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Giovani: Roma, nasce il progetto “La casa Talità Khum”

Nasce a Roma “La casa Talità Khum”, un progetto dell’associazione di promozione sociale Talità Khum Alzati, che mira all’accompagnamento e l’orientamento dei giovani nella Capitale.

L’iniziativa vuole costruire un luogo di prima accoglienza per giovani di ogni nazionalità, religione, lingua e cultura che arrivano a Roma per studiare e cercare lavoro. Inoltre vuole essere anche un luogo di ritrovo e spiritualità per chi vuole iniziare un percorso di conoscenza di sé e del Signore.

Angele Rachel Bilegue, presidente dell’associazione di promozione sociale Talità Khum Alzati,  con questa iniziativa vuole andare incontro ai giovani con un’accoglienza per brevi periodi utile alla loro successiva sistemazione. Il progetto sperimentale ha una durata di quattro anni con un costo di 50mila euro annui, per un totale di 200mila euro.

E’ record storico per la pasta nel mondo

E’ la pasta il piatto dell’anno Covid con il record storico delle esportazioni per un valore superiore a 3,1 miliardi nel 2020 grazie ad un balzo del 16%, in netta controtendenza con l’andamento generale del Made in Italy. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Istat dalla quale si evidenzia che mai cosi’ tanta pasta italiana è stata consumata sulle tavole mondiali.

Con la pandemia – sottolinea la Coldiretti – gli Stati Uniti sono diventati i maggiori consumatori mondiali di pasta italiana, fuori dai confini nazionali. grazie ad un aumento record del 40% che consente il sorpasso su Francia(+4,3%) e Germania (+16%) ma corre anche la Gran Bretagna (+19%) nonostante la Brexit. Rilevante è la crescita negli altri continenti con un aumento del 39% in Australia mentre in Asia – continua la Coldiretti – si registra un balzo aumento in Giappone (+16%)e in Cina (+23%).

La pasta vince anche in patria con gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – hanno aumentato gli acquisti in valore del 10% nel 2020 con punte del 29% per quella prodotta solo con grano tricolore. Una opportunità resa possibile dal pressing della Coldiretti a sostegno dell’etichettatura di provenienza delle materie prime sulle etichette degli alimenti che ha portato nel febbraio 2018 all’obbligo di indicare l’origine del grano impiegato nella pasta che ha spinto le principali industrie alimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto sul territorio nazionale. Un fenomeno che ha coinvolto quasi tutti i principali marchi del Belpaese.

Senza dimenticare il boom casalingo del fai da te che ha fatto volare i consumi di farina (+38%) e uova (+14,5%) secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea con l’impastatrice che è diventato un strumento irrinunciabile in cucina tanto da entrare addirittura ufficialmente nel 2020 nel paniere dell’Istat.

La necessità di passare il tempo fra le mura domestiche a causa del lockdown ha spinto al ritorno della cucina casalinga con – sottolinea la Coldiretti – la riscoperta di ricette della tradizione, a partire proprio dalla pasta. Una attività tornata ad essere gratificante per uomini e donne anche come antidoto alle tensioni e allo stress provocate dalla pandemia, magari con il coinvolgimento appassionato dei più piccoli.

L’ emergenza sanitaria Covid – precisa la Coldiretti – ha provocato una svolta salutista nei consumatori a livello globale che hanno privilegiato la scelta nel carrello di prodotti alleati del benessere. Una scelta che – continuala Coldiretti – ha favorito tutti i prodotti base della dieta mediterranea a partire dalla pasta che ha contribuito al record storico delle esportazioni agroalimentari Made in Italy che raggiungono nel 2020 i 46,1 miliardi, il massimo di sempre, grazie all’amentodell’1,8% in netta controtendenza al crollo generale.

L’Italia – conclude la Coldiretti – è il paese con il più elevato consumo di pasta per un quantitativo di 23,5 chilogrammi a testa contro i 17 chili della Tunisia, seconda in questa speciale classifica seguita da Venezuela (12 kg), Grecia (11 kg), Cile (9,4 kg), Stati Uniti (8,8 kg), Argentina e Turchia a pari merito (8,7 kg).

Covid, a Sassari sono stati trovati casi sospetti di variante brasiliana.

Varianti Covid e Sardegna. A Sassari sono stati trovati casi sospetti di variante brasiliana. A individuarli il laboratorio di Microbiologia e virologia dell’Aou locale, anche se la conferma finale della presenza delle mutazioni del Coronavirus arriverà soltanto grazie alla successiva attività di sequenziamento.

Con un kit diagnostico specifico, a disposizione del laboratorio, è stato possibile distinguere tra variante inglese, sudafricana e brasiliana. “Al momento si tratta di casi di sospetta variante brasiliana del Covid – dice il direttore del laboratorio Salvatore Rubino –. Ma soltanto il sequenziamento dei campioni, secondo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, potrà confermare la natura della variante. Saranno però necessari non meno di 4 giorni per una risposta certa”.

Individuati, inoltre, 65 nuovi casi di variante inglese provenienti da diverse località del nord della Sardegna.

L’intervento del segretario del PD Enrico Letta

“Mi candido a nuovo segretario ma so che non vi serve un nuovo segretario: vi serve un nuovo PD. Dobbiamo essere progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei nostri comportamenti.

Io scelgo il partito perchè ritengo che questa sia la sfida essenziale per l’Italia ma anche per l’Europa. Dobbiamo fare un partito con le porte aperte. Io arrivo da persona libera che ha imparato che la vita è molto bella ed è piena di sorprese. Lascio tutti gli incarichi che avevo con retribuzione ma tengo la presidenza, non retribuita della fondazione Delors. Non arriva qui un segretario sulle ali dell’esaltazione di quelli che lo osannano. Sono qui per fare le cose. E citando Nino Andreatta: ‘Non c’è nulla di più sovversivo della verità’”.

“Sono stati giorni complessi e complicati. Ringrazio e saluto Nicola Zingaretti: a lui mi lega lunga e grande amicizia. Un rapporto importante di sintonia. Abbiamo fatto tante cose insieme e tante cose insieme faremo. Ti ringrazio di avermi cercato, lavoreremo insieme, è un onore succederti. Abbiamo un carattere abbastanza simile, ci capiamo al volo”.

L’anno più buio della storia repubblicana

“Questo è l’anno più buio della storia repubblicana. E’ scesa la speranza di vita. Gli anziani soli, lo smarrimento, le famiglie che hanno perduto i loro cari. Il mio pensiero va ai 100 mila morti negli ultimi 12 mesi a causa del Covid. Il mio pensiero va a tutti coloro che hanno svolto una funzione fondamentale”, ha aggiunto ricordando che “in questo periodo terribile sono nati anche tanti segnali di speranza”.

“Il mio pensiero va al personale sanitario, ai rappresentanti dello stato, la loro dedizione è stata ed è fondamentale. Penso al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro, a loro noi guardiamo cercando le migliori soluzioni per il loro futuro”, ha aggiunto.

“Mi viene in mente la frase di Papa Francesco che dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani”. E ancora: “Da solo nessuno si salva. Ce lo ha detto il Papa. “Noi siamo per il primato della scienza, la collaborazioni tra Paesi e istituzioni. L’immagine di Mattarella, il Presidente della Repubblica a cui va il mio saluto più affettuoso, che si vaccina in coda è l’immagine della speranza”.

“Noi siamo vicini alla liberazione. Sappiamo che fino all’estate ci aspetteranno nuovi lutti e sofferenze. Ma siamo di fronte a uno sforzo finale e speriamo che la liberazione che avverrà, avverrà grazie alla scienza, al vaccino e alla cooperazione tra Paesi, ricercatori e istituzioni”.

Donne

“Quello della rappresentanza di genere è un problema non solo nostro. E’ un problema generale ed è un problema assurdo. Ieri sera mi è arrivata la notizia assurda che la candidatura di Cecilia Malmstrom a capo dell’Ocse è saltata. Lo stesso fatto che sia qui io e non una segretaria donna dimostra che esiste un problema sulla parità di genere. Io metterò al centro il tema delle donne“.

Parole d’ordine partecipazione e giovani

“Domani presenterò un vademecum di idee che verrà inviato ai Circoli per aprire una discussione nelle prossime settimane. La discussione – ha poi chiarito-  proseguirà anche nella prossima Assemblea nazionale del partito, chiamata a fare una sintesi.

La parola chiave è partecipazione, se mi eleggerete sulla partecipazione lavorerò come segretario”. E poi l’idea di mettere insieme l’anima e il cacciavite. “La nostra politica deve essere questo. Metterle insieme e non staccarle mai. Se siamo solo anima, non possiamo cambiare le cose. Dobbiamo sapere qual è la vite da girare. A usare questa immagine, ha aggiunto Letta, sono stati Romano Prodi e Jacques Delors“.

Giovani

“I giovani saranno al centro della mia azione, ed in particolare sui temi della scuola e dell’istruzione. Non dobbiamo lasciare indietro nessuno e consentire a tutti di completare gli studi. Dobbiamo investire sulla modernizzazione mettendo i giovani al centro”, ha chiarito ricordando che “dobbiamo essere il partito che fa parlare i giovani e non che parla dei giovani. Solo se coinvolgeremo i giovani potremo dire di aver vinto. Se non ce la farò avrò perso la mia sfida qui. Per questo voglio mettere insieme un’università democratica, mettere insieme tutte le energie e le forze che abbiamo. Sarebbe molto importante che questo del governo Draghi, sia il periodo per far nascere la normativa di civiltà dello Ius soli, che io rilancerò. Voglio fare una battaglia sul voto ai 16enni, anche se è una battaglia divisiva, complicata, ma dobbiamo allargare il peso dei giovani nella società”.

Europa

“L’Europa è la nostra casa e l’Europa del 2020 è quella che ci piace con al centro la solidarietà il lavoro ed il pilastro sociale. Ma dobbiamo cambiare ancora l’Europa e fare quelle scelte che migliorino la democrazia europea. Il Next Generation Eu è il primo impegno sul fronte Europeo: noi dobbiamo fare una battaglia perchè il patto di stabilità europeo può essere basato su criteri solo finanziari o basato sui criteri della sostenibilità, verde e sociale. Altro grande impegno è quello dell’Europa Sociale. Non dobbiamo lasciare nessuno da solo, il mondo degli esclusi è quello su cui dobbiamo lavorare di più. L’Europa dei diritti è il nostro orizzonte e il nostro tratto distintivo”. Inoltre ha ribadito l’impegno del PD nei confronti di Patrick Zaki: “Vogliamo che diventi cittadino italiano e cittadino europeo: riteniamo che questo sia un segnale fortissimo ad un Paese che ha violato i diritti e che ha portato alla morte di Giulio Regeni, e su questo faremo una battaglia fino in fondo”.

PD partito delle prossimità sui territori

“Il dialogo sociale è venuto meno, riaprirò un colloquio con i rappresentanti delle imprese e dei corpi intermedi. Dobbiamo riaffermarci come partito della prossimità sui territori. Siamo diventati il partito della Ztl, dobbiamo sfidare la Lega sul territorio. Il territorio sarà il nostro campo da gioco. A cominciare dalla montagna, e da quelle montagne colpite dal terremoto”, ha aggiunto. “Darò a un membro della mia segreteria la responsabilità delle politiche di Prossimità, missione trasversale che riguarderà tutti i temi”, ha annunciato.

Il PD per un nuovo centrosinistra

“Dobbiamo pensare che abbiamo vinto e governato quando abbiamo fatto coalizione. Quando siamo andati per conto nostro abbiamo perso. Nel 1996 e nel 2006, eravamo guidati da Prodi. La coalizione è fondamentale: io ci credo. Ad aprirsi ci si guadagna sempre. Dobbiamo costruire un nuovo centrosinistra, su iniziativa e leadership del PD. Parlerò nelle prossime settimane parlerò con tutti. L’incontro col Cinque stelle guidato da Conte lo dobbiamo fare, sapendo che non sappiamo ancora come sarà quel M5s. Arriveremo con rispetto e attenzione a quel momento, un rispetto e attenzione che deve essere tipica del nostro partito. Dobbiamo avere filo da tessere, con logica espansiva. E’ un percorso difficile e molto ambizioso. Il Pd non farà mai un piccolo partito, deve avere l’ambizione di guidare una coalizione. Il primo test sono le amministrative ma il nostro obiettivo sono le politiche del 2023″.

Infine Letta ha concluso il suo intervento: “Mi hanno scritto che è impegnativo guidare questo partito e lo è ancora di più chiamandosi Enrico. Io sento profondo questo impegno, difficile e complesso, e lo intendo portare avanti con senso del limite, decoro e rispetto”.

A Galli Della Loggia non interessa la rivitalizzazione dei partiti. La loro crisi, a partire dal pd, investe la democrazia.

Il curioso ragionamento di Ernesto Galli della Loggia sulla crisi della democrazia, intesa in effetti come democrazia governante, merita una rapida e onesta valutazione.

Nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera (“Il lungo declino dei partiti” ) egli ricava dalla riforma elettorale locale, imperniata sull’investitura diretta dei Sindaci e poi dei Presidenti delle Regioni, la causa di una sostanziale alterazione dei meccanismi di funzionamento del potere democratico. Ne sarebbe scaturita una drastica contrazione degli spazi di partecipazione e di controllo, in particolare con l’impoverimento delle assemblee elettive. I partiti, una volta centrali nella vita amministrativa locale, avrebbero perso  in breve tanto la forza, quanto il prestigio.

Dunque, un’analisi stringente porta ad una conclusione altrettanto stringente: erose le loro prerogative in sede locale, i partiti avrebbero conosciuto fatalmente il degrado che oggi ne segna la vita a tutti i livelli. Ormai, a giudizio dell’editorialista, sopravvivono malamente a se stessi. Quando esistono, esistono in forma distorta, ad esempio come partiti personali. Fa eccezione, in verità, il Pd con il suo nobile e pur controverso ancoraggio alla “forma politica” della Prima Repubblica. Un Pd che a riguardo, come osserva stamane Rino Formica sul Domani (“Letta e i generali in fuga, Pd è malato ma non si vuole curare”), deve però “decidere se i partiti hanno ancora una funzione” dal momento che nemmeno esso “crede più nella sua funzione”.

Fin qui, tornando a Galli della Loggia, viene da riconoscere appieno la sua ragione polemica. La figura del Sindaco plenipotenziario, quasi nuovo Podestà elettivo, ha inoculato nel sistema politico-istituzionale il virus di una grezza semplificazione, ovvero il leaderismo senza correttivi adeguati. Nel prosieguo, tuttavia, il discorso s’inabissa nel controsenso. Infatti, a sorpresa, egli estrae da una critica puntuale non già l’esigenza del riequilibrio, dando più poteri ai Consigli (comunali o regionali) e dunque, per estensione, più forza al Parlamento; ma l’urgenza di una più razionale e potente semplificazione, passando dalla base al vertice della piramide del potere, così da sussumere nella dimensione statuale il dato di una democrazia con meno partecipazione e più decisione.

Si tratta evidentemente di un testa-coda concettuale. Oltretutto, se davvero l’Italia dovesse adattarsi a una riforma costituzionale in pratica di tipo presidenziale o semi-presidenziale, esaltando perciò il momento della sovranità sulla falsariga del modello gollista della V Repubblica, resterebbe da capire come i partiti potrebbero riconquistare per questa via la vitalità perduta nel tempo. Malgrado le premesse, tutta l’argomentazione di Galli della Loggia mira a un esito che conferma in realtà l’ineluttabile esautorazione dei partiti alla luce di una superiore garanzia di governabilità del sistema. La fatica della democrazia non contempla e quindi non autorizza, in definitiva, il ricorso a simili scorciatoie contraddittorie.

Una sinistra da reinventare?

La quasi certa elezione di Enrico Letta a neo segretario del PD induce ad alcune riflessioni che non possono essere lasciate cadere nel silenzio.
Lucio D’Ubaldo, dalle colonne de “Il Domani d’Italia”, ha messo a fuoco il vero problema della politica italiana nell’ambito del centrosinistra: “riorganizzare il centro, ripensare la sinistra”. Direi anche reinventare la sinistra.

La questione non è di poco conto. La segreteria PD targata Zingaretti ha messo chiaramente in luce come vi sia ancora oggi una distinzione (che non vuol dire separazione) tra le idee della sinistra e quelle di un centro che fa riferimento al cattolicesimo democratico.

Dal 2007 ad oggi si è tentato di conciliare le due culture con la scorciatoia dell’antiberlusconismo, ma evidentemente questo non porta nella politica attiva ad un riconoscimento di rappresentanza fondato su motivazioni ideali.

La realtà politica degli ultimi anni ha chiaramente dimostrato che sommare culture politiche diverse (ma non inconciliabili) non porta né ad una stabilità dei Governi, né ad una posizione politica identitaria indispensabile per fronteggiare la nuova destra razzista.
Oggi il Partito Democratico sconta proprio questa mancanza di condizione identitaria (che da molti era vista come un valore), perché passare da Zingaretti a Letta non è sicuramente la stessa cosa.

L’ormai ex segretario del PD credeva in una sorta di riorganizzazione del Partito su idee e valori propri della sinistra, accantonando quella matrice cattolico-democratica che pure è presente, anche se in forma decisamente trasformista.

Ma nel far questo, Zingaretti ha dimenticato tutto un sub-strato culturale e ideale che era alle radici di una posizione di sinistra: l’umanesimo sociale, il riscatto degli ultimi, l’emancipazione del mondo del lavoro, la questione economica dei lavoratori e dei salariati.
La sua idea era quella che non si discosta molto dalle socialdemocrazie europee; è possibile convivere con il capitalismo e con il conseguente neo-liberismo, perché bisogna essere dentro questo sistema per correggerne gli errori di fondo.

Del resto, non si tratta di una posizione che si estranea dal Partito creato a sinistra da D’Alema, Bersani e Speranza. Zingaretti aveva immaginato una reunion con queste posizioni, ma dimenticando però che una tale operazione necessitava di un cambio di rotta politico-ideale.
Da qui la crisi della sinistra e del conseguente venir meno dell’elettorato di riferimento, anzi dello spostamento di quest’ultimo verso posizioni, per certi versi, assurde e populiste.
Oggi il PD cerca il salvataggio affidandosi a mani esperte e moderate, ma lo fa in funzione di una sopravvivenza politica e di potere che non è lungimirante, anzi è di breve durata.
Perché la crisi del Partito Democratico è soprattutto una crisi identitaria. Senza valori forti di riferimento non si va da nessuna da parte.

E allora, a cosa serve un Partito di tale natura? Non è forse meglio riprendere la propria storia, rivederla e ancorare una proposta politica in funzione delle classi sociali disagiate, lasciando nel contempo ad un centro politico la legittimità di riorganizzarsi per promuovere da diverse posizioni una politica in funzione del bene comune?

La verità, vi prego, sul Pd

Enrico Farinone, con il suo articolo dell’11 marzo (“Ma quali sono le radici del Pd” – https://bit.ly/3tcXKaJ) pone taluni interrogativi alla ricostruzione storica degli eventi su momenti importanti. La storia della sinistra italiana comincia a Livorno? I cattolici democratici sono stati sempre zitti durante la vita dell’ultimo partito (il Pd)?

Gli eredi del Pci come hanno agito al suo interno, quale eredità culturale hanno trasmesso a quest’ultimo partito? La conversione degli eredi comunisti al programma europeista da quale problematica politica è stata sollecitata?

Perché l’orientamento politico di tale partito è stato sempre a rimorchio delle occasioni esterne di volta in volta dettate dal solo problema della gestione del governo, oscillando quindi tra posizioni tanto diverse da essere tra loro contraddittorie e non è mai nato da una elaborazione programmatica originale interna? Corrisponde poi al vero questa forte conquista di posizioni di potere all’interno del partito da parte delle componenti di tradizione cattolico democratica?

O non è vero anche il reciproco da parte delle componenti di derivazione comunista? Il solo problema dominante è stato quello di impedire un governo gestito dalla destra, anche contro i vari risultati elettorali, con danno dello sviluppo della vita democratica del Paese, spingendo via via il sistema a fornire soluzioni “eccezionali” ? Bisognerebbe andare più a fondo su tutte queste problematiche.

Covid e vaccini: un’opinione controcorrente

L’autore, amico stimato di “Rete Bianca”, espone un parere che non corrisponde alla linea di questo giornale. Ciò nondimeno, nel pieno rispetto di un pluralismo sempre utile e necessario, la redazione ha accolto l’idea della pubblicazione del testo.

Alla fine il dato Istat sulla mortalità del 2020 ci dice solo che c’è stato un lieve scostamento dalla media, anche se con importanti variazioni in alcuni territori, specie della Lombardia.

La domanda da fare credo sia se ciò sia stato sufficiente a giustificare le restrizioni e il clima di elevato allarmismo. All’inizio forse, giusto i primi mesi in cui non si capivano le cause dei decessi elevati e la benemerita Oms faceva il possibile per aumentare la confusione e vietare le cure efficaci in ambito ospedaliero e domiciliare, in modo da favorire il decollo della pandemia. Ma adesso non sono più giustificate.

Le nuove restrizioni decise da Draghi servono solo a spazzare via per sempre altri pezzi del nostro tessuto socioeconomico. Se non ci fosse il Mar Adriatico di mezzo probabilmente si sentirebbero le risate su di noi che fanno in Russia, totalmente affrancata da ogni restrizione da settimane, come in quasi tutta l’Europa dell’Est. Proprio rimangono increduli del nostro masochismo. Negli Stati Uniti almeno 20 stati su 50 hanno già riaperto tutto e il loro numero aumenta di giorno in giorno.

E la pezza dei vaccini è peggiore del buco. Per quanto sia importante la questione della loro efficacia e ancora più della sicurezza dei vaccini, non è questo il punto. L’ordine di scuderia che proviene dai piani alti del potere mondiale è: “vaccini, vaccini”. E media e politici come pappagalli lo ripetono. Nessuno del resto potrebbe pensare che virus influenzali mutevoli si possano curare con i vaccini. Al massimo si curano i bilanci di qualche azienda farmaceutica. A questo prevalentemente servivano i vaccini anti-influenzali. Questi anti-covid invece servono …a vaccinare non a guarire.

La vaccinazione totale della popolazione interna (delirio) e la vaccinazione totale dell’intera umanità (delirio al cubo) sono pensate come misure utili per una delle infrastrutture (il passaporto sanitario) necessarie ad instaurarale una dittatura digital-terapeutica mondiale. Dittatura, in cui già siamo dal 9 marzo 2020 e dalla quale molto probabilmente non si uscirà in modo incruento. Lo scopo delle vaccinazioni di massa è il passaporto vaccinale. Superate le attuali iniziali lentezze, le carenze organizzative, di bilancio, di personale le vaccinazioni procederanno speditamente negli anni e per i virus successivi. Perché come è stato fatto dire a Ursula von der Leyen, siamo entrati nell'”era delle pandemie”.

Non sono parole usate a caso ma hanno un preciso significato politico e programmatico. Il terrorismo sanitario come metodo permanente di governo e scorciatoia per sospendere le costituzioni e violare i diritti umani fondamentali.

Una volta fatto il salto di qualità verso l’obbligo del passaporto digitale sanitario esso funzionerà come e meglio dela tessera del PNF, senza di esso non si potrà più fare niente. E nel contempo con esso l’organismo umano verrà ceduto allo stato (o meglio agli illegittimi detentori globali della sovranità), che potrà impiantarvi qualunque dispositivo ritenga opportuno (il dott.Mengele ne gioirà dall’Inferno), come chip e nanoparticelle per tracciamento e sanzioni, per transazioni, per condizionamento e controllo mentale.

Per questo, a fronte della natura chiaramente totalitaria del piano che si cela dietro uno sproporzionato allarmismo pandemico, e dei danni immensi che sono causati dalle misure di risposta al virus, io non esito a rivendicare l’urgenza di una discussione aperta su questi temi nell’ambito del cattocesimo sociale, democratico e popolare. È un nostro preciso dovere, la nostra missione fondamentale, per evitare che tutto ciò sfoci in una diffusione dello scontento tale da generare qualche nuovo movimento politico davvero temibile. Soprattutto credo che non possiamo rimanere indifferenti davanti all’affermarsi di una cultura di ostilità al prossimo e alla solidarietà, che è penetrata in profondità in coscienze ingannate, rese dipendenti dalla paura di un solo malanno, propinata in dosi massicce e ininterrotte da media ridotti a pura propaganda.

É come se l’antica massima “homo homini lupus” si fosse trasformata in “homo homini virus”, divenendo la bussola della “convivenza” nella nuova normalità. Il pericolo è l’altro, tout court, che ti può infettare anche se amico o familiare stretto. È la filosofia della discriminazione, che di volta in volta identificava il pericolo in qualche categoria specifica, nello straniero, nell’immigrato, nell’islamico, elevata all’ennesima potenza. L’Eurispes ha rilevato che per gli italiani “la vicinanza con il prossimo è diventata una minaccia da evitare il più possibile“. Un virologo come Fabrizio Pregliasco ha dichiarato che “noi dovremmo considerare che ogni contatto interumano che abbiamo rappresenta un rischio”. Questi sono segnali di un Paese in disfacimento, accelerato da irresponsabili politiche economiche procicliche imposte da Bruxelles, e da una risposta all’emergenza sanitaria dettata dalla road map verso la dittatura globale più che dal buon senso.

È surreale che questo ordine di temi non sfiori neanche il dibattito nel PD che da oggi avrà il segretario che si merita, il migliore, detto senza ironia e con stima verso Enrico Letta, il più adatto. Ma saranno i problemi generati da questi nodi irrisolti a cercare senza neanche bussare alla porta circoli, sedi e palazzi. Ma affrontarli solo allora potrebbe risultare troppo tardi.

La forza dell’epidemia. Come la grave peste cambiò il mondo.

Lodovico Antonio Muratori (1672-1750), nel meraviglioso trattato Del governo della peste e delle maniere di guardarsene del 1714, dal quale s’imparano cose ancor oggi preziose per evitare contagi, pur riferendosi prevalentemente alle epidemie del ‘600 durante la guerra dei trent’anni, ricorda che “una delle più terribili pestilenze che si sieno mai provate”, sorta in Cina nel 1346, arrivò in Sicilia nel 1347 e l’anno dopo infettò “tutta l’Italia, salvo che Milano…ove fece poco nocumento”. Si estese poi in tutta Europa e quindi “tornò indietro di nuovo…in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano…e Venezia.” La pestifera mortalità a Firenze nel 1348 è descritta da Boccaccio nella prima giornata del Decàmeron. Francesco Petrarca, nel De Remediis utriusque fortunae, scrive che “Tanti sono i funerali che vedo, ovunque getti lo sguardo, che gli occhi mi si oscurano.” Nelle Historie universali de suoi tempi il fiorentino Matteo Villani (1295?-1363), descrivendo gli orrori di quella peste, nota che essa “hebbe infermita tutta Italia, salvo che la città de Milano…”.

Lo storico dell’università di Friburgo in Svizzera Volker Reinhardt, studiando i molti dettagliati resoconti e trattati di quella pestilenza, dedica particolare attenzione a ciò che protesse Milano. L’eccezione di Milano era già allora vistosa e discussa. A Milano s’ammalarono e morirono tre famiglie. A Piacenza, poco distante, morì un terzo della popolazione. Risparmiata fu anche la Polonia, nelle mani di re Kasimir III, ove si può pensare che abbia influito l’assenza di grandi città. In esse, nota Muratori, “non è si facile, che la Peste ceda presto, perché il pascolo della Morte è grande.” Milano era, nel XIV secolo, una delle maggiori città d’Europa. Che cosa la salvò? La domanda, oggi che si è immersi in una pandemia con moltissimi contagi e morti, è d’attualità. La peste era attribuita ad alterazioni dei quattro umori umani in seguito all’allineamento sfavorevole degli astri. In realtà si tratta di un’infezione batterica acuta trasmessa da topi e pulci. Era “assoluta volontà di Dio”, scrive Villani, punire con essa gli uomini per i loro peccati. Ciononostante a Milano, e solo a Milano, durante i 6 anni in cui la popolazione italiana si ridusse della metà, si trovò il modo di evitarla.

Il signore, di fatto il tiranno di Milano Luchino Visconti fu l’artefice di ciò che per secoli è stato considerato un miracolo. Da un ramo collaterale della sua famiglia nascerà il regista con lo stesso nome (1906-1976), che ne La morte a Venezia filmò non la peste ma il colera descritto da Thomas Mann. L’illuminista Pietro Verri, nella Storia di Milano del 1783, parla di Luchino come di un despota immorale e spregiudicato che decideva questioni gravi senza cercare consigli e consensi. Agì secondo l’idea che la malattia fosse trasmessa dall’aria per cui la città doveva essere chiusa. “Isolarsi, isolarsi, isolarsi” era il suo motto, che realizzò con determinazione.

Nel 1347, non appena ebbe notizia di ciò che stava accadendo in Sicilia, prese ad accumulare vettovaglie per i 150mila milanesi (in tempi preindustriali, nota Reinhardt, impresa tutt’altro che semplice), chiuse le porte della città e sottopose persone, animali e merci a rigorosi controlli. La ragion di peste era ragion di stato e non s’indugiava nemmeno con decisioni tremende. Le uniche tre famiglie contagiate furono isolate in case con porte e finestre murate e, verosimilmente, lasciate morir di fame, dato che nessuno poteva accudirle.  L’isolamento era l’unica difesa, a qualunque costo, e ciò giustificò la macabra determinazione di sacrificare 12 vite per salvarne più di diecimila volte tante. Il signore non poté godersi la gratitudine della gente perché morì alla fine del 1349, avvelenato, si disse, dalla moglie. Sette secoli fa della malattia non si sapeva nulla e a Milano si salvarono quasi tutti, oggi della pandemia virale ci si illude di sapere tutto e moltissimi non si salvano, specie a Milano e dintorni. La biologia dei coronavirus è in realtà ancora poco conosciuta. Reinhardt racconta che in molti blogs e tweet in Italia nel 2020 si leggeva Dateci un secondo Luchino Visconti oppure Avessimo avuto un Luchino Visconti già in gennaio o febbraio! 

Il libro tratta della peste a Parigi, Francoforte, Firenze, Siena, Venezia, Avignone e Piacenza, di cui si tramandano cronache dettagliate. Di Roma non si sa nulla, perché le pagine sulla peste della Cronica dell’Anonimo romano sono scomparse e perché la città aveva perduto interesse da quando il Papato, 40 anni prima, s’era trasferito ad Avignone. Gli eventi, i pregiudizi, le fantasie sulla peste sono inseriti nelle vicende delle comunità e dei loro spesso infami reggitori. Gli intrighi, le prevaricazioni, le truffe di magistrati, ecclesiastici, nobili e di coloro che Boccaccio chiama i beccamorti, che derubavano morti e moribondi, e le sommosse della plebe affamata furono una trafila di disumanità che non insegnò niente. Si ripeté ogni volta, “perché le teste umane”, scrive Muratori “saran quelle di sempre”. Ciò che succede ora, con i traffici illeciti e le bieche truffe sui vaccini, mascherine ed altro è la conferma che l’umanità non cambia. I morti ed i contagiati dal virus Covid-19 nelle democrazie orientali (Corea del Sud, Giappone, Singapore), nelle quali ci fu immediato consenso fra maggioranza e opposizione su rigorosi provvedimenti preventivi, sono molto inferiori a quelli delle democrazie occidentali. “I Magistrati, considerando per tempo…l’eccessiva miseria.. del flagello” dovrebbero mettere in opera, ammonisce Muratori, “qualunque possibile mezzo e diligenza per preservarsi, e per tenerlo lungi.”  Anziché seguire l’ammonimento vecchio di quattro secoli, in Italia la pandemia è un penoso conflitto fra centrosinistra,  incline al rigore, e centrodestra, che ne nega tragicamente e ciecamente la necessità. Il tutto aggravato dalla tensione fra governo e regioni. Non ci si meravigli se l’Italia è in una condizione tragica. 

Il MIC promuove la cultura del fumetto e del fumetto contemporaneo

La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ha pubblicato un avviso pubblico per la promozione della Cultura del Fumetto e del Fumetto contemporaneo in Italia e all’estero.

Promozione Fumetto 2021 mette a bando 644.000 euro per iniziative mirate a: creare una sinergia tra le programmazioni, capace di rafforzare l’identità e la visibilità a livello nazionale e internazionale; favorire strategie di sistema che mettano in rete le più significative realtà operanti nel campo del fumetto in Italia; sostenere azioni e progetti di valenza nazionale e internazionale per l’incremento, la valorizzazione e lo sviluppo del fumetto.

Promozione Fumetto 2021 è aperto a musei e istituti pubblici, anche gestiti da enti privati senza fine di lucro, nonché a enti e organismi privati, istituzioni culturali, fondazioni, associazioni senza scopo di lucro, che promuovono il fumetto e la cultura del fumetto italiano e internazionale, in Italia e all’estero, attraverso eventi, manifestazioni, mostre e festival di rilevante importanza culturale. L’obiettivo è sostenere l’organizzazione di eventi, manifestazioni, mostre e festival dedicati alla promozione, sviluppo, diffusione, conoscenza del fumetto italiano e internazionale.

Il finanziamento erogabile per la realizzazione di ciascuna proposta è fissato entro la misura massima dell’80% dei costi ammissibili e comunque entro il limite massimo di 70.000 euro. I soggetti proponenti beneficiari del finanziamento, sia in forma singola sia associata, dovranno assicurare la copertura della restante quota mediante un contributo del 20% sull’importo complessivo della proposta. La valutazione delle proposte verrà svolta da una Commissione composta da un rappresentante della DGCC e da quattro esperti, scelti tra docenti universitari e docenti delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Accademie, esperti o critici altamente qualificati nella materia del fumetto.

“Il fumetto è un linguaggio molto interessante della produzione culturale italiana contemporanea – afferma il Ministro della Cultura Dario Franceschini – sia per l’intensa vivacità artistica del settore sia per il suo essere senza dubbio un’eccellenza italiana apprezzata in tutto il mondo. Dopo essere stata per troppo tempo poco considerata dalle istituzioni, nel corso di questi ultimi anni il Ministero della Cultura ha lavorato molto per valorizzare l’arte del fumetto, dell’animazione e dell’illustrazione, a partire dal progetto ‘Fumetti nei musei’, e questo nuovo bando è un’ulteriore conferma della particolare attenzione che viene prestata a questo linguaggio”.

“Siamo molto curiosi di valutare le proposte che arriveranno per questo nuovo avviso pubblico – aggiunge il Direttore Generale Creatività Contemporanea Onofrio Cutaia – Promozione Fumetto 2021 si inserisce nel quadro delle azioni istituzionali della nostra Direzione Generale, volte a promuovere le manifestazioni della creatività contemporanea, anche attraverso il sostegno alle imprese culturali e creative. E il fumetto è un’espressione creativa di altissimo livello, che utilizza strumenti di decodificazione complessi e linguaggi spesso poco considerati dal dibattito culturale nazionale. È fondamentale che le istituzioni si pongano a supporto di quest’arte, riconoscendo l’alto valore di questa forma d’espressione”.

L’avviso pubblico (con allegati) è consultabile e scaricabile a questo link:

http://www.aap.beniculturali.it/PF2021.html

Astrazeneca: efficace e sicuro

Il vaccino anti Covid di AstraZeneca, di cui un lotto è stato ritirato in Italia, è “efficace e sicuro” secondo Marco Cavalieri, responsabile della strategia vaccini dell’Ema.

“Il nostro comitato di farmacovigilanza ha guardato tutti i dati che abbiamo a disposizione riguardo alla sicurezza di questo vaccino, inclusi gli eventi tromboembolici che si sono verificati, ma che in effetti sono molto rari, stiamo parlando di un numero di casi inferiore a quelli che ci saremmo aspettati se le campagne vaccinali non fossero in corso, nella popolazione in generale”, dice Cavalieri a Sky Tg24.

Cavalieri sottolinea poi che “essendo casi molto rari non sono stati ancora discussi nel dettaglio, prima di far questo è impossibile concludere. Ad oggi quello che ci sentiamo di dire è che il vaccino risulta sicuro e efficace, quindi bisogna continuare ad usarlo”.

“I trombi – spiega – non sono eventi che comunemente vengono associati all’uso di vaccini, poi bisogna vedere di quale vaccino si parla. Questo è un vaccino usato su tutta la popolazione adulta e sugli anziani, una popolazione in cui questi eventi succedono comunque, in cui queste malattie avvengono. È molto importante cercare di capire esattamente cosa sarebbe successo comunque, al di là del vaccino, e che quindi non ha nulla a che fare con il vaccino. Ad oggi non abbiamo nessuna prova che il vaccino possa causare questi eventi, ma ovviamente stiamo indagando per capire meglio”.

Sul caso degli eventi avversi “la settimana prossima ci sarà una riunione del nostro comitato di farmacovigilanza, dopo che tutti i casi cumulativi sono stati analizzati. Abbiamo cercato di avere tutte le informazioni, inclusa l’autopsia, così da avere un quadro completo, per capire se questi dati ci permettono di arrivare a una conclusione”.

“Nel Regno Unito – rimarca- che è il Paese che ha vaccinato di più con AstraZeneca con undici milioni di dosi, non hanno visto niente di allarmante o preoccupante su questo fronte, sono dati che rassicurano”.

Cavalieri spiega che “ci potrebbe essere bisogno di più tempo, di capire se altri casi di eventi avversi vengono riportati e capire se, effettivamente, ci sia un aumento dei casi dopo la vaccinazione, che non ci saremmo aspettati. Ad oggi non è così, i casi sono molto rari”.

Il tempio di Mens. Una lezione per l’oggi? Dedicato a Enrico Letta

Lontani dal sacro, in questo Occidente spoglio di religiosità, ormai siamo ignari di quanto gli antichi Romani fossero attenti al culto dei loro dèi.

La vita per loro era un continuo disbrigo di riti propiziatori, di cerimonie e sacrifici, anche brutali. Nel quotidiano si poteva inciampare sull’uscio di casa e perciò dedurre, di prima mattina, l’avversità di quel giorno. Gli eserciti vincevano o perdevano a misura della “pietas” dei generali, e quindi dei loro soldati.

Quando Annibale valicò con gli elefanti le Alpi, iniziò una guerra costellata di molte sconfitte per Roma. Prima della clamorosa disfatta di Canne, tre luoghi di battaglie – i luoghi delle famose tre “T”: Ticino, Trebbia, Trasimeno – avevano decretato sul campo la superiorità del comandante cartaginese.

Al console Flaminio, deceduto nell’ardita imboscata punica a Borghetto di Tuoro sul Trasimeno, l’Urbe attribuì la colpa di quell’ecatombe: gli dèi lo avevano punito per la sua scarsa devozione. I Romani corsero dunque ai ripari. Venne decisa la costruzione di due nuovi templi sul Campidoglio, uno dedicato alla Venere di Erice, l’altro a Mens, fino ad allora divinità sconosciuta o trascurata.

La scelta, ci dicono gli storici, fu opera del dittatore Quinto Fabio Massimo (il Temporeggiatore). Soprattutto il tempio di Mens fa riflettere a distanza di secoli. Cosa significava? Nello sbandamento provocato dai rovesci bellici, la Città aveva bisogno di recuperare la forza del discernimento e della intelligenza pratica. Per questo occorreva affidarsi a Mens, il dio che si voleva intento alla salvaguardia di queste decisive facoltà umane.

Con un gesto di autentica religiosità, il dittatore aveva pertanto evocato il ritorno all’autentica razionalità. Solo questo poteva salvare Roma, solo questo, a lungo andare, l’avrebbe in effetti salvata. Quinto Fabio Massimo, senza perdere la testa, riuscì a dominare gli eventi e a piegare la lucida intraprendenza guerriera di Annibale.

Qual è l’insegnamento, anche per noi cristiani o post cristiani del secondo millennio? Ecco, grazie alla fiducia nel connubio (tutto pagano) di fede e ragione, Quinto Fabio Massimo spianò la strada al riscatto dell’Urbe e gettò le basi per il trionfo finale di Scipione a Zama. Senza Mens non ce l’avrebbe fatta. Una lezione per l’oggi?

P.S. Ognuno può liberamente trasfigurare Flaminio nel ritratto di un console contemporaneo.

Cosa ci insegna il caso Lula

Luiz Inácio Lula da Silva, l’ex Presidente della Repubblica brasiliana chiamato comunemente Lula, ha ottenuto dal giudice della corte suprema Edson Fachin la invalidazione per difetto di giurisdizione di ogni condanna che lo aveva privato dei suoi diritti politici. Il popolarissimo ed amatissimo Lula aveva subito nel 2018 la condanna dopo l’inchiesta, cosiddetta ‘lava jato’, aperta dal giudice Sergio Moro.

L’azione penale gli ha già procurato 580 giorni di galera, oltre al dubito di partecipare alla competizione elettorale per la elezione del Presidente della Repubblica di più di due anni fa. Ogni sondaggio, in quel momento, lo dava più che favorito. Infatti, tolto di mezzo Lula, la campagna elettorale per l’esponente della estrema destra populista Jair Bolsonaro è andata tutta in discesa, ponendo molti interrogativi sulla vera natura dell’iniziativa giudiziaria di Moro, il quale, forzando ogni consuetudine e procedura, ha gestito l’inchiesta come una occasione personale, scavalcando qualsiasi giurisdizione ed accentrando le operazioni di indagine come il dibattimento, presso la sua procura di Curitiba nello Stato del Parana’, pur non essendoci come sede giudiziaria competenza sul caso.

La pubblicizzazione, avvenuta tempo fa delle intercettazioni su Moro e i suoi collaboratori, ben chiariscono gli intenti persecutori e di complotto, come la nomina a ministro della giustizia avvenuta appena dopo l’inseduamento presidenziale di Bolsonaro dello stesso giudice, fanno ben intendere che buona parte dell’azione giudiziaria mirava ad azzoppare il candidato più popolare ed avvantaggiato della competizione elettorale. Stando a questi accadimenti e salvo altri colpi di teatro, l’anziano e carismatico leader del Partido Trabalhadores (PT), potrà partecipare alle prossime presidenziali che si terranno nel 2022, mentre i pronostici più accreditati già lo danno vincente su Bolsonaro, con più di 20 punti percentuali a suo favore.

Questi fatti, pur avvenuti a circa 9.000 kilometri dall’Italia, forniscono molti spunti di riflessione e vari interrogativi da approfondire, nel complesso utili anche per noi sopratutto per coloro che amano la democrazia e la giustizia. Infatti questi 2 pilastri di civiltà, dai democratici sono considerati principi e presupposti fondanti per le comunità civili. Sono infatti concepiti come poteri autonomi, e ciascuno di essi posti a garanzia e rispettosi dell’altro potere, secondo le rigide regolazioni delle leggi della Repubblica. Questi presupposti o sono davvero operanti e vigilati, oppure il controllo di ambedue le funzioni si spostano pericolosamente dal dominio collettivo a quello privato. Ora, quello che si può desumere dalla esperienza brasiliana, è che di fronte ad una acclarata forzatura delle procedure previste dalla legge, operata da un magistrato, la stessa magistratura ha provveduto a ripristinare il ‘Diritto’ persino arrivando ad indagare chi non ha agito nel rispetto della legge.

E Lula, nel pieno del ciclone giudiziario, quando è stato istigato dal suo vasto seguito di cittadini che manifestavano nelle piazze a rifiutarsi di consegnarsi alle autorità per l’arresto, si è responsabilmente costituito rispettando le leggi, pur chiedendo ai suoi sostenitori di continuare le proteste per denunciare l’esistenza di manovre volte a danneggiare la democrazia. Alcuni hanno raccontato che il giudice Moro, mentre si dava da fare per arrestare Lula, sulla propria scrivania aveva la foto del suo ex collega Di Pietro, per simboleggiare la sua vicinanza alla esperienza italiana di ‘mani pulite’.

Ma le due esperienze si sono ben presto dimostrate molto diverse tra loro. Ad esempio in Italia, istituzioni e potere collettivo non sono riusciti sempre a reagire in certi casi come è accaduto in Brasile. Infatti sono cresciuti molti movimenti populisti, proprio a causa di piazze che più che battersi per lo stato di diritto quando necessario, in più di un caso si sono espresse a favore di posizioni giustizialiste. La storia è maestra, in questi casi si sa già come può andare a finire.

Intervista a Giorgio Cella: “Un anno di pandemia globale. Riflessioni sugli aspetti geopolitici, psichici e sociologici”

Dott. Cella, era esattamente un anno fa quando su queste stesse pagine, e a pandemia appena esplosa, discutemmo di che cosa sarebbe successo al mondo da lì in poi: rileggendola, vedo che varie questioni discusse e varie sue formulazioni si sono avvicinate alla realtà plasmata da Covid-19 durante il lungo, sofferto 2020 trascorso. Intanto si aprono nuovi fronti di preoccupazione. Ci offre qualche elemento di riflessione?

Ricordo bene, naturalmente, eravamo nella fase aurorale, alle prime avvisaglie di ciò che andava pericolosamente delineandosi come un nuovo landmark della storia contemporanea: erano gli inizi di questa prima pandemia globale e globalizzante, moltiplicatrice delle molteplici interdipendenze transnazionali così tipiche della nostra era globale. Globalizzazione economica, tecnologica, sociopolitica e culturale che già in epoca ante pandemia, se da un lato, nell’accezione data da Giddens, avvicinava gli uomini e riduceva drasticamente le distanze di comunità tra loro molto lontane, dall’altro, come lumeggiato invece ad esempio da Hobsbawm, costituiva già una planetaria gesellschaft, nell’accezione di un’entità percepita come progressivamente più distante dall’essere umano. Aldilà dell’ermeneutica sui processi di globalizzazione, ciò che empiricamente sappiamo è che il molto particolare nonché drammatico anno pandemico da poco trascorso, è stato indubbiamente complicato e drammatico per molti. Un 2020 iniziato tra l’altro con un evento di natura politico-militare: l’eliminazione del generale iraniano Qasem Soleimani per volontà dell’amministrazione Trump. Un anno e un’amministrazione che di lì a poco verranno totalmente risucchiati da quella poderosa capacità trasformativa di Covid-19. Pandemia sulle cui origini, inoltre, senza voler ovviamente dare adito alle tante teorie cospirazioniste del web, non è stata ancora fatta luce in modo definitivo, come emerge dai (non) risultati del report della recente missione della squadra di esperti dell’OMS in Cina, cestinato ufficialmente per via delle crescenti forti tensioni tra Washington e Pechino. Nel nostro primo dialogo accennai altresì alle formulazioni concettuali del poeta latino Giovenale, al suo concetto di rara avis in terris con riferimento alla metafora del cigno nero, nel senso di elemento scardinatore di certezze e di visioni del mondo date per acquisite. Metafore antiche e loro declinazioni tuttavia adeguatissime in un mondo mutato in impensabili cambiamenti sociali, economici, geopolitici e financo antropologici, nell’accezione del vivere con l’altro e relativamente alla quotidianità routiniera dei più, senza dimenticare gli oltre due milioni di vite strappate da Covid-19 dal mondo dei viventi. Un momento storico senz’altro cruciale, amplificatore di fragilità e incertezze globali e individuali, con irradiazioni destinate a farsi sentire anche negli anni a venire. 

Dott. Cella, nella prima intervista del marzo 2020, Lei aveva considerato in termini generali il virus come elemento dirompente, che come ha ricordato invalida certezze date come acquisite; che considerazioni generali sull’elemento pandemico e sulle sue conseguenze si sente di fare a un anno di distanza?

A un anno di distanza dall’esplosione pandemica, tra i vari, c’è un particolare aspetto che mi viene in mente quando si riflette sugli effetti del Covid-19, un lato forse meno percepibile, meno immediato, ma legato a uno di quei pochi elementi che reggono le strutture perenni della condizione umana: il tempo. In effetti, a distanza di un anno e in termini esiodei, alla definizione di memento mori universale che diedi a Covid-19 nella nostra prima conversazione, si può ora unire quel titanico effetto che la pandemia ha impresso sulla dimensione cronologica, riuscendo infatti per certi versi a dare la percezione di bloccare o quantomeno arrestare l’instancabile fluire del tempo finito in terra. Tale aspetto temporale, che da tempi immemori si lega in un inscindibile vincolo alla morte, si è rimanifestato dunque durante la pandemia, si potrebbe dire a immagine e somiglianza di crono: uno di quegli elementi che di pari passo con la necessità, la contrarietà e il destino, tutto regola e governa nell’esistenza umana. Covid e Crono quindi, ignote potenze shivaite, entrambe manifeste nella loro forza divoratrice di uomini e di eventi terreni. Venendo invece a considerazioni più percettibili, direi che la pandemia è stata una cartina di tornasole per molte questioni dei molteplici campi dell’agire umano nelle più disparate realtà e latitudini del nostro pianeta. Alla luce delle risposte a tratti disastrose, quantomeno nella prima fase, di vari Paesi occidentali di primo piano, o l’altrettanto pessima coordinazione riguardo la campagna vaccinale della stessa Unione Europea – che ha così perso un’altra opportunità per produrre una visione politica, strategica e solidale europea – Covid-19 ha fatto emergere sul piano globale disfunzionalità e impreparazione diffusa di intere classi dirigenti e di interi sistemi-paese. Dall’altro lato, Covid-19 ha tuttavia stimolato una risposta tempestiva da parte della comunità scientifica mondiale, portando allo sviluppo di vari vaccini in tempi record. La pandemia ha severamente testato le capacità interne di reazione e organizzazione di ciascun apparato amministrativo, configurandosi come un macro-test sulle capacità di reazione degli Stati. Salvo pochi casi virtuosi, come ad esempio Singapore o la Nuova Zelanda, la maggioranza dei governi sono stati presi di sorpresa e si sono ritrovati in grandi difficoltà davanti a questo improvviso quanto letale diversivo della Storia. Inoltre, come vediamo dalle cronache di questi giorni, varie parti del mondo appaiono ancora lungi dall’esserne fuori nonostante la grande arma vaccinale; un’arma che intuibilmente è stata ammantata da una dimensione di competizione geopolitica interstatale, in una classica ottica di accrescimento del proprio vantaggio strategico ed economico. Quello che sembra prospettarsi oggi, quantomeno fino a quando una parte consistente delle popolazioni non saranno state vaccinate, è una realtà di vincoli e limitazioni e, per così dire, di costante attenzione sanitaria. Naturalmente, l’auspicio è che nel medio-lungo periodo non si ripresentino nuovi fenomeni pandemici di eguale o diversa gravità e natura e che le società possano riprendere un’esistenza il più vicino possibile a quella ante pandemia.

Prima di continuare su un discorso relativo agli Stati e alla politica internazionale, mi piacerebbe che Lei esprimesse che ruolo e comportamenti ha invece osservato nei popoli durante questo lungo anno dominato dalla pandemia, naturalmente con prevalente riferimento all’Europa, all’Occidente e al nostro Paese. Come siamo cambiati ‘dentro’?

Anche la dialettica tra vertici e masse si configura, può piacere o meno, in un quadro di vasi comunicanti: l’azione governativa genera reazioni ed effetti diretti sulle popolazioni. Con riferimento al mondo occidentale, all’Europa e all’Italia in particolare, l’esplosione della pandemia ha scaraventato le moltitudini – adagiate ormai in una nuova belle époque prodotto della globalizzazione fatta di costanti distrazioni, intrattenimento, comodità e svaghi per tutti o per molti – in una realtà del tutto inedita dal secondo dopoguerra ad oggi, fatta di nuovi divieti, di alcune privazioni e di altrettante limitazioni: un fenomeno paradossalmente figlio di quella stessa globalizzazione del benessere, che ora però nella sua dimensione bifronte, ha mostrato il suo altro volto spargitore di morte, paura, separazione e incertezza. Una nuova condizione non certo paragonabile agli stati di guerra, come taluni hanno scioccamente quanto sensazionalmente affermato, ma che costituisce chiaramente una cesura col mondo ante Covid-19. Una realtà che mi ricorda tra l’altro una linea di pensiero espressa a suo tempo dall’economista Tommaso Padoa Schioppa, il quale predisse un ritorno alla durezza del vivere per l’individuo, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità…tutte situazioni e condizioni dalle quali, continuava l’economista, il benessere e il sistema di protezioni del Ventesimo secolo aveva troppo allontanato e disabituato i popoli. Aggiungerei che l’irruzione della pandemia e la sua conseguente gestione, ancora in corso, avrebbe potuto costituire il momento per un nuovo corso, soprattutto per le nuove generazioni, guidandole con giusta fermezza e conoscenza in questa lunga e traumatica traversata nel deserto. Avrebbe anche potuto essere l’occasione per la costruzione o il rafforzamento di alcuni paradigmi valoriali e anche di una nuova paideia, forse ormai necessaria. Una paideia che amalgamasse ad un tempo un più forte senso di fedeltà verso lo Stato (nell’accezione hobbesiana) e di appartenenza verso la comunità (nell’accezione weberiana) ad un’aumentata consapevolezza su taluni imprescindibili temi globali figli del nostro zeitgeist che, sempre più, volenti o nolenti, influenzeranno e condizioneranno anche le nostre realtà nei tempi a venire: dalla questione ecologica e i grandi cambiamenti climatici e naturali – da non ideologicizzare ma da affrontare sulla base dell’evidenza scientifica – ai connessi macro-fenomeni migratori e ai relativi sforzi di gestione e integrazione, nonché la a sua volta connessa necessità di un costruttivo dialogo interreligioso – anche in chiave anti-terrorismo – condotto nel reciproco rispetto delle identità e tradizioni, da costruire non solo dall’alto ma altresì dal basso, sul piano locale. Un dialogo così mirabilmente intessuto e realizzato dal Vaticano in quella traiettoria storica che si consolida con Papa Giovanni Paolo II e il suo incontro ad Assisi dell’86, ripreso oggi con vigore dal Pontificato di Papa Bergoglio, se pensiamo alla recente missione del Pontefice nell’antichissima e grandiosa Ur dei Caldei. A causa del momento così peculiare e anche a tratti misterioso in cui sono piombate le società, vi sarebbe inoltre stato un propizio elemento per determinare quella sopracitata positiva formazione e suoi relativi aggiustamenti sociali: quello del timore. Un elemento che, come evocato e descritto con la consueta maestria oratoria ed eccelsa erudizione dal Cardinale Gianfranco Ravasi, è distinto da quello della paura, e reca in sé fin dai tempi immemori una dimensione favorevole, se si riflette ad esempio sul massimo principio del timore verso la divinità: principio della sapienza è il timore di Dio, rammenta infatti il porporato. Aggiungo in conclusione che, contestualizzando tale concetto, lo si sarebbe potuto declinare in un aumentato rispetto verso le scale valoriali e più in generale verso il concetto di gerarchie. Da ultimo, ricordando gli auspici da me espressi un anno fa su queste stesse pagine circa l’eventualità di una accentuata sfera introspettiva e contemplativa individuale, prendo contezza di come, evidentemente, non si trattava che di elucubrazioni di pensiero personali, relegate a una weltanschauung evidentemente impopolare. Non si è infatti visto nell’innominabile attuale, per dirla con Roberto Calasso, come ci ricordano i tanti episodi della cronaca giornaliera e di costume, quel generalizzato miglioramento – timidamente accennato in qualche occasione anche dall’ex premier Conte – di tipo socio-comportamentale e intellettuale dell’individuo. 

Geopolitica mondiale: un tema sempre affascinante e dalle sfaccettature caleidoscopiche. Un anno fa Lei aveva tratteggiato una sfida dai contorni geostrategici ed economici che sarebbe ruotata anche intorno al virus e alla sua gestione. Che panorama osserviamo oggi, ad un anno di distanza?

Una doverosa premessa: i grandi fenomeni globali planetari come le pandemie, le calamità, i cambiamenti climatici – e la grande trasformazione ecologica che ne consegue e che occupa ormai uno dei punti prioritari dell’agenda globale, come in quella nazionale – costituiscono anch’essi un sistema di vasi comunicanti con la geopolitica e con il sistema internazionale, che deve ogni volta (re)agire di conseguenza, rincorrendo un’agenda scritta da altre imprevedibili forze. Questo intrinseco legame, questa involontaria sinergia tra le due dimensioni, se così vogliamo definirla, è probabilmente destinata a replicarsi in futuro, in occasioni di nuovi imprevedibili fenomeni naturali. Su un piano meno teoretico e più geopolitico, abbiamo invece visto l’intensificarsi della tensione tra la superpotenza americana, in affanno, ma ancora in un netto vantaggio globale strategico sui suoi rivali, e quella ascendente cinese. A un anno di pandemia, tracciare un bilancio sarebbe poco realistico, sebbene sia possibile osservare in modo sinottico talune tendenze e posture strategiche di fondo dei protagonisti della politica internazionale. Sebbene Pechino sembrava essere uscita in qualche modo avvantaggiata dopo la gestione della prima fase pandemica, i più recenti dati economici gettano qualche ombra su tale apparente vigorosa ripresa, considerando altresì le pesanti battute d’arresto che hanno colpito il progetto della Nuova Via della Seta e le non meno preoccupanti problematiche demografiche, dove i dati su un’allarmante denatalità rischiano di minare il sistema sia sul piano dello sviluppo interno così come in quello della proiezione di potenza esterna. Per quanto riguarda gli Stati Uniti invece, non sarò certo io a poter riassumere in poche righe un anno così pregno di eventi dirimenti per la storia contemporanea americana dove, tra il tramonto della prima fase del sovranismo a stelle e strisce a guida Trump, l’assalto al Campidoglio e la nuova presidenza Biden, è emersa una pericolosa polarizzazione societaria e ideologica tra due visioni diverse d’America, sul cui sfondo, si staglia l’atavica questione delle tensioni razziali e della lotta per i diritti della comunità afro-americana. La presidenza Biden ha davanti a sé tre sfide prioritarie, due di carattere esterno, una interna. Le prime due riguardano in primo luogo la competizione crescente con Pechino su scala globale, destinata a plasmare l’andamento delle relazioni internazionali future; in misura minore lo stesso discorso si pone anche nei confronti di Mosca, con la quale, più probabilmente, continuerà ad alternare il dialogo su alcune issue a politiche di logoramento nelle varie contese geopolitiche in Europa centro-orientale e in Medioriente, dove esistono interessi strategici tradizionalmente divergenti. La seconda questione riguarderà la ricostruzione del tessuto geopolitico che lega le due sponde dell’Atlantico, così gravemente sfilacciato dai quattro anni di presidenza Trump; la NATO andrà quindi nuovamente ripensata in un ennesimo riadattamento strategico, con probabili proiezioni di potenza anche in Asia-Pacifico. Detto ciò, è prevedibile che una aliquota delle istanze trumpiane dell’America First verranno mantenute anche da questa nuova amministrazione, come già affiorato nella questione della commercializzazione e distribuzione dei vaccini. Il terzo punto, di natura domestica, verterà sul difficile lavoro di ricomposizione di un’armonia etnica e comunitaria degli Stati Uniti, compito decisamente arduo, visti gli oltre settanta milioni di voti per Trump nelle elezioni del novembre scorso che ci ricordano come quelle linee divisive ideologiche sopra menzionate difficilmente scemeranno nel breve periodo. Sullo sfondo della competizione geopolitica tra i due colossi del sistema internazionale, si staglia il ruolo di grande rilevanza della Russia: ruolo geopolitico ad oggi ancora piuttosto incerto in termini di posizionamento, di allineamento, ma contraddistinto da un controverso tilt verso Pechino che, a dispetto di certe analisi ottimistiche, non sembra per ora affievolirsi.

Sempre con memore ricordo della nostra discussione del marzo 2020, venne spontaneo anche argomentare sul fenomeno sociopolitico del cospirazionismo, che poi è letteralmente esploso nell’arco dello scorso anno – pensiamo all’assalto di Capitol Hill ad esempio – ossia la questione delle teorie del complotto e delle cosiddette fake news. Le chiederei di aggiungere qualche pensiero in merito, aggiornando le Sue valutazioni alla situazione per come si è evoluta e per come è stata via via conosciuta.

Credo che si debba fare in primis chiarezza su taluni termini-concetto di facile presa popolare, e le reali dinamiche storiche e contemporanee che dietro tali questioni si celano. Il termine fake news, ad esempio, poi rilanciato anche nel dibattito politico domestico dagli epigoni nostrani diffusori dei termini di moda d’oltreoceano, assurse a notorietà globale in seguito al suo utilizzo da parte di Hillary Clinton nella campagna elettorale del 2016 – in risposta alle pesanti accuse di varia natura contro di lei e il suo staff – e poi reiterata in modo sistematico dal suo allora sfidante, in seguito presidente, Donald Trump, lungo i suoi quattro anni al potere.  Tale idea, la si vorrebbe far passare come qualcosa di originale o inedita figlia di questi tempi, mentre ovviamente è sempre esistita storicamente; dicesi propaganda politica, fatta anche di notizie distorte a piacimento o financo integralmente false. Uno stupirsi di cose in realtà per nulla originali o inedite. Comunque, tornando al presente, e al futuro, abbiamo visto come a volte, teorie della cospirazione come ad esempio quelle di Q-Anon, abbiano assunto un peso che nessuno avrebbe potuto immaginare. Tali teorie e congetture sono diventate il portato di una parte della base elettorale statunitense segnata da malcontento e frustrazione, che ha così legittimato, quasi in una missione pseudo-escatologica, l’assedio alla sede delle istituzioni della democrazia americana, nonché, simbolicamente, di quella globale. Il tutto, ovviamente, è stato reso possibile da una smodata libertà nei social, dove chiunque, come aveva già avvertito a suo tempo Umberto Eco, a prescindere dall’iter studiorum o da qualsivoglia logica meritocratica, può scrivere qualsiasi idiozia raggiungendo peraltro un numero impensabile di persone, con le ormai famigerate ricadute negative in termini di disinformazione nel campo scientifico, politico et cetera. E’ probabile pensare che in futuro il legislatore o gli stessi vertici dei social media, dovranno agire, come in parte stanno già facendo, per far fronte a queste lacune tramite qualche limitazione in più, il che non significherà nessuna limitazione delle libertà, semmai una regolamentazione di un campo per certi aspetti ormai quasi anarchico.

 

Se volgiamo lo sguardo all’Italia, invece, che cambiamenti ha osservato nel Paese e come vede l’orizzonte politico interno alla luce dei grandi cambiamenti in atto, dopo la fine del Governo Conte II e l’arrivo dell’ex presidente della BCE, Mario Draghi?

La capacità trasformativa dell’elemento pandemico ha inciso profondamente anche a livello domestico, nazionale, l’Italia ne è un caso lampante. Tale situazione, un nemico unico (invisibile) da combattere, ha prodotto smottamenti notevoli nel quadro politico interno. La pandemia ha fatto emergere l’importanza di un (seppur graduale) positivo, quanto sostanziale, cambio di approccio e dell’azione politica tout court: meno legata a slogan e irresponsabili promesse meramente elettorali per la mera ricerca di aumento del consenso e più legato al metodo, alle competenze e alla capacità gestionale di affrontare i problemi. Questa impostazione, apprezzata anche da una crescente parte di un elettorato ormai esausto da risibili quanto fantasiose promesse, di slogan demagogici e di politici improvvisati, si è concretizzata nell’ennesimo cambio di governo con l’arrivo di Mario Draghi, incarnazione stessa di quelle sopracitate competenze, di principi meritocratici, del virtuosismo manageriale e profilo di raro prestigio internazionale e reputazionale. Un nuovo governo che si è inserito nella fase forse di più acuta debolezza, farraginosità della politica e del sistema partitico della storia repubblicana, in un contesto quasi disfunzionale. Un nuovo governo che, sebben lungi dal costituire una perfetta forma di sofocrazia illuminata, appare incline a cambiare passo su determinate sopramenzionate dimensioni di approccio e metodo, nonché di sobrietà comunicativa. Un governo che già nel suo primissimo periodo, per il solo fatto di essersi costituito, ha ulteriormente disorientato e disgregato l’agonizzante sistema partitico del Paese, generando corse alla trasformazione (al trasformismo?) di alcune forze partitiche populiste, se pensiamo a un M5S ormai fortemente mutato e al suo interno diviso, o al forte disorientamento identitario e di leadership di altre forze, se guardiamo ad esempio al Partito Democratico. Tuttavia, aldilà della meno rilevante questione interna partitica, è tuttavia necessario considerare come i forti allarmi sul piano sanitario come su quello economico provocate dalla pandemia e dalle misure messe in atto per contenerla, così come le incertezze sulla preparazione e definizione del Recovery Fund, abbiano portato il sistema a implementare un netto cambio di passo suggellato dall’arrivo dell’ex presidente della BCE. Per quanto riguarda una certa parte dell’agone politico della cosiddetta area (ex?) sovranista, è invece chiaro come il periodo di pandemia abbia ulteriormente trasceso ed annacquato la storica antitesi destra-sinistra, usata ormai in modo più che altro propagandistico, portando indirettamente a un forte ridimensionamento di taluni cavalli di battaglia sloganisti di tali movimenti, se si considera ad esempio la mutazione (o la maturazione) politica della Lega a trazione Giorgetti attuata con la scelta di convergere verso politiche europeiste all’interno della compagine governativa a guida Draghi; scelta dalla quale molto difficilmente il partito potrà del resto fare marcia indietro in futuro. Forze populiste che si sono tra l’altro ritrovate oggi orfane da un lato del punto di riferimento del trend sovranista globale rappresentato dall’ex presidente Trump, specie in seguito alla rovinosa uscita di scena con l’assedio dei suoi seguaci a Capitol Hill, dall’altro delle sponde orientali, dopo la fine di quell’iniziale infatuazione nei confronti della Russia di Vladimir Putin e dell’Ungheria di Victor Orban. In una conclusione di carattere più ampio e di lungo termine, bisogna tuttavia dire come anche nella più rosea messa a punto e implementazione del Recovery Fund, ciò non potrà comunque significare naturalmente la fine di quella crisi economica di sistema iniziata ben prima dell’irruzione pandemica. Dietro tutta questa situazione, infatti, come indicano chiaramente i lavori dell’ultimo World Economic Forum, si staglia l’enorme e sempiterna issue del debito pubblico nazionale, nonché di quello globale, una questione che troverà forse qualche tipo di soluzione, più o meno indolore, negli anni successivi alla risoluzione di questa prima fase pandemica globale. 

E’ possibile, con Letta, una nuova classe dirigente?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La deflagrazione del PD era cosa che non poteva non avvenire, anzi maturava già da tempo. Questo partito già nasceva come “concessione” di una classe dirigente che non credeva affatto in quel progetto, anzi lo boicottava apertamente: ricordate quel piccolo capolavoro di parole, espresse da D’Alema, per definire il progetto del PD e, infine, dichiarando il suo radicale scetticismo? Ecco quella “classe dirigente” aveva già messo la parola fine a quel “sogno”.

L’altro cuneo infilato nella struttura del partito fu messo durante la segreteria Renzi. Il giovane emergente aveva compreso bene quale fosse la malattia irreversibile del PD. Conquistò la segreteria proprio avendo chiaro l’abiettivo, rinnovare il partito, ma soprattutto liberarlo da chi lo stava uccidendo ancora adolescente. La chiamò, un po’ sfacciatamente, “rottamazione”. Ma era il concetto centrale e a ragione, il problema del PD era la classe dirigente.

Infatti portò con sé un bel gruppo di persone giovani e competenti. Finalmente il partito sembrava altro e con il governo Renzi raggiunse traguardi significativi sia di governo che di consenso. Ma purtroppo non aveva fatto i conti con i vecchi “marpioni” che ancora avevano le mani in pasta nel potere. E iniziarono le manovre di delegittimazione del segretario, già da subito, ricordate “stai sereno” per Letta? E arriviamo al referendum. L’apparato, che rischiava di essere definitivamente spazzato via, colse l’occasione e tutti ostacolarono quel momento che poteva essere per l’Italia la svolta verso la modernizzazione con la soluzione di molti problemi che oggi stanno emergendo drammaticamente. Ve li ricordate Bersani e Speranza che brindavano per la sconfitta del “loro partito”?

Ve li ricordate questi e altri che uscirono dal PD fondando una nuova formazione? Ed ora uno va per talk show a fare il patriarca della politica e l’altro fa il ministro di belle speranze! E Zingaretti che blatera di scissione riferendosi a Renzi. Il PD andò alle elezioni del 2018 con quella scissione e con quella sconfitta. Quindi, Zingaretti farebbe bene a ricordare lucidanente le ragioni di quella débâcle. E oggi, dopo le sue strumentali dimissioni si vergogna del partito?

Si dovrebbe vergognare della sua gestione e della sua classe dirigente! Pensava davvero, insieme a Bettini (sic!), che poteva salvare il PD con questa classe dirigente, magari prendendo dal quel crogiuolo di competenza del M5S?
Un po’ di umiltà e autocritica per rinnovare un partito ormai vocato alla fine.
Spero che l’Assemblea nazionale del partito chieda a Letta la scelta di una classe dirigente all’altezza, mi raccomando senza chiamarla “rottamazione”!

Joe Biden comincia a mantenere le promesse elettorali…

Il Presidente Biden ha appena firmato un pacchetto di 1,9 miliardi di dollari a favore dell’economia nazionale, colpita dal Covid, dopo essere stato approvato da Camera e Senato con il voto esclusivo del Partito Democratico e subito definito “American Rescue Plan”.

La misura legislativa, a forte contenuto sociale, assegna alle famiglie non benestanti 3.600 dollari per ogni figlio sotto l’età di sei anni. Centoventicinque miliardi di dollari vengono concessi alle scuole primarie. Tre miliardi per studenti disabili ed altri tre miliardi per le scuole private. Oltre venti miliardi sono destinati ad affittuari impossibilitati a pagare il canone mensile, cinque miliardi ai senza tetto e cinque miliardi per interventi a favore di proprietari di immobili fatiscenti. Nel campo medico-sanitario, quasi cinquanta miliardi saranno spesi per il controllo e tracciamento del virus e sette miliardi e mezzo per la distribuzione dei vaccini. E’ previsto, inoltre, un contributo di 1400 dollari (mediante bonifici diretti o assegni bancari) a tutti i cittadini con reddito di lavoro fino a 75.000 dollari annui. L’industria della ristorazione verrà beneficiata con oltre 28 miliardi di dollari come pure le università destinatarie di 40 miliardi di dollari (da dividere tra istituzioni e studenti poveri). La gamma degli interventi è completata da: aiuti a lavoratori di colore ed ispanici, fondi per l’assistenza medica rurale ed alle istituzioni culturali ed artistiche nonché buoni alimentari a favore di una ampia categoria di cittadini indigenti. Infine, l’Obamacare sarà potenziata con l’immissione nel sistema di oltre 124 miliardi di dollari.

Il provvedimento (in vigore per dodici mesi, ma, secondo le impressioni che circolano nell’ambiente democratico, suscettibile di essere prolungato nel tempo) è superiore per dimensioni a qualsiasi altra misura dello stesso genere varata in passato negli Stati Uniti ed è stato accompagnato dall’assicurazione fornita dal Presidente che nell’arco di un paio di mesi l’intera popolazione americana sarà vaccinata. Tale notizia già di per sé costituisce una ulteriore iniezione di fiducia, inducendo gli investitori a ritenere che la ripresa economica (in parte già timidamente iniziata) subirà a breve una netta accelerazione, scacciando definitivamente i fantasmi della temuta profonda recessione (apparsi, soprattutto, durante le ultime settimane dell’amministrazione Trump).

Ovviamente, da parte repubblicana (con la quale i democratici, forti della maggioranza congressuale, non hanno voluto significativamente avviare in aula alcuna forma di collaborazione) si è subito levato un coro di critiche che vanno dalla pericolosa spirale inflazionistica che dette misure potrebbero alimentare al sostanziale spreco di risorse economiche per interventi a pioggia ritenuti non in grado di risolvere in maniera duratura i problemi di ogni tipo creati dalla pandemia.

A questa reazione ha, del resto, fatto da contrappeso la censura degli estremisti democratici vicini a Bernie Sanders, focalizzatasi sul mancato (tanto da loro auspicato) raddoppio del salario minimo nonché sulla lista di sussidi alle classi più povere giudicata incompiuta.

Al di là di tutto, resta il fatto che Biden, con questo provvedimento adottato a meno di due mesi dalla tribolata elezione – e giunto dopo la cancellazione delle misure “trampiane” contro l’immigrazione, la rinnovata possibilità di iscriversi al sistema Obamacare e l’utilizzo delle mascherine anti-Covid negli aeroporti – ha cominciato a mantenere le sue promesse elettorali, portando nei sondaggi la percentuale di favore poco lontano dal notevole livello raggiunto da Obama all’inizio del suo mandato (60%).

Il neo Presidente deve aver capito di avere vinto le elezioni non soltanto per la resurrezione della coalizione democratica che portò inaspettatamente Obama alla Casa Bianca, ma anche per essersi presentato all’elettorato come un politico equilibrato ed affidabile, con una lunga esperienza di moderazione, portato al dialogo ed al compromesso. In altri termini, un saggio ed onesto “bonus pater familias” in grado di restituire al Paese la fiducia piena nel proprio futuro, quella stessa fiducia che Trump, apprendista stregone, colpevole con le sue menzogne del crescente disordine politico e morale, aveva finito per far perdere alla maggioranza del Paese.

In fondo, con queste sue prime importanti determinazioni, tra cui proprio la legge di soccorso finanziario agli americani, Biden ha onorato alla grande la prima delle cambiali firmate a favore dei suoi elettori.

Usa: aumentano i controlli sui precedenti di chi acquista armi

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato due atti legislativi volti a rafforzare i controlli sui precedenti di chi acquista privatamente armi da fuoco, una priorità assoluta per i legislatori del Partito democratico.

Infatti, fino ad oggi, la legislazione non prevedeva il controllo dei precedenti per il commercio di armi tra privati. Erano tenuti ad effettuare il controllo solo i rivenditori di armi da fuoco autorizzati .

Ora con questa nuova misura – di cui il principale promotore è stato il deputato Mike Thompson – si punta a “utilizzare l’attuale processo di controllo dei precedenti” nel tentativo di garantire che le persone a cui è vietato possedere un’arma non siano in grado di ottenerne una privatamente.

Il disegno di legge è stato approvato con 227 voti favorevoli e 203 contrari, con otto repubblicani che si sono schierati a favore dell’iniziativa dem e un democratico, il deputato Jared Golden, che si è invece opposto.

 

Speriamo con l’estate di lasciarci alle spalle il Covid

“Grazie alla vaccinazione e all’arrivo dell’estate speriamo di lasciarci presto alle spalle questa pandemia”. Lo ha detto l’assessore alla sanità della Regione Puglia, Pierluigi Lopalco.

“Il ministero della Salute – ha proseguito Lopalco – ha aggiornato la lista della categoria delle persone con fragilità elevata che devono essere vaccinate in maniera prioritaria insieme con gli over 80. Partiremo subito, se la disponibilità dei vaccini lo consentirà, includendo in questa categoria tutte le persone con disabilità e quindi anche quelle con autismo, e i loro caregiver. Bambini e ragazzi al di sotto dei sedici anni non possono essere vaccinati, ma potremo vaccinare comunque chi se ne prende cura”.

L’assessore ha parlato, inoltre, dell’aumento dei contagi. “E’ inutile girare intorno alla questione: siamo in piena terza ondata”, ha detto. “Da subito il governatore Emiliano ha chiesto un inasprimento delle misure per le province di Bari e Taranto, che presentano oltre i 250 casi per centomila abitanti. La situazione è in peggioramento e i dati che abbiamo sull’intera regione sono da zona arancione. Per quanto riguarda la pressione sulle strutture sanitarie al momento non ci sono criticità ma ci stiamo preparando per un’ondata maggiore”.

Ma quali sono le radici del PD?

Ezio Mauro, già direttore de la Repubblica, possiede una qualità letteraria notevole che si articola attraverso una prosa sofisticata e affascinante senza nulla perdere quanto a chiarezza giornalistica e sostanza concettuale. Egli può ben essere preso a riferimento – in virtù appunto del suo elevato livello compositivo – di quella ormai infinita e pressoché univoca schiera di opinionisti, semplici commentatori o più fini intellettuali, che considerano il Pd (e probabilmente hanno sempre considerato) una semplice emanazione della secolare storia della Sinistra italiana. Quella avviata a Livorno giusto cento anni orsono. Un percorso durato oltre una dozzina di lustri sotto la gloriosa insegna del PCI e poi proseguito con due sigle minori, PdS e DS, sino ad approdare a quella attuale, appunto il Pd.

In uno dei suoi ultimi editoriali (la Repubblica, 8 marzo, “Il Pd e il suo labirinto”), alle prese con l’ennesima crisi di vertice di un partito sorto solo poco più di tredici anni fa, l’illustre giornalista per un breve momento ha un sussulto e si domanda se il Pd sia “l’esito finale di una lunga storia” o piuttosto “l’inizio di una nuova avventura”. Ma dopo aver convenuto che quel partito sorge con l’idea d’essere “punto di riferimento di storie diverse, dai cattolici democratici ai laici repubblicani” subito si premura di precisare che costoro “scelgono di accompagnare il cammino della Sinistra, ibridandola e arricchendola”. Una funzione ancillare, dunque. Di supporto, magari di qualità, ma pur sempre di mero sostegno ad una forza principale. Fra l’altro, e la cosa fa quasi sorridere se non fosse tremendamente seria, ponendo “vocazione europea” e “collocazione occidentale” quali coordinate essenziali del partito: ovvero la più nitida testimonianza di quanto storicamente avvenuto, e cioè il cambiamento strutturale di posizione politica e geopolitica effettuato proprio dalla Sinistra già comunista in seguito alla sconfitta del modello sovietico e in virtù delle buone ragioni di chi in Italia a quel modello si era opposto, optando con decisione per quello incarnato dalle democrazie occidentali. Ciò nondimeno Mauro non immagina “una neutralizzazione del carattere di sinistra del Pd a favore dell’indistinto democratico, bensì una declinazione libera e moderna di quell’identità”.

Questa riduzione di fatto del Pd da partito del Centrosinistra unito a partito della Sinistra tout court, erede di una tradizione che, almeno sotto il profilo della politica estera, è stata opposta a quella risultata storicamente vincente è un’operazione intellettuale che stravolge l’idea fondativa del Pd e che dunque è inaccettabile. Ed invece è ormai divenuta opinione comune, neppure più contestata da alcuno. Basta ascoltare un qualsiasi talk show televisivo, non c’è nemmeno bisogno di avventurarsi in letture più impegnative, in interviste pensose o quant’altro. E’ sufficiente ascoltare una qualsiasi domanda sul “futuro della Sinistra” fatta da un qualsiasi giornalista. Che tutto ciò sia accaduto, durante questi anni di vita del Partito democratico, nel silenzio quasi assoluto dei cattolici democratici (accusati anzi, nella loro veste di “ex democristiani”, d’essersi impadroniti di quasi tutte le leve di potere del partito) è francamente sconfortante.

Ecco, chiunque sarà il prossimo segretario del Pd, e a maggior ragione dovesse essere Enrico Letta, dovrebbe puntualizzare: il Pd è il tentativo di costituire una grande forza politica popolare di Centrosinistra. Con solide radici politiche e culturali, al plurale. Come lo interpreta Mauro, e tanti come lui, non è il Pd al quale si era pensato all’atto della sua fondazione. Urge, quindi, una precisazione. La più autorevole possibile, dunque ad opera del Segretario nazionale.

Pd, ora conta solo la politica. Letta ci riuscirà?

Vedremo se sarà Enrico Letta il nuovo segretario del Pd, al netto degli accordi di potere fra le  innumerevoli correnti, sotto correnti e gruppi all’interno del partito. Certo, la figura di Letta è  prestigiosa e autorevole. Ma è del tutto ovvio che non basta una figura esterna per risolvere  d’incanto la denuncia, precisa e persin troppo nota a tutti quelli che seguono le vicende politiche  italiane, lanciata nei giorni scorsi dal segretario uscente Nicola Zingaretti. E cioè, “mi vergogno di  un partito che pensa solo alle poltrone e alle primarie”. Perchè, alla fin fine, di questo si tratta, al di  là e al di fuori del nome e cognome del segretario nazionale da eleggere in Assemblea e del futuro  gruppo dirigente. 

Ora, visto che la natura e il profilo organizzativo del Pd restano sempre gli stessi, si tratta adesso  di capire se il Pd, oggi, è in grado di rilanciare un progetto politico e riscoprire, al contempo, la  sua identità politica originaria o se, al contrario, proseguirà, come quasi sempre è stato lo  stillicidio fra le sue mille correnti interne con una sola vocazione: restare, a prescindere,  saldamente al potere e confermando, di conseguenza, la sua natura “governista”. 

Ecco perchè, come del resto hanno evidenziato quasi tutti i commentatori politici, adesso la vera  scommessa resta solo e soltanto quella. Ovvero, ridefinire il progetto politico del partito.  Cercando di archiviare quegli slogan che ormai sono diventati ripetitivi e anche un po’ patetici se  non addirittura grotteschi come quello di sbandierare l’ennesima “ripartenza” o la solita e quasi  mensile “rigenerazione”. La scommessa è tutta politica. Il ritorno di Letta, se avverrà, dopo essere  stato liquidato da quasi tutto il partito per incoronare il rottamatore fiorentino alla guida del  Governo, deve essere in grado di far compiere un salto di qualità all’intero gruppo dirigente.  Certo, un gruppo dirigente che è sempre lo stesso e stratificato rigorosamente e militarmente per  correnti e gruppi interni. Si tratta, quindi, di verificare se un “papa straniero”, anche se di nuovo e  recentemente tesserato al partito, riuscirà a rilanciare l’entusiasmo nella base e a far cambiare  passo al vertice. Lo si capirà prestissimo. 

Il Covid uno spartiacque per l’innovazione del mondo del lavoro.

La pandemia ha avuto notevoli effetti sul mondo del lavoro, non solo in Italia. Il primo più evidente è stato quello di distruggere milioni di posti di lavoro colpendo soprattutto settori come turismo, servizi e intrattenimento e categorie di lavoratori  “fragili”: precari per lo più giovani e donne.  Ma a questi effetti che sono stati visibili già nel primo anno di pandemia e nonostante le misure messe in campo se ne aggiungeranno, a breve, quelli non visibili, altri non direttamente collegati agli effetti della pandemia ma comunque da essa causati. Questi effetti possiamo riassumerli per semplicità nell’accelerazione di tutta una serie di cambiamenti che erano già nell’aria ma che a causa del Covid invece di dispiegarsi in un arco di tempo dilatato, produrranno effetti e cambiamenti nel breve periodo. L’effetto acceleratore della pandemia porterà a una spinta di molti settori verso una maggiore automazione e digitalizzazione dei processi produttivi o comunque delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.

Questi effetti non saranno indolore. Uno studio della società di consulenza Mckinsey ha calcolato che in virtù di questi effetti, diretti e indiretti, nel mondo ci sarà un +25% di lavoratori, rispetto alle stime pre covid, che dovranno cercarsi un nuovo posto di lavoro o che per mantenere quello che hanno dovranno investire fortemente in attività di reskilling e upskilling. Altro effetto non necessariamente negativo del covid è stato il boom del lavoro agile, smart working. La pandemia in Italia ha costretto a seguito del lockdown molte aziende e molti lavoratori a lavorare da remoto. Alcuni erano già pronti altri non proprio e gli effetti si sono visti. Lo smart working teoricamente è diverso da quello che abbiamo visto e vissuto in questi mesi in Italia. Non è una mera prestazione di lavoro svolta da casa, è molto di più: è la libertà di scegliere come alternare il posto, le modalità, gli strumenti e il tempo di lavoro.  Ma si sa in tempo di emergenza si fa di necessità virtù. Però passata l’emergenza lo smart working probabilmente resterà come forma di lavoro, non dominante, ma certamente non residuale come nel periodo pre covid. Per questo sarebbe opportuno iniziare a immaginare come traghettare il nostro modello di smart working nel nuovo mondo. Alcune indicazioni le offre l’esperienza appena trascorsa,  fornendo anche utili obiettivi a cui puntare. Ne evidenzio per brevità tre.

Il primo. Lo smart working nella legge che lo istituiva, 81/2017, era immaginato principalmente come uno strumento residuale a disposizione delle imprese per aumentare il benessere e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei propri dipendenti. Diciamo era una via di mezzo tra uno strumento di welfare e una sorta di benefit. Per questi motivi era rimesso alla contrattazione individuale. Adesso tutto ciò va superato. Non sarà più uno strumento residuale con quelle caratteristiche ma sarà sempre più uno strumento di organizzazione del lavoro a cui le imprese ricorreranno molto più spesso e non riguarderà singoli dipendenti ma probabilmente intere strutture o reparti aziendali. Per questo serve uno scatto in avanti affidandone alla contrattazione collettiva e non più individuale la regolamentazione.

Il secondo obiettivo da perseguire è quello di affrontare a monte la questione del “diritto alla disconnessione”.  La legge istitutiva del lavoro agile prevede il diritto alla disconnessione. Certo si possono apportare migliorie. Ma il vero problema personalmente è di altra natura. Il diritto alla disconnessione è utile per limitare l’abuso del tempo del lavoratore in smart working. Ma se ci troviamo a dover affrontare questo problema allora non si sta cogliendo in pieno l’innovazione del lavoro agile ma stiamo ancora ragionando di lavoro da casa. Ci vuole un netto cambio di passo  nell’organizzazione del lavoro da parte delle imprese, organizzazione che risente troppo di alcune vecchie impostazioni: la cultura del controllo, la tendenza a interminabili quanto spesso inutili briefing o se preferite riunioni per fare il punto. L’organizzazione del lavoro con lo smart working deve incentrarsi su una maggiore autonomia del lavoro, si deve passare da un monitoraggio giornaliero a un monitoraggio dei risultati: il lavoro va valutato non con il tempo della prestazione ma sulla sua efficacia, quindi per obiettivi. Quindi il vero obiettivo è liberare l’autonomia dei lavoratori e non regolamentare il diritto alla disconnessione cercando di limitare l’abuso del tempo da parte del datore di lavoro incapace di immaginare un’organizzazione del lavoro moderna e funzionale al vero smart working.

Il terzo spunto è quello di evitare che lo smart working diventi uno strumento di discriminazione tra i lavoratori. Discriminazione di genere in primis. E i dati di questo ultimo anno devono farci seriamente riflettere. Discriminazione tra lavoratori che possono lavorare in smart working e funzioni lavorative che sono impossibilitate. Questo è un aspetto dirimente da entrambi i punti di vista. Chi usufruisce dello smart working non deve vedere precluse le sue possibilità di carriera e serve anche una contrattazione collettiva che ne bilanci gli effetti anche in termini di benefits, buoni pasto e straordinari in primis. Dall’altro lato, per chi invece non può lavorare in smart working il problema è di natura diversa in quanto rischia di non beneficiare dei suoi indubbi risvolti positivi, sia in termini di cambio culturale del modello di organizzazione del lavoro stesso, sia in termini di benefici per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Le parti sociali hanno la possibilità di trovare la quadratura del cerchio, ma serve avere la visione del dopo liberandosi da vecchi retaggi e passati ancoraggi culturali.

La brexit logora il mercato finanziario inglese

Londra è stata la reginadella finanza europea per più di tre decenni. Ora con la Brexit la situazione sta cambiando.

Il commercio di azioni e derivati ​​per miliardi di dollari è già svanito dalla capitale britannica  spostandosi verso i centri finanziari di Amsterdam, Parigi e Francoforte.

E la minaccia di ulteriori perdite economiche è reale:

Infatti, i servizi finanziari non sono stati inclusi nell’accordo commerciale Regno Unito-UE concordato dal primo ministro britannico Boris Johnson il 24 dicembre, mettendo Bruxelles nella posizione di decidere quanto accesso avranno le società con sede nel Regno Unito al vasto mercato dell’UE.

I servizi finanziari rappresentano quasi l’11% delle entrate fiscali del governo britannico. Nel 2019, il settore ha contribuito con 132 miliardi di sterline (185 miliardi di dollari) al PIL, ovvero quasi il 7% del totale. La metà di ciò è stata generata a Londra, dove si trova più di un terzo degli 1,1 milioni di posti di lavoro del settore.

Ma questa non è solo un ipotesi. Già dal 1 gennaio è stato possibile osservare come il solo mercato olandese abbia scambiato una media di € 9,2 miliardi ($ 11,2 miliardi) di azioni giornalmente. Ciò rappresenta un aumento quadruplo rispetto al mese precedente. La media giornaliera di tutte le azioni scambiate a Londra è scesa di quasi 8,6 miliardi di euro  a gennaio

Enormi volumi sono scomparsi all’istante. Oltre il 99% delle negoziazioni di azioni europee di Aquis Exchange si è trasferito da Londra alla sede di Parigi immediatamente dopo la Brexit.

Gli analisti mettono in guardia, però, dal leggere troppo in queste prime perdite, ma riconoscono che potrebbero essere l’inizio di una lenta erosione della supremazia di Londra.

Insomma sembra che la Brexit, anche se non facesse perdere il predominio di Londra come motore finanziario internazionale, sicuramente ammaccherà il primato

Morto Lou Ottens, l’inventore delle musicassette

E’ morto a 94 anni Lou Ottens, l’ingegnere olandese, inventore negli anni Sessanta delle musicassette di cui sono stati venduti più di 100 miliardi di esemplari in questi anni.

Ottens si è interessato alla tecnologia sin dalla tenera età. Durante la seconda guerra mondiale , ancora adolescente, costruì una radio con la quale ascoltava segretamente le trasmissioni di Radio Oranje . La radio aveva una primitiva antenna direzionale per evitare i disturbatori tedeschi . Dopo la guerra, Ottens andò a studiare ingegneria meccanica presso la Technische Hogeschool di Delft . Per guadagnare qualche soldo in più, ha lavorato giorno e mezzo per tre anni come costruttore – disegnatore in una fabbrica per apparecchi radiologici . Ha conseguito la laurea in ingegnerianel 1952.

E proprio nel 1952 inzia la sua carriera in Philips. Ha iniziato presso il dipartimento di meccanizzazione aziendale del gruppo industriale principale Apparaten di Eindhoven. Nel 1957 fu trasferito allo stabilimento Philips nella città belga di Hasselt , aperto due anni prima. All’epoca , la struttura produceva giradischi , cambiadischi , registratori e altoparlanti e impiegava quasi 1.500 dipendenti.

Ottens ha dato importanti contributi allo sviluppo di supporti audio. In De Ingenieur , la rivista del Royal Institute of Engineers , un articolo del 2007 su di lui fornisce una cronologia delle invenzioni storiche in questo campo. La linea comprende il fonografo di Thomas Edison , il grammofono di Emile Berliner , registrazioni magnetiche di Valdemar Poulsen , la colonna sonora di Fritz Pfleumer , il disco di Peter Goldmarke la cassetta compatta e il compact disc di Lou Ottens.

Con il Piano Roma Smart City la città si rilancia

Roma si dota di uno strumento dinamico per utilizzare le nuove tecnologie digitali e costruire una città intelligente, a misura dei cittadini. È il Piano Roma Smart City, un documento programmatico all’interno del quale sono descritti 81 progetti già avviati e le linee guida per il futuro smart di Roma Capitale.

Ciascuna iniziativa è inserita all’interno di uno specifico settore, tra i 10 ambiti di intervento considerati prioritari: Sicurezza, Sviluppo Economico, Partecipazione Culturale, Trasformazione Urbana, Turismo, Educazione e Scuole, Sociale, Energia, Ambiente e Mobilità, Trasversale.

I progetti già avviati prevedono un investimento iniziale di 200 milioni di euro e sono stati valutati dall’Ufficio di supporto alla transizione digitale. Tra questi:

•        Roma Data Platform: la Smart Data Platform è una piattaforma in grado di raccogliere, analizzare ed esporre i dati interni ed esterni relativi a Roma Capitale. I dati saranno a disposizione di tutti (open data) e sono previste sperimentazioni di servizi e modelli di cooperazione con istituzioni e privati. Il progetto ha come fine ultimo la promozione del turismo e dello sviluppo economico, ma anche l’incremento della sicurezza e l’introduzione di nuovi servizi alla collettività;

•        Star: è la piattaforma Segnalazione e Tracciamento delle Anomalie sulle strade di Roma, realizzata con l’obiettivo di gestire in maniera più efficace e più efficiente i lavori di sorveglianza e pronto intervento sulle strade della Grande Viabilità (circa 800 km) del Comune di Roma. Inoltre, il nuovo metodo Pavement Management System (PMS) permetterà di avere una mappatura delle strade da riasfaltare, con l’obiettivo di ottimizzare le spese, di pianificare gli interventi rendendoli più efficienti e di risparmiare fino a tre volte sul lungo periodo;

•        Progetto Life-Diademe: introduce un nuovo sistema di controllo dell’illuminazione stradale, mirato a ridurre il consumo energetico del 30% e, conseguentemente, l’inquinamento luminoso e atmosferico. Una rete di 1.000 sensori – posizionati nell’area di test nel quartiere Eur di Roma – acquisirà dati su rumore, traffico ed inquinamento atmosferico;

•        QR Code: la Segnaletica turistica interattiva verrà installata in 100 siti di maggiore interesse storico-artistico della città. Un servizio innovativo di orientamento e contenuti multimediali (che rimanda a un’apposita sezione sul portale ufficiale) accessibile dal proprio smartphone, tramite la scansione di un QR Code.

Sono solo alcuni esempi dei contenuti del Piano Roma Smart City, che nasce da un percorso condiviso con il Laboratorio Smart City di Roma Capitale: quest’ultimo è un organismo composto da tutti gli interessati (multistakeholder) alla co-progettazione del futuro di Roma. Il Laboratorio Smart City di Roma Capitale opera con un approccio multidisciplinare che consente di riunire in un unico luogo l’Amministrazione Capitolina insieme ai cittadini, alle associazioni, alle imprese, alle università, e ai centri di ricerca, per supportare l’attuazione del piano e l’elaborazione dei progetti futuri.

A Pasqua come a Natale

cabina di regia con il premier Mario Draghi ha valutato la situazione, lo step più immediato è rappresentato dal meccanismo che farà scattare automaticamente la zona rossa se verranno registrati 250 casi di coronavirus ogni centomila abitanti. Sul tavolo, per il resto, una serie di ipotesi, compresa quella che prevede l’Italia rossa nei weekend, con chiusura di bar e ristoranti. Non c’è un verdetto nemmeno sullo stop agli spostamenti dai Comuni di residenza o sulla possibilità di consentire alle persone di spostarsi mantenendo il coprifuoco delle 22.

Da definire, poi, quando dovrebbe partire la stretta. Draghi ha sottolineato l’importanza di informare i cittadini in anticipo: varare le misure domani e introdurle nel weekend del 13 e 14 marzo comprimerebbe i tempi.

Il varo di misure e regole più severe “è probabile per evitare un ulteriore peggioramento” del quadro dell’epidemia “con l’aumento dei casi, dei decessi e della pressione sui reparti ospedalieri”. Il nemico, in questo momento, è la variante inglese che “corre molto di più rispetto al ceppo originario.

“E’ molto probabile che per Pasqua si vada verso un meccanismo simile a quello adottato per Natale: zone rosse nei festivi e prefestivi e nel periodo intorno a Pasqua dove i movimenti potrebbero essere più massicci”, ha riassunto il ministro dell’Agricoltura e membro della cabina di regia, Stefano Patuanelli, a Porta a Porta.

Riorganizzare il centro, ripensare la sinistra

In questi giorni, dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti dal ruolo di segretario del Pd, Domani ha aderito all’appello – lanciato sulle colonne del nostro giornale da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Piero Ignazi, contro lo sfaldamento di un partito la cui dirigenza sembra ormai dirigere solo se stessa. Sul tema pubblichiamo anche una lettera, uscita sul numero di oggi del giornale, a firma dell’ex senatore Lucio D’Ubaldo.

Caro Direttore, scrive Mattia Ferraresi (sul numero di Domani del 9 marzo) che «la dialettica Dc-Pci ha prodotto esiti che ognuno può giudicare come crede, ma il punto è che non è mai approdata a una sintesi, che del resto era probabilmente impossibile ottenere in natura».

È un’osservazione pertinente, in effetti legata alle vicende del Pd. Chi ha partecipato alla fondazione di questo partito non aveva in mente una sintesi; semmai, con qualche ingenuità, coltivava l’ambizione di un “andare oltre” la dialettica del Novecento. Tuttavia le difficoltà, anche in questo aggiramento dei problemi teorici, sono rimaste intatte o sono addirittura cresciute. Le eredità non si nascondono, né tanto meno s’ignorano.

Chi crede alla costruzione – tutta nuova – di un’alleanza tra centro e sinistra, avrebbe interesse a capire l’evoluzione di un pensiero “interno” alle rispettive tradizioni. Qui sta il punto. Rinnovare la linea Sturzo-De Gasperi-Moro appare plausibile (e nobile per gli interessati); non così invece per la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, consegnata alla sola reminiscenza, senza sviluppi coerenti e limpidi. Il problema del centro è dunque la sua riorganizzazione, quello della sinistra il suo ripensamento. La natura, per dirla con Ferraresi, non fa sconti.

La crisi del Pd viene da lontano

Il PD è in agonia? Dagli editoriali soprattutto dei quotidiani di centrodestra sembrerebbe di sì.
Certo, ormai anche la maggior parte dell’informazione di questo Paese è schierata da una parte o dall’altra per influenzare politicamente il cittadino comune. Ma questo non è un ben servire né l’informazione corretta (anche se si è parte politica), né quella lealtà verso una società che sceglie l’una o l’altra tendenza secondo i propri principi e i propri orientamenti politici.

E pur tuttavia, non è un mistero se si affronta la crisi del Partito Democratico riferita all’atto della sua fondazione. Il leader di allora, Walter Veltroni, vagheggiava la costituzione di una sorta di formazione politica all’americana sull’onda del Partito Democratico statunitense, con una democrazia bipolare a sistema maggioritario e con il riconoscimento delle lobby così come avviene negli USA.

Va da sé che una simile visione del sistema politico non solo è estraneo alle inquietudini, alle esigenze ed al modo di pensare della società italiana, ma legittima in maniera soffusa la rinuncia a valori e ideali di fondo. Ma senza valori e senza ideali non si può far politica, perché si scende nel burocratismo, nel cinismo, in una sorta di semplice amministrazione dell’esistente lontana anni luce dal sentimento e dalle aspettative della società italiana che nell’ultimo ventennio ha subito umiliazioni e ristrettezze economiche mai verificatesi negli anni della Repubblica.

Un Partito dunque, quello Democratico, che nasce come Partito di Governo (e dunque di potere), che incamera e somma culture politiche diverse e che, proprio per questo, obbligatoriamente, deve rinunciare ad uno specifico riferimento identitario.
Se si analizzano, infatti, le vicende del Partito Democratico, si coglie un aspetto non secondario che rappresenta il germe originario della crisi: l’assoluta mancanza di valori forti di riferimento attraverso quella deideologizzazione della politica che porta necessariamente con sé la perdita di valori.
Un Partito ideato e fondato in funzione antiberlusconiana che ha come compito essenziale della sua azione la conquista ed il mantenimento del potere.

In quest’ottica si inseriscono anche alcune valutazioni di Pierluigi Castagnetti, il quale, soltanto qualche anno fa (Il Domani d’Italia 20 aprile 2019), riteneva definitivamente chiusa la vicenda del popolarismo e dei cattolici democratici, ma soprattutto quella del Partito ad ispirazione cristiana, arrivando a sostenere di “non credere all’opportunità di dar vita a una forza politica a ispirazione religiosa”. Rincarava quindi la dose: “Sono convinto che se Sturzo e De Gasperi fossero ancora tra noi ci spronerebbero a inventare scenari e soggetti inediti”.

Non sembra, quest’ultima, una lucida visione degli avvenimenti politici che si sono consumati negli ultimi anni e che oggi giungono al capolinea: un Partito Democratico che rincorre il populismo grillino è un Partito allo sbando, senza più neanche un briciolo di sapienza politica. La principale cosa che interessa è l’essere al Governo del Paese, costi quel che costi, con i soliti noti, con correnti e sottocorrenti che vivacchiano grazie alle pretese di un capo che crede di essere eterno e, soprattutto, che senza la sua presenza finisce la stessa politica.

Altro che chiacchiere da bar allora! Il delirio di onnipotenza è arrivato al punto di far credere che senza il capo riconosciuto ed insostituibile, non vi sarà futuro per quella parte di “cattolicesimo democratico” che vivacchia nel PD e che si alimenta distribuendo posti di governo e di sottogoverno ad amici in funzione del restare sempre a galla.
Luigi Granelli, un popolare intransigente, amava ripetere, citando Aldo Moro, che prima di essere credibili nel Governo, bisogna essere credibili nella società.

Libertà, giustizia e sviluppo. Sturzo, Rawls e Sen: un dialogo inaspettato

Il lavoro di  Alfonso D’Amodio pubblicato da Solfanelli Edizioni costo € 19. Prefazione di Giulio Alfano. Postfazione di Gianfranco Basti ci pone di fronte i  termini di “Libertà”, “Giustizia” e “Sviluppo” nel cotributo dei tre autori prescelti. Rispettivamente, Luigi Sturzo con il suo Appello ai Liberi e Forti!, John Rawls con la sua rivisitazione neocontrattualista dell’Ideale di Giustizia, e Amartya Sen che individua nello Sviluppo la condizione necessaria per una concreta attuazione della Libertà e della Giustizia.

Il libro è suddiviso in tre parti. La prima parte prende in analisi alcune opere del Filosofo e Sacerdote don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano nel 1919. La seconda parte ospita un’analisi su alcune opere di John Rawls, Professore di Harvard, a cui si deve la svolta della filosofia politica contemporanea, con l’uscita del suo Theory of Justice (TJ) del 1971, alla luce della giustizia come equità nell’ambito del politico. La terza parte analizza sinotticamente, sottolineandone i punti di contatto e di differenza, il pensiero degli autori protagonisti delle prime due parti con una particolare attenzione al pensiero politico di Amartya Sen.

La rilettura personalista della Teoria Politica, a partire da tre visioni diverse rende il loro confronto un dialogo inaspettato.

Le priorità per la transizione al digitale, con uno sguardo alle future generazioni

Il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, ha partecipato ieri all’evento “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, la Legge di bilancio 2021 e lo sviluppo sostenibile”, organizzato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS). Nel corso dell’evento sono state illustrate le proposte dell’ASviS sul Pnrr, che hanno lo scopo di indirizzare le risorse a disposizione in un’ottica di sviluppo sostenibile.

Aree prioritarie

E’ stata anche l’occasione per presentare le aree prioritarie che guideranno il lavoro del Ministro Colao.

Il punto di partenza di questo percorso è la diffusione capillare dell’accesso alla rete con la banda ultra larga. “Non ci possiamo permettere di perdere ulteriore tempo – ha detto il Ministro Colao – alcune zone del paese sono molto indietro e questo è uno svantaggio di vita terribile, soprattutto in ambiti come quello scolastico, dove il differenziale nell’apprendimento inizia a essere molto visibile già dopo 8-12 settimane.”

In questo quadro, secondo il Ministro, la Pubblica Amministrazione deve diventare un alleato per il rilancio del Paese. Attraverso le nuove tecnologie è possibile ridefinire il rapporto con i cittadini. Dal passaggio al Cloud, infrastruttura sicura e già ampiamente utilizzata in alcuni paesi europei, a un pieno coordinamento per la diffusione dell’identità digitale, passando per una strategia nazionale per la gestione e l’analisi dei dati, elemento imprescindibile per delle migliori politiche pubbliche.

A partire dalla Sanità, dove nonostante i tanti passi in avanti, è necessario dare nuova linfa al percorso di digitalizzazione. Il fascicolo sanitario e l’assistenza remota sono ottimi esempi del percorso da intraprendere, ma vanno diffusi in maniera omogenea in tutto il paese.

Altra area strategica illustrata è quella dell’Istruzione e delle Ricerca. Il Ministro Colao ha sottolineato la necessità di investire maggiormente in competenze tecnologiche, a partire da quelle cosiddette “Stem”, e avviare una revisione del sistema degli Istituti tecnici superiori (Its). La creazione di hub di innovazione tra pubblico, privato e mondo accademico e un maggiore sostegno per dottorati e ricerca di alto livello, sono alcune delle linee da seguire. Questo in un’ottica in cui aree come il Sud hanno ora la possibilità di trovare rilancio, grazie al fondamentale ruolo della connettività.

Il Ministro ha anche voluto evidenziare la centralità della cyber security nel percorso. La necessità di potenziare in maniera organica tutta la filiera della sicurezza informatica, deve spingere il governo a investire maggiori risorse in favore di tecnologie che possono proteggere i cittadini.

Nuove generazioni

Infine, il Ministro ha individuato quali saranno i “datori di lavoro” del suo mandato:

“Non ci sarà una vera transizione al digitale se non leghiamo la questione tecnologica alla questione giovanile. Non avremo un vero sviluppo – ha proseguito Colao – se non riusciamo a investire per i giovani e con i giovani per il loro futuro. Saranno loro la generazione che nel 2030 potrà godere dei benefici del nostro impegno, sono quindi loro i miei datori di lavoro in questa fase”.

Oltre al Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, hanno partecipato all’incontro il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, la Ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani e la Presidente della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo Irene Tinagli.

L’internet banking sarà la scelta del futuro

La banca virtuale da cui possiamo effettuare transazioni finanziarie e monitorare il nostro conto corrente da qualsiasi dispositivo connesso ad una rete sarà un fenomeno che crescerà sempre di più.

Questo anche grazie alla pandemia che ha impresso una forte accelerazione alla banca digitale sempre più utilizzata da un gran numero di famiglie.

Infatti se nel 2019 il mercato dell’internet banking è stato valutato 11.43 miliardi di dollari, secondo le previsioni di Allied Market Research, nel 2027 raggiungerà 31.81 miliardi, con una crescita del 178%. Dati confermati anche dal World Retail Banking Report 2020 dal quale è emerso che le banche che hanno implementato piattaforme digitali ritengono più semplice e intuitivo incrementare l’utile operativo, individuare nuove fonti di valore e migliorare le efficienze operative.

Ma non vi è solo il punto di vista bancario a spingere la trasformazione. Per quanto riguarda gli utenti il 75% dei consumatori intervistati preferisce l’internet banking alle filiali fisiche, in aumento rispetto al 49% registrato prima della pandemia, mentre il 55% predilige l’utilizzo delle app di mobile banking, rispetto al 47% riportato in precedenza.

Inoltre, secondo Boston Consulting Group, a livello mondiale, il 24% dei clienti prevede di utilizzare meno le filiali o di smettere del tutto di andarci anche dopo la fine della pandemia.

Una trasformazione digitale necessaria anche perché il 99% della Generazione Z e il 98% dei millennial si affidano completamente alle app di mobile banking per svolgere qualsiasi azione finanziaria.

 

Santa Margherita Ligure:  diciassettesima edizione del Premio canzone d’autore Umberto Bindi

E’ online il bando di concorso per la 17a edizione del Premio Bindi di Santa Margherita Ligure (Genova), uno dei più importanti concorsi italiani dedicati alla canzone d’autore, intitolato a Umberto Bindi, cantautore genovese di grande raffinatezza scomparso nel 2002, autore di canzoni come Arrivederci, Il nostro concerto, Il mio mondo, La musica è finita, Io e il mare. Il bando è disponibile su www.premiobindi.com

Il concorso è riservato a singoli o band che compongano le proprie canzoni. Fra tutti gli iscritti, una commissione interna all’organizzazione selezionerà i finalisti (al massimo otto) che si confronteranno di fronte ad una prestigiosa giuria composta da musicisti, giornalisti e addetti ai lavori. La finale è in programma sabato 10 luglio 2021 (salvo impedimenti dovuti a disposizioni relative all’emergenza sanitaria). I finalisti dovranno eseguire quattro canzoni, tre proprie e una cover di Umberto Bindi scelta con la direzione artistica del Premio.

Al vincitore assoluto andrà la Targa Premio Bindi e una borsa di studio in denaro, ma fra i finalisti verranno assegnate anche la Targa “Giorgio Calabrese” al miglior autore, la Targa “Migliore canzone”, scelta in base ai canoni radiofonici e la Targa “Beppe Quirici” al miglior arrangiamento. Altri premi potranno aggiungersi nei prossimi mesi.

L’iscrizione è gratuita e deve essere effettuata entro e non oltre il 1° maggio 2021.

Il Premio Bindi si avvale della direzione artistica di Zibba ed è organizzato dall’Associazione Le Muse Novae. È sostenuto dal contributo del Comune di Santa Margherita Ligure, dalla Regione Liguria e di SIAE.

Le scorse edizioni del Premio sono state vinte da Lomè (2005), Federico Sirianni (2006), Chiara Morucci (2007), Paola Angeli (2008), Piji (2009), Roberto Amadè (2010), Zibba (2011), Fabrizio Casalino (2012), Equ (2013), Cristina Nico (2014), Gabriella Martinelli (2015), Mirkoeilcane (2016), Roberta Giallo (2017), Lisbona (2018), Micaela Tempesta (2019), Luca Guidi (2020).

La malocclusione dentale

La malocclusione dentale è un’errata chiusura delle arcate dentali. Per definizione è il modo migliore che le arcate dentali hanno per raggiungere la massima intercuspidazione, ossia il maggior numero di contatti fra i denti, necessario per esprimere la forza dei muscoli masticatori: masseteri, temporali e pterigoidei. Ciò assume il massimo significato durante l’atto deglutitorio, senza interposizione linguale.

Generalmente è dovuta a un insufficiente allineamento dei denti stessi nelle arcate dentali oppure a una eccessiva discrepanza in senso antero-posteriore e/o trasversale delle basi ossee che sostengono i denti.

La malocclusione si genera come ricerca della massima intercuspidazione, evitando qualunque, anche il benché minimo precontatto fra le arcate, che possa impedire ciò. Quindi, noi chiamiamo “malocclusione” il risultato finale di un lungo processo evolutivo cosciente. La presenza di precontatti condizionerà il mantenimento della malocclusione, quanto l’istaurarsi delle usure dentali e spesso di una condizione di bruxismo (notturno).

Viene corretta dall’odontoiatra mediante un trattamento ortodontico o chirurgico a seconda dei casi.

Lettera al Domani (con un’aggiunta su Letta)

Oggi sul “Domani” di Stefano Feltri trova ospitalità nella rubrica delle lettere una breve nota (Riorganizzare il centro, ripensare la sinistra) del nostro direttore.

D’Ubaldo prende spunto da un’affermazione che ieri, sullo stesso giornale, Mattia Ferraresi ha inserito nel suo pezzo (L’illusione del partito all’americana nella patria di Dc e Pc). Vale la pena, in stralcio, riproporne il testo: “La dialettica Dc-Pci – spiega Ferraresi – ha prodotto esiti che ognuno può giudicare come crede, ma il punto è che non è mai approdata a una sintesi, che del resto era probabilmente impossibile ottenere in natura”.

È evidente che la critica mette a nudo le contraddizioni del Pd. Ecco l’interesse del confronto. D’Ubaldo, in termini stringati, formula una opinione avversa a questo concetto di sintesi. C’è infatti la necessità di guardare a nuove strade per non cadere nelle illusioni, ed anche nelle frustrazioni, del modello “partito unico del riformismo”.

Se volessimo aggiungere una considerazione sulla base dell’attualità, potremmo incasellare la candidatura di Enrico Letta alla guida del Pd come l’estremo tentativo di salvataggio di questa improbabile “sintesi” tra grandi esperienze di partito (DC e PCI). A tale riguardo, Letta appare prigioniero del passato o, nel peggiore dei casi, di un asfittico gioco di potere.

Non è questa, per noi, la soluzione del nodo aggrovigliato del Pd.

Dialogo con Ruben Razzante: “I tuttologi hanno rovinato la tv e stanno contaminando i circuiti informativi”

Caro Professore, in un incisivo e analitico editoriale pubblicato sul Messaggero del 26 febbraio u.s. Lei pone la questione relativa ai costi e alle remunerazioni dei professionisti dell’informazione. Nessuno meglio di Lei sa che viviamo in una sorta di villaggio globale in cui la notizia ha un peso rilevante sui comportamenti individuali e sociali, nei modi e nei tempi in cui viene data. Di fatto da alcuni anni l’informazione attraverso la carta stampata subisce la preponderante e schiacciante concorrenza dei flussi che passano in rete. Il Web è un contenitore infinito di dati e notizie, in continuo aggiornamento on line: non c’è gara tra i due sistemi, in questo senso. Tuttavia mi pare che il quesito da Lei evidenziato contenga oltre al dato tecnico della qualità e attendibilità dell’informazione, anche un contesto etico che implica un processo di legittimazione. Ce ne vuole parlare?

La filiera di produzione e distribuzione delle notizie va riequilibrata, promuovendo meccanismi win-win, in grado di remunerare il lavoro dei produttori di contenuti e di garantire la libertà d’impresa delle piattaforme e degli operatori di Rete. Tutto questo è possibile se gli attori in campo si siedono attorno a un tavolo e con spirito costruttivo individuano e prospettano al legislatore le strade virtuose per raggiungere l’obiettivo di una Rete equilibrata, inclusiva e al servizio della persona. I colossi del web si sono mossi in un clima di a-nomia per anni, mentre ora mostrano crescente senso di responsabilità verso l’assoggettamento a regole stabilite su scala internazionale per disciplinare i flussi di contenuti e l’erogazione di servizi on line. E’ un clima che reputo positivo e che può portare, nel tempo, a risultati soddisfacenti. L’elemento etico potrà fare la differenza e stimolare atteggiamenti virtuosi da parte di tutti.

Conversando alcuni giorni fa con il Presidente del CENSIS prof. De Rita ho registrato questa sua osservazione apparentemente banale: la differenza che passa tra comunicazione e informazione.  Comunicare è un processo quasi monodirezionale, che non ammette interlocuzione. Informare comporta un controllo delle notizie che si mettono in circolo, il coinvolgimento dei destinatari finali e l’attendibilità certificata di dati e notizie che presuppongono ricadute sociali. Produce un orientamento nei comportamenti, una sorta di pedagogia sociale che funge da ‘indirizzo’. De Rita ha fatto l’esempio della gestione dei flussi di notizie durante la lunga e non conclusa pandemia, stigmatizzando appunto il fatto che dalle istituzioni siano giunte molte comunicazioni e poche informazione, creando incertezze tra i cittadini. Tutta la materia delle chiusure/aperture , dei divieti e dei limiti, del consentito e del vietato è stata gestita in modo improvvisato, non programmato, sovrapponendo dati in contraddizione tra loro e poco fruibili in termini di comportamenti da osservare e di rassicurazioni emotive. Eppure a questi dati caduti dall’alto nei TG serali è legato il volano dei comportamenti sociali: esco? Non esco? Apro? Chiudo? Fino a quando? Quali sono le garanzie dei vaccini rispetto alle varianti del virus?  Una società messa sotto controllo ma senza ricevere informazioni o spiegazioni attendibili e certe. Coglie anche Lei, in via generale,  questa discrasia che peraltro è un aspetto attraverso cui si realizza un buon governo del Paese e una democrazia partecipata?

La comunicazione istituzionale è stata gestita in modo discutibile durante il Covid, affidando ai soliloqui notturni dell’ex premier i messaggi, spesso di impronta allarmista, riguardanti i comportamenti da tenere per contrastare la pandemia. Si è avuta l’impressione, soprattutto dopo la prima ondata del Covid, che il “Festival della virologia a reti unificate”, alimentato in modo incosciente dal circuito mediatico, sia stato funzionale alla narrazione dominante della pandemia e quindi si sia rivelato un elemento di propaganda. Ecco, io riscontro proprio questo vulnus alla democrazia: una comunicazione autoreferenziale e persuasoria che ha preso il sopravvento sulla comunicazione di pubblica utilità, contribuendo a destabilizzare le persone sul piano psichico. E’ un abuso del quale pagheremo le conseguenze per anni, anche se ora nessuno ne parla. E’ mancata la democrazia dell’informazione, intesa come garanzia del diritto dei cittadini ad essere informati correttamente senza spettacolarizzazioni, allarmismi ma anche senza sottovalutazioni. Ha difettato l’equilibrio nei flussi comunicativi, improvvisati, schizofrenici e contraddittori.

L’informazione – nell’evoluzione tecnologica e digitale attuale – comporta strumenti di controllo: per garantire l’autenticità delle notizie, le loro ricadute, l’effetto di disorientamento sociale che possono determinare. Si pensi alla salute ma anche all’economia, alle borse, ai mercati. Esistono organi di controllo ma mi pare che nel Suo editoriale Lei stigmatizzi le diversità di approccio al tema: perchè l’Italia non ha ancora risolto il problema dei rapporti tra giganti della rete e professionisti del giornalismo? Qual è il vulnus di questo gap? E cosa si dovrebbe fare per colmarlo?

Il rapporto tra giganti della Rete e professionisti dell’informazione rimane problematico un po’ ovunque, non solo nel nostro Paese. Ma secondo me è solo questione di tempo. Gli Over the top si rendono conto che valorizzare l’informazione di qualità prodotta professionalmente può essere conveniente anche per loro, in quanto contribuisce a rafforzare la credibilità del web. L’attuazione della direttiva europea sul copyright potrebbe essere la svolta e favorire una corresponsabilizzazione delle piattaforme, anche dal punto di vista economico, nei processi di produzione e distribuzione delle opere creative di natura giornalistica. Questo però non significa che tutto lo sforzo di adeguamento debba ricadere sulle spalle dei giganti della Rete. Anche i giornalisti devono dimostrare di essere “migliori” dei non giornalisti, applicando i principi deontologici che governano l’esercizio della loro professione e che assicurano una efficace tutela dei diritti dei cittadini e dei protagonisti delle notizie.

Dal punto di vista di fruitore delle notizie mi pongo il problema della attendibilità delle fonti: la rete ha creato un mondo virtuale che a volte si affianca a quello reale, altre lo sostituisce. Circolano molte fake nel web che finisce per essere una sorta di limbo dell’indeterminato in cui è difficile anche per un adulto esercitare l’atto del discernimento. Esistono dei professionisti del falso che creano movimenti di opinione, lo possiamo chiamare i ladri o i camuffatori delle notizie. E qui subentra anche il tema del controllo: per un genitore è importante sapere quali notizie passano sul tablet o sullo smartphone del figlio. Essendomi occupato di scuola e di giustizia minorile pongo alla Sua considerazione la rilevanza formativa delle nuove tecnologie. Non parliamo di DAD che è un flusso di andata e ritorno tra scuola e utenza. Ma Lei conosce certamente i danni che questo baratro che inghiotte i  bambini e gli adolescenti può provocare. Il cd. Tik-Tok è solo la punta dell’iceberg. Ma cosa c’è nel sommerso e cosa si può fare per educare ad un uso corretto delle tecnologie che si usano in rete? Si parla di buco nero e nel nero, Lei mi insegna, si vede poco. Non bastano famiglia e scuola: i poteri del Garante della tutela dei dati o di quello dell’infanzia sono più formali che sostanziali. Occorre risalire la china fino alla fonte di produzione dei flussi informativi? I grossi network sono internazionali e planetari. Ho la percezione di un problema gigantesco e irrisolvibile, sottratto al controllo degli Stati. Sbaglio?

Di fronte al dilagare di fenomeni deteriori come quelli che lei cita, mi riferisco in particolare alle violazioni dei diritti dei minori in Rete e alle conseguenze devastanti che un uso poco accorto dei social da parte dei minori può avere su di essi, occorre un concerto di forze. Non bastano le iniziative legislative, la vigilanza da parte delle istituzioni, il ruolo di controllo delle Authority, le sentenze illuminanti dei tribunali. Ci vogliono almeno altri due elementi: le tecnologie e l’educazione digitale. Gli algoritmi e i filtri predisposti dai giganti del web devono essere sempre più affinati per contribuire a contrastare abusi ai danni dei minori e violazioni dei diritti individuali. La tecnologia deve coltivare in modo convinto la dimensione della sicurezza, marciando speditamente verso i lidi della tutela degli utenti dai rischi. In secondo luogo minori, famiglie e docenti devono siglare una sorta di alleanza educativa che, nel medio-lungo periodo, potrà dare frutti ragguardevoli sul piano della promozione di consapevolezza dei rischi e delle opportunità della Rete. E’ un po’ la filosofia ispiratrice del mio ultimo volume, dal titolo “La Rete che vorrei”: quella di un nuovo umanesimo digitale in grado di alimentare le spinte verso la digitalizzazione in maniera costruttiva, inclusiva e solidale, senza mai perdere di vista l’irriducibile complessità e profondità dell’animo umano.

Il tema della digitalizzazione sta diventando cruciale: negli indirizzi dei Governi, negli investimenti finanziari, nella incentivazione di nuove forme di identità digitali.  Nel dibattito sull’ utilizzo del Recovery Fund impegnerebbe addirittura una quota prevalente.  E’ declinato il tempo dal “carta canta, villan dorme”. Personalmente ho grossi dubbi e perplessità che deduco dai comportamenti sociali prevalenti. Il Prof Vittorino Andreoli mette in guardia dal rischio di usare più il cervello che abbiamo in tasca che quello che abbiamo in testa. La dematerializzazione dei flussi informativi apre a scenari da romanzo distopico: arriveremo a vivere nel pianeta delle tre scimmie? Non vedo, non sento, non parlo: tutto è sottotraccia, occultato, incontrollabile?

Il rischio c’è se non verrà coltivata in modo convinto e condiviso la dimensione della trasparenza nell’utilizzo dei dati in Rete. La digitalizzazione, insieme alla tutela ambientale e allo sviluppo sostenibile, è il filone strategico principale del Recovery Fund. Chi non si adeguerà a quei trend rischierà di rimanere marginale. I tempi della digitalizzazione dipenderanno da quelli del potenziamento delle infrastrutture di rete e da quelli del superamento del digital divide. Intanto, però, se alcune aree di opacità della Rete verranno superate, si ridurrà sensibilmente il rischio prospettato dal professor Andreoli. 

Credo che per un professionista dell’informazione, che per deontologia si ispira ad un codice etico di comportamento, sia faticoso arginare l’incontrollabile e caleidoscopico giro di dati, informazioni, fake, oltre a non farsi coinvolgere in una sorta di diktat del virtuale gestito dai grandi promoter di notizie. Questi giganti del Web usano la globalizzazione come arma di distrazione di massa, sfuggono a controlli di merito sui flussi informativi e dettano le regole dei comportamenti sociali. E’ in atto un passaggio dall’interno all’esterno che può deprivarci dell’uso del pensiero critico, della riflessione, della meditazione: tre pilastri della conoscenza. Ci muoviamo verso una nuova dimensione ontologica e valoriale dell’esistere? Il consolidamento della conoscenza radica nella tradizione: non percepisce il pericolo di un abbandono della memoria condivisa e della cultura consolidata a favore di un approccio conoscitivo e quindi anche informativo  “usa e getta”?

La questione da affrontare e risolvere per via legislativa, sul piano internazionale, è quella della eventuale responsabilità dei giganti del web rispetto ai contenuti postati dagli utenti. Se rifiutano il ruolo di editori, con le relative responsabilità giuridiche, devono poi anche astenersi dal censurare contenuti. E’ un nodo che va sciolto in fretta. Così come occorre introdurre nel web precisi parametri di riferimento ed elementi di riconoscibilità del lavoro giornalistico e del prodotto editoriale professionale rispetto ai contenuti amatoriali, non vagliati e non verificati sulla base di uno scrupoloso e documentato ancoraggio alle fonti. Chi naviga in Rete deve poter riconoscere agevolmente e immediatamente un articolo prodotto professionalmente da un giornalista iscritto all’Ordine e impegnato a tutelare anche la sua reputazione professionale. La riconoscibilità dei contenuti è un’altra delle sfide da combattere e da vincere nei prossimi anni. Occorre introdurre meccanismi di certificazione professionale della qualità dei contenuti in Rete, senza in alcun modo avallare logiche censorie di natura ideologica.

Nel Suo editoriale Lei riferisce di vuoti normativi che di fatto finiscono per favorire i colossi della Rete a discapito dell’editoria che conosciamo, che è poi quella sulla quale le nostre generazioni si sono formate, e lamenta il declino dell’informazione professionale e di qualità. Lei cita normative adottate in Australia, in Canada, in Francia. Ma in via generale possiamo dire che dopo il tramonto delle ideologie le stesse idee sono via via soppiantate da mere, discutibili, soggettive ed aleatorie opinioni. Sulle opinioni non si crea una cultura solida, tutto diventa effimero. Eppure se Lei segue i talk show televisivi noterà che le presenze degli opinionisti invitati sono quasi sempre legate alla presentazione del loro ultimo libro: lasciamo perdere i classici, per i quali i grandi autori impiegavano anni per pubblicarli e molto spesso erano annientati dalla critica, fatti salvi i ripescamenti postumi e ai capolavori. Tutti scrivono libri che nessuno legge. Non Le sembra che questo fenomeno conduca ad una duplice deriva: l’impoverimento dei contenuti, semantico e lessicale e la perdita di quella che Walter Benjamin chiamava l’aura dell’opera d’arte, che si vada cioè verso una deriva di omologazione narrativa al ribasso?

I tuttologi hanno rovinato la tv e stanno contaminando i circuiti informativi. Il trionfo degli opinionisti, spesso privi di competenze e di modesto spessore, concorre alla dequalificazione progressiva dell’offerta di contenuti attraverso i media. L’omologazione è dietro l’angolo e lo si percepisce anche in questa fase storica particolarmente delicata, durante la quale il pensiero unico sul Covid allontana di fatto il pluralismo delle idee. L’ambiguità dei talk show è in re ipsa: si sostiene che essi debbano essere svincolati da qualsivoglia parametro di notiziabilità dei contenuti in quanto non sempre condotti da giornalisti. In realtà molti giornalisti conduttori di talk show vengono meno ai loro compiti, anzitutto applicando falsamente la par condicio e invitando sempre i soliti ospiti anziché aprirsi pluralisticamente ai differenti apporti della variegata sensibilità culturale e sociale. In secondo luogo essi non sempre rispettano la deontologia perché spacciano per verità oggettive quelle che sono semplicemente legittime opinioni espresse dai loro ospiti. In realtà esistono codici deontologici specifici per i giornalisti, ma anche carte dei doveri che tutti i broadcaster e i contenitori mediatici devono rispettare a prescindere dal fatto che vedano impegnati giornalisti iscritti all’Ordine o semplici uomini di spettacolo.

Considerando sempre il Suo articolo non mi è sfuggito il passaggio della citazione politica: la preponderante presenza in Parlamento di un movimento come i Cinque stelle da sempre fautore di una sorta di libertà anarchica in rete, come elemento di freno al una riforma dell’editoria verso la valorizzazione economica dell’informazione professionale nell’ecosistema digitale. La crisi che sta attraversando questo movimento e la messa in discussione della piattaforma Rousseau, della stessa democrazia virtuale on line ridotta ad esprimersi con un ‘sì ‘o con un ‘no’, come in una sorta di cenacolo per soli iniziati potrà portare ad una svolta, sotto la guida di Mario Draghi verso un allineamento alle derive e ai modelli più avanzati – comparativamente – nell’U.E.? 

Il Movimento Cinque Stelle per molti anni ha avuto una funzione importante di catalizzatore del dissenso anti-sistema e ha così impedito che il vento anti-casta diventasse ingestibile e finisse per ispirare movimenti terroristici e violenti. Da quando è andato al governo, però, ha progressivamente rinunciato a combattere molte delle sue battaglie fondative, soprattutto quella del superamento delle incrostazioni ideologiche di sinistra e di destra. A far nascere e crescere quella forza politica è stato soprattutto il rancore di chi non ce l’ha fatta e prova invidia verso chi ce l’ha fatta, con o senza meriti. Tuttavia, salvo eccezioni, nel Movimento Cinque Stelle non c’è gente che avrebbe avuto i titoli per farcela. L’incompetenza è il tratto distintivo di gran parte del ceto politico grillino. Solo il vuoto nelle altre aree politiche ha consentito ai pentastellati di guadagnare consensi e spazi di potere. L’avvento di Draghi avvia un new deal della politica italiana, con un rimescolamento di carte destinato a produrre nuovi schieramenti, figli soprattutto del riposizionamento geopolitico del nostro Paese. Il funzionamento della piattaforma Rousseau è la rappresentazione plastica della finta democrazia grillina, contrassegnata da discutibili criteri di rappresentatività e da elementi di opacità che la rendono inattendibile nei suoi meccanismi di assunzione delle decisioni. 

Le tassonomie risentono del relativismo culturale del nostro tempo, non hanno più una funzione validante: tuttavia – in tema di poteri forti – l’informazione in una società aperta, liquida digitalizzata può diventare il potere più forte perché scandisce ritmi e tempi della nostra vita, spesso in modo occulto. Della giustizia uno spera che funzioni bene, della politica si può disinteressare, l’economia che gestiamo è prevalentemente quella domestica ma in ogni momento della giornata non si può fare a meno di dati, notizie, aggiornamenti, news. Lei pensa che conserveremo la nostra identità o finiremo per diventare codici alfanumerici per comunicazioni/informazioni sincopate e gestite da poteri occulti?

Solo la permanenza della centralità dell’uomo nei processi di innovazione tecnologica e culturale potrà impedire la “robotizzazione” dell’informazione e la sua involuzione verso l’arida e impersonale trasmissione di dati. Non abbiamo altra strada se non quella di continuare a posizionare al centro di ogni narrazione la persona, con la sua irriducibile profondità e il suo esaltante anelito di libertà. Se riusciremo a coniugare sapientemente, anche nella dimensione virtuale, libertà e responsabilità, diritti e doveri, contribuiremo a costruire un mondo migliore in cui le opportunità di crescita offerte dalla Rete marginalizzeranno i rischi di alienazione che pure esistono nell’ecosistema digitale.

Ho già proposto questa riflessione in altre interviste. Riguarda la costruzione della cultura personale attraverso gli apprendimenti. In Finlandia il sistema scolastico ha abolito l’uso del corsivo per imparare la letto-scrittura. E’ tollerato lo stampatello, altrimenti si scrive e si legge attraverso il tablet. Lei condivide questa scelta oppure pensa – come me  e spero molti altri- che la parola orale e scritta, che passa dalla manualità e dal dialogo interpersonale diretto e in presenza, siano la via maestra per consolidare l’irripetibile unicità di una personalità in formazione?

 Il mio punto di vista, anche sulla base dell’esperienza personale, è che la didattica in presenza sia l’unica garanzia di apprendimento e di formazione globale della persona. Tuttavia, in periodi storici come quello che stiamo vivendo, la didattica a distanza si è rivelata uno strumento prezioso per  impedire la paralisi del sistema scolastico. Tra i tanti errori del precedente governo c’è stato anche quello di non provvedere per tempo ad assicurare, al di là dei ridicoli banchi a rotelle, le condizioni per una ripresa regolare delle lezioni nelle aule scolastiche. La didattica a distanza non può essere, peraltro, la fotocopia sbiadita di quella in presenza. E’ necessario individuare formule innovative di didattica a distanza che possano renderla complementare e non sostitutiva di quella in presenza. Sotto forma di formazione integrativa anche la didattica a distanza può avere un futuro e una sua originale utilità.

 

Per un gruppo parlamentare nuovo di centro

Concorriamo alla costruzione del partito nuovo di centro. Consapevoli che il centro esiste se è un partito. L’ho scritto mille volte, specie negli ultimi mesi e, adesso, approfittiamo della tregua concessa dal governo Draghi, per dare consistenza politica al progetto. Da diverso tempo la Federazione Popolare DC , da un lato, e il gruppo degli amici raccolti attorno al “manifesto Zamagni” (in particolare “Insieme” di Giancarlo Infante e “Rete Bianca” di D’Ubaldo, Dellai e Merlo) sono impegnati nel tentativo di aggregare associazioni, movimenti e gruppi presenti a livello territoriale locale. Un tentativo tanto più efficiente ed efficace se, anche a livello parlamentare, fosse sostenuto dalla nascita di un gruppo parlamentare di centro: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato dai valori dell’umanesimo cristiano, declinati per il nostro tempo dalla “ Laudato SI” di Papa Francesco, come si era anticipato nel Novembre scorso, all’incontro di St Vincent organizzato dall’amico On Gianfranco Rotondi.

Draghi, con grande sensibilità, ha chiamato a far parte del governo, quale sottosegretario alla presidenza del consiglio, con la delega a  coordinatore della politica economica, l’ On Bruno Tabacci, che considero una delle migliori espressioni del cattolicesimo politico democratico presenti nel Parlamento, unitamente a Gian Franco Rotondi, il quale non ha mai rinunciato a professare la sua origine culturale e politica democratico cristiana, pur collocandosi all’interno del partito di Forza Italia. Un partito inserito a pieno titolo nel PPE,  grazie alle sollecitazioni a suo tempo portate avanti da Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, su Silvio Berlusconi. Nel deserto delle culture politiche oggi presente in Italia, e nel fallimento conclamato dei partiti che hanno caratterizzato la lunga stagione seguita alla fine politica della DC, ciò che serve al Paese é il riemergere di quel grande fiume carsico della cultura cattolico democratica e cristiano sociale, oscurata dalla lunga stagione suicida della diaspora post democristiana (1993-2020).

Come ha lucidamente sostenuto Lorenzo Dellai, si tratta di favorire la ricomposizione di quanti sul piano locale si rifanno a quella lunga tradizione politica, costruendo, sin dalle prossime elezioni amministrative, liste unitarie in grado di riportare nelle istituzioni la cultura del popolarismo. Un processo che, a mio parere, andrebbe ancor più facilitato se anche a livello parlamentare nascesse un gruppo di centro nuovo come quello indicato. Due deputati come Tabacci, da un lato, e Rotondi, dall’altro, sarebbero i più qualificati esponenti e leader di tale progetto. Una prospettiva, d’altra parte, essenziale, per respingere le insorgenti nostalgie di leggi elettorali maggioritarie che, dopo le attuali gravi crisi del M5S e del PD, stanno prendendo corpo. Solo una legge elettorale proporzionale alla tedesca, con sbarramento, preferenze e sfiducia costruttiva, infatti, potrebbe favorire una diversa dislocazione delle forze politiche rispetto a quel bipolarismo forzato e innaturale della nostra storia nazionale, che ha segnato la lunga stagione della seconda repubblica, sino al suo epilogo finale nell’attuale “governo del presidente e dell’emergenza nazionale”.

Certo, per costruire un tale gruppo parlamentare servirebbe una ventina di deputati coraggiosi, i quali, ritrovandosi sui valori del popolarismo e dell’europeismo, potrebbero indicare anche alla periferia un riferimento strategico su alcuni punti programmatici in grado di offrire una nuova speranza all’Italia. Una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari da troppo tempo frustrati dalle illusorie offerte dei sovranismi e populismi di diversa estrazione, i quali, senza una rinnovata offerta della cultura del popolarismo, potrebbero rifugiarsi, come è accaduto in un’altra fase tragica della nostra storia, nell’estremismo della destra o nella rassegnata diserzione politica ed elettorale.

Tabacci e Rotondi riusciranno nell’impresa? Toccherà anche agli amici Gargani, Infante e D’Ubaldo, favorire il progetto, sostenendolo con una proposta politico programmatica unitaria all’altezza dei bisogni dell’Italia.

 

Due leader, qualche analogia

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo apparso sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Matteo Laruffa

Il cambio di leader alla guida dei governi democratici è un evento di primaria importanza. Se in alcuni casi il cambiamento è talmente rilevante da poter dare il nome a un’intera fase politica, in altri casi si tratta dell’inizio di semplici parentesi storiche abbastanza circoscritte o di momenti di transizione. Considerando gli elementi che differenziano i vari sistemi politici e le peculiarità dei singoli casi nazionali, nel periodo attuale almeno quattro democrazie stanno vivendo un momento di rinnovamento dovuto all’arrivo di nuovi leader. Ad esempio, nel 2020 abbiamo assistito alla fine del periodo del premierato di Shinzō Abe in Giappone dopo otto anni. A gennaio è stata la volta della transizione alla Casa Bianca da Donald Trump a Joe Biden. In Italia poche settimane fa è avvenuto il collasso della maggioranza che sosteneva il secondo governo Conte e la nascita del nuovo governo presieduto da Mario Draghi. Infine, il termine del cancellierato di Angela Merkel è previsto per il prossimo semestre. Non si parla di una svolta radicale nel caso della leadership giapponese, che resta sempre in mano al partito liberal-democratico quasi ininterrottamente dal 1955, né è chiaro quello che succederà in Germania dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, seppur molti si aspettano che il prossimo governo tedesco vorrà tentare la strada del continuismo e che le istituzioni manterranno la loro tradizionale stabilità inalterata.

Cosa si può dire dell’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e di quello di Mario Draghi a Palazzo Chigi? Molte analisi politiche delle scorse settimane hanno sottolineato una serie di parallelismi tra i due leader, ma oltre alla visione comune dell’atlantismo e i problemi speculari che si trovano sulle loro agende (pandemia e recessione), occorre aver presenti le differenze che riguardano il loro percorso personale, le specificità dei poteri dei due governi, i ruoli dei due presidenti nella politica interna e internazionale.

Biden e Draghi arrivano ai vertici dei rispettivi Paesi, gli Usa e l’Italia, avendo percorso strade molto diverse. Il primo è un veterano della politica e del partito democratico americano, il secondo è stato chiamato dal presidente Mattarella a formare il governo dopo decenni al servizio di istituzioni tecniche di livello nazionale e internazionale. Biden si è rapportato con la logica del consenso politico, elezione dopo elezione, mentre la carriera del presidente Draghi ha sempre valorizzato gli obiettivi e le responsabilità di un mandato fondato sull’indipendenza dell’istituzione. Diverso è anche il loro ruolo nella dinamica politica interna dati i molteplici elementi di distinzione, istituzionali e costituzionali, che plasmano il potere esecutivo nei due Stati.

Cercare le analogie tra Biden e Draghi è particolarmente difficile se si considera l’architettura costituzionale in cui operano questi due leader. L’autorità del presidente americano ha una portata ben più ampia di quella di qualsiasi presidente del Consiglio italiano e il modello della separazione dei poteri del governo di Washington non è sovrapponibile a quello di Roma (che predilige la fusione dei poteri mediante il legame fiduciario tra Parlamento e governo). Negli Stati Uniti il presidente è in carica quattro anni e ha un ambito di policies sulle quali può esercitare i suoi poteri che è abbastanza chiaro – pur variando nei periodi storici e alla luce della contingenza in casi eccezionali – essendo dotato di strumenti normativi ed esecutivi molto incisivi sull’attività del governo federale. Tra l’altro, l’investitura derivata dall’incontro del principio elettorale e di quello presidenziale permette a ciascun presidente di poter prendere alcune decisioni in completa autonomia dal gioco politico tra istituzioni e partiti.

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Energia: i numeri del mercato

Quanti venditori sono effettivamente attivi sul mercato e dove sono più presenti? Quali società possiedono la quota maggiore di clientela? In quali province e regioni si è diffuso maggiormente il mercato libero fino ad ora? Dove si registra maggiormente il fenomeno delle morosità?

Sono alcune delle domande cui è possibile rispondere navigando attraverso tabelle, infografiche e mappe sull’evoluzione del mercato dell’energia, presenti sul sito di ARERA e scaricabili anche in forma completa in formato Excel, che ARERA ha deciso di valorizzare in occasione della pubblicazione del Rapporto annuale Monitoraggio Retail (su dati 2019).

Le famiglie che a dicembre 2020 hanno scelto il mercato libero elettrico sono oltre il 56% nella media nazionale, ma con forti differenze nel Paese: dal 70% di alcune aree del nord al 38% della provincia Sud Sardegna.

I venditori attivi di elettricità per i clienti domestici sono 380 in Lombardia, contro i 140 della Valle d’Aosta e, tra i due estremi, le diverse realtà regionali, con ad esempio i 327 del Lazio o i 287 della Calabria (dati aprile 2020).

I DATI DEL MONITORAGGIO RETAIL

Le partite iva scendono in piazza

Ad un anno dal lockdown che ha messo in ginocchio il Paese le Partite Iva italiane scendono in piazza con il primo storico sciopero che si terrà oggi dalle ore 10 a Roma a Piazza del Popolo. Un’iniziativa promossa dall’associazione Partite Iva Insieme per Cambiare, un movimento spontaneo nato un anno fa su facebook che oggi raccoglie sui social oltre 450mila iscritti, alla quale hanno aderito, fra le altre, le associazioni Apit, Pin, Movimento Impresa, Italia che Lavora, Robby Giusti Associazione Nazionale Dj, Aias, Aisp, Rete P.Iva, Mio, Conflavoro, Confsal, Fipe/Silb.

In piazza i promotori dell’iniziativa chiederanno l’apertura immediata di un tavolo di concertazione dove affrontare due aspetti principali: lo stato di emergenza sociale e piano programmatico di rilancio”, spiegano il presidente Giuseppe Palmisano e il coordinatore nazionale, Angelo Distefano. Sul palco previsti gli interventi dei coordinatori regionali dell’associazione che parleranno delle difficoltà che stanno vivendo i lavoratori autonomi, l’identità delle Pmi italiane, il fermo silente dell’indotto, il made in Italy, ma soprattutto verranno approfonditi tutti gli argomenti che, generati da un’insana gestione della pandemia, hanno ridotto al collasso oltre la maggioranza del popolo italiano. Si tratterà il tema dei dipendenti di partita iva, della tassazione iniqua, della mancanza degli ammortizzatori sociali, della burocrazia e dello spreco di denaro pubblico.

“L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di Partite Iva, ben 4,6 milioni di lavoratori autonomi che lo Stato italiano ha da sempre vessato con tasse inique, utilizzandole come bancomat per sanare le falle delle spese folli dovute alla burocrazia. Chiederemo al governo Draghi di essere ascoltati e di avviare un percorso immediato di sostegno al lavoro che includa anche una pace fiscale”, sostengono i promotori.

 

A Roma i medici non rifiutano di vaccinare, mancano i vaccini

“I medici di famiglia, come la stragrande maggioranza dei medici iscritti all’Ordine di Roma, non hanno nessuna ‘resistenza’ a somministrare i vaccini” anti-covid. “Sono pronti. Ma servono i vaccini e la necessaria organizzazione. Non si può buttare la croce sui professionisti se non si procede spediti a causa delle carenze di dosi: servono i sieri e la possibilità di sedersi attorno a un tavolo per organizzare nel migliore dei modi”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, dopo le polemiche dei giorni scorsi dovute alla partenza lenta delle inoculazioni negli ambulatori dei dottori di famiglia.

Su circa 4mila medici di famiglia della provincia di Roma – sottolinea Magi – i mille che hanno dato immediatamente l’adesione quando sono andati a ritirare i vaccini hanno avuto un solo flaconcino con 11 dosi. Non mi sembra che così si possa incidere molto sulla campagna vaccinale”. Chi non ha aderito, precisa il numero uno dell’Omceo capitolino, lo ha fatto per motivi organizzativi come studio inadeguato, personale di studio non vaccinato, “problemi che possono essere superati organizzando le vaccinazioni in altre sedi. E anche in questo caso serve l’organizzazione, la cui mancanza non può essere imputata ai medici. Serve sapere dove, quando, quali sono i turni, quali orari per evitare di sovrapporsi agli orari di studio ordinario”.

In ogni caso, ribadisce Magi, “non mancano certo i vaccinatori. Non ci sono solo i 4mila medici di famiglia a Roma. Sono disponibili gli specialisti ambulatoriali, i liberi professionisti. All’Ordine sono arrivate tutte le disponibilità. Ma ci vuole l’organizzazione. Solo nella Capitale è pronto un esercito di 30mila medici su 46mila, tenendo conto di chi non può vaccinare per problemi di salute o età. Se si desse a tutti la possibilità di fare un vaccino al giorno ci sarebbero 30mila vaccinati nella capitale”.

“I professionisti ci sono – ribadisce – devono essere solo organizzati e, soprattutto, servono i vaccini”. Ma visto che “prima di aprile sarà difficile avere i vaccini per tutti, intanto mettiamo a punto un sistema preciso. Così non avremo perso tempo”, conclude il presidente Omceo Roma.

Al capolinea? Il PD dopo le dimissioni di Zingaretti

Il PD è al capolinea? Un segretario che si “vergogna” del suo partito non s’era mai visto. Ma è il culmine d’una vicenda durante la quale in poco più di tredici anni si sono succeduti quattro segretari-eletti (uno dei quali per due volte) e poi dimissionari nonché, se non vado errato, quattro segretari-reggenti. Un partito che divora i suoi leader.

Non solo: i due segretari che per più tempo hanno guidato il partito ad un certo punto se ne sono andati per fondarne un altro, molto più piccolo. Altri due, fra i quali il fondatore, hanno pensato bene di cambiare lavoro. Uno invece ha fatto a lungo, e fa tuttora, il ministro e questa è ora la “colpa” che va di moda attribuire al PD: quella d’essere, anche con ridotti consensi, sempre al potere. Qualcuno direbbe e dice, con un linguaggio da bar che non mi appartiene e che invece colpevolmente viene utilizzato dal ceto politico, “attaccato alla poltrona”.

Ora, al di là della soluzione transitoria che verrà adottata per superare il trauma causato dalle polemiche dimissioni di Nicola Zingaretti, è più che evidente che è giunto il tempo, per il PD, di ridefinirsi per rilanciarsi o al contrario di riconoscere che il suo progetto non si è realizzato e che dunque è meglio, nello stesso interesse del campo largo del centrosinistra, concludere l’esperienza e avviarne di nuove. Sostanzialmente, rimettere il trattino.

Un passo indietro, certamente. Una delusione, pure. Ma, nel caso, sempre meglio di un divorzio doloroso e distruttivo, che inevitabilmente lascerebbe macerie e risentimenti acri in tutto l’ambiente, con evidente vantaggio per la Destra, già ora maggioritaria nel Paese.

Che fare, quindi? Un estremo tentativo è senz’altro doveroso. Ma deve essere serio. Rigoroso. Finalizzato unicamente a salvare il partito e rilanciare il progetto di un centrosinistra autonomo e forte, presente nella società italiana. Ovvero: non unicamente teso a salvaguardare la carriera o il posto di qualche professionista della politica. Come invece spesso pare di capire dalle modalità con le quali il gruppo dirigente in senso lato si muove, a livello nazionale ma spesso pure nei livelli locali.

Un tentativo serio significa, almeno, tre cose: considerare con obiettività, lucidità e freddezza i nuovi elementi del quadro socio-politico che sono venuti a delinearsi in questi ultimi anni; porsi le domande di fondo alle quali nessun vero partito può sottrarsi; definire una modalità di discussione interna.

In rapida sintesi, e ovviamente ben sapendo che questi punti, e senza dubbio altri ancora, necessitano uno sviluppo più ampio di quello che si può fare in un semplice articolo, provo ad accennarli.

Il quadro è mutato, rispetto agli anni in cui il PD nasceva. Si veniva da un periodo di crescita durante il quale ci si era cullati nell’illusione che la globalizzazione dei mercati avrebbe generato sviluppo economico indefinito nel tempo. Ed invece, proprio in quei mesi, iniziava la crisi dei mutui subprime che in breve avrebbe travolto l’Occidente. Dalla quale non si è mai del tutto usciti sino a quando, con la pandemia da coronavirus la situazione non è ulteriormente peggiorata. Così, invece di una felice epoca di sviluppo si è dovuta affrontare una complicata fase di decrescita.

Si era immersi in una logica istituzionale ed elettorale bipolare e maggioritaria, che dava al nuovo partito la quasi assoluta certezza di poter essere l’unica formazione politica di peso di una delle due metà del campo: la “vocazione maggioritaria” ne era la traduzione operativa, divenendo dunque tratto fondativo del partito. Nel breve volgere di una legislatura, cominciata con la sconfitta subìta ad opera di Berlusconi e conclusa col governo lacrime-e-sangue di Mario Monti, si crearono invece le condizioni per la nascita di una specie di terzo polo, di mera contestazione al sistema, incarnato dal Movimento 5 Stelle.

Fiducia assoluta nella crescita e granitico credo nel bipolarismo maggioritario ben si sposavano con un’ulteriore novità, incardinata nello Statuto del nuovo partito: l’elezione di un segretario politico attraverso “Primarie” aperte sostanzialmente a tutti: quindi un’affiliazione leggera, che avrebbe incoronato un “capo” che diveniva automaticamente il candidato premier e in caso di vittoria Primo Ministro. La dura sconfitta referendaria del 2016 ha però bocciato l’ipotesi semplificatrice del sistema istituzionale aprendo di fatto lo spazio per un possibile ritorno alla logica del proporzionale (di suo antitetica alla tesi sulla quale era sorto il PD), cosa della quale si è infatti successivamente ripreso a discutere. Mentre la dura batosta alle politiche del 2018 ha da parte sua dimostrato che il leader votato alle Primarie (fra l’altro mai state realmente competitive) poteva comunque venire travolto elettoralmente da un popolo che non si riconosceva in quel rito.

Secondo punto. Un partito nasce e vive soprattutto su una qualche ispirazione ideale e su un qualche punto programmatico forte. Poi c’è l’attività quotidiana, con tutte le scelte che questa comporta, ma un’identità espressa e riconoscibile un partito che non voglia essere, per usare un’espressione in voga, “liquido”, mera espressione d’una società dell’immagine, la deve necessariamente possedere ed esprimere.

Ora, l’identità del PD originario – ovvero il proficuo incontro delle culture politiche protagoniste del Novecento italiano – da tempo ormai è assai annebbiata, per almeno due ordini di ragioni: la prima è che progressivamente si è andata affermando ovunque (nella pubblicistica, fra gli intellettuali, nel comune sentire) l’idea che esso è l’erede storico di una sola delle culture fondative, quella della Sinistra già comunista (e si osservi che paradossalmente la scelta di maggior significato politico, da questo punto di vista, è stata adottata, con l’entrata del PD nel PSE, da Matteo Renzi, un segretario, l’unico oltre a Dario Franceschini, che però resse per pochi mesi una semplice segreteria di transizione, a non provenire da quella tradizione politica). La seconda è che l’avvento delle nuove generazioni – ancorché limitato nei numeri assoluti – ha giustamente reclamato un aggiornamento identitario che però non si è saputo realizzare se non in una rivendicazione di impegno in favore dei “diritti individuali” che ha però trascurato, magari senza volerlo, una pari attenzione a quei “diritti sociali” da sempre connessi all’impegno della Sinistra e del cattolicesimo popolare e inoltre sempre associati alla coeva e indispensabile cultura dei “doveri”, oggi al contrario assai trascurata.

Allora, oggi il PD deve porsi alcune domande ineludibili alle quali fornire risposte nette se davvero vuole essere un partito credibile per un popolo che verrà poi chiamato a battersi per impedire a una Destra radicale di prendersi questo Paese. Quale identità, appunto? Quale cultura politica? Quali interessi sociali tutelare prioritariamente? E conseguentemente, nell’attualità della crisi in corso: quali proposte, quale programma per affrontare la drammatica emergenza economica del dopo pandemia? Con quali obiettivi di maggior giustizia sociale?

La questione delle alleanze, sempre decisiva e identificativa di un progetto politico (ciò non va mai dimenticato) viene a valle di queste domande e dalle conseguenti risposte. Non a monte. Aver voluto assumere l’alleanza con una formazione, il M5S, atipica e ancora indefinita sia culturalmente (non si dimentichi che il suo mantra fondativo è il “vaffa” antipolitico e populista) sia politicamente (e infatti è in corso una sua scissione) è stato un errore grave dettato forse dalla tattica ma del tutto privo di una qualsiasi motivazione logica degna di fornire basi adeguate ad una conseguente strategia politica.

Il punto conclusivo è di metodo. Questa vasta riflessione, che fra l’altro è piuttosto urgente, il PD deve farla coinvolgendo la più larga parte possibile delle persone ad esso interessate. Militanti di ogni età, intellettuali, semplici elettori, rappresentanti di associazioni e movimenti operanti sui mille territori del nostro Paese: tutti impegnati nella ricerca di quella felice sintesi culturale che era negli obiettivi del partito alle sue origini ma che poi non è stata realmente raggiunta. Un lavoro plurale e difficile, che non è affatto detto arriverà ad una conclusione in linea con le attese: perché forse quella sintesi non è possibile. Se invece lo sarà, il PD ne uscirà grandemente rinforzato. E comunque, sia in un caso sia nell’altro, sarà stato dato un contributo di rilievo ad una politica di centrosinistra che in ogni caso dovrà interloquire con la società italiana. Quello che non si può fare, che non è assolutamente ammissibile è un mediocre accordo fra qualche capocorrente utile solo a procrastinare quella che rischia d’essere un’agonia. 

Le correnti della Dc e i gruppi del Pd.

Dunque, è inutile ancora soffermarsi sulla crisi in cui versa il Pd. Al di là delle chiacchiere sempre  più stucchevoli sulle “ripartenze” e sulle “rigenerazioni” – ormai ridicole se non addirittura  grottesche – quello che conta è ciò che ha detto con inusitata franchezza l’ex numero 1 del  partito. Appunto, Nicola Zingaretti, semprechè non ritiri le dimissioni a furor di popolo. E cioè, “Mi  vergogno del Pd perchè è un partito che pensa solo alle poltrone e alle primarie”. Una frase,  pesantissima e senza precedenti, che però non ha stupito nessuno. Almeno quelli che conoscono  cos’è realmente il Pd, oggi.  

Ora, è ovvio che sul banco degli imputati è salito un solo e grande accusato: il correntismo. E,  quindi, le innumerevoli e sempre crescenti correnti del Pd che, il più delle volte e soprattutto a  livello periferico, si tratta di semplici bande che scorrazzano in un partito ormai privo di  organizzazione territoriale ma che si rendono utili e necessarie esclusivamente per il  raggiungimento e l’occupazione sostanziale e spregiudicato del potere. Come, appunto, ha detto  il suo segretario nazionale. Certo, è un esercizio difficile e di fatto sempre più misterioso capire  quali sono le reali differenze politiche tra queste innumerevoli e molteplici correnti. Si tratta, come  quasi tutti sanno, di correnti personali che, grazie alle tessere fatte e a numeri ricavati da  fantomatiche primarie, sono e restano decisive per la spartizione del potere interno al partito e  nelle istituzioni. 

Ma, al di là delle vicende domestiche del Pd, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione –  anche perchè campeggia qua e là su vari organi di informazione – è la profonda diversità tra le  correnti della Dc e quelle del Pd. Senza esaltare oltremisura, come ovvio e scontato, la  democrazia e l’organizzazione interna ad un grande partito popolare, interclassista e di massa  qual’era la Dc, si può tranquillamente dire che in quel partito le correnti erano anche e soprattutto  espressione di ceti sociali, di interessi reali che agivano nella società, di sensbilità politiche  diverse l’un dall’altra e, sopratutto, erano guidate da leader politici riconosciuti e riconoscibili. Poi,  com’è altrettanto ovvio e scontato, anche da quelle parti non mancavano degenerazioni e cadute  di credibilità, soprattutto quando si avvicinavano i congressi locali e nazionali. Ma il dibattito e il  confronto interno era sempre ispirato ad un dialettica fortemente politica che ricavava la sua  ragion d’essere dal fatto che le correnti, appunto, rappresentavano anche pezzi di società e non  solo somma di tessere.  

Cosa capita, invece, nel Pd al punto da far vergognare il suo segretario nazionale? Una cosa  molto semplice: più aumentano le correnti, i gruppi, i gruppuscoli e le bande interne e più si  indebolisce il confronto e svanisce il progetto politico. Al punto che, oggi, al di là delle chiacchiere  e della relativa ipocrisia, nessuno conosce quale sia il reale progetto politico del Pd. È persin  inutile snocciolare i rapidi cambiamenti di opinione e le piroette politiche che si fanno addirittura  nell’arco di pochi giorni. Solo uno come Bettini può spiegare questa rapidità nel formulare le  ricette che, di volta in volta, il Pd mette in campo e sempre diverse da quelle che erano state  precedentemente e pomposamente illustrate e magnificate. Al punto che, non è difficile  prevederlo, la prossima Assemblea nazionale finirà con un documento dove si evidenza l’unità del  partito, il suo grande radicamento sociale e territoriale, il suo spiccato riformismo di governo e la  riproposizione della tesi che si è perno dell’alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla  minaccia fascista e bla bla bla. Tutti slogan che ormai conosciamo quasi a memoria e che, di  norma, hanno la durata di una settimana circa per poi cedere il passo alle diatribe tra le infinite  correnti, gruppi e bande che animano il partito. 

In conclusione, il nodo vero da sciogliere è semplice e al tempo stesso complesso. E cioè, il  correntismo violento e spregiudicato si batte solo in un modo all’interno di un partito: se la ricerca  e la conservazione del potere cedono il passo alla politica e al progetto politico. Se quello non  avviene, capita semplicemente quello che ha detto Zingaretti. E cioè, si lotta solo e soltanto per le  poltrone e per gli escamotage organizzativi che ti permettono di raggiungerlo. Amen.

Il Problema dell’identità

“…Questo non è il momento di riaffermare le nostre identità. … “. (Il Presidente del Consiglio Draghi nel suo video-messaggio intervenendo alla Conferenza promossa dalla Bonetti “Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere”).
Un altro (autorevole) tassello di conferma che con gli sbandieramenti sull’identità e l’appartenenza, con le declamazioni sui valori e sull’orgoglio, non si va da nessuna parte, anzi si è ridicoli.

La nostra età è la prima in cui l’identità è rivendicata dalla maggioranza, mentre fin solo all’altro ieri il problema era se caso di garantirla alle minoranze, in difficoltà e indifese rispetto alle proprie ‘regole identitarie’ in cui riposava certa la maggioranza. Adesso, e non da ora, è quest’ultima che si deve porre adeguate critiche domande, e mettersi in cammino per un Altrove che non sarà – e per fortuna – solo a immagine e somiglianza di se stessa.

Keynes e la maledizione di Carabosse

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo apparso sulle pagine di Aspenia on line a firma di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese

Ottantacinque anni fa, l’8 marzo del 1946, il lussuoso General Oglethorpe Hotel di Wilmington Island, nei sobborghi di Savannah, in Georgia, ospitava la riunione inaugurale dei Consigli di Amministrazione della Banca Mondiale (allora Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo) e del Fondo Monetario Internazionale, la cui istituzione era stata decisa nella conferenza tenutasi un anno e mezzo prima, nel luglio del 1944, nel fatiscente Mount Washington Hotel di Bretton Woods, nel New Hampshire, duemila chilometri più a Nord.

Bretton Woods era stato il momento culminante di un lungo confronto sull’assetto economico del dopoguerra che aveva coinvolto soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti. La riflessione era partita da una serie di proposte avanzate da John Maynard Keynes che, chiamato al Tesoro come consigliere del governo britannico, dal 1940 aveva intrattenuto i rapporti in materia economica e finanziaria con l’amministrazione americana. Nel negoziato, condotto per gli Stati Uniti dal Sottosegretario al Tesoro, Harry D. White, gli americani avevano accettato l’idea di dotare il mondo di istituzioni e regole capaci di imbrigliare il disordine economico e monetario che negli anni Trenta aveva esacerbato le relazioni internazionali, ma avevano rigettato la parte più innovativa del progetto di Keynes che prevedeva di affidare a una banca mondiale la creazione di una moneta fiduciaria del tutto sganciata da qualsiasi valuta, come dall’oro, in base esclusivamente ai bisogni del commercio e dell’economia mondiale.

La scelta degli americani era stata quella di attribuire al dollaro quello stesso ruolo di ancoraggio del sistema che storicamente aveva avuto la sterlina britannica. I tassi di cambio dei paesi membri del Fondo sarebbero stati fissati in dollari, mentre il dollaro sarebbe rimasto convertibile in oro al prezzo stabilito di 35 dollari per oncia. Nonostante i contrasti, Bretton Woods si era chiusa con grande ottimismo. Quando Keynes era entrato nella sala dove si svolgeva il banchetto finale, gli astanti si erano levati in piedi riconoscendo, come notò uno dei presenti, “che era entrato un uomo di statura non comune” ed egli stesso aveva condiviso quell’ottimismo.

Ombre pesanti

A Savannah, benché nel frattempo la guerra fosse ormai finita con la vittoria degli alleati, il clima era assai meno sereno. La guerra era terminata pochi mesi prima, nell’aprile-maggio del 1945 in Europa e in agosto in Asia con i due devastanti ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki, e pesanti ombre, a partire dalla guerra nucleare, gravavano sul mondo. La Cina era piombata nella guerra civile, la Germania era occupata e divisa non in due ma in quattro, e soltanto tre giorni prima, il 5 marzo 1946, Winston Churchill aveva pronunciato a Fulton, in Missouri, il celebre discorso nel quale sull’Europa aveva con una potente immagine fatto calare un ideale ma ben presto fin troppo reale sipario di ferro “da Stettino sul Baltico a Trieste nell’Adriatico” (“da Roma a Riga” ha detto poche settimane fa il Presidente Joe Biden riferendosi all’attualità). Ma soprattutto era scomparso Franklin Delano Roosevelt con la sua visione riformatrice e il coraggio di portare avanti la sua agenda. Anche i rapporti bilaterali anglo-americani si erano guastati intorno alla questione del prestito richiesto dal Governo britannico per concedere il quale gli americani avevano preteso la rinunzia britannica al sistema delle preferenze imperiali. Insomma, l’8 marzo del 1946 non vi erano particolari ragioni di ottimismo per il futuro, se non il fatto di essersi lasciati alle spalle una guerra devastante con il suo orrore di distruzione e morte.

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Turismo, Demoskopika: il 2021 parte con oltre 14 milioni di presenze in meno

La stima della contrazione, pari a quasi l’80%, si riferisce al solo mese di gennaio dell’anno in corso rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2020, inoltre, andati in fumo oltre 20 miliardi di spesa turistica. Sono cinque i sistemi turistici regionali più colpiti: Veneto, Toscana, Lombardia, Lazio e Emilia-Romagna. Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio: «È ora di riavviare il processo partecipativo per redigere un nuovo Piano strategico nazionale 2022-2027 e dotare il turismo di riforme strutturali».

 Nel 2020, l’emergenza Covid-19 avrebbe provocato effetti devastanti sul turismo italiano: ben 232 milioni di presenze in meno e oltre 67 milioni di arrivi con una contrazione rispettivamente del 53,1% e del 51,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In picchiata anche la spesa turistica, con una rilevante flessione pari a poco più di 20 miliardi di euro il cui 73% è concentrata in sei sistemi turistici regionali: Veneto, Toscana, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige.

E, intanto, anche il mese di gennaio 2021 registra una battuta d’arresto tanto allarmante quanto prevedibile: 14,4 milioni di pernottamenti e 4,8 milioni di turisti in meno con una variazione negativa pari a circa l’80% rispetto allo stesso mese del 2020.

È quanto emerge da una stima dell’Istituto Demoskopika in attesa dei dati ufficiali dell’Istat su base regionale. Per il Molise, – precisa la nota dell’Istituto di ricerca – non essendo presente l’imposta di soggiorno, si è ipotizzato uno scenario identico a quello medio italiano. Per i Comuni del Lazio, infine, l’imposta di soggiorno riguardante, nello specifico, l’ammontare più che rilevante riferito a Roma Capitale, è stata stimata, poiché la voce non è chiaramente identificabile nel sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (SIOPE). Si precisa che la stima dei movimenti turistici può risultare “condizionata” da un eventuale blocco temporaneo dell’imposta di soggiorno deciso in qualche comune oltre che dalla mancata o parziale trasmissione degli incassi dell’imposta al sistema SIOPE.

«Se si vuole fronteggiare efficacemente l’emergenza sanitaria – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – la politica deve avere il coraggio di fare scelte precise. C’è un problema prioritario di governance da cui consegue anche la misura dell’efficacia dei fondi messi a disposizione per la ripresa del sistema turistico. Anzi, l’Italia presenta una gestione del turismo caratterizzata da una rilevante frammentazione delle competenze che genera un coordinamento delle politiche sul comparto assolutamente inadeguato. E, così, da una parte, lo Stato centrale vara documenti strategici senza coperture finanziarie mentre, dall’altra, le Regioni, forti dell’attribuzione costituzionale del turismo quale materia di competenza esclusiva, non di rado si sentono legittimate a programmare il turismo in una “giungla normativa e attuativa”. È ora, quindi, – conclude Raffaele Rio – di riaccendere i motori del processo partecipativo per attivare alcuni interventi nell’immediato: redigere un nuovo Piano strategico nazionale 2022-2027 alla luce di quanto sta accadendo, consentire alcune riforme strutturali del comparto attraverso un nuovo Codice del Turismo e creare un’unica agenzia per la produzione dei dati statistici non soltanto statici ma anche previsionali in modo tale da rendere più consapevoli e tempestive le scelte dei portatori d’interesse del settore. Il tutto ovviamente coordinato dal ministero del Turismo che si spera venga attivato in tempi brevi». 

Flussi turistici: la pandemia manda in fumo 232 milioni di presenze turistiche. Nei dodici mesi del 2020, Demoskopika stima una diminuzione di oltre 67 milioni di arrivi pari a una flessione del 51,3 per cento rispetto allo stesso arco temporale del 2019 che hanno ridotto di quasi 232 milioni i pernottamenti nel sistema alberghiero ed extra-alberghiero italiano. Una flessione generata prioritariamente dalle destinazioni regionali che, presentando un elevato livello di internazionalizzazione turistica, risentono più delle altre della rilevante contrazione dei turisti stranieri.  Analizzando, in particolare, il quadro per singolo sistema turistico regionale emerge che il Veneto avrebbe ridotto gli arrivi di 12,2 milioni (-60,4% rispetto al 2019) e le presenze di 44,5 milioni (-62,4% rispetto al 2019). A seguire, in valore assoluto, Lombardia con una contrazione pari a 9,5 milioni di arrivi (-54,2%) e 22,4 milioni di presenze (-55,4%), Toscana con una riduzione pari a 8,3 milioni di arrivi (-58,0%) e 28,7 milioni di presenze (-59,8%), Lazio con una riduzione pari a 6,6 milioni di arrivi (-51,7%) e 19,9 milioni di presenze (-51,0%) e l’Emilia-Romagna con una riduzione pari a 6,1 milioni di arrivi (-52,9%) e 23 milioni di presenze (-57,1%). Da evidenziare che, in chiave percentuale, è la Sicilia a presentare tra i “conti più salati”, preceduta solo dal Veneto: meno 3 milioni di arrivi e meno 9 milioni di presenze con un calo rispettivamente pari al 58% e al 59,6% rispetto ai dodici mesi del 2019.

Spesa turistica: stimata sforbiciata pari a oltre 20 miliardi di euro. Per il 2020, l’emergenza coronavirus avrebbe generato una contrazione della spesa turistica di ben 20.056 milioni di euro, pari a circa l’8,6 per cento del prodotto interno lordo settoriale italiano. L’analisi per livello regionale colloca, nella sua dimensione numerica assoluta, il Veneto in testa con un decremento stimato della spesa turistica pari a 3.939 milioni di euro. Seguono, con sforbiciate rilevanti dei consumi in “viaggi e vacanze”, Toscana con 2.570 milioni di euro, Lombardia con 2.357 milioni di euro, Lazio con 2.205 milioni di euro, Emilia-Romagna con 1.820 milioni di euro e Trentino-Alto Adige con 1.610 milioni di euro.

La contrazione del consumo totale di beni e servizi da parte del viaggiatore (alloggio, pasti, intrattenimenti, souvenir, regali, altri articoli per uso personale ecc.) si sarebbe avvertita, in maniera significativa, anche in altre cinque destinazioni regionali: Campania con 892 milioni di euro, Liguria con 752 milioni di euro, Piemonte con 666 milioni di euro, Sicilia con 651 milioni di euro, Sardegna con 497 milioni di euro e Marche con 407 milioni di euro. Al di sotto della “soglia psicologica” dei 400 milioni di euro si posizionano i rimanenti sistemi turistici regionali: Puglia con 388 milioni di euro, Friuli-Venezia Giulia con 336 milioni di euro, Calabria con 284 milioni di euro, Umbria con 209 milioni di euro, Valle d’Aosta con 204 milioni di euro, Abruzzo con 156 milioni di euro, Basilicata con 95 milioni di euro e, infine, Molise con 17 milioni di euro.

La Romania chiude le porte alla Cina

La Romania sembra essere l’unica in Europa ad adottare una posizione molto più dura nel dire no alla Cina. Infatti la Romania ha escluso le aziende cinesi da settori chiave come l’energia nucleare e le telecomunicazioni.

Continuando su questa linea, il governo di coalizione di centro-destra rumeno sta ora cercando di escludere le società estere, comprese quelle cinesi, dagli appalti pubblici. Ha adottato un memorandum per bandire gli operatori di paesi extra UE che non hanno accordi di appalto con il blocco al fine di accelerare la costruzione di grandi progetti come le autostrade.

Xi ha reso l’Europa orientale una priorità strategica e sta cercando di rafforzare l’influenza nella regione promettendo investimenti attraverso la Belt and Road Initiative , un gigantesco progetto infrastrutturale per costruire un’autostrada merci tra l’Asia e l’Europa.

Ma tutto ciò non renderà più morbida la reazione di Bucarest, che ancora oggi prova disgusto nel ricordare il bullismo diplomatico della Mosca sovietica simile a quello della Cina comunista moderna.

Inoltre per Bucarest i legami militari con gli Stati Uniti sono fondamentali. La Romania intrattiene da tempo gelide relazioni con la Russia, che accusa di finanziare campagne di disinformazione online e di invadere il suo spazio aereo sul Mar Nero. 

Proprio per questo, una forza aerea della NATO che comprende piloti britannici, americani e italiani, pattuglia il confine orientale della Romania dalla base Mihail Kogălniceanu vicino alla città di Costanza.

Ma questo non vuol dire che saranno chiuse tutte le porte verso il colosso asiatico. Per quanto riguarda i rapporti commerciali con la Cina, la portavoce del ministero degli esteri ha chiesto “rispetto reciproco, trasparenza, rispetto per il libero mercato e principi di concorrenza leale, nonché reciprocità in tutte le aree … Siamo particolarmente interessati a un commercio equilibrato, comprese le esportazioni in aumento di prodotti agroalimentari rumeni al mercato cinese “.

 

Le nuove varianti del Covid impongono misure più drastiche

La seconda ondata” di coronavirus “non è mai finita, assistiamo a una ripresa molto forte dovuta all’impatto delle varianti, che ci sta portando a misure sempre più restrittive sui territori”. Così il ministro della Salute Roberto Speranza in un’intervista al Corriere della Sera. Sul lockdown nazionale, almeno nei weekend e sul coprifuoco anticipato alle 20 spiega che il Governo “ha confermato il modello per fasce perché ci sono situazioni geografiche molto diverse. È chiaro che monitoreremo giorno per giorno l’evoluzione epidemiologica, adattando le misure alla luce delle varianti”.

Speranza parla anche del ritardo dei vaccini. “I nostri numeri sono in linea con Germania e Francia – spiega – Figliuolo farà un gran lavoro, che ci consentirà di accelerare ancora di più la campagna quando finalmente avremo molte più dosi. Arcuri va ringraziato per il lavoro straordinario fatto”.

Italia: superati i 100 mila morti dall’inizio della pandemia.

Sono 13.902 i nuovi casi di coronavirus in Italia (ieri sono stati +23.641, qui il bollettino). Sale così ad almeno 3.081.368 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall’inizio dell’epidemia.

I decessi odierni sono318 (ieri sono stati +207), per un totale di 100.103 vittime da febbraio 2020.

Mentre le persone guarite o dimesse sono 2.508.732 complessivamente: 13.893 quelle uscite oggi dall’incubo Covid (ieri +13.467). E gli attuali positivi — i soggetti che hanno il virus — risultano essere in tutto 472.533, pari a -329 rispetto a ieri (+7.050 il giorno prima).

Le dosi di vaccino somministrate sono oltre 5,4 milioni. I cittadini che hanno ricevuto la seconda dose sono più di 1,6 milioni.

Draghi: “Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere”

Ci troviamo tutti di fronte, in questi giorni, a un nuovo peggioramento dell’emergenza sanitaria. Ognuno deve fare la propria parte nel contenere la diffusione del virus. Ma soprattutto il governo deve fare la sua. Anzi deve cercare ogni giorno di fare di più.

La pandemia non è ancora sconfitta ma si intravede, con l’accelerazione del piano dei vaccini, una via d’uscita non lontana. Voglio cogliere questa occasione per mandare a tutti un segnale vero di fiducia. Anche in noi stessi.

Ringrazio, ancora una volta, i cittadini per la loro disciplina, la loro infinita pazienza, soprattutto coloro che soffrono le conseguenze anche economiche della pandemia. Ringrazio gli studenti, le famiglie e gli insegnanti che sopportano il peso della chiusura delle scuole. Ringrazio gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, le forze armate, la Protezione Civile e tanti altri lavoratori in prima linea per la loro incessante opera. Sono anche questi esempi di responsabilità civica e professionale, di cittadinanza italiana attiva che impongono al governo di moltiplicare ogni sforzo. Siamo solo all’inizio.

Il nostro compito – e mi riferisco a tutti i livelli istituzionali – è quello di salvaguardare con ogni mezzo la vita degli italiani e permettere al più presto un ritorno alla normalità. Ogni vita conta. Non perdere un attimo, non lasciare nulla di intentato, compiere scelte meditate, ma rapide. Non voglio promettere nulla che non sia veramente realizzabile. Le mie preoccupazioni sono le vostre preoccupazioni. Il mio pensiero costante è diretto a rendere efficace ed efficiente l’azione dell’esecutivo nel tutelare la salute, sostenere chi è in difficoltà, favorire la ripresa economica, accelerare le riforme.

Il 10 marzo di un anno fa l’Italia si chiudeva diventando per la prima volta, una grande zona rossa. Un nostro concittadino su venti è stato contagiato – secondo i dati ufficiali che, come è noto, sottostimano la diffusione del virus. Mai avremmo pensato che un anno dopo ci saremmo trovati a fronteggiare un’emergenza analoga e che il conto ufficiale delle vittime si sarebbe avvicinato alla terribile soglia dei centomila morti. Dobbiamo al rispetto della memoria dei tanti cittadini che hanno perso la vita il dovere del nostro impegno. Nel piano di vaccinazioni, che nei prossimi giorni sarà decisamente potenziato, si privilegeranno le persone più fragili e le categorie a rischio. Aspettare il proprio turno è un modo anche per tutelare la salute dei nostri concittadini più deboli.

Questo non è il momento di dividerci o di riaffermare le nostre identità. Ma è il momento di dare una risposta alle tante persone che soffrono per la crisi economica, che rischiano di perdere il posto di lavoro, di combattere le disuguaglianze. In un solo anno il numero di italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta è aumentato di oltre un milione, mentre si sono acuite altre disparità, prima fra tutte quella tra donne e uomini.

È anche per questo che oggi, Giornata Internazionale della Donna, voglio che il mio saluto accompagni la presentazione della Strategia Nazionale per la parità di genere, elaborata dalla Ministra Elena Bonetti, a conclusione di un lavoro che ha visto partecipi personalità a cui va il mio caloroso ringraziamento.

A fronte dell’esempio di molte italiane eccezionali in tutti i campi, anche nella normalità familiare, abbiamo molto, moltissimo da fare per portare il livello e la qualità della parità di genere alle medie europee.

La mobilitazione delle energie femminili, un non solo simbolico riconoscimento della funzione e del talento delle donne, sono essenziali per la costruzione del futuro della nostra nazione.

Azioni mirate e profonde riforme sono necessarie per coinvolgere pienamente le donne nella vita economica, sociale e istituzionale del Paese. Ma dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi nella quotidianità della vita familiare.

Lo Stato e gli enti territoriali dovranno assistere le famiglie, specie le più giovani, anche quando questa fase di emergenza sarà terminata. Gli strumenti che dobbiamo impiegare sono vari, penso tra gli altri ai congedi parentali, penso al numero dei posti negli asili nido che ci vede inferiori agli obiettivi europei, e sulla loro distribuzione territoriale che va resa ben più equa di quanto non sia oggi. Tutto ciò è obiettivo di questo governo.

Non voglio qui ripetere le bellissime parole di oggi del Presidente della Repubblica sulla condizione femminile. Voi sapete bene quanto sia dolorosa. Sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, sono da condividere le proposte della Commissione parlamentare d’inchiesta. Oggi, per le vittime dei troppi femminicidi e anche come reazione prodotta dalla pandemia, sembra formarsi una nuova consapevolezza che trova un’opportunità straordinaria nel programma Next Generation EU per diventare realtà nell’azione di governo, del mio governo. Tra i vari criteri che verranno usati per valutare i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sarà anche il loro contributo alla parità di genere.

È con questo spirito di fiducia nel nostro, nel vostro, futuro e con l’impegno di questo governo a conquistarsela, che vi auguro buon 8 marzo.

8 marzo: Un racconto per tutte le donne che subiscono violenza

LIBRO “ TUTTE A CASA” – Edizioni ERGA , 2010

Il Roggione*

Era stato il vento dell’Est a portare Maruska sulle nostre strade ed era una storia uguale a molte altre: il miraggio di una vita migliore, il gusto dell’avventura, l’ottimismo sul destino che l’attendeva, così estraneo ai sentimenti che finora aveva provato nel suo paese dove l’unica certezza era la miseria e l’unica speranza consisteva nell’andare via.

Non aveva voluto neanche sentirle, quelle voci che arrivavano da lontano e che parlavano di cose andate male, di botte, di sfortuna, di ragazze tornate sconfitte e di quelle di cui non si era più saputo niente e che forse non sarebbero tornate più.

Lei era convinta che tutto quello che l’avrebbe riguardata sarebbe stato diverso: un lavoro onesto, i soldi da mandare con orgoglio a casa, magari l’incontro con un uomo per bene, una famiglia, l’altra faccia di quella vita grigia e perdente che finora l’aveva resa infelice e dimenticata.

Queste cose pensava Maruska salendo su quella rovente corriera, insieme ad altre compagne di viaggio e di sventure, su uno di quegli autobus alti e polverosi, grigi e anonimi, con le targhe tutte uguali, che portano persone e scarrozzano speranze.

Dopo pochi giorni dall’arrivo a Milano molti di quei pensieri erano già svaniti, sostituiti da una realtà fatta di salite e discese su altri mezzi di trasporto, su treni, autobus e metrò che avevano destinazioni impreviste e scomode, da nascondigli furtivi e senza un perchè, dagli odori della promiscuità, dai giacigli di quelle stanze strette dove si doveva far posto ad altre persone, sempre nuove e diverse.

Erano gli uomini a comandare, in quei posti maledetti, insieme a poche donne più anziane di lei, a dire quando si doveva entrare e quando si poteva uscire.

Maruska pensava che poi sarebbe stata meglio, capiva anche lei che in un paese straniero ci potevano essere delle difficoltà: era stata abituata ad ubbidire e anche adesso, in mezzo a quel via vai non aveva altra scelta che eseguire quello che le veniva in malo modo ordinato.

Una cosa l’aveva capita bene: non importava che si chiamasse Maruska, il suo nome serviva solo per essere chiamata ma non doveva dirlo a nessuno: per ogni cosa, per ogni necessità doveva rivolgersi a quei due o tre tipi che andavano e venivano da quelle case a tutte le ore, gli unici che potevano farlo liberamente, che avevano in tasca le chiavi della porta di ingresso.

La compagnia delle amiche con cui aveva condiviso il viaggio si era assottigliata, alcune avevano preso altre destinazioni, dov’era lei erano rimaste in poche.

Poi un giorno era venuto Ivan a prenderla e a portarla via, solo lei: le aveva detto di salire su un’auto e di non fare domande, l’avrebbe condotta in una casa sua e poi a lavorare.

Doveva fidarsi, Maruska, non aveva altra scelta: sarebbe stata sola d’ora in poi ma forse avrebbe realizzato qualcuno dei suoi desideri.

Era a quel punto impaziente di arrivare, anche se non sapeva nulla di quelle strade che scorrevano veloci dal finestrino, di quelle vie tutte uguali e larghe, dagli incroci squadrati, di quei palazzi alti e anonimi, di quelle luci e di quelle insegne che lei scorgeva rannicchiata e incredula: notava solo quanto tutto intorno a lei fosse così grande e diverso dal suo piccolo paese, dove tutti si conoscevano e si chiamavano per nome.

L’appartamento dov’era stata condotta era freddo e squallido, al quinto piano di un condominio fatto a scatola, con tanti minuscoli balconi e molti panni stesi.

Stanze piccole, disadorne, logore che mostravano i segni di un’usura dovuta più al consumo e agli innumerevoli passaggi che al tempo.

Maruska aveva sistemato le sue poche cose nella cameretta che le era stata indicata: un letto, un armadio, un comodino, pareti disadorne e consunte. 

Ivan non l’aveva importunata, quella sera, come lei temeva: era uscito in malo modo lasciando una puzza insopportabile di fumo in casa e lei si era addormentata prima che lui rincasasse a notte fonda.

Nonostante fosse stanchissima aveva faticato a prender sonno, divisa tra i pensieri su quello che aveva lasciato – il suo paese, la sua famiglia, gli incontri più recenti – e quello che l’aspettava e di cui fantasticava ad occhi aperti, seguendo le luci e le ombre delle auto di passaggio rifratte sul soffitto.

Si era assopita così, nel dormiveglia del rimuginare pensieroso e nei chiaroscuri di quei bagliori, più veloci di un battere di ciglia.

Ivan l’aspettava in cucina, il mattino dopo: in casa non c’era nulla di commestibile, il frigo vuoto.

Erano andati a far colazione, impiastricciati degli odori della notte, al bar sottocasa e poi via, a fare acquisti al supermercato.

Maruska si domandava perché non si intavolasse il discorso sul lavoro, perché Ivan non l’accompagnasse in un ufficio, da una famiglia, in un negozio ma non osava chiedere niente: lui era un tipo scorbutico, spiccio, di poche manfrine.

Il fatto che l’avesse fatta vestire tutta di nuovo, da capo a piedi, in un centro commerciale l’aveva messa di buon umore: di certo – pensava – devo rendermi presentabile.

Solo verso sera lui le aveva accennato qualcosa, dicendo che l’avrebbe condotta lui di lì a poco sul posto di lavoro.

Poi le aveva raccomandato di non fornire e non chiedere troppe spiegazioni, di non dare confidenze, di limitarsi a fare quello che le sarebbe stato chiesto, ricordandosi di farsi pagare la cifra che lui aveva stabilito.

Ivan sarebbe stato in auto lì, nei paraggi, per assisterla e vigilarla: si poteva andare a notte fonda, ci avrebbe pensato lui a riportarla a casa.

Qualcosa Maruska aveva intuito ma si sarebbe di lì a breve accorta di non aver immaginato abbastanza.

A vederla così, vestita di nuovo e impaziente come una giovane ragazza innamorata che va al suo appuntamento del cuore, era proprio un fiore da cogliere ma solo il destino quella sera poteva stabilire chi avrebbe strappato il primo petalo.

A quella volta ne seguirono molte altre, nella corolla non restavano altri petali e anche il fiore era stato reciso.

Maruska aveva imparato tutto: i luoghi, le movenze, le attese, gli incontri, gli accordi, i ritorni.

Ivan la scrutava come un felino acquattato, come una faina che vede lontano, anche nel buio della notte e la guidava con la sapiente regia di chi sa maneggiare il telecomando di un modellino di aeroplano: sempre appostato e vigile, possessivo, attento, spietato.

Faceva parte anche lui delle presenze effimere di quelle notti in pianura, dove tutto svanisce e si materializza improvvisamente nella nebbia, dove tu vedi solo ciò che ti circonda ma avverti respiri lontani e inquietanti.

Ben prima che arrivasse l’alba veniva il momento di smettere, era Ivan che dava il segnale.

All’afrore di quei minuscoli fuochi che si spegnavano lentamente subentravano gli odori della campagna: di fieno, di stalla, di bestie, di erba, mischiati ai rumori della natura che lentamente si stava svegliando, avvolta come sempre nella coltre impalpabile e pungente delle mattine in Lomellina.

Con fatica era riuscita ad abituarsi a rovesciare la sua vita, Maruska: dormire di giorno e lavorare di notte.

Possedeva infatti la vitalità esuberante di una ragazza di ventidue anni  che finora aveva dedicato le giornate ai mestieri di casa e le notti ai sogni.

Cercava di rimuovere l’umiliazione di quel lavoro che consumava la sua persona: chi sta in compagnia della sofferenza trova d’istinto un motivo per sopravvivere.

Accettava di usare il proprio corpo per aiutare la famiglia, soprattutto la madre e i numerosi fratelli, visto che suo padre si era dimostrato proprio con lei più un animale che un uomo.

Poi, un giorno, si era accorta di essere rimasta incinta.

Aveva attribuito un certo malessere alla stanchezza per quelle notti così movimentate e dense di incontri sempre diversi: una ragazza bella e giovane come lei, di ‘carne fresca’ come si dice per i maiali, faceva certamente gola ai maiali veri che si aggirano di notte per liberarsi della loro voglia e, a volte, cercano in quell’abbraccio un conforto, affidano a quel gesto l’abbandono della loro disperazione.

Era accaduto poco tempo  dopo quella prima sera, forse per dimenticanza o per inesperienza. 

Ivan le aveva fatto fare il test ed era risultato positivo ma l’aveva viscidamente rassicurata: “c’è rimedio”, le aveva detto.

Così, l’aveva portata ben presto in ospedale per abortire: pochi giorni per levare quell’ingombro e poi riprendere l’attività.

Forse era già successo con altre ragazze e lui metteva in conto una possibile reazione emotiva di Maruska, per questo si mostrava così stranamente premuroso con lei, voleva concludere in fretta.

Anche la sera del suo ricovero, a Maruska, mentre aspettava ansiosamente di incontrare una notte diversa da quelle a cui era stata abituata, era capitato di fissare intensamente il soffitto di quella stanza: più bianco, più alto, come uno schermo dove proiettare il film della sua vita. 

Velocemente aveva passato in rassegna tutti i fotogrammi di ciò che ricordava: la sua vecchia e povera casa, gli affetti, le speranze, l’inganno, la desolazione fino a quella sorpresa finale che l’aveva resa improvvisamente donna e futura madre.

Un istintivo senso di protezione verso quella vita inattesa l’aveva più sicura, cercava di respirare profondamente per contenere i battiti del suo cuore.

Poi aveva deciso.

Era scappata dall’ospedale approfittando di un momento di distrazione degli infermieri ma ben presto Ivan, che la braccava come un segugio, l’aveva rintracciata per strada e l’aveva fatta salire in auto.

Aveva provato a ribellarsi, a dire e ripetere che quella cosa non la voleva più fare, a chiedere di essere rimandata a casa, a supplicare una pietà che il suo protettore non conosceva.

Urlava che avrebbe detto tutto, che sarebbe andata dalla polizia e questo aveva mandato letteralmente in bestia Ivan, che l’aveva schiaffeggiata ed era ripartito a tutto gas sbattendola sul sedile posteriore

Era stata poi trovata con la testa fracassata nel roggio di un fiumiciattolo, uno di quei tanti corsi d’acqua che rendono umida e ricca quella terra.

Uccisa a colpi di spranga, come aveva stabilito l’autopsia e quella notizia era stata riportata dai giornali locali.

“Giovane donna trovata morta sul greto di un corso d’acqua: delitto passionale o racket della prostituzione?”, aveva frettolosamente titolato il cronista.

Domanda destinata a rimanere insoluta ai più, una delle tante brutte faccende che succedono quando la gente per bene è a dormire, e risposta riservata agli addetti ai lavori, fascicolata nei polverosi scaffali di un commissariato di periferia.

Leggendola come altri, quella notizia, ero rimasto incuriosito da una particolare e fortuita coincidenza.

Qualche anno prima ero passato da quelle parti per un impegno di lavoro.

La persona che gentilmente mi stava accompagnando aveva accostato l’auto ai margini della strada per raccontarmi un aneddoto che riguardava il luogo in cui ci eravamo fermati.

All’epoca dell’impero austroungarico, in pieno Risorgimento, quando quelle terre e l’intera Lombardia ne facevano parte e gli austriaci erano considerati degli invasori, transitò proprio di lì un reggimento dei loro soldati.

Era sera e per non farsi scorgere dalle vedette appostate nelle nicchie dei campanili – collocazione strategica per avvistare i movimenti nemici – il capitano diede ordine di far accovacciare tutti i militari nel greto del fiume, in quel momento asciutto per via dell’azionamento della chiusa: avrebbero passato la notte lì, ben occultati dalle pareti di quell’avvallamento e dalle piante che ne circondavano il margine più alto.

Ma qualcuno, dal paese, era passato quatto quatto e aveva visto. 

Allora era stato dato un ordine preciso al guardiano della chiusa: attendere la notte fonda e poi realizzare l’imboscata.

Così avvenne: con abituale destrezza il guardiano del “ruson” – il roggione – in piena notte azionò il movimento di levata della chiusa e un fiume d’acqua inondò in pochi minuti quel greto asciutto uccidendo i soldati dell’intero reggimento, più di cento uomini annegati senza scampo.

Il mio cortese accompagnatore mi spiegò che quel fatto ebbe vasta eco nel circondario e che l’autore dell’impresa fu celebrato e ricordato per lungo tempo come un eroe.

Questo tizio, il guardiano della chiusa, era un avo di chi mi avrebbe poi raccontato quella storia.

Pare che avesse trascorso il resto della sua vita roso e consumato dal rimorso di quel gesto: “i’ho masà tuch”- li ho ammazzati tutti – ripeteva a chi voleva convincerlo di aver compiuto un’impresa militare straordinaria, pentito com’era invece di aver agito contro persone inermi, che non potevano difendersi. 

La coincidenza del luogo e la notizia di quel delitto dei giorni nostri mi avevano portato ad associare le due vicende.

Avevo pensato che i due personaggi, autori di quelle azioni così lontane nel tempo, erano proprio diversi in tutto: nelle motivazioni e nei sentimenti, nel prima e nel dopo.

Uno si era pentito, l’altro sicuramente no, il primo aveva metabolizzato quel gesto come una colpa da espiare almeno con la sofferenza interiore, il secondo se n’era fatta una ragione di lurido interesse: via una l’altra, qui o altrove poco importava.

Il vento dell’Est avrebbe condotto a lui altre disgraziate.

Un giorno qualunque ero poi tornato, per conto mio, in quel punto e mi ero soffermato a lungo a osservare ciò che vedevo intorno a me: i prati verdi, le piante alte e ondeggianti, l’acqua del roggione, calma nel suo lento passaggio, quasi immobile e stagnante.

Cercando di immaginare quegli episodi così diversi e lontani nel tempo, avevo d’istinto pensato che – a guardarci intorno – ogni cosa ci parla dei misteri della vita e della morte ma che tutto alla fine si ricompone in una imperscrutabile dignità.

 

*( un roggione è un corso d’acqua di pianura, spesso creato dall’uomo per irrigare i campi)…

 

Nasce Libertà Civica – Noi Popolari

Con un forte richiamo a Toniolo e Sturzo, nasce la Federazione “LIBERTÀ CIVICA-NOI POPOLARI”. Il 3 marzo si è tenuto un convegno online di presentazione. In questo raggruppamento, fedele all’ispirazione cristiana in politica, prevale l’impronta liberale ed europeista. Si può anche dire, in fondo, che in esso opera un elemento di sostanziale distacco dalla complessa esperienza democristiana, come se un certo “ritorno a Sturzo” fosse definibile in assenza di legami con l’eredità degasperiana e morotea. Di seguito riportiamo la parte finale del comunicato stampa che fa il punto sui lavori di questo primo lancio della Federazione.

Con “Libertà Civica – Noi Popolari” uniti da un patto civico di valenza nazionale

Da anni siamo espressioni dinamiche e generative dei territori, e viviamo le nuove centralità dell’era “glaciale” del digitale. Siamo realtà culturali, sociali e di amicizia civica che sono impegnate in rete nella promozione del bene comune. Con Libertà Civica – Noi Popolari oggi siamo uniti in un patto federativo a valenza nazionale, di respiro europeo. Guardiamo con fede e amore all’Italia, addolorata e incerta in questa dura prova della pandemia, e vogliamo rendere possibile e vera un’istanza comune di partecipazione alla vita sociale e politica del nostro Paese. E guardiamo con fede e amore all’Unione Europea, il nostro destino comune, con lo sguardo e l’attenzione esigente di chi ne riconosce l’importanza e il ruolo e chiede nel contempo strategie efficaci e azioni incisive, a favore dell’intera comunità nazionale e internazionale.

Libertà Civica – Noi Popolari – I nostri principi e le nostre scelte

Come Libertà Civica – Noi Popolari – hanno comunicato i fondatori della rete federativa –
assumiamo fino in fondo i valori dell’ispirazione cristiana in politica e della Costituzione
repubblicana. La nostra scommessa esigente è di autentica libertà, che ci allontani dalle cattive pratiche e dagli egoismi di parte, ci metta nella condizione di agire per lo sviluppo integrale dell’uomo e della comunità e sia capace di realizzare tutto questo secondo uno stile di condivisione, di forte sinergia e di efficace collaborazione in rete insieme. Da cittadini, consapevoli dei diritti e dei doveri, con la cura dei progetti e delle relazioni, impegnati a costruire dimensioni nuove di soggettività e di partecipazione al governo delle città e dei territori.

La nostra impresa comune si inserisce nell’alveo di un nuovo popolarismo italiano ed europeo, che unisce in un grande abbraccio costruttivo gli uomini e le donne di buona volontà, umiltà e speranza appartenenti ai luoghi più diversi. Perché, soprattutto oggi, nessuna persona è un’isola, nessuno si salva da solo. Essa pone a suo fondamento il pensiero, l’azione e l’esempio di vita di due luminose personalità del movimento cattolico del nostro Paese, che ne hanno segnato l’intero cammino fino ai giorni nostri: Giuseppe Toniolo e Luigi Sturzo. Proprio in questo 2021 ricordiamo i 50 anni del decreto di eroicità delle virtù del beato Toniolo e i 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo. Facciamo nostri i loro valori, le loro intuizioni, la forza, il coraggio e la fermezza che hanno segnato la loro opera. La grandezza delle loro visioni e delle loro realizzazioni di vero bene comune, la libertà che ha animato tutto il loro percorso esistenziale.

Una leadership plurale per cambiare insieme

Ripartiamo da qui, dalle sorgenti di un pensiero capace di affrontare le sfide della storia e di realizzare davvero cose nuove, dal riferimento a due figure illustri che sono state esemplari nella loro pienezza di vita umana e cristiana, autentici modelli di “leader” plurali di cui l’Italia oggi ha assolutamente bisogno.

Il primato della persona nella società, nell’economia e in democrazia, la centralità della vita, della famiglia e dei corpi intermedi, il valore dell’autonomia, della sussidiarietà e della cooperazione, la visione e la costruzione di un bene comune liberato dalle cattive pratiche dell’illegalità, della corruzione, dello sperpero di denaro pubblico: tutto questo è parte integrante del loro pensiero e della loro lezione di vita, di straordinaria attualità, ed è acquisito al nostro patrimonio ideale, morale e politico, per la rigenerazione di un Paese che oggi deve anche affrontare le sfide inedite della ripresa demografica, della formazione e del lavoro per le nuove generazioni, di un nuovo modello economico sostenibile, della transizione ecologica e digitale, della salute garantita a tutti, della lotta alla criminalità organizzata, della valorizzazione di cultura, bellezza e turismo, della cooperazione europea rafforzata e della pace a livello internazionale. Libertà Civica – Noi Popolari avvia il cammino, un nuovo inizio per il bene comune, e fa appello a tutti e a ciascuno all’adesione convinta, partecipe, generosa e ricca di umanità, per realizzare insieme le cose nuove che fanno bene all’Italia che amiamo.