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Fare le cose per bene. Dentro ogni fatica umana agisce il fattore di una volontà che si conforma alla buona coscienza. La politica non si autofonda moralmente.

Attribuire alle riforme un valore palingenetico presenta rischi di fraintendimento. Se a una norma subentra un’altra norma, pure più giusta nelle intenzioni e nelle speranze, può avvenire che nella vita reale nulla cambi. Occorre che il cambiamento sia metabolizzato interiormente. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male.

E’ la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il maleCome siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro?

Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura l’economia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dell’offerta di beni e servizi si stia misurando – in tempo di crisi – con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere.

Ma quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione.

Tuttavia, nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nell’applicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno.

Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino ad ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano. La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare l’essere e il cambiare con le categorie dell’uguaglianza, della democrazia, della libertà.

Questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover ‘cominciare’ ad essere migliore. “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto”. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro.

Dunque la risposta si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano. La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i PIL, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare.

Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito. Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo.

Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma l’oggettività di una norma che ne sostituisce un’altra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienze.

E’ la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Anche noi, sinistra dc, dobbiamo fare mea culpa sulla “semplificazione” della dialettica democratica

L’autore risponde alla nota di Lorenzo Dellai pubblicata ieri su queste pagine online. La presa di posizione tende anche a spiegare il perché della costituzione di “Insieme”, il soggetto politico fortemente voluto dal prof. Zamagni. L’invito all’autocritica chiama in causa le responsabilità di quanti hanno operato nel solco del cattolicesimo democratico negli anni a cavallo della dissoluzione della Dc.

Leggo sempre con interesse gli interventi di Dellai, pieni di forte partecipazione ai difficili momenti di scelta della nostra vita politica. Da tempo mi sono persuaso che parte della responsabilità di questi difficili momenti la portiamoanche noi, partecipi a suo tempo di una scelta bipolarizzante della vita politica italiana.

La strada tracciata da Sturzo, De Gasperi e Moro è stata sempre attenta a evitare questa falsa scorciatoia ai problemi storici della democrazia parlamentare del nostro Paese. A ben riflettere con tale scelta bipolarizzante siamo stati anche noi di una certa sinistra dc a favorire, appunto,la illusione che la democrazia diretta semplificasse e aiutasse il Paese a risolvere i problemi che vengono da molti attribuiti superficialmente alla democrazia perlamentare come espressione compiuta della rappresentanza politica.

Dimenticavamo tutti che i problemi della politica, come ogni problema della vita, sono complessi e si risolvono sempre con lo studio, il dialogo, il compromesso, inteso come accordo sui punti nodali dei contrasti. Abbiamo favorito la nascita del Pd, pensando alla fusione delle due culture progressiste di origine cattolico-democratica e social-comunista. E abbiamo favorito la radicalizzazione della lotta politica italiana.

Questo solo dal punto di vista ideologico-astratto. Nei fatti la polarizzazione che ne è nata è stata piuttosto quella amico-nemico. E sul piano effettivo si è prodotto un aumento della polverizzazione della lotta politica in Italia. Occorre che TUTTI cambiamo rotta. La lotta politica deve tornare ad essere il confronto moderato da parte di TUTTI sui programmi, attorno cioè alle soluzioni concrete dei problemi.

Ogni visione di tipo statico, in qualche modo assolutizzante, diviene di fatto un’astrazione ideologica, cioè un impedimento alla soluzione dei problemi, sempre concreti e complessi perché frutto della vita e dei processi storici.

Ecco perché, vorrei dire a Dellai, abbiamo convenuto di far nascere “Insieme”. È la sola rotta storica della vita politica italiana fin dalle origini risorgimentali, rotta da riprendere, aggiornare, rinnovare, ma non abbandonare per strade falsamente semplificatrici. Urge tornare a considerare l’avversario come chi è portatore di soluzioni da correggere, non come il nemico da combattere.

Il dialogo è sempre da privilegiare fino in fondo. Solo la dittatura, la tirannia, l’anti-democrazia, il non-dialogo è il nemico. Con l’altro, in particolare con il diverso, si dialoga fino in fondo. Soltanto una chiusura netta provoca chiusure altrettanto nette (e perniciose). Purtroppo il nemico, comunque lo si chiami, è anche nostro figlio, dipende cioè anche da nostre errate posizioni non dialoganti, e cioè, al fondo, di carattere ideologico. Il discorso vale anche per il populismo.

Torniamo allora a rileggere Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando e attualizzando la strada maestra da loro percorsa. Ne trarremo insegnamenti utili per il nostro presente e per l’immediato futuro.

Riflettendo sul Ddl Zan: alcune note di merito. Intervento su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

L’obiettivo è realizzare le condizioni di una più serena e intensa convivenza civile, senza discriminazioni di alcun genere, neppure a riguardo del cosiddetto orientamento sessuale. Si può migliorare la norma evitando, in questo modo, di affossarne l’iter legislativo. In prospettiva giocherà un ruolo importante la scuola nel quadro del previsto potenziamento dell’educazione civica.

Crea molto disagio osservare iniziative e contrapposizioni, talvolta radicalizzate, che in questi ultimi tempi caratterizzano il dibattito pubblico – e anche il confronto parlamentare – sul tema delle misure più appropriate per combattere i fenomeni, purtroppo ricorrenti, di omotransfobia o comunque di atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone a motivo del loro orientamento sessuale o condizione di genere.

Rispetto ad un obiettivo che dovrebbe accomunare tutti coloro che si riconoscono nei principi e valori fondamentali sanciti in Costituzione a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e della pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, sembra stiano prevalendo spinte volte o ad approvare il Ddl Zan senza prendere in considerazione possibili proposte migliorative di un testo oggettivamente poco chiaro o discutibile in alcune formulazioni oppure, all’opposto, a dilazioni sine die, se non ad un suo affossamento.

A fronte di questi due rischi, ambedue da evitare, appare opportuno sottolineare alcune riflessioni, soprattutto di metodo. Fermo restando il ruolo sovrano del Parlamento, espressione rappresentativa primaria di uno Stato laico, è essenziale che le scelte legislative siano il più possibile chiare e univoche, tanto più dato il rilievo penale che avrebbero le sanzioni prospettate per discriminazioni concernenti le condizioni e gli orientamenti sessuali delle persone. Di qui la necessità di evitare sia formulazioni ambigue o suscettibili di interpretazioni plurime, se non fuorvianti, sia espressioni che riflettano visioni antropologiche o filosofiche divisive.

È invece indispensabile una riflessione pacata che miri – senza intenti dilatori – a non perdere di vista l’obiettivo essenziale, ossia l’integrazione della legge Mancino del 1993, con ipotesi ulteriori di discriminazioni da sanzionare: il che richiederebbe la più larga condivisione, proprio per essere efficace nel combattere fenomeni latenti socialmente assai pericolosi. In sostanza, si dovrebbe mirare a valorizzare una cultura ispirata alla pacifica convivenza nel rispetto di diversità e di minoranze, in un orizzonte di bene comune fraterno e, insieme, di tutela dei diritti di libertà. Ossia in una prospettiva di accoglienza, solidarietà e inclusione, combattendo prevaricazioni, emarginazioni, violenze, soprusi e derive bullistiche.

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https://rivistadialoghi.it/riflettendo-sul-ddl-zan-alcune-note-di-metodo

Gli amministratori locali non vogliono tutele ad personam, ma chiarezza di responsabilità. In autunno, dopo le amministrative. rifondiamo l’Anci.

Ieri, a Roma, l’Anci ha celebrato in presenza il suo primo Consiglio nazionale post Covid-19. In apertura di assemblea Enzo Bianco, in qualità di presidente del “parlamentino” dell’Associazione, ha dichiarato che l’incontro era dedicato a Giorgio La Pira nell’anniversario della sua elezione, per la prima volta, a Sindaco di Firenze nel 1951. Al centro del dibattito il rapporto tra amministratori locali e magistratura. L’occasione si è comunque rivelata propizia per dare un contributo – lo ha fatto, come di seguito si legge, la Consigliera del Comune di Viterbo – al fine di “pensare” alla necessaria “rifondazione” dell’Anci.

L’Anci ha accolto il suggerimento che noi – Giorgio Merlo ed io – avevamo lanciato, trovando l’appoggio immediato di Nardella, per ricordare i 70 anni dalla elezione di Giorgio La Pira a Sindaco di Firenze.

Il Consiglio nazionale dell’Anci ha dunque reso omaggio al più visionario dei politici e degli amministratori locali del Novecento.

Il fatto che attorno alla figura di La Pira sia venuta alla luce un largo sentimento di condivisione è la riprova che oggi, nel mezzo di una transizione ricca di opportunità ma anche di incognite, il mondo degli amministratori locali ha bisogno di ritrovare alcuni punti di riferimento morali e politici.

La specchiata testimonianza  offerta da La Pira nel servire la comunità locale ci aiuta a spiegare le ragioni che rendono  complicata ai nostri giorni la vita degli amministratori. Dobbiamo difendere il loro – e dunque il nostro – onore.

Parlo degli amministratori locali perché spesso, nel citare i Sindaci, rovesciamo involontariamente sulla pubblica opinione un’idea monocratica del mandato amministrativo, ignorando l’apporto decisivo di tutti gli eletti nei Consigli, naturalmente anche di quelli schierati all’opposizione.

Non dobbiamo proporre un’immagine riduttiva del del nostro impegno pubblico, per di più “corporativizzando” la figura del Sindaco (e quindi dell’Anci come Associazione…dei Sindaci).

Giustamente siamo preoccupati per il carico di responsabilità che porta la magistratura a mettere sotto assedio- mi si passi la metafora – l’attività amministrativa (certo, in primis dei Sindaci).

Tuttavia, se l’allarme ha un senso, lo ha nella misura in cui riandiamo alla radice del problema: la legislazione, specie quella regionale, assegna responsabilità che lasciano gli amministratori locali in balia del caso, sicché finire sul libro degli indagati è diventata una “logica di sistema” (visto che le norme regolano in questo modo il sistema amministrativo).

Le leggi, dunque, devono essere più chiare e più concrete, senza cioè un apparato di facili rimandi alla suddetta responsabilità di chi è chiamato, tra tante difficoltà, a prendersi cura dei bisogni e degli interessi delle comunità amministrate.

Non vogliamo tutele ad personam, bensì chiarezza di responsabilità. Senza demagogia.

In sostanza, dobbiamo pensare a un nuovo protagonismo degli enti locali nel processo di rilancio del Paese.

In autunno, dopo l’importante turno elettorale che porterà al rinnovo di molti Comuni grandi e piccoli, dovremo su questo ragionare bene, per immaginare un colpo d’ala – un congresso straordinario? – a beneficio della rinnovata credibilità dell’Anci.

Scongiuriamo l’alternativa tra Orbán e gli sciamani della nuova antropologia. Anche la base popolare del Pd resiste a questa semplificazione deleteria.

Lo scontro può mettere fine alle ultime forme, storicamente elaborate e consolidate, di “tenuta a destra” del sistema politico a egemonia democristiana. Non può essere, in fine dei conti, il “Fedez pensiero” la bandiera della modernità agitata dalle forze democratiche e popolari.

Speriamo di non essere costretti a scegliere tra “Fidesz” e “Fedez”. La scelta sarebbe drammatica e non affatto scontata. Lo dico come democratico cristiano da sempre impegnato nel centro-sinistra.

Le due prospettive – tutte e due esiziali per il futuro – sono oggettivamente uguali e contrarie. Sono ambedue la negazione della politica e della sua vocazione ad accompagnare con responsabilità il popolo nei passaggi epocali di trasformazione.

La prima – la dottrina Orban – pensa di risolvere le sfide della nuova modernità attraverso la esibizione autoritaria dei “valori” della tradizione, in primis quelli cristiani.

La seconda – quella della “sinistra dei diritti” che tifa Fedez – pensa che queste sfide si possano vincere rendendo assoluta la percezione di ogni diritto del singolo ed esigendo che ad ogni percezione di diritto corrisponda una tutela pubblica.

La prima rende i principi della “comunità” uno strumento di chiusura e di “difesa” da tutto ciò che è “diverso”. La seconda semplicemente ignora questi principi ed il loro portato di solidarietà, di condivisione e di doveri. Temo che se prossimamente il Paese si troverà a scegliere tra queste due suggestioni, sceglierà la prima.

Sarebbe l’inizio di un ciclo culturale e politico di non breve momento. La “barriera a destra” che la DC ha storicamente mantenuto, a garanzia del processo evolutivo e non regressivo della vita democratica, verrebbe travolta.

E non già sul piano dei semplici equilibri elettorali, ma su quello della architettura strutturale del sentire popolare.

Può essere il “Fedez pensiero” l’alternativa a questa temuta (e verosimile) deriva?

No. Non può essere.

Ma di fatto è quello che lentamente sta avvenendo. Meglio dunque lasciare rapper ed influencer vari alle loro lucrose attività private e tenere a bada estremisti e sciamani della nuova antropologia imposta per via mediatica e giudiziaria.È questione che riguarda tutti quelli che non vogliono assistere ad una deriva “ungherese” del nostro Paese.

Spero che il PD, dal suo punto di vista, se ne renda conto ed ascolti le opinioni largamente diffuse tra l’altro nella sua stessa base popolare.

“Francia, Italia, Europa. Il nostro futuro”. L’intervento del Presidente della Repubblica alla Sorbona.

Riportiamo il testo integrale, tratto dal sito del Quirinale, del discorso tenuto il 5 luglio da Sergio Mattarella nell’università parigina. Francia e Italia, ha detto tra l’altro il Presidente, sono chiamate a collaborare strettamente come “forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere all’Unione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea”.

Sergio Mattarella

Madame la Ministre de l’Enseignement supérieur, de la Recherche et de l’Innovation,

Monsieur le Recteur de la région académique d’Île-de-France, Recteur de l’académie de Paris, Chancelier des universités de Paris et d’Île-de-France,

Messieurs les Présidents de Sorbonne Université et de la Sorbonne Nouvelle,

Madame la Présidente de l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne,

Autorités,

Chers Professeurs,

Chères étudiantes, chers étudiants,

« La géographie, l’histoire, l’économie, la culture, la religion, font que les territoires, échanges, idées et croyances de l’Italie et les nôtres sont à ce point rapprochés et mêlés qu’il n’y a point de règlement général concernant la Péninsule qui n’affecte profondément la France et puisse, par conséquent, constituer une base d’avenir si nous n’y participons pas. Nous n’hésitons pas à ajouter que ce voisinage étroit, et dans une certaine mesure, cette interdépendance des deux grands peuples latins demeurent dans la tourmente actuelle de l’humanité et malgré tous les griefs du présent, des éléments sur lesquels la raison et l’espoir de l’Europe ne renoncent pas à se poser » affirma Charles De Gaulle dans une allocution radiodiffusée depuis Alger, le 27 juillet 1943, deux jours après la chute du fascisme en Italie.

Permettez moi, maintenant, de continuer en italien.

Grazie per l’opportunità che mi è data di prendere la parola in una sede così prestigiosa e carica di storia.

Un’istituzione accademica fra le più antiche del nostro Continente, che ci ricorda come le radici dell’unità europea siano risalenti nel tempo: già mille anni fa, studenti e professori di Parigi, Bologna o Salamanca condividevano gli studi, consapevoli di come il diritto, la filosofia, la teologia o la medicina fossero un patrimonio comune nella nostra civiltà.

Un’istituzione che, nel corso dei secoli, ha contribuito in misura significativa alla elaborazione e allo sviluppo di quelle idee e di quei concetti che sono divenuti basi fondanti nella società europea contemporanea.

Un modo di essere e di pensare nel quale la persona è posta al centro di una fitta rete di diritti e tutele che garantiscono il suo libero esprimersi, il suo svilupparsi come singolo e come comunità.

Dal continente europeo, dalla cultura profonda del popolo europeo, sono venuti, in epoca moderna, messaggi fondamentali, che hanno plasmato il vivere dell’umanità.

Libertà, Eguaglianza, Fraternità recita il motto della Repubblica Francese, a interpretazione di un’aspirazione che avrebbe accomunato i popoli del mondo.

Ancora, da fucina di guerre mondiali l’Europa, dopo il 1945, ha saputo costruire un’oasi di pace e di cooperazione, contribuendo alla stabilità e allo sviluppo internazionale.

Il progredire delle buone cause è, abitualmente, lento ed è arduo il cammino per far prevalere i principi del diritto nei rapporti internazionali. Eppure è stato possibile. E, se un rammarico può essere espresso, questo consiste semmai, nell’alternarsi, nel corso dei decenni, di negligenza e di vigore nell’impegno teso ad affermare con tenacia il rispetto dei diritti della persona e delle comunità come principio inviolabile all’interno e all’esterno di ogni singolo Stato membro della comunità internazionale.

Proviamo ora a chiederci: cosa muove la storia del progresso dell’umanità? Il conflitto o la cooperazione?

Nella limpida risposta a questo interrogativo, data, nel Secondo dopoguerra, da statisti di grande saggezza – che si erano impegnati nella corale battaglia per la sconfitta del nazifascismo – si iscrive l’accaduto nel nostro continente, dapprima con l’iniziativa dei Sei fondatori e, via via – rispondendo agli appuntamenti proposti dalla storia – sino alla attuale configurazione a ventisette Paesi.

Se la storia diviene sempre più universale – prendendo atto dell’unità del genere umano – non possiamo pensare che a scriverla possano essere i canoni obsoleti del “sacro egoismo” delle ottocentesche rivoluzioni nazionali.

Nel contesto attuale si sente talvolta dire che vi sono visioni diverse – talvolta opposte ma che si pretendono parimenti plausibili – di Unione europea.

Al netto della doverosa disponibilità a comprendere i diversi punti di vista e a rendersi conto della fatica di ogni costruzione, questa tesi rischia di mettere in ombra le autentiche finalità dell’esercizio di unità europea che sono, invece, inequivocabili.

Quando si parla del percorso dell’Unione e dei suoi successi – dagli albori della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio – si invocano, normalmente, le espressioni libertà e prosperità.

Quest’ultima è condizione importante di quella coesione sociale che rende concreti i diritti e favorisce l’effettivo esercizio delle libertà ma, da sola, non le incarna e non le esaurisce.

Il patrimonio di valori racchiusi nell’ideale europeistico – ed espressi nella sua esperienza – ha inoltre consentito un ancoraggio sicuro alle democrazie dei Paesi dell’Europa centro-orientale dopo il 1989, inserendole in un contesto multilaterale che ha assicurato loro stabilità. Al tempo stesso accrescendo il valore storico e le prospettive dell’Unione.

Si tratta di un capitale che non può essere depauperato né compromesso. Pena la sua dissipazione, può essere soltanto incrementato.

L’accrescimento della comune, condivisa, sovranità europea è l’obiettivo: per esso occorre lavorare. Del resto è espressamente riconosciuta come finalità dai Trattati.

La dialettica politica tipica di ciascuna comunità organizzata in Stato non può essere motivo o pretesto per indebolire o per porre in discussione i caratteri fondanti dell’Unione.

Si tratta di elementi inscindibili fra loro: non vi può essere democrazia senza libertà; libertà senza democrazia; libertà e democrazia senza giustizia sociale che consente il perseguimento della prosperità.

Liberté, Egalité, Fraternité: sono elementi indivisibili per tutta l’umanità.

Di questo vogliamo e possiamo essere orgogliosi come europei.

Le solenni decisioni assunte da ciascun popolo al momento dell’adesione al progetto non possono essere contraddette se non a prezzo della drastica decisione dell’abbandono.

Occorre chiarezza.

Ciascun processo in itinere è soggetto a pause, rallentamenti, incertezze, compromessi. Occorre tuttavia essere sempre ben consapevoli del costo che ciascuno di questi intralci comporta e delle loro conseguenze negative sui destini dei popoli dell’Unione.

Pensiamo alla debolezza di una politica di sicurezza che scontiamo da troppo tempo. Pensiamo all’abbandono del Trattato della Costituzione per l’Europa, approvato dalla Convenzione presieduta dal presidente Giscard d’Estaing, abbandono che ha condotto all’accomodamento non esaltante del Trattato di Lisbona.

Affrontare problemi sempre più complessi richiede strumenti istituzionali adeguati. Quando ci si è accorti che l’Unione non li possedeva in misura soddisfacente, le fragilità, provocate dalla mancanza di coraggio in anni precedenti, sono state superate soltanto grazie a un supplemento una tantum di volontà politica. È stato il caso delle iniziative, sul piano sanitario e su quello della ripresa economica, che l’Unione ha saputo recentemente assumere per contrastare il Covid19 e i suoi gravi effetti.

La politica del caso per caso però non basta.

Occorre sapersi cimentare con i nodi che ostacolano il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell’Europa unita.

René Pleven all’Assemblée Nationale – in occasione della ratifica dei Trattati di Roma – prendeva posizione contro un atteggiamento che definiva frutto della psicologia da linea Maginot che, ampiamente “condannata sul piano militare non avrebbe risultati più fecondi sul piano economico”, per aggiungere: “che si tratti dell’agricoltura, dell’energia, dei trasporti, della moneta, del consolidamento del progresso sociale, nessuna soluzione nazionale è più possibile nel solo quadro nazionale…L’Europa non è per noi non so quale mania da visionari alla quale sacrificheremo gli interessi del paese. È un adattamento necessario a condizioni nuove, a una realtà economica e politica in evoluzione”. Era il 9 luglio 1957, ben oltre mezzo secolo fa.

Vorrei dare voce a un secondo esponente politico in quel dibattito, Christian Pineau, ministro degli Esteri, che così si esprimeva: “Il Trattato… ci permette di conservare le nostre potenzialità nella competizione mondiale e di rafforzare le posizioni delle democrazie occidentali la cui debolezza, causata anzitutto dalle loro divisioni, è risultata evidente nei mesi scorsi. Il trattato permette di stabilire su basi durature l’intesa franco-tedesca della quale nessuno qui ha contestato la necessità di creare con la Germania e il mondo occidentale dei legami indissolubili… Non vi domandiamo –aggiungeva -, ratificando i trattati…di mettere un punto finale alla costruzione dell’Europa, al contrario. Non siamo ancora che all’inizio della nostra azione. Non penseremo di averla portata a termine fino a quando resterà un paese libero d’Europa fuori della nostra Comunità’’. E concludeva che il processo di integrazione va “nel senso della storia”.

Difficile non riscontrare oggi la piena attualità di questa posizione.

La scelta europeista della Francia, notava in quella occasione Valery Giscard d’Estaing, annunciando il suo voto favorevole, corrisponde anche all’avvio di una stagione di modernizzazione del Paese. Una tesi che, simmetricamente, sosteneva – per quanto attiene all’Italia – il ministro degli Affari esteri, Giuseppe Pella, alla Camera dei Deputati di Roma.

Oggi sono le sfide del mondo globale a esigere, nuovamente, una presenza europea all’altezza delle sue responsabilità.

Diversamente, la pace, le libertà, i diritti, la prosperità, potrebbero divenire in futuro, anche per noi europei, un ricordo.

Nel costante intersecarsi della storia dei nostri due Paesi – e nel contributo che essi hanno dato all’Europa e al mondo – queste idee, questo modo di concepire il rapporto fra cittadini e Stato, sono andati gradualmente consolidandosi.

È sulla base di queste riflessioni – e grazie al bagaglio straordinario di sensibilità e valori che animi consapevoli e coraggiosi avevano saputo conservare anche nel profondo abisso dei conflitti mondiali – che si giunse, nell’immediato dopoguerra, alla decisione di unire e non più dividere, di mettere in comune, piuttosto che di rifugiarsi nei propri confini, di aprirsi alla solidarietà, piuttosto che rimanere imbrigliati nella contrapposizione.

La storia della nascita della Comunità del Carbone e dell’Acciaio e del ruolo che Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spaak svolsero, con il conforto del sapiente impulso di Jean Monnet e di altre figure lungimiranti, fa ormai parte del bagaglio inalienabile dei popoli europei e dovrebbe, a ogni generazione, essere compresa e meditata.

Non possiamo infatti consentire che prevalga l’oblio, che si possa tornare indietro e che quel grido, “mai più guerra”, risuonato così forte all’indomani del secondo conflitto mondiale, possa essere posto in sordina!

In questi decenni abbiamo avuto in proposito – e tuttora abbiamo – tristi e drammatiche esperienze sull’uscio di casa, nel nostro stesso continente – e nell’immediato “cortile di casa” – il Mediterraneo!

L’Unione, filiazione diretta e coerente di quella prima Comunità, rappresenta quanto di più significativo la coscienza europea ha saputo costruire per allontanare lo spettro del conflitto, e garantire anzitutto ai suoi cittadini – ripeto – un periodo di pace e prosperità collettiva di cui mai prima, nella nostra storia, avevamo potuto godere.

Il percorso di integrazione ha infatti introdotto stabilmente e fatto acquisire nell’animo degli europei il concetto di solidarietà fra nazioni, Stati, popoli diversi, impegnati nel riconoscere i caratteri fondanti il demos europeo, motore e risultato – al tempo stesso – dello sforzo di integrazione.

Trascorsi settantuno anni dalla dichiarazione Schuman, sono gli eventi successivi e particolarmente gli avvenimenti di questo periodo a confermarci – ben al di là di ogni dubbio – quanto sia stata lungimirante la scelta dei padri fondatori.

La pandemia che ha colpito violentemente l’intero pianeta ha reso ancor più evidente la fragilità dei singoli Paesi – anche di quelli europei – stretti fra esigenze di difesa sanitaria delle proprie popolazioni, salvaguardia dell’economia e mantenimento di quella socialità indispensabile in molti settori, primo fra tutti quello dell’istruzione che, così tanto ha sofferto in questo periodo.

In un contesto così difficile, segnato in maniera drammatica, indelebile da una scia di lutti che ancora pesano sulle nostre comunità, la solidarietà fra Paesi e istituzioni europee ha rappresentato un punto di riferimento e di guida che ci ha consentito di tracciare insieme una via di uscita dalla crisi.

È nei momenti di maggiore incertezza che occorre avere il coraggio di compiere passi in avanti.

La Commissione Europea ha saputo assumersi questa responsabilità. Ancora una volta, come all’alba del percorso di integrazione, coraggio e solidarietà hanno permesso il prevalere delle ragioni della speranza contro ogni visione angusta di chiusura, per costruire il nostro domani.

L’azione della Commissione è stata affiancata, con il medesimo slancio, da quella del Parlamento Europeo, che ha fatto sentire la sua voce autorevole, espressione del dibattito democratico che sempre più contraddistingue la vita dell’Unione.

Anche al livello degli Stati membri la solidarietà si è manifestata in maniera spontanea e immediata, con gesti che sono già entrati a far parte della nostra memoria collettiva.

Alla solidarietà bilaterale hanno fatto seguito coraggiose decisioni del Consiglio Europeo che hanno completato il quadro della risposta collettiva alla pandemia.

Una risposta che è risultata essere ampia, articolata, consistente e che ha accompagnato gli sforzi che, sul piano nazionale, ciascuno Stato membro sta adottando, esaltando così il canone della sussidiarietà, autentica pietra angolare del funzionamento dell’Unione.

Solidarietà e responsabilità si sono così confermati come gli elementi caratterizzanti l’avventura europea.

È cresciuta una nuova consapevolezza, che supera e azzera improvvidi e modesti diversivi di contrapposizioni all’interno dell’Unione tra gruppi di Paesi, talvolta indicati con appellativi davvero fantasiosi.

Il Consiglio, rappresentativo degli Stati membri ha così approvato un “pacchetto” che si pone nell’alveo di una crescita istituzionale che, partendo dalla moneta unica, passa per l’unione bancaria e giunge – adesso – al primo concreto esempio di una politica fiscale comune capace di contrastare la crisi.

L’obiettivo che ci attende è quello di consegnare alla prossima generazione una Europa più coesa, lungimirante e pienamente in grado di far sentire nel mondo la sua voce; e questo dipenderà anche dal modo con cui ogni singolo Paese metterà in opera i propri piani nazionali.

Non possiamo fallire la sfida di trasformare la crisi in motore di un nuovo sviluppo più qualificato e più equo, che rilanci il ruolo dell’Unione Europea come moltiplicatore della propria piattaforma di valori e come vettore di inclusione.

Il prezzo della nostra incapacità verrebbe scontato dalle prossime generazioni.

Non deve accadere!

Non può accadere che si smarrisca una opportunità di crescita collettiva, che renda l’Unione più vicina ai suoi cittadini e più autorevole sul piano internazionale, evitando il rischio di divenire marginale spettatrice degli eventi.

Un’Europa capace di tracciare – insieme ai popoli degli altri continenti – nuove strade e contribuire a scrivere le regole su grandi temi come il cambiamento climatico o la rivoluzione digitale, adottando criteri rigorosi e partecipando da protagonista alla definizione di normative coerenti con i valori di crescita umana globale, rispettosi delle culture di ciascuno.

I popoli europei ne sono ampiamente convinti. Occorre che ne prendano atto le autorità politiche e che agiscano di conseguenza.

Dal punto di vista economico, grandi passi sono stati fatti. L’emissione di debito comune consentirà di affiancare alla moneta unica, un “safe asset” europeo che favorirà la diffusione dell’Euro quale moneta privilegiata degli scambi e ne aumenterà il ruolo internazionale come valuta di riserva.

Il problema del debito che verrà emesso per sostenere la ripresa non costituisce certamente questione secondaria. E vanno ascoltati coloro che ammoniscono sulle conseguenze che un tale fardello potrebbe avere per la prossima generazione.

Auspichiamo che – nel segno di un rafforzamento dell’Unione – il concetto di politica fiscale europea si sviluppi e si consolidi: non certo per trasformarci in una “unione del debito” ma per affiancare alla politica monetaria sovranazionale, gestita dalla Banca Centrale Europea, uno strumento altrettanto efficace per consolidare la crescita e ridurre le diseguaglianze tra i Paesi e al loro interno; facendo in tal modo accrescere il livello e la qualità dell’economia europea.

Sotto altri profili dobbiamo fare di più.

La politica migratoria rimane un vulnus recato alla coscienza europea. Alla pandemia abbiamo saputo dare una risposta comune, alla crisi economica altrettanto.

Alle migrazioni, ovvero al tema che in grande misura oggi interpella i nostri valori, al tema che più di altri mette in gioco la nostra capacità geopolitica e la nostra visione del mondo, non siamo ancora riusciti a dare una risposta adeguata, efficace e comune.

I flussi migratori vanno regolati e governati, affinché siano rispettosi delle comunità di accoglienza e dei migranti, cancellando l’odioso traffico che criminali senza scrupoli hanno imbastito sulla loro pelle.

La pressione che avvertiamo – in tutto il mondo e non soltanto alle frontiere d’Europa – è il risultato delle grandi differenze nella distribuzione del benessere tra i continenti, dell’ampia diversità dei tassi demografici, dell’impatto dei cambiamenti climatici; ma è anche il prodotto di decenni di omissioni, conflitti, diseguaglianze.

In una frase: del mondo che abbiamo contribuito come europei a plasmare e del quale rechiamo ampia responsabilità.

Donne, bambini, uomini in fuga, difficilmente possono essere individuati come un nemico. Già all’epoca della Seconda guerra mondiale l’indifferenza, se non la aperta ostilità verso i profughi che bussavano alle frontiere, caratterizzò una stagione che sarebbe stata segnata da crimini efferati, dei quali l’umanità non deve perdere il ricordo.

Da lì nacque la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, con validità, appunto, universale. Essa chiede a tutti i protagonisti della vita internazionale di rispettarli e, prima di essere rigorosi nel reclamarne il rispetto da parte degli altri Stati, di onorarne per primi i principi, a partire dai diritti dei migranti.

Dotarsi di una politica dell’immigrazione e dell’asilo all’altezza dei valori che sono alla base del progetto di integrazione europea costituisce un obiettivo primario per la stabilità e per la stessa coesione dell’Unione oltre che per poterci confrontare con i Paesi della regione in maniera credibile.

Se vogliamo che questa nostra Europa continui ad assicurare prosperità e benessere dobbiamo provvederci di una strategia dell’accoglienza – sostenibile ma concreta – in sintonia con le complesse sfide dell’oggi.

Abbiamo bisogno di una politica dell’immigrazione che proietti stabilità intorno a noi, che contribuisca a riassorbire le tensioni e a dare una spinta allo sviluppo dei nostri vicini, in particolare per quanto riguarda il Continente africano, che già da tempo dovrebbe essere visto – prima di ogni altra considerazione – come un partner per l’Unione.

In questo senso, la gestione delle migrazioni deve divenire parte integrante dell’azione esterna dell’Unione.

Sotto ogni profilo e su più versanti non è da soli che possiamo pensare di arrestare l’instabilità che ha ormai raggiunto praticamente l’intero arco dei confini europei! Tutto intorno all’Europa.

L’Unione deve essere in grado di contrapporre a questo scenario la forza dei suoi valori e dei suoi ideali.

Deve saper proiettare equilibrio, tolleranza, benessere, al di là dei propri confini. Deve, concretamente, porsi l’obiettivo di completare il percorso di integrazione continentale con i Paesi dei Balcani Occidentali e di proseguire le politiche di partenariato con i popoli dell’altra sponda del Mediterraneo.

Deve saper agire con tutta la propria energia per affermare le ragioni della pace nel mutuo rispetto, la ferma convinzione della supremazia del diritto e del metodo multilaterale, la sua vocazione di armonia nella comunità internazionale.

Un compito arduo, che si costruisce giorno dopo giorno, nella consapevolezza – da parte di ciascuno Stato membro – che occorre saper guardare lontano, rinunciando a qualcosa, quando necessario, affinché si possa comporre un coerente quadro di politica estera dell’Unione.

Sono passati dodici anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ma il mondo e l’Europa da allora sono radicalmente cambiati.

Una ulteriore evoluzione della nostra Unione appare oggi ineludibile.

ha indicato con puntualità il presidente Macron nel suo importante intervento in questa Università, il 26 settembre del 2017, parlando di una Europa “sovrana, unita, democratica”.

Francia e Italia devono essere fra i protagonisti di questa trasformazione.

Lo abbiamo già fatto lavorando fianco a fianco per costruire la risposta economica e sociale alla pandemia, affinché nessuno rimanga indietro e tutti possano avere nuove opportunità.

Lo stiamo facendo anche attraverso la predisposizione di un “Trattato bilaterale sulla cooperazione rafforzata” che consentirà di porre le nostre relazioni su un piano di ancor più profonda integrazione, capace di infondere nel progetto europeo nuova energia.

Gli innumerevoli vincoli che da sempre stringono insieme le nostre società civili ci saranno di aiuto prezioso.

In questa sede non possiamo non ricordare l’eccellente collaborazione esistente a tutti i livelli fra le nostre Università e le nostre Istituzioni di ricerca e i molteplici programmi congiunti che in ogni ambito si situano al limite estremo delle attuali conoscenze. Collaborazioni che, specialmente nella scienza e nella tecnologia, rappresentano motore di sviluppo e – non a caso – stanno alla base dei grandi progetti di interesse comune sostenuti dall’Unione.

Signora Ministro,

Signor Rettore,

Signori Presidenti,

il nostro impegno deve essere quello di continuare a lavorare insieme, con determinazione, affinché nel nostro futuro vi sia un’Unione non soltanto più stretta, ma in sintonia con i suoi cittadini, con le loro sensibilità, con le loro necessità, con i loro sogni.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa che si è aperta da pochi giorni – e che auspichiamo possa concludersi con successo nel semestre di Presidenza francese – rappresenta il banco di prova della nostra capacità di saper prestare ascolto alle istanze delle nostre società e identificare così soluzioni al tempo stesso condivise e innovative.

Se un’Unione più efficiente e più coesa, più rappresentativa dei suoi cittadini, più autorevole al livello internazionale necessita – come è evidente – di cambiamenti nella sua struttura, dobbiamo avere il coraggio di affrontare e sciogliere questi nodi.

Insieme!

Francia e Italia sono chiamate – anche in questa fase – a esprimere forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere all’Unione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

È un compito nel segno della coerenza, con la lungimiranza dei Padri fondatori.

Lo dobbiamo anzitutto ai popoli europei e, tra essi, soprattutto ai giovani europei, alla generazione Erasmus, a cui abbiamo il dovere di consegnare un’Europa forte dei nostri comuni ideali.

Merci de votre attention.

I limiti della grande politica e le potenzialità dell’autogoverno. Dal blog di “Dialoghi”.

Nella post pandemia conta forse più la politica locale, quella che si esprime nei territori e investe i singoli Comuni, che non la cosiddetta grande politica. Urge una ricostruzione dal basso. L’autore conclude il suo intervento sul sito della rivista dell’Azione cattolica italiana in un modo molto netto: “Come si ricostruisce una “comunità”? Il mezzo principale è l’educazione a tutti i livelli”.

Tutti coloro che guidano un’auto sanno che nessuno specchietto retrovisore è in grado di inquadrare quello che in gergo si chiama l’“angolo buio”, che rimane invisibile al conduttore e che quindi costituisce un pericolo al quale bisognerebbe rivolgere la massima attenzione. Anche la politica o, meglio ancora, l’azione dei governi subisce questo “effetto ombra”, i cui effetti si possono rivelare col tempo gravi e drammatici.

Sappiamo che in questi mesi si dovrebbe aprire una stagione di grandi riforme soprattutto con l’utilizzazione del “Recovery Fund”. I problemi che saranno affrontati con i fondi europei sono, com’è stato in parte annunciato, molti e certamente fondamentali e si inquadreranno nell’ambito della “governance” del dopo covid o, almeno, del progressivo décalage dell’epidemia. Quelli che non è opportuno dimenticare o sottovalutare sono appunto gli “angoli oscuri” che gravano e graveranno sull’azione governativa, rischiando di renderla insufficiente in punti non certo secondari.

Cosa s’intende dire con questo? Basta forse qualche esempio: proviamo ad andare un po’ in giro per qualche scuola, per qualche ospedale, per qualche luogo di lavoro, grande o piccolo, e anche per qualche luogo di ritrovo o semplicemente per strada, per qualche quartiere non necessariamente di grandi città, ma anche di quelle più piccole, in cui la vita quotidiana sembra presentare meno effetti di deterioramento. Cosa si vede, così, a occhio nudo, senza bisogno dell’aiuto di sociologi, psicologi, urbanisti? Si vedono strutture ancora oggi fatiscenti, invecchiate, che sembrano stare in piedi per una speciale grazia divina o per un caso fortunato. Ma non è solo questione di strutture fatiscenti che fanno vergogna a un Paese civile. Si vedono infatti anche, per le vie, comportamenti individuali e di gruppo improntati all’indifferenza, alla superficialità, alla mala sopportazione del prossimo, addirittura alla violenza generata spesso da cause banali, ma talvolta sfociata in esiti estremi.

Ora, tutto questo serve semplicemente per dire che, al di là e al di sotto di ogni macroriforma resta ben solido un costume (in)civile, che assume mille volti differenti, ma i cui risultati convergono in atti, comportamenti, decisioni, atteggiamenti contrari alla ricostruzione di una buona e giusta convivenza. Qui nessuna azione della grande politica (chiamiamola così per intenderci) può arrivare, sia perché essa pare essere decisamente disinteressata a questo fondo oscuro della società, ma anche perché qui servono strumenti diversi dalle azioni di un governo centrale, specie se di composizione “tecnica”.

Qui serve, se non è già troppo tardi, l’azione dei governi locali, i più vicini, almeno teoricamente ai bisogni dei cittadini: i comuni, le province, le regioni, insomma la “micropolitica” (se questo nome è adatto), che diventa grande politica nella misura in cui si piega alle esigenze e ai drammi della vita di ogni giorno.

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https://rivistadialoghi.it/i-limiti-della-“grande-politica”-e-le-potenzialità-dell’autogoverno

Perdonare oltre l’impossibile. La figura di Maria Goretti, la Santa dodicenne che “L’Osservatore Romano” consegna a una dimensione oltrepassante l’umano.

È impossibile, secondo l’autore dell’articolo, spiegare il perdono secondo i canoni della vita comune. Tuttavia, come ben sappiamo, i santi vanno oltre tutto ciò che è umano. La giovane delle paludi pontine, morta a seguito della violenza patita per mano del suo altrettanto giovane aggressore, mette in mostra l’eroismo di un’intima e profonda misericordia, intesa come condivisione dell’umana fragilità.

Antonio Tarallo

«In quel tempo, Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». È l’evangelista Matteo, all’ottavo capitolo, a raccontarci questo celeberrimo episodio in cui Gesù ci insegna come perdonare. Chiunque ha subìto torti, ciascuno di noi ha sperimentato delusioni che hanno segnato profondamente la propria vita. E, proprio per questo — non possiamo nascondercelo — difficilmente abbiamo perdonato, fin da subito, chi ci ha recato dolore. Molte volte, se ci siamo riusciti, è stato solo grazie alla polvere del tempo che ha coperto il danno subìto.

Robert D. Enright, noto psicologo statunitense, attuale docente di Psicologia educativa all’università di Madison (Usa), ha improntato il suo campo di ricerca proprio sul tema del perdono: quando una persona perdona, identifica il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, ma accetta l’altro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante l’offesa. Con questi presupposti, perdonare diviene inevitabilmente una scelta. Scrive Enright: «Perdonare è un atto di grazia verso chi ci ha offeso, verso qualcuno che non merita necessariamente la nostra misericordia».

Maria Goretti, certamente, rimane uno degli esempi più concreti — e allo stesso tempo straordinari — di come noi stessi possiamo divenire misericordia per gli altri. Ma per fare ciò, le nostre uniche forze non bastano. Si tratta, alla fine, di Grazia: questa volta con la “G” maiuscola.

La tremenda uccisione della piccola Maria, avvenuta dopo la tentata violenza da parte del giovane diciottenne Alessandro Serenelli, è una prova tangibile di come il Signore possa operare miracoli nelle situazioni più disparate. Miracolo sì, perché “perdonare” non può che ritenersi tale. La frase — divenuta una sorta di emblema-motto — che Maria Goretti pronunciò alla madre, prima di morire, ci pone di fronte a un mistero che ci mette in crisi. Il perché è assai semplice: come è possibile — per noi — perdonare i piccoli torti subìti, avendo di fronte questa immensa figura di santità che è riuscita addirittura ad avere misericordia per il proprio uccisore?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-150/perdonare-oltre-l-impossibile.html

La Pira Sindaco. Il primo discorso davanti al Consiglio comunale di Firenze. “Non parliamo di questioni astratte”.

L’elezione avviene il 6 luglio del 1951 e segna una novità di rilievo nel contesto politico fiorentino. Il Comune, nei primi cinque anni (1946-1951) di vita democratica, era stato guidato da una giunta social-comunista, con a capo una figura molto nota della Resistenza: Marco Fabiani. La presentazione e il discorso sono tratti dall’opera in tre tomi “Giorgio La Pira Sindaco. Scritti discorsi e lettere” (a cura di Ugo De Siervo, Gianni Giovannoni, Giorgio Giovannoni –  III voll. – Cultura nuova editrice, in collaborazione con il Comune di Firenze, 1988 – Vol. I, pp. 31-35).

(Redazione)

Le elezioni del 10 giugno vedono l’affermazione dei partiti, tra loro apparentati, della DC, del PLI e di una lista comprendente repubblicani e socialdemocratici, che conseguono circa il 46,80% dei voti, contro il circa 44,20 conseguito dalle liste, tra loro apparentate, del PCI, del PSI, degli “Operatori economici”, del “Movimento cristiano del lavoro”. A parte si erano presentati il Partito socialista unitario, il Movimento sociale italiano e il Partito nazionale monarchico.

In applicazione della legge elettorale allora vigente, la lista maggioritaria ottiene i due terzi dei seggi, mentre tutte le altre liste si ripartiscono proporzionalmente il residuo terzo dei seggi.

La Pira, che aveva ottenuto anche un buon risultato elettorale personale avendo conseguito oltre diciannovemila preferenze (contro le 14.462 delle elezioni politiche del 1948), viene eletto Sindaco alla testa di una Giunta comunale composta da sei democristiani, due liberali, due repubblicani ed un socialdemocratico.

Non appena eletto, il Sindaco tiene un primo discorso in Consiglio comunale in termini chiari ma volutamente sintetici.

Subito dopo nel Consiglio si sviluppò un animato dibattito di politica generale che risentì delle asprezze polemiche della campagna elettorale. Il consigliere socialista Giovanni Pieraccini propose un ordine del giorno sulla pace che suscitò inizialmente forti contrasti, ma grazie alla media-zione di Giorgio La Pira e di Renato Branzi si riuscì a formulare un testo che riscosse l’unanimità del Consiglio comunale: “Il Consiglio comunale di Firenze, constatando che il suo insediamento coincide con la rinascita delle speranze di una distensione internazionale in seguito all’apertura delle trattative per la tregua in Corea, vuole che il suo primo atto interpreti solennemente la profonda aspirazione di tutta la cittadinanza alla pace”.

Viene inoltre pubblicata la replica finale del Sindaco al dibattito, nella quale sono contenute alcune puntualizzazioni significative (i testi sono tratti dal verbale del Consiglio comunale del 5 luglio).

Il discorso

La breve parola che io voglio dire è una parola di saluto, è una parola di pace: è cioè la bella espressione francescana pax et bonum. Queste parole di saluto, che non pronunzio per la prima volta, io le rivolgo anche a Fabiani, di cuore.

Noi non siamo – come dissi in Piazza Signoria – dei manichei: siamo tutti uomini operanti e ispirati ad una visione larga della vita.

Quindi un saluto e un ringraziamento a tutti, perché chiunque faccia un sacrificio per gli altri e si ponga al servizio degli altri sparge una sementa che non si perderà mai: un saluto sincero non solo a Fabiani, ma a tutta la Giunta uscente.

Un altro saluto lo rivolgo a tutto il popolo fiorentino, senza distinzioni politiche, religiose, ideologiche, e l’augurio che abbia bene, pace e quel minimo che è indispensabile ad una vita dignitosa ed umana.

Un terzo saluto a tutte le autorità cittadine, da quelle supreme religiose a quelle civili, e a tutti gli impiegati del Comune; saluto che vuol essere per tutti come una specie di seme che fruttificherà nel cuore di ciascuno.

Dopo i saluti rispondo a quello che è stato detto da Mazzoni, non riferendomi direttamente al suo discorso, ma seguendo un certo ragionamento. A chi domandasse con quale criterio abbiamo fatto la Giunta io rispondo che l’abbiamo fatta prescindendo dai singoli interessi, anche di partito, per il bene di Firenze e con criteri di onestà e di competenza. Al di sopra degli interessi particolari noi abbiamo tenuto presente l’interesse universale di Firenze per il raggiungimento del bene comune. Il nostro compito non è facile, ma speriamo di svolgere bene il nostro lavoro.

Il principio che anima la Giunta è che l’Amministrazione comunale deve essere rivolta a tutti i cittadini senza distinzione di parte perché gli amministratori del Comune appartengono a tutta la Comunità cittadina ed il loro sforzo deve essere rivolto a raggiungere quel bene massimo che si può fare, intellettualmente, economicamente, culturalmente, a vantaggio di tutta la popolazione.

Gli obbiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre. Il primo si fonda sulla pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili. La Giunta si prospetterà i problemi della popolazione più umile di Firenze e cercherà con tutta l’energia possibile di avviarli a soluzione; occorrerà per questo che la nostra mente e il nostro cuore lavorino indefessamente per proporzionare i mezzi ai bisogni. Il compito è duro ma faremo il possibile e l’impossibile per adempiere a questo fondamentale comandamento umano e cristiano.

Il secondo obbiettivo concerne la vita industriale, agricola, commerciale, finanziaria della città. Noi porremo il massimo sforzo e il massimo interesse per potenziare tutte le attività cittadine.

C’è poi un terzo obbiettivo, che è forse il più importante. Firenze rappresenta nel mondo qualche cosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell’aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degh uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali.

Il consigliere Mazzoni ha posto anche domande di intonazione politica. Noi non abbiamo però competenza politica perché il nostro non è  un compito politico. Tuttavia la mia risposta è che noi abbiamo una scelta di libertà, non di libertà umana, ma· di un certo tipo di stato e di democrazia, un certo tipo di vita comune che non coincide con un altro tipo di vita comune. Ecco la ragione che ci divide! Questa è la sola risposta che io possa dare, perché il resto non è costituito che da elementi accessori.

Noi dobbiamo lavorare con spirito di amore ed io confido molto di poter contare anche nella collaborazione dell’opposizione che, con la sua critica saprà stimolarci a fare di più; perché io sono certo che anche la critica ha una funzione importante. Io vi assicuro che la nostra amministrazione sarà rivolta a tutti: sarà una casa aperta a tutti, ferma nelle sue linee chiara nei suoi obbiettivi.

A me che sono fiorentino solo d’adozione, Firenze mi commuove perché è una città speciale. Tutti rimangono colpiti quando arrivano in questa città unica al mondo! Appena si arriva alla Stazione ci si mostra la bellezza di Santa ‘Maria Novella, più in là è Santa Maria del Fiore, ancora più in là la Santissima Annunziata! Non vedete quale luce è per tutti? Sotto questa luce e con questa forza, noi siamo certi – e il Signore ci assisterà – di fare qualcosa di positivo nell’interesse della popolazione fiorentina.

***

Io vi auguro – amici – con tutto il cuore ogni bene.

Questa è una seduta inaugurale e può anche essere bene che in un Consiglio comunale si parli di politica. È però la prima e l’ultima seduta che noi faremo in riferimento a questioni astratte.

Rispondendo brevemente alle dichiarazioni che sono state fatte, io dico a Mariotti, il quale si pone il problema se esiste µna vera democrazia in Italia, che il problema è complesso; ma, ciò che è essenziale e specifico deÌla democrazia è la possibilità di scelta, la pluralità dei partiti; quando c’è questa possibilità di scelta, c’è la democrazia! Dell’ap-parentamento…parleremo un’altra volta!

A Pieraccini rispondo che in una seduta inaugurale non si può fare un programma definitivo. È come il capitano della nave che guarda la stella polare e poi, in base a quella stella polare, proporziona la tecnica. Questo proporzionamento della tecnica è il compito che noi svolgeremo nelle prossime sedute. Quindi né delusioni, né illusioni: certo che qualche cosa faremo per i più poveri e disagiati; e non soltanto «minestre», che pure hanno un loro peso!

Io ricordo, quando tornai a Firenze dopo la liberazione, quale gioia si provava per quelle minestre e come erano assediati coloro che le distrbuivano.

Evidentemente l’ideale è che ogni famiglia abbia un suo piccolo bilancio col quale provvedere ai suoi bisogni. Cercheremo di eliminare le minestre, come difatti stiamo facendo: all’Ente Comunale di Assistenza si davano 50.000 minestre al giorno, mentre ora sono quasi del tutto scomparse e sono nati i ristoranti di seconda categoria che, con poche lire, danno la possibilità di mangiare essendo serviti da camerieri in giacca bianca.

Abbasso quindi la minestra ed evviva i pasti! Evviva il lavoro fondamento della vita secondo il detto benedettino «Ora et labora». Quindi – caro Pieraccini – politica di lavoro.

Firenze ha larghi strati di popolazione che soffrono. Conosciamo il problema delle case e le faremo. Non so quando, ma le faremo! Voi avete visto dall’ordine del giorno Pieraccini che, quando presentate una dichiarazione che è conforme allo spirito di tutti gli uomini, che tocca la radice fondamentale di ogni creatura umana, tutti siamo d’accor-do. Quando invece si entra in certa tecnica spicciola, come quella che si riferisce al Patto Atlantico, la cosa è più complicata, perché tutte le cose hanno sempre due facce. Uno può vedere il Patto Atlantico da un angolo di visuale ed uno da un altro; ed allora è una cosa complicatissima. Di questo io non posso parlare e mi limito a constatare una cosa importante: che la dichiarazione di pace è conforme allo spirito di tutti gli uomini.

All’amico Fabiani rispondo che, per quello che concerne la bandiera nazionale, mi dispiacque che fosse stata tolta. Perche mai l’hai fatta levare? Non dico che tu l’abbia fatto per settarismo ma, se tu l’avessi lasciata, sarebbe stata una cosa tanto più bella! Comunque la tua chiarificazione in proposito è stata veramente opportuna e buona.

Stasera, in questa prima seduta, abbiamo fatto una cosa non regolare, perché il pubblico è stato troppo movimentato, ma quest’altra volta metteremo una regola, specialmente per le donne che sono le più indisciplinate. Comunque anche questa vitalità è bella!

Abbiamo cominciato i lavori del Consiglio con un augurio di pace ed è stato bene. Abbiamo terminato i lavori della seduta con un atto pubblico di pace, votato all’unanimità e ciò mi pare profondamente augurale.

L’augurio mio a tutto il Consiglio, opposizione compresa, è che questa pace sia costruttiva e si traduca in qualche cosa da fare: le case, i provvedimenti in favore della popolazione bisognosa e tutte le altre cose di cui abbiamo già parlato.

Il profeta del nuovo personalismo. Nella concezione lapiriana risplende l’intuizione di uno Stato a misura della libertà e della giustizia umana.

Non possiamo irrigidire l’esperienza di La Pira nelle formule del cattolicesimo politico tradizionale. È stato un innovatore che ha saputo conservare l’essenziale del messaggio cristiano “mediato” nell’impegno pubblico. L’autore, docente all’Università Lateranense, traccia una linea di continuità con Emmanuel Mounier, tanto da evidenziare il carattere unitario – al di là e al di qua delle Alpi – di una proposta di democrazia “non borghese” fiorita nel cuore del Novecento.

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamente rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira. Tre sono le linee fondamentali di questo contributo: centraità della persona; pluralismo politico e sociale; affidamento allo Stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Si tratta di tematiche che riassumono una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini propriamente politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione repubblicana alla quale La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. Tuttavia la prima dimensione della sua esperienza politica è collegata, secondo me, al rapporto profondo tra valori, politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera, votate a realizzare l’uomo nella sua più profonda dimensione. E quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno Stato clericale, ma intende che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene allorché la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non diffidano della materia e non hanno timore del corpo, prestano invece a ciò la dovuta attenzione perché, del resto come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, ma compiere una atto di misericordia spirituale dal momento che lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare.

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione  tesa a gettare le basi prima nell’elaborazione della Carta costituzionale e poi nel suo servizio come Sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, perché offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono all’interno della coscienza dell’uomo le sue vere ragioni, tali cioè da  renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile. Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, Ordine religioso nel quale entrò come Terziario “donato” e che non consiste nella sequela di un santo, bensì nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”.

Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe con umile e disarmato atteggiamento impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra. La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, ma il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, benché il suo animo guardasse sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

Guardiamo all’orizzonte sovranazionale. Emmanuel Mounier (1905-1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da realizzarsi attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in scienza politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona che poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità.

Il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco e tuttavia antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. Quello che colpiva La Pira nel personalismo mouneriano era l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico e inventando un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale; la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù, come equilibrio tra indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, per realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”, perché attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40 scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo e soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesia, mentre rafforzava l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare, superandola, la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo senza cedere alla suggestione collettivistica, evitando perciò di isolare le liberta tra di loro. E questo sforzo ha condotto nella Costituzione italiana al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, bensì unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo,mperché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto ma fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie. L’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace per cui il naturale referente non è neanche più lo Stato, semmai il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile, perché soltanto dall’incontro tra ”civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace in nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. L’obiettivo è costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze, ma anche delle istituzioni in cui la politica si svolge, attraverso la pratica della giustizia nata dalla fraternità.

Un passo verso la modifica dei Trattati. Occorrono linee strategiche e scelte coraggiose per il futuro dell’Europa.

La Conferenza non ha il potere di incidere direttamente sui Trattati. C’è da osservare, però, che uno sforzo di chiarificazione e lungimiranza può determinare l’avvio di un’operazione politica in grado di produrre i necessari cambiamenti, avendo di mira obiettivi concreti.

 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, s’è detto, è un’occasione da non sprecare. Pertanto, deve avere il coraggio di affrontare i temi-cardine della costruzione comunitaria. Quanto meno è importante che questo appuntamento li discuta, ponendoli in agenda. La logica con la quale deve operare dev’essere sovranazionale, non nazionale: solo così si possono affrontare questioni che altrimenti rimangono imprigionate nella rete di interessi locali e quindi nella possibile concorrenza sleale fra Stati.

Detto in un precedente articolo del tema a mio avviso principale, la politica estera, occorre non tralasciarne un secondo, assolutamente essenziale. La politica fiscale, come ci è stato spiegato più volte dalla Storia, è la base di uno Stato, insieme al controllo della forza. E’ del tutto evidente che le distorsioni esistenti in argomento all’interno dell’UE non depongono in favore della sua unità e anzi ne minano alla radice ogni possibile sviluppo. Anche in questo caso la regola dell’unanimità – altro punto assai problematico – consente ai Paesi che sulla fiscalità molto vantaggiosa per le aziende, in particolare le multinazionali, hanno impostato la propria politica di crescita economica (Olanda, Irlanda, Lussemburgo…) di impedire qualsiasi ipotesi di riforma.

Una qual certa armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali è però necessaria. Ovvero, al pari che nei sistemi federali una differenziazione nei regimi tributari nazionali è certo accettabile, comprensibile. Ma non oltre certi limiti. Altrimenti ci si trova di fronte a fenomeni di concorrenza scorretta fra Stati su un terreno che da fiscale diviene di competitività economica.

Ora l’idea americana ripresa dal recente G7 di introdurre una tassa minima globale sui profitti delle grandi multinazionali correlata alle vendite effettuate in ogni singolo Paese (al di là della loro effettiva presenza fisica nel medesimo) costituisce un passo significativo che l’UE non potrà non considerare quale utile stimolo: e infatti la Commissione ha recentemente presentato un Piano d’azione da adottare entro il 2023 teso a far sì che l’Unione disponga di “un unico codice di regole dell’imposizione delle società, che fornisca una più equa ripartizione dei diritti di tassazione tra gli Stati membri”. E questo è un esempio che per quanto accidentato anche il terreno fiscale non è impercorribile.

La Conferenza non ha fra i suoi compiti quello di modificare i Trattati, si dirà. Vero. Ma fra i suoi obblighi politici ha quello di porre le questioni di fondo che porteranno alla loro necessaria modifica. Il futuro della UE, infatti, passerà da lì.

Quali scenari per la ripresa post pandemia?

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

 

Mentre ci si appresta a riaprire, è doveroso cominciare a chiedersi quale società avremo dopo la fine dell’epidemia, sapendo che gli esiti delle crisi non sono scontati e dipendono in grande misura dalla politica, ossia dalla capacità delle classi dirigenti di creare consenso sulle cose da fare. Anche se ogni parallelismo è assolutamente improprio, è utile ragionare sulle grandi differenze che caratterizzarono il primo e il secondo dopoguerra. Dopo la prima guerra, ci fu un lungo periodo segnato da instabilità, sfociata in protezionismi, nazionalismi, dittature e in ultima analisi nella seconda guerra, dove dopo, si è avuto il più lungo periodo di pace e progresso economico per il più gran numero di nazioni nella storia dell’umanità.

Come ha scritto Barack Obama in un famoso articolo sull’Economist del 2016, malgrado i tanti conflitti e le tante diseguaglianze, non c’è mai stato un periodo storico in cui vi siano state così poche guerre, così tanta libertà e così tanto benessere diffuso. Da cosa dipendono esiti tanto diversi? In parte – non c’è dubbio – da condizioni oggettive, quali ad esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’ordine mondiale era assicurato dal prevalere di due superpotenze nucleari: il cosiddetto equilibrio del terrore. In gran parte, però dipende anche dal fatto che le classi dirigenti del dopoguerra avevano ben presenti i drammi a cui avevano portato le scelte o non scelte del periodo fra le due guerre. Anche i popoli sembra avessero capito la lezione; esplose, in Italia e in molti altri paesi, la voglia di ricostruire e questa voglia sfociò poi in uno sviluppo straordinario e largamente autopropulsivo, ossia dovuto alla laboriosità e all’inventiva di milioni di persone.

Non sappiamo quale scenario prevarrà dopo la crisi da covid-19, ma sappiamo che non mancano segnali preoccupanti perché ben prima dell’epidemia avevamo assistito alla crisi della cooperazione internazionale, alla sostanziale rottura dell’alleanza atlantica, alla fine del multilateralismo, all’esasperazione di tanti conflitti locali, alla crescita dei nazionalismi. Da molti anni ormai, in quasi tutto il mondo, si erano rafforzati partiti o leader populisti, che tendenzialmente rifiutano i principi della società aperta e della democrazia liberale. In gran parte, questi sono i frutti avvelenati della crisi finanziaria del 2008-2011. La pandemia può accentuare queste tendenze negative. Può prevalere la chiusura per timore di altre pandemie; si possono rafforzare le democrature, sfruttando i poteri speciali che già oggi sono in vigore in oltre 80 paesi; si possono accentuare le tendenze più negative dello statalismo economico, nel senso che oggi si danno gli aiuti e domani si cercherà di condizionare e lottizzare le imprese.

Infine, sarà molto complicato uscire dalla logica dei sussidi se non rimettiamo in moto l’economia, generando politiche di sviluppo e crescita che tutelino i posti di lavoro, investendo su infrastrutture salute e competenza. I rischi ci sono, è essenziale mantenere l’ancoraggio all’Europa, respingendo la logica perdente del sovranismo che continua a mostrare tutti i suoi limiti. Non dimentichiamo mai che è per questa logica sovranista che alcuni Paesi in Europa non volevano concederci gli aiuti. Sono gli amici dei sovranisti italiani, che fanno male all’Italia prima ancora che all’Europa.

Noi possiamo crescere come Paese solo se aiutiamo le nostre imprese a confrontarsi sul mercato mondiale, perché il progresso nasce sempre dalla competizione e dal confronto. È la libera circolazione delle idee che rende possibile quella delle merci e dei prodotti, come dimostrano tutte le collaborazioni che già esistono tra le aziende italiane e quelle europee e mondiali. Per cui se da un lato dobbiamo approntare enormi aiuti alle imprese, necessari perché sopravvivano a questa terribile crisi, dall’altro dobbiamo rafforzare sempre di più politiche che portino in Europa la necessità di dare priorità alla crescita, rilanciando il mercato unico e pensando a un disarmo bilanciato fra paesi sugli aiuti di Stato, affinché il gioco sia ad armi pari. Altrimenti, prevarranno sempre le imprese degli Stati più forti e con meno debiti mentre gli altri vivranno in uno stato di rincorsa perenne e non si sentiranno mai di poter appartenere pienamente a un processo di crescita condiviso.

Per parte nostra, dobbiamo essere chiari e sapere che abbiamo il compito di lavorare per superare i problemi storici del nostro sistema produttivo – il nanismo delle imprese e l’insufficiente investimento in ricerca – e al tempo stesso orientare lo sviluppo nel senso delle sostenibilità sociale e ambientale: ciò può e deve essere fatto senza cadere in tentazioni dirigiste o in forme di protezionismo aperto o strisciante che hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, finirebbero per indebolire, anziché rafforzare, le nostre imprese. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro.

Il futuro del Paese intero.

Augusto Gregori Segreteria PD Lazio – responsabile industria, commercio, artigianato e turismo

Giampaolo Galli Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) Università Cattolica

Centro, ora serve il salto di qualità. Basta con i vaniloqui e le manifestazioni oniriche.

Bisogna riconoscere con realismo, seppure con una punta di amarezza, che le varie iniziative “neo-centriste” hanno scontato finora un tasso troppo alto di superficialità e inconcludenza. Talvolta si cade nel vaniloquio. Esiste tuttavia una volontà diffusa che  muove dalla esigenza di una politica di centro, dando perciò nuova linfa alla domanda di un partito adeguato a rappresentare questa volontà. Se non ora, quando?  

Quando si parla di “centro”, di “partito di centro” e di una “politica di centro”, una sola cosa è quasi scientificamente certa. E cioè, le innumerevoli sigle – o presunti partiti o movimenti politici che sono decollati all’interno di quest’area – che nascono a grappoli sono elettoralmente del tutto insignificanti e politicamente puramente testimoniali. Salvo per i vari promotori delle medesime, com’è giusto e comprensibile che sia.

Ma perchè sono elettoralmente insignificanti e politicamente testimoniali? Per un motivo che ormai conosciamo da circa 20 anni. Ovvero, si tratta appunto di sigle che, di norma, riflettono la sacrosanta e giustificata voglia di protagonismo dei singoli promotori dell’iniziativa e che sono destinate – almeno così è stato per quattro lunghi lustri – a scontrarsi prima o poi con la realtà. Cioè con le dinamiche concrete della politica e con le incombenze politiche, organizzative, finanziarie e gestionali che il decollo di un partito richiede e quasi impone.

Certo, nessuno – com’è altrettanto ovvio e scontato – mette in discussione la buona volontà e la passione dei singoli promotori di queste svariate, molteplici e sempre più numerose sigle politico ed elettorali. Ma la notizia principale di queste innumerevoli sigle, di norma, non è il percorso concreto e il progetto politico che le caratterizza. No, la notizia è solo quando nascono perchè si dà già per scontato che cammin facendo l’epilogo è già scritto e, di conseguenza, dopo un certo periodo tramontano a vantaggio di altre e la ruota instancabilmente continua a girare.

Ora, senza indugiare ulteriormente su queste sigle virtuali, quello che merita di essere ricordato e approfondito è che ormai ci sono tutte le condizioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche ambientali affinchè una “politica di centro” seria ed autentica decolli attraverso un soggetto politico organizzato. Certo, com’è altrettanto ovvio, superando le centinaia di sigle virtuali che campeggiano qua e là nel panorama politico ed associativo italiano. Prevalentemente nell’area cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. Ci sono anche le condizioni ambientali perchè il seppur lento ma ormai irreversibile declino della spinta populista, demagogica, anti politica, giustizialista, manettara e antiparlamentare dei 5 stelle spinge inesorabilmente ad un recupero di quelle categorie che da sempre qualificano e caratterizzano una politica con la P maiuscola. Ovvero, partiti politici organizzati e democratici, importanza delle culture potliiche, ricetta riformista, cultura della mediazione, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni democratiche, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica e, soprattutto, competenza della classe politica ed amministrativa.

Ecco, appunto, elementi esterni, estranei e incompatibili con la cultura, la politica, la strategia e l’impostazione del movimento 5 stelle. Altrochè perseguire e costruire, come pensa il prode Letta, una alleanza storica, organica e addirittura strutturale con un partito del genere.

Ma per tornare al centro adesso, però, serve un colpo d’ala. O meglio, uno scatto in avanti. Occorre lavorare alacremente e convintamente per costruire e consolidare in vista delle prossime elezioni politiche un soggetto politico reale, e non virtuale o puramente testimoniale, capace di interpretate e di declinare una vera “politica di centro” in un altrettanto vero “partito di centro”. Questo è l’impegno concreto, adesso, a cui nessuno di noi può sottrarsi nel momento storico che stiamo vivendo. E quindi, riunificare – chi è disponibile e convinto, come ovvio – le centinaia di sigle che sono nate sull’onda della passione e della buona volontà dei vari proponenti, allargare il “campo” ad altre culture e altre esperienze che si riconoscono, comunque sia, in una “politica di centro” e, soprattutto, individuare un “federatore” che sia il punto di riferimento politico di questa galassia. Non un capo, come ovvio, ma un leader che riassuma questa tensione culturale e questa progettualità politica in una organizzazione democratica, plurale, riformista e moderna.

Questo, a mio avviso e non solo, è la vera priorità in questa fase politica per tutti coloro che credono ancora che la politica italiana non possa essere gestita e padroneggiata dai vari populisti sparsi e presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. Verrebbe da dire, scherzando, “se non ora quando”?

MicroMega vuole l’abolizione del Concordato? Rispondo con un secco no. Ci vuole rispetto per la storia, prima che per la Chiesa. Lettera aperta.

Deve essere chiaro che la libertà di pensiero e di parola non può essere un diritto che vale per tutti, ma non per la Chiesa. Poi si può anche riconoscere che la recente Nota vaticana poteva essere assorbita entro una diversa iniziativa, più articolata, affidandone la responsabilità (ancora) alla Cei. Resta il fatto però che raccogliere le firme contro il Condordato è un errore.


Circa
70 associazioni, in prevalenza cattoliche ma tutte “[…]educate al rispetto dell’assoluta dignità di ogni persona, qualunque siano le sue condizioni e i tratti specifici…”, hanno inviato una lettera aperta ai senatori italiani per sollecitarli a rivedere il ddl Zan, in quanto al suo interno ci sono ben “…7 punti illiberali…di segno anticostituzionale” .                        

È un gesto importante perché, tra le altre cose, fa capire che questo  associazionismo di società civile ancora esiste: Tocqueville ne sarebbe felice! Si è fatto vivo in ritardo, ma si è fatto vivo. Succede però che questa lettera si raccordi in qualche modo con la raccolta di firme promossa dal MicroMega per l’abolizione del Concordato. Un invito a firmare motivato dal fatto che il Vaticano ha trasmesso una Nota informale allo Stato italiano per lo stesso motivo. L’obiettivo, alto e solenne, che si pone MicroMega è quello di eliminare una volta per tutte il Concordato. E di  far capire una volta per tutte, che il Vaticano si deve fare i fatti suoi. Deve starsene zitto e silenzioso, chiuso per sempre dentro le sue mura. Ho ricevuto anch’io, via social, l’invito a firmare per l’abolizione del Concordato enon mi sono potuto trattenere di inviare la risposta che segue.

Lettera aperta

Carissimi amici di MicroMega, nel recente passato mi sono più volte avvicinato alla vostra Rivista che ho sempre trovato interessante, quand’anche strapiena di un ricercato  illuminismo razionalista per intellettuali atei addetti ai lavori. Il che non è un peccato, intendiamoci: la mia è solouna constatazione. 

Vi seguo  con interesse  critico, anche su MicroMega.net. Proprio per questo avverto il bisogno di darvi sommessamente un consiglio. Raccogliamo questa volta anche le firme  per abolire oltre al Concordato le Leggi  27/3/1861 e 3/2/1871, con cui venne deciso che Roma fosse capitale d’Italia. Cavour ha toppato! E la Francia…oggi in mano “all’antieuropeista, orbanista e nazionalista” Macron, non ci  può dare nessuna mano per mantenerla capitale.

Roma è sporca. Inquinata e mal gestita. Infiltrata dalla mafia. Piena di immigrati. Dimentichiamoci di Garibaldi ecancelliamo Raffaele Cadorna e Nino Bixio, anche loro precipitosi e inopportuni con  la Breccia di Porta Pia. Quella Porta e il suo ricordo storico sono da eliminare. Costruiamoci sopra  un grattacielo. Dai…ritorniamo a Torino. Ma no….meglio Firenze, è più centrale.

Finisco di scherzare. E vi sollecito una riflessione seria  sul  Concordato e sulla ultima vostra raccolta di firme per abolirlo. Non è  la prima volta che si raccolgono firme con questo intento. E sono state presentate in un passato non tanto lontano diverse proposte di legge per lo stesso motivo, che, grazie a Dio, non hanno avuto seguito.Esprimo allora una mia solitaria opinione. Vedete, il Concordato non è da valutare come un mero e banale  contratto notarile siglato tra uno Stato laico e la Chiesa cattolica per spartirsi alcuni beni, assegnare e separare alcuni (minimi) diritti, e conferire libertà di pensiero e di parola. O, peggio,  come potere di intervento pontificio sulla piena autonomia del nostro Parlamento, che tale rimane. Oppure  per interferire sul ddl Zan, e sulla “…discussione fra cittadini liberi e uguali nello spazio pubblico attorno a una legge della Repubblica”, come voi asserite.

Mi riferisco invece al Concordato come “avvenimento” che ha segnato la storia d’Italia, anche se stabilito e firmato nel periodo più buio e triste del nostro Novecento. Fu rivisto, come è noto, nel 1984 con Craxi e Casaroli, con una filosofia di fondo che bene espresse Virginio Rognoni a riguardo di ciò che la firma implicava per la Repubblica italiana: “...Uno Stato neutrale – diceva Rognoni in Aula – ma non indifferente rispetto alla rilevanza sociale del fenomeno religioso, che non fa una propria scelta di fede ma tiene conto delle ispirazioni ideali della comunità; che non può prescindere dall’ispirazione dell’uomo a vivere la propria testimonianza religiosa nella dimensione sociale, nella libertà individuale e collettiva”.

Mettetela  allora come volete. C’è al fondo del Concordatouna questione antropologica e culturale, non riferibile necessariamente alla millenaria tradizione religiosa del nostro Paese, che va oltre (o viene prima) degli aspetti strettamenti giuridici relativi ai rapporti tra Stati sovrani. E se a me dispiace molto, per non essere frainteso nella mia difesa, che nel primo Concordato ci sia di mezzo un dittatore come Mussolini, non mi dispiace affatto, invece,ricordarvi che i Patti Lateranensi e l’art. 7 della Costituzione sono parti essenziali della storia italiana – solo e soltanto italiana – la cui richiesta di cancellazione appare un gesto assai poco convincente.

Non spetta a me insistere su questo punto, ma spero che  gli storici e gli stessi studiosi di diritto costituzionaleintervengano per chiarire meglio l’importanza storica deiPatti. Essi concludono mille anni circa di vicissitudini e contraddizioni dello Stato pontificio, con tutte le implicazioni per la Chiesa e il suo impegno pastorale nel nome del Vangelo; concludono, cioè, anche quelle tensioni soggiacenti ai rapporti con l’Italia unita, tanto che come alto documento giuridico necessitano di essere semmai interpretati bene e gestiti  bene, con moderazione e rispetto reciproco dalla nostra classe politica, dal nostro Parlamento, come pure ovviamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Del resto, sono stato anch’io tra i tanti cattolici a prendere le distanze dall’intervento della Segreteria di Stato sul ddl Zan. Intervento inedito e, data l’autorevolezza della fonte, inusuale nella forma. Il motivo del dissenso è stato semplice: la Chiesa, a mio avviso, doveva riflettere molto prima di consegnare una Nota con quella rilevanza istituzionale. Altre erano le strade da seguire per affermare alcuni legittimi valori, sui quali si può anche non essere d’accordo, ma per i quali il nostro Stato liberale e democratico garantisce, in base all’art. 21 della Costituzione, piena libertà di pensiero. A meno che questo articolo non valga solo per i cittadini italiani, essendo gli “stranieri”, a discapito del Concordato, privati della suddetta libertà. E il seguito mediatico che ha avuto per giorni e giorni, anche in ordine al dibattito se il Papa fosse o meno informato, dimostra l’importanza e singolarità della presa di posizione. Con l’appendice di qualche parroco oltranzista (e direi pericoloso) che l’ha subito fatta propria e difesa con toni bellicosi, sin dentro l’omelia.  

Altre erano le strade da percorrere. Altro era il ruolo – assente – del laicato cattolico. Altro il silenzio assordante dell’associazionismo cattolico (che si è fatto vivo con colpevole ritardo) e dei partitini e sigle che si autodefiniscono cattolici, come ha sostenuto  e scritto un mio amico. E altre erano, e rimangono, le mediazioni laiche e di buon senso ancora  possibili. Ma non c’è invece alcun dubbio, che nella Nota non si esercita nessunissimo “…potere di ingerenza della Chiesa cattolica nella vita dello Stato italiano”, perché rimane, appunto, una Nota: un “…breve appunto, per lo più provvisorio, nel quale si concreta un’osservazione o una informazione” dicono i  Dizionari. E non c’è nessuna volontà di interferire e inserirsi  sulle totali  libertà dello Stato laico italiano. Che era, è e sarà libero di fare quello che pensa sia giusto fare. Con l’apparente paradosso che oggi, proprio un autentico cattolico come Enrico Letta difenda con insistenza, nel suo ruolo di segretario del PD, il ddl Zan.  

La  Chiesa non gode di alcun  “privilegio”, ma solo come “straniera in casa” dell’art.7 e soprattutto, come dicevo, dell’art. 21 della Costituzione. Quest’ultimo  trasformato precipitosamente in Atto di quelle dimensioni,discutibile ma non inficiante il libero e legittimo diritto di parola. 

Non giustifica l’unione familiare che porta alla condizione di figli con due uomini o due donne come genitori? Non accetta la pratica dell’utero in affitto? Non apre al riconoscimento del matrimonio tra coppie omosessuali? Ecco, ci sono milioni di italiani, atei e agnostici, che condividono o apprezzano il “punto di vista” della Chiesa. Il che non vieta il rispetto verso chi la pensa diversamente e si comporta perciò diversamente. Un rispetto civile e sociale che si nota in particolare proprio tra i fedeli attenti alle ragioni dell’altro e del diverso, che hannocioè nel proprio dna il sentirsi “Fratelli tutti”, e dunque sono antisovranisti per definizione e antirazzisti per l’essere nel mondo come “imbarcati sulla stessa barca”. E chi afferma il contrario non racconta il vero: guarda il dito del ddl Zan e non guarda la luna dei valori cristiani.

Dunque, un intervento – quello della Chiesa – che ha registrato le obiezioni di studiosi e costituzionalisti cattolici, e perfino di qualche teologo. Per questo sono e rimango persuaso che attraverso quella Nota si eserciti soltanto una piena e incondizionata libertà di pensiero, del resto valore portante e centrale della cultura liberale e democratica di MicroMega. Non penso, nella sostanza, che l’intervento debba essere ascritto a volontà di interferire sulle vicende dello Stato italiano. Si tratta del diritto di esprimere la propria opinione in una materia che coinvolge e interessa i valori e i principi fondamentali della stessa Chiesa, la sua Dottrina morale e sociale, il suo Magistero. Semmai verrebbe da chiedersi perché non sia stata attribuita alla Cei, in quanto radicata nelle diverse realtà territoriali locali e in quanto suo precipuo e definito compito, la responsabilità di adempiere a un richiamo più solenne e impegnativo, pur dopo altri (vani) richiami già fatti nel recente passato. In ogni caso, a parte i necessari e opportuni distinguo, la Chiesa ha pieno diritto di pronunciarsi su un argomento che mette sotto i riflettori  alcuni dei cosiddetti valori di civiltà. 

Valori e principi che se difesi con moderazione e garbo, senza urlare e offendere, senza fare cortei stradali cantando su camion addobbati, o incontri di piazza con sbandieramenti, balletti e sit-in, senza inveire e provocare, e…senza raccogliere firme, trovano una sponda in un larghissimo  mondo laico che benché secolarizzato, areligioso e ormai assente dalla messa domenicale, rispetta e comprende il mondo Lgbt, pur non condividendone, come dicevo, alcune  cose. 

Tocca poi alle libere e laiche  istituzioni democratiche dello  Stato italiano tenerne o non tenerne conto. Motivando in punta di diritto concordatario, in piena libertà a tutela della propria autonomia, se qualcosa del ddl Zan potrebbe essere cambiata. Ma la raccolta di firme adoperiamola per altri argomenti, forse molto più seri per il futuro che ci attende, e che attende i nostri figli e nipoti. Lasciamo però in pace la Storia, se ricordiamo ancora i motivi per cui “…non possiamo non dirci cristiani”. E, per favore, lasciamo perdere, cari amici di MicroMega, i presunti “…cittadini più uguali degli altri”.

Conversazioni sull’etica dell’informazione. Un libro appena uscito aiuta a dipanare la matassa della comunicazione ai tempi delle fake news.

L’abstract con cui – sul proprio sito – la casa Editrice Armando presenta il libro è davvero un incipit adeguato all’analisi socio-culturale che gli autori sviluppano con linearità e coerenza, restando fedeli ai temi che sono sottesi ad un titolo tanto connotativo quanto efficace e decisamente impegnativo, come essi stessi spiegano:  “è ciò che abbiamo tentato di fare in questa lunga conversazione, convinti che solo attraverso una comunicazione che si fa dialogo e una informazione fondata, chiara e a tutti accessibile sia possibile capirci e convivere”. Il tema della convivenza sostenibile tocca presente e futuro e  riguarda il rapporto tra progresso e natura, i conflitti generazionali, i beni comuni, le compresenze interculturali e il loro rispetto, ma anche l’uomo al cospetto di un mondo interconnesso e digitalizzato.

L’introduzione di Giampiero Gamaleri, Ordinario di sociologia della comunicazione ed ex Consigliere di amministrazione della RAI, mette a fuoco gli ambiti e gli argomenti considerati nel testo, partendo proprio dall’incidenza delle nuove tecnologie comunicative,  così come la conversazione con il sociologo Franco Ferrarotti, che fa da appendice al libro, li completa con sapienti richiami all’etica weberiana, alla distinzione tra comunicazione, informazione e sua deformazione, globalizzazione fagocitante e difficile sopravvivenza dell’io e del noi nelle relazioni umane, alla confusione non sempre ingenua o casuale tra reale e virtuale,  attinti dai tre capitoli di cui si compone il saggio di Mastrofini e Angeloni, impostato in forma colloquiale, con domande problematizzanti e risposte aperte, che evitano in modo lungimirante posizioni preconcette e dogmatiche.

Possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un testo che considera le evidenze pulsanti di questa epoca ricca di opportunità ma spesso prigioniera di molte, latenti o palesi contraddizioni , come le fake news, la distorsione dei flussi comunicativi, i condizionamenti che forgiano le opinioni, in un contesto sempre più vasto dove la verità è plurale e sfuggente, soggettiva o conculcata, predeterminata sotto forma di luoghi comuni messi in circolazione, come in un gioco semiserio di simulazione e dissimulazione, di punti di vista alternativi, sovrapponibili, manipolabili o intercambiabili.

Al punto che diventa quasi terapeutica e necessaria la ricerca del silenzio, come luogo di riflessione e di ripensamenti, di uso del pensiero critico e di vaglio delle responsabilità connesse all’uso e all’abuso delle parole.

In questa sontuosa e autorevole cornice si racchiude e si inquadra il lavoro degli autori, un giornalista che risponde ad un insegnante, denso di significanti e di significati, impostato con raro rigore metodologico ed epistemologico, sotto la forma colloquiale di una “conversazione”, con quesiti che sollecitano risposte aperte e foriere di ulteriorità e di esplicitazioni, come in una sorta di fermo immagine sequenziale rispetto ad alcuni, importanti interrogativi del presente ai quali non ci si può sottrarre. 

In un libro che si occupa di comunicazione, informazione, relazioni interpersonali, anche considerando la preponderante dimensione tecnologica e l’avvento delle logiche computazionali proprie della dilagante digitalizzazione, l’esordio non può non riguardare la parola, in tutta la sua ricchezza semantica e simbolica.

Si parte dal linguaggio come forma alta di interlocuzione e si scopre la differenza che distingue l’informazione – settoriale, specifica, on-demand, individuale – dalla comunicazione, come fenomeno massivo, allargato, ecumenico, planetario.

Ma – per seguire l’ispirazione tematica del libro senza duplicarla – si potrebbero invertire i significati attribuiti ove si considerasse l’informazione un dovere puntuale di dare risposte adeguate e circostanziate, responsabilizzanti rispetto ai comportamenti da assumere e si pensasse alla comunicazione nella sua accezione generalista, indefinita, globalizzante, tambureggiante, persino ansiogena. Si pensi alla politica e alle istituzioni rappresentative della democrazia e si rifletta sulle responsabilità connesse all’esercizio del potere legittimo: il richiamo costante del libro è all’etica che sottende l’esercizio della responsabilità. 

Si potrebbe aggiungere – in tema informativo, comunicativo e finanche educativo – quanto sia importante sommare la solidità rassicurante della ‘competenza’: non c’è etica della responsabilità senza possesso di una adeguata competenza, l’interconnessione tra i due requisiti è di tutta evidenza, basta capacitarsi di ciò che accade intorno a noi.

Particolarmente interessante in questo capitolo il riferimento agli studi di Herbert Paul Grice sulle teorie di una comunicazione ‘ecologica’ interpersonale, che faciliti la comprensione di significato e significante, assai utile se declinata nei linguaggi propri dei social e dei media. 

Nel secondo e nel terzo capitolo si prende in considerazione rispettivamente la verità/falsità delle notizie e  l’aspetto etico nel vasto territorio della comunicazione, con particolare approfondimento sui doveri del ‘professionista dell’informazione’: decisamente importante la puntualizzazione d’esordio in ordine all’etica della responsabilità e all’etica della convinzione, con il riferimento quasi obbligato a Max Weber. 

Nel contesto della conversazione su questa ampia tematica è decisamente significativo il passaggio che pertiene la libertà di stampa, i doveri deontologici nell’esercizio della professione del giornalista, la qualità dell’informazione e la scelta di “dire sempre ciò che a noi appare essere la verità”, espungendo la menzogna dalla notizia e immaginando una relazione comunicativa che tenga conto dei livelli di emotività suscitati nei lettori. Insomma, usando le parole del libro…”L’etica nella comunicazione è fatta di scelte ideali e scelte quotidiane”.

Questa parte del testo è una vera e propria disamina dei doveri del professionista dell’informazione, decisamente opportuna se consideriamo che molto spesso l’etica che la sottende viene elusa e superata da interessi di tipo commerciale (vendere più copie di un giornale, guidare i sondaggi, catturare, distorcere o manipolare la notizia e farlo per primi, sforare i limiti di una comunicazione completa, vera ma recepibile dai lettori):  e qui mi piace ricordare che già ne parlava Ennio Flaiano quando definiva i giornalisti  come “i cuochi della realtà”.

L’etica, il senso del dovere, la consapevolezza del peso e dell’orientamento di opinione che una informazione mal gestita potrebbe suscitare è una preoccupazione costante, alta e nobile, sempre presente nella trama del libro, ora come focus dell’argomentare ora come preoccupazione morale sottotraccia che tuttavia affiora, imponendosi, tra diritti e doveri, privacy e trasparenza, codici espressivi e linguistici adeguati, nell’ottica di una informazione definita ‘ecologica’ . 

Si tratta di una ecologia olistica che riguarda tutti gli aspetti del vivere in una dimensione planetaria: gli autori la definiscono infatti  ‘Bioetica dell’Informazione e della Comunicazione Globale’.

Inevitabile e conseguenziale è il passaggio che considera la crisi pandemiche e le sue conseguenze: per la vita, l’economia, l’equilibrio emotivo e mentale. Certamente gli autori hanno letto David Quammen e il suo Spillover e sono consapevoli di quanto non fossimo preparati ad uno tsunami planetario di questa portata, da cui emerge la debolezza dell’uomo, la forza reattiva della natura che stiamo consumando in nome di un progresso sul quale dovremmo interrogarci più spesso.

L’ubriacatura tecnologia e la distruzione ecosistemica del pianeta impongono una pausa di riflessione.

Non c’è comunicazione autentica, non ci sono relazioni interpersonali gratificanti se non si persegue un equilibrio tra sé e gli altri, non si coltiva l’armonia della natura come mater magistra dei nostri comportamenti, a volte dissennati. E la chiusa del libro chiama sul proscenio del mondo i valori del Cristianesimo e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: molto bello e opportuno il richiamo all’enciclica ‘Laudato sì’, per dire che la strada è indicata, anche partendo dall’uso delle parole che dobbiamo scegliere e usare per scoprire che comunicazione vuol dire reciprocità, per condividere ed apprezzare il dono incommensurabile della vita.

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Gli autori

Fabrizio Mastrofini . Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha già pubblicato diversi libri su tematiche ecclesiali e sulle problematiche legate ai mass media, tra cui : Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).Vive e lavora a Roma. Capo Ufficio stampa della Pontificia Accademia per la Vita , Presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Paglia.

Angelo Angeloni è insegnante di Letteratura italiana in un liceo romano. Ha collaborato con “Paese sera”, «Nuovi argomenti» e «Avvenimenti». Autore di programmi radiofonici, oggi collabora con le riviste «Cultura e libri» e «Tempo presente».Ha pubblicato tra gli altri “Conversazioni con la sociologia” interviste a Franco Ferrarotti” (Armando, 2017) , “Conversazioni con le religioni abramitiche” (Armando, 2019″ . “Giulio Ferroni- Conversazioni sulla letteratura” (Armando, 2019).

“Il gusto del futuro” da non tradire. Il Pnrr tra giovani, formazione e lavoro. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

Le politiche attive del lavoro sono un cardine della strategia europea. In particolare, l’invecchiamento della forza lavoro non può trascinare con sé l’invecchiamento delle competenze. Occorre un impegno per tutto l’arco della vita.

Un po’ come un surfista che si prepara a cavalcare la cresta dell’onda, quando l’acqua inizia ad incresparsi, così l’Italia scalda i motori per la ripartenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi e recentemente approvato in via definitiva dalla Commissione Ue.

 

Sono oltre 200 i miliardi in arrivo da adoperare per l’attuazione dei programmi presentati nelle cinque missioni, che costituiscono le tappe della ricostruzione. Tra i tanti temi affrontati non potevano mancare la formazione e il lavoro, ormai due facce della stessa medaglia, che toccano trasversalmente gran parte dell’impianto del Pnrr. La centralità di questi pilastri si denota, tra gli altri interventi, nell’ingente somma riservata allo sviluppo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), il sistema di formazione professionale terziaria, parte della quarta missione “Istruzione e ricerca”, di cui si sta discutendo alla Camera per la ridefinizione della missione e l’organizzazione del sistema.

 

Con 1,5 miliardi messi a disposizione, si ambisce ad aumentare il numero di iscritti a questi percorsi, a potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, a formare i docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali e a sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali, così da favorire l’incontro tra domanda e offerta. Cifre che sembrano essere un primo passo per la svolta.

 

L’Italia, ad oggi, è il fanalino di coda in Europa per numero di persone che vengono formate in questi istituti. A fronte degli attuali 18 mila iscritti in 110 fondazioni ITS nel Bel paese, la Germania forma tecnici superiori in numeri di circa 800 mila ragazzi e la Spagna circa 450 mila. Il premier Mario Draghi aveva già sottolineato l’importanza di queste realtà, nel discorso programmatico al Senato, considerandoli come una pietra angolare del sistema formativo anche per favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro (circa l’80% dei diplomati tecnici superiori è occupato entro 12 mesi dalla conclusione del percorso di studi).

 

Senza nulla togliere alla formazione terziaria tradizionale, gli ITS svolgono una funzione complementare a quella universitaria per la costruzione di profili professionali coerenti alle esigenze reali delle imprese locali, grazie alla possibilità che queste hanno di collaborare attivamente alla progettazione dei percorsi e di far parte di vere e proprie reti territoriali.

 

Ma non finisce qui. Nel pacchetto di 6,01 miliardi riservati alle politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione nella quinta missione “Inclusione e coesione”, una quota di 600 milioni viene messa a sostegno del sistema duale nell’ambito dell’istruzione e della formazione professionale. Al centro ci sono l’apprendistato e l’alternanza scuola lavoro rafforzata. Un segnale inequivocabile di come questo modello di apprendimento e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, basato sull’alternarsi di momenti “in aula” con momenti in contesti lavorativi, rappresenti sempre più una bussola per l’educazione, l’istruzione e la formazione integrale dei giovani.

 

È infatti attraverso queste esperienze, e allo sviluppo congiunto di competenze hard e soft, che è possibile maturare un “saper fare” e un “saper essere” fondamentali per tutto l’arco della vita professionale. La “complessità” della nostra epoca, come scrive Edgar Morin, è caratterizzata da una velocità fulminea con cui le competenze tecniche diventano obsolete, facendo rimanere in partita solo chi è in grado di imparare ad imparare continuamente, aggiornando le proprie conoscenze in una prospettiva di lifelong learning.

 

Già nel 2015 un’indagine di Unioncamere aveva rivelato come per il 78% degli imprenditori le competenze trasversali fossero importanti tanto quanto quelle tecniche, riconfermando l’idea che per rispondere ai cambiamenti repentini e continui della nostra società sia importante essere flessibili, creativi, autonomi, capaci di lavorare in gruppo e pronti a rimettersi in discussione continuamente. Non da ultimo, fanno buon gioco allo sviluppo delle competenze soft anche i 650 milioni previsti per il potenziamento del Servizio Civile Universale, tra le esperienze più importanti di apprendimento non formale (al di fuori dei sistemi formali come scuola e università) e di cittadinanza attiva.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-gusto-del-futuro-da-non-tradire/

Report Istat su Pil e occupazione territoriale. Nel 2020 il Centro-nord è stata l’area più colpita dalla crisi.

La crisi ha colpito più le aree del Nord-ovest e del Nord-est, dove il Prodotto interno lordo è diminuito in volume del 9,1%. La contrazione è stata meno accentuata al Centro (-8,8%) mentre il Sud ha subito la perdita più contenuta (-8,4%). Il settore più penalizzato dall’emergenza sanitaria è stato quello del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni che al Nord-est e nel Mezzogiorno ha perso il 14,5% del valore aggiunto. L’occupazione è diminuita in modo più omogeneo a livello territoriale: -2,1% nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno, -2% nel Nord-est e -1,9% nel Centro.

I dati presentati in questo Report forniscono una stima preliminare, di cui si dà conto nel comunicato dell’Istituto di statistica.

Nel 2020 il Prodotto interno lordo, misurato in volume, è diminuito a livello nazionale dell’8,9%. Le stime preliminari indicano che gli effetti della crisi sanitaria da Covid-19 hanno colpito in misura relativamente più accentuata le regioni del Centro-nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Le regioni del Nord-est e del Nord-ovest hanno subito una contrazione lievemente superiore rispetto alla media nazionale (con un calo pari al 9,1% in entrambe le aree), mentre nelle regioni del Centro la flessione è stata dell’8,8%. Una riduzione meno marcata rispetto al resto del Paese si riscontra nel Mezzogiorno, dove il calo del Pil è dell’8,4%.

L’occupazione (misurata in termini di numero di occupati) è diminuita del 2,1% a livello nazionale. Nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno si osserva una flessione pari alla media nazionale; solo lievemente migliore appare il risultato del Nord-est (-2,0%) e del Centro (-1,9%).

Nel Nord-ovest i settori caratterizzati dalle flessioni più marcate del valore aggiunto sono stati l’Industria, che con un calo dell’11,9% fa registrare la peggiore performance a livello territoriale, e il macrosettore Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-12,2%), che, al contrario, segna un risultato relativamente meno negativo rispetto al resto del Paese.

I Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,8%) e gli Altri servizi (-5,8%) hanno subito flessioni leggermente superiori alla media nazionale, mentre per le Costruzioni il calo (-6,1%) è lievemente inferiore a quello nazionale (-6,3%). Nell’Agricoltura la flessione del valore aggiunto è stata del 3,6%, di gran lunga il risultato migliore tra tutte le macro-aree.

Nel Nord-est la crisi ha colpito pesantemente il Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che fa registrare la diminuzione più marcata a livello territoriale (-14,5%). La contrazione del valore aggiunto in Agricoltura (-6,0%) e nelle Costruzioni (-6,4%) è allineata alla media nazionale, mentre nell’Industria (-10,5%), nei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e negli Altri servizi (-5,0%) l’andamento risulta relativamente migliore che nel resto del Paese.

Anche al Centro, il settore che comprende Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni subisce un forte calo (-12,9%), seguito dall’Industria (-11,5%). Rispetto alle altre ripartizioni in quest’area si registrano le diminuzioni più marcate per l’Agricoltura (-9,3%) e le Costruzioni, (-6,9%). Risulta in flessione anche il valore aggiunto dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,9%) e degli Altri servizi (-5,0%).

Il Mezzogiorno condivide col Nord-est la peggiore performance del settore del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-14,5%) mentre l’Industria registra in quest’area la contrazione meno marcata (-9,9%). Fanno registrare un andamento meno negativo di quello medio nazionale i settori delle Costruzioni (-6,0%), dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e degli Altri servizi (-5,2%).

Quanto all’occupazione, il settore delle Costruzioni, l’unico ad aver registrato un incremento a livello nazionale, ha segnato la crescita maggiore al Sud (+2,4%) e la performance peggiore al Centro, con una lievissima flessione (-0,1%).

L’occupazione in Agricoltura, a fronte di una tenuta complessiva, evidenzia il migliore risultato al Nord- ovest (+1,0%) e il peggiore al Sud (-0,5%) mentre l’Industria è stata particolarmente penalizzata nel Nord-ovest (-0,9%). La rilevante contrazione dell’occupazione nel Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni ha interessato tutte le aree in misura vicina alla media nazionale (-4,3%), con un picco negativo al Nord-est (-4,8%). I Servizi finanziari, immobiliari e professionali sono stati particolarmente colpiti al Nord-ovest (-2,5%) e gli Altri servizi nel Mezzogiorno (-2,3%).

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https://www.istat.it/it/files//2021/07/Stima-preliminare-pil-e-occupazione-terriroriale_2020.pdf

Salvini porta allo scoperto i limiti della sua leadership. Non basta però constatare le contraddizioni del sovran-populismo. Qual è la risposta politica?

È vero, ci si può aggrappare a Draghi: sta facendo bene e può dare molto al Paese. Tuttavia la sinistra deve dimostrare che il suo messaggio torna alle radici della grande battaglia storica per l’emancipazione (e l’autentica libertà) dei ceti popolari. Grazie anche al decisivo apporto dei cattolici democratici.

Alcune delle voci più autorevoli nel centrosinistra pongono il tema della crisi della leadership del segretario della Lega, Matteo Salvini. Trattandosi di un leader che come, nell’ordine, Mariotto Segni, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo, ha beneficiato di un’ondata popolare di consenso alimentata da scontento e speranze, che va ben oltre la sua capacità di attrarre consensi, c’è da chiedersi cosa possa significare per il nostro sistema politico l’inizio del declino del leader leghista.

La strategia del Pd punta ad evidenziarne le contraddizioni, senza peraltro riuscire a recuperare quei voti di operai iscritti alla Fiom e affini, che vota(va)no Lega. Ma la disillusione di una buona parte dell’elettorato della Lega procede in forma spontanea. E si somma alla tradizionale area dei delusi di sinistra, di quanti hanno percepito la metamorfosi dei vertici della sinistra italiana più come un cambio di padrone che come un’evoluzione: dalla sudditanza al Pcus a quella ai big del capitalismo. Si aggiunge pure ai tanti elettori disorientati dalla diaspora democristiana e ai milioni di elettori ormai pentiti di aver votato i 5 Stelle. A cosa potrà dare luogo tutto ciò?

Visto in questa luce l’inesorabile declino di Salvini risulta interpellare l’intero sistema dei partiti. Posto che vi è un elettorato deluso o in ricerca che non è mai stato così ampio, costituito da indecisi e potenziali astensionisti, che da più parti viene riconosciuto essere oggi il primo partito, la domanda da porre, a mio avviso, dovrebbe esser la seguente: quali sforzi si intende mettere in atto nell’area del centrosinistra per ridurre il bacino dell’astensionismo, per dare forza a progetti di avanzamento sociale, impedendo che tale bacino ridiventi una palude in cui sguazza il populismo?

In mancanza di ciò a dettare i tempi della politica europea rischiano di essere gli scenari francesi dove due elettori su tre disertano le urne e dove Marine Le Pen, ormai sdoganata e mondata come una risaia dal mainstream, propagandata all’inverosimile come fosse un vaccino, ciononostante viene rifiutata dal grosso dell’elettorato meno politicizzato, per lo più orfano del centro.

Le élites transalpine sanno benissimo che la Le Pen potrebbe essere l’ultima fermata della V Repubblica, oltre alla quale può riapparire la ghigliottina, può riaffiorare una mai sopita indole rivoluzionaria.

Soprattutto nel caso in cui la politica non saprà affrontare in modo deciso e responsabile, senza deleghe tecniche, tre temi che appaiono cruciali: la questione sociale nelle sue connessioni con l’economia e la finanza, la questione sanitaria e la questione del governo delle nuove tecnologie che tira in ballo la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Sono temi profondamente intrecciati fra di loro. In particolare le decisioni sulla fine dell’emergenza sanitaria piuttosto che sulla prosecuzione indefinita dell'”era delle pandemie”, incidono sui tempi del progetto di valuta digitale delle banche centrali, di “stato etico”, nella peggior accezione dell’espressione, della messa a punto del sistema dei crediti sociali e dei necessari trattamenti “sanitari” necessari per impiantare nell’organismo di tutti gli umani (da cui si capisce il senso, profondamente disumano, dello slogan “vaccinare il mondo”) i dispositivi idonei al tracciamento totale e al condizionamento mentale che ridurrà (almeno nei progetti di chi lo vuole realizzare) i non appartenenti all’élite ultraricca a dei banali automi.

Se le risposte non saranno all’altezza della soluzione alle suddette minacce, nei prossimi mesi tutto potrà succedere e si corre il rischio che la storia possa incanalarsi per qualche anno in sentieri per nulla auspicabili.

Anche in Italia rischia di accadere qualcosa di simile alla Francia. Una volta recisi i fili della rappresentanza i gruppi dirigenti dei partiti, in compagnia di quelli dei corpi intermedi, risultano non più capaci di parlare e di capire oltre la loro cerchia. E anche qui assistiamo a una ripulitura mediatica, decisa molto in alto come già avvenne con Fini, degli eredi diretti della destra totalitaria. E ciò nonostante la Meloni non sembra riuscire a sfondare. Non riescono, per fortuna aggiungerei!, a incanalare verso la pasionaria della Garbatella, la diffusa richiesta di una svolta seria, democratica, antipopulista che dilaga nei ceti intermedi.

Credo, dunque, che non ci si possa accontentare di tirare un sospiro di sollievo per il tramonto politico di Salvini.Draghi sta facendo molto bene ma non si può pensare solo di stare sotto le sue ali senza iniziativa, occorre rischiare qualcosa per dare forma politica alla voglia di centro, seppur inespressa, che emerge da uno scontento crescente e ancora vagante nel suo percorso, per fare il modo che l’approdo di questo risulti compatibile con la democrazia.

Nel crogiolo dei 5 Stelle

Si tratta per salvare il Movimento dalla dissoluzione. La tanto deprecata mediazione, così essenziale alla politica, entra a pieno titolo nel frasario e soprattutto nella condotta dei grillini (ammesso che continueranno a chiamarsi così).

 

La resa dei conti non sembra essere giunta all’epilogo. Sembrava essere lì ad un passo e invece, ci ha girato le spalle. L’interpretazione che si può dare è che per la prima volta, Grillo abbia temuto il peggio. Infatti, dai resoconti odierni, è stato lui a virare la prua.

Fino a ieri era tutto disposto perché votassero il nuovo direttorio e oggi, sorprendentemente, il grande garante interrompe quella mossa. Segno indiscutibile di paura.

Che ci fosse nell’aria una ormai consumata rottura, era fatto ormai acquisito. Il Beppe nazionale ha quindi smorzato la forza, ha rinviato qualsiasi votazione, ha predisposto una commissione – ha copiato con ciò il vecchio costume da lui ampiamente criticato, le vecchie mediazioni democristiane – formata da sette soggetti, alcuni suoi, altri marcati dalla fede opposta.

Tutto sospeso.

Saranno giorni di studi sulle virgole e i punti e virgola dello Statuto. Con ciò si capisce che il destino dei 5 Stelle non è proprio quello immaginato solo qualche giorno fa: potrebbero trovare una via di mezzo per salvare capra e cavoli.

Da parte mia, trovo più intelligente questo modello (non a caso sono un vecchio democristiano), rispetto al frenetico e chiassoso taglio con l’accetta. Ma questo, non è che un mio vezzo politico; ossia, far prevalere sempre il lavoro di cucitura piuttosto che strappare violentemente un’unità.

Con questi giorni caldi, avendoci tolto la morsa del covid, gioiosamente contenti per i risultati calcistici, con gli occhi pieni di sole e di mare, avremo, tra le varie realtà politiche nostrane, il bel compito di seguire l’evoluzione nella casa che sul frontespizio ha in gran forza il motto: vaffa.

Al centro l’uomo. Messaggio del Card. Parolin a nome del Papa per i cento anni di Edgar Morin.

Nel messaggio si rileva come tra il pensiero del filosofo francese e quello del Ponteficie vi siano molti punti di contatto. Particolarmente apprezzata è inoltre l’adesione di Morin al Patto globale per l’educazione lanciato lo scorso anno.

Edgar Morin è stato ed è tuttora un testimone privilegiato «dei profondi e rapidi cambiamenti che il nostro mondo e le nostre società hanno subito e stanno ancora subendo». Lo scrive il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in un messaggio inviato, a nome di Papa Francesco, al sociologo e filosofo francese, che il prossimo 8 luglio compirà cento anni. Il testo è stato letto da monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, durante un evento celebrativo svoltosi nel pomeriggio di venerdì 2, nella sede parigina dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, alla presenza dello stesso Morin, che ha tenuto una conferenza.

L’intellettuale francese, si legge nel telegramma, è stato capace di analizzare, «con il necessario senno di poi, il significato» dei cambiamenti sociali, «di far emergere le speranze e anche di mettere in guardia dai rischi e dai pericoli». Davanti ai progressi della scienza e della tecnologia, con le grandi possibilità che «offrono all’umanità», Morin ha sottolineato «la necessità di compiere un progresso morale e intellettuale per evitare le catastrofi».

A questo proposito, scrive il segretario di Stato, «la coscienza di un destino comune per l’umanità, un destino fragile e minacciato, ha attirato tutta la sua attenzione, promuovendo la necessità di un processo di civilizzazione volto a mettere al centro l’uomo e non il potere del denaro». Il porporato ricorda che Morin ha partecipato a numerosi incontri con intellettuali e personalità politiche e della società civile con lo scopo di «promuovere la cooperazione tra i popoli, costruire una società più giusta e umana, e rinnovare la democrazia». In questo senso, ha sottolineato «la necessità di riscoprire, tra di noi e nelle nostre città, uno spirito di solidarietà, convivialità e fraternità, favorendo atteggiamenti di accoglienza e di apertura».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-148/al-centro-l-uomo.html

Possiamo sperare che l’Italia cessi di rappresentare un’anomalia tra le grandi nazioni dell’occidente?

  1. Ci sono segnali, a partire dalle ultime elezioni regionali in Francia, che attestano l’insofferenza e la grande mobilità della pubblica opinione. Tutto sembra di nuovo in movimento. Anche la Germania deve affrontare una sfida difficile, quella del dopo-Merkel. In questo quadro dinamico, l’Italia non può permettersi di rimanere prigioniera del populismo e della improvvisazione politica. Urge un cambio di passo.


Sono in molti che in queste ore si interrogano se le elezioni regionali francesi possano essere in qualche modo svelatrici di tendenze che si avranno dopo l
’estate nelle elezioni federali tedesche e così come nel nostro Paese, che addirittura arriva a misurare giornalmente i sondaggi pur di farli valere nel mercato politico come se si fosse alla Borsa di Milano.

D’altronde, i successi e insuccessi degli schieramenti politici che si manifesteranno in Germania ed Italia, sono quelli che più influenzeranno le decisioni che si prenderanno poi a Bruxelles. Fa impressione che in Francia solo un elettore su tre si è recato alle urne e che la rumorosa Le Pen, data per favorita, sia uscita dalla competizione malconcia. I pronostici la davano fino a qualche giorno prima del voto risultati diversi, ed intanto possono ritenersi soddisfatti solo i gaullisti e i socialisti, mentre lo stesso movimento del Presidente Macron non è giunto oltre percentuali ad una cifra.

Insomma, quei pochi francesi che hanno depositato la scheda nelle urne, hanno dato il consenso alle antiche e tradizionali forze di governo, gelando le formazioni politiche che delle novità e delle promesse mirabolanti hanno fatto il perno della loro offerta politica. Da questa esperienza si ricavano tre aspetti importanti che possono facilmente confluire in una medesima categoria di valutazione: la gravissima diserzione dalle urne indica l’insoddisfazione dei cittadini rispetto alle forze politiche sinora prevalenti non considerate capaci di offrire sicurezza; il ritorno del consenso a gaullisti e socialisti, la insofferenza verso nuovismo e populismo; la vistosa l’astensione che segnala un elettorato guardingo alla ricerca di assetti di potere di maggiore garanzia per il futuro.

Vedremo a settembre cosa accadrà in Germania, alle prossime elezioni politiche, una scadenza ancora più significativa a causa dell’abbandono dell’impegno politico di Angela Merkel, simbolo della stabilità come perno su cui si è retta la politica tedesca negli ultimi 16 anni. Se l’elettorato dovesse mostrare le stesse tendenze che si sono manifestate in Francia, vorrà dire che si sta incubando un nuovo clima di cambiamento di fase, che condurrà alla ricerca di stabilità attraverso soggetti responsabili che potranno mandare a gambe all’aria i populismi di ogni genere.

Il tema che sinora ha scosso e sbandato gli europei, è la sensazione amara di essere fuorigioco dalle grandi decisioni mondiali con il rischio conseguente di perdita del benessere. Ora che invece si aprono fondate prospettive per lo sviluppo dell’Europa Federale e nuove prospettive ‘atlantiste’ si avverte un clima nuovo che annuncia cambiamenti in grado di dare risposte concrete agli europei e nuovi equilibri per le democrazie nei confronti dei paesi governati da autocrati, così come la ricostruzione di equilibrio politico tra le Democrazie e gli invadenti poteri della finanza e delle ‘big tech’.

Quanto al nostro paese, vivendo in ogni epoca dentro ogni turbolenza premonitrice di sviluppi di novità, già si nota l’inizio della corsa di soggetti provenienti dal populismo verso il centro, almeno sotto il profilo tattico. Sarà per la presenza di Draghi alla Presidenza del Consiglio, sarà per l’avvento di Joe Biden negli USA, sarà per la crescita di credito della Unione Europea tra gli italiani, sembra che nel bel paese circoli nuova aria. La differenza sarà fatta però dalla attenzione e responsabilizzazione che si avrà sui dossier più delicati della ripresa economica, per fugare timori e preoccupazioni sulle sorti future del paese, rese più chiare agli occhi dei cittadini dalle difficoltà provocate dal Covid.

In mancanza di sincerità e disponibilità di queste realtà in movimento per la cultura di governo responsabile, difficilmente manovre tattiche risulteranno convincenti per gli elettori. Dunque credo che ci saranno significative novità nel futuro prossimo: per la delusione dell’elettorato nei confronti della politica urlata e per l’affermazione di nuovi soggetti  che sapranno dare risposte fondate alle attese dei cittadini. Se dovesse andare così, cesseremo di essere una non edificante anomalia tra i paesi occidentali

Giorgio La Pira, il “sindaco santo” che l’Anci dovrebbe onorare. Vale sempre più riconoscersi nella testimonianza di grandi figure legate al mondo delle autonomie.

In prossimità del settantesimo anniversario della elezione di La Pira a sindaco di Firenze, l’autore di questa lettera aperta al Presidente Antonio Decaro – Merlo è autore assiduo, come sanno i nostri lettori, de “Il Domani d’Italia” e sindaco del Comune di Pragelato, nonché egli stesso componente del Consiglio nazionale dell’Anci – sollecita il “parlamentino” dell’Associazione dei Comuni, che ebbe Luigi Sturzo autorevole Vice Presidente nel periodo 1916-1923, a ricordare una figura straordinaria (anche di amministratore locale) della politica italiana del Novecento.

Giorgio Merlo

Lettera aperta al Presidente dell’Anci, Antonio Decaro.

Giorgio La Pira, indimenticabile esponente del cattolicesimo politico, sociale e democratico italiano, viene eletto per la prima volta Sindaco di Firenze il 6 luglio 1951. Incarico che poi venne rinnovato nel 1961. Il prossimo 7 luglio è stato convocato a Roma il Consiglio Nazionale dell’Anci per discutere temi importanti e forse decisivi per salvaguardare il ruolo, la funzione e la qualità degli amministratori locali nel nostro paese. In particolare, e nello specifico, la figura del Sindaco oggi bistrattata e a rischio su più fronti.

Ora, caro Presidente, sarebbe altresì importante prendere spunto da questo ricordo storico anche, e soprattutto, per rinfrescare e rilanciare la “mission” concreta del Sindaco nella società contemporanea e, al contempo, ridare lustro culturale ed ideale alle autonomie locali che hanno trovato proprio nel magistero concreto di moltissimi “primi cittadini” la loro ragion d’essere.

Al riguardo, il magistero istituzionale, la figura politica e l’operato amministrativo di Giorgio La Pira come Sindaco di Firenze restano scolpiti nella memoria e nella storia politica del nostro paese. E ricordare questa data e questo Sindaco al prossimo Consiglio Nazionale dell’Anci, peraltro importante per difendere ed esaltare questo ruolo amministrativo nello scacchiere istituzionale del nostro paese, ci offrirebbe anche l’opportunità per recuperare un retroterra – quello del cattolicesimo popolare – che resta costitutivo se non addirittura decisivo per la stessa credibilità ed autorevolezza dell’autonomismo locale nel nostro paese.

Del resto, ricordare La Pira significa anche riscoprire la figura dei grandi Sindaci che hanno saputo, in periodi storici difficili e complessi, dare un respiro politico e culturale al loro operato. E chi, sotto questo versante, meglio di La Pira ha saputo fare di Firenze per molti anni il faro che illuminava una visione mondiale e globale della politica? Partendo, appunto, dall’ormai celebre “agire locale” e “pensare mondiale”.

Ecco perchè, caro Presidente, forse è giunto anche il momento che l’Anci a livello nazionale esca dalla continua logica della emergenza e riscopra, sino in fondo, quelle ragioni politico e culturali capaci di individuare nei Comuni e in chi li guida pro tempore uno snodo decisivo e fondamentale della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Ma per centrare questi obiettivi è necessaria recuperare cultura politica e respiro ideale. E ricordare il magistero politico ed amministrativo di Giorgio La Pira al prossimo Consiglio nazionale dell’Anci, sotto questo versante, ci offre anche la concreta possibilità per rilanciare il ruolo delle autonomie locali partendo dalla figura e dalla funzione del Sindaco.

Con il Centro Democratico si può e si deve collaborare nel segno della comune radice ideale

L’Assemblea nazionale del partito guidato da Bruno Tabacci, oggi impegnato nel governo Draghi, ha fornito spunti utili e interessanti in vista di una più ampia riorganizzazione dell’area popolare di matrice cristiano-popolare.

Invitato a partecipare, ho seguito con interesse la relazione di Bruno Tabacci all’assemblea del Centro Democratico, tenutasi ieri a Roma.

Una relazione approfondita da me largamente condivisa. Si auspica la continuità del governo Draghi sino alla fine della legislatura e la riconferma di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, stante anche le oggettive difficoltà di un’alternativa praticabile nelle difficili condizioni politico parlamentari dopo quanto sta accadendo in casa del M5S. Coerente con quanto deciso all’atto della formazione del partito, Tabacci non intende confluire nel PD, né concorrere all’eventuale tentativo di costruzione di un gruppo Conte nel caso di confermata scissione del M5S. Netta la scelta per la legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e riconferma della sua cultura originaria cattolico democratica a difesa delle istituzioni, dello stato di diritto e dell’economia sociale di mercato.

L’obiettivo è quello di concorrere alla costruzione di un centro democratico alternativo alla destra nazionalista populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Il Centro Democratico può offrire il valore di un simbolo già presentato alle elezioni politiche e di un gruppo parlamentare che non avrà obblighi nella raccolta delle firme alle elezioni. Un Centro Democratico nel quale sono presenti diverse culture politiche, molte delle quali fanno riferimento, come quelle di Tabacci, Sanza, Cardinale e altri, alla  nostra stessa esperienza democratico cristiana.

Credo che la DC e la Federazione Popolare DC debbano mantenere aperto il dialogo con il  Centro Democratico, perché ritengo che ciò che ci unisce è molto di più di quello che ci ha sin qui diviso. Ciò che non fu possibile col tentativo dei “responsabili” a sostegno del Conte–2, andrebbe perseguito adesso; un tempo nel quale la nascita di un nuovo centro, ampio e plurale, potrebbe evitare la balcanizzazione parlamentare alla vigilia di alcune scadenze politico istituzionali di grande impegno per la nostra Repubblica.

Una città per l’uomo. Dopo il fallimento del liberismo selvaggio occorre ritrovare un’idea che orienti la ripresa dello sviluppo.

La disinvolta liquidazione delle ideologie, con il cedimento alla funzione apparentemente salvifica di un capitalismo senza più freni, ha messo in ginocchio la politica. Ora la società è più debole perché più frammentata e diseguale: fatica a ritrovare la forza della solidarietà e della coesione come motore del progresso civile.

Cresce nelle nostre città e nei piccoli comuni un certo malessere sociale, economico, politico, culturale. Il tutto mentre si avvicina la tornata elettorale amministrativa del prossimo autunno che coinvolgerà città importanti, tra le quali Roma, ed una miriade di piccoli comuni chiamati a rinnovare sindaci e consigli comunali.

Una sorta di prova generale che ha già scatenato partiti e movimenti, lobby ed interessi, gruppi di potere conditi dalla solita smania di occupare posti importanti per fini interessati. Eppure, nessuno riflette su un tema drammatico che coinvolge dal più piccolo comune agli agglomerati urbani più popolosi: la lacerazione del tessuto sociale.

Su questo versante, il quadro è davvero preoccupante. È profondamente cambiato il modello di convivenza umana (artefice anche la pandemia, ma non solo), modelli diversi avanzano sull’onda di un individualismo esasperato, dell’utile personale che rinnega qualsiasi propensione al solidarismo.

Il problema è certamente soprattutto sociologico, ma non solo, come riflesso di fenomeni verificatisi negli ultimi decenni: una massiccia presenza di immigrati insieme al divario sempre più marcato tra poveri e ricchi, costituiscono il problema irrisolto di questo nostro tempo.

Ma l’assenza più vistosa in questo quadro desolante è soprattutto quella della politica, che ormai sembra condannata alla semplice amministrazione dell’esistente e non solo per motivi legati ad un’epoca di transizione, ma anche per l’incapacità e l’incompetenza della classe dirigente a tutti i livelli.

Un’incapacità che si manifesta soprattutto nel saper governare i nuovi fenomeni posti da un’immigrazione incontrollata che crea nuove sacche di povertà e di esclusione.

Una questione, quest’ultima, che favorisce la cultura dell’individualismo a danno di quella della solidarietà. Ed allora, come uscire da questa crisi sociale, economica, culturale e politica?

Negli ultimi anni della sua vita, il cardinale Carlo Maria Martini, riprendendo alcune riflessioni di Giuseppe Lazzati, indicava, insieme alle problematiche sopra accennate, anche le possibilità politiche per liberare la società da questa crisi generale dell’uomo.

Occorre ripartire dalla città con la consapevolezza che la semplice ristrutturazione del patrimonio urbano per renderlo più bello ed attraente risulterebbe vana se non si parte dall’assunto lazzatiano di “costruire una città per l’uomo e a misura d’uomo”.

Sulla scia di queste indicazioni non è peregrina una ulteriore riflessione: molti si sono illusi che la liquidazione delle vecchie ideologie e dei valori contrassegnati da un lato dal comunismo e, dall’altro, da posizioni politiche ispirate dal cristianesimo, fossero sufficienti per costruire la società laica (o laicista?), secolarizzata nella quale ai principi dell’etica si sostituissero quelli dell’economia. La realizzazione, in sostanza, di quella che viene definita società radicale, per cui è valido solo quello che mi è utile in termini materiali.

La crisi contemporanea è figlia di questa pseudo cultura politica e la stessa classe dirigente attuale, a tutti i livelli, proviene da questa tendenza sociologica errata. Se non si riparte da queste riflessioni pre-politiche, difficilmente avremo in futuro una nuova classe dirigente competente, preparata ed ispirata da motivazioni etiche.

Ripartire dalla città, dal più piccolo comune come realtà nelle quali si sviluppa la personalità del singolo in funzione del bene comune, significa davvero costruire una città per l’uomo.

Conte, un nuovo partito o una corrente nel Pd?

Adesso può accadere qualsiasi cosa. Ammoniva Donat Cattin a stare vigili al cospetto di certi personaggi: “Sono capaci di tutto”. Intanto lo spettacolo che propongono i due duellanti, Grillo e Conte, è tale da lasciare francamente interdetti.


Mai come oggi, parlando del caos 5 stelle, mi vengono in mente le parole pronunciate nello scorso secolo da un grande statista democratico cristiano, nonch
è mio “maestro” politico, Carlo Donat-Cattin quando, parlando di questioni interne al suo partito e quindi del comportamento di alcuni esponenti di correnti avverse alla sinistra sociale di Forze Nuove, diceva con il solito sarcasmo intelligente, “attenzione a questi perchè sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Certo, il vecchio Donat pronunciava queste parole in un contesto fatto da giganti della politica, da partiti politici che non erano una sorta di circo barnum e in un contesto dove l’elaborazione culturale e politica non contemplava i partiti personali o del guru, dove “uno non valeva uno” e, soprattutto, dove i comici facevano i comici e gli improvvisatori restavano improvvisatori. Ma non nella politica perchè, semplicemente, lì non potevano accedere per manifesta incapacità.

Ho fatto questa lunga premessa per dire che ciò che caratterizza oggi, e da sempre del resto, il pianeta 5 stelle non è decifrabile da nessuno, se non dal “guru”, cioè “dall’Elevato”, e dai pochi che praticano quelle dinamiche, che, come ovvio però, sono esterne ed estranee alle leggi della politica. Anche se in un particolare momento storico larga parte degli italiani ha intravisto in quella strana e singolare esperienza politica una speranza di riscossa che si è rivelata, com’era facilmente prevedibile, del tutto infondata e priva di qualsiasi credibilità e prospettiva come l’esperienza concreta di questi giorni ha persin platealmente confermato. Adesso, però, può capitare veramente di tutto. Nessuno sa prevedere l’epilogo di questo scontro di puro potere dove l’unico elemento che conta, almeno per quanto riguarda i parlamentari di quel partito, è chi liquida per primo il capitolo dell’obbligo del doppio mandato per i parlamentari medesimi. Questo è l’unico elemento – alla faccia del cambiamento, del rinnovamento, dell’onestà e di chi più ne ha più ne metta – che può far pendere la bilancia dei numeri tra Conte e il fondatore. Tutto il resto, come ovvio e come tutti sanno, è pura chiacchiera. Anche se, com’è altrettanto evidente, in un partito dominato da un guru, cioè “da un “Elevato”, il consenso popolare vero – o di quel che resta di quel consenso – continua ad essere riconducibile al suo verbo, ai suoi dogma e alla sua predicazione.

Ecco perchè diventa sempre più curioso, almeno per chi si appassiona di questa sceneggiata, capire quale sarà il futuro politico di Conte. Al di là delle comiche di Bettini e c. su Conte come “punto di riferimento politico più autorevole dei progressisti” italiani e amenità varie. Ovvero, quello di Conte sarà l’ennesimo partito personale fatto da transfughi dei 5 stelle in attesa che venga azzerata la regola del doppio mandato dei parlamentari o si ridurrà ad essere, l’ex Presidente del Consiglio, il capo di una ennesima corrente del Pd? Ossia, la corrente ex o post grillina del Partito democratico?

Attorno a questa alternativa osserveremo e valuteremo l’evoluzione dei fatti, ben sapendo che da quelle parti è necessario un monitoraggio quotidiano perchè, appunto, per dirla con Donat-Cattin, sono “capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Tra utopia e cambiamento: la storia del sindacato. Intervista a Savino Pezzotta su “Fondazioni”

Sul numero di mag-giu 2021 del periodico delle Fondazioni di origine bancaria, l’ex Segretario Generale della Cisl rilancia il progetto di unità sindacale. Un modo, dice, per ringiovanire e sburocratizzare la realtà delle tre grandi e storiche organizzazioni italiane dei lavoratori (Cgil-Cisl-Uil).

È difficile parlare di lavoro e di lavoratori in Italia e non pensare al sindacato e al ruolo che ha svolto e svolge nel nostro Paese. Abbiamo intervistato Savino Pezzotta, che è stato uno storico sindacalista del tessile lombardo e che ha guidato la Cisl nella prima metà degli anni Duemila.

Negli ultimi vent’anni il mondo del lavoro si è radicalmente trasformato. Com’è cambiato e come può ancora cambiare il sindacato?

Il sindacato è obbligato a cambiare, perché se non muta è condannato ad accentuare il declino che sta registrando in questi tempi. Per farlo, deve affrontare due grandi problemi. Il primo è la necessità di rilanciare una forma democratica al suo interno, che oggi sembra essere attenuata, perché tutto accade per cooptazione e per scelta dei gruppi dirigenti. Ciò non aiuta certamente il necessario processo di rinnovamento. Il secondo aspetto riguarda la quanto più necessaria “sburocratizzazione” del sindacato attraverso una riduzione consistente dell’apparato, senza la quale si restringerebbe ancora di più la reale partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale. Per fare tutto questo, a mio avviso, c’è una sola strada: l’unità sindacale. Oggi, in Italia, non esistono più ragioni che legittimerebbero l’esistenza di tre sindacati confederali. Dovremmo invece stimolare la creazione di una grande confederazione unitaria dei lavoratori italiani, sul modello del sindacalismo internazionale. Si tratta di un passaggio necessario per semplificare e ringiovanire il sindacato.

Il ringiovanimento del sindacato è una questio- ne non solo dell’apparato, ma anche degli iscritti. Come la pensa su quest’altro aspetto?

Sono convinto che il sindacato debba offrire un’immagine positiva e ideale di sé e delle sue battaglie, cosicché i giovani possano trovare ancora interessante iscriversi e impegnarsi nel mondo sindacale. In assenza di un reale cambiamento culturale, di mentalità e di visione, il sindacato rimarrà una struttura burocratica che offre servizi, ma non sarà più in grado di proporsi come una forza attiva nella società. Infatti, il declino del sindacato non è dovuto solamente al calo degli iscritti, ma al crollo del ruolo politico che il sindacalismo gioca nel Paese. Lo ha svolto nella fase di ricostruzione durante gli anni ’50, o negli anni ’60 e ’70, quando ha giocato un ruolo di democratizzazione, che ha portato allo Statuto dei lavoratori. Oggi, nell’epoca della società digitale, il sindacato deve, quindi, riacquisire la capacità di costruzione del suo ruolo e delle modalità operative, comprendendo e intercettando i nuovi bisogni della società digitale.

Lei ha scritto recentemente che il termine “utopia” viene utilizzato ultimamente con un’accezione negativa e, invece, è vitale per una società avere sogni e utopie.

Sono convinto che la società debba avere una visione, una tensione verso qualcosa che ancora non esiste. Al contrario, la nostra società ha smarrito il tema della possibilità. Ovvero, quella capacità di immaginare qualcosa di diverso: io non so cosa sarà, ma mantengo la tensione verso un mondo diverso e lotto affinché si realizzi. Questo è il ruolo del sindacato: mantenere viva l’utopia e la tensione al cambiamento. Solo così, alimentando una visione autonoma, il sindacato può continuare a influenzare la politica.

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[L’intervista a Pezzotta è alle pp. 22-23]

https://www.acri.it/wp-content/uploads/2021/07/Fondazioni-mag-giu21.pdf

Remo Gaspari e il suo Abruzzo. Varie iniziative in programma a luglio. Il ricordo del figlio Lucio Achille.

A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, diverse le iniziative allestite (tra il 1 e il 19 luglio) dall’Istituto di Cultura Politica “Giuseppe Spataro” di Pescara. Riportiamo di seguito la prefazione che il figlio dell’uomo politico abruzzese ha scritto per il libro di Licio Di Biase “Remo Gaspari. La politica come servizio” (Ianieri editore).

Quando Licio Di Biase mi ha chiesto di scrivere una prefazione alla sua biografia su Remo Gaspari ho pensato che l’avesse fatto perché di solito un figlio sa tutto del padre. Ma nel caso di Remo Gaspari non è così per me e credo per molti. Io avevo un’idea di mio padre che ritenevo assolutamente esatta e che è cominciata a cambiare e a mettersi compiutamente a fuoco proprio dal giorno della sua morte.

I miei primi ricordi risalgono alla primavera del 1948 quando Remo non aveva ancora compiuto 27 anni e sono dovuti a due momenti di paura. Fu quando a Gissi mi venne a prendere con la sua lambretta, quella con cui girava tutti i comuni della provinciadi Chieti per fare attività politica, in un prato dove stavo giocando. Il fumo che usciva dallo scappamento mi indusse a credere che la paglia su cui stavo, stesse per prendere fuoco e mi spaventai moltissimo. L’altra paura la ebbi quando mi portò con lui in macchina a Penne dopo le vittoriose elezioni dell’aprile 1948; vi aveva tenuto un memorabile contraddittorio contro uno dei più prestigiosi personaggi del P.C.I., l’on. Umberto Terracini. Per festeggiarlo una folla incredibile fermò la macchina e lo tirò fuori per portarlo in trionfo. Io, credendo che gli volessero fare del male, fui terrorizzato.

Questi due episodi fissano nella mia memoria la figura di un ragazzo magro, atletico, scattante, determinato. C’è poi l’immagine dei festeggiamenti per i suoi novanta anni. Fisico piegato dall’età ma voce stentorea, mente lucidissima, animo determinato. Confrontando in quel momento la sua persona all’immagine dei miei primi ricordi mi dissi che anche se sembra ingiusto il tempo vola e non si può fermare. Il segno di tutti noi rimane nel ricordo di chi ci ha conosciuto e voluto bene, quello dei grandi personaggi è chiarito e rafforzato dallo studio degli storici così come Licio Di Biase fa con la sua interessante biografia. Questo libro racconta in modo preciso e puntuale tutta la vita di Remo Gaspari, dalla giovinezza sino agli ultimi giorni, ma ha il pregio di approfondire il personaggio dal punto di vista umano e politico e credo che questo sia l’aspetto più importante di questo libro che dovrebbe essere letto non solo da tutti gli abruzzesi, ma da tutti coloro che sono appassionati alla storia, o da coloro che si dedicano all’esercizio della politica, perché ne potrebbero trarre utili spunti per la loro presente attività.

Si dice che le cose si apprezzano sino in fondo quando ci vengono a mancare; questo è accaduto davvero ed immediatamente alla morte di Remo Gaspari. La commemorazione ufficiale del 21 luglio alla Camera dei Deputati e la messa di suffragio una settimana dopo presso la Cappella della Camera, così come le manifestazioni di affetto e di dolore di tantissimi cittadini nella Camera Ardente presso la sede della Provincia di Chieti e durante le esequie il giorno seguente nella Cattedrale di San Giustino, mi hanno rivelato sino in fondo quale fosse la considerazione dei suoi Colleghi per la sua azione politica e come fosse profondo l’affetto reciproco che lo legava ai suoi concittadini. Indagare e spiegare una personalità complessa come quella di Remo Gaspari, collocare la sua azione politica nel contesto storico e culturale della nascita e dell’affermazione della nostra Repubblica sono i pregi fondamentali di questo libro che anche attraverso l’aneddoto e la nota di colore cerca sempre di penetrare nel profondo dei sentimenti e delle ragioni. Dopo aver letto questa biografia ho la sensazione di conoscere meglio Remo Gaspari; sono convinto che questa sarà l’opinione anche di altri numerosi lettori.

Per informazioni rivolgersi a:

Istituto di cultura politica “Giuseppe Spataro”  – cellulare: +39 348 8286229 – email: segreteria.dibiase1@gmail.com

Righetto, il bambino-artificiere della Repubblica Romana

Piccoli eroi dimenticati. Si concludeva nel giugno del 1849 l’epopea del triumvirato democratico capitolino. Un ricordo del giovane eroe trasteverino.

Marco Giuliani

Di Righetto si sa molto poco, compreso il nome di battesimo e le generalità dei suoi genitori. Le poche notizie giunte sino a noi raccontano che aveva circa 12 anni, che proveniva da Trastevere, era orfano ed era un po’ mingherlino per un ragazzo della sua età. Tutta la sua famiglia era costituita da una fedele cagnolina, chiamata Sgrullarella perché aveva il vizio di bagnarsi alle fontane e dibattersi per asciugarsi. Nel rione si arrangiava sbrigando piccoli lavori offerti dai bottegai della zona per permettergli di mantenersi.

Roma viveva uno dei periodi più intensi della sua storia recente. Il 9 febbraio del 1849 era stata fondata, previa Assemblea Costituente, la Seconda Repubblica Romana (la prima risaliva a cinquant’anni prima, istituita in età napoleonica), sorta a seguito dell’esilio in Gaeta di Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, ospitato nell’occasione dai regnanti delle Due Sicilie. La tensione tra il governo pontificio, profondamente contrario a un conflitto tra paesi cattolici, e i movimenti che si battevano per l’instaurazione di un esecutivo laico aveva raggiunto un punto di non ritorno: il 15 novembre 1848 era stato assassinato Pellegrino Rossi, Primo Ministro dello Stato della Chiesa, e la spinta popolare – diffusasi su larga scala dopo le Cinque Giornate di Milano – cominciò a rappresentare una seria opposizione politica (e non solo) al potere secolare ecclesiastico. Anche Pasquino aveva ricominciato a parlare: sulla sua statua, per sottolineare le indecisioni del Papa sulla forma di statuto da adottare, era apparsa la scritta :

“Pio Nono/

Sei buono/

Ma-stai”.

Parte dei romani era rimasta delusa da quel giovane e innovativo pontefice, nel quale avevano riposto le aspettative a favore delle riforme, ma probabilmente chiedendogli quel qualcosa in più che non era in grado di poter dare. Righetto e gli altri ragazzi come lui non riuscivano percepire qual era il vero significato di tale condizione politica; il termine “Risorgimento” forse suonava un po’ strano alle loro orecchie, ma Roma era tutto il loro mondo, e andava comunque difesa dai nemici. Gli avevano fatto conoscere Garibaldi, che aveva sentito parlare di quel ragazzino che spegneva le bombe, e Righetto ne era rimasto affascinato. Con impeti di neotenia giovanile, lui, sin dai primi giorni dell’assedio, si adoperava con coraggio nel disinnescare quei proiettili di cannone che cadevano copiosi su Roma senza esplodere. Il suo motto era ad maiora semper;  con un panno bagnato ne strappava la miccia o la spoletta, e riconsegnava il residuo alla milizia repubblicana guadagnandosi uno scudo per ogni ordigno inesploso. Ne aveva salvate molte di vite, lui.

Per difendere la neonata Repubblica, stavano giungendo volontari da tutta Italia, compresi Garibaldi, Bixio, Mameli, Pisacane, Manara. Era arrivato anche Mazzini, che con Saffi e Armellini avrebbe istituito il triumvirato repubblicano passato alla storia come uno degli esperimenti democratici più brillanti del periodo. Lo scontro tra poteri si acuì pericolosamente, e per evitare di rimanere coinvolto in una guerra civile, il pontefice decise di ritirarsi verso Sud. Le grandi potenze europee, Francia e Austria in testa, non stavano certo con le mani in mano, e secondo i patti, per ripristinare l’autorità della Chiesa di Roma si mossero di concerto. Il 24 aprile 1849 a Civitavecchia sbarcarono 7.000 soldati transalpini, da Napoli e Gaeta ne giunsero altri 18.000 (inviati da Ferdinando II). Roma era accerchiata, e Oudinot non ebbe pietà né per i civili, tanto meno per le chiese, i monumenti e gli splendidi palazzi barocco-rinascimentali della città. Racconta nei suoi diari Gustav von Hoffstetter, militare svizzero di stanza nell’Urbe durante i combattimenti: «[Roma era bombardata dal fuoco nemico…] L‘intervallo medio, tra la caduta e l’esplosione, era di 10 a 12 minuti secondi. Immediato era il precipitarsi che faceva la gente sur una bomba, per soffocarla, allorché essa ardeva alcuni secondi più del solito. Molte bombe furono in tal modo riportate, aventi la spoletta o ricacciata dentro, o strappata, o tagliata via. Per ognuna si pagava uno scudo».

E come il Gianicolo, Villa Glori e Ponte Milvio, anche Trastevere era sotto le bombe. All’altezza della Renella, accanto all’attuale Piazza Trilussa, Righetto si gettò su alcuni proietti per disinnescarli. Correva il 29 giugno. «Panza a tèra!» – gridò ancora una volta per avvertire la gente del pericolo. Ma andò male, e un ordigno gli esplose addosso, dilaniandolo. Santo Spirito era sotto tiro, e non fu possibile neanche portarlo in ospedale. Morì a distanza di poche ore presso l’abitazione di un’anziana signora, a Via Belsiana, di fronte a Campo Marzio. Il 30 giugno Roma si arrese. Da alcuni anni, tra i busti eretti al Gianicolo a memoria della Repubblica Romana, è stato depositato anche quello di Righetto, raffigurato insieme alla sua amata cagnetta mentre alza un braccio a mò di saluto. Sul marmo è incisa un’effige che riporta testualmente: “A Righetto giovane trasteverino simbolo dei ragazzi caduti in difesa della gloriosa Repubblica Romana del 1849”.

Salvatore Rebecchini è stato un grande sindaco, nonché un lucido interprete del centrismo degasperiano nella Capitale.

Il video dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), presente sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”, inquadra bene la figura del Primo cittadino di una Roma appena uscita dalla catastrofe del fascismo e della guerra. Occorre tuttavia ricordare lo stretto legame tra Rebecchini e la Dc di De Gasperi, altrimenti il profilo dell’uomo e dell’amministratore pubblico non corrisponde appieno alla giusta verità storica.

Ho riflettuto sulla bella presentazione di Salvatore Rebecchini, sobria, senza enfasi ma al tempo stesso attenta a rimarcare i tratti distintivi del personaggio, uomo di cultura, cattolico, modernizzatore, capace di scelte urbanistiche funzionali allo sviluppo della città e in prospettiva dell’area metropolitana. Il merito dell’iniziativa è dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) che ho avuto l’onore di presiedere fino a qualche mese fa, per poi passare la staffetta all’amico D’Ubaldo. Questa opera di ricostruzione storica è fondamentale. Forse alcune vicende avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, come ad esempio quella che all’epoca interessò la costruzione dell’hotel Hilton a Monte Mario, scatenando una delle prime aggressioni politiche alla Dc in nome di una esasperata e grezza questione morale. Nondimeno sarebbe stato interessante, su un altro piano, illustrare l’operazione che portò a realizzare il tunnel di Porta Cavalleggeri, funzionale al collegamento tra PonteDuca D’Aosta, via Gregorio VII e via Aurelia, verso il Grande Raccordo Anulare.  

Lo stesso successo non ebbe l’ipotizzato tunnel da Piazza di Spagna a Via Veneto per l’opposizione dei radical–ambientalisti prima maniera, sempre guidati dall’Espresso. L’idea in forma più ridotta e parziale sarà infine adottata per collegare il parcheggio di Villa Borghese a Piazza di Spagna e quindi alla stazione della Metro A. Si potrebbe andare avanti, cercando insomma di capire meglio, a beneficio di un’analisi più compiuta, cosa significasse negli anni ‘50 lafame di case per l’impetuosa immigrazione e la crescita esponenziale della popolazione della città.

Tutto ciò premesso, è mancata a mio parere l’indicazione circa la collocazione di Rebecchini nel preciso contesto storico e politico. Era un civico prestato alla politica, ma fece una scelta di campo. Si presentò con le liste della Dc altrimenti non avrebbe potuto fare il sindaco con le sue sole forze. Governò la città nell’ottica di una grande opzione democratica, magari con una certa inclinazione al moderatismo, con ciò interpretando da par suo la funzione del centrismo degasperiano. Alla luce delle successive evoluzioni, ovvero con l’avvento del centro-sinistra in Campidoglio, la sua figura apparve consegnata a un tempo contrassegnato dalla subalternità del partito alla visione e alla iniziativa dei blocco moderato-clericale.

La scelta della famiglia sarà confermata anche dal figlio Francesco, senatore per cinque legislature, poi più volte sottosegretario, eletto a Roma, ma anche in Lombardia per volere di Albertino Marcora (uno dei leader della sinistra di Base). Posso anche comprendere che poi Gaetano, di fronte alla catastrofica diaspora della Dc, sia stato protagonista della nascita e della evoluzione di Alleanza Nazionale, cui ha dato un rilevante contributo culturale con il suo Centro di orientamento politico e con gli interessanti incontri di Palazzo Colonna. La stella polare della famiglia, tuttavia, non può che rimanere la Dc. E tralasciare questa appartenenza fa un torto al sindaco e alla Dc, nonché si potrebbe dire un torto a quanti di noi genitori zii e nonni lo hanno votato, Dalvatore Rebecchini, e sarebbero oggi orgogliosi di scelte come quelle da lui compiute nell’interesse della città.

Queste sono alcune puntualizzazioni semplici e modeste, in spirito di amicizia. Non rappresentano una critica, in definitiva, ma una amara riflessione perché spesso tocca fare i conti, ma stavolta incidentalmente, con le troppe remore che gravano sulla memoria della complessa vicenda democristiana.

Protagonisti nel circuito energetico internazionale. Una ricerca della Fondazione Tarantelli.

Si tratta di una ricerca che rientra nelle pubblicazioni periodiche della Fondazione Ezio Tarantelli (Cisl). Così esordisce in apertura il Presidente Giuseppe Gallo: “La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e dalla dipendenza delle ingenti importazioni. Tutto ciò non ha impedito all’Italia, dal dopoguerra sino ad oggi, di essere protagonista nei mercati energetici internazionali”. Qui si riporta solo la parte introduttiva del testo di Assogna.

La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e conseguentemente dalla strutturale dipendenza dalle importazioni estere. Nonostante ciò, l’Italia dal dopoguerra sino ai giorni d’oggi, è sempre stata protagonista nei mercati energetici internazionali. Tutto ciò, a merito di una strategia iniziata proprio dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e che avuto come principale protagonista Enrico Mattei, un personaggio che meriterebbe una maggiore attenzione dai libri di storia italiani. Mattei fu l’iniziatore di un progetto che, attraverso l’iniziativa nel ciclo dell’energia, portò il Paese ad essere centrale nelle dinamiche della politica mediterranea e internazionale, facendo assumere all’Italia un ruolo di interlocutore nel circuito energetico, senza avere una capacità propria di risorse di idrocarburi.

Le intuizioni di Enrico Mattei, con la fondazione dell’ENI e con il potenziamento dell’AGIP, della SNAM, della SAIPEM, etc., valorizzarono le professionalità interne della vecchia struttura aziendale, investendo poi su un gruppo dirigente, una classe di tecnici e di funzioni operative, che divennero competenze di qualità riconosciuta globalmente nei settori minerario, geologico, ingegneristico, chimico, economico-finanziario e diplomatico, che in pochi anni fecero del sistema energetico nazionale degli idrocarburi e dei servizi connessi, un’eccellenza internazionale. Oltre al Gruppo ENI, il sistema energetico italiano si è poi consolidato con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’istituzione nel 1962 dell’ENEL che insieme alla rete di aziende locali, razionalizzò il comparto elettrico italiano, contribuendo notevolmente allo sviluppo economico del Paese.

Pertanto la presenza internazionale delle imprese energetiche italiane, che di seguito descriviamo, si basa sulle qualità, le competenze e le esperienze professionali e tecnologiche dei Gruppi a partecipazione pubblica precedentemente citati, partendo dall’antica vocazione di ENI e delle aziende da esso derivanti (SNAM e SAIPEM), sino al più recente protagonismo di ENEL, di TERNA, di alcune Holding sia a capitale pubblico sia a capitale privato. Infine, nelle prossime settimane si conoscerà il risultato della gara per la privatizzazione di DEPA – Società Greca di distribuzione del gas naturale, gara che vede impegnata la nostra Italgas. La conferma di un protagonismo nelle nuove frontiere internazionali dell’energia e nella riconversione del mix energetico.

L’OIL Company italiana nell’impostazione iniziale data da Enrico Mattei ha avuto la capacità di coniugare le grandi competenze professionali con una diffusa capacità relazionale e negoziale, sostenendo anche le strategie della politica estera e la diplomazia del nostro Paese. L’ENI è pertanto uno dei principali, se non il principale asset italiano nel mondo, proprio per la presenza diffusa sul piano globale. Negli anni tutto ciò ha voluto e vuole ancora dire centralità nella raffinazione (oggi in decremento rispetto al passato), nella logistica, nel trasporto e nella commercializzazione del gas naturale, nelle infrastrutture energetiche (gasdotti, oleodotti, piattaforme off-shore) e soprattutto nell’esplorazione e ricerca degli idrocarburi. Inoltre ENI, avendo aderito agli obiettivi della COP 21 con altre compagnie petrolifere internazionali e ai “goals” dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sta sviluppando dei progetti per la realizzazione di nuovi impianti o la riconversione di strutture esistenti per la produzione di energie rinnovabili e per l’avvio di cicli produttivi di economia circolare.

Le produzioni di petrolio e gas è previsto che possano raggiungere all’incirca i 2 milioni di barili equivalenti al giorno al 2023, arrivando poi a toccare il picco al 2025 con circa 2,05 – 2,10 milioni di barili equivalenti al giorno. Apartire da quella data la produzione tenderà a ridursi gradualmente e con una previsione di una presenza del gas naturale all’85% del mix produttivo al 2050. Sono confermati tutti gli altri obiettivi al 2023 riferiti ai business di transizione energetica. Eni è presente in 68 Paesi coprendotutti le aree continentali del mondo, con circa 30.775 dipendenti diretti (di cui oltre 11.000 nell’esplorazione e produzione), una produzione di 1,73 milioni BOE (barili equivalenti di petrolio) al giorno di idrocarburi e con una vendita di 64,99 mld di m3 di gas naturale (dati ufficiali ENI 2020).

A giugno 2020 è stato inoltre pubblicato il rapporto “Eni for Human Rights”, documento che fornisce le informazioni degli ultimi sei anni, su come ENI è impegnata nel rispetto dei diritti umani nei Paesi in cui opera.

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https://www.fondazionetarantelli.it/working-papers

(La relazione è inclusa nel paper di prossima pubblicazione, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, dal titolo “La presenza delle aziende energetiche italiane nella competizione internazionale”. È previsto un webinar con vari relatori il 19 luglio, alle ore 15.15, sulla piattaforma zoom: per accedere è necessario farsi accreditare dalla Fondazione).

Equità ed efficienza, banco di prova del PNRR. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Con la consegna da parte del Governo Draghi del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla Commissione europea è stato adempiuto un passaggio fondamentale perché l’Italia possa ricevere i fondi previsti dal NextGenerationEU. Dopo anni di crescita stentata e lo shock socioeconomico prodotto dalla pandemia, sono grandi le attese per il rilancio del nostro Paese. Quali sono le misure previste a livello di investimenti e riforme per raggiungere questo obiettivo? I vari interventi consentono di ipotizzare una ripresa dell’Italia nel segno dell’equità e dell’efficienza?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR 2021), che il Governo italiano ha presentato a Bruxelles rispettando la scadenza del 30 aprile 2021, è un documento corposo e complesso: sfiora le 300 pagine e tocca molte questioni di straordinaria importanza per la società e l’economia italiane, rappresentando, a un tempo, un punto di arrivo e di partenza.

 

È un punto di arrivo nel senso che chiude il processo avviato nella primavera e nell’estate del 2020 con l’approvazione, da parte delle autorità europee, del NextGenerationEU (NGEU), per cui ogni Stato membro doveva presentare il proprio Piano per accedere alla propria quota di fondi comunitari. Ma è anche – e, forse, soprattutto – un punto di partenza perché disegna il percorso di riforme e investimenti che l’Italia dovrà percorrere da qui al 2026. Non è irragionevole affermare che il difficile, soprattutto per un Paese come il nostro, viene ora.

 

Il PNRR si apre con una Premessa firmata in prima persona dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, e si articola in quattro parti: 1. Obiettivi generali e struttura del piano; 2. Riforme e investimenti (a sua volta suddivisa in due parti: Le riforme e Le missioni); 3. Attuazione e monitoraggio; 4. Valutazione dell’impatto macroeconomico. Questo articolo non si propone di riassumere il Piano, ma di porne in risalto la filosofia di fondo e i principali interventi, offrendo una prima valutazione sulla sua adeguatezza per curare alcuni dei mali, antichi e più recenti, che colpiscono il nostro Paese, dopo vent’anni di scarsa crescita e un anno e mezzo di devastante pandemia.

 

Della crescita (che non c’è) ne parla il presidente Draghi sin dalle prime righe della sua Premessa: «La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. […] Dal 1999 al 2019, il PIL per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuito del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo» (PNRR 2021, 2).

 

Altri dati menzionati sui NEET, sul lavoro femminile, sul degrado ambientale, sulla familiarità con le tecnologie digitali confermano il divario fra l’Italia e gli altri grandi Paesi fondatori dell’Europa unita: «Questi ritardi – scrive ancora Draghi – sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive » (PNRR 2021, 3). Da qui, il binomio inscindibile costituito da riforme e investimenti che caratterizza il PNRR visto nella sua interezza.

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/equita-ed-efficienza-banco-di-prova-del-pnrr/

Trent’anni dopo la Iugoslavia. Il punto sulla Rivista il Mulino

Trent’anni dopo, molti sono i nodi ancora irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina e l’impossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Un approfondimento della Rivista “Il Mulino”.

Sono passati trent’anni da quel 25 giugno 1991 che ha cambiato la vita ai cittadini della Jugoslavia. Chi si ricorda la Jugoslavia? Uno Stato federale e neutrale composto da sei repubbliche e sei nazioni più altre minoranze, da quattro lingue ufficiali più altre sei-sette minoritarie, da due alfabeti. Uno Stato uscito nel 1990 dal regime comunista con le elezioni democratiche e con l’inevitabile affermazione dei partiti nazionali in ogni Repubblica. Si sapeva che la democrazia avrebbe fatto affiorare le scelte politiche nazionali. Il 25 giugno del 1991 ci furono le proclamazioni d’indipendenza da parte della Slovenia e della Croazia, le repubbliche economicamente più forti e storicamente diverse rispetto al resto della Jugoslavia. Un atto oggi ricordato come liberazione e realizzazione della statualità tanto agognata. Lo strappo sloveno e croato innescò il processo di dissoluzione della Jugoslavia.

Le tappe di questa dissoluzione vanno ricordate, devono essere memoria civile europea. Già il 26-27 giugno 1991 ci furono scontri aperti in Slovenia, tra le forze indipendentiste e l’esercito federale. Una guerra durata dieci giorni. Poi fu la volta della Croazia: un conflitto strisciante, dato che la minoranza serba era insorta e aveva a sua volta proclamato indipendenti le proprie regioni. La guerra, che nell’assedio drammatico di Vukovar ebbe l’apice, si concluse dopo cinque mesi, con una tregua. La Slovenia e la Croazia ebbero il riconoscimento internazionale nel gennaio del 1992. La crisi si spostò più a Sud. Nell’aprile del 1992 scoppiò la Guerra civile in Bosnia ed Erzegovina tra i locali serbi, musulmani e croati, e sarebbe durata oltre tre anni, con scontri tra tutte e tre le parti, con efferate violenze, stupri di massa, campi di detenzione, eccidi terribili, come quello di Srebrenica del luglio 1995, in cui furono trucidati ottomila bosniaci musulmani da parte dei reparti serbi. L’accordo internazionale di Dayton (Ohio), dell’ottobre del 1995, mise fine al conflitto e impose una soluzione statale alla Bosnia ed Erzegovina, composta, da allora, da due entità, una serba (Repubblica serba) e una federale musulmana/bosgnacca e croata.

Poi la crisi si estese al Kosovo, la regione già autonoma in seno alla Serbia, abitata da una maggioranza albanese. Anche qui violenze, scontri tra serbi e albanesi, masse di profughi, finché nel 1999 si giunse al bombardamento di Belgrado da parte della Nato. Fu il terzo bombardamento che la città subì nel Novecento. Altri scontri ci furono in Macedonia tra macedoni e albanesi, ma il conflitto fu bloccato sul nascere, tramite ingerenza statunitense. La Jugoslavia, come concetto e federazione serbo-montenegrina, sopravvisse fino al 2003. Nel 2006 la Serbia e il Montenegro si sono separate. Nel 2007, il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, ma non è pienamente riconosciuto sul piano internazionale.

Delle guerre jugoslave si disse fossero barbarie sulla soglia dell’Europa, che proprio in quegli anni vedeva nascere l’Unione europea. Un unico conflitto, con diversi scenari, in un mondo che pareva alla fine della sua storia, non più diviso tra potenze e ideologie. Oggi capiamo meglio i fatti: folle di profughi riprese dalle televisioni in diretta, stupri di massa come guerra psicologica, il sacrificio dei propri civili per screditare il nemico, l’intervento militare umanitario tramite bombardamenti «intelligenti», traffici in armi, droga e prostituzione attorno alle forze belligeranti ma anche tra quelle dislocate per pacificare, traffici di organi. E poi: la criminalità che diventa potere legittimato e viceversa, i mujaheddin, gli ultrà trasformati in commando, i mercenari e i contractor, e le Ong, gli inviati in carriera, la reciproca fabbricazione dell’immaginario dell’orrore, i grandi intellettuali occidentali catapultati nella regione che scelgono la loro parte e il loro palcoscenico, i media internazionali che determinano una narrazione di portata globale e infine, e a chiusura, i processi e le sentenze del tribunale internazionale dell’Aia per i crimini commessi contro l’umanità in Jugoslavia. In fin dei conti, la balcanizzazione interna ed esterna, nel senso peggiore del termine, dei Balcani. Ma anche un banco di sperimentazione, un anticipo sotto tanti aspetti, per altre emergenze belliche e civili che sono seguite.

Cosa abbiamo oggi, dopo tutto questo? Da un lato, Slovenia e Croazia sono Stati dell’Unione europa, dall’altro ci sono i cosiddetti Balcani occidentali, una non Ue dentro l’Ue, che comprende Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, il Kosovo e l’Albania. In attesa che succeda qualcosa. Trent’anni dopo, molti sono i nodi irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina, che mette in questione il modello di Dayton, e l’impossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Di fatto, sia la nazione serba sia quella albanese si trovano distribuite in tre diversi Stati. La Macedonia del Nord ha dovuto cambiare il nome per essere accettata dalla Grecia, ma trova ostacoli da parte della Bulgaria sulla incertissima strada verso l’Ue.

I Balcani occidentali sono nominati solo quando affiora nei media internazionali il dramma delle migrazioni che attraversano la regione. Sfugge l’incastro di problematiche irrisolte, che richiamano gli esiti delle guerre balcaniche dal 1912-1913 al 1999. Ci sono dinamiche integrative europee attorno ai Balcani occidentali che li escludono, li marginalizzano. La Grecia rientra nell’iniziativa EuroMed 7, un forum sorto nel 2013 che comprende pure Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Malta. Del 2016 è il Three Seas Initiative, detto anche Trimarium, un forum di dodici Stati avviato su ispirazione della Polonia e della Croazia, forum che punta a unire ancor di più lo spazio economico, politico e sociale compreso tra il Mar Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico. Del Trimarium oggi fanno parte Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria; una compagine che traccia un confine netto, come Centro Europa, rispetto ai Balcani. Del 2014 è invece il Berlin Process, promosso dalla Germania, e, questo sì, dedicato ai Balcani occidentali. Ma, nonostante gli incontri annuali al massimo livello, l’Ue non è riuscita, oltre le belle parole, a imporre alcuna strategia. Contano assai di più, come riferimento, gli Stati Uniti, ma anche la Russia e, di recente, la Cina e la Turchia.

In questi ultimi mesi sono circolati nello spazio post jugoslavo diversi non paper, documenti non ufficiali e anonimi ma resi pubblici e di origine autorevole, in cui si ipotizza lo spostamento dei confini tra i sei Paesi e la creazione di Stati nazionali più omogenei, fatto che ha provocato una diffusa ansia e preoccupazione. Nel contempo, si parla sempre di più di abbattere i confini tra i sei Stati, sul modello del Benelux, e rendere i Balcani occidentali area partner dell’Ue. E mentre la Nato si è affermata ovunque, fuorché in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina, i percorsi dei singoli Paesi, come candidati all’Ue, si sono arenati, dalla Macedonia del Nord all’Albania, al Montenegro. In merito nessuno si fa illusioni: ci sono pochissime speranze.

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Usa, la Trump Organization viene incriminata

Donald Trump ha eluso per molto tempo le conseguenze della sua discutibile etica aziendale e degli scandali personali e politici. Ma le accuse del gran giurì, dopo che un alto dirigente ha testimoniato, sono tornate di moda.

Le accuse, che dovrebbero essere svelate oggi, sono relative a presunti reati fiscali su vantaggi e benefici concessi ai dipendenti, tra cui case senza affitto, leasing di auto e bonus.

Le accuse prendono di mira la Trump Organization, il direttore finanziario e il braccio destro di Trump Allen Weisselberg. E anche se l’ex presidente non dovrebbe essere accusato, il  colpo messo a segno dal gran giurì sarà sicuramente duro.

Infatti la resa dei conti tra la Trump Organization e i pubblici ministeri segnerà un altro dramma tumultuoso nella vita dell’ex presidente tra fallimenti , divorzi e abusi di potere che hanno portato a due impeachment. 

Inoltre la significativa escalation legale, ora, avrà sicuramente anche conseguenze politiche più ampie poiché Trump cercava di rilanciare la sua carriera politica dopo la sconfitta contro il presidente Joe Biden.

Ma la buona notizia è che se sei Donald Trump non andrai in prigione sulla base di un atto d’accusa della Trump Org. Infatti nessun individuo, negli USA,  può andare in prigione sulla base di un atto d’accusa di una società.

Austria: Kristina Edlinger-Ploder è la prima donna vicepresidente Caritas.

La Caritas austriaca ha per la prima volta una vicepresidente.

Kristina Edlinger-Ploder lavora per la Caritas da oltre 20 anni e ha occupato varie posizioni professionali. Dal 2016 è presidente del Consiglio di fondazione della Caritas della Stiria. Con lei sono stati nominati anche i due direttori della Caritas del Voralber – Walter Schmolly – e del Salisburghese – Johannes Dines.

La Caritas agisce come una “roccia solida” come partner per le persone bisognose, ma è anche innovativa e reagisce alle sfide del tempo, ha evidenziato Edlinger-Ploder che, sul suo approccio ha spiegato: “Soprattutto sostengo il principio di ‘aiutare le persone ad aiutare se stesse’”.

Il Mise stanzia 286 mln a favore delle imprese

Il Ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato i decreti che autorizzano sei accordi di sviluppo e tre accordi di programma tra il MiSE, le aziende coinvolte e le Regioni Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna e Veneto. Gli accordi puntano a favorire la competitività del territorio e la creazione di nuova occupazione, attraverso gli investimenti delle imprese in progetti produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto strategico e tecnologico. Per la realizzazione di questi interventi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 286 milioni di euro, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 107 milioni di euro di agevolazioni.

“Il doppio binario della valorizzazione del Made in Italy nelle produzioni tradizionali che caratterizzano il nostro Paese anche all’estero e gli investimenti nell’innovazione e nella produzione industriale di avanguardia – dichiara il Ministro Giorgetti – rappresentano la linea guida che il MiSE deve avere per lo sviluppo e il rilancio della nostra economia. È importante, ancor più ora con gli strumenti e le possibilità che offre il PNRR, essere protagonisti in un’azione coordinata e continua per proteggere e rilanciare i nostri asset strategici”. In particolare, nei sei accordi di sviluppo sono coinvolte tre società del “Gruppo Beretta”, Heineken Italia, Orogel, Agricola Italiana Alimentare, Mister Pet e Schlote Automotive Italia, mentre i tre accordi di programma riguardano All.Coop Società cooperativa agricola, DWB Proteins e un gruppo di società composto da Magnaghi Aeronautica, Metal Sud, Geven e Skytecno. Il Ministro aveva, inoltre, già autorizzato lo scorso mese di aprile un accordo per l’innovazione per un investimento complessivo di 18 milioni di euro, con le Regioni Lombardia e Sicilia e le aziende STMicroelectronics, FCA Italy e Comau, per la realizzazione di un progetto innovativo nel settore delle produzioni microelettroniche.

Variante Delta: cosa succede nel mondo

La variante Delta del coronavirus spaventa il mondo. La diffusione di questa variante sta portando alcuni Paesi ad adottare misure più restrittive nel tentativo di arginare i contagi, mentre si spinge sulla seconda dose della vaccinazione anti Covid. Intanto da domani 1 luglio il Green Pass europeo renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen.

FRANCIA – In Francia la variante indiana “rappresenta circa il 20% dei nuovi casi” di coronavirus accertati nel Paese dove sta “progressivamente diventando dominante”, ha detto il ministro della Salute francese, Olivier Véran, che ha rinnovato l’appello a “vaccinarsi” e a restare “molto vigili”.

GRAN BRETAGNA – In Gb, dove l’aumento dei contagi è dovuto alla variante Delta, sono più di ventimila i casi di coronavirus registrati nelle ultime ore e 23 i decessi. Si tratta di un dato in calo rispetto ai 22.868 contagi confermati il giorno precedente, ma dati ufficiali di governo riferiscono comunque di 20.479 casi.

AUSTRALIA – Sono circa 10 milioni, su una popolazione di 25 milioni, gli australiani toccati dalle nuove misure restrittive, come il coprifuoco, a causa della diffusione della variante Delta. Dopo Sydney sulla costa orientale e Darwin nel nord, numerosi casi sono stati registrati a Perth, sulla costa occidentale e nell’area tropicale del Queensland.

INDIA – Le autorità di Nuova Delhi hanno autorizzato l’uso del vaccino Moderna contro il coronavirus per cercare di fermare la diffusione della variante Delta. Si tratta del quarto vaccino a disposizione in India dopo quello di Oxford-AstraZeneca, il Covaxin sviluppato dall’indiana Bharat Biotech e il russo Sputnik V. Dall’avvio della campagna vaccinale a metà gennaio sono state somministrate 327 milioni di dosi contro il Covid-19.

RUSSIA – Il ministro della Salute russo, Mikhail Murashko ha detto che sono 151mila le persone ricoverate per il Covid-19 in tutto il Paese, dove è in corso una terza ondata alimentata dalla variante Delta. Intervenuto in televisione nell’ambito di una riunione della task force Covid, ha riferito il Guardian, Murashko ha parlato di “situazione tesa, specie nelle grandi città”. I posti letto per il Covid, ha spiegato, sono “182mila e i ricoverati 151mila”.  Nelle ultime 24 ore la Russia ha registrato il numero delle vittime più alto dall’inizio della pandemia, 652 persone, superando il precedente record di 635 decessi lo scorso 24 dicembre. A San Pietroburgo, città che ospita senza alcuna restrizione i quarti di finale degli Europei di calcio, sono stati registrati 119 morti. I nuovi casi in Russia sono 20.616.

ISRAELE – Il governo sta conducendo una campagna per immunizzare la fascia d’età fra i 12 e i 15 anni. Fra i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione anti Covid del mondo, Israele è alle prese con nuovi contagi dovuti alla variante Delta, che hanno colpito molti adolescenti non ancora vaccinati. C’è inoltre una spinta a vaccinare in fretta, perché molte dosi disponibili sono prossime alla scadenza.

GRECIA – Chi ha ottenuto entrambe le dosi del vaccino contro il coronavirus potrà recarsi al ristorante senza indossare la mascherina. Lo ha deciso il governo greco con l’intento di aumentare le vaccinazioni mentre si sta diffondendo sempre più la variante Delta. Dal 15 luglio, per la prima volta dallo scoppio della pandemia, le persone vaccinate potranno entrare negli impianti sportivi, ma dovranno indossare le mascherine. Lo stesso vale per teatri e cinema.

Perché l’immobilismo di Gualtieri può condurre alla sconfitta del centro sinistra nella lunga partita per il Campidoglio.

A sinistra prevale un sentimento di superficialità e presunzione, come se la “fraterna rivalità” di Calenda e la trasversalità di Michetti non costituissero un ostacolo sulla via del successo. I sondaggi parlano di un ballottaggio sul filo di pochi punti percentuali tra i contendenti dei due blocchi tradizionali. Nulla può essere dato per acquisito.

 

Cristian Coriolano

 

Mentre la destra condensa il suo messaggio di semplicità e aggressività attraverso la bonomia di un candidato senza pretese, salvo quella di portare in Campidoglio il vessillo della vittoria di tutti gli scontenti e i delusi della fallimentare gestione Raggi, ma anche di tutti i prevenuti e gli antagonisti della vecchia sinistra romana, non si comprende la razionalità di una contesa sulllo stesso terreno politico (non esteso all’infinito) da parte di Gualtieri e Calenda, con l’evidente rischio di un cedimento improvviso in qualche punto sensibile del fronte democratico e riformista.

 

Calenda porta le maggiori responsabilità. Fino a ieri dava la sensazione di condurre una bella ed onesta battaglia a tutto campo, anche nel presupposto che la critica verso il Pd potesse comportare, al di là del richiamo dei Dem alla centralità delle primarie, l’accettazione della sua candidatura a sindaco di Roma. Così non è stato: le primarie hanno avuto corso e Gualtieri, infine, è stato legittimato a guidare le operazioni per la (ri)conquista del Campidoglio. Di fronte alla tenuta del Pd, l’atteggiamento di “fraterna rivalità” del leader di Azione finisce per apparire velleitario o inconsulto, senza un connotato di opportuna generosità. Tant’è che la sua proposta tende a sovrapporsi a quella del Pd secondo la classica logica del “più uno”: se Gualtieri, accompagnato dalla Cirinnà, partecipa alla sfilata del Gay Pride, ecco che Calenda s’ingegna a far di più e a far di meglio, da par suo, annunciando la scelta di un capolista appartenente alla comunità Lgtb. In pratica, “sinistra” e “centro” vanno divisi non per conquistare consensi altrove, a danno in sostanza di Raggi e Michetti, ma per calamitare su di sé una quota degli stessi consensi sull’onda di un certo pensiero e costume radical-libertario.

 

Sta di fatto che questa strana competizione – in effetti sembra affermarsi come la “drôle de guerre” dei riformisti – inibisce il favore, almeno sotto l’aspetto di un primo e indispensabile coinvolgimento emotivo, di quella parte di elettorato che sente comunque la necessità di legare la laicità dello Stato al rispetto di alcune fondamentali concezioni, etiche e religiose, per altro ancora forti nella coscienza collettiva del Paese. Il discorso va oltre la cosiddetta “questione cattolica” dal momento che interessa e colpisce una larga fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, la tolleranza non è in dubbio, come però non lo è, al tempo stesso, la misura o l’equilibrio nel tenere insieme le diverse sensibilità presenti nella vita sociale e politica della nazione. Qualcosa non quadra nel centro sinistra se ci si divide su tutto, anche sulla scelta di una candidato unitario, ma si pretende di vincere e prima ancora di convincere adottando la “lingua veicolare” dell’indifferentismo morale e quindi dell’insofferenza, più o meno mascherata, nei riguardi delle espressioni di fede, con quel che consegue in termini di orientamento o passione civile.

 

I sondaggi più attendibili ipotizzano che al ballottaggio la sfida sia tra Gualtieri e Michetti. Il primo sarebbe in vantaggio, ma di pochi punti. Non è detto che la campagna elettorale confermi l’attuale distribuzione di consensi; anzi, in uno scenario che rende altamente competitivo Michetti, pressoché sconosciuto fino a ieri agli occhi del grande pubblico, può accadere che i moderati indecisi, specialmente attratti dai temi della sicurezza e del decoro della città, subiscano lungo il percorso della campagna elettorale quel tanto di fascinazione nazional-popolare dell’ex militante della sezione dc di Monteverde, poi cresciuto all’ombra della presidenza regionale di Piero Marrazzo. La sponda assicurata dalla Matone, la vice assai prossima agli ambienti dell’Opus Dei, rende ancora più insidiosa la proposta di una destra che a Roma riesce ad aggregare un elettorato trasversale, desideroso di sentirsi rappresentato come cemento di una comunità organica, con la simbologia un po’ aristocratica e un po’ plebea della intramontabile romanità.

 

A Gualtieri, insomma, spetta prendersi cura di ciò che le circostanze impongono, ovvero l’avvio di un processo che muova dal presupposto di nuove idee e nuovi metodi da porre al servizio, come possibile, di un centro sinistra più aperto. Non è un impegno facile, visto il peso delle abitudini di una classe dirigente di lotta (al Comune) e di governo (in Regione), poco incline a rimettersi in discussione, a giocare una partita più ambiziosa. Finora s’è visto un lavorio affannoso per ripulire l’argenteria di famiglia, mentre le attese sono ben altre e ben altre anche le domande. Ancora latita la formulazione di un messaggio rivolto effettivamente al cuore di una Roma che ambisce ritrovare se stessa, la sua funzione ineludibile, in virtù soprattutto di una sana volontà di cooperazione, oltre pertanto gli steccati delle partigianerie. In fondo l’immobilismo è l’anticamera di una sconfitta che arbitrariamente s’immagina di poter disconoscere per pigrizia, se non per presunzione.

I 5 stelle e l’elettorato intercambiabile. Al Nazareno si mantiene sovrana l’indifferenza sulla involuzione del Movimento.

Ci sono quesiti che non possono essere elusi. La crisi del Movimento è sotto gli occhi di tutti. Sembra ormai evidente che Grillo ha piegato l’avvocato del popolo ridando centralità al popolo di Rousseau. Ma quali saranno le conseguenze? Il Pd tarda a rimodulare il suo pensiero su una alleanza impossibile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto che, francamente, incuriosisce sempre di più in questa spietata lotta di potere all’interno del partito dei 5 stelle. Certo, è del tutto inutile parlare di quello che hanno sempre predicato, giurato, urlato, scritto e sostenuto  nel corso di questi anni e che hanno sistematicamente rinnegato. Ormai non fa neanche più notizia ricordarlo.

 

Quello che, invece, merita di essere approfondito e discusso è come sia possibile che di fronte ad un potenziale cambiamento repentino e radicale del profilo politico, della natura e della proposta di quel partito, semprechè il fondatore del “vaffa” sia sconfitto a favore dell’ex Presidente del Consiglio – ma appare alquanto difficile anche alla luce della feroce polemica di queste ore – l’elettorato resti sempre lo stesso. Ovvero, cambia tutto, ovvero lo statuto, il codice etico, i regolamenti, il “capo”, la prospettiva e via discorrendo, ma resta intatto chi ti vota. Ma come è possibile tutto ciò?

 

Un punto, questo, che non può diventare una variabile indipendente rispetto alla prospettiva concreta e tangibile di un partito. Come è possibile, del resto, che un progetto politico abbia un elettorato definito e preciso e un progetto politico alternativo e radicalmente diverso conservi lo stesso elettorato? Perchè delle due l’una. O il nuovo (?) e futuro corso dei 5 stelle rinnega definitivamente il passato – e cioè, populismo, giustizialismo manettaro, anti politica, demagogia, uno vale uno, antiparlamentarismo e antisistema – e allora incrocerà un elettorato radicalmente diverso rispetto al passato oppure, cosa più probabile, restando sempre le stesse le parole d’ordine continueranno ad avere l’elettorato tradizionale. Quello grillino tradizionale per intenderci.

 

Ricordo questo aspetto perchè anche se siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico e parlamentare, come ormai è evidente a quasi tutti, gli elettori difficilmente possono essere trascinati da un progetto ad un altro senza colpo ferire. Tanto per fare un solo esempio, sarebbe curioso verificare quanti elettori conserverebbe ancora Forza Italia se decidesse di stringere un’alleanza sutturale e organica con la sinistra italiana…. E questo perchè anche in un clima pesantemente trasformistico ed opportunistico, difficilmente un intero elettorato è disponibile a seguire fidesticamente e dogmaticamente proposte alternative tra di loro. E questo rappresenta, anche per un partito/non partito come i 5 stelle, un nodo che prima o poi andrà sciolto. Senza propaganda e senza ulteriori trucchi.

 

Esiste, però, un “post scriptum” in tutto ciò. Ma come può un partito come il Pd, il miglior erede della tradizione e della cultura della sinistra italiana, pensare che tutto ciò non incida anche sul terreno dell’alleanza politica ed elettorale che vuole stringere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? In altre parole, come è possibile fingere che sia un fenomeno del tutto virtuale sia che vinca una linea sia che ne prevalga un’altra? Ovviamente alternativa e radicalmente diversa? Anche questo resta un mistero della politica italiana. O meglio, della sinistra italiana.

Caro-mattone, i prezzi delle case nel Regno Unito e negli Stati Uniti

 

Gli ultimi dati parlano di una crescita record, che aumenta comunque le disuguaglianze tra chi ha risparmiato durante il lockdown e può permettersi di investire e chi invece non ha ancora le possibilità economiche per farlo.

Adnkronos

 

E’ record per i prezzi delle case negli Stati Uniti. L’indice Case-Shiller a 10 città ha guadagnato il 14,4% nel corso dell’anno conclusosi ad aprile, rispetto ad un aumento del 12,9% a marzo. Si tratta di un aumento record da oltre 30 anni, e cioé dal 1988. L’indice delle 20 città è aumentato del 14,9%, dopo un rialzo annuale del 13,4% a marzo, sfiorando il top dal dicembre 2005. La crescita dei prezzi ha accelerato in tutte e 20 le città. Gli economisti intervistati dal Wall Street Journal si aspettavano che l’indice delle 20 città guadagnasse il 14,5%. La domanda si mostra sempre in forte crescita mentre l’offerta sul mercato è più limitata.

 

Un trend che viene confermato anche oltreoceano: in Gran Bretagna i prezzi sono ai massimi da oltre 16 anni e solo a giugno sono saliti su base annua del 13,5%. In altri termini, il prezzo medio di una casa nel Regno Unito è aumentato dello 0,7% a giugno da maggio a 245.432 sterline. E’ un dato che conforta la tesi di alcuni analisti secondo cui l’economia del Regno Unito registrerà un’impennata, aiutata dalla rapida campagna di vaccinazione e dagli stimoli del governo e della Banca d’Inghilterra. Proprio gli ultimi dati della Boe hanno mostrato che i prestiti ai consumatori sono aumentati a maggio per la prima volta da agosto – anche se modestamente – poiché le restrizioni sono state eliminate e i consumatori hanno acquistato auto grazie ad accordi finanziari presi con le concessionarie e nel frattempo hanno contratto più prestiti personali.

 

Questi dati secondo alcuni analisti, come Ruth Gregory di Capital Economics, fanno prevedere che l’economia sia cresciuta dell’1,5-2,0% a maggio, rallentando leggermente dal salto del 2,3% di aprile, ma comunque sulla buona strada per riguadagnare la sua dimensione pre-pandemica in autunno, il che sarebbe leggermente prima rispetto alle stime della BoE che danno questo traguardo raggiunto per la fine del 2021.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-06-29/aumento-prezzi-case-gb-usa-13097716/

Dal Reno al Tevere. Un libro sulle gesta e le glorie della famiglia Koch.

Tra le altre testimonianze quella di Marco Lodoli. Il noto scrittore e membro del ramo che ha a capo Augusto Koch offre a riguardo profonde riflessioni sull’albero genealogico.

 

Christa Langen-Peduto

 

Joseph Anton Koch e la sua grande famiglia (Joseph Anton Kock und seine große Familie) è il titolo di un libro pubblicato di recente dalla casa editrice romana L’Erma di Bretschneider (2021, 186 pagine, 125 euro), a cura di Elmar Bordfeld, dal 1971 al 1987 caporedattore dell’edizione in lingua tedesca de «L’Osservatore Romano».

 

Pur essendo cresciuto in Germania, anche Bordfeld fa parte della grande famiglia che ha come capostipite il famoso pittore, incisore su rame e disegnatore tirolese Joseph Anton Koch (1768-1839). Dal 1795 questi lavorò a Roma, dove fu uno tra i più importanti nazareni di lingua tedesca. Sposò Cassandra Ranaldi di Olevano Romano, luogo idilliaco da lui spesso dipinto, situato trenta chilometri a sudest della città eterna, e con lei fondò questa famiglia tanto ramificata, che però non si è mai persa completamente di vista. La sua storia, antica di oltre 225 anni, è legata a Roma, i Papi e lo Stato della Chiesa, ma anche al boom edilizio quando la città, dal 1871, divenne la nuova capitale del Regno d’Italia, e con il suo successivo sviluppo. Perciò questa interessante opera pubblicata in una edizione bilingue tedesca e italiana non è solo un album di famiglia per i discendenti di Koch. È anche un pezzo di storia della cosiddetta colonia tedesca a Roma, vista e narrata, per una volta, da un’angolazione diversa.

 

Da molto, ormai, tanti membri della famiglia hanno cognomi italiani o nomi italiani e cognomi tedeschi. Le figlie si sposarono, perdendo così il cognome Koch. I figli e i generi furono pittori come il capostipite. L’architetto Gaetano Koch, un nipote, è famoso per i suoi palazzi in stile neorinascimentale, ad esempio nell’attuale piazza della Repubblica a Roma, o anche per l’edificio della Banca d’Italia, completato nel 1892, chiamato ancora oggi Palazzo Koch. Luciano Koch, discendente del figlio del pittore, Augusto, fu ambasciatore. Alcuni membri della famiglia, entrati a farne parte per matrimonio, sono stati orologiai e gioiellieri — ancora oggi il nome Hausmann & Co è tra i più rinomati a Roma — e hanno collocato molti orologi da tavolo e a pendolo anche nella Città del Vaticano.

 

Altri ancora sono stati rilegatori e librai, soldati e ufficiali. Molti membri della famiglia, non importa se a Roma, a Bonn e a New York, hanno appeso nel salotto di casa un bellissimo albero genealogico. Ormai ne esistono tre, due dei quali disegnati davvero come alberi con molti rami, sui quali sono indicati i nomi dei discendenti di Koch. Il primo è stato disegnato nel 1923 dal rilegatore Costantino Glingler, marito della discendente di Koch, Erna Hausmann. L’ultimo albero genealogico, del 2019, è stato realizzato dalla discendente Giulia Fabbricotti attraverso la piattaforma online di genealogie My Heritage sotto forma di diagramma. In formato pdf, può essere ingrandito attraverso il link indicato nel libro. E da esso si evince che le persone che fanno parte della grande famiglia Koch sono ormai più di 900.

 

I discendenti non sono però uniti solo dagli alberi genealogici. Nel cimitero tedesco nella Città del Vaticano, ovvero il Campo Santo Teutonico, non è sepolto solo il capostipite. Diversi rami della sua famiglia hanno lì le loro cripte. Ed erano o sono membri importanti dell’Arciconfraternita di Santa Maria della Pietà dei Teutonici e dei Fiamminghi, che si prende cura del cimitero. La fede cattolica «ha sostenuto questa famiglia spiritualmente in tutte le vicissitudini e situata socialmente», osserva nel libro monsignor Stefan Heid, membro della presidenza dell’Arciconfraternita.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/dal-reno-al-tevere.html

Guardare Oltre lo specchio di Alice: le riflessioni di Bassetti, in questo prezioso volumetto, invitano ad allargare la nostra visuale politica.

Attorno a questa recensione dell’ultimo libro di Piero Bassetti, scritto nel solco di una lunga meditazione sul cambio di paradigma rispetto all’epoca del potere degli Stati nazionali, l’autore mette in luce argomenti e suggestioni attinenti alle prospettive di sviluppo della comunità transnazionale degli Italici.

 

Umberto Laurenti

 

 

Debbo iniziare con una dichiarazione di umiltà: ignoravo l’esistenza del secondo romanzo di Lewis Carrol, mi ero fermato ad Alice nel paese delle meraviglie; ho cercato di informarmi sommariamente, traendone la conclusione che il significato ultimo del libro è che è bene credere nell’impossibile. L’occasione mi è stata fornita dall’uscita del libro di Piero Bassetti, Oltre lo specchio di Alice. Governare l’innovazione nel cambiamento d’epoca, Guerini e Associati editore 2020.

Libro che invece ho letto con attenzione, trovandolo interessante ma non semplice, una sorta di matrioska letteraria, dove i continui richiami ad autori in gran parte contemporanei, stimolano se non costringono a prendere almeno conoscenza di quanto prodotto da quegli autori, ed esigono da parte del lettore una disponibilità di approccio multidisciplinare ad ogni tematica affrontata, segnalando pure come in un mondo complesso come quello d’oggi, non sia più consentito ad un essere umano consapevole, delegare totalmente agli specialisti la conoscenza di argomenti quali la fisica quantistica, tanto per fare un esempio. A volte, nella lettura di Oltre lo specchio di Alice, il lettore rischia di perdersi o di inseguire un tema invece secondario, ma ci pensa l’Autore a rimettere al centro dell’attenzione il tema principe: l’innovazione ed il suo governo. Un libro che non viene a caso, ma è strettamente legato ad altri due volumi recenti: Svegliamoci Italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio Editore 2015,  e Guardare oltre. Innovazione e politica nell’esperienza di Pero Bassetti, di Francesco Samorè, Carrocci Editore 2018, ed alla vicenda umana e politica di Piero Bassetti, nato nel 1928 e con tante storie vissute nelle Istituzioni di ogni livello, ancora in pieno svolgimento e sempre con lo sguardo al futuro e due obiettivi fissi: il mondo e la sua Milano, città alla quale dedica un significativo capitolo nella parte finale del volume.

 

Indubbiamente l’innovazione è un tema centrale per chi vuol capire il presente e soprattutto cercare di vedere in anticipo il futuro dell’umanità, tuttavia non è stata finora enunciata in maniera convincente una teoria sul come possa essere gestita ed indirizzata l’innovazione, tanto da rendermi persuaso che la sua gestione è collettiva e casuale, quindi non governabile. Tra le tante invenzioni che nei secoli hanno modificato radicalmente la vita del genere umano, tanto da apparire come innovazione perenne ed irrinunciabile, l’esempio che più mi è familiare è l’invenzione della stampa. Non credo che Gutenberg fosse consapevole della rilevanza generale e perenne di ciò che lui stava inventando nel 1456, e neppure Aldo Manuzio poteva immaginare il futuro della stampa, mentre nel 1501 inventava il libro ed soprattutto il libro tascabile, creando di fatto il mercato librario,  e mentre inventava, per movimentare lo stampato, vari tipi di carattere (per la verità inventati qualche anno prima da un altro italiano che non riuscì a conservarne la proprietà, ad ulteriore conferma di quanti fattori possano influenzare la casualità ed il percorso di una invenzione), fornendo quindi con la replicabilità in centinaia o miglia di copie di un’opera,  il modo con cui la stampa diventava fruibile dalla generalità degli alfabetizzati anziché da pochi fortunati, trasformandosi per così dire in strumento democratico.

 

Non starò qui a citare i tanti studiosi che si sono dedicati all’argomento, limitandomi a ricordare la splendida definizione che dell’invenzione della stampa ha dato Elizabeth Eisenstein in un suo scritto del 1979: una rivoluzione inavvertita; sufficientemente evocativa è pure l’individuazione fatta da Lord Acton degli effetti collaterali di tale invenzione, quale l’accesso di maggior pubblico, insieme agli effetti verticali o cumulativi: ogni generazione ha la possibilità di costruire qualcosa di nuovo sul lavoro intellettuale delle generazioni precedenti.

 

Un processo continuo quindi, dove qualche intervento, aggiungo io, si segnala per qualità ed originalità, tanto da ricordarci che non si tratta di processo scontato ed automatico. E proprio Aldo Manuzio ci offre la prova di ciò, aggiungendo a quella del libro l’invenzione dell’italic font, il carattere corsivo che ingentilisce la stampa e con l’abbandono del carattere gotico avvicina alla lettura il grande pubblico, denominato italic quale istintivo richiamo alla grazia, alla bellezza ed alla originalità. Dunque, chi inventa non ha la consapevolezza piena delle conseguenze che ne scaturiranno, né può esercitare il controllo delle applicazioni della sua invenzione, a parte la rendita temporanea dell’eventuale brevetto registrato, poiché l’innovazione, cioè l’insieme di tutte le invenzioni e di tutte le applicazioni delle stesse, modificato costantemente e spesso casualmente ed anonimamente, non è governabile poiché sempre in moto, al punto che sapersi adattare ai cambiamenti è la nuova forma di convivenza civile, indubbiamente scontando la perdita di apprezzamento valoriale degli stessi.

 

L’unico rimedio che mi appare essere possibile a questa traiettoria, è lo stimolo costante alla partecipazione conoscitiva del processo globale di innovazione, affinché ne nascano, per quanto possibile, modi e strumenti di controllo e governo, almeno delle applicazioni visibili, con tutti mezzi di partecipazione sociale possibili, a partire dalla forma contemporanea di evoluzione della invenzione della stampa, che è la rete web.

 

Fino a pochissimi anni fa il termine “italico” si usava appunto, solo per indicare il carattere corsivo inventato da Manunzio, ed “italici” erano i popoli che popolavano la penisola fino alla loro assimilazione nell’Impero Romano. A conclusione delle c.d. Guerre Sociali che la “Lega Italica” e gli Etruschi avevano combattuto contro Roma, tutti erano diventati cittadini romani, grazie al valore determinante per l’ottenimento della cittadinanza, dato al comune sentire di valori più che allo jus sanguinis  o allo jus soli. Roma compiva così una prima grandiosa ed innovativa operazione culturale, dando a tutti regole, diritti e doveri comuni, ed adottando per converso ciò che di meglio appariva introitabile dagli usi e costumi dei popoli italici preesistenti. Certo, come in tutte le svolte epocali, con conseguenze sociali positive ampiamente esaltate e qualche perdita sottaciuta: ad esempio dagli Etruschi i Romani seppero assorbire tante abilità e scienze, dalla lavorazione del ferro alla scienza delle costruzioni ed all’idraulica, ma si guardarono bene dall’adottare il principio della parità di genere che vigeva per la donna etrusca, come pure il sistema dell’autonomia piena delle singole città, in un regime confederale ante litteram.

 

Si realizzò comunque una koiné culturale e poi religiosa, tra i diversi popoli della Penisola, con il collante giuridico e militare romano, capace di durare quasi due millenni contrassegnati da invasioni, dominazioni straniere e guerre dinastiche locali, fino alla “unità indotta” del 1860/70. Non è quindi difficile, per chi legge la precedente opera di Piero Bassetti: “Svegliamoci Italici” riconoscersi italico. Forse mi illudo, ma vedo un percorso che, partendo dalle Comunità immaginate descritte da Anderson, conduca almeno per quel che ci riguarda, ad una comunità inverata degli Italici, grazie al recepimento delle attese nascenti dalla svolta epocale prodotta dalla Pandemia Covid 2020/2021; un nuovo Rinascimento con le radici ben salde nel percorso bimillenario della cultura italica, rappresentato da ciò che di positivo evoca l’Italia d’oggi nell’immaginario collettivo: soft power, eleganza, creatività, empatia, arte, qualità, natura, lingua, testimoniato nel mondo dall’incontro e contaminazione con le culture locali, vissuto in una nuova prospettiva istituzionale che trova nell’Unione Europea la più efficace e credibile forma di trascendimento delle autonomie nazionali, a favore di un sistema di governo e partecipazione democratica che abolisce i confini interni, ma pone a fondamento della costruzione comune i princìpi guida che accomunano le diverse culture presenti in Europa, culture che restano intatte pur con assetti istituzionali modificati, e che si arricchiscono reciprocamente. Dovrebbe apparire evidente a tutti quanto sia conveniente, oltre che giusto, partecipare a questo disegno innovatore europeo, con la forza di una civiltà italica espressa in tutto il suo potenziale e testimoniata dai milioni di italici sparsi in Europa, individualmente come studiosi, docenti, imprenditori, artisti e tecnici, o come protagonisti delle attività di Istituti di cultura, Centri di ricerca, Camere di Commercio, anziché totalmente delegata alle rappresentanze istituzionali dello Stato italiano o alla burocrazia.

 

Potrebbe sembrare un disegno ambizioso e visionario, quello di una Community Italica che vive nel mondo, tenuta insieme da un comune disegno e da un patrimonio culturale condiviso, grazie al nuovo tessuto connettivo sociale che è il web, ma in realtà se ci guardiamo intorno, possiamo scoprire luoghi ed esperienze che già operano in sintonia con questo Progetto.

 

Ma torniamo al libro di Piero Bassetti, denso di riferimenti filosofici utilizzati per lo più non in chiave di ricostruzione storica dell’evoluzione del pensiero, ma in funzione di ricerca di spunti utili ad individuare un percorso futuro dell’umanità: “sempre valida l’affermazione di Russel, secondo il quale il potere altro non è che la produzione degli effetti voluti”(pag.89), ed io chioserei qui che a Bassetti interessa soprattutto la predizione degli effetti dell’innovazione, ed infatti proprio nella stessa pagina,  trovo esplicitato il fine che a mio parere lo ha spinto a scrivere il libro: “ In queste righe non rinuncio a cercare i presupposti di questa nuova natura del governo, di queste nuove redini del potere, di queste nuove istituzioni e comunità immaginate. Il libro vorrei aiutasse ciascuno a rivedere le categorie imparate al liceo, che sono in gran parte cambiate”. Condivido il fine, ma se fossi richiesto di dare un consiglio su come raggiungerlo, direi che quelle categorie occorre ripercorrerle tutte insieme, per immergerle nel mondo nuovo e cercare di predire il futuro, poiché per poter sperare di governare, o almeno di indirizzare positivamente le scelte che caratterizzeranno il futuro, è assolutamente necessario tener conto del passato.

E pure leggendo la pag. 40, dove parla degli strumenti che cambiano il potere, costringendoci a ripensare la geografia che diventa connettografia o scienza del dove, mi è venuto di pensare che in verità noi veniamo costretti a ripensare tutte le scienze sociali, aggiungendone di nuove, ma senza annullare o dimenticare le preesistenti, e proprio sulla necessità di non abbandonare la geografia penso di avere valide motivazioni, ma non è questa la sede per approfondire l’argomento.

Una frase di Bassetti che trovo proprio in fondo al libro: “la ricerca di senso può unirci”, mi ha portato ad un ragionamento bizzarro e forse anche folle, ma voglio esprimerlo ugualmente. E’ noto che nel corso dei millenni, l’uomo ha perso molte facoltà sensoriali di cui era dotato e che ancora sono intatte negli animali anche domestici; sappiamo ad esempio che gli Etruschi collocavano i loro “santuari” in luoghi dove era particolarmente forte il magnetismo, e certo non disponevano di strumenti per rilevarlo, ed ancora oggi capita di far cercare vene sotterranee di acqua da un rabdomante. Mi chiedo: come mai, prima di abbracciare la ricerca per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, nessuno ha pensato ad avviare una ricerca per recuperare i sensi perduti dell’uomo?  Sarebbe un semplice ritorno alla natura, ma certamente sarebbe utile in tante circostanze.

Sono arrivato alla fine del libro e traggo una conclusione finale: il miglior modo per rendere omaggio al suo Autore, è guardare sempre Oltre, ma senza mai perdere la memoria del passato e coltivando la necessità di condividere con altri il percorso.

La casa, un miraggio per i giovani.

Per favorire l’acquisto di una abitazione – scrive l’autore su lavoce.info –  da parte dei giovani non bastano sconti fiscali che abbassano di poco la rata del mutuo. Occorre un aiuto più consistente, magari come parte di una più ampia politica per la casa, che consideri anche l’affitto.

 

Raffaele Lungarella

 

Il decreto legge 73/2021, denominato Sostegni bis, non presta un’adeguata attenzione alle problematiche della casa. Il solo specifico intervento previsto (all’articolo 64) è volto a favorire l’acquisto della prima casa da parte dei giovani e di particolari categorie di soggetti, rendendo meno rischioso per le banche concedere i mutui e alleggerendo gli oneri fiscali a carico del compratore. Sull’efficacia di queste misure può essere utile qualche considerazione.

 

Della prima delle due misure possono beneficiare, entro il 30 giugno 2021, i soggetti ammessi con priorità al Fondo di garanzia per la prima casa gestito da Consap (istituito nel 2008 con il decreto legge 112 e modificato con l’articolo 1 comma 48 della legge 147/2013), che ristora parzialmente la banca del capitale non ancora ammortizzato al momento in cui il mutuatario smette di pagare le rate del mutuo. Per giovani coppie, nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, inquilini delle case popolari e giovani che non hanno compiuto 36 anni (prima del Dl 73/2021 gli anni erano 35 e i giovani dovevano avere un rapporto di lavoro atipico), con Isee non superiore a 40 mila euro, la percentuale di capitale garantita dal fondo è stata innalzata dal 50 all’80 per cento.

 

Prima dell’approvazione del decreto, i giornali ipotizzavano che il governo fosse orientato a coprire con la fideiussione l’intero ammontare del capitale (fermo restando il limite di 250 mila euro di capitale). Ma la garanzia al 100 per cento avrebbe predisposto la banca all’azzardo morale, con conseguente allentamento del rigore nella valutazione della capacità di sostenere l’ammortamento del mutuo da parte di chi lo chiede. Ora invece, anche se la garanzia all’80 per cento riduce la misura della perdita nel caso il mutuatario diventi moroso, il rischio per la banca non è del tutto eliminato. Di conseguenza, dovrà valutare il merito di credito del richiedente il mutuo con i criteri e le metodologie applicate per la concessione degli altri finanziamenti. Ed è anche interesse del Fondo che la banca non si discosti dalla prassi ordinaria.

 

È molto probabile, quindi, che l’innalzamento della quota del capitale garantito non renda una banca propensa a concedere il mutuo a un soggetto il cui reddito è ritenuto insufficiente al pagamento delle rate. L’aumento di trenta punti percentuali della garanzia, però, non riduce di molto l’importo unitario delle rate, considerato anche che la fideiussione non sembra avere grande rilievo sulla riduzione dei tassi di interesse, in questo periodo di per sé bassi.

 

Per favorire la diffusione della proprietà della prima casa non basta ridurre la perdita cui andrebbe incontro la banca qualora il mutuatario diventasse moroso, ma è necessario rendere le rate del mutuo più convenienti (il che, peraltro, aumenta la probabilità che l’ammortamento arrivi a termine senza intoppi). Il risultato può essere ottenuto con la crescita del reddito degli acquirenti oppure rendendo le case meno care e, di conseguenza, diminuendo l’importo del mutuo. In passato questa è stata una delle linee di intervento della politica per la casa (finché si è fatto qualcosa che potesse assomigliarle). Che si debba procede in questa direzione sembra consapevole anche il governo, ma sorge qualche perplessità che la misura proposta per i giovani con meno di 36 anni di età e Isee non superiore a 40 mila euro possa migliorare significativamente la loro possibilità di acquistare la propria prima casa. Se rogitano entro il 30 giugno 2022, possono beneficiare dell’esenzione dal pagamento delle imposte sulle compravendite e dell’imposta sostitutiva sui mutui. La relazione tecnica al disegno di legge contenente il Dl 73/2021 stima che queste esenzioni comportino una perdita di gettito di circa 610 milioni di euro nel biennio 2021-2022. Sulla base dei dati utilizzati per determinare l’importo, si può calcolare che questa dote finanziaria, nel periodo in cui ci si potrà avvalere degli sconti fiscali, può agevolare l’acquisto di circa 220 mila case da privati e 23 mila da imprese.

 

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La casa, un miraggio per i giovani

Lo stile paranoide nella politica americana. Una recensione del Mulino.

Nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Trump, abbiamo sentito parlare spesso di «cospirazione» e «stile paranoide». Ora possiamo rileggere lo scritto con cui Richard Hofstadter introdusse la formula.

 

Ferdinando Fasce

 

Quante volte nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Donald Trump, dalla comparsa di teorie e sette ultramanipolatorie come QAnon, a lui più o meno direttamente legate, e dallo straripare delle fake news alimentate da regimi autoritari, abbiamo sentito parlare di «cospirazione», «complottismo» e «stile paranoide»? Bene ha fatto dunque Adelphi a tradurre un breve scritto col quale oltre mezzo secolo fa Richard Hofstadter introduceva la fortunata formula (Lo stile paranoide nella politica americana, 2021) che così spesso è echeggiata negli ultimi tempi.

 

Nato nel 1916 a Buffalo, figlio di una luterana di origine tedesca e di un ebreo di origine polacca, Hofstadter crebbe identificandosi culturalmente come ebreo e studiando nella prestigiosa Columbia University, alla quale tornò come docente nel 1946 in una carriera, troncata dalla leucemia nel 1970, che ne fece uno dei più importanti storici statunitensi. Il celebre sociologo radical Charles Wright Mills lo avvicinò alle scienze sociali, dalle quali Hofstadter, storico delle idee e della politica, attinse in maniera creativa categorie e suggestioni.

 

Sul piano politico, gli entusiasmi per la sinistra, nutriti intensamente in gioventù anche attraverso il matrimonio con la giornalista e scrittrice marxista Felice Swados, che morì precocemente nel 1945, non ressero alle disillusioni del Dopoguerra. Ma residuarono sul suo liberalismo un riflesso tragico e amaro. Che lo tenne al riparo dalle interpretazioni più celebrative e acritiche della storia americana, vista come una vicenda assolutamente «eccezionale» e aconflittuale, dominanti negli anni Cinquanta. E lo rese particolarmente sensibile al pericolo dei toni intolleranti e manichei della destra maccartista, incentrata su visioni «complottiste» della storia. Queste preoccupazioni (e l’influsso degli studi francofortesi sulla «personalità autoritaria») informarono la lettura controcorrente che a metà anni Cinquanta in The Age of Reform (premio Pulitzer) egli diede del movimento populista di fine Ottocento, sottolineandone le componenti retrive, nativiste e antisemite, sino ad allora sottovalutate.  Ma, dicono oggi gli studiosi, non senza forzare in direzione opposta, oscurando la forte matrice democratica e la vigorosa opposizione del movimento all’emergente capitalismo corporate.

 

Preoccupazioni analoghe per l’intolleranza e la virulenza dei seguaci del candidato estremista di destra repubblicano Barry Goldwater alle elezioni del 1964 sono alle origini de Lo stile paranoide, conferenza del 1963 trasformata in articolo l’anno successivo e riproposta in volume, assieme ad altri saggi, nel 1965. Solo che in questo caso, dopo un breve accenno ai populisti ancora affiancati a McCarthy, Hofstadter sposta il quadrante più indietro, alla ricerca della genealogia di un modo di far politica, affidato alle «animosità» e alle «passioni» incontrollate «di una piccola minoranza» e caratterizzato da «accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria», i tre caratteri-chiave dello «stile paranoide» (p. 11). L’analisi parte dalle polemiche antigiacobine e antimassoniche esplose dai pulpiti del New England negli anni Novanta del Settecento contro una presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, piccolo «movimento tutto sommato naif e utopistico» (p. 23) del quale non si può «dire con certezza» neppure «se siano mai circolati negli Stati Uniti autentici membri» (p. 27). Passa alla rinnovata crociata antimassonica degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, che «trova terreno fertile fra i democratici popolari e gli egualitaristi radicali» (p. 31) in vaste aree del Paese. E infine punta sui movimenti anticattolici e nativisti alimentati di lì a poco da figure come l’acclamato pittore e inventore del telegrafo Samuel F.B. Morse, figlio del pastore anti-Illuminati Jerediah Morse, che vedevano negli immigrati cattolici dall’Europa la longa manus cospiratoria delle reazionarie potenze del Vecchio mondo e del Vaticano volte a rovesciare la giovane repubblica statunitense.

 

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Il libro di Bassetti

Addio a Giorgio Tupini, il collaboratore di De Gasperi che divenne manager Iri.

Sulla chat dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), Alessandro Forlani ne ha parlato come di una “figura centrale e significativa, insieme al padre Umberto, nella storia della Dc, soprattutto degli albori. L’età avanzata e il ritiro precoce dalla politica – benché poi abbia svolto ruoli di primo piano come manager delle partecipazioni statali – ne avevano provocato un immeritato oblio”. Di seguito riportiamo la nota pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

 

(Adnkronos)

 

Giorgio Tupini, ex deputato Dc e stretto collaboratore di Alcide De Gasperi prima di diventare protagonista di una lunga e prestigiosa carriera come manager delle Partecipazioni statali, è morto a Fiuggi (Frosinone), alla vigilia del 99esimo compleanno.

 

L’annuncio della scomparsa è stato dato ad esequie avvenute dalla sua famiglia, con i figli Claudio, Sergio, Umberto.

 

Nato a Roma il 26 giugno 1922, figlio del senatore democristiano Umberto Tupini (membro dell’Assemblea Costituente, più volte ministro e per breve tempo sindaco di Roma), Giorgio Tupini era ‘cittadino benemerito’ di Fiuggi, città che amava profondamente e dove ha vissuto per oltre 20 anni.

 

Laureato in giurisprudenza e autore di numerose pubblicazioni giuridiche, Giorgio Tupini in vista delle elezioni del 18 aprile 1948 fu nominato capo della segreteria dell’ufficio studi propaganda e stampa (Spes) della Democrazia cristiana. Eletto alla Camera dei deputati, nel 1951 entrò a far parte del governo De Gasperi VII in qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, carica alla quale venne confermato anche nei governi De Gasperi VIII e IX e nel successivo esecutivo Pella.

 

Rieletto deputato alle politiche del 1953, rassegnò le dimissioni nel 1954, dopo la morte di De Gasperi. Alla sua collaborazione con la statista padre della Repubblica ha dedicato due libri: De Gasperi. Una testimonianza (Il Mulino, 1990) e Alcide De Gasperi (1881-1954). Un popolare mitteleuropeo (Quattroventi, 1995).

 

Successivamente Tupini intraprese la carriera di dirigente d’azienda nelle società del gruppo Iri: presidente e amministratore delegato della Navalmeccanica, dal 1955 al 1959, periodo nel quale fu attuato l’ammodernamento del cantiere di Castellammare di Stabia.

 

Costituita alla fine del 1959 la Fincantieri, Tupini ne è stato il primo presidente, ricoprendo l’incarico fino a gennaio 1968. Proprio in quegli anni è stato avviato e realizzato un profondo riassetto dei cantieri del Gruppo Fincantieri, culminato nella concentrazione dell’Ansaldo, dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico e della Navalmeccanica nell’Italcantieri, della quale è stato il primo presidente dopo la sua costituzione.

 

Dal gennaio 1968 al 1974 ha ricoperto l’incarico di presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, la holding che controllava le partecipazioni meccaniche dell’Iri e che durante il suo incarico registrò un importante incremento di produzione e di occupazione raggiungendo il livello di oltre 80.000 addetti. Nel 1974 lasciò la Finmeccanica per assumere la presidenza di Alitalia, che ha guidato fino al 1978. Nel 1974 fu nominato Cavaliere del Lavoro.

I 5 stelle e l’Ulivo. Per favore, non scherziamo.

È inammissibile che la voglia di “fare coalizione”, essendo comunque forte l’esigenza legittima (ma oggi disordinata) di giustapporre una progetto alternativo a quello delle destre, istituendo paragoni tra l’accordo Pd-5 Stelle con l’alleanza politica sancita a suo tempo dall’Ulivo. Dalle parti del Nazareno ci si dovrebbe rendere conto della forzatura finanche grottesca.

 

Giorgio Merlo

 

Ma come si fa a paragonare l’Ulivo con una ipotetica alleanza tra il Partito Democratico e il partito di Beppe Grillo? Ma come è possibile confondere una bella, costruttiva ed esaltante stagione della politica italiana come quella dell’Ulivo con un periodo storico caratterizzato dal più spietato trasformismo politico e parlamentare? Faccio queste banali domande perchè qua e là si leggono riflessioni, peraltro legittime e degne di considerazione, che però confondono la politica – almeno come dovrebbe essere concepita e praticata – con la virtualità della politica. Perchè, appunto, confondere l’Ulivo e ciò che è stato e che ha rappresentato nella storia del riformismo nel nostro paese con l’alleanza organica con un partito come quello dei 5 stelle – leader incontrastato del populismo, del trasformismo, del giustizialismo e del “vaffanculismo” – ci vuole una creatività e una fantasia non comuni.

 

Per fermarsi all’Ulivo, ci sono almeno tre indicazioni che confermano l’impossibilità di avventurarsi con qualsiasi paragone.

 

Innanzitutto l’Ulivo era una coalizione che sommava partiti e movimenti con un preciso progetto politico e di governo. Una coalizione nata, appunto, attorno ad un’idea di governo di un paese che metteva insieme le migliori culture riformiste attorno a partiti radicati nel territorio ed espressione di una precisa cultura politica. L’Ulivo non era il prodotto di una decadente stagione trasformistica unita solo da un patto di potere contro qualcuno o qualcosa. Ma, al contrario, era una alleanza tra partiti riformisti eredi delle grandi tradizioni culturali del novecento. Che, come ovvio e scontato, non ha nulla a che vedere con il populismo verbale violento di Grillo o quello “dolce” di Conte.

 

In secondo luogo l’Ulivo coincise con la stagione del “ritorno della politica” e, soprattutto, della “speranza della politica”. Ma secondo voi, seriamente, c’è qualcuno in Italia che pensa che l’alleanza con Grillo, Toninelli, Bonafede, Taverna e via discorrendo coincida con il ritorno della politica? Almeno di quella politica che si riconosce nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale? O di altre culture riformiste e democratiche?

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’Ulivo si è caratterizzato anche e soprattutto per la qualità di larga parte della sua classe dirigente. Certo, è stata una stagione breve ma, comunque sia, intensa e profonda. Una classe dirigente preparata, competente e capace di affrontare le sfide di quel periodo storico dando risposte precise e pertinenti. Una classe dirigente realmente espressiva di una cultura politica e riconosciuta come tale dalla pubblica opinione. Altrochè “uno vale uno” e l’esaltazione della improvvisazione, della casualità e della inesperienza.

 

Ora, per concludere e senza infierire eccessivamente, sarebbe auspicabile che anche qualche dirigente Dem ci risparmiasse simili paragoni pur di mettere in piedi una coalizione “contro le destre”, il “rischio fascista”, il ritorno di un possibile clima “illiberale e dittatoriale” e via vagheggiando. Ognuno faccia le coalizioni che vuole, come ovvio, ma senza confondere il reale con il virtuale. Cioè, senza paragonare l’Ulivo con l’alleanza con il partito di Beppe Grillo.

Caldo torrido. Le turbolenze dei 5 Stelle infiammano le giornate politiche di questa estate anticipata.

Non sappiamo come andrà a finire. In conferenza stampa, convocata per oggi, Conte rivelerà quale debba essere l’ultima parola di questa furibonda tenzone. Lo spettacolo, almeno finora, non ha regalato nulla di emozionante e men che meno persuasivo.

 

 

Gianfranco Moretton

 

Io che penso di aver da qualche anno perso l’ingenuità, come del resto sono convinto che anche voi siate sulla mia stessa strada, non mi meraviglio più di tanto quando osservo dei fenomeni che si modificano anche repentinamente. La staticità non è fare delle cose dell’uomo; l’uomo modifica, come modifica le proprie idee, gli strumenti che utilizza per stare al mondo, le parole e persino gli orizzonti che lo orientano nella propria esistenza.

 

Potevano forse i 5 Stelle non subire una trasformazione, come è capitato a tutte le altre realtà politiche? Certo poteva restare fermo ancora nelle posizioni iniziali, ma avrebbe calpestato il proprio nome. Infatti, essendo un movimento, è difficile che possa simpatizzare con la fissità.

 

Adesso, sta subendo una evoluzione/involuzione naturalissima. Ho messo i due termini contrapposti perché, a seconda di chi guardi il fenomeno, la cosa potrebbe essere positiva o negativa. Certo è che siamo arrivati al dunque. Due galli nello stesso pollaio, come si sa, non possono stare. A meno che non decidano di trasformare uno dei due in cappone. Chi sacrificare?

 

Ho paura che nessuno dei due voglia perdere la propria virilità, e quindi lo scontro in atto mette un po’ in subbuglio il pollaio. Oggi forse – non è stato ancora confermato – sarà l’ex primo ministro a raccontarci la posizione che intende assumere. Nel frattempo, visto il pericolo che sta torturando il corpo del movimento, c’è in atto una sacrosanta intenzione di pacificare i due contendenti, attraverso l’ausilio di uno stuolo cospicuo di mediatori.

 

Non sapendo che il carattere proprio di chi soggiorna in quella compagine, nulla ha a che fare con l’esercizio del mettere assieme le parti: non hanno nulla a che vedere con la vecchia abitudine della vecchia Democrazia Cristiana. Là sì era possibile mettere assieme il gatto con il cane, la luna con il sole, la suocera con la nuora, non certo tra quelli che erano fin l’altro giorno abituati al cosiddetto “vaffa”. Però, staremo a vedere. Non è da escludere che qualche gene politico di vecchia maniera non alberghi in qualche pontiere ben intenzionato.

 

Certo è che ormai tutta la freschezza è stata completamente consumata in questi ultimi tre anni: i 5Stelle hanno già subito mutazioni di grande effetto; al governo con la Lega, al governo con il Pd; al governo sotto la guida Draghi. Ormai si è normalizzato. Difficile che riempia le piazze come capitava solo un decennio fa; dalla protesta estrema è giunto al capolinea, cos’è infatti il lavoro di cucitura tra le due espressioni più elevate, se non l’opposto di quanto capitava agli albori della loro imponente e recalcitrante presenza.

 

Vedremo se questo improvviso, quanto inaspettato caldo estivo riuscirà a sciogliere i nodi di quella discordia.

Il Presidente dell’Uncem si rivolge al Parlamento. Il Pnrr deve essere un’occasione per rilanciare le comunità e i territori, senza discriminazioni: i piccoli Comuni contano come i grandi Comuni.

Il documento, sotto forma di lettera indirizzata a Deputati e Senatori, evidenzia come l’Unione dei Comuni e delle Comunità Montane (Uncem) registri con allarme la tendenza a concentrare risorse e attenzioni sui grandi centri urbani. È un appello alla solidarietà contro il corporativismo dei Sindaci metropolitani. Il testo qui riportato è privo, rispetto all’originale, delle classiche formule di apertura e chiusura di una comunicazione scritta.

 

Marco Bussone

 

Nelle ultime settimane si è acceso, sui media e non solo, un intenso dibattito sul ruolo degli Enti locali nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea ha approvato. Uncem ha lavorato molto, da marzo a maggio 2021 (e anche da agosto 2020), sulle proposte per il PNRR e sul dossier che racconta quanto vi è all’interno del Piano trasmesso a Bruxelles. Le Risoluzioni delle Camere – e le Audizioni in Commissione – sono state molto importanti. Stiamo redigendo un ulteriore documento con tempi e schede di ciascuna componente, provando a dire come i territori – i Comuni insieme, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni – possono essere protagoniste.

 

Il vero nodo oggi del PNRR, ancora da sciogliere, è quello della governance. Del chi fa che cosa, del come vengono spese (e poi monitorate) le risorse. Dal “Piano dei Borghi” alle misure per l’efficientamento energetico, dalle Green Communities all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili, le opportunità per i territori ci sono. Ma sappiamo tutti bene che dobbiamo avere, da oggi al 2026, una linea chiara, precisi riferimenti, e poter lavorare per investire le risorse in modo da ridurre le sperequazioni territoriali, sempre più forti. I divari tra nord e sud, tra generazioni, tra donne e uomini non sono gli unici nel Paese: il “patto” tra aree urbane e montane deve consentire di accorciare sperequazioni e disuguaglianze. Ne siamo certi. Come siamo convinti che la “cabina di regia” prevista dal Presidente Draghi debba vedere anche i Comuni impegnati nel definire cosa si fa e come, per attuare il PNRR. Non solo i rappresentanti dei grandi Comuni, ma anche chi rappresenta i piccoli Comuni e i territori deve essere nella “cabina di regia”.

 

Su questo punto centrale per il Paese e per noi, vorremmo lavorare con Voi, con i Gruppi e con le Commissioni. Per agevolare la capacità del Paese di “assorbire” quelle risorse  e avviare un percorso virtuoso che unisca e rafforzi il Paese verso il Futuro.

 

Con l’Esecutivo Uncem, vogliamo portare alla Vostra attenzione alcuni temi centrali per il lavoro che stiamo facendo per i territori e per rafforzare gli Enti territoriali. Il Parlamento è in questo processo decisivo.

 

  1. È secondo Uncem importante – come emerso in due anni e mezzo di lavoro negli Stati generali della Montagna, dare piena attuazione ai provvedimenti legislativi già varati che riguardano territori e Comuni. Ad esempio sbloccare i 160milioni di euro del fondo della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, dare una accelerazione alla Strategia aree interne, per le 72 prime aree pilota, e sbloccando 300milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2020, sempre per la SNAI. ANAS, RFI, ENEL, ENI, grandi imprese dello Stato, devono investire sui nostri territori, con un’azione di concertazione che deve essere ripresa. Si attuino la legge sui piccoli Comuni, la legge sulla green economy (con green communities, oil free zones, valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali, a partire da una percentuale sulle tariffe delle acque potabili degli ambiti che deve tornare a tutti i territori montani italiani, da parte dei gestori del ciclo idrico, per interventi volti alla protezione delle fonti e prevenzione del dissesto idrogeologico), il testo unico forestale. Sono tutte “bloccate” senza decreti attuativi. Il Piano banda ultralarga è drammaticamente assopito. Il digital divide va vinto in fretta, senza se e senza ma. I borghi devono essere luoghi da vivere e abitare, dove fare impresa, non solo destinazione turistica: i piccoli Comuni sono prima di tutto comunità. ll modello francese con il Piano “Avenir Montagne” e il modello spagnolo con il “Plan de Recuperacion” impongono anche all’Italia di avere una efficace strategia, all’interno del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Strategia che unisca Montagna, Aree interne, Green Communities. Non tre diverse strategie, come si rischia oggi, bensì una sola, dotata di visione e risorse. Per essere in sintonia con i grandi Paesi EU e guidare come Italia il processo.

 

  1. Il nodo fiscale. Occorre lavorare insieme, Parlamento e Associazioni degli Enti locali, per dare dignità e capacità impositiva ai Comuni. E per creare perequazioni fiscali sugli ambiti territoriali. Oggi tutto viene portato a Roma, e va rivista la capacità impositiva fiscale locale. Se vogliamo salvare l’economia di valle, costruiamo sistemi fiscali differenziati per la montagna. I negozi e i bar delle valli appenniniche e alpine muoiono perché manca una volontà politica forte di ridurre loro le imposte e trovare sistemi nazionali di riequilibrio. Parallelamente vanno rivisti e attuati i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i LEP sanciti dalla Costituzione. Su scuole, trasporti, sanità occorrono parametri specifici: lo afferma anche il PNRR tra le riforme da fare. La fiscalità locale ha bisogno di un profondo ripensamento. Come occorre dare immediata attuazione al Fondo perequativo di 4,6 miliardi di euro in 10 anni, previsto dal comma 815 della legge di bilancio 2021. È un fondo strategico per montagna e aree interne sul quale lavoriamo da un anno. “Montagna e aree interne” devono essere pienamente inserite tra i beneficiari di questi investimenti. Investire sui territori rende più coeso il Paese.

 

  1. Terza questione, quella organizzativa, istituzionale. I recenti bandi per le assunzioni al sud escludono, gravemente, i Comuni con meno di tremila abitanti. Se crediamo insieme – tutto il Parlamento e il Governo – nei Comuni piccoli, occorre permettere loro di fare un percorso, basato su nuove assunzioni e rafforzamento della loro capacità di azione, anche aiutandoli a lavorare insieme. Le assunzioni devono essere permesse sia ai piccoli Comuni sia alle Unioni montane di Comuni che alle Comunità montane. Siamo senza personale e per attuare politiche di sviluppo del territorio, qualunque esse siano, per garantire servizi e risposte ai bisogni, anche quelli emersi dalla crisi sanitaria, vi è bisogno di persone. Formate e pronte a mettersi in gioco per la PA, per crescere nella PA, per far crescere la PA. E anche di Segretari comunali. Le sedi vacanti in Italia sono 1800. L’ultimo concorso bandito nel 2018, per 300 nuovi Segretari, è fermo. Se non ci sono i Segretari, si permetta ai Sindaci che non hanno un Segretario o lo trovano “a gettone” o lo hanno per tre ore al mese, di trovare altre soluzioni. La macchina amministrativa locale del Paese va rivista, ma non basta una generale riforma della Pubblica amministrazione. Serve una revisione dei livelli istituzionali che guardi efficacemente a come è fatta l’Italia: siamo un Paese di piccoli Comuni – in dialogo tra loro certo, in relazione con il fondovalle, con le città medie, con le zone di pianura – ma questi piccoli Comuni devono avere dignità organizzativa e operativa. È una sfida importantissima. Vinciamola insieme.

 

Sono certo del Vostro interesse per questi e altri temi che nei Gruppi parlamentari e nelle Commissioni potranno essere esaminati, approfonditi, vedere una intensa condivisione volta a rafforzare coesione dello Stato e dei livelli amministrativi territoriali.

Crisi della secolarizzazione? L’interrogativo risuona a sorpresa sull’Osservatore Romano.

 Si dice secolarizzazione per chiudersi in una spiegazione un po’ scontata della crisi che investe il cristianesimo. L’autore viceversa abbozza una valutazione più intrigante e coraggiosa: “Si tratta di uscire dall’incomunicabilità dei due mondi, quello secolare e quello ecclesiastico, di favorire un’osmosi, di ripercorrere un esodo, un’uscita dalle nostre chiusure mentali”.

 

Ottavio De Bertolis

 

Quello della secolarizzazione è un refrain che sentiamo da quando siamo nati; l’argomento è stato ampiamente sviscerato, sminuzzato, discusso, e a molti sembra che, un po’ come il comunismo fino a trent’anni fa, sia un orizzonte insuperabile e definitivo. Per le persone di fede, essa è una specie di nemico con il quale è inevitabile venire a patti, se non altro per evitare la propria debellatio.

 

Potremmo domandarci se, dopo la pandemia, vero crinale della nostra epoca postmoderna, tutto questo sia ancora così robusto, o se si intravvedano almeno alcune crepe nello spesso muro della città secolare. Io ne individuerei tre, corrispondenti del resto alle tre colonne sulle quali era posato l’intero sistema, le tre grandi narrazioni che sostituivano l’antica fede: l’economia, la scienza, la libertà.

Non si tratta solo di osservare quel che è evidente, cioè l’afflosciarsi della crescita indefinita e l’erodersi di un’economia dopata, ma di andare oltre l’esperienza destabilizzante di un benessere divenuto non più fruibile, ripensando i postulati stessi sui quali si basa il capitalismo, reinventandolo in chiave maggiormente personalistica e solidaristica. Questo significa ripensare quella stessa fede, facendola cozzare con i fatti, proprio come toccò alla fede precedente, quella cristiana.

 

La scienza è per il nostro Occidente la riscrittura della verità delle cose, che si sovrappone a quella biblica. Tuttavia negli ultimi mesi quello che appariva certo, ora sembra sempre meno certo: quale esperto avrà ragione? Quale vaccino è meglio che assuma? Come orientarsi in una rete di news distinguendo il bene dal male, il vero dal fake? Non si tratta affatto di negare la narrazione della scienza, come peraltro non pochi fanno, ma di constatarne la dimensione veritativa all’interno di certi dati e parametri creduti rilevanti. La sua oggettività si rivela come un mito, una fede. Ora almeno discutibile, se non discussa.

 

Infine, la libertà, corollario dell’individuo sovrano, centro dell’ordinamento giuridico costruito appunto in termini di diritti soggettivi, facoltà attribuite al soggetto considerato come monade isolata. Scolorata la dimensione relazionale della persona, l’individuo, l’atomo sociale, segue la propria orbita, determinata dal suo volere. Come pensare lo stare insieme in termini individualistici, rimane un bel problema. Comunque sia, si è dibattuto a lungo sulle libertà sospese, sul significato dello stato di emergenza  o “di eccezione”, cioè sui fondamenti, e dunque sui presupposti, della nostra dogmatica giuridica. Che è come discutere i presupposti di Dio.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/crisi-della-secolarizzazione.html

Eppure, visto a quale punto siamo arrivati, una legge che inibisca le violenze e i pregiudizi serve assolutamente. Il Ddl Zan non dovrebbe suscitare allarmi, neppure per la Chiesa.

 Non ci possiamo rassegnare a disquisire asetticamente sulle tante forme di discriminazione che rientrano in uno scenario di ordinaria e impietosa trasgressione del codice di umanità. Dobbiamo rompere il velo di falsa prudenza e guardare in faccia la realtà, per cambiare il corso delle cose.

 

Pierluigi Moriconi

 

Il dibattito sul ddl Zan occupa, dopo la “nota verbale” della Santa Sede, tanta parte della politica e dei media. Un gran discettare giuridico, etico e quant’altro, anche a riguardo, ovviamente, dei rapporti fra due Stati. Mentre tutto ciò si sviluppa, si pone, ai cittadini, il problema di come ne usciremo. C’è ancora la volontà di tutelare chi subisce discriminazioni anche violente o si cerca di “buttarla in caciara”?

 

Arrivano notizie, dalla costa occidentale dell’Atlantico e precisamente dal Canada, delle orribili “fosse comuni” con, a questo punto, migliaia di bambini nativi fatti morire o uccisi direttamente. Orrendo crimine di discriminazione. Crimine che si aggiunge ad altri crimini della stessa natura che la storia ci ha disvelato. Tendo l’orecchio per ascoltare voci e pensieri, dibattiti su questo ennesimo genocidio.

 

Si avverte solo il tramestio intorno al ddl Zan, si affilano i ragionamenti linguistici e giuridici. Si cavilla sulle interpretazioni, sulle eventuali ingiustizie che potrebbe ricevere chi straparlasse di persone che sono diverse e che ricevono ignobili ingiustizie e violenze continuamente. Si parla di libertà di opinione e di espressione che, anche involontariamente, potrebbero anzi possono creare “mentalità” e “ambiente favorevole” alle discriminazioni.

 

Se il ddl Zan servirà a dire un potente basta ad altre discriminazioni, ingiustizie, violenze e a creare una cultura della persona più rispettosa e accogliente, ben venga. Anche se non dovesse essere perfetta… ormai serve una tirata di freni senza precedenti. E chi dovesse essere perplesso ed esternare dubbi, pensi a quanta ingiustizia, fino ad oggi, è stata perpetrata. Pensi a cosa può arrivare la discriminazione, pensi a quelle e alle tante “fosse comuni” che ci fanno inorridire, ma a posteriori… e poi mica così tanto.

 

Il Parlamento faccia il suo dovere senza titubanze e converta in legge il decreto Zan, prima che sia troppo tardi. E anche la Chiesa faccia un passo indietro… in nome di quelle “fosse”.

La scelta di rimettersi in gioco obbliga i cattolici popolari a discutere di un nuovo programma. Alcuni spunti in vista di una forte ripresa d’iniziativa politica.

Se non s’affrontano le questioni che incarnano cause ed effetti della lunga crisi dell’Italia, ogni progetto politico è destinato a rimanere monco, senza respiro strategico, in balia degli umori di una pubblica opinione disorientata e infragilita dopo anni di populismo dilagante.

 

Ettore Bonalberti

 

Partiamo dal programma e solo dopo, nell’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare, decideremo le alleanze e sceglieremo la nuova classe dirigente. Così ho scritto in alcuni miei editoriali (www.alefpopolaritaliani.it), mentre diversi amici ci sollecitano a presentare il programma dei DC e Popolari per il XXI secolo.

 

A Roma, al convegno della Federazione Popolare DC di Sabato 19 Giugno, si è avviato il confronto sui temi economico sociali, che continuerà nei prossimi incontri territoriali (Nord, Centro e Sud) con i mondi vitali, espressione degli interessi e dei valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Alla vigilia del convegno avevo inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC e ai soci della Federazione Popolare DC, un mio ampio contributo programmatico, per la verità, sin qui senza alcun riscontro. Provo a sintetizzare la mia proposta, partendo dalla constatazione che i problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono i temi ai quali il governo Draghi dovrà dare soluzione, tenendo presenti i paletti richiesti dall’UE per l’utilizzo delle risorse del recovery fund. Fondi da spendere, come ha dichiarato Draghi martedì 22 all’incontro con la Von der Leyen a Cinecittà:“ con efficienza, efficacia e onestà”. L’unico programma politico che, tuttavia, consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello stato italiano e della sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

 

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993) sempre difesa dalla DC e dal governatore Guido Carli.
  5. Separazione rra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di bloccare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale al 15% allo scopo di evitare scalate da parte dei fondi speculativi petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short-selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di eseguire ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi).
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe in materia di derivati sul tasso.
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’ Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
  20. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari.
  21. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano.
  22. Obbligo di almeno cinque  parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

 

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista, l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale. Mario Draghi adotterà questi provvedimenti alternativi al dominio del turbo-capitalismo finanziario? Ce lo auguriamo, ma se non per lui, questo, secondo me, dovrà essere il nostro impegno nella politica economica e finanziaria italiana.