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Coronavirus: Conte al Senato, è tempo di azione e responsabilità

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella sua informativa nell’Aula del Senato sulle iniziative del governo per fronteggiare l’emergenza Covid-19, ha ribadito che: “Stiamo combattendo un nemico invisibile e insidioso che entra nelle nostre case, ci ha imposto di ridefinire le relazioni interpersonali, ci fa sospettare di mani amiche. Questa emergenza è così coinvolgente che arriva a sfidare il nostro paese in tutte le sue componenti, è una sfida sanitaria, economica, sociale. Ci coinvolge tutti, nessuno escluso”.

“Grazie a medici e infermieri, non dimenticheremo” “Voglio rivolgere un sentito ringraziamento agli sforzi straordinari di tanti medici, infermieri e di tutti coloro che in questi giorni difficili rischiano la vita per salvare quella degli altri. Noi non ci dimenticheremo di voi, di queste giornate così difficili, così stressanti”.

Ora “È il momento dell’azione e della responsabilità”  “Bisogna operare concretamente” affinché il ricordo del sacrificio del personale sanitario in lotta contro il coronavirus “non si perda”. “Non dimenticheremo il loro sacrificio”, ha ribadito ricordando la lettera dell’infermiera Michela.

“Tutti potranno giudicare il nostro operato. Ma ora è il momento dell’azione e della responsabilità.

“Il Governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza, approntando, ben prima di qualunque altro Paese, le misure di massima precauzione”.

“Abbiamo limitato la libertà per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale”  “Abbiamo sperimentato – primi in Europa – un percorso normativo volto a contemperare, da una parte, l’esigenza di tutelare al massimo grado il bene primario della salute dei cittadini e, dall’altra, la necessità di assicurare adeguati presìdi democratici”. “Per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, siamo stati costretti a limitare alcune delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, in particolare la libertà di circolazione e soggiorno, la libertà di riunione nelle sue varie forme, la libertà di coltivare financo di contenere pratiche religiose”. “I princìpi ai quali ci siamo attenuti nella predisposizione delle misure contenitive del contagio sono stati quelli della massima precauzione, ma, contestualmente, anche della adeguatezza e della proporzionalità dell’intervento rispetto all’obiettivo perseguito. E’ questa la ragione della gradualità delle misure adottate, che sono diventate restrittive via via che la diffusività e la gravità dell’epidemia si sono manifestate con maggiore severità, sempre sulla base delle indicazioni provenienti dal comitato tecnico-scientifico”.

“Poiché il nostro ordinamento, e lo vorrei sottolineare, non conosce – a differenza di altri ordinamenti giuridici – un’esplicita disciplina per lo stato di emergenza, abbiamo dovuto costruire, basandoci pur sempre sulla legislazione vigente, un metodo di azione e di intervento che mai è stato sperimentato prima. Abbiamo ritenuto necessario ricorrere allo strumento del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, dopo avere posto il suo fondamento giuridico nell’iniziale decreto legge, il legge n. 6, che ho già menzionato. Abbiamo ravvisato nel DPCM lo strumento giuridico più idoneo, innanzitutto perché agile, flessibile, in grado di adattarsi alla rapida e spesso imprevedibile evoluzione del contagio e alle sue conseguenze; in secondo luogo, perché abbiamo inteso garantire per questa via la più uniforme applicazione delle misure”.

“Per dl aprile intenso confronto con le opposizioni” Nei giorni scorsi “ho incontrato i leader dell’opposizione. Anche ieri alla Camera ho ascoltato delle dichiarazioni di grande apertura al confronto. C’è piena disponibilità al dialogo da parte del governo”.

“Nel lavoro per il decreto marzo abbiamo incontrato i leader dell’opposizioni e nel testo sono state raccolte alcune delle loro indicazioni, e anche ieri alla Camera ho ricevuto ampie aperture al confronto. Ora c’è un nuovo decreto e possiamo riprodurre questa metodologia di lavoro, anzi darò mandato al ministro D’Inca’ di elaborare un percorso di più intenso confronto”,

Il nuovo decreto sarà da “almeno 25 miliardi” ma “consentiteci di lavorare, vorremmo potenziare ancora questo intervento”.

“Con il nuovo intervento normativo che è in corso di elaborazione confidiamo di pervenire ad uno strumento complessivo altrettanto significativo, rispetto a quanto si qui operato. Non sono in condizione di dare cifre esatte, ma sicuramente sarà uno strumento significativo. E interverremo con stanziamenti aggiuntivi di non minore importo, lavorando con tutti ministri per definire bene le misure e l’esatto impatto economico, dei 25 miliardi già stanziati con il primo decreto”, ha detto sottolineando l’intenzione di voler potenziare ancora il prossimo decreto.

“Vogliamo gli European Recovery bond”

“Dobbiamo lanciare un messaggio chiaro: l’Europa è unita e pronta a fare tutto il necessario per difendere le proprie economie il tessuto sociale” e a questo fine “dobbiamo essere disponibili anche a pensare a iniziative innovative e a ripensare vecchi strumenti stravolgendoli”.

Lo show dei Sindaci. Bucci e Del Bono sanno distinguersi. Con sobrietà.

È diventato un gioco di società lodare o sbertuccciare qualche uscita stravagante di questo o quel sindaco d’Italia. Il fatto di prodigarsi per la salute dei propri concittadini, invitando tutti alla massima cautela, merita senz’altro un plauso sincero; meno, a dire il vero, le forme arlecchinesche con le quali, spesso, si manifestano gli inviti alla disciplina.

Gli stessi risultati potrebbero essere ottenuti attraverso una più asciutta comunicazione istituzionale. Non servono gesti fuori misura, oscillanti tra melodramma e ridicolaggine, magari oggetto di facile ironia. Le istituzioni devono trovare, ai vari livelli, un’espressione di autorevolezza da parte di chi assolve a funzioni di rappresentanza .

In un panorama affollato di protagonisti insostenibili, non mancano esempi positivi. E per fortuna! Sì pensi al Sindaco di Brescia, Emilio Del Bono (cattolico di centrosinistra), silenziosamente e scrupolosamente al proprio posto di combattimento in una città martoriata del contagio da covid-19. Ma analogo cenno merita il Sindaco di Genova, Marco Bucci (cattolico di centrodestra), impegnato oltre che sul fronte della lotta al contagio anche su quello della costruzione a tappe forzate del nuovo ponte. Sì può essere “protagonisti” vestendo i panni della serietà.

Nell’attuale contingenza, delicata sotto tanti punti di vista, il popolo italiano deve incrociare le belle testimonianze di sobrietà e concretezza. Se prevale lo show, non si rafforzano gli istituti della democrazia. Alla lunga, finita l’emergenza, se ne potrebbe vedere il danno nell’ulteriore sovraccarico di antipolitica facilmente adornata di faciloneria populistica. Sullo sfondo, infine, c’è l’ombra di un quesito inevitabile: se l’Aula della Camera è tornata a riunirsi, cancellando l’immagine di un Parlamento sigillato, può essere mai che in giro per l’Italia non si abbia notizia di convocazione alcuna dei Consigli comunali? La democrazia locale non si esaurisce nella figura neo-podestarile dei Primi cittadini.

Mike Pompeo: “Gli Usa al fianco dell’Italia contro il Covid-19”.

Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nel corso di un briefing con la stampa, a margine della riunione virtuale del G7 ha dichiarato che: “Gli Stati Uniti sono al fianco dell’Italia e del resto d’Europa nel fronteggiare l’emergenza Covid-19 e continuano ad impegnarsi ad assisterli in tutti i modi possibili”.

“Sabato scorso l’Aeronautica degli Stati Uniti ha inviato un C-130 pieno di forniture mediche in Italia. L’esercito Usa sta finalizzando i piani per fornire alcune delle sue attrezzature mediche in eccesso ai nostri amici italiani. Inoltre, le nostre imprese private, comunità scientifica, Ong e organizzazioni religiose stanno rispondendo alla richiesta di aiuto. Samaritan’s Purse, un’organizzazione di beneficienza privata degli Stati Uniti, ha istituito un ospedale da campo con 68 letti a Cremona, una città particolarmente colpita nel nord Italia”.

Oms: “L’Italia è incredibile e la popolazione è fantastica”

il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto ai giornalisti a Ginevra: L’Italia è stata “veramente incredibile e la cooperazione della popolazione è fantastica, faremo di tutto per supportare e ci sono buoni segnali dallo scenario che gli esperti italiani hanno tracciato. Speriamo che questi segnali positivi continuino, ma sono molto felice che l’Italia stia facendo tutto quello che può”.

“Siamo in costante contatto con i nostri esperti in Italia e con le autorità del Paese – ha aggiunto Mike Ryan, a capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Oms – l’Italia sta affrontando il problema con forza. Ci sono alcune zone in cui c’è una trasmissione molto intensa del virus, ma ci sono altre aree dove i contagi non sono altrettanti intensi e qui si sta tentando di non replicare la situazione del Nord Italia. Ammiriamo molto i colleghi in Italia, il loro lavoro è eroico e faremo di tutto per supportarli nel loro sforzo”.

Per Olivier Blanchard l’Italia riuscirà a sostenere il suo debito

Olivier Blanchard, professore di Economia al Massachussetts Institute of Technology (Mit), dal 2008 al 2015 capo economista del Fondo monetario internazionale (Fmi), in un’intervista rilasciata al quotidiano “Handelsblatt”, Blanchard sostiene che l’Itala “potrà farcela” a sopportare il peso del proprio disavanzo.

Per Blanchard, “La Bce dovrebbe essere pronta ad acquistare i titoli di stato italiani dagli investitori, mantenendo quindi basso il tasso di interesse”. Blanchard interviene quindi sulle possibili forme di sostegno all’Italia nella crisi provocata dalle conseguenze del coronavirus sull’economia. A tal riguardo, Blanchard ipotizza un programma di intervento della Bce mediante acquisti di titoli di Stato con transazioni monetarie definitive (Omt).

Le condizioni sarebbero “semplici: i paesi beneficiari possono impiegare le risorse ricevute esclusivamente per combattere la pandemia e i suoi effetti economici”. A tal riguardo, Blanchard osserva: “Penso che questo sia un messaggio sia gli italiani sia i tedeschi possono capire e accettare”.

Coronavirus: il teatro non si ferma

“La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori”.

“Teatro digitale”, “stageathome” o “opera sul sofà”, sono tante le iniziative da Nord a Sud che offrono una vera e propria stagione ad hoc. Concerti, lirica, prosa o balletti da vedere online o in tv. In alcuni casi si tratta di veri e propri appuntamenti quotidiani.

Qui la lista principale delle attività

Campania

A Bergamo l’epidemia è fuori controllo

13 medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in un lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery, dal titolo “nell’epicentro di Covid-19” hanno messo per iscritto che: “A Bergamo l’epidemia è fuori controllo. Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere”.

“Lavoriamo all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia”.

“La situazione è così grave – sottolineano – che siamo costretti a operare al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Siamo in quarantena dal 10 marzo”.

“Stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19 – proseguono i 13 medici del Papa Giovanni XXIII nella lettera denuncia – poiché si riempiono in maniera sempre più veloce di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea”.

A firmare la lettera sono Mirco Nacoti, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII; Andrea Ciocca, dell’Associazione Sguazzi Bergamo; Angelo Giupponi, del Dipartimento di emergenza del Papa Giovanni XXIII; Pietro Brambillasca, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII; Federico Lussana, dell’Ematologia del Papa Giovanni XXIII; Michele Pisano, del Dipartimento di chirurgia del Papa Giovanni XXIII; Giuseppe Goisis, dell’associazione Compagnia Brincadera, Bergamo; Daniele Bonacina, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva pediatrica del Papa Giovanni XXIII; Francesco Fazzi, del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva pediatrica del Papa Giovanni XXIII; Richard Naspro, del Dipartimento di urologia del Papa Giovanni XXIII; Luca Longhi, della Terapia neurointensiva del Papa Giovanni XXIII; Maurizio Cereda, dell’Università della Pennsylvania; Carlo Montaguti, del Centro medico sociale dei Focolari in Costa d’Avorio.

La privacy ai tempi del Coronavirus: la posizione del Comitato europeo per la protezione dei dati

Il Comitato europeo per la protezione dei dati ha adottato un’articolata dichiarazione sul trattamento dei dati personali nel contesto dell’epidemia di COVID-19, che in questo periodo interpella pesantemente in tutto il mondo il tema del bilanciamento tra sicurezza della salute pubblica per frenare la diffusione del contagio e tutela delle libertà personali.

Governi e organismi pubblici e privati di tutta Europa stanno adottando misure per contenere e attenuare il COVID-19. Ciò può comportare il trattamento di diverse tipologie di dati personali.

Le norme in materia di protezione dei dati (come il regolamento generale sulla protezione dei dati) non ostacolano l’adozione di misure per il contrasto della pandemia di coronavirus. La lotta contro le malattie trasmissibili è un importante obiettivo condiviso da tutte le nazioni e, pertanto, dovrebbe essere sostenuta nel miglior modo possibile. È nell’interesse dell’umanità arginare la diffusione delle malattie e utilizzare tecniche moderne nella lotta contro i flagelli che colpiscono gran parte del mondo. Il Comitato europeo per la protezione dei dati desidera comunque sottolineare che, anche in questi momenti eccezionali, titolari e responsabili del trattamento devono garantire la protezione dei dati personali degli interessati. Occorre pertanto tenere conto di una serie di considerazioni per garantire la liceità del trattamento di dati personali e, in ogni caso, si deve ricordare che qualsiasi misura adottata in questo contesto deve rispettare i principi generali del diritto e non può essere irrevocabile. L’emergenza è una condizione giuridica che può legittimare limitazioni delle libertà, a condizione che tali limitazioni siano proporzionate e confinate al periodo di emergenza.

  1. Liceità del trattamento

Il regolamento generale sulla protezione dei dati (RGPD) è una normativa di ampia portata e contiene disposizioni che si applicano anche al trattamento dei dati personali in un contesto come quello relativo al COVID-19. Il RGPD consente alle competenti autorità sanitarie pubbliche e ai datori di lavoro di trattare  dati personali nel contesto di un’epidemia, conformemente al diritto nazionale e alle condizioni ivi stabilite. Ad esempio, se il trattamento è necessario per motivi di interesse pubblico rilevante nel settore della sanità pubblica. In tali circostanze, non è necessario basarsi sul consenso dei singoli.

1.1 Per quanto riguarda il trattamento dei dati personali, comprese le categorie particolari di dati, da parte di autorità pubbliche competenti (ad es. autorità sanitarie pubbliche), il Comitato ritiene che gli articoli 6 e 9 del RGPD consentano tale trattamento, in particolare quando esso ricada nell’ambito delle competenze che il diritto nazionale attribuisce a tale autorità pubblica e nel rispetto delle condizioni sancite dal RGPD.

1.2 Nel contesto lavorativo, il trattamento dei dati personali può essere necessario per adempiere un obbligo legale al quale è soggetto il datore di lavoro, per esempio in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro o per il perseguimento di un interesse pubblico come il controllo delle malattie e altre minacce di natura sanitaria. Il RGPD prevede anche deroghe al divieto di trattamento di talune categorie particolari di dati personali, come i dati sanitari, se ciò è necessario per motivi di interesse pubblico rilevante nel settore della sanità pubblica (articolo 9.2, lettera i), sulla base del diritto dell’Unione o nazionale, o laddove vi sia la necessità di proteggere gli interessi vitali dell’interessato (articolo 9.2.c), poiché il considerando 46 fa esplicito riferimento al controllo di un’epidemia.

1.3  Per quanto riguarda il trattamento dei dati delle telecomunicazioni, come i dati relativi all’ubicazione, devono essere rispettate anche le leggi nazionali di attuazione della direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche (direttiva e-privacy). In linea di principio, i dati relativi all’ubicazione possono essere utilizzati dall’operatore solo se resi anonimi o con il consenso dei singoli. Tuttavia, l’articolo 15 della direttiva e-privacy consente agli Stati membri di introdurre misure legislative per salvaguardare la sicurezza pubblica. Tale legislazione eccezionale è possibile solo se costituisce una misura necessaria, adeguata e proporzionata all’interno di una società democratica. Tali misure devono essere conformi alla Carta dei diritti fondamentali e alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Inoltre, esse sono soggette al controllo giurisdizionale della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. In presenza di situazioni di emergenza, le misure in questione devono essere rigorosamente limitate alla durata dell’emergenza.

  1. Principi fondamentali relativi al trattamento dei dati personali

I dati personali necessari per conseguire gli obiettivi perseguiti dovrebbero essere trattati per finalità specifiche ed esplicite.
Inoltre, gli interessati dovrebbero ricevere informazioni trasparenti sulle attività di trattamento svolte e sulle loro caratteristiche principali, compreso il periodo di conservazione dei dati raccolti e le finalità del trattamento. Le informazioni dovrebbero essere facilmente accessibili e formulate in un linguaggio semplice e chiaro.

È importante adottare adeguate misure di sicurezza e riservatezza che garantiscano che i dati personali non siano divulgati a soggetti non autorizzati. Si dovrebbero documentare in misura adeguata le misure messe in campo per gestire l’attuale emergenza e il relativo processo decisionale.

  1. Uso dei dati di localizzazione da dispositivi mobili
  • I governi degli Stati membri possono utilizzare i dati personali relativi ai telefoni cellulari dei singoli nell’intento di monitorare, contenere o attenuare la diffusione del COVID-19?

In alcuni Stati membri i governi prevedono di utilizzare i dati di localizzazione da dispositivi mobili per monitorare, contenere o attenuare la diffusione del COVID-19. Ciò implicherebbe, ad esempio, la possibilità di geolocalizzare le persone o di inviare messaggi di sanità pubblica ai soggetti che si trovano in una determinata area, via telefono o SMS. Le autorità pubbliche dovrebbero innanzitutto cercare di trattare i dati relativi all’ubicazione in modo anonimo (ossia, trattare dati in forma aggregata e tale da non consentire la successiva re-identificazione delle persone), il che potrebbe permettere di generare analisi  sulla concentrazione di dispositivi mobili in un determinato luogo (“cartografia”).

Le norme in materia di protezione dei dati personali non si applicano ai dati che sono stati adeguatamente anonimizzati.

Quando non è possibile elaborare solo dati anonimi, la direttiva e-privacy consente agli Stati membri di introdurre misure legislative per salvaguardare la sicurezza pubblica (articolo 15).

Qualora siano introdotte misure che consentono il trattamento dei dati di localizzazione in forma non anonimizzata, lo Stato membro ha l’obbligo di predisporre garanzie adeguate, ad esempio fornendo agli utenti di servizi di comunicazione elettronica il diritto a un ricorso giurisdizionale.

Si applica anche il principio di proporzionalità. Si dovrebbero sempre privilegiare le soluzioni meno intrusive, tenuto conto dell’obiettivo specifico da raggiungere. Misure invasive come il “tracciamento” (ossia il trattamento di dati storici di localizzazione in forma non anonimizzata) possono essere considerate proporzionate in circostanze eccezionali e in funzione delle modalità concrete del trattamento. Tuttavia, tali misure dovrebbero essere soggette a un controllo rafforzato e a garanzie più stringenti per assicurare il rispetto dei principi in materia di protezione dei dati (proporzionalità della misura in termini di durata e portata, ridotta conservazione dei dati, rispetto del principio di limitazione della finalità).

  1. Contesto lavorativo 
  • Un datore di lavoro può chiedere ai visitatori o ai dipendenti di fornire informazioni sanitarie specifiche nel contesto del COVID-19?

Nel caso di specie, è particolarmente pertinente l’applicazione dei principi di proporzionalità e di minimizzazione dei dati. Il datore di lavoro dovrebbe chiedere informazioni sanitarie soltanto nella misura consentita dal diritto nazionale.

  • Il datore di lavoro è autorizzato a effettuare controlli medici sui dipendenti?

La risposta dipende dalle leggi nazionali in materia di lavoro o di salute e sicurezza. I datori di lavoro dovrebbero accedere ai dati sanitari e trattarli solo se ciò sia previsto dalle rispettive norme nazionali.

  • Il datore di lavoro può informare colleghi o soggetti esterni del fatto che un dipendente è affetto dal COVID-19?

I datori di lavoro dovrebbero informare il personale sui casi di COVID-19 e adottare misure di protezione, ma non dovrebbero comunicare più informazioni del necessario. Qualora occorra indicare il nome del dipendente o dei dipendenti che hanno contratto il virus (ad esempio, in un contesto di prevenzione) e il diritto nazionale lo consenta, i dipendenti interessati ne sono informati in anticipo tutelando la loro dignità e integrità.

  • Quali informazioni trattate nel contesto del COVID-19 possono essere ottenute dai datori di lavoro?

I datori di lavoro possono ottenere informazioni personali nella misura necessaria ad adempiere ai loro obblighi e a organizzare le attività lavorative, conformemente alla legislazione nazionale.

Coronavirus. “I bimbi con asma non devono sospendere le terapie”.

la Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili  chiarisce che: “I bambini e adolescenti italiani colpiti da asma devono continuare ad assumere regolarmente le cure prescritte. La pandemia da Covid- 19 non deve quindi interrompere l’aderenza terapeutica soprattutto in questo periodo in cui l’arrivo della primavera rende più frequenti le riacutizzazioni della patologia”.

La Simri, in accordo con le linee guida internazionali del Global Initiative for Asthma, ha quindi offerto le seguenti raccomandazioni:
1. La terapia con steroidi per via inalatoria, se già in atto, non va interrotta a causa della possibile infezione da Covid-19

2. È raccomandato, che nei bambini e adolescenti in terapia preventiva con farmaci prescritti dal medico curante (antileucotrienici, steroidi per via inalatoria, associazioni di beta2 stimolanti a lunga durata con steroidi per via inalatoria), questi non vengano interrotti durante la pandemia, se non condiviso con il curante.

3. Tutti i farmaci per la gestione delle riacutizzazioni (Salbutamolo, Ipratropium Bromuro e steroidi per via sistemica) possono essere utilizzati se prescritti dal curante anche durante la pandemia da Covid-19

4. In caso di infezione sospetta o confermata da Infezione da Covid 19 si raccomanda di preferire la somministrazione della terapia con dispositivo spray (MDI) + il distanziatore e di evitare, nei limiti del possibile, l’utilizzo degli aerosol (nebulizzatori) che potrebbero immettere in circolo copie del virus aumentando il rischio d’infezione per i presenti nella stanza.

Noli me tangere (non mi toccare)

I ripetuti richiami del Capo dello Stato all’unità nazionale, sotto il profilo degli intenti e delle azioni, sembrano aver impresso un’accelerazione alle forze politiche di governo e di opposizione: servono veramente coesione e sostegno a quanti si stanno prodigando per il bene comune, in questo travaglio pandemico che sottende – come direbbe Carl Gustav Jung – una infezione psichica, figlia della paura e madre del panico che ci assale. Ringraziamo commossi il personale sanitario, la protezione civile, i volontari  che si prodigano giorno e notte da settimane per contrastare il male e curare e salvare vite umane. In questo noi italiani siamo da sempre modello di umanità e solidarietà. Lasciamo ai competenti la decisione su profilassi, terapie, farmaci: evitiamoci il mantra collettivo delle opinioni gratuite tambureggianti sulle quali si esprimono anche gli incompetenti e i millantatori: nei talk show televisivi si alternano voci autorevoli e latori di sconcertanti idiozie.

Quello che si sta facendo, controlli, sanzioni, invito al rispetto delle regole, misure di repressione di comportamenti stupidi e incoscienti deve essere gestito in modo coordinato e tocca a noi cittadini dimostrare di possedere senso civico e rispetto per chi combatte questa guerra micidiale e per chi purtroppo le soccombe. In una situazione di carenza di mezzi, di risorse, di posti letto, di presidi sanitari la politica deve darsi un’agenda programmatica, non basta aprire tavoli di concertazione, occorre aprire il Parlamento e avviare un dialogo costruttivo.

Questa sospensione dell’attività legislativa non è giustificabile quando si chiedono sacrifici al Paese. Lanciare laconici messaggi dal proprio salotto di casa e non avere il coraggio e la forza di fermare il Paese, perché un conto è lo Stato e un altro la Nazione, un conto il PIL e lo spread e un altro la tutela della salute pubblica. Non ci sono cittadini di serie A e di serie B, serve il coraggio delle decisioni draconiane prima che prevalga il cupio dissolvi, l’irreversibile via del non ritorno. La paura del contagio e quella delle sanzioni sono due deterrenti micidiali: in questa fase drammatica che coinvolge il mondo intero i nostri comportamenti devono essere ispirati al rispetto rigoroso e assoluto delle regole e delle prescrizioni. Ma il governo non può agire da solo, c’è bisogno del concorso di tutti e la sede parlamentare è l’unica in grado di recepire e affrontare la complessità del momento.

Senza contare le realtà del territorio che esprimono urgenze e difficoltà attraverso le regioni e i comuni in primis: non devono restare voci inascoltate. C’è un accentramento di compiti, funzioni e disposizioni che sollecita una cabina di regia nazionale ma l’ascolto delle voci che vengono dalla periferia del Paese è altrettanto indispensabile per evitare distonie e conflitti inspiegabili alla gente comune.

Esiste anche una dimensione transnazionale del Coronavirus e delle politiche per affrontarlo, finora l’Europa ha espresso al suo interno strategie persino contrastanti, ci si chiede a cosa serva avere un Parlamento Comunitario se l’Europa non adotta misure coordinate per quanto attiene frontiere, passaggi di persone, tutele sanitarie, gestione delle risorse umane e finanziarie: il rischio è di esprimere un nulla istituzionale che frantuma il continente e respinge al mittente le richieste di aiuti e di decisioni unitarie. Riaffiora latente il primato della politica monetaria su quella fiscale e di sostegno agli Stati, si avverte l’assenza di Mario Draghi alla guida della BCE.

Sembra persino paradossale che dopo aver dato l’ incipit al contagio mondiale sia ora la Cina e non gli USA, storici alleati dei Paesi dell’U.E nonché membri della NATO, a gestire a livello mondiale la politica degli aiuti e le strategie sanitarie per fronteggiare e sanare il male che proprio in  Cina ha esordito come il “cigno nero” che si è diffuso bussando alle porte di tutto il pianeta.

Noi ci laviamo le mani venti, trenta volte al giorno, non usciamo di casa – salvo la genia dei mentecatti e degli incoscienti – tendenzialmente rispettiamo le regole, manteniamo le distanze, non ci tocchiamo, separiamo i letti, non ci abbracciamo, ci salutiamo a distanza.

Salutiamo i nostri cari che vengono ricoverati senza sapere se li rivedremo fisicamente, in videoconferenza per un commiato o se di loro ci sarà restituita una cassetta di ceneri.

“Noli me tangere”: non mi toccare, non avvicinarti, questo è il nuovo imperativo categorico delle relazioni sociali. Abbiamo il dovere di essere diligenti, di rispettare i divieti, di rinunciare a certe personali libertà. Anche il più convinto garantista deve abdicare con buon senso di fronte ad una emergenza sanitaria di siffatte proporzioni.

Passando dalle abitudini e da talune mollezze e certi agi del vivere quotidiano ad un regime di tipo militare ci rendiamo conto di quanto il bene comune sia un valore che tutela tutti.

Ci dobbiamo  adeguare senza se e senza ma, ubbidienti: se queste cose non si scherza. Il Coronavirus  (sapremo forse un giorno se è figlio di un pipistrello o di un errore di laboratorio) ha una forza distruttiva devastante, per via implosiva: aspettavamo tremabondi i missili piovere dal cielo e ora ne respiriamo dentro di noi le polveri venefiche fino a soffocare.

Detto questo e rinnovando l’invito di aderire ai dettami della scienza non possiamo nasconderci che ci sono stati ritardi, incertezze e un approccio indolente e di sottostima dei pericoli incombenti all’insorgere dell’epidemia.

Pare che il primo caso di coronavirus sia stato accertato a Wuhan a metà novembre 2019.

Ma ci sono due aspetti che – se non ora, in piena emergenza sanitaria e in clima di auspicabile unità nazionale – andranno chiariti quando la pandemia sarà stata debellata, come speriamo.

Dopo il Memorandum Italia-Cina del marzo 2019  – sottoscritto dal nostro Governo contro il parere degli altri Paesi dell’U.E- che al punto 27 individua nei bacini portuali di Genova e Trieste i “terminali europei della via seta”  (io li chiamerei i due cavalli di Troia nel ventre dell’Europa) e proprio in previsione di tale destinazione, il 28 aprile successivo venne siglato un accordo tra i due Paesi che prevedeva alcune  “Aree di collaborazione” che la diffusione del Coronavirus ha reso drammaticamente attuali: (cito testualmente) “il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive”.

La prima domanda è in che modo questo accordo sia stato rispettato, quali misure di prevenzione sia state adottate, quali concrete azioni sia state poste in essere per evitare la diffusione del contagio dopo che il virus era stato isolato nei laboratori cinesi.

Se il Protocollo d’intesa ha avuto solo una valenza declaratoria ma non è stato attuato all’insorgenza della virosi ci sono evidenti responsabilità da una parte e dall’altra.

Si aggiunga un altro dato certificato: sulla Gazzetta Ufficiale n° 26 del 1° febbraio 2020 veniva pubblicata una Delibera del Consiglio dei Ministri assunta in data 31 gennaio , avente titolo: “Dichiarazione sullo stato di emergenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”. Più avanti nel dispositivo si fa esplicito accenno “all’emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus”…. e – al 1° comma “è dichiarato per 6 mesi dalla data del presente provvedimento lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”.

Mentre qualcuno si affrettava a definire il coronavirus una patologia assimilabile ad una banale influenza, trascorrevano giorni decisivi per assumere provvedimenti coerenti con l’esplicito pericolo paventato della Delibera del Consiglio dei Ministri.

Ecco, dopo gli oltre 50 mila contagi ufficiali ad oggi, gli oltre 6820 morti, gli ospedali al collasso, i sanitari allo stremo, il Paese in “manu militari”, al terzo modulo di autocertificazione che viene imposto ai cittadini (con quale valore legale? Mai sentito che uno autocertifichi una patologia che non sa di avere, visto che non tutti sono sottoposti ai tamponi…), al ventesimo lavaggio quotidiano delle mani in stile “ossessivo compulsivo”, chiusi in casa e confinati nel Comune in cui ci si trova….il dubbio sorge spontaneo: se si fosse applicato l’accordo del 28 aprile 2019 e se al 31 gennaio si fossero prese decisioni drastiche forse il film avrebbe avuto una trama meno tragica per il Paese? A Parlamento riunito forse si comincerà a parlarne.

Guardiamo avanti

Bisogna pur guardare avanti. Non possiamo esimerci da questo compito. Siamo nelle difficoltà, ma nonostante ciò, è fatto obbligo di traguardare il presente e cercare di immaginare il nostro impegno nel tempo futuro.

Questo malanno finirà. Dobbiamo averne piena consapevolezza. E quando terminerà ci consegnerà un campo di battaglia piuttosto devastato. Per questo motivo, sin da ora, bisogna organizzare il pensiero e la volontà, al fine di riordinare al meglio il nostro mondo.

La produzione di ricchezza, che in sostanza significa il mantenimento della vita di tutti noi, sta subendo una battuta d’arresto come mai capitata in precedenza. Per lo meno, la stragrande maggioranza di noi, ha attraversato un lungo periodo privo di conflitti e ha potuto svolgere la propria esistenza in una sorta di paradiso terrestre. Non so se questo malanno sanitario farà più danni di quanto non abbiano fatto altri momenti difficili della vita umana, ma è certo che già si capisce quanto funesta sarà stata la sua presenza.

Noi possiamo far conto di una realtà particolarmente importante. Questa realtà si chiama Stato italiano. Da 160 anni questa struttura consente a noi tutti di avere una base concreta su cui poggiare certezze, diritti, doveri, speranze e, in ultima analisi, il fondamento del nostro essere cittadini.

E, allo Stato che si chiederà l’intervento. Sarà lo Stato a dare garanzie. E, quando dico lo Stato, intendo dire tutti quanti noi. Perché noi, nel nostro integrale insieme, costituiamo lo Stato.

Stanno soffrendo tutte le fonti produttive. Imprese, attività di ogni genere e ogni tipo, e ogni punto in cui si organizza il lavoro umano. Soffrono pertanto tutti coloro che organizzano il lavoro, quanto coloro che hanno il compito di svolgerlo direttamente. A tutti costoro lo Stato dovrà dare una risposta per risolvere quanto prima, le gravi incertezze che incombono sulla produzione.

Dalla cassa integrazione, ai contributi alle imprese, alle grandi realtà, anche ai più piccoli esercizi commerciali, turistici, di ristorazione, alberghieri, etc., il Governo non potrà non mettere in atto una serie compiuta di misure per reggere la vicenda. Penso a interventi contributivi per compensare il mancato reddito causato dalla obbligatorietà della chiusura degli esercizi pubblici per evitare la possibile e terribile condizione fallimentare degli stessi.

Lo sta già facendo. Lo dovrà fare ancora. Dovrà farlo nel miglior modo possibile. Non trascurando alcunché. Per ora, le misure adottate sono anche tamponi. Quindi parziali. Si tratterà di studiare organicamente e con massima puntualità dei provvedimenti che sappiano togliere le gravità economiche che incombono su loro.

Questa impostazione suonerà un po’ Statalista. Immaginatevi una condizione a raggio Statale limitata e contenuta, non vedrebbe attuarsi una vera carneficina darwiniana? Da vecchio democristiano, ho sempre considerato importante il welfare solidaristico, purtroppo è da una ventina d’anni che quel vanto sembra essersi affievolito. Credo però che, alla luce di questi tristi fatti, sia giunto il momento di riordinare le idee e di ritrovare uno spirito comunitario meno frammentato, perché proprio questa tragedia fa capire che si potrà uscirne solo attraverso una impostazione più intelligente e più efficace del pensiero politico.

Unicef: in Siria 460 mila persone a rischio sete

Sono almeno 460 mila le persone a rischio a causa dell’interruzione delle forniture idriche ad Allouk, nel nord est della Siria. Lo riferisce un comunicato stampa dell’Unicef, secondo cui si tratta dell’ultimo di una serie di interruzioni nel pompaggio delle ultime settimane.

La stazione è la principale fonte d’acqua per circa 460 mila persone nelle città di al Hasakah, Tal Tamer e nei campi di al Hol e Areesha. “Un accesso ininterrotto e affidabile all’acqua potabile è essenziale per garantire che i bambini e le famiglie della zona non debbano ricorrere a fonti d’acqua non sicure”, ha dichiarato Fran Equiza, rappresentante Unicef in Siria.

“L’Unicef e i partner sostengono le famiglie sfollate con camion che trasportano acqua, ma questo copre a malapena il fabbisogno minimo. Nessun bambino dovrebbe vivere anche solo un giorno senza acqua sicura. L’acqua pulita e il lavaggio delle mani salvano vite umane. L’acqua e gli impianti idrici non devono essere usati per obiettivi militari o politici – quando lo sono, i bambini sono i primi e i più colpiti”.

Le Olimpiadi saranno rinviate al 2021

Le Olimpiadi di Tokyo 2020 che erano in programma dal 24 luglio al 9 agosto in Giappone saranno rinviate al 2021.

Questo il comunicato ufficiale della riunione telefonica: “La diffusione senza precedenti e imprevedibile dell’epidemia ha visto il deteriorarsi della situazione nel resto del mondo. Ieri, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che la pandemia di COVID-19 sta accelerando. Attualmente ci sono oltre 375.000 casi registrati in tutto il mondo e in quasi tutti i paesi e il loro numero sta crescendo di ora in ora. Nelle circostanze attuali e sulla base delle informazioni fornite oggi dall’OMS, il Presidente del CIO e il Primo Ministro del Giappone hanno concluso che i Giochi della XXXII Olimpiade di Tokyo devono essere riprogrammati a una data successiva al 2020, ma non oltre l’estate 2021, per salvaguardare la salute degli atleti, di tutti i partecipanti ai Giochi olimpici e della comunità internazionale. I leader hanno concordato sul fatto che i Giochi Olimpici di Tokyo potessero rappresentare un faro di speranza per il mondo durante questi tempi difficili e che la fiamma olimpica potesse diventare la luce alla fine del tunnel in cui il mondo si trova attualmente. Pertanto, è stato stabilito che la fiamma olimpica rimarrà in Giappone. È stato inoltre concordato che i Giochi manterranno il nome di Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo 2020“.

Nuovo modulo per l’autocertificazione e alcuni chiarimenti in linea con il Dpcm pubblicato oggi in Gazzetta ufficiale.

Oltre alle informazioni già richieste nella vecchia autocertificazione nel nuovo modulo va indicato l’indirizzo da cui è iniziato lo spostamento e la destinazione. Inoltre tra le esigenze concesse perché lo spostamento sia lecito oltre alle ‘comprovate esigenze lavorative’ e ai ‘motivi di salute’ sono contemplate ‘l’assoluta urgenza per trasferimenti in comune diverso’ o la ‘situazione di necessità’ per spostamenti all’interno dello stesso comune.

Nella circolare si precisa che “rientra nello spostamento per comprovate esigenze lavorative il tragitto (anche pendolare) effettuato dal lavoratore dal proprio luogo di residenza, dimora e abitazione al luogo di lavoro”. Inoltre “rientrano nelle esigenze di assoluta urgenza, anche i casi – che si stanno ripetendo con una certa frequenza in questi giorni – in cui l’interessato si stia recando presso grandi infrastrutture del sistema dei trasporti (aeroporti, porti e stazioni ferroviarie) per trasferire propri congiunti alla propria abitazione”.

Infine si sottolinea nella circolare che il Dpcm “reca alcune restrizioni riguardanti l’accesso ai pubblici parchi, ville, aree gioco e giardini pubblici e l’attività ludica e ricreativa all’aperto nonché dell’attività all’aperto” e prevede la chiusura dei negozi di alimenti e bevande situati in porti, aeroporti e stazioni a eccezione degli esercizi che si trovano sulle autostrade.

Arrivano le allergie stagionali

Le allergie di primavera sono legate all’esposizione ai pollini delle piante che fioriscono nella bella stagione, per questo prendono il nome di pollinosi. Le particelle espulse dalle piante si librano nell’aria e, sospinte dal vento, possono entrare in contatto con le mucose di occhi, naso e gola; nei soggetti ipersensibili esse si irritano e gonfiano a causa di una risposta eccessiva del sistema immunitario, che interpreta queste sostanze come nemiche dell’organismo (allergeni) rilasciando istamina.

L’allergia ai pollini si presenta con un complesso di sintomi clinici (oculari, nasali e bronchiali), che occorrono con periodicità stagionale, più frequentemente in primavera e in autunno.
Le manifestazioni della pollinosi comprendono la rinite allergica e l’asma bronchiale, strettamente associate sia dal punto di vista clinico che da quello patogenetico.

In base al periodo di comparsa dei sintomi, in Italia si distinguono allergie ai pollini:

Precoci, pre-primaverili: correlate alla presenza di piante con fioritura da dicembre a maggio e alle pollinosi emergenti.
Primaverili-estive: le più frequenti, da sensibilizzazioni verso piante con fioritura tra aprile e settembre.
Estivo-autunnali: più rare, provocate da piante con fioritura nei mesi di agosto e settembre.

I sintomi principali sono:

1. Rinorrea acquosa
2. Congestione nasale
3. Bruciore e arrossamento delle congiuntive
4. Lacrimazione
5. Starnuti isolati o a salve
6. Prurito al palato, al naso e agli occhi
7. Tosse secca e stizzosa, spesso notturna, accompagnata da difficoltà di respiro e dai caratteristici sibili intratoracici propri dell’asma bronchiale
8. Riduzione dell’olfatto e del gusto
9. Insonnia, stanchezza, irrequietezza
10. Difficoltà di respiro e asma (nel 40% dei casi).

Ma con le epidemie, coronavirus in particolare, c’entrano le condizioni dell’ambiente?

Per colpa o per merito della informazione in tempo reale, stiamo seguendo in diretta dal 21 febbraio l’evoluzione del “coronavirus”, di recente definito ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come pandemia sanitaria. Gran parte dell’opinione pubblica l’ha seguita nelle prime settimane sostanzialmente come cronaca in diretta di un evento imprevisto, imprevedibile quanto a durata ed effetti nefasti, ma gradualmente l’apprensione ed anche la paura, con il trascorrere dei giorni, si sostituiscono alle prime reazioni di sottovalutazione.

Almeno in Italia niente che riguardasse l’epidemia è stato ignorato o nascosto, anzi! E tutti gli interessati, scienziati, medici, giornalisti, responsabili delle Istituzioni nazionali e locali, hanno mostrato da subito attenzione preoccupata per quello che poteva accadere nel nostro Paese, oggettivamente impreparato.
Eppure c’è stato chi, inutilmente, ha sottolineato nel recente passato, le gravi carenze di un sistema scolastico pubblico che non prevede momenti educativi circa l’educazione civica, quella sanitaria, quella per le emergenze, nella presunzione che di aspetti così fondamentali per la formazione della persona, debba o possa farsi carico esclusivo la famiglia, con il risultato di trovarci di fronte ormai la quasi generalità dei giovani totalmente impreparati su tutto ciò, ed anche privati ormai da quindici anni, dello screening sanitario di massa che, almeno per i maschi, era garantito dalla visita per il servizio militare obbligatorio.

Non altrettanto rapida è stata la comprensione del rischio in arrivo, o almeno non è stata tempestivamente manifestata reattività verso di esso, fatte salve sparutissime eccezioni, da parte dei c.d. corpi intermedi: partiti, sindacati, categorie imprenditoriali e professionali, realtà del volontariato ed associative in generale, mondo cattolico compreso. Mai è stata così marcata la distanza tra Paese ufficiale e Paese reale e ci sono voluti diversi giorni prima che l’opinione pubblica realizzasse che non si trattava di una telenovela o di una partita giocata altrove, ma di un pericolo grave e reale per tutti e per tutto, per la prima volta nei 74 anni dalla nascita della Repubblica. Come si spiega altrimenti la folla di ragazzi in giro per Roma nei primi giorni di chiusura delle scuole o i pub affollati ed i treni presi d’assalto, finché non sono intervenute misure più drastiche?

Per quanto mi riguarda, ho seguito l’emergenza coronavirus con attenzione fin dal primo momento, cercando di capire se ci fosse qualche relazione di causa effetto con l’inquinamento ed il degrado ambientale, ma pur avendo letto non dico tutto, ma tanto sull’argomento, ho per ora trovato solo ipotesi che riconducono le cause a smog, polveri sottili, impianti di areazione non puliti, quanto alle cause che hanno favorito l’attecchire del virus in alcune zone, e ad eventi di massa, incertezze ed errori iniziali in alcune strutture sanitarie e qualche realtà amministrativa o produttiva locale, quanto alle cause che hanno favorito la trasmissione massiva del virus.

E proprio perché non disponiamo ancora di prove scientifiche o almeno analisi accurate, in merito alle interrelazioni ambiente/epidemia, mi sono limitato a porre, anche in uno scritto pubblicato sul Domani d’Italia del 19 marzo, questa domanda che tengo aperta: “C’è qualche spiegazione per il fatto che la pandemia si è sviluppata, nella fase iniziale, sia in Cina che in Italia, nelle zone più industrializzate dei due Paesi? Qualcuno può spiegarci se c’è una qualche attinenza tra sviluppo del coronavirus e condizioni climatico-ambientali delle due zone?”. Per ora sappiamo solo che, grazie alla chiusura delle attività produttive e della circolazione automobilistica, nelle due zone in questione e non solo, dai satelliti e dal monitoraggio in loco, è stato possibile notare subito una visibilità recuperata ed un ripristino dei valori ottimali della qualità dell’aria, evidente conseguenza del venir meno dello stress ambientale ma ancora identificabile come causa diretta o concausa del diffondersi dell’epidemia.

Anche grazie al maggior tempo a nostra disposizione per la lettura, abbiamo potuto in questi giorni ripercorrere il racconto delle innumerevoli epidemie che, con differenti denominazioni ma con similari modalità di diffusione, ampiezza numerica di vittime, identici sentimenti di paura collettiva, tragiche conseguenze socio-economiche, hanno periodicamente colpito l’umanità, in ogni periodo storico sempre inerme ed incapace di fronteggiarle. Da un secolo a questa parte, lo sviluppo della scienza ci consente di analizzare la natura di ogni singola epidemia, di decifrarne i meccanismi di mutazione ed attecchimento, di individuare con relativa celerità ritrovati antagonisti e vaccini per future insorgenze dello stesso virus o similare. A me, come a tutti coloro che non fanno parte del ristretto mondo della ricerca scientifico-medica, non resta che attendere fiduciosi, coltivando anche la speranza che possano anche essere trovati sistemi di prevenzione, indagine precoce, metodologia comportamentale, organizzazione della struttura sanitaria vocata, poiché su questi aspetti non ci sono stati progressi negli ultimi sette-otto secoli come si può evincere dal breve excursus storico che segue, tratto dagli archivi e dalle cronache di Viterbo, mia città di origine.

1348. Peste nera arrivata dall’Asia grazie ai topi infiltrati tra le merci trasportate; grande mortalità nella città, dilagare della peste favorito dalle pessime condizioni igieniche delle persone e delle abitazioni, inquinamento delle acque, convivenza di persone ed animali.
1449. da un quaderno di memorie di una famiglia locale: ”e così vi ricordo figlioli miei, quando vengono simili influenze di peste e morìa vogliate fugire, perché secondo li famosi e valentissimi medici, non ci è altro miglior rimedio se non fugir presto da lunga e tornar tardi”.
1451. “Quella peste afflisse talmente anche il contado di Orte e la città stessa, che di ogni cento persone ne restarono dieci. Mugnano fu quasi disabitato, Bomarzo fu ridotto a 22 persone, Vignanello in tutto vi morirono trecento cinquanta persone e tutte dalla parte della Porta. In Carbognano, parte per la cattiva aria, e parte perché il male era gagliardo, vi rimasero quindici persone e otto ragazzi.”

1470. “anno Domini 1470..seguitava en Viterbo..granne mortalità de vecchi et anche de giovani, et morevano de fevre e ponctora”. La ponctora viene identificata oggi come polmonite infettiva, che si manifestava con un iniziale forte dolore (pontura) all’emitorace e doveva essere molto frequente all’epoca, come dimostra la gran quantità di suppliche ed ex voto dei sec. XV e XVI presenti in tante chiese con riferimenti a stati febbrili ed influenzali.
1495. Da un atto notarile del 1495.”Ad mal de pontura facete come segue: che non magni cosa nesciuna salvo una minestra di panatella et non bevi, et si pure vole bevere che bevi un poca di aqua cotta in termine di otto o nove di, li si faccia una sdrifulatio dinanti in nelle coste, et che DORMA AL CONTRARIO dove ave el decto male subito guarirà.”

1476. vengono chiuse le porte della città, sospese le scuole e le funzioni religiose, cacciati mendicanti e meretrici, dove c’è un malato, tutta la sua famiglia viene segregata nella casa ed una sola persona può per le necessità uscire sotto controllo, i malati gravi vengono portati nel lazzaretto, c’è un aumento di furti nelle case e di vendette di sicari, non c’era più chi soccorresse i malati e non si sapeva più dove gettare i morti. Due becchini furono fatti venire da Orvieto e due cittadini furono “deputati sopra la peste”, la quale durò da marzo a settembre e fece nella sola città di Viterbo tre mila vittime. Intorno al mese di settembre l’epidemia cominciò a ridursi per l’irrigidirsi del clima, ma un noto medico assicurò che la peste stava cessando per la riduzione delle sporcizie dell’aria, mentre un famoso chirurgo sentenziò che la malattia veniva “per un contagio e non una corruzione dell’aria”. A seguito dell’epidemia gli amministratori cittadini dettero vita ad un istituto che in futuro si occupasse dei vecchi e raggruppò i sei ospedali civili allora esistenti, non riuscendo però a coinvolgere anche i tre restanti ospedali religiosi.
Che dire dopo aver letto le tante incredibili assonanze tra i racconti delle epidemie di quegli anni lontani e quella odierna?
Che nonostante tanti progressi della scienza per cui andiamo molto fieri, su diversi aspetti ancora non chiariti su come prevenire e stroncare in origine un virus e sulle risposte sanitarie ed organizzative da opporre ad una epidemia, possiamo purtroppo confondere le cronache di allora con quelle di oggi, anche circa il quesito sulle interrelazioni tra epidemia ed ambiente pulito.

Non ci resta che investire ancora risorse su scienza e salute ed operare ogni sforzo perché la Natura ritrovi il suo equilibrio. E per favorire questo convincimento e questo impegno individuale, in un periodo in cui dobbiamo restare forzatamente a casa, FONDAZIONE SORELLA NATURA

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Carlo Casini, il cattolico sociale irriducibile alla resa culturale

A mezzogiorno di ieri, Carlo Casini ha recitato il suo Angelus in paradiso e mi piace immaginare che ad aprirgli la porta, come gli preconizzò Papa Francesco nel 2014, ci siano state tutte le creature per la cui vita aveva speso la sua. Il Papa per la verità disse che i bambini non nati l’avrebbero tirato in cielo.

Fiorentino di nascita, fu amico del più noto tra i fiorentini di adozione, Giorgio La Pira, il sindaco ‘santo’ di Firenze, con il quale condivise l’utopia di un nuovo umanesimo nella società della mercificazione e della sopraffazione dell’umano.

Carlo è stato un servitore della vita e la sua stagione umana si è incrociata fino a compenetrarsi con quella di altre grandi figure a cui fu legato da profondo affetto: Teresa di Calcutta, Jérôme Lejeune, Giovanni Paolo II, Elio Sgreccia. Insieme a loro Carlo Casini si trovò a fronteggiare, potendo solo arginarla, la marea montante dell’individualismo che travolgeva l’argine della solidarietà, l’ondata del relativismo etico a vantaggio degli istinti individuali, il declassamento della vita da dono a bene di consumo, il passaggio dall’etica della responsabilità al dogma dell’autodeterminazione, la sostituzione della lotta per i diritti umani (costitutivi e inalienabili) con la lotta per i diritti civili (riconosciuti dalla maggioranza che controlla la polis).

Giovane e brillante procuratore, ben prima di dedicarsi alla politica, si trovò proiettato di colpo nell’agone politico, imbattendosi a gennaio 1975 nella fabbrica fiorentina degli aborti del Dr. Canciani e di Adele Faccio. Poi, in un crescendo rossiniano, ci fu la sentenza del febbraio 1975 della corte costituzionale che ammetteva l’aborto “in caso di danno grave, medicalmente accertato e non altrimenti evitabile”, ci furono nel 1976 i “mostri” inesistenti della diossina di Seveso, ci fu la legge 194/1978, che reca nel titolo la “tutela” della maternità, ma che ha garantito l’aborto on demand e impedito di tutelare la maternità trasformandola in un tabù.

Carlo Casini, rispose a tutto questo con lo studio, con l’animazione sociale e con l’azione politica. Da ex magistrato inventò nei fatti in Italia il bio-diritto, per dare fondamento giuridico e scientifico alla difesa della vita, fu tra i più attivi nel referendum abrogativo del 1981 della legge sull’aborto, lanciò, con l’aiuto della Chiesa, poderose raccolte di firme per leggi di iniziativa popolare, per petizioni. Furono campagne che non ottennero mai risultati concreti, ma che contribuirono fortemente a tenere alto il dibattito, a raccogliere un’opposizione culturale, a mobilitare la resistenza a quella cultura radicale che si è rivelata la vera e unica vincitrice sulle macerie della battaglia politica italiana del XX secolo.

Nel 1979 Casini scese anche in politica e, per la sua origine e la sua formazione, non poté farlo che nell’alveo di quel cattolicesimo sociale che animava larga parte del popolo democristiano, sebbene molto meno i vertici del partito. Carlo era convinto, come avrebbe detto Bagnasco alcuni decenni dopo, che la questione etica che riguarda il diritto alla vita è “la” questione sociale fondamentale: il fondamento del principio di eguaglianza e di non discriminazione, dal quale derivavano tutti i diritti che ci consentono di viveri liberi e eguali nella nostra comunità.

Per quanto più volte rieletto, non ebbe grandi successi a livello legislativo. Utilizzò il parlamento italiano e quello europeo come poderose tribune, ma forse fu la DC a utilizzare lui per raccogliere voti.

Poco a poco la politica italiana si è arresa alla mentalità abortista, e ogni parvenza di diga si è rotta dopo il crollo della DC. Gli epigoni di quello che fu un glorioso partito si sono divisi tra i cattolici del sociale e quelli della bioetica, finendo, anche inconsapevolmente, per servire altri disegni e mettendo tra parentesi, in un caso come nell’altro, istanze irrinunciabili per un cristiano.

Non così Carlo, che alla bioetica, e al biodiritto ha sempre accompagnato la proposta sociale e legislativa per la prevenzione dell’aborto, per l’educazione, per l’aiuto alle gestanti in difficoltà, fino a promuovere una poderosa rete di volontariato attorno all’attività dei Centri di Aiuto alla Vita (il primo proprio a Firenze nel 1975) e delle Case d’Accoglienza. Con le parole e coi fatti Carlo ha promosso e sostenuto in Italia la cultura dell’accoglienza e della vita.

Poi col tempo si sono affacciate nuove sfide, sempre più difficili: l’aborto della RU-486, tornato ad essere solitario; l’aborto inconsapevole e spensierato delle pillole dei giorni dopo; lo sfruttamento della povertà femminile con l’utero in affitto e la compravendita di gameti spacciata per ovodonazione; le limitazioni all’obiezione di coscienza e le discriminazioni degli obiettori; le pressioni di quello che Papa Francesco chiama il colonialismo dell’ideologia gender; il diritto alla sospensione dei sostegni vitali, che per via giurisprudenziale è diventato presto suicidio assistito e diventerà a breve eutanasia; la nuova eugenetica; le sirene del transumanesimo che stanno avendo il sopravvento sul nuovo umanesimo lapiriano.

Dimenticando gli orrori di Norimberga, si sta contrabbandando pericolosamente per libertà di ricerca scientifica l’uso di metodi di indagine “disinvolti” che utilizzano gli esseri umani, sia allo stato embrionale.

Nel campo avverso, molte di queste sfide hanno trovato sostegno in una pervasiva legislazione e regolamentazione, soprattutto in sede europea, finalizzata a promuovere ogni sorta di attacchi alla vita, mascherandoli come salute riproduttiva, gender equality, empowerment femminile, compassione, diritto alla morte nel best interest del paziente, controllo di qualità degli embrioni, etc. Un potere in Europa che, per cancellare ogni residua resistenza culturale, distribuisce cospicui finanziamenti per percorsi formativi e progetti di ricerca, purché rigorosamente “politically correct”.

Carlo se ne è andato mentre alcune di queste istanze sono riuscite ad annebbiare il senso comune di tanti cattolici e, peggio ancora, ad anestetizzare il senso etico di uomini politici di estrazione cattolica, sapendo di poter far leva anche sul comprensibile disagio di alcuni uomini di chiesa, insofferenti nel trovarsi in contraddizione con il mondo.

Nel frattempo, il dibattito sulla vita si è ormai ridotto a scontro tra la sopraffazione del potere massonico che domina l’informazione a senso unico e il fondamentalismo settario di alcuni pro-life.

Restano la sua testimonianza e la passione con cui si è battuto per le sue idee. Ho avuto il privilegio di conoscerlo da giovane medico e di collaborare con lui da presidente della Federazione Mondiale dei Medici Cattolici e nella Pontificia Accademia per la Vita, di cui entrambi siamo stati membri. Ho avuto l’onore di succedergli quale presidente del Movimento per la Vita Italiano, seppur per una breve e controversa stagione. Ne ho ripercorso anche alcune tappe della vita parlamentare, trovandomi esposto come lui, ma con meno compagni di lui, nella nuova stagione del vuoto ideale e politico. Come lui ho perso, senza rinunciare a combatterle, alcune battaglie fondamentali, come quella sulle unioni civili e quella sul fine vita. Per me è stato un maestro. Come lui resto un cattolico sociale, irriducibile alle ideologie, indisponibile alla resa culturale.

Carlo se ne è andato nei giorni della pandemia. Se ne è andato apparentemente sconfitto, ma la sua testimonianza lascia semi per un futuro migliore. Chissà che non sarà proprio il confronto con la morte per il coronavirus a far riscoprire un nuovo rispetto per la vita e a far maturare una rinnovata solidarietà con la vita dei più fragili.

Grazie Carlo, spero che un giorno ci sia essere anche tu tra gli amici che verranno a “tirarmi” su in Paradiso.

Umberto Galimberti: “La condizione elementare e fondamentale per continuare a vivere si chiama amore”.

Prof. Galimberti, Lei si è occupato nei Suoi studi e nelle Sue pubblicazioni di approfondire i profondi mutamenti della condizione umana ed esistenziale nella civiltà contemporanea, dominata in maniera pervasiva e irreversibile dalla dimensione tecnologica. Non trova che si sia realizzata una sorta di rivoluzione copernicana per cui non la persona in quanto tale ma il contesto in cui vive è il centro dell’universo simbolico nel quale siamo immersi? Titolava una rivista scientifica americana: “Wanted people Renaissance”. Abbiamo davvero bisogno di nuovo umanesimo, di un nuovo Rinascimento?

Ne avremmo effettivamente bisogno ma non ne vedo le condizioni. Il Rinascimento è caratterizzato sostanzialmente dalla centralità dell’uomo (penso al ‘De dignitate hominis’ di Lorenzo Valla ma anche già all’arte greca che metteva il corpo dell’uomo al centro della scena) tuttavia oggi ciò non è più possibile in quanto nell’età tecnica l’uomo non è più ‘centro’, soggetto, perché è diventato ‘un funzionario di apparati tecnici’. Il modello di riferimento cui si cerca di renderlo adeguato è sostanzialmente ‘la macchina’, rispetto alla quale si presenta come qualcosa di imperfetto: si ammala, ha umori, le donne restano gravide, non è efficiente e funzionale come la macchina, laddove efficienza e funzionalità sono le categorie dominanti dell’età della tecnica.

Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento nelle mani dell’uomo: in realtà non è più cosi e questo è dovuto al fatto – ce lo insegna Hegel – che quando un fenomeno aumenta quantitativamente allora produce un cambiamento qualitativo del paesaggio.

Questo teorema Hegeliano era stato ripreso da Marx quando sosteneva che il denaro è un mezzo per la realizzazione di quegli scopi che sono la soddisfazione dei bisogni e la produzione dei beni.

Se però il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualunque bene, allora il denaro non è più un mezzo ma diventa il primo scopo rispetto al quale si vedrà in che misura soddisfare bisogni e produrre beni. Se questo discorso lo applichiamo alla tecnica – come condizione universale per realizzare qualsiasi scopo – allora gli scopi vengono subordinati al raggiungimento del massimo potenziale tecnico e allora la tecnica – e non l’uomo- diventa il massimo soggetto della storia.

Max Weber descriveva i processi di razionalizzazione non come progressiva ed estensiva conoscenza di tutti i meccanismi e di tutte le regole che governano la nostra vita  ma – al contrario – come ‘disincantamento dal mondo’, luogo delle idee e dei concetti, della libertà di pensiero. Non pensa che ci sia – nella nostra situazione esistenziale – un prepotente ritorno dei meccanismi di condizionamento dei comportamenti, fino a renderci schiavi del ‘pensiero pensato’ piuttosto che creatori e artefici di un ‘libero pensiero pensante’? Nella stessa quotidianità molta parte di ciò che facciamo non è dettata da ragionati convincimenti ma da luoghi comuni, stereotipi, opinioni, modelli precostituiti. E’così?

Purtroppo è così, gia Heidegger ci avvertiva che il pensiero dominante è un pensiero calcolante, “che fa di conto” e se accade questo noi finiamo con il capire solamente ciò che è utile e non sappiamo più che cosa è bello, che cosa è giusto, che cosa è vero, che cosa è sacro. Allora tutte queste categorie umanistiche che hanno fatto la storia del pensiero occidentale sbiadiscono, vanno sullo sfondo rispetto al pensiero ‘in grado di far di conto, di calcolare’.

Ciò vale ancor più in ‘un’economia diventata globalizzata e nell’epoca della tecnica.

La preoccupazione di Heidegger è che non esistono alternative a questo modo prevalente di pensare, esclusivamente calcolante: è allora inquietante che il mondo intero si trasformi in un unico, enorme apparato tecnico e – soprattutto – che noi non siamo preparati a questa radicale trasformazione del mondo.

Ma la cosa ancora più inquietante è che non disponiamo più di un pensiero alternativo al pensiero della tecnica. Questo ha dei risvolti e dei cascami ancora più miserabili perché la gente – non avendo un’alternativa al ’pensiero che calcola’ – per percepire il mondo si affida ai luoghi comuni, diffusi in primis dai media e dalla televisione, facendosi suggestionare da idee ipnotiche e linee guida non-pensate della propria vita. 

Si considerino le derive comportamentali indotte dai media, specie se al servizio della politica e dell’economia.

Già Nieztsche aveva intuito che chi la pensa diversamente, rispetto al pensiero diffuso, se ne va spontaneamente in manicomio. Nel mio ultimo libro sui miti di oggi mi occupo del disincanto di questi luoghi comuni, a cominciare dall’amore materno: non è vero che le madri amino solo i propri figli, li odiano pure, e quanto al mito della giovinezza, il lifting sarebbe meglio farlo alle proprie idee e non al proprio corpo. Prevalgono configurazioni convenzionali,  le idee pigre, le idee non pensate, i dettati ipnotici mentre è venuto meno l’atteggiamento critico. E’ chiaro che la “critica” può condurci nella “crisi”, perché quando destabilizziamo idee diffuse, automaticamente non è detto che ne nascano di nuove: però se ci affidiamo solo agli stereotipi e alle idee diffuse diventiamo gregge in mano del potere.

Politica, informazione, economia: non più modi organizzativi convenzionali premianti e liberatori, funzionali al ben-essere ma gabbie, involucri occulti e totalizzanti che ci impongono di schierarci, agire, essere e apparire oltre la nostra individuale consapevolezza, oltre la nostra libertà. Tra una società radicalmente strutturata, globalizzata e interdipendente e i miti della cultura”amish”, cioè del ritorno alla natura espungendo dai nostri stili di vita gli aspetti più deteriori di quella che chiamiamo civiltà, esiste forse una terza via che ci restituisca la possibilità di essere protagonisti delle nostre scelte esistenziali in un mondo di regole e non di costruzioni?

Già Freud aveva segnalato che il progresso della civiltà comporta il possesso di regole sempre più precise, coatte e stringenti – tali da rinchiudere l’uomo in una sorta di gabbia d’acciaio.

E osservava che noi abbiamo barattato la nostra felicità per un po’ di sicurezza: la nevrosi è il risultato di questa società fatta di linguaggi prevalentemente da apparati.

L’uomo che si presenta a noi e ci dice il suo nome non ci dice nulla: lo fa di più il biglietto da visita che ci consegna, l’idea di appartenenza che ci trasmette, l’apparato in cui noi lo identifichiamo.

L’uomo in quanto tale declina il suo essere in una funzione: per questo c’è un degrado nei rapporti umani e le persone comunicano sulla base dei modi che l’apparato richiede.

C’è un collasso dei sentimenti, delle relazioni autentiche, dell’umanità, delle relazioni, perché le categorie prevalenti della tecnica e dell’economia globalizzata sono quelle della ragione strumentale: “raggiungere il massimo obiettivo con il minimo utilizzo di mezzi”.

Al di fuori di questo non c’è pensiero: tutto il resto appare come sovrabbondanza, come eccesso, come spreco. Ma la dimensione umana non è solo razionalità, è anche sentimento che finisce invece per essere trascurato come valore. Non esiste più la gratuità del gesto ma la sua utilità e ciò determina un degrado dell’umanità la quale – non reggendo a questo stile di efficienza e di produttività, di linguaggio essenzializzato a queste categorie –  finisce con lo star male: non è un caso che siamo diventati i primi consumatori di psicofarmaci al mondo e questo più per un sintomo che per una cura. Anche la stessa depressione ha cambiato volto: non più organizzata attorno al nucleo del ’senso di colpa’ ma a quello dell’inadeguatezza: ce la faccio o non ce la faccio?

Professor Galimberti, poiché risulta vano rispondere ai mille interrogativi dell’esistere con una spiegazione strettamente disciplinare, mi pare prevalga nelle analisi sociali e negli scandagli dell’anima, la dimensione di un approccio olistico, cioè totale e multidisciplinare.. Sociologia, psicologia, psichiatria, pedagogia non riescono da sole, ad una ad una , a dare risposte convincenti ai nostri perché. Di fronte alle difficoltà di interpretare i nostri bisogni esistenziali, di fronte alla solitudine e alla difficoltà di capire e comunicare, anche la filosofia, la letteratura e le varie espressioni artistiche possono fare la loro parte? Perché si trovano più risposte ai problemi della nostra epoca nella rappresentazione di  una tragedia greca, nell’ascolto della musica di Mozart o nella lettura di una pagina di  Proust, piuttosto che in mille trattati di dotti sapientoni o nelle chiacchiere dei lavori di gruppo e dei ‘tavoli di concertazione’?

 

Un volta la filosofia era la madre di tutti i saperi, poi c’è stata differenziazione ed emancipazione.

Come effetto di questa specializzazione l’uomo è stato trattato come una cosa schematizzata: se prendiamo ad esempio la psicologia vediamo che considera l’uomo come ‘il caso’ di una teoria, lo oggettiva. Vale allora l’obiezione di Husserl: se io oggettivo l’uomo, la psicologia perde la sua competenza perché  perde la sua soggettività, l’individualità.

L’economia ci ha addestrato a parametrare la realtà al concetto di utilità, perdendo i valori del bello, del buono, del sacro, del vero, dell’intimo.

La filosofia ricerca la verità, come idea regolativa cui tendere,  attraverso la critica dell’esistente e la problematizzazione dell’ovvio, già a partire da Socrate, che discuteva di queste cose nelle piazze.

La musica è un linguaggio preverbale, una cosa che non si dice ma si sente; Nietzche la pone all’alba del pensiero, dove intercetta tutto l’ordine sentimentale..

L’arte e la bellezza hanno fatto il mondo ma oggi sono condizionate dalle logiche di mercato, dove il denaro è il generatore simbolico di tutti i valori: se un’opera d’arte resta fuori dal mercato viene vissuta come espressione di sé e non come qualcosa di artistico.

Vediamo oggi le varie forme di decadenza dell’umano – rinunciando alla dimensione tragica di cui ci avevano istruito i greci, rinunciando alla bellezza, marginalizzando la musica, trascurando la filosofia: stiamo rinunciando all’uomo.

Anche la scuola ha perso i suoi scopi fondamentali: è diventata luogo di apprendimento-istruzione più che di educazione: i contenuti intellettuali – come ci insegna Platone – passano attraverso categorie emotive. 

Qui passa la differenza tra istruzione ed educazione, i sentimenti si acquisiscono come le nozioni, si imparano: il luogo privilegiato per insegnarli è la letteratura che ci dà i paradigmi per collocare i nostri stati d’animo – l’amore, il dolore, la noia, l’amicizia ecc. –  in una narrazione che ho acquisito leggendo. I ragazzi, interrogati sul perché stanno male non sanno nemmeno nominare il luogo del loro disagio e qui subentra la disperazione. 

Manca alla scuola di oggi una buona educazione sentimentale.

Trovo in particolare che la solitudine sia una condizione emotiva tendenzialmente incline a manifestare comportamenti e stati d’animo interessanti da un  punto di vista antropologico e filosofico. Mi colpisce la trasversalità del fenomeno che riguarda giovani e anziani, ricchi e poveri e  che si evidenzia paradossalmente anche nei contesti di socializzazione primaria come la famiglia o la scuola. Quali sono le cause di questo fenomeno dilagante nell’epoca dell’immediatezza comunicativa? Perché i ragazzi per dialogare escono di casa e vanno nei centri commerciali? Perché i soli, gli anziani, i depressi si mettono per ore e ore davanti alla TV? Prof. Galimberti, perché la gente non riesce più a comunicare? Le do la risposta di un’artista – la poetessa Alda Merini: “perché le persone non parlano, blaterano”. E’ così?   O meglio: è ‘solo’ così? Davvero non siamo più capaci di ritrovare noi stessi al di fuori di stereotipi comportamentali preconfezionati?

Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Diciamo ciò che abbiamo sentito dire da altri, per questo io parlo di ’monologo collettivo’. Questi ragazzi, un po’ afasici, a cui manca il linguaggio e a  cui mancano i luoghi di socializzazione come gli oratori o le sezioni di partito com’era più frequente un tempo, si ritrovano per strada o al bar, dove bevono, si alcolizzano o si drogano: della droga mi colpisce prima ancora dell’aspetto medico-clinico il suo essere una sorta di “anestesia”, di isolamento dal mondo. Vivono di notte perché il giorno li sconfigge.

Io sono convinto che rispetto alla condizione giovanile – che nessuno prende in seria considerazione – è un po’ come se fossimo seduti su di una bomba pronta ad esplodere.

Anche per gli anziani sono cambiati i luoghi di comunicazione: una volta c’erano i paesi, le cascine, coi loro chiacchiericci e pettegolezzi, oggi prevalentemente gli appartamenti metropolitani e ricordo che ‘appartamento’ deriva da ‘appartarsi’.

Una volta gli uomini per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri.

Passano solo messaggi negativi, a cominciare dai luoghi di lavoro che una volta erano ambienti di solidarietà e oggi invece soprattutto di invidia, di stress e di competizione, anche in relazione alla crisi economica.

Conversando con Rita Levi Montalcini ho ascoltato da lei una riflessione che trovo straordinaria – nella sua sintesi – e potenzialmente utile a rispondere a molti interrogativi che ci riguardano: “Pensare può essere utile, parlare non sempre è necessario”. Quanto contano i silenzi nella nostra vita e nella maturazione della nostra identità?

Io del silenzio ho una grande considerazione: è il luogo dell’immaginazione, dell’ideazione, della fantasia.

Dovrebbe esserlo a cominciare dai bambini: ma a chi comunicano i loro stati d’animo evocati dal silenzio, se neppure in famiglia sono ascoltati?

Oggi è qualcosa di introvabile, reperirlo è molto arduo. Questo coincide con il fallimento della comunicazione. Vado in treno da oltre trent’anni: prima la gente si parlava, in viaggio, comunicava: ora hanno tutti il computer davanti o l’ipod nelle orecchie.

Allora mi domando: ma il comandamento cristiano ama il prossimo tuo come te stesso è praticabile se oggi il prossimo non c’è più?

Scrisse Paul Valery in una sua celebre poesia: “Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. Non c’è mai un anno zero in cui tutto finisce e poi ricomincia da capo, ogni giorno soffia incessante  il vento della vita e ci porta gioie e dolori, difficoltà e speranze. La vita è sempre un dono, mi ha detto il Card. Martini. Chiedo a Lei: mi spiega il filosofo almeno tre motivi, tre cose che contano davvero, per cui vale la pena di rimboccarsi le maniche, di armarsi di buona volontà e coraggio per viverla fino in fondo?

La condizione elementare e fondamentale per continuare a vivere si chiama amore: il Card. Martini l’ha segnalato, con ragione.

L’aveva detto bene Freud: la vita funziona se qualcuno ci ama.

Noi viviamo finchè c’è qualcuno che ci ama: sono convinto che molte persone anziane ‘se ne vanno’ perché nessuno le ama più. 

I bambini non amati diventano intellettualmente deprivati e sentimentalmente incapaci di cogliere risonanze emotive nelle loro esperienze.

L’amore è la categoria della vita ma comporta una condizione di gratuità: oggi mancano le condizioni dell’amore perché – in prevalenza dell’interesse come valore –  la gratuità viene derisa e vista con sufficienza, come qualcosa di patetico.

L’amore è prevalentemente vissuto oggi come passione, come fatto transitorio: nel nostro tempo si è sviluppato un concetto terrificante di libertà, dove libertà non è facoltà di compiere delle scelte ma come ‘revocabilità’ di tutte le scelte (sono incinta, abortisco, non amo più quest’uomo quindi divorzio ecc.).

Che biografie si costruiscono, che amori si consolidano? Paradossalmente aggiungerei una noticina: oggi non è importante rendere facili i divorzi ma rendere difficilissimi i matrimoni. 

Bisogna che la gente capisca che l’amore è un’opera d’arte, è scoprire il segreto dell’altro, essendone curioso, nella sua continua cangianza.

Oggi vedo persone che si accostano agli altri come se fossero dei muri.

Amore e gratuità sono le due cose che possono dare un minimo di speranza a questa civiltà, ormai assediata solamente dagli interessi, dalla velocità del tempo.

Oggi rischiamo di arrivare al pensiero unico e anche al sentimento unico, perché ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si soffre, come si risponde, che cosa si deve dire, che cosa si prova.

Se tutti pensiamo allo stesso modo è già grave ma se tutti “sentiamo” allo stesso modo, la nostra dimensione di vita è irrecuperabile.

Perciò la terza cosa è la libertà.

Ora abbiamo il dovere di esserci.

Da giorni su vari organi di informazione ci si interroga anche sul profondo cambiamento che subirà la politica, la dialettica politica, il ruolo dei partiti e la stessa funzione del Parlamento dopo la drammatica emergenza che ci ha investiti e travolti. È del tutto inutile perdere tempo attorno a sondaggi – credo prevalentemente fasulli – che danno l’attuale premier e altre esperenti politici a cifre di popolarità stellari. È sufficiente parlare con qualunque cittadino, ovviamente per telefono o attraverso Skype, per rendersi conto della differenza radicale tra la percezione virtuale e quella reale. Cresce, cioè, la sensazione che dopo cambierà tutto. E cambierà, ci vuol poco a capirlo, anche la classe dirigente. Anche qui una ovvietà. Le parole d’ordine che hanno portato, ad esempio, al potere il partito di Grillo e Casaleggio sono state letteralmente spazzate via da questo tornado. Pensate parlare oggi di inesperienza al potere, di esaltare l’incompetenza e la distanza dalla politica, di attacco alla casta e al Parlamento, del valore salvifico del populismo e della demagogia e, soprattutto, della necessità di denigrare e di distruggere il proprio avversario politico. L’ormai celebre “vaffaday”. Ecco, è appena sufficiente ricordare questi semplici aspetti per arrivare ad una banale conclusione: il dopo emergenza sanitaria modificherà lo scenario pubblico che abbiamo sperimentato e conosciuto sino ad oggi. Compresa, come ovvio, l’attuale classe dirigente, in particolare quella al governo attualmente. Ma anche, e soprattutto, quella d’opposizione. Come si articolerà questo passaggio epocale è difficile da immaginarlo adesso. 

Ma in questo scenario, quello che noi possiamo fare concretamente – cioè i cattolici democratici e popolari – è far sì che la politica non declini definitivamente. Perchè se la politica è visione, futuro, prospettiva, elaborazione culturale, confronto, mediazione e ricerca di accordi programmatici per realizzare il “bene comune”, non possiamo permetterci il lusso che declini. O meglio, che venga travolta da altre categorie ad oggi inesplorate ed inesplorabili. Certo, la sostanziale scomparsa degli attuali partiti dall’orizzonte pubblico non aiuta certamente l’azione di ripartenza della politica e del dibattito politico. Ma per il dopo occorre pur attrezzarsi. E un filone come il nostro e soprattutto una cultura politica come quella in cui faticosamente e seppur con molti limiti cerchiamo di aggrapparci quotidianamente per cercare la linfa indispensabile per essere in prima linea, ci impone di non arrenderci e di non adeguarci all’esistente. Qualunque sia l’approdo del dopo. Abbiamo il dovere di provarci e, soprattutto, il dovere di continuare a declinare nella società contemporanea i nostri valori, il nostro modo d’essere e la nostra specificità. Non per il bene nostro ma per la salute della politica, per la credibilità delle nostre istituzioni e, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia. 

Dall’Europa finalmente un trittico di cambiamento.

Può senz’altro essere ambiguo e triste, ma chi più e chi meno, siamo fatti tutti così: i grandi cambiamenti, quelli che esigono forzature sulle nostre abitudini, egoismi, timori, mancanza di coraggio, come d’incanto avvengono sempre in presenza di grandi eventi vissuti da tutti come pericolo per il futuro.

Anzi la paura degli accadimenti, più destabilizza ogni certezza, più le mete del cambiamento sono assicurate. Dunque, aldilà di una sparuta minoranza che con costanza coerenza ed abnegazione sostiene una volontà di obiettivi importanti per una comunità, solo la drammaticità degli eventi riesce come in una magia a sciogliere tutti i nodi aggrovigliati della selva intricatissime di barriere che fino a quel momento si sono frappostisi. Questo ho pensato in queste ore, di fronte di un grande cambiamento di prospettive europee, avvenuto tutto in una settimana. Rimettiamo in ordine gli elementi straordinari dell’accaduto!

Dopo le gaffes della La Garde, che alla domanda di giornalisti che gli chiedevano se fosse intenzione della Bce di intervenire a sostegno dell’Italia per l’aumento dello spread, ha risposto perentoriamente che non rientrano nei compiti della Banca Centrale Europea intervenire. Eppure la stessa Christine La Garde, appena pochi giorni dopo, come colpita sulla strada di Damasco annunciava la messa a disposizione di ben 750 miliardi di euro per proteggere i paesi dell’Unione debitori, dalle speculazioni della finanza sul rialzo nelle aste degli acquisti di Bond.

Passato qualche giorno, clamorosamente, la Cancelliera Angela Merkel risponde positivamente al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul progetto di emissione eventuale di ‘euro Bond’ che ne la Germania, ne altri paesi del nord Europa hanno mai voluto accettare, come accaduto con la proposta di Giulio Tremonti nel corso dell’inizio della crisi di 10 anni fa.

Ancora in questi giorni la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, annuncia che viene sospeso il patto di stabilità, così anche l’Italia potrà provvedere a spendere ciò che serve per far fronte alle varie necessità straordinarie riguardo alla sanità pubblica e riguardo alla spesa per sostenere lavoratori e sistema produttivo.
Beh, di fronte ad un trittico di questa portata, non possiamo che tirare un respiro di sollievo. Tra tante sofferenze almeno si potrà far fonte ad ogni necessità. Credo che però queste decisioni potranno portarci dopo la crisi ancora molto oltre il cammino sinora fatto riguardo l’Europa. Infatti una ‘compromissione così intensa’ di tutti gli Stati membri su scelte finanziarie così rilevanti, presuppone che tutte le strategie economiche avranno bisogno di poteri che vanno oltre il coordinamento. Infatti, avere tutti in salvo nella barca, dovrà presupporre che tutti dovranno remare all’unisono. Significa il controllo stretto sulle entrate ed uscite di tutti i paesi UE, dovranno essere sotto controllo, gestito pressoché federalmente, compreso naturalmente un solo fisco.

Credo che i calcoli dei leader europei tradizionalmente più scettici su queste misure, risiedono sulla convinzione che nel mondo in cui viviamo, fatto di pandemie e giochi ormai chiari anche ai ciechi di altre potenze straniere che tramano contro l’evoluzione della Unione Europea, che gli egoismi possono avere un costo infinitamente pesante senza una vera dimensione Statale Continentale, di garanzia per ciascun popolo europeo. Devo dire che da europeista quale sono sempre stato, nutro molta più fiducia per il futuro. Nel contempo, spero anche che coloro che esercitano costantemente, nei fatti, una pressione contro tutto ciò che è Europa cambino strategia presto. Tanto si è capita l’antifona che muove taluni disposti a tutto pur di guadagnare consenso; e mi fermò qui.

Coronavirus: New York conta da sola il 5 per cento dei casi mondiali

Il numero dei casi confermati di contagio da coronavirus nello Stato di New York ha segnato un drastico aumento tanto che lo Stato conta ora circa il 5 per cento dei contagi mondiali.

Circa il 13 per cento dei pazienti risultati positivi al coronavirus a New York sono attualmente ricoverati negli ospedali. Cuomo ha puntato l’indice contro l’atteggiamento “insensibile” e “arrogante” dei residenti della città di New York, che a suo dire continuano a riunirsi come nulla fosse presso parchi e spazi pubblici.

Il governatore ha dato tempo 24 ore alla città per presentare un piano teso a ridurre l’affollamento degli spazi pubblici. “Non capisco cosa la gente non capisca di quanto sto dicendo”, ha detto Cuomo, che ha suggerito la chiusura di strade e spazi pubblici.

A Venezia l’acqua dei canali torna limpida

Torna limpida l’acqua a Venezia. Il motivo: il blocco del traffico e di parte delle attività industriali (coi relativi scarichi) per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

Mai, nei mesi precedenti al blocco, l’acqua dei canali di Venezia era stata così pulita.

ul fondale si vedono i pesci e cigni e anatre nuotano indisturbati. Le foto delle acque cristalline della città lagunare, molto amata in tutto il mondo, sono state pubblicate da molti siti e giornali stranieri.

Un qualcosa di simile era accaduto in Cina sopra i cieli di Wuhan e delle altre grandi città cinesi fermate da Covid-19. I satelliti della Nasa avevano rilevato, attraverso alcuni scatti fotografici, come alcune sostanze inquinanti erano quasi del tutto sparite dai cieli cinesi.

Sui siti internet parte la caccia al pulsiossimetro

Il pulsiossimetro (pulsossimetro o ossimetro o saturimetro) è un’apparecchiatura medica che permette di misurare la quantità di emoglobina legata nel sangue in maniera non invasiva. Si basa sulla tecnologia sviluppata da Takuo Aoyagi nel 1974 per l’azienda giapponese Nihon Kohden. Non consente di stabilire quale sia il gas a cui è legata l’emoglobina, ma solo la percentuale di emoglobina legata. Di norma l’emoglobina lega l’ossigeno, per cui si può ottenere una stima della quantità di ossigeno presente nel sangue.

Ora in tempi di Coronavirus tutti vogliono avere in casa questo dispositivo.

Quindi sulle piattaforme online è caccia al pulsossimetro.

 

Il Tg2 della Lega

Se non vi indignate voi, vuol dire che siamo alla frutta!
E  vuol dire che l’obiettività dell’informazione pubblica e il suo equilibrio disinteressato, sono una opzione lasciata alla discrezione dei direttori dei Telegiornali RAI.

L’ alibi dell’emergenza non regge : ma è mai possibile che il direttore del Tg2 si presenti la mattina sul secondo canale RAI come conduttore – togliendo peraltro spazio ai suoi giornalisti e ad un programma – con una precisa scelta dei governatori leghisti ‘nordici’ da intervistare?
E questo non tanto e non solo perché – ahimé – le loro Regioni meritano indubbie attenzioni, ma per quanto essi stanno facendo nella loro permessa – anche se non giustificata – autonomia costituzionale , anticipando se non disattendendo il Parlamento italiano.

Sangiuliano è stato voluto e messo al Tg2 dalla Lega. Punto. Ha presenziato alle sue feste, ha incontrato e fatto intervistare Salvini a più non posso , e ha fatto propaganda spudorata  nel proprio Tg a questo partito. Questo deve essere chiaro.  E fin qui, si dirà,  poco male : la lottizzazione è antica e non scandalizza più nessuno !

Ma che questo signore si permetta il lusso proprio  in questi giorni – e mettendo a tacere la sua Redazione e l’Usigrai – di far precedere il suo ‘personale’ Tg dal  “Va pensiero” verdiano e non dall’ ” Inno di Mameli ” , quando anche i sassi ricordano che il “Va pensiero”  era l’inno scelto da Bossi per la “sua” autonomia padana,  beh…questo malcelato buon gusto musicale, meriterebbe qualche attenzione.

Soprattutto perché venduto sottobanco, e  fatto nel  momento in cui la RAI sta dimostrando tutta la sua lodevole forza e la sua ottima potenzialità nell’informazione  obiettiva nazionale sul tragico evento.

E perché disinvoltamente praticato  nei giorni in cui le appartenenze ideologiche e i “ringraziamenti”,  andrebbero messi da parte, lasciando spazio agli autentici sentimenti di solidarietà nazionali.

Intervista postuma a Cino Tortorella

Si può ben dire che Tortorella è uno dei padri della televisione pubblica italiana: già in scena nel 1957 come Mago Zurlì e poi dal 1959 ininterrottamente per 50 anni, come ideatore e presentatore dello Zecchino d’oro, successivamente autore e regista di ‘Chissà chi lo sa?’, ‘Scacco al Re’, ‘Dirodorlando’, ‘Nuovi incontri con gli autori’. Da dove nacque e come si è rafforzata negli anni questa vocazione all’intrattenimento televisivo dei bambini e dei giovani, quella che un tempo si chiamava ‘la TV dei ragazzi’?

Visto come sono andate poi le cose, se qualcuno mi chiamasse adesso ‘padre della televisione pubblica’, io chiederei di corsa un disconoscimento di paternità. Non mi sento per niente padre di questa televisione,  non mi ci riconosco pur essendo la Tv di oggi figlia di quella definita ‘degli anni d’oro’. Io sono capitato per caso a fare programmi per i ragazzi, desideravo tutt’altro: avevo lasciato l’università per fare teatro con Strehler, volevo seguire le sue orme, fare il regista teatrale come lui.

Conoscere Strehler ha cambiato la mia vita.  Avevo scritto – comunque – tra i vari spettacoli teatrali uno che era indirizzato ai ragazzi e si intitolava “Zurlì mago del giovedì” e – nella versione teatrale -“Zurlì, mago lipperlì”. Di quello spettacolo io ero autore e regista, il mago era invece Giancarlo Dettori. Vide lo spettacolo Umberto Eco al quale era piaciuto molto e mi chiese di farne una ‘riduzione’ per la televisione, che era nata due o tre anni prima. Di questo eravamo tutti contenti tranne Dettori che non aveva tempo, aveva altri impegni, non poteva farlo e allora  – dopo aver cercato altri interpreti- dato che il tempo per decidere era poco, mi ero proposto io stesso per interpretare Mago Zurlì, anche perché si erano programmate solo quattro trasmissioni, perciò avevo detto ‘lo faccio io’. Poi queste trasmissioni sono diventate centinaia. Io non sapevo niente dei ragazzi, non ero un educatore, non ero un maestro: a un certo punto quello che mi sono proposto subito è stato di fare delle trasmissioni che divertissero i ragazzi, li coinvolgessero e soprattutto non li offendessero. I miei principi sono stati questi: coinvolgerli, interessarli, divertirli, non offenderli.

Erano anni in cui questo garbo, questi sentimenti venivano apprezzati, corrispondevano anche ad un ‘sentire sociale’….

E’ quello che dovrebbe esserci tuttora, a parte il fatto che oggi la TV dei ragazzi è solo un lontano ricordo. La Rai per prima, che dovrebbe occuparsi dei ragazzi, li ignora completamente: RAI Uno ha cancellato tutte le trasmissioni per i ragazzi, l’ultima è stata la festa della mamma. Non solo ha tolto le trasmissioni per i ragazzi ma anche quelle per le famiglie, c’è rimasto lo Zecchino d’oro ma non so ancora per quanto. Credo che se continuasse l’attuale direzione della Rai sarebbe certo messo fuori lo Zecchino d’oro.

In quegli anni di fervore e di voglia di fare e di crescere Lei ebbe modo di incontrare personaggi come Giorgio Strehler, Nino Castelnuovo, Gianni Magni, Giovanni Coccorese, Umberto Eco. Ci racconta come prese le sembianze del ‘Mago Zurlì’, il personaggio più mitico per la TV dei piccoli di quell’epoca? 

Quella trasmissione ebbe subito un successo incredibile, straordinario. Già alla prima puntata c’era un quiz e arrivarono centomila risposte dai telespettatori, e subito la RAI mi chiese di andare avanti: io, che non ero preparato a questo, vivevo alla fin fine, per mesi, praticamente in Studio.

Avevo però dei collaboratori straordinari: vorrei citare, oltre ai nomi che ha detto, Giancarlo Cobelli e Angelo Corti, che impersonavano rispettivamente Pippotto e Pippetto. Cobelli è diventato poi un ottimo regista teatrale mentre Angelo è stato un grande mimo oltre che aiuto regista di spettacoli importantissimi. Erano tutti miei compagni di Accademia di arte drammatica al Piccolo Teatro. Dalle previste quattro puntate se ne fecero poi decine e centinaia.

Questo mi costrinse, in un certo senso, a dimenticare le mie originarie aspirazioni, poi però scrivevo i testi e facevo regia. Sono riuscito qualche anno dopo – dirigendo il teatro dell’arte a Milano – a fare spettacoli credo interessanti, uno dei quali vinse un premio internazionale a Berlino: era una commedia scritta con Sandro Tuminelli e si intitolava “Op, op, op là”, era nata come trasmissione televisiva ‘Canzoni per alfa centauri’.        

Ricordiamo insieme il Suo ‘Zecchino d’oro’ che Le è valso il titolo di presentatore entrato nel guinness dei primati: lo spettacolo condotto più a lungo al mondo. Alcune canzoni hanno fatto la storia della TV: ‘44 gatti’, ‘Dagli una spinta’,‘Fammi crescere i denti davanti’, ‘Popoff’, ‘Il pulcino ballerino’,’Il caffè della peppina’, ‘Il valzer del moscerino’….Ci furono autori d’eccezione come Gorni Kramer, Tony Renis, Mogol, Fred Bongusto, Paolo Poli, Giorgio Calabrese, Memo Remigi, Tata Giacobetti, Augusto Martelli, Raffaele Pisu, Paola Pitagora ecc. Insomma un successo irripetibile e unico arricchito poi dalla collaborazione dell’Antoniano di Bologna e dalla direzione del coro di Mariele Ventre. Questa è leggenda della TV e ricordo di un’epoca: ce ne parla? 

Sono nel guinness dei primati per lo spettacolo condotto più a lungo dallo stesso presentatore. L’anno scorso l’Unesco ha dichiarato Lo zecchino d’oro ‘patrimonio mondiale per una cultura di pace’. L’apporto dato da Mariele fu veramente importante, con lei lanciai 25 anni fa l’iniziativa del ’fiore della solidarietà, visto il successo dello Zecchino d’oro, trasmesso prima in eurovisione e poi in mondovisione.

Data la diffusione e la notorietà della trasmissione mi ero chiesto: perché non si può fare qualcosa per i bambini che in ogni parte del mondo soffrono per la violenza, per fame, per l’abbandono? Da allora ogni anno- attraverso lo Zecchino d’oro – noi facciamo una raccolta di fondi. Abbiamo cominciato in Bangladesh dove abbiamo costruito tre scuole, poi in Bolivia, in Congo, in Brasile e nell’Italia stessa, in occasione del terremoto dell’Umbria. Siamo stati i primi nella storia della TV a fare una raccolta di fondi mirata ad aiutare i bambini. Quest’anno è il 50° anniversario dello Zecchino d’oro e stiamo lavorando ad un musical: il testo è stato scritto da Maurizio Costanzo, Enrico Vaime e mio figlio Davide, con regia del grande Brachetti, la parte musicale verrà invece curata da Elio delle ‘Storie tese’. Dovrebbe andare in scena in concomitanza con la ricorrenza della data di avvio della trasmissione: era il settembre del 1959.

Questa notizia non è ancora uscita, la passo adesso a Lei e ai lettori de IL TICINO, in anteprima. 

Negli anni ’70 ci fu il passaggio alle reti private (Telealtomilanese- Antenna3 e poi la Fininvest: sono di quel periodo ‘Il pomofiore’, ‘La bustarella, ‘Strano ma vero’, ‘Telebigino’, ‘Bim, bum, bam’ e ‘Bravo bravissimo’, con programmi destinati ai ragazzi e altri al pubblico adulto, l’impegno dedicato alla scuola di formazione per tecnici delle televisioni private. Una carriera lunga, prestigiosa e tuttora in atto che lega però il Suo nome soprattutto al personaggio del Suo esordio televisivo, quel ’Mago Zurlì’ che è ormai una leggenda persino del linguaggio e dell’immaginario collettivo. C’è una ragione di questo?

Inizialmente mi dava un po’ fastidio il fatto che – anche se facevo altre cose importanti – io ero solo ’il mago Zurlì’. Poi a un certo punto ho accettato questo ruolo, ancora oggi mi ci ritrovo: pochi minuti fa ero in un negozio e sono venute lì da me le cassiere e mi dicevano ‘ma lei è il mago Zurlì!’. Il fatto significativo è che – trattandosi di persone giovani – non mi hanno mai visto in quei panni in televisione: nello Zecchino d’oro sì, come conduttore in altre trasmissioni pure ma certamente non da ”Mago” perché avevo smesso quel ruolo circa 35 anni fa. Per tutti io non sono Cino Tortorella, sono Mago Zurlì, le mamme mi indicano così ai bambini, mia moglie stessa mi vedeva in Tv e diceva : “io da grande voglio sposare Mago Zurlì”. Quando mi aveva incontrato la prima volta mi aveva chiamato ‘Mago Zurlì’ e io le avevo risposto: ‘sono Cino Tortorella e faccio il regista’. E lei c’era pure rimasta male….

La Sua garbata presenza  ha accompagnato la crescita di intere generazioni di piccoli telespettatori: erano anni in cui la televisione era intrattenimento e spettacolo ma anche mezzo di vera e propria formazione culturale per le famiglie italiane. Che cosa sostanzialmente è cambiato rispetto ad allora nella proposta dei palinsesti e anche nel target degli utenti? Si può dire che la TV è stata lo specchio più fedele dei cambiamenti della società italiana, dei gusti, delle tendenze, dei comportamenti e degli interessi?

Negli anni è venuto a mancare troppo spesso il rispetto verso il pubblico che guarda la televisione. Ci sono delle leggi al riguardo che nessuno fa rispettare, a cominciare dalla famosa ‘fascia protetta’: ma protetta da chi? Ci sono pochissimi che fanno attenzione a questo bisogno: quando Marconi inaugurò la prima stazione radiofonica nel 1926 disse a quelli che avrebbero dovuto condurre le trasmissioni: “guardate, fate attenzione a quello che dite perché in qualunque momento, quando voi parlate, all’ascolto potrebbe esserci un bambino”. Questo monito è continuamente ignorato dalla TV e si fa un male incredibile a questi bambini, con trasmissioni diseducative dove vengono trattati da piccoli divi. Penso ad esempio alla trasmissione ‘Ti lascio una canzone’. Io continuo a ripeterlo ma nessuno mi ascolta. Si dice: ‘devono essere i genitori a fare attenzione a ciò che vedono i propri figli’ ….’cambiare canale’. Ma non tutti i genitori hanno la possibilità culturale di capire che un certo programma può far male: penso all’acqua che ci arriva dal rubinetto. ‘Non sono io che devo andare a farla controllare, sei tu che me la devi mandare non avvelenata’. Così la TV: arrivano in casa mia certi programmi – da qualunque canale – che sono assolutamente inaccettabili. Nonostante psicologi, educatori e associazioni denuncino tutto ciò, nessuno si muove.

Prevale oggi una TV generalista e lo schermo diventa strumento di fruizione individuale di programmi calibrati agli interessi del singolo utente: uno si noleggia un film oppure accede alla ‘pay-tv’ e poi c’è ‘facebook’ e internet che apre le porte al mondo, in modo a volte indiscriminato. Ha ancora senso parlare di TV dei ragazzi? Che cosa si può fare per evitare che il cattivo gusto diventi occasione di pessima educazione collettiva?

Si dovrebbe poter fare qualche cosa ma le varie associazioni nate a tutela dei minori non sono ascoltate. Io penso però che soprattutto la RAI dovrebbe poter dire ai genitori: ‘un paio d’ore al giorno ve le programmo, per i vostri figli, con trasmissioni nate per loro, mirate’. E penso ai bambini ma soprattutto agli adolescenti. Con il pubblico di ‘Chissà chi lo sa?’, del ’Dirodorlando’, di’Scacco al re’ si instaurava un rapporto straordinario, le trasmissioni nascevano in un certo modo e si cambiavano di settimana in settimana perché c’era un forte coinvolgimento emotivo dei ragazzi, partecipavano. Questa è la cosa importantissima che è stata dimenticata: oggi i ragazzi seguono le trasmissioni come mangiano il chewing-gum, qualcuno ha infatti detto che la TV è il chewing-gum degli occhi.

Scopriamo un aspetto forse meno noto di Cino Tortorella, ma altrettanto interessante e significativo: quello del raffinato gastronomo che ha diretto ‘Sapori d’Italia’ e collabora con ‘Grand gourmet’. E’ solo passione personale o anche questo fa parte dell’attenzione e della cura degli aspetti piacevoli, positivi e gratificanti della vita?

Questa mia attenzione e passione per il cibo è nata dalla frequentazione con Aldo Fabrizi – un gastronomo raffinato – che mi aveva detto: “ricordati, o noi attori impariamo a magnà o morimo”.

Da allora, per passione,  ho cominciato a dedicare più attenzione al cibo, anche rispetto ai temi legati all’infanzia e all’adolescenza.

Infatti, Cino Tortorella non è noto solo come il presentatore della TV dei ragazzi o l’autore di libri di fiabe, collaboratore di settimanali come Topolino, Corriere dei piccoli, Il giornalino, ma anche come persona ispirata con coerente continuità alla tutela dei minori e dei loro diritti. Ci parla dei Suoi recenti impegni in questo campo, come ‘ambasciatore delle famiglie numerose’, come propugnatore della figura del ’Garante per l’infanzia’, come ‘estensore del contratto con i ragazzi italiani’ a difesa dei diritti civili spesso dimenticati dalla politica?

Oggi mi sono posto tre obiettivi, rispetto al mio impegno per i bambini e i ragazzi: uno riguarda la denatalità, problema serio e grave in Italia e in Europa, il mio interesse è nato con il Progetto ‘l’anno della cicogna’ (siamo i primi forse nel mondo per denatalità, prepariamo il futuro di una nazione di vecchi), l’altro si riferisce alla piaga della pedofilia, sono in contatto con Barbareschi per fare qualcosa insieme, e il terzo concerne il problema dell’obesità infantile. 

Ho appena fatto un master all’Università di Lecce su quest’ultimo problema che si è concluso con alcune ‘raccomandazioni’ che porteremo all’attenzione del Ministro Gelmini.

In Italia il problema è enorme, di una gravità incredibile: siamo i primi in Europa per l’obesità infantile, il 35% dei bambini italiani sono sovrappeso o obesi, in particolare al Sud. 

In Francia da anni nelle scuole c’è una materia che si insegna: ‘avviamento al buon gusto’.

Io parlo sempre delle tre A: amore e attenzione in famiglia, alimentazione corretta e attività fisica.

Sto pensando e realizzando un docu-film centrato sui rischi cui vanno incontro i figli di oggi con stili di vita sbagliati e dimostrando come questo sia un processo che si può correggere, con ottimi e tangibili risultati finali: i bambini obesi con regole adeguate, corretta alimentazione e attività fisica ritornano normali. Ne ho parlato con il nutrizionista Giorgio Calabresi.

Sarebbe interessante collaborare con la scuola su questo: negli USA si spende più per l’obesità infantile che per l’istruzione e noi italiani stiamo andando a ruota. 

Un’ultima domanda che Le rimette addosso i panni del Suo esordio televisivo. Se ‘Mago Zurlì’ potesse davvero usare oggi la bacchetta magica, quale magìa farebbe

Ne avrei di magie da immaginare! Se ne devo dire una sola è questa: farei sparire ‘internet’.

Sto parlando di qualcosa che non conosco a fondo ma che mi spaventa. Quando vedo mia figlia, la minore dei miei quattro figli, che ha17 anni, davanti ad internet mi viene un brivido. Sto parlando di una ragazza deliziosa, meravigliosa, mi auguro tanto che sappia difendersi da sola ma non posso non pensare a tutti gli altri ragazzi che hanno a che fare con quel mondo lì, quel mondo misterioso. Non so quanti saranno d’accordo con me o quanti mi tratteranno da ’reazionario’ però io la penso così e ho il coraggio di dirlo.

 

Coronavirus, il +97% di spesa a domicilio taglia le uscite

Per ridurre le uscite sono  praticamente raddoppiate con un aumento del 97% le consegne a domicilio e ora arriva a casa anche la spesa del contadino per evitare le lunghe e pericolose file davanti a negozi e supermercati, garantendosi cibi di qualità a chilometri zero. Lo rende noto la Coldiretti in riferimento alle limitazioni adottate in molte regioni per la spesa in negozi, supermercati, discount alimentari per fermare  il contagio da Coronavirus.

Gli inviti a stare in casa da parte dell’autorità sanitarie e del Governo sono stati raccolti parzialmente dalla popolazione con ben il 43% degli italiani che secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ ha tagliato le uscite anche per andare a fare la spesa, che rimane peraltro tra i comportamenti consentiti. La conseguenza è che la grande maggioranza degli italiani (61%) in questo periodo – precisa la Coldiretti – si reca in mercati, supermercati e discount non più di 1 volta alla settimana.

“Per venire incontro a queste nuove esigenze dalla Val d’Aosta alla Sicilia gli agricoltori dei mercati, degli agriturismi e delle fattorie di Campagna Amica hanno attivato servizi di consegna a domicilio, per far arrivare sulle tavole degli italiani le eccellenze del territori a chilometri zero” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

L’obiettivo è garantire, soprattutto alle fasce più deboli della popolazione a partire dagli anziani e dai malati, la spesa alimentare settimanale direttamente dai contadini con prodotti freschi e di qualità nell’ambito della campagna #MangiaItaliano a difesa del Made in Italy, del territorio, dell’economia e del lavoro. Le iniziative messe in campo in questo periodo nelle diverse regioni d’Italia sono visibili sul sito www.campagnamica.it.

A Roma dal mercato al Circo Massimo è attivo il servizio a domicilio con il “Pacco salva dispensa” con la consegna della spesa contadina a casa chiamando i due numeri di telefono (3357465885 – 3386977928) da mercoledì a giovedì dalle 10 alle 14 con consegna da venerdì pomeriggio a sabato sera e da domenica a lunedì dalle 10 alle 14 con consegna martedì e mercoledì. Due le opzioni a disposizione – sottolinea Coldiretti – la prima è un pacco standard da 30 euro con passata pomodoro, uova, latte fresco, pollo, pane, frutta e verdura, farina, legumi, pasta, formaggio primo sale e carne di bovino. La seconda è un pacco di frutta e verdura da 15 euro con arance, mele, kiwi, carciofi, bieta, cavoli, carote e in omaggio un mazzetto di odori.

Vengono a casa anche i contadini del mercato di Porta Romana a Milano, con pacchi da 30 e da 40 euro con scorte alimentari che vanno dall’ortofrutta al pane passando per i latticini, la pasta, le uova e tante altre eccellenze lombarde. Spesa contadina a domicilio anche a Napoli, dove ci si è attrezzati anche con punti di raccolta dove i cittadini potranno ritirare il pacco ordinato al telefono. In Valle d’Aosta arriveranno a domicilio dalla carne al vino, dai salumi ai formaggi tipici come Fontina e ancora marmellate, conserve, miele, yogurt e latte. La pandemia da Coronavirus ha cambiato in parte il modo di fare la spesa con quasi 1 italiano su 3 (30%) – spiega Coldiretti – si aspetta che l’emergenza duri almeno fino a Pasqua mentre il 46% pensa che dovremo fare i conti con il virus almeno fino all’estate, un 7% fino al prossimo autunno e infine i più pessimisti (5%) pensano che durerà per tutto l’anno mentre non si pronuncia il 12% della popolazione.

Con le famiglie costrette a casa per difendersi dal virus – evidenzia la Coldiretti – il cibo e la cucina sono sempre di più al centro della vita domestica per questo gli agrichef, i cuochi  contadini di Terranostra hanno creato una serie di tutorial e corsi on line a disposizione di tutti sul sito www.campagnamica.it dove spiegano trucchi e segreti della pasta e dei dolci fatti in casa, dei tempi di lievitazione e delle modalità di conservazione e delle materie prime da utilizzare, dalla farina alle uova, dalle verdure ai formaggi, dalla carne alla frutta.

Restando davanti a fornelli e al tavolo da cucina si potrà quindi fare – conclude Coldiretti – un viaggio dell’Italia attraverso alcune fra le principali ricette regionali del Belpaese: i ravioli del Plin del Piemonte, gli gnocchetti di spinaci con raspadura della Lombardia, i Balanzoni per Emilia Romagna, la Tortina alle Marasche della Campania, gli gnocchetti Sardi, gli stringozzi del Reatino nel Lazio, il grano grattugiato con suino nero della Calabria, la crostata con marmellata di percoche della Puglia, quella di mostarda di Uva Fragola della Calabria, i cavatelli con burro e salvia della Campania, i maltagliati integrali dell’Umbria, i fagottini di Cavolo nero e salsiccia delle Marche, le tagliatelle al radicchio di Treviso per il Veneto, gli strascinati con i peperoni cruschi della Basilicata e la tuma al miele della Sicilia.

Coronavirus: Israele separa gli anziani dai giovani

Il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, leader del partito della destra religiosa Habayit Hayehud (La Casa ebraica) ha affermato che “la cosa più importante sull’epidemia, più del distanziamento sociale generale e più dei test a tappeto, è separare gli anziani dai giovani”. “La combinazione più letale si ha quando una nonna abbraccia suo nipote. Il corona è un virus unico, perché è molto più letale per gli anziani piuttosto che per i giovani. In molti paesi nessuna persona di giovane età è morta, la percentuale di decessi tra le persone di età tra i 20 e i 30 anni non è superiore allo 0,1 per cento del totale. Gli anziani tra i 70 e gli 80 anni, invece, hanno una possibilità su cinque o una su sette di morire. Nel prossimo periodo dobbiamo prenderci cura della nonna e del nonno da lontano, usando WhatsApp e Skype per comunicare, portando loro cibo ma lasciandolo sull’uscio di casa.

Non bisogna entrare in casa degli anziani, non bisogna abbracciarli”, ha spiegato Bennett. Secondo il leader israeliano, in ogni caso, tali misure dureranno solo pochi mesi. “Gradualmente, il resto della popolazione verrà contagiato, nella maggior parte dei casi senza nemmeno saperlo. Dopo quattro settimane saremo immuni. Quando il virus raggiungerà il 60-70 per cento della popolazione, questa sarà immune, l’epidemia sarà finita e i nonni potranno uscire”.

Coronavirus, oltre 7.900 candidature a “Medici per Covid”

Sono oltre 7.900 le candidature raccolte in 24 ore con ‘Medici per Covid’. L’operazione, lanciata venerdì 20 marzo dal ministro per gli Affari regionali e Autonomie Francesco Boccia durante una conferenza stampa nella sede del Dipartimento della Protezione Civile, è terminata alle 20 di sabato 21.

Prevedeva la possibilità di presentare la propria candidatura per entrare a far parte della task force di 300 medici che opereranno a supporto delle strutture sanitarie regionali impegnate nell’emergenza coronavirus.

Nelle 24 ore in cui è stato possibile compilare il form online dedicato all’iniziativa ‘Medici per la Protezione civile, “il Dipartimento – informa la stessa Pc- ha raccolto oltre 7.900 candidature che saranno valutate nelle prossime ore.

In necessariis unitas

Carissimi, bisogna che in questo momento ci adoperiamo a misurare le parole che intasano la pubblica comunicazione. È l’ora della sobrietà.

Se ci sforzassimo di compiere il nostro dovere, magari in silenzio, forse contribuiremmo a rendere più nitida la percezione dei gesti compiuti da tanti eroi del quotidiano, privi di megafono. 

Il mondo intero vive l’angoscia della pandemia, ogni giorno l’Italia conta più morti: non è tempo, per questo, di polemiche esplicite o mascherate. Anch’io staccherei dunque la spina e non risponderei più al disordinato Salvini: Conte stavolta ha ragione. 

Basta, basta, basta! 

Che senso ha questo prendere le distanze da ogni provvedimento del governo, senza un briciolo di prudenza e generosità? 

Nessuno nega il diritto di presidiare, specie pensando al domani, le ragioni della dialettica tra maggioranza e opposizione. In fondo la democrazia – lo sappiamo o lo dovremmo sapere – si presenta anzitutto come il sistema che riconosce e garantisce il dissenso, prima ancora del consenso. 

Mi permetto allora un’osservazione. La Chiesa ricorda che ad ogni circostanza si applica una regola: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Oggi abbiamo di fronte le “cose necessarie”, quindi abbiamo bisogno di unità. E direi anche di amore.

Da qualche giorno, tra noi confratelli, ci confrontiamo sull’urgenza di un pensiero che rimetta al centro il problema della “permissione del male”, ovvero della giustizia di Dio.  I teologi, come è noto, assegnano a tale cogitazione il termine tecnico di teodicea.

Ecco, ho ripreso in mano un libro del mio teologo preferito. Mi riferisco a una delle ultime fatiche di Johann Baptist Metz, recentemente scomparso, la cui attenzione al mistero del male scuote alla radice la nostra fede. 

Ecco il richiamo della sua prosa essenziale: “Il cristianesimo, come «religione col viso rivolto al mondo», non può tralasciare facilmente la questione della minaccia che le tenebre della storia umana di sofferenza rappresentano per la sua speranza: proprio oggi tali tenebre pongono il cristianesimo dinanzi alla questione di Dio come questione della teodicea, con una drammaticità sinora sconosciuta”.

La fede ci conforta. È nostro compito mantenere viva la speranza non rinunciando pertanto a combattere, dice ancora il mio teologo, quella sorta di “amnesia culturale in cui svanisce la storia in quanto storia di passione”.

Non ci sono alternative a disposizione dei cristiani. In realtà sono loro a dover testimoniare, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, la superiore potenza del bene. Nonostante i lutti e le sofferenze, proviamo fiduciosi ad alzare la bandiera della speranza.

Non si deve togliere ai più poveri

In questi giorni di emergenza ed incertezza ne abbiamo sentito e ne sentiamo di tutti i colori. Soprattutto desta stupore la mancanza di responsabilità di tante persone che, dinnanzi a questa pandemia – forse neanche se ne rendono conto – continuano stupidamente ad ignorare le misure del Governo che, diciamocelo pure, ha avuto qualche incertezza nel da farsi nei primi giorni. 

Ma, grazie a Dio, pare che ci siamo. 

Se non fosse per misure che da alcune parti sono applicate e in altre no. Prendiamo la Campania. Il Governatore De Luca ha parlato di esercito. Non certo per sparare a vista sugli “indisciplinati”, però sappiamo bene che al Sud, ahimè, le risorse mancano, anche se ci sono menti brillanti e capaci, come i medici che hanno scoperto il valore del farmaco per l’artrite reumatoide in grado di fermare la polmonite causata dal Covid19. 

In molte zone i vigili urbani non bastano, polizia e carabinieri fanno ciò che possono e così la gente va e viene liberamente. Mi trovo obbligata in una frazione del comune di Sessa Aurunca per motivi di famiglia, normalmente vivo e lavoro a Roma. Qui bisogna uscire per forza a prendere il pane, specialmente per le persone anziane; il resto della spesa – date le restrizioni – la dobbiamo fare nei negozi locali che hanno aumentato notevolmente i prezzi spudoratamente. Di solito si andava nei supermercati più vicini. Ora non si può. Però quando esco a prendere il pane tutto sembra normale, perché le persone mettono la mascherina e si muovono in macchina o a piedi come gli pare. 

Non hanno capito. O non vogliono capire. Ecco perché è necessario l’esercito: è una presenza dello Stato e non deve essere vista o pensata come una minacciosa restrizione della libertà. A Sessa Aurunca abbiamo un ospedale, aperto dopo anni di lotta e proteste. Ha i suoi alti e bassi, ma garantisce un primo importante polo di accoglienza. C’è rianimazione, con quattro respiratori che da stasera sono rimasti due. Sì perché hanno deciso di trasferirne due a Maddaloni, dove grazie a Dio pare che non ci siano casi di infezione. Nessuno ne capisce il perché. È vero che in tempi bui e di necessità bisogna condividere, essere più “umani”. Ma perché non si è chiesto altrove? Perché non ci si è pensato prima? 

Adesso tutti si preoccupano del possibile collasso della Sanità in Italia, specialmente al Sud. Non aggiungo altro poiché non vivo qui ma conosco i disagi della mia famiglia e di mia madre quando è costretta, alcuni mesi all’anno, a pagare le analisi ed altri esami. Scusate ma ora mi sento in dovere di denunciare, di urlare quanto è vergognoso togliere ai più poveri!

 

La dura legge della morte e la scommessa cristiana

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda 

Il ricco e il povero hanno vissuto la loro vita e alla fine, entrambi, «sono passati per la legge di noi tutti: morire». Commentando la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro giovedì 12 marzo il Papa ha usato proprio quell’espressione forte, sintetica, drammatica sulla morte: la legge di noi tutti. Viene in mente un’altra frase scarna e categorica, contenuta in un romanzo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy: «Non c’è ordine nel mondo salvo quello imposto dalla morte».

La morte, non c’è che dire, si è ripresa la scena. In Italia, in Europa, in Occidente, era stata in effetti tagliata fuori, era diventata veramente o-scena, ridotta a essere l’ultimo tabù, un “argomento” delicatamente allontanato e infine rimosso anche dal linguaggio comune. Come per ripicca ora si è messa al centro del nostro panorama come un macigno, un meteorite, un oggetto ingombrante e nauseabondo. E adesso è diventato difficile parlare o peggio, parlarne. Si possono fare dei numeri, ma non dire parole. Si può ad esempio calcolare il numero dei contagiati e dei decessi, così, per rimanere in Italia, il bollettino del 20 marzo riportava il numero di 4.032 morti dall’inizio del contagio di coronavirus. Ma questo numero, 4.032, che tutti sanno essere “destinato a crescere”, dice qualcosa veramente? Sul nostro destino cosa aggiunge, quale parola, quale significato, noi ricaviamo da questi elenchi di cifre? I numeri sono insufficienti, così come le parole, forse servirebbe fermarsi su una sola di queste persone morte, sulla sua storia, servirebbero insomma i nomi, almeno, e i volti. 

In quella stessa omelia del 12 marzo il Papa ha osservato come del povero conosciamo il nome, Lazzaro, ma del ricco lo ignoriamo: «il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi». Ma tanti aggettivi non fanno un nome. È un tema caro al Papa questo, ne ha parlato anche nell’udienza dedicata al personale del Dicastero per la comunicazione il 23 settembre scorso: «È necessario passare dalla cultura dell’aggettivo alla teologia del sostantivo», ha affermato, e ha spiegato come l’aggettivo non renda ragione della complessità di una esistenza umana, ma la riduce, ci aiuta semmai ad etichettare la realtà, incasellare il mondo e gli altri, e porta inevitabilmente alla logica dello scarto. 

La sfida allora è quella di salvare il sostantivo dalla morte, mantenere il nome, quello che non riesce a fare il ricco della parabola, perché è rimasto indifferente a Lazzaro, fratello povero che mendicava davanti alla porta della sua casa. Quell’indifferenza ha scavato un abisso tra i due e così anche la loro morte è stata una morte diversa, di una diversità “abissale”: Lazzaro è volato in cielo, nella vita piena e beata, il ricco è morto e basta. Perché il nostro nome lo salvano gli altri, sono gli altri che ci chiamano, che “fanno” il nostro nome e così ci danno vita. 

Se è vero da una parte che tutti siamo sottoposti alla legge degli uomini, cioè moriamo, è anche vero che ognuno muore in modo diverso. E la differenza la fanno appunto le relazioni, i legami che siamo stati capaci di tessere con gli altri. Per questo l’aspetto più tragico di questa pandemia risiede forse nel fatto che spezza le relazioni fisiche, che costringe il malato a morire in solitudine, isolato dagli altri, dai suoi cari. E invece è fondamentale saper “vivere la morte”, e mostrare agli altri come si muore e in questa sfida estrema è cruciale essere accompagnati. Non esiste niente di più serio. Nel 1951 Romano Guardini pubblicava un saggio, I novissimi, in cui afferma: «La morte di Cristo è l’espressione della serietà di un Dio che ama; la nostra morte, l’espressione della serietà dell’uomo amato da Dio». La morte come occasione per mostrare lo stile cristiano di vivere. È questo morire da cristiani l’ultimo dono dei seguaci di Cristo al mondo. In questo dono può infilarsi la luce di una speranza. 

La scommessa che il cristianesimo osa proporre all’uomo contemporaneo che ha rimosso dolore e morte è che quella “legge di noi tutti”, può conoscere delle eccezioni, delle trasgressioni. C’è una possibilità di andare oltre la mera sottomissione alla legge della morte e questo andare oltre la legge è l’amore. Il Nuovo Testamento sta lì a dircelo praticamente in ogni pagina. Se il nostro nome e il nostro volto saranno stati segni dell’amore che ha attraversato la nostra vita, allora la morte non è cancellata ma viene trasformata. L’amore è il dis-ordine del mondo, è quel bene imprevisto, incomprensibile e insensato che però avviene e porta con sé la buona notizia della speranza, quella per cui il figlio di un falegname duemila anni fa ha scelto di morire, donando la vita per gli altri, mostrando tutta la serietà dell’amore del Padre.

Vola il prezzo del grano

Il prezzo del grano ha fatto registrare alla Borsa merci di Chicago un balzo record del 7,4 per cento nella chiusura di settimana, il più grande incremento da maggio 2019, per le effetto dell’aumento nella domanda mondiale di pasta e pane a seguito dell’emergenza Coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle quotazioni al mercato future del Chicago Board of Trade, punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole. Gli effetti dell’emergenza – sottolinea la Coldiretti – si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi, come l’oro, fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere, ma anche per la corsa ai beni alimentari di base sugli scaffali di discount e supermercati.

L’aumento delle quotazioni del grano, che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali, è – sottolinea la Coldiretti – solo la punta dell’iceberg dell’andamento in atto sul mercato di cibi e bevande a livello globale come dimostra il fatto che anche in Asia i prezzi del riso in Thailandia sono saliti al valore massimo dall’agosto 2013.. Una tendenza che è confermata anche in Italia dove si è registrato nell’ultima settimana un aumento del 65 per cento degli acquisti di pasta del 185 per cento degli acquisti di farina che sono quindi praticamente triplicati con il boom di pane, pasta e dolci fatti in casa per le famiglie italiane costrette a rimanere tra le mura domestiche, secondo una analisi della Coldiretti su dati Nielsen. In Italia Le quotazioni alla granaria di Milano – rileva la Coldiretti – sono in leggero aumento per il grano tenero per il pane, comunque inferiori allo scorso anno, mentre segnali positivi si registrano in alcuni mercati per quello duro per la pasta.

 

Dalla Diocesi e dal Comune di Milano il “fondo San Giuseppe” per chi perde il lavoro.

Un aiuto per sostenere coloro che perdono il lavoro, a causa del Coronavirus; un modo per non farli sentire soli in un momento di grande difficoltà. Sarà questa la missione del “Fondo San Giuseppe”, istituito dalla Diocesi di Milano in collaborazione con il Comune di Milano.

«Abbiamo deciso di creare un fondo speciale per esprimere la nostra prossimità e offrire un pronto soccorso a coloro che a causa della epidemia in atto non hanno alcuna forma di sostentamento – spiega l’Arcivescovo -. Lo chiameremo “Fondo san Giuseppe – per la prossimità nell’emergenza lavoro”, affidando il suo funzionamento alla rete dei distretti del Fondo Famiglia Lavoro attualmente in attività, riprendendo le modalità stabilite per la prima fase del Fondo. A questa decisione siamo giunti anche per l’incoraggiamento del Sindaco Giuseppe Sala che ha deciso di contribuire a questo fondo con risorse dell’Amministrazione comunale e di donatori che hanno versato i loro contributi allo scopo».

«Milano – dichiara il Sindaco Giuseppe Sala – ha il cuore grande e nelle difficoltà ha sempre saputo dimostrarlo con fervore. Oggi più che mai abbiamo bisogno di sostenerci gli uni con gli altri, moralmente e anche economicamente. La grave crisi che il Coronavirus sta generando mette in serie difficoltà tanti milanesi. È nostro dovere fare la nostra parte come amministratori: ce lo impone lo spirito ambrosiano. Per questo sosteniamo l’iniziativa della Diocesi di Milano di istituire il Fondo San Giuseppe. Aiutiamo chi è più fragile, non lasciamo indietro nessuno, siamo solidali».

Il Fondo parte con una dotazione iniziale di 2 milioni di euro e, grazie al contributo offerto dal Comune di Milano di 2 milioni di euro, metterà a disposizione inizialmente 4 milioni di euro. Il Fondo realizzerà i suoi obiettivi grazie ai tanti cittadini ed enti che non faranno mancare il loro sostegno aumentandone la disponibilità.

Le risorse saranno ridistribuite alle fasce più deboli allo scopo di disinnescare la crisi sociale che rischia di esplodere dentro l’emergenza sanitaria. Il Fondo San Giuseppe è dedicato ai disoccupati a causa della crisi Covid-19, ai dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto, ai lavoratori precari, ai lavoratori autonomi, alle collaboratrici familiari e altre categorie di lavoratori fragili. Possono beneficiarne coloro che hanno perso il posto di lavoro dal primo marzo 2020, residenti a Milano e nel territorio della Diocesi di Milano.

Il Fondo San Giuseppe viene affidato a Caritas Ambrosiana che lo gestirà grazie agli operatori e volontari dei distretti del Fondo Famiglia Lavoro.

Per accedere agli aiuti le domande dovranno essere presentate ai centri di ascolto parrocchiali e ai distretti del Fondo Famiglia Lavoro in cui è stato suddiviso il territorio della diocesi, a partire dal 25 marzo 2020.

Da Singapore arriva l’app anticontagio

Il governo di Singapore ha lanciato una nuova applicazione per tenere traccia dei contatti tra le persone e risalire a quali si sono incontrate nel momento in cui si risulta positivi al coronavirus

TraceTogether è un app che usa il Bluetooth per determinare quando uno smartphone è vicino ad un altro apparecchio sul quale sia stata installata l’applicazione. I due telefoni si scambiano ID anonimi, i dati vengono criptati e conservati esclusivamente sul vostro smartphone.

Se un utente risulta positivo al Covid-19, a lui o a lei verrà chiesto di fornire i dati registrati dall’app. Si tratta di “una lista di ID anonimi a cui il telefono” del soggetto contagiato “si è avvicinato.

Tutto qui: nessuna geolocalizzazione, né vengono raccolti dati personali. Gli ID anonimi aiuteranno i ‘tracers’ a rintracciare velocemente le persone ad alto rischio contagio, a fornire cure e a prevenire il rischio di diffusione del virus.

È un’idea già applicata da diversi paesi, Cina compresa, e che rappresenta uno dei metodi allo studio in diversi altri stati per provare a contenere l’ormai pandemia di SARS-CoV-2.

Coronavirus: solo 1,2% dei deceduti non aveva altre patologie

Il numero medio di patologie osservate tra i pazienti deceduti positivi a Covid-19 è di 2.7. Complessivamente, 6 pazienti (1.2% del campione) non presentavano nessuna patologia pregressa, 113 (23.5%) presentavano una patologia, 128 presentavano 2 patologie (26.6%) e 234 (48.6%) presentavano 3 o più patologie.

E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità che analizza i dati sui deceduti, relativo a 3200 pazienti.

Un Report che sottolinea, ancora una volta, come “resta alto il numero di deceduti positivi per Covid-19 che hanno una o più malattie preesistenti”.

Coro virtuale “Va pensiero” (“Nabucco” di G. Verdi) – International Opera Choir

Questo fantastico lavoro è stato appena ultimato dall’International Opera Choir di Roma. Project Manager Raffaella Baioni e diretto dal M° Giovanni Mirabile.

Pensiamo a rifondare l’Europa

L’obiettivo prossimo per tutti i Paesi europei sarà quello di trarre il massimo frutto dall’esperienza del coronavirus per ripensare a una rifondazione dell’Unione Europea a partire da una visione politica, cioè storica, razionale, sintetica della comunità dei popoli del continente.

O si comprenderà questa necessaria rifondazione politica dell’Europa o noi europei potremo attraversare un periodo di profondo travaglio, di pericolose fratture, di dolorosi arretramenti sociali, economici e quindi anche politici, regalando spazi agli altri soggetti di rango continentale che si contendono il governo del pianeta: Stati Uniti, Cina, Russia, India, Brasile, Unione Sudafricana, …. In tal caso il vuoto politico che si creerebbe nel nostro continente sarebbe anche un pericolo per la stessa pace mondiale.

Le classi politiche al governo degli Stati europei dovrebbero comprendere che la coesione del nostro continente è l’unica strada per rendere serena e sicura la vita dei loro popoli.

La scomparsa dei partiti.

La drammatica emergenza sanitaria che coinvolge tutti e in modo trasversale, ha già prodotto alcuni risultati. Per restare sul versante della politica. Uno su tutti. La scomparsa, momentanea, dei partiti dall’orizzonte pubblico. Alcuni si compiaceranno. Altri, pochi anzi pochissimi, si doleranno. Ma un fatto è certo. Da quando è scoppiata l’epidemia i partiti si sono volatilizzati. Un motivo in più per evitare gentilmente di continuare a pubblicare sondaggi quotidiani. Anche perchè è abbastanza evidente che sono altamente improbabili se non del tutto infondati. 

Ora, il silenzio dorato dei partiti, di quasi tutti i partiti, ci porta ad una conclusione abbastanza scontata. E cioè, al di là delle polemicucce quotidiane, al di fuori della valanga di insulti e di diffamazioni che ogni giorno vengono scaraventati l’un contro l’altro armati, appena si deve passare ad una fase dove le contumelie si devono comprensibilmente sospendere per ovvie ragioni, i partiti tacciono. Blaterano ancora i loro capi pensando, o illudendosi, che le lancette dell’orologio sono ancora ferme a qualche mese fa. Così non è più, purtroppo. E allora la comunicazione si interrompe e si ferma . Tutto tace. 

Ho voluto ricordare questo aspetto perchè se l’opinione pubblica si abitua al mutismo dei partiti – che già prima non godevano di grande popolarità e simpatia – sarà molto difficile dopo la bufera che ci ha inghiottiti rispedire al mittente la voglia popolare di avere “uno che decide”. E che soprattutto sia in grado di risolvere i problemi quando si presentano in tutta la loro virulenza. 

Perchè la momentanea scomparsa dei partiti si affianca, purtroppo, anche alla forte attenuazione della politica nel suo complesso. Perché se la politica è visione e prospettiva, almeno nella sua nobile accezione, i partiti dovrebbero essere gli attori principali per potere tradurre concretamente quella visione e quella prospettiva. Perchè se i partiti scompaiono dalla scena, inesorabilmente anche la politica è destinata a inaridirsi e ad entrare in crisi irreversibile. 

Ecco perchè quanto prima serve una inversione di tendenza. Per il bene dei partiti, per il bene della politica ma soprattutto per la qualità della nostra democrazia. 

Il sindaco di New York chiede aiuti militari per combattere il coronavirus al presidente Trump.

Il numero di casi confermati a New York è salito a 3.615, e la città sta diventando l’epicentro della crisi negli Stati Uniti

Il bilancio dei morti nella città per il virus è salito a 22, raddoppiando in un giorno. Anche il numero totale di casi è quasi raddoppiato, per il secondo giorno consecutivo.

Per questo il Sindaco De Blasio ha sollecitato Trump a mobilitare i militari per garantire rifornimenti cruciali – che la città potrebbe esaurire in due o tre settimane – e fornire assistenza medica.

Il drammatico aumento deriva in parte dall’aumento dei test, ma indica anche quanto il virus si sia già diffuso sul territorio nazionale. Il 17 marzo scorso, si contavano poco più di 5.700 casi confermati di coronavirus negli Stati Uniti.

Quel numero è aumentato ad oltre 11.500 entro il 19 marzo, e le autorità sanitarie nazionale hanno avvertito che il bilancio continuerà a salire bruscamente man mano che saranno disponibili ulteriori risultati dei test.

Les Echos: gli italiani non sono mai stati così soli dinnanzi alla morte.

Il quotidiano francese “Les Echos”, parlando delle conseguenze che hanno avuto sulla popolazione le restrizioni applicate da Roma per arginare il nuovo coronavirus scrive che: “La pandemia di coronavirus non solo sconvolge la vita quotidiana degli italiani, ma ha anche conseguenze per la loro morte. E più precisamente sulle cerimonie e i riti che di solito la circondano.

Il contenimento è totale e gli incontri pubblici sono severamente vietati. I funerali non possono essere organizzati.

Spesso gli stessi direttori di pompe funebri si occupano di una canzone o di una preghiera, depositando rapidamente un oggetto o dei fiori prima di svolgere il proprio lavoro il più rapidamente possibile. “Questa epidemia uccide due volte , spiega uno di loro. Isolando i malati prima della loro morte e impedendo alle loro famiglie di accompagnarli nel loro ultimo viaggio. Sono devastati e trovano difficile accettarlo. “

Uno stress estremo che si aggiunge allo shock della scomparsa e all’ansia del parto”.

 

Coronavirus, non più di 72 ore senza spesa per 1/3 degli italiani

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3 (30%) non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè in riferimento alle nuove misure anti contagio in discussione a livello nazionale per limitare gli spostamenti delle persone fuori dalle mura domestiche anche per gli acquisti alimentari.

Il risultato è che – sottolinea la Coldiretti – nel 38% delle case degli italiani sono state ammassate scorte di prodotti alimentari e bevande per il timore ingiustificato di non trovali più disponibili sugli scaffali. Nelle dispense sono stati accumulati soprattutto nell’ordine, pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%).

Un comportamento irrazionale che – continua la Coldiretti – sta provocando file davanti a negozi e supermercati con lunghe attese legate alla necessità di scaglionare gli ingressi nei luoghi di vendita, di mantenere la distanza di sicurezza fra un consumatore e l’altro e di evitare pericolosi assembramenti.

Ma gli accaparramenti – precisa la Coldiretti – mettono anche sotto pressione il lavoro di oltre tre milioni di italiani che continuano ad operare nella filiera alimentare, dalle campagne all’industrie fino ai trasporti, ai negozi e ai supermercati, per garantire continuità alle forniture di cibo e bevande alla popolazione.

Coronavirus: le istruzioni sul rientro degli italiani dall’estero

I connazionali che rientrano in Italia da altri Paesi verranno sottoposti ai controlli aeroportuali previsti e attivati, fin dall’inizio dell’emergenza, grazie al supporto e alla disponibilità del volontariato di protezione civile e del personale sanitario. La Polizia di Stato effettuerà i consueti controlli di frontiera agevolando la compilazione della prevista autocertificazione per il rientro presso il proprio domicilio, residenza o abitazione.

In ottemperanza alle misure vigenti per la mobilità delle persone all’interno del territorio nazionale, sarà consentito ad una sola persona raggiungere lo scalo aereo, ferroviario o marittimo, per agevolare il rientro verso la residenza o il domicilio del connazionale. Lo spostamento in questione rientrerà tra le fattispecie di “stato di necessità” che dovrà essere autocertificato con il modulo messo a disposizione del Viminale, compilato in tutte le sue parti indicando, in particolare, il tragitto percorso.

Inoltre, come previsto dal Decreto 120/2020 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Ministero della Salute, i connazionali che rientrano dall’estero, anche in assenza di sintomi riconducibili al Covid-19, dovranno obbligatoriamente comunicare il proprio ingresso in Italia al Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Sanitaria locale. Saranno inoltre sottoposti alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni.

Coronavirus: scoperto come collegare respiratore a più circuiti

“Abbiamo scoperto come collegare un respiratore a più circuiti”. Lo annuncia Sergio Venturi, commissario ad Acta per l’emergenza coronavirus in Emilia-Romagna. “L’intuizione  si deve al professor Ranieri, direttore del reparto di Rianimazione e Anestesia a Bologna che, con alcuni colleghi, di fronte all’emergenza, in particolare a Bergamo, ha provato a collegare un respiratore a due circuiti”.

“Questo ha portato un’impresa di Mirandola a costruire in 72 ore un prototipo, già testato all’Ospedale Sant’Orsola: funziona e nei prossimi giorni useremo quelli necessari perché saremo in grado, a breve, di ordinarli”. “Le prime forniture – approfondisce l’ex assessore alla Sanità – arriveranno a Piacenza e Parma”.

“72 ore per realizzare un circuito innovativo che permette di utilizzare un ventilatore polmonare per più pazienti contemporaneamente. Uno strumento messo a punto da un’azienda di Mirandola, nel distretto biomedicale modenese, che potrebbe rivelarsi fondamentale per moltiplicare i posti letto in terapia intensiva. E’ davvero una notizia straordinaria, che dice tanto della nostra terra – commenta il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, sulla sua pagina Facebook – Ci siamo sempre rialzati, e lo faremo anche questa volta. Insieme”. Il circuito “è stato testato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna e funziona. Già nei prossimi giorni ordineremo quelli necessari e i primi saranno inviati nelle province dove la situazione è più critica” ribadisce.

Il #Coronavirus e la “decrescita infelice”

La lunga colonna notturna di camion militari che trasportano bare di deceduti nel bergamasco, resterà tra le immagini emblematiche di questi giorni, al pari della passeggiata domenicale del Papa argentino (triste, solitario y final) per una Roma deserta.

Cosa ci insegnano momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni di emergenza? Il vero cambiamento c’è stato dal punto di vista sociale. Gli insegnamenti sono stati molti e dolorosi. Stiamo facendo tutti, più o meno consapevolmente, una prova generale di “decrescita infelice”. Alcuni movimenti politici avevano rilanciato nei mesi scorsi il tema della decrescita felice, ma quella a cui stiamo assistendo invece è una decrescita tragica, perché basata anche sui morti. E’ anagrafica, perché “sfoltisce” i più deboli e fragili, alleggerendo i conti della previdenza sociale. E’ psicologica, perché mette a dura prova il tessuto sociale che dovrebbe tenere unita una “comunità di destino”. E’ una decrescita “green” perché l’acqua dei canali di Venezia è più pulita, il cielo di Milano è tornato limpido e respirabile e sulla pianura Padana, come mostrano le immagini via satellite, è praticamente scomparsa la nube di inquinamento. 

Dopo la storica frase “non siamo qui per controllare gli spread”, che infinite sciagure inflisse ai listini mondiali, Christine Lagarde ha parzialmente corretto il tiro con una serie di Operazioni di mercato aperto (OMT) da 750 miliardi di euro, per stabilizzare i mercati. Vedremo se gli effetti saranno quelli sperati. Intanto però, con i principali asset strategici italiani a prezzo di saldo, arrivano (o arriveranno presto) le prime Offerte pubbliche di acquisto. Tutto ciò nel silenzio (più che interessato) dei Paesi del Nord Europa. Quello di cui avremmo bisogno, un nuovo Piano Marshall, non sta arrivando da Washington, ma da Pechino. Consulenze e tecnologie sanitarie, respiratori e macchinari. La nuova “via della Seta” si vede anche nel momento del bisogno.

Intanto si prolunga il blocco totale (almeno in Italia) ben oltre la data fatidica del 3 aprile. I principali esperti ormai concordano su una realistica “deadline” dell’emergenza Coronavirus al mese di giugno, prima di poter tornare gradualmente a una vita normale. Il professor Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, dice apertamente che per una ripresa delle attività economiche bisognerà considerare “lo scenario peggiore”. Tutto ciò quanto lo pagheremo? È questa la domanda che ci dobbiamo porre. Naturalmente si può sempre cantare alle finestre, abbracciarsi (virtualmente) sventolando il tricolore. Il richiamo alla Patria è più che legittimo, nei momenti di difficoltà. Ma quando si raggiunge un certo livello di benessere e si è abituati a un certo standard di consumi, è molto difficile accettare di tornare indietro. E questa “decrescita infelice” avrà un prezzo per tutti, in termini economici e sociali. #andràtuttobene? Speriamo

Coronavirus: In questa prova dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale

Ho notato che attraverso i social circola un messaggio vocale ben letto e ben presentato che prende le mosse dal rifiuto che ci sarebbe stato da parte di frau Merkel, da monsieur Macron, dai misters Trump e Johnson di aiutare l’Italia in questa straordinaria circostanza che la vede seconda solo alla Cina per morti ed infettati, e sta vivendo una esperienza di grande incertezza, preoccupazione, e dolore.

Chi è in questa condizione certamente viene assalito dalla emotività e si aspetta solidarietà; però è molto esposto anche a facile vittimismo, quando punzecchiato da culture negative molto aduse al gioco della contrapposizione e dello scarica barile. Certamente gli italiani hanno un buon credito verso gli altri popoli in difficolta, datosi che singole associazioni e istituzioni, tradizionalmente si sono sempre prodigate a soccorrere chi è stato colpito da eventi negativi naturali, da guerre, da persecuzioni, da carestie.

Di questo siamo stati sempre orgogliosi al punto che nobilmente possiamo dire a testa alta: “siamo italiani”. Ora per parlare di altri, è vero, non è sembrato proprio che volessero immedesimarsi nella nostra situazione. Sarà stato il fatto che almeno i paesi occidentali non affrontano una importante pandemia da un secolo, come la ‘spagnola’ che provocò una ecatombe di 50 milioni di morti e per questa ragione probabilmente sono stati colti impreparati; sarà per le misure drastiche che prontamente abbiamo adottato che ha preoccupato gli altri partners e l’economia; o perché le misure draconiane prese, metteva loro con le spalle al muro al cospetto dei loro popoli. Fatto è che si sono mostrati freddi, e c’è voluto del tempo perché si rendessero conto della reale portata delle decisioni italiane, che in grande parte, loro malgrado, hanno dovuto adottare.

Basti per tutti riferirsi alle sconcertanti affermazioni e alla condotta del primo ministro del Regno Unito Johnson e la rapida sua inversione ad U, per capire il loro stato d’animo. Ora, posto che gli altri hanno sbagliato, spero nessuno me ne voglia se ricordo che a dicembre noi stessi, ad esempio, abbiamo chiuso primi tra tutti i nostri voli con la Cina che adesso osanniamo. Ed allora dobbiamo stare attenti a non prendere la strada sbagliata nel usare le nostre energie emotive in recriminazioni vittimistiche. Penso che questi messaggi nei social, tentano di spingerci nell’angolo anziché al contrario spingerci a reagire diversamente e positivamente. In questa prova invece noi dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale e coesione sociale, come finalmente si sta facendo. Tutte le virtù che siamo capaci di esprimere, le dobbiamo dimostrare innanzitutto a noi stessi; il resto poi viene da se.

Lo dobbiamo al nostro interesse primario a superare la pandemia e per riprendere fiducia in noi stessi; soprattutto la fiducia nella capacità di ridiventare un popolo unito, lungimirante, moderno. Sono sicuro, la pandemia avrà la funzione di un reset generale sull’Italia da tempo inceppata. Dobbiamo saperci riproporre tempestivamente e cambiare strada. Non mi convincono quelli che se la prendono con francesi e tedeschi, senza che si accenni ad alcuna autocritica ai nostri comportamenti. Molti di quelli che se la prendono con altri popoli europei aldilà delle loro colpe, nei fatti scavano la fossa all’Europa. Se fossero coscienti o in buona fede, la criticherebbe per spingerli a fare l’Europa e non il contrario. È vero, l’Europa così non può andare avanti, ma ora più che mai occorre farla davvero. Proprio in questi frangenti drammatici, dovremmo issare la bandiera dell’Unione. Se è vero che il dopo crisi vedrà un mondo cambiato nella economia, nella filosofia della vita, nella politica, anche la natura del potere cambierà.

Dobbiamo essere un solo Stato continentale per la nostra autonomia e dignità di culla della cultura democratica e sociale, per la efficientizzazione della economia e dello sviluppo del lavoro, per neutralizzare l’offensiva dei grandi Stati che brigano in ogni modo perché fallisca il sogno europeo, tra l’altro seminando zizzania tra noi. Ecco perché dobbiamo cambiare la narrazione. A chi punta il dito il dito contro il comportamento degli italiani sul debito pubblico, dobbiamo dimostrare che siamo capaci di asciugarlo anziché accrescerlo, sperperando denari per sostenere una macchina amministrativa inefficiente e costosa e per regalie elettoralistiche.

A chi ci esclude dai giochi geopolitici, dobbiamo dare la dimostrazione che sugli interessi nazionali ed europei, davvero tutta la politica e le istituzioni europee nazionali e locali giocano una sola partita. Ecco, dico a coloro che in buona fede fanno circolare quelle comunicazioni vittimistiche, che facciamo bene a provocare emozione ed anche risentimento, ma devono servirci per riconquistare in ogni ambito quella dignità e nobiltà italica ed europea di cui non sempre siamo esemplari eredi. Credetemi, questo è lo spirito per cambiare davvero. Chi recrimina è già sconfitto.

Le due speranze

Siamo costretti a misurarci quotidianamente con un evento che dimostra una velenosità senza pari. Sappiamo che, in quanto fenomeno naturale, ha una sua durata. Inizia, si sviluppa, giunge all’estremo e poi, via via decade. Questa consapevolezza ci permette di superare, almeno astrattamente, le difficoltà che ciascuno di noi incontra giornalmente.

Restiamo, però, sempre aggrappati ai dati del momento. E con speranza, ogni volta ci capita, di augurarci di registrare un rallentamento di quel malefico cammino.

Se questi dispositivi mentali capitano a ciascuno di noi, questi capitano anche alle istituzioni. Le istituzioni governative, nazionali, continentali e, sicuramente, quelle a carattere mondiale.

Ci arrabattiamo sul che fare singolarmente di fronte ai dati attuali, alla contingenza come si arrabattano le istituzioni.

Per quanto concerne il comportamento del singolo, giungo persino a sostenere la seguente tesi: per battere il virus bisogna anche mettere in ombra la propria ragione, ossia restringere al massimo grado le ragionevoli giustificazioni dei nostri possibili movimenti. In altri termini, quel “restare a casa!”, dovrebbe essere inteso come un imperativo che ciascun individuo dà a se stesso, senza che sia necessario l’intervento di una autorità esterna.

Guardando il problema da un punto estremo, fatto salvo che ciascun governo si muove e si muoverà secondo necessità proprie e nei limiti della propria realtà, non c’è alcun dubbio che una manovra ad ampio respiro debba essere promossa dalle sfere continentali. Nello specifico, per quanto ci riguarda, trattasi dell’Unità Europea. Come fosse una grande madre, la quale sapendo l’insopprimibile diversità dei figli, offre loro delle opportunità per renderli, agli occhi di se stessa, uguali e con massime opportunità per ciascuno di loro.

Già si è parlato di “coronabond” e quindi siamo sulla linea corretta. Non sarà semplice questo indirizzo, perché a qualcuno non sarà particolarmente gradito, ma è l’unico modo per dare e trovare il senso al corpo e l’orizzonte di questa nostra comune madre, vale a dire l’Europa.

Questa manovra avrebbe lo stesso effetto prodotto dalle conoscenze scientifiche, quelle che ho ricordato all’inizio. Sapere che un fenomeno finisce e che una protezione economica ampia ci attende, renderà più semplice accettare, ogni giorno, questa gravosa condizione spirituale, questa incertezza esistenziale e questa umana fragilità che ora, più che mai, ci viene riversata addosso.

Nutro sempre il segreto desiderio di scrivere le prossime newsletter su un’altro argomento. Credo che questo sia anche quanto voi attendiate, mentre posate gli occhi su queste mie brevi riflessioni. Adesso, purtroppo, è la quarta volta di seguito che mi costringo a starmene imprigionato dentro queste parole.

L’Esercito italiano arruola con concorso 120 ufficiali medici e 200 sottufficiali infermieri

L’Esercito italiano avvia una procedura straordinaria di arruolamento per chiamata diretta di 120 ufficiali medici e di 200 sottufficiali infermieri utili allo scopo. Le domande di arruolamento dovranno essere presentate entro il 25 marzo 2020 in maniera telematica, previo accreditamento, esclusivamente tramite il “Portale dei concorsi on line del Ministero della Difesa”, raggiungibile all’indirizzo concorsi.difesa.it oppure tramite l’homepage del sito www.difesa.it.

La selezione è riservata alle persone che non abbiano superato i 45 anni e che siano in possesso di una laurea magistrale in medicina e chirurgia e della relativa abilitazione all’esercizio della professione, per quanto riguarda i 120 posti da ufficiale medico, mentre per i 200 posti da sottufficiale infermiere servirà avere la laurea in scienze infermieristiche e della relativa abilitazione professionale.

Il personale che verrà arruolato dopo aver superato le prove previste, sarà avviato agli Enti individuati dalla Forza armata e nominato tenente o maresciallo in ferma annuale del Corpo sanitario dell’Esercito, con trattamento giuridico ed economico dei parigrado in servizio permanente.

Coronavirus: tutte le disposizioni del Comune di Roma

Numerose le misure adottate dal Campidoglio in attuazione dei Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per contenere la diffusione del Coronavirus (e assidui i controlli della Polizia Locale). Qui di seguito i provvedimenti, settore per settore, e le iniziative straordinarie (come il trasferimento su web e social di arte, spettacoli e musica):

TRASPORTI: ultima corsa di metro-bus-tram alle 21, riduzione corse con orario estivo, sospesi bus notturni. TAXI: nuovi turni con riduzione del servizio (-33%). Sospesa la flessibilità in ingresso e in uscita per tutti i turni di servizio su tutto il territorio comunale, alle stazioni ferroviarie e all’aeroporto di Fiumicino (parzialmente aperto, mentre quello di Ciampino è chuso). L’orario minimo di servizio giornaliero è ridotto a 3 ore.

VIABILITA’:  fino al 3 aprile 2020 viene sospeso il pagamento della sosta tariffata su tutto il territorio di Roma Capitale

Lo stabilisce un ordinanza della Sindaca emanata in funzione del mantenimento dei servizi essenziali per la cittadinanza garantiti dagli operatori che devono potersi recare nelle proprie sedi di lavoro nella maniera più agevole possibile.

Fino al 3 aprile 2020 i varchi delle Zone a traffico limitato del Centro storico, del Tridente e di Trastevere sono disattivati per l’intera giornata.

Annullato l’appuntamento con #ViaLibera di domenica 22 marzo (#ViaLibera è l’iniziativa di Roma Capitale che per una domenica al mese prevede una rete di strade riservate completamente o parzialmente a pedoni e ciclisti, con eventi e altre attività lungo il percorso).

SPORTELLI AL PUBBLICO: vengono erogati agli sportelli i soli servizi “incomprimibili” come le denunce di nascita e morte. Gli sportelli anagrafici dei Municipi aprono solo al mattino e solo su appuntamento.

La Casa Comunale riduce l’apertura al pubblico e osserva questo orario: dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 (possibili ulteriori riduzioni saranno tempestivamente comunicate qui sul portale).

Ogni altro servizio anagrafico e di stato civile è disponibile esclusivamente online. Gli accessi sono contingentati in modo da mantenere la distanza di sicurezza di un metro tra chi attende in fila e tra pubblico e operatori.

060606: il contact center di Roma Capitale resta aperto come sempre 24 ore su 24. La direzione dello 060606 lancia nel contempo una comunicazione agli utenti, sottolineando che il servizio non è “in possesso di informazioni aggiuntive” in tema di Coronavirus e non è “abilitato a fornire interpretazioni delle disposizioni governative in vigore”. L’invito è dunque a non saturare le linee per avere notizie già fornite dalle fonti a ciò preposte, in primis la pagina dedicata del Ministero della Salute .

TURISMO E RELATIVI SPORTELLI: sospesa la vendita della Roma Pass fino al 4 aprile, punti informativi (Tourist Infopoint) chiusi, sportello informativo del Dipartimento Turismo attivo solo via telefono e per posta elettronica. Sportello attività ricettive (SUAR) chiuso e sostituito da contatti per telefono ed e-mail.

SCUOLE: sospesa l’attività fino al 3 aprile, è partita ed è stata completata la sanificazione di edifici, mense, arredi, scuolabus (operazioni concluse in 212 asili nido capitolini, 318 scuole dell’infanzia capitoline, 181 nidi in convenzione, 7 nidi in concessione e 4 nidi in finanza di progetto).

CENTRI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO (C.O.L.): ricevimento al pubblico sospeso fino a nuove disposizioni.

MERCATI: consentite aperture mercati idonei al rispetto delle misure sanitarie di contrasto epidemiologico.

GESTIONE RIFIUTI DOMESTICI: in base alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, AMA diffonde precise prescrizioni e indicazioni su come raccogliere e gettare i rifiuti, per chi è positivo al tampone o in quarantena e per tutti gli altri cittadini. Importante, ai fini del contenimento del contagio, attenersi scrupolosamente al vademecum AMA.

PARCHI E VILLE: chiusi fino al 25 marzo, tranne le aree e i parchi non recintati (come Villa Borghese), dove è invece previsto un aumento dei controlli per verificare il rispetto delle disposizioni fissate dal Decreto governativo dell’11 marzo. Vedi qui per l’ordinanza.

CENTRI ACCOGLIENZA, MENSE SOCIALI, PIANO FREDDO: nuove accoglienze sospese (tranne che su segnalazione degli ospedali, in casi specifici e “compatibili con la vita comunitaria”); uscite degli ospiti “sempre limitate allo stretto necessario”; visite a domicilio solo nei casi indispensabili; sospensione degli “accompagnamenti” da parte delle unità di strada (unica eccezione, quelli legati a procedimenti giudiziari); mense sociali aperte ma nel rispetto delle distanze minime e con turni di accesso. E, per quanto riguarda in particolare il Piano Freddo, ampliata l’accoglienza H24 per i senza fissa dimora: i centri attualmente in regime H15 passano al regime completo H24, in modo che 240 ospiti rimangano giorno e notte nelle strutture, senza spostarsi. E i nuovi inserimenti saranno preceduti da controlli per verificare lo stato di salute degli ospiti.

CENTRI ANZIANI E DI AGGREGAZIONE: decisa la chiusura fino al 3 aprile “di tutti i centri semiresidenziali socio-assistenziali e ludico-ricreativi gestiti da Roma Capitale, in convenzione e privati”: centri anziani, centri Alzheimer, centri diurni, laboratori per anziani-persone disabili-minorenni, ludoteche e centri di aggregazione giovanile. Vedi la nota ufficiale. In tutti i centri anziani sono previsti interventi di sanificazione.

CENTRI ANTIVIOLENZA: continuano la loro attività di sostegno alle donne vittime di violenza di genere, garantendo assistenza telefonica e rispondendo a tutte le richieste di aiuto. I numeri sono attivi h24 e sono disponibili qui sul portale istituzionale. Numero telefonico nazionale 1522, gratuito e attivo h24.

ATTIVITA’ CULTURALI: Tutti i musei, i teatri e tutti i luoghi e gli istituti della cultura, come gli spettacoli, sono sospesi su tutto il territorio nazionale e dunque anche a Roma.

SPORT: L’Assemblea Capitolina ha varato un ordine del giorno che stabilisce misure di ristoro e sostegno: sospensione del canone per il periodo di emergenza e per i mesi successivi; richiesta all’Istituto per il Credito Sportivo di sospendere le rate di mutui relativi agli impianti per i mesi di emergenza e fino a due mesi successivi, per dare tempo agli impianti di ricreare flussi economici.

AMA: disposta la chiusura degli sportelli al pubblico per i servizi relativi alla Tariffa Rifiuti. Fino al 3 aprile prossimo, gli uffici Ta.Ri. di via Capo D’Africa 23/b, via Giovanni Amenduni (Ostia) e via Mosca 9 rimarranno dunque chiusi.

PERSONALE CAPITOLINO: “Tutti i dipendenti capitolini rientrati sul territorio di Roma nei 14 giorni antecedenti l’8 marzo, provenendo dalle zone ‘rosse’ (art. 1 DPCM 8 marzo 2020), sono esonerati dal servizio fino a nuova disposizione e sono tenuti a restare a casa, contattare il numero verde 800 118 800 e seguire le indicazioni fornite”. Così la nota di Roma Capitale. Su scala generale è praticato il lavoro da remoto (smart working), esteso a tutto il personale per l’intera settimana lavorativa, ad esclusione dei servizi essenziali che richiedono presenza fisica e con il mantenimento, dove necessario, di presìdi minimi sui luoghi di lavoro. Vedi la nota ufficiale. Data la novità di questo modo di gestire il lavoro, l’assessore al Personale Antonio De Santis lancia #RomaCapitaleSmart, un “contenitore” per accogliere idee, proposte e suggerimenti dei dipendenti, stimolando “la partecipazione e la condivisione di tutti” per una “crescita esponenziale, dinamica e stimolante” delle attività amministrative svolte in modalità “smart”.

Cura Italia: le nuove norme per la Pubblica Amministrazione

Smart working come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione, sospensione dei concorsi per 60 giorni, differimenti dei termini amministrativi e proroga della validità dei documenti: sono diverse le misure di interesse per le pubbliche amministrazioni nel decreto “Cura Italia”, corposa risposta economica all’emergenza Covid-19.

Il decreto legge n.18 del 2020, appena varato, conferma la centralità del lavoro agile. L’obiettivo è quello di potenziare ai massimi livelli possibili l’utilizzo di questa forma organizzativa, limitando la presenza negli uffici pubblici alle sole attività “indifferibili” che non possono essere svolte da remoto. Anche con questo provvedimento, il Governo mira a creare le condizioni perché la PA continui ad erogare servizi senza compromettere la lotta al virus.

In relazione ai concorsi pubblici per l’accesso al pubblico impiego, viene prevista la sospensione del loro svolgimento per sessanta giorni a decorrere dall’entrata in vigore del medesimo decreto (ieri, 17 marzo 2020). Sono esclusi i casi in cui la valutazione dei candidati viene effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica. Restano valide le procedure per le quali risulti già ultimata la valutazione dei candidati e la possibilità di svolgimento dei procedimenti per il conferimento di incarichi, anche dirigenziali, che si instaurano e si svolgono in via telematica, ivi incluse le procedure relative alle progressioni tra le aree riservate al personale di ruolo.

Il decreto inoltre prevede:

  • la possibilità per i consigli dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane e le giunte comunali di collegarsi con videoconferenza per effettuare riunioni di lavoro, nel rispetto di criteri di trasparenza e tracciabilità, garantendo comunque la certezza nell’identificazione dei partecipanti e la sicurezza delle comunicazioni. Le stesse modalità possono essere adottate dagli organi collegiali degli enti pubblici nazionali, dagli enti e dagli organismi del sistema camerale, dalle associazioni private anche non riconosciute e dalle fondazioni;
  • la sospensione dei termini nei procedimenti amministrativi e degli effetti degli atti amministrativi in scadenza, fino al 15 aprile 2020; inoltre, tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati, in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020, conservano la loro validità fino al 15 giugno 2020;
  • la proroga al 31 agosto della validità dei documenti di riconoscimento e di identità, scaduti o in scadenza; mentre la validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento.

Coronavirus: al via i test per un vaccino italiano

Takis, società biotech di Castel Romano, che ha annunciato di aver ricevuto il via libera per la sperimentazione sugli animali del vaccino contro il Sars-Cov2. I test, il cui inizio è previsto proprio nel corso di questa settimana, sono stati autorizzati dal Ministero della Salute e sono i primi del genere in Europa.

Quello di Takis è un vaccino genetico che contiene solo un frammento di Dna, sarebbe sicuro e indurrebbe una forte risposta da parte del sistema immunitario. Si basa, spiegano gli scienziati, su una tecnologia chiamata “elettroporazione”, che consiste nell’iniezione nel muscolo seguita da un impulso elettrico molto breve che facilita il suo ingresso nelle cellule e attiva il sistema immunitario.