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8 Marzo: oltre 200mila imprenditrici in agricoltura

Sono oltre 200mila le donne imprenditrici in agricoltura con una presenza in tutti i settori, dall’allevamento al florovivaismo, dall’agriturismo alla coltivazione di frutta e verdura. E’ quanto emerge da un’elaborazione di Coldiretti su dati registro delle imprese in occasione della Festa delle donne dell’8 marzo.

Il protagonismo femminile – sottolinea la Coldiretti – ha rivoluzionato l’attività agricola come dimostra l’impulso dato dalla loro presenza nelle attività di educazione alimentare ed ambientale con le scuole, le agritate, gli agriasili, le fattorie didattiche, i percorsi rurali di pet-therapy, gli orti didattici, ma anche nell’agricoltura di precisione e a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante e degli animali in estinzione fino nella presenza nei mercati di vendita diretta di Campagna Amica oltre che nell’agriturismo.

Ma la forza delle donne è anche nella capacità di mobilitazione per iniziative di solidarietà come il progetto “Prima le mamme e i bambini” con il quale le imprenditrici agricole della Coldiretti stanno raccogliendo per la costruzione in Africa di un reparto di maternità e di una scuola per neo ostetriche a Rumbek, in Sud Sudan. Una rete femminile collegata a un simbolo: un cuscino a forma di cuore realizzato dalle agrisarte di Sant’Erasmo isola della laguna di Venezia, cucendo insieme due tessuti, uno Made in Italy l’altro Wax africano la cui imbottitura è in fibra naturale di mais e ortica.

Una mobilitazione dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Svizzera, alla quale hanno già aderito personaggi della cultura come la senatrice a vita Liliana Segre, dello sport come la nuotatrice Francesca Dallapé e la sciatrice Marta Bassino e dello spettacolo come Natasha Stefanenko, Elisabetta Gregoraci, Luisa Rizzitelli, Stefania Petyx di Striscia la Notizia e la ballerina Samanta Togni.

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare la sfida con il mercato e il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità. Importante anche la “quota giovane” – sottolinea Coldiretti – con quasi 14mila aziende femminili in Italia guidate da ragazze under 35 pronte a salire sul trattore che hanno puntato sull’uso quotidiano della tecnologia per gestire sia il lavoro che lo studio, magari usando lo smartphone per controllare gli animali in stalla nelle pause di studio all’università oppure per gestire on line acquisti e prenotazioni in agriturismo.

“Oggi l’agricoltura è donna grazie alle grandi opportunità offerte in diversi settori, dall’agriturismo alla vendita diretta” afferma Floriana Fanizza, leader della imprenditrici agricole di Coldiretti nel sottolineare che “riuscire a coniugare in forma responsabile attività produttiva e servizi alla persona, impresa privata e bene comune, sviluppo economico e solidarietà, lavoro e famiglia è l’obiettivo delle donne che ogni giorno si impegnano in Italia nelle attività agricole”.

Cresce il fronte di chi vuole boicottare le Olimpiadi del 2022 a Pechino

L’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha invitato l’amministrazione del presidente Joe Biden a boicottare i Giochi olimpici invernali in programma a Pechino nel 2022.

“Spero che i nostri atleti abbiano la chance di partecipare alle Olimpiadi. Lo meritano. Ma, in fin dei conti, non possiamo permettere che gli atleti statunitensi volino a Pechino per premiare il Partito comunista cinese mentre questo è impegnato in attività ostili”.

“Le Olimpiadi – ha proseguito l’ex capo della diplomazia Usa – sono un’espressione di libertà e di talento sportivo. Organizzarle a Pechino è del tutto inappropriato”.

Già il 15 febbraio, un membro repubblicano del Congresso aveva introdotto una risoluzione che invitava gli Stati Uniti a boicottare le Olimpiadi invernali del 2022 se non venivano spostate fuori dalla Cina.

Il deputato in questione, Michael Waltz, ha dichiarato che solo nell’ultimo anno, il Pcc ha “compiuto una serie di atti atroci, che dovrebbero squalificare la Cina dall’ospitare le Olimpiadi invernali del 2022”.

Pechino, capitale della Cina, è stata scelta come città ospitante per i Giochi del 2022 già da luglio 2015; l’alternativa era Almaty, nel Kazakistan. Quando Pechino ha ospitato l’ultima volta le Olimpiadi estive nel 2008, molti hanno criticato la decisione del Cio di consentire alla Cina di farlo, date le sue gravi violazioni dei diritti umani.

Intanto la Cina difende le olimpiadi invernali di Pechino 2022 e avverte che i tentativi di boicottaggio non avranno successo. Saranno destinati a fallire nonostante le proteste a livello internazionale contro la violazione dei diritti umani tra Xinjiang, Tibet e Hong Kong.

A Varese variante rarissima

Identificata a Varese una rarissima variante del coronavirus. La mutazione del covid 19 isolata nel Laboratorio di microbiologia dell’Asst Sette Laghi, era stata descritta in un solo altro caso al mondo. Che ci fosse qualcosa di diverso in uno dei tantissimi tamponi analizzati ogni giorno a Varese, l’equipe del laboratorio guidato da Fabrizio Maggi, lo ha notato subito.

Il sequenziamento dell’intera proteina spike, quella parte del Sars Cov-2 che prende contatto con le cellule da invadere, ha rivelato infatti una struttura molecolare unica, diversa da tutte le altre, anche da quella delle altre varianti già individuate a Varese nelle settimane scorse, in alcuni casi per la prima volta in Italia.

Maggi, che è anche titolare della cattedra di Microbiologia dell’Università dell’Insubria, e la sua equipe hanno studiato questa sequenza e formulato un’ipotesi. Ipotesi poi confermata dai colleghi del San Raffaele di Milano che, in tempi brevi, hanno amplificato e ricostruito l’intero genoma del virus: quella identificata nel Laboratorio dell’Asst Sette Laghi è “una variante del virus riscontrata solo un’altra volta nel mondo, in un luogo molto lontano dall’Italia, in Thailandia, isolata in un viaggiatore di ritorno dall’Egitto”.

L’Italia della grancassa ha l’esempio virtuoso di Mattarella e Draghi

Che l’Italia fosse il paese degli eccessi e contraddizioni lo sapevamo già. Nei secoli, i più attenti commentatori stranieri e non hanno usato tanto inchiostro per descrivere ora con curioso interesse per le qualità indubbie di genialità individuali degli italici, ora con disapprovazione e stupore per la scarsa attitudine alle virtù collettive, il nostro carattere peculiare storico.

Una grande prova di eccessi, nell’ultimo quarto di secolo, l’ha data la politica con tutto quello che gli fa da contorno e grancassa come il sistema di informazione sia scritta che parlata, fenomeno che peraltro negli ultimi anni si è fortemente acutizzato. Fiumi di parole, di invettive, di promesse vuote quando non dannose, che hanno visto leader politici e rappresentanti delle istituzioni bruciare giornate e giornate senza fine in perenni tour lungo la penisola, e instancabili maratone per dichiarazioni televisive e presenze persistenti nei numerosi talk show. Io stesso mi sono chiesto spesso di come si possa in tale modo distorto impegnarsi nella gestione razionale della cosa pubblica e assolvere all’oneroso incarico di Ministro, di Presidente di Regioni e di altri incarichi pubblici che richiedono molto tempo per studiare i dossier e poi affrontarli con gli innumerevoli soggetti interessati.

Ma ormai la situazione si è così esasperata negli ultimi tempi che i primi vistosi segni del ‘contrappasso’ si stanno già manifestando. Infatti, se notiamo con fastidio che tanta classe dirigente ha propensione per la rumorosa e perditempo competizione, abbiamo potuto anche apprezzare ai massimi vertici della Repubblica due persone che per come vanno solitamente da noi le cose, sembrano marziani e tuttavia riscuotono molto consenso popolare. Ad esempio Sergio Mattarella che da circa sei anni, sta svolgendo il compito più alto della Repubblica con discrezione e interventi di grande equilibrio anche nei momenti più tormentati e difficili da governare; così come Mario Draghi giunto provvidenzialmente alla ribalta in Italia in questo ultimo mese alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che già nei primi giorni del suo impegno ha dato già segni eloquenti di non amare gli interventi mediatici come invece è stato per tutti i governanti della lunga tormentata stagione della cosiddetta seconda repubblica, e di preferire scelte anche difficili.

Penso che queste grandi personalità, nonostante tutto ciò che li circonda, possono dare aiuti sinora insperati al nostro paese in situazioni molto critiche, come governare con fermezza ed efficacia ogni piano di investimento per la ricostruzione della economia attraverso la transizione energetica e la digitalizzazioni delle funzioni produttive, amministrative e civili. Possono però anche dare una decisa spinta per rigenerare le istituzioni e la politica cosi malandate e precarie attraverso la loro autorità morale, il forte credito nazionale ed internazionale. Al punto in cui siamo, basta la loro presenza con la loro marcata diversità per contribuire a sgretolare tutto ciò che ha contribuito a far dell’Italia la malata d’Europa. Un adagio dell’antica Roma diceva: “ È sempre la ruota più malmessa del carro a fare più rumore”. Ma come si sa, per accorgersi del rumore anomalo di una ruota mal funzionante, devono esserci nel contempo altre silenziose ed efficienti. Ecco, la speranza che gli italiani possano fare la differenza tra statisti così preziosi e politici in perenne campagna elettorale per convincersi che si può fare meglio e di più recuperando alla politica responsabilità e contegno che sono il segno distintivo della buona politica, il presupposto per ricostruire fiducia e coesione sociale. Sono sicuro, anche poche rondini possono segnalare che è giunta la primavera.

Pd, però usciamo dal film su “Scherzi a parte”.

Dunque, dopo lo tsunami storico e politico – mai nessun segretario di partito, sino ad oggi, si era  “vergognato” del suo partito e della sua comunità nella lunga storia democratica italiana – adesso  siamo arrivati sul palco di “Scherzi a parte” o, nella migliore delle ipotesi, ad un film “felliniano”. E  questo perchè dopo queste inattese e paradossali dimissioni – anche se le cose dette da  Zingaretti sul suo partito sono note e conosciute, da tempo, a tutti quelli che seguono la politica  italiana – sono già capitati 3 fatti che indicano lo stato di degrado di un partito che, sulla carta,  dovrebbe essere il perno dell’alternativa al sovranismo, alla destra illiberale, alla deriva autoritaria  e neo fascista e bla bla bla.. 

Andando in ordine: si vocifera di una candidatura a reggente di Fassino, ex turbo renziano per  lunghi 4 anni durante l’intera segreteria del rottamatore fiorentino e giustamente, e  comprensibilmente, uscito illeso e ricandidato dalla tenaglia della rottamazione; l’autocandidatura  del comico Grillo a “reggente” per guardare “tutti insieme al traguardo del 2050”. Una  candidatura, ovviamente comica e paradossale, ma del tutto coerente con il progetto politico del  Pd che vede nei 5 stelle un partito con con cui costruire una alleanza politica organica, strutturale  e quindi di lunga durata e strategica. In ultimo, la discesa in campo delle simpatiche “sardine”,  una delle infinite correnti del Pd che, almeno così pare, vorrebbero scalzare le altre correnti interne  per avere finalmente un posto al sole e cominciare quella carriera politica attesa da molti dei suoi  protagonisti. 

Ecco, per non buttarla solo in caciara, basta elencare questi tre fatti per arrivare ad una  conclusione persin banale: e cioè, appunto, siamo mica su “Scherzi a parte?”. 

Ora, per evitare di inseguire la cronaca che, comunque sia, è reale e vera, almeno su un punto  vale la pena richiamare l’attenzione di tutti coloro che pensano che il Pd, partito con una cultura di  governo, e di potere, rappresenta ancora – forse – la vera alternativa al centro destra in una seria e  trasparente democrazia dell’alternanza. E cioè, il progetto politico del Pd è sostanzialmente fallito  o no?. Un progetto che, come noto a tutti, si incardinava su alcuni punti basilari: un partito a  vocazione maggioritaria; un partito riformista e autenticamente democratico alternativo alla deriva  populista e trasformistica; un partito plurale capace di contemplare al suo interno le migliori  culture politiche costituzionali e, infine, un partito fortemente radicato nella società italiana e  capace di dar vita ad una vera e propria classe dirigente che si riconosceva nel suo progetto. 

Ecco, mi sono limitato a ricordare 4 soli aspetti – tra i molti che si potevano citare – per trarre una  triste conclusione. Ovvero, per essere realisti e pur senza adoperare il linguaggio crudo e spietato  di Zingaretti, ci troviamo invece di fronte ad un partito dilaniato da infine correnti, gruppi,  gruppuscoli e vere e proprie bande; un partito che ha stretto una alleanza organica con il partito  leader del trasformismo e del populismo in versione italiana; un partito che, molto al di sotto del  20% dei consensi, è costretto a stringere alleanze per potere giustamente governare e, in ultimo,  un partito che trascorre il suo tempo prevalentemente, come dice il suo segretario, a parlare di  potere, di organigrammi, di incarichi, di poltrone e di strumenti organizzativi per accaparrarsi quel  potere. 

In ultimo, c’è ancora la possibilità concreta, e non solo formale o ipocrita, affinchè il Partito  democratico possa recuperare la sua antica vocazione originaria oppure ci dobbiamo rassegnare  al giudizio, peraltro intelligente ed oggettivo, di Massimo D’Alema quando disse che il “Pd si è  dimostrato un amalgama mal riuscito?”. 

La risposta a questa domanda risiede unicamente nelle scelte politiche concrete del Pd e nei  comportamenti futuri, altrettanto concreti, del suo gruppo dirigente. Certo, il correntismo  esasperato tra bande contrapposte, e non tra correnti ideali che contribuiscono, insieme, a  costruire il progetto politico del partito e la ricerca e la conservazione del solo potere, come dice il  segretario uscente del partito, non contribuiscono a ridare un’immagine di novità, di freschezza e  di credibilità del progetto del partito. 

Per il momento, almeno questo però, usciamo dalla ennesima gag di “Scherzi a parte”. Ve lo  chiediamo con serietà e con amicizia.

Biden e la partita asiatica

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Walton

L’amministrazione presidenziale americana guidata da Joe Biden dovrà implementare nei prossimi mesi un piano strategico credibile incentrato sul continente asiatico. In questa parte del mondo gli Stati Uniti possono contare su una serie di alleati di lungo corso come Corea del Sud e Giappone, su Paesi con cui i rapporti sono ottimi ma si sono raffreddati negli ultimi anni, come le Filippine, e su potenziali partner strategici, come l’India. Tuttavia, devono anche fronteggiare la minaccia costituita da Paesi rivali come la Repubblica Popolare Cinese. L’ex presidente Donald Trump, nel corso del suo mandato, ha avuto in più occasioni scontri con Pechino ed ha preferito puntare su un approccio unilaterale piuttosto che multilaterale.

I governi asiatici hanno mostrato un certo interesse per la nomina di Kurt Camp-bell, che ha già ricoperto cariche importanti legate alle relazioni con l’Asia durante le presidenze Clinton ed Obama e che ricoprirà l’incarico di coordinatore dell’Indo-Pacifico all’interno del Consiglio di sicurezza nazionale. Camp-bell ha influenzato la svolta di Barack Obama che, durante un discorso tenuto presso il Parlamento australiano nel novembre 2011, aveva annunciato che la politica estera americana avrebbe iniziato a focalizzarsi sull’Asia e non sul Medio Oriente. L’isolazionismo mostrato dall’ex presidente Trump ha però scombussolato il quadro complessivo. Gli Stati Uniti hanno abbandonato la Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio che include dodici nazioni della zona del Pacifico e rinunciato, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, alla guida economica della regione.

Biden cercherà, con tutta probabilità, di rafforzare le alleanze e le partnership in diverse parti dell’Eurasia. Nell’Indo-Pacifico verrà posta una certa enfasi sulla cooperazione con le nazioni insulari, la cui amicizia è fondamentale per mettere in sicurezza l’immenso Oceano Pacifico, esposto a molte insidie. Gli Stati Uniti sono legati a Corea del Sud e Giappone da accordi di difesa bilaterali che hanno reso molto forti i rapporti diplomatici tra i Paesi in questione. Non è escluso, poi, che verrà cercato un riavvicinamento con la Federazione Russa, che riveste un’importanza spesso dimenticata nel continente asiatico e che può fungere da contrappeso rispetto ad altre superpotenze della regione. Sullo sfondo, poi, c’è la grande incognita costituita dall’India, il gigante dell’Asia.

Nuova Delhi aspira al ruolo di superpotenza mondiale ed è già una potenza regionale in Asia meridionale. Le sue scelte, in politica estera, sono legate in prima battuta alla preservazione dei suoi interessi ed in più occasioni ha dimostrato di essere pronta ad aprirsi al mondo, ma sempre con una certa cautela. La cooperazione militare e l’amicizia personale nata tra Donald Trump ed il primo ministro indiano Narendra Modi ha reso le due grandi democrazie del mondo sempre più vicine.

Non è detto, però, che l’idillio sia destinato a proseguire. Secondo alcuni osservatori, infatti, Biden potrebbe osservare con occhio più critico alcuni sviluppi di politica interna dell’India, dove il partito di destra radicale del primo ministro Modi ha consolidato il potere ed è stato accusato di discriminazione nei confronti dei musulmani. L’India, però, è anche parte del Quad, il Dialogo per la Sicurezza Quadrilaterale, a cui partecipano anche Australia, Giappone e Stati Uniti da alcuni considerata alla stregua di un’Alleanza Atlantica in versione asiatica.

Il presidente Biden mostrerà di certo attenzione alla questione del radicalismo islamico che, in alcune nazioni come l’Indonesia, rischia di diventare un aspetto problematico. Jakarta ha un ruolo chiave negli equilibri dell’Asia Sud-Orientale ed un’eventuale instabilità al suo interno può pregiudicare la tenuta di una parte dell’Asia.

Esercito: ora la Cina ha la più grande flotta del mondo.

L’esercito cinese nel lontano 2015, possedeva 255 navi da battaglia, secondo l’Office of Naval Intelligence (ONI) degli Stati Uniti, ora alla fine del 2020, ne possiede 360, oltre 60 in più rispetto alla Marina degli Stati Uniti.

Tra quattro anni, secondo una previsione, avrà 400 navi da battaglia. Mentre gli Stati Uniti si dovrebbero fermare a 335.
In un rapporto di dicembre dei leader della Marina, dei Marines e della Guardia Costiera statunitensi  si può leggere che: “La forza militare della marina cinese è più che triplicata in soli due decenni”.

Questo non vuol dire che la Marina degli Stati Uniti abbia i giorni contati come principale forza combattente del mondo.

Quando si contano le truppe, la Marina degli Stati Uniti è ancora la più grande, con più di 330.000 membri del personale in servizio attivo contro i 250.000 della Cina.

E se non bastasse questo, la Marina degli Stati Uniti schiera ancora più tonnellaggio – navi armate più grandi e pesanti come cacciatorpediniere e incrociatori che possiedono un vantaggio significativo nella capacità di lancio di missili da crociera.

Secondo Nick Childs, un analista della difesa presso l’International Institute for Strategic Studies, gli Stati Uniti hanno più di 9.000 celle missilistiche a lancio verticale sulle loro navi di superficie contro le 1.000 della Cina.

Inoltre, la flotta di sottomarini degli Stati Uniti (50 barche) è interamente a propulsione nucleare, il che le offre vantaggi significativi in ​​termini di autonomia e resistenza rispetto a una flotta cinese che ha solo sette sottomarini a propulsione nucleare nella sua flotta di 62 navi.

Ma tutto ciò non rasserena la Casa Bianca che vede nubi nere all’orizzonte.

Ad esempio, se la Marina degli Stati Uniti non fosse in grado di operare nel Mar Cinese Meridionale a causa della minaccia missilistica cinese, avrebbe difficoltà a proteggere le Filippine, con le quali Washington ha un trattato di mutua difesa.

Inoltre, Taiwan sta diventando il punto di infiammabilità più pericoloso al mondo per una possibile guerra che coinvolge Stati Uniti, Cina e probabilmente altre grandi potenze.
Un Taiwan controllato dalla Cina proietterebbe la potenza navale cinese attraverso l’Indo-Pacifico e indebolirebbe la capacità degli Stati Uniti di mantenere una presenza avanzata nel Pacifico occidentale.

America Latina: la pandemia causa un aumento dei livelli di povertà senza precedenti

La povertà e la povertà estrema hanno raggiunto livelli nel 2020 in America Latina che non sono stati osservati negli ultimi 12 e 20 anni:

Si può notare anche  un peggioramento degli indici di disuguaglianza, dell’occupazione e partecipazione al lavoro in particolare tra le donne.

Secondo le nuove proiezioni ECLAC, in conseguenza della forte recessione economica nella regione, che registrerà un calo del PIL del -7,7%, si stima che nel 2020 il tasso di povertà estrema si sia attestato al 12,5% e la povertà ha raggiunto il 33,7% della popolazione. Ciò significa che il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni alla fine del 2020, 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in condizioni di estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Il documento indica anche i divari tra i gruppi di popolazione: la povertà è maggiore nelle zone rurali, tra le ragazze, i ragazzi e gli adolescenti; indigeni e afro-discendenti; e nella popolazione con livelli di istruzione inferiori. 

 

In ripresa il mercato dei contratti pubblici

Nel 2° quadrimestre 2020 il mercato dei contratti pubblici ritorna a crescere, dopo la flessione del 1° quadrimestre dovuta all’emergenza sanitaria, e lo fa superando persino i numeri del periodo precedente la pandemia, sia come numero di gare che come valore economico: questo il risultato principale che emerge dal 2° rapporto quadrimestrale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, relativo alle procedure di affidamento perfezionate di importo pari o superiore a 40.000 euro nel periodo maggio-agosto 2020.

“L’analisi congiunturale del mercato dei contratti pubblici dimostra che dopo il calo del primo quadrimestre 2020 dovuto alla prima ondata di COVID-19 vi sia stata una ripresa del settore, – ha dichiarato Giuseppe Busia, Presidente Anac – ripresa che l’Autorità ha sostenuto ed accompagnato sia con i provvedimenti ad hoc, sia fornendo continuamente alle pubbliche amministrazione indicazioni su come operare nell’emergenza utilizzando al meglio le norme già contenute nel Codice dei contratti.
Ora dobbiamo e possiamo fare di più – conclude il Presidente dell’Autorità – per rendere tutta la filiera degli appalti più snella e trasparente, efficiente ed efficace soprattutto in vista del Recovery plan, semplificandola con la digitalizzazione ed una valorizzazione e condivisione della Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Un investimento per le future generazioni”.

Nel periodo in esame, sono state registrate nel nostro Paese 52.808 procedure di gara pubbliche (ognuna identificata da un Codice Identificativo Gara-CIG) per un importo complessivo posto a base d’asta pari a 65,4 miliardi euro, con un aumento sullo stesso quadrimestre del 2019 pari al 4,1% come numero di gare, ed un incremento del 2,8% come valore economico.

Secondo rapporto quadrimestrale 2020 – formato pdf

Covid: vicini a soglia d’allarme

L’indice Rt sale sopra l’uno. Non è una buona notizia. “L’obiettivo è riportarlo il prima possibile sotto l’uno” dice Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. “E’ un segnale importantissimo” avverte “che indica la necessità di adottare” al più presto “misure di mitigazione sul livello nazionale e regionale”.

“L’incidenza di Covid-19 sta aumentando a livello nazionale e abbiamo anche i dati proiettati a livello di questa settimana che mostrano un’ulteriore crescita. Andiamo oltre i 200” casi per 100mila abitanti, siamo quindi vicini a quella che viene identificata come la “soglia d’allarme”.

Fortunatamente “continua in maniera significativa la decrescita dei focolai nelle strutture assistenziali e nelle Rsa”, che sono state “uno dei primi obiettivi nel piano di vaccinazione” in Italia, “mentre vengono segnalati alcuni focolai presso le strutture ospedaliere”.

Verso nuove frontiere

Molti si interrogano in questo tempo dominato da una crisi economica, sanitaria, culturale e politica, quale sarà il destino dell’umanità nel prossimo futuro.

Il mondo, pur alle prese con questa pandemia che sta facendo vittime in ogni angolo della terra, deve comunque marciare in una direzione nuova.

Il capitalismo, e con esso il liberismo che lo ha generato, sono in una crisi irreversibile: corrosi giorno dopo giorno al loro interno da pseudo valori che credevano essere eterni ed immutabili.

Il denaro, la speculazione finanziaria, la mercificazione del lavoro e della persona hanno ormai raggiunto il limite della sopportabilità e della dignità civili.

Aldo Moro diceva “la persona prima di tutto”. Vi è in questo concetto un immenso patrimonio di valori che proprio il neo liberismo pensava di aver seppellito definitivamente attraverso la “cultura” dell’individualismo, della concorrenza senza regole, dello sfruttamento incontrollato della natura, dell’inquinamento dell’agricoltura e dei relativi beni prodotti, del denaro come fine e non come strumento di vita dignitosa per tutti, ossia dell’economia prima di tutto.

Il grado di ricchezza di un Paese non si misura più sulla quantità di beni e servizi prodotti, ma dalla finanza, dalle borse e si è forti a livello mondiale se queste ultime chiudono in rialzo.

Certo, si tratta di temi impegnativi, sottili, profondi, ma danno il senso e la misura di una crisi planetaria che ormai non è più solo economica, ma anche sanitaria.

La persona umana è stata relegata a semplice strumento al servizio dello Stato e dell’economia. La crisi attuale è racchiusa proprio in questo degrado.

Ecco che, allora, il concetto moroteo di persona assume oggi uno straordinario valore di riferimento che pone l’umanità ad un bivio: continuare a vivere questa crisi e la conseguente decadenza generale, oppure avere il coraggio di mettere in discussione l’attuale modello per incamminarsi verso nuove frontiere.

La fase attuale è di transizione: l’umanità dovrà trovare nuovi modelli di vita, di lavoro, di società, di politica, di economia che si ispirino proprio all’intuizione morotea di persona umana, ossia prima di tutto.

Sarà importante in questo percorso il compito della politica che dovrà ripensarsi attraverso una classe dirigente all’altezza di questa grande sfida, ma soprattutto competente ed onesta, che rifiuti l’impegno politico come carriera e come mezzo di arricchimento personale.

Le premesse per un salto qualitativo e valoriale ci sono tutte. Occorrerà il coraggio di essere autentici, umani, attraverso la proposizione di nuove idee che rispecchino il senso di questa vita per spenderla in funzione dell’altro, del diverso, dell’emarginato e per bandire la falsa cultura dell’odio in funzione di quella dell’amore.

Vincerà questa sfida chi saprà rapportarsi con l’altro, con popoli diversi attraverso la cultura dell’ascolto e della consapevolezza che, ormai, un ciclo si è concluso e bisogna necessariamente aprirne un altro che sappia rimettere al centro di ogni iniziativa la persona umana, come ci ha insegnato Aldo Moro.

Addio a Tognoli, il ricordo di Mattarella e Martelli.

Scomparso a 82 anni, Carlo Tognoli sarà ricordato per il sano riformismo che improntò la sua esperienza di Sindaco di Milano. Riportiamo di seguito due brevi commemorazioni, uno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’altro del direttore dell’Avanti, Claudio Martelli.

Mattarella

La notizia della scomparsa di Carlo Tognoli mi rattrista profondamente. Desidero esprimere anzitutto ai familiari la mia vicinanza in questo momento di dolore.
Tognoli è stato un sindaco che ha rappresentato molto per i milanesi. Ha guidato la città in una stagione difficile, di trasformazioni sociali e di riscatto dopo gli anni della violenza terroristica. Figlio della cultura del socialismo riformista, così radicata in quella realtà, ne è diventato a sua volta una espressione importante.
Dopo la lunga esperienza di sindaco ha portato la sua passione e le sue idee nel Parlamento italiano, in quello europeo e nel governo nazionale, dove ha assolto, per due volte, alla responsabilità di ministro.
La sua storia e il suo contributo resteranno nel prezioso patrimonio comune della città di Milano e del Paese.

Martelli

Addio Carlo Tognoli,
sei stato un grande sindaco per una grande Milano, un sindaco tra le cui opere non ci sono solo linee di metro e ristrutturazioni di quartieri, ma anche l’assistenza agli anziani e ai più poveri. Come sempre schivo e un po’ burbero, per riscaldare il Natale degli ultimi facevi apparecchiare su lunghe tavolate un risotto in piazza del Duomo così che almeno per un giorno gli invisibili fossero spettatori e attori al centro del più bel palcoscenico di Milano.
Bettino Craxi ti ha voluto sindaco preferendo un candidato delle periferie a quelli sponsorizzati dai quartieri alti e tu hai ripagato la sua fiducia onorando la più bella tradizione del riformismo e dell’autonomismo socialista. Socialista eri diventato a diciott’anni, socialista nenniano, cioè diverso, avverso, autonomo dai comunisti e da quei socialisti che applaudivano i carri armati sovietici mentre voi e noi trepidavamo per gli eroi della rivolta ungherese.
Quel che scegliesti di essere allora sei rimasto tutta la vita, fedele a un’idea che non è mai morta, che non può morire e non morirà.
Sei stato il primo ad accogliermi in una sezione della grande casa socialista e a guidarmi sulla sua strada maestra. Tu eri assessore e io responsabile cultura del PSI, tu sindaco e io segretario cittadino, poi tu ministro nel governo di cui io ero vice presidente.
Compagni e amici per cinquant’anni nella buona e nella cattiva sorte abbiamo entrambi appreso dal poeta e dalla vita a trattare il successo e l’insuccesso come due impostori. Quel che più conta c’è l’ha insegnato Pietro Nenni: “Fa quel che devi, accada quel che può”.
Ciao piccolo grande Carlo, mi manca tantissimo di non aver potuto abbracciarti.

Il viaggio del Papa in Iraq A colloquio con il patriarca Sako

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Stefano Leszczynski
e Debora Donnini

Il cuore dell’Iraq batte forte per l’arrivo in giornata di Papa Francesco. E se fra i cattolici è chiaramente grande la gioia e fervono i preparativi, anche fra i musulmani, che rappresentano circa il 98,5% della popolazione, e più in generale fra gli iracheni, si respira un clima di emozione.

A testimoniarlo è il cardinale Louis Raphaël Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, che intervistato da Radio Vaticana – Vatican News restituisce l’intenso clima di attesa generato dal viaggio apostolico. Una visita che è una semina di speranza tanto necessaria in quella terra per costruire un futuro migliore — perché, come affermato da Francesco stesso nel videomessaggio agli iracheni — egli viene come «pellegrino penitente per implorare dal Signore perdono e riconciliazione dopo anni di guerra e di terrorismo». Un «pellegrino di pace in cerca di fraternità» che intende pregare e «camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani».

Qual è lo stato d’animo con cui la comunità cristiana dell’Iraq si prepara ad accogliere Papa Francesco?

Personalmente, sono molto colpito. Già prima della visita tante cose sono cambiate. I musulmani sono entusiasti: hanno preparato le bandiere, hanno anche composto canti. Una persona ha realizzato un poster di più di 10 metri con la foto del Papa e una frase in inglese che dice «Francis, you are welcome in Iraq»! Sono cose che noi non abbiamo vissuto. Anche le strade sono state decorate; alcuni musulmani hanno scritto su Facebook: «Santo Padre, se potesse ritardare un po’ la sua visita perché possano pulire le nostre strade e restaurare le scuole eccetera…». Dunque, c’è un’attesa così forte da parte di tutti per un cambiamento. Ma anche i cristiani hanno preparato i luoghi dove andrà, le chiese, la liturgia… c’è un’attesa straordinaria!

La vita dei cristiani in Iraq, negli ultimi decenni, non è stata affatto semplice, anzi, è stata costellata di tragedie e di un forte esodo verso l’estero. Come è ora la situazione, e quali sono le attese specifiche da parte della comunità cristiana?

I cristiani, ma non solo, anche tutti, tutti gli iracheni, hanno pagato cara la situazione. Penso sia necessario chiudere questa pagina e aprirne una nuova, con tanta speranza. Tutti gli iracheni. Il Santo Padre parlerà della fraternità umana e della fraternità spirituale quando andrà a Ur, la terra di Abramo, ma parlerà anche della speranza, della fiducia, della solidarietà e della collaborazione di tutta la popolazione per un futuro migliore. I cristiani anche devono uscire dal loro complesso e dalle loro paure e preoccupazioni e devono aprirsi. Qui c’è tanta gioia da parte di tutti.

Lei ha citato le paure della comunità cristiana. Quali sono queste paure?

Sono le paure antiche: io non dico di ora, perché adesso non c’è niente contro i cristiani, non ci sono attentati, ma paure… La stabilità del futuro, i servizi, la giustizia, uno Stato di diritto, di cittadinanza dove ovunque uno si trovi, senta che l’Iraq è la sua casa e che gli iracheni sono suoi fratelli e sorelle. Uno Stato secolare e democratico… È un progetto, ma verrà, verrà: io ne sono sicuro!

Il Paese è alla ricerca di una strada per la riconciliazione nazionale. Che ruolo ha la popolazione più giovane dell’Iraq?

Hanno avuto un impatto molto grande: hanno cambiato un governo e finora le loro rivendicazioni sono attuali. Forse le elezioni future cambieranno la situazione. I giovani, dunque, sono presenti, sono forti. Anche loro hanno pagato caro, hanno pagato con il loro sangue. Dunque, il futuro non sarà come il presente.

Il Papa in Iraq per unire l’azione delle religioni e impedire un nuovo conflitto armato

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
Papa Francesco si è recato in Iraq per compiere una missione di valenza mondiale: unire in una fraterna alleanza le religioni e i diversi gruppi etnici ed evitare, così, l’esplodere di nuovi conflitti armati. Creando, al tempo stesso, le condizioni per una proficua e duratura ricostruzione di civiltà e di buone relazioni.
Un evento storico, visto che si tratta del primo viaggio di un Pontefice in Iraq.
Nella storia del mondo e delle religioni l’Iraq ha una valenza di assoluto rilievo come culla di civiltà e di spiritualità: basti pensare agli splendori di Bagdad; alla città di Najaf, meta di pellegrinaggi del mondo islamico, seconda solo a La Mecca; alla nascita dell’agricoltura alle foci del Tigri e dell’Eufrate; ai gruppi religiosi di antichissima presenza, musulmani sunniti e sciiti, cristiani, zoroastriani, bahai, yazidi; alla vicenda di Abramo, patriarca dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam. La sua storia è narrata nella Bibbia, nel Libro della Genesi e nel Corano…
Negli ultimi trent’anni l’Iraq è stato al centro di continui conflitti: prima la guerra di Saddam contro l’Iran e contro il Kuwait, poi le due guerre del Golfo, con immani distruzioni ed uno spaventoso numero di perdite umane. È stato calcolato che la seconda guerra del Golfo, quella combattuta dal 2003 al 2011, ha provocato la morte di mezzo milioni di iracheni: il 60% deceduti per scontri armati e la restante parte vittima di cause indirette, tra cui il collasso delle strutture sanitarie.
Purtroppo il Paese e l’intera regione circostante ancora non godono di una pace stabile. Proprio in questi giorni, schermaglie e focolai di guerra si sono riaccesi al confine con la Siria e con l’Iran.
In un contesto che rischia di innescare una nuova guerra mondiale, il Papa di Roma si reca in Iraq e, come San Francesco, cerca di portare pace dove c’è conflitto, cooperazione dove c’è divisione, compassione dove c’è odio, fratellanza dove c’è discordia, condivisione e dialogo dove c’è ostilità e protervia.
Il viaggio di Francesco si svolge in piena di continuità con il sogno di San Giovanni Paolo II, che nel 1999 tentò in ogni modo di recarsi in visita apostolica nella città di Ur dei Caldei, indicata dalle Sacre scritture come patria di Abramo.
Giovanni Paolo II non riuscì ad andare in Iraq e nel 2003 una coalizione guidata dagli Stati Uniti con il sostegno altri 35 Paesi scatenò la seconda guerra del Golfo.
Nel corso della presentazione del viaggio di Papa Francesco, svoltasi il 2 marzo nella Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, direttore della Sala stampa, ha spiegato che il Papa cercherà di portare «fraternità e speranza, medicine di cui oggi il mondo ha bisogno».
Bruni ha sottolineato che uno dei momenti centrali del viaggio sarà l’incontro interreligioso del 6 marzo nella città di Ur, durante il quale Papa Francesco, invocando la memoria di Abramo, incontrerà i rappresentanti ed il popolo di tutte le religioni presenti in Iraq.
In questo contesto, il Pontefice farà visita al Grande Ayatollah iracheno Ali al-Sistani, considerato uno dei maggiori esponenti della confessione musulmana di origine sciita. Uomo di grande spiritualità, candidato per due volte al Premio Nobel per la Pace.
Nel 2006 fu un gruppo di cristiani iracheni a proporre al-Sistani per il Premio Nobel, mentre nel 2014 la proposta venne rinnovata da un gruppo di parlamentari dell’Iraq.
A conclusione dell’incontro dedicato alla presentazione del viaggio apostolico, il direttore della Sala Stampa vaticana ha parlato del forte entusiasmo con il quale le comunità cristiane attendono la visita del Papa.
Il viaggio in Iraq di Papa Francesco è un «evento di pace e di consolazione per un popolo che ha molto sofferto», un viaggio che intende confermare questi fratelli nella fede, consolare le loro sofferenze e rappresentare una speranza di futuro per le comunità cristiane che vivono in questa terra.

Unicef: Sudan e Ruanda, attraverso il COVAX distribuite 800 mila dosi di vaccino contro il COVID

ltri due paesi, Sudan e Ruanda , hanno ricevuto rispettivamente 800.000 e 340.000 dosi di vaccini contro il COVID-19  da parte della COVAX Facility , l’azione globale per accelerare lo sviluppo e l’accesso ai vaccini contro il COVID, guidata da CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), Gavi , l’Alleanza per i vaccini e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ( OMS ) in collaborazione con l’UNICEF, che ha come obiettivo globale di distribuire 2 miliardi di dosi di vaccino contro il COVID-19, fra cui 1,3 miliardi di dosi a 92 paesi a reddito basso e medio, entro il 2021.

SUDAN: Il Sudan è il primo paese della regione del Medio Oriente e Nord Africa a ricevere i vaccini dalla COVAX Facility. Oltre 800.000 dosi del vaccino AstraZeneca sono arrivate all’Aeroporto Internazionale di Khartoum. Lo scorso 26 febbraio erano state fornite dall’UNICEF, per conto di COVAX, 4,5 tonnellate di siringhe e contenitori per rifiuti sanitari.
Queste dosi iniziali supporteranno la vaccinazione degli operatori sanitari e di persone con più di 45 anni con patologie croniche, che vivono in aree a forte contagio o in cui si prevede un forte contagio, segnando la prima fase della campagna di vaccinazione nazionale.
Vaccinando per primi gli operatori sanitari, questi ultimi possono continuare a fornire i servizi salvavita e mantenere il sistema sanitario funzionante.

RUANDA: In Ruanda sono state fornite 340.000 dosi di vaccini contro il COVID-19 da parte della COVAX Facility, di cui 240.000 del vaccino AstraZeneca/Oxford, su licenza e prodotto dal Serum Institute of India, mentre ulteriori 102.000 dosi del vaccino Pfizer-BioNTech.
Dopo quasi un anno di restrizioni periodiche di lockdown e altre misure di prevenzione come la chiusura delle scuole, che hanno avuto un impatto devastante sull’economia locale e sul tessuto sociale del paese, l’arrivo dei vaccini segna il tanto atteso inizio della fine della pandemia.

Queste distribuzioni ne seguono ad altre avvenute nelle scorse settimane: il 24 febbraio il Ghana ha ricevuto la prima spedizione di 600 mila vaccini COVAX, mentre il 26 febbraio sono state spedite 504.000 dosi di vaccino contro il COVID-19 e 505.000 siringhe in Costa d ’ Avorio ; fra il 2 e il 3 marzo, la Nigeria ha ricevuto 3,94 milioni di dosi, l’ Angola 624.000, la Cambogia 324.000, il Senegal 324.000 e il Gambia 36.000.

Istat: “a gennaio 2021 in calo le vendite al dettaglio”

A gennaio 2021 si stima un calo congiunturale per le vendite al dettaglio del 3,0% in valore e del 3,9% in volume. Ad una lieve crescita delle vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,3% in volume) si contrappone una forte riduzione per i beni non alimentari (-5,8% in valore e -7,2% in volume).

Nel trimestre novembre 2020-gennaio 2021, le vendite al dettaglio diminuiscono in termini congiunturali del 6,7% in valore e del 7,3% in volume. L’andamento negativo è determinato dai beni non alimentari che calano del 13,2% in valore e del 14,0% in volume, mentre le vendite dei beni alimentari sono in crescita (+1,9% sia in valore, sia in volume).

Su base tendenziale, a gennaio, le vendite al dettaglio diminuiscono del 6,8% in valore e dell’8,5% in volume. Anche in questo caso si registra un deciso calo per i beni non alimentari (-15,5% in valore e -17,1% in volume) e un aumento per i beni alimentari (+4,5% in valore e +3,8% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di elettrodomestici, radio, tv e registratori (+11,7%) e dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+9,9%). Le flessioni più marcate riguardano calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-36,4%) e abbigliamento e pellicceria (-33,0%).

Rispetto a gennaio 2020, si registra una diminuzione assai ampia delle vendite al di fuori dei negozi (-18,7%) e di quelle delle imprese operanti su piccole superfici (-14,3%); calano lievemente anche le vendite della grande distribuzione (-1,5%). L’unica forma distributiva che segna una decisa crescita è il commercio elettronico (+38,4%).

Al via l’Alta Commissione per la qualità dell’abitare

E’ nata l’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare, istituita presso il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (MIMS) per dare attuazione all’omonimo Programma innovativo nazionale, varato con il decreto interministeriale 395/2020. La Commissione, composta da professionisti ed esperti ha, tra l’altro, il compito di esaminare e finanziare progetti per la riqualificazione delle aree urbane disagiate dal punto di vista abitativo e socioeconomico.

Il prossimo 16 marzo scadrà la prima fase per la presentazione dei progetti, per i quali sono disponibili 854 milioni di euro (a cui si potranno aggiungere ulteriori risorse europee). Al bando si sono già registrati 170 enti locali e territoriali.

“Il Programma innovativo nazionale sulla qualità dell’abitare è destinato a incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone e delle famiglie”, ha affermato il Ministro Giovannini intervenendo alla riunione di insediamento dell’Alta Commissione per la Qualità dell’Abitare. “La Commissione dovrà programmare in modo dettagliato e puntuale le proprie attività, stimolando una riflessione sul futuro delle politiche abitative, aprendo un dialogo con le organizzazioni della società civile e con le Università che sono chiamate a contribuire attivamente alla trasformazione dei territori nella direzione dello sviluppo sostenibile”.

L’8,5% dei pazienti oncologici sceglie un ospedale fuori della propria Regione

Giovane, con un livello di istruzione abbastanza alto e proveniente dal Centro e Sud Italia. È questo l’identikit del migrante sanitario, il paziente con tumore che cambia regione per farsi curare. A definirne le caratteristiche è un recente rapporto di Crea Sanità promosso dal gruppo “La salute un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che ha analizzato la mobilità sanitaria oncologica nel 2018, stabilendo che l’8,5% delle persone che hanno un tumore sceglie di farsi curare al di fuori dei confini regionali.

Questa percentuale non considera la cosiddetta mobilità di prossimità, ovvero quegli spostamenti che, pur oltrepassando un confine regionale, non superano i 100 km.

Le regioni maggiormente penalizzate dalla migrazione sanitaria sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio, mentre quelle più attrattive sono Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e lo stesso Lazio.

 

Dopo Zingaretti ci sarà ancora il Pd?

Appena qualche mese fa, con un altro assetto politico, le dimissioni di Zingaretti avrebbero generato un’immediata rifrazione sugli equilibri di potere. Ne sarebbe scaturita l’avvisaglia di una crisi ministeriale, con tutti i commentatori impegnati a valutare la tenuta della legislatura. Certamente l’opposizione avrebbe alzato la voce per chiedere lo scioglimento delle Camere. Il terremoto politico, benché riguardante una forza di governo, non avrebbe circoscritto i suoi effetti al solo perimetro di questa, come se l’onda sismica potesse nello specifico arrestarsi al Nazareno.

Niente di tutto ciò si palesa in queste ore. Il gesto di Zingaretti mette a dura prova il partito, ne fa intravedere le difficoltà e gli affanni, certifica la sua consunzione vitale; e tuttavia, invece di costituire un problema per la politica, esorbita da essa per disperdersi nell’universo di una sconnessa invettiva moralistica, senza conseguenze sulla conduzione del governo. Draghi non dà segni di preoccupazione: va avanti, in silenzio, con imperturbabile sicurezza. Sembra addirittura che si rafforzi, agli occhi della pubblica opinione, nel momento in cui implode in maniera spettacolare la leadership del cosiddetto campo riformista.

Ora nel Pd aumenta il rischio di un confronto senza sbocco. L’invito a respingere le dimissioni del segretario segnala in fondo l’imbarazzo del gruppo dirigente. A suo carico Zingaretti ha lanciato accuse pesanti e persino ingiuriose, che mai s’erano udite in simili frangenti. Lascia, così ha detto, perché si considera il bersaglio di ogni polemica e quindi il “problema” del Pd; ma nel medesimo tempo – e qui sta il vulnus di un pronunciamento inusitato – ha detto di vergognarsi per la condotta indecorosa del partito. È come fa un partito ad accettare che il suo segretario ne infanghi l’immagine in questo modo, usando un tono da Savonarola? Come minimo, invece di piegarsi alla intemerata moralistica, dovrebbe archiviarne le incongrue pretese di superiorità. Avvenne così nella primavera del 1959 quando Fanfani, con le sue dimissioni, sfidò il gruppo dirigente della Dc: in notturna la maggioranza si riunì nel convento delle suore di Santa Dorotea e convenne di procedere alla elezione di Moro.

Si tratta di capire, a questo punto, se nel Pd esiste una nuova maggioranza in grado di sormontare, a costo di qualche sacrificio, il fallimento della gestione zingarettiana. Non è un passaggio ordinario, quello che attende un partito offeso ed umiliato, inabile a fornire per altro una connessione tra le dinamiche che lo tormentano e il percorso di un governo che lavora al futuro del Paese.  Incombe un senso di inutilità, se non altro perché, anche sul terreno strettamente politico, la transumanza verso una sinistra in gentile versione eco-populista, trova piuttosto un ancoraggio nell’iniziativa di Conte. Non c’è bisogno di una mediazione che Zingaretti ha spogliato di potenza e dignità. Il Pd vuole sciogliersi nella melassa del grillismo, visto che la sua variante ultima si avvale di nuovo, ma sempre dubbio afflato progressista? Sarebbe il tradimento di un’ambizione e la definitiva pietra tombale sulla opzione riformista. Per molti elettori è una verità acquisita da tempo, tant’è che gli ultimi sondaggi registrano persino l’ipotesi di un crollo strutturale. Adesso è tempo di scelte eccezionali. Certo, Zingaretti ha rinnovato stamane la tessera del Pd, ma dopo quanto è avvenuto il Pd resisterà all’onda d’urto di una crisi tanto grave?

Asili nido, l’utile provocazione di Cottarelli.

La provocazione contenuta nell’ultimo libro di Carlo Cottarelli “All’inferno e ritorno” sulla necessità  di avere più asili nido nel nostro paese merita una riflessione non banale nè marginale. Cottarelli  dice, in sostanza, che per “una società più giusta bisogna dare a tutti le stesse possibilità di  partenza, ma va anche innestato un maggiore premio al merito”. Una tesi che purtroppo in questi  ultimi anni è stata semplicemente accantonata ed emarginata rispetto alle politiche attive che  sono state portate avanti. E Cottarelli, anche in una recente intervista che parla del suo nuovo  libro, dice espressamente, e curiosamente, che per rifare l’Italia ci vogliono tantissimi asili nido. E  cioè, “dovremmo portare il tasso di copertura ad almeno il 60% con una uguale distribuzione in  tutte le regioni” ricordando che, invece, ad oggi, il tasso di copertura è appena il 24,7% dei  bambini sotto i due anni. E quindi molto al di sotto non solo del suo obiettivo ma anche e  soprattutto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere nell’ormai lontano  2010. 

Ecco, la tesi di Cottarelli è molto semplice e al contempo molto complessa. Si tratta, cioè, di  rafforzare la tesi dell’uguaglianza dei punti di partenza perchè sono i primi anni di vita in cui si  possono ridurre, grazie all’istruzione, le disuguaglianze che dipendono quasi esclusivamente dalla  condizioni economiche della famiglia di nascita. Una riflessione iniziale che poi si lega a molte  altre, e tutte conseguenti e lineari: dalla garanzia di costruire un vero ascensore sociale alla  centralità del merito, dalla possibilità di fornire pari opportunità a tutte le persone alla necessità di  avere un fisco progressivo e realmente redistributivo. Insomma, dice Cottarelli, servono riforme  che guardino alla crescita e facciano decollare la crescita. E, sotto questo aspetto, la necessità di  avere più asili nido significa guardare avanti e creare le condizioni, sin dall’inizio, di avere più  uguaglianze in partenza. 

Ecco perchè l’intelligente e provocatoria riflessione di Cottarelli investe direttamente anche il ruolo  degli enti locali e il problema delle finanze pubbliche da destinare a questi enti. A volte, anche  partendo dalla richiesta di avere più asili nido in tutto il paese, forse si potrebbe centrare  l’obiettivo di creare maggior uguaglianza sociale ed economica e creare le condizioni per poi, più  avanti, puntare esclusivamente sul merito. Su questi temi sarebbe oltremodo importante che  anche chi rappresenta i comuni, cioè l’Anci, battesse un colpo. Per i contenuti e per il futuro delle  nuove generazioni e non solo per il futuro degli organigrammi dell’Associazione. 

Lucio Dalla 50 anni fa a Sanremo segna l’Italia del post boom

Paola Pallottino (1939), grande storica dell’arte, illustratrice di opere di geografia, medicina, scienze naturali, testi di matematica e tant’altra roba, e paroliera di brani di successo, scrive “Gesùbambino”, che Dalla musica e canta per la prima volta al Teatro Duse di Bologna a Dicembre del 1970.

La Pallottino, che come ogni talentuoso ed eclettico vede orizzonti e pratica strade in-comprensibili/in-comprendibili ai più, spiega ad “Avvenire” (che non a caso fino al 1968 si chiamava “L’Avvenire d’Italia” ed era sito in Bologna) di essere rimasta colpita dall’orfanezza di Dalla a 7 anni per la perdita del padre.

La canzone doveva essere dunque sull’assenza del padre. Ma viene fuori un testo sulla madre. Perché scrivendo si pensa, e ci si trova poi altrove (com’è ogni vera ricerca e ogni vera scoperta: i visionari rigenerano il mondo, sono i veri realisti). E la Pallottino si trovò a raccontare di una madre che senza padre deve crescere un figliolo. Il soldato della ballata poi muore in guerra e non tornerà più da quella ragazzina.

Diviene quindi un testo sulla perdita, e su come la vita sia esposta ad una ‘fragilità costitutiva’ da cui non si scappa.
“4/3/1943”, data di nascita di Lucio Dalla, è quindi la dichiarazione di una BREVITÀ ESISTENZIALE (la storia di questa neomamma) per chi pensa invece di avere tempo e mezzi per controllare tutto e disporre di sé in-dipendentemente da tutto.

Ma la censura di allora ci mette del suo e così il Maestro Cini suggerisce di cambiare il titolo originario, “Gesù bambino” (che suonava irrispettoso; vuoi far nascere Nostro Signore in quella condizione equivoca? sarà anche stato al freddo e al gelo ma non esageriamo… dimenticando la vera storia di San Giuseppe e il suo quattro marzo…).

Viene perciò sostituito con la data di nascita di Lucio, 4 Marzo 1943. Vengono modificati anche altri punti del testo e finalmente è presentabile al 21° Festival della Canzone Italiana, a Sanremo, a Febbraio del 1971. 50 anni fa.
Il successo è enorme e il brano arriva terzo Dalla è in coppia con la Nuova Equipe 84 di Maurizio Vandelli, Di Cioccio, Sogliani e Dario Baldan Bembo. Sono preceduti da “Che sarà” della star internazionale José Feliciano (canzone scritta da Migliacci, che fa 90 anni quest’anno, a cui Morandi deve i suoi successi, e anche Patty Pravo con “La bambola”).

La Pallottino poi, per consolidare la nuova celebrità di Dalla, gli passa “Il gigante e la bambina”, ma Dalla la lascia ad un giovane diciottenne, Rosalino Cellamare, che la porta a “Un disco per l’Estate” di quell’anno: Ron.
Chico Buarque de Hollanda, l’intellettuale della canzone brasiliana (cover “La banda” di Mina del ’67), la sente cantata da Lucio Dalla in un ristorante di Campo de’ Fiori a Roma e si mette a piangere a dirotto; la porta in Brasile, in portoghese, con “Minha história”. Poi da lì il 4 Marzo va nel mondo.

Sulle orme di Abramo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Emmanuel Levinas

Papa Francesco prende e parte. Dopo 15 mesi di pausa forzata si alza, esce dal Vaticano e si dirige in Iraq, il viaggio che forse in modo più potente rappresenta il suo pontificato giunto all’ottavo anniversario. Sono infatti quasi otto anni che il Papa invita il popolo dei cattolici a realizzare una Chiesa “in uscita”. E questo viaggio, “sulle orme di Abramo” è l’incarnazione di una Chiesa che esce. Abramo è l’uomo che riceve la chiamata e l’ascolta sul serio, prontamente, senza tentennamenti o discussioni, prende quello che ha e si mette in cammino da Ur del Caldei verso “il paese che ti indicherò”. Con questo gesto il testo biblico dona al mondo qualcosa che prima non aveva: il futuro. E quindi la speranza. Nel mondo antico, impregnato dalla saggezza greca, il futuro non era molto frequentato, perché coincideva con il ritorno del passato. Il fato in modo ineluttabile tornava ruotando ciclicamente su se stesso: l’eterno ritorno dell’identico. Già il mondo latino segna un distacco rispetto a questa visione così intrisa di nostalgia: da Ulisse, l’eroe greco, si passa ad Enea di cui Virgilio canta l’avventuroso viaggio non verso la vecchia casa ma alla ricerca di una nuova terra da scoprire per poter ripartire. Enea con il padre e il figlio “sulle spalle” e la compagnia dei Lari e i Penati, la religione. Da Abramo, passando per Enea, il tema della promessa entra nel mondo e con esso anche l’idea di avvenire, di progresso, se vogliamo anche di “millenarismo”.

Questo passaggio dal mondo greco al mondo biblico è ben illustrato dalla riflessione del filosofo ebreo Emanuel Levinas nel testo che pubblichiamo qui di seguito, dedicato alle figure di Abramo e Ulisse, una buona lettura per accompagnare il viaggio del Papa che sta per cominciare. (A.M)

Ulisse parte. Abramo parte. Un viaggio e un esilio. L’uno con la speranza di ritorno, l’altro verso un’altra terra, una terra straniera che diventerà sua. Uno ritorna, l’altro non cessa di camminare. Uno a casa sua, l’altro altrove. Uno verso l’ambiente famigliare dell’isola natale, l’altro verso l’incognita di un paese di cui non è originario. L’uno e l’altro certamente trasformati dalla strada, la polvere, le prove e gli incontri. Tuttavia, il loro cammino può essere identico? Il primo fa l’esperienza del ritorno alle stesse cose, e il secondo l’esperienza di un’alterità infinita che, alla fine, non è tanto quella della meta quanto quella di Dio. Due partenze. Poi, un ritorno e una chiamata.

Non si valuta allo stesso modo quello che si è lasciato, né il cambiamento avuto lungo il cammino, rispetto a un ritorno o rispetto a Dio. Perché Abramo, più di Ulisse, richiama la figura del pellegrino? Il viaggio di Ulisse è circolare; egli ritorna a quello che conosce, ed è appagato da questo ritorno. Abramo è libero riguardo ai luoghi: qui o là, quello che importa è Colui che guida. Il cammino di Abramo è desiderio; non ha mai finito di lasciarsi sorprendere dall’inaudito di Dio, e non vuole un luogo dove fissare Dio. Il cammino di Abramo ci insegna che Dio stesso è nomade, giacché non si lascia delimitare da nessuna nostra parola o rappresentazione: non si può dire “eccolo qui” o “eccolo là”. Dio chiama altrove. Abramo è condotto al di là di quello che pensava, di quello che avrebbe potuto prevedere ascoltando la promessa che l’ha messo in cammino. Poiché Dio stesso è sempre ancora al di là di quanto scopriremo su di lui in tal luogo o in tale passaggio: Dio è sempre più grande.

Sui passi di Abramo, il cammino ci trasforma veramente se ci lasciamo condurre al di là delle nostre attese — buone o giuste che siano —. Se non cerchiamo di tornare al già conosciuto, né di ripetere quello che fu bello in altre occasioni. Partire è perdere, perdere senza aspettare un contraccambio, senza sapere quello che si troverà o che sarà dato. Osare di essere sconfitto, rischiare di perdersi, per lasciarsi plasmare da Colui che sorprende, piuttosto che preferire la comodità delle certezze, delle tracce segnate dalle boe.

Perdere ciò che si era previsto, lasciare quello che si conosce senza la volontà di tornare indietro: è forse la condizione necessaria per “guadagnare il mondo intero”: guadagnarlo non per sé, ma lasciarsi offrire da Colui che invia. Lasciarsi inviare, per esplorare la terra intera, per cercarvi, in ogni cosa, in ogni incontro, Colui che ha promesso la sua presenza su tutta la terra. Facendo eco alla promessa che mette in cammino Abramo, il pellegrino, oggi, ascolta l’appello di Gesù “ad andare per il mondo intero” amando questo mondo come lo ama Dio.

(Dal racconto Con o senza biglietto di ritorno del filosofo ebreo Emmanuel Levinas)

Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia

Il prefetto Lamberto Giannini è il nuovo capo della Polizia. Il via libera è arrivato dal Consiglio dei ministri. Giannini prende il posto di Franco Gabrielli, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Intelligence.

Nato a Roma il 29 gennaio del 1964, dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, è entrato nei ruoli della polizia di Stato nel 1989 frequentando il 74° corso per vice-commissari presso l’Istituto Superiore di Polizia.

Per oltre 25 anni ha operato come investigatore nel mondo dell’antiterrorismo, guidando, in ordine di tempo, la Digos della Questura di Roma, il Servizio Centrale Antiterrorismo e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, della quale è stato direttore dal 1 ottobre 2016 al 23 dicembre 2020.

Dal 2 gennaio 2021 ricopriva l’incarico di capo della Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

 

La spesa alimentare aumenta del 7,4%

L’emergenza Covid fa crescere la spesa alimentare delle famiglie al top del decennio con un balzo del +7,4% nel 2020 per effetto dei ripetuti lockdown che hanno spinto gli italiani tra le mura domestiche. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Ismea che evidenzia come i picchi più elevati si siano verificati a Pasqua e a Natale in corrispondenza delle stretta su uscite e spostamenti a causa della pandemia.

Le star del carrello nel tempo del Covid sono state le uova fresche che fanno registrare un balzo del 14,5% negli acquisti ma tendenze positive si registrano in tutti i comparti, con incrementi sopra la media per formaggi, carne e salumi, per i prodotti ortofrutticoli. Un andamento che non compensa tuttavia – sottolinea la Coldiretti – il crollo che si è verificato nella ristorazione dove la spesa delle famiglie si è ridotta del 42%.

Il trascorrere delle settimane in casa – precisa la Coldiretti – ha peraltro modificato progressivamente l’atteggiamento dei consumatori nei confronti del cibo a favore del paniere “cuochi fai da te” (uova, farina, lievito, burro, zucchero, olio) con un graduale ridimensionamento dell’interesse iniziale con la pandemia per i prodotti conservabili (surgelati e scatolame) e per i prodotti da “scorta dispensa” (latte Uht, pasta, passate di pomodoro).

Con lo scoppio della pandemia il rapporto con il cibo è cambiato con l’alimentazione che – continua la Coldiretti – è diventata una delle vie per cercare di mantenere la salute come dimostra il boom della domanda di arance nell’inverno 2020 che ha spinta la crescita annuale degli acquisti di frutta dell’8,9%.

Nella scelte dei luoghi di acquisto si assiste invece alla riscossa delle piccole botteghe di prossimità che si dimostrano essere le più dinamiche con un incremento del 18,4%. La pandemia ha accelerato quel processo di “deglobalizzazione” in atto da qualche tempo, alimentando interesse e voglia di “mangiare vicino”. Dal globale al locale inteso come il negozio di vicinato, come mercato rionale ma anche quello contadino o direttamente in fattoria. L’emergenza Covid-19 ha determinato un sensibile aumento del numero delle imprese agricole che praticano la vendita diretta e, di conseguenza, il fatturato di questo canale che, nel 2020, ha superato i 6,5 miliardi di euro secondo l’Ismea.

 

Smart Working, insediata la Commissione tecnica dell’Osservatorio lavoro agile

Si è insediata  su mandato del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, coordinata dal presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, e composta da altri 12 esperti tra interni alla Pubblica amministrazione ed esterni.

Compito della Commissione sarà verificare l’avanzamento delle amministrazioni nella stesura dei Piani organizzativi del lavoro agile (Pola), pubblicati sinora da 54 amministrazioni statali sulle 162 monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica.

La Commissione è chiamata a ragionare sugli strumenti di organizzazione del lavoro agile in vista del superamento della fase legata all’emergenza sanitaria.

Gli esiti delle analisi e degli studi saranno riportati all’Osservatorio, cui spetterà fornire spunti e proposte di carattere normativo, organizzativo e tecnologico per migliorare lo smart working nella Pubblica amministrazione.

Vaccino covid AstraZeneca: “in over 70 previene malattia di ogni gravità”

Il vaccino covid AstraZeneca “è efficace nel prevenire in tutte le fasce di età, in particolare negli anziani, sia le ospedalizzazioni causate dall’infezione da Covid-19 che la malattia a tutti i livelli di gravità, integrando i risultati degli studi clinici registrativi”. A riferirlo è AstraZeneca che, in una nota, parla di “evidenze cliniche” derivate dall’utilizzo del vaccino n Scozia e Inghilterra “su milioni di cittadini” e cita l’arrivo di “nuovi dati positivi” sull’efficacia. Il Public Health England (Phe) ha infatti presentato i risultati preliminari di uno studio condotto in Inghilterra su dati di real world nella popolazione over 70.

Secondo quanto riportato, l’efficacia del vaccino nel prevenire la malattia sintomatica risulta al 73% dal 35esimo giorno in poi dopo la somministrazione della prima dose. Inoltre i dati suggeriscono che, negli over 80, una singola dose di vaccino abbia un’efficacia di almeno l’80% nel prevenire le ospedalizzazioni, circa 3-4 settimane dopo la vaccinazione, si legge nella nota.

“Questi dati – commenta AstraZeneca – uniti alle caratteristiche del vaccino che consente di poter essere utilizzato senza particolari vincoli logistici e organizzativi, sono importanti per garantire un accesso ampio e rapido alla vaccinazione e aiutare così a superare le sfide di questa pandemia il più rapidamente possibile”.

I nuovi risultati resi noti si aggiungono ai recenti dati preliminari del Servizio sanitario scozzese (Public Health Scotland), che ha mostrato una riduzione del 94% del tasso di ospedalizzazione per Covid nella popolazione che ha ricevuto la prima dose di vaccino AstraZeneca. Lo stesso studio ha inoltre dimostrato un’efficacia dell’81% contro i ricoveri correlati a Covid nella fascia di età più anziana (≥80 anni).

Pd: Zingaretti si dimette

Con una nota su facebook il Segretario del Partito Democratico lascia l’incarico.
“Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni.

Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi, una sfida positiva che la buona politica deve cogliere.

Non è bastato. Anzi, mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.
Ma il Pd non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd.
Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L’Assemblea Nazionale farà le scelte più opportune e utili.
Io ho fatto la mia parte, spero che ora il Pd torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie.
Ciao a tutte e tutti, a presto. Nicola”.

Regione Lazio: dal Pd via libera all’alleanza con il M5s ma si creano dissapori con Base riformista.

L’apertura di Zingaretti al M5S, con l’ingresso in giunta regionale, ha trovato nella Direzione del Pd Lazio l’opposizione di Base Riformista. Ospitiamo, a riguardo, il parere di Gregori.

Partiamo dalla domanda… cos’è un partito? Un luogo dove più aree di pensiero si uniscono e riconoscono l’una all’altra il diritto ad esprimere il proprio punto di vista sulle “questioni” che, di volta in volta, si presentano.
Questo è quanto il Partito Democratico sin dalla sua origine ha fatto e deve continuare a fare.

Nella fase che stiamo attraversando tante sono le incognite e tanti i punti su cui poter discutere: così il contributo di ciascuna delle aree di pensiero diviene ancora più importante per definire scelte condivise e che prendano in considerazione ogni aspetto delle vicende.
Per quanto riguarda la decisione dell’ingresso del Movimento 5 stelle nella giunta regionale della Regione Lazio questo pare proprio non essere accaduto, dato che la notizia è stata prima appresa dai giornali e poi, a decisione già presa, è stato concesso un confronto “postumo” nella direzione regionale del Partito.

L’attuale guida del Partito Democratico – Presidente della Regione Lazio – si voleva caratterizzare per lo spirito di collaborazione che sin dalle primarie del 2019 proponeva a tutte le componenti del partito. La vicenda e soprattutto l’accelerazione che riguarda l’allargamento dell’area di governo regionale del Lazio al Movimento 5 stelle, anche se da tempo si collaborava in consiglio, non sembra andare in quel senso e ha creato sorpresa in quelli che stavano e stanno cercando di fare del confronto e della pluralità il giusto metodo per ogni decisione e percorso.

Il nostro partito ha certamente bisogno di guardare con favore ad una estensione del proprio campo politico – che deve essere ampio – nel rispetto della vocazione maggioritaria dalla quale è nata nel 2008 la nostra comune casa democratica, tuttavia ha il dovere di non dimenticare quel metodo plurale nel prendere le decisioni che ci ha sempre contraddistinto. Perché proporre, dibattere, voler dare un contributo, non vuol dire tornare indietro ma fare tutti – insieme – un passo in avanti.

La Cisl c’è e farà fino in fondo il suo dovere

Il nuovo Segretario generale della Cisl indica la strada della continuità, ma osserva che il tempo del coraggio è adesso. Riportiamo ampi stralci dell’intervento di Luigi Sbarra, svolto davanti alla platea dei delegati al termine delle votazioni che lo hanno insediato alla guida della confederazione di Via Po.

Grazie per la vostra fiducia. Per l’amicizia e l’affetto che mi state dimostrando. Grazie per l’immenso onore che mi fate. Mai avrei creduto, e nemmeno sognato, quando da giovane mi innamorai dell’attività sindacale, di poter essere eletto, un giorno. Questi ultimi giorni sono stati di grande emozione per me. Ma anche di tristezza. Una tristezza condivisa con tutti voi, per non avere qui, oggi, un grande uomo che ha fatto tanto per la Cisl, per il sindacalismo italiano, per il Paese: Franco Marini. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. Se ne è andato un amico, un padre nobile, un grande orgoglio per la nostra Organizzazione, e una vera Riserva dello Stato. Un uomo che ha reso più forte la democrazia italiana, dedicando l’intera vita alla difesa dei lavoratori, ai più deboli, alla costruzione del bene comune. Un mediatore infaticabile, di lui mancherà tutto. L’apparente bruschezza dei modi, che nascondeva un carattere dolce, umile, umano. La capacità di leggere le complessità e di assumere decisioni giuste, lontane dalle sirene del populismo e della demagogia. La concretezza e la propensione a disinnescare conflitti e a edificare concordia sono virtù che tanto servirebbero a chi abita i palazzi della politica di oggi. Valori e insegnamenti che, dopo la grande stagione della concertazione, si sono affievoliti a vantaggio di una deriva personalistica e di una disintermediazione che ha creato 20 anni di stallo delle riforme. Ci mancherà, Franco. Ma continueremo a farlo vivere ogni giorno, con il nostro lavoro, sperando di esserne all’altezza. 

Mai avrei immaginato di poter raccogliere il testimone di grandi “costruttori di futuro” come lui, come Giulio Pastore, Bruno Storti, Pierre Carniti, Sergio d’Antoni…come te, Annamaria [Furlan, Segretario generale uscente, ndr]. A te va il senso più profondo della mia gratitudine. Grazie soprattutto per aver permesso alla Cisl, con la tua guida, di arrivare dove è oggi. Un grande sindacato-associazione, con i piedi ben piantati nel terreno dell’autonomia e della contrattazione. Un sindacato ‘del fare’, riformatore, rinnovato, ma radicato fortemente nei valori che ne hanno ispirato la nascita e l’azione. Ci hai davvero portati dentro il nuovo secolo, Annamaria. Per di più sei riuscita a farlo in tempi eccezionali e drammatici. Sulle macerie di una crisi di sistema che nel 2011 aveva fatto tremare le fondamenta del Paese, rendendo visibili i punti deboli del nostro paradigma di crescita e dell’incompleto processo di unificazione comunitaria. 

Da convinta europeista hai promosso le ragioni di una Unione più democratica, coesa, vicina ai cittadini. Un’Europa dei popoli e del lavoro, una federazione che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. Sei riuscita, siamo riusciti, a raggiungere approdi sicuri muovendoci tra le insidie di modelli culturali d’assalto, sventolanti l’insegna falsamente moderna di una illusoria disintermediazione. Non era facile e non era scontato smontare la logica assurda e sbagliata dell’uomo solo al comando, con corpi intermedi isolati, messi all’angolo, marginalizzati nel ruolo e nella legittima funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori e dei pensionati in questo Paese, che parlasse con voce unica, autorevole, solidale alle esigenze reali delle persone. 

Ecco, se noi abbiamo superato tante insidie e siamo andati così avanti, in questi anni, è perché tu sei stata, per lo straordinario equipaggio di militanti, di delegati, di quadri e dirigenti che formano la comunità della Cisl, timone e vela ineguagliabili. Perché sei stata, e sei, uno speciale insieme di ragione e di passione. Di intelligenza e di cuore. Il cuore grande di una donna coerente, coraggiosa e lungimirante. Doti che ti hanno permesso di individuare la rotta giusta e di indicarla a tutti noi. Ti abbiamo seguito, tutta la Cisl ti ha seguito. Il solco è tracciato, sia nell’impostazione sindacale e politica, sia nella dimensione e nella progettualità organizzativa. A noi, ora, il compito di proseguire, con determinazione. Cercando di allargarlo e di renderlo ancora più fertile. Passo dopo passo. Sempre avanti, come in ogni momento della vita del nostro Paese ha saputo fare la Cisl.

È tempo di costruire un Patto Sociale che coniughi solidarietà e competitività, partecipazione e produttività. L’agenda di questo Accordo deve essere scritta insieme. Solo così potrà iniziare quella “stagione dei costruttori” indicata dal Presidente Mattarella. 

Quanto al Recovery Plan, esso rappresenta davvero un’occasione storica che sarebbe un delitto non cogliere. Quello che chiediamo al Governo è concretezza progettuale, con un vero cronoprogramma e reali valutazioni d’impatto sui riflessi occupazionali, sociali ed economici di ogni progetto. E poi la pandemia: la guerra al virus non è finita. Bisogna garantire l’approvvigionamento dei vaccini e piena copertura, moltiplicando le strutture abilitate. Al Governo chiediamo di lavorare insieme, aggiornando i protocolli sulla sicurezza per facilitare la somministrazione nei luoghi di lavoro. La nostra Prima Linea è diventata una trincea di solidarietà, presidiata da delegati, operatori, quadri, dirigenti, Rls e sindacalisti dei servizi, a partire da Inas e Caf, che hanno continuato a lavorare sfidando il pericolo. Ecco cosa vuol dire per noi esserci per cambiare. La pandemia ci conferma che ci sono radicali riforme e profonde innovazioni da fare. Intanto centinaia di migliaia di posti sono andati persi. Il rischio è che senza adeguate protezioni ed investimenti nel 2021 ne scompaiano il doppio. Non possiamo permetterlo.

  L’Italia sarà tanto migliore quanto più a costruirla saranno le donne, tenuto conto della necessità di colmare il divario occupazionale e salariale, per favorire ed inconraggiare il welfare contrattuale volto alla conciliazione tra vita e lavoro. Quanto ai giovani serve un “patto tra generazioni” che garantisca equità e faccia in modo che migliaia di cervelli non debbano più essere costretti ad emigrare, cosa che potrà avvenire se miglioreranno le possibilità di accesso al mondo del lavoro. Il futuro non può che fondarsi sui giovani. 

Serve una svolta sullo stato sociale, rispetto ambientale, sostegno alla terza età, cominciando con la rivalutazione dei trattamenti delle pensioni e da una riforma della flessibilità in uscita più sostenibile che parta dal presupposto che i lavori non sono tutti uguali.

La coesione deve essere consolidata con una riforma fiscale, sgravi sui redditi da lavoro e da pensione, una battaglia contro evasione ed elusione. Sulla non autosufficienza invochiamo una svolta e giusti riconoscimenti ai lavoratori del soccorso e della sicurezza. E poi la questione del Mezzogiorno: bisogna colmare lo storico divario tra aree forti e aree deboli. È interesse di tutti. L’Italia vive della propria unità. Crescerà davvero solo se crescerà il Sud.

Quanto alla Pubblica Amministrazione non ci può essere crescita senza il rilancio della sanità pubblica, assunzioni e stabilizzazioni, senza l’ammodernamento della P.A., con più servizi al cittadino e valorizzando i lavoratori che meritano il rinnovo dei contratti, senza tutele a postali, bancari, assicurativi.

Infine le politiche  industriali. Occorre difendere e rilanciare i nostri asset strategici, dalla manifattura, a partire dall’acciaio e dall’automotive, dalla chimica e dal tessile all’elettronica, dall’agroalimentare all’artigianato, al turismo, ai servizi, dai trasporti all’edilizia. E le politiche attive e gli  ammortizzatori universali, per il sostegno al reddito, per innovare il sistema formativo dalla scuola, all’università, alla ricerca, per atipici e somministrati, per i lavoratori delle telecomunicazioni e del settore energetico. 

In conclusione, proseguiamo il cammino iniziato settant’anni fa e che ci ha portato fin qui. Continuiamo a difendere la dignità, e ad affermare i diritti, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, dei giovani e di ogni persona, specie le più deboli e fragili, che siano nate qui o che abbiano scelto di vivere in questo nostro meraviglioso Paese. 

Cambiamo il Paese in quel che c’è da cambiare, per renderlo più giusto, aperto, inclusivo, ricco di opportunità, di lavoro e di vita. Per l’Italia il tempo del coraggio è adesso. La Cisl, come sempre, c’è. E farà fino in fondo la sua parte.

Il DPCM 2 marzo 2021 fa retromarcia sulle tutele dei lavoratori fragili.

Ha avuto solo una parziale soluzione la questione dei “lavoratori fragili”,  per i quali la legge di bilancio 2021 – n.° 178 del 30/12/2020 all’art. 481 prevedeva tutele sanitarie  estese fino al 28 febbraio 2021.  

Trattasi delle tutele a suo tempo stabilite dall’art 26 comma 2 e 2 bis del cd. “Decreto cura Italia”, per le quali i lavoratori fragili erano in attesa di una proroga,  motivata dall’incremento  esponenziale dei contagi in atto, anche a causa delle numerose varianti del virus in circolazione.

Tuttavia il DPCM del 2 marzo 2021 all’art. 6 ha solo parzialmente rinnovato tali tutele, limitandole all’area del cd. “lavoro agile”: con esclusione della previsione normativa più favorevole che equiparava la condizione dei cd. lavoratori fragili al ricovero ospedaliero. (codice INPS V07) al fine di sottrarli al  pericolo di contagio.

E’ evidente che un utilizzo lavorativo in un contesto ove siano continuativamente presenti altre persone può favorire promiscuità e contatti fisici.

Ed è altrettanto evidente che una persona fragile per costituzione fisica necessiti del ventaglio più ampio di protezioni e tutele: un contagio potrebbe essere addirittura fatale.

Occorre intanto che sia chiarito il concetto stesso di “lavoro agile”: infatti è stata usata nel DPCM questa dizione, anzichè la più restrittiva e protettiva collocazione in “smart working”.

“Lavoro agile” è una definizione che può prestarsi ad interpretazioni applicative disparate, potenzialmente persino creare situazioni di prassi organizzative diverse e conflittuali tra loro, in contesti attuativi differenti.

Perché fare retromarcia rispetto a quanto previsto dall’’art. 481 della Legge di Bilancio per tutto il 2021?

Un DPCM in retromarcia ha le sembianze di un post-scriptum di Ponzio Pilato.

Inutile sottolineare che si tratta del venir meno di una condizione di protezione  poichè non tutti i lavoratori fragili possono essere utilizzati secondo la fattispecie del cd. “lavoro agile” se tale fattispecie non viene circostanziata e definita. 

Forse è sfuggita ai decisori del DPCM la gravità della loro condizione, inquadrata in un contesto normativo fortemente restrittivo e caratterizzato da limitazioni, aree a rischio, divieti, obblighi e raccomandazioni.

Al punto che la riduzione delle tutele rispetto a quanto previsto dall’ultima legge che le regolamentava, appare una contraddizione logica rispetto all’aumentata pericolosità del virus, per le varianti e per l’abbassarsi dell’età media dei contagi.

Chiudere tutto e mandare a lavorare i malati di cancro non mi pare concettualmente coerente.

Ma chi sono i lavoratori fragili? Ne abbiamo scritto a lungo ma… repetita iuvant.

Sono i malati di tumore, i chemioterapici, gli affetti da artrite reumatoide, gli immunodepressi, coloro che sono sottoposti a terapie salvavita, i tutelati dalla legge 104/92,  La loro condizione di fragilità non viene certificata da un medico di famiglia compiacente ma dalle autorità sanitarie della AST o dal cd. “medico competente” nominato dal datore di lavoro al fine di verificare in modo rigoroso e attendibile la tipologia della condizione di inidoneità al servizio normalmente svolto.

Inoltre l’inidoneità è spesso legata al dichiarato periodo di emergenza: c’è un nesso logico fin troppo evidente che lega le due condizioni: la fragilità e l’emergenza (divieti di spostamenti, di uscite, chiusura di esercizi commerciali, di attività pubbliche e sociali ecc.) .

L’emergenza è determinata dunque dalla facilità incrementale del contagio.

Mentre l’art. 481 della legge di Bilancio 2021 n.° 178 del 30/12/2020 prevedeva entrambe le possibilità (lavoro agile e – a seconda della certificazione di inidoneità al servizio- il collocamento in congedo d’ufficio senza far ricorso al  periodo di malattia contrattuale (il cd. “periodo di comporto”) , il DPCM del 2 marzo u.s.  non solo limita l’utilizzo al “lavoro agile” dei lavoratori fragili certificati inidonei ma demanda la definizione della modalità di utilizzo e della pratica attuazione del concetto stesso di lavoro agile  ai singoli dirigenti degli uffici ove il dipendente presta servizio. Si corre il concreto rischio di decisioni diverse da ufficio a ufficio e quindi una possibile, anche se non voluta, oggettiva  disparità di trattamento.

Fa specie riscontrare che mentre una legge dello Stato  ipotizzava una tutela più ampia , un atto gerarchicamente inferiore qual è il DPCM, restringa le ipotesi normative di cui possono avvalersi i “fragili”.

E ciò affidando i criteri del loro utilizzo alla discrezionalità dei singoli dirigenti i quali sono loro stessi, in questa situazione, privati di una normativa unica, legislativa e a carattere nazionale che li tuteli ope legis. 

Ed esposti quindi a possibili contenziosi, nonostante la loro volontà di ben operare.

La situazione che si viene a creare introducendo una discontinuità con la normativa precedente, l’ultima temporalmente in vigore, fino al 28/02 u.s ,  che tutti si aspettavano fosse rinnovata nella sua interezza (ed esattamente il già citato art. 481 della legge 178/2020) merita un sollecito ripensamento in sede legislativa e intanto di decreto legge governativo.

“Fratelli tutti” e “Laudato si”, bussola dei programmi delle Nazioni Unite

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«Insieme a Papa Francesco voglio che i governi ed i popoli del mondo lavorino in armonia tra loro come una famiglia di nazioni; questo è l’unico modo in cui saremo in grado di affrontare i problemi che abbiamo davanti e risolverli».
Così Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha risposto a una domanda di Paolo Mastrolilli, nel corso di una intervista pubblicata il 1° marzo dal quotidiano “La Stampa”.
«Nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti – ha osservato Mastrolilli – Papa Francesco discute la riforma dell’Onu…».
Ha risposto Guterres: «Sono convinto che le Nazioni Unite siano l’unica organizzazione che può aiutare a riunire i Paesi del mondo per affrontare insieme le principali minacce che fronteggiamo: dal Covid-19 al cambiamento climatico al sostegno finanziario verso le nazioni che soffrono. Ma anche la nostra organizzazione ha bisogno di una riforma. Abbiamo bisogno di un multilateralismo in cui si sentano voci diverse. Un multilateralismo che produca risultati e una riforma delle strutture di “governance” basata sulla realtà del presente e orientata verso il futuro, non bloccata nel mondo di 75 anni fa. Gli Stati membri devono concentrarsi sulla riforma del Consiglio di sicurezza che va al cuore della credibilità dell’Onu. Ho avvertito che stiamo affrontando una crescente ondata di nazionalismo in un momento in cui dovremmo concentrarci sulle soluzioni multilaterali ai problemi che fronteggiamo».
Mastrolilli ha poi rivolto a Guterres una domanda in merito alla tempistica per la conversione verde e la riduzione delle emissioni che influenzano il cambiamento climatico.
«Quest’anno sarà decisivo per affrontare l’emergenza climatica generale», ha risposto il Segretario Generale delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo centrale del 2021 è costruire una coalizione globale per la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050. Ogni Paese, città, istituto finanziario ed azienda dovrà adottare piani credibili per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010».
«Devo rendere onore – ha sottolineato Guterres – alla leadership costante del Santo Padre, in particolare attraverso la sua fondamentale Enciclica Laudato si’, nella lotta al cambiamento climatico e alle ingiustizie che esso comporta…».
Come rivelano queste parole, mai nella storia moderna le Nazioni Unite hanno avuto un punto di vista così vicino a quello del Pontefice romano, e mai le Encicliche scritte dal Papa sono state prese in tale considerazione.
Un nuovo mondo sta nascendo e forse è la volta buona che anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu superi le logiche del dopoguerra e si allarghi ad un arco più vasto di nazioni.

Dante e i Papi. Karol Wojtyła e la «Divina Commedia». Il dono di «trasumanare».

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

La specola del dantismo permette di scoprire “percorsi paralleli” seguiti dai Pontefici che hanno operato sotto la stella dell’umanesimo cristiano e che, pertanto, hanno segnato profondamente la storia della Chiesa: «L’umanesimo cristiano (…) per la più grande felicità dell’uomo (…) scongiura le minacce contro la sua dignità di persona, soggetto di diritti e di doveri, e contro la sua stessa esistenza» (Messaggio al Pontificio Consiglio della cultura, 19 novembre 1999). L’essenza di codesto umanesimo è stata perfettamente delineata da Jacques Maritain (Humanisme integral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, 1936), complessa riflessione sul temporale e lo spirituale, secondo un punto di vista teologicamente “orizzontale”. Seguendolo, si può dire che gli eventi della vita e della storia avvicinano Giovanni Paolo II a Pio II , eletto Papa nel 1458, sia per l’importanza della formazione umanistica e letteraria sia per la partecipazione attiva al concilio di Basilea (1431-1445), da parte di Enea Silvio Piccolomini, e al concilio Vaticano II (1962-1965), da parte di Karol Wojtyła, sia perché entrambi, eletti Pontefici, hanno costituito l’ago della bilancia politica europea e non solo europea.

È il 1938 quando Karol Wojtyła si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università Jagellonica di Cracovia: la sua personalità e la sua spiritualità vengono scolpite dagli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche dalla vocazione religiosa che non cancella ma esalta la passione per le humanae litterae e per il teatro, grazie anche all’amicizia con Mieczyslaw Kotlarczyk fondatore del Teatro Rapsodico. Nel 1946, a Cracovia, Karol è ordinato presbitero, ma prosegue gli studi a Roma, presso l’Angelicum, dove discute la tesi di dottorato sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Il ritorno in Polonia (1948) è caratterizzato dall’intreccio fortissimo tra missione pastorale e docenza universitaria presso l’università Jagellonica di Cracovia e l’università Cattolica di Lublino. Nel 1958 è nominato vescovo ausiliare di Cracovia e, da Paolo VI , il 13 gennaio 1964, arcivescovo della stessa città. A quello stesso anno risale il primo documento dantesco del futuro Papa, una lettera-recensione all’amico Kotlarczyk, per una messa in scena della Commedia: «Ecco che al posto di questi contorni obiettivistici, pieni di una realtà escatologica e nello stesso tempo storica, la Divina Commedia è emersa come un poema personale di Dante». Sono gli anni del concilio Vaticano II a cui Wojtyła partecipa, dando il suo contributo alla stesura della Dignitatis humanae. L’umanesimo cristiano si declina in lui in direzione cristologica, come i documenti del Vaticano II dimostrano: nel 1965 dà il suo contributo alla Gaudium et spes, pronunciando il 28 settembre un importante discorso in difesa dell’antropologia personalista. L’Imitatio Christi è il nuovo umanesimo e il nuovo stile di vita, che, all’inizio del pontificato, si tradurrà nell’accorato appello «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (omelia del 22 ottobre 1978). Nel rapporto antropocentrismo-cristocentrismo si inserisce la fonte dantesca e non è certo un caso che le citazioni dall’opera di Dante connotino, dal 1979 al 2003, tutti gli anni del pontificato.

Il suo dantismo ha una precisa matrice teologica e sboccia, come un fiore, dal dantismo dei predecessori Giovanni XXIII e, in particolare, Paolo VI , dei quali sceglie il nome papale. La funzione retorica di codesto dantismo è la climax, che è possibile articolare in tre momenti: citazione, sviluppo, preghiera: «Mi piace ricordare un’esortazione che Paolo VI , mio venerato predecessore, (…) rivolgeva a dodicimila giovani (…). Solo in Cristo è la soluzione dei vostri problemi; è Lui che libera l’uomo dalle catene del peccato e di ogni schiavitù: è lui la luce che risplende fra le tenebre; è lui la verità che tanto ci sublima (Paradiso, XXII , 42)» (1 marzo 1979, omelia per i rappresentanti dell’esercito italiano). Le parole pronunciate da san Benedetto nel cielo di Saturno, per ribadire che la Verità innalza i credenti fino a Dio, sembrano indicare un verso-chiave del pontificato di Giovanni Paolo II , non tanto perché è citato due mesi dopo, in occasione della visita all’abbazia di Montecassino (18 maggio 1979) e ancora dieci anni dopo (19 maggio 1989), sempre a Montecassino, ma soprattutto perché è possibile leggerlo in controluce nell’avvìo dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998): «La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’interazione tra teologia e filosofia consente l’evangelizzazione della cultura e quindi l’evangelizzazione tout court, realizzando gli auspici dei concili Vaticano I e Vaticano II . Solo la libertà interiore permetterà la vera conoscenza, «(l’uomo) solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all’amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé»; parole che sembrano riecheggiare «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’ è più apprezza / fu de la volontà la libertate» (Paradiso, V , 19-22). La memoria dantesca permette il suo sviluppo nella direzione che le è più congeniale: la preghiera. Papa Wojtyła coglie il significato teologico del Padre nostro dantesco e interpreta la «cotidiana manna» come metafora della Eucaristia: «L’aveva intuito con lucida chiarezza Dante Alighieri, uomo di mondo e di fede, genio della poesia ed esperto nella teologia, quando nella parafrasi del Padre nostro (…) insegna che nell’aspro deserto della vita senza l’intima unione con Gesù, la “manna” del Nuovo Testamento, il “Pane disceso dal cielo”, l’uomo, che vuole andare avanti con le sue forze, in realtà va indietro. «“Da’ oggi a noi la cotidiana manna / senza la qual per questo aspro deserto / a retro va chi più di gir s’affanna”(Purgatorio, XI 13-15)» (19 agosto 1979, omelia per studenti e docenti dell’Opus Dei). Nella stessa direzione la preghiera in occasione del restauro della statua dell’arcangelo Michele (29 settembre 1986). «Rivolgo anch’io al Signore la preghiera che tutte le riassume: “Come del suo voler gli angeli tuoi / fan sacrificio a te cantando osanna / così facciano li uomini de’suoi” (Purgatorio, XI , 10-12)», una preghiera culminante, nell’anno 2000, nell’auspicio dell’avvento del Regno di Dio: «Vegna ver noi la pace del tuo regno, esclama Dante nella sua parafrasi del Padre nostro ( PG , XI , 7), un’invocazione che orienta lo sguardo al ritorno di Cristo e alimenta il desiderio della venuta finale del Regno di Dio» (Udienza generale del 6 dicembre 2000). È un procedimento che raggiunge il suo apice nella preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso, versi ampiamente citati dai predecessori di Giovanni Paolo II , ma che in lui assumono un particolare significato, alla luce del suo motto apostolico. Dalla lettura in seminario del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignon de Monfort alle parole del Testamento spirituale, «Tutto, anche questo momento, depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus» (6 marzo 1979), nel pensiero teologico del Papa santo, ogni affermazione si può collegare al culto della Madre di Dio. Particolarmente illuminanti sono le parole dell’Angelus dell’8 dicembre 2001: «Tornano alla mente le parole che Dante nel canto trentaduesimo del Paradiso si sente rivolgere da san Bernardo, ultima guida nel suo pellegrinaggio ultraterreno: “Riguarda omai nella faccia ch’a Cristo / più si somiglia; ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo” (vv.85-87)». Per san Giovanni Paolo II , canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, cristologia e mariologia coincidono proprio come nella teologia dantesca. Codesta mirabile sintesi basterebbe da sola per definire il sacro dantismo, ma manca ancora un tassello, essenziale, che si incastona come la gemma nell’anello pontificale: la dimensione estetica del pensiero teologico, così come è delineata, in generale, nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) e, in particolare, nel discorso all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano (30 maggio 1985). Nella Lettera, partendo dal presupposto che il Bene è la condizione metafisica della Bellezza, Giovanni Paolo II afferma la possibilità di un’alleanza feconda tra Vangelo e Arte, pur rimanendo distinti i due percorsi dell’itinerario verso Dio: «Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica» (par. 6). Si tratta della dimensione estetica dell’umanesimo, che nel medioevo cristiano aveva generato l’arte romanica e gotica, «mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre “il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Paradiso, XXV , 1-2)» (par. 8), e che «non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio» (par. 9).

Si tratta di una dimensione estetica che si esprime nelle innumerevoli rappresentazioni della Vergine Santa, che «il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso, come “bellezza, che letizia / era ne li occhi a tutti li altri santi”» (Paradiso, XXXI , 134-135)» (par. 16) e che implica un sforzo al limite dell’umano: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica, per questo spiritualizzò il sistema planetario, vide i cieli come narratori privilegiati della gloria di Dio, inondò di luce le balze del Purgatorio e i cieli del Paradiso» (Discorso per la mostra Dante in Vaticano, 30 maggio 1985).

Neera Tanden: la prima nomina di Biden che fa un passo indietro

Neera Tanden, direttrice del think tank progressista Center for American Progress nominata dal presidente Usa Joe Biden direttrice dell’Ufficio di gestione del bilancio, ha fatto un passo indietro e rinunciato alla nomina.

Lo ha confermato la Casa Bianca. Quella di Tanden è la prima nomina di Biden a non essere andata a buon fine.

Nelle scorse settimane diversi senatori avevano espresso riserve per una serie di commenti incendiari e insulti di Tanden rivolti a diversi parlamentari tramite Twitter. E’ stata la diretta interessata a inviare una lettera al presidente, affermando che “appare ormai chiaro che non esiste alcun percorso possibile per ottenere la conferma” della nomina.

Nella missiva, rilanciata dalla stampa Usa, Tanden afferma di non voler essere “una distrazione dalle altre priorità” della Casa Bianca.

Per gli esperti l’accanimento democratico contro questa nomina è dovuto a una vendetta postuma nei confronti di Hillary Clinton, di cui la Tanden è stata consigliera, collaboratrice, alleata, amica.

Ora per la successione le fonti del Congresso parlano  John Jones, Shalanda Young, Jared Bernstein – consigliere di lunga data di Biden- e Gene Sperling, che è stato uno dei massimi consiglieri economici degli ex presidenti Barack Obama e Bill Clinton.

Covid: il pass vaccini salverà il turismo estivo

Il green pass vaccinale che consente gli spostamenti tra Paesi dell’Unione Europea salva l’estate degli stranieri in vacanza in Italia che vale 11,2 miliardi per il sistema turistico nazionale in spese per alloggio, alimentazione, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Bankitalia in riferimento all’importanza della presentazione da parte della Commissione europea il prossimo 17 marzo della proposta legislativa per un Digital green pass con l’obiettivo di consentire gradualmente agli europei di muoversi in sicurezza all’interno o all’esterno dell’Ue, per lavoro o turismo.

L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è fortemente dipendente dall’estero per il flusso turistico con ben 23,3 milioni di viaggiatori stranieri che la scorsa estate hanno dovuto rinunciare a venire in Italia per effetto delle limitazioni agli spostamenti e per le preoccupazioni sulla diffusione del contagio. Si tratta un vuoto pesante nel periodo da giugno a settembre che purtroppo non è stato compensato dalla svolta vacanziera patriottica degli italiani. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia grava sull’ospitalità turistica nelle mete più gettonate che risentono notevolmente della loro mancanza anche perché – sottolinea la Coldiretti – i visitatori da paesi europei hanno tradizionalmente una elevata capacità di spesa.

Ad essere avvantaggiate saranno soprattutto le città d’arte, che sono le storiche mete del turismo dall’estero, ma anche gli oltre 24mila agriturismi nazionali dove gli stranieri in alcune regioni secondo Campagna Amica rappresentano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti. E’ importante che con l’avanzare della campagna di vaccinazione e l’apertura delle frontiere si proceda anche alla ripartenza delle attività di ristorazione a pranzo e cena, nel rispetto di tutte le norme di sicurezza. Il cibo infatti – conclude la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

Sicilia: integrazione più forte con IncluCities

Migliorare l’integrazione dei migranti nelle città di medie dimensioni con un processo di formazione. È lo scopo del progetto ‘IncluCities’, che unisce otto città europee tra cui Partinico in Sicilia (in coppia con la città belga di Mechelen). Finanziato dal Fondo Amif per l’asilo, il progetto è guidato dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (Ccre) che lo ha proposto come esempio virtuoso in un incontro online sull’impatto locale del nuovo approccio europeo alla migrazione.

All’epoca dell’inaugurazione di ‘IncluCities’ nel 2020, il portavoce del Consiglio dei comuni e delle regioni europee (Cemr), Pietro Puccio, lo aveva definito “un’opportunità per creare un territorio di dialogo multiculturale, spostando il focus dall’accoglienza, intesa come gestione dell’emergenza, a una rigorosa strategia di inclusione”. Per riuscirci sarà fondamentale la cooperazione tra le otto città, che hanno tutte diversi gradi di esperienza in questo campo, e le varie associazioni nazionali di governo locale e regionale. Opinione condivisa dal vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, che ha dichiarato: “I governi locali possono dimostrare come gestire la migrazione senza rimanere bloccati nei dibattiti”. Schinas ha inoltre sottolineato la necessità che i governi locali e regionali svolgano un ruolo cruciale nei negoziati sul nuovo patto Ue.

Vaccino: “Una sola dose per chi già ha avuto covid”

In una circolare del ministero della Salute con parere sia dell’Aifa e del Css, si prevede la somministrazione di “una sola dose per quanto riguarda i soggetti già infettati in passato, in quanto l’infezione sostanzialmente svolge il ruolo di ‘priming’ normalmente svolto dalla prima dose”.

Per quanto riguarda la validità dei vaccini sulle varianti Locatelli ha chiarito che: “Il virus tende a mutare” e “tendono a emergere alcune varianti, soprattutto quelle “connotate da maggiore capacità contagiante”, ma “da qui a dire che la variante possa sfuggire all’effetto indotto in termini di immunità protettiva dal vaccino andrei estremamente cauto. Credo che tutte queste valutazioni debbano essere improntate a sobrietà comunicativa e senso di responsabilità”.

Serve un centro… di sostanza

Dopo che l’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto una scelta diversa da quella che in tanti auspicavano, che invece era quella di chi lo avrebbe visto bene come federatore del centro, e non solo, ma anche di quelle tante realtà che si riconoscono nel centro-sinistra ma con cui l’attuale Pd fa fatica a interloquire, risulta a mio avviso importante seguire l’indicazione che ieri Giorgio Merlo ha dato su Il Domani d’Italia, ovvero quella che nello spazio politico del centro c’è ancora un campo aperto per tale progetto, anche per noi Popolari. A condizione che si sappia rappresentare un’agenda popolare, consapevole delle difficoltà attuali ed insieme capace di proporre una visione di futuro, a un governo che dispone di straordinarie competenze al suo interno, che vanno fatte interagire costantemente con le istanze della classe media.

Qualche punto di una tale agenda e delle urgenze socioeconomiche da cui scaturisce, è senz’altro rimbalzata nei colloqui dell’incontro bilaterale tra Italia e Santa Sede svoltosi ieri in occasione della ricorrenza dei Patti Lateranensi.

Ma sarebbe illusorio rifugiarsi passivamente sotto le ali di Draghi, sperando che dalla sua “magica” covata possa schiudersi l’uovo di un centro forte. Quest’ultimo sarà tale, credo, solo se saprà rappresentare un punto di vista distinto, propositivo e originale rispetto a quello di Draghi e dei suoi principali collaboratori. Non certo per logorarlo o indebolirlo bensì per il fine opposto, di rispondere con i fatti a quanti soprattutto nell’area dei Paesi “frugali” tendono a dare una lettura dell’attuale governo prevalentemente in termini di ultima spiaggia per l’Italia, o di anticamera della Troika, quando non addirittura di mera parentesi tra l’ondata populista del 2018 e una possibile in futuro.

Per scongiurare quest’ultimo rischio serve un centro di sostanza, capace di dare reale rappresentanza politica alla fascia di mezzo della società, erodendo la terra da sotto i piedi a nuovi populismi con una strategia concreta e convincente.

Perché come ha ben colto l’editoriale dell’ultimo numero della Civiltà Cattolica, se nelle ultime settimane il ceto politico ha mostrato di voler convergere verso il centro, con una svolta generalmente moderata, è lecito chiedersi se l’elettorato, abituato alle polarizzazioni, farà lo stesso movimento dei partiti. La risposta non è per nulla scontata. Su questo fronte in particolar modo credo si debba collocare l’impegno di quanti oggi cercano di allargare i confini del centro come base per un nuovo centro-sinistra.

Si potrebbe osservare che al medesimo fine, quello di evitare un riemergere del consenso a vecchie e nuove formazioni populiste, talora servirebbero anche atteggiamenti meno perentori da parte dell’establishment. Come certe fughe in avanti a cui ormai sembra abituata la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen che l’altro ieri ha ribadito al Financial Times una sua personale road map che sembra uscita dal Bill Gates-pensiero, che contempla un’”era di pandemie” e di conseguenti restrizioni e misure, come il passaporto sanitario, che oltre che a prestare il fianco ai concorrenti dell’Europa (il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov ha subito messo il dito nella piaga della contraddizione fra la necessità del passaporto vaccinale e la non obbligatorietà dei vaccini) generano degli interrogativi su quanto sia reale la disponibilità dei cosiddetti “poteri forti” a concepirsi come una parte anziché come il tutto. Ma questo, a ben vedere, è la ragione sociale del centro “popolare”, rappresentare le ragioni, gli interessi dei tanti “piccoli” che insieme fanno una nazione e di porre e presidiare i giusti paletti affinché i pochi grandi non si ergano a misura di ogni cosa. Una tentazione mai così forte come nell’ora attuale ma che, come in passato, se non sarà temperata può produrre ancora effetti incontrollabili.

Il popolarismo non è stato un incidente di percorso

Dalle ultime riflessioni di Giorgio Merlo e di Lorenzo Dellai su queste colonne è emersa chiaramente la volontà di costruire qualcosa di nuovo per la politica italiana.

Ce n’è davvero bisogno ora più che mai, soprattutto in ragione di questa nuova alleanza a sinistra tra M5S, PD e LEU in funzione pro Conte.

Dellai ha messo efficacemente in risalto come il PD di Zingaretti, ormai, sia scivolato su posizioni populiste che non appartengono né alla vicenda politica della sinistra storica, né a quel residuo di presunto cattolicesimo democratico che ancora vi alberga in funzione della poltrona ministeriale.

Allora, se questa è la realtà politica italiana, l’invito di Merlo a far decollare un centro politico risulta essere non solo affascinante, ma anche necessario. 

Qualche osservazione, però, occorre pur farla; non tanto per il gusto di distinguersi, ma per aiutare un dibattito che si fa sempre più vivace e sempre più interessante.

L’obiettivo è senz’altro comune; non per appartenenza politica legata al passato, ma per la realtà che sta dinanzi al nostro Paese: un’area di centro è oggi necessaria e vitale per la politica italiana.

Con serenità e con altrettanta umiltà, però, non può essere archiviato il problema della questione identitaria.

Nessuno ha nostalgia per un passato che non c’è più e che non può più ritornare, ma il popolarismo non è stato un incidente di percorso e, dunque, proprio da lì occorre ripartire.

Gli avvenimenti consumatisi tra il 1994 e i primi anni 2000 dovrebbero sviluppare un’analisi sulle responsabilità politiche di una classe dirigente (non tutta) che ha preferito prima di tutto autoproclamarsi tale e poi che ha preferito il potere al dibattito e al confronto, le scorciatoie ad una organizzazione capillare sul territorio, l’ibrido politico alla riaffermazione di principi e valori ancora attuali.

Ecco perché la questione identitaria assume un rilievo fondamentale: riferimenti alti e validi per tutti (credenti e non credenti) sono alla base di un impegno politico laico, ma cristianamente ispirato.  Dalla questione del lavoro, che non può essere un semplice assistenzialismo a 5 Stelle, alla questione dell’ambiente, della vita, dell’agricoltura sostenibile, del primato delle comunità e degli enti intermedi tra società e Stato, dell’economia che non può essere più ispirata al puro e semplice profitto economico.

Sono questi i veri temi che oggi stanno di fronte ad un cattolicesimo democratico e popolare che vuol tornare protagonista sul piano ideale e non del puro e semplice potere.

Del resto, siamo anche avvantaggiati dal fatto che le encicliche dei papi indicano un cammino da intraprendere senza tentennamenti.  Dalla Populorum Progressio di Paolo VI alle ultime encicliche di Francesco vi è quel sottile ma profondo modo di essere del cristiano impegnato in politica.

Certo, il discorso è troppo lungo e non può essere sciorinato integralmente in un articolo, ma vale la pena riaffermare che un nuovo partito di centro non può che nascere da queste motivazioni, privilegiando la cultura dell’ascolto e poi del servizio verso una società, soprattutto giovanile, che va rispettata ma anche rieducata dopo il ventennio berlusconiano.

Si vocifera

I toni miti non sembrano appartenere alle consuetudini comunicative del nostro tempo.

Difficile trovare consensi parlando sottovoce: le ragioni si conquistano con modi sovrastanti, vince l’effetto domino, non ci si può sottrarre alla gratificante soddisfazione dell’essere i depositari dell’ultima battuta. 

Si parla, ci si scambiano idee e opinioni, si partecipa più o meno convintamene a questo straordinario palcoscenico planetario della recita a soggetto, dove ormai nessun contatto ci è precluso.

Si pensa, si parla, si dice:  ma si sa anche ascoltare?

C’è una selezione naturale nelle scelte di quello che si ascolta, operata dalla nostra mente, dai nostri interessi e dalla nostra attenzione ma non sempre ci riesce di escludere quello che vorremmo restasse fuori.

Viviamo infatti nel magma indistinto della comunicazione al punto che ci riesce difficile separare la realtà dalla sua rappresentazione.

In una società definita complessa, senza centro e senza periferie, finisce per essere vero il tutto ma anche il suo contrario, prevalgono sempre i punti di vista, la soggettività.

Siamo solisti che ambiscono di appartenere al coro ma abbiamo la velleità di pensare che il consenso è meglio acquisirlo partendo dalle nostre personali valutazioni.

Il vociare indistinto che ci circonda finisce col diventare un limbo di soggettività.

La complessità consiste infatti nella multicorde compresenza delle voci dove poco resta sottotraccia: tutti devono dire, esprimersi, aggiungere, puntualizzare.

Si alzano i toni senza preoccuparsi di elevare pure le altezze: quelle dei contenuti, dell’etica che li ispira e dei messaggi, del rispetto verso gli interlocutori.

Più che sussurrare ormai si vocifera convintamene, per abitudine o per scelta non ci si può escludere da questo presenzialismo della parola.

C’è una sorta di brusio diffuso che abbraccia l’umanità e la pervade ma non sempre si riesce a decifrarne il senso: vociferare infatti significa esprimersi comunque, senza riguardo ad un principio di identità, è sempre più importante partecipare. 

Più del messaggio in sé diventa significativa la presenza: esserci, dire.

A partire dai “si dice” tutto diventa ipotetico e possibile, non c’è miglior palestra per esercitare la nostra fantasia: fare congetture, diffondere notizie incerte, mormorare, insinuare. 

Si parla per dire o si parla per parlare?

C’è un autocompiacimento celebrativo nell’eloquio: ad esempio i politici migliori sono infatti quelli che usano la retorica per mascherare la carenza di senso pratico.

Trovo che oggi ci si pongano meno domande di un tempo, che l’umiltà del dubbio abbia ceduto il posto alla spavalderia, che tutti si affrettino ad accreditarsi come depositari di autorevoli risposte.

Questo mondo ci fa crescere in fretta, troppo in fretta e ci proietta sulla ribalta della vita con il solo paracadute dei luoghi comuni, facendoci credere che la rete della comunicazione possa sostenere l’onere della prova e delle scelte.

Ma questa rete ha maglie troppo larghe e sottili per reggere la trama della vita e a volte, quando si alza il sipario, siamo chiamati a qualche monologo senza partitura.

Trovo che il vociare collettivo produca ingolfamenti nell’anima, un surplus di stimoli che spesso genera azioni uguali e contrarie:  ci “resettiamo” solo nel silenzio, se ne siamo capaci.

Si dice, si vocifera: nel bene o – più sovente – nel male finiamo col vivere una condivisione inconsapevole, priva di autenticità.

Zingaretti/M5S – Base Riformista di Roma e Lazio: no ad accordi al buio che fanno male alla comunità del PD

  1. Dopo aver espresso la nostra contrarietà ieri durante la direzione regionale alla relazione del segretario Astorre sull’alleanza con il M5S, non partecipiamo oggi  al voto perché costretti dalla mancanza di dialogo e di confronto e da una scelta sbagliata nel tempo sbagliato, senza condivisione della base. Un partito con una vocazione maggioritaria ridotto a “stampella” del M5S. Dopo Conte o morte l’accordo fuori da un quadro organico per le elezioni amministrative di Roma e degli altri comuni del Lazio ci relega di fatto ad un ruolo ancillare del M5S.

Dopo l’incoronazione di Grillo alla Raggi, rispetto al malgoverno che incarna a Roma e a cui noi siamo alternativi e distinti, fa si che questa alleanza a freddo porti preoccupazione nella “base” disegnando uno scenario di grave rischio per le prossime elezioni comunali per i quali i sondaggi nazionali sono indicativi.

La completa disconnessione con i cittadini di Roma che si sono sempre riconosciuti nel profilo riformista e di centro sinistra del Partito Democratico rende questa scelta, portata avanti in questa maniera, totalmente sbagliata. Noi non restiamo silenti davanti a tutto questo. Per questo non partecipiamo al voto. Non vogliamo essere accostati a questa follia politica. Lo dobbiamo alla nostra Regione e alla nostra Città.

Lo dichiarano in una nota i rappresentanti di Roma e del Lazio di Base Riformista, la corrente dei cosiddetti ex renziani.

Il testo integrale del nuovo Dpcm in vigore dal 6 marzo

E’ stato pubblicato il nuovo DPCM con le ulteriori misure restrittive anti Covid del governo Draghi in vigore dal prossimo 6 marzo fino al 6 aprile.

Il provvedimento è stato approvato nella serata del 2 marzo dal premier e introduce diverse novità.

La principale novità riguarda la scuola: gli istituti di ogni ordine e grado saranno obbligati a passare alla didattica a distanza nelle zone rosse e nelle aree del Paese dove l’incidenza dei contagi supera quota 250 ogni 100mila abitanti.

Nelle zone rosse, inoltre, d’ora in poi dovranno chiudere i battenti parrucchieri, barbieri e centri estetici. Proprio come avvenuto nel lockdown nazionale della scorsa primavera.

Restano confermati il sistema a colori, il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino e, fino al 27 marzo, lo stop agli spostamenti tra Regioni. A partire da quella data, scattano nuove riaperture: musei aperti anche il sabato e nei festivi e via libera a teatri e cinema nelle zone gialle (ma solo su prenotazione e con capienza del 25%).

Viene istituito un tavolo di confronto tra ministero, Iss, Comitato tecnico scientifico e Regioni “con il compito di procedere all’eventuale revisione o aggiornamento dei parametri per la valutazione del rischio epidemiologico, in considerazione anche delle nuove varianti“.

Qui di seguito il testo integrale

DPCM testo integrale

Gli Uffizi si diffondono in Toscana

Ci vorrà ancora molto tempo prima che si possa avere un turismo di massa. Per questo il direttore degli Uffizi vuole assicurarsi un modo per permettere ai visitatori di visitare il museo anche allontanandosi dalla stessa Firenze.

“Uffizi diffusi”, è una rivisitazione del concetto italiano di “hotel diffusi” , in cui le singole “stanze” si trovano in diverse case di un villaggio.

In questo progetto, le opere conservate nel deposito degli Uffizi saranno esposte in tutta l’area circostante la Toscana, trasformando la regione più famosa d’Italia in un grande museo “sparpagliato”.

Il primo nucleo comprende la Villa Medicea di Careggi, il Museo della Battaglia di Anghiari e il Museo Civico di Pescia in via di apertura, il Centro visite del parco Nazionale delle foreste casentinesi, Monte Falterona e Campiglia al Castagno di Andrea. Poi la villa dell’Ambrogiana a Montelupo.

Non è la prima volta che Schmidt presta opere d’arte alle città locali. Nel 2019, ha inviato un disegno di Leonardo da Vinci a Vinci, città natale dell’artista, nell’anno del 500 ° anniversario della sua morte.

Mentre la mostra del 2019 sulla Battaglia di Anghiari del XV secolo, nella Toscana orientale, tenutasi ad Anghiari stessa, ha fatto quadruplicare il numero di visitatori al museo locale.
Il presidente della Regione Toscana  Eugenio Giani è convinto che “Grazie a questo progetto la galleria potrebbe espandersi sull’intero territorio regionale e valorizzare il rapporto tra l’arte, la storia ed il territorio riservando a ciascuna area le opere ad essa più strettamente legate”.

Concorsi: in arrivo 4.536 posti nelle PA

Sono 4.536 i prossimi posti da destinare a concorso nel 2021 nelle amministrazioni centrali e negli enti pubblici non economici. In base ai più recenti fabbisogni comunicati, sono 4.000 le unità di personale diplomato di Area II che saranno destinate alle amministrazioni centrali con apposito concorso. Il Dipartimento della Funzione pubblica bandirà una selezione per 250 funzionari di area III per il ministero dei Beni culturali. Per Agid e ministero dell’Economia saranno banditi concorsi per 101 funzionari informatici e per 93 collaboratori amministrativi. Per il ministero delle Infrastrutture saranno reclutati invece 80 tecnici di alta specializzazione ed elevata professionalità (ingegneri, architetti e geologi). In deroga al concorso unico 2021 l’Inps bandirà una selezione per 189 posti di medici di prima fascia funzionale e l’Agenzia italiana del farmaco per 40 unità tra dirigenti e funzionari.

Nel primo semestre 2020, secondo la fotografia scattata dal Dipartimento in collaborazione con Formez, sono stati 6.343 i posti messi a bando su tutto il territorio nazionale, così suddivisi:

  • Servizio sanitario: 3.371
  • Comuni: 1.790
  • Università: 766
  • Enti pubblici non economici: 279
  • Enti di ricerca: 125
  • Avvocatura dello Stato: 12

 

Il protocollo anti-Covid adottato il 3 febbraio 2021 dal dipartimento, previa validazione del Comitato tecnico-scientifico, in applicazione del Dpcm del 14 gennaio, ha permesso la ripresa delle procedure concorsuali limitando per ragioni di sicurezza la presenza dei candidati a un massimo di 30 persone per sessione-sede. Un paletto che rallenta l’organizzazione di maxi-selezioni per oggettive difficoltà legate alla prevenzione del contagio. Secondo la mappatura del Dipartimento, sono in corso di svolgimento, o si sono conclusi di recente, concorsi per 13.478 unità tra funzionari e dirigenti.

Ammontano già a 400 i nuovi concorsi banditi o ripresi da parte di Comuni e altri enti sulla base del protocollo del 3 febbraio.

Il Dipartimento della Funzione pubblica sta inoltre definendo, d’intesa con il Garante della Privacy, le linee guida per l’organizzazione e lo svolgimento a distanza delle prove concorsuali (il cosiddetto “proctoring”), che in questi tempi di emergenza epidemiologica rappresenta una doverosa innovazione tecnologica per non bloccare la macchina delle assunzioni.

L’Ufficio per i concorsi e il reclutamento del Dipartimento è a disposizione delle amministrazioni per fornire supporto, consulenza e assistenza sull’attuazione del protocollo e, più in generale, sulle procedure concorsuali.

Mercato immobiliare: Istat, rilevante flessione nella prima metà del 2020.

Nel I e nel II trimestre 2020 si osserva una rilevante flessione delle convenzioni notarili di compravendita e delle altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari. Il totale delle compravendite ammonta a 157.126 nel I trimestre 2020 (-17,9% rispetto al IV trimestre 2019 e -17,7% su base annua) e a 149.764 nel II trimestre (-17,3% rispetto al trimestre precedente e -30,8% su base annua).

Nel II trimestre il settore abitativo segna variazioni congiunturali negative in tutte le aree geografiche del Paese (Centro -23,7%, Sud -20,7%, Isole -19,9%, Nord-ovest -14,1%, Nord-est -10,7%, totale Italia -16,9%) cosi come il settore economico (Centro -38,9%, Isole -27,3%, Sud -22,6%, Nord-ovest -20,6%, Nord-est -13,8%, totale Italia -24,4%).

Il 95,0% delle convenzioni stipulate riguarda trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (142.265), il 4,7% quelle a uso economico (7.002) e lo 0,3% le convenzioni a uso speciale e multiproprietà (497).

Rispetto al II trimestre 2019 le transazioni immobiliari diminuiscono del 30,8% (-30,4% l’abitativo, -37,9% l’economico), accelerando la flessione su base annua già evidenziata nel I trimestre (-17,7%).

La diminuzione tendenziale osservata nel II trimestre interessa tutto il Paese sia per l’abitativo (Isole -38,8%, Sud -34,9%, Centro -30,8%, Nord-ovest -30,5% e Nord-est -23,5%; piccoli e grandi centri: -31,6% e -29,0%) sia per l’economico (Isole -42,5%, Nord-ovest -39,9%, Centro -39,0%, Sud -38,0% e Nord-est -31,9%; grandi e piccole città: -38,3% e -37,6%).

Nel II trimestre le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare (84.284) scendono dell’11,5% rispetto al trimestre precedente e del 20,9% su base annua, accentuando il calo congiunturale e tendenziale del I trimestre (rispettivamente -9,9% e -14,0%). La flessione interessa tutto il territorio nazionale sia su base congiunturale (Centro -22,5% Sud -14,9% Isole -12,8% Nord-est -6,8% e Nord-ovest -5,3%) sia su base annua (Isole -30,2% Isole -26,6% Centro -22,0% Nord-ovest -20,3% Nord-est -14,7%; piccoli e grandi centri: rispettivamente -24,0% e -16,8%).

Leggere i segni della violenza

Lunedì 15 marzo alle 17.30, l’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino ed il Segretariato Italiano Studenti in Medicina di Torino (SISM) organizzano una conferenza on line dal titolo “Leggere i segni della violenza”. La violenza, in particolare la violenza domestica, è da molti anni un grave problema sociale, che la pandemia e i lockdown hanno ancora inasprito. L’Associazione ha scelto quindi di inaugurare le proprie attività collaborando con gli studenti di medicina ad un momento formativo di particolare significato clinico e sociale.

Dopo i saluti da parte del Presidente dell’Accademia di Medicina, prof. Giancarlo Isaia, e dell’incaricato locale del SISM Torino Giuseppe Cantelmo, interverrà la dr.ssa Paola Castagna, responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale del S. Anna, sulle difficoltà a leggere e comprendere i segni della violenza. Seguiranno gli interventi del dott. Gianluigi D’Agostino, Presidente della Commissione Albo degli Odontoiatri di Torino e della dott.ssa Maria Teresa Sorrentino, Dirigente Medico Spec. Radiologia della Città della Salute di Torino. Infine, la dr.ssa Gabriella Tanturri, già Direttrice Struttura Semplice Day Surgery ORL (otorinolaringoiatria), Città della Salute di Torino, parlerà di “Lesioni ORL da violenza: strategie di riconoscimento” mentre la dr.ssa Cristina Biglia, che opera nei consultori come referente territoriale della rete antiviolenza, affronterà il tema “Risorse del territorio come risposta ai bisogni delle persone esposte a violenza e delle loro famiglie”. Sono previsti anche tre interventi da parte di rappresentanti del SISM per declinare l’incontro sulle domande degli studenti di medicina.

L’iniziativa è nata in seguito ad un’osservazione di una studentessa di medicina, lamentava come i suoi colleghi ritenessero che la violenza fosse essenzialmente sessuale, quindi competenza ginecologica. In realtà, quasi tutte le specialità, per non parlare dei medici di famiglia, entrano in contatto con patologie o lesioni causate dalla violenza di genere. E’ importante che i giovani medici e gli studenti di medicina acquisiscano strumenti per saper “leggere” e interpretare i segni clinici o radiologici di violenza.

In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro collegandosi alla pagina Facebook dell’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino (https://www.facebook.com/AAAMedicinaTorino).

Centro, adesso c’è il campo aperto.

La scelta di Giuseppe Conte di guidare il partito dei 5 stelle – ovviamente si tratta di una guida  politica a sovranità limitata perchè, come tutti sanno, da quelle parti conta solo e soltanto una  persona: il fondatore comico del movimento – semplifica e chiarisce il quadro politico nel campo  della sinistra. A questo punto l’alleanza tra Pd, 5 stelle e i post comunasti di Leu può salpare  definitivamente. Una alleanza, è facile capirlo, che difficilmente può competere con il campo  politico del centro destra e di ciò che ruota attorno a quella alleanza perchè i numeri, al di là dei  sondaggi compiacenti, difficilmente possono essere sufficienti per una eventuale vittoria  elettorale. 

Ma, al di là di ciò che capita nell’area della sinistra, quello che adesso diventa sempre più urgente  è di far decollare, seriamente e senza la vocazione testimoniale e fallimentare del passato recente  e meno recente, un’area di centro riformista e plurale che, oltre a coprire un’area politica oggi di  fatto non rappresentata, può diventare un elemento di stabilità per il futuro governo del paese.  

Certo, si tratta di contribuire a superare definitivamente quella deriva trasformista, opportunista e  populista che ha caratterizzato profondamente la stagione politica che ha preceduto l’arrivo del  Governo Draghi. Ma è indubbio che adesso quest’area deve essere strutturata e consolidata. Non  può essere, com’è del tutto evidente, un’area vagamente identitaria ma dev’essere  necessariamente plurale e capace, al contempo, di inserire alcuni ingredienti che in questi ultimi  anni sono stati sacrificati sull’altare di una presunta e maldestra modernità: e cioè, cultura della  mediazione, cultura di governo, rispetto delle istituzioni e senso dello Stato, rifiuto della  radicalizzazione dello scontro politico, cultura della sintesi, qualità della democrazia e spiccata e  profonda cultura riformista e democratica. Elementi che, in un clima dominato appunto dal  trasformismo e dal populismo, non potevano in alcun modo fare breccia nella cittadella politica  italiana. Ma con l’avvento del Governo Draghi anche quella triste e decadente stagione è arrivata  al capolinea e si può, pertanto, inaugurare una nuova fase della politica italiana. E’ proprio in  questa cornice che può decollare una nuova scommessa politica. Un progetto politico che,  inesorabilmente, avrà una genesi extraparlamentare come è stato giustamente evidenziato ma  che dovrà essere caricato di contenuti politici e di classe dirigente autorevole e qualificata. Che  resta l’altro decisivo tassello per invertire una rotta che in questi ultimi anni dominati dal  populismo grillino ha spadroneggiato in modo incontrastato e con il favore di molti settori  giornalistici e politici. 

Ecco perchè, adesso, occorre attivarsi con una proposta unitaria, qualificata e specifica.  Dopodichè arriverà il leader. Ma senza limitarsi solo a individuare nel leader la soluzione di tutti i  problemi capace di sciogliere i nodi politici, programmatici e di classe dirigente diffusa e  articolata. Ma la precondizione realtà sempre e solo una: va perseguita sino in fondo l’unità di  tutte le componenti culturali, politiche e sociali che rifiutano che la politica sia soltanto una lotta  muscolare e quotidiana tra la destra e la sinistra.  

Un progetto di centro accompagnato da una “politica di centro”. Questa era e resta la vera  scommessa in vista delle prossime elezioni politiche. 

Conte indica al M5S la via del populismo ragionevole. Che vuol dire? Il PD non reagisce, i Popolari non si riorganizzano: troppe ombre sullo scenario politico.

A quanto pare, il “caminetto” del M5S (strano ambito decisionale per un Movimento che si è affermato col mantra della democrazia diretta a trecentosessanta gradi) ha ratificato la disponibilità di Giuseppe Conte ad avere un ruolo di primo piano nel percorso di rigenerazione del partito di Beppe Grillo.
La cosa non mi sorprende affatto.

Dovrebbe sorprendere invece quanti, anche in ambienti a noi vicini, avevano immaginato – con sconsiderata spudoratezza – di incoronarlo nell’improbabile ruolo di “nuovo Degasperi”.
“Populisti ma nel centro sinistra” sembra abbia sentenziato Conte, mentre accettava di “rifondare” il M5S su spinta del comico bardato da astronauta.

Un centro sinistra siffatto non sarebbe più la mia casa, questo è certo.
Stupisce che il PD prosegua imperterrito su questa deriva.

E preoccupa che la politica italiana si acconci così ad archiviare la stagione di Draghi (che essa ha subito e accettato con grande faccia tosta, senza nessuna autocritica e nessuna riflessione sulle fragilità del sistema) riproponendo lo scenario di una competizione tra populismo di sinistra e populismo (pur apparentemente attenuato) di destra.
Dove sta l’innovazione politica che servirebbe per aprire una nuova stagione di rappresentanza e di crescita di un Paese allo sbando?

Archiviata di fatto (temo) la riforma elettorale in senso proporzionale (sbandierata come ragionevole scelta di equilibrio dopo la dissennata riduzione dei parlamentari e come strumento di rigenerazione del sistema della rappresentanza) pare che il destino sia quello del “già visto”: aggregazioni pensate solo per provare a vincere (aspirazione peraltro piuttosto temeraria da parte di una siffatta sinistra) ma totalmente inadatte per governare.
Se così fosse, Draghi sarà veramente solo una parentesi, una foglia di fico momentanea, buona per generare un surplus di credibilità europea ai fini dei soldi del Recovery Fund, ma non capace, nonostante il suo personale prestigio, di imprimere al Paese una svolta di maturità e di serietà di lungo periodo.

In un quadro di questo genere, esiste un dovere civile e politico di chi non è d’accordo (e sono in realtà più di quanti si ritenga). Occorrerebbe costruire subito una proposta alternativa e nuova.
Ma, purtroppo, le possibili forze di una area di questo tipo sono, in parte, prigioniere delle sigle attuali e, in parte, frammentate e balcanizzate in una miriade di soggetti a carattere più che altro personale. Molte anche apprezzabili, ma da sole incapaci di determinare un “fatto politico” sufficientemente forte e autorevole da poter sperare di essere punto di riferimento di una larga parte degli elettori.

Lo stesso nostro mondo popolare non è immune, purtroppo, da questo cancro, come abbiamo cercato di dire in questi mesi.
E ciò conferma che il problema italiano sta nell’offerta, prima che nella domanda politica.
Urge qualche generoso tentativo, fin che siamo ancora in tempo. Altrimenti il destino è segnato.

Meglio non stare con i piedi per terra. Intervista a Roberto Vecchioni.

Proponiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Fabio Canessa

Intanto, l’insegnante è più un mestiere o una vocazione?

In un mondo ideale dovrebbe essere una missione per traghettare anime da un nulla a un qualcosa. Quello della vocazione è un concetto romantico molto bello, ma inevitabilmente l’insegnante sta diventando sempre più un mestiere, perché i precari hanno bisogno di uno stipendio.

Per definire l’insegnamento, perché lei ha intitolato il suo libro «Lezioni di volo e di atterraggio»?

Il mito di Icaro dimostra che l’uomo ha di per sé un’aspirazione all’alto. Ma nella nostra costituzione psichica abbiamo una tendenza verso il sublime e una tendenza al terreno, come dei due cavalli di Platone, uno tira verso l’alto e uno verso il basso. Pensi a Petrarca, dimidiato. Abbiamo una parte di angeli e una di fango, perché tutti quanti siamo stati creati con l’argilla da uno sputo di Dio e quindi queste due cose ogni tanto si prendono a pugni. La tendenza al volo fortunatamente ce l’abbiamo e, quando scatta la scintilla, ci diciamo che non siamo fatti per stare coi piedi per terra a ripetere ossessivamente e quotidianamente azioni incomprensibili. Dobbiamo fare qualcosa che rallegri, dia vita, forza e vigore al desiderio che abbiamo dentro di noi di uscire dal guscio e vedere il mondo con occhi che non sono solo utilitaristici. Quello che conta di più al mondo è partecipare dell’essere, dell’esistenza, tentando di coglierne il segreto, andando dietro alla luce, mai al buio. Questo è volare: porsi continuamente domande e, quando si può, appropriate risposte. L’atterraggio non è camminare a terra, ma è l’arte di tornare dal sublime alle cose quotidiane, con molta dolcezza, perché la vita può essere interpretata in due modi: o sei uno che vive sulla terra e ogni tanto fa dei voli oppure sei uno che in genere vola e ogni tanto fa qualche atterraggio.

Lei di quale gruppo fa parte?

Del secondo. Cerco di insegnare ai miei studenti che bisogna sempre tornare alla vita comune, ma non deve essere la nostra costante: la libertà di pensiero e di emozione deve essere l’acme e il senso dell’esistenza. Non si trovano nell’atterraggio, che è materia; io preferisco annusare il celeste, anziché riempirmi le narici di terra.

Qual è il maggiore ostacolo che l’insegnante di oggi deve superare?

Viviamo tutte le cose come se non esistesse una teleologia. Non sappiamo quale sia il fine vero di costruire un palazzo o di tirar fuori il latte da una mucca o di produrre auto: tutte queste cose hanno il fine limitato di soccorrere un bisogno del momento, al di là del quale non c’è altro. Tutto il produrre umano, tutta l’economia umana è senza scopo, è difficile trovare un finale perfino per cose bellissime come salvare una foresta o insegnare cos’è la democrazia. Ma perché, da dove viene l’idea, giustissima, che bisogna essere tutti uguali? Questo fine ultimo va ricostruito nella società, prima di tutto negli studenti, da professori che sappiano adeguatamente suggerire conforti filosofici o religiosi all’esistenza. Che altrimenti, presa così com’è, diventa solo mangiare e vivere. La missione dell’insegnante è quella di uscire dal bisogno consumato (aver mangiato, accoppiarsi, vedere il cielo, abitare in una casa) andare al di là dei bisogni primari. Non è la prima soluzione quella che conta, ma la successiva.

Qui l’articolo completo

Smart working, nel 33,3% delle PA arrivano i Pola

Sono 54 su 162, pari al 33,3%, le amministrazioni statali monitorate attraverso il Portale della performance del Dipartimento della Funzione pubblica che alla scadenza del 31 gennaio 2021 fissata dal “Decreto Rilancio” hanno pubblicato i POLA, Piani organizzativi del lavoro agile. Il Ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha dato mandato al coordinatore, Antonio Naddeo, d’insediare e avviare mercoledì 3 marzo, alle ore 11, la Commissione tecnica dell’Osservatorio nazionale del lavoro agile, istituito presso la Presidenza del Consiglio e previsto dal “Decreto Rilancio”.

“Lo smart working è stato certamente fondamentale durante la fase acuta della pandemia e ha segnato un cambiamento culturale da cui bisogna trarre tutte le conseguenti analisi”, afferma il ministro Brunetta. Ora occorre ricondurlo a essere uno degli strumenti di organizzazione del lavoro delle singole amministrazioni, strettamente connesso al livello di qualità dei servizi da fornire a cittadini e imprese. Sarà un punto all’ordine del giorno della nuova contrattazione, per quanto riguarda la regolazione. Un tema su cui le parti sociali pubbliche e private sono chiamate a riflettere. Il fenomeno va studiato a fondo e servono grandissimi investimenti dal punto di vista progettuale, di relazioni sindacali, regolativi, infrastrutturali e di intelligenza sociale anche alla luce della sfida della transizione digitale che l’Europa ci chiama a raccogliere”.

Istat: nel 2020 il Pil crolla dell’8,9%. Rapporto debito/Pil salito al 155,6%

Nel 2020 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è diminuito dell’8,9%.

Dal lato della domanda interna nel 2020 si registra, in termini di volume, un calo del 9,1% degli investimenti fissi lordi e del 7,8% dei consumi finali nazionali. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono scese del 13,8% e le importazioni del 12,6%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente alla dinamica del Pil per 7,8 punti percentuali. L’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,8 punti e quello della variazione delle scorte per 0,3 punti.

Il valore aggiunto ha registrato cali in volume in tutti i settori: -6,0% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, -11,1% nell’industria in senso stretto, -6,3% nelle costruzioni e -8,1% nelle attività dei servizi.

Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari a -6,0% (+1,8% nel 2019).