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Unica soluzione il ritorno al proporzionale

Enrico Letta, confidando sull’intesa con il M5S, ha rilanciato il maggioritario. Ora è costretto a cambiare nuovamente schema. È interesse dei gruppi politici di centro, obbligati a trovare spunti di unità, attestarsi sulla linea della legge proporzionale.

Con l’avvento di Enrico Letta alla guida del PD, e con i suoi primi passi nell’intricato e mutevole teatro politico, sembrava che tutto potesse cambiare a suo vantaggio e che anzi il bipolarismo sostenuto dalla legge maggioritaria potesse nuovamente regolare la vita politica italiana. Peraltro questa tendenza sembrava resa praticabile dalla candidatura dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a capo dei Cinque Stelle con la dichiarata possibilità di un Movimento in progressivo abbandono di vesti populiste.

Ma in questi giorni i segnali che vengono da questa area politica sono di tutt’altro segno. Infatti i contatti frenetici tra le due forze per costruire alleanze per le competizioni elettorali amministrative programmate per il prossimo inizio d’autunno, non hanno dato i frutti sperati da Letta, che si è trovato davanti muri insormontabili, sopratutto a Roma e Torino.

Insomma a Roma l’attuale Sindaco Virginia Raggi è decisa a tutto ed ha annunciato la sua ricandidatura con consistenti incoraggiamenti dal suo mondo politico e Carlo Calenda ha posto la sua candidatura autonoma dopo essere stato rifiutato dai Democratici quale concorrente per il centrosinistra; a Torino Chiara Appendino, anch’essa Sindaco uscente, pur avendo sostenuto nel recente passato di non voler proseguire la corsa al Comune, sicuramente incoraggiata dalla situazione romana, ha cambiato idea e si ricandida, sottolineando che qualora nel ballottaggio risultasse terza, sicuramente non inviterà i suoi elettori ad appoggiare il candidato PD.

Da questi primi e significativi accadimenti, i propositi di Letta subiscono un serio colpo riguardo ad una facile alleanza con i grillini e soprattutto di  riguadagnare la rendita di posizione del sistema elettorale maggioritario fortemente logorato in questi anni con l’irruzione nella scena politica del Movimento 5 Stelle, della sensibile crescita della Lega in palese e ruvida concorrenza con gli inseguitori di fratelli d’Italia, con Forza Italia sempre più imbarazzata, anche all’interno del centrodestra, a causa delle connotazioni populistiche dei propri alleati.

Enrico Letta sicuramente è stato precipitoso ed ha sopravvalutato le capacità di leadership di Conte riguardo il poter controllare la propria area alle prese di effetti da montagne russe, rapidi come sono risultate fortune e sfortune elettorali che li vedono fortemente ridimensionati nelle aspettative future e divisi tra loro. Ma mi chiedo, come si poteva pensare ad una alleanza strutturale giallorossa quando fino a poco tempo fa il loro mantra era di non cooperare giammai con il PD. Si dirà che in politica il mai  si può tramutare nel contrario, ma evidentemente i grillini preferiscono una alleanza di scopo e restare in competizione, anziché rischiare una sorta di camicia di Nesso che alla lunga li neutralizzi assoggettandoli al PD.

Dunque, se questa è la situazione, la via del ritorno al proporzionale che aveva visto lo stesso Zingaretti d’accordo, non potrà essere evitato, pena un quadro politico reso ancora più fosco dal procedere fermo e sicuro della compagine di centrodestra sia per le amministrative come per le elezioni politiche prossime. Ora il cambiamento della legge elettorale in proporzionale, non potrà che essere positivo per convincere più elettori a recarsi alle urne, a rinnovare i partiti e provocare una maggiore responsabilizzazione delle posizioni popolari, liberali e riformatrici. Infatti finora, per comodità o per costrizioni, costoro si sono accodate agli schieramenti di destra o di sinistra rendendo la politica italiana tra le più confuse d’Europa.

Quale Europa per il futuro che ci attende

Il movimento che si sta sviluppando con riferimento ideale al volume di Piero Bassetti “Svegliamoci Italici!” non può e non deve restare come idea-visione autoreferenziale di un gruppo di sognatori a lungo termine, ma deve invece radicarsi nel confronto ideale dell’oggi, contribuendo da subito alla costruzione del futuro con l’apporto della Comunità dei NUOVI ITALICI. Ciò vale, a mio parere, soprattutto su un tema tornato fortemente di attualità, quale è la costruzione dell’Europa Unita, anche grazie all’apporto significativo della civiltà italica. Già dieci giorni fa, Lucio d’Ubaldo ci ha lanciato attraverso “Il Domani d’Italia” uno stimolo, analizzando in chiave italica l’inatteso episodio da guerra fredda creato dalla dichiarazione di Putin contro David Sassoli in quanto presidente del Parlamento Europeo, articolo cui hanno fatto seguito alcuni importanti commenti, ma senza quella corale partecipazione, seppur variegata nelle opinioni, che avrebbe dovuto scaturirne.

Ma ben più negativamente significativo è il silenzio pressoché totale che abbiamo dovuto registrare sui media di varia natura, rispetto all’impegnativo ed innovativo discorso pronunciato dallo stesso Presidente Sassoli il 9 maggio scorso, in apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa: spero mi sia sfuggito qualche articolo, poiché non possono certo bastare per una sufficiente informazione dell’opinione pubblica italiana i due pur efficaci articoli pubblicati su “Italia Oggi” ed “Il Foglio”. Fortunatamente chi è interessato all’argomento, dopo averne avuto notizia, può trovare sul web non solo il testo del discorso pronunciato da Sassoli ed una intervista rilasciata dallo stesso a “Le Grand Continent”. E in effetti c’era bisogno che qualcuno, autorevolmente, squarciasse la cortina di ipocrisia sullo stato di salute dell’Europa.

La gigantesca crisi economica e sociale innescata dalla pandemia, il venir meno dei tradizionali equilibri e sistemi di potere e degli assetti istituzionali, la necessità innegabile di un generale accordo per la salvezza dell’ambiente, il profilarsi sempre più ravvicinato di un radicale cambio della vita del Pianeta in tutti i suoi aspetti, la perdita di significato reale, al di là delle risposte di stampo sovranista/nazionalista, dei confini territoriali degli Stati, confini già messi in crisi dall’economia globalizzata ed ora dal virus che non conosce barriere, le guerre fredde e calde che minacciano o già colpiscono diverse aree ed in particolare il Mediterraneo, tutto ciò avrebbe dovuto suggerire riflessioni e proposte per un futuro tutto da immaginare e costruire, anziché la semplice riproposizione di obiettivi non conseguiti in 50 anni ed ormai comunque insufficienti, o ancora peggio, ipotesi di dissoluzione dell’Unione Europea.

Ma cosa ha detto di rilevante ed innovativo il presidente Sassoli? E’ partito dalla presa d’atto della svolta epocale innescata dalla pandemia 2020/2021 per la vita ed i comportamenti futuri di tutto il genere umano e quindi anche per i cittadini europei: LUnione Europea ha bisogno di essere modernizzata, dobbiamo adattare le nostre risorse ed i nostri strumenti per poter affrontare le sfide finanziarie, economiche, sociali, ambientali e migratorie. Sfide pari alle aspettative che i nostri cittadini hanno nei confronti dellEuropa”. Le soluzioni che Sassoli propone all’Europa per fronteggiare la crisi ed offrire una positiva transizione al futuro, sono: solidarietà fra gli Stati, adozione di una politica sanitaria comune, la ricerca di coesione sociale; insieme ad incisive novità istituzionali quali: riconoscere al cittadino europeo nel momento in cui viene chiamato ad eleggere il Parlamento Europeo rafforzato nei suoi poteri, anche la possibilità di poter esprimere la propria preferenza per chi dovrà presiedere la Commissione Europea, l’abbandono negli Organi di governo dell’Unione dell’obbligo dell’unanimità, e più in generale l’aggiornamento dei Trattati comunitari. Proposte chiare per cambiamenti incisivi, espresse solennemente pochi giorni dopo aver pronunciato nell’Assemblea del Consiglio d’Europa un altrettanto significativo discorso, di cui almeno un passaggio va richiamato per la sua chiarezza: Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà.”

Come non definire sconcertante il silenzio degli organi di informazione, degli onnipresenti e logorroici commentatori, degli esponenti delle forze politiche italiane di varia collocazione? Eppure di Europa, a causa del bisogno di sostegno finanziario che soprattutto il nostro Paese sente, se ne parla e molto, di questi tempi. E per la verità, a prescindere dal mancato commento sull’apertura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, qualche tentativo di affrontare tale tema, lo si è notato. Ad esempio Sergio Romano sul Corriere della Sera del 16 maggio scorso chiede di prendere atto della inutilità di questa Unione Europea e tornare alla Comunità Europea originaria, formata nel 1957 dai 6 Paesi firmatari dei Trattati di Roma. Ed un pamphlet di Emanuele e Francesco Stolfi appena apparso in libreria con il titolo “E se invece di una Europa ne avessimo due?”, propone la separazione consensuale tra i 9 Paesi della vecchia Europa Carolingia da una parte (Francia, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia, Lussemburgo) ed i restanti 18, identificati per semplicità come Europa Prussiana, dall’altra parte. Due soluzioni accomunate dallo stesso difetto: eliminare l’unico legame che tiene insieme i 27 Paesi dell’attuale Unione Europea, cioè il vincolo della politica economica e monetaria comune, quello strumento cioè, certo imperfetto, che ci consente di guardare con fiducia alla ripresa post pandemia.

Non sono certo mancate in questo periodo, poi, prese di posizione più umorali che meditate, a reclamare la presa d’atto del fallimento o inadeguatezza delle risposte europee per combattere la pandemia, in particolare in tema vaccini, per contrastare e governare i fenomeni migratori, per eliminare i rischi che la crisi libica può provocare nell’area mediterranea, per mitigare le mire espansionistiche della Turchia di Erdogan.

Criticità anche gravi, innegabili, ma le cui ragioni vanno ricercate anche e soprattutto nei  difetti originari e mai risolti dell’Unione Europea: inesistenza di politiche europee in campo sanitario e sociale, per la politica estera e per la difesa, gelosamente  rimaste prerogative dei singoli Stati. Quindi proteste viziate da una visione miope, che addebita frettolosamente alla Unione quelle che sono le conseguenze del mancato rafforzamento in senso federale dell’Europa. Certo è innegabile la percezione spesso eccessivamente minuziosa dei Regolamenti Europei, ma forse sarebbe stato provvidenziale, di questi tempi, mi si consenta la provocazione, una norma europea che in carenza di decisioni governative, regionali, municipali, imponesse l’apertura deli finestrini degli autobus, onde favorire l’areazione, frenando le occasioni di contagio.

Non mi illudo certo che le proposte di David Sassoli possano avere un percorso facile, anzi sarà sicuramente molto impervio se lasceremo la decisione esclusivamente nelle mani dei Capi di Governo Europei: occorre una forte e convinta partecipazione dell’opinione pubblica a sostegno del salto di qualità da fare per giungere alla rivisitazione dei Trattati Comunitari. Ed anche gli italici sparsi nel mondo, proprio perché legati da un comune vincolo comunitario di “civiltà-cultura” indipendente dal luogo di residenza, potrebbero partecipare grazie alle tecnologie che consentono l’interconnessione a distanza, all’impegno collettivo per la costruzione di un nuovo modello federativo europeo, che veda condivisi non solo politiche economiche e monetarie, politica estera e difesa, ma anche governance e diritto, politiche per l’occupazione, welfare, salute, scuola, ricerca.

Mi auguro di aver avviato con questo mio intervento, un dibattito utile ed ampio, sulle pagine del “Domani d’Italia” ed altrove. Ed aggiungo come proposito operativo quello di avviare un’azione di sensibilizzazione affinché il voto per l’elezione diretta del Parlamento Europeo sia garantita a tutti i cittadini. Attualmente infatti “gli elettori italiani che risiedono negli altri Stati membri dell’Unione, possono votare per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia nelle sezioni elettorali costituite nei consolati d’Italia, negli istituti di cultura, nelle scuole italiane etc. Anche gli italiani che si trovino temporaneamente all’estero, sempre in uno dei Paesi membri dell’Unione, possono votare. In questo caso devono aver fatto domanda, tramite il Consolato, al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per il successivo inoltro al Ministero dell’Interno.” Apparirà a tutti chiaro come queste previsioni normative siano burocraticamente restrittive, non rivelatrici di reale integrazione comunitaria dei cittadini europei, e non in linea con le possibilità alternative di partecipazione al voto, offerte dall’utilizzo delle moderne tecnologie. Ma la tematica assume connotazioni ancora più negative, se andiamo ad esaminare la posizione dei cittadini italiani residenti in Paesi non membri dell’UE: “I cittadini italiani residenti nei Paesi non membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti italiani al Parlamento europeo presso il Comune di iscrizione elettorale, devono cioè rientrare in Italia”. Una previsione normativa palesemente assurda e discriminatoria, anche alla luce della possibilità di voto invece concessa agli stessi cittadini, per l’elezione del Parlamento italiano.

Faccio notare, en passant, che non mi risulta che sia stata manifestata finora la necessità o l’opportunità di modificare le disposizioni sopra richiamate, né da parte delle forze politiche italiane, né da parte dei pur attenti movimenti europeisti, né da parte delle rappresentanze degli italiani all’estero. Sollevare questo tema e contribuire a risolverlo potrebbe essere un concreto esempio della attenzione alla Comunità italica nel mondo ed al contempo del riconoscimento dell’Europa come soggetto istituzionale sempre più centrale per gli equilibri mondiali, purché rappresentativo delle varie culture/civiltà in essa presenti. E per noi Associazione Svegliamoci Italici sarebbe un modo per ribadire che la civiltà italica, al pari delle altre, non si esaurisce e non si fa imprigionare dai vecchi confini territoriali.

 

Umberto Laurenti,

vice Presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici”.

Come cambiano i servizi segreti

Le nuove frontiere dell’intelligence vestono donna. Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiana, (servizi segreti) sono coordinate dal Dis, struttura in cui per la prima volta c’è una donna, la dott.ssa Elisabetta Belloni: “una persona preparatissima, una diplomatica, già capo dell’Unità di crisi e Segretario generale della Farnesina”. A ricordarlo è un’esperta, Antonella Colonna Vilasi. Responsabile del Centro Studi sull’Intelligence – UNI – Ente di ricerca legalmente riconosciuto dal MIUR, MISE e dalla Commissione Europea, collabora in numerose riviste scientifiche, con articoli su Intelligence e Sicurezza. Insegna Intelligence in numerose agenzie ed Università. Il suo ultimo libro, dal titolo “I Servizi Segreti mondiali. Nuove sfide e prospettive future” (Youcanprint 2020) verte su una visione complessiva dell’intelligence internazionale, facendo una carrellata delle maggiori strutture di intelligence mondiale.

Con la nomina di Elisabetta Belloni, posta a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza italiano, dal governo Draghi, ci si auspica un cambio di paradigma all’interno dei servizi segreti del nostro Paese. In particolare, le nuove sfide riguardano la cyber sicurezza, in un mondo sempre più globalizzato in cui parlare di servizi “segreti” sembra un paradosso. Non è così per la prof.ssa Colonna Vilasi che, da esperta, dichiara “i servizi segreti ancora necessari, in quanto non tutte le informazioni vengono (e possono venire) veicolate attraverso internet, in particolare, proprio quelle di natura segreta, filtrate all’interno delle agenzie, in cui il fattore umano è ancora preponderante. Anzi, nell’epoca di internet, si è visto che non possiamo soggiacere solo ed unicamente sulla completa validità della struttura telematica. Dunque il fattore umano, va rivalutato proprio per ciò che concerne il lavoro dei servizi di spionaggio e di controspionaggio”. L’Italia, uno dei Paesi in cui l’intelligence è storicamente protagonista, è chiamata oggi ad un aggiornamento, per meglio rispondere alle nuove emergenze, in particolare, quelle riguardanti le Fake News e la propaganda terroristica telematica.

Marchesi, il comunista. Ma non solo: l’ultimo saggio di Canfora implica una lettura a più strati.

Luciano Canfora indaga da oltre trent’anni la figura di Concetto Marchesi: il volume Perché sono comunista si può leggere come summa della sua «fede» comunista e come riflessione sul ruolo dell’intellettuale. Qui si riproduce uno stralcio dell’articolo pubblicato sul sito della rivista “Il Mulino”.

 «Parlare di sé è impresa ambiziosa e fastidiosa e mortificante spesso»: così esordisce Concetto Marchesi il 5 febbraio 1956 al Teatro Nuovo di Milano, dinanzi agli Amici della rivista «Rinascita». È questo un topos al quale Marchesi, studioso degli antichi uomini della parola e «uomo della parola» egli stesso, non si sottrae. Dieci anni prima, il suo compagno di partito e collega costituente Emilio Sereni, nel licenziare uno scritto autobiografico destinato alla collana Dirigenti comunisti aveva scritto: «Ma accidenti a quando bisogna dir bene di sé: è quasi più piacevole, ancora, farsi l’autocritica».

In realtà, l’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire. Nel prologo a L’età forte, Simone de Beauvoir osservava: «Mediocre o eccezionale che sia, se un individuo si descrive con sincerità, la cosa tocca più o meno tutti. Impossibile far luce sulla propria vita senza illuminare in qualche punto quella degli altri». Le autobiografie dei comunisti non furono prive di tagli, omissioni, aggiustamenti e adulterazioni; tuttavia, per molti aspetti, esse parlano al lettore di oggi, come al coevo al quale erano destinate.

L’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire.

La pratica autobiografica fu diffusa nel Partito comunista a tutti i livelli dell’appartenenza e della militanza. Nel libro Fabbrica del passato (ripubblicato da Quodlibet, 2021, con una prefazione di Carlo Ginzburg e una nuova introduzione), Mauro Boarelli ha raccolto le autobiografie dei militanti comunisti emiliani del secondo Dopoguerra, ricostruendone genesi, modelli e contesti. Mai studiate nel loro insieme, invece, sono le autobiografie dei dirigenti, come Sereni, e dei militanti più illustri, quale fu Marchesi. Boarelli ricorda, nella sua prefazione, che «la fine del Partito comunista italiano ha comportato l’abbandono della politica del ricordo», in una combinazione pericolosa di subalternità culturale e rimozione storica.

A cura di Luciano Canfora, Sellerio ha pubblicato un testo autobiografico di Concetto Marchesi, Perché sono comunista: e sotto questo titolo sono raccolti due ulteriori brevi testi che con il primo si incastrano e si illuminano vicendevolmente. I tre scritti costituiscono, in realtà, delle trascrizioni di discorsi che Marchesi tenne, rispettivamente, nel 1956 a Milano, come si è detto (Perché sono comunista, pp. 40-64); nel 1945, il 16 aprile, a Palazzo Capizucchi a Roma (La persona umana nel Comunismo, pp. 65-84); e ancora nel 1956, il 9 dicembre, all’VIII congresso del Pci (Testamento politico, pp. 85-102).

I tre discorsi erano stati pubblicati sparsamente, pertanto è utile ricordare qui le sedi delle prime edizioni per la praticità del lettore: gli Scritti politici di Marchesi (Editori Riuniti, 1958); la rivista «Rinascita» (vol. 2, 4, aprile 1945); gli Atti e risoluzioni dell’VIII Congresso (Editori Riuniti, 1957).

Canfora riflette da oltre trent’anni intorno alla figura di Marchesi, a partire da La sentenza (Sellerio, 1985), dove indagava il ruolo di Marchesi nell’assassinio di Giovanni Gentile, fino al recente e monumentale Il sovversivo (Laterza, 2019). Il volume Perché sono comunista si può leggere isolatamente come summa della «fede» comunista di Marchesi; tuttavia, il commento più ampio ai tre scritti si trova nelle pagine del libro di Laterza, al quale il lettore curioso potrà ricorrere.

 

 

Per leggere l’articolo completo digitare sotto:

 

https://www.rivistailmulino.it/a/perch-sono-comunista?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+Libri+da+leggere+e+da+discutere+%5B7804%5D

Papa Francesco: sugli scontri tra Gaza e Israele, “cessare il frastuono delle armi e percorrere le vie della pace”.

“Seguo con grandissima preoccupazione quello che sta avvenendo in Terra Santa. In questi giorni, violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele hanno preso il sopravvento, e rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione. Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere”. Lo ha detto il Papa dopo la recita del Regina Caeli: “Il crescendo di odio e di violenza che sta coinvolgendo varie città in Israele è una ferita grave alla fraternità e alla convivenza pacifica tra i cittadini, che sarà difficile da rimarginare se non ci si apre subito al dialogo. Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro?”. Quindi Francesco ha rivolto un “appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, anche con l’aiuto della Comunità Internazionale”. “Preghiamo incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli. Preghiamo per le vittime, in particolare per i bambini”, ha concluso il Papa.

Gualtieri a centocelle parte con il piede sbagliato. “Io amo la mia città” non è una proposta politica.

La prima uscita di Gualtieri a Centocelle ha deluso le attese.  Il candidato del Pd, incoronato da Letta come sicuro Sindaco di Roma mentre si allestiscono in pompa magna le primarie per decidere a questo punto non si sa bene cosa, avrebbe dovuto lanciare un messaggio di ampio respiro. Invece sì è prodigato in generiche affermazioni, soprattutto facendo leva sulle opportunità collegate ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), perché “Roma abbia la parte che ad essa spetta di queste risorse per farne una città più bella, più verde, più unita e più giusta”.

È un impegno generoso ma non concreto, senza un’anima politica e una intelaiatura programmatica. Nessuno pretende in questa fase che sia sciorinato l’elenco delle mille iniziative future, né che si definisca a spron battuto il discorso sulle necessarie compatibilità economiche. E tuttavia, se si affronta il lungo percorso elettorale con la convinzione di essere il vincitore predestinato, una maggiore nitidezza di approccio si rivela obiettivamente necessaria.

Centocelle è un quartiere che non è più la periferia dei romanzi di Pasolini. Aveva in passato un valore strategico.
Nel 1970, in occasione del centenario di Roma Capitale, doveva trasformarsi in un moderno e razionale agglomerato urbano. Era il progetto, voluto dalla Dc, di “Roma ‘70”: la prima grande operazione urbanistica per innervare l’ambiziosa strategia dell’Asse attrezzato, sul quale insisteva il Sistema Direzionale Orientale (SDO), così come previsto dal Piano regolatore del 1962-1965. Da sempre, sul punto, l’opposizione comunista aveva manifestato la sua sostanziale contrarietà.

È stata la Giunta Rutelli, all’inizio del primo mandato, a decretare la fine dello SDO. Galeotto fu il ritrovamento di alcuni reperti archeologici nell’area del vecchio aeroporto militare, sicché Centocelle ha perso di colpo la sua centralità nel ridisegno complessivo della Capitale. Adesso, pertanto, è un quartiere non privo d’identità, orgogliosamente aggrappato alla sua struttura di “città nella città”, ma nondimeno sospeso tra speranza e frustrazione. Senza la proiezione immaginata con lo SDO, Centocelle sopravvive alle proprie aspettative di un tempo, accettando in qualche modo la logica della rassegnazione.

Certo, se Gualtieri fosse andato a Centocelle con lo spirito dello studioso di storia, quale egli è per molti in forma eminente, avrebbe potuto affondare le mani nel grande pozzo delle battaglie sbagliate del Pci e da riformatore onesto, pensando agli errori passati del partito cui si lega la sua formazione politica, avrebbe avuto finanche la possibilità di “fare autocritica”, come suol dirsi, accennando magari alla ripresa di un disegno importante per la città, se non identico almeno simile, per qualità e significato, a quello dello SDO. Non lo ha fatto perché forse, di farlo, non gli è passato nemmeno lontanamente per la testa. Ha fatto solo un’uscita qualunque, in un quartiere qualunque, con un discorso qualunque, tanto per annunciare che la sua aspirazione è rendere felice, dopo la Raggi, i cittadini romani.

Guardare ai prossimi 20 anni, come ottimamente propone Gualtieri, non vuol dire organizzare il surf degli ammiccamenti per esaltarsi al canto di “Io amo Roma”. È troppo e troppo poco, al tempo stesso, specie se la divisione che segna questa candidatura, fuori da un accordo con Calenda, rende l’amore per la città un sentimento a rischio per la divisione dell’elettorato riformista.

Una “politica di centro”.

Dunque, come era prevedibile, ci troviamo di fronte a due derive politiche di fondo. Nel campo  della sinistra c’è una evidente ed oggettiva deriva populista e giustizialista sempre più marcata. Al  di là del fallimento dell’alleanza a livello amministrativo – da Torino a Roma, da Milano a Bologna e  in quasi tutti i comuni che andranno al voto ad ottobre – persiste la tenace volontà dell’attuale  capo del Pd e di ciò che resta del partito di Grillo e forse di Conte di stringere un’alleanza politica  “organica, strutturale e storica” in vista delle prossime elezioni politiche generali. Appunto,  un’alleanza sancita dalla riaffermazione di una visione populista, giustizialista e sostanzialmente  grillina della politica e delle istituzioni. Oserei dire un’alleanza quasi naturale per non dire  politicamente coerente con l’orientamento attuale di questi due partiti. 

Sull’altro fronte, la crisi politica e di consensi progressiva e forse irreversibile di Forza Italia – al di  là degli strali ad intermittenza degli odiatori professionali della sinistra politica, giornalistica,  intellettuale e giustizialista italiana praticata in questi lunghi ed interminabili 25 anni – cioè  dell’unica forza politica moderata, liberale ed europeista del vecchio centro destra, impone quasi  per necessità il decollo di una futura lista/soggetto politico di centro che sia in grado di  condizionare e orientare il corso della politica italiana. Un luogo politico alternativo alla deriva  trasformistica ed opportunistica che ha caratterizzato pesantemente l’ultima fase della politica  italiana, a partire dalla vittoria delle forze populiste nel marzo del 2018. E non un soggetto politico  riconducibile solo ad un vago ed incolore posizionamento geografico. E, inoltre, una scommessa  politica che non può scegliere frettolosamente ed irreversibilmente un campo politico ma che  coltiva l’ambizione, questo sì, di condizionare profondamente l’evoluzione degli attuali blocchi.  Poi, certo, ci sarà il momento della scelta concreta dell’alleanza con cui fare un pezzo di strada.  Quella, però, che sarà meno esposta al vento del populismo, del giustizialismo e dell’antipolitica  che ha finito solo per produrre guai infiniti alla stessa democrazia italiana che non può,  oggettivamente, convivere a lungo con queste derive che ne minimano la credibilità alla radice. 

Certo, una lista/soggetto politico che non può, altresì, essere confusa con una presenza  vagamente e fanciullescamente testimoniale. Esprimenti nati a decine in questi ultimi anni e che  continuano a germogliare come funghi in autunno e che sono accomunati, purtroppo quasi tutti,  da due esiti: e cioè, politicamente irrilevanti ed elettoralmente fallimentari. Come la concreta  esperienza ci ha platealmente confermato.  

Un cantiere che, comunque sia e finalmente, si è messo in movimento e che richiede adesso, da  parte dei vari protagonisti e di tutti coloro che non si rassegnano a questo bipolarismo muscolare,  vendicativo e radicaleggiante, di saper praticare quella unità che resta la vera precondizione – o il  vero preambolo – per far decollare un progetto politico che ormai è nei fatti, come si suol dire. E la  vera sfida non può che coincidere con le prossime elezioni politiche generali. Non si tratta che  proseguire il percorso e l’impegno. Politico, culturale, programmatico ed organizzativo. 

Secolarismo cattolico?

A volte è difficile fare informazione in un quadro politicamente e culturalmente scadenti.
Politica e informazione dovrebbero rispondere a criteri di libertà di opinione, di rispetto delle idee altrui, di costruzione di una società libera, di effettiva partecipazione di ogni cittadino libero dal potere oggi predominante dell’economia.
Le idee non si comprano, sia sul piano dell’informazione che su quello politico. Esse nascono da una coscienza valoriale, sia cristiana che laica, da una concezione del senso della vita che rifiuta il danaro come fine, la popolarità come semplice carriera personale e, dunque, si proietta verso la promozione della persona umana.

Certo, le ultime cronache non aiutano la costruzione di questo scenario e, dunque, non si può rimanere insensibili a fatti e situazioni che denotano soltanto uno scadimento di costume, di stile e che rasentano la rozzezza del tasso culturale e politico.
In questo quadro, c’è ancora chi farnetica, chi vorrebbe scavare nel nostro passato remoto politico per trovare argomenti da usare come arma e come sfida.
Eppure, di fronte allo squallore di una politica e di una informazione autoreferenziali uno scatto di orgoglio appare necessario per ristabilire i giusti binari di un confronto ideale e di coscienza.

Ma per non essere vaghi, è giusto esplicitare atteggiamenti, idee e prese di posizioni borghesi di certo mondo cattolico e laico che guardano all’attuale pontefice come ad una sorta di deus ex machina dell’attuale situazione globalizzante economica mondiale.
Non vogliamo essere forti nei giudizi, ma un riferimento ad un passato recente da parte di certa oligarchia vaticana appare illuminante per mettere in evidenza una situazione che di spirituale aveva ben poco; che conduceva uno stile di vita non consono con gli insegnamenti del Cristo; che usava la religione, o meglio le cariche religiose, alla stessa guisa del potere politico; che occupava appartamenti ed attici di lusso nel cuore della città eterna.
Una sorta di secolarismo cattolico che Francesco ha iniziato a sradicare da un costume di vita troppo legato alla lussuria e al denaro.

Don Andrea Gallo, un prete spesso bistrattato anche e soprattutto dalla gerarchia, diceva che “la Chiesa non è per i poveri, ma è tra i poveri”.
Il fulcro, invece, nell’attuale situazione che si è determinata a livello mondiale si inserisce in questo nuovo corso della Chiesa che sta portando avanti, non senza difficoltà, Papa Francesco; ossia nel solco degli insegnamenti del frate di Assisi per mettere in pratica la massima: “se mi vuoi seguire, vai, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri”.

Scuola: i presidi a Draghi, stabilizzare i docenti e i dirigenti

“Disponibilità e stabilità degli organici dei docenti fin dai primi giorni di scuola, anche e con particolare riferimento a quelli relativi al sostegno; eliminazione di tutte le situazioni relative a classi sovraffollate; incremento e riqualificazione del personale ATA, compresa la revisione dei criteri di assegnazione ai vari ordini di scuola, per far fronte alle aumentate incombenze di carattere amministrativo e relative all’assistenza e alla vigilanza; assegnazione di dirigenti scolastici alle istituzioni scolastiche interessate dalla L. 178/2020; avvio di un piano di formazione organico per tutto il personale”. Sono queste le principali proposte avanzate al Governo dal consiglio nazionale di Andis, Associazione Nazionale dei Dirigenti Scolastici.

“Il “Piano scuola estate 2021” – si legge in una nota dell’associazione – è un progetto ambizioso e inedito, da condividere nelle sue finalità, certamente non facile da implementare perché sfida istituzioni scolastiche, Enti Locali, associazioni e imprese del Terzo Settore a definire precise responsabilità ed azioni all’interno di “patti educativi di comunità”. Tuttavia la fondamentale funzione del recupero non può concentrarsi in pochi mesi estivi ma riteniamo che l’attività di recupero debba avere le caratteristiche della gradualità, della costanza e della durata”.

Atterra su Marte la prima sonda spaziale di Pechino

La Cina ha fatto atterrate con successo la sua prima sonda spaziale su Marte. Lo riferisce oggi l’agenzia di stampa ufficiale “Xinhua”. La sonda Tianwen-1 è stata lanciata dal sito di lancio di Wenchang, sulla costa della provincia insulare di Hainan, nel sud della Cina, lo scorso 23 luglio, con l’obiettivo di completare in una missione orbitaggio, atterraggio ed esplorazione del pianeta rosso. La sonda è entrata nell’orbita di Marte nel mese di febbraio.

Il presidente Xi Jinping si è congratulato per il successo dell’operazione. La Cina è il secondo paese ad atterrare su Marte dopo gli Stati Uniti.

Un’impresa spaziale che consente alla Cina di riscattarsi dopo il caso del razzo cinese Lunga Marcia 5B, che nei giorni scorsi ha tenuto in allarme mezzo mondo, Italia compresa.

Covid: i primi vaccinati sul lavoro sono mille agricoltori

Con la somministrazione di mille dosi a dipendenti e agricoltori sono iniziate in due cantine del sud Italia le prime vaccinazioni nei luoghi di lavoro grazie ai punti attrezzati idonei alla vaccinazione disponibili indicati dalla Coldiretti alla struttura di supporto al Commissario Straordinario all’Emergenza Generale Francesco Paolo Figliuolo. Lo ha annunciato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che si tratta di una ripartenza dall’alto valore simbolico con il vino che rappresenta la principale voce dell’export agroalimentare Made in Italy ma anche il settore più duramente colpito dalla pandemia Covid per la chiusura della ristorazione in Italia e all’estero.

Un segnale importante per il lavoro e l’economia che è partito dalla cooperativa Cantina di Solopaca e dalla cooperativa La Guardiense di Guardia Sanframondi in provincia di Benevento, la principale realtà del settore dell’intero mezzogiorno. Una opportunità resa possibile dalla estensione del piano vaccinale alle categorie produttive che ha visto la Coldiretti protagonista a tutela della salute dei dipendenti, degli agricoltori e loro familiari su tutto il territorio nazionale.

La procedura di prenotazione ha previsto l’individuazione degli elenchi su liste raccolte dalle cooperative vitivinicole e dagli uffici territoriali di Coldiretti Benevento, a partire dagli over 50, in attuazione alle linee guida del Governo, della Regione Campania e dell’ASL Benevento. Ad oggi sono stati “approvati” come punti vaccinali già in possesso di tutti i requisiti richiesti ben 141 sedi Coldiretti e 27 sedi aziendali con molte Regioni che hanno già avviato incontri operativi con le strutture territoriali della Coldiretti per l’attività di vaccinazione con l’obiettivo di coinvolgere 1,5 milioni di dipendenti, agricoltori e addetti alla filiera agroalimentare Made in Italy.

La Coldiretti è la più grande organizzazione agricola nazionale ed Europa con una diffusione è capillare su tutto il territorio nazionale con una presenza in quasi ogni comune del Paese ed ha promosso la Fondazione Campagna amica con la rete dei mercati contadini e Filiera Italia per la prima rappresentanza dell’intera filiera agroalimentare. L’obiettivo del piano di vaccinazioni della Coldiretti è quello di garantire la sicurezza delle forniture alimentari alla popolazione sull’intera rete di oltre un milione di realtà divise tra 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari e 230mila punti vendita e 360mila bar, ristoranti e agriturismi per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.

Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – continua Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. “Un popolo di eroi del cibo che non ha mai smesso di lavorare nonostante i rischi del contagio per non far mai mancare i prodotti alimentari sugli scaffali dei negozi e nelle dispense degli italiani, anche attraverso servizi innovativi come la vendita on line e la consegna a domicilio ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.. L’accelerazione sulle vaccinazioni vale 350 milioni al giorno per la ripresa anticipata nei consumi con un effetto positivo a valanga sull’economia e sull’occupazione, secondo l’analisi della Coldiretti.

Un cambio di passo sulle vaccinazioni è strategico per salvare l’economia e le attività collegate a partire dai alberghi ed i ristoranti che sono i più colpiti con un calo dei fatturati del 40,2% nel 2020 seguiti dai trasporti che si riducono del 26,5% e dalle spese per ricreazione e cultura che scendono del 22,8%, ma in media i consumi diminuiscono dell’11,8%, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al 2020.

Vaccini: in arrivo 20 milioni di dosi

“Per la prima volta gli arrivi di vaccini in un mese supereranno i 20 milioni di dosi e si potrà dare ancora più velocità ad una campagna che ha già superato i 26 milioni di somministrazioni, quando a marzo prima del piano in corso eravamo ben al di sotto dei 5 milioni”, afferma il commissario Francesco Paolo Figliuolo in un’intervista al Messaggero.

“La questione degli approvvigionamenti è cruciale, ma abbiamo lavorato molto anche per aumentare la potenzialità della macchina, che ha dimostrato di poter fare 500 mila iniezioni al giorno – sottolinea – A giugno, con più vaccini, questa potenzialità potrà essere espressa con maggiore regolarità ed anche incrementata, grazie a nuovi punti vaccinali già oggi ne abbiamo più di 2500 cioè mille in più rispetto a marzo – e anche al contributo più esteso dei medici di medicina generale, delle farmacie e delle aziende che hanno messo a disposizione delle Regioni i loro spazi e strutture”.

“Giugno sarà anche il mese in cui mi aspetto di vedere protetta la stragrande maggioranza delle persone più vulnerabili ed esposte al Covid. Oggi più dell’88% degli over 80 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, quasi tutti gli ospiti delle Rsa sono stati raggiunti e oltre il 96% del personale sanitario ha avuto una somministrazione. Ma occorre continuare lo sforzo sulle fasce over 60, per poi agire in parallelo sui più giovani”, sottolinea Figliuolo.

Mattarella: “La famiglia è nucleo vitale della società”.

“La famiglia è nucleo vitale della società. L’art. 29 della Costituzione ne riconosce espressamente il carattere di società naturale preesistente allo Stato e ne afferma i diritti. Luogo di condivisione e trasmissione dei valori, segna il rapporto tra le generazioni ed è al centro dello sviluppo dei sentimenti della comunità, oltre a rappresentare elemento centrale della sua continuità.

La Giornata internazionale della Famiglia, proclamata dall’Onu, richiama alla necessità di riflettere, in modo approfondito, sui problemi concreti delle famiglie, sulle misure necessarie per ridurre il divario che conduce tante persone alla povertà e all’esclusione. Primo e più efficace elemento di equilibrio sul piano sociale, la famiglia merita politiche di sostegno, nella consapevolezza del ruolo che svolge anche al fondamentale fine della ripresa della natalità.

Grande attenzione va dedicata ai giovani, i quali hanno diritto di attuare i loro progetti di vita, assicurando così anche l’avvenire del Paese.

Veniamo da una stagione drammaticamente segnata dalla pandemia. Le famiglie – che sono state una delle frontiere più avanzate della resilienza – sono state colpite da lutti, sofferenze e dalle pesanti conseguenze sociali causate dalle inevitabili misure di contenimento: questo aspetto accresce la necessità di attenzione nei loro confronti per realizzare una efficace ripartenza”.

Gaza parla al mondo

È davvero impressionante vedere il palazzo dell’informazione di Gaza crollare all’istante, dove c’erano una ventina di testate tra cui la prestigiosa AP, fonte primaria di buona parte dell’informazione globale.

Più o meno come facemmo noi su Belgrado, (peraltro senza neanche l’attenuante di una diretta minaccia alla nostra sicurezza). Nel dibattito nazionale sta passando una tesi, avvalorata principalmente dall’Ispi, senz’altro interessante, secondo cui si assisterebbe al rischio di una guerra civile, se non a Gaza, nelle città miste dei territori occupati.

A me sembra per taluni aspetti una chiave di lettura da approfondire meglio in rapporto alla situazione, perché per una parte in causa si tratta di guerra fra stati, di liberazione dall’occupante, per l’altra parte di difesa della Patria.

Le guerre civili insorgono tra appartenenti alla stessa nazione, come purtroppo rischia di poter avvenire in Francia. Questo è un tipo di conflitto dove i belligeranti perseguono obiettivi diversi per natura da quelli di una guerra civile.

E rischia di essere – se non disinnescato per tempo con il ripristino di un credibile piano di pace, come quello americano – un altro tassello, forse quello fatale, a comporre il pericoloso puzzle di un contestuale acutizzarsi di crisi di natura diversa, passibile di ogni tipo di evoluzione. Per questo richiede più che mai anche un approccio e un impegno per la pace di tipo olistico, al fine di abbassare il livello di surriscaldamento del quadro globale a partire dalla gestione di questioni che apparentemente sembrano non avere alcuna diretta relazione con la crisi in corso tra Israele e Palestina.

La Terra Santa brucia! Vi prego, fermate questo inferno

La lettera, diffusa due giorni fa, firmata da Fr. Ibrahim Faltas ofm conserva integra la sua attualità.

Da quando sono iniziati gli scontri a Gerusalemme, alla porta di Damasco e alla spianata delle moschee, la protesta  e  la violenza si e’ scatenata, tra  la popolazione, sino ad avere piu’ di 200 focolai di rivolta  tra citta’ e villaggi in tutto il Paese.  Stiamo assistendo inermi, ad una violenza uomo contro uomo inaudita, una violenza che sta esplodendo con tutta la rabbia da entrambi le parti, giovani  israeliani e giovani arabi,  forse ereditata dal  grande fallimento delle risoluzioni applicate nel 1967, e dall’indifferenza della comunita’ internazionale di trovare una soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, che sembra ormai  arrivato ad un  tragico bivio: siamo sull’orlo di una guerra civile.

In  questi giorni  sono stato contattato per alcune  interviste, e dalle notizie che  ascolto dai telegiornali, tante volte trapela,  una poco conoscenza del territorio, e della popolazione che ci vive. È scoppiato l’ennesimo conflitto in Medio Oriente con tutta la sua inaudita violenza dei bombordamenti tra Gaza e Israele, dove assistiamo inermi alla distruzione  di case, di famiglie costrette ad abbandonare tutto,  di tanti feriti e morti  da entrambi le parti, e in contemporanea  scoppia una  guerra  fatta di  parole e notizie, che impatta in maniera altrettanto grave sulla vita delle persone che stanno vivendo questa tragedia.

Per capire il Medio Oriente, e cosa sta accadendo,  occorre avere una conoscenza della storia locale, ad esempio in Israele, insieme ai cittadini  israeliani, e ai coloni, che possono essere ebrei o laici, vivono gli arabi israeliani del 48, che  possono essere cristiani o musulmani, ma tutti sono cittadini israeliani con passaporto israeliano.  In Cisgiordania vivono i palestinesi, possono essere cristiani o musulmani, e hanno un passaporto palestinese. A Gerusalemme, oltre ai cittadini israeliani, vivono i palestinesi, che non hanno nessun passaporto: possono avere una carta d’identita’ di Gerusalemme, se sono arabi del “67, oppure un lasse’-passe’.  Questo e’ il   mosaico di una popolazione che vive nello stesso territorio, ma che non ha gli stessi diretti.

Cosa sta accadendo ad Haifa, Nazareth, Ramle, Lod, Cana, Askelon Tel Aviv  in Israele, e a Nablus, Bethlemme, Jenin, Betania, Hebron  in Palestina, e in tante altre citta’ e’ scoppiata una vera  guerriglia, un Inferno!  Auto bruciate, linciaggi, incendi alle abitazioni, alle sinagoghe, ai luoghi di culto, il lancio di sassi sulle auto di passaggio, causando molti morti e feriti gravi. Una vera guerra  di violenza tra coloni ebrei e arabi israeliani, nelle citta’ israeliane, e lo stesso avviene nelle zone occupate della Cisgiordania.

La strada, e’ diventata il teatro di una guerra a colpi di bastoni e di sassi, mentre veniamo informati dettagliatamente delle strategie di guerra tra Hamas e Israele, che hanno gia’ fatto molte vittime, non ci si sta rendendo conto del pericolo che il Paese sta correndo. La gente ha paura a uscire di casa, per timore di subire violenze, perche’se  sei arabo, o se  sei ebreo, rischi anche di morire!

Non e’ una guerra solo tra Israele e Hamas, come e’ stato nelle precedenti Intifada tra Israele e Cisgiordania,  dove le parti possono decidere di cessare il fuoco e trovare un accordo.

Qui siamo di fronte a una popolazione inferocita, da entrambi le parti, che sta cercando di farsi giustizia da soli, e dove non c’e’ nessun interlocutore.

Faccio un appello a tutti i capi di stato, di  invitare a far cessare il fuoco tra Hamas e Israele,  e di intervenire con rapidita’ a riportare  l’ordine nelle strade e nella popolazione ormai sfiduciata da lunghi anni di conflitto.

La violenza genera violenza, tutti dobbiamo fermarla!

Oltre la pagina. Il futuro del libro è nella lettura “aumentata”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Angelo Piero Cappello

La funzione essenziale del libro, dopo il drammatico tornante del 2020, è cambiata o, meglio, sono cambiati – e non credo si tratti di cambiamenti provvisori – i metodi e le modalità di fruizione della lettura: con l’avvento del web, tecniche, modalità e abitudini di lettura e perfino la circolazione del prodotto culturale – sia esso rivista, libro o qualunque altro prodotto legato alla lettura o alle pratiche del consumo culturale – hanno cambiato confini, traiettorie, percorsi di diffusione e modalità di consumo e fruizione.

Il digitale ha rivoluzionato non solo tempi e luoghi delle pratiche interazionali, ma anche le modalità di ascolto e di lettura, alle prese con linguaggi che si adattano rapidamente alle necessità rappresentative della rete. Oggi il libro e la sua fruizione, come spazio di conservazione e trasmissione del sapere e della memoria, tendono sempre più ad essere digitali o digitalizzati, e comunque, al limite, digitalizzabili. Il web ha di fatto messo in crisi la vecchia ripartizione di compiti e ruoli e modalità dei consumi di cultura: in uno stesso spazio libero, oggi giocano ruoli assai più complementari che in passato libri, giornali, riviste, blog, e-book, siti web, instant books, profili e web magazine: questo agone comune che è il web, dove sono saltati i confini tra l’una e l’altra abitudine di lettura, dove paradossalmente è possibile perfino stamparsi le pagine che si desidera leggere “on demand”, costringe tutti gli operatori della filiera a ripensare funzioni e modalità di servizio al pubblico.

Verrebbe pertanto da chiedersi non solo quanto si legge al tempo della riproducibilità digitale di contenuti, testi, immagini, ma anche quale posto rivestano il libro cartaceo e l’e-book in un’era scandita dalle relazioni interconnesse.

I nuovi dati – che emergono inattesi dalla recente indagine condotta dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con AIE– consegnano la fotografia di un mondo che sta mutando. Le novità, determinate dalla brusca accelerazione che la pandemia ha imposto, saranno oggetto di ulteriore analisi: ma è intanto fondamentale utilizzare al meglio i dati raccolti dall’indagine per ideare e realizzare progetti e soluzioni sempre più in linea con le esigenze dei lettori e le tendenze di un mercato in continua evoluzione.

Cosa è successo, dunque, alla lettura in Italia quando all’emergenza del basso numero di lettori, se ne è aggiunta un’altra, sanitaria e globale? E dopo la prima fase, si torna in tutto o in parte alla situazione precedente? A queste e altre domande hanno provato a rispondere le due rilevazioni «La lettura nei mesi dell’emergenza sanitaria», parte del progetto di ricerca confluito nel Libro bianco sulla lettura 2021. Una prima rilevazione, condotta a maggio 2020 all’indomani del termine del primo lockdown, ha potuto monitorare cosa è avvenuto durante i mesi della chiusura. Una seconda, svoltasi in ottobre, relativa ai mesi successivi, ha verificato gli umori dei lettori italiani prima della fase più virulenta della seconda ondata della pandemia. La possibilità di comparare queste due rilevazioni consente di disporre di una prima serie di fotografie con cui seguire i comportamenti relativi alla lettura, prima, durante e dopo il ritorno alla (relativa) normalità. Con la necessità di indagare ulteriormente, in futuro, gli effetti della seconda ondata. L’obiettivo è capire se, e in quale misura, i comportamenti osservati si protrarranno oltre il 2020, con tutto ciò che ne consegue nella definizione delle politiche di sostegno alla lettura e della filiera libraia. La domanda cui si voleva rispondere con queste indagini era essenzialmente se i comportamenti già presenti tra i lettori – il crescente uso dell’e-commerce, la lettura di e-book e l’ascolto di audiolibri, lo spostamento dai media giornalistici tradizionali a quelli digitali – che hanno conosciuto una grande accelerazione legata alla situazione in corso, torneranno a riallinearsi ai trend precedenti il lockdown oppure no. L’indagine di maggio mostrava dei lettori italiani «distratti» dalla pandemia, con poco tempo da dedicare alla lettura di libri in giornate passate a seguire le mille notizie che ossessivamente TV, siti Internet di informazione e social media riversavano su cittadini comprensibilmente attoniti. Quella di ottobre mostra dati diversi, in cui tutte le dimensioni della lettura crescono. Si conferma, in primo luogo, ciò che gli intervistati di maggio avevano indicato nel rispondere a una delle domande del questionario. La differenza tra la quota di persone che prevedevano di incrementare in futuro la lettura e la quota di chi prevedeva di lasciarla immutata (o diminuirla) era positiva di 4,7 punti. Un dato che contraddistingueva la lettura da tutti gli altri consumi culturali, che registravano valori negativi. Il dato è ancor più importante perché la richiesta di previsione di comportamento (con tutte le cautele che le indagini previsionali hanno) avveniva poco dopo il 4 maggio – data spartiacque tra Fase 1 e Fase 2 – quando le restrizioni erano state solo parzialmente rimosse. In questo contesto, gli intervistati individuavano proprio nella lettura di libri l’attività che avrebbero incrementato diversamente dagli altri consumi culturali. Quel che sembra modificato è il senso della parola “lettura”: non solo e non più su supporto cartaceo, ma libro e web (e viceversa) in un alternarsi indifferente e complementare.

Qui l’articolo completo

Italia in giallo ma metà dei ristoranti è chiusa

Con l’Italia in giallo resta chiusa per il servizio al tavolo circa la metà delle attività di ristorazione lungo la Penisola, per un totale di circa 180mila realtà che non dispongono di spazi all’aperto. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti della possibilità di una estensione della zona gialla a tutto il Paese, con l’incognita della sola Valle d’Aosta. Con l’avanzare della campagna di vaccinazione e la riduzione dei contagi, la riapertura all’interno di bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi e lo spostamento del coprifuoco sono importanti per le imprese agroalimentari stremate da lunghi periodi di chiusura che hanno determinato un effetto a valanga sulla filiera con 1,1 milioni di tonnellate di cibi e di vini invenduti dall’inizio della pandemia, secondo la Coldiretti.

Una necessità rafforzata – continua la Coldiretti – dall’annunciata apertura al turismo nazionale e straniero a partire da metà maggio, con 1/3 del budget delle vacanze che in Italia viene destinato all’alimentazione, soprattutto dopo la revoca dello stato di emergenza in Spagna, il principale concorrente del Belpaese tra le destinazioni turistiche. Complessivamente nell’attività di ristorazione – rileva la Coldiretti – sono coinvolte 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – conclude Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale.

La Regione Piemonte coinvolge 10 Comuni nel plastic free delle sponde del Po

L’iniziativa straordinaria che vede coinvolti 10 comuni: Torino, Alpignano, Moncalieri, Cafasse, Ivrea, Vercelli, Alessandria, Asti, Galliate e Verduno e’ stato presentata alla presenza dell’ Assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati che ha sottolineato come grazie alle risorse del Next Generation Eu, insieme a quelle dei fondi strutturali che saranno a disposizione nel Programma Operativo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2021-2027, si creerà l’opportunita’ di affrontare le sfide della transizione ecologica.

“Stiamo programmando e cercando di incanalare le risorse sulla rete idrica e sul recupero dei rifiuti, oggi il 50% della plastica che viene recuperata non viene riutilizzata e quindi stiamo lavorando sulla circolarita’ dei rifiuti, da questo punto di vista un ruolo importante sara’ svolto dalla ricerca e dall’innovazione per il recupero della plastica il cui trend di produzione attualmente si assesta sui 19 kg pro capite all’anno. Altro fronte sul quale lavorare sara’ quello della contrazione della produzione dei rifiuti, uno degli obiettivi principali che ci siamo prefissati”.

Covid “In agosto senza mascherine”

“Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri, le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana, con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all’aperto”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute il sottosegretario alla Salute Andrea Costa.

Sul coprifuoco “lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l’abolizione, questa è più di un’ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana”, osserva Costa.

Sulla possibilità di fare il richiamo del vaccino in vacanza, secondo il sottosegretario “la politica sta aprendo un dibattito e una riflessione, ma è facilmente comprensibile che l’ipotesi porta con sé delle difficoltà organizzative. Tutto deve passare attraverso un accordo in Conferenza Stato-Regioni. Non può essere una iniziativa del ministero. Il concetto è di aiutare a semplificare e il richiamo nei luoghi di villeggiatura sarebbe un’opportunità per il cittadino ma tutto deve essere organizzato con un accordo tra Regioni”.

Capitolo vaccini: “Abbiamo somministrato 26 milioni di dosi e se prendiamo come riferimento la fine di luglio arriveranno fino a 25 milioni di dosi che ci permetteranno già a giugno di portare le immunizzazioni giornaliere a 700mila”.

Inventario Varoli – della copia e dell’ombra

Venerdì 4 giugno dalle 15.00 alle 20.00, con apertura estesa anche sabato 5 e domenica 6 giugno, presso il Museo Civico Luigi Varoli (Palazzo Sforza, corso Sforza 21) e l’Ex Ospedale Testi (via Roma 8) di Cotignola (Ravenna), inaugura la mostra “Inventario Varoli – della copia e dell’ombra”, un progetto di Massimiliano Fabbri, una vasta raccolta di oggetti e sculture provenienti dalla casa-studio del Maestro cotignolese del primo Novecento (oltre trecento pezzi, tra cartapeste, sculture, disegni, libri, fotografie, reperti) in dialogo con opere e interventi inediti di 59 artisti contemporanei, tra cui Angelo Bellobono, Mirko Baricchi, Jacopo Casadei, Valentina D’Accardi, Giulia Dall’Olio, Elena Hamerski, Andrea Grotto, Beatrice Meoni, Stefano W. Pasquini, Luca Piovaccari, Chris Rocchegiani, Giulio Saverio Rossi, Alessandro Saturno, Thomas Scalco, Silvia Vendramel e altri.

Inventario Varoli – della copia e dell’ombra” si articola in tre sezioni distribuite su due spazi espositivi: a Palazzo Sforza la collezione Varoli e le opere degli artisti prodotte dentro al Museo; all’Ex Ospedale Testi, i disegni e i dipinti realizzati negli studi degli artisti guardando alle collezioni del Museo e alle sue memorie da lontano.

Il progetto è l’esito di un lungo percorso di studio e di confronto tra gli artisti e la collezione del Museo Varoli, che raccoglie la straordinaria collezione di Luigi Varoli, artista, uomo “Giusto”, educatore, conservatore appassionato e collezionista di mirabilia.

Tra luglio e ottobre 2020, dentro e intorno alla mostra-deposito “Inventario Varoli”, aperta a fine maggio dello stesso anno, il Museo ha organizzato una serie di incontri in cui piccoli gruppi di artisti si sono trovati e confrontati, per alcuni giorni, con i pezzi sparsi, i frammenti, i particolari e i dettagli tratti da questo archivio e foresta di memorie, presenze e fantasmi.

Un tentativo di orientamento affidato principalmente al disegno e alla pittura, anche dal vero, traduzione imperfetta e restituzione di modi di vedere che ha trasformato gli spazi, le sale e il giardino del museo in una sorta di studio collettivo.

Ciò che è stato prodotto in queste giornate di lavoro ha contribuito a comporre una mostra in divenire, allestita collettivamente ogni volta al termine di ciascuna sessione ed episodio, che rappresenta un vero e proprio doppio, riflesso, espansione ed eco di quanto esposto al piano terra di Palazzo Sforza.

Da dicembre a gennaio poi, con la chiusura imposta dai nuovi Dpcm, è stato il Museo a entrare negli studi degli artisti, innescando un movimento inverso, un secondo sguardo sulle proprie collezioni e patrimonio, a partire da una campagna e galleria fotografica realizzata appositamente durante il mese di novembre e resa disponibile online sul sito www.museovaroli.it. Un’iniziativa che ha permesso di continuare a invitare altri autori, seppur da remoto, ed espandere e ramificare ulteriormente il progetto. Sono stati coinvolti un totale di cinquantanove artisti, compresi i tre fotografi che hanno mappato le cose, le presenze e gli allestimenti.

Ora, con l’apertura definitiva di questa mostra che chiude un percorso di lavoro di quasi un anno, anche il corpo di opere prodotte a distanza è finalmente visibile, aggiungendosi a quelle realizzate sul posto e già presenti a Palazzo Sforza insieme all’archivio Varoli.

Accompagna la mostra un libro a cura di Marilena Benini, catalogo che rappresenta anche, a tutti gli effetti, l’ultima pubblicazione, la quindicesima, del progetto Selvatico.

Uscire insieme dall’inverno demografico

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Charles de Pechpeyrou

Anche se “l’inverno demografico” che l’Italia sta vivendo da anni è stato accentuato dagli effetti dell’epidemia di covid-19 — il 2020 ha segnato un nuovo record di poche nascite e del numero di decessi — «nulla è ancora definitivamente perduto, se iniziamo a rimboccarci le maniche e a remare controcorrente, senza mai perdere la fiducia di poter incidere su processi, decisioni e idee delle persone, così da invertire finalmente la rotta, restituendo una speranza veramente nuova alle famiglie di tutto il Paese». È questa la certezza, espressa dal presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari Gigi De Palo, presentando a Papa Francesco nell’auditoriun della Conciliazione – a pochi passi d piazza San Pietro – la prima edizione degli Stati generali della natalità. All’incontro, trasmesso anche sui social, erano presenti il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi e esponenti del mondo politico, sociale ed economico. «Non ci sono dubbi — ha affermato De Palo — la natalità è la nuova questione sociale perché se non interveniamo ora, crolla tutto. Ed è una questione sociale universale, che riguarda tutti, anche chi i figli — liberamente — non li ha voluti o non li vuole fare e non desidera figli propri. Perché riguarda il futuro». «I figli migliorano il clima sociale, lo arricchiscono, lo curano perché sono loro oggi a volere un mondo diverso, migliore di quello che è stato finora costruito, sono loro a renderci maggiormente responsabili verso il pianeta — ha ribadito il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari — sono i nostri figli a renderci parsimoniosi perché ci “costringono” a spendere per la loro formazione e non per il consumo tout court». Sono anche loro l’antidoto al consumismo, all’individualismo
e all’egoismo.

Durante l’incontro, a prendere la parola subito prima del Pontefice è stato il capo del governo italiano, che ha incentrato il suo discorso sulla necessaria «dimensione etica» nell’affrontare la questione demografica. «Voler avere figli sono da sempre decisioni fondamentali nelle nostre vite», ha affermato Mario Draghi. «La dimensione etica che queste decisioni comportano è fondante in tutte le società in cui la famiglia conta», ha rilevato il presidente del Consiglio, notando tuttavia che «questa dimensione è stata respinta a nome del desiderio individuale». Il premier ha poi ricordato che «le ragioni per la scarsa natalità sono in parte economiche» e hanno a che fare con la mancanza di sicurezza e stabilità. In particolare, «i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa, un sistema di welfare efficace e servizi per l’infanzia». Anche se «siamo diventati più sinceri nelle nostre consapevolezze — ha concluso Draghi — dobbiamo aiutare i giovani a recuperare fiducia e determinazione. A tornare a credere nel loro futuro, investendo in loro il nostro presente». In questo senso, Draghi ha anche rinnovato gli impegni del suo esecutivo sulla natalità, tra cui l’estensione dell’assegno unico universale a tutti i lavoratori entro il 2022.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, dal canto suo, ha lanciato un appello «a ricostruire un sapere, un imparare di affetti», in quanto «non c’è natalità se non ci sono gli affetti». Dopo la famiglia, ha sottolineato, la scuola — che ha «molti problemi ma anche molte risorse» — «è la prima comunità che i bambini incontrano ed è l’unica istituzione che vede i bambini trasformarsi in ragazzi, in adolescenti e poi giovani, donne e uomini. Si tratta anche di una istituzione che li accompagna nella trasformazione di corpo e mente e deve insegnare come vivere anche il dolore».

Il direttore dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, nella sua relazione ha proposto l’avvio di un nuovo piano destinato ad arginare il declino demografico in Italia, prefigurando un obiettivo sufficientemente realistico e in linea con i dati dell’esperienza dei partner europei che sono usciti dall’inverno demografico: un aumento del numero medio di figli per donna di 0,6 unità nell’arco del prossimo decennio. Tale risultato, ove raggiunto, porterebbe il totale annuo dei nati in Italia dai 394 mila ipotizzati per il 2021 a 524 mila nel 2031, un obiettivo che resta dunque possibile, tanto nell’intensità quanto nei tempi ipotizzati. Il successo di questa «iniezione di vitalità e di futuro» nella società italiana, ha spiegato il direttore dell’Istat, dipenderà dalla «triangolazione» tra gli attori, in primo luogo le famiglie, ma anche il mondo non profit e quello delle imprese.

Il balletto della legge elettorale.

Noi sappiamo, ormai da tempo, che le leggi elettorali sono il frutto delle convenienze  momentanee e dell’opportunismo di partito in quel particolare momento politico. Gli esempi, al  riguardo, si sprecano persino. È appena sufficiente scorrere le cronache concrete del Partito  democratico in questi ultimi mesi. Con il governo giallo/rosso la segreteria nazionale del partito  era seccamente e strenuamente a difesa del proporzionale e la conseguente cancellazione della  sciagurata e pessima legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum”. E quasi tutto il partito, di  conseguenza, era schierato come un sol uomo su quella prospettiva. Passano pochi mesi e arriva  Letta dalla Francia dopo l’auto esonero di Zingaretti in polemica feroce con il suo partito e  quell’impianto proporzionale cede il passo al ritorno secco del maggioritario. E anche qui,  altrettanto puntualmente, tutto il partito si allinea e cambia, di conseguenza, radicalmente la  prospettiva politica per il principale partito della sinistra italiana. Passano alcune settimane e, nel  frattempo, si spezza clamorosamente l’alleanza – definita troppo frettolosamente “storica,  organica e strutturale” da alcuni strateghi del Pd – con il partito di Grillo e di Conte, cioè i 5 stelle,  e si riaffaccia miracolosamente nel dibattito interno la necessità del ritorno al proporzionale. 

Ora, è del tutto evidente che la futura legge elettorale sarà il frutto e la conseguenza dei sondaggi  in quel particolare momento storico e, soprattutto, del risultato delle elezioni amministrative di  ottobre dei singoli partiti. Due considerazioni che, ovviamente, prescindono radicalmente da  qualsiasi alleanza politica di lungo respiro e di lungo termine perchè tutto è legato alla  contingenza e alla stringente attualità. Certo, la distanza con il passato al riguardo è  semplicemente siderale. Perchè il nostro paese, è sempre bene non dimenticarlo mai, ha avuto la  medesima legge elettorale per quasi 50 anni dopodichè è partito il valzer dei cambiamenti quasi  ad ogni legislatura. Nulla di grave, per carità. Ma non possiamo, al contempo, non rilevare che il  cambiamento così repentino delle leggi elettorali non risponde più ad alcun disegno politico di  lungo respiro ma solo e soltanto alla logica della contingenza e dell’interesse politico  momentaneo dei vari partiti e cartelli elettorali. Nulla di strategico, quindi. Ed è proprio lungo  questo percorso che si smarrisce il valore della politica come progetto storico e di lungo termine.  Del resto, la legge elettorale di per sè non cambia il panorama della politica ma ne determina e ne  condiziona profondamente le modalità di comportamento. Non a caso, con le leggi elettorali  tramontano e nascono nuovi partiti, scompaiono e si riaffacciano nuove alleanze politiche e,  soprattutto, può emergere – o meno – una nuova classe dirigente. Basti ricordare, per fare un solo  esempio, cosa hanno significato concretamente nella politica italiana l’irruzione – positiva – del  Mattarellum da un lato o del “porcellum”con le liste bloccate dall’altro. Due modalità, due leggi  elettorali, due modi d’essere nella politica italiana che hanno contribuito a creare due modelli  politici profondamente diversi tra di loro. 

Ecco perchè, alla fine, sarebbe auspicabile che la legge elettorale rispondesse, seppur solo  minimamente, ad un disegno politico di lungo termine. Sarebbe, questo, anche l’unico modo per  battere alla radice il trasformismo da un lato e, soprattutto, per evitare di perpetuare la crisi della  politica dall’altro. Il trasformismo, l’opportunismo, il populismo e l’anti politica introdotti dai 5  stelle in questi ultimi anni negli ingranaggi della politica italiana non possono continuare ad essere  il faro che illumina il comportamento dei partiti. Serve, veramente, una inversione di rotta  archiviando definitivamente tutto ciò che in questi ultimi tempi ha immiserito e dequalificato la  politica italiana e lo stesso tessuto etico della nostra democrazia. Se si vuole si può fare.

Molto utile il contributo di Follini su Aldo Moro

Per gentile concessione dell’autore, riproponiamo la lettera pubblicata ieri, 14 maggio, sul “Domani”.

Caro direttore, mi è parso un grande contributo storico e politico avere pubblicato l’intervento su Aldo Moro di Marco Follini.

Cresciuto alla scuola del padre, collaboratore di Moro, e influenzato dall’amicizia con un giovane politico siciliano, Franco Bruno, dirigente Dc, prematuramente scomparso, fattori che hanno sicuramente contribuito alla lettura originale della complessa e tragica esperienza di Aldo Moro.

Moro non fu mai “consociativista”, né immaginò in alcun modo di logorare l’alleato, superficiale banalità sfuggita a un collega dell’allora Paese sera e che Moro respinse subito.

Analogamente, in modo non meno significativo, la convergenza col partito comunista avrebbe dovuto prendere le mosse da una comune consapevolezza delle gravi difficoltà presenti, senza mai confondere il compromesso storico di Berlinguer con la solidarietà nazionale morotea restando distinte per storia e natura le due principali forze politiche dell’Italia.

Con delicatezza Follini affronta anche il tema della trattativa e degli equivoci volontari o inconsapevoli sviluppatisi anche dopo l’appello di Paolo VI. Soprattutto per l’assenza di una risposta politica di cui non ci fu traccia alcuna, né sul fronte delle indagini, né a causa dei condizionamenti dei servizi stracolmi di massoni deviati e sostanzialmente in mano ad agenti della Cia.

Solo Moro attraversò il suo tragico calvario con dignità, lasciandoci una tragica eredità che nonostante tutto potrà risultare fruttuosa per la storia futura del nostro paese.

Emergenza povertà. Eredità del Coronavirus.

Non solo emergenza sanitaria e finanziaria. Sono milioni gli italiani che si ritrovano senza lavoro o anche solo a non poter arrivare a fine mese. Non sono pochi coloro che devono scegliere se pagare l’affitto, le bollette, oppure fare la spesa. Per questo motivo le organizzazioni di volontariato e di assistenza ai poveri sono in prima linea. Eppure, la maggior parte di queste associazioni sono religiose, non laiche. Comunità di Sant’Egidio, Cavalieri di Malta, Circolo San Pietro, Caritas Diocesana, sono soltanto alcuni degli enti di ispirazione religiosa che si dedicano ad assistere i senza fissa dimora, gli stranieri indigenti e gli italiani che non ce la fanno più ad andare avanti.

Anche la Mensa Caravita, mensa solidare, in via del Caravita, organizzata da due gruppi, la “Comunità di Vita Cristiana CVX – Lega Missionaria Studenti LMS” e il “Gruppo di professori e studenti” del Liceo Visconti in Piazza del Collegio Romano, è impegnata nel servizio mensa per i bisognosi. Il responsabile del servizio turni, Ottorino Agati, spiega che vi sono due turni con un totale di cento pasti circa per sabato e che sono aumentati gli italiani che richiedono un aiuto alimentare; tra questi, i pensionati che, con una pensione bassa e con l’aumento del costo della vita, chiedono di mangiare nella mensa. La mensa diventa anche un punto d’incontro, non soltanto di somministrazione: un faro contro la solitudine. Nella Capitale aumentano anche nuove tipologie di richiedenti cibo.

Sono aumentati i ragazzi, come ci spiega il dottor Gildas, Tenente dell’Esercito della Salvezza, responsabile del Centro di Roma al quartiere San Lorenzo, “Tra quelli che richiedono un aiuto, anche molti studenti e studentesse universitarie”. Ogni giovedì, a Roma, l’Esercito della Salvezza distribuisce cibo per chi non ha il denaro per fare la spesa, perché, spesso, bisogna scegliere se pagare la luce o la verdura: “Siamo passati da una quarantina di famiglie a quasi duecento persone che richiedono un aiuto alimentare”, conferma l’ufficiale. I negozi, i supermercati, ma anche semplici cittadini più fortunati, consegnano volontariamente il cibo agli enti di carità, che poi li distribuiscono. Speriamo che la ripresa economica permetta a tutti di tornare a sostenersi da soli, perché gli aiuti dello Stato sono stati insufficienti e, ancora una volta, è stata la “solidarietà popolare” a fare la differenza. 

Venezia sposa il suo mare. Domenica 16 maggio la tradizionale Festa della Sensa

Per celebrare i 1600 anni di Venezia non può mancare la Festa della Sensa, un rito che fa rivivere la millenaria storia della Serenissima Repubblica e il suo intimo rapporto con il mare. Quest’anno la ricorrenza cade domenica 16 maggio.

Il Doge indossava il manto d’oro con il bavero di ermellino, la sottana azzurra, le calze rosse, il corno e i calzari d’oro. E con una cerimonia che vedeva uno stuolo di rematori, di accompagnatori, di musici, di barche al seguito, dava vita all’annuale sposalizio con il mare, la maggiore celebrazione della Repubblica, un rito che ancora oggi Venezia rinnova con lo stesso spirito e con lo stesso senso di appartenenza.

La Festa della Sensa (festa dell’Ascensione) è una festività della Repubblica di Venezia in occasione del giorno dell’Ascensione di Cristo (in dialetto veneziano Sensa). Commemora due eventi importanti per la Repubblica: il primo, quando il 9 maggio dell’anno 1000 il doge Pietro II Orseolo soccorse le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi; il secondo, quando nell’anno 1177, sotto il doge Sebastiano Ziani, Papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa stipularono a Venezia il trattato di pace che pose fine alla diatriba secolare tra Papato e Impero. All’inizio, il rito era celebrativo, religioso e scaramantico insieme, solo per propiziarsi la tranquillità del mare, e contemplava una cerimonia semplice, con la visita del Doge al mare e la benedizione delle acque dell’Adriatico. Su questo rito preesistente si è innestato poi lo sposalizio del mare e da allora Venezia celebra il suo dominio sul mare gettando tra le acque un anello d’oro in un matrimonio mistico che si rinnova ogni anno alle parole “Despondemus te, mare, in signum veri er perpetui domini”.

La cerimonia, in base alle ricostruzioni storiche, iniziava con una messa nel monastero di Sant’Elena, dopodiché il vescovo di Castello saliva sullo sfarzoso Bucintoro con un recipiente ripieno di acqua benedetta, un vaso con del sale e un ramo di ulivo che fungeva da aspersorio. L’acqua benedetta veniva versata in mare e solo allora il Serenissimo Doge lanciava l’anello tra le onde. Il vescovo e il doge sbarcavano al Lido e lì si formava una processione religiosa che si dirigeva verso la chiesa di San Nicolò.

Grazie all’attività del Comitato Festa della Sensa, Venezia solitamente celebra l’evento, con un corteo acqueo che parte da San Marco e arriva al Lido, formato da imbarcazioni tradizionali a remi, organizzate dal Coordinamento delle Società Remiere di Voga alla Veneta, con in testa la “Serenissima”, l’imbarcazione sui cui prendono posto il sindaco e le altre autorità cittadine e da cui avviene il suggestivo lancio di un simbolico anello.

A causa dell’emergenza sanitaria, domenica 16 maggio le celebrazioni si svolgeranno con una programmazione ridotta: alle 10.30 si svolgerà la cerimonia dello sposalizio del mare davanti alla Chiesa di San Nicolò del Lido: a bordo della “Dogaressa”, una gondola da parata del Comune di Venezia, saliranno il Sindaco Luigi Brugnaro e il Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia. Su un’altra gondola d’appoggio salirà l’ammiraglio Andrea Romani, Comandante del Presidio della Marina Militare. A seguire, alle 11, si terrà la Santa Messa nella chiesa di San Nicolò del Lido, presieduta dal Patriarca Moraglia.

IL BUCINTORO

Un palazzo navigante lungo 34,80 metri, largo più di 7 e alto 8 abbellito da statue, intagli, decori, velluto rosso, oro luccicante. A spingerlo 168 rematori, aiutati nelle manovre più complesse da rimorchiatori. Nel secondo piano 90 sedili ospitavano i nobili veneziani. Ecco in tutta la sua magnificenza l’ultimo Bucintoro costruito dalla Serenissima, il re delle imbarcazioni veneziane, la nave cerimoniale riservata al Doge di Venezia, considerata sin dal XIII secolo una delle meraviglie della città. Una magnificenza di addobbi e di simboli, su cui sventolava il vessillo di San Marco, col leone che reggeva lo scudo del Doge regnante sormontato dal corno.

Il Bucintoro era l’imbarcazione usata nelle cerimonie: per accogliere un nuovo Doge, nelle occasioni di visita da parte di un sovrano o principe straniero, oppure durante la festa della Sensa.

La prima imbarcazione, alla fine del 1200, era una sorta di peatone dorato, un grosso “burcio” ricoperto da un tetto a volta di botte, ma con il passare dei secoli acquisì la forma snella ed elegante della galea. Erano i maestri dell’Arsenale a prendersene cura, a rinnovarlo e ricostruirlo nei secoli, conservandone però la forma e la struttura.

L’ultimo Bucintoro apparse nel suo splendore il 28 maggio 1729 ed è quello riprodotto nelle più famose tele dei pittori dell’epoca. Le statue e gli intagli erano opera dello scultore Antonio Corradini, mentre le dorature di Giovanni Adalmi. Per la sua costruzione vennero impiegati sette anni. Nove Serenissimi sposarono il mare da questa nave nell’arco di 69 anni: Alvise III Mocenigo, Carlo Ruzzini, Alvise Pisani, Pietro Grimani, Francesco Loredan, Marco Foscarini, Avise IV Mocenigo, Paolo Renier e Ludovico Manin.

Il 9 gennaio 1798, quando i francesi abbandonarono Venezia, il naviglio fu vandalicamente distrutto dai soldati napoleonici. Dalle testimonianze dell’epoca pare che la nave fu tratta a terra nell’isola di San Giorgio: tremila statue vennero bruciate e tutta la struttura fu ridotta in cenere. Da quelle ceneri, per processo chimico, fu estratto l’oro. Lo scafo venne invece trasformato nel 1805 in nave cannoniera e infine definitivamente distrutto nel 1824. Del Bucintoro restano oggi due modelli: uno conservato al Museo storico navale, voluto dal marchese Amilcare Paolucci delle Roncole, vice ammiraglio della Marina austriaca, un altro conservato in una collezione privata.

IL MERCATO DELLA SENSA

Dal 1300 circa, in occasione della Sensa, venne istituito un mercato che via via acquisì sempre maggiore importanza. Il mercato della Sensa durava 15 giorni, si svolgeva in Piazza San Marco e vedeva esporre commercianti ma anche artisti. Grande era l’afflusso di stranieri che si recavano a Venezia per acquistare le merci che la città importava dall’Oriente: sete e drappi ma anche prodotti tipicamente veneziani, come oggetti in vetro e specchi. La fiera aveva un giro di affari talmente elevato che fu sospesa solo in pochissime occasioni: per l’elezione del doge Andrea Gritti nel 1523, oppure a causa delle pestilenze (nel 1498, nel 1530 e nel 1575). In Piazza San Marco le moltissime bancarelle erano dapprima collocate disordinatamente, ma col passare degli anni il mercato si strutturò con costruzioni lignee addossate l’una all’altra. Nel 1777 venne realizzata una struttura architettonica vera e propria, un apparato a pianta ellittica, interamente ligneo e dipinto, con statue a coronamento dei quattro ingressi che si aprivano verso la basilica, le Procuratorie Nuove, la chiesa di San Geminiano e le Procuratorie Vecchie, un apparato che costò 57.088 ducati, una cifra enorme in un momento difficile per l’economia veneziana. Nell’arco interno venivano ospitate 52 botteghe e in quello esterno altre 50, illuminate di notte per mezzo di 200 lampioni di cristallo alimentati ad olio. Anche questa preziosa costruzione subì la stessa sorte del Bucintoro e nel 1797 fu data alle fiamme.

“South is back”, firmata intesa su internazionalizzazione imprese

Il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, e il Ministro degli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, hanno sottoscritto ieri mattina al Palazzo della Farnesina un protocollo d’intesa per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese del Mezzogiorno.

“South is back – ha commentato il ministro Carfagna – il Sud è tornato ed è pronto ad accogliere non solo chi vuole ammirarlo, visitarlo e amarlo, ma anche chi vuole investire nei nostri straordinari territori”.

L’iniziativa nasce dalla Cabina di regia per l’internazionalizzazione ed è finalizzata a consolidare la presenza delle imprese italiane sui mercati esteri e favorire il migliore utilizzo degli strumenti di sostegno pubblico all’internazionalizzazione.

In particolare, la collaborazione tra le due Amministrazione si rivolgerà prioritariamente, ma non esclusivamente, ai seguenti interventi:

    • promozione delle Zone Economiche Speciali (ZES), attraverso la rete diplomatico-consolare e la rete dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE), mediante lo studio e la realizzazione di materiale promozionale ed esplicativo sulle specifiche opportunità, destinato a imprese e investitori esteri, da presentare in particolare in occasione di eventi in sedi internazionali qualificate;
    • sistematizzazione delle iniziative a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese delle regioni meridionali, attraverso la definizione comune di specifiche progettualità che potranno trovare collocazione all’interno della programmazione 2021-2027 dei Fondi di coesione dell’Unione Europea;
    • sviluppo di strumenti dedicati di finanza agevolata, con la creazione di comparti dedicati al Sud nell’ambito del Fondo 394 di Simest (società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti che affianca le imprese nel loro sviluppo all’estero) e del Fondo di venture capital dedicato al Sud Italia, ai quali avvicinare meccanismi di garanzia pubblica sul portafoglio di investimenti partecipativi di Simest e il potenziamento di linee di provvista per il sistema bancario dedicate al sostegno dell’accesso al credito delle PMI esportatrici del Mezzogiorno;
    • realizzazione di campagne di comunicazione sulle opportunità di investimento nel Mezzogiorno, attraverso un’apposita guida;
    • individuazione di iniziative per il rafforzamento delle capacità delle PMI del Mezzogiorno in materia di digitalizzazione d’impresa.

Da domani stop alla quarantena per gli arrivi dai Paesi Ue

Stop alla quarantena per chi arriva in Italia dai Paesi europei. Lo prevede un’ordinanza firmata dal ministro Speranza in vigore da domenica 16 maggio. “Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato un’ordinanza che prevede l’ingresso dai Paesi dell’Unione Europea e dell’area Shengen, oltre che da Gran Bretagna e Israele, con tampone negativo, superando il vigente sistema di mini quarantena. Nella stessa ordinanza sono invece prorogate le misure restrittive relative al Brasile”, comunica il ministero.

Con un’altra ordinanza, in vigore sempre da domenica, si rafforzano i voli Covid tested, estendendone la sperimentazione agli aeroporti di Venezia e Napoli, oltre a Milano e Roma e ampliando i Paesi di provenienza a Canada, Giappone, Emirati Arabi Uniti, oltre agli Stati Uniti.

No a una giustizia vendicativa: la reazione della Dc nei giorni caldi del “Caso Carra”.

eri sul “Foglio” Enzo Carra ha rievocato con grande dignità e forza morale l’episodio della sua traduzione in Aula di tribunale – con gli schiavettoni, come si ricorderà –  in seguito al suo arresto a Milano il 4 marzo del 1993. Il pool di Mani Pulite esibiva in quella circostanza il volto più fosco di un’attività inquisitoria tesa a produrre, con grande risonanza mediatica, un vasto processo di moralizzazione del Paese. A varie interrogazioni parlamentari rispondeva il giorno dopo alla Camera dei Deputati il Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso; il quale, fin dalle prime battute del suo intervento, esprimeva “grande amarezza” per la modalità dell’operazione condotta ai danni dell’imputato (dopo molto tempo riconosciuto innocente). Nel dibattito prendeva la parola anche il capogruppo della Dc, Gerardo Bianco, il cui discorso, qui riportato nel testo del resoconto parlamentare del 5 marzo 1993, merita ancora oggi di essere letto con attenzione. 

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, ella ha dato a tutti noi una lezione di profonda civiltà giuridica. Abbiamo sentito vibrare nelle sue parole quel concetto essenziale e profondo, che è appunto il rispetto della persona umana, come centro dell’organiz-zazione sociale e anche giuridica di un paese che voglia definirsi democratico. 

La ringraziamo per la prontezza con la quale ha ritenuto di dover rispondere alle nostre interrogazioni, per la puntigliosa e accurata ricostruzione, che è stata attraver-sata da considerazioni che rimarranno, signor ministro, nelle pagine degli atti di questo ramo del Parlamento. Non voglio sollevare polemiche, ma sento una profonda differenza tra il turbamento umano che ella ha posto nella ricostruzione della vicenda, in quel riferimento al momento, per dir così, della verità rappresentato dalla traduzione dell’imputato dalla cella di attesa fino all’aula, che ha ricostruito con toni così profondi, e l’indifferenza, che ra-senta quasi il cinismo, con la quale rispetto a questi episodi alcuni magistrati hanno risposto alle recriminazioni degli avvocati del dottor Enzo Carra, a quello che è stato detto e scritto nelle notizie di agenzia, se rispondono al vero. 

Vi è stata quasi una sottovalutazione del fatto, quasi fosse un episodio da confondere con altri. Si è risposto che se c’era un caso, ce ne erano altri cinquantadue, che si sollevava una terribile bagarre, che era assurdo fare una simile gazzarra per questo episodio. Quanta differenza fra la sua sensibilità, la sottolineatura che ci si trova di fronte ad un imputato, ad una persona umana nel momento più delicato, e l’idea invece di muoversi secondo logiche routinieres

Non ho molto da dire; la sua ricostruzione è attenta e precisa. Dobbiamo dare atto — lo voglio dire qui pubblicamente — dello scrupolo dell’Arma dei carabinieri, che non si è sottratta alle proprie responsabilità. Non vorrei però che qualcuno pagasse in ragione di una sorta di scaricabarile, per cui viene ritenuto responsabile chi lo è in quanto se ne sa assumere le responsabilità e viene invece sottratto alle stesse chi punta, attraverso forme di valutazione puramente formale delle cose, a tirarsi indietro. 

Io non sono un giurista, signor ministro, e quel che ho appreso l’ho appreso in queste aule; ma anche se la norma è confusa e ci sono elementi poco chiari, nel comma 5 di questo articolo 42 leggo che, in caso di traduzione individuale di detenuti o di internati, la valutazione della pericolosità del soggetto e del pericolo di fuga è compiuta, all’atto di disporre la traduzione, innanzitutto dall’autorità giudiziaria (Applausi del deputato Piro) e poi dalla direzione penitenziaria competente. 

Questo è quello che io, da modesto letterato, capisco: vi leggo una priorità delle competenze e quindi la necessità che l’autorità giudiziaria sia sempre attenta al singolo soggetto. Voglio anche chiederle, signor ministro, chi, in base al comma 4 dell’articolo 42, deve stabilire che nelle traduzioni siano adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni sorta di pubblicità, nonché per evitare ad essi inutili disagi. È competenza dell’Arma dei carabinieri o dell’autorità giudiziaria? Chi dispone dell’organizzazione del palazzo? 

Vi sono state troppe trascuratezze e disattenzioni da parte di chi, pur giustamente, intende perseguire un risanamento morale del nostro paese. E vi sono disattenzioni che entrano in contraddizione profonda con quello che riteniamo necessario ed urgente in questo paese, vale a dire il ripristino della legalità in tutti i sensi. Occorre ripristinare quello spirito di ricomposizione civile che ha ispirato il suo nobilissimo intervento, quel sentimento per il quale una società non è nemica a se stessa ed i suoi membri non sono l’un contro l’altro armato. 

Certo, vi è il lato severo della legge ma vi è anche la funzione, che potremmo definire di medicinale, di ricomposizione e di risanamento che la giustizia deve esercitare. Abbiamo sempre immaginato — con lei, signor Presidente e con lei, signor ministro, di cui abbiamo letto saggi ed articoli che hanno guidato anche le nostre scelte — una giustizia giusta, imparziale e rispettosa. Non posssiamo accettare il volto vendicativo della giustizia, ma solo consentire che queste iniziative vengano portate avanti con grande determinazione. Nelle sue prime dichiarazioni, signor ministro, lei ha posto il problema centrale della libertà dell’individuo, della terzietà e, sopratutto, ha posto il problema della carcerazione e della custodia cautelare. Noi le chiediamo di intervenire con urgenza su questi aspetti, perché anche un giorno di più trascorso in carcere, non legato ad effettive esigenze di giustizia, è un vulnus per la persona umana; ed una società che si rispetti guarda anche ai singoli cittadini. Questo è il nostro dovere: comporre un’organizzazione civile del paese nella quale il singolo cittadino, per certo aspetti, preceda la stessa società (Applausi dei deputati dei gruppi della DC del PSI e liberale).

Quell’arte di dire senza dire

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Leonardo Guzzo

L’affaire Moro si apre su un palcoscenico di pura letteratura. Sono tornate le lucciole, esulta l’autore, il dissacratore Leonardo Sciascia, in risposta al celebre monito pronunciato da un altro irregolare, Pier Paolo Pasolini, poco prima della sua tragica scomparsa. Scomparse, secondo Pasolini, erano anche le lucciole: travolte dalla svolta industriale e consumistica dell’Italia, da un cambiamento epocale avvenuto in pochi anni, dimentico della tradizione, assassino di una “purezza” che la politica per prima aveva abbandonato.

Sciascia scrive nell’estate del 1978, appena dopo la morte di Aldo Moro, e in quella morte trova uno spunto per riprendere il filo del passato e immaginare un futuro nuovo. Il caso Moro è un caso “letterario”: questa la tesi fondamentale dello scrittore siciliano.

Letterario a cominciare dalla trama, assolutamente verosimile ma troppo perfetta per essere reale: per non sembrare uscita dall’immaginazione — esercitata a tavolino — di uno o più “autori” che controllano lo svolgimento dei fatti. Gli stessi autori che hanno guidato l’opinione pubblica nell’interpretazione degli eventi e, attraverso questa, li hanno plasmati.

Un racconto delle Ficciones di Borges – Pierre Menard, autore del Chisciotte, è il paradigma interpretativo di tutta la vicenda. Non esiste un fatto in sé, come non esiste un’opera letteraria in sé: un fatto acquista un’essenza e un senso a seconda di quando accade e del contesto in cui accade.

A un caso letterario Sciascia risponde con un metodo d’investigazione letterario, preso a prestito dal primo detective libresco dell’epoca moderna, quel monsieur Dupin che attraverso la penna ispirata di Edgar Allan Poe poneva a precetto di ogni indagine la capacità di immedesimarsi. Immedesimarsi, per Sciascia, vuol dire restare fedeli alla realtà dei fatti e fedelmente interpretarla.

Immedesimarsi in Moro significa porre mente e cuore a comprendere chi era l’uomo, cosa voleva ottenere, in quali circostanze straordinarie si trovava e a chi si rivolgeva con la speranza di essere capito.

Il giallo di Moro è un giallo letterario perché si dipana attraverso lettere. Bollate dai protagonisti dell’indagine come frutto di delirio o estorsione, come “romanzi”, sono invece secondo Sciascia l’unico modo che Moro prigioniero ha di comunicare. Ne è consapevole: lo fa intendere lui stesso fin dalla prima lettera, quando dice di vivere le pene del suo stato con tutta «la sensibilità e la conoscenza» che gli derivano da una lunga esperienza. Di questa esperienza fa parte il linguaggio di Moro: un gergo cifrato, ora capzioso ora fumoso, che nel fumo dissolve ogni buona e cattiva intenzione. Sciascia lo paragona al latinorum di Renzo nei Promessi sposi ma vi ravvisa, paradossalmente, un formidabile codice per «dire senza dire» nei giorni della prigionia. A partire dal “romanzo” delle lettere lo scrittore svolge la sua indagine.

Che cosa vuole Moro? Essere liberato. Ha paura della morte? Non della morte fisica ma di quella intellettuale: paura di essere messo a tacere, di non poter ridire il suo viaggio all’inferno e rendere la sua ultima testimonianza di libertà. Detto con le parole di Pirandello, Moro prigioniero “si scioglie”: da “personaggio” diventa “uomo solo”, da “uomo solo” si fa “creatura”; entra tragicamente nella “vita”, la vita vera, e si salva. Di questo vorrebbe raccontare. Per questo tornare.

Come pensa di salvarsi? Liberato dalla polizia, inizialmente, e perciò prende tempo: si rifiuta di “collaborare” con i carcerieri, rallenta il “processo” a cui è sottoposto e scrive lettere in cui non manca di spargere indizi e suggerimenti. Al tempo stesso inizia a caldeggiare la “trattativa”: la considera una buona mossa tattica per tergiversare e poi, quando ogni tattica non ha più senso, una soluzione plausibile per salvargli la vita.

È un atto di pragmatismo politico: quando la necessità stravolge il diritto teorico, ha senso liberare una manciata di brigatisti (magari espellendoli dal territorio nazionale) in cambio di «una personalità che significa qualcosa per la vita dello Stato». Questa è per Moro la vera “ragion di Stato”.

Ma c’è di più. La trattativa risponde ai principi cristiani: far prevalere la vita, l’essere umano, in luogo di un’astratta idea dello Stato.

Uno Stato per di più finto e agitato come un feticcio, ringhia Sciascia. Nei suoi principi Moro resta fermo, mentre fuori imperversa il vero romanzo. Aldo Moro il politico, il filosofo, il temporeggiatore alla Kutuzov di Guerra e pace diventa nell’iconografia “lo statista”: il servitore fedele e la guida illuminata dello Stato. Questo Moro statista, si dice, capisce certamente che non si può trattare con le Brigate Rosse e le sue parole nelle lettere sono senz’altro frutto di plagio.

Ancora una “scrittura” decreta la morte civile di Moro: il 29 aprile una nota di governo, dai giornali attribuita ad Andreotti, ribadisce nello stesso linguaggio conciliante e sibillino del leader la “linea della fermezza”. Se lo spirito di Moro esiste anche senza Moro, allora davvero dello “statista” non c’è più bisogno.

E le Brigate Rosse? Apparentemente perseguono un disegno folle — completare la “rivoluzione” iniziata con la Resistenza — e invece finiscono per compattare i cocci dello Stato e favorire il compromesso storico tra Dc e Pci. Ma forse, novelli Amleto, i rapitori di Moro coltivano una lucida follia: vogliono “solo” spostare l’equilibrio delle forze tra democristiani e comunisti, facendo accettare ai primi la visione statolatrica dei secondi, o comunque agiscono per offrire al regime dei partiti un nuovo fondamento e un’estensione di vita.

Cambiare tutto per non cambiare niente, alla Tomasi di Lampedusa. A una prima analisi, che lo stesso Sciascia sembra avallare, Moro viene sacrificato perché è «il meno implicato di tutti». Come la prima vittima del generale rivoluzionario de L’aquila e il serpente di Martin Luis Guzman, è ucciso perché non ha oro da consegnare, per convincere chi l’oro ce l’ha davvero. E però, capitolo dopo capitolo, Sciascia riscrive la verità. Moro muore in quanto Moro, troppo imbarazzante e pericoloso per tutti: è la vittima di un gioco di potere, un rito che vede tutti i partecipanti più o meno esplicitamente d’accordo, una trama in cui nulla è casuale.

Nel suo affondo più duro Sciascia chiede di nuovo aiuto al Borges labirintico delle Ficciones. Dentro un racconto della raccolta il grande porteño esamina un giallo immaginario: c’è un assassinio iniziale, un’indagine, una soluzione apparente e poi un paragrafo finale e retrospettivo nel quale, da un’unica insinuazione, si capisce che la vera soluzione è quasi certamente un’altra. Anche al suo affaire Sciascia ritaglia un abito di dubbio, per così dire, “metodico”. È un altro caso in cui la letteratura reinterpreta la realtà, solo per chi non vuole credere che stavolta la smaschera.

Israele: Tacciano le armi

Sta capitando la cosa peggiore, e cioè la guerra nella regione che noi abbiamo sempre ritenuto la regione Santa. E il territorio con la più grande densità di tensioni sul piano religioso. Quindi, nella radice più profonda dei popoli.

La situazione è sempre stata complessa, difficile e quasi impossibile da risolversi. Dovremmo sempre ricordarci le guerre medioevali della cosiddetta liberazione di Gerusalemme.

Ora, dalla soluzione del secondo conflitto mondiale, l’occidente ha ritagliato un territorio chiamato Israele, tale da consentire agli ebrei che lo volessero, di ritornare nella terra d’origine. Ricordiamoci la Shoah e la tremenda vergogna dei totalitarismi che avevano, con la loro inaudita violenza, fatto subire agli ebrei dei vari Paesi del.nostro continente.

C’è anche, perché non si può assolutamente scordare, il diritto dei Palestinesi di vivere in quelle terre. Quindi, la tensione vissuta tra le due realtà, è sempre rimasta un problema enorme in quella regione; regione, ricordiamolo, delicatissima per le relazioni internazionali che lì si concentrano.

Oggi, purtroppo, siamo di fronte ad una escalation. Pericolosissimo momento, per mille ragioni di politica internazionale. Non si tratta solo dell’inaccettabile azione militare. Questo vale tanto per i Palestinesi, che sembrano essere stati i primi a dar fuoco alle polveri, che per gli Israeliani che, è universalmente risaputo essere l’esercito più attrezzato nel mondo.

Noi non possiamo che essere fortemente preoccupati. Non solo perché respingiamo qualsiasi azione violenta, di guerra, di lancio di bombe, di atrocità compiute anche sui bambini, ma sul pericolo che questo conflitto non sia pretesto per altre ritorsioni che coinvolgano altri Paesi medio orientali. Penso alla Siria, all’Iran, alla Turchia, all’Arabia Saudita, all’Egitto. Tutto questo, tra l’altro, fa scintillare pure interessi economici e militari dei Paese più potenti e in questo caso, non possiamo non citare gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

La nostra riflessione deve pertanto far alzare la voce a tutta l’Europa perché cessi immediatamente il conflitto, riconsegnando agli anziani, ai giovani, alle donne e ai bambini una tranquillità che è stata ed è messa a dura prova in questi ultimi giorni.

Parteggiare per uno o per l’altro significa essere ciechi. Per. noi europei non solo non deve essere concesso, ma dobbiamo mettere in atto tutte le misure politiche internazionali perché si ristabilisca immediatamente la pace in medio oriente.

Famiglia, Acli: una proposta per migliorare l’Assegno Unico Universale Familiare verso una maggiore equità

L’Assegno Unico Universale per Figli rappresenta sicuramente un ottimo inizio per superare la logica dell’emergenza e della frammentarietà che spesso accompagna le politiche sulla famiglia.

Auspichiamo che al più presto venga approvato l’intero Family Act, per evolvere verso un sistema di misure incisive e organiche nel quadro di politiche familiari strutturali, in grado di ridurre l’incertezza nel futuro da parte di chi decide oggi di avere un figlio.

L’Assegno Unico Universale per Figli  riduce la straordinarietà e la temporaneità di tante norme e garantisce l’universalità a prescindere dal reddito e dal patrimonio della famiglia. L’allargamento della platea dei beneficiari  a categorie di lavoratori, come gli autonomi, che non avevano diritto a questa misura, è molto positivo. Il Governo ha ipotizzato di coprire tale allargamento  con un aumento di 6 miliardi di euro da aggiungere ai 14,2 miliardi di euro spesi complessivamente per le politiche familiari: questo comporterebbe però, secondo le prime stime (e con un AUUF pari a 250,00 euro al mese), che un milione e 350 mila famiglie  vedrebbero diminuire la quota di aiuti di cui beneficiano tra Assegni Familiari, detrazioni e bonus

Secondo le stime dell’associazione a rischiare di più sarebbero proprio le famiglie con reddito medio-basso e con figli piccoli. Per far fronte a questa problematica, una delegazione delle Acli, composta da Antonio Russo,  Vicepresidente nazionale Acli con delega al welfare e da Lidia Borzì, Responsabile della Famiglia Acli, hanno incontrato la Ministra per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti per discutere e presentare un documento con alcune proposte migliorative della norma, elaborate in collaborazione con il Caf, il Patronato e l’Osservatorio Giuridico delle Acli.

Le Acli chiedono di mantenere, almeno finché non si metta mano ad una riforma strutturale dell’Irpef, le detrazioni fiscali per i nuclei familiari, che oggi garantiscono una vera progressività dei benefici e che invece verrebbero cancellate con l’introduzione dell’AUUF.

L’interazione con l’attuale normativa collegata alle detrazioni Irpef e alle addizionali regionali è una criticità a cui le Acli chiedono di  prestare particolare attenzione. Oggi una famiglia con detrazioni IRPEF pari a 0 ha un annullamento anche delle addizionali regionali, peraltro con notevoli differenze tra esse. Nel caso in cui le detrazioni venissero superate dall’introduzione dell’AUFF, le famiglie si troverebbero a dover far fronte anche alle addizionali regionali con una diminuzione del netto percepito. Attualmente, inoltre,  le due principali fonti di spesa dello Stato per le famiglie (detrazioni e Assegni Familiari)  basano  entrambe la loro determinazione su di un unico componente: il reddito annuo della famiglia. Una famiglia con 20mila euro di reddito e 500 mila euro in banca ad oggi riceve più aiuti dallo Stato rispetto ad una famiglia con 30mila euro di reddito ma senza alcun deposito in banca, anzi, magari con un mutuo da pagare. Ecco perché l’ISEE dovrebbe essere il solo sistema “selettivo” della modalità di erogazione del nuovo AUUF, salvando sempre le detrazioni.

In sintesi la proposta è di procedere a una riforma graduale componendo l’Assegno Familiare da  tre parti: la prima sarebbe quella composta mantenendo le detrazioni per i figli a carico almeno fino al varo di una norma di riforma dell’Irpef e prevedendo anche un aumento del limite di reddito dei figli per essere considerati a carico innalzato a €4.200 anche per i figli di età superiore ai 24 anni; 2) la seconda sarebbe quella con un importo variabile in funzione dell’ISEE. La proposta delle Acli è quella di mantenere, all’interno della componente dell’ISEE che tiene conto del patrimonio (cioè dell’Indicatore Situazione Patrimoniale) una franchigia che permetterebbe di salvaguardare i piccoli risparmi. Le eventuali famiglie che potrebbero vedersi ridotto l’importo rispetto a quello attuale saranno solo quelle con un patrimonio superiore ad una certa quota; 3) la terza parte sarebbe quella universale e indipendente da tutti i fattori economici. La prima parte corrisponde ad una spesa totale di 7,8 miliardi di euro, la seconda parte corrisponde ad una spesa di 12 miliardi e la terza parte ad una spesa di 200 milioni: in questo modo il totale della spesa per le casse dello Stato corrisponde proprio ai 20 miliardi che sono stati previsti per l’Assegno Unico.

Il sistema garantirebbe maggiore equità mantenendo l’universalità, perché gli unici che ci perderebbero rispetto al sistema attuale potrebbero essere solo quelle famiglie a reddito basso ma ISEE alto per effetto della componente patrimoniale; avremmo comunque una universalità dell’assegno che verrebbe erogato a tutti i genitori con figli, indipendentemente dal reddito o dai patrimoni; faremmo salva quel minimo di progressività dell’Irpef sulle famiglie lasciata oggi proprio alle detrazioni per i figli a carico.

“La proposta delle ACLI è frutto dell’attività di ascolto del territorio resa possibile grazie alla rete di servizi, iniziative, circoli, associazioni specifiche, sportelli di Patronato e Caf che ci hanno portato ad incontrare in un anno oltre 4 milioni di famiglie – dichiarano le Acli in una nota – Un vero e proprio osservatorio di prossimità che ci racconta di una grande aspettativa riservata delle persone in merito all’attuazione di questa riforma, soprattutto tra le fasce più fragili della popolazione, tra cui le famiglie con figli, che sono quelle maggiormente colpite dagli effetti sociali ed economici della pandemia.

 

Mobility manager, come migliorare gli spostamenti casa/lavoro

Il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, di concerto con il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, ha firmato il decreto che delinea le funzioni del ‘mobility manager’. Una misura che si pone la finalità di ridurre l’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare privato nelle aree urbane e metropolitane negli spostamenti sistematici casa-lavoro. A tal fine, il decreto stabilisce che il “mobility manager aziendale” è una figura specializzata nel governo della domanda di mobilità e nella promozione della mobilità sostenibile nell’ambito degli spostamenti casa-lavoro del personale dipendente. Il “mobility manager d’area” si occupa del supporto al Comune territorialmente competente, presso il quale è nominato, nella definizione e implementazione di politiche di mobilità sostenibile, nonché nello svolgimento di attività di raccordo tra i mobility manager aziendali.

Il decreto identifica, inoltre, il piano degli spostamenti casa-lavoro (PSCL), che costituiscono lo strumento di pianificazione degli spostamenti sistematici casa-lavoro del personale dipendente. In particolare, le imprese e le pubbliche amministrazioni con singole unità locali con più di 100 dipendenti situate in un capoluogo di Regione, in una Città metropolitana, in un capoluogo di Provincia o in un Comune con popolazione superiore a 50.000 abitanti sono tenute ad adottare, entro il 31 dicembre di ogni anno, un PSCL del proprio personale dipendente. Anche quelle che non rientrano in questi parametri, possono comunque procedere facoltativamente all’adozione del PSCL del proprio personale dipendente.

Proprio ai fini dell’adozione del PSCL, le imprese e le pubbliche amministrazioni nominano il mobility manager aziendale, con funzioni di supporto professionale continuativo alle attività di decisione, pianificazione, programmazione, gestione e promozione di soluzioni ottimali di mobilità sostenibile. Il mobility manager aziendale e il mobility manager d’area sono nominati tra soggetti in possesso di un’elevata e riconosciuta competenza professionale e/o comprovata esperienza nel settore della mobilità sostenibile, dei trasporti o della tutela dell’ambiente.

Nell’ambito dei programmi di finanziamento per la realizzazione d’interventi di mobilità sostenibile promossi dal Ministero della transizione ecologica, dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili o congiuntamente dagli stessi Ministeri, può essere assegnata una premialità ai Comuni che presentino un progetto derivante dall’integrazione e dal coordinamento di più PSCL relativi al proprio territorio, adottati e aggiornati ai sensi del decreto. Le amministrazioni pubbliche provvedono all’attuazione del decreto con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente sui propri bilanci, e comunque senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

La crisi Covid e le partite IVA

Nel primo trimestre del 2021 sono state aperte 186.019 nuove partite Iva, in aumento rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (+15,3%). Il confronto mese su mese mostra che l’aumento è concentrato nel mese di marzo 2021 (+105,7%), poiché il mese di marzo 2020 era stato caratterizzato dall’inizio della crisi Covid.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 72,6% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 18,9% da società di capitali, il 3,4% da società di persone; la quota dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” è pari al 5,1% del totale delle nuove aperture. In particolare, gli avviamenti operati da soggetti non residenti sono oltre il triplo dello scorso anno, fenomeno legato alla costante espansione dei servizi di e-commerce. Rispetto al primo trimestre del 2020, tutte le forme giuridiche evidenziano aumenti di avviamenti, ad iniziare dalle Società di Capitali (+18,5%).

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 46,7% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,8% al Centro e il 31,9% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia incrementi in quasi tutte le regioni: i principali riguardano Veneto (+39,5%), Friuli (32,8%) e Lombardia (+21,3%), le regioni che avevano subito per prime le restrizioni della crisi Covid nel 2020. Solamente la Val d’Aosta (-5,6%) e la provincia di Bolzano (-0,4%) accusano cali di aperture.

In base alla classificazione per settore produttivo, le attività professionali registrano il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 20,8% del totale, seguite dal commercio (20,1%) e dalle costruzioni (9,8%). Rispetto al primo trimestre del 2020, si registra un incremento generalizzato di quasi tutti i settori, in particolare con riferimento alle attività finanziarie, (+35,2%) e al commercio (+34,1%). Nel contesto della crisi pandemica, continua l’andamento negativo per i settori relativi ad alloggio e ristorazione (-25,3%), per l’istruzione (-9,6%), gli altri servizi (-8,1%) e per le attività sportive e di intrattenimento (-4,7%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità: (maschi al 61,3%). Il 50,2% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 30% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo del precedente anno, tutte le classi di età registrano degli incrementi, in particolare la classe più giovane evidenzia un aumento del 16,2%. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 14,8% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero, dato lievemente più basso rispetto agli ultimi trimestri.

Nel periodo in esame 91.786 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 49,3% del totale delle nuove aperture, con un incremento del 10,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel particolare contesto di crisi pandemica attuale, si ritiene opportuno fare un cenno anche ai dati delle chiusure di partita Iva avvenute nel corso del 2020, da considerarsi ora pressoché definitivi. Nel periodo gennaio-dicembre 2020 risultano 333.495 chiusure, rispetto alle 429.478 riscontrate nel corso del 2019. Pertanto, il dato del 2020, contrariamente all’atteso incremento delle chiusure per effetto della crisi economica generata dalla situazione sanitaria, mostra invece il 22% di chiusure in meno rispetto al 2019. Tali dati sembrano mostrare che le misure di sostegno alle Partite Iva messe in campo nel corso del 2020 abbiano avuto l’effetto di limitare le cessazioni di attività.

AIFA: 56.110 reazioni avverse vaccini su oltre 18 milioni di dosi

Tra il 27 dicembre 2020 e il 26 aprile 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso sono pervenute 56.110 segnalazioni su un totale di 18.148.394 dosi somministrate (con un tasso di segnalazione di 309 ogni 100.000 dosi), di cui il 91% sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari. Le segnalazioni gravi invece corrispondono all’8,6% del totale, con un tasso 27 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione. E’ quanto emerge dal quarto Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco, relativo alle segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza. Come riportato nei precedenti rapporti – riferisce l’Aifa – gli eventi segnalati insorgono prevalentemente lo stesso giorno della vaccinazione o il giorno successivo (85% dei casi). La maggior parte delle segnalazioni sono relative al vaccino Comirnaty* (75%) di Pfizer/BioNTech, finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (70,9% delle dosi somministrate), e solo in minor misura al vaccino Vaxzevria* di AstraZeneca (22%) e al vaccino Moderna (3%), mentre non sono presenti, nel periodo considerato, segnalazioni relative a Covid-19 Vaccino Janssen, J&J (0,1% delle dosi somministrate).

“L’approfondimento a livello nazionale di queste segnalazioni – ricorda l’Aifa – è condotto con il supporto di un ‘Gruppo di lavoro per la valutazione dei rischi trombotici da vaccini anti-Covid-19’, costituito da alcuni dei massimi esperti nazionali di trombosi ed emostasi”.

Pd/5 stelle, la virtualità della politica.

A volte si ha l’impressione di assistere ad una lettura puramente virtuale delle vicende della  politica italiana. Mi riferisco, nello specifico, al dialogo tra i vertici del Pd e quello dei 5 stelle –  anche se non si sa ancora bene qual’è il vertice dei pentastellati – in questi ultimi giorni. Ne  citiamo alcuni per evidenziare queste plateali e quasi surreali contraddizioni. Al punto che si ha  l’impressione che si assista, appunto, ad una lettura puramente virtuale della situazione politica  contemporanea. 

Dunque, l’ex premier Conte e quasi capo dei 5 stelle annuncia in una lunga intervista al Fatto  Quotidiano che a Torino è ancora possibile trovare una convergenza tra il Pd e i 5 stelle con una  “candidatura autorevole della società civile”. Conte dice queste cose nei giorni in cui i candidati  del Pd sono, comprensibilmente, impegnatissimi a raccogliere le firme per le primarie di giugno  del centro sinistra. 5 stelle esclusi, come ovvio. Ma, soprattutto, Conte fa questo ragionamento  quando la Sindacan di Torino Appendino dice in una intervista che l’unica cosa certa a Torino, “al  100%”, è che i 5 stelle non voteranno mai un candidato Pd al ballottaggio. E uno. 

Poi si passa ad una bella intervista al responsabile enti locali del Pd Boccia all’Huffingtonpost. Alle  domande specifiche, intelligenti e precise dell’intervistatore sullo stato di salute dell’alleanza tra  Pd e 5 stelle, il politico pugliese risponde che l’alleanza è fortissima, salda e l’unica capace di  fronteggiare il pericolo della destra, dei “fili spinati”, del sovranismo e il solito caravanserraglio che  ormai tutti conosciamo a memoria. Ovviamente lo dice nel giorno in cui in tutte le principali città  italiane che andranno al voto, a cominciare soprattutto da Roma e Torino, la spaccatura politica  tra il Pd e i 5 stelle è frontale e plateale per non dire paradossale. E due. 

E quindi, in ultimo, le dichiarazioni dei principali esponenti nazionali dei due partiti che  sottolineano che l’alleanza è salda, forte, convinta e pronta ad entrare in campo in vista delle  prossime elezioni politiche generali contro “l’onda nera”, i “i fili spinati”, la destra sovversiva ed  autoritaria e bla bla bla…. Il tutto alla vigilia di una campagna elettorale dove, è facile prevederlo,  ci sarà una lotta del tutti contro tutti. Anche perchè, per fare un solo esempio, Letta e Zingaretti  sparano ad alzo zero contro la gestione amministrativa di Raggi a Roma e di Appendino a Torino.  È persin troppo facile dedurre, quindi, cosa diranno nelle due rispettive città i militanti dei rispettivi  partiti… E tre. 

Ora, senza infierire, nasce spontanea una domanda persin banale. Ma questa alleanza “storica,  strutturale e organica” dei due partiti contro il male assoluto che serpeggia nel mondo e in Italia,  su quali basi politiche, culturali, programmatiche ed anche etiche nasce? Se nelle grandi città  italiane e, di conseguenza, in quasi tutti i comuni che andranno al voto ad ottobre l’atmosfera è  questa, chi sono quei cittadini e quegli elettori che ad una certa data fingeranno poi di  dimenticare il passato per rinverdire una “alleanza storica”? Se queste sono le basi politiche, e  sono queste almeno a leggere ciò che dicono i vertici dei due partiti, c’è da rabbrividire al solo  pensiero che questa corazzata sarà in campo per contrastare la destra. O no? 

Ma il problema del PD non lo risolvono le Primarie

A oggi, francamente non ho capito contro chi, a Roma, l’ex ministro Roberto Gualtieri si batterà alle Primarie indette dal Partito democratico. L’unico suo possibile competitor, nel cosiddetto “campo largo” del centrosinistra, l’altro ex ministro, di un diverso governo però, Carlo Calenda (ammesso che l’interessato si senta parte di quel “campo”) non vi parteciperà. E così Gualtieri vincerà facile, salvo che poi alle elezioni di autunno dovrà affrontare, oltre al tuttora sconosciuto candidato della Destra, la sindaca uscente, pentastellata e ritenuta da tutto il Pd, e non solo, una sciagura; ma al tempo stesso esponente di rilievo del partito-non partito col quale il Pd medesimo vuole costruire un’alleanza politica strategica in vista delle future – e non più tanto lontane – elezioni parlamentari. Non che a destra abbiano risolto i loro problemi, tutt’altro, ma volendo porre un occhio all’area di interesse in questo scritto non si può certo dire che la convergenza auspicata fra dem e pentastellati stia facendo grandi passi avanti, sul territorio. Non a Roma, ma nemmeno a Torino dove la sindaca grillina (ma si potrà ancora definirli così, i seguaci del “vaffa”?) Chiara Appendino ha già escluso addirittura anche un eventuale sostegno al candidato del Pd che dovesse arrivare ad un ballottaggio con lo sfidante del centrodestra, qui scelto già da mesi, l’imprenditore del settore vinicolo Paolo Damilano. E neppure a Milano, dove i grillini correranno contro il sindaco Sala, che per parte sua dopo anni durante i quali si era dichiarato molto vicino al Pd pur da non iscritto ora ha pensato bene di aderire ai Verdi europei. E probabilmente nemmeno a Napoli, dove il governatore-viceré Vincenzo De Luca, uomo del Pd assolutamente allergico a qualsiasi influenza romana, non vuole sostenere l’eventuale candidatura del Presidente della Camera Roberto Fico, forse l’esponente cinquestelle più vicino alle idee della Sinistra. 

Questa situazione di aperta ostilità è diffusa nel Paese, nei centri maggiori e ancor più in quelli minori, ove offese e insulti da parte dei grillini accumulati negli anni sulla propria pelle dagli esponenti locali dei dem non sono così facilmente dimenticabili, magari solo perché un inviato del partito nazionale viene a dirti che devi allearti o addirittura sostenere chi fino al giorno prima ti ha sbeffeggiato.

Ora, in un simile contesto, immaginare che l’esercizio democratico delle Primarie, arricchito con l’idea del voto ai sedicenni (non proprio il problema principale degli italiani oggi, diciamo), possa risolvere quello che è un ostacolo politico a tutto tondo pare francamente essere una fuga dalla realtà. Su questo strumento si è costruita nel tempo una mitologia che i fatti quasi sempre si sono incaricati di smentire. Innanzitutto, andrebbero distinte quelle “interne” (ad esempio, per l’elezione del segretario del Pd) da quelle d’area, il centrosinistra nel caso specifico. Sulle prime vi sarà modo senz’altro di tornare quando sarà il tempo. Per quanto concerne le seconde, quelle d’area, è evidente che esse possano recare un valore aggiunto – e ciò è oggettivamente possibile – ma solo se approdo finale di un confronto fra candidati e loro sostenitori che hanno davvero interiorizzato la loro alleanza, essendo così capaci di trasformare i gazebo in un momento non solo di democrazia ma anche, e di più, di affermazione e sostegno propulsivo di quell’alleanza. Di coinvolgimento emotivo della popolazione interessata, e dunque dell’elettorato. E questo è valido, anzi decisivo, quanto più la dimensione del confronto è locale: perché nella grande città un po’ di asprezza può anche essere tollerata (entro certi limiti), ma nelle cittadine di venti/trentamila abitanti molto meno, o per nulla. 

Forse oggi lo ricordano in pochi, ma l’inizio della caduta di Renzi fu in coincidenza della sua non-gestione da segretario del Pd proprio delle amministrative di cinque anni fa. Nonostante le Primarie, e a volte proprio a causa di esse (la vicenda dei brogli a Napoli non la rammenta più nessuno?). Gestire le elezioni locali in un quadro politico nazionale di riferimento è certo possibile, pur se non facile. Ed è anzi obbligatorio, se quel quadro è ben definito e testato (da un’azione di governo, o da un programma comune ben delineato in vista delle votazioni per il Parlamento). Ma se quel quadro non c’è ancora, o non c’è del tutto, non saranno di sicuro Primarie più di nome che di fatto a risolvere il problema. Che è politico. Non comprenderlo sarebbe un errore grave.

Poesia, alfabeto dei sentimenti

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Serbo un’intima gratitudine – che custodisco con affetto – verso la scuola della mia adolescenza: ne conservo un ricordo sfocato e leggero dove, come in una magica e fiabesca rievocazione, trovano posto apprendimenti e personaggi e riaffiorano dettagli allora apparentemente insignificanti.

La rivisito con nostalgia e vi cerco spiegazioni e risposte al mio presente.

Trovo che fosse una scuola che sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio.

Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua ‘lettera ad una professoressa’ e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente.

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle nuove tecnologie e dei ‘progetti’.

La DaD ha dimostrato che un rapporto educativo si completa con l’interlocuzione tra persone “compresenti”: chi insegna e chi apprende. 

Le tecnologie non possono sostituire emozioni, empatia, relazioni umane.

Ripenso all’intuizione di Pascal che in una geniale definizione aveva spiegato la complementare compresenza nell’uomo della razionalità e del sentimento: “l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse’. 

Una sintesi somma e raffinata di secoli di cultura e un punto di partenza imprescindibile per conservare nell’uomo un equilibrio interiore, dosando con sapienza le ragioni dell’intelletto e quelle del cuore, suggestione che la pedagogia del post-moderno ha poi ribattezzato come “formazione integrale della persona umana”.

Eppure, come sempre accade nei corsi e ricorsi storici e senza farne un dramma (perché ci sono le andate ma poi ci sono anche i ritorni) mi pare che la deriva degli anni più recenti abbia fatto pendere solo uno dei due piatti della bilancia.

Guai se la scuola fosse solo luogo di apprendimenti strumentali, guai se dovesse esaurire il sapere da far apprendere ai ragazzi nel mero soddisfacimento dei bisogni sociali, se dovesse parlare ed esprimersi solo con il linguaggio delle nuove e più avanzate tecnologie.

Credo che stia accadendo invece questo: che la scuola abbia in parte perduto “il gusto” della conoscenza, il dovere della formazione critica, lo stimolo della riflessione, il piacere culturalmente provocante della digressione e del pensiero divergente, in una parola (paradossalmente, nonostante il proliferare di un numero insensato di progettini sciocchi e  dal fiato corto) abbia mal gestito  la sua naturale vocazione alla creatività.

Il sapere, anche quello trasmesso nella sua più idonea sede istituzionale – la scuola – appunto, non è mai duplicazione della realtà ma sua rielaborazione, il pensiero più alto e originale è anzi quello che dalla realtà e dai suoi condizionamenti palesi o occulti sa prendere le distanze: la cultura è applicazione ma anche e soprattutto “astrazione”.

Ora, mi pare che da molto tempo la scuola sia orfana dell’educazione sentimentale, una ‘piccola fiammiferaia’ che accende zolfanelli effimeri e dalla luce fioca.

Più che ingolfare le menti di dettagliati contenuti e addestrare a sempre più complesse abilità sarebbe forse primariamente utile stimolare la motivazione ad apprendere, la gioia di esprimere e confrontare opinioni, il piacere dell’espressione a volte, perché no, dissacrante e liberatoria, lo scandaglio dell’anima, l’avventura della fantasia, il gusto della scoperta immateriale, l’immaginazione, lo stupore e l’incanto del far parte di un pensiero universale.

“L’uomo dovrà sempre inventare, dobbiamo aiutarlo stimolando in lui la creatività e la curiosità, educarlo ad essere esploratore”: mi pare che questa breve riflessione di uno dei padri dell’intelligenza artificiale – il Prof. Mario Somalvico – ben si adatti anche a spiegare un più esteso ambito spirituale.

Penso alla poesia, espunta dalla cultura prevalente del mondo giovanile e soverchiata proprio dalle nuove tecnologie, sconfitta da internet, dai social, dalla Tv e dai loro disvalori, che trova ancora forse solo nella scuola diritto di cittadinanza e di senso.

Mi riferisco ovviamente alla poesia non come formula da mandare a memoria, mera concatenazione di versi e strofe, materia di studio, genere letterario più o meno ostico ai ragazzi di oggi: la penso invece come aspetto raffinato dell’espressività umana, completamento della dimensione antropologica, così come intuitivamente colto da Shelley, come parte della storia e, quindi, della vita. 

Rifletto spesso sulle straordinarie potenzialità culturali dello studio della poesia sia come fonte di conoscenza delle vicende umane, sia come apprezzamento della sua ineguagliabile capacità di rappresentare la gamma estesa e infinita dei sentimenti, sia – infine – come forma emotivamente liberatoria delle personali capacità comunicative di ciascuno.

La penso come slancio vitale.

Ma se l’educazione sentimentale sta diventando la piccola fiammiferaia della formazione scolastica in senso stretto, la poesia è cenerentola nella scuola e nella vita.

Deve far posto ai nuovi saperi e alle mille esigenze che allontanano l’uomo di oggi dalla riflessione e dalla contemplazione: maiora premunt, ci sono cose più importanti, appunto.

Ripenso spesso ad una suggestiva metafora, appresa negli anni della mia esperienza professionale, di cui sono grato all’autore – il Prof. Luigi Lombardi Vallauri – per la sua illuminante e originale prospettiva didattica, cui mi sono sovente, timidamente ispirato.

Mi riferisco all’allegoria della scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo, non per legare gli apprendimenti alla considerazione della mera, contingente realtà ma per liberare il pensiero e la fantasia in quanto  spunto di trascendenza dalle cose. 

Nulla di più sideralmente lontano, nella creatività dell’intuizione e nell’oggetto di studio di quel cenacolo pedagogico, dagli odierni  rituali delle tavole rotonde, degli algoritmi, dei lavori di gruppo.

Due impostazioni assolutamente non omologabili tra loro: avvincente e creativa l’una, logorante e logorroica l’altra.

Quando ripenso a questa suggestiva idea mi viene in mente la trama del film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, magistralmente interpretato da Robin Williams nei panni del professor Keating.

Utilizzare la meditazione come occasione di formazione e di crescita significa davvero valorizzare tutte le capacità formative della scuola, sancire un patto etico tra docenti e alunni, condividere l’avventura dell’esplorazione dell’anima.

Credo che la poesia – non quella ‘dell’orecchio’ ma della mente e del cuore – conservi ancora la sua straordinaria potenzialità di affinamento della sensibilità umana e di formazione dell’intelligenza e del carattere, e resti alla fin fine, insieme alla musica e alle arti figurative, la modalità espressiva più ricca, intima e coinvolgente. Le alterne vicende della vita ci pongono ogni giorno una domanda: “il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?”.

Finalmente! Papa Francesco istituisce il ministero del catechista!

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
«Senza nulla togliere alla missione propria del Vescovo di essere il primo Catechista nella sua Diocesi insieme al presbiterio che con lui condivide la stessa cura pastorale, e alla responsabilità peculiare dei genitori riguardo la formazione cristiana dei loro figli, è necessario riconoscere la presenza di laici e laiche che in forza del proprio battesimo si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi…».
Così ha scritto Papa Francesco nella Lettera Apostolica in forma di Motu proprio “Antiquum ministerium”, con la quale viene istituito il Ministero del Catechista.
Si tratta di un atto lungamente atteso e che oltrepassa di molto l’esigenza di una più larga partecipazione alla liturgia e la soluzione al problema della scarsità di sacerdoti in diverse comunità del mondo.
Siamo in presenza di una autentica promozione dei laici – uomini, donne e famiglie – nell’opera di missione, evangelizzazione e trasmissione della fede nella società e nelle comunità cristiane.
Come ha spiegato Andrea Tornielli in un editoriale pubblicato su “L’Osservatore Romano”, con questo Motu proprio il Catechista «è chiamato in primo luogo a esprimere la sua competenza nel servizio pastorale della trasmissione della fede che si sviluppa nelle sue diverse tappe: dal primo annuncio che introduce al kerygma, all’istruzione che rende consapevoli della vita nuova in Cristo e prepara in particolare ai sacramenti dell’iniziazione cristiana».
Riprendendo il documento conciliare “Lumen Gentium”, Papa Francesco ha ricordato che «l’apostolato laicale possiede una indiscussa valenza secolare. Essa chiede di cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio».
Sempre nella “Lumen Gentium” si afferma che «i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore».
«È compito dei Pastori – scrive ancora Papa Francesco – sostenere questo percorso e arricchire la vita della comunità cristiana con il riconoscimento di ministeri laicali capaci di contribuire alla trasformazione della società attraverso la penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico».
La presenza dei laici – ha sottolineato il Pontefice – «si rende ancora più urgente ai nostri giorni per la rinnovata consapevolezza dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, e per l’imporsi di una cultura globalizzata, che richiede un incontro autentico con le giovani generazioni, senza dimenticare l’esigenza di metodologie e strumenti creativi che rendano l’annuncio del Vangelo coerente con la trasformazione missionaria che la Chiesa ha intrapreso».
«Lo Spirito – afferma Francesco – chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana».
Tanti e importanti i catechisti nella storia del cristianesimo. Tra questi San Giustino, che nel II secolo fondò una scuola dove insegnava gratuitamente i fondamenti della vita cristiana, e Sant’Ireneo, che Benedetto XVI, durante l’Udienza generale del 28 marzo 2007, definì «il più antico catechista della dottrina cristiana».
Un altro grande testimone della fede, che diffuse il messaggio del Vangelo in dialogo con la cultura del tempo, è Tertulliano, con la sua opera più nota: “L’Apologetico”.
E poi Sant’Agostino che, nel “De catechizandis rudibus”, ricorda che i contenuti principali della fede possono essere esposti con poche parole, ma senza trascurare ciò che deve contraddistinguere la vita di ogni cristiano: la misericordia, il perdono, la speranza.
Il ruolo dei laici nell’evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana fu fondamentale anche nella storia della Corea.
Nell’Udienza generale del 20 agosto 2014 Papa Francesco ebbe a ricordare che in Corea «la comunità cristiana non è stata fondata da missionari, ma da un gruppo di giovani coreani della seconda metà del 1700», i quali furono affascinati da alcuni testi cristiani, li studiarono a fondo e li scelsero come regola di vita. Uno di loro fu inviato a Pechino per ricevere il battesimo e poi battezzò a sua volta i compagni.
Tra i testi destinati ai catechisti, rilevante il “Catechetica in briciole”, scritto da Albino Luciani e pubblicato per la prima volta nel 1949.
Scrisse nel 1948 il futuro Papa Giovanni Paolo I: «Il catechismo ci grida continuamente: “Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona, ama il Signore!”. Insomma, non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente del catechismo…».

Covid: dalle Bandiere blu spinta al ritorno di 30 mln di turisti

L’aumento delle bandiere blu spinge il ritorno in Italia di 30 milioni di turisti stranieri che prima della pandemia avevano pernottato nella Penisola durante l’estate. È quanto afferma la Coldiretti sulla base delle elaborazioni dei dati Bankitalia nel commentare i risultati della Bandiera Blu 2021, assegnato dalla Foundation for Environmental Education (Fee). Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di un risultato importante dopo che la pandemia ha più che dimezzato (-55%) lo scorso anno le presenze straniere in Italia nel periodo tra giugno e settembre. La sostenibilità – sottolinea la Coldiretti – è il valore aggiunto della vacanza in Italia che può contare insieme al mare su parchi e aree naturali protette che coprono ben il 10% del territorio nazionale.

Senza dimenticare che l’agricoltura tricolore è la piu’ green d’Europa  grazie – riferisce la Coldiretti – alla leadership indiscussa per la qualità alimentare con 313 specialità Dop/Igp/Stg, compresi grandi formaggi, salumi e prosciutti, riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con circa 80mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari.

E l’Italia è anche leader nella biodiversità a tavola con la rete di vendita diretta degli agricoltori più estesa del mondo grazie alla Fondazione Campagna Amica che continua a garantire prodotti sani, genuini e a chilometri zero. Un contributo importante – conclude la Coldiretti –al turismo enogastronomico che vale oltre 5 miliardi con la ricerca dei prodotti tipici che è diventata un ingrediente irrinunciabile delle vacanze in un Paese come l’Italia che può contare su oltre 24mila agriturismi. Con l’avanzare della campagna di vaccinazione e la riduzione dei contagi l’aspettativa del superamento del coprifuoco e l’apertura all’interno dei locali è un passo necessario – conclude la Coldiretti – anche per vincere la concorrenza della Spagna che ha appena rimosso lo stato di emergenza

Alleanza MIPAAF/eBay per la tutela del patrimonio agroalimentare

Il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (MIPAAF) ha firmato il rinnovo per due anni dell’alleanza sottoscritta con eBay per la tutela del patrimonio agroalimentare sul web. L’accordo verte sull’inserimento delle indicazioni geografiche di provenienza sui prodotti della filiera agroalimentare presenti sulla celebre piattaforma di eCommerce americana.

Frutto di un’intesa risalente all’anno scorso, l’alleanza coinvolge l’Icqrf, orIGin Italia e Federdoc: l’impegno dei partecipanti mira a tutelare i consumatori promuovendo le eccellenze agroalimentari di qualità certificata e, con una sostanziale novità rispetto alla precedente intesa, si estende ai profili di etichettatura dei prodotti al fine di garantire la regolarità e la rispondenza alle norme.

L’Italia vanta in Europa il maggior numero di prodotti a marchio registrato europeo Dop e Igp che subiscono frequentemente tentativi d’imitazione e usurpazioni. La tutela è quindi un aspetto fondamentale per valorizzare correttamente il lavoro degli agricoltori italiani e perseguire la trasparenza che il mercato e i consumatori richiedono. Pertanto, tutti i prodotti presenti sulla piattaforma di commercio elettronico di eBay vengono verificati e, in caso d’illegittimità, segnalati direttamente al sistema di protezione della proprietà intellettuale e quindi rimossi dopo brevissimo tempo.

Covid, spray nasale anti-virus: primi test al San Martino di Genova

Primi test sull’uomo per uno spray nasale anti Covid all’Irccs ospedale San Martino di Genova: si partirà con l’arruolamento dei pazienti dal 15 maggio. La sperimentazione verificherà la sicurezza e l’efficacia dello spray (AOS2020), inalato nelle due narici per 3/5 volte al giorno, nel ridurre la carica virale nelle alte vie respiratorie. Questo dato, quando disponibile, rappresenterà il punto di partenza per l’utilizzo del prodotto nella prevenzione di sintomi più gravi e nella riduzione della contagiosità delle persone e della diffusione del virus. Lo studio clinico è condotto dall’Unità di Igiene del policlinico genovese e coordinato da Giancarlo Icardi, arruolerà un totale di 57 pazienti contagiati Covid-19, positivi al tampone e con sintomi lievi.

Entro 4 mesi sono previsti i primi risultati e, se positivi, il prodotto potrà essere disponibile entro l’anno. Lo spray è una soluzione acquosa di lavaggio che contiene acido ipocloroso allo 0,005%, una sostanza antimicrobica prodotta anche dalle cellule del nostro sistema immunitario, resa stabile e pura e quindi inalabile grazie a Tehclo*, una nanotecnologia ideata e sviluppata da un team di italiani dell’azienda italo-svizzera Apr Applied Pharma Research s.a., che ha brevettato l’innovazione tecnologica. I risultati dei test preliminari in vitro e in vivo, recentemente pubblicati sul Giornale Ufficiale della Società Europea di Otorinolaringoiatria, hanno dimostrato che lo spray nasale a base di acido ipocloroso elimina il Sars-Cov-2 in meno di un minuto senza irritare le mucose di naso e gola.

Lo spray nasale, che sarà prodotto in Italia, in futuro potrebbe rivelarsi anche un’ulteriore protezione per prevenire la diffusione del contagio soprattutto in ambienti ad alto rischio come mezzi pubblici o scuole.

Scontri Hamas-Israele: p. Nahara (comunità ebreofone), “tanti israeliani e palestinesi vogliono la pace. Nelle kehillot preghiamo per la fine delle ostilità”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir 

“L’escalation di violenza e morti cui stiamo assistendo è provocata dagli elementi più estremisti delle parti in lotta. Ma c’è tanta gente tra i palestinesi e gli israeliani che vuole vivere in pace e in buone relazioni. La sofferenza tra questi è enorme così come la paura per il lancio di bombe e missili”.

In mezzo alla violenza di questi giorni c’è anche chi “prega e chiede pace per tutti”. Sono le piccole comunità cattoliche di espressione ebraica (kehillot) che fanno parte del Vicariato di San Giacomo, uno dei sei Vicariati del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Si tratta di sette comunità che accolgono cattolici che provengono dal popolo ebreo, cattolici di altre nazioni nonché i cristiani locali. In cinque di queste si prega in ebraico (Gerusalemme, Jaffa, Beerhseva, Haïfa e Tiberiade) e in due in russo (Haïfa e Latrun).

Il vicario patriarcale, padre Rafic Nahra, racconta al Sir come le comunità ebreofone stanno vivendo questi giorni di tensione: “paura e sofferenza accomunano palestinesi e israeliani. La paura degli abitanti delle città israeliane, a ridosso della Striscia di Gaza, come Askelon, Beer Sheva, Sderot, Sdot Negev, e altre è grande. I razzi cadono senza una meta precisa e tutti si sentono un bersaglio. Alla paura – aggiunge il vicario – subentra la rabbia che si tramuta in tensione. È triste – ammette padre Nahra – vedere città come Haifa e Ramle, dove arabi e israeliani fino ad oggi hanno mantenuto buone relazioni, cadere preda di tensioni e tumulti.

Per quanto ciascuno dei nostri fedeli possa avere una propria posizione in merito a Gerusalemme e alla vicenda delle case contese a Sheik Jarrah a Gerusalemme est, noi siamo tutti impegnati a pregare per la fine delle ostilità e per la pace e la convivenza. Ci affidiamo al Dio della pace perché illumini le menti di chi ci governa e perché smuova il cuore della comunità internazionale. Senza l’intervento internazionale saremo, infatti, destinati ad una lunga sofferenza e a un futuro di rabbia e di tensione”.

ISPI: La Gerusalemme contesa

Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui ieri si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. In risposta, Israele ha lanciato bombardamenti su Gaza, che avrebbero causato alcune vittime civili.

Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.

Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell’attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.

Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza

(Dalla Newsletter del 10 maggio 2021 dell’Istituto per gli studi di politica internazionale)

 

Nasce “Mezzogiorno Federato”

Si è costituito domenica, dopo una lunga assemblea telematica molto partecipata, il Movimento per un “Mezzogiorno Federato”. Esso ha approvato una mozione politica nella quale si legge che il Sud, se vuole cominciare a contare nei processi decisionali del Paese, deve “federare i poteri delle proprie Regioni, costruendo un progetto organico che coinvolga tutto il territorio e l’intero spaccato della società civile”. E ciò perché sono ancora i rapporti di forza esistenti a prevalere e quindi snaturare anche gli indirizzi dettati dall’Unione Europea come è avvenuto nella definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). 

    Dalla transizione ecologica alla transizione digitale, dalle infrastrutture alla sanità, al lavoro: il Nord del Paese prevale perché può rispondere prima e meglio alle spinte di ripresa. Che non sono più guidate dall’intermediazione politica dei partiti nazionali ma incardinate negli interessi forti, promotori degli stessi progetti, che costituiscono i veri interlocutori per la governabilità.

      In questa logica, i territori e le comunità del Mezzogiorno, divisi su tutto, non possono che restare marginalizzati. Con Regioni che presentano ognuna il proprio libro di sogni e trattano dei propri interessi al di fuori di ogni strategia comune non può che emergere, soltanto, la loro autarchia. Anzi, peggio: la loro incapacità di dare forza organizzata alle necessità delle  popolazioni, ai bisogni della gente. Del resto con classi politiche sempre più inadeguate, incapaci di riconoscersi in qualsiasi spinta meridionalistica ma anche in un qualche reale progetto nazionale di sviluppo, il Mezzogiorno non può che trovarsi chiuso, isolato e diviso in enti formalmente autonomi ma con peso politico ed economico, oltre che culturale e strategico, sempre più debole e privo di possibilità di successo nel confronto nazionale ed europeo. Con la conseguenza di vedere aumentato il suo ritardo sia nel campo delle infrastrutture e dei servizi -a cominciare dalla sanità e dall’istruzione- che in quello dei diritti dei cittadini e dei lavoratori oltre che delle imprese ancora molto spesso costrette a soggiacere alle varie mafie.

      Ma come si sa questa che stiamo vivendo, per il Sud e per il nostro Paese, è una fase storica  decisiva. Anche per la concomitante scelta, fatta dall’Europa comunitaria, di abbandonare le politiche rigoriste ispirate ad un’idea di sviluppo finanziario globale e di cominciare ad aprirsi ad una politica di ripresa delle attività economiche con il baricentro ancorato nel Mediterraneo. Sta, insomma, per cominciare il tempo del cambiamento. E non per le sovrastrutture – come si sarebbe detto una volta- ma per lo stile di vita di decine e decine di milioni di cittadini. In altri termini, una nuova civilizzazione si prospetta, anche in  seguito allo stravolgimento indotto dalla pandemìa da corona-virus 19.

    In questo contesto, allora, se il Mezzogiorno vuole ridurre le diseguaglianze territoriali, sociali, economiche, che attentano ai fondamentali diritti di cittadinanza delle sue popolazioni e ne impediscono livelli adeguati di qualità della vita, ha un’unica strada da  percorrere: quella di unire i propri  poteri, le proprie istituzioni regionali per una iniziativa comunitaria che coinvolga tutti i territori, l’intero spaccato della propria società civile in una sorta di macroregione che sia capace di utilizzare tutti i fattori culturali, sociali ed economici, allo stato inoperosi per mancanza di infrastrutture materiali ed immateriali, per deficienza politica ed organizzativa, per soggezione alle varie mafie. 

     Insomma, è necessario federare il Mezzogiorno! Perché possa portare avanti e continuare a costruire il progetto organico cd. di sistema, elaborato dallo SVIMEZ  e dalle altre agenzie meridionaliste, per spingere il processo di sviluppo integrato capace di alimentare la “ripresa” dell’intera collettività nazionale alla quale un “secondo motore”, posto al centro del Mediterraneo, potrebbe garantire la spinta adeguata per nuovi traguardi di espansione e di crescita.

     Sarebbe la premessa della grande trasformazione del Sud, che così si porrebbe nelle condizioni di interagire attivamente e sinergicamente con il Centro-Nord e di riequilibrare l’intero Paese rilanciandone tutte le sue aree e proponendosi come la grande piattaforma logistico-economica dell’Europa e del Mediterraneo.

      Ma qui, prima di svolgere qualche ulteriore brevissima considerazione in ordine agli obbiettivi più immediati da perseguire, un punto va chiarito subito. E cioè che questa federalizzazione del Mezzogiorno non può avvenire sulla base del vecchio modello di unificazione dello scorso millennio. Essa deve inscriversi nella prospettiva di un federalismo comunitario che -se da un punto di vista dei rapporti socio-economici implica l’idea elaborata da Adriano Olivetti, in opposizione alla devastante logica della pianificazione per ambiti monofunzionali propria dello zoning, di trasformare il territorio secondo una concezione polifunzionale integrata che ne colga il continuum ecologico e sociale- dal punto di vista più propriamente istituzionale non può fermarsi alla riorganizzazione dell’ordinamento repubblicano secondo il circoscritto principio di sovranità nazionale ma deve essere capace di abbattere i confini politico-amministrativi entro cui, ad oggi, restano relegati e sono costretti Stato, Regioni ed Enti territoriali vari e proiettarsi verso la costruzione di un’Europa delle Comunità, ispirata ai principi di paritarietà e sussidiarietà.

       In altri termini, deve essere chiaro che la riforma regionale  che si deve operare non può essere concepita e perseguita nella esclusiva valutazione della dimensione territoriale del nostro Paese. Essa deve essere proiettata anche in aree che includono territori di diversi Paesi o Regioni, associati da una o più caratteristiche (geografiche, culturali, economiche, sociali, etc.) comuni. Circostanza, quest’ultima, che consentirebbe ad un Mezzogiorno d’Italia federato di lanciare la sfida per la costruzione della Macroregione del Mediterraneo. Perché è ben noto che il bacino del Mediterraneo è espressione di una medesima realtà storica e culturale e rappresenta un medesimo ambiente naturale, ricco di grandi potenzialità che non possono essere valorizzate senza il coordinamento e senza la visione d’insieme che la definizione di una strategia comune consente.

      Ma come? In che modo, tutto ciò può essere perseguito? Puntando, senza dubbio alcuno, sulle Comunità locali. Del resto, nella storia antica e contemporanea di questa area, il ruolo propulsivo è stato sempre svolto dalle grandi città come Atene, Roma, Gerusalemme, Istanbul, Cairo, Napoli, Damasco, Palermo, Barcellona, Rabat, Beirut, Tunisi. Oggi, poi, il loro contributo come quello delle Comunità regionali sarebbe addirittura determinante. Non fosse altro perché renderebbe partecipi di questa strategia macroregionale i cittadini dei vari Paesi interessati, contribuendo così a colmare il deficit democratico di cui soffrono tutte le istituzioni italiane ed europee. Non solo. Ma l’adozione di questa strategia mediterranea servirebbe all’Unione Europea per essere più vicina alle Comunità della sponda Sud, il cui sviluppo è una priorità ineludibile per tutta l’Europa, la sua sicurezza e quella delle Nazioni europee del Mediterraneo che sanno bene che da questa crescita dipendono le condizioni di pace e benessere anche delle proprie popolazioni.

      Questo, naturalmente, sul piano degli obbiettivi strategici. Mentre sul piano delle finalità attuali, per mettere ‘in cammino’ le Regioni del Sud e l’Italia tutta, sono almeno quattro, come precisa la mozione che è stata approvata alla fine dei lavori di domenica, gli obbiettivi per i quali il Movimento per un Mezzogiorno Federato immediatamente si batterà:

   1) l’alta velocità vera da Salerno a Reggio Calabria e Palermo, all’interno della quale va collocata la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Si tratterebbe di un’opera capace di lanciare il Sud  quale piattaforma logistica del Mediterraneo e di rafforzare l’offerta complessiva dell’intero Paese, rendendolo più forte economicamente e politicamente;

  2) il completamento e la messa in funzione della rete delle ZES, principale strumento, con la piattaforma logistica, per creare una parte importante di quei 3 milioni di posti di lavoro indispensabili perché il Mezzogiorno  riprenda  il suo processo di crescita;

  3) la soluzione della grave crisi delle aree industriali di Taranto, Gioia Tauro e Termini Imerese che, in collegamento con i loro grandi porti, si prestano a diventare alfieri di una transizione ecologica e tecnologica e di una nuova economia circolare;

  4) la riqualificazione dell’area metropolitana di Napoli, in particolare della parte orientale e del polo petrolchimico con l’interramento della ferrovia per Salerno, restituendo così alla città l’affaccio a mare. 

      Naturalmente, pregiudiziale a tutto ciò dovrà essere una lotta “senza quartiere” alle mafie, alle consorterie, alle corporazioni, alla delinquenza organizzata, cioè, che non si limiti alla denuncia ma operi attraverso azioni concrete che coinvolgano direttamente la gente, che però dovrà essere garantita dallo Stato nella sua sicurezza e nella possibilità di esercitare i propri diritti.

     In conclusione, non è una partita facile questa che Mezzogiorno Federato ha iniziato domenica . Richiede, oltre che una nuova vision post-ideologica e pragmatica, preparazione e allenamento, passione e determinazione, umiltà e pazienza ma, soprattutto, generosità ed altruismo, al limite della prodigalità.

    

 

L’odiosa pretesa di Sofri: dettare la linea al Presidente della Repubblica e riscrivere la storia.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’articolo di ieri su “Il Foglio” dell’ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, lascia basiti.

Condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, egli non si perita di richiamare il Presidente della Repubblica su ciò che deve dire e quanto deve dire.

Prende spunto dal Giorno della memoria per compiere sottilmente un’operazione di riscrittura della storia. Contrappone infatti il 9 maggio 1978 (via Caetani) al 12 dicembre 1969 (Piazza Fontana). La data, in ogni caso, è stata decisa da un libero Parlamento e va rispettata.
Coincide con la ricorrenza della uccisione di Aldo Moro, espressione più alta del sacrificio di un uomo di Stato, ed è dedicata a Lui e a tutte le vittime del terrorismo.

Le parole di Sofri confermano che la stagione della Verità e della Pacificazione è ancora lontana, lontanissima.
Permangono in vasti ambiti della cultura della sinistra ancora le teorie stragiste che hanno creato l’humus da cui è germogliato Il terrorismo che negli anni settanta ha insanguinato il Paese.

Schiere di intellettuali che assicuravano facilmente la loro firma a questo o quel manifesto, hanno indottrinato tanti giovani lungo un percorso di violenza e destabilizzazione, travolgendo ideali e scelte di civiltà. Hanno immolato, cioè, la loro vita inseguendo un disegno rivoluzionario, strumento di capi che si sono adagiati sull’onda di una fama e di una considerazione più o meno camuffata, certamente inaccettabile.

È questa la colpa più grave di cui si dovrebbero vergognare, facendo autocritica e raccogliendosi in un dignitoso silenzio.

Quando Aldo Moro il 6 aprile 1977, in un clima di escalation terroristica, parla a Firenze richiamando all’unità contro la violenza, lo fa perché erano state devastate sedi di partito e luoghi d’incontro. La sua denuncia è contro la “cieca ed irrazionale violenza sulle cose e sul significato profondo umano e politico che queste cose hanno“.

A cosa si riferiva? In verità erano state colpite sette sedi della Dc a Firenze, oltre quelle di Grosseto, e due di Roma. “Si contesta la Dc – disse Moro – perché essa è oggi come era ieri un grande ostacolo per coloro che volessero realizzare taluni obiettivi che noi non riteniamo non utili al Paese. Perché la Dc è la difesa non di interessi particolari, ma di intuizioni, di ideali, di valori che sono presenti nella società italiana: valori , ideali, intuizioni che il corpo elettorale ha dimostrato di non volere vedere trascurati”.

Moro aveva ben presente che “questa battaglia scatenata contro di noi è in fondo il segno di una nostra presenza efficace nella vita nazionale che si cerca di scardinare in qualsiasi modo“. Forse sarebbe bene rileggere l’articolo ritrovato in via Fani, non finito di correggere, sulla polemica tra due generazioni di comunisti (quella di Amendola e quella di Petruccioli) sulla esperienza del governo Tambroni, sulla rivoluzione del ‘68/69, su chi ha cercato con fermezza di respingere l’equivoca indulgenza verso chi voglia costringere con la forza ad una nuova forma di libertà, di convivenza e di consenso.

Perché Sofri insiste sul 12 dicembre 1969 e non sul 9 maggio 1978? Evidentemente perché vuole condannare una determinata matrice politica per la strage di Milano, con ciò preferendo “saltare” il riferimento all’assassinio di Aldo Moro. Vale la pena precisare, a riguardo, che il gesto terroristico veniva clamorosamente a colpire, con crudeltà, chi rappresentava il sistema di libertà e di democrazia, ovvero l’anima politica dello Stato che si voleva abbattere.

Onu: Esiste una minaccia alla ripresa di ampio spettro dell’economia mondiale

L’aggiornamento di metà anno del World economic situation and prospects (Wesp) diffuso oggi dal Dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali (Desa) ha messo in evidenza come: “Se da un lato le prospettive di crescita globali sono migliorate, guidate dal robusto rimbalzo di Cina e Stati Uniti, la crescita di infezioni da Covid-19 e il progresso inadeguato della vaccinazione in molti Paesi minacciano una ripresa di ampio spettro dell’economia mondiale”.

Vi è un sicuro “rischio che il devastante impatto socio-economico del Covid-19 sia destinato a farsi sentire per anni a meno che non si intervenga con investimenti intelligenti in resilienza economica, sociale e climatica e venga garantita una ripresa economica solida e sostenibile”.

Dopo la brusca contrazione del 3,6% nel 2020, il Desa prevede un’espansione dell’economia globale del 5,4% nel 2021, in linea con le previsioni Onu al rialzo del gennaio scorso.

Nel rapporto viene poi, anche, ribadito come “la pandemia abbia colpito in modo sproporzionato le donne”: sia perché “sono state in prima linea nella lotta alla pandemia”, sia perchè si sono “sobbarcate il peso di lavoro domestico e assistenziale non remunerato”.

Il Desa denuncia che “le donne rimangono sottorappresentate nei processi decisionali relativi alla pandemia e nella risposta di politica economica alla crisi”.

Nel rapporto l’Italia viene citata due volte: per i bassi tassi di natalità e per la disparità strutturale di genere nel mercato del lavoro e nelle politiche di protezione sociale.

Secondo il Desa, infine, “le misure fiscali e monetarie che guidano la ripresa devono tenere conto del diverso impatto della crisi sui diversi settori della popolazione, comprese le donne, per garantire una ripresa economica che sia inclusiva e resiliente”.

Commissione Ue: Green Pass da giugno

“Il certificato verde digitale sarà pronto per l’estate e faciliterà spostamenti più sicuri, tutte le operazioni sono sotto controllo. Questa settimana stiamo già procedendo con la seconda fase di sperimentazioni e crediamo che gli aspetti tecnici e legali del certificato saranno sistemati prima dell’estate”. Lo ha detto il portavoce della Commissione europea Christian Wiegand, in conferenza stampa.

“In 19 Stati membri” tra cui l’Italia “con l’aggiunta dell’Islanda nelle prossime due settimane si svolgeranno dei test sui dati, che non coinvolgono cittadini o il certificato in quanto tale, ma l’infrastruttura che lo regolerà”, ha spiegato il portavoce. “Dal primo giugno il certificato sarà pronto all’uso per gli Stati membri, che potranno fruirne controllando e inserendo dati reali”.

Covid: Presto gli anziani e i fragili saranno protetti

Presto la stragrande maggioranza degli anziani e delle categorie fragili sarà protetta contro il Coronavirus.

“Dobbiamo insistere con ogni energia sulla campagna di vaccinazione” ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, da quanto si apprende, intervenendo alla riunione con le Regioni.

E “a giugno arriveranno ancora più dosi e potremmo ulteriormente accelerare la campagna vaccinale”.

La politica tra inaffidabilità e trasformismo.

Dunque, l’alleanza “organica, strutturale e storica” tra il Partito democratico e il partito dei 5 stelle  può ancora attendere. O meglio, sempre se abbiamo ben capito, è sospesa per il turno delle  amministrative di ottobre dove si eleggeranno i governi locali delle più importanti città italiane e  poi dovrebbe riprendere a tutto spiano in vista delle prossime elezioni politiche. Detta così, in  effetti, fa ridere. Ma in realtà è proprio come l’abbiamo descritta. E a farne le spese per tutti è  questa volta addirittura Zingaretti, l’ex segretario nazionale del Pd che dopo aver rinnegato per  mesi, e pubblicamente, l’alleanza con il partito di Grillo l’ha poi ribattezzata come addirittura  “storica” per poi ricevere l’altolà proprio dai grillini romani che non hanno affatto gradito la sua  “disponibilità”, si fa per dire, a candidarsi a Sindaco di Roma contro Virginia Raggi.

Sembra un  paradosso eppure le cronache concrete, al di là della pubblica ipocrisia e delle frasi ad effetto, ci  dicono che l’alleanza tra i 5 stelle e il Pd continua ad essere una sorta di “historia dolorum” dove  non si capisce ancora bene come possa essere costruita e consolidata sui territori. Perchè un  conto sono le pianificazioni a tavolino a livello nazionale e altra cosa, tutt’altra cosa, capire  l’orientamento reale dei due elettorati a livello periferico. È stato significativo, al riguardo, il  recente incontro del quasi capo Giuseppe Conte con i vertici dei pentastellati torinesi in vista del  rinnovo dell’amministrazione cittadina. Tutti i suoi inviti e suggerimenti concreti per costruire  l’alleanza giallo/rossa sotto la Mole sono semplicemente caduti nel vuoto per una ragione molto  semplice: non sempre con una banale operazione trasformistica, e condotta all’ultimo momento,  si possono cancellare 5 anni di reciproci insulti e attacchi personali e politici. Anzi, almeno stando  ai resoconti giornalistici locali, alcuni dirigenti dei 5 stelle non hanno affatto gradito l’interferenza  verticistica e nazionale su come risolvere i nodi politici locali. 

Per non parlare della vicenda di Roma dove dobbiamo prendere atto, piaccia o non piaccia è così,  che la leadership politica di Virginia Raggi ne è uscita fortemente rafforzata – e anche con grande  coerenza e determinazione – dopo le manovre di potere condite con singolari escamotage  regolamentari e condotte dai vertici dei due partiti per intere settimane. Una leadership che ha  cancellato, in un sol colpo, le mire di potere di Zingaretti e che ha evidenziato – ed è quel che più  conta – che non sempre le strategie politiche coincidono con il volere concreto dei rispettivi  elettorati e dei dirigenti centrali. Nello specifico, quel che pensano realmente i 5 stelle.  

Ora, se l’obiettivo politico finale resterà sempre quello di dar vita ad una alleanza “organica,  strutturale e storica” tra la sinistra italiana e i 5 stelle, è indubbio che prima di sbattere contro il  muro dell’incomunicabilità politica o prendere atto della non contiguità delle rispettive classi  dirigenti, sarà opportuno anche verificare ciò che concretamente pensano gli elettorati di  riferimento e, soprattutto, i territori. Perchè senza questo passaggio si corre seriamente il rischio  che il tutto finisca come a Roma e a Torino. Cioè, ognuno per conto suo e con le rispettive liturgie  organizzative. In attesa che ritorni la politica. Quella vera, però, e non solo quella ispirata al  trasformismo e all’opportunismo. 

Moro, la politica come luogo di ricomposizione delle diaspore.

Il pregevole libro sul “giovane Moro” –  di Lucio D’Ubaldo – ripercorre la parabola umana, culturale e politica del grande statista, dalla sua iniziale formazione nella realtà territoriale di provenienza, alla Presidenza della FUCI, all’ingresso nell’alveo politico partitico, parlamentare, nazionale e internazionale, fino alla tragica fine del 9 maggio 1978.

Colpisce l’abilità del tratteggio descrittivo, tra ricostruzione storica dei passaggi più significativi di quella esperienza, narrazione giornalistica e presentazione olistica del personaggio.

Possiamo dire che già all’origine di questo percorso si colgono i tratti distintivi di una vocazione che da intuizione diventa missione. L’abilità dell’autore consiste nel saperli evidenziare in modo che il lettore ne ricavi una rappresentazione connotativa.

Da quali ispirazioni ideali e attraverso quali studi e fondamenti intellettuali e culturali prende corpo in Aldo Moro la sua visione della società e dello Stato? Politica come missione per realizzare un modello sociale ma anche sintesi culturale tra progettualità basata su principi e valori fondativi, opportunità di metodi e percorsi per realizzarli e capacità di sostenerli attraverso il consenso, esprimono piena consapevolezza di una chiara identità e una solida attitudine alla mediazione: ciò non sembra assumere le sembianze di un disegno astrattamente vagheggiato poiché nell’esperienza politica di Aldo Moro emerge sempre il principio di responsabilità circa il compito da assumere e la consapevolezza di una realtà composita e articolata da portare a sintesi.

Il senso dello Stato e del bene comune sono già patrimonio culturale e ideale del giovane Moro, si apprezza in lui una lungimiranza senza pari. Oggi mediare ha un significato deteriore, una sorta di diminutio di fronte al piglio decisionista di leader senza cultura e senza storia.  Nulla a che fare – dunque – con l’attuale “corsa ad esserci” e a lasciare un segno della propria presenza: ciò che genera confusione, parcellizzazione senza sintesi, enfasi delle promesse rispetto alla certezza delle realizzazioni. Una concezione riempitiva della presenza politica, non accompagnata da una necessaria capacità di visione. Il titolo del libro – “Amare il proprio tempo” anticipa l’analisi originale che fa l’autore di questa vocazione (Max Weber la chiamerebbe Beruf)  e cioè amarlo per custodirlo e conservarlo secondo i principi  della giustizia sociale, della mitezza e della temperanza, della capacità di ascolto filtrata attraverso l’intermediazione sociale, della concertazione come metodo di confronto e presupposto per una sintesi necessaria: rileggendo queste pagine il pensiero si volge ad un passato più recente, a ciò che è venuto dopo, fino a quel presentismo autoreferenziale e senza vocazione, asfissiante e precluso al bene comune estesamente considerato in anni di studi sociali letti dai Rapporti del CENSIS.

Se guardiamo a ritroso e ci volgiamo poi al presente non possiamo cogliere ciò che si è perduto strada facendo di quella originale e alta intuizione morotea della politica. La definizione di “politica come omaggio alla verità e alla bellezza della vita” se riposizionata all’interno della parabola dell’ impegno di Aldo Moro proietta verso tensioni emotive alte, slegate da una concezione mercantile dei rapporti di forza – all’interno del partito e nell’intersezione delle alleanze di governo, perché antepone i valori e gli ideali e con essi un modello di sviluppo sociale ai calcoli delle tattiche, delle alchimie e delle strategie.

Moro scelse di conservarne unità e coesione, senza rinunciare tuttavia a custodire i propri principi ispiratori, tenendo aperte le porte ai mutamenti sociali in atto.

Possiamo certamente considerare anche questo aspetto nell’alveo di quella “strategia dell’attenzione” che ha caratterizzato tutta la sua storia politica. Il dibattito politico di quegli anni si esprimeva prevalentemente attraverso il confronto congressuale, soprattutto in un contesto politico composito e plurale quale era la Democrazia Cristiana, nella quale si riverberavano interessi diversi derivanti dal ruolo centrale nella vita politica del paese e dal rappresentare il cd. ‘ interclassismo sociale’.

Da quei congressi, da quei dibattiti, da quelle tesi esposte a partire dalle sezioni e fino alle assisi nazionali i partiti traevano spunto per elaborare fondamenti culturali, modelli sociali, alleanze di governo, orientamenti internazionali. Oggi la politica 4.0 è decisamente cambiata e non certo in meglio. I congressi non si celebrano più e sono stati sostituiti da una gestione personalistica dei partiti al punto che i nomi dei leader prevalgono sui simboli anche nelle campagne elettorali.

Non è finito solo un modello organizzativo: è venuto meno il fondamento culturale e ideologico che un tempo conferiva stabilità ai partiti stessi e oggi si polverizza in una rappresentanza instabile, aleatoria fino al situazionismo e al trasformismo politico e parlamentare. Indubbiamente possiamo oggi affermare che il richiamo di De Gasperi al “lievito del cattolicesimo politico” e all’idea di una centralità della Democrazia Cristiana nella vita politica e parlamentare del Paese trovò in Aldo Moro un testimone autorevole capace di raccogliere il filo conduttore di quell’ispirazione e tessere una trama ideologica e culturale a sostegno di quel progetto politico. In un passaggio del Suo libro D’Ubaldo accenna – per affinità di orientamento democratico e per identificazione nell’immaginario collettivo, ma anche per la cruenta uscita dalla scena politica  di entrambi – ad una similitudine tra J.F. Kennedy e Moro.

Due personaggi diversissimi tra loro, ma accomunati da carisma e forte personalità.

Parafrasando una celebre espressione del Presidente USA – “Sono un idealista privo di illusioni” , potremmo oggi affermare che in confronto a due statisti di tale livello l’aforisma può essere oggi ribaltato, poiché ci troviamo di fronte a molti “illusionisti privi di ideali”.

C’è un passaggio molto interessante nel saggio di D’Ubaldo che riguarda l’accostamento coerente di Moro uomo politico con Moro docente universitario alla Sapienza. Nella sua militanza politica e nell’esperienza pedagogica Moro maturò e seppe conservare un rapporto privilegiato con i giovani. Non dimentichiamo la sua militanza nella FUCI, il suo profondo amore per la cultura , la fiducia nelle giovani generazioni in quanto portatrici di desiderio di conoscenza e di entusiasmo,  che lo avevano indotto a prestare una particolare attenzione verso il dibattito che animava gli anni a cavallo del 68, “offrendo il palcoscenico ai movimenti studenteschi”.

Possiamo parlare di uno statista attento ai temi culturali e al mondo della formazione (non dimentichiamo quanto tenacemente volle l’istituzione della scuola materna statale, fino alla crisi di Governo del ‘68), vicino ai giovani nei quali vedeva materializzarsi quella continuità necessaria ad evitare pericolosi salti generazionali. E possiamo altrettanto constatare come da alcuni decenni si assista invece ad una deriva di impoverimento culturale della politica e dei suoi rappresentanti. Pur interpretando una visione tendenzialmente moderna della società e dello Stato e l’ esigenza di apertura al nuovo che sola può garantire sintesi tra traditio e ratio, tra stabilità e inglobamento del nuovo, possiamo descrivere l’immagine che ci giunge di Aldo Moro: un uomo mite e temperante, tendente al dialogo e alla mediazione, vocato a privilegiare il bene comune mediante la ricerca continua delle sintesi necessarie.

Un tutt’uno nella vita pubblica e privata, un moderato per natura e vocazione.

Rileggendo i Suoi interventi in sede congressuale si coglie nettamente la consapevolezza che la moderazione non va confusa con il moderatismo così come il popolarismo non è la stessa cosa del populismo demagogico e imbonitore.

Valori che sembrano dimenticati oggi, in termini di credibilità, autorevolezza, responsabilità considerando l avvicendamento generazionale e identitario della politica. Aldo Moro aveva ben presente il divario, il gap, la distanza che separa il “paese legale” dal “paese reale”. Trovo che questa consapevolezza fosse comune anche nella visione politica di Amintore Fanfani: erano loro i due cavalli di razza della DC al tempo della ricostruzione del Paese, sostanzialmente diversi ma complementari.

In queste due figure carismatiche si specchiavano le due istanze fondamentali dell’Italia cattolica nei primi decenni del secondo dopoguerra: la gestione del presente attraverso la stabilità e la governabilità e l’architettura del futuro del Paese ispirata ad un modello di società e di Stato che promuovesse un rapporto tra istituzioni e cittadini. I processi di modernizzazione e le condizioni di differenziato sviluppo sociale, l’apertura dei mercati, l’espansione della Comunità Europea , la sovrapposizione della geoeconomia rispetto alla geopolitica (quasi fino ad esserle prevalente), la globalizzazione, l’esplosione delle nuove tecnologie e ora l’estensione pervasiva  della cd. “società digitale” hanno prodotto mutamenti radicali a livello di comportamenti individuali e sociali.

Crescono parallelamente tuttavia le condizioni di criticità sul piano economico, degli stili di vita, i conflitti generazionali, si acuisce la difficoltà di una sostenibilità tra condizione antropologica e contesto ambientale e sociale. Quanto è lontana e quanto è recuperabile sul piano delle scelte di pertinenza dei decisori istituzionali, la visione morotea di una politica come luogo di ricomposizione delle diaspore, di ricerca dei punti di convergenza, di contesto naturale e più idoneo della concertazione e del dialogo costruttivo per risolvere i problemi del nostro tempo! “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Interpretando queste parole di Aldo Moro possiamo dunque dire che non c’è libertà senza limiti, democrazia senza regole, conquiste senza sacrificio, progresso senza rispetto dell’esistente, onore e coscienza senza rettitudine.