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La democrazia, dice Mattarella, è la base della vita della Repubblica: se si indebolisce nei Comuni ne risente l’intera società.

A Parma lAnci celebra i suoi 120 anni dalla sua fondazione. Davanti ai sindaci, il Presidente della Repubblica ha lanciato un monito: guai a trascurare la disaffezione di tanti cittadini. La soluzione non consiste – ha precisato Mattarella nel suo intervento – in una ulteriore verticalizzazione della vita politica bensì, al contrario, con pazienza, nellampliamento delle istanze di partecipazione dei cittadini, a tutti i livelli. Di seguito riportiamo il testo integrale del discorso tenuto ieri alla XVIII Assemblea annuale dellAssociazione presieduta dal Sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Rivolgo un saluto cordiale alla Presidente del Senato, alle altre autorità, a tutti i presenti.

Saluto cordialmente e ringrazio per le parole di accoglienza nei miei confronti e per il video Antonio Decaro, Enzo Bianco, Luca Vecchi.

Che bella realtà questassemblea, Presidente Decaro!

Saluto Stefano Bonaccini, Presidente di questa Regione e Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma.

La sua città, oltre a ospitare lANCI, è tuttora capitale della cultura. A causa del Covid, ha dovuto rinviare i suoi programmi ma ha tenuto fede agli impegni; e il prolungamento di questo suo ruolo assume il significato di un ponte per la ripartenza.

Rivolgo un saluto davvero molto caloroso ai sindaci qui presenti e, loro tramite, a tutti gli amministratori locali dItalia, a tutti i consiglieri comunali.

La dedizione quotidiana dei sindaci è stata decisiva per far fronte sul campo, unitamente allimpegno degli operatori sanitari, alla crisi che il nostro Paese ha dovuto affrontare con la pandemia.

Una prova difficile, in tanti momenti drammatica, che ha evidenziato la capacità di coesione della nostra società.

Desidero anchio, come ha fatto il Presidente Decaro, in questa sede, esprimere un ricordo e rivolgere un pensiero di riconoscenza agli amministratori locali che hanno perduto la vita a fianco dei loro concittadini a causa del virus.

Abbiamo dato dimostrazione di saggezza e di volontà di ripresa. È stato fatto un grande lavoro. Occorre adesso prevenire e contrastare le ulteriori, pericolose insidie, che provengono dai nuovi contagi.

Il tempo della responsabilità non è ancora concluso.

Soprattutto grazie ai vaccini e grazie al senso di responsabilità e al rispetto degli altri e delle regole manifestati dalla quasi totalità dei nostri concittadini – siamo riusciti a superare il tornante più impervio, abbiamo riconquistato importanti spazi di normalità, di libertà, e siamo incamminati su un percorso nuovo dove si può tornare a progettare, a costruire, a operare per un futuro migliore anche rispetto a quello che si presentava prima della comparsa della pandemia, come ha detto pocanzi Antonio Decaro, come dimostra del resto landamento della nostra economia.

Le istituzioni comunali hanno dato risposte a persone e imprese, a famiglie e ad attività economiche in affanno, e adesso le stanno accompagnando nella ripartenza, avendo presenti squilibri antichi che si sono aggravati e nuove linee di frattura che sono comparse.

I Comuni hanno contribuito a una risposta delle istituzioni del nostro Paese, una risposta complessiva del Paese, una risposta che è divenuta nei mesi sempre più convergente.

Non era scontato.

Di questa leale collaborazione è giusto dare atto ai sindaci, allANCI.

La solidarietà si è dimostrata, oltre che un valore civile di primaria grandezza, una forza essenziale per progredire.

Preziosa si è dimostrata larticolazione istituzionale del nostro Paese, con le sue tradizioni municipali. I Comuni, le Regioni, le Province, i diversi territori, con le espressioni sociali, con i corpi intermedi, con le piccole e medie imprese accanto alle più grandi, con lassociazionismo, con il volontariato.

Siamo stati colpiti più duramente di altri durante la prima fase della pandemia, ma la nostra ricca conformazione sociale si è espressa positivamente nellazione comune e sta prevalendo.

Non possiamo rimuovere le cautele, perché abbiamo oggi davanti a noi opportunità inedite e grandi potenzialità, che hanno acquisito caratteri di concretezza grazie anche a scelte europee di alto valore politico.

Dobbiamo essere in grado di trasformare le opportunità in realizzazioni capaci di migliorare il nostro modello sociale, di accelerare nelle transizioni ecologica e digitale, di offrire alle giovani generazioni una società non compromessa da ipoteche insostenibili.

Dopo essere stati tra gli artefici della resilienza, adesso i Comuni sono chiamati ad assumere responsabilità non meno importanti nel Piano nazionale di ripresa.

Il senso del titolo scelto per questa assemblea: Rinasce lItalia. I Comuni al centro della nuova stagionesembra confermare appunto che le municipalità sono ben consapevoli delle responsabilità che competono loro.

Quote consistenti dei progetti inseriti nel PNRR come ha sottolineato il presidente Decaro – sono assegnati a Comuni e Città metropolitane.

Si tratta di progetti di grande rilievo da cui possono dipendere un miglioramento della qualità del vivere, una spinta alla modernizzazione del Paese, una crescita sia nella capacità di competere sia nellesercizio dei diritti. Quando si affrontano temi come la sostenibilità sociale e ambientale, lo sviluppo digitale, i piani urbani, le misure per le aree interne, le implementazioni delle infrastrutture materiali e immateriali, i Comuni devono essere anche essi protagonisti di un percorso in cui si legano innovazione ed equità.

La tradizione autonomistica in Italia non ha mai ceduto alla tentazione di avere un connotato dissociativo. Al contrario, si è sempre manifestata come fattore di coesione, nel senso che la responsabilità verso lintera comunità comincia dalle radici.

Non possiamo vanificare la grande opportunità che si presenta avanti a noi.

È la nostra priorità. Ad essa vanno subordinati interessi parziali.

Come pocanzi bene ha detto Antonio Decaro non vi sarà unaltra occasione.

I programmi dei Comuni dItalia sono parte di grande rilievo, integrante di un processo di cambiamento che lEuropa intende promuovere, sostenere, e dove possibile accelerare. Un rilancio dellEuropa come attore globale, che poggia anche sulla forza delle sue città, delle sue regioni, delle istituzioni nazionali e di quelle comunitarie.

Il PNRR è occasione significativa per riprogettare il Paese, per il cambiamento, per ridurre ed eliminare i divari tra realtà urbane e zone rurali, per mettere in valore risorse come quelle montane, da tempo esposte al declino. È una sfida difficile che ci costringe a ripensare modelli di vita, distribuzione e accesso ai servizi, dopo decenni in cui la spinta al risparmio di risorse pubbliche, ha inciso profondamente e non sempre raggiungendo gli obiettivi.

Le ridotte opportunità nelle aree interne configurano un indebolimento dei diritti di cittadinanza.

Anche per questo la mobilità in chiave sostenibile e non limitata alla connessione tra le sole aree metropolitane, la riqualificazione delle periferie, lottimizzazione del ciclo dei rifiuti, la diffusione delle reti ultra-veloci nelle aree interne come nei centri urbani, i processi di sviluppo digitale, la transizione energetica fino a pervenire al livello zero di emissioni, sono temi che compongono il quadro di un impegno storico a cui siamo chiamati come comunità nazionale.

Amministrare una istituzione locale richiede oggi, accanto alla cura quotidiana della gestione dei servizi, unaccresciuta capacità di previsione e di lungimiranza.

Lamministrazione locale, in maggioranza o in opposizione, è un grande esercizio di vita democratica: nei suoi confronti va espresso rispetto e considerazione da parte delle altre istituzioni e dei cittadini.

Il riconoscimento del valore del ruolo di chi amministra è parte della dignità delle istituzioni democratiche del nostro Paese.

A questo riguardo il Parlamento è impegnato nellesame di proposte di legge che includono richieste sostenute dallANCI anche sul doveroso tema delle responsabilità degli amministratori locali.

La Repubblica si nutre delle esperienze delle comunità raccolte nelle autonomie che la animano. Anche per questo, va rivolta attenzione particolare ai sintomi di disaffezione che talvolta si manifestano.

La soluzione non consiste in una ulteriore verticalizzazione della vita politica bensì, al contrario, con pazienza, nellampliamento delle istanze di partecipazione dei cittadini, a tutti i livelli.

Non ci si deve disorientare di fronte alle difficoltà. Non ci si deve rassegnare a quella che può apparire indifferenza verso la cosa pubblica.

Occorre recuperare il consapevole coinvolgimento dei cittadini. E vorrei suggerire cautela nel ricorrere a misure che sembra possano ovviare a difficoltà momentanee e che, tuttavia, inciderebbero sui modelli di partecipazione democratica, accettandone la riduzione di livello.

La democrazia è la base della vita della Repubblica: se si indebolisce nella vita dei Comuni come di ogni livello istituzionale ne risente lintera società.

I Comuni sono sempre stati ambiti decisivi della vita democratica del nostro Paese e luoghi della sua crescita.

LANCI, anche nelle sue articolazioni regionali, ha sempre dimostrato di avere uno sguardo di prospettiva, di non nutrire mere logiche rivendicazionistiche, per essere, piuttosto, capace di puntare ad offrire un modello positivo per lintera società nazionale.

È questo il contributo che, ancora una volta, gli amministratori locali possono dare, unendo fra loro limpegno per dare vita concreta a un Piano di ripresa efficace e limpegno per la partecipazione dei cittadini.

Il ruolo delicato e centrale di sindaci e amministratori di ogni Regione attira purtroppo, talvolta, minacce che, con preoccupante frequenza, provengono da ambienti malavitosi e da violenti.

Queste minacce a chi con impegno serve la propria comunità costituiscono unaggressione alla nostra democrazia e vanno severamente contrastate.

In queste ultime settimane manifestazioni non sempre autorizzate hanno tentato di far passare come libera manifestazione del pensiero lattacco recato, in alcune delle nostre città, al libero svolgersi delle attività. Accanto alle criticità per lordine pubblico, sovente con lostentata rinuncia a dispositivi di protezione personale e alle norme di cautela anticovid, hanno provocato un pericoloso incremento dei contagi.

I sindaci, indipendentemente dalle loro appartenenze, si sono trovati ancora una volta in prima fila e hanno saputo schierarsi in difesa della sicurezza e della salute dei propri concittadini.

Le forme legittime di dissenso non possono mai sopraffare il dovere civico di proteggere i più deboli: dobbiamo sconfiggere il virus, non attaccare gli strumenti che lo contrastano e lo combattono.

E in ogni caso atti di vandalismo e di violenza sono gravi e inammissibili e suscitano qualche preoccupazione, sembrando, talvolta, raffigurarsi come tasselli, più o meno consapevoli, di una intenzione che pone in discussione le basi stesse della nostra convivenza.

Presidente Decaro, Signori Sindaci, Signore Sindache, non posso concludere questo saluto senza un pensiero rivolto in solidarietà e impegno rinnovato e sostegno ai Comuni colpiti dai terremoti negli anni passati. A loro, come ha fatto pocanzi Antonio Decaro, vanno rinnovati vicinanza e sostegno.

Davanti a noi si presenta una stagione di grandi prospettive e di decisioni impegnative.

I Comuni ne saranno certamente un motore.

La Repubblica ha fiducia nella propria capacità di uscirne più forte.

Buon lavoro. Buona assemblea.

Quirinale, metodo Leone o metodo Cossiga. Merlo invita a fare chiarezza.

Per evitare voti a ripetizione e quel malcostume che ha caratterizzato la scorsa elezione a Capo dello Stato, occorrerà da un lato ridurre i candidati – uno per corrente del Pd sono eccessivi compresi i fondatori onorari– e, dallaltro, ricercare realmente una vera convergenza politica e parlamentare superando pregiudizi politici, pregiudiziali ideologiche e veti ad personam.

Quasi tutti gli italiani – almeno quelli che seguono le vicende politiche, seppur distrattamente – sanno che quando si avvicina lelezione del Presidente della Repubblica la politica italiana entra in grande fibrillazione e il tutto si trasforma in una sorta di film a puntate dove capita tutto e il contrario di tutto. Certo, come diceva recentemente Guido Bodrato a proposito della politica italiana, c’è sempre la categoria dellimprevedibilità” che rende il tutto impercettibile e possibile. Ma, per fermarsi al capitolo Quirinale del prossimo febbraio, noi sappiamo che di fronte abbiamo due metodi, abbastanza consolidati e praticati nella storia politica italiana dal secondo dopoguerra in poi. E cioè, il metodo Leoneo il metodo Cossiga. Ovvero, o il Presidente si elegge al primo colpo con un una reale e fattiva convergenza politica della stragrande maggioranza dei cosiddetti grandi elettorioppure è il frutto di estenuanti trattative che rischiano di ingenerare operazioni politiche al ribasso e dove, veramente, può capitare di tutto. Cioè un Presidente eletto dopo giorni e giorni di trattative, sotterfugi, imboscate, agguati parlamentari e tradimenti. Con tanti saluti alla trasparenza e a tutto ciò che caratterizza a contrassegna la buona politica.

Certo, non possiamo dimenticare, al riguardo, cosa è realmente capitato nel 2013 con il doppio malcostume legato alle vicende che hanno bocciato prima Franco Marini – clamoroso – e poi Romano Prodi. Un nutrito gruppo di mascalzoni – molti dei quali sono ancora seduti tranquillamente in Parlamento – ha cecchinato Marini nel segreto dellurna dopo che la riunione dei grandi elettori al Capranichetta aveva votato e indicato a larga maggioranza uno dei più autorevoli fondatori del Pd come candidato unico al Quirinale. Mascalzoni che poi si sono anche vantati del gesto attraverso post pubblicati sui social o, addirittura, dicendolo in publico. Un malcostume e un cinismo difficilmente riscontrabili in altri momenti della storia parlamentare italiana. Il tutto, come ovvio, fatto in nome dellonestà, della discontinuità e del cambiamento sposando integralmente i dogmi del populismo imperante in quella fase politica. Sul caso Prodi è inutile soffermarsi perchè in quella occasione furono meno i franchi tiratori – sempre, come ovvio in larga parte del Pd – ma addirittura non si votò nellassemblea dei grandi elettori del centro sinistra perchè vinse lapplauso da curva sud. Comunque sia, una doppia beffa che ha sfregiato il ruolo della politica, ridotto il peso delle istituzioni democratiche e soprattutto la serietà e la credibilità del Pd.

Per tornare alloggi, in attesa di quello che deciderà Draghi e anche di quello che sceglierà di fare lattuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che ha svolto il suo mandato con un alto senso delle istituzioni, con equilibrio e capacità di superare e risolvere problemi e nodi apparentemente inestricabili e con grande senso di responsabilità politica ed istituzionale – restano in piedi i due metodi indicati in partenza. Certo, per evitare voti a ripetizione e quel malcostume che ha caratterizzato la scorsa elezione a Capo dello Stato, occorrerà da un lato ridurre i candidati – uno per corrente del Pd sono eccessivi compresi i fondatori onorari– e, dallaltro, ricercare realmente una vera convergenza politica e parlamentare superando pregiudizi politici, pregiudiziali ideologiche e veti ad personam. Operazioni non facili perchè siamo ancora alle prese con partiti populisti e legati strutturalmente allanti politica e alla demagogia – anche se adesso lo smentiscono comicamente e grottescamente – come quello di Grillo e di Conte che possono fare di tutto perchè appunto, come diceva in una celebre battuta Donat-Cattin nello scorso secolo, sono capaci, capacissimi, capaci di tutto.

Ecco perchè proprio da questo crocevia, seppur difficile, complesso e articolato, noi capiremo se la politica contemporanea conserva ancora qualche credibilità oppure se è ancora dominata dal populismo, dal trasformismo e dallopportunismo politico e parlamentare. E questo ce lo diranno solo i fatti. Ovvero, se prevarrà il metodo Cossigao se trionferà, ancora una volta, il metodo Leone.

PNRR, più attenzione alla cultura “di prossimità”.

Il rischio è che il nostro Paese finisca per perdere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti. Per evitarlo, urge presentare un piano nazionale di organizzazione del consumo culturale e di finanziamento della sua attività produttiva, nonché tutela e conservazione del patrimonio.

Una recente iniziativa di Roma Capitale ha riscosso un inaspettato successo: ottomila carnet di biglietti per ingressi al cinema e a teatro sono andati esauriti in pochi gironi. Il sito web di Roma Cultura è andato più volte in tilt per i numerosi accessi. Nel silenzio e nellindifferenza generale del cosiddetto mondo della cultura, iniziative come questa rappresentano senzaltro un buon segnale.

La cultura vive infatti del rapporto unico e originale che si crea tra chi produce e chi consuma. Un quadro visto sullo schermo del PC, uno spettacolo teatrale fruito in tv, un concerto per pianoforte ascoltato su Youtube: tutto utile, ma anche abbastanza freddo. Il lavoro culturale ha invece bisogno del calore della fruizione collettiva. Per questo motivo bisogna difenderne oggi più che mai il valore.

Nel 1941, lanno dellentrata in guerra degli Stati Uniti, il Presidente Roosevelt registrò una delle sue conversazioni radiofoniche dedicandola al cinema e al suo valore economico, sociale e civile. E nellambito del New Deal la cultura rappresentò un pilastro importante. Lo scorso mese di maggio il Presidente Macron ha presentato un importante progetto organico sul rilancio della cultura francese articolato attraverso misure di sostegno e interventi strutturali. Una sorta di Recovery Plan della cultura, destinato a sostenere larte, il teatro, il cinema, le orchestre, i musei, le biblioteche, con incentivi fiscali, sostegni materiali, una rete di sicurezza sociale per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro a causa dei lockdown imposti dalla pandemia.

In Italia un rischio concreto è che i fondi del PNRR stando così le cose possano andare ad abundantiam alle grandi installazioni e ai grandi musei (il direttore degli Uffizi gareggia con il Ministro Franceschini per numero di ospitate televisive) mentre le istituzioni culturali, i piccoli musei e le piccole biblioteche possano ricevere solo una sorta di obolodai fondi europei.

Il rischio è che il nostro Paese finisca per perdere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti. Per evitarlo bisognerebbe presentare in tempi ragionevoli un piano nazionale di organizzazione del consumo culturale e di finanziamento della sua attività produttiva e di tutela e conservazione del patrimonio. Bisognerebbe anche esercitare una sorta di moral suasion nei confronti delle grandi piattaforme digitali, affinché possano restituire il favore alla comunità sostenendo finanziariamente una produzione culturale di prossimità”. Senza la sua fiorente produzione culturale, infatti, lItalia non sarebbe più il Belpaese. La cultura è pensiero critico, liberta e ricchezza della nazione.

Il futuro che ci attende in assenza di correttivi – è una progressiva desertificazione del nostro patrimonio culturale. O ci si rende conto che siamo sullorlo di un precipizio e che migliaia di persone rischiano di restare ai margini, oppure non avremo più una industria culturaledomestica. Tertium non datur. Tutti lo sanno, eppure sembra prevalere la rassegnazione e la rinuncia. Dovremmo cercare di impedirlo.

Alcune possibili scelte di politica economica e finanziaria dei DC e Popolari. Le proposte di Bonalberti.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Lunico programma politico che tecnicamente consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo Sviluppo dello Stato italiano e della Sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
2. 2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
3. 3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca dItalia (abolizione della L.82del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca dItalia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993).
5. Da ciò deriva la separazione tra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da GiulianoAmato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio1992 (abolizione del Provvedimento di Banca dItalia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare levasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazarimproprietari della City of London.
6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,) dallattuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dallUE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di societàitaliane quotate alla borsa di Milano.
9. Abolizione del CICR (è lufficio di controllo occulto di Banca dItalia).
10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca dItalia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
11. Separare la Consob dal controllo di Banca dItalia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di effettuare ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta (=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi).
13. Divieto al Governatore di Banca dItalia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sultasso.
14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento allitaliana (quote capitali sempre uguali).
16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB.
18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sullimmobile sede dellattività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dellattività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tassodinflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti allesecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.,Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3,immobili) nellavvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari.
20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata allInterpol e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dellEnte dellEnergia italiano.
21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare allAssemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca dItalia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute,del paese.

Attraverso queste essenziali riforme lItalia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente in larga parte incompetente e orientata su una deriva nazionalista e populista lha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale.

N.B.

Da documenti desecretati e da rilievi matematici confermati dal Ministero dell’Economia delle Finanze sull’assetto di controllo delle banche quotate italiane (risposta del Ministero allinterrogazione parlamentare dellOn Villarosa (M5S) nel Febbraio 2017) maggiori azioniste di Banca d’Italia con 265 voti su 529, da parte, attraverso le Sub-deleghe conferite agli avvocati (avv. Cardarelli...) dello studio legale Trevisan di viale Maino Milano, risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust, Fidelity, Jp Morgan Trust, Black Rock, Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 milionw di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari, indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York perprocurato disastro ambientale e per avere fermato lo sviluppo dell’energia solare, hedge fund e come tali, unicifondi al mondo autorizzati a compiere amorali, immorali, illegittime vendite allo scoperto (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine difarne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano, crolli della borsa di Milano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro

risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

Trattasi di decreti già emessi, non disegni di legge, decreti che comprovano l’avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London, proprietari della City of London, e sede fiscale nel paradisofiscale del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti, indipendente dal 2001). Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk hadimostrato che le società che essi controllano appartengono a Trushelfco, Dikappa più un numero delle sette famiglie kazare, georgiane/arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild, J.P. Morgan, Warburg, Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson, convertiti all’ateismo nel 1820 per poter usufruire senza limiti e remore, con l’invenzione della trivella, ancora del business del petrolio che era terminato in superficie nel 1400 dopo Cristo in Georgia/Arzebajan decretando la fine dell’impero Kazaro(600 avanti Cristo-1400 dopo Cristo), un impero inspiegabilmente cancellato dagli inventori kazari delle tipografie, dai libri storia occidentali, ma ben presente nei libri di storia dell’Armenia, dell’Ucraina.

All’opera strani imitatori di Draghi. La “formula Ursula” cala nella Tuscia. L’ombra del trasformismo e il silenzio del Pd.

In realtà si va oltre la “formula Ursula”, visto che s’intende aggregare assieme al Pd e a Forza Italia anche la Lega. La Tuscia, secondo il coordinatore viterbese di Azione, diventerebbe in questo modo un “laboratorio politico”. L’equivoco s’aggrava per l’assenza di reazioni, almeno finora, da parte del gruppo dirigente del Pd nazionale e regionale. Una grana in più per Enrico Letta.

Gli esami non finiscono mai. Dopo le elezioni comunali, si avvicina la scadenza per il rinnovo dei Consigli provinciali. La riforma Delrio ha trasformato gli enti intermedi in organismi a rappresentanza indiretta, essendo gli eletti il risultato dì un voto riservato ai consiglieri dei comuni facenti parte della provincia. La soluzione si è rivelata infelice dal momento che il debole ruolo una volta esercitato da queste pur nobili e longeve istituzioni, ora ha perduto ulteriormente significato. Poche le risorse attribuite e poche le competenze attivabili sul territorio: più che di una vera  riforma, potremmo parlare di una improvvida destrutturazione.

Ciò nondimeno, laddove scatta una competizione elettorale, è fatale che la politica recuperi la sua funzione catalizzatrice. Fingere che il rinnovo degli organi riguardi lesangue corpo delle province, senza implicazioni di altro genere, è quantomeno poco realistico. C’è sempre qualcosa, o meglio qualcuno, che determina uno scatto di ingegnosità, anche secondo dinamiche non sempre limpide. La parola magica è “laboratorio, volendo con questo identificare un esperimento locale alla stregua dì una operazione di raffinata intelligenza strategica. Improvvisamente, una provincia appare la quinta teatrale di un grande scenario politico.

A Viterbo, cuore della Tuscia e quindi non lontano dal Campidoglio, liniziativa del leader locale di Azione, Giacomo Barelli, assume i connotati di un originale e controverso tentativo di assemblaggio di forze, quasi a mettere alla berlina lesigua alleanza che ha portato alla vittoria Roberto Gualtieri nella capitale. Lauspicio di Barelli, infatti, “è che le elezioni provinciali diventino quel laboratorio politico che possa finalmente lanciare sul nostro territorio quella maggioranza Ursulache a livello nazionale sostiene il governo Draghi e che, attraverso la rappresentanza in consiglio di tutte le forze che faranno parte di questa coalizione, possa, insieme al presidente che verrà eletto, gestire il fiume di denaro pubblico del Pnrr per garantire anche alla Tuscia di vedere realizzata la promessa di una forte ripartenza delleconomia.

Il proposito generoso sembra tuttavia ascrivibile alla logica dellammucchiata, anche perché equilibrio e buon senso vorrebbero che alla difficile navigazione del governo dì larghe intese di Draghi faccia compagnia, a livello di comunità territoriali, una trasparente dialettica democratica, senza il ricorso a camaleontiche collaborazioni. Il punto è che il laboratorioviterbese dovrebbe, se le parole hannno un senso, sprigionare energie in direzione di esperimenti a più largo raggio. Come evitare la caduta nel trasformismo, è davvero un mistero! Ma un mistero che pare sedurre, visto il silenzio che circonda luscita del calendianoBarelli, quasi che i vertici regionali (Astorre) e nazionali (Letta) del Pd non ponessero mente a questi problemi.

Eppure Letta, smentendo la Federazione romana, ha fatto presto a occuparsi del caso di Ostia, per cercare evidentemente di mettere un freno alle polemiche sulla formazione della mini-giunta municipale. Bene, ora però non deve girarsi dallaltra parte, e con lui nemmeno il segretario regionale del Pd: si tratta di capire se il ricorso alla formula Ursula, utilizzata alla bisogna per garantire la consociazione di draghettipremurosi, con il cuore e la mente affissi alla calibrata distribuzione delle risorse provenienti dal Pnrr, sia lorizzonte entro cui si muove la classe dirigente di un partito impegnato a rinnovare se stesso e, quindi, a rinnovare nel complesso la vita politica del Paese.

Riforma dei tribunali per i minorenni: un vulnus alla cultura giuridica ereditata dalla tradizione. L’analisi di Provinciali.

Anticipiamo il testo che lautore si accinge a pubblicare sul fascicolo n. 11/2021 della Rivista internazionale di Diritto e Scienza. La riflessione verte sul provvedimento di legge, approvato il 21 settembre scorso, che prevede una radicale e riduttiva riforma della consistenza, composizione e territorialità dei Tribunali per i minori.

Il disegno di legge approvato in via definitiva dal Senato in data 22 settembre 2021 avente oggetto Delega al Governo per lefficienza e del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzataprevede entro un anno il Governo emani i decreti legge attuativi per il riassetto formale e sostanziale del processo civile.

In questa sede di riflessione sul testo licenziato ciò che interessa considerare è un aspetto non secondario dellintero corpo legislativo, segnatamente quello che riguarda la riforma del diritto di famiglia  attraverso listituzione dei tribunali per le persone minori e la famiglia, a modifica dellordinamento previgente che prevedeva i tribunali per i minorenni come organi giudiziari a se stanti, separati dai tribunali ordinari e costituiti da magistrati togati e da giudici onorari, questi ultimi nominati dal CSM tra coloro che dimostravano il possesso di titoli idonei sul piano culturale e di competenza maturati attraverso la pratica di esperienze  professionali ritenute pertinenti ed utili, al fine di integrare in via consustanziale lo specifico istituzionale del tribunale minorile, tenuto conto della sua particolare natura  volta a conoscere e valutare i molteplici e delicati aspetti di vita dei soggetti minori, delle loro famiglie e dei loro contesti esistenziali.

Alla base del testo approvato dalle Camere come in larga parte della produzione legislativa che si trascina irrisolta per lungo tempo – c’è un vizio di origine che potremmo riassumere con questa formula: eccesso di annuncio. Da anni, anzi da decenni si è discusso di riforma della giustizia: come spesso accade subentra una causa occasionale che spinge a stringere i tempi ed arrivare ad una determinazione normativa. In questa fattispecie come acutamente ha osservato nei giorni conclusivi delliter  parlamentare la Presidente dellAIMMF Cristina Maggia (Associazione italiana magistrati minori e famiglia) , Procuratore della Repubblica c/o il Tribunale per i minorenni di Brescia  Sappiamo che la necessità di approvare in tempi brevi importanti riforme è collegata alla possibilità di ricevere i contributi economici europei del PNRR, in particolare, quanto alla giustizia civile, alla necessità di contenere i tempi dei processi , talora di estrema lunghezza sia per la mole del contenzioso, sia per la mancanza di risorse di personale e di magistrati. Ebbene, anche se come associazione pensiamo che nulla abbia a che spartire con la ripresa economica del Paese la riforma della materia familiare e minorile, la Commissione Ministeriale che ha predisposto le proposte di modifica ha ritenuto di inserire nella grande riforma del processo civile anche questa materia. Della Commissione ministeriale purtroppo non ha fatto parte alcun esperto di giustizia minorile, né nel corso dei lavori alcun giudice minorile è stato realmente ascoltato (ascoltato non sentito) dai Commissari in modo da acquisire dati di realtà ed esperienziali: il risultato è stata una proposta che ha preso in considerazione soltanto le situazioni di violenza intra-familiare generate da conflitti di coppia o violenza di genere. Con questo specifico e limitato approccio sono state però introdotte nel sistema della protezione dei minori norme di notevole significato sostanziale che per la delicatezza della materia trattata avrebbero richiesto adeguati tempi di riflessione e uno scambio costruttivo con chi in questo particolarissimo e piuttosto sconosciuto contesto lavora da anni.

Einteressante a questo riguardo leggere le osservazioni contenute nel Documento licenziato dallAIMMF il 19 settembre u.s. , cioè tre gg prima che il Senato approvasse il citato disegno di legge a firma della Presidente Cristina Maggia e della segretaria Susanna Galli dellAIMMF, avente oggetto Sullart. 15 bis dellemendamento predisposto / proposto dal Ministero di Giustizia ai Disegno di Legge AS 1662 Delega processo civile in trattazione dinanzi alla Commissione Giustizia del Senato.

La disamina della questione relativa al riordino delle competenze giudiziarie in materia di giustizia minorile è esaustiva e completa: per non tralasciare alcuna evidenza considerata conviene in questa sede rimandare alla lettura integrale del Documento. Appare dunque in tutta la sua evidenza come il disegno di legge non abbia tenuto in considerazione né tantomeno ascoltato la voce dei magistrati togati ed onorari minorili, in qualità di esperti in materia di  giustizia minorile, proprio in previsione della programmata riforma. Particolarmente significativa può essere considerata la valutazione del provvedimento, desumibile dallintervista rilasciata a Repubblica dal Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano, Dott. Ciro Cascone.

Illustrando il nuovo, previsto ordinamento il Procuratore afferma:  “Cerco di semplificare al massimo. Facciamo l’esempio di cosa succede in Lombardia. Oggi esiste il Tribunale per i minorenni di Milano. Che ha una competenza su otto province. Nelle quali ci sono i tribunali ordinari che si occupano di famiglia. Con la riforma invece a Milano ci sarà una sezione distrettuale del Tribunale della famiglia che avrà sempre competenza sulle otto province, ma solo per alcune materie, tra cui le adozioni. Ci saranno poi otto sezioni distaccate, quelle che la legge definisce “circondariali”, che avranno sede negli otto tribunali ordinari già esistenti, e che si occuperanno di tutto ciò che riguarda la famiglia e i minori”. “In base alla materia, per le adozioni la competenza sarà del collegio distrettuale, mentre tutto il resto sarà trattato da un singolo giudice, dalle separazioni e dai  divorzi agli allontanamenti urgenti dei minori maltrattati”.

Nel merito delle attribuzioni poste in capo ad un giudice monocratico, anziché ad una camera di consiglio come avvenuto a tuttoggi, composta da due magistrati togati e da due giudici onorari particolarmente competenti per esperienza e konw how professionali alla trattazione del caso in ispecie, il Procuratore Cascone mette il dito sulla piaga del nuovo ordinamento previsto dal disegno di legge: “Questo è il grosso punto debole della riforma perché in questo modo si spazza via la cultura minorile costruita negli ultimi decenni. Io vedo due grosse criticità, innanzitutto perché una persona sola deciderà quello che oggi decidono più persone con maggiore ponderazione e anche esperienza, domani invece ci sarà una persona che in totale solitudine dovrà prendere decisioni a volte molto delicate e che hanno ricadute molto rilevanti, a volte drammatiche, nella vita delle persone. E che rischia anche una sovraesposizione, specialmente nelle piccole città. Ma non basta. Viene eliminato il fondamentale contributo degli esperti nel prendere queste decisioni.i giudici onorari che danno un importante contributo di competenze e di sapere tecnico anche se spesso a livello di opinione pubblica non godono di buona fama”.. ” Il caso del piccolo Eitan di cui si sta occupando la cronaca in questi giorni, verrebbe trattato dal giudice monocratico circondariale. L’eventuale Appello andrebbe alla sezione distrettuale, analogamente a quanto avviene adesso. Nel caso specifico il giudice tutelare di Pavia ha nominato il tutore, mentre sarebbe il Tribunale per i minorenni di Milano a occuparsi dell’eventuale Appello”……. Il disegno della nuova procura, anch’essa specializzata, mi piace perché verranno assorbite le competenze civili delle procure ordinarie, ma la mia richiesta è perentoria. Oggi le procure minorili sono fortemente sottodimensionate. Aumentandone le competenze mi aspetto quantomeno un raddoppio di risorse e soprattutto che anche i nostri uffici vengano finalmente informatizzati, mentre adesso viaggiamo ancora con il cartaceo. Ancora un suggerimento, prevedere anche la figura dei vice procuratori onorari proprio come nelle procure ordinarie. E poi questa faccenda dell’anzianità…richiesta per far parte di Tribunale e procura della famiglia, ben 12 anni, che trovo eccessiva e addirittura ingiusta nei confronti dei giovani magistrati, che quanto a competenza ed entusiasmo non hanno nulla da invidiare a quelli più anziani, anzi… Oggi dirigo una procura composta prevalentemente da giovani magistrati, che lavorano molto e bene, ma che con la nuova riforma non potrebbero farne parte, e francamente lo trovo irrazionale”.

Ma per comprendere più a fondo i rilievi mossi al provvedimento legislativo del 22 settembre u.s. conviene riportare quanto, con dovizia di particolari e ricchezza di pertinenti osservazioni ed obiezioni, si legge nel citato Documento licenziato dallAIMMF il 19 settembre 2021: “… la rigida suddivisione tra la sezione distrettuale, che opera in forma prevalentemente collegiale e con la presenza dei giudici onorari (salvo che per le competenze monocratiche previste in sede penale) e le sezioni circondariali, che operano in composizione monocratica e senza lapporto dei giudici onorari, ripropone le rilevanti difformità esistenti tra tribunale ordinario e tribunale per i minorenni. Appare non condivisibile lattribuzione al giudice monocratico di tuttala materia de potestate, comprensiva dei procedimenti relativi a fattispecie gravissime e tali da giustificare la decadenza dalla responsabilità genitoriale, nonché lassunzione di provvedimenti incisivi e urgenti ai sensi dellart. 403 c.c., come gli allontanamenti dei minori. Questa soluzione, che priva il giudice delle garanzie della collegialità e della multidisciplinarietà, che la stessa Corte Costituzionale ha più volte ritenuto un valore, si tradurrà inevitabilmente nel rischio di assumere decisioni non adeguatamente ponderate, ovvero che, a fronte di situazioni gravissime, non siano adeguatamente incisive.

Inaccettabile appare lattribuzione al giudice monocratico dei provvedimenti di cui al titolo I e I-bis della legge 4 maggio 1983, n. 184, comprensivi anche della delicata ipotesi degli affidamenti etero familiari, che nella prassi, normativamente recepita dalla legge n. 173/2015, ben possono trasformarsi in affidamenti provvisori o a rischio giuridico, ove venga promossa la procedura di adottabilità, o in adozioni in casi

particolari. Si determinerebbe, dunque, una dannosa frattura tra la decisione assunta dal giudice monocratico si ribadisce in assenza di tutti gli strumenti di cui dispone lattuale tribunale per i minorenni per formulare il progetto di vita più adeguato al minore e le attribuzioni del giudice collegiale in sede distrettuale, a composizione mista, competente per la procedura di adottabilità e di adozione. Tale previsione collide con i più recenti orientamenti in tema di rispetto della continuità affettiva.

Le competenze della sezione distrettuale vengono sostanzialmente svuotate, diventando essa prevalentemente giudice del reclamo dei provvedimenti della sezione circondariale. Preoccupa anche che i reclami avverso i procedimenti de potestate verrebbero decisi da un collegio privo della componente onoraria, che invece permarrebbe nel collegio della corte di appello, che tratterebbe le impugnazioni avverso i provvedimenti emessi dalla sezione distrettuale. Non può non segnalarsi levidente depauperamento del ruolo dei giudici onorari, il cui apporto viene escluso proprio nella materia de potestate, in cui è fondamentale la formazione multidisciplinare. Questa impostazione si tradurrà inevitabilmente nella lievitazione degli incarichi di CTU, mentre comunque il giudice monocratico è lasciato

solo nel delicato processo decisionale, in cui prezioso si rivela, nellesperienza dei tribunali per i minorenni, lapporto dei giudici onorari anche, ma non solo, per la valutazione del merito tecnico degli elaborati peritali.  Un ulteriore elemento di svalutazione della figura del giudice onorario è la previsione

del loro inserimento come componenti dellUfficio del Processo, così attribuendo loro una funzione servente, così snaturando il loro ruolo di portatori di saperi extra giuridici e di soggetti investiti di una responsabilità decisionale.

Dalle argomentazioni dedotte e richiamate si evince come il forte ridimensionamento delle funzioni della componente onoraria costituirebbe un vulnus non lieve alla lunga tradizione giuridica maturata nella storia dei Tribunali minorili: si tratta di una vera e propria diminutiodella cultura multidisciplinare dei tribunali minorili che si sono avvalsi della funzione del giudice onorario come tecnicodepositario di un sapere espertoa valenza integrativa e complementare della giurisprudenza minorile.

È persino  grave che i giudici onorari e il loro apporto sia così gravemente sottovalutato e messo al margine delle attribuzioni e delle competenze della giustizia minorile e familiare. La ricchezza delle esperienze maturate dai giudici onorari nei rispettivi ambiti di espletamento professionale è sempre stato un valore aggiunto di cui, in sede di istruttorie, di audizione dei soggetti minori e dei loro genitori e familiari, nelle camere di consiglio, nella valutazione della potestà genitoriale, il tribunale si è sempre largamente avvalso proprio a motivo della multidisciplinarità richiesta dalla specificità “giudiziariadei soggetti minori: ci sono ambiti esperienziali che resterebbero inesplorati o coperti da coni dombra, come i vissuti personali, le emozioni, i sentimenti, le dinamiche relazionali e familiari, lo stesso contesto di vita amicale e comunitaria, gli insuccessi, il rischio educativo e il disagio scolastico, gli abbandoni, le ripetenze, le inadempienze allobbligo formativo che richiedono la presenza e la valutazione di veri esperti del settore, non certo estranei alle dinamiche che afferiscono a tali problematiche.

Certamente più ricchi di esperienze maturate nel rispettivo campo e forieri di indicazioni, suggerimenti, valutazioni pertinenti ove spesso non dirimenti di quanto si possa ricavare dal ricorso ad esperti esterni, spesso sedicenti tali o da CTU limitate in termini spazio-temporali. Lauspicio è ovviamente che in sede di decreti delegati, il Governo possa e voglia rivedere il significato, il valore e il portato collaborativo e competente di queste figure che dal testo del disegno di legge appaiono sottodimensionate, svalutate e messe allangolo con funzioni meramente accessorie, opinabili o aleatorie. E sottolineando questa speranza non si può tacere o non ricordare quanta cultura dellattenzioneverso il mondo spesso inesplorato o sottostimato dei minori si è accumulata in decenni di collaborazione, di riflessione, confronto e proposta tra giudici togati e giudici onorati- davvero nel preminente interesse del minore- e di una pluralità di supporti tecnici e competenti che la sua centralità esistenziale vista in un contesto antropologico ampio e aperto a più contributi, postula da sempre, per la natura specifica del suo portato umano e ontologico.

Viene da pensare a quella giustizia miteche si è costruita tassello su tassello attraverso convegni, conferenze e contributi pubblicati sulla Rivista Minori Giustizia, organo dellAIMMF, ricordando la guida  determinante del suo Direttore Piercarlo Pazè e di quello attuale, Claudio Cottatellucci, la vocazione ad essere giudice e poi Presidente di Tribunale minorile, infine Vice presidente della Commissione per le adozioni internazionali di Laura Laera, nonchè la lunga prestigiosa esperienza di due mitiche Presidenti come Melita Cavallo e Livia Pomodoro. Si tratta di esperienze umane e professionali di inestimabile valore che non possono essere cancellate perché esprimono il senso di una vera e propria missioneche andrebbe ascoltata, rispettata e fatta valere in sede di auspicabili correttivi attuativi.

Fonte: Diritto penale e uomo DPU- Rivista internazionale di Diritto e Scienza Fascicolo 11/2021

Dove va Erdogan? Mostra i muscoli, ma sconta la diffidenza del mondo occidentale. Il punto di vista di Farinone.

Lautocrate di Ankara porta avanti una politica di chiusura allinterno e di spregiudicata aggressività allesterno. Al di là delle apparenze, rischia in effetti lisolamento, se non altro rispetto allEuropa e allUSA. Del resto, in occasione del G20 a Roma, non ha imitato il Presidente dellIndia, Narendra Modi. Questi è andato a cingere con una corona di fiori il busto marmoreo di Gandhi allEur. Un analogo gesto poteva essere fatto dal leader turco: a distanza di qualche centinaio di metri, sullo slargo stradale intestato ad Atatürk, si staglia un piccolo monumento che ricorda ilpolitico della modernizzazione dellex Impero Ottomano. Liscrizione reca questa scritta: Pace in Patria, pace nel mondo. Troppo per Erdogan!

Sono molti e gravi gli interrogativi che le decisioni assunte negli ultimi anni -in particolare dopo il fallito golpe del luglio 2016- da Recep Tayyip Erdogan hanno posto alle cancellerie occidentali. E nessuno di essi ha ancora ricevuto una risposta definitiva. In genere ci si rifugia nella formula neo-ottomana: il politico già democratico fattosi autocrate col tempo e con la gestione prolungata del potere che vuole pervicacemente far tornare la Turchia nel grande gioco della diplomazia mondiale, divenendo un player fondamentale in un ambito geografico da essa già frequentato e in parte dominato ai tempi dellimpero ottomano. Ed in effetti dalle coste occidentali del Mediterraneo a quelle orientali e poi, oltre, allinterno sino alle porte delloriente, nella regione del Nagorno-Karabakh, la vivace azione politica delluomo forte di Ankara ha posto la Turchia in primo piano sino a portare alleati (ma lui li considera davvero tali?) e avversari a domandarsi fin dove voglia spingersi.

Proviamo a riassumere in breve, negli stretti limiti di un semplice articolo, le questioni aperte.

Membro della NATO, e non di secondaria importanza: sia per il posizionamento geografico, sia per entità del suo apparato militare, incluso il numero degli effettivi, sempre più frequentemente Erdogan si è mosso prescindendo dallAlleanza: la quale ogni volta ha reagito timidamente, creando così le condizioni per il futuro scarto dellirrequieto membro. Lacquisto dalla Russia di un sistema missilistico antiaereo è stato il punto di maggior criticità raggiunto sinora, ma non lunico. Le differenze di visione su Siria e Libia sono evidenti. In entrambi i casi Erdogan ha posto innanzi a tutto la sicurezza territoriale del proprio Paese. Ciò risulta molto evidente nelle scelte operate con riferimento al primo quadrante, quello siriano. Le due operazioni militari condotte su quel suolo (Scudo dellEufrate, nel 2017 e Ramoscello dUlivo, nel 2018) avevano un obiettivo prioritario: evitare che si creasse un corridoio curdoche dai confini turchi arrivasse sino al Mediterraneo, prodromico alla creazione di uno Stato curdo che per Erdogan è lincubo peggiore, inaccettabile e da evitare ad ogni costo.

La difesa dei confini e un accentuato nazionalismo hanno contraddistinto le scelte di Erdogan dopo il fallito colpo di stato, riportando in auge se non proprio la figura almeno la concezione dello Stato turco di Kemal Ataturk, anche se con un taglio assai meno laico e certamente più islamizzato. In questa logica ogni insediamento curdo al di là dei confini, in Siria nella regione del Rojava, è considerato una minaccia per la Turchia e quindi non è accettabile. E pertanto il futuro della Siria è affare anche nostro, dice in sostanza Erdogan a russi, americani e iraniani.

In Libia lintervento turco ha invece i tratti più simili a quel neo-ottomanesimo del quale si parla sempre più spesso. Anche in questo caso ogni mossa è stata decisa a prescindere da qualsivoglia logica atlantica ponendo una volta di più la NATO di fronte al fatto compiuto. Ma divenendo così – sfruttando linerzia americana e soprattutto europea il protagonista, insieme ai russi, presente e futuro della regione libica, così ricca di risorse naturali e così povera di statualità.

È evidente però che questa autonomia dazione poco si concilia con lappartenenza ad unalleanza, unanomalia che prima o poi condurrà ad un chiarimento che non sarà facile, né scontato. E sarebbe troppo semplicistico, da parte di Erdogan, immaginare che il ritrarsi americano dalle vicende del Mediterraneo sia lequivalente di un ritiro assoluto. Non sarà così, Washington non abbandonerà completamente larea.

I rapporti con la UE, oggetto del desiderio di una Turchia proiettata ad occidente che non c’è più (o che quantomeno non c’è nella piattaforma politica del partito al potere) sono e rimangono tesi, ultimamente anche di più, dopo lespulsione dal Paese di alcuni ambasciatori di paesi amici e anche alleati (sette della NATO). Un rapporto imperniato su un contratto esoso quello sui migranti trattenuti in Turchia che Erdogan gestisce con larma del ricatto nei confronti di governanti timorosi dellimpatto negativo in termini elettorali derivante da una possibile invasionedi tre milioni di persone, loggetto del contratto.

Nel Mediterraneo orientale, non bastasse la permanente occupazione (dal 1974) di Cipro Nord, la Turchia ha aperto un contenzioso sulle Zone economiche esclusivenelle acque del Mare Nostrum fra Grecia e Cipro, creando una ZEE libico-turca che collega la sponda sud-occidentale turca con quella nord-orientale libica. Un tratto di mare presumibilmente ricco di giacimenti di gas naturale. Un accordo siglato fra i due Paesi che non è stato riconosciuto dalla UE, ma che Erdogan ritiene pienamente operativo, anche perché rivolto a rendere il Paese assai meno dipendente di adesso dallenergia importata (il 90% di quella consumata).

AllEuropa cristiana lautocrate di Ankara ha inviato un ulteriore messaggio ben poco distensivo, questa volta sul piano religioso e culturale: allorquando ha trasformato in moschea la Basilica di Santa Sofia di Istanbul (divenuta museo ai tempi di Ataturk), ovvero la medesima azione ostile che fecero gli ottomani nel 1453 dopo la conquista di Costantinopoli.

E i rapporti aperti col regime talebano appena reinsediatosi a Kabul confermano una linea intraislamica che mira a conquistare maggiori spazi nel mondo sunnita in contrapposizione, soprattutto, allEgitto del generale al-Sisi reo di aver disarcionato dal potere i Fratelli Musulmani e indubbio possibile competitor nella lotta per acquisire ruolo geopolitico e, come si è detto, miglia marine sulle quali esercitare diritti di perlustrazione.

Il risultato di così vasto interventismo consiste però nella perdita di qualsiasi possibile amico fidato, se si esclude il Qatar (a sua volta un battitore libero del mondo sunnita avente ambizioni probabilmente superiori alle sue forze). Con gli USA le relazioni sono improntate al sospetto, con la UE il rapporto è solo di convenienza su un tema specifico, nel mondo islamico i Fratelli Musulmani cui Erdogan si richiama sono in evidente difficoltà. E i suoi connazionali, nelle principali città – Istanbul e Ankara gli hanno votato contro alle elezioni municipali. Dopo che le elezioni del 2018 le aveva vinte col solo 52%. La domanda allora è, certo, dove vuole arrivare Erdoganma, anche, come può immaginare di arrivarci da solo?.

30 come noi. Generazioni in dialogo: un evento promosso dall’Acri.

Riportiamo il comunicato dellAssociazione di Fondazioni e Casse dì Risparmio (Acri) destinato alla presentazione di un evento che apre il ciclo dei festeggiamenti per il trentennale delle Fondazioni dì origine bancaria.

 

Martedì 30 novembre, in occasione dellavvio dellanno di festeggiamenti del trentennale delle Fondazioni di origine bancaria, Acri ha organizzato un evento dal vivo a Roma, presso lAuditorium del Massimo (zona Eur), dalle 11,30 alle 13,30.

Condotto dalla giornalista Marianna Aprile, levento sintitola 30 come noi. Generazioni in dialogoe prevede una serie di dialoghi tra due generazioni: da un lato, Francesco Profumo, Giuseppe Guzzetti, Gherardo Colombo e la senatrice Elena Cattaneo, dallaltro 4 giovani trentenni, che stanno realizzando alcuni progetti con le Fondazioni in diversi settori: dalla cultura al sociale, dalla ricerca allistruzione.

Levento sarà loccasione per raccontare i valori, la visione e il contributo di innovazione che le Fondazioni hanno dato in questi trentanni al Paese.   A tessere questo racconto saranno alcuni compagni di stradache condividono la visione delle Fondazioni e, ogni giorno, contribuiscono ad attivare percorsi di sviluppo e innovazione sociale.  

Per partecipare è necessario registrarsi, entro il 19 novembre, al link dedicato: https://it.surveymonkey.com/r/30-come-noi. Per informazioni si può contattare lArea Comunicazione Acri (06 68184330area.comunicazione@acri.it).

SCHEDA DELLACRI

Acri è lorganizzazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa. Costituita nel 1912, è unassociazione volontaria, senza fini di lucro, apolitica e ha lo scopo di: rappresentare e tutelare gli interessi generali delle Associate per favorirne il conseguimento delle finalità istituzionali, la salvaguardia del patrimonio e lo sviluppo tecnico; coordinare la loro azione, nei settori di rispettivo interesse, per renderla più efficace, nonché di promuovere iniziative consortili e attività di interesse comune; ricercare e promuovere rapporti di collaborazione operativa fra le Associate ed enti e società italiani e stranieri.

La compagine associativa è composta da 107 soci, così suddivisi:

83 Fondazioni di origine bancaria

11 Società bancarie

8 Associazioni territoriali di Fondazioni

2 Altre Società

3 Altre Fondazioni

Il Presidente di Acri è Francesco Profumo; il Direttore Generale è Giorgio Righetti.

Per la conferma di Mattarella e Draghi. Un Manifesto dei democratici volenterosi “anche” d’ispirazione cristiana e popolare.

Invece di ululare alla luna, con lempito di una nobile e vana promessa mirante alla cosiddetta rifondazione della Dc, sarebbe meglio sperimentare una coesione realistica attorno alla soluzione più adatta a garantire le prospettive di stabilità e sviluppo del Paese.

Il dibattito sulla elezione del Presidente della Repubblica è cresciuto di tono nelle ultime settimane, facendosi particolarmente acuto nelle più recenti battute di vari politici, intellettuali e opinionisti. Sempre meno convince, a riguardo, lipotesi di spingere Draghi al Quirinale, sebbene nel Pd vi sia una corrente di pensiero che ne sostiene lopportunità in relazione al ripristino, considerato necessario ed urgente in vista delle future elezioni, della dialettica tra destra e sinistra. Letta, in ogni caso, mantiene una posizione più prudente, a riprova della complessità dei giochi interni al partito.

Ora, il punto debole della soluzione imperniata su Draghi sta nel fatto che contestualmente alla sua elezione al Colle occorrerebbe trovare il sostituto per Palazzo Chigi. Chi prefigura lavvento di una V Repubblica di titolo gollista, con la concentrazione del potere nelle mani di fatto del nuovo Presidente della Repubblica, non solo forza gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione, ma tratteggia un scenario politico irrealistico, denso di grandi incognite e contraddizioni. In effetti, lo scivolamento verso le elezioni anticipate sarebbe quanto mai probabile, anche al di là delle migliori intenzioni dei partiti.

Avanza invece la convinzione, fatta propria dallo stesso Maurizio Molinari, ospite ieri dellAnnunziata, che linteresse dellItalia sia meglio salvaguardato se al Quirinale potesse restare Mattarella e a Palazzo Chigi Draghi: il tandem ha infatti dimostrato di saper guidare il Paese in una fase – tuttaltro che conclusa – di grave emergenza economica e politica. La stabilità non è un bene superfluo, soprattutto perché la prosecuzione della lotta alla pandemia e la complessa gestione a partire dai prossimi mesi dei fondi del Pnrr, richiedono uno sforzo eccezionale in termini di coesione e responsabilità.

Limpegno a favore della conferma di Mattarella, anche andando controcorrente rispetto alla sua dichiarata contrarietà, sarebbe dunque auspicabile. Una conferma, appunto, che subito ne implicherebbe unaltra, quella dellattuale Presidente del Consiglio. Su questo punto, a ben vedere, andrebbe ricercata la convergenza del disperso popolo di democristiani, popolari e centristi democratici. E non per mettere in atto così un comprensibile ma errato compattamento partigiano, nel segno cioè della permanenza di un cattolico democratico al Quirinale, bensì per sostenere nella logica della stabilizzazione del quadro politico e istituzionale una scelta valida e rassicurante per le sorti dellItalia. Ritrovarsi su questa linea avrebbe onestamente un valore di gran lunga superiore a tutte le compulsive e frustranti operazioni che illustrano la volontà di rifondare la Dca prescindere da tutto, anche dalla politica.

5 domande a… Ciro Cafiero “Il lavoro che cambia. La nuova prospettiva solidale”. Intervista su “Comunità di Connessioni”.

Lassociazione Comunità di Connessioni, animata da P. Francesco Occhetta, ospita sul suo sito lintervista allautore del libro che Famiglia Cristiana, la rivista dei Paolini, ha portato recentemente in edicola.

Nelle prime pagine del tuo ultimo libro Il lavoro che cambiaaffermi che «lItalia è disoccupata per generazione, per genere e per territorio». Come si declinano questi tre punti?

Con questi tre punti, intendo sottolineare che la disoccupazione italiana è un fenomeno più verticale che orizzontale, è verticalizzata soprattutto su tre categorie: 1) su giovani e anziani, cioè sulle generazioni, visto che i primi scontano più difficoltà ad accedere nel mondo del lavoro e i secondi invece sono vittime di violente estromissioni dal circolo produttivo quando mancano politiche di invecchiamento attivo; 2) sulle donne, cioè sul genere, visto che, come i giovani, accedono difficilmente al mondo del lavoro e, quando sono dentro, sia per mancanza di serie politiche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, sia per un retaggio culturale sbagliato, in caso di eventi critici sono le prime ad abbandonarlo. Durante la pandemia, i posti di lavoro persi riguardano nel 75% dei casi loccupazione femminile. Nel dicembre del 2020, la percentuale è salita addirittura al 99%, tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha definito She-cessionquesto fenomeno; 3) sul Sud, per la depressione industriale che tradizionalmente vive, e perché in molte località mancano politiche di conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Loccupazione invece cresce dove queste politiche esistono. È per tutte queste ragioni che, nel nostro Paese, non bastano ricette generiche per il contrasto alla disoccupazione, ma servono terapie specifiche per i soggetti che ne sono colpiti.

Spesso guardiamo al lavoro dal solo punto di vista numerico (quanti occupati in più, quanti in meno), senza considerare gli aspetti legati alla qualità delle attività che vengono svolte e del rapporto di lavoro che viene instaurato. Pensiamo alla situazione dei rider o di molti lavoratori nei servizi di cura, anche domestici. Nel libro parli dellimportanza di affrontare il problema delloccupazione cattiva: precaria, povera e senza tutele adeguate. È un destino inesorabile per molte persone o c’è possibilità di un cambiamento?

Con questa domanda, hai toccato il nervo scoperto del nostro mercato del lavoro. Nel Paese, la flessibilità, quella buona nellottica di studiosi come Biagi, che è utile ad assecondare le mutate esigenze delle imprese, si è trasformata in cattiva o, in altre parole, in precarietà. Il lavoro precario è povero e senza tutele adeguate. Peggio c’è solo il lavoro nero. Il caso dei rider è il risultato drammatico di questo fenomeno. Ma nulla è perduto: lo sottolineo anche nel volume, che non vuole essere lennesimo canto del cigno, come spesso accade quando si dibatte di lavoro, ma uno stimolo a sfide possibili. La soluzione ce la consegnano i modelli già adottati negli Usa, in Gran Bretagna e, in parte, in Germania. Occorre creare uno statuto di diritti basilari comuni ai lavoratori subordinati, già molto garantiti, e agli autonomi, semi-autonomi, che spesso lavorano, nonostante la differente veste giuridica, come fossero subordinati ma senza le relative tutele, dei precari poco garantiti. Questa soluzione non spaventa le imprese che ricorrono alla flessibilità sana, perché esse già riconoscono i diritti che spettano ai lavoratori, ma andrebbe a danno soltanto di quelle aziende che abusano di questa flessibilità rendendola precaria. Lo chiede lOrganizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che promuove il c.d decent work, mentre la Chiesa, già da anni, invita ad aggettivareil lavoro per renderlo dignitoso: libero, partecipativo, creativo e solidale. 

In che modo il fenomeno della denatalità è legato ai peccatidella situazione occupazionale italiana? Quali potrebbero essere gli effetti sulla società ma anche le soluzioni?

La denatalità è il frutto avvelenato dei peccatiche sconta il nostro mercato del lavoro. Quando il lavoro non c’è, o se c’è è precario, povero, nero, senza tutele, conflittuale, carente di politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per i genitori, le coppie rimandano la scelta di avere figli. A spingerli, è il timore di non poterne sostenere la crescita in assenza di certezze sul lavoro. Invece, nellottica dei Padri costituenti, la famiglia è il frutto più prelibato che il lavoro dovrebbe generare e proteggere. È la prima formazione sociale in cui la persona fiorisce, entra in relazione con laltro. Il lavoro deve mirare a garantire la dignità della persona e la sua autorealizzazione, come ci ricorda larticolo 3 della Costituzione. Il giusto salario, proporzionato e sufficiente, è solo uno strumento in questa prospettiva e non un fine. Il 2050 rischia di essere un annus horribilis con 300 mila nascite. Per evitarlo, prima ancora che puntare sullimmigrazione, occorre lavare il nostro lavoro dai peccati che sconta. Così, la natalità tornerà a crescere. Altrimenti, si rischia di piantare un albero su un terreno che non è fertile: prima o poi, appassirà come gli altri prima di lui.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/5-domande-a-ciro-cafiero-il-lavoro-che-cambia-la-nuova-prospettiva-solidale/

Chi è Ciro Cafiero (sua presentazione)

“Sono nato nel 1984. Sono napoletano. A 18 anni, sono andato via da casa per studiare a Roma. Ho vissuto una straordinaria esperienza universitaria, occupandomi peraltro di associazionismo studentesco. A 24 anni, mi sono laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti. A 27 ho conseguito il diploma di specializzazione. Da quasi dieci anni, esercito lattività legale ed oggi sono il socio fondatore di un Studio che, per fortuna, cresce. Da quando avevo anni 20 anni, mi interesso di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, di cui scrivo su riviste scientifiche, su vari siti, compresi Aspenia e “Lavoce.info” e di cui parlo qualche volta in RAI. Collaboro con la cattedra di diritto del lavoro presso università come la Luiss e la Lumsa.

«Chiesa, dove sei? Una comunità dal volto sinodale». L’editore Gabrielli propone un testo di viva attualità nel campo ecclesiale.

Dopo duemila anni di cristianesimo «è soltanto laurora», ha affermato Giovanni XXIII, inaugurando il Concilio Vaticano II. Voleva rinnovare la Chiesa che, secondo il cardinale Martini, «è in ritardo di 200 anni». Per ringiovanirla, papa Francescopropone un processo, un cammino condiviso di sinodalità, dal basso.

Gli autori, a partire dalla domanda: Chiesa, dove sei?, pongono le premesse perché i cristiani si chiedano dove la Chiesa possa dirigersi, con quali mezzi purificarsi, come tendere alla perfezione cambiando continuamente. Attraverso una teologia che nasce da una riflessione sullesperienza di fede vissuta dal popolo di Dio e favorendo una metodologia sinodale, sognano una Chiesa capace di ascoltare e di coinvolgere tutti a vivere quel battesimo che ci rende non solo cristiani, ma Cristo stesso. Leternamente giovane, originale, inedito. Il Risorto del Terzo millennio.

«Con il contributo del vostro libro molti potranno maturare una mentalità e uno stile sinodale, reso più accessibile e familiare da un approccio al tema come quello della teologia narrativa. [] La vostra fatica e la fatica di tanti contribuisca a far crescere in tanti il desiderio e la volontà di camminare insieme”» (dalla Prefazione del Card. Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi).

DallIntroduzione:

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio». Non lascia dubbi laffermazione di papa Francesco nel discorso pronunciato il 17 ottobre 2015, in occasione del 50° dellistituzione del Sinodo dei vescovi da parte di Paolo VI.

Si può indicare proprio nella sinodalità il filo conduttore del Magistero di Bergoglio. Una sinodalità – dimensione costitutiva della Chiesa nella quale avviene una manifestazione particolare dello Spirito.

Sinodo” è vocabolo della Chiesa antica ma laggettivo sinodale” è una maturazione della coscienza ecclesiale di oggi, che ci induce a educarci ed educare a quello che papa Francesco descrive come cultura dellincontroe coraggio dellalterità”, inaugurando un processo sinodale che coinvolga in un cammino comune la Chiesa che è in Italia. Camminare e sognare insieme è la parola di vita di questa stagione ecclesiale.

Per innescare questo cambiamento nelle nostre comunità occorre rifondare una nuova alleanza fra teologia e pastorale. «Non dimentichiamo che anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. Teologia e pastorale vanno insieme».

Con il presente testo vorremmo condividere ciò che sogniamo: una Chiesa appassionata allumano e impregnata di Cielo. Come teologi-pastori, intendiamo fare la nostra parte e contribuire a far passare la scienza teologica da una teologia delle cattedre a una riflessione sullesperienza di fede vissuta dal popolo di Dio, offrendo già nellelaborazione metodologica di questo nostro testo lesempio non di uno studio individualistico (teologia individualistica) ma di una teologia sinodale.

Abbiamo scritto insieme questo libro in un confronto, in un dialogo tra amici: ci siamo incontrati più di trentanni anni fa, allAccademia Alfonsiana di Roma e, anche a distanza, abbiamo sempre mantenuto un mutuo rapporto di amicizia e di preghiera. Ognuno di noi si esprime a partire dalla propria sensibilità, dal proprio stile di vita, dalle diverse esperienze pastorali e di insegnamento accademico. Abbiamo condiviso un cammino di ricerca e animato un convegno dal titolo ChiesaDove sei?, per confrontare le nostre intuizioni con i fedeli della diocesi di Acireale. Sono così nati sette capitoli-percorsi di riflessione che adesso condividiamo, con la speranza che spesso il lettore chiuda il nostro libro e apra il suo diario, annotando nuove idee utili a ringiovanire la Chiesa.

Ci auguriamo che le nostre intuizioni possano offrire diversi spunti atti a delineare un volto di Chiesa sinodale, bello e concreto. Ci siamo espressi con uno stile narrativo laddove è stato possibile e con lintento di alimentare speranza, fraternità emisericordia per la Chiesa e quindi per tutti noi che, al di là dei nostri limiti e peccati, siamo grandi e belli perché siamo cristiani. Anzi, siamo Cristo.

(Valentino Salvoldi Vittorio Rocca)

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Oltre la crisi della secolarizzazione. Partecipare tutti all’invenzione del quotidiano. Intervento su “L’Osservatore Romano”.

Per gentile concessione pubblichiamo larticolo apparso sabato scorso sul quotidiano ufficioso della Santa Sede. Lintervento dì Mantuano sinserisce nel dibattito aperto dal giornale sulla rottura sociale e antropologica determinata dalla secolarizzazione.

Le parole del concilio Vaticano II hanno spalancato le porte della Chiesa al mondo con una ventata di freschezza e di rinnovamento: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini doggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». La Chiesa aveva sposato in pieno la modernità mentre lavvento della società di massa e delle grandi metropoli rimetteva in discussione tutte le organizzazioni tradizionali dei saperi, delle classi sociali, della politica e della democrazia. La presa della paroladel maggio 1968 ha scritto Michel de Certeau appariva come una nuova presa della Bastiglia che decretava linizio del mondo nuovo. A cinquantanni dalla Gaudium et spes ci chiediamo se siamo nel pieno della tempesta di un «Cristianesimo in frantumi» (è il titolo dellinchiesta del 1974 di de Certeau con Jean-Marie Domenach) o se siamo allinizio dellavvento di quellepoca dello Spirito, richiamata anche da Giuseppe De Rita su queste pagine, che Henri de Lubac ha descritto nella sua opera monumentale La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore.

Adottando la formula che Umberto Eco ha utilizzato per descrivere il dibattito sui nuovi media della cultura di massa, possiamo schematicamente sintetizzare il dibattito post-conciliare con la formula degli apocalittici e integrati: da una parte i profeti di sventura inneggianti al ritorno alla tradizione e ai valori di una volta e dallaltra i lanciatissimi surfisti sulle onde della postmodernità secolarizzata e relativista. In mezzo, la Chiesa, accompagnata dalle discussioni sulle diverse forme della presenza dei cristiani nel mondo, dalla scelta religiosadellAzione cattolica al cristianesimo come avvenimentoe presenza di Comunione e liberazione. Intanto la società di massa e la crescita economica hanno cominciato a fare i conti con le grandi contraddizioni e paure del processo sempre più inarrestabile della globalizzazione e gli epocali processi migratori, sempre più percepiti come una nuova ondata dei barbari alle porte che minaccia la sicurezza dellOccidente. Le nuove grandi narrazioni dello stato di insicurezza e inquietudine che circola in questi decenni sono quelle del cinema e della fiction, dai film distopici come Matrix fino alla serie Squid game, intrisa di violenza e riferimenti filosofici. La teologia stessa e laria culturale che respiriamo hanno fatto i conti con il pensiero debole, anima della secolarizzazione: non tanto una perdita del sacro quanto piuttosto unassenza della trascendenza come criterio della verità e della razionalità che finisce per declinarsi come uninterpretazione mai definitiva del senso delle cose. Non si tratta più soltanto della secolarizzazione che ha investito la religione bensì è il pensabile stesso che è “secolarizzatoperché nellattuale contesto culturale caratterizzato dalla pluralità dei saperi è impossibile restaurare qualsiasi teoria unitaria della conoscenza e delle discipline sempre più parcellizzate e specialistiche. La realtà diventa così “loggetto perduto, sempre supposto e sempre mancante, sopratutto dopo quello che Jean Baudrillard ha chiamato il delitto perfetto, luccisione della realtà a opera del dominio della televisione e delle immagini dei media per cui diventa impossibile spesso distinguere la realtà dalla finzione.

Michel de Certeau descrivendo la situazione del cristiano in questo contesto soprattutto nel libro La debolezza del credere non vuole promuovere un cristianesimo debole, ma più in generale ridefinire lidentità e il ruolo dei cristiani nel mondo della complessità. Al centro viene rimessa la testimonianza evangelica dellindividuo, il rischio personale, il legame tra affettività e politica: «Ciò che sparisce è dunque la possibilità per lesperienza cristiana di fare corpo essa stessa. Ma, daltra parte, si rinforza la necessità — e il desiderio di fare corpo con la storia. Come caduta dalla nave ecclesiale, nel momento in cui affonda, lesperienza di fede si perde nellimmenso e incerto poema di una realtà anonima per ricevere da questa storia indefinita una via che appaga ciascuno oltrepassandolo. Non c’è altro corpo che il corpo del mondo e i corpi mortali».

In un sistema di luoghi definiti da vecchi steccati e confini sia fisici che epistemologici ormai sempre più labili, si introduce il non-luogo della differenza dell’“altro” — il diverso, lo straniero, il perturbante, indifferente a ogni tentativo di conversione che investe pienamente anche la pratica della fede e la rappresentanza politica. Lo stesso credere non è che una pratica della differenzain quanto «il credere si pone in rapporto a un altro. Esso implica sempre il supporto dellaltro, che è colui sul quale si deve poter contare, non c’è più il credere lì dove la differenza è cancellata». La categoria dellalterità ha comportato un vero e proprio cambiamento di paradigma nella cultura contemporanea e nella teologia: da Totalità e infinito di Emmanuel Lévinas la più radicale critica e rifondazione della metafisica occidentale a Sé come un altro di Paul Ricœur, da Dio senza essere di Jean-Luc Marion a Il principio speranza di Ernst Bloch, dalla Teologia della speranza di Jürgen Moltmann a Sul concetto della nuova teologia politica di Johann Baptist Metz. Solo per citare alcune delle opere che hanno fatto da segnaviaa questa nuova weltanschauung. Non si è trattato solo di una grande elaborazione culturale e accademica bensì il frutto di praticheche le comunità hanno prodotto, anche nellanonimato e nellapparente marginalità. Perché — e questo è il nodo per unaltra lettura della crisi sotto la fin troppo sbandierata narrazione della fine dei valori, del riflusso nel privato, della crisi delle ideologie e dello svuotamento delle chiese, possiamo leggere invece un ruolo attivo e creativo delle persone, dei credenti, dei cittadini, dei giovani. E qui il riferimento è ancora a un testo prezioso come Linvenzione del quotidiano di Michel de Certeau. Della crisi religiosa dellepoca della secolarizzazione e della mancanza di partecipazione alla vita della comunità, ecclesiale e politica, è possibile una differente lettura, capace di andare oltre la semplice rilevazione statistica e i sondaggi, come ha scritto Jean Baudrillard in Allombra delle maggioranze silenziose. Ovvero la fine del sociale. Dietro lapparente uniformità dei numeri e delle statistiche che delineano unassenza delle persone nelle chiese e nella politica si nasconde una molteplicità di pratiche, di tattiche, di astuzie, in definitiva di una invenzione del quotidianoa opera delle persone e dei cittadini. E che la Chiesa e la politica dei partiti spesso non sanno intercettare. Ci sono delle forme di resistenza, di microlibertà, di prassi che reinventano i luoghi e i modi di vivere la fede e anche limpegno sociale e politico. Una miriade di pratiche di inversione e sovversione a opera dei più deboli e di coloro che non hanno rappresentanza e che richiedono di essere ancora raccontate.

Fra gli interstizi del potere tecnocratico ed economico della globalizzazione c’è una libertà delle pratiche quotidiane della gente. Ma bisogna essere predisposti a coglierla adottando la lettura cristiana della storia che crede in una fattiva e reale rivoluzione scritta dagli umili e dai poveri. In questa lettura la relazione tra la kenosis e la gloria del Cristo diventa la base per un ripensamento dellautorità e del potere: la tomba vuota è la condizione della venuta dello Spirito, la verità dellinizio non si rivela se non nello spazio delle possibilità che apre, «essa non appare che alienata in ciò che permette scrive Michel de Certeau , si perde in ciò che autorizza. Muore indefinitamente alla sua particolarità storica ma nelle invenzioni che suscita». Il potere religioso e politico ne risulta stravolto: «Permettere significa morire. Nellitinerario personale, nella trasmissione pedagogica, nellorganizzazione sociale, la verità spirituale ha ormai per traccia la relazione reale tra la cancellazione di una singolarità e ciò che essa rende possibile: una manifestazione disseminata nella pluralità della vita comune(Ruusbroec)». Fino a investire il ripensamento della prassi politica e del potere: «La politica non assicura la felicità, non dona il senso delle cose. Essa crea o rifiuta delle condizioni di possibilità. Interdice o permette: rende possibile o impossibile». In tal senso una politica della semplice difesa dei suoi apparati e autoreferenziale, chiusa allascolto dei cittadini, ha ormai manifestato tutta la sua irrilevanza così come le politiche della creazione dei muri e del rifiuto dei poveri. Se laltro è il fondamento della modernità, la politica ha senso solo come apertura dei possibili, come riconoscimento dei volti dellalterità. Non a caso limmigrato diventa la figura esemplare della modernità; egli infatti ha già vissuto sulla sua pelle il destino di ciascuno di noi: vivere la doppia assenza, quella dellabbandono di unidentità ormai impossibile e quella della ricostruzione di unidentità ancora da trovare, come scrive Bruno Forte in Confessio theologi. Ai filosofi: incontrare laltro «è vivere in sé la frontiera». Siamo tutti migranti e in cammino alla ricerca di una nuova identità plurale, coscienti che laltro/lo straniero, che spesso ci inquieta e ci mette paura, abita dentro noi stessi. E il desiderio più profondo delluomo resta sempre il desiderio dellaltro, come ci ricordano lo psicoanalista Jacques Lacan e, recentemente, Massimo Recalcati.

Oltre lantropologia dellillusione individualistica e del primato dellio si affaccia un nuovo ethos, quello che Italo Mancini indicava col titolo di un suo bel libro, Tornino i volti, e che Michel de Certeau declina con la categoria del mai- senza-laltro. Diventa così possibile rileggere la forza dellutopia e della costruzione del legame comunitario che Herbert Marcuse aveva descritto in Eros e civiltà alla luce di una teologia dei pellegrini: «Pensiero rapsodico, provvisorio, umile certamente scrive ancora Bruno Forte e tuttavia appeso a quella Croce che è e resta nella notte del mondo il punto di riferimento, la stella della redenzione».

Saluto di Mattarella al Presidente della Repubblica Algerina. Oggi visita al giardino dedicato a Enrico Mattei.

La visita di Stato, in programma da tempo, ha subito slitta,enti a causa della pandemia. Lo scambio di saluti ha evidenziato il desiderio di rafforzare i legami di collaborazione tra le due nazioni. La figura di Enrico Mattei – ha detto a riguardo Mattarella al Presidente Abdelmadjid Tebbounesimboleggia in maniera molto forte l’amicizia lunga che c’è tra Algeria e Italia.

Ringrazio il Presidente per l’accoglienza così amichevole che ha riservato a me e alla delegazione che mi accompagna.

Ho detto al Presidente che sono davvero felice di essere qui ad Algeri per realizzare questa Visita di Stato che era programmata un anno addietro e che la pandemia ci ha costretto a rinviare.

Algeria e Italia hanno dei rapporti profondi, che affondano nel tempo. Per lItalia, l’Algeria è un partner strategico, e intendiamo consolidare questo rapporto strategico.

Abbiamo parlato come il Presidente ha ricordato di una nostra collaborazione economica eccellente, che è anche in grande ripresa dopo la pausa che la pandemia ha recato in tutto il mondo e che intendiamo sviluppare in maniera crescente, ampliandola ad ambiti ulteriori rispetto a quelli già in campo, già utilizzati, e che vedono una grande collaborazione.

Desideriamo anche intensificare i nostri rapporti di carattere culturale, per il legame che c’è di simpatia e di affinità tra algerini e italiani.

Per sviluppare tutti questi rapporti, desideriamo intensificare il nostro dialogo; e lauspicio che abbiamo scambiato con il Presidente Tebboune è che si possa riunire presto il quarto Vertice intergovernativo tra Algeria e Italia per mettere a punto e sviluppare così tutte le forme di collaborazione possibili.

Abbiamo anche parlato dei rapporti tra Algeria e Unione europea. L’Italia sospinge lUnione europea a un rapporto sempre maggiore con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, anche perché sono la porta per la collaborazione con il continente africano che per l’Europa è fondamentale.

È nostra convinzione che il futuro di Africa ed Europa sia un futuro necessariamente comune. E in questo rapporto l’Algeria è un punto decisivo.

Il documento che lUnione europea ha approvato in aprile sviluppa queste prospettive, e speriamo che cresca la collaborazione in maniera positiva sotto ogni profilo tra Algeria e Unione europea. Il felice rapporto che lega Algeria e Italia può essere di ispirazione.

La ringrazio molto, Signor Presidente, di questa accoglienza.

Sono lietissimo di andare domani (oggi per chi legge, ndr) a visitare il giardino che è stato intitolato a Enrico Mattei. Siamo molto grati di questa decisione. La figura di Enrico Mattei simboleggia in maniera molto forte l’amicizia lunga che c’è tra Algeria e Italia.

Così come sono felice di aver accolto il suo suggerimento di andare domani (oggi per chi legge, ndr) a visitare Annaba, che manifesta – anche lì – un forte legame che c’è tra le nostre culture.

Ancora grazie, Signor Presidente. Ho registrato la grande amicizia che c’è tra Algeria e Italia.

Dedicata a Fanin la ex sede Dc di San Giovanni in Persiceto. Il ricordo stilato qualche anno fa da Achille Ardigò.

A San Giovanni in Persiceto, vicino a Bologna, la vecchia sede della Dc è diventata ieri la sede del Patronato Acli. Alla cerimonia hanno preso parte Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale delle Acli, e Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare. La sede è stata dedicata a Giuseppe Fanin, ucciso nel 1948 in un agguato organizzato da tre braccianti comunisti. Riportiamo il testo integrale del ricordo – pubblicato nel Supplemento al n. 38 de “La Discussione” del 5 novembre 1988 – che del giovane sindacalista cristiano fece Achille Ardigò.

La prima cosa che colpiva in chi conosceva Giuseppe Fanin era il fatto che lui non si presentava come un giovane genericamente cristiano ma come una persona ch aveva compiuto una scelta di ‘personalizzazione’ della Fede. Era cioè, non solo un cristiano convinto, ma possedeva anche una forte carica di soggettiva spiritualità; e ciò anche grazie ad una meravigliosa combinazione formativa che veniva da un lato da una eccezionale famiglia di contadini veneti, e dall’altro dall’esperienza della FUCI. Il grande disegno dell’allora Mons. Montini era appunto quello di formare dei professionisti cattolici che non fossero assorbiti dalla cultura prevalente.

Un altro dato che emrge chiaro nella lettura della figura di Fanin è il suo essere ‘riformatore’, che prelude al grande sforzo riformatore degli anni ’50, e che in lui era già anticipato. Un esempio di questo è ravvisabile nel contratto di compartecipazione per il quale Fanin si batté strenuamente non in chiave ideologica né anticomunista ma perché vedeva in esso uno strumento di crescita economica e sociale per i lavoratori della terra.

Ma essere riformatori in provincia di Bologna era drammaticamente difficile, in una situazione in cui erano molto pochi i coltivatori diretti e con una mezzadria conquistata durante la Resistenza dal PCI. Era difficile a causa del problema drammatico dello stalinismo che nelle campagne bolognesi si presentava nei suoi aspetti più duri e intolleranti. A lungo i comunisti seguirono la logica del ‘collettivo’ bracciantile anche se la famiglia contadina stava emergendo come forte soggetto sociale.

Il martirio di Fanin obbedisce ad una strategia politica precisa dei vertici comunisti e ad un disegno preordinato dall’alto. L’inasprirsi del clima d’intolleranza nelle campagne era dovuto a tre fattori principali: la rottura dell’unità sindacale, la legge sulla proprietà contadina, l’istituzione degli uffici statali di collocamento.

Fanin tenta la carta della compartecipazione famigliare che erode il latifondo e batte sull’altro versante lo stalinismo sotto la forma dei ‘collettivi’. Il riformista è colui che sceglie la strada più difficile; è più facile infatti schierarsi o con gli uni o con gli altri. In prospettiva storica lo sforzo intermedio tentato da Fanin di fare crescere un riformismo che fosse fondamentalmente centrato sui valori di perequazione e di progresso economico e civile in queste zone è stato veramente un’impresa impossibile da realizzare; per essa egli ha pagato con la vita.

«Chiesa, dove sei? Una comunità dal volto sinodale». L’editore Gabrielli propone un testo di viva attualità.

Dopo duemila anni di cristianesimo «è soltanto laurora», ha affermato Giovanni XXIII, inaugurando il Concilio Vaticano II. Voleva rinnovare la Chiesa che, secondo il cardinale Martini, «è in ritardo di 200 anni». Per ringiovanirla, papa Francescopropone un processo, un cammino condiviso di sinodalità, dal basso.

Gli autori, a partire dalla domanda: Chiesa, dove sei?, pongono le premesse perché i cristiani si chiedano dove la Chiesa possa dirigersi, con quali mezzi purificarsi, come tendere alla perfezione cambiando continuamente. Attraverso una teologia che nasce da una riflessione sullesperienza di fede vissuta dal popolo di Dio e favorendo una metodologia sinodale, sognano una Chiesa capace di ascoltare e di coinvolgere tutti a vivere quel battesimo che ci rende non solo cristiani, ma Cristo stesso. Leternamente giovane, originale, inedito. Il Risorto del Terzo millennio.

«Con il contributo del vostro libro molti potranno maturare una mentalità e uno stile sinodale, reso più accessibile e familiare da un approccio al tema come quello della teologia narrativa. [] La vostra fatica e la fatica di tanti contribuisca a far crescere in tanti il desiderio e la volontà di camminare insieme”» (dalla Prefazione del Card. Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi).

DallIntroduzione:

«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo Millennio». Non lascia dubbi laffermazione di papa Francesco nel discorso pronunciato il 17 ottobre 2015, in occasione del 50° dellistituzione del Sinodo dei vescovi da parte di Paolo VI.

Si può indicare proprio nella sinodalità il filo conduttore del Magistero di Bergoglio. Una sinodalità – dimensione costitutiva della Chiesa nella quale avviene una manifestazione particolare dello Spirito.

Sinodo” è vocabolo della Chiesa antica ma laggettivo sinodale” è una maturazione della coscienza ecclesiale di oggi, che ci induce a educarci ed educare a quello che papa Francesco descrive come cultura dellincontroe coraggio dellalterità”, inaugurando un processo sinodale che coinvolga in un cammino comune la Chiesa che è in Italia. Camminare e sognare insieme è la parola di vita di questa stagione ecclesiale.

Per innescare questo cambiamento nelle nostre comunità occorre rifondare una nuova alleanza fra teologia e pastorale. «Non dimentichiamo che anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. Teologia e pastorale vanno insieme».

Con il presente testo vorremmo condividere ciò che sogniamo: una Chiesa appassionata allumano e impregnata di Cielo. Come teologi-pastori, intendiamo fare la nostra parte e contribuire a far passare la scienza teologica da una teologia delle cattedre a una riflessione sullesperienza di fede vissuta dal popolo di Dio, offrendo già nellelaborazione metodologica di questo nostro testo lesempio non di uno studio individualistico (teologia individualistica) ma di una teologia sinodale.

Abbiamo scritto insieme questo libro in un confronto, in un dialogo tra amici: ci siamo incontrati più di trentanni anni fa, allAccademia Alfonsiana di Roma e, anche a distanza, abbiamo sempre mantenuto un mutuo rapporto di amicizia e di preghiera. Ognuno di noi si esprime a partire dalla propria sensibilità, dal proprio stile di vita, dalle diverse esperienze pastorali e di insegnamento accademico. Abbiamo condiviso un cammino di ricerca e animato un convegno dal titolo ChiesaDove sei?, per confrontare le nostre intuizioni con i fedeli della diocesi di Acireale. Sono così nati sette capitoli-percorsi di riflessione che adesso condividiamo, con la speranza che spesso il lettore chiuda il nostro libro e apra il suo diario, annotando nuove idee utili a ringiovanire la Chiesa.

Ci auguriamo che le nostre intuizioni possano offrire diversi spunti atti a delineare un volto di Chiesa sinodale, bello e concreto. Ci siamo espressi con uno stile narrativo laddove è stato possibile e con lintento di alimentare speranza, fraternità emisericordia per la Chiesa e quindi per tutti noi che, al di là dei nostri limiti e peccati, siamo grandi e belli perché siamo cristiani. Anzi, siamo Cristo.

(Valentino Salvoldi Vittorio Rocca)

Per saperne di più

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Ora Torino può invertire la rotta: Il commento di Merlo.

Ci sono adesso, grazie alla possibile collaborazione tra il neo-eletto sindaco Lorusso e il Presidente della Regione Cirio, tutte le condizioni per far sì che anche la politica ritorni ad essere protagonista e, con essa, la capacità di indicare concretamente quasi sono le reali necessità che attengono allo sviluppo e alla crescita del Piemonte.

Dopo la parentesi grillina Torino si appresta, seppur lentamente, a risalire la china. È inutile ricordare che il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e con una scarsa cultura di governo del grillismo ha prodotto danni incalcolabili per la città e, di conseguenza, per tutto il suo hinterland. È appena sufficiente ricordare la vicenda delle Olimpiadi invernali del 2026 che, dopo la ritirata misteriosa e grottesca della città di Torino, sono state aggiudicate a Cortina e a Milano. Con un esborso di risorse pubbliche gigantesche, senza tenere conto che Torino con le sue valli olimpiche conservano impianti e strutture del tutto inutilizzate dopo levento di Torino 2006 che, se ristrutturate e modernizzate, consentirebbero un massiccio risparmio di denaro pubblico. Ma tant’è.

Eppure, c’è stata una stagione – negli ultimi anni – nella politica torinese e piemontese particolarmente feconda e positiva. È stata quella con Sergio Chiamparino Sindaco di Torino e Enzo Ghigo Presidente della Regione Piemonte allinizio degli anni duemila. Due persone profondamente diverse tra di loro ma che seppero, seppur in un momento favorevole per questo territorio, costruire quella coesione istituzionaleche riuscì ad affrontare e gestire le problematiche che si affacciavano di volta in volta di fronte alla nostra agenda. Una coesione istituzionaleche non metteva in discussione, come ovvio, le rispettive appartenenze politiche e gli opposti schieramenti politici. E, pur senza cedere ad alcuna deriva consociativa, in quella stagione la politica torinese e piemontese seppe fare un salto di qualità non solo a livello istituzionale. Certo, la gestione dellevento olimpico favorì indubbiamente quella convergenza istituzionalema è indubbio che quando ci si trovava di fronte a nodi decisivi e cruciali per il futuro di questo territorio non mancavano il confronto, la dialettica anche aspra, la definizione delle priorità ma, soprattutto, la ricerca delle soluzioni concrete.

Ora, per non dilungarci eccessivamente sul passato, mi pare di intravedere e di cogliere che quel clima politico potrebbe ripetersi dopo le recenti elezioni torinesi. Due persone – Lorusso a Torino e Cirio in Regione – che hanno le caratteristiche, lapproccio e la modalità giuste di agire per riprodurre quella coesione istituzionaleche in questi ultimi anni è sostanzialmente evaporata per svariate motivazioni. Certo, il progressivo esaurimento della deriva populista sotto questo aspetto è un dato sicuramente incoraggiante. E questo perchè, molto semplicemente, dal populismo anti politico, demagogico e qualunquista è difficile trarre una cultura di governo adeguata e, soprattutto, capace di tessere relazioni funzionali a fissare le giuste priorità per il bene e la crescita del territorio. Non a caso, sono prevalse in questi anni pregiudiziali ideologiche, veti politici e ricette bislacche che hanno, di fatto, bloccato una costruttiva e feconda convergenza istituzionale. Con risultati che non hanno certamente aiutato per un vero governo del territorio.

A questo punto, forse – almeno stando ai primissimi passi del neo Sindaco di Torino e alla conoscenza già consolidata del Presidente Cirio – ci sono tutte le condizioni per far sì che anche la politica ritorni ad essere protagonista e, con la politica, la capacità di indicare concretamente quasi sono le reali necessità che attengono allo sviluppo e alla crescita del Piemonte. Per fare un solo esempio, se si apre la possibilità per rivedere il famoso dossier olimpicoin vista dellevento internazionale del 2026 causa le enormi criticità tecnico/organizzative e dopo laggiudicazione a Milano e Cortina, tanto vale fare uno sforzo per capire se Torino e il Piemonte possono ancora giocare un ruolo. Alla luce, anche e soprattutto, di una cattiva gestione del post olimpico che ha lasciato pesanti strascichi nei territori che sono stati sede delle Olimpiadi di Torino 2006.

Dunque, Torino può apprestarsi ad invertire la rotta dopo anni di stasi e di immobilismo. Il populismo dei 5 stelle sta arrivando al capolinea dopo lubriacatura – seppur applaudita da larghi settori del cosiddetto sistema Torino– di un recente passato. E per poter centrare questo obiettivo la cosiddetta convergenza istituzionale” è una risorsa e una prassi da riprendere con forza e con convinzione. Non sempre, come sostengono i populisti di destra e di sinistra, il passato è solo da cancellare, da archiviare o da criminalizzare politicamente. A volte si può e si deve anche recuperare. Per il bene e la crescita dei singoli territori.

Perché Calenda “ama” il Giubileo? Bisogna stare attenti a non travisare il significato di un evento religioso.

L’ultima volta il Papa è andato in Africa per l’inaugurazione dell’Anno Santo. Bisogna evitare, dunque, di alterare il valore dì un appuntamento cosi forte della cattolicità, denso dì implicazioni per la vita civile, che Francesco ha inteso riportare alle sue radici più autentiche: quelle della spiritualità e della solidarietà umana. Ciò rappresenta fin d’ora un chiaro monito per gli amministratori capitolini.

Non ha dato l’idea, in campagna elettorale, di coltivare un rapporto significativo con il mondo cattolico. Laico di formazione, madre valdese, politicamente liberal-socialista, Calenda concepisce il suo impegno pubblico con un certo distacco dalla tradizione cattolico democratica, sebbene esibisca la presenza in Azione di validi collaboratori più vicini a questa linea di pensiero e di azione politica. Non basta, tuttavia, un sodalizio ancora acerbo a qualificare un’apertura o un interesse, a meno di consacrare un gesto di attenzione minimale come architrave di una proposta a largo raggio.

Stupisce, pertanto, che sia stato proprio lui a rivendicare un ruolo di prima piano in vista dell’evento giubilare del 2025. Un suo commento alle voci ricorrenti non lascia adito a dubbi: “Che vada a noi la presidenza della commissione Giubileo? Potremmo essere interessati”. Poi, a scanso di equivoci, ha voluto precisare: “Giuro che nessuno ci ha detto niente”. Ciò significa che se Gualtieri è disponibile, anche Calenda è pronto ad accogliere la proposta di incarico (per sé o per uno dei suoi eletti in Consiglio comunale).

Ora, perché questo balletto attorno al Giubileo? Il Sindaco dovrebbe pensarci su due volte prima di intraprendere una strada che può portare al travisamento di una tappa fondamentale nel cammino del popolo credente. Papa Francesco l’ultima volta è andato ad aprire la Porta Santa a Blanqui, la capitale della Repubblica Centroafricana, rompendo così un’antica tradizione romanocentrica. Il suo magistero, in effetti, sollecita i fedeli a concepire il Giubileo in forme e modi più spirituali, fuori da un contesto di religiosità mondana. Non si vede il motivo, pertanto, che possa modificare direttamente o indirettamente questo forte indirizzo pastorale.

Ora, se la Città vuole disporsi a un’offerta di collaborazione, accompagnando alcuni gesti della cattolicità con il desiderio di avvalorare e sostenere un disegno generale, essenzialmente sotto il profilo delle “buone opere” possibili, tutto dovrebbe fare meno che indulgere alla logica di “grandi opere”, le quali, nel miglior dei casi, rientrano nel novero delle scelte finalizzate a un nuovo sviluppo urbano, di cui Roma ha certamente bisogno. Il governo dovrebbe tornare all’antico, astenendosi dall’attribuzione di risorse ad hoc, come la Roma dei Sindaci democristiani ebbe modo di constatare. Darida non ricevette sostegni governativi e dovette farsi carico autonomamente, per venire incontro a un desiderio di Paolo VI, di quel grandioso sforzo che portò alla eliminazione degli squallidi borghetti sparsi qui e là nelle periferie di Roma, dando finalmente casa a migliaia dì famiglie.

L’esperienza del passato torna utile. Per il prossimo Giubileo non servono nuove strutture ricettive o particolari servizi: basta e avanza ciò che fu realizzato nel 2000, semmai urge un’oculata attività che miri a consolidare l’esistente. Con mezzi poveri si può e si deve concepire un Giubileo che rechi, sul terreno della responsabilità politica posta al servizio di una Roma sofferente, il contrassegno della volontà degli amministratori capitolini a mettere in pratica il richiamo della Chiesa alla difesa dei deboli e dei poveri, con un afflato di autentico solidarismo. Diversamente, scontata la generosità dei propositi di Calenda, vien facile temere che alle buone intenzioni subentri quella “febbre del fare” che solitamente si accompagna, nelle vicende romane, a un amore per cose futili e incoerenti, senza un orizzonte di civile caritas.

Poletti e il governo della Chiesa come servizio. La sintesi degli interventi (RomaSette).

Il cardinale del convegno sui “mali di Roma” al centro della giornata di studi in Vicariato. In questa versione de Il Domani dItaliai due articoli di cronaca di RomaSette– in sequenza temporale di Roberta Pumpo e Michela Altoviti – sono stati unificati con qualche stralcio e piccole correzioni. In fondo sono leggibili, utilizzando i rispettivi link, nella versione originale.

«Un padre, un uomo di Dio, un maestro di sapienza, un pastore infaticabile nel suo impegno a favore dellunione». Questo è stato Ugo Poletti, cardinale vicario della diocesi di Roma dal 1973 al 1991, per il cardinale vicario Angelo De Donatis che la mattina del 4 novembre nellAula della Conciliazione del palazzo Lateranense, ha aperto i lavori del convegno di studi dedicato al porporato. Occasione per ricordare il suo impegno pastorale, limpronta da lui lasciata nella diocesi di Roma che, come amava ripetere, «non è una macchina da far camminare ma una famiglia da amare». Nel trentennale della conclusione del servizio come vicario della diocesi di Roma, luomo del dialogo, come in tanti lo hanno definito, «ha lasciato una grande eredità fatta di esperienze spirituali, di rinnovamento, di strutture, di creazione e potenziamento di opere di carità – ha detto De Donatis -. Sotto la sua guida la Chiesa di Roma si è interrogata sulla propria identità e sulle proprie responsabilità di fronte alle inquietudini che attraversavano la città. Oggi la sua operosità trova ampi riscontri nel cammino sinodale che la diocesi di Roma sta compiendo».

Lincontro, durante il quale sono intervenuti coloro che hanno conosciuto e collaborato con Poletti, è stato «fortemente voluto dal cardinale De Donatis» nellambito del cammino pastorale della diocesi che negli anni scorsi si è soffermato sullimportanza di fare memoria, come ha spiegato monsignor Walter Insero, direttore dellUfficio comunicazioni sociali del Vicariato. Diffuso anche lopuscolo, curato per loccasione da monsignor Leonardo Sapienza, che raccoglie testi, alcuni inediti e autografi, sul rapporto fra Paolo VI e Poletti.

Nel 1972 Poletti fu nominato pro-vicario generale di Roma e per esercitare il suo ministero pastorale «si rivolse ai parroci ha ricordato De Donatis perché collaborassero al fine di attuare il suo programma che fin dallinizio richiese il dialogo della Chiesa con la città, proprio in uno spirito di servizio e considerò urgente raggiungere i luoghi dove la Chiesa non era presente». Cinque mesi dopo, nel marzo 1973 divenne cardinale vicario e orientò la sua attenzione sulle realtà sociali emarginate dalla scena cittadina. Da questo suo impegno prese le mosse il celebre convegno sui mali di Romadel 1974. Il suo programma pastorale, ha aggiunto il vicario del Papa, «ebbe come obiettivo la formazione di una comunità cristiana autentica, capace di vivere in unità e in comunione di carità ad ogni livello. Solo così la comunità cristiana sarebbe stata segno profetico, avrebbe testimoniato la verità nella carità, si sarebbe posta al servizio della giustizia».

Giuseppe De Rita, presidente del Censis, che collaborò allorganizzazione del convegno del 1974, ha posto laccento su tre fronti sui quali Poletti si impegnò, a partire «dalla soggettualità sociale della Chiesa romana che nacque con lui negli anni 70». Si è fatto inoltre promotore di «una Chiesa di popolo la cui crescita veniva dal basso. Suo grande tentativo è stato quello di combinare la responsabilità sociale con quella pastorale con attenzione alle periferie, alla formazione dei parroci e ai diversi settori della società civile».

Mauro Velati, ricercatore di Storia della Chiesa, parlando dellattività pastorale di Poletti, che dal 1946 al 1951 fu parroco a Borgo San Martino, nella periferia di Novara, ha dato risalto alla volontà di essere «padre di tutti, non solo dei frequentatori della parrocchia. Era proprio ai più lontani che rivolgeva più spesso il suo pensiero». Nel 1964 fu chiamato a Roma a dirigere le Pontificie opere missionarie (Pom) e «il suo obiettivo ha detto Augusto DAngelo, docente di Storia contemporanea alla Sapienza fu quello di preparare le Pom al post-Concilio e portarle a una visione universale del sacerdozio». Dal 1967 al 1969 Poletti fu arcivescovo di Spoleto e Valerio De Cesaris, rettore dellUniversità per Stranieri di Perugia, ha messo in risalto che «in soli due anni il suo episcopato segnò una svolta nella vita della Chiesa a Spoleto. Laspetto centrale del suo operato fu il tentativo di indirizzare fin da subito la diocesi nella via della ricezione del Concilio».

Ai lavori pomeridiani del convegno di studi dedicato al porporato a trentanni dalla conclusione del suo servizio pastorale, che si è svolto ieri, 4 novembre, nellAula della Conciliazione del Palazzo del Vicariato, sono intervenuti Marco Impagliazzo, professore di storia contemporanea allUniversità Roma Tre, e Andrea Riccardi, docente emerito della stessa disciplina e del medesimo ateneo.

«Dopo il Vaticano II ha spiegato Impagliazzo Paolo VI volle attuare unopera vigorosa di rinnovamento nella Chiesa di Roma, per la quale servivano persone nuove e Poletti rappresenta un elemento di rottura con la tradizione essendo il primo vicario in epoca contemporanea a non essere già cardinale al momento della nomina, né un ecclesiastico di fama. Il Papa lo nominò dopo aver consultato alcuni parroci romani dopo la morte improvvisa del cardinale Angelo DellAcqua», perché «nei tre anni di attività come vicegerente si era impegnato in un rapporto diretto e personale con il clero diocesano e inoltre conosceva già bene la città e le sue periferie, dove si recava spesso guidando da solo la sua macchina. Era dunque una figura pastorale, su cui il Papa voleva puntare per ricomporre la diocesi, polarizzata da forti tensioni». Fu in quel contesto, ha continuato lesperto, che «maturò il convegno del febbraio 1974 sulle attese di carità e giustizia della città, meglio conosciuto come il convegno sui malidi Roma». Nella conferenza stampa di presentazione dellevento, «il cardinale Poletti pronunciò parole radicali ha ricordato Impagliazzo -, chiedendosi: Ha la Chiesa qualcosa da dire alla società di oggi? Ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile, e fu per questo duramente criticato, specialmente dalla Dc e da Andreotti».

Anche Riccardi ha evidenziato come «Poletti, che aveva in realtà unidea di governo della Chiesa come servizio, sullo stile di Paolo VI, venne criticato per il suo modo di operare, accusato di essere un accentratore perché decideva sempre come pensava lui» mentre «era un uomo mite, di letture e di incontri, nonché uno scrupoloso amministratore». Più di tutto, «nei 20 anni di attività a Roma ha continuato lo storico si è fatto conoscere per la sua capacità di relazione», perché essere il cardinale vicario «per lui significava prima di tutto entrare in contatto con il mondo cattolico con un approccio inclusivo di tutte le realtà e non gestire una struttura».

Anche i tre interventi che hanno interessato la tavola rotonda moderata dalla giornalista Monica Mondo hanno messo in luce sia la «sapienza di governo» di Poletti, sia la sua umanità. «Considero il cardinale un padre e un maestro ha detto il vescovo Luca Brandolini, vicario dellarciprete della basilica lateranense, già direttore dellUfficio liturgico e ausiliare con delega alla Pastorale sanitaria su nomina dello stesso Poletti -. Tutto quello che ho imparato, sia sotto il profilo umano che pastorale, lho imparato da lui». Il vescovo emerito di Alife-Caiazzo Valentino Di Cerbo, che con Poletti vicario guidò il Centro pastorale per levangelizzazione, ha ricordato come «dal Concilio Vaticano II aveva attinto uno slancio pastorale che ha interessato tutta la sua vita, conferendo dinamismo alle strutture del Vicariato e stabilendo rapporti positivi con le realtà ordinarie della diocesi». Infine, monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, ha riferito che «Poletti mi confidò come per lui Roma era una città da servire ma soprattutto da amare». A chiudere i lavori, il cardinale vicario Angelo De Donatis, che si è detto «grato per questa giornata, che rimarrà nel cuore. Fare memoria è stato importante perché ci ha portato a dire ancora una volta grazie per la nostra Chiesa di Roma».

Ugo Poletti, artefice del dialogo con la città (Roberta Pumpo – 4 novembre 2021)

https://www.romasette.it/ugo-poletti-artefice-del-dialogo-con-la-citta/

Poletti e il governo della Chiesa come servizio (Michela Altoviti – 5 novembre 2021)

https://www.romasette.it/poletti-e-il-governo-della-chiesa-come-servizio/

Covid 19, il green pass funziona.

Dall’iperscetticismo alle normali ovvietà che non tutti vedono.  L’impegno nel trovare e far rispettare un metodo.

Nonostante le evidenze scientifiche e la lungimiranza di alcune scelte coraggiose (al costo di essere talvolta impopolari) siano confermate quotidianamente dai numeri, è curioso se non incredibile come molte persone sembrino non comprendere affatto concetti semplici e preferiscano lanciarsi in pittoresche elucubrazioni di ogni tipo: cospirazioniste, complottiste, negazioniste.

Quali meccanismi cognitivi portano alcuni individui a declinare questo iperscetticismo esasperato verso mille sfumature, al punto da perdere completamente contatto con i concetti basilari di alfabetismo funzionale? Le posizioni sono tanto contrapposte da essere ormai inconciliabili, Zenit e Nadir al limite dello scontro social.Da una parte chi sostiene di ragionare con la propria testa, a cui piace firmarsi con hashtag come #sveglia e dallaltra chi allarga le mani indicando l’ovvietà di certi concetti basilari, come in un meme di Khaby Lame.

In Russia si contano più di 1200 morti per Covid ogni 24 ore. Putin ha imposto un lockdown totale di 9 giorni nella speranza di arginare la situazione. In Romania si conta un decesso per Covid ogni 5 minuti. Quasi 20.000 nuovi casi al giorno. Il premier ha dichiarato la situazione una catastrofe umanitaria. In Austria, con 220 posti occupati in terapia intensiva sul tetto massimo preventivato di 300, Schallenberg sta predisponendo un lockdown selettivo solo per non vaccinati. Nel Regno Unito è emergenza negli ospedali e crollano tutti i pilastri del piano Johnson, al punto che il premier sta valutando l’introduzione di un GreenPass e del vaccino obbligatorio per i sanitari. 36.000 nuovi casi in meno di 24 ore. In Bulgaria la disponibilità di apparecchi ventilatori e assistenza è esaurita e il Premier ha annunciato di essere sul punto dinviare all’estero i malati di Covid perché il Sistema Sanitario è letteralmente travolto. In Slovenia si è registrato il numero più alto di nuovi casi degli ultimi 10 mesi. In Germania si stanno toccando i 13.000 nuovi casi al giorno: il 57% in più rispetto a due settimane fa. In Cina molte città sono già serrate in lockdown. In Francia è stato prorogato il GreenPass sino al 2022.

Appare chiaro ed evidente a tutti che la situazione italiana sia nettamente meno allarmante. Quantomeno, è la meno peggio.Tutto sommato, qui, si ha ancora la parvenza di una quasi normalità, con le dovute precauzioni. Il piano Draghi, la sua visione al di là di tutto e tutti, l’impegno nel trovare e far rispettare un metodo, nel darsi una linea dura e nel saper tirare dritto anche a costo di scelte impopolari sta ripagando e ora viene preso ad esempio da tutto il mondo.

Il GreenPass funziona.

Eppure, qui, c’è chi ostinatamente continua a voler svegliarela collettività rifiutando ogni dato statistico verificato, ogni numero ufficiale, ogni organo di stampaTranne quando, opportunamente estrapolato e decontestualizzato, può dare la lontana parvenza di essere in qualche modo utile a quello spengo la TV e ragiono con la mia testadi cui sopra. Un moderno far tappetino con la polvere, insomma. Intanto, nelle zone in cui si è per così dire manifestatosi registra ad un netto peggioramento della situazione, con picchi geografici ben precisi. La firma è chiaramente sempre quella: #sveglia.

Lo sviluppo e la trasmissione ereditaria dell’intelletto sono uno dei cardini dell’evoluzionismo. Possiamo inquadrare questo momento storico particolarissimo come l’evidenza dell’inizio di un processo d’involuzione della Specie e vedere noialtri come individui resistenti a questo processo, oppure identificare anch’esso nella timeline evolutiva come momento in cui si è palesata l’evidenza che alcuni individui non siano dotati affatto di quelle facoltà intellettuali superiori dell’uomo, quali raziocinio, astrazione, autocoscienza, ecc.. Per motivi genetici, o per il mancato esercizio di tali facoltà.

Quest’ultimo caso è molto affascinante, perché apre all’interpretazione del progresso tecnologico stesso quale uno degli strumenti, se non lo strumento, con cui la nostra Specie sta proseguendo la selezione e l’evoluzione. C’è chi lo cavalca, padroneggiando con disinvoltura e chi ne è succube ma, paradossalmente, lo esibisce come proprio vanto.

Unione Europea. Patto di stabilità e crescita: ritorno al futuro. Il focus dell’ISPI.

Il PSC era sotto esame già prima del Covid, ora entra nel vivo la discussione attorno a ciò che qualifica la sua (re)introduzione. In Italia, purtroppo, non si hanno segni di attenzione.

 

La crisi economica da Covid-19 ha reso necessario sospendere il Patto di Stabilità e Crescita (PSC). Un inevitabile (e giusto) liberi tuttiche è però a scadenza. A meno di sorprese (ed evoluzioni negative legate al Covid), il PSC rientrerà in vigore allinizio del 2023. Manca quindi poco più di un anno per capire se tornerà con il suo ben noto – e da alcuni temuto – carico di vincoli (come il famoso 3% del deficit/Pil e il 60% del debito/Pil) o se verrà sostituito da un Patto tutto nuovo.

La Commissione europea stava già pensando di riformarlo nellambito di una revisione dellintera governance economica europea nel febbraio del 2020, appena prima che il coronavirus irrompesse in Europa. Da allora non solo il Patto ma anche la discussione sul suo futuro hanno ceduto il passo alle iniziative europee per far fronte alla crisi economica. Ma mentre nellUE torna la crescita (con 24 paesi su 27 che torneranno ai livelli pre-crisi già entro fine anno e i rimanenti che recupereranno entro il prossimo), la Commissione riavvia il dibattito con una Comunicazione     che fa il punto e cerca di tracciare per grandi linee la direzione del Patto post-pandemia. Cosa ci aspetta dunque? Lo stesso Patto? Uno più morbido o uno ancora più rigoroso? E cosa dovrebbe augurarsi lItalia?

Nel febbraio 2020 la Commissione europea faceva una valutazione della governance economica europea, includendo principalmente il PSC e la Macroeconomic Imbalance Procedure (MIB) che monitora 14 indicatori principali che dovrebbero segnalare possibili squilibri macroeconomici sia interni (indebitamento pubblico e privato, disoccupazione, sviluppo dei mercati finanziari ecc.) sia esterni (saldo delle partite correnti, quota di export mondiale, costo del lavoro ecc.). La stessa Commissione riconosceva diverse lacune testimoniate da uneconomia europea con un potenziale di crescita basso, da una inflazione persistentemente bassa (almeno allora) e da livelli di debito stabilmente alti soprattutto in alcuni Paesi. 

Era la stessa Commissione europea dunque a segnalare che, malgrado gli sforzi fatti negli anni passati usando questi strumenti, rimanevano vari problemi: le politiche fiscali degli Stati membri risultavano tendenzialmente pro-cicliche (non si riduceva sufficientemente la spesa in periodi di crescita, per poterla poi espanderla in quelli di crisi); gli investimenti non venivano finanziati a sufficienza (contrariamente alla spesa corrente elettoralmente più utile per i leader politici); la relazione tra PSC e MIB allinterno del Semestre europeo non risultava sufficientemente adeguata (oltre a presentare duplicazioninel monitoraggio, come nel caso del debito pubblico). Per non parlare di vari dubbi che molti sollevavano in merito ad alcuni problemi metodologicinel procedere al monitoraggio (come per la definizione e calcolo delloutput potenziale) e ad alcuni aspetti non adeguatamente considerati (come la relazione tra la politica monetaria e quella fiscale o gli effetti delle politiche fiscali nazionali sugli altri Paesi membri).

Insomma, diverse criticità pesavano sullintero modello di governance economica europea già prima del Covid e da più parti si chiedeva una revisione delle regole soprattutto nella direzione di una maggiore crescita.

 

Nel 2023 il PSC dovrebbe tornare a essere applicato e ad ottobre la Commissione europea ha scritto una Comunicazione che mette in luce non solo le criticità pre-Covid, ma anche quelle post-Covid, avviando al contempo una consultazione pubblica. La Commissione invita quindi a prendere in considerazione anche le lezioni imparate durante la pandemia. Lobiettivo generale che si intende perseguire con questa riforma riguarda la riduzione del debito pubblico (soprattutto in alcuni Paesi, Italia inclusa) da attuare però in modo che risulti sostenibile e growth-friendly. Si richiama poi la necessità di rinforzare la natura anti-ciclica delle politiche fiscali e di sostenere gli investimenti nella direzione soprattutto della transizione verde e digitale. Il tutto in un quadro di norme chiare, trasparenti e in grado di far emergere il livello di compliancedei vari Stati membri (al posto di quelle odierne che lasciano ampi margini di discrezionalità e interpretazione). Volendo quindi sintetizzare: puntare a una crescita più forte, equa e sostenibile, maggiori investimenti e un più stretto monitoraggio sul come– oltre che sul quanto” – spendono gli Stati membri. È da questa impostazione che si dovrebbero poi far discendere le regole specifiche, decidendo quanto salvare dalle vecchie e quanto invece cambiare.

Diverse proposte concrete sono già state avanzate. Tra queste quella dello European Fiscal Board che propone di eliminare le incertezze e interpretazioni a cui si presta il PSC con tutte le modifiche introdotte nel tempo (incluse quelle del Six Pack che imporrebbeuna riduzione di 1/20 allanno rispetto alla differenza tra il debito/Pil attuale e lobiettivo del 60%). Al suo posto si identificherebbe un unico vincolo (riduzione del rapporto debito/Pil al 60%) differenziato per Paese (più stringente per quelli più indebitati, ma con percorso rivedibile) e basato su un rigoroso controllo della spesa pubblica (net primary expenditure), con la possibilità di derogarvi (ad esempio in gravi situazioni di crisi) a fronte di una valutazione operata da un organismo indipendente.

Per un Paese altamente indebitato come lItalia si tratterebbe di una opzione auspicabile rispetto a quella odierna (riduzione di 1/20 allanno)? Secondo alcuni calcoli nei primi anni gli sforzi richiesti allItalia sarebbero inferiori, per poi aumentare negli anni a venire. Forse anche troppo, al punto che vengono suggerite alcune modifiche sul ritmo di riduzione del debito per rendere gli sforzi più uniformi (ovvero senza eccessivi picchi) nel tempo.

Queste muovono dalle stesse premesse: la constatazione che durante le fasi di consolidamento dei conti pubblici (e conseguente riduzione del debito) sono gli investimenti a farne la spesa. È quello che è successo con la precedente crisi finanziaria quando Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia hanno tagliato a metà la loro spesa per investimenti, mentre aumentava (di circa il 5%) la spesa corrente. Una situazione che inevitabilmente riduce le potenzialità di crescita di questi Paesi. E che potrebbe rendere impossibile perseguire gli ambiziosi obiettivi ambientali dellUE che richiederebber. investimenti annuali (pubblici e privati) per circa 980 miliardi di euro nellUE per raggiungere la neutralità ambientale entro il 2050. Si propone quindi di scorporare gli investimenti pubblici necessari per raggiungere questi obiettivi dal calcolo del deficit-debito (green golden rule), lasciando per il resto il PSC così com’è.

*Antonio Villafranca, Direttore di ricerca ISPI

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/patto-di-stabilita-e-crescita-ritorno-al-futuro-32259

Sinistra sociale, ora serve alla politica.

Anche in un contesto come quello contemporaneo è utile e necessario riavere una sinistra socialeche sappia qualificare e rafforzare, sotto un profilo squisitamente politico, la spinta riformista partendo dalla rappresentanza dei ceti popolari. Una dimensione che per troppo tempo è stata trascurata.

Il contesto politico, sociale ed economico contemporaneo è destinato a cambiare profondamente dopo la terribile e devastante emergenza sanitaria che, purtroppo, non demorde ancora. Ce lo ricordano quotidianamente i numeri. Un cambiamento profondo che ha dato vita a nuovi stili di vita e a nuovi comportamenti. Personali e collettivi. Ma, soprattutto, ha contribuito, al di là delle ingenti risorse che arriveranno nei prossimi anni nel nostro paese, ad acuire le disuguaglianze sociali, ad incrementare le povertà creando, al contempo, nuovi contrasti sociali. Ed è proprio partendo da questi dati, crudi e senza veli, che il ritorno dellennesima e ben più drammatica questione sociale” è destinata ad incrociarsi con la ristrutturazione del sistema politico italiano.

Certo, in un contesto del genere sarà difficile riproporre la ricetta populista grillina come soluzione miracolistica ai problemi che si affacciano di fronte alla nostra agenda. Una questione socialemolto diversa rispetto a quella di un passato, anche solo recente, ma comunque si tratta sempre dello stesso tema. Ovvero, di una crisi che produce e genera disuguaglianze tra i ceti – nella stagione ideologica si chiamavano classi– sociali e che rischia, se non governata politicamente, di avere effetti ben più drammatici rispetto allandamento di una normale società democratica.

E, come ovvio, si tratta di una dinamica che difficilmente può trovare risposte concrete e pertinenti – come già detto – nella riproposizione del populismo anti politico, qualunquista e demagogico, o nel massimalismo della sinistra e nè, tantomeno, in un liberismo tecnocratico e salottiero.

Ed è proprio su questo versante e in un contesto ancora ferito dal nulla della politicaprovocato dallirruzione e dal dominio ideologico del populismo grillino e da quello a trazione salviniana, che si rende sempre più necessaria la presenza politica di una vera ed autentica sinistra sociale. Non una esperienza testimoniale o vagamente nostalgica, ma una sinistra socialeche sappia raccogliere le istanze e le domande, sempre più pressanti, che emergono dalla nostra società frammentata e segmentata. Nessuno mette in discussione, com’è ovvio, la concreta ed efficace azione del Governo Draghi ma, prima o poi, la cosiddetta politica dei partitidovrà ritornare ad essere protagonista senza limitarsi ad appaltare ad altri il ruolo che le compete. Perchè occorrerà pur dire che in una situazione dove la politica non solo era in crisi ma a tratti anche impresentabile, non si poteva che chiedere aiuto a personaggi che, grazie alla loro levatura e alla loro autorevolezza nazionale ed europea, hanno saputo rialzare il prestigio del nostro paese dando risposte il più possibile consone con le aspettative concrete dei cittadini. Ma, come tutti sappiamo, le situazioni emergenziali prima o poi finiscono e lì è necessario essere attrezzati per non ricadere nellerrore appena denunciato.

E quando si parla di ristrutturare la geografia politica, al di là e al di fuori dei massimalismi e dei populismi di vario genere – presenti tanto sul versante della sinistra quanto su quello della destra – è di tutta evidenza che larea politica di centroche sta poter decollare non può non avere al suo interno una forte e marcata sensibilità sociale e di governo. Una sinistra socialedi governo, appunto, che sappia interpretare bisogni e istanze per troppo tempo relegate ai margini. Al netto della solita propaganda demagogica e qualunquista. Abbiamo grandi esperienze che possiamo recuperare dal passato e che non possono essere banalmente e grottescamente archiviate come premoderne o antistoriche. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla sinistra socialedi ispirazione cristiana che faceva capo, nella Dc, a Carlo Donat-Cattin per molto tempo e poi, in altre formazioni politiche, a quella di Franco Marini.

Una esperienza politica, culturale e istituzionale che ha saputo affrontare le questioni socialiche, di volta in volta, attraversavano il nostro paese con il loro carico di domande e di aspettative. Una sinistra socialeche sappia da un lato dispiegare un progetto politico allinterno di un partito e che, dallaltro, traduca questa ispirazione in concreti atti legislativi e parlamentari. Perchè la forza di uomini come Donat-Cattin o Marini non era solo quella di evocare la presenza indispensabile e decisiva di una sinistra socialeallinterno dei loro rispettivi partiti ma anche, e soprattutto, di farsi carico di quelle domande e di rappresentare, di conseguenza, autenticamente un pezzo di società. Ecco perchè, anche in un contesto come quello contemporaneo, è utile e necessario riavere una sinistra socialeche sappia qualificare e rafforzare, sotto un profilo squisitamente politico, la spinta riformista partendo dalla rappresentanza dei ceti popolari. Una dimensione che per troppo tempo è stata trascurata. Ora serve una profonda inversione di rotta.

Diritti e doveri. Tutti chiedono tutto, con una pericolosa assuefazione al distacco dalle responsabilità verso gli altri.

Quello che si afferma a vista docchio è la sindrome da risarcimento. Infatti, pare essere la patologia al momento più diffusa, persino in epoca di conclamata pandemia.

Appartengo ad una generazione che usava dire: domandare è lecito, rispondere è cortesia. Guardandomi in giro mi pare di capire che sia rimasta in vigore la prima parte di quellenunciato, mentre sullattualità della seconda ho dei dubbi del tutto personali.

Sarà forse che da qualche tempo a questa parte, in politica e nella società, si è riscontrato un accumulo di domande e una carenza o un difetto di risposte. In genere ci si limita alle promesse. Sarà anche vero che la cortesia non è uno stile ricorrente nelle relazioni sociali: mancando quella viene meno labitudine o la scelta di rispondere che a sua volta, dunque, non è più né un obbligo né un dovere. Ma senza essere pignoli o attenti osservatori dei costumi levidenza più marcata sembra essere lenorme crescita delle richieste provenienti da ogni persona, contesto o situazione.

Tutti chiedono tutto. Anzi pretendono tutto: basta rivendicare una ragione, ogni punto di osservazione delle cose diventa lombelico delluniverso. Non esistono evidenze oggettiva, le opinioni prendono il sopravvento. E se qualcuno resta insoddisfatto c’è sempre un torto da lamentare, una ingiustizia subita da stigmatizzare, la sindrome da risarcimento pare essere la patologia al momento più diffusa, persino in epoca di conclamata pandemia.

Non possiedo cognizioni adeguate per analizzare questa tendenza in modo scientificamente documentabile, mi guardo semplicemente intorno e colgo nei comportamenti più frequenti e intercettabili il segno di una deriva diffusa e radicata: la rivendicazione dei diritti, sotto qualunque profilo di considerazione individuale e sociale.

Se tutto spetta a tutti perché mai bisognerebbe ringraziare per entrarne in possesso? Ma soprattutto: quando mai tornerà (se tornerà) il tempo in cui qualcuno (senza vergognarsene) ci parlerà di rispetto delle regole e di doveri, magari partendo dal buon esempiopersonale, prima e vera lezione di vita, di senso civico, di riguardo per gli altri e di buona educazione?

Democrazia: provocazioni dal (mancato) voto locale. L’editoriale di “Aggiornamenti Sociali”.

Riportiamo il capitolo intitolato Non esiste un unico astensionismotratto dallarticolo di Padre Riggio, pubblicato sullultimo numero della storica rivista dei gesuiti di Milano.

La ricerca delle possibili ragioni per spiegare la contrazione significativa nel numero dei votanti deve tenere in conto la complessità della realtà. Alcuni non vanno a votare per disaffezione e disillusione: non si riconoscono in nessuna delle proposte politiche presentate, ritenute distanti, screditate, pubblicitarie, ecc., per questo ritengono inutile esprimersi. Diversa è la situazione di coloro che non sono critici nei confronti della politica, ma pensano che il loro voto non possa realmente incidere, perciò decidono di non sprecarlo. Questo comportamento si può verificare quando si considera come già acquisito lesito delle elezioni oppure quando si ritiene che non vi sia una grande differenza tra le proposte dei vari candidati e partiti, per cui la vittoria di uno o dellaltro non avrebbe significativi risvolti pratici. Poi vi sono coloro che sono semplicemente disinteressati ai temi politici o disinformati, a cui si aggiungono ma costituiscono un caso a parte e fisiologico quanti non possono recarsi al voto per ragioni oggettive (ad esempio, anziani, malati).

Volti distinti di un unico fenomeno, che viene in genere riassunto con la parola apatia: di fronte a una situazione che non suscita (o non suscita più) nessun tipo di passione, si resta indifferenti e passivi, non si trova più nessuna spinta effettiva a compiere unazione, in questo caso quella di votare. Laccento sullapatia pone lattenzione sui comportamenti dei cittadini, ma rischia di lasciare in ombra laltro polo in gioco, quello dellofferta politica e della sua qualità. In elezioni che non sono particolarmente contese, linvito a turarsi il nasofatto nel 1976 da Indro Montenelli non ha nessuna presa. Perché andare a votare quando ritengo che i vari candidati siano scarsamente preparati? Perché dovrei essere obbligato a comprare un prodottodi scarsa qualità?

 

Diversa è lastensione motivata dalla protesta, dalla sfiducia, dalla contestazione nei confronti del sistema istituzionale e politico nel suo insieme e sugli esiti delle politiche messe in atto. In questo caso le critiche hanno come obiettivo principale la classe dirigente, senza fare troppa distinzione tra quanti sono al governo, chiamati allesercizio del potere, e coloro che sono allopposizione, con il compito di dare voce ad altre visioni e soluzioni. Linsoddisfazione è tale che non si trova neanche una motivazione sufficiente per dare un voto di protesta a forze politiche che siano fuori dal sistema. Lastensione è allora il mezzo scelto per esprimere il proprio dissenso radicale nella sfera delle istituzioni, mentre le proteste nelle piazze danno voce, alle volte in modo convulso, a un malessere profondo.

Ci troviamo di fronte, pertanto, a fenomeni tra loro distinti, che si traducono in una scelta di astensione, più o meno consapevole secondo i vari casi. Nonostante questa varietà, si può comunque rintracciare un elemento di fondo comune: tanto lastensionismo apatico quanto quello di protesta segnalano che è venuto meno un tassello essenziale perché il circuito democratico, in particolare la relazione tra cittadini e istituzioni, possa funzionare adeguatamente. Questo tassello assente può essere identificato nella fiducia nella politica, nelladeguata informazione, nellinteresse per quanto accade nella propria città o nel proprio PaesePerò, in modo più radicale, ciò che è venuto a mancare è la percezione dellimportanza del proprio voto, che non è più ritenuto uno dei modi privilegiati per esprimere la propria voce nella società, per sostenere idee e soluzioni in cui si crede per interessi, bisogni e aspettative riconosciuti prioritari. Il crescente astensionismo certifica allora la sensazione di espropriazione della cittadinanza e di impotenza nutrita da quanti si sentono inascoltati e pensano che in ogni caso il loro voto non cambierebbe nulla, costretti a subire le conseguenze di decisioni prese sopra le loro teste. Una dinamica che si ritrova anche nei vari complottismi, che prendono sempre più forza nellultimo periodo e si alimentano proprio della sensazione di essere esclusi dai processi decisionali (cfr Riquer C., «Croyance et complotisme», in Ètudes, giugno-luglio [2021] 65-73).

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/democrazia-provocazioni-dal-mancato-voto-locale/

Salvare la Terra è possibile, ma… Gael Giraud sulla transizione ecologica. La sintesi di “formiche.net”.

In un saggio firmato su Civiltà Cattolica insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University, il padre della transizione ecologica sostiene che è necessario mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere lobiettivo di prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre.

Riccardo Cristiano

Gesuita ed economista, Gael Giraud è stato tra i primi a parlare e definire i termini della possibile e necessaria transizione ecologica. Ora, nei giorni del summit di Glasgow, torna a parlarne dalle colonne de La Civiltà Cattolica, da dove ha animato la discussione negli anni trascorsi.

Il suo saggio, scritto insieme a Loïc Giaccone della Georgetown University e che verrà pubblicato sabato prossimo, muove dal punto cruciale per Cop 26: mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, per raggiungere lobiettivo di prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico terrestre.

Per riuscirci occorre diminuire le emissioni di gas serra nella consapevolezza che la cattura e stoccaggio del carbonio industriale permetterà di assorbire solo una quantità marginale di carbonio rilasciato nellatmosfera: la conseguenza è che tutta lumanità deve puntare a emissioni prossime allo zero entro lultimo quarto di secolo. Così si stabilizzerebbe la temperatura globale.

Resta inteso che i Paesi in via di sviluppo potranno impiegare più tempo per raggiungere il tetto delle proprie emissioni, e che il raggiungimento dellobiettivo avverrà «sulla base dellequità, e nel contesto dello sviluppo sostenibile e della lotta alla povertà» (art. 4 dellAccordo di Parigi). Tuttavia, questo appello per unequa risoluzione della sfida ecologica rimane vago e ambiguo allinterno della comunità internazionale.

Ricostruita la situazione di monitoraggio concordata e gli aiuti previsti ai Paesi poveri per procedere sulla strada tracciata, il saggio prosegue ricordando che rispetto alla fase preindustriale la temperatura è già salita di 1,09 gradi nel periodo 2011-2020 e questo è determinato inequivocabilmente da attività umane. I cambiamenti sono senza precedenti e alcuni, quelli oceanici e delle calotte glaciali, irreversibili sulla scala di diversi secoli. Il volto delle terre emerse nel XXII secolo sarà irriconoscibile.

LIndonesia ha già cambiato capitale per la progressiva invasione di Giacarta da parte del mare, metà Bangladesh sarà sommerso nel 2050. Canicola e alluvioni sono il prodotto dellattività umana. Ma se gli sforzi umani non possono fermare linnalzamento dei livelli del mare, possono ridurre le catastrofi meteorologiche. I risultati si apprezzerebbero nellarco di un ventennio, stando alle risultanze del lavoro condotto dalla World Weather Attribution, che Giraud e Giaccone citano.

Lo studio indica che la soglia di rischio dellinnalzamento della temperatura, cioè una crescita di 1,5 gradi, potrebbe essere raggiunta nel 2030. Ma solo restando sotto questa soglia, o sotto quella dei 2 gradi, si eviterebbero scenari catastrofici. Il rapporto indica inoltre che in caso di proseguimento delle emissioni non si possono escludere eventi a bassa probabilità ma ad alto impatto, come lo scioglimento accelerato delle calotte glaciali, bruschi cambiamenti nella circolazione oceanica o anche la combinazione di diversi eventi estremi. La corrente del Golfo potrebbe allontanarsi dallEuropa e trasformare il clima di Parigi in quello di New York. Il permafrost siberiano potrebbe continuare a sciogliersi e rilasciare il metano in esso contenuto, accelerando bruscamente il riscaldamento fino a temperature che, secondo alcuni, potrebbero raggiungere +6°C o +7°C nel prossimo secolo. La sopravvivenza dellumanità sarebbe allora probabilmente a rischio.

Eccoci allora a Cop26 e alla necessità di rivedere quanto si sta conseguendo con gli accordi vigenti, che determinerebbero un riscaldamento di poco inferiore ai 3 gradi e quindi superiore al rischio possibile. Proseguendo così entro la fine del secolo si supererebbe anche la soglia dei 3 gradi, visto che non tutti rispettano gli impegni presi. Ma Cop26 risentirà nelle sue conclusioni anche del prodotto di unaltra emergenza, quella pandemica. Molti delegati africani con poche risorse ma soprattutto senza accesso al vaccino non possono recarsi a Glasgow e questo inciderà sui negoziati e i suoi risultati. Eppure i risultati che si conseguiranno nei prossimi anni di questo decennio saranno determinanti per tutto questo secolo, soprattutto per la battaglia decisiva, quella sulle emissioni.

Il secondo obiettivo della Cop26 è ladattamento ai disastri ecologici già in corso. Di questo non si tiene sufficientemente conto nelle politiche e nei negoziati sul clima, mentre gli impatti del riscaldamento globale sono sempre più forti, in particolare nei Paesi e nelle regioni più vulnerabili. Gli eventi estremi linnalzamento del livello del mare o i cambiamenti del ciclo dellacqua mettono in pericolo gli ecosistemi e le popolazioni, e questi impatti continueranno a intensificarsi e a diventare sempre più numerosi nei prossimi anni.

Se si considera che laccesso allacqua potabile in Italia potrebbe diminuire del 40% entro il 2040 si capisce perché Spagna e Portogallo stia già lavorando sulla desalinizzazione che però è energicamente molto costosa, dovrà essere verde, ma fotovoltaico ed eolico richiedono rame, minerale destinato a scarseggiare.

La speranza verrebbe dal fotovoltaico organico e quindi occorrerebbe, si avverte, un sistema bancario capace di finanziarlo urgentemente: Ma il settore bancario, per il momento, si rifiuta di fornire i finanziamenti necessari per questo cambiamento di marcia. Come mai? Perché molte grandi banche europee sono talmente dipendenti dai combustibili fossili che sarebbero in bancarotta se in futuro riuscissimo a fare a meno del carbone, del petrolio e del gas. Per poter garantire agli italiani laccesso allacqua potabile nel 2040, è quindi urgente regolamentare e risanare il settore bancario europeo.

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https://formiche.net/2021/11/cop-26-terra-civilta-cattolica-transizione-ecologica/

Mattarella, nel quadro dell’integrazione europea è «necessaria una connotazione interforze del nostro Strumento Militare».

Pubblichiamo il discorso integrale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della cerimonia di consegna al Quirinale delle insegne dellordine militare dItalia in occasione della giornata dellunità nazionale e delle forze armate.

Rivolgo un saluto molto cordiale ai rappresentanti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, al Ministro della Difesa, che ringrazio per il suo intervento, al Capo di Stato Maggiore della Difesa, ai Capi di Stato Maggiore dellEsercito, della Marina, dellAeronautica, ai Comandanti generali dellArma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, al Segretario generale della Difesa, al Generale Fornasiero per il Consiglio dellOrdine Militare dItalia.

Questanno ricordiamo quattro importanti anniversari: 160 anni dallUnità dItalia, 150 di Roma capitale, 100 anni dal trasferimento come pocanzi ricordava il Ministro – del Milite ignoto al Vittoriano, 75 anni della Repubblica.

Quattro momenti della nostra storia che solennizziamo in occasione del 4 novembre – data che segna oltre che la fine del Primo conflitto mondiale il giorno dellUnità nazionale e delle Forze Armate. Come di consueto lo celebreremo domani allAltare della Patria.

La decisione di onorare la salma di un caduto senza nome e, idealmente, così, di tutti coloro che non avevano trovato nemmeno la consolazione di una tomba, pose in luce lunità del Paese in un momento difficile, unendo in un sentimento di rispetto e di dolore i diversi atteggiamenti che avevano caratterizzato la società italiana di fronte alla guerra.

Erano trascorsi tre anni da Vittorio Veneto, e le fratture, le divisioni, le ferite aperte nella popolazione, sempre più consapevole e impaurita dagli immani effetti provocati dal conflitto, non accennavano a rimarginarsi.

Molte famiglie italiane si angosciavano, con crescente risentimento, e senza riuscire a darsi una risposta, sui sacrifici sopportati, sui lutti, sui mutilati.

Rispetto e dolore accompagnarono, in tutte le città toccate dal tragitto, il trasferimento della salma del Soldato ignoto, come lo indica la legge approvata dal Parlamento nellagosto del 1921, su sollecitazione del colonnello Giulio Douhet, pioniere dellAeronautica italiana, al quale si deve liniziativa di commemorare leroismo invisibile dei tanti militari che trovarono la morte in quella guerra

Un dolore silente e raccolto unì, in quel momento, il Paese, con rinnovata speranza nel futuro.

In quella triste bara le famiglie vedevano il proprio figlio, padre, fratello, atteso invano e mai più tornato a casa, spesso senza neanche una tomba, un luogo dove poter piangere.

Le undici salme, non identificate, provenienti dai campi di battaglia dove gli scontri erano stati più crudeli un vero rosario di sofferenze: Rovereto, il Pasubio, lOrtigara, il Grappa, il Montello, il Basso Piave, il Cadore, Gorizia, il Basso Isonzo, il San Michele furono, come sappiamo, raccolte nella basilica di Aquileia, e toccò alla madre di un caduto senza tomba, Maria Maddalena Bergamas, indicare, con dolore e turbamento che furono particolarmente evidenti e coinvolgenti – quale tumulare a Roma.

Questa mattina ho voluto rendere omaggio, ad Aquileia, al cimitero dove riposano gli altri dieci Soldati ignoti e alla sepoltura di quella madre che aveva rappresentato tutte le mamme che avevano perso il proprio figlio, e che, alla sua morte, è stata inumata insieme a loro.

Ho sostato al sacrario di Redipuglia, monito permanente della follia della guerra.

Il 4 novembre celebriamo, appunto, la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale, con il completamento del percorso di unificazione risorgimentale.

LItalia fu la prima nazione a istituire una giornata per commemorare la fine della Grande Guerra, significativo pur se implicito invito a una riflessione sul conflitto.

Con il pensiero alle intere generazioni di giovani e di meno giovani che uscirono devastate se non addirittura annientate dalla guerra.

Esemplari gesta eroiche sono state tramandate per ispirare nei più giovani i valori di coraggio, resilienza e patriottismo. I nomi di quei protagonisti sono giustamente iscritti su targhe e monumenti.

Quanti gli episodi di eroi rimasti, tuttavia, sconosciuti, talvolta senza neppure una tomba che ne accogliesse le spoglie? Quante le vittime in conseguenza di scelte e strategie sbagliate? Quante le colpe scaricate in modo scellerato sulle truppe, sino allorrore del sorteggio per decidere, con la decimazione, i soldati da destinare alla fucilazione?

Il senso profondo del monumento al Soldato sconosciuto, del nostro Vittoriano, raccoglie tutte queste inquietitudini.

È in questa Giornata dellUnità nazionale e delle Forze Armate che il pensiero di tutti gli Italiani è rivolto a quanti hanno perso la vita per la Patria, alle vittime di tutte le guerre.

Caporetto rimane una pagina nefasta segnata dagli errori nei comandi, ma la storia ci racconta di interi reparti, consapevoli che quello sarebbe stato lultimo loro giorno di vita, destinati a morire per rallentare lavanzata del nemico; ci racconta di singoli militari Ufficiali, Sottufficiali, Soldati semplici – che, un po’ ovunque lungo la piana friulana, difendevano le popolazioni locali fino allestremo sacrificio.

Ci dice, tutto questo, del valore e dellorgoglio dei nostri soldati – sui monti, nelle trincee, lungo i fiumi, in Adriatico, nei cieli valore e orgoglio che continuarono a manifestarsi con lavvio della controffensiva e la vittoria.

Ci inchiniamo alla memoria di quei combattenti nel più terribile conflitto europeo, eroi ai quali va il nostro incondizionato riconoscimento.

Un conflitto le cui conseguenze furono aggravate da ottuse scelte prive di lungimiranza, che sarebbero state premesse di una stagione ancora più buia dellEuropa, sfociata nella Seconda guerra mondiale.

La sconfitta del nazifascismo avrebbe consentito di scrivere una grande lezione: evitare di considerare la pace un semplice intervallo utile a preparare la guerra successiva. Evitare di passare dalla guerra alla guerra per ottenere, invece, di passare dalla guerra alla pace autentica.

Ne è derivato in Europa il più lungo periodo di consolidamento di un clima di pace, di libertà e democrazia mai registrato in precedenza.

Sono i valori che con la coesione sociale, il rispetto e la reciproca comprensione tra i popoli e le culture diverse, rappresentano il fondamento dellUnione Europea.

La Repubblica Italiana è orgogliosa di avere recato il proprio apporto, sin dallinizio, a questo risultato.

Nazioni Unite, Alleanza Atlantica, Unione Europea, rappresentano i pilastri della nostra politica di sicurezza e difesa: in queste organizzazioni lItalia svolge da protagonista un ruolo di riferimento.

LUnione è chiamata oggi a un cambio di passo deciso rispetto ai dossier principali, assumendo piena responsabilità anche nel campo della politica estera e di difesa.

In un mondo multipolare, caratterizzato da scenari complessi, è necessaria una sempre maggiore cooperazione internazionale. Anche per questo è altresì necessaria una connotazione interforze del nostro Strumento Militare.

Dinamiche geopolitiche sempre più insidiose hanno esteso il concetto di sicurezza e di difesa verso nuove dimensioni, evidenziando rischi non convenzionali, come quelli collegati, ad esempio, alla sicurezza cibernetica.

Le Forze Armate della Repubblica sono un esempio di responsabilità, coesione e senso del dovere. I cittadini in uniforme dimostrano quotidianamente di essere una preziosa risorsa, in coordinamento con le altre articolazioni dello Stato, nello svolgimento dei compiti loro affidati dal Parlamento e dal Governo, con motivo di orgoglio per tutta la comunità nazionale.

Particolarmente apprezzato è stato loperato delle Forze Armate nel corso dellemergenza sanitaria dove la componente militare, attraverso le sue varie competenze, ha agito con grande professionalità per sostenere la campagna vaccinale e per fronteggiare le situazioni logisticamente più disagevoli.

Parimenti, nel contesto internazionale, 4.800 militari sono impegnati in 38 missioni che sono di pacificazione, di stabilizzazione e di sostegno alle popolazioni più bisognose o di contrasto al terrorismo transnazionale o nelle iniziative delle organizzazioni internazionali cui il nostro Paese aderisce.

Insieme a tutti loro, oltre 7.200 militari sono ogni giorno al lavoro sul suolo nazionale e nel Mediterraneo nelle operazioni Strade sicure e Mare sicuro.

Recentemente, quanto accaduto in Afghanistan ha scosso e rattristato le pubbliche opinioni, non soltanto quella italiana. Il contributo che abbiamo dato alla stabilizzazione di quel Paese così lontano, con sacrifici, non è stato tuttavia vano. Occorre oggi che la comunità internazionale sia consapevole dei gravi rischi di catastrofe umanitaria che si profilano.

Nonostante le difficoltà sorte nella regione circa lutilizzo di basi dappoggio, leffettuazione delle operazioni di ritiro da Herat si è svolta in modo encomiabile. Siamo grati ai governi dei Paesi che hanno cooperato in questa direzione.

Anche a Kabul le nostre Forze Armate si sono distinte per la grande efficienza operativa: oltre cinquemila persone sono state evacuate per via aerea in quindici giorni caratterizzati da ogni sorta di difficoltà e pericoli nella capitale afgana. Per tutto questo ringrazio i Comandi delle Forze armate.

Tra poco procederò alla consegna delle onorificenze dellOrdine Militare dItalia a chi si è particolarmente distinto, in Italia ed allestero, per dedizione e per adempimento del dovere anche in condizioni particolarmente difficili.

A tutti loro e ai decorati dello scorso anno – anchessi oggi qui al Quirinale – porgo le mie congratulazioni più vive.

Tra loro sarebbe stato presente anche lAmmiraglio Silvio Vratogna, purtroppo prematuramente scomparso: ne sentiamo lassenza ed esprimo alla figlia qui presente e la ringrazio – e a tutti familiari sentimenti di vicinanza rinnovata.

Vorrei dire a tutti i Soldati, i Marinai, gli Avieri, i Carabinieri, i Finanzieri, al personale civile della Difesa, di essere sempre orgogliosi e coerenti con il giuramento di fedeltà alla Repubblica, in nome e per laffermazione dei suoi valori costituzionali.

A voi tutti e ai vostri familiari porgo laugurio e il saluto più cordiale, con le espressioni della stima più intensa, a nome dellintero popolo italiano.

Viva le Forze Armate, viva la Repubblica.

Neocentrismo e nuove frontiere. Il ritorno alla Dc è davvero un’ipotesi fuori della storia?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo larticolo di Rapisarda, esponente della Dc guidata da Renato Grassi, che intende esplicitare ancor più le ragioni del confronto sul possibile ritorno nellagone della battaglia politica nazionale di un partito di centro, popolare e dispirazione cristiana, come storicamente rappresentato dallo Scudo crociato. A Paolo Frascatore, polemico sulle tesi in precedenza esposte da Rapisarda, si oppone con questo  testo un concetto che ruota attorno alla constatazione di quanto sia grande la voglia popolare circa la riproposizione di quel patrimonio di ideali e di valori di cui è stata espressione la Democrazia Cristiana.

Non è e non vuole essere una polemica e men che meno lespressione di un tumultuoso dibattito nazionaledi cui non mi sembra di averne scorto i segni, ma come ha ben chiarito lo stesso Frascatore, nel suo articolo del 31 scorso su questo giornale, ritornando sui passi del suo giudizio, non tenero, di una DC fuori dalla storia, rispondo nel solco di quanto Egli afferma, ossia dentro ...un ragionamento da approfondire in vista di nuovi scenari politici, economici e sociali.

Intanto sono grato allamico contraddittore per aver lanciato un sasso su questa realtà emergente che mi sembra non avere, fino ad oggi, trovato grande attenzione nei media. Certo non v’è chi non ha tentato qualche chiave di lettura sull’affermazione delle liste Dc, andate persino oltre laspettativa, in Sicilia, ma più nel segno e nella ricerca di un personalismo, che si fa fatica a trovare se non si coglie lo spirito di servizio che ha animato questa scommessa, a cominciare dal suo artefice, Totò Cuffaro.

Meno invece in una chiave di lettura versata ad indagare sulla grande voglia popolare di riproposizione di quel patrimonio di ideali e di valori di cui è stata espressione la Democrazia Cristiana. Ragion d’essere, oggi, di questo risveglio che ha trovato il suo primo motore nelle tante mancate risposte che sta caratterizzando l’attuale quadro politico, emblematicamente rappresentato da un astensionismo alle stelle.

E anche questo confronto che, ovviamente, si inserisce in un latente dibattito che da tempo trova interesse nelle enclave culturali di area cattolico democratica, consente di analizzare, senza veli, una realtà che se, in prima lettura, appare essere fuori dalle consequenzialità dinamiche ed, in questo ultimo decennio, soprattutto dallaccentuazione dei personalismi, che sono alla base di nuove forze in campo, ci fa cogliere quel nervo scoperto, costituito dallinarrestabile lontananza dalle urne, che tanta accelerazione sta registrando nel corso di questi ultimi due decenni di confronti elettorali.

E ben poco ci può essere di aiuto la lettura di una realtà sociale complessa e messa duramente alla prova da una pandemia che ha messo a nudo tutta la vulnerabilità delluomo e delle sue sovrastrutture politiche ed economiche, rispetto ai meccanismi di risposta di una natura che non si può controllare in tutte le sue dinamiche, se la si volesse affrontare con gli strumenti non attualizzati di stagioni politiche passate.

E allora non ci sembra un perfetto stile etichettare una così innegabile realtà politica, con tale espressione, davvero inopportuna e fuor di ragione A volte il delirio politico unito allorgoglio di Partito per un passato glorioso, giocano brutti scherzi e si preferisce sognare rispetto allanalisi concreta della realtà nella quale siamo immersi in questo nuovo millennio.

Se un così prorompente fiume carsico, che riprende a scorrere in superficie, cominciando da tanti Comuni della Sicilia con percentuali che sono arrivati in taluni casi oltre il 10 percento – focalizzando la dimensione operosa di tante donne e di tanti uomini, che hanno animato quelle liste, pervasi da incomprimibile spirito di servizio – non è la prova tangibile dell’attualità della proposta politica della cosiddetta nuova Dc, con lobiettivo di non lasciare senza risposta quel nuovo orizzonte di cui ha bisogno il paese, e non viene colta come la più eloquente smentita di quelle congetture, in questo caso, sì, campate in aria, mi chiedo se nel mappamondo che guida lattenta ricerca dellesimio contraddittore, laffilato periscopio, non abbia sbagliato pianeta.

Ma vieppiù.

Perché non possiamo fare a meno di rilevare come sia sfuggita alla sua affilata analisi la circostanza che la nuova Dc vuole farsi promotrice di un nuovo modello economico, che coniughi impresa e mondo del lavoro in una nuova sinergia, capace di assicurare una compartecipazione alle scelte in conformità al dettato costituzionale che mette insieme, pur nel riconoscimento della libertà dimpresa, la precipua funzione sociale che essa assume nella dimensione civile ed economica, nellobiettivo di assicurare una maggiore stabilità delloccupazione e prospettive di relativa sicurezza del futuro di ciascuna persona.

Aspetti che nel contesto attuale, con una sistema economico prostrato da una pandemia che ha messo in ginocchio ogni angolo del pianeta, hanno poco di negoziabile, pena la compromissione delle condizioni minime per il raggiungimento di quegli essenziali obiettivi per una vita dignitosa cui ha diritto ogni essere umano e la reale salvaguardia delle condizioni naturali del nostro pianeta.

È insomma il segno di un percorso politico, nella ribadita appartenenza a quei valori che sono stati lasse portante della fisionomia della nostra Repubblica che i padri costituenti seppero scolpire nella Carta costituzionale, ancora attualissima, nella pregiata sintesi dei tre grandi filoni di pensiero.

E non lo affermiamo per semplice orgoglio di partito,come fossimo nella consapevolezza di permetterci dei sogni a buon mercato, in spregio ad una realtà che andrebbe da tutt’altra parte. Ma consapevoli di un dovere ineludibile in questo clima politico in cui le evoluzioni, anzi le involuzioni di tanta parte delle attuali formazioni, avulse, da tempo, dagli stili e dai virtuosi metodi del confronto pacato e costruttivo, preferiscono una propaganda sempre più demagogica e populista, con permanente ed aperta, ostilità verso i partiti non alleati.

Per converso non sortirebbe grande credibilità appropriarsi, come un corpo estraneo o senza comuni radici, di un patrimonio di idee e di esperienza politica che solo il filo di una continuità può storicizzare. Anche perché quel patrimonio di ideali e di valori, già virtuosamente impiegati, nella ricostruzione postbellica del paese, non poteva dissolversi e non si è dissolto per effetto di una decisione impropria, come fosse un editto, ma fuor di statuto.

Non è pertanto leffetto di un semplice atto di mero orgoglio riprendere a far sventolare quella bandiera e parlare nel nome di quei valori e di quel modello di sviluppo, ma la naturale conseguenza di un processo di ricomposizione che parte da lontano e che, la mirabile affermazione delle liste Dc in Sicilia dimostra, non essersi mai realmente spento.

In questo contesto mi pare giusto il caso di sottolineare come in quelle dichiarazioni di Mario Draghi, a conclusione del G20, con le quali ha dato molto risalto ad una nuova e positiva capacità di ascolto delle ragioni di tutti, in funzione di una sintesi che non fosse di pregiudizio a nessuno, si ritrovi il senso e la riproposizione di un metodo che fu la direttrice assoluta dellesperienza politico-istituzionale democristiana. Ma non può, al contempo, trascurarsi il fatto che, nel firmamento dellattuale realtà parlamentare, non c’è partito capace di ridare voce e dignità a quel florilegio di ideali, popolari, cattolici e di solidarietà ed autentica equità sociale che la Dc ha rappresentato.

Uno scenario che ora più che mai si presenta come strettamente attuale e imprescindibile. E non solo nel quadrante politico interno che la imminente elezione del nuovo Capo dello Stato può esigere, qualora Mario Draghi, cui dobbiamo limpronta di una coerenza di metodo e di contenuti, mentre i partiti della sua maggioranza, in rissa permanente, vanno in ordine sparso, dovesse essere scelto come prossimo Presidente della Repubblica.

Ma nel contesto internazionale, per lesigenza di tener fede al nuovo e più efficace metodo del negoziato multilaterale, dove si richiede autorevolezza, saggezza, lungimiranza, capacità di mediazione, come stile naturale e non come tattica artificiosa, e una visione di comune convivenza e cooperazione, nella consapevolezza che solo una governance condivisa può portarci a risolvere la grave minaccia al genere umano ed a tutto il creato che gli sconvolgimenti climatici ci stanno anticipando, se non interveniamo tempestivamente. Diversamente il rischio è di rendere, in tempi brevi, sempre meno vivibili alcuni angoli della Terra.

Certo non va ignorato leffetto distorcente che le misure di mitigazione e di adattamento imporranno alle comunità più esposte al rischio di costi umani più alti se non si predispongono, in compensazione, adeguati aiuti tecnologici e finanziari. Questo però richiama in primo luogo le scelte e i modelli economici che andremo ad approntare per superare le disfunzioni e le disarmonie sociali, spesso assai marcate, che il sistema liberista ha sprigionato non solo nelle sue applicazioni più aderenti alla dottrina di Adam Smith.

E qui deve soccorrere la consapevolezza che il cammino intrapreso verso unimmediata transizione ecologica, oltre a non pregiudicare l’obiettivo di salvare il nostro pianeta, non impedisca a ciascun paese, autonomia di progettazione di un proprio futuro sostenibile, tenendo conto dei diversi tempi di partenza della industrializzazione in ciascuno di essi, purché si agisca dentro i parametri di pianificazione energetica concordati. In questo contesto sembra quasi surreale parlare di neocentrismo riguardo alle forze politiche oggi presenti in parlamento.

Mentre sotto i nostri occhi si dipanano disinvolte iniziative di leader che cercano spazio al centro, che non disdegnano di fare da consulenti o mentori a regimi dove i diritti umani appaiono ignorati. E quelle forze politiche, che di questa collocazione ne hanno fatto una bandiera, non hanno pensato di meglio che consegnarsi, per qualche personale sopravvivenza o inseguendo illusori miraggi, alle forze populiste e sovraniste.

Così vien da chiedersi se davvero esista una forza politica che possa credibilmente esprimere, oggi, quel condensato di valori capaci di dare linfa e supporto ad una rivoluzione tecnologica e finanziaria, che metta al primo posto la  necessità di un nuovo modello di sviluppo per la salvezza della Terra, del creato e il riconoscimento, in ogni angolo dei continenti, dei diritti essenziali e della piena dignità di ogni persona, come, Papa Francesco con i frequenti ammonimenti, non fa che ricordarci.

Mentre non possiamo più ignorare il fatto di mettere in agenda, al più presto, per la salvezza della Terra, nuove e più frequenti occasioni di governance sovranazionali condivise, se non vogliamo che le intensità degli sconvolgimenti climatici mettano in pericolo il futuro del nostro pianeta, unica casa della comunità umana. Ne abbiamo avuto un mirabile esempio con il recente G20, magistralmente presieduto dal premier Draghi. Egli si è mosso secondo delle direttrici che non hanno mai perso di vista lascolto e la comune concertazione, evitando, quanto più possibile, di far pagare eccessivi costi sociali ed umani ai paesi più poveri.

Guarda caso le linee di ordine generale che, di ogni dibattito e confronto tra le nazioni, furono, e ancor oggi si pongono, come la precondizione ineludibile perché un negoziato tra Stati (un esempio eloquente ne è stato, listituzione dellOnu e il trattato istitutivo della Cee e poi della Ue) giunga a serie e concrete conclusioni, capaci di generare risposte.

Ma non basta.

Oggi è necessario invertire ed innovare fortemente i sistemi di produzione agricolo-industriale nella comune consapevolezza che la Terra ed il Creato non sono cose che appartengono alle oligarchie finanziarie e ai singoli Stati. Essi appartengono a tutti i popoli, come a tutti è dovuta una vita dignitosa. In questo quadro appare un fuor d’opera la ricostruzione storica sulla genesi ed i diversi profili identitari della Dc del nostro interlocutore, ed il suo inerpicarsi nello storicizzare lidentità democristiana solo come espressione di un’epoca politica ben definita e non più ripetibile.

Un ragionamento che calza poco con la duttilità che deve caratterizzare lazione politica di ogni partito perché, in quanto tale, deve essere sempre in grado di dare risposte attuali alle dinamiche sociali ed economiche del paese, senza mettere a repentaglio gli ideali ed i valori identitari che però richiedono un costante adattamento ai nuovi interessi collettivi ed individuali. Come del resto lo si fa con le letture, sempre più rinnovate e aderenti, a cominciare delle interpretazioni di volta in volta innovative al divenire sociale della comunità, della Carta costituzionale(il cosiddetto diritto vivente) senza che per questo si snaturi il patrimonio di valori primari su cui essa si fonda.

Togliamo di circolazione il contante: lavoce.info provvede a rilanciare un’idea più volte oggetto di polemica.

La fase espansiva della spesa pubblica e il Pnrr muovono molto denaro. E c’è il timore che le risorse vengano distratte dallinteresse della comunità. Potrebbe essere il momento per passare a un sistema di pagamenti intrinsecamente sicuro, quello digitale.

Cosa sono le innocenti evasioni? Sono le banconote di grosso taglio arrotolate nelle tasche, qualche scontrino dimenticato, qualche fattura gonfiata, qualche ora pagata fuori busta, un contratto improprio, magari un regalo per chiudere la pratica, una infedele dichiarazione per ottenere un bonus o il reddito di cittadinanza o una pensione dinvalidità, salire su un trabattello senza casco, guidare oltre i limiti, togliere un sistema di sicurezza per aumentare la produzione, linquinamento, labusivismo, i furbetti vari, accorgimenti per eludere il fisco, strane criptovalute.

Tutto qui? LIstat ha certificato in questi giorni che nel 2019 leconomia sommersa ha sottratto a tutti noi ogni anno 203 miliardi (l11,3 per cento del Pil) e 3,6 milioni di unità di lavoro standard. Per rendere lidea: il Piano nazionale di ripresa e resilienza vale 40 miliardi allanno e le persone in cerca di lavoro sono 2,6 milioni. Che potenziale sprecato. 

Lo stato contrasta il lavoro irregolare, leconomia sommersa (-4,3 per cento dal 2014) e lelusione attraverso attività ispettive (16 mila controlli fatti dalla Guardia di finanza negli ultimi 18 mesi), informatizzazione del fisco (fattura elettronica, tracciabilità), incrocio banche dati, introduzione di incentivi (lotterie degli scontrini, cashback), ritiro delle banconote da 500 euro, accordi internazionali (global minimum tax). 

Alberto Chiumento e Leonzio Rizzo richiamavano la necessità di evidenze per una seria valutazione del cashback. Dal Politecnico di Milano arrivano i primi dati: nei primi sei mesi 2021 le transazioni digitali sono aumentate del 41 per cento, passando a 3,2 miliardi, per un controvalore passato da 118 a 145 miliardi, 27 miliardi di base imponibile certa in più. Alla misura hanno aderito 9 milioni di cittadini e 6,1 milioni hanno raggiunto la soglia di 50 transazioni, ottenendo il bonus. Lo scontrino medio è sceso di 6 euro (da 51,7 a 45,7 euro): il pos è usato per le spese ordinarie.

Il denaro è una cosa sporca, almeno dal punto di vista sanitario. Così il Covid-19 ha dato unaccelerazione al processo di diffusione delluso di quello elettronico, contribuendo alla specifica transizione tecnologica e ribadendo come le persone siano pronte e favorevoli al cambiamento (Mandrone, 2015).

Tutto passa per uno scambio di denaro: lavoro, prestazioni, azioni, favori, sostanze, beni e servizi. Averne traccia è il maggior deterrente a qualsiasi abuso, piccolo o grande che sia. Come illustra il contributo di Leonzio Rizzo e Massimo Taddei, incentivare la moneta elettronica anziché elevare contravvenzioni, accertamenti o divieti conduce a un duplice risultato: recuperare risorse per la comunità e migliorare la giustizia sociale. Sembra esserci una relazione diretta e crescente tra economia sommersa e uso del contante.

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https://www.lavoce.info/archives/90640/togliamo-di-circolazione-il-contante/

Profeta della fraternità. Sull’Osservatore Romano la presentazione dell’ultima pubblicazione sugli scritti del Card. Martini.

Riportiamo per gentile concessione del giornale ufficioso della Santa Sede larticolo apparso nelledizione del 2 novembre sul VI volume dellopera omnia del Card. Carlo Maria Martini.

«È estremamente essenziale alla vita che essa debba avere un centro. Che ogni suo avvertimento sia rivolto a questo centro e derivi da esso». Questa intuizione di Romano Guardini è la chiave del Farsi prossimo (Milano, Bompiani, 2021, pagine 260, euro 25) che ha intriso il magistero del cardinale Carlo Maria Martini, i cui testi sulla carità tornano in libreria, raccolti nel vi volume dellOpera Omnia edita da Bompiani. «Da qui deriva scriveva ancora il teologo tedesco latteggiamento contemplativo della vita», ma in quella vitale dialettica degli opposti per cui «la vita possiede lenigmatica potenza di stare fuori di sé”. () Già il fenomeno del centroimporta trascendenza; è infatti centro in rapporto a un cerchio, a una superficie, a un corpo. Qualcosa dunque che sia al di fuoridel campo di vita centrato sullhic».

Abbiamo così delineato lo sfondo su cui rileggere il primo quinquennio milanese dellindimenticato arcivescovo: a una metropoli indaffarata indicò La dimensione contemplativa della vita (1980) come fattore costitutivo del Farsi prossimo(1985). E viceversa, dovremmo ora aggiungere, riprendendo a distanza di quarantanni e con maggiore coscienza critica quella straordinaria stagione ecclesiale: il farsi prossimo come esposizione prima alla trascendenza.

Come giustamente sottolinea nella sua introduzione Giacomo Costa confratello del Martini di Farsi prossimo e del Papa di Fratelli tutti – «Per una persona che nella sua vita avrà spesso meditato un passaggio chiave degli Esercizi spirituali di santIgnazio, dove si sottolinea che lamore si deve porre più nei fatti che nelle parole(n. 230), lorientamento pratico, attivo, della carità ha bisogno di essere accompagnato da un atteggiamento contemplativo e quindi dalla disponibilità a lasciarsi interpellare in maniera radicale dalla realtà. Altrimenti manca di radici e rischia di smarrirsi alla prima difficoltà, di cadere nellautocompiacimento o di ridursi a una serie di azioni determinata una volta per tutte. È per questo che il cardinale sottolinea spesso come la carità autentica resista a lasciarsi definire, sulla scorta della sua profonda familiarità con la Scrittura, per la quale essa, in quanto divina, resta un mistero inaccessibile, sempre un poal di là di ciò che possiamo capirne, perché, come scrive (solo una volta) san Giovanni: Dio è carità”».

Una medesima consapevolezza, quella resistenza a definire intrisa di senso del Mistero, spinge tanto Martini quanto Papa Francesco verso la parabola del buon samaritano, con la quale Gesù si smarcò dalla finzione legalistica – «E chi è mio prossimo?» (Luca 10, 29) per narrare lamore in azione.

Risulta in effetti molto feconda una lettura sinottica dei due commenti al testo lucano che avviano rispettivamente la lettera pastorale del cardinale e lenciclica Fratelli tutti. Ne viene in primo piano, come in una storia degli effetti, la posta in gioco intravvista da Simone Weil fra le due guerre mondiali: «Lamore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio. Lattenzione creatrice consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte allorlo della strada non c’è umanità. Eppure, il samaritano che si ferma e guarda, fa attenzione a quella umanità assente, e gli atti che seguono confermano che si tratta di unattenzione reale».

Lattenzione di Martini va esattamente a quel momento in cui il centro della persona ha un sussulto, dilata quellistante: «Ciò che mi voglio chiedere è che cosa sia scattato in lui, che meccanismo si sia messo in moto nel suo animo, quale concreto cammino egli abbia percorso per farsi prossimo di quel disgraziato, soccorrerlo, prevederne i bisogni futuri». Come osserva padre Costa: «Proprio perché interpella linteriorità di ciascuno, essa non è questione puramente confessionale, che riguarda solo i cristiani. Anzi può costituire un terreno di incontro dialogo al di là delle appartenenze: se la religione rischia di dividere, tutti siamo ugualmente messi in discussione dalla dignità ferita». Un approccio, questo, di estrema attualità, perché al cuore della scommessa di Francesco «sulla fraternità e sullamicizia sociale».

Il riferimento a Simone Weil è utile a non smarrire il carattere teologico dellespressione Chiesa in uscita incarnata dalleretico Samaritano, con il quale Gesù stesso si identifica. Lei, non battezzata, rimasta sulla soglia della Chiesa istituzionale, consente a chi teme uno scivolamento umanitario dellazione ecclesiale di non dimenticare: «La fede, dice san Paolo, è visione delle cose invisibili. E quel momento di attenzione è un atto di fede, così come un atto damore. Dio solo ha questo potere, di pensare realmente ciò che non è. Solo Dio, presente in noi, può realmente pensare la qualità umana negli sventurati, guardarli con uno sguardo veramente diverso da quello con cui si guardano gli oggetti, ascoltare veramente la loro voce come si ascolta una parola». Non ci sono alibi, dunque. Non si tratta, infatti, della sensibilità di un cardinale, di un Papa o di una filosofa, ma della natura del Vangelo, del movimento in cui la Rivelazione ci coinvolge: farsi prossimo è il supremo esporsi a Dio che si rivela, sospinti come dallinterno di noi stessi a questo salto. Grazia, dunque.

Universalmente noto per avere posto al centro dellazione pastorale la lectio divina, larcivescovo Martini che emerge nellantologia Farsi prossimo è luomo modificato da una città che accolse come testo da decifrare, come il più complesso, straordinario e vivo dei manoscritti avuti fra le sue mani.

È limpatto con la realtà, con la densità del suo intreccio avvertito dallo studioso divenuto vescovo come soverchiante a farlo piegare in totale attenzione su ogni voce, in un esercizio continuo di incontro, comprensibile solo alla luce del suo metodo di preghiera contemplativa, a partire dalla Scrittura. Martini sostiene infatti che quanto propone ai giovani e a tutta la diocesi, di volta in volta «consiste nella lettura di una pagina biblica tesa a far sì che diventi preghiera e trasformi la vita». La contemplazione, dunque, presentata come il gradino più alto dellesercizio di preghiera, è concepita nel suo effetto trasformativo.

Lantologia che ora ospita il lunghissimo cammino non solo del vescovo, ma della Chiesa milanese allinsegna del Farsi prossimo rivela clamorosamente come il metodo antichissimo della lectio divina non si applichi solo al testo biblico, ma costituisca la via «per andare in profondità di ogni realtà, comprese le dinamiche sociali, con il medesimo obiettivo: farne occasione di preghiera che approfondisca lo sguardo e trasformi la vita». Qui è in gioco non semplicemente una disposizione intellettuale, una preferenza per lermeneutica rispetto ad approcci più dogmatici e identitari. Si tratta, piuttosto, di una precisa coscienza della Rivelazione, della certezza che Dio continua a comunicarsi. Dio non si è chiuso in un libro, non si è depositato in una dottrina, non è amministrabile come un patrimonio: farsi prossimo è fargli spazio, uscire da sé è pervenire a se stessi, perdersi è ritrovarsi. Non un magistero individuale, ma un cammino di Chiesa: quello raccolto nel VI volume dellOpera Omnia del cardinale è perciò un paradigma di sinodalità, non da ripetere, ma da studiare per avere il coraggio del discernimento. Scriveva, infatti, Guardini: «La vita non si ripete; ma si pone un inizio sempre nuovo. Non concede mai allesperienza di dire: le cose stavano così e così, dora in poi saranno allo stesso modo. Perché già alla prossima volta non saranno più “così”».

È alla luce di questa consapevolezza che chi lavora a un modello alternativo alla globalizzazione dellindifferenza e alla cultura dello scarto oggi sa «per amore della verità preferire le difficoltà».

La secolarizzazione richiede fiducia nel dialogo, Papa Francesco ne è convinto e credibile fautore.

Sollecitato dallamico Nino Labate, lautore riprende la riflessione su Chiesa e secolarizzazione, avviata con un articolo da Pio Cerocchi su queste colonne.

Il fenomeno del distacco della società civile dalla dimensione religiosa non è affatto nuovo. Nel 1944, dieci giorni prima della sua tragica morte, Antoine de Saint-Exupéry si chiedeva: «Che rimarrà della nostra civilizzazione, dove ciò che è spirituale è stato massacrato? Mai come adesso lo spirito è stato schiacciato sotto la materia».    

Il pontificato di Bergoglio si è dovuto confrontare con questa realtà. Di sicuro non è papa Francesco la causa dellevanescenza dei valori religiosi nella vita degli uomini e delle donne di oggi. Semmai è vero il contrario: grazie a lui si sta mantenendo un filo di dialogo con i non praticanti, gli indifferenti, i lontani, che rappresentano la stragrande maggioranza dellumanità. Per questo ha spostato il confronto dalle pure verità di fede (ricordiamo la dichiarazione Dominus Iesus del 2000 sullimpossibilità che ci sia salvezza fuori dalla Chiesa) alla fede nellamore verso il prossimo. Da qui discende limpegno per il Creato, la fratellanza universalesancita insieme ai musulmani sunniti, e ancor prima il superamento con la sua Amoris Laetitia della logica della casistica del peccato, fino alla nuova rotta sinodale e al ritorno alla visione conciliare di Popolo di Dio.    

Capisco chi storce il muso per una perdita di misteronel ruolo pontificale e più in generale nella vita ecclesiale. Grazie anche alla narrazione che ne facciamo noi operatori dellinformazione, il papa più che come il vescovo di Roma è visto spesso come un leader politico o come una sorta di segretario aggiunto delle Nazioni Unite. Forse è il prezzo da pagare per la nuova posturadel successore di Pietro. Che anziché innalzarsi verso il cielo (torna agli occhi limmagine di Pio XII benedicente) si abbassa verso gli scartati, gli ultimi del mondo, gli abitanti delle periferie. La sua veste bianca non rimane immacolata, ma si sporca del fango delle strade, quelle che percorrono i migranti, i profughi, i senzacasa…      

La stessa elezione di Bergoglio, nel 2013, fu la risposta dei cardinali conclavisti alla grande crisi segnata dal secolarismo. Come ha spesso denunciato Francesco, lo spirito mondano è entrato anche nella Chiesa e la minaccia dal di dentro. Ne ha dovuto fare i conti Benedetto XVI, messo in croce da collaboratori attenti ai loro interessi personali anziché allannuncio della Buona Novella. In un clima diverso, meno corrotto, Ratzinger chissà – non avrebbe deciso di dimettersi.    

Papa Francesco sta percorrendo il sentiero giusto, forse lunico praticabile. Quel che ogni tanto lascia scettici, specie a noi del vecchio mondo, è il suo stile di guida, molto latinoamericano. A volte preme troppo sullacceleratore, altre non rispetta la segnaletica, altre ancora fa salire a bordo autostoppisti poco raccomandabiliMa la cosa più importante rimane la direzione, che deve essere quella del Vangelo, sine glossa, come piace a lui. Del resto, Bergoglio ha parlato sempre di processi da avviare. Il tempo è superiore allo spazio e si deve avere fiducia nello Spirito Santo. Qualcuno penserà a portare a termine il lavoro.

 

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Enzo Romeo  giornalista italiano. Dal 2002 al 2014 è stato responsabile della Redazione Esteri del Tg2, dove attualmente ricopre il ruolo di caporedattore vaticanista.

Draghi si è impadronito del centro, facendone un centro copernicano.

Il paradosso solo apparente è che più brilla il Sole di questo sistema – esso coincide con la sfera delle operazioni di Draghi – e meno sono visibili i pianeti che lo compongono.

Ciò che Draghi ha detto ieri a Glasgow alla stampa, rispondendo a una insidiosa domanda sullIndia, conferma che anche sulla scena internazionale, oltre che in quella della politica italiana, egli si colloca saldamente al centro. Un centro però è bene non farsi illusioni – copernicano, a cui ogni altro corpo politico gravità attorno. Arrivando al paradosso, solo apparente, che più brilla il Sole di questo sistema e meno sono visibili i pianeti che lo compongono. Fuori di metafora: più Draghi, e la sua ristrettissima cerchia delle persone di cui si fida, opera bene, ha uno stile e fa cose di centro, e più ciò contrasta con la qualità e il grado di progettualità effettivi del centro, e più in generale di gran parte del sistema politico.

Per chi vuol capire, Draghi ha costantemente fatto professione di ossequio a quei poteri che, evidentemente sono sovrastanti rispetto ai livelli degli stati nazionali e delle stesse organizzazioni internazionali. Ne ha ripetuto le parole dordine per trarne legittimazione. Cosa che gli consente un grado di autonomia impensabile per qualunque altro, e grande pragmatismo.

Dunque, è in questi spazi ottriati, permessi, concessi o tollerati da poteri più grandi di quelli istituzionali, nei quali Draghi si muove con grande abilità e consapevole realismo, che, a mio avviso, va calata la stategia del centro. Una strategia che per forza di cose in questa fase storica in gran parte si riduce in cure palliative per la classe media e nel lenire una agenda globale – digitale, sanitaria e ambientale – che, a dispetto degli slogan di cui si ammanta, appare insostenibile sul piano antropologico prima ancora che su quello sociale ed economico perché concepita da pochi, senza confronto democratico, senza tenere conto del punto di vista della stragrande maggioranza dellumanità.

Un centro che volesse cimentarsi sul serio in un progetto di società improntato allecologia integrale, pur nei limiti imposti dai poteri che sovrastano la politica, farebbe con ogni probabilità una cosa di cui c’è un fortissimo bisogno ma di cui, nei fatti, oltre le parole, pochissimi dimostrano di avvertirne la necessità e lurgenza.

I simpatici 5 stelle. Sono capaci, dunque sono capaci di tutto.

Il trasformismo del M5S è sotto gli occhi di tutti, non c’è da stupirsene. È sorprendente, allora, come faccia il Pd ad individuare nei 5 stelle – ormai noti a livello politico – il perno di una prospettiva democratica, riformista e progressista per il nostro paese.

Diceva, tanti anni fa, Carlo Donat-Cattin ad alcuni suoi compagni di partito a cui non stava particolarmente simpatico, che questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto. Ecco, in questa simpatica, secca ma essenziale battuta, sferzante eppur efficace, si riassume lesperienza politica e cabarettistica del partito dei 5 stelle in questi anni.

Lelenco delle cose dette, giurate, urlate, scritte e promesse per anni in tutte le piazze italiane e in qualsiasi luogo pubblico sono saltate tutte. Ma proprio tutte. Credo sia inutile ricordarle talmente sono note e conosciute dagli italiani. Da qui la prudenza necessaria sui sondaggi che vengono sfornati a getto continuo sul reale peso elettorale dei 5 stelle. E questo perchè un conto è ciò che dicono i sondaggi; tuttaltra cosa ciò che dicono, invece e al contrario, le urne in questi ultimi tempi. E le recenti elezioni amministrative, al riguardo, sono state un esempio persin troppo calzante. E, di conseguenza, persin inutile da commentare: da Torino a Milano, da Bologna a Napoli a Trieste. Numeri troppo chiari per approfondirli ulteriormente.

Ora, però, per fare un ulteriore passo in avanti, manca lultimo tassello di questo simpatico mosaico grillino. Lultimo baluardo, lultima trincea da cui non si può transigere. E cioè, un no secco ed irremovibile al voto anticipato. Da Conte a Gigino Di Maio, dalla Taverna alla schiera dei ministri e sottosegretari. Per non parlare di quelli che non torneranno più in Parlamento, cioè tutti i peones. Un no al voto anticipato per la ripresa del paese e la sua crescita, come ovvio e scontato. E quindi, no no e ancora no al voto anticipato. Motivo? Banalissimo. Garantire i lauti stipendi sino allultimo giorno utile e maturare il deprecato vitalizio che scatta, per questa legislatura, solo nel settembre 22…

Ammettiamolo, sono simpatici. Del resto, era persin troppo facile prevedere – ma i demagoghi e i qualunquisti professionisti hanno cavalcato, purtroppo e come sempre, per molti anni questa onda populista: dai giornalisti agli editorialisti dei grandi organi di informazione, da molti talk televisivi ai cosiddetti intellettuali e politologi progressisti… e la schiera è, comunque sia, lunghissima – che i pionieri del populismo anti politico, manettaro, giustizialista e demagogico si sarebbero trasformati, in pochissimo tempo, nei difensori acerrimi della casta, dei suoi privilegi, dei suoi benefici e del suo status. E così è puntualmente stato.

E sin qui è tutto normale. Cioè tutto secondo copione. Quello che stupisce è un solo fatto. Di natura squisitamente politica. Come faccia il Pd, partito di potere e governista per eccellenza, ad individuare nei 5 stelle – che ormai tutti sanno cosa realmente sono a livello politico, compreso il trasformismo e lopportunismo parlamentare – il perno decisivo per dare una prospettiva democratica, riformista e progressista al nostro paese. Sono, appunto, questi i misteri della politica italiana. Ma, come diceva giustamente Carlo Donat-Cattin, questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto.

Cambiamento climatico e sviluppo umano (Radio Vaticana)

Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Roberto Zoboli spiega la sfida rappresentata dal clima con linvitabile cambiamento dello stile di vita che questo comporta. La riflessione riguarda anche il rapporto tra i Paesi ricchi e quelli poveri.

Nessun problema ambientale ha finora generato una così alta ed acuta preoccupazione collettiva come il cambiamento climatico, considerato ora come un rischio per la specie umana. La Laudato sidi Papa Francesco (2015), approfondendo decisamente il principio di integrazione profonda tra Dio, umani e Creato, colloca il cambiamento climatico nella sfera generale dellEcologia Integrale, con una grande attenzione ai drammatici squilibri generati dai processi di sviluppo nel Sud del mondo.

Il clima è una minaccia che deve essere affrontata attraverso una combinazione di governance politica globale, cambiamenti di attitudine morale verso il Creato e nuovi stili di vita. Vi è ora un generale consenso della scienza, della politica, degli attori economici e delle persone sulla necessità di forti politiche climatiche. Tale consenso è tardivo, e gli attuali impegni per raggiungere gli obiettivi dellAccordo di Parigi potrebbero essere insufficienti: la quantità massima cumulativa di gas serra che è possibile emettere per mantenere laumento di temperatura sotto +1,5°C verrà quasi certamente superata nel prossimo decennio.

Assumono quindi importanza critica le strategie di adattamento, e cioè quelle misure e azioni che devono minimizzare gli effetti negativi del clima che cambia. Sia per la mitigazione che per ladattamento, una questione chiave rimane il rapporto tra i Paesi ricchi ed emergenti e i Paesi poveri. Nel 2019 lAfrica in complesso emetteva solo il 3,8% delle emissioni globali di CO2 equivalente ma è destinata a soffrire grandi costi umani e tecnologici con il clima che cambia. Insufficiente appare il flusso di aiuti tecnologici e finanziari internazionali per sostenere i Paesi più poveri nelle loro azioni di mitigazione e adattamento. Nonostante gli impegni di neutralità climaticadi Unione Europea, Stati Uniti e Cina, rimangono incertezze aperte sulla possibilità di grandi risultati nella prossima COP 26 di Glasgow.

Il rischio è quello di una debole risposta alla forte invocazione di Papa Francesco: Lumanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento [del pianeta] o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano(Laudato si, 23).

Roberto ZoboliDocente di Politiche economiche per lambiente

Per saperne di più

https://www.comunicazione.va/it/sostienici.html

Istat, censimento 2021 anche per le persone più difficili da rilevare.

Nel comunicato dellIstituto Nazionale di Statistica si fa notare che nel nuovo Censimento, a differenza di quelli precedenti, si utilizzano come fonte i Registri dai quali dedurre le informazioni anagrafiche sulla popolazione dei senza tetto e dei senza fissa dimora, a completamento del conteggio e della definizione della struttura demografica della popolazione censita.

 

Il Censimento Permanente della Popolazione e delle Abitazioni 2021 si pone come obiettivo anche la rilevazione delle convivenze anagrafiche e delle cosiddette popolazioni speciali, ovvero le popolazioni elusive costituite da persone senza tetto, senza fissa dimora o che vivono nei campi attrezzati e negli insediamenti tollerati o spontanei. Esse rappresentano un universo variegato e di difficile intercettazione sul territorio nellambito della rilevazione censuaria che ha richiesto un importante cambio di paradigma metodologico.

Con i Censimenti della popolazione, per la prima volta nel 1991 e, in seguito, nel 2011, i senza fissa dimora e i senza tetto erano rilevati con tecnica point in time, ossia una rilevazione effettuata nel corso di una notte nei grandi comuni con lobiettivo di individuarne il maggior numero possibile. Nel Censimento di questanno si utilizzano invece come fonte i Registri dai quali dedurre le informazioni anagrafiche su dette popolazioni, a completamento del conteggio e della definizione della struttura demografica della popolazione censita.

Al Censimento del 2011 erano circa 125mila le persone rilevate in altro tipo di alloggio cioè persone che vivevano nei campi attrezzati, nelle baracche, nei garage e nelle situazioni di fortuna, compresi circa 35mila senza tetto e si ipotizza che nellarco di dieci anni questa parte della popolazione sia aumentata come conseguenza della crisi economica.

Nel 2014, grazie a una convenzione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana, è stata realizzata in 158 comuni unindagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema. Dallindagine è emerso che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna 50.724 persone senza dimora, il 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati, un valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (47.648 persone).

Per leggere il comunicato stampa integrale

https://www.istat.it/it/files//2021/10/Popolazioni-speciali_Comunicato-stampa.pdf

Canone Rai anche per smartphone e tablet?

Lidea dellamministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, consiste nellimporre un balzello su cellulari ed altro. Quindi, prima si stimola il consumatore a comprare le nuove tecnologie rendendole indispensabili, poi vi si applicasopra una nuova tassa. Una sistematica sottrazione di soldi dalle tasche dei cittadini. Se veramente funzionasse il passaparola attraverso lassociazionismo dei consumatori qualcosa si potrebbe fare, civilmente ma con fermezza.

 

Scrisse Luigi Pirandello nella novella La giara: Chi è sopra comanda, chi è sotto si danna. Un aforisma senza tempo perché da quando esiste il mondo le cose vanno proprio così. Anche ai nostri giorni, in epoca di diritti conclamati, di democrazie e uguaglianza esibite come medaglie, di giustizia sociale sbandierata ai quattro venti. queste parole possono essere applicate a molti aspetti della nostra vita quotidiana e della nostra condizione sociale. Non c’è globalizzazione che tenga, non c’è libero mercato che protegga, non ci sono tutele che sottraggano cittadini, utenti e consumatori da tasse, balzelli, fiscalità opprimente e burocrazia asfissiante.

Ci siamo occupati recentemente di tre vicende emblematiche: la tutela dei lavoratori fragili durante lemergenza pandemica, lassegno minimo di invalidità (287,09 euro) reso incompatibile con lespletamento di una pur minima attività lavorativa da una sentenza della Cassazione (una vicenda vergognosa cui ha posto rimedio il Ministro del Lavoro con un emendamento al Decreto Fiscale ma ne attendiamo la pubblicazione.) , la graduale riduzione negli anni a venire dei docenti di sostegno nelle scuole. adombrata da un preciso documento del Sindacato UIL e finora mai smentita.

Adesso tocca al Canone Rai: come riferisce Ignazio Stagno su Il Giornale.it del 30 ottobre pare che lamministratore delegato della RAI Carlo Fuortes abbia avanzato la richiesta di applicare il canone di abbonamento RAI (oltre alle TV, come attualmente accade attraverso le bollette dellenergia elettrica) agli smartphone, ai tablet e comunque a tutti i device (tradotto: dispositivi elettronici) in grado di ricevere tecnicamente il segnale.

Lo ha fatto con una intervista rilasciata a Repubblica, di cui Il Giornale riporta il passaggio più significativo: Non si tratta di una tassa sul telefonino. Ho fatto un ragionamento semplice: in base a una legge del 1938, in Italia il canone è legato al possesso di unapparecchiatura radiotelevisiva, mentre in tutti gli altri Paesi si paga in base alla possibilità di vedere le trasmissioni. E siccome oggi tutti i device possono accedere ai programmi Rai attraverso Raiplay, sarebbe bene che anche noi ci adeguassimo“. Possiamo solo immaginare che cosa accadrebbe se questa proposta lanciata dallA.D. della Rai nominato da Draghi diventasse norma e quale aggravio si ripercuoterebbe sulle spalle dei cittadini.

Attualmente infatti labbonamento- pur se spalmato sulle bollette della luce come da provvedimento del Governo Renzi si paga in unica quota, indipendentemente dal numero di apparecchi televisivi posseduti. Il fatto di rimetterne in discussione il canone, con un ragionamento applicato a tutti i terminali elettronici come cellulari, tablet e gli stessi pc , comporterebbe un ricalcolo basato sul censimento di tutti i device esistenti in famiglia, calcolati in base al possesso di ogni singola persona, evidentemente allo scopo di aumentarne limporto.

Stiamo già vivendo la travagliata stagione dei cambi degli apparecchi TV o dellacquisto dei decoder per adeguarci agli standard europei: è dunque questo il vantaggio di unEuropa unita? E come la mettiamo con lo smaltimento dei vecchi televisori con linquinamento ambientale? Non andava bene lattuale qualità delle immagini, no, ci vuole il digitale: ma quanto durerà? Tra quanti anni dovremo di nuovo cambiare apparecchi per adeguarci ai futuri standard? Ora si aggiunge anche questa idea del balzello su smartphone & c: prima ci fanno comprare le nuove tecnologie rendendole indispensabili, poi ci applicano sopra una nuova tassa. Una sistematica sottrazione di soldi dalle tasche dei cittadini. Il problema consiste nella nostra inerzia, accettiamo tutto come un fatto inevitabile. Se veramente funzionasse il passaparola attraverso lassociazionismo dei consumatori qualcosa si potrebbe fare, civilmente ma con fermezza.

Purtroppo si tratta di tecnologie di cui non possiamo più fare a meno. Alzi la mano chi rinuncerebbe ad usare il cellulare o ad accendere la TV? Già lannunciata revisione degli estimi catastali adombra tempi duri per leconomia domestica: che almeno si evitino ulteriori canoni Rai oltre a quello esistente.

Roma ha bisogno di larghe intese. Con Gualtieri nasce una giunta debole nel rapporto con la città. Calenda non rinunci al seggio.

Mai era stato toccato un livello di partecipazione elettorale così basso. I numeri indicano la necessità di contenere entro margini ragionevolmente stretti, almeno per una fase più o meno lunga, il naturale conflitto tra maggioranza e opposizioni. Occorre uno sforzo di fantasia tanto sul piano politico che su quello istituzionale.

Una qualche riflessione simpone dopo lo svolgimento di elezioni così stentate, povere di contenuti politici e persino di schede nelle urne, con lastensionismo a farla da padrona. Mai il Campidoglio è apparso così brullo, fatto salvo lo spettacolo di consorti e accompagnatori nei giorni del G20.

Una buona notizia, figlia probabilmente delle recenti polemiche sulla stampa romana, può essere rintracciata nel rinvio delle dimissioni di Calenda. A differenza di Michetti, il leader nel-centrista non abbandonerà, almeno per adesso, lo scranno capitolino. Ne guadagnerà la vita democratica municipale, magari con la successiva presa datto della necessità, anche in prospettiva, di alimentare nellAula Giulio Cesare un confronto politico allaltezza dei grandi problemi della città.  

Ora, a ridosso allinsediamento della nuova Assemblea capitolina, una domanda tiene banco. È normale che si debba avviare il nuovo ciclo amministrativo in maniera burocratica, quasi asettica, senza un colpo di reni della classe dirigente romana? No, non lo è affatto perché, come sappiamo, la crisi che ha investito la capitale in questi anni è più profonda di quanto normalmentesi creda.

Non è un tempo di ordinaria amministrazione. Maggioranza e opposizioni avrebbero o, meglio, hanno il dovere di cooperare, al di là delle divisioni di schieramento, nella cornice di un onesto e validopatto per la città”: quali visioni e strategie uniscono le forze sociali, il mondo della cultura, le reti di solidarietà? Come sintende operare, perciò, affinchè Roma si rimetta in moto vincendo la spirale di scetticismo e riluttanza?

Si avrebbe voglia di stupore ed entusiasmo, invece si registra un tono di passiva accettazione dellesistente. Nasce una giunta che poggia su basi ristrette, con la città in attesa di capire il domani. Dunque, il Sindaco Gualtieri può cadere prigioniero di se stesso, ovvero della solitudine di un potere fragile; le opposizioni, a specchio, possono consegnarsi inavvertitamente a un ciclo di auto emarginazione dai grandi processi amministrativi, barcamenandosi in vario modo per mettere legna in cascina in vista del lontano 2026.

Roma ha necessità di una scossa, se pensiamo in buona sostanza a una di quelle scosse che attingono alla generosità, piuttosto che alla negligenza e allavariza. Ecco perchè la ricerca di unintesa istituzionale larga, con uno sforzo di fantasia per individuarne le forme più adeguate, investe la coscienza dei più responsabili nel pianeta della politica metropolitana, proprio nellinteresse e per il bene di una città in debito di ossigeno, con un futuro che appare fortemente a rischio.

Libertà e coscienza. A proposito del brindisi di Newman sul primato della coscienza e qualche accenno alla vita pubblica odierna.

..il concetto di libertà chiede per sua natura di essere integrato da altri due concetti: il diritto e il bene. Potremmo dire che la libertà include la facoltà della coscienza di riconoscere i valori fondamentali dellumanità, quelli che riguardano tutti.. [Benedetto XVI].

Nellaffrontare il tema voglio fare riferimento al salmo 19, 13:...le inadempienze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo... Quando non si vedono più le colpe, il silenzio della voce della coscienza nelle tante situazioni della vita, è una malattia spirituale ben più grave della colpa. Chi non riconosce che uccidere è peccato, è ancora più lontano dalla verità (e dalla conversione). Nellincontro col Signore, chi pretende di autogiustificarsi, appare come chi è davvero perduto. E ciò è dimostrato dal pubblicano che pur grande peccatore, torna a casa giustificato, rispetto al fariseo, che pure aveva fatto cose buone; il fariseo che sta in pace con la sua coscienza, non sa più che anchegli ha delle colpe. Il Signore può operare bene con coloro che si riconoscono peccatori perché essi non sono impermeabili a quel cambiamento, quella conversione che Dio aspetta da essi e da ognuno di noi.

Proviamo a trasferire questo concetto di libertà e coscienza al momento storico attuale. Accettando la verità del Vangelo sembrerebbe a prima vista che la morale della coscienza e la morale dellautorità siano in lotta fra di loro. Quando lautorità, in questo caso il Magistero della Chiesa, parla di questioni morali, fornisce alla coscienza loccorrente per formarsi un proprio giudizio. Ma non si può accettare che il giudizio della coscienza sia sempre giusto e infallibile, perché se così fosse, vorrebbe dire che non esiste una verità nelle basi, nei fondamenti della nostra esistenza nel mondo. È allora chiaro che la questione della coscienza ci conduce al cuore del problema, che è la nostra vita. Se la coscienza retta non apre alla verità e resta solo un guscio della soggettività, che ci dispensa dal conoscere la verità, allora essa diventa la giustificazione della nostra personale visione. In tal modo il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle generali tendenze che vogliono predominare nella società e su quanto in essa è diventata unabitudine: luomo è ridotto alle sue convinzioni superficiali. Se la coscienza giustifica ogni soggettività e il conformismo sociale, il dovere di ricercare la verità viene meno.

Anche i nazionalsocialisti e i comunisti erano profondamente convinti della loro causa e per quanto fossero state oggettivamente spaventose le loro azioni, essi, a livello soggettivo, credevano di comportarsi bene. Ma la capacità di riconoscere la colpa è necessaria. Chi non percepisce più la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera di teatro. Forse ne erano totalmente sprovvisti Stalin e Hitler, come anche i padrini della mafia. Se la coscienza si riduce a certezza soggettiva, si rinuncia alla verità. Quando il salmo 13 citato prega per la liberazione da colpe non consapevoli, esso attira lattenzione su questa connessione. A proposito, viene in mente la famosa frase della lettera al Duca di Norfolk di San John Henry Newman: Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzocosa che non è molto indicato fare allora io brinderei per il papa. Ma prima per la coscienza e poi per il papa. Per luomo moderno, invece, la coscienza sta dalla parte della soggettività, come espressione della libertà del soggetto, mentre lautorità, anche come Magistero della Chiesa, sembra minacciare o negare questa libertà.

Per Newman è la verità che assicura la connessione fra la coscienza e lautorità, e la coscienza non è il criterio decisivo di fronte alle pretese dellautorità, in un mondo, come quello di oggi, in cui la verità è assente e ci si barcamena nel compromesso fra esigenze del soggetto ed esigenze dellordine sociale. La coscienza, allora, è il superamento della pura soggettività nellincontro fra linteriorità delluomo e la verità che proviene da Dio. Un uomo di coscienza non compra il benessere, il successo, la considerazione sociale a prezzo della rinuncia alla verità (come avvenne appunto con la resistenzadi Tommaso Moro). Lautentica voce della coscienza non coincide con i propri desideri e i propri gusti, né con ciò che può essere socialmente vantaggioso, né con le esigenze del potere politico o sociale. Questo è il punto veramente critico della attualità che viviamo. Perché oggi la verità è stata eliminata ed è stata sostituita da quella di progresso: il progresso sarebbe la verità, progresso che in questa esaltazione collettiva diventa privo di ogni direzione. Ma se non c’è una direzione, la conseguenza sarà un regresso. Questa rinuncia ad ammettere la possibilità di conoscere la verità porta ad un uso formale dei concetti e delle parole e le etichette spopolano: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario.

Allora quando i contenuti non contano più, vale la tecnica come criterio unico e il potere, sia rivoluzionario che reazionario, domina la scena: è la forma perversa della somiglianza con Dio, è la contraffazione di un idolo. Ogni uomo dovrebbe interrogarsi non sul potere, ma sul dovere: tutti i martiri attestano la capacità di verità delluomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina. E tornando alla frase di Newman sul brindisi prima alla coscienza e poi al papa, il significato autentico dellautorità dottrinale del papa è nellessere egli il garante della memoria cristiana. Tutto il potere che ha il papa è potere della coscienza, servizio su cui si fonda la fede, che deve essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale (Benedetto XVI).

È il buonismo che permette ai politici di molti partiti di oggi di cavalcare le mode. San Tommaso suddivide latto di coscienza in tre momenti: riconoscere (recognoscere), rendere testimonianza (testificari), giudicare (iudicari). San Basilio (329-379 d.C.), confessore e Dottore della Chiesa, primo dei padri cappadoci, scrisse: Lamore di Dio non dipende da una disciplina imposta dallesterno, ma è costitutivamente inscritto in noi, come capacità e necessità della nostra natura razionale. Basilio parla della scintilla dellamore divino che è stata nascosta nel nostro intimo. Ciò significa che nella nostra coscienza è stata infusa loriginaria memoria del bene e del vero, coincidenti, e che c’è una tendenza intima dellessere delluomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme: è il senso interiore, la capacità di riconoscimento, di cui è percepibile leco in noi stessi. Se vogliamo, questo è anche il senso della missione del Vangelo. Infatti la missione si giustifica se i destinatari, nellincontro con la parola del Vangelo, ri-conoscono: Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo. Il senso del bene è stato impresso in noi(SantAgostino). A partire da ciò siamo ora in grado di comprendere correttamente il senso del brindisi di Newman prima per la coscienza e poi per il papa.

Non può essere il giacobinismo etico il futuro del Pd. Osservazioni critiche sul teorema di Elly Schlein.

Ieri sul DomaniElly Schlein, in polemica con Renzi per laffossamento del Ddl Zan, ha dato un colpo di pennello al ritratto di un “partito del riformismo” che appare ben lontano dal centrosinistra proposto nel 2007 a Orvieto da Pietro Scoppola e Roberto Gualtieri, da cui nacque il Pd.

Elly Schlein tratteggia il volto di un Pd che esorbita dalla storia del Pd, quella storia che segna, come sappiamo, lincontro di culture popolari fortemente legate alla genesi stessa della Carta costituzionale, divise per decenni lungo lasse della  dialettica tra comunismo e libertà, ma sospinte a cercarsi e a ritrovarsi dopo il crollo dellImpero sovietico. Con Schlein lideologia, restaurata e abbellita in chiave di giacobinismo etico, finisce per inghiottire la realtà della politica. È un teorema più o meno limpido – il suo – che corrode o svilisce la natura di un partito che non è affatto riducibile a un certo orgoglioso esclusivismo della sinistra.

Dunque, la storia evapora. Schlein non ne tiene conto, un poper leggerezza e un poper presunzione: predilige un di più”, in nome della difesa dei diritti individuali, che diventa un di menoa riguardo del rispetto delle altrui convinzioni. Infatti, chi ha espresso dubbi sul Ddl Zan appartiene – questo si leggeva ieri nellintervista sul Domani– al mondo oscuro dellomofobia, copre pertanto lavversione nei confronti della comunità lgbtqi+ e condanna lItalia, infine, a stare oltre la cortina di ferrodel diritto alleguaglianza di tutti i cittadini. Su questa schematica rappresentazione è difficile concordare, essendo perlomeno poco equilibrata.

Nellintervista campeggia inoltre un enfatico richiamo al pericolo che i franchi tiratori possano colpire ancora, a febbraio prossimo, quando i grandi elettori saranno chiamati a votare per il Presidente della Repubblica. Ebbene, da questa preoccupazione discende un monito – rivolto a chi? – affinché simpedisca una manovra tanto deprecabile. Ora, chiudendosi nel recinto delle proprie certezze e quindi nel crogiolo delle proprie ambizioni, si scarabocchia sulla carta un percorso immaginifico alla fine del quale, in virtù probabilmente dellessere minoranza illuminata, ci sarebbe comunque la vittoria. Non si sa perché.            

Nel complesso, questa visione politica si può identificare nel rovesciamento del prodismo, malgrado lapparente fedeltà al progetto da esso incarnato sullo sfondo del crollo della Prima Repubblicana. Il nuovo Ulivo della Schlein non è altro che la parodia del vecchio Ulivo: questultimo costituiva lassorbimento delle istanze radicali nel sistema di mediazione del riformismo, al contrario del centrosinistra che oggi, per bocca della giovane Vice presidente della Regione Emilia-Romagna, verrebbe appunto a configurarsi in termini assai diversi, ovvero come dissoluzione del riformismo in un disegno radical-progressista.

In questo modo il Pd savventura su un terreno ostico,  francamente inadatto ad accogliere il fabbisogno di buona politica della società italiana. Anche la formula del partito a vocazione maggioritaria, incunabolo di tale aspirazione ad unegemonia di tipo etico, sinvolve nellintegralismo: chiunque non creda al modello dei diritti, riproposto con veemenza dalla Schlein, è fuori dal perimetro delle possibili alleanze. Chissà quale architettura di futuro governo potrebbe allora venir fuori da una pretesa di assolutizzazione di questo protocollo identitario: probabilmente nessuna o meglio, ad essere precisi, nessuna capace anche alla lontana di convincere la maggioranza degli italiani.

Ciò nondimeno, al Seminario di Orvieto del 2007 le relazioni di Pietro Scoppola e Roberto Gualtieri – idealmente degasperiano luno, togliattiano il secondo misero a fuoco le esigenze e i propositi che dovevano animare il nuovo soggetto unitario dei riformisti. Lamalgama doveva consistere nellestrazione di un pensiero democratico a sfondo popolare, senza il vincolo dì antiche pregiudiziali. A rileggere quei testi vien da pensare che più di qualcosa con landar del tempo è mutato, e non in bene, se ora trova ossequio nel Pd unincongrua perifrasi del neo-radicalismo. È questo, dunque, il futuro del Pd?

Cattolici, la riscoperta dei “maestri” del passato.

Siamo alla viglia di un nuovo, e profondo, cambiamento dello scenario politico italiano. Allora, bisogna far sì che il magistero di grandi leader cattolico democratici, cattolico popolari e cattolico sociali venga sempre più valorizzato e riattualizzato.

Il sostanziale fallimento del populismo, anche se persistono purtroppo, e ancora, gli ultimi colpi di coda, dovrebbe cedere il passo ad una nuova stagione politica nel nostro paese. Una stagione ancora tutta da costruire e da definire ma su un punto, almeno così pare, dovremmo essere abbastanza certi. E cioè, lindebolimento, progressivo ed irreversibile, politico ed elettorale del partito di Grillo e di Conte è la precondizione essenziale per poter invertire la rotta. Del resto, il ritorno della politica, della competenza, dei partiti possibilmente democratici e collegiali – o di ciò che resta di loro ormai – della centralità dei programmi e, soprattutto, delle culture politiche possono avvenire solo se il populismo giustizialista, manettaro, qualunquista e anti politico scompare definitivamente dalla scena pubblica. Certo, non sarà un processo nè facile e nè rapido. Anche perchè, per fare un solo esempio concreto, il Pd individua ancora nei 5 stelle – il partito populista per eccellenza – lalleato decisivo e strategico con cui costruire un futuro progressista, democratico e di governo.

Ora, però, c’è un elemento positivo ed incoraggiante che può contribuire a far svoltare la nostra storia politica. Per fermarsi alla sola tradizione cattolico popolare, cattolico democratica e cattolico sociale, c’è una profonda attenzione ed attivismo nel riscoprire e, soprattutto, nel riattualizzare il magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di uomini e donne che, con la loro azione, hanno condizionato e guidato per molto tempo i maggiori processi politici del nostro paese e della nostra democrazia. Da Carlo Donat-Cattin a Franco Marini, da Mino Martinazzoli a Tina Anselmi a molti altri leader del passato. Si moltiplicano le pubblicazioni, i saggi, i convegni di approfondimento e gli studi sulle grandi conquiste politiche favorite dalla loro concreta azione legislativa. Del resto, è abbastanza naturale che quando tramonta lantipolitica e un volgare e vuoto populismo, ritornano in campo le culture politiche riformiste e costituzionali. E, con esse, il ruolo giocato dai principali leader che li hanno incarnate ed inverate nella concreta dialettica politica italiana. E questo perchè, di norma, un grande magistero politico non si può storicizzare o qualunquisticamente archiviare. Gli esempi da citare sarebbero infiniti. Ne cito solo 2 su tutti. Lo Statuto dei lavoratorivarato dallallora Ministro dei lavoratori, Carlo Donat-Cattin, nel lontano maggio 1970, continua ad essere un faro che illumina chi non vuole umiliare la condizione dei lavoratori nei concreti luoghi di lavoro.

Certo, come diceva lo stesso Donat-Cattin anni dopo quella straordinaria e unica riforma, anche quello Statutoera figlio del suo tempo e che doveva, prima o poi, essere inesorabilmente aggiornato e rivisto. Ma, comunque sia, quellimpianto legislativo era, e resta, il prodotto di una cultura e di un filone ideale che nessun populismo grillino o di altra natura può scalfire ed annullare. E, secondo, la straordinaria riforma sanitaria vergata da Tina Anselmi nel 1978, la famosa legge 833 che ha segnato una pietra miliare nel campo della sanità del nostro paese. Accanto a quella della riforma dellassistenza psichiatrica. Due leggi ispirate da alcuni criteri di fondo, quali la dignità della persona umana anche nella malattia mentale e la salute come diritto e bene universale, indipendentemente dalle condizioni lavorative, sociali ed economiche. Gli esempi, come dicevo, si potrebbero moltiplicare ma quello che conta rilevare è che proprio il magistero politico, culturale e istituzionale di questi leader e statisti del passato diventano i punti di riferimento da cui partire per innovare e far decollare una nuova stagione politica nel nostro paese.

Ecco perchè siamo alla viglia di un nuovo, e profondo, cambiamento dello scenario politico italiano. E questo ancora al di là della necessità ed indispensabilità di rifare un partito di centroche sappia battere definitivamente la sub cultura del populismo grillino e, al contempo, la sempre più insopportabile radicalizzazione politica prodotta da un violento e ormai innaturale bipolarismo selvaggio. E una delle ragioni, peraltro decisive, che può spingere in questa direzione consiste proprio nella riscoperta del magistero dei nostri leader. Leader che certamente sono cresciuti e maturati nella lotta politica attraverso enormi sacrifici personali accompagnati, però, anche da uno studio costante e da una conoscenza diretta dei problemi della società. Altrochè la desertificazione culturale che caratterizza la politica contemporanea ormai da molto tempo. Ma le avvisaglie e i segnali positivi, comunque sia, ci sono. Adesso è necessario assecondarli e far sì che il magistero di questi grandi leader cattolico democratici, cattolico popolari e cattolico sociali venga sempre più valorizzato e riattualizzato. Per il bene della nostra democrazia e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’alleanza come categoria politica. L’impegno dopo la Settimana sociale. L’editoriale di “Comunità di connessioni”.

Quando parliamo di transizione verde pensiamo sempre ai provvedimenti economici o ai programmi politici, come ai diversi piani di ripresa e resilienza europei.

Eppure, occorre ricordarsi che non ci può essere transizione verde senza considerare anche la dimensione sociale del cambiamento, come ricordato anche allo scorso summit di Oporto. Non si possono abbandonare le categorie più deboli che pagano per prime i costi direttie indirettidella transizione verde e del cambiamento climatico. I recenti innalzamenti dei prezzi dellelettricità, il cosiddetto caro energia, e le relative misure poste in atto a livello nazionale ed europeo, dimostrano la necessità di rendere la transizione verde parte di una trasformazione culturale duratura ed efficace. Questo è stato anche il messaggio principale della quarantanovesima settimana sociale dei cattolici italiani a Taranto, dove più di mille partecipanti da tutte le diocesi dItalia si sono riuniti per discernere insieme come programmare il futuro prossimo per il raggiungimento di unecologia integrale.

La settimana sociale non è stata solo un momento di discernimento collettivo, ma è stata anche la tappa di un lungo percorso fatto di relazioni e di azioni concrete che in questi mesi hanno preparato il terreno dellevento. La tappa intermedia di un percorso che coinvolge le diocesi, le associazioni (quali la FUCI, le ACLI, lAC e tante altre ancora) e che ha trovato la sua sintesi nel modello dellAlleanza. Anche Comunità di Connessioni ha contribuito concretamente alla realizzazione delle Settimane Sociali, in particolare nel coordinamento del gruppo dei giovani e nella redazione di un progetto concreto di alleanza ambientale e sociale nel quartiere Acquabella di Milano.

Questanno ai giovani è stato dedicato uno spazio speciale a Taranto, per permettere loro di incontrarsi e di ragionare insieme su come ricostruire il Paese. Grazie a questo spazio, più di duecento giovani, provenienti da realtà ed esperienze differenti, hanno trovato il modo per entrare in relazione tra di loro e per cercare una risposta alle sfide della transizione ecologica e sociale. I giovani sono partiti dalle pagine dellInstrumentum Laboris e dalle parole di Papa Francesco, concentrandosi soprattutto sullencicliche Laudato sì e Fratelli tutti, e hanno cercato un modello politico semplice e concreto, ma che allo stesso tempo fosse radicato nel loro vissuto spirituale e umano.

Nel lavoro portato avanti dai giovani nei sei mesi preparatori della settimana sociale, due parole sono emerse fin dallinizio: alleanza e processo. O, per meglio dire, lalleanza come processo. Infatti, le settimane sociali sono state vissute fin dallinizio come un percorso di alleanze. Lalleanza stessa è stata scelta per esemplificare il vissuto umano davanti alla sfida della transizione ecologica, di fronte alla quale ci si può sentire fragili e disorientati. Eppure, è proprio lalleanza lo strumento che permette di scoprire la vicinanza delle nostre esperienze, la comunanza di desideri e intenzioni, la possibilità di remare insieme verso ununica direzione. Lalleanza come processo rappresenta quindi un modello concreto e locale di condivisione, di cooperazione e discernimento collettivo, applicabile sia su scala europea che nazionale.

Lalleanza, non solo ci permette di rispondere insieme in maniera efficace alle sfide della transizione, ma ci permette anche di ri-incontrare laltro e, insieme, di farsi carico della transizione, cominciando dal basso e creando «uno spazio di corresponsabilità capace di generare una nuova consapevolezza di fraternità. Lalleanza è forte perché rappresenta lunità nelle diversità umane e le diversità nelle unità umane. Nel remare insieme ci «incontriamo in un noi più forte della somma delle individualità» (Fratelli tutti). Alleanze in primis generazionali, tra nonni e nipoti, padri e genitori, professori e studenti. Ma anche alleanze economiche, sociali, politiche e culturali e, infine, anche alleanze relazionali come la famiglia.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/i-giovani-alla-49-settimana-sociale-limportante-e-costruire-processi/

Halloween. Ai nostri ragazzi non servono eventi oscuri, ma la testimonianza luminosa dei Santi (AgenSIR).

Fu un pontefice, Gregorio IV a istituire la solennità del primo Novembre chiamandola giorno di Ognissanti(in inglese All Saintsoppure All allows day) al fine di cancellare i riti pagani e di stregoneria che si tramandavano con Halloween. Noi cattolici siamo chiamati in questi giorni a mettere laccento sulla meravigliosa vita di persone realmente vissute e che hanno testimoniato la luce e la gioia dellesistenza: i Santi.

Il fenomeno di Halloween è ormai generalmente equiparato ad una festività come il carnevale. In realtà la differenza è enorme perché il carnevale ha solide basi religiose in quanto è lultimo giorno prima della Quaresima, (carne-levare), mentre Halloween ha solo radici consumistiche e neopagane. Rivolgendomi al mondo cristiano ho sempre ripetutolimportanza di non definire questo fenomeno una festività e tanto meno di confonderla o sincretizzarla confondendo e intrecciando le due realtà: la festività di Ognissanti e Commemorazione dei defunti con Halloween.

Coloro che citano la storia per legittimare Halloween, se sono in buona fede, sanno che era la casta sacerdotale dei Celti a celebrare il passaggio notturno di Samhain (Dio delle tenebre) dalla stagione estiva a quella invernale credendo che le anime dei defunti tornassero in vita per partecipare a riti orgiastici e banchettare insieme ai viventi, mascherati nelloccasione con le pelli degli animali appositamente uccisi per la cerimonia. La porta era lasciata socchiusa per accogliere queste anime e chi si fosse rifiutato di partecipare sarebbe stato maledetto. Ecco il significato originario di trick or treat(trucco o divertimento) che allepoca si espliciterà con la domanda: sacrificio o maledizione?

Sappiamo che, al di là dellevoluzione commerciale di Halloween, persisterà una subdola complicità con il pensiero magico-esoterico in opposizione alla luminosa festa dei Santi.

Fu un pontefice, Gregorio IV a istituire la solennità del primo Novembre chiamandola giorno di Ognissanti(in inglese All Saintsoppure All allows day) al fine di cancellare questi riti pagani e di stregoneria. Il termine Halloween comparirà soltanto nel 1556 (come evidenzia The Oxford English Dictionary). Conosciamo poi il successo commerciale ottenuto negli Stati Uniti e rimbalzato poi in tutto lOccidente.

Non si presta, invece, sufficiente attenzione ai pericoli per la gioventù. Ai nostri ragazzi non servono oggi questi eventi oscuri. Hanno lesigenza di ben altro, soprattutto nellattuale crisi educativa e sociale. Di qui lappello agli insegnanti di religione e ai catechisti affinché non venga meno lattenzione pastorale verso un mondo giovanile che ha bisogno di luce, di testimonianze credibili da parte degli adulti, di accompagnamento nella crescita da parte delle agenzie educative, di veri modelli di santità.

Che belle le domande che il Servo di Dio don Oreste Benzi, fondatore della mia comunità Giovanni XXIII, poneva ai ragazzi: vuoi giocare e divertirti con i demoni e gli spiriti del male o invece scegli di gioire e far festa con i Santi, che sono gli amici simpatici e meraviglioso di Gesù?. E poi rivolgendosi ai genitori chiedeva: vogliamo che i nostri figli festeggino il giorno di Ognissanti con i demoni, il mondo di Satana e della morte, oppure con gioia e pace vivendo nella luce?.

Aldo Buonaiuto, Assistente della Comunità Papa Giovanni XXIII.

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https://www.agensir.it/chiesa/2021/10/31/halloween-ai-nostri-ragazzi-non-servono-eventi-oscuri-ma-la-testimonianza-luminosa-dei-santi/

È il momento di un nuovo Patto sociale: la Cisl indica la strada giusta, altrimenti l’Italia resta al palo.

Occorre uno sforzo di unità. Sono disponibili più di 200 miliardi di Euro da investire, certamente decisivi per un Paese che voglia colmare le distanze dai propri concorrenti internazionali, eppure ognuno saggrappa allo sventolìo delle proprie bandierine.

Un vecchio adagio usato nella mia campagna abruzzese dice così : La processione non cammina e la cera si consuma. Si fa ricorso a questo detto per mettere in guardia dalla perdita di tempo prezioso che non permette di avanzare nel cammino, e per giunta si sprecano anche risorse importanti. Infatti questa raccomandazione si adatta alla nostra situazione.

Mentre Mario Draghi indica e tira dritto sullobiettivo principale di compiere il programma di cambiare il paese attraverso la digitalizzazione, la transizione energetica, lo sviluppo dei sistemi trasportistici e logistici, ed il cambiamento sistema scolastico e della pubblica amministrazione, buona parte delle forze politiche e sociali, nella sostanza, conservano ed espongono i loro programmi bandiera, che peraltro in buona parte potranno avere sbocco alla sola condizione del risanamento della nostra malandata economia.

È molto difficile comprendere il senso di quello che sta accadendo: sono disponibili più di 200 miliardi di Euro da investire sui punti chiave affinché il paese risolva tutti i suoi gap rispetto ai propri concorrenti internazionali, eppure ognuno ha le sue bandierine da esibire: chi ha il reddito di cittadinanza, chi quota 100 per le pensioni, chi la legge Zan non mediabile, peraltro bocciata in Parlamento in questi giorni, e chi vuol salvaguardare i no vax con annessi capricci ed assurde richieste. In queste condizioni anche il governante più lungimirante, il più ispirato, il più affidabile, non può che avere difficoltà non potendo contare pienamente neanche sui leader dei partiti della maggioranza. Questi, come si può notare, non si affannano certo sui temi del Piano nazionale e né stimolano i loro aderenti locali ad approfondire ed elaborare soluzioni di adattamento delle esigenze territoriali con le direttrici principali del piano e comunque a predisporre condizioni adatte per rendere scorrevole ogni collaborazione ed approvazione delle procedure.

La ricostruzione e industrializzazione del Paese nel dopoguerra avvennero nella piena collaborazione tra tutti i soggetti sociali e politici accomunati da ununica aspirazione: creare le condizioni di modernizzazione e di benessere che precedono sempre il rafforzamento della coesione sociale e della Democrazia. Partiti e Sindacati fecero la loro parte aprendo una diffusa discussione in ogni territorio della Nazione, così come nei posti di lavoro, costituendo in facto un Patto Nazionale che prescindesse dalle appartenenze, che fu decisivo per i risultati prodigiosi che si ottennero.

Credo che in questo momento un patto sociale, come chiesto dalla Cisl, per coinvolgere i lavoratori nel disegno di modernizzazione del paese, serva ad accrescere il clima di responsabilità collettiva nel paese, nonché di vigilanza per il buon andamento della spesa. In assenza di coinvolgimento di garanti collettivi e popolari, il Piano potrebbe procedere senza una vera anima ed esposta ad ogni rischio di ritardo, distorsione o fallimento, nel mentre soggetti più irresponsabili avranno più facilità nel continuare ad inseguire i loro obiettivi di parte incapaci di comprendere che la risposta ad ogni loro richiesta risiede non nel continuare ad indebitarci, ma a creare nuova ricchezza approfittando allutilizzo intensivo della grande somma di 200 miliardi disposti dalla UE proprio per dare una grande chance agli italia.

Nuovi valori e vecchie posizioni. L’ipotesi di un soggetto politico di centro non si scalda al sole della nostalgia.

Lorgoglio per un passato glorioso gioca brutti scherzi. Infatti, rispetto allanalisi concreta della realtà, prevale una pretesa astratta. Ciò non aiuta a fare passi avanti.

Il G 20 che si tiene in questi giorni a Roma è soltanto la punta delliceberg di un ragionamento politico da approfondire con oculatezza in vista di nuovi scenari politici, economici e sociali.

Questa premessa appare determinante anche per esternare una piccola riflessione riguardante il mio ultimo articolo Rifare la Dc è fuori dalla storia, ma ciò non preclude limpegno per il rilancio di una forza politica di centroapparso su queste colonne una settimana fa.

Non credevo, infatti, di sollevare un tumultuoso dibattito nazionale sulla mia presa di posizione riguardante liniziativa di alcuni amici intenti a riproporre il Partito della Democrazia Cristiana.

Non sono tra quelli che pensano che la storia non si ripeta; ma neanche tra quelli che guardano nostalgicamente ad un passato ormai lontano dalle esigenze di questa società completamente cambiata.

A volte il delirio politico unito allorgoglio di Partito per un passato glorioso, giocano brutti scherzi e si preferisce sognare rispetto allanalisi concreta della realtà nella quale siamo immersi in questo nuovo millennio.

Tutto ciò per rientrare in quello che sta avvenendo nel nostro Paese in questi giorni: un confronto soprattutto sul clima e sulleconomia.

Due facce della stessa medaglia. Due elementi collegati intrinsecamente: il clima è infatti il risultato di scelte economiche sbagliate; di obiettivi diversi da una sana concezione di quello che va sotto il nome di creato.

Ed allora prima di parlare di clima, occorre mettere mano seriamente ed in profondità a questo sistema economico liberista che non ha fatto altro che aggravare il divario tra ceti ricchi (pochi) e ceti popolari.

E su questi temi che può essere sviluppato un confronto ed un dibattito su un nuovo soggetto politico che sappia incarnare o reincarnare i valori del centro. Ma non in chiave nostalgica, ma semmai considerando proprio lesperienza storica riferita alla prima Democrazia Cristiana murriana e del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Due esperienze politiche diverse dalla Dc di De Gasperi perché diversi i contesti storici nei quali si trovarono ad operare.

Nel primo Novecento il comunismo era ancora in embrione, il problema era lo Stato liberale e poi lavvento del fascismo. Murri e Sturzo irrompono sulla scena politica nazionale al fine di legittimare limpegno politico dei cattolici democratici. Ma entrambe le esperienze sono diverse da quella che sarà poi la Democrazia Cristiana del secondo dopoguerra, soprattutto perché sia la prima Dc, sia il PPI non raccolgono il consenso e le simpatie di quella parte del mondo cattolico conservatore e diffidente verso la democrazia.

Nel secondo dopoguerra, invece, il pericolo comunista e la divisione del mondo in due blocchi hanno buon gioco per far sì che la Dc di De Gasperi raccogliesse anche il consenso del mondo cattolico conservatore. È stato, questultimo, il grande merito dello statista trentino: quello cioè di aver evitato che posizioni cattoliche di destra si schierassero con il neofascismo e con il qualunquismo.

Ecco perché ricostruire oggi la Dc è unoperazione fuori dalla storia, che non avrebbe senso. Ha invece un senso ridare dignità ad un mondo cattolico democratico che rifiuta per cultura e per coscienza labbraccio politico con le nuove destre.

XIX Convegno nazionale di Diritto sanitario: “Salute e sanità nella prospettiva europea”.

Il 5 e 6 novembre 2021 si terrà a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il XIX Convegno nazionale di Diritto sanitario, dedicato al tema “Salute e sanità nella prospettiva europea”. Alleghiamo il programma.

La prima giornata del convegno si concentrerà sui profili tecnici del tema e si rivolge prevalentemente a un pubblico di addetti ai lavori.

Offrirà invece uno sguardo più ampio la mattina di sabato 6 novembre. La tavola rotonda sarà aperta dagli interventi di introduttivi di Franco Anelli, rettore dell’Università Cattolica, Roberto Speranza, ministro della Salute, Mario Monti, presidente della Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile, Sandra Gallina, direttrice generale della DG Salute della Commissione europea.

Sulle prospettive post-pandemiche e sul futuro della cooperazione europea in materia sanitaria si confronteranno autorevoli relatori, tra i quali il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. 

La mattina si concluderà con un dialogo tra Renato Balduzzi, direttore scientifico del convegno, e Paolo Perulli, sociologo dello sviluppo, autore di Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo. Condurrà il confronto il giornalista Alberto Bobbio.

Chi fosse interessato a prendere parte alla mattinata, può farlo previa iscrizione all’indirizzo

redazione@cortisupremeesalute.it.

Gente di spirito. La sfida di Halloween (L’Osservatore Romano).

Pubblichiamo per gentile concessione il testo integrale dellarticolo – una critica ragionata che stimola lautocritica dei cristiani attorno al fenomeno della festa di Halloween – apparso nelledizione del 30 ottobre del giornale ufficioso della Santa Sede.

Ci siamo. Nelle sacrestie, nei corridoi parrocchiali e sui catto-socialtutto è pronto per una delle sfide più attese dellanno: Halloween. Non ho alcun ricordo dellinfanzia legato ad Halloween: non se ne parlava, ed era questa strana cosa che vedevi nei film americani. Lo confesso: quando ero adolescente alloratorio del paese abbiamo fatto una cosa che più o meno poteva ricordare Halloween. Ma non credo fossimo gli unici: negli anni Novanta, in modo abbastanza ingenuo e senza grosso impegno ideologico, non era raro che si organizzasse un gioco in oratorio a tema horror, e a seguire riflessione del donsui santi e i defunti. La cosa si è diffusa e si è iniziato a fare qualche pensiero, prendendo atto che effettivamente i legami tra ciò che si festeggia nella solennità di Ognissanti e ad Halloween sono praticamente pari a zero.

Gli argomenti sullinopportunità di festeggiare Halloween per i cristiani sono molti: dai più culturali (non sarebbe una festa legata alle radici della nostra cristianissima civiltà) ai più teologici (ci sarebbe una visione della morte non compatibile con quella cristiana), fino a quelli esorcistici (meglio non scherzare con fantasmi, streghe e demoni). Eppure è sorprendente come, in pochi anni, questa festa proveniente da oltreoceano abbia riscosso successo. Ma mi domando: i bambinetti che verranno a suonare al campanello vestiti da streghette o mostriciattoli, accompagnati da genitori che indossano un imbarazzante cappello da stregoni e che non vedono lora di tornare a casa, davvero stanno celebrando il tramonto della cristianità, locculto e lo spiritismo?

Il sociologo Renaud Zeebroek sostiene che il ruolo degli elementi occulti che sarebbero evocati nella festa di Halloween «appare simile a quello dello schermo che maschera lillusionista per i pochi secondi necessari al suo cambio di personaggio»: in realtà si tratterebbe solo di un pretesto per fare festa, per consentire ai bambini di fare qualcosa di aggregante e originale e ai ventenni di passare una notte in cui concedersi qualche eccesso.

Insomma, diciamoci la verità: il problema ufficiale (e reale, ci mancherebbe!) è che Halloween presenta elementi dottrinali dubbi e problematici. Ma il problema più grande è un altro: questa squadra di festaioli ci sta dicendo che trova molto più interessante vestirsi da mostriciattoli che celebrare tutti i santi e commemorare i defunti. Qui la questione si fa seria. Pastoralmente e teologicamente. Fino a quando avevamo il monopolio dellintrattenimento giovanile nei paesi, facevamo le mega-pizzate, i super-fantasmagorici giochi, le iper-gite come esche e poi cinque minuti di preghiera finale, sperando che restasse qualcosa; e comunque sapevi che il giorno dopo (un poper convinzione e un poper inerzia) sarebbero venuti in chiesa. Questi ci hanno presi in parola, solo che hanno trovato posti che non gli chiedono nemmeno di sopportare i cinque minuti finali di preghiera, e se fanno la serata discotecanon hanno il mixer pre-diluviano delloratorio con limpianto luci fatto dal Peppino(sacrista, idraulico, elettricista, barista e addetto alla grigliata parrocchiale, perché in tutte le parrocchie c’è un Peppino), ma tecnologie allavanguardia e professionisti dellintrattenimento.

Ok, siamo tutti daccordo: Halloween è incompatibile con il cristianesimo. Se vogliamo ripetercelo va bene, e se ci fa sentire paladini della fede ribadirlo su internet va benissimo, non c’è nulla di male. Ma dovremmo affrontare poi il problema: quali alternative a una pastorale giovanile in due tempi, ossia aggregazione mediante proposte di intrattenimento e a seguire piccole pillole di preghiera o di pensiero cristiano? Perché, se fosse così, la sfida labbiamo già persa in partenza. E come fare a mostrare un volto non noioso e celebrabile di santità da parte di un bambino, di un adolescente e di un giovane?

Barometro Cisl: stiamo uscendo dalla crisi, ma non abbiamo ancora recuperato rispetto al 2019.

Pubblichiamo la pagina iniziale della nota (0ttobre 2021) messa a punto in questi giorni dal “Barometro Cisl del benessere/disagio delle famiglie”.

 

Redazione

 

Nel corso della prima parte del 2021 i dati del barometro Cisl hanno mostrato una relativa tenuta dell’indice sintetico del benessere delle famiglie italiane. L’indice di benessere negli ultimi trimestri ha continuato nella fase di recupero (appena sopra 90, fatto 100 il 2007) dopo il crollo (83,5) avvenuto nel corso del 2020. Tutt’ora resta un gap ampio da recuperare per tornare sui livelli pre-crisi, anche se la fase di ripresa in corso lascia sperare in ulteriori progressi nel corso dei prossimi trimestri.

 

Le politiche economiche e sociali hanno protetto le famiglie dagli impatti della pandemia.

 

Si tratta di un risultato certamente non esaltante in termini assoluti, considerando che nel 2021 le condizioni socio-economiche delle famiglie italiane risulterebbero ancora nettamente peggiori non solo nel confronto con il 2019, ma anche con il 2007, anno che precede l’inizio della grande crisi finanziaria. D’altra parte, l’economia italiana è stata attraversata in un quindicennio da ben tre recessioni di entità eccezionale, che fanno di quella in corso una delle esperienze peggiori in assoluto dal punto di vista economico e sociale, tanto in una prospettiva storica, quanto nel confronto internazionale.

Tuttavia, la parziale tenuta dell’indice di benessere negli ultimi mesi rappresenta certamente una nota positiva, alla luce delle difficoltà che hanno colpito larghi strati del tessuto produttivo del Paese, a seguito della pandemia e delle misure di distanziamento sociale che è stato necessario adottare.

 

Tale comportamento è da ricondurre non tanto a una minore gravità della crisi attuale; la differenza l’hanno fatta in buona misura le politiche economiche e sociali, che sono intervenute con misure straordinarie, cercando di compensare le perdite di reddito subite dai lavoratori e dalle imprese. L’entità delle risorse mobilitate attraverso le politiche fiscali e monetarie è stata difatti di gran lunga più rilevante in questa occasione.

 

Questa impostazione è comune alle maggiori economie avanzate. Essa rivela una profonda discontinuità rispetto alle politiche, basate su interventi molto meno radicali, che erano state adottate nel corso delle crisi precedenti, i cui effetti sul contesto socio-economico hanno poi avuto serie ripercussione anche sul quadro politico internazionale degli scorsi anni.

 

Per leggere il documento

Si torna verso la compatibilità dell’assegno di invalidità con un’attività lavorativa.

 

Enotizia di due giorni fa e si confida davvero che non si tratti di una fake.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo le proteste delle Associazioni degli Invalidi, a cominciare dall’ANMIC, a cui abbiamo dato spazio e voce e di cui ci siamo fatti carico assumendoci la responsabilità di stigmatizzare un’ingiustizia e di elevare una protesta, pare che sia venuto il momento di un provvedimento riparatore.

 

Sulla base di una sentenza della Cassazione, l’INPS con nota n.° 3495 del 14 ottobre u.s. aveva stabilito e comunicato che l’assegno di invalidità (ordinariamente quantificato in 287,09 euro mensili) era incompatibile con l’espletamento di una pur minima attività lavorativa. Di converso quest’ultima avrebbe impedito l’accesso all’assegno di invalidità come sopra quantificato.

 

Una situazione esistenziale che sarebbe andata oltre i margini di una precarietà tollerabile, valicando i confini stessi della mera sopravvivenza. Di fronte a questo dato oggettivo, che si commentava da solo, il Governo è corso al riparo, riconoscendo valide le argomentazioni sollevate con grande vigore e indignazione popolare dalle Associazioni e dalla stampa.

 

Pare dunque che ora il Governo abbia preso atto di una situazione oggettivamente insostenibile – “vivere con 287,09 euro al mese” – che determinava una ingiustizia palese in danno degli invalidi. La constatazione che con 287, 09 euro mensili non si campa neppure a pane e acqua – figuriamoci se aggiungiamo il pagamento di affitti, bollette, spese sanitarie, di vestiario ecc.- ha indotto il Ministro Orlando a proporre un emendamento al decreto fiscale in sede di conversione, riconoscendo che alle persone con disabilità venga riconosciuta la compatibilità dell’assegno di invalidità con lo svolgimento di una attività lavorativa che integri le esigenze vitali di sussistenza, ciò nel quadro di una contemperanza tra percentuale di invalidità riconosciuta e limiti di reddito complessivo.

 

Attendiamo con ansia la pubblicazione della legge di conversione del Decreto fiscale, contenente “l’emendamento Orlando” e che siano indicati con chiarezza i parametri entro cui assegno di invalidità e svolgimento di una compatibile attività lavorativa, possano coesistere.

 

La logica dell’inclusione sociale, della dignità e del rispetto verso le persone portatrici di disabilità non avrebbe ammesso una norma punitiva oltre i limiti dell’umano buon senso. Continueremo ad interessarci dei deboli, dei fragili, degli invalidi e dei disabili, come problema sociale prioritario e nei vari contesti di vita: il lavoro, la sanità, la scuola. Il tema della giustizia sociale è centrale per una società che voglia dirsi ed essere autenticamente inclusiva e democratica.

La piazza invisibile. Storia delle comunità dimenticate, dei rifiuti sociali prodotti dalla città progressista (Treccani).

 

Riportiamo un breve stralcio, con la possibilità di accedere con il link a fondo pagina alla lettura del testo integrale, dell’articolo pubblicato sul “Tascabile”, pubblicazione online della Treccani.

 

Juan Lóper Cano

 

Dal 1857, ogni anno in Messico ha luogo la costruzione della Petatera. L’edificio, di 60 metri di raggio e di fabbricazione artigianale, ospita un’arena dei tori per circa 5.000 spettatori, che si riuniscono per tutto il mese di febbraio a Villa de Álvarez, nello stato di Colima, per la festa di San Felipe de Jesús, una ricorrenza mista pagano-religiosa.

 

Nelle sei settimane precedenti, trenta abitanti della città danno forma a uno spazio per eventi composto di 70 gradinate di 2,5 m di larghezza per 3,5m di profondità costruite con tronchi di legno locale, poggiate su chiodi e legate con corda di itxle, una fibra vegetale che proviene prevalentemente dalla pianta d’agave. Il rivestimento è costituito da grandi teli di foglie intrecciate di petate, la palma che dà il nome allo spazio. La Petatera, un’ingegnosa opera frutto di un’unione collettiva – e per di più temporanea – è ai nostri giorni il migliore simbolo della tradizione costruttiva informale e la consapevolezza del suo valore fa parte del patrimonio immateriale nazionale messicano.

 

Se voltiamo lo sguardo all’indietro, troviamo un analogo successo della tradizione informale quando si è affrontata la vicenda piazza Jemaa el Fna di Marrakech. Uno spazio caratterizzato dall’assenza di pianificazione, di funzioni e di elementi costruttivi, ma che consente invece l’accadere di situazioni, che rinforza l’idea del racconto di storie, la possibilità di immaginare quello che non c’è. Entrambi gli spazi offrono l’opportunità di elaborare una riflessione più ampia sui progetti che vedono nell’immaterialità, nel non pensato o nel non appartenente una loro ragione d’essere, e che anzi hanno trovato in questi “difetti” il loro successo.

“Ahora bien, ¿Qué se requiere para que un sitio se convierta en necesario para la comunidad de una localidad? Para ello es menester que los constructores entiendan y respondan a plenitud a lo que la sociedad necesita.” La domanda e la risposta data da Luis Alberto Mendoza Pérez, architetto e ricercatore dell’Università di Colima sono molto chiare: è compito dei professionisti della costruzione rispondere ai bisogni delle società per cui operano.

 

Ma come dimostra la letteratura socio-antropologica urbana contemporanea, questa vicenda non sembra di essere regolare. Si potrebbe scrivere una storia completa, dalla metà dello scorso secolo, su quelle comunità dimenticate nell’atto – o negli atti – di fare città. A queste comunità, che in seguito verranno definite “rifiuti sociali” va dedicata l’indagine sull’attuale produzione spaziale elaborata in questo saggio. Il tutto con l’intento di prefigurare un percorso di produzione e pratica dello spazio collettivo che miri ad essere inclusivo, a varcare quei confini che definiscono il dentro e il fuori, a superare separazioni razziali, di genere o spirituali; una “passeggiata’’ sulle soglie della differenza che nutra il mestiere della produzione spaziale di esperienze e fallimenti e che, come si è appena detto sopra, tenda a includere il più possibile i quesiti posti da quella collettività per cui i progetti vengono ideati.

 

 

 

 

 

Chi è Juan López Cano.

Storico dell’arte e architetto. Dal 2010 è parte dello studio Orizzontale. Ha collaborato con One-Works Milano e lavorato per Medici Senza Frontiere. All’attività professionale coniuga quella universitaria ed editoriale, come redattore della rivista “Vuoto”. La sua prima monografia, “Urbanità Spontanee”, è stata pubblicata con LIBRIA nel 2020.

 

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https://www.iltascabile.com/linguaggi/la-piazza-invisibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Riportiamo un breve stralcio, con la possibilità di accedere con il link a fondo pagina alla lettura del testo integrale, dell’articolo pubblicato sul “Tascabile”, pubblicazione online della Treccani.

 

Juan Lóper Cano

 

Dal 1857, ogni anno in Messico ha luogo la costruzione della Petatera. L’edificio, di 60 metri di raggio e di fabbricazione artigianale, ospita un’arena dei tori per circa 5.000 spettatori, che si riuniscono per tutto il mese di febbraio a Villa de Álvarez, nello stato di Colima, per la festa di San Felipe de Jesús, una ricorrenza mista pagano-religiosa.

 

Nelle sei settimane precedenti, trenta abitanti della città danno forma a uno spazio per eventi composto di 70 gradinate di 2,5 m di larghezza per 3,5m di profondità costruite con tronchi di legno locale, poggiate su chiodi e legate con corda di itxle, una fibra vegetale che proviene prevalentemente dalla pianta d’agave. Il rivestimento è costituito da grandi teli di foglie intrecciate di petate, la palma che dà il nome allo spazio. La Petatera, un’ingegnosa opera frutto di un’unione collettiva – e per di più temporanea – è ai nostri giorni il migliore simbolo della tradizione costruttiva informale e la consapevolezza del suo valore fa parte del patrimonio immateriale nazionale messicano.

 

Se voltiamo lo sguardo all’indietro, troviamo un analogo successo della tradizione informale quando si è affrontata la vicenda piazza Jemaa el Fna di Marrakech. Uno spazio caratterizzato dall’assenza di pianificazione, di funzioni e di elementi costruttivi, ma che consente invece l’accadere di situazioni, che rinforza l’idea del racconto di storie, la possibilità di immaginare quello che non c’è. Entrambi gli spazi offrono l’opportunità di elaborare una riflessione più ampia sui progetti che vedono nell’immaterialità, nel non pensato o nel non appartenente una loro ragione d’essere, e che anzi hanno trovato in questi “difetti” il loro successo.

“Ahora bien, ¿Qué se requiere para que un sitio se convierta en necesario para la comunidad de una localidad? Para ello es menester que los constructores entiendan y respondan a plenitud a lo que la sociedad necesita.” La domanda e la risposta data da Luis Alberto Mendoza Pérez, architetto e ricercatore dell’Università di Colima sono molto chiare: è compito dei professionisti della costruzione rispondere ai bisogni delle società per cui operano.

 

Ma come dimostra la letteratura socio-antropologica urbana contemporanea, questa vicenda non sembra di essere regolare. Si potrebbe scrivere una storia completa, dalla metà dello scorso secolo, su quelle comunità dimenticate nell’atto – o negli atti – di fare città. A queste comunità, che in seguito verranno definite “rifiuti sociali” va dedicata l’indagine sull’attuale produzione spaziale elaborata in questo saggio. Il tutto con l’intento di prefigurare un percorso di produzione e pratica dello spazio collettivo che miri ad essere inclusivo, a varcare quei confini che definiscono il dentro e il fuori, a superare separazioni razziali, di genere o spirituali; una “passeggiata’’ sulle soglie della differenza che nutra il mestiere della produzione spaziale di esperienze e fallimenti e che, come si è appena detto sopra, tenda a includere il più possibile i quesiti posti da quella collettività per cui i progetti vengono ideati.

 

 

 

 

 

Chi è Juan López Cano.

Storico dell’arte e architetto. Dal 2010 è parte dello studio Orizzontale. Ha collaborato con One-Works Milano e lavorato per Medici Senza Frontiere. All’attività professionale coniuga quella universitaria ed editoriale, come redattore della rivista “Vuoto”. La sua prima monografia, “Urbanità Spontanee”, è stata pubblicata con LIBRIA nel 2020.

 

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Sudan: genesi del colpo di stato. Approfondimento dell’ISPI.

 

I militari rilasciano il premier Hamdok. Stati Uniti e Unione Europea rafforzano le pressioni su Khartoum, ma sul golpe pesano rivalità e antagonismi regionali. la nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

Antonella Napoli

 

Quando le Rapid support forces hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale a Khartoum all’alba del 25 ottobre, il primo ministro del Sudan Abdalla Hamdok non era sorpreso, ma pronto e risoluto a non cedere. Sapeva che il suo rifiuto a rassegnare le dimissioni avrebbe avuto delle conseguenze.

 

E così è stato.

 

In poche ore, dopo una notte di arresti che hanno coinvolto altri sei ministri e rappresentanti di istituzioni vicini al premier, si è compiuto il colpo di stato ‘annunciato’.

Intervenendo dalla televisione di stato, occupata dalle milizie, il generale Abdel Fattah Al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano, ha decretato lo scioglimento del governo civile e dell’organo politico e decisionale della transizione da lui guidato, composto sia da militari che da esponenti della società civile.

 

Il golpe non ha sorpreso neanche gli attori internazionali coinvolti nel processo di democratizzazione del paese, in primis gli Stati Uniti che avevano tentato di scongiurare la rottura.

 

Le tensioni crescenti avevano spinto l’amministrazione Biden a inviare in Sudan il rappresentante speciale per il Corno d’Africa Jeffrey Feltman. Nonostante i colloqui con il primo ministro Hamdok e il generale al-Burhan, ai quali aveva ribadito l’importanza dell’inderogabile impegno a portare a compimento la transizione pacifica in Sudan per continuare a godere del sostegno economico e della vicinanza degli Usa, la spaccatura tra le parti è stata inevitabile. Come la reazione Usa che ha sospeso i finanziamenti al paese.

 

I segnali di insofferenza dei generali verso il governo di Hamdok erano evidenti.

 

Nel 2020 il premier aveva subito un attentato, il mese scorso un tentativo di golpe di presunti ‘lealisti’ dell’ex presidente Omar Hassan al Bashir era stato sventato dall’esercito. Infine, due settimane fa, il fronte delle “Forze della libertà e del cambiamento”, coalizione dei promotori delle rivolte che avevano portato alla caduta di Bashir, si era diviso sull’appoggio all’esecutivo.

 

Ed è stata proprio la mancata coesione nell’ala civile che ha permesso al generale Burhan di affermare l’impossibilità del governo di andare avanti.

 

È arrivata così la richiesta delle dimissioni di Hamdok, il quale si era rifiutato di lasciare l’incarico.

 

Ma cosa c’è, davvero, dietro le tensioni e il colpo di stato?

I vertici militari del Consiglio sovrano affermano che le riforme in Sudan procedevano troppo a rilento e che l’impasse creata dalla spaccatura nella controparte civile impediva di proseguire la transizione e hanno chiesto la sostituzione del governo.

 

Ma, a fronte dell’approssimarsi del cambio alla guida del processo di transizione, che secondo l’accordo costituzionale del 2019 confermato nel 2020 con un’intesa a Juba, doveva avvenire a metà novembre, il golpe assume chiaramente i contorni di una presa di potere per non cederlo ai civili.

 

Un peso non indifferente in questo colpo di stato lo hanno avuto le pulsioni islamiste che restano forti nell’apparato istituzionale sudanese. Più di ogni altro elemento, a giocare un ruolo fondamentale è stata però la pressione economica.

 

Il Sudan stava provando a rilanciarsi economicamente in seguito alla fine delle sanzioni statunitensi e all’avvio di una serie di aiuti e finanziamenti internazionali.

Un tentativo di ripresa che ha dovuto fare i conti con gli effetti della pandemia e con una situazione molto difficile condita da un’inflazione galoppante e un disagio sociale crescente.

 

Il settore bancario sudanese è riuscito a risollevarsi prima del collasso ma l’emergenza sanitaria ha frenato il rilancio economico.

 

Durante la prima fase dei tre anni e mezzo previsti di transizione è stata avviata una profonda riforma delle istituzioni statali, con il contrasto alla corruzione e la costruzione di uno stato trasparente ed equo, sviluppando relazioni esterne distese, con un approccio moderato e “occidentalizzato” e un’equa rappresentanza delle donne nelle istituzioni.

 

Novità mal digerite dal fronte più “conservatore”, esponenti del vecchio regime annidati nel sistema sudanese.

 

Secondo il primo ministro Abdallah Hamdok lo sventato golpe di settembre era animato proprio da ‘lealisti’ del precedente governo, dichiaratamente ‘Repubblica islamica’, molti dei quali con ruoli nelle forze armate, nei servizi di sicurezza e in altre istituzioni governative.

 

Nelle ultime settimane sono scesi in piazza centinaia di manifestanti pro-esercito portati appositamente nella capitale Khartoum dalle realtà rurali dove ancora perdura una visione islamista.

 

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Sudan: genesi del colpo di stato

La complessità esige equilibrio. C’è una lezione che va oltre la questione dell’omofobia. Riguarda anche il governo delle città.

 

Brutto epilogo di una vicenda che avrebbe consigliato più rispetto di tutti e tra tutti. Ora, vista la scarsissima affluenza delle recenti amministrative, c’è da sperare che lo spettacolo a cui abbiamo assistito non provochi un aumento ulteriore della distanza dellopinione pubblica dalla politica nazionale.

 

Nicola Caprioli

 

Ora che la vicenda del Ddl Zan è arrivata al suo triste epilogo parlamentare, ora che vanno progressivamente a ricomporsi i toni da “crisi di nervi” da un lato e da “cori da stadio” dall’altro, è compito di coloro che continuano a credere nella Politica come alto servizio al bene comune analizzare con onestà e realismo l’accaduto.

 

Ebbene abbiamo assistito, trasmessa per di più a favore di telecamere dalla nostra camera alta, alla (in)degna conclusione di una vicenda caratterizzata fin dal suo esordio parlamentare da un’esasperazione ideologica, perpetrata da ambo le parti, che ha finito inevitabilmente per stritolare in modo brutale aspettative di minoranze che avrebbero sicuramente meritato maggiore rispetto.

 

Aspettative che avrebbero meritato, in particolare, un percorso di discussioni ponderate nel merito e nei contenuti e soprattutto, trattandosi di diritti civili, un consolidamento normativo fondato sulla più ampia e sostanziale condivisione possibile tra le forze politiche e basato su quell’imprescindibile fondamento della seria pratica politica che è l’arte della mediazione.

 

Quella stessa mediazione tanto vituperata da quelli che sono incapaci di percepire o accettare la complessità delle dinamiche sociali e civili di oggi o che, ancora peggio, ne sono ben consapevoli ma scelgono di blandire facilmente la pancia del proprio target elettorale. Quella stessa mediazione che potrebbe invece, se praticata con competenza e onesta attenzione verso tutti gli interessi in gioco, essere lo strumento d’elezione per arrivare alla migliore e più adeguata regolamentazione delle complesse realtà sociali e civili odierne.

 

Dopo la scarsissima affluenza delle recenti amministrative c’è da sperare che lo spettacolo a cui abbiamo assistito non provochi un aumento ulteriore della distanza dell’opinione pubblica dalla politica nazionale. Altrettanto incrollabile ottimismo serve probabilmente per augurarsi che quanto accaduto possa essere in questo senso un efficace monito per le forze politiche responsabili di questa triste pagina istituzionale.

 

A tale riguardo giova inoltre ricordare che anche nell’ambito di governo delle amministrazioni locali una mancanza di equilibrio può mettere il piombo sulle ali di un centrosinistra pur vincitore in modo netto dell’ultima tornata elettorale. D’altra parte, però, a tale rischio corrisponde la grande opportunità di riscatto, proprio a partire da tali sfere amministrative percepite vicine dai cittadini, applicando la cultura della mediazione nelle modalità di gestione di ogni “complessità locale” e garantendo la giusta rappresentanza ad ogni realtà e istanza presente sul territorio, lasciando ad altri gli approcci e le forzature di natura ideologica.

Ddl Zan, tramonta la “cultura della mediazione”.

 

Al di là delle dichiarazioni propagandistiche e goliardiche di alcuni partiti, resta sul tappeto lassenza di una legge che poteva essere una ghiotta opportunità per ripristinare una vera politica dei diritti. Di tutti. Superando pregiudiziali ideologiche e le ridicole aggressioni verbali gli uni contro gli altri.

 

Giorgio Merlo

 

La vicenda finale del ddl Zan è la plateale conferma che nel sistema politico italiano la cosiddetta “cultura della mediazione” o della “politica del confronto”, per citare una terminologia squisitamente democratico cristiana, si sono per il momento inabissati. E questo fa giustizia anche di tutte le corbellerie e gli sproloqui che comunemente si sciupano quando si parla della Democrazia Cristiana, delle sue scelte programmatiche e, soprattutto, del suo “metodo” politico. Perchè di questo si tratta. Un tempo le teste pensanti della DC – anche se non sono mai mancati da quelle parti gli integralisti e i clericali – denunciavano apertamente gli atteggiamenti che si richiamavano ad un contrasto irriducibile tra i “guelfi” e i ghibellini”. Altri tempi ma anche altri leader politici e altri statisti. E questo perchè proprio la mediazione e la ricerca di una sintesi erano il faro che illuminava l’azione politica di quel grande partito popolare, interclassista, riformista e soprattutto con una spiccata cultura di governo. E quando furono fatti errori clamorosi – come quello sul referendum del divorzio – fu l’intera Dc a pagarla pesantemente. In termini politici, culturali e anche elettorali.

 

Certo, nei tempi dominati dal populismo grillino, dalla demagogia salviniana, dall’antipolitica e dal massimalismo della sinistra è quasi inevitabile che tutto diventi scontro frontale e battaglia sino all’ultimo istante. E questo perchè il tema di fondo non è quasi mai il merito concreto della questione in discussione ma la volontà di delegittimare prima moralmente e poi politicamente l’avversario. Che poi è sempre e solo il nemico da annientare. Altrochè la “cultura della mediazione” e la “strategia del confronto” di morotea memoria che sono stati la cifra distintiva della lunga esperienza politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana. E questo è un altro elemento di richiede ed invoca la presenza di un partito/movimento/soggetto di centro che sappia recuperare ed inverare, oggi, nella concreta dialettica politica quelle costanti che, da sempre, caratterizzano una politica democratica e costituzionale. E la lunga vicenda del dibattito e poi del voto finale sul ddl Zan non sono che l’epilogo inevitabile di questa sciagurata gestione politica. Quello che dispiace, al di là delle dichiarazioni propagandistiche e goliardiche di alcuni partiti, è che resta sul tappeto l’assenza di una legge che poteva essere una ghiotta opportunità per ripristinare una vera politica dei diritti. Di tutti. Superando pregiudiziali ideologiche e le ridicole aggressioni verbali gli uni contro gli altri.

 

E questo è il punto vero della crisi della politica contemporanea. Perchè sin quando il populismo, il massimalismo e la demagogia sono i punti di riferimento dell’azione politica di molti partiti, è del tutto inevitabile che non si raggiungeranno mai risultati politici di spessore e di qualità. O meglio, saranno sempre e solo scelte che vengono individuate e vissute come una sorta di clava per colpire l’avversario/nemico. Che, come ovvio, va annientato e liquidato anche a livello morale. Prima ancora che politico. Si tratta, quindi, di cercare di invertire profondamente la rotta. Non è più tollerabile una politica e una prassi che hanno come unico se non esclusivo obiettivo politico quello di distruggere l’avversario. Perchè se questo atteggiamento dovesse proseguire, non potremmo che arrivare alla conclusione che la politica è solo scontro. Religioso – finto ed ipocrita ovviamente -, politico, culturale, programmatico se non addirittura di civiltà. Avevamo appena archiviato la solita e scontata polemica sul fascismo e sull’antifascismo – che, di norma, scoppia sempre nell’ultima settimana di campagna elettorale per poi scomparire, altrettanto puntualmente, all’indomani di ciò che dicono concretamente le urne – che si ripropone l’ormai fisiologica polemica frontale e senza esclusione di colpi.

 

Ecco perchè, forse, è arrivato il momento per riproporre uno “stile” e un “metodo” politico che hanno fatto grande il nostro paese nel passato e che lo riporta, invece, nel tunnel della crisi ogniqualvolta la politica entra in crisi o sprofonda in un campo fatto di aggressioni verbali, di delegittimazioni morali e politiche e di attacchi personali e sfrontati. Perchè senza la “cultura della mediazione” e del metodo del “confronto” continuo e permanente la politica continuerà ad essere dominata dal populismo, dal massimalismo e dalla demagogia. Verrebbe da dire, adesso anche basta.