna associazione è stata riscontrata con il numero e la regolarità dei pasti, l’abitudine di consumare i pasti velocemente è invece frequentemente associata al colon irritabile.

Tra i rimedi a disposizione, il nutrizionista potrà inoltre consigliare l’assunzione di alcuni integratori, anche a base di estratti naturali, che possono essere utili nel controllo della sintomatologia – così come l’assunzione di probiotici.

 

L’arcivescovo di Assisi: «Ecco come nasce, per volontà del Papa, l’evento The Economy of Francesco»

Monsignor Sorrentino: il Papa vuole un’economia della fraternità ed è naturale incontrarsi qui ad Assisi, dove san Francesco ha messo il germe dell’economia alternativa

Don Luigi e Don Corrado: l’uno rispettava lo stato, l’altro decide di sfidarlo.

Clamorosa è forte iniziativa, quella del Card. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, rispetto alla quale non si può rimanere indifferenti.

L’aiuto ai diseredati suscita sempre rispetto e ammirazione. Fa bene vedere un alto prelato che compie un gesto – togliere i piombini dei sigilli alla centralina elettrica dell’immobile occupato a Santa Croce in Gerusalemme – di grande vicinanza a circa 400 abusivi costretti da giorni a fare a meno del servizio di erogazione della corrente elettrica.

Bisogna subito dire però che Mons. Luigi Di Liegro, indimenticato direttore della Caritas di Roma, non lo avrebbe fatto. Nella sua lunga e preziosa esperienza scelse di operare sempre entro i confini della legalità. Invece, stavolta, il Cardinale ha deciso di violare la legalità, con il rischio di aprire una falla nel “modello” di sostegno e assistenza alle persone bisognose. Domani, a fin di bene, potrebbe imporsi una prassi che generalizzi lo “strappo” rispetto ai vincoli e alle responsabilità del vivere civile.

Ebbene, se un uomo di Curia ha scelto questa strada bisogna che lo Stato – ovvero l’insieme delle istituzioni e delle forze politiche che le innervano – sia pronto a far valere le ragioni della norma. Ciò non significa negare il significato, simbolico e reale, di quanto il Cardinale ha fatto; piuttosto, proprio perché non si tratta di un’operazione tra le tante, urge una risposta seria ed equilibrata.

Governo ed enti locali devono agire affinché le occupazioni abusive degli immobili siano contrastate, ma senza perdere il senso della misura. È chiaro che togliere la corrente a un intero immobile vuol dire aggravare le già penose condizioni di vita degli abusivi. D’altronde, se non ci fosse la spada di Damocle di una simile sanzione pratica, ancora più ardua si farebbe la lotta alle occupazioni illegali.

Ci troviamo in una zona grigia dove il bene delle persone sembra collidere con l’ordinamento giuridico e sociale. Certo, aspettare che si accumuli un debito di 300.000 euro per bollette non pagate, indica l’assenza colpevole degli amministratori pubblici. È evidente che poi, mancando la funzione regolativa ed equilibratrice delle istituzioni, la società di servizi si senta in diritto di procedere al distacco della corrente elettrica. Ed è quello che non dovrebbe accadere, essendo una misura estrema.

A forza di inveire contro la politica, umiliando sistematicamente chi la vive dal di dentro, si arriva allo spettacolo di una Chiesa soccorrevole ed “anarchica”, a fronte di uno Stato infragilito e distratto, pericolosamente vuoto. Non è uno spettacolo entusiasmante.

Vademecum per il 27 maggio

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Si parla molto e da tempo, come tutti sanno, di un partito che decollerà dopo il voto del 26 maggio. E cioè, per essere più esplicito, di un partito riformista, plurale, di governo e profondamente democratico. Ovvero, di un partito che esprime il pensiero, la cultura e la tradizione di centro del nostro paese.

Una richiesta sempre più forte e pressante che emerge da molti settori. Anche da coloro che sono stati per lunghi 25 anni – l’intera stagione politica maggioritaria – feroci ed implacabili detrattori di ogni politica e cultura di centro che si stagliava all’orizzonte. Ma adesso il contesto è cambiato. E anche profondamente. E’ tornato il sistema proporzionale e, di conseguenza, sono tornate le culture politiche. E’ finalmente arrivata una destra che, senza propaganda e senza caricature carnevalesche patrocinate dai circoli salottieri ed alto borghesi dei “progressisti” nostrani, non c’entra nulla – come tutti sanno – con l’avvento del fascismo o baggianate del genere.

Sta tornando la tradizionale sinistra post comunista capitanata dal compagno Zingaretti, seppur tra molto contraddizioni perché il nuovo Pd/Pds pensa ancora di essere un partito a “vocazione maggioritaria” seppur in un contesto proporzionale. E’ appena sufficiente ascoltare la giaculatoria quotidiana di un partito che ha compilato le liste alle europee da Calenda a Pisapia per rendersene conto. Al contempo, resiste il partito populista e antisistema dei 5 stelle. E, accanto a questi elementi strutturali della nuova geografia politica italiana, non possiamo dimenticare, dopo l’esperienza del governo giallo/verde, la pesante e nociva radicalizzazione della lotta politica. Di fronte ad un quadro del genere, non può non rinascere una forza che ha nel suo dna originario alcuni elementi indispensabili per ridare qualità alla nostra democrazia e fiducia nelle stesse istituzioni democratiche: dalla cultura della mediazione alla cultura di governo, dalla ricetta riformista al senso dello Stato, dalla capacità di battere la radicalizzazione della lotta politica alla intelligenza e saggezza di saper comporre gli interessi contrapposti.

Insomma, per dirla con una parola impegnativa ma comprensibile, per tornare alla vera e alta politica. Ma, se si vuol perseguire questo disegno politico – che viene ormai invocato e auspicato dai suoi stessi storici detrattori – occorre mettere in campo quel celebre trittico che i nostri maestri, almeno quelli che hanno contribuito a qualificare la tradizione cattolico democratico e popolare del nostro paese, ci hanno sempre insegnato. Ovvero, declinare un pensiero e una cultura politica; tradurlo con un partito politico e, in ultimo, mettere in campo una organizzazione efficace e capillare. Il tutto per evitare di predicare nel deserto da un lato e limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale dall’altro. Ecco, il 27 maggio si avvicina.

A prescindere dai risultati elettorali che, come tutti ben sappiamo, non saranno molto diversi da ciò che quotidianamente sfornano i vari sondaggi. Ma è bene essere, già sin d’ora, consapevoli di quello che noi dovremmo fare dopo il 26 maggio. Per evitare di doverlo ripetere. E per l’ennesima volta.

Cisnetto sbaglia sui piccoli Comuni, dall’Anci può venire la smentita.

Sui piccoli comuni risuona ciclicamente l’invito all’accorpamento obbligatorio. Non si sfugge dalla morsa. Costi eccessivi e servizi insufficienti autorizzano a decretare la fine dei municipi sotto soglia. A riguardo, s’inanellano cifre e percentuali che dovrebbero spiegare la razionalità di tale scelta malthusiana. Ma la spiegazione non convince, dando anzi la stura a più di un dubbio. Un conto è polemizzare, concedendosi la licenza dell’approssimazione, altro è invece enucleare proposte concrete e ben piantate nella realtà.

Stavolta, nel commento domenicale affidato alle colonne de “Il Messaggero”, a rilanciare l’argomento è stato Enrico Cisnetto, apprezzato giornalista di economia e finanza. A sostegno della sua perorazione, egli trova comodo citare uno dei più prestigiosi ma controversi Presidenti che l’Anci abbia avuto negli ultimi anni: Piero Fassino. In effetti, non senza sorpresa, fu proprio Fassino a “sdoganare” in un’Assemblea dell’Associazione la tesi della chiusura ope legis dei piccoli comuni.

Cisnetto mette il dito sulla piaga. Nel giudizio prevalente l’Anci non brilla di luce fulgida: la crisi della politica si riversa fatalmente sul mondo delle autonomie locali. Anche la sua struttura operativa, Ancitel, versa in pessime condizioni, con l’amministratore delegato alle prese con indagini della magistratura. Le difficoltà sono oggettive, provenendo da condizioni esterne poco favorevoli, benché a pesare sia anche una certa paralisi di pensiero.

Ciò nondimeno, sulla proposta di legge a favore della “educazione alla cittadinanza” nelle scuole, l’Anci ha dimostrato intuito e perspicacia. Oltre che dei sindaci, merito dell’impegno generoso anche di funzionari e dipendenti dell’Associazione. Oggi, per analogia, l’Anci dovrebbe spendersi a difesa dei piccoli comuni. Non sarebbe una battaglia a perdere. I numeri d’altronde, anche quelli di Cisnetto, sono spesso utilizzati in modo improprio. Si parla di debiti miliardari, come a dire che il pulviscolo municipale è fonte di spreco, senza precisare tuttavia la natura di questa massa debitoria. In realtà parliamo degli investimenti, purtroppo in calo, non allo scialo di amministratori poco accorti.

Che significa, in pratica, chiudere i piccoli comuni? Qualcuno dovrebbe spiegare in che consista il possibile risparmio, quando già le spese per l’attività istituzionale – quello che si definisce usualmente come costo della politica – sono state pressoché azzerate. Lo stesso errore, oggi riconosciuto dal Ministro Tria, è stato compiuto con la sciagurata legge che ha comportato l’annichilimento delle Province. Alcuni servizi, erogati a costi più alti per mancanza di adeguata economia di scala, rispondono a garanzie afferenti grosso modo ai cosiddetti diritti di cittadinanza. Semmai, dinanzi al pericolo di spopolamento, il dilemma dovrebbe riguardare l’azione più adatta a bloccare il declino di un’Italia bisognosa di tutea: l’Italia appunto dei piccoli borghi, delle aree interne e delle comunità montane.

Cisnetto, in ultimo, squaderna le difficoltà che si registrano nel campo della riscossione dei tributi locali. I dati però sono incongrui, come potrebbe certificare l’IFEL, ovvero la Fondazione dell’Anci adibita alla cura delle informazioni in materia di fiscalità ed economia locale. I problemi relativi alla elusione dei tributi locali non gravano sui comuni minori. È difficile sfuggire alla imposizione, invero molto bassa, sugli immobili quando la platea dei contribuenti si riduce a poche famiglie, tutte conosciute in ambito locale. Infatti il fenomeno delle dichiarazioni infedeli e della difficoltosa opera di accertamento si concentra nelle città di media e grande dimensione.

Prima di sparare sui piccoli comuni servirebbe una cura di realismo, guardando ben oltre gli schemi delle facili statistiche. Conta di più inquadrare la complessità di un tema, dovuta in primis al calo demografico e all’inurbamento progressivo, provando semmai a studiare con serietà gli incentivi per una ripresa degli insediamenti civili e produttivi in molte aree a rischio. La coesione del Paese non passa attraverso il taglio dei presidi istituzionali, politici e sociali diffusi sul territorio. È una verità elementare, forte di evidenze pratiche, certamente non eludibile. Prenderne atto sarebbe utile per tutti.

Uscire dal conformismo

Il nostro è un invito ai cattolici a impegnarsi in politica per ricreare le condizioni economiche e sociali necessarie affinché tutti possano godere dei diritti di libertà e di solidarietà, in particolare le famiglie a basso reddito. Diritti che oggi vengono esercitati concretamente solo da chi partecipa al potere economico.

Occorre creare le condizioni economiche e sociali per garantire un lavoro a tutti i nuclei familiari, per tutelarli dai pericoli della povertà e per rispondere alla necessità umana di proteggere la dignità.

L’Italia di oggi ha bisogno di una guida politicamente autorevole che l’aiuti a ritrovare la via dei suoi Valori, per una proposta politica concreta di partecipazione dei cristiani a livello nazionale, non potendo continuare a vivere di rendita del suo illustre passato, ma a recuperare il ruolo e la capacità di attrazione economica, finanziaria e commerciale, oltre che culturale.

I cattolici popolari si propongono agli italiani, non come guida presuntuosa, ma come voce del centro politico: il punto è di mettere in campo una proposta cristiana, una applicazione dei princìpi, nella politica del fisco e nelle politiche vestuali della scuola, dell’istruzione, del lavoro, al fine costituzionale di attuare le politiche sociali, per il sostegno alle imprese e alle famiglie nell’economia reale dei territori. Questo impegno dei cattolici toscani e italiani si esprime attraverso l’eredità morale e civile delle vere guide storiche della Democrazia Cristiana.

Perché ricominciare da Sturzo?

Don Luigi Sturzo è anello di congiunzione fra cattolici e laici e sviluppa una concezione fondata sulla funzione essenziale dei comuni con due aspetti essenziali: la proporzionale elettorale che è la distruzione della “clientela personale “, cioè del baronaggio politico e la libertà della scuola che è la rivendicazione del magistero spirituale della Chiesa. Nel novembre del 1902, a Caltanissetta, aveva sostenuto l’indispensabile rinascita del comune, “nella sua funzione collettiva, nel diritto di amministrare i beni comuni, di soddisfare i bisogni collettivo-territoriali sia di ordine materiale, sociale che morale”. Il comune così diventava per Sturzo palestra di democrazia, attraverso la rappresentanza proporzionale delle diverse energie comunali. Sturzo diventa banditore di una fede moderna, “personaggio della Chiesa e del popolo” che, pur muovendo da premesse saldamente cattoliche, pone il problema politico della libera volontà, correndo tutti i rischi delle scelte morali dettate dalla coscienza.

La partecipazione dei cattolici alla vita politica dell’Italia, con organizzazione autonoma e con programma completo intorno a tutti i problemi nazionali da lui caldeggiata per oltre 20 anni ed attuata con la fondazione del PPI, era il primo obiettivo da raggiungere e il mezzo per le ulteriori affermazioni. Ma il discorso più significativo e che più ci coinvolge in questo momento storico di piena confusione e di perdita di senso e di direzione della società civile, è il discorso di Caltagirone del 24 dicembre 1905, intitolato “I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani”. Vi si identifica l’intenzione di dare vita a un Partito d’ispirazione cristiana, ma responsabilmente aconfessionale e laico, con cui i cattolici si mettessero “al pari degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della religione, o come armata permanente delle autorità religiose, ma come rappresentanti di una tendenza popolare-nazionale nello sviluppo del vivere civile..il partito come strumento indispensabile alla vita civile e democratica”.

Questo partito avrebbe dovuto scegliere se essere conservatore o essere democratico, in quanto il clerico-moderatismo dell’età giolittiana, poi culminato nel patto Gentiloni del 1913, non corrispondeva al progetto di Sturzo, poiché espressione clerico-moderata di ritorno storico della reazione. Nel suo disegno il partito non poteva essere che “democratico, antimoderato, autonomo da condizionamenti e collusioni con altre forze politiche”. La formazione di un partito nazionale dei cattolici democratici richiedeva, secondo Sturzo, “di essere da soli, specificamente diversi dai liberali e dai socialisti, liberi nelle mosse, con un programma concreto basato sopra elementi di vita democratica…un partito non pura espressione ideologica, ma soggetto che doveva maturare dal basso, alimentarsi coi problemi reali e concreti del Paese e della sua gente, per diventare il risultato di una presa di coscienza politica, sociale, culturale e democratica dei cattolici…”.

Sturzo aveva compreso che uno Stato democratico si costruisce dal basso, attraverso individui responsabili ed enti autonomi, in cui fare pieno esercizio di libertà. Altro momento importante fu il Congresso di Torino, il quarto, nell’aprile del 1923, in cui Sturzo ribadì la peculiare fisionomia del PPI, nei confronti di ogni altra ideologia, contrapponendosi in particolare al fascismo e alla sua concezione dello Stato: “…Per noi lo Stato non crea l’etica, ma la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà, ma la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione: la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici…Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione è ordinata “.

Prospettive.

Noi cattolici e laici toscani e nazionali ci proponiamo di affrontare questa situazione politica attuale in tutti i suoi aspetti politici, economici e sociali, interrogandosi sull’efficienza dell’intesa contrattuale tra il movimento cinque stelle e la lega, nonché sulla posizione contestataria nei confronti dell’Unione europea. Sarà oltremodo utile analizzare e valutare l’andamento preoccupante della situazione economica ed occupazionale del Paese, l’eccessivo debito dello Stato, a causa di provvedimenti e leggi governative, in numero esuberante e massiccio, in favore dell’assistenzialismo a scopi puramente elettorali e con scarsa propensione alla giustizia fiscale e sociale.

Di grande rilievo sono la crescita delle diseguaglianze e la distanza economica e sociale, tra il nord e il sud. I risultati ottenuti nell’anno dal presente governo hanno prodotto finora un peggioramento socio-economico. In prospettiva, il nostro traguardo è quello della ricostruzione di un partito laico di consolidata tradizione democratica, d’ispirazione cristiana che vuole avere voce sul presente e sul futuro della società italiana. Vogliamo uscire da una brutta stagione di rabbia sociale, di odio e di risentimento verso il diverso, verso l’Europa, e, spesso, verso la cultura civile basata sul dialogo e ispirata ai fraterni Valori cristiani.

Noi vogliamo una aggregazione, il più possibile all’interno del mondo cattolico, come premessa per creare la difesa e l’attuazione della Carta Costituzionale.

In riferimento all’ordine civile e alla sicurezza di tutti i cittadini, l’ordine e la sicurezza devono essere garantiti dai pubblici poteri (compreso il Comune). Il cittadino, nell’arco delle 24 ore, dovrà essere protetto dalla delinquenza e da qualsiasi forma di illegalità. Le nostre città devono tornare ad essere una comunità solidale ad uso umano e non solo commerciale. Le Istituzioni formulino nuove proposte per capire e risolvere i conflitti sociali e, possibilmente, realizzare le condizioni di una vera e partecipata convivenza pacifica, capace di placare il pericolo costante del “ribellismo giovanile” e il preoccupante malessere urbano.

Obiettivo: il bene comune.

Come cattolici desideriamo realizzare una casa comune, per la riaffermazione del valore della persona, la cui libertà si esprime non solo in termini di rispetto dell’opinione di ogni cittadino, ma anche in termini di potere effettivo di partecipazione agli ordinamenti intermedi sociali ed economici e alla politica locale e nazionale. La crisi attuale di partiti tradizionali non coinvolge i nostri valori, che, nella odierna competizione elettorale, non trova la nostra rappresentanza. Le forze che attualmente esprimono il governo del Paese, non operano sul terreno dei valori, ma attengono invece a un “contratto di potere” per la gestione della cosa pubblica in modo decisamente dilettantistico.

Il lavoro come premessa di libertà

Prendiamo atto che la globalizzazione si esprime sempre più nel potere finanziario internazionale sui mercati del pianeta (come bene illustrato dalla Caritas in Veritate di Papa Benedetto e dalla Evangelii gaudium e Laudato sì di Papa Francesco), su quello dell’informazione e, da qualche tempo, nel potere di alcune nazioni, attraverso le tecnologie e la ricerca scientifica, in quello dello scambio commerciale e della valutazione della produzione industriale. Noi cattolici siamo convinti che la questione del lavoro è di determinante importanza, perché tocca l’uomo con i connessi problemi di libertà e dignità personale e di garanzia di reddito.

Lo Stato, i comuni e i comuni capoluogo, dovrebbero attuare una politica di sostegno all’incontro fra domanda e offerta di lavoro, con specifico riferimento alla formazione professionale. Occorre formulare indicazioni operative, che abbiano il requisito della realizzabilità nell’ambito delle aree industriali ed artigianali. Si dovrebbe costituire una rete di osservatori, o segnalatori comprensoriali del lavoro, finalizzata alla rilevazione periodica dell’andamento della domanda e dell’offerta del lavoro, all’indagine sull’evoluzione dell’organizzazione del lavoro, nei diversi settori del terziario, dei beni culturali, della manutenzione dell’ambiente e del territorio, e delle relazioni sociali, con particolare riferimento agli anziani, ai disabili e alle famiglie in difficoltà.

Noi e l’Europa

Noi cattolici, per nostra natura, abbiamo sempre avuto un respiro planetario; abbiamo sempre avuto una dimensione internazionale, come la Chiesa nei secoli, anche con un forte radicamento popolare e non possiamo vivere solo all’interno dei confini nazionali. I cattolici sono una forza sociale internazionale, fattivamente impegnati contro il sottosviluppo del terzo mondo, la fame, la guerra, che grazie all’Unione Europea, non ha avuto più ragione di esistere nella nostra Europa.

Facciamo sempre riferimento all’azione immensa e generosa di Alcide De Gasperi, con francesi e tedeschi, per scongiurare le guerre, ormai assenti da 74 anni; per la nostra storia, per la nostra fede, non possiamo non sentire l’impegno (in totale autonomia) come interpreti politici dell’azione della Chiesa per la pace e per la cooperazione, sul piano economico e umanitario. Tuttavia, la nostra non può essere una pura e semplice copertura dell’insufficienza dell’Europa sui problemi internazionali e sull’immigrazione; tutt’altro, ma abbandonare il terreno della diplomazia e del dialogo, significa fare della demagogia elettorale, senza costrutto, rischiando l’isolamento.

Tenendo conto di tutte le carenze della politica, soprattutto economica e commerciale dell’Europa, è bene che l’Italia assuma le iniziative consone per determinare una revisione di certe norme burocratiche che creano incomprensioni fra le nazioni europee. Rinnoviamo allora totale adesione all’Europa.

Il ruolo della famiglia

La famiglia naturale è la prima scuola di solidarietà e socialità dei futuri cittadini. All’interno della famiglia si formano le persone e si imposta il rapporto della famiglia verso la società, verso lo Stato e le Istituzioni. Il compito sociale della famiglia non si ferma all’opera procreativa ed educativa, anche se trova in essa la sua prima ed insostituibile forma di espressione. La famiglia possiede vincoli vitali con la società, perché ne costituisce il fondamento e l’alimento continuo, mediante il suo compito di servizio alla vita.

Obiettivo primario dei cattolici è quello di offrire un servizio indispensabile ai cittadini bisognosi di aiuto. Il caro vita, il caro servizi, le tasse non equiparate al reddito familiare hanno ingenerato nuova povertà che colpisce anche il ceto medio che in passato aveva un livello di vita dignitoso. Le fasce di povertà si allungano ogni anno in modo preoccupante. In questo ambito riteniamo necessario proporre alcuni correttivi: adottare una politica di sostegno agli anziani, ai disabili, con assistenza attiva e professionale, laddove, naturalmente, le risorse personali e familiari non siano sufficienti. Inoltre, non possiamo non affrontare il problema degli immigrati e la loro integrazione.

Si deve parlare di inserimento sociale e culturale. Il che non significa tollerare situazioni di delinquenza. I servizi di buona accoglienza devono tenere conto della provenienza e dello stato familiare, senza incorrere in atteggiamenti di accoglienza generalizzata.

In conclusione

Prendo spunto da alcune riflessioni che il professore Stefano Zamagni pronunciò nel settembre 2017 in una sua conferenza a Loppiano.

La crisi politica italiana e internazionale ha tre cause fondamentali:

1) la trasformazione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario prima e ultra-finanziario poi,

2) la separazione fra capitale e lavoro,

3) il distacco fra democrazia e capitale (cosa di cui, disse Zamagni, in Italia è “vietato parlare”).

Queste tre importanti conseguenze che hanno marcato il passaggio del secolo hanno origine nella globalizzazione ( termine coniato dal giornalista americano Fedor Levit nel 1983). Ma la globalizzazione inizia nel 1975 in un G6 ( USA, UK, Germania, Francia, Canada e Italia), tenutosi nel castello di Rambouillet, nei pressi di Parigi. In quell’occasione la politica concesse alla economia che oggetto di scambio divenissero non più soltanto le merci, ma significativamente, i capitali, il lavoro e persino i diritti. Le conseguenze di questo summit furono che il nuovo capitalismo non aveva più carattere industriale investendo i suoi profitti, ma ultra-finanziario fondato sulla rendita, che, per sua natura, è sempre parassitaria e lascia l’economia reale priva di liquidità. Il capitale prima industriale perdendo la sua partecipazione territoriale, ha sviluppato una economia autarchica e separata da quella reale, moltiplicando le sue rendite e il suo valore fino a 54 volte rispetto al PIL mondiale. Il lavoro viene così “esportato” e ricercato nei paesi dove costa meno, privando le comunità locali dei territori di quella linfa vitale che fino ad allora li aveva sostenuti, con incremento della disoccupazione soprattutto giovanile e delle diseguaglianze (riferimento alle encicliche Caritas in Veritate di Papa Benedetto e Evangelii gaudium e la Laudato Sì di Papa Francesco).

La terza conseguenza, il distacco cioè democrazia-capitale, la più grave, ha sottomesso la politica (e la democrazia) alla economia e alla finanza, producendo la perdita di controllo della politica sull’economia, che la legge Glass-Steagal del 1933, aveva assicurato fino al 1996, anno in cui venne abolita. Assistiamo così alla presenza di democrazie nazionali, sempre più nominali, e di economie globali sempre più distaccate da controlli democratici; come sta avvenendo in Cina, India, Turchia etc., dove il PIL aumenta ogni anno anche del 3%, ma in assenza di democrazia. In Italia la tempesta di Tangentopoli a cavaliere dei trattati europei di Maastricht (1992) e di Lisbona (1996), fece sparire tutti i partiti nati dalla Resistenza e produsse le categorie di centrosinistra e centrodestra, che per circa 25 anni hanno governato, con alterne fortune, finendo poi per essere sostituite dall’attuale governo Lega-M5s, nato su opposte rivendicazioni ed offerte elettorali, ma fondato su un “contratto di governo” per 5 anni.

Le contraddizioni più grandi che le categorie centrodestra, centrosinistra e attuale governo non sono riusciti a dirigere sono date dalle diseguaglianze, dalla caduta dell’offerta di lavoro (con la progressiva emigrazione all’estero dei nostri giovani), dalla stagnazione produttiva, dell’incremento della povertà e della miseria con punte mai registrate nemmeno nel dopoguerra. Il problema che è emerso nel disperso e ormai divaricato mondo cattolico, è stato quello di una ricerca di unità e identità volte alla possibilità che un nuovo partito d’ispirazione cristiana potesse veramente costituire una difesa verso quei valori e quei diritti, sostenuti dai doveri, che la nostra Costituzione rappresenta.

I partiti democristiani della diaspora si sono diluiti nelle aggregazioni più consistenti e hanno finito per essere ininfluenti sui programmi politici a tutela della persona, del diritto e dovere al lavoro, della difesa della Vita, del sostegno alla famiglia naturale e della centralità delle imprese, soprattutto le PMI che in Italia e in Europa sono quasi il 98% di tutte le imprese e che producono 2 su 3 nuovi posti di lavoro.

Recentemente su l’Avvenire dello scorso dicembre comparve una mappa dei movimenti d’ispirazione cristiana, a interesse prevalente di impegno sociale, e, misura minore, politico. Ma tutti questi movimenti hanno la caratteristica di essere poco incisivi e poco pragmatici, col risultato di essere strumentalizzati e poi assorbiti dai partiti più forti. Per questo motivo uno dei gruppi più dinamici e impegnati (quello che fa capo all’ex senatore Gianni Fontana, già ministro dell’ Agricoltura nel 1993), ha in programma il progetto di un partito nuovo, il Partito d’ispirazione cristiana e laica per l’applicazione della Costituzione, con radici storiche nel popolarismo di Sturzo e nella democrazia cristiana di De Gasperi e punto di riferimento nella Dottrina Sociale della Chiesa.

Questa “novità“ emerge come esigenza, nonostante le difficoltà a superare la diaspora dei cristiani impegnati in politica, restii a lasciare le poltrone che gli attuali partiti offrono, invece che affrontare il rischio di una presenza autonoma ed identitaria fondata sui valori del lavoro, della famiglia, dell’impresa della centralità della persona come promozione umana, che sono i perni di benessere e di dignità di ogni uomo e donna.

Sul Popolarismo

Si moltiplicano in questi ultimi giorni richiami al popolarismo, ma molta sembra la confusione e spesso sollevata ad arte.

Un punto chiave, per onestà intellettuale, va tuttavia messo subito in chiaro: mai nella storia del popolarismo il partito si è trovato in alleanza “organica” con la destra.

Il partito popolare è stato sciolto dal regime fascista dopo pochi anni di vita e i suoi fondatori protagonisti sono stati incarcerati, perseguitati, costretti all’esilio o costretti a ritirarsi a vita privata. Molti dei naturali eredi del P.P.I. sturziano furono protagonisti della lotta di liberazione e della successiva fase di ricostruzione materiale, morale, civile e politica della nazione. Alcide De Gasperi (salto qualche passaggio per brevità) pur avendo i numeri per governare da solo, promosse sempre governi di coalizione e coniò la definizione di “partito di centro che guarda a sinistra”. Aldo Moro preparò e realizzò nel ‘63/64, con lucidissima visione politica e proverbiale pazienza, il cosiddetto “primo centrosinistra”. I socialisti entrarono al governo, il socialdemocratico Giuseppe Saragat venne eletto alla Presidenza della Repubblica.

Durante gli anni ‘60/70 si succedettero numerosi governi di centrosinistra sempre con i popolari (diventati D.C.) come protagonisti. Anche in sede locale nacque il centrosinistra con Bruno Kessler come protagonista, affiancato da personalità sanguigne come Enrico Bolognani e altri. Sia a livello nazionale che a livello locale furono stagioni di straordinarie riforme; scrisse Pier Paolo Pasolini che quello di centrosinistra era l’unico riformismo possibile in Italia.

Tutto questo avveniva mentre il mondo era diviso in blocchi secondo gli accordi del “Trattato di Yalta”. La Germania era divisa e i sovietici occupavano Berlino. Tutta la Berlino storica era in mano ai russi, che erano insediati stabilmente nel cuore dell’Europa. La cosiddetta alternativa di sistema era ancora una prospettiva possibile.

I governi di centrosinistra nacquero e si svilupparono sempre in chiave anticomunista con il P.C.I. all’opposizione. Nei primi anni ’70 sempre Aldo Moro varò la cosiddetta “strategia dell’attenzione a sinistra” con lo scopo di un progressivo “allargamento della base democratica”, per dare fondamenta più solide alla nostra “fragile democrazia”. Il tentativo di coinvolgere nel governo nazionale quello che allora era il più grande partito comunista occidentale si interruppe drammaticamente con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (marzo/maggio ’78).

Il decennio successivo si trascinò stancamente secondo la formula del “pentapartito”, cioè un’alleanza fra popolari/D.C., socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali, sempre in funzione anticomunista e sempre con il P.C.I. escluso dal governo.

Nel 1989 cadde il Muro di Berlino, crollò l’ “Impero Sovietico” formato dalla Russia e dai Paesi del Patto di Varsavia. Cessò quindi la possibilità concreta di un’alternativa di sistema.

Arriviamo quindi al punto decisivo e ancora oggi dirimente rispetto alla “questione popolare”. In un panorama politico dove non è più plausibile il “pericolo comunista”, quale deve essere la collocazione delle forze che si richiamano alla tradizione del popolarismo?

I popolari non sono mai stati conservatori e non andranno a cercare casa, in futuro, nel blocco neo-conservatore. Provare a trascinare in modo forzoso la tradizione popolare in una improbabile alleanza con populisti, nazionalisti e financo suprematisti mi sembra una forzatura e una mistificazione intellettualmente poco onesta.

Continuo a non vedere e a non capire che cosa c’entrino i popolari e la loro gloriosa tradizione con Salvini, Meloni, Marine Le Pen, Orban, Alternativ Für Deutschland (A.F.D.).

Ancora una volta il tentativo di spostare su posizioni di destra, o se preferite neo-conservatrici, la tradizione popolare, suona come un grande imbroglio nei confronti del nostro elettorato e di tutti gli italiani, e come un tradimento di concetti fondamentali come il rispetto della persona umana, la dottrina sociale della Chiesa, l’economia sociale di mercato e la difesa dei settori più deboli della popolazione (tutti concetti espressamente citati nel documento fondativo del 1919, ma ancora attualissimi nel 2019).

Lasciano veramente stupefatti gli appelli al popolarismo di chi per anni ha governato con la destra di chi oggi governa con la Lega, che altro non è che la destra con un nome differente.

L’ultima annotazione, naturalmente non in ordine di importanza, riguarda l’Unione Europea. Europeista fin dalla sua nascita, la Società delle Nazioni è un altro punto citato nel documento fondativo. Il partito popolare trova nella figura di De Gasperi l’incarnazione dello spirito europeo e il più alto riferimento al superamento dei nazionalismi che sono stati la grande tragedia novecentesca.

Concludo ricordando l’invocazione rivolta a Silvio Berlusconi, che corteggiava i popolari, da parte professor Beniamino Andreatta: “Si sganci da Alleanza Nazionale e potremo cominciare un minimo di ragionamento”. Quell’invocazione è ancora valida: si sgancino da leghisti, sovranisti, nazionalisti e suprematisti e potremo cominciare un minimo di ragionamento.

Alessio Rauzi
Dirigente dell’Unione per il Trentino, già Margherita Trentina.

Roma, lʼelemosiniere del Papa riattiva la corrente in uno stabile occupato

“Sono intervenuto personalmente, ieri sera, per riattaccare i contatori. E’ stato un gesto disperato. C’erano oltre 400 persone senza corrente, con famiglie, bambini, senza neanche la possibilità di far funzionare i frigoriferi”. Lo conferma all’Ansa il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski, ‘braccio’ caritativo del Papa per i casi di disagio a Roma e non solo, dopo aver riattivato la luce elettrica a Spin Time, nel palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme, al buio e senza acqua calda dal 6 maggio.

“Non l’ho fatto perché sono ubriaco”, ha aggiunto Krajewski. Fonti vaticane vicine all’Elemosineria Pontificia spiegano: “Come elemosiniere, ha sentito il dovere di compiere un gesto umanitario, provvedendo personalmente a riattivare la corrente elettrica all’edificio”, che non è di proprietà del Vaticano. Questo gesto, sottolineano ancora le fonti vaticane, “è stato compiuto dal cardinale Krajewski nella piena consapevolezza delle possibili conseguenze d’ordine legale cui ora potrebbe andare incontro, nella convinzione che fosse necessario farlo per il bene di queste famiglie”.

Sofia e Adam i nomi più frequenti scelte dalle famiglie straniere

La Fondazione ISMU ha deciso di spostare l’attenzione sui bambini e sulla scelta dei loro nomi con una ricerca ad hoc. I genitori stranieri preferiscono attenersi alle tradizioni di famiglia o sono aperti anche alle tendenze onomastiche di altre culture? Come sono stati chiamati i neonati stranieri in Italia durante il 2017, ultimo anno rispetto al quale l’Istat rende disponibili i dati?

Ci si aspetterebbe forse che siano nati tantissimi Mohamed e molte Amina, ma in realtà non è così.  Se tali nomi sono probabilmente ben frequenti  tra le prime generazioni di immigrati in Italia – spiega Ismu –  ormai da un po’ di anni le mamme (e i papà) con cittadinanza straniera, che in base alle stime ISMU sarebbero attualmente circa un milione e mezzo, danno ai figli nomi dalla fonia più vicina alla tradizione italiana.

Durante il 2017, infatti, tra le neonate straniere primeggiano Sofia e Sara,  seguite da Emma, Aurora, Amelia ed Emily. Sofia è prima in graduatoria  anche tra le neonate italiane, dove Sara invece occupa il tredicesimo posto. Emma, terza tra le straniere, invece è sesta nella scelta dei nomi per le neonate italiane. Aurora è quarta tra le straniere, ma terza fra le italiane.  Tra i primi quindici nomi della classifica delle nate straniere ce ne sono solo quattro che non appartengono alla tradizionale onomastica italiana: Jannat (settima), Malak (ottava), Amira (decima) e Aya  (quindicesima). Per tutti gli altri casi si può perfino dire che il richiamo alla tradizione italiana è tra le neonate straniere (ma nate in Italia) del 2017 pari o superiore a quello delle coetanee italiane,  sottolinea la Fondazione. Passando ai maschietti, si nota “sicuramente qualche elemento di maggior attaccamento a quelle che sono le radici familiari o quantomeno del territorio d’origine dei genitori.

Fenomeno che, peraltro, riguarda anche i neonati maschi italiani, per i quali è sempre stato più frequente, rispetto alle femmine, il ricorso ai nomi dei nonni”, si legge nella nota.  Ai primi tre posti, tra gli stranieri, si collocano infatti Adam,  David e Youssef. In graduatoria si ritrovano altri due nomi storicamente diffusi anche tra gli italiani (ma con il troncamento dell’ultima vocale): Gabriel e Daniel. Gli unici nomi lunghi tra i neonati stranieri sono invece Leonardo e Alessandro, all’ottavo e al tredicesimo posto.

Altre scelte di sapore fortemente italiano per i neonati stranieri sono Matteo (quinto posto tra gli stranieri e nono tra gli italiani), Luca e Mattia (dodicesimo e quindicesimo, tra gli stranieri), mentre più vicini alle tradizioni dei rispettivi Paesi d’origine sono soltanto Youssef, Rayan, Amir e Mohamed (al nono posto).

Dazi Usa: per la Cina meglio agire ora

“L’accordo con la Cina sarà ben peggiore se dovrà essere negoziato nel mio secondo mandato.Sarebbe saggio per loro agire ora, ma amo raccogliere grandi tariffe!”: lo twitta il presidente americano Donald Trump, dopo aver aumentato i dazi su 200 miliardi di merce cinese per i ripensamenti di Pechino nelle trattative commerciali.

“Penso che la Cina abbia sentito che era battuta così malamente nei recenti negoziati che pensava di poter aspettare le elezioni 2020 per vedere se era più fortunata e avere un democratico vittorioso”,

“Nel qual caso avrebbe continuato a rubare agli Usa 500 miliardi l’anno”. “L’unico problema è che sanno che vincerò io (abbiamo la migliore economia e i migliori numeri sull’occupazione nella storia Usa, e molto altro)”.

Policlinico Gemelli: il 15 maggio presentazione del “Rapporto Osservasalute 2018”

Verrà presentato il 15 maggio alla stampa, presso il Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma (ore 11) il “Rapporto Osservasalute 2018. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane”. Curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università cattolica presso la sede di Roma, il report è l’appuntamento fisso che fornisce annualmente i risultati del check-up della devolution in sanità, corredando dati e indicatori con un’analisi critica sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza sanitaria a livello regionale. Obiettivo, si legge in un comunicato, “evidenziare le aree di eccellenza della sanità pubblica che possano essere esempio di realtà organizzative e strumento di valutazione comparativa”.

Anche quest’anno ci sarà “Osservasalute in immagini” che racconteranno l’evoluzione dei comportamenti regionali nel corso degli anni. Il volume (639 pagine) è frutto del lavoro di 318 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso università, agenzie regionali e provinciali di sanità, assessorati regionali e provinciali, aziende ospedaliere e sanitarie, Istituto superiore di sanità, Cnr, Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori, ministero della Salute, Aifa e Istat. Suddiviso in due parti principali – la prima dedicata alla salute e ai bisogni della popolazione, la seconda ai sistemi sanitari regionali nonché alla qualità dei servizi – il Rapporto sarà presentato dal direttore scientifico dell’Osservatorio Alessandro Solipaca, e dal direttore Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica. Nel pomeriggio un convegno (ore 14 Aula Brasca) per celebrare i 15 anni dalla prima pubblicazione del Rapporto, evidenziare tratti distintivi, punti di forza e criticità del nostro Ssn e avviare una riflessione sulle strategie pr garantire sostenibilità economica e sociale.

Papa Francesco: Un patto per dare un’anima all’economia

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

Il Papa invita ad Assisi giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo dal 26 al 28 marzo 2020: l’avvenimento si intitola Economy of Francesco ed è finalizzato a «incontrare chi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda». Insomma un’iniziativa — ha scritto lo stesso Pontefice in una lettera datata significativamente 1° maggio, memoria di san Giuseppe lavoratore, e resa nota la mattina di sabato 11 — per promuovere un “patto comune” orientato a «cambiare l’attuale economia e dare un’anima a quella di domani».

Insomma l’obiettivo è ambizioso — “ri-animare” l’economia — e la scelta non poteva non ricadere sulla città francescana «da secoli simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità». Del resto, spiega Papa Bergoglio, «se Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia». Qui infatti il Poverello «si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale». E «dalla sua scelta scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima».

Richiamando la Laudato si’ — l’enciclica in cui si sottolinea come oggi più che mai sia tutto intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non possa essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale — il Papa rimarca la necessità di «correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future». Anche perché, è l’amaro commento, «purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità».

Da qui l’appello conclusivo rivolto «in modo speciale» ai giovani perché, con il loro «desiderio di un avvenire bello e gioioso», sono «già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente».

Addio a Gianni De Michelis

È scomparso, dopo lunga malattia, a 78 anni Gianni De Michelis.

Nato a Venezia il 26 novembre 1940, Gianni De Michelis si è laureato in Chimica industriale ed è stato docente universitario. Il suo percorso in politica inizia nel 1964 con l’elezione a consigliere comunale del capoluogo veneto e con il successivo incarico di assessore all’urbanistica. Nel 1969 diventa componente della direzione socialista e poi responsabile nazionale dell’organizzazione del partito.

Più volte ministro, alle Partecipazioni statali nel secondo governo Cossiga e nel governo Forlani, riconfermato alla guida dello stesso dicastero nei governi Spadolini e nel V governo Fanfani. Diventa poi ministro del Lavoro e della previdenza sociale durante i due governi di Craxi. Nel governo De Mita ha il ruolo di vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri nel VI governo Andreotti nel 1989.

Tantissimi i messaggi di cordoglio

Per Bobo Craxi De Michelis è stato “Un eccellente uomo politico e uomo di Stato, un socialista coerente. Per me è un grande dolore la sua scomparsa. Uno degli uomini più intelligenti della Prima Repubblica, aveva una lungimiranza nella lettura delle vicende politiche, in particolare di natura internazionale. E’ stato, nella vicenda tragica che ha coinvolto il Psi, uno degli uomini più vicini a mio padre”.

Per il Presidente delle Repubblica con De Michelis “scompare uno dei protagonisti dell’attività di governo dell’ultima parte del Novecento. Intelligente e appassionato esponente della causa socialista ha segnato con la sua azione una significativa stagione della politica estera del nostro Paese, nella fase che faceva seguito al venir meno del contrasto est/ovest. Le sue intuizioni e il suo impegno sulla vicenda europea, dei Balcani, del Medio Oriente e del Mediterraneo, hanno consolidato il ruolo internazionale dell’Italia e contribuito alla causa della pace e della cooperazione internazionale”.

 

Per una analisi del profilo di De Michelis come uomo politico e di governo, segnaliamo l’intervista dell’ex ambasciatore Giovanni Castellaneta pubblicata su formiche.net di ieri.

https://formiche.net/2019/05/de-michelis-un-grande-ministro-degli-esteri-il-ricordo-di-castellaneta/

Pace: Mattarella, “tenere al riparo i giovani da mostruosità della guerra”

“Tenere al riparo i nostri giovani dalla mostruosità della guerra e garantirne il futuro promuovendo i principi di libertà, uguaglianza e democrazia è compito di tutti”. Lo scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi di guerra (Anmig), Claudio Betti, in occasione del XXXIV congresso nazionale in programma da ieri a Montesilvano (Pe).

Questo il testo del messaggio:

«L’encomiabile operato dell’Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra mantiene vivo il ricordo, e con esso la gratitudine del Paese intero, del sacrificio di quanti hanno portato e portano tuttora sulla propria persona i segni delle ferite e delle sofferenze fisiche e morali patite a servizio del paese. A tutti loro va il commosso pensiero e il riconoscimento della Repubblica.

La custodia della memoria del patrimonio di valori, ideali e testimonianze di chi ha subito l’immane tragedia della guerra, rappresenta un monito permanente a non dimenticare gli orrori che ogni conflitto genera, per non ripeterli e costituisce prezioso insegnamento per le giovani generazioni affinché in esse prevalga il senso di appartenenza attiva ad una comunità che unisce idealmente tutti i popoli.

Tenere al riparo i nostri giovani dalla mostruosità della guerra e garantirne il futuro promuovendo i principi di libertà, uguaglianza e democrazia è compito di tutti.

A tutti i convenuti in Montesilvano rivolgo il saluto e l’augurio più fervido per la piena riuscita del XXXIV congresso nazionale».

 

Le città diventano smart cities grazie al calcio

Gli stadi europei hanno portato benefici tangibili nelle città ospitanti. Lo rivela una  ricerca condotta da Mastercard dalla quale si evince che grazie agli investimenti per la realizzazione di infrastrutture, trasporti, ospedali e negozi si produce un significativo impulso all’economia locale. In media gli attuali stadi europei immettono 585 milioni di euro nelle comunità limitrofe, il miglioramento dei servizi pubblici e l’aumento dell’occupazione.

Lo studio ha preso in esame decine di nuovi e futuri stadi nelle città, intervistando 2,000 cittadini che vivono nei pressi di uno stadio basandosi sui dati di spesa delle città che hanno ospitato le finali della UEFA Champions League nell’ultimo decennio.

Dalla ricerca emerge che entro il 2060, assisteremo alla proliferazione di smart cities con oltre 200.000 abitanti e che sorgono nelle vicinanze dei super stadi europei, alimentate dalla forte influenza del calcio sulla società. Con un investimento di oltre 800 milioni di euro, gli stadi di nuova generazione saranno il centro nevralgico di queste città.

In sintesi, la ricerca indaga le modalità con le quali il calcio alimenta la trasformazione in chiave smart di intere città e comunità, rivelando che lo sport è lo strumento di coesione sociale più efficace in assoluto. Il 17% degli intervistati (quasi 1 su 5) concorda sul fatto di provare un più forte senso di appartenenza al proprio quartiere grazie al calcio. Infine, più di 1 su 5 (precisamente il 21%) ritiene che il calcio sia l’argomento principale per animare le discussioni delle serate in compagnia dei propri amici.

Cos’è il vibranium, il materiale ‘indistruttibile’ della capsula di Hyperloop

Tratto da Agi (Agenzia Giornalistica Italiana)

Direttamente dai laboratori segreti di Hyperloop TT in California vi svelo un’altra incredibile innovazione tecnologica che si ripercuoterà nel settore delle “costruzioni” e non solo. Da insider, come contributor di HyperloopTT vi faccio toccare con mano la capsula che ospiterà i passeggeri spediti alla velocità del suono. Come già detto, la realizzazione di questo progetto che cambierà per sempre la storia dei trasporti, porterà con se tante innovazioni “laterali” che avranno un impatto non indifferente sull’umanità in settori diversi da quello per cui è nato.

Una delle parole d’ordine della nostra azienda è sicurezza, la sicurezza aumenta esponenzialmente con l’aumentare dei controlli automatizzati e incrociati per questo mettiamo molta attenzione all’argomento fin dal processo produttivo dei materiali. E’ il caso del materiale con cui è rivestita la capsula, il vibranium.

“8 volte più flessibile dell’alluminio e 10 volte dell’acciaio”
Il vibranium, come ci racconta Bibop, prende il nome dal fumetto di Capitan America, il materiale con cui è costruito il suo indistruttibile scudo, proprio per sottolineare la robustezza di questo fantastico oggetto. In realtà non esiste tale materiale o meglio non esisteva. La simpatica analogia non deve trarci in inganno, anche se sembra un gioco, al contrario, è davvero un materiale super resistente e ultra leggero.

Ma cos’è tecnicamente il vibranium?
E’ un materiale in fibra di carbonio con dei sensori direttamente “embedded” (mi piace usare il termine originale inglese), inseriti, mescolati, al materiale stesso fin dal processo produttivo, rendendolo “intelligente”. Il materiale ottenuto è 8 volte più flessibile dell’alluminio e 10 volte dell’acciaio. Grazie ai sensori è in grado di comunicare in real time informazioni critiche come temperatura, stabilità, integrità e tanto altro, svolgendo una autodiagnosi continua in modo tale da mandare allarmi in caso di problemi alla struttura. Il vibranium è anche 5 volte più leggero dell’acciaio e 1,5 dell’alluminio riducendo l’energia prodotta per spingere la capsula. Ma i superpoteri non finiscono qui!

“Hyperloop è 10 volte più sicuro di un aereo”
La capsula in vibranium è costruita con due strati, a sandwich, a cipolla, così da garantire ancora di più la sicurezza dei passeggeri. Se in extremis si dovesse danneggiare anche lievemente uno strato, c’è quello sottostante a proteggere la capsula. Nel frattempo il materiale invia tempestivamente un segnale al sistema centrale e la capsula viene ritirata e portata in manutenzione. Come dice il nostro ceo Dirk Ahlborn: Hyperloop è 10 volte più sicuro di un aereo.

Il vibranium è costruito in collaborazione con aziende Top della Slovacchia dimostrando ancora una volta la connotazione internazionale e globale del progetto Hyperloop che cambierà per sempre la storia dei trasporti.

Nei mari italiani galleggiano 179.023 particelle di rifiuti in plastica

“La densità dei microrifiuti plastici inferiori ai 5 mm ritrovati sulla superficie marina è di 179.023 particelle per km quadrato”, dichiara il presidente del comitato scientifico di Slow fish Silvio Greco. «Questo ci fa riflettere soprattutto sull’incuria che abbiamo avuto nei confronti del mare in passato, perché queste particelle sono il risultato della frammentazione di tutto ciò che abbiamo gettato indiscriminatamente pensando che il mare fosse la nostra discarica naturale». Basti pensare infatti che i tempi di degradazione in mare per le bottiglie di plastica sono stimati in 500-1000 anni, mentre passiamo a 20-30 per i bastoncini cotonati e a 10-20 anni per le buste di plastica.

I dati sono raccolti dal ministero dell’Ambiente in collaborazione con Ispra e le 15 Arpa costiere, pongono l’accento sulle misure da mettere in atto dopo il recepimento della Direttiva quadro 2008/56/CE sulla strategia per l’ambiente marino. “I dati sono il risultato dell’analisi condotta dal 2015 al 2017 – spiega Irene Di Girolamo, referente Ambiente marino del sottosegretario all’Ambiente Salvatore Micillo – e costituiscono la fotografia dello stato attuale del nostro mare. Al termine del secondo ciclo di analisi, nel 2021, potremo fare un confronto preciso e capire se le prime misure messe in atto hanno dato i loro frutti e se la strada intrapresa è quella giusta”.

Tra le aree, monitorate due volte l’anno, troviamo le spiagge, le stazioni di profondità e la superficie marina, oltre agli esemplari di tartarughe spiaggiate e successivamente analizzate. «Ne emerge un quadro significativo», continua Greco. “Con una media di 777 rifiuti spiaggiati ogni 100 metri lineari. La plastica – incluse bottiglie, sacchetti, cassette in polistirolo, lenze da pesca in nylon – emerge come il materiale più abbondante con una percentuale dell’80%”. Tra i 10 e gli 800 metri di profondità la media degli oggetti per km quadrato passa da 66 e 99: anche qui la plastica è il materiale predominante con il 77%, rappresentata da buste, involucri per alimenti e attrezzi da pesca.

La Coca Cola ha pagato medici e ricercatori per negare i legami con l’obesità

È quanto rivela un’inchiesta del quotidiano Le Monde secondo cui in Francia la multinazionale per diversi anni a partire dal 2010 avrebbe pagato medici e ricercatori per smentire il legame tra bevande zuccherate e l’insorgenza di patologie come l’obesità ed il diabete.

Come riporta il giornale francese, l’azienda ha riunito scienziati influenti per diffondere una ‘soluzione’ all’epidemia globale dell’obesità attraverso articoli pubblicati su riviste mediche, discorsi a conferenze e social media. Ecco la soluzione propagandata: fare più esercizio fisico senza preoccuparsi di ridurre l’apporto calorico.

Queste rivelazioni derivano da un’altra indagine relativa alla Coca Cola condotta nel 2015 dal New York Times che aveva svelato la pesante influenza della Coca Cola nel finanziare studi scientifici volti ad offrire un diverso punto di vista sul tema dell’obesità.

In poche parole la strategia di marketing consisteva nel cercava di distogliere l’attenzione dei consumatori sugli effetti per la salute legati all’assunzione ripetuta di bevande come Coca, Sprite, Fanta e altre come Minute Maid, tutti di proprietà di Coca-Cola.

Hollerich (Comece) in missione a Lesbo: “Mai l’Europa si dica cristiana se non si apre ai poveri e ai migranti”

Fonte Agensir

Una delegazione vaticana sta visitando in questi giorni i campi di Moria e Kara Tepe a Lesbo a tre anni dalla visita di Papa Francesco nell’isola, nell’aprile 2016, insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e all’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymus II. La delegazione vaticana è guidata dall’elemosiniere apostolico card. Konrad Krajewski che sull’isola ha portato una donazione di 100mila euro come contributo del Santo Padre all’opera della Caritas Hellas e rosari da distribuire alla gente. Con lui ci sono anche mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene e mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece). Raggiunto telefonicamente dal Sir, mons. Hollerich spiega subito il motivo di questa visita: “Il Papa è venuto qui tre anni fa. È una missione per mostrare alla gente dei campi profughi, che il Papa pensa sempre a loro, che il Papa e la Chiesa si prendono cura di loro. Non se ne sono dimenticati”.

Perché ora?
Prima delle elezioni europee, questa missione vuole dare un segno all’Europa. Per questo motivo – credo – che il Papa mi ha chiesto di partecipare a questa missione insieme al card. Krajewski per mostrare che i profughi, i rifugiati sono gente vera, uomini, donne e bambini che soffrono. E se noi vogliamo che ci sia una Europa cristiana, allora siamo invitati ad aiutarli.

Ci racconti cosa ha visto in questi giorni?
Sono molto triste per quello che ho visto. Tanta gente si è avvicinata per parlarmi, per raccontarmi i loro problemi. Gente ammalata. È chiaro che il governo greco è presente e fa tutto il possibile per loro. Ma è impossibile arrivare a tutto, garantire per esempio un trattamento medico all’altezza dei problemi. E la gente soffre. Soffre anche di mancanza di speranza. L’altro giorno siamo stati invitati ad entrare in una tenda costruita da 7 giovani. Ci hanno offerto un tè. Un giovane ci ha raccontato che di notte studia l’inglese per prepararsi un giorno a venire in Europa. Ho visto un bambino con una malattia della pelle molto grave. Ho visto malattie degli occhi. È chiaro che queste persone arrivano qui in barca e in mare hanno subito tante cose. Ripeto: il governo greco fa molto ma è lasciato da solo. Non bisogna dire che il governo greco deve fare di più. È la nostra solidarietà che viene richiesta.

L’impressione che si ha qui, è che questa gente sia stata dimenticata dall’Europa e questo fa male.

A Lesbo, si arriva via mare. Che cosa vi hanno raccontato le persone dei campi di questi viaggi sui barconi?
A questo proposito vorrei dire che sarebbe utile fare corridoi umanitari. Sarebbe importante che le diverse diocesi, le Chiese in Europa, le associazioni cattoliche, le parrocchie possano organizzare – con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio che già li promuove – corridoi umanitari per dare a questa gente una nuova possibilità, una parte della felicità e del benessere che abbiamo tutti noi qui in Europa. E dimostrare che la Chiesa in Europa è solidale con i più poveri, che ci prendiamo cura di loro, che sono importanti per noi.

Cosa vuole dire da Lesbo all’Europa?
Abbiamo celebrato il 9 maggio la Festa dell’Europa. Sono contento di essere stato in questo giorno così particolare nella periferia dell’Europa. Con la gente povera.

Non parliamo mai più di Europa cristiana se non siamo pronti ad accogliere i poveri e i migranti.

Le prossime elezioni dovranno dimostrare se siamo cristiani o no. Se abbiamo ancora un resto di cristianesimo in Europa. Non è possibile parlare di cultura cristiana, di una Europa cristiana se non siamo pronti ad accogliere chi è nel bisogno.

Vi ha lasciato detto qualcosa Papa Francesco prima di partire?
Di assicurare la gente che il Papa è con loro. Il Papa è ancora a Lesbo. Il suo cuore è con la gente.

È nata a Trento la Scuola di Formazione Politica “Codice Sorgente. Idee Ricostruttive”.

La Scuola, che abbiamo presentato mercoledì assieme a Enrico Letta, vuole essere un contributo a ritrovare la bussola.
Siamo tutti frastornati e incerti, al di là di come abbiamo votato (o non votato) alle ultime elezioni.
Avvertiamo che un mondo è finito e quello nuovo ancora non c’è.

Il sentiero si è fatto nebbioso e i “capi comitiva” fanno finta – lo sanno anche loro – di sapere dove andare.
Ci serve una bussola, non ci sono santi.
Abbiamo deciso di ricercarla nella formazione, nel dialogo con persone competenti e credibili, nel coinvolgimento di giovani che abbiano voglia (e ce ne sono tanti) di impegnarsi con responsabilità, libertà e consapevolezza.
La nostra non è una “scuola di partito”.
I partiti, comunque li si voglia chiamare, sono e restano essenziali per la democrazia. E devono rigenerarsi.

Noi ci occupiamo di ciò che sta “prima” e “accanto” a questa auspicata rigenerazione.
In primo luogo vogliamo offrire ad un gruppo di giovani una occasione seria e strutturata di formazione.
Perché non basta la volontà. Serve anche la capacità, sopratutto in un contesto sempre più complesso.
Attraverso il contributo di persone preparate, studieremo la storia, il presente e il futuro possibile della nostra Democrazia, che appare oggi in forte crisi e della nostra Speciale Autonomia Trentina, anch’essa alle prese con scenari inediti e sfidanti.
Approfondiremo ciò che sta accadendo alla società, all’economia, al lavoro, alla politica: nel mondo e da noi. Cercheremo di capire le trasformazioni antropologiche e tecnologiche, nella loro potenzialità positiva e nelle insidie che esse producono ogni giorno nella nostra vita.

Abbiamo chiamato l’Associazione che promuove la Scuola “Codice sorgente. Idee Ricostruttive”.
“Codice sorgente”, perché oggi non basta più una semplice manutenzione di ciò che c’è. Si avverte la necessità di una ripartenza su basi nuove. Occorre lavorare sulle “sorgenti” dalle quali nascono i valori civili, sociali e politici. I soli che possono consentire alla nostra democrazia di ritrovare una rotta convincente. Sta qui il senso dell’emergenza educativa che non riguarda solo la politica, ma tutti gli ambiti della vita civile e sociale.

“Idee Ricostruttive”, perché dai flutti perigliosi di questo cambiamento epocale non si esce solo demolendo, ma ricostruendo nuove forme di convivenza e nuove consapevolezze responsabili. Così come è stato nella lunga e faticosa stagione di preparazione della nostra Democrazia.

C’è una seconda cosa della quale ci occuperemo, attraverso la Scuola per giovani: concorrere a stimolare un “nuovo pensiero” sul Trentino e sulla sua Speciale Autonomia.
Essa ha oggi bisogno estremo di pensiero.
In realtà, viviamo ancora di rendita in base alle intuizioni magistrali dei Fondatori.
Ma il mondo è cambiato radicalmente. E una Speciale Autonomia che si ferma e non progetta piste e terreni nuovi si affloscia sotto il peso dei suoi apparati e della sue stesse istituzioni; alimenta nei cittadini aspettative solo utilitaristiche; perde il suo “carisma” e si omologa alle tendenze globali del momento. In poche parole, smarrisce l’ambizione di essere “Comunità Autonoma”.
Esattamente ciò che accade, più in grande, alla Comunità nazionale.
Sono certo che troveremo una buona accoglienza da parte dei ragazzi e tante collaborazioni.

Partiamo già con la preziosa disponibilità di autorevoli persone che hanno accettato di far parte del nostro Comitato Scientifico e che ci aiuteranno a fare un ottimo percorso.
Per me, questo è anche un modo per “restituire” alla comunità almeno una parte del grande onore che essa mi ha dato conferendomi, per un lungo periodo, ruoli di leadership politica e di governo.
Del resto, dalle secche di questa fase della politica e della società non si esce con “trovate” nuoviste ed estemporanee. La strada è in salita. Richiede tempo, generosità ed impegno.
Richiede sopratutto nuove visioni e nuove classi dirigenti, che possono formarsi solo in una solida alleanza intergenerazionale.

Uno statista

“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”.

Sono partito con la famosa frase di Aldo Moro, grande Statista, pronunciata più di quaranta anni fa.

Un forte appello, perché avvertiva il peso di un clima politico particolarmente infuocato: brigate rosse e attentati fascisti; il Paese attraversava un crocevia pericolosissimo, del resto lo stesso Moro ne fu vittima, anzi la vera vittima di quella infausta stagione politica nazionale.

Nella sua frase domina la parte terminale, quella richiesta di “un nuovo senso del dovere” perché era del tutto evidente la carenza di questa espressione civile e politica che lo stesso Moro stava constatando.

La morte di Aldo Moro segnò un cambio di rotta. l’Italia per i successivi dieci anni visse un’altra pagina. Purtroppo fu una pagina votata alla spensieratezza e alla leggerezza, quindi dimentica della richiesta dello Statista pugliese.

Gli anni ottanta sono stati consumati all’insegna della “Milano da bere”, dell’aumento vertiginoso del debito pubblico, del riflusso polittico e della sostanziale spensieratezza che sembrava gonfiare le vele a chi, uscito dai tremendi anni di piombo, pensava di navigare in totale leggerezza.

I nodi di quel “fausto” si sono presentati all’inizio degli anni ’90, non serve che io riepiloghi le défaillance di quel terremoto che colpì gran parte della classe politica di allora.

Della frase di Aldo Moro, nessun segno.

Gli anni ’90 hanno visto la dialettica tra le schiere capeggiate da una inedita e, fino allora, impensabile figura che, alla vista di questi ultimi quasi trent’anni, è rimasta gagliarda a organizzare lo schieramento di centro destra. Si trattava di Silvio Berlusconi.

La dialettica con l’imprenditore milanese fu assegnata a diversi autori del centro sinistra: Prodi, D’Alema, Veltroni, Rutelli, via via fino a Renzi; una dialettica che ha visto prevalere e un polo e l’altro senza mai decretare un dominio integrale da parte di uno dei due schieramenti.

Sottolineo, ancora una volta, la dimenticanza dell’appello di Aldo Moro.

Ora, la stagione che stiamo vivendo sembra appesantirsi per la presenza di costumi politici che mai avrei pensato ritornassero: è di questi giorni, così almeno molti commentatori scrivono, lo sdoganamento del pensiero fascista da parte del vice primo Ministro.

Con una sinistra a vele quasi ammainate; un Movimento 5 Stelle ondìvago e senza mai una linea che si mantenga retta e coerente. In tutto questo richiama ancora quell’esortazione che Aldo Moro rivolgeva all’intero Paese.

Se lo Statista assassinato il 9 maggio del 1978 fosse tra noi, piangerebbe per due motivi: primo, perché vedrebbe l’inutilità del sacrificio di molti italiani che dagli anni quaranta avevano sollevato le sorti democratiche, economiche e culturali del nostro Paese; e, secondo, piangerebbe perché riconoscerebbe anche svilita la sua prematura morte da questi miserrimi risultati che il Paese si trova a dover manifestare.

Ritornare ad Aldo Moro dovrebbe, prima di tutto per me, ma sono convinto per tutti, farci riscoprire l’importanza e la profondità dell’operare politico di noi tutti.

Ci auguriamo, pertanto, che da questa attuale tristezza qualcuno sappia ritornare a quella frase che, per la sua prima parte, è anche un monito potente per noi tutti. Non vorremmo mai che, dimentichi della conclusione, si attui ciò che Aldo Moro iniziava con quello scritto.

Contro Ezra Pound

Tratto da http://www.succedeoggi.it

A proposito della querelle sullo stand dell’editore di CasaPound al Salone torinese, qualcuno invita a leggere o rileggere Pound, a capire quanta distanza lo separi dai “poveretti” (Cacciari) di CasaPound. Proviamo a farlo. Subito però un interrogativo, che spero non suoni irrispettoso: proprio sicuri che Pound, che si sentiva contemporaneo di Dante e Cavalcanti, sia stato uno dei maggiori poeti del ‘900, come enfaticamente dichiarò una volta Cacciari di fronte alla sua tomba veneziana? Avrei molti dubbi in proposito. Per certi versi mi appare come un insuperabile software della cultura universale, una sterminata enciclopedia in forma poetica dell’intero sapere umano. Montale disse una volta che nel suo cervello si celebrava “un festival della letteratura mondiale”. Aggiungerei: un festival postmoderno inzeppato di reminiscenze classiche e mitologie culturali, a volte scadenti o perfino un po’ fasulle.

Pound, definito “global translator”, sembra frullare in un vortice unico Est e Ovest, haiku e provenzali, classicità e sperimentalismo, Omero e Dante, Ovidio e Cavalcanti, Riccardo di San Vittore e Iside (madre della religione egizia), Jefferson e Mussolini. A 12 anni andò per la prima volta nella coltissima Europa. provenendo dalla estrema provincia del Far West americano, e da allora non si è più ripreso! Prezioso maieuta del suo amico Thomas S. Eliot, ma, al contrario di lui, la sua opera “è in parte naufragata sotto il peso della sua erudizione” (così il critico Edmund Wilson, suo amico, che ricorda come Pound alle cene fingeva di saper suonare il piano!). Della poesia di Pound amo l’essenzialità, l’energia, l’esattezza metrica, il principio artigianale che una poesia deve essere scritta “altrettanto bene di una prosa”, la negazione dell’io in favore del mondo – tutte attitudini travasate nei beat –. La sua stessa scandalosa biografia politica, infine, mi appare come una vicenda ispirata da una disarmata ingenuità che lo porta ad abbracciare cause perse, ancorché aberranti, come la RSI (e per il reato di tradimento scontò la pena in una gabbia di cemento e filo spinato a Pisa).

Va bene, è ingiusto banalizzarlo. Ma prendiamo un suo famoso aforisma: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”. Una sentenza roboante e falsa. Non tiene conto di quella che Orwell chiamava la naturale “lunaticità” dell’essere umano, sempre un po’ esitante, contraddittorio. Cosa sono quelle “idee”granitiche che dovrebbero governarci dispoticamente e che non tollerano dubbi su di sé? E poi, al contrario: quante volte si è lottato – fanaticamente! – per idee che letteralmente “non valevano nulla”, per idolatrie sociali sprezzanti verso ogni compromesso! Ma la forza di Pound non sta nel suo pensiero esplicito. Piuttosto nella fusione di senso e suono che si percepisce in alcuni suoi versi. Lui stesso dichiarò che le proprie citazioni erano soltanto dei temi musicali, che poi sviluppava liberamente. Singolare: il mito della purezza – probabilmente nato dai laghi cristallini del suo Idaho –, che la sua poesia tende a negare poiché si mescola alla lingua parlata e colloquiale, diventerà invece esiziale dal punto di vista politico-ideologico.

Prendiamo poi il rapporto di Pasolini con Pound. Un rapporto di ammirazione, e financo di devozione (si veda la celebre intervista, ora su YouTube, in cui legge con empatia alcuni dei suoi versi). Però non è mai devozione acritica. In un articolo del 1973 si sofferma sugli scritti “economici” (Oro e lavoro, Roosevelt e le cause della guerra presente…), giudicandoli “farneticanti e anche idioti… illogici e provocatori”, originati da una “pazzia clinica”. Le sue affermazioni “paradossali, teppistiche e arrabbiate” nascono per lui da una “politica gestuale”, dunque teatrale, esibizionistica. In un altro articolo, dello stesso anno, precisa che l’ideologia reazionaria di Pound – delirante – proviene dal suo background contadino, è tutta una venerazione dei valori di un mondo contadino arcaico celebrati nei Cantos: compassione paterna, devozione filiale, mutualità fraterna ( e proprio questi valori, in questa formulazione poundiana, li inserisce nel suo dramma “Bestia da stile”). Poi conclude, con una profezia errata (come spesso capitava a Pasolini) che qualcosa in Pound ne impedisce una piena strumentalizzazione da parte della destra. Mary de Rachelwitz, la figlia di Pound, ha perso la causa contro CasaPound e la appropriazione indebita del nome (e anche se lei, secondo Pasolini, avrebbe qualche responsabilità riguardo a una cattiva ricezione del pensiero del padre). Ora, sappiamo che la cultura vera sempre destabilizza, e ci offre una verità fatalmente ambigua sulla condizione umana (che è ambigua). Dunque qualsiasi riduzione a slogan, come quella fatta da CasaPound, la tradisce, e in questo caso tradisce Pound. Eppure non riesco a immaginarmi una cosa come CasaCéline: lo scrittore francese, che pure finì collaborazionista e autore di ripugnanti libelli antisemiti, aveva qualcosa di intrattabile e di refrattario alla destra. Nei primi romanzi difende gli sventurati e i senza potere, denuncia l’idiozia e l’orrore della guerra fino a elogiare la vigliaccheria, oltre a curare gratis come medico i barboni della banlieu parigina. No, troppo infido e pericoloso da maneggiare politicamente.

 

Istat: da maggio il primo Censimento permanente delle imprese

A differenza dei censimenti tradizionali, il nuovo Censimento è costituito da una rilevazione di tipo campionario, mentre la restituzione dei dati ottenuti sarà di tipo censuario. Il campione coinvolto è di circa 280.000 imprese con 3 o più addetti. Per la prima volta si svolgerà a cadenza triennale e non più decennale, e garantirà un rilascio di informazioni continue e tempestive. La rilevazione prenderà il via il 20 maggio per chiudersi il 16 settembre 2019.

L’obiettivo del nuovo Censimento è quello di aggiornare il quadro informativo sui comportamenti delle imprese in termini di strategie per accrescere la competitività, adozione di nuove tecnologie e processi di digitalizzazione, e misure finalizzate alla sostenibilità ambientale e responsabilità sociale, al fine di cogliere i cambiamenti più profondi in atto nel sistema produttivo nazionale.

Secondo il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo “Il nostro sistema produttivo sta sperimentando complessi e profondi cambiamenti strutturali che riguardano sia aspetti tecnologici, organizzativi, di mercato e di impiego di capitale umano, sia sfide su responsabilità ambientale, sociale e per lo sviluppo locale”.

“Sulla capacità di evolvere del sistema delle imprese si gioca oggi, come in altre fasi della nostra storia economica, la tenuta e l’evoluzione del nostro sistema produttivo nel contesto globale”, per il quale il censimento permanente offrirà “un’opportunità di conoscenza delle caratteristiche della transizione in atto e dei punti di forza e di debolezza del nostro sistema produttivo, di grande impatto potenziale sulle politiche per la crescita”.

Consumi: volano frutta e verdura, +1 mld di kg in 10 anni

I consumi di frutta e verdura degli italiani sono aumentati di quasi un miliardo di chili nell’ultimo decennio facendo registrare nel 2018 il record del periodo per un quantitativo complessivo nel carrello di 8,7 miliardi di chili. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti presentata in occasione dell’inaugurazione del Macfrut il Fruit & Veg Professional Show di Rimini con il presidente nazionale della Coldiretti Ettore Prandini nell’ambito dell’incontro “Ortofrutta: innovazione, politiche e consumi” alla sala Neri 2 – Expo Center.

La spinta al consumo è avvenuta per effetto soprattutto delle preferenze alimentari dei giovani che – sottolinea la Coldiretti – fanno sempre più attenzione al benessere a tavola con smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o anche a casa grazie alle nuove tecnologie. Se le mele a livello nazionale – precisa la Coldiretti – sono state il frutto più consumato, al secondo posto ci sono le arance, mentre tra gli ortaggi preferiti dagli italiani salgono sul podio nell’ordine le patate, i pomodori e le insalate/indivie. In crescita la spesa per gli ortaggi freschi pronti al consumo (la cosiddetta IV gamma) che chiudono il 2018 con una crescita a valore del +5% rispetto all’anno precedente con quasi 20 milioni di famiglie acquirenti, secondo Ismea. Tra le tendenze si registra il forte aumento degli acquisti diretti dal produttore dove nel corso del 2018 hanno fatto la spesa 6 italiani su dieci almeno una volta al mese secondo l’indagine Coldiretti/Ixe.

A sostenere la domanda – sostiene la Coldiretti – è la spinta dell’innovazione, in scena a Macfrut, dal campo allo scaffale. Dai sensori in campo per ottimizzare il ciclo colturale delle produzioni al vassoio con airbag per non ammaccare la frutta pronta al consumo fino alle nuove combinazioni tra frutta e formaggi nel ready to eat.

La ricerca di sicurezza e genuinità nel piatto porta l’88% degli italiani a bocciare la frutta straniera e a ritenere importante scegliere nel carrello frutta e verdura Made in Italy secondo l’indagine Coldiretti/Ixè, visto che l’Italia è al vertice della sicurezza alimentare mondiale. Basti pensare che il numero di prodotti agroalimentari extracomunitari con residui chimici irregolari è stato pari al 4,7% rispetto alla media Ue dell’1,2% e ad appena lo 0,4% dell’Italia secondo le elaborazioni Coldiretti sulle analisi relative alla presenza di pesticidi rilevati sugli alimenti venduti in Europa effettuata dall’Efsa. In altre parole – precisa la Coldiretti – i prodotti extracomunitari sono 4 volte più pericolosi di quelli comunitari e 12 volte di quelli Made in Italy per quanto riguarda la presenza di residui chimici oltre i limiti.

Sotto accusa sono le importazioni incontrollate dall’estero favorite dagli accordi commerciali agevolati stipulati dall’Unione Europea come il caso delle condizioni favorevoli che sono state concesse al Marocco per pomodoro da mensa, arance, clementine, fragole, cetrioli e zucchine o all’Egitto per fragole, uva da tavola, finocchi e carciofi. Accordi – continua la Coldiretti – fortemente contestati perché nei paesi di origine è spesso permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa, ma anche perché le coltivazioni sono realizzate in condizioni di dumping sociale per il basso costo della manodopera.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è il primo produttore Ue di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea e italiana come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. L’Italia risulta poi il secondo produttore dell’Unione europea di lattughe, cavolfiori e broccoli, spinaci, zucchine, aglio, ceci, lenticchie e altri legumi freschi. Infine, l’Italia detiene il terzo posto in Europa per quanto riguarda asparagi, ravanelli, peperoni e peperoncini, fagioli freschi. E anche per quanto riguarda la frutta l’Italia – precisa la Coldiretti – primeggia in molte produzioni importanti dalle pere fresche alle ciliegie, dalle albicocche alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. È altresì seconda per la produzione di mele, pesche, nettarine, meloni, limoni, arance, clementine, fragole (coltivate in serra) e mandorle e al terzo posto per angurie, fichi, prugne e olive da tavola.

Complessivamente la superficie italiana coltivata ad ortofrutta – sottolinea la Coldiretti – supera il milione di ettari e vale oltre il 25% della produzione lorda vendibile agricola italiana. I punti di forza dell’ortofrutta italiana sono l’assortimento e la biodiversità, con il record di 107 prodotti ortofrutticoli Dop/Igp riconosciuti dall’Ue, la sicurezza, la qualità, la stagionalità che si esalta grazie allo sviluppo latitudinale e altitudinale dell’Italia, una caratteristica vincente per i prodotti ortofrutticoli del Belpaese.

“E’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute” ha affermato il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare però la necessità di “superare l’attuale frammentazione e dispersione delle risorse per la promozione del vero Made in Italy all’estero puntando a un’Agenzia unica che accompagni le imprese in giro nel mondo sul modello della Sopexa e ad investire sulle Ambasciate, introducendo nella valutazione principi legati al numero dei contratti commerciali.

A livello nazionale – continua Prandini – serve un task-force che permetta di rimuovere con maggiore velocità le barriere non tariffarie che troppo spesso bloccano le nostre esportazioni ma anche trasporti efficienti sulla linea ferroviaria e snodi aeroportuali per le merci che ci permettano di portare i nostri prodotti rapidamente da nord a sud del Paese e poi in ogni angolo d’Europa e del mondo”.

Una urgenza in una situazione in cui l’Italia purtroppo non è riuscita ad agganciare la ripresa della domanda all’estero dove – conclude la Coldiretti – sconta un ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico che ha provocato nel 2018 un crollo nell’ortofrutta fresca esportata dell’11% in quantità e del 7% in valore, rispetto all’anno precedente.

Dalla Ue sostegno particolare a 10 regioni e due Stati membri

Nel corso dell’ultimo anno gli esperti della Commissione europea hanno incontrato le autorità nazionali e regionali facendo un’analisi d’insieme riferita ad ogni elemento che costituisse un freno alla creazione di posti di lavoro e alla crescita dei territori. Un primo risultato di questa iniziativa è costituito dal lancio di alcuni progetti pilota (uno per regione o Stato membro in questione) volti a superare le criticità specifiche alla transizione industriale. I vari programmi sono stati presentati due giorni fa a Bruxelles e ciascuno di essi riceverà una sovvenzione di 300.000 euro.

Piemonte: la Regione intende promuovere l’innovazione e mettere a punto meccanismi di finanziamento in tal senso. Grazie a questo fondo europeo, potrà sperimentare nuove soluzioni per la gestione e il finanziamento dei cluster industriali locali e per la diffusione regionale dell’innovazione.

Cantabria, Spagna: per effetto dell’evoluzione tecnologica, nel comparto agroalimentare regionale sono andati perduti molti posti di lavoro. Grazie alla sovvenzione dell’Unione, la regione avvierà un progetto di riqualificazione e inclusione professionale per il comparto.

Centro-Valle della Loira, Francia: la regione intende adeguare le competenze della sua popolazione ai posti di lavoro del futuro. Il progetto pilota finanziato dall’Ue aiuterà piccole e medie imprese locali di settori tradizionali a sviluppare conoscenze e competenze digitali.

Grand Est, Francia: nell’ottica della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, la regione utilizzerà la sovvenzione europea per realizzare un centro per la sperimentazione di soluzioni per la transizione energetica nelle imprese locali.

Alta Francia: per sostenere l’adeguamento all’evoluzione digitale e tecnologica la regione utilizzerà la sovvenzione per aiutare piccole e medie imprese innovative locali a integrare le tecnologie digitali nei propri processi produttivi o nella progettazione dei propri prodotti.

Lituania: la sovvenzione dell’Ue contribuirà all’introduzione di una tabella di marcia per l’economia circolare in tutta l’industria lituana.

Finlandia nord-orientale: la regione aiuterà le sue imprese ad applicare le innovazioni prodotte da altri soggetti, come le università o gli incubatori di start-up. La regione sta avviando un progetto pilota per promuovere e finanziare l’innovazione interregionale dell’industria forestale e del legno.

Greater Manchester, Regno Unito: la regione utilizzerà la sovvenzione dell’Ue per elaborare e sperimentare una “Carta per l’occupazione di qualità” finalizzata a migliorare le competenze, la qualità degli impieghi, la produttività e i salari nelle imprese locali.

Svezia centro-settentrionale: per compiere la transizione verso un’economia circolare e a basse emissioni di carbonio, la regione istituirà un laboratorio che si occuperà di soluzioni efficienti sotto il profilo delle risorse per le imprese locali.

Sassonia, Germania: la regione utilizzerà la sovvenzione dell’Ue per individuare nuovi modelli di business che contribuiscano alla decarbonizzazione dell’industria automobilistica regionale.

Slovenia: il paese realizzerà una piattaforma collaborativa online e fisica per sviluppare l’industria slovena 4.0, comprendente settori come la cibersicurezza, il cloud computing, i big data o la robotica.

Vallonia, Belgio: la regione sperimenterà nuove soluzioni nel settore della plastica, dalla produzione al consumo e al riciclaggio, e promuoverà i processi circolari per la plastica nelle piccole e medie imprese locali.

“Visti i primi risultati di questa iniziativa – ha detto il commissario per la Politica regionale Corina Cretu – invito tutte le regioni a fare in futuro questa esperienza. Le regioni dovrebbero individuare i punti deboli da correggere e i punti di forza da valorizzare per migliorarsi nell’ambito della catena del valore nella nostra economia globalizzata. A tale fine, nel prossimo bilancio a lungo termine dell’Ue avranno accesso a più di 90 miliardi di euro di finanziamenti a titolo della politica di coesione nei settori della ricerca, dell’innovazione e delle piccole e medie imprese”.

Per una Biennale sempre più aperta

Articolo già pubblicato nella newsletter culturale di Studio a firma di Clara Mazzoleni

Oggi apre al pubblico la Biennale di Venezia. Si spera che i visitatori siano più fortunati degli addetti ai lavori che l’hanno visitata in anteprima sotto una pioggia scrosciante durata tutto il giorno. Dopo l’orario di chiusura del primo giorno di pre-apertura, la folla si è riversata verso i vaporetti per tornare agli alberghi o correre in stazione. Oltre ad alcune delle più belle opere che io abbia mai visto, quest’edizione mi ha regalato una scena memorabile: 45 minuti di attesa, sotto una pioggia torrenziale, insieme a giornalisti, artisti, curatori e galleristi da tutto il mondo, la maggior parte dei quali elegantissimi, dotati dei lineamenti leggeri e perfetti che tendiamo ad attribuire alle persone colte, facoltose e di ottima famiglia (mi chiedevo perché non avessero preso un taxi d’acqua, allora). Una babele di lingue che si sviluppava in tutte le direzioni, soprattutto sottoforma di imprecazioni. Invece di proteggerci, infatti, l’agglomerato di ombrelli che ci ostinavamo a tenere sopra le nostre teste aggravava la situazione. Piccole e violente cascate infradiciavano le maniche, le borse, i passeggini e anche lo zainetto Chanel della ragazza che mi stava davanti. Era divertente vedere persone così eleganti e composte in quello stato: uomini in trench e completo con in testa i sacchetti di plastica del bookshop, donne con la messa in piega costrette a ripararsi con il catalogo di una mostra.

Se ci auguriamo che i visitatori trovino un clima meno sfavorevole di quello che hanno trovato gli addetti ai lavori è anche perché, come ha sottolineato quest’anno il presidente Paolo Baratta, sono la parte più importante della Biennale. May You Live in In Interesting Times, 58esima edizione, arriva 20 anni dopo la riforma della mostra: per fare un bilancio, Baratta ha ricordato la prima esposizione post-riforma. «Rispondemmo con scelte di “apertura” ai molti critici che imputavano alla Biennale con i suoi “padiglioni dei Paesi” di essere fuori moda; erano anni in cui era in voga l’elogio del cosmopolitismo e della globalizzazione. Trascorsi vent’anni oggi c’è chi solleva il dubbio se il cosmopolitismo sia stato anche un modo di esercitare una sorta di dominio (soft power) da parte delle società e delle economie dominanti».

E per festeggiare ha sottolineato un altro aspetto dello slancio di apertura della Biennale: «Nel corso degli anni passati il doppio costo dei trasporti in Laguna ci portava a chiedere ausili addizionali, e nei ringraziamente e nelle didascalie comparivano molti operatori anche di mercato. L’aumento dei visitatori ci consente di ridurre notevolmente questa pratica (…). I visitatori sono diventati il nostro partner principale; più della metà ha meno di ventisei anni. Ricordare questo risultato mi pare il modo migliore per festeggiare i vent’anni trascorsi dal 1999».

Cannabis, la direttiva del Viminale non prevede chiusure di negozi

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato guerra ai negozi che vendono marijuana legale, vale a dire con un contenuto di Thc tra il 2 e il 6%.

Ma la direttiva del ministero dell’Interno, che riguarda la stretta dei controlli sui negozi di canapa, non prevede chiusure generalizzate in alcun passaggio del documento.

Il testo invita prefetture, polizia e amministrazioni locali ad effettuare, entro il prossimo 30 giugno, “uno specifico report sulle risultanze della ricognizione svolta”. L’obiettivo principale è quello di vigilare sulla vendita illegale di derivati e infiorescenze della canapa.

 

Ateismo e modernità

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Righetto

Aveva ragione Henri De Lubac a parlare di «dramma dell’umanesimo ateo» quando, nel pieno della seconda guerra mondiale, individuava nell’ateismo moderno, quello sorto sulla scia di Feuerbach, Nietzsche e Comte, una nuova forma di ateismo, diverso da quello sgorgato ai tempi dell’Illuminismo che conservava molti dei valori di origine cristiana. L’ateismo nato fra Otto e Novecento invece aveva l’obiettivo di scardinare l’umanesimo cristiano e in quegli anni la sua espressione più manifesta era il neopaganesimo germanico sostenuto dal nazismo. Dinanzi a questo «ateismo postulatorio» (qui De Lubac riprendeva una felice formula di Scheler e Guardini), fondato sulla rivolta e sul risentimento, occorreva una nuova alleanza fra le forze liberali e cristiane all’insegna della migliore tradizione classica e cristiana, un’alleanza che ricomprendesse Socrate, Cartesio e «se occorre persino Voltaire, con la sua fine ironia». Non a caso lo stesso teologo e futuro cardinale in un’altra opera magistrale, L’alba incompiuta del Rinascimento, avrebbe poi indicato in Pico della Mirandola il primo vero protagonista dell’Umanesimo cristiano, vale a dire di un progetto culturale grandioso che sarebbe stato condiviso da numerosi altri intellettuali come Cusano, Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro ma che rimase in gran parte irrealizzato: la tendenza paganeggiante e materialistica, rappresentata da Bruno e Campanella, avrebbe prevalso segnando un conflitto della fede con la ragione. E purtroppo con quei valori come libertà, autonomia e pluralismo propri del cristianesimo ma spesso spenti e non riconosciuti dalle stesse Chiese, tanto che solo una grande rivoluzione laica, quella del 1789, li porrà alla base del mondo contemporaneo. Che i valori proclamati dalla Rivoluzione francese fossero essenzialmente cristiani è stato chiaramente riconosciuto da Paolo VI e Giovanni Paolo II. E anche dal cardinale Ratzinger nel discorso tenuto a Subiaco nell’aprile 2005, poco prima di diventare Papa: «L’Illuminismo è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo contro la sua natura era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato, è stato merito dell’Illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce».

È stata di recente la pensatrice franco-bulgara Julia Kristeva, davanti alle sfide del nichilismo contemporaneo, con i suoi due volti del fondamentalismo religioso e irrazionale, che dà vita a forme impazzite come il terrorismo suicida dei kamikaze islamisti da una parte, e quello del neopaganesimo fondato sul vuoto e sul nulla che caratterizza la società opulenta dell’Occidente dall’altra, a proporre un nuovo Illuminismo, che riallacci i fili spezzati con l’umanesimo cristiano. Ed è l’invito che emerge dall’ultimo lavoro filosofico di Massimo Borghesi, Ateismo e modernità, appena uscito da Jaca Book (Milano, 2019, pagine 250, euro 22). «Siamo di fronte a una spirale — scrive nelle conclusioni del saggio — che inverte quella della doppia modernità. Nel moderno, l’Illuminismo laico reagiva all’integralismo religioso; oggi, nel contesto post-moderno, l’integralismo religioso reagisce al laicismo positivistico. Dalla spirale si esce solo se religione e ragione si ripensano a partire da un confronto ideale fatto di unità e distinzione». E poi precisa: «Occorre un nuovo Illuminismo che sappia prendere sul serio la richiesta di senso che si esprime nella dimensione religiosa e, al contempo, una fede che accolga la richiesta di libertà che proviene dalle sue origini e che si documenta, criticamente, nell’ideale della modernità».

Docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, dopo aver dato alle stampe una biografia intellettuale di Papa Bergoglio e un volume su Romano Guardini, Borghesi ridà voce al dibattito sull’ateismo sorto nel dopoguerra e che ha avuto come protagonisti, oltre al già citato De Lubac, figure come Jacques Maritain, Etienne Gilson, Cornelio Fabro e Augusto Del Noce. Come si vede, si tratta di alcuni fra i maggiori intellettuali cattolici del ‘900, tutti di area italiana o francese, che spesso ebbero fra loro un dialogo franco e acceso nel tentativo di delineare un nuovo spazio per il pensiero cristiano dopo il crollo del primo dei grandi totalitarismi, quello nazista, e davanti al secondo, allora ancora in vita, vale a dire il comunismo. Non solo: il cristianesimo a detta di questi pensatori doveva ridelinearsi accettando in toto le sfide della modernità e della post-modernità, come avrebbe fatto il concilio Vaticano II.

Divergono le posizioni sulle cause dell’ateismo, soprattutto tra Fabro e Del Noce, mentre quest’ultimo trova maggiore consonanza con Maritain e Gilson. Alle valutazioni dello studioso di Kierkegaard, secondo il quale tutto il pensiero moderno viene posto sotto l’ombra della negazione della trascendenza a partire dal cogito cartesiano, fa da contrappeso come noto l’analisi di Del Noce. Per lui Descartes è una sorta di «Giano bifronte — spiega Borghesi —, che porta tanto al razionalismo quanto al filone dell’ontologismo cristiano moderno di Malebranche-Vico-Rosmini. Con Del Noce lo sguardo si apre su un’altra modernità, sull’indirizzo franco-italiano della modernità, diverso da quello franco-tedesco, ignorato dal pensiero laico come da quello neoscolastico». Il pensiero cattolico almeno sino al concilio si è posto in radicale antitesi con la modernità denunciandone la deriva ateistica, ma in tal modo ha sottovalutato l’orizzonte storico che l’ha provocata. Attraverso la rilettura dei confronti filosofici di Fabro con Hegel e l’idealismo, di Gilson con Comte, di Maritain con Marx e via dicendo, Borghesi individua nella crisi interna al mondo cristiano segnata dalle guerre di religione che hanno infestato l’Europa fra Cinque e Seicento la molla che ha portato alla separazione tra fede e ragione: «Il conflitto politico-religioso è il vero atto di nascita del pensiero moderno. Il moderno non sorge come affermazione del regnum hominis contrapposto al medievale regnum Dei, ma come era tragica, di rottura dell’unità della respublica christiana europea. I termini vanno rovesciati. È l’ostinata lotta per il regnum Dei sulla terra che provoca la reazione, scettica o razionalista, che caratterizzerà poi la modernità laica». In un mondo in cui la fede non è più un terreno unanimemente riconosciuto ma qualcosa che divide, anzi che provoca lacerazioni e persino stragi, il pensiero laico finisce per affidarsi allo Stato per dirimere i conflitti. Come scrive Koselleck: «L’imperativo dell’epoca fu di trovare una soluzione tra le Chiese intolleranti che si combattevano aspramente e si perseguivano senza pietà. Come arrivare alla pace?». Per raggiungere questo obiettivo, da Locke a Hobbes a Voltaire, occorre passare attraverso la neutralizzazione della religione e delle fazioni. Si giungerà così però a un nuovo assolutismo, d’impronta politica e non più religiosa, ove anzi la religione è concepita come instrumentum regni. E al fallimento della via dell’Umanesimo cristiano corrisponderà un altro fallimento, quello della prospettiva laica che propugna il razionalismo e conduce al trionfo della ragion di Stato, finendo per schiacciare ogni impronta morale dell’anelito alla pace e alla fratellanza. È in questo clima che prende forma il moderno laicismo illuminista, in contrapposizione all’Ancien Régime. Sino all’avvento delle ideologie atee che hanno dominato il Novecento e che hanno determinato la catastrofe dell’umano. Alla fine della ricostruzione storico-filosofica di Borghesi, emerge una lettura del pensiero moderno come fenomeno a più facce, da non rigettare completamente da parte del cristianesimo. E pensando all’oggi la necessità di una nuova conciliazione fra il mondo della fede e quello della libertà. L’aveva suggerito anche Bobbio in un dialogo col cardinal Martini, allorché aveva invitato credenti e non a unirsi per combattere contro i pericoli della fede cieca e del non credere a nulla.

 

L’appello di 21 capi di Stato europei: “Cittadini andate a votare”

Riportiamo il testo dell’Appello congiunto al voto per le elezioni europee del maggio 2019 firmato dai Capi di Stato di 21 Paesi dell’Unione Europea.

L’integrazione europea ha aiutato a realizzare la secolare speranza di pace in Europa dopo che il nazionalismo sfrenato e altre ideologie estremiste avevano portato l’Europa alla barbarie di due guerre mondiali. Ancor’ oggi non possiamo e non dobbiamo dare per scontate la pace e la libertà, la prosperità e il benessere. È necessario che tutti noi ci impegniamo attivamente per la grande idea di un’Europa pacifica e integrata.

Le elezioni del 2019 hanno un’importanza speciale: siete voi, cittadini europei, a scegliere quale direzione prenderà l’Unione Europea. Noi, Capi di Stato di Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia, ci appelliamo quindi a tutti i cittadini europei che hanno diritto a farlo affinché partecipino alle elezioni per il Parlamento europeo a fine maggio prossimo.

I popoli europei si sono liberamente uniti nell’Unione Europea, un’Unione che si basa sui principi di libertà, uguaglianza, solidarietà, democrazia, giustizia e lealtà all’interno e tra i suoi membri. Un’Unione che non ha precedenti nella storia d’Europa. Nella nostra Unione i membri eletti del Parlamento Europeo condividono con il Consiglio dell’Unione Europea il potere di decidere quali regole si applicano in Europa e come spendere il bilancio europeo.

Siamo tutti europei

Ormai da tempo per molti in Europa, soprattutto tra le nuove generazioni, la cittadinanza europea è divenuta una seconda natura. Per loro non è una contraddizione amare il proprio villaggio, la propria città, regione o nazione ed essere al contempo convinti europeisti.

La nostra Europa, insieme, può affrontare le sfide

In questi mesi, più che in passato, l’Unione Europea si trova ad affrontare grandi sfide. Per la prima volta da quando il processo di integrazione europea è iniziato, alcuni parlano di ridimensionare certe tappe dell’integrazione, come la libertà di movimento o di abolire istituzioni comuni. Per la prima volta uno Stato membro intende lasciare l’Unione. Al contempo, altri invocano maggiore integrazione all’interno dell’Unione o dell’Eurozona oppure un’Europa a più velocità.

Su questi temi esistono differenze di opinioni sia tra i cittadini che tra i Governi degli Stati membri, così come tra noi Capi di Stato. Ciononostante, tutti noi siamo d’accordo che l’integrazione e l’unità europea sono essenziali e che vogliamo che l’Europa continui come Unione. Solo una comunità forte sarà in grado di affrontare le sfide globali dei nostri tempi. Gli effetti di cambiamenti climatici, terrorismo, globalizzazione economica e migrazioni non si fermano ai confini nazionali. Riusciremo a far fronte con successo a queste sfide e a proseguire il cammino dello sviluppo economico e della coesione sociale solamente lavorando insieme come partner uguali al livello istituzionale.

Vogliamo un’Europa forte e integrata

Dunque abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte, un’Unione dotata di istituzioni comuni, un’Unione che riesamina costantemente con occhio critico il proprio lavoro ed è in grado di riformarsi, un’Unione costruita sui propri cittadini e che ha nei suoi Stati membri la propria base vitale.

Quest’Europa ha necessità di un vivace dibattito politico su quale sia la direzione migliore per il futuro, a partire dalla base fornita dalla Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017. L’Europa è in grado di sostenere il peso di un dibattito che includa un’ampia gamma di opinioni e di idee. Ma non si deve ritornare a un’Europa nella quale i Paesi siano avversari piuttosto che partner alla pari.

La nostra Europa unita ha bisogno di un voto forte da parte dei popoli, ed è per questo che vi chiediamo di esercitare il vostro diritto a votare. È un voto sul nostro comune futuro europeo.

La lettera è stata firmata da Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia.