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Il Manzoni di Papa Montini

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Paolo VI

 

Signor Cardinale,

Apprendiamo dalla sua lettera che la Città di Milano sta per celebrare, in maniera degna delle sue tradizioni di spiritualità e di cultura, il 1° Centenario della morte di Alessandro Manzoni. Nel compiacerci di cuore per questo avvenimento, che raccoglierà l’adesione di personalità e di studiosi italiani ed esteri, desideriamo in qualche modo partecipare a quanto è stato predisposto per onorare noi pure l’insigne Uomo, che ha dato alla fede cattolica una così alta testimonianza con la convinzione vissuta del credente e col sommo magistero letterario dell’incomparabile artista.

Il Manzoni si trovò in un momento decisivo della storia: di fronte alla ideologia dell’illuminismo razionalistico. Egli prospettò con «La morale cattolica», una visione teologica della vita umana e affermò l’inscindibilità del fatto morale da quello dottrinale; di fronte al laicismo della rivoluzione sostenne, con accenti squisitamente religiosi negli «Inni sacri» specialmente, i valori del culto cattolico e la commossa partecipazione del popolo alle festività liturgiche; in mezzo al dramma umano delle guerre di allora celebrò il soccorso della fede con le sue composizioni liriche sul risorgimento italiano e sul declino napoleonico. Le sue tragedie portarono sulla scena le vicende dei condottieri e la storia franco-longobarda, penetrandole del respiro di umanissimi sentimenti e inserendole nel quadro più vasto di un’esperienza vitale, dove accanto ai grandi anche ai semplici è assegnato un posto degno di rispetto e di umana pietà. Egli pertanto sentì che la letteratura è strettamente congiunta alla vita e la vita alla verità religiosa, e che non si può dare una risposta al segreto dell’arte se prima non sia intuita la risposta al senso della vita. Per questo volle riproporre, nella visione di un tempo storico quale è il Seicento, i ricorrenti problemi che l’uomo incontra nelle sue diverse età.

I «Promessi Sposi», che sono il naturale sbocco di questa cristiana meditazione sull’esistenza, vivono in uno spazio sociale e spirituale senza confini, non circoscritto alle terre, pur così suggestive, a specchio del lago di Como, e generazioni di uomini, ormai da più decenni, si sono soffermate su quelle pagine, e vi hanno trovato riflesso un aspetto della loro propria vita, o, diciamo meglio, la risposta animata a tanti loro problemi.

Per la città di Milano, che sempre noi ricordiamo con partecipe affetto, quei personaggi sembrano di casa: essi conservano una fisionomia simbolica che ha preso il carattere dei luoghi, e nonostante la metamorfosi indotta dai nuovi tempi, essi posseggono ancora un accento che si adatta mirabilmente al cielo e al lavoro della città e delle campagne lombarde. In questa rappresentazione tutti i personaggi di scena assurgono a figure tipiche di perenne eloquenza; ed Ella può ben comprendere come sia per noi motivo di vera commozione il ricordo del Cardinale Federigo Borromeo, che lasciò nell’Arcidiocesi ambrosiana, tanto legata al veneratissimo San Carlo, fondazioni e memorie giunte vive sino a noi. Un Padre Cristoforo che si pone a contrastare con i potenti e che, a prima vista, sembra l’uomo sconfitto, i protagonisti che devono lasciare il paesello, dopo l’addio ai monti, in cerca di rifugio in un mondo sconosciuto, e tutto l’insieme dei fatti tra la carestia, i disordini e la peste, sono continui richiami a situazioni storiche passate, ma non trascorse, diremmo col Manzoni, e che si ripetono nella storia dei popoli, anche di recente.

Guardare più in alto per trovare i legami della vita umana con un disegno della Provvidenza è un dovere trasparente dalle pagine semplici e sublimi dell’immortale romanzo, dovere che ciascuno ha verso se stesso e verso il prossimo, proprio in ordine alla legge di Dio e ai precetti della carità. Questo, a noi pare, è il grandissimo merito che ha avuto il Manzoni, riproponendo, con la pacata suggestività dell’arte, il significato più profondo della umana esistenza. Se volessimo rievocare le cose innumerevoli che lo scrittore ha voluto dire, non dovremmo passare sotto silenzio le circostanze, quasi marginali, e spesso inosservate, che sono la lezione segreta e persistente del Manzoni più intimo; si pensi, ad esempio, alla predica di Padre Felice al lazzaretto: c’è in quella invocazione alle Beatitudini del Vangelo un cristianesimo puro e semplice, una verità sofferta tra una popolazione di derelitti e di consacrati alla morte; quando la Croce s’inalbera e ha inizio la processione, ci vien fatto di pensare a questo cammino del mondo e dell’età presente, che ha bisogno, per avanzare, che la Croce apra il cammino e sia sempre di guida. Nel Manzoni, a noi sembra, non esistono zone morte, né pagine di ripiego. Ci sembra di scorgere, nel gran teatro del mondo che là si riflette, un richiamo continuo e insistente alle leggi umane, alle leggi divine, a quelle infine della Chiesa, per cui, coerentemente, lo Scrittore stesso confidò al P. Cesari: «Colla Chiesa voglio sentire, esplicitamente dove conosco le sue decisioni, implicitamente dove non le conosco: sono e voglio essere colla Chiesa fin dove lo so, fin dove veggo e oltre».

In tale luce, la conclusione del romanzo è, effettivamente, il succo di tutta la storia: i dolori vengono e vanno; così le sofferenze si succedono negli individui, nelle famiglie e nei popoli, ma la fiducia in Dio raddolcisce tante pene e «le rende utili per una vita migliore». Al termine della «Pentecoste», il più ispirato dei suoi Inni, il Poeta si sofferma a guardare la fede che brilla nello sguardo di chi muore, sperando: così ci par di vedere il Manzoni nelle giornate ultime della sua vita, accanto alla sua cara Chiesa di San Fedele.

Il romanzo è una «consolazione per l’umanità», e così lo giudicò il Verdi, che celebrò degnamente il transito del grande artista con la «Messa da Requiem». Crediamo che di questa consolazione anche la società odierna abbia un sincero bisogno. Si discuteva tanto, nell’età manzoniana, del terzo stato: lo Scrittore lo pose al centro dei «Promessi Sposi», e mostrò un interesse singolarissimo per la vita degli umili, che sembrano destinati a restar fuori dalla storia, mentre per la loro fede e la loro sanità morale ne sono la base e il fermento. In questo Centenario, in cui gli studiosi più qualificati interverranno con nuove esegesi, sembra perciò opportuno che sia stabilito un contatto tra la dottrina dei critici e il popolo, quello per primo pastoralmente affidato alle Sue sollecite cure. Le iniziative prese in tale circostanza, dalle Autorità civiche come dall’arcidiocesi, ne sono un segno consolante.

Il Manzoni tornerà così tra la sua gente ambrosiana, che lo conobbe e lo amò in ogni tempo, e che prosegue a vedere in Lui, con affettuosa stima, l’uomo, lo scrittore, il cristiano. Auspichiamo altresì che l’occasione celebrativa ne richiami e riproponga più universalmente il messaggio consolatore, il quale indica nella fitta e confusa trama degli eventi umani l’azione segreta, di cui dicevamo, della Provvidenza di Dio, la quale tutto guida, alla fine, per il bene dei suoi figli.

Con questi voti a Lei e alle Autorità che promuovono le solenni celebrazioni nella diletta Arcidiocesi, giunga l’augurale saluto della nostra Benedizione Apostolica.

 

N.B. Il messaggio al Cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano, fu divulgato il 19 maggio 1973, ma vergato dal Papa il 14 aprile.

 

Fonte: Vaticano

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730519_centenario-manzoni.html

In Italia bisogna ragionare sulla espansione dei Brics nel bacino mediterraneo

Sono diciannove i Paesi che, per il momento, hanno chiesto di aderire al Coordinamento dei Brics. Lo ha reso noto Anil Sooklal, ambasciatore presso i Brics, del Sudafrica che detiene la presidenza di turno, specificando che fra questi Paesi tredici hanno avanzato una formale richiesta di adesione e sei hanno espresso la volontà politica di farlo. Il tema dell’allargamento e delle modalità con cui sarà fatto, verrà discusso al vertice dei ministri degli esteri dei Paesi Brics che si terrà a Città del Capo il prossimo primo giugno, in vista del XV vertice dei leaders Brics che si terrà a Durban dal 22 al 24 agosto prossimo.

 

L’allargamento dei Brics costituisce un processo di rilievo per gli equilibri globali. Diventa importante, e urgente data la rapidità con cui sta avvenendo, definire l’atteggiamento e la strategia da tenere verso i Brics allargati, o Brics Plus, come potrebbero decidere di chiamarsi dopo le nuove adesioni.

 

L’Italia è lo stato occidentale più interessato poiché quasi tutta la sponda Sud del Mediterraneo (Algeria, Tunisia, Egitto, Siria, Turchia) nei prossimi anni potrebbe ritrovarsi nei nuovi Brics. Se la sappiamo cogliere, questa è una opportunità straordinaria per l’Italia che può rendere il nostro Paese un laboratorio di dialogo e di partenariato tra il nostro sistema di alleanze e quello che si sta consolidando fra un numero rilevante di stati emergenti, e rendere l’Italia il centro dell’incontro tra questi due mondi.

 

L’apertura di un nuovo ciclo di relazioni improntate all’interdipendenza e alla collaborazione tra Est e Ovest (significativa è anche la scelta del governo italiano di ospitare a Otranto, porta verso l’Oriente, il prossimo G7) appare favorita anche da processi di pacificazione che stanno avvenendo con impressionante velocità fra Paesi che hanno richiesto l’adesione ai Brics. Ex nemici di un passato recente, che hanno combattuto guerre devastanti, innescate e sostenute perlopiù da soggetti esterni, ora hanno normalizzato le relazioni diplomatiche e si ritrovano addirittura alleati.

 

Qualche significativo esempio.Turchia e Siria, con Damasco riammessa con tutti gli onori nella Lega Araba; Arabia Saudita e Iran, che sono tornati a parlarsi grazie alla mediazione di Pechino, e nonostante la loro guerra per procura in corso nello Yemen, che adesso non sembra aver più ragion d’essere.

 

Pakistan e Afghanistan, che, in aggiunta alla loro comune prospettiva nei Brics Plus, hanno deciso, insieme alla Cina, lo scorso aprile, di estendere il Corridoio Economico Cino-Pakistano (CPEC) al disastrato Afghanistan. Dopo 20 anni di occupazione occidentale, seguita a quella sovietica, un Paese da 40 anni in guerra vede, per la prima volta, a portata di mano un processo di enorme sviluppo perché, nonostante tutto, con la Cina arriva lo sviluppo, interessato quanto si vuole (Pechino vede l’Afghanistan come hub commerciale strategico per la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta), ma le infrastrutture per lo sviluppo i cinesi le hanno realizzate in Africa, nel vicino Pakistan e tutto lascia presagire che le faranno anche in Afghanistan.

 

Dal punto di vista geopolitico sembra assumere una particolare rilevanza il fatto che quasi tutta l’Asia Meridionale e Indo-Pacifica, dall’Iran all’Indonesia, intenda aderire ai Brics. Noi europei riteniamo l’Europa il principale teatro in cui si definiscono gli equilibri mondiali (purtroppo in questa fase anche attraverso il ricorso alla guerra, scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina). Ma l’Asia Meridionale, da cui passa il controllo dei mari, necessario per contenere l’Eurasia, non è da meno per importanza.

Ora, di fronte al processo di allargamento dei Brics, non è pensabile che l’Occidente possa isolarsi e barricarsi dietro i suoi confini.

 

Forse è arrivato il momento di pensare a come starci nel mondo multipolare. Sia come nazione, sfruttando adeguatamente l’invidiabile collocazione geografica della Penisola che ci permette più di altri di cogliere le opportunità offerte dall’allargamento dei Brics nel Mediterraneo, sia come Europa, sia come Occidente.

 

Una missione e un servizio che gravano innanzitutto sugli Stati Uniti per il ruolo guida che a loro compete e che, senz’altro e dopo gli opportuni chiarimenti all’interno dei loro gruppi dirigenti, saranno in grado di assolvere nel modo più idoneo a definire a nome di tutto l’Occidente un accordo vantaggioso di collaborazione con i Brics e con il Resto del Mondo per la gestione della politica mondiale, che riduca al minimo e possibilmente disinneschi dal loro interno le occasioni e i teatri di conflitto e rafforzi la stabilità e la pace nella giustizia nel mondo intero.

Al Brennero, tra Italia e Austria, non c’è pietà per i migranti.

Facendo un ripasso di geografia il passo del Brennero separa le Alpi retiche da quelle Noriche e funge di divisorio fra la Sill e l’Isarco, due affluenti rispettivamente del fiume Inn e dell’ Adige, “segnando così il limite fra il bacino imbrifero dell’Adriatico al sud e del Mar Nero col Danubio al nord”.

 

Ci si potrebbe giocare la propria testa che gli emigranti che affluiscono da quelle parti tutto questo non lo sanno. Tanto meno sono interessati alla notizia che in quella terra tutto nascerebbe dal Fondatore di una Corte dal nome altisonante, un certo Chunradus Prenner de Mittenwalde. Si sa soltanto che vengono sballottati tra l’Italia e l’Austria. Sembrerebbe che i gendarmi addetti ai respingimenti abbiano una procedura efficace per far desistere quei pellegrini dal proseguire nella marcia verso una terra promessa. L’espediente è semplice ed all’un tempo fruttuoso. 

 

Pescati in fragranza di transito viene loro comminata una multa che non sono in grado di pagare. A quel punto si passa alla seconda fase che prevede il sequestro del cellulare dei malcapitati. Cellula proviene da piccola cella, un nome che uno scienziato volle così dare alla sua scoperta giocando con il microscopio qualche secolo fa.

 

Quei disperati che quotidianamente cercano fortuna in Europa non possono essere messi in galera, occorrerebbero un numero infinite di celle per contenerli tutti. Secondo le regole dell’arte della guerra, al nemico è bene sempre tagliare i riferimenti ed i rifornimenti. Con un semplice gesto, la requisizione di un cellulare, si ottiene uno scopo che darà frutti preziosi.

 

Senza possibilità di comunicare con i parenti già presenti nel continente, gli emigranti sono privati di contatto sia con la terra d’origine che quella agognata d’approdo. Non viene loro strappata la lingua ma è come lo si fosse fatto. Non viene loro cancellata la memoria ma i dati da conservare. Le foto delle persone a te care e i loro messaggi, ti sono sottratte recidendo i ponti a cui aggrapparti per non precipitare nel vuoto.

 

Con mossa astuta stracciano la mappa dei loro sentimenti che si perdono, rinchiusi nel posto dove stanno senza poter respirare aria di nuove patrie. Nel “Re Lear” ci si chiede se sia un furto giustificabile sottrarre se stessi di dove non c’è più pietà.

Futurus è il participio futuro del verbo esse, essere. Il futuro ti è negato ma anche il passato non ti spetta, così che tu non possa prendere un nuovo slancio e riprovarci. Si tratta di uno stratagemma che ha una sua tremenda funzionalità. Del resto si deve fronteggiare in ogni modo la carica di ben oltre 101 emigranti. Alla domanda: “Tu come stai?”, “Miseramente cara, come al solito. Superbamente a pezzi” risponderebbe Crudelia De Mon. Al Brennero non piacciono i cartoni animati. Quanto a crudeltà, fanno sul serio.

 

Parodiando Iannacci potremmo cantare: Brennero e nuvole, la faccia triste dell’Europa. Che voglia di piangere ho.

Elezioni in Turchia, lo sfidante di Erdogan non si arrende

Nonostante i sondaggi che danno Erdogan vincente il candidato dell’opposizione turca, Kemal Kilicdaroglu, non intende arrendersi. E, in vista del ballottaggio di domenica 28 maggio, ha alzato i toni per conquistare indecisi, giovani e nazionalisti. Il politico turco ha ulteriormente spinto su una delle sue promesse elettorali, il rimpatrio dei rifugiati siriani.

 

“Siamo pronti a rimandare tutti i rifugiati nei loro paesi d’origine senza alcun razzismo. Noi, i leader della coalizione, abbiamo preso una decisione: li rimanderemo tutti nei loro paesi d’origine entro due anni al massimo”, ha dichiarato a un comizio ad Antiochia.

 

“Quelli al governo hanno fatto un accordo di riammissione. Hanno trasformato la Turchia in un deposito di migranti”, ha tuonato ancora.

 

Dichiarazioni che cozzano con l’immagine mite del candidato dei sei partiti d’opposizione, portata avanti nella prima fase della campagna nel corso della quale Kilicdaroglu ha più volte trasmesso video dalla sua cucina o dallo studio di Ankara con le maniche della camicia tirate su. Ma questa immagine ha lasciato il posto a quella di “leader duro”, in particolare sulla questione migranti.

Fonte: Askanews- 23 maggio 2023

Nessuna dimenticanza a 31 anni dalla strage di Capaci

Strana lingua il siciliano, bellissima e puntuale anche quando piega l’italiano alle sue forme espressive. “Mi sono fatto persuaso” ed ancor meglio quando sibila: “Mi sono fatto capace” indicando, così, la forza di poter tutto comprendere, assorbire e sopportare. 

Tempo fa, lungo una strada, alla altezza di un paese dal nome profetico, Capaci, ci fu più luce del solito. Il Paradiso aveva bisogno di un bagliore per un cambio di marcia, annichilito dal ritmo costante dell’eternità. In quel punto la terra ebbe un ventre capace di tutto ingoiare, digerendo in anticipo la dimenticanza degli anni a seguire.

Ancor prima un poeta scrisse: “Fan le capaci volte echeggiar sempre / Di giovanili strida…”. Il cielo contenne lo scoppio del tritolo, il lamento delle sirene e di quelli che si rattristarono, anche vecchi tra loro, quando gente di Stato ci rimise le penne.

Capace fa rima con rapace: richiama subito la sfida ad essere in grado di superare il proprio limite. Capaci rimanda alla competizione a chi, tra i vari, alza sempre di più il tiro. È andata come vi ho detto. 

Prima o poi ce ne faremo capaci.

Manzoni visto con gli occhi di uno studioso originario della Corea

Deug-Su I

…

Sebbene cristiano, non riuscivo a liberarmi da categorie di giudizio che discendevano da uno sfondo culturale di rilevante connotazione buddhista. L’azione di Dio nella storia, ossia la nota caratteristica del messaggio manzoniano, sfumava in una pacata atmosfera di religiosità, in un pessimismo raccolto e contemplativo. Nella visione pessimistica del mondo come dolore, coglievo i fatti umani prevalentemente nella loro negatività e dimensione effimera ed esistentiva; non si rivelavano quindi capaci di illuminare, se non per via dell’opposto, un piano provvidenziale.

Tale atteggiamento mi portava a cogliere nel cristianesimo stesso una vaga religiosità e quindi, in fondo, a privarlo del puntuale rilievo dei suoi eventi storici e del suo pellegrinaggio nel secolo. All’occhio, dunque, ovvero a sorvolare l’immediatezza significativa della vita umana per incentrarsi nella meditazione su una verità solipsistica, anche una storia così armonicamente articolata e così sapientemente significativa come quella del romanzo del Manzoni, stentava a configurarsi in me in tutto il suo rilievo concreto. L’approdo era sempre una realtà ideale intuita in modo indeterminato. Tale situazione dipendeva forse, oltre che dalla caratteristica della mia formazione, anche dal fatto di non aver considerato più attentamente l’iter del dramma interiore del Manzoni. 

In Italia, ho avuto modo di accostarmi alla chiarezza mediterranea che dà un timbro singolare al costume cattolico di questa terra e che mi aiuta a comprendere meglio la spiritualità del Manzoni. Ora il Manzoni mi persuade e la sua testimonianza morale soprattutto religiosa diviene motivo per me di chiarimento e di consenso. Un primo momento di questa convergenza di giudizio e di vita è un intenso senso di simpatia verso le creature manzoniane, simpatia che non si ferma ai familiari personaggi dei Promessi sposi, ma raggiunge vicende e figure più complesse e drammatiche in cui il Manzoni ha forse raffigurato qualche elemento del suo itinerario. 

Gli equilibri dell’universo poetico dei Promessi sposi sono l’esito finale di un processo di tensione e di tentativi che altre opere manzoniane, specie le tragedie, mettono in luce. Nel mio itinerario di chiarimento, sono idealmente passato attraverso le inquiete figure delle tragedie alla serenità del romanzo. La conversione manzoniana dal mondo del dolore a quello dell’amore sembra, dunque, emblematica di quella liberazione cui ogni uomo, senza alcuna distinzione, tende e consegue, talvolta anche nel fallimento della propria vicenda empirica.

 

Fonte: Il Popolo (22 maggio 1973)

Titolo originale: La Provvidenza nella storia. Testimonianza dall’oriente.

Autore: Il dottor Deug-Su I, autore di questo scritto, è coreano. E’ stato un insigne medievista e coreanista dell’Università di Siena, premiato dal Presidente della Repubblica di Corea nel 2003 come miglior umanista coreano all’estero. Aveva studiato a Perugia con Claudio Leonardi, insegnando poi alle università di Lecce, Siena e Arezzo. Visiting professor in Belgio e a Berlino, dirigeva per il Centro di Studi Comparati dell’Università di Siena-Arezzo una collana di studi e testi poetici coreani, in traduzione inglese e tedesca, che rappresenta l’unica impresa editoriale destinata specificamente alla conoscenza della cultura coreana in Occidente.
I suoi studi in italiano, coreano e tedesco riguardano argomenti specialistici come l’agiografia altomedievale, il rapporto fra ideologia e cultura religiosa in età carolingia, o la mistica cisterciense, ma anche temi interculturali come la comparazione fra estetica orientale e occidentale o la canonizzazione “occidentalizzata” dei martiri coreani, che I Deug-Su esplorava sui microfilms dell’Archivio Segreto vaticano.
E’ venuto a mancare nel 2004

Il governo Meloni è vittima della sua sindrome complottista

Il governo di destra soffre di una sindrome complottista. Ogni volta che una sua proposta politica è criticata, si affretta a spiegare che esistono trame occulte nei suoi confronti ad opera di giornalisti, magistrati, tecnici, finanza internazionale, etc.. Ciò non stupisce più di tanto perché l’elettorato affascinato dai complotti è stato in questi anni corteggiato dalla destra, è sufficiente ripensare alla sponda che Lega e FdI ha dato alla galassia negazionista dei vaccini.  

Gli esempi della sindrome complottista non sono pochi, mi soffermo però sugli ultimi tre riguardanti il codice degli appalti, il disegno di legge sull’autonomia differenziata e l’audizione alla Camera della Banca d’Italia sulla delega fiscale.

Il 29 marzo il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Giuseppe Busia, è intervenuto sul disegno di legge del nuovo codice degli appalti (codice Salvini) rilevando gli aspetti positivi del provvedimento ed esprimendo nel contempo dubbi “per la riduzione della trasparenza e della pubblicità delle procedure, principi posti a garanzia di una migliore partecipazione delle imprese”e per l’innalzamento troppo elevato del valore dei lavori che si possono affidare direttamente o con procedure negoziali, cioè senza gare d’appalto, modalità “che rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”. Osservazioni ragionevoli che avrebbero meritato perlomeno un approfondimento, poiché l’ANAC è l’autorità amministrativa indipendente, istituita con legge statale, la cui missione istituzionale è la prevenzione della corruzione in tutti gli ambiti dell’attività amministrativa; inoltre perché dispone di competenze di elevata professionalità che hanno maturato un patrimonio di conoscenza ed esperienza nella gestione degli appalti. Invece la reazione del governo è stata di lesa maestà e ha chiesto le dimissioni del presidente di ANAC.

Il 17 maggio viene reso pubblico, sul sito del Senato, un documento del Servizio Bilancio che stronca il disegno di legge leghista sull’autonomia differenziata per dare più potere alle regioni. La reazione immediata dei ministri Salvini e Calderoli è stata durissima: i tecnici sono accusati  di essere incompetenti e servili verso FdI, tiepida verso questa riforma. Che cosa hanno detto di così grave i tecnici del Servizio del Bilancio che ha il compito istituzionale di tutelare l’equilibrio del bilancio cosi come prevede l’art.81 della Costituzione? Semplicemente che il ddl Calderoli, non prevedendo nuovi e maggior oneri a carico  della finanza pubblica, non è credibile e che le “regioni più povere ovvero quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive”.  

Arriviamo al 18 maggio. Alla Commissione finanze della Camera è audito il Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia Giacomo Ricotti sulla delega al Governo per la riforma del sistema tributario. L’intervento suscita molto scalpore perché vengono messi in discussione i ‘totem’ del centro destra. La flax tax è criticata: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica”. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire “attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Anche qui il governo, lancia in resta, è andato all’attacco di Bankitalia accusandola di essere vicina alla sinistra e dileggiando i suoi tecnici: “Molti di questi – ha sostenuto il sottosegretario alle imprese – sono solo bravi a scrivere libri e hanno competenze universitarie, ma non conoscono il fisco reale. Mai fatta una dichiarazione dei redditi, etc.”.

Da queste ultime tre vicende, e delle tante altre che le hanno precedute, emergono i tratti  autoritari del governo di destra: non bisogna disturbare il manovratore, i tecnici dovrebbero rinunciare alla loro autonomia ed essere servili al ministro o sottosegretario di turno oltre a un’insofferenza diffusa verso gli organismi pubblici di controllo.

Nelle democrazie bisogna avere però il senso del limite. “La verità è che non possiamo funzionare – ha scritto Tom Nichols  – se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui. A volte ci opponiamo a questa conclusione perché sconvolge il nostro senso d’indipendenza e autonomia. Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni e ci irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice stiamo sbagliando o ci dà spiegazioni su argomenti che non capiamo”.

Il monumento che manca è quello alla normalità della vita vissuta

Un monumento serve a immortalare una prodezza, un gesto, un personaggio. Chi passa, osserva, inquadra l’epoca, scruta la lapide, cerca lo sguardo fiero di chi ha meritato tanta gloria, ricostruisce gli eventi e se non ci riesce da solo si fa aiutare da qualche bene informato di passaggio: tutto si spiega in una posa, sintesi di una vita da consegnare ai posteri. Pochi busti, molti cavalli con relativi fantini: si vede che il cavaliere è un genere che non passa mai di moda. Una volta se ne vedevano di più nei cortili, nelle piazze, ai crocevia, ora bisogna proprio andarseli a cercare.

Una spiegazione c’è: se servono ad esaltare le virtù umane il sillogismo è presto fatto, si vede che stiamo vivendo tempi di recessione morale. Meno virtù, meno monumenti. Si tratta infatti di un repertorio legato al passato, quando si avvertiva il senso e il peso di un gesto, di una prodezza, di una parola. Chi erigerebbe oggi un simile tripudio di marmo a chi avesse anche solo il coraggio di dire “obbedisco”? Quei pochi che restano, in genere, sono proporzionati al contesto: piazza grande, personaggio grande, monumento grande e il contrario per tutto il resto.

Adesso l’umanità non ha più tempo per fermare la posa, serve spazio per il traffico e le rotonde evitano anche le soste e i semafori. A parte qualche lapide smunta e sbiadita ai ‘militi ignoti’, trovo che il monumento celebri soprattutto il genius loci, con le dovute eccezioni come da tradizione nazionale, essendo stato quello italiano notoriamente un popolo di santi, poeti, navigatori ed eroi. Essersi fermati qui è anche un segno di pudore: potremmo erigere monumenti a opinionisti, politicanti e influencer? Trattandosi di riconoscimenti postumi forse, un domani, qualcuno ci ripenserà.

Ma i simboli di oggi hanno significati a volte indecifrabili: vedi tre cerchi al centro di un’aiuola e pensi “che cosa vorrà dire?”, poi qualcuno ti spiega che è un elogio perenne all’intercultura e all’amicizia tra i popoli, un valore oggi in disuso e in riarmo. Mi pare che i simboli e le allegorie dei nuovi monumenti replichino i significati imperscrutabili del nostro tempo: ognuno ci può vedere quello che crede, salvo che non venga pietosamente dettagliato a margine. Trovo inoltre che i monumenti servano a immortalare un gesto, un attimo, un’azione, un avvenimento, per cui legano il tempo breve di una sola cosa alla memoria dell’eternità.

Mi pare che manchino invece monumenti alla vita della gente normale, l’elegia dell’uomo qualunque, ma non per questo del qualunquismo. Eppure dovremmo ricordarci reciprocamente più spesso che oltre il gesto, il clamore, dell’evento, l’episodio, la battaglia è la santa e paziente quotidianità, spesso sommersa e ignota ai più, che spinge avanti i destini del mondo. So di gente che ha lavorato una vita compiendo sempre il proprio dovere senza ricevere neppure il ’grazie’ del commiato, padri e madri che hanno cresciuto con grande sacrificio i propri figli per esserne -da vecchi- abbandonati, uomini che per il lavoro hanno chinato il capo di fronte a soprusi ed  angherie dei prepotenti, donne umiliate nella violenza e rese silenti dalla vergogna, giovani che hanno studiato onestamente e con impegno sperando che il rispetto verso la scuola e il sapere li avrebbe prima o poi ricompensati, malati sopportare con rassegnazione il destino della sofferenza e del dolore, bambini abbandonati e senza nome, un’umanità variegata e composita che ha saputo attendere tutta la vita un’improbabile occasione di riscatto.

Persone che hanno ammantato di normalità la loro sofferenza per renderla pudicamente impercettibile, che hanno combattuto l’ingiustizia e la solitudine continuando ad amare la vita e a rispettare il prossimo. Gente di cui non si parlerà mai, confusa nel grigiore di una massa privata di eclatanti identità. Nessuno ha mai eretto monumenti alla normalità, come se fosse una cosa mediocre e senza valore, dimenticando che la fatica di vivere i gesti della quotidianità è la vera epopea dell’esistenza, senza cavalli, mostrine, stellette e feluche.

Ecco a me piacerebbe – non so a voi – che almeno in qualche parte del mondo, in un posto qualunque, nella banalità di una piazza senza storia e senza epoca qualcuno erigesse un monumento alla memoria di quanti hanno vissuto onesti e dimenticati. Non per celebrare l’anonimato come valore ma per far capire a chi passasse di lì e osservando chiedesse – “chi sarà mai?”- che a volte il vero eroismo non si celebra nel singolo gesto ma nella lunga, silente rassegnazione di chi è stato capace di vivere fino in fondo senza mai ribellarsi al destino di una consapevole soccombenza. 

La riammissione della Siria nella Lega Araba non è una buona notizia

Bashar al-Assad è il dittatore responsabile della morte di oltre mezzo milione di suoi connazionali, della incarcerazione di oltre 100.000 oppositori del regime, della scomparsa di decine di migliaia di loro, dell’utilizzo di armi chimiche contro persone inermi, della devastazione del suo Paese, di milioni di sfollati senza più un luogo dove andare. E di molte altre nefandezze. Ebbene, la Siria di Bashar al-Assad è stata riammessa – 12 anni dopo esserne stata espulsa – nell’organizzazione della Lega Araba, unico voto contrario quello del Qatar, sette gli astenuti, tredici i favorevoli. Una notizia che è passata velocemente sui quotidiani e che ha interessato solo le (poche) persone interessate agli avvenimenti della politica internazionale. Una notizia, però, che è di una gravità estrema.

 

Non solo per l’aspetto etico della vicenda. Il dittatore siriano in tutti questi anni non ha mai, mai, mostrato un minimo segno di pentimento o anche solo di riflessione su quanto compiuto in questi lunghi anni di guerra civile. Ma anche per gli aspetti più propriamente politici. Ufficialmente o, meglio, informalmente, si dice che vi sia stato – pare – un qualche impegno di Damasco al contrasto dell’esportazione di questa nuova potente droga, un’anfetamina denominata Captagon, che sta infestando il Medio Oriente della quale la Siria è divenuta il luogo di smistamento principale. Un impegno che il dittatore avrebbe potuto assumere dal momento che, si mormora, il commercio della sostanza stupefacente ruoterebbe intorno a suo fratello, Maher al-Assad, che con questo “business” avrebbe fatto miliardi di dollari.

 

La realtà, però, è che – al di là di questa pur credibile motivazione – i paesi dell’area hanno probabilmente realizzato che non si può prescindere da Assad nel rapporto con la Siria, un paese la cui guerra interna ha comportato enormi problemi per tutte le nazioni vicine, non solo quelle confinanti. Disperati emigrati che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia (per non dire di quelli già da anni arrivati in Germania) determinando tensioni sia economiche sia sociali in nazioni già in difficoltà per conto loro. Una presenza non solo logistica (con i porti militarizzati di Latakia e Tartus) della Russia non a tutti gradita; il rischio di nuovi insediamenti jihadisti in un territorio non completamente governato; e ora pure la devastazione indotta dalla “droga dei combattenti”, come viene chiamato il Captagon.

 

Inoltre, è bene dirlo, il grande attivismo nell’area in questi ultimi mesi (a cominciare dalla ripresa dei rapporti fra Arabia e Iran favorita dalla mediazione cinese) è un ulteriore segnale di voluto allontanamento dall’occidente: l’Unione Europea non esiste da quelle parti, e quando è presente lo è con alcuni singoli stati nazionali; ma soprattutto sono assenti gli Stati Uniti, assenti di fatto dalla vicenda siriana sin da quando Obama decise di non intervenire nonostante l’accertato utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile utilizzate dall’esercito di Assad. 

 

La Lega Araba non è un organismo con molti poteri, tanto che la riammissione di Damasco nel suo seno non significa automaticamente la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria da parte di tutti i paesi che ne fanno parte, ognuno decidendo autonomamente cosa fare. La Lega è però importante almeno sul piano simbolico, e forse non solo, naturalmente: questo significa per Assad un riconoscimento importante, decisivo. Ha vinto lui. Al prezzo di un paese distrutto, ora anche dal devastante terremoto di pochi mesi fa, e soprattutto violentato nella sua anima interiore, laddove un barlume di giustizia si vorrebbe preservare e invece si deve amaramente riconoscere che per essa non c’è posto.

Prima Roccella e poi Viola vittime del clima di intolleranza al Salone del libro.

Nella politica contemporanea ne vediamo di tutti i colori, come si suol dire. Intendendo che l’inaffidabilità e il trasformismo sono le categorie più gettonate nella cittadella politica italiana e che non hanno sostanzialmente avversari. Ma la vicenda concreta legata al “non intervento” del Ministro Roccella al Salone del Libro di Torino non l’avevamo ancora mai vista. E che supera, purtroppo, di gran lunga la pur sgradevole contestazione di un no vax all’immunologa Antonella Viola che si è verificata ieri sempre al Salone nel Linbro durante la presentazione di un suo libro.

Ricapitolando. Dunque, un Ministro, con altri autorevoli interlocutori, sta per presentare un suo libro “Una famiglia radicale” al Salone di Torino. Un folto gruppo di contestatori a nome e per conto di sigle difficili persin da pronunciare e di ispirazione “femminista”, impedisce sistematicamente al Ministro di parlare. Urla, insulti, invettive e ogni sorta di attacchi personali ai relatori. Fa da sfondo, come da copione, l’accusa generica di essere fascisti. Di fronte a questo spettacolo, che non finisce, il Ministro invita i contestatori sul palco a spiegare le loro ragioni. Dopo la lettura di un documento, peraltro un po’ sgrammaticato, di una portavoce di quei gruppi, la stessa Roccella invita gli stessi ad un dialogo sul merito. Niente da fare, il confronto non lo accettano perchè l’ obiettivo dichiarato e perseguito è solo quello di non far parlare il Ministro. Interviene anche il Direttore del Salone Lagioia che non si capisce bene se è felice di questa contestazione o se cerca, al contrario, di far intervenire il Ministro.

Conclusione di questa vicenda. Roccella non parla, vengono individuate e denunciate alcune persone per “violenza privata” dalla Digos e poi parte, come sempre, la polemica politica. E qui arriva il divertimento. Inizia la solita Schlein che, noiosamente e stancamente, attacca a testa bassa la destra fascista di governo che non tollera più il dissenso democratico e che vuole creare un clima sempre più intimidatorio nei confronti delle minoranze. Fanno da grancassa gli ormai noti organi di informazione di sinistra – a cominciare da Stampa e Repubblica e la solita emittente televisiva – che si scatenano contro il Governo e la deriva autoritaria di questo esecutivo per spiegare e giustificare ciò che è accaduto al Salone. Al contempo, alcuni esponenti di Fratelli d’Italia contestano il povero Lagioia che, ripeto, non si capisce se è felice ed appagato di questa inedita e gravissima contestazione o se lavorava seriamente e realmente per risolverla.

Insomma, credo sia la prima volta in Italia che ad un Ministro viene negato il diritto di parlare in un luogo culturale e di confronto tra idee – e sin qui non è affatto una novità – ma che la responsabilità politica di questa intolleranza antidemocratica e di stampo neo fascista viene scaricata sul Ministro stesso. Una sorta di eterogenesi dei fini che, d’ora in poi, grazie alle strane e singolari teorie della Schlein e della sua corte mediatica, permetterà a chiunque di bloccare e di impedire a qualche esponente politico “nemico” di intervenire e poi, curiosamente, di montare una polemica violenta e aggressiva contro chi non ha potuto parlare.

Morale della favola. La contestazione è sempre legittima in un paese democratico. In qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Ma, con altrettanta chiarezza, impedire scientificamente di parlare all’avversario/nemico resta un atto di marca fascista. O comunista, a seconda dei punti di vista. La democrazia, al contrario, abita altrove. Nel rispetto, sempre e rigoroso, delle opinioni altrui e del pensiero dei propri avversari. Punto. Il resto sono chiacchiere da bar e pura propaganda.

Manzoni e la libertà su “Il Popolo” di Giuseppe Donati

Giuseppe Ellero 

 

[…]

Pensavo a tutto ciò rileggendo questi giorni La rivoluzione francese, il bel frammento che Alessandro Manzoni lasciò disgraziatamente incompiuto. Mi parve che il grande scrittore parlasse oggi o risorgesse oggi, spirito ammonitore ai posteri suoi ammiratori.

 

È noto come il frammento manzoniano ponga a confronto la rivoluzione francese dell’89 con la rivoluzione italiana del ’59 e dalle differenze degli effetti ne induca la differenza delle cause. Una di queste differenze egli trova nell’oppressione del paese sotto il nome di libertà che caratterizzò la rivoluzione francese dell’89 e la distinse nettamente dall’italiana del ’59. Quest’oppressione è riassunta nel nome di terrore che fu dato a una fase non breve di essa. E qui il Manzoni ha una pittura di questa oppressione che noi sentiamo certo oggi più vivamente che ieri. «La ragione (egli dice) per cui un tal nome di terrore fu dato a quella sola fase, fu perché in essa la cosa era arrivata al colmo. Ma com’è chiaro per chiunque voglia dare un’occhiata ai fatti, il sopravvento di forze arbitrarie e violente era già principiato, quasi a un tratto con la Rivoluzione, a rattenere col mezzo di attentati sansuinosi e impuniti sulle persone, una quantità di pacifici cittadini dal manifestare, non che dal sostenere i loro sentimenti, e a imporre a molti, più onesti che risoluti membri dei Corpi o legislativi o amministrativi e altri, creati, o lasciati formarsi dalla Rivoluzione medesima, l’assenza o il silenzio, per arrivar poi a imporre con un successo più indegno, la parola e il voto».

 

Come si vede, queste parole sembrano scritte oggi.

 

Ma di fronte a questa rivolta opprimitrice il Manzoni evoca la rivoluzione italiana che non fu terroristica. Ecco le sue parole che definiscono chiaramente la libertà. «Qui la libertà lungi dall’essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libertà di nome, fatta consistere da alcuni nell’esclusione di una forma di Governo, cioè in un concetto meramente negativo, e che per conseguenza si risolve in un incognito: ma la libertà davvero, che consiste nell’essere il cittadino per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private e contro ordini tirannici del potere, e nell’essere il potere stesso immune dal predominio di società oligarchiche, e non sopraffatto dalla pressura di turbe sia avventizie sia arruolate: tirannia e servitù del potere, che furono a vicenda e qualche volta insieme, due modi dell’oppressione esercitata in Francia nei vari momenti di quella Rivoluzione, uno in maschera d’autorità legale, l’altro in maschera di volontà popolare ».

 

«È il mio caso – diceva Renzo al dottore – pare che abbian fatta la grida apposta per me».

 

Dato così il concetto di libertà, il Manzoni, riflettendo a questi due effetti così diversi delle due Rivoluzioni: oppressione in Francia, libertà in Italia, ne trova le cause nell’origine stessa dei due grandi avvenimenti. La Rivoluzione francese, egli dice in sostanza, non era necessaria.

 

E in lunghe pagine si adopera a provare come le riforme imperiose che dovevano togliere i mali dell’antico regime erano nel pensiero di tutti, del terzo stato come dei nobili e del re, e bastava la ferma e onesta volontà di tutti nell’applicarle. Non così in Italia. Oui, secondo il Manzoni, era necessaria la sostituzione di uno Stato forte ai molti, giacché i mali e la vergogna d’Italia derivavano non tanto dall’assolutismo dei principi, quanto dall’essere essi in molti, e perciò deboli e perciò impotenti a creare una nazione veramente libera. La Rivoluzione italiana dunque scoppiata su da una necessità di vita, fu perciò stesso, dice il Manzoni, aliena da ogni volontà di sopraffazione e di oppressione della libertà civile. Ecco le sue parole, piene anche qui per noi d’immediata e sentita verità:

 

«Fu infatti il sentimento del loro diritto che produsse negl’Italiani quella generale concordia, la quale prevenne anche l’occasione e la tentazione di opprimere. Non dico la necessità, perché questa non può mai essere altro che un pretesto, o d’uno o d’alcuni, ai quali sia necessario, per conto loro, d’opprimere una popolazione che non voglia fare ciò ch’essi vogliono: necessità tanto allegata dagli autori dei fatti più atroci della Rivoluzione francese e dai loro apologisti, e ch’era stata così bene chiamata dal Voltaire: la scusa dei tiranni.

 

Qu’il impute, s’il veut, des désastres si grands à la necessité, l’excuse des tirans ».

 

Non è chi non vede come queste parole, in tutto ciò che riguardano la libertà civile di un popolo, siano un frutto dello spirito del Cristianesimo. Fra i tumulti delle Rivoluzioni, tra i mali ch’esse portano, matura sempre per trionfare, un progresso provvidenziale guidato dall’alto. E quando qualche macigno enorme vien gettato contro questo frume irresistibile, noi ci rinfranchiamo udendo le voci che segnarono le tappe del suo corso e ne affermarono la insopprimibile vitalità.

 

Titolo originale: La libertà nel pensiero di A. Manzoni

[Il Popolo – 19 ottobre 1924]

 

Giuseppe Ellero (1866-1925) sacerdote friulano, storico e poeta. Insieme al suo correligionario Pio Paschini aveva partecipato al rinnovamento culturale durante il modernismo. Organizzatore del Partito Popolare nell’udinese.

Agenzia cinese per la sicurezza informatica blocca l’azienda statunitense Micron

Il gigante statunitense dei semiconduttori Micron ha fallito una revisione della sicurezza nazionale. Lo ha annunciato domenica l’agenzia cinese per la sicurezza informatica, invitando gli operatori di “infrastrutture informative critiche” a smettere di acquistare i suoi prodotti. L’episodio segna l’ultima escalation nell’aspra guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina, con Washington che cerca di bloccare l’accesso di Pechino ai semiconduttori all’avanguardia.

 

Le autorità cinesi hanno lanciato a marzo una revisione dei prodotti venduti nel paese da Micron, uno dei maggiori produttori mondiali di chip. I prodotti Micron “hanno potenziali problemi di sicurezza della rete relativamente seri, che rappresentano un grave rischio per la sicurezza della catena di approvvigionamento delle infrastrutture informatiche critiche della Cina e influenzano la sicurezza nazionale cinese”, ha affermato in una nota l’amministrazione della sicurezza informatica (CAC) aggiungendo che “gli operatori di infrastrutture informatiche critiche in Cina dovrebbero smettere di acquistare prodotti Micron”.

 

L’ampia definizione cinese di infrastruttura informativa critica comprende settori che vanno dai trasporti all’assistenza sanitaria. “Abbiamo ricevuto dal CAC l’avviso di conclusione della sua revisione dei prodotti Micron venduti in Cina”, ha dichiarato Micron in una nota. “Stiamo valutando la conclusione e valutando i nostri prossimi passi”. Alla domanda se la società presenterà ricorso contro la decisione, una portavoce di Micron ha dichiarato: “Non vediamo l’ora di continuare a impegnarci nelle discussioni con le autorità cinesi”.

 

Circa il 10 percento del fatturato annuo di 30,8 miliardi di dollari di Micron lo scorso anno proveniva dalla Cina, secondo i dati dell’azienda. Ma gran parte dei prodotti Micron venduti nel paese sono stati acquistati da produttori stranieri, avevano affermato in precedenza gli analisti, e non è chiaro se la decisione dell’agenzia della sicurezza informatica influirà sulle vendite ad acquirenti stranieri. La Cina nel 2021 ha annunciato regole per proteggere le infrastrutture informative critiche con requisiti di sicurezza dei dati più sensibili. Recentemente ha anche rafforzato l’applicazione delle sue leggi sulla sicurezza dei dati e contro lo spionaggio.

 

La guerra dei chip tra Pechino e Washington si è intensificata lo scorso anno quando gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’accesso della Cina a chip di fascia alta, apparecchiature per la produzione di chip e software utilizzati per progettare semiconduttori.

 

Washington ha citato preoccupazioni per la sicurezza nazionale e ha affermato di voler impedire che la tecnologia che potrebbe aiutare a sviluppare attrezzature militari avanzate venga acquisita dalle forze armate e dai servizi di intelligence cinesi.

 

Nel 2021, la Cina ha importato semiconduttori per un valore di 430 miliardi di dollari, più di quanto ha speso per il petrolio.

Fonte: AskNews (21 maggio 2023)

Herald Catholic | Denatality afflicts the West but Israel goes against the trend.

Laura Perrins

[…]

To see the contrast in this approach you have to go to Israel, the only western type of nation that has above replacement fertility rates. It is not all down to ultra-orthodox Jewish families who do indeed have 5 or 6 children, but also due to the fact that secular Jews have the same number of children as Europeans used to have in the 60s and 70s. 

 

In this piece comparing Israel to Canada, the author explains, “Israeli women work at almost the same rates as they do here, with 59 per cent workforce participation compared to 61 per cent in Canada. But they get far less time off when they have babies — around three months compared to 18 in Canada. Similar to us, they have a strong social safety net with subsidized day-care and public health care. But they also share some of Canada’s struggles — their housing and grocery prices are extremely high, for example.

 

“The real secret to Israel’s fertility rates appears to be cultural. The family is at the absolute centre of Israeli life. Getting married and having kids is the highest cultural value. (Any Jewish person in either Israel or the diaspora will attest to the immense pressure to marry — it’s as if a great tragedy has befallen you if you have the ‘misfortune’ of remaining single past 26)”.

 

In fact, in Judaism most religious festivities are celebrated first and foremost in the home rather than the synagogue. Perhaps this also sends a message of just how important the family is in Jewish culture. 

 

And then of course there is the Shoah. “Holocaust generational trauma is also part of the story. The global population of Jews is still lower than what it was before the Second World War and there is a sense among Israelis that they have a duty to replenish those numbers.” 

 

The author [by The Economist] concludes, “But most importantly, children are seen as a blessing instead of a burden.” Indeed, “to many Israelis, children represent life — and only life brings hope”.

[…]

 

Find out more

https://catholicherald.co.uk/as-fertility-rate-plummets-in-catholic-italy-what-hope-is-left-for-west/

Chiamata ultima per il Centro alle elezioni europee del prossimo anno

Qualche giorno fa Massimo Gramellini lo ha scritto alla sua maniera esilarante ma il problema che ha posto è reale: quegli elettori, pochi o tanti che siano, che non si riconoscono né nelle posizioni di Giorgia Meloni né in quelle di Elly Schlein quale alternativa hanno, dopo la lite esplosa fra i due galli nel pollaio dell’ipotetico Terzo Polo? Per pura coincidenza lo stesso giorno su questo giornale è apparso un onesto pezzo di Ettore Bonalberti nel quale finalmente si riconosce che il “guazzabuglio di sigle” post-democristiane sorte in questi anni, tutte all’insegna di un comprensibile e nobile richiamo al valore del cattolicesimo politico ma anche dell’autoreferenzialità, non hanno prodotto alcun risultato se non – aggiungo io – di aggiungere confusione e sconforto nella testa di quei pochi o molti italiani che sono rimasti delusi dal bipolarismo bislacco che si è andato affermando nel nostro Paese. 

 

Elettori, o ex elettori, vista la crescente disaffezione nei confronti delle urne, che magari erano stati sedotti da Berlusconi, da un lato, ma che ora non apprezzano la svolta decisamente destrorsa dell’ex centrodestra o che, dall’altro, avevano dato fiducia al Pd ma che ora decisamente non condividono la sua svolta radicaleggiante e massimalista impostole dalla nuova segreteria.

Quindi il problema posto da Gramellini effettivamente c’è. Ora, io voglio qui limitarmi a porre la questione. A sottolinearla. Dal punto di vista del cittadino semplice, quello che segue solo parzialmente le vicende politiche, o per nulla, saltando piè pari sui giornali – quando ancora li legge – o sui siti on line le notizie sui partiti, i retroscena e quant’altro. Segue i telegiornali e un po’ di talk show, quanto basta. Vive però la vita di qualsiasi altro italiano con i suoi problemi e anche le sue amenità, gioie, dolori, difficoltà, momenti di felicità. Gente normale, ordinary people come dicono gli americani.

 

Non proseguo. Ci siamo capiti. Questo popolo, come con vocabolo nobile lo si sarebbe chiamato una volta, oggi come oggi ha di fatto – elettoralmente – solo tre opzioni: o votare la leadership dell’attuale Presidente del Consiglio e quindi andare nella direzione di un consistente partito conservatore (questo, almeno, pare essere l’obiettivo finale di Giorgia Meloni); o sostenere la spinta a sinistra del nuovo Pd, con le venature radicali note, assai ostili nei confronti dei cattolici; o non votare affatto, una scelta che sta crescendo nel sentiment diffuso dei nostri concittadini. Rimangono per il resto opzioni minori e ininfluenti, oppure quella degli ex grillini ora istituzionalizzati da Conte in una formazione di pseudo-sinistra, in realtà assai confusa e solo vagamente assimilabile al progetto antipartitico e antipolitico delle origini.

 

Si dice che uno spazio “al centro” esiste, a maggior ragione dopo l’esito dell’ultimo congresso del Pd. Uno spazio che il Partito democratico originario, quello della “vocazione maggioritaria”, aveva in parte conquistato ma che oggi ha perduto, pare con grande piacere, visto che gli esponenti della sua attuale maggioranza si vantano con orgoglio di essere “di sinistra” e cercano di allontanare in tutti i modi da sé il ricordo della lunga presenza del partito nei governi dell’ultima decade con il loro carico di responsabilità istituzionale seguita alla chiamata in condizioni di emergenza da parte di due Presidenti della Repubblica. 

 

Lo spazio esiste e c’è una occasione – una sola ormai – per dimostrarlo: le prossime elezioni europee. Importantissime per il futuro dell’Unione, ma anche per il futuro del sistema politico nazionale. Sistema proporzionale, nessuna necessità di alleanze. Voto d’appartenenza, dunque. Non dico altro. Anche un bambino capisce che il Centro, se vuole creare le condizioni per darsi un futuro, dovrà presentarsi unito, con una sola lista, senza personalismi e con un programma coerente con la propria vocazione europeista, con quel che ne consegue. Ultima chiamata.

I Popolari e la costruzione di una prospettiva di pace

Di fronte all’aggressione della Russia all’Ucraina ci si è chiesti più volte come possano verificarsi ancora guerre, invasioni, occupazioni nel XXI secolo. Si è trattato purtroppo solo dell’ultima aggressione in ordine di tempo in questo secolo. E ogni volta che la via delle armi sembra soppiantare la diplomazia molte coscienze individuali, realtà significative della società civile, anche del mondo cattolico, si pongono delle domande.

 

Domande alle quali credo che i Popolari non possano dare risposte né populiste da un lato, né di convinzione che la guerra costituisca la soluzione ai problemi, dall’altro.

Un conto è il piano della coscienza individuale, un altro quello della società civile, dove ogni soggetto è libero di interrogarsi su quale sia la logica da seguire o da respingere di fronte allo scontro che si sta consumando nell’Europa orientale.

 

Un altro conto ancora è quello della politica e delle istituzioni dove ci sono degli impegni e delle responsabilità nei confronti del sistema di alleanze nel quale il nostro Paese ha scelto di collocarsi. E soprattutto nei confronti di una amicizia storica, salda e centrale, dell’Italia con gli Stati Uniti.

 

Per questo credo che sia largamente condivisa tra i Popolari la necessità di prendere le distanze, al di là del merito, da iniziative e dichiarazioni che in modo speculare cercano di fare passare o come colpe del governo di turno quelle che sono necessità imposte da una complicata situazione internazionale, o, viceversa, che cercano di mettere in dubbio l’atlantismo dei partiti di opposizione. Le decisioni derivanti dal sostegno, anche militare, all’Ucraina sono responsabilità del Paese intero, unito sulla linea indicata e tenuta dalle massime autorità competenti.

 

Ciò detto, in modo chiaro e inequivocabile, rimane aperta la questione di come accompagnare la necessaria solidarietà atlantica, anche con una discussione sulla definizione di ciò che seguirà alla guerra, su quale idea di ordine internazionale si intende perseguire. Credo che i Popolari possano e debbano cercare di qualificarsi maggiormente in questo tipo di dibattito. Un dibattito tutt’altro che velleitario in quanto giorno dopo giorno si impone più nitida la constatazione che il conflitto ucraino non può esser risolto con le armi, se non con avventure senza ritorno, e che la ricerca di un largo consenso fra le nazioni sul nuovo ordine globale multilaterale è condizione imprescindibile per la pace. Una volta rotto il ghiaccio su questo tema poi si creano le condizioni per disinnescare i conflitti regionali, come insegna il depotenziamento della guerra nello Yemen seguìto ai recenti accordi, propiziati dalla Cina, fra Arabia Saudita e Iran.

 

Perché l’ostacolo principale alla pace in questo lungo travaglio verso il mondo multipolare rimane quello costituito da quegli ambienti che a oriente come a occidente coltivano disegni imperiali. 

 

Nella nostra parte di mondo questi gruppi di interesse (ideologici come i neocons, economico-finanziari) sembrano riuscire ancora a condizionare l’informazione e la politica americana, e dunque dell’intero Occidente, nel tentativo di mantenere una loro anacronistica influenza sulle questioni e sulle istituzioni globali.

 

Per tale motivo spingono i governi occidentali a sanzionare, espellere, fare guerra a chiunque si opponga a un tale disegno e rivendichi il riconoscimento di una strutturale multipolarità e diversità come sistema di governance globale. Ma per quanto tempo potremmo continuare a combattere contro il resto del mondo che è sette volte più grande dell’Occidente per popolazione?

 

Dobbiamo discutere allora anche di un cambio di mentalità richiestoci dal mondo attuale. L’Occidente non è più la misura di tutto, ci si deve abituare al confronto, al rispetto delle diversità, a rinunciare al doppiopesismo, al fatto che nel mondo ci siano centri concorrenti, non per questo nemici, con i quali è possibile raggiungere accordi ragionevoli, di reciproco vantaggio. Emblematico in tal senso il caso della Tunisia, sollevato opportunamente al G7 di Hiroshima dal premier Giorgia Meloni. Essendoci ormai un sistema monetario distinto e complementare a quello occidentale, la Tunisia, bisognosa di un ingente prestito internazionale, può ora scegliere tra Fmi e Ndb (Nuova Banca di Sviluppo di cui oltre ai Brics fanno parte anche altri stati come Uruguay, Egitto, Bangladesh). Impuntarsi nel subordinare all’accettazione di condizioni capestro l’ottenimento del prestito Fmi, non farà altro che spingere il Paese nordafricano verso i Brics.

 

Dunque, si può agire per illuminare l’altra faccia per la pace, che è quella costituita da un necessario aggiornamento di visione.

 

E nel contempo dobbiamo confidare nel fatto che nella politica americana verrà il tempo nel quale a chi ha fatto adottare agli Stati Uniti le rovinose strategie degli ultimi trent’anni, verrà presentato il conto. Il bilancio è pesantissimo per gli Stati Uniti, sia in Europa che nel Medio Oriente, che in Africa.

 

Dobbiamo scommettere sul fatto che gli Stati Uniti sapranno stupire ancora il mondo e che saranno loro a guidare l’Occidente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nuovo ordine mondiale multipolare.

 

Ma nel frattempo, in attesa che si compia questa svolta nella politica americana, la guerra in Ucraina purtroppo pare destinata a continuare, imponendo a tutti almeno una responsabile e concreta ricerca della riduzione dei danni, preparando nel contempo le condizioni attraverso cui il conflitto in corso non possa più avere ragion d’essere.

 

Essenziale la verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale.

 

È prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “ partito radicale di massa”.

 

Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, come la mia, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana.

 

Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della Dc, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica.

 

Ho sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della Dc: la Dc è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia; la Dc è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica; la Dc è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica; la Dc è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

 

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la Dc è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista. E finivo affermando che “la Dc è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché.

 

Alla fine della Dc concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze:

  • la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell’uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
  • la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
  • la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
  • la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
  • la quiescenza nei confronti della criminalità organizzata;
  • la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
  • la tiepida lotta all’evasione fiscale;
  • la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
  • l’eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
  • il cumulo esagerato di incarichi pubblichi;
  • la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l’innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate;
  • i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all’UE;
  • lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
  • gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
  • l’eccesso di appiattimento nell’accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Dc.

 

Sono, però, convinto che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine. È necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da Dc a Ppi? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi?

 

Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a  indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della Dc italiana.  Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali (Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:

-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan).  Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse  di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna e produce tuttora interessi; 

-stampare con le BIN (banche d’interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN;  

-non voleva inoltre che Banca d’Italia fosse estromessa dall’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d’Italia fu estromessa dall’acquisto dei BTP rimasti invenduti, l’Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller “se vuoi  che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”. 

 

E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo: Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992, nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent, Gran Maestro della Massoneria inglese. In quell’occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese e alla massoneria il controllo economico e finanziario.

 

Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via  in pochi mesi la Dc e i suoi alleati (Psi, Psdi,  Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni 80, riuscendo nell’incredibile impresa di portare l’Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali. Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per la realizzazione di quel progetto.

 

Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato. La variabile non previstafu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia. Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.

 

La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in  tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica. Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area Dc e Popolare. Se De Gasperi con la Dc seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.

Accordo Nasa e Bezos per portare sulla Luna la missione Artemis V

Dopo la Starship di Space X la Nasa, l’agenzia spaziale americana, ha annunciato di aver affidato alla compagnia spaziale privata Blue Origin che fa capo al miliardario Jeff Bezos, patron di Amazon, il contratto per proseguire nello sviluppo di un secondo lander lunare, il “Blue Moon” che servirà per trasportare sulla Luna gli astronauti del programma Artemis a partire – se tutto andrà bene – dalla missione Artemis V, prevista per il 2029.

Il team guidato da Blue Origin – che comprende Lockheed Martin, Boeing, Draper, Astrobotic e Honeybee Robotics –investirà oltre 7 miliardi nel progetto.

Il veicolo “sostenibile”, con combustibile a idrogeno e ossigeno liquidi (LOX-LH2), scelto dalla Nasa e costruito dalla Blue Origin dovrà fare la spola tra la stazione Gateway, la base spaziale in orbita cislunare e la Luna, più o meno ogni 30 giorni, per la costruzione del primo avamposto lunare della storia; una base permanente al Polo Sud del nostro satellite naturale, dove sono presenti depositi di ghiaccio d’acqua che, in futuro, potrebbe essere utilizzati anche per produrre il propellente per le astronavi, direttamente sulla Luna.

Questa scelta della Nasa arriva dopo quella della Starship della SpaceX di Elon Musk nel 2021 e che ora è in fase di test non senza qualche “normale” difficoltà iniziale ma con continui e incoraggianti progressi.

Anche il Blue Moon dovrà dare prova di affidabilità con una serie di test, compresa una discesa reale sul suolo lunare senza equipaggio.

“Con l’annuncio di oggi stiamo facendo un ulteriore investimento nell’infrastruttura che aprirà la strada allo sbarco dei primi esseri umani su Marte”, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Bill Nelson, mentre Jeff Bezos ha detto su Twitter: “Onorato di essere in questo viaggio con la NASA per far atterrare gli astronauti sulla Luna, questa volta per restare. Risolveremo i problemi e renderemo l’LOX-LH2 una combinazione di propellente immagazzinabile, per tutte le missioni nello spazio profondo”.

 

Fonte: AskaNews, 20 maggio 2023

Ceccanti chiede agibilità per i riformisti ma dentro un Pd autoreferenziale

Di seguito riportiamo l’intervista concessa ieri all’Agenzia Italia (AGI) da Stefano Ceccanti. 

In sostanza, egli tiene fermo il punto: nessun ripiegamento aventiniano e nessuna tentazione scissionistica. La minoranza deve incalzare la segreteria rafforzando i punti qualificanti della politica riformista. In un partito contendibile è legittimo lavorare per l’alternativa. 

Il punto debole, però, è che non emerge un contributo innovativo rispetto all’analisi sulla crisi del Pd. In più, conservando l’impianto del cosiddetto partito a vocazione maggioritaria, 

Ceccanti evita il discorso sulle alleanze. In questo modo vince un approccio “programmistico” che alla lunga, per il suo stesso limite, inclina fatalmente verso la riedizione di un integralismo tutto politico.

La domanda di fondo sarebbe quella che molti si pongono, ovvero se è un dato secondario il declino di consensi che vede il Pd arrancare poco sopra o poco sotto – ma nelle elezioni politiche di settembre è valso il poco sotto –  la linea del 20 per cento. Dal 2008 ad oggi, più di un terzo dell’elettorato si è allontanato dal “partito unico del riformismo”.

Invece di approfondire le ragioni di questo crollo strutturale, i riformisti di Ceccanti si avvinghiano al dibattito sulle “tecniche di convivenza”. Troppo poco.  

 

***

 

Intervista

 

Dare spazio e agibilità politica a chi non è convinto dalla posizione della segreteria del Partito democratico, senza per questo arrivare a ‘strappi’ traumatici o a forme ancora più diffuse di disimpegno, rifluendo solo verso la vita privata e professionale. Verso questa necessità muove l’iniziativa di tre esponenti dell’area riformista del Pd: Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini. Insieme hanno firmato un appello che parte dalla tentazione aventiniana registrata dentro il Partito democratico nelle ore precedenti all’incontro di Elly Schlein con Giorgia Meloni sulle riforme. 

 

Una tentazione respinta dalla segreteria Pd, ma che ha allarmato l’ala riformista del partito. “Ci sono diversi temi su cui la posizione della segreteria non convince tutti. È legittimo”, spiega Ceccanti all’AGI: “Schlein ha vinto il congresso e ha diritto a portare avanti la propria proposta”. Tuttavia, aggiunge l’esponente dem, “durante il congresso è emersa una proposta politica e culturale che ha piena cittadinanza dentro il Pd e che, in modo aggiornato, deve vivere”. Questa proposta è quella rappresentata dalla ex mozione Bonaccini. “Il presidente Bonaccini ha giustamente altre priorità, tanto più oggi, glielo chiedono i cittadini che governa”, spiega Ceccanti riferendosi all’emergenza in Emilia-Romagna che vede il governatore e presidente del Pd in prima linea. E, tuttavia, “bisogna dare spazio a chi non condivide questa impostazione. C’è la richiesta di fare vivere un altro paradigma culturale e politico…Noi riteniamo che il Pd sia un partito contendibile. E che sia un bene che nel Pd vivano permanentemente proposte alternative a quelle della segreteria pro tempore”. 

Questo non significa che debbano arrivare ‘strappi’ nei passaggi parlamentari o, peggio, fuoriuscite. Al contrario, “si può anzi si deve votare in Parlamento in linea con le indicazioni della segreteria, salvaguardando la discussione interna. I partiti a vocazione maggioritaria sono fatti di disciplina nel voto, ma di libertà nelle espressioni interne. Anche Corbyn, nel Labour, veniva criticato dall’area che faceva riferimento a Keir Starmer, ma poi tutti votavano insieme in Parlamento”. 

 

Il Keir Starmer del Pd, mutatis mutandi, chi porrebbe essere?. “Non è una questione attuale, né di preservare correnti precedenti”, ribatte Ceccanti: “Oggi Bonaccini ha le sue esigenze, anche immediate. Ma un partito grande come ha osservato Arturo Parisi non pone i propri aderenti ed elettori tra un congresso e l’altro di fronte all’alternativa tra l’unanimismo o il nulla, vuoi come scissioni vuoi come abbandoni. Disciplina intorno a chi ha vinto e vitalità anche spregiudicata di dibattito devono andare insieme “, conclude Ceccanti.

Riflessioni sul merito alla luce delle condizioni reali della scuola

Tema veramente complesso quello del merito…Da diversi anni non si fa che parlarne, come elemento imprescindibile per la valorizzazione della persona, nella scuola, nel mondo del lavoro, in tutte le attività che possono manifestare le “doti” di ciascuno. Il merito dovrebbe essere il criterio in base al quale si assegnano incarichi di lavoro pubblico e privato, si investono risorse per borse di studio, ricerche e altro, si votano i propri rappresentanti…Si tratta cioè, come cita lo Zingarelli, del “diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa, dovuto alle qualità intrinseche della persona, o da essa conseguita con le opere” e anche, per estensione, “valore, pregio”.

Fin qui niente da eccepire, se il criterio fosse veramente rispettato e utilizzato in modo corretto, salvo il fatto che porta con sé anche il principio della competitività, non sempre positivo se spinto agli eccessi per poter primeggiare in un mondo difficile come il nostro attuale. Si sta parlando del mondo adulto, ma che cosa succede se trattiamo di “merito” nella scuola? Oggi abbiamo addirittura un ”Ministero dell’istruzione e del merito”, espressione seducente per promettere un cambio di rotta nel processo pedagogico didattico, teso a valorizzare le doti di ciascuno studente, invece che a confonderli tutti in una diffusa mediocrità. 

Si vuole cioè sottolineare il criterio della “meritorietà”, come dice qualcuno con un nuovo eufemismo, per far emergere le eccellenze e preparare i giovani ad una società e ad un mondo del lavoro sempre più esigenti, senza però che sia chiaro quali ne siano i valori fondanti, se non il successo individuale e il conseguente appagamento personale. E in questo emerge una prima contraddizione. Ciascuno studente ha forme di intelligenza diverse, talenti diversi, per qualità e quantità, ma non sempre di natura tale da soddisfare gli obiettivi di apprendimento fissati per le varie discipline dai programmi scolastici o dai criteri di valutazione dei singoli Collegi Docenti, quando non dai singoli insegnanti. In questi casi, in cui il “merito scolastico” non riesce ad emergere secondo i criteri ufficiali di cui sopra, quale è la sorte di questi ragazzi? Se la scuola è quella del “merito”, rimarrebbero fuori dalla competizione e per loro non ci sarebbe opportunità di sviluppare i talenti che possiedono.

La seconda contraddizione si fonda su un falso problema pedagogico, addirittura fuorviante, se si guarda alla realtà della scuola nel suo svolgersi quotidiano. Esso è fatto di conoscenze da apprendere e di competenze da sviluppare, ma anche e soprattutto di rapporti formativi, tra compagni e con i docenti, che servono a far crescere dal punto di vista umano, sociale e civile, a formare cioè una persona integrale, non solo una macchina per produrre. Questa sì è una realtà inclusiva, che promuove i talenti. È proprio nel rapporto formativo tra docente e studente, attraverso un’osservazione attenta ed empatica, che si possono individuare le caratteristiche peculiari di ciascun alunno, il tipo di intelligenza, le attitudini specifiche, e si riescono a mettere in atto le forme di didattica più adeguate ad ”educare”, cioè a tirar fuori, a sviluppare le potenzialità del singolo soggetto.

In questo processo anche la valutazione non può che essere formativa, deve portare l’allievo a rendersi conto dei suoi livelli di apprendimento, delle motivazioni di eventuali insuccessi e delle modalità per migliorare le sue prestazioni. Deve sviluppare la fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità, di qualunque misura e qualità esse siano.  Non ci possono essere perciò giudizi di valore prestabiliti cui tendere, che potrebbero demotivare o fissare in un’immagine definita un risultato provvisorio. Eccellenza, mediocrità sono quindi categorie inadatte a definire un processo che si sviluppa a partire dalla scuola per l’infanzia, alla scuola superiore, fino all’università.

La contraddizione sta proprio in questo: far emergere le potenzialità di ciascuno, di qualunque tipo esse siano (vero obiettivo di una pedagogia attenta alla persona), non vuol dire ragionare in termini di “merito”, che invece fa riferimento ad una scala di valutazione degli apprendimenti e dei risultati stabilito a priori come soddisfacente. Considerare “meritorio” o meno un risultato induce cioè a pensare che questo possa dipendere solo dalle qualità e dall’impegno del soggetto, generando scoraggiamento in chi non riesce altrettanto bene. Il concetto di “merito” crea dunque una distinzione tra studenti, tra “chi ce la fa e chi no”, senza tener conto dei livelli di partenza, delle facilitazioni che un contesto famigliare benestante e istruito può fornire e di altri stimoli esterni. Invece la scuola è deputata a dare di più a chi ha di meno, rimuovendo per quanto possibile, a livello di processo didattico ed educativo, gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità di ciascuno. E’ un preciso dettato della Costituzione, di cui sembra non si tenga adeguatamente conto.

Sarebbe inoltre diseducante favorire un clima di emulazione e di rincorsa tra gli studenti, additando traguardi “meritori”, quando la nostra società avrebbe bisogno di rapporti solidali, collaborativi, sereni, senza dimenticare che i giovani sono fragili, spesso non sopportano il peso dei confronti e delle pressioni, soprattutto famigliari, a dare risultati sempre migliori. Sono sotto gli occhi di tutti i suicidi di studenti che non si sono sentiti in grado di affrontare gli obblighi scolastici ed evidentemente non hanno trovato nessuno in grado o disposto ad aiutarli.

Fortunatamente la scuola, nonostante tanti problemi di preparazione e di soddisfazione economica e professionale degli insegnanti, di strutture, attrezzature, di valorizzazione sociale, presenta molti casi di eccellenza, che assolvono in modo puntuale alle necessità educative dei loro studenti, con progetti di recupero e di sviluppo, di inclusione, di orientamento, di preparazione al lavoro. Il tutor o l’incaricato per l’orientamento non sono una novità, ma funzioni svolte da diversi anni a cura di docenti interni esperti e disponibili, con sacrificio proprio di tempo e di formazione, per precisa delibera di parecchi Collegi docenti. Chi ha vissuto la scuola, gestendo questi progetti e partecipando alle attività INVALSI di valutazione dei POF e poi degli istituti scolastici nelle varie versioni, può rendere testimonianza di persona circa queste realtà, che non sono poche, ma sono ignorate nel clima generale di denigrazione del servizio pubblico statale, per ignoranza, per ripetizione di luoghi comuni o, peggio, per interessi di parte. Ben venga quindi un riconoscimento economico di queste attività, ma non si pensi così di aver risolto tutti i problemi di scarso successo scolastico o di abbandono.

Quella del “merito” in ambito scolastico è dunque una propaganda fuorviante, che si intesta falsi obiettivi di miglioramento. Non si tiene in considerazione, invece, che parecchi istituti del Paese mancano di condizioni di sicurezza, attrezzature adeguate, spazi e fondi, senza i quali non solo è difficile svolgere una didattica inclusiva e contenere gli abbandoni, con un orientamento serio e con attività extracurricolari idonee ai diversi talenti e bisogni della persona degli studenti, ma anche sviluppare le tanto sbandierate eccellenze. Bisogna dire allora che il “merito” vero, in questi moltissimi casi di difficoltà, va agli insegnanti quando riescono ad essere, per i loro alunni, modello di coerenza, di impegno, di equità e di coscienza civile e sociale.

 

Angela Colombo, ex ispettrice tecnica presso l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.

Identità e partito plurale devono interagire nella prospettiva di nuovi approdi

Dunque, diciamocelo con chiarezza e senza equivoci. La stagione dei partiti rigorosamente identitari è ancora dietro alle nostre spalle. Certo, e senza alcuna tentazione nostalgica, è indubbio che i partiti identitari sono sempre la strada migliore perchè sommano tutti coloro che provengono dalla stessa cultura politica, perseguono lo stesso progetto politico con maggior facilità e, soprattutto, non devono condividere la vita di partito con persone o movimenti e gruppi che arrivano da altre tradizioni ideali e che, di conseguenza, sono portatori di altre sensibilità ideali. Ma è evidente che, almeno a quelli che non vivono con la testa rivolta all’indietro, che i partiti identitari al momento sono semplicemente impraticabili. Quello che, invece, sono ritornate attuali dopo la stagione caratterizzata dal populismo e dall’antipolitica grillina, sono le tradizionali categorie della politica italiana. E cioè, la destra moderata e di governo, la sinistra massimalista e radicale e un rinnovato populismo di marca pentastellato. Meno aggressivo e violento sotto il profilo del linguaggio ma altrettanto pericoloso per la sua deriva trasformistica ed opportunistica.

Ed è proprio lungo questo percorso che le culture politiche possono e devono ritornare centrali e determinanti nell’orientare e nel condizionare l’evoluzione della politica italiana. E, di conseguenza, le identità politico e culturali non sono affatto superate e non vanno rinchiuse in una torre d’avorio per spenderle in ridicole operazioni elettoralmente irrilevanti e politicamente fallimentari. Ma proprio quelle identità politico e culturali – a cominciare dalla nostra, quella cattolico popolare e sociale – possono e devono saper fecondare i nuovi progetti politici.

E il progetto di dar vita ad una rinnovata ed aggiornata Margherita – non come replica di un partito che ha vissuto in un’altra fase storica, come ovvio e scontato, ma come modello organizzativo di partito – può essere una risposta politica credibile e pertinente in questa nuova fase politica. Una fase, cioè, che può ricostruire, dopo la destra e la sinistra, anche una “politica di centro” e di conseguenza un partito di centro. Dinamico, riformista, democratico e di governo. Una “politica di centro” che non può non contemplare la presenza, attiva e forse determinante, della cultura e della tradizione cattolico popolare e sociale.

Ecco perchè siamo arrivati ad un bivio: e cioè, anche noi Popolari abbiamo il dovere di ritornare protagonisti – attraverso l’intelligenza della politica, la coerenza culturale e un maggior coraggio civico – nella cittadella politica contemporanea. Non riproponendo movimenti e partiti a batteria puramente virtuali e quindi insignificanti ma, al contrario, battersi per un progetto politico percorribile e collaborando attivamente con tutti coloro che perseguono il medesimo progetto. E, proprio attraverso il celebre monito moroteo “la coscienza di sè e l’apertura verso gli altri” è possibile ricostruire un progetto politico credibile e anche fortemente attuale e contemporaneo.

Recensione | Hegel visto da Kaube appare nella sua dimensione di vita vissuta

Bisogna subito dire che il libro ha una sua originalità. Non rimane nell’empireo delle idee, ma si cala nella dimensione quotidiana della vita reale. In effetti, Jürgen Kaube ne Il Mondo di Hegel delinea la parabola esistenziale di uno dei giganti della filosofia moderna: Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Nel racconto emerge come questi fosse al tempo stesso un uomo di mondo, col quale risultava piacevole discorrere, e un austero professore non disposto a facile concessioni sul piano filosofico. 

Accadde per esempio che Schleiermacher osasse affermare che oramai, nell’epoca del post-illuminismo, si era giunti ad un punto per cui la vita di tutti i giorni era talmente interessante da rendere superfluo qualsiasi anelito religioso. Hegel gli rispose che l’afflato spirituale permette di congiungersi con l’infinito ed è pertanto assurdo considerarlo inservibile nel vissuto ordinario. Sarebbe una mutilazione della coscienza. Dal che fece anche discendere l’attacco a Kant, Fichte e Jacobi perché, colpevolmente, avevano ridotto la religione a qualcosa da cogliere unicamente col cuore,  non con le mente e la ragione.

Hegel, d’altra parte, ebbe sempre qualche difficoltà espositiva. Nelle lezioni universitarie che tenne a Jena, Berlino o Bamberg il suo eloquio era solitamente complesso e sofisticato, difficile da comprendere. Il paradosso era che sulle cose semplici si arenava, mentre in quelle complesse si muoveva con scioltezza – “come fossero il suo mondo”, annota puntualmente Kaube. 

Non va trascurato un elemento curioso, ovvero la simpatia che Goethe nutriva per Hegel, tanto da essergli accanto come sprone  nella fatica di una promettente ricerca intellettuale, senza manco omettere, però, l’aspetto eminentemente pratico: grazie alle sue premure, a Bamberg Hegel ottenne uno stipendio. Fino a quel momento, il filosofo destinato a universale ammirazione era vissuto in ristrettezze economiche.

Nella Fenomenologia dello Spirito, opera di rara complessità che molti studenti ebbero modo nel secondo Novecento di “decodificare” attraverso l’analisi critica di Alexandre Kojève, Hegel arrivò alla conclusione che l’uomo è “dentro” un sistema di relazioni mistico-razionale: egli è autocoscienza e si riconosce tale insieme ad altre autocoscienze, realizzando  così“l’Io che è Noi, e il Noi che è Io”. Fenomenologia è, per Hegel, “l’illustrazione del sapere nel suo divenire”. 

Il concetto di amore costituisce l’oggetto di una progressiva armonizzazione. Inizialmente gli era sembrato “prossimo” alla ragione, poi diviene paradigma della conoscenza, poi ancora viene sostituito col concetto di “vita”, e infine fa il suo ingresso lo “spirito”. L’amore significa incontro, quello che muove dalla mancanza e porta all’unione di uomo e donna, con la centralità  della famiglia a garantire la pienezza del singolo. Hegel rimprovera chi non è sposato affermando che il matrimonio è un dovere. Tuttavia, serve anche ricordare che nella famiglia del filosofo una donna rimase nubile e un bambino fu concepito fuori dal legame matrimoniale: la sorella Christiane e il figlio illegittimo Ludwig. 

Nel complesso, il libro di Kaube illumina l’uomo Hegel che non vive nella sfera ristretta dei problemi degli specialisti, restando patrimonio esclusivo dei cultori di filosofia, ma si muove e cambia, con lo scorrere delle pagine, nel circuito della condizione umana, partecipe delle vicende del suo tempo. Hegel ci viene restituito, pertanto, in una trama di relazioni pubbliche e private, nulla togliendo al suo essere protagonista formidabile della costruzione di un sistema di pensiero che tanto ha influito sull’autocoscienza e la mentalità dell’Occidente.  

 

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La battaglia di don Minzoni nell’orizzonte della democrazia cristiana e del popolarismo

Il ricordo di don Minzoni obbliga a riflettere sulle nostre radici politiche, ma più ancora culturali e religiose. Abbiamo bisogno di scavare fino in fondo. Non veniamo da una storia qualunque e non siamo autorizzati, pertanto, a misconoscerne il valore e le implicazioni. L’agguato mortale al parroco di Argenta, il 5 agosto del 1923, mise a nudo l’odio dei fascisti contro i popolari. Pochi mesi prima, al congresso di Torino, Sturzo aveva compiuto l’ultimo strappo che gli costerà l’esilio per vent’anni: il partito usciva dall’incertezza e rompeva con il governo Mussolini. Da quel momento i popolari  entravano nell’occhio del ciclone e iniziavano a pagare il prezzo, sempre più duro, della loro intransigenza.

Don Minzoni, per giunta, conobbe fin da giovane la morsa dell’anticlericalismo come “griglia” della rossa Romagna. In occasione del cinquantenario della sua morte, Mario Scelba ne seppe dare conto con limpida descrizione davanti al Consiglio nazionale che il segretario della Dc, Amintore Fanfani, aveva convocato solennemente a Ravenna. “Don Minzoni – disse Scelba – seguì la vocazione di sacerdote, sapendo di dover operare in una regione ove, per ragioni storiche, il prete – a quel tempo – era letteralmente odiato, e ove la politica, infeudata, anche per l’assenza dei cattolici, ai partiti cosiddetti «laici», non si fermava dinanzi all’altare, ma anzi era protesa attivamente a distruggere gli altari; in una regione in cui, per le misere condizioni del proletariato agricolo e l’indole dei cittadini, le lotte sociali si svolgevano con una asprezza tale da richiamare su di esse l’attenzione preoccupata della Nazione e quella degli stranieri”.

E proprio in Romagna, di fronte al radicalismo dei mangiapreti, venne alla luce fortemente la testimonianza dei giovani democratici cristiani. Avevano Romolo Murri come alfiere di una originale seminagione di pensiero e di azione, per dare gambe al messaggio di giustizia sociale divulgato dalla Rerum novarum. Dobbiamo capire quegli anni di tensione e di fervore, quando le nuove leve dell’intransigentismo cattolico presero a misurarsi con l’urgenza di una mobilitazione sulle stesso terreno dei socialisti, senza complessi di inferiorità, anche in contrasto con essi. Il linguaggio non era modulato sulle note della moderazione. Alla luce del murrismo, don Minzoni indicherà l’orizzonte di quella che per lui era la “santa democrazia cristiana”. Indubbiamente, un’espressione ardita.

Che dire oggi? Certo, con i suoi simboli e le sue passioni quel tempo appare confuso e annebbiato, perso nei rigagnoli di un Novecento secolarizzato e dunque lontano, a maggior ragione, dalla sensibilità odierna. Ciò non toglie che fare memoria significa comprendere e interpretare, cercando per questa via di rintracciare il filo di una tradizione che innanzi tutto merita rispetto e nondimeno merita, anche in una visione politica progressiva, di essere riletta e approfondita. Il martirio di don Minzoni interroga le nostre coscienze perché s’inscrive nella rappresentazione viva e concreta del cattolicesimo sociale e democratico. Era un prete coraggioso ed era anche un popolare, non solo idealmente. visto che aveva in tasca la tessera del partito. E lo uccisero, i fascisti, perché stava in mezzo al popolo, accanto alla sua gente, vicino ai più poveri. Lo uccisero perché dava fastidio ai facinorosi del regime nascente.

 

Il testo della relazione di Mario Scelba

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Don-Giovanni-Minzoni-Martire-per-la-libertà_compressed.pdf

 

Si svolgerà oggi pomeriggio a Roma, per iniziativa del senatore Lorenzo Basso e con il sostegno di varie sigle dello scoutismo, il convegno dedicato a don Minzoni.

 

La Voce del Popolo | La lottizzazione Rai deve cedere al senso della misura.

Il cambio dei vertici della Rai fa parte, diciamo così, delle umane cose. Una pratica disdicevole, eppure trasmessa di padre in figlio, da una maggioranza all’altra, scambiandosi le parti e le accuse ma restando poi tutti affezionati alla possibilità di spartirsi a vicenda i posti di comando in quel di viale Mazzini. 

Ora, chi scrive è stato a suo tempo in Rai come consigliere di amministrazione designato dalla Dc, e dunque temo di essere l’ultimo che può menare scandalo e rivolgere prediche agli altri. E tuttavia mi permetto ugualmente di suggerire ai protagonisti di questa nuova stagione una maggior misura da quella che le schermaglie di questi primi giorni lasciano intravedere. Dato che per l’appunto l’occupazione delle caselle televisive non porta quasi mai i frutti che si sperano. E il più delle volte la lottizzazione si rivela alla stregua di un’illusione. 

C’è insomma una misura da rispettare. Per virtù, e perfino per astuzia. Così, mi permetto di consigliare ai nuovi lottizzatori di non strafare, di non aspettarsi fedeltà improbabili, di non pretendere obbedienza inutili. La televisione di Stato conta molto, anche se forse non conta più come un tempo. Ma probabilmente non conta quanto si crede. E non fino al punto di tradurre nella moneta sonante dei voti l’abnegazione dei professionisti chiamati a suscitarli. 

Insomma vale la pena ribadire quello che ci insegnavano i parroci nel metterci in guardia da certe tentazioni. “Nisi caste, autem caute”. Vale anche in questo campo. Laddove l’eccesso non è mai foriero di risultati così strabilianti come ci si aspetta.

Fonte: La Voce del Popolo – 18 maggio 2023.

Titolo originale: Una maggior misura… per virtù e per astuzia.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale]

Riflessioni sulle elezioni amministrative e le contraddizioni del Partito democratico

Nello scorso fine settimana si è votato il primo turno delle elezioni amministrative, in alcune importanti città italiane. C’è attesa febbrile per i ballottaggi: si dice che (ad esempio) Ancona potrebbe andare per la prima volta a un sindaco di centro-destra.

Il Partito democratico, cioè l’unico aggregato politico che in Italia somiglia (o potrebbe somigliare) a un partito propriamente detto, si ritrova nella condizione di impotenza che affligge chi non è in grado né di fare da solo né di coalizzare e di unificare (su un candidato sindaco, una squadra, un’idea) un blocco di forze. Diverse, sì, ma convinte di avere in comune qualcosa di più della semplice avversione alla destra. 

Il discorso vale naturalmente per il governo del Paese, ma anche, eccome, per le città. E in particolare per quelle dalle quali partì – trent’anni fa – la «rivoluzione dei sindaci». Nel 1993, Francesco Rutelli era un ex radicale approdato temporaneamente in casa dei Verdi, dal peso specifico elettorale paragonabile a quello di un medio politico di oggi.

Eppure vinse per due volte le elezioni e governò bene, nel complesso, la (difficile) situazione della Capitale. Grazie alle sue capacità, naturalmente: ogni tanto capita che l’abito faccia il monaco. Ma anche grazie al fatto che attorno a lui si erano radunate diverse forze politiche, sociali, intellettuali, personalità della cultura (basti pensare alla scena di Nanni Moretti in vespa nel film Caro Diario), tenute insieme dalla volontà comune di organizzare e governare il cambiamento, indicandone gli obiettivi e individuando gli strumenti più adatti per realizzarli. Va detto, in una situazione economica, diversa dall’attuale, in cui i Comuni avevano (ampie) possibilità di spesa.

Questo “laboratorio politico” cominciò a perdere pezzi, o almeno a reclamare seri lavori di manutenzione (che però non vennero mai effettuati), già sul finire degli anni Novanta del secolo scorso. 

Ma è negli anni Duemila che se ne sono smarrite o, per meglio dire, che il Pd ne ha smarrito totalmente le tracce, senza che a nessuno venisse in mente di provare a rintracciarle. Forse perché nella “fusione a freddo” (tra i Ds e la Margherita) fin dall’inizio il vecchio ha trascinato il nuovo e il partito della conclamata «vocazione maggioritaria» delineato al momento della nascita, nell’ormai lontano 2007, ha cominciato a morire prima ancora di nascere davvero. Forse perché di un partito così non ce n’era bisogno.

Sono polemiche antiche, sulle quali non vale la pena tornare. In ogni caso, il Pd ha dismesso da tempo l’abito del partito politico (tradizionale o di tipo nuovo, liquido o gassoso poco importa) per prendere la forma di un comitato elettorale, nel quale ogni gruppo o sotto-gruppo bada soltanto, secondo una logica di pura sopravvivenza, a marcare stretto tutti gli altri per mantenere salde le proprie posizioni. Intendiamoci, tutto questo, nella politica italiana, c’è sempre stato.

Ma, se c’è soltanto questo, di politica “vera” (non quella dei social) non se ne fa più.

Anzitutto moralità per costruire un partito di centro al riparo dal trasformismo

Non ho mai amato il termine “ricomposizione”, soprattutto in ambito politico, perché oltre a far intendere qualcosa che si è rotto per poi essere reincollato, riaggregato o, per l’appunto, ricomposto, dà anche il senso di qualcosa di vecchio e di passato che si vuol rispolverare. Alla luce di questa riflessione, allora, le iniziative volte a “ricomporre” l’area cattolico-democratica e popolare vanno portate avanti non nell’accezione di questo termine, che sa di passato, ma guardando al presente e al futuro.

Se si guarda al presente, infatti, vi è una larga fascia della popolazione italiana che non solo rifiuta il diritto-dovere di recarsi alle urne, ma che vive in situazioni economiche non certo rosee (per non dire misere). A questo va aggiunto anche quella che alcuni sondaggi hanno rilevato essere la volontà di una cospicua parte di cittadini italiani: circa il venticinque per cento, infatti, non vota perché non solo non si riconosce negli attuali Partiti o Movimenti politici, ma fa esplicita richiesta di una nuova forza politica di centro che sappia reincarnare i valori cristiani nell’organizzazione e poi nella gestione della città terrena.

Se ne parla ormai da oltre tre lustri, ma le varie iniziative tutte personalistiche e, spesso, rancorose hanno portato a chiudersi a riccio nella esclusiva rivendicazione dei valori e della rappresentanza del popolarismo alla stregua quasi di un patrimonio privato; mentre le iniziative concrete sul campo registrano sino ad oggi un eccesso di personalismo che non ha nulla a che vedere proprio con i valori del popolarismo e, in generale, dei cattolici democratici.

Dunque, quale la bussola? Sicuramente, rispetto alla situazione di qualche decennio fa, quando una buona fetta di cattolici si erano schierati con il centrodestra  o con il Pd sul versante del centrosinistra, la situazione attuale è radicalmente diversa.

Il governo delle destre, da un lato, e l’ormai completa estremizzazione del Partito democratico targato Elly Schlein, dall’altro, costituiscono una sponda politica perfetta per portare avanti un progetto politico di natura popolare, democratica, sociale e ad ispirazione cristiana. Sì, certo ad ispirazione cristiana! Non bisogna aver alcun timore nel saper affermare questo come se fosse qualcosa che riguarda il passato e che le nuove generazioni ripugnano in forza di un sentimento religioso che non coinvolge più.

Eppure, il magistero di questo Papa ci sta insegnando che non solo i valori del cristianesimo rappresentano l’unica novità nell’attuale realtà mondiale grigia, se non funerea, riguardo ai valori della persona umana, della solidarietà sociale, dell’ambiente, della redistrubuzione della ricchezza, dei processi democratici da conquistare, dell’emancipazione dei popoli che soffrono la fame e l’oppressione; ma proprio i valori cristiani possono costituire, se tradotti laicamente, sul piano politico quella moralizzazione nella gestione della cosa pubblica che  le nuove generazioni avvertono come condizione preliminare per il loro impegno civile.

Da queste esigenze occorre ripartire, ma nel concreto dell’attuale situazione politica italiana, abbandonando tutti quei personalismi che sino ad oggi hanno solo danneggiato una posizione politica limpida, disinteressata, che si fa interprete di quei valori che vengono dal basso. E nell’essere consapevoli di questo, occorre anche ripudiare preliminarmente coloro che hanno svenduto un patrimonio ideale collocandosi addirittura a destra (Fratelli d’Italia) o, invece, consegnando un simbolo glorioso (qual è stato lo scudocrociato) nelle mani della Lega di Salvini. Entrambe le posizioni in funzione del mantenimento di qualche sparuto seggio parlamentare.

Non dovrà esserci posto nel nuovo Partito di centro per i trasformisti, gli arrivisti, i venditori di fumo, i nullafacenti che vivono di politica, i colonizzatori di collegi sicuri.

La moralità prima di tutto.

Maltempo: danni incalcolabili nelle campagne

Danni incalcolabili alle attività agricole e dalle infrastrutture rurali in Romagna e nelle Marche dove sono finiti sott’acqua migliaia di ettari di terreno coltivato a kiwi, susine, pere e mele ma anche cereali, vivai, ortaggi, allevamenti, macchinari di lavorazione ed infrastrutture. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti sugli effetti dell’alluvione in occasione del vertice con i ministri Nordio, Lollobrigida, Calderone, e i viceministri Bignami e Leo per concordare provvedimenti di sospensione degli obblighi in materia fiscale e contributiva e per i procedimenti giudiziari in aiuto alla Regione Emilia-Romagna.

Gli allagamenti hanno devastato terreni a destinazione agricola di pregio con il lento deflusso dell’acqua rimasta nei frutteti che “soffoca” le radici degli alberi fino a farle marcire e il rischio di far scomparire intere piantagioni che impiegheranno anni prima di tornare produttive.  La situazione è drammatica nelle aree rurali dove – sottolinea la Coldiretti – più difficile è l’arrivo dei soccorsi nelle aziende isolate da alluvioni, frane e smottamenti con coltivazioni devastaste ed animali in pericolo.

Adesso la priorità è mettere in salvo le vite umane ma da subito occorre partire con la ricostruzione di un sistema produttivo ed economico devastato dalla calamità” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel chiedere al Governo un intervento urgente per mettere in campo ogni azione utile finalizzata alla ripresa economica e produttiva poiché è in gioco la sopravvivenza stessa di centinaia di imprese e delle lavoratrici e lavoratori che da esse dipendono.

“Stante la situazione straordinaria, riteniamo necessario un Decreto Legge Speciale del Governo e il relativo stanziamento di risorse congrue ad affrontare i danni subiti che crescono di ora in ora per le attività agricole” evidenzia Prandini nel precisare che “gli strumenti ordinari di intervento vanno attivati quanto prima, ma non sono sufficienti a garantire il salvataggio o la continuità delle filiere agricole del territorio colpito”.

Il contributo dei Popolari per dare al centro un nuovo significato

Il percorso di riaggregazione di realtà che attingono alla cultura del popolarismo e del cattolicesimo democratico e sociale, come risposta al deficit di rappresentanza e di progettualità politica delle forze che cavalcano il bipolarismo, dopo aver mobilitato molte energie, sottraendole alla dispersione e all’irrilevanza, si trova ora di fronte a un ulteriore compito (che non può mai essere disgiunto dall’impegno organizzativo): quello della ridefinizione della propria proposta politica e programmatica in un duplice senso. Come assunzione di responsabilità per un accreditamento istituzionale interno e internazionale, cosa di cui i Popolari non hanno mai difettato per la loro storia e per la loro coltura politica di governo. E serve una seconda assunzione di responsabilità nel senso della definizione di una visione di società e di futuro che risulti significativa e comprensibile non solo agli addetti ai lavori ma anche e specialmente a tutti gli elettori, ai ceti sociali intermedi e popolari.

 

Credo che in questa fase, ancora relativamente distante dalle elezioni europee del prossimo anno, l’attenzione vada posta in particolare su quest’ultimo obiettivo. Ci sono ampie fasce di elettorato – considerando anche la metà di questo che diserta le urne – che rifiutano la polarizzazione destra-sinistra, che faticano a riconoscersi nei partiti attuali ma che, nel contempo, trovano il modo in cui attualmente è organizzato il centro, inadeguato alle loro attese e spesso indefinito e amorfo nella proposta. Credo che i Popolari possano esercitare un ruolo importante allo scopo di rendere l’area di centro, ora fluttuante in base agli umori dei leaders di due partiti personali, maggiormente identificabile dalla classe media per la posizione espressa sui temi cruciali posti da questo tempo di cambio di epoca nel quale stiamo vivendo.

 

Un ruolo che possiamo avere se prima di tutto proviamo a fare tra di noi popolari di diverse realtà e provenienze, questo lavoro, che per certi versi richiama quello degasperiano delle “idee ricostruttive”, per il mondo attuale in funzione di quella che Lucio D’Ubaldo ha definito una risignificazione  del centro. Anche utilizzando allo scopo nuovi strumenti, come lo è una testata on line quale Il Domani d’Italia, insieme ad altri strumenti che favoriscono il ragionamento e il dibattito, offerti dalle nuove tecnologie.

 

In tal modo il contributo dei Popolari alla costruzione del centro non si limiterà ad aggiungersi in termini numerici a una coalizione, cosa pur importante laddove se ne ravvisino le condizioni, ma potrà concorrere, col bagaglio della propria cultura politica declinata nel presente, a definire l’equilibrio di una strategia di governo. E ciò su tutte le principali direttrici. I Popolari hanno davanti a loro la straordinaria opportunità di dimostrare in modo peculiare e ben identificabile da tutti i cittadini, una loro capacità di visione, basata su un’antropologia e su una idea di società, che rassicura la classe media e che suscita fiducia e speranza, su tutte le principali questioni (dalla pace, al lavoro, all’economia, alla famiglia, all’ambiente, alla rivoluzione digitale, ecc.).

 

In un mondo che sta cambiando rapidamente e in modo inedito e sorprendente (un esempio per tutti che rende l’idea: il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha annunciato che una delegazione di sei stati africani sta tentando una iniziativa di pace per l’Ucraina, in Europa) la classe media è alla ricerca di solidi punti di riferimento, non solo come argine a sempre possibili nuovi estremismi ma anche come guida verso un futuro nel quale ambisce a rimanere protagonista piuttosto che essere risucchiata nella subalternità da debordanti poteri oligarchici che sembrano non lontani dal veder esaurire il loro ciclo.

 

A ben vedere chi meglio di una tradizione politica come il popolarismo, che ha fatto del riscatto dei ceti popolari e lavoratori che erano ai margini della vita sociale e politica, la propria missione storica, ha  la possibilità di interpretare meglio le vicende del mondo attuale che vedono, oltre ai Brics, una schiera numerosa di altri stati con popolazione e forza economica enorme, ambire a entrare a pieno titolo nella società e nella politica globale con pari dignità con quell’aristocrazia di stati che per secoli ha fatto, anche sulla loro pelle, il bello o cattivo tempo?

Presidenzialismo, premieriato e autonomia differenziata: il mercato delle riforme istituzionali.

Ci risiamo con gli annunci di miracolose riforme istituzionali che dovrebbero rendere il Paese più efficiente e consentire ai cittadini di scegliere ‘i governanti’, come se finora la scelta dei governi repubblicani fosse avvenuta in modo antidemocratico, cioè contro la volontà dei cittadini. Per il governo di destra la soluzione è una “riforma costituzionale in senso presidenziale” (dichiarazioni programmatiche del governo Meloni al Parlamento, 25 ottobre).

 

Per rispolverare il tema ho cercato tra i miei libri quelli sulle riforme istituzionali, che ovviamente non sono pochi perché se ne parla in Italia da almeno 30 anni; così è riemerso l’elenco delle ipotesi di riforma dell’attuale parlamentarismo italiano: sistema presidenziale, sistema semi-presidenziale, sistema semi-presidenziale francese, Sindaco d’Italia, sistema premierato forte, sistema Westminster e tante altre numerose combinazioni di questi sulle quali, nel tempo, tanti si sono esercitati. Elenco che è destinato ad allungarsi: è nuova di zecca la proposta del “governatorato” del ministro Calderoli.

 

Questa volta, a differenza del passato, la proposta di riforma è stata avanzata in un contesto politico diverso perché la destra che governa è il Paese è populista e demagogica non solo nel linguaggio, ma anche nelle scelte politiche. Il suo tratto caratterizzante è tipico di tutte le destre populiste,dall’Europa alle Americhe, l’autoritarismo e l’etnicismo.

 

Sul campo c’è anche la proposta leghista di autonomia differenziata (ovvero più poteri) delle regioni, nata sulla base dei soli due referendum sull’autonomia del 2017 del Veneto (partecipanti al voto 57,2%) e Lombardia (partecipanti 39,3%) e che adesso si vuole imporre attraverso semplici accordi tra il ministro Calderoli e i singoli presidenti delle Regioni senza che il Parlamento possa di fatto interferire più di tanto. Sì, l’altro tratto distintivo della destra è quello di provare fastidio nei confronti del Parlamento che infatti perderebbe la sua centralità con la riforma presidenziale annunciata sia nel caso di elezione diretta del Capo dello Stato, sia nel caso di elezione diretta del Capo del Governo.

 

Dalle dichiarazioni della presidente del Consiglio e dei ministri si ha la sensazione che sia stato aperto dal governo un ‘suk’ sulle riforme di cui è apprezzabile soltanto l’assenza d’ipocrisia. La Lega vuole che entro l’anno si avvii l’autonomia differenziata alle Regioni e per raggiungere tale fine è disponibile a fare di tutto, teme però di essere turlupinata con qualche rinvio. Fratelli d’Italia sa che per ottenere il presidenzialismo ha bisogno del sostegno determinante della Lega, ma dubita della sua lealtà e teme il sabotaggio. Si susseguono così prese di posizioni, punzecchiature e accuse reciproche da parte dei pretoriani di Meloni e di Salvini. Edoardo Rixi (Lega) ha affermato in modo esplicito: “No al premierato”.  Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari (FdI) invece, “autonomia differenziata e riforme costituzionali sono due percorsi complessi che cercheremo di portare avanti nel minor tempo possibile”. La tensione massima  è stata raggiunta ieri quando è stato reso pubblico un documento tecnico del servizio bilancio del Senato che stronca la proposta leghista di autonomia differenziata. Apriti cielo: il ministro Calderoli si infuria e chiama il presidente del Senato Ignazio La Russa accusandolo di essere la ‘manina’ del contenuto del documento; il ministro Salvini telefona immediatamente a Georgia Meloni chiedendo  “a che gioco stiamo giocando?”. Dopo qualche ora il documento viene ritirato: il servizio tecnico del Senato dichiara che la pubblicazione è avvenuta per errore e che il documento deve ancora essere verificato!

 

Conciliare queste diverse posizioni prima  delle elezioni europee (primavera prossima), come sperano le forze politiche al governo, sarà un’impresa ardua. Qualche spiraglio forse si aprirà quando, al grido di ‘liberalizziamo le elezioni’, sarà molto probabilmente presentata la proposta per consentire ai presidenti delle Regioni il terzo o quarto mandato, dimenticando così che il limite non era posto per un dispetto verso qualcuno, ma una modalità democratica che aveva l’obiettivo di contenere il maggiore potere assegnato ai presidenti dall’elezione diretta. Modalità di elezione che tra l’altro ha determinato un’eccessiva personalizzazione della politica e il dilagare, soprattutto durante la pandemia, di un insensato ‘sovranismo regionale’ che ha obbligato l’ex presidente Draghi ad affidare al generale Figliuolo il compito di coordinamento delle misure di contrasto al Covid.

 

Trattare temi così delicati con questa leggerezza e con questa modalità è da irresponsabili. Pensare di mettere mano a una modifica rilevante della Costituzione, frutto di un grande approfondito lavoro politico e culturale dei nostri padri costituenti, con un baratto tra i partiti della destra e una semplice consultazione delle opposizioni a Palazzo Chigi, finalizzato esclusivamente a dimostrare che regista della riforma è una persona sola al comando, ossia il capo del governo, è di una gravità istituzionale che non ha precedenti.  

Trascurare o ignorare che le proposte di riforma della destra avrebbero un effetto anche sul ruolo del Presidente della Repubblica è altrettanto grave. Ora il Capo dello  Stato ha un’importante e indispensabile ruolo di garanzia  costituzionale che gli consente di intervenire a tutela della Costituzione e dell’unità del paese; ruolo che la destra di fatto non condivide, ritenendola un’invasione di campo. La dimostrazione è nei mugugni delle seconde e terze file della destra (qualche volta anche tra le prime) che dopo ogni doveroso intervento del Capo dello Stato riescono a tacere per qualche giorno e poi si lanciano in spericolate acrobazie dialettiche per dissentire (gli esempi sono tanti). Penso, al contrario, che questi interventi siano, come sosteneva con grande efficacia Mino Martinazzoli nel 1982 nei  confronti del Presidente Pertini “una corretta e utile pedagogia verso i partiti. Non una confisca, non una mortificazione, ma una sollecitazione alle virtù dei partiti. Un’autorevolezza, piuttosto che una dilatazione delle prerogative presidenziali”. Se per ipotesi questa riconosciuta e consolidata autorevolezza del Capo dello Stato fosse intaccata si aprirebbe un’irriducibile conflittualità istituzionale.

 

Un osservatore attento come Marco Follini, ha osservato su questo quotidiano di essere stato colpito dall’insistenza con cui “ il governo reclama poteri maggiori, pur disponendo di un’ampia maggioranza parlamentare, di un consenso popolare ancora assai forte e di altri quattro anni e mezzo di tempo per realizzare le sue buone intenzioni”. Penso che il presidente del Consiglio abbia voluto anticipare una sorta di giustificazione per la difficoltà ad attuare un programma elettorale che probabilmente non tiene conto di problemi economici e finanziari del nostro Paese che erano più che noti. Così, anziché fare quest’ammissione, ha deciso di incolpare le regole costituzionali attuali che le impediscono di assumere decisioni veloci.

 

Giustificazione infondata: con queste regole il nostro Paese è cresciuto socialmente ed economicamente fino a diventare una potenza economica mondiale. In sostanza nel governo della cosa pubblica conta la qualità della proposta politica e la capacità di compiere scelte coraggiose anziché la demagogia degli annunci.  Chi ha responsabilità politiche dovrebbe sapere che ogni promessa elettorale suona falsa se non è accompagnata da gesti risoluti, e dunque non indolori, capaci di ridurre l’inflazione, il sovraccarico della spesa pubblica, l’eccesso di pretese di tutti verso lo Stato. E’ nella riduzione dei troppi privilegi, infatti, che si ridà spazio alle attese dei più deboli, spesso silenti, altrimenti si diffonderà sempre più lo scetticismo, non del tutto immotivato, sulla sincerità delle intenzioni e delle parole elargite dalla politica, che è la causa della crescente disaffezione alla partecipazione elettorale.

Don Giovanni Minzoni martire antifascista e apostolo della “santa democrazia cristiana”.

La sera del 23 agosto 1923 don Giovanni era stanco perché aveva dovuto tutto il giorno occuparsi di una misera famiglia il cui padre era rimasto vittima di un incidente. Si era assunto la responsabilità del mantenimento dei tre orfani.

Andava verso il circolo cattolico accompagnato da uno dei suoi giovani e parlava di un progetto di cooperativa operaia per la produzione di conserve, iniziativa che avrebbe dato lavoro a molti disoccupati. Sbucarono all’improvviso dall’ombra di un vicolo, due uomini: si udì un colpo secco ed il sacerdote stramazzò a terra. Il giovane, anch’egli colpito, si rinvenne subito.

I due erano spariti. Aiutò don Giovanni a trascinarsi verso la canonica, corse a chiamare aiuto. Poco dopo don Minzoni giaceva esanime sul suo povero lettuccio di ferro: una bastonata gli aveva fracassato il cranio. Le onoranze alla salma, ad Argenta ed a Ravenna, furono grandiose, mentre la notizia si diffondeva in un baleno in tutta Italia, e l’opinione pubblica qualificava ed individuava senza difficoltà gli assassini.

Estremamente facile sarebbe stato alla polizia mettere subito le mani sui colpevoli, ma c’era l’On. Balbo a pensare a tutto.

Disse al suo solito amico perchè lo riferisse a chi di dovere: «Il questore lo mando a Girgenti se non fila in gamba: ed il prefetto sa già che ho pronto il suo sostituto». Scrisse anche: – Sarà bene che il Prefetto faccia capire al Procuratore del Re che non si desiderano imbastire processi.

Il tenente dei Carabinieri fu ugualmente consigliato a non essere troppo zelante. Così le indagini furono insabbiate, l’istruttoria archiviata e gli indiziati rimessi in libertà.

Nel frattempo aumentavano in tutta Italia le aggressioni e le violenze. Il 10 giugno del 1924, veniva assassinato anche il socialista On. Matteotti.

«Il Popolo» diretto dal coraggiosissimo Giuseppe Donati, e la «Voce Repubblicana» pubblicarono allora esplicite formulazioni di responsabilità. Amerigo Dumini – autore confesso dell’assassinio di Matteotti – fu accusato anche dell’omicidio di don Minzoni come esecutore materiale; si fece il nome di Italo Balbo come mandante; e si additò apertamente la responsabilità del gen. De Bono capo della Polizia.

Balbo fu allora costretto a querelare il giornale repubbli-cano: ma le prove e le testimonianze addotte dal giornale furono così chiare e schiaccianti, che la Magistratura fu costretta a emettere sentenza di assoluzione e la sera stessa Balbo dovette dare le dimissioni da Generalissimo della Milizia.

Dopo pochi giorni si riaprì il processo per il delitto Minzoni. Ma la Magistratura era ormai addomesticata. Nonostante che la verità balzasse evidente da tutte le prove, gli accusati furono assolti.

Solo 24 anni dopo, nel 20-6-47, la Corte di Assise di Fer-rara, riaperto il processo, riconobbe tutti i fatti e le responsabilità. Purtroppo i protagonisti non erano presenti. Balbo era stato abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo della Libia; il Console della Milizia era miseramente finito durante la guerra di li-berazione; uno dei due sicari era morto sotto il treno e l’altro era stato ucciso durante una rissa; il fiduciario fascista della provincia era morto in un incidente d’auto ed il gerarca che scelse a Casumaro i due assassini era rimasto vittima di una imboscata politica pochi mesi dopo la morte di don Giovanni Minzoni.

Restava il contadino che aveva custodito le biciclette dei due sicari, sulla strada, fuori del paese: costui, quando nel 1947 si riaprì la istruttoria ed i carabinieri lo mandarono a chiamare, fuggì nei campi e s’impiccò ad un’albero.

[Tratto dall’opuscolo, con testi vari, intitolato Don Giovanni Minzoni martire della libertà, a cura della Dc – Ufficio Propaganda, 1973(?). Lo stralcio riportato è attribuito a Lorenzo Bedeschi (con presumibile riferimento al suo libro Don Minzoni, il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973].

È meglio avere figli anche se ti fanno sanguinare il cuore

Al centro del riformismo vi è il recupero di questo valore di solidarietà, che passa attraverso il riconoscimento della partecipazione, delle autonomie, dell’autogoverno, della valorizzazione delle società intermedie, la prima delle quali è la famiglia. Badate che le curve attuariali dicono che nel 2070 l’etnia italiana sarà di poco più di 20 milioni di persone in una penisola abitabile da 100 milioni. 

Noi costituiamo un ministero dei Beni Culturali per dissotterrare le statue, per tenere in piedi gli “atrii muscosi”, i “fori cadenti” e abbiamo timore di essere tacciati di fascisti per propaganda demografica, ma non si tratta di propaganda demografica. Quello che l’Italia ha dato alla storia del mondo non può farci trovare cancellati, di modo che di qui a due o trecento anni la gente, i ragazzi che vanno a scuola ascolterebbero: “Ecco, c’erano i Sumeri nella pianura del Tigri e dell’Eufrate e c’erano gli Italiani tra gli Appennini e le Alpi”. E lo dico con tutta l’anima anche a tanti che sono qui: è meglio avere figli, anche se ti fanno sanguinare il cuore. Perché questa è la vita, questo è il contributo nel sacrificio, nell’amore, nella pena e nella gioia di vivere, che offre la continuità che dobbiamo dare al mondo, ai doni che da Dio abbiamo ricevuto. Se rinunciamo, come democratici cristiani, a qualificare la politica, se abbiamo timore, se abbiamo timore di parentele ideologiche con concetto della famiglia, allora siamo verso la fine. La famiglia non è ideologia, la famiglia è realtà della vita, che viene richiesta ogni giorno di più da giovani abbandonati, che fanno parte della civiltà della solitudine, quella che noi abbiamo costruito per i vecchi, per le donne appena sfiorisce la bellezza, per i ragazzi che si trovano privi dei genitori veri e ne hanno tre o quattro, azzannati da tutti gli sfruttatori e seminatori di odio e di morte; noi rinunciamo a un dato fondamentale del rilancio di una società più vivibile, di una vita che veda la partecipazione civile al lavoro, alla pace, alla libertà attraverso il volontario sviluppo delle associazioni, comprese quelle politiche, che rischiano il ruolo delle caste.

 

[Il testo completo fu pubblicato sul numero di ottobre del 1985 della rivista “Terza Fase”]

La fermezza di Mariano Rumor di fronte alla strage del 17 maggio1973 alla Questura di Milano.

Era in corso la cerimonia in memoria del commissario Calabresi ucciso un anno prima, alla presenza del ministro dell’Interno Mariano Rumor, vero obiettivo dell’attentato. Per i neofasciti era considerato “responsabile” per non aver dichiarato lo stato d’assedio dopo la bomba di piazza Fontana. 

Rumor a quel tempo era presidente del Consiglio. Il piano sovversivo era in linea con quella che poi sarà identificata dai processi e dagli storici come la “strategia della tensione” che mirava a “destabilizzare il paese per stabilizzare l’ordine politico”, con l’intento di spostare a destra l’opinione pubblica per costituire le basi di una possibile svolta autoritaria e comprimere l’ordine democratico costituzionale. 

Divenuto Presidente del Consiglio, Rumor sarà inflessibile contro l’ondata nera stragista. Ordine Nuovo, il gruppo neo-fascista al centro del movimento eversivo, nel novembre del 1973 sarà messo fuori legge. Erano passati sei mesi dall’attentato di Milano.

La bomba provocò 4 morti e oltre 50 feriti. Di quelle “vite strappate” oggi ne traccia un ricordo sul “Corriere della Sera” Mario Calabresi. Della vicenda si é occupata di recente Stefania Limiti con il libro “L’estate del golpe” (Chiarelettere, 2023). Un bel romanzo di Valerio Aiolli “Nero Ananas” (Voland, 2019), racconta queste storie, racchiuse nei tormentati 4 anni che partono proprio da piazza Fontana per finire con l’attentato alla Questura a Milano.

Qui riportiamo in allegato, per gentile concessione dell’editore Tassotti, uno stralcio della biografia (2005) di Mariano Rumor curata da Orazio Carrubba e Piero Piccoli.

Leggi il Testo 

Presidenzialismo o Sindaco d’Italia sono slogan e con gli slogan si perde tempo.

Nei Palazzi di Roma si discute di Riforme Costituzionali. Qualcuno dice che non è esattamente ciò di cui discutono le famiglie italiane a tavola. Altri parlano di una iniziativa di “distrazione di massa” rispetto ai problemi del Paese. Sarà anche vero. E tuttavia il tema di una Democrazia più efficiente esiste da decenni. E non si può non affrontarlo. Anche su questo tema, in Italia, recentemente, si vince con proposte populiste e si prova poi a governare cambiando registro.

La Destra ha sbandierato in campagna elettorale lo slogan dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una pratica presente in tanti Paesi democratici, certo, ma palesemente incongrua nel nostro impianto costituzionale e nella nostra esperienza storica. Ed infatti, oggi pare archiviata. Si prova a ripiegare sull’idea del “Sindaco d’Italia”: vale a dire, l’elezione diretta del Capo del Governo.

Anche questa subordinata, però, punta a risolvere il problema della Democrazia e della sua efficienza con soluzioni semplificatorie e nient’affatto coerenti con le dinamiche istituzionali di uno Stato (che non è un Comune e neppure una Regione).

Penso comunque che sarebbe un male se – per l’ennesima volta – questa discussione finisse nel nulla. Però occorrerebbe lavorare su un quadro organico capace di dare risposte ai tre problemi strutturali della democrazia italiana degli ultimi decenni: la rappresentanza; la stabilità dei governi; l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Sono tre problemi reali che non si risolvono con “soluzioni ad effetto”, ma con una iniziativa coerente e sistematica. Insomma, più con la precisione di un cacciavite che con la grossolana rumorosità di una ruspa, il cui guidatore peraltro non pare saper bene dove scavare.

Primo. La rappresentanza. Occorre prendere atto della crisi profonda che attanaglia lo strumento a ciò preposto dalla Costituzione: i partiti politici. Negli ultimi tempi ci si era illusi che la Democrazia potesse funzionare senza partiti, oppure con un loro mero simulacro. Da ultimo, si è pensato che bastasse un leader più o meno carismatico, accompagnato da una massa indefinita ed impersonale di tifosi. Ma così le cose non funzionano affatto. E il professor Giuseppe De Rita, con la sua lucidità, lo ha ricordato recentemente in una bella intervista al Corriere della Sera: senza partiti “veri”, la Democrazia diventa effimera contabilità di “solitudini” in continua transumanza da una illusione politica all’altra – salvo poi ripiegare sul non voto – proprio in una fase storica che mette a dura prova il concetto stesso di “comunità” e la tenuta dei legami sociali.

Per questa ragione, diventa prioritario – da un lato – ricomporre e rigenerare le culture politiche (sono la vera benzina della buona politica) e – dall’altro – dare finalmente attuazione all’art. 49 della Costituzione, con una Legge che preveda una disciplina democratica dei partiti. Nello stesso tempo occorre ormai immaginare nuove “forme partito”, a partire da un diverso protagonismo della società civile e dei territori.

Secondo. La stabilità dei governi. Nella cosiddetta Prima Repubblica, finché quel sistema funzionava, i governi cambiavano spesso, anche dopo pochi mesi, ma non cambiavano le politiche: esse erano garantite da cicli politici che sopravvivevano ai governi via via modificati, spesso per ragioni di equilibri interni ai partiti. Nell’epoca più vicina ai nostri giorni, la caduta dei governi – senza che ci sia una alternativa in campo – comporta invece la paralisi delle strategie, con conseguenti pesanti effetti sulle prospettive del Paese e sulla sua credibilità politica ed economica a livello europeo ed internazionale. Ed infatti, quando proprio l’acqua arrivava alla gola, è toccato al Capo dello Stato (per fortuna) imporre un governo “tecnico”. Il problema, dunque, esiste e va affrontato. 

Personalmente credo ad un rafforzamento del ruolo del Premier ma non credo all’ipotesi di una sua diretta elezione popolare. Soluzione che peraltro non è affatto diffusa negli ordinamenti occidentali. Di sicuro, questa opzione indebolirebbe oltre misura il ruolo del Capo dello Stato così come previsto in Costituzione: un ruolo da tutti ritenuto essenziale in base anche all’esperienza concreta degli ultimi decenni, nei quali questa figura ha assicurato equilibrio e tenuta generale del sistema democratico. Se eleggerlo direttamente renderebbe automaticamente il Capo dello Stato “di parte” e non più “garante”, eleggere direttamente il Premier, lo renderebbe figura marginale e priva dei necessari poteri sia formali che sostanziali. Rafforzare i poteri del Premier senza scassare l’equilibrio costituzionale attuale è invece del tutto giusto e possibile. Proposte in tal senso ci sono state e ci sono. 

Aggiungo. C’è un tema che fa da filo rosso tra il punto della rappresentanza e quello della stabilità dei governi: è il sistema elettorale. Quello vigente è un pasticciato miscuglio tra proporzionale e maggioritario, ormai del tutto incapace di interpretare le dinamiche politiche del nostro tempo e assolutamente inadatto a garantire un rapporto tra elettore ed eletto.

Terzo. L’efficienza della Pubblica Amministrazione. Non tutto è “politica”. C’è anche l’Amministrazione, che deve mettere a terra le scelte politiche – quando ci sono – e deve garantire il buon funzionamento delle strutture pubbliche. Ed anche questo ha molto a che vedere con la vita democratica. Di tale aspetto non si discute seriamente. Le uniche scelte che spesso si fanno, in emergenza, riguardano la nomina di “commissari”, con più o meno poteri effettivi. Ma non può essere una soluzione. Personalmente credo che questo sia invece l’aspetto forse più impattante per la tenuta dell’ordine democratico. Perché ogni giorno rischia di demolire la credibilità delle Istituzioni e di far sorgere una domanda patologica di “qualcuno che comandi”, non che “governi”. Oppure la spinta a risolvere i propri problemi cercando benevolenze nel potere o – per chi può – soddisfazione nelle offerte di servizi privati.

Regole che si aggiungono a regole; strutture burocratiche che si aggiungono a strutture burocratiche; poteri locali, regionali e statali che non trovano una base comune di leale collaborazione; dirigenze apicali spesso definite con una interpretazione volgare dello spoil sistem; depotenziamento quantitativo e qualitativo del pubblico impiego, sovente mortificato nella sua dignità professionale; interferenze spesso irragionevoli tra procedure amministrative e procedure giudiziarie; indebolimento del principio di responsabilità come difesa rispetto al rischio generalizzato di sanzione da parte della magistratura contabile; inadeguata transizione al digitale della PA: sono tutti capitoli della grande questione che riguarda l’efficienza e la produttività della macchina pubblica del nostro Paese. Anche in questo caso, non si risolve nulla con gli slogan di forte impatto mediatico ma di breve momento.

In conclusione, ciò che serve è un faticoso e duraturo lavoro di ricostruzione della Politica, delle Istituzioni, del loro buon funzionamento, anche operativo. Non si vede traccia percepibile di tutto ciò, almeno per ora. Altro che slogan tipo Presidenzialismo o Sindaco d’Italia!

Valori alternativi e progetti di società diversi: lo spazio dei Popolari.

Se è vero, com’è vero, che lentamente sta ritornando la politica dopo il trionfo della sub cultura populista di marca grillina – e quindi anche il ritorno dei partiti e le tradizionali culture politiche, seppur aggiornate e riviste – è indubbio che i valori di riferimento saranno sempre più decisivi e determinanti nell’orientare e poi nel condizionare le stesse scelte politiche. Valori, principi, riferimenti ideali ed etici che, prima o poi, non potranno non essere centrali anche per dispiegare i progetti politici dei singoli partiti.

Detto questo, è abbastanza evidente, se non addirittura plateale, che un primo assaggio concreto l’abbiamo avuto proprio la settimana scorsa attorno a temi che non sono affatto secondari ai fini dell’elaborazione progettuale e squisitamente politica dei partiti. Di tutti i partiti. Mi riferisco, nello specifico, ai temi legati alla crisi demografica, alla caduta verticale della natalità, al ruolo della famiglia, alla crisi degli stessi istituti centrali del cosiddetto “stato sociale”. Insomma, temi e argomenti che, da soli, richiedono ed invocano scelte politiche, culturali e sociali precise, nette e chiare. Scelte e progetti che, semprechè si esca dall’ordinaria amministrazione e si passi alla progettualità della politica, segnano anche visioni diverse della società e del suo futuro.

E la doppia manifestazione, casualmente culminate nella stessa giornata, a Roma all’Auditorium della Conciliazione con Papa Francesco e con la presenza autorevole e significativa della Premier Giorgia Meloni e a Torino al Teatro Carignano con un folto gruppo di Sindaci provenienti da tutta Italia e con tutta l’area “LGBT” del nostro paese con relativi sponsor mediatici ed intellettuali, ha offerto anche plasticamente la presenza di due mondi che indubbiamente si confrontano ma che hanno al loro interno sensibilità e culture profondamente diverse, se non addirittura alternative. Una distanza culturale e valoriale che non può non avere anche una profonda ricaduta nel momento in cui si passa alla costruzione delle scelte politiche che siano in grado di affrontare e, possibilmente, di portare un contributo concreto per la soluzione di quei problemi.

E, per rifarsi ad una terminologia del passato ma sempre attuale e moderna, si può tranquillamente sostenere che ci troviamo di fronte – e finalmente – a “progetti di società” che difficilmente possono essere conciliabili. Certo, la politica, almeno la politica che concepiamo noi cattolici democratici e popolari, non è mai l’esaltazione della radicalizzazione e della polarizzazione ideologica tra le varie posizioni in campo. Tesi, questa, cara ai sostenitori del “bipolarismo selvaggio” e della sub cultura degli “opposti estremismi” sponsorizzata dal “nuovo corso” del Pd di Elly Schlein e da alcuni settori, seppur limitati, del centro destra. Ma anche la coltivazione della “cultura della mediazione” e la fecondità del metodo del dialogo e del confronto, non possono non prendere atto che ci troviamo di fronte a due universi valoriali che impongono scelte politiche e legislative alternative altrettanto chiare e nette.

Ora, respingendo fermamente qualsiasi tentazione confessionale o, peggio ancora, di natura clericale, è indubbio che il ruolo, la funzione e la stessa mission” – ispirati alla più rigorosa laicità dell’azione politica – dei cattolici popolari e democratici non possono continuare ad essere sacrificati sull’altare di un maldestro nuovismo o, come pare di capire in alcuni settori di questo mondo, rassegnarsi alla “ragion di partito” e, di conseguenza, accettare di giocare un ruolo del tutto marginale se non addirittura irrilevante e pertanto inutile nella cittadella politica italiana. Il caso del “nuovo corso” politico del Pd al riguardo, è persin troppo facile da evocare alla luce dei pronunciamenti pubblici – e del tutto legittimi, come ovvio e scontato – della sua segretaria nazionale.

E allora, c’è una domanda di fondo a cui prima o poi occorrerà dare una risposta politica coerente, coraggiosa e soprattutto chiara. E cioè, di fronte a due universi valoriali, a due approcci radicalmente alternativi, a due culture forse inconciliabili, cosa possono fare i cattolici popolari, democratici e sociali che non intendono svendere la propria identità pur di conservare il proprio piccolo tornaconto di potere nelle istituzioni o nel partito? La risposta, che indubbiamente è complessa e articolata, non può che essere una. Ovvero, contribuire ad elaborare un progetto politico – seppur con altre culture e sensibilità ideali – che non siano però in aperto contrasto con la propria identità. Culturale, politica, sociale e quindi storica. Perchè nel momento in cui si rinuncia definitivamente alla propria identità si corre solo il rischio, anzi la certezza, di diventare politicamente irrilevanti nonchè inaffidabili e culturalmente insignificanti. Un doppio rischio che, oggi, i cattolici popolari e democratici non possono più correre.

Il guazzabuglio di sigle non agevola il rilancio della proposta democratico cristiana.

Sembra di combattere contro i mulini a vento anche per un don Chisciotte come me che ha assunto questo pseudonimo dal 1993, anno della fine politica della Democrazia Cristiana. Dopo trent’anni di continue battaglie segnate dalla scomposizione progressiva del partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni (1948-1993) e la sua frantumazione nei mille rivoli della diaspora. Sono nate tante piccole casematte che hanno spezzettato anche ciò che rimaneva della Dc in periferia, alcune delle quali semplici aggregazioni di notabilati di alcune personalità interessate soprattutto a sopravvivere a destra o a sinistra nella lunga stagione di passaggio dalla Prima Repubblica e sino ai giorni nostri.

 

Un primo tentativo di ricomposizione era stato tentato con la Federazione Dc e Popolari presieduta dall’On. Peppino Gargani, che era stata avviata con un atto fondativo sottoscritto da una cinquantina di movimenti, associazioni, gruppi e partiti, con l’impegno di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Quel tentativo non ha potuto decollare per il NO degli amici Rotondi e Cesa e il debole appoggio di altri insieme ad alcuni errori di conduzione tattica mal digeriti da qualche autorevole sottoscrittore del patto.

 

Anche tra i presunti eredi della Dc, anziché raggiungere la ricomposizione,la platea si è andata via via ampliando di sigle e di sedicenti segretari nazionali; ferma restando le ragioni legali di continuità giuridica della Dc, nata dall’autoconvocazione del Consiglio nazionale del partito nel 2012, con l’elezione poi della segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi dal 2018, al quale è succeduto al XX Congresso di quest’anno, Totò Cuffaro. Il permanere del sistema elettorale largamente maggioritario del rosatellum, ha favorito i tatticismi dei soliti noti, interessati a garantirsi il posto al sole nelle liste della destra o della sinistra, sino a verificare l’egemonia della destra alle politiche del settembre 2022. Una destra che ha assunto per la prima volta dal 1948 la guida del governo del Paese. Questa nuova e per certi versi inedita situazione politica si incrocia con la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Una scadenza nella quale, finalmente, sarà vigente la legge elettorale proporzionale con preferenze, ossia una condizione che libererà la nostra area sociale e culturale dalla necessità di scegliere l’alleanza a destra o a sinistra.

 

Ecco perché da molto tempo continuo a sostenere il progetto della ricomposizione politica dell’area popolare, avendo consapevolezza che essa è caratterizzata dai “cattolici della morale” e dai “cattolici del sociale” e, in definitiva, dalle tre culture che hanno segnato profondamente la sua storia: quella dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali. I primi, sulla base del documento approvato al Parco dei Principi, hanno dato vita al gruppo “Tempi Nuovi-Piattaforma Popolare” (mantenendo una qualche articolazione interna), così come è sorto il movimento di Iniziativa Popolare coordinato da Mario Tassone e ben strutturato è pure il movimento-partito “Insieme” guidato da Giancarlo Infante. Anche il Sen. Ivo Tarolli ha dato vita con alcuni amici al movimento “Piattaforma Popolare 2024”.

 

Iniziativa Popolare, poi, è sorta sulla base della condivisione di un documento politico Bonalberti-Fiori-Tassone-Tucciariello che si pone l’obiettivo della ricomposizione politica dell’area cattolica, come affermato nel convegno del 13 Maggio scorso a Roma al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina.  Sono subito emersi i primi distinguo e da qualcuno la volontà di proseguire in solitaria un’avventura che, in quelle condizioni, può solo votarsi all’ennesimo suicidio politico. Alle elezioni europee servirà raggiungere una soglia minima pari a quasi quattro milioni di voti. Un’ipotesi già difficilissima se condotta con una lista unitaria, ma che diventerebbe impossibile e del tutto velleitaria se fosse condotta con liste separate.

 

Se qualcuno pensasse di conservare le vecchie etichette o di ricostituire consumate esperienze (Margherita 2.0?!) sperando di essere attrattivi per l’intera area, temo sia fuori strada. Salvo che lo stesso non predichi bene e razzoli male, simulando l’unità e dissimulando la ricerca più sicura in qualche lista della destra o della sinistra, è evidente che l’unica strada ragionevole percorribile sia quella della formazione di una lista unitaria rappresentativa delle diverse anime dell’ampia, articolata e complessa realtà sociale e culturale cattolica popolare. Siamo chiamati tutti, comunque, a un grande senso di responsabilità e a usare pazienza e tolleranza, coerenti con l’insegnamento degasperiano dettato al Congresso Dc di Napoli (1954): “solo se siamo uniti, siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire…”.

La novità per difendere l’ambiente viene adesso dalle scatole nere

Non solo il corretto rilevamento della dinamica di un incidente stradale a fini assicurativi: le scatole nere, quei piccoli dispositivi dotati di Gps installati sulle auto assieme all’assicurazione Rc, possono svolgere anche un ruolo nella sicurezza pubblica e persino aiutare nella definizione di politiche ambientali atte a limitare le emissioni climalteranti. Se ne è parlato nel corso della tavola rotonda “Mobilità, sicurezza stradale, infrastrutture e ambiente. L’economia dei dati a servizio dell’individuo e della collettività”, organizzato dal Think Tank The Urban Mobility Council, promosso dal Gruppo Unipol, presso la Sala del Refettorio della Camera dei deputati.

 

Le scatole nere, è emerso nell’incontro, è un primato tecnologico italiano al servizio della collettività e dell’ambiente. “L’Italia – ha sottolineato in questo senso Enrico San Pietro, Insurance General Manager di UnipolSai – è il Paese europeo maggiormente all’avanguardia per la diffusione delle scatole nere”, si tratta di “un’eccellenza tecnologica che abilita l’offerta di servizi innovativi e che potenzialmente può generare importanti vantaggi per la collettività”.

 

Infatti, ha spiegato Sergio Savaresi, Direttore del Dipartimento Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, “le moderne tecnologie telematiche consentono di passare dal concetto di Black Box a quello di Green Box, ossia un nuovo strumento per definire e classificare l’impatto ambientale di ciascun veicolo, superando il tradizionale concetto di appartenenza alla classe Euro. È un approccio innovativo che consente alle amministrazioni pubbliche di pianificare politiche efficaci per la gestione del traffico veicolare e limitare l’inquinamento”. In sostanza, attraverso i dati delle scatole nere, le amministrazioni pubbliche potrebbero passare da politiche basate sui dati medi, come quelli sulla quantità di emissioni rilasciate da un certo tipo di motore, a politiche basate sui dati effettivi del singolo veicolo. Una rivoluzione, in particolare nella gestione degli accessi ai centri urbani, perché sarebbe basata non solo sull’auto che si possiede, ma sui km che si percorrono, sul suolo che si occupa, sullo stile di guida.

 

Secondo Mario Nobile, Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, grazie alla tecnologia raggiunta in questo settore, i tempi sono ormai maturi per “un nuovo paradigma che renda efficiente e sostenibile l’utilizzo dei mezzi di trasporto, attraverso soluzioni che permettano la gestione dell’ecosistema mobility. L’approccio deve essere olistico e non solo data driven, basato sulle informazioni ricavabili dall’enorme mole di dati che vengono raccolti all’interno dei digital ecosystem dell’ambiente urbano. In quest’ottica, AgID sta guidando il mercato dell’innovazione verso la realizzazione di soluzioni che potranno rappresentare la risposta più coerente al bisogno di un Sistema Paese realmente sostenibile”.

 

Secondo Stefano Genovese, coordinatore del Think Tank The Urban Mobility Council, che ha moderato l’incontro, “le opportunità generate dall’economia dei dati hanno aperto nuove prospettive nell’ambito della mobilità con benefici indiscutibili per i singoli e la collettività. Solo un approccio decisionale non ideologico, ma basato sull’analisi oggettiva dei dati potrà consentire, tanto ai decisori pubblici nazionali e locali quanto ai privati cittadini, di fare le scelte più efficienti ed economiche per adottare una transizione nella mobilità che sia a misura di ciascuno e, proprio per questo, accettata da tutti”.

 

Fabio Sbianchi, presidente di Octo Telematics, l’azienda che ha sviluppato il sistema delle scatole nere, ha sottolineato con orgoglio come questa sia “un’industria che abbiano creato noi italiani. Dietro di noi sono venute centinaia di aziende di tutto il mondo”, per questo, ha aggiunto, è importante salvaguardarne il know how e gli investimenti fatti. 

 

(Fonte: AskaNews)

 

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https://askanews.it/2023/05/16/mobilita-presto-le-scatole-nere-difenderanno-anche-lambiente/

I risultati senza clamore delle elezioni amministrative

L’astensionismo non è stato così grave come pure si temeva al termine della prima giornata di queste elezioni amministrative e tuttavi la sua ulteriore crescita, anche solo di due punti e poco più, non deve essere sottovalutata. Indica comunque uno stato di malessere. Evidentemente, l’assenza di una proposta organica e strutturata dell’area di centro contribuisce alla espansione di questo fenomeno di sotterraneo logoramento dei rapporti tra istituzioni e cittadini. In questa tornata elettorale non ha neppure favorito una delle coalizioni in campo, essendo piuttosto un motivo di perturbazione che reca danno alla politica nel suo complesso.

L’analisi del voto non raccoglie segnali clamorosi. Come sempre, in ambito comunale, a far la differenza è il “fattore campo”, ovvero la specificità e la concretezza delle diverse sfide sui territori. Nell’insieme si può dire che a sinistra si tira un sospiro di sollievo per una sostanziale e diffusa tenuta elettorale; a destra, invece, si contempla il processo di assestamento che non esalta e non deprime, a prescindere da alcune dichiarazioni enfatiche degli uomini più vicini alla Presidente del Consiglio; il Terzo Polo, lacerato dalla lite tra Renzi e Calenda, si deve accontentare di una presenza a macchia di leopardo, con la speranza del suo rilancio futuro. I 5 Stelle, infine, gestiscono senza visione il loro malinconico declino, al solito più visibile nelle prove elettorale locali.    

Questo è il quadro dei risultati più significativi secondo una nota diramata a tarda sera dall’Agenzia AskaNews. Sondrio, Treviso, Latina, Imperia e Pisa al centrodestra, Brescia e Teramo al centrosinistra. Sono questi i capoluoghi di provincia al voto che al primo turno vanno verso un risultato definitivo sul nome del primo cittadino. Ad Imperia viene confermato il sindaco uscente, l’ex ministro Claudio Scajola, con il 61,69% dei voti, davanti al vicecommissario Ivan Bracco, espressione del centrosinistra, al 22,7%. La candidata del centrodestra, Matilde Celentano, ha fatto man bassa di voti a Latina, surclassando, con il 70% delle preferenze, Damiano Coletta, ex sindaco di centrosinistra. Non cambia l’inquilino al comune di Sondrio, Marco Scaramellini, sindaco uscente del centrodestra, è stato confermato con il 59,59% dei voti. Staccato il candidato del centrosinistra Simone Del Curto, che si è attestato al 37,02%.

Anche al comune di Treviso non cambia il primo cittadino: Marco Conte, sindaco uscente del centrodestra ha ottenuto il 64,91% dei voti. Distaccato di molto Giorgio De Nardi, del centrosinistra fermo al 27,9%. A Brescia, affermazione di Laura Castelletti, attuale vicesindaco, del centrosinistra, che con il 54,9% dei voti ha superato Fabio Rolfi (41,6%)del centrodestra e che per l’evento conclusivo della campagna elettorale aveva avuto il sostegno in presenza anche della premier Giorgia Meloni.

A Teramo la coalizione Pd-M5s ha portato a casa il successo del sindaco uscente, Gianguido D’Alberto, grazie al 53,5% dei voti, Carlo Antonetti del centrodestra si è fermato al 38%. Michele Conti, sindaco uscente di Pisa, è quasi certo della riconferma grazie al sostegno di una larga coalizione di centrodestra, con il 51,84% dei voti. Paolo Martinelli, del centrosinistra è al 40,1%.

Vanno al ballottaggio, in programma il 28 e 29 maggio, gli altri sette capoluoghi, a cominciare da Ancona, con il candidato del centrodestra, Daniele Silvetti in testa con il 45,87% delle preferenze, davanti alla sindaca uscente del centrosinistra, Ida Simonella, con il 40,89%. A Brindisi la lotta per la poltrona di primo cittadino sarà tra Giuseppe Marchionna del centrodestra al 45,42% e Roberto Fusco, espressione di Pd e M5s, al 32,25. A Siena, il duello vedrà la candidata sindaca del centrosinistra, Anna Ferretti, al 30,89% dei voti Nicoletta Fabio, sostenuta dalla coalizione del centrodestra, al 2,8%. A Massa, dove il centrodestra si è presentato diviso, sono stati premiati il candidato di Lega e Forza Italia, Francesco Persiani (33,7%), ed Enzo Ricci (30,4%), sostenuto dal centrosinistra. Fuori dal ballottaggio Marco Guidi (20,4%) con Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Nuovo Psi.

Le urne di Terni hanno premiato Orlando Masselli del centrodestra con 34,34%, e Stefano Bandecchi, di Alternativa popolare. Il patron di Unicusano e della Ternana calcio ha ottenuto il 29,08%. Resta fuori dal ballottaggio, per la prima volta il centrosinistra che con Josè Maria Kenny si è fermato al 22,19%. A Vicenza il ballottaggio sarà tra Giacomo Possamai, capogruppo Pd alla Regione Veneto, sostenuto da quattro liste civiche, arrivato al 45,9% e Francesco Rucco, espressione dal centrodestra con il 44,1%.

È la solitudine che diventa pandemia la lebbra del XXI secolo

In una società multietnica e globalizzata i contagi si diffondono rapidamente: così è stato per il Covid-19, così pare che sia per una pandemia che non ha origine da un virus ma nasce e dilaga in modo esponenzialmente crescente, specie nei contesti umani più avanzati: si tratta dell’epidemia della solitudine. Tanto crescente e pervasiva che l’Economist l’ha definita “la lebbra del XXI secolo”.

Recentemente Vivek Murthy – la massima autorità sanitaria degli USA quale Surgeon general of the United States, cioè “Chirurgo generale”, nominato dal Presidente Biden, capo operativo del Public Health Service Commissioned Corps e quindi il principale portavoce in materia di sanità pubblica del governo federale degli Stati Uniti, infine rappresentante americano nell’OMS, ha messo in guardia sulla crescite e gli effetti del fenomeno negli stili di vita degli yankee, che condividono con gli abitanti del Regno Unito il triste primato di un 50% della popolazione affetto da questa condizione esistenziale epidemiologica di ‘solitudine e di isolamento’. Ma pare che Finlandia, Danimarca e Norvegia lamentino da tempo questa situazione che affligge i rispettivi abitanti mentre la ‘Fondation de France’ ha evidenziato come siano milioni i francesi che soffrono di isolamento, solitudine ed emarginazione sociale. Il fenomeno diventa a un tempo massivo ed apicale in Giappone, dove la solitudine esistenziale ha raggiunto livelli drammatici ed è ben descritta da allegorie estreme come il fenomeno del kodokushi, il morire in modo completamente solitario e spesso ignoto agli altri.

Pare che anche in casa nostra le cose non vadano meglio, tra sindromi depressive e vere e proprie patologie da chiusura e incomunicabilità. Ricordo peraltro ciò che mi disse Umberto Galimberti nel corso di una intervista sulle derive comportamentali del nostro tempo e sulle difficoltà relazionali: “Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Una volta le persone per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri. I giovani vivono una cultura di riflesso, prevalentemente non elaborata su modelli dialogici e di ascolto ma preconfezionata e trasmessa dai social, omologata ma a prevalente fruizione solipsistica, mentre nei contesti metropolitani odierni vivere negli appartamenti significa ‘appartarsi’. Si tratta dunque di un fenomeno sociale di deriva e rilevanza psicologica ma sono gli effetti sugli stili di vita che preoccupano poiché riguardano le condizioni mentali ed emotive, gli stati d’animo, i sentimenti, una progettualità esistenziale asfittica, il decadimento cognitivo in assenza di rapporti con gli altri, le relazioni personali e sessuali, l’insonnia, la bulimia o l’anoressia, l’assenza di una misura di autostima, l’ansia, la depressione, le sindromi compulsive, l’assunzione di sostanze o di alcool fino al pensiero suicidario come unico mezzo di rimozione di uno stato di sofferenza insopportabile. 

Risuonano davvero emblematiche e paradossali le parole di Galimberti: pur disponendo come mai prima d’ora di ogni potenzialità comunicativa grazie alle nuove tecnologie finisce che viviamo in una sorta di “Fortezza Bastiani”, in attesa di un nemico che non esiste, non siamo in pace con noi stessi, siamo spesso sopraffatti da nostalgie per un tempo migliore che in realtà non è mai esistito e non siamo capaci di elaborare strategie relazionali stabili e rassicuranti per il presente e il futuro: abbiamo persino paura di amare e – come mi ha detto Vittorino Andreoli- le turbe identitarie e affettive che ne derivano sono il pane quotidiano di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Inseguiamo una felicità che non raggiungeremo mai poiché dovrebbe coincidere con uno stato di grazia e di pienezza esistenziale incoerenti con il nostro malessere. La vita diventa un luogo di transito possibilmente ricercato e silenzioso, incolore e privo di utopie, la creatività si arresta sull’uscio di casa poiché abbiamo paura di incontrare il mondo. Colpisce la trasversalità dei target sociali di questo fenomeno e la sua distribuzione generazionale: qui si va oltre Tolstoj che parlava di famiglie infelici in modo diverso, poiché infelicità e solitudini sono rappresentazioni legate ad una dimensione personale e soggettiva. 

D’altra parte ilarità e pienezza di vivere, gioia e spensieratezza – che stanno agli antipodi della solitudine come malattia del nostro tempo – sono categorie esistenziali di difficile e incerta ricognizione, oggi. “Navigare necesse est, vivere non est necesse”: è vero ma questo si scontra con le allegorie quotidiane dei naufragi e degli approdi. Più che essere soli conta il “sentirsi soli”: qualcosa di struggente, inspiegabile, insuperabile e che si finisce con il tacitare con la solita pastiglietta. Gottfried Wilhelm von Leibniz – filosofo vissuto tra la fine del 600 e i primi del 700 – è arcinoto per la sua teoria delle “monadi”: epistemologia della conoscenza della realtà ma anche condizione umana di isolamento. Le monadi non hanno porte né finestre, Hanno un’attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni. In questo senso sono indipendenti, isolate tra loro. Non avrebbe certo immaginato a quel tempo – Leibniz – che la sua monadologia sarebbe diventata la più potente metafora esplicativa della solitudine nell’era della post-modernità.

I riflettori sui Brics perché non arrivino senza essere visti

L’acronimo Bric, e poi dal 2010 con l’ingresso del Sudafrica, Brics, era già in uso in ambito economico-finanziario prima della costituzione del Coordinamento in quanto, com’è noto, fu coniato a partire dal 2001 dall’economista inglese Jim O’Neill.

La stampa italiana pare mostrare una costante attenzione e nel contempo appare un po’ colta di sorpresa dall’iniziativa Brics. Nello scorso decennio si è molto discusso sulla natura transitoria o strutturale dei Brics. Il tono di vari commenti era quello di citare argomenti che deponevano a favore di una fragilità di tale intesa, che lasciavano presagire il rallentamento del ciclo di crescita delle cinque economie Brics, che evidenziavano elementi di diversità tra questi Paesi non come una forza ma come fattore di possibili divergenze. 

Il Laboratorio Brics dell’Eurispes, dal canto suo, ha sempre scommesso sul carattere non transitorio della cooperazione fra i Paesi Brics. Un concetto che il prof. Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes, ha ribadito,  alla conferenza internazionale su “La crescita dell’Asia” dello scorso febbraio 2023, (Università Sorbona e Le Havre, Francia), nei seguenti termini: “È un dato di fatto che – contrariamente ad alcune valutazioni negative emerse negli ultimi tempi sulla tenuta e l’efficacia del coordinamento – il processo di cooperazione interna dei BRICS si è consolidato in questi ultimi anni, ampliando in misura notevole l’area degli interventi e assumendo, progressivamente, un assetto ben orientato e strutturato”.

L’iniziativa dei Brics è andata avanti in questi anni nonostante tutto, e nonostante il sopraggiungere di due grandi emergenze come la pandemia e la guerra in Ucraina. Paradossalmente queste difficoltà sembrano aver accelerato i cambiamenti in corso nel mondo anziché ostacolarli. Attualmente sulla stampa italiana si parla dei Brics soprattutto in ordine a questioni economiche (finanziarie, monetarie, commerciali) e energetiche (soprattutto in relazione all’Africa e al progetto italiano denominato “Piano Mattei”), e in ordine alle domande di adesione di nuovi Paesi al coordinamento Brics. Giornali e tv dedicano spazio a dossier aggiornati su cosa sono e cosa fanno i Brics. Anche il quotidiano della Santa Sede, l’ “Osservatore romano”, lo scorso 5 maggio 2023 ha inserito all’interno di un dossier su “l’economia del futuro” un ampio articolo sul prossimo vertice Brics in Sudafrica.

Un aspetto molto seguito dalla stampa italiana è quello dell’allargamento dei Brics a nuovi Paesi. Questo sia per l’oggettiva importanza di questo processo a livello mondiale, sia perché tre di queste domande di adesione provengono da Paesi del Mediterraneo, africani e vicini all’Italia, come Algeria, Egitto e Tunisia. Nei commenti sta avanzando piano piano l’idea che i processi economici globali si devono gestire con il contributo di tutti e che ciò porterà benefici a tutta l’umanità. Si tratta del riconoscimento del valore universale della logica win-win, di reciproco vantaggio, che sta a fondamento delle relazioni fra i Paesi Brics. Recentemente (9 maggio 2023) sul più importante quotidiano italiano, “Il Corriere della Sera”, il vicedirettore Federico Fubini, ha parlato di “sopravvalutazione da parte di noi occidentali della nostra capacità di controllare il commercio e altri aspetti strategici dell’economia globale”. 

Proprio in prospettiva di relazioni improntate alla collaborazione e alla giustizia, in particolare con l’Africa, sulla stampa italiana si è tornato a parlare molto di Enrico Mattei, il fondatore del gruppo ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che già negli anni ‘50 del secolo scorso aveva compreso la necessità di un modello di sviluppo migliore e più partecipato. I giornali evidenziano come l’attuale “Piano Mattei” di intensificazione delle relazioni fra Italia e alcuni Paesi africani intende proseguire su quella linea, ricercando la collaborazione con i diversi progetti finalizzati allo sviluppo presenti in quei Paesi. E si parla anche di come i Brics possano intercettare e coagulare attorno alla loro iniziativa le istanze del “Global South”, una ampia fascia di Paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli africani.

Sulle pagine economiche dei giornali italiani e sui quotidiani economici come “Il Sole 24 Ore” si parla di Brisc soprattutto riguardo a quei progetti che possono contribuire a creare un nuovo sistema monetario. Nei fatti la società italiana, le aziende, il mondo della cultura e della ricerca, e le stesse istituzioni politiche italiane pensano e operano in una logica multilaterale, adeguata alle caratteristiche del mondo attuale. I media stanno cercando di stare al passo con questi cambiamenti, di raccontarli e di interpretarli in modo molto puntuale. Per questa ragione, forse, si può adattare alla nostra stampa, per descrivere come essa segue e commenta il crescente ruolo dei Brics, la citazione usata di recente da due fra le donne più influenti della politica italiana, Elly Schlein e Giorgia Meloni, a commento dei loro successi politici, rispettivamente alla guida del principale partito di opposizione, e alla guida del governo italiano: «non ci hanno visto arrivare». 

In un certo modo, come nella parabola del femminismo americano degli anni 90, narrata da Lisa Levenstein nell’omonimo saggio (They didn’t see us coming), anche il ruolo crescente dei Brics richiede di esser seguito, coperto giornalisticamente, per evitare il rischio che si possa dire dei media sui Brics, di non averli visti arrivare.

N.B. Il convegno è stato organizzato dal Laboratorio BRICS dell’Istituto Eurispes, dall’Ambasciata della Repubblica del Sudafrica a Roma e dalla SIOI.

L’Osservatore Romano | Intervista al direttore del Salone del libro di Torino

«Eroi», una parola usurata, offuscata dalla retorica, ma ancora necessaria. A dispetto della celebre frase di Brecht, ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. Usa la parola eroi («eroi civili») Nicola Lagioia parlando di Giovanni Minzoni, Pino Puglisi e Lorenzo Milani, a pochi giorni dall’apertura del Salone del libro di Torino. Abbiamo bisogno di figure di riferimento luminose e di narrazioni dal respiro ampio, “alto”. Non a caso, la XXXV edizione del Salone — l’ultimo diretto da Lagioia, al timone dal 2017 — verrà inaugurata da Svetlana Aleksievič, Nobel per la Letteratura per gli affreschi corali fatti di testimonianze, frammenti di interviste, storie grandi o piccolissime con cui ha raccontato l’Unione Sovietica del ventesimo secolo. Abbiamo chiesto a Lagioia, a Roma per presentare Il passeggero di Cormac McCarthy (Einaudi, 2023), di raccontarci qualcosa della polifonia di voci che popolerà il Lingotto dal 18 al 22 maggio.

 

Un grande «brodo di cultura» (copyright Bernard Pivot) non sempre facile da cucinare, e sempre più abbondante.

 

Il Salone è cresciuto come numeri, e anche come metri quadri occupati dagli editori; ad esempio, l’Oval, uno dei padiglioni, fino a qualche anno fa non c’era. Scherzando, gli anni scorsi dicevo che il Salone avrebbe dovuto smettere di espandersi, perché il Lingotto quello è; a meno di spostarne le pareti sarebbe stato impossibile. Invece mi sbagliavo, sono stato smentito quest’anno. Se non in orizzontale, è successo in verticale, perché sul tetto del Lingotto c’era — c’è ancora, anche se non è più utilizzata per quello — la pista della Fiat dove un tempo venivano provate le macchine, oggi convertita dalla Pinacoteca Agnelli in una sorta di giardino pensile. Un luogo che ospiterà letture, incontri, lezioni.

 

Quest’anno si è aggiunto un altro ingrediente, il progetto «Chi dite che io sia?».

 

All’incontro del 20 maggio, moderato da Annachiara Sacchi, parteciperanno Sandro Veronesi, Antonio Spadaro e il cardinale José Tolentino de Mendonça. Sono felicissimo di questa collaborazione anche perché ho avuto il privilegio e il grande piacere di parlare con il cardinale, che è un grande esperto di letteratura. Parteciperà anche a un incontro con Massimo Recalcati, sempre il 20 maggio. Chiacchierando tra di noi, mi ha chiesto di Barry Gifford (doveva venire, poi non potrà esserci purtroppo) con cui gli sarebbe piaciuto confrontarsi. Quando una persona ti dice una cosa del genere vuol dire che è un grandissimo lettore. Nella mia esperienza di frequentazioni istituzionali per il Salone, non è una cosa così comune; a maggior ragione sono felice di questa collaborazione.

 

Ci saranno anche incontri dedicati a Teresa di Lisieux, a don Puglisi, a don Lorenzo Milani.

 

Quello di don Milani credo davvero sia un messaggio importante per i credenti come per i non credenti; è stato messo in ombra qual è il compito della scuola, negli ultimi anni. Don Milani diceva che non c’è niente di più sbagliato di fare parti uguali fra disuguali, non è vero che tutti partiamo dallo stesso punto di partenza. Si tratta di eroi civili, oltre che di persone importanti per la loro vocazione pastorale e religiosa; sono un patrimonio dell’Italia.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-112/passeggeri-a-bordo-del-tempo.html

Alla fine della prima giornata si registra il crollo della partecipazione elettorale

Cristian Coriolano

 

Può darsi che scatti entro le 15 di oggi un auspicabile recupero di partecipazione. Sta di fatto che la domenica elettorale non è andata bene. Neppure la tradizionale aderenza alle vicende del proprio municipio ha garantito di rimuovere pigrizia o riluttanza, per mettere in salvo la liturgia del voto. Le passioni fredde, susseguenti alla caduta delle ideologie, sembrano generare comportamenti ancora più freddi.

 

I dati non sono confortanti. L’affluenza alle amministrative in questa prima giornata di voto è in forte calo. Il dato registrato da Eligendo, la piattaforma dedicata del Viminale, dopo le 23, dalle 5.378 sezioni valutate sulle 5.426 esistenti, è al 46,37 per cento, mentre nella tornata elettorale precedente era al 59,86 per cento. Alle 12, era al 14,21 per cento, e alle 19 al 37,21 per cento. Sono numeri che parlano di un meccanismo inceppato, come se una parte crescente dell’elettorato abbia smesso di coltivare speranze, forse considerandole illusioni.

 

È presto per tirare le somme, visto che bisogna attendere la chiusura dei seggi, anche con quel filo di fiducia di cui si è detto sopra. Avviene tuttavia che il dibattito su vinti e vincitori, appena iniziato lo spoglio e sull’onda degli exit poll, inghiotta rapidamente l’analisi sull’aspetto più asettico del voto – quello appunto della partecipazione – pur lasciando traccia come la bava di lumaca. Giova chiarire sul momento che il segnale finora registrato non può lasciare indifferenti; e se dovesse trovare conferma, allora esigerebbe una riflessione molto seria ed accurata. L’assenteismo, alla resa dei conti, mette in mostra una democrazia ripiegata su stessa.

Centro debole? Per Fubini è un problema che riguarda essenzialmente i liberali.

Giuseppe Fioroni

 

A lanciare un bengala nel cielo della sera, che in questa metafora è il cielo del cosiddetto terzo polo, è stato uno dei più apprezzati giornalisti economici, firma storica del Corriere della Sera: Federico Fubini. Ha scritto nei giorni scorsi che “i liberali progressisti, i riformisti – chiamateli come vi pare – sono nel deserto. Lo sono in tutta Europa, in tutto il mondo occidentale: coloro che cercano una “terza via“ tra destra e sinistra dal profilo sempre più netto e polarizzato faticano a trovare un ancoraggio solido nella società. Sono in cerca d’autore”.

 

In realtà, è la “terza via” in quanto tale a scontare la disillusione, se non l’avversione, del ceto medio in crisi. Quella che doveva rappresentare una risposta alla decadenza economica, con la promessa di un benessere ritrovato nelle pieghe di un riformismo coraggioso e intraprendente, non ha corrisposto alle attese suscitate in abbondanza. Anzi, proprio il ceto medio registra maggiormente gli effetti perversi di una ridistribuzione verso l’alto della ricchezza, con vistosi processi di accentramento in poche mani, così da mettere in discussione quel blocco popolare che fu a lungo il beneficiario delle politiche di welfare.

 

Ecco allora le conclusioni di Fubini: “Così una scuola che si considerava (ed era) all’avanguardia ha perso la sua voce. Bisogna che la ritrovi, adattata a tempi nuovi in cui vanno governate transizioni industriali strategiche e dalla società civile una grande domanda di protezione. Questo silenzio al centro non sta aiutando certo i radicali alle estreme a pensare meglio”.

 

È un’analisi che invita a riflettere. Certo, identificare la “terza via” come espressione del riformismo liberale vale per le esperienze degli ultimi decenni, in particolare per il “new labour” di Tony Blair in Gran Bretagna. Tuttavia, almeno in Italia, questa visione riformatrice ha conosciuto nel passato la forte innervatura del pensiero democratico di matrice cristiana. Dal Codice di Camaldoli (1943-45) in avanti, i cattolici democratici hanno dato forma a un disegno di rinnovamento e di progresso che gli storici non possono non equiparare a una “terza via” tipicamente italiana, con un centro afferente alla mediazione della Democrazia cristiana.

 

Di questo, allora, dobbiamo tener conto. Evocare il silenzio del centro come grave emergenza democratica del nostro Paese, e conseguentemente auspicare la ripresa di una idonea iniziativa per rompere l’assedio di tale penosa afonia, significa comprendere che una risposta in chiave prettamente liberale, senza il decisivo contributo dell’anima cristiano sociale del riformismo, rimanda ai limiti e alle difficoltà di una visione storicamente minoritaria. In sostanza, si percepisce come una proposta che non riesce,  a dispetto di ambizioni e desideri, a superare la barriera di un posizionamento subalterno. Da questa dialettica di buoni propositi e deboli riscontri si esce solo a patto di una autentica e organica ricomposizione della politica di centro, con una pluralità di attori compartecipi di uno sforzo di rigenerazione democratica.

 

 

P.S. Moderati persi. Non c’è più la “terza via“. Questo il titolo dell’articolo di Federico Fubini apparso il 10 maggio scorso sul Corriere della Sera.

Politica e famiglia: dalla Murgia con amore.

foto di Alessio Jacona Flickr
foto di Alessio Jacona Flickr

 

Giovanni Federico

 

Accade spesso quando si parla di forme di governo. Quando gli uomini perdono in qualità e le cose si mettono male danno la colpa all’impianto delle leggi e decidono di cambiare con formule nuove quello che per decenni ha sempre ben funzionato. Troppo complicato sarebbe invece di crescere in capacità politica. Si accorgeranno che cambiata la veste, il corpo, sempre lo stesso, presto tornerà a presentare i suoi acciacchi e si tornerà da capo al punto di partenza. Anche la famiglia ha per sua natura, come ogni aggregato umano, una sua forma di governo che sembra chiamare a nuove esperienze sentendosi soffocare nel suo modello di foggia classica.

 

Eppure qualcuno dovrà reggere il “gubernum”, il timone per seguire una rotta che non mandi a sfracellarsi sugli scogli o portare la barca in secca. Anche le parole buone per secoli vanno strette comprimendo le nuove fantasie più adatte ai tempi moderni. Così è tutto un fiorire di definizioni che a districarsi occorre scienza e applicazione. Dalla famiglia tradizionale si è passati alla famiglia allargata, con vecchi e nuovi nuclei e relativi componenti che si incontrano pacificamente per ritrovarsi ad esempio in ogni circostanza da festeggiare. Ciò ha del bene perché lì dove l’amore cede il passo può vivere l’amicizia in contesti aggiornati. Quando si gioca c’è sempre chi vuole lanciare il sasso più lontano, incuranti del fatto che quando si allarga il campo l’immagine corre il rischio di sfocarsi.

 

Michela Murgia accetta la sfida e si richiama in una intervista ad una queer family. Il termine è impegnativo e costringe ad una ricerca sul vocabolario. Chi è della Provincia si rassegnerà all’incomprensione. Un tocco di esotico anglosassone è oltretutto d’obbligo per dare maggior forza al concetto e giustificarlo senza obiezioni di sorta. Sembra di comprendere che nella famiglia proposto dalla Murgia si privilegino i sentimenti piuttosto che i ruoli. “Usare categorie del linguaggio alternative permette inclusione, supera la performance dei titoli legali, limita dinamiche di possesso, moltiplica le energie amorose e le fa fluire”. Insomma, i ruoli sarebbero un gran bavaglio ai cuori che battono.

 

C’è qualcosa che non convince appieno. Ogni volta che i partiti sono in crisi aggiungono, al sostantivo del loro nome, infiniti aggettivi per sfuggire all’arduo passaggio di definire la propria identità. Similmente nella famiglia queer si mischiano le carte perché nessuno abbia un posto esatto da occupare. Sul vocabolario si legge che “queer” è un termine generico utilizzato per indicare coloro che non sono eterosessuali e non sono cisgender. Agli studiosi il trafelato distinguo tra queste ultime due categorie. Letteralmente queer significa “eccentrico”, un termine con cui usualmente si indica una persona del mondo LGBT che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale. Per inciso, a sua volta LGBT suona come una sigla più conforme al nome da dare a cromosomi, provette di laboratorio e quant’altro ancora in materia. Per certo ha poco di romantico.

 

La famiglia queer supera, così parrebbe, anche l’idea più facilmente praticabile di una ”Comune” in cui tutti si prodigano per gli altri in pacifica convivenza, arricchita però da sentimenti di affetto e di amore. Orientarsi per uscire dal rompicapo che emerge dalle nuove proposte non è semplice. Occorre studiare ed applicarsi, l’opposto che confidare nelle rozze semplificazioni che per secoli si sono adottate. Eppure per i malpensanti, a destreggiarsi nel nuovo panorama, c’è aria di scorciatoie per evitare il cammino impervio e forse necessario per andare a dama, anzi a famiglia. C’è aria di stratagemmi e di relativo guazzabuglio, dove il ruolo sessuale è deprivato di indirizzi precisi.

 

Tutto va bene purché non ci sia puzzo di tradizione. Che venga meno la trasmissione di forme passate è il tema conduttore della questione. Del resto anche la forma partito è da anni in crisi nella sua concezione originaria. Espediente richiama, dall’antico, uno scioglimento, uno sbrigarsi in modo che possa in qualche modo tornare utile alle nuove realtà. Servirà essere eccentrici, andare fuori dal centro per mirare nel cuore degli amori attuali. Con attenzione a non sbagliarsi e cadere banalmente dove il bersaglio ha il suo cerchio più piccolo. Sarebbe imperdonabile.

Sarebbe imperdonabile.

I cattolici democratici di fronte al calo demografico e al problema delle nuove famiglie

Stefania Parisi

 

Venerdì scorso è stato un giorno importante e significativo quando si parla di cattolici impegnati in politica. E, soprattutto, dei valori che concretamente incarnano i cattolici nel concreto dibattito politico italiano. A Roma, forse per la prima volta nella lunga storia del cattolicesimo politico italiano, abbiamo assistito ad un Papa che ha partecipato ad un dibattito pubblico – politico e sociale – alla presenza di un Premier. Una Premier, Giorgia Meloni, che è intervenuta durante il dibattito politico e che, è inutile negarlo, ha registrato anche un indubbio, nonchè visibile, endorsement da parte dello stesso Pontefice.

 

Il tema al centro del dibattito era la crisi demografica, e quindi la caduta della natalità, il ruolo della famiglia e le conseguenti politiche necessarie ed indispensabili per cercare di invertire la rotta. Un fatto che, senza usare parole fuori luogo e forse troppe enfatiche, è destinato a passare alla storia nel rapporto pubblico tra cattolicesimo e politica. Nello stesso giorno, a Torino, su iniziativa di alcuni sindaci italiani, si è organizzata una iniziativa per il riconoscimento e la registrazione pubblica dei bambini delle cosiddette ‘famiglie arcobaleno’, con una serie di proposte oggi non previste dalle leggi italiane, come ad esempio il ‘matrimonio egualitario’. È seguito l’appello alla ‘disobbedienza civile’ rivolta ai Sindaci presenti e avanzata dal ‘guru’ del progressismo costituzionale: Gustavo Zagrebelsky. Per non parlare dei ripetuti ed insistenti attacchi politici, culturali e personali rivolti a tutti coloro che sostengono altri valori e altri principi. Valori e principi che, invece, sono risuonati insistentemente al convegno romano all’Auditorium della Conciliazione.

 

Ora, al di là del merito emerso in modo persino troppo chiaro dalle due kermesse, è indubbio che ci troviamo di fronte più che a due piattaforme progettuali, ancora componibili, a due opposte ‘visioni della società’. E, al di là di ogni polemica e ben lontani dall’innescare una contrapposizione vera e pretestuosa tra guelfi e ghibellini, è indubbio che di fronte a questi temi i cattolici impegnati in politica non sono e non devono restare indifferenti o, peggio ancora, spettatori. Perchè, forse, le condizioni generali sono cambiate radicalmente rispetto al passato. Anche solo rispetto ad un passato recente. E quindi si tratta di temi e argomenti a cui i cattolici popolari, sociali e democratici dovranno, prima o poi, dare una risposta convincente: politica, culturale e programmatica. Ecco perché non serve più vivacchiare nei rispettivi partiti di riferimento.

 

D’ora in avanti i cattolici popolari dovranno assumere al riguardo una iniziativa politica coerente con il proprio passato e in sintonia con i propri valori di riferimento. Aggrapparsi ad alcune rendite di posizione – vale soprattutto per il Pd della Schlein – allo scopo di conservare spazi di potere personale o di corrente o di clan, diventa perfettamente inutile se si vuole in qualche modo lavorare alla riaffermazione di una precisa identità politica e culturale. A questo punto, essenzialmente, serve armarsi di coerenza e di coraggio.

Zelensky frena l’azione del Vaticano e incassa il sostegno di Palazzo Chigi sulle armi.

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

“Ho incontrato Papa Francesco, ed è stata una conversazione che potrebbe davvero influenzare la storia, potrebbe davvero aiutare a fermare il male dell’aggressione”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale agli ucraino, al termine della sua giornata di visita a Roma. “Ho parlato dei crimini commessi dagli occupanti russi contro il nostro popolo, della deportazione dei bambini ucraini. Ho chiesto a Sua Santità di aiutarci a riportare i nostri figli a casa in Ucraina”, ha spiegato.

“Oggi a Roma. Come sempre con queste visite abbiamo ottenuto un risultato. Oggi siamo diventati più forti. L’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina, per quanto è necessario per noi per resistere e difendere il nostro popolo e il nostro territorio. Siamo d’accordo con Giorgia, signora presidente del Consiglio, sui nostri nuovi passi di difesa comune. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere il cielo. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere la terra. Abbiamo concordato armi e difesa aerea”, ha raccontato.

“Oggi c’è stata anche una dichiarazione congiunta con l’Italia. Tutte le cose importanti: Unione europea con l’Italia che ha sostenuto l’avvio dei negoziati nel 2023 e segnali giusti e tempestivi sulla Nato”, ha evidenziato il presidente ucraino.

 

Fonte: Agenzia Giornalistica Italia (AGI)

I cattolici popolari per un nuovo Centro riformista.

Giorgio Merlo

 

Il ritorno della destra identitaria e di governo da un lato e l’irrompere, dopo le primarie del Pd, di una sinistra radicale, libertaria, estremista e massimalista dall’altro, non può non contemplare anche la presenza di un Centro. O meglio, di una “politica di centro” che non significa la presenza passiva e anche un po’ trasformistica di un Centro equidistante e puramente geografico ma, al contrario, di un luogo politico che sia fortemente dinamico, autenticamente democratico, genuinamente riformista e realmente di governo. Insomma, diciamocelo apertamente. Sarebbe semplicemente singolare, nonchè anacronistico, che in un paese dove si governa storicamente “dal centro” e “al centro”, come insegna la stessa esperienza dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dopo la roboante campagna elettorale, trionfasse la radicalizzazione della lotta politica da un lato e, al contempo, si governasse con la “cultura del centro” dall’altro.

 

Ora, il Centro riformista non va banalmente e semplicisticamente evocato ma, come diceva recentemente e giustamente Matteo Renzi, va costruito con intelligenza politica, coerenza culturale e, soprattutto, con coraggio programmatico. Ben sapendo che il riformismo, di norma, è inizialmente quasi sempre impopolare perchè non si limita a cavalcare gli umori qualunquisti e demagogici tipici della deriva e della sub cultura populista e anti politica ma punta, sempre, a costruire una vera cultura di governo. Elementi populisti, del resto, declinati con coerenza dal verbo grillino che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della politica italiana e supportato dalla stragrande maggioranza del circo mediatico del nostro paese.

 

Ecco perchè se è vero, com’è vero, che ci troviamo di fronte ad una possibile inversione di tendenza dove la politica può finalmente ritornare ad essere protagonista nel processo democratico del nostro paese, la cultura e la prassi riformista possono nuovamente vivere una stagione decisiva e determinante per la stessa efficacia della nostra azione di governo.

 

Ed è proprio lungo questo processo che si inserisce il ruolo politico, culturale e programmatico, anche se non esclusivo, dei cattolici popolari e sociali. E questo non solo perchè il Centro riformista nel nostro paese, storicamente, ha sempre visto nella cultura cattolico popolare e sociale uno dei suoi pilastri costitutivi ma per la semplice ragione che proprio quel Centro riformista non può ridursi ad essere una banale e quasi ridicola riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, del partito liberale o repubblicano o tardo azionista. Il Centro riformista, al contrario, non può che essere popolare e sociale, semprechè non voglia giocare una partita meramente marginale e periferica rispetto all’evoluzione concreta del dibattito politico italiano. E questo anche perchè la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale non possono diventare elementi di rincalzo di una destra ancora, almeno per il momento, troppo identitaria e di una sinistra che ormai percorre il sentiero del radicalismo valoriale e con una forte caratterizzazione massimalista ed estremista.

 

Per questi semplici motivi il ruolo, la cultura, la tradizione e la saggezza di questo storico e qualificato “pensiero” politico non possono che attivarsi per un rinnovato impegno politico e culturale in un campo dove è più facile costruire un progetto coerente con le proprie radici storiche ed ideali. Non per riaffermare una primogenitura ma, al contrario, per contribuire con altri a far crescere un progetto di governo che in questi ultimi anni è stato sacrificato sull’altare di una maldestra modernità che poi è sfociata in un sempre più insopportabile populismo di marca qualunquista e demagogica.

 

Insomma, anche per questa cultura non è più il tempo del disimpegno, della indifferenza o, peggio ancora, del ritirarsi dall’impegno politico diretto. Ma, al contrario, dell’azione concreta e della elaborazione politica e progettuale.

A Tassone il mandato di preparare l’unità della pattuglia dei cattomoderati

 

Redazione

 

L’assemblea di Iniziativa popolare riunitasi a Roma il 13 maggio 2023, presso il teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, sentiti gli esponenti dei gruppi e movimenti partecipanti all’unanimità ha deciso di dare mandato ai rappresentanti dei diversi gruppi di costituire un’associazione per concordare:

  1. la nascita di una formazione politica unitaria dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale;
  2. di attivare i gruppi unitari di base per la partecipazione democratica delle realtà popolari esistenti a livello territoriale;
  3. il programma politico secondo i principi della dottrina sociale cristiana e dei valori costituzionali, per offrire una nuova speranza al paese;
  4. di eleggere democraticamente dai comitati di base i delegati dell’assemblea costituente del nuovo partito, che sarà convocata in autunno;
  5. il nome e il simbolo del nuovo partito che parteciperà unitariamente alle prossime elezioni europee, in sintonia con il PPE.

Allo stato attuale il coordinamento organizzativo temporaneo dei gruppi politici viene affidato all’on. Mario Tassone che ha presieduto l’odierno convegno.

L’Osservatore Romano | Il centro Caritas alla Stazione Termini fa 40 anni

Lorena Crisafulli

 

Al civico 97 di via Marsala, nei locali sottostanti al binario 1 della stazione Termini, c’è un luogo che ha fatto dell’assistenza sanitaria agli immigrati la sua vocazione, è il Poliambulatorio della Caritas che quest’anno compie 40 anni. «L’ambulatorio nasce nel 1983 a Ostia, subito dopo si trasferisce nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, dove i salesiani avevano creato uno spazio per assistere gli immigrati presenti nella Capitale, senza permesso di soggiorno — ricorda Salvatore Geraci, medico, responsabile dell’area sanitaria Caritas di Roma —. A quei tempi nessuna legge regolava l’immigrazione, la prima è stata emanata nel 1986, e don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma, intuì che l’immigrazione non era un fenomeno transitorio come si pensava fino agli anni ’90, e ci sarebbe stato un cambiamento epocale nella società. Così fece aprire dei servizi destinati agli immigrati, come il centro di ascolto stranieri e l’ambulatorio».

 

Dal Poliambulatorio romano, attivo dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19, grazie all’impegno di operatori e volontari, medici, infermieri, farmacisti, studenti di medicina, che si adoperano ogni giorno nell’assistenza sanitaria di persone vulnerabili, in 40 anni di attività sono passati 110 mila pazienti e ogni anno sono circa 2000. «Qui tutti i pomeriggi si fa il giro del mondo, solo nel 2022 abbiamo ospitato immigrati di 88 paesi diversi — prosegue Geraci —. Ci ritroviamo di fronte a esigenze, difficoltà, culture, ogni volta nuove. Negli anni la complessità assistenziale è aumentata e la nostra utenza è diminuita, perché abbiamo voluto che il servizio sanitario pubblico si facesse carico delle persone senza permesso di soggiorno; oggi nel Lazio sono 35 gli ambulatori pubblici dedicati a loro».

 

Di recente, coloro che si rivolgono al Poliambulatorio della Caritas provengono soprattutto dall’Ucraina, a seguire, da Perù, Romania, Somalia, Bangladesh. Alcuni sono in fuga da guerre e carestie, altri arrivano in Italia per ricongiungersi ai parenti che li hanno preceduti, tutti accomunati dalla voglia di rifarsi una vita qui o altrove. «L’idea è quella di accudirli in un momento temporaneo di fragilità, perché speriamo che acquisiscano sempre maggiori diritti, diventino regolari, abbiano il loro medico di base e non abbiano più bisogno di noi — auspica Geraci —. All’inizio si presentavano situazioni emergenziali dovute a patologie infettive, erano casi transitori, poi, man mano che l’immigrazione come fenomeno sporadico è diventato sistematico, sono arrivati pazienti con patologie croniche ed è nata l’esigenza di fornire loro altre prestazioni». Così, se prima veniva offerta assistenza solo nell’ambito della medicina generale, ovvero quella di base, gradualmente il centro ha sviluppato altre aree, tra cui cardiologia, ginecologia, dermatologia, neurologia, ortopedia e diabetologia. «Ci sono quattro stanze di ambulatorio con due ecografi, frutto di donazioni, e una medicheria dove vengono curate le ulcere degli arti inferiori di persone senza fissa dimora, italiane e straniere, in condizioni di marginalità — spiega la dott.ssa Giulia Civitelli, direttore sanitario del Poliambulatorio —. La prima cosa che si fa è lavare loro i piedi, un gesto simbolico a livello cristiano, oltre che necessario dal punto di vista igienico-sanitario. Dopo la medicazione, forniamo loro calzini puliti ricevuti in donazione grazie ad alcune campagne di solidarietà». «Qui arrivano anche casi più complessi dal punto di vista medico, con patologie gravi come tumori o malattie mentali, a volte reattive alle scarse politiche di inclusione — sottolinea Geraci. Il sistema che si occupa di salute mentale è molto affaticato e a volte la residenza, nonostante non sia requisito necessario per accedere ai servizi, viene utilizzata come pretesto per ostacolare l’accoglienza».

 

Nella cura del paziente l’aspetto sociale è cruciale, poiché chi affronta determinate difficoltà può subire ripercussioni sullo stato di salute, basti pensare all’impatto drammatico che ha sull’individuo la mancanza di una casa, di un lavoro, di una rete di affetti. «Il nuovo paradigma della medicina è quello dei “determinanti sociali della salute”, che è condizionata da una serie di fattori in grado di provocare patologie anche permanenti» fa notare Geraci. «Nel mondo dell’immigrazione si assiste al cosiddetto “effetto migrante sano”, ovvero una persona giovane, fisicamente più forte e con maggiori possibilità lavorative, che non appena giunge in un paese con scarse politiche di accoglienza rischia di perdere il suo patrimonio di salute — chiarisce Civitelli –. Per capire cosa sia successo dal momento dell’arrivo in Italia e calcolare l’intervallo di benessere, gli chiediamo quando si è sottoposto alla prima visita medica». Infatti, nella scheda informativa che ognuno di loro compila, varcata la soglia del Poliambulatorio dopo aver fatto la fila perché dalla pandemia gli ingressi sono contingentati, viene richiesto se la patologia di cui soffre era presente prima di arrivare in Italia o è sorta in seguito, in modo da comprendere come si è svolto il lasso di tempo tra il prima e il dopo. «Siamo una porta aperta sulla strada e quando l’ambulatorio è attivo, la porta si apre a chi ha bisogno. Non a caso, all’ingresso c’è un bancone di forma semicircolare che rappresenta l’abbraccio dell’accoglienza, perché il nostro motto è “accogliere è già curare”.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-111/accogliere-e-gia-curare.html

Attilio Piccioni, un autentico padre fondatore della Repubblica e della Dc.

Interessante convegno ieri all’Istituto Sturzo sull’uomo politico che, tra l’altro, guidò la Dc nella battaglia del 18 aprile. Di seguito un ampio stralcio dell’editoriale che Andreotti gli dedicò (“30 Giorni”-marzo 2000).

Giulio Andreotti

Attilio Piccioni, uno degli uomini di maggior valore della Democrazia cristiana, merita di essere adeguatamente ricordato, ora che, non sempre con la dovuta obiettività, si sta ricostruendo la storia italiana del dopoguerra. Non lo sentii mai gloriarsi – e ne avrebbe avuto il diritto – del suo ruolo di segretario politico della Dc al momento della decisiva battaglia elettorale del 18 aprile 1948. Ripeteva la massima di don Sturzo secondo la quale i successi vanno accreditati alle idee e gli insuccessi addebitati alle persone.

La sua storia ha inizio quando due insegnanti elementari si sposano a Poggio Bustone, la valle del Reatino detta santa per le memorie francescane (tra le quali il primo presepio voluto dal santo a Greccio). I due avevano provenienza diversa: da Foligno e da Reggio Emilia. La destinazione a Poggio segnò il loro comune avvenire. Dei figli, tre si distingueranno; oltre ad Attilio, anche Giovanni, che fu sacerdote a Pistoia e vescovo di Livorno, ed un terzo, funzionario di prefettura in Torino ma con propensioni personali al movimento anarchico.

Attilio, nato il 14 giugno 1892, terminato il liceo a Rieti si trasferì a Roma seguendo i corsi alla Sapienza, prima del termine dei quali venne chiamato alle armi, prima come bersagliere e poi come istruttore pilota. Scherzando (una fine ironia lo caratterizzò sempre) diceva che era l’unico modo per far la guerra stando seduto. Dinanzi a certi politici superattivi ripeteva che la pigrizia lo salvava dalle improvvisazioni, ma intellettualmente era tutt’altro che pigro.

A Torino, ospite del fratello, avvenne la duplice svolta della sua vita: mise su famiglia e fu folgorato dall’appello sturziano ai liberi e forti, nel gennaio 1919. Non aveva militato in precedenza nelle organizzazioni cattoliche, ma il popolarismo lo conquistò. Fu il primo segretario del Ppi nel capoluogo piemontese, in una cerchia di politici coraggiosi e illuminati che strinsero tra loro una fervida amicizia super partes. Non a caso uno degli scritti più significativi di Piccioni uscì sul giornale di Piero Gobetti Rivoluzione Liberale.

Nelle elezioni del 1919 ed in quelle del 1921 i popolari raccolsero forti suffragi, ma il quadro generale era debole e inquietante. Impossibile una cooperazione con i socialisti; forte la reazione dei vecchi notabili contro ambedue i partiti di popolo; dura l’azione dei fascisti per abbattere il sistema. La presenza fascista alla Camera dei deputati era esigua e questo ingannò quanti erano abituati a veder tutto nell’ambito di Montecitorio. A stretta maggioranza gli eletti del Ppi decisero che si poteva collaborare con il governo di Mussolini, sempre nell’intesa di poterlo far cadere se le speranze di un assestamento dei fascisti nell’alveo costituzionale si dimostrassero vane. Il che avvenne in effetti dopo pochi mesi, e proprio al congresso del Ppi di Torino dove il giovane segretario cittadino si distinse per l’intransigenza. Ma era troppo tardi. Mussolini non si dimise affatto ed anzi, quando nell’emozione del delitto Matteotti i deputati democratici – sull’Aventino o in Aula – si dissociarono, strinse i freni e… tirò diritto. Persecuzioni e purghe si riversarono sugli oppositori, disperdendone le file ad eccezione del piccolo numero dei resistenti.

Torino però non era più sede adatta per svolgervi, a fascismo imperante, la professione forense. Per un ventennio la famiglia Piccioni si trasferisce a Pistoia, in collegamento di studio con un altro reduce dalle battaglie democratiche: Adone Zoli.

Rimasto vedovo si dedicò ai figli, trovando – a parte la professione forzatamente in tono minore – un proprio spazio intellettuale e morale nelle letture e nei contatti con quel nucleo di antifascisti o non fascisti che non avrebbe mai desistito dalla fede nella riscossa.

Il 19 marzo 1943 in casa di Giuseppe Spataro (che Piccioni aveva sempre frequentato senza paure e coltivando intatta l’amicizia) convennero da tutta Italia molti ex, per festeggiare l’amico, ma in realtà per rilanciare su vasta scala il movimento. La polizia non disturbò questo convegno; qualcuno dei capi voleva forse riscattare l’acquiescenza al regime e acquisire titoli di merito verso il cambiamento che era ormai alle porte.

Invitato come presidente della Fuci insieme ad altri giovani, fummo colpiti dalla autorevolezza di De Gasperi, dalla loquacità di molti “onorevoli” e dal silenzio dell’avvocato Piccioni, rotto solo da qualche «chi si rivede!» che sottolineava la lunga assenza di molti nel corso del ventennio.

Dopo poco più di centoventi giorni il fascismo cadeva. Esponente del Comitato di liberazione, Piccioni restò in Toscana fino alla riconquistata libertà; ed accettò subito dopo l’invito di De Gasperi e di Spataro a trasferirsi a Roma. Il suo intelletto, la sua arguzia, il fascino di un antifascismo datato ne fecero un punto di riferimento essenziale specie per noi giovani, che da parte sua curò particolarmente. Ci volle con sé a Lucerna in una riunione delle Nouvelles Equipes Internationales che furono il primo nucleo di connessione del popolarismo europeo e mondiale.

Nel settembre 1945 si aprì la Consulta nazionale, formata dai più illustri esponenti dell’antifascismo militante, da pochi di noi giovani apprendisti e da rappresentanti delle categorie. Compito principale era la preparazione dell’Assemblea costituente, a partire dalla relativa legge elettorale.

L’orientamento per il sistema proporzionale era molto largo. Dal perdurante esilio (le autorità ecclesiastiche ne ritardarono il rientro) don Sturzo ricordava che aveva potuto dar vita al Partito popolare solo quando si era messo via il vecchio uninominalismo ed accettato il suffragio con il proporzionale. Attilio Piccioni fece in proposito uno stupendo discorso, definendo le voci contrarie come una difesa d’ufficio («un debito nostalgico di alcuni insigni e vecchi uomini politici in continuità con un non lontano passato»). E continuò: «È un fatto veramente significativo che nessun giovane, dei giovani uomini politici che vengono sorgendo a costituire il nuovo ceto politico direttivo del Paese, ha sentito la necessità di assumere comunque la difesa del collegio uninominale: neppure il collega Lucifero, tanto meno il collega Cassandro, liberale, per riferirmi ai settori che possono essere più vicini ad una impostazione di quel genere.

I mali che si rimproverano al proporzionale non sono evidentemente profondi e sostanziali ma connaturati, se mai, con il persistente costume politico italiano e con alcune caratteristiche peculiari della nostra vita politica, specialmente locale.

La democrazia moderna come tale, sebbene sia stata per lungo tempo volutamente confusa col liberalismo, è invece qualche cosa di diverso, ha una esigenza fondamentale, strutturale, diversa da quella che poteva esser fatta valere in regime liberale prefascista. Liberalismo vuol dire organizzazione politica dello Stato nella quale si punta decisamente sull’individualismo, le cui limitazioni devono essere ridotte al massimo. Democrazia significa allargare il compito politico a tutto il popolo, significa organizzare giuridicamente tutto il popolo perché partecipi in modo attivo, permanente e responsabile alla vita politica del Paese.

Il liberalismo postula dal punto di vista elettorale l’esigenza personale e la esigenza localistica del collegio uninominale; la democrazia, appunto per queste sue profonde caratteristiche di organizzazione integrale, postula necessariamente il sistema elettorale proporzionale. Né vale addurre, come si suole fare troppo spesso, l’esempio in contrario dell’Inghilterra e degli Stati Uniti d’America. Sono democrazie anche queste, per quanto notevolmente diverse da quella che è la democrazia nell’Occidente europeo».

Giulio Andreotti con Attilio Piccioni

La conclusione fu emozionante: «O colleghi, bisogna staccarsi dal passato». E le elezioni si svolsero con il proporzionale.

Nel frattempo vi era stato un acceso dibattito sul modo di decisione della scelta istituzionale, accantonata dal 1944 per non togliere unanimità di energie alla lotta di liberazione. Secondo alcuni si doveva dar luogo ad un referendum pro o contro il mantenimento della monarchia abbinato all’elezione dei costituenti. Altri invece pensavano che spettasse agli eletti del popolo sciogliere il nodo dopo adeguata discussione. Don Sturzo dall’America caldeggiava con vigore la seconda tesi, mentre De Gasperi si batté per il referendum simultaneo e trovò in Piccioni un riservato ma decisivo sostegno. Non era solo la necessità di impedire che i cittadini dovessero dare un mandato specifico (che per la Democrazia cristiana, ma non solo per essa, sarebbe stato nefasto). Si doveva sgomberare preventivamente il campo e lasciare che l’Assemblea potesse tracciare il disegno dell’ordinamento statale con una ricerca quotidiana di punti di incontro e di sintesi che il contrasto sulla scelta istituzionale avrebbe impedito.

Risolto il problema con la vittoria repubblicana del 2 giugno 1946 (la saggezza e il prestigio di De Gasperi furono essenziali, ma senza l’autorevolezza di Piccioni egli non avrebbe potuto sviluppare la sua azione, superando gli ostacoli dei massimalisti) iniziarono i lavori della Costituente. Ad una commissione di settantacinque deputati – Piccioni tra questi – venne dato l’incarico di redigere lo schema, che fu poi discusso ed approvato in Aula.

De Gasperi aveva lasciato intanto la segreteria della Dc, sostituito appunto da Piccioni, sotto la cui guida si svolse la campagna elettorale per la prima legislatura repubblicana, vittoriosamente conclusa il 18 aprile 1948. Ancora una volta Piccioni aiutò il presidente De Gasperi a respingere le ansie dell’ala contraria al perdurare della collaborazione della Dc con i partiti democratici liberale, socialdemocratico e repubblicano. Del nuovo governo di coalizione Piccioni fu vicepresidente. Il suo peso era notevole per impostare e far approvare leggi fondamentali come la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Per vari motivi la legislatura 1948-1953, pur così ricca di decisioni (Piano Marshall, Patto Atlantico, oltre le ricordate riforme) vide un logoramento della maggioranza. In particolare nell’eterno contrasto inter-socialista Saragat credette – a torto – che il presidente volesse accordarsi con Nenni; e prese le distanze facendo cadere l’ultimo ministero De Gasperi, formato dopo le elezioni. A succedergli il candidato naturale era Piccioni, che di fatto ebbe l’incarico dal presidente della Repubblica. Non è ancora del tutto chiaro perché Piccioni rinunciò, addirittura eclissandosi per alcune ore. Si disse che la segreteria politica – retta da Fanfani – ponesse veti per candidature ministeriali che Piccioni voleva soddisfare. Vi furono anche pressioni per “entrare” alle quali Piccioni non voleva accedere ma senza creare una conflittualità interna.

Nella impossibilità di un governo “politico” si ricorse ad un gabinetto tecnico, affidato al ministro del Tesoro Pella con il compito di presentare e far approvare il bilancio dello Stato. Il distacco dei partiti alleati della Dc cominciò ad attenuarsi e – i numeri c’erano – sembrò realizzabile un ritorno al governo politico, a formare il quale venne chiamato il segretario della Dc Fanfani, che non ebbe però le adesioni necessarie, non solo per la partecipazione ma anche per un semplice appoggio esterno. Il governo fu sconfitto sul nascere nel voto di fiducia. Ma l’incubo della corda tesa che stava per spezzarsi indusse gli alleati storici ad uscire dall’Aventino e rientrare nella coalizione, affidata a Mario Scelba, tenace assertore del quadripartito. Piccioni andò a dirigere il Ministero della Giustizia, impostando subito innovazioni notevoli, come lo sganciamento della magistratura dalla piramide unica dell’amministrazione statale.

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http://www.30giorni.it/articoli_id_12625_l1.htm

Il video del convegno promosso dall’Istituto Sturzo

https://www.youtube.com/live/4JiNAEo8zZ0?feature=share

La democrazia in Italia alla luce del progetto politico di Aldo Moro

 

 

La morte di Moro rappresenta la fine della prima Repubblica, per far posto ad azioni segrete e attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Paolo Frascatore

 

Agnese Moro su “La Stampa” del 9 maggio scorso nel ricordare il barbaro assassinio di suo padre Aldo ad opera delle Brigate Rosse, riflette su quella che definisce “giustizia riparativa” come condizione per una rieducazione sociale e per una nuova vita civile.

 

Ѐ certamente un atto di amore quello di Agnese Moro. Un atto di amore rivolto non solo alla vita, ma anche a quelle possibilità umane e cristiane che dovrebbero guidare le azioni verso la tolleranza al fine di una convivenza pacifica. Al di là di queste riflessioni senza dubbio alte e profonde, quello su cui si vuol riflettere è la portata storica dell’evento accaduto il 9 maggio 1978, ossia l’assassinio di Aldo Moro.

Perché quell’evento (ancora oggi non chiaro e avvolto da misteri e supposizioni da chiarire) rappresenta quella che può essere definita la svolta reazionaria del sistema politico italiano. Una sorta di arresto dell’evoluzione politica verso la “democrazia compiuta”.

 

E tutto ciò alla luce non tanto di riflessioni personali, e come tali condivisibili o meno, ma alla luce della verità storica degli avvenimenti che si sono succeduti dopo quel tragico 9 maggio 1978. Se si analizzano, infatti, a distanza di tanti anni quegli avvenimenti, si scopre come la morte di Aldo Moro rappresenti la fine della prima Repubblica e dei Partiti popolari, per far posto ad azioni segrete di logge massoniche, intrecci internazionali, attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Ma la morte dello statista democristiano segna anche la crisi dei cosiddetti Partiti popolari (Democrazia cristiana e Partito comunista italiano) che si avviano fatalmente sul viale del tramonto. La Dc avvia la politica del preambolo, con la chiusura netta verso il Pci di Berlinguer che, a sua volta, si chiude a riccio: la democrazia segna così il passo; iniziano i fenomeni di corruzione e di finanziamenti politici illeciti; la politica si riduce ad uno scontro di potere (Dc-Psi), spesso anche personale.

 

Il progetto moroteo viene rinnegato dai due maggiori Partiti politici e si ritorna al passato, ossia ad una politica ormai vecchia e stanca sul versante del rinnovamento delle istituzioni e di coinvolgimento delle realtà sociali che Moro aveva immaginato di inserire gradualmente nella direzione dello Stato. Ripensare oggi a quella vicenda aiuta chi vuol continuare nel segno di una politica nuova, diversa dall’attuale situazione italiana; alternativa rispetto alla rigidità di una competizione artificialmente polarizzata.

In Somalia le mamme hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la carestia

 

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità.

 

Giovanni Federico

 

In Somalia non se la passano bene. La questione non è solo di governi che salgono e scendono. È una terra che nella sua radice è adatta per chi deve andare a mungere il bestiame, così che a volerne leggere la storia, anche solo dell’ultimo mezzo secolo, monta un affanno non da poco per i disordini che la politica ha messo in campo, pagando come sempre il popolo le conseguenze. È un paese che sa avere cura degli armenti, esperto di pastorizia ma che ha difficoltà a gestire i suoi abitanti. Tutto questo ha poco rilievo perché la natura non attende che gli uomini sappiano organizzarsi per il progresso. Ha tempi inadatti alla logica umana e si muove con un passo che sa però mettere fretta agli stomaci della popolazione.

 

La notizia per se stessa non lascia commuovere più di tanto chi la legge. La carestia da quelle parti si presenta con il ritmo giusto a chi, nei mondi forniti di tutto punto, ha l’occasione di fare i conti con la propria coscienza, allungando qualche euro di beneficenza per dare una mano ad un paese in difficoltà.

 

Le mamme somale hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la situazione. Nel vuoto della loro carne hanno scovato la trovata vincente. Carestia insegna che ha il senso di una mancanza di grazia, se manca da mangiare sono dolori. La fame è qualcosa di insopportabile. Dopo i primi giorni di dolore ti morde l’anima ed i sensi abituandoti ad uno stato di inedia, non a caso ha una radice comune con fatiscente, un venir meno che va sotto braccio ad una progressiva rassegnazione.

 

Così sembra svilupparsi la saggezza di una attesa di morte che puoi compensare negandole una possibile soddisfazione. Basta attendere che faccia il suo dovere senza rompere in pianti ed opposizioni.  Questa volta le madri somale hanno voluto stravolgere il copione, proponendo ai loro figli una mistura tossica di acqua e detersivo o miscelata con il sale che li porta a sentirsi male. La trovata è inedita ed ha una genialità che sempre si accompagna ad una dose di rischio.

 

Già debilitati, le loro creature potrebbero anche rimanerci stecchiti ma quello è il solo passaporto per farli accogliere in un ospedale dove finalmente gli daranno qualcosa da mettere sotto i denti. La morte resta spiazzata. Se tutto andasse storto non sarà stata lei a dettare i tempi per togliere di mezzo un po’ di bimbi dal Continente africano. Se invece quelle donne avranno avuto la giusta intuizione, dovrà cedere le armi in attesa del prossimo giro.

 

Il veleno ha qualcosa di misterioso nelle trame delle sue gocce. Nasce come un filtro magico amoroso, un intruglio per muovere i cuori da una parte all’altra, una sorta di saliva di Venere che cadendo sugli uomini infiamma le passioni, anche le più recalcitranti all’azione. Poi la morte, sempre lei, gelosa, ha preteso la sua parte dicendo che una bevanda bene arrangiata poteva tornare utile anche alla sua missione.

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi della Somalia ridando speranza all’agricoltura, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità. Quelle donne si muovono d’istinto per il contrappasso, danno malattia per guarire le loro creature da una più grave. Hanno una forza da leoni. Sbranano il male con le fauci del loro amore.