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Franco Marini, il vescovo: «La sua testimonianza di credente possa orientare i difficili passi che ci attendono»

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.frontierarieti.com/

«Guardare al minimo comun denominatore piuttosto che al massimo comun divisore». È uno dei pensieri di mons Pompili in occasione dei funerali di Franco Marini, che il vescovo di Rieti ha presieduto questa mattina, in forma strettamente privata, nella chiesa romana di San Roberto Bellarmino. Un’intuizione legata alla biografia dell’ex presidente del Senato, dalla quale don Domenico ha ricavato «una importante lezione: non è solo il pubblico che determina il privato, ma anche il privato influisce e determina il pubblico. Abbiamo troppo ideologizzato questa distinzione, fino al punto di creare una netta separazione tra due dimensioni che sono distinte, ma non distanti. Quel che siamo in pubblico è anche l’effetto di quello che siamo in privato perché c’è una correlazione fin troppo evidente tra quello che anima il nostro vissuto quotidiano e quello che ispira la nostra attività pubblica».

Un complesso di cose che «spiega quel carattere di franchezza, di immediatezza, di concretezza che ha fatto del senatore Marini una figura politica sui generis. Arrivando a sfiorare il primo scranno della Repubblica, senza però mai perdere il contatto con l’ultimo della società».

Del resto è quanto competeva al suo essere sempre restato, fondamentalmente, un sindacalista, «cioè il rappresentante di quei lavoratori, spesso vittime predestinate di un sistema economico che affama e poi addirittura colpevolizza». Un sistema economico che contrasta «con la sua esperienza di casa, ma anche dalla sua fede cristiana. È da lì – ha sottolineato il vescovo – che ha maturato quel popolarismo politico che l’ha reso protagonista in una delicata fase di passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica e che è esattamente il contrario di quel populismo che, nella cosiddetta Terza Repubblica, vorrebbe rieditare anacronistiche battaglie identitarie. Franco ci ha lasciati nella tormentata stagione del Covid. L’augurio è che la sua testimonianza di uomo e di credente possa orientare i difficili passi che attendono la nostra comune responsabilità verso i nostri figlioletti, la prossima generazione europea».

Nasce il nuovo piano d’azione per l’economia circolare europea

Ieri la Commissione europea ha adottato un nuovo piano d’azione per l’economia circolare, uno dei principali elementi del Green Deal europeo, il nuovo programma per la crescita sostenibile in Europa.

Con misure che riguardano l’intero ciclo di vita dei prodotti, il nuovo piano mira a rendere la nostra economia più adatta a un futuro verde, a rafforzarne la competitività proteggendo l’ambiente e a sancire nuovi diritti per i consumatori.

Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, ha dichiarato: “Se vogliamo raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, preservare il nostro ambiente naturale e rafforzare la competitività della nostra economia, dobbiamo realizzare un’economia pienamente circolare. Esiste un enorme potenziale da sfruttare sia per le imprese che per i consumatori e con questo piano abbiamo avviato un’azione volta a trasformare il modo in cui i prodotti sono fabbricati e a consentire ai consumatori di effettuare scelte sostenibili a proprio vantaggio e a beneficio dell’ambiente.”

Anche Virginijus Sinkevičius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, molto sodisfatto per il voto ha dichiarato: “Esiste un solo pianeta Terra, eppure da qui al 2050 consumeremo risorse come se di pianeti ne avessimo tre. Il nuovo piano renderà la circolarità la norma nelle nostre vite e accelererà la transizione verde della nostra economia. Interventi orientati al futuro creeranno opportunità commerciali e di lavoro, sanciranno nuovi diritti per i consumatori europei, sfrutteranno l’innovazione e la digitalizzazione e garantiranno che nulla vada sprecato, come succede in natura.”

L’economia circolare avrà benefici netti positivi in ​​termini di crescita del PIL e creazione di posti di lavoro, poiché l’applicazione di misure ambiziose di economia circolare in Europa può aumentare il PIL dell’UE di un ulteriore 0,5% entro il 2030, creando circa 700.000 nuovi posti di lavoro.

La Pa ha speso per l’Ict 6,2 mld nel 2020

Il report “La spesa ICT nella PA italiana 2020”, giunto alla terza edizione, ha accompagnato la redazione del Piano triennale per l’informatica 2020-2022, raccogliendo e analizzando dati e informazioni su un insieme di amministrazioni pubbliche che complessivamente muovono buona parte della spesa pubblica italiana destinata all’Information and Communication Technologies (ICT), definendo le  caratteristiche principali del percorso di digitalizzazione della Pubblica amministrazione italiana. È stato coinvolto un panel di 73 Enti: 24 amministrazioni centrali (Ministeri e Presidenza del Consiglio dei Ministri, Agenzie fiscali, Corte dei Conti, Istituto Nazionale di Statistica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Inps, Inail, Aci), 21 amministrazioni regionali e Province autonome, 14 Città Metropolitane con i rispettivi Comuni capoluogo. La spesa ICT stimata per il 2020 per la Pubblica amministrazione italiana – sulla base di una proiezione che poggia sui dati emersi dall’analisi del panel –  è di circa 6,2 miliardi di euro, riferibili complessivamente a tutte le tipologie di amministrazioni (inclusi quindi il settore Sanità ed Education, che non sono stati specificatamente indagati nella rilevazione).

Nel 2019 la spesa ICT per il complesso della Pubblica amministrazioni ammontava a 5.960 milioni di euro, segnando una ripresa generalizzata di tutti i comparti grazie ad una crescita del 6,6% rispetto al triennio precedente 2016-2018. Nel 2020 la spesa ICT stimata raggiunge quota 6.216 milioni di euro con una crescita del 4,3% rispetto all’anno precedente.  L’andamento della spesa per il panel di amministrazioni di riferimento presenta una crescita del 7% annuo tra il 2017 e il 2020, passando da un totale di circa 2,2 miliardi di euro a quasi 2,7 miliardi di euro anche se, come illustrato nel report, il trend non si mostra uniforme tra i comparti delle amministrazioni centrali e locali. Tutti i comparti evidenziano una netta prevalenza della spesa operativa rispetto a quella in conto capitale, concentrata soprattutto sulla quota destinata alla manutenzione e ai presidi hardware e software, che si conferma la più consistente per tutto il periodo di riferimento. Il ricorso ai canali di acquisto centralizzati, generalmente crescente, risulta oramai consolidato soprattutto nelle amministrazioni centrali.

La nuova edizione del report dedica ampio spazio alle informazioni qualitative e quantitative relative ad aspetti considerati cardine per il dei processi di digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche: tipologia e modalità di erogazione dei servizi offerti a cittadini e imprese, gestione dei dati e degli open data, livello di utilizzo e di spesa dei servizi in cloud, livello di implementazione e di spesa della cybersecurity. L’analisi di ben 629 progetti ICT realizzati da amministrazioni centrali e locali mostra come gli investimenti per le Infrastrutture e le Piattaforme rappresentino i principali ambiti in termini di spesa, rispettivamente con il 41% e il 33%. Segue la spesa destinata alla realizzazione di Servizi digitali, pari al 19%. Ulteriore aspetto innovativo e originale è la costruzione – in via sperimentale – di un indice di digitalizzazione (Digital Innovation Path Index), che ha l’obiettivo di valutare, come sintesi delle risposte fornite nella survey, il grado di Digital Readiness, ovvero di “preparazione” al digitale delle Pubbliche amministrazioni che hanno partecipato alla rilevazione e, conseguentemente, il loro avanzamento lungo il percorso d’innovazione digitale. Ne risulta che, pur permanendo criticità nell’ambito della cybersecurity e nell’adozione del cloud computing, l’innovazione digitale appare essere un cammino intrapreso da tutte le amministrazioni, interessando soprattutto la trasformazione dei servizi offerti all’utenza privata e aziendale.

Crisanti: “Zone rosse come Codogno contro varianti”

“Se si vuole bloccare la diffusione di varianti” di Sars-CoV-2 “o resistenti al vaccino o a elevata trasmissibilità, bisogna veramente fare zone rosse tipo Codogno o Vo’: tutti fermi”. Il lockdown totale, come quello sperimentato nel Lodigiano e in provincia di Padova immediatamente dopo la scoperta dei primi casi di Covid-19 un anno fa, è la ‘ricetta anti-varianti’ proposta da Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e docente di Microbiologia dell’ateneo cittadino.

“L’emergere di varianti con elevata trasmissibilità e potenzialmente resistenti al vaccino – ha spiegato a ‘Timeline’ su Sky Tg24 – mette in pericolo questo scenario” di equilibrio al quale siamo arrivati attraverso una strategia di convivenza con il coronavirus, “perché a questo punto bisogna intervenire più rapidamente possibile anche in modo chirurgico”.

“La corsa delle Regioni all’accaparramento dei vaccini” anti-Covid in Italia “è una cosa gravissima, perché significa che sono nella disponibilità delle case produttrici quantità di vaccini che non mettono a disposizione degli Stati, ma di chi offre di più. Questa sarebbe una cosa gravissima, di una gravità senza precedenti”.

Lei mi parla ancora. Il nuovo film di Pupi Avati

Il regista Pupi Avati ci affascina sempre con le sue ambientazioni intimiste.

Nel Suo ultimo film “Lei mi parla ancora”, racconta (evocando il libro di memorie scritto dal farmacista Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta) la storia di una coppia che si è amata ed è stata insieme tutta la vita. Lei viene a mancare improvvisamente per prima e nella mente del marito riaffiora la memoria del tempo trascorso insieme, per 65 lunghi anni. In particolare dal giorno del matrimonio, quando lei aveva scritto e consegnato a lui una lettera che era un patto d’amore che li avrebbe resi immortali, come in un gioco di rimandi: lei per lui e lui per lei.

Nell’immedesimazione dell’epoca, per quella generazione i matrimoni erano legami intensi, fatti di quotidianità che rinnovava la promessa del primo giorno. Direi che, osservando l’immagine dello scorrere lento del Po (e l’esondazione nel Polesine a rimarcare le alterne vicende della vita), proposta con studiata intensità, con scorci che danno la visione di ampi spazi e di un contesto ambientale con una fisionomia ben nota, quelle unioni seguivano un ritmo che li rendeva parte della natura e dei suoi tempi, e forse celavano davvero un senso di appartenenza e di immortalità. 

Il tutto con la consueta naturalezza di ambientazione, dove i dettagli e le pause fanno la differenza,  in cui ciascuno occupa un posto che gli pare dipinto addosso, dove le scene domestiche valorizzano le tradizioni, i vissuti generazionali, che attingono spesso a ricordi personali e immedesimazioni nascoste del grande Maestro del cinema italiano.

Prestando orecchio a questa lunga storia d’amore suggellata dal matrimonio viene da chiedersi che cosa è cambiato nei legami sentimentali del nostro tempo. 

Per questo nei film di Pupi Avati il filone narrativo predilige con cura i ritmi di un tempo andato dove i ricordi sono sempre protagonisti. La trama propone l’intensità rievocativa nostalgica del  protagonista,  un grande Renato Pozzetto , con cui si rivolge al passato mentre vorrebbe fermare lo scorrere del tempo, per renderlo addomesticabile, come se l’amata Rina fosse ancora accanto a lui. 

Per ricostruire una lunga storia d’amore  vorrebbe trasferire gli avvenimenti che riaffiorano alla memoria e farli rivivere come contenuto di un libro che uno scrittore di mezza età è chiamato a comporre: la promessa di immortalità giustifica allora il titolo del film, perché il legame che li univa in vita va oltre la morte e resta nel cuore come una consolazione. Rina parla ancora a Lui specie quando la sua assenza diventa lacerante, dolorosa, inaccettabile. Torna alla mente questa sensazione inspiegabile di assenza e di presenza nei versi di Attilio Bertolucci, in una delle più belle poesie del 900 che sembra fatta apposta per descrivere un legame d’amore che dura oltre l’esistenza e la ricompone in una garbata dignità: “Assenza, più acuta presenza….. il petto ti porta come una pietra leggera”.

Una della chiavi interpretative che aiuta Nino a superare ciò che nella realtà separa la vita dalla morte  la si scopre quando il farmacista rimasto solo ricorda le parole scritte da Cesare Pavese nel suoi dialoghi con Leucò “L’uomo mortale non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia” , aforisma che spiega che il senso della trama consiste nella narrazione di una lunga esistenza a due: nella sua intimità in parte spiegabile e in parte inesprimibile. 

Il transito terreno è il cammino dei ricordi che uno porta con sé e di quelli che lascia.

Nel momento in cui anche lui poco tempo dopo viene a mancare si accorge che la vita non può stare in un libro, ci sono sensazioni e stati d’animo che appartengono a ciò che resta imperscrutabile, “l’essenziale diventa invisibile agli occhi”, anche nell’impegno narrativo dello scrittore  perché l’esistenza è una esperienza che ogni volta rinasce ma si esprime in forme diverse, singolari, interiori, che non possono essere esportate se non sotto forma di apparenze.

E’ questo dunque  il “tesoro” dei ricordi da cui quell’uomo rimasto solo attinge la forza di vivere?

E la sua repentina scomparsa, prima che il libro venga finito, oltre alla difficoltà di sopravvivere all’assenza di lei, significa forse un ultimo privilegio che non può essere raccontato: quello di conservare e portare via per sempre le sensazioni più intime e indescrivibili? Anche i silenzi riempiono la memoria di ciò che non è compiutamente narrabile, il riemergere di quegli spazi apparentemente vuoti tra le parole e tra i gesti, gli intervalli tra le presenze: pure il silenzio ha una sua dignità, c’era allora e si rinnova ogni volta che Nino lo fa riemergere nei ricordi del suo passato. E’ come se il silenzio fosse silenzio due volte: per come era e per come lo ripensa riportandolo al presente. Viene da chiedersi se esista forse qualcosa di più struggente per chi non può rivivere il proprio passato, delle “parole non dette”, quelle parole che  riecheggiano nella  mente insieme agli abbracci non dati (“le persone anziane non si abbracciano più”, una constatazione, forse un rimpianto di Nino) e si avvertono come se fossero state pronunciate, perché bussano con insistenza alla porte del nostro cuore e della nostra coscienza.  

Più che un atto di volontà o lo sforzo di una ricerca retrospettiva sembra che siano le parole,  gli oggetti, le immagini, i contesti di vita che come una illuminata folgorazione fanno attraversare a Nino in un lampo il ricordo del passato che gli  appartiene per il tempo che gli resta,  per rivisitarlo  come se un raggio di luce inondasse improvvisamente la sua esistenza. 

Ogni cosa gli parla di lei e lui le risponde.

Se è vero che la vita è narrazione vale allora la pena di fermare il tempo andato nelle pagine di un libro: anche Nino ricorda e racconta ma esprime un’ampiezza di sensazioni tale per cui non tutto può essere spiegato perché dagli altri non tutto potrebbe essere capito. 

Infatti quel libro che lo scrittore avrebbe dovuto completare resta senza un finale.

Possiamo forse affermare che il vero senso delle cose a volte si fa leggere con più spontaneità, emerge da solo, ci viene a cercare e ha radici lontane.

La vita di coppia è stata talmente intensa e colma di amore che vale la pena di guardare a ritroso, per ricomporla affinchè nulla vada perduto. 

La tenacia nell’attesa di un ritorno di lei, quel continuare il discorso tra loro che in realtà è un suo monologo dell’anima, vuole forse esprimere la fedeltà ad un patto di amore che va oltre la vita e giustifica la promessa dell’immortalità, che è racchiusa in quella lettera che Nino  porta via con sé per sempre, nell’accomiatarsi dal mondo terreno.

Un patto troppo forte che suggella un ricordo lontano ma forse anche la speranza che la loro storia d’amore li faccia ritrovare in “quel campo immenso” che – oltre a ciò che di giusto o sbagliato c’è nell’esistenza umana –   ci aspetta dopo la morte.

Come ci ha insegnato il poeta londinese William Blake: “non ci sono morti ma solo anime, sulle due rive”. Ciascuna lascia un ricordo e ne porta un altro con sé.

“Sulla scuola Draghi saprà ben fare” dice Beppe Fioroni

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista AGI a firma di Simona Zappulla

“Io credo che il Quaderno bianco sia un esempio di programmazione a 5 e 10 anni per investire le risorse che finalmente ci sono; che possa rappresentare una traccia, un impegno per andare verso il futuro. Il presidente Draghi saprà ben fare visto che da tempi non sospetti ha dimostrato interesse per la scuola, per la centralità della scuola vista come momento determinante per la crescita della nostra società”.

Così Beppe Fioroni, esponente del Pd e già ministro dell’Istruzione negli anni del governo Prodi dal 2006 al 2008, contattato dall’AGI ricorda quei ‘tempi non sospetti’ in cui nelle vesti di responsabile del dicastero dell’Istruzione si confrontò con l’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e venne fuori il cosiddetto ‘Quaderno bianco’, rimasto poi in un cassetto. Tema centrale, la scuola.

“Era il 2006 – racconta Fioroni all’AGI – ero appena diventato ministro ed esce uno studio di Bankitalia che si occupa dell’importanza della valutazione nell’istruzione ma soprattutto del tema fondamentale dell’investimento sulla scuola, più soldi per l’educazione e più cresce il Pil del paese. C’era un confronto tra me e il ministro dell’Economia Padoa Schioppa, era il solito dibattito su risorse e precari. Ed esce questo studio che diceva che investire su istruzione e formazione comportava un incremento del Pil. Chiesi quindi al Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di collaborare insieme con i tecnici della scuola e gli esperti del Mef e il responsabile dello studio fatto da Bankitalia, Piero Cipolloni. Si costruì un gruppo di studio per individuare una relazione armonica efficace ed efficiente tra gli investimenti e l’ammodernamento della scuola che si trasformava da capitolo di spesa a risorsa per il Paese”.

“Anche il compianto Padoa Schioppa – dice Fioroni – partecipò a questa sfida che coinvolse, per i loro contributi, dai sindacati alle rappresentanze degli studenti, al mondo dell’imprenditoria fino alle associazioni dei genitori. Fu il primo tentativo di pensare assieme ad una programmazione decennale”.

Un Quaderno bianco che metteva insieme “andamento demografico, nuove scuole, chiusura della scuola come sistema precarizzante, investimento su strutture e infrastrutture e innovazione, potenziamento dell’integrazione per le diverse abilità”. Un lavoro “sicuramente da aggiornare ma la cosa determinante è che rispetto a 15 anni fa, oggi ci sono le risorse del Recovery Fund – sottolinea Fioroni – e bisogna avere la consapevolezza che esistono le risorse per investimenti strutturali e tecnologici, ma anche per il personale, soprattutto per l’aggiornamento e la riqualificazione perché “vanno bene gli Ipad ma speriamo che la scuola non crolli…”.

Detto questo, Fioroni ci tiene a sottolineare il lavoro svolto quest’anno dalle scuole in tutte le sue forme: “So che quest’anno, con il Covid, la comunità educante fatta da studenti, docenti, personale amministrativo, Ata e genitori, ha faticato molto e sta facendo uno sforzo che va riconosciuto”.

Quindi a proposito dell’ipotesi di prolungamento della scuola fino a fine giugno, non si sbilancia ma si limita a dire che “è indispensabile che gli studenti recuperino il loro debito, per non mandarli avanti asini e contenti, e privarli di un pezzo del loro futuro, ma per questo sono necessari corsi di recupero intensivi e personalizzati con risorse idonee. Per questo bisogna pensare ad aprire le scuole di pomeriggio con le professionalità idonee. Tutto questo – osserva ancora – non può sminuire lo sforzo che ha fatto la scuola anche con la Dad. Nessuno è stato in vacanza e nel corpo docente – fa notare – molti, sopra i 50 anni, hanno superato la sfida della tecnologia e di questo va dato atto”.

Sul nodo ultradecennale dei precari, Fioroni spiega: “Non ho ricette in tasca, ma io credo che una scuola normale debba smettere di essere precarizzante, i nostri studenti hanno il diritto di avere insegnanti stabili senza orizzonti temporali brevi. Per questo bisogna azzerare il precariato”.

E ricorda: “Avevo fatto una legge con le graduatorie a esaurimento già nel 2006 e queste graduatorie dovranno pure diventare esaurite. Ma ogni volta si sono riaperte, facendo pagare il conto agli studenti e ai precari che sono le vittime e non gli artefici di questo sistema”.

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Napoleone e il mito di Roma

Articolo pubblicato sulle pagine di Città Nuova a firma di Mario Dal Bello

Napoleone. “Lui” non c’è mai venuto. Sognava a dire il vero di venire addirittura incoronato a San Pietro, come Carlo Magno, ma non ci è mai riuscito. Però di Roma e del suo mondo era innamorato.

Gli piaceva la storia: Giulio Cesare era tra i suoi modelli. Era esaltato dalla lettura delle biografie degli uomini illustri scritta da Plutarco, di cui si sentiva l’erede. Non per nulla come stemma aveva adottata l’aquila imperiale e per l’incoronazione a Notre Dame il 2 dicembre 1804 aveva indossato la porpora e cinto la testa con una corona d’alloro (aurea, ovviamente) e la sua corte vestiva all’imperiale, cioè come si usava ai tempi dei Cesari. Un esempio? Il celebre ritratto della sorella Paolina adagiata come Venere scolpito da Canova (Galleria Borghese), il grande artista neoclassico amato da Bonaparte.

I francesi Roma la conoscevano bene, nel Seicento schiere di artisti vi soggiornarono, da Simon Vouet a Poussin a Lorrain. Non tutti forse sanno che la celebre cappella Contarelli dipinta da Caravaggio nel 1600 a san Luigi dei Francesi apparteneva ad un cardinale francese, appunto.

Il Settecento poi, l’epoca del Grand Tour, aveva innalzato il mito della Roma antica come faro di civiltà e bellezza. Ma i francesi erano venuti pure in un altro modo: nel 1797 a rapire il papa Pio VI e a farlo morire a Valence, e poi nel 1809 a fare lo stesso con Pio VII. Finiva lo stato pontificio, Roma diventava la seconda città dell’impero, il figlio di Napoleone era designato come “re di Roma”. Il sogno di una Europa unita sotto lo scettro francese sulle orme di Cesare e Alessandro Magno pareva realizzato.

Ovvio allora che ai Mercati di Traiano, i grandi centri commerciali antichi così ben conservati, sotto le volte e dentro alle “tabernae” ci siano ben 100 pezzi di una rassegna intitolata “Napoleone e il mito di Roma”.

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Da Minambiente 75 mln ai siti naturalistici Unesco

Stanziati 75 milioni di euro per il triennio 2021-2023 per l’adattamento ai cambiamenti climatici nei siti Unesco d’interesse naturalistico e nei parchi nazionali. Li prevede un nuovo programma d’interventi del Ministero dell’Ambiente. Destinatari del fondo i Comuni, sentiti gli enti gestori dei siti ed elementi Unesco e le autorità di salvaguardia di competenza e, quindi, gli enti parco in caso di patrimonio culturale immateriale.

Oltre che all’adattamento ai cambiamenti climatici e la riduzione delle emissioni, anche attraverso azioni a sostegno della gestione forestale sostenibile, le risorse sono destinate agli interventi per l’efficienza energetica del patrimonio immobiliare pubblico degli enti locali che rientrano nei territori Unesco, per la realizzazione di impianti di piccola dimensione di produzione di energia da fonti rinnovabili e di servizi e infrastrutture di mobilità sostenibile e di mezzi e strutture per il monitoraggio, il controllo e il contrasto dell’inquinamento. Nel corso del mese di febbraio verrà predisposto il bando al quale i Comuni aventi diritto potranno fare riferimento e preparare i progetti. Nel dettaglio, 15 milioni di euro sono destinati all’esercizio finanziario 2021 quale quota di anticipo, 37 milioni e mezzo all’esercizio finanziario 2022 come avanzamento lavori e 22 milioni e mezzo per il 2023 in qualità di quota a saldo.

“Dopo i programmi ‘Parchi per il clima’ e ‘Aree marine protette per il clima’, con i quali abbiamo destinato oltre cento milioni di euro per progetti improntati alla sostenibilità nei parchi nazionali e nelle aree marine protette – commenta il Ministro Sergio Costa – abbiamo voluto assegnare settantacinque milioni di euro ai siti Unesco d’interesse naturalistico, come le Dolomiti, le isole Eolie, il Delta del Po. Puntare sulla riduzione delle emissioni, la gestione forestale sostenibile, la mobilità green anche in questi scrigni naturalistici significa valorizzare ancora di più i territori e chi ci vive e lavora. Un altro tassello significativo insieme alla recente istituzione dei caschi verdi per l’ambiente, una task force di esperti qualificati già al lavoro nelle aree protette e nei territori italiani riconosciuti in ambito internazionale”.

La Polonia non vuole indagare sull’Olocausto

Un tribunale di Varsavia ha stabilito martedì che due storici hanno offuscato la memoria di un abitante di un villaggio polacco in un libro sull’Olocausto e devono scusarsi.

La vicenda nasce con la pubblicazione del libro di Barbara Engelking, presidente del Consiglio internazionale di Auschwitz della Polonia, e il professor Jan Grabowski dell’Università di Ottawa che hanno co-curato un saggio intitolato Night Without End che documenta i casi di complicità dei polacchi cattolici nell’attuazione del genocidio degli ebrei durante l’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale.

A denunciare i due studiosi per diffamazione era stata Filomena Leszczynska, anziana nipote di Edward Malinowski, sindaco del villaggio di Malinowo nel Nord-Est della Polonia che esercitò la sua carica durante il secondo conflitto mondiale.

Il centro della discussione è un breve passaggio del libro in cui si legge che il sindaco potrebbe essere stato implicato nel massacro locale di 22 ebrei per mano nazista.

Una vicenda che ancora una volta, se non fosse bastata la legge del 2018 con cui il governo polacco vietava a chiunque di attribuire una responsabilità polacca alle azioni dei nazisti in Polonia durante la Seconda guerra mondiale, dimostra come il conflitto rimane una questione politica viva in Polonia, dove i nazionalisti al potere affermano che gli studi che mostrano la complicità di alcuni polacchi nell’uccisione di ebrei da parte della Germania nazista sono un tentativo di disonorare un paese che ha sofferto immensamente nel conflitto.

Ma la questione non è certo nuovo già in passato, la Polonia aveva protestato con i media di mezzo mondo per l’uso dell’espressione “lager polacco” nell’indicare Auschwitz-Birkenau, minacciando anche azioni legali, preoccupata che questo uso potesse creare “errati codici di memoria storica”, soprattutto tra i giovani.

Ora però con questa nuova sentenza sarà dura poter per i storici polacchi avventurarsi su un terreno di studio ancora da esplorare.

Dai fagioli ai ceci i consumi volano

I consumi di legumi sono aumentati del 15% con valori che vanno dal +12% per i ceci al +28% per i fagioli che si classificano come i più amati dagli italiani nell’anno del Covid.

A far crescere la domanda di legumi  è stata la svolta green nelle scelte di acquisto dei consumatori con la tendenza a mettere nel carrello cibi più salutari ma anche i lockdown che inducono a fare scorte di prodotti alimentari a lunga conservazione e la necessità di contenere i costi domestici con prodotti convenienti di alta qualità nutrizionale. Ad aumentare sono anche i prodotti trasformati a base di farina di legumi come biscotti, crackers, pasta e sostituti del pane.

Sul fronte nutrizionale  i legumi sono un’ottima fonte di proteine e di fibre alimentari, utili per regolare le funzioni intestinali e per il controllo dei livelli di glucosio e colesterolo nel sangue. Contengono di sali minerali, come ferro, calcio, potassio, fosforo e magnesio, vitamine del gruppo B e, quando sono freschi, anche vitamina C. Dal punto di vista ambientale  le piante di legumi hanno un importante ruolo nella difesa della fertilità dei suoli grazie alla loro capacità di fissare l’azoto al terreno, riducendo l’uso di concimi chimici e contribuendo alla difesa delle acque e dell’ambiente.

I legumi più diffusi in Italia sono fagioli, piselli, lenticchie, ceci e fave oltre a cicerchie, lupini e soia ma il Belpaese-puo’ contare anche su molte produzioni tipiche di qualità riconosciute dall’Unione Europea come i fagioli di Rotonda, di Atina, di Sarconi, di Sorana, di Cuneo, vallata bellunese oltre alle lenticchie Castelluccio e a quelle di Alatmura. Le coltivazioni nazionali sono diffuse su oltre 150mila ettari ai quali se ne aggiungono 273mila seminati a soia e soffrono – denuncia la Coldiretti – della pressione degli arrivi di prodotto a basso costo e ridotta qualità, magari favoriti dagli accordi commerciali, la produzione nazionale si è drasticamente ridotta rispetto al passato, accentuando la dipendenza dall’estero, nonostante una ripresa degli ultimi anni.

In piena pandemia da Covid le importazioni di legumi in Italia hanno sfiorato i 389 milioni di chili in crescita del 27% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente  con il raddoppio dei ceci stranieri (+105%) e la corsa di lenticchie (+45%), fave (+23,5%), piselli (+20,8%) e fagioli (+23,5%) sulla base dei dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2020. Il risultato è che tre piatti di fagioli, lenticchie e ceci su quattro che si consumano in Italia oggi, sono in realtà stranieri, provenienti soprattutto da Paesi come gli Stati Uniti e il Canada dove vengono fatti seccare con l’utilizzo in pre-raccolta del glifosate secondo modalità vietate sul territorio nazionale.

Infatti oltre il 90% delle lenticchie consumate in Italia sono straniere, soprattutto americane e canadesi.  Ma la dipendenza dalle importazioni è all’incirca della stessa percentuale anche per i fagioli, che arrivano in gran parte dall’Argentina oltre che dal Nord America, del 70% per i piselli e di più del 50% per i ceci.

Tra i paesi che esportano i loro prodotti in Italia ci sono anche il Messico, molti paesi del Medio Oriente e la Turchia attraverso la quale avvengono spesso triangolazioni. All’estero non vengono rispettate le stesse normative che vigono nel nostro Paese in materia di utilizzo di sostanze chimiche, come nel caso del glifosato, ma anche per quanto riguarda le condizioni di lavoro come per i fagioli dal messicani inseriti nella black list dal Ministero del Lavoro degli Stati Uniti nell’ultimo rapporto sullo sfruttamento del lavoro minorile.

Con l’82% dei consumatori che secondo l’indagine Coldiretti/Ixè preferisce comprare prodotti italiani per sostenere l’occupazione e l’economia nazionale in un momento particolarmente difficile per il Paese è necessario – sostiene Coldiretti – arrivare a una chiara indicazione di origine in etichetta che non è ancora obbligatoria per i legumi secchi o per quelli in scatola. Per non cadere nell’inganno del falso Made in Italy – conclude Coldiretti – è necessario privilegiare legumi che esplicitamente evidenziano l’origine nazionale in etichetta, come avviene per Dop e Igp, o che si possono acquistare direttamente dagli agricoltori nei mercati di Campagna Amica lungo tutto il territorio nazionale.

Rischio aumentato di polipi colorettali per chi ha subito un trapianto di polmone

Un nuovo studio USA indica che i pazienti che subiscono un trapianto di polmoni sono esposti a un maggior rischio di sviluppare adenomi colorettali nei primi anni dopo il trapianto, giustificando la necessità di una maggiore sorveglianza per cancro colorettale (CRC).

Per indagare la questione, i ricercatori hanno esaminato i dati di 411 i pazienti sottoposti a trapianto di polmone trattati tra il 2013 e il 2017 presso la loro struttura, uno dei centri per trapianti di polmone più attivi negli USA. Il protocollo post-trapianto del centro prevedeva una colonscopia di sorveglianza da uno a due anni dopo il trapianto.

Dopo aver escluso i soggetti deceduti entro un anno dal trapianto, coloro che avevano avuto un CRC, chi era già stato sottoposto a un trapianto di polmone, i pazienti con fibrosi cistica o quelli che non avevano effettuato una colonscopia prima del trapianto, sono rimasti 237 pazienti. La loro età mediana era 64 anni e il 69% era fumatore; la maggior parte era di razza caucasica (86%) e il 60% era di sesso maschile.

Le due indicazioni più comuni per il trapianto erano la presenza di una pneumopatia cronica ostruttiva (43%) e di fibrosi polmonare idiopatica (42%).
92 pazienti (il 39%) aveva uno o più adenomi rilevati durante la colonscopia pre-trapianto, mentre a uno e cinque anni dal trapianto sono stati riscontrati adenomi nel 50% dei soggetti. Poco più di due terzi degli adenomi scoperti dopo il trapianto sono stati rilevati il primo anno.

Franco Marini una persona dinamica e moderna

Conobbi Franco Franco Marini poco più che ventenne, e la prima impressione che ebbi fu di una persona dinamica, moderna: un trascinatore nato. Nel Sindacato aveva fama di leader incontrastato della vasta area del pubblico impiego, riferimento di lavoratori democristiani e di centristi in generale, in quella stagione caratterizzata dalla presenza di estremismi e velleitarismi in campo sociale e politico.

Il suo linguaggio sindacale era inconsueto: era asciutto e pacato, con un profilo molto distante da qualsiasi altro protagonista del mondo del lavoro dell’epoca. Marini mi piacque subito. Per me rappresentava il meglio la filosofia del carattere originario della CISL: l’attitudine alla concretezza degli interessi dei lavoratori, la visione positiva della dialettica tra capitale e lavoro, la vicinanza alla cultura contadina ed alla comune appartenenza alle tradizioni abruzzesi. Si è formato nella Cisl spostandosi da un territorio all’altro della penisola, così come impegnandosi in più categorie merceologiche come capitava a molti giovani nell’epoca dell’epopea sindacale italiana. Molto pragmatico e flessibile, era noto per la tenacia nel conseguire risultati voluti.

In questo era sindacalista a tutto tondo: ogni iniziativa doveva avere un risultato visibile. Da questa dinamica, era convinto, si sarebbero generati altri risultati influenzati da quelli precedenti, godendo della scia positiva determinatasi dalla esperienza precedente. Ma era anche molto apprezzato per la qualità rarissima di rispettare coloro che lo avversavano. Non amava le rotture senza via d’uscita ed è per questo che la sua conduzione della cisl è stata apprezzata ed ha potuto dare forza al Sindacato. La sua conclusione dell’ esperienza sindacale coincise con la tormentata fine della esperienza della prima Repubblica e con essa fine della Democrazia Cristiana che lo vide militante già diciassettenne.

Nel 1991 lascia il Sindacato e viene nominato ministro del lavoro, determinando successivamente la sua militanza in ruoli altissimi nel Partito Popolare, nella Margherita e poi determinando in prima fila l’esperienza del Partito Democratico quale esperimento in cui credeva, per riassumere le culture legate all’umanesimo ed al lavoro per il rinnovamento della politica.

Incessante il suo lavoro politico che lo porta all’alta responsabilità di Presidente del Senato, non perdendo mai di vista l’idea forza che lo muoveva: la politica è l’arte dell’accordo e del compromesso, indispensabili per garantire governabilità ed efficacia della azione politica. In questo Marini è stato sempre riconosciuto dagli avversari come leale e costruttivo; uno stile ed un modo di pensare lontanissimo dai clamori, rotture, e scontri della seconda Repubblica.

Pensava che la personalizzazione nella vita pubblica fosse una devianza grave da cui nasceva gran parte dei vizi che in verità hanno così tanto prostrato il nostro paese, così come rifiutava gli eccessi e vacuità del protagonismo mediatico. Ha saputo mantenere il sufficiente distacco e contegno persino quando fu colpito da fuoco amico nella elezione a Presidente della Repubblica. Si spegne proprio al nascere della esperienza Draghi che tanto gli somiglia per carattere e modo di intendere la vita pubblica. Sono sicuro che Franco Marini avrebbe fortemente parteggiato per questa nuova e forse ultima chance per gli italiani, per curare i mali economici, sociali, e del modo di intendere l’impegno in politica.

La bella lezione di Franco Marini

Per quanti, soprattutto giovani, hanno avuto la fortuna di conoscerlo, Franco Marini può considerarsi una delle ultime figure eminenti di una politica che non c’è più. Altri sono autorizzati a illustrare una lunga e qualificata esperienza – appunto, la sua – ma di Marini rifulge nell’immediato ciò che ha inciso di più sulla crescita di una generazione senza dogmi, ma anche senza certezze. Posso dire che ho condiviso la “fame” di politica di questa generazione. Oggi non cambia il bisogno avvertito nei primi momenti del nostro impegno pubblico. Qui scatta l’ammirazione che circonda i protagonisti del complicato passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Ogni “giovinotto” ha necessità, per dare al suo pensiero una forma, di accostarsi alla testimonianza dei migliori interpreti della vita democratica nazionale.

Ricordo che mossi i miei primi passi nella Margherita e, ancora a distanza di anni, ci si batteva contro le scorie degli scandali. Capii che Marini era Marini quando, iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’affare “Affittopoli” per un appartamento a Parioli (zona elegante di Roma), invitò i giornalisti a visitare l’immobile, per poi chiedere loro: “Un milione di euro per un piano rialzato e uno scantinato. Vi sembrano pochi? Sono indignato, anzi no, sono proprio incazzato”. Rimasi impressionato per la fierezza di questa reazione. Al facile moralismo, dilagante nel paese, opponeva la serietà della propria condotta: non amava nascondersi e neppure subire passivamente.

Tuttavia, rientra nella comune descrizione del personaggio la capacità di muoversi senza fare clamore. A Marini si attribuiva  una freddezza superiore. Carlo Donat-Cattin, suo riconosciuto maestro, arrivò a definirlo: “uno che uccide con il silenziatore”. Intendeva sottolineare, a buon conto, la capacità di assumere decisioni severe che andavano a neutralizzare le furbizie o le arroganze di qualche interlocutore spregiudicato. Invece, con altro segno, lo “stile mariniano” si è sempre caratterizzato per la discrezione dell’agire politico, quando le circostanze, come spesso avviene, ne imponevano l’esercizio. D’Alema gli è debitore per il sostegno offerto nel 1998, con un qualche distacco dall’effervescenza mediatica, alla sua investitura a capo del governo.

Si dice anche che fosse impavido. Prendeva di petto le situazioni e contrastava, se necessario, le storture della lotta politica. Si fece valere da Presidente del Senato, a modo suo, con la premura di preservare l’onorabilità delle istituzioni. Mentre Domenico Gramazio agitava in Aula lo champagne per festeggiare un voto che determinava la caduta del governo Prodi, fece risuonare la sua immediata censura “Mettete via quella bottiglia, non stiamo mica all’osteria”. Parole addirittura gridate, perché lo sdegno travalicava la compostezza protocollare. 

Il senso delle istituzioni lo si trova, in effetti, nel cuore di un’Italia genuina e popolare. Spesso ce ne dimentichiamo per effetto di un sovraccarico di spettacolarità mediatica. E Marini, non per vezzo o demagogia, prediligeva evocare il legame con questa Italia. Veniva dal popolo e se ne faceva vanto. E così spiegava la sua collocazione di campo: “Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Sono stato a Roma per la prima volta nel 1950, con un viaggio organizzato dai “baschi verdi” cattolici. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?”. 

Questa rivendicazione di identità fu una costante del suo impegno di sindacalista, quanto mai geloso del patrimonio culturale della Cisl. Lo aveva acquisito partecipando alla scuola di formazione che Mario Romani aveva fondato a Firenze, per dare corpo e sostanza a un soggetto sindacale moderno, capace nelle fabbriche e negli uffici di reggere il confronto con i “rossi” della Cgil. Marini tenne quindi testa alla pretesa di fare l’unità sindacale, sull’onda dell’autunno caldo del 1969, a misura di una sostanziale egemonia di sinistra. Ciò non gli impedì, successivamente, di proporsi come Segretario generale di una Cisl a vocazione unitaria, disposta a rimodellare senza pregiudizi la collaborazione con le altre sigle sindacali. Guarda caso, in politica portò esattamente questa inclinazione al dialogo, ma sempre da posizioni rispettose delle diverse sensibilità.

Marini ha rappresentato per me – ricordo il suo discorso in occasione dell’ultimo congresso nazionale della Margherita, a cui presi parte nel marzo 2007 – un punto di ancoraggio per garantire un responsabile superamento delle storiche appartenenze di origine e per avviare così la costruzione di un nuovo partito di stampo riformista. Nell’affermazione da domani ci chiameremo tutti democratici” echeggiava, in realtà, la consapevolezza di quanto fosse faticoso e tuttavia inevitabile il percorso del nostro rinnovamento. Un discorso, questo, che ancora chiama in causa l’ubi consistam del Partito democratico.

Il nome di Marini, infine, è associato a un mio momento di delusione. Nel 2013 si consumò l’esordio tumultuoso di Renzi sulla scena pubblica nazionale. Fu lui, infatti, che sulle colonne di Repubblica “picconò” la candidatura al Quirinale di Marini, essendo questi cattolico ed essendo necessario eleggere invece il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici”. Avremmo potuto avere, a dispetto delle scorribande renziane, per la prima volta un sindacalista al vertice della Repubblica. Marini comunque mise a tacere sul nascere ogni polemica dichiarando con serenità, seppur sofferta, che venendo da tante battaglie “quando se ne fa una o si vince o si perde, non crolla il mondo“.

Marini lascia un vuoto difficilmente colmabile nel campo della politica odierna. Indiscusso personaggio di un’altra epoca, ha lasciato in eredità, a persone come me, la gioia di vedere quanto sia ancora oggi essenziale difendere i valori e le istanze di giustizia sociale. E consentitemi di immaginarlo un’ultima volta, con scoppola e pipa, mentre si aggira per il paradiso dei buoni politici e si diverte a ripetere che “di strada, comunque, ne abbiamo fatta…”. Ora dunque spetta a noi. Dobbiamo fare un altro pezzo di strada per non dimenticarla, questa bella lezione di Franco Marini.

 

Franco Marini, un uomo schietto e coerente.

Con la scomparsa di Franco Marini se ne va un pezzo, ancorchè significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Un filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute ed affrontate con la schiena dritta, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili ad una chiusura pregiudiziale. Così è stato per lunghi anni nel sindacato, nella “sua” Cisl, e così è stato, a maggior ragione, nell’impegno politico, nel partito di ispirazione cristiana e come uomo delle istituzioni. Certo, era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico ed istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. La sinistra sociale di Forze Nuove, il suo fecondo e straordinario legame, umano e politico, con Carlo Donat-Cattin e con l’universo del popolarismo di ispirazione cristiana, hanno fatto di Marini per molti anni il punto di riferimento per eccellenza di questa nobile e qualificata corrente ideale. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale ed istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Un sodalizio, quello con Donat-Cattin, che ha segnato la sua presenza nella Cisl e nell’impegno concreto nella politica. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del popolarismo di ispirazione cristiana. Una leadership, quella politica, che Marini assume in prima persona dopo la scomparsa di Donat-Cattin nel marzo del 1991. Prima attraverso la guida di Forze Nuove, la storica corrente della sinistra sociale nella Democrazia Cristiana e poi, dopo la fine della Dc, con l’impegno diretto nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali scritti sulla rivista di Donat-Cattin, “Terza Fase”. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole. Un uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione – nella corrente di Forze Nuove come nel partito, negli articoli sulle riviste come negli interventi ai convegni – c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande  e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita.

Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate all’universo valoriale del cattolicesimo democratico, popolare e sociale,  fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole  continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale. 

Franco. Un amico.

Ho difficoltà a chiamarlo col cognome. Da quando lo conobbi nella campagna elettorale dove era imperativo fargli prendere un voto in più di Vittorio Sbardella, e nonostante il suo scontro, più di carattere che di ideali , con Ciriaco De MIta, non ho mai smesso di chiamarlo Franco.

Ne parliamo a Franco; ceniamo con Franco e ne parliamo; Franco non ti seguo in questa scelta; Franco hai fatto davvero un bel lavoro etc…..

Franco Marini si dirà, e si dirà il vero, ha rappresentato molto nel mondo sindacale e nel mondo politico , ha commesso errori ( chi fa politica  mettendoci la faccia ne commette) ed era molto tollerante sulle tematiche ma anche fermo quando fissava un “paletto” definitivo. Vale per tutte le cose belle che ha fatto e promosso la salvezza di quellla tradizione popolare che -nata contro il fascismo e martire nell’ esilio di Sturzo e e la morte solitaria di Donati,Ferrari e  le traversìe di De Gasperi- non poteva essere trascesa da una impossibile alleanza a destra.

Gerardo Bianco divenne il segretario PPI di quella resistenza ma l’ anima vera, il telefonista implacabile ai consiglieri nazionali Ppi, il tessitore, fu Franco Marini. Merito storico.
Ma non voglio oggi parlare ancora di politica perchè la sua assenza sarà umana, molto umana. L’ assenza di Franco……che se gli avevi fatto un congresso a favore o contro,  comunque veniva a cena con te per parlare di politica e vita fumando a fine pasto un sigaro “ammorbidito” con la grappa. Che nelle Feste dell’ Amicizia in Abruzzo chiudeva i convegni a mezzanotte passata portando i relatori frastornati  a casa sua nel paesino.

Che amava fare gli scherzi ai deputati e senatori  ( t’hanno fatto sorrosegretario…no, c’è un intoppo…..)e poi gli diceva di passare in ufficio per rivelargli l’ arcano mentre dovevamo nasconderci tra paralumi e piante per non ridere. Oppure che ti ascoltava in Senato e poi prima ti prendeva in giro e poi ti richiamava da lontano e ti faceva i complimenti.
Franco sapeva vivere ogni riunione immemorabilmente notturna per le liste ( quante nell’ Ulivo e nel Pd ?)  come una festa.
E ti spiazzava  il volto serioso chiedendoti della famiglia e dei figli, mentre si svolgeva un convegno.

Perchè era popolare in quanto vero “figlio del popolo” oltre che per convinzione politica.
Ricordo la sua soddisfazione ed anche la reverenza con cui parlava ad Ettore Scola e Gillo Pontecorvo ed altri “Mostri sacri “del cinema quando grazie all’ Anac di Citto Maselli li convinsi  e li trascinai ad un convegno culturale sulla cinematografia  nella sala della Direzione Dc ( divenuta direzione PPI). Era curioso, non intimorito. E si divertiva a vederseli lì in un luogo “storico” che in realtà incuriosiva molto anche loro.
Ho questi tanti ricordi umani ora, che si affastellano. Come quando
nell’assemblea di gruppo Pd, sul voto alle missioni internazionali delle Forze armate io parlai da obiettore di coscienza contro e per una diversa legislazione in materia,  e lui pretese di parlare a favore riprendendo le proposte e però obbligandoci alla disciplina di gruppo aggiungendomi poi   “che solo due democristiani potevano guidare due mozioni contrapposte ma egualmente serie nelle loro intenzioni”. Non era “addolcire la pillola”, era rispetto di chi conosceva davvero la “trattativa”,intesa come momento di rispetto  ed approfondimento delle opinioni altrui.

Perchè lui le sue opinioni le aveva . Eccome. E però gli piaceva conoscerne altre, approfondirle, soprattutto perchè aveva opinioni ma non voleva avere una troppo alta opinione di sè. Non si reputava il “genio della lampada” oppure il grande politico “incompreso”, come accade sovente a molti leader di partito.
La Politica con la P maiuscola ma anche l’ Umanità della politica, senza cui tutto diventa automatico, meccanico e la tattica-che pure amava molto e sapeva praticare bene-diventa semplice movimento di pedine inconsulto.

Nonostante l’età e le generazioni di differenza, credo che chiunque di noi lo abbia frequentato oggi perda un amico, prima ancora che un leader politico e sindacale

Il mio ricordo di Franco Marini

Devo tornare alla mia infanzia per ricordare il primo incontro con Franco Marini. Era il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; il fermento sociale nel Paese stava raggiungendo l’apice e il sindacato e ampi settori della politica cercavano di interpretare e rappresentare al meglio le istanze provenienti dal mondo del lavoro e dalla società in generale. Le fabbriche del Nord Italia rappresentavano per l’opinione pubblica l’idea di un nuovo protagonismo dei lavoratori. Erano poi gli anni in cui si stava consolidando un gruppo dirigente, che avrebbe poi caratterizzato lunghi periodi della storia del movimento sindacale italiano. Una generazione che fece del sindacato un soggetto credibile e garante non soltanto del sistema di relazioni sindacali, ma anche delle Istituzioni democratiche, sottoposte all’attacco del terrorismo, che cercava spazio a partire dai posti di lavoro. 

Di quella generazione uno dei principali interpreti fu proprio Franco Marini.

Franco Marini non proveniva dalle fabbriche del Nord Italia, ma dopo la formazione al Centro Studi CISL di Firenze e un periodo quale responsabile in alcune sedi zonali dell’organizzazione, assunse gradualmente un ruolo primario tra i lavoratori del Pubblico Impiego. La sua azione, a partire dalla seconda metà degli anni ’60 insieme ad altri giovani dirigenti della CISL di allora, indirizzò il tradizionale “corporativismo” dei lavoratori della Pubblica Amministrazione verso una cultura confederale, di solidarietà e di condivisione delle questioni sociali aperte nel Paese. Emerse con forza proprio in quel periodo, la sua visione del ruolo dei cattolici come movimento propositivo di sollecitazioni sociali e regolatore dei meccanismi distorsivi del mercato.  

Franco Marini e Pierre Carniti furono i dirigenti che ebbero la capacità di superare le diverse sensibilità culturali interne alla CISL, rafforzando la progettualità dell’organizzazione nella lotta all’inflazione, – che viaggiava oltre il 20% -, nel superamento delle rigidità del mercato del lavoro, nella realizzazione di nuovi assetti contrattuali con la valorizzazione del livello aziendale a garanzia del potere d’acquisto reale dei redditi da lavoro, nelle nuove politiche degli orari di lavoro. Sono i temi principali che portarono ad accordi fondamentali come il lodo Scotti del 1983 e l’accordo di San Valentino del 1984. Gli anni della concertazione furono uno dei “banchi di prova” del riformismo italiano, che determinarono una frattura significativa all’interno del movimento sindacale, con la mancata sigla della CGIL all’intesa del febbraio 1984 con il Governo Craxi (il già citato accordo di San Valentino). La scelta di andare al referendum abrogativo dell’accordo da parte del PCI provocò la fine dell’esperienza federativa unitaria di CGIL-CISL e UIL. La CISL di Carniti e Marini con fermezza riaffermò la centralità della proposta riformista dell’Organizzazione, accettando la sfida elettorale e mostrandosi decisiva per la vittoria nel referendum. La CISL pagò un prezzo enorme per questa determinazione con l’uccisione da parte delle BR di Ezio Tarantelli, principale ispiratore delle politiche cisline di revisione dei meccanismi salariali. 

Negli anni successivi Franco Marini, assumendo nel 1985 la guida della CISL, dopo le lacerazioni del referendum, operò pazientemente per il recupero del rapporto unitario con la CGIL senza cedimenti, ma con l’intelligenza politica che lo caratterizzava. Questa scelta di indirizzo, proseguita da Sergio D’Antoni, eletto nel 1991 alla nomina di Marini a Ministro del Lavoro, portò poi nel 1993 alla sigla del Protocollo Ciampi, uno degli accordi strutturali nella realizzazione di un modello condiviso di relazioni sindacali tra sindacato, imprese e governo.

La nomina a ministro del Lavoro e l’assunzione della leadership della sinistra sociale della DC con la scomparsa di Carlo Donat Cattin, fu la continuità in politica dell’esperienza sindacale. 

E poi la fermezza nella costruzione di un centrosinistra plurale, con un ruolo del PPI non subalterno e la realizzazione del progetto della Margherita e del PD, continuò a vedere Franco Marini con una sua funzione centrale e determinante, come tessitore di una rete politica a garanzia della provenienza delle varie esperienze politiche dell’alleanza progressista, senza mai perdere la capacità di dialogo con il fronte politico opposto. La sua elezione a Presidente del Senato nel 2006 fu il vertice di questa parabola politica ed umana, che non meritava, a mia opinione, la mancata elezione nel 2013 a Presidente della Repubblica.

A fine 2018, quando iniziò il mio lavoro nella Fondazione Ezio Tarantelli, dopo un lungo percorso nella CISL a vari livelli, ritrovai Franco Marini nella sede della Fondazione, quale componente del comitato scientifico. Il mio antico rapporto con lui si è rafforzato e spesso ci siamo ritrovati in lunghi colloqui sulla politica e sulla storia degli ultimi 50 anni del Paese. Tanti sono stati gli episodi che ho avuto l’onore di sentirmi raccontare: dalla sua reazione al rapimento Moro alle tensioni successive all’accordo di San Valentino; da quando fu avvertito da parte della DIGOS dell’uccisone del Prof. Ezio Tarantelli ad alcune vicende della politica italiana che lo hanno visto protagonista.

Per gran parte di noi è stato un maestro ed una guida; per quanto mi riguarda conserverò i suoi insegnamenti e le sue intuizioni e quei racconti che mi ha consegnato nei nostri lunghi e ultimi colloqui. 

Un pensiero per Franco Marini che non c’è più.

Vi racconto un aneddoto per capire chi fosse Franco, che anche da seconda carica dello Stato non perdeva la sua umanità e continuava ad interessarsi della politica di territorio.
Correva l’anno 2006.

Io ero da poco Presidente di municipio e in grande affanno perché non riuscivo a chiudere il quadro con la giunta. Franco era da qualche settimana Presidente del Senato.
Una cara amica comune organizza una cena privatissima e blindatissima, che io, però, non riesco a godermi, perché ogni minuto il telefono squillava ed erano i big degli allora ds, verdi e udeur che pretendevano posti per i loro uomini, mentre io volevo una giunta metà al femminile.

Insomma le donne non me le volevano dare !
A metà cena Franco, vedendomi scura in volto, si alza, mi prende sottobraccio, mi porta in disparte e mi chiede con quel suo accento forte : “Ma che hai? Che combinate li all’Eur? “
E io gli racconto il mio problema e della prepotenza dei partiti. Lui mi guarda e mi dice : “E tu fai benissimo a tenere il punto sulla presenza femminile. Barra ferma e continua a pretendere che ti diano il nome di una donna. Vedrai che qualcuno prima o poi cede. Ora fammi un bel sorriso e torna a cena. Poi mi farai sapere come è andata !”

Ecco, lui con tre parole mi tolse un problema e mi ridiede il sorriso.

Detto questo, non solo mi richiamò la settimana dopo per congratularsi per la giunta rosa che avevo fatto (le donne alla fine me le ero scelte da sola e anche brave), ma si prenotò a venire al mio municipio per celebrare l’8 marzo.
E così fece.

L’8 marzo del 2007 lo trascorse con me all’Archivio di Stato dell’Eur in un convegno sulla storia delle donne in politica, con il grande Sandro Curzi, la giudice della consulta Rita Saulle, mia cara amica, e Simona Izzo.
Dove lui tenne banco per un’ora parlando con tutti e incantando la platea.
Ecco, anche questo era Franco Marini.
Ed è bello raccontarlo per quello che era.

L’UE è pronta a seguire l’esempio dell’Australia nel far pagare le notizie a Google e Facebook

I legislatori dell’UE, che sovrintendono alla nuova regolamentazione digitale in Europa, vogliono costringere le aziende Big Tech a pagare per le notizie, facendo eco a una mossa simile in Australia e rafforzando la mano degli editori contro Google e Facebook.

L’iniziativa dei membri del Parlamento europeo sarebbe un duro colpo per Google, che ha già minacciato di lasciare l’Australia per protestare contro la nuova legge pianificata che la costringerebbe a pagare le notizie.

Facebook ha anche avvertito che impedirà agli utenti in Australia di condividere notizie se la legislazione verrà approvata nella sua forma attuale.

In vista di questa nuova tegola per i due colossi, Google e Facebook hanno intensificato i loro sforzi per raggiungere accordi di licenza per le notizie in Europa. Google recentemente raggiunto accordi di licenza in Francia, anche perché un tribunale è intervenuto per imporgli di negoziare accordi con gli editori.

Inoltre si è impegnata a spendere 1 miliardo di dollari in tutto il mondo per le notizie sulle licenze nei prossimi tre anni.

“Le persone si fidano di Google per aiutarle a trovare informazioni pertinenti e affidabili da una vasta gamma di siti web, e questo aiuta gli editori inviando loro traffico prezioso ai loro siti”, ha detto Google. “Siamo disposti a pagare per sostenere ulteriormente il giornalismo e lo stiamo facendo in tutto il mondo”.

Facebook ha rifiutato di commentare.

Produzione industriale: Istat, “il 2020 si chiude con il secondo peggior risultato di sempre”

A dicembre 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,2% rispetto a novembre. Nella media del quarto trimestre la flessione è dello 0,8% rispetto al trimestre precedente.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale sostenuto per l’energia (+1,8%) e un più modesto incremento per i beni intermedi (+1,0%), mentre diminuzioni contraddistinguono i beni strumentali (-0,8%) e, in misura più contenuta, i beni di consumo (-0,3%).

Corretto per gli effetti di calendario, a dicembre 2020 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 2,0% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 21, contro i 20 di dicembre 2019). Si registra un incremento tendenziale solo per i beni intermedi (+4,1%), mentre i restanti comparti mostrano flessioni, con un calo pronunciato per i beni di consumo (-9,8%) e meno marcato per gli altri aggregati (-2,1% per i beni strumentali e -0,7% per l’energia).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (+10,9%), la fabbricazione di prodotti chimici (+7,5%) e la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+6,8%). Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-28,5%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-16,5%) e nella fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e preparati (-10,9%).

Superbonus 110%, a gennaio raddoppiati i numeri: oltre 3100 interventi

Per il Superbonus 110% “continua la crescita degli interventi. A gennaio, in particolare, sono praticamente raddoppiati i numeri, confermando un trend in costante crescita: oltre 3100 interventi per circa 340 milioni di crediti d’imposta prenotati, con cantieri disseminati in ogni parte d’Italia”.

Lo ha scritto sulla sua pagina facebook Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico del Governo Conte.

Nel frattempo, l’Agenzia delle entrate ha aggiornato a Febbraio 2021 la Guida “Superbonus 110%. Detrazioni per interventi di efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico, colonnine di ricarica di veicoli elettrici, eliminazione delle barriere architettoniche”.

Il decreto Rilancio, nell’ambito delle misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, ha incrementato al 110% l’aliquota di detrazione delle spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, a fronte di specifici interventi in ambito di efficienza energetica, di interventi di riduzione del rischio sismico, di installazione di impianti fotovoltaici nonché delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici (cd. Superbonus).

La legge di bilancio 2021 (legge n. 178 del 30 dicembre 2020) ha prorogato il Superbonus al 30 giugno 2022 (e, in determinate situazioni, al 31 dicembre 2022 o al 30 giugno 2023) e introdotto altre rilevanti modiche alla disciplina che regola l’agevolazione.

SUPERBONUS ANCHE PER L’ELIMINAZIONE DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE E PER LA COIBENTAZIONE DEL TETTO.

Il Superbonus spetta, per le spese sostenute dal 1° gennaio 2021 e a condizione che siano eseguiti congiuntamente con almeno uno degli interventi di isolamento termico delle superfici opache o di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti (interventi trainanti), anche per gli interventi previsti dall’articolo 16-bis, comma 1, lettera e), del Dpr 917/1986, finalizzati all’eliminazione delle barriere architettoniche, aventi ad oggetto ascensori e montacarichi, alla realizzazione di ogni strumento che, attraverso la comunicazione, la robotica e ogni altro mezzo di tecnologia più avanzata, sia adatto a favorire la mobilità interna ed esterna all’abitazione per le persone portatrici di handicap in situazione di gravità e anche se effettuati in favore di persone di età superiore a sessantacinque anni. Anche per tali interventi è possibile optare per la cessione o lo sconto.

Gli interventi per la coibentazione del tetto rientrano nella disciplina agevolativa, senza limitare il concetto di superficie disperdente al solo locale sottotetto eventualmente esistente.

 

L’angina pectoris

L’angina pectoris è un dolore al torace, dietro lo sterno – perciò denominato anche “dolore retrosternale” – provocato dall’insufficiente ossigenazione del cuore a causa di una transitoria diminuzione del flusso sanguigno attraverso le arterie coronarie.

Fu descritta la prima volta dal medico e patologo inglese William Heberden nel 1768.

Il dolore anginoso in genere inizia lentamente, per giungere all’apice e quindi sparire nell’arco di 10-15 minuti; il dolore può propagarsi anche agli organi prossimi al torace e tale situazione viene definita irradiazione del dolore.

La causa principale è in genere correlata all’ostruzione di un vaso ad opera di una placca aterosclerotica, che riduce il lume arterioso e ostacola il passaggio di sangue, specie durante lo sforzo. Si hanno sintomi solo quando l’ostruzione è superiore al 70% del lume. Rientrano dunque nei fattori di rischio per l’angina gli stessi fattori di rischio dell’aterosclerosi, poiché si tratta sempre di arterie:

alti livelli di colesterolo;
pressione alta;
obesità;
diabete mellito;
familiarità e/o predisposizione;
fumo;
vita sedentaria.

L’angina pectoris può essere presente in casi di insufficienza cardiaca, aritmia con elevata frequenza cardiaca, stenosi aortica, embolia polmonare e altre condizioni che possano provocare un ridotto afflusso di sangue al cuore.

L’angina di Prinzmetal è causata da spasmi nelle arterie coronarie; gli spasmi si presentano spontaneamente nella maggior parte dei casi, anche in assenza dei fattori di rischio classici delle malattie cardiache; la metà dei pazienti afflitti da questa rara forma non presenta evidenze aterosclerotiche. Quando gli spasmi non si presentano in condizioni di riposo possono essere indotti da:

esposizione al freddo;
stress emotivo;
assunzione di alcolici;
farmaci vasocostrittori;
assunzione di cocaina.

La scelta del trattamento è stabilita in relazione al tipo di angina diagnosticato e dall’eventuale compresenza di altre malattie.

Importanza primaria, oltre che profilattica, è data dall’immediata correzione del rischio cardiovascolare (fumare, nutrirsi smodatamente fino al sovrappeso) oltre che al controllo della pressione sanguigna, del colesterolo e dello stress. Importante è anche la correzione di situazioni predisponenti quali vizi valvolari, aritmie, diabete e problemi tiroidei.

La prima cosa da fare all’insorgenza del dolore è mettersi immediatamente a riposo, in modo da abbassare il fabbisogno di ossigeno del muscolo cardiaco. Una leggera attività fisica di tipo aerobico può però essere indicata per ottenere benefici a lungo termine per l’angina stabile.

In presenza di angina instabile (quindi anche alla prima comparsa dei sintomi anginosi) è fortemente consigliato il ricovero ospedaliero.

Intervista a Franco Marini su Aldo Moro

È morto Franco Marini

Lutto nel mondo della politica. Questa mattina è arrivata la notizia della morte, a 87 anni, di Franco Marini. A gennaio era stato ricoverato per Covid.

Classe 1933, abruzzese di San Pio delle Camere, una laurea in Giurisprudenza, Franco Marini entrò nella Democrazia Cristiana nel 1950 è stato segretario generale della CISL, presidente del Senato, ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, segretario del Partito Popolare Italiano e parlamentare europeo.

È stato presidente del comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale, istituito presso la presidenza del Consiglio dei Ministri.

A dare l’annuncio della sua scomparsa è stato il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni su Twitter: “La politica come passione e organizzazione, il mondo del lavoro la sua bussola, il calore nei rapporti umani. Ci mancherà Franco Marini – ha scritto -. Ha accompagnato i cattolici democratici nel nuovo secolo“.

Il 17 aprile 2013 fu indicato come candidato alla presidenza della Repubblica da parte del PD, dal PdL, da Scelta Civica, dall’UdC, dalla Lega Nord, da Fratelli d’Italia, dal Centro Democratico, dalle minoranze linguistiche (SVP, PATT, UpT), da Grande Sud e da Il Megafono – Lista Crocetta.

Tuttavia alla prima votazione non riuscì a raggiungere il quorum richiesto di 672 voti, fermandosi a 521. Con tale risultato Marini è divenuto il primo candidato alla fine non eletto ad aver raggiunto in uno scrutinio la maggioranza assoluta dei voti, e il candidato non eletto col massimo numero di voti in un singolo scrutinio.

Nei giorni precedenti, ebbe uno scontro mediatico con il sindaco di Firenze Matteo Renzi, dopo che questi aveva criticato pubblicamente in televisione le candidature di Anna Finocchiaro e Franco Marini come possibili successori di Giorgio Napolitano parlando dell’elezione dello stesso come “un dispetto al Paese”.

Prontamente Marini rispose dichiarando:  “Nella mia vita pubblica ho ricevuto critiche e contestazioni. Come tutti. E’ normale e logico che sia così. Sono le regole del gioco democratico. Matteo Renzi però usa un altro registro. Insinua che io starei strumentalizzando e consentendo che venga strumentalizzato il mio essere cattolico a fini politici. Non posso lasciar passare in silenzio parole tanto gravi e offensive”. “Premetto  che io non mi sono candidato a nulla. Nella mia lunga vita sindacale e politica non ho mai utilizzato l’appartenenza religiosa per chiedere o ottenere incarichi di qualunque natura. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Non l’ho fatto mai e mai lo farei. Con la sua lettera (a Repubblica) invece è proprio Renzi che ha commesso il grave errore che mi addebita: usare la religione a fini politici. Cosa assolutamente inaccettabile. Una deriva nella discussione pubblica di cui davvero non si sentiva la necessità e di cui Renzi porta tutta la responsabilità”.

Bisogna emancipare la cultura politica di centro

Sono lieto delle molte conversioni verso una sempre più larga rivalutazione della politica di centro, contro la quale si sono spese, anche nel recente passato, accuse di trasformismo secondo una lettura ideologica della storia in nome di un dogmatico bipolarismo.

Ho confessato più volte di aver anch’io seguito, a partire dagli anni Settanta, l’idea di una trasformazione della politica italiana per conseguire l’obiettivo della cosiddetta democrazia dell’alternanza, ovvero la democrazia “compiuta”. L’idea era quella di superare il bipolarismo italiano, forzando il bipolarismo mondiale.

Utopia!

Tutto si è risolto in Italia quando la situazione internazionale è lentamente cambiata. Tutto era all’epoca condizionato dalla presenza in Italia di un importante partito comunista. Di quella vicenda è rimasta poi una cultura politica assai diffusa soprattutto nel mondo cattolico, secondo la quale la soluzione dei problemi sociali dell’umanità sia tutta in ogni aspetto della vita riposta nella cultura veicolata dagli ambienti della cosiddetta “sinistra”: a lungo ha dominato e domina tuttora nelle menti e nelle coscienze di molti, che tale sia la via di risoluzione di ogni problema della vita individuale e sociale.

Di tale idolum fori, di tale tabù ancora si soffre. Alla radice è una carenza di visione storico culturale, con errati fondamenti teologico spirituali. È un problema grande, quello cioè di una corretta formazione delle coscienze su base storica e non ideologica. Problema soprattutto di formazione dei giovani, al quale tutti siamo chiamati, anziani nonni, genitori, insegnanti, formatori.

Il Governo Draghi delegittima la politica italina

Sono  da giorni  convinto – e  non sono solo, grazie  a Dio – che con l’incarico a Draghi stiamo tutti  guardando il dito e non la luna.
Mattarella ha fatto il suo dovere.

E Draghi è bravo. Non ci sono dubbi !  Draghi ha un ottimo profilo etico.  È un uomo responsabile e serio. Ed è nel suo campo economico-finanziario, super competente
Bene !

Detto tutto ciò,  abbiamo completamente rimosso e  stiamo tuttavia dimenticando, che quelli che ne escono con le ossa rotte – forse da guarire in lunghi  anni – sono la politica italiana,  assieme alla  qualità della classe politica italiana e delle élite culturali  italiane.
A mio avviso delegittimati, avendo dimostrato al mondo intero la loro incapacità di sapere (e potere) gestire una crisi che tutta Europa  sta dimostrando di sapere (e potere) gestire con il proprio “personale politico” nel rispetto delle più semplici ed elementari  regole democratiche e parlamentari di routine.

Senza aver bisogno di “esterni”.
E senza soprattutto aver bisogno di competenze “esterne” .

Se è tutta colpa del Recovery plan, e della sua amministrazione, allora la delegittimazione è molto più seria e profonda sino a non essere giustificata.

Auguriamoci  a questo punto che, proprio grazie a Draghi, lo Stato italiano esca fuori al più presto dal “momentaccio”, sanitario e non,  che attraversa.
Ed esca soprattutto fuori dalla rivoluzionaria e duratura crisi  sociale che viviamo, provocata dai profondi cambiamenti culturali  ( tecnologici e climatici ) e dunque necessariamente  politici,  con cui dovremo fare i conti nel futuro iniziato da tempo.
Non bisogna essere per forza cattolici per ripetere assieme a Bergoglio,   che questo futuro ci trova tutti “sulla stessa barca”.

Dobbiamo solo sperare che  questo futuro  non abbia ogni volta e sempre bisogno – in particolare  nei momenti critici e di emergenza – di grandi e pur rispettabili  nomi esterni alla dialettica politica e ai partiti politici, pur se  forniti di ottime competenze tecniche di natura economico-finanziaria,  e di alti profili morali.

L’America affronta il voto contro Trump

Molti politici diventano più popolari una volta che lasciano l’incarico. Ma questo non è il caso dell’ex presidente Donald Trump.

Un sondaggio Ipsos pubblicato domenica mostra che il 56% degli americani è a favore della condanna. Solo il 43% è contrario a tale azione.

Ciò significa che probabilmente ci sono milioni di americani, che hanno votato per Trump l’anno scorso, che lo vogliono vedere condannato.

Su queste basi si apre una delle settimane più complicate della storia l’America.

Uno spettacolo mai visto prima, l’ex comandante in capo ritenuto responsabile per crimini contro la Costituzione.

Per un confronto storico, nessun altro presidente, ad eccezione di Richard Nixon, ha mai avuto la maggioranza degli americani che lo volesse condannato.

Ovviamente, è improbabile che Trump venga condannato.

Quasi quattro dozzine di senatori repubblicani hanno votato la scorsa settimana per dichiarare incostituzionale l’impeachment di Trump, lasciando poche possibilità ai Democratici per condannare l’ex presidente.
Anche se  non mancano le voci di quanti chiedono – anche tra i Repubblicani – l’archiviazione del trumpismo: tra questi, la deputata Liz Cheney, che ha rivolto un duro attacco all’ex presidente nel corso di una intervista a Fox News, ventilando anche una indagine giudiziaria a carico di Trump a prescindere dall’esito dell’impeachment.

 

La Regione Lazio porta nella Capitale l’immenso patrimonio documentale dell’Archivio Flamigni

La Regione Lazio porta nella Capitale l’immenso patrimonio documentale dell’Archivio Flamigni, uno dei più importanti centri di documentazione nazionali, specializzato nello studio della storia dell’Italia Repubblicana, in particolare degli eventi legati a terrorismo, stragi, eversione politica, mafia e criminalità organizzata.

Fondato nel 2005 a Oriolo Romano da Sergio Flamigni, saggista, partigiano, deputato e poi senatore del PCI, e diretto da Ilaria Moroni, l’Archivio è stato trasferito, grazie all’impegno della Regione Lazio, presso “MEMO, Spazio di storia e memorie”, il nuovo spazio regionale situato a Garbatella, uno dei quartieri più significativi della storia della Resistenza romana.

MEMO è frutto del lavoro di riqualificazione per il recupero dei locali Ater di piazza Bartolomeo Romano: un punto facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici (è ad appena 450 metri dalla fermata della metro B Garbatella), a poca distanza da via Ostiense e dalla Circonvallazione Ostiense, due arterie principali di questo quadrante della Capitale, e in prossimità di diversi centri e punti d’aggregazione universitari.

Lo spazio ospita al piano terra una reception, dove i ricercatori verranno accolti su prenotazione, e una sala lettura da 14 posti per la consultazione dei documenti. Il piano seminterrato accoglierà invece la sala archivio dove sarà conservato il patrimonio documentale. Per la realizzazione dello spazio, la Regione Lazio ha investito oltre 320 mila euro tra fondi europei e risorse regionali ed è previsto un impegno di gestione di circa 120 mila euro all’anno.

Lo spazio MEMO sarà aperto per la consultazione dei documenti a partire dal 15 febbraio, su appuntamento, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 17, sarà gestito dalla società in house LAZIOcrea s.p.a. e vedrà la collaborazione dell’Istituto di studi giuridici Arturo Carlo Jemolo.

Con la nascita di MEMO, la Regione inaugura un nuovo centro culturale a disposizione della cittadinanza, uno spazio di formazione, didattica e incontri, che ospiterà seminari, convegni, presentazioni, esposizioni per conoscere e approfondire gli eventi e i protagonisti della storia del Novecento italiano. Grazie alla sinergia con la vicina Biblioteca Moby Dick, l’hub culturale della Regione Lazio di Garbatella, prenderà il via un ricco calendario di appuntamenti, anche in presenza, non appena le disposizioni governative in materia di contenimento dell’epidemia da Covid-19 lo consentiranno.

Attualmente, il Centro conserva l’archivio di Sergio Flamigni e i fondi archivistici di: Emilia Lotti, dirigente nazionale dell’Unione donne in Italia e del PCI; Piera Amendola, responsabile dell’archivio della Commissione P2; Aldo Moro, il cui versamento completa e arricchisce il patrimonio archivistico del politico conservato presso l’Archivio centrale dello Stato;  Angelo La Bella, partigiano, dirigente del PCI, studioso della strage di Portella della Ginestra; Giuseppe De Lutiis, storico del terrorismo e dei servizi segreti.

L’Archivio Flamigni cura anche il fondo archivistico di Giuseppe Zupo, difensore di parte civile nel processo per gli omicidi Reina, Mattarella e La Torre-Di Salvo, del giornalista RAI Alberto Mentasti e il fondo librario di Giorgio Lotti, tutti di proprietà dell’Istituto di studi giuridici Arturo Carlo Jemolo.

Oggi è il Safer Internet Day

Torna la Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea. Quest’anno l’appuntamento con il Safer Internet Day, con il consueto motto “Together for a better Internet”,  con un fitto programma d’iniziative messe in campo dal Ministero dell’Istruzione, coordinatore di “Generazioni connesse”, il Safer Internet Centre in Italia, il Centro italiano per la sicurezza in Rete. Si svolgeranno molteplici eventi a livello locale e nazionale promossi insieme ai partner di “Generazioni Connesse”: l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Polizia di Stato, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l’Università di Firenze e l’Università “Sapienza” di Roma, Save the Children Italia, SOS il Telefono Azzurro, la cooperativa E.D.I. Onlus, Skuola.net, l’Agenzia di stampa DIRE e l’Ente Autonomo Giffoni Experience. In Rete le iniziative saranno accompagnate dagli hashtag #SID2021 e #SICItalia.

Sono previsti webinar, laboratori digitali, dirette con esperti e la presentazione ufficiale delle nuove Linee di orientamento del Ministero dell’Istruzione per la prevenzione dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo. Si rifletterà anche a partire da dati, come quelli commissionati da Generazioni connesse sulla quantità e la qualità delle ore passate in Rete dalle ragazze e dai ragazzi: 1 su 5 si definisce praticamente sempre connesso, 6 su 10 sono online dalle 5 alle 10 ore al giorno. Numeri raddoppiati rispetto allo scorso anno, complici anche i periodi passati a casa, lontano da scuola o da altre attività di socializzazione, durante la pandemia. Per il 59% gli episodi di cyberbullismo sono aumentanti.

Rispetto alle precedenti edizioni, la Giornata mondiale della sicurezza in Rete di quest’anno assume una valenza ancor più significativa: l’emergenza sanitaria ha inciso sulle abitudini degli adolescenti italiani e, in particolare, sull’approccio al mondo virtuale e al digitale. La comunità scolastica italiana ha offerto risposte tempestive ed efficaci, riorganizzando le attività formative con soluzioni innovative anche attraverso forme di Didattica Digitale Integrata (DDI), mettendo al centro di una nuova ‘alleanza’ la sinergia con famiglie, imprese e istituzioni e dando corpo, con i fatti, allo slogan “Together for a better internet”, che ormai da anni accompagna la manifestazione in tutto il mondo per evidenziare come l’impegno di tutti sia la condizione imprescindibile per rendere Internet uno strumento utile e sicuro.

 

Il Covid abbassa la prevenzione contro il cancro

In Italia, sono circa 3,6 milioni (3.609.135, il 5,7% dell’intera popolazione) i cittadini vivi dopo la diagnosi di tumore, con un incremento del 37% rispetto a 10 anni fa. Almeno un paziente su quattro (quasi un milione di persone) è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito. Risultati importanti, ottenuti grazie a terapie sempre più efficaci e alle campagne di prevenzione, che però rischiano di essere compromessi dalla pandemia.

In particolare è evidente l’impatto del Covid-19 sui programmi di prevenzione secondaria. Nei primi nove mesi del 2020 sono stati eseguiti oltre due milioni (2.118.973) esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

Ritardi che si stanno accumulando e che si traducono in una netta riduzione non solo delle nuove diagnosi di tumore della mammella (2.793 in meno) e del colon-retto (1.168 in meno), ma anche delle lesioni che possono essere una spia di quest’ultima neoplasia (oltre 6.600 adenomi avanzati del colon-retto non individuati) o del cancro della cervice uterina (2.383 lesioni CIN 2 o più gravi non diagnosticate).

Nel 2020, nel mondo, sono stati stimati quasi 20 milioni (19,3) di nuovi casi di tumore. Circa un terzo può essere prevenuto, basti pensare che il 22% è causato dal fumo di sigaretta e il 5% dell’abuso di alcol. Nel 2020, in Italia, ne sono stati diagnosticati 377.000, circa 6.000 casi in più rispetto al 2019.

Il “centro” e la cultura di governo.

Lo dicono ormai quasi tutti gli opinionisti e commentatori politici. E cioè, con l’avvento del  governo presieduto da Mario Draghi e con la vasta maggioranza che giustamente lo  accompagnerà, la geografia politica italiana subirà forti cambiamenti. Non tanto sul versante della  classe dirigente dove, purtroppo, non ci saranno grandi sussulti.

Ma semmai sul fronte delle  alleanze e del potenziale decollo di nuovi soggetti politici e di governo. Certo, con questa nuova  esperienza e dopo il clamoroso fallimento politico e di governo della ex maggioranza giallo/rossa,  tramonta anche il cosiddetto “populismo di governo” imperniato e rappresentato quasi  esclusivamente dalla prassi grillina. L’esaltazione delle parole d’ordine che hanno fatto la fortuna  politica ed elettorale dei 5 stelle sono destinate ad essere, almeno per il momento, archiviate. 

Dalla valorizzazione della incompetenza alla inesperienza, dal pressappochismo alla  improvvisazione, dall’uno vale uno alla radicale cancellazione del passato all’azzeramento di tutte  le culture politiche. Disvalori che, di fronte alla caduta di credibilità e di consenso della esperienza  grillina, non sono più lontanamente riproponibili. Al contrario, l’elemento centrale che assumerà  una importanza sempre più marcata e crescente – soprattutto con l’avvento di un Governo  presieduto da una straordinaria e qualificata personalità come Mario Draghi – sarà la competenza  e, soprattutto, la cultura di governo.  

Ecco perchè, nel rimescolamento politico inevitabile che caratterizzerà la nuova stagione che sta  per decollare nel nostro paese, la cultura di governo di ogni partito non potrà non avere un posto  d’onore. Cioè, sarà centrale per il dna di ogni partito. E visto che la “cultura di governo”, almeno  nella storia democratica del nostro paese, è sempre stata la caratteristica per eccellenza dei  “partiti di centro” che sapevano anche dispiegare una vera “politica di centro”, è doveroso che chi  continua a riconoscersi in quel magistero e in quella “sapienza politica” adesso si faccia avanti. 

Perchè la vera sfida e la vera scommessa non sono quelle di dar vita all’ennesimo partitino di  centro. Politicamente insignificante ed elettoralmente irrilevante. La vera sfida, al contrario, è  quella di costruire finalmente una forza politica che sappia recuperare l’antica tradizione della  “cultura di governo” e, al contempo, essere un luogo in grado di intercettare domande, bisogni e  istanze che sino ad oggi sono state strattonate e strumentalizzate da opposti populismi e da  parole d’ordine ispirate alla mera propaganda. Occorre un salto di qualità, politico ed  organizzativo. Soprattutto per un’area che continua ad essere orfana di una vera ed autentica  rappresentanza politica.

Una rinnovata alleanza UE – USA: indispensabile ma con qualche problema

Very large 3D render of blended US and EU flags.

La lotta contro il virus inevitabilmente sta assorbendo quasi ogni sforzo degli Stati nel corso di questi primi mesi del nuovo anno che si vorrebbero gli ultimi della pandemia ma che purtroppo tali non saranno. Restano però aperte tutte le altre grandi tematiche con le quali i governi e i parlamenti devono confrontarsi. Fra le molte, dal punto di vista politico quella del rapporto fra USA e UE rimane, almeno per noi europei, una delle più importanti. Non solo per il rilievo storico che l’alleanza ha avuto nella seconda metà dello scorso secolo. Piuttosto invece per il suo sviluppo futuro in un mondo nel quale il peso economico acquisito dal continente asiatico vorrà evolversi anche in peso politico: la Cina è l’emblema, ovviamente, di questo cambio di fase.

Ora, è opinione comune che la nuova Amministrazione americana – e del resto Biden lo ha detto esplicitamente l’altro giorno, nel suo primo incontro presso il Dipartimento di Stato – confermi essere il rapporto competitivo con la Cina, alle cui “ambizioni crescenti” bisogna rispondere, la prima delle sfide. Non l’unica, dunque. Ma certamente quella prioritaria. Del resto, obiettivamente, non potrebbe essere che così. Siamo nel XXI° secolo, il “secolo asiatico” secondo molti analisti, e non più nel XX°. E allora, quale sarà il ruolo dell’Europa nello scenario geopolitico che stanno prefigurandosi a Washington?

Io credo assai rilevante, ma solo se anche l’UE vorrà farlo divenire tale. Mi spiego. E’ intenzione di Biden rilanciare una “Alleanza fra le Democrazie” per ridare smalto e forza a un sistema valoriale comune all’Occidente negli ultimi anni esplicitamente criticato da una serie di autocrati che guidano importanti Nazioni del globo. La loro crescente assertività si è avvertita in diverse circostanze, nell’assenza degli Stati Uniti e dell’Europa. Per fare solo due esempi, il recentissimo golpe in Myanmar riporta al potere gli stessi militari da sempre sostenuti da Pechino. E, nel Mediterraneo, il dispotico e sanguinario regime siriano è stato salvato, in primis, dalla Russia di Putin.

Ora, gli americani devono riprendere il controllo pieno della situazione nel sud-est asiatico laddove molti loro alleati sono sempre maggiormente allettati da proposte cinesi di vario tipo, imperniate sullo sviluppo economico-commerciale che dovrebbe apportare la Belt & Road Initiative. Gli europei, dal canto loro, devono – ragiona Biden – acquisire un ruolo nella politica mediterranea e mediorientale che non hanno mai avuto ma che oggi è indispensabile anche (gli americani non lo dicono esplicitamente ma lo danno ad intendere, sin dalla presidenza Obama, scottati dalla fallimentare guerra irachena post 11 settembre) in relazione al parziale (certo, non totale) disimpegno USA da questo quadrante del mondo sul quale la Russia (e l’Iran; e poi c’è il caso turco, assai complesso data l’appartenenza di Ankara alla NATO) ha esplicitamente posato gli occhi e non solo gli occhi.

Quando incontrerà i vertici UE e i principali leader europei il nuovo Presidente americano sostanzialmente porrà loro questa questione, invitandoli a non sottovalutare o sottostimare le azioni sin qui già poste in essere dalle autocrazie. Verrebbe da dire che è giunto il tempo, per una Commissione Europea che all’atto del suo insediamento si era data un compito “geopolitico”, di dimostrarlo.

Occorre anche dire, però, che i primi dossier da analizzare non facilitano una ripresa realmente armonica delle relazioni. L’accordo siglato dall’Unione su forte impulso tedesco proprio con la Cina su investimenti e commercio alla fine dello scorso anno, per di più con sgarbo istituzionale verso il nuovo Presidente USA, già eletto ma al tempo non ancora insediato, e quindi nemmeno consultato, testimonia di una innovativa volontà europea di autonomia (che, nel caso, dovrà consolidarsi anche in altri campi, ad esempio quello militare) o piuttosto di una nemmeno troppo sottile tentazione, ovvero di privilegiare l’aspetto economico rispetto a quello ideale e quindi di condurre una politica di affari con Pechino senza troppo curarsi di altri aspetti di natura più strategica?

Ancora: riemerge in queste ore la questione del gasdotto Nord Stream 2, deciso a suo tempo da Germania e Russia, avversato dagli Stati Uniti e oggi contestato anche dai francesi. Come si pone la UE di fronte al tema, ovvero se concluderne la costruzione oppure no? Decisione difficile, soprattutto se sul punto l’asse trainante franco-tedesco dovesse spaccarsi. Ovvio che l’Amministrazione americana insisterà con le proprie pressioni. Cosa dirà Ursula von der Leyen al Segretario di Stato e al Presidente USA?

Ecco dunque che il “fronte comune” auspicato da Joe Biden non è così certo, non almeno con quella solidità che sarebbe auspicabile. La riflessione che andrà svolta e sviluppata a Bruxelles e in ogni capitale europea dovrà tener conto – in relazione al rapporto con gli Stati Uniti – di ciò che lo Studio Ovale è costretto ad affrontare in termini prioritari: la riconciliazione nazionale e, subito dopo, la competizione con la Cina.

Ora, Joe Biden è un moderato di centrosinistra (mi si perdoni la semplificazione, serve qui solo per intenderci in poche parole) portato al dialogo e alla mediazione e interessato a un buon rapporto con le democrazie europee. Al tempo stesso non può non considerare le pressioni molto forti, anche interne al Partito Democratico, per una politica quasi interamente concentrata sulla diminuzione degli squilibri sociali interni e quindi piuttosto isolazionista e finanche protezionista. Quindi, se vogliono rafforzare la collaborazione trans-atlantica superando il quadriennio trumpiano, gli europei dovranno cercare di collaborare col nuovo Presidente; in un qualche modo, forse, finanche di aiutarlo.

In un mondo sempre più globale che deve affrontare problemi comuni a tutti, dalla pandemia ai cambiamenti climatici, la solidarietà fra le democrazie occidentali è necessaria quanto il dovere, per l’Europa, di assumere con pienezza uno status geopolitico più autonomo e rilevante.

Il pragmatismo etico di Mario Draghi

Il Presidente incaricato Mario Draghi nella tessitura dell’ordito e della trama del nuovo Governo sta realizzando i requisiti che Lui stesso aveva indicato come bussola orientativa del decisore politico: conoscenza, coraggio e umiltà. Ci sono parole che restano flatus vocis, altre che non cadono nel vuoto e poi c’è una nemesi storica nel loro pronunciamento. Accadeva lo stesso giorno in cui la Presidente Marta Cartabia ricordava De Gasperi nella lectio magistralis a Pieve Tesino, mentre l’ex Presidente BCE lo citava, ricevendo la laurea ad honorem alla Cattolica di Milano.

Quanti rallentamenti aveva avuto l’idea dei Padri Fondatori dell’Europa? Mentre la politica più recente non è stata ancora in grado di elaborare un piano di Recovery sui fondi europei, di decidere sul MES, qualcuno ha ricordato che eravamo partiti dalla CECA e grazie a Mario Draghi sono state salvate l’Europa e l’Italia, con la strategia di gestione della politica monetaria, valga per tutti il quantitative easing.

Lo ha fatto in silenzio, senza megafoni, senza post, twitter, invettive, giochi di parole, rifuggendo i salotti buoni degli imbonitori venuti dal nulla e degli influencer capaci di esprimere troppe opinioni e poche idee.

Abituati a rottamatori, apriscatole e rompiscatole, rassegnati a vivere una fase di declino culturale, storico, persino sui riferimenti fondativi dei concetti di Unione Europea e pure di Stato e di Nazione, abbiamo perso la memoria degli eventi, convissuto con istituzioni incerte, rette da persone inadeguate, dove competenza e senso di responsabilità erano optional ai manuali di istruzioni d’uso del potere autoreferenziale: la nostra rappresentazione simbolica prevalente dell’idea di politica è stata in questi anni ben riassunta nella celebre definizione di Rino Formica: la taccio per pudore, qualcuno la cerchi su Wikipedia.

Politica spettacolo, politica personalizzata, politica lontana dal popolo, politica delle parole, delle promesse e delle apparenze, inconcludente e persino meschina: la classe dirigente del Paese è stata ed è in larga parte tuttora quella generata da una scuola lassista e concessiva, le parole sacrificio, impegno , studio, abnegazione, rettitudine, dignità sparite dal lessico comune in un gioco di specchi tra il paese legale che è stato un pessimo maestro del paese reale. Siamo rimasti impantanati per anni nel bingo delle formule, delle partite a scacchi, delle alleanze messe in crisi in giorno dopo la loro stipula: anche la prima repubblica aveva i suoi difetti e le sue colpe ma aveva espresso personalità di valore, gente che insegnava all’Università, leggeva e scriveva libri, le strategie uscivano dai dibattiti congressuali: a poco a poco hanno prevalso le tattiche e gli orizzonti brevi, in pochi si sono accorti di un gioco pericoloso che trasformava la democrazia in una oligarchia senza valori e senza etica. Trasformismo, situazionismo, burocrazia come arma di distruzione di massa hanno svergognato la politica e annichilito il Paese. L’odio ha sempre prevalso sulla moderazione, le frammentazioni sullo spirito unitario: siamo arrivati ad un punto in cui ci sentiamo italiani senza sapere che cos’ l’Italia oggi e poco europei visto che nel caravanserraglio della geoeconomia prevalente abbiamo perso identità, alleanze, origini e civiltà.

Eppure fa specie vedere in quanti adesso si mettono in coda per salire sulla barca: sono “ex” di tutto, anche di se stessi, chi voleva l’impeachment di Mattarella ora si genuflette, chi era alleato del nemico ora gli è tornato amico, chi si sentiva sottostimato spera adesso di riprendere in comproprietà il timone perduto.

Il guazzabuglio si era fatto inestricabile, meno male che nel nostro DNA latino è rimasto il genoma della genialità: ci si è messa anche la pandemia a complicare le cose, aggiungendo mascherine taroccate, banchi a rotelle, vaccini dimezzati e monopattini per il tempo libero.
Siamo sempre preoccupati di non godere abbastanza, la scuola – dicevo- ha abituato questa generazione di quarantenni al potere a rivendicare diritti, subire torti, ambire a posti di comando senza aver mai lavorato.

Ora che arriva super-Mario speriamo che a lungo andare non si lasci irretire dagli invadenti voltagabbana e dai postulanti di poltrone: qualcuno arriccia il naso e si lagna di primazie perdute. Perché i capi partito vogliono scendere in campo? Perché hanno capito che da Lui hanno molto da imparare (senza ammetterlo), specie se prevarranno i criteri di competenza e affidabilità, se il manuale Cencelli sarà gettato al macero.

Speriamo che riesca ad imporre il suo stile sobrio, pacato, laborioso, silenzioso, coraggioso e umile.

La conoscenza al primo posto e temo dovrà dare molte ripetizioni: che nessuno gli metta il bastone tra le ruote, per favore, meglio che scenda qualche gradino nella propria autostima.

Di indegna gazzarra ce ne è stata fin troppa e il Paese è disorientato e intontito, ora è il momento di mettersi al lavoro. In bocca al lupo Presidente!

Governo Draghi: il vagito tra due giorni?

Sembra che il parto sia a un passo dal verificarsi. Un travaglio, tutto sommato, meno tormentato rispetto a quello che si pensava. Nel corso di due giorni, come fosse capitato una sorta di miracolo, la stragrande maggioranza delle forze politiche Parlamentari si sono orientate a stare sotto lo stesso tetto.

Draghi ha tracciato il confine e, forse tranne la Meloni, FdI, tutti gli altri, almeno da quanto si è visto fino a oggi, sono proiettati a soggiornare all’interno di quel tracciato.

A dir il vero, almeno per me, la vicenda è positiva. Il Paese, correndo un serio pericolo sul piano sanitario e conseguentemente economico, aspirava a trovare una granitica stabilità, al fine di scrollarsi di dosso le incertezze che mai avrebbero fronteggiato con la necessaria abilità e difficoltà ricordate.

Ci sono alcuni problemi. Facili a immaginarsi. In primis, mettere assieme e soprattutto tenere assieme chi naturalmente sembra essere l’uno l’opposto dell’altro; in seconda battuta, si tratta di capire se prevarrà l’idea di una stabilità a tempo o a raggio Costituzionale. A tempo, se nel 2022, dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, si andrà alle urne; a raggio Costituzionale, se s’intenda portare a termine la legislatura e chiudere la saracinesca nel 2023.

Non sono problemi leggeri. Anzi, toccando altri problemi che non elenco, ma che voi prontamente immaginate, metteranno in mostra le presunte abilità del Presidente incaricato, Mario Draghi. L’ex “banchiere” dovrà torcere molto filo. Sicuramente lo farà con la pazienza e la saggezza che avrà acquisito nel corso di una lunga esperienza nei punti caldi dell’economia italiana ed europea.

C’è da augurarsi che, alle naturali tendenze di ciascuna parte politica volte a marcar più il proprio singolo interesse che ad un universale bene comune, Mario sappia ammutolire quelle spinte individualistiche insite in ogni segmento della futura maggioranza.

In questo panorama, bisogna sottolineare l’auto esclusione del partito di Giorgia Meloni; FdI, non ha nascosto il suo togliersi dalla partita. Avrà fatto bene i suoi calcoli? Forse si e forse no. Sicuramente di contrarietà il nostro Paese ne sa qualcosa, e la Segretaria confiderà che quel rivolo possa gonfiare il suo consenso; ma, in questo panorama richiedente responsabilità e prese di posizione diretta, stare fuori, potrebbe essere una sorta di ignavia politica, inerzia, certamente non apprezzabile nel contesto storico in cui viviamo.

Mancano ancora due giorni per giungere al compimento dell’opera. Abbiamo alcuni abbozzi, a dir il vero piuttosto sicuri, ma il dunque, il fisso, la sostanza, deve essere ancora svelata. Perché non è senz’altro secondaria la nomina dei Ministri che Draghi dovrà presentare al Presidente della Repubblica. Chi saranno costoro? Ed è offrendo la risposta a questo quesito che capiremo meglio quale sia la serietà e la portata dell’operazione in atto condotta da Mario Draghi.

Oggi la preghiera mondiale contro la tratta di persone

Economia senza tratta di persone è il tema scelto da Papa Francesco per la settima edizione della Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebrerà oggi: gli enti organizzatori si uniranno in una maratona di preghiera internazionale online, e nello stigma delle industrie che traggono profitto dalla tratta degli esseri umani.

La data scelta ricorda la memoria liturgica di Santa Bakhita, schiava bambina divenuta Santa e assunta a simbolo universale dell’impegno della Chiesa contro la schiavitù.

La Giornata mondiale sarà coordinata da Talitha Kum, rete delle religiose contro la tratta. La Comunità Papa Giovanni XXIII parteciperà con due interventi (da Roma e da Firenze ) alla maratona mondiale online di preghiera.

L’appuntamento sarà dalle ore 10 alle ore 17, in diretta streaming, con traduzione live in cinque lingue. Numerose iniziative contemporanee attraverseranno i social network, raccolte dall’hashtag: #PrayAgainstTrafficking.

Appuntamento speciale a Venezia, dove alle 1 17.30, presso l’oratorio di San Giovanni Battista di Rio Terà dei Catecumeni a Dorsoduro, il Patriarca Francesco Moraglia celebrerà la Santa Messa a pochi metri dalla grande Basilica della Madonna della Salute, dove è stato celebrato il battesimo di Santa Giuseppina Bakhita.

Variante Covid: quale temere di più e perché

Variante inglese, variante brasiliana e variante sudafricana di coronavirus Sars-CoV-2. La prima e la seconda arrivate anche in Italia, la terza per ora segnalata in un singolo caso dall’ospedale di Varese dell’Ats Insubria. Ma quali sono i mutanti da temere di più per il loro possibile effetto su contagiosità e gravità dell’infezione, nonché anche sull’efficacia di test diagnostici, farmaci e vaccini contro Covid-19? L’Istituto superiore di sanità fa chiarezza con uno speciale online.

Al momento – ricorda l’Iss – sono tre le varianti che vengono attentamente monitorate e che prendono il nome dal luogo dove sono state osservate per la prima volta. In tutti e tre i casi il virus presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina ‘Spike’, che è quella con cui il virus ‘si attacca’ alla cellula”.

Ebbene, “la ‘variante inglese’ (VOC 202012/01) è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. E’ monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata”, ed è stata “ipotizzata anche una maggiore patogenicità, ma al momento non sono emerse evidenze di un effetto negativo sull’efficacia dei vaccini”.

“La ‘variante sudafricana’ (501 Y.V2) – prosegue l’Iss – è stata isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 28 dicembre 2020. E’ monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19”.

Infine, “la ‘variante brasiliana’ (P.1) è stata isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone. Alla data del 25 gennaio 2021 è stata segnalata in 8 Paesi, compresa l’Italia. E’ monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19”.

In Italia “l’analisi delle varianti” di coronavirus Sars-CoV-2 “viene effettuata dai laboratori delle singole Regioni, sotto il coordinamento dell’Iss. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie raccomanda di sequenziare almeno circa 500 campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale”.

Sempre in base a quanto suggerito dall’Ecdc, l’Iss dettaglia le “priorità” da rispettare nella scelta dei campioni da sottoporre a sequenziamento genetico: “Individui vaccinati contro Sars-CoV-2 che successivamente si infettano nonostante una risposta immunitaria al vaccino; contesti ad alto rischio, quali ospedali nei quali vengono ricoverati pazienti immunocompromessi positivi a Sars-CoV-2 per lunghi periodi; casi di reinfezione; individui in arrivo da Paesi con alta incidenza di varianti Sars-CoV-2; aumento dei casi o cambiamento nella trasmissibilità e/o virulenza in un’area; cambiamento nelle performance di strumenti diagnostici o terapie; analisi di cluster, per valutare la catena di trasmissione e/o l’efficacia di strategie di contenimento dell’infezione”.

La comparsa di varianti del patogeno responsabile della pandemia di Covid-19 non è inattesa. “I virus, in particolare quelli a Rna come i coronavirus – spiega infatti l’Iss – evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Mutazioni del virus Sars-CoV-2 sono state osservate in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia”.

“Mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo – precisa l’Istituto – qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come ad esempio un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia, o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. In questi casi diventano motivo di preoccupazione, e devono essere monitorate con attenzione”.

Visco: “Il Recovery sia incisivo, lo spread può calare ancora”

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Agenzia AGI a firma di 

All’Italia, per uscire dalla crisi legata alla pandemia servono coesione, politiche che creino fiducia, spendere in maniera “attenta e incisiva” i fondi del recovery fund e accompagnarlo con riforme che sblocchino gli investimenti.

A fornire la ricetta è il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che, nel tradizionale intervento al congresso Assiom Forex, quest’anno in versione virtuale proprio per le limitazioni legate al Covid-19, è tornato a indicare al Paese alcune possibili soluzioni ai nodi che frenano la crescita italiana.

Di fronte a una pandemia che “con i suoi enormi costi economici e di vite umane, non è superata”, l’Italia deve trovare “la coesione necessaria per riprendere la via dello sviluppo”.

Con il balzo del terzo trimestre del 2020, l’economia “ha dimostrato capacità di ripresa” e, nelle stime di Bankitalia, vedrà una ripartenza “dell’attività produttiva dalla primavera” in uno scenario che però “dipende in modo cruciale da una progressiva attenuazione dell’epidemia nel corso dei prossimi mesi”.

Anche per questo, ha analizzato Visco, il pieno successo della campagna di vaccinazione sarà  “fondamentale per la stabilità della ripresa”.

I sondaggi condotti da via Nazionale alla fine di novembre, ha spiegato, “indicano che la spesa per consumi è frenata dai timori di contagio, oltre che da ragioni precauzionali di ordine economico”.

“Queste indicazioni confermano l’importanza di un rafforzamento, ampio e duraturo, dei presidi sanitari”, ha evidenziato il governatore.

Al tempo stesso anche i provvedimenti di sostegno a famiglie e imprese “restano indispensabili” e, superata l’emergenza, “le misure dovranno costituire un ponte verso la realizzazione di riforme e investimenti per ritrovare la via dello sviluppo” ma, con il ridursi dell’incertezza sulle prospettive dell’economia, “l’utilizzo degli strumenti di sostegno potrà essere reso via via piu’ selettivo”.

Questo, ha sottolineato Visco, è tanto più  vero perché, anche se di fronte alla crisi “il contributo della politica di bilancio è stato fondamentale per contenere le ricadute economiche dell’emergenza sanitaria”, “non è possibile tuttavia coltivare l’illusione che il debito pubblico possa aumentare indefinitamente”.

“Le politiche di bilancio devono porsi con chiarezza l’obiettivo di medio termine di ricondurne l’incidenza sul pil su una traiettoria discendente”, ha aggiunto, sottolineando come abbia raggiunto “livelli toccati in passato solo all’indomani del primo conflitto mondiale”.

Una “ritrovata fiducia” nella qualità delle politiche italiane e nelle prospettive dell’economia “potrebbe consentire l’ulteriore riduzione del differenziale di rendimento tra Btp italiani e Bund tedeschi, che è ancora vicino al doppio di quelli di Spagna e Portogallo” nonostante la discesa di questi giorni.

“Grazie a una vita media residua relativamente elevata, il costo del debito resterà basso per un prolungato periodo di tempo anche dopo che i tassi di mercato e quelli ufficiali avranno ricominciato ad aumentare.

In queste condizioni, se si riuscirà a tornare, come è nelle nostre possibilità, su uno stabile sentiero di crescita, l’incidenza del debito sul Pil potrebbe scendere rapidamente dal picco raggiunto a causa della crisi”, ha indicato il governatore.

“Con il miglioramento della congiuntura un’adeguata strategia di riequilibrio graduale dei conti pubblici potrebbe rafforzare tali effetti di fiducia e accelerare ulteriormente la riduzione del rapporto tra debito e prodotto”.

Per la crescita, ha rimarcato Visco, i fondi del recovery fund saranno fondamentali e devono trovare “un utilizzo attendo e incisivo” per accrescere il potenziale di crescita del Paese, “definendo i progetti e le modalità di gestione in maniera da consentirne la pronta realizzazione, nei tempi stringenti previsti dal programma europeo e in conformità con le dettagliate indicazioni operative della Commissione europea”.

Qui l’articolo completo

Resistere alle parole

“Sturm und drang”: tempesta e assalto.

Questa sembra la migliore metafora per una immagine oggi prevalente: quella della vorticosa, incessante  presenza delle parole nella nostra vita.

Non è forse la parola la più straordinaria espressione dell’intelligenza umana?

Descrive, spiega, anticipa, apre, conclude, è la chiave di accesso alla porta che si spalanca sul mondo, è il filo sottile che unisce l’umanità, ordito e trama di un invisibile alfabeto universale che ci permette di capire ed essere capiti.

Ma non sempre la sua presenza è così neutrale.

A volte la parola è il nemico invisibile con cui dobbiamo combattere, la catena opprimente che vorremmo spezzare, la verità apparente che ci preme di confutare.

Ci nutriamo avidamente di parole prima che siano loro a impossessarsi della nostra anima.

Volenti o no, siamo più che mai immersi in un oceano di cose dette e sentite, partecipiamo al chiacchiericcio universale che prende le sembianze dei tempi nuovi specie quando si materializza e si alimenta con l’uso delle nuove tecnologie.

E’ come se l’intero pianeta trattenesse il respiro, avvolto e soffocato dall’abbraccio stretto e infinito delle voci che si levano ovunque e che se potessero pure darsi la mano il nostro mondo sarebbe come impacchettato in una rete impenetrabile.

Un tempo le parole si muovevano con le gambe della gente o si spostavano con misurata lentezza: oggi si mischiano ai fatti in tempo reale, li seguono e li anticipano, sono qui e altrove, davanti a noi e ovunque.

Persino le immagini senza il supporto delle spiegazioni e del commento sono inespresse, sbiadite, spente, indecifrabili.

E’ come se la stessa realtà, quella dei fatti, dei comportamenti e delle azioni si accendesse di più completi significati smaterializzandosi: la narrazione sostituisce gli eventi e ricostruisce la trama della storia, il ricordo li fa rivivere intimamente, li evoca, li arricchisce, la fantasia li anticipa come non mai si realizzeranno.

Nel turbinio incessante del dire e del commentare le parole vanno misurate, tenute a bada, usate con discernimento: sono apparentemente innocue ma si caricano di valore e di senso, ora appartengono al bene, ora si impregnano del male, hanno un peso, una misura, un esito.

Sono un tesoro da spendere con parsimonia, una risorsa per dare senso alla nostra presenza in mezzo agli altri, un talento per conoscersi e ri-conoscersi.

Se ne pronunciano talmente tante, tutti i giorni e altrettante se ne sentono dire che capita a tutti, prima o poi, di rimanerci impigliati come pesci nella rete, di essere smentiti dall’incoerenza del giorno dopo.

Oltre la cultura della comunicazione e delle immagini sembra materializzarsi quella prevalente del commento, che prende le mutevoli sembianze della riflessione, del dialogo, dell’esternazione, del gossip. 

Arriverà il giorno in cui ci scambieremo messaggi con il pensiero? 

Lasciamo alle neuroscienze e alle ricerche sull’intelligenza artificiale la risposta a questo affascinante e forse inquietante quesito.

Ma certamente possiamo già fare molto oggi, con i nostri mezzi, per evitare di impostare un rapporto esclusivamente difensivo con le parole.

Per quanto sia diffusa la consuetudine del parlare a vanvera e della chiacchiera, per quanto possa  risultarci fastidioso il mormorio delle voci indistinte, per quanto sia sottile e pervasivo il tambureggiare delle e.mail e dei messaggi di testo, per quanto si possa essere ogni giorno blanditi dai convincimenti mediatici, ci resta pur sempre – a un bel punto – l’opportunità di tacere.

La società muove all’assalto delle coscienze con la lancia della persuasione occulta: cerchiamo di armarci con lo scudo del discernimento e della ragionevolezza, per resistere alle parole che vogliono insinuarsi con l’inganno nella nostra intimità o che finiscono per turbare il nostro già faticoso equilibrio esistenziale.

Mi pare che nello sciocco e inconcludente brusio delle voci senza appartenenza occorra dotarsi di un ponderato senso della misura.

Non possiamo ascoltare tutto ne’ possiamo subire un significato prevalentemente commerciale della comunicazione.

L’aristocrazia della parola non dimora nelle gerarchie dei ceti sociali ma nella nobiltà d’animo di chi ne sa dosare con sapienza e criterio l’uso più appropriato.

 

Il Concilio non va negoziato, o segui il Concilio o non stai nella chiesa.

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«O tu stai con la Chiesa e pertanto segui il Concilio, e se tu non segui il Concilio o tu l’interpreti a modo tuo, come vuoi tu, tu non stai con la Chiesa. Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato…».
Lo ha detto, il 30 gennaio, Papa Francesco nel discorso rivolto ai partecipanti all’incontro promosso dall’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Il Papa ha spiegato che la catechesi è l’onda lunga della Parola di Dio per trasmettere nella vita la gioia del Vangelo.
«La catechesi – ha precisato – non appiattisce né omologa, ma valorizza l’unicità di ogni figlio di Dio».
«Cuore del mistero è il kerygma, e il kerygma è una persona: Gesù Cristo».
«La catechesi – ha ripetuto – è uno spazio privilegiato per favorire l’incontro personale con Lui. Perciò va intessuta di relazioni personali. Non c’è vera catechesi senza la testimonianza di uomini e donne in carne e ossa».
In questo contesto il catechista è colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; una memoria al servizio dell’annuncio; non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà.
Il Pontefice ha spiegato che, per una predicazione che mostri vicinanza, apertura al dialogo e accoglienza, l’annuncio non dev’essere imposto, ma deve fare appello alla libertà e possedere gioia, stimolo e vitalità.
La fede – ha sottolineato – va trasmessa con il linguaggio del cuore.
A proposito del Concilio, il Papa ha ricordato ciò che disse San Paolo VI alla prima Assemblea Generale della CEI dopo il Vaticano II: «Dobbiamo guardare al Concilio con riconoscenza a Dio e con fiducia per l’avvenire della Chiesa; esso sarà il grande catechismo dei tempi nuovi».
Per questo motivo Francesco ha invitato la Chiesa ad offrire una catechesi rinnovata, che ispiri ogni ambito della pastorale: carità, liturgia, famiglia, cultura, vita sociale, economia… perché la catechesi è “l’avanguardia della Chiesa”, ha il compito di «leggere i segni dei tempi e di accogliere le sfide presenti e future».
Riflettendo sui danni provocati dal virus, Francesco ha chiesto di riabbracciare la comunità in cui viviamo, perché la comunità «non è un agglomerato di singoli, ma la famiglia in cui integrarsi, il luogo dove prendersi cura gli uni degli altri, i giovani degli anziani e gli anziani dei giovani».
«Questo – ha spiegato il Vescovo di Roma – è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno».
«È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine».
«È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati».
«È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse».
«È il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione».
«Desidero una Chiesa sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza», ha concluso Papa Francesco, invitando la Chiesa italiana a incominciare un processo di Sinodo nazionale «che guardi al futuro delle comunità, perché siano sempre più radicate nel Vangelo, comunità fraterne e inclusive».

Il relatore del CdR Varacalli: “Le città e i territori che sanno valorizzare la loro storia diventano attraenti non solo per i turisti, ma anche per le imprese che vi si insediano”

Il relatore Giuseppe Varacalli  ha presentato al Comitato delle Regioni il parere da lui elaborato sul rilancio dei settori culturali e creativi , nel quale si raccomanda che i finanziamenti dell’UE raggiungano i settori culturali e creativi in tutte le loro forme e arrivino a tutti coloro che vi contribuiscono. Il parere sarà adottato al termine della sessione plenaria.

 Gli enti locali e regionali dovrebbero utilizzare i fondi UE e i vari programmi e misure per la promozione dei singoli artisti, sviluppando occasioni di eventi e scambi anche virtuali, che possano fare emergere la moltitudine di potenziale creativo nascosta nei territori, facendoli divenire ambasciatori e veicolo delle proprie culture. Le città e i territori che sanno valorizzare la loro storia, raccontarsi, rinnovarsi e ripensarsi diventano attraenti non solo per i turisti e il loro indotto economico, ma anche per le imprese che vi si insediano “, ha dichiarato Varacalli, consigliere comunale di Gerace (Reggio Calabria).

 Nel parere di cui sono relatore si evidenzia la necessità, sollecitata da diversi stakeholder, di un adeguato sistema di welfare capace di dare a tutti gli operatori del settore – soprattutto ai liberi professionisti – la giusta dignità. Inoltre, appare davvero assurdo che, per esempio, in Italia un pittore o uno scultore possano aprire una partita Iva solamente come artigiani, svilendo la propria professione di artisti. Per questa ragione tanti lavoratori del settore culturale hanno maggiormente sofferto a causa della crisi, lavorando con ritenute d’acconto e non avendo diritto a nessun bonus durante la pandemia “, ha sottolineato Varacalli.

Commercio: nel 2020 vola la spesa per il cibo low cost

Volano gli acquisti di cibo low cost con i discount alimentari che fanno segnare un balzo del +8,2 % nelle vendite del 2020 rispetto all’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti divulgata in occasione della diffusione dei dati Istat sul calo del commercio al dettaglio nel 2020 con l’alimentare che cresce del 3,7% in controtendenza rispetto all’andamento negativo generale a causa dell’emergenza Covid.

Una situazione che – sottolinea la Coldiretti – evidenzia la situazione di difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane che per risparmiare orientano le proprie spese su canali a basso prezzo e su beni essenziali come cibi e bevande, nel tempo del Covid. Le vendite degli alimentari nei discount infatti – precisa la Coldiretti – sono quelle che registrano il tasso di crescita più elevato dopo il commercio elettronico che aumenta su base annua del 34,6%.

Il risultato positivo delle vendite alimentari che riguarda la grande distribuzione (4,4%) e addirittura anche le piccole botteghe (+4,1%) è sostenuto in realtà – conclude la Coldiretti – dal crollo dei consumi fuori casa in bar, ristoranti e mense per la preoccupazione del contagio, lo smart working, le preoccupazioni e le chiusure forzate che hanno favorito l’acquisto di alimenti da consumare tra le mura domestiche

Record per la vendita dei tablet

La vendita dei tablet macina un record dopo l’altro, registrando un notevole incremento rispetto all’anno passato.

Secondo gli ultimi dati rilasciati dagli analisti di IDC, sono stati superati i 52,2 milioni di spedizioni a livello globale presso le logistiche dei negozi fisici e online con un aumento del 19,5% rispetto al 2019. Hanno ottenuto maggiore successo i modelli 2 in 1, ossia quei tablet che offrono la possibilità di aggiungere una tastiera diventando del tutto equiparabili ai notebook.

La quota di mercato più significativa è comunque in mano ad Apple con un 36,5% del totale, seguita da Samsung, prima fra i produttori che sfruttano il sistema operativo Android, che detiene una quota del 19,4% e una crescita del 44,9% su base annua.

Chiude il podio, al terzo posto, Lenovo con un incremento del 120,6% sull’anno. Seguono in classifica Amazon con 3,6 milioni di spedizioni, una crescita del 7,6% nel 2020, e Huawei, con un buon +25,7% sull’anno passato.

Anticorpi monoclonali: c’è un primo via libera

Assorted pills

Anticorpi monoclonali, c’è un primo via libera per l’uso in Italia sui pazienti ad alto rischio. E’ stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco il parere della Commissione tecnico scientifica sul loro utilizzo nel nostro Pase. La Cts, riunitasi in seduta straordinaria nelle giornate del 2, 3 e 4 febbraio, “pur considerando l’immaturità dei dati e la conseguente incertezza rispetto all’entità del beneficio offerto da tali farmaci, ritiene, a maggioranza, che in via straordinaria – si legge nel parere – e in considerazione della situazione di emergenza, possa essere opportuno offrire comunque un’opzione terapeutica ai soggetti non ospedalizzati che, pur avendo una malattia lieve/moderata, risultano ad alto rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19 con conseguente aumento delle probabilità di ospedalizzazione e/o morte”.

“Si tratta, in particolare, di un setting a rischio per il quale attualmente non è disponibile alcun trattamento standard di provata efficacia”, ha ricordato la Cts nel parere che “è stato fornito per verificare le possibili modalità di utilizzo di tali farmaci all’interno del Ssn”, conclude l’Aifa.

Governo Draghi, una buona notizia per gli italiani.

Applausi e giubilo degli italiani che accolgono la disponibilità di Mario Draghi a dirigere il governo italiano. Un apprezzamento che si esprime certamente per le sue preziose qualità da tutti riconosciute, ma credo anche per esorcizzare il lungo periodo caratterizzato da confusione, approssimazione, spregiudicatezze, inconcludenze. Insomma la voglia di riportare l’Italia alla normalità da lungo tempo violata.

Questa è in definitiva il significato della sua disponibilità a proporsi come nuovo capo del governo tra le mille difficoltà. Sono convinto che l’ex governatore della Bce ne avrebbe fatto volentieri a meno, conoscendo la enormità del pasticcio in cui ci troviamo, ma di cosiddette ‘risorse della Repubblica’, non credo che oltre alla sua persona se ne possano trovare altre. Avendoci lavorato negli anni 90, ha dimestichezza con i gangli vitali dello Stato, ha conosciuto la finanza americana, ed ha ben governato la Banca d’Italia; ha confidenza con le istituzioni europee ed ha diretto magistralmente la Bce.

Ovunque si è impegnato nel tempo, ha guadagnato rispetto, stima, autorevolezza, pur dando generalmente al suo impegno un carattere coraggioso ed originale. Insomma una personalità di statura mondiale in grado di muoversi in ogni scacchiere con la sufficiente padronanza come pochi eletti riuscirebbero a fare in questa epoca caratterizzata da una dinamica di potere sempre più a carattere globale. Dunque per noi italiani è una buona notizia che voglia dedicarsi al nostro governo. Si tratterà di vedere in questi giorni come si comporteranno le variopinte e numerose componenti politiche, ma sono sicuro che per ognuno di loro sarà difficile rifiutargli l’appoggio.

Qualora ciascuno di essi non avesse pienamente a cuore le sorti del paese e dovesse continuare il loro teatrino, poi dovranno aspettarsi la sanzione della penalizzazione dell’elettorato in generale . In queste ore le forze politiche cercano di esorcizzare le difficoltà: chi preoccupandosi di giungere al sostegno mantenendo unita la loro compagine di alleanza ultima, chi ripentendo con ossessione che comunque si dovrà andare al voto. Ma la verità è che Draghi, per l’attuale assetto politico di sinistra, di destra, populista e sovranista, avrà l’effetto di un ciclone.

Giocoforza basterà la sua presenza per riportare a concretezza ogni progetto e gestione riguardo l’impiego di risorse prestate e garantite a fondo perduto dall’Unione Europea per attrezzarci modernamente; spiegare con naturalezza che è giusto finirla con l’assistenza per aiutare le persone consegnandogli una canna da pesca anziché regalargli il pesce, per indicare le strade del cambiamento con l’occhio attento alla nostra capacità di competere nei mercati internazionali. Cambierà anche il baricentro del potere in Europa: alla sostanziare motrice franco-tedesca, si aggiungerà anche quella italiana, in quanto la nostra credibilità, da tempo, è stata ridotta al lumicino.

La compresenza politica di Draghi in Europa darà più forza e velocità al conseguimento dell’obiettivo di arrivare ad una vera Federazione della Unione. Dunque ci sarà un cambiamento di fase non indifferente e non potrà che venirne finalmente un gran bene. Potrà finire il chiasso inconcludente e generare nuovamente l’idea semplice e vera che l’amministrazione di una comunità non può confondersi con la tifoseria sportiva: quella colorata di linguaggio trasgressivo e violento che ha l’effetto di paralisi ed annichilamento per il paese. Si potrà ristabilire il concetto basico che l’amministrazione pubblica riguarda ogni cittadino.

Ciascuno legittimamente ha sue opinioni ed aspettative, ma il servizio politico riguardo l’insieme di ciascuno di essi comporta necessariamente trovare compromessi. Ecco la politica è la ricerca paziente e responsabile di una soluzione di compromesso per mantenere unità una comunità; concetto onorevole e ragionevole . Ma purtroppo nell’ultimo quarto di secolo, l’azione politica è stata concepita per vincere sottomettendo l’avversario. Per questa ragione siamo l’unico paese europeo a regredire su ogni piano, privo di coesione e responsabilità La speranza che questa dannazione finalmente finisca restituendoci tranquillità e prosperità in un mondo molto cambiato in cui l’Italia dovrà comunque riposizionarsi se volesse ancora essere annoverata tra i paesi civili ed economicamente avanzati.

Il Barometro CISL del Benessere e del disagio delle famiglie

Come va il benessere delle famiglie in Italia? Ci sono miglioramenti oppure vi è una crescita del disagio? Queste sono domande essenziali per l’analisi di tipo sociale, economico e, come ben sappiamo, politico. Finora si è guardato a tutto questo attraverso il PIL. Il fatto è che il Prodotto Interno Lordo è importante, forse perfino decisivo, ma certo non esaurisce la condizione di benessere. Benessere e PIL possono avere infatti tendenze diverse, velocità diverse, ritardi temporali.

Il Barometro, come a suo tempo raccomandato dalla Commissione Stiglitz, consente una lettura multidimensionale degli aspetti rilevanti della qualità della vita dei cittadini ed è costituito da un insieme di indicatori di alcuni fenomeni socio-economici, che si modificano in maniera molto rapida e che costituiscono una parte importante del benessere del Paese. Misura, dunque, con un breve ritardo come va il Benessere delle Famiglie.

E’ molto di più di un Bollettino Statistico. Come pensava Ezio Tarantelli, vuole essere uno strumento che porta il Sindacato da oggetto a soggetto di politica economica.

Il Barometro Nazionale prende in considerazione 33 indicatori raccolti in cinque aree, chiamate domini:
– attività economica;
– lavoro, distinto in quantità e qualità del lavoro;
– istruzione;
– redditi;
– coesione sociale.

Ogni area è composta da più indicatori, pesati per definire l’andamento del dominio, cioè della stessa area. Per esempio il tasso di occupazione, la quota di disoccupati e scoraggiati, l’incidenza del lavoro precario, la percentuale di trasformazioni da occupazione a termine a occupazione a tempo
indeterminato sono alcuni degli indicatori del Dominio Lavoro.

I cinque domini, a loro volta pesati, determinano l’andamento dell’indicatore complessivo, cioè del Barometro. Quando questo cresce, vuol dire che il Benessere delle famiglie italiane migliora. Quando diminuisce, invece, il Benessere si riduce.

Il Barometro Regionale  si basa su 3 domini con 18 indicatori:
– lavoro, distinto in quantità e qualità del lavoro;
– istruzione;
– coesione sociale.

Il Barometro CISL in entrambe le versioni costituisce un pannello di controllo  per la definizione di politiche più adeguate, sia a livello nazionale, che territoriale. Come suggerisce Amartya Sen,  la scelta degli indicatori corretti è essenziale per avere politiche economiche idonee.

Barometro_nazionale_feb_21

Ravenna più importante di New York

Ravenna più importante di New York

Hendrik Willem van Loon, americano d’origine olandese, apprezzato autore di libri di divulgazione storica, scrisse in Geografia, la cui quinta edizione uscì in Italia nel 1939, che Ravenna, nel V secolo, “era una città più importante della New York di oggi: era la capitale dell’Impero Romano: ospitava un’enorme guarnigione; era la massima base navale dell’epoca; e il suo porto stentava a soddisfare le esigenze dell’importazione del legname”. Ai 350 anni di Ravenna “più importante” della New York di oggi, dal 402 alla metà dell’VIII secolo “capitale dell’Impero e crogiolo dell’Europa”, dedica un gran libro, segnalato con molti elogi dal settimanale The Economist del 26 settembre scorso,  la storica inglese Judith Herrin. Ravenna è stata il crogiolo dell’Europa nel senso di un ambiente in cui si realizzarono incontri e fusioni di popoli diversi per costumi e culture, cerniera fra l’impero romano in disfacimento e i suoi successori in occidente. Il libro è diviso in 9 capitoli, ognuno dei quali copre circa mezzo secolo. L’ultimo è dedicato a Carlo Magno e al saccheggio che fece delle meraviglie ravennati. È descritto con maestria il groviglio di popoli, lingue, religioni, invasioni, battaglie, sopraffazioni, cambi di alleanze, tradimenti, spionaggi, omicidi per ragioni politiche durante uno dei periodi più turbolenti e caotici dell’antichità. Crollava un impero immenso e nascevano poteri e autorità perennemente in lotta fra loro, per motivi territoriali e per controversie religiose fra ariani e cattolici nell’ambito dell’unica religione consentita, il cristianesimo. In quei secoli, nonostante cambiamenti e sovvertimenti, Ravenna fu crogiolo non solo della politica della parte occidentale dell’impero, ma della cultura greca, latina e del mondo gotico, che prendeva sempre più il sopravvento nelle armi. Ravenna, Hauptstadt des spätantiken Abendlandes, (Ravenna, Capitale dell’Occidente tardoantico) è il titolo dello studio fondamentale del 1969 dell’archeologo Friedrich Wilhelm  Deichmann.  Nel 700 uno studioso anonimo scrisse un trattato sull’Universo in cinque volumi, al centro del quale non c’erano Gerusalemme o Roma, ma Ravenna. In una pubblicazione del 1945 delle autorità militari navali inglesi per le truppe che stavano occupando l’Italia, di Ravenna si dice che era il centro “unequalled” , incomparabile dell’arte paleocristiana. L’apprezzamento non risparmiò a Ravenna 52 bombardamenti degli Alleati, uno dei quali, nel 1944, distrusse gran parte della basilica di San Giovanni Evangelista, costruita alla fine degli anni ’20 del V secolo da Galla Placidia dopo essersi miracolosamente salvata, lei e i figli, da una tempesta in mare nel 425. Ravenna ha corso pericoli analoghi anche dopo la guerra. Di questi la Herrin non parla, ma non è superfluo ricordare che nel 1954 il ministero della difesa iniziò a costruire un aeroporto per aerei a reazione a Classe, a 1500 metri dalla chiesa di S. Apollinare. Il mondo della cultura e una parte della popolazione si ribellarono. Addirittura l’ambasciata americana a Roma manifestò il suo disappunto. Un famoso giornalista, Antonio Cederna, intervenne il 23 marzo 1954 sul settimanale IL MONDO: “Ravenna…una delle più straordinarie città del mondo…al macello.”  In aprile il ministero cambiò idea a favore di un aeroporto a 3 km a nord di Ravenna. Cederna intervenne di nuovo (IL MONDO 14.12.54) chiedendosi che cosa frullasse nella testa dei ministri per mettere in pericolo tesori immensi. Fortunatamente non se ne fece niente. 

Storia aurea di Ravenna (402-751)

La storia aurea di Ravenna va dal 402, quando il generale Stilicone e il giovane imperatore Onorio vi trasferirono la capitale dell’impero d’Occidente da  Milano, troppo esposta alle invasioni dal Nord, al 740. Il periodo è chiamato “tarda antichità”, anticipo del Medio Evo. L’antichità era pagana, e per questo l’autrice preferisce “early Christendom” (Cristianità iniziale). A differenza di Milano Ravenna, circondata da paludi e affluenti del delta del Po, era facile da difendere. Nel VI secolo lo storico Procopio di Cesarea così la descrisse:

La città di Ravenna è situata in modo tale da non poter essere facilmente raggiunta da una flotta o da un’armata di terra. Il fiume Po, altri fiumi navigabili e paludi la circondano da ogni parte così che si può dire che Ravenna è circondata dall’acqua e le armate di terra non possono raggiungerla.

 Al seguito dell’imperatore vennero a Ravenna un enorme apparato amministrativo, forze armate, mercanti, studiosi.  Divenne una capitale con strutture grandiose decorate negli stili del tempo. Non è rimasto il nome di qualche architetto, capomastro e mosaicista, a conferma di quanto poco si sappia di quel periodo. Le forze che dividevano il Mediterraneo e si scontravano per il potere nella parte occidentale dell’Impero furono definite a Ravenna. Per questo la storia della città non è semplice, come non era semplice la vita quotidiana.  A partire dal 380 il Cristianesimo divenne la fede dominante dei popoli del Mediterraneo, anche se la gente parlava lingue diverse. Contemporaneamente alla conversione dei Goti al Cristianesimo, nel IV secolo scoppiò una disputa, con aspetti a volte feroci, sulla vera natura dell’umanità di Cristo. Il diacono Ario formulò  la sua opinione circa la natura di Cristo diversa da quella del Padre alle origini del IV secolo. Alcuni imperatori cristiani del ‘400 pensarono come Ario che se Gesù era figlio di Dio doveva esser nato dopo il Padre, ed esser quindi altro da lui. I Goti erano tutti ariani. Non fu una tarda civilizzazione romana ma piuttosto l’emergere di un nuovo mondo, con tutti gli immensi e spesso sanguinosi grovigli dei grandi cambiamenti. Ad Oriente c’èra il mondo bizantino con capitale Costantinopoli, ad Occidente un impero frutto dell’esperienza romana e dell’energia barbarica, di cui Ravenna fu il centro. 

Ravenna centro medico d’eccellenza

Nella seconda metà del  VI secolo Ravenna divenne un centro  medico d’eccellenza, con scuole che insegnavano in greco e in latino. Il medico più famoso fu larchiatra (cioè capomedico) Agnellus, che insegnava in latino i testi di Ippocrate e Galeno. Agnello introdusse l’insegnamento di due autori greci del IV secolo, il siriano Nemesio e il bizantino Posidonio, i quali, primi nella storia, collegarono tre qualità umane, l’immaginazione, l’intelligenza e la memoria rispettivamente alla parte anteriore, centrale e posteriore dei ventricoli del cervello. Oggi è facile criticarli, perché i ventricoli sono pieni d’acqua, ma assegnando le tre funzioni mentali a regioni specifiche del cervello, i due autori greci e la scuola di Agnello a Ravenna anticiparono di un millennio e mezzo l’orientamento delle neuroscienze cognitive. Nemesio descrisse ciò che succede della mente se le tre parti dei ventricoli sono sofferenti: un quadro clinico che richiama ciò che oggi si chiama (impropriamente) malattia di Alzheimer (The Lancet 372,440-441,2008). Ravenna fu un centro medico di grande richiamo anche all’epoca di Teodorico. 

I mosaici di Ravenna

Il mosaico dell’arte paleocristiana di Ravenna è senza eguali. La sua funzione non era solo estetica, ma anche religiosa e politica: voleva esprimere la profondità della fede e la maestà imperiale. I mosaici non adornavano solo i pavimenti ma anche e soprattutto absidi e pareti. Lo sfondo del mosaico è  giallo-oro, con una mirabile riflessione della luce. I mosaici ravennati, oltre ad essere di gran lunga i più belli, non si possono demolire e rifare altrove. Ne è la prova il mosaico di San Michele in Africisco, chiesa di Ravenna consacrata nel 549, lodato come miracolo creativo. Dopo vicende anche penose, alla fine dell’800 i mosaici furono acquistati da un principe Hohenzollern e ricomposti nel Museo Bode di Berlino. 

Sono inguardabili.

Galla Placidia e Teodorico

La Herrin si sofferma sui due personaggi fondamentali della Ravenna capitale, Galla Placidia nel V secolo e Teodorico quasi un secolo dopo. Galla Placidia, sorellastra dell’imperatore Onorio, visse il periodo di transizione  in cui il potere venne diviso fra un impero ad est ed uno ad ovest, quasi costantemente in aperta o sotterranea competizione. Galla nacque a Costantinopoli, e il padre, l’imperatore Teodosio, la mandò in Occidente, nella capitale Milano. Nel 402, all’età di circa dieci anni, si trasferì con la corte a Ravenna, dove  passerà la parte più importante della vita. Parlava latino e greco. Nel 414, a 21 anni, sposò l’imperatore gotico Ataulfo. Il matrimonio di Galla con un re gotico era consono con la  volontà di integrare le popolazioni dell’impero. Ataulfo morì un anno dopo e Galla, su ordine dell’imperatore Onorio di Costantinopoli, sposò due anni più tardi il generale Constanzio e tornò a Ravenna come principessa reale. Il  marito, coimperatore d’occidente, era molto  occupato in vicende militari, e il potere civile era in mano della moglie.

Dal 425 al 438 Galla amministrò la vita civile ed ecclesiastica. Dopo che il figlio, Valentiniano III, nel 438 ebbe l’autorità d’imperatore, essa, per 12 anni, s’occupò di attività religiose e filantropiche e di progetti edilizi. Cristiana, si adoperò con successo, coadiuvata dal vescovo, poi santo, Pier Crisologo (di cui si diceva che Galla non perdesse una predica), a realizzare la convivenza fra cristiani ed ariani, che a Ravenna potevano frequentare liberamente le loro chiese e praticare il loro culto. Con l’avvento di Teodorico, un secolo più tardi, Ravenna diverrà il centro ariano più importante dell’impero. Galla Placidia riformò la legge sugli schiavi nel senso della loro emancipazione. Niente del genere accadde nella parte orientale dell’impero. Nel 429 influenzò il figlio imperatore a proclamare per legge che nessuno, neppure l’imperatore, stava sopra la legge.  Il suo capolavoro edilizio è il mausoleo che ne porta il nome, la più bella tomba mai costruita. In realtà non era previsto come tomba, ma come parte della grande basilica della Santa Croce, costruita fra il 425 e il 450, di cui nulla è rimasto. La principessa fu sepolta a Roma nel 450. Il mausoleo non è solo un esempio ineguagliabile dell’arte del tempo: esso è la testimonianza architettonica e artistica che Galla volle tramandare del suo potere imperiale e della fede nella suprema importanza della vita ultraterrena. L’altra grande sua costruzione è la basilica di San Giovanni Evangelista, rimaneggiata nel 1568 e quasi del tutto distrutta da un bombardamento del 1944. Essa fu ricostruita usando colonne e capitelli originali recuperati fra le macerie. Con questa basilica Galla volle dimostrare che la sua città era grande quanto gli altri centri del potere imperiale, Milano, Treviri e Arles.

Come sede della corte imperiale occidentale, durante la reggenza di Galla la città s’estese e consolidò il ruolo di maggior centro commerciale, religioso, amministrativo, edilizio ed architettonico dell’area Adriatica ed oltre. Ravenna raggiunse con lei uno status senza precedenti. Pier Desiderio Pasolini, nel suo lungo racconto “Ravenna e le sue grandi memorie” del 1912 narra che in pineta incontrava spesso lunghe file di popolane che andavano a far legna. Se le rimproverava di abusare di “un antichissimo diritto di legnatico”  ribattevano che “La pineta è la nostra perché ai suoi poveri di Ravenna, a noi, proprio a noi, l’ha lasciata Galla Placidia…”, atto di  misericordia di cui ci si ricordava ancora un millennio e mezzo dopo. La Herrin sostiene che Galla fu la peggior madre che si possa immaginare: quanto mai solerte negli impegni di stato e della religione, non si preoccupò minimamente della prole.

Teodorico, re gotico e ariano di Ravenna, nacque nel 453 in Pannonia, oggi Ungheria, in un’epoca in cui diverse genti alternavano aggressioni e alleanze con l’Impero. Tutti i goti, nel IV secolo, pur con controversie talora feroci, si erano convertiti alla cristianità dell’arianesimo. All’età di 8 anni, come ostaggio a garanzia della tregua fra la tribù gotica dello zio Valamir e l’Impero, Teodorico fu mandato a Costantinopoli. Nonostante la posizione non privilegiata di ostaggio, imparò greco e latino e la tecnologia, l’amministrazione, la politica finanziaria, la diplomazia, il diritto e la strategia militare che avevano fatto grande l’Impero. Nel 493, dopo complicate vicissitudini soldatesche e politiche che l’autrice descrive con maestria, Teodorico, a capo degli Ostrogoti, dopo aver sconfitto Odoacre a Ravenna ed avergli garantito l’incolumità, lo invitò a cena e lo uccise a coltellate assieme alla moglie, al fratello e al figlio, una perfidia ripresa più tardi dai padrini mafiosi di Cosa nostra. Era patricius e magister militum, ebbe il titolo di re, ma non d’imperatore. Dal 497 alla morte nel 526 si dedicò all’instaurazione dell’autorità imperiale in Europa, rispettando la popolazione romana e la sua religione. Il proposito, in gran parte realizzato, era di dare alle popolazioni un buon governo promettendo pace a tutti, come re dei goti e dei romani. Il trilinguismo (greco, latino e lingua madre) facilitò i rapporti con Roma e Costantinopoli e gli diede, fra i goti, molto prestigio. Alla sua corte, rara in Europa, il greco era corrente quanto il latino. Per la Herrin la grandezza e il fasto della sua Ravenna sono dovuti alla sua scaltrezza, abilità diplomatica e orgoglio. Uno scritto anonimo del 550 lo descrive come un “uomo di grande distinzione e di buona volontà verso tutti. Pur essendo ariano non assalì mai la religione cattolica”, tanto più che la madre Erelieva s’era convertita al cattolicesimo.

Fece costruire la chiesa ariana di Santo Spirito e, accanto ad essa, il battistero per gli ariani, con magnifici mosaici. La splendida chiesa di Gesù Salvatore fu chiamata, una volta passata al rito cattolico, Sant’Apollinare nuovo. Essa è decorata con mosaici che per la loro bellezza furono chiamati Paradiso d’oro. La Ravenna di Teodorico attrasse il fior fiore della cultura romana e greca. Il più conosciuto degli intellettuali alla sua corte fu Bοezio, famoso per le traduzioni di Platone, Aristotele, Pitagora e d’altri e per la cultura musicale, matematica e filosofica. Il regno di Teodorico finì con un atto che l’ha reso malvisto per sempre: sospettò che Boezio facesse parte di una congiura per eliminarlo e ridare il potere in Europa all’Imperatore Giustino di Costantinopoli. Senza prove condannò lui e il suo suocero Simmaco a morte, nel 524-25. Nell’intervallo fra la condanna e l’esecuzione Boezio scrisse, in prosa e in versi, De Consolatione Philosophiae, che ebbe molta influenza sulla filosofia scolastica. 

L’autrice indaga acutamente l’arte del potere di Teodorico, certamente un grande uomo di stato e d’armi. Era cresciuto alla Corte di Costantinopoli, imparando le arti della diplomazia e la sagacia politica dei bizantini. Teodorico morì nel 526. Nel 540 Ravenna fu occupata da Belisario e venne a far parte dell’impero bizantino. Per 200 anni fu il centro dell’amministrazione imperiale in Italia fino al 751, quando il potere passò ai Longobardi, poi ai Franchi.

Carlo Magno

Carlo Magno venne a Ravenna la prima volta nel 787 già col proposito di trasferire nella sua capitale  Aquisgrana (Aachen in tedesco), archi, capitelli, colonne, pavimenti a mosaico, marmi, per la reggia e la cattedrale in costruzione, un saccheggio che Papa Adriano gli consentì oltre che a Ravenna a Roma, Milano, Cividale e Grado. Rimase fortemente impressionato dai mosaici di San Vitale, con Giustiniano e Teodora (che a Ravenna non misero mai piede) e le loro corti, dai quali si irradiava una somma regalità che Carlo voleva  portarsi a casa.  Aveva in animo, una volta finita la costruzione della cattedrale di Aquisgrana, con la pianta ottogonale (senza precedenti in Europa) di San Vitale di Ravenna, di trasferirvi i mosaici di San Vitale. Morì prima di realizzare l’infamia. La chiesa di Aquisgrana,  nella seconda guerra mondiale, fu rasa al suolo. Fortuna ha voluto che i mosaici siano rimasti a Ravenna.

Il libro ha la nota virtù degli storici inglesi di analizzare e descrivere eventi anche complessi e confusi con sapienza narrativa e con un’enorme mole d’informazioni. La Herrin ha fatto un gran regalo alla città che dice di amare e della cui biblioteca ed archivi è entusiasta. Sarebbe bello se il libro venisse tradotto.

Usa: la “Colazione di Preghiera”

La “Colazione di Preghiera” è una manifestazione organizzata da una speciale Commissione composta da senatori e congressisti degli Stati Uniti d’America.

Inaugurato da Eisenhower nel 1953, si tratta del più grande network interreligioso di leader che riconoscono in Gesù, a prescindere dalle confessioni religiose di appartenenza, un “modello” di leadership che ponga al centro i valori universali del Vangelo e dunque l’uomo, la sua dignità integrale, gli ideali di pace e di fraternita tra le Nazioni.

Vista la pandemia in atto questa edizione  è stata pensata secondo una formula digitale, che ha visto collegati in streaming, su invito, circa 1.900 delegati da 154 Paesi del mondo.

Al cuore, il discorso pronunciato on line dal neo 46° presidente degli Usa Joseph Biden, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio scorso.

Eccezionalmente, quest’anno, sono intervenuti anche quattro dei cinque predecessori viventi nel mandato presidenziale: Bill Clinton, George Bush, Barack Obama e, mediante un messaggio, Jimmy Carter. Assente Donald Trump. A queste “voci” si sono unite, tra le altre, quelle di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti, e di David Beasley, direttore esecutivo del World Food Programme delle Nazioni Unite, vincitore del Premio Nobel per la pace 2020.

Per l’Italia ha partecipato Salvatore Martinez, presidente del RnS, che nel 2015 fu relatore nella sessione dedicata al Medio Oriente, sul tema: “Papa Francesco – Famiglia – Terra Santa”.

Istat: a dicembre 2020 aumentano le vendite al dettaglio

A dicembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, un aumento rispetto a novembre del 2,5% sia in valore sia in volume. Crescono marcatamente le vendite dei beni non alimentari (+4,8% in valore e +4,5% in volume) mentre sono quasi stazionarie le vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,2% in volume).

Nel quarto trimestre 2020, le vendite al dettaglio diminuiscono in termini congiunturali dell’1,5% in valore e dello 0,8% in volume. Tale andamento è determinato dai beni non alimentari che calano del 4,5% in valore e del 3,2% in volume, mentre crescono le vendite dei beni alimentari (+2,4% in valore e +2,2% in volume).

Su base tendenziale, a dicembre, le vendite al dettaglio diminuiscono del 3,1% in valore e del 3,2% in volume. Anche in questo caso si registra una forte crescita per i beni alimentari (+6,6% in valore e +5,7% in volume) e una caduta per i beni non alimentari (-9,4% in valore e -9,5% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+15,3%), utensileria per la casa e ferramenta (+2,3%) e mobili, articoli tessili e arredamento (+0,5%). Le flessioni più marcate riguardano abbigliamento e pellicceria (-23,4%) e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-14,6%).

Rispetto a dicembre 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-2,5%), sia per le imprese operanti su piccole superfici (-6,6%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 12,3% mentre il commercio elettronico è in forte aumento (+33,8%).

Vicini e Connessi, il digitale per l’economia locale

Sostenere i commercianti, i negozianti di prossimità, i ristoratori e gli artigiani locali attraverso piattaforme online e servizi digitali offerti gratuitamente per promuovere le loro attività. Questo è l’obiettivo di Vicini e Connessi, il progetto di Solidarietà Digitale lanciato lo scorso 18 novembre dalla Ministra per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione e tuttora attivo.

La piattaforma Vicini e Connessi ha pubblicato nella propria vetrina virtuale oltre 100 servizi offerti in maniera solidale da aziende, associazioni ed enti del settore, volti ad aiutare i piccoli esercenti nella digitalizzazione delle proprie attività.

Il digitale, infatti, può essere un fattore decisivo per ridurre le difficoltà di chi vende in un periodo di forte limitazione della mobilità delle persone, con soluzioni, idee, servizi per trasformare il proprio business, proseguendo l’attività commerciale anche durante l’emergenza sanitaria.

Tra i servizi offerti spiccano quelli legati alla vendita online, alla consulenza e all’assistenza informatica, alla gestione delle consegne a domicilio, alla valorizzazione e promozione dei propri prodotti e servizi sui canali online.

Un numero considerevole di fornitori di servizi di commercio online, logistica e di assistenza tecnologica ha risposto all’Avviso Pubblico condiviso dal Dipartimento per la trasformazione digitale per offrire in maniera solidale strumenti e piattaforme agli artigiani e ai commercianti di prossimità.

Come usufruire dei servizi gratuiti

Vicini e Connessi è un’iniziativa della Ministra per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale. All’interno della piattaforma presente sul sito di Solidarietà Digitale è possibile per i commercianti ricercare tra un elenco di servizi gratuiti quelli che meglio rispondono alle loro esigenze.

Dal 18 novembre al 18 dicembre 2020 è stato possibile per le aziende, gli enti e le associazioni presentare la propria richiesta di adesione proponendo un servizio solidale. Le proposte ritenute idonee ai requisiti dell’Avviso Pubblico sono consultabili all’interno della piattaforma Vicini e Connessi. E’ disponibile il provvedimento del Capo Dipartimento per la Trasformazione Digitale contenente l’elenco delle proposte non approvate perché non rispondenti ai suddetti requisiti.

Dalla Sicilia alla Cina. Il dono dell’immortalità a 60 artisti provenienti da tutto il mondo.

Un progetto unico nel suo genere sta per cambiare il modo di concepire l’Arte all’interno di un contesto urbano, e lo farà dalla Sicilia alla Cina, esaltando la bellezza. Il progetto prevede innanzitutto, l’installazione di mattonelle in terracotta, dipinte da artisti provenienti da tutto il mondo, nel piccolo borgo di Merì (Me). Non ci saranno più targhe sui muri ad indicare le vie e le piazze della città, ma sessanta opere che la trasformeranno in un museo eterno a cielo aperto. Ogni artista diventerà testimonial di una via della città, e avrà il dono dell’immortalità, perché il suo nome ricorderà una via o una piazza. Un forte campo energetico positivo fatto di arte allo stato puro, dalla Sicilia alla Cina e presto in altri paesi del mondo. Attraverso un approccio multi culturale si darà alle città non solo un aspetto nuovo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma un diverso respiro dal punto di vista culturale, con risvolti economici e sociali e con attenzione agli aspetti ambientali.

La posa della prima opera sarà accompagnata dal canto di un Ave Maria del soprano Ekaterina Adamova“ Sessanta artisti internazionali per un rivoluzionario progetto artistico destinato a rilanciare il piccolo comune di Merì a “capitale” dell’arte. Un progetto che sarà realizzato anche in Cina con lo stesso team di artisti: una pattuglia diventata esercito, che armato di pennelli trasformerà in realtà il “sogno” degli amministratori di queste città. Il Sindaco Filippo Bonansinga, l’assessore alla cultura Carmelo Arcoraci, supportati dal Patrocinio della Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, insieme al pittore Lorenzo Chinnici ed il figlio Francesco Chinnici a fare da trait union con gli artisti di tutto il mondo, Emma XingYi Wang partner per il progetto Cinese.

“Un museo a cielo aperto ma anche una vera e propria rigenerazione urbana attraverso l’arte – un modello di rinascita culturale grazie ad un progetto di riqualificazione che può contare su centinaia di artisti internazionali”. Con la donazione delle opere degli artisti realizzate su mattonelle in terracotta, la città decorerà vie e piazze creando un percorso culturale, una mostra senza tempo, che farà sì che il nome e l’opera dell’artista siano conservati, preservati ed esposti per sempre nelle vie e piazze della città, epicentro di micro monumenti dedicati agli artisti.

Progetti simili a quello di Merì avverranno in Cina, con lo stesso gruppo di artisti. Sino-Italy Ningbo Ecological Park, insieme a Sino-Italy Tus-Investment (ZhejiangCo.Ltd., Huangshan CityTsungDao Lee Center of Sciences and Arts of the University of Chinese Academy of Sciences sono tra il primo gruppo di organizzazioni che hanno forti interessi per ospitare questo progetto. Grazie all’intermediazione di Emma XingYi Wang, presidente della G&Y Cultural Exchange Association di Shanghai e Firenze.

La Candida auris

La Candida auris è una specie di micete. È stato descritto per la prima volta nel 2009 e gli è stato dato nome auris, dal latino: orecchio, per essere stato individuato nel canale auricolare di una paziente ricoverata in un ospedale geriatrico giapponese.

È una delle poche specie del genere Candida che genera candidosi nell’uomo.

La candidosi è una delle più frequenti infezioni acquisite in ambienti ospedalieri da soggetti indeboliti da altre malattie, sottoposti a interventi chirurgici o immunocompromessi.

Nella sua forma invasiva la candidosi può infettare il sangue, il sistema nervoso centrale, reni, fegato, ossa, muscoli, articolazioni, milza, occhi.

La Candida auris ha attirato una maggiore attenzione clinica e sollevato allarme a causa della sua resistenza agli antibiotici e ai più comuni antimicotici. Il trattamento delle candidosi da Candida auris è anche complicato dal fatto che non viene facilmente riconosciuta, confondendola in particolare con la Candida haemulonii, un’altra specie antibiotico resistente.

Questo livello di resistenza non era mai stato notato in infezioni da altre specie di Candida ed è particolarmente preoccupante in quanto limita gravemente le opzioni di trattamento disponibili per i pazienti con infezioni invasive di Candida auris.

Il CDC ha definito la Candida auris una “grave minaccia globale per la salute” e l’European Centre for Disease Prevention and Control ha dichiarato che la Candida auris “sembra essere unica nella sua propensione ad essere trasmessa tra i pazienti e causare epidemie nelle strutture sanitarie”.