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Agricoltura, approvata la legge sul biologico in commissione Senato

La commissione Agricoltura del Senato ha approvato il disegno di legge “Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”.

Il biologico in Italia

l’Italia del bio è leader in Europa con 80mila operatori e 2 milioni di ettari coltivati, pari al 15,8 % della superficie agricola utilizzabile nazionale. La Penisola si posiziona molto al di sopra della media Ue, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). Negli ultimi dieci anni, i terreni coltivati con questo metodo sono aumentati di oltre il 75% e i consumi sono più che triplicati. Con questa legge tutto il settore biologico, che riduce fortemente gli impatti negativi dell’agricoltura sugli ecosistemi ed i carichi emissivi, può divenire apripista e modello strategico per attuare la transizione ecologica di tutto il sistema agroalimentare del nostro paese, favorendo a pieno titolo ed in modo attivo e determinante il green deal europeo.

Le novità la legge sull’agricoltura biologica

Tra le novità normative introdotte dalla legge sull’agricoltura biologica, vi è l’introduzione di un marchio per il bio italiano così da distinguere tutti i prodotti biologici realizzati con materie prime coltivate o allevate nel nostro Paese, un modo per garantire la massima trasparenza sull’origine e la filiera dei prodotti e per rendere maggiormente consapevoli i consumatori. Viene istituito, inoltre, un Tavolo tecnico presso il ministero delle Politiche Agricole che coinvolgerà esperti, ricercatori e rappresentanti del settore della produzione biologica al fine di individuare le criticità del settore e offrire le relative soluzioni. Viene rafforzata, poi, la filiera biologica attraverso la promozione dell’aggregazione tra produttori.

Legambiente: “Legge sul bio è un traguardo che aspettiamo da tempo”

“Esprimiamo grande soddisfazione – afferma Stefano Ciafani Presidente Nazionale di Legambiente – per l’approvazione all’unanimità arrivata ieri, da parte della Commissione agricoltura del Senato, del disegno di legge sull’agricoltura biologica. Si tratta di un importantissimo traguardo che aspettavamo da molto tempo e che finalmente è stato raggiunto al quale auspichiamo possa seguire in tempi rapidi l’approvazione del testo in Aula. È senza alcun dubbio di fondamentale importanza che il nostro Paese possa avere finalmente una legge che favorisce, incentiva e promuove l’agricoltura biologica. Coltivare e produrre alimenti contrassegnati dal marchio bio, rappresenta una grande opportunità per la nostra Penisola alla luce degli obiettivi del green deal europeo e delle strategie Farm to fork e Biodiversità che mirano a triplicare entro il 2020 le superfici bio e a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi. L’adozione di questo dispositivo è quindi cruciale e determinante sia per la tutela della salute dei cittadini, sia per la salvaguardia degli ecosistemi che per la competitività dell’economia del Paese”.

“Il testo approvato – dichiara Angelo Gentili responsabile Agricoltura di Legambiente – introduce un marchio per ‘biologico italiano’ che può contribuire a consolidare le produzioni, dando più forza ai produttori agricoli nazionali e che rappresenta un obbiettivo di grande portata per rafforzare la filiera sostenibile dell’intero sistema agroalimentare, abbinando al made in Italy il rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. La legge prevede, inoltre, un tavolo tecnico, un piano di azione nazionale, un fondo per lo sviluppo dell’agricoltura biologica, specifici percorsi formativi e di ricerca, la nascita dei distretti biologici per coinvolgere in modo capillare e determinante i territori. Sono stati infine approvati degli emendamenti che integrano positivamente il testo già approvato alla Camera rafforzando alcuni temi come le sementi biologiche ed il sistema dei controlli all’interno della filiera”.

Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty

L’anno di “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty” si apre con molte importanti novità, a partire dalla media partnership con Rai Radio1, una delle più seguite radio italiane, che affiancherà il festival nella nuova edizione, la 24a, prevista dal 23 al 25 luglio a Rosolina Mare (Rovigo), e nei vari altri appuntamenti precedenti e successivi.

Grande soddisfazione del direttore artistico Michele Lionello che dichiara: “siamo davvero orgogliosi per questa significativa partnership che accompagnerà il festival 2021, Rai Radio1 seguirà la manifestazione con un’importante copertura mediatica che darà ancora più prestigio al lavoro di promozione della musica e dei diritti umani”.

È una nuova media partnership – dice Simona Sala, direttrice di Radio 1 e dei GR – che accende un riflettore importante sul festival musicale di Amnesty International. Un tema, quello dei diritti umani, che Radio 1 considera sempre più centrale nella sua programmazione. Risulta dunque naturale instaurare un legame con una manifestazione che da 24 anni se ne occupa attraverso la cultura musicale di qualità e l’aggregazione giovanile”.

Mentre si avviano i lavori per le prime fasi del Premio Amnesty International Italia 2021 nelle sezioni emergenti e big (riservate a canzoni che trattino di diritti umani), il 5 febbraio uscirà la versione in vinile ad edizione limitata e numerata della raccolta della 23a edizione, che raccoglie i brani dei protagonisti del festival 2020, dai vincitori Niccolò Fabi e H.E.R. ai nomi affermati come Marina Rei, Margherita Vicario e Meganoidi, fino alle finaliste del contest per emergenti, Agnese Valle, Adriana, Assia Fiorillo, Micaela Tempesta e agli ospiti Grace N Kaos e The Boylers. Il lavoro, pubblicato da Ala Bianca, è già disponibile nella versione in digitale (questo il multilink: vocixlaliberta.lnk.to/2020 ).

Numerose poi le iniziative online che vedranno il festival come protagonista. Voci per la Liberà è tra i promotori del Rainbow FreeDay (www.rainbowfreeday.com), un’iniziativa nata da una cordata di operatori della cultura e dello spettacolo per mettere al centro dell’attenzione la creatività più creativa che c’è, quella dei lavoratori indipendenti. Dal 15 al 30 gennaio si alterneranno musica, cinema, arte letteratura e molto altro. Voci per la Libertà sarà presente il 17 alle 15 con i finalisti dell’ultima edizione, il 23 alle 18 con Michele Lionello che assieme alla Rete dei festival farà un focus sui contest per emergenti e il 26 alle 21 con H.E.R., che sarà ospite di Red Ronnie TV.

Il 5 febbraio invece, sui canali social del festival, alle 21 ci sarà la presentazione ufficiale dell’album in vinile, “Voci x la Libertà – Una canzone per Amnesty 23a edizione”, con molti dei protagonisti della raccolta e la conduzione di Savino Zaba.

Per quanto riguarda i Premi Amnesty International Italia 2021, nella sezione dedicata ad un big della musica italiana tutti possono segnalare all’indirizzo info@vociperlaliberta.it, entro il 28 febbraio, brani che siano stati pubblicati tra il 1 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2020, che siano interpretati da un artista italiano noto e che trattino appunto temi legati alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Uno staff composto da esponenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà ne selezionerà dieci. Le nomination verranno quindi sottoposte a una giuria di importanti addetti ai lavori (giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi, docenti universitari, studiosi, intellettuali, referenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà), che eleggerà tra le canzoni candidate il Premio Amnesty International Italia, sezione Big, 2021.

Negli anni hanno vinto questo premio: Daniele Silvestri, Ivano Fossati, Modena City Ramblers, Paola Turci, Samuele Bersani, Subsonica, Vinicio Capossela, Carmen Consoli, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia e Frankie Hi-Nrg, Enzo Avitabile e Francesco Guccini, Max e Francesco Gazzè, Mannarino, Edoardo Bennato, Nada Malanima, Brunori Sas, Roy Paci e Niccolò Fabi.

Nel frattempo è partito anche il concorso per il premio riservato agli artisti emergenti con il nuovo bando, a cui possono partecipare cantautori e band con un brano sui diritti umani, in qualsiasi lingua o dialetto e di qualsiasi genere musicale. La scadenza del bando è fissata per lunedì 3 maggio, ma gli artisti che si iscriveranno entro il 15 marzo avranno inoltre la possibilità di partecipare al Premio WEB. Il bando e ulteriori informazioni sono disponibili su: www.vociperlaliberta.it/festival/premio-amnesty-emergenti

Covid: “Ogni variante di Sars-CoV-2 inquieta”

“Ogni variante di Sars-CoV-2 che si affaccia in qualche area del mondo e mostra un impatto significativo inquieta e per questo bisogna velocizzare la vaccinazione e prendere provvedimenti per monitorare e fermare la diffusione di queste varianti”. A sottolinearlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’università degli Studi di Milano, Fabrizio Pregliasco, analizzando la situazione alla luce delle diverse segnalazioni di varianti che si susseguono in queste settimane e su cui si è concentrata la preoccupazione a livello internazionale.

Prima la variante inglese, caratterizzata secondo quanto evidenziato dal Regno Unito da una maggiore trasmissibilità, poi la variante sudafricana e ora quella del Brasile su cui c’è abbastanza allarme anche per i casi di reinfezione segnalati dal ministero della salute locale. “Vedremo se i vaccini attuali funzionano anche su quest’ultima variante identificata, come sembra succeda per la variante inglese, secondo i primi dati. Ma teniamo presente che la piattaforma di vaccini a Rna permette un aggiornamento rapido dei prodotti scudo”, assicura l’esperto.

L’importante, ribadisce Pregliasco, è però che la vaccinazione proceda nella maniera più spedita possibile. “C’è grande richiesta di vaccini, ma si registrano anche casi di vendita al migliore offerente nel mondo e invece si dovrebbe lavorare sull’equità di accesso” alle iniezioni scudo. Per superare lo scoglio delle forniture limitate di dosi, visto che al momento sono poche le aziende che hanno il via libera di enti regolatori e la richiesta è tanta, “penso che l’unica possibilità sia proprio un’alleanza tra case farmaceutiche”, ragiona il virologo in riferimento per esempio all’annuncio della Francia sulla possibilità che Sanofi aiuti a produrre vaccini della concorrenza (Pfizer o Janssen) in attesa del lancio del suo prodotto scudo.

“E’ l’unica via che mi sembra percorribile in tempi veloci. L’Europa, se queste alleanze si concretizzano, potrà accaparrarsi più dosi. E a livello internazionale si dovrà anche fare in modo che i Paesi con redditi più bassi non restino in ‘braghe di tela’ – conclude Pregliasco – Non è solo una questione che riguarda queste realtà, ma è anche nostro interesse che si realizzi una vaccinazione globale senza disuguaglianze. Perché se non c’è una copertura omogenea nel mondo, rimangono sacche pericolose che potrebbero permettere al virus di rialzare la testa”.

A Conte non conviene traccheggiare, né portare la crisi sul terreno della sfida. Dopo Montecitorio, salga al Quirinale e si dimetta.

È normale che una crisi nata male, e cioè per intemperanza e presunzione sparse a piene mani dal leader di un partito della maggioranza, incontri sulla strada insidie quotidiane. È normale persino che si registrino i soliti colpi di scena: le contraddizioni sono forti, in effetti, e servirebbe una spiccata capacità di tenere ferma la barra del timone. Ma ciò che non è normale è proprio la sensazione di vuoto che avvolge la strategia – se tale possiamo definirla – del cerchio magico di Conte.

Non si esce dal marasma senza una limpida iniziativa, ora necessaria più che mai vista l’impossibilità di sanare la defezione di Italia Viva con la cattura di consensi improvvisati. Men che meno se ne esce con la configurazione a tavolino di raggruppamenti che appaiono ben lontani da una minima piattaforma di credibilità politica. Per questo, nelle ultime ore, la manovra di Palazzo Chigi è rallentata. Aggiungere confusione a confusione non aiuta il Presidente del Consiglio. Chissà se non rifletta egli stesso sulla debolezza di una scelta, quella della verifica in Parlamento senza ragionevoli garanzie, allorché un di più di coraggio e determinazione, con la formalizzazione della crisi, avrebbe potuto rafforzare il suo profilo di uomo delle istituzioni. A forza di trattare con ironia i riti della Prima Repubblica, si finisce per ignorarne il contenuto di saggezza e verità.

Si è capito che andare avanti alla cieca mina qualsiasi prospettiva di rilancio della leadership di Conte. Una leadership, per altro, che registra l’apprezzamento di parte cospicua della pubblica opinione, tanto che il “partito di Conte” guadagna spazio e consensi nei sondaggi. Anche questo però rientra nel giudizio negativo sull’attacco sferrato da Renzi in un momento così difficile della vita politica nazionale, scegliendo a bersaglio una figura che appare fuori dalla mischia; quanto durerebbe se di colpo fosse stravolta la pittura, sicché a lui, raffigurato finora come Presidente sotto assedio, venisse imputato all’improvviso il disdoro di una oscura ed arruffata conduzione della crisi?

Siamo al punto di svolta. Non è una politica il “chi entra e chi esce”, la retromarcia possibile di Italia Viva o l’impossibile disponibilità dell’Udc, la pazienza e insieme il disagio del Pd, vale a dire il suo sottile desiderio di elezioni anticipate, né infine la vociante sicumera dei grillini, tornati a far festa nei Palazzi; non è con una politica siffatta, cioè, che si sbroglia la matassa di una verifica più complicata del previsto, nonostante abbia risuonato l’appello di Mattarella e Papa Francesco, ciascuno secondo il proprio ufficio, a preservare le ragioni di fondo della coesione civile e morale del Paese. 

Gli ultimi segnali di Palazzo Chigi indicano la volontà di procedere a passo spedito, senza tentennamenti. È giusta questa linea? Certo, è giusta se vale come attestato di rinuncia a ogni tentazione trasformistica, ma non lo è o lo è molto meno se contempla l’esaltazione della sfida per la sfida. Non è detto però che la pubblica opinione ne sia così entusiasta. Conte invece potrebbe decidere di riferire alla Camera e poi tornare al Quirinale per le dimissioni, senza attendere un voto che pure, a Montecitorio, è dato per scontato. Se esiste un margine per ricomporre un quadro, anche con l’auspicio che possa essere arricchito di nuove istanze e nuove energie, è più probabile che esista e si manifesti nel contesto di una crisi formalmente consacrata. A Conte conviene prendere il toro per le corna e compiere adesso un atto di rigore e trasparenza, dopo averne esclusa l’opportunità all’indomani della rottura con Italia Viva.

Crisi di Governo: a due passi dalla soluzione.

Immagino siano ore frenetiche. Anche perché, come indicato perentoriamente dal Presidente della Repubblica, il premier Conte, alla Camera, si presenterà lunedì. Quindi non si è perso un giorno.

Gli indicatori danno comunque una soluzione: nessuno intende andare alle elezioni, anche i possibili vincitori, perché lascerebbero a casa, una buona quantità di parlamentari attualmente presenti alla Camera e al Senato.

La vera forza di questa maggioranza, sono i 345, tra senatori e deputati che lascerebbero le penne nel prossimo Parlamento. Quest’ultimo motivo è, sopra ogni altra cosa, l’irriducibile verità che garantisce ai due rami, la loro permanenza fino al 2023.

In cuor loro, così io penso, credo che una soluzione sia trovata. Certo, alcuni urleranno, altri grideranno allo scandalo, altri ancora sorrideranno, ma è indubbio che, sotto sotto, tutti saranno felici. Il solito gioco delle parti. Importante è non perdere il ruolo che essi coprono.

In un modo o nell’altro, martedì prossimo, Giuseppe Conte resterà in sella. Troppo pericoloso mandarlo a gambe all’aria. Probabilmente, non trovassero i numeri sufficienti per raggiungere il fatidico numero di 161, troveranno un marchingegno, al fine di superare l’ostacolo, almeno in questo frangente. Poi si vedrà.

In un regime parlamentare è legittimo, in virtù della libertà concessa al parlamentare, di cambiare casacca e di passare da un gruppo all’altro. È sempre successo. È successo nel primo governo Conte, come nel secondo governo Conte. E se andiamo indietro nel tempo, troveremmo esempi sia a destra sia a sinistra a non finire.

Le regole sono queste e i giochi si fanno secondo quei codici. Se si vuole rigidità, se si pretende rigidità, si devono cambiare quelle.

In ogni caso, è del tutto evidente che questo bubbone politico non ci voleva proprio, vista la pessima condizione in cui ci troviamo. Ciechi sono coloro i quali portano oggi ad esempio il caso olandese, scordandosi di precisare che l’Olanda va ad elezioni naturali tra tre mesi.

Una cosa è sicura, comunque vada, il soggetto che più di ogni altro ha pagato per le sue intemperanze, è Matteo Renzi, il quale potrebbe in un colpo solo perdere i suoi Ministri, sciogliere il gruppo e trovarsi ai margini della realtà politica.

Con la sua mossa, difficilmente troverà più collocazione nella compagine di centro sinistra e non potrà essere nemmeno ospitato nel campo del centro destra.

Stati Uniti – Europa. L’alleanza distrutta

Very large 3D render of blended US and EU flags.

La scorsa settimana, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha annullato l’ultimo viaggio con i leader europei e della NATO. Ufficialmente perché potesse lavorare sulla transizione di Biden. Anche se da più parti si sospetta che il massimo diplomatico americano si sia reso conto che aveva organizzato una festa di uscita a cui nessuno voleva partecipare.

Per tutto il mandato di Trump, ha tartassato gli europei basti ricordare i dazi di Donald Trump contro il made in Europe.

Era improbabile che Pompeo venisse accolto, a questo punto, calorosamente durante il suo tour di addio.

Ma l’aspetto economico non è il solo motivo. Secondo molti osservatori l’era Trump ha, con la sua politica, minato le stesse basi dell’amicizia atlantica.

“Gli europei hanno considerato gli ultimi quattro anni estremamente ripugnanti. Sono rimasti perplessi dagli inviati di Trump, come Richard Grenell in Germania, che si sono presentati e hanno iniziato a comportarsi come i conduttori di Fox News e ad insultare il paese con cui avrebbero dovuto costruire relazioni, ” ha detto Tyson Barker, un anziano Analista europeo ed ex funzionario del Dipartimento di Stato di Barack Obama.

Trump, purtroppo, vedeva l’Europa come un nemico e si è fatto in quattro per annullare gradualmente molto di ciò per cui l’UE stava lavorando sulla scena mondiale, come l’accordo nucleare iraniano e l’accordo sul clima di Parigi.

Sebbene l’ipotesi sia che le relazioni transatlantiche miglioreranno sotto Biden, quattro anni di carneficina hanno spaventato la scena politica europea, che difficilmente riuscirà a tornare al punto iniziale.

“Le relazioni europee sono cambiate e ora saranno avvolte dallo scetticismo”, ha affermato Cathryn Cluver Ashbrook, direttore esecutivo del Progetto sull’Europa e le relazioni transatlantiche presso la Harvard Kennedy School.

Turismo: l’emergenza Covid è costata complessivamente 23 miliardi.

L’emergenza Covid è costata complessivamente 23 miliardi di mancati introiti al turismo solo per la mancanza di viaggiatori stranieri nel 2020 ma il conto è destinato a salire con lo stop alle vacanze invernali sulla neve. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base dei dati di Bankitalia sul turismo internazionale nel periodo da gennaio ad ottobre 2020.

Si è verificato – sottolinea la Coldiretti – un calo del 58% della spesa dei viaggiatori stranieri in Italia che è risultata pari ad appena 16,6 miliardi di euro per un totale di 36,1 milioni di turisti nel periodo considerato. Si tratta di un vuoto pesante che grava sul sistema turistico nazionale per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti. Il cibo – precisa la Coldiretti – diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa un terzo della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche. Ad essere colpite sono state soprattutto le città d’arte che sono le storiche mete del turismo dall’estero con trattorie, ristoranti e bar praticamente vuoti ma in difficoltà anche gli agriturismi dove gli stranieri in alcune regioni rappresentavano tradizionalmente oltre la metà degli ospiti nelle campagne

A preoccupare ora sono gli effetti dello stop al turismo invernale destinato ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma – precisa la Coldiretti – sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’attività dei rifugi alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione – conclude la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento.

Legambiente, Italia ancora in ritardo sui bus elettrici

L’Italia è in forte ritardo sugli investimenti in mobilità elettrica. A rivelarlo, un nuovo studio di Transport & Environment, ONG ambientalista e promotrice della campagna Clean Cities, a cui collabora anche Legambiente. L’analisi prende in esame 17 Paesi europei ed evidenzia la percentuale di immatricolazione di nuovi autobus a zero emissioni. L’Italia è in fondo alla classifica, con solo il 5,4% di nuovi bus entrati in servizio nel 2019 a idrogeno o elettrici, seguita solo da Grecia, Svizzera, Irlanda e Austria.

Un dato che diventa ancora più preoccupante se si pensa che il nostro Paese è uno tra i principali acquirenti di autobus in Europa: Italia, Polonia, Germania, Regno Unito, Spagna e Francia acquistano circa il 70% dei bus urbani europei, e la loro mancata conversione a una mobilità più sostenibile rallenta in modo significativo la diffusione di bus a emissioni zero del continente, con un impatto altissimo per l’ambiente.

E mentre l’80% degli investimenti tedeschi del 2020 sono destinati ad autobus elettrici, e la Polonia annuncia che nelle città con una popolazione di 100.000 o più persone tutto il trasporto pubblico sarà elettrico entro il 2030, stanziando oltre 290 milioni di euro per sostenere questo obiettivo, l’Italia resta indietro. Secondo i dati ANFIA, nel 2019 sono stati immatricolati in Italia solo 63 bus elettrici e a idrogeno: 16 in Sicilia, 15 in Lombardia, 13 in Piemonte, 10 in Liguria.

“Nel primo semestre del 2020 l’Italia ha messo in strada solo 170 nuovi bus, contro i 363 del primo semestre 2019, registrando un calo del 53% e diminuendo gli acquisti sulla mobilità pubblica in un momento in cui avere più mezzi era necessario per garantire distanziamento”, ha dichiarato Andrea Poggio, responsabile mobilità sostenibile di Legambiente. “Inoltre, in seguito all’emergenza Covid sono stati estesi i contributi pubblici per l’acquisto di nuovi autobus, anche di quelli a metano o diesel, con il risultato che compriamo meno autobus dei grandi paesi europei e gran parte dei quali ancora fortemente inquinanti. Non possiamo condannare le nostre città a usare mezzi pubblici vecchi, inquinanti ed alimentati a gasolio o gas fossile, con l’unica eccezione dell’olio di palma, ancora più nocivo del petrolio a livello ambientale”.

A guidare la classifica europea di bus a emissioni zero sono Danimarca, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il 78% degli autobus danesi immatricolati nel 2019 è elettrico o a idrogeno, come il 67% di quelli lussemburghesi e il 66% degli olandesi. Anche Svezia, Norvegia e Finlandia sono tra i primi, i cui autobus elettrici rappresentano rispettivamente il 26%, 24% e 23% degli immatricolati.

Transport & Environment pubblica, inoltre, un report che identifica cinque passaggi chiave per implementare la percentuale di autobus elettrici su strada, a partire dalla leadership politica e dal sostegno finanziario. Il dossier, che prende in esame 13 casi studio, vuole fornire una guida ai Comuni e agli operatori che intendono investire sugli e-bus. I casi studio italiani riguardano alcune città piemontesi (Asti, Cuneo, Alessandria e Torino) e la città di Milano. Sia Torino che Milano, infatti, sono due delle quattro città italiane (insieme a Cagliari e Bergamo) che prevedono un trasporto pubblico locale a emissioni zero entro il 2030.

L’acquisto dei farmaci durante la pandemia

Assorted pills

Dal monitoraggio dell’acquisto dei farmaci durante la pandemia COVID-19 è possibile analizzare l’andamento dei consumi dei medicinali.

Il monitoraggio, che sarà aggiornato con cadenza mensile, rivela che:

– Il consumo eparina e glucocortisonici – farmaci di prima linea per la terapia anti COVID-19 – è aumentato, come atteso, nel 2020 rispetto al 2019, sia tra gli acquisti ospedalieri sia tra quelli presso le farmacie territoriali;

– a partire da aprile 2020 si è ridotto il consumo di antivirali risultati meno efficaci contro il COVID-19, e quindi non più raccomandati dall’AIFA per quest’uso (Lopinavir/ ritonavir, Darunavir/ cobicistat, colchicina e idrosicolorochina);

– nel corso del 2020 si registra una crescita negli acquisti di azitromicina sebbene AIFA non ne abbia approvato l’uso per COVID-19;

– tra i farmaci non specifici per il COVID-19, si evidenzia in ambito ospedaliero rispetto al 2019 un aumento di anestetici generali e stimolanti cardiaci iniettivi (entrambi utilizzati nelle terapie intensive e subintensive);

– gli acquisti ospedalieri di farmaci oncologici endovena nel 2019 si sono ridotti e sono stati in parte compensati dalla crescita dei farmaci sottocutanei e orali;

– tra i farmaci acquistati nelle farmacie territoriali, è aumentato rispetto al 2019 il consumo di ansiolitici, mentre si è ridotto quello dei FANS;

– i farmaci per la disfunzione erettile e i contraccettivi di emergenza hanno mostrato una riduzione significativa d’uso nel periodo del lockdown (marzo/maggio 2020).

La crisi impone di guardare avanti. Il bisogno di unità, forte nel paese, rimette in gioco la funzione del popolarismo

Con grande rapidità è cambiato lo scenario. Dopo il messaggio di Mattarella a fine d’anno, con quell’accenno fugace ma potente alla responsabilità dei costruttori, a sorpresa Papa Francesco interveniva per esaltare il dovere della politica a tenere unito il Paese. A parole si sono mostrati tutti un po’ d’accordo, assai meno nella pratica. Però nelle pieghe della società questo bisogno di maggiore coesione esiste, andando a modificare, passaggio dopo passaggio, il dna della vecchia dialettica politica. È un fenomeno che esige una interpretazione corretta, fuori dal tramestio di polemiche datate. In verità emerge una disposizione al contenimento del conflitto, in particolare come arma di difesa dinanzi alla ostinata condizione emergenziale. Pertanto, ampliare e non diminuire lo spettro delle convergenze politiche, questo dovrebbe essere il programma di un nuovo “partito della nazione”.  Per adesso lo si scorge, come altre volte rilevato, nell’ondeggiare di un sentimento che progredisce sulla lenta scia di una galassia extraparlamentare.

In agenda sta dunque la ricerca di un motivo costruttivo, evocativamente unitario nei limiti del possibile, da mettere in opera con generosità nell’interesse del Paese. Le ragioni degli uni e degli altri dovrebbero coesistere nel quadro di una rinnovata tensione solidaristica, senza con ciò pretendere di uniformare i diversi punti di vista. Certo, non è quello che vediamo profilarsi all’orizzonte dopo l’uscita dal governo dei ministri di Italia Viva. Lo strappo poteva essere evitato, in ultimo è trasceso nell’errore. Da mesi però le critiche di Renzi ponevano l’accento sulla insufficienza dell’azione dell’esecutivo; da mesi cresceva altresì la spinta a far chiarezza sulle scelte da compiere nell’ambito del Recovery Plan di Bruxelles. Dietro le quinte hanno prevalso i tatticismi, tanto da determinare un qualche logoramento della stessa immagine dell’Italia. Chi aveva più responsabilità ha preferito lucrare sulle contraddizioni, lasciando che impazzissero le cause del conflitto.  

Conte cerca di rivoltare il guanto della sfida mirando al disinnesco dell’offensiva scomposta del renzismo. Si può comprendere l’ardimento, ma non si tratta di un’impresa facile. Pur con l’ingresso in maggioranza di alcuni senatori al posto del drappello di Italia Viva, il governo continuerebbe a fare i conti con il fantasma della instabilità. Bisogna essere consapevoli che un gruppo di volenterosi non si trasforma in quattro e quattr’otto in un vero soggetto politico. Al momento, senza nulla togliere alla bontà delle intenzioni, sembra la scalata a una parete di sapone.  Manca un baricentro. Molto dipende dal felpato manovrismo del Nazareno, con l’appannemento del gruppo dirigente di un partito che i suoi costituenti avevano conformato attorno alla conquista di una futura sintesi riformatrice, fuori dalle gabbie ideologiche del Novecento. 

In realtà, da quelle parti, nel mondo che affonda le radici nella scissione di Livorno del 1921, circola sempre il virus politico dell’egemonismo. Zingaretti, svincolato da un obbligo di diplomazia, opterebbe volentieri per le elezioni anticipate, se non altro nella speranza di portare a casa una stabilizzazione purchessia dell’area di sinistra. Invece, data la premessa qui considerata, il problema più importante è la virtuosa o, meglio ancora, creativa stabilizzazione del Paese. Ora, fermo restando il richiamo del Papa, viene da chiedersi se l’iniziativa dei cattolici non debba misurarsi con questa esigenza di unità. Il salto della politica, per usare una formula che Benigno Zaccagnini aveva fatto sua, suggerisce al cristiano l’assunzione di un compito profilato sul binomio di autonomia e laicità, aperto alla coscienza del tempo da vivere ed amare, informato perciò a valori di condivisione. Il ritorno al popolarismo si carica di questa sollecitazione impregnata di concretezza e attualità.

Un segnale di cambiamento lo si attende, a giusta ragione, da più parti e con più energia. Perché Calenda, ad esempio, dovrebbe restare all’opposizione? Il suo discorso sulla “maggioranza von der Leyen”, anche se precoce in questa Italia tardo-bipolare, contribuisce a uno spirito di novità. La crisi di governo può essere chiusa guardando indietro o marciando in avanti: nel primo caso, basta semplicemente confidare nella magia dei numeri, in stretto ossequio alle regole della democrazia parlamentare; nel secondo, si tratta d’investire nella trasformazione del grigio consenso del tabellone parlamentare nella quadricromia di una nuova proposta politica. Solo questo può svincolare la vicenda politica di Conte, immersa nel lavacro della verifica e soggetta a necessarie aperture, dal rischio di una consunzione a fuoco lento. Ci vogliono idee e passioni per innervare il piano di rilancio, per essere al centro di uno sviluppo tutto nuovo, come fosse una pacifica rivoluzione, per giustapporre al sovranismo l’alternativa a più voci del solidarismo.

Andreotti, l’archivio “apostolico” e il cinema italiano

Nel 2008 l’editore Arnoldo Mondadori dava alle stampe un bel libro sulla figura di Andreotti. Chi scrive ricorda bene la presentazione del volume nella sala conferenze al primo piano dell’Istituto Sturzo (gremita fino all’inverosimile) alla presenza dell’autore Massimo Franco, del diplomatico Riccardo Sessa e di Francesco Cossiga. Il Presidente emerito deliziò il pubblico raccontando una serie di aneddoti sul Divo Giulio, tra cui una passione giovanile per Mary Gassman, la sorella di Vittorio. Forse non era un retroscena inedito, ma al giovane cronista sembrò essere tale. Oggi quel libro viene ripubblicato (passando da Mondadori a Solferino) con l’aggiunta di un paio di nuovi capitoli. Sono la logica conseguenza dell’apertura dell’archivio “apostolico” vaticano (non più “segreto” per espressa volontà di Papa Francesco) agli anni del pontificato di Pio XII (1939-1958). 

Probabilmente Andreotti avrebbe approvato la “metamorfosi verbale” di Papa Francesco, da archivio “segreto” al più neutrale “apostolico”. Almeno lo avrebbe detto ufficialmente, tranne poi forse esprimere segretamente (senza confessarlo neppure a se stesso) una sua radicata convinzione. E cioè che le riforme, anche quelle fatte con le migliori intenzioni, di solito peggiorano le cose. Eppure sarebbe stato ben gratificato nel vedere quante volte è presente nel periodo in questione. 

Dalle carte messe a disposizione dall’archivio, emerge un giovane Sottosegretario di De Gasperi che compie i primi passi felpati nelle stanze del potere, sebbene già ben adagiato negli angoli più strategici, al crocevia di molte questioni di un Paese che si doveva risollevare dalle macerie di un conflitto disastroso. Le prime citazioni che affiorano dagli archivi riguardano il suo ruolo di mediatore dei giovani catto-comunisti di Franco Rodano, messi all’indice da Pio XII e dalla “penna” fedele del giovane Andreotti. Il suo nome compare per la prima volta negli archivi vaticani nel 1943 (in qualità di Presidente della Fuci) e di fatto non scompare più. 

Nel fascicolo degli archivi emerge anche il suo rapporto con il cinema italiano. Dalle polemiche sul neorealismo passando per le prime leggi sul diritto d’autore nel settore audiovisivo. La lunga parabola pubblica di Andreotti è strettamente legata alla storia del cinema italiano. Ed è una vicenda ricca di episodi, prese di posizione, controversie, amicizie con attori e registi.

Perfino leggende: la famosa frase «i panni sporchi si lavano in famiglia», che nel 1948 il futuro senatore a vita avrebbe riferito al capolavoro di Vittorio De Sica (Ladri di biciclette), a leggere le carte del diretto interessato non sarebbe stata mai pronunciata.

«Io il censore del cinema italiano? Ma se ho riaperto Cinecittà e rilanciato i nostri film nel mondo», annota nei suoi Diari quando gli viene rinfacciata la sua posizione anti-neorealista. Una corrente cinematografica, come sappiamo, in realtà avversata. L’Italia, scrive Andreotti, «non è popolata soltanto da pensionati in miseria e ladri di biciclette, è anche la terra di Don Bosco e di Forlanini».

Così un altro film di Vittorio De Sica (Umberto D) viene bollato come «disfattista». In realtà Andreotti si fa interprete pure delle preoccupazioni della Santa Sede. Il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) si rammarica che “la maggior parte dei registi italiani non nutrisse sentimenti cattolici”. E nell’Italia bacchettona degli anni ’50, annota le “vibrate proteste” di Pio XII per alcune “scene femminili” non proprio apprezzate. 

In realtà, al Divo Giulio è stato riconosciuto un ruolo decisivo nella rinascita dell’industria cinematografica italiana nel dopoguerra. Dall’archivio apostolico, spuntano anche alcune lettere in difesa di Roberto Rossellini, attaccato dalla Legion of Decency americana per la sua relazione con Ingrid Bergman (che era sposata) e una trattativa con il Dipartimento di Stato Usa per una maggiore libertà nell’esportare i film italiani negli Stati Uniti.

Sottosegretario allo Spettacolo tra il 1948 e il 1954, Andreotti libera Cinecittà dagli sfollati del dopoguerra e firma la prima legge sul cinema. Impone una sorta di “dazio” sui film stranieri, istituisce il primo “fondo per lo spettacolo” e i premi alle opere di maggior valore artistico. Rilancia sia la Mostra internazionale d’arte cinematografica (il festival di Venezia) sia le sale parrocchiali. E annota ironico nei suoi Diari: «Noi cattolici siamo stati un po’ ingenui a lasciare il cinema nelle mani delle sinistre…».

Ricordo di una conversazione con l’ex Presidente della Camera dei deputati. On.le Fausto Bertinotti

Presidente Bertinotti, a giudizio di molti stiamo vivendo una lunga fase di transizione: nella cultura, nella società, nei valori propri della convivenza civile, nelle relazioni personali, a scuola, in famiglia, nelle istituzioni.  Come orientare il timone per uscirne fuori? Da dove possiamo cominciare? E che messaggio di incoraggiamento e di speranza possiamo dare ai giovani che vogliono impegnarsi nella società civile per progettare e costruire un mondo migliore? Mi interessa in concetto di ‘bene comune’: è un fine effettivamente perseguibile?

Il bene comune è un fine perseguibile in ogni tempo e in ogni parte del mondo: occorre distinguere il tentativo di perseguirlo dalla possibilità di raggiungerlo. In ogni caso è già abbastanza significativo che questa definizione abbia subito una modificazione che gli fa preferire il plurale “beni comuni”, che sono una cosa importante: si pensi alla grande questione dell’acqua che impone una modificazione profonda al modo di pensare all’utilizzo delle risorse o – nei processi di privatizzazione – alla riscoperta del bene della comunità. La pluralizzazione è anche indicativa di una sorta di preoccupazione sull’incapacità, in questa fase storica di perseguire l’obiettivo ambizioso “del bene comune”. Il mio punto di vista è molto pratico: io penso che negli ultimi venticinque anni sia avvenuta una grande “controriforma”, sul piano mondiale, su scala europea e nazionale. I trent’anni ‘gloriosi e virtuosi’ della Repubblica italiana, pur in mezzo a drammi e conflitti anche gravi, successivi alla vittoria sul nazifascismo e all’approdo alla Carta Costituzione sono stati seguiti – nell’ultimo quarto di secolo – da un’insieme di pratiche, comportamenti, leggi, accordi che sono andati contro l’ispirazione e lo spirito originario della nostra Costituzione che era invece profondamente segnata dall’idea di bene comune. La prima condizione per ripartire è prendere atto di questa durissima verità: che siamo all’interno di un ciclo controriformatore nel quale la dignità della persona, il valore della natura, la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori sono stati schiacciati dal predominio del ‘mercato’. In questa condizione la politica è entrata in una crisi drammatica e dunque il problema che oggi si pone in Europa è quello della ricostruzione, della reinvenzione della democrazia e di un diverso modello sociale. Ma la condizione per ricominciare è di avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Ciò che sta dicendo – Presidente – mi fa ricordare le parole del filosofo Galimberti e del sociologo Acquaviva: la sudditanza della politica all’economia e al pensiero-che-fa-di calcolo e la deriva minimalista di una politica che si preoccupa solo “dell’ovvio”…..

Ciò che ha pesato è stata la sconfitta del ‘900. Il ‘900 ha visto configurarsi una ‘scalata al cielo’, la rovina di questa ascesa, il suo fallimento e la restaurazione capitalistica.

Il Suo impegno politico continua con la direzione della Rivista “Alternative per il socialismo” che esprimendo il significato di un ”laboratorio di idee e iniziative” – facendo tesoro della storia e delle esperienze – intende rilanciare un progetto di tipo ideologico- culturale. Che cosa resta del passato, della militanza, degli schieramenti, delle alleanze e dei distinguo e quali reali alternative sembrano praticabili? Personalmente non credo alla teoria del cominciamento, all’anno zero, dal quale si riparte per cambiare tutto. Eppure avverto la consapevolezza di vivere in un’epoca che pone l’esigenza di rilanciare un nuovo umanesimo, che esprime l’emergenza di ridisegnare i contenuti  antropologici dei concetti di libertà e dignità. Condivide?

Condivido in larga misura ma penso che la nozione da cui partire sia la crisi della politica e – all’interno di questo processo, contemporaneamente – alla crisi della sinistra politica in Europa. In ciò distinguo questa nostra esperienza dalla condizione della politica e delle sinistre nell’America Latina. Secondo me oggi l’Europa vive una crisi drammatica della politica della sinistra e della democrazia. Questa considerazione impone – per progettare il futuro – una rivisitazione del passato: non c’è futuro senza passato. Tuttavia su questo punto occorre fare chiarezza. Noi abbiamo assistito a due fenomeni opposti ma entrambi disastrosi: uno è stato l’abbandono totale del terreno su cui si era costruita l’esperienza politica della sinistra e del movimento operaio nel ‘900 e cioè l’idea di “uguaglianza”. Dopo il crollo dei regimi dell’Est e l’avvento della globalizzazione questa idea è stata – anche a sinistra – abbandonata come fosse un ferrovecchio, di cui prima ci si liberava … prima si poteva correre sui nuovi lidi della modernizzazione. L’altro errore – opposto- è quello della testarda ripetizione dello schema del ‘900, come se il movimento operaio fosse rimasto lo stesso, integro nella sua storia e nella sua riproposizione, cosa che ha fatto perdere la nozione del cambiamento culturale che stava invece intervenendo. Il problema che la sinistra ha di fronte è lo stesso che il cambiamento del ciclo ci aveva consegnato, il crollo dei regimi dell’Est e l’avvento della restaurazione conservatrice che si è chiamata globalizzazione. Entrambe le strade imboccate sono fallite clamorosamente: occorre allora ripensare a quanto affermava uno dei più grandi, intriganti, critici e originali filosofi del ‘900 – Walter Benjamin- il quale ricordava ai rivoluzionari che per poter precettare il futuro bisognava realizzare ciò che lui definiva “il balzo di tigre” e cioè la riappropriazione, per usare un suo termine ..”la rammemorazione” della cultura dei vinti-giusti, allo scopo di poter riaggiornare una rielaborazione complessiva capace di mettere i “nuovi ultimi”  in condizione di riprendere il cammino.

Consideriamo alcune derive a forte caratterizzazione negativa che contraddistinguono da tempo il quadro politico: la personalizzazione, a cominciare dalla egemonizzazione dei partiti stessi, lo scontro tra i poteri dello Stato, la mancanza di progetti condivisibili, l’assenza di un atteggiamento pacato di confronto e di dialogo, come spesso richiamato dal nostro Presidente della Repubblica. Che cosa rende rancoroso e inconcludente questo dibattito centrato sulla sistematica demonizzazione degli avversari, dai toni alti e conflittuali, lontano dai bisogni reali del popolo?

Indubbiamente la crisi della democrazia, come fattore scatenante.  E la progressiva trasformazione della nostra società da “società democratica” a “società oligarchica”, ciò che ha prodotto una spoliazione delle istituzioni e della politica che sono progressivamente occupate da un linguaggio, da modalità, da  strutture che sono quelle tipiche del mercato. Il mercato – espandendosi – occupa, nella sua capacità diffusiva, gli spazi vuoti lasciati dalla politica. C’è poi l’aspetto critico della democrazia rappresentativa: le assemblee elettive, il Parlamento sono mere casse di risonanza dei Governi. La politica è stata progressivamente espropriata e sostituita dal problema del “governo” e della “governamentalità”: da un lato c’è una strisciante, oligarchica tecnocratizzazione del potere e dall’altro una superfetazione della personalizzazione, della spettacolarizzazione che l’ha coperta e nascosta. Costruendo una sostanziale impermeabilizzazione dei luoghi di formazione delle decisioni e delle azioni rispetto ai movimenti della società civile: qui siamo già oltre il gap tra “paese legale” e “paese reale”. Penso che la rivincita mercatista e della logica d’impresa legate al come il capitalismo europeo ha affrontato prima la globalizzazione e poi la sua crisi, ha sostanzialmente teso a rendere ‘ineluttabili’ le scelte di politica economica e di politica sociale, le ha presentate come necessarie, mistificandole. Questa presunta ineluttabilità ha portato alla morte della democrazia. Ecco perché i Governi – a loro volta plasmati da organismi sovranazionali (la BCE, il FMI, l’OMC e sostanzialmente la finanziarizzazione) – hanno plasmato le forze politiche. Guardare la crisi della politica dal buco della serratura della sua – peraltro esistente –  corruzione interna è prendere lucciole per lanterne: in questo modo non si vede che “l’assassino” della politica non è questo o quel politico pur deplorevole ma è invece l’affermazione schiacciante del mercato sulla politica.

Ci sono alcune emergenze – peraltro  rinnovate dalle scelte di inclusione dei Paesi che hanno recentemente aderito all’Unione – che ci riguardano come cittadini della Comunità Europea: la sicurezza sociale, i focolai di fondamentalismo, il terrorismo internazionale, i processi di globalizzazione economica, la ventata di recessione che sta attraversando l’intero pianeta, la concorrenza dei Paesi dell’Est, la cooperazione internazionale, i flussi migratori extracomunitari, il mercato del lavoro, le risorse energetiche, il cambiamento climatico, la formazione delle giovani generazioni e della futura classe dirigente. Si ha tuttavia la percezione che queste problematiche restino marginali rispetto ad una elaborazione progettuale della politica del nostro Paese e siano avvertite nel senso civico collettivo solo come pericoli, emergenze, salti nel buio. Ci sarà uno spazio per superare questa assenza, in termini di dibattito, di responsabilità e di proposte?

Intanto occorre selezionare i temi, il tutto equivale a niente: per essere efficaci, occorre individuare un ‘bandolo della matassa’, capace di restituire un punto di vista critico sull’esistente, una chiave di volta per leggere e interpretare bisogni e progetti. E’ questo il lavoro che manca: siamo tutti molto descrittivi ma incapaci di elaborare delle sintesi. Io credo allora che oltre gli assemblaggi bisogna riagguantare come bandolo della matassa, come snodo centrale il grande tema del lavoro, che è il prisma entro il quale si può vedere la crisi di civiltà e di cittadinanza che ha investito l’Europa. La disoccupazione, la precarietà, la flessibilità come richiesta di puro adattamento della condizione umana al mercato e al nuovo ‘macchinismo’, sono il banco di prova entro il quale si possono vedere le altre mille facce del prisma. Operazione necessaria che, invece, proprio non accade perché sul tema del ‘lavoro’ è in atto un’offensiva (si veda l’esempio di Marchionne) attraverso  la proposta di nuove relazioni sociali fondate su un’organizzazione della produzione intrinsecamente autoritarie e perciò negatrici dei diritti dei lavoratori, del sindacato, del valore del ‘contratto sociale’. Questa sfida – per poter essere affrontata – deve essere connessa  ai molti altri piani su cui avviene  oggi questa offensiva per ridurre l’uomo ad una pura appendice del ciclo economico. Una appendice della assolutizzazione della competitività. Si possono indagare allora le nuove figure di lavoratori nell’economia della conoscenza, per ciò che di promettente hanno e per ciò che di alienante mettono in luce e si possono vedere le espropriazioni costanti che la logica del capitalismo produce, come furto della natura, come furto del futuro, come spersonalizzazione. Penso allora che se si vuole ricostruire, si vuole dare una nuova idea di società, occorre disporre di una leva che si identifica nel tema dell’uguaglianza, che trova a sua volta nella questione del lavoro uno degli elementi cruciali. I movimenti  che attraversano l’Europa  si interfacciano su questi temi ma sono orfani della politica e risultano incapaci di interconnettersi tra loro. Trovo che questo sia oggi il compito della politica:  ricostruire una coalizione sui temi del diritto del lavoro.

Nella società del sospetto e dell’indifferenza, dove la corruzione è quasi considerata una consuetudine irreversibile abbiamo bisogno di politici onesti ed esemplari nei loro comportamenti pubblici. E in un mondo dove tutto si aggiusta, si occulta, si dimentica, occorre che il rispetto delle regole e il principio di legalità  maturino un nuovo senso civico in tutti i cittadini. Puntare il dito su pochi può essere un demagogico spot elettorale ma alla lunga non paga: davvero la gente è sempre migliore dei suoi rappresentanti?

Capisco il senso di questa critica in nome della ragione etica, che è figlia della migliore cultura liberale – presente oggi anche a sinistra – ma debbo confessarle che a me convince poco. C’è indubbiamente nella storia del Paese una deriva di trasformismo politico, di propensione alla corruzione delle classi dirigenti, alla degenerazione della democrazia. Però io debbo opporre a questo ragionamento la storia:  l’Italia della Resistenza, dell’antifascismo, dei grandi partiti di massa, del  conflitto sociale, delle grandi costruzioni ideologiche, ha dato luogo per un lungo periodo ad un rapporto tra il paese reale e il paese ufficiale “denso”, anche drammaticamente denso, ad una classe dirigente di tutto rispetto, prima che cominciasse la degenerazione che poi ha portato a tangentopoli, con una severità anche nei costumi, come si può constatare nell’avvio del secondo dopoguerra ed anche ad un processo di realizzazione di cose importanti, basti pensare a cosa è stato l’intervento pubblico in economia, la riqualificazione dell’IRI, il percorso straordinario di esperienze sindacali che ci ha portato fino allo “Statuto dei diritti dei lavoratori” e alla stagione di partecipazione sociale. L’Italia non è sempre stata il paese del trasformismo né delle classi politiche degenerate: è stata cosa diversa a seconda delle fasi e dei cicli e a seconda di quali fossero le egemonie che si alternavano alla guida del Paese. Naturalmente io non nego che il berlusconismo sia un fenomeno specifico che ha fatto lievitare le derive degenerative nel campo della politica., però bisogna chiedersi perché il sistema maggioritario ha prodotto più guai di quanto fosse lecito immaginarsi, bisognerà chiedersi pure perché il sistema dell’alternanza si è in realtà configurato come il generatore di un sistema politico portato alla marcescenza, e come mai in questo periodo denominato della “Seconda Repubblica” i partiti siano diventati un’ombra squalificata di ciò che invece erano stati punti nevralgici della crescita del Paese. La crescita della democrazia in Italia ha una curvatura particolare ma non dobbiamo dimenticare che siamo parte di un fenomeno europeo.

Sui problemi della tutela ambientale ho sentito i rappresentanti di Legambiente e di Green Peace:  emerge l’urgenza di scelte sulle fonti energetiche, l’inquinamento, l’acqua per evitare un lento e irreversibile consumo del pianeta. Ma vengono evidenziati anche comportamenti virtuosi, c’è un forte recupero di questo tema nelle coscienze singole e nei comportamenti collettivi. La questione si pone in termini di responsabilità della politica, dell’economia, di scelte strategiche planetarie oppure vale anche – nel suo significato simbolico –  la metafora di Ermanno Olmi: ripartire dalla cura dell’orto, dal particolare, da ciò che ci circonda, abituarci a stili di vita più semplici e salutari? 

Indubbiamente la critica dei comportamenti, anche per i deficit della politica, è diventata molto rilevante, anche per certe scelte di stili di vita orientati alla logica della società dei consumi. E poi ci sono delle imputazioni culturali di fondo: basti pensare a come la questione del cibo è stata riposizionata nella vita delle persone, alle esperienze di ‘Terra madre’ e Slow Food,  alle scelte ecologiste che sono emerse in mezzo a mille difficoltà, al successo della raccolta delle firme il referendum sull’acqua pubblica come – appunto- “bene comune”. Sono affine dunque alla suggestione culturale proposta da Olmi, non avrei alcun aristocraticismo politico per oppormi a questa idea. Detto questo se non si vuole tracciare una riga di fuga che salvi se stesso ma condanni gli altri, si pone il problema centrale e ineludibile di quale modello economico e sociale l’Europa voglia darsi per il futuro. Già Paul Valery  si chiedeva se l’Europa voglia essere un’appendice dell’Oriente o avere una sua autonoma collocazione nel mondo . Questa può essere una prima, grande sfida. Oggi ad esempio la questione del Mediterraneo è rinnovata in modo acuto dalle straordinarie rivolte del Nord Africa, dal dialogo tra le democrazie e le civiltà: ciò ripropone il Mediterraneo stesso come grande culla di una possibile innovazione. L’altra sfida è posta proprio dal tipo di modello economico e sociale che l’Europa può avere. Oggi il tipo di sviluppo scelto dalle classi politiche dirigenti e dalle forze economiche dominanti è proprio quello della prosecuzione della linea fallimentare adottata durante l’ascesa della globalizzazione e prodotta – malgrado tutti gli smacchi – nella fase critica della globalizzazione stessa. Questa scelta è assolutamente incompatibile con la democrazia. Infatti ciò che resta del modello sociale europeo viene messo in discussione dalle risposte che vengono date alla crisi. Per tornare a far vivere la democrazia e mettere a frutto comportamenti virtuosi, quello del cambiamento del modello economico e sociale, della riconversione ecologica, del rapporto con il nuovo Mediterraneo, con una nuova gerarchia di  produzioni, di servizi e di consumi è il grande tema che la politica ha di fronte. Ma la difficoltà consiste proprio nell’aver considerato “ferri vecchi” le grandi ideologie del ‘900, ciò che rende la politica stessa disarmata rispetto alle emergenze attuali.

Presidente, chiedo anche a Lei di spendere qualche parola per i giovani, in questa epoca di precarizzazione esistenziale e di difficoltà nel mondo della produzione  e del lavoro. Quali sono le ragioni per cui vale la pena di rimboccarsi le maniche, di darsi da fare e di sperare?

Credo che ogni generazione le proprie ragioni se le debba trovare da sé. Ciò che direi ai giovani è : “contate sulle vostre forze, non delegate niente a nessuno”. Ciò che sta accadendo oggi nel Nord Africa dimostra che niente è impossibile. Se solo sei mesi fa qualcuno avesse chiesto quale sarebbe stato il destino di Mubarak e Ben Alì, chiunque avrebbe risposto …”la continuità”…dei loro regimi. Invece una rivolta nata su basi drammaticamente economiche, diventata una rivolta di civiltà, il rimettersi in piedi di una nuova generazione affamata di diritti, di lavoro, di uguaglianza, di giustizia…ha abbattuto regimi che sembravano inamovibili e ha rimesso in moto la storia. Io credo che questo contagio possa essere assunto come motivo di una buona speranza.

 

Kaja Kallas è stata incaricata di formare il nuovo governo estone

La presidente estone Kersti Kaljulaid ha investito la leader del Partito riformatore, Kaja Kallas, dell’incarico di formare un nuovo governo nel Paese del Baltico.  Kaja Kallas è la segretaria del Partito Riformatore Estone. Avvocato specializzato in antitrust, eurodeputata liberale, grande esperta di temi digitali ma soprattutto figlia di Siim Kallas.

Suo padre Siim  ha avuto lunghi trascorsi nel partito comunista ai tempi dell’Urss (fece parte del Comitato centrale del Pcus dal 1972 al 1990) e all’indomani della caduta del Muro di Berlino diventò governatore della Banca centrale estone diventando così il padre della
corona estone

Kallas ha ora 14 giorni di tempo per presentare la propria coalizione e chiedere la fiducia presso il Parlamento estone.

Per riuscire nell’intento la Kallas ha aperto al Partito di centro, la formazione del premier dimissionario Juri Ratas, per formare la nuova maggioranza.

“Le dimissioni del governo non significano la fine della coalizione”, ha detto la Premier in pectore chiarendo anche che non pensa minimamente di formare un governo con il Partito popolare conservatore (EKRE) slegato completamente dai valori importanti per il suo partito.

Mobilità città sicura e sostenibile, 23 miliardi: ecco la proposta delle associazioni

23 i miliardi, di cui 8 per rifinanziare il piano nazionale per la sicurezza stradale.

4 gli obiettivi per un cambio di paradigma: riqualificare le città, potenziare il trasporto ferroviario regionale, il tpl e la sharing mobility, affidare la delega a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, predisporre un piano per la comunicazione e formazione.

Con il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, si può e si deve cominciare una trasformazione della mobilità urbana. Pianificando azioni e risorse certe sul trasporto pubblico locale, su quello condiviso a basso impatto ambientale, su isole pedonali e ciclabilità diffusa, oltre a una politica di moderazione della velocità e della riduzione dell’uso dello spazio pubblico da parte dei veicoli privati, anche in sosta. Un fronte su cui l’Italia è in grave ritardo. E  che l’ultima bozza del PNRR sembra dimenticare mettendo ingenti risorse sui trasporti ma sbilanciando gli investimenti sulle grandi opere extra urbane e sull’alta velocità mentre serve un deciso impulso verso le reti di mobilità urbana e verso la sicurezza stradale in città.

È necessario prevedere i giusti investimenti per mettere al primo posto, nei sistemi di trasporto, le persone e una visione di città che ne ridisegni l’assetto in maniera più sostenibile, dal punto di vista economico, sanitario, sociale. Per questo Legambiente, insieme a Fondazione Guccione, Vivinstrada e Kyoto Club hanno presentato oggi una proposta di utilizzo dei fondi per la mobilità in città, che investa 23 miliardi su sicurezza stradale e mobilità sostenibile, trasposto ferroviario regionale, trasporto pubblico locale e sharing, di cui 8 miliardi sul fondo nazionale per la sicurezza stradale da spendere per riqualificare le strade urbane e le città e predisporre un piano di formazione e comunicazione per una “Vision Zero”, che cambi la cultura della mobilità oggi incentrata sull’egemonia dell’auto privata, azzerando morti e feriti su strada.

Quattro gli assi prioritari del piano presentato oggi: riqualificare le città, potenziare il trasporto ferroviario regionale, il trasporto pubblico locale e la sharing mobility, affidare la delega a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, predisporre un piano per la comunicazione e la formazione.

Alla diretta Facebook hanno partecipato tra gli altri: Alessandra Bonfanti, responsabile mobilità attiva Legambiente, Alfredo Giordani, presidente Vivinstrada, Matteo Dondè, urbanista esperto ciclabilità, Giuseppe Guccione, presidente Fondazione Luigi Guccione, Anna Donati, responsabile mobilità Kyoto Club, Roberta Frisoni, assessore Mobilità di Rimini e delegata ANCI, Rossella Muroni, vicepresidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati, Diego De Lorenzis, vicepresidente Commissione Trasporti Camera dei Deputati, Andrea Ferrazzi, Commissione Ambiente Senato, Edoardo Zanchini, vice presidente Legambiente, Tullio Berlenghi, segreteria tecnica ministro Ambiente.

“Vision Zero vuol dire nuova mobilità, sicurezza stradale, ambiente, democrazia rappresentativa e diretta, rigenerazione urbana, decarbonizzazione – hanno dichiarato le associazioni proponenti -.  Tra collisioni stradali e inquinamento urbano nel 2019 sono morte più di 83.000 persone: il costo sociale, sempre secondo i dati ISTAT di quell’anno, risulta pari a 16,9 miliardi di euro, l’1% del pil nazionale.  Questo sanguinoso tributo, che ha un costo sociale ed economico enorme, vede la velocità come causa principale delle collisioni stradali ed elemento che ne determina la gravità, ma non è inevitabile. Si può cambiare, semplicemente attivando il dispositivo ISA (Intelligent Speed Adaptation), moderando la velocità con maggiori controlli e la riduzione delle sezioni stradali e della velocità, aumentando il modale share e dissuadendo dall’uso del mezzo privato, rimettendo al centro delle città e della viabilità le persone e non le automobili, al centro della mobilità gli utenti e non i mezzi di trasporto. In una sigla: Città Vision Zero, che vanno realizzate non perdendo l’opportunità dei prossimi fondi in arrivo e in discussione”.

Le collisioni stradali uccidono ogni anno nel mondo 1,35 milioni di persone; sono la principale causa di morte per bambini e giovani di età compresa tra 5 e 29 anni, con una previsione mondiale al 2030 di 500 milioni di morti e feriti. Numeri spaventosi che non colpiscono solo le utenze vulnerabili (pedoni, ciclisti, disabili, bambini anziani) ma anche gli stessi automobilisti e motociclisti. Nel nostro paese nel 2019, gli incidenti stradali, oltre alla morte di 35 bambini, 534 pedoni e 253 ciclisti, hanno provocato quella di 1411 automobilisti e 698 motociclisti.

Proposta per la governance della mobilità dolce e sostenibile e per un programma “radicale” con al centro le persone e non la motorizzazione privata:

  1. Riqualificare le città (5 mld di euro). Rifinanziare il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale (L. 144/1999) per progetti di mobilità dolce cofinanziati dagli Enti Locali (vincolati all’ottenimento del finanziamento statale) con impegni dello Stato al 50% e per alcune priorità a fondo perduto o al 70%.
  2. Potenziare il trasporto ferroviario regionale (5 mld di euro) e il trasporto pubblico locale e sharing mobility (10 mld di euro); finanziamenti che dovrebbero attivare cofinanziamenti (già predisposti nei Piani di Comuni e aziende); divieto assoluto di entrata nelle città per auto di grossa cilindrata.
  3. Affidare a un sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri l’organo di governance per coordinare, e armonizzare le loro azioni aiutando tutti i ministeri che hanno competenze su politiche mobilità, inquinamento e clima, sicurezza stradale (Infrastrutture e Trasporti, Ambiente, Salute, Politiche sociali, Istruzione). L’organo di indirizzo e controllo su obiettivi di vision zero, di spesa del fondo multe e di attivazione del dispositivo ISA Intelligent Speed Adaptation, accompagnando la ricezione della Direttiva europea approvata dal Parlamento Europeo del dispositivo per la limitazione automatica della velocità sui veicoli a motore, conviene a tutti. Organo di controllo della manutenzione programmata delle strade.
  4. Predisporre un Piano per la formazione e la comunicazione per la Vision Zero. La formazione e l’educazione sono strumenti formidabili per fermare la violenza stradale e per costruire una nuova mobilità e un nuovo sviluppo, sostenibili, sicuri, resilienti. Occorre dotarsi di una Centro di alta formazione come “palestra” di una nuova cultura di governo delle politiche di mobilità, della sicurezza stradale, dei cambiamenti climatici per tecnici, professionisti, operatori dei vari settori, amministratori e dipendenti, scuole, mobility manager aziendali e scolastici, fondi di accompagnamento alla strutturazione di piani di mobilità aziendale e scolastica e sostegno a realtà come i bicibus e i pedibus. Esistono in Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Polonia da molti anni. Coordinamento Sottosegretario Presidenza Consiglio. (3 mld di euro).

Il documento integrale con le proposte

Tumore del colon: scoperto il punto debole

I ricercatori del Dipartimento di discipline chirurgiche, oncologiche e stomatologiche del Policlinico di Palermo che hanno individuato il tallone d’Achille delle cellule staminali che alimentano la crescita di questo tumore, ovvero un particolare tipo di recettore, chiamato “Her2”.

Si tratta di cellule che possiedono un’elevata capacità di rigenerare il tumore stesso e di adattarsi a modificazioni dell’ambiente circostante, come la presenza di farmaci o la scarsità di risorse vitali.

Gli autori della scoperta sono riusciti a comprendere come, disattivando questo recettore e le molecole che lo stesso attiva, sia possibile frenare la capacità del tumore di dare origine alle metastasi. Questo perché il recettore “Her2” agisce da interruttore per la migrazione cellulare e per la formazione delle metastasi stesse.

Una scoperta che permetterà di trovare nuove strategie per distruggere queste cellule e impedire in tal modo che il tumore si diffonda.

Il Pd, come tutti i partiti, è chiamato a rigenerare la sua cultura politica

Sono d’accordo con l’invito di fondo che oggi, sul nostro foglio online, Giorgio Merlo rivolge al Pd.

In effetti, con la non politica di Conte sostanzialmente vince la cosiddetta cultura di Grillo. Troverà il Pd una linea culturale e non solo tattica o politologica per rifondare quell’ircocervo che oggi è e che in tanti negli ultimi trent’anni abbiamo contribuito a far nascere?

Grande operazione, questa, di lungo periodo. Ma è l’unica strada che la democrazia in Italia oggi ha davanti a sé. È la strada che debbono percorrere tutti i partiti politici.

Oggi, temporaneamente, sta vincendo la democrazia fondata sul nulla. Grande danno per il nostro povero Paese.

Siamo al mercato dei bovini

Dopo le parole del Presidente Mattarella, l’elettroencefalogramma piatto della politica italiana ha avuto un sussulto e ha registrato un picco di attività. Ed ha prodotto una elaborazione dell’intervento del Presidente, ma al ribasso, il picco di attività d’altronde era solo una piccola gobba.

E così gli “scilipoti” i “de gregorio” del momento, hanno assunto una caratura patriottica, coloro che hanno a cuore il Paese. Ieri sera, a otto e mezzo, hanno fatto impressione le acrobazie discorsive di Boccia per non dire che il governo stava legittimando il “mercato dei bovini”. E chissà quanto dovranno concedere a questi “patrioti”, d’altronde 2 anni di stipendio e poltrone valgono pur qualcosa. La politica sta compiendo forse l’ultima acrobazia etica e morale, è assoggettata agli artigli del potere. Lo stesso D’Alema, con la sua uscita del più popolare e meno popolare, ha esaurito la vena politica dei suoi ragionamenti anche sarcastici che erano la sua cifra.

Poi c’è il PD. Dice bene Merlo, è il partito che sembrava avesse più classe dirigente preparata dell’intero consesso parlamentare. Ma ormai la “massa grigia” sembra tremolante gelatina priva di connessioni neuronali. Sembra non avere cognizione di cosa è e di cosa ci sta a fare in quell’ emiciclo, che non è un’arena per esercizi di presenza, ma il Parlamento, luogo da cui il popolo si aspetta di essere aiutato a vivere risolvendo difficoltà che la vita ti presenta.

Si dice che la speranza è l’ultima a morire, speriamo non sia già in coma e non ce ne siamo accorti.

Franceschini il cacciatore

Nonostante la pandemia non arretri, siamo ancora in piena stagione di caccia. La politica nazionale non fa eccezione in questi giorni di crisi determinati dall’avventata iniziativa di Matteo Renzi nel far naufragare il secondo governo Conte.

Ma tant’è, occorre abituarsi a questa “nuova” classe politica che ormai si considera, come canta Jovanotti, l’ombelico del mondo.

Intanto, Conte ha deciso: andrà lunedì prossimo 18 gennaio a Monte Citorio e il giorno successivo a Palazzo Madama.

Una scelta quest’ultima che aggrava ancor di più la crisi aperta da Renzi e che denota, ancora una volta, improvvisazione e mancanza di senso della realtà e dello Stato. Perché si va in Parlamento quando si è certi di avere almeno un barlume di maggioranza, altrimenti è meglio rassegnare le dimissioni ed avviare nuove consultazioni.

Ma, come per il passato, ecco spuntare dal suo quartier generale l’inossidabile Dario Franceschini, stavolta nel ruolo di cacciatore. Eh sì! Cacciatore di parlamentari, senza patria e senza lode.

Il politico ferrarese, per la verità, non è nuovo a questi giochini. Già ai tempi dell’Area Zac scomponeva e ricomponeva il gruppo giovanile della sinistra democristiana a suo piacimento,  in perfetto stile doroteo, secondo i propri interessi politici personali. Lo stesso dicasi all’interno del Partito Democratico: egli è sempre l’uomo di maggioranza. Fiuta in anticipo chi è in odore di segreteria per saltare da un carro all’altro. E’ salito sul carro di Renzi dopo aver fatto i conti, per poi abbandonare immediatamente l’incolpevole Enrico Letta. La sceneggiata si è ripetuta con l’attuale segretario Zingaretti.

Ma se prima il fine ultimo era quello della poltrona ministeriale, oggi l’uomo politico di Ferrara pensa ed agisce ancora più in grande: sa bene che per salire le scale di Palazzo Chigi deve liberarsi di Giuseppe Conte (una figura ingombrante per carattere e per moderazione), per cui meglio non arrivare ad uno scontro personale, ma persuaderlo che in Parlamento è possibile trovare parlamentari a destra e a manca disposti ad appoggiare l’attuale governo in funzione della semplice contrarietà alle elezioni anticipate. 

Chi non ricorda il clamore che destò in tutto il Paese quando due parlamentari, Scilipoti e Razzi, abbandonarono il Partito, l’Italia dei Valori di Di Pietro, dove erano stati eletti per appoggiare il governo Berlusconi?

Per Franceschini, però, quest’ultimo episodio non può essere paragonato con l’attuale situazione in quanto il quadro politico odierno è completamente diverso, a suo dire: non abbiamo più un sistema bipolare e si va verso il proporzionale.

Sarebbe a dire che oggi saltare da una coalizione all’altra è moralmente legittimo e non deve più destare scandalo. E’ questo il puro e semplice riconoscimento della politica del potere per il potere, senza regole morali con a capo l’intramontabile Franceschini e lo spregiudicato Renzi.

Un tandem d’attacco che si ricompatterà non appena Conte dovrà verificare di non avere una maggioranza in Parlamento.

L’abbraccio mortale di Franceschini a Conte ha come attore non protagonista proprio l’ex sindaco di Firenze, che ha già dato il suo appoggio ad un nuovo governo con a capo l’attuale ministro dei Beni Culturali.

Ora il Pd parli chiaro.

“Mai senza Conte”, “a Conte non c’è alternativa”, “il Governo prosegue con Conte Premier”. Sono  svariate le dichiarazioni di questo tenore in queste ultime ore di esponenti di primo piano del Pd, il  partito che rappresenta il perno più autorevole dell’attuale coalizione di governo. C’è una sola  domanda che non si può non avanzare a fronte di queste solenni dichiarazioni. E cioè, sino a  quando durano queste affermazioni? 2 ore, 6 ore, mezza giornata, un giorno? La domanda si  rende legittima perchè se uno dovesse registrare ciò che ha detto in questi ultimi due mesi la  figura più autorevole e più influente dell’attuale corso del Pd, cioè Goffredo Bettini, attorno alla  figura di Conte c’è tutto e il contrario di tutto. Dal “punto di riferimento di tutti i progressisti  italiani” all’unico esponente capace di unire tutta la sinistra; dalla necessità che faccia una sua  lista per le prossime elezioni politiche all’insostituibilità come capo di governo. 

Ora, di fronte all’ennesima piroetta irresponsabile e devastante di Renzi – a proposito, quanti sono  ancora i renziani “in servizio effettivo” nell’attuale Pd? -, soprattutto in un contesto drammatico  come quello che sta concretamente vivendo il popolo italiano, è doveroso che il partito che  conserva tuttora una maggior credibilità politica e una classe dirigente di tutto rispetto, elabori  una sola linea politica e la porti avanti con tenacia, coerenza e determinazione. Ben sapendo che  un alleato come Renzi – lo dovrebbe conoscere bene anche l’80% del Pd che sino a qualche anno  era strutturalmente e organicamente renziano, a cominciare dagli attuali capigruppo di Camera e  Senato – rappresenta una destabilizzazione continua in qualsiasi coalizione, fuorchè non la guidi  lui. E anche in quel caso, come ha dimostrato la concreta esperienza della politica italiana negli  ultimi anni, la destabilizzazione era un elemento centrale della sua azione.  

Ecco perchè, conoscendo i tasselli che compongono lo strano e singolare mosaico politico che  attualmente governa il nostro paese, è veramente arrivato il momento affinchè il partito più  responsabile, che esprime una antica cultura di governo e che conserva, pur tra molti limiti, una  discreta classe dirigente, dica una parola chiara e netta su ciò che sta capitando in questa  sempre più confusa fase della politica italiana. Un partito, per dirla con Cacciari, che non può più  limitarsi ad “assistere” ciò che capita nella cittadella politica. E questo non solo per il bene del  Governo o del centro sinistra ma per il bene comune e per la stabilità del nostro paese. 

Gli insegnamenti appresi in famiglia servono per la vita

Gli insegnamenti appresi in famiglia sono sempre, nel bene e purtroppo anche nel male, insegnamenti per la vita.

Ce ne accorgiamo ogni volta che dobbiamo dare un senso alla nostra esistenza, quando ci interroghiamo sulla meta del nostro cammino, quando contiamo i passi della strada che stiamo percorrendo.

Viene un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a fare i conti con se stesso e non sempre ci capita di poterlo fare presentando un’apposita domanda scritta.

Non parlo, s’intende, del traguardo finale perché alla meta il giudice d’arrivo potrebbe essere persino  più indulgente dei nostri interessati calcoli soggettivi.

Non è necessario cadere ogni giorno folgorati sulla strada della conversione per capacitarsi del senso della vita: a volte i misteri sono imperscrutabili, sovrastano le nostre capacità di comprensione e non sempre le conclusioni raggiunte sono scevre da accomodanti valutazioni personali.

Ci possono anche bastare gli esamini di coscienza che – dismessi gli abiti di scena indossati durante la giornata e tolte le varie maschere dietro cui siamo soliti nasconderci – ci accompagnano nel sonno quando la sera posiamo la testa sul cuscino.

San Tommaso diceva che il mondo va avanti se gli uomini si dicono reciprocamente la verità ma mi pare che questa affermazione, che rende merito più alla nobiltà d’animo di chi l’ha pensata che alla coerenza di chi avrebbe dovuto applicarla, sia stata molte volte disattesa.

Infatti non si riesce neppure facilmente ad essere sinceri con se stessi.

Quel poco che resta della famiglia nella società contemporanea può essere una preziosa risorsa per riappropriarci dell’identità dei nostri vissuti: mettere un nome e un cognome sotto ai nostri pensieri e alle nostre azioni, dare valore all’educazione ricevuta, far parlare i nostri sentimenti e i nostri affetti più cari.

Come mi disse Enzo Biagi – quando gli chiesi che cosa di importante gli fosse rimasto delle molte conoscenze di una vita da cronista – “le verità che contano, i grandi principi, alla fine restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. 

E il Cardinale Tonini mi raccontò l’insegnamento ricevuto da suo padre, contadino: “Un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Aggiungendo che non trovava verità migliore nei molti libri archiviati nel suo studio.

Per come si sono ribaltati certi valori penso tuttavia che se oggi qualcuno propugnasse questa “ricetta di vita” rischierebbe di essere additato come un povero mentecatto.

La famiglia è un punto di partenza e anche un punto di arrivo e di approdo, la metafora dell’eterno ritorno, dovrebbe essere una cosa quasi naturale, un buen retiro alla fatica del vivere.

Diventa invece sempre più spesso il contenitore di violenze simboliche e fisiche che si nascondono dietro la porta di casa. 

Oltre ogni retorica sul disinteresse è il luogo della gratuità dei sentimenti: quando i legami si sciolgono quello che resta non ci appaga mai abbastanza.

Ma il ricordo di chi ci ha preceduti può vivificare la nostra speranza, dare un senso e una pace alla nostra vita.

C’è chi eredita ricchezze e chi eredita valori: davanti allo specchio magico che ci legge dentro, quello di cui solo noi conosciamo i segreti, questi ultimi ci possono aiutare dove le prime non riescono ad arrivare.  

Ci sono delle nicchie nell’anima che nessuno mai perlustrerà e in questo tabernacolo dell’intimità custodiamo il senso della nostra vita.

 

Credo che il valore più grande che possiamo praticare sia quello della pace perché ci dona l’appagamento che nulla ci rende ostile.

La pace ci rende sereni, distaccati dalle cose, miti, ci fa vivere la “quietudine”, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’animo.

La quiete è un’apparente stato di riposo che può preludere a nuove tempeste.

La quietudine è la pace interiore che non ci rende nemico il mondo, il rifugio di cui solo noi abbiamo le chiavi, la scelta consapevole del sapersi accontentare, la mitezza dei sentimenti, la rettitudine come esempio da ricevere e da donare.

Se questo dono fosse reciprocamente scambiato in ogni famiglia molti comportamenti sociali sbagliati sarebbero emendabili.

Ciò può essere applicato alla vita di ciascuno: oggi più che mai ci sarebbe veramente utile per raddrizzare la curva del relativismo etico che sta cambiando i sentimenti prevalenti.

Bollo auto: tutte le scadenze e le possibili esenzioni

Secondo la guida diffusa da Aci, per quanto riguarda le vetture in circolazione, il bollo va rinnovato entro il primo febbraio per quelle di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2020.

Entro il primo marzo deve essere versato il bollo auto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, per i motoveicoli, gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di gennaio 2021. Entro il 31 maggio, invece deve essere rinnovato il bollo per le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta ad aprile 2021.

Le altre scadenze da segnare sono quelle del 30 giugno per gli autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di maggio 2021; il 31 agosto per le vetture di potenza fino ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o di potenza fiscale fino a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, nonché per i motoveicoli la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di luglio 2021.

Entro il 30 settembre il rinnovo vale per le vetture con potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a agosto 2021.

Entro il 2 novembre, invece, il versamento dovrà essere effettuato per i possessori di autocarri, i rimorchi trasporto merci, gli autoveicoli speciali, i trattori stradali e gli autobus la cui tassa di possesso sia scaduta nel mese di settembre 2021. E infine, entro il 31 gennaio del prossimo anno, il rinnovo riguarderà le vetture di potenza superiore ai 35 KW se immatricolate dal 1/1/1998, o superiori a 9HP se immatricolate fino al 31/12/1997, la cui tassa di possesso sia scaduta a dicembre 2021.

Per i veicoli di prima immatricolazione, il bollo va versato entro il mese di immatricolazione dell’auto. Se l’acquisto avviene negli ultimi 10 giorni del mese, però, si può pagare il bollo auto entro il mese successivo a quello di immatricolazione, ferma restando la decorrenza dal mese di immatricolazione. I termini di pagamenti sono differenti per i residenti dei comuni colpiti dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 (centro Italia) e del dicembre 2018 (Sicilia).

Nel corso dell’anno 2020 le Regioni/Province Autonome hanno previsto sospensioni dei termini di pagamento della tassa automobilistica a causa dell’Emergenza epidemiologica da Covid-19 che dipende dalle decisioni delle singole Amministrazioni in merito alla disposizione della sospensione, indicando il termine per il versamento della tassa senza applicazione di sanzioni e interessi.

Il calcolo avviene in maniera semplice, attraverso il portale Aci.

Il Covid spinge il consumo degli alimenti bio

Con il Covid che spinge i consumi domestici di alimenti bio al record di 3,3 miliardi di euro grazie alla svolta green degli italiani costretti in casa dalla pandemia, il via libera al ddl sul biologico rappresenta un passo importante verso la tutela dei consumatori e delle vere produzioni Made in Italy. E’ quanto afferma la Coldiretti, sulla base dei dati Ismea relativi all’anno 2020, nel commentare positivamente l’approvazione da parte della Commissione Agricoltura del Senato della la proposta di legge che prevede, tra le altre misure, l’introduzione di un marchio per il bio italiano, richiesto dalla Coldiretti per contrassegnare tutti i prodotti biologici ottenuti da materia prima italiana che potranno essere valorizzati sul mercato con l’indicazione “biologico italiano” e come tali protetti contro tutte le usurpazioni, imitazioni e  evocazioni.

Previsto anche l’impiego di piattaforme digitali – aggiunge Coldiretti – per garantire una piena informazione circa la provenienza, la qualità e la tracciabilità dei prodotti. Il ddl rivede inoltre anche il sistema delle sanzioni per renderle finalmente efficaci contro le frodi del settore e quello dei controlli per garantire la terzietà dei soggetti incaricati. Si va infine ad equiparare tutte le previsioni di agevolazione e sostegno al metodo dell’agricoltura biodinamica che contraddistingue imprese e prodotti in base a caratteristiche differenziate di sostenibilità.

La possibilità di riconoscere i prodotti di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – rafforza la leadership dell’Italia che è il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%) con percentuali a due cifre per la Provincia di Trento (+31,3%) e il Veneto (+25,4%). Ma è il Mezzogiorno – spiega la Coldiretti – a guidare la classifica delle superfici con il record della Sicilia su oltre 370mila ettari, a seguire la Puglia con 266mila ettari e la Calabria che sfiora i 208mila ettari. Al centro le prime tre regioni per superfici a bio sono il Lazio con 144mila ettari, la Toscana con oltre 143mila e le Marche con più di 104mila. Mentre al nord la classifica è guidata dall’Emilia Romagna con 166mila ettari, dalla Lombardia con 56mila ettari e dal Piemonte con quasi 51mila.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). A livello regionale – evidenzia la Coldiretti – in Calabria più 1 campo su 3 è bio (36,4%) mentre in Sicilia si sfiora il 26% del totale, ma percentuali a due cifre al Sud si registrano anche in Puglia (20,7%), Basilicata (21%), Campania (13,1%), Abruzzo (11,4%) e Sardegna (10,2%). Valori alti anche nelle regioni del centro Italia con il Lazio (23,2%), le Marche (22,2%), la Toscana (21,7%) e l’Umbria (13,9%). Al Nord la maggior incidenza del bio si rileva in Emilia Romagna con il 15,4% e in Liguria con il 11,2% mentre Friuli, Trentino Alto Adige e Piemonte sono ampiamente sopra il 5%, la Lombardia sfiora il 6% e Valle d’Aosta e Veneto sono al 6,2%.

Una crescita alla quale fa però da contraltare l’invasione di prodotti biologici da Paesi extracomunitari, con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente, per un totale di ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

Una vera e propria invasione che rende ancora più urgente dare la possibilità di distinguere sullo scaffale i veri prodotti biologici Made in Italy ma anche rafforzare i controlli sui cibi bio importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei, fornendo una spinta al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork del New Green Deal che punta ad avere in futuro almeno 1 campo su 4 (25%) coltivato a bio in Italia.

Le tendenze della mobilità durante il Covid

La diffusione globale del COVID-19 a inizio 2020 ha generato nuovi fattori di profonda criticità e incertezza nel settore dei trasporti e della logistica. per il nostro Paese, l’Europa e il mondo intero, modificando radicalmente i possibili scenari produttivi, economici e sociali nazionali e internazionali sia di breve che di lungo periodo.

Per meglio comprendere e quindi anticipare le conseguenze di tale crisi pandemica sul settore dei trasporti, il presente report riporta i risultati dell’Osservatorio sulle tendenze di mobilità predisposto dalla Struttura Tecnica di Missione per l’indirizzo strategico, lo sviluppo delle infrastrutture e l’Alta sorveglianza del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al fine di monitorare l’evoluzione, le tendenze e le esigenze del settore dei trasporti e della logistica italiana, anche per meglio pianificare, programmare e gestire gli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi di trasporto.

Vaccino Covid: nel secondo trimestre in Ue almeno 125 mln dosi

Nel corso del secondo trimestre del 2020 Pfizer e BionTech si sono impegnate a consegnare 125 mln di dosi del vaccino anti-Covid, aggiuntive rispetto a quelle contrattate in un primo tempo. Lo spiega il Ceo di Pfizer Albert Bourla, collegato con un seminario online organizzato dal gruppo del Ppe nel Parlamento Europeo, a Bruxelles.

“All’inizio – ha detto Bourla, che non ha fornito il quadro completo della tempistica concordata per le consegne delle dosi, ma alcuni elementi – gli europei avevano 200 mln di dosi, che erano spalmate sull’anno. Poi hanno contrattato ulteriori 100 mln di dosi: hanno insistito, e sono riusciti ad ottenerlo, che 50 mln di questi 100 mln siano nel secondo trimestre”.

“Poi – prosegue Bourla – abbiamo negoziato per ulteriori 200 mln: hanno insistito, e noi abbiamo concordato, di consegnare 75 mln nel secondo trimestre. Ora, da questi tre contratti (quello iniziale per 200 mln di dosi, quello che ha esercitato l’opzione per ulteriori 100 mln e quello che ne ha contrattate altre 200 mln, ndr), nel secondo trimestre ci saranno un numero significativo di dosi. E naturalmente ci saranno le dosi pattuite per il primo trimestre”.

Bourla ha ribadito che la compagnia Usa e BionTech stanno aumentando la capacità produttiva e che contano al momento di consegnare 2 mld di dosi nel 2020, obiettivo che era già emerso nei giorni scorsi da documenti depositati da BionTech alla Sec.

Dagli esperimenti condotti “in vitro”, ci sono “chiari indizi” di un’efficacia “molto elevata” del vaccino anti-Covid sviluppato da BionTech con Pfizer nei confronti di “entrambe” le nuove varianti del coronavirus Sars-CoV-2, “quella britannica e quella sudafricana”. Prima di poterlo affermare con certezza, occorrerà aspettare “i risultati clinici”, ma “se mi chiede la mia opinione, penso che i risultati saranno molto positivi”, ha poi sottolineato Bourla.

Conte si dimetta. Non sarà una crisi lampo.

Ora si attendono le dimissioni di Giuseppe Conte. Non ci sono passaggi intermedi, dialoghi ancora possibili in virtù di aggiustamenti esteriori, con qualche pacca sulle spalle ai contendenti, infine pregati di soprassedere alle idiosincrasie reciproche. Renzi chiede la testa di Conte e non si vede all’orizzonte una volontà di difesa totale, dal Pd ai Cinque Stelle, anche a rischio di elezioni anticipate.

È sorprendente la blanda reazione all’accusa che il leader di Italia Viva rivolge al Presidente del Consiglio sulla maniera di pensare e dirigere la cosa pubblica. Renzi, in effetti, fa una denuncia molto dura. In queste settimane la democrazia avrebbe corso seri pericoli a causa di manovre e operazioni (cabina di regia per il Recovery Plan e Fondazione per la sicurezza nazionale) miranti a fare di Palazzo Chigi un centro di potere sovraordinato, fuori perciò dagli equilibri fissati dalla Costituzione.

Se Renzi ha torto, dovrebbe essere il Pd a contrastare in modo netto tali affermazioni, fino al punto di rendere evidente la necessita di un chiarimento, se necessario anche attraverso il ritorno alle urne. Rino Formica, un vecchio della politica in grado come pochi di leggere la politica, ha parlato di Conte come di un nuovo Tambroni. Il Pd non ha battuto ciglio, né accenna, nel pieno della crisi, a fare di questo rilievo eccezionale il punto di discrimine della verifica tra i partiti.

Tutto scivola nel bailamme delle furbizie, costringendo il Quirinale a prendere posizione sulla inammissibilità di scorribande parlamentari per salvare con truppe alla Scilipoti un precario equilibrio di governo. Sul punto Conte e Bettini hanno dovuto correggere il tiro riconoscendo la necessità di una verifica tra alleati, non a scavalco, tortuosamente, di uno di essi. Mattarella assolve a un compito pedagogico essenziale – un richiamo cioè all’abc della lotta democratica – che mette in mostra tutta la fragilità dell’attuale classe dirigente. Sembra di assistere a un epilogo triste e deludente di tante ambizioni politiche.

Dunque, le dimissioni sono un atto di correttezza e responsabilità, che ormai, allo stato degli atti, Conte non può rinviare oltre la giornata odierna. È vero, se si dimette rischia di non rimettere più piede a Palazzo Chigi. Ciò non giustifica però un ennesimo giro di valzer, con poco decoro per le istituzioni. Una partita si è chiusa, in via definitiva, per colpa di un vaneggiamento di potere intollerabile, cui un’opinione pubblica frastornata ha dovuto assistere nel bel mezzo di una grave emergenza sanitaria ed economica. Dopo le dimissioni, ci vorrà tempo per riordinare le fila e per capire come andare avanti in questa legislatura. Non sarà una crisi lampo.

Crisi di Governo: freddo, virus e Renzi.

Il gioco non ha sortito l’effetto desiderato. L’arbitro non ha fischiato la fine della partita. Pensavamo che ci fossero tutti i presupposti per chiudere una santa volta una diatriba di questo tipo. Proprio perché giunge in un periodo infausto e con sofferenze a non finire.

Matteo Renzi ha giocato. Ha lanciato la palla e non ha così tirato la somma di tutti i presupposti che andava in queste ultime settimane vociando. In sostanza, ha mantenuto aperto il quadro di riferimento politico, ha dichiarato che la maggioranza è quella attuale; poi, in un passaggio successivo, ha detto che andrebbe bene pure un Governo istituzionale; precisando ulteriormente, che mai farebbe un Governo con la Lega e Fratelli d’Italia. Non ha specificato se la crisi debba risolversi all’interno del Parlamento, anche se sembra l’unica via possibile, visto che formalmente ha ritirato i rappresentanti di Italia Viva dal Governo Conte.

Ha fatto capire che il problema non è l’eventuale nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, ma si capisce, e non ci vuole molto, che vorrebbe la testa dell’attuale capo dell’esecutivo. Resta, e questo è sacrosanto, che il tema non è chiuso. Va da se che lasciare aperta una ferita così grande, in un momento così delicato, è francamente irresponsabile e inqualificabile.

Non ci si può, in alcun modo, permettere il lusso di correre sul crinale, con l’incertezza se l’equilibrio si manterrà o se il piede scivolerà lungo un infausto dirupo.

L’Italia, per fronteggiare al meglio la pandemia, ha bisogno di conduzioni sagge e di stabilità garantite.

Adesso, attendiamo la mossa del Governo. Cosa risponderà Conte rispetto alle dimissioni formali delle due Ministre e del Sottosegretario. Attendiamo pure la presa di posizioni degli altri partner di maggioranza.

Il centro destra guarderà soddisfatto la mossa del cavallo del toscano. Sa che questa non potrà che produrre ulteriori indebolimenti nel quadro dell’attuale compagine governativa.

Saranno giorni frenetici. Fuori dalla divisa politica, questi aspetti non sono sicuramente accettabili e, sicuramente, feriscono anche il senso comune di gran parte della nostra realtà italiana.

Freddo, virus e Renzi sono i tristi colori che caratterizzano questa e anche purtroppo, le giornate che seguiranno.

Perché le élite liberali e i conservatori curiali non sopportano Papa Francesco

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Paolo Sorbi 

Da un po’ di tempo in qua nelle pubblicazioni della grande stampa “liberal” europea si può notare una sorta di presa di distanza dai contenuti pastorali – e più chiaramente sociali – del pontificato di papa Francesco.
Ma se all’inizio del suo pontificato il Pontefice argentino fu, in parte, accettato e sostenuto da queste stesse realtà liberali, come si spiega l’attuale sordo “mormorar dissidenze” di tutti i tipi?
Molto semplicemente perché la posizione di papa Francesco NON è riducibile ad un generico progressismo basato sulla cultura dei diritti individuali. Anzi tutt’altro. Il nocciolo duro della proposta pastorale e culturale dell’attuale pontificato si basa sul pensiero personalista e comunitario che trova i suoi fondamenti nella “Teologia del popolo”, una corrente teologica nata in Argentina dopo il Concilio Vaticano II.
Nella versione di papa Francesco “l’opzione preferenziale per i poveri si espande fino a diventare opzione preferenziale per gli esclusi”, e si radicalizza recuperando l’animo movimentista nelle posizioni economiche.
La “Teologia del popolo” differisce dalla teologia di liberazione superando la concezione della lotta di classe verso una partecipazione pluralista e democratica, dove ogni cultura apporta un contributo all’umanità e dove le differenze sono rispettate.
Papa Francesco avversa la concezione speculativa e utilitaristica del denaro, critica il concetto “sacrale” della proprietà privata, rigetta le vecchie e nuove schiavitù e il vecchio e nuovo colonialismo.
E come se non bastasse, il Pontefice attacca apertamente l’industria delle armi, le lobby che gestiscono i combustibili fossili e quelle che speculano sui farmaci.
Tutto questo TRAVALICA nella sostanza le posizioni “liberal” sopra accennate, che mal sopportano la rivendicazione popolare e impolitica di papa Francesco.
Per questi ambienti fino a che si parla dei diritti individuali o di presenza delle donne nella gestione dei Dicasteri romani, la cosa è accettabile. Ma appena si toccano questioni di fondo ECONOMICHE, ecco che scatta lo stop “super-liberale”.
C’è poi un’altra serie di problemi che riguardano l’emergenza antropologica e che i liberisti non vogliono sentire.
Si tratta di questioni gravissime, come lo sfruttamento delle donne tramite l’utero in affitto (ormai business su scala internazionale), la cancellazione e neutralità delle relazioni di genere, la ricostruzione scientifica sulle questioni embrionali, la rieducazione anti droghe (dalla cannabis agli impasti terribili di eroina con altre sostanze chimiche), il rispetto educativo verso qualsiasi minoranza etnico-culturale, e così via.
A questo proposito, sostengo da oltre trent’anni che UNO DEI PASSAGGI CENTRALI per la ricostruzione della sinistra democratica su scala internazionale è una nuova riflessione umanistica per tentare di superare l’egemonia dell’attuale “nichilismo dolce” sostenuto da questi stessi gruppi “liberal”.
Ciò che più stupisce è che certi ambienti “liberal” vorrebbero un Papa ricostruttore del “barocco teologico-politico romano”.
Questo è anche il motivo per cui non riescono ad accettare l’Enciclica “Fratelli tutti”.
Soprattutto nella seconda parte, l’ultima Enciclica di Papa Francesco propone un forte appello in difesa dell’impegno politico e della militanza sociale.
Le realtà borghesi a cui sopra accennavo non hanno compreso il nocciolo duro della proposta evangelica, né le grandi linee dei “segni dei tempi” emerse dal Concilio Vaticano II e che da sessant’anni “lavorano” nel profondo delle coscienze cristiane.
Cercano irreali e fasulle contrapposizioni con le elaborazioni ratzingeriane o del Pontefice polacco, che al contrario sono in profonda sintonia con Papa Francesco (anche se ognuno con la sua peculiare personalità).
Da tutto ciò, l’ipocrita nostalgia di una “cristianità che fu” e che oggi non ci appartiene.
Non appartiene alla sostanza di questo pontificato. Non può appartenervi, perché esso è tutto proiettato verso un Cristianesimo libero da “barocchismi” di passate esperienze di cristianità colluse con i potenti.
Oggi siamo per venti nuovi e luoghi nuovi. Verso dove? Se il senso autentico di questo pontificato è “suscitare processi” piuttosto che governarli – come spesso dice papa Francesco – allora una Chiesa non priva di strutture, ma con STRUTTURE POVERE E SEMPLICI, funzionali ai disegni missionari globali, potrà indicare la via per DISTACCARCI dalla visione neocolonialista occidentale e operare nei NUOVI punti strategici delle ingiustizie mondiali.
Come viene descritto negli “Atti degli Apostoli” e nella decisiva “Lettera a Diogneto”, vera “carta costituzionale” della vita di testimonianza povera dei cristiani: dall’antico Impero alle odierne reti metropolitane “digitalizzate”.
Questa è la strada che ci indica papa Francesco, le cui radici si trovano abbondantemente nel Concilio Vaticano II.
Lì nelle realtà della globalizzazione stravolta, si misurerà chi ha più filo da tessere verso la QUANTITÀ delle moltitudini proletarie e scartate, verso le intelligenze migliori, come diceva il mio carissimo don Milani, “disposte ad abbassarsi verso i ‘Gianni’ della storia contro i ‘Pierini’ di tutti i tipi”. Vincenti “perché sanno parlare meglio”.
È ora di saperne una parola in più dei padroni dei giornali e delle economie dello sfruttamento.

2021: in che modo (ci) investiamo per il nostro Paese?

Articolo pubblicato sulle pagine della Rivista Aggiornamenti Sociali 

Così è verosimile che il 2021 possa essere davvero l’anno in cui come Paese avremo la possibilità di ripartire, una possibilità che siamo chiamati a cogliere e sfruttare appieno. In che direzione muoverci, visto che la speranza non elimina l’incertezza?

Per contribuire a questa riflessione ci sembra utile metterci in ascolto dei responsabili di tre Fondazioni, che, pur con le loro diversità, hanno la finalità di investire sul sociale, cioè di sostenere iniziative che producano un ritorno per la collettività invece di un dividendo per chi fornisce il capitale. Per svolgere bene il loro compito, queste istituzioni devono dotarsi di sensori capaci di cogliere che cosa si muove nella realtà sociale e quali sono i problemi più urgenti, ma anche di riconoscere i soggetti portatori di una autentica capacità innovativa. Viste in un’altra prospettiva, le loro priorità operative rappresentano una lettura aggiornata della società italiana che può servire da ispirazione per una molteplicità di soggetti, dal Terzo settore alla Pubblica amministrazione e alla politica locale e nazionale, anche in vista di stimolare nuovi dialoghi. Così ai rappresentanti delle tre Fondazioni abbiamo chiesto suggerimenti su che cosa scommettere oggi per avere un “ritorno sociale”, su quali siano le novità più promettenti da accompagnare, e anche su come spendere bene le ingenti risorse in arrivo dall’Europa.

Dalle loro risposte emergono segnali incoraggianti: nel tessuto della nostra società le risorse ci sono. Il problema, oggi più cruciale che mai, è non disperdere le potenzialità, delle persone ma soprattutto delle comunità, superando ad esempio il vizio ormai incancrenito della frammentazione: che cosa può aiutare a tenere insieme pezzi diversi? Come attivare e valorizzare le risorse di persone e comunità che spesso sono pensate come beneficiarie più che protagoniste degli interventi sociali?

La riflessione si salda qui con quella sul rinnovamento, radicale e non più procrastinabile, del sistema di welfare, ancora più cruciale in un momento in cui registriamo un ulteriore aumento della povertà e delle disuguaglianze. L’esigenza che nessuno sia lasciato indietro e i valori che hanno ispirato la costruzione del nostro sistema di welfare rimangono un patrimonio fondamentale, anche perché sono radicati nella Costituzione repubblicana. Tuttavia l’accelerazione dei processi prodotta dalla pandemia rende ancora più evidente che il sistema, così come è configurato adesso, non regge più: basta pensare al riparto delle competenze tra amministrazioni centrali e locali (dalla gestione della sanità a quella dei ristori e della lotta alla povertà), o a una effettiva integrazione delle capacità e delle risorse delle comunità e del Terzo settore. Ci sono esperienze positive già consolidate e molte sperimentazioni in corso, a cui cerchiamo di dare spazio sulle pagine di Aggiornamenti Sociali. Le idee non mancano, ma è arrivato il momento di procedere con maggior decisione.

In radice, emerge un nodo da affrontare innanzi tutto a livello culturale, rivisitando precomprensioni e innovando modelli e paradigmi: il rapporto tra il pubblico e il privato, entrambi sempre meno monolitici e più variegati che in passato, o forse meglio la definizione stessa di pubblico, da intendersi sempre meno come sinonimo di statale o riferito all’insieme delle Pubbliche amministrazioni. Da un lato aumentano le forme ibride, dall’altro emerge il protagonismo crescente di soggetti radicati nel tessuto sociale e operanti sulla base di modalità di regolazione che non passano dall’autorità (cioè dallo Stato) o dal prezzo (cioè dal mercato). Come si collocano rispetto alla tradizionale dicotomia pubblico-privato? Non sono piuttosto la spia del fatto che è ormai inadeguata? Certo, lo Stato non è estraneo alla loro azione, ma è chiamato a ricoprire, nella chiave della sussidiarietà, un ruolo di garante delle condizioni istituzionali perché i processi sociali possano svilupparsi in autonomia, ma garantendo la partecipazione degli utenti e la tutela dei beni in questione. Magari utilizzando anche le potenzialità di nuove tecnologie che permettono l’emergere di soggetti collettivi, persino a scala globale, così come di rinnovare le forme della mutualità.

Forse non è più un lusso pensare che, accanto agli interessi di parte (il “privato”) – che nessuno nega, sarebbe ingenuo – e al loro bisogno di un’autorità di regolazione (lo Stato, in uno schema che resta di matrice hobbesiana), vi sia anche lo spazio per provare a costruire una qualche forma di progetto comune, “pubblica” nel senso che muove dal riconoscimento di nessi e vincoli già esistenti all’interno della società e per questo può convocare e interrogare gli attori privati così come quelli statali. Probabilmente è questa la vera scommessa del 2021: l’esito della ripartenza dipenderà certo dalle risorse disponibili, ma anche dai paradigmi sulla cui base saremo capaci di progettare il modo di utilizzarle.

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La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con l’Organizzazione Trump

La Città di New York taglia tutte le sue relazioni economiche con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha annunciato ieri mattina il sindaco Bill de Blasio, spiegando che la decisione è stata assunta in risposta all’assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio di Washington, avvenuto lo scorso 6 gennaio e a seguito del quale hanno perso la vita sei persone.

“La Città di New York ha interrotto tutti i contratti con l’Organizzazione Trump a causa di questa attività criminale”, ha annunciato de Blasio. Attualmente, la Trump Organization è titolare di contratti per la gestione di una giostra, di due piste ghiacciate e di un campo da golf nei parchi cittadini.

Tali accordi portano 17 milioni di dollari l’anno al gruppo che fa riferimento all’inquilino della Casa Bianca.

Irlanda: Il rapporto choc sugli istituti per ragazze madri. Le reazioni della a conferenza episcopale irlandese.

Il leader della Chiesa cattolica in Irlanda ha in una lunga nota diffusa dalla Conferenza episcopale irlandese, chiesto scusa dopo la pubblicazione del rapporto choc sugli istituti per ragazze madri.

Nella nota si legge: “Accolgo con favore la pubblicazione del Rapporto ‘Mother & Baby Homes’. In qualità di leader della Chiesa oggi, prendo atto che la Chiesa fosse chiaramente parte di quella cultura in cui le persone venivano spesso stigmatizzate, giudicate e rifiutate. Per questo, e per il dolore di lunga durata e l’angoscia emotiva che ne sono derivati, chiedo scusa senza riserve ai sopravvissuti e a tutti coloro che sono personalmente coinvolti dalla realtà scoperta”.

“Sebbene possa essere angosciante, è importante che nei prossimi giorni tutti noi dedichiamo del tempo a riflettere su questo Rapporto che tocca la storia personale e l’esperienza di molte famiglie in Irlanda”, scrive il presidente dei vescovi cattolici. “Il Rapporto della Commissione aiuta a fare ulteriormente luce su quella che per molti anni è stata una parte nascosta della nostra storia comune e mette a nudo la cultura dell’isolamento, della segretezza e dell’ostracismo sociale che hanno dovuto affrontare le ‘madri non sposate’ e i loro figli in questo Paese”. “Dobbiamo chiederci: come è potuto succedere?”. “Dobbiamo identificare, accettare e rispondere alle più ampie questioni sollevate dal Rapporto sul nostro passato, presente e futuro”.

Istituite nel XIX e XX secolo, le istituzioni ospitavano donne e ragazze rimaste incinte al di fuori del matrimonio. Circa 9.000 bambini sono morti nelle 18 istituzioni sotto inchiesta, di cui due nel Donegal. Il primo ministro Mícheál Martin ha affermato che il rapporto, che può essere letto integralmente qui, descrive un “capitolo oscuro, difficile e vergognoso” della storia irlandese. “Come nazione dobbiamo affrontare la piena verità del nostro passato”, ha detto.

Economia: Istat, “le nuove misure di contenimento hanno frenato la ripresa”

Nelle ultime settimane del 2020, il riacutizzarsi dei contagi nella maggior parte dei paesi ha reso necessarie nuove misure di contenimento che hanno frenato la ripresa economica internazionale. Il lockdown in molti casi è stato parziale, determinando effetti eterogenei nei settori produttivi. Le prospettive economiche globali continuano a essere dominate dall’incertezza legata all’evoluzione difficilmente prevedibile della pandemia. Tuttavia, l’avvio delle campagne di vaccinazione e la persistenza di diversi segnali di recupero definiscono uno scenario moderatamente favorevole. A ottobre, il commercio mondiale di merci in volume ha continuato a crescere (+0,7% in termini congiunturali, fonte: Central planning bureau), sebbene in netta decelerazione rispetto al mese precedente (+2,7%). Le prospettive, tuttavia, sono in peggioramento come segnalato dal PMI globale sui nuovi ordinativi all’export che a dicembre, dopo tre mesi di espansione, è tornato sotto la soglia di 50.

Nell’area euro, il graduale allentamento delle misure di chiusura delle attività a partire da maggio aveva favorito la ripresa dei ritmi produttivi. Il Pil era aumentato del 12,5% (-11,7% nel secondo trimestre). Tuttavia, negli ultimi mesi dell’anno la ripresa delle misure di contenimento ha condizionato l’evoluzione dell’economia soprattutto per il settore dei servizi.  Così a novembre, le vendite al dettaglio sono diminuite del 6,1% in termini congiunturali (+1,4% a ottobre).

I settori più colpiti sono stati il carburante per autotrazione e i prodotti non alimentari mentre gli alimentari hanno mostrato una flessione meno accentuata. Solo il settore dell’e-commerce risulta in espansione, mentre il tessile, abbigliamento e calzature è stato il più colpito dai vincoli amministrativi all’operatività degli esercizi commerciali. Il tasso di disoccupazione dell’area nel mese di novembre è sceso marginalmente attestandosi all’8,3%.

In Italia, gli indicatori congiunturali hanno mostrato un’evoluzione in linea con quella dell’area euro. A novembre, la produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno segnato una flessione.

Segnali positivi hanno caratterizzato, invece, l’andamento del mercato del lavoro, con una ripresa della tendenza all’aumento dell’occupazione a cui si è accompagnata una decisa riduzione della disoccupazione.

A fine anno, si è attenuata la fase deflativa dei prezzi al consumo, come effetto di una minore deflazione per i beni energetici e di una moderata ripresa della core inflation.
Le aspettative per i prossimi mesi mantengono un elevato grado di incertezza, anche se a dicembre la fiducia di famiglie e imprese ha registrato un miglioramento.

Milano, Food policy: nuova iniziativa per la distribuzione di cibo a oltre 12.000 persone

Continua l’azione di sostegno alimentare alle persone in difficoltà grazie alla collaborazione tra Fondazione AVSI, Comitato di Milano della Croce rossa italiana e Comune di Milano, nell’ambito di un’iniziativa che raggiungerà, entro la fine di gennaio, oltre 12.000 persone (4.500 famiglie) in difficoltà economiche a causa della pandemia da Covid-19.

L’Amministrazione ha infatti approvato la concessione di patrocinio al progetto “Building hope: emergency support for hospitals and vulnerable families in Italy affected by Covid-19”, promosso dalla Fondazione AVSI, organizzato in collaborazione con la Croce rossa italiana – Comitato di Milano e finanziato dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) con un contributo di 225mila euro.

“Un altro tassello si aggiunge all’azione del Comune di Milano in favore delle persone che maggiormente stanno subendo le conseguenze economiche derivanti dal prolungarsi della pandemia – dichiara la vicesindaco con delega alla Food policy Anna Scavuzzo –. Questa azione ben si integra con il nuovo Dispositivo di aiuto alimentare, andando a rafforzare, grazie anche a nuovi partner, il quadro di interventi dedicati al contrasto della povertà alimentare e a garantire l’accesso al cibo sano a più persone possibile: una delle priorità anche in questa fase per l’attuazione della Food policy di Milano”.

L’iniziativa prevede l’acquisto e la distribuzione di un rifornimento straordinario di derrate alimentari a 42 enti del Terzo settore attivi a Milano nell’ambito degli aiuti alimentari; tale rifornimento andrà ad integrarsi con le normali fonti di approvvigionamento e permetterà un rapido incremento della disponibilità di risorse alimentari per le famiglie.

“Con questo progetto – sottolinea Giampaolo Silvestri, Segretario generale di Fondazione AVSI – attingendo alla sua esperienza di quasi cinquant’anni di interventi in situazioni di emergenza nel mondo, AVSI lavora per farsi vicina ai più vulnerabili, stremati da questa crisi dal punto di vista materiale e psicologico. In collaborazione con il Comune di Milano e altre realtà locali si è creata una rete che vuole rispondere ai bisogni più urgenti, ma in una prospettiva di ripartenza”.

Grazie alla partecipazione di Croce rossa italiana – Comitato di Milano, già partner del Comune nel primo Dispositivo di aiuto alimentare insieme a tante altre organizzazioni private e del Terzo settore, è stato possibile acquistare con questo finanziamento ulteriori 68 tonnellate di cibo, che verranno distribuite agli enti entro la fine di gennaio 2021.

“Gli effetti di questa pandemia dureranno anni, – commenta Luigi Maraghini Garrone, Presidente della Croce rossa di Milano – ma i prossimi mesi saranno forse i più difficili dal punto di vista sociale ed economico. Di fronte a questo scenario, Milano dimostra ancora una volta la sua capacità di reagire facendo squadra. Solo grazie alla stretta cooperazione tra istituzioni, organizzazioni del Terzo settore e privati sarà possibile infatti trovare soluzioni capaci di guardare al futuro senza lasciare indietro nessuno”.

Il reflusso gastroesofageo

La malattia da reflusso gastroesofageo, è una malattia di interesse gastroenterologico.

Si parla di reflusso quando esso causa sintomi (pirosi, rigurgito) o quando, con la gastroscopia, si evidenziano lesioni infiammatorie a carico dell’esofago (esofagite), o ulcere, o trasformazione metaplastica della mucosa (esofago di Barrett).

La diagnosi di reflusso gastroesofageo patologico si effettua con la ph-impedenziometria o ph-metria esofagea delle 24 ore che consente di differenziare i reflussi fisiologici da quelli patologici. In alcuni casi, anche reflussi “fisiologici” possono provocare sintomi (“esofago irritabile o ipersensibile”).

Per una diagnosi più coerente e certificabile soprattutto in casi di reflusso atipico, alcuni centri mettono a disposizione la Ph-metria con impedenziometria multicanale intraluminale, che permette di valutare se il refluito giunge fino in gola, in che entità ed in quale forma (liquido, gassoso o biliare).

Nel caso in cui si rilevino solo reflussi gastro-esofagei (solitamente si verificano entro i 120 minuti dal pasto), la manometria gastro-esofagea può definire la tonia del cardias.

Altri modi di indagine comprendono i test provocativi, il test di Bernstein, esami di radiologia, scintigrafia, istologia, endoscopia e manometria.

È utile inoltre ricercare la presenza dell’Helicobacter pylori a livello gastrico, per stabilire la condotta terapeutica più adeguata.

La terapia è solitamente basata su alcune norme igienico-dietetiche di base, e sull’assunzione (per periodi più o meno prolungati) di farmaci appartenenti alle classi degli inibitori di pompa protonica/IPP (che inibiscono notevolmente la produzione acida nello stomaco) e degli anti-H2 (in gran parte però soppiantati dai più moderni e potenti IPP); non è comprovata l’efficacia dei procinetici. Gli antiacidi e gli alginati sono usati al bisogno a fini di sollievo sintomatico.

Per quanto riguarda la terapia del reflusso in genere, si prescrive una modificazione della dieta e dello stile di vita (cessazione del fumo).

Lettera aperta ai partiti di maggioranza e opposizione. (È sottinteso che il Governo è di Conte)

Pubblichiamo il testo integrale della lettera che stamane Beppe Grillo, il garante M5s,ha inviato, tramite Facebook, a tutti i partiti 

Fra le conseguenze che il dramma della pandemia ci consegna c’è la sofferenza di milioni di persone che si sono ridotte in povertà assoluta o quasi, la solitudine di quanti si trovano a dovere affrontare una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale, il dramma di una economia che nonostante tutto stenta a far funzionare il Paese. E poi ci sono gli 80.000 deceduti che pesano sulla coscienza di molti perché hanno fatto una fine orribile tra sofferenze indicibili ed abbandono.

Tutto ciò deve indurci a riflettere sull’opportunità di continuare sulla strada di polemiche sterili e strumentali che in questo momento servono solo a dividere le energie di tutti coloro che devono occuparsi di rappresentare il Paese intero.

Da più parti si sostiene che il Next Generation EU è una opportunità unica che consentirà all’Italia di ripartire quando la pandemia sarà alle spalle o comunque molto ridimensionata. Non è pensabile che il Paese possa essere ricostruito senza il contributo di tutti e soprattutto dopo avere ascoltato le proposte di tutto il Parlamento, delle Regioni, dei Comuni, dei Sindacati, degli Imprenditori e di coloro che fanno parte di quel mondo che ogni mattina si alza dal letto per portare il proprio contributo al funzionamento del sistema Paese.

Non può esistere in questo momento una distinzione tra maggioranza ed opposizione perché tutti i rappresentanti del popolo devono contribuire uniti a sostenere, in uno dei momenti più bui della sua storia, il Paese.

Nessuno cerchi scusi o pretesti per sottrarsi a questa grande responsabilità o ancor peggio faccia in questo momento biechi calcoli elettorali sul proprio futuro. Bisogna parlare un linguaggio concreto e di speranza agli Italiani perché sono i parlamentari a rappresentarli nei momenti propizi ma anche in quelli più difficili, come quello attuale.

L’Europa ha dimostrato di credere nelle potenzialità dell’Italia ed ha stanziato un fondo cospicuo per sostenere la nostra ripresa. Dimostriamo di essere degni del passato ed all’altezza del presente. Lavoriamo uniti per costruire il nuovo futuro.

Stiliamo insieme un patto tra tutti i partiti e lavoriamo per la ricerca di un obiettivo condiviso che altro non può essere che la ricerca del bene comune per il Paese e colmiamo quel vuoto e la disaffezione che la politica ha lasciato in questi anni nell’animo degli italiani. Allarghiamo questo patto al mondo dell’informazione affinché riesca a ritrovare se stessa in un ruolo non di partigianeria interessata ma esclusivamente di descrizione delle notizie e di indispensabile ruolo comunicativo.

E su questo patto convergano e lo sottoscrivano idealmente tutti i Cittadini Italiani nella certezza che le Istituzioni lavoreranno per loro e con loro ma che del loro singolo contributo avranno bisogno per far funzionare ogni più elementare meccanismo di quella macchina complessa che dovrà chiamarsi “ripresa”.

Lavoriamo uniti e dimostriamo che la politica può essere anche di qualità e che può aggregarsi su progetti condivisi, nel segno reale del prendersi cura delle sofferenze e delle difficoltà degli altri. Diventiamo un po’ più egoisti nel senso buon del termine, cercando le soluzioni migliori per soddisfare le esigenze delle categorie più fragili e migliorando lo stile di vita di tutti nel segno dell’innovazione e del miglioramento delle conoscenze.

Ricordiamo che nei giovani e nella loro capacità di imparare è fondato il futuro di ogni popolo e per questo motivo cerchiamo ogni modalità per consentire loro di formarsi in sicurezza e sotto il controllo e la tutela delle istituzioni.

Cambiamo la nostra prospettiva di ricerca di quello che può essere utile al singolo individuo e raccogliamo l’esortazione che ci indirizza il Presidente Mattarella di diventare costruttori mettendo al primo posto il bene comune dell’Italia.

La spirale della crisi non si sblocca

La nota che riportiamo di Barbara Tedaldi (AGI) appare equilibrata e persuasiva. Ieri abbiamo scritto che la crisi di governo è inevitabile, anzi è già in pieno svolgimento.

Intanto il Pd comincia timidamente ad uscire dal labirinto di varianti, persino aperte al soccorso di veri o presunti “responsabili”, che perlopiù ne ha mortificato la credibilità. Nell’opinione pubblica continua a far presa la posizione del Presidente del Consiglio, risultando in questa fase “parte lesa” nello scontro con Renzi.

Immaginare tuttavia che sia Conte a prevalere, sia scansando la crisi che attraversandola indenne, sembra davvero improbabile. Il suo logoramento è sotto gli occhi di tutti, anche a dispetto dei sondaggi. In conclusione,  la spirale della crisi non si blocca.

https://www.agi.it/politica/news/2021-01-12/governo-conte-crisi-mattarella-10998245/

Ricordo di una conversazione con Giulio Andreotti

Presidente, innanzitutto desidero ringraziarla per avermi concesso, attraverso questa intervista, la possibilità di raccogliere una testimonianza così autorevole e  prestigiosa.

Grazie a lei, ho aderito volentieri alla sua richiesta. Il mio unico merito è che sopravvivo da tempo. 

Presidente Andreotti, partiamo da dove ci troviamo: com’è cambiata Roma in questi ultimi cinquant’anni? Parliamo della Roma del dopoguerra e della ricostruzione, del boom economico e dei cantieri politici ma anche la Roma delle borgate, così bene descritta nel cinema degli anni 50/60? La sua storia, la sua identità la mantengono ancora originale e unica al mondo?

Le caratteristiche del romano che io dico sempre esser meglio definite come ‘romanesche’ più che romane, sono andate indubbiamente a mano a mano attenuandosi perché la crescita della città è stata enorme. Roma dello Stato Pontificio era un’urbe di trecentomila anime, mentre già trent’anni dopo, all’inizio del 900 era raddoppiata la popolazione, poi c’è stato un continuo incremento di abitanti. Oggi siamo forse sopra i tre milioni ma siamo anche probabilmente di parecchio sopra, censimenti recenti non ce ne sono stati. Comunque io credo che qualche cosa deve rimanere di Roma nel senso che la città ha questa doppia caratteristica che la mantiene unica: di essere la capitale dello Stato ma anche il centro mondiale della Chiesa Cattolica. Queste due realtà in parte si influenzano e, momenti più momenti meno, danno questa caratteristica tutta particolare alla città rispetto alle altre.

E’stato recentemente costituito il Comitato pro-Pio XII, di cui Lei è il primo aderente (e di cui anche io – ultimo della lista- faccio parte), con lo scopo di rivalutare la figura di questo Pontefice oltre le distorsioni di una memoria storica non sempre obbiettiva. Quali sono le finalità di questa iniziativa? 

Io credo che sia necessario correggere alcuni errori nella ricostruzione della personalità di Pio XII e integrarli con una visione precisa del momento storico nel quale lui ha vissuto. Se facciamo questo, se rivediamo con questi criteri l’epoca e il personaggio allora vediamo non solo la fermezza con cui per esempio si era opposto alla diffusione del partito comunista e all’idea comunista in generale ma osserviamo come il fondamento di tutta la sua azione era un fondamento pastorale. Non era lui che invadeva il campo politico era la politica che aveva invaso il campo spirituale e psicologico. Certamente Papa Pacelli è stato un grande Pontefice. Penso al risentimento che hanno avuto i comunisti quando si erano visti scomunicare  da lui: ma lui aveva fatto quello che il capo supremo della Chiesa deve fare, nessuno credo può lasciare che si confondano i campi per motivi politici che non c’entrano niente con i motivi religiosi.

Essendo io genovese ricordo un discorso che il Cardinale Giuseppe Siri, ricevendoci in udienza presso l’Arcivescovado fece a noi giovani impegnati in politica. Disse una cosa che mi stupì molto – nel mio fervore di quegli anni giovanili-  ma che poi ho ripensato con maggiore riflessione, trovandola vera: disse in sostanza che la Chiesa cattolica non potrà mai essere una istituzione del tutto analoga alle democrazie, perché si regge sul dogma e sulla verità rivelata, di cui le gerarchie ecclesiastiche sono garanti.

Penso che questo sia giusto e corrisponda al vero e d’altra parte lei cita il Cardinal Siri che io ho conosciuto perché seguivo le lezioni che teneva a Camaldoli, nel Casentino, in quel periodo di formazione culturale e spirituale che diede poi luogo alla elaborazione del cosiddetto ’Codice di Camaldoli’, una riflessione sul magistero sociale della Chiesa. Le sue lezioni erano di una chiarezza straordinaria. Lui aveva una grandissima capacità comunicativa dicendo nel modo assolutamente più accessibile a tutti le cose anche più complesse, sia di teologia che di altro. Io ne ho un ricordo anche molto affettuoso perché aveva spesso la bontà di dedicarci individualmente del tempo, ci riceveva anche presso le suore di Ravasco dove lui alloggiava qui a Roma e non dava mai l’idea di essere pressato da altre cose più importanti cosa che invece era, perché generalmente la visita che gli facevano noi  – lui era gentilissimo nel concederla – non poteva certamente arricchire niente in lui mentre per noi rappresentava un punto fermo di preparazione culturale spirituale.

Lei fu molto vicino ad Alcide De Gasperi: come ricorda questo grande statista, le sue scelte politiche sulle alleanze, la sua vocazione al dialogo, il duro confronto con la sinistra di Togliatti, la sua intuizione europeista?

Di De Gasperi quello che creava entusiasmo era la sua integrità. Cioè a dire: era ‘tutto uno’, come politico, come cattolico, come uomo di cultura, non era fatto a compartimenti come siamo fatti spesso molti di noi. Esprimeva il grandissimo fascino di saper testimoniare la sua assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere. Noi dobbiamo moltissimo a De Gasperi e al modo con cui ha interpretato quella che era stata una prima bozza di Democrazia Cristiana di Don Romolo Murri e gli altri. Tutte le sue scelte successive furono ispirate a quella sua costitutiva coerenza.

Recentemente Paolo Mieli ha affermato che della riforma elettorale del 1953 (ricordata come ‘legge truffa’) fallì il progetto plebiscitario ma che – ripensandola a distanza di anni – essa avrebbe probabilmente aperto all’Italia prospettive analoghe a quelle realizzate in altri Paesi e che il sistema maggioritario va ora cercando:  il superamento della democrazia bloccata e il sistema dell’alternanza. La storia non si fa con i ma e con i se però qualcosa sarebbe cambiato…. Adesso siamo passati da un bipartitismo imperfetto ad un bipolarismo altrettanto imperfetto? 

Certo, io credo che un sistema perfetto non si troverà mai perché nelle cose di questo mondo risentiamo tutti di un certo pressapochismo o comunque di una certa parzialità di soluzioni. Però la cosa importante è che si mantenga vivo il diritto-dovere al dialogo, nella società, perché questo poi può rappresentare il modo con cui ci si organizza, accentuando in alcuni momenti di più e in altri momenti di meno l’aggregazione Insomma il superamento dell’individualismo a compartimenti stagni, questo è l’obiettivo. Trovo che questo sia l’insieme di tutto ciò che coloro che hanno avuto l’idea della prima Democrazia Cristiana avevano concepito molto bene.

Presidente Lei fu testimone e protagonista dei grandi processi di modernizzazione del Paese  sulla scia della Costituzione Repubblicana:  le riforme sociali, l’allargamento della base democratica, le nazionalizzazioni, il ‘decentramento assistito’ di uno Stato fondamentalmente centralista. Come valuta i temi del dibattito attuale: ‘seconda repubblica’, riforma della Costituzione e istituzionale, federalismo, sistema elettorale….

Probabilmente le parole prevalgono sul loro significato: io credo che quello che alla fine conta nell’indirizzare e nel cercare di correggere gli errori nella vita pubblica è di trovare sempre delle soluzioni che avvicinino le persone, gli ambienti, le idee. Abbandonare la vecchia idea dell’homo homini lupus, quella dell’essere ognuno in contrasto per forza con gli altri e assumere l’idea che tanto più uno è meritevole quanto più cerca di avvicinare le posizioni. Del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa non è per l’essere ‘contro’ gli altri ma per realizzare consensi anche presso i non battezzati verso le idee di fondo della sociologia cristiana.

Negli anni cosiddetti della ‘solidarietà nazionale –  in cui Lei guidò il Paese – si  Propugnava il dialogo e la concertazione tra maggioranza e opposizione, si invocava il senso di responsabilità collettiva….

Certo, dobbiamo tener conto che vi era allora un condizionamento che è durato fino a che è durata la potenza del comunismo a Mosca. Quando si è poi dissolto quel vincolo si sono aperti allora orizzonti nei quali si può camminare e si cammina a ritmi differenti. Non c’è più un punto centrale a cui ci si deve ispirare per forza o dal quale ci si deve premunire per non subirne l’influenza. Io credo che a Mosca si è voltata pagina e gli effetti si ripercuotono su tutto.

L’elezione del Presidente Obama può configurare scenari mondiali nuovi e aperti alla speranza della pace?  Sullo sfondo restano però le ombre inquietanti del conflitto arabo-palestinese e dei fondamentalismi. E’ una deriva veramente irrisolvibile?

Certamente io credo che su questa terra la pace universale – politicamente parlando – forse non ci sarà mai, nel senso che i contrasti e le contrapposizioni, anche di interessi di varia natura, influiranno certamente. Però mi sembra che la linea di fondo a cui si ispira Obama sia una linea che può avvicinare le parti e quindi ridurre i contrasti, se ben interpretata. Sempre ripeto, tenendo conto che noi ci occupiamo di questa terra e non dell’altra.

Intervistando qualche giorno fa Vittorio Messori, mi ha detto che pensiamo troppo alle cose terrene e non abbiamo una prospettiva escatologica, quella dell’eternità. E’ così?

Sì, l’osservazione è giusta però non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè di pensare solo all’eternità dimenticando che ci dobbiamo occupare anche delle nostre cose quotidiane o di questa terra, a periodi più brevi. D’altra parte la vita sociale è un punto d’incontro tra persone, tra ambienti e tra interessi differenti e quindi se uno pretende di voler ridurre tutto al proprio modo di vedere….beh insomma si crea – la si chiami o la si colori come si vuole – una dittatura. Mentre invece la vita deve essere democratica, cioè di rappresentatività. Devono prevalere sempre il dialogo e il confronto. Se ognuno presume che quello che pensa lui sia da estendere come dominio su tutti gli altri, realizza il difetto anche filosofico delle dittature.

Presidente Lei ha incontrato i più grandi statisti del 900, si può dire che ha dato la mano ai grandi del secolo scorso. Gliene cito due, per parità di genere una donna e un uomo, Margaret Thatcher e Michail Gorbaciov: come li ricorda, visti da vicino? 

La Signora Thatcher è una donna molto ferma, non esprime quella che uno pensa sia la dote femminile per eccellenza, la gentilezza. Non che sia scortese, tutt’altro, solo che usa più i sostantivi che gli aggettivi nel dialogo, è molto precisa, ecco. Bisogna essere attenti a come ci si esprime parlando con lei, altrettanto precisi. Gorbaciov per noi ha rappresentato una svolta perché ha superato non dico l’incomunicabilità ma le difficoltà di prima. Io in precedenza avevo avuto molti colloqui con i russi, specie con Gromiko, estremamente aperti. Ricordo ad esempio che una volta lui mi disse : “Voi siete degli aristocratici, non avete il contatto con il popolo, come noi”. E prosegui: “Se ad esempio le domando quanto costa il biglietto del tram lei non lo sa…”….”Sì, veramente non lo so” – gli risposi, però poi ci ripensai e dopo qualche secondo gli dissi: “Senta Presidente Gromiko ma quanto costa il biglietto del passaggio in metropolitana?” e non lo sapeva nemmeno lui. Gorbaciov è stato senza dubbio un personaggio epocale, di svolta anche nei rapporti con la Chiesa e il Vaticano….

Trovo però che non sia molto amato attualmente dalla sua patria

Beh, tutti coloro che ancora lì coltivano l’idea  – non dico solo del partito unico – ma del primato loro  su tutto il resto, non possono vedere con favore questa apertura che c’è stata nella politica che ha messo in campo Gorbaciov.

Presidente, dopo la fine della DC e  il superamento delle contrapposizioni ideologiche, quali sono le prospettive dei cattolici impegnati in politica? Viviamo in una fase di transizione o siamo orfani delle ideologie?

Io credo che sempre di più non dobbiamo farne un motivo organizzativo di questa coerenza con il modo di sentire la politica, come cattolici, ma di cercare di estendere al massimo possibile il senso di interesse per gli altri. Nella società, accanto alla giustizia ci deve essere anche la carità.

Il Cardinale Tonini mi ricordava recentemente che la carità integra e completa anche le altre due virtù….come ha spiegato San Paolo.

Sì, parliamo della carità non in senso elemosiniero ma proprio come capacità di rendersi conto che per avere una convivenza fertile e produttiva ognuno deve cercare di capire molto bene gli altri e rinunciare a quello che pensa che sia invece esclusivo. Ogni giorno si costruisce o comunque non si intacca la convivenza accettabile e auspicabile. Tenendo conto che apparteniamo a questo mondo:  nell’altro ci sarà poi perfezione, in questo no. Non a caso noi parliamo di ‘un mondo migliore’: vuol dire credere che va al di là dell’anagrafe.

Un’ultima domanda, politica ma anche personale. Quali sentimenti e quali emozioni prova ogni volta che passa davanti a Piazza del Gesù che fu, per oltre quarant’anni, il fulcro della politica italiana?

Io collego sempre ‘Piazza del Gesù 46’ con il resto di questa piazza dove ad esempio c’è la Chiesa del Gesù – che è forse la Chiesa meglio officiata di tutta Roma – e ci sono anche dei ricordi personali. Ci abitava un comunista meraviglioso, un amico: Giampaolo Bufalini.  E’ veramente una piazza che mi ricorda Roma vera, Roma centrale, compreso il Palazzo Altieri dove io stesso avevo studiato, ai tempi del ginnasio.

Presidente Lei ha incontrato molte persone nella Sua vita, ha ascoltato parole da tutti, è stato chiamato Lei stesso a fare importanti discorsi. Qual è l’importanza del  silenzio, della lettura, delle riflessioni nelle Sue scelte personali?

Vede, mi sono sempre più convinto- e ultimamente in modo totale – che non è tanto importante il dire quanto l’ascoltare. Tu formi la tua vita e i concetti a cui la devi ispirare ascoltando e meditando sugli altri. Qualche volta invece se hai la tentazione di essere sempre sul pulpito, beh….puoi avere delle soddisfazioni immediate ma non costruisci niente.

 Presidente mi tolga una curiosità sul famoso aneddoto: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Lo disse Talleyrand o un Suo elettore ciociaro?

E’una delle cose che ho imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti. Ho imparato tanto da loro, c’era da ricostruire tutto ma per prima cosa volevano ricostruire l’Abbazia come parte della loro storia., come fatto primario. C’era veramente un senso di comprensione tra le persone, che altrove non ho trovato: ecco, il contrario esatto dell’homo homini lupus. Aspirare a ricostruire, dopo tanta distruzione, sapeva mettere uno a fianco all’altro.

 

Potere, solo potere. Altrochè i contenuti…

Ma saranno mica gli organigrammi, le poltrone, il potere e le sfrenate ambizioni personali dei  singoli la soluzione definitiva a questa misteriosa crisi di governo? Il sospetto comincia a  serpeggiare pericolosamente. E questo non solo perchè il piccolo partitino personale di Renzi, la  cosiddetta Italia Viva, abbia come unico ed esclusivo obiettivo la ricerca e il consolidamento di  potere. Cioè di posti. Del resto, un partitino personale che è nato con una spregiudicata  operazione trasformistica e dettata unicamente dall’opportunismo e dalle continue giravolte del  suo capo, è del tutto naturale che sia e rappresenti una continua instabilità all’interno della  coalizione di cui fa momentaneamente parte. Sotto questo versante, è sufficiente scorrere l’ormai  lunga biografia del fondatore e capo di Italia Viva per rendersi conto che affidabilità politica e  coerenza politica e programmatica non appartengono al bagaglio di questo gruppo parlamentare. 

Ma, al di là di questa considerazione ormai sotto gli occhi di tutti, quello che sconcerta ormai  sempre di più larghi settori della pubblica opinione italiana, è la drammatica distanza della politica  e di questa interminabile guerra di potere dalle domande, dalle istanze e soprattutto dalle  preoccupazioni che attraversano i cittadini del nostro paese in questa precisa fase storica. Al  riguardo, cominciano a fioccare le richieste di ministeri, di sottosegretariati, di incarichi di  sottogoverno e i mille appetiti di singoli sempre più bramosi di potere.  

Ora, una sola domanda, visto che siamo uomini di mondo. Ma ci vuol molto a capire che di fronte  ad una dissociazione sempre più radicale tra il reale e il virtuale, tra il palazzo e i cittadini, tra la  politica e il paese, tra le istituzioni e la società civile nelle sue multiformi espressioni – soprattutto  in una fase drammatica come quella che stiamo vivendo – il rischio è quello, da un lato di  alimentare il disinteresse e l’apatia nei confronti del “pubblico” e, dall’altro, di creare le condizioni  per l’arrivo, prima o poi, di un “uomo forte” o di un “potere che decide”?. Ci vuol molto a capire  che una lunga ed estenuante discussione sul potere e sugli incarichi da distribuire ai singoli  affamati di prebende, in un contesto ancora dominato dalla pandemia, non produce altro che  disinteresse e distacco verso tutto ciò che è riconducibile alla politica e alle istituzioni? In ultima  analisi, a rischio è la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità del nostro sistema  democratico. Ci vuole veramente molto per capirlo? 

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Pubblichiamo un capitolo del libro di Tino Bino, Lo spaesamento. I giorni del Coronavirus. Appunti per non dimenticare, La Quadra Editrice, €10. L’autore, amico di una vita di Mino Martinazzoli, è saggista e giornalista: un qualificato riferimento del cattolicesimo democratico bresciano.

Brescia, Bergamo 2023. Due premesse per vincere la scommessa.

Una buona idea. Nata dal cuore di due città sconfitte. Brescia e Bergamo saranno insieme capitali della cultura 2023. La decisione ha il senso di un riscatto. l’occasione di una rivincita e la volontà di una scommessa: ragionare all’unisono, far prevalere una unica visione dcl territorio, in due città che anche storicamente sono state concorrenziali. Adesso questo incontro che, per le complementari vocazioni, mette insieme il meglio della Lombardia in una originale partita di futuro post covid. Per questo servono premesse condivise.

Ne cito due: una di metodo, l’altra di conseguente contenuto.

La prima riguarda il linguaggio. Il virus ha cambiato anche il senso delle parole. Da molto tempo, ma soprattutto dopo il covid, la cultura non è più l’esclusiva allusione ai valori della storia. Alla monumentalità. Alla bellezza allo spettacolo. Il virus ha dato ideo alla cultura che guarda l’orizzonte estetico dentro la forma della città e dei suoi modelli di vita di visione del mondo e dello state insieme.

Seconda è una prima presa d’atto essenziale di come stanno le cose. Vuol dire riconoscere dia il prodotto economico, la ricchezza finanziaria, i primati industriali, la possente energia che ha sviluppato queste città dal dopoguerra ad oggi sono forti caratteri che avrebbero dovuto temprare in misura inossidabile il territorio e chi lo abita e che al contrario, la prova del corona-virus è stata esemplare, quei canneti li hanno resi, (città e individui), indifesi, soli di fronte al cielo, del tutto vulnerabili fino allo smarrimento, al naufragio.

E dunque serve una ambizione che disegni per le due città caratteri meno vulnerabili, capitali costruite su nuove fondamenta. Idee e prototipi di grande qualità. Dalle scuole, alla cura degli anziani e del territorio, alla nuova idea di sanità diffusa, Brescia e Bergamo devono presentare al mondo per il 2023 progetti e ove possibile, prototipi emblematici di un tempo nuovo. Dentro questa visione di ambiente e territorio va inserita la valorizzazione di ogni pietra monumentale, storica, artistica, dalle chiese ai paesaggi, e ogni reperto di identità ed ogni capacità di organizzazione dello spettacolo e della cultura che si fa. Per esempio, pure banale, ma significativo: più musica, più teatro, più poesia nelle scuole, negli ospedali, nelle residenze per anziani.

Con l’intento di acquisire nell’immaginario della coscienza collettiva la convinzione che musica e poesia sono, almeno quanto la medicina, strumenti di sopravvivenza nei giorni tristi e nelle stagioni confuse della vita. Si è capitali nella sfida ai tempi nuovi che avanzano dopo il flagello del virus.

Commercio al dettaglio: Istat, a novembre 2020 vendite in calo del 6,9% .

A novembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, un calo rispetto a ottobre del 6,9% in valore e del 7,4% in volume. In crescita le vendite dei beni alimentari (+1,0% in valore e in volume) mentre le vendite dei beni non alimentari diminuiscono sia in valore sia in volume (rispettivamente del 13,2% e del 13,5%).

Nel trimestre settembre-novembre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale dello 0,5% in valore e dell’1,5% in volume. Crescono le vendite dei beni alimentari (+2,0% in valore e in volume) mentre quelle dei beni non alimentari calano in valore (-0,6%) e aumentano in volume (+1,1%).

Su base tendenziale, a novembre, le vendite al dettaglio diminuiscono dell’8,1% in valore e dell’8,4% in volume. A determinare il segno negativo sono le vendite dei beni non alimentari, in deciso calo (-15,1% in valore e in volume), mentre le vendite dei beni alimentari sono in aumento (+2,2% in valore e +0,7% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+28,7%) e Utensileria per la casa e ferramenta (+2,0%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-45,8%) e Abbigliamento e pellicceria (-37,7%).

Rispetto a novembre 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-8,3%) sia per le imprese operanti su piccole superfici (-12,5%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 14,3% mentre il commercio elettronico è in forte aumento (+50,2%).

Bonus Mobilità: rimborsi riaperti dal 14 gennaio al 15 febbraio

Si riaprirà dal 14 gennaio fino al 15 febbraio una “finestra” per richiedere il rimborso degli acquisti previsti dal Programma Sperimentale Buono mobilità ed effettuati tra il 4 maggio 2020 e il 2 novembre 2020. Sono stati infatti contabilizzati i fondi necessari per poter soddisfare tutte le richieste in tal senso. Tutti coloro che non abbiano finora ottenuto il rimborso, anche chi non si sia pre-registrato, possono ora richiederlo. Bisognerà però essere in possesso della fattura o dello scontrino attestante la tipologia di bene o servizio acquistato e identificarsi tramite SPID sul portale “www.buonomobilita.it”.

A tutti coloro che invece si siano pre-registrati nelle scorse settimane, circa 119 mila, arriverà nei prossimi giorni una e-mail all’indirizzo indicato, per invitarli a caricare i dati e la documentazione attestante l’acquisto effettuato. Fino al 15 febbraio 2021 sarà, inoltre, possibile accedere alla propria area riservata per apportare eventuali modifiche ai dati e alla documentazione inseriti. I rimborsi saranno erogati successivamente al 15 febbraio 2021.

Covid: è caccia all’animale zero.

In principio fu il pipistrello, il primo animale nel mirino degli scienziati impegnati nella caccia all’ospite del virus progenitore del Sars-CoV-2 umano.

Dopo i pipistrelli è toccato ai pangolini salire sul banco degli imputati. Entrambi i primi due indiziati trasportavano coronavirus con genomi dal 90 al 96% simili al Sars-CoV-2 umano.

Poi è scoppiato il caso visoni. E adesso c’è chi si chiede: se fossero loro l”animale zero’? Il sospetto viene lanciato su ‘Science’ da due scienziati cinesi: Peng Zhou, dell’Istituto di virologia di Wuhan (Accademia cinese delle scienze), e Zheng-Li Shi dell’università di Fudan, Shanghai.

Un altro dibattito, non meno interessante, riguarda la fonte di Sars-CoV-2 che ha causato l’epidemia di Covid-19 alla fine del 2019. “I dati attuali mettono in dubbio l’origine animale di Sars-CoV-2 nel mercato dei frutti di mare dove sono stati identificati i primi casi a Wuhan, Cina” – dicono i due scienziati, mentre proprio in questi giorni è in corso una  missione Oms nel Paese per indagare sulle origini del virus partendo proprio da Wuhan.

 

La crisi di governo rivela la debolezza del PD

È molto improbabile che la crisi possa rientrare. Il Capo dello Stato, incompreso, ha raccomandato prudenza. La pandemia non accenna a piegarsi, dando perciò forza al partito della responsabilità. Gli analisti finanziari prevedono addirittura un rimbalzo eccezionale dell’economia nel 2021, eppure la solidità del quadro politico è messa in discussione. Anche Papa Francesco ha fatto appello all’unità, ma le sue parole testimoniano la distanza tra il cielo e la terra della politica italiana, ovviamente con la terra a farla da padrona.

Renzi senza essere La Malfa ha posto il suo partito, come più volte avveniva con il PRI al tempo della Prima Repubblica, al centro della scena pubblica. Ha detto cose sagge, di buon senso, difficilmente contestabili per la loro implicita ed esplicita consistenza. La sua offensiva non è stata priva di razionalità, anzi ha prodotto un sussulto di quella razionalità spesso carente tra i diversi interlocutori politici. L’agenda si è riempita di contenuti renziani, comprovando la debolezza di Conte, la fragilità dei Cinque Stelle e il torpore del Pd. Soprattutto il Pd si è ritrovato in balia degli eventi, depotenziato nelle sue ragioni o ambizioni, senza un criterio direttivo che fosse o che sia adeguato alla gestione di questo difficile passaggio politico.

Al Nazareno studiano da Cavour, ma operano alla Cencelli, ovvero con il manuale sulla distribuzione del potere. Mentre al pubblico si offre l’immagine di un partito in ansia per le sorti del Paese, tra i maggiorenti circola il virus dell’organigramma. Il problema è se Zingaretti può andare al governo senza abbandonare la carica di segretario. Tutto il resto appare condizionato – e come potrebbe essere altrimenti? – dalla soluzione che si dà al caso Zingaretti, ivi compreso il futuro della Regione Lazio e soprattutto del Comune di Roma.

Sta di fatto che il rimpasto non  è più sufficiente. In giornata Conte potrebbe rassegnare le dimissioni. O se non oggi, domani, sperando fino all’ultimo che venga in soccorso qualche mutamento favorevole. Tuttavia non si vede all’orizzonte come ciò sia possibile e perché, giunti a questo punto, dovrebbe ripiegare l’iniziativa renziana. In assenza di una strategia, a cagione della vacuità e confusione del Pd, tutto diventa molto difficile. Nel vuoto la crisi si dilata, così da presentarsi più ostica di quanto si potesse supporre a cavallo delle festività. Al Quirinale si annunciano giornate faticose.

 

Dopo Brexit, le conseguenze politiche

La questione politico-istituzionale di primaria importanza che il governo di Sua Maestà Britannica dovrà affrontare sarà quella scozzese. Come è noto, ai tempi del referendum il nord del Regno si pronunziò a larga maggioranza contrario all’uscita dall’Unione Europea. Ora tutti i sondaggi dicono che quella maggioranza si è ulteriormente ampliata e che lo Scottish National Party guidato dalla combattiva premier di Edimburgo, Nicolas Sturgeon, vincerà a mani basse le imminenti elezioni locali. Il programma è ben definito: la Scozia vuole rimanere nella UE e quindi promuoverà un nuovo referendum per separarsi da Londra. Una bomba ad orologeria che non sarà facile per Boris Johnson disinnescare e che porrà in serio pericolo il Regno di Elisabetta, di fatto l’unica persona che unisce la (quasi) totalità dei britannici.

Come si era già visto nel precedente referendum, la base di consenso alla secessione è molto ampia e ora Brexit non potrà che averla allargata (soprattutto in campo laburista, la volta precedente con l’ex inquilino di Downing Street Gordon Brown invece attivamente impegnato nella campagna per il Remain). Certo, senza il consenso del Governo centrale il referendum non si potrà tenere: ma sarà difficile impedirlo se la vittoria del partito indipendentista alle elezioni scozzesi dovesse risultare travolgente. Questo possibile conflitto interno al Regno Unito che tale potrebbe non essere più porrebbe – sia detto per inciso – seri problemi relazionali anche alla UE, stretta fra la necessità di mantenere – come vedremo – un rapporto di cooperazione in alcuni campi con Londra, oltre agli evidenti interessi commerciali, e la simpatia verso un possibile nuovo membro che però se è importante sul piano simbolico lo è meno su quello degli affari (e militare).

L’attenzione che inevitabilmente la Scozia richiamerà su di sé non deve però far dimenticare la questione irlandese. Ora, l’accordo con la UE garantisce in un qualche modo il non ripristino di un confine fisico fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda de Nord appartenente al Regno Unito. E tutti sanno quanto ciò sia decisivo ai fini del mantenimento della pace nell’isola verde. In verità Londra effettuerà alcuni controlli doganali nel Mare d’Irlanda e quindi una sia pur minima separazione di confine verrà introdotta, ma non essendo sul terreno si spera non dia rinnovato fiato a risentimenti sepolti, ma forse non del tutto.

Infine, il rapporto con gli Stati Uniti. La famosa “special relationship”. Brexit incorpora in sé la volontà di rafforzare le relazioni interne al Commonwealth, politiche e soprattutto commerciali. Australia, Canada come importanti partner di un mondo anglosassone ancora capace di affermare il rilievo economico di quella che Churchill definì “anglosfera”. E, quindi, naturalmente innanzitutto USA. Il punto però è che se Donald Trump era un forte sostenitore della strategia sottostante a Brexit e avrebbe dunque dovuto comportarsi di conseguenza (o, almeno, questi erano gli auspici britannici sin dai tempi di Theresa May) lo stesso non si può certamente dire di Joe Biden. Il quale vorrà senz’altro ristabilire un rapporto da alleato – ancorché competitivo – con la vecchia Europa e non intenderà certo sostituirla con una relazione univoca con gli inglesi, che saranno considerati sì “amici speciali” ma non “partner privilegiati”. Lo scenario dunque è cambiato, e non di poco. Non si sa quali contromosse Boris Johnson abbia in mente, né se le ha.

Sul fronte europeo si avverte come una sensazione di sollievo per l’accordo raggiunto e, più ancora, per la conclusione della vicenda. Al dunque l’Unione si è ritrovata unita dietro al suo negoziatore-capo e alla sua ferma determinazione a non cedere né sui principi né sugli interessi concreti. La potenza economica della UE ha indotto il governo britannico a trovare infine una intesa ragionevole. E ora, libera dai continui freni britannici e dai loro irritanti opting-out, l’Unione potrà più facilmente marciare verso una sua maggiore integrazione. La dimostrazione si è avuta sin da ora, con il varo di Next Generation UE, un intervento molto rilevante finanziato per la prima volta da debito comune che senz’altro avrebbe visto l’opposizione britannica con annesso ricorso al diritto di veto, e che quindi non avrebbe, assai probabilmente, potuto essere varato. 

Tutto vero. Non solo. Molti e importanti sono gli interessi comuni di UE e Gran Bretagna. E ciò proprio perché l’isola è sì fuori dall’Unione ma è – geograficamente e quindi anche geopoliticamente – posizionata in Europa. In primis l’indispensabile collaborazione ai fini della sicurezza anti-terroristica, un terreno dal quale sarebbe irresponsabile togliere lo sguardo comune. Quindi la cooperazione delle diverse intelligence nazionali rimane essenziale. Altri ambiti di impegno comune, per non citare che i principali, sono senz’altro quelli della tutela ambientale e della conseguente lotta al cambiamento climatico (ove gli obiettivi europei restano i più ambiziosi a livello planetario) e quelli scientifici di Ricerca & Sviluppo. 

C’è poi il piano militare, che andrà affrontato in sede NATO. Resta il fatto, e non va sottaciuto, che privata della forza britannica l’Unione è oggettivamente debole, al di là della sua divisione in ventisette Forze Armate diverse e non coordinate. Un tema che Bruxelles a questo punto dovrà affrontare sul serio, foss’anche solo per decidere che non c’è la volontà politica di gestirlo unitariamente (e rimanendo così, di fatto, vincolati alle scelte e alle richieste di un alleato americano che non ritiene più il nostro continente così vitale per i suoi interessi come lo fu nello scorso secolo). 

E questa riflessione già inizia a mostrarci l’altro lato della medaglia. Ve ne sono sempre due, non bisogna mai dimenticarlo.

E l’altro lato è soprattutto il messaggio che Brexit invia, ovvero che si può entrare e/o uscire dalla UE a proprio piacimento: basta un semplice referendum, strumento facilmente manipolabile se organizzato nel periodo giusto, in un clima di generale insoddisfazione per un qualche motivo e supportato da una campagna fitta di fake news.  Brexit è un precedente che potrebbe anche avere un seguito, se solo si pensa ai problemi già sorti con Polonia e Ungheria sul fronte dei principi liberali o, su quello economico-finanziario, con Olanda e Danimarca. O, ancora, con paesi in difficoltà, come la Grecia. O nella gestione di problemi complessi quali le migrazioni, come l’Italia.

Al di là di come le cose andranno a Londra, e non è affatto detto che andranno bene, sarà decisiva la capacità dell’Unione di far apprezzare ai propri cittadini i vantaggi dello stare insieme. La gestione del piano Next Generation UE è un’opportunità da non sprecare. Se non fallirà nei suoi obiettivi sarà un punto segnato a favore. Ma se per un qualsiasi motivo le cose non dovessero andare come devono la crisi generata dalla pandemia potrebbe innescare altre exit e quindi la fine dell’idea unitaria. Forse non è ancora ben chiaro, ma Brexit pone l’Unione di fronte a scelte decisive. Se davvero l’annunciata Conferenza sul futuro dell’Europa ci sarà dovrà prenderne atto e svilupparsi di conseguenza. 

Il mercato del lavoro americano punisce le donne

Un anno fa, è successa una cosa rara alle donne americane. Per tre mesi, hanno ricoperto più posti di lavoro degli uomini. Qualcosa che era accaduto solo tra il 2009 e l’inizio del 2010.

La pandemia però ha cambiato rapidamente questa storia. E ora secondo i nuovi dati  di dicembre i datori di lavoro che hanno tagliato ben 140.000 posti di lavoro a dicembre hanno preferito licenziare le donne.
Questo crea nella società americana uno scioccante divario di genere: le donne licenziate sono state 156.000 mentre gli uomini hanno guadagnati 16.000 lavori.
Nel frattempo, un’indagine separata sulle famiglie, che include i lavoratori autonomi, ha mostrato una disparità di genere ancora più ampia .

Neri e latini sono il gruppo maggiormente colpito, mentre le donne bianche hanno ottenuto guadagni significativi.

Tra le donne, le latine hanno attualmente il tasso di disoccupazione più alto al 9,1% , seguite dalle donne nere all’8,4% . Le donne bianche hanno il tasso di disoccupazione più basso al 5,7% .

Ovviamente anche molti uomini hanno perso il lavoro, ma se presi insieme come gruppo, sono usciti in vantaggio, mentre le donne sono rimaste indietro.

Gli economisti spesso mettono in guardia dal leggere i dati di un solo mese, ma la perdita di posti di lavoro di dicembre ha coronato un anno già terribile per le donne che lavorano, in particolare le donne di colore che, nell’economia americana,  lavorano in modo sproporzionato in alcuni dei settori più colpiti dalla pandemia, spesso in ruoli che non hanno congedo per malattia o la possibilità di attivare il telelavoro.

Questo divario, secondo gli esperti,  è in gran parte dovuto alla forte perdita di posti di lavoro in tre settori: istruzione – che rimane un settore dominato dalle donne – ospitalità e vendita al dettaglio.

Scuola: Uecoop, “una famiglia su 4 senza banda larga, per loro didattica a distanza più difficile”

Didattica a distanza sempre più difficile in una famiglia su 4 (25,3%) che in Italia non dispone di un accesso Internet a banda larga in grado di supportare senza problemi massicci flussi di dati e i collegamenti audio video necessari alle lezioni telematiche.

E’ quanto emerge da una analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento alla mancata riapertura delle scuole con le lezioni in presenza e gli alunni in classe a causa delle misure anti contagio per combattere la pandemia da Covid. La carente diffusione della banda larga colpisce di più le regioni del sud, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata al Molise fino alla Puglia.

Uecoop, tra l’altro, ricorda che il diritto all’istruzione oltre a essere costituzionalmente tutelato è anche il presupposto per la costruzione del futuro delle nuove generazioni e del Paese, soprattutto in un momento delicato come quello attuale dove le conseguenze dell’emergenza coronavirus hanno già provocato una drammatica caduta del Pil.

I nuovi termini e condizioni di WhatsApp consentono la condivisione dei dati con Facebook

Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg si è posto l’obiettivo di integrare più da vicino le piattaforme del suo gruppo. Lo fa in un momento in cui Facebook è sempre più preso di mira da politici e regolatori per la sua posizione di mercato e le pratiche commerciali. Poche settimane fa, l’autorità antitrust americana FTC ha intentato una causa antitrust contro Facebook. Tra le altre cose, vuole costringere l’azienda a separarsi dai servizi acquistati come Instagram e Whatsapp. Quindi un legame più forte tra i servizi, hanno pensato a facebook. renderebbe  tutto più difficile.

Così, da questa volontà sono nate le nuove linee guida, per gli utenti di Whatsapp, che hanno dovuto accettare che i loro dati possano essere condivisi con altre offerte di Facebook.

Finora non è stato così. Nelle precedenti linee guida di Whatsapp si diceva: “L’utente, può scegliere di non condividere le informazioni del suo account Whatsapp con Facebook”. Questa opzione ora  non è più disponibile. Gli utenti di Whatsapp hanno ricevuto una notifica con le nuove regole si applicheranno dall’8 febbraio. Chiunque voglia continuare a utilizzare il servizio in seguito deve accettare le linee guida.

Whatsapp ha specificato sul proprio sito Web quali informazioni devono saranno condivise. Tra le informazioni che l’app di messaggistica sta raccogliendo e che presto condividerà con Facebook ci sono i dati sulla posizione, indirizzi IP, modello di telefono, sistema operativo, livello della batteria, potenza del segnale, browser, rete mobile, lingua, fuso orario e persino l’IMEI, il codice numerico che identifica univocamente un terminale mobile.

L’influenza stagionale non colpisce

In Italia, del 2020, l’incidenza delle sindromi simil-influenzali continua ad essere stabilmente sotto la soglia basale con un valore pari a 1,5 casi per mille assistiti. Nella scorsa stagione in questo stesso periodo il livello di incidenza era pari a 3,9 casi per mille assistiti.

In tutte le Regioni italiane che hanno attivato la sorveglianza il livello di incidenza delle sindromi similinfluenzali è sotto la soglia basale tranne Valle d’Aosta.

La maggiore incidenza si registra nella fascia di età 0-4 anni con 3,03 casi per mille assistiti. Segue la fascia 15-64 anni con 1,46 casi ogni mille; poi la fascia con età uguale o superiore a 65 anni con 1,25 casi e infine bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni con 1,12 casi ogni mille assistiti.

Il vero discrimine è la coscienza morale

Chiodo schiaccia chiodo, nel senso più doloroso dell’avvicendamento degli eventi: basta ripercorrere fatti ed avvenimenti dell’ultimo anno per cogliere una forte accelerazione nella disgregazione della realtà in termini ubiquitari. Come se la ruota della storia che ci aveva abituato ad una ciclicità persino annunciata fosse uscita dal perno che la sorreggeva per frantumarsi in una implosione scomposta e imprevedibile.

A livello geopolitico e geoeconomico si stanno configurando scenari imponderabili e dagli esiti indefiniti.

Guardando a ritroso e intorno a me mi è venuto in mente l’aforisma scolpito sull’architrave all’ingresso della baita di Martin Heidegger, nella Foresta Nera: “Il fulmine governa ogni cosa” . Ce ne riferisce Hans-Georg Gadamer nel suo “Eraclito”, ma l’intuizione che mi ha riportato al filosofo tedesco del 900 mi ha fatto pensare a lui come depositario di alcune profezie che riguardano il presente, a cominciare proprio da quell’insolubile unità e dualità di svelamento e nascondimento, di luce e oscurità, in cui il pensiero dell’uomo si trova avvolto. E’ come se la filosofia si riappropriasse di un codice semantico che le è lungamente appartenuto, per provare a spiegare una serie di cortocircuiti che stano scompaginando la nostra vita. Non posso dimenticare lo ‘spaesamento’ di cui da oltre trent’anni ci parla Gianni Vattimo (La società trasparente è del 1989), né dimenticare la geniale intuizione di Zygmunt Bauman e dalla sua società liquida, o trascurare da quanto tempo Umberto Galimberti si occupa della lunga parabola della metafisica che da Platone fino ad Heidegger, appunto, ha finito per far prevalere il pensiero calcolante e con esso la tecnica e l’economia, fino a preconizzare il tramonto dell’Occidente e a interrogarsi sul senso della vita.

L’uomo non è tuttavia solo razionalità, la dimensione del reale esistenziale non è solo oggettiva: ci sono la fantasia, l’immaginazione, l’ideazione, il desiderio, il sogno. Ciò che Heidegger appunto chiamava il “Dasein” , cioè l’esser-ci, l’hic et nunc che non è mai tuttavia a-storico.  Ma questa soggettività che vuole spazio e si ribella disvela anche tratti di negatività: l’ipertrofia dell’io, il subentro delle opinioni alle idee, il relativismo etico, mentre il discostamento del pensiero divergente dall’ordine delle cose finisce per scompaginare i processi stessi di consolidamento ed emancipazione della democrazia.

Se “il fulmine governa ogni cosa” Nerone incendia Roma e Trump incita all’assalto del Campidoglio, senza contare che anche in casa nostra molte vicende inspiegabili razionalmente andrebbero portate, come disse un giornalista in un talk show televisivo, sul lettino dello psicanalista.

Ecco allora che la grande intuizione profetica di Martin Heidegger, che deve l’appartenenza ad un esistenzialismo atipico connesso alla temporalità del ‘qui e adesso’ per la visione soggettiva e non oggettiva della realtà e proprio per la sua tessitura di opposti e di contrari che si attraggono e si respingono, può spiegare come ciò che accade o può accadere su questo dannatissimo pianeta sia legato a fattori talmente soggettivi da diventare impersonificati e sottesi a tratti caratteriologici o ad un inconscio da esplorare.

Trovo che questo sia il principale pericolo che una democrazia reca inevitabilmente con sé: gli eventi e gli equilibri che reggono l’ordine mondiale, le istituzioni, i trattati, le intese, gli assetti politici dei Paesi e il radicamento storicamente raggiunto delle Nazioni, possono essere messi in discussione, assumere una svolta, prendere un indirizzo per il narcisismo impenetrabile e teatrale di una sola persona.

Figuriamoci se tutto questo avviene in tempo di pandemia: trovo scioccante che la personalizzazione della politica e la sua astrazione dal contesto pulsante della platea immensa dei popoli, riesca persino a bypassare la vita e la morte, a subordinare la scienza, i suoi tempi, le sue conquiste, le sue scoperte e le possibili sue garanzie, ignorando i pericoli e le sofferenze di un big crash planetario.

Nella sua analisi razionale, frutto di una capacità interpretativa della realtà svincolata dal pensiero calcolante degli interessi personali, Mario Draghi ha dato una ricetta ai mali della politica, che vale per noi ma può essere esportata al mondo intero: conoscenza, coraggio e umiltà. Possiamo aggiungere sommessamente: responsabilità e competenza, ma quella sintesi è già efficace di per sé.

Ma se la politica, l’economia, la tecnica non poggiano su una solida base etica possiamo cadere in uno sterile specialismo non sorretto da alcun valore.

Ecco perché il primo discrimine tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il tornaconto personale e l’interesse comune non può non passare necessariamente al vaglio della coscienza morale.

A condizione che tra oggettività del necessario e soggettività della scelta, ci sia una mente pensante capace di aver memoria del passato, consapevolezza del presente e lungimirante visione del futuro.

Leader del passato. Citarli o ricordarli?

Forse ha ragione Marco Follini quando dice che i leader del passato non vanno tirati per la  giacchetta. O meglio, essere consapevoli che le loro parole e le loro riflessioni sono anche e  soprattutto il frutto del tempo in cui erano collocati e appartengono a quella determinata fase  storica. E l’amico Marco ha oltremodo ragione quando dice che “il passato è oggetto di consumo  per politici incapaci di cose nuove”. E Marco parla, nello specifico, delle parole e delle riflessioni  di Aldo Moro. 

Ora, se è vero che non possiamo citare a sproposito i grandi leader e gli statisti del passato – che  non vanno mai confusi con i semplici “capi”, per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli – è  altresì vero che proprio il magistero di quei leader e di quegli statisti continua a conservare una  bruciante attualità e modernità. Certo, non quando le riflessioni sono riconducibili ad un quadro  politico oggi semplicemente non più riproponibile per la semplice ragione che il passato non si  ripete meccanicamente.

Mai. Ma proprio nel rigoroso rispetto dello scorrere delle diverse fasi  storiche, si può tranquillamente sostenere che da quel magistero politico, culturale, sociale, di  governo e forse anche spirituale è possibile e doveroso continuare ad attingere. Valori, principi,  stili di vita e cultura politica restano pietre angolari che caratterizzano non solo il magistero dei  grandi leader politici del passato ma anche e soprattutto il percorso e l’avventura di un filone  ideale. Penso, nello specifico, al cammino tormentato ma fecondo storicamente del cattolicesimo  sociale e del cattolicesimo democratico.

Certo, ha ragione Follini quando evidenzia che la stanca  e scolastica ripetizione di alcune parole d’ordine del magistero politico di quegli uomini da parte di  molti esponenti della classe politica contemporanea è semplicemente ridicolo, nonchè grottesco. 

Perchè i partiti personali, i cartelli elettorali e i capi della post politica che hanno teorizzato e  praticato la cultura dell’”anno zero” per anni, cioè la sostanziale cancellazione delle culture  politiche tradizionali, non sono particolarmente credibili quando citano i “giganti” politici del  passato. Ma ricordare, citare e forse anche inverare il loro magistero, almeno per coloro che  provengono da quella tradizione ideale e politica, forse più che un omaggio è anche e soprattutto  un dovere. Politico, culturale, e forse anche morale. 

Gli ultimi giorni di Trump

La presidenza di Donald Trump è ormai in una spirale finale caotica . Ma anche con la fine così vicina, ogni ora sembra portare una nuova minaccia alla fragile democrazia americana.

A meno di due settimane dall’insediamento del presidente eletto Joe Biden, la nazione è al limite – incerta se Trump inciterà un altro round di violenza o se continuerà, petulante, come al solito, a  lamentarsi della decisione di Twitter di bandirlo .

Il rapporto tra Trump e Pence (il suo vice)  è ormai esaurito: non si parlano da mercoledì scorso, dopo la presa d’assalto del Campidoglio, con il presidente che non si è mai preso la briga di controllare la sicurezza di Pence.

Presidente, che inoltre, non ha mai speso una parola per Brian Sicknick, che è morto, secondo i funzionari, “a causa delle ferite riportate durante il servizio” in Campidoglio.

E se l’insurrezione ha quindi messo il paese e i legislatori davanti ad un bivio. Impeachment o provvedimenti contro il presidente.

Biden invece, ha mostrato scarso entusiasmo per queste soluzioni, sapendo che un processo al Senato oscurerebbe i suoi primi giorni in carica e offrirebbe ai repubblicani una platea dalla quale sostenere che i suoi appelli all’unità e all’impegno per raffreddare le passioni partigiane erano solo parole .

Comunque in qualsiasi modo finirà sarà la fine ignominiosa del trumpismo.