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IL TERZO POLO E I CATTOLICI SOCIALI E POPOLARI. L’OPINIONE DI MERLO SU FORMICHE.NET.

 

Il terzo polo non può fare a meno di quella cultura cattolico popolare e sociale che, nel corso della storia politica italiana, ha saputo contribuire ad affrontare e a risolvere i principali nodi politici sul tappeto.

 

Giorgio Merlo

 

Forse è vero che il “terzo polo” può essere una delle novità più significative di questa campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento. Una novità perché cerca di reintrodurre nella cittadella politica italiana la categoria del “centro” che era stata sistematicamente azzerata in questi ultimi anni dopo l’uragano populista, dissacratore, anti politico e demagogico interpretato per eccellenza dal partito dei 5 stelle. E, con il “centro”, è stata smantellata anche ogni sorta di “politica di centro”.

 

Non a caso, sono prevalse altre categorie, altre prassi e altri disvalori che nulla hanno a che fare con la cultura e lo stile che hanno caratterizzato per molti decenni il cammino della democrazia italiana. E cioè, dalla radicalizzazione della lotta politica al trionfo degli “opposti estremismi”; dalla scomparsa della cultura della mediazione all’esaltazione del ruolo del “capo” politico; dall’’attenuazione del ruolo e della funzione del pluralismo sociale e culturale al disvalore della improvvisazione e del pressappochismo della classe dirigente politica al potere; dalla mancanza di ogni cultura di governo alla demolizione delle culture politiche fondanti la nostra democrazia; dall’assenza di rispetto dello Stato e delle istituzioni democratiche all’esaltazione della prassi trasformistica ed opportunistica.

 

Insomma, una gamma di disvalori, di cadute di stile e di veri e propri “orrori” che hanno costellato e accompagnato il verbo del populismo in questi anni e che, purtroppo, continuano ancora ad essere presenti nel confronto politico contemporaneo. Ma se i disastri provocati dal populismo demagogico e anti politico del grillismo si vanno lentamente, e speriamo irreversibilmente spegnendo, è indubbio che al contempo deve crescere e rafforzarsi una cultura e una prassi che individua proprio nella “politica di centro” il suo fulcro principale se non addirittura esclusivo per il ritorno di una politica credibile, autorevole e realmente rappresentativa. Ed è lungo questo filone che si inserisce il capitolo del cosiddetto “terzo polo” e della sua concreta possibilità di diventare un serio interlocutore nella dialettica politica italiana.

 

Un “terzo polo” che non può non identificarsi con il rilancio e il recupero del “centro” e di tutto ciò che rappresenta e che ha rappresentato nel cammino della democrazia nel nostro paese questo progetto politico e di governo. Ma, per poter centrare pienamente questo obiettivo, è indubbio che questo “terzo polo” non può fare a meno dell’apporto della cultura e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. Non può solo ridursi ad essere un polo liberal/liberista dello schieramento politico italiano.

 

Non può essere la semplice riedizione dell’esperienza del Partito Repubblicano e del Partito Liberale, seppur in forma rivista ed aggiornata. Perché, se così fosse, oltre ad interpretare un settore largamente minoritario nella pubblica opinione del nostro paese, inesorabilmente non sarebbe in grado di incrociare e di farsi carico di larghi settori sociali, culturali, economici e anche produttivi del nostro paese che fanno del “solidarismo”, della “sussidiarietà”, della “giustizia sociale” e del “bene comune” la loro ragion d’essere e la loro bandiera ideale di riferimento.

 

In altre parole, il “terzo polo” non può fare a meno di quella cultura cattolico popolare e sociale che, nel corso della storia politica italiana, ha saputo contribuire ad affrontare e a risolvere i principali nodi politici sul tappeto. E questo non per un richiamo nostalgico e men che meno passatista, ma per la semplice ragione che la storia del “centro” nel nostro paese è fortemente intrecciata con la cultura del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Per questi motivi, anche e soprattutto durante la campagna elettorale, questa istanza e questo richiamo culturale e politico devono essere ben visibili e realmente percepiti da settori crescenti della pubblica opinione. Senza questo contributo, che non può diventare solo di carattere ornamentale o marginale, sarà la stessa offerta politica di “centro” ad uscirne indebolita o, peggio ancora, ridimensionata politicamente ed elettoralmente. È bene pensarci prima che sia troppo tardi.

 

 

Fonte: formiche.net – 28 agosto 2022

[Riproposto per gentile concessione dell’autore]

SCUOLA, ARRIVA LA VARIANTE CENTAURUS E ANCORA UNA VOLTA CI TROVA IMPREPARATI.

 

In questi quasi tre anni di pandemia la campagna vaccinale ha arginato guai ben maggiori, ma certe decisioni empiriche e a direzioni alterne hanno lasciato interdetti. abolite le mascherine e non risolto il problema dell’aerazione delle aule, della consistenza delle classi, dei controlli all’ingresso dei locali scolastici (perché è stato “licenziato” il medico scolastico?), dei distanziamenti, tutti vanno in fibrillazione al pensiero che rientreranno contemporaneamente i cd. “docenti no-vax”, i lavoratori fragili rimasti privi di tutele sanitarie (ci abbiamo scritto fiumi di articoli) e gli alunni dai tre ai diciotto anni.  

 

Francesco Provinciali

 

Mentre le case farmaceutiche litigano sui brevetti dei vaccini (alimentando in questo modo la propaganda dei no vax) il nostro Ministro della Salute Roberto Speranza rilascia un’intervista a RTL102.5: “Il Covid è ancora un problema aperto. C’è un’indicazione delle due organizzazioni internazionali di riferimento, l’Agenzia Europea del Farmaco e il Centro Europeo per il controllo e la sorveglianza delle malattie, che invitano tutte le persone sopra i 60 anni ad un’ulteriore dose di richiamo. Il mio appello alle persone sopra i 60 anni o alle persone fragili è di prenotare subito un’ulteriore dose di vaccino in vista dei mesi più complicati, tradizionalmente autunno e inverno”. Sono infatti ancora attive Omicron Ba4.6, Ba.5  mentre è in arrivo Centaurus, l’ultima variante di cui si dice essere veloce nella diffusione anche se forse meno pericolosa. Insomma il Covid non è solo un problema aperto ma ci perseguiterà ancora per un tempo almeno incommensurabile.

 

In questi quasi tre anni di pandemia la campagna vaccinale ha arginato guai ben maggiori ma certe decisioni empiriche e a direzioni alterne hanno lasciato interdetti. Il Governo, ogni Ministro, le autorità sanitarie sanno che individuare target di popolazione sovraesposta e puntare a vaccinarle è una strategia correttamente impostata: meno convincente è il fatto che tutti ignorino che gli ultrasessantenni, ad es., non sono monadi isolate che vivono su un altro pianeta, ma sono persone quotidianamente in contatto con altri soggetti di età diversa. Una certa tolleranza dimostrata nei cfr. dei negazionisti non mette al riparo nessuno dai contagi. Viviamo il problema a periodi alterni: liberalizzazioni, ridimensionamento del rischio, abolizione delle mascherine, autorizzazione di eventi con decine di migliaia di persone di ogni età e condizione e strettissimo contatto e poi ripensamenti, chiusure, ripristino di normative più severe.

 

Siamo una società aperta, non a compartimenti stagni. Emblematico cosa succederà con la riapertura delle scuole: abolite le mascherine e non risolto il problema dell’aerazione delle aule, della consistenza delle classi, dei controlli all’ingresso dei locali scolastici (perché è stato “licenziato” il medico scolastico?), dei distanziamenti, tutti vanno in fibrillazione al pensiero che rientreranno contemporaneamente i cd. “docenti no-vax”, i lavoratori fragili rimasti privi di tutele sanitarie (ci abbiamo scritto fiumi di articoli) e gli alunni dai tre ai diciotto anni. Tanto che si comincia a parlare di reintroduzione della DaD: praticamente una resa incondizionata anticipata, visto che da mesi si prospettavano a un tempo ripresa dei contagi e organizzazione della presenza a scuola di tutti i soggetti interessati. Nulla di ciò che si doveva assumere a livello preventivo è stato fatto: lecito pertanto dubitare della competenza di chi doveva prendere decisioni.

 

Questa promiscuità nell’ambiente scolastico non sembra coerente con le raccomandazioni del Ministro, e viceversa. Il fatto poi che i lavoratori fragili tornino a scuola in condizione di sovraesposizione al rischio in quanto non sono state prorogate le tutele previgenti e che per gli alunni si prospetti il ritorno alla didattica da casa lascia letteralmente allibiti, tante sono state nel frattempo le pressanti, accorate perorazioni ai Ministri interessati. Draghi non poteva certo pensare a tutto (sebbene anche a lui fosse chiaro il quadro dei problemi incipienti) ma che i Ministri responsabili dei settori salute, istruzione e lavoro non abbiano approfondito evidenze ed evenienze esprime contraddizioni inconcepibili tra il dire e il fare. Tutto qui si risolve in burocrazia: moduli, decreti, circolari, norme incomprensibili scritte in un linguaggio oscuro.

 

A complicare il quadro ci sono le elezioni di mezzo: qualunque Governo si formerà dopo il voto si troverà a gestire l’ennesima tappa in salita di un giro dell’oca senza fine. Dagli ospedali cominciano ad arrivare segnali non ancora allarmanti ma sicuramente rispetto ad una inversione di tendenza nella ripresa dei contagi e dei ricoveri nessuno ci mette più la mano sul fuoco. La percezione complessiva è di una alternanza di illusioni e di paure: ha ragione da vendere chi sostiene che siamo un’umanità impreparata. Si aggiunga la guerra, la crisi energetica, l’assenza di una capacità di pianificazione a medio termine ed ecco spiegato questo limbo dell’indeterminato che si trascina dall’inizio della pandemia. L’incertezza pervade la nostra quotidianità, condiziona ogni ambito del nostro agire.

 

Tutti promettono ma parlano un linguaggio di frasi fatte e mezze verità, alternate a pietose bugie. La sensazione di sentirsi soli e abbandonati al destino è più di una percezione: quando di parla di salute, di istruzione, di lavoro, di tutele sociali e individuali si avrebbe il diritto di trovare nelle istituzioni persone che sappiano coniugare sul piano formale e sostanziale le loro responsabilità con le necessarie competenze. Ma tutto diventa imponderabile, aleatorio, imprevedibile: inizia dunque un nuovo anno scolastico ma le ansie e le incertezze sembrano prevalere sull’auspicio di una ripristinata normalità. In questa situazione di palpitante incertezza il Ministero dell’istruzione tira fuori dal cilindro l’invenzione del “docente esperto”.

 

C’è da mettersi le mani nei capelli.

VELLICARE GLI ISTINTI MENO NOBILI

 

Quasi tutti, in questa campagna elettorale, inseguono gli istinti di una pubblica opinione smarrita. Sembra che i partiti abbiano smarrito ogni traccia della loro funzione pedagogica.

 

Marco Follini

 

Postare il video di uno stupro è l’estrema frontiera della bassezza di questa campagna elettorale. L’estrema, ma forse non l’ultima. Il fatto è che i partiti – quasi tutti – inseguono gli elettori vellicando i loro istinti meno nobili e promettendo fantasmagorie che esistono solo nella loro immaginazione.

 

È in corso da anni un inseguimento della pubblica opinione che non cerca quasi mai di convincere, di ragionare, di argomentare, ma solo di promettere risultati che non sono alla portata e di guadagnare simpatie che non sono poi così utili (neppure a raccattare qualche voto in più). In compenso, quando c’è da fare le liste tutta questa finta compiacenza lascia il posto alle più sagaci manovre di palazzo.

 

Non si esita a candidare fedeli e parenti e, quasi sempre, a candidarli in luoghi nei quali non hanno mai messo piede. Violando così, a volte in modi perfino spudorati, quegli inni alla democrazia che sono stati appena recitati. Le due cose, s’intende, vanno di pari passo. Si ha paura dell’opinione pubblica e non si dice quasi mai la verità intorno alle cose possibili e auspicabili. Si promette la luna, e se appena se ne offre l’occasione si fa virare la campagna verso i territori della più sfrenata demagogia. Poi però, complice questa legge, si calpesta allegramente quel che resta della sovranità degli elettori.

 

Sono le conseguenze di un sistema politico nel quale i partiti hanno smarrito ogni traccia della loro funzione pedagogica. Diventando cattivi educatori dell’opinione pub- blica e di se stessi, contemporaneamente.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – Settimanale della Diocesi di Brescia – 25 agosto 2022.

[Articolo riprodotto per gentile concessione della testata citata]

L’INCIDENZA DELLE TECNOLOGIE NEI PASSAGGI GENERAZIONALI.

 

La dimensione economica e quella del pensiero computazionale hanno sovvertito il concetto stesso di cultura come processo di lunga metabolizzazione del sapere. Al tempo stesso, gli apprendimenti scolastici sono stati condizionati dall’incessante e a volte tumultuoso entrare in scena di informazioni e comunicazioni disparate. Questo crea problemi ad ogni età. Sarebbe tuttavia un errore di metodo chiudersi nelle consuetudini del passato, anche se più rassicuranti forse sul piano emotivo.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo la rivoluzione industriale dell’800 e quella tecnologica del ‘900, il nostro secolo appare caratterizzato dalla digitalizzazione informatica, come processo pervasivo che per dimensioni spazio-temporali e target di fruizione si configura sempre più come un derivato della globalizzazione, in quanto legato a modi di essere e di fare che si esprimono ad ogni latitudine comprimendo gli spazi angusti della quotidianità e finendo per condizionare i comportamenti individuali e collettivi di tutti.

 

La diffusione ubiquitaria delle tecnologie di ultima generazione non conosce ostacoli o confini e si manifesta come un fenomeno ormai irreversibile con cui siamo costretti a fare i conti. La stessa alternanza generazionale non è un fatto ciclico che si avvicenda secondo paradigmi ripetibili, poiché ciò avviene mentre mutano il contesto, la vita sociale, i diritti e i doveri, le aspettative, le logiche dei mercati e quelle della competizione: possiamo affermare che la dimensione economica e quella del pensiero computazionale hanno sovvertito il concetto stesso di cultura come processo di lunga metabolizzazione del sapere, sicché gli apprendimenti scolastici, quelli del tempo libero, la lettura e la scrittura sono stati condizionati dall’incessante e a volte tumultuoso entrare in scena di informazioni e comunicazioni disparate che hanno rotto gli schemi di un sapere prevalentemente tramandato a favore di un avvicendamento di dati, notizie, modalità comunicative che spesso riesce difficile discernere e padroneggiare.

 

Sul piano demografico l’allungamento della vita e l’invecchiamento della popolazione creano un surplus di percipienti rispetto all’area della produttività: la società aperta e multiculturale (pur con alcune discrasie implicite come la perdita del “genius loci”, che poi sono le radici dell’appartenenza) produce un incessante interscambio di contatti e relazioni, anche se il gap generazionale permane, come acutamente osservato dal sociologo Luca Ricolfi nel suo libro “La società signorile di massa” che vive delle rendite degli anziani mentre la precarietà del lavoro tiene i giovani, terminati gli studi, in uno stato di latenza e di attesa.

 

Peraltro sussiste un problema della terza e perfino della quarta età, come acutamente osservato negli studi di Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia accademia per la vita e incaricato prima dal Ministro Speranza e poi dallo stesso Premier Mario Draghi di presiedere una commissione interistituzionale che affronti il tema della compatibilità e della sostenibilità generazionale nei processi di inclusione ovvero di emarginazione degli anziani dalla fruizione e dall’uso delle nuove tecnologie e con esse da una presenza attiva e fattiva alla vita sociale e culturale del nostro tempo, per spezzare le derive di isolamento e solitudine.

 

Innovazione tecnologica e digitalizzazione hanno una funzione eminentemente facilitativa rispetto alla congerie infinita di azioni, contatti, scambi di informazioni, apprendimenti e all’organizzazione della nostra stessa vita. Tuttavia si evidenziano difficoltà oggettive sotto diversi profili, interessanti sono gli studi  del Prof Ruben Razzante docente della Cattolica e della Luiss, e anche le ricerche del CENSIS non solo sull’uso e il padroneggiamento degli strumenti sempre più sofisticati a disposizione ma persino rispetto all’etica della comunicazione e dell’informazione: poiché in rete mancano spesso filtri e controlli sulla veridicità dei flussi di dati e notizie occorre possedere abilità e competenza nell’uso degli apparati e capacità di discernimento e di pensiero critico nel vaglio di ciò con cui entriamo in contatto in modo pervasivo e diffusivo.

 

Questo crea problemi ad ogni età: si pensi ai fenomeni del cyberbullismo, del revenge porn, alle mistificazioni virtuali che occultano le evidenze del reale a quella forma di violenza simbolica che usa i mezzi tecnologici per aggirare i confini dell’etica. E questo riguarda soprattutto le giovani generazioni al punto che i reati a sfondo tecnologico, nel buio del web,  superano in percentuale quelli agiti fisicamente e paradossalmente finiscono – pur con una dotazione straordinaria di apparati- per inibire e frustrare i processi comunicativi: prevale infatti tra i giovani un uso solipsistico della fruizione digitale e tecnologica.

 

Ma anche per le persone più avanti negli anni, coloro che hanno vissuto processi di alfabetizzazione e acculturazione verbale o scritta, tramandata e consolidata negli anni, il fatto che l’uso del cellulare o del computer siano entrati a far parte delle abitudini quotidiane crea fenomeni adattivi sul piano non solo della manualità ma anche della logica di pensiero: applicare alla propria età un approccio di conoscenza-comunicazione-informazione basato sull’uso sistematico delle tecnologie, l’ingresso in internet per scambi relazionali, acquisti, accesso alla rete della pubblica amministrazione, degli uffici, delle istituzioni comporta un cambio di passo e di mentalità.

 

Sullo sfondo resta l’intendimento facilitativo e il processo di semplificazione che sta legittimandosi anche a livello di volontà politica attraverso la gestione del Pnrr ma nella fruizione quotidiana del singolo, per le sue necessità o per la volontà di adeguarsi all’innovazione in atto permane il nodo dell’assumere modelli di comunicazione e di presenza: per inoltrare una domanda, chiedere lumi su una pratica, accedere al cedolino della pensione, scaricare il proprio CU per la dichiarazione dei redditi, o semplicemente per leggere un quotidiano online, scrivere ad un nipote, depositare una memoria per la riunione condominiale…insomma per rapportarsi con il mondo è necessario acquisire una mentalità decisamente diversa da quella praticata nella (più lunga) prima parte della vita.

 

Per questo appare necessaria un’azione di guida e counseling da parte delle istituzioni: siano i servizi sociali, il Caf, il patronato, il sindacato, le reti associative territoriali che si formano elettivamente per creare sinergie e favorire un atteggiamento positivo/propositivo e una partecipazione solidaristica.

 

Sarebbe un grave errore se gli anziani, come spesso purtroppo accade per ottusità e scarsa comprensione degli interlocutori (siano essi uffici pubblici o enti, aziende private, compagnie telefoniche, fornitori di beni e servizi) fossero emarginati o peggio espunti ove non fatti oggetto di tentativi di estorsione o di truffa, dalla comunicazione on line e dall’utilizzo delle nuove tecnologie.

 

Per questo – come acutamente osservato dal Presidente del CENSIS Prof De Rita – i processi di semplificazione non devono essere nominalistici, virtuali o complicati, nemmeno frettolosi e con trabocchetti che inducano all’errore: parlare di  “riconversione ecologica e digitale” comporta processi di metabolizzazione lenti, consapevoli e partecipati.

 

C’è un tempo diverso per ogni età e sono gli apparati, la rete, le istituzioni, i network e o provider che devono adattarsi e commisurarsi al target di una utenza complessa e diversificata.

 

Sarebbe tuttavia – infine – un errore di metodo chiudersi nelle consuetudini del passato, anche se più rassicuranti forse sul piano emotivo: certo non è facile e viene un momento nella vita in cui si vive più di ricordi che di progetti. Tuttavia esser parte di una comunità che usa l’innovazione tecnologica come strumento di promozione della condizione umana può restituire anche nella parte che resta della vita la sensazione di sentirsi utili, di esserlo per gli altri senza dimenticare il valore aggiunto che deriva dall’esperienza, che non è solo – come scrisse Oscar Wilde – il nome con cui chiamiamo i nostri errori ma una fonte inesauribile di valori e insegnamenti a cui le giovani generazioni hanno il dovere di attingere per conservare la memoria di chi ci ha preceduto e contribuire a valorizzare la storia nella sua continua ripetibilità.

 

E i fatti di questo tempo conflittuale e doloroso ci ammoniscono a ricordarlo.

IL “CASO RUBERTI” È SOLO AGLI INIZI. L’OPINIONE PUBBLICA APPARE DISORIENTATA, MA GUARDA ALL’ALTERNATIVA CALENDA.

 

Il Terzo Polo opera sul terreno come la sfida più insidiosa per un centro-sinistra logorato dalla caduta di moralità del partito che ne sorregge l’impalcatura politica e organizzativa. Il Pd è sotto attacco per lo spettacolo che offre senza pudore.

 

Cristian Coriolano

 

Non ci sono prospettive serene per il Pd del Lazio. La vicenda di Albino Ruberti, fino a ieri potente capo di gabinetto prima di Zingaretti in Regione e poi di Gualtieri al Comune, incombe sulla campagna elettorale. I tentativi di minimizzare l’accaduto, ormai passato alle cronache come un disadorno quadretto di zuffe verbali a suon di minacce e contro minacce durante una cena in un ristorante di Frosinone, sono evidentemente sovrastati dall’incontenibile curiosità della pubblica opinione, interessata a capire cosa abbia generato quella lite e come si rapporti alle questioni di partito o, peggio ancora, alle dinamiche di governo a livello regionale e romano.

 

Gli inquirenti sono al lavoro per fare luce su questa storia dai risvolti ancora ignoti. Anche se le indagini dovessero andare a rilento, per non interferire sulla battaglia elettorale, il senso di sgomento per un episodio così grave per i toni (“ti ammazzo” o “mi ti compro”) e i possibili contenuti. creerà – anzi lo ho ha già creato – il massimo disagio nei Dem, specie tra i candidati.

 

L’insidia maggiore, sul piano politico, viene dal Terzo Polo. L’impostazione della propaganda del Nazareno fa perno sul presupposto che nulla vada concesso a Calenda, nemmeno quell’attenzione di facciata che deriva dal galateo minimo delle elezioni. Tra Letta e la Meloni non può esserci che il deserto, giacché un voto attribuito ai “neo-centristi” sarebbe di fatto un favore elargito allo schieramento di destra. Sicché, anche a Roma e nel Lazio, il Pd dovrebbe attestarsi su questa linea di rifiuto a qualsiasi interlocuzione, diretta o indiretta.

 

Ma come può reggere questo schema? Il Terzo Polo opera sul terreno come la sfida più insidiosa per un centro-sinistra logorato dalla caduta di moralità del partito che ne sorregge l’impalcatura politica e organizzativa. Il Pd è sotto attacco per lo spettacolo che offre senza pudore. Quando si entra nel cuore della struttura, si deve prendere atto della sclerosi che ne ha aggredito le fibra: le correnti sono ridotte ad accumuli di solidarietà che si nutre di potere e serve ad alimentare potere. Nelle province il consigliere regionale è l’imbuto di ogni processo di partecipazione, svolgendo un compito di regolazione e controllo, senza un’ effettiva dialettica democratica. Tutta l’organizzazione ha subìto, in pratica, una lenta ma inesorabile torsione oligarchica.

 

Siamo solo all’inizio di una campagna elettorale difficile. Un certo scoraggiamento si avverte e a farne le spese, come sopra si rilevava, sono principalmente i candidati. Del resto, nei collegi uninominali l’alternativa al Pd si chiama molto spesso Pd, nel senso che la ‘concorrenza’ del Terzo Polo significa il più delle volte un confronto a dir poco antipatico con chi militava fino a ieri nello stesso partito. Evocare pertanto il voto utile è solo un modo per aggirare l’ostacolo, illudendosi; un modo per ignorare l’esigenza, anche nel vivo della battaglia democratica, di un profondo riesame della propria condotta; un modo per far finta di niente, voltandosi da un’altra parte, mentre la casa brucia. In questo contesto, non è un azzardo scorgere le avvisaglie di una ritorsione dell’elettorato deluso (dal Pd). In ultima istanza, a Roma e di riflesso anche altrove, potrebbe essere davvero Calenda la risposta a questa delusione.

QUANDO NELLA POLITICA C’ERA UNO “STILE”…

 

Lo spettacolo, sempre più squallido ed indecente a cui assistiamo quotidianamente, ci conferma che rispetto alle stagioni in cui la politica era protagonista oggi c’è uno scadimento senza proporzioni e senza limiti. Se si vuole veramente voltare pagina rispetto alla squallida stagione rappresentata emblematicamente dal populismo grillino, è fondamentale ripartire dalle fondamenta.

 

Giorgio Merlo

 

Non si tratta di essere moralisti e, men che meno, nostalgici. Ma è indubbio che se c’è un tassello che è letteralmente scomparso dall’orizzonte della politica contemporanea è quello “stile” che caratterizzava la classe dirigente politica e di governo di un tempo. Certo, le stagioni politiche scorrono rapidamente e sarebbe puerile pensare di riportare indietro le lancette della storia. Anche se lo spettacolo, sempre più squallido ed indecente a cui assistiamo quotidianamente, ci conferma che rispetto alle stagioni in cui la politica era protagonista oggi c’è uno scadimento senza proporzioni e senza limiti.

 

E questo perchè lo “stile” del politico, anche al di là del richiamo costituzionale, continua a conservare una bruciante attualità e modernità. Ora, non si tratta di confrontare lo “stile” dei singoli leader e statisti politici del passato con gli improvvisati e casuali politici di oggi. Sarebbe una operazione persin troppo facile per evidenziare le differenze quasi di ordine e di carattere antropologico. No, quello che è utile evidenziare è che la politica recupera la sua credibilità, il suo ruolo, la sua funzione e il suo prestigio solo se i suoi protagonisti recuperano quello “stile” che proprio da quel passato si può ricavare come modello di riferimento. Del resto, per fare un solo esempio concreto, chissà perchè ogni qualvolta che ascoltiamo un giudizio, sentiamo un commento o leggiamo un articolo di Guido Bodrato, di Rino Formica, di Claudio Martelli, di Rosy Bindi, di Giuseppe De Rita e di moltissimi altri ci sentiamo in obbligo di riflettere e di capire sino in fondo le riflessioni che avanzano e che pongono direttamente all’attenzione della pubblica opinione.

 

Perchè? La risposta è molto semplice, anzi semplicissima. Di fronte alla povertà e alla debolezza strutturale dell’attuale classe dirigente politica, è di tutta evidenza che quando si vuole avere qualche lettura più approfondita o qualche interpretazione più attenta di ciò che capita realmente nella nostra società, siamo quasi costretti a ricorrere al passato…

Certo nessuno pretende, oggi, che la classe dirigente politica svolga anche quel ruolo “educativo” che declinava nel passato. Perchè è bene ricordare che i grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana erano anche dei grandi “educatori” nelle rispettive comunità politiche. No, quel periodo storico è ormai archiviato. Quello che, semmai, oggi va recuperato – almeno va tentato di recuperare – è proprio quello “stile” che è andato letteralmente disperso in questi ultimi anni carichi di populismo, di demagogia, di qualunquismo, di “uno vale uno”, di povertà culturale e di impreparazione politica. Per non parlare della radicale assenza di qualsiasi cultura di governo.

 

Ecco perchè se si vuole veramente voltare pagina rispetto alla squallida stagione rappresentata emblematicamente dal populismo grillino, è fondamentale ripartire dalle fondamenta. E, al riguardo, proprio dallo “stile” concreto e quotidiano del politico. Senza alcuna deriva moralista o moralisteggiante ma solo e soltanto per ragioni di nobiltà e di autorevolezza della politica e del ruolo nella società.

BREVI RIFLESSIONI SUL TERZO POLO: PUÒ ESSERE LA SORPRESA DEL 25 SETTEMBRE?

 

Gli errori del Pd aprono spazi al centro. Sussistono le premesse per un risultato positivo del Terzo Polo. Cosa si prospetta? Calenda non ha alternative, deve impegnarsi ad arricchire di ‘solidarismo’ – parola chiave, in verità, del lessico degasperiano – una proposta politica che altrimenti rimarrebbe monca, incapace di mettere ‘alla stanga’, insieme, il riformismo liberale e il popolarismo di matrice cristiana.

 

Cristian Coriolano

 

Gli ultimi sondaggi danno la coalizione guidata da Giorgia Meloni in forte vantaggio (attorno al 47 per cento) mentre lo schieramento opposto, organizzato attorno al Pd, rimane inchiodato alla percentuale storica della sinistra di opposizione (all’incirca il 30 per cento). Non era difficile prevedere che la rottura tra Letta e Calenda avrebbe determinato lo schiacciamento del centro-sinistra su livelli non dissimili da quelli che nel lontano 1948 aveva toccato il Fronte Popolare di Togliatti e Nenni. Gira e rigira, l’Italia presenta una certa rigidità nella distribuzione del voto, salvo alcune ‘perturbazioni’ – vedi la vicenda dei Cinque Stelle – che possono produrre alterazioni episodiche, seppure consistenti e di non facile riassorbimento.

 

Lo stallo nei sondaggi conferma quanto sia velleitaria una campagna elettorale giocata sulla radicalizzazione del confronto tra Letta e Meloni, visto che il potenziale di crescita della sinistra in questi casi è ridotto al lumicino. L’area intermedia dell’elettorato resta comunque diffidente di fronte a una proposta che prescinde dall’apporto delle forze riformiste più pragmatiche, ovvero più aderenti allo spirito di una politica che potrebbe definirsi della ragionevolezza e del buon senso. Calenda e Renzi consolidano giorno dopo giorno quel consenso che fino a ieri doveva, a giudizio della propaganda degli avversari, attestarsi poco sopra la soglia di sbarramento del 3 per cento. Oggi sono abbondantemente sopra il 5/6 per cento, con evidenti possibilità di crescita.

 

D’altronde, l’opinione pubblica non appare insensibile a una riproposizione del concetto di solidarietà nazionale, così come tradotto nell’esperienza del governo Draghi; né lesina un apprezzamento di fondo per il richiamo alla necessità di tenere in campo l’uomo più stimato dall’esteblishment euro-atlantico, specie in presenza della minaccia rappresentata dalla guerra russo-ucraina (con le pesanti ripercussioni sul piano degli approvvigionamenti nel campo energetico, vista l’impennata del gas a seguito delle ritorsioni di Mosca).

 

Dunque, la novità di questa competizione elettorale è data proprio dal Terzo Polo. Non è detto che il 25 settembre non ne possa sancire l’elevazione a vera sorpresa del futuro panorama politico. Sta di fatto che questo aggregato – il Terzo Polo – si configura come architrave di un ‘centro’ che sottrae alla destra la pretesa di occupare tutto lo spazio, ampiamente maggioritario nel Paese, non identificabile con quello di una sinistra chiusa in se stessa, con Fratoianni e Bonelli a far da co-protagonisti…sine necessitate. Sotto questo aspetto, la dialettica tra Letta e Calenda è destinata a inasprirsi per la convenienza del leader di Azione a mostrarsi affidabile al cospetto di un elettorato perlopiù classificato, in modo sbrigativo, sotto la sigla di ‘moderato’. In realtà, c’è un’Italia che chiede di essere rappresentata nel segno della sobrietà e concretezza di un modello alla Draghi, rispondente oggi più che mai a un bisogno di coesione sociale e politica.

 

Per questo Calenda non ha alternative, deve impegnarsi ad arricchire di ‘solidarismo’ – parola chiave, in verità, del lessico degasperiano – una proposta politica che altrimenti rimarrebbe monca, incapace di mettere ‘alla stanga’, insieme, il riformismo liberale e il popolarismo di matrice cristiana. Al riguardo non manca tanto la volontà, almeno nelle affermazioni di rito, quanto la forza che serve a svolgere il tema con efficacia. Insomma, la battaglia elettorale non è un concorso di filosofia, ma pesa comunque il carattere ideale ad essa attribuito. Non bisogna dimenticarlo.

«COS’È LA FABBRICA NEL MONDO DI DOMANI?». DA UN DISCORSO DI OLIVETTI PRONUNCIATO NEL 1945.

 

Pubblichiamo stralci dal discorso Dovete conoscere i fini del vostro lavoro” pronunciato da Olivetti a Ivrea nel giugno 1945 (non è noto il giorno). È stato pubblicato per la prima volta in La riforma politica e sociale di Adriano Olivetti (1942-1945), a cura di Davide Cadeddu (Roma, Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, 2006, pp. 62-67).

 

Adriano Olivetti

 

La guerra, in principio appena sentita, in principio sentita da noi soltanto come uno scandalo morale, come una cosa che ripugnava profondamente al nostro animo di uomini e di italiani, ma che non comportava gravi sacrifici, sopraggiunse. La durezza della guerra e il peggiorare delle condizioni di vita furono fenomeni lontani, ma intanto la fabbrica procedeva in una falsa direzione e in una falsa vita. Invece di guardare in fondo ai nostri problemi, noi e i nostri dirigenti vivevamo alla giornata, invece di guardare avanti nell’avvenire, impegnavamo le nostre capacità e la nostra intelligenza in sterili questioni che bisognava discutere di fronte a prefetti o a segretari federali ai quali nulla importava quello che era stata per noi, da lunghi anni, la nostra fatica e il nostro sogno: fare di questa fabbrica un mezzo migliore di vita e di comunanza sociale. Perché tale era l’insegnamento della nostra guida spirituale che ancora era tra noi, mio padre.

 

Le crisi del 25 luglio e dell’8 settembre accentuarono questa situazione. E poi si entra allora nel buio pauroso dei lunghi mesi dell’occupazione tedesca. È a me facile oggi il ritorno, solo reso triste dall’assenza di persone care, ma se vi è miracolo nel ritrovare ogni uomo, ogni macchina, ogni vetro, io ringrazio profondamente i Caduti, i 17 nostri compagni che in questo grande sforzo collettivo, in questa rinascita di popolo che è stata la lotta per la liberazione, hanno fatto sacrificio della loro vita affinché la fabbrica fosse salva e il paese dimostrasse al mondo che non poteva dividere la responsabilità dei nazisti e dei fascisti. Ciascuno di voi in questi lunghi mesi ha compiuto il suo dovere. Taluni di voi, e soprattutto quelli più in alto nella responsabilità, i dirigenti, ebbero difficili incarichi e fecero anche sacrificio di una cosa di cui ogni uomo deve essere gelosissimo: la stessa loro reputazione. Bisogna avere il coraggio di dire la verità, anche se talvolta è spiacevole. La direzione sembrò talvolta accomodante, talvolta fu costretta a scendere a compromessi, ma bisognava evitare a ogni costo che la fabbrica producesse materiale da guerra, bisognava evitare a ogni costo l’invio di forti masse di operai in Germania, bisognava evitare a ogni costo l’invio di macchinari in Germania, bisognava a ogni costo, negli ultimi giorni, evitare la distruzione dello stabilimento.

 

Questo risultato fu ottenuto e non valgono recriminazioni, non valgono i se e i ma. Ciascuno ebbe il suo compito. Per taluni fu di gloria, per taluni fu di rinuncia, per taluni di intransigenza, per taluni fu di arrendevolezza: fu necessario talvolta cedere sulla forma perché la sostanza rimanesse intatta. La storia degli urti, delle pressioni, dei ricatti, la difficoltà delle situazioni non è a tutti ben presente, e ai critici è facile ora giudicare una situazione che la Provvidenza ha risolto insperatamente bene. Se tuttavia l’onore è salvo, la Provvidenza ha voluto in voi operai segnare lo strumento di questo riscatto morale. I vostri scioperi arditi, le vostre dimostrazioni contro le atrocità tedesche, sono vostri grandi meriti, sono il segno della vostra forza, del vostro coraggio, il segno che un mondo è tramontato e che domani davvero, lentamente ma inesorabilmente, un nuovo mondo sorge. C’è in queste mie parole di ottimismo e di speranza una certezza, una fede che non può essere oscurata dalle mille ombre di una situazione tremendamente difficile. L’Italia è nella situazione della Germania del 1918: c’è stata una catastrofe, una guerra perduta, c’è una svalutazione monetaria che non sembra aver fine, c’è una crisi economica. Se non arriva il carbone dai porti italiani o dalle strade ferrate dell’Europa centrale, fra pochi mesi tutto il paese è gettato nella disoccupazione.

 

C’è una crisi di civiltà, c’è una crisi sociale, c’è una crisi politica. L’ingranaggio della società che è stato rotto nell’agosto 1914 non si è più potuto ricostruire, non ha mai più funzionato, e indietro non si torna. Allora, amici, vorrete domandarmi: dove va la fabbrica in questo mondo? Cosa è la fabbrica nel mondo di domani? Come possiamo contribuire col nostro sforzo e col nostro lavoro a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione, di massacri, chiedono all’intelletto e al cuore di tutti, affinché giorni così tristi né i nostri figli né i figli dei nostri figli e molte generazioni ancora dovranno, una seconda volta, affrontare?

 

Ardua è la mia risposta e arduo il cammino per una nuova meta. Non pretendo oggi di rispondere esaurientemente all’interrogativo. Ma questo sta nel cuore di tutti voi, come una speranza che illumina la vostra giornata di lavoro, con una certezza che non renda vani i sacrifici già fatti e quelli che ancora sono sulla vostra strada.

 

Cosa faremo, cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo.

 

Nel Vangelo di Matteo questo pensiero è espresso: «Non siate dunque con ansietà solleciti dicendo – Che mangeremo, che berremo o di che ci vestiremo? – Perché il Padre vostro giusto sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il Regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte».

 

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 13 agosto 2022

(Qui riproposto per gentile concessione)

”RISCRITTA UNA STORIA CHE SEMBRAVA GIÀ DECISA”: DRAGHI ALZA L’ASTICELLA DEL DIBATTITO POLITICO.

 

Con Draghi si è compiuta una svolta nella politica italiana, rivendicata dal premier nel suo intervento al Meeting di Rimini. Adesso, il 25 settembre, al popolo sovrano spetta la decisione su come e se proseguire questo percorso. Con onestà intellettuale bisogna anche riconoscere (e non perché c’è la campagna elettorale) che questa svolta fu introdotta nella politica italiana, principalmente per l’iniziativa politica intrapresa a suo tempo da Matteo Renzi.

 

Giuseppe Davicino

 

L’intervento svolto ieri dal presidente del Consiglio Mario Draghi al Meeting di Rimini appare importante per molte ragioni. Per il suo equilibrio che non indulge a facili ottimismi né a comodi catastrofismi, per la sua aderenza alla concreta situazione di questa fase difficile, che lo rende quasi un marziano al confronto con i discorsi dei principali leaders politici, ormai poco inclini a confrontarsi con la realtà dei fatti per paura che questa smascheri la pochezza delle illusioni che propinano.

 

Draghi ha rivendicato con chiarezza il senso del suo governo. È subentrato in un momento in cui il Paese pareva fuori controllo e paralizzato dall’incertezza. Ma proprio a quel punto, ha osservato, orgoglioso del suo popolo, “gli italiani hanno reagito con coraggio e concretezza (…) e hanno riscritto una storia che sembrava già decisa”. Anche grazie a un governo cui certo non difettano nella sua guida credibilità ed autorevolezza interne, verso i propri cittadini, e internazionali, che ha avuto, ed ha, ben chiaro che il suo compito in questa situazione di eccezionale crisi è quello di agire con prontezza e rapidità, seguendo con chiarezza un disegno preciso per evitare di rimanere alla mercé degli eventi.

 

Questo disegno, che ieri il premier ha richiamato in contrasto alle risorgenti pulsioni sovraniste, implica che l’Italia stia saldamente ancorata all’atlantismo, e in tal modo al centro dell’Europa, e le consente di arrivare dove altri non arrivano, di svolgere un ruolo di primo piano per l’integrazione europea, per la ripresa economica – e contro gli insani e non ancora del tutto affossati progetti di decrescita -, di tutto l’Occidente, e per la pace.

 

Nella visione del premier la priorità diviene la lotta all’inflazione, non certo per cervellotici diktat contabili che tanto male hanno fatto all’Europa negli anni scorsi (durante le crisi i soldi si danno, non si prendono, come spesso ricorda proprio Draghi), bensì come questione fondamentale di equità sociale, perché sono i ceti medio-bassi quelli costretti a pagarne le conseguenze più dure. Essendo il prezzo dell’energia il principale fattore che spalma l’inflazione su tutti i comparti economici, era lì che bisognava intervenire. Mai si parlerà abbastanza (anzi i media sembrano farne volentieri a meno) delle politiche energetiche del governo Draghi, paragonabili in termini economici e di impatto geopolitico a quelle di Enrico Mattei. La diversificazione, dal gas russo, degli approvvigionamenti energetici attraverso una fitta rete di accordi con vari Paesi produttori africani, che ha avuto l’Italia per protagonista nell’ultimo anno e mezzo, è un fatto che incide sulla geopolitica mondiale, non solo su quella euro-mediterranea.

Un risultato che, insieme ad altri riguardanti la nostra economia, il Presidente del Consiglio non poteva che rivendicare con orgoglio, lasciando adesso al popolo sovrano la decisione su come e se proseguire questo percorso di riscatto dal momento più buio della storia repubblicana, da cui stiamo con fatica e sacrificio  uscendo. Spiace dover osservare che il doveroso appello al voto fatto da Draghi dalla tribuna del Meeting di Comunione e Liberazione rischi di generare, a fronte di una così palese e disarmante inadeguatezza dei gruppi dirigenti degli attuali partiti, una preoccupante eterogenesi dei fini, la quale renderebbe ancor più necessario dopo il voto il ricorso alla continuazione della solidarietà nazionale.

 

Con Draghi si è compiuta una svolta nella politica italiana, tassello importante di una svolta in corso con inimmaginabili scontri che avvengono sottotraccia al livello delle élites, che l’Occidente deve compiere se vorrà sopravvivere nel secolo dei Brics. Con onestà intellettuale bisogna anche riconoscere (e non perché c’è la campagna elettorale) che questa svolta poté iniziare, o perlomeno fu introdotta nella politica italiana, per l’iniziativa politica intrapresa a suo tempo da Matteo Renzi, senza la quale forse il destino nefasto assegnato all’Italia non avrebbe potuto iniziare ad esser riscritto.

PRETE RAVENNATE, ANIMATORE DEL PPI, UCCISO DAI FASCISTI. GIOVANNI MINZONI NEL RICORDO DI ALBERTINA SOLIANI.

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Pubblichiamo il discorso integrale tenuto il 22 agosto a Ravenna, in Piazza Garibaldi, nella ricorrenza del 99° Anniversario dell’uccisione di don Giovanni Minzoni (Argenta, 22-23 agosto 1923). Il card. Zuppi, assente quest’anno, ha garantito che non mancherà nel 2023 quando si celebrerà il centenario del martirio.

 

Albertina Soliani

 

C’è un luogo dove il nome di don Giovanni Minzoni viene pronunciato con un’emozione pari alla famigliarità. Il luogo è questo: la città di Ravenna, la sua comunità. In questo luogo, sessant’anni fa, il nome di don Minzoni tornò a essere pronunciato. Il nome del sacerdote ravennate, ucciso a bastonate in un agguato fascista, ad Argenta, dove era parroco amato, nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1923. Tornava a essere pronunciato dopo lunghi anni di silenzio. Pesa, quel silenzio.

 

Pesa nella storia, come pesano quegli anni, gli anni del fascismo, anni di vergogna per l’Italia. In questa città vi è un altro luogo, come una radice profondissima, come il lievito nella pasta, nel quale vive il nome di don Giovanni Minzoni: è la Chiesa di Ravenna, la Chiesa di Sant’Apollinare, che ha custodito la sua giovinezza, lo ha consacrato prete, lo ha affidato alla Parrocchia di Argenta, lo ha accolto martire e oggi, nel suo Duomo, ne custodisce le ossa, per sempre. Il nome di don Giovanni Minzoni, su questa piazza, ha acquistato cittadinanza grazie all’iniziativa di Benigno Zaccagnini, al suo animo mite, intenso e fiero. Un partigiano, un antifascista di questa terra, un democratico, un grande italiano. Egli riconsegnò la memoria di don Minzoni non solo alla città di Ravenna, alla Chiesa di Ravenna, alla Romagna, questa terra di sangue e di vita, di libertà e di amore. La riconsegnò all’Italia. Portando alla luce quel nome, tenuto in ombra fino ad allora, nel tempo della democrazia, quando la sua memoria era così necessaria per la nuova convivenza civile della Repubblica, riconciliata nei valori umani universali, e si guardava a un nuovo ordine mondiale orientato alla pace, dopo la devastazione di due guerre mondiali, l’orrore dell’Olocausto, le macerie morali e materiali che il nazifascismo aveva provocato.

 

Nel buio attraversato dall’umanità, le vite come quella di don Minzoni erano una luce. Un esempio di dignità, di coraggio. La sua passione per la vita, per la dignità della persona, per l’educazione dei giovani alla libertà e alla responsabilità erano la luce che i fascisti cercarono di spegnere. Che in ogni tempo i fascisti cercano di spegnere.

Le tenebre e la luce, un duello stupefacente, come canta la Sequenza pasquale. Il duello tra la morte e la vita.

 

Vincerà la vita, nella storia umana.

 

Da lì bisogna ripartire. Di questi testimoni vi era bisogno all’alba della nostra democrazia, e così il nome di don Minzoni fu collocato in questa piazza. Come una pietra miliare di quel pensiero democratico che l’ispirazione cristiana aveva alimentato in Benigno Zaccagnini e in molti altri come lui. Era il 1962, due anni dopo il Governo Tambroni, sostenuto dagli eredi del fascismo, e i morti in piazza. Il nome di don Minzoni è nel ‘900, il secolo che inizia con le trincee del primo conflitto mondiale. Lì è stato don Minzoni, lì ha sofferto con i soldati, tenente cappellano del 255° reggimento di fanteria della brigata Veneto. Senza alcuna nostalgia nazionalista, perché i nazionalismi non servono alle comunità.

 

Ora che tutto il ‘900 è alle nostre spalle noi ne comprendiamo tutto il cammino, e quello spartiacque tra civiltà e barbarie che oppose l’antifascismo al nazifascismo, in quel percorso stretto che decise il futuro dell’umanità. Noi siamo qui, oggi, nel solco di questa storia perché noi, in questa storia, siamo nati alla libertà. E con don Minzoni, dai quei primi anni del 1920 a oggi, noi raccogliamo tutta intera l’eredità di quel secolo: la libertà difesa e conquistata a così caro prezzo, la democrazia come scelta di un mondo nuovo. Passata attraverso la vita dei suoi testimoni, da don Minzoni ai partigiani di Bulow, all’Isola degli Spinaroni, con un filo ininterrotto.

 

È in quei mesi, in quegli anni, dell’inizio del regime fascista, cento anni fa, che persone come don Minzoni e Giacomo Matteotti testimoniarono l’opposizione al fascismo come una scelta di vita. Questo resterà della storia del ‘900. Quanta cecità allora. E quanta chiarezza nell’animo dei resistenti. A quale prezzo, grazie a loro, cambierà il corso della storia. Come don Minzoni, altri preti, ad esempio don Ennio Bonati a Parma, animarono gli scout in un impegno naturalmente antifascista. In quella sera, ad Argenta, arrivò per lui la bufera. Egli mise a disposizione la sua vita come un argine, nell’urto della storia: per fermare il fascismo appena nato, e la devastazione mondiale degli anni a venire.

 

Aveva capito la natura disumana e violenta del regime, il suo carattere rozzo e volgare, diseducativo, e aveva deciso che il mondo non doveva essere così. Aveva deciso da che parte stare. Cadde come il seme nella terra. Ci vorrà del tempo perché possa dare frutto. Don Minzoni conosceva la potenza della semina, dell’educazione che forgia le coscienze e attraverso esse cambia la storia. Conosceva le parole del Salmo 126:

 

“Chi semina nelle lacrime

mieterà con giubilo.

Nell’andare, se ne va e piange,

portando la semente da gettare,

ma nel tornare, viene con giubilo,

portando i suoi covoni”.

 

Il giubilo venne, per le strade, il 25 aprile del 1945. Quando don Minzoni diventerà un intero popolo. Camminava nella storia, quella sera. Camminava con il suo Signore, nel mistero della croce e della resurrezione, testimone di Cristo tra i suoi fratelli. La fede e la storia intrecciate nella sua esistenza. La sua spiritualità come asse della sua umanità. Fu essa a decidere il suo impegno nella storia. Novantanove anni dopo, noi abbiamo tra le mani la sua eredità, lungo un secolo. Il suo martirio, quella notte, feconderà il cammino democratico di un’intera nazione nei decenni successivi e orienterà in modo luminoso i laici cattolici direttamente impegnati nell’azione politica e sociale, come scrisse di lui il Papa Giovanni Paolo II.

 

Figlio e padre di quell’impegno civile dei cattolici in Italia che dalla fine dell’Ottocento a tutto il Novecento animerà la società italiana, con opere e iniziative, la sua cultura, la vita sociale, la politica. Con la fioritura di tante associazioni, di cooperative, sindacati e partiti politici. Lui per primo, ad Argenta, fu ispiratore e guida della cooperativa agricola, dei giovani esploratori cattolici, del doposcuola, della biblioteca circolante, del teatro parrocchiale, dei circoli maschile e femminile. Aderì al popolarismo di don Sturzo. Un’azione, la sua, del tutto alternativa al fascismo, perché promuoveva l’umanità. E i fascisti ferraresi decisero di “picchiare duro”.

 

Era ieri, è la nostra storia. Una storia che continua oggi. Continua, in un’epoca così diversa, con i simboli, le idee, le aggressioni fasciste ancora tra noi, come la devastazione della sede della CGIL a Roma quasi un anno fa, come la svastica che nei giorni scorsi ha sfregiato a Torino una lapide dedicata a Tina Anselmi. Una grande testimone dello spirito del ‘900, delle scelte del ‘900, che hanno conquistato la democrazia. Quanto fu strategica, allora, la scelta di don Minzoni: la formazione dei giovani. Quanto sarebbe strategica oggi. L’arma più potente contro ogni totalitarismo.

 

Don Minzoni sapeva che era necessario agire.

 

Che là dove il valore dell’uomo si fa decisivo per determinare il corso della storia, esserci è un dovere. Non ebbe esitazione nel “dovere dell’operare”. Uomo fedele a Cristo e fedele alla storia. Fede e storia, la stessa cosa. E quando la sfida è definitiva, la vita può diventare martirio. Quanti preti martiri nel ‘900, nel mondo. Fedeli all’uomo, fedeli a Cristo, il loro Maestro. Per questa fedeltà, don Minzoni ha abitato i confini. Ha guardato oltre la porta aperta del Circolo socialista, ha tenuto aperta la porta del suo Oratorio. Consapevole dei limiti di ogni confine.

 

Noi, anche grazie al suo esempio, per tutto il ‘900 abbiamo lavorato per superare i confini: i confini delle divisioni sociali, o ideologiche, i confini dei Paesi Europei per fare del nostro continente un’Unione Politica, i confini dei partiti per coalizioni più ampie, perché solo uniti si difendono i valori universali. Fino a questo inizio del XXI secolo, di nuovo travolto da guerre, disuguaglianze, razzismo, menzogne e propaganda, e dalla cupidigia del potere dei pochi. I confini sono tornati a essere luoghi di scontro, l’orizzonte del mondo si è fatto più oscuro, lo spirito umano sembra sempre più oscurato dalla malvagità. Ma è sempre l’inizio di un mondo nuovo, se sappiamo resistere. Resistono oggi popoli interi, dall’Ucraina al Myanmar. Soffrono molti popoli, sotto i nostri occhi. Invocano un mondo nuovo. Risuona, in questo nostro tempo, la parola che indica il nostro destino comune, dando voce a un’aspirazione universale: “Fratelli tutti”.

 

È la consegna ultima della memoria di don Minzoni che così sentiva la sua umanità, e la sua spiritualità, nei giorni così aspri dell’odio e della disumanità. Il prossimo anno sarà il Centenario del suo sacrificio. Prepariamoci, preparatevi bene. La Città e la Chiesa di Ravenna, perché qui ci saranno l’Italia e la Chiesa italiana. Nei giorni scorsi, venuto a conoscenza delle celebrazioni di oggi, mi ha scritto il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo metropolita di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana: “Carissima, non ce la faccio a venire, ma senz’altro l’anno prossimo che è il centenario puoi già dire che sarò presente alle iniziative in sua memoria e che resta uno dei grandi punti di riferimento del cattolicesimo italiano. Lezione da non dimenticare. Grazie, Matteo”.

 

Don Minzoni visse il suo tempo, fino in fondo. Il tempo che stiamo vivendo è il nostro tempo, il tempo delle scelte nostre. Non possiamo pronunciare il nome di don Minzoni, oggi, senza sentire dentro di noi l’eco della sua scelta, e l’urgenza delle nostre responsabilità. Il luogo dove egli vive, oggi, alla fine è la nostra coscienza, chiamata a sfide nuove, enormi, come anche le sue in quegli anni, chiamata a discernere, come lui, i segni dei tempi. E ad agire, come lui.

 

Tocca a noi oggi, come fece lui, aver cura dell’Italia e dell’Europa. Tocca a noi prenderci cura della democrazia: un bene delicato, fragile, diceva Tina Anselmi, “deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente coltivati, e concimati attraverso l’assunzione di responsabilità di tutto un popolo”. I decenni che sono alle nostre spalle ci uniscono, non ci separano da don Minzoni. Oggi sentiamo tutta la forza della sua scelta morale, la stessa che oggi dobbiamo compiere noi. La sua scelta ha fecondato la storia. Quando la politica sta perdendo fiducia, efficacia, valore, è tempo di reagire. Il risveglio delle coscienze è essenziale.

 

Quando il mondo e la comunità internazionale sembrano inconsapevoli del rischio di precipitare verso un più ampio conflitto mondiale, prendersi cura del destino del mondo, del nostro comune destino, è, semplicemente, il nostro dovere. Non fermiamoci all’angoscia per il presente. È necessaria l’azione per il futuro, con la fiducia che il cambiamento è possibile, e che noi possiamo determinarlo.

Novantanove anni dopo il martirio di don Minzoni, noi sentiamo che egli oggi vive con noi. Vive la stessa responsabilità del servizio, rifiutando ogni servilismo.

 

In ogni tempo, nella storia, è in gioco il valore umano, è in gioco la dimensione etica del vivere, è in gioco la verità, è in gioco la democrazia, è in gioco l’unità delle comunità, dei popoli, dell’umanità. È tutto questo che assicura il futuro. Tocca a noi decidere oggi il destino della storia umana. Oggi è in gioco tutto ciò che siamo, e come vogliamo essere domani. Sono in gioco i valori essenziali della nostra vita. È in gioco tutto, come allora. Questa è la politica, l’unico spazio non violento, denso di valori di umanità, che possiamo consegnare alle nuove generazioni. La politica che ama e protegge la vita, che si prende cura degli altri, il contrario del “me ne frego”. “L’amore politico”, come dice Papa Francesco. È nelle nostre coscienze che continua a vivere don Minzoni. Nulla di meno.

 

“Sl’è not, us farà dè”. Voi dite, da queste parti. Chi farà il giorno, aprendo il varco nella notte? Chi resiste. Gli uomini e le donne liberi e forti che, resistendo, danno speranza al futuro. Che nella notte vedono il giorno che viene, e lo preparano. È il loro animo che sfida le tenebre, è il loro spirito che vincerà.

LISTE, IL PASSATO NON TRAMONTA…

Non possiamo non prendere atto – scrive Merlo – che il profondo decadimento della qualità della nostra democrazia risiede anche e soprattutto nella decadenza e nello scadimento della nostra rappresentanza istituzionale. In definitiva, dobbiamo rifarci al passato per ridare qualità alla nostra democrazia, credibilità alle nostre istituzioni e freschezza alla nostra classe dirigente. Tutto il resto appartiene al mondo delle chiacchiere, dell’ipocrisia e della spietata partitocrazia.

 

 

Giorgio Merlo

 

La recente formazione delle liste – o meglio la compilazione centralistica delle liste – ci fa indubbiamente rimpiangere il passato. E questo non per una sorta di inguaribile nostalgia o per una volontà di contemplare sempre e solo la bontà e l’efficacia del passato. No, perchè se vogliamo essere oggettivi non possiamo non prendere atto che il profondo decadimento della qualità della nostra democrazia risiede anche e soprattutto nella decadenza e nello scadimento della nostra rappresentanza istituzionale.

 

È appena sufficiente fare due esempi storici per rendersi conto che proprio dal passato possiamo recuperare quegli elementi utili per riqualificare la nostra democrazia e ridare credibilità alle nostre istituzioni. Pur sapendo, e lo ripeto ancora una volta, che il malcostume della designazione centralistica delle liste è riconducibile principalmente ed esclusivamente alle scelte fatte dai singoli capi partito e non ai cavilli o ai vincoli presenti nell’attuale elegge elettorale.

 

Detto questo, e per tornare agli esempi di altre stagioni storiche del nostro paese, non posso dimenticare l’importanza del sistema delle 4 preferenze accompagnato dalla legge proporzionale in vigore dal secondo dopoguerra sino alle elezioni politiche del 1992 che hanno segnato una delle fasi più ricche e più feconde della politica italiana. Per non parlare della selezione della classe dirigente dove c’era la concreta possibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti da un lato e, dall’altro, la volontà di valorizzare intere aree culturali, sociali e professionali all’interno dei singoli partiti. Una fase che è stata interrotta, purtroppo – e sempre in nome della modernità e del “nuovo” – dall’introduzione della preferenza unica che ha alimentato la spaccatura all’interno dei partiti, aumentato il costo delle campagne elettorali e consegnato la rappresentanza democratica a chi aveva più denaro e alle lobby e, soprattutto, rafforzando la corruzione nelle dinamiche concrete della politica italiana.

 

Ma, dopo la stagione delle 4 preferenze, non possiamo dimenticare l’intuizione del “mattarellum” che ha permesso ai cittadini italiani la possibilità di riavere il “parlamentare del proprio territorio”. Certo, anche il “mattarellum” non ha centrato del tutto i suoi obiettivi politici ed istituzionali. Basti pensare che, nato per rafforzare e consolidare il maggioritario, ha finito per “proporzionalizzare il maggioritario”, aumentando la frammentazione del quadro politico senza garantire quella stabilità di governo che era la ragione principale del suo ingresso nella vita politica italiana. Ma, al di là di questa eterogenesi dei fini, non possiamo non evidenziare l’efficacia di quella legge elettorale sotto il versante della scelta dei parlamentari riconsegnando ai cittadini la scelta finale.

 

Ora, dopo la designazione spietatamente centralistica delle candidature e la compilazione fatta dai capi partito violando e bypassando tutte quelle regole e quei principi che quotidianamente vengono ipocritamente sbandierati ai “creduloni” della base, non ci resta che rifarci al passato per ridare qualità alla nostra democrazia, credibilità alle nostre istituzioni e freschezza alla nostra classe dirigente. Tutto il resto appartiene al mondo delle chiacchiere, dell’ipocrisia e della spietata partitocrazia. E, per dirla con Guido Bodrato, purtroppo, ad una “partitocrazia senza partiti”.

ALLE ORIGINI DEI “NOMINATI”.

 

Si poteva evitare il referendum sulla preferenza unica, ma prevalse la logica dei “padroni delle preferenze”, abituati a determinare gli eletti come avviene oggi con i “nominati”, frutto della scelta dei segretari e dei maggiorenti di partito. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una partitocrazia senza partiti e una democrazia senza popolo.

 

Guido Bodrato

 

Su “La Stampa” di sabato ho letto un’efficacie contestazione del “maschilismo” che domina sulla vita democratica, specie quando è caratterizzata solo dall’esercizio personale del potere e dall’assenza di qualunque idea capace di orientare le decisioni politiche del parlamento e di chi ha la responsabilità di governare.

 

Non a caso l’articolo è firmato da Annalisa Cuzzocrea, ed è caratterizzato anche da una semplice e puntuale riflessione sui limiti di una legge elettorale che è l’approdo di una politica caratterizzata dalla pretesa di riformare la Costituzione seguendo l’antica ostilità della politologia che ha dominato in Italia all’inizio del ‘900, ostile nei confronti della democrazia rappresentativa e, negli ultimi decenni, soprattutto del voto di preferenza e del proporzionale, accusati di essere responsabili del clientelismo e dell’ingovernabilità.

 

Non ho molto da aggiungere alle considerazioni di questa  bravissima giornalista sulle responsabilità della legge “sui nominati”, e alla sua critica alla convinzione molto diffusa che, cancellate le preferenze espresse dagli elettori, si sarebbero liberate le elezioni politiche e quelle amministrative dal condizionamento degli interessi particolari, dalle clientele, dal voto di scambio e dalla partitocrazia. E si sarebbe allontanata la corruzione dalla politica.

 

Posso però ricordare che, sin dalla discussione parlamentare sulla questione delle “preferenze”, posta all’ordine del giorno politico dall’iniziativa referendaria dell’on. Segni, alcuni parlamentari fecero osservare che l’influenza delle lobby e delle diverse oligarchie, in modo meno trasparente, sarebbe diventata ancora più pericolosa di quella esercitata dai partiti; e che il limite di una sola preferenza, anche se motivato dalla necessità di cancellare l’uso strumentale di quattro/cinque preferenze per consolidare il potere delle diverse tendenze dominanti nei maggiori partiti, era una limitazione al diritto alla partecipazione degli elettori alla scelta dei parlamentari.

 

A conclusione di quell’ampia discussione, alla Camera dei Deputati – poichè la questione delle preferenze si riferiva alla legge per l’elezione dei deputati – presentai un emendamento che proponeva di limitare a due le preferenze; l’emendamento fu acconto da D’Alema e poi da Segni (che si dichiarò disposto a rinunciare al referendum), e fu votato da un’ampia maggioranza. Mancava solo il consenso del Senato per la definitiva approvazione della legge.

 

Fu il Senato ad interrompere l’iter della legge, che pure non lo riguardava, poichè la legge per l’elezione del Senato era uninominale. Nell’aula di Palazzo Madama prevalse l’opinione di personaggi che, ricorrendo alla pluralità delle preferenze, gestivano le candidature di diverse circoscrizioni elettorali; facevano cioè, su scala più ridotta, quello che – con il Rosatellum – possono fare le maggioranze e le segreterie dei partiti: sceglievano chi fare eleggere. Questa questione è stata aggravata dal taglio dei deputati e dei senatori, come un boomerang.

 

Quella interruzione, e lo scioglimento delle Camere, resero inevitabile il referendum che si concluse con un netto successo dei suoi promotori, con una riforma a favore dell’unica preferenza  e con un dibattito politico che rilanciò la critica al parlamento ed alla Repubblica dei partiti, ed infine le iniziative di quanti vogliono “riformare” la Costituzione.

 

La strategia referendaria diventò alternativa a quella parlamentare, la personalizzazione della politica alternativa ai partiti, il populismo nemico della democrazia rappresentativa della centralità del parlamento, del ruolo dei parlamentari “senza limite di mandato”. Subentrò la partitocrazia senza partiti, quindi l’autocrazia. Ma una democrazia senza popolo, è destinata a tramontare.

 

[Post pubblicato dall’autore su Fb]

DIALOGHI DEL ‘78, UN LIBRO DI PAPINI. SPERANZE E DELUSIONI AL TEMPO DELLA SOLIDARIETÀ NAZIONALE.

  

 

Massimo Papini, già presidente dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, pubblica per Affinità Elettive (una piccola casa editrice anconetana di grande qualità) alcune interviste con altrettanti personaggi noti in quel periodo nel mondo della politica e della cultura (Piero Pratesi, Franco Scataglini, David Maria Turoldo e Pietro Scoppola) apparse in prima battuta sulla rivista “Marche Oggi”. Colpisce il fatto che nelle conversazioni citate “non vi era la percezione – scrive l’autore – di una crisi incipiente dei movimenti cattolici e con essa una crisi di quella modernità con cui i cattolici, il Concilio, e dall’altro lato, i berlingueriani, pensavano di dover fare ancora i conti a lungo”.

 

 

Gabriele Papini

 

Il 1978 è un momento spartiacque nella vita della nostra Repubblica. Giunge a maturazione, in quell’anno, l’incontro tra i due grandi partiti di massa, che in quel momento rappresentano la grande maggioranza dell’elettorato, Dc e Pci: in qualche modo è la “terza fase” immaginata da Moro. Nello stesso tempo, però, si inizia a incrinare lo stesso rapporto per un insieme di fattori interni ed esterni che vedono in esso una minaccia agli stessi equilibri di una guerra fredda, considerata erroneamente da più parti in via di esaurimento.

 

Il 1978 è anche l’anno di mezzo tra il ’68 e l’89, tra la rivoluzione dei giovani in Occidente, la contestazione (e la primavera di Praga schiacciata dai carri armati sovietici) e la caduta del muro di Berlino. È l’anno che fa da spartiacque della generazione che crescerà tra il prima e il dopo: il tutto della politica (gli ideali e il sangue) e il suo nulla. Nella trasformazione della politica e nella perdita di orizzonte di senso, il rapimento e l’assassinio di Moro ne costituiscono l’evento fondamentale.

 

Non a caso, lo storico Mimmo Franzinelli conclude, proprio con via Fani, un suo saggio sulla storia della Prima Repubblica. Sembra dunque un periodo lontano e ormai archiviato, eppure le sue conseguenze sulla “Repubblica dei partiti” sono visibili ancora oggi (ben riassunte da Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 22 agosto).

 

L’autore, Massimo Papini, già presidente dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, pubblica per Affinità Elettive (una piccola casa editrice di Ancona, di grande qualità) tre interviste con altrettanti personaggi noti in quel periodo nel mondo della politica e della cultura (Piero Pratesi, David Maria Turoldo e Pietro Scoppola) apparse in prima battuta sulla rivista “Marche Oggi”. In questa ripubblicazione ogni intervista è commentata da studiosi di prim’ordine, come Renata Mambelli, Massimo Raffaeli e Renato Moro.

 

Nelle conversazioni, si tende a privilegiare l’aspetto culturale e “umanistico”, che però non è mai separato da quello politico. Rileggendo i dialoghi a distanza di tempo, talvolta si ha la sensazione che alcune riflessioni restino come sospese. Oppure si immagina che il lettore – testimone degli eventi – possa dare per scontata tutta una serie di elementi e riferimenti bibliografici che, da soli, meriterebbero lo spazio di un intero volume. Certamente l’incontro tra una parte del cattolicesimo democratico e una parte del comunismo “illuminato” (almeno risalente agli articoli di Berlinguer su “Rinascita” a proposito dei “fatti cileni”) era ritenuto possibile e perfino necessario dagli interlocutori. Vi era un terreno comune, infatti, in cui gli elementi unificanti erano ritenuti più importanti di quelli divisivi.

 

Inoltre, a seguito dei risultati elettorali del 1976, che avevano visto i due partiti di massa raggiungere e superare assieme i tre quarti dell’elettorato, proprio nella Regione Marche si era dato vita a una giunta cosiddetta delle larghe intese, ancor prima del governo Andreotti. Dc e Pci insieme nella stessa maggioranza. Esperienza di non lunga durata, ma comunque destinata a finire sotto l’incalzare di tanti nemici, a cominciare dal terrorismo.

 

Nelle conversazioni citate era però opinione comune che i fermenti della “nuova stagione” potessero andare avanti ancora per molto tempo. In altre parole, come scrive l’autore, “non vi era la percezione di una crisi incipiente dei movimenti cattolici e con essa una crisi di quella modernità con cui i cattolici, il Concilio, e dall’altro lato, i berlingueriani, pensavano di dover fare ancora i conti a lungo”.

 

Invece nel 1978 di fatto, con la morte di Moro finisce la Dc, almeno come era stata intesa, e cioè come partito di ispirazione cristiana. Nel 1984 muore Berlinguer. In tutto l’Occidente si compie una trasformazione radicale che vede la fine della politica dei grandi partiti. In Italia, dove la democrazia è più fragile (come sapeva bene Moro), i processi sono stati più rapidi. La politica è diventata sempre più apparenza, retorica, smette di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi, non coltiva più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia, generando frustrazione negli elettori, perché promette quello che non riesce più a dare.

 

A giudizio di chi scrive, sorprende come in nessuna delle conversazioni citate si affronti (anche solo lateralmente) il tema Moro. L’assassinio del leader dc, architetto della “terza fase”, come pure l’elezione di un Papa straniero (che porterà Andreotti ad annotare nei suoi diari che con Wojtyla sul soglio di Pietro “sono finiti i giochi della Dc in Vaticano”) costituiscono eventi cardine dell’anno preso in esame. Forse per la breve distanza temporale tra gli stessi oppure perché – appunto – l’aspetto culturale era ritenuto prevalente dagli interlocutori rispetto a quello politico.

 

È questo ciò che emerge anche dalla esperienza personale dell’autore e dai giovani che con lui avevano condiviso l’esperienza della Fuci, dell’Azione cattolica di Bachelet, che si erano confrontati con Moro, con Scoppola, con Rodano e così via. E nelle pagine si ritrovano anche alcuni riferimenti, non privi di nostalgia, di personaggi di primo piano della cultura cattolico democratica come Paolo Giuntella e David Sassoli.

 

Per saperne di più

Massimo Papini, Dialoghi del 78. Conversazioni con Piero Pratesi, Franco Scataglini, David Maria Turoldo e Pietro Scoppola, Affinità Elettive Edizioni, 2022.

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I SONDAGGI E LE EVIDENZE

Carpire le intenzioni di voto è ormai uno sport nazionale su cui si basano programmi, candidature, alleanze ipotesi di futuri rapporti di forza. Siamo bombardati da sondaggi di ogni tipo, non sempre le fonti di rilevazione dei dati sono chiare o attendibili. Non dimentichiamo, tuttavia, che il popolo è ondivago ma non stupido ed è talmente nauseato della promesse elettorali mai realizzate da non cadere nell’incognita dei miraggi mirabolanti affidandosi piuttosto al buon senso comune.

L’enfasi con cui  i sondaggi elettorali sono cresciuti per numero, intensità e ipotesi di proiezione dovrebbe indurre a maggior cautela di valutazione: purtroppo i destinatari – leggasi i comuni cittadini – non sempre sono attrezzati a frapporre adeguati filtri di buon senso comune e discernimento e diventano spesso vittime predestinate di orientamenti che in effetti più che una valenza conoscitiva hanno una funzione strumentale e di convincimento occulto.

Carpire le intenzioni di voto è ormai uno sport nazionale su cui si basano programmi, candidature, alleanze ipotesi di futuri rapporti di forza. Sovente la realtà – fatta di evidenze a voto avvenuto – scoperchia malcelate intenzioni o dimostra come certe rilevazioni peccassero di un vizio originale non sempre percepibile: quello di orientare le intenzioni dell’elettorato, piuttosto che – come logica e onestà di intenti vorrebbero-  quello meramente conoscitivo e statistico di raccoglierle.

Un sondaggio attendibile dovrebbe essere condotto da istituzioni accreditate e terze, precisare il target di raccolta dei dati, il numero e l’età degli intervistati, il luogo, il modo e la forma di rilevazione, l’area geografica di riferimento, il mezzo utilizzato, il rispetto della privacy degli intervistati, la trasparenza delle modalità di acquisizione delle intenzioni, l’anonimato nelle risultanze trasmesse all’esterno speculare alla segretezza ma anche all’attendibilità del campione prescelto, in modo che non sia tanto casuale da inficiarne la rappresentatività.

Dando per scontato un presupposto non sempre considerato: la buon fede degli interpellati, la corrispondenza tra l’intenzione di voto e il voto effettivo, l’insondabilità della vasta area dell’astensionismo che di fatto costituisce il partito prevalente per esplicita quantità e implicita qualità del target.

Siamo bombardati da sondaggi di ogni tipo, non sempre le fonti di rilevazione dei dati sono chiare o attendibili, non sempre l’entità della campionatura è un dato espresso, nonostante la sua intrinseca rilevanza.

Un conto è comunicare i risultati di un sondaggio esperito a livello condominiale, un altro adottare criteri oggettivi, statistici, testati e scientifici in ordine al numero degli interpellati e alla modalità di raccolta dei voti. Non dimentichiamo che ci sono stati scarti anche clamorosi tra proiezioni e voti contati nelle urne, senza tornare troppo indietro nel tempo, a cominciare dalle ultime votazioni per elezioni amministrative parziali, sia nel primo turno che nel ballottaggio.

I fattori di imponderabilità sono altrettanto importanti quanto ciò che si vuol far passare come indice di una tendenza che – magari – si va consolidando fino a porsi come strumento occulto di orientamento preventivo delle intenzioni di voto degli elettori. La “fissità” di certe derive di orientamento di voto inducono gli indecisi a salire anzitempo sul carro dei vincitori.

Non dimentichiamo che sono stati aperti più fronti di indagine e approfondimento, veri e propri studi di carattere sociologico e geopolitico sull’influenza esercitata dalla disinformazione russa attuata attraverso infiltrazioni di tipo mass-mediologico: esse corrispondono più alle aspettative attese dai committenti piuttosto che ad un radicamento ideologico dell’elettorato che nelle ultime tornate elettorali ha dimostrato di essere cangiante e fluttuante. 

Sorprende peraltro come i vari leader accreditati come capi-partito e gli esponenti più autorevoli delle coalizioni esprimano con solare convincimento gli organigrammi di governo, i nomi dei ministri, le riforme costituzionali, il posizionamento nell’Unione europea e le alleanze internazionali.

C’è stato chi incautamente e senza alcun riguardo per la persona ha ipotizzato addirittura le dimissioni di Mattarella nel caso uscisse dalle urne una certa maggioranza che propugna il presidenzialismo: come se si trattasse di una partita di calcio dove l’arbitro viene giubilato prima del 90° minuto.

Prudenza e buon senso imporrebbero maggior cautela: gli elettori italiani hanno espresso nel recente passato orientamenti imprevedibili, tanto sono imponderabili e non identificabili i fattori in base ai quali, specialmente gli indecisi e gli arcistufi, i delusi e i traditi, potrebbero decidere il risultato finale.

Non dimentichiamo che il popolo è ondivago ma non stupido ed è talmente nauseato della promesse elettorali mai realizzate da non cadere nell’incognita dei miraggi mirabolanti affidandosi piuttosto al buon senso comune, riflettendo sul passato, sul presente e su un futuro sostenibile, senza avventure.

CENTRO, RENZI COME MARTINAZZOLI? LA SFIDA È SIMILE.

Allora come oggi – scrive Merlo – ritorna in campo un “Centro” che, pur sapendo di non poter contendere la vittoria numerica finale rispetto ai due poli maggioritari, può giocare comunque sia un ruolo politico decisivo e determinante in vista della definizione dei prossimi equilibri politici. Ieri Martinazzoli e Segni. Oggi Renzi e Calenda. 

Sì, siamo come nel 1994. Certo, le stagioni storiche sono profondamente diverse – come ovvio che sia – e le dinamiche politiche altrettanto. Ma c’è un elemento, una sorta di filo rosso, che accomuna queste due momenti politici nella storia democratica del nostro paese. Allora, come oggi, entra in campo una “terza forza”, cioè una forza di “Centro” che lancia una sfida politica e programmatica ai due schieramenti maggioritari. Allora come oggi si confrontano una sinistra massimalista ed ideologica contro una destra anch’essa fortemente caratterizzata nelle sue estremità. E allora come oggi ritorna in campo un “Centro” che, pur sapendo di non poter contendere la vittoria numerica finale rispetto ai due poli maggioritari, può giocare comunque sia un ruolo politico decisivo e determinante in vista della definizione dei prossimi equilibri politici. Ieri Martinazzoli e Segni. Oggi Renzi e Calenda. 

Ma, per restare alla mia area culturale, quella del cattolicesimo popolare e sociale, la sfida di Martinazzoli del 1994 è quasi identica a quella di Renzi del prossimo 25 settembre. E questo perchè esiste una categoria politica e culturale che in questi ultimi anni di populismo montante è stata, di fatto, azzerata: ovvero quella del “Centro”. Se non addirittura politicamente criminalizzata, intesa come luogo di mediazione al ribasso, di combutta con il potere se non sinonimo di malaffare. È stato, questo, il prodotto concreto del populismo grillino ed anti politico, giustizialista, manettaro, demagogico e qualunquista che ha invaso e contagiato la politica italiana al punto di ridurla – come l’esperienza concreta ha platealmente confermato – ad un luogo di decadenza strutturale e di allucinante impoverimento. Una stagione oscura per la democrazia italiana che adesso stenta a risalire la china, ben sapendo che la sinistra e il Pd, pur prendendo timidamente le distanze, continuano a vedere nella malapianta del populismo grillino un interlocutore – se non addirittura l’interlocutore privilegiato – decisivo per una prospettiva progressista del paese.

Ed è proprio la scommessa del “Centro” che, allora come oggi, può rovesciare il tavolo e contribuire a riaprire una nuova fase politica. Ieri ponendo le radici per il progetto dell’Ulivo. Oggi, forse, per far decollare un nuovo centro sinistra senza condizionamenti o ipoteche populiste, demagogiche, qualunquiste e anti politiche. Lo diranno gli elettori, certamente. Ma un dato è già chiaro oggi. E cioè, non saranno gli attuali schieramenti – così come sono stati costruiti e forgiati – a poter guidare il paese a lungo. E questo non per ragioni ideologiche o per pregiudizi politici e personali come predilige la sinistra. Ma per la semplice ragione che ormai nel nostro paese si governa, da sempre, dal “Centro” e con “politiche di centro”. Quando questo non si avvera ci si incammina in un tunnel indistinto e in un vicolo cieco dove, prima o poi, si sfocia nella crisi. O politica o di sistema.

Ma, se questa somiglianza con il ‘94 è indubbia ed oggettiva, c’è una questione che resta aperta, almeno a mio parere. E cioè, nell’attuale progetto di “Centro” deve essere ancora rafforzata e resa maggiormente visibile l’apporto della cultura cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. Per dirla con altri termini, l’area e la tradizione del cattolicesimo politico italiano, molto diffusi e radicati nel nostro paese e nelle mille espressioni della nostra società, debbono ancora essere credibilmente dispiegate nella loro interezza in questo importante e sempre più necessario progetto politico e di governo. E questo non solo perchè il “Centro” nel nostro paese è quasi sempre coinciso con la cultura e la tradizione del cattolicesimo politico ma anche, e soprattutto, per la ragione che proprio quella cultura ha interpretato ed intercettato al meglio la declinazione concreta delle “politiche di centro” nel nostro paese. In tutte le fasi storiche e in quasi tutti gli snodi decisivi della politica italiana.

Ecco perchè, per completare la similitudine tra la stagione del 1994 e l’attuale, al netto come ovvio delle profonda diversità storica e politica, è giunto anche il momento affinchè la miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano non assista passivamente a questo importante appuntamento elettorale. Affinchè, subito dopo, il “Centro” e la “politica di centro” siano anche espressione di questa cultura e di questa tradizione ideale.

Giorgio Merlo, sindaco di Pragelato, è candidato per la Lista Calenda-Renzi nel plurinominale (Camera) di Piemonte 1 – Collegio 1 (Torino).

LE CELLULE GRIGIE DI POIROT E IL METODO-MAIGRET. LA «BREVE STORIA DEL ROMANZO POLIZIESCO» DI SCIASCIA.

Sciascia individua le origini più vicine e precise del romanzo poliziesco in Edgar Allan Poe (l’investigatore è il cavaliere Dupin). Diretto discendente di Dupin è l’immarcescibile Sherlock Holmes. Con Poirot, l’investigatore belga (e non francese!) nato dalla geniale penna di Agatha Christie, il “giallo”, — giunge a vette di «straordinario virtuosismo». Infine abbiamo un investigatore che è diverso da tutti gli altri: Jules Maigret, la creatura di Georges Simenon. 

Gabriele Nicolò

Elementare Watson! O forse no. La fruizione di un “giallo” è per antonomasia un passatempo, ma può configurarsi anche come «un fatto paradossale» in quanto comporta un rovesciamento della condizione che è propria, naturale ed essenziale, alla lettura. Come spiega Leonardo Sciascia nel saggio Breve storia del romanzo poliziesco meritoriamente riproposto da Graphe.it Edizioni (Perugia, 2022, pagine 41, euro 6,50, con un’introduzione di Eleonora Carta) la condizione psicologica di un lettore di “gialli” è più quella di uno spettatore cinematografico che di un lettore vero e proprio. E come nel cinema lo spettatore si identifica con un personaggio (generalmente con il protagonista) e così vive la vicenda dal di dentro, nel romanzo poliziesco il lettore si identifica con il personaggio di “spalla”: cioè accetta a priori, per convenzione, «un ruolo di inferiorità e passività intellettuale». L’investigatore è un genio che il personaggio di “spalla” non può raggiungere, così come irraggiungibile è per Sancio don Chisciotte.

Sciascia individua le origini più vicine e precise del romanzo poliziesco in Edgar Allan Poe: ne ha scritti pochi di “gialli”, in realtà, ma sono perfetti, (l’investigatore è il cavaliere Dupin) tanto che in uno La lettera rubata si può anche fare a meno del morto. Diretto discendente di Dupin è l’immarcescibile Sherlock Holmes: alla capacità di analisi del primo, il secondo aggiunge cognizioni di medicina e di chimica, nonché «un enciclopedismo scientifico di seconda mano di cui si serve con solennità e sufficienza».

Con Poirot, l’investigatore belga (e non francese!) nato dalla geniale penna di Agatha Christie, il “giallo”, — sottolinea lo scrittore — giunge a vette di «straordinario virtuosismo». Poirot sa di essere un genio dell’investigazione, ma questa coscienza di sé, questa presunzione, riesce più tollerabile di quella di Holmes, e in forza del rovesciamento ironico che opera la sua figura fisica. «Costantemente abbiamo di fronte — rileva Sciascia — quel piccolo uomo calvo, dai baffi tenuti su dall’applicazione notturna di un aggeggio, comico nei suoi gesti di vecchia cavalleria, che ci parla della potenza delle sue “cellule grigie”».

C’è un investigatore che è diverso da tutti gli altri: Jules Maigret, la creatura di Georges Simenon. È diverso soprattutto perché è un personaggio e non un tipo. Dal 1930, anno in cui Maigret compare in Pietro il lettone, «l’abbiamo visto diventare — evidenzia Sciascia — sempre più vivo, più umano, più reale». E buoni rapporti, anzi buonissimi, lo legano a Simenon, i cui metodi di azione si identificano. Maigret non procede per colpi di scena, e nello stesso modo scrive Simenon, ovvero senza strattoni, ma con una linearità cristallina. Entrambi, al termine del “giallo”, risultano vincenti. Anzitutto Simenon, i cui romanzi (anche quelli senza Maigret) è impossibile lasciare a metà: verranno chiusi, senza eccezione alcuna, solo dopo aver letto l’ultima riga.

Fonte: L’Osservatore Romano – 19 agosto 2022

[Articolo qui ripubblicato per gentile concessione. Titolo originale: Le cellule grigie di Poirot  e il metodo-Maigret. Riproposto il saggio di Sciascia «Breve storia del romanzo poliziesco»]

LA DESTRA SI BATTE A CONDIZIONE DI SALVARE LA COLLABORAZIONE FRA CENTRO E SINISTRA.

Non danneggia il Pd l’eventuale risultato positivo del Terzo polo: Calenda, piuttosto, sembra togliere voti alla coalizione guidata da Frateli d’Italia. Insistere sul confronto diretto Letta-Meloni è un errore, serve solo ad accreditare ulteriormente la leader della destra. In ogni caso, i Democratici devono riposizionarsi, con riguardo soprattutto all’elettorato di mezzo, facendo a meno perciò di parole e atteggiamenti a impronta radicale.

Al rientro dalle ferie comincerà la vera campagna elettorale. Non ci sarà il condimento di pettegolezzi, in specie sulle liste, a confondere il gusto degli italiani al banchetto delle votazioni. Si preannuncia una ripresa difficile, con le famiglie alle prese con il carovita e le aziende in debito di ossigeno per l’aumento dei costi per energia (il gas su tutto) e materie prime. Il confronto tra i partiti e le rispettive coalizioni è destinato a concentrarsi su punti molto precisi, anche di respiro strategico. Non è consigliabile supporre che gli elettori siano attratti irrimediabilmente dagli slogan e non sappiano discernere, in sostanza, quali siano gli obiettivi generali da tenere in considerazione. Il discorso sul bene comune spesso suscita ironie e battute ciniche, ma altrettanto spesso obbliga le persone a riflettere sul proprio interesse in rapporto all’interesse comune, essendo vitale e necessaria tale connessione.

Da qui al 25 settembre l’imponente massa degli astensionisti – superiore per adesso al 40 per cento secondo le previsioni degli istituti demoscopici più accreditati – deciderà l’esito del voto. Non è detto che la destra, tornata a compattarsi dopo essersi divisa negli ultimi 18 mesi rispetto al governo Draghi, con Fratelli d’Italia  sempre all’opposizione, ottenga quella vittoria trionfale iscritta nei pronostici. Molto dipende ancora dal tono della campagna elettorale, da come cioè si articolerà il confronto sui temi decisivi, e quindi sulla incoerenza e inattendibilità del disegno politico della destra. Non è serio, ad esempio, prefigurare la rinegoziazione dei fondi del Pnrr: vuol dire rappresentare l’Italia come un Paese inaffidabile, con partiti (vedi Lega e Forza Italia) che, dopo aver condiviso le scelte del governo Draghi, ora le rinnegano. Sarebbe un danno grave per il futuro del Paese.

La sconfitta della destra non passa per l’ulteriore conflittualità tra Pd e Terzo polo, bensì per la sua sostanziale riduzione. Le differenze non devono compromettere il comune giudizio sulla necessità di fermare la Meloni e i suoi alleati. A questo riguardo insistere sul confronto diretto, nel solco di un nuovo bipolarismo tra Pd e FdI, può avvantaggiare la Meloni in misura inaspettata: è lei che ha bisogno di accreditarsi come leader dialogante e perciò stesso affidabile.

Letta, per altro, se non vuole rimanere prigioniero di un modello di sinistra a vocazione minoritaria, deve riscoprire le potenzialità del pluralismo insite nel raccordo con il “centro” dello schieramento democratico e riformatore. Il dialogo con Calenda e Renzi non deve essere interrotto. Un buon risultato del Terzo polo  si configura, ogni giorno che passa, come una sottrazione di consensi alla destra. In ogni caso, serve un “ricentramento” della posizione e della iniziativa del Pd, abbandonando il vecchio presupposto che impedisce di pensare alla netta distinzione tra centro-sinistra e sinistra radicale. Eppure, su questa linea, Veltroni portò a casa nel 2008 un risultato molto lusinghiero, anche se lontano da quello “straordinario” ottenuto da Renzi nelle europee del 2014.

Dobbiamo allora considerare che una parte dei consensi, dovuti a una politica di responsabilità e moderazione, si trasferiscono all’esterno del perimetro definito e controllato da “questo” Pd. Del resto, voci autorevoli hanno messo in evidenza il tratto radicale della cosiddetta difesa dei diritti. Ciò comporta inevitabilmente una minore capacità di attrazione sul lato dell’elettorato moderato, non solo di orientamento cattolico. Il Pd non può e non deve essere – e men che meno apparire – come il partito dello sradicamento sociale, con l’economia incastrata oltre modo nella logica della globalizzazione, senza regole e valori, e con i corpi intermedi (la famiglia innanzi tutto) sottoposti alla trazione  di un certo radicalismo ideologico, insensibile alla difesa delle identità e del pluralismo.

Il sentiero è stretto, i giorni di campagna elettorale sono pochi, i mezzi per comunicare bene non sempre risultano efficaci o spesso sono deteriorati per effetto del frastuono e della confusione dei messaggi circolanti vorticosamente. Ciò non toglie, però, che lo sforzo di riposizionamento non sia da prendere nella massima considerazione. L’errore più grave è trasmettere alla pubblica opinione un’idea di assertività, quasi di autocompiacimento, immaginando che sia una risorsa, e non invece una iattura, la chiusura nel castello delle proprie certezze e delle proprie abitudini, senza più la necessaria consonanza con l’aspirazione a fungere da perno di una politica equilibrata ed equilibratrice, nel segno del riformismo.

RIENTRANO INSIEME A SCUOLA I DOCENTI NO-VAX E I LAVORATORI FRAGILI PRIVI DI TUTELE.

In un contesto dove non sono ancora stati risolti problemi come l’aerazione delle aule e il sovraffollamento delle classi, il distanziamento e le misure di controllo e profilassi, si potranno determinare situazioni problematiche. Evidentemente i Ministri interessati  – Istruzione., Salute, Lavoro, Funzione pubblica in primis – non hanno valutato misure atte ad evitare possibili contagi, da questa promiscuità tra negazionisti e fragili,  sullo sfondo di un contesto nazionale in cui i nuovi casi di contagio viaggiano ancora sui 25 mila al giorno, con un tasso che oscilla tra l’8 e il 20% giornaliero sui tamponi effettuati.

Mentre noti virologi che hanno sempre ispirato le decisioni sanitarie sul Covid  da parte dei Governi in carica si candidano alle elezioni o si mettono a disposizione dell’esecutivo per rafforzare una linea di tendenza preventiva ispirata dalla scienza e dalla medicina, giunge alle scuole una Circolare del Ministro dell’Istruzione sul rientro in servizio dal 1° settembre dei docenti no-vax. Con il 31 agosto cessano le misure di protezione sanitaria e anche i professori non vaccinati potranno ritornare a scuola, anche se impegnati in compiti diversi dall’insegnamento. Nonostante la più recente media nazionale si attesti su circa 25 mila nuovi casi e 100 decessi giornalieri, con un indice di positività tra il 15 e il 20 % a seconda delle regioni, si allentano le restrizioni ed è significativo che ciò avvenga anche a scuola, dove non sono stati adottati gli attesi provvedimenti sull’aerazione delle aule, l’organizzazione della didattica in presenza, il sovraffollamento delle classi, i distanziamenti e la profilassi dei casi: le scuole sono un luogo di compresenze variegate per età di alunni e personale ma prive di presìdi sanitari di controllo specie da quando la figura del medico scolastico è stata giubilata.

Nel frattempo, nonostante emendamenti e odg presentati in Parlamento dagli On.li De Toma e Dall’Osso, e dal Sen. Cangini, appelli e prese di posizione a mezzo stampa (anche noi abbiamo fatto la nostra parte) non sono state rinnovate le tutele per i lavoratori fragili, scadute il 30 giugno u.s. Non il lavoro agile e neppure l’equiparazione delle malattie al ricovero ospedaliero, misure sempre assunte e – salvo brevi periodi – rinnovate nei due anni e mezzo di pandemia. Nemmeno nel Decreto aiuti-bis, nonostante voci di interessamento da parte dei Ministri del Lavoro e della Funzione Pubblica, nulla è stato deciso in proposito, ai limiti dell’inadempienza amministrativa e sanitaria nei cfr. di una categoria di lavoratori chemioterapici, immunodepressi, cardiopatici ecc. con patologie peraltro riconosciute dal Decreto Min. Salute del 4/2 u.s. e quindi sovraesposti al contagio. Ha lasciato allibiti questa totale assenza di decisioni in proposito, da parte del Governo e del Parlamento. Il Ministro Bianchi dirama dunque disposizioni per il rientro in aula, a contatto con gli studenti e i lavoratori fragili, di docenti e ATA no-vax che si sono sempre sottratti non solo ai vaccini ma ad ogni tipo di controllo sui contagi e lo fa dispiegando l’apparato burocratico del suo Dicastero per istruire nel merito le scuole di ogni ordine e grado. Evidentemente non è bastata la decisione di istituire la contestata figura del ‘docente-esperto’ al Ministro P.I. per lasciare il ricordo di una presenza scialba e poco incisiva: questa decisione di iniziare l’anno scolastico facendo rientrare contemporaneamente in servizio coloro che si sono sempre sottratti ad ogni profilassi contro il Covid e i colleghi lavoratori fragili che meritano tutele speciali per evitare il pericolo di contagi fatali, risulta evidentemente condivisa dai Ministri della Salute, del Lavoro e delle Disabilità, e ciò è inevitabile venendo meno per il personale della scuola l’obbligo della somministrazione del vaccino.  Il Governo è in carica per il disbrigo degli affari correnti ma un inizio di anno scolastico impostato in questo modo suscita perplessità e sconcerto. Alterniamo periodi di fiducia e allentamento delle misure restrittive a nuovi provvedimenti cautelativi, di prevenzione, controllo e profilassi, specie in concomitanza con l’arrivo di nuove varianti.

Si prevede infatti un autunno più difficile del periodo attuale.

E sullo sfondo restano i grandi numeri della pandemia: in Italia finora 21.630.000 contagiati, 175mila morti, 250 milioni di tamponi effettuati, mentre i grafici di questi dati non hanno ancora imboccato una decisa inversione di tendenza al ribasso.

Ogni decisione politica sull’organizzazione della vita sociale e sulle tutele sanitarie individuali si rivela dunque decisiva, mentre si avvalora il detto “la prudenza non è mai troppa”.

GUALTIERI ARCHIVIA IL CASO RUBERTI, MA RESTA IL PROBLEMA POLITICO: SE NON SI RIFONDA IL PD (ROMANO?) AFFONDA.

È finita comunque la stagione di Zingaretti. Il Pd ha vissuto nell’illusione che il potere possa stabilmente surrogare la politica. La degenerazione è giunta a un punto limite, tanto da non reggere il confronto nemmeno con il rovinoso declino della Dc di Sbardella. Viene alla mente in queste ore il famoso “Rapporto Barca” sulla vicenda di Mafia Capitale. Non si riesce a capire, a distanza di tempo, come sia stato possibile attribuire ai Popolari una sorta di “peccato di contaminazione” del dato politico-organizzativo del partito. Sotto accusa, invece, è l’universo degli ex comunisti. Adesso il Pd, se non vuole implodere, ha la necessità di una una formidabile autoriforma.

La nomina di Alberto Stancanelli, uomo probo e competente, è la giusta risposta che si attendeva dal sindaco di Roma. Non conta l’ultima parte del comunicato stampa, quella in cui si ringrazia Albino Ruberti per il lavoro svolto. Si tratta, come tutti possono intendere, di una formula poco più che rituale per archiviare una presenza divenuta all’improvviso imbarazzante. C’è anche qualcosa di più, ovvero lo stacco da una logica che ad inizio di mandato sembrava configurarsi come una sorta di tutoraggio sull’attività del Primo cittadino. In ogni caso, la sgangherata reazione durante la cena misteriosamente video-registrata lascia una ferita profonda nel corpo politico del Pd. Si è dato uno spettacolo indecoroso di ciò che avviene nel retrobottega di partito, al riparo dai riflettori, lasciando sconcertata e perplessa gran parte della pubblica opinione.

È probabile che in campagna elettorale il peso della vicenda possa scemare di fronte all’incombenza di più serie questioni, tanto di politica nazionale che internazionale. Sta di fatto però che il gruppo dirigente appare a questo punto in grande difficoltà. Finisce la stagione di Zingaretti, il vero “inventore” dell’ex capo di gabinetto, e finisce decisamente male. La sua colpa è di aver distillato l’illusione che un potere diffuso, pervasivo, avvolgente possa surrogare il primato della politica. Il partito di Zingaretti, finanche a lui sgradito all’atto delle dimissioni da segretario nazionale, è stato plasmato a Roma e nel Lazio in forme e contenuti che più sgraditi non si può. Sono state chiuse porte e finestre per blindare un’accolita di fedelissimi, tutti tributari della generosità del Capo. 

Tuttavia, sarebbe un errore immaginare che il problema sia sorto per effetto di una scelta di metodi incongrui. È la sostanza politica ad essere oggetto di riprovazione. Si è voluto un partito che soffocando il confronto politico eliminasse la dimensione del pluralismo – malgrado l’imprinting di “partito plurale” rivendicato dai fondatori del Pd. L’idrovora del potere ha risucchiato le diversità, salvo quelle legate alla spartizione del potere medesimo. Chi aveva conosciuto in passato il declino della Dc dall’interno, ha dovuto constatare – a maggior ragione dopo il caso Ruberti – che si è andati molto al di là della controversa epopea di Vittorio Sbardella, cui resistette solo la sinistra dc (e non tutta). All’epoca, nel contesto democristiano, l’opposizione era comunque riconosciuta, se non rispettata; invece, nel Pd di Zingaretti, l’opposizione è stata semplicemente eliminata. Con fare pacioso, ma non senza durezza.

Viene alla mente in queste ore il famoso “Rapporto Barca” sulla vicenda di Mafia Capitale, quello che servì da filtro per capire la degenerazione della politica romana e le responsabilità del Pd. Non si riesce a comprendere, a distanza di tempo, come sia stato possibile attribuire ai Popolari una sorta di “peccato di contaminazione” del dato politico-organizzativo del partito. Chi sarebbero stati questi Popolari? Dove li avrebbe visti Barca? Non si è mai saputo. Invece di calare il sondino nelle cavità della storia recente dei post-comunisti, si è gettato un po’ di fango nel ventilatore. Spiace doverlo ricordare con severità, ma quel Rapporto ha evidenziato la scorrettezza di analisi dell’estensore, fino al punto di prendere i fatti e stravolgerli come che sia, coprendo le vere responsabilità. E anche Orfini rimase sorpreso, senza poter correggere l’errore marchiano.

Ora, archiviato il passato, rimane la speranza di una ripresa del Pd. È interesse di tutti i veri democratici e gli autentici riformisti che ciò possa accadere. Ma questa ripresa esige un esame di coscienza limpido e trasparente, così da produrre sperabilmente un salto di qualità, un gesto persino di rottura, una sorta di rifondazione dal basso. Anche Roberto Gualtieri ne ha bisogno, a meno che non si rassegni a mettere pezze, di volta in volta,  su un tessuto fin troppo logoro. Senza un motore politico – e cos’altro dovrebbe essere il partito cardine della maggioranza capitolina? – l’azione amministrativa è destinata a consumarsi nella dialettica tra buoni propositi e maldestre condotte. Adesso incombono le elezioni e dunque la disciplina fa premio su tutto. C’è però necessità di una vera autoriforma, anche per chi non è iscritto o addirittura non vota per il Pd. È una prova difficile, ma reca in sé la scommessa di un possibile riscatto che vada ben oltre l’ambiente politico capitolino. Altrimenti…il Pd (romano?) affonda.

LE CANDIDATURE E…IL MALCOSTUME.

Non si possono e non si devono addebitare lo squallore, e a volta l’orrore, di alcune scelte politiche, alle norme regolamentari e tecnico/elettorali. Al di là delle pubbliche dichiarazioni, la brutale e spietata designazione centralistica delle candidature è ciò che meglio desiderano i capi partito, tutti i capi partito, come ovvio. Questo, alla fine, è la semplice e scontata motivazione che impedisce di modificare in senso liberale, democratico e partecipativo la legge elettorale.

Parlando di candidature e di selezione della cosiddetta classe dirigente politica, sono indispensabili e necessarie almeno 3 premesse insindacabili. E cioè, nessuna polemica personale di stampo grillino; lunga vita a tutti i candidati/e e, in ultimo, nessun nome e cognome nella riflessione su questo tema. Che era e resta sempre spinoso, difficile e carico di incognite.

Detto questo, non possiamo, però, non fare ad alta voce una semplice riflessone. Ovvero, non si possono e non si devono addebitare lo squallore, e a volta l’orrore, di alcune scelte politiche, alle norme regolamentari e tecnico/elettorali. Detto in altre parole, le singole scelte politiche in materia di candidature non sono “colpa” della legge elettorale in vigore ma, come ovvio, sempre e solo il frutto di ciò che decidono i capi partito. È un concetto che è bene ribadire con forza anche all’indomani delle stesura delle liste per evitare di ricadere in un giustificazionismo ipocrita e forse anche un po’ vile. Si tratta, cioè, di un malcostume che alligna tranquillamente a destra come a sinistra, al centro come tra i populisti.

Certo, tutti conoscono – almeno quelli che seguono le vicende politiche nostrane – chi sono i protagonisti di questo profondo malcostume. Si va dal dirigente di primo piano degli ex comunisti che cambia ogni 5 anni regione per farsi eleggere in un territorio diverso, ovviamente nel listino bloccato e con 6/7 legislature sul groppone alla cosiddetta leader alternativa ai partiti che continua imperterrita il suo ultratrentennale cammino parlamentare. Dal bolognese che ormai ha trasformato il suo curriculum parlamentare in una sorta di record da battere dal secondo dopoguerra in poi ad una simpatica coppia – politica, per carità – che dopo aver trascorso 30 anni di onorata carriera berlusconiana con relative candidature, legislature e potere vario si trasferiscono arma e bagagli al centro e ne occupano di nuovo tutti gli spazi per ricominciare un’altra danza sino al prossimo cambio. Dalle candidature familiari ai cambi improvvisi di casacca per rifare l’ottavo, o il nono e il decimo giro in Parlamento. E decine e decine di altri casi che si potrebbero fare ma che, per ragioni di spazio e soprattutto di interesse specifico, ci risparmiamo.

Insomma, un profondo malcostume che molti addebitano inesorabilmente ai cavilli inseriti nella attuale legge elettorale ma che poi, come ovvio e scontato, non è affatto così per i motivi sopra ricordati.

Ecco perchè, concludendo questa rapidissima rassegna – né moralistica e né, tantomeno, polemica ma solo e soltanto oggettiva – almeno due postille si impongono.

Innanzitutto nessuna responsabilità specifica della legge elettorale ma solo ed esclusivamente dei capi partito che hanno fatto determinate scelte, al di là della ipocrisia e della narrazione utili da raccontare ai “balubba” e alla propria base di riferimento. In secondo luogo, al di là delle pubbliche dichiarazioni, la brutale e spietata designazione centralistica delle candidature è ciò che meglio desiderano i capi partito, tutti i capi partito, come ovvio. Senza eccezione alcuna. Questo, alla fine, è la semplice e scontata motivazione che impedisce di modificare in senso liberale, democratico e partecipativo la legge elettorale. Considerazioni, queste, banali ma utili per evitare di ascoltare ancora le solite narrazioni ipocrite e fuorvianti.

LE FANFALUCHE QUOTIDIANE DEGLI AFFABULATORI DELLA POLITICA.

Tutti si impadroniscono della verità e lo fanno con una disinvoltura disarmante. Colpiscono le parole, per la sicumera con cui vengono pronunciate da coloro che si ritengono depositari di una verità rivelata: la loro. Si tratta banalmente di slogan che non fanno più effetto. Finite le elezioni, e quindi finita la fase degli slogan, tornerà il bisogno di concretezza e competenza. Forse dovremmo richiamare alla guida del governo chi ha dimostrato di evere esattamente queste doti.

Dicono più o meno le stesse cose in un lasso di tempo predeterminato, in genere lo spazio anche di un solo  minuto: formulette recitate a memoria che dovrebbero lasciare di stucco gli spettatori e che diventano invece esse stesse stucchevoli e ripetitive. Enfatizzando lo chiamano storytelling, una tecnica narrativa che chiude il cerchio: dentro ci sono tutti i problemi che ci affliggono e contestualmente le adeguate soluzioni,  mentre in realtà assomiglia vagamente ad un refrain già ascoltato, più o meno sempre lo stesso.  “Il nostro impegno non verrà mai meno per aiutare le famiglie e le imprese, ridurre le bollette e il caro vita, sostenere le famiglie e gli anziani, introdurre il salario minimo,  aiutare i giovani che cercano un lavoro, restituire i diritti negati alle minoranze e difendere il potere d’acquisto di stipendi e pensioni”.

Più o meno il ritornello è questo, lo stesso per tutti, si capisce che sono formulette mandate a memoria: per capire chi si fa carico di cotanto progetto di welfare e giustizia sociale bisogna leggere il nome di chi lo espone e- accanto- il partito di appartenenza. 

Tutta roba che si dimentica in fretta, si sovrappone e si confonde nella genericità degli argomenti.

C’è poca cultura dietro questo rituale utilizzato e molta propaganda: in genere viene affidato ai peones o ai fedelissimi emergenti, generalmente i leader si lanciano in monologhi televisivi più articolati in cui più che delineare un programma tendono a smontare e delegittimare quello degli avversari, sovente anche con espliciti attacchi personali cui fanno seguito sequele di post e twitter, con relative smentite e correttivi.

In genere siamo noi che non capiamo niente ma nel frasario degli affabulatori della politica c’è tutta la pochezza e la finzione dei venditori di fumo: frasi fatte, retorica riciclata, promesse evanescenti.

Se ci fate caso il tono è risoluto poiché l’obiettivo è convincere in modo da lasciare il segno: peccato che ascoltandoli ripetano sempre il medesimo leit-motiv.

Viene da dubitare che una campagna elettorale seria inceda con questi siparietti.

Forse ciascuno pensa che il proprio messaggio sia il più efficace, in realtà proprio queste formulette realizzano il convincimento che la gente non sia così sprovveduta da memorizzarle per ricordarle nel segreto della cabina elettorale.

Sarà dura di questo passo conquistare il voto degli indecisi. La propaganda politica riflette la pochezza culturale di cui si alimenta ed è trasversale agli schieramenti: in questo siamo maestri di una retorica che è prossima al nulla. La carica dei 101 simboli elettorali suona il de profundis di programmi, ideali, modelli di società da proporre, tutti enfatizzano i diritti e nessuno si azzarda a parlare di doveri, di interessi generali, di bene comune, di senso civico. Com’è lontano nel tempo e nelle argomentazioni il frasario di De Gasperi, dei padri della Repubblica, il loro attingere incessantemente dalla Costituzione, la moderazione dei toni, l’umiltà del porsi, il richiamo al senso di responsabilità a sostegno della nettezza degli schieramenti.

Ascoltando questi laconici, generici e ostentati enunciati si coglie la protervia delle parole, la malcelata finzione delle promesse, destinate ad essere puntualmente smentite dall’evidenza oggettiva dei fatti, dalla burocrazia pervasiva che le cancellerà insieme agli accomodamenti e ai tornaconti personali o di parte.

Ripenso spesso all’incipit del discorso che Alcide De Gasperi pronunciò il 10 Agosto 1946 alla conferenza di Parigi «Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me» . Con questa realistica introduzione, il nostro Presidente del Consiglio difese la causa dell’Italia. Non era un invitato: era un accusato chiamato a discolparsi per una guerra scatenata da un regime che lui stesso aveva combattuto. Ma usò toni miti e argomenti convincenti consapevole di un vago senso di inadeguatezza di cui era portatore, non per emendare se stesso ma in nome del Paese. 

Oggi tutti si impadroniscono della verità e lo fanno con una disinvoltura disarmante: anche adesso colpiscono le parole, per la sicumera con cui vengono pronunciate da coloro che si ritengono depositari di una verità rivelata: la loro. Si tratta banalmente di slogan che non fanno più effetto tanto che potrebbero esserci evitati. Si nota infatti una tendenza ad esprimersi in modo autoreferenziale, risoluto e per niente interlocutorio. Ciascuno, direbbe Pirandello, recita la sua parte. Forse le tribune elettorali di una volta erano noiose ma realizzavano un confronto politico che adesso è assente. 

Tutti si sottraggono al confronto, ostentando sicurezza e decisione che nascondono invece una malcelata incapacità di misurarsi su idee e progetti, enunciando competenze che purtroppo non ci sono. Chi le possedeva in modo eloquente ed esperto, un mix di conoscenza, coraggio e umiltà lo abbiamo cacciato in malo modo. Non è improbabile che tra qualche mese – all’apparir del vero, direbbe Leopardi – la politica gli chiederà di ritornare.

IN TRENTINO SI MATERIALIZZA IL FRONTE REPUBBLICANO: UN SEGNALE DI UNITÀ NELLA SFIDA CON LA DESTRA.

Nei tre collegi senatoriali trentini si è sottoscritto un accordo tra Campobase (la formazione territoriale di ispirazione popolare e riformista), PD, Socialisti, Più Europa, Verdi/Sinistra Italiana, Italia Viva e Azione. Dunque, candidati comuni e una piattaforma politica condivisa.

Un segnale politico positivo, in questa vicenda politica complicata, arriva dal Trentino e mi pare utile richiamarlo.

Nei tre collegi senatoriali trentini (che in base alla legge elettorale da noi non hanno quota proporzionale) si è sottoscritto un accordo tra Campobase (la nostra formazione territoriale di ispirazione popolare e riformista), PD, Socialisti, Più Europa, Verdi/Sinistra Italiana, Italia Viva e Azione. Avremo candidati comuni e una piattaforma politica condivisa.

Ciò che a Roma si è irrazionalmente diviso, nei nostri collegi senatoriali, almeno, si è unito. Visto il sistema elettorale colpevolmente rimasto tale, abbiamo cercato – ove possibile – di non giocare a briscola in un torneo di scopone. Cioè, di non giocare al proporzionale con una legge che proporzionale non è. 

È un piccolo contributo che parte da un piccolo territorio. Ma è un territorio che da sempre ha saputo esprimere istanze innovative, spesso in controtendenza, talora da “laboratorio politico”. Un territorio che vive la sua Speciale Autonomia non solo nella dimensione istituzionale ed amministrativa, ma anche pienamente politica.

Se la Politica recuperasse il senso della sua origine comunitaria e territoriale (che non è affatto separatezza localista, ma assunzione responsabile e originale di un “respiro nazionale” non ridotto alla mera applicazione di modelli decisi a Roma) forse le cose andrebbero meglio.

Non è stato facile; non sarà facile in una stagione di centralizzazione delle tutte le dinamiche; comunque noi quassù continuiamo a provarci.

Per il 25 settembre ma sopratutto per il dopo. Per quando, cioè, la crisi del sistema sarà ancora più acclarata e ci sarà bisogno di una ripartenza vera, che rigeneri strumenti nuovi per la rappresentanza e sentieri inediti di espressione delle culture politiche democratiche.

NON ESISTE LA “QUESTIONE CATTOLICA” MA IL RUOLO DEI CATTOLICI.

Una fase storica è alle nostre spalle. Da tempo la “questione cattolica” non ha più la sua vecchia ragion d’essere. Oggi siamo in un altro tempo, con nuove condizioni. Non più la presenza di partiti identitari, non più “cattolici professionisti”, non più rappresentanza esclusiva dei valori cattolici e cristiani in un solo partito ma, al contrario, la capacità e la volontà di singoli esponenti o di “correnti” organizzate nei vari partiti di farsi ancora carico, laicamente, di questa nobile e attualissima tradizione politica, culturale ed etica.

 

No, non esiste più una “questione cattolica” nella politica italiana. E non esiste più per tre questioni sostanziali.

Innanzitutto il pluralismo politico dei cattolici italiani è un fatto largamente e storicamente acquisito. Dopo la fine della Democrazia Cristiana e il breve percorso del Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli e di Franco Marini, il voto cattolico si è definitivamente spalmato lungo tutto l’arco costituzionale, come si diceva un tempo.

In secondo luogo è tramontata, purtroppo, anche la stagione in cui quest’area culturale era rappresentata da leader e statisti. Autorevoli, riconosciuti e fortemente rappresentativi. È persin inutile elencare i nomi di uomini e donne che hanno costellato e accompagnato il cammino di questa tradizione ideale nella storia politica italiana. Statisti e leader che, ancora oggi e grazie alla loro concreta testimonianza politica, culturale e istituzionale, sono dei fari che continuano ad illuminare l’azione dei cattolici impegnati in politica nei vari partiti e nella società nella sua multiforme espressione.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non c’è, oggi nella politica italiana, nessuno che può autorevolmente rappresentare un pezzo, ancorchè significativo, di questo mondo che un tempo era molto più granitico e compatto. E tutti coloro che nei vari partiti, a cominciare dal Pd, pensano di essere i depositari esclusivi e più titolati di quest’area culturale, non sono altro che simpatici e spregiudicati personaggi che confondono l’ottenimento di qualche centinaio di preferenze – di natura prevalentemente clientelare – con la rappresentanza diffusa un mondo vitale, culturale o addirittura religioso che sia. Per non parlare del “capitano” leghista che confonde l’esibizione carnevalesca e un po’ blasfema dell’oggettistica religiosa con l’appartenenza ad una fede religiosa, ai suoi valori e ai suoi principi di riferimento. Ma qui, appunto, ci troviamo di fronte più ad una esibizione comica e macchiettistica che non ad un atteggiamento politico, o culturale o di natura valoriale.

Ecco perchè nel panorama politico contemporaneo – peraltro scadente e ancora largamente trasformistico dopo la devastante e squallida stagione grillina – non esiste più una “questione cattolica” che, è inutile negarlo, ha contrassegnato e condizionato pesantemente il cammino della nostra democrazia repubblicana dal dopoguerra in poi. Una questione che non può essere banalmente riconducibile a regressioni confessionali o di natura integralistica ma che, semmai, interpella la necessità di continuare ad avere una politica di ispirazione cristiana nel nostro paese. Laica ma segnata dal patrimonio culturale e politico di una tradizione – quella del cattolicesimo politico, appunto, seppur pluralistico e variegato al suo interno – che ha contribuito nei decenni, con l’apporto di altre correnti culturali ed ideali, a costruire e a consolidare la democrazia nel nostro paese.

E oggi, al contrario, questo patrimonio e questo universo valoriale appartengono a tutti coloro che, nelle varie formazioni politiche, sentono il bisogno politico ed etico di continuare ad “inverarlo” nelle concrete dinamiche politiche italiane. Certo, uno sforzo e un impegno che non si possono declinare tranquillamente e qualunquisticamente in tutti i partiti. Ma, comunque sia, si tratta di un’operazione che si rende possibile e realmente praticabile solo in alcuni partiti e non in tutti, come ovvio e quasi del tutto naturale. Si tratta, cioè, di quei partiti di natura tendenzialmente centrista, riformista e democratica dove la cultura del cattolicesimo politico – democratico, popolare e sociale – può avere e trovare una reale cittadinanza.

Questa, oggi e non ieri, è la vera – si fa per dire – sfida della “questione cattolica” nel nostro paese. Non più la presenza di partiti identitari, non più “cattolici professionisti”, non più rappresentanza esclusiva dei valori cattolici e cristiani in un solo partito ma, al contrario, la capacità e la volontà di singoli esponenti o di “correnti” organizzate nei vari partiti di farsi ancora carico, laicamente, di questa nobile e attualissima tradizione politica, culturale ed etica.

QUEL CONGRESSO POLITICO CHE IL PD NON HA MAI FATTO

Il Pd aveva due possibilità: allargare anche ai 5 Stelle la coalizione, per renderla competitiva, o qualificarla in senso riformistico. La soluzione intermedia non garantisce la presa sull’elettorato. In particolare, la rottura con Calenda ha sbilanciato a sinistra non solo l’alleanza elettorale, ma lo stesso Pd perché ora alla sua destra, al centro, vi sono due partiti e una coalizione e saranno loro ad attirare, eventualmente, i voti in libera uscita dal centrodestra. Ora, se il Pd deve essere il partito della sinistra italiana, diversamente dall’originario obiettivo di centrosinistra a vocazione maggioritaria, lo deve decidere un congresso. E poi ciascuno farà le sue valutazioni

In campagna elettorale non è uso svolgere ragionamenti. E se li si fanno, lo sono a futura memoria. Questo è il caso. Michele Salvati ha proposto nei giorni scorsi sul Corriere della Sera  una riflessione sul Partito Democratico assai onesta e piuttosto sconsolata. Non se la prende con il segretario attuale del partito ma riconosce che il Pd mantiene “un antico difetto di costruzione” che invariabilmente porta a bruciare in breve tempo i suoi leader provvisori (ovvero il segretario di turno): e ciò accade – questa l’osservazione più brutale ma reale – in quanto il Partito “non è riuscito a creare un senso di comunità, di appartenenza e di identità forte quanto è necessario a consentire la convivenza di inevitabili differenze di opinione”.

Salvati, che è un convinto sostenitore del Pd da sempre, su posizioni liberali di sinistra, specifica dal suo punto di vista: “Non è riuscito a creare una identità nuova, di sinistra liberale, e dunque diversa da quella delle forze politiche che confluirono nella formazione del partito”. Ciò produce l’incertezza politica che si manifesta ogni qualvolta occorra assumere decisioni strettamente politiche quali le alleanze sono. Problema che viene surrettiziamente risolto, in ogni circostanza, con l’individuazione del nemico assoluto, l’avversario della democrazia, o noi o lui. Ieri Berlusconi, oggi la Destra di Meloni e Salvini. Un escamotage che va bene per la propaganda ma che non risolve il problema di fondo. Che così continua a riproporsi.

In queste elezioni, con la Destra in netto vantaggio secondo tutti i sondaggi, e ovviamente tenendo presente la legge elettorale in vigore, le vie per i centrosinistra e segnatamente per il Pd erano due, nel tentativo di sovvertire i pronostici.

Tentare col “campo largo”, ovvero l’alleanza con la Sinistra più radicale e con i 5 Stelle. Ma la venuta meno del sostegno di questi ultimi al governo Draghi ha precluso questa scelta. Che a mio avviso, lo dico per chiarezza, era comunque errata, poiché il movimento fondato da Grillo resta nella sostanza populista e anti-sistema, intrinsecamente individualista e ora schierato da Conte a sinistra per mero opportunismo (al di là delle convinzioni di alcuni suoi esponenti, pochi peraltro, come il Presidente della Camera, Roberto Fico).

L’altra via era quella di esaltare il profilo riformatore ed europeista del Pd (coerentemente con i propri valori fondativi e con l’attività svolta a supporto del governo Draghi) e con questo cercare di strappare quanti più elettori possibili alla Destra, posta la preminenza di Fratelli d’Italia e della Lega su Forza Italia, quest’ultima ulteriormente indebolita dall’uscita di persone importanti come Gelmini e Carfagna e inoltre riportata da Berlusconi su una posizione assai meno moderata di quanto egli stesso ha voluto far credere negli anni più recenti.

L’alleanza con Azione aveva questo senso. Provare a conquistare uno spazio – chiamiamolo, ma solo per comodità, “centrale/moderato” – presso elettori (parlo di elettori, di cittadini comuni, non di ceto politico: la differenza è sostanziale) che non votando più a destra avrebbero doppiamente rafforzato il centrosinistra. Ma per essere più credibile, anzi realmente credibile, questa coalizione avrebbe dovuto essere allargata a tutti quelli che avevano sostenuto Draghi (dunque anche Italia Viva) ma non a chi vi si era opposto (dunque, a sinistra, sì a Liberi e Uguali/Articolo Uno di Speranza e Bersani ma no a Sinistra Italiana di Fratoianni).

Fra l’altro l’alleanza con il centro avrebbe rafforzato proprio il Pd, confermandone il profilo originario de centrosinistra. E assegnandogli – anche nei voti lista, certamente – la netta primazia. 

È stato quindi un errore aver allargato l’alleanza elettorale a Sinistra Italiana e Verdi (tanto più che il tema ambientale è già presente nel Pd e semmai andava rafforzato con candidature prestigiose del mondo ambientalista riformatore e non delegato a una formazione colpevole da lustri di aver relegato una intuizione così importante ad appendice di una sinistra radicale inconcludente e marginale in termini di consenso popolare).

Poco importa stabilire se Calenda ha colto l’occasione per abbandonare l’alleanza, il fatto è che gli si è fornita l’occasione per farlo. Sbilanciando così a sinistra non solo l’alleanza elettorale, ma lo stesso Pd perché ora alla sua destra, al centro, vi sono due partiti e una coalizione e saranno loro ad attirare, eventualmente, i voti in libera uscita dal centrodestra. Non più il Pd.

Non solo. Avendo i centristi una capacità di attrazione inferiore al Pd (per via della base di partenza dei consensi assai inferiore) saranno probabilmente di meno gli elettori di centrodestra che abbandoneranno quell’area, data per vincente, vedendo che il Pd – unico partito che poteva aspirare a cambiare l’esito elettorale pronosticato dai sondaggi – si è schierato a sinistra, e quindi per essi rimasto invotabile. Si è insomma regalato ossigeno a Forza Italia e agli stessi leghisti che nelle regioni settentrionali guidano con concretezza le proprie comunità lasciando ai margini il radicale verbo salviniano.

Letta non ha potuto fare di più, si dirà. Probabilmente è così. Le pressioni della sinistra interna, già in lutto per la rinuncia all’accordo con i 5 Stelle erano troppo forti per non dar loro ascolto. Resta che così le possibilità di vittoria sono ulteriormente diminuite. Probabilmente annullate.

E allora torniamo al discorso di fondo. Che un congresso vero (non Primarie: un congresso vero) dovrà definire. Se il Pd deve essere il partito della sinistra italiana, diversamente dall’originario obiettivo di centrosinistra a vocazione maggioritaria, lo deve decidere un congresso. E poi ciascuno farà le sue valutazioni. Un congresso, beninteso, di delegati dei suoi iscritti e militanti, non dei suoi vertici professionali. Perché questi ultimi – di ogni età e di ogni sesso – hanno dimostrato in tutti questi anni (pur con le dovute e dignitose eccezioni) di essere mossi da calcoli opportunistici legati alle carriere personali. Che interessano solo a loro. Non agli iscritti e militanti del partito.

LA TESTIMONIANZA DI DE GASPERI NON DEVE CADERE NELL’OBLIO. AVANZA LA CAUSA DELLA SUA BEATIFICAZIONE.

Pubblichiamo l’omelia del Card. Re tenuta oggi a Roma, nella Basilica di San Lorenzo al Verano, in occasione della messa per l’anniversario della morte dello statista trentino.

Sono passati 68 anni dalla morte di Alcide De Gasperi e in questo anniversario lo vogliamo ricordare con la riconoscenza che si deve ad un uomo che ha fatto molto per l’Italia e per l’Europa. Egli è stato grande come uomo, come cristiano e come statista. Col passar del tempo, la sua figura non si è sbiadita, anzi sono cresciuti il riconoscimento del valore del suo pensiero e della sua visione sociale e politica e il riconoscimento della grandezza della sua opera.                         

Anche se la situazione sociale e politica odierna è molto cambiata rispetto agli anni storici di Alcide De Gasperi, la lezione che ci viene da quel passato ha molto da insegnare agli uomini e alla società di oggi e di domani. E’ una lezione che continua ad essere di grande attualità.

Abbiamo  un debito speciale  di memoria e di gratitudine  nei riguardi del Presidente De Gasperi, perché egli, dopo le distruzioni della guerra, guidò con intelligente lungimiranza  la ricostruzione dell’Italia, ottenne il ricupero della credibilità del Paese in campo internazionale e promosse il rilancio dell’economia, concedendo spazio a tutti coloro che erano disposti a dare il loro contributo. Inoltre difese la libertà che da poco l’Italia aveva riconquistato, ma che in quel momento correva il rischio di sfuggire di mano. Molta parte della vita e della storia italiana è stata determinata dalle scelte che ebbero come protagonista De Gasperi.

Nell’animo di Alcide De Gasperi convissero e ne caratterizzarono la personalità sia la spiritualità sia la politica: due dimensioni profondamente radicate, che spiccavano per la loro straordinaria luminosità. Spiritualità e politica vissero sempre intrecciate in De Gasperi: sembrava che l’una prendesse forza e ragione di vita dall’altra. La sua statura politica era frutto della sua intelligenza, cultura ed umanità, ma anche della sua spiritualità e sensibilità religiosa.

In questo anniversario vorrei soffermarmi sul tema della spiritualità. Se infatti si vuole  capire realmente  De Gasperi, bisogna approfondire non solo l’azione che svolse e le idee che lo mossero, ma anche  la spiritualità che lo animò, perché  fu  questa la radice della sua forza e dello straordinario  servizio reso all’Italia.

Egli fu un vero credente, coerente con la sua fede,  e un vero statista; fu credente e politico, nella chiara distinzione dei ruoli.

Fu un politico che mise sempre il bene del Paese al di sopra degli interessi personali o del partito; nelle decisioni di De Gasperi ha brillato sempre un alto senso dello Stato e un radicale convincimento che lo Stato è al servizio della persona umana.

In pari tempo la sua religiosità fu trasparente in tutte le sue azioni, piccole e grandi. Non ostentava mai la sua fede e la sua religiosità, ma esse  facevano parte della sua vita. Dalla dimensione spirituale  nasce il suo spiccato senso di giustizia, libertà e dignità da garantire ad ogni persona umana. La misura della sua solidità come cristiano la diede soprattutto negli anni della sventura, che comportò per lui e familiari  gravi sofferenze, umiliazioni e privazioni. Dopo il periodo passato in carcere, ebbe difficoltà a trovare lavoro per guadagnarsi il pane. A stento riusciva a pagare la pensione dove alloggiava dedicandosi a fare traduzioni dal tedesco. Ai pasti non beveva vino per risparmiare, così da restare dentro i pochi soldi che aveva.  

Alla fine del  1929 fu preso a lavorare presso la Biblioteca Vaticana, ma soltanto come precario. Per non sollevare reazioni da parte del fascismo non fu assunto nei ruoli vaticani e fu pagato non dall’Amministrazione dei Beni della Santa Sede, ma  attingendo da un piccolo fondo che la Biblioteca aveva a sua disposizione.  Il suo stipendio era decisamente inferiore ai meriti. De Gasperi doveva arrotondare lo stipendio con qualche traduzione dal tedesco all’italiano, che riusciva a trovare. Solo dopo 10 anni la sua posizione fu regolarizzata e fu nominato Segretario della Biblioteca Vaticana, col corrispondente giusto stipendio. 

Egli fu coerente e fedele agli ideali nella buona e nella cattiva sorte. Nella sua vita, privata e pubblica, agì sempre secondo coscienza, sentendosi responsabile di fronte a Dio. Questo gli  permise  di non arrendersi né deprimersi  nei duri momenti della persecuzione fascista e degli insuccessi, come pure di non esaltarsi  mai nei momenti dei rilevanti traguardi conseguiti.

I primi libri che chiese di avere quando fu messo in prigione furono la Bibbia, l’Imitazione di Cristo e le Confessioni di Sant’Agostino. Durante la carcerazione gli furono di sostegno spirituale la preghiera dei Salmi ed il Rosario, che Alcide recitava ogni sera pensando che verso quell’ora anche la moglie e le sue bambine (allora due) erano in preghiera e allora – così scriveva alla moglie – “il mio spirito si inginocchia con voi” (Lettere dalla prigione, pag. 26-27).

Le lettere che De Gasperi scrisse dalla prigione,  in gran parte indirizzate alla moglie Francesca, ci danno la misura della profondità della sua spiritualità e della sua vita religiosa. Al riguardo vorrei leggere un brano della lettera che Alcide scrisse alla moglie il giorno dopo la condanna a 4 anni di carcere (poi successivamente ridotti).  Dopo avere passato tutta la notte insonne pensando al dolore che la sua condanna avrebbe causato al babbo anziano, alla moglie ed agli altri familiari, incominciò a piangere. “E dopo il pianto – così scrive – incominciai a ragionare. Perché il Signore mi ha lasciato colpire così? Se la cosa fosse soltanto fra me e la Sua giustizia, lo so, che sarebbero in causa i miei peccati; ma tu, mia santa ed eroica creatura, e le mie figliole innocenti, e tutti i miei e i tuoi e gli amici buoni e giusti che hanno pregato? Dio mio, com’è difficile trovare le ragioni ontologiche del dolore! Ma poi questo è fatto pubblico: io sono un granello rimesso dalla Sua mano potente nel vortice del mondo, un sassolino con cui impasta il suo edificio? qual vortice, quale edificio? non lo so, ma Dio ha un disegno imperscrutabile innanzi al quale mi inchino adorando, Francesca, e parlando scrivo a te e a tutti che mi amano. Iddio non può essere né ingiusto né crudele. Egli ci ama e fa di noi qualche cosa che oggi non comprendiamo. Così ragionando mi sono alquanto consolato” (Lettera del 31 maggio 1927). 

È una lettera commovente. De Gasperi, politico umiliato e condannato alla prigione, padre di famiglia privato dei suoi diritti ed affetti, dopo aver pianto eleva il suo pensiero a Dio e si rimette alla volontà di Dio; si china adorando il disegno di Dio, anche se non lo capisce, ma sa per fede che è un disegno ispirato dall’amore. Questa lettera ci dà la misura dell’alta spiritualità di De Gasperi.

Da presidente del Consiglio, in un discorso pubblico, De Gasperi si chiese: “Qual è il faro che illumina il sentiero sul quale dobbiamo muoverci?”. La risposta fu: “Nel momento decisivo è la coscienza che spinge l’uomo ad una decisione” (Discorsi politici 1923-1954, p. 343). Negli ultimi giorni di vita a Sella di Valsugana confidò alla figlia Maria Romana: “Ho fatto tutto quanto era in mio potere; la mia coscienza è in pace”.

Tutta la sua vita fu in armonia con la sua coscienza di uomo, di cittadino, di cristiano.

La testimonianza della vita di De Gasperi e i grandi esempi che ci ha lasciati sono una luce che illumina il cammino. L’Italia di oggi ha tanto bisogno di politici con lo spirito di De Gasperi. Egli rimane un modello di cristiano in politica a cui guardare e trarre ispirazione per la propria condotta personale, per il bene del Paese e per la difesa dei valori della nostra civiltà. 

Per questo sono lieto che sia si stia riprendendo lo studio della sua causa di beatificazione. La testimonianza che Alcide De Gasperi ci ha lasciato non deve cadere nell’oblio. 

 

Basilica di San Lorenzo al Verano (19 agosto 2022)

 

 

 

NON BASTA IL TRIBUTO DEL RICORDO, DE GASPERI PUÒ ORIENTARE ANCORA OGGI L’AZIONE DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

La sua opera resta un caposaldo della rinascita economica e civile del Paese, costituendo anche oggi, nel mezzo di una decisiva campagna elettorale, un riferimento essenziale per quanti nel mondo cattolico hanno a cuore la crescita democratica del Paese.

L’opera di governo di De Gasperi, sviluppata nell’arco di un decennio cruciale (1944-1954) che lo vide a lungo Presidente del Consiglio, non può essere apprezzata adeguatamente se non nel contesto della vicenda politica di partito. Altri leader democristiani, nei vari passaggi generazionali, assumeranno analoghe responsabilità istituzionali sulla scia del loro cursus honorum nella Dc. Basti ricordare Fanfani, Moro, Rumor o Andreotti, come pure De Mita in epoca più recente. Non sfugge tuttavia la differenza. De Gasperi, in realtà, della Dc è stato il fondatore: ne ha forgiato il profilo per così dire ideologico e l’impianto politico-organizzativo, ne ha fatto il “partito nazionale” capace di esercitare una costante funzione egemonica per quasi mezzo secolo. In tutto questo tempo, la Dc si è misurata con i cambiamenti della società, non rinunciando a cambiare essa stessa – senza cancellare però l’impronta degasperiana. 

La volontà di mettere mano al partito emerse nel 1942, prima del crollo del fascismo, quando a Milano, in casa Falck, si svolse l’incontro con i neoguelfi di Malvestiti e Malavasi. Le sorti della guerra volgevano al peggio e il consenso sociale, a fronte di sacrifici imposti dal governo, tendeva sempre più a scemare. Occorreva agire con circospezione e però, con quel gesto ancora contenuto nell’ambito della clandestinità, De Gasperi volle rimarcare il rapporto strategico con un nucleo di cattolici intransigenti che non avevano piegato la testa di fronte a Mussolini e al suo Regime. Poi, nel giro di pochi mesi, i rovesci militari e i bombardamenti su Roma portano alla traumatica sostituzione del Duce e dunque alla costituzione del CLN in vista della liberazione del Paese. D’accordo con Sturzo, non si torna alla vecchia denominazione di partito, bensì a quella di “democrazia cristiana” dei primi anni del Novecento. Non a caso, presente tutto il gruppo dirigente del partito, il 16 agosto del 1944 si tiene a Roma la commemorazione di Giuseppe Donati, amico in gioventù di Murri, fondatore e primo direttore del Popolo, morto esule a Parigi nel 1931.

La Dc non si presenta, perciò, come la semplice riedizione del Ppi. De Gasperi prende strade nuove. Abbandona ad esempio l’armamentario del corporativismo e sceglie, su impulso del giovane Paronetto, l’economia mista di mercato. Con mons. Montini, il futuro Paolo VI, imbastisce una strategia di coinvolgimento dei quadri migliori dell’associazionismo cattolico (anche pronti, con Dossetti, a insidiarne la leadership). Riesce così a mettere insieme generazioni diverse e le sollecita a cooperare ad una iniziativa di partito fortemente innovativa, nel segno preminente della laicità della politica a fondamento cristiano. Plasma quel “centro in marcia verso sinistra” che indica la scelta di ancorare la battaglia anticomunista a una prospettiva di evoluzione civile e politica, propriamente affidata a un ottimismo cristiano che trovava l’avallo filosofico e teologico nella lettura di Gratry. Da qui discende la convinzione che l’alleanza necessaria, in funzione del superamento dello storico steccato tra guelfi e ghibellini, fosse identificabile nel quadripartito (Dc-Psdi-Pri-Pli) che affronterà vittoriosamente la prova delle elezioni del 18 aprile e rappresenterà l’architrave di un sistema di governo solido e aperto al tempo stesso, anche elevabile a paradigma del futuro centro-sinistra.

Tutto questo è il modello De Gasperi, ovvero il modello che ha dato all’Italia un connotato di modernità, legandola  al grande disegno euro-atlantico. È giusto relegarlo a una pagina ingiallita di storia patria? O non è giusto, piuttosto, farci i conti sul serio e fino in fondo, per ricavarne la potenza di un insegnamento? Suona strano che si parli di “centro” – e oramai si assegna ad esso soltanto l’appellativo liberale – senza confrontarsi con la formula (vincente) degasperiana; come pure è strano che gli ambienti più avveduti del cattolicesimo italiano scrutino l’orizzonte della politica, talora con l’idea di reinventare una proposta a un dipresso dall’azione di partito, saltando a piè pari l’esperienza storica della Dc e quasi soggiacendo a un istinto di rimozione, tanto da dimenticarsi di De Gasperi. In realtà, non possiamo accontentarci di una periodica commemorazione che, nonostante i buoni propositi, finisce per essere esposta all’usura del tempo e quindi all’infragilimento del ricordo. 

A De Gasperi dobbiamo molto di più, da De Gasperi possiamo avere ancora di più. La sua opera resta un caposaldo della rinascita economica e civile del Paese, costituendo anche oggi, nel mezzo di una decisiva campagna elettorale, un riferimento essenziale per orientare il pensiero e l’azione dei cattolici democratici.

GRAVE ERRORE DI CALENDA E RENZI: NEL PROGRAMMA ELETTORALE L’ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DEL GOVERNO. 

Si annuncia per stamane la presentazione ufficiale del programma della lista che ambisce a costituirsi come alternativa ai poli di destra e di sinistra. 

Renzi ha voluto anticipare che l’elezione diretta del capo del governo – vedi di seguito la petizione promossa da Italia Viva – entrerà nel programma elettorale del Terzo Polo. 

Il cosiddetto “sindaco d’Italia” – così lo definisce Renzi – è un modello che pretende di essere più efficace di quello evocato dalla destra con il presidenzialismo. 

In realtà, non si sa come dovrebbe funzionare. È una forma di concorrenza nell’orbita del decisionismo, che porta allo stravolgimento della Costituzione, con l’ulteriore riduzione del ruolo del Parlamento. In passato questa formula apparentemente risolutiva – più trasparenza e più stabilità – è stata molto criticata in sede culturale e scientifica, rappresentando agli occhi dei costituzionalisti un abbaglio o uno strafalcione.

Non è su queste basi che si rinnova lo Stato, né si vivifica la democrazia; non è così che si riannodano i fili della migliore tradizione politica “di centro”, con particolare riguardo allo storia del cattolicesimo democratico e popolare del secondo Novecento; non è, insomma, un approccio di tal genere, cedevole all’idea del leader solitario, il più adatto a convincere un’Italia non immemore della funzione equilibratrice di un grande partito come la Dc.

Si tratta di un errore che indebolisce evidentemente la credibilità del nuovo aggregato liberal-liberista, solo per incidens interessato al dialogo con l’esiguo ma non insignificante retroterra del popolarismo democratico.  

 

Eleggiamo il Sindaco d’Italia

L’Italia non può restare ancora ferma bloccata dai litigi quotidiani dei partiti. E noi che siamo parte di questo spettacolo siamo i primi a riconoscerlo. Per questo proponiamo di cambiare.

Il mondo fuori da noi corre. Le sfide del futuro richiedono un Paese capace di decidere. I cittadini hanno votato per partiti che hanno visto i propri rappresentanti – tutti – allearsi con forze politiche radicalmente diverse. La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica.

Con le regole di oggi, tuttavia, nessuno può governare da solo. E infatti negli ultimi anni si sono succeduti governi con maggioranze diverse ma con il medesimo tasso di litigiosità. Così l’Italia dell’economia che stava faticosamente riprendendosi è tornata alla crescita zero.

ORA BASTA!

Questa legislatura deve segnare la svolta. Abbiamo tempo fino alla scadenza del 2023 per cambiare le cose, tutti insieme

C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali. I sindaci possono governare, i sindaci devono farlo. E chi viene eletto per questo incarico sa di poter lavorare per anni con tranquillità perché protetto da un sistema istituzionale che garantisce la stabilità.

Vogliamo che il voto degli italiani conti.

Vogliamo che chi viene eletto possa fare sul serio.

Per questo chiediamo a tutti di firmare la petizione per eleggere direttamente il Presidente del Consiglio dei Ministri con una modifica costituzionale che ci auguriamo possa coinvolgere tutte le forze politiche. Perché le regole si scrivono insieme.

Firma e diffondi l’appello perché alle prossime elezioni i cittadini possano scegliere IL SINDACO D’ITALIA.

[Petizione promossa da Matteo Renzi]

Per saperne di più

https://www.italiaviva.it/il_sindaco_di_italia

I CATTOLICI POPOLARI E SOCIALI DI FRONTE AL TERZO POLO.

Il voto del 25 settembre può assumere un valore politico importante non solo per registrare le nuove tendenze politiche del paese, ma anche per ridare prestigio ed autorevolezza alla politica attraverso la riscoperta e il rilancio del ”centro” e di una rinnovata politica di centro.

 

Il “terzo polo” nasce come un soggetto politico plurale. Potremmo tranquillamente definirla come una sorta di “Margherita 4.0”. Ovvero, un partito riformista, culturalmente plurale e sostanzialmente di centro. Cioè, un partito di centro che coltiva l’ambizione di declinare concretamente una “politica di centro”. Una sfida ambiziosa e, allo stesso tempo, carica di aspettative e di futuro. Certo, non mancano anche le contraddizioni e i dubbi attorno al futuro di questo nuovo soggetto politico. Ma un fatto è indubbio. E cioè, c’era e c’è bisogno nel nostro paese e nel nostro sistema politico di un ritorno ad una cultura, ad una prassi e ad un progetto politico che ricalchi un modo d’essere che in questi ultimi anni è stato cancellato e politicamente criminalizzato dall’irruzione del populismo grillino e dal sovranismo in salsa leghista. Due disvalori che hanno pesantemente inquinato le radici ideali e culturali della nostra democrazia al punto che la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche è stata messa in discussione.

Ora, non si tratta che risalire lentamente la china senza tentazioni nostalgiche e, men che meno, senza retro pensieri di natura conservatrice o reazionaria. Molto più semplicemente si tratta di ridare credibilità e sostanza al nuovo soggetto politico e che sia, soprattutto, capace di concepire la politica come un progetto, una visione di società accompagnato da una rinnovata qualità della classe dirigente e da una credibile cultura di governo. Insomma, l’esatto contrario di tutto ciò che hanno predicato e praticato i populisti dei 5 stelle in questi anni supportati e difesi da una sinistra che si è dimostrata incapace di guardare oltre l’immediato perché prigioniera di schemi e di paradigmi lontani da quella cultura che è stata all’origine dell’Ulivo e delle migliori stagioni del centro sinistra di governo nel nostro paese.

Ecco perché quando si parla di un populismo che ha contagiato entrambi gli schieramenti politici maggioritari non si dice una cosa inesatta o banalmente polemica. Ma si riflette concretamente ciò che è realmente capitato in quest’ultima legislatura dopo la deriva populista, demagogica, giustizialista, manettara e profondamente anti politica che ha preso il sopravvento al punto che ha contagiato storici partiti di potere ed espressione del “sistema” come il Partito democratico riducendolo ad una appendice di quella sub cultura e di quella deriva. Una sorta di “bi populismo”, come è stato descritto e che ha contribuito, purtroppo e di conseguenza, ad un progressivo impoverimento della politica, ad una dequalificazione della classe dirigente politica ed amministrativa, ad una desertificazione delle culture politiche e, infine, ad uno scadimento della qualità della nostra democrazia.

E proprio di fronte a questo quadro deludente e scadente, il progetto di un “nuovo centro” impone e richiede, al contempo, nuove energie e nuovi ingressi culturali ed ideali. E, su questo versante, la cultura e la tradizione cattolico popolare e cattolico sociale può ritrovare le ragioni per una rinnovata presenza culturale e una qualificata rappresentanza politica. Del resto, non mancano le energie, le personalità e i mondi vitali di riferimento che possono e debbono scommettere su questa nuova avventura politica ed organizzativa. E questo perché gli schieramenti maggioritari sono ormai diventati sostanzialmente e progressivamente esterni ed estranei a questa nobile, nonchè attuale e moderna, tradizione culturale. Vale per la sinistra ormai sempre più condizionata da posizioni estremiste e con forti pulsioni populiste e vale ancor più per la destra che rinnega quasi alla radice quel richiamo culturale ed ideale.

Per questi motivi il voto del 25 settembre può assumere un valore politico importante non solo, come ovvio, per registrare le nuove tendenze politiche del paese, ma anche – e soprattutto – per ridare prestigio ed autorevolezza alla politica attraverso la riscoperta e il rilancio del ”centro” e di una rinnovata politica di centro. Contro la logica degli “opposti estremismi” da un lato e per una politica carica di contenuti, di buon senso e di progettualità dall’altro. Cioè, in ultima istanza, per rafforzare ed irrobustire la qualità della nostra democrazia.

LA GENTE E LA POLITICA

Nemmeno come immagine di sé la politica sembra aver realizzato significativi miglioramenti.

Mettiamo pure tutti i puntini sulle ‘i’, consideriamo scontato il presupposto che della politica la gente è arcistufa, nauseata e che il solco che separa i buoni propositi dalla realtà è ormai diventato una voragine, che nessuno crede che la “questione morale” avrà il sopravvento, essendo noti a tutti gli sperperi e i privilegi della casta blindata nei palazzi del potere.

E’ un dato costitutivo diffuso nella politica in sé, che assume poi tutte le colorite e variegate specificità del nostro contesto nazionale dove questa frattura appare ancor più insanabile.

Pensiamo a quanta smisurata importanza viene attribuita alla spettacolarizzazione dei conflitti, dove nessuno fa un passo indietro per condividere le ragioni del confronto e della ricomposizione in nome di un buon governo peraltro necessario a tutti.

La conclusione dell’era Draghi per cause assimilabili ad una congiura orchestrata per motivi di rancori personali, di ambizioni, di personalizzazione della politica senza alcun riguardo per il bene comune è quanto di più emblematico si possa riscontrare da alcuni decenni a questa parte.

La manfrina e la liturgia delle candidature è la stessa di sempre, parte avvantaggiato chi tira le fila dal centro, chi ne fa una questione di vertice, di leadership, la realtà si scompone e si ricompone senza rispetto per la coerrenza. Il gap tra paese legale e paese reale diventa un solco incolmabile.

Un teatrino penoso di esternazioni e invettive, un gioco delle parti inconcludente.

Consideriamo la personalizzazione dei partiti che sono diventati comitati d’affari piuttosto che associazioni fondate sulla difesa di valori e ideali di alto profilo etico e ispirate al bene comune: il famoso “manuale Cancelli” serve infatti per distribuire incarichi e poltrone senza riguardo alcuno per i costi della politica.

Esiste un ramificato e diffuso malcostume che attribuisce ai  politici il diritto di appropriarsi di tutti i centri di potere, da quelli di alto livello istituzionale e poi giù, giù in tutti i gangli vitali dello Stato, della Pubblica Amministrazione, degli Enti e delle Associazioni fino alle realtà apparentemente più neutre e insignificanti. 

Lo spoil system ha di fatto legittimato questo saccheggio, in nome della coerenza tra politica e amministrazione.

Vassalli, valvassori e valvassini sono un retaggio tristemente sopravvissuto al passato.

E poi una presidenza- in Italia- non si nega a nessuno, fosse anche la bocciofila parrocchiale o il dopolavoro aziendale.

Se uno ci pensa bene è una cosa quasi grottesca: anche la storia del passaggio dalla prima alla seconda e magari alla terza e persino alla quarta Repubblica è una farsa tragicomica, un’invenzione letterale, una metafora che resta tale di fronte all’evidenza. 

E’ forse cambiato qualcosa? Non certo sul piano della motivazione, infatti il tasso di disaffezione resta alto. 

Di sicuro non dal punto di vista del gap tra nobiltà d’intenti e miseria delle realizzazioni che rimane immutato.

Nemmeno come immagine di sé la politica sembra aver realizzato significativi miglioramenti.

Detto questo, e pensato magari tutto quel di peggio che si può pensare ma non dire, ci sono altri puntini da collocare su altrettante ‘i’.

Parlar male della politica è infatti ormai uno sport nazionale, un’abitudine più che una scelta, a volte persino un alibi.

Cercare capri espiatori e colpevolizzare è infatti una tendenza molto diffusa nel vivere sociale.

Senza contare che – è vero – ci sono politici a vita ma il ricambio generazionale, anche se lento, è comunque assicurato a chi dimostra particolare vocazione all’appartenenza e alla fedeltà.

I politici, prima di essere tali, sono stati gente come noi, come si dice appunto “gente prestata alla politica”.

Ma non è che ‘dal basso’ arrivino sempre spinte innovative, tanta parte del furor di popolo è mossa da una demagogia a buon mercato oltre che da una malcelata invidia personale e sociale.

Altrimenti non ci sarebbero tanti aspiranti candidati a prendere il posto di quelli che si sono già accomodati.

Anzi, molta parte degli inciuci, degli arrangiamenti, del malaffare e degli imbrogli vari sono ben radicati nel costume, meglio nel ‘malcostume’ sociale.

Perché è vero: la politica ha i suoi privilegi, i suoi costi e le sue contraddizioni e coloro che menano le danze fanno di tutto per rimanere in scena.

Ma molti dei livori e delle invettive che partono dalla società civile sono ammantati dalla facile retorica di un copione già scritto: potrebbero cambiare i suonatori ma la musica resterebbe la stessa.

Se la politica rimane un affare, se i partiti son pur sempre congreghe, se chi arriva al traguardo può appendere cappello perché mai rinunciare a tanta carriera?

I politici saranno quel che saranno ma alzi la mano chi, onestamente, non vorrebbe essere al loro posto.

CHI ERA DONATI? «UN VERO IDEALISTA PIENO DI CORAGGIO». GIUNTELLA NEL 1981 RIPRENDEVA LE BELLE PAROLE DI TURATI. 

Il 14 agosto del 1981, in occasione dei 50 anni dalla morte di Donati, usciva sulla terza pagina de «Il Popolo» un ampio ricordo di Paolo Giuntella (“Una vita al servizio della verità e della giustizia”), giornalista e intellettuale destinato a una fulgida carriera in Rai dove lasciò un’impronta di assoluto rilievo, negli ultimi anni, come quirinalista. Dell’articolo di Giuntella riportiamo di seguito un’ampio stralcio della parte conclusiva.

 

Sul «Popolo» di Donati scrissero anche uomini di tradizione laica e socialista come Croce, Gobetti, Salvatorelli, Guido dorso, Salvemini (che vi collaborò sotto lo pseudonimo di «Observer»). lo stesso Turati, in una lettera del 23 giugno 1924 ad Anna Kuliscioff, confessa di avergli dato «persino dei quattrini» perché il giornale era povero e mancava «letteralmente di carta» e perché «Donati è un vero idealista pieno di coraggio».

Sul «Popolo» Donati, indomabile democratico e autentico credente, dovette polemizzare con il quotidiano dell’Azione Cattolica «L’unità cattolica», con «La civiltà cattolica», e fu persino attaccato dall’«Osservatore Romano», ma ebbe l’affettuoso e battagliero appoggio dei parroci più popolari e dei cattolici più coraggiosi. Aprì le sue colonne a un serrato dibattito tra cattolici democratici e clerico-fascisti, ospitando voci di diverso orientamento, a grandi dibattiti di ordine culturale e anche teologico, nella speranza di portare chiarezza nella confusione dei tempi, ed ebbe tra i suoi collaboratori di «parte cattolica» uomini come Don Giuseppe De Luca o Gallarati Scotti, Igino Giordani, Vercesi e Papafava. 

Giustamente ha potuto scrivere Lorenzo Bedeschi che «mai organo politico di così breve durata era stato tanto significativo nella storia civile e religiosa dell’Italia contemporanea…In nessun altro giornale di partito come nel «Popolo» donatiano si è verificata una così perfetta fusione tra polemica quotidiana a livello politico e l’elaborazione culturale a livello ideologico per quanto riguarda la parte cattolica«.

L’ultimo anno «italiano» di Donati prima dell’esilio fu particolarmente doloroso. Il «Popolo», sequestrato tutti i giorni, qualche volta senza neppure riuscire a varcare la porta della tipografia. In fretta e furia Donati, a conclusione della vicenda De Bono, fu costretto, nel giugno 1925, a fuggire in esilio, salutato al confine soltanto da un giovane che sarebbe di lì a qualche mese anch’egli prematuramente scomparso, Piergiorgio Frassati. 

[…]

In realtà la sua lezione di vita, la sua lezione professionale, la sua testimonianza politico-spirituale profetica sono tutt’altro che datate e non devono essere confinate soltanto nelle indagini e negli archivi degli storici. Perché sono lezioni e testimonianze quantomai attuali e vive. In anni così diversi, infatti, solo con la forza, il coraggio, la sete di verità e di giustizia di uomini come Donati potremo ritrovare il senso di una battaglia, che a volte ci sembra smarrito e che invece ci chiede già e sempre più ci chiederà, segni e gesti di coerenza, di intransigenza morale, di capacità dialogiche senza ghetti e senza paure. In una dimensione che potrebbe anche essere non diversa da quella designata dall’on. Merlin nel suo intervento al Congresso di Torino nel 1923: «Attorno alla nostra bandiera le schiere si sono diradate, si sono allontanati i pavidi, i profittatori, i conservatori, che avevano aderito al partito senza entusiasmo e per calcolo o per tornaconto. I pochi che sono rimasti sono temprati a tutte le lotte e riaffermano le ragioni ideali della loro battaglia».

IL MADE IN ITALY E IL TERZO SETTORE HANNO UN NEMICO COMUNE: L’AGENZIA DELLE ENTRATE.

Una risoluzione adottata di recente dall’Agenzia si pone in contrasto con le politiche di promozione del Made in Italy. Giudizio severo di Enrico De Mita. Per giunta, una nota interna identifica di fatto il benemerito Terzo Settore come “area a rischio”. Si tratta di un duplice errore da correggere in fretta scuotendo l’indifferenza delle forze politiche (pur prodighe di promesse generose in questa fase d’inizio della campagna elettorale).

P.V. Publicola

 

Nel mese di luglio, mentre Parlamento e Partiti erano alle prese con la caduta del Governo Draghi ed il via ad elezioni politiche anticipate, l’Agenzia delle Entrate prendeva decisioni abnormi, in contrasto con gli indirizzi dati dai Ministero controllante oppure da quello competente per materia, ed addirittura con la Costituzione Repubblicana.

 

Se ne è accorto per primo il prof. Enrico De Mita che ha lanciato l’allarme con un motivato articolo sul Sole 24 Ore del 9 agosto, dal titolo: “Bonus Ricerca e sviluppo, dal Fisco penalizzazione per il made in Italy – Fisco e Costituzione”. L’Autore, tra i massimi esperti del Diritto Tributario, contesta radicalmente la Risoluzione 41/E del 26.7.22 della Agenzia che nega l’ammissibilità del credito d’imposta per svariati comparti guida del c.d. Made in Italy. Credo basti riportare alcuni brani essenziali: “Il made in Italy è un bene da tutelare che ha rilevanza costituzionale. L’attività di ricerca e sviluppo nell’accezione rilevante agli effetti del credito d’imposta, non è stabilita dall’Agenzia delle Entrate ma dal legislatore….Non vi è chi non veda come le soluzioni tecniche e la ricerca dei materiali, in stretta complementarietà con lo sforzo ideativo estetico sono l’essenza di una ricerca e innovazione indubbiamente ammissibili per la norma agevolativa…In chiave di diritto tributario costituzionale, sulla base del principio dell’art. 97 della Costituzione, la risoluzione 41/E traduce in risoluzione assunti apodittici e generici che non valgono a revocare in dubbio i chiari assetti già delineati dal 2009 al 2022 dal Mise…il cui intervento non è analisi personale ma istituzionale”. Chissà se qualcuno nei Ministeri competenti o nelle Forze politiche sempre prodighe di promesse elettorali sul piano fiscale, si prenderà la briga di far modificare la Risoluzione in questione, firmata dal  responsabile della Direzione Grandi Contribuenti e internazionale, il cui contenuto appare a tutti, solo che ne analizzino i contorni giuridico-amministrativi, di evidente abnormità teorica e pratica, ed in palese e clamorosa contraddizione ai tanti proclami periodicamente lanciati a sostegno del Made in Italy.

 

Ma ben più in contrasto palese con i dettati costituzionali è una “Nota” della stessa Agenzia, di cui finora nessun organo di stampa e nessun esponente politico ha parlato, lasciando in amara solitudine la protesta dei Sindacati interni, espressa con un documento unitario. E c’è pure da dire che tale Nota del 5.7.22, denominata “Codice di comportamento del personale dell’Agenzia delle Entrate- art.8-Disposizioni particolari in caso di partecipazione ad associazioni e organizzazioni”, è redatta su carta della Direzione Risorse-Ufficio Disciplina, ma è firmata addirittura dal Direttore dell’Agenzia Ernesto Maria Ruffini e reca in conclusione l’invito “alla massima diffusione e sensibilizzazione del personale sui contenuti della presente”. Occorre dire subito che la Nota in questione non va a riempire un vuoto normativo, essendo già in vigore un “Codice di comportamento” ben articolato, esaustivo ed anche sufficientemente…repressivo. Essa dà per così dire….una interpretazione autentica e molto espansiva dell’articolo 8 del citato Codice di Comportamento, con bizzarre affermazioni quali la asserita parità di rango dell’art.18 della Costituzione, parte dei Principi fondamentali e riguardante il diritto alla partecipazione dei cittadini ad Associazioni, con gli art. 97 e 98 della stessa Costituzione, con l’inserimento dell’obbligo di comunicazione preventiva da parte del dipendente, della volontà di aderire ad una Associazione, allegando peraltro necessariamente lo Statuto della stessa, e subordinando la adesione al ricevimento di apposito nulla osta della Agenzia. 

 

Di notevole gravità è l’aver previsto esplicitamente, nella Nota, che l’obbligo preventivo vale per tutto il c.d. Terzo Settore, cioè l’insieme delle Associazioni di volontariato o altro che operano statutariamente senza finalità di lucro e con divieto di retribuzione di dirigenti e soci. Inserendo anche in tal caso una bizzarra eccezione all’obbligo di richiesta di nulla osta alla adesione ad una Associazione: quando trattasi di associazioni operanti in campi quali la moda, la danza, la cucina etc, poiché “trattasi di settori slegati dalle attività istituzionali dell’Agenzia”. Tutti gli italiani erano convinti che l’Agenzia si occupasse di garantire la corretta rispondenza alle norme fiscali dello Stato, da parte di qualsiasi Entità, commerciale o anche appunto del Terzo Settore, nello svolgimento della propria attività statutaria! O forse è cambiata la mission dell’Agenzia delle Entrate? Il dubbio viene leggendo una gravissima asserzione, finora non smentita, presente nel citato Documento Unitario dei Sindacati interni, secondo la quale l’Agenzia fa un uso improprio dello strumento tecnico “Anagrafe Tributaria”, per un monitoraggio dei propri dipendenti e delle Associazioni ai quali malaugurati si avvicinano. 

 

Suona quindi sinistramente beffarda l’espressione contenuta nella Nota del Direttore Ruffini, secondo la quale l’agenzia “tutela il diritto alla associazione, ma non nel caso di assunzione da parte di un dipendente, di incarichi direttivi della Associazione stessa, nel qual caso sarà effettuata una valutazione più approfondita”. E no, Signori dell’Agenzia delle Entrate, voi non state tutelando un diritto, bensì state disseminando di ostacoli e trappole il percorso che un qualsiasi vostro dipendente volesse compiere per aderire ad una Associazione senza fine di lucro, e nella stessa svolgere gratuitamente la propria attività, in spazi temporali extra lavorativi, di utilità sociale generale o anche per specifici target ovvero pure per i soli associati. Non vi mancano certo il modo e gli strumenti per verificare i comportamenti corretti o meno ed eventualmente sanzionarli, dei vostri dipendenti, ma per “non buttare il bambino insieme all’acqua sporca” è opportuno che vengano elencati e normati i casi specifici, evitando una offensiva identificazione di fatto del benemerito Terzo Settore quale “area a rischio”.

Che dire in conclusione, dopo aver letto quanto di inopportuno, incongruo, inquietante, ha scritto l’Agenzia delle Entrate nel luglio 2022, occupandosi prima del Made in Italy e poi del Terzo Settore-Associazioni senza fine di lucro, se non richiamarla allo svolgimento severo della propria azione di contrasto all’evasione fiscale, per la quale principalmente esiste? Aggiungendo un caldo invito al Governo tuttora in carica ed ai futuri Parlamentari a vigilare affinché siano rispettati i diritti dei cittadini in ogni ambito lavorativo e non vengano frustrate le potenzialità ben note del Made in Italy e del Terzo Settore, per la crescita economica e la tenuta sociale del nostro Paese.

FIORONI A LETTA: NON HO PARTECIPATO AL VOTO SULLE LISTE. RISCHIAMO IL TESTACODA DEL RIFORMISMO. 

Pubblichiamo il testo della lettera che l’ex ministro Fioroni, membro della Direzione nazionale del PD, ha inviato al segretario Enrico Letta per illustrare le ragioni della sua mancata partecipazione al voto sulle liste del partito. “Sta di fatto che lo sbilanciamento verso sinistra, con l’ingresso dei rosso-verdi in alternativa ad Azione e Italia Viva, riporta il centrosinistra agli equivoci dell’Unione, da cui Ds e Margherita vollero uscire con la fondazione del Pd”.

 

Caro Enrico, 

lo sforzo da te compiuto in questi giorni di trattative difficili richiede un sincero apprezzamento per l’abnegazione con la quale si è manifestato, anche a prescindere dal risultato. 

Tuttavia, è proprio il risultato a non tornare, essendo la plastica rappresentazione di un testacoda del “riformismo democratico” assunto a base della formazione del Pd nel 2007.

Può darsi che l’esclusione a priori di Renzi abbia incarnato il senso di una giusta nemesi e la rottura con Calenda sia dovuta al carattere del personaggio, preso dall’ansia – come si racconta – di distinguersi a tutti i costi. Sta di fatto che lo sbilanciamento verso sinistra, con l’ingresso dei rosso-verdi in alternativa ad Azione e Italia Viva, riporta il centrosinistra agli equivoci dell’Unione, da cui Ds e Margherita vollero uscire con la fondazione del Pd.

È una scivolata all’indietro che mortifica le aspettative di quanti hanno creduto nello slancio riformatore di un nuovo soggetto politico, non più condizionato dal richiamo ideologico alla radicalizzazione del confronto politico.

Ecco allora, sulla scia del saggio consiglio di Carlo Cottarelli, l’auspicio anche mio affinché si preservi in qualche modo il rapporto di necessaria cooperazione con i riformisti – con tutti i riformisti – visto che il problema principale è contenere l’ondata di destra. Non vorrei, in sostanza, che tramontasse definitivamente il concetto di unità di “centro e sinistra”, per arrivare nel giro breve persino al recupero dei Cinque Stelle. Una prospettiva, questa, che confuterebbe la formulazione di principi e valori genuinamente democratici, sostanzialmente identificativi della posizione originaria del Pd. .

Mi si consenta, però, di non ridurre queste preoccupazioni a brevi “note a margine”, come se a parlare fosse (solo) il cuore e non (anche) la mente. Il contrasto politico non si rimuove con l’unitarismo di facciata, giocando sul detto e non detto. Preferisco essere chiaro, benché senta la pesantezza di un dissenso che consiste, in ultimo, nell’aver rinunciato a prender parte al voto in Direzione sulla candidature, tutte ottime ma in un quadro che ottimo purtroppo non è per i motivi sopra esposti. 

Mi auguro che il gruppo dirigente del Pd avverta il pericolo di questo indebito innesto nel campo del centrosinistra di un’operazione “à la Mélenchon”. Se non ho capito male anche Bonaccini ha manifestato la medesima preoccupazione. In realtà, avevamo detto e ridetto che una vecchia logica, per la quale non può esistere alcun nemico a sinistra, doveva essere espunta dall’orizzonte del partito.         

Noi dovremmo invece rafforzare, oggi più di ieri, un programma e una linea politica rispecchianti la coerenza del riformismo a riguardo di questioni fondamentali: euroatlantismo, rigore economico e solidarietà, lotta alle diseguaglianze, ambientalismo responsabile, diritti e doveri delle persone, promozione del bene comune. È essenziale mantenere la barra dritta specialmente in questa difficile campagna elettorale nella quale le destre, già dalle prime battute, mettono in mostra tutta la loro voglia di conquista del potere, senza grandi scrupoli. 

Con amicizia

 

Giuseppe Fioroni

DIRITTI DI LIBERTÀ: BISOGNA AVERE EQUILIBRIO. È QUANTO NON ACCADE NEL PD PER L’INFLUENZA DI UNA CULTURA  RADICALE.

Il PD pare voler connotare la sua proposta attraverso la bandiera dei “diritti civili individuali”. È una scelta in parte comprensibile, ma non aderente a una visione comunitaria e sociale – e meno individualista – dei diritti di libertà. In sostanza, sarebbe essenziale per il centro sinistra tenere conto di questa fondamentale esigenza: il recupero di un equilibrio. Non tanto per questioni di consenso, ma per ragioni di “senso”.

Pur essendomi molto chiaro quale sarà il campo che il 25 settembre avrà il mio voto, in coerenza con la mia cultura politica popolare e cattolico-democratica, confesso che sono molto perplesso difronte allo schema che pare prevalere in tema di “diritti”. Il PD (al quale va dato il merito di aver tenuto una posizione coraggiosa a sostegno di Draghi e in materia di posizionamento euro-atlantico) pare voler connotare la sua proposta attraverso la bandiera dei “diritti civili individuali”. Lo si può capire, come reazione ad una destra che – in prevalenza – sembra evocare su questo piano una sorta di ritorno al passato.

La società è cambiata. La secolarizzazione ha imposto il riconoscimento di diritti e di istanze personali ormai insopprimibili. E nessuna velleità di ripristino delle antiche convinzioni può resistervi. La stessa Chiesa si sta ponendo, se si legge tra le righe, questo problema.

E tuttavia, da più parti – anche nel campo del pensiero laico – ci si interroga su quale deve essere il confine etico e sociale di questa prepotente esplosione della cultura dei diritti individuali.

I cattolici democratici comunque collocati nel campo alternativo alla destra (nel PD o in altre formazioni politico-elettorali) non devono rinunciare ad uno sforzo di “discernimento”, che si misura proprio nella individuazione di questo confine etico e sociale.

Non è vero che ogni aspirazione del singolo deve essere riconosciuta come un “diritto”. Poiché in gioco ci sono anche i “diritti” di chi non ha oggi voce alcuna. E le istanze di una idea di “comunità”, che non è la semplice sommatoria dei diritti di ogni individuo.

Per fare un esempio, avere un figlio può essere certamente una aspirazione (magari si diffondesse: ed i governi di centro sinistra degli ultimi anni hanno fatto molto per sostenere le famiglie e la natalità), ma non può diventare un diritto “senza se e senza ma”, da esigere anche attraverso un “contratto di acquisto”.

I principi di discernimento e di precauzione su questo terreno (come su altri analoghi) non sono “di destra”: sono invece condizione fondamentale per una positiva evoluzione della società e delle sue convinzioni antropologiche, senza che si profili all’orizzonte una stagione di diritti senza doveri e di pretese senza condizioni.

Recuperare una visione più comunitaria e sociale e meno individualista dei diritti di libertà sarebbe essenziale per il PD e per il centro sinistra. Non tanto per questioni di consenso, ma per ragioni di “senso”: quello di una Politica capace di guidare con prudenza, equilibrio e lungimiranza la società in questa fase storica di radicali cambiamentI.

DONATI, “SE SIAMO DEMOCRATICI E CRISTIANI, SUL SERIO POSSIAMO DIRE CHE SIAMO QUELLO CHE ERAVAMO E CHE SAREMO QUELLO CHE SIAMO”.

Il 15 agosto del 1944, a poche settimane dalla liberazione di Roma, usciva sul “Popolo” (titolo: “Giuseppe Donati, ricordo del grande scomparso”) un ricordo del fondatore del quotidiano dei Popolari, strumento principe della battaglia degli antifascisti dopo l’omicidio Matteotti. 

 

Si spegneva tredici anni fa, il 16 agosto, in un quartiere popolare di Parigi. Nella casa d’un umile naturalmente. I suoi amici, difatti, erano operai e più particolarmente artigiani. Usava conversare, con essi, ore ed ore di seguito; e poiché parlavano lo stesso linguaggio, non solo li intendeva ma era inteso.

Due giorni prima che morisse andai a trovarlo; e poiché sapevo che la morte, che stava in agguato, lo avrebbe ghermito da un momento all’altro, gli portai un libro di preghiere.

– Non mi serve! – disse

– Perché?

– Perché la mia preghiera è quello dei poveri.

– Quale? 

– Il Rosario.

Restai dalle quattro del pomeriggio alle dieci di sera; e durante queste sei ore parlò sempre lui. Era fatto così. Parlò persino della monarchia. «Dopo aver tradito l’Italia – mi disse – tradirà anche Mussolini. Ma negli ultimi cinque minuti, troppo tardi, questa volta, per non tradire anche se stessa». 

Al funerale c’era un rappresentante di Maciá [Francisco, uomo politico Catalano, ndr], giunto apposta da Barcellona: e basta, secondo me, mettere questo particolare in rapporto con la ferita d’Oslavia e con le medaglie guadagnate sull’Isonzo per intuire quali sarebbero state le sue iniziative nella guerra civile che doveva, più tardi, dilaniare la Spagna.

A rappresentare il partito c’era Ferrari, venuto da Bruxelles. Doveva fare anche lui, poco dopo, la stessa fine. C’erano Turati, Treves, Buozzi, Rosselli e Salvemini: e mentre m’intrattenevo con qualcuno di loro mi veniva in mente quello che mi aveva detto qualche giorno prima.

Tra noi e loro, m’aveva detto, la differenza è questa: che pur possedendo in misura tanto larga carattere, umanità, intelligenza e cultura, per arrivare dove la storia ci trascina devono cambiare; mentre noi, se siamo democratici e cristiani, sul serio possiamo dire che siamo quello che eravamo e che saremo quello che siamo.

Egli soleva dire, difatti, che il nostro concetto di libertà ci consentiva di cogliere il buono dalle più diverse correnti, da Mazzini a Marx; e questo col rinvigorire e non col contraddire la nostra dottrina politica.

L’aveva anche scritto sull’«Azione», nel lontano 1911, ancora venticinquenne. 

«Senza smarrire la nostra fisionomia di democratici cristiani, della quale soprattutto dobbiamo essere gelosi, il nostro sistema democratico apparirà come una sintesi tratta da elementi opposti, quali il socialismo, il radicalismo, ed il liberalismo…L’importante è che noi sappiamo trasfondervi quel grande elemento feconfativo che è lo spirito religioso.  

In questo sta la nostra originalità…tanto più efficace se la nostra qualifica di cristiani non sarà un’etichetta ma l’indice di una fede creatrice».

Parole che precorrono, come si vede, più che il partito una nuova civiltà.

Del resto era il movimento in sé, nel suo spirito e nelle sue iniziative, che precorreva.

Basta pensare che nel 1908 Murri era riuscito a provocare oltre che l’opposizione di Turati le ire dei nostri conservatori, col porre il problema non solo dell’unità sindacale, ma quello della sua estensione £sul terreno politico locale. Ed è con lo sviluppare questa premessa, che nel 1921 Donati si fece assertore della necessità di un inscindibile blocco parlamentare tra noi e il partito socialista.

Schivo d’ambinzioni e più ancora di lustro non ebbe, nel partito, cariche adeguate alle sue capacità. Non fu neanche proposto, per esempio, a deputato, sebbene fosse, dopo Sturzo, una delle personalità più spiccate del partito popolare.

Si affermò, starei per dire, spontaneamente, nel momento del pericolo; appoggiato da Sturzo che lo comprendeva per intero, in quanto venivano dalla stessa tradizione ed avevano in comune un inestinguibile amore per l’idea congiunto ad un aperto disdegno del successo personale. Fece del «Popolo» il giornale del partito, senza bisogno di crismi ufficiali: la nomina venne dal consenso delle masse che lo riconoscevano come il più fedele interprete del loro sentimento di giustizia.

L’apporto del «Popolo» alla lotta antifascista ed in ispecie alla campagna Matteotti è troppo noto, perché sia il caso di tornarvi. Basterà accennare che Mussolini quando parlava di Donati diceva: «l’uomo che m’ha fatto commettere il delitto Matteotti». Non è questo il luogo per commemorare degnamente la sua vita e le sue opere: occorrerebbe ben altro di una colonna di giornale. Tuttavia mi è sembrato doveroso richiamare il ricordo agli amici che lottarono insieme per gli stessi ideali, e sovratutto ai giovani del partito, affinché traggano, dall’esempio dei nostri migliori, impulsi incessantemente rinnovantesi di vita cristiana e democratica.

Onde poter rinnovare la vita politica del paese non vi è posto per soluzioni diverse, come concludeva il giovane Donati nel Congresso di Bologna del 1913, la relazione sul Cattolicesimo e la Democrazia. 

«Il Cattolicesimo aspetta dagli italiani un più ampio sviluppo di vita: un arricchimento di energia, di fede, di azione e d’amore. Il congresso avrà ottenuto il suo scopo si avrà temprato la fede agli amici che interverranno e avrà mostrato al pubblico della gente non ignara e non congiurata contro la verità che il nostro contenuto democratico è capace di essere fuso in una sintesi vivente con la disciplinata tradizione secolare e con l’unità religiosa del Cattolicesimo. Tutto oggi, nel Cattolicesimo, ispira unita, amore, concordia. Ebbene in questo spirito di fiducia e d’amore, in cui circola un respiro di vita più ampio e più libero, e si riplasmano, con la linfa che ricorre risanatrice, tessuti vecchi e nuovi, i democratici cristiani sono fieri di temprare e fondere il loro anelito di fede e di verità, di fraternità e giustizia, di libertà ed unità, che della Democrazia e del Cattolicesimo fanno un solo ideale».

DE GASPERI E DONATI DI FRONTE AL REGIME FASCISTA. LA RICOSTRUZIONE STORICA DI SANGIORGI.

“Per avendo entrambi la stessa fede religiosa e politica De Gasperi e Donati non si prendevano: il primo era razionale e distaccato, portato alla mediazione, il secondo era emotivo e passionale, portato allo scontro. In passato avevano già polemizzato più volte, anche in tema di legge elettorale. Donati fu costretto all’esilio partendo improvvisamente in treno da Roma verso la Francia la sera di venerdì 12 giugno 1925”. Per gentile concessione dell’autore – amico de “Il Domani d’Italia” – riportiamo di seguito uno stralcio del capitolo V (Le vite parallele. De Gasperi e Giuseppe Donati) del libro De Gasperi, uno studio. La politica, la fede, gli affetti familiari, Rubbettino, 2014.

In stagioni diverse altri rapporti controversi hanno segnato la vita di De Gasperi. Agli inizi del fascismo lo scontro più doloroso per i suoi risvolti politici e umani fu quello con Giuseppe Donati, il fondatore e direttore del Popolo. Il 18 gennaio 1925 i popolari celebrano a Roma il sesto anniversario della nascita del partito. Sturzo è già in esilio. I fascisti si sono impadroniti con la violenza del Paese, c’è stato l’Aventino, ancora per pochissimo si può parlare di un residuo barlume di libertà. Quel 18 gennaio viene inaugurata la nuova tipografia del Popolo, frutto di grandi sacrifici economici e di grandi speranze politiche. “Donati – racconta Spataro – era raggiante. Aveva a sua disposizione uno strumento più efficace per combattere la dittatura e sperava, nonostante il nuovo giro di vite imposto quindici giorni prima da Mussolini, che l’arma del giornale sarebbe stata valida; lo attendeva invece di lì a qualche mese l’esilio”. Quindici giorni prima, il 3 gennaio, con un discorso alla Camera Mussolini aveva dato minacciosamente avvio alla nuova “era” fascista.

Il Popolo di Donati era un baluardo contro questa deriva. Tra l’agosto e il settembre 1924 aveva denunciato le centinaia di aggressioni compiute contro sedi di partiti e di associazioni, le decine di ferimenti e di omicidi politici. Era stato in prima linea nelle inchieste per l’assassinio di Matteotti e di don Minzoni. Nelle edicole dal cinque aprile 1923, aveva raggiunto una tiratura media di trenta mila copie, era un giornale autorevole e temuto, per questo continuamente sotto mira della polizia con censure e sequestri. Si arrivò a sequestrarlo tre volte di seguito in ventiquattro ore. Il primo luglio 1924, ad Aventino appena iniziato il giornale aveva pubblicato un’intervista a Filippo Turati nella quale si immaginava una sorta di centro sinistra ante litteram, un’alleanza tra popolari e socialisti subito contestata da Civiltà Cattolica nel mese di agosto – “una simile alleanza non sarebbe né conveniente, né opportuna, né lecita” – e da Pio XI in persona il 9 settembre in un discorso agli universitari cattolici della Fuci. Una specie di nuovo non expedit.

Il 16 luglio 1924 De Gasperi, segretario del Partito popolare, con un discorso ampiamente riportato dal Popolo di Donati aveva dato il suo avallo a questa prospettiva, e così aveva fatto don Sturzo dall’esilio. De Gasperi aveva ipotizzato anche un patto di desistenza elettorale tra popolari e socialisti e gli altri partiti antifascisti, proposta che gli aveva ulteriormente attirato l’ira di Mussolini. L’anno precedente Sturzo, al quarto congresso nazionale del Partito popolare, pur contrapponendo il popolarismo al socialismo e al comunismo aveva affermato che essere alternativi “dal punto di vista teorico ed etico, politico ed economico, non vuol dire che parecchi postulati sociali non possono essere comuni a vari partiti e quindi a noi e ai socialisti, come il postulato delle otto ore di lavoro, dell’istituzione del Consiglio superiore del lavoro, quello delle assicurazioni sociali e la tutela delle donne e dei fanciulli nel lavoro”. Anche Toniolo, quando nel 1897 si era svolto a Zurigo il primo congresso internazionale per la protezione operaia aveva commentato: “marciare separati, pugnare uniti”. Dunque è lontana nel tempo l’origine della definizione della Democrazia Cristiana come partito di centro orientato a sinistra. Il futuro ha un cuore antico.

Per avendo entrambi la stessa fede religiosa e politica De Gasperi e Donati non si prendevano: il primo era razionale e distaccato, portato alla mediazione, il secondo era emotivo e passionale, portato allo scontro. In passato avevano già polemizzato più volte, anche in tema di legge elettorale. Donati fu costretto all’esilio partendo improvvisamente in treno da Roma verso la Francia la sera di venerdì 12 giugno 1925. La partenza avvenne in condizioni di estrema tensione. In quei giorni stava per uscire la sentenza del processo al generale Emilio De Bono, se egli fosse o meno coinvolto nell’assassinio di Giacomo Matteotti. De Bono, uno dei quadrunviri della marcia su Roma, voleva dire a quei tempi Mussolini ed era stato chiamato in causa da un’inchiesta del Popolo.

I fascisti sapevano che sarebbe stato assolto e minacciavano la più violenta delle ritorsioni. Perciò l’11 giugno De Gasperi e altri dirigenti del Partito popolare, Spataro, Giovanni Gronchi, Antonio Anile incontrarono Donati e lo costrinsero ad allontanarsi da Roma: per salvargli la vita, sperando al tempo stesso di allentare la spaventosa pressione squadrista contro il partito e contro il giornale. Scrisse Spataro di quelle drammatiche ore: “Era in gioco la vita di un uomo, di un padre di famiglia, che per i suoi ideali aveva assunto una coraggiosa posizione di lotta e si trovava in quel momento esposto a un grave pericolo.” Donati accettò di malavoglia. Non voleva che la sua partenza apparisse una fuga. Prese il treno accompagnato dal segretario, Guido Armando Grimaldi, che ricordò così quel viaggio: “Torino, Susa, il treno sale, sbuffa. La fresca brezza delle montagne ci dà il senso fisico dell’aria libera. E i nostri cari? Spingevamo lo sguardo lungo le scarpate come per ritrovarli; non potevamo ormai pensare a Roma senza figurarcela in un fondo valle”. Alla frontiera Donati viene fermato dalla polizia fascista, interrogato, maltrattato, la notizia della sua partenza era diventata di dominio pubblico, lui se ne lamenta con dichiarazioni alla stampa, dice polemicamente di sentirsi abbandonato dal partito che l’aveva costretto a partire. Non è così, era il regime fascista a tradire le assicurazioni inizialmente fornite nei confronti del direttore del Popolo, ma in quei giorni convulsi c’è una difficoltà di rapporti diretti tra lui e Roma e quindi una difficoltà di comprensione degli avvenimenti.

Le prime settimane del distacco di Donati sono una pagina tormentata dei rapporti al vertice del Partito popolare. Il 20 giugno De Gasperi gli scrive una lettera amareggiata: “ti confesso che fui male impressionato dalle tue dichiarazioni comparse sul Corriere della Sera…. si ebbe la massima cura di salvaguardare la dignità e la figura morale delle tua persona… Ciò che mi pare per ora da escludersi è il ritorno ostentativo alla guida del giornale…” Donati, spirito polemico e impetuoso, poco incline alla prudenza di De Gasperi gli risponde per le rime: “…affermo che non intendo che nel frattempo venga in alcun modo modificato il mio diritto nei confronti della direzione del Popolo…ti prego di farmi avere un cenno di conferma, aggiungendo gli eventuali chiarimenti.” Il chiarimento che riceve da De Gasperi è altrettanto spigoloso: “Trovo superflua la tua preoccupazione circa la direzione del giornale. Il consiglio d’amministrazione ti ha concesso un congedo temporaneo. Il resto sono insinuazioni maligne e prive di fondamento…” Risponde ancora Donati: “Non vi domando nulla per me. Ti raccomando la mia famiglia e questo soltanto”. Il carteggio, conservato all’Istituto Sturzo, mostra il coraggio, la sofferenza, i conflitti fra i protagonisti di quelle drammatiche ore.

In seguito, entrambi si appellarono a Sturzo per dimostrare le rispettive ragioni e tornarono anche a scriversi direttamente, ma l’intesa umana fra queste due personalità dai temperamenti così diversi restò difficile. Nonostante l’esilio del suo direttore il giornale venne egualmente chiuso d’imperio. L’atto di morte fu redatto di persona dal segretario del partito fascista Roberto Farinacci: “Il Popolo, di cui fu anima dannata il Donati, bieca figura di delinquente, accusatore menzognero quanto implacabile del generale Del Bono e del Duce, non ha diritto di sopravvivere al fallito tentativo. Quindi si proceda senza esitare: energicamente, immediatamente, fascisticamente”. L’ultimo numero del giornale uscì il 6 novembre 1925, poi calò il silenzio fino alla ripresa clandestina dopo l’otto settembre 1943. Donati morì a Parigi il 16 agosto 1931 in condizioni di estrema miseria, di solitudine, lontano dalla famiglia, lontano dal suo Paese eppure battagliero fino all’ultimo. Aveva soltanto 42 anni. A lui si addice il verso di Anacreonte: “Qui giace Timocrito, valoroso in guerra; Marte risparmia i vili, non gli eroi”. Sulle sue spalle è stata posta la croce forse più pesante di tutte quelle sopportate dall’antifascismo cattolico.“Qui nunquam quievit, quiescit”: così gli resero omaggio i fuoriusciti italiani a Parigi, Filippo Turati, Claudio Treves, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Francesco Luigi Ferrari e tanti altri con loro.

Se De Gasperi è l’indiscusso leader politico, Donati è il simbolo di un giornalismo che non si piega davanti alle intimidazioni ma reagisce e combatte, sacrificando all’ideale della libertà ogni sicurezza e convenienza. Oggi è più comodo in Italia fare gli oppositori del regime. Durante il fascismo si pagava con la vita. Sotto la guida del suo direttore Il Popolo era diventato un giornale celebre per le inchieste sui retroscena delittuosi del potere fascista. “Donati – riconobbe un osservatore come Piero Gobetti – ha portato uno spirito nuovo nelle battaglie cattoliche, ha aperto gli occhi ai giovani, ha demolito idee e posizioni fatte, ha abituato le reclute dell’Azione Cattolica a un’atmosfera di democrazia moderna”. Se non il primo, è stato certamente uno dei primi a teorizzare la necessità che l’antifascismo si trasformasse in resistenza organizzata. In un articolo scritto a Parigi nel maggio 1926, Donati incita alla lotta gli oppositori del regime fascista perché solo “da tali resistenze invitte scaturiscono le resurrezioni civili dei popoli e le grandi riparazioni della storia”.

Per un destino singolare, è come se l’incomprensione tra De Gasperi e Donati si fosse estesa alle loro famiglie. Entrambi hanno avuto una figlia monaca, suor Lucia e suor Severa, che hanno anche trascorso diversi anni in due conventi della stessa regione, la Liguria, ma non si sono mai incontrate. “Io scelsi un ordine modesto, quello delle figlie di Maria Ausiliatrice di don Bosco – dice suor Severa – mentre Lucia apparteneva a quello dell’Assunzione. Tra noi non c’è stato nessun urto, ma anche nessun contatto. Forse è semplicemente mancata l’opportunità perché vivevamo in ambienti diversi, ma questo non era motivo di contrasto né io ne ho mai avuto”. Non si sono conosciute neppure altre due figlie, Cecilia De Gasperi e Grazia Donati, ed è incredibile invece quanto i loro ricordi siano vicini anche nei particolari minuti quando descrivono la vita e la povertà delle loro famiglie negli anni della persecuzione fascista dei genitori.

Cecilia ha raccontato della madre che aveva imparato ad andare in bicicletta e arrivava a piazza San Giovanni per comprare le aringhe salate, dalle quali grattava il sale per condire i piatti. Le aringhe. A casa Donati avveniva qualcosa di simile. Raccontò una volta Grazia: “Nel novembre 1939 la mamma mi mandò a vendere un libro prezioso che ancora le restava. Ne ricavai dieci lire e siccome era il suo compleanno, tornando a casa con 60 centesimi comprai un’aringa affumicata di cui era ghiotta”. Le mogli di De Gasperi e Donati, Francesca e Vidya, facevano la spesa negli stessi mercati di Roma e pativano le stesse sofferenze nel mandare avanti le loro famiglie. Le quattro ragazze De Gasperi e le tre ragazze Donati avevano un comune problema con le scuole pubbliche perché erano figlie di sovversivi. Quante cose dunque avrebbe potuto dirsi Francesca e Vidya solidarizzando tra loro, magari ricordando i tempi del Partito popolare e le amicizie e le vicende comuni di quel passato. Anche loro invece non si frequentarono mai, né durante il fascismo né dopo.

La freddezza di questi mancati rapporti è stata come una zona d’ombra nelle esistenze tanto luminose di tali personaggi. Abbiamo appena ascoltato le parole di suor Severa: non c’è stato nulla di intenzionale, ma le cose sono andate così. Si può rimuoverla una simile zona d’ombra? A suo modo, per le ricerche e i contatti che ha reso necessari ne è divenuto occasione questo studio su De Gasperi. Così, tanti e tanti anni dopo gli antichi avvenimenti dei quali parliamo è avvenuto un fatto inaspettato. La mattina di venerdì 11 maggio 2012, una bella mattina di sole, Maria Romana De Gasperi ha varcato la soglia di un edificio alla periferia di Roma, un edificio che ospita l’Istituto di San Giovanni Bosco delle figlie di Maria Ausiliatrice. È entrata, ha preso un piccolo ascensore ed è salita al primo piano. Appena fuori davanti a lei, ad aspettarla, c’era suor Severa Donati.

Eccole di fronte suor Severa, classe 1920, e Maria Romana, classe 1923, le figlie di due uomini leggendari del cattolicesimo politico italiano, campioni della lotta antifascista scomparsi uno nel 1931 e l’altro nel 1954. Un’aria di storia investe l’incontro. Il tempo ha dilatato con pazienza i suoi limiti nell’attesa di mettere la parola fine a una vicenda rimasta tanto a lungo aperta. La De Gasperi è come sempre esuberante ed è appena tornata da Bruxelles dove ha partecipato a una cerimonia. La Donati ha lo stesso sguardo penetrante del padre: occhi neri di falco, così un cronista lo aveva chiamato negli anni delle battaglie antifasciste. Pochi passi e le due donne entrano in un salottino. Non si erano mai viste prima, non si erano mai strette la mano, non si erano mai guardate negli occhi. Adesso siedono vicine a scambiare i loro ricordi.

“Finalmente ci conosciamo”. “Certo potevamo farlo prima”. Le parole si sciolgono in un sorriso e la luce di una amicizia immediata dilegua le ombre del passato, incomprensioni mai dichiarate, domande rimaste prive di risposta, sentimenti tenuti nascosti sotto la coltre del tempo. Quell’addio drammatico tra De Gasperi e Donati del giugno 1925 così carico di sofferenza, di tensione, di conflitti raggiunge idealmente, in questo ritrovarsi delle figlie, la sua composizione. Pace è fatta, una pace liberatoria, il riconoscimento dovuto al direttore del Popolo e alle sue sofferenze, che si estesero anch’esse alla sua famiglia.

È suor Severa a raccontarlo a Maria Romana ricostruendo i loro anni giovanili: “Quando tornammo a Roma le autorità di polizia mi obbligarono ad andare a scuola al Tasso, dove c’erano anche i figli di Mussolini. Venivo umiliata perché mio padre era un sovversivo. Una volta mi ribellai e dissi che quando sarei diventata grande lo avrei vendicato. Dal giorno dopo mi fecero seguire a vista da una guardia anche se ero soltanto una ragazza”. Probabilmente è un caso unico che una futura suora sia stata trattata come un pericoloso estremista. “Ci rivedremo lassù” è il commiato ineffabile di suor Severa al termine dell’incontro, mentre una sorte sempre restia all’eccessiva retorica e alla troppa solennità anche stavolta infila una nota lieve in questo quadro di commozione. L’istituto religioso dove la figlia di Donati sta trascorrendo i suoi giorni di riposo e dove avviene l’incontro con la figlia di De Gasperi non si trova lungo una strada qualsiasi ma in una lunga via che ha un nome davvero particolare: via Palmiro Togliatti. Anche lui non è voluto mancare.

 

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FESTA DELL’ASSUNTA, ECCO LE COSE DA SAPERE. LA GUIDA AL “FERRAGOSTO” DI FAMIGLIA CRISTIANA.

Il 15 agosto si festeggia l’Assunzione della Vergine Maria al cielo. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per la vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione ed è anticipazione della risurrezione della carne che per tutti gli altri uomini avverrà dopo il Giudizio finale. Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine.

 

Antonio Sanfrancesco

 

La “dormitio Virginis” e l’assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica  come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:  «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».
La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

Rubens, Assunzione della Vergine

 

COSA SI FESTEGGIA IN QUESTA SOLENNITÀ?

 

L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È  una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine.
Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.

 

QUAL È LA DIFFERENZA TRA “ASSUNZIONE” E “DORMIZIONE”?

La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.  

L’Assunzione dipinta da Tiziano

 

QUALI SONO LE FONTI?

Il primo scritto attendibile che  narra dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo  san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/festa-dell-assunta-ecco-le-cose-da-sapere.aspx

I TANTI RAGAZZI SOTTO UN TRENO E I CODICI RELAZIONALI CHE I GRANDI TRASCURANO

Perché neanche immaginiamo quanto non sappiamo di loro. Che cosa vedono, cosa intendono, cosa sentono e desiderano i ragazzi? Privare un adolescente del suo smartphone è come privare Anna Frank del diario. Carlo Acutis, il ragazzo morto poco più che quindicenne nel 2006 e proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica nel 2020 (in piena Pandemia), se è da qualche parte avrà accolto con sé anche Giulia e Alessia, alla faccia di tutti i moralismi, i moralisti e i bacucchi sentenziatori sui ragazzi.

Nel 1943 Vittorio De Sica gira “I bambini ci guardano”, un film sulla dissoluzione delle relazioni famigliari vista dagli occhi di un bambino. Il piccolo ad un certo punto scappa e camminando sui binari va incontro ad un treno che rischia di travolgerlo. Metafora di sfide insostenibili per le proprie risorse. Al di là dello specifico contesto del film la domanda e la risposta sono nel titolo: i bambini, i ragazzi, non sono affatto in attesa di farsi un’idea del mondo ma se la stanno già facendo, e con le tessere che trovano ognuno di loro prova a costruirsi un puzzle a modo suo. Il mondo che hanno intorno è quello degli grandi (non credo vedano degli ‘adulti’…), e si regolano di conseguenza. Naturalmente i ragazzi non sono un blocco che marcia come un sol uomo – come invece i grandi per sbrigarsi li categorizzano, sempre cedendo al sentenziare invece che all’ascoltare (che vuol dire stare a sentire) -: ogni ragazzo reagisce in base alla propria differente sensibilità.

Prendendo a prestito il paradigmatico titolo della Triennale di Milano, Unknown Unkowns (ciò che non sappiamo di non sapere), dovremmo essere allarmati di quanto ignoriamo la mole di ciò che non sappiamo, ed avere maggiormente presente di quante consunte inespressive etichettature si avvalgono i nostri giudizi sui ragazzi e sui giovani: superficiali, immaturi, neghittosi, irrispettosi, impertinenti, svogliati, maleducati, volgari, Neet (per cui pigri per cromosoma), ecc. ecc. 

Rispetto a questa pletora di scemenze, il tutto continuamente condito dallo stantìo “io, alla tua età…” (e, sui gusti: “ai miei tempi…”; messaggio: le mie preferenze sono serie, le tue sciocche), cosa può fare un ragazzo? Semplicemente ignorare quando non detestare tutto quello che era prima di lui; e ovviamente la Storia è la prima a farne le spese (nonostante essa sarebbe la chiave per il viaggio in quella logica del dono che è l’unica verità della vita).

Né sdraiati né sfaticati.

Gli stessi media su questo presentano pochi, pochissimi interventi. Voglio qui ricordare per controtendenza e lucidità due Editoriali, il primo di Luigi Mascheroni su “il Giornale” del 3 Maggio 2020 (in piena temperie Covid) dal titolo “Macché sdraiati. Bravi ragazzi” (” … Un ragazzo tra i 12 e i 18 anni è un alieno rispetto alla famiglia e alla casa. La vita è fuori, dove ci sono i confini da infrangere, gli errori da fare, le esagerazioni da provare. Eppure rispettano un quotidiano assurdo ma giusto, stando dentro in nome della salute là fuori. Accettano la sottrazione di libertà non per indifferenza, ma perché sanno quanto vale e la rivogliono indietro, appena possibile, intatta.”). Il secondo di Francesco Riccardi su “Avvenire” del 2 Agosto scorso, “Basta parlare di «sfaticati»”: ” … La si faccia finita, insomma, di chiamarli – di chiamare gli altri – ‘sfaticati’. E soprattutto, ci si impegni per favorire concretamente la possibilità per i giovani di diventare autonomi e di ‘fare famiglia’. Perché il dato davvero drammatico per il mercato del lavoro è che – con la crisi demografica in atto – tra non molto tempo a creare difficoltà alle attività economiche non sarà la volontà o meno dei giovani di lavorare, ma che di ragazzi semplicemente non ce ne saranno più.”.

Una Scuola per intercettare se stessi.

Quanto alla Scuola, pur inchinandoci all’impegno davvero decisivo di chi si è, e si sta, rimboccando le maniche, bisogna osservare che la stessa scuola “non insegna il futuro” perché ancora tarata sul passato, lungo e illustre, mentre ai ragazzi “piacerebbe che i docenti sapessero come si fa a capire cosa si desidera per sé nel futuro e come si fa a intercettare la propria profonda inclinazione, magari nascosta da un sarcofago di cattivi voti, che qualcosa dicono ma poco e male” (Gustavo Pietropolli Charmet, Il motore del mondo. Come sono cambiati i sentimenti, Solferino, 2020, pag. 41).

“I disagi che i ragazzi manifestano, dice l’autore [Pietropolli Charmet, ndr], sono riconducibili a una serie di sentimenti prevalenti nella geografia dell’adolescenza odierna: speranza, colpa, vergogna e vendetta, odio, paura, amicizia, dolore, noia e amore. Sono nove “etichette generali” che aiutano a mettere un po’ in ordine i tanti aspetti complessi delle dinamiche adolescenziali, cioè a descrivere il motore del (nuovo) mondo.

… I ragazzi di oggi (ne ho incontrati molti lavorando nella Scuola, specialmente negli ultimi dieci-quindici anni) si stanno confrontando con “entità” diverse e nuove di cui nessuno si rende conto facilmente mentre le sta vivendo, pensiamo solo all’esposizione incessante alla manipolazione della rete nella quale la loro intelligenza, l’emotività, l’affettività sono “sussunte”. Di fatto vivono una sfida (di crescere oggi) nella sfida (in un mondo che si sta riformulando). Ragazzi in e, soprattutto, di questo mondo.” (Mauro Portello su “Doppiozero”, 3 Dicembre 2020).

Servire le nuove generazioni? Essere l’adulto che avresti voluto accanto a te quando eri un ragazzo.

“In fondo, la regola da seguire è una: cerca di essere l’adulto del quale avresti avuto bisogno quando eri un ragazzo. Tutto il resto è secondario”: ecco la chiosa di sintesi del romanzo (realistico) del Prof. Guido Saraceni, Fuoco è tutto ciò che siamo, Sperling & Kupfer, 2019.

Un ragazzo non va ‘riempito’ ma ‘acceso’.

Saraceni riecheggia un pensiero di Plutarco: «La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come un fuoco da ardere, ha bisogno solo di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità».

Come dichiara di sentirsi l’88% tra i 14 ed i 26 anni? “Solo o molto solo” (dati Febbraio 2022). Adolescenti preoccupati per la loro salute mentale, e non sanno come chiedere agli adulti di prendere in considerazione il loro disagio.

L’Osservatorio Indifesa, di Terre des Hommes e OneDay, ha diffuso il 3 Febbraio scorso, in vista della Giornata nazionale contro il bullismo e cyberbullismo (8 Febbraio), una serie di dati su alcune percezioni di un campione di 1700 ragazzi/giovani tra i 14 ed i 26 anni. Si tratta della Generazione Z, gli ‘zoomers’ (anche per il riferimento alla piattaforma Zoom per collegarsi durante la Pandemia), i nati tra la fine del Secolo XX e il 2012/2015. Il Secolo iniziato con lo shock delle Torri Gemelle e proseguito con la crisi dei subprime del 2008 e il terrorismo dell’Isis. La Generazione Z s’imbatte in una offerta tecnologica impressionante, sono propriamente loro quelli che possono essere individuati come ‘nativi digitali’: una generazione che ha un “legame digitale con la rete” (Turner) e questo rapporto può aiutare a sfuggire le delusioni emozionali e mentali che incontrano nella vita off-line.

Per tornare all’indagine del Febbraio 2022 dell’Osservatorio Indifesa, emerge anche il fortissimo disagio psicologico causato, o esasperato, dai due anni di Pandemia. Il 37,5% degli intervistati teme l’isolamento sociale, il 35% ha paura di soffrire di depressione, il 22% di solitudine. L’88% dei ragazzi intervistati afferma di sentirsi solo o molto solo; tra le cause della solitudine: a) il 31% dice di non sentirsi ascoltato in famiglia; b) il 30% non si sente amato; c) il 29,2% non frequenta luoghi di aggregazione. «Quello che emerge è un grido di allarme – prosegue il rapporto –: gli adolescenti sono preoccupati per la loro salute mentale e chiedono a gran voce che il loro disagio venga considerato seriamente da parte degli adulti» (insegnanti e genitori in primis). Inoltre, su un totale di 23.292 risposte il 45% degli adolescenti afferma di aver subito bullismo, ed i principali luoghi dove ragazzi e ragazze subiscono bullismo sono la scuola (in classe! non nei corridoi, etc.) e pure gli ambienti sportivi: stiamo parlando dei due luoghi per antonomasia più sicuri agli occhi delle famiglie.

Se non è il luogo della rigenerazione delle possibilità di af-fidarsi, e nelle cose ultime della vita il porto di ritorno, la famiglia cos’è?

Queste evidenze statistiche mi richiamano alcuni versi di una canzone di Guccini del ’74, “Canzone della triste rinuncia”: “Ma è tardi, troppo tardi, piangere ormai/ Sulla rinuncia triste a quello che non fai”.  Sembra indicare una sorta di bandiera bianca da parte di chi è ormai definibile ‘adulto’ e così preoccupato di non perdere la sua sudata sedia sociale da rinunciare sia a mettere al mondo figli sia soprattutto ad educarli. E, ancor prima di educarli, ad guardarli, ascoltarli, com-prenderli (e chi non sa comprehendere resterà incompreso, annota Morin; da qui molti grandi incomprensibili).

 

Se “oggi è difficile per un uomo sapere qual è il suo posto”, come diceva il compianto Padre Gheddo (per il quale il cristianesimo senza missione semplicemente non esiste, e un cosiddetto ‘cattolico’ senza una sua missione semplicemente non è un cattolico), figuriamoci se si può pretendere che quale sia il proprio posto lo sappia un ragazzo od un giovane. Perché nessuno è più povero di chi non ha un posto; e quindi chi è fuori dal ‘paese’ (che vuol dire contrada, borgo, prossimità) è uno ‘s-paesato’. Ed in un tempo in cui la parola ‘ambiente’ sembra ovvia e chiara per tutti nessuno si fa cruccio che i nostri ragazzi siano dei ‘dis-ambientati’. Perché? Come ‘perché?’: ovvio, perché è più facile salvare la foresta pluviale di una tigre del Bengala che curare l”ambiente relazionale’, ‘il posto’ di cui hanno bisogno i ragazzi. Bisogno per respirare, intendiamoci, e non per fare i loro comodi, come siamo soliti pensare noi. O forse peggio, concedergli noi, nell’idea, fortemente sbagliata, direi allucinata, di facilitare loro la crescita.

 

Il dito sulla piaga, e sul rimedio, lo mette Provinciali quando il 3 Agosto su “Il Domani d’Italia” rappresenta la famiglia come ‘ambiente’: luogo di comunicazione. Conclude: “Eppure la famiglia dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti. Esattamente quello che invece sta venendo a mancare negli orizzonti di vita della nostra intima quotidianità”.

 

Diceva il più grande interprete dello sviluppo del Paese come ‘configurazione di Luoghi’, cioè l’economista Giacomo Becattini, che il luogo è dove possono ri-abitare le coscienze vocazionali delle comunità. Luogo è genius loci. (Comunità peraltro tutte da rigenerare. Pensare di ridare un futuro alle comunità locali se per prime le famiglie non sono ‘comunità’ è costruire strutture anonime inservibili alle nuove generazioni.) Provinciali dice allora alcuni ingredienti necessari affinché un ragazzo cominci a curiosare interessato intorno alle possibilità di comunicazione fra generazioni in famiglia, e le accolga: gratuità, relazioni che sono innazitutto affettive (non è necessario che il ragazzo divenga ingegnere; e non è vero che anche una somma di insufficienze scolastiche lo costituiscano ‘bighellone’; non esistono teste vuote, e se esistono è perché la zucca vuota è di genitori che hanno rinunciato a guardare in volto i loro figli), punto di partenza e di ritorno (dice nulla il Padre e il Figliol Prodigo?; o vogliamo avere soldatini come il figlio maggiore che guarda caso rivendica per sé banchetti e non relazione?), zero rinfacciamenti, cura e quindi cultura dei sentimenti. 

 

Insomma: la famiglia come ‘posto’ di libertà, di scoperta, di differenziazione, di autonomia, di responsabilità, di comunione. Il luogo migliore per permettersi di sperimentare conversioni senza perdersi. Dove accorgersi che nessuno viene dal nulla, che ogni cosa ha un’origine e che la Storia conta. Se si vuole essere indipendenti. E cioè dipendenti da quel terzo soggetto della realtà che nasce da due e che si chiama Relazione.

“Ah felicità/

Su quale treno della notte viaggerai/

Lo so/

Che passerai/

Ma come sempre in fretta/

Non ti fermi mai”.

 

“Se no, sarebbe il caso/

Di provare a chiudere gli occhi/

E poi anche quando hai chiuso gli occhi/

Chissà cosa sarà”.

(Lucio Dalla, “Felicità”, 1988)

Che cosa vedono, cosa intendono, cosa sentono e desiderano i ragazzi?

 

“Se parliamo di futuro bisogna pensare che per loro il futuro è domenica. Sarò capace, domenica, di fare quel che non ho fatto? Se non sono capace sono inadeguato alla vita: mi ritiro, mi taglio, mi ammalo. Risolvono così l’inadeguatezza. Se però si accetta che al posto del padre siede il gruppo e che è il gruppo che decide cosa è importante o meno – esser bello? aver successo? occuparsi del pianeta? – il pensiero del gruppo può essere usato per accendere l’interesse, la vocazione. Il valore personale dell’insegnante è avere questo tesoro pazzesco di informazioni sul passato da trasmettere, ma parla del passato.” (“Come stanno gli adolescenti?”, Pietropolli Charmet intervistato da Anna Stefi, “Doppiozero”, 27 Maggio 2021).

 

Una ragione di vita vo cercando, ma non so come dirlo. Non so a chi dirlo. “A volte credo che mia sorella sia la mia unica ragione di vita”.

Così su Instagram Giulia, la 17nne di Castenaso morta insieme alla sorella Alessia di 15 anni nelle prime ore dell’ultima Domenica di Luglio di quest’anno alla Stazione di Riccione, travolte da un treno AV in transito. Dissolte da confondersi in un unico corpo, come avessero – e avevano – sempre condiviso una unica vita.

 

“Che sorella mia sorella”, annotava Giulia. Al di là delle ordinarie faccende famigliari delle due sorelle, le annotazioni di Giulia possono essere assunte come paradigmatiche del bisogno numero uno dei nostri ragazzi: essere accettati e amati per come sono. Solo questo permette che essi ‘divengano’, crescano, siano se stessi. Parlare di “ragione di vita” è espressione impegnativa. Attribuirla ad una relazione è considerazione dell’alterità. Evidententemente i ragazzi non sono così sprovvisti di senso. 

 

“Complici, inseparabili, sorelle e amiche del cuore. Anche nella morte che le ha portate via (Monari e Venturi, 31 luglio 2022)”. (Elisabetta Rotriguez su “milleunadonna”, 4 Agosto 2022). 

 

“Una sorella come migliore amica”, scriveva Giulia.

 

Non sappiamo cosa sia successo verso le 7 del mattino al binario 1 della Stazione di Riccione. Ma possiamo almeno tentare di immaginare con un gran trasporto di pietà possibili stati d’animo di due adolescenti in quella notte, per la prima volta – così avvallano le cronache – non accompagnate in auto dal padre per motivi di salute.

 

Giulia (in piedi da vantiquattr’ore) sdraiata a terra nel parcheggio della discoteca nelle prime ore del mattino. “Ho lavorato tutto il giorno”, dice al 24nne che si offre di dar loro un passaggio per la Stazione. Durante il tragitto il giovane presta il cellulare alla più piccola, che l’aveva scarico, per avvisare il padre: ‘stiamo bene, stiamo tornando’. La serata era partita male: sembra all’interno del locale a Giulia avevano rubato la borsetta con smartphone e documenti. La prima volta in riviera da sole e devono tornare a casa derubate.

 

Chi scrive scrive quasi sotto dettatura avendo esperienza diretta: io baby boomer, con famiglia generazione X e figlia quasi 18nne generazione Z. Quando ad una adolescente puoi rimproverare poco o nulla – a scuola tutti 9 e 10, studio fino alle 2 del mattino, riservatezza, attenzione alle regole civiche della convivenza, nessun colpo di testa -, cosa fai se vive sullo smartphone, se ovunque ti giri le amicizie più selezionate (sempre gen Z), brave a scuola e prudenti nei rapporti, vivono il mondo dei grandi come la Western Union del telegrafo i segnali di fumo degli Indiani? Nessuna diciassettene che oggi voglia essere inclusa e non esclusa dalle amicizie farebbe una telefonata al posto di inviare un messaggino. Altro che facebook dei matusa, che loro considerano un tranvai rispetto ad un Saturno V.

 

Privare un adolescente del suo smartphone è come privare Anna Frank del diario. Lì, in quell’aggeggio, c’è lui e le sue cose. Basta vedere quando la memoria è piena: se gli dici di recuperare spazio cancellando alcuni files è come chiedergli di cancellare se stessi, si rifiutano; casomai bisogna procedere ad acquistarne un altro più potente, con più spazio.

 

“…Riavvolgiamo il nastro. Uno dei testimoni ha raccontato che una delle due sorelle appariva profondamente turbata e in un visibile stato di alterazione. Potrebbe quindi essere verosimile che, in preda ad un’ansia esasperata dovuta alla perdita del telefono, una delle due sia stata indotta a gettarsi in mezzo alle rotaie, spingendo così anche l’altra sorella nell’estremo tentativo di salvarla? Più nel dettaglio, è plausibile che la disgrazia possa essersi verificata perché la ragazza che per prima si è buttata sui binari era in preda ad un eccessivo ed amplificato stato d’ansia connesso proprio alla sottrazione dello smartphone”. (Anna Vagli, giurista e criminologa forense, su “fanpage” del 2 Agosto 2022).

 

“…Il genitore dovrebbe cercare di avere più comunicazione e il ragazzo deve sapere di potersi fidare. Serve poi un’educazione al pericolo. Viviamo in una società in cui i ragazzi diventano adulti molto velocemente anche nell’ambito della sfera sessuale, però rimangono molto piccoli dal punto di vista emotivo”. (Daniela Chieffo, psicologa, psicoterapeuta, Pol. Gemelli, “Il Messaggero”, 8 Agosto 2022).

IL MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA

Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch”. Là dove cresce il pericolo, là cresce anche ciò che salva (Friedrich Hölderlin)

 

Fra tutti i resti irriconoscibili sparsi su settecento metri di binari dopo l’impatto, la Polizia è potuta risalire all’identità delle sorelle ritrovando un cellulare fracassato intestato ad una ditta di trasporti di Castenaso, quella del padre.

 

Così, quello che nella cappa di luoghi comuni che rendono impossibile farsi un’idea delle tecnologie e di internet in particolare, ecco che un cellulare mezzo rotto rivela un legame affettivo ed una appartenenza ad un nucleo famigliare in una strada di un luogo chiamato Madonna di Castenaso. Un cellulare scassato, che nell’immaginario facilone è solo strumento di disintermediazione, assurge a strumento reale di mediazione. Strumento che rimette in contatto (che qui è più che comunicare: è intimità, ‘contagio’) chi si vuole bene, chi vuole tornare a casa con chi aspetta a casa.

 

Carlo Acutis, il ragazzo morto poco più che quindicenne nel 2006 e proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica nel 2020 (in piena Pandemia), probabilmente candidato a diventare il patrono della Rete, se è da qualche parte avrà accolto con sé anche Giulia e Alessia, alla faccia di tutti i moralismi, i moralisti e i bacucchi sentenziatori sui ragazzi.

  

Il cellulare ritrovato sui binari – capire la de-coincidenza, e il potente messaggio: l’unica cosa rimasta co-individuativa delle due figlie con la famiglia – è una reliquia della sopravvivenza di quei legami oltre ogni sciagura, perché ogni cosa amata non teme la morte. Quei legami che anche la tecnologia può alle volte significativamente rappresentare. Il messaggio nella bottiglia per chi pensa che non ci sia più nulla da fare. Come noi siamo sicuri la semplicità e l’innocente, anche ingenua, bella gioventù di Giulia e Alessia sapesse molto bene. 

 

Che ci perdonino, e ci ispirino una Nuova Comprensione dei nostri ragazzi.

IL PORTO DI GENOVA PRA’: UN CASO MONDIALE DI STRAVOLGIMENTO AMBIENTALE. 

Questo contributo che si compone di due parti: una sommaria descrizione dello stravolgimento ambientale causato dalla costruzione del Porto di Genova Pra’, alla periferia cittadina ad ovest del centro di Genova. Ormai una realtà con cui si convive da decenni. Uno stupro del territorio perpetrato in nome del progresso. E poi un breve racconto su come – fino a poco più di una trentina di anni fa – quel contesto territoriale conservava ancora le caratteristiche del mare, della costa e del primo entroterra della Liguria: l’azzurro e il verde, i profumi mediterranei, la spiaggia, i pescatori, il turismo balneare. Si tratta di un racconto breve, per Ferragosto… “Io ero nato a casa dei miei – dice l’autore -, proprio davanti all’attuale edificio sede della Direzione portuale PSA-Genova Pra’, a maggioranza azionaria di Singapore, dove un tempo c’era il mare aperto.

Il Governo di Singapore fa le cose sul serio in quanto a politica espansiva nella gestione dei sistemi portuali italiani. La fusione di PSA Genova Pra’ (con sede e direzione generale a Singapore) e SECH con sede a Genova ha creato in quel di Genova un colosso in grado di contendere il mercato del trasporto via mare e delle strategie portuali a MSC e alla cinese COSCO. Mentre PSA è già un colosso mondiale  al suo confronto SECH è realtà piccola e locale: l’operazione è consistita quindi nell’inglobare SECH in PSA. 

Tradotto in soldoni ciò significa che il gigante PSA ha la quota azionaria di maggioranza per la governance dei due terminal containers del Porto di Genova, il SECH (terminal contenitori di Genova spa che gestisce la Calata Sanità) e il PSA di Pra’, ormai diventato il più importante terminal import-export italiano.

Si aggiunga l’alleanza cinese con la Maersk (il primo gruppo armatoriale per il trasporto dei container al mondo) nel porto di Savona mentre nel mirino finisce anche La Spezia dove c’è il terminal di Contship con MSC. E mi scuso per eventuali imprecisioni. Chi vive in quei contesti territoriali avverte un senso di declino ambientale inarrestabile: basta osservare lo sfascio ecologico che ha cambiato i connotati all’estremo ponente cittadino di Genova, di fronte al quale è andato edificandosi e ampliandosi una sorta di ecomostro che mette a dura prova la vita e la resistenza psicofisica di chi abita davanti al porto di Genova Pra’. 

Chi è nato in riva a quel mare ha visto a poco a poco deteriorarsi l’ambiente in cui ha vissuto fino ai primi anni ‘90. Nel 1992 l’iniziale terminal si è progressivamente ampliato ed è stato inglobato nel PSA nel 1998: il porto di Genova – Pra’ è diventato una struttura portuale che ha cambiato i connotati ambientali, degradato il contesto, condizionato la sostenibilità e l’armonia dell’insieme. Se uno fosse stato lontano da quel posto negli ultimi 30 anni e ora tornasse dovrebbe chiedere: “Dove siamo qui?”. “Questo” porto è diventato l’icona mondiale dello stravolgimento ambientale: ora davanti alle case il mare non si vede più, solo uno sterminato ammasso di container, con relativi rumori assordanti, polveri, inquinamento della terra e del mare. Si consideri inoltre tuttora vigente ciò che venne deciso nel marzo 2019 dal primo Governo Conte per iniziativa del Ministro dello Sviluppo Economico, nello specifico il “Memorandum” d’intesa” con la Cina che – al punto 29 – prevedeva che “China communications construction company” avrebbe dovuto stipulare un accordo con le Autorità Portuali di Sistema del Mar Ligure Occidentale (Genova, Pra’, Savona e Vado Ligure) e del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone) per rendere questi porti “i terminali in Europa della via della seta. 

Da tempo sostengo che sarebbe interessante fare il punto della situazione geopolitica e geoeconomica. Di carne al fuoco ce n’è molta e andrebbe spiegato alla gente quale futuro si ipotizza, tra fusioni, espansioni, destinazioni territoriali irreversibili. Un fermo immagine sul PSA di Genova – Pra’  può solo far supporre cosa ancora potrà accadere per quella fascia di litorale ridotta ormai a una enorme piattaforma di carico-scarico di container provenienti da tutte le parti del mondo. Non è fantascienza ipotizzare una futura conurbazione con il Porto di Savona-Vado.

Eppure fino agli anni 80, tutto era diverso. Genova Pra’ era – con Voltri – l’ultima delegazione genovese del ponente cittadino, abitata prevalentemente da pendolari, pescatori, agricoltori, con importanti realtà cantieristiche, un tempo frequentata da bagnanti provenienti dalla Lombardia e dal Piemonte. Il contesto ambientale realizzava una sostenibilità gestibile senza gli stravolgimenti urbanistici e paesaggistici che hanno fatto irruzione con il porto.

Anche chi non conosce la realtà attuale – ma è sufficiente passarci in autostrada o percorrere quel tratto di Aurelia che attraversa la delegazione, anche se diretti altrove, per avere un colpo d’occhio eloquente sulla visuale del territorio, a cominciare dalla scomparsa del mare, occupato dal porto commerciale.

Per chi ne ha voglia e tempo, basta leggere il breve racconto che segue, per rendersi conto delle trasformazioni intervenute. Lo propongo a chi non ha conosciuto quel tratto di mare, di costa e di primo entroterra del ponente cittadino genovese quando era diverso e anche a chi per oblio o adeguamento alla nuova realtà esistenziale, non lo ricorda più o si è rassegnato.                                                                                      

Vedere il mondo in un granello di sabbia

E un paradiso in un fiore selvaggio,

Tenere nel palmo della mano l’infinito

E l’eternità in un’ora

 

(William Blake – Londra 1757/1827)

                                                                      

 

VERDEAZZURRO 

La prima parte della mia vita è trascorsa in una stretta fascia di palazzi, asfalto e cemento compresa tra l’azzurro del mare e il verde del primo entroterra.

 

Era una realtà di cui si percepiva la sostenibilità dell’insieme, ogni contesto rispettava gli altri e tra loro coesistevano senza bisticciare.

 

Alla spiaggia ci si andava – con le mille raccomandazioni dei genitori e le altrettante precauzioni che un bambino sapeva usare da sé o imparava dagli altri, specie dagli amici più grandi – come se fosse la cosa più spontanea di questo mondo.

 

Il rapporto con le cose che facevano parte di quella realtà era organico: la sabbia, l’acqua, i sassi, il bagnasciuga, si poteva toccare tutto, si conoscevano gli odori, le proprietà e i pericoli delle cose.

 

C’era il terrore delle meduse, ad esempio: il mare ne era pieno e questo costituiva un ostacolo da superare, una confidenza da prendere, una minuscola sfida con la paura, ogni volta da affrontare e da vincere.

 

Ricordo di un giorno che – piccolissimo – ero entrato in acqua per imparare a nuotare ma, fatti i primi passi, avevo istintivamente accovacciato le gambe ed ero diventato una specie di palla: ora galleggiante, ora a pelo di superficie, ora soverchiata dal frangersi delle onde innocue, quasi a riva, per me gigantesche.

 

Tutto per la paura delle meduse, che vinceva quella – ben più giustificabile e razionale – del mare.

 

Ci pensò un’anziana bagnante a tirarmi letteralmente su per i capelli e a trascinarmi a riva, altrimenti oggi non sarei qui a scrivere questi ricordi.

 

Le grosse navi giravano molto al largo ma le chiazze di petrolio arrivavano lo stesso a terra, spesso si tornava a casa tutti impiastricciati e con le mamme erano guai.

 

Ed erano segnali di un triste presagio: non si diceva ancora ‘inquinamento’ ma quel catrame parlava da sè.

 

I pescatori lasciavano le reti al sole, accanto alle barche, ad asciugare e quando le calavano con gesti larghi e misurati era uno spettacolo da vedere: tutti i bagnanti si ritraevano da quel tratto di mare e di costa, come per cedere il posto alla fatica e al lavoro.

 

A volte il pescato era generoso, altre scarso ma la curiosità di sbirciare cosa fosse rimasto impigliato nelle maglie della rete raccoglieva sempre gente intorno al gozzo o alla lancia appena tirati a terra.

 

I pescatori lasciavano fare ma i loro occhi ci dominavano con una sapienza antica e severa, poco incline alla confidenza e allo scherzo, i loro sguardi erano capaci di intimorire.

 

Non diverso, in quanto a naturalezza ed emozioni era il rapporto con il verde del primo entroterra.

 

Si salivano le ‘croeze’ (vie strette di acciottolato o di mattoni) fino a quando il sentiero si perdeva nei campi, tra le fasce, le piante o le vigne.

 

La campagna dava la sensazione di sentirsi soli, lontani dai rumori delle azioni umane che giungevano come attutiti, impercettibili  ma se scrutavi bene intorno notavi tracce o presenze laboriose e silenti.

 

Era bello immergersi nel verde profumato della campagna, stendersi tra i ciuffi d’erba con il fiatone della salita e socchiudere gli occhi al chiarore abbagliante della luce e del sole.

 

Lassù, dall’alto tutto era rimpicciolito e diverso, si faticava a volte a scorgere il profilo amico delle nostre case lontane.

 

Si vagava per interi pomeriggi rincorrendo le ’sgrigue’ (le lucertole) o cercando di conquistare qualche lunga canna: veniva poi bene legarci il filo con il ‘ciungin’ (il piombino) e l’amo e tentare o simulare l’avventura della pesca, il giorno dopo.

 

Si raccoglievano i pinoli e i primi funghi al limitare delle boscaglie, si avvertiva un profumo intenso, tipico della macchia mediterranea, un pot pourri naturale di menta, salvia, rosmarino, ginestra, camomilla selvatica, lavanda, violetta.

 

Allora si fiutavano soprattutto gli odori, oggi prevalgono gli afrori, i miasmi, le puzze del degrado urbano e credo che tra le due sensazioni ci corra una bella differenza.

 

Gli odori erano sparsi nella natura, nelle cose, facevano parte di una percezione indistinta che si gradiva, si cercava, si apprezzava, si respirava.

 

In genere l’olfatto è oggi messo a dura prova dal disgusto di ciò che si rifiuta, si scarica, si riversa nell’ambiente.

 

Mi sembra che ci fosse un rispetto diverso che oggi stento a riconoscere.

 

Diversamente, in tutto il ponente cittadino, la fascia a ridosso dei primi nuclei abitativi, quella che un tempo noi ragazzi conoscevamo come le nostre tasche e giravamo liberamente, godendo di quel bendidio di verde appena fuori casa, è stata cementificata e stravolta dalla mano dell’uomo.

 

Anche dalla parte opposta, la spiaggia e il primo tratto di mare hanno subìto lo stesso destino.

 

Si poteva evitare? Forse no: si è deciso altrove. 

 

Si poteva far di meglio? Onestamente penso di sì.

 

Ora quelle chiazze di verde e di azzurro restano nei ricordi della mente, nelle foto sbiadite e nei quadri dei pittori locali, che ne rievocano i fasti e i trascorsi: l’impatto adesso è totalmente diverso, prevalgono i grigi dell’anonima periferia – visibili – e i toni dimessi della rassegnazione – immaginabili negli occhi della gente, l’habitat è cambiato e pure l’uomo si è adattato a questa nuova realtà.

E’ come se fosse un’umanità diversa, tutti quelli che c’erano allora se ne accorgono e lo dicono, anche se non sanno spiegarsi convintamente il perché.

 

A forza di impossessarci del mondo, di consumarlo, lo stiamo distruggendo: è questa la percezione che si avverte – diffusamente – ma non si riesce a dominare, modificare, a invertire.

 

Il mare si è come allontanato, sconfitto dal porto e dalle navi, subisce tutto, brontola o ruggisce da lontano, offeso per essere considerato solo una via di transito, un passaggio: avrebbe bisogno dei suoi spazi vitali, deve respirare – il mare – a pieni polmoni, allargarsi e stringersi nel suo letto, liberamente.

 

Quando lo fa, quando si ribella e rivuole i suoi confini distesi, allunga le mani e le onde a cavalloni giungono fino a terra, lambiscono i manufatti dell’uomo, le barriere che sono state erette per tenerlo lontano.

 

Ma non è cattivo, questo mare: è stato imprigionato in modo maldestro e vuole dimostrare tutta la sua forza.

 

Credeva che l’uomo gli fosse amico e se ne sente tradito.

 

Il verde si acquieta più facilmente, si ritira impaurito per l’avanzare del cemento, si sente soffocare e piange in silenzio.

 

Solo chi ha ancora il cuore di un bambino lo può sentire: basta accostare l’orecchio per udire i suoi lamenti, per ascoltare la sua sofferenza.

 

Si è tirato dietro quello che poteva salvare: piante, animali, fiori, insetti ma è come un vecchio tramortito che ha perso la sua memoria.

 

Chi lo accarezza con amore gli restituisce l’affetto di un tempo, anche se in modo effimero, passeggero.

 

Per trovare un verde più allegro, spensierato, accogliente bisogna andare un po’ più lontano, dove la mano dell’uomo non ha ancora sferrato il suo attacco insensato e micidiale per distruggere quello che millenni di storia avevano conservato intatto e violentare la natura con il possesso del cemento e del ferro, che lo allontanano irreversibilmente dalle sue origini e da un sostenibile destino.

 

Guardandomi attorno percepisco il veloce deterioramento delle cose, la sconfitta della natura, il senso dell’usura e del consumo della vita stessa: quello che viene estirpato, soffocato, ammutolito è inesorabilmente condannato a tacere per sempre, piangendo soltanto nella memoria di chi ha avuto l’ormai inutile privilegio di conoscerne una diversa, più autentica identità.

 

 

LEOPOLDO ELIA: UN COSTITUZIONALISTA E LA QUESTIONE DELLA «FORMA PARTITO»

Nella polemica di questi giorni sul presidenzialismo, innescata com’è noto dalle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, è ricorso il termine «eversivo» – v. la nostra intervista a Gerardo Bianco https://ildomaniditalia.eu/gerardo-bianco-il-presidenzialismo-e-un-inganno-e-la-proposta-di-berlusconi-un-atto-eversivo/ – che già Leopoldo Elia aveva utilizzato nel 2002 per contestare la riforma proposta dal governo presieduto all’epoca dallo stesso Berlusconi.Riteniamo utile proporre ai lettori un testo di Pombeni – si tratta della relazione svolta in occasione della presentazione del volume di Leopoldo Elia “Costituzione, partiti, istituzioni” (Roma, 3 febbraio 2010) – che offre elementi di conoscenza e riflessione sul pensiero dell’autorevole costituzionalista, impegnato politicamente prima nella Dc e poi nel Partito popolare. Di seguito riportiamo succintamente la prima parte del testo rinviando, tramite link in fondo, alla versione integrale (completa anche di note).

Non è facile parlare di un personaggio complesso come Leopoldo Elia: uno studioso rilevante e al tempo stesso un uomo totus politicus. In astratto si sarebbe portati a chiedersi se la compresenza in lui di queste due caratteristiche non conducesse ad una sorta di avvallo di un giudizio di Elie Halévy espresso nel 1898: «ciò che mi rende assai scettico sulla profondità e l’importanza delle questioni costituzionali [è che] mi chiedo se, in fin dei conti, non sia proprio là che trionfa il puro empirismo e che i pensatori sono o gli obbedienti servitori delle circostanze o degli utopisti inutili».

È troppo facile rispondere che Elia fu un servitore delle circostanze senza essere un servitore obbediente e per certi versi fu un utopista senza essere un utopista inutile. Cercherò di farlo vedere ripercorrendo qualche tratto del suo pensiero in materia di partiti politici, un tema che egli trasse sicuramente da uno dei suoi maestri, Costantino Mortati, che come è noto egli incontrò a partire dal cenacolo dossettiano, di cui il famoso costituzionalista fece parte ed a cui il giovane Elia si accostò prestissimo, divenendo, neolauretato ventitreenne, un collaboratore costante di «Cronache Sociali», il quindicinale del gruppo del leader reggiano.

Elia esordisce, e non è un caso, nel numero del 15 febbraio 1948 con una saggio su I partiti politici italiani visti attraverso i loro Statuti. Sin da questo primo intervento il giovane studioso si pone le questioni fondamentali del problema dei partiti nel sistema democratico, lamentando il «generale atteggiamento di disinteresse e di noncuranza» con cui si guarda alle norme che regolano la vita dei partiti sfuggendo l’importanza della «fisionomia istituzionale e politica di un partito»: esse sono «la concezione della disciplina in rapporto ai diritti e doveri degli iscritti»; «le maggiori o minori possibilità, in possesso di questi ultimi, per influire sulla designazione alle cariche pubbliche elettive». Seguiva un altro aspetto, tutt’altro che secondario, che veniva considerato in rapporto alla questione della disciplina inserita negli statuti sui gruppi parlamentari. Queste norme, nota Elia, «riguardano l’attività di iscritti al partito nella loro qualità di organi dello Stato. Siamo arrivati a un punto in cui il problema del rapporto tra ordinamento di partito e ordinamento statale si pone con tutta evidenza: un punto in cui bisognerebbe esaminare le norme che abbiamo sopra riportate confrontandole con l’art. 67 della Costituzione della Repubblica che vieta il mandato imperativo […] . La questione sarebbe un aspetto particolare del problema più vasto che abbraccia i rapporti tra l’ordinamento dei partiti e quello dello Stato (vedi articolo 49 della Costituzione)».

Come si può notare l’interesse per il tema del partito sta all’esordio stesso della sua presenza pubblica (che è qualcosa di più e parzialmente di diverso dalla sua attività di raffinato studioso). Il percorso di Elia lo avrebbe riportato più volte, come cercherò di esaminare, a misurarsi con la questione del ruolo dei partiti in generale e del partito in cui aveva scelto di militare in particolare, sicché questo tema può essere considerato davvero “chiave” per intendere tanto la sua presenza politica quanto il fecondo intrecciarsi di questa con la sua attività di studioso.

Ma prima di addentrarmi in questo esame e per spiegare il senso di questo percorso citerò la definizione che Elia diede di Mortati riflettendo nel 1990 sulla sua figura: «la ricchezza del discorso di Mortati sugli argomenti che abbiamo accennato è ancora utile per orientarsi nel difficile cammino delle riforme: ed anche quando le sue risposte appaiono legate ad una fase specifica della nostra storia costituzionale, esse sono sempre “sistemiche” e mai dettate da convenienze di parte o di principe. Giurista politico, sì: ma al servizio di tutto il sistema»4.

In realtà, come talora accade, parlando del Maestro l’autore parla di sé stesso e in effetti questa definizione si attaglia perfettamente a quello che volle essere e che fu Leopoldo Elia. Il suo «servizio al sistema» si basa, se non mi inganno, su una pervicace volontà di considerare il frutto della stagione costituente italiana come una «conquista», preparata da una certa sapienza degli studiosi di diritto, vivificata fra gli anni Settanta ed Ottanta da una ripresa di consapevolezza storiografica (una sensibilità la sua verso questi studi non proprio comune fra i giuristi), messa a repentaglio da una caduta di conoscenze critiche che aveva immiserito la classe politica e intellettuale italiana portandola pericolosamente a scherzare col fuoco.

 

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https://www.astrid-online.it/static/upload/protected/Pomb/Pombeni_Pres-volume-Elia_03_02_10.pdf

ELEZIONI, LA DEMOCRAZIA E I SUOI ISTITUTI NON POSSONO ESSERE OGGETTO DI FORZATURE, MEN CHE MENO DI BARATTO.

La sortita di Berlusconi sul presidenzialismo e le dimissioni di Mattarella non possono non suscitare stupore. S’impone la difesa strenua, ed attiva, della democrazia rappresentativa e dell’impianto parlamentare. Questa è la battaglia che deve condurre anche e soprattutto la cultura cattolico popolare e cattolico sociale.

Il capitolo delle riforme istituzionali non può non rientrare nell’agenda politica della campagna elettorale. Anzi, forse è uno dei temi decisivi del confronto politico tra le varie forze politiche in campo. Anche se, come ovvio e scontato, saranno i temi legati alla vita concreta delle persone di tutti i giorni a richiamare maggiormente l’attenzione dei cittadini e, soprattuto, a decidere l’esito elettorale. Anche se in parte già scontato…

Comunque sia, la proposta avanzata da Berlusconi di mettere in discussione il ruolo dell’attuale Presidente della Repubblica nel caso in cui il progetto presidenzialista venisse approvato nel corso di questa legislatura, non può non suscitare attenzione, incredulità e anche stupore.

Ora, nessuno vuole bollare come ‘irricevibili’ le proposte che vengono dai singoli schieramenti politici o da leader lontani dalla nostra storia culturale e politica. Quella è una deriva della sinistra italiana – salottiera, arrogante, alto borghese e moralmente “diversa” – che, attraverso la sua presunta e maldestra altezzosità etica ha provocato guai infiniti alla stessa qualità della nostra democrazia. 

Al contrario, e molto più semplicemente ma realisticamente, si tratta di ribadire ancora una volta la bontà e la modernità del nostro impianto istituzionale e l’efficacia della nostra democrazia rappresentativa e parlamentare. Un modello messo in discussione periodicamente non solo dalla destra ma anche e soprattutto dalla demagogia e dal populismo grillino che in questi ultimi anni hanno minato alla radice le fondamenta della nostra democrazia e i postulati costitutivi della stessa Costituzione repubblicana. 

Non si tratta di fare una “santa alleanza” politica che avrebbe l’unico scopo di radicalizzare ulteriormente il confronto politico e creare le ragioni per un conflitto permanente alimentando la logica degli “opposti estremismi” che abbiamo già conosciuto e, ahimè, tristemente sperimentato in un recente passato. Al contrario, semmai, si tratta di convincere tutte le forze politiche – o la maggioranza di esse – della ineluttabilità del nostro impianto costituzionale e della difesa strenua, ed attiva, della democrazia rappresentativa e dell’impianto parlamentare.

Questa è la battaglia che deve condurre anche e soprattutto la cultura cattolico popolare e cattolico sociale. A prescindere dalla collocazione nei vari schieramenti e dalla presenza nei vari partiti. Quando è in discussione la qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni si ha il dovere, morale e politico, di “scendere in campo”. Sempre.

SENGHOR E LA SFIDA DEL METICCIATO. DON ALBANESE RICORDA SULL’OSSERVATORE ROMANO LO STATISTA SENEGALESE.

Come ha pertinentemente rilevato il professor Andrea Riccardi, «Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una “art nègre”, come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità».

 

Il fenomeno della globalizzazione ha messo in evidenza l’esigenza di promuovere il multiculturalismo. Per dirla con le parole di monsignor Barthélemy Adoukonou, segretario emerito dell’allora Pontificio Consiglio della Cultura (oggi Dicastero per la Cultura e l’Educazione), di nazionalità beninese: «Non basta, anzi non è possibile coesistere nella semplice autoaffermazione della propria identità culturale. Non possiamo esistere se non nel dialogo con gli altri. L’interculturalità è un obbligo etico del nostro tempo e concepiamo la Chiesa come una grazia, una forza divina che aiuta il mondo a ricercare l’etica umana all’epoca della globalizzazione».

 

Questo indirizzo ha trovato nella persona di Léopold Sédar Senghor uno straordinario interprete. Nato a Joal, in Senegal, nel 1906, dopo aver conseguito la libera docenza universitaria in Francia, insegnò per vari anni nel Paese transalpino; successivamente fu deputato per il Senegal alla costituente francese (1945-46), quindi all’Assemblea nazionale francese (1946-58). Eletto presidente del Senegal nel settembre del 1960, mantenne la carica per vent’anni. Membro associato straniero dell’Institut de France, nel 1983 fu il primo autore africano a essere eletto all’Académie Française. Trascorse gli ultimi anni di vita in Normandia dove si spense nel 2001 e da allora i suoi resti mortali riposano nel cimitero di Bel Air a Dakar.

Come ha pertinentemente rilevato il professor Andrea Riccardi, «Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una “art nègre”, come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità». Se da una parte è vero che lottò contro il colonialismo e si batté tenacemente per l’indipendenza del suo Paese, fu anche un acceso sostenitore del legame che stringeva i Paesi africani alla Francia. Non a caso nel 1958, Senghor diede vita all’Union progressiste sénégalaise, alla testa della quale cercò di impedire che l’Africa occidentale francese si sminuzzasse in tante e deboli compagini statali indipendenti. Comunque, si considerò sempre un patriota tutto d’un pezzo che difese i valori afro, contrastando in modo perspicace la matrice più perniciosa del colonialismo, quella culturale. Ma al contempo comprese la necessità di andare al di là delle pastoie identitarie fini a se stesse, ricercando l’incontro con l’alterità, nella fattispecie la cultura dei suoi ex colonizzatori. E questo è un aspetto del suo pensiero sul quale vale la pena riflettere, ben espresso, nel contesto di un lungo e faticoso cammino di ricerca, in molte delle sue opere: dalla Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française (1948) a la Négritude et humanisme (1964); dalla Négritude et civilisation de l’universel (1977) a Le dialogue descultures(1993).

Da una parte per lui la négritude (una scuola di pensiero che condivise con altri intellettuali del calibro dell’antillese Aimé Césaire), indicava una via di salvezza, poiché l’Africa aveva preservato l’essenza di un umanesimo ormai abbandonato dall’Occidente, profondamente segnato da sconvolgimenti tecnologici e soprattutto impegnato a «far piombare l’Africa nel razionalismo materialista che inonda gran parte dell’umanità. In nome della modernità, si spinge l’Africano a far tabula rasa delle sue tradizioni, a rinunciare alla sua educazione secondo i costumi propri, alla sua visione del mondo, al suo passato, alla sua filosofia, alla sua spiritualità». Senghor dunque imputava al colonialismo di aver misconosciuto la civiltà africana, per imporre una propria logica civilizzatrice, con l’intento di sfruttare le risorse del continente. Ma con il passare degli anni, soprattutto a seguito delle vicissitudini sofferte durante la Seconda guerra mondiale, Senghor avvertì la necessità di superare la concezione originaria di una négritude respingente, per dedicarsi alla costruzione di una négritude finalizzata all’edificazione di un umanesimo integrale ed universale.

Pur criticando l’approccio invasivo dei dominatori e le contraddizioni della politica francese in Africa, non lesinò la propria stima personale per i valori della Francia: «Sì, Signore, perdona la Francia che dice bene quale sia la via destra e cammina per sentieri obliqui…». Cattolico, nato peraltro in un Paese a stragrande maggioranza islamico, Senghor rivendicò la centralità della sfera valoriale della cosiddetta négritude che riassumeva i valori afro, anzi, nel suo lessico «negri», senza però scadere nell’identitarismo.

A questo proposito è illuminante una recente pubblicazione di Souleymane Bachir Diagne, filosofo senegalese dal titolo Léopold Sédar Senghor: l’art africaine comme philosophie (2007). Diagne rilancia la tesi senghoriana ovvero il contributo di ciascuna cultura per la «prossima civiltà dell’universale». L’invito che Senghor dunque rivolgeva al mondo mediante l’elaborazione del concetto di négritude era quello di aprire ogni cultura all’universale. In altre parole, come spiega Riccardi: «Per Senghor, non basta conservare i valori africani in un mondo tradizionale che rischia di scomparire; bisogna inserirli nel flusso della cultura contemporanea».

Ecco che allora, partendo dal presupposto che ogni essere umano si confronta con diverse storie e culture, avvertì l’esigenza, come egli stesso dichiarò, di passare «dal meticciato biologico (perché in effetti, in considerazione della mobilità umana che ha segnato il cammino dell’homo sapiens dall’Africa in giro per il mondo, siamo tutti creoli n.d.r.) a quello culturale». Senghor si rivelò uno straordinario poeta e scrittore di lingua francese, che ebbe il merito di coniugare il patrimonio linguistico e culturale transalpino con i valori e le tradizioni africane. La parola chiave della sua ermeneutica è il «métissage», ovvero in italiano il metissaggio, che per Senghor è «l’equilibrio del mondo». Naturalmente, questo modo di pensare e concepire l’antropologia su scala planetaria, con la determinazione di «incontrarsi (africani ed europei) all’appuntamento del “dare” e del “ricevere”, avendo un destino comune», trovò non poche resistenze.

Alcuni intellettuali africani criticarono Senghor, accusandolo di aver mistificato la realtà culturale africana, subordinandola alla visione imperiale dei colonizzatori. In realtà la sua figura, non solo si rivela oggi originale e creativa, ma è davvero profetica in riferimento alle istanze di fraternità universale ben illustrate e motivate da Papa Francesco nella sua Enciclica Fratelli tutti. In effetti, l’obiettivo che Senghor ha poi maturato con chiarezza è che i valori delle civiltà africane, delle loro radici e delle loro origini rappresentavano il presupposto ideale del meticciato culturale: esso avrebbe dovuto radicarsi nei valori della négritude, per aprirsi, poi, agli apporti delle altre civiltà planetarie. Per Emmanuel Mounier, direttore della rivista cattolica «Esprit» e pioniere nel criticare le attività coloniali francesi in Africa, Senghor è l’interprete per eccellenza di una nuova civiltà euroafricana: «Lei è africano nella sua viva carne», gli scrive in un carteggio «Lei è europeo per un’altra parte, per la lingua che ha appreso e che La informa… La civiltà euroafricana, di cui siete i pionieri, deve ancora trovare le sue strutture». Lungi da ogni retorica, la comprensione del tema migratorio, oggi di grande attualità in riferimento alle relazioni tra Europa e Africa, non può prescindere dall’approccio culturale di cui Senghor fu un illuminato precursore e fautore.

FONTE: L’Osservatore Romano – 12 agosto 2022

GERARDO BIANCO, IL PRESIDENZIALISMO È UN INGANNO E LA PROPOSTA DI BERLUSCONI UN ATTO EVERSIVO.

L’ex segretario dei Popolari reagisce con durezza all’uscita di Berlusconi sulle dimissioni – definite necessarie – di Mattarella qualora la destra, vittoriosa alle elezioni, riuscisse a far passare la riforma costituzionale del presidenzialismo.

 

Caro Gerardo, l’uscita di Berlusconi va oltre ogni limite. Dico bene?

È proprio così. Non si è mai visto in campagna elettorale un tale imbarbarimento del confronto pubblico, con il Quirinale inserito nell’agenda delle “cose da gestire” in caso di vittoria di uno schieramento. Putroppo non mi sorprende. Berlusconi dal 1994 ha introdotto nella politica il virus della manipolazione delle regole, alterando il costume stesso della democrazia. Per lui il potere si risolve nell’impossessamento di spazi e strumenti che l’ordine costituzionale preserva dal controllo illimitato della maggioranza.    

Tu l’avevi segnalato, nei giorni scorsi, il pericolo sotteso a questo discorso sul presidenzialismo. Ora appartiene formalmente al programma della destra. 

Il presidenzialismo è un grande, sottile inganno. Si pensa sbrigativamente che possa risolvere il problema della stabilità di governo. In realtà, come si vede in Francia e negli Stati Uniti, porta alla disintermediazione della democrazia, quindi all’indebolimento dei corpi intermedi, in ultimo alla logica della contrapposizione tra il Palazzo e la Piazza. In Italia avremmo, nel caso, un ritorno al culto dell’uomo forte. Non va sottovalutato questo rischio.

Eppure si dice che gli italiani sono interessati ai temi caldi dell’economia, non alle formule istituzionali…

Non significa nulla. Sull’economia puoi avere idee diverse, non metti in gioco il sistema delle regole se adotti una linea piuttosto che un’altra, come avviene nel dibattito sulla funzione dello Stato rispetto al ruolo dell’imprenditoria privata. Quando invece si tratta dell’ordinamento costituzionale e istituzionale, in realtà si parla della necessità di tenere insieme il Paese, ovvero di come i cittadini si possano riconoscere, nei loro diritti e nei loro doveri, in una una comunità sorretta e guidata da principi, valori e criteri di condotta apprezzati universalmente, o quanto meno largamente. L’Italia non la si tiene insieme con il Presidenzialismo.

E ora che si fa, visto il profilo di questa campagna elettorale? Un tuo suggerimento, volto a provocare la costituzione di un “fronte repubblicano”, è stato preso alla leggera. Anzi, direi che non sei stato ascoltato.  

Ebbene, mi permetto d’insistere. I tempi sono molto stretti, ma un tentativo va fatto. La destra si ferma con l’unità delle forze che hanno a cuore la difesa della nostra democrazia, essendo più che mai evidente come la democrazia possa avvitarsi negativamente su stessa per effetto di proposte e iniziative laceranti. Esiste un’emergenza, inutile negarlo; un’emergenza che ci mette di fronte all’obbligo di unire le culture e le tradizioni politiche che affondano le loro radici nel patto costituzionale del 1948. La proposta di Berlusconi è eversiva.

IN CAMPAGNA ELETTORALE: RESPONSABILITÀ E DISCERNIMENTO. LA VOCE DELLE “SETTIMANE SOCIALI”.

Mentre gli schieramenti si apprestano alla campagna elettorale, definendo programmi e liste, l’auspicio è che il confronto politico resti limpido e democratico, concentrato sulle sfide alle quali l’Italia è chiamata a causa della crisi economica e dell’instabilità internazionale in atto. Il documento del Comitato organizzatore delle “Settimane Sociali”.

Don Milani diceva nella sua Lettera ad una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Una campagna elettorale questo dovrebbe essere: la celebrazione alta del confronto politico di idee e programmi per governare e magari risolvere i problemi delle Paese e dei suoi cittadini, perché tutti insieme si possa sortirne fuori. Un tempo di responsabilità e discernimento. Quello che ci auguriamo non sia (ma che temiamo molto possa essere) è la celebrazione di promesse tanto roboanti quanto vuote, accattivanti quanto completamente staccate dalla realtà e dalle tasche comuni e comunitarie.

Toni bassi e confronto alto

Ma, se di promesse irrealizzabili pur si sopravvive, perché fanno parte del gioco politico e perché in fondo non costano niente (o quasi) né a chi le fa né a chi ingenuamente ci crede, ciò che sarebbe più che mai inaccettabile e sconsiderato, dunque gravemente lesivo degli interessi del Paese, è un alzare i toni e un conseguente abbassare il livello del dibattito politico sino a trasformarlo in qualcosa di altro rispetto al necessario e utile confronto sui programmi di governo proposti da ciascun partito o schieramento e sui candidati al Parlamento. Il Paese ha bisogno di un di più di responsabilità da parte di tutti e non ha bisogno di sceneggiate e teatrini della politica di terz’ordine, né che si giuochi a buttare la palla in calcio d’angolo, perché non si hanno argomenti per sostenere quanto si propone agli elettori.

L’auspicio perciò è per una campagna elettorale responsabile, fatta di confronto politico limpido e democratico, consapevole che – come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella a Ravenna – “la libertà di cui godiamo, la democrazia che è stata costruita, l’uguaglianza e la giustizia che la Costituzione ci prescrive di ricercare sono figlie di una storia sofferta e di generazioni che le hanno conquistate con dolore, sacrificio, impegno, consegnandole alla nostra cura affinché possiamo a nostra volta trasmetterne il testimone”.

Contro l’astensionismo, vivere il voto con speranza.

In più, una campagna elettorale sui programmi e che rifugga il battibecco politico senza costrutto servirà, ne siamo certi, a frenare, almeno in parte, il fenomeno dell’astensionismo, il trend di disaffezione dei cittadini alle urne, che prosegue da alcuni anni, sostenuto da una crescente crisi di fiducia nei partiti e alimentato dalle vicende delle ultime settimane che hanno portato alla caduta del Governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

Una preoccupazione, quella per l’astensionismo, cui fa riferimento il Presidente nazionale dell’Ac, Giuseppe Notarstefano, in un’intervista ad Avvenire, rispondendo alla domanda “L’Ac darà una indicazione di voto ai suoi aderenti?”: “Non è nostro compito, ma aiuteremo le persone ad affrontare questo passaggio con responsabilità, con senso critico e in maniera informata. Il voto va vissuto con speranza. Purtroppo tanti, anche cattolici, nel recente passato hanno guardato con disillusione al momento elettorale e dunque urge operare un recupero dell’astensionismo”.

 

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LA SOLIDA FEDE, IL VIVO «SENSUS ECCLESIAE» E LO SLANCIO MISSIONARIO DEL CARDINALE TOMKO.

«Faticare e soffrire per questa Chiesa missionaria viva!». Sono alcune parole del Testamento spirituale del cardinale slovacco Jozef Tomko — morto lunedì 8 agosto all’età di 98 anni — che il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, ha letto nell’omelia delle esequie da lui celebrate, nella mattina di giovedì 11 agosto, all’altare della Cattedra della basilica di San Pietro. Di seguito l’omelia del cardinale decano.

Giovanni Battista Re

Siamo raccolti intorno all’altare del Signore per pregare e per dare l’estremo fraterno saluto al cardinale Jozef Tomko, che il Signore ha chiamato a sé all’età di 98 anni. Era il più anziano dei cardinali.

Lo facciamo animati e sorretti da quella fede che ci assicura, come ci ha detto san Paolo nella prima lettura della messa, che col venir meno di questa dimora terrena, riceveremo da Dio un’abitazione non costruita da mani d’uomo; riceveremo una dimora eterna, nei cieli (cfr. 2 Cor 5, 1), nell’unione con Dio e nell’immensità del suo amore.

 

Tutta la lunga e intensa vita del cardinale Tomko fu consacrata al servizio di Dio e dei fratelli e, nella sua gran parte, dedicata al servizio qui nella Curia romana. Nel corso degli anni ricevette numerosi incarichi, che considerò sempre — sono parole sue — una «chiamata a servire».

 

Con lui scompare una figura che ha fatto onore alla Curia romana per la solidità della sua fede, per la genuina spiritualità, per il vivo sensus Ecclesiae, il grande equilibrio nei giudizi, la pacatezza, il buon senso, l’amabilità e la finezza di tratto.

 

Entrò giovanissimo nel seminario della diocesi di Košice. Appena nel 1945 terminò la seconda guerra mondiale, Jozef Tomko fu dal suo vescovo inviato a Roma per completare gli studi presso la Pontificia università Lateranense, dove conseguì la laurea in Diritto canonico, e poi si laureò in Teologia e Scienze sociali presso l’università Gregoriana.

 

Terminati gli studi, le vicende storiche della sua nazione, a motivo — come sappiamo — dell’installazione della Repubblica Socialista Cecoslovacca e l’opposizione del governo comunista nei riguardi della Chiesa cattolica, gli impedirono di rientrare in patria. Così il 12 marzo 1949 fu ordinato sacerdote qui a Roma e incardinato nella diocesi di Roma. All’inizio gli fu affidato il compito di vice-rettore del Pontificio collegio Nepomuceno.

 

Nel 1962 fu assunto presso l’allora Congregazione del Santo Ufficio, dove, attesa la sua notevole preparazione teologica, divenne presto capo dell’Ufficio dottrinale. In quegli anni pubblicò una serie di articoli e testi che attirarono l’attenzione per la competenza dottrinale e per la chiarezza di esposizione.

 

Nel dicembre 1974 Papa Paolo vi lo nominò sotto-segretario della Congregazione per i vescovi e nel luglio 1979 Papa Giovanni Paolo ii gli affidò l’incarico di segretario generale del Sinodo dei vescovi e il Papa volle personalmente conferirgli l’ordinazione episcopale. Dato che solo pochissime persone avevano potuto ottenere dal governo ceco-slovacco il permesso di venire dalla Slovacchia a Roma, l’ordinazione episcopale non ebbe luogo nella basilica Vaticana — com’era progettato in un primo tempo — ma nella Cappella Sistina, ambiente più piccolo, e per desiderio pontificio quella celebrazione fu caratterizzata da particolare solennità, perché il Papa voleva sottolineare la sua vicinanza alla Slovacchia e a tutta la Chiesa del silenzio in quel momento tanto duro e difficile per i cattolici residenti oltre quella che Churchill chiamò la «cortina di ferro».

 

Come motto per lo stemma episcopale scelse le parole di San Paolo: «Ut Ecclesia aedificetur». Ed edificare e servire la Chiesa fu l’impegno, meglio, fu la passione dell’intera vita del cardinale Tomko.

 

Come segretario generale l’arcivescovo Tomko cercò di dare sviluppo all’attività del Sinodo dei vescovi, che allora era un’istituzione ai suoi primi passi, perché creata da pochi anni da Paolo vi. L’arcivescovo Tomko cercò di imprimerle un forte dinamismo, attuando in stretta collaborazione col Papa Giovanni Paolo ii, col quale si sentiva in sintonia profonda e anche in amicizia. In quegli anni pubblicò un volume dal titolo Il Sinodo dei Vescovi, natura, metodo, prospettive, che fu molto apprezzato.

 

Durante i sei anni come segretario del Sinodo, il cardinale Tomko ebbe varie volte l’incarico di rappresentare il Papa e la Santa Sede a riunioni di vescovi in varie parti del mondo. Ebbe così modo di acquistare una profonda conoscenza della realtà di molte Chiese particolari e di esperimentare la collegialità affettiva ed effettiva.

 

In questo modo, la Provvidenza lo aveva preparato ad allargare il cuore alla dimensione della Chiesa universale. E così nel 1985 fu nominato prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e quasi subito dopo creato cardinale.

 

Convinto che «Dio apriva alla Chiesa un’umanità preparata alla semina evangelica» (cfr. Redemptoris missio, 3), il cardinale diede esempio di grande slancio missionario e apostolico.

 

Curò subito contatti diretti con quanti operavano nei territori di missione. Con spirito di apertura ai popoli e senso di universalità, si prodigò con tutte le sue energie in un centinaio di viaggi nei territori affidati al suo Dicastero, mettendo sempre al centro nei suoi interventi Cristo al centro e manifestando grande apertura ai popoli, alle loro culture, alle loro tradizioni.

 

Il volume Sulle strade della missione, da lui pubblicato nel 2008, documenta la grande ansia missionaria che lo animava e anche quanto ha realizzato e soprattutto quanto il cardinale Tomko ha fatto a favore dello sviluppo missionario e del rafforzamento delle Chiese particolari dei suoi territori: la creazione di molte nuove diocesi, la riforma dei seminari, la costruzione di nuove chiese, di centri educativi, centri sociali, valorizzando la cooperazione missionaria organizzata dalle Pontificie opere missionarie in molti Paesi.

 

Nel testamento spirituale redatto il 26 febbraio 2007, il cardinale Tomko scrive che il ministero svolto alla guida della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli «gli aveva preso il cuore» e precisa: «Sentivo questo servizio missionario come un contributo alla costruzione e alla crescita del Corpo mistico di Cristo ed amavo le giovani Chiese missionarie con tutta la loro bellezza ma anche con la loro fragilità: le celebrazioni, i vescovi ed i missionari, i seminaristi, le religiose, il popolo normalmente povero. Era bello faticare e soffrire per questa Chiesa missionaria viva»! (dal Testamento spirituale).

 

Terminato per raggiunti limiti di età il compito di prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione dei popoli, dove fu per 16 anni, fu nominato presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali.

 

Più volte fu incaricato sia da Papa Giovanni Paolo ii sia da Papa Benedetto xvi di rappresentare il Papa a particolari celebrazioni. Fra tutte queste, mi limito a ricordare quella come inviato speciale di Benedetto xvi per il centenario della dedicazione della chiesa dell’Immacolata Concezione a Mosca nel 2011. In quella occasione, parlando in lingua russa — che lui ben conosceva — il cardinale Tomko fece memoria di una storia gloriosa, anche se molto dolorosa, e manifestò apprezzamento per l’inizio di un nuovo risveglio religioso nella società russa dopo gli eventi del 1989.

 

Ora noi nella preghiera affidiamo a Dio questo nostro confratello, perché nell’immensità del suo amore gli dia quella gioia e quella pace, che si è guadagnate col suo fedele e generoso servizio alla Chiesa, al Papa e alla Santa Sede.

 

Abbiamo sentito nel Vangelo «abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Vado a prepararvi un posto… Poi verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14, 1.2.3).

 

Sono queste parole pronunciate da Gesù durante l’Ultima Cena, quando gli apostoli stavano per scontrarsi con l’apparente fallimento di Gesù con la sua morte in croce. «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Ci aggrappiamo anche noi a queste parole, mentre offriamo la santa messa per il cardinale defunto, chiedendo a Dio di concedere anche a noi di portare a termine la nostra corsa terrena nella fedeltà senza riserve e in uno slancio mai smentito nel servizio della Chiesa e dei fratelli, di cui il cardinale Tomko ci ha lasciato edificante testimonianza.

FONTE: L’Osservatore Romano – 11 agosto 2022.

CANDIDATURE E LISTE: DEMOCRAZIA A RISCHIO.

Ci troviamo di fronte ad uno scenario dove due soli criteri la fanno da padrone: quello della fedeltà al capo partito da un lato e quello della brutale rappresentanza correntizia dall’altro. Due criteri che nulla centrano con la competenza, il radicamento territoriale, l’espressività sociale e, non ultimo, la “professionalità” della politica.

Dunque, ci risiamo con il suk arabo. La vicenda delle candidature, degli incroci nella quota proporzionale e nella scelta dei collegi uninominali vincenti, ripropone il capitolo della fatidica designazione centralistica dei candidati da parte di ogni partito. Soprattutto quando questa designazione coincide con le giornate di Ferragosto. Del resto, lo diciamo da ormai molto tempo e da molto tempo è un tema del tutto irrisolto. E cioè, l’impossibilità – o meglio la non volontà – di ridare la voce ai cittadini/elettori attraverso il varo di una riforma elettorale degna di questo nome.

Per l’ennesima volta, infatti, ci troviamo di fronte ad uno scenario dove due soli criteri la fanno da padrone: quello della fedeltà al capo partito da un lato e quello della brutale rappresentanza correntizia dall’altro. Due criteri che nulla centrano con la competenza, il radicamento territoriale, l’espressività sociale e, non ultimo, la “professionalità” della politica. Insomma, da anni denunciamo – tutti, partiti, organi di informazione, intellettuali, opinionisti e commentatori – la debolezza strutturale della nostra classe dirigente e la sua sostanziale incapacità di ergersi a guida autorevole e qualificata del paese e poi si fa di tutto per bloccare una riforma che almeno cerca, seppur con scarsa possibilità di successo,di invertire quella rotta. E, pertanto, la selezione e la promozione della classe dirigente politica continua ad avvenire all’insegna dei criteri che quotidianamente denunciamo e combattiamo.

Ora, ci si trova di fronte all’ennesima competizione elettorale del tutto impotenti e anche un po’ rassegnati. Ovvero, il giorno dopo la compilazione centralistica delle liste già sapremo – senza sbagliarsi granchè – chi saranno i futuri eletti e chi saranno i sicuri sconfitti o trombati. E questo perchè, anche attraverso gli ormai quotidiani sondaggi, conosciamo in forte anticipo il peso dei vari partiti e, di conseguenza, i potenziali eletti di quella lista proporzionale nelle varie circoscrizioni e i vincenti dei collegi uninominali. Tutto è già certificato. Anzi, per essere ancora più precisi e dettagliati, il giorno dopo la compilazione delle liste i candidati possono anche fare a meno di cimentarsi con la campagna nazionale elettorale perchè già si sa la potenziale e futura composizione delle Camere. Salvo miracoli – sempre possibili, per carità – addebitabili ad eventi straordinari ed imprevedibili. Ma, appunto, proprio perchè imprevedibili sono del tutto fuori della norma.

Insomma, anche questa volta pagheremo le conseguenze della debolezza della politica. O meglio, della esplicita volontà dei capi partito di continuare a designarsi i propri eletti. C’è una sola speranza, al riguardo. Ed è quella che i capi partito scelgano al meglio la futura rappresentanza democratica. Perchè altrimenti sarebbe difficile, estremamente difficile, denunciare giustamente le malefatte e lo squallore del populismo grillino e poi continuare tranquillamente a praticare quella degenerazione. Ovvero, continuare ad avere una rappresentanza parlamentare disciplinata unicamente ed esclusivamente dalla fedeltà, dalla logica tribale della spartizione delle varie tribù correntizie e dalla sostanziale debolezza delle singole personalità politiche. Sarebbe, ancora una volta,il trionfo dell’anti politica, del qualunquismo, della demagogia e del pressappochismo. Ovvero, per dirla in altri termini, della vulgata populista che tutti diciamo, almeno a parole, di combattere e di voler definitivamente sradicare dal tessuto democratico del nostro paese.

25 SETTEMBRE, IL PALIO DI UN CAVALLO SCOSSO? ANCHE SENZA FANTINO I RIFORMISTI POSSONO FARCELA.

L’operato di Letta è sotto osservazione, benché figure eminenti del cattolicesimo popolare – vedi da ultimo Gerardo Bianco – ne difendano il valore di sfida per mezzo di uno schieramento che si vuole in qualche modo competitivo. Può darsi che sull’esempio del Palio il Pd riesca comunque a trascinare alla vittoria i riformisti, anche quelli liberal-liberisti del Terzo Polo, con o senza ‘fantino’.

La scelta di Carlo Cottarelli, esperto di conti pubblici, dona al PD un profilo di autorevolezza e rigore. Se fosse stata operata nel quadro di un’aggregazione coerente sarebbe risultata ancora più degna di nota, quindi maggiormente efficace. Così rischia di presentarsi come il classico specchietto per le allodole. Una candidatura eccellente non può sanare, in fin dei conti, l’equivoco dell’alleanza con Verdi e Sinistra italiana, due formazioni distanti (per usare un eufemismo) dall’Agenda Draghi. Per altro, l’allargamento a sinistra è stato pagato con l’uscita di Calenda, del resto altamente prevedibile, con un guadagno nullo in termini di aritmetica e una perdita secca in termini di coerenza. 

Roberto D’Alimonte coglie nel segno quando rileva la persistenza dello schema del 2013 nella strategia del Pd. All’epoca, segretario Bersani e suo vice Letta, al Nazareno si optò in coda alla legislatura per l’alleanza con Nichi Vendola, leader della sinistra di opposizione, invece di tentare la saldatura con Monti (sorretto per lunghi mesi con lealtà e solerzia). Fu una scelta contraddittoria, palesemente errata, da cui scaturì un risultato elettorale deludente. Iniziò da quel momento la marcia trionfante del grillismo, sostanzialmente per un ‘impazzimento’ dimlinea politica del partito cardine del riformismo. Oggi sembra ripetersi, a tutti gli effetti, lo stesso errore.   

L’operato di Letta è sotto osservazione, benché figure eminenti del cattolicesimo popolare – vedi da ultimo un Gerardo Bianco giustamente preoccupato dell’offensiva di Meloni Salvini e Berlusconi sul tema del presidenzialismo – ne difendano il valore di sfida per mezzo di uno schieramento che si vuole in qualche modo competitivo. In realtà, con l’intervista a sorpresa di Stefano Bonaccini sulla raffigurazione del Pd come forza autenticamente riformatrice, è già cominciata la lotta per la successione. D’altronde, l’idea che il segretario possa avvantaggiarsi del potere di nomina dei nuovi deputati e senatori, grazie ai meccanismi interni al sistema elettorale, non mette in conto l’esperienza del passato: i gruppi parlamentari, pur rimpinguati di ‘amici’ presuntivamente fedeli, non garantiscono il controllo sul partito. 

L’ultima ‘chicca’ riguarda lo scontro diretto con la Meloni. Non è la chiave di volta di questa campagna elettorale? Sì, certamente. E tuttavia, nel ricordare le scene che vedevano nei mesi scorsi i due – Letta e Meloni – duellare in stile “Sandra e Raimondo”, così come notavano con ironia i commentatori politici, viene facile osservare l’asimmetria della nuova polarizzazione dialettica rispetto al canone graziosamente offerto in precedenza. Si dirà che la campagna elettorale esige questo ed altro, more solito; ciò nondimeno essa richiede un grande esercizio di serietà, pena la ribellione dell’elettorato. In realtà, Letta non avrebbe dovuto acconciarsi a vestire i panni di ‘Raimondo’, visto che ‘Sandra’ non era e non è una gentile compagna di conversazioni da salotto, ma il capo in Italia e in Europa di un fronte nazional-sovranista che gode di simpatie presso la destra trumpiana, ancora forte in America.         

Tutto ciò non deve affievolire l’impegno in questa importantissima battaglia elettorale. È accaduto persino, in qualche edizione del Palio di Siena, che a vincere fosse un cavallo scosso. Può darsi, allora, che il Pd riesca comunque a trascinare alla vittoria i riformisti, anche quelli liberal-liberisti del Terzo Polo, con o senza ‘fantino’. Non è detto che l’alleanza guidata dalla Meloni non incontri la reazione dell’elettorato più indispettito e preoccupato per la chiusura traumatica della legislatura, con Draghi messo alla porta, sbrigativamente, in forza di un drastico cambio di linea (complice Conte) di Forza Italia e Lega. In genere, chi provoca le elezioni anticipate esce penalizzato dalle urne, sicché anche l’appuntamento del 25 settembre potrebbe tenere in serbo il declassamento delle ambizioni dell’armata social-populista. La speranza, come sappiamo, è una virtù forte.

RICCARDO MISASI, POLITICO DEMOCRISTIANO DI ELEVATE QUALITÀ, NEL RICORDO DI CHI LO HA CONOSCIUTO. 

Nel volume appena pubblicato da Rubbettino (Riccardo Misasi. Un tributo) sono raccolte le testimonianze sul politico calabrese scomparso nel 2000. Tra le varie abbiamo scelto di pubblicare, per gentile concessione, quella di Bonalberti.

Voglio ringraziare l’amico prof. Pino Nisticò, già presidente della Giunta regionale calabrese, per aver voluto e curato questa raccolta di testimonianze sulla figura di Riccardo Misasi, uno dei più autorevoli esponenti della terza generazione democratico cristiana.

Ricevute alcune copie del libro ho iniziato a leggere il saggio con passione, al punto che, ogni volta che interrompevo per una pausa, non riuscivo a stare in riposo se non per qualche minuto, stimolato a riprendere immediatamente le riflessioni e i ricordi che tanti amici DC calabresi e non solo hanno voluto scrivere sul loro leader politico e amico.

Amici della sua corrente o appartenenti ad altre della costellazione interna democristiana, hanno espresso tutti il ricordo delle loro esperienze vissute insieme a Misasi, considerato unanimemente una personalità di grande spessore umano, culturale e politico, che, giustamente suo figlio Maurizio ha sintetizzato in una splendida immagine, quella di una persona che “ha concepito la politica come un servizio all’Uomo e alla sua libertà”. Una personalità che come è scritto nel motto della  Fondazione a lui intestata è: “guardare al futuro con cuore antico”.

Sì l’On Misasi questo seppe indicare a tutta la comunità democratico cristiana calabrese, ossia la capacità e la volontà di “guardare al futuro con cuore antico”. Lui che, alla Cattolica di Milano con gli amici che, dopo pochi anni, a Belgirate con Albertino Marcora, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Luigi Granelli e Giovanni Galloni, concorse alla fondazione della corrente DC della Base, dotato di una cultura straordinaria storica, sociologica, filosofica, giuridica e  politico istituzionale, mise a capo degli obiettivi della sua azione politica, il riscatto della sua terra dalle condizioni di isolamento e di arretratezza. A lui, infatti, si devono molte delle istituzioni che con la sua attività politica da ministro e parlamentare seppe realizzare in Calabria: dall’università  della Calabria (Unical) ad Arcacavata di Rende (Cosenza), del CUD (Università a distanza) del progetto Telcal (Telematica Calabria) e di numerose altre scuole prima assenti nel territorio, sempre coerenti con la linea della promozione umana e sociale con particolare riguardo ai giovani. La cultura come strumento di elevazione della condizione di emarginazione dei giovani della sua terra.

Commovente la testimonianza del suo amico e concorrente politico nel partito, il compianto Carmelo Pujia, l’uomo forte dell’area dorotea, che finì col formare un sodalizio fortissimo, una sorta di due dioscuri calabresi: l’uno, Pujia, impegnato soprattutto sul fronte locale e regionale e  l’altro, Misasi, su quello nazionale dove, oltre agli incarichi ministeriali, durante la segreteria nazionale dell’On De Mita, assunse il ruolo di capo della segreteria politica prima nel partito e di sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo presieduto dal leader avellinese. Un ruolo di dominus che, in un mio intervento al consiglio nazionale della DC amichevolmente paragonai a quello di un “Minosse”, colui che, nelle nomine consigliava De Mita con l’autorevolezza di chi “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. 

Chi, come me, ha potuto conoscerlo e frequentarlo nelle occasioni dei lavori del consiglio nazionale del partito, non può dimenticare i tratti del carattere di Misasi, ben descritti nel libro. Quelli di un uomo sapiente, dai tratti gentili e sinceri sempre ispirati dalla volontà di concorrere all’equilibrio e alla ricomposizione dei contrasti; un politico che nei suoi interventi rivelava una capacità di eloquenza che lo rendeva unico tra i molti esponenti politici della DC. Fu proprio grazie a un suo appassionato intervento al congresso nazionale della DC del 1964, insieme a quelli dell’On Carlo Donat Cattin, che, diciannovenne, scelsi di militare nella sinistra allora unita della DC e per tutto il resto della mia vita. 

Di Misasi, al fine di comprendere la statura morale, culturale, giuridica e politica dell’uomo basterà ricordare, con le opere da lui promosse come l’apertura dell’università anche ai figli delle classi meno abbienti provenienti dagli istituti medi superiori e l’avvio dell’università della Calabria e delle due facoltà di farmacia calabresi, l’essere stato l’interlocutore privilegiato di Aldo Moro. Fu, infatti, Riccardo Misasi, il politico democristiano cui Moro dal carcere delle BR inviò la lettera nella quale chiedeva di intervenire nella DC, con tutte le argomentazioni giuridiche e politico istituzionali  insieme a quelle  etico morali più opportune per favorire la sua liberazione. Sarà il più grande cruccio di Misasi quello di non essere riuscito a far prevalere quelle indicazioni e a convocare, su delega ricevuta dallo stesso Moro, il consiglio nazionale del partito. Prevalse, ahinoi, la linea della fermezza e con la morte di Moro si aprì la lunga stagione del declino e della fine politica del nostro partito.

Edito da Rubbettino, questo tributo a Misasi curato da Pino Nisticò, mi auguro avvii una serie di studi e approfondimenti su coloro che nei diversi territori regionali e in sede nazionale sono stati i rappresentanti più autorevoli dei loro elettori e del nostro partito. Da parte mia, con l’amico Mario Tassone e alcuni autorevoli professori di storia dell’università di Padova abbiamo promosso il comitato 10 Dicembre 2021 che, tra i suoi obiettivi, ha proprio quello di approfondire lo studio delle figure più autorevoli della DC veneta. Un obiettivo che la DC dovrebbe far proprio in tutte le nostre realtà locali, anche per superare la damnatio memoriae con cui una pubblicistica radicale, laicista e anti DC, ha sin qui relegato la nostra storia politica e amministrativa. 

IL DOCENTE ESPERTO: LA STRANA INVENZIONE DEL MINISTRO BIANCHI, OLTRE IL CCNL E LO STATO GIURIDICO

Questo docente in che ambito tematico e professionale sarebbe definibile come esperto? Con quali esiti e vantaggi per l’istituto scolastico?

Quando assunse la guida del Ministero dell’Istruzione il Prof. Patrizio Bianchi disse che avrebbe voluto una “scuola affettuosa”. Ora che se ne va per le dimissioni del Governo, la lascia “litigiosa e insoddisfatta”. 

All’avvio del nuovo anno scolastico manca meno di un mese ma si teme che – al netto delle varianti Covid con relativa organizzazione di specifiche e aggiornate misure di profilassi per alunni, docenti e personale (tra cui i lavoratori fragili rimasti senza tutele) –  inevitabilmente si dovrà fare i conti con i problemi di sempre: carenze di organici, ritardi nelle nomine, classi pollaio, disabili senza sostegno,  crescente doppia burocrazia che sommerà come sempre quella delle circolari ministeriali a quella dei progettifici della scuola dell’autonomia. Il disegno di una scuola 4.0 nell’ambito del Pnrr ha peccato di eccesso di annuncio: per adesso si prende atto della nascita di un nuovo organismo nella pletora già soffocante di quelli esistenti, la “Scuola di alta formazione e formazione continua”, che affiancherà le Direzioni generali e i Dipartimenti esistenti, dovrà coordinarsi con le scuole del territorio e si avvarrà della consulenza di INDIRE e INVALSI. 

Il nome è roboante ma prelude ad un palinsesto faraonico per dispensare formazione on line, attraverso enti e associazioni che si avvarranno di autosedicenti esperti, con il rilascio di patentini di idoneità pedagogica e aggiornamento didattico. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe alla scuola militante: un robusto paracadute da usare in situazioni ad alto tasso di problematicità educativa, in genere in classe.

E’ sulle fatiche della didattica in classe che bisogna investire per aiutare gli insegnanti: il metodo non è aggiungere ma togliere burocrazia e adempimenti ridondanti, fare in modo che docenti e alunni vadano a scuola volentieri, sfrondando orpelli inutili e migliorando la relazione tra insegnamento e apprendimento.

Su indicazione del Prof. Bianchi il Governo introduce ora, in modo estemporaneo, al di fuori di ogni logica contrattuale e di ogni metodo di ascolto della base scolastica e delle OO.SS. , una figura che trasuda demagogia e approssimazione, una sorta di contentino all’U.E. che sollecitava da tempo generiche differenziazioni all’interno delle figure professionali della scuola: viene chiamato “docente esperto” ma è tutto da inventare. Non dobbiamo scimmiottare i sistemi scolastici esteri riempiendo il frasario quotidiano di anglicismi, neologismi, sigle, formule, algoritmi: se mai invece rafforzare e migliorare la nostra tradizione didattica. A quasi mezzo secolo dai Decreti Delegati, che avevano avviato un nuovo modello di sistema scolastico, previa consultazione e concertazione attuata con tutte le componenti professionali e sociali- su cui solo a distanza di tempo si possono esprimere ponderate valutazioni di merito – quell’organigramma che si basava sulla connotazione specifica dei ruoli e delle funzioni monocratiche e collegiali viene ora intaccato dall’introduzione di una figura nuova, ope legis, caduta dall’alto, che suscita perplessità rispetto alla ottimizzazione del pubblico servizio scolastico, alla sua utilità nell’economia di un contesto ordinamentale configurato e testato, per migliorare la qualità dell’efficienza-efficacia del prodotto finale. Da tempo la burocrazia è una palla al piede della scuola che necessiterebbe di una vigorosa cura di semplificazione normativa, non fosse altro che per restituire ai docenti quella libertà di insegnamento, intesa come libertà di metodo, di cui sono costituzionalmente titolari. A voler immaginare quale ragione abbia indotto il Ministro Bianchi a questa originale pensata verrebbe da dire che potrebbe essere l’incipit ad una differenziazione della funzione docente, ma non se ne comprende l’utilità pratica.

Questo docente in che ambito tematico e professionale sarebbe definibile come esperto? Con quali esiti e vantaggi per l’istituto scolastico? Esperto è aggettivo derivato dal sostantivo  esperienza: dovremmo dunque credere che egli diventerebbe tale dopo la frequenza di tre corsi triennali on line di formazione? 

E chi sarebbero mai i formatori? Si presume soggetti più esperti di lui, da cui dovrebbe apprendere l’abc di questa nuova qualifica che lo renderebbe un riferimento consultivo e orientativo per i colleghi. Ma il nostro sistema scolastico prevede che le stesse funzioni di dirigente scolastico e di ispettore siano una differenziazione funzionale, previa selezione concorsuale,  della funzione docente.

E’ vero che un tempo i direttori didattici e i presidi erano depositari di una sapienza pedagogica che li rendeva guida e riferimento per i propri docenti. Dovremmo dunque sospettare che il docente esperto surrogherebbe queste competenze ancora in capo ai dirigenti scolastici, per lasciar loro solo compiti e funzioni meramente burocratici ed organizzativi? Ma come si giungerebbe ad acquisire la qualifica di docente esperto, uno per ogni istituzione scolastica? Solo dopo tre corsi di formazione triennali, quindi, a regime tra nove anni. Nulla si dice circa il modello formativo che sostanzierebbe il know how professionale di questa figura. Si sa invece che sarà molto ambita per il fatto di essere incentivata con un assegno annuale ad personam di 5650 euro l’anno. Molti saranno i postulanti, uno solo l’eletto: con quale criterio di individuazione ed attribuzione di tale incarico? Una grana in più per i dirigenti scolastici che portano sulle spalle il macigno di un Ministero tra i più verticistici e burocratizzati, dove vengono partorite idee cervellotiche e spesso estemporanee, ispirate al nuovismo, forse allo scopo di giustificare la propria sussistenza, e poi riversate nelle scuole dell’autonomia per diventare la miniaturizzazione istituzionale decentrata dell’apparato centrale-nazionale. 

Le stesse OO.SS della scuola hanno espresso riserve e dubbi su questa operazione di ‘facciata’.

Il governo trova nuove risorse per finanziare la figura del docente esperto, un meccanismo selettivo dei prof che riguarderà solo 8mila lavoratori all’anno e che la categoria ha già bocciato con lo sciopero generale del 30 maggio scorso – è la critica che arriva dai segretari generali di Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Gilda Unams e Snals Confsal – Si trovano i soldi per tutto tranne che per il rinnovo del contratto nazionale. Vogliamo lo stralcio del provvedimento delle misure che riguardano la scuola, che vanno riportate a materia contrattuale, individuando le risorse per chiudere il negoziato per il contratto di un milione di persone”.

Il fatto che questo lascito il Ministro Bianchi lo consegni alla scuola 4.0 del Pnrr mediante il “Decreto aiuti bis” induce a pensare più ad una nuova figura di docente tutta da inventare, introdotta con urgenza sospetta, che a qualcosa di cui veramente la scuola, in questo momento necessita.

Il docente esperto fa pensare ad una sorta di ciliegina sulla torta di un sistema di reclutamento e formazione del personale insegnante che invece va ricostruito alla radice, a partire dalla preparazione scolastica secondaria ed universitaria dei futuri maestri e professori.

Non convince la strada intrapresa da alcuni anni e con sempre maggiore intensità dagli inquilini di Viale Trastevere: quella di centrare la formazione in servizio dei docenti attraverso corsi improvvisati ed effimeri, gestiti spesso da personale distaccato o da anni assente dalle aule scolastiche. Né soddisfa i requisiti di una buona, completa, integrale formazione la creazione di corsi basati su test e questionari da compilare on line. I migliori insegnanti sono quelli che sanno declinare e coniugare una sapienza antica, iniziata dalla loro stessa formazione scolastica con la capacità di esprimere solide competenze, creatività, pensiero divergente. La libertà di insegnamento è un principio costituzionalmente garantito e non potrà mai essere assoggettata alla valutazione di qualche collega certificato esperto solo per aver completato un ciclo di formazione teorica e virtuale.

Ne’ i dirigenti scolastici possono ‘cedere’ la componente didattica della loro funzione.

Lascia dunque perplessi questa gerarchia che verrebbe introdotta sulla base di un expertise conseguito in navigazione solitaria, dopo nove anni di formazione teorica.

Nel frattempo la scuola militante va avanti e deve affrontare quotidianamente una complessità di problematiche sempre nuove ed evolute, che non potranno essere risolte da un “Elevato” che dispensa consigli a destra e a manca.

La forza della funzione docente sta nella sua unitarietà di ruolo, la sua centralità nell’adempimento di compiti formativi non ammette gerarchie organizzative poiché non esiste una corrispondente gerarchia all’interno del concetto di cultura, ereditata , rielaborata e trasmessa.

Di istituti di formazione e valutazione ce ne sono già fin troppi e creano a volte più intralci di quanto possano aiutare. Sulle riviste scolastiche si leggono lettere di insegnanti che lasciano la scuola a fine carriera, esausti e storditi dal nuovismo dilagante, dai luoghi comuni circolanti, dalle vessazioni burocratiche di circolari a manetta, riunioni ridondanti, adempimenti inutili, diagrammi indecifrabili.

In genere rimpiangono la scuola dove potevano esprimere il proprio valore ma ne sono usciti – alla fin fine delusi e amareggiati- nonostante la grande soddisfazione che concede l’insegnamento.

Introdurre una nuova figura la cui utilità è tutta da dimostrare crea ulteriori disagi, suscita confronti e ingiustizie, sollecita contenziosi. 

Per favore, restituiamo serenità a chi svolge questa delicata professione, con pragmatismo e buon senso.

ANCI, LA SCOMPARSA DI ALDO MUSCI.

La triste notizia ha colpito al cuore tutti noi perché Aldo, discretamente, seguiva il lavoro che tiene in piedi l’attività di comunicazione e commento di questo blog. Talvolta aveva chiesto di pubblicare alcuni suoi pezzi, sempre curati e approfonditi, trovando da parte nostra la più completa disponibilità. Lo ha stroncato un malore improvviso, togliendolo all’affetto della sua cara mamma, dei colleghi di lavoro, di tante persone affezionate per le quali non mancava, nei momenti di difficoltà, di fornire il suo disinteressato sostegno. Intelligente e colto, come lo ricorda la nota dell’Anci qui appresso riprodotta, Aldo merita che gli sia tributato un saluto più meditato e approfondito, magari in occasione del trigesimo. Era un “anarchico umanitario”, con una fede senza trascendenza o – chissà – un senso tutto suo della trascendenza, senza il dono della fede. Ora il Dio della Vita lo accolga nelle sue braccia. (L. D.)

Aldo Musci ci ha lasciati improvvisamente stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr), martedì 9 agosto. Aveva 63 anni, era nato nel 1958 a El Paso, negli Stati Uniti. Oggi per lui sarebbe stato un giorno lavorativo: era infatti di turno nella redazione del sito e ufficio stampa Anci. Un malore improvviso lo ha stroncato nelle prime ore del mattino, mentre si apprestava a compilare la rassegna stampa quotidiana. Lascia nel dolore noi colleghi e soprattutto l’anziana madre, che accudiva con grande impegno e amore.

Sul finire degli anni ’90 aveva iniziato a lavorare in Ancitel; era stato nel nucleo fondatore del ‘Giornale dei Comuni’, la storica testata digitale dell’azienda – ora edita da Anci Digitale – punto di riferimento per gli operatori comunali con notizie tecniche, disamine giuridiche e quesiti, informazioni utili. Praticamente per più di vent’anni Aldo aveva scritto ogni giorno sul GdC, dedicandovi gran parte della sua vita lavorativa. Da circa due anni, in forza di un accordo di sinergia sulla comunicazione tra Anci e Anci digitale, era transitato nella redazione dell’ufficio stampa in Via dei Prefetti. Un nuovo ambiente e nuovi modi di lavorare sulla comunicazione, che aveva acquisito rapidamente, con umiltà e senza clamori.

Ma Aldo era anche altro. Formatosi in età giovanile al ‘pensiero critico’ di Edgar Morin e altri, negli anni si era rivelato un intellettuale curioso e attivo, e aveva sviluppato un’intensa e varia attività editoriale, assieme a collaborazioni con giornali e riviste di caratura nazionale. Roma assassina e criminale, Breve storia del Mossad, Tutte le mafie del mondo, La quarta guerra mondiale – Finanza, globalizzazione e terrorismo dopo Ground Zero sono alcuni dei suoi tanti libri. Aldo aveva anche passione per la politica e la difesa dei diritti; un’attitudine che lo aveva portato a fare sindacato, accompagnando in questa veste il passaggio da Ancitel ad Anci Digitale.

Per saperne di più

https://www.anci.it/la-scomparsa-di-aldo-musci-collega-colto-e-generoso-uno-scrittore-prestato-alla-redazione/

IL PD NON HA ALTRE SCELTE SE NON TORNARE ALLA VOCAZIONE MAGGIORITARIA.

Il giudizio sulla conduzione delle trattative non è positivo per la gestione di Enrico Letta. Malauguratamente il Pd ha visto saltare l’accordo con Calenda, tant’è che il rischio per il Nazareno, a questo punto, è di chiudersi in un’alleanza incapace di attirare il voto dell’elettorato di mezzo (tra destra e sinistra). Dunque, un’alleanza senza respiro strategico. E allora, come contenere l’ondata della destra? A ben vedere, non  resta che la riproposizione del modello di partito a vocazione maggioritaria.

Letta è nei guai. Fin qui non ha dato prova di guidare con serietà la fase preparatoria delle liste. Il passaggio dall’alleanza strategica con Calenda al patto elettorale con Fratoianni ha dato evidenza a una strana combinazione di leggerezza e di superbia. Non era difficile prevedere che un’operazione a dir poco maldestra – unire il “centro” e la “sinistra” con un trucco da prestigiatore – avrebbe fatto saltare l’accordo tripartito (Pd-Azione-Più Europa). Con ciò viene meno la presa sull’elettorato che non vuole affidarsi alle convulsioni di una destra radicale, ma nemmeno consegnarsi agli ibis redibis di una sinistra pasticciona. Scaricare la tensione parlando di slealtà e tradimenti assomiglia a un depistaggio per cercare di nascondere il fallimento di una linea. Adesso predomina l’accusa che mette capo a una questione di affidabilità, come se Di Maio, per il semplice fatto di trovare accoglienza nei “democratici e progressisti”, improvvisamente si trasformi in un campione di coerenza.  

La contraddizione più grave si nasconde dietro un comportamento che rivela come alberghi ai piani alti del Nazareno una certa confusione. Si vuol far credere che la dissociazione di Calenda non abbia conseguenza significative, ma intanto si manifesta tra le righe la tendenza ad allargare le maglie dell’alleanza con qualche strizzatina d’occhio ai Cinque Stelle. D’altronde, dopo aver aperto i cancelli ai rosso-verdi perché chiuderli ai grillini? La fedeltà a Draghi e alla sua Agenda è stata largamente compromessa. Dunque, nel Pd serpeggia il desiderio di riaprire il discorso con gli alleati strategici di un tempo, anche se da essi non vengono segnali di effettiva disponibilità. Conte resta asserragliato nel suo fortino: non ha interesse a mercanteggiare qualche posto nei collegi, gli basta organizzare a casa sua il pacchetto dei futuri eletti nel proporzionale. 

In questo quadro s’accende l’ultima spia di un possibile contrordine, per tentare di arginare, si spera, l’avanzata della destra. Ed ecco che il suggerimento al Pd è di prendere coscienza di se stesso, issando in alto la bandiera dell’identità del riformismo democratico. Allo scontro occorre andare con la presa d’atto che il corteo degli alleati serve a poco. Fuori i secondi: sul ring rimangano solo Letta e la Meloni. L’alternativa passa necessariamente per questa nuova personalizzazione della battaglia elettorale. Tuttavia, anche questo schema appare fragile, ancora una volta per responsabilità del segretario Dem. Come trattare la Meloni? Dopo mesi e mesi di curiosi siparietti, tanto da far parlare di coppia in versione “Sandra e Raimondo”, ora Letta dovrebbe giocare la carta di una dura pregiudiziale in nome della “difesa della costituzione”, respingendo fuori dal campo democratico la candidata premier della destra. Può darsi che Letta si acconci a questo “cambio ruote” che i meccanici del centro sinistra gli propongono. Male che vada, alla luce della svolta neo-identitaria, potrà affondare il bisturi sulla formazione della lista del Pd, allargando lo spazio per le candidature più adatte a conformarsi a questa nuova e improvvisa edizione del partito a vocazione maggioritaria.