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Cacio, Cagliari-Juve 1-1 con liti e polemiche

Roma, 12 ott. (askanews) – La tensione tra Luciano Spalletti e Fabio Pisacane si prende la scena dopo Cagliari-Juventus, terminata 1-1. I due allenatori sono stati espulsi dall’arbitro Marcenaro al termine della partita, dopo un faccia a faccia acceso. “Gli ho detto che son bravi, giocano bene e che sanno anche perdere tempo. E lui mi ha detto: ‘Che vuol dire che perdiamo tempo, quale tempo?’. Poi ci hanno portati via, ma tutto normale”, ha spiegato il tecnico bianconero ai microfoni di Dazn, ricostruendo il confronto con il collega rossoblù.

Pisacane ha replicato con parole altrettanto nette, sostenendo che la tensione fosse evitabile e interpretando l’atteggiamento di Spalletti come un segnale di preoccupazione. “Poteva finire tutto con un abbraccio, dispiace. Penso che già ieri Spalletti abbia dato la sensazione di essere preoccupato e questo ci rende giustizia”, ha dichiarato l’allenatore del Cagliari, aggiungendo che il nervosismo bianconero deve rendere orgogliosa la squadra sarda.

La polemica è arrivata al termine di una partita che lascia la Juventus con più di un motivo di rammarico. I bianconeri hanno controllato a lungo il possesso, senza però riuscire a trasformare la superiorità territoriale in occasioni concrete. Il Cagliari è passato in vantaggio al 20′ con Daniel Maldini, al quarto gol consecutivo, bravo a finalizzare l’azione avviata da Mendy. La squadra di Pisacane ha difeso con ordine e ha sfiorato anche il raddoppio, costringendo Vicario a un intervento decisivo.

La Juventus ha trovato il pareggio soltanto all’81’, con Randal Kolo Muani, entrato nel vivo della partita nel finale. L’attaccante francese ha interrotto un digiuno in campionato di 231 giorni, sfruttando il pallone messo in area da Alajbegovic e firmando di testa l’1-1. Poco dopo ha avuto anche l’occasione per completare la rimonta, ma la sua conclusione si è stampata sulla traversa.

“Sono arrabbiato: sono partite da vincere”, ha ammesso Spalletti nel commento alla gara. Il tecnico ha difeso la prestazione della squadra, sottolineando le potenzialità del gruppo e la necessità di aggiungere determinazione nei momenti decisivi. “Se giocheremo sempre così se ne vinceranno tante”, ha affermato, pur riconoscendo che il risultato non rispecchia le ambizioni bianconere. Spalletti ha inoltre criticato alcuni comportamenti di Yerry Mina, sostenendo che la Juventus dovrebbe essere maggiormente tutelata.

Il pareggio mantiene il Cagliari al quarto posto e lascia la Juventus a quota 11 punti, agganciata al Como e a cinque lunghezze dalla vetta. Per i bianconeri resta il problema di una manovra che produce troppo poco rispetto al possesso palla, mentre il Cagliari conferma la propria capacità di mettere in difficoltà anche le squadre più attrezzate. Le espulsioni dei due tecnici avranno conseguenze sulle prossime gare: Spalletti non sarà in panchina contro la Lazio, mentre Pisacane salterà la sfida con il Monza, in attesa delle decisioni del giudice sportivo.

Cacio, Cagliari-Juve 1-1 con liti e polemiche

Roma, 12 ott. (askanews) – La tensione tra Luciano Spalletti e Fabio Pisacane si prende la scena dopo Cagliari-Juventus, terminata 1-1. I due allenatori sono stati espulsi dall’arbitro Marcenaro al termine della partita, dopo un faccia a faccia acceso. “Gli ho detto che son bravi, giocano bene e che sanno anche perdere tempo. E lui mi ha detto: ‘Che vuol dire che perdiamo tempo, quale tempo?’. Poi ci hanno portati via, ma tutto normale”, ha spiegato il tecnico bianconero ai microfoni di Dazn, ricostruendo il confronto con il collega rossoblù.

Pisacane ha replicato con parole altrettanto nette, sostenendo che la tensione fosse evitabile e interpretando l’atteggiamento di Spalletti come un segnale di preoccupazione. “Poteva finire tutto con un abbraccio, dispiace. Penso che già ieri Spalletti abbia dato la sensazione di essere preoccupato e questo ci rende giustizia”, ha dichiarato l’allenatore del Cagliari, aggiungendo che il nervosismo bianconero deve rendere orgogliosa la squadra sarda.

La polemica è arrivata al termine di una partita che lascia la Juventus con più di un motivo di rammarico. I bianconeri hanno controllato a lungo il possesso, senza però riuscire a trasformare la superiorità territoriale in occasioni concrete. Il Cagliari è passato in vantaggio al 20′ con Daniel Maldini, al quarto gol consecutivo, bravo a finalizzare l’azione avviata da Mendy. La squadra di Pisacane ha difeso con ordine e ha sfiorato anche il raddoppio, costringendo Vicario a un intervento decisivo.

La Juventus ha trovato il pareggio soltanto all’81’, con Randal Kolo Muani, entrato nel vivo della partita nel finale. L’attaccante francese ha interrotto un digiuno in campionato di 231 giorni, sfruttando il pallone messo in area da Alajbegovic e firmando di testa l’1-1. Poco dopo ha avuto anche l’occasione per completare la rimonta, ma la sua conclusione si è stampata sulla traversa.

“Sono arrabbiato: sono partite da vincere”, ha ammesso Spalletti nel commento alla gara. Il tecnico ha difeso la prestazione della squadra, sottolineando le potenzialità del gruppo e la necessità di aggiungere determinazione nei momenti decisivi. “Se giocheremo sempre così se ne vinceranno tante”, ha affermato, pur riconoscendo che il risultato non rispecchia le ambizioni bianconere. Spalletti ha inoltre criticato alcuni comportamenti di Yerry Mina, sostenendo che la Juventus dovrebbe essere maggiormente tutelata.

Il pareggio mantiene il Cagliari al quarto posto e lascia la Juventus a quota 11 punti, agganciata al Como e a cinque lunghezze dalla vetta. Per i bianconeri resta il problema di una manovra che produce troppo poco rispetto al possesso palla, mentre il Cagliari conferma la propria capacità di mettere in difficoltà anche le squadre più attrezzate. Le espulsioni dei due tecnici avranno conseguenze sulle prossime gare: Spalletti non sarà in panchina contro la Lazio, mentre Pisacane salterà la sfida con il Monza, in attesa delle decisioni del giudice sportivo.

Serie A, Classifica, Cagliari in zona Champions

Roma, 12 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Cagliari-Juventus 1-

Sesta giornata Genoa-Fiorentina 2-1, Inter-Parma 3-0, Napoli-Frosinone 3-0; Como-Roma 0-0, Lazio-Monza 3-1, Lecce-Bologna 1-2, Sassuolo-Milan 1-1, Cagliari-Juventus 1-1; Lunedì 12 ottobre: ore 18.30 Atalanta-Venezia, ore 20.45 Torino-Udinese.

Classifica: Inter, Lazio 16, Roma 14, Cagliari 13, Milan 12, Como, Juventus 11, Frosinone, Napoli 10, Sassuolo 8, Atalanta, Lecce 6, Bologna 5, Udinese, Torino, Parma, Monza, Fiorentina, Genoa 4, Venezia 0

Settima giornata Venerdì 16 ottobre: ore 20.45 Frosinone-Sassuolo; Sabato 17 ottobre: ore 15.00 Venezia-Napoli, ore 18.00 Bologna-Inter, ore 20.45 Roma-Genoa; Domenica 18 ottobre: ore 12.30 Udinese-Lecce, ore 15.00 Fiorentina-Como, ore 18.00 Milan-Atalanta, ore 20.45 Juventus-Lazio; Lunedì 19 ottobre: ore 18.30 Monza-Cagliari, ore 20.45 Parma-Torino.

San Marino e Roma, due convegni e due idee concorrenti di Democrazia cristiana

Due convegni, in programma domani, hanno l’ambizione di mettere a fuoco due possibili letture della Democrazia cristiana intesa come storia e progetto. I soggetti promotori sono, rispettivamente, l’ANDC (Associazione Nazionale Democratici Cristiani) e la Fondazione De Gasperi.

A San Marino, dove la Dc conserva integra la sua forza, l’attenzione sarà rivolta al De Gasperi di Igino Giordani (biografia del 1955 riproposta a cura di Lucio D’Ubaldo e Alberto Lo Presti), ovvero del maggiore protagonista della rinascita dell’Italia all’indomani della catastrofe bellica. La sua idea di centro non coincideva con una posizione di semplice equilibrio o preservazione dell’esistente: era piuttosto un centro dinamico – egli parlerà, come è noto, di “centro che marcia verso sinistra” – capace di governare le trasformazioni, non avendo paura delle riforme, ma sempre in un quadro di sicurezza democratica.

A Roma, invece, il confronto ruoterà attorno al rapporto tra democrazia cristiana, liberalismo e conservatorismo, interrogandosi sulla vitalità dell’esperienza radicata eminentemente in Germania. Non sono appuntamenti contrapposti e neppure espressioni di logiche incompatibili. Ciò nondimeno, il contrasto tra i loro accenti è evidente: a San Marino il “centro degasperiano” illumina una tensione riformatrice capace di accompagnare l’evoluzione della società e di tradurre l’ispirazione cristiana in un impegno di promozione umana e civile; a Roma invece ci si concentra sull’esame di una esperienza storica che ha forgiato nell’Europa centrale il “modello volkspartei” come alternativa più diretta – restando l’anticomunismo uno sfondo astrattamente ideologico – al “modello socialdemocratico”.

Insomma, la differenza si fa problema nel modo stesso d’intendere l’eredità democristiana che il Novecento ha modellato nel crogiulo di grandi sfide ideali e politiche. Sarà  perciò interessante acquisire le conclusioni dell’una e dell’altra iniziativa, contando sulla loro indubitabile vicinanza in termini di valutazioni e prospettive.

Woodcock e i linfonodi sentinella nel reame della libera stampa

L’importanza dell’ultima indagine penale del pm della Procura di Napoli John Henry Woodcock va ben oltre i fumogeni e le bombe stordenti che certa stampa ha lanciato in nome della presunta, ricorrente fallibilità di questo magistrato.

Non sta a nessuno – eccezion fatta per l’amministrazione della giustizia in ogni ordine e grado nazionale e internazionale – dire se l’accusa di corruzione tra privati (che correva attraverso il do ut des innescato dagli investimenti pubblicitari fatti e promessi) tra alcuni vertici del gruppo Multiversity e quelli editoriali e giornalistici di diverse testate nazionali reggerà o meno in un eventuale giudizio.

 

L’altro punto di vista

Non è questo il solo punto di vista. Quello parimenti doveroso avrebbe dovuto essere l’approfondimento mediatico sull’abisso morale, etico e deontologico nel quale stanno precipitando quote di giornalismo, quasi legittimate da una sorta di prescrizione comportamentale o da una Costituzione non codificata di consuetudini, precedenti giudiziari e convenzioni.

La mossa di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle indagini senza riscontro e quella di ridurre a barzelletta questa inchiesta penale ha un significato talmente profondo da offendere l’intelligenza degli italiani.

 

Senza leggere

Senza leggere il decreto di sequestro, sulla scia di un’inerzia che sbugiarda l’inquirente sulla base del suo passato giudicato fallimentare e di fatto, paradossalmente, assolve il comportamento degli indagati senza se e senza ma, certi iscritti all’Albo dei giornalisti si sono sbizzarriti nei pregiudizi. Proprio così. Non giudizi ma pregiudizi. Senza dare corpo a servizi, articoli e approfondimenti che ne descrivessero la sostanza, come è doveroso fare e tante volte si fa. Scegliendo però, sempre più spesso, tra le indagini solo quelle “giuste” su obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con l’informazione.

 

Cortina fumogena

Dal “è così da sempre”, al “è stato scoperto il reato di marchettificio”, su su in un crescendo stordente del “se decide la magistratura la gerarchia delle notizie è finita la libertà di stampa” o “comprare una pubblicità su un giornale mette penalmente a rischio gruppi editoriali, direttori e investitori”. Un’assoluzione e un’autoassoluzione. Così, prendere o lasciare.

Chicche – alcune, solo un pugno, non tutte – alle quali si sono aggiunte quelle dei politici che, ciascuno per il proprio tornaconto personale o politico, hanno sparato a zero senza sapere di cosa stessero cianciando.

 

Come si può ignorare

La domanda è: come si può ignorare che, ben oltre la vicenda penale, ci sono spaccati “familiari” tra presunti corruttori indagati e direttori di giornali anch’essi indagati, che dovrebbero scuotere la coscienza della categoria e che richiamano scene della propria vita professionale in redazione?

Ed infatti andiamo oltre: astraiamo questi spaccati dal contesto giudiziario specifico e proiettiamoli nella vita reale e quotidiana di una redazione. Ebbene, ciò che viene lì appena parzialmente descritto, vale a dire un ecosistema nefasto per la democrazia, esiste o meno?

 

Esistono o no?

Esistono o meno nei media quello che il decreto descrive come “il coverage one to one di responsabili e direttori”, la “richiesta di anteprima delle notizie e di possibilità di intervento sul relativo contenuto, il contestuale richiamo agli investimenti pubblicitari e alle partnership progettuali”?

Esiste o no per le redazioni la pressione di alcune società di comunicazione “per ottenere una preventiva interlocuzione sulle notizie e incidere sui tempi, sui contenuti e sulle modalità della loro diffusione”?

Esistono o no pregiudicati per via giudiziaria o per reiterato comportamento criminogeno che co-pilotano alcuni direttori al punto da godere insieme di un inno alla gioia editoriale del marchettificio in servizio permanente effettivo?

Esiste o no un cerchio magico in grado di creare e distruggere notizie così come, con la stessa nonchalance, è in grado di creare e distruggere carriere e reputazioni?

 

Chi ha il coraggio di dire no?

Chi ha il coraggio di rispondere no deve assumersi la responsabilità di dirlo, scriverlo e sottoscriverlo. Attendiamo fiduciosi, conoscendo l’esito che, del resto, è già nello stato di diffusione dei quotidiani e degli indici di lettura degli italiani.

 

Ci sono molti fotogrammi (non sappiamo se penalmente rilevanti e non ci interessa qui) scattati nel decreto ma uno – tra tutti – colpisce. E’ quello in cui i presunti corruttori parlano di attivare “un sistema linfonodi sentinella nel reame”. Il reame è l’informazione.

 

I linfonodi sentinella

 

Il linfonodo sentinella è il primo in cui arrivano le cellule tumorali quando un tumore maligno inizia a diffondersi attraverso il sistema linfatico. Ergo, il sistema deve essere in grado di cogliere se la metastasi c’è – ed intervenire – o non c’è e comunque tenere sempre alta, altissima l’attenzione.

 

Ecco, sulla verità – parziale, mezza o piena – di questo sistema deve intervenire il mondo del giornalismo. Intervenire e non dibattere, perché le parole in questo campo, sono da decenni “chiacchiere e distintivo” Invece poco o nulla. Il “Fatto,it” e “Il Domani” uniche sostanziose (anche se parziali) eccezioni. Comitati di redazione perlopiù silenti, media di categoria distratti, soloni e tuttologi del giornalismo e della letteratura muti e muti persino quei media non sfiorati dalle indagini. Pesce grosso – si sa – non mangia pesce grosso.

 

Sarebbe il caso di farla finita e fingere che l’informazione sia libera. Non lo è quasi mai. Questo è ciò che conta in una democrazia. Quanto ai reati c’è la Giustizia.

Il campo largo e una comunicazione da scomunicare

Il Centro? Kaput!

Si inciampa sempre sullo stesso ostacolo, che però è anche il primo da superare per una accettabile partenza: quello di una disastrosa comunicazione.

La Schlein ha ultimamente dichiarato che questa volta non si farà fregare. Il fatto di puntare sempre a coinvolgere il “centro” per vincere le elezioni ha portato sempre alla sconfitta. Ne discende che occorre cambiare strategia, pensando a qualcosa di diverso, omettendo di dirci però cosa, lasciando intuire che la sterzata può essere solo a sinistra.

Renzi forse si preoccuperà e Ruffini arrufferà il pelo; come effettivamente la prenderanno è tutto da stabilire. “Un candidato più disponibile a larghe intese, o più moderato e rassicurante” sarebbe quindi da escludere e resta così da adottare un profilo barricadero e spaccatutto.

 

Il PD e i giochi del Colosseo

Elly ha poi continuato parlando in prima persona, ammettendo che “da quando sono la segretaria del PD hanno sempre provato a commissariarmi, federarmi o farmi fuori”, mostrando un’immagine del suo partito che corrisponde piuttosto a una vasca di coccodrilli intenti a sbranarsi vicendevolmente o a una fossa dei leoni in attesa di vittime sacrificali, nulla da ricondurre a un luogo di idee e partecipazione politica.

Su questo anche Cacciari sembra non abbia mai risparmiato commenti. La Schlein conclude poi il pensiero con il plurale maiestatis “eppure siamo ancora qui”, forse per darsi d’un tratto più forza.

 

Alla stretta conclusiva?

“Stiamo chiusi anche una notte intera, l’importante è che usciamo uniti”, dice ancora la Schlein con riferimento alle altre forze della sua coalizione.

Forse si riferisce alla suggestione di una notte dei lunghi coltelli, di epurazioni o di accordi, nulla ormai è certo circa l’esito.

Si comprende che, se non si accetta il criterio valido in tutti i Paesi europei per cui la guida spetta al partito che ha un voto in più degli altri, allora non restano che le “primarie”, che per Fratoianni invece “contengono più rischi che vantaggi”, ammonendo che chi le vincesse “non è il capo ma coordina”.

Insomma, messe così le cose, le primarie non risolverebbero un bel nulla per procedere nel futuro con la necessaria affidabilità di tenuta e compattezza dell’eventuale governo del Paese.

 

Un po’ di AVS

Anche Bonelli non le manda a dire e così dichiara che le primarie “rischiano di amplificare le differenze” e che questa alleanza per certo non potrà avere comunque mai il nome di “campo largo”.

Anche su un nome da affibbiarsi non c’è ancora un’intesa, neppure sulla sola cosa che ad oggi sembrava certa.

 

Giuseppe Conte il risolutore

Chiude la partita Giuseppe nazionale che, mentre simula un commento da statista, ricordando di aver già fatto due volte il Presidente del Consiglio e quindi non fremerebbe di nuovo per Palazzo Chigi, poi si contraddice dicendo che “non si può fare una scelta aprioristica, il partito più grande esprime il leader”.

Se fosse infondata l’ambizione a ripetersi come capo del governo, basterebbe che lasciasse semplicemente strada alla Schlein e desse conclusione a una storia infinita.

Si ha l’impressione che da quelle parti più parlano e più si incartano. Si potrebbe suggerire un po’ di silenzio fino alle decisioni prese e, gratuitamente, come nome della santa alleanza: “Inversione di marcia”.

Senza nulla a pretendere.

Il Centro come luogo del pensiero e della politica. Coda rilegge Moro.

Nell’introduzione al volume Aldo Moro. Il diritto e lo stato(Bari, Cacucci Editore, 2026, pagine 368, euro 30), che raccoglie le lezioni del giovane Moro sulla filosofia del diritto e dello Stato degli anni 1944-1945 e 1945-1946, Antonio Incampo invita a cogliere la pregnanza e attualità di una riflessione che «s’irradia dal centro». È questo infatti ciò che suscita in chi le legge un sentimento di sincero e grato stupore.

Non solo per la maturità di visione che manifestano, non solo perché lasciano intuire la portata del contributo di Moro all’Assemblea costituente, non solo perché esprimono in nuce le ragioni direttrici del suo impegno politico negli anni seguenti, da ultimo sigillato con il sacrificio della vita. Ma perché attestano il “centro” vivo e pulsante da cui originano la sua riflessione e la sua azione e le linee-guida che ne descrivono la coerente declinazione politica.

Anni dopo, nel 1967, Papa Montini — che sappiamo da quale sintonia di spirito fosse legato al giovane Moro —, nell’enciclica Populorum progressio, quasi stilando un manifesto del nuovo ordine internazionale che i «segni dei tempi» chiedevano, metteva in primo piano l’esigenza di «uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca di un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso». E proseguendo con determinazione su questa strada, Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas invita ad «avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto», perché, «se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino». Ebbene, queste pagine di Moro sembrano rispondere a questa oggi più di ieri interpellante convocazione.

Non senza ragione il primo capitolo del corso tenuto nel 1944-1945 prende le mosse da un assunto: «Il dovere del pensiero» è «il primo dovere morale», in quanto «ci svela la natura attiva del processo di conoscenza, esso stesso espressione di quel farsi in cui consiste la vita». La prima lezione che Moro dunque ci offre è questa: riaccendere la luce e la responsabilità del pensare, e del pensare alto, del pensare sino in fondo, del pensare la complessità del reale sociale non per il lusso de l’art pour l’art ma per rispondere al compito di «costruire la vita nella sua verità». A fronte della tentazione strisciante, che rischia oggi di farsi pervasiva e intossicante, di ridurre il pensiero alla mera razionalità strumentale e calcolante, disinteressata o persino ignorante del fine dell’agire e della sua verità in ordine alla realizzazione di ciò che è autenticamente e integralmente umano. Con le tragiche conseguenze che si possono prevedere e che oggi sperimentiamo sulla pelle dell’umanità e della casa comune.

Di qui la seconda lezione che costituisce l’asse portante della proposta che da Moro viene con rigore declinata. Si tratta della struttura e del “ritmo” intrinsecamente sociale e dunque relazionale che connota la verità dell’essere. E in effetti non può non colpire l’insistenza e radicalità di pensiero con cui questa costitutiva dimensione dell’esperienza morale viene rilevata e argomentata. Non solo perché riconosciuta come il fondamento dell’esperienza giuridica e politica, ma anche perché, a fronte della dialettica tra individualismo e collettivismo, Moro traccia con essa la via di un’interpretazione ontologica e assiologica della persona in cui si giocano il senso e la concretezza della sua esistenza nella vita sociale.

Basti in merito questa densa affermazione: «Ciascuno si ritrova in tutti e tutti con lui in una compenetrazione ineffabile nutrita di amore. Il ritrovamento del proprio io in universale, dell’io vero pel quale la vita vale, coincide puntualmente con il ritrovamento degli altri come diversi ed uguali, come altri uomini, ma uomini. Ritrovamento di umanità la quale si presenta come fraternità: una fraternità necessaria, inderogabile come la verità che illumina la vita». Moro pone in questo modo un’equazione tra la vocazione cui io, in quanto particolare, debbo moralmente rispondere per realizzare in me ciò che è veramente e universalmente umano, e l’impegno morale a vivere il rapporto con l’altro in modo tale che egli, da particolare qual è al pari di me, possa attingere quella stessa universalità che ci fa, insieme, esseri umani. È così — spiega — che il singolo «s’innalza all’universale nell’atto che vede innalzarsi allo stesso tutti gli altri che son con lui nella stessa esperienza sociale».

Il «reciproco riconoscimento», il «cointeresse sociale», la «presenza irriducibile del rapporto nella sua bilateralità» descrivono la forma sociale dell’ontologia e dell’assiologia di ciò che l’umano è e determinano il criterio di verità e di giustizia dell’esperienza giuridica. Per questo, «nell’azione del singolo uomo è in gioco il destino della città e, in questo, il destino stesso dell’umanità».

Ma tutto ciò, vale a dire l’esecuzione sociale in reciprocità dell’essere persona — ecco la terza lezione —, accade dentro la storia e come storia. L’ontologia della persona, essendo relazionale, è storico-processuale. Il processo costituendo «esso stesso un fondamentale dovere morale, in quanto la prima esigenza che lo spirito umano deve soddisfare, per essere se stesso è appunto di comprendere se stesso nel proprio valore; intendersi perciò nel suo significato processuale, nel suo dinamismo, in quel continuo farsi in cui consiste la vita».

La processualità intrinseca al farsi dell’ontologia della persona implica pertanto non solo la necessità dell’incarnazione storica del valore che la persona è, ma implica anche il dovere morale dell’«evoluzione» e ove necessario — Moro con lucidità lo richiama in un apposito capitolo — della «rivoluzione»: quando l’ordine sociale e statuale in cui s’esprime lo status quo più non corrisponda al grado dell’autocoscienza morale raggiunta dalle persone in un’esplicazione sociale coerente alla vocazione della persona e alla sua solidale promozione. Solo così la società «potrà essere guardata come il continuo processo, onde il soggetto celebra nella comunione con gli altri la sua vera libertà».

La quarta e ultima lezione riguarda il tema — oggi come mai impellente, proprio perché come mai impellente è la domanda intorno al senso dell’essere personale e sociale — della comunità degli Stati. La dottrina di Moro è netta.

Affermato che «la particolarità dello Stato è data con la sua particolare intuizione di giustizia, la quale, perennemente mutandosi, rappresenta l’esperienza storica che realizza, in un incessante processo, la verità universale», egli ne deriva l’assunto che «la assoluta relazionalità della pluralità degli Stati rappresenta lo svolgimento coerente della determinazione etico-sociale dell’individuo, che il confine dello Stato non può fermare, ma della quale anzi deve agevolare lo slancio, onde l’uomo attinge la totale comunità umana, ed in essa solidalmente si inserisce».

Parole che non abbisognano di commenti e che invitano a decifrare la posta in gioco nel pericoloso scontro oggi in atto non solo a livello geopolitico tra gli Stati, ma, all’interno di ciascuno di essi, tra una coscienza che ha interiorizzato la spinta ad articolare il particolare con l’universale nella logica del reciproco riconoscimento e una coscienza che è tentata d’incurvarsi in modo miope e meschino in se stessa, rivendicando un’identità esercitata in forma autoreferenziale, escludente e persino conflittuale.

Sono pagine preziose e persino sorprendenti e commoventi, per profondità, lungimiranza, apertura di nuovi e profetici orizzonti, queste scritte dal giovane Moro. E, forse, non è casualità che ci vengano riproposte oggi, quando tutti avvertiamo, con un’urgenza che più non tollera rinvii, la necessità di un pensiero che ci permetta di guardare responsabilmente al futuro col coraggio che viene dall’immaginare e organizzare la speranza di una società e di un mondo liberi, giusti, solidali e fraterni.

«Certo è — scrive Moro — solo questa serena coscienza di una verità e di una gioia, che accompagnano immancabilmente la vita, che dà significato e valore ad ogni vicenda lieta e triste e, inserendo appunto ogni esperienza nell’assoluto e nell’eterno, in cui essa è per essere nella verità, toglie l’inganno del tempo che travolge ogni cosa, perché, quello che è stato nella verità, è. Per questo è bello vivere».

 

Fonte: Osservatore Romano – 9 ottobre 2026

Titolo: Pensare il politico «dal centro»

Occhiello: Le lezioni di filosofia del diritto e dello Stato del giovane Moro

[Testo qui riproposto per gentile concessione di Andrea Monda, direttore del quotidiano vaticano]

Serie A, Classifica, Milan aggancia il Cagliari a 12

Roma, 11 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Sassuolo-Milan 1-1

Sesta giornata Genoa-Fiorentina 2-1, Inter-Parma 3-0, Napoli-Frosinone 3-0; Como-Roma 0-0, Lazio-Monza 3-1, Lecce-Bologna 1-2, Sassuolo-Milan 1-1, ore 20.45 Cagliari-Juventus; Lunedì 12 ottobre: ore 18.30 Atalanta-Venezia, ore 20.45 Torino-Udinese.

Classifica: Inter, Lazio 16, Roma 14, Cagliari, Milan 12, Como 11, Frosinone, Juventus, Napoli 10, Sassuolo 8, Atalanta, Lecce 6, Bologna 5, Udinese, Torino, Parma, Monza, Fiorentina, Genoa 4, Venezia 0

Settima giornata Venerdì 16 ottobre: ore 20.45 Frosinone-Sassuolo; Sabato 17 ottobre: ore 15.00 Venezia-Napoli, ore 18.00 Bologna-Inter, ore 20.45 Roma-Genoa; Domenica 18 ottobre: ore 12.30 Udinese-Lecce, ore 15.00 Fiorentina-Como, ore 18.00 Milan-Atalanta, ore 20.45 Juventus-Lazio; Lunedì 19 ottobre: ore 18.30 Monza-Cagliari, ore 20.45 Parma-Torino.

Zelensky: non sapevo del cessate il fuoco energetico, ma noi siamo pronti

Roma, 11 ott. (askanews) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato ad Axios che l’annuncio del presidente Donald Trump di un cessate-il-fuoco energetico tra Russa e Ucraina “è stata una novità per me. Ma se i russi accetteranno un cessate il fuoco nel settore energetico, anche l’Ucraina accetterà”.

In una breve intervista successiva all’annuncio di Trump, Zelensky ha dichiarato ad Axios: “Se il presidente Trump ha negoziato l’accordo con Putin, vi preghiamo di comunicarci quando inizierà il cessate il fuoco. Siamo pronti e lo accetteremo”.

Formula1, Vasseur amareggiato: "Potevamo fare secondo e terzo"

Roma, 11 ott. (askanews) – . Il Gran Premio di Singapore di F1 lascia alla Ferrari sensazioni contrastanti. A Marina Bay, Charles Leclerc ha conquistato il secondo posto alle spalle di Max Verstappen, mentre Lewis Hamilton ha chiuso sesto dopo aver mancato un’occasione importante per salire sul podio. Un risultato che lascia rammarico a Frédéric Vasseur, convinto che la Scuderia avesse il potenziale per portare entrambe le monoposto nelle prime tre posizioni.

Intervenuto ai microfoni di Sky Sport, il Team Principal ha innanzitutto analizzato le difficoltà incontrate con gli pneumatici: “Le gomme medie sono state un problema per tutti e Hamilton ha faticato come tutti con quelle mescole. Poi è andato meglio con le soft”.A pesare sul risultato del britannico è stata soprattutto la mancata sosta durante il regime di Virtual Safety Car. La Ferrari aveva richiamato ai box entrambe le vetture, ma Hamilton non è entrato in pit lane, perdendo un’opportunità preziosa. “Abbiamo chiamato entrambe le macchine, Lewis ha mancato l’entrata ed è un peccato perché sarebbe stato terzo”, ha spiegato Vasseur. L’ingegnere francese non ha nascosto la delusione per i punti lasciati per strada, soprattutto considerando il potenziale emerso in qualifica. “Penso che potessimo fare secondo e terzo, visto anche il risultato delle qualifiche. Considerando il secondo posto di Leclerc e il sesto di Hamilton, c’è un po’ di rammarico per i punti che abbiamo perso”. Da qui la necessità di un confronto con il pilota britannico: “Dobbiamo discutere con Lewis, per cercare di evitare queste cose in futuro”. Vasseur ha comunque riconosciuto il lavoro svolto dalla squadra e l’atteggiamento dei piloti, anche quando è stato necessario chiedere uno scambio di posizioni: “Nel complesso i piloti hanno fatto un ottimo lavoro. Quando gli abbiamo chiesto di scambiare le posizioni, l’hanno fatto e il loro atteggiamento è stato lineare in pista”.

Il bilancio resta però condizionato dall’occasione sfumata con Hamilton: “Abbiamo perso 10 punti per quanto accaduto con Lewis, ma proviamo a prenderci il positivo, visto quello che abbiamo fatto in qualifica e il secondo e terzo posto che avevamo in gara, ricordando anche il risultato della Sprint”.

Formula1 Antonelli: "So che sono vicino, devo pensare a vincere"

Roma, 11 ott. (askanews) – Andrea Kimi Antonelli sorride, con il terzo posto di Singapore ha messo un mattoncino di capitale importanza per la conquista del suo primo titolo iridato. Dopo aver tagliato il traguardo il pilota del team Mercedes ha raccontato le sue sensazioni ai microfoni di Sky Sport: “Sicuramente si è trattata di una gara dura ma sono molto contento per questo podio. Penso sia stato bello sfruttare la lotta tra Lando Norris e Lewis Hamilton per superarli entrambi e cogliere un terzo posto che è un gran risultato per me e per il team”. Kimi Antonelli si avvicina ulteriormente al titolo e, anzi, nel prossimo appuntamento ad Austin potrebbe arrivare addirittura l’ufficialità. Il portacolori del team di Brackley non nasconde la sua sorpresa: “Sicuro? Lo imparo ora, ad ogni modo non mi preoccupo per questo. L’importante sarà comporre il miglior fine settimana possibile per ottenere il massimo, cercando anche di capire i nuovi aggiornamenti della vettura. Il potenziale c’è ma non abbiamo ancora trovato la giusta finestra, anche pensando al prossimo anno. Si parla da tanto del titolo e stiamo arrivando agli sgoccioli. So che sono vicino ma se non faccio le cose per bene non arrivo al risultato. Cercherò di fare più podi e vittorie possibili poi il risultato arriverà”.

Calcio, Serie A, la Lazio batte 3-1 il Monza e resta in testa

Roma, 11 ott. (askanews) – La Lazio supera 3-1 il Monza nella sesta giornata di Serie A e conquista la vittoria grazie alle reti di Nuno Tavares, Isaksen e Pinamonti. All’Olimpico i biancocelesti indirizzano la partita già nel primo tempo, portandosi sul doppio vantaggio nei primi 23 minuti. Al 3′ Nuno Tavares sblocca il risultato su assist di Noslin, poi al 23′ è Isaksen a firmare il raddoppio, ancora su passaggio del compagno. Il Monza prova a reagire, ma al 35′ resta in inferiorità numerica per l’espulsione diretta di Lucchesi, costretto a lasciare il campo.

Nonostante l’uomo in meno, la squadra ospite riapre la partita in avvio di ripresa. Al 46′ Goglichidze, entrato nel primo tempo al posto di Ngonge, trova la rete del 2-1 su assist di D. Mota. Il gol restituisce fiducia al Monza, che cerca di sfruttare le occasioni per rimettere in equilibrio la gara. D. Mota si rende pericoloso in più circostanze, ma trova la risposta del portiere avversario. La Lazio gestisce il vantaggio e prova a chiudere definitivamente l’incontro, sfiorando il gol anche con Isaksen, che all’86’ colpisce il palo o la traversa.

Il risultato resta in bilico fino all’88’, quando Pinamonti, subentrato a Noslin al 75′, firma il 3-1 su assist di Pedraza e mette al sicuro il successo dei padroni di casa. Nel finale la Lazio crea ancora occasioni con Isaksen e Floriani Mussolini, mentre il Monza tenta un ultimo assalto senza riuscire a riaprire la partita. Dopo cinque minuti di recupero arriva il fischio finale: all’Olimpico termina 3-1 per la Lazio.

Calcio, il Bologna batte 2-1 il Lecce prima vittoria rossoblù

Roma, 11 ott. (askanews) – Il Bologna batte 2-1 il Lecce in trasferta nella sesta giornata di Serie A e conquista il successo grazie alle reti di Riccardo Orsolini e Jhon Enem. I rossoblù sbloccano il risultato al 17′ del primo tempo con Orsolini, che finalizza un assist di Cambiaghi e porta avanti gli ospiti. Il Lecce prova a reagire e cerca il pareggio, ma la prima frazione si chiude con il Bologna in vantaggio per 1-0.

Nella ripresa i salentini aumentano la pressione e trovano il gol dell’1-1 al 64′ con Fatah, che va a segno su assist di Danilo Veiga. La partita torna così in equilibrio, ma il Bologna risponde al 75′: Enem, entrato in campo al 62′ al posto di Piccoli, firma il nuovo vantaggio rossoblù su assist di Cambiaghi, autore anche del passaggio decisivo per la prima rete.

Nel finale il Lecce prova a evitare la sconfitta e cerca nuovamente la via del gol, impegnando la difesa avversaria. Gandelman ci prova al 94′, ma il suo tiro viene parato, mentre al 96′ una conclusione dello stesso giocatore termina fuori. Il Bologna resiste fino al fischio finale e porta a casa i tre punti, imponendosi per 2-1 al termine dei sei minuti di recupero.

Serie A, Classifica, Lazio in testa con l’Inter

Roma, 11 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Lazio-Monza 3-1, Lecce-Bologna 1-2:

Sesta giornata Genoa-Fiorentina 2-1, Inter-Parma 3-0, Napoli-Frosinone 3-0; Como-Roma 0-0, Lazio-Monza 3-1, Lecce-Bologna 1-2, ore 18.00 Sassuolo-Milan, ore 20.45 Cagliari-Juventus; Lunedì 12 ottobre: ore 18.30 Atalanta-Venezia, ore 20.45 Torino-Udinese.

Classifica: Inter, Lazio 16, Roma 14, Cagliari 12, Milan, Como 11, Frosinone, Juventus, Napoli 10, Sassuolo 7, Atalanta, Lecce 6, Bologna 5, Udinese, Torino, Parma, Monza, Fiorentina, Genoa 4, Venezia 0

Settima giornata Venerdì 16 ottobre: ore 20.45 Frosinone-Sassuolo; Sabato 17 ottobre: ore 15.00 Venezia-Napoli, ore 18.00 Bologna-Inter, ore 20.45 Roma-Genoa; Domenica 18 ottobre: ore 12.30 Udinese-Lecce, ore 15.00 Fiorentina-Como, ore 18.00 Milan-Atalanta, ore 20.45 Juventus-Lazio; Lunedì 19 ottobre: ore 18.30 Monza-Cagliari, ore 20.45 Parma-Torino.

Trump annuncia cessate-il-fuoco energetico Russia-Ucraina

Roma, 11 ott. (askanews) – Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’entrata in vigore immediata di una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche nella guerra tra Russia e Ucraina, sostenendo che Mosca e Kiev hanno entrambe accettato l’accordo. L’annuncio è arrivato con un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth Social, nel quale il capo della Casa Bianca ha esortato le parti a rispettare l’intesa.

“Con effetto immediato, entra in vigore un cessate il fuoco energetico nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!”, ha scritto Trump.

Il presidente statunitense non ha fornito ulteriori dettagli sulle condizioni dell’accordo, sulla sua durata o sulle modalità previste per verificarne il rispetto.

Cremlino: Russia disponibile a negoziare la soluzione del conflitto in Ucraina

Roma, 11 ott. (askanews) – La Russia resta disponibile a negoziare una soluzione al conflitto in Ucraina e il presidente Vladimir Putin non ha posto lo svolgimento di nuove elezioni ucraine come condizione per la ripresa dei colloqui. Lo ha dichiarato oggi ai media russi il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha chiesto un cambio di leadership a Kiev, accusando Volodymyr Zelensky di aver ripetutamente rifiutato la possibilità di raggiungere un accordo con Mosca.

“In generale, siamo aperti ai negoziati. Continuiamo a essere aperti”, ha dichiarato Peskov.

Interrogato sulla possibilità che Mosca condizioni la ripresa delle trattative allo svolgimento di elezioni presidenziali in Ucraina, il portavoce del Cremlino ha precisato che “il nostro presidente non ha ancora detto nulla” al riguardo. Le dichiarazioni arrivano all’indomani delle parole di Trump, che sabato aveva sostenuto che Zelensky “avrebbe potuto risolvere questo conflitto molte volte e ha scelto di non farlo”, affermando che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo leader.

Zelensky ha risposto oggi ribadendo che spetta esclusivamente agli ucraini scegliere il proprio presidente e proponendo un cessate il fuoco completo di 60 giorni con la Russia per consentire lo svolgimento delle elezioni.

Zelensky a Trump: spetta agli ucraini decidere il proprio leader

Roma, 11 ott. (askanews) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha risposto al presidente USa Donald Trump, che ieri aveva chiesto un cambio di leadership a Kiev, ribadendo che spetta esclusivamente agli ucraini scegliere il proprio presidente. In un’intervista trasmessa oggi dall’emittente statunitense ABC, Zelensky ha inoltre rilanciato la proposta di un cessate il fuoco completo di 60 giorni con la Russia, che consentirebbe all’Ucraina di organizzare nuove elezioni.

“Con tutto il rispetto per il presidente Trump, spetta alla nostra società, al nostro popolo, scegliere questo o quel leader”, ha dichiarato Zelensky durante il programma “This Week” della ABC.

Il presidente ucraino ha quindi invitato Trump a chiedere al presidente russo Vladimir Putin una tregua che permetta lo svolgimento delle consultazioni elettorali. “Per favore, dica a Putin: concedeteci due mesi, 60 giorni di cessate il fuoco totale, 60 giorni, e organizzeremo le elezioni”, ha affermato.

Ieri Trump aveva sostenuto che Zelensky “avrebbe potuto risolvere questo conflitto molte volte e ha scelto di non farlo”, aggiungendo che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo presidente capace di raggiungere un accordo con Mosca.

Formula1, Verstappen vince a Singapore, Antonelli vicino al Mondiale

Roma, 11 ott. (askanews) – Max Verstappen vince il Gran Premio di Singapore, 17esima gara del Mondiale 2026 di Formula 1. Il pilota olandese della Red Bull precede la Ferrari di Charles Leclerc e la Mercedes di Kimi Antonelli, che consolida la propria leadership iridata e avrà il primo match point per il titolo nel prossimo appuntamento di Austin, in programma dal 23 al 25 ottobre.

Quarto posto per Lando Norris, davanti al compagno di squadra Oscar Piastri e alla Ferrari di Lewis Hamilton. Settimo Liam Lawson, ottavo Nico Hulkenberg, mentre George Russell, costretto a partire dalle retrovie per una penalità, chiude al nono posto dopo una rimonta che non gli consente di raggiungere le posizioni di vertice.

Verstappen, al primo successo in carriera sul circuito di Marina Bay, ha preso il comando alla partenza resistendo all’attacco iniziale di Leclerc. L’olandese ha poi gestito la gara, aumentando progressivamente il vantaggio sulla Ferrari del monegasco. Leclerc ha provato a restare in scia alla Red Bull, ma senza riuscire a costruire un’occasione concreta per il sorpasso.

La gara è stata caratterizzata anche dalla Virtual Safety Car, entrata in pista al giro 8 per il problema tecnico alla monoposto di Gabriel Bortoleto. Nella seconda parte, Leclerc è riuscito a superare Hamilton e a riprendersi la seconda posizione, mentre Antonelli ha conquistato il terzo posto dopo aver passato il ferrarista britannico. Il giovane italiano ha dovuto gestire anche alcune difficoltà segnalate via radio e l’attenzione ai limiti della pista, senza perdere la posizione sul podio.

Nel finale Norris ha superato Hamilton, scivolato al sesto posto dopo essere stato raggiunto dai rivali. Piastri ha completato il sorpasso sul britannico all’ultimo giro, conquistando la quinta posizione. Verstappen ha tagliato il traguardo davanti a tutti dopo 62 giri, con Leclerc e Antonelli sul podio.

Il Mondiale tornerà in pista tra due settimane negli Stati Uniti, sul circuito di Austin, dove Antonelli potrà giocarsi il primo match point iridato.

Yemen, segnalato un attacco contro l’aeroporto di Sana’a

Roma, 11 ott. (askanews) – Un attacco aereo è stato segnalato oggi contro l’aeroporto internazionale di Sana’a, capitale dello Yemen controllata dagli Houthi. Lo ha riferito l’emittente televisiva al Masirah, vicina al movimento Houthi, senza fornire per il momento dettagli sugli eventuali danni o sulle vittime.

La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita non ha finora rilasciato dichiarazioni sull’attacco.

La notizia arriva dopo una serie di attacchi condotti dagli Houthi contro aeroporti sauditi nell’ultima settimana, culminati ieri nel bombardamento dello scalo internazionale Re Khalid di Riad, che ha provocato almeno 12 morti e 309 feriti. La coalizione guidata da Riad aveva promesso una risposta militare.

Ipotesi summit Xi-Trump-Putin pesa sul futuro dell’Ucraina

Roma, 11 ott. (askanews) – Per il momento è soltanto un’ipotesi, ma la possibilità che Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping si incontrino a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), in programma il 18 e 19 novembre a Shenzhen, in Cina, comincia ad assumere un significato particolare alla luce degli ultimi sviluppi diplomatici. La brusca svolta del presidente Usa nei confronti di Volodymyr Zelensky, la ripresa del dialogo economico tra Washington e Mosca e il crescente coinvolgimento della Cina negli equilibri internazionali suggeriscono infatti uno scenario nel quale un eventuale confronto tra i tre leader potrebbe incidere anche sulle prospettive della guerra in Ucraina. Un appuntamento che, significativamente, si collocherebbe quindici giorni dopo le elezioni di metà mandato americane del 3 novembre.

La possibilità del trilaterale è stata avanzata da Mosca già all’inizio di settembre. Il primo ottobre, intervenendo al Forum Valdai, Putin ha confermato personalmente la sua disponibilità. “Siamo assolutamente favorevoli”, ha dichiarato, aggiungendo che un incontro tra i tre leader sarebbe utile per “scambiare opinioni e chiarire le rispettive posizioni”. Il presidente russo ha tuttavia riconosciuto la necessità di definire un’agenda e sottolineato che l’iniziativa dipenderà soprattutto dalla Cina, in quanto Paese ospitante.

Da allora i segnali sono rimasti interlocutori. Il 6 ottobre il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov ha spiegato che l’idea è conosciuta da tutti e tre i presidenti, ma che non sono ancora cominciati preparativi concreti. Due giorni dopo, il portavoce Dmitry Peskov ha ammesso che Mosca non ha ancora formulato proposte per l’agenda. Il 10 ottobre, dopo una nuova telefonata tra Trump e Putin, Ushakov è tornato sulla questione, osservando che i due leader potrebbero trovare l’occasione di incontrarsi all’Apec, pur precisando che un bilaterale non era stato discusso durante la conversazione. Pechino, dal canto suo, mantiene il riserbo. Il 3 ottobre, interrogato espressamente sull’ipotesi del trilaterale, il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto di non avere “informazioni da fornire al momento”.

A rendere politicamente più significativa questa prospettiva è soprattutto l’accelerazione impressa da Trump ai rapporti con Putin. Il 9 ottobre, dopo una conversazione telefonica con il presidente russo, il leader americano ha annunciato un’intesa per immettere immediatamente sul mercato statunitense e internazionale 300mila tonnellate di diesel russo, con ulteriori forniture previste nei mesi successivi. Washington ha accompagnato l’accordo con un allentamento temporaneo delle restrizioni sulle esportazioni di diesel dalla Russia, formalizzato dal dipartimento del Tesoro. Una decisione che attenua la pressione economica su Mosca proprio mentre la guerra continua.

L’iniziativa risponde anche a un’esigenza politica interna. L’impennata dei prezzi energetici, aggravata dalla guerra con l’Iran e dalle perturbazioni delle forniture internazionali, pesa sull’economia americana a poche settimane dalle elezioni per il rinnovo del Congresso. Trump punta a contenere il costo del carburante, particolarmente importante per agricoltori e trasportatori, anche attraverso un’intesa con la Russia. Il prezzo politico di questa scelta si sta però manifestando nei rapporti con Kiev.

Ieri Trump è arrivato a chiedere apertamente un cambio alla guida dell’Ucraina, sostenendo che Zelensky avrebbe potuto concludere un accordo di pace in numerose occasioni. Il presidente americano ha inoltre accusato Kiev di contribuire alla crisi energetica mondiale con gli attacchi alle raffinerie russe. Secondo il Financial Times, durante i colloqui di Miami gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero prospettato agli ucraini conseguenze sulla condivisione delle informazioni di intelligence qualora gli attacchi proseguissero. Zelensky ha denunciato l’intesa sul diesel come una decisione che favorisce la Russia, ma oggi ha ribadito la disponibilità a sospendere i bombardamenti sulle raffinerie russe, a condizione che Mosca interrompa quelli contro le infrastrutture energetiche ucraine.

E’ in questo contesto che un eventuale vertice Trump-Putin-Xi potrebbe assumere una dimensione strategica più ampia. La convergenza tra Washington e Mosca sul terreno energetico, pur non accompagnata da progressi concreti nel negoziato di pace, potrebbe rappresentare un primo elemento di un dialogo destinato ad allargarsi alla sicurezza internazionale. E la Cina potrebbe diventare un interlocutore centrale anche sulla guerra in Ucraina. Lo stesso Putin, al Forum Valdai, ha riconosciuto esplicitamente che Pechino può contribuire alla ricerca di una soluzione diplomatica, grazie al suo crescente peso economico e militare.

Del resto, un primo possibile argomento per il trilaterale è già stato messo sul tavolo da Washington. Durante la visita di Stato di Xi Jinping negli Stati uniti del 23-25 settembre, Trump ha proposto l’avvio di negoziati a tre con Russia e Cina sul controllo degli armamenti nucleari. Lo riferisce un documento ufficiale della Casa Bianca, che indica la stabilità strategica come uno degli obiettivi del nuovo dialogo sino-americano. Pechino non ha tuttavia annunciato la propria adesione alla proposta e ha finora mostrato riluttanza ad accettare un negoziato nucleare trilaterale, considerando il proprio arsenale nettamente inferiore a quelli americano e russo.

Il possibile incontro di Shenzhen potrebbe dunque offrire a Trump l’occasione di affrontare con Putin e Xi questioni tra loro collegate: guerra in Ucraina, sicurezza strategica, rapporti economici e stabilità dei mercati energetici. Per Putin sarebbe anche un’opportunità per ribadire il ruolo della Russia come interlocutore indispensabile negli equilibri internazionali, mentre Xi potrebbe utilizzare il summit per consolidare l’immagine della Cina come potenza capace di dialogare contemporaneamente con Washington e Mosca.

Il rischio, dal punto di vista ucraino ed europeo, è che il futuro della guerra venga inserito in una trattativa più vasta tra grandi potenze, nella quale gli interessi di Kiev finirebbero per essere subordinati ad accordi su altri dossier. Non sarebbe necessariamente un negoziato di pace condotto senza l’Ucraina, ma potrebbe modificarne gli equilibri prima ancora dell’apertura di un vero tavolo diplomatico. Uno scenario tanto più delicato dopo le recenti dichiarazioni di Trump, che sembrano attribuire a Zelensky, anziché alla Russia che ha invaso il Paese, la principale responsabilità dello stallo negoziale.

Resta però un elemento essenziale di incertezza. Non esistono al momento conferme che Washington, Mosca e Pechino stiano preparando un accordo complessivo, né prove che la nuova linea americana sull’Ucraina sia stata concepita in funzione del possibile trilaterale. Inoltre, Putin non ha ancora offerto contropartite concrete per la ripresa dei negoziati di pace, mentre la Cina non ha manifestato pubblicamente la volontà di promuovere l’incontro.

La sequenza politica dei prossimi quaranta giorni potrebbe comunque essere decisiva. Prima del 3 novembre Trump deve confrontarsi con le conseguenze elettorali della crisi energetica e della propria politica estera. Dopo il voto, l’Apec potrebbe offrire un’occasione per trasformare una serie di contatti bilaterali in un dialogo diretto tra le tre potenze. L’interrogativo è se questo eventuale passaggio possa contribuire a sbloccare la guerra in Ucraina oppure finire per spostare il centro delle decisioni da Kiev e dalle capitali europee a un negoziato sugli equilibri globali tra Washington, Mosca e Pechino.

Kid Yugi annuncia "La resa dei conti 2027" a Milano

Milano, 11 ott. (askanews) – Dopo aver registrato il sold out in tutte le date di “Anche Gli Eroi Muoiono Tour”, la prima tournée di Kid Yugi nei palasport italiani tutt’ora in corso, l’artista annuncia “La resa dei conti 2027”, il suo prossimo grande appuntamento live, prodotto da Vivo Concerti, in programma sabato 19 giugno 2027 a Fiera Milano Live, RHO, Milano.

I biglietti saranno disponibili online su www.vivoconcerti.com a partire da sabato 10 ottobre 2026 alle ore 16:00 e in tutti i punti vendita autorizzati da giovedì 15 ottobre alle ore 11:00. L’organizzatore declina ogni responsabilità in caso di acquisto di biglietti fuori dai circuiti di biglietteria autorizzati non presenti nei nostri comunicati ufficiali.

“La resa dei conti 2027” vedrà Kid Yugi protagonista a Fiera Milano Live, una delle venue più suggestive dell’area milanese, per una serata destinata a diventare uno dei momenti più importanti del suo percorso live fino ad ora. L’annuncio arriva nel pieno della stagione che ha già segnato un passaggio fondamentale nella carriera dell’artista: “Anche Gli Eroi Muoiono Tour” rappresenta infatti il debutto di Kid Yugi nei palasport italiani, un primo confronto con le grandi venue che si sta traducendo in una risposta straordinaria da parte del pubblico. Il tour, che ha registrato il tutto esaurito, è partito da Bari, per poi proseguire a Padova, Roma e ora con un triplo appuntamento a Milano. Arriverà poi a Napoli e Firenze, fino a concludersi con una seconda tappa a Roma. Un’occasione per portare sul palco tutte le più grandi hit e i brani contenuti nel nuovo album “Anche gli eroi muoiono”, uscito a gennaio 2026 e certificato triplo disco di platino.

L’artista ha recentemente annunciato “Anche gli eroi muoiono POST MORTEM”, la versione deluxe del suo ultimo album, in uscita il 30 ottobre, e “Logos”, la variant edition del fumetto originale con protagonista Kid Yugi, disponibile dalla stessa data.

Con “Anche gli eroi muoiono” Kid Yugi ha conquistato il record di album più venduto di sempre nella settimana di debutto nell’epoca dello streaming, posizionandosi alla #1 della classifica FIMI/NIQ sia per gli album sia per CD, vinili e musicassette più venduti, con tutte le tracce in Top20 della classifica dei singoli. L’artista, tra i più ascoltati in assoluto in Italia, ha aperto in modo strabiliante il 2026, reduce dal successo straordinario di “I nomi del Diavolo”, album certificato sei volte disco di platino. Con 27 dischi di platino, 20 dischi d’oro, più di 2,5 miliardi di stream complessivi e milioni di ascoltatori mensili su Spotify, Kid Yugi si conferma una delle figure centrali del rap italiano contemporaneo.

Calcio, Serie A: Como-Roma 0-0, Malen espulso

Roma, 11 ott. (askanews) – Como e Roma pareggiano 0-0 al Sinigaglia nella sfida di mezzogiorno di Serie A. Giallorossi costretti all’inferiorità numerica dal 53′, quando Donyell Malen è espulso con un cartellino rosso diretto per un intervento in scivolata su Kaiki. Nonostante la superiorità numerica, i padroni di casa non riescono a trovare il gol, anche per merito di un attento Gollini, decisivo soprattutto sulle conclusioni di Nico Paz.

Al 6′ Dybala spreca una buona opportunità calciando centralmente, mentre un minuto più tardi Gollini è bravo a intervenire in uscita su Nico Paz. All’11’ la Roma sfiora il vantaggio con Lorenzo Pellegrini, schierato titolare per la prima volta dopo sei mesi: il capitano colpisce il palo con un destro su assist di Dybala e appoggio di Koné. Il Como risponde con Caqueret, che al 23′ non trova lo specchio, mentre Malen, al 24′, supera l’uscita di Butez ma conclude sull’esterno della rete. Si va al riposo sullo 0-0.

In avvio di ripresa Gasperini inserisce Soulé al posto di Pellegrini. Al 53′ arriva l’episodio che cambia la partita: Malen entra duramente su Kaiki e l’arbitro Fabbri estrae il rosso diretto, lasciando la Roma in dieci. Il Como prova subito ad approfittarne, ma Perrone al 56′ calcia alto da buona posizione. Al 60′ Douvikas trova soltanto l’esterno della rete, mentre Dybala tenta anche la conclusione da centrocampo senza sorprendere Butez.

La gara viene interrotta al 70′ per un problema al ginocchio dell’arbitro Fabbri, costretto a lasciare il posto al quarto ufficiale Sozza. Alla ripresa, il Como aumenta la pressione e Nico Paz impegna Gollini al 72′ e al 77′. Nel finale i padroni di casa cercano con insistenza il gol della vittoria, ma la difesa giallorossa resiste. Al 87′ Mancini si oppone a un tentativo di Chalobah, mentre al 95′ Rodriguez sfiora il bersaglio con un destro dal limite. Dopo sette minuti di recupero, il risultato non cambia: Como e Roma si dividono la posta.

Serie A, Classifica, Roma a quota 14, Como a 11

Roma, 11 ott. (askanews) – Questi i risultati e la classifica del campionato di serie A dopo Como-Roma 0-0

Sesta giornata Genoa-Fiorentina 2-1, Inter-Parma 3-0, Napoli-Frosinone 3-0; Como-Roma 0-0, ore 15.00 Lazio-Monza, Lecce-Bologna, ore 18.00 Sassuolo-Milan, ore 20.45 Cagliari-Juventus; Lunedì 12 ottobre: ore 18.30 Atalanta-Venezia, ore 20.45 Torino-Udinese.

Classifica: Inter 16, Roma 14, Lazio 13, Cagliari 12, Milan, Como 11, Frosinone, Juventus, Napoli 10, Sassuolo 7, Atalanta, Lecce 6, Udinese, Torino, Parma, Monza, Fiorentina, Genoa 4, Bologna 2, Venezia 0

Settima giornata Venerdì 16 ottobre: ore 20.45 Frosinone-Sassuolo; Sabato 17 ottobre: ore 15.00 Venezia-Napoli, ore 18.00 Bologna-Inter, ore 20.45 Roma-Genoa; Domenica 18 ottobre: ore 12.30 Udinese-Lecce, ore 15.00 Fiorentina-Como, ore 18.00 Milan-Atalanta, ore 20.45 Juventus-Lazio; Lunedì 19 ottobre: ore 18.30 Monza-Cagliari, ore 20.45 Parma-Torino.

Mattarella: il popolo italiano è vicino al Papa con affetto

Milano, 11 ott. (askanews) – “Il popolo italiano Le è vicino e Le esprime i suoi sentimenti di affetto”. Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato a Sua Santità Papa Leone XIV dopo il suo annuncio dell’imminente ricovero durante l’Angelus di oggi. Annuncio “accolto con partecipazione e commozione da tutto il popolo italiano”.

Scrive ancora il Capo dello Stato: “In vista del Suo ricovero nei prossimi giorni, Le giunga l’affettuoso pensiero degli italiani tutti, di cui mi faccio interprete unendovi il mio personale. Ella potrà contare, oltre che sulle preghiere dei fedeli cattolici, sul partecipe pensiero di innumerevoli persone, in Italia come da ogni parte del mondo, siano essi credenti o non credenti. Rinnovo a Vostra Santità il più sincero augurio di una serena convalescenza, e di pronto e completo ristabilimento”.

La perizia sulla strage di Crans-Montana richiede più tempo

Roma, 11 ott. (askanews) – La perizia sulla tragedia di Crans-Montana (VS) richiede più tempo del previsto. La sua presentazione è ora prevista al più presto per la fine di gennaio.

“Confermo il rinvio della scadenza a causa della complessità del lavoro da svolgere”, ha affermato oggi a Keystone-ATS la procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, confermando una notizia pubblicata dalla SonntagsZeitung. Il Ministero pubblico ha incaricato l’Istituto forense di Zurigo e la società di ispezione e certificazione Swiss Safety Center di accertare le origini e le cause dell’incendio. Il rapporto, inizialmente previsto per la fine di agosto, richiede un ulteriore impegno. Entrambe le entità hanno chiesto alla procura una proroga fino alla fine di marzo. Moltissime domande rimangono per il momento senza risposta e questa perizia è molto attesa, ha spiegato una fonte vicina al caso.

Tra gli elementi da analizzare figurano l’infiammabilità e il comportamento a contatto del fuoco della schiuma presente nel seminterrato del bar Le Constellation. L’incendio ha causato 41 morti e 115 feriti.

(Fonte ATS)

Meloni: vicinanza mia e del governo al Papa per l’intervento

Milano, 11 ott. (askanews) – “Desidero rivolgere al Santo Padre la mia vicinanza personale e quella del Governo italiano per la prova che è chiamato ad affrontare nei prossimi giorni. La serenità e la tranquillità con cui ne ha parlato nell’Angelus di oggi ci rincuorano. Sono certa che anche il popolo italiano non farà mancare il proprio sostegno e il proprio affetto”. Lo ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo la notizia dell’intervento cui si dovrà sottoporre papa Leone.

Gio Evan torna nei teatri con lo spettacolo "persone luminose"

Milano, 11 ott. (askanews) – Il poliedrico artista Gio Evan torna nei teatri di tutta Italia con lo spettacolo “persone luminose”.

Lo spettacolo, prodotto da Friends & Partners, inizia in un appartamento. Gio accende la luce e da quel gesto prende il via un viaggio funambolico tra parole, pensieri e luoghi poco comuni. Come un acrobata delle parole, Gio Evan cammina su un filo sottile che separa la luce dall’ombra, ribaltando significati e inciampando volutamente nelle contraddizioni, fino ad arrivare a interrogare il buio e chiedergli cosa ne pensa della luce e cosa gli manca di essa. “persone luminose” è un gioco teatrale fatto di musica e filosofia ironica, poesia e comicità, dove ogni parola può accendere un buio o spegnere una luce

Di seguito le date del tour “persone luminose”: 13 marzo – Teatro San Domenico, Crema | Data zero 14 marzo – Teatro Nuovo, Verona 15 marzo – Teatro Arcimboldi, Milano 16 marzo – Teatro Colosseo, Torino 18 marzo – Auditorium Parco della Musica, Roma 19 marzo – Teatro Cartiere Carrara, Firenze 21 marzo – Teatro delle Muse, Ancona 22 marzo – Teatro Celebrazioni, Bologna

Yemen, la condanna di Meloni per gli attacchi a Riad: inaccettabili

Milano, 11 ott. (askanews) – “Condanno con fermezza gli attacchi degli Houthi che hanno colpito l’aeroporto di Riad. Sono vicina all’Arabia Saudita e alle famiglie delle vittime e auguro ai feriti pronta guarigione”. Lo dichiara in una nota la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili sono inaccettabili e devono cessare”, ha aggiunto, sottolineando che “l’Italia continuerà a lavorare con i partner della Regione per ridurre le tensioni e promuovere la stabilità e la libertà di navigazione nell’area”.

Casini: mi fermo, dopo 44 anni non mi ricandido

Milano, 11 ott. (askanews) – “Alle prossime elezioni politiche, dopo 44 anni, non mi ricandiderò. Lascio il Parlamento. Ritengo sia giunto il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori. Ringrazio tutti per la fiducia che mi è stata finora accordata. Mi fermo qui”. Lo annuncia in un’intervista al Corriere della Sera l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, che precisa: “Fin da giovane, del resto, ho sempre creduto che la cosa più difficile, in politica, non sarebbe stato tanto arrivare o rimanere, anche se poi rimanere non è che si sia rivelato così facile: il passaggio realmente complicato sarebbe stato individuare il momento giusto in cui fermarsi” Casini ricorda il giorno più bello della sua lunga carriera politica: “Quando, da presidente della Camera, ricevetti Giovanni Paolo II. Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili. Detto questo, sarei ipocrita se non ammettessi che ogni giorno è stato bello, entusiasmante, ogni giorno in cui mi sono alzato nell’emiciclo dell’Aula con la sensazione di essere ascoltato nel cuore della democrazia”.

Nella lunga intervista, non manca un giudizio politico su Giorgia Meloni. “Ha dimostrato una consistenza notevole perché ha tenuto sulle spalle tutto il peso della coalizione. A volte, però, per essere coerente, rischia di passare per testarda”. Quanto a Elly Schlein, “è testarda anche lei. E sarebbe un grave errore sottovalutarla. Molti dimenticano che è capace di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale”.

Sul futuro presidente della Repubblica, Casini puntualizza: “Io uno dei candidati più accreditati? Come dimostra la storia della Repubblica, al Quirinale non ci si candida, si viene eletti”. Poi una serie di ricordi personali sui personaggi politici più noti della Prima e della Seconda Repubblica: Berlusconi, dice Casini, è stato “il più carismatico. Il suo desiderio di piacere era così forte che finiva per piacere pure ai suoi nemici”. Il politico più sottovalutato? “Gianfranco Fini. Senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni”. Qual è stato il democristiano più grande? “Fanfani! L’uomo del ‘piano casa’ e della presidenza dell’Onu, l’amico di Giorgio La Pira e di John Fitzgerald Kennedy”. Il comunista che ha ammirato di più? “Giorgio Napolitano. Capì, prima degli altri, dove sarebbe andata la storia”. E la donna, la donna che non dimenticherà mai? “Nilde Iotti. Capace, con non poche difficoltà, di dire no anche al suo partito, il Pci”. Il giorno più triste? “Quando mi chiamarono a casa per dirmi che Marco Biagi era stato ucciso dalle Br. Era un mio caro amico. Lui, di qualche anno più grande, l’estate veniva a darmi ripetizioni di latino e greco a Lizzano in Belvedere, il paesino sotto il Corno alle Scale dove le nostre famiglie ci portavano in vacanza…”.

Il Papa: ho un nodulo al polmone, intervento nei prossimi giorni

Milano, 11 ott. (askanews) – “Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmata nei prossimi giorni”. Lo ha annunciato Papa Leone XIV rivolgendosi dalla finestra del Palazzo Apostolico Vaticano fedeli e pellegrini riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus.

Ultime piogge al Centro-Sud, poi avanza l’anticiclone

Milano, 11 ott. (askanews) – Ultime precipitazioni previste al Sud ed in Sicilia, successivamente è attesa una rimonta dell’anticiclone sull’Europa occidentale e sul bacino del Mediterraneo a garanzia di una maggior stabilità atmosferica.

Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it, conferma le precipitazioni attese nel corso della giornata di Domenica 11 Ottobre principalmente al Sud ed in Sicilia. Si tratterà di fenomeni generalmente veloci e alternati a pause asciutte, inseriti tuttavia in un contesto di spiccata ventilazione.

I venti, provenienti dai quadranti settentrionali, soffieranno infatti con raffiche superiori ai 40 km/h, specie lungo le coste adriatiche, ioniche e sulle due Isole Maggiori (Maestrale). Nel frattempo, dai quadranti occidentali inizierà ad espandersi un promontorio anticiclonico che garantirà una progressiva stabilizzazione atmosferica a partire dalle regioni del Centro-Nord con maggiori spazi soleggiati. Dopo gli ultimi piovaschi previsti per la giornata di Lunedì 12 su Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia, a partire da Martedì 13 Ottobre, il quadro sinottico a scala emisferica registrerà una variazione: l’avanzata di un vasto campo di alta pressione, sostenuto sia da componenti azzorriane sia da contributi di matrice nordafricana, garantirà una progressiva stabilizzazione del tempo su tutto il Paese. Questa struttura anticiclonica favorirà ampi spazi soleggiati e un graduale quanto sensibile aumento delle temperature. Tra Mercoledì 14 e Giovedì 15 Ottobre, i valori massimi supereranno diffusamente i 22°C al Nord, per poi toccare punte di 25°C sulle regioni centrali e in Sardegna.

Città come Firenze e Roma sperimenteranno così la classica “ottobrata”, termine che nella tradizione romana rievocava le scampagnate autunnali tra campagne e vigneti, ma che in ambito meteorologico descrive una fase di prolungata stabilità atmosferica garantita da un solido blocco anticiclonico.

L’avvio della settimana segnerà dunque il passaggio da un contesto dinamico e residuamente instabile al Sud verso una presenza anticiclonica duratura. Questa figura di alta pressione assicurerà giornate stabili e cieli in prevalenza sereni su gran parte del territorio, accompagnandoci verso una metà di Ottobre dal clima decisamente mite.

Zelensky scioccato dalle parole di Trump sulla necessità di nuovo leader in Ucraina

Roma, 11 ott. (askanews) – Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla necessità di sostituire il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con un leader disposto a raggiungere un accordo con la Russia hanno suscitato sconcerto nell’entourage del capo dello Stato ucraino. Lo riferisce il giornalista del quotidiano tedesco Bild Paul Ronzheimer, citando un consigliere vicino a Zelensky, secondo il quale Kiev si aspettava di tornare al centro delle polemiche politiche statunitensi in vista delle elezioni di metà mandato, ma non un attacco così diretto da parte della Casa Bianca.

“Avevamo capito che durante la campagna per le elezioni di metà mandato negli Stati uniti saremmo finiti nuovamente sotto i riflettori. Ma non ci aspettavamo questo”, ha dichiarato il consigliere, rimasto anonimo, secondo quanto riportato da Ronzheimer sulla piattaforma X.

Le parole arrivano dopo che Trump, parlando sabato con i giornalisti, aveva accusato Zelensky di aver ostacolato una soluzione negoziata del conflitto con Mosca. Il presidente ucraino “avrebbe potuto risolvere questo conflitto molte volte e ha scelto di non farlo”, ha sostenuto Trump, aggiungendo che l’Ucraina ha bisogno di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo con la Russia.

Le dichiarazioni segnano un nuovo momento di tensione nei rapporti tra Washington e Kiev, mentre negli Stati uniti si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre, che rinnoveranno la Camera dei rappresentanti e parte del Senato, oltre a numerose cariche elettive a livello statale. Il conflitto ucraino e la politica dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia si confermano tra i temi del confronto politico statunitense.

Lavoro, Mattarella: intervenire prima sui rischi per evitare gli incidenti

Milano, 11 ott. (askanews) – “La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro trova il suo fondamento nei principi della Costituzione. Da essi discende un dovere concreto: intervenire sui rischi prima che si traducano in incidenti, attraverso una prevenzione efficace, una formazione adeguata e misure di protezione capaci di ottimizzare, a questo scopo, i cambiamenti tecnologici e organizzativi del lavoro”. Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al Presidente dell’ANMIL, Amedeo Bozzer, in occasione della 76esima Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

“La scelta di Longarone come luogo della 76esima Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro – evidenzia il Capo dello Stato – richiama uno dei più gravi disastri ambientali avvenuti nel nostro Paese e suona monito di quanto sia necessario porre la vita e la dignità di ciascuna persona al centro di ogni scelta, a partire da quelle collettive e da quelle che caratterizzano i contesti di produzione e di lavoro”.

“Il ruolo dell’ANMIL, libera associazione diretta a sostenere con le sue attività, anche di rappresentanza, gli infortunati, i superstiti e le loro famiglie, è prezioso – scrive ancora Mattarella -. Si tratta di un impegno che unisce alla tutela dei diritti il sostegno concreto alle persone e l’accompagnamento nei percorsi di inclusione e di reinserimento sociale e lavorativo, dopo l’infortunio. In questo senso, ANMIL opera come vero e proprio agente della Costituzione”.

“Alle vittime degli incidenti sul lavoro e alle loro famiglie va il commosso pensiero e l’impegno della Repubblica – sottolinea il Capo dello Stato -. Questa Giornata richiama istituzioni e forze sociali a una responsabilità non eludibile: fare della prevenzione un’attività permanente, affinché nessun lavoro possa mettere in pericolo la vita di chi lo svolge”.

Negli occhi di Giovanni, il ragazzo di Capaci e le foto sparite

Milano, 11 ott. (askanews) – Antonio Vassallo l’ho conosciuto trentacinque anni fa. Mi spedì a Capaci Riccardo Orioles, il redattore capo di Avvenimenti, già giornalista dei “Siciliani” di Pippo Fava: “Vai a vedere che cosa stanno combinando quei ragazzi”, mi disse. Quei ragazzi facevano parte del Gruppo Giovanile 88. E avevano occupato un tratto di spiaggia ridotta a discarica trasformandola nel primo pezzo di litorale aperto a tutti, in una costa occupata in gran parte dai lidi dei dopolavoro statali.

Antonio e i suoi amici del Gruppo Giovanile 88 ripulirono quel pezzo di costa abbandonato, lo resero accessibile ai concittadini e riuscirono anche a creare una trentina di posti di lavoro. Un’impresa che sembrava impossibile, allora, ma che fu un atto concreto di lotta e di risveglio civile in un territorio permeato dalla mafia, in un paese di mare dove non era consentito – a chi ci viveva – andarci, al mare.

Ci ho ripensato dopo aver letto “Negli occhi di Giovanni. Storia di un ragazzo di Capaci”, scritto da Fabrizio Silei con lo stesso Vassallo (Il Castoro, 224 pagine, dai 12 anni in su). Nel libro ho ritrovato lo stesso Antonio che avevo conosciuto allora.

Vassallo cresce a Capaci, va male a scuola, sogna una vita diversa, scopre quasi per caso la fotografia. È un ragazzo irrequieto, poco interessato ai libri, attratto dal mare, dagli amici, dalle ragazze. Intorno a lui c’è una Sicilia nella quale la mafia ha spesso un volto sorprendentemente familiare. Uno dei passaggi più forti riguarda un vicino di casa di nome Giovanni. Per il bambino Antonio è l’uomo che lo protegge dalle sfuriate del padre, lo prende sulle ginocchia, gli vuole bene. È persino quello che gli insegna a sparare. Quel vicino era Giovanni Battaglia, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Capaci, poi condannato all’ergastolo per la strage. Vassallo ha raccontato anche che la casa e il terreno di Battaglia furono utilizzati dagli stragisti nella preparazione dell’attentato. E ricorda un mondo in cui si poteva sentir dire che la mafia non esisteva mentre la mafia abitava letteralmente accanto a casa. Per capire che cosa rappresenterà Giovanni Falcone nella vita di Vassallo bisogna prima conoscere quell’altro Giovanni. La mafia non appare inizialmente come un’entità astratta o come il nemico già riconoscibile dei libri di storia. È immersa nelle relazioni, nelle consuetudini, nelle persone alle quali si può perfino essere affezionati.

Poi viene il 23 maggio. Vassallo è sul terrazzo di casa e sta caricando un rullino nella macchina fotografica: quella sera deve esserci una festa per il ventesimo compleanno di Ivana. Sente un boato che descrive come più forte di un terremoto, vede una gigantesca colonna di fumo e si precipita in motorino verso l’autostrada. Sono poco più di quattrocento metri. La devastazione è totale. L’asfalto sollevato, gli alberi sradicati, pezzi di strada e terra sono ovunque. Sul bordo della voragine trova la Fiat Croma bianca. Al posto di guida c’è un uomo con il volto coperto di sangue. Nell’attentato morirono Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Vassallo racconta di aver incrociato lo sguardo di Falcone. È l’immagine fissata nel titolo, quella che non lo avrebbe più abbandonato.

Fabrizio Silei ricostruisce quella scena con una scrittura molto visiva, quasi cinematografica. “Il botto fu enorme: l’esplosione di un vulcano, il terremoto definitivo, ma che dico? Di più: la fine del mondo”. È il modo in cui il racconto restituisce lo spaesamento di chi, in pochi secondi, vede trasformarsi un luogo familiare in qualcosa di irriconoscibile. Una scelta che parla anche ai lettori più giovani, ai quali il libro prova a avvicinare una storia avvenuta ormai più di trent’anni fa. Ci sono però passaggi in cui la testimonianza prende il sopravvento sulla costruzione narrativa. Vassallo racconta di un agente della scorta sopravvissuto all’esplosione che, disorientato e ancora sotto choc, gli punta contro l’arma. Lui fugge, poi torna sul luogo della strage e comincia a scattare fotografie.

Tra i rullini usati quel pomeriggio ce n’è uno che sparirà. Vassallo racconta che due uomini in abiti civili gli si avvicinano, si qualificano come poliziotti e gli chiedono di consegnarlo. Uno gli stringe il polso; lui riavvolge la pellicola e gliela dà. Per mesi pensa che quelle immagini siano finite nelle mani degli investigatori. Solo quando viene sentito da Ilda Boccassini, pm del pool che indagava sulla strage, scopre che agli inquirenti non risultano. Il giorno successivo, ha raccontato, viene convocato da Arnaldo La Barbera, allora capo della squadra mobile di Palermo, che attribuisce il mancato inoltro a una dimenticanza. Ma quel rullino non gli verrà mai restituito e quelle fotografie non compariranno negli atti del processo.

Ancora oggi Vassallo si chiede che cosa avesse fotografato, chi comparisse in quelle immagini e perché quel rullino sia sparito. La sua testimonianza la porta nelle scuole di tutta Italia, dove racconta Capaci, Falcone, la mafia e anche le contraddizioni della propria storia. Nell’epilogo ricompare Angelo Corbo, uno degli agenti della scorta sopravvissuti alla strage. Quel pomeriggio, ancora sconvolto dall’esplosione, aveva visto Vassallo avvicinarsi alla Croma con la macchina fotografica al collo e gli aveva puntato contro il mitra. Anni dopo gli confesserà: “Per poco non t’ho sparato!”. Oggi i due si ritrovano fianco a fianco davanti agli studenti: Corbo racconta da poliziotto sopravvissuto alla strage, Vassallo da ragazzo arrivato sul posto pochi minuti dopo.

Roberto Saviano, nella prefazione, scrive che “Antonio Vassallo non è un eroe. È qualcosa di più difficile da essere: un testimone”.

(di Marco D’Auria)

Borsa Tel Aviv pronta a sfidare Euronext nella gara per Cipro

Roma, 11 ott. (askanews) – Sulla privatizzazione della società che gestisce il mercato azionario di Cipro (Cyprus Stock Exchange) il gigante Euronext – che oltre a Milano controlla le borse di Amsterdam, Atene, Bruxelles, Dublino, Lisbona, Oslo e Parigi – potrebbe trovarsi come concorrente l’israeliana Tel Aviv Stock Exchange.

La società israeliana ha conosciuto anni di forte crescita, con una tappa chiave nel 2029, quando si è essa stessa quotata. Da allora la sua capitalizzazione è cresciuta più di 17 volte e ora sta esaminando la possibilità di rilevare la piazza di Cipro. Secondo quanto riporta la testata finanziaria israeliana Globes, il progetto è ancora nelle fasi iniziali.

Attualmente la piazza finanziaria cipriota è a controllo pubblico, ma il Parlamento del Paese ha deciso di avviare la privatizzazione e nei prossimi mesi verrà pubblicata la documentazione per la messa all’asta.

Questo mentre la società che gestisce Tel Aviv sta, proprio in questa fase, cercando delle strade per ampliare le sue attività. Il giro d’affari del gruppo è schizzato dai 284 milioni di shekel del 2019 a 5,7 miliardi nella prima metà di quest’anno, circa 1,66 miliardi di euro.

Lo scorso mese, rileva Globes, il Tel Aviv Stock Exchange ha pubblicato un ambizioso piano di sviluppo, che punta una crescita annua tra il 15% e il 18% in termini di ricavi, sulla media dei prossimi cinque anni. Il gruppo guidato da Ittai Ben-Zeev ha manifestatto i suoi propositi di allargare le collaborazioni strategiche, sfruttando le opportunità che dovessero manifestarsi. (fonte immagine: TASE).

Conte e Grillo: una storia al miele e al fiele

Leggendo qualche traccia della vita di San Francesco vien fuori che il “poverello di Dio” non da solo si dirige verso l’Oriente, raggiungendo l’Egitto e incontrerà il sultano Melek-el-Kamel. Nell’avventuroso viaggio avrà fedelmente vicino a sé il buon Pietro Cattani, leguleio ed esperto di diritto. L’anno seguente nomina il suo caro amico come Vicario dell’Ordine Francescano di Frati Minori, che ne prenderà così la Direzione.

C’è sempre un momento in cui si comprende che le energie non sono più sufficienti ed è bene affidare ad altri certe incombenze, tanto più che l’Ordine aveva assunto dimensioni più significative ed era necessario strutturarsi anche giuridicamente in maniera più adeguata. È sempre così la storia di certi movimenti: dallo spontaneismo d’origine si fa vela per approdare ad una organizzazione con tanto di regole a supporto.

 

Una necessaria staffetta

La faccenda non portò molta fortuna al Cattani, che morì pochi mesi dopo, sostituito da frate Elia da Cortona. Qualche anno dopo San Francesco, segnato dalle stimmate e consumato da una enorme sofferenza agli occhi, compone, quasi nella cecità, il suo Cantico delle Creature. Viene da pensare che il distacco dalle incombenze di gestione della sua creatura e l’impossibilità di vedere ancora materialmente quanto lo circondi siano state le condizioni ideali perché, ricco di ispirazione, lasciasse all’umanità una poesia che è insieme una perla di preghiera e che ancora oggi incanta gli uomini alla lettura.

 

Grillo tra il tempo delle mele e quello della delega

Questa storia richiama per qualche tratto quella di Grillo, dove si intravedono affinità e ovvie dissonanze date dalla natura meno spirituale della originaria causa agendi. Anche il Beppe nazionale, per un verso, è stato un rivoluzionario dei suoi tempi, tutto cuore e dissacrazione dei costumi correnti. Poi, al culmine della crescita, non essendo sua stoffa il ruolo di gestione operativa di apparati di potere, ha affidato al Giuseppi nazionale il compito di seguire questioni di Governo. In breve, ci si è dunque dovuti adeguare alla realtà e darsi uno Statuto, norme e tutto ciò che richiede un po’ di disciplina e di indirizzo.

 

Conte sa badare a se stesso

Conte ha poi deciso di poter fare da solo, molti la chiamano emancipazione, altri la regola per cui il delfino deve sempre uccidere il leader che lo ha voluto come secondo in scena. Altri ancora, più crudamente, dicono che il tradimento è ciò che si è perpetuato. Conte ha la pelle dura ed è saldo al comando dei 5 Stelle, malgrado sia con altri imbrigliato in affari da azzeccagarbugli per stabilire se si faranno le “primarie” e se, in caso affermativo, ai gazebo potrà andare chiunque o solo gli iscritti ai partiti del campo largo.

Sarà poi interessante contare quanti siano ai tempi d’oggi gli iscritti ai partiti, ma questo è, diciamo, una questione che è più prudente non sollevare per non registrare una rappresentanza percentualmente troppo modesta e poco indicativa rispetto ai potenziali elettori del fronte anti-Meloni. Tanto più, all’orizzonte non c’è nessun Frate Elia che possa sostituirlo, ferma l’assenza di volontà di cedere il passo a chiunque aspiri a rimpiazzarlo. Santo Beppe, al contrario del Santo d’Assisi, non è rimasto neppure padrino spirituale della sua creatura, fino al punto di ripudiarla e di disconoscerne ogni attuale merito.

 

Un nuovo frinire?

Resta ancora da verificare se Grillo, da troppo tempo assorto in un silenzio meditativo, con il suo popolo cieco e non più in grado di scorgerlo come guida, saprà tirar fuori una sorta di Cantico, un qualcosa che lasci una scia luminosa nel suo passaggio nel firmamento politico. Al momento sembra invece che sia destinato ad avere la pari sorte delle sue battute da comico che, come tutte le barzellette, sono condannate a cadere nel dimenticatoio. Forse sta cantando da solo alla luna e nessuno se ne avvede, forse i suoi ex amici potrebbero suggerirgli sbrigativamente un “Canta che ti passa!”.

Qualcuno pensa che potrebbe essere il solo a saper bastonare per bene, oltre ai suoi ex amici, anche l’esuberante Vannacci. Potrebbe essere ancora lui l’uomo che fa la differenza per una vittoria al fotofinish di questa o quella parte. Così dimostrerebbe di saper far politica. Il suo silenzio per qualche verso può dispiacere, però non è detta l’ultima parola.

Premierato nascosto: lo scontro sulla democrazia senza contrappesi

La nuova legge elettorale appena approvata dal Parlamento, al di là di titoli e proclami, non ha come obiettivo quello di riportare gli elettori a votare o quello di migliorare la rappresentatività dei cittadini. La nuova legge elettorale è stata pensata e modellata in base a un calcolo che dovrebbe – nelle intenzioni dei promotori – consentire all’attuale governo di succedere a se stesso.

Ma questa legge elettorale presenta dei chiari profili di incostituzionalità. Il più macroscopico di questi è rappresentato dalla sottrazione al Presidente della Repubblica del potere di scelta e di nomina del Presidente del Consiglio, come previsto dall’articolo 92 della Costituzione.

È infatti chiaro che, indicando il candidato premier fin dalla scheda elettorale, si effettua un azzeramento de facto della più importante attribuzione che la Costituzione riconosce al Quirinale, risultando difficile immaginare che un Presidente della Repubblica possa arrivare a una decisione diversa al termine delle canoniche consultazioni che precedono la nomina del Presidente del Consiglio incaricato.

Tutto ciò senza sottovalutare che con questo sistema elettorale si delegittima il Presidente della Repubblica, che è chiamato a intervenire anche nel caso di una crisi di governo in corso di legislatura, per individuare una nuova maggioranza di governo e un nuovo Presidente del Consiglio dei ministri.

Perché non dobbiamo dimenticare che la nostra è e rimane una Repubblica parlamentare, nella quale i governi nascono in Parlamento e dallo stesso Parlamento ottengono la fiducia per governare. E questa è una regola che vale sempre e per tutti, indipendentemente da chi vince.

L’altro profilo di chiara incostituzionalità è rappresentato dall’eccessivo premio di maggioranza; un premio che, per dimensione (70 deputati e 35 senatori oltre quelli spettanti in base ai voti conseguiti), fa saltare il criterio del bilanciamento dei poteri sul quale si fonda la nostra Costituzione.

Un premio di maggioranza che viene assegnato alla coalizione che raggiunge il 42% dei consensi; ma, in una fase storica nella quale si reca a votare la metà degli aventi diritto, quella percentuale corrisponde a un quinto della cittadinanza, ovvero a un livello di rappresentatività troppo basso per poter avere una maggioranza parlamentare che, senza coinvolgere le altre forze politiche e sociali, può mettere le mani su tutti gli organismi di controllo e garanzia (Quirinale, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Corte dei conti).

Ma l’insofferenza dell’attuale maggioranza di governo per ogni forma di controllo è cosa nota, e non da oggi! Come altrettanto nota è la confusione tra governare e comandare che caratterizza l’attuale destra di governo; ne è la prova l’intervento di Donzelli alla Camera sulla nuova legge elettorale: «Così chi prende un voto in più degli altri comanda».

Comanda? Metastasio suggerisce: «Voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale: non si trattien lo strale quando dall’arco uscì».

Ma, citazioni a parte, il fatto politico è che dopo quattro anni questa è l’unica riforma che il governo ha fatto. Una riforma frettolosa e assolutamente non necessaria per un Paese che è attraversato da difficoltà di tipo economico e sociale; una riforma fatta pensando di poter modificare il dettato costituzionale utilizzando una legge ordinaria.

Una scelta che risente sicuramente della sconfitta subita a marzo, quando i cittadini hanno espresso il loro dissenso sull’ennesimo tentativo di modificare la Costituzione in modo sostanziale.

Ma la politica non può sottrarsi dal fare i conti con il consenso popolare. Stratagemmi e tentativi per aggirare la Costituzione saranno vani se i cittadini torneranno a partecipare e a far contare le proprie idee.

Alla ricerca del luogo politico degli uomini di buona volontà

Una recente riflessione sul significato del centro nella vita e nella politica offre uno spunto che merita di essere sottratto alla consueta geometria degli schieramenti.

Il centro, infatti, non è necessariamente il punto che sta a metà tra destra e sinistra. Non è nemmeno il luogo di chi non sceglie, di chi cerca un compromesso per evitare i conflitti o di chi si limita a occupare uno spazio elettorale rimasto libero.

Può essere qualcosa di molto più esigente: il luogo nel quale si prova a ricomporre ciò che la politica tende continuamente a dividere.

La politica e il senso del limite

Nella riflessione di Fioroni torna con forza una parola che oggi sembra quasi fuori moda: limite. La politica è necessaria, ma non è onnipotente. Non può pretendere di dominare ogni dimensione della vita, né trasformare la persona in un ingranaggio amministrativo, elettorale o comunicativo.

Esistono la sofferenza, la coscienza, la fragilità, la dignità, le relazioni. Realtà che nessun apparato può esaurire.

È proprio qui che la parola “centro” acquista un significato diverso.

Essere al centro non vuol dire collocarsi tra due estremi. Significa assumere come criterio la persona e il Bene Comune.

Ed è in questo senso che si potrebbe dire che il centro è il luogo degli uomini di buona volontà.

Una formula che non va intesa in senso confessionale, né come attestazione di superiorità morale. La buona volontà, in politica e nella vita civile, è qualcosa di più concreto: è la disponibilità a riconoscere che nessuna parte possiede da sola tutta la verità e che il Bene Comune non coincide automaticamente con l’interesse del proprio gruppo.

È la capacità di stare nel conflitto senza trasformare l’avversario in nemico.

È la disponibilità alla mediazione, che non significa rinunciare ai propri valori, ma cercare le condizioni perché valori diversi possano convivere dentro una casa comune.

 

Un centro aperto, fondato su valori condivisi

In questo senso il centro può essere abitato da cattolici, laici, popolari, liberali sociali, riformisti, civici e da quanti non si riconoscono in alcuna appartenenza tradizionale.

Ciò che conta non è da dove si parte, ma il metodo con cui si costruisce.

Un metodo che dovrebbe fondarsi almeno su alcune convinzioni: la dignità della persona non è negoziabile; la libertà non può essere separata dalla responsabilità; la solidarietà non è assistenzialismo; la sussidiarietà non significa abbandono; la partecipazione non è semplice consultazione; il Bene Comune non coincide con la somma degli interessi individuali.

 

Oltre la personalizzazione della politica

Questo modo di intendere il centro potrebbe aiutarci anche a uscire da una delle più evidenti debolezze della politica contemporanea: la personalizzazione.

Quando il leader sostituisce il progetto, quando la comunicazione prende il posto della mediazione, quando il consenso diventa l’unico criterio di successo, la politica finisce inevitabilmente per impoverirsi.

Il problema non è trovare un nuovo leader di centro.

È ricostruire una cultura politica capace di rimettere al centro le persone, le comunità, i territori, i corpi intermedi, la responsabilità verso chi verrà dopo di noi.

Non chi occuperà il centro, ma su che cosa fare centro

Forse dovremmo allora cambiare domanda.

Non più: chi occuperà il centro?

Su che cosa vogliamo fare centro?

Sulla salute, sul lavoro, sull’educazione, sulla casa, sulla dignità delle persone fragili, sulla qualità delle relazioni, sulla partecipazione, sulla pace, sull’ambiente, sulla responsabilità intergenerazionale.

Fare centro significa scegliere priorità capaci di ricomporre la società, non soltanto di conquistare consenso.

Il centro, in questa prospettiva, non è una posizione statica. È un movimento verso ciò che tiene insieme.

E forse è proprio questo il senso più attuale della buona volontà: la decisione di non considerare mai l’altro soltanto come ostacolo, elettore, avversario o numero, ma come persona con cui condividere la responsabilità di costruire una società più umana.

Perché il centro non è il luogo di chi non sceglie. È il luogo di chi sceglie, ogni volta, il Bene Comune.

 

Rosapia Farese

Presidente dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS (FRIBC)

Il Centro da costruire. A proposito del libro di Fioroni

Non un altro partito personale

«Non ho scritto questo libro per fondare un partito personale. Ho scritto perché non voglio che una tradizione culturale scompaia…».

Così chiarisce Giuseppe Fioroni in un’intervista a proposito del suo libro Ovunque è il centro delle cose, della vita, della politica (Rubbettino, 2026).

E la dichiarazione di non voler fondare un nuovo partito è il grande merito di Fioroni, perché, come sappiamo, non passa giorno senza che spunti qualcuno intenzionato a fondarne uno nuovo, privato e personale.

Se il centrismo si presenta come un dilemma tra «vocazione o condanna», lasciamolo allora dire a Lorella Cedroni, con il suo interessante libro sul centro politico e partitico, da lei esaminato attraverso un confronto fra Augusto Del Noce e Norberto Bobbio.

 

Il centro è una vocazione

In dialogo con il sociologo Angelo Palmieri, che gli ha rivolto domande interessanti, Fioroni ci fa capire che il «centro ovunque» è una chiara scelta per fare il bene di tutti e dello stare insieme.

Quello che cerca, infatti, Fioroni non è un partito di centro, neanche di quelli che camminano – o guardano – verso sinistra. E non è nemmeno un movimento o un’associazione. Ma è qualcosa di più serio, che rende interessante la lettura.

A pagina 161 precisa che questo suo centro è rivolto verso «…un impegno comune. Per fare in modo che la politica torni a essere percepita non come un’arena ostile macchina di autoaffermazione, ma come una forma alta di servizio, di corresponsabilità, di bene comune. In fondo, è una domanda che riguarda tutti: le istituzioni, le famiglie, la scuola, le associazioni, la Chiesa, i territori…».

 

Il bene comune contro la politica degli antagonismi

Il centro della politica, dunque, equivale al luogo dove si cerca il bene di tutti, comune a tutti. Rimaniamo così mille miglia lontani da un luogo «politico» definito come scontro perenne tra amici e nemici, secondo la concezione di Carl Schmitt, con la sua politologia in odore di nazismo.

Questo centro di Fioroni emerge anche attraverso un continuo dialogo con Lucio D’Ubaldo ed è una forma alta di servizio, corresponsabilità e ricerca del bene comune. Riguarda tutti noi, quindi, compresi i giovani e gli anziani, troppo spesso dimenticati.

È una prospettiva utilissima nei momenti in cui, con le guerre, si ritorna al passato e si invocano nazionalismi e sovranismi patriottici, autonomi perché differenti.

In questo senso, a Fioroni dà indirettamente una mano il classico Dizionario di politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino, dove la voce «Centro» non compare e viene rimandata alla voce «spazio politico», definito come «area del conflitto politico».

Una definizione che Fioroni respinge, pur rimanendo lontano dal pensiero unico e continuando a credere nella dialettica e nel confronto fra idee diverse.

 

La centralità della persona e i valori universali

È quel centro, quel luogo, che Papa Leone, nel paragrafo 172 della sua enciclica Magnifica Humanitas, dopo essersi soffermato a lungo sui pericoli dell’intelligenza artificiale, sulle schiavitù e sulle nuove «dipendenze» a cui essa conduce, lascia indirettamente intravedere come luogo di «…rispetto della libertà e della dignità umana» e della persona, oggi, secondo il Papa, sfidate dalla mentalità tecnocratica e postumana e dalla «massimizzazione del profitto».

Un luogo e un centro politico che per Fioroni è «ovunque» e che nel suo libro diventa un centro di valori universali, da ritrovare e coltivare dappertutto.

Un libro che, tuttavia, non soddisfa i palati di chi si aspettava un tappeto steso e un invito a fondare l’ennesimo partito di centro – se ne contano più di dieci, tutti personali! – se non addirittura un nuovo partito di centro cattolico-democratico, sturziano e popolare, nel cui pensiero Fioroni si è formato e ha sempre creduto.

Si tratta, invece, di un libro rivolto a chi spera e si augura che alcuni valori, come quelli della fraternità e dell’uguaglianza, alcune idee, come quelle della giustizia sociale, dei diritti della donna e dell’uomo, del welfare e della libertà, non vadano dispersi.

Ma vengano nuovamente raccolti attorno a una cultura politica cattolico-democratica e popolare, oggi totalmente silenziosa e in disparte, frammentata, polverizzata e dispersa, oppure nelle poche mani di chi dimostra un’incomprensibile voglia di isolarsi.

Valori di base che, una volta storicizzati e calati nei tempi che viviamo, devono essere diffusi nell’ambito prepolitico, perché non vadano dispersi e siano trasmessi soprattutto ai giovani. Perché sono loro che «…amano la politica, avvertono il bisogno della politica, e ne cercano persino il senso».

 

La lezione anticipatrice di padre Sorge

Mi sembra però corretto ricordare, prima di chiudere, che c’è stato padre Bartolomeo Sorge che, con altri intenti e circa quarantacinque anni fa, ha toccato corde analoghe a quelle di Fioroni con un suo libricino: La ricomposizione dell’area cattolica in Italia (Città Nuova).

Anche padre Sorge non pensava a una «ricomposizione» utile a un partito politico come quello della DC, primo partito politico dei suoi tempi.

Ma, presagendo con larghissimo anticipo una crisi culturale, pensava anche lui di ricomporre quest’area attraverso un impegno prepolitico di formazione etica, utile a una nuova classe dirigente per far confrontare i valori cristiani con i tempi storici che si vivevano.

A pagina 18 scriveva: «…l’emergenza presente riveste prevalentemente un carattere culturale e pre-politico… ove il termine cultura ha un suo significato pregnante di visione dell’uomo e del mondo… scala di valori, mentalità e costume… che precede l’attività politica…».

Se si legge bene, tutto ciò lo lascia capire anche Fioroni nel suo libro.

Michele Pellegrino, nella Chiesa e nella società. L’auspicio della beatificazione

Quarant’anni fa, il 10 ottobre 1986, se ne andava per sempre il card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977. Un uomo di Chiesa, un intellettuale, un pensatore e un vero pastore che, con il suo magistero, ha segnato la storia della Chiesa torinese, piemontese e nazionale.

Certo, quando si parla di Michele Pellegrino il pensiero corre immediatamente alla lettera pastorale «Camminare insieme», scritta nel 1971, che era, e resta, uno dei testi più importanti e più significativi della Chiesa italiana in quella precisa stagione storica. E che era destinato a non fermarsi a quella stagione.

Un documento, non possiamo non ammetterlo, che ha saputo anticipare i temi che poi sono diventati centrali nel dibattito pubblico nel nostro Paese. E non solo all’interno della Chiesa italiana e dell’intero mondo cattolico.

Un documento, ancora, che ha saputo toccare gli argomenti che sono poi diventati oggetto di pubblica riflessione nella Chiesa: dalla comunione ecclesiale al concreto e fattivo ruolo dei laici; dalla povertà come radicale scelta evangelica alla centralità e all’importanza dei Padri all’interno della Chiesa, sino alla libertà e soprattutto alla responsabilità dei cristiani e dei cattolici nella società.

 

Una Chiesa in uscita

Con Michele Pellegrino si può parlare, usando il linguaggio del tempo, di una «Chiesa in uscita». Una Chiesa, cioè, che non si ritrae di fronte alle richieste concrete che emergono dalla società di quella stagione convulsa e desiderosa di profondi cambiamenti nel campo sociale, religioso, culturale e politico.

E proprio l’arcivescovo di Torino diventa un punto di riferimento per tutti coloro che incrociano la volontà e il desiderio di quel cambiamento.

È stato definito anche e soprattutto «un grande pastore». Ed è profondamente vero, anche perché Pellegrino ha saputo interpretare con rara coerenza le domande di larghi settori della società torinese e italiana e lo ha fatto alla luce della lezione conciliare, attraverso la strada della fraternità, del dialogo, della corresponsabilità e della profonda attenzione alle esigenze dei più deboli e degli esclusi.

È persino inutile ricordare che i protagonisti di quella stagione nella Chiesa torinese furono le parrocchie e i laici. Qualcuno ha parlato anche della «primavera della Chiesa», che ha saputo trasformare la comunità ecclesiale e i territori.

 

Le polemiche e la forza del dialogo

Certo, non possiamo dimenticare che il card. Pellegrino fu anche molto osteggiato. E non solo nella sua diocesi torinese.

La sua predicazione, il suo stile inconfondibile, il suo alto magistero e la sua concreta testimonianza furono al centro di molte polemiche all’interno del mondo cattolico, della Chiesa torinese e della stessa politica torinese e piemontese.

Eppure Pellegrino seppe sempre, attraverso le armi del dialogo, del rispetto del pensiero di tutti e della comprensione reciproca, farsi rispettare da laici e cattolici. Anche se nel crocevia di un dibattito forte e carico di contrapposizione e di delegittimazione.

Del resto, Pellegrino ha saputo imprimere un ricordo profondo anche perché ha predicato con la testimonianza instancabile di una Chiesa che si costruisce attraverso relazioni autentiche, nell’ascolto della Parola e nella vita vissuta insieme.

 

L’auspicio della beatificazione

Ora, per tanti motivi, tutti riconducibili alla straordinaria personalità del card. Michele Pellegrino, credo che sia del tutto fondato, a quarant’anni dalla scomparsa, l’auspicio di molti affinché venga avviata la causa di beatificazione di Padre Pellegrino.

E questo per alcuni motivi di fondo che hanno sempre accompagnato il suo magistero ecclesiale. E cioè la profondità della sua testimonianza cristiana, la sua convinta e costante fedeltà al Vangelo, la sua concreta e permanente dedizione alla Chiesa e anche la serenità con cui ha affrontato gli ultimi anni di sofferenza della sua vita.

Per questi motivi, anche se mi sono limitato a richiamarne solo alcuni, la lezione del card. Michele Pellegrino non può e non deve essere dimenticata.

Equitazione, Global Champions League a Roma: trionfo dei New York Empire

Roma, 11 ott. (askanews) – Grande salto ostacoli mondiale al “Pietro Giannattasio” di Tor di Quinto per la tappa capitolina della Global Champions League, andata in scena nell’impianto miliatare sede dell’ottavo Reggimento dei Lancieri di Montebello.

Primo successo a Roma per i New York Empire, che dominano la tredicesima tappa stagionale del circuito grazie a Denis Lynch su Ping Pong van de Lentamel nel primo round e su Chicago nel secondo, Michael Pender su Madgeslane Louis nella prima manche, e Bertram Allen su Pacino Amiro nella seconda, chiudendo la competizione a squadre con zero penalità, e laureandosi campioni davanti ai Riesenbeck International (secondi) e agli Istanbul Warriors (terzi). Sul podio capitolino le tre squadre che competono alla vittoria per il titolo stagionale: in classifica restano in prima posizione i Riesenbeck International con 267 punti, seguono gli Istanbul Warriors a quota 222 punti, accorciano in terza posizione i New York Empire a 215. Le prossime due tappe, Il Cairo e Rabat, saranno decisive per incoronare la squadra campione del 2026.

La mattinata si era aperta con due gare nel 2 stelle, dove l’azzurro è tornato ancora protagonista dopo i successi di ieri di Stefano Nogara nella 1.25 m e di Luca Coata nella 1.40m. La firma tricolore di giornata è quella di Michol Del Signore, che ha conquistato la prova di apertura della 1.30m: in sella a Dreamscape chiude senza penalità in 56″12, precedendo di appena due centesimi la svizzera Charlotte Barbey su Crazy Anke (56″14). Ancora podio per Nogara, che si conferma tra i protagonisti con Just A Dream, conquistando il terzo posto con un netto in 57″37.

Doppietta svizzera nella categoria da 1.15m, dove Peter Aregger, già terzo ieri con Uncle Sam, conquista i primi due posti: vince con Erlita de Galeste in 57″00 e si piazza secondo proprio con Uncle Sam in 57″22, sempre senza penalità. Resta sul podio anche la britannica Eleanor Harmsworth che, dopo il successo nella gara di apertura di ieri, chiude terza con Bruni Portunus Z, senza errori in 57″97.

Bonelli: pronti a definizione programma ma non chiamateci “campo largo”

Roma, 10 ott. (askanews) – “Noi già da metà ottobre siamo pronti, saremmo anche pronti già da adesso a iniziare questa parte programmatica”. Così Angelo Bonelli, leader insieme con Nicola Fratoianni di Avs a margine del festival del Manifesto alla Garbatella a Roma.

“Vediamo cosa succederà nell’area di centro, se si determinerà una lista oppure due liste o qualcosa di più, ma a quel punto va definito il perimetro dell’alleanza, che sta in via di definizione, e siamo pronti a costruire l’alleanza in tutti i suoi termini”, ha detto, aggiungendo “noi non chiameremo questa alleanza campo largo, sia ben chiaro a tutti quanti”. Come la chiameremo “lo decideremo insieme, ma una cosa è certa no campo largo”.

Riguardo all’incertezza sulla data del voto Bonelli ha sottolineato “noi non stiamo ai tempi di Giorgia Meloni, deve capire una cosa che la democrazia, e quindi la data delle elezioni, non è qualcosa a sua disposizione, è qualcosa che riguarda tutta l’Italia, e quindi nel caso dovesse continuare con questo atteggiamento da vere e proprio tenebre, in ogni caso noi saremo pronti”.

Leader campo largo insieme su palco: acceleriamo e troviamo sintesi su nodi

Roma, 10 ott. (askanews) – Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni con Magi, di nuovo insieme sul palco. E’ la prima volta che si ritrovano dopo l’ok alla legge elettorale voluta dal governo Meloni che impone l’indicazione sulla scheda del candidato premier, tra i ‘nodi’ principali della coalizione (che a questo punto, salvo sorprese e obtorto collo per alcuni, potrà sciogliersi solo con le primarie). Un’occasione per ribadire l’impegno “all’unità” – con relativa foto opportunity dopo un abbraccio tra i due principali leader della coalizione – tentando di lanciare il cuore oltre l’ostacolo sull’Ucraina (Schlein) e sulle tempistiche per il programma (Conte).

Al festival del Manifesto alla Garbatella a Roma, il ‘Manifestival’, il titolo del dibattito è un’affermazione incoraggiante: “C’è alternativa”. E la prima domanda del direttore del giornale Andrea Fabozzi, va subito al dunque dei nodi da affrontare: l’Ucraina. Un’esortazione a Schlein e Conte che assicurano: “Una sintesi si troverà”. Il presidente M5s mantiene la sua posizione sul “cambio di passo” rispetto “all’escalation di riarmo” e sulla sua lettura del conflitto russo-ucraino ma i toni sono più pacati di altre volte. Schlein si dice certa che “pur nella diversità delle posizioni” ci sono le condizioni per “trovare un accordo ed esprimere una voce della nostra alleanza” e propone di stare “chiusi in una stanza anche una notte intera: facciamo presto, l’importante è uscirne uniti”. Con Conte c’è Avs; con il Pd della Schlein c’è +Europa, con Riccardo Magi che chiede di continuare a sostenere l’Ucraina anche con le armi.

Sul programma tutti si rendono conto della necessità di sedersi al tavolo, pur se il Pd punta a un orizzonte più ampio rispetto ai Cinque stelle che premono. In mattinata, alla festa del Foglio, la segretaria dem aveva risposto, interpellata in proposito, che si delineerà “entro fine anno”. Il leader dei Cinque Stelle in serata azzarda: “Se facciamo un confronto serio in un paio di settimane si chiude il programma”. Poi, Conte conviene con Schlein che cita ancora la canzone di Daniele Silvestri: “Noi insistiamo sulle cose che abbiamo in comune che sono 4.850”. Con gli alleati, afferma Conte, il M5s ha fatto un “lavoro che pesa e conta, messo a punto progetti di giustizia sociale, di politiche del lavoro e anche in politica estera e internazionale sono state firmate tante mozioni comuni”.

Quanto alla scelta del candidato premier, le strade portano, alle primarie. Schlein ha sempre sollecitato un “accordo” per dare la leadership a “chi prende un voto in più” ma si dice disposta alle primarie “se è lo strumento per tenere unita l’alleanza”. Conte non molla sul punto e insiste: “Dobbiamo portare quanti più elettori a votare e per portarceli evidentemente il Movimento non può fare una scelta aprioristica, altrimenti avremmo detto chi prende più voti” si aggiudica la leadership, ma con questa nuova legge elettorale “si sa alla fine chi prende più voti”. Quindi, è il ragionamento, non restano che le primarie visto che anche il terzo nome (“una mia proposta”, precisa nuovamente) non sembra percorribile. Ma, assicura, “non saranno divisive”.

Sul terzo nome, alla festa del Foglio, la segretaria aveva puntualizzato: “da quando sono segretaria hanno sempre provato a commissariarmi o a farmi fuori e invece siamo ancora qui”. E al ‘Manifestival’: “Non siamo arrivati qui per farci raccontare dai soliti che si vince al centro” con “qualche leader più rassicurante o disponibile alle larghe intese. Io dico: mai più larghe intese”.

Le primarie non convincono neanche Avs. Ma, sottolinea Bonelli, “dobbiamo sfuggire dal tranello di Giorgia Meloni” e “siccome sono testardamente unitario, rubo questa parola a Schlein, voglio aprire un dialogo, ma deve essere il più rapido possibile per dare un segnale forte di unità, chiarezza e prospettiva per mandare a casa questa destra”. Sulla stessa linea Fratoianni: “il suicidio politico del 2022 mai più, per me è una questione chiusa”. “le primarie portano più rischi che vantaggi ma il cuore della questione è l’unità” con un avvertimento: “chi vince le primarie guida” la coalizione, “non comanda”.

Premier Padel P1, Milano: subito derby azzurro Dal Pozzo-Marchetti

Roma, 10 ott. (askanews) – Prima il bronzo conquistato agli Europei dello scorso anno, poi le medaglie arrivate ai Giochi del Mediterraneo poco meno di due mesi fa. Giulia Dal Pozzo e Giorgia Marchetti, ricorda una nota, hanno condiviso da compagne alcuni dei momenti più belli dell’Italpadel femminile, ma stavolta – all’Oysho Milano Premier Padel P1 – si troveranno di fronte da avversarie nel primo turno di uno dei tornei più importanti del mondo. Il sorteggio all’Allianz Cloud ha regalato un nuovo derby azzurro dopo quelli del 2022, 2024 e 2025, tutti nel tabellone maschile; una ‘tradizione’ che si conferma a meno di un mese dai Mondiali di Doha (2-7 novembre) dove voleranno sia Dal Pozzo sia Marchetti. A Milano Giulia, numero 26 del mondo, giocherà con la spagnola Nuria Rodriguez, con la quale quest’anno ha conquistato la storica semifinale al Major di Roma e quella al P2 di Valladolid, mentre Marchetti sarà al fianco di Lara Arruabarrena; in palio, il passaggio agli ottavi di finale e una possibile sfida di lusso contro la “leyenda” Ale Salazar, al suo ultimo appuntamento a Milano prima del ritiro a fine anno, e Aranzazu Osoro, una delle stelle della nazionale argentina che pure sarà a Doha il mese prossimo.

Come Dal Pozzo e Marchetti, il sorteggio ha portato anche l’altra azzurra Carolina Orsi e la compagna Patty Llaguno nella parte alta del tabellone, la stessa delle numero uno del mondo Gemma Triay e Delfi Brea. All’esordio, la campionessa romana numero 30 del Ranking Fip e la ex numero 1 del mondo incontreranno Sofia Saiz e Marta Talavan, con un potenziale incrocio ai quarti di finale proprio contro Triay-Brea.

Tanta attesa anche per il tabellone maschile, dove gli occhi sono puntati sul 22enne Flavio Abbate, talentuoso azzurro da poco entrato nella top 50 mondiale. Il “figlio dell’Isola” – nato e cresciuto a Siracusa – affronterà con lo spagnolo Alonso Rodriguez una coppia proveniente dalle qualificazioni per poi trovare, in caso di passaggio del turno, Javi Garrido (numero 19 del ranking mondiale) e Juani De Pascual. Primo appuntamento con una coppia proveniente dalle qualificazioni anche per un altro pilastro dell’Italpadel maschile, Aris Patiniotis, che poi troverebbe al secondo turno i numeri uno del mondo, Arturo Coello e Agustin Tapia. Debutto impegnativo per gli altri azzurri già ammessi nel main draw: Marco Cassetta affronterà con Fabian Oviedo lo spagnolo Javi Barahona e l’argentino Nacho Piotto; per Alvaro Montiel, in coppia con Dani Santigosa, sono in arrivo Manu Castaño e Pol Hernandez, in un’affascinante incrocio tra due delle migliori coppie NextGen. Promette spettacolo anche la sfida tra Simone Iacovino e Giulio Graziotti – che insieme ai loro compagni azzurri voleranno a Doha il mese prossimo – contro il talento spagnolo David Gala e l’oriundo Enzo Jensen.

Scontro Fi-Lega su Milano. Salvini propone primarie, azzurri: vadano soli

Roma, 10 ott. (askanews) – L’argomento potrebbe essere nuovamente affrontato nella riunione dei leader del centrodestra che dovrebbe tenersi a inizio settimana per parlare di manovra. Ma la soluzione al momento sembra tutt’altro che a portata di mano. La scelta del nome da candidare a sindaco di Milano, infatti, fa litigare apertamente il centrodestra: Forza Italia, che punta su Matteo Perego, e la Lega, che schiera Silvia Sardone, non se le mandano a dire in pubblico, Noi moderati di Maurizio Lupi è spettatore interessato e Fratelli d’Italia si trova nello scomodo ruolo di arbitro. D’altra parte, per il partito di via della Scrofa l’obiettivo reale è la prossima presidenza della Regione Lombardia e, almeno al momento, Giorgia Meloni non ha intenzione di schierarsi dalla parte di uno o dell’altro alleato.

Da questo stallo nasce il caso del giorno che, paradosso vuole, gira attorno allo stesso argomento che sta infiammando il centrosinistra a livello nazionale: le primarie. A lanciarle è Matteo Salvini. Se il candidato “non si decide al tavolo” di coalizione, “e ci può stare”, allora – dice il segretario del Carroccio – “facciamolo decidere ai milanesi”. Una proposta che trova il muro degli azzurri che in questi giorni sono riuniti proprio nel capoluogo lombardo per l’iniziativa “L’ottimismo della ragione”. Per il segretario del partito regionale, Alessandro Sorte, infatti, non si può pensare di cambiare il metodo di selezione che ha funzionato per 30 anni. “O si fanno primarie dappertutto – è il ragionamento – oppure la Lega può andare da sola e non sarebbe una tragedia”. Parole che Sorte ribadisce e, anzi rafforza, anche dopo la piccata reazione di Lega (“L’unità del centrodestra non è negoziabile”) e Noi Moderati che, con il coordinatore lombardo Alessandro Colucci parla di posizione “inaccettabile”. Fonti azzurre spiegano questa escalation dei toni come una reazione a recenti attacchi che amministratori locali del Carroccio hanno fatto nei confronti di Matteo Perego. “Non ci stiamo – è il ragionamento – a stare zitti mentre si tenta di screditare il nostro che è un candidato forte”.

In questo scontro, Fratelli d’Italia si trova costretta a mediare sebbene dal partito di via della Scrofa si faccia filtrare una certa “irritazione” per certe affermazioni “irresponsabili” che puntano a “spaccare la coalizione senza motivo”. “Qualsiasi sia il metodo per scegliere il candidato e qualunque sarà il candidato – è la posizione dei meloniani – noi lavoreremo per tenere unita la coalizione, come abbiamo fatto fin dall’inizio rinunciando a esprimere un nome nostro”. A esplicitare nella sostanza questa posizione è il presidente del Senato, Ignazio La Russa, da sempre punto di riferimento di Fdi in Lombardia. “Come al solito – dice dalla festa del Foglio a Firenze – il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie”, “guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano, come la Lega, le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”.

La consapevolezza nel partito della premier, tuttavia, è che, in un modo o nell’altro, sarà difficile sciogliere questo nodo prima del 24-25 ottobre, data in cui si terrà il congresso della Lega, appuntamento al quale di certo Matteo Salvini arriverebbe troppo indebolito se nel frattempo avesse clamorosamente perso la battaglia per palazzo Marino.

Ruffini in campo con Più Uno: uguaglianza contro astensionismo

Roma, 10 ott. (askanews) – “Con tutti i partiti che c’erano, ne serviva proprio un altro? Rivolto la domanda: con tutta l’astensione che c’è, era proprio necessario aspettare così tanto per provare a dare un’altra offerta ai cittadini?” E’ con questa domanda che Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, presenta ‘Più Uno’, il movimento diventato partito, oggi a battesimo a Roma con la prima assemblea. Al fianco di Ruffini l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. “L’esattore e lo sbirro”, li chiamano i maligni. “Sempre meglio di un evasore e un delinquente”, la replica ironica dell’ex poliziotto.

“Il compito di Più Uno – spiega Ruffini – sarà quello di portare tutti gli uno che sono rimasti a casa perché non si sentono rappresentati dall’attuale offerta politica. Di fronte a questo astensionismo e allo scempio che è stato fatto della rappresentanza dei cittadini con l’approvazione della legge elettorale da parte della destra penso che sia necessario riportare tutti quanti a occuparci di questo paese”.

Nel manifesto, presentato oggi insieme al nuovo logo, al centro la parola “uguaglianza”, con un’idea di “riformismo” che è “radicalità” ma non “estremismo”. Radicalità che vuol dire “andare alla radice dei problemi, non accontentarsi di governarne gli effetti, ma intervenire sulle cause che li producono”. L’obiettivo è quello di “una comunità nazionale più libera perché offre più possibilità, più solida perché meno divisa, più competitiva perché mette a frutto un numero maggiore di talenti, più europea perché consapevole del proprio ruolo”.

Per farlo serve una coalizione unita, con un programma chiaro e condiviso. Più concentrata sulle idee e meno sulla scelta del leader. “Penso che sia doveroso in questo momento che tutte le forze politiche di centrosinistra siano generose e si trovi un nome indipendentemente dallo svolgimento delle primarie, perché si dimostrerebbe grande responsabilità politica. Dopodiché un terzo nome non esiste se prima non ci si mette d’accordo sul cosa si vuole fare e cosa si va a proporre ai cittadini perché il problema non è di trovare una persona, donna o uomo che sia, ma il problema è cosa si sta offrendo come offerta credibile ai cittadini per dire siamo meglio noi per governare il futuro di questo Paese i prossimi anni con un patto che dovrebbe durare più di una legislatura”, ha detto. Se poi ci saranno le primarie, che non auspica, è “ovvio che dovremmo esserci e vedremo poi come, sperando che siano a doppio turno con il voto possibilmente digitale, ma è l’ultimo dei problemi”. Però, ha chiarito, “non bisogna vincere le primarie, bisogna vincere le elezioni e cercare di far sì che la destra non rivinca le prossime elezioni”.

Anche perchè le politiche rappresenteranno “uno spartiacque, anzi due”. Il primo è costituzionale perché “la posta in gioco dichiarata dalla destra non è solo il governo ma soprattutto la conquista della presidenza della Repubblica” e “portare il Paese verso il presidenzialismo di fatto senza dirlo”. E’ questo l’obiettivo di una destra che prova “indifferenza verso la Costituzione e l’equilibrio dei poteri”. Il secondo spartiaque è l’Europa: “Si discute se abbia ancora senso un’Europa unita, a iniziare dalla difesa comune. Ovunque crescono destre che vogliono smontare l’Europa e il confine tra estrema destra e conservatori si fa sempre più labile. Anche questo si decide alle prossime elezioni: da che parte sarà l’Italia in Europa e da che parte sarà l’Europa nel mondo. L’Europa è il nostro bene comune e va difeso”.

“Abbiamo scelto di essere nel centrosinistra – ha concluso – perché è lì che vivono le idee in cui crediamo, l’uguaglianza scritta nella Costituzione, l’Europa come casa comune, uno Stato che rimuove gli ostacoli invece di alzarli. Non siamo di centro, lo abbiamo detto in queste settimane, siamo di centrosinistra e non crediamo che il centro sia un pezzo da aggiungere a qualcun altro per completarlo. Crediamo nell’ambizione di tenere insieme le culture che vogliono cambiare il Paese: il cattolicesimo democratico, la sinistra riformista, la tradizione liberale, l’europeismo, l’ambientalismo. E abbiamo l’ambizione di parlare a tutti, non a una parte del Paese, e quell’ambizione però si è persa per strada. Noi vogliamo riprenderla, provarci, senza chiedere a nessuno nella nostra casa di lasciare fuori dalla porta la propria storia”.

Ex Ilva: fermata impianti inevitabile, rischio chiusura

Milano, 10 ott. (askanews) – Acciaierie d’Italia, Ex Ilva, in amministrazione straordinaria ha disposto la fermata temporanea degli impianti, definendola una conseguenza “inevitabile” dei vincoli giudiziari e delle condizioni operative. Lo stop riguarda Taranto e, a cascata, anche gli stabilimenti di Novi Ligure e Genova, che dipendono dall’area a caldo pugliese per l’approvvigionamento di acciaio.

L’azienda spiega che le prescrizioni imposte dal Tribunale di Milano non erano realizzabili nei tempi concessi e che ha cercato di garantire la continuità produttiva entro il limite dei 90 giorni indicato dalla Corte d’Appello. Anche la seconda richiesta, volta a mantenere i forni in riscaldo almeno fino alla pronuncia della Cassazione, è stata respinta il 5 ottobre.

In assenza di ulteriori margini, l’amministrazione straordinaria afferma di aver dovuto assumere una decisione “dolorosa, ma inevitabile”. Il termine ultimo dei 90 giorni scade il 25 ottobre e, secondo Adi, gli ordini di materie prime non trasformabili entro quella data sarebbero rimasti in magazzino senza possibilità di utilizzo, con costi incompatibili con la procedura.

La società esclude inoltre che l’acquisto di bramme possa rappresentare una soluzione immediata: tra ordine e consegna, sottolinea, possono trascorrere diversi mesi e i materiali devono rispondere agli standard qualitativi richiesti dai clienti.

Ora l’attenzione è rivolta all’udienza del 20 ottobre davanti alla Corte di Cassazione. Acciaierie d’Italia auspica che possa arrivare una decisione “in grado di evitare la chiusura definitiva degli impianti”.

Chris de Sarandy torna col nuovo singolo indie-pop "What a View"

Milano, 10 ott. (askanews) – Chris de Sarandy torna con “What a View”; “Imparare a cambiare prospettiva”. L’artista britannico presenta il nuovo singolo indie-pop: “A volte le cose vanno storte, ma possiamo sempre scegliere come guardarle”

Cambiare prospettiva di fronte alle difficoltà e trovare il lato positivo anche nei momenti più complessi. È il messaggio al centro di “What a View”, il nuovo singolo del cantautore britannico Chris de Sarandy, da venerdi 9 ottobre disponibile su tutte le piattaforme digitali.

Dopo l’ottimo riscontro ottenuto in Europa con “Good Old Days”, l’artista torna con un pezzo indie-pop solare e travolgente, sorretto da chitarre calde e da una spiccata impronta organica. Il brano esplora la capacità di trasformare il proprio sguardo sulla realtà grazie alla sintonia con le persone giuste.

“What a View parla fondamentalmente di prospettiva», racconta Chris de Sarandy. “A volte le cose possono andare davvero male e non sempre abbiamo il controllo su ciò che ci accade, ma possiamo sempre controllare il modo in cui decidiamo di guardarle. Credo ci sia un grande potere nello scegliere di trovare qualcosa di buono in una situazione negativa, anche quando richiede uno sforzo”.

La Russa: primarie a Milano? No muro contro muro, serve sintesi

Rom, 10 ott. (askanews) – “Sono molto fiducioso, anche a Milano speriamo di vincere questa volta”. Lo ha detto il presidente del Senato Ignazio La Russa rispondendo a una domanda dei giornalisti a proposito di eventuali primarie nel centrodestra per il scegliere il candidato alle Comunali a Milano, a margine della festa del Foglio a Firenze.

“Sarebbe sbagliato chiudere subito, come al solito il centrodestra troverà la sintesi con o senza primarie, non escludo niente. Guai a fare muro contro muro, noi non abbiamo chiesto le primarie ma se un partito importante della coalizione, specie a Milano, come la Lega le chiede non dico che bisogna farle, dico che non si può dire allora se ne va da solo, quello è sbagliato”, ha risposto La Russa.

Calcio, Amorim: "Ora spingere sull’acceleratore"

Roma, 10 ott. (askanews) – Vigilia di Sassuolo-Milan per Ruben Amorim, che presenta la sfida in programma domenica 11 ottobre alle 18, soffermandosi sulla gestione della squadra dopo la sosta per le Nazionali, sulle soluzioni tattiche e sugli obiettivi del progetto rossonero. “Non cambia tantissimo, dipende dal momento della squadra, dagli infortuni e da chi è andato in Nazionale. Abbiamo perso molti giocatori, ma questo è un bene, vuol dire che tanti sono importanti per le loro Nazionali. Ora mettiamo il piede sull’acceleratore”, afferma il tecnico.

La sosta ha offerto anche l’opportunità di lavorare con i giocatori rimasti a Milanello, tra cui Christian Pulisic, per il quale è stato importante gestire i carichi di lavoro. “Abbiamo sfruttato questi giorni, provato nuove posizioni in allenamento e nelle amichevoli”, spiega Amorim, sottolineando i segnali positivi arrivati anche da Ramos, Jashari e Moreira.

Sul possibile impiego della difesa a quattro, il tecnico non offre indicazioni definitive: “Dipende da partite e situazioni, puoi giocare a quattro o a tre, ma la squadra è la stessa, i nomi sono gli stessi, cambiano alcune piccole dinamiche in campo”. La scelta adottata nelle ultime uscite ha dato maggiore libertà ai giocatori: “Avevo visto i miei giocatori un po’ rigidi nelle posizioni, la difesa a quattro ci ha dato più libertà e i giocatori hanno reso al meglio”. Sulle scelte per la gara contro il Sassuolo, Amorim mantiene il riserbo: “So cosa faremo domani, ma non ve lo dirò, altrimenti Aquilani verrebbe a saperlo”.

Il tecnico evidenzia anche la necessità di migliorare la produzione offensiva, nonostante i gol segnati: “Stiamo segnando in media due gol a partita, ma questa non è la risposta. Non stiamo creando abbastanza perché non stiamo passando abbastanza tempo nell’area avversaria. Lavoreremo ancora molto per migliorare”. Un discorso che riguarda l’intero reparto offensivo e non soltanto Gonçalo Ramos: “Dobbiamo creare di più, portare più spesso la palla in area, non solo per Ramos ma per tutti gli attaccanti”.

Quanto agli obiettivi stagionali, Amorim ribadisce le ambizioni del club: “L’idea è sempre la stessa: vincere titoli. Non so quanto ci vorrà, ma serve anche pensare alla costruzione di questo percorso. Quando sei in un club come questo devi sempre pensare a vincere, anche subito”. Il tecnico si dice inoltre sorpreso dalla qualità della Serie A: “C’è più velocità nel gioco, si gioca di più, si sta segnando tanto. Sono rimasto sorpreso dalla qualità di calciatori e allenatori. A volte non si danno i giusti meriti al campionato italiano”.

Tra i giovani, Amorim si aspetta maggiore spazio per Francesco Camarda: “Deve ancora imparare molto, ma sicuramente avrà più minuti e mi aspetto molto”. Parole di stima anche per Alberto Aquilani, allenatore del Sassuolo: “Vedo cose moderne e un po’ di influenza di De Zerbi, nella gestione dei centrali, nel possesso e nelle scelte quando pressare. Avrà un gran futuro”.

Infine, il tecnico ricorda con affetto Nemanja Matic, che ritroverà da avversario: “È un top player e una splendida persona. È difficile portargli via la palla, non avrà la velocità di un tempo, ma l’intelligenza resta”. Ora, però, l’attenzione è tutta sulla trasferta contro il Sassuolo, con il Milan chiamato a ripartire dopo la pausa e a dare continuità al proprio percorso.