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Gli dèi ritornano a Reggio Calabria: un’esperienza unica tra storia e mito.

È stata inaugurata ieri, 5 agosto 2024, al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC) la mostra “Gli dèi ritornano – I bronzi di San Casciano”, a cura di Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, dedicata ai celebri ritrovamenti effettuati nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni.

Giunta alla sua terza tappa, dopo il successo di pubblico riscontrato al Palazzo del Quirinale e al Museo archeologico nazionale di Napoli, la mostra offre una nuova opportunità per immergersi nell’affascinante universo degli antichi rituali etruschi e romani legati alle acque termali.

“La mostra dedicata ai Bronzi di San Casciano, da oggi (ieri per chi legge, ndr) ospitati nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, offre ai visitatori l’opportunità di ammirare manufatti e opere di grande interesse, ma anche di apprezzare i risultati di una ricerca archeologica ancora in corso. Le statue in bronzo sono state infatti rinvenute e scavate nel loro contesto originario e questo permette di studiare e ricostruire le storie delle persone che frequentarono l’antico santuario, che dal III secolo a.C. al V

secolo d.C. fece dell’ acqua termale il suo fulcro. Il racconto di questo centro di ritualità e culto, che fu etrusco prima e romano poi, si snoda dunque attraverso il percorso espositivo come un viaggio nel paesaggio delle acque sacre, ma è al contempo un viaggio nelle tappe della più autentica ricerca archeologica”. Questo è il commento il prof. Osanna.

Per il prof. Tabolli “L’occasione della mostra si lega anche alla prosecuzione dello scavo al Bagno Grande. Nelle scorse settimane oltre sessanta studentesse e studenti da università di tutto il mondo hanno lavorato nel santuario etrusco e romano gettando nuova luce sulla fase più antica e al contempo portando alla luce nuovi ed eccezionali dati sui riti e sui culti che avevano luogo attorno e dentro la sorgente termale. Emerge sempre più chiaramente l’importanza della medicina antica pregata e praticata nel luogo di culto. Un’occasione di formazione straordinaria per giovani archeologhe e archeologi che vede in questa mostra il compimento delle loro fatiche”.

Al pubblico del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, casa dei Bronzi di Riace, vengono presentati gli straordinari ritrovamenti effettuati nell’estate 2022 e le novità venute alla luce nel 2023 nel santuario termale del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Uno scavo stratigrafico che ha portato alla luce il più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’ Italia antica e uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo. Riproduzioni di parti anatomiche, offerte per chiedere alle divinità la salute o ringraziare di una guarigione, e statue realizzate secondo i canoni della cosiddetta mensura honorata (alti tre piedi romani, equivalenti a circa un metro), che raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro o i fedeli dedicanti. La gran parte di questi pregevoli reperti si data tra il II e il I secolo a.C., un periodo storico di grandi trasformazioni che vede la definitiva romanizzazione delle potenti città etrusche.

(Fonte Askanews)

Perché non crescono nuovi leader politici cattolici?

Ogniqualvolta si affronta il tema dei cattolici impegnati in politica – dibattiti a porte chiuse, convegni pubblici, incontri a tema e giornate di riflessione – emerge sempre, e puntualmente, un tema. E cioè, perché l’area cattolica italiana, seppur molto frastagliata e composita, non riesce più a creare e produrre leader politici? E parlo di leader e non solo di classe dirigente che, bene o male, esiste nella periferia cattolica del nostro paese. A livello nazionale come a livello locale. Ma, ed è inutile nasconderci dietro un dito, quando dobbiamo citare i leader, cioè i punti di riferimento politico, culturale e forse anche con un profilo morale, sei costretto a ricorrere ad una fase politica e storica che si è conclusa ben 30 anni fa, con la cosiddetta prima repubblica. Dico i leader perché si tratta di persone che spiccano “naturalmente” a livello politico ma che, al contempo, sono anche punti di riferimento per l’intera area cattolica. E non solo, come ovvio. Ma, visto che parliamo di leader cattolici, è all’interno di quell’area che ci rivolgiamo principalmente.

Ora, preso atto che il “magistero” politico, culturale ed istituzionale di uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Aldo Moro, Giovanni Marcora, Tina Anselmi, Guido Bodrato, Giovanni Galloni, Ciriaco De Mita, Maria Elena Martini, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Mino Martinazzoli, Franco Marini e molti altri ancora non si è affatto esaurito con la loro scomparsa, è altrettanto vero che un’area culturale come quella cattolica – seppur nelle sue multiformi espressioni – continua ad essere contemporanea se riesce anche a sviluppare nuove leadership. Forse meno autorevoli del passato ma altrettanto importanti per le dinamiche concrete della vita pubblica italiana.

E allora si tratta di capire, semplicemente e senza avventurarsi in analisi sociologiche ed antropologiche e consapevoli che, come amava sempre ripetere Donat-Cattin, “in politica il carisma o c’è o non c’è ed è inutile darselo per decreto”, se oggi nell’area cattolica ci sono personalità che siano in grado di rilanciare nuovamente un progetto politico di ispirazione cristiana e che, soprattutto, siano anche dei punti di riferimento per l’intero mondo cattolico. Ma questa duplice scommessa può essere affrontata e vinta ad una sola condizione: e cioè, che ci sia nella base cattolica come nel vasto associazionismo sociale, culturale e politico la volontà di rilanciare un progetto, funzionale ad un rinnovato protagonismo dei cattolici nella cittadella politica italiana. Senza limitarsi a contemplare la società e ciò che accade, senza predicare astrattamente i valori e, soprattutto, senza ridursi ad elemosinare singole candidature ai vari livelli istituzionali e nei vari partiti con l’unico obiettivo di essere gratificati personalmente ma del tutto ininfluenti nel saper condizionare la costruzione del progetto politico di quel partito.

Dopodiché, come ripeteva spesso negli ultimi anni Guido Bodrato, uno degli ultimi “maestri” del cattolicesimo democratico italiano e citando Alexis de Tocqueville, “quando c’è una strada sicura da percorrere un leader lo si trova per strada”. E questa, forse, è la strada che noi cattolici democratici, cattolici popolari e cattolici sociali dobbiamo seguire oggi se vogliamo rilanciare, tutti insieme, una storia, una cultura, un pensiero e una tradizione che sono troppo importanti per essere sacrificati sull’altare del trasformismo, del pressappochismo e dell’opportunismo politico contemporaneo.

Cazzullo e De Gasperi: valgono le categorie di destra e sinistra?

Guardiamo la realtà di oggi: il raggruppamento autoproclamatosi di centro-destra per presentarsi in forma persuasiva alla platea degli elettori ha vinto le elezioni e governa. Il restante coacervo di forze politiche, che le cronache ci insegnano quanto sia difficile chiamare di centro-sinistra, è all’opposizione. La dialettica tra le due parti del Parlamento è quanto mai sgangherata: è ‘televisiva’, assumendo che la televisione in quanto tale sia sinonimo di anti-cultura e di anti-pensiero pur di riempire alla bell’e meglio un palinsesto. Noi come pubblico non riusciamo a ricevere un contributo che si segnali per profonda conoscenza storica, riflessione maturata sufficientemente a lungo, intelligenza delle interpretazioni. 

Una circoscritta eccezione, fuori dalla battaglia politica e fuori dal l’accademia, è costituita dalla serie televisiva storica delle “Giornate Particolari” di Aldo Cazzullo. Ora, Cazzullo si cimenta con un nodo critico relativo alla biografia di De Gasperi e al senso complessivo del suo operato: dobbiamo guardare all’ispirazione del leader trentino come “di destra” o ”di sinistra”? La prossima volta che ci si voglia porre l’interrogativo su destra e sinistra riconducendo il tema a ottant’anni fa, chiedendosi chi allora era di destra e chi di sinistra, occorre mostrare minore semplificazione e maggiore cautela: ricordiamoci che De Gasperi è stato ed è ‘quello che egli ha fatto’. Destra e sinistra sono degli a priori, non dei fatti. De Gasperi, come Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Mazzini, è un vero unico padre della patria, un signore salito molto in alto, più di tutti, nel pantheon dei grandi italiani per la visione e per i valori che ha concretamente espresso e tradotto in realtà (tra i quali valori, va ripetuto, non possono esserci né destra e sinistra, né partiti). 

Chi oggi ricorda più a quale partito fossero iscritti Cavour (liberale), Garibaldi (azionista), Mazzini (azionista), Vittorio Emanuele II (monarchico)? Ed è giusto sia così. Giulio Cesare e Licinio Crasso, Pompeo e Cicerone, Clodio e Catilina erano esponenti di vertice dei loro rispettivi partiti. Nella storia, questi partiti – che erano “di destra” e “di sinistra” – sono giustamente scomparsi. Per provare a misurarci con un paradosso, si ricordi la tradizionale decodifica popolare di Cavour e di Vittorio Emanuele II come “di destra” e di Garibaldi e Mazzini come “di sinistra”. 

Un personaggio studioso di storia e acuto come Aldo Cazzullo non troverebbe soverchia difficoltà, ricordando certi episodi e nuances di autoritarismo nello stile di comando di Garibaldi e Mazzini, ascriverli a una vocazione “di destra”, mentre magari Cavour e Vittorio Emanuele II, per un loro spirito umanitario in politica, per la loro sensibilità allo sviluppo delle infrastrutture, per la fedeltà assoluta all’ideale democratico, li si potrebbe ascrivere a una sensibilità “di sinistra”. Sarebbe un errore mettere avanti le macchine-partito nella rievocazione e nei significati delle grandi anime consegnate alla storia. 

È soprattutto un grave errore voler giudicare un uomo campione assoluto dell’anti-ideologia come Alcide De Gasperi introducendo un riferimento ideologico e strettamente di estrazione politico-partitica come destra/sinistra. Per capirci, De Gasperi non attribuiva alcuna rilevanza all’essere di destra o di sinistra. Lo considerava anzi un preludio al peggio. È per questo che egli decide di fare un dono agli italiani: la Democrazia Cristiana. Il programma è di tenere il partito esente sia dal peccato di essere di destra che da quello di essere di sinistra. (Peccato che dopo sono venuti i democristiani preoccupati di essere di destra e di sinistra). Come manifesta il leader trentino la traduzione in pratica di un siffatto approccio? Lui, che fin da giovane età è coinvolto nella passione politica intesa come azione di tutela anche antropologica della comunità che lo ha eletto – certamente in chiave di interessi, ma soprattutto (udite udite) di morale e di destino -, decide di affiancare alla politica, con notevole sforzo, un alter ego di questa: la prepolitica. 

 

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Carlo Bernini e la visione di una Regione protagonista

Carlo Bernini nacque a Bondeno (Fe) il 26 maggio del 1936. Trasferitosi con la famiglia a Crocetta del Montello, a seguito del padre, caporeparto del Canapificio Veneto, conseguì la maturità classica pressi il Liceo A. Canova di Treviso e successivamente si laureò in Economia e Commercio a Venezia e in Scienze Politiche a Trieste. Si laureò inoltre in legge alla Northwood Istitute of Middland in Michigan. Fu poi docente universitario di economia dei trasporti nelle università di Padova e Trieste, insegnando infine anche alla Link Campus University of Malta a Roma. 

Esponente democristiano, dopo una prima fase di militanza nella sinistra Dc, fu membro di spicco della corrente dorotea tanto da ereditare nel 1984, la leadership di Antonio Bisaglia, morto in circostanze tragiche. Dal 1972 al 1974 Bernini fu consigliere d’amministrazione di Alitalia. La carriera politica di Bernini lo vide eletto consigliere provinciale a Treviso, dove ricoprì, dal 1971 al 1980 anno dell’elezione in consiglio regionale, il ruolo di presidente della provincia. 

Dal 1980 al 1989 fu, ininterrottamente, presidente della Giunta regionale del Veneto. Nel discorso di insediamento del 4 agosto 1980 di Bernini, che si disse di sentire forte il dovere di rappresentare tutta la comunità veneta e rispettoso delle prerogative delle opposizioni, uno dei punti più interessanti riguarda senza dubbio l’organizzazione dell’apparato regionale e delle sue funzioni: “[…] crediamo che le regioni vadano svolgendo un ruolo crescente, e che debbano essere uno strumento valido per servire meglio il popolo, altrimenti avranno una vita limitata nel tempo. Quanti organismi abbiamo visto sorgere e tramontare! Infatti, oggi abbiamo un esempio di istituzione: la Provincia, che così com’è volge inesorabilmente verso un esaurimento dei propri compiti, mentre la Regione è in avanzamento, è in espansione. […] certamente l’attenzione popolare, anche quando si manifesta attraverso una richiesta eccessiva rispetto alle nostre funzioni istituzionali, alle nostre risorse, e addirittura rispetto alle nostre capacità politiche, in realtà sta a testimoniare che questa realtà è sentita, è percepita come uno strumento di crescita democratica e di autogoverno delle popolazioni italiane e quindi anche della nostra popolazione veneta”.

In questo passaggio sta l’essenza del pensiero regionalistico di Bernini, che si doveva tradurre in interventi, da parte dello Stato centrale, per garantire una autonomia nella gestione di funzioni fondamentali alla regione. Continuava così il presidente: “Noi riteniamo che questa istituzione in crescita non possa essere trattenuta nel suo moto naturale, in senso storico positivo e in senso democratico, da legislazioni inadeguate. Da qui la necessità che noi sentiamo e quindi l’iniziativa politica che ne deve derivare, di proporre un riesame costituzionale, non una negazione dei motivi di specialità di altre regioni, ma il riconoscimento anche alle regioni a statuto ordinario di competenze a livelli di spesa che rendano giustizia ai cittadini in termini di servizi e che rendano adeguate e mature le istituzioni stesse. Abbiamo sentito, coerente a questo ragionamento, la rivendicazione del ruolo più ampio della Regione attraverso il decentramento e le deleghe. Il dibattito si è un po’ incentrato su questo tema e io ho cercato di ascoltare con la maggiore attenzione possibile questo argomento che forse è stato il più discusso e più sentito. Amici, noi siamo fermamente convinti […] che il livello decisionale determinante e definitivamente competente è quello nazionale, ossia il Parlamento. Peraltro, la Regione, così com’è, non può continuare ad operare proficuamente se non si decentra sul territorio, con istituzioni che non siano burocratiche ma affidate ad amministratori locali; né può funzionare se non delega agli enti territoriali democratici. Sono sempre stato convinto, e ho sempre ritenuto sottoutilizzata, pur nel contingente l’istituzione Provincia, che evidentemente aveva ed ha in sé, oltre alle garanzie di democrazia, una esperienza consolidata, dalle enormi risorse umane e materiali da mettere a disposizione dell’azione della Regione”.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1517-carlo-bernini-il-doge.html

L’Italia in sella: Fiorin e Facchinetti portano il tricolore fino in Cina.

Alberto Fiorin e Dino Facchinetti hanno compiuto l’impresa: i due ciclisti della spedizione Marco Polo a pedali partiti il 25 aprile da Venezia, hanno raggiunto oggi la meta finale del loro viaggio, Pechino, dopo 10.300 chilometri, 100 giorni di viaggio e un bagaglio di esperienze e di incontri inesauribile.

Il loro viaggio in bici lungo la Via della Seta è stato un omaggio a Marco Polo nel Settecentesimo anniversario della sua morte: l’ obiettivo era quello di descrivere la via carovaniera nel Terzo Millennio, attraverso i resoconti giornalieri trasmessi sui principali social media e che hanno tenuto incollate per più di tre mesi centinaia di persone che hanno vissuto la loro esperienza pedalando, virtualmente, da casa. E proprio davanti al Ponte di Marco Polo, alle porte della capitale, Fiorin e Facchinetti, 64 e 67 anni rispettivamente, hanno incontrato la stampa davanti a una folla di curiosi accorsi. Domani, venerdì 2 agosto, i due saranno ricevuti dall’ ambasciatore Massimo Ambrosetti che li accoglierà nella sua residenza assieme ai rappresentanti della Municipalità di Pechino.

Sulle orme del celebre esploratore veneziano, i due ciclisti hanno pedalato verso la Cina in un’ avventura ogni giorno più sorprendente e variopinta, attraversando tredici paesi, per una media di circa 125 chilometri al giorno. Un’esplorazione lenta e stupefacente di una parte di mondo per molti tratti ignota e lontana dallo sguardo occidentale, come testimoniato dall’assenza di turisti stranieri nella maggior parte delle località raggiunte, e che si è dischiusa ai due viaggiatori alternando cornici fiabesche a paesaggi aridi e crudi, in un instabile equilibrio tra ruralità e industrializzazione.

Eppure, dai Balcani all’Estremo Oriente, Fiorin e Facchinetti hanno potuto constatare la portata globale delle sfide che segnano i nostri giorni e il loro impatto a latitudini diverse: dall’overtourism di Samarcanda e Xi’an ai grattacieli delle innumerevoli città-satellite della Cina, passando per il complesso rapporto tra sviluppo urbano e viabilità alle porte dei grandi centri. Una pedalata lungo la storia viva e pulsante dei nostri tempi, che ha visto al centro il tema della transizione energetica e della mobilità sostenibile, di cui Fiorin e Facchinetti si sono fatti ambasciatori, osservandone il conseguente cambiamento nei comportamenti e nei consumi: in Cina, tuttavia, per decenni il paese delle biciclette per eccellenza, si pedala sempre meno e i mezzi sulle due ruote sono stati soppiantati da veicoli elettrici, motorini, motocarri, carretti a tre posti. Addirittura, i due ciclisti hanno trovato interdetto – per ragioni non specificate – l’ accesso ai pur moderni percorsi ciclabili nella provincia autonoma dello Xinjiang, costringendoli a ricorrere a un transfer via auto.

“La cosa che ci ha più colpito è stato l’incontro con le persone lungo la strada, di ogni nazionalità e ceto sociale”, commenta Fiorin. “Tutti si sono dimostrati aperti e disponibili ad aiutarci – offrendoci i pasti o semplicemente da bere, data la scarsa disponibilità di acqua potabile – solamente per il piacere di farlo. L’obiettivo di questa spedizione era di portare un messaggio di solidarietà: questo messaggio oggi ha un valore inestimabile grazie alla lezione che riportiamo a casa, ovvero che il mondo è migliore di quanto si creda, al di fuori di ogni facile retorica”.

“Dopo l’immediata curiosità per il viaggio e la meta finale, la seconda domanda che ci veniva costantemente rivolta riguardava la nostra età: lo stupore riscontrato ogni volta è la misura del nostro orgoglio di essere riusciti in questa impresa, resa possibile non solo dalla spinta delle nostre gambe, ma anche e soprattutto dalla curiosità e dalla voglia di scoprire il mondo”, afferma Facchinetti.

 

Chi sono

 

Alberto Fiorin

63 anni, scrittore specializzato nella letteratura di viaggio. Ha all’ attivo numerose pubblicazioni relative ai suoi viaggi – Salam Shalom. Da Venezia a Gerusalemme (2005), Il Vento dei Fiordi. Da Venezia a Capo Nord (2008), Carretera Austral (2021) – e oltre venti guide cicloturistiche, edite da Ediciclo. È stato Direttore Artistico del Festival Ciclomundi e collabora con quotidiani e riviste specializzate. È presidente della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

 

Dino Facchinetti

66 anni, tecnico elettromeccanico, oggi felicemente pensionato. Appassionato della bicicletta e dei viaggi, ha girato l’Italia e l’Europa in lungo in largo (con un occhio di riguardo alle più importanti e impegnative salite), con puntate anche in Patagonia e in America del Nord. È segretario della società ciclistica Pedale Veneziano 1913.

Un Sì convinto ai quesiti referendari per cambiare la legge elettorale

[…] In realtà, dopo la legge elettorale nota come Mattarellum solo con le elezioni europee i cittadini hanno potuto scegliere con le preferenze. Le successive leggi si sono meritate aggettivi in latinorum: Porcellum, Italicum, Rosatellum… La riduzione del numero dei parlamentari e la impossibilità di scegliere, rendono la rappresentanza una pura e vuota espressione lessicale. Penso che c’è anche di più. Oltre alla assenza di partiti strutturati, secondo il mai attuato articolo 49 della Costituzione, per cui mancano riferimenti articolati democraticamente, con programmi chiari, che offrano visione e prospettive ancorate a radici culturali, che prescindono dalla precarietà dei gruppi dirigenti, i cittadini si sentono trascurati nelle loro difficoltà quotidiane. Se i bisogni di salute non trovano risposte appropriate e nel tempo utile, se tutti i servizi arrancano perduti fra le pastoie della burocrazia, se gli amministratori locali sono imprigionati dalle infinite norme che si sovrappongono e impediscono serenità nel deliberare, ecc. ecc. Ognuno esamini la propria esperienza e compilerebbe un elenco infinito di motivi per cui non si riesce proprio a fare il tifo per le istituzioni; e quindi, perché votare?

Per partecipare occorre avere uno scopo. Milioni di cittadini dedicano tempo e passione nel volontariato ai diversi livelli e in diversificate forme di impegno, ma non avvertono la necessità di dedicarsi alla politica che “è forma esigente di carità”. Il Papa nella sua bellissima enciclica Fratelli tutti ha dedicato un punto specifico alla “amicizia politica” A Trieste per la 50ª Settimana sociale dei cattolici sono convenuti 1500 delegati, più migliaia di altre persone che hanno ascoltato due stupendi discorsi, di Mattarella e del Papa, con pressanti esortazioni a guarire “la democrazia malata”. Anche la Chiesa ha sollecitato alla partecipazione: questa è democrazia e libertà.

L’enorme assenteismo ne è la negazione e tra le molte giustificazioni gli elettori lamentano il fatto di non poter scegliere i propri rappresentanti. Non a caso, nelle tornate elettorali per le amministrative si registra una maggiore affluenza perché sono possibili le preferenze.

Ora, poiché non si vede all’orizzonte una iniziativa dei partiti per affrettare una riforma della legge elettorale, ho aderito convintamente al referendum IO VOGLIO SCEGLIERE.

Sono in atto diverse raccolte di firme e credo che nell’insieme prefigurino un diverso modo di organizzare la nostra partecipazione di cittadini attivi. Sono anche per il referendum abrogativo della legge sulla autonomia differenziata e della legge sul premierato.

Come è ben noto i referendum non sono propositivi ma abrogativi. Il referendum perciò si limita a cancellare parti della attuale legge elettorale con l’intento o la speranza che il Parlamento ponga mano alla riforma. Gli inglesi votano con una legge elettorale che risale ai tempi vittoriani, gli USA con una legge centenaria, Germania e Francia non cambiano legge ad ogni tornata parlamentare… magari imitare qualcuno dei modelli che funzionano, no?!

 

[Dalla newsletter di Mariapia Garavaglia]

Africa, Piano Mattei: la sfida della concretezza.

Il governo, ma sarebbe più corretto dire il “sistema Italia”, deve stare attento a esser concreto nel dare seguito agli impegni del Piano Mattei il quale per ora consta di pur significativi contratti energetici (con l’Algeria in primis, e non sembra una coincidenza che il caso della pugilessa algerina Imane Khelif opposta a una italiana alle Olimpiadi, sia stato montato, come ha denunciato la stampa algerina, da organi di stampa americani e inglesi) e di qualche progetto di sviluppo in Africa, soprattutto in campo agro-alimentare.

Perché c’è chi fa. E agisce seguendo le priorità definite dai Paesi africani e non le proprie. Una delle priorità per gli stati africani è la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento, a cominciare da quelle energetiche. Perché se fai l’agricoltura biologica e poi non ti arrivano i carburanti e i pezzi di ricambio per le macchine agricole, i mezzi per la formazione del personale, costruisci cattedrali nel deserto.

Addirittura un grande Paese petrolifero come la Nigeria sconta una incredibile inadeguatezza nello sviluppo delle reti di distribuzione interna dei carburanti.

Per questo diversi stati, soprattutto quelli privi di sbocco al mare, stanno dando massima priorità allo sviluppo di linee di comunicazione, ferroviarie in particolare modo, con i porti. Il Malawi, ad esempio, dopo vent’anni ha ripristinato una linea ferroviaria dal porto di Nacala in Mozambico, che ha posto fine alla sua cronica scarsità di carburanti. Lo scorso primo agosto in Tanzania è stata inaugurata una nuova linea ferroviaria dal porto di Dar es Salaam e Morogoro alla capitale della Tanzania, Dodoma, che collega con la Tanzania Paesi che non hanno accesso all’Oceano Indiano: Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. L’infrastruttura è stata realizzata da una società turca. La stessa Turchia, già presente in Libia, pattuglia le acque della Somalia, anche per controbilanciare le pretese dell’Etiopia, per il medesimo motivo, il collegamento marittimo, attraverso il Somaliland.

La stessa Algeria sta realizzando con la Cina un ambizioso progetto di ampliamento della sua rete ferroviaria per seimila km, che la renderà l’hub ferroviario di collegamento col Mediterraneo di molti Paesi dell’Africa centro – settentrionale.

La priorità in Africa per diversi stati è ancora quella di raggiungere il pieno esercizio della sovranità statale sull’intero loro territorio, la cessazione dei conflitti. In secondo luogo non si accontentano più del cosiddetto commercio equo. Che si tratti del caffè o del litio, del cacao o del cobalto, questi Paesi intendono insediare sul loro territorio una parte delle industrie di trasformazione in modo da partecipare più equamente alla catena del valore dei prodotti che esportano, anche nell’ambito del marketing e dei servizi.

Bisogna, dunque, cercare di sintonizzarsi con queste nuove istanze, fare prima ciò di cui le nazioni africane hanno bisogno, se si vuole far avanzare il Piano Mattei in un’ottica nazionale e di Unione Europea. Perché gli altri (non solo Cina, ma anche Stati Uniti, India, Brasile, Russia, Turchia, Emirati Arabi, Arabia Saudita…) già stanno facendo così, se si vuole evitare che il Piano Mattei rimanga, non una scatola vuota, ma uno strumento al di sotto delle sue possibilità. Il tutto in uno spirito bipartisan che su una questione così centrale per il futuro come le relazioni con l’Africa, non può mancare.

Olimpiadi, Borghi (IV): la polemica sull’atleta algerina fa il gioco della Russia.

“Sintesi geopolitica della prima settimana olimpica: la Russia mette in atto azioni da manuale della guerra ibrida, mentre la Francia viene colpita da attacchi cyber e attentati alle linee ferroviarie con modalità che tradiscono estrema professionalità e capacità organizzative non banali”. Lo scrive sui social Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia Viva.

“Nel mirino della parte ‘soft’ dell’attività, una lettura forzata e interessata di alcuni passaggi – sostanzialmente marginali  – della cerimonia di apertura, e l’esplosione della polemica contro l’atleta algerina. Attorno a questa iniziativa si manifesta una alleanza tra l’estrema destra europea e la Russia, che poi social come X amplificano a livelli straordinari, visto che lo stesso Musk è in prima linea nella ricondivisione di questi contenuti. E qui si realizza un passaggio chiave: è l’Italia il paese che a livello istituzionale si schiera con un peso inusitato (la seconda carica dello Stato, il primo ministro, un vicepremier oltre alla batteria mediatica di partiti di governo) su questo versante. Che per l’Italia ha un corollario tutt’altro che di secondo piano: dopo la guerra in Ucraina, abbiamo sostituito l’Algeria alla Russia come principale fornitore di gas. E in questi giorni siamo riusciti quasi a scatenare un incidente diplomatico con Algeri, per la gioia del Cremlino. Le relazioni Italo-algerine però sono molti forti, non penso che verranno danneggiate seriamente da questo incidente, ma certo, il modo in cui è stata gestita la faccenda lascerà degli strascichi…e il segreto di un’operazione ibrida di successo è proprio questo: trovare del malcontento e sfruttarlo, fare di un buchino una voragine”.

 

“I nostri vertici politico-istituzionali, spero per sola insipienza, hanno “spondato” un gioco altrui per calcoli politici miopi e ideologici – prosegue Borghi -. Manca più di una settimana alla fine dei giochi: a Palazzo Chigi e dintorni facciano tesoro degli scivoloni di queste ore, e prima di buttarsi a pesce su una polemica attizzata riflettano, comprendano e intelliggano. La coesione delle nostre società, e delle nostre amicizie e alleanze occidentali, non deve essere messa in discussione, soprattutto da chi ha alti livelli di responsabilità. Di questi tempi non si può cedere all’impulsività e allo scandalo facile, proprio perché dall’altra parte abbiamo dei freddi calcolatori che puntano ad arte sulla creazione di questo clima, e costruiscono ogni giorno trappole in tal senso”, conclude.

Dialogo | La ragionevole irrazionalità del Dio cristiano.

Durante una calda serata estiva, mi sono ritrovato in un dialogo accorato con un caro amico, dichiaratamente non credente, su un tema che ha attraversato i secoli: la tensione tra fede e ragione nella teologia cristiana. La conversazione, inizialmente leggera, si è presto trasformata in un confronto stimolante e provocatorio.

 

“Mi spieghi perché la teologia cristiana cerca sempre di rendere ragionevole la fede?” mi chiese, con un tono che mischiava genuina curiosità e un pizzico di sfida. “Dopotutto, il tuo Dio non segue una logica razionale, ma piuttosto una logica dettata dall’amore.”

Questo commento mi colpì. Rifletteva un paradosso profondo, spesso trascurato nelle nostre discussioni teologiche. Risposi, cercando di dipanare la complessità della questione: “Hai ragione, la teologia cristiana ha storicamente tentato di rendere la fede compatibile con la ragione. Ma ciò che spesso sfugge è che la razionalità divina non è identica alla nostra. La logica di Dio è quella dell’amore, una logica che, ai nostri occhi, può apparire irrazionale.”

Egli replicò con scetticismo: “Se Dio non segue una logica razionale, come può la fede essere considerata ragionevole?”

“È qui che entra in gioco la bellezza della teologia cristiana,” dissi. “Essa non cerca di ridurre Dio a un mero concetto filosofico, ma di mostrare che la razionalità umana può e deve aprirsi al mistero dell’amore divino. Prendiamo l’incarnazione, per esempio: Dio che si fa uomo è un paradosso assoluto per la ragione umana, eppure, per i cristiani, è l’espressione suprema del suo amore per l’umanità.”

“Ma non è proprio questo il punto?” incalzò il mio amico. “La fede cristiana si basa su eventi che sfidano la logica razionale. Come può una religione basata su tali paradossi pretendere di essere ragionevole?”

“Questo è il cuore del mistero cristiano,” risposi. “La croce è un altro esempio perfetto. La morte di Dio, nella persona di Gesù, è il massimo scandalo per la mente razionale. Eppure, per i cristiani, è il culmine dell’amore divino. Dio, nella sua onnipotenza, sceglie la debolezza e la sofferenza per redimere l’umanità. Questa non è follia, ma la più alta forma di razionalità divina, una razionalità che si esprime attraverso l’amore sacrificiali.”

Il mio amico, perplesso, rispose: “Quindi, stai dicendo che la teologia cristiana accetta e addirittura abbraccia queste apparenti irrazionalità?”

“Sì,” dissi con convinzione. “La teologia cristiana non si accontenta di una razionalità sterile. Cerca di comprendere il mistero di un Dio che è amore puro e incondizionato. Questo amore, che può sembrare irrazionale, è in realtà la più alta forma di razionalità. È una razionalità che non si limita alla logica umana, ma che la trascende e la completa.”

“Allora,” concluse il mio amico, “forse la vera sfida non è tanto rendere la fede ragionevole, ma piuttosto accettare che esistono forme di razionalità che superano la nostra comprensione.”

“Esattamente,” risposi. “La fede cristiana invita a un’apertura mentale e spirituale, a riconoscere che la logica dell’amore divino può sembrare irrazionale, ma è in realtà la chiave per comprendere il vero senso della vita. La teologia cristiana non rinuncia alla ragione, ma la espande, la approfondisce, la trasforma attraverso la luce dell’amore di Dio.”

La nostra conversazione proseguì, con il vento estivo che soffiava leggero, portando con sé il profumo dei pini e il suono distante delle onde. In quel momento, ci rendemmo conto che, al di là delle nostre differenze, eravamo uniti nella ricerca di una verità che va oltre le semplici categorie della ragione umana. Una verità che, forse, si trova proprio nel mistero di un Dio che è amore.

 

Simone Billeci (Palermo, 21 aprile 1984) ha conseguito il Dottorato in Teologia dogmatica (2018), la Laurea magistrale in Filosofia (2021), la Laurea magistrale in Scienze Pedagogiche (2023) e la Specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (2024).

Nel 2018 ha conseguito il Diploma Master peracti in Studiis de Doctrina et Spiritualitate J. Ratzinger e nel 2024 il Master di I livello in Metodologie didattiche per l’integrazione degli alunni con disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Dal 2022 è Socio Straordinario della Società Italiana per la Ricerca Teologica e dal 2024 è Socio della Fondazione MAiC onlus di Pistoia.

Dal 2022 insegna religione cattolica presso la diocesi di Pistoia, presso cui altresì collabora con la Scuola di formazione teologica diocesana e con il settimanale “La Vita”.

De Gasperi uomo di centrodestra? Il giudizio di Cazzullo non regge.

A distanza di qualche giorno, una riflessione sulle ultime uscite di Aldo Cazzullo a proposito di De Gasperi, da lui considerato un esempio di moderatismo inclinante a destra, è quanto mai opportuna. Non si tratta di puntiglio, ma di legittimo scrupolo nel mettere a fuoco, nel modo più corretto possibile, la figura dello statista trentino. A un lettore che chiedeva lumi, Cazzullo rispondeva il 26 luglio, nella sua rubrica delle lettere sul “Corriere della Sera”, che De Gasperi era un politico di centrodestra, anche se di un centrodestra rispettabile (a differenza di quello odierno?); poi il 31 luglio, a un altro lettore che in contraddittorio riproponeva la vexata quaestio del “partito di centro che guarda a sinistra”, replicava con fermezza che De Gasperi non aveva mai pronunciato quella frase (né in pubblico né in privato).

Ora, la stima per il giornalista e scrittore, una delle firme più autorevoli della nostra carta stampata, non è assolutamente in discussione. Per altro, alla stima si associa la simpatia, se si ricorda ad esempio che in un dibattito all’Istituto Sturzo ebbe a dire che il popolarismo è l’unica dottrina politica sopravvissuta al crollo delle ideologie nel passaggio di secolo e di millennio. Un riconoscimento che rivela onestà intellettuale e finanche ammirazione – così parrebbe – per la storia del cattolicesimo politico. Tuttavia, nel caso della pubblica corrispondenza sul “Corriere”, l’acume cede il passo alla semplificazione. Spiace dirlo, ma è così.    

E veniamo al merito. A ben vedere, la risposta del 31 luglio al secondo lettore vuole andare al cuore della questione. In realtà, sbagliando mira, essa finisce per distorcere gravemente l’immagine di De Gasperi; il quale, il 17 aprile del 1948, alla vigilia quindi delle fatidiche elezioni, aveva riassunto il suo pensiero in un’intervista a “Il Messaggero” affermando, senza giri di parole, che la Dc era “un partito di centro che cammina verso sinistra”. Cammina, non guarda: il verbo è ancora più impegnativo. Come si può negare l’evidenza?

Tanta sicurezza ha solo un punto di giustificazione. Cazzullo rimanda a una smentita di Andreotti, che però non a quella frase, tanto citata e tanto contestata, si deve applicare. Andreotti, per la precisione, dichiarava che mai aveva ascoltato De Gasperi esprimersi nei termini trascritti da Mons. Pavan nel suo diario dopo un colloquio con l’allora Presidente del Consiglio, ovvero che la Dc fosse “un partito di centro sinistra con apertura verso destra”. Ecco l’equivoco, sono due le frasi da prendere in esame, tutt’e due convergenti nel significato ultimo, ma non sovrapponibili alla perfezione. Nella convergenza può anche rintracciarsi una diversità, magari non da poco. Ad ogni buon conto, acquisita la correzione di Andreotti, non ne deriva tuttavia che si possa negare un’esigenza di orientamento a sinistra presente nel dispositivo strategico della politica degasperiana. 

“In qualsiasi altro Paese al mondo, De Gasperi sarebbe considerato per quello che fu: un uomo di centrodestra”. Questa la conclusione di Cazzullo. Eppure, se nella sua azione di leader di partito e di governo, De Gasperi ha inventato una coalizione che prevedeva l’apporto essenziale dell’area socialista di Saragat e quella della “sinistra democratica” dei repubblicani, lasciando ai liberali una specifica e circoscritta funzione di copertura sul versante moderato, soprattutto per il contributo di Einaudi, come regge a questo punto il giudizio perentorio di Cazzullo? Ebbene, ci permettiamo di sostenere che non regge: nel migliore dei casi è frutto di un abbaglio.

Caso Renzi, partiti personali al capolinea?

Uno degli elementi più nefasti per la qualità della democrazia e per la stessa credibilità dei partiti politici è indubbiamente rappresentato dall’irruzione dei cosiddetti “partiti personali”. Ovvero, partiti che non hanno democrazia interna, che non conoscono il confronto politico se non come strumento per applaudire ed osannare il capo e, infine, che non elaborano collegialmente il progetto politico perché viene semplicemente trasmesso dal capo ai tifosi saldamente seduti sugli spalti. O a mezzo stampa o attraverso incontri appositamente convocati per illustrare la strada da intraprendere. Insomma, una prassi che è sufficientemente nota per essere ulteriormente descritta.

Ora, per entrare nello specifico dell’attualità, non può passare sotto silenzio la recente vicenda politica che ha coinvolto il partito personale di Renzi, Italia Viva. Una vicenda, però, che non fa notizia per l’ennesima, nonché simpatica, piroetta politica del suo capo. E neanche per la proposta politica che rinnega sistematicamente e radicalmente tutto ciò che è stato detto negli ultimi due anni da quel partito. Un comportamento, appunto, che non fa granché notizia perché ormai tutti sono abituati ai cambiamenti repentini di linea e di strategia politica dell’ex segretario del Pd.

La vera notizia, semmai, è un’altra. Non di merito ma di metodo. E cioè, anche in un rigoroso e scientifico partito personale è nato un dibattito libero. O meglio, è nato un massiccio e vistoso dissenso politico rispetto alle indicazioni trasmesse dal capo. Un dissenso che si è manifestato in questa in giorni in una raccolta di firme di dirigenti politici ed amministratori locali periferici di quel partito nonché del gruppo giovanile del medesimo partito. E questa è la vera notizia politica dopo l’annuncio, in una intervista rilasciata al “Corriere della Sera” dal leader di Italia Viva nei giorni scorsi, di cambiare radicalmente il progetto del partito abbandonando la strategia di ricostruire il Centro nel nostro paese a vantaggio della nascita del futuro “Fronte popolare” che vede unite la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle e la sinistra estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis.

Ma, ripeto, al di là del merito della questione, e cioè il nuovo progetto politico del partito di Italia Viva, quello che conta rilevare è il modello e l’impalcatura del partito personale che potrebbe entrare in crisi. O perlomeno così pare.

Ecco perché il dibattito politico che è decollato all’interno del partito di Renzi va seguito con molta attenzione e con grande apertura di credito. Perché dall’esito concreto che avrà il dibattito all’interno di Italia Viva, sempreché ci sia e venga convocato dagli appositi organismi, noi potremmo fare un bilancio sulla salute, la persistenza e la prospettiva dei partiti personali. O dei partito del capo. O dei partiti proprietari. Questa, credo, è la vera novità e la ghiotta notizia che sono emerse dopo l’intervista dell’ex Premier fiorentino che ha stravolto la linea del suo partito. Si potrebbe dire, citando un vecchio proverbio, “non tutto il mal vien per nuocere”.

Non è con il movimentismo renziano che si costruisce un vero centro-sinistra.

Gli scricchiolii che si avvertono nel destra-centro di governo suggeriscono all’opposizione di fare ogni sforzo per comporre i dissidi e imbastire una coalizione credibile in grado di affrontare con possibilità di successo un eventuale turno elettorale anticipato. Matteo Renzi, come sempre il più veloce di tutti nella tattica politica, ha colto al volo i segnali ed ha re-impostato, una volta di più, la propria linea, ritornando a vele spiegate nel centro-sinistra sull’onda del suo nuovo ruolo nella fondazione di Tony Blair. Peccato, però, che di questi posizionamenti tattici dei politici agli elettori non importi nulla. Ciò che interessa loro o, meglio dire, a quella parte di astenuti che non si riconosce nel conflitto bipolare destra vs. sinistra preferendone uno più mediato centro-destra vs. centro-sinistra, è la costituzione di un forte partito in grado di controbilanciare i radicalismi che inevitabilmente tendono a emergere, a volte a riemergere, a destra come a sinistra. Il ruolo che ai tempi dell’Ulivo seppero svolgere dapprima i Popolari e dopo la Margherita e che oggi, pare, sul versante opposto i fratelli Berlusconi vorrebbero veder esperito da Forza Italia.

Non è quindi il passaggio di Italia Viva al centro-sinistra, pronta a utilizzare la sua marginalità elettorale per lucrare qualche seggio parlamentare, ciò che serve al centro-sinistra per contendere la vittoria alla Destra (anche conquistando elettori che in assenza di alternative credibili nel campo del centro-sinistra potrebbero individuare proprio in Forza Italia una possibile risposta alle loro idee) è una forza politica in grado di esercitare un’attrazione verso l’elettorato “centrista” liberale, riformista, cattolico sociale: in grado di pesare per i voti che saprà conquistarsi e per quelli – che valgono doppio – che saprà erodere a Forza Italia, ovvero al centro del destra-centro oggi al potere.

Questa forza, però, oggi non c’è. A sinistra, e nel Pd, in molti non la vogliono veder nascere. Per radicalismo, alcuni; per opportunismo, altri. Il punto è che il Pd avrebbe dovuto includere in sé medesimo detta area politica riformista (con la famosa “vocazione maggioritaria”) ma le cose sono andate diversamente da come avrebbero dovuto e oggi quel partito con la guida di Elly Schlein è divenuto un partito di sinistra, cosa in sé legittima e non disdicevole ma oggettivamente diversa da quella che fu la sua ragione costitutiva. Un partito sottoposto a spinte radicali, talvolta massimaliste su tutta una serie di tematiche nel quale le componenti più moderate hanno un peso assai relativo e quella cattolico-democratica, in particolare, ancora meno (ormai anche in termini di voti, come si è visto alle elezioni europee).

Questa forza politica di centro-sinistra non la vogliono neppure i vecchi soci dell’abortito Terzo Polo: illuso Calenda di poter ritrovare lo smalto e l’attrattività ormai perduti, cinico Renzi nel rivendicare i (pochi) voti ottenuti e farli pesare nel campo larghissimo che dovrebbe essere guidato dalla segretaria del Pd (ma non tutti in Italia Viva paiono d’accordo, sul punto).

Costruire una nuova Margherita resta così un’esigenza reale (naturalmente solo per chi vorrebbe un centro-sinistra forte e competitivo) ma al momento non c’è nessuno che manifesti l’ardire di provarci. Lasciando però, così, uno spazio di lavoro non piccolo a Forza Italia e quindi di vittoria per i conservatori: un’area che, si è visto, Meloni vuole continuare a presidiare sia perché il suo Dna e quello del suo partito sono quello che sono, ovvero di destra radicale, sia perché sottoposta alla competizione aggressiva di Salvini, che con la costituzione dei Patrioti Europei ha messo a segno un punto a suo favore. C’è dunque uno spazio di lavoro importante. Chi vuole provare a incaricarsene?

VaticanNews | Ecclesiam suam, l’enciclica di Papa Montini pubblicata 60 anni fa.

Andrea Tornielli

 

Il dialogo «non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso». Così scriveva Paolo VI nella sua prima enciclica, Ecclesiam suam, pubblicata il 6 agosto di sessant’anni fa. Bastano queste poche parole per intuire la straordinaria attualità della lettera montiniana, uscita interamente manoscritta dalla sua penna a poco più di un anno dall’elezione pontificale, a concilio ancora aperto. 

Il Papa bresciano definiva «dialogo della salvezza» la missione di Gesù, osservando che «non obbligò fisicamente alcuno ad accoglierlo; fu una formidabile domanda d’amore, la quale, se costituì una tremenda responsabilità in coloro a cui fu rivolta, li lasciò tuttavia liberi di corrispondervi o di rifiutarla». Una forma di rapporto che fa trasparire «un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d’inutile conversazione». Non si può fare a meno di notare la distanza siderale di questo approccio da quello che caratterizza tanto chiacchiericcio digitale da parte di chi giudica tutto e tutti, usa linguaggi sprezzanti e sembra aver bisogno di un “nemico” per esistere.

 

 

Il dialogo, che per Paolo VI è connaturato all’annuncio evangelico, non ha come obiettivo l’immediata conversione dell’interlocutore – conversione che peraltro è sempre opera della grazia di Dio, non della sapienza dialettica del missionario – e suppone «lo stato d’animo di chi… avverte di non poter più separare la propria salvezza dalla ricerca di quella altrui». Non ci si salva da soli, insomma. Né ci si salva alzando steccati o rinchiudendosi in fortini separati dal mondo per curarsi dei “puri” ed evitare contaminazioni. Il dialogo è «l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore». 

Non è l’annullamento dell’identità di chi crede che per annunciare il Vangelo sia necessario conformarsi al mondo e alle sue agende. Non è l’esaltazione dell’identità come separazione che fa guardare gli “altri” dall’alto in basso. «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio», perché «ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli». E il mondo, spiega Paolo VI, «non si salva dal di fuori».

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-08/paolo-vi-enciclica-ecclesiam-suam-anniversario.html

Grande dolore per la scomparsa di Nicolò Lipari

Scrivere di un grandissimo, a poche ore dalla fine della sua vita terrena, non è mai facile. Quando il grandissimo poi è un amico, lo è ancora meno.

Il professore Nicolò (per tutti, Nicola) Lipari non era soltanto uno dei più autorevoli civilisti italiani viventi, ma è stata una persona di elevatissima caratura etica e di grande impegno civile. In queste ore, molti lo stanno ricordando, sotto vari profili. Mi limito a ricordarne uno, perché mi ha permesso di approfondire l’amicizia con lui e perché si riferisce a un contesto nel quale Nicola riusciva a manifestarsi nella quasi totalità delle sue doti.

Da molti anni, egli partecipava regolarmente agli incontri e alle riunioni promossi dalla Associazione Vittorio Bachelet (all’ultimo incontro, lo scorso giugno, l’assenza era dovuta a ragioni di salute). Lo faceva nel ricordo di Vittorio, di qualche anno più grande di lui e con il quale aveva tessuto un rapporto di grande amicizia; ma lo faceva anche per affetto e stima verso l’Associazione e i suoi componenti, convinto – come ebbe a dirmi in più occasioni – che l’intera società italiana avesse da guadagnare nel valorizzare l’attività di una associazione la cui sede è lo stesso Consiglio superiore della magistratura e che permette a magistrati, avvocati, professori e studenti universitari di dialogare sui grandi temi del diritto e della giustizia, senza pregiudizi di parte.

Nicola prendeva sempre la parola, anche quando non era relatore, e con interventi sobri ed efficaci dava il tono della discussione. Lo capivano tutti, non soltanto gli addetti ai lavori, per la chiarezza dei pensiero unita alla precisione e alla eleganza magnetica dell’eloquio. Quello che impressionava erano soprattutto la passione argomentativa e la libertà di giudizio: a novant’anni, egli era ancora capace di indignazione rispetto a comportamenti eticamente disdicevoli e a prese di posizione culturalmente inadeguate, soprattutto se provenienti da chi ricopre incarichi pubblici di importanza. Il tutto fatto con garbo, con ironia mai fine a sé stessa, sempre con rispetto degli interlocutori.

In tema di interpretazione della legge e di rapporto tra giurisdizione e legislazione egli aveva posizioni molto nette. Essendo stato senatore per due legislature, conosceva bene le difficoltà dell’attività parlamentare e non disconosceva la dignità del legislatore, ma certo propendeva per la valorizzazione estrema della polarità giurisprudenziale, a partire dalla concretezza del caso, della fattispecie.

Ci saranno forme e modi per ritornare sul Lipari professore e teorico del diritto. In queste ore, in cui ci stringiamo intorno alla sua bella famiglia, prevale la gratitudine per quanto il professor Lipari ha dato a tutti noi. La speranza cristiana, di cui Nicola è stato testimone, ci accompagna nella mestizia del commiato.

Non ci sono più giochi da donna e giochi da uomini

Anche nello sport si è imposta la promiscuità che ha consentito anche alle donne di praticare il pugilato. Il mondo d’oggi è tutto un mescolarsi e va bene così. Darsele su un ring comporta il ricorso ai pugni, gli inglesi la chiamano “boxe” ma dalla notte dei tempi è la mano chiusa con le dita piegate di una mano ad aver dato vita a questa disciplina. 

In queste ore ferve la polemica in merito al match, a Parigi 2024, tra la nostra Angela Carini e Imane Khelif con la vittoria di quest’ultima per l’abbandono della prima, dopo una manciata di secondo dall’inizio del confronto. Potrebbe dirsi che c’è della santità nel nome di entrambe. Di Angela è inutile commentare. Imane vuol dire “Fede” e deve essere questo dono che l’ha evidentemente sostenuta durante ogni suo incontro.

Angela, evidentemente in un momento di sconforto, pare che abbia trascurato di salutare dopo la sconfitta la vincitrice che era andata da lei per abbracciarla.  Forse era distratta o affranta dalla delusione ed ha mancato un gesto di sportività. Un pugno più forte di una bordata l’ha indotta a ritirarsi a meno di un minuto dall’inizio del primo round ed è rimasta, dopo anni di sacrifici, con un pugno di mosche in mano e gli è sfuggita dal pugno la situazione.

La sua Federazione, o chi per lei, avrebbe potuto sbattere tempestivamente i pugni sul tavolo, protestando per il fatto che il Comitato olimpico internazionale abbia ammesso Imane, affetta da un iper androginismo femminile, sembra causato dalla sindrome delle ovaie policistiche, a poter pugilare. Forte di una massa muscolare mascolina, da opporre fronteggiando altre donne, Imane potrebbe essere avvantaggiata a prevalere.

Angela avrebbe potuto stringere i pugni per la rabbia ed esplodere poi in escandescenze; avrebbe potuto reclamare contro una decisione che fa a pugni forse con il buon senso, ma non lo ha fatto. Forse potrà un domani battersi i pugni al petto per non essere riuscita ad arginare meglio la sua avversaria. 

Khelif è al centro delle polemiche. In precedenza, è stata esclusa dai Mondiali di boxe, dall’International Boxing Association (IBA) in virtù di una decisione fondata per aver riscontrato, in Imane, livelli elevati di testosterone e per la presenza di cromosomi maschili nel test del DNA.  

Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), si è dato regole diverse di ammissibilità anche per chi è intersessuale, da qui urla di scandalo e di recriminazioni da più parti. Non sarebbe stato male se in vista delle Olimpiadi le diverse organizzazioni dello sport si fossero sedute al tavolo e tirare fuori uno straccio di decisione unanime, posto che ci saranno in futuro nuove occasioni per strepitare e contestare. 

Se a monte c’è disordine, non si può pretendere che a valle l’acqua scorra liscia senza esondare in guazzabuglio. Tentando di semplificare le contese in corso tra i pro e i contro una tesi o l’altra, e senza tantomeno saper di scienza, viene da pensare a ciò che appare evidente ma sfugge alla diatriba in corso. La foga dei commentatori acceca ciò che sembra lapalissiano.

Se l’iperandroginismo è una malattia, al pari di altri malanni, dovrebbe impedirsi ad un atleta di cimentarsi, anche contro la sua volontà. Ciò in omaggio alla tutela della sua salute. Se non fosse questa l’ipotesi è legittimo il semaforo verde a che salga sul quadrato per scazzottarsi. Resta il dubbio sulla soddisfazione che Imane ne ricaverà, alla fine dei conti, per una vittoria raggiunta in virtù di una sua particolare condizione fisica.  Potrebbe, in via di ipotesi, anche riportarne frustrazione più che gaudio, tutto a dispetto dei tanti sacrifici a cui si è comunque sottoposta per competere nella boxe. A quelli che le imprecano avverso, intimandole di combattere piuttosto tra gli uomini, si dovrebbe ricordare che parimenti sarebbe una ingiustizia non tollerabile perché è una donna e ne avrebbe sempre la peggio.

Tante chiacchiere in movimento si sarebbero potute evitare se soltanto i sapienti vertici dello sport avessero saputo trovare preventivamente una linea di concordia invece, anche loro, picchiarsi come non si conviene, ciascuno smentendo l’altro. Si ha la sensazione che sia gente abile a giocare a “rimandino” così da scoppiargli la questione e il pugno in mano. C’è dell’infantilismo da quelle parti, gente più abituata ad attardarsi in pugnette verbali che a dare una disciplina ed una regola propria dove sarebbe più opportuno. C’è pendente una medaglia d’oro, di una lega che scotta. Attenzione a maneggiarla. Forse sarà ripescata tra qualche secolo sul fondo delle opache acque della Senna, insieme, chissà, ad un senno ritrovato.

Il centro non è rappresentato, neanche da Forza Italia.

C’è da essere seriamente preoccupati per la situazione a dir poco difficile del nostro Paese. Non c’è consapevolezza di una involuzione pericolosa. Della politica non rimane nulla, liquidata dai i disegni eversivi della metà degli ani ‘90 da alcune procure, da una certa sinistra,da ambienti infedeli delle istituzioni e da una schiera di esponenti della Dc, che hanno abbandonato il disegno moroteo, in cerca di gloria per perpetuare il loro potere. 

L’ampliamento dell’area della democrazia perseguito da Moro fu bloccato e indebolite le fondamenta su cui si era consolidata la nostra Repubblica. Quello che non era riuscito alle brigate rosse e agli estremismi neri nella stagione di sangue si sarebbe verificato dopo qualche decennio. Dopo la consunzione dei pilastri della democrazia oggi c’è il dominio del partito della Meloni, l’unico coerente con una storia edulcorata ai tempi e alle circostanze,  che non è quella di tantissimi che hanno fatto una scelta di vita per la libertà. 

Nel 1994 si puntava sulla gioiosa macchina di guerra di Occhetto anche attraverso la liquidazione della Democrazia Cristiana e degli altri partiti liberali, oggi ci troviamo con una combine disposta da destra dove il disegno eversivo del premierato e dell’autonomia differenziata ne sono il sugello. La politica non c’è, il Parlamento da tempo ha perso forza  e centralità grazie prima ai sabotatori dei 5 Stelle e alle complicità di un Pd afono senza idee e orizzonti da offrire.

Il centro non è rappresentato. Si era convinti che le forze politiche moderate non avessero ruolo. È stato un falso. Hanno tentato l’occupazione del centro Calenda e Renzi con i risultati che conosciamo. I due avevano fatto una specie di indagine di mercato, ma si son divisi per interessi. Rappesentare il centro non è un affare, una convenienza, un opportunismo, ma una scelta culturale, una visione politica, che recuperi storie di civiltà e di umanità.

Senza un centro rappresentato non sono garantiti equilibri democratici. C’è solo l’avventurismo. Un capitombolo all’indietro dove Meloni e Salvini danno le carte. Forza Italia si dice un partito di centro, ma non lo è con le alleanze  dominanti con cui si ritrova. Dirsi di centro come fa Tajani è una impostura. 

Difronte ad altri che recuperano un passato che dovrebbero dimenticare, i cristiani democratici debbono avvertire l’orgoglio della loro storia per ritornare nel loro alveo naturale e rivivere le  antiche passioni, con gli occhi rivolti al futuro.

 

[Testo tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Mattei, il genio imprenditoriale che ha inventato l’Italia dell’energia.

Dietro il successo di molti uomini spesso ci stanno grandi sogni o grandi emozioni provate in circostanza particolari. Enrico Mattei diceva di trovare in una situazione vissuta da bambino la giusta motivazione per dare una certa impostazione alla sua vita, non solo di uomo, ma anche di imprenditore.

Raccontava pressappoco così: «Ero un bambino di sette o otto anni e mi trovavo nel cortile di una cascina in un caldo mezzogiorno d’estate. Vidi avvicinarsi una ragazza che portava una grossa marmitta di cibo a un gruppo di cani radunati sotto l’ombra di un albero. Appena la giovane ebbe posato la grossa ciotola per terra i cani si avventarono sul cibo avidamente. Quasi subito si avvicinò un gattino che timidamente cercava di procurarsi qualche boccone, ma il cane più̀ grosso gli diede immediatamente una zampata scaraventandolo lontano. Mi avvicinai allo sfortunato gattino con l’intenzione di soccorrerlo, ma mi accorsi che era morto. In quel momento giurai a me stesso che avrei fatto di tutto perché́ scene simili non si verificassero nel mondo degli uomini».

Indubbiamente Enrico Mattei fu uno dei più̀ grandi uomini del secolo scorso ai quali dobbiamo immensa gratitudine per aver egli dato una svolta radicale positiva all’economia del nostro Paese. Chi era?

Nacque nelle Marche ad Acqualagna nel 1906, figlio di un brigadiere, poi maresciallo, dei carabinieri. Non aveva molta voglia di studiare, tuttavia, dotato di una volontà̀ ferrea, riuscì̀ a diplomarsi perito industriale per compiacere il padre. Trasferitasi la famiglia a Matelica, ottenne il diploma e cominciò giovane a lavorare, per poi recarsi a Milano.

Avrebbe potuto fare l’attore del cinema dato il suo aspetto attraente: alto, grintoso, dotato di una parlantina capace di convincere anche i compratori più̀ riottosi ad acquistare ciò̀ che lui proponeva.  Alla periferia di Milano aprì un piccolo laboratorio di prodotti chimici che trovarono una vasta clientela.

Negli anni Trenta il giovane Mattei, oltre che ottimo venditore, si rivelò anche eccellente imprenditore, pronto ad avvalersi delle innovazioni più̀ moderne per far funzionare la propria azienda. Aveva anche intuito che per aver successo negli affari era importante curare la propria immagine e adottare un certo stile di vita. Infatti, fu uno dei primi imprenditori milanesi a girare con macchine di lusso con tanto di autista, acquistò uno splendido appartamento nel centro di Milano e organizzò incontri e feste con scadenza quasi settimanale, finalizzati al successo della sua attività̀.

Vi invitava, oltre ai suoi tecnici e venditori, persone di prestigio del mondo della cultura, professori universitari, in primis quelli dell’Università̀ Cattolica, dalle cui intelligenti conversazioni sapeva trarre spunti per dar vita a cose nuove. Uno dei suoi più̀ assidui commensali fu Marcello Boldrini, professore di Statistica della Cattolica, che gli fece conoscere altri personaggi che diventeranno poi famosi nel mondo della politica come Fanfani, La Pira e Dossetti.

Mattei, da buon cattolico praticante, non venne mai meno ai suoi principi religiosi, conservando una fede salda unita a una profonda lealtà̀ verso i membri della sua famiglia di origine, della cui collaborazione si valse per tutto il periodo del suo frenetico «fare». Fu per lui importante soprattutto la sorella, che era a conoscenza di tutte le sue operazioni finanziarie.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1513-enrico-mattei-il-grande-trasformatore.html

Calenda ad Huffington Post: “Il governo sembra molto in confusione”.

Un governo “fragile in un’Europa anch’essa fragile”; una maggioranza “in confusione”, con Giorgia Meloni che “si è complicata la vita facendo il capo-partito e non il premier”. E soprattutto “un mondo che “sta cadendo a pezzi” e un Occidente che cade anch’esso”. Ragion per cui, è la previsione di Carlo Calenda, “prima o poi arriverà Fabio Panetta o chi per lui, è nelle cose. Il sistema è troppo estremizzato e non regge e anche le elezioni americane già producono destabilizzazione”.

Intervistato da Huffington Post, il leader di Azione sottolinea che “al di là del voto contrario sulla Commissione, non puoi essere il leader di un paese fondatore e avere pessimi rapporti con i governi di Francia, Germania, Spagna. Mettiamola così: è un governo fragile, in un`Europa anch`essa fragile”. Un governo che “mi sembra molto in confusione. Lega e Forza Italia, ogni giorno cercano di mettere in difficoltà Giorgia Meloni. I cicli politici in Italia vanno veloci: il governo è nella sua fase di stallo. Di fatto, non governa, come accade a tutti i governi da trent`anni a questa parte. E copre lo stallo con la comunicazione e i conflitti”.

E però niente ipotesi di voto anticipato: “Non ci credo, però credo ci sia un rischio esogeno di crisi, finanziaria in primo luogo. Se ne parla poco, però la presa di posizione dei tedeschi – no aiuti della Bce in caso di crisi di debito per i paesi in procedura di infrazione – ci mette in difficoltà”. Con un “Occidente che crolla a pezzi, e l`Italia che resta il paese più fragile. La situazione è più caotica”. E rispetto al passato, “attenzione, c`è una solidarietà europea che sta venendo meno. Ogni paese è alle prese col sovranismo al suo interno e non vuole regalare nulla a nessuno. La maggioranza Ursula è fragile, per molti versi divisa”.

Libertà di stampa e di espressione negati: siamo su “Scherzi a parte”?

Dunque, ricapitoliamo per chi avesse perso qualche puntata. È da giorni che su molti quotidiani – in particolare quelli schierati a sinistra e radicalmente contro il governo di centro destra come, ad esempio, Stampa, Repubblica, Domani e Fatto quotidiano – viene richiamata l’attenzione sul fatto che in Italia è quasi scomparsa la libertà di espressione.

Accanto ai quotidiani, ascoltiamo ogni sera dai talk televisivi schierati a sinistra, e quindi contro il governo di centro destra, che la libertà di stampa, e quindi di espressione, è ormai ai titoli di coda. Sì, lo ripeto perchè forse non sono stato sufficientemente chiaro. Lèggiamo su molti giornali e ascoltiamo in alcune Tv che in Italia siamo sempre più alla vigilia di una dittatura in quanto vittime di una insopportabile deriva illiberale. Di qui, la necessità, del tutto coerente, di dar vita al più presto ad un CLN in salsa contemporanea. O meglio, ad un “Fronte popolare” di togliattiana memoria a difesa della libertà e della democrazia contro ogni sorta di barbarie e di inciviltà e per evitare il ritorno dell’ormai collaudatissimo fascismo. Sì, è vero, un po’ come capitò nel 1948 nella lotta furibonda tra la Dc di De Gasperi da un lato e i comunisti di Togliatti dall’altro.

Ma, per tornare alla libertà di espressione, l’aspetto comico e simpatico di questa denuncia che arriva nientepopodimeno che dall’Europa attraverso un apposito “report”, è che la commissione italiana che ha fornito questi dati sulla sostanziale estinzione della libertà di stampa e di espressione nel nostro paese, è formata da giornalisti italiani tutti schierati a sinistra ed espressione della più dura e spietata critica al centro destra.

Ecco perché, di grazia, anche per chi non è di centro destra si tratta di una denuncia troppo comica e grottesca per essere presa in seria considerazione. Oltre al fatto – lo ripeto – altrettanto comico e grottesco, che da giorni leggiamo giornali e ascoltiamo Tv scagliarsi contro il governo, e soprattutto Giorgia Meloni, per questo strisciante clima dittatoriale. E, come da copione, non potevano mancare i “martiri dell’informazione” che hanno duramente patito sulla loro pelle questi insopportabili ed incresciosi soprusi. Parliamo, com’è altrettanto noto, di artisti e giornalisti milionari la cui unica finalità è quella di mietere più denaro possibile trascorrendo, indisturbati, le loro giornate di fronte alle telecamere televisive. A prescindere dalla testata e dalla proprietà dell’emittente televisiva dove offrono le loro prestazioni professionali a colpi di centinaia di migliaia di euro. Come l’esperienza concreta puntualmente conferma.

Ora, al di là della dittatura, del fascismo, della libertà di espressione, della negazione della libertà di stampa e di espressione, della repressione, della sospensione della democrazia e via scioccheggiando, forse è arrivato anche il momento per avanzare una semplice e persin banale riflessione: e cioè, sino a quando dovremo assistere a questo bombardamento mediatico sulla dittatura che si sta per abbattere nel nostro paese? Arriverà un momento in cui questi temi verranno trattati con la dovuta prudenza ed intelligenza visto che parliamo di valori e principi scolpiti nella Costituzione? Sino a quando, cioè, dovremo convivere con questa sempre più insopportabile egemonia ed arroganza – questa sì – politica e culturale? Detto con altre parole e con più leggerezza visto anche il clima estivo: sino a quando pensiamo di proseguire con una sceneggiata ridicola e dannosa per la stessa qualità della democrazia italiana?

Scelba, amico di Sturzo e De Gasperi: un democratico sincero e intransigente.

[…] Dopo la scissione di Iniziativa Democratica e dopo la brutta esperienza del governo Tambroni, Fanfani, ritornato alla guida del governo, si diresse come un treno verso l’abbraccio con Nenni, anche se rallentato dai Moro-dorotei.

In sede congressuale a Napoli Scelba fece il miglior discorso di opposizione all’accordo con i socialisti. Con una chiarezza di ragionamento degna di Luigi Sturzo, egli affermò che una DC alleata con il PSI avrebbe provocato due disastri contemporaneamente. Anzitutto la DC avrebbe perso la sua credibilità̀ e un certo numero di elettori moderati, non più̀ trattenuti da una motivazione cattolica, avrebbe votato per il Partito liberale. Questa perdita di voti si sarebbe consolidata a favore dei liberali e il peso complessivo dei parlamentari DC sarebbe sempre più̀ diminuito.

Inoltre, il PSI, anche se si fosse alleato con i saragattiani, avrebbe perso voti a sinistra a favore dei secessionisti del PSIUP e degli stessi comunisti. Fatti i conti, la maggioranza di governo avrebbe avuto ben pochi voti in più̀ dell’opposizione. A questo punto, dato il nostro sistema parlamentare, con una maggioranza così fragile si sarebbe dovuto trattare ogni cosa con i comunisti che, senza assumersi responsabilità̀ di governo, avrebbero di fatto partecipato alla guida del Paese. Così avevano insegnato Gramsci e Togliatti e questo si stava verificando.

Scelba ebbe un vasto consenso, pari al 20% del partito, ma non aveva nessuna intenzione di organizzare questo consenso, come si è visto, in una corrente. Perciò̀, i suoi ragionamenti così lineari finirono a poco a poco per essere demoliti o dimenticati e Scelba venne di fatto emarginato dalla guida politica del partito e dal governo. Si dedicò quindi sempre di più̀ alla politica europea, dove riceveva maggiori soddisfazioni.

In sede europea una volta si verificò un simpatico scambio di battute tra lui e La Pira durante un pranzo a Strasburgo, al quale io partecipavo con un gruppo di giovani. Ricordo che a un certo punto Scelba, rivolto a La Pira, disse: «Giorgio, spero di morire dopo di te perché́ quando tu sarai morto, tutti vorranno farti subito santo e allora io interverrò̀ e scriverò̀ alla Congregazione per le Cause dei Santi che La Pira non può̀ essere santificato perché́ nel corso della sua vita, almeno una volta, è stato un imbroglione e un truffatore, cosa che io posso dimostrare».

La Pira, colpito in modo così inaspettato, abbandonò le posate e si mise ad agitare le mani dicendo: «Ma Mario, cosa mai stai dicendo davanti a questi giovani. Io non pretendo di diventare santo ma non posso permettere che tu mi definisca imbroglione e truffatore. Quando questo sarebbe accaduto?» Scelba rispose subito: «Ti ricordi quando tu eri sottosegretario al Lavoro e ti occupasti della controversia tra armatori e sindacati?» «Certo che me ne ricordo. Cerano le navi cariche di carbone e di grano ferme nei porti e, se non si fosse provveduto a scaricarle subito, il Paese avrebbe sofferto il freddo e la fame. Gli armatori, nella persona del comandante Lauro, loro presidente, ci fecero sapere che gli aumenti chiesti dai sindacati non si potevano concedere a meno che il governo non fosse intervenuto con finanziamenti a fondo perduto a favore della loro categoria. Allora io chiamai il comandante Lauro e gli dissi che il governo avrebbe acconsentito alla richiesta. In questo modo le navi scaricarono il grano e il carbone e il pericolo fu superato», concluse con aria ispirata La Pira.

Scelba però implacabile riprese: «Vedi, non solo sei un peccatore, ma perseveri nel peccato perché́ sai benissimo che io ero presente al Consiglio dei ministri che decise di non concedere prestiti agli armatori e Fanfani assicurò che te lavrebbe comunicato». Allora La Pira concluse dicendo: «Beh, forse avrò̀ capito male, ma a fin di bene, anche perché́ gli armatori i soldi li hanno poi avuti». «Certo»,concluse Scelba. «Come facevo a quel punto a non concedere il finanziamento che tu ti eri impegnato a far pervenire a nome del governo. Si rischiava una rivolta e io ti diedi una mano sostenendo che per motivi di ordine pubblico bisognava chiudere la vertenza. Ma tu resti sempre quello che ti ho definito prima.» Ci fu una risata generale che coinvolse Scelba, La Pira e tutti coloro che erano presenti.

È interessante sapere che Scelba, mentre era ancora vivo, cosa molto insolita, poté́ vedere innalzato in suo onore un monumento nella cittadina di Caltagirone, dove era nato. Ciò̀ gli portò fortuna: morì quasi centenario.

 

[Pagine tratte dal libro di Ezio Cartotto, Gli uomini che fecero la Repubblica – Lesempio dei maestri di ieri per ritrovare il senso della politica nellItalia di oggi, Sperling & Kupfer 2012. Per gentile autorizzazione di Elena Cartotto]]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.ilpopolo.cloud/politica/1511-mario-scelba-l-incorruttibile.html

AgenSir | L’uccisione di Ismail Haniyeh può danneggiare Israele.

Daniele Rocchi

 

Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, è stato ucciso questa notte  (l’altra notte per chi legge, ndr) a Teheran, dove si trovava per partecipare alla cerimonia d’insediamento del presidente Massoud Pezeshkian, in seguito a un raid israeliano. Haniyeh era capo dell’ufficio politico di Hamas dal 2017. Inoltre è stato primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese dal 2006 al 2007 e capo dell’amministrazione della Striscia di Gaza dal 2014 al 2017. Sulle implicazioni di questa morte per il conflitto tra Hamas e Israele in corso a Gaza e per il futuro di Hamas, il Sir ha intervistato Claudio Bertolotti, esperto dell’Ispi e direttore di Start InSight.

 

Direttore, qual è la portata politica e militare delleliminazione di Haniyeh?
Per Israele si tratta di un grande successo perché rappresenta la decapitazione politica, sebbene temporanea, dell’organizzazione Hamas. Stiamo parlando, infatti, del soggetto di vertice che ha ricoperto storicamente ruoli chiave all’interno del movimento islamista e che ad oggi si era imposto come il trait d’union tra Hamas e l’Iran che ha sostenuto il movimento palestinese nel corso degli ultimi anni, in particolar modo dopo il 7 ottobre.

L’obiettivo più volte dichiarato da Benjamin Netanyahu resta quello di eliminare la leadership politica di Hamas e questo è un risultato che il premier israeliano presenterà all’opinione pubblica interna. Al contrario, l’eliminazione di Haniyeh farà aumentare l’astio dell’opinione pubblica palestinese nei confronti di Israele.

 

Per Hamas, invece, questa morte cosa rappresenta?

Siamo davanti ad un’organizzazione strutturata sulla base di una shura, cioè di una suprema assemblea dove sono presenti più voci, più correnti, e dunque anche più soggetti pronti a sostituire le leadership eventualmente eliminate. Dalla gerarchia palestinese potrebbero emergere adesso figure come Mahmoud al-Zahar, (uno dei fondatori del gruppo terroristico, ndr), un leader storico con buone relazioni sia con chi è all’estero e sia con chi è presente ancora a Gaza.

 

La morte del leader di Hamas potrà influire sulla guerra in corso a Gaza?
Non credo. La gestione militare delle risorse di Hamas all’interno di Gaza ricade sulle Brigate Ezzedin al-Qassam e non sull’autorità politica. Al contrario, credo che, da un punto di vista di narrativo e di necessità di propaganda, Hamas potrebbe cercare di realizzare azioni di rappresaglia simbolicamente significative. Questo anche per riaffermare una certa predominanza rispetto a tante altre milizie che operano a Gaza, come la Jihad islamica, che pure ha un ruolo subordinato in questo momento.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/07/31/morte-ismail-haniyeh-bertolotti-start-insight-successo-per-israele-per-hamas-e-una-temporanea-battuta-di-arresto/

L’essenziale è invisibile agli occhi: la spiritualità nascosta nel Piccolo Principe

 

 

Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. Pensieri da tutti conosciuti, scritti nel firmamento della letteratura mondiale. Antoine de Saint-Exupéry si inabissava in mare con il suo velivolo nel 1944, l’opera appena ultimata spiccava il volo per entrare nell’eternità. Tradotto in 470 lingue e con più di 200 milioni di copie vendute è un successo planetario secondo solo alla Bibbia.

Ennio Flaiano sosteneva che “l’infanzia è l’unico luogo che non riusciamo ad abbandonare” e cosi questa fiaba è divenuta un riferimento senza tempo ed età per leggere l’invisibile senso del nostro vivere.

Saint-Exupéry non nomina mai Gesù, ma i suoi pensieri rievocano costantemente episodi evangelici. Personalità complessa, avventurosa e malinconica, la sua vita è segnata da un continuo afflato al trascendente. Un inquieto esploratore dell’anima alla ricerca dell’assoluto. Di nobili origini studia dai gesuiti, sogna e scrive e l’unica cosa che lo attrae è volare. Un contemplativo che forse non a caso scelse di fare il pilota e a Buenos Aires, dove diverrà direttore della compagnia aeropostale, incontrerà la scrittrice Consuelo Suncin-Sandoval che sposerà, tanto amerà e tradirà. È lei la rosa della favola. Prima del Piccolo Principe pubblica diversi testi tutti innervati da forti tensioni spirituali. In Cittadella (pubblicata postuma) troviamo un passaggio che svela la tensione mistica: “Io cammino formulando preghiere che non vengono esaudite.. e tuttavia ti lodo, Signore, per il fatto che tu non mi risponda, poiché se io trovo quello che cerco, Signore, ho finito di divenire”.

Pervaso da un costante desiderio di staccarsi dalla mediocrità del vivere, nel giugno 1943 scrive al superiore generale del monastero benedettino di Solesmes: “Vedete, non si puo’ piu’ vivere di frigoriferi, di politica, di belote e di parole crociate! Non si può più’. Non si può più vivere senza poesia, colore né amore”. Affascinato dal silenzio nel cielo e nel deserto che sperimenta durante l’incarico come pilota della linea Casablanca-Dakar, rivive l’avvertimento di Gesù – non di solo pane vive l’uomo – che rimanda al pensiero sull’invisibilità dell’essenziale. Il deserto per lui è il luogo dell’anima ove incontra il Piccolo Principe giunto dall’asteroide B612 e con cui intesse un’affascinante dialogo di rinascita spirituale, un mistero che si intuisce ma non si comprende fino in fondo. Un continuo colloquio tra l’essere adulto (l’aviatore) e l’essere bambino (il piccolo principe), quel “tutte le persone grandi sono state inizialmente dei bambini ma pochi fra loro se ne ricordano”  che rimanda al passo evangelico “in verità io vi dico: se non vi convertirete come i bambini e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande del regno dei cieli” (Mt 18, 1-5).

Saint-Exupéry è interprete delle inquietudini umane sempre al bivio tra oblio e ricerca, e per questo è sempre attuale. Siamo homo sapiens perché siamo homo viator. Anche noi siamo in cammino ogni giorno verso la meta della nostra conoscenza, un viaggio faticoso che richiede il coraggio di scendere nelle terre incognite della nostra interiorità. In interiore homine habitat veritas, sono le celebri parole di sant’Agostino. Siamo esseri spirituali che vivono l’esperienza umana e allora nel piccolo principe ci sono io, tu, ognuno di noi. Ed è il tempo che dedichiamo alla rosa che è in noi che rende tutto più importante.

VaticanNews | Il Papa: serve una Politica con la P maiuscola.

Alessandro Di Bussolo

 

 

Il Papa invita a pregare, in agosto, “perché i leader politici siano al servizio della propria gente, lavorando per lo sviluppo umano integrale, lavorando per il bene comune, prendendosi cura di chi ha perso il lavoro e privilegiando i più poveri”. È l’immagine della buona Politica, quella “con la P maiuscola”, che “ascolta la realtà”, non la “roba da politicanti”, rinchiusa “in grandi edifici con lunghi corridoi”. Francesco la evoca nel Video del Papa promosso e diffuso dalla sua Rete mondiale di preghiera, che presenta l’intenzione da lui proposta alla Chiesa universale per il mese di agosto.

Una Politica con la P maiuscola per crescere nella fraternità

Il Pontefice esordisce ricordando perché oggi “la politica non gode di buona fama”: elenca “corruzione, scandali” e lontananza “dalla vita quotidiana delle persone”. “Ma possiamo progredire verso la fraternità universale senza una buona politica?” si chiede, e la risposta è negativa.

Come disse Paolo VI, la politica è una delle forme più alte di carità, perché cerca il bene comune. Parlo della Politica con la P maiuscola, non della roba da politicanti. Parlo della politica che ascolta la realtà, che è al servizio dei poveri, non di quella rinchiusa in grandi edifici con lunghi corridoi.

Il Papa si riferisce alla politica “che si preoccupa dei disoccupati e sa molto bene quanto possa essere triste una domenica, quando il lunedì è un altro giorno senza poter andare a lavorare”. Vista così, una politica “molto più nobile di quanto sembri”. E il video alterna immagini di persone lasciate da sole, come  una donna rifugiata, un quarantenne disoccupato, dei bambini senz’acqua, un uomo senzatetto per strada, e poi situazioni in cui, invece, hanno trovato una risposta – a volte di emergenza, a volte duratura – ai loro problemi. Il mondo senza una buona politica e il mondo con una buona politica.

Francesco lo ha scritto nella sua enciclica Fratelli Tutti: “Un individuo può aiutare una persona bisognosa ma, quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, entra nel ‘campo della più vasta carità, della carità politica’”. E così conclude il suo messaggio invitando tutti a ringraziare “i molti politici che svolgono il loro compito con uno spirito di servizio, non di potere, per tutti i loro sforzi per il bene comune”.

 

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-07/papa-video-intenzione-preghiera-agosto-politici-servizio-poveri.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

 

Il Mulino | Occidente in declino: la democrazia tra sfide interne ed esterne.

Dello stato della democrazia e della sua attuale crisi hanno parlato papa Francesco, a più riprese il presidente Mattarella, Ursula von der Leyen nel discorso programmatico per la rielezione al vertice della Commissione europea. Non è solo questione del funzionamento più o meno carente dei sistemi che si rifanno, pur in forme e con modalità diverse, al costituzionalismo così come si è evoluto dal modello liberale classico al modello che vi ha inglobato la dimensione sociale. Le difficoltà che ha incontrato e che incontra questo modo di organizzare lo spazio e la convivenza nelle società politiche sono note, discusse in varie sedi e dipendono in buona parte dall’evoluzione storica che ha coinvolto l’ambito geografico in cui il costituzionalismo è nato e si è sviluppato, cioè quello che normalmente si definisce “l’Occidente”.

L’aspetto inedito con cui si devono fare i conti è che da qualche decennio quel modello è considerato inaccettabile: ha perso la sua natura tutto sommato prescrittiva che ne faceva una componente essenziale della modernità. Si potrebbe obiettare che esso era già stato sfidato dai sistemi che, rifacendosi in modi diversi al marxismo, avevano ritenuto di proporsi come alternativi al paradigma costituzionale. Tuttavia, va subito precisato che quei sistemi, almeno nella versione che reclamava di esserne l’incarnazione più ortodossa, cioè nel regime sovietico, pretendevano di essere, coerentemente con la prospettiva di Marx, lo sviluppo compiuto e totale delle istanze che stavano alla base della rivoluzione costituzionale dell’Occidente, perché avendole separate dall’economia capitalista le aveva massimizzate nella loro capacità di “liberazione” dell’uomo (il che in definitiva doveva essere l’obiettivo dell’umanesimo occidentale da cui trae origine ultima il costituzionalismo).

Il crollo del sistema sovietico, l’ambiguità del sistema socialista cinese che sembrava essersi per tanti versi occidentalizzato, almeno nella gestione del sistema economico e nell’assunzione della rivoluzione tecnologica, avevano portato molti a concludere che il modello del costituzionalismo occidentale, ossia della liberal-democrazia, si fosse ormai affermato sbaragliando i suoi avversari, unico modello cui rivolgersi per rimanere nell’ambito della “modernità”. È nota la tesi di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”, nel senso di esaurimento della capacità di sfida alternativa al quadro del costituzionalismo con le sue incarnazioni economiche e sociali.

Tuttavia la sfida mostrava ancora il suo volto, questa volta con le sembianze dell’estremismo islamico, un sistema culturale che non solo rifiutava il contesto dei valori dell’Occidente, ma che li combatteva tanto impedendo che essi si propagassero nelle terre storiche dell’insediamento di quella cultura, quanto mettendo in crisi la capacità di dominio dei Paesi che a essi si richiamavano sia con il ricorso al conflitto armato e alla guerra asimmetrica del terrorismo, sia, dove possibile, animando conflitti per così dire più tradizionali.

A interpretare questo quadro in buona parte nuovo aveva provveduto Samuel Huntington con la tesi, fortunata, della presenza di uno “scontro di civiltà”. Il mondo aveva perso il relativo equilibrio garantito dalla condivisione di un complesso di punti di riferimento dati per razionali e sconnessi da appartenenze culturali particolari ed era accaduto perché erano tornati in campo i riferimenti ad altre forme di elaborazione dell’organizzazione socio-culturale, le quali rifiutavano di far parte della koinè occidentale. Il riferimento più evidente era all’islamismo radicale, ma si iniziava a vedere il risorgere dell’antioccidentalismo slavo-bizantino, nonché altre forme di rivendicazione di modelli, alcuni più o meno frutto di invenzioni polemiche (culture sudamericane, culture africane), ma altri anche di storie molto complesse i cui “quarti di nobiltà” sono ardui da negare, come nel caso della cultura indiana e cinese.

Possiamo qui prescindere dal discutere degli infiniti problemi e delle aporie che pone l’utilizzo dello schema interpretativo dello scontro di civiltà. Vogliamo infatti richiamare l’attenzione su due elementi che stanno connotando la fase attuale della crisi della democrazia e che ispirano le riflessioni autorevoli da cui abbiamo preso le mosse: la resa crescente che è presente in molti settori della cultura occidentale alla tesi della dimensione del tutto relativa e priva di paradigmaticità del modello occidentale; il via libera che ciò ha dato alla ripresa di un confronto fra le nazioni su basi neo-imperiali.

Era senz’altro eccessivo dichiarare una superiorità assoluta e indiscutibile del modello occidentale che ha prodotto la democrazia come sistema di governo. È stata a lungo “esportata” in tutto il mondo che si è trovato sotto il dominio euro-americano con risultati controversi, per la semplice ragione che spesso si sono attuate le “formalità” del sistema (competizione elettorale, articolazione dei poteri fra parlamenti, governi, magistratura, qualche libertà di espressione per l’opinione pubblica) e si è realizzata l’assimilazione di alcuni modelli di way of life dal punto di vista dell’utilizzo delle tecnologie come da quello dei “consumi”, ma senza che si andasse oltre il formalismo per cui, giusto per spiegarci, le elezioni sono pesantemente manipolate, l’articolazione dei poteri rimane sulla carta, la pubblica opinione è limitata e controllata. Non si è tenuto conto che il sistema costituzionale è figlio di varie storie politiche nazionali, è supportato da itinerari di sviluppo e da condizioni essenziali di cultura, di vita sociale e di contesto economico, in assenza delle quali le istituzioni democratiche non possono vivere.

Un certo successo di alcune “esportazioni”, per esempio in India o in Giappone dopo la Seconda guerra mondiale, ha fatto ritenere che il metodo fosse plausibile, ma vari fallimenti dopo inizi che potevano sembrare promettenti hanno costretto a rivedere queste convinzioni (si pensi alle ex colonie europee in Africa, dove al momento dell’indipendenza si erano instaurati sistemi politici sul modello occidentale, per arrivare poi al loro disseccamento). […]

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https://www.rivistailmulino.it/a/una-crisi-che-non-si-puo-ignorare

Stretto di Messina, Ciucci: critiche infondate, sicura la fattibilità del progetto.

“Ripetere all’ infinito affermazioni infondate, pon le trasforma in verità”. Così l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, in relazione alle critiche mosse all’opera nell’ambito dell’iter approvativo del DL Infrastrutture.

“Il progetto del ponte ha la solidità dei migliori esperti italiani e internazionali che in ciascuna disciplina hanno contribuito a farne un’ opera concreta e fattibile. I ponti sospesi, che ricalcano il nostro progetto, il Messina style, sono costruiti ovunque nel mondo in zone con potenzialità sismiche più forti di quelle dello Stretto di Messina. Opere che hanno coinvolto società ed esperti impegnati da tempo anche sul ponte di Messina. Non esistono problemi irrisolti, tantomeno fantomatici punti oscuri. È inverosimile continuare ad affermare che le navi non passino sotto il ponte, che ci siano faglie non note, che i cavi del sistema di sospensione non siano costruibili. Abbiamo presentato al riguardo, e più volte, dati tecnici e scientifici incontrovertibili, come anche abbiamo spiegato che il ponte sarà aperto al traffico 365 giorni all’ anno 24 ore su 24 e che l’ analisi costi benefici ha dimostrato che l’ opera è in grado di contribuire in maniera molto importante al miglioramento del benessere collettivo, apportando significativi benefici netti alla collettività nazionale, migliorando sia gli espetti economici sia quelli ambientali. La disponibilità di un collegamento stabile consente di ampliare l’ offerta di trasporti con evidenti ricadute in termini di libertà di movimento e contenimento costi”. Per fare chiarezza sull’iter realizzativo, Ciucci sottolinea: “Le risposte alle osservazioni del MASE, che non comportano modifiche al progetto e non riguardano la fattibilità tecnica, sono in corso di predisposizione e saranno trasmesse entro la scadenza del 12 settembre.

Il Progetto definitivo aggiornato e il piano economico finanziario dovranno essere approvati per legge dal CIPESS e solo successivamente sarà avviata la progettazione esecutiva che, come per ogni altra opera, ha lo scopo di affinare dettagli costruttivi e realizzativi, non di sancire o meno la fattibilità delle strutture. Tenuto conto che il ponte è un insieme di infrastrutture diverse (le opere anticipate, le opere di accompagnamento ambientale, 40 km di raccordi stradali e ferroviari, funzionali e utili fin da subito alla popolazione), si potrà procedere con la progettazione esecutiva per fasi, in relazione a ciascuna tipologia di infrastruttura, per ottimizzare la costruzione e contenere tempi e costi. Il ponte, le torri e i blocchi di ancoraggio saranno ovviamente un unico progetto esecutivo”.

Sololibri | L’eredità dell’antica Grecia: un’attualità sorprendente.

Teresa D’Aniello

 

Una lettura che mi ha deliziata in questa estate così calda; un libro particolare, introspettivo, non ha importanza se possa essere considerato un diario o un saggio; le parole che hanno creato un dialogo intimo, profondo, con il nostro autore, sapranno dialogare anche con noi lettori. Andrea Koveos, la cui famiglia ha origini greche, è nato e vive a Roma, giornalista, scrittore, è un appassionato di filosofia e storia greche: con Giraldi Editore ha pubblicato Socrate al Grande Fratello scritto con Charlie Gnocchi. “Temere i Greci per amarli”, scrive il nostro autore, non è un manuale di storia né di filosofia, non si troverà nessuna verità e forse qualche bugia.
Il libro Temo i Greci anche se portano doni (Giraldi Editore, 2024) è da usare con cura, con attenzione, lasciandoci catturare da un titolo o da un nome. Temere i Greci anche se portano doni è una frase diventata proverbio, coloro che offrono doni troppo facili possono rivelarsi i nostri peggiori nemici: queste furono le parole di diffidenza che Laocoonte espresse nel vedere il cavallo di legno.
Il coraggio, l’ira, l’abbandono, l’amore, la passione, la pietà, la civiltà di tutte le passioni, tutto l’umano nelle opere di Omero, la grandezza dell’Iliade e dell’Odissea che ancora oggi rimangono invariate con “le forti anime” dei loro eroi, le origini del pensiero e della cultura greca, la filosofia, saranno il punto di inizio di un pensiero, di una riflessione del nostro autore scritta di notte, o alla mattina presto, o mentre era al lavoro, che tracceranno e percorreranno la sua stessa vita e, a tratti, anche la nostra.

A cosa serve la filosofia? Uno dei quesiti all’interno di questa raccolta di pensieri. Non allunga la vita ma potrebbe esserci utile a vincere la paura della morte.
Racconta Koveos che ci fu un periodo che nelle città di Atene era vietato l’ingresso ai filosofi, perché considerati “persone pericolose”. Venne proposto da Sofocle e il suo divieto durò solo un anno:

“Poiché agli ateniesi non si può vietare nulla”.

E il destino dell’uomo: si accusava gli dei per ogni cosa accadesse, declinando le proprie responsabilità, come Ulisse che impiegò dieci anni per cercare il proprio posto. Per Omero ognuno era artefice del suo destino e per ognuno il percorso era già stato segnato: libertà e destino di pari passo.

La forza dell’uomo per i Greci consiste in un solo elemento: accettare e sopportare ciò che deve avvenire.

Leggendo questi brevi capitoli ci si rende conto che tutto è stato già scritto; etica e politica, bene e male, oriente e occidente, democrazia e oligarchia, guerra e pace.
La giustizia quando ognuno compie il proprio dovere; la conoscenza che rende l’uomo immortale; “la giusta educazione” di un essere umano che non esiste al di fuori della comunità. E non ne abbiamo fatto ancora tesoro! […]

 

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https://www.sololibri.net/Temo-i-greci-anche-se-portano-doni-Koveos.html

Dal campo di calcio al campo largo: l’avventura di Renzi continua.

La scelta è stata repentina, l’entusiasmo contenuto. Si può sintetizzare così la novità esplosa con l’abbraccio tra Renzi e Schlein, complice una partitella di calcio. Dopo aver celebrato le virtù del Centro, armeggiando in modo dubbio per farlo e disfarlo a piacimento, l’ex premier ha messo tutti di fronte all’atto compiuto. Innanzi tutto nel suo partito, Italia Viva, dove il povero Marattin è passato da candidato alla segreteria a prossimo defenestrato, se non deciderà di togliere il disturbo senza attendere l’inevitabile.

Anche Renzi, dunque, prende posto nel cosiddetto campo largo. Si attendeva una spiegazione e ieri, in qualche modo, se ne avuta traccia leggendo sul Tempo il nesso della logica renziana. “Il fatto di aver scelto di stare ovunque con il centrosinistra – scrive Renzi – nasce da un dato di fatto. Le Europee hanno dimostrato che il Terzo Polo è irrilevante. E se lo è in una competizione con il proporzionale, immaginatevi cosa potrà accadere in uno scontro a due col maggioritario”.

E subito dopo aggiunge: “A me dispiace molto: ho preso più di duecentomila preferenze personali. Avrei voluto rappresentarle a Bruxelles. Ma l’Italia ama il bipolarismo più di quanto lo amiamo noi. E allora è il tempo della chiarezza. Dunque o si sta con il centrodestra o con il centrosinistra. Noi di Italia Viva abbiamo scelto di stare con il centrosinistra, in modo trasparente e intellettualmente onesto. Porteremo i nostri valori e ci confronteremo sul piano programmatico”.

Ecco, il punto centrale di questo teorema liofilizzato è l’irrilevanza del Terzo Polo, in pratica determinata dal disincanto dell’elettorato. E tuttavia, a stare sul punto, l’elettorato non ha proprio visto alle europee la sagoma politica di questo Terzo Polo: un’offerta frammentata, sempre sull’orlo della polemica tribale tra Italia Viva ed Azione, non poteva che produrre la reazione negativa di una parte non piccola della pubblica opinione. Invece di fare mea culpa, Renzi scarica sull’elettorato il fallimento di una proposta che appariva comunque inconsistente, addirittura fastidiosa per la iattanza del contendere fasullo, sullo stesso terreno, di chi doveva unire e unirsi, per dare un senso al Centro.

È questa l’intelligenza e la responsabilità di chi si vanta di essere al servizio di un progetto ambizioso per l’Italia?

Rai, fare presto. Ma le nomine ballano per contrasti nella maggioranza.

L’obiettivo è chiudere la partita prima della pausa estiva. E’ la mission che dalla Cina, dove è impegnata in una visita ufficiale, Giorgia Meloni ha affidato a chi si sta occupando di sbrogliare la matassa Rai. I tempi a disposizione sono stretti, ma non strettissimi. Sulla carta, insomma, è ancora possibile che Camera e Senato si riuniscano prima dello stop per eleggere, due ciascuna, i quattro consiglieri d’amministrazione di nomina parlamentare. Altri due sono designati dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Economia e un settimo dall’assemblea dei dipendenti Rai.

Tra deputati e senatori continua a circolare l’ipotesi di una seduta ad hoc da tenere mercoledì, che al momento non è però in calendario: prima, quindi, dovrebbero essere convocate le rispettive capigruppo. Se accelerazione ci sarà, insomma, dipenderà dall’esito delle trattative in corso soprattutto all’interno della maggioranza. La questione non è tanto quella dei consiglieri da eleggere: lo schema prevede che uno vada a Fdi, l’altro alla Lega e due all’opposizione. Peraltro, ciascun parlamentare deve scrivere sulla scheda un solo nome e a essere eletti sono semplicemente i più votati, senza quorum.

Tuttavia, subito dopo si aprirebbe il secondo tempo della partita. La legge stabilisce infatti che il presidente venga eletto dal consiglio di amministrazione tra i suoi stessi componenti ma che la nomina debba poi ottenere il placet dei due terzi della commissione di Vigilanza. Questo significa non soltanto che ci dovrà essere una forma di accordo con l’opposizione, ma soprattutto che non ci dovranno essere defezioni all’interno della maggioranza. Con una variabile non da poco: il voto avviene infatti a scrutinio segreto. Ed è esattamente qui che entrano in gioco le trattative all’interno del centrodestra. A Fratelli d’Italia dovrebbe andare infatti l’amministratore delegato, ovvero Giampaolo Rossi, mentre il ruolo di presidente dovrebbe spettare a Forza Italia e il nome è quello di Simona Agnes. La Lega tuttavia rivendica per sé il ruolo di direttore generale (attualmente ricoperto proprio da Rossi). I meloniani però fanno notare che si tratta di una nomina che può anche non essere fatta e comunque si tratterebbe di una figura di fiducia dello stesso amministratore delegato. “E’ come se Salvini – semplifica un esponente di Fdi – volesse imporre alla premier un suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio”. L’idea, nel partito di maggioranza relativa, è che le compensazioni per il Carroccio ci potranno essere quando si tratterà di assegnare i vari ruoli apicali. “Anche perché loro avrebbero già un consigliere”, si sottolinea.

Il nodo resta però appunto quello del voto in Vigilanza, al quale Giorgia Meloni punta ad arrivare senza sorprese. Si vuole insomma evitare quello che successe nel 2018 con l’allora presidente Vincenzo Foa che si vide bocciare la nomina e fu costretto a passare attraverso una seconda votazione. I quell’occasione, raccontano le cronache, conti alla mano era mancato un voto anche dalla sua stessa maggioranza. Il momento nella coalizione, è il ragionamento di Fdi, vede già troppi fronti aperti, “non abbiamo davvero bisogno di una figuraccia del genere”.

Falsi d’autore. Nessuna tecnologia è neutrale.

[…] Nessuna tecnologia è neutrale, insomma. E certamente non si può sostenere, oggi, che gli intenti fraudolenti e manipolatori sono intrinseci a ogni atto comunicativo, rammentando che la più grande falsificazione propagandistica dell’età moderna, gli antisemiti protocolli dei Savi di Sion, risale ai primi anni del ‘900. Sarebbe come dire che un messaggio inviato con WhatsApp non sarebbe poi tanto diverso da uno che viaggiava sui fili del telegrafo.

E qui si arriva al punto nevralgico della questione. I social network non sono cattivi in sé: la polarizzazione delle opinioni e il linguaggio divisivo non sono l’esito inevitabile del loro utilizzo (vale ancora l’esempio del nucleare: con l’uranio si può alimentare di corrente elettrica un ospedale o creare un ordigno di una potenza distruttiva mai vista prima).

Bisogna stare attenti a non confondere la causa con l’effetto. Si rischia di nascondere le profonde radici sociali di quello a cui stiamo assistendo, ovvero l’affermazione del linguaggio d’elezione della grande disillusione, che è la cifra più autentica del ciclo storico sociale attuale: un codice (quello del rancore, della rabbia, della mancata inclusione) che adesso, grazie ai dispositivi digitali, può esprimersi in maniera diffusa e a costo zero, ma le cui motivazioni affondano altrove.

Il nucleo caldo della questione, in definitiva, concerne le narrazioni costitutive dell’immaginario collettivo, ovvero quelle cornici di senso entro le quali le società costruiscono la propria identità e tentano di radicare il proprio benessere. Le grandi narrazioni sono il pane immateriale indispensabile di cui lo spirito si nutre. Ma allo stesso tempo possono rivelarsi delle trappole, quando le narrazioni tradiscono le aspettative che esse stesse hanno generato. Delle narrazioni non possiamo farne a meno, ma c’è sempre il rischio che vengano smentite dalla dura realtà: dalle dinamiche economiche e sociali reali, dalla storia.

Tornano in mente le straordinarie pagine del Grande Inquisitore incluse nel capolavoro di Dostoevskij I fratelli Karamazov, dove si sostiene che la gente cerca sempre il miracolo, il mistero e l’autorità. La metafora fa al caso nostro. Osserviamo con sospetto e sgomento il presunto potere sovrumano dell’intelligenza artificiale, di volta in volta investendo gli algoritmi di paure ingiustificate o di attese realistiche (ci aspettiamo il miracolo); la potenza di calcolo stocastico che ne costituisce l’essenza viene travisata nell’abbaglio di ciò che ai più appare incomprensibile (siamo sedotti dal mistero); ci affidiamo come sonnambuli ai padroni della rete, che detengono saldamente nelle proprie mani le chiavi della nuova tecnologia (ci assoggettiamo all’autorità, affinché ci sollevi dalla responsabilità che il libero arbitrio porta inevitabilmente con sé).

Intanto, mentre il Parlamento Europeo legifera in materia, l’Europa, pur sviluppando tanta sperimentazione nelle università e nei centri di ricerca, resta pericolosamente priva di applicazioni proprie – alternative alle piattaforme americane e cinesi – che ne riflettano la cultura e i valori. Ancora una volta, un vaso di coccio in mezzo a due giganti d’acciaio.

 

Qui il link alle pag 5-8 della rivista 

Dopo la morte dei 12 bambini drusi l’appello degli Ordinari cattolici.

La memoria dei 12 bambini drusi uccisi con “un atto di violenza indicibile” sabato 27 luglio a Majdal Shams va onorata “rinnovando il nostro impegno per la pace e rifiutando ogni forma di violenza. La spirale della violenza deve finire”. È l’appello che l’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa ha lanciato in un messaggio di condoglianze diffuso in queste ore [ieri per chi legge, ndr] in cui sull’onda della strage compiuta da un missile caduto su un campo giochi in una delle cittadine druse sulle alture del Golan, sono tornati nuovamente a salire alle stelle i rischi di un conflitto a tutto campo tra Israele ed Hezbollah sul fonte libanese.

L’altra notte vi sono stati dei raid israeliani su postazioni di Hezbollah nel sud del Libano, che hanno provocato la morte di due persone e il ferimento di altre tre. Dal canto suo il movimento sciita libanese – che da ottobre sta conducendo attacchi contro il nord di Israele in solidarietà con Hamas, ma evitando fino ad ora un conflitto aperto – continua a smentire la responsabilità della strage, attribuendola a un cattivo funzionamento dell’Iron Dome, il sistema anti-missile israeliano.

L’altro ieri, intanto, nei villaggi drusi sul Golan si sono tenuti in un clima di rabbia e tensione i funerali di 10 delle 12 vittime. La comunità locale accusa di essere stata abbandonata in questi mesi dal governo israeliano e invoca una reazione durissima nei confronti di Hezbollah. Ma forte è stata anche la contestazione nei confronti dei ministri dell’ultradestra Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, legata anche ai contrasti creati negli ultimi anni con l’approvazione della contestata legge su “Israele Stato nazione degli ebrei”, voluta dalla destra nazionalista e vista dai drusi come un tradimento nei confronti della loro minoranza.

È in questo clima di tensioni e contraddizioni che suonano significative le parole dei vescovi cattolici della Terra Santa. “La perdita di questi bambini è una tragedia indicibile, che lascia un profondo impatto su tutti noi – scrivono -. Esortiamo tutte le parti a cercare la comprensione e il rispetto reciproco, perché da questo dipende il futuro dei nostri figli e delle nostre comunità. Basta con la violenza, l’odio e il disprezzo!”.

“Esortiamo fermamente tutte le parti – continua il testo – ad abbandonare la strada del conflitto e delle armi e a cercare la comprensione e il rispetto reciproco. Il futuro dei bambini e il benessere delle nostre comunità dipendono dalla nostra capacità di trascendere l’odio e di abbracciare i principi della compassione e della coesistenza. Nulla si risolverà con il male delle armi e della guerra! Non lasciamoci vincere dal male, ma vinciamo il male con il bene! (Romani 12,21)”.

“Che il Signore conceda conforto e forza alle famiglie delle vittime – conclude l’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa – e che il loro ricordo ci ricordi la preziosità della vita e l’urgenza della pace”.

L’Ultima Cena e un’olimpiade andata di traverso

Le Olimpiadi prendono nome dei giochi che in quel della Grecia, ogni quattro anni si svolgevano in omaggio a Zeus in occasione delle feste olimpie. Il premio non era altro che una corona di foglie di olivo ma era sufficiente per dirsi di aver vinto e farti contento. Dalle cinque discipline essenziali se ne è passati ad un numero assai più consistente con uno stuolo infinito di atleti a cimentarsi in gare, a simulazione delle scorrerie fisiche di un tempo.

La Francia ha presentato il suo biglietto da visita con una imponente cerimonia d’apertura che per molti potrebbe essere invece di immediata chiusura. D’accordo, sport vuol dire divertimento e cimento e l’importante è vincere la sfida superando in meglio le edizioni passate. Ogni volta si deve trovare qualcosa per sbalordire e fare in modo che il mondo ne parli.

Si sono ingaggiate musiche, coreografie e artisti internazionali per uno spettacolo bagnato dalla pioggia, forse un segno divino di lacrime di commozione o di disperazione. Si è trattato di competere, nel senso buono, per strabiliare il mondo, mirando, tutti sotto braccio, per raggiungere l’ambito traguardo di lasciare l’umanità a bocca aperta. Par che ci siano riusciti a stupire chi ha assistito allo spettacolo, stupendo non solo gli stupidi che si sono compiaciuti ma anche quelli che hanno disapprovato alcune trovate che hanno comunque colto nel segno.

Il giorno dopo se ne è parlato e quindi si è fatto centro. Thomas Jolly, il direttore artistico dell’evento aveva anticipato una esibizione audace e gli è venuto naturale mettere in mostra delle drag queen. Ormai sono gettonatissime, non c’è rappresentazione che tenga senza la loro presenza. Siamo su un banale che in ogni caso funziona.  Jolly ha capito che doveva andare ancora oltre, tirando fuori un suo formidabile asso dalla manica mettendo in posa i “regali travestiti” proponendo, almeno in prima apparenza, un rifacimento dell’Ultima Cena di Leonardo con tanto di un Dioniso in prima fila. Dall’Ultima Cena all’ultima scena il passo sarebbe stato breve. L’osceno, sotto gli occhi di tutti.

Dopo le polemiche, sono intervenute le scuse della responsabile della Comunicazione delle Olimpiadi ed un chiarimento del signor Jolly che ha spiegato come la scena fosse riferita invece alle feste dionisiache, forse non considerando che in questa ipotesi Zeus potrebbe a sua volta risentirsi. In ogni caso, in assenza di queste spiegazioni relative ad un progetto che nella sua fattura avrebbe comunque dovuto evitare confusioni ed allusioni ad altre vicende, non si sarebbe stati di fronte alla libertà di espressione e di sentimenti che appartengono alla sfera pubblica e privata di ciascuno, quanto ad un quadro di desolante ignoranza per confusione di campi.

Non sarebbe stata soltanto una marchiana mancanza di sensibilità verso i Cristiani, un’offesa gratuita o ancor peggio, a voler pensare bene, inconsapevole. Si sarebbe trattato di un urlare sbagliando indirizzo, uno starnazzare strumentalmente una ideologia “woke” condannandola invece alla misera frittura in un wok.

Oltre a strombazzare il ventaglio dei diritti a cui ognuno può richiamarsi senza impedimenti, si sarebbe andata a scomodare la rappresentazione di un passaggio evangelico che andrebbe letto seccamente per come ci è stato tramandato e che non ammette alterazioni e che sarebbe soprattutto fuori contesto rispetto all’evento sportivo.

In quell’ipotesi, contesta da più parti subito dopo la cerimonia, sarebbe sorto il sospetto che Jolly, dopo mesi di prove, con gli scarsi strumenti a sua disposizione, non sarebbe affatto riuscito a comprendere il dipinto di Leonardo e abbia furbescamente pensato di aggirarlo con una desolante trovata in cui si è invece del tutto smarrito. Nessuno è obbligato a credere ma non ha senso logico chiamare all’appello ciò che non è pertinente, stravolgendone l’autenticità. Non si era a Ratisbona ma a Parigi, non c’era sul palco un Papa a dare lezioni di spiritualità e civiltà ma artisti a far tripudio alle gare che verranno.

Essere laici non significa essere laidi. Jolly, se fosse stato quello stigmatizzato il suo vero proposito, avrebbe barato cambiando le carte in tavola in corso d’opera. Oltre l’inadeguatezza dei suoi mezzi culturali, lo avrebbe fatto perché serviva il clamore ad ogni costo. Sarebbe stato come davvero precipitare un animale dall’alto della Torre Eiffel invece che simulare la decapitazione di Maria Antonietta. In assenza di una attinenza potrebbe sempre soccorre la cruenza.

Nello show e nelle contestazioni che ne sono seguite ci è andata di mezzo anche la cantante Aya Nakamura criticata dalla Destra politica d’oltralpe per la sua origine maliana e non francese, con la sua performance accanto la Guardia Repubblicana. Ahi, Ahi, Ahi urlerebbe il nostro Mike per l’errore commesso nell’immaginare uno spettacolo di tal genere. Ahia, Ahia, Ahia è il dolore di tanti per una rozzezza che passerà alla storia. Il Signore dei Cristiani perdona, Zeus ed i suoi fulmini, no.

L’ammucchiata non è un progetto, ma piuttosto la negazione della politica.

Dunque, la sinistra – e giustamente – sta costruendo lentamente l’alternativa politica e di governo al centro destra. E sin qui siamo nella piena, e del tutto scontata, normalità democratica. Del resto, una seria e credibile democrazia dell’alternanza vive all’insegna di programmi che si confrontano e che, di norma, sono alternativi tra di loro.

Ora, e nello specifico, si tratta di capire se l’alleanza tra la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica di Conte e la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – a cui si aggiunge Renzi ma solo per salvaguardare una manciata di futuri parlamentari per sé e i suoi cari – è un progetto politico o una semplice e banale ammucchiata elettorale. E per saperlo è una operazione persin troppo facile. È sufficiente registrare le parole d’ordine di questa futura alleanza/ammucchiata politica ed elettorale per rendersene conto. E quindi, ricordando solo i titoli principali: alleanza antifascista, contro la deriva illiberale, contro la torsione autoritaria, a difesa della libertà di espressione e di tutte le libertà democratiche, contro quelli che violano sistematicamente la Costituzione, contro il regime dispotico e, dulcis in fundo, contro la minaccia fascista e antidemocratica rappresentata, come ovvio e persin scontato, dall’attuale centro destra.

Alla luce di questo programma politico e di governo – strombazzato e appoggiato quotidianamente da tutto il caravanserraglio mediatico dei soliti noti sui quotidiani “amici” e i vari conduttori dei soliti talk televisivi – c’è un elemento fondamentale che non può non essere rilevato. E cioè, non si tratta di un’alleanza politica, di un programma di governo o di una coalizione tra partiti e movimenti che hanno un comune progetto ma, molto più semplicemente, di una riedizione – e anche non molto aggiornata – del Cln. Un Cln in miniatura che, però, – e questo è il punto centrale – viene ricostruito in una fase storica dove l’imminente arrivo del regime fascista non è ancora all’ordine del giorno. Almeno così la pensano tutti quelli che non sono accecati dall’ideologia e da un odio implacabile nei confronti del nemico politico. Che, secondo la miglior vulgata della vecchia ed antica cultura comunista e di tutto il culturame della sinistra extraparlamentare, predica prima l’annientamento e poi la distruzione sistematica del nemico.

Su questo versante non possiamo non dire che c’è anche una pericolosa regressione rispetto alla strategia e alla tattica messa in campo dalla “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria nel 1994. Anche perché, se non altro, in quella stagione il cartello improvvisato delle sinistre aveva un progetto. Ovviamente sempre e solo “contro”. Ma in quella occasione si scagliava perlomeno contro un nemico implacabile che esisteva concretamente – e cioè Berlusconi e il berlusconismo – mentre adesso, com’è evidente a tutti, l’odio viene indirizzato contro un nemico che semplicemente non esiste. Ovvero l’intramontabile e sempre presente deriva fascista.

Ecco perché, se si vuol rilanciare le ragioni nobili e serie della politica, anche il cartello delle varie sinistre dovrà ricalibrare il suo progetto politico e di governo. Perché predicare a colazione e a cena l’antifascismo e combattere la dittatura e il regime illiberale va benissimo. Ad una sola condizione, e cioè che questi rischi, oggi, nella società italiana esistano davvero. Perché altrimenti dovremmo prendere atto amaramente che pur di vincere le elezioni si recupera il peggior armamentario della politica italiana. E sarebbe una brutta, bruttissima pagina per futuro della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni.

Al Meeting di Rimini entra in campo la Compagnia delle Opere

Si rafforza la presenza di Compagnia delle Opere al meeting di Rimini 2024. Con 30 incontri, oltre 120 relatori, 18 opere profit e non profit e 2 mostre tematiche i partecipanti potranno essere i protagonisti di una riflessione condivisa che ruota attorno al tema dell’origine come punto di unione di una storia in cammino. Lo rende noto un comunicato di Cdo.

Una storia che per Cdo inizia proprio dall’incontro di don Luigi Giussani con un produttore di vino di Alcamo in Sicilia e dalla possibilità – come aveva detto Giussani – “di mettersi a disposizione di ciò che c’è perché possa essere aiutato a vivere”. Una storia in cammino è anche il titolo scelto per la mostra che incarna la storia di Compagnia delle Opere simboleggiando le relazioni che legano le tre aree costitutive del sistema Cdo: imprese, opere sociali e opere educative. Un percorso che porterà i visitatori alla scoperta dei valori fondamentali della Compagnia, fino alla conoscenza delle numerose realtà che presidiano tutti gli ambiti della vita sociale. La mostra parte dal centro della piazza del Padiglione C1 della Fiera di Rimini, per condurre all’auditorium che ospiterà il ricco palinsesto di Arena Cdo.

Tantissimi i temi che saranno approfonditi grazie anche all’esperienza diretta di ospiti istituzionali, accademici e del mondo dell’impresa con l’obiettivo di rispondere ai bisogni più urgenti della nostra società. Uno su tutti il lavoro, esplorato da diversi punti di vista. Quali sono le qualità umane che guidano al successo di progetti ambiziosi e danno vita a opere concrete e significative? E ancora come sostenere l’autoimprenditorialità giovanile attraverso il ruolo sociale delle imprese? Come riuscire a mantenere i talenti all’interno delle aziende? E come l’Intelligenza Artificiale impatterà sui processi aziendali?

Senza dimenticare uno degli obiettivi principali che Cdo ricerca:

l’attenzione al capitale umano, iniziando proprio dai ragazzi che sono il punto di partenza per portare innovazioni e nuove opportunità lavorative e per sostenere le “opere” che sono al centro del progetto. All’interno dell’incontro Giovani e lavoro:

“Libertà, inventiva, reti e filiere per anticipare il futuro” si dibatterà proprio su come poter sostenere l’autoimprenditorialità giovanile e il complesso equilibrio tra vita lavorativa e sfera familiare.Un altro tema che sarà approfondito durante il Meeting è quello legato al valore dell’accoglienza e della cura. Attraverso la testimonianza diretta di accoglienza delle persone che stanno attraversando un momento delicato della malattia, ma anche quella dei volontari sarà possibile condividere esperienze capaci di indirizzare verso una nuova cultura.

Durante il Meeting il tema dell’educazione avrà uno spazio cruciale, all’interno del palinsesto di incontri ci si concentrerà sulla costruzione di una community nella quale le opere sociali possono incontrarsi, per imparare, sostenersi nel cambiamento, condividere, sviluppare competenze professionali adeguate alla specificità delle opere, offrire momenti di formazione, approfondimento, rivolto alle persone impegnate nelle opere sociali, sia come volontari che come lavoratori.

Di grande importanza e attualità il focus sulla sostenibilità, una tematica che le imprese al giorno d’oggi devono tenere assolutamente conto. All’interno di un panel dedicato, Cdo Energia, ci si focalizzerà sullo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili dopo un anno dall’emanazione delle relative normative e i prossimi step che le aziende e associazioni dovranno aspettarsi.

Infine, Cdo sarà presente al Meeting con due mostre dedicate.

Oltre a “Compagnia delle Opere, una storia in cammino”, verrà presentata una seconda mostra dal titolo “Design for peace”, un’esperienza unica che esplora il ruolo fondamentale del design e dell’architettura nella promozione della pace e nella ricostruzione delle comunità colpite da conflitti. Il cuore di questa esposizione è la convinzione che il design possa essere un potente strumento di cambiamento sociale, capace di trasformare spazi e vite, offrendo speranza e resilienza.

“Siamo fra i soci partner della Fondazione Meeting di Rimini e ci sentiamo parte della storia di oggi e desideriamo esserlo in quella di domani continuando a sostenere questo importantissimo momento di confronto e di fabbrica di idee” – dichiara Andrea Dellabianca, Presidente nazionale Cdo. “Durante questa edizione desideriamo coniugare tematiche economiche e sociali, dando risalto alle oltre 10 mila opere presenti nella Cdo. Il Meeting di Rimini è un luogo in cui le esigenze delle imprese possono incontrare gli interlocutori più giusti rafforzando il proprio processo di sviluppo”.

 

(Fonte: Askanews)

Sappiamo chi erano i Beatles. Ma la Harris chi è?

“Sono la prima donna vicepresidente, non sarò l’ultima”, dice Kamala Harris nel suo discorso della vittoria sul palco di Wilmington entrando a pieno titolo nella storia degli Stati Uniti d’America.

Figlia di immigrati, è cresciuta a Oakland (California), in un ambiente molto sensibile al tema della giustizia sociale; i suoi genitori – uno stimato economista giamaicano e un’apprezzata ricercatrice indiana in campo oncologico – si incontrarono manifestando per i diritti civili quando erano studenti universitari a Berkeley. Kamala stessa ha raccolto il senso di giustizia dei propri genitori: dopo gli studi in economia e scienze politiche, è diventata pubblico ministero e si è affermata come uno dei più innovativi promotori di cambiamento nel sistema giudiziario americano. Nel volgere di pochi anni è stata eletta procuratore distrettuale di San Francisco, e poi procuratore generale della California.

Nota per aver dato voce a chi voce non ha, Kamala Harris ha sempre cercato risposte concrete ai problemi più spinosi della società contemporanea, che fossero lontane dalla retorica o da false alternative. Né “duri”, né “morbidi”: il suo mantra è essere intelligenti nella lotta alla criminalità, e ciò significa imparare a riconoscere le verità che possono renderci migliori come comunità e sostenerle con tutta la nostra forza. È stata questa la stella polare che l’ha guidata in un’azione efficace sui complessi problemi del suo paese e del mondo intero – dalla sanità, alla new economy e all’immigrazione; dalla sicurezza nazionale, all’abuso di oppioidi e alla sempre più accentuata disuguaglianza sociale.

Kamala Harris, in Le nostre verità, racconta non solo la sua formazione e la sua provenienza e le sue radici, ma ci offre un esempio di come i problemi di una società complessa possono essere affrontati, con senso di responsabilità, di giustizia e concretezza. La sua elezione a vicepresidente degli Stati Uniti d’America è il coronamento di un percorso che qui, per la prima e unica volta, lei stessa ci racconta.

Adesso la sfida è conquistare l’ingresso allo Studio Ovale della Casa Bianca.

 

(Fonte: Askanews)

Se la questione dc non è più un tabù…

L’intervento di Papa Francesco durante la Settimana Sociale dei Cattolici, svoltasi recentemente a Trieste, non ha avuto sulla stampa e i media nazionali (salvo rare eccezioni) la giusta risonanza per gli importanti contenuti espressi sul piano politico, in particolare sul ruolo dei cattolici nella fase di ricostruzione e sviluppo del Paese successivamente alla fine del conflitto nel 1945.

Una frase del discorso Papa Francesco merita grande attenzione. In Italia è maturato lordinamento democratico dopo la Seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure lesperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo.”

Nel testo la Dc non è citata espressamente, ma dalla dissoluzione del partito nella prima metà degli anni ‘90, nessuno aveva riproposto con tale autorevolezza, la centralità dell’esperienza politica democristiana nel rilancio democratico delle istituzioni e per un progetto di Paese inclusivo e in grado di competere economicamente nel mondo libero.

Per decenni si è stesa una sorta di silenzio mirato a dimenticare gli anni della Dc, con la tendenza inoltre da parte di diversi esponenti di culture politiche oltranziste, di destra e di sinistra, ad evidenziarne esclusivamente aspetti negativi e funzioni conservatrici o limitative di presunti diritti.

L’intervento di Papa Francesco restituisce invece una giusta lettura della lunga storia democratico cristiana italiana. Nessuno nega l’importanza di altre esperienze politiche nella costruzione della democrazia postbellica; infatti, la grandezza del pensiero e del “metodo democristiano” ebbero proprio la massima espressione politica proprio nella capacità di unire le forze democratiche e riformatrici, non guardando soltanto all’immediato, ma pensando alle prospettive di governo e di crescita del Paese. Del resto, la centralità della Dc nei suoi cinquanta anni di vita democratica ha garantito, attraverso il consenso elettorale, continuità e stabilità di governo al di là delle numerose compagini governative alternatesi. Quello che ironicamente viene ancora definito l’equilibrismo politico della Dc e dei democristiani, finalizzato al solo scopo di rimanere al potere, andrebbe invece tradotto nella capacità di ricercare il punto di equilibrio e mediazione, una delle principali risorse della storia democristiana.

Una storia che ha lasciato un’impronta indelebile attraverso la capacità di essere il principale garante del patto costituzionale, di rispondere alle necessità di crescita economica e sociale, proiettando il Paese tra le prime potenze economiche al mondo e assicurando contemporaneamente un progressivo bilanciamento tra classi sociali, per realizzare spazi di partecipazione democratica diffusi, con un welfare inclusivo e solidale. E ancora, una visione da protagonisti nel contesto internazionale pur nella fedeltà all’alleanza occidentale ed atlantica, con lo sguardo rivolto al dialogo tra culture e forme di governo diverse e soprattutto con la partecipazione attiva al grande ideale dell’unità europea. Il tutto sostenuto da gruppi dirigenti competenti, certamente in grado di misurarsi sul piano internazionale.

Insomma, un’esperienza fondamentale nella storia democratica del Paese, che andrebbe ricordata stabilmente e con oggettività nel dibattito politico e culturale odierno. Il tentativo di ridurre la Dc soltanto alla funzione di argine (necessario) al più forte partito comunista dell’Occidente, oppure alla rappresentazione di un potere piegato al malaffare (giudizio ingeneroso e generico), come qualcuno ancora tenta di riproporre, non soltanto aggira e misconosce la verità di fondo, ma non rende onore a quanto consegnato in eredità alla democrazia italiana. Nessuna “mitizzazione” del passato, come afferma Papa Francesco, ma una corretta descrizione di un’importante fase politica della storia italiana.

Certo, ai giorni d’oggi l’esperienza del partito della Dc non è più riproponibile. La storia del Paese è cambiata e l’unità dei cattolici in un unico “contenitore” politico non avrebbe le stesse prospettive elettorali ed organizzative della Dc. Il bipolarismo alimentato dall’attuale sistema elettorale maggioritario, ma confermato anche dai risultati proporzionali delle ultime elezioni europee, è la riprova di questo assunto. È però molto sentita l’esigenza di riscoprire quel metodo, quella funzione unificante, quelle competenze e quella visione complessiva del Paese, insomma quella cultura politica, di cui abbiamo bisogno per ricucire il tessuto sociale interno e rilanciarne l’azione europea e internazionale.

Allora cosa fare? Alcune idee da proporre nel dibattito sul tema: dapprima proporre un diffuso e capillare progetto formativo che guardi alla costruzione di nuovi gruppi dirigenti, guardando alle università, alle istituzioni culturali e all’associazionismo; dare spazio poi, in seno a forme associative organizzate, a tutti coloro che si riconoscono nei valori precedentemente espressi; ipotizzare una piattaforma programmatica basata su una nuova dimensione di autonomia e concretezza della politica, (partecipazione e libertà democratiche, equilibrio ed inclusione sociale, diritti e centralità della persona).

Lanciamo questo appello e scriviamo questo manifesto assieme a tutti coloro che possano concorrere ad un rinnovato riformismo. È tempo di mettere in campo nuove proposte per costruire una nuova classe dirigente che vada oltre gli eccessi del populismo, degli approcci ideologici e delle forme di intolleranza di cui oggi soffre la politica, in Italia e non solo.

 

Olimpiadi, la Conferenza episcopale francese deplora le scene di derisione.

Nella prospettiva dei Giochi di Parigi, il progetto “Holy Games” mobilita da quasi tre anni molti cattolici riuniti per condividere il fervore sportivo e popolare intorno ai Giochi di Parigi, questo magnifico evento organizzato dal nostro paese.

La scorsa settimana siamo stati felici di organizzare la messa di apertura della tregua olimpica, alla presenza di numerose personalità religiose, politiche e sportive.

Crediamo che i valori e i principi espressi e diffusi dallo sport e dall’olimpismo partecipino a questo bisogno di unità e fraternità di cui il nostro mondo ha tanto bisogno, nel rispetto delle convinzioni di tutti, intorno allo sport che ci riunisce e al fine di promuovere la pace delle nazioni e dei cuori.

La cerimonia di apertura proposta dal COJOP [Comitato Organizzativo dei Giochi Olimpici di Parigi] ieri sera [l’altra sera per chi legge, ndr] ha offerto al mondo meraviglioso momenti di bellezza, allegria, ricchi di emozioni e universalmente salutati.

Questa cerimonia ha purtroppo incluso scene di derisione e scherno del cristianesimo, cosa che deploriamo molto profondamente.

Ringraziamo i membri delle altre confessioni religiose che ci hanno espresso la loro solidarietà. Questa mattina [il comunicato è di ieri, ndr] pensiamo a tutti i cristiani di tutti i continenti che sono stati feriti dall’eccesso e dalla provocazione di alcune scene. Vogliamo che capiscano che la festa olimpica si svolge ben oltre i pregiudizi ideologici di pochi artisti.

Lo sport è una meravigliosa attività umana che rallegra profondamente il cuore degli atleti e degli spettatori.

L’olimpismo è un movimento al servizio di questa realtà di unità e fraternità umana. Posto sul campo delle competizioni, che porti verità, consolazione e gioia a tutti!

 

Per leggere il testo originale

https://eglise.catholique.fr/espace-presse/communiques-de-presse/554020-reaction-de-la-conference-des-eveques-de-france-et-holy-games-au-sujet-de-la-ceremonie-douverture-des-jeux-olympiques-de-paris-2024/

 

 

[Traduzione a cura della nostra redazione]

Il comune di Como, don Giusto e le colazioni negate.

Foto di alefolsom da Pixabay
Foto di alefolsom da Pixabay

In una celebre battuta il grande Totò, forse presago di quanto sarebbe un giorno accaduto, giocando da maestro con le parole, chiedeva al suo interlocutore: ”Como?” invece che pronunciare correttamente: ”Come?”. Ancora oggi stentandosi a credere a quanto riportato dalle cronache, verrebbe nuovamente da chiedersi “Como?”. Non siamo a Don Peppone e Don Camillo perché quei due avevano una stessa pasta di sentimenti ed uno stesso acume.

Stiamo alla cronaca: “Basta colazioni ai senza tetto”, è quanto sentenziato dal Sindaco di Como, Alessandro Rapinese prendendosela, dopo la seduta di un Consiglio comunale, con Don Giusto Della Valle, parroco della comunità pastorale di Rebbio-Camerlata. Quel giorno si è discusso di come la Polizia locale possa utilizzare il taser, mentre don Giusto in altre occasioni si è detto in apprensione perché non sia rivolta sommariamente, questa misura di sicurezza, contro pazienti psichiatrici o persone afflitte da particolari problematiche.

Il Sindaco, probabilmente condizionato dal suo cognome, avverte come una rapina tutto ciò che è dato agli altri gratuitamente ed è, armi in resta, contro un sacerdote che confida troppo comodamente sul suo nome (Giusto) per pensare di poter prevalere sui fatti. Rapinese ha pensato che certe questioni, perché abbiano soluzione, debbano essere risolutamente affrontate a monte e non a valle, criticando il prete che mette in atto un “un’accoglienza indiscriminata, che non si interroga su chi abbia i titoli per stare in Italia”.

Carte alla mano dimostra che molti arresti effettuati negli ultimi mesi sono state di persone che “nemmeno dovrebbero essere qui”. In sostanza, distribuire colazioni ai senza dimora crea assembramenti che turbano la pacifica vita di una comunità che però è forte di testimonianze opposte. Del resto a Don Roberto Malgesini, ucciso da un senzatetto nel settembre di quattro anni fa, il Comune di Como conferì all’unanimità l’Abbondino d’Oro, la sua massima onorificenza. Ancor oggi si contano in città una quarantina di volontari che sulla scorta della lezione di Don Roberto danno pasti ad altrettanti bisognosi italiani e stranieri.

Colazione è una parola che riempie lo stomaco, sta per raccogliere e mettere insieme ma anche per portare insieme qualcosa. La collatio era la riunione serale dei monaci durante la quale si commentavano i testi sacri e di ispirazione spirituale.  Così che una frugale colazione non era altro che una interruzione del digiuno a cui erano abituati. Gli Inglesi hanno tradotto in Breakfast, rottura dal digiuno, quella che noi chiamiamo appunto colazione, che è una occasione di ritrovarsi già dall’inizio del giorno.

Accogliere è indubbiamente una parola pericolosa su cui è facile scivolare e farsi male. Significa anche raccogliere più spesso ciò che è caduto a terra e si è perso o che sta per andare smarrito. È oltre l’ospitalità: suggerisce di accettare che altri possano far parte di te e questo comporta insidie per il Sindaco di quelle parti.

Peggio ancora se si parlasse di una accoglienza non più fredda ma semmai festosa, rischiando “le accoglienze oneste e liete [che] furo iterate tre e quattro volte” di Dante nel Purgatorio. Eppure Como sembra che derivi per alcuni da “conca”, cioè dove ci si versa, capace di contenere chi vi si dirige. Per altri proviene invece dalla radice celtica di Koimo che si traduce in “abitato”, un luogo quindi dove si rifiuta di escludere solitudini. Per altri ancora Como si riferisce in origine ad un “piegato”, ad una “curvatura”, ad una realtà che – viene da pensare – si flette verso l’altro e non fa muro.

Rapinese ha il timore di assembramenti o forse paventa ancor più possibili assemblamenti, la possibilità di stare uniti agli altri malgrado titoli diversi o scandalosamente senza titolo o solo con il “titol de la fame”. C’è in quella città una certa elettricità che, prima di caricare le più moderne pistole, accenderà prima o poi cuori e intelligenze così che ordinatamente ciascuno, lì, potrà pascere, consumando un suo pasto da chiunque gli si offerto.

Vita e Pensiero | Gli interrogativi sulla IA non finiscono mai.

Roberto Presilla

 

Nella newsletter Ellissi del 27 giugno Valerio Bassan si chiede se dobbiamo considerare lintelligenza artificiale come un prodotto o come una funzione(feature). Nel primo caso, scrive Bassan, “si intende, solitamente, un oggetto o sistema tecnologico che può essere commercializzato. Il Web è un prodotto, così come le app, gli smartphone, i servizi antivirus e i provider e-mail”. Nel secondo caso pensiamo a una caratteristica (la traduzione letterale di feature) che svolge un’azione specifica e che risolve un problema specifico: potrei fare l’esempio del tergilunotto posteriore, che è una caratteristica di alcune auto, non di altre. Nel caso dell’IA generativa, se pensiamo a un prodotto potremmo fare riferimento a un oggetto che serve ad accedere l’IA stessa; se pensiamo a una funzione, potremmo guardare alla “Apple intelligence”, un insieme ibrido di funzioni che si integrerà in quanto già esistente.

Sembra intuitivo pensare ai prodotti, anche se pensati per determinati contesti tecnologici, come a qualcosa di isolato” (standalone) – una app può essere installata oppure no – mentre le caratteristiche sono parte di un prodotto più ampio: da un punto di vista metafisico, insomma, non c’è una grande differenza rispetto alla distinzione classica tra sostanza e accidente.

Se guardiamo alla storia della tecnologia, il XX secolo è stato caratterizzato dalla diffusione di beni di consumo di massa. Henry Ford volle un’automobile “in ogni garage”: la produzione di massa poteva essere sostenuta solo da un consumo di massa. La diffusione dell’automobile ha cambiato il volto delle nostre città e della nostra civiltà: ne è prova la persistente difficoltà a immaginare il futuro senza le automobili. Insieme al prodotto (il modello T) Ford ideò il “Ford Service”, la manutenzione a basso costo perché l’automobile rimanesse un bene durevole.

Altri beni di consumo – come i televisori – sono entrati nelle nostre case con effetti altrettanto pervasivi. Lo stesso è accaduto con il personal computer, che nel 1977 ha cominciato a diffondersi grazie anche all’Apple II di Jobs e Wozniak: la possibilità di avere un piccolo elaboratore in casa, completamente autonomo, rivoluzionò un mercato dedicato solo alle grandi istituzioni, che potevano permettersi sia i grandi calcolatori dell’epoca sia le sale piene di terminali per accedere ai calcolatori stessi.

La diffusione di nuovi prodotti si è accompagnata alla creazione di nuovi servizi: per i televisori erano necessarie trasmissioni e canali, per i computer sistemi operativi, programmi ecc. Il software è stato presentato come un prodotto, ma sin dall’inizio Apple lo ha pensato come una caratteristica delle proprie macchine, puntando a un sistema autosufficiente (con uno stile assai simile a quello di Ford, che credeva nell’integrazione verticale e si produceva le materie prime e i semilavorati). È chiaro che la tendenza all’integrazione è sostenuta da ragioni economiche: oggi i giganti del mondo digitale non vogliono perdere le loro quote di mercato e per questo puntano a integrare le svolte tecnologiche all’interno dei loro prodotti, un po’ come fanno i produttori di automobili con tutto ciò che riguarda il digitale.

La trasformazione non è limitata ai prodotti che abbiamo visto: basti pensare agli smartphone acquistati presso un fornitore di servizi di telecomunicazioni, pagando una rata fissa per loggetto e per i servizi telefonici. Oppure prendiamo il browser web, che è diventato una “caratteristica” più o meno trasparente del dispositivo che usiamo (sia esso un pc, uno smartphone, un tablet, una smart tv, un’automobile…).

 

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https://rivista.vitaepensiero.it/news-vp-plus-ia-sostanza-o-accidente-6521.html

Missione possibile della Meloni in Cina. Conversazione con Fabio Tiburzi.

Mentre oggi inizia la visita del presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Cina, che durerà fino al 31 luglio, analizziamo insieme a Fabio Tiburzi, esperto di Cina, membro del Laboratorio Brics dell’Eurispes, i tanti motivi di interesse di questo viaggio, che avviene dopo la decisione del governo Meloni, di non rinnovare il Memorandum di Intesa (MoU) con la Cina, firmato dal primo governo Conte nel 2019. In molti si sono domandati se vi sarebbero state ripercussioni, principalmente sul piano economico, da parte della Cina. “Innanzitutto”, ricorda Tiburzi, “il Memorandum non era vincolante, i punti dello stesso, erano solo un chiaro inizio di una collaborazione tra i due Paesi, non vi era niente di eclatante se consideriamo  gli accordi bilaterali che sottoscrivono Paesi come Israele, Francia, Germania e gli Stati Uniti stessi”.

L’Italia quindi esce dal MoU in maniera elegante, rinnovando e stringendo ancor di più la Partnership Strategica, proprio nel ventennale del suo inizio, avvenuto nel 2004. “La modalità con cui è uscita l’Italia”, sottolinea Tiburzi, “ha anche preservato la reputazione di entrambi i Paesi, non facendone un caso internazionale mediatico. In breve, prima di uscire dal MoU, la parte italiana invia Riccardo Guariglia, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, poi è stato il turno del nostro Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, ora è il turno della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che incontrerà Xi Jinping a Pechino, e poi sarà, con ogni probabilità, il turno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la cui visita a Pechino per incontrare il suo omologo Xi Jinping, potrebbe avvenire già il prossimo ottobre. L’Ambasciatore della Repubblica Popolare cinese a Roma, Jia Guide, ha affermato che la Partnership Strategica, in un certo senso, continua lo spirito della Via della Seta, e nell’Aprile 2024 a Venezia, per i 700 anni dalla scomparsa di Marco Polo, il Ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, Wang Wentao ha incontrato il Ministro Antonio Tajani e la Commissione Economica Mista Italia-Cina (CEM)”.

Dal punto di vista economico, l’Italia cerca di riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina, che “nel periodo attivo del MoU”, spiega Tiburzi, “non favoriva l’Italia. L’Ambasciatore italiano in Cina, Massimo Ambrosetti, ha dichiarato l’esigenza di controbilanciare l’interscambio a favore dell’Italia. Questa nuova presa di posizione italiana, dai dati del 2023 (fonte Eurostat) sta portando i primi frutti per quanto riguarda la bilancia commerciale, che sembra sia stata ridotta per la prima volta da qualche mese a questa parte”.

Dal punto di vista politico internazionale, questo bilaterale italo-cinese avviene nel momento in cui l’Italia detiene la presidenza di turno del G7 e la Cina ha appena assunto quella della Sco, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (che si occupa di cooperazione e sicurezza nell’immenso continente asiatico), e capita dopo il vertice Nato di Washington, mentre Pechino è diventata un crocevia degli sforzi diplomatici internazionali per trovare una soluzione alle guerre in Ucraina e in Terra Santa. “Inoltre”, aggiunge l’esperto Eurispes, a conferma del buon clima che circonda le relazioni bilaterali, “il governo cinese ha concesso all’Italia, come anche a Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Malesia, la possibilità fino al 30 novembre 2024 di poter visitare la Cina solo con un regolare passaporto, senza bisogno di un visto, per la durata massima di 15 giorni, (questa iniziativa è partita il 1°dicembre 2023)”.

Fabio Tiburzi è rientrato solo martedì scorso dalla Cina e si dice certo, dopo l’ultima sua esperienza tra Pechino e Tianjin, dove ha partecipato a una delle massime rassegne mondiali sull’Intelligenza artificiale, il World Intelligence Congress, del fatto che l’interesse per l’Italia da parte cinese, non si è spento. “Anzi”, assicura, “si registra una ripresa sul piano culturale. L’Italia l’anno scorso era presente al Global Tourism Economy Forum per aumentare i flussi dalla Cina verso il Bel Paese, e qui mi permetto di suggerire, di trovare una soluzione per agevolare i visti per i turisti cinesi, che vogliono venire a scoprire il meglio che vi è nel mondo, ossia il nostro amato Paese”.

Va menzionata anche la settimana della Scienza della Tecnologia e dell’Innovazione, evento annuale tra Italia e Cina, promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca italiano e il Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese. “A ridosso del G7 tenutosi in Italia, Huai Jinpeng, Ministro dell’educazione cinese”, ricorda Tiburzi, “ha incontrato di nuovo il Ministro Anna Maria Bernini, e il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, per finalizzare e dare valore ai rispettivi sistemi nazionali sull’istruzione, la ricerca e l’innovazione”.

L’Ambasciata d’Italia a Pechino attraverso l’Istituto italiano di cultura (IIC) sta portando avanti molti progetti di spessore nell’ambito della diplomazia culturale, organizzando mostre, promuovendo l’arte contemporanea, la musica italiana, e soprattutto promuovendo il Made in Italy a tutto tondo, attraverso eventi dedicati. “Molti cinesi”, osserva il dott. Tiburzi, “si stanno appassionando alla nostra cultura in particolar modo i giovani, e l’artefice di tali successi è il Direttore Federico Antonelli”.

In conclusione, a giudizio di Fabio Tiburzi, che ringraziamo per la conversazione, “i rapporti fra Italia e Cina, vanno sì rilanciati e approfonditi, ampliati dove possibile, facendo sempre attenzione alla salvaguardia dell’interesse nazionale strategico e a quello comunitario in sede europea”.

Libri | L’affascinante vicenda degasperiana nel saggio di Brancaccio.

Dire che oggi non avremmo bisogno di un nuovo De Gasperi è forse dire troppo. Eppure al termine di un volume così appassionato e intenso, credo che faremmo torto allo stesso statista se non avessimo il coraggio di accettare questa provocazione: non è di un nuovo De Gasperi abbiamo bisogno.

E di cosa abbiamo bisogno allora? Leonardo Brancaccio ce lo ha suggerito sin dal principio: di un modo più pieno di sentirsi comunità. Di quella considerazione profonda della partecipazione civile, di quel sentirsi parte di un tutto, che fu l’orizzonte che accompagnò il cammino di De Gasperi attraverso il Novecento. È una necessità imposta dal contesto (perché nessuno si salva da solo, tantomeno di fronte alle sfide epocali che ci stanno di fronte), ma potremmo scoprirvi anche un’occasione per riempire di senso e di bellezza le nostre vite, tornando a dare ascolto e pari dignità ai bisogni materiali e a quelli dello spirito, al visibile e all’invisibile.

Eugenio Borgna scrive che «ci sono nostalgie che fanno vivere, e nostalgie che fanno morire»: perché quella che suscita in noi la figura dello statista trentino sia una «nostalgia che fa vivere» essa deve servire innanzitutto ad accendere in noi un desiderio nel presente, a destare quello spirito degasperiano che non si accontenta di contemplare i problemi, ma si sforza di cercare le possibilità che si aprono dentro ai vincoli che la storia pone. Quando invece la nostalgia diviene un paravento dietro cui nascondersi e deresponsabilizzarsi di fronte al presente, ecco: quella è una «nostalgia che fa morire». Che fa morire noi e che tradisce De Gasperi, che come si legge molto opportunamente in questo libro, era il primo a ricordare ai suoi contemporanei che in democrazia siamo tutti corresponsabili:

 

la repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto, nasce e matura nella coscienza di ciascuno. Se non c’è la convinzione personale, se non c’è il vostro impegno di assumere la parte nuova di responsabilità che vi tocca, se non c’è la vostra personale maturata collaborazione, ingaggiata per l’avvenire, la repubblica non diventa.

 

Nel 2021, nella ricorrenza dei 140 anni dalla nascita dello statista, queste parole sono state scritte anche su una parete del Museo Casa De Gasperi, realizzato nella sua casa natale a Pieve Tesino. Stanno lì ad ammonire il visitatore, affinché la memoria non sia assunta ad alibi: di fronte a queste parole chi, in buona fede, potrebbe accontentarsi di dire che l’unica soluzione ai problemi del nostro tempo è attendere immobili l’arrivo di un nuovo De Gasperi?

Non esistono scorciatoie in democrazia e, come diceva sempre De Gasperi, «non ci sono uomini straordinari. Vi dirò di più: non ci sono uomini entro il partito e fuori, pari alla grandezza dei problemi che ci stanno di fronte».

L’affascinante vicenda degasperiana che questo libro ci aiuta a rivivere non serva quindi a sorreggere il pericolante edificio della mitologia politica, ma piuttosto a farci riscoprire quel senso della responsabilità che portò un giovane di periferia a divenire padre della Repubblica italiana e dell’Europa. Serva a far risuonare dentro di noi l’invito che, all’alba del secolo scorso, lui stesso accolse da Celestino Endrici, un giovane sacerdote destinato a un grande avvenire quale vescovo di Trento. Il lessico è forse un poco datato, ma il contenuto non teme il passare del tempo:

 

avere carattere, mostrare carattere, difendere il proprio carattere. Era un appello che scuoteva la coscienza, richiamava la responsabilità personale, diceva al giovane: ‘orsù, punta i piedi, concentra le forze, nuota controcorrente. Dio ti ha fatto persona libera e responsabile, non seguire pecorilmente il gregge dei più: sii tu, tutto d’un pezzo, e battiti come puoi e con tutte le forze per la causa del bene.

 

La storia di De Gasperi inizia qui, da questa lezione, e ci dice da subito che l’impegno per la propria comunità non nasce per generazione spontanea: si impara e quindi si insegna. O, meglio ancora, si testimonia: è la partecipazione stessa che crea partecipazione.

[…]

 

Marco Odorizzi è il Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi

La politica e gli attacchi personali. Il caso Donat-Cattin.

Ogni qualvolta la politica scende di livello prevalgono altri disvalori: dallo spietato attacco personale all’assenza di contenuti; dal trasformismo strisciante al becero opportunismo. Sono tutti ingredienti che noi possiamo quotidianamente sperimentare nel concreto dibattito politico. Certo, ci sono antiche consuetudini, prassi e culture politiche più attrezzate su questo terreno. Soprattutto, per restare nello specifico, sul versante dell’attacco personale ad un determinato esponente politico. Il tutto, oggi, è purtroppo anche alimentato da una nefasta e sempre più squallida radicalizzazione del conflitto politico che individua nell’avversano politico un nemico implacabile da distruggere se non addirittura da annientare. Prima sul versante morale e poi su quello politico. Ora, dato per scontato che viviamo in una fase storica che risente ancora, e pesantemente, degli effetti del populismo anti politico, qualunquista e demagogico del 5 Stelle, è altrettanto indubbio che i violenti e spregiudicati attacchi personali nella politica italiana sono sempre esistiti. Più o meno violenti e più meno selvaggi. Ma, comunque sia, e sempre stata una costante. Ne sanno qualcosa, anche se su questo fronte manca ancora una precisa e puntale ricostruzione storica e giornalistica, i grandi leader e statisti democratici cristiani. Al riguardo, mi ha sempre colpito una frase pronunciata da Sandro Fontana, storico, intellettuale e dirigente politico della Democrazia Cristiana – nonché ideologo della “sinistra sociale” di Forze Nuove – quando, ricordando Carlo Donat-Cattin a dieci anni dalla sua scomparsa, in un convegno che si svolse a Torino nel 2001, disse che “Nessuno, come ovvio, può sapere dove oggi si collocherebbe politicamente Carlo Donat-Cattin. Ma una cosa è certa: sicuramente non starebbe con i suoi carnefici. Ecco, Fontana usava talvolta termini forti per presentare con maggiore chiarezza il suo pensiero. Ma quella riflessione, a molti anni di distanza, conserva ancora una sua bruciante attualità e modernità. Per la semplice ragione che proprio Donat-Cattin, per citare un solo caso – ma forse uno del più eclatanti e conosciuti nel corso della prima repubblica – fu semplicemente criminalizzato politicamente dai suoi avversari/nemici. Cioè dagli esponenti storici del Pci. Per molto tempo, a più riprese e su svariati temi. Dalla questione riguardante la sua drammatica questione personale e privata alla sua gestione del Ministero della Sanità: dalla scelta del “preambolo” al congresso della Dc del 1980 alla tenace volontà di escluderlo dalla lista del Ministri perché impresentabile a fine anni 70. Per ricordare solo alcuni eventi di maggior importanza.

E parliamo, come noto a tutti tranne, credo, agli eredi del Pci, di un leader storico della vecchia Democrazia Cristiana e di un riconosciuto e raffinato statista.

Ecco, ho voluto ricordare questo aneddoto per arrivare ad una semplice conclusione. Oserei quasi dire oggettiva. E cioè, la strategia dell’attacco personale, della demolizione delle persone e della loro ridicolizzazione non nasce solo con la virulenza, la violenza verbale e la spregiudicatezza della politica. Ha radici lontane che affondano in una precisa e circoscritta cultura politica. Un metodo ed una prassi, seppur nefaste per la qualità della nostra democrazia che, purtroppo, continuano ancora a serpeggiare con forza e determinazione nel sottosuolo – e non solo nel sottosuolo – della politica e del giornalismo militante del nostro paese.

Capri, un viaggio nel tempo tra reperti e bellezze naturali.

È stato inaugurato, ieri a Capri, negli spazi del Quarto del Priore della Certosa di San Giacomo, il nuovo Museo archeologico dell’isola con il nuovo allestimento “L’Isola dei Cesari. Capri da Augusto a Tiberio”. Il museo racconta la storia dell’isola nel momento del suo massimo splendore, all’epoca degli imperatori Augusto e Tiberio, attraverso 120 oggetti e opere d’arte – alcune delle quali veri capolavori – in un affascinante percorso di 8 sale, tra pregiate sculture in marmo, affreschi, ricco vasellame da mensa in ceramica e argento, elementi architettonici.

Per il direttore generale Musei Massimo Osanna, “Capri è protagonista di un ampio programma di valorizzazione del patrimonio culturale, che il Ministero ha intrapreso con l’istituzione del museo autonomo, con il riallestimento, in corso, della collezione Diefenbach e con l’apertura di un museo archeologico interamente dedicato all’isola in epoca giulio-claudia, momento fondamentale in cui Augusto acquisì Capri come proprietà imperiale e il suo successore Tiberio vi si stabilì, portandovi l’Amministrazione e la corte. Per questo suo ruolo centrale nell’ambito della romanità, l’isola aspettava e meritava questo museo che, a buon diritto, si inserisce nel Sistema museale nazionale, e che è stato reso possibile dalla fattiva collaborazione, oltre che di tutte le istituzioni ministeriali coinvolte, anche delle amministrazioni di Capri e Anacapri. Oltre ai reperti rinvenuti nel territorio isolano, si restituiscono alla pubblica fruizione anche altri oggetti, utili a completare il racconto museale, fino ad oggi conservati nei depositi di altri musei o provenienti da recuperi condotti dai Carabinieri: sono testimonianze storico-archeologiche di quei decenni che portarono Capri al centro dell’Impero romano”.

Cuore dell’esposizione sono i reperti rinvenuti sull’isola, finora conservati nei depositi della stessa Certosa e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, adesso finalmente riuniti e fruibili da parte del pubblico. Il racconto museale è arricchito, inoltre, da numerosi oggetti della stessa epoca, provenienti principalmente dall’area campana e finora custoditi nei depositi del Parco archeologico dei Campi Flegrei, del Parco archeologico di Paestum e Velia, del Parco archeologico di Ostia Antica, nonché recuperati da recenti sequestri condotti dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Fra questi ultimi spiccano tre bellissime coppe in argento rientrate dagli Stati Uniti e un suggestivo affresco proveniente dall’area vesuviana che riproduce un tempio.

Nel segno dell’accessibilità sono stati progettati dei supporti multimediali, fra cui uno schermo touchscreen che, partendo da un modello tridimensionale dell’isola, permette di esplorare le dodici ville imperiali ricordate dalle fonti antiche e di ripercorrerne la storia, lo scavo e in alcuni casi la fortuna nelle arti. L’intero allestimento è stato pensato per mettere in evidenza il rapporto continuo e simbiotico con il mare, l’elemento per eccellenza che definisce Capri, e che è visibile da ogni sala del museo fino addirittura a diventare un elemento che con la linea dell’orizzonte definisce l’esposizione dei reperti. La palette cromatica dell’allestimento è ripresa dal quadro di K.W. Diefenbach esposto nella prima sala, che ritrae lo scoglio delle Sirene e che ripropone anche all’interno il mare, in un continuo dialogo fra la natura esterna e l’interno del museo. Anche gli spazi dedicati all’otium dell’imperatore si aprono sui giardini del Quarto del Priore, facendo entrare nel museo un altro elemento fondamentale delle residenze imperiali, quello della natura di horti e viridaria.

 

[Rielaborazione di una nota Askanews]

La Voce del Popolo | La svolta di Meloni in Europa

La scelta di Meloni di non votare per Von der Leyen, dissimulata come una forma di coerenza, segna piuttosto una svolta e annuncia una difficoltà. E la prima volta che un governo italiano vota contro un “governo” europeo. Ed è la prima volta che la nostra premier sbaglia una mossa cruciale sullo scacchiere internazionale. Quel voto contro evoca infatti una destra che si pone fuori dal mainstream continentale e scommette su di uno scenario nel quale il nazionalismo la fa da padrone.

È evidente che questa svolta di Meloni ha qualcosa a che vedere con l’emergere di Trump sullo scacchiere americano. Come a volersi ricollocare in un campo di destra a cui le presidenziali negli Usa promettono grandi cose. Salvo il fatto che il nazionalismo di una grande potenza può essere una prospettiva, ancorché egoista. Mentre il nazionalismo di un paese più piccolo non promette quasi nessun vantaggio a chi lo pratica.

Peraltro il voto contro dell’Italia meloniana ha rinfocolato anche le polemiche dentro la sua stessa maggioranza. Spingendo il mite Tajani, e soprattutto la famiglia Berlusconi, ad alzare un po’ la voce. E dando fiato alle trombe di Salvini, che da quelle parti è il nemico più insidioso del primato di “Giorgia”.

Piccoli segni, incrinature non troppo preoccupanti, si dirà. Eppure resta il fatto che una maggioranza divisa sulla politica estera e con una guida piuttosto ondeggiante a questo riguardo espone il fianco a tutte le difficoltà del mondo. Controversie che riguardano anche l’opposizione, ci mancherebbe. Peccato che due problemi non facciano quasi mai una soluzione.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 25 luglio 2024

Titolo originale: Un voto contro che non porta da nessuna parte.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Trump in difficoltà, la Harris in rimonta: la competizione è apertissima.

Lo schieramento dem, con largo consenso e prima delle primarie, si è già pronunciato in favore della Harris e non ci dovrebbero essere sorprese, specie se da parte sua ci fosse l’impegno acoinvolgere nel ticket un governatore di uno stato decisivo, uno degli stati che possono fare la differenza ai fini della vittoria finale.

Intanto la candidata alla presidenza ha dalla sua un effetto altrettanto decisivo, finora bloccato, ovvero la pioggia di finanziamenti non minore di quella trumpiana, anche grazie al sostegno di Biden, adesso percepito nuovamente come garanzia di affidabilità. E proprio per Biden, per la sua generosità e lungimiranza, non mancano grandi apprezzamenti. Giocano a suo favore l’andamento positivo dell’economia e la coraggiosa opera di tamponamento dell’assalto geopolitico portato dall’accoppiata russo-cinese, sia in Ucraina che in Palestina. L’America ha saputo lanciare messaggi di apertura anche a forze intermedie di tutta l’area medio-orientale, temendo che possa accendersi la miccia di una terza guerra mondiale, ovviamente per procura.

L’azione di contenimento nei confronti di Netanyahu, succubo dei coloni interessati ad ampliare i loro territori, è stata molto ferma. D’altronde, quel mondo estremista che preme su Netanyahu costituisce una costante provocazione da cui prende linfa, per contrasto, la reazione dei nemici di Israele, protesi come gli iraniani a una vera e propria guerra di religione.

Tornando ad Harris e al suo curriculum, risulta che il motivo preminente che portò Biden ad averla sua vicepresidente, si debba al prestigio acquisito come procuratrice della California. È vero, è rimasta in ombra in questi anni, non ha avuto incarichi particolarmente significativi, tali da metterne in luce le indubbie qualità; ma questo, paradossalmente, ha evitato che la sua personalità fosse minata da eventuali contrattempi o scivoloni.

Insomma, Kamala Harris piace e può vincere. Come ex procuratrice è l’incubo di Trump, appesantito da troppi guai con la giustizia. In sostanza, ad essere in affanno adesso è proprio Trump. Oltretutto, il fatto aver chiamato al suo fianco un clone, espressione della destra radicale, invece di un moderato della migliore tradizione repubblicana, lo rende alquanto vulnerabile. Ecco la nuda rappresentazione di questa campagna elettorale: da un lato la giovane e dinamica vice di un presidente che esce a testa alta dalla Casa Bianca, dall’altro il vecchio presidente che ne usciva quattro anni fa con disonore: non ci sono dubbi su quale debba essere per noi il volto dell’America. Che sia, poi, il volto di una donna, non può che rappresentare un motivo aggiuntivo di fiducia e di speranza.

La riforma dell’ordinamento locale in Sicilia: i giochetti dell’Assemblea regionale.

È veramente paradossale! Mentre il parlamento nazionale licenzia definitivamente la legge sull’autonomia differenziata e la regione Veneto, bruciando tutte le tappe, spedisce alla premier Giorgia Meloni e al ministro per gli affari regionali Roberto Calderoli una lettera con la quale chiede ufficialmente di riaprire la trattativa stato-regione sulle nove materie previste dall’art. 116.3 cost. che non richiedono la previa definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), l’assemblea regionale siciliana – dopo aver bocciato nel febbraio scorso con un atto di coraggio il disegno di legge presentato dal governo Schifani che reintroduceva in Sicilia le province, l’elezione diretta dei loro organi e quella degli organi delle città metropolitane – ora, presa da timore reverenziale nei confronti della corte costituzionale e da accondiscendente ossequio all’indirizzo politico statale, tenta di far approvare alla propria maggioranza (in prima commissione “affari istituzionali”) una norma (ddl. n. 738) che abbandonando ogni ambizione di riforma organica della governance locale stabilisce soltanto i termini entro i quali celebrare le elezioni di secondo grado degli organi dei liberi consorzi comunali e dei consigli metropolitani.

Naturalmente, per il vero, non è né timidezza istituzionale né sottomissione alla forza delle gerarchie politiche che spingono ad agire in questa direzione l’assemblea siciliana. Si tratta, invece, di un vero e proprio “colpo di mano”! Perché l’intento ultimo della maggioranza di governo è quello di conquistare, nelle more del cambiamento annunciato della legge nazionale 56/2014 (cd. “Delrio”), la guida di tutti e sei i liberi consorzi e delle due più grandi città metropolitane siciliane (difficile pensare che anche Messina possa essere acquisita dall’attuale maggioranza politica regionale stante la massiccia presenza del movimento Sud chiama Nord guidato da Cateno De Luca).

E così, ancora una volta, dal tentativo velleitario di dettare una disciplina riformatrice (seppure poco ponderata) del governo locale – che ormai non si regge più per la mancanza di enti di “area vasta”, per la crisi dei comuni (piccoli e grandi) e la paralisi della stessa regione ormai sommersa da poteri di gestione che non riesce più ad amministrare – si passa al solito traccheggio di discipline normative provvisorie dettate nella (peraltro illusoria) convinzione di poterle finalizzare ai propri interessi di parte. Invece che al bene ed al riscatto della Sicilia!

Anche in questo frangente della storia istituzionale che invece – come nel 1992 quando, pur essendo una regione in pre-coma, ebbe la forza istituzionale di inventarsi con la legge n. 7 l’elezione diretta del sindaco per opporsi al decadimento della politica ed indicare all’intero Paese una via d’uscita dalla crisi dei partiti e dalla decadenza della democrazia- invoca chiaramente una svolta nella governance dei territori e delle comunità locali.

 

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Orgogliosi di Sinner: un esempio di stile e serietà.

Un grande campione dello sport è tale non solo per il valore atletico ma anche per le qualità umane: insieme queste doti ne fanno un personaggio unico nella sua specialità. L’ascesa di Sinner in questi ultimi anni è stata qualcosa di prodigioso anche in considerazione della giovanissima età: ha rapidamente scalato in modo incalzante, vertiginoso e dirompente tutte le classifiche del tennis mondiale fino a diventare il numero uno del range ATP, battendo tutti i migliori tennisti in circolazione e vincendo tornei di altissimo prestigio.

Quando da adolescente iniziava questa fantastica galoppata che lo ha portato ai vertici, probabilmente seguiva le prodezze di altri grandi campioni che lo hanno preceduto, ammirandoli e prendendoli ad esempio ma con un’idea fissa in testa: diventare il numero uno. Dirlo o raccontarlo è facile, ma lui e i sui preparatori atletici, lo staff che lo ha circondato di attenzioni e consigli sanno benissimo – e lo hanno sperimentato – che dietro grandi e continuative vittorie ci sono giorni e giorni di dura preparazione e fatica, di oscuro sacrificio, di meticoloso apprendimento delle tattiche e delle strategie di gioco, di affinamento di ogni colpo di racchetta, dalla battuta al palleggio, ai lungolinea micidiali e ai passanti incrociati che lo hanno reso ineguagliabile, un vero talento, una forza della natura che è andata via via perfezionandosi sino ad ottenere i risultati strabilianti ai quali ci ha abituati.

Eravamo orfani da tempo di grandi campioni, possiamo dire in molte discipline sportive, ma Sinner e altri talentuosi campioni, soprattutto dal nuoto all’atletica, ci hanno restituito l’orgoglio di essere rappresentati in vari ambiti ai massimi livelli. Sinner ha conquistato i cuori e il tifo della gente fino all’immedesimazione, fino a sentirsi parte delle sue emozioni, dei suoi gesti atletici, ammirati da tanta bravura. Ma ciò che lo ha reso unico, un vero esempio per tutti e in primis per i giovani è la sua innata e coltivata educazione, il suo stile mite e mai supponente, il saper anteporre l’autocritica (anche quando non ce n’è bisogno) alla celebrazione di sé e delle sue performance, la sua mitezza e la sua umiltà: questi sono valori che rendono leggendario un campione dello sport.

La sua grande umanità, la capacità di saper parlare a tutti, la sensibilità e il rispetto sempre rivolti ai suoi avversari ne hanno fatto un ragazzo maturo, un vero valore aggiunto per chi pratica un’attività sportiva dove la competizione e l’agonismo non devono mai offuscare i sentimenti e la naturalezza dell’approccio con cui si affronta una gara, un match nel suo caso, preparati a vincerlo ma ben disposti ad accettare anche una sconfitta come punto di partenza per migliorarsi, per rivedere eventuali errori ed emendarli. Mai una polemica, neanche di fronte ad evidenti errori arbitrali, una naturalezza che è il talento innato e virtuoso dei grandi campioni, la capacità di usare riguardo e gentilezza, ricordiamo tutti quando reggeva l’ombrello alla raccattapalle in una pausa del match, conversando con lei come si fa con amici conosciuti da tempo.

I veri grandi sono persone semplici e – come mi disse in una intervista un altro grande altoatesino, Reinhold Messner – in loro “le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche”. Si guarda e si ammira l’eroe, il fuoriclasse ma si trascura spesso – nel fargli elogio – la grande umanità che è in lui. Capita ora che Sinner debba rinunciare a partecipare alle Olimpiadi – che tanto sognava, fino a essere nella sua mente la competizione più prestigiosa e rappresentativa di un’appartenenza, quella di essere testimone del suo Paese – e credo che si tratti di un’assenza forzata dolorosa: il cuore lo portava a Parigi ma una banale tonsillite (impedimento dirimente per un atleta) lo ha fermato. Penso al suo rammarico, apprezzando la sua grande e spontanea sensibilità – penso quasi ad un dolore vissuto intimamente e non compensabile.

Anche in questo caso Sinner, pur esprimendo il dispiacere di non essere presente e dimostrare il suo valore, ha saputo metabolizzare questa rinuncia imposta da motivi di salute per guardare oltre. Ci sono altri traguardi che lo aspettano, quattro anni passano in fretta e alle prossime olimpiadi Sinner sarà ancora giovanissimo e il campione da battere. Verranno altri tornei e lui sarà presente, preparato, pronto a misurarsi, desideroso di vincere. Siamo tutti orgogliosi di questo ragazzo e personalmente sono commosso dall’aver letto che il suo più grande dispiacere è quello di non poter rappresentare il suo Paese. Dobbiamo imparare da questo giovane atleta e grande campione tutte quelle doti, quei valori umani che andiamo cercando nella nostra vita e che la società ha troppe volte dimenticato.

La sua lealtà, la sua serietà, la sua forte motivazione lo accompagneranno – ne sono certo – in altre grandi imprese.

Rinnovati gli organi dell’ANDC, l’associazione dei democratici cristiani.

L’ANDC è chiamata a proporsi come soggetto propulsivo di un nuovo indirizzo politico, “per promuovere l’affermazione dei programmi d’azione civile e politica, ispirati alla dottrina sociale cristiana” (Statuto-Art. 1). Occorre pertanto lavorare alla declinazione del messaggio degasperiano sul “centro che marcia verso sinistra” (avendo lo statista trentino, dopo la rottura con i comunisti, composto i suoi governi con i partiti laici e socialisti, non solo con l’ala moderata costituita dai liberali). La coalizione tra riformisti è il cuore della politica degasperiana. Per questo è necessario, oggi più che mai, riformulare il criterio che qualifica l’azione dei cristiani nel mondo. Dobbiamo tornare alle origini e riscoprire il dinamismo insito nella dialettica tra democrazia e cristianesimo.

La Settimana sociale dei cattolici (3-7 luglio 2024) ha registrato la novità più importante proprio nel passaggio in cui, parlando ai delegati, Papa Francesco ha detto: “In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia […] e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento”. Con queste parole si chiude il capitolo che ha visto la Chiesa italiana impegnata sul finire della Prima repubblica a riassorbire, se così può dirsi, il fenomeno del cattolicesimo politico; e ciò a prescindere dalla “realtà” della Dc, finendo per rimettere perciò in auge un protagonismo – nuovo in apparenza ma vecchio nella sostanza – oscillante tra neoguelfismo e Opera dei Congressi, tanto da cedere in corso d’opera a una vana rimembranza politico clericale.

Ora, se l’esempio offerto dai cattolici nel secondo Novecento è da considerarsi meritevole di attenzione per trarne spunti validi per l’azione d’oggi, allora emerge la necessità di un radicale ripensamento del perché e del come ripudiamo la “mitizzazione” denunciata da Francesco, lavorando piuttosto a una diversa e più avanzata riconnessione dei termini di “cristiani” e “democratici”. La sostanza politica non sta nella riscrittura della identità anagrafica di un soggetto – in questo caso l’ANDC –  ma nel concetto che ne sostiene una eventuale rimodulazione chirurgica (una “e” che s’interpone tra i due aggettivi). In ogni caso, la questione rimane sullo sfondo come oggetto di confronto, lasciando che in questa fase cresca un dibattito sereno e costruttivo, senza l’urgenza di una eventuale deliberazione.

Serve prendere atto che nella società la soggettività democristiana (piena e diretta) non esiste più, mentre persiste e anzi si rafforza un senso di nostalgia, ovvero un ricordo positivo, per ciò che la Dc ha saputo rappresentare. Dunque, a questo livello, si profila la necessità di riorganizzare un pensiero che trasformi il sentimento in ragione politica, scegliendo un nuovo linguaggio. Anche i Magi, si legge nel Vangelo, fecero ritorno al loro paese passando per un’altra via.

In effetti, dinanzi alla dissoluzione del dato di naturalità e creatività dell’umano, così come implicito oggi nel messaggio del postumanesimo, l’altra via da scegliere è quella della ricomposizione delle culture afferenti a una visione di “umanesimo democratico”. È lo sforzo che dovrebbe caratterizzare un “centro” che fronteggi gli errori e i limiti di una politica giocata sull’esclusivismo della dialettica tra sinistra e destra. Il fenomeno dei due blocchi che vogliono solo durare portò Mario Motta nei primi anni ‘50 a denunciare sulla rivista “Cultura e Politica” l’ingombro rappresentato da un “principio di contrarietà statica” (comunismo-anticomunismo). Altri tempi, è vero; tuttavia, in altri modi, la “contrarietà statica” torna a pesare ancora per l’evidente insufficienza di un bipolarismo paralizzante.

Come rompere lo schema? L’ambizione è quella di favorire strategicamente la creazione di un “centro allargato” sulla scia della tradizione più incisiva della politica italiana, dall’Unità ad oggi (connubio Cavour-Rattazzi, convergenze parlamentari alla Giolitti, centrismo degasperiano, centro-sinistra di Moro). Da qui, ovvero da questa consapevolezza storica e politica, bisogna ripartire per un nuovo percorso di sviluppo umano. E l’ANDC, in tale prospettiva democratica, può ritagliarsi un ruolo di stimolo e di proposta, anche assumendo su di sé una quota di responsabilità nel disegno più ampio.

 

 

P.S. Nuovo organigramma dell’ANDC

Lucio D’Ubaldo (Presidente), Carla Ciocci, Genny Di Bert, Gabriele Papini, Francesco Amendola (Vice Presidenti), Rita Padovano (Segretario generale), Gianni Baratta (Tesoriere).

Altri incarichi: Dalila Nesci (Responsabile per la stampa), Antonello Assogna (Responsabile per la formazione), Salvatore Turano (Responsabile comunicazione, sito web e social media).

Composizione del Consiglio Direttivo

Membri eletti: Francesco Amendola, Giovanni Baratta, Carla Ciocci, Eugenio De Rosa, Genny Di Bert, Lucio D’Ubaldo, Dalila Nesci, Rita Padovano, Gabriele Papini, Giuseppe Sangiorgi.

Membri di diritto: Giulio Alfano, Antonello Assogna, Anton Giulio Ciocci, Maurizio Eufemi, Salvatore Turano, Angelo Sanza.

Trump scegliendo Vance ha sbagliato: i Democratici tornano competitivi.

Quando le mosse vengono anticipate prima del previsto, possono dimostrarsi non efficaci. Trump, a mio parere, ha inteso scegliere il suo vice secondo una logica che a questo punto potrebbe essere perdente.

Qual è stato l’intendimento del candidato Repubblicano? Dopo la sparatoria, ha pensato di svolgere un ruolo meno aggressivo, di porsi in un campo e in un atteggiamento più moderato, lasciando la parte più estrema al suo vice. Infatti, ha scelto Vance perché rappresenta l’ala più oltranzista dei conservatori americani. Ricordiamo che Vance è frutto del pensiero americano definito post-liberale. Già questo fa capire quale sia la posizione di questo giovane.

La mossa dei Democratici ha messo in crisi la strategia del candidato Repubblicano. Primo, perché sottraendo dalla scena la figura più anziana, concede a Trump la “fortuna” di prenderne il posto; secondo, perché la probabile candidata Harris mette in campo il genere femminile e Trump non potrà fare un nuovo ticket e ciò sicuramente indebolisce le sue possibilità; terzo, scegliendo Vance, si è tolta la possibilità non solo di mettere una donna, ma di promuovere una figura che potesse rubare i consensi anche ai Democratici.

Così Trump si trova potentissimo sul versante del mondo conservatore, ma non invece nella possibilità d’incettare i voti di quelli che stanno a metà strada tra Democratici e Repubblicani.

Non c’è pertanto da meravigliarsi se ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] i sondaggi hanno fatto balzare al primo posto Harris.  Il risultato finale non è per niente scontato. Può capitare di tutto. Sembrava una partita chiusa prima di iniziare e improvvisamente si riaprono i giochi. Se la candidata dei Democratici facesse una scelta di un vice complementare alla sua figura, cosa che le è data, potrebbe far vedere ancora al suo partito la possibilità di continuare a governare gli Stati Uniti d’America. Comunque, saranno sicuramente tre mesi all’arma bianca. E dovremo attendere proprio lo spoglio di voti per sapere cosa riserva il destino per la Casa Bianca.

 

[Testo tratto dal blog dell’autore]

Un governo in affanno, un’alternativa da costruire.

Tira una brutta aria a livello geopolitico per le tante guerre in corso col rischio elevato, enunciato dal ministro della difesa inglese, di una terza guerra mondiale. Una situazione tanto più delicata per un Paese come l’Italia, la cui politica estera è a trazione divergente tra l’atlantismo della presidente e del ministro degli esteri e il filo putinismo di Salvini.

Una situazione unica nella storia della repubblica italiana quella di un governo sostanzialmente diviso sulla politica estera.  Una divisione che si estende anche con riferimento alle elezioni presidenziali americane, con Tajani in equilibrio prudente tra i due contendenti e Salvini dichiaratamente schierato pro-Trump. Il voto contrario della Meloni  alla rielezione di Ursula von der Leyen a presidente dell’esecutivo UE, auguriamoci che non appanni l’atlantismo apertamente abbracciato dalla presidente del consiglio e sempre confermato, anche se la diversa posizione dei due vicecapi di governo consegnano l’Italia alla tradizionale condizione di dubbia affidabilità per i partner internazionali. Prime avvisaglie le recenti indicazioni delle presidenze di commissione nel parlamento europeo, in attesa di vedere ciò che accadrà nella formazione dell’esecutivo.

Certo Meloni col suo NO alla Von der Leyen appare molto più vicina a Salvini che a Taiani e questo non giocherà certamente a favore dell’Italia nell’assegnazione del commissario nel governo europeo che si sta costruendo.

D’altra parte, anche sui temi istituzionali del governo di centro destra si è espressa criticamente la commissione UE, sulla base delle indicazioni dell’associazione dei costituzionalisti europei, giungendo a formulare esplicite riserve sulle modifiche annunciate su magistratura e  premierato dalla Meloni, ossia sui meccanismi di check and balances previsti nella Costituzione italiana, sollevando anche dubbi che possano portare a maggiore stabilità. Critiche altrettanto pesanti su riforma dell’abuso d’ufficio e sulla capacità di combattere la corruzione, specie tenendo presente la quantità di risorse pubbliche in gioco con i fondi del PNRR.

Si aggiunga la mancata assegnazione del ruolo di inviato per il fronte Sud della NATO, come era nella richiesta formulata espressamente dal nostro governo; la perdita del consiglio di vigilanza della Bce e la guida della Bei, tutti fatti che dimostrano le difficoltà oggettive sul piano internazionale da parte di una classe dirigente che appare ai nostri interlocutori debole e ambigua. E dire che l’Italia non è mai venuta meno, anche durante questo governo, ai numerosi impegni ai quali è stata chiamata in campo sia politico che militare.

Se in politica estera paghiamo dazio per le nostre contraddizioni, anche per  la situazione interna italiana le cose non vanno meglio per il governo. Con un debito che sfiora i tremila miliardi di euro il ministro Giorgetti ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni di crescita rispetto alla Nadef, considerando che un deficit del 7,2% del PIL è molto lontano dal tetto del 3% previsto da Bruxelles. Ci sarà una quasi sicura procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, mentre solo per confermare le misure che scadono quest’anno, tra bonus e una tantum, serviranno quasi 23 miliardi. Non potendo toccare spese indifferibili (quelle militari  che ci chiedono al rialzo e di sostegno alle missioni all’estero) e nemmeno fare deficit extra, il governo dovrà decidere cosa sacrificare e dove prendere i soldi alla bisogna. Tutto ciò mentre si aggrava il rapporto con i cittadini per la crisi strutturale della sanità, il conflitto apertosi con le imprese farmaceutiche e del settore sanitario (payback sui dispositivi medici) e con gli annunciati referendum, non solo sui temi del lavoro ( la CGIL è riuscita a raccogliere oltre 4 milioni di firme già depositate in Cassazione), ma, prevedibilmente, sulle tre riforme cardine degli equilibri di governo: autonomia differenziata, premierato e magistratura.

Anche sul fronte trasporti, materia del dicastero di Salvini, le cose non vanno per nulla bene, specie nel pieno di un’estate, stagione privilegiata del turismo interno e internazionale: treni,  aerei e trasporti al collasso con disagi e ritardi, ferrovie in panne, code in autostrade e nei porti.

Serve impegnarsi a costruire con pazienza e determinazione un’alternativa seria e credibile al governo di Meloni-Salvini-Tajani che, a mio parere, dovrebbe iniziare dalla base, ricomponendo nelle diverse realtà locali momenti di partecipazione democratica di natura civica, considerata la crisi prevalente generalizzata dei partiti. Una partecipazione basata sulla regola del pensare globale e agire locale, che, è la sostanza della democrazia.

Quanto emerso dalla rete degli amministratori nella recente 50^ settimana sociale dei cattolici è illuminante e a settembre è annunciato un incontro di consolidamento di quanto avviato a Trieste.Noi DC e Popolari non possiamo essere estranei da questo movimento positivo che si è avviato nella nostra area culturale, sociale e politico istituzionale. Confido che gli amici impegnati nel tavolo dei DC e Popolari favoriscano questi passaggi decisivi per la ricomposizione politica dell’area cattolica, costituendo senza rinvii il comitato di coordinamento e collegandosi col  comitato per i referendum, nel quale far sentire forte e chiara la volontà dei DC e Popolari di impegnarsi sui referendum per il NO alle tre riforme indicate dal governo.

Sarà quello il terreno nel quale, insieme a quanto emergerà dalle diverse realtà locali, si potrà sperimentare l’avvio di quel centro ampio e plurale che favorirà una possibile alternativa omogenea a quell’alleanza europea che ha sostenuto l’elezione della leader del PPE, Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione europea.

Noi e i giganti, un libro sui testimoni dell’età conciliare.

È difficile sfuggire al fascino delle parole che Giovanni di Salisbury, nel XII secolo, attribuisce a Bernardo di Chartres, suo maestro: «Siamo come nani assisi sulle spalle di giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano non per l’acume della nostra vista o per l’altezza del nostro corpo, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro statura».

L’aforisma evoca ancora oggi la questione del debito dei moderni verso gli antichi, il riconoscimento della grandezza di quanti ci hanno preceduto, il rapporto fra maestri e discepoli, e tra le diverse generazioni, ma anche la capacità e la possibilità dei moderni di vedere più lontano se sanno fare buon uso della grande opportunità loro offerta. Da una simile sollecitazione parte questo volume, riprendendo la lezione di alcuni testimoni che nell’Italia del Novecento hanno contribuito a far nascere, crescere e fruttificare l’evento del Vaticano II, per chiedersi come è possibile interpretarla per il presente e quale possa essere l’elaborazione critica ulteriore.

Nasce così questa quarantina di brevi ritratti, donne e uomini di grande carisma, veri pionieri spirituali, tra i quali ad esempio Tina Anselmi, Adriana Zarri, Aldo Moro, Mario Luzi, Lorenzo Milani, Maria Eletta Martini, Carlo Maria Martini e molti altri. A raccontarceli si sono dedicati autrici e autori che con loro hanno avuto una stretta familiarità, per amicizia, per discepolato, per frequentazione diretta o per studio assiduo, costruendo un mosaico di spunti esemplari, di esperienze coinvolgenti, di tracce nitide alla portata di noi tutti.

Forse, a distanza di sessant’anni, si sono un po’ affievoliti l’entusiasmo, la fiducia, la capacità di sognare che il Concilio aveva comunicato alla Chiesa, e alla società moderna. Ma, anche sulla spinta del pontificato di Francesco, possiamo riconoscere la preziosa eredità di queste figure luminose di donne e uomini, instancabili testimoni del Vangelo e autentici protagonisti nelle vicende della storia. Da loro possiamo lasciarci guidare alla riscoperta della lezione conciliare, ispirati da una singolare beatitudine, che invita a una diversa considerazione del tempo – il passato da custodire, il presente da onorare e il futuro che ci attende.

Beato chi coltiva in cuor suo una memoria carica di speranza.

Contribuiti di: Massimo de Giuseppe, Luciano Caimi, Gianni di Santo, Giuseppe Riconda, Davide Barazzoni, Fabrizio Mandreoli, Guido Innocenzo Gargano, Daniele Piccini, Marco Roncalli, Guido Formigoni, Marcello Brunini, Maria Cristina Bartolomei, Giovanni Ferretti, Gian Carlo Perego, Mariangela Maraviglia, Adelina Bartolomei, Fulvio de Giorgi, Daniela Mazzucconi, Bruna Bocchini, Alessandro Andreini, Gianfranco Brunelli, Luca Rolandi, Piero Coda, Pier Giorgio Grassi, Luigi Accattoli, Angelo Bertani, Beppe Tognon, Marco Vergottini, Rosy Bindi, Claudio Ciancio, Piero Stefani, Mariella Carpinello, Marco Garzonio, Fabio Ciardi, Marinella Perroni, Vito Angiuli, Domenico Mogavero, Franco Giulio Brambilla, Sergio Tanzarella.

 

Marco Vergottini (a cura di), Sulle spalle di giganti. Storie cristiane dal Vaticano II, Vita e Pensiero, 2024.

 

La sezione bibliografica, curata dalle autrici e dagli autori dei singoli profili, è disponibile online.

 

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/autori-vari/sulle-spalle-di-giganti-9788834356500-396293.html