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Raggi o non Raggi, bisogna inventare un nuovo paradigma

Si ricomincia daccapo. Era prevedibile che la sortita di Daniele Leodori, vice presidente della Regione Lazio, riuscisse nell’impresa di ricompattare il M5S, agevolando al tempo stesso la pretesa della Raggi a ricandidarsi. L’idea di agganciare i grillini, a patto che fosse sacrificata l’attuale inquilina del Campidoglio, aveva troppi punti deboli. Infatti, nei giorni scorsi non sono mancate le critiche, tanto all’interno del Pd (Base riformista), quanto all’esterno (Italia Viva). Ora, a spiazzare i sostenitori dell’alleanza giallo-rossa ha provveduto la signora Sindaco, annunciando la volontà di sfidare il tabù dei due mandati consecutivi. Salvo decisione contraria a mezzo della piattaforma Rousseau, sarà ancora lei a scendere in campo per la squadra Cinquestelle. Comunque a dire l’ultima parola sarà Grillo, il vero nume tutelare della Raggi.

Naufragata l’ipotesi Leodori, il Pd annuncia ora di volersi incamminre sulla strada di una nuova alleanza. Il capogruppo capitolino, Giulio Pelonzi, parla della necessità di allestire un “fronte di centrosinistra largo e compatto”. Tornano in gioco i nomi di Enrico Letta e David Sassoli, entrambi però con forti controindicazioni: il primo non conosce Roma, il secondo la conosce, e anche bene, ma svolge un ruolo delicato e prestigioso in Europa. Ecco perché, nel caso non fosse lo stesso Zingaretti a esporsi in prima persona, un po’ come avvenne con Veltroni nel 2001, il quartier generale è costretto a misurarsi con la provocazione delle primarie. In realtà, si rischia di riproporre pedissequamente qualcosa che assomiglia alla vecchia alleanza ulivista, con il Pd al posto del Pds-Ds e gli altri, satelliti minori, a fare da corona al nucleo tradizionale della sinistra.

Nulla di nuovo sotto il sole. Roma non ha bisogno di palliativi, bensì di una terapia d’urto. D’altronde il Pd, a specchio della destra, non ha brillato in questi anni di opposizione. L’unico progetto che andava contestato, vale a dire lo stadio della Roma a Tor di Valle, ha fatto da collante all’unanimismo mascherato dell’Aula Giulio Cesare. Sui rifiuti ha impazzato la retorica, tutta incentrata sulla magica soluzione della raccolta differenziata, ma dopo la critica all’inconcludenza della Raggi non è seguita alcuna proposta seria e concreta in ordine alla scelta della nuova discarica. E l’amletismo di Zingaretti come Presidente di Regione ha aggravato i problemi. Sulla mobilità e le relative infrastrutture, da sempre punti deboli di Roma, adesso prevale l’encomio del monopattino come simbolo di felice modernizzaione. E che obietta il Pd? Nulla o quasi nulla.

L’elenco delle obiezioni non finisce qui, ma conta arrivare, al di là dell’accanimento sulle insufficienze del Pd, al nodo vero della questione politico-amministrativa di Roma. La verità è che una sinistra chiusa a riccio, incapace di comporsi all’interno di una logica a forte impronta liberal-popolare, può gettare l’elettorato intermedio tra le braccia di Salvini e Meloni. Il calcolo di una vittoria al ballottaggio, grazie al gratuito soccorso grillino, riporta alla memoria la disinvolta manovra che fece di Rutelli un Annibale imbolsito, platealmente sconfitto da Alemanno. Oggi ricorrono grosso modo le stesse condizioni del 2008, con una destra aggressiva e una sinistra incatenata ai suoi monologhi. Si deve cambiare paradigma. La città esige un soprassalto di fantasia e generosità, mirando con ciò a rimescolare le carte in tavola. È una scommessa impegnativa, ma non si può e non si deve eludere.

Oltre il “particulare” dei soliti noti

La difficile strada della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, devastata dalla lunga stagione suicida della diaspora (1993-2020), è resa ancor più complicata dalle prossime scelte elettorali regionali e locali.

Succede a ogni scadenza di voto. Fu così nel 2018 (elezioni politiche) e nel 2019 (elezioni europee): dopo tanti seminari, incontri, documenti sottoscritti, giunti alla formazione delle liste hanno sempre finito col prevalere gli interessi e le ambizioni di pochi, alcuni dei quali prenotati da sempre alla salvaguardia del personale “particulare”, rispetto al progetto più generale dell’unità politica dell’area cattolica e popolare.
Dimentichi degli insegnamenti degasperiani, morotei e fanfaniani, abbiamo dato priorità alle formule di alleanza rispetto alla ricerca dell’unità sul programma, scontata la condivisione sui valori di riferimento essenziali.
E tale prevalente scelta di schieramento sui contenuti si sta replicando, non solo nella diversa valutazione sostenuta da alcuni esponenti della Federazione popolare DC e tra quelli raccolti attorno al “manifesto Zamagni”, ma, nel caso della Federazione Popolare, anche all’interno di essa.

Tali divaricazioni discendono in larga parte dai condizionamenti esercitati dalle diverse leggi elettorali regionali, le quali, quasi tutte prescrivono pesanti impegni di raccolta delle firme a liste non collegate con partiti o gruppi consiliari uscenti, accanto a quelli più generali di orientamento aperto alla sinistra o alla destra. Questi ultimi, sono derivazioni antiche, collegate anche a quella che fu la divisione scaturita nella DC del dopo Moro, all’interno della sinistra sociale e politica tra preambolisti e anti preambolisti. Una divisione dura a morire, anche in una fase storico politica come l’attuale, dove il permanere di essa appare del tutto anacronistica e insensata.

Fermo restando l’esigenza di rendere più espliciti oggi i concetti di destra e di sinistra, tema altre volte da me affrontato, per il quale suggerirei di assumere come attuale nella sua permanente validità la concezione espressa da Norberto Bobbio (“ i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c’è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà”) credo che, per quanto più direttamente ci riguarda, sarebbe molto utile rifarci, come altre volte suggerito, a ciò che la Federazione popolare dei DC ha scritto nel patto federativo, e a quanto è contenuto nel “manifesto Zamagni”, cui si rifanno i movimenti di “Rete bianca”, “ Politica Insieme “ e “ Costruire Insieme”.

Una lettura non ideologica, ossia socialmente condizionata, dei due documenti, mostra l’esistenza maggioritaria di elementi condivisi e unificanti rispetto a quelli contrastanti e divisivi . Ho tentato, sin qui senza riscontri efficaci, di proporre come elemento unificante progettuale quello della costruzione di un soggetto politico nuovo di centro, ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e meloniana, e alla sinistra senza più identità. E’ evidente che per condividere tale obiettivo è indispensabile redigere una proposta di programma politico ed economico sociale per il Paese, sostenuto dai principi fondanti della dottrina sociale cristiana: personalismo, solidarismo e sussidiarietà.

Ecco perché per approfondire questi due temi, da diverso tempo sollecito un incontro tra i dirigenti della Federazione popolare DC e degli amici raccolti attorno al “Manifesto Zamagni”; un incontro da tenersi entro il mese di Agosto-Settembre, che serva a superare gli ultimi ostacoli ancora esistenti, frutto, nella maggior parte dei casi, del prevalere di quei comportamenti di alcuni, “soliti noti,” più interessati al proprio “particulare” che al progetto più generale di ricomposizione del centro politico nuovo, di cui l’Italia ha assoluta necessità.

Il referendum sul taglio dei parlamentari. Ma la quantità non è mai qualità.

È un elementare quanto imprenscindibile valore di fondo della democrazia. Che  peraltro riflette le stesse radici etimologiche della parola.

Ed è  un principio di solo buon senso.

Non occorre aver studiato  filosofia politica per capirlo.

Democrazia diretta o meno,  sin dalla Grecia antica era infatti augurabile  che quando  Pericle teneva i suoi discorsi retorici e proponeva le sue scelte al voto dell’ Assemblea dei cittadini ateniesi riuniti nell’ Agorà, si vedesse la Piazza sempre più piena di gente  e mai sempre più vuota. Più cittadini erano presenti , tanto più il voto sulle sue proposte pesava, ed era efficace alla vita  della Polis.

Era un principio  semplice che ancora oggi convince , quello  di aver  legittimato  dal maggior numero (possibile) di ateniesi le sue decisioni,  e non solo dalla cerchia dei suoi pochi amici aristocratici .

Morale : possiamo pensarla come ci pare, ma la democrazia diventa credibile e robusta, solo quando il numero di deputati-rappresentanti  aumenta, e non quando diminuisce! Punto.

Tutto il resto riguarda le più  ragionevoli soluzioni e i migliori metodi per tradurre questo ovvio  e sacrosanto principio quando i cittadini diventano milioni, scompare la piazza e si afferma la rappresentanza e la delega.

Ma se è  vero  che dobbiamo fare i conti con la complessità delle democrazie moderne, il pricipio della presenza nei Parlamenti del maggior numero possibile di rappresentanti   non viene meno.

Non ammetterlo è  mera demagogia e significa avere un’idea elitaria della democrazia. Quella che porta al… meno siamo meglio stiamo.

Per non pensare a reconditi e pericolosi  desideri di presidenzialismi decisionisti ultrarapidi ,dotati di pieni poteri.

Succede ora in Italia, che  vogliamo somigliare alle altre democrazie europee. Guardando pero solo ai numeri : ” …ma come, non vedete che negli altri paesi i deputati sono meno dei nostri?”. Dobbiamo rassegnarci : l’interesse per le sole quantità è ormai caratteristica delle società  moderne. Per le qualità  c’e’ sempre tempo. Anzi meno se ne parla  meglio è.

E vogliamo che lo Stato spenda meno soldi per pagare i  parlamentari . Quest’ultima  è la sciocchezza più stupida e un luogo diventato ormai più che comune – direbbe Flaubert – messa in  circolazione dai populisti per convincere la pancia dei nostri concittadini sulla necessità ( e urgenza) del referendum. E credo  che abbia fatto breccia una volta  affiancata all’anticastismo e agli attacchi alla classe politica nullafacente.

Ma  a prescindere dai numeri,  bisogna purtroppo rilevare  che solo pochi studiosi si sono fino ad oggi decisi di avvertirci sulle possibili e impreviste  ricadute.

Se ne parla poco.

Si  è parlato molto di più  in occasione del  più  ragionevole  Referendum sul nostro bicameralismo datato.

E non capisco perché.

Solo per l’emergenza Covid ?

Può  essere . In ogni caso rimane certo che si andrà al voto senza aver maturato  bene i pro e i contro . Dal momento che anche  le gloriose Tribune Politiche RAI con i dibattiti fra favorevoli e contrari, sono svanite nel nulla nel silenzio generale. E l’Azienda ha cambiato radicalmente il suo ruolo di Servizio pubblico preferendo la cucina e visitando le sue Teche.

Insomma quando anche i migliori quotidiani collocano solo piccoli e brevi commenti di esperti in fondo alle pagine interne, ci rimangono solo i social.  Ma non abbiamo nessuna possibilità di informarci sulle  questioni che pone e nasconde questo referendum. Che è , tra le altre cose, un referendum costituzionale.

Ma non fa niente. Contano solo i numeri! Che si capiscono bene e si capiscono subito. Anche se colmi di pregiudizi campati in aria.
Nessuno sta però  spiegando alla Casalinga di Voghera  che se i nostri deputati passeranno da 945 a 600, avremo 1 deputato ogni 150 mila abitanti circa, e un senatore ogni 300 mila. Ma non importa. Lo stato spenderà meno soldi . E se per questo si possono ancora diminuire : che so… passare da 600 a 500, a 400 ! Ci sarà meno corruzione !

Insomma si sarà  capito che meno deputati ci saranno, meno graveranno sulle  casse dello Stato, tanto meglio si governa,  e più in salute starà il nostro Paese.

Tacendo sul fatto che in queste condizioni si dà un colpo serio alla democrazia di prossimità e partecipata – non parliamo di quella deliberativa – e si legittima la  democrazia di lontananza e disinteressata. Una democrazia verticale e di pochi.

Con rappresentanti ignoti e distanti dai nostri territori e dando così un taglio netto allo stare insieme che si va a sommare agli isolamenti da Covid !
Rappresentanti che voteremo senza neanche conoscerli, dunque.

Caso mai  vedendoli solo in Rete.

Facendoci aiutare- se proprio lo vogliamo – dalla piattaforma Rousseau.

Auguri.
Non so a quante persone interessi , ma io voterò  NO !

FlixBus cancella i biglietti di 5mila passeggeri

A seguito delle nuove disposizioni anti Covid, FlixBus Italia ha dovuto cancellare viaggi programmati per quasi 5mila passeggeri. Lo comunica l’azienda.

“FlixBus ricorda comunque che a bordo dei propri autobus il ricircolo dell’aria avviene con filtri e una dotazione tecnica pari a quella degli aerei (per i quali invece è stata confermata la deroga al distanziamento sociale a bordo) con l’aggiunta di un ricambio di aria costante con l’esterno, che non sono previste sedute frontali se non in pochissimi casi la cui disponibilità è già limitata, che sulle lunghe tratte sono previste regolari fermate.

Inoltre – prosegue la nota – nella fase di prenotazione del biglietto viene richiesta l’auto-dichiarazione obbligatoria secondo le disposizioni degli ultimi decreti del 14 luglio e del 7 agosto 2020, al momento dell’imbarco ai passeggeri viene misurata la temperatura e durante tutto il viaggio viene richiesto l’utilizzo delle mascherine, che dovranno essere sostituite ogni quattro ore”.

Fase 3: boom menu da spiaggia, dall’insalata alla parmigiana

Le regole sul distanziamento sociale e il timore di evitare affollamenti a tavola in bar e ristoranti spingono il ritorno del pranzo al sacco in spiaggia per gli italiani in vacanza, anche se cambiano le preferenze con una maggioranza del 29% che porta insalata di riso, pollo o mare ed appena il 6% le classiche lasagne. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixe’ che ha tracciato la classifica dei menu da spiaggia degli italiani ai tempi del coronavirus.

In testa alle preferenze per l’ora di pranzo sotto l’ombrellone c’è – sottolinea la Coldiretti – l’insalata di riso o pollo o mare, seguita dalla semplice macedonia con il 18% e dalla caprese a base di mozzarella e pomodoro che è un must per il 16% dei cosiddetti “fagottari”. Ma tra i piatti preferiti – continua la Coldiretti – si classificano anche le ricette piu’ radicate della tradizione popolare dalla frittata di verdure o pasta (9%), alla parmigiana (7%) fino alle polpette (4%).

L’attenzione alla dieta e alla forma fisica – continua la Coldiretti – è diventata un obiettivo degli italiani pure nelle vacanze, anche per recuperare i chili di troppo accumulati a causa della lunga permanenza in casa imposta dal lockdown. Una “clausura” forzata che ha appesantito la bilancia di circa 2 kg a persona.

Il cibo resta comunque un ingrediente importante della vacanza in Italia dove circa 1/3 della spesa turistica – stima la Coldiretti – viene proprio destinata alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche da portare in spiaggia o donare come souvenir.

L’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico – conclude la Coldiretti – grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica.

I MENU’ PREFERITI IN SPIAGGIA
29%                insalata di riso, pasta, pollo o mare
18%                macedonia
16%                caprese
9%                  frittata di verdure o pasta
8%                  parmigiana
6%                  lasagne
4%                polpette
10%                altro o non risponde

Vaccino: Covid, allo Spallanzani dal 24 agosto test su 3 volontari

Sulla base della selezione effettuata allo screening, si prevede di vaccinare il primo gruppo di 3 volontari tra il 24 ed il 26 agosto” con il vaccino Grad-Co2. Ad annunciarlo l’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma.

“I test di screening – informa il centro – saranno effettuati per tutto il corso dello studio e serviranno a selezionare le persone idonee per testare la sicurezza del vaccino in questa fase precoce di sperimentazione (Fase I)”.

I primi volontari saranno immunizzati i a fine agosto e “nel corso dei giorni successivi i vaccinati saranno attentamente monitorati. Se non si osserveranno eventi avversi significativi i successivi 3 volontari, che riceveranno una dose più alta, saranno vaccinati tra il 7 e il 9 di settembre”.

Il referendum e i cattolici democratici.

Dunque, il quesito sul prossimo referendum confermativo inerente il taglio dei parlamentari ruota attorno ad una domanda di fondo: e cioè, la democrazia costa troppo e quindi vanno tagliati i fondi. È il dogma, del resto, che ispira da sempre le forze populiste e demagogiche che hanno vinto le elezioni politiche del marzo 2018. Una cultura e una prassi che attraverso la lotta spietata, cinica e spregiudicata contro l’anti casta e il cosiddetto “sistema” punta a ridurre esplicitamente la stessa rappresentanza democratica con conseguenze incalcolabili per la conservazione e la qualità della nostra democrazia. Certo, si tratta di forze politiche e di movimenti che storicamente si scagliano contro la casta – del passato – e i suoi rappresentanti e poi ne copiano, notoriamente in peggio, tutti i vizi e le degenerazioni. Perchè fanno del potere e del suo consolidamento la stella polare del comportamento concreto nelle aule parlamentari. Attraverso un uso, altrettanto cinico e spregiudicato, della pratica trasformistica. 

Ma, per tornare al quesito referendario e al sussulto di dignità che finalmente si comincia a intravedere qua e là nelle forze politiche non ispirate dal populismo e dalla demagogia anti parlamentare e anti istituzionale, va pur detto che la secca riduzione della rappresentanza parlamentare non può essere affrontata e corretta solo con una adeguata – e seppur necessaria ed indispensabile – legge elettorale. Meglio, comunque sia, se ispirata al sistema proporzionale. Perchè il disegno politico che caratterizza questa impostazione non può che essere finalizzato ad una riduzione degli spazi democratici, ad una concentrazione del potere e, soprattutto, ad un sistema che azzera la partecipazione a vantaggio di un ritorno del notabilato e della designazione degli eletti dall’alto. Perchè ogni riduzione degli spazi democratici segna, inesorabilmente, una sconfitta della democrazia e dei suoi istituti. E ciò anche perchè quando si introduce nel dibattito politico la concezione che la democrazia rappresentativa è sostanzialmente uno spreco di denaro, che la democrazia “costa” troppo e che il risanamento e la bonifica del sistema politico, democratico e costituzionale passano attraverso esclusivamente una riduzione dei costi, sai da dove parti ma non sai dove puoi approdare concretamente. Fuor di metafora, se la democrazia è solo un costo ma perchè allora non ridurre all’essenziale e all’estremo tutte le assemblee rappresentative? Dal Parlamento alle Regioni, da ciò che resta delle Province ai Comuni, dalle Unioni Montane a tutti gli organismi democratici e rappresentativi del nostro paese. Tutto sarebbe molto più semplice. Se costa si taglia. Con tanti saluti alla democrazia, alla sua rappresentanza, ai suoi istituti e al ruolo che la stessa cultura e prassi costituzionale hanno avuto e continuano ad avere nella società italiana. 

Ma i e che spiega e giustifica questa richiesta di taglio della democrazia. E cioè, il dogma del populismo anti politico, anti parlamentare e vagamente anti istituzionale. Si tratta, cioè, di fare i conti con questa involuzione democratica e costituzionale contemplata e riassunta dal verbo populista. Su questo versante, tocca prevalentemente alle culture riformiste e costituzionali battere un colpo e farsi sentire nel confronto politico sul quesito referendario. A cominciare dai cattolici democratici, dalla sinistra democratica e dalle forze liberali e conservatrici della destra e del centro destra italiano. E, per fermarsi ai cattolici democratici, popolari e sociali riconducibili al grande patrimonio ideale del cattolicesimo politico italiano, si tratta di una battaglia a cui non si può guardare con indifferenza e mera convenienza momentanea. Perchè la qualità della democrazia, la difesa dei suoi istituti, la centralità del Parlamento, la salvaguardia della sua rappresentanza democratica e liberale non sono tasselli che possono essere oggetto di scambio politico e di governo. Quando in discussione c’è il profilo e la natura della nostra democrazia, così ci hanno insegnato i nostri “maestri”, non c’è mercanteggiamento che tenga o convenienza qualsiasi che possano giustificare la rinuncia o la rassegnazione a praticare i nostri valori e la nostra cultura di riferimento. Quando è in gioco la democrazia si deve scendere in campo. Democraticamente, civilmente ma si deve battere un colpo. Pena la progressiva ed irreversibile rassegnazione ad una cultura e ad una prassi a noi estranei e del tutto inconciliabili con i nostri valori e i nostri convincimenti ideali, culturali e storici. 

Ecco perchè attorno al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari deve decollare un confronto politico, culturale e istituzionale dove i cattolici democratici non possono e non devono assentarsi per ragioni momentanee e di pura convenienza elettorale o contingente.

Ma la società non è migliore

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La politica e i partiti in Italia sono generalmente disprezzati dalla società civile e non è cosa di oggi o di ieri.

Le pessime modalità ordinarie di gestione della “cosa pubblica”cui siamo tristemente abituati  non sono certo rimosse o dimenticate per merito delle mirabolanti promesse di cambiamento.

La gente percepisce il potere come uno strumento di vessazione, un luogo di intrighi e corruttele, un mezzo per realizzare interessi privati, clientele, malaffare.

Nel sentire comune si avverte la perdita di credibilità in una politica che ormai da molto tempo vive una lunga deriva di declino morale, ideale e fattuale.

Dopo la caduta delle ideologie e la progressiva scomparsa di una cultura del senso civico e del bene comune, i partiti si sono configurati come strutture oligarchiche e fortemente personalizzate.

Tutto è tristemente, drammaticamente deprecabile, inaffidabile, deteriore.

Ma la classe politica non viene generata dal nulla: nasce, cresce e fa carriera in una società civile dove evidentemente prevalgono gli aspetti negativi, nei comportamenti individuali e collettivi.

Si tratta di una inesorabile decadenza che caratterizza il modo di vivere.

Non ci sono solo le beghe di palazzo, anche tra noi siamo da un pezzo al “tutti contro tutti”.

Corruzione dilagante ad ogni livello del pubblico e del privato, elusione del senso del dovere, rivendicazione unilaterale dei diritti, odio sociale e rampantismo si accompagnano a sentimenti di invidia, cattiveria, sospetto, delazione, diffidenza, rancore, indifferenza, cinismo.

E nel fare e nell’essere guardiamo soprattutto al tornaconto personale, al mero interesse materiale, alla convenienza del momento.

C’era un tempo in cui una stretta di mano o la parola data erano il suggello di valori sacri e tramandati, erano un patto di onore e di lealtà, cui non si poteva venir meno.
Senza dubbio la storia ciclicamente si ripete e non vi è nulla di nuovo sotto il sole: eppure il progresso dovrebbe essere al servizio del bene, la comunicazione aiutare la comprensione, lo studio e la lettura renderci migliori.

Non è così purtroppo: lo riscontriamo sui luoghi di lavoro, nelle riunioni di condominio, nelle file alle casse del supermercato. 

Il concetto di bene comune viene enunciato ma disatteso nelle nostre azioni di vita quotidiana.

Il senso del dovere potrebbe conservare una sua sacralità, essere speculare alla coscienza: purtroppo l’ego anzi il ‘super ego’ ci spingono a demonizzare il prossimo, la vita degli altri diventa un inciampo sul nostro cammino perché prevalgono narcisismo e ipertrofia dei diritti soggettivi.

Possiamo allora addebitare alla politica le colpe che ha e che merita. Tutte, nessuna esclusa.

Ma non possiamo nasconderci dietro l’alibi del potere malandrino e dell’innocenza sociale.

Basta guardarci attorno, aprire o chiudere una porta di casa per trovare violenza, prevaricazione, doppiezze, inganni, sopraffazione: contro le donne, contro i minori, contro gli anziani, i deboli e gli indifesi.

Il bene è nascosto, eluso, deriso. Le regole sono saltate, disattese, raggirate. La vita stessa, la dignità umana, il rispetto per gli altri  non sono più un valore.

E se siamo un po’ tutti naufraghi alla deriva, clandestini che camminano a bordo di un’epoca senza orizzonti non possiamo immaginare, credere o sperare che coloro che deleghiamo – affinchè ci rappresentino – possano come per un miracolo essere alla fin fine migliori di noi.

La rete unica nelle telecomunicazioni

In una esaustiva intervista al quotidiano La Stampa, Vito Gamberale, affronta i problemi della rete unica nelle Telecomunicazioni con uno sguardo al presente ma anche con obiettivi giudizi sugli errori del passato.

La questione di fondo che Gamberale pone senza pregiudizi è l’assetto proprietario della ex Telecom che ha avuto un assetto diverso dal modello perseguito con Eni e con Enel con OPV laddove la presenza dello Stato è stata garantita con una quota inferiore al trenta percento, tale da aprire significativamente ai privati, ai fondi di investimento, ad investimenti di lungo periodo, mantenendo la guida operativa, le scelte operative e la strategicitá.

Vito Gamberale per il ruolo di protagonista avuto nella storia di Telecom ripercorre i momenti storici, in particolare quelli del 1994 e del 1998. Lo fa senza sconti anche nei confronti dell’uomo di governo Ciampi, presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro protagonista di precise scelte politiche, distinguendo dal Ciampi apprezzato Presidente della Repubblica.

Nel marzo del 1994, infatti, nella fase finale del governo Ciampi, la licenza del secondo gestore delle telecomunicazioni fu assegnata senza gara.
Nel processo di privatizzazione del 1998 fu decisa l’uscita della presenza dello Stato dalle Telecomunicazioni con la formula del nucleo stabile o nocciolino duro che portò alla scalata a debito di Telecom con tutto le conseguenze che abbiamo registrato compreso il depauperamento del poderoso patrimonio immobiliare che fu polverizzato.
Dunque la strada indicata è quella di una forte presenza dello Stato nella costruzione e gestione della rete unica delle telecomunicazioni ioni. Ciò richiede manager di livello a garanzia degli investimenti e dei risultati gestionali.

Pur nelle difficoltà politiche del 1992 – 1994 la Dc ebbe il coraggio di guardare oltre il presente e in una lettera al Presidente Ciampi, Bianco, come capogruppo alla Camera, d’intesa con Martinazzoli, ribadiva l’adozione di provvedimenti in linea con il parere parlamentare delle tre commissioni riunite Bilancio Tesoro e Attività produttive, sul riordino delle PpSs con scelte in materia di azionariato diffuso e di voto di lista, tutela degli azionisti di minoranza, regime fiscale per favorire la destinazione del risparmio verso il capitale di rischio. Tutto ciò era in coerenza con l’affermazione di una democrazia economica partecipativa.

Del resto Romano Prodi nel suo libro “missione incompiuta” riconobbe che il suo ruolo era chiaramente quello di chi deve smontare il motore. L’Iri andava smantellata perché erano maturati gli ultimatum europei e sul modo di privatizzare il dibattito era aperto, golden share, nocciolo duro, elenco dei settori da conservare.
Dunque la navigazione fu a vista con tutte le conseguenze che vediamo sotto i nostri occhi. Ecco interrogarsi come fa Gamberale su questi trenta anni di politica economica non è un esercizio retorico, ma una operazione di verità di cui abbiamo bisogno e che non dovrebbe riguardare solo manager affermati ma anche esponenti politici di tutte le forze politiche.

[Dalla pagina Fb dell’autore]

La sinistra, i diritti e la politica popolare

Ieri, nelle pagine culturali di “Repubblica” trovava spazio la recensione di Roberto Esposito del libro di Rita Fulco, Soggettività e potere, edizioni Quodlibet, dedicato al pensiero di Simone Weil. Secondo l’autrice di questo saggio, la Weil fonda i diritti su un dato preesistente, quello degli obblighi. In realtà, si tratta di obblighi verso gli altri, ma anche verso se stessi. L’interpretazione è indubbiamente suggestiva. Sul punto interviene con un breve ma puntuale commento il nostro Davicino.

Bella definizione dei “diritti”. Ma se penso che la stessa parola, “diritti”, nello stesso giornale in prima è utilizzata come occhiello per un titolo d’apertura raccapricciante, l’aborto fai da te, c’è da chiedersi cosa significhi ora a differenza dell’epoca di De Gasperi, un centro che guarda a sinistra. Non perché occorra guardare da altre parti ma perché gli unici “diritti” per cui lotta questa sinistra, con rarissime eccezioni, sono rimasti quelli come aborto, eutanasia, omologazione delle masse a qualsiasi capriccio gradito e comandato dall’élite globalista, anche a scapito della libertà, della giustizia sociale e della democrazia.

Credo non si debba abbassare la guardia sul nichilismo che la sinistra, nelle sue espressioni più rilevanti, esprime, e che da parte nostra ci voglia un supplemento di progettualità a compensazione del divorzio avvenuto tra la sinistra e i ceti lavoratori e popolari.

Il centro-sinistra è stato possibile e fecondo allorquando l’umanesimo e il personalismo cristiano si sono incontrati con lo storicismo delle culture influenzate dal marxismo.
Ora, di nuovo, la sinistra ha smarrito il personalismo, barattandolo con il transumanesimo, per assecondare i suoi nuovi padroni. Va trovata una nuova mediazione, su prospettive come ad es. quella suggerita dalla Laudato Si’, dell’ecologia integrale, se si vuole rilanciare su basi progettuali e non solo di convenienza o di necessità, un nuovo centro-sinistra.

Ru486: Gambino (Scienza & Vita), “senza ricovero si aggira legge 194 e si normalizza aborto”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir

“Si aggira il fatto che l’interruzione della gravidanza vada eseguita in condizioni di sicurezza per la donna, prevedendo la legge 194 il ricovero fino all’interruzione della gravidanza che nell’aborto chirurgico coincide con l’asportazione del feto”. È il parere espresso da Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita e prorettore vicario dell’Università europea di Roma, a seguito della decisione del ministro della Salute di aggiornare le linee guida per la somministrazione della Ru486 in day hospital e fino alle nove settimane. “Consentire invece – prosegue il giurista – che la pillola Ru486 sia somministrata in ospedale e poi la donna possa uscirne ed espellere l’embrione-feto in privato e in totale solitudine, con rischi di gravi e fatali emorragie, è un modo per ridurre la portata della norma di garanzia per la donna, dettata soprattutto dall’interesse di diminuire i costi della procedura abortiva, riducendo i giorni di ricovero”.

“Si sottovaluta inoltre – conclude Gambino – anche l’impatto sociale del dramma dell’interruzione della gravidanza, che con questa procedura lampo si vorrebbe rendere sostanzialmente una pratica ‘fai-da­-te’, ma che certamente non si attenua normalizzando l’aborto, i cui strascichi psicologici accompagnano la vita di chi lo ha praticato, ma soltanto con un’efficace opera di prevenzione su cui il legislatore è da anni gravemente inadempiente”.

Russia: Le esportazioni agroalimentari Made in Italy hanno perso 1,2 miliardi

Le esportazioni agroalimentari Made in Italy hanno perso 1,2 miliardi di euro negli ultimi sei anni a causa del blocco che ha colpito una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi, ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia ed Australia. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata alla vigilia dell’anniversario dell’embargo deciso con decreto n. 778 del 7 agosto 2014 e più volte rinnovato come ritorsione alla decisione dell’Unione Europea di applicare sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina.

“Si tratta di un costo sempre più insostenibile per l’Italia e per le nostre esportazioni in un momento già drammatico a causa dell’emergenza coronavirus ma anche delle guerre commerciali, tra i nuovi dazi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donaldo Trump e le tensioni legate alla Brexit” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti e difendere un settore strategico per il Paese  e l’Ue danneggiato da dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo”.

Si è infatti conclusa lo scorso 26 luglio la procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) degli Usa sulla nuova lista allargata sui prodotti Ue da colpire a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico. Un contenzioso che per l’Italia riguarda i 2/3 delle spedizioni agroalimentari totali con gli Usa che – precisa la Coldiretti – minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno già colpito specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’Unione Europea – evidenzia Coldiretti – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione proprio all’inizio di agosto di sei anni fa ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. L’agroalimentare italiano – spiega la Coldiretti – è, infatti, l’unico settore colpito direttamente dall’embargo di Putin che ha portato al completo azzeramento delle esportazioni in Russia dei prodotti presenti nella lista nera, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dal prosciutto di Parma a quello San Daniele, ma anche frutta e verdura.

Al danno diretto delle mancate esportazioni in Russia si aggiunge – continua la Coldiretti – la beffa della diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy, realizzati in Russia come parmesan, mozzarella, robiola, o nei Paesi non colpiti dall’embargo come scamorza, mozzarella, provoletta, mascarpone e ricotta Made in Bielorussia, ma anche salame Milano, parmesan e gorgonzola di produzione Svizzera e parmesan o reggianito di origine brasiliana o argentina. Nei supermercati russi si possono trovare fantasiosi surrogati locali che hanno preso il posto dei cibi italiani originali, dalla mozzarella “Casa Italia” all’insalata “Buona Italia”, dalla robiola Unagrande alla mortadella Milano.

A potenziare la produzione del falso Made in Italy non è stata però solo l’industria russa, ma – riferisce la Coldiretti – anche molti Paesi che non sono stati colpiti dall’embargo come la Svizzera, la Bielorussia, l’Argentina o il Brasile che nel corso degli anni hanno aumentato le esportazioni dei cibi italiani taroccati nel Paese di Putin.  Il rischio – conclude la Coldiretti – riguarda anche la ristorazione italiana in Russia che, dopo una rapida esplosione, rischia di essere frenata per la mancanza degli ingredienti principali.

Maratona digitale per la legalità. Uniti contro le mafie

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende ricordare le figure del giudice Antonio Scoppelliti, del dott. Paolo Giaccone, del commerciante del settore tessile Vincenzo Spinelli e dell’imprenditore Libero Grassi, vittime della mafia, attraverso un’iniziativa denominata “Maratona digitale per la legalità. Uniti contro le mafie”, che prevederà durante le date del 9,11,29,30 agosto 2020, da parte di tutti coloro che intendano aderire, la possibilità di postare o inviare al CNDDU le proprie riflessioni in merito alle tematiche proposte. Le considerazioni e i contributi, anche grafici, saranno raccolti in un e-book, che verrà pubblicato sul sito e sarà dedicato alla memoria delle vittime e martiri per la legalità.

Antonio Scoppelliti fu assassinato il 9 agosto del 1991, mentre si ritirava dal mare con due colpi alla testa sparati da fucili calibro 12 caricati a pallettoni. Si era occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo (caso Moro, sequestro dell’Achille Lauro, Strage di Piazza Fontana e Strage del Rapido 904).

Paolo Giaccone, docente universitario e consulente per la medicina legale per il palazzo di giustizia, si rifiutò di cambiare l’esame dattiloscopica di un’impronta digitale che incastrava un noto killer mafioso. Il suo omicidio avvenne l’11 agosto 1982 mentre si recava all’istituto di medicina legale di Palermo.

Libero Grassi venne ammazzato da Cosa Nostra il 29 agosto 1991con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro. Il 14/02/1992 gli viene conferita la Medaglia d’oro al valor civile con la motivazione: “Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell’individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell’opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all’estremo sacrificio.”

Vincenzo Spinelli contrastò la logica del ricatto estorsivo mafioso e per questo fu ucciso dai sicari della mafia il 30 agosto del 1991.

Eroi, martiri oppure semplici cittadini che hanno nobilitato i valori della cittadinanza attiva, della giustizia, del senso civico e della legalità. Esempi da seguire per i nostri giovani.

“L’importante è avere la coscienza di fare il proprio dovere.” (A. Scoppelliti)

“Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli” (Libero Grassi)

Corte dei conti: digitalizzazione a macchia di leopardo negli enti territoriali

Notevole adesione degli enti territoriali, Regioni/Province autonome, Province, Città metropolitane e Comuni, alla rilevazione della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Piano Triennale per l’Informatica: “8.036 gli enti coinvolti nella compilazione, 7.273 i questionari completati (pari al 90,51% del totale)”. Questo il dato che emerge dall’indagine della Sezione delle autonomie della magistratura contabile. Lo screening, che s’inserisce nel quadro dei protocolli stipulati dalla Corte dei conti, prima con il Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale e poi con il Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, rivela l’esistenza di un netto divario digitale tra gli enti territoriali, che si distribuisce secondo fattori sia geografici che “dimensionali”. Infatti, le Regioni, le Province autonome e le 12 Città con popolazione superiore a 250.000 abitanti conseguono nella maggioranza dei casi gli obiettivi del Piano triennale 2017-2019, con valori nella media o superiori che si concentrano prevalentemente, nei distretti economicamente più sviluppati del paese, nel Centro-nord, e in particolare nell’area del Nord-est. Negli enti locali la diffusa frammentazione in comunità di piccole dimensioni, invece, il 93% delle quali è costituita da collettività con popolazione inferiore a 20.000 abitanti, incide negativamente sul grado di attuazione degli obiettivi del Piano triennale per l’informatica.

Carenze e inadeguatezze sono emerse sia nei criteri di selezione della figura istituzionalmente preposta a guidare i processi di digitalizzazione nella PA, il Responsabile per la Transizione Digitale, figura nominata solo dal 36,7% delle amministrazioni territoriali e nel 67,9% dei casi fra soggetti privi di specifiche competenze nel campo, sia nel campo della formazione delle risorse umane nelle tecnologie dell’informazione (IT), uno degli elementi di debolezza strutturale del Paese, secondo il recente report Digital Economy and Society Index della Commissione europea. Positivo risulta, invece, il grado di diffusione in Regioni e Province autonome delle piattaforme abilitanti Spid, PagoPA, NoiPA e ANPR, infrastrutture immateriali essenziali al processo di digitalizzazione dei servizi pubblici.

Uno dei punti qualificanti del Piano triennale prevede la progressiva dismissione dei data center obsoleti e inefficienti e la migrazione dei servizi pubblici verso il Modello Cloud della PA, con l’obiettivo di ridurre i costi di gestione delle infrastrutture IT in favore di maggiori investimenti in nuovi servizi digitali: anche in questo caso, come per la diffusione delle principali piattaforme abilitanti, si evidenziano livelli di adesione superiori alla media nei 12 Comuni con popolazione superiore ai 250.000 abitanti (fascia 7) e, a seguire, nelle Regioni e Province autonome. La media del livello di adesione risulta invece pari a zero nelle prime due fasce di Comuni, con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, e nelle Province e Città metropolitane appartenenti al contesto geografico delle Isole.

Fauci: “Sarà difficile che il vaccino sia efficace al 100%”

Il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, consulente della Casa Bianca nella lotta alla pandemia, ne ha parlato nel corso di un webinar alla Brown University.

Le possibilità che un vaccino anti-Covid sia efficace quasi al 100%, ha rilevato Fauci, “non sono grandi”. “Non sappiamo ancora quale potrà essere l’efficacia. Non sappiamo se sarà del 50% o del 60%. Vorrei che fosse del 75% o più.

Ma le possibilità che sia efficace al 98% non sono grandi”, ha affermato. “Bisogna pensare al vaccino come a uno strumento per riuscire a far sì che la pandemia non sia più una pandemia, ma qualcosa di ben controllato.

Referendum sul taglio dei parlamentari: un “no!” senza se e senza ma

L’avvicinarsi della data (20/21 settembre pr.) di celebrazione del referendum sul taglio dei parlamentari induce sempre più esponenti di partito, in particolare dell’area di centro-sinistra, ad interrogarsi circa la permanente validità della decisione di mantenere una posizione favorevole riguardo la riduzione a 400 deputati ed a 200 senatori del numero dei componenti di Camera e Senato. In casa PD il movimento è diventato così consistente che il segretario Nicola Zingaretti non ha potuto evitare di manifestare pubblicamente le perplessità che attraversano tutto il partito. In verità, connesse al fatto che l’ultimo voto positivo che il partito aveva espresso in Parlamento in favore della riforma, dopo tre successive votazioni negative, era legato all’accordo di governo per modificare in senso proporzionale la legge elettorale. Cosa che, invece, sembra sempre più lontana e, comunque, non più all’ordine del giorno prima del voto popolare. Anche se, dopo l’apertura di Forza Italia per bocca di Renato Brunetta a votare il proporzionale, Matteo Renzi è sceso a più miti consigli e, pur ribadendo che “noi siamo per il maggioritario”, si è dichiarato pronto “se altri vogliono il proporzionale” ad aprire la discussione sul punto. Naturalmente, con la garanzia dell’abbassamento della soglia di sbarramento, almeno di un punto o meglio di due punti percentuali, dall’attuale limite fissato al 5%.

     Comunque sia, quel che si registra è la grande incertezza che serpeggia sempre più insistentemente fra i parlamentari di quasi tutte le formazioni politiche e, soprattutto, l’arricchirsi dell’elenco di intellettuali e personalità delle più diverse appartenenze che ogni giorno dichiarano che voteranno contro la riforma del taglio dei parlamentari. “Non voglio assecondare pulsioni populiste. Voterò no!” proclama Pierluigi Castagnetti. E Mario Tronti, dopo aver dichiarato “pure io”, aggiunge che “dietro c’è un disegno antiparlamentare pericoloso”. Come del resto padre Bartolomeo Sorge sj che in un suo tweet scrive: “tagliare i parlamentari senza riforma elettorale vuol dire mutilare la nostra bella Costituzione”; per questo “voto no! allo scempio”. Ancora più decisa la posizione del senatore Tommaso  Nannicini, che addirittura si è posto alla testa del Comitato democratico per il No! ed ha chiesto a Zingaretti di lasciare libertà di coscienza agli iscritti PD. E quella del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. Per finire alla lapidaria affermazione di Massimo Cacciari, secondo il quale “la riduzione dei parlamentari è un attacco alla democrazia rappresentativa”.

     Nè a frenare questo trend può essere evocata l’attuazione degli altri ‘correttivi’ che al momento della stipula del patto di governo del Conte bis furono concordati fra le forze politiche che costituiscono la maggioranza. Come per la riforma elettorale in senso proporzionale, anche per le altre due riforme costituzionali previste (l’equiparazione dell’età dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato e l’eliminazione della ripartizione dei seggi per il Senato su base regionale), infatti, non si registra alcun reale passo in avanti. Per cui difficilmente si può ritenere che la riduzione dei deputati e dei senatori non intaccherà profondamente l’equilibrio dell’assetto istituzionale e politico del nostro Paese, mettendo a rischio in entrambe le Camere la piena rappresentanza di tutte le forze politiche e di tutte le regioni, in particolare, di quelle più piccole.

     Circostanza che i fautori di questo cambiamento (i 5 Stelle) non solo non hanno mai cercato di evitare ma hanno pervicacemente magnificato in quanto connessa, nella loro visione, ad una diversa forma della democrazia non più legata ai partiti politici popolari ed alla rappresentanza ma strutturata secondo un rapporto immediato del popolo con i vari leaders politici che in questo modo non hanno bisogno di intermediazione alcuna ed attraverso i nuovi media ed i social network esercitano in modo più trasparente il potere, governando meglio le istituzioni dello stato. Il tutto perciò secondo il modello di quella che è stata chiamata  popolocrazia che trasforma i partiti in comitati (di dirigenti) che controllano ferreamente i centri di potere del sistema pubblico e, per mantenere il consenso, si affidano ai nuovi strumenti di comunicazione che indeboliscono lo spirito partecipativo ed esaltano la personalizzazione del potere. È insomma la nuova democrazia “del pubblico” quella da cui deriva l’idea del taglio dei parlamentari. Per la quale il rapporto con la società e gli elettori viene sempre più consegnato ai media ed ai sondaggi. Con il risultato che lo spazio della rappresentanza si restringe sempre di più ed inoltre si struttura come “scambio diretto fra leader e opinione pubblica”.

     Né a questa situazione, che configurerebbe una vera e propria deriva democratica, vale opporre che la vigenza, a motivo dell’art. 67 Cost., del divieto di mandato imperativo rende insignificante l’osservazione, perché tra eletto ed elettore non esiste alcun rapporto. Infatti, vero è che per l’eletto non si configura alcun vincolo giuridico al rispetto di indicazioni particolari di interessi provenienti dai propri elettori. Ma questo non significa che non esista il rapporto politico che naturalmente lega i parlamentari al proprio partito ed al corpo elettorale consentendo agli uni e agli altri di partecipare e condividere le stesse scelte. Lo conferma chiaramente la Costituzione all’art. 49 quando riconosce ai cittadini associati in partiti di avere il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale. E dunque, non c’è dubbio che ogni ipotesi di riduzione del numero dei parlamentari finirebbe per avere effetti non irrilevanti in ordine al rapporto tra questi ultimi e il corpo elettorale.

     Non solo. Ma, tra questi effetti da non trascurare, vi sarebbe poi da considerare l’incidenza sui collegi uninominali di Camera e Senato che arriverebbero a comprendere in media 400mila cittadini a fronte degli attuali 250mila per la Camera e oltre 800mila invece degli attuali 500mila per il Senato. Con almeno due ordini di conseguenze: il primo, inerente il sistema di comunicazione necessario ai candidati durante le campagne elettorali che, richiedendo una provvista adeguata di risorse economiche, potrebbe aprire le competizioni elettorali all’incursione di gruppi finanziari e centri di interessi in grado di condizionare la preferenza politica degli elettori e così falsare la scelta del candidato; il secondo, riguardante la facilità di ‘oscurare’ i candidati deboli sotto il profilo delle capacità finanziarie e delle disponibilità comunicative, consolidando così le già robuste tendenze alla verticalizzazione del sistema politico-istituzionale ed al rafforzamento delle leadership nazionali.

     Ma la conseguenza più paradossale di questa non auspicabile riduzione dei componenti delle due Camere è invero quella dell’innalzamento della soglia di sbarramento implicita che impedirebbe sicuramente l’accesso alla rappresentanza in parlamento delle formazioni politiche di minore consistenza e pregiudicherebbe irrimediabilmente la rappresentatività delle stesse assemblee legislative. Con il pericolo, tra l’altro, di incrementare i movimenti extraparlamentari capaci di innescare situazioni di pericolosa instabilità nelle istituzioni politico-sociali.

     In ogni caso, degli obbiettivi perseguiti dalla riforma -e cioè la migliore funzionalità, il maggiore prestigio ed il contenimento dei costi del parlamento- nessuno sembra giustificare il sacrificio richiesto alla rappresentatività di quest’ultimo e soprattutto il restringimento della democrazia che indiscutibilmente si verrebbe a determinare. Intanto, con riferimento al risparmio di spesa che si otterrebbe è stato calcolato che rispetto al bilancio dello stato esso sarebbe dello 0,01% e quindi semplicemente ridicolo. Poi, per quanto riguarda il maggiore prestigio e l’autorevolezza parlamentare, bisogna stare attenti a non confondere la considerazione riconosciuta alla funzione con la aspirazione élitaria di chi è chiamato ad esercitarla, secondo una consolidata ed ancora persistente concezione della politica come potere. Infine, in ordine al migliore esercizio delle funzioni, stante che l’unica dimensione sulla quale la riduzione dei componenti del Parlamento sembra possa avere conseguenze è quella temporale, c’è da chiedersi se sia questo l’unico o, quanto meno, il principale modo per accorciare i tempi della produzione normativa e, in maniera più radicale, se sia proprio il caso di assecondare anche in questo campo istituzionale la deriva ‘velocista’ che caratterizza la società attuale o non piuttosto sarebbe opportuno riconsiderare con nuova consapevolezza il prudente meccanismo disegnato dalla Costituzione che non per nulla ha previsto una camera “di riflessione” come il Senato.

     In conclusione, una sì vasta riduzione del numero dei componenti delle due Camere, peraltro sconnessa da qualsiasi altra modifica del bicameralismo “perfetto” dell’attuale ordinamento, lungi dall’apportare significativi miglioramenti al sistema della rappresentanza appare piuttosto destinata ad immettervi ulteriori elementi di criticità indebolendo il rapporto tra eletti ed elettori e comprimendo gli spazi di presenza dei partiti più piccoli. Così da favorire, come detto, ulteriori fenomeni di verticalizzazione del sistema politico-istituzionale e di consolidamento di una classe politica già di per sé ampiamente autoreferenziale.

     Né, infine, a cancellare tutto ciò può valere il meccanicistico collegamento di questo brutale ridimensionamento della composizione delle due Camere con la riforma proporzionale del sistema elettorale. Tale scelta, infatti, a parte la inevitabile riproposizione dei vecchi vizi del ‘proporzionale’, non potrebbe comunque mai evitare la caduta di quello che è il profondo rapporto di rappresentanza, potremmo dire: ‘verticale’ tra eletto ed elettori. Il che significa, che se quanto ora detto è vero, la posizione da assumere nei confronti del referendum che si terrà il 20/21 settembre pr. non potrà essere determinata dal rispetto o meno dell’accordo per riformare l’attuale legge elettorale ma dovrà  senz’altro essere assunta per le ragioni che si è cercato di illustrare. E, quindi, non potrà che essere espressa da un chiaro no!: senza “se” e senza “ma”.

 

Covid: ancora in altalena

Purtroppo anche da noi, i casi covid-19 aumentano. E in numero considerevole. Non siamo ai valori della Germania, Spagna, Inghilterra e Francia, ma ci stiamo paurosamente avvicinando.

Questo dato non può essere eluso né sottovalutato. Dobbiamo fare i conti con un andamento che non pensavamo si ripresentasse all’inizio di agosto.

Il problema relativo all’autunno si fa ancor più spinoso. Sembra che abbiano trovato un equilibrio per l’utilizzo degli ulteriori 25 miliardi di spesa nel prossimo provvedimento del Governo nazionale.

Emerge il problema, tra le varie altre cose, della misura relativa alla cassa integrazione. In questi ultimi giorni, era rimbalzata alla cronaca politica il problema degli innumerevoli possibili licenziamenti. La tensione correva tra le due realtà: il mondo del lavoro; il mondo dell’industria.

Non sappiamo ancora come sia stato temporalmente risolto. I sindacati chiedevano una proroga fino al 31 dicembre; gli imprenditori, preoccupati per il destino delle varie aziende, chiedevano un intervento meno dilazionato, al fine di preservare al meglio la condizione della sfera produttiva.

Sembra che una soluzione sia stata trovata. È certo che non risolverà alla radice la situazione. Ormai, navighiamo a vista. Siamo obbligati a guardare le cose dappresso, passo dopo passo, mantenendo uno stretto legame con il porto più vicino.

L’importante è che vi sia sempre più una sorta di necessaria armonia tra le parti. Non possiamo permetterci il lusso di giocare secondo schemi parziali ed individuali. Ne andrebbe la tenuta etica e morale del nostro Paese.

Il farmaco più potente contro il virus è un sentire comune tra tutti quanti. Prima del vaccino o di qualsiasi altro farmaco, va riscoperta e mantenuta in debita considerazione la sfera che ci vede tutti quanti coinvolti sopra la stessa zattera.

Vale tanto per le forze politiche, tanto per il mondo della produzione e dell’economia.

Nel mondo meno del 50% dei bambini viene allattato nelle prime ore di vita

Nel mondo meno del 50% dei bambini viene allattato nelle prime ore di vita. E’ quanto emerge da un nuovo rapporto lanciato dall’Unicef e dall’Oms, che coordinano il Global breastfeeding collective, ribadisce che l’allattamento è fondamentale per la salute, la sopravvivenza e lo sviluppo dei bambini.

Le ultime stime internazionali indicano che il 49% dei bambini viene allattato nelle prime ore di vita; circa il 44% dei bambini con meno di 6 mesi sono esclusivamente allattati; mentre il tasso di bambini che continuano l’allattamento fino ai 2 anni di età si ferma al 44%.

Incrementare i tassi di allattamento a livello globale per raggiungere i livelli raccomandati potrebbe prevenire le morti di 820mila bambini. Inoltre, nel lungo periodo, l’allattamento aiuta a ridurre nei bambini e negli adulti il rischio di sovrappeso, obesità e diabete di tipo 2.

Mobilità, oltre 470 mln euro per la filovia di Genova

E’ stata acquisita l’intesa della Conferenza Unificata sul decreto ministeriale, proposto dal MIT, che prevede l’erogazione di oltre 470 milioni di euro da destinare alla realizzazione della filovia di Genova.

Lo stanziamento di oltre 470 milioni di euro in favore della filovia di Genova riguarda il progetto di fattibilità tecnica ed economica, proposto dal Comune di Genova, sul sistema degli assi di forza per il Trasporto Pubblico Locale. L’intervento prevede la realizzazione di una rete filoviaria estesa circa 50 km, prevalentemente su sede riservata o protetta, lungo le principali direttrici del TPL di Genova (cd. “Assi di Forza”). E’ prevista la fornitura di 145 filobus elettrici da 18 metri e la realizzazione di 17 nuove sottostazioni elettriche. Oltre a interventi su sede stradale e segnaletica, sono previsti anche specifici adeguamenti urbanistici e di viabilità. Saranno infine realizzati 2 parcheggi di scambio, 12 fermate capolinea ed un nuovo nodo di servizio.

Complessivamente, si tratta di un intervento che servirà a migliorare, in termini di sicurezza di affidabilità di trasporto, la linea filoviaria comunale. Sarà importante che il Comune di Genova, ente proponente e assegnatario delle risorse, rispetti alcune osservazioni ministeriali che riguardano il programma di esercizio dell’intera rete della mobilità cittadina.

Tra le altre, ridurre al massimo le possibili interferenze con le altre modalità di trasporto pubblico, valutando l’introduzione di misure di limitazione alla mobilità privata in alcune zone del nodo Brignole, stazione Principe e via XX settembre, anche con l’ausilio di strumenti di micro-simulazione di traffico; verificare la possibilità di incrementare ulteriormente il tracciato stradale di via Emilia/via Piacenza, estendendo la corsia riservata in entrambe le direzioni, anche in considerazione della realizzazione di un parcheggio di interscambio lungo l’asse Val Bisagno; verificare l’estensione delle banchine soggette a sovrapposizioni di diverse linee di filobus, tanto più se interverranno modifiche normative che consentiranno l’utilizzo di filobus di lunghezza superiore a quella attualmente prevista; verificare che il tracciato previsto in prossimità di Voltri sia il più idoneo a servire il territorio.

Secondo l’OMS circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori possono essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione

Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute.
Un’alimentazione inadeguata, infatti, oltre a incidere sul benessere psico-fisico, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione.

Di cosa abbiamo bisogno

L’organismo umano ha bisogno di tutti i tipi di nutrienti per funzionare correttamente. Alcuni sono essenziali a sopperire il bisogno di energia, altri ad alimentare il continuo ricambio di cellule e altri elementi del corpo, altri a rendere possibili i processi fisiologici, altri ancora hanno funzioni protettive.
Per questa ragione l’alimentazione deve essere quanto più possibile varia ed equilibrata.

  • Cereali
    Grano, mais, avena, orzo, farro e gli alimenti da loro derivati (pane, pasta, riso) apportano all’organismo  carboidrati, che rappresentano la fonte energetica principale dell’organismo, meglio se consumati integrali. Contengono inoltre vitamine del complesso B e minerali, oltre a piccole quantità di proteine.
  • Frutta e ortaggi
    Sono una fonte importantissima di fibre, un elemento essenziale nel processo digestivo.
    Frutta e ortaggi sono inoltre ricchi di vitamine e minerali, essenziali nel corretto funzionamento dei meccanismi fisiologici. Contengono, infine, antiossidanti che svolgono un’azione protettiva.
  • Carne, pesce, uova e legumi
    Questi alimenti hanno la funzione principale di fornire proteine, una classe di molecole biologiche che svolge una pluralità di funzioni. Partecipano alla “costruzione” delle diverse componenti del corpo, favoriscono le reazioni chimiche che avvengono nell’organismo, trasportano le sostanze nel sangue, sono componenti della risposta immunitaria: forniscono energia “di riserva”, aiutano l’assorbimento di alcune vitamine e di alcuni antiossidanti, sono elementi importanti nella costruzione di alcune molecole biologiche.
    Un insufficiente apporto di proteine può compromettere queste funzioni (per esempio si può perdere massa muscolare), ma un eccesso è altrettanto inappropriato: le proteine di troppo vengono infatti trasformate in depositi di grasso e le scorie di questa trasformazione diventano sostanze, che possono danneggiare fegato e reni.
    Le carni, in particolare quelle rosse, contengono grassi saturi e colesterolo. Pertanto vanno consumate con moderazione.
    Vanno consumati con maggior frequenza il pesce, che ha un effetto protettivo verso le malattie cardiovascolari (contiene i grassi omega-3) e i legumi, che rappresentano la fonte più ricca di proteine vegetali e sono inoltre ricchi di fibre.
  • Latte e derivati
    Sono alimenti ricchi di calcio, un minerale essenziale nella costruzione delle ossa. E’ preferibile il consumo di latte scremato e di latticini a basso contenuto di grassi.
  • Acqua
    Circa il 70% dell’organismo umano è composto di acqua e la sua presenza, in quantità adeguate, è essenziale per il mantenimento della vita.
    L’acqua è, infatti, indispensabile per lo svolgimento di tutti i processi fisiologici e delle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo, svolge un ruolo essenziale nella digestione, nell’assorbimento, nel trasporto e nell’impiego dei nutrienti.
    È il mezzo principale attraverso cui vengono eliminate le sostanze di scarto dei processi biologici.
    Per questo, un giusto equilibrio del “bilancio idrico” è fondamentale per conservare un buono stato di salute nel breve, nel medio e nel lungo termine.

Sardegna: Al Giardino Sonoro non cadono le stelle, qui nascono!

Al tema delle costellazioni sociali è dedicata la terza edizione del Festival Sant’Arte che si terrà a San Sperate fino a lunedì 10 agosto nel Giardino Sonoro, il Museo all’aperto di Pinuccio Sciola.

Con la direzione artistica di Maria Sciola, il Festival è curato dalla Fondazione Sciola e promosso dal Comune di San Sperate e dalla Fondazione di Sardegna. Undici gli appuntamenti in programma, con una forte presenza di eventi musicali, in onore della nuova location del festival, e con iniziative dedicate sia ai bambini che ai più grandi.

Tra gli ospiti, il Teatro Lirico di Cagliari che aprirà il festival con un concerto dal titolo Una notte all’operaBeba Restelli collaboratrice storica di Bruno Munari, che da quarant’anni porta in giro per il mondo il metodo di lavoro del grande e poliedrico artista milanese e il Distretto AeroSpaziale della Sardegna, società consortile nata nel 2013 che è il perno della rivoluzione che la Sardegna si appresta a vivere, nel solco ormai tracciato che condurrà allo sviluppo, nell’Isola, di un distretto tecnologico aerospaziale. Chiusura ancora in musica con il concerto Carezze alle pietre che vedrà protagonista Paolo Angeli con la sua chitarra sarda preparata.

IL PROGRAMMA

Sabato 8 agosto la giornata si apre alle ore 11 con Un punto, una stella e…, laboratorio per bambini a cura di Beba Restelli per giocare e scoprire il meraviglioso mondo del grande artista milanese. Ma che cos’è un punto? Un inizio o una fine? Un occhio o un microbo? Forse un seme? Un granello di sabbia? O una stella? Scopriamolo insieme e giochiamo con i punti: punti piccoli, grandi, grandissimi, regolari, irregolari, vicini, lontani… E facciamo un piccolo libro.

La giornata sarà chiusa alle ore 20 da Aequanox, suggestiva performance artistica di con Rosaria Straffalaci e Pietrina Atzori nell’incantevole scenario delle pietre in granito sapientemente lavorate da Pinuccio Sciola.

Sveglia all’alba, domenica 9 agosto perché alle 7 del mattino il Giardino Sonoro sarà la perfetta ambientazione del concerto di Perry Frank The sound of dawn. Il sound di Perry Frank è caratterizzato da atmosfere oniriche e sognanti generate da soundscapes, drones e glitch di sottofondo che creano paesaggi sonori rarefatti ed eterei al tempo stesso rassicuranti, meditativi, vagamente nostalgici e oscuri. La sua musica può essere rappresentata come un sogno in cui William Basinski, Brian Eno, Daniel Lanois, The Edge e Christian Fennesz si incontrano e suonano assieme.

Il programma domenicale prosegue alle ore 10 con una riflessione sull’arte contemporanea e sul pensiero di scuola anticlassica e antiaccademica che sempre ha alimentato il lavoro di Pinuccio Sciola partendo dal racconto di quelli che furono gli allievi del Mestro, per riflettere sul suo insegnamento e sulla loro poetica. Silvia Murruzzu, Maria Sciola, Gian Leonardo Viglino saranno in dialogo con Leonardo Boscani, Robert Carzedda, Aldo Casti, Giulia Casula, Vincenzo Ganadu, Carlo Salvatore III Laconi, Cinzia Porcheddu, Maria Jole Serreli, Grazia Sini, Rosaria Straffalaci.

La terza giornata del festival sarà chiusa alle 20.30 da Rooms to Explore, concerto per pianoforte, suoni e lume di candela con Andrea Granitzio e Flavio Manzoni e con la speciale partecipazione di Emanuele Contis, a cura di Indòru Boutique del Suono.

Il programma di lunedì 10 agosto si apre alle 10 con la presentazione del libro Giocare con la natura. A lezione di Bruno Munari. Il volume, che sarà presentato dalla stessa autrice Beba Restelli in dialogo con la scrittrice Laura Bosio, si propone di illustrare come avvicinare e appassionare bambini, ragazzi e adulti alla natura e aiutarli a osservare con tutti i sensi, con gli insegnamenti del Maestro Munari.

Alle 11.30 Cielo sonoro, presentazione dell’installazione del progetto collettivo di ceramica, con l’artista Jubanna e l’associazione Peter Pan Onlus.

“La pietra non è mai muta e sorda, racchiude memorie e storie. E rilascia suoni simili a quelli che gli studiosi dello spazio trovano sui pianeti”. Deve essere stata questa frase di Pinuccio Sciola a stimolare la curiosità del Distretto AeroSpaziale della Sardegna che proprio all’artista di San Sperate affidò il compito di disegnare il logo del Distretto partendo da un dettaglio di una delle sue celebri pietre sonore, trasmettendo visivamente sia la dedizione del distretto a progetti di natura innovativa nel settore aerospaziale sia la consapevolezza dello spazio come memoria che ne rappresenta e sintetizza il motto. E proprio il presidente del DASS Giacomo Cao e Daniela Pani, componente del Comitato Tecnico Scientifico dell’azienda aerospaziale saranno i protagonisti di una affascinante serata dal titolo emblematico Space and Stones – dialogo attorno alla Memoria dello Spazio, che avrà inizio alle ore 20.

La terza edizione del Festival di Sant’ Arte sarà chiusa, alle 22.30, da Carezze alle pietre, il concerto del chitarrista Paolo Angeli che, a proposito del Giardino Sonoro, dove si terrà il concerto, ha detto “Cammino a piedi nudi tra le sculture di Pinuccio, menhir contemporanei di cui percepisco il respiro. Una sacralità laica traspira dalle pietre del suo giardino in cui mi sento a casa, mentre un enorme fuoco trasporta le scintille verso il cielo a sposarsi con le stelle. La musica – una lettura  di pancia, a braccio, guidata  dall’istinto – abbraccia il fuoco del basalto, l’acqua del calcare, le ombre del granito, mentre il suono del vento si sposa con le corde della chitarra. Difficilmente ci fermiamo ad ascoltare il silenzio. Difficilmente ci prendiamo il tempo per donare una carezza alle pietre”.

 

Aldo Moro, oltre ogni retorica

Confesso che, forse romanticamente, ho atteso di essere in Puglia per leggere gli ultimi capitoli del bel libro di Lucio D’Ubaldo, che per me chiude un ciclo di letture cominciate lo scorso aprile con il bel saggio di Enrico Farinone sul discorso di Moro al congresso di Napoli. Lucio svolge egregiamente la sua amata funzione di storico ed ancor più di filosofo, che gli è propria, con una scelta, direi fondamentale, di non raccontarci solo la coerenza del “giovane Moro” ( coerenza di approfondimento, ascolto e svelamento della complessità che a differenza di altri manterrà perfino negli ultimi giorni della sua vita a contatto con i suoi carcerieri) con il resto della sua vita ma anche del confronto con i giovani nei diversi tornanti della vita sua e della nostra Repubblica, nel sessantotto come nel 1977, senza cedere alla retorica di tanta memorialistica.

Anzi, accanto alle parole di Moro, Lucio ci mette molto del suo “mestiere” storico filosofico per fornirci un quadro ed una panoramica di quei movimenti politici e sociali.
Debbo dire che la lettura del ‘68, ed anche per esempio il confronto con le modalità politiche d’affrontarlo Oltralpe gettano una luce nuova che potrebbe ambire ad un ridisegno, meno mitologico e più concreto, di quello che fu quel movimento. Mentre sul 1977 accetto la sua fedeltà alla lettura del tempo ma chiederei un supplemento
d’indagine – conoscendo più da vicino i fatti – per una generazione che era costretta a prendere atto della fine delle speranze del “we shall overcome” per vivere un disagio permanente quotidiano.Qui dentro, anche dentro certe distruttivitá strutturali, si trovano i germi di ciò che é poi arrivato fino a noi nel bene e nel male.

Lucio riesce perfettamente a disegnare l’atmosfera in cui Moro dispiega dalla giovane età alla sua fine, il suo ragionamento in forma coerente, con i suoi modi certo, ma soprattutto “pensando la politica”, oltre che facendola quotidianamente (qui mi permetto accanto a Sturzo e De Gasperi il riferimento a Dossetti che per tante ragioni agì meno la politica dei due grandi citati ma come Moro “pensò” la politica e il cambiamento sociale del Paese, ed a cui non bastava solamente iscriverlo nella Costituzione…).

Per questo l’argomentare di Lucio è anche una sorta di “giallo” (mi concederà la licenza poetica), perché inizia col Moro Giovane, ci lascia sospesi nel racconto di alcune temperie della Repubblica e poi quel “giovane Moro” lo ritroviamo nelle conclusioni, per comprendere come la sua gioventù, i suoi scritti giovanili non siano,come per altri leaders, un “unicum” piegato poi dalle ragioni fredde della concretezza al passare del tempo,ma una solida roccia di carattere Montiniano che lui àncora al proprio tempo, al tempo da amare appunto, che è anche “il tempo in cui ci é dato vivere”.

Il libro non si inscrive alla memorialistica retorica su Moro, lo rende vivo, presente e ci interroga e si interroga sul presente ed il futuro. Un altro pregio della riflessione di Lucio.

(Tratto dal profilo Fb dell’autore)

Campidoglio 2021. l’apertura di Leodori (PD) ai Cinque Stelle: un passo in avanti o un passo falso?

Buona norma stabilisce che a ferragosto la politica non vada in vacanza, sebbene faccia del dibattito un che di vacanziero, un misto di avventura e libertà, per un bisogno quasi di leggerezza del pensiero di villeggianti. Si lanciano dunque messaggi che possono lasciare una traccia, anche determinando svolte significative, oppure una scia di vacuità o bugia. Il più delle volte, alla ripresa dei lavori, prevale lo stralcio di tante chiacchiere giudicate inutili.

È una chiacchiera, dunque, l’intervista di Daniele Leodori a “Formiche”, un’uscita improvvisata e senza pretese? Forse sì o forse no: sta di fatto che il vice di Zingaretti in Regione non è abituato a parlare a vanvera. L’uomo è cresciuto mangiando pane e politica in quella Zagarolo che la Dc di Sbardella assegnava alle cure di Severino Lavagnini, destinato nel Ppi e nella Margherita a conquistare felicemente il ruolo di braccio destro di Franco Marini. Per questo Leodori ha fama di amministratore concreto già per l’esperienza acquisita come sindaco della nota cittadina dei Castelli romani. Conosce insomma il valore delle cose, ma anche delle parole.

A Claudio Picardi che lo intervistava ha detto ieri la sua verità sul futuro di Roma, ovvero sulla possibile alleanza Pd-M5S alle elezioni capitoline della prossimo anno. “Ritengo che non si potrà trovare alcuna sintesi  col Movimento – ha detto in modo lapidario – laddove venisse confermata la candidatura nel 2021 dell’attuale sindaca”. E poi ha subito aggiunto: “Il Pd in Campidoglio è stato ed è all’opposizione, molto critica direi, e non è pensabile fare un’inversione che sarebbe incoerente, anzi pazzesca. Il percorso sarà stabilito dai circoli, dal Pd della Capitale. Dopo settembre si entrerà nel vivo per arrivare all’appuntamento delle elezioni di Roma avendo chiari gli obiettivi e le priorità: un progetto alto per Roma e un gruppo dirigente di grande livello, senza cercare il nuovismo a tutti i costi, ma vista la situazione di crisi di Roma avere un mix tra esperienza e nuove energie”.

Ora, viene facile osservare che dietro le sottigliezze di un lessico doroteo s’affaccia l’intenzione di aggirare l’ostacolo, grazie al sacrificio dell’attuale inquilina del Campidoglio, tracciando perciò  una linea che fissa per la prima volta, in modo esplicito, l’opportunità o la necessità di un accordo tra il partito di Zingaretti e i Cinque Stelle. La battuta sul nuovismo appare, in tale contesto, come un appello alla corretta valorizzazione del personale conosciuto e sperimentato, specie nella politica a livello territoriale, dando comunque per scontata la fragilità del quadro dirigente grillino. In sostanza, si tratteggiano i lineamenti di un candidato sindaco, avendo perciò premura di tastare il polso agli alleati di governo in vista di più esplicite formulazioni. Ma questo non è un dogma, anzi rientra in quella sana dialettica tra partiti impegnati a collaborare, e a collaborare non solo sul piano nazionale.

Il dubbio, alla luce di una sortita nient’affatto banale, è se abbia consistenza un disegno di puro equilibrismo politico. Leodori si è mosso con cautela, ma le sue aperture adombrano il rischio, al di là dei buoni propositi, di un prolungamento dell’esperienza amministrativa degli ultimi quattro anni. Roma, invece, ha bisogno di uno scatto che ne rigeneri la vitalità e la bellezza, soprattutto agli occhi del mondo. Solo una politica coraggiosa, fatta di scelte attrattive per grandi investitori pubblici e privati, nazionali e internazionali, può ridare forma a una città perennemente in bilico tra gloria e declino. Non è una politica, questa, che si possa inventare a tavolino, impastocchiando qualcosa che edulcori il senso di un’alleanza al ribasso, con l’unica arma di convincimento forgiata alla paura della nuova destra (Salvini e Meloni) al comando nel 2021 della Capitale d’Italia. Con Leodori il Pd s’illude di fare un passo in avanti, quando in effetti rischia davvero di farne uno falso. E dunque, a suo discapito, un tale passo non può che autorizzare la formazione di un processo aggregativo di nuove forze di cambiamento. 

Mattarella: «Hiroshima e Nagasaki sono tutt’oggi un monito a mantenere e sviluppare accordi per garantire pace e sicurezza durature».

«Il bombardamento atomico di Hiroshima – cui seguì, tre giorni dopo, quello su Nagasaki – di cui oggi ricorre il 75° anniversario, vide l’umanità apprendere in pochi secondi l’esistenza di strumenti di autodistruzione totale.

Le due città giapponesi sono tutt’oggi un monito costante a mantenere e sviluppare ulteriormente quel sistema di istituzioni ed accordi – con le Nazioni Unite al centro – creato dopo la Seconda Guerra Mondiale per garantire a tutti pace e sicurezza durature. L’architettura internazionale per il disarmo e la non proliferazione è una componente importantissima di tale sistema e ogni sua violazione rappresenta un passo verso l’olocausto nucleare.

L’Italia sostiene con forza l’obiettivo di un mondo libero da armi nucleari, attraverso un approccio progressivo al disarmo che preveda il responsabile coinvolgimento di ogni Stato. L’agenda internazionale non può prescindere da questo traguardo.

Rendere omaggio alle innumerevoli vittime di quei tragici eventi e ai moltissimi che, sopravvissuti ai bombardamenti, subirono gli effetti devastanti delle radiazioni, significa impegnarsi per creare un mondo pacifico per adempiere la promessa incisa sul cenotafio di Hiroshima: “NON RIPETEREMO L’ERRORE».

I messaggi di Whatsapp che si autodistruggeranno

Si chiamano “expiring messages”, i messaggi su Whatsapp che si autodistruggeranno.

Questa possibilità, richiesta da tempo dagli utenti di Whatsapp e già presente su Telegram, e consentirà di non preoccuparsi più dei messaggi precedenti che tendono ad ingombrare la memoria degli smartphone, perché dopo sette giorni dall’invio si cancelleranno automaticamente.

Un’opzione che sarà estesa, in contemporanea, sia nella chat del mittente sia in quella del destinatario. E del messaggio non vi sarà più alcuna traccia. Resta da chiarire se la modalità “expiring message” sarà valida solo per gli amministratori dei gruppi o anche per le chat tra singoli utenti.

Al momento si sa solo che l’opzione potrà essere attivata o spenta, ma per ora neanche scaricando l’ultima versione di Whatsapp si avrà questa possibilità, poiché sarà sviluppata e rilasciata non prima del 2021.

Prorogata la scadenza delle patenti di guida

La legge di conversione n. 77 del 17 luglio 2020 dispone, a causa dell’emergenza pandemica, la proroga della scadenza di tutti i documenti d’identità, compresa la patente di guida, ex DPR n.445 del 28 dicembre 2000. Proroga valida, tuttavia, soltanto per la circolazione in Italia. Da notare però che sul territorio europeo, Italia esclusa, non saranno ammesse proroghe dopo il 31 agosto 2020.

Venendo al merito della norma, ecco le nuove scadenze in vigore:

*patenti scadute o in scadenza durante l’arco temporale 31 gennaio 2020-31 maggio 2020, sono da considerarsi valide fino al 31 dicembre 2020;

*patenti scadute o in scadenza durante l’arco temporale 1 giugno 2020-31 agosto 2020, sono da considerarsi valide per sette mesi oltre la scadenza indicata sulla patente;

*patenti scadute o in scadenza durante l’arco temporale 1 settembre-31 dicembre 2020, sono da considerarsi valide fino al 31 dicembre 2020.

Di conseguenza, l’art. 2 della Circolare Ministero dell’Interno Prot. 300-A-3977-20-115-29 dell’8 maggio 2020 viene abrogato.

Il raffreddore genera anticorpi utili contro il coronavirus

Uno studio pubblicato su ‘Science’ dal team de La Jolla Institute for Immunology, spiega quello che è denominato l’effetto raffreddore. Gli anticorpi sviluppati dopo essere stati infettati dal coronavirus del raffreddore sembrerebbero reagire anche contro il virus pandemico Sars-Cov-2.

Ricerche recenti avevano evidenziato la presenza di risposte delle cellule T specifiche a Sars-CoV-2 in persone non esposte al virus. Un aspetto che aveva incuriosito i ricercatori. Ora gli immunologi Usa mostrano che queste risposte derivano in parte dalla memoria sviluppata dalle cellule T contro i coronavirus del comune raffreddore.

All’inizio di quest’anno, i ricercatori che hanno studiato la risposta immunitaria adattiva a Sars-CoV-2 in diverse coorti di pazienti, avevano rilevato cellule T CD4 + reattive al Sars-CoV-2 nel 50% delle persone del campione studiato che non erano state esposte al virus. L’ipotesi era che questa immunità preesistente fosse dovuta alla memoria delle cellule T rispetto ai coronavirus del raffreddore umano comune (HCoVs), che condividono una sequenza parziale con Sars-CoV-2.

Gli autori hanno scoperto così una gamma di cellule T cross-reattive sia per Sars-CoV-2 che per i comuni coronavirus del raffreddore (HCoV-OC43, HcoV-229E, HCoV-NL63 e HcoV-HKU1). Sulla base del loro lavoro, i ricercatori suggeriscono che è plausibile ipotizzare che un’esposizione preesistente ai virus del raffreddore possa contribuire alle variazioni della gravità della malattia nei pazienti con Covid-19.

Zavoli, in Vigilanza Rai si ascoltava e si imparava.

La straordinaria, ricca e feconda vita terrena di Sergio Zavoli ci descrive una persona che ha cambiato in profondità il mondo della televisione, del giornalismo di inchiesta, di come si raccontano le grandi tragedie che hanno caratterizzato ed insanguinato il nostro paese, di come si racconta la vita di mondi che sino a quel momento erano perlopiù sconosciuti. La sua vita è la vita del servizio publico radiotelevisivo nelle sue multiformi espressioni: giornalista, inchiestista, Direttore di rete, Presidente. Il tutto condito dalla “voce” di Sergio Zavoli, per dirla con Aldo Grasso. Una voce che ti metteva a tuo agio, che non ti stancava, che ti accompagnava a conoscere, ad approfondire, a scavare la notizia e che ti catturava con una profondità e una dolcezza uniche ed irripetibili. Vorrei quasi dire inusuali. 

Certo, “Il processo alla tappa”, “Clausura”, “Nascita di una dittatura” e “La notte della Repubblica” restano pietre miliari della informazione televisiva italiana che nessuno potrà mai archiviare o, peggio ancora, banalizzare. Sono l’essenza e, forse, l’identità del servizio pubblico radiotelevisivo italiano. Lì c’è tutto Sergio Zavoli e lì c’è anche il racconto politico, culturale, storico, etico e di costume del nostro paese dopo il secondo dopoguerra. 

E poi c’è il Sergio Zavoli istituzionale. Presidente della Rai negli anni ‘80 e, soprattutto, – almeno per quanto attiene alla mia esperienza personale, politica ed istituzionale – Presidente della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. La famosa e meglio conosciuta Commissione di Vigilanza Rai. Ho avuto l’onore di essere il suo Vice Presidente per cinque anni designato dal Partito democratico. Diciamolo con franchezza e senza piaggeria di sorta. La sua elezione a Presidente, auspicata e quasi invocata a livello politico e parlamentare dopo settimane di stallo istituzionale e politico che aveva trasformato la Commissione di Vigilanza in un inedito campo di battaglia, ha permesso a tutti i componenti di ascoltare gli innumerevoli interventi di Zavoli per “imparare”. Sì, per imparare che cos’era la Rai, la sua mission, la sua storia, la sua ricchezza, le sue potenzialità e i suoi limiti. Si ascoltava un “maestro”, non un Presidente pro tempore e nè un semplice esponente politico designato e votato a presiedere una importante Commissione Bicamerale del nostro Parlamento. Memorabili resteranno, al riguardo, le audizioni con i vertici Rai del tempo, i Direttori di rete e di testata e i vari interlocutori istituzionali e di settore. 

Ecco perchè Sergio Zavoli entra di diritto nella storia televisiva, giornalistica, politica e culturale del nostro paese. Entra con la sua autorevolezza, il suo acume, il suo inconfondibile carisma, la sua cultura, il suo approccio unico ed irripetibile e la sua profonda e mai ostentata intelligenza. Ma, soprattutto, entra con il suo stile. Austero e sobrio. Lo stile di Sergio Zavoli.

Scuola: contenitore e contenuti

Di tutte le preoccupazioni che accompagnano strada facendo i preparativi per l’avvio del prossimo anno scolastico la più pressante, impellente e dirimente è che le scuole si possano finalmente riaprire, le aule e gli spazi ragionevolmente attrezzabili riescano ad ospitare tutti gli alunni che avranno il diritto di accedervi, che il numero degli insegnanti sia sufficiente a coprire gli organici necessari per far fronte allo spacchettamento orario e fisico delle classi e che tutto ciò possa aver luogo in un contesto sicuro, accogliente, organizzato, con tutte le tutele igienico sanitarie lungamente studiate e previste per garantire una profilassi adeguata all’incombente pericolo del contagio.

Questo pensiero turba il sonno degli addetti ai lavori – dal Ministero ai dirigenti scolastici, ai docenti e ai collaboratori amministrativi, tecnici e ausiliari – ma anche delle famiglie e, ad un livello di consapevolezza rapportato all’età dell’utenza, agli studenti stessi.
Uscire da un lungo periodo di lockdown e dalla sperimentazione – frammentaria, non sistematica, spesso improvvisata e geograficamente diseguale – della “didattica a distanza” per riaprire i battenti ad una incerta e indefinita aspirazione di normalità ‘in presenza’ necessita di dotarsi di una specie di paracadute per un atterraggio morbido, sul piano organizzativo e funzionale e su quello psicologico e relazionale.

Da questo punto di vista conteranno in modo determinante le capacità di attrezzare contesti sostenibili sotto il profilo degli spazi, delle attrezzature delle risorse umane e materiali, in buona sostanza un insieme di fattori oggettivi imprescindibili: dai banchi al numero dei docenti, alle dotazioni, ai meccanismi di funzionamento secondo coordinate spazio-temporali. Tuttavia sarà importante prestare attenzione anche ai fattori soggettivi, che riguardano la rassicurazione emotiva, il sentirsi parte di una comunità che ha le sue regole ma che non può trasformare un ambiente educativo ad alto tasso di socializzazione in un luogo di costrizione: le aule, le palestre, gli angoli attrezzati, i laboratori, gli spazi interni/esterni non dovranno essere vissuti come letti di Procuste inospitali. Il timore che tutto funzioni davvero non dovrà trasformare l’aula didattica in una sorta di ambulatorio medico ma, tenendo conto delle incognite legate alle schizofrenie della pandemia, neppure correre il rischio di generare o far circolare nuovi improvvisi focolai.

Non potremo certo permetterci che questo accada nelle nostre scuole, dobbiamo capire che il concetto di responsabilità riguarda tutti e non ammette deroghe, per dirla con Bernanos … “che non siamo noi a custodire le regole ma sono le regole a custodire noi”.
Tuttavia non siamo autorizzati a dimenticare che la dizione “sistema scolastico” implica il concetto di gestione del capitale umano. Questo vale sotto il profilo delle tutele sanitarie ma anche nel perseguimento del fine precipuo per cui esiste la scuola e istruzione e formazione avvengono in contesti istituzionalizzati: il diritto allo studio ha il suo correlato speculare nel dovere sociale di perseguirlo come obiettivo di civiltà sul piano etico e come investimento primario che ogni Stato dovrebbe finanziare, avendone poi un ritorno in termini di elevazione culturale e di crescita e progresso economico, di sommo bene comune. E’ di questi giorni una stima della Banca Mondiale che ha previsto che i cinque mesi di chiusura forzata delle scuole costeranno agli alunni di oggi che li hanno subiti minori entrate economiche nella vita adulta per una cifra complessiva pari al 7% del PIL planetario. Ma anche guardando oltre il dato meramente economico ci sono altre conseguenze che dovrebbero preoccupare: la qualità delle relazioni interpersonali, l’aderenza o il discostamento rispetto agli obiettivi formativi, la loro programmazione, le occasioni di verifica, il tener desta la motivazione (ad insegnare e ad imparare) che poi è il gusto di andare a scuola volentieri, senza essere sopraffatti dai condizionamenti ambientali. Anche se l’incipit sarà sostenibile sul piano organizzativo e funzionale è probabile che il nuovo anno scolastico (che vedrà aggiungere nel curricolo le 33 ore annuali di educazione civica) debba forzatamente scontare un rallentamento nello svolgimento del programma nazionale e nella didattica gestita dalle scuole dell’autonomia.

Si pensa con maggiore intensità all’emergenza sanitaria – ed è priorità che si autoimpone – e si finisce con il trascurare l’incidenza che il riassestamento del sistema scolastico potrà determinare nel rapporto insegnamento-apprendimento, a partire dalla rimodulazione oraria delle lezioni, all’avvicendamento dei docenti su gruppi classe prevedibilmente ridotti, all’uso dei libri di testo.
E’ necessario pensare agli spazi, alle aule e ai banchi ma senza dimenticare i contenuti didattici.

La scuola non è luogo di mera assistenza custodiale.
Il Ministro ha promesso “aperture di tavoli di concertazione per tutti”: al suo posto chiuderei quelli già esistenti e farei funzionare la macchina dell’amministrazione.
Aggiungere complica, razionalizzare semplifica.

Dirigenti scolastici e docenti hanno eletto le loro rappresentanze professionali e sindacali, si è raggiunto un protocollo d’intesa con le OO.SS. ma si eviti l’appello continuo ai cd. “esperti”: esperto deriva da ‘esperienza’: quanti di coloro che stilano linee guida e aggiungono ai programmi vigenti nuove gigantesche monografie su come deve funzionare una scuola, non ne frequentano una da alcuni anni (o decenni)?
Pare che si apra la strada dell’insegnamento agli studenti universitari per coprire i posti vacanti e le carenze di organico mentre ci sono graduatorie di precari con anni di insegnamento che attendono un concorso che chiuda questa piaga endemica del sistema scolastico italiano.

C’è poi chi invoca l’equivalenza della didattica a distanza con quella tradizionale: ne uscirebbe un mix ingestibile e spaventosamente deficitario sul piano della preparazione. Ma anche potenzialmente incline a produrre – come mi ha ricordato Paolo Crepet- un contesto comunitario anaffettivo. Le nuove tecnologie hanno una valenza sussidiaria rispetto alla didattica in presenza, la cultura è interiorizzazione di saperi e competenze: occorrerà prestare molta attenzione affinchè le chiavi di funzionamento della scuola siano restituite a chi ci lavora.

Esistono meccanismi di verifica e controllo sull’ordinato svolgersi della vita scolastica, facciamoli funzionare rispettando la sintesi necessaria tra la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio.

Una vita scolastica regolamentata e ricca di motivazioni restituisce la necessaria rassicurazione emotiva.

Zavoli, un grande maestro giornalista che ha fatto crescere l’Italia

“Il mondo non è fatto di primi, vincitori e vincenti, ma di secondi, terzi, ultimi, di gente che arriva fuori tempo massimo pur sputando sangue.”. Era questo l’approccio di una cronaca ‘complessa’ con cui Zavoli facendo informazione serviva la gente, non compiacendola ma posizionandola in prossimità della verità. Come lo ha oggi ricordato Matteo Marani, già direttore di Sky Sport 24, il suo lascito al giornalismo odierno sta soprattutto nel vocabolario: quello di Zavoli di una ricchezza straordinaria, che gli permetteva un linguaggio piano, garbato, lontano da eccitazioni, e nello stesso tempo ricco di ogni sfumatura non dovesse essere trascurata. Più vocabolario = più scelta e più servizio.

Zavoli, che approfitta del Giro d’Italia per mostrare agli italiani che nella pancia del gruppo ci sono loro, i loro figli e le loro storie di fatica, tutti gregari, fa storia facendo cronaca. Dà dignità mediatica a chi non era mai in TV a dire “Mamma sono contento di essere arrivato uno!”. E per questo, per fare del Giro un grande racconto corale dove i più, i peones, hanno alla fine di ogni tappa la loro ribalta, resta mitica l’intervista a Lucillo Lievore nella 21a tappa del Giro del 1966: aveva 38 minuti di vantaggio sul gruppo ma è Zavoli che lo informa per strada, i poveri non avevano diritto ad essere accuditi dalla propria squadra. “Quanto manca?”, fa Lievore affranto. E Zavoli: “Una quarantina di chilometri… coraggio Lievore!”. “Mmh, sono in crisi, ho paura mi riprendano,… tanto non ce la faccio…” (Nessun povero si aspetta di vincere.) “Lei è fidanzato?”, lo incalza Zavoli. “No!”. “A chi dedica questa vittoria?”. “Ai miei genitori e alla mia squadra…”. Povero vicentino! E difatti davanti aveva il cremasco Scandelli, che gli rifila quindici minuti. Poi Zavoli nel post gara – “Processo alla tappa” – si scusa con Lievore: non aveva avuto il coraggio di dirgli in corsa che aveva sì seminato il gruppo ma davanti aveva un altro.

Per questo Zavoli fa crescere il Paese: perché i secondi, i terzi, i quattordicesimi ‘fanno’ il Giro d’Italia e non sono militi ignoti di contorno agli Anquetil e ai Motta. Ma non compiace i secondi posti, bisogna puntare a vincere e nello stesso tempo bisogna maturare la sicurezza mentale che vincere non è tutto, che non siamo meri erogatori di performances. Segue la filosofia di Gimondi (“il Domani d’Italia”, 19 Agosto 2019, Provinciali): educare i ragazzi a prender parte, ad esserci, a relazioni che non devono ‘far fuori’ nessuno. Come ebbe a dire in una intervista di qualche tempo prima: essere in corsa ha senso anche se arrivi tredicesimo, sono questi che fanno vincere i primi.

Trump invita gli elettori della Florida a votare per posta

Il presidente degli Stati Uniti,ha incoraggiato gli elettori in Florida a votare per corrispondenza, affermando che il sistema elettorale dello Stato è “sicuro e protetto”. Le sue affermazioni sono un’inversione di tendenza rispetto alle ultime settimane, in cui Trump aveva sostenuto che il voto per posta potrebbe portare a frodi elettorali, nonostante la mancanza di prove in questo senso.

La settimana scorsa Trump aveva suggerito di ritardare le elezioni di novembre -mentre lanciava nuovi attacchi al voto per corrispondenza. Ha anche affermato che quelle del 2020 sarebbero state “le elezioni più INACCURATE & TRUFFALDINE della storia” se il voto per corrispondenza universale fosse stato attuato.

Capitale Italiana della Cultura 2022: candidate 28 città

Sono 28 le città in corsa per il titolo di “Capitale della cultura italiana” per l’anno 2022. Lo comunica il Mibact trasmettendo al presidente della Conferenza Unificata l’elenco delle città che hanno perfezionato la candidatura. Entro il 12 ottobre la commissione di valutazione definirà la short list delle 10 città finaliste. La procedura di valutazione si concluderà entro il 12 novembre 2020.

“In tutte le sue edizioni la Capitale della cultura ha innescato meccanismi virtuosi tra le realtà economiche e sociali dei territori. Non è un concorso di bellezza, viene premiata la città che riesce a sviluppare il progetto culturale più coinvolgente, più aperto, innovativo e trasversale”. E’ il commento del Ministro Dario Franceschini.

Il titolo di Capitale italiana della cultura viene conferito per la durata di un anno e la città vincitrice riceve un milione di euro per la realizzazione del progetto. Dalla sua istituzione il titolo è stato assegnato: nel 2015, alle Città di Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena; nel 2016, a Mantova; nel 2017, a Pistoia, nel 2018, a Palermo. Parma è la Capitale italiana della cultura per il 2020 e 2021, il titolo le è stato prorogato dal Dl Rilancio che ha anche proclamato, in segno di solidarietà, Bergamo e Brescia Capitali italiane della Cultura per il 2023. Di seguito l’elenco delle 28 città in corsa per il titolo dell’edizione 2022:

1. Ancona
2. Arezzo
3. Arpino (Frosinone)
4. Bari
5. Carbonia (Sud Sardegna)
6. Castellammare di Stabia (Napoli)
7. Cerveteri (Roma)
8. Fano (Pesaro Urbino)
9. Isernia
10. L’Aquila
11. Modica (Ragusa)
12. Molfetta (Bari)
13. Padula (Salerno)
14. Palma di Montechiaro (Agrigento)
15. Pieve di Soligo (Treviso)
16. Pisa
17. Procida (Napoli)
18. San Severo (Foggia)
19. Scicli (Ragusa)
20. Taranto
21. Trani (Bat)
22. Trapani
23. Tropea (Vibo Valentia)
24. Venosa (Potenza)
25. Verbania (Verbano-Cusio-Ossola)
26. Verona
27. Vigevano (Pavia)
28. Volterra (Pisa)

Covid: negli Usa un maxi studio sugli anticorpi monoclonali

Assorted pills

I pazienti ricoverati con Covid-19 in alcuni ospedali selezionati in tutto il mondo potranno decidere di partecipare alla sperimentazione clinica avviata per testare la sicurezza e l’efficacia di questo potenziale nuovo trattamento per la malattia.

A darne notizia è il Niaid (National Institute of Allergy and Infectious Disease) guidato dallo scienziato Anthony Fauci, che spiega: “Studiare l’impatto di questa terapia sperimentale su più popolazioni di pazienti allo stesso tempo è fondamentale per determinare se può aiutare i pazienti con diversi livelli di gravità della malattia. Questi studi simultanei hanno il potenziale per produrre dati clinici significativi e completi”.

Lo studio, randomizzato e controllato, di Fase 3 è stato ‘battezzato’ Activ-3 ed è progettato per espandersi e testare diversi tipi di trattamenti con anticorpi monoclonali. Si potranno anche arruolare altri volontari nel mezzo della sperimentazione, se un trattamento specifico mostrerà risultati promettenti. La sperimentazione si svolgerà in ospedali selezionati in tutto il mondo che fanno parte delle reti di sperimentazione clinica esistenti.

Ricordo di un amico vescovo, Lorenzo Chiarinelli.

“Egli (il Verbo) divenne uomo affinché noi fossimo deificati”, affermò sant’Atanasio (vescovo di Alessandria nel IV secolo) nel suo scritto “L’Incarnazione del Verbo”.

Deificati nel senso di capaci di trascendenza, annotava il vescovo emerito di Viterbo Lorenzo Chiarinelli, che quello scritto ebbe sempre caro.

Nella difficoltà della cultura occidentale di conservare vivo e vitale il riferimento alla trascendenza, don Lorenzo individuava con sofferenza una delle radici delle nostre difficoltà, e al tempo stesso lo stimolo per proporre percorsi idonei a trovare o ritrovare il gusto della trascendenza dentro le sfide della post-modernità.

Ripercorro in queste ore il nostro epistolario, negli ultimi anni prevalentemente digitale, e riscopro le ragioni che hanno reso caro il vescovo Lorenzo a generazioni di Laureati cattolici e di fucini: una disponibilità a starti vicino come fratello maggiore, una paternità spirituale delicata e intelligente, un realismo evangelico nutrito di passione biblica e patristica.

Tra le parole che in queste ore più ricorrono nei commenti e nei ricordi di quanti lo ebbero caro, quella più frequente per descriverlo è “perspicacia”, proprio nel senso etimologico, di capacità di vedere in profondità attraverso le cose, e di aiutare gli altri a fare altrettanto.

Intellettuale vero, proprio perché non distante dagli altri, ma interessato a ridurre la distanza, reale e percepita, mons. Chiarinelli ha attraversato molte stagioni della Chiesa italiana da protagonista, ma mai da primadonna: all’umiltà del tratto si accompagnavano sempre l’affidabilità del suo argomentare e la dolcezza del suo sorriso.

Ripensando e facendo memoria di don Lorenzo, ed esprimendo alla “sua” chiesa reatina, di cui fu figlio e dove tornò a vivere in questi ultimi dieci anni, e al suo vescovo mons. Domenico Pompili, il sentimento di cordoglio a nome anche di tanti che lo hanno stimato e che hanno potuto godere della sua amicizia, non posso non essere grato al Signore per la presenza e la vicinanza di don Lorenzo nella mia vita, quella privata e familiare, quella associativa e pubblica.

Le alleanze anomale.

La costruzione delle alleanze politiche ed elettorali nel nostro paese sono sempre stati un’operazione complessa ed articolata. Frutto di un sistema proporzionale che esaltava, giustamente, le varie identità culturali e territoriali. Ma frutto anche, e soprattutto, di una deriva trasformistica che ha contaminato nel corso degli anni molte formazioni politiche. Certo, il trasformismo è un tarlo che accompagna e caratterizza, da sempre, le dinamiche della politica italiana. Ma, comunque sia, la formazione delle coalizioni elettorali – a livello nazionale ma soprattutto a livello locale – sono sempre state il frutto concreto di una fantasia senza limiti. Dove l’obiettivo, del tutto comprensibile e persin scontato, resta sempre quello di conquistare il maggior numero di voti con la coalizione più ampia possibile. Un obiettivo certamente nobile purchè non diventi un gioco che mette a forte rischio la stessa credibilità della politica. Perchè un conto è dar vita ad alleanze e coalizioni elettorali dove la politica continua ad avere un senso attraverso un programma comune e una affinità politica e culturale dei vari contraenti. Almeno spiegabile alla pubblica opinione. Altra cosa è trasformare la coalizione in una sorta di pallottoliere dove gli unici elementi che si riscontrano sono quelli di salire frettolosamente sul carro del vincitore da un lato e quello di cambiare altrettanto rapidamente giudizio su quella coalizione e quei candidati dall’altro. Per cui ci troviamo, come ci riportano quotidianamente vari resoconti giornalistici, coalizioni formate da una sventagliata di liste e con candidati che sino a poche settimana prima si scagliavano l’un contro l’altro senza pietà, come si suol dire.

Ora, senza scivolare nel moralismo e nella mera denuncia, credo che non ci si possa non porre il tema della credibilità della politica, della sua classe dirigente e dello stesso programma di governo e territoriale di fronte ad uno spettacolo così poco edificante. Cosa significa, nello specifico, costruire una alleanza con oltre 20 liste fatte anche da candidati che sino a poco tempo prima teorizzavano la necessità di creare una secca alternativa politica rispetto a quegli stessi candidati con cui adesso si alleano? Come è possibile ridare credibilità, autorevolezza, nobiltà e prestigio alla stessa politica e alla sua classe dirigente quando il trasformismo più bieco, e anche più plateale, è così smaccato e persin plateale? E, infine, come si pensa anche di governare bene un territorio quando gli interessi, le varie sensibilità – chiamiamole così per spirito di fraternità e amicizia …- e le stesse modalità del far politica sono così diverse all’interno della stessa coalizione? Sono, credo, domande legittime che meritano una risposta altrettanto dovuta. Anche perchè continuare a blaterare di rinnovamento della politica, di cambiamento della politica, di discontinuità della politica e della stessa classe dirigente e poi assistere a spettacoli così decadenti, fa crescere la voglia di tornare a quella vecchia politica da cui si vuole continuare a prendere le distanze. E questo per un semplice e persin banale motivo. E cioè, il trasformismo non può diventare la regola nella dialettica politica italiana perchè, prima o poi, sarebbe la stessa credibilità della politica a pagarne le conseguenze in forma più o meno diretta.

Ecco perchè l

La costruzione delle alleanze politiche ed elettorali nel nostro paese sono sempre stati un’operazione complessa ed articolata. Frutto di un sistema proporzionale che esaltava, giustamente, le varie identità culturali e territoriali. Ma frutto anche, e soprattutto, di una deriva trasformistica che ha contaminato nel corso degli anni molte formazioni politiche. Certo, il trasformismo è un tarlo che accompagna e caratterizza, da sempre, le dinamiche della politica italiana. Ma, comunque sia, la formazione delle coalizioni elettorali – a livello nazionale ma soprattutto a livello locale – sono sempre state il frutto concreto di una fantasia senza limiti. Dove l’obiettivo, del tutto comprensibile e persin scontato, resta sempre quello di conquistare il maggior numero di voti con la coalizione più ampia possibile. Un obiettivo certamente nobile purchè non diventi un gioco che mette a forte rischio la stessa credibilità della politica. Perchè un conto è dar vita ad alleanze e coalizioni elettorali dove la politica continua ad avere un senso attraverso un programma comune e una affinità politica e culturale dei vari contraenti. Almeno spiegabile alla pubblica opinione. Altra cosa è trasformare la coalizione in una sorta di pallottoliere dove gli unici elementi che si riscontrano sono quelli di salire frettolosamente sul carro del vincitore da un lato e quello di cambiare altrettanto rapidamente giudizio su quella coalizione e quei candidati dall’altro. Per cui ci troviamo, come ci riportano quotidianamente vari resoconti giornalistici, coalizioni formate da una sventagliata di liste e con candidati che sino a poche settimana prima si scagliavano l’un contro l’altro senza pietà, come si suol dire. 

Ora, senza scivolare nel moralismo e nella mera denuncia, credo che non ci si possa non porre il tema della credibilità della politica, della sua classe dirigente e dello stesso programma di governo e territoriale di fronte ad uno spettacolo così poco edificante. Cosa significa, nello specifico, costruire una alleanza con oltre 20 liste fatte anche da candidati che sino a poco tempo prima teorizzavano la necessità di creare una secca alternativa politica rispetto a quegli stessi candidati con cui adesso si alleano? Come è possibile ridare credibilità, autorevolezza, nobiltà e prestigio alla stessa politica e alla sua classe dirigente quando il trasformismo più bieco, e anche più plateale, è così smaccato e persin plateale? E, infine, come si pensa anche di governare bene un territorio quando gli interessi, le varie sensibilità – chiamiamole così per spirito di fraternità e amicizia …- e le stesse modalità del far politica sono così diverse all’interno della stessa coalizione? Sono, credo, domande legittime che meritano una risposta altrettanto dovuta. Anche perchè continuare a blaterare di rinnovamento della politica, di cambiamento della politica, di discontinuità della politica e della stessa classe dirigente e poi assistere a spettacoli così decadenti, fa crescere la voglia di tornare a quella vecchia politica da cui si vuole continuare a prendere le distanze. E questo per un semplice e persin banale motivo. E cioè, il trasformismo non può diventare la regola nella dialettica politica italiana perchè, prima o poi, sarebbe la stessa credibilità della politica a pagarne le conseguenze in forma più o meno diretta. 

Ecco perchè la prossima consultazione elettorale nelle varie regioni assume una importanza decisiva non solo per misurare la vittoria del centro destra o del centro sinistra ma anche e soprattutto per la qualità della politica e per la stessa credibilità dei vari programmi amministrativi. E dalla formazione delle coalizioni e delle alleanze elettorali arriva anche un preciso segnale su come, concretamente, si pensa di ridare credibilità alla politica e alle stesse istituzioni democratiche. La logica del pallottoliere e la scorciatoia del trasformismo non possono mai, al di là delle singole convenienze e delle più svariate specificità locali, rappresentare l’orizzonte entro il quale si rilancia la politica e la sua trasparenza. La “cultura del progetto e la cultura del comportamento”, quindi, come ci ricordava molti anni fa un grande storico del movimento cattolico italiano Pietro Scoppola, non possono mai essere distinti o disgiunti per un buon politico. Soprattutto in una fase storica come quella che stiamo attualmente vivendo. E questo non solo per il bene della politica ma per la stressa qualità della nostra democrazia.

non solo per misurare la vittoria del centro destra o del centro sinistra ma anche e soprattutto per la qualità della politica e per la stessa credibilità dei vari programmi amministrativi. E dalla formazione delle coalizioni e delle alleanze elettorali arriva anche un preciso segnale su come, concretamente, si pensa di ridare credibilità alla politica e alle stesse istituzioni democratiche. La logica del pallottoliere e la scorciatoia del trasformismo non possono mai, al di là delle singole convenienze e delle più svariate specificità locali, rappresentare l’orizzonte entro il quale si rilancia la politica e la sua trasparenza. La “cultura del progetto e la cultura del comportamento”, quindi, come ci ricordava molti anni fa un grande storico del movimento cattolico italiano Pietro Scoppola, non possono mai essere distinti o disgiunti per un buon politico. Soprattutto in una fase storica come quella che stiamo attualmente vivendo. E questo non solo per il bene della politica ma per la stessa qualità della nostra democrazia.

Il mezzogiorno e il piano nazionale per la ripresa

 Il pacchetto di provvedimenti approvati dal Consiglio Europeo con l’intesa del 21 luglio scorso ha creato un nesso strettissimo tra Next Generation EU e Quadro Finanziario Poliennale (QFP) 2021/2027. Così che il QFP, rafforzato dal Next Generation, costituirà il principale strumento finanziario europeo con una dotazione complessiva di 1824 miliardi di euro per l’intero periodo della Programmazione  2021/2027.

     Data la necessità di erogare celermente il sostegno per la ripresa, è inoltre importante creare le condizioni adeguate per la rapida attuazione dei progetti di investimento, in particolare, nelle infrastrutture. A tal fine, la Commissione Europea si sta  adoperando per accelerare ed agevolare le procedure dei singoli Stati in modo che questi ultimi possano preparare Piani nazionali per la ripresa in cui sono stabiliti le riforme e gli investimenti riguardanti il periodo 2021/2027. Il tutto entro il 31/12/2023 per quanto riguarda la definizione dei contratti del programma integrato Next Generation EU  ed entro il 31/12/2026 per la liquidazione dei relativi pagamenti.

    Detto questo, il punto fondamentale che bisogna allora evidenziare, nella prospettiva della definizione del Piano nazionale per la Ripresa del nostro Paese, è l’appello dell’Unione Europea ad aiutare con il Next Generation il Sud al fine di colmare il gap con il Nord, che non è affare esclusivo dell’Italia ma riguarda l’intera Europa.

     Con riferimento alla programmazione 2014/2020, infatti, è stato evidenziato che gli investimenti pubblici con risorse nazionali effettuati nelle Regioni del Mezzogiorno sono stati di circa il 20% inferiori agli impegni assunti dall’Italia con l’UE e questo rischia di vanificare l’efficacia della politica di coesione perseguita con i fondi strutturali. Lo ha sottolineato ufficialmente il direttore della Direzione Generale Politiche Regionali, Marc Lemaitre, in una lettera inviata al nostro Governo “con … cifre … preoccupanti sugli investimenti al Sud, che sono in calo e non rispettano i livelli previsti per non violare la regola UE dell’addizionalità”. E ciò in quanto i fondi strutturali impattano sull’economia solo se non vanno a sostituire la spesa pubblica ma rimangono un valore aggiunto. Da qui la richiesta della Commissione al nostro Paese di invertire la tendenza e garantire un adeguato livello di investimenti al Sud. Con l’avvertenza che, in caso contrario, potrebbe partire una “rettifica finanziaria” con taglio dei fondi strutturali e lancio di un partenariato con l’Italia sulla politica di coesione per il Sud.

     Questa stessa posizione è stata, poi, esplicitamente ribadita dallo stesso Lemaitre, aprendo i lavori della Settimana europea delle Città e delle Regioni: “Non conosco nessun altro Paese che ha una situazione così debole. Gli sforzi europei fatti attraverso il bilancio comunitario sono stati neutralizzati dai tagli agli investimenti pubblici nel Mezzogiorno”.

     Fare uscire il Sud dal ritardo di sviluppo che lo attanaglia è, dunque, la decisa riforma che l’Unione si attende dall’Italia. Sapendo bene che in Europa centrale gli investimenti pubblici per le Regioni meno sviluppate raggiungono il 4% del PIL, ben dieci volte di più rispetto a quanto investito nelle Regioni del nostro Mezzogiorno che registrano impieghi per un misero 0,4% del PIL. E di ciò vi è pieno riscontro nelle analisi e denunce degli Istituti e Centri studi più accreditati, come ad es. la SVIMEZ, che denunciano da tempo la drammaticità delle conseguenze sociali (in particolare, per i giovani e le donne) con la crescente tendenza ad aggravarsi della povertà e della disoccupazione.

     Per queste ragioni, dei 209 miliardi di euro previsti per il Next Generation EU, la gran parte dovrebbe essere destinata al finanziamento dei progetti presentati dalle Regioni del Mezzogiorno, in coerenza con i principi e le politiche di coesione sociale nazionale ed europea. Pacchetto di risorse al quale sarebbero poi da aggiungere le quote degli stanziamenti 2021/2027 di 27 miliardi per la politica di coesione, di 36,3 miliardi per la nuova politica agricola e di 73 miliardi per il fondo sviluppo e coesione. Il tutto per dare al Mezzogiorno un ruolo attivo nel Mediterraneo e recuperare all’Italia e all’Europa quella centralità che le scelte del Next Generation EU dimostrano di considerare indispensabile.

     Dunque, per il Mezzogiorno vi è la possibilità di un intervento di dimensione storica a sostegno  dell’economia messa in ginocchio dalla lunga fase di ristagno e dal precipitare della crisi pandemica. Occorre, però, che esso assuma una nuova visione strategica. Fatta, soprattutto, di scelte politiche in cui le Regioni si muovano coerentemente ed all’unanimità per realizzare una serie di interventi integrati fra loro, sapendo che dopo questa non vi sarà più un’altra occasione  per riprendere un cammino di crescita e di sviluppo.

     E, allora, bisogna dirlo con chiarezza e determinazione: l’esito della partita prima che decidersi al tavolo nazionale nel ‘gioco’ delle proposte del Governo e delle scelte del Parlamento si risolverà in campo regionale sulla base della capacità che governatori e politici del Mezzogiorno avranno di sapersi coordinare tra di loro per elaborare una strategia unitaria e saper resistere all’attacco già sferrato dagli interessi del Nord per destinare i soldi europei “all’Italia che produce” e che costituisce la “locomotiva” (in verità, ferma da quasi un ventennio) del Paese.

     Non si tratta, in altri termini, di costruire elenchi di opere per lo più infrastrutturali da contrapporre ai 137 progetti presentati il 21 giugno scorso alla fine dei cd. Stati generali voluti dall’Esecutivo in attesa che l’UE desse il via libera al Recovery Plan. I responsabili delle politiche regionali e locali del Mezzogiorno dovranno invece saper definire delle linee politiche innovative  e ciò non solo nei contenuti degli investimenti rientranti nell’ambito dei tre “pilastri” indicati dal Consiglio Europeo: rafforzare la resilienza e la capacità del sistema sanitario; concentrarsi sulla transizione verde e digitale; migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e l’efficacia della Pubblica Amministrazione, ma soprattutto nella metodologia di un piano strategico macroregionale che si connoti, in ultimo, per la capacità di saper coordinare la governance tra regioni, città metropolitane e province o liberi consorzi di comuni. Il che significa che bisogna rivedere i limiti sempre più gravi di un’assenza di strategia per uno sviluppo innovativo e sostenibile, nel quadro di un percorso riformatore in grado di mobilitare le potenzialità latenti per una fuoruscita dalla crisi a partire dalle difficoltà finanziarie, sociali e sanitarie e dai precari assetti del funzionamento del sistema istituzionale regionale e territoriale.

      Sarebbe senz’altro l’inizio della costruzione della più grande riforma strutturale che si possa immaginare per il Sud e l’Italia intera. In quanto avvierebbe di fatto la concretizzazione della strategia macroregionale anche per quell’area del Paese che finora vi è rimasta estranea ed invece con la sua adozione potrebbe ergersi a protagonista non solo del proprio sviluppo ma anche della rinascita dell’intero Paese, per non dire dell’intera Europa.

     È quindi una partita decisiva. Che non si può perdere. Pensando di promuovere, prima, progetti assistenziali, divisivi e frazionistici e, poi, distribuire fondi ‘a pioggia’ per l’acquisizione del consenso elettorale. Se così avvenisse, allora sì che per il Mezzogiorno non vi sarebbe più  futuro!

Il cibo italiano celebra i 200 anni dalla nascita di Artusi

Il cibo italiano celebra i 200 anni dalla nascita di Pellegrino Artusi, l’autore del primo codice alimentare dell’Italia unita “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” che diede un contributo fondamentale per amalgamare, prima a tavola e poi nella coscienza popolare, le diverse realtà regionali a tavola secondo una tradizione che ancora oggi tiene unito il popolo italiano in un unico senso d’appartenenza. A ricordarlo è la Coldiretti in occasione del bicentenario del celebre scrittore, gastronomo e critico letterario italiano, unanimemente riconosciuto come il papà della cucina italiana, nato il 4 agosto a Forlimpopoli. Un anniversario che – spiega la Coldiretti – deve diventare l’occasione per rilanciare in Italia e nel mondo la vera ristorazione 100% Made in Italy che rischia un crack da 34 miliardi nel 2020 a livello nazionale a causa della crisi economica, del crollo del turismo e del drastico ridimensionamento dei consumi fuori casa provocati dall’emergenza coronavirus.

E’ anche grazie al prezioso lavoro di Artusi – sottolinea Coldiretti – se l’agroalimentare italiano in pochi anni da una economia di sussistenza ha saputo conquistare primati mondiali e diventare simbolo e traino del Made in Italy grazie all’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie con Campagna Amica. Non a caso il cibo rappresenta per quasi il 18% degli italiani la principale motivazione di scelta del luogo di villeggiatura, mentre per un altro 50% costituisce uno dei criteri su cui basare la propria preferenza e solo un 7% dichiara di non prenderlo per niente in esame, secondo un’indagine Coldiretti-Ixe’.

Molti dei piatti, descritti per la prima volta dall’Artusi sono – sottolinea la Coldiretti – frutto di un mix delle diverse esperienze regionali che sono diventati oggi il simbolo del nostro Paese: dal “sugo di carne” della domenica italiana alla balsamella, dai maccheroni alla napoletana al risotto alla milanese, dalla fiorentina ai saltimbocca alla romana fino al minestrone che sotto un unico nome lungo tutto lo stivale incorpora però ingredienti diversi. Il minestrone – ricorda la Coldiretti – venne scoperto dall’autore a Livorno ma col passar del tempo è diventato famoso in tutta Italia, anche se con caratteristiche diverse in base ai prodotti locali e alle tradizioni come lui stesso dice “padronissimi di modificarlo a vostro modo a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano……lesso, fagioli, cavolo verzotto, spinaci, poca bietola, prosciutto grasso, una piccola cipolla, zucchino, poco sugo di pomodoro…”.

Lo stesso ragu’ di carne che oggi viene considerato il primo attore della domenica in famiglia è stato codificato dal profeta della cucina italiana “prendete un pezzo di carne nel lucertolo e steccatelo con fettine di prosciutto grasso e magro … battutino di lardone, aglio, prezzemolo, sale e pepe. Accomodata la carne… e legata collo spago per tenerla più unita, ponetela al fuoco con un battuto di lardone e cipolla finemente tritata… rosolata che sia la carne e consumato il battuto, aggiungetevi tre o quattro pezzi di pomodoro sbucciati e quando questi siano distrutti, unitevi, a poco per volta, del sugo di pomodoro passato. In mancanza di pomodori freschi servitevi di conserva”.

E la balsamella divenuta col passar del tempo besciamella, ancora oggi – precisa la Coldiretti – accompagna ogni piatto di festa e gli ingredienti, sono da sempre gli stessi: farina, burro, latte. La “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” – conclude la Coldiretti – è stato: pubblicato per la prima volta nel 1891 oltre ad essere un delizioso ricettario, rappresenta il vero punto fermo della tradizione culinaria italiana attraverso lo studio delle varie cucine regionali per rivisitarle dando loro una sorta di base comune, di minimo comun denominatore, capace di creare una nuova tradizione.

Ecobonus: i nuovi contributi per i veicoli a basse emissioni

Fino al 31 dicembre 2020 sarà possibile prenotare sul sito ecobonus.mise.gov.it l’incentivo per l’acquisto di veicoli a basse emissioni di categoria M1, con le novità introdotte nel decreto Rilancio. Per la misura sono messi a disposizione altri 50 milioni di euro, che si aggiungono ai fondi già stanziati per l’incentivo, pari a 100 milioni di euro per l’anno 2020 e 200 milioni per il 2021.

In particolare, è ampliata la gamma di veicoli a basse emissioni M1 per le quali sarà possibile richiedere il contributo, che potrà arrivare fino a 8 mila euro per l’acquisto con rottamazione e fino a 5 mila euro per l’acquisto senza rottamazione. All’ecobonus si potranno aggiungere sconti fino a 2 mila euro che verranno concessi direttamente dai venditori.

Alle tipologie M1 già previste si aggiunge, infatti, la fascia di veicoli con emissioni di C02 61/110 g/km appartenente alla classe ambientale Euro 6 con prezzo di listino non superiore ai 40 mila euro.

Dal 1 agosto, oltre alle novità già entrate in vigore lo scorso 22 luglio per l’acquisto di veicoli di categoria L (ciclomotori, motocicli e veicoli analoghi) con la rottamazione, si potranno prenotare online anche i contributi per l’acquisto di veicoli senza dover consegnare un veicolo per la rottamazione.

In questo caso il contributo applicato sarà del 30% del prezzo di acquisto fino a massimo 3.000 euro, mentre è del 40% del prezzo d’acquisto fino a massimo 4.000 euro con la rottamazione.

 

Infezioni sessualmente trasmesse. In 18 anni cresciute del 40%

Le Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST) sono aumentate del 40% negli ultimi 18 anni (dal 2000 al 2018) e rimangono in costante aumento soprattutto nella popolazione maschile, con alcune di queste che sono addirittura raddoppiate o triplicate. Lo dicono i dati appena aggiornati ed elaborati dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’ISS.

L’impennata dei casi di infezione dal 2000 al 2018 riguarda soprattutto la Chlamydia trachomatis, con una percentuale del 30%. I casi di infezione da Chlamydia trachomatis riguardano soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni che mostrano una prevalenza di infezione tripla rispetto ai soggetti di età superiore. In aumento anche la gonorrea, i cui casi di infezione sono raddoppiati negli ultimi tre anni.

I condilomi sono triplicati. La sifilide è raddoppiata nel 2018 rispetto al 2000.

Mentre l’HIV appare in diminuzione dopo il picco del 2016.

Esplosione a Beirut

Il declino della politica

Il fatto che la politica  – superando sconquassi, sfiducia, delusioni, falsità, tradimenti e millanterie – riemerga sempre dai pantani in cui viene a trovarsi per motivi nuovi e sorprendenti la dice lunga sulla sua vera forza intrinseca e invincibile: la capacità di succedere a se stessa. 

Un tempo i cortigiani applaudivano i giullari per compiacere i propri padroni ma complottavano in segreto per sottrarsi al giogo della sottomissione.

Le trame erano ordite per sordide lotte di potere ma anche per aneliti di libertà.

Oggi si sceglie in genere una via più breve e indolore perché la democrazia offre nuove opportunità: il banchetto è troppo ghiotto e conviene accodarsi per tempo, si parte raccattando briciole e – se va bene – si arriva pure al dessert. Tutti volevano il maggioritario e ora chiedono il proporzionale: arriveremo alla polverizzazione parlamentare pur di conservare uno o due seggi sicuri.

Sbagliava Beppe Grillo quando diceva che i politici sono morti, fantasmi inconsistenti e sonnambuli che vagolano nel vuoto: per qualcuno che parte davvero c’è sempre un sostituto pronto a subentrare, a prescindere dal pedaggio. 

A cominciare dai suoi compagni di viaggio: dal rifiuto ad ogni confronto all’esser parte di due governi con alleati alternativi tra loro. Amici-nemici ma sempre al comando.

E’ la parte nobile della politica che muore quando questa si diffonde come un gas velenoso che offusca i cuori e la mente del suo popolo.

Il miraggio della carriera, del successo risucchiano generosamente nuove alternative e per cento che cadono o si occultano ce ne sono mille che intraprendono la scalata. 

Non sono i politici a dissolversi ma è la politica stessa che se ne va: sparito il copione restano i teatranti e si recita a soggetto.

Certo, insieme a loro rimangono nobili parole –  pace, democrazia, uguaglianza, libertà, giustizia – non importa se servono solo per infinocchiare la gente, per annichilirla di proclami elettorali, promesse irrealizzabili, chimere, utopie.

Il primo ladrocinio consiste appunto nel contrabbando delle parole: basterebbe passare in rassegna certe carriere per rendersi conto che c’è gente che blatera da una vita senza aver mai lavorato un solo giorno: eppure questo è un parametro eloquente ma disatteso.

Salvo esporre al pubblico ludibrio intere categorie sociali, colpendo nel mucchio: “daremo una lezione ai fannulloni”. O cercare– non si sa mai -un capro espiatorio da far fuori per via giudiziaria.

Se la politica cessa di essere un servizio e diventa un mestiere non potrà che avvalersi di mestieranti, persone disposte a tutto pur di cavalcare l’onda lunga del successo, pur di privilegiare il proprio personale tornaconto. Non possiamo “stare sereni”, visto da fuori il panorama è desolante e riguarda il sistema : il tam tam mediatico amplifica fatti e fattacci, abitua al peggio, suscita invidie e rancori, alza il tono dell’odio e dei risentimenti. Troppi fatti personali, troppi miscugli di potere: se tornasse Montesquieu caccerebbe a frustate molti mercanti dai templi delle istituzioni.

Eppure anche tra noi c’è chi parteggia, litiga, si schiera: siamo presi a legnate e baciamo il bastone, siamo volgarmente strumentalizzati (nel voto, nel consenso, nella fiducia) ma ben disposti a metterci in fila, siamo derubati ma inneggiamo ai predoni, ci lamentiamo della pinguedine dei rubicondi commensali ma non vediamo l’ora di sederci al loro fianco, ad una qualunque tavola imbandita. Qualcuno pensa al bene comune? Solo la coerenza lo potrebbe dimostrare, l’esempio.

Si dice che Esaù avesse venduto la primogenitura per un piatto di lenticchie, oggi vanno bene pure le frattaglie: si sa che in molti tengono famiglia.

La decadenza, persino la fine della politica, non è un fatto che riguardi solo i potenti di turno, i personaggi incoerenti o le torbide figure dei demagoghi affabulatori, tra sparate e supercazzole.

E’ piuttosto un fenomeno che si materializza in tutta la sua desolante, impotente tristezza allorquando un popolo, vessato e tradito, insieme alla pazienza perde anche il seme di una minima speranza. Si naviga a vista tra un prestito e un bonus, senza una meta o un progetto, verso il nulla.

Mascherina: un italiano su quattro non la indossa.

Circa il 27% degli italiani – dunque poco meno di un italiano su quattro – non indossa la mascherina, nonostante il quadro sanitario del Paese sia ancora compromesso per via della pandemia da Coronavirus. In molti lo fanno raramente senza curarsi del pericolo di contagio e senza rispettare le misure di sicurezza imposte. Il dato emerge da un’indagine della Coldiretti e di Ixè.

Nel rapporto si parla di una tendenza piuttosto diffusa ad abbandonare alcune delle “buone pratiche” che durante il lockdown e nelle primissime settimane successive alle riaperture venivano adottate pressoché dalla totalità del Paese.

Il dato trova riscontro anche nel fatto che il 35% dei vacanzieri trascorre l’estate 2020 evitando il più possibile contatti con altre persone e restando da soli o con la propria famiglia, secondo l’indagine Codiretti-Ixè. «A questi si aggiunge un altro 59% – conclude la Coldiretti – che andrà in vacanza con gli amici più stretti e fidati, mentre solo un 8% di “temerari” non rinuncia alle vacanze di gruppo, cercando anche di fare nuove conoscenze».

Inaugurato il Ponte San Giorgio che unisce ponente e levante di Genova e la città al mondo.

Un capolavoro di tecnica e di laboriosità: 14 mesi ininterrotti di lavoro, 24 ore su 24 , a meno di due anni dal tragico crollo del ponte Morandi  avvenuto il 14 agosto 2018. Una prova di orgoglio che rinnova il mito di Genova “ la Superba”, sotto la protezione di San Giorgio nome scelto dal Sindaco Bucci, uno dei tre artefici di questo miracolo italiano insieme al presidente di Regione Liguria Giovanni Toti e all’architetto Renzo Piano  – genovese e senatore a vita con pieno merito- che l’ha  pensato e disegnato con una prova di genialità senza pari.

Insieme a loro la gratitudine abbraccia e unisce  tutti gli operai, i geometri, gli architetti, i tecnici che si sono prodigati senza sosta per edificare questo simbolo di riscatto.
Ma il primo pensiero mentre dopo il temporale sul Ponte San Giorgio spunta il magnifico ponte dell’arcobaleno, quasi a unire terra e cielo, il primo pensiero va alle 43 vittime e si loro parenti che hanno incontrato il Presidente  Mattarella in Prefettura ma hanno disertato la cerimonia di inaugurazione alla  presenza delle massime autorità dello Stato, in segno di protesta per un evento tragico causato dall’incuria dell’uomo, ancora sotto inchiesta della Magistratura.

Sarò passato migliaia di volte sul ponte Morandi. Due ore  prima c’era passata  mia figlia, medico in un ospedale del centro città. Quella ferita è stata una pugnalata al cuore della città e non sarà mai dimenticata. Valgano allora le parole del Presidente  Toti a riassumere il senso di una tragedia causata dalla negligenza umana e il valore di una prova di orgoglio e di riscatto, quale è stata la ricostruzione del ponte nuovo a tempo di record: “mai più” e “sempre così”.

Come a dire mai più errori e sempre così quando si deve ripartire dopo una tragedia.
Genova ha dato una lezione all’Italia, all’Europa e al
Mondo. Il Sindaco Bucci – uomo apparentemente rude e di poche parole ma straordinariamente capace a governare la sua, la mia città – si è  piazzato , metaforicamente, sotto il ponte in costruzione e non se ne è andato fino a quando non è stato finito.

“Genova per noi” dice una canzone cavallo di  battaglia di Paolo Conte e Bruno Lauzi. Genova per noi è stato un esempio, una prova concreta , una lezione ( ai ciarlatani e agli affabulatori pieni di se’ ) che le cose si possono fare quando c’è serietà, impegno, competenza, concretezza.

Storicamente Genova e i genovesi – definiti mugugnoni e chiusi di carattere- sono sempre stati così: capaci, orgogliosi,  superbì ma mai spocchiosi e fanfaroni. Poche parole e tanti fatti. Speriamo che le autorità dello Stato presenti su quel ponte nuovo e miracoloso abbiano imparato una doppia lezione: il rispetto per le vittime del crollo del Morandi e l’ammirazione per tutti gli uomini che con l’ ingegno, la dura fatica, la determinazione, la volontà , la voglia di risorgere assumendosi delle responsabilità hanno dato una lezione di alto valore simbolico  in un momento peraltro difficile e critico della Storia del nostro Paese.

A Roma cinque furti nella Chiesa dei Gordiani nel 2020

La Parrocchia di Santa Maria della Misericordia ai Gordiani, è stata “ oltraggiata e derubata” per la quinta volta da gennaio del 2020. L’ultimo episodio è accaduto nella notte fra sabato e domenica 2 agosto, quando i sacerdoti che abitano nella canonica, hanno sentito dei rumori sospetti e  hanno chiamato il 112 dei Carabinieri. Cosa stava succedendo?   Tre malviventi avevano scavalcato su via   dei Gordiani,  l’inferriata del cortile, forzato il portone d’ingresso della Parrocchia, per passare attraverso la Chiesa, e  dopo aver danneggiato  porte e vetri,  sono entrati negli uffici  alla ricerca di materiale da rubare,  mettendo a soqquadro gli arredamenti e portando via alcuni strumenti digitali e alcune offerte. Sono arrivate subito dopo le pattuglie  dei Carabinieri, ma i ladri già si erano dati alla fuga. 

Dopo tre gravi furti, con danni economici rilevanti, in questa Chiesa di frontiera, al  Prenestino nel V° Municipio,  lo scippo  a una signora ottantenne che entrava in Chiesa, ai primi di luglio, e quanto è accaduto l’altra notte, ha determinato un forte risentimento e viva preoccupazione non solo per la Comunità parrocchiale, ma per gli abitanti del quartiere perchè le condizioni di scarsa sicurezza del territorio,  trovano terreno fertile nella microcriminalità urbana, in questa fase di incertezza causata anche dalla pandemia.

La Comunità parrocchiale ritiene necessario un intervento dei Pubblici Poteri, partendo delle Autorità Comunali, Sindaco e Presidente Municipio V°, attraverso “ l’Ufficio Speciale Rom, Sinti, Camminanti”, per verificare tramite un reale accertamento degli aventi diritto, le presenze nel Villaggio autorizzato dei Gordiani, che confina con la Parrocchia ed è uno dei sei siti gestiti dal Comune di Roma, l’unico localizzato in un luogo abitato.

Inoltre rivolge un appello al Questore e al Prefetto per garantire una migliore sicurezza nel quartiere, per eliminare una persecuzione malavitosa contro una parrocchia benemerita, che da circa 70 anni è al servizio  dei cittadini, in modo particolare di quelli che sono i più fragili. 

Per Melbourne è nuovamente lockdown

Il governo dello Stato australiano di Victoria ha ordinato la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali nella capitale Melbourne per cercare di frenare la diffusione del coronavirus.

Le nuove misure con l’inasprimento del lockdown sono state annunciate dal governatore Daniel Andrews che ha parlato di «lotta contro questo incendio della sanità pubblica». Così  Melbourne passerà anche alla fase 4 con regole più severe per limitare la circolazione delle persone. Questo include un coprifuoco, dalle 20 alle 5 del mattino.

Le uniche ragioni per uscire di casa durante queste ore saranno il lavoro, le cure mediche e l’assistenza.

Ci saranno esenzioni per i partner che vivono separati e per il lavoro, se necessario.

Tra le nuove restrizioni il divieto di celebrare matrimoni e la chiusura di centri per l’infanzia e delle scuole, il divieto di allontanarsi più di cinque chilometri dalla propria casa, e limitazioni su spesa (è permesso a solo una persona per famiglia, una volta al giorno) e attività fisiche all’aperto. Lo stato di calamità darà più poteri alla polizia e ad altre forze dell’ordine.

 

Una piazza telematica cardiologica

La pandemia ha stravolto i modelli organizzativi degli ospedali ma anche il confronto scientifico. La necessita’ di rispettare le regole di distanziamento stanno facendo decollare non solo la telemedicina ma anche le teleconferenze. Fra queste esperienze una delle più significative e’ lo spazio concepito prima del coronavirus che ora si candida ad essere fra i più interessanti modelli: una piazza telematica scientifica, Plus Online, che ha avviato in queste settimane le prime sessioni di dibattito e confronto sulla cardiologia, e più in generale, sulle prospettive della salute degli italiani e delle italiane.

Con l’aspirazione di diventare un’agorà digitale permanente in cui clinici, esperti, istituzioni e aziende possano incontrarsi e lavorare insieme per un obiettivo comune: delineare la sanità del futuro.

L’Italia è il primo paese europeo ed il secondo al mondo ad avere la percentuale più alta di persone over 65. Questo porta inesorabilmente ad un aumento delle malattie croniche come le patologie cardiovascolari e respiratorie. Le patologie croniche comportano un aumento dell’impegno per l’assistenza sanitaria e quindi della spesa pubblica.

Quando Sturzo chiedeva di usare i fondi del piano Marshall per la sanità italiana

Il 24 aprile del 1949 “Il Popolo”, quotidiano ufficiale della Democrazia cristiana, riportava in prima pagina un lungo articolo di Luigi Sturzo (qui riprodotto integralmente) dedicato ai problemi della salute pubblica. L’analisi del “padre nobile” dei popolari si fa apprezzare per la dovizia di particolari e la varietà degli aspetti trattati. Vale la pena annotare, alla luce del dibattito odierno sulla possibilità di ricorso al Mes, il passaggio in cui viene avanzata la proposta di utilizzo dei fondi messi a disposizione dal Piano Marshall. Sturzo evidentemente aveva le idee chiare.

E.R.P. Ricostruzione. 15) – Igiene e sanità (“Il Popolo” – 24 aprile 1949)

Luigi Sturzo

Dunque, dalle ultime note risulterebbe che l’Alto Commissariato di Igiene e Sanità non parteciperà ai Fondi-Lire del 1’ e 2’ anno (aprile 1948 – giugno 1950), né ai prestiti in dollari: addirittura diseredato! 

Perché? 

Si dice che deve provvedervi lo Stato con le assegnazioni di Bilancio. Difatti, quest’anno il Bilancio della Sanità si presenta in vari capitoli con delle cifre in più, quale quella della assistenza ai tubercolotici. Ma bisogna andare al fondo; se invece di fermarci al confronto fra le cifre del bilancio 1948-49 e quelle del 1949-50, guardiamo le variazioni fatte in corso dell’anno, la cifra prevista per il 1949-50 risulterebbe inferiore a quella realmente impegnata per il 1948-49. Dobbiamo, quindi, augurare che nel futuro esercizio si facciano le note di variazioni necessarie, le quali, purtroppo, arrivando sempre in ritardo, causano quelle paralisi funzionanti o quell’ingorgo nei pagamenti, che sono oramai malattie endemiche del nostro sistema amministrativo. 

La questione sanitaria è molto complessa e non va guardata solo nelle sue spese di puro esercizio. (Apro una parentesi: si sogliono mettere allo straordinario certe spese che per la loro continuità normalizzata dovrebbero andare alla parte ordinaria. Si tratta di cambiare i criteri formali di ragioneria In criteri sostanziali di amministrazione).

Le vere spese straordinarie da tenere in conto sono quelle per impianti e stabilimenti sanitari destinati ad adeguare le condizioni di molte regioni a quel minimo di vita civile che è proprio indispensabile. 

Nel complesso nazionale, con percentuali variabili dal 5,65 letti per mille, media dell’Alta Italia a 1,44 per mille, media del Mezzogiorno (la provincia di Catanzaro scende a 0,69 per mille Nuoro a 0,64, Avellino a 0,44), occorrono miliardi per ospedali, sanatori, preventori, ambulatori e simili.
È assurdo che non si ricorra al Fondo-Lire. 

Ci sta una tal quale confusione di idee in materia. 

Stiamo intanto al tema della costruzione e attrezzatura di edifici sanitari di varia natura. Solo l’Alto Commissariato di Sanità potrebbe fare, ed ha già fatto, un piano, per quanto limitato, di adattamenti, ampliamenti e nuove costituzioni che si reputano indispensabili. Il primo piano arrivava a 24 miliardi, poi fu ridotto a 18 miliardi e finalmente, limitando allo stretto urgente, a 12 miliardi. 

Mi sembra proprio il caso del sarto siciliano chiamato “Schiticchio”. Costui cominciò a tagliare la stoffa per farne un mantello; sbagliò a tagliare e si ridusse a farne una giacca; quella benedetta forbice andò male e finalmente ne fece un gilet. Per la Sanità eravamo giorni fa alle proporzioni del gilet di Schiticchio; ma che è che non è? Il panno è stato rubato e il sarto è rimasto con la forbice in mano: Niente!

È stato osservato: la costruzione degli edifici statali è competenza del Ministero dei LL.PP.; quella degli edifici locali, é competenza di Comuni. Province, Opere Pie (e ora Regioni), e verrà favorita dallo Stato con i provvedimenti in corso. (A proposito è da augurare che il Vicepresidente Porzio e il Ministro Tupini si mettano di accordo circa il testo definitivo del disegno di legge 371 o altro; altrimenti arriveremo a bocca asciutta alle vacanze estive del Parlamento). 

Né Porzio né Tupini hanno avuto l’idea che il disegno di legge 371 possa venire incontro alle esigenze dell’assistenza sanitaria del paese, sia per i mezzi previsti, sia per la complessità dei lavori pubblici a carico dei Comuni e delle Province. 

Lo Stato non può esimersi dall’intervenire, sia integrando le iniziative locali, sia prendendo iniziative di propria spettanza.

Non si creda che l’ondata della t.b.c. causata dalla guerra e accresciuta nei primi tre anni del dopoguerra, sia talmente diminuita, da bastare l’attuale attrezzatura sanatoriale. Sarebbe un errore grossolano nel quale non sono cadute affatto le autorità sanitarie del nostro Paese. 

Non sappiamo quanti siano gli alunni delle scuole che dovrebbero essere accolti nei preventori, né quanti operai che vanno all’officina che dovrebbero invece essere curati nei sanatori. 

Ed è opportuno generalizzare l’esame medico di alunni e di operai, avvertendoli delle loro condizioni di salute, se poi non sarà possibile curarli ed assisterli? Così, i germi si diffondono nei soggetti predisposti e denutriti. 

Parliamo delta condizione del Mezzogiorno e delle Isole: in molti Comuni né ambulatori, né primo soccorso, né ospedali. Ci sono certi ospedaletti di antica data, mancano però di mezzi per metterli a sesto. In Sicilia si ebbero cinquecento milioni dell’AUSA con l’integrazione di altri trecento milioni della Regione per primi provvedimenti urgenti. Occorre ben altro. 

Non dico poi quale sia la condizione di certi istituti per malattie celtiche che dovrebbero essere tenuti bene e serviti bene, specie nelle città portuali. 

Lo Stato non può sottrarsi all’obbligo di provvedervi con urgenza. 

Le iniziative locali dovrebbero essere inquadrate in un piano nazionale in modo che si provveda anzitutto alle provincie più abbandonate e nei centri dove urgono servizi di maggiore interesse sanitario e assistenziale. 

Sarebbe da promuovere una intesa di coordinamento fra lo Alto Commissariato e l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le malattie. Purtroppo, in Italia, Ministeri ed Enti parastatali sono dei veri compartimenti-stagno. Chi supererà le barriere della propria competenza?

In sostanza niente piani, niente adeguamento ai bisogni locali, niente iniziative per i bisogni più urgenti, quali l’apertura e l’attrezzamento di preventori e sanatori contro la tubercolosi e un’adeguata lotta contro le malattie celtiche.

Se si arriverà, com’è sperabile, ad approvare la legge di iniziativa parlamentare contro la regolamentazione delle case chiuse, occorrerà un netto intervento statale per prevenire la diffusione di malattie luetiche, non sulla carta e con regolamentazioni di polizia, ma con l’apertura di ambulatori e sanatori anticeltici bene attrezzati e bene assistiti. 

Riassumendo:

1) il disegno legge Tupini sugli Enti locali, integrato da opportune disposizioni per il Mezzogiorno (che non può perdere i diritti acquisiti con le leggi speciali in vigore), potrà servire a spingere Comuni, Province e Regioni a includere nel programma complessivo di opere pubbliche non solo acquedotti e fognature, ma anche ospedali, sanatori, secondo i mezzi dei quali potranno disporre. 

2) L’Istituto nazionale di assicurazione contro le malattie dovrebbe coordinare la sua attività con quella dell’Alto Commissariato per un impiego razionale di fondi e un’integrazione effettiva di servizi. Allo uopo vi è in corso lo studio di un piano concordato con la Regione Siciliana, per l’apertura di ambulatori nei piccoli centri che ne difettano. L’iniziativa è ben vista dal Ministro del Lavoro e potrà dare utili risultati.

3) L’Alto Commissariato non ha che pochi fondi destinati ai completamento di alcuni sanatori in corso di costruzione e ampliamento e il loro attrezzamento; ma i fondi di bilancio a questo scopo sono addirittura insufficienti. 

Occorre, quindi, ricorrere al Fondo-Lire per un primo e pur limitato programma di lavori, con l’idea che ci vorrà almeno un decennio di sforzi per mettere tutte le regioni ad un uguale livello di assistenza sanitaria e di dignità umana.

Non ci dovrebbe essere difficoltà da parte della Missione Americana dell’ECA a dare il consenso per l’impiego di un primo fondo da 15 a 20 miliardi per la costruzione e l’attrezzatura di un certo numero di istituti sanitari, sol che si tenga conto quanto lavoro si darebbe ad artigiani locali, muratori, falegnami, fabbro-ferrai; ad imprese di tubulature, impianti elettrici e di trasporti; a fabbriche di strumenti sanitari, gabinetti operatori, sale radiologiche, tutto un complesso di spesa che per il 70 per cento sarà di salari e per ti 30 per cento di materiali.

E poi? non si considera il vantaggio che si arrecherà alla “macchina-uomo”, nel ristabilirne il funzionamento e la efficienza? 

Del resto, il carico assistenziale di esercizi di tali istituti non graverà certo sul Fondo-Lire, ma sui bilanci dello Stato, degli Enti locali e sulla beneficenza privata. 

A proposito, raccomando al Ministro Vanoni di introdurre nella sua riforma fiscale la disposizione che vige negli Stati Uniti di America, stabilendo che le donazioni ad enti e istituti di Cultura e di Beneficenza (siano enti pubblici o privati) andranno per una larga percentuale a diminuzione dell’imposta da pagare allo Stato. 

Non ci perderà lo Stato: ci guadagnerà il paese moltiplicando tali istituti, il cui carattere morale e sociale e di alta utilità collettiva non può mettersi in dubbio.

Mi è stato detto che nè il CIR nè il Tesoro abbiano fin oggi mostrato l’interesse che merita il problema: di fatto, le ripetute domande dell’Alto Commissario Cotellessa non hanno trovato il dovuto accoglimento. Non dico che uomini responsabili non sentano il problema ma, purtroppo, coloro che decidono non hanno mai fatto delle visite locali per vedere quale sia l’abbandono delle popolazioni in materia sanitaria, specialmente nel Mezzogiorno e nelle Isole. 

Se capitassero loro, e agli americani anche, certe esperienze capitate a chi scrive in periodi difficili, come quello dell’influenza del 1918, forse comprenderebbero la meraviglia e lo sdegno che mi fan vergare queste linee. 

Se non ci comprendono gli italiani, potranno comprenderci gli americani dell’ECA?

Bisogna andare e constatare; per la loro buona salute non dico di provare. 

Sono 21,1 milioni gli italiani in viaggio

Sono 21,1 milioni gli italiani in viaggio per concedersi almeno un giorno di vacanza fuori casa nel mese di agosto dell’estate 2020, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno a causa dell’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè, diffusa in occasione del primo weekend da bollino rosso del mese sulle strade dalla quale emerge che a pesare sono nell’ordine le difficoltà economiche, la paura del contagio ed i timori per il futuro.

Con l’emergenza sanitaria quest’anno – sottolinea la Coldiretti – si rafforza l’abitudine tutta nazionale a concentrare le partenze nel mese di agosto che è di gran lunga il più gettonato dell’estate ma anche quello che fa segnare il calo minore delle presenze nazionali dopo il crollo del 54% a giugno e del 23% a luglio. Il timore del virus e la volontà di attendere un miglioramento della situazione ha portato, infatti, molti turisti a rimandare il più possibile la partenza.

L’Italia quest’anno è di gran lunga la destinazione preferita che – continua la Coldiretti – è scelta come meta dal 93% rispetto all’86% dello scorso anno. Un incremento significativo per compensare la pesante perdita delle presenze straniere che sono praticamente azzerate da fuori dell’Europa ma molto rari – precisa la Coldiretti – sono anche i turisti comunitari frenati dalla ripresa dei contagi nel proprio Paese, dalla Germania alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Spagna.

La novità di quest’estate sta anche nel fatto che – sottolinea la Coldiretti – 1 italiano su 4 (25%) ha scelto una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza.  Se la spiaggia – spiega Coldiretti – resta la meta preferita, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città. La maggioranza degli italiani in viaggio – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi.

In arrivo il bonus di mille euro destinato ad autonomi e professionisti

Dovrebbe finire a breve l’attesa per il bonus da mille euro destinato ad autonomi e professionisti e relativo al mese di maggio. Le somme, ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di fronte alle commissioni Bilancio, dovrebbero essere stanziate nei prossimi giorni, appena il decreto tornerà dal Mef bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Chi ha già percepito i 600 euro per i mesi di marzo e aprile vedrà ora un aumento della cifra a mille euro. A qualcuno arriverà automaticamente, ma altri dovranno fare richiesta.

È una misura contenuta nel decreto Rilancio, che ha previsto un ampliamento dei beneficiari degli aiuti straordinari rivolti a chi sta subendo perdite o mancati introiti a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del contagio da Covid-19.

Avranno diritto al bonus per il mese di maggio diverse categorie di lavoratori i liberi professionisti titolari di partita iva che hanno subito una comprovata riduzione di almeno il 33 per cento del reddito del secondo bimestre 2020, rispetto al reddito del secondo bimestre 2019.

 

Aumenta la spesa per i farmaci

Assorted pills

A livello nazionale la spesa complessiva nei primi 3 mesi del 2020 si è attestata a 5.380,3 mln di euro, evidenziando uno scostamento assoluto rispetto alle risorse complessive del 14,85% (4,419,9 mln di euro) pari a 960 mln di euro, corrispondente ad un’incidenza percentuale sul FSN del 18,08%. Insomma, il 2020 segue la linea degli ultimi anni con la spesa farmaceutica ospedaliera che va oltre il tetto di spesa (di ben 1,154 mln in 3 mesi) e la territoriale che invece è sotto il tetto di 194 mln nei primi 3 mesi del 2020.

È quanto si legge nell’ultimo monitoraggio dell’Aifa relativo ai primi 3 mesi del 2020. Una spesa quindi sempre in crescita con le azioni per riformare la governance che latitano e su cui né il Governo né il nuovo Dg di Aifa Nicola Magrini sono ancora intervenuti anche se ormai da mesi vi è un confronto aperto con la filiera.