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Amarena, la capretta e lo zoo di vetro.

Il male è antico e ci vorrà tempo per non perdere contro di esso altre posizioni. Si è perso il senso della morte con tutte le conseguenze del caso. Morte viene dalla radice sanscrita marche non è il nostro amare ma di cui è stata vittima Amarena, lorsa uccisa in questi giorni in Abruzzo da un uomo determinato a difendere, sembra di capire, intrusioni indesiderate nella sua proprietà e nello specifico nel suo pollaio.

È sceso di casa con il suo fucile, impeto non da tutti; spaventato, alla vista dellanimale, ha fatto fuoco uccidendolo. Amarena è rimasta con lamaro in bocca ed i polmoni trafitti dal proiettile, la comunità ha protestato con amarezza passando alle minacce verso luomo che ora avrebbe bisogno di una scorta. Di nuovo lidea di violenza e di morte, da una parte e dallaltra, continua a incombere, costantemente chiamata in causa, come fosse qualcosa da prendere a volo ad ogni occasione, nulla di sconvolgente per cui scandalizzarsi.

Giorni prima ad Anagni una anonima capretta è stata uccisa gratuitamente, per gioco, da un gruppo di balordi, lordi di stupidità e cattiveria. Al netto di tutto resta una bavosa stria del male che non sembra arrestarsi. La bestia non aveva un nome ma ha fatto fede alla sua storia prestandosi ad essere il capro espiatorio di una violenza che non sapeva come sfogarsi. La comunità ha reagito mettendo alla pubblica gogna i nomi dei responsabili che così dovrebbero provare un podi vergogna. La capretta ha patito, maciullata di calci, lagonia che è langoscia che precede la morte, che forse agognava perché il suo martirio si risolvesse in fretta.

Così continuando il nostro zoo resterà privo di presenze.Resta una certezza: ci si mobilita, per protesta, con una positiva vivezza che poi purtroppo tracima addirittura nella cruenza. Non si ricorda una pari emotività suscitata dalle centinaia di morti su un barcone zeppo di emigranti lasciato senza soccorso dalla Grecia non troppo tempo fa. Non si sono registrate consistenti mobilitazioni di sdegno per il fatto accaduto. Qualcosa, almeno tenuto conto delle proporzioni, non gira.

Per Epicuro il male è per mano dalluomo o proviene dalla casualità degli eventi. Socrate lo riconduce alla ignoranza ed alla assenza di principi etici. Molto dopo Don Milani diceva che la povertà più grave è la mancanza di cultura. Siamo vicini alla cecità morale del male e della sua banalità sottolineata dalla Harendt. Ancor prima Hegel non ci ricama tanto su e sentenzia che luomo e cattivo di natura e quindi, così stando le cose, occorra rassegnarsi. SantAgostino propende invece a credere che il male sia la conseguenza dellallontanamento dallordine divino.

Ce ne sarebbe da dire ed a proposito sono stati scritti trattati che purtroppo non interessano se non sparuti addetti ai lavori piuttosto che essere la domanda quotidiana su cui accanirsi. Intanto che ci si abitua alla quotidianità, giorni addietro, per futili motivi di viabilità, un ragazzo è stato ucciso da un colpo di fiocina sparato da uno scellerato. Del resto fiocine, al plurale, sta a significare anche feccia ed è questa la coerenza che è intervenuta nel fatto. Sembra che lassassino non si sia reso conto di aver tolto la vita ad un uomo, come se sparare con una fiocina sia qualcosa tutto sommato di tollerabile, dalle conseguenze sopportabili.

A Napoli uno studente del Conservatorio, che per mantenersi faceva il cameriere in un pub, è stato freddato da un ragazzo di sedici anni che in compagnia di altri bravi ha fatto fuori, a seguito di un diverbio, con colpi di pistola il povero giovane. La sua vita è stata instabile come il sogno, un giorno, di poter suonare in una orchestra stabile della sua città. Suonava il corno nellOrchestra Scarlatti Young ma il suo killer non ha avuto scuornoa toglierlo di mezzo da questo mondo. Nello Zoo di vetrodi Tennessee Williams, Jim, uno dei personaggi, ballando con Laura, fa cadere inavvertitamente un unicorno di vetro della collezione di lei. Ela fragilità della condizione umana che andrebbe maneggiata piuttosto con cura assoluta.

Cadono nel vuoto le parole severe del Sommo Poeta quando scriveva sì che le pecorelle, che non sanno, tornano dal pasco pasciute di vento. È questa dunque la cifra della nostra contemporaneità. Gente che va in giro nutrendosi di nulla se non lesta ad ammazzare il prossimo.

Leopardi, uno che di queste cose ci capiva scriveva rivolto a Dio: Ora vo da speme a speme/ Tutto il giorno errando e mi scordo di te/ Benché sempre deluso/ Tempo verrà chio non restandomi/ Altra luce di speranza/ Altro stato a cui ricorrere/ Porrò tutta la mia speranza nella morte/ E allora ricorrerò a te/ Abbi allora misericordia.

Non resta che sperare in una nuova era glaciale, che raffreddi gli animi di tanti, costringendoli al laborioso esercizio del pensiero.

A Trieste un convegno della Banca d’Italia sulle prospettive dell’economia italiana

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Le molteplici trasformazioni che stanno interessando il mercato del lavoro, tra spinte demografiche, innovazione tecnologica e mutamenti delle politiche pubbliche sono stati i temi al centro del confronto, nel pomeriggio di ieri, per il secondo appuntamento di In viaggio con la Banca dItaliaa Trieste.

Ha aperto i lavori lAssessore a lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Alessia Rosolen, che secondo quanto riporta una nota ha tratteggiato le caratteristiche del mercato del lavoro nella regione, contraddistinta da una delle età medie più alte d`Italia, e ha sottolineato come nel contesto attuale sia fondamentale investire in formazione, competenze e politiche sociali: Non ci sono scorciatoie, tutti gli attori coinvolti devono intervenire.

Il dialogo è proseguito con le parole di Pierluigi Medeot della Camera del Commercio del Friuli Venezia Giulia, che ha posto l`accento sul disallineamento tra la domanda di competenze delle imprese e le figure professionali disponibili nel mercato. Il Direttore della Sede di Trieste della Banca d`Italia, Marco Martella, ha quindi evidenziato l`impatto della demografia sul mercato del lavoro come ulteriore fattore di cambiamento oltre a quelli legati all`innovazione tecnologica e all`intelligenza artificiale, al tempo stesso sfide e opportunità che richiedono importanti investimenti in ricerca e capitale umano.

È quindi intervenuto il Vice Capo Dipartimento Economia e statistica della Banca dItalia, Andrea Brandolini, che ha ricordato come – nonostante l`economia italiana abbia mostrato negli ultimi anni uneccezionale reattività a fronte dei shock globali dovuti a pandemia e guerra in Ucraina – persistano alcuni elementi di fragilità: per questo, occorre migliorare la qualità delloccupazione e dei salari, investire in formazione e trarre vantaggio dai progressi tecnologici in campo di automazione e intelligenza artificiale. La tecnologia deve aiutare a creare lavoro. È stata quindi la volta di Marina Brollo, Docente di Diritto del lavoro dell`Università di Udine, che ha invitato a pensare politiche del lavoro capaci di fornire risposte differenziate in uno scenario come quello attuale, caratterizzato da elementi di complessità e contraddittorietà: Assisteremo a una radicale trasformazione della morfologia del lavoro, che non sarà di meno ma sarà diverso. Il Pnrr con le grandi risorse che metterà a disposizione comporterà anche grandi responsabilità per tutti.

È quindi intervenuto Nicola Manfren, Direttore centrale Lavoro, formazione, istruzione e famiglia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia che è tornato sul tema della natalità, evidenziando come sia necessario intervenire non solo sul tema della natalità con politiche mirate, ma anche aumentando le capacità di attrazione di capitale umano qualificato: Che lavoro e demografia siano così interconnessi lo stiamo vedendo in questi anni. Ad esempio, sebbene si stiano attuando politiche a favore della natalità, gli effetti sul mercato del lavoro si vedranno tra 20-25 anni. Ma le imprese i problemi ce li hanno oggi. Ha chiuso l`evento Andrea Romanino, direttore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

Fonte: Askanews

Questione di date? Craxi avvisò Gheddafi nel 1986: parola di Fabio Martini.

Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla tragedia di Ustica del 27 giugno 1980 hanno suscitato molte reazioni. Nellintervista a Repubblica, lex Presidente del Consiglio ha voluto ricordare tutta la complessa dinamica dellepisodio costato la vita a 81 passeggeri in volo sul DC-9 dellItavia. Laereo, decollato da Bologna e diretto a Palermo, fu abbattuto alle 2059’’ in un tratto del Mar Tirreno tra Ponza e Ustica. Le conseguenti inchieste giudiziarie furono sistematicamente contrastate, mettendo in ombra le responsabilità che, oggi nelle parole di Amato e ieri in quelle di Cossiga, devono riportare con assoluta attendibilità allintervento militare della Francia nellambito di unoperazione volta ad eliminare Gheddafi. In realtà, il missile che colpì il DC-9 doveva abbattere laereo che quella sera, secondo le informazioni di intelligence, doveva trasportare il colonnello libico.  

In quella circostanza Bettino Craxi avrebbe messo Gheddafi in condizione di sventare il pericolo, provvedendo ad avvertirlo con un messaggio diretto. Si trattò di un gesto che dava la misura della trasgressivadeterminazione del leader socialista, anche a costo di provocare il disappunto o lirritazione degli alleati, anzitutto quelli dOltreoceano. Senonché, nei commenti successivi allintervista, sia Bobo che Stefania Craxi hanno contestato questa ricostruzione dei fatti. Amato, dicono i figli, ha confuso le date: Craxi operò in quel modo anni dopo, esattamente nel 1986, in altre circostanze. Losservazione è divenuta virale, come si dice oggi, dando a orgogliosi testimoni il merito di rastrellare dalla memoria la convalida dello scambio di date. Tuttavia, la memoria poteva restare a disposizione per questioni e circostanze più appropriate, visto che la posizione di Craxi era già stata illustrata dai biografi.

Cosa scriveva infatti Fabio Martini, autorevole firma de La Stampa, nel suo Controvento. La vera storia di Bettino Craxi (Rubettino, 2020)? Ecco lo stralcio che chiarisce i termini della vicenda: Nellaprile del 1986, subito dopo un attentato ad una discoteca di Berlino, gli USA decisero di dare una lezione al colonnello Gheddafi, bombardando senza preavviso il quartier generale a Tripoli. Chiesero il permesso di sorvolo a Francia e Italia che lo negarono ma Craxi fece qualcosa di più: fece avvertire Gheddafidellattacco degli F111 alla caserma Bab Al Azizya: il colonnello riuscì a salvarsi. A tanti anni di distanza uno dei più stretti collaboratori di Bettino Craxi, uno dei pochi veramente addentro a tutti i suoi segreti e che preferisce restare nellombra, spiega: Nellostilità americana verso Craxi, Sigonella non ebbe peso. Più irritati furono con Bettino quando fece sapere in anticipo a Gheddafi che gli americani volevano ucciderlo…”.

Con un podi attenzione, solo consultando la bella e documentata biografia di Martini, si sarebbe potuto accertare quale fosse la data giusta. E si sarebbe evitato di alzare un polverone su un dettaglio che non può sminuire la gravità di una denuncia come quella di Amato. Dire che le sue non sono altro che le parole di un privato cittadino” è stato un errore. Non si liquida in questo modo il jaccuse di un personaggio che nella storia recente della nazione ha rappresentato il lato algido e sofisticato del potere. Più utile sarebbe scandagliare le ragioni di questa intervista a dir poco sorprendente. Bisogna superare quanto prima lo stadio della superficiale reazione a caldo.

Studio Ambrosetti, luci e ombre nel programma di spesa del Pnrr.

LOsservatorio Pnrr, promosso da The European House Ambrosetti, ha stimato che gli investimenti previsti dal Piano con impatti diretti sulle disuguaglianze ammontano a 24 miliardi di euro (il 12,5% del totale). Considerando anche gli investimenti che potrebbero, indirettamente, incidere sulle disuguaglianze (ad esempio l’Alta Velocità al Sud, che potrebbe incidere sulle disuguaglianze territoriali), il totale sale a 39 miliardi (20,3%). Alcune fra le principali misure hanno in realtà effetti peggiorativi: con riferimento alle disuguaglianze di reddito, la proposta revisione dell’Irpef danneggia i lavoratori con reddito fra 15 e 30mila euro. L’estensione della flat tax invece amplia ulteriormente il divario fiscale fra lavoratori dipendenti e autonomi agendo su una fascia molto ristretta della popolazione (il 4,9% delle partite Iva).

Su altri fronti, invece, il Piano potrebbe avere degli impatti positivi: il potenziamento dei centri per l’impiego consentirebbe l`attivazione di oltre 240.000 posti di lavoro.

Intanto, si legge ancora nello studio, il tasso di avanzamento della spesa del Pnrr a giugno è pari al 13,4% del totale, significativamente eterogeneo fra missioni. Escludendo le spese relative agli incentivi fiscali (Ecobonus-Sismabonus, Transizione 4.0 e tax credit per il miglioramento delle infrastrutture di ricettività), che configurandosi come crediti d’imposta non richiedono un intervento attivo della PA, la spesa sostenuta a inizio 2023 ammonta 10,5 miliardi, con un tasso di progresso nell’attuazione finanziaria del Piano pari a 6,4%.

La prima necessità per garantire lefficace implementazione del Pnrr e risolvere le lentezze amministrative è combattere la cosiddetta “paura della firma”, un fenomeno particolarmente diffuso nella pubblica amministrazione italiana, in particolare tra i piccoli enti locali. Il timore di azioni di responsabilità, legato alla gestione di progetti strategici di grande rilevanza economica, può paralizzare l’azione amministrativa e rallentare l’attuazione del PNRR.Per contrastare questo fenomeno, Ambrosetti Club auspica un ruolo della Corte dei Conti come organo consultivo e di controllo preventivo, con l’idea di creare un ambiente di certezza giuridica in cui gli enti locali possano chiedere un parere preventivo, al fine di consentire una maggiore sicurezza e tempestività nell’adozione delle decisioni.

Fonte: Askanews

India, un nuovo grande attore della geopolitica mondiale.

Autore: COP26 | Ringraziamenti: Doug Peters/ UK Government
Autore: COP26 | Ringraziamenti: Doug Peters/ UK Government

Lallargamento a sette nuovi paesi dellacronimo BRICS è stata una delle notizie principali di questa torrida estate. La logica avanzante del Sud Globaleche gli sta dietro è già ora motivo di analisi e discussioni, concettuali e politiche. Però, come spesso accade, dietro i proclami non sempre c’è quella unità dintenti che i primi si sforzano di presentare.

Prendiamo lIndia, nazione che presiederà il G20 il prossimo fine settimana a New Delhi. Paese centrale sin dalle origini del progetto BRICS così come pure del QUAD, lalleanza nellIndo-Pacifico fra USA, Australia, Giappone e, appunto, India costituita per controllare e contenere la crescente assertività cinese in quellarea oceanica.

Apparentemente alla guida del percorso di riscatto anti-occidentale del Global South è al tempo stesso perno di unalleanza strategica guidata dagli Stati Uniti. Non solo. La presenza assai attiva nel G20 testimonia la volontà di stare comunque nel gruppo di testadel pianeta e competere/collaborare con le potenze occidentali che di esso fanno parte; ma al contempo la decisione di non invitare a Delhi il presidente ucraino conferma una postura filo-russa già mostrata col voto di astensione allONU sulla condanna dellaggressione di Mosca a Kiev.

Novello surfista della politica internazionale il premier indiano Narendra Modi in realtà sta proseguendo certo in termini innovativi e con il peso crescente di un paese in grande sviluppo quella che tradizionalmente, sin dai tempi dellindipendenza acquisita nel 1947, è stata la politica di non allineamento nei confronti dei blocchi geopolitici internazionali. Oggi lIndia è divenuto il paese più popoloso al mondo: 1,5 miliardi di persone, il 19% della popolazione terrestre (per inciso: aggiungendo 1,4 miliardi di cinesi si arriva al 36%, e questo è un dato che obiettivamente non può non essere considerato, soprattutto dagli occidentali). Ed è la nazione che sta crescendo di più in termini economici: questanno il PIL si incrementerà del 6,1% e le previsioni proiettano questo dato sino all8% da qui al 2030.

Modi, che si accinge a correre per un terzo mandato (lIndia ha un regime democratico, anche se nel corso degli anni il premier ha parzialmente piegatoil sistema verso una concezione più autocratica del potere) ha promesso di condurre il paese a divenire entro il decennio una delle prime tre economie al mondo, e non pare solo una boutade propagandistica. Il neo-nazionalismo indù di Narendra Modi in definitiva si propone di aumentare il peso geopolitico indiano allinsegna di un complicato equilibrio nei rapporti con gli ingombranti vicini cinesi e russi (soprattutto badando a contenere la volontà egemone dei primi, con i quali fra laltro permangono alcuni storici attriti in zone di frontiera comune) e con il semi-alleato americano (che da parte sua ha compreso, come dimostrato nellultimo incontro fra Biden e Modi a Washington, che al nuovo gigante della demografia e delleconomia bisogna garantire un certo margine dazione se lo si vuole tenere comunque agganciatoal treno occidentale, che per la Casa Bianca è quello della democrazia). Con un unico, vero, effettivo, e agli occhi di Modi ben chiaro obiettivo: la tutela e la promozione degli interessi nazionali indiani. Tutto il resto è al loro esclusivo servizio.

Ha vinto la Schlein, ora il Pd è un altro partito.

Premetto subito che non condivido affatto la tesi di coloro che individuano nel progetto politico della Schlein una sorta di tradimentorispetto alle ragioni originarie del Partito democratico. Per la semplice ragione che la piattaforma politica con la quale la Schlein si è presentata alle primarie per guidare il Pd era radicalmente diversa, se non addirittura alternativa, rispetto al Pd nato con Veltroni, Marini, DAlema, Rutelli, Parisi e molti altri leader di quella nuova formazione che superava e inglobava le esperienze politiche della Margherita e dei Ds. E, non a caso, la Schlein ha dato immediatamente una sterzata decisiva rispetto a quella intuizione originaria.

Il Pd, oggi, è un partito con una netta, precisa e forte identità politica e culturale, al di là delle chiacchiere e della propaganda. Si tratta, cioè, di un partito dichiaratamente e autenticamente di sinistra. Una sinistra, come dice la sua segretaria, radicale, con una fronte impronta massimalista, estremista e libertaria. Un partito con una predisposizione, quasi naturale, a giocare un ruolo minoritario e di opposizione nel paese. E, infatti, oggi il Pd è un partito che raccoglie le istanze e le esigenze di quasi tutte le minoranze. Una strategia, di conseguenza, che ha scarsa cultura di governo perchè è destinato a declinare un ruolo di marcata e forte opposizione anche rispetto a ciò che il Pd ha rappresentato sin dalla sua nascita, e cioè, il partito per eccellenza dellestablishment e del potere costituito. Inoltre, il profilo del partito della Schlein è anche dichiaratamente movimentistacon una conseguente e fisiologica predisposizione alla piazza e a tutto ciò che invoca e richiede la piazza.

Insomma, un partito che sotto questo versante si sposa perfettamente con il rampante populismo antico politico ed qualunquista dei 5 Stelle e con una strategia sindacale, quella della Cgil, votata alla permanente protesta di piazza e pregiudizialmente destinata a coltivare una opposizione barricadera e urlata con una cifra politica marcatamente estremista e massimalista. È persin ovvio ricordare che in un contesto del genere le correnti e gli infiniti gruppi di potere allinterno del Pd – che cerano, ci sono e ci saranno a prescindere – sono destinati ad avere un altro ruolo rispetto alle stagioni politiche che hanno preceduto lavvento della Schlein alla segreteria del partito. E, non a caso, per il momento sono tramontati i caminetti, le riunioni fra gli innumerevoli capi corrente e la gestione oligarchica del partito. Certo, è quasi inutile ricordare che – essendo nota e collaudata lesperienza del Pd – saranno solo i risultati delle europee a dirci se la Schlein può continuare tranquillamente la sua navigazione alla guida del partito, dopo le ripetute batoste elettorali registrate in tutte le ultime consultazioni amministrative.

Comunque sia e al di là di ciò che capiterà nel futuro, è indubbio che il nuovo Pd è radicalmente diverso da quello del passato e va dato atto alla Schlein di avere modificato la sua ragione socialee di aver cambiato profondamente la sua stessa identità politico e culturale. Piaccia o non piaccia, è una semplice verità che emerge da fatti oggettivi e non dalle opinioni.

Certo, è di tutta evidenza che si tratta di un partito che ha archiviato, almeno per il momento, lantica prassi di una convergenza tra le diverse culture riformiste del paese. A cominciare dalla presenza della cultura cattolico popolare e cattolico sociale. Solo gli eletti nelle varie istituzioni, per ragioni umanamente comprensibili, e tutti gli amici che continuano – del tutto legittimamente – ad auspicare che prima o poi si possa tornare a ciò che il Pd era prima della Schlein, possono continuare a militare e a riconoscersi in un partito autenticamente di sinistra. E di una sinistra libertaria, massimalista ed estremista. Ma è chiaro che chi crede in un Centro dinamico, riformista e plurale; chi persegue una politica di centro; chi non rinuncia a declinare anche nellattuale contesto politico italiano le ragioni e i valori del cattolicesimo popolare, democratico e sociale e chi non si riconosce in un partito che ha riscoperto la sua natura movimentista, radicale e populista, difficilmente è compatibile con il nuovo corsodel Pd della Schlein. Anche se, lo ripeto, va dato atto alla Schlein di aver dato un profilo molto chiaro, molto netto e molto preciso al principale partito della sinistra italiana che ha recuperato un patrimonio culturale alternativo al riformismo ma perfettamente in linea con le pulsioni di una strategia estremista, libertaria, di opposizione e populista.

Una Europa indebolita s’incammina verso elezioni che la potrebbero ulteriormente indebolire

Unfinished European Union Flag puzzle

Qualcuno ricorda la Conferenza sul futuro dellEuropa? Quali proposte ha sortito? Lanciata in pompa magna e poi azzoppata organizzativamente dalla pandemia è arrivata infine al traguardo avviluppata nel complicato iter procedurale che sin dallinizio aveva fatto inarcare il sopracciglio agli europeisti più esperti e soprattutto meno propensi a farsi irretire dai nomi, dai proclami, dalla patina comunicativa priva di reale sostanza politica.  

Insomma lennesima occasione sprecata da unEuropa che del resto dichiara al mondo la propria debolezza nellaffrontare le nuove questioni che levoluzione geopolitica le paventa innanzi (ultima, ora, il Sud Globale) quando non riesce e non ci riesce da sempre ad elevare il proprio bilancio comune da quel misero 1% del PIL dei suoi stati membri, rinunciando ad ogni velleità, ad esempio in termini di difesa comune ma anche, per dire, di cooperazione allo sviluppo, un settore di intervento nel quale la UE ha dedicato indubbiamente risorse cospicue ma insufficienti ad affrancarla da quel retaggio coloniale che lAfrica avverte nei suoi confronti ancora oggi.

In questo scenario puntuali arrivano le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e come al solito esse si annunciano come un grande sondaggio a uso interno dei singoli paesi membri. Basterebbe leggere le cronache della politica italiana per rendersene conto. Ma non è che altrove vada diversamente. Anzi.

La semestrale presidenza di turno, sino a dicembre in carico alla Spagna, è sostanzialmente bloccata nellazione a causa della concomitante situazione di stallo post-elettorale nel paese iberico. Il presidente Sanchez è evidentemente impegnato full time nelle trattative per la costituzione del nuovo governo dopo esserlo stato per una fulminea campagna elettorale giusto allavvio dellimpegno europeo. Ci si è messa così anche la sorte o meglio la coincidenza, ma il fatto è che il rischio reale se non addirittura la certezza è che altri sei mesi trascorreranno senza alcuna decisione rilevante ai fini del futuro europeo.  

E del resto come potrebbe essere altrimenti? Prendiamo la Francia, nazione principale dellUnione. Sottoposta da anni a un fuoco di fila di proteste interne assai violente più o meno manipolate, più o meno corporative viene ora letteralmente cacciata dai suoi residuati africani post-coloniali (Le Figaro scrive che è ormai tempo di liquidare ostentatamente la franciafrica) e al tempo stesso non è in grado di comprendere che le partite dapprima giocate in autonomia, come appunto quella africana, ma ancor di più quella nucleare e quella del seggio permanente allONU dovrebbero essere ora disputate insieme ai partner continentali, quindi come UE e non come singolo stato nazionale. Oppure la Germania, laltra nazione leader del continente. Dopo gli anni dominati dalla sua Cancelliera Angela Merkel sembra ora essere in discesa strutturale, politica e soprattutto economica, con un riflesso elettorale che i sondaggi registrano con un incremento importante, sino addirittura al 20%, del partito di estrema destra AfD e con la bocciatura della mal assemblata coalizione di governo fra socialisti, liberali e verdi.

Non sondaggi ma voti verranno invece contati il prossimo ottobre in Polonia, grande paese assai ambizioso e pure assai critico con lUnione nel quale lasse nazionalista al potere pare avere dalla propria parte tutte le previsioni del pronostico. Subito dopo si voterà in Olanda, paese capofila dei cosiddetti frugali, dove il rischio, reale, è di uno spostamento dal centro ancorché troppo rigoroso di Mark Rutte (che lascia carica e impegno politico) a una destra incentrata sul partito dei contadini ostile al Green Deal di Bruxelles, vissuto come un cedimento alla moda ambientalista delle élites cittadine che minaccia di impoverire i lavoratori dei campi e non come un impegno serio contro un cambiamento climatico che viene sostanzialmente negato.

Una situazione insomma che presenta diverse incognite e che non promette nulla di buono per lUnione Europea. Un guaio. Visto che leconomia in declino e la guerra ai confini orientali richiederebbero un protagonismo europeo che invece rischia di volgersi in subalternità non solo allalleato americano ma anche alle evoluzioni geopolitiche che potrebbero delinearsi nel prossimo futuro, delle quali lannunciato (ma tutto da verificare nel concreto) allargamento dello standard Brics potrebbe essere una prima concretizzazione.

Putin sale in cattedra per insegnare la pedagogia del regime

Linizio dellanno scolastico in Russia ha registrato una presenza diretta e attiva di Putin che rivolgendosi alle scolaresche ha trasmesso in videoconferenza, ma anche in presenza, un saluto non di circostanza ma basato su alcune nozioni che dovranno essere sviluppate in corso danno attraverso lintroduzione dellora di conversazioni speciali, che altro non sono che la didattica ideologica della pura propaganda di regime.

Qui ci si lamenta se il Ministero dirama sempre più sporadiche circolari di indirizzo sui programmi nazionali, le iscrizioni degli alunni, lorganizzazione delle lezioni o sulleducazione civica che vengono viste come tentativi di lesa maestà dellautonomia scolastica.  Lo zar non va tanto per il sottile e mescola apprendimento e formazione secondo gli standard di istruzione voluti dal Cremlino.

Ciò accade nelle scuole russe e nelle zone dellUcraina occupate dai russi, anche attraverso linvio di docenti da Mosca per irregimentare le scolaresche secondo le direttive del regime. La giornalista Anna Zafesova in un incisivo report per il quotidiano La Stampa riferisce di un bambino ucraino che, circondato da militari in uniforme che lo aiutano a leggere un fervorino già preparato, ringrazia Vladimir Vladimirovic per ciò che ha fatto per la sua città, Mariupol: un esempio di indottrinamento speciale figlio delloperazione militare speciale, visto che Mariupol è stata forse lesempio calzante del martirio civile e del massacro urbano: praticamente rasa al suolo.

Altri alunni si dispongono formando una Z in aula, con magliette rigorosamente siglate Z e sono pronti ad usare i quaderni con in copertina la foto dello Zar, per le superiori è pronto il manuale unico di storia contemporanea riscritto per ordine del Presidente che riporta gli avvenimenti anche più recenti, ovviamente visti dagli estensori fedeli al regime. Mentre in Russia le lezioni hanno luogo nelle scuole tradizionali, in Ucraina si svolgono nei rifugi antiaerei o come a Kharkivnelle aule create nelle stazioni della metropolitana. Molti alunni ucraini non possono andare a scuola perché non ci sono spazi: il governo di Kyiv organizza con suoi programmi e i suoi insegnanti le lezioni laddove è possibile farlo. I ragazzi ucraini dei territori occupati dai russi sono entrati di fatto in unorganizzazione di sistematico indottrinamento ideologico che ricorda il regime sovietico comunista dopo la rivoluzione del 1917: il pedagogista del regime era allora Anton Semenovic Makarenko, la cui didattica seguiva ideali e valori marxisti. Certamente accade in misura ancor più rigorosa oggi per le migliaia di bambini deportati in Siberia e sottratti alle loro famiglie dorigine.

La scuola diventa parte integrante, piedistallo formativo della politica del regime e nel suo augurio di inizio danno Putin non manca di evocare aneddoti personali come quello di suo nonno che scriveva a suo zio al fronte incitandolo a fare a pezzi quei bastardi. E la Zafesova collega la guerra sovietica contro la Germania con quella attuale contro lUcraina, poiché la prima e la seconda sono accomunate dalla similitudine del nazismo da sconfiggere che Putin vede in entrambi i contesti.

Molti Presidi hanno fatto indossare agli alunni le uniformi e li hanno fatti marciare con passo militare: la scuola è la via più diretta per indottrinare le giovani generazioni, irregimentarle e prepararle alla difesa della Patria, ai gesti di eroismo, allodio verso la nazione ucraina che è una pura invenzione in quanto storicamente mai esistita, ci penserà poi il Patriarca Kirill a completare la dottrina con la catechesi religiosa e la promessa del paradiso per i martiri che daranno la vita per il proprio Paese.

Anche le materie e le discipline di insegnamento cambiano: scrive la Zafesova non più ecologia, economia e diritto ma basi della cultura russa, attività fisiche e manuali e preparazione militare. Quanto sono lontani Tolstoj e Dostoevskij con le loro pagine ineguagliabili nella letteratura di ogni tempo e nella loro diatriba semantica sulla ricerca della parola nuova! Non la troviamo certo nel vocabolario dello Zar Vladimir Vladimirovic.

Francesco dona alla Mongolia la lettera del Gran Khan a Innocenzo IV

La fortezza di Dio, l’imperatore di tutti gli uomini, manda al grande papa questa lettera del tutto autentica e vera.

Tenuto consiglio sul modo di avere pace fra noi e te papa e tutti i Cristiani, tu ci hai mandato un tuo ambasciatore, come abbiamo sentito dalle sue parole e come è risultato dalla tua lettera.

Se dunque, tu papa e tutti re e governanti, desiderate avere pace con noi, non indugiate in alcun modo a venire da me per stabilire la pace, e allora sentirete la nostra risposta, insieme alla nostra volontà.

Nel testo della tua lettera è detto che noi dovremmo essere battezzati e diventare Cristiani. Al che ti rispondiamo, con poche parole, che non capiamo proprio perché dovremmo farlo.

Riguardo all’altro punto di cui parlavi nella tua lettera, cioè che ti meravigli di tanta strage di uomini, soprattutto Cristiani, in particolare di Polacchi, Moravi e Ungheresi, ti rispondiamo nello stesso modo di non capire nemmeno questo.

Tuttavia, perché non sembri che noi si voglia trascurare completamente la cosa, diciamo che ti si deve rispondere in questo modo: poiché non ubbidirono né alla parola di Dio, né al comandamento di Gengis Khan, né di Khan (Ogodei); e, tenendo grande consiglio, uccisero i nostri ambasciatori, per questo Dio ordinò di annientarli e li consegnò nelle nostre mani.

Del resto, se non l’avesse fatto Dio stesso, cosa avrebbe potuto fare un uomo a un altro uomo? Ma voi, uomini dell’Occidente credete di essere solo voi Cristiani e disprezzate gli altri. Ma come potete conoscere a chi Dio concede il suo favore? Noi adoriamo Dio, abbiamo con la fortezza di Dio devastato ogni terra dall’Oriente all’Occidente.

E se questa non fosse stata la fortezza di Dio, che cosa avrebbero potuto fare gli uomini? Ma se voi scegliete la pace e intendete consegnare a noi le vostre forze, tu, papa insieme coi potenti fra i Cristiani non tardare in alcun modo a venire da me per fare pace; e allora sapremo che volete la pace con noi.

Se però non credete a questa missiva di Dio e nostra e non ascoltate il consiglio di venire da noi, allora sapremo per certo che vorrete avere guerra con noi. Dopo di che ciò che avverrà noi non sappiamo, solo Dio lo sa.

 

 

Güyük  Khan, terzo imperatore.

Bisogna difendere la Costituzione: Bodrato non mancava di ripeterlo con forza.

Il 22 dicembre del 1947, l’Assemblea costituente, eletta un anno prima nello stesso giorno del referendum istituzionale, approva la Costituzione della Repubblica. I partiti che hanno votato quella Carta con una maggioranza che oggi sarebbe definita “bulgara” non siedono più nel parlamento. Ma i principi ed i valori sanciti dalla “Costituzione più bella del mondo”, che affonda le sue radici nella Resistenza, continuano ad essere un sicuro riferimento per il popolo italiano. Tuttavia siamo consapevoli che le grandi

trasformazioni verificatesi in pochi anni – in qualche caso impreviste e spesso irreversibili – stanno mettendo alla prova molte antiche convinzioni e fanno discutere anche l’ordinamento costituzionale.

 

 

 

Per questa ragione è bene partire dalla riflessione di alcuni politologi occidentali, secondo i quali  in tutto il mondo “stiamo assistendo al declino della democrazia ed al dilagare del populismo autoritario…”.  La globalizzazione e le straordinarie innovazioni che stanno mutando il mondo dell’economia e del lavoro, e lo stesso costume delle ultime generazioni, sarebbero all’origine della regressione della democrazia liberale; e tuttavia l’idea di recuperare sovranità con un ritorno al nazionalismo ed all’uomo forte sta diventando l’illusione da cui la democrazia – anche quella italiana – deve difendersi.

 

In realtà l’affermarsi del populismo autoritario nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan ha una spiegazione: in paesi senza tradizioni democratiche, senza una vera opinione pubblica, con le elezioni i leader consolidano il loro potere personale; il plebiscito è uno strumento post-democratico, apre le porte alla dittatura ed è usato per confermarla.

 

Altri sono i pericoli che corre la democrazia nei paesi democratici dell’Occidente. Negli Stati Uniti gli elettori colpiti dalla crisi finanziaria del 2007 e “dimenticati” dai Democratici hanno votato Trump, e la destra repubblicana ha conquistato la Casa Bianca… Questa “rabbia popolare” non era del tutto imprevedibile. Sin dagli anni ’90, un autorevole editorialista aveva invitato i politici di Washington a riflettere sul solco che si stava approfondendo tra l’uomo della strada e l’establishment, ed aveva concluso mettendo in guardia sul rischio che correva la democrazia:“Un popolo che odia chi lo rappresenta rischia di perdere la libertà”.

 

Non solo in America, l’avversario diventa un nemico da distruggere, con il quale è impossibile dialogare. Anche nei paesi dell’Unione europea i movimenti populisti soffiano sulla paura dell’ondata migratoria, accusano i governi di impotenza nei confronti delle diseguaglianze prodotte dal liberismo, cavalcano in ogni occasione il giustizialismo; e propongono il ritorno ad un passato caratterizzato dalla “guerra civile” europea, nella illusione di recuperare una sovranità che è stata perduta proprio dagli stati nazionali…

 

Sinora i maggiori paesi della “Vecchia Europa” sono riusciti a reagire a questa regressione. In Francia l’onda lepenista, che ha conquistato la maggioranza dei voti operai, è stata fermata da un candidato “imprevisto”. Emmanuel Macron ha avuto il coraggio di andare contro corrente sulla questione più difficile: Europa. Aiutato dalla fortuna (che “aiuta gli audaci”) e da un sistema elettorale che ha giocato a suo favore, ha conquistato l’Eliseo. Ma in Austria, dove la destra estrema ha radici profonde, i conservatori sono stati costretti a governare con i nostalgici del nazismo: una alleanza che colpisce al cuore il progetto europeo. E riapre una contesa sui confini con l’Italia, come se non si fosse ancora conclusa la guerra del ’15/18.

 

E nei paesi dell’Est, già membri del Patto di Varsavia, si consolidano governi di destra che, con le loro politiche, mettono in discussione valori fondanti dell’Unione europea. L’Italia, dopo un referendum che ha diviso gli italiani su una proposta di riforma costituzionale che è stata respinta, è rimasta in attesa. L’incertezza, l’attesa, alimentano le paure, l’arma più efficace del populismo… In realtà nel populismo italiano si confondono tensioni anarchiche e tentazioni autoritarie. Il populismo è ciò che rimane della politica dopo il tramonto dei partiti di massa, partiti che avevano perduto credibilità e radicamento sociale ed avevano lasciato il campo all’indifferenza e all’antipolitica. Può vivere la democrazia senza partiti?

 

Il fatto su cui dobbiamo comunque riflettere riguarda la vitalità di una Costituzione che in occasione del referendum del 4 dicembre del 2016 è stata difesa anche da populisti  (penso in particolare ai 5Stelle) che fondano la loro strategia soprattutto sulla demolizione del passato della Repubblica. C’è una contraddizione nella posizione di quanti esaltano il sovranismo contro l’europeismo, ma riconoscono che il nazionalismo svolta fatalmente a destra e non dà risposte alle attese dei giovani; c’è una contraddizione in quanti si schierano per l’elezione diretta del premier contro la democrazia parlamentare, ma riconoscono che “un uomo solo al comando” è una minaccia per la democrazia; c’è una contraddizione in quanti propongono di vincolare i parlamentari al mandato, per impedire il dilagare del trasformismo, ignorando che l’art. 67 della Costituzione ha radici negli stessi valori costituzionali su cui si fondano l’indipendenza dei magistrati e la separazione dei poteri. Non si combattono i voltagabbana trasformando un parlamento di cittadini in un’assemblea di sudditi.

 

Un’ultima riflessione sulla crisi della nostra democrazia riguarda un tema caro alla tradizione dei cattolici democratici che hanno contribuito alla stesura della Carta del ’48 e sono stati educati a considerare l’azione politica “un servizio finalizzato al bene comune”. Sono incoraggianti le parole che papa Francesco ha dedicato al dovere dei laici cristiani di non restare indifferenti alla cosa pubblica, di mobilitarsi “per riabilitare la dignità della politica”, di incamminarsi “verso democrazie mature, partecipate, senza le piaghe della corruzione e delle colonizzazioni ideologiche”.

 

 

 

L’articolo è stato pubblicato sul settimanale della diocesi di Torino “La Voce e Il Tempo” (che dal 2014 ha unito i due precedenti giornali diocesani, “La Voce del Popolo” e “il nostro tempo”)

Le amicizie di Franco Rodano nella testimonianza del figlio Giorgio

[…] Ma c’è un altro tipo di testimonianza che posso invocare, quella delle amicizie. Il campo degli affetti è, come è ovvio, assai ampio; ma qui mi riferisco alle sole amicizie legate in qualche modo alla politica. Non sorprende certo che gli amici che militavano nel Pci fossero numerosi, in posizioni di vertice ma anche in posizioni di base. E non sorprende neppure che molti provenissero dal mondo cattolico, laici ed ecclesiastici, politici (anche esponenti della Democrazia cristiana) e persone impegnate in altre attività (mi piace qui ricordare almeno un nome, quello di

Piero Pratesi, grande giornalista e grande persona).

 

 

 

Ma c’erano amici che non appartenevano a nessuno di quei due mondi e provenivano invece da ambienti laici, in teoria molto lontani dagli ambienti dei comunisti e da quelli dei cattolici. Mi limito a due soli nomi, entrambi molto significativi. Il primo è quello di Ugo La Malfa, esponente di primo piano della politica italiana della seconda metà del secolo scorso. La Malfa frequentava casa Rodano e apprezzava il confronto e la discussione politica con mio padre. Ricordo che la nostra collaboratrice domestica di quegli anni lontani (si chiamava Norma) era capace di farne una gustosa imitazione che divertiva molto noi ragazzi.

 

L’altro nome è quello del grande banchiere Raffaele Mattioli, il più prestigioso esponente della finanza laica italiana del dopoguerra. Con Franco si erano conosciuti nel 1945, perché Mattioli aveva letto alcuni articoli di mio padre sull’industria pubblica e aveva voluto conoscerlo. Iniziò allora un rapporto molto stretto (ogni volta che Mattioli veniva a Roma si vedevano presso il ristorante “Il Buco” in via del Collegio Romano; ma non sono mancate le occasioni in cui Mattioli veniva a cena a casa nostra, magari per incontrare qualche esponente del Pci); un rapporto che è continuato fino alla morte di Mattioli (luglio 1973).

 

Oltre che come grande banchiere, Mattioli è noto per essere stato un generoso mecenate. E mio padre usufruì in più di un’occasione del suo aiuto. Questo fin dall’inizio, quando Mattioli gli trovò un lavoro all’Ufficio Studi della Banca Commerciale (mi hanno raccontato – non so se sia vero – che quando io nacqui mio padre era a Milano, e che tornò in fretta a Roma grazie all’intervento di Mattioli che gli aveva trovato un posto su un aereo militare). Anche in seguito, l’aiuto di Mattioli fu importante per la vita di mio padre. Lo fece collaborare allo Spettatore Italiano, un’importante rivista di cultura politica dei primi anni cinquanta (che lui finanziava) e soprattutto, negli anni sessanta, sostenne generosamente La Rivista Trimestrale, l’influente periodico di ricerca in politica ed economia diretto da Franco Rodano e Claudio Napoleoni. I lavori di mio padre comparsi su quella rivista sono densi e di impegnativa lettura, ma rappresentano la fonte più corretta e istruttiva del suo pensiero, soprattutto nella fase più matura della sua vita.

 

 

[Per leggere il testo completo si consiglia di accedere alla pagina Fb dell’autore]

Studio Ambrosetti, l’abbondanza di acqua è fondamentale per il PIL italiano.

Il 18% del pil Italiano, pari a 320 miliardi di euro l’anno, è generato grazie al contributo della disponibilità abbondante di acqua. È quanto emerge da un rapporto ‘Acqua: azioni e investimenti per l’energia, le persone e i territori’ realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con A2A, presentato oggi nell’ambito del Forum di Cernobbio “Senz’acqua non c’è futuro. Ma in futuro avremo sempre meno acqua. I cambiamenti climatici, gli sprechi e una gestione poco oculata hanno messo a rischio questa risorsa”, ha detto l’ad di A2A, Renato Mazzoncini.

 

 

Secondo lo studio in Italia sono necessari 48 miliardi di investimenti in 10 anni per la salvaguardia del ciclo idrico e della produzione di energia idroelettrica. “Il 2022 – ha aggiunto Mazzoncini – è stato un annus horribilis, abbiamoavuto la più grave siccità di sempre e abbiamo perso 36 miliardi di metri cubi d’acqua, con una rete di acquedotti che continua a perdere il 42% dell’acqua, contro una media europea del 25%”.

 

Nello studio, spiega Mazzoncini, “abbiamo stimato che una grande abbondanza acqua consente di fare attività economiche che valgono il 18 per cento del pil italiano”. Ma non solo: secondo le stime, “qualora ci fosse carenza d’acqua e non si facessero investimenti necessari a recuperarla almeno la metà”, l’Italia rischia di perdere “il 9-9,5 per cento” di pil nei prossimi anni ci vorranno 10 anni: “Vuol dire 1 per cento all’anno legato a scarsità d’acqua”.

 

Per Lorenzo Tavazzi, Partner di The European House – Ambrosetti, “gli effetti del cambiamento climatico si aggiungono ad alcune criticità strutturali che segnano la gestione idrica in Italia e che vanno opportunatamente e prontamente attenzionate”. Investire in adattamento e mitigazione del cambiamento climatico, ha chiosato, “è quindi cruciale, in un contesto in cui il cambiamento climatico sta già impattando significativamente il nostro Paese: nel 2022 le temperature sono aumentate fino a 2,0° C, mentre le precipitazioni cumulate si sono ridotte del 23,2%”.

 

Fonte: Askanews

L’Osservatore Romano | La dottrina sociale della Chiesa non trascura il benessere degli animali

Erminio Trevisi e Giuseppe Bertoni

 

La parola benessere deriva da ben-essere cioè “stare bene” o “esistere bene” e consiste in uno stato di equilibrio momentaneo e dinamico dal punto di vista biologico, psichico e sociale dell’essere umano (Organizzazione mondiale della sanità, 1948). Le evidenze scientifiche suggeriscono che tale condizione è percepita anche dagli animali, coinvolgendo la sfera psicologica e consentendo loro di esprimere i comportamenti tipici. Pertanto:

 

 

– La percezione del benessere è del singolo animale. L’uomo può interpretarla più o meno correttamente, basandosi su risposte oggettive, ma dovrebbe astenersi da valutazioni
antropomorfe.

– La percezione di ogni animale è influenzata da tante componenti che coinvolgono il sistema nervoso centrale. Così un animale selvatico risponderà in maniera totalmente differente rispetto a uno domestico, assuefatto alla presenza dell’uomo e alle condizioni di allevamento, pur in presenza delle medesime limitazioni.

– Nelle specie animali da tempo addomesticate, le reazioni dei soggetti sono diverse da quelle dei selvatici. La selezione genetica ha favorito la maggiore aderenza ai caratteri desiderati dall’uomo, tra cui la mansuetudine (si pensi alle razze canine selezionate per aggressività o docilità). Dunque i comportamenti degli animali domesticati — e le loro reazioni nei confronti dell’ambiente di allevamento — sono mutati e diversi da quelli originali.

– L’uomo-allevatore è motivato a favorire un elevato stato di benessere degli animali, poiché da ciò dipende strettamente la produttività immediata e futura (longevità). Il livello di benessere è importante per qualsiasi attitudine animale, dall’equitazione al lavoro di trasporto.

– Per definire il livello di benessere è cruciale individuare indicatori oggettivi e misurabili sugli animali. Se ne conoscono molti ma nessuno, da solo, può valutarlo pienamente.

– Solo la misura di più indicatori può quantificare il livello di benessere e suggerire come migliorarlo (evitando l’uso di pratiche che provocano sofferenza).

– Allevamenti razionali non causano sofferenza a priori, o non più di quanto avvenga nelle condizioni naturali dove ogni animale deve contrastare vari eventi che ne limitano le libertà e causano sofferenza e morte precoce.

– Elevati standard di benessere degli animali allevati hanno vantaggi per la salute umana (più alimenti nobili e salubri), gli animali e il pianeta (meno allevamenti e minore impatto ambientale), in sintonia col paradigma One Health e con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (n°. 456) che richiama all’uso responsabile di tutte le risorse naturali (animali inclusi).

Erminio Trevisi *
e Giuseppe Beroni **
*Docente di zootecnia speciale all’Università Cattolica del Sacro Cuore
**Docente emerito di fisiologia animale

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 1 settembre 2023

Titolo originale: Il benessere degli animali

Mattarella, “sprovvista delle sue autentiche ambizioni, l’Europa non avrebbe ragione di esistere”.

Desidero innanzitutto ringraziare il Sindaco per avere esortato tutti noi presenti a un minuto di raccoglimento per il dolore per la morte di questi cinque lavoratori di questa notte. Tutti quanti – come il Presidente della Regione, il Sindaco di Torino che si sono recati questa mattina sul luogo, come tutti i Sindaci presenti, tutti i presenti – abbiamo pensato come morire sul lavoro sia un oltraggio ai valori della convivenza.

Grazie Sindaco per questa iniziativa, che richiama quanto sia importante la tutela del lavoro e della sua sicurezza.

Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti i presenti.

E vorrei sottolineare quanto sia lieto, questa mattina, di rendere omaggio a una delle piccole Patrie che arricchiscono l’identità del nostro Paese e alle comunità che le abitano. Ciascuna di esse è essenziale per definirne i caratteri. Lo ha ricordato poc’anzi il Sindaco Cogno, citando la targa appena scoperta, con una scritta particolarmente felice: “Passa dai piccoli luoghi la grande storia e la speranza di pace che nutre l’Unione europea”.

 

Torre Pellice non è, certamente, un luogo remoto della Repubblica e non soltanto per il contributo fornito alla causa della libertà e a quella dell’Europa. Tra i tanti aspetti, assume significato che da qui provengono le origini dello stemma della Repubblica Italiana, disegnato da Paolo Paschetto, nato a Torre Pellice, e qui morto sessanta anni fa. Non fu un compito facile quello dell’artista valdese, sino al giorno in cui l’Assemblea Costituente approvò, nella seduta del 31 gennaio 1948, la versione definitiva che unisce la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia, simboli della volontà di pace della nazione, della forza e dignità del popolo italiano, del valore del lavoro nella vita della nostra democrazia. Mentre la stella rappresenta la continuità con il Risorgimento e, ancora oggi, indica l’appartenenza alle Forze Armate e quindi il loro legame di lealtà alla Repubblica.

 

La Repubblica volle già essere presente qui, con il Presidente Cossiga e con il Presidente Scalfaro, a testimoniare l’apprezzamento per le virtù civiche espresse in queste contrade sul terreno delle libertà e dei diritti. Perché fra le contrade in cui si è fatta la storia d’Italia, si inseriscono, a pieno titolo, queste vallate. Luoghi anche simbolici, in cui è possibile rintracciare i valori che la Repubblica ha saputo fare propri. Idealmente un filo lega fra posti apparentemente così lontani come l’isola di Ventotene e le Alpi. Lì un carcere dove vennero rinchiusi patrioti e qui gli spazi aperti della libertà. Il filo che li unisce è appunto la libertà.

 

A ricordarcelo sono due nomi che qui evochiamo con riconoscenza: Mario Alberto Rollier e Altiero Spinelli. A Spinelli, con il manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita”, dobbiamo quello che, severamente, definì non un sogno ma “un invito a operare”. A Rollier, nella cui casa di Milano prese forma, a fine agosto del 1943, il Movimento Federalista Europeo, dobbiamo la proposta di uno “schema di costituzione dell’Unione Federale europea”. Un contributo ispiratore di riflessioni per la Assemblea Costituente. In Piemonte, un altro ne venne recato da Duccio Galimberti e Antonio Repaci.

 

Piemonte, una Regione decisiva per la Liberazione dell’Italia e aperta alla causa dell’integrazione europea: e penso anche alle attività promosse dalla Consulta europea voluta dal Consiglio regionale. Vorrei ricordare, ancora, a questo riguardo, la Carta di Chivasso, del dicembre 1943, Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, luogo di incontro tra i partigiani di queste vallate e quelli della Val d’Aosta, manifesto dell’autonomia e del pluralismo. Dopo la liberazione dal carcere di Ventotene e l’incontro di Milano, sulla strada verso la Svizzera, Spinelli è ospite della famiglia Rollier qui a Torre Pellice e pronuncia quello che viene ricordato come il suo primo discorso pubblico, come ha ricordato il Prof. Giordano, definendolo “Seme di una coscienza europea”. Da quel giorno partirà il percorso che, di lì a poco, porterà queste contrade alla scelta della Resistenza, quella contro l’invasore nazista e contro la reincarnazione del regime fascista che ne era al servizio.

 

Sono anche i giorni, in quel settembre 1943, della conclusione dei lavori del Sinodo valdese, che coincise con l’annuncio dell’avvenuto armistizio con le potenze Alleate. Siamo cioè, nel pieno di quella fase di transizione, convulsa e ambigua, che portò tante sciagure alla nostra popolazione. Fu una rottura nella storia dell’Italia, anche della stessa unità del Paese, con il Regno del Sud, da una parte, e il regime collaborazionista di Salò al Nord. L’8 settembre 1943 fu, però, anche l’ora del riscatto. Dei militari italiani che si batterono, a Porta San Paolo, a Roma, così come nelle isole del Mediterraneo, nei Balcani, pagando a caro prezzo la loro fedeltà alla Patria. Dei cittadini che da tempo avevano abbandonato ogni fiducia nei confronti degli stentorei e vacui proclami della dittatura di Mussolini.

 

Si fece strada, nel Paese, la coscienza di un nuovo inizio. La lotta di Liberazione, poi la Repubblica e la Costituzione, corroborano la riconquistata unità nazionale, la libertà e la piena partecipazione democratica, con il voto finalmente riconosciuto alle donne. Dopo la contraffazione operata dal fascismo, si comprese come il valore della Patria non si esaurisca nella aspirazione a una storia comune ma come rilevi la capacità di costruire il futuro del nostro popolo, di una comunità responsabile, espressione autentica dei valori dei cittadini del nostro Paese. Da qui, da Torre Pellice, accanto al “Pioniere”, furono stampati periodici come “La baita” e “La forgia” e i nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà. E desidero anch’io salutare Giulio Giordano, giovanissimo partigiano di quegli anni e protagonista di quelle imprese.

 

Il 1944 è anche l’anno della prima edizione di “Stati Uniti d’Europa” di Mario Alberto Rollier. Alla sua figura ho fatto riferimento a proposito dello “Schema di Costituzione dell’Unione federale europea”, da lui proposta con l’idea di convocare un’apposita Convenzione per dotare l’Europa federale di un proprio Statuto. Un’iniziativa ripresa, all’inizio di questo millennio, con il tentativo – purtroppo fallito a causa dell’opposizione dei referendum francese e olandese – di dar vita a una vera e propria Costituzione d’Europa. Quanta lungimiranza in quegli anni della lunga vigilia che doveva portare alla conquista della pace in Europa! Consideriamo anzitutto il preambolo che, secondo Rollier, avrebbe dovuto caratterizzarla. Leggiamo: “Garantire a ogni uomo e donna i benefici di un’uguale libertà”; “perpetuare il governo del popolo, per il popolo, attraverso il popolo, nel nome dell’uguale diritto di ogni uomo di contribuire al governo di tutti”…Ancora, con una acuta sensibilità, interprete anche della storia di queste valli, all’art.1 “la libertà di coscienza e di culto, la libertà di opinione, la libertà di parola e la libertà di stampa sono garantite”. Con ulteriore visione preveggente e concreta, l’art.11: “Tutti i cittadini nati o naturalizzati negli Stati autogovernantesi dell’Unione sono contemporaneamente cittadini dell’Unione e dello Stato in cui risiedono e possono circolare liberamente in tutto il territorio dell’Unione federale”.

 

Da cosa nasceva questa spinta? Ricordiamo – dalla raccolta rieditata dalla citata Consulta europea – la frase posta sotto la testata del primo numero di quella che sarà poi, a lungo, voce del Movimento Federalista Europeo, pubblicato clandestinamente in Piemonte nel maggio del 1943. Ben prima, dunque, del Gran Consiglio che sfiduciò Mussolini e del successivo armistizio. Quel foglio, “L’Unità europea”, scriveva: “Alla fine di questa guerra l’unificazione d’Europa rappresenterà un compito possibile ed essenziale. La divisione in Stati nazionali dell’Europa è oggi il nemico più grave della impostazione e soluzione umana dei nostri problemi: la minaccia esterna, fantastica o reale, turba tutti i processi e apre la via a tutte le forze reazionarie, all’assurda marcia verso l’assurdo, verso la guerra, degli ultimi settant’anni”. Una causa promossa con vocazione di ampia trasversalità, come ci conferma la pluralità delle personalità che parteciparono alla fondazione del Movimento Federalista Europeo.

 

Ebbene, oggi parliamo – vivendole concretamente – di cittadinanza “europea”, di libera circolazione delle persone negli Stati di quella che, nel frattempo, è divenuta “L’Unione”. Parliamo dei valori di libertà e democrazia che contraddistinguono i suoi membri. Sembra di rileggere quanto veniva scritto allora. Un primo segno fu il Trattato di Londra del 1949 che diede vita al Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo. Seguirono poi le iniziative dell’accidentato percorso di integrazione europea, evidenziate poc’anzi dall’on. Valdo Spini. Un cantiere permanente quello che caratterizza il percorso verso una “unione sempre più stretta” tra i popoli europei, come recita il preambolo della Carta dei diritti fondamentale della Unione europea. Veniamo da una stagione che ha visto l’Unione fortemente sollecitata a saper proporre soluzione politiche a questioni centrali per il futuro.

 

Guardiamo per un momento alle crisi attraversate o a quelle in corso: la pandemia, la crisi finanziaria, la guerra. Si ritiene forse possibile affrontarle fuori dall’Unione europea o con una Unione debole? È noto come nel processo di unificazione europea si sia, a lungo, dibattuto fra due prospettive o meglio, forse, fra due percorsi con la medesima prospettiva: la piena integrazione d’Europa. Quella federalista di Spinelli e quella funzionalista di Jean Monnet, messe in campo dal Ministro degli esteri francese, Robert Schuman. Certo, si è sovente presentata anche l’interpretazione, riduttiva, di una mera cornice di collaborazione economica, tuttora fatta propria da alcuni Stati membri. La battaglia di Spinelli si sviluppò poi nel Parlamento europeo, verso una vera e propria Costituzione europea. La sfida di fronte alla quale ci si è sempre trovati è quella della capacità di passare, coerentemente, dalle politiche adottate in sede comunitaria, alla loro traduzione in istituzioni. Si colgono qui sia i limiti dell’approccio funzionalista sia i passi concreti che ha permesso di fare. Nel tempo presente, si pensi al ruolo fondamentale e prezioso espresso dall’Unione su temi come quelli della salute durante il Covid (che pure non appartengono, strettamente, alla competenza comunitaria) e del rilancio delle economie, con i programmi del NGEU e del SURE, che permettono, anche al nostro Paese, di promuovere, fra gli altri, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Contemporaneamente va osservato che passi avanti sul terreno federalista si riscontrano sin dal sorgere della prima importante tappa che apre al cammino europeo: la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, lanciata da Schuman, in cui, con grande significato, si dà vita a un’autorità internazionale “indipendente dai governi”. Credo che sia evidente a tutti – o quantomeno a molti – come l’espressione di Spinelli “l’Europa sogno o invito a operare” si sia trasformata oggi in un dovere. Ho ricordato la questione della guerra portata dalla Federazione Russa all’Ucraina come la sfida di fronte alla quale si trovano oggi i popoli europei. Spesso la drammatica sofferenza delle guerre ha spinto verso nuovi equilibri e ordini internazionali.

Per restare al Novecento, è stato così con il Primo conflitto mondiale e la nascita della Società delle Nazioni. Così con il Secondo conflitto, con le Nazioni Unite e l’avvio del processo di integrazione europea.

 

In entrambi i casi, l’aspirazione era porre fine alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie, come recita la nostra Costituzione. E, a lungo, prima sul crinale della “guerra fredda”, poi della caduta della “cortina di ferro”, la stabilità è prevalsa. La nostra Costituzione, agli art. 10 e, soprattutto, 11, impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare pace e giustizia fra le Nazioni. La pretesa che siano le guerre a disegnare gli equilibri corrisponde alla logica del prevalere del più forte sul più debole. La logica che ha condotto alle nefandezze del Novecento. Per uscire dalle quali sono state necessarie tenacia e risolutezza.

 

Alcide De Gasperi, ritenuto, a ragione, uno di Padri fondatori oltre che della nostra Repubblica anche del processo di integrazione europea, forte della sua esperienza di uomo di frontiera, osservava che “la principale virtù della democrazia è la pazienza. Bisogna attendere alle cose con tenacia e vigilanza, con la coscienza che le cose debbano sempre maturarsi”. La pazienza “di fronte alle lentezze dell’uomo”. L’unità europea è un’impresa in salita, dove alle difficoltà e alle visioni anguste si devono contrapporre fattori ideali e politici. L’unità europea è l’ambizione di completare uno storico percorso di innegabile successo. Sprovvista delle sue autentiche ambizioni, l’Europa non avrebbe ragione di esistere. Non potrebbe esistere. L’ambizione, in tempi di guerra, di conseguire presto la pace per un ordine internazionale rispettoso delle persone e dei popoli. L’ambizione, in tempi di pace, di preparare la pace del futuro, il suo consolidamento per la giustizia tra le nazioni e fra i popoli. È questa la permanente attualità dell’invito a operare di Spinelli.

 

Da raccogliere, in ogni stagione.

La Voce del Popolo | Centrodestra, troppa litigiosità in famiglia?

Prima o poi, potrebbe scoppiare la guerra civile nel centro-destra. O almeno, aprirsi una seria disputa sul da farsi. Se fosse, sarebbe una novità di non poco conto. Da quelle parti infatti vige una disciplina, o almeno una consuetudine, che tende a ricomporre i dissensi che pure esistono e ad offrire per quanto possibile un profilo di unità a beneficio dei propri elettori e dei propri interessi di governo.

 

Ora, però, si avverte qualche scricchiolio. Salvini è nel pieno di una campagna elettorale molto identitaria, tutta spostata verso la frontiera di destra. Il mondo che fu di Berlusconi è in discreto, silenzioso subbuglio. La Meloni tende a chiudersi nel fortilizio dei propri cari. E soprattutto la legge di bilancio che si profila non consente più di armonizzare le differenze contando sul favore della finanza pubblica.

 

Il fatto è che in tutte le coalizioni che si sono formate negli ultimi anni dalle nostre parti l’omogeneità è stata sempre piuttosto fittizia. E per quanto la retorica del gioco di

squadra si ostini a promettere alleanze ferree e discipline ordinate, le cronache segnalano piuttosto un certo disordine sotto il cielo delle maggioranze.

 

Finora il governo Meloni ha fatto eccezione (anche in virtù della forte spinta elettorale di un anno fa). Ma la regola della litigiosità in famiglia potrebbe prima o poi riprendere il sopravvento. Soprattutto se ci si continuasse a illudere che i temi controversi di questa stagione possano essere risolti senza averli elaborati. Insomma, per governare in pace servirà un chiarimento vero. Che per l’appunto non sarà tanto pacifico.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 31 agosto 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’impegno dei cattolici popolari e democratici di fronte alla questione sociale

Non c’è alcun dubbio che esiste nel nostro paese una nuova, e persistente, “questione sociale”. Una “questione sociale”, come quasi sempre capita, che rischia di trasformarsi rapidamente in una questione di ordine pubblico. E, come da copione, le prime avvisaglie si sono già manifestate e non solo a Napoli e a Palermo. I tasselli principali, e più mediatici, su cui viene richiamata la maggior attenzione sono da un lato l’azzeramento del reddito e di cittadinanza e, dall’altro, la misura dei super bonus. Due misure che non hanno nulla a che vedere con la crescita, l’occupazione, lo sviluppo, l’equità sociale e il contrasto alla povertà ma solo e soltanto con la riaffermazione di una concezione selvaggiamente assistenziale e pauperista. Di norma, si tratta di escamotage legislativi e scelte politiche che rispondono ad una precisa strategia: ovvero, la piena affermazione del populismo antipolitico, demagogico e qualunquista. E, non a caso, si tratta di scelte patrocinate, pianificate e gestite dal partito leader del populismo anti politico per eccellenza: il partito di Grillo e di Conte.

Ora, il nodo politico di fondo non è quello di continuare a polemizzare con i populisti o con tutti coloro che hanno una concezione estremista e massimalista della politica. E, purtroppo, con chi teorizza la strategia politica del “tanto peggio tanto meglio”, come è platealmente evidente dalle ultime dichiarazioni di Conte e della Schlein. Semmai, e al contrario, si tratta di capire come è possibile affrontare seriamente e costruttivamente i temi – veri e tangibili – che emergono dalla società e che noi riassumiamo con il termine di “questione sociale”. E, traendo spunto dalla miglior tradizione del cattolicesimo sociale italiano e dalla cifra riformista che la caratterizzava – basti pensare alla cinquantennale esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana della Dc – occorre far sì che il “dato sociale” diventi un elemento strutturale della stessa iniziativa politica.

 

La politica sociale, cioè, non può e non deve diventare un elemento secondario o un semplice orpello del progetto politico complessivo di un partito o di uno schieramento ma un asset centrale delle stesse politiche di sviluppo e di crescita di un paese. Perché l’alternativa a questo metodo e a questa impostazione politica è una sola: ed è quella praticata dai populisti da un lato e dai liberisti dall’altro. Ovvero, ridurre la “questione sociale” ad un fatto meramente e brutalmente assistenziale con tanti saluti a qualsiasi logica di sviluppo e di crescita complessiva di un paese. Perché se dovesse prevalere questa concezione e questa deriva inesorabilmente si trasformerebbe lo Stato in un ente di beneficenza e di assistenza per molti, se non per tutti i settori della società.

 

Una prassi radicalmente e strutturalmente antipolitica che unisce la logica “del tanto peggio tanto meglio” con la strategia della “mancia” generale ed indistinta. La strategia riformista, seppur attenta e vigile attorno ai temi che pone una rinnovata “questione sociale”, è esattamente l’opposto. E quindi, da un lato l’assistenzialismo e il pauperismo e, dall’altro, la crescita e lo sviluppo. O meglio ancora, da un lato le mance e i sussidi e, dall’altro, politiche concrete e mirate che riducono le sacche di povertà e contribuiscono, al contempo, a far partecipare anche e soprattutto i ceti popolari e meno abbienti alla crescita complessiva del sistema paese.

 

In ultimo, e per riassumere, in un campo i riformisti e nell’altro campo i populismi, in tutte le sfumature con cui si manifesta. Ecco perché i populisti quando governano creano disastri e generano le premesse per una progressiva ed irreversibile bancarotta dello Stato. Tocca, però, anche ai cattolici popolari e sociali farsi carico di una proposta politica che recuperi sino in fondo la cifra riformista e, soprattutto, la capacità di saper riscoprire quella cultura e quello stile della ‘sinistra sociale’ del passato che su questo versante conservano una straordinaria modernità ed attualità.

Inglese lingua universale? Eppure c’è spazio per la lingua degli italici.

Il 20 agosto La Lettura, inserto settimanale sempre interessante del Corriere della Sera, ha dedicato una pagina al tema della conoscenza delle lingue straniere da parte dei cittadini europei. Lo ha fatto pubblicando una rappresentazione grafica (c.d. visual data) dello stato di fatto in ordine al tema citato, dotata di note, richiami, citazione di fonti etc., ma incapace per sua natura di guidare il lettore verso una conoscenza del tema, efficace dal punto di vista della percezione visiva-conoscitiva

sintetica, ma priva di ogni inquadramento di contesto, di note di supporto storico e geografico, di avvertenze metodologiche, di raffronti tra dati percentuali e dati assoluti. Sarebbe stato opportuno anche aggiungere un benché fugace raffronto tra dati europei e mondiali, essendo le lingue, soprattutto in presenza di una sempre più accentuata mobilità degli esseri umani e delle merci e dellutilizzo perfino invasivo di strumenti e tecnologie di comunicazione, obbligate a favorire la conoscenza globale che trascende i confini fisici ed i rapporti istituzionali tra gli Stati ancorché federati in una aggregazione regionale.

Il tema indubbiamente interessa e sfida la nostra Associazione Svegliamoci Italici, di cui Piero Bassetti è Presidente ed io vice, poiché la nostra ambizione di creare progressivamente una Italica Global Community che raggruppi i circa 250 milioni di Italici sparsi nel mondo, accomunati dalla condivisione di conoscenza ed ammirazione per la civiltà italica, necessariamente fa i conti con il problema linguistico. Pensiamo infatti che il nostro obiettivo si potrà raggiungere offrendo come strumento di interconnessione, approfondimento, integrazione, una piattaforma telematica multilingue, capace di diffondere la cultura italica e valorizzare ulteriormente luso della lingua italiana, già oggi tra le lingue più parlate nel mondo tra quelle non obbligate per territorio di residenza o necessità di rapporti commerciali, ma scelte.

Cerchiamo per prima cosa di capire i dati riportati anziché limitarci a guardarli. Una media del 64,6% dei cittadini europei conosce almeno una lingua straniera, ed i nostri concittadini italiani se la cavano discretamente collocandosi sopra tale media, al 66,1%, prima dei francesi (60,1%), degli spagnoli (54,3%), e di altri 7 popoli ancora, ed infine degli inglesi (34,6%). Il raffronto statistico con lintera platea dei 34 popoli europei, vede lItalia molto penalizzata poiché superata da ben 24 di essi, tra i quali brilla la Lettonia dove il 95,7% degli abitanti parla una lingua straniera, con grande spazio per la lingua russa.

Ora, conoscere questo dato può interessare chi sta compiendo uno studio specifico sulla Lettonia, ma sicuramente poco incide sul conteggio di quante persone in Europa parlano una lingua straniera, poiché stiamo parlando di una popolazione di 1 milione ed 800 mila abitanti in tutto, ed identica o simile valutazione vale per molti altri Paesi considerati nella tabella (Lituania, Estonia, Cipro, Slovacchia, Slovenia, Macedonia del Nord, Lussemburgo, Croazia, Serbia, Malta, Finlandia) ognuno con un numero di abitanti che va dai 500mila ad un massimo di 5 milioni. Né viene fatto un cenno alla particolare situazione, che indubbiamente si riflette nei dati rilevati, di Paesi legalmente multilingue quali Svizzera e Belgio.  

Un raffronto inutile e fuorviante a fronte del quesito di base, rispetto al quale è da memorizzare solo il dato medio complessivo europeo: il 64,6% dei cittadini parla almeno una lingua straniera. Interessante è certamente sapere che la lingua straniera più parlata dagli europei è quella inglese, con la notazione maliziosamente ma utilmente aggiunta sulla pagina in questione, tramite larticolo sottostante la tabella ed intitolato Gli inglesi parlano solo linglese: pare infatti che solo il 34,6% dei cittadini del Regno Unito parli una lingua straniera, atteggiamento comprensibile, poiché essendo la loro lingua veicolo principale nei rapporti commerciali internazionali e strumento di servizioper una immediata comprensione nei rapporti interpersonali a livello mondiale, gli inglesi non vedono la necessità di impararne unaltra.  

Al di là delle impressioni ricavate dai visual data, esiste effettivamente una questione linguistica per noi europei, e lUE ha codificato da tempo dei principi base e delle regole di comportamento. I Trattati istitutivi del 1958 prevedevano 4 lingue ufficiali: francese, tedesco, italiano, olandese; dal 1973 entra poi come lingua ufficiale anche linglese, che diventa progressivamente egemone nonostante, o forse anche per questo, le lingue ufficiali siano ormai 24, ed ufficiale resta anche dopo la Brexit. Il tutto a fronte delle solenni dichiarazioni ufficiali dellUE ed i congrui stanziamenti destinati a favorire la progressiva adozione del multilinguismo, con vari strumenti, a partire dal programma Erasmus. Un processo, quello che rende linglese lingua predominante, che avviene gradualmente, prima sostituendola alla lingua italiana tra le c.d. lingue essenzialiper il lavoro interno delle Istituzioni Europee, e soprattutto con la adozione di fatto dellinglese come lingua di servizionel lavoro quotidiano della burocrazia europea.

Daltra parte, da parte dellUE che tutto regolamenta, neppure è stata tentata ladozione obbligatoria del multilinguismo nella comunicazione via web, o almeno una regolamentazione della stessa, lasciando alla casualità selvaggia la scelta di quali e quante lingue utilizzare. A chi assegnare la responsabilità di tale declassamento, se non allincuria dei nostri Rappresentanti negli Organismi Istituzionali dellU.E. ed ai funzionari italiani facenti parte del corpo burocratico dellUnione? Tutto ciò è avvenuto nonostante le periodiche esibizioni muscolaridel nostro Governo, e non solo a Bruxelles: basterà ricordare che, pur essendo lItalia (dato arcinoto e periodicamente sbandierato) il Paese con il maggior numero di Siti dichiarati Patrimoni dellUmanità, lelenco delle lingue ufficiali dellUNESCO comprende arabo, cinese, francese, inglese, russo, spagnolo, ma non litaliano. Nessuna contromisura ad un fenomeno sempre più evidente è stata messa in atto ed anzi è stata affossata velocemente la proposta a suo tempo (1982) avanzata dallallora Ministro dei Beni Culturali, on. Enzo Scotti, che puntava a creare un Raggruppamento istituzionale dei Paesi di lingua romanza-neolatina (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Romania) quale strumento attivo di promozione culturale e difensivo nelle sedi istituzionali multilaterali. Occorre pure aggiungere che lindubbia preponderanza delluso della lingua inglese, che diviene pressoché totalizzante nei linguaggi tecnici, scientifici, mercantili, non comporta che chi la utilizza venga a contatto con la cultura anglosassone e tanto meno che ne diventi conoscitore ed estimatore, condizione che fortunatamente si verifica per i c.d. cervelli italiani in movimento attivi negli ambienti delle Università, della ricerca scientifica, del management internazionale.

Dalle analisi che gli Istituti di ricerca hanno prodotto sul rapporto tra italiani e lingua inglese, parrebbe poi emergere una carenza qualitativa nelluso di tale lingua, cosa che andrebbe verificata e corretta, anche con una maggiore qualificazione dei docenti, dai Responsabili dellIstruzione Pubblica, visto che ormai dal 1970 le cattedre di lingua inglese nelle Scuole italiane sono numericamente maggioritarie, contrariamente al periodo precedente che le vedeva minoritarie rispetto a quelle di lingua francese, tedesca e spagnola. Comunque, indubbiamente, linglese è ormai lingua straniera predominante, in Italia come altrove, anche se sopravvivono significativi spazi per altre lingue, in ambiti specialistici.

Una predominanza, quella della lingua inglese che, per forza dinerzia e per pigrizia dei vertici istituzionali e dei burocrati, come sopra evidenziato, rischia di diventare egemonia assoluta senza peraltro che essa sia accompagnata da una contestuale crescita di conoscenza della cultura anglosassone. La risposta a ciò non può essere di tipo sovranista: la difesa della lingua nazionale da parte dei singoli Stati è una risposta illusoria se lobiettivo è contrastare la diffusione dellinglese come lingua di servizio; è invece corretta, anche se talvolta insufficiente e in prospettiva futura in parte inefficace, se come avviene nel caso del nostro Paese, le azioni messe in atto dagli Istituti Italiani di cultura allestero, dalla Dante Alighieri, da Entità pubbliche o private, per rispondere alla richiesta di conoscenza della nostra lingua mediante il suo insegnamento, sono rafforzate se collegate con qualcuna tra le varie espressioni della cultura italiana, sia antica che contemporanea e del nostro modo di vivere.

A questo principio è pure ancorata la politica linguistica adottata dallUnione Europea, nella consapevolezza che la costruzione dellEuropa unita dipende sicuramente anche dalle conoscenze linguistiche dei suoi abitanti; infatti, se vogliamo che i nostri futuri cittadini sappiano vivere in una Europa multilingue ed apprezzare la grande diversità linguistica e quindi culturale, è necessario che conoscano più lingue. LUE sulla base delle conclusioni del Vertice di Göteborg del 2017, raccomanda che entro il 2025, tutti i giovani europei che concludono un ciclo di studi superiori, dovranno avere una buona conoscenza di due lingue oltre la propria; allo stesso tempo dovrà essere garantita la sopravvivenza delle lingue locali e dialettali, testimonianze significative di culture e storie antiche.

Questo lo stato di fatto in Europa. Per lo più riscontrabile anche a livello mondiale, con qualche peggioramento dove non giungono le cautele normative che lUE si è data ed il campo è libero per ogni scorrettezza da parte dei grandi gestori dei nuovi media, delle nuove tecnologie, per la conquista dei mercati globali. Quindi ancora inglese, basico, elementare, di servizio, senza alcun riferimento culturale. Sovrastante una realtà linguistica mondiale che vede coesistere gli effetti della crescita demografica cinese ed indiana con le realtà di aree post-coloniali, più o meno consolidate (spagnolo, francese, portoghese), e che prima o poi subirà un radicale cambio a seguito della prevedibile convergenza verso una lingua scelta come veicolo comune, da parte delle popolazioni di vaste aree in Africa e Asia che tuttora usano lingue tribali, oppure poco radicate e prive di tradizioni culturali, tendenza di cui possiamo scorgere un preannuncio nel frequente ricorso alluso dellinglese in India, per superare la frammentazione degli idiomi locali.

Un contesto mondiale, confuso ed in sommovimento, nel quale la lingua italiana continua a mantenere una posizione significativa grazie al forte e tenace rapporto con essa e con le sue diversificazioni dialettali, da parte degli italicisparsi nel mondo, e grazie alle peculiari caratteristiche che hanno permesso alla lingua italiana di esistere per due millenni, prima quale unico elemento di continuità diretta, assieme al diritto, dallImpero romano dopo il suo disfacimento, poi quale lingua comune e simbolo del Rinascimento, e poi  in seguito  come essenziale carsico legame, nonostante il frazionamento istituzionale del territorio, e di conseguenza delle leggi, delle consuetudini amministrative, dei dialetti, tra i tanti popoli convissuti nella Penisola fino al 1870. Due millenni nei quali la civiltà italicaè stata lelemento talvolta inconsapevole di caratterizzazione ed unione degli abitanti della Penisola, abituandoli al riuso di tradizioni, usi ed invenzioni del passato, allaccoglimento nel sentire comunedi apporti innovativi da parte di nuovi abitanti, anche se invasori, e dellibridazione con culture differenti, il tutto sostenuto dalla condivisione della religione cattolica. E così la Penisola è riuscita ad apparire pur sempre unitaria nellimmaginario collettivo, ed essere patria vocativa di una comunità culturale diffusa in tutta Europa, sorretta dalla forza della parola e della letteratura, del modo di essere e di porsi, dellarte e delle invenzioni, della assimilazione del nuovo.

Lunità linguistica degli italiani, da latente si è trasformata in effettiva e visibile, in due tappe. La prima, subito dopo lunificazione, con la scelta lungimirante della Monarchia Sabauda di tollerare la sopravvivenza dei tanti dialetti locali, assegnando il ruolo di lingua progressivamente unitaria e caratterizzante a quella parlata in Toscana, rinunciando in questo caso allimposizione del modello piemonteseadottato per la pubblica amministrazione, le leggi e lesercito. La seconda, nellItalia repubblicana dopo la Seconda guerra mondiale, con concrete politiche di sostegno alla alfabetizzazione generale ed alla scuola dellobbligo, nonché attraverso le potenzialità offerte dallavvento dello strumento televisivo, attuate prima con la Telescuola(1958) a favore dei giovani residenti in località sprovviste di Scuole secondarie, e poi con il programma Non è mai troppo tardi (1960) indirizzato agli adulti analfabeti. Il resto lhanno fatto la musica, le telecronache degli eventi sportivi, la Messa domenicale in italiano a partire dal 1970, le Tribune politiche seguitissime, i programmi di intrattenimento. E nel frattempo, in maniera spesso spontanea, è continuata la scelta emotiva e culturaledella lingua italiana da parte di milioni di stranieri affascinati dalla più varie espressioni della cultura/civiltà italica, compensando il minor uso della lingua (per la verità soprattutto dialetti) degli antenati da parte delle nuove generazioni di italo discendenti residenti allestero e progressivamente integrati nei contesti locali.

Occorre aggiungere che laccentuata mobilità favorisce sempre più un massiccio afflusso nella Penisola di turisti desiderosi di avvicinarsi, visitandola, alle sue bellezze e cultura, ma né i turisti sono attrezzati dal punto di vista linguistico, né lo siamo ancora abbastanza noi per accoglierli; né il problema sarebbe risolto da una generale interlocuzione in inglese basico, che, se anche avvenisse per la soluzione dei problemi essenziali, non fornirebbe certo lopportunità di un avvicinamento del turista alla nostra cultura. Noi italiani, infatti, abbiamo altri valori ed obiettivi da salvare attraverso la nostra lingua, al di là del facile accesso alle transazioni internazionali e la comunicazione interpersonale resa più semplice con ladozione di un linguaggio semplificato ed essenzialmente tecnico.

La terza tappa o terza fase che dir si voglia, di cui lesempio della accoglienza turistica è il preannuncio, è quella che riguarda il futuro, della nostra lingua in rapporto al domani dellEuropa e del mondo. Un futuro da immaginare e preparare dimenticando i confini fisici dello Stato italiano ed assumendo unottica italica. Il tema italicità è un grandangolo nella cui visione può stare tutto, tutte le particolari visuali, addirittura sia del passato che del futuro, e può comprendere tutte le discipline sia umanistiche che scientifiche, toccando e qualificando tutti quei variegati settori che concorrono a formare il soft power italicoapprezzato e riconosciuto in ogni continente. È tuttora valida la lezione insita nel discorso del Presidente Mattarella agli Stati Generali della Lingua italiana nel mondodel 23 ottobre 2018:

“…Valorizzare la propria cultura, di cui la lingua è espressione, non è esercizio statico e conservativo. Non si tratta soltanto di tutelare una ricchezza incastonata nella storia, ma di far vivere un patrimonio vivo, pratico, multiforme, con articolazioni che spaziano dai registri più alti agli usi più quotidiani e comuni. La sfida oggi è, esattamente, come far fiorire la nostra lingua e cultura nel tempo della mobilità, in cui cioè, accanto alle comunità territoriali, sorgono comunità globali, talora solo virtuali, legate da linguaggi peculiari. Le reti dellitaliano nel mondo vanno dunque certamente al di là di accezioni consuete ed includono italiani, italofoni ed italofili: quella grande comunità di italici ai quali Piero Bassetti, non da oggi, chiede di rivolgere i nostri sforzi e la nostra attenzione. A chi appartengono lingua e cultura italiane? Per definizione ogni cultura ha natura e vocazione universale, dunque non ha confini. La civiltà italica ha influenzato ed è alla base di numerose altre civiltà. E poiché ciascuna lingua è veicolo di rapporti sociali, di arte, di diplomazia, di affari, di identità, lintensità di rapporti raggiunta ormai a livello internazionale, suscita, per quanto riguarda la civiltà italica, un crescente interesse ed una vera e propria fame di Italia.…”.

La terza fase che si intravvede quindi per la lingua italiana, è coerente con la necessaria prospettiva, a livello globale, di un generalizzato multilinguismo funzionale, dove c’è spazio per linglese come lingua di servizio, per lo spagnolo, il francese, il cinese, litaliano, come lingue aggreganti di macroaree geoculturali, e di molte altre lingue identitarie più o meno diffuse: una innovazione impegnativa anche dal punto di vista economico, se come auspicabile, comporterà modifiche significative nei percorsi scolasticiad ogni livello, innovazione già autonomamente messa in atto dai tantissimi giovani italiani che hanno inserito la mobilità accentuata, soprattutto intraeuropea, nel loro modello di vita, innovazione che con laffievolimento delle barriere linguistiche creerà più consapevolezza di Europa, anche grazie al ricongiungimento linguistico/culturale con i3 milioni di italiani residenti (AIRE) allestero ed i milioni di italo discendenti che stabilmente vivono in Europa, creando anche le condizioni, utili già in occasione delle imminenti elezioni del Parlamento Europeo, per lidentificazione e riconoscibilità di un vasto bacino di elettorato transnazionale italico.

Quale spazio, in conclusione, resta per una ulteriore espansione della lingua italiana? Un grande spazio, se oltre a proseguire e rafforzare le azioni di sostegno già in atto nei vari Continenti, e ad approntare una efficace politica di formazione linguistica e civica dei futuri nuovi italianigiunti in Italia per scelta o per necessità, si avrà laccortezza di accompagnare, con una sorta di kit multilingueche oltre a tradurre il testo italiano, riesca a dare sinteticamente una immagine dellItalia, ogni espressione ed ogni manifestazione del nostro soft powernei più vari ambiti culturali e produttivi, liberandoci di ogni possibile presunzione di autosufficienza.  

I 100 giorni sono diventati 200 e Cleopatra Meloni naviga sola

LI 100 giorni con i quali avevamo dato appuntamento alla regina Cleopatra Meloni per vedere come va sono diventati 200 in attesa di vedere qualcosa di nuovo allorizzonte. E niente, la navigazione del bastimento Cleopatra ha proceduto stancamente tra secce e mare aperto, secondo una rotta già conosciuta e battuta da altri bastimenti.  Certo una condotta prudente è sempre consigliabile e se si è alle prime armi non conviene davvero prendere rischi inutili; molto meglio smussare ogni possibile ostacolo che si presenti limitando i danni, aggirandolo se si può.

Però, e c’è un però anche in questa lenta stanca navigazione, i sostenitori a terra (ricordate? sono quelli festanti alla partenza ma altrettanto scaltri da non salire a bordo) hanno iniziato a lamentarsi a voce alta, così alta che quando il bastimento costeggia la costa le grida iniziano a sentirsi. Sono gli scontenti di sempre, di ogni governo, si dirà; certo ogni governo ha il suo codazzo di scontenti, ma costoro in questo specifico caso sono i pretoriani di quel Cesare che ha armato il bastimento della Regina Cleopatra e hanno un valido motivo per lamentarsi dei mancati risultati.

Diverso il caso di quelli che sdegnati per la scelta di Cesare, si sono voltati dallaltra parte pronti al minimo ostacolo ad ingigantire a proprio vantaggio le inezie della difficile navigazione. Questo atteggiamento alla lunga non ha giovato perché, come recita la favola di Esopo , a forza di gridare al lupo al lupoe sulla fine che fanno coloro che poi non vengono presi sul serio, si cominciò a pensare che tutto sommato la Regina Cleopatra non stava navigando male e le sue politiche in ogni modo erano lunica soluzione possibile in un momento difficile e di crisi.

Di questo orientamento, non palese ma sotterraneo, la Regina Cleopatra, scaltra e fine politica, ne carpì lessenza facendone un suo mantra: da lo abbiamo ereditatoal non possiamo fare di più” è tutto un susseguirsi di probabili giustificativi, vicini molto vicini alla verità, su cui come mosche cieche si sono gettati i suoi nemici, confutando ogni affermazione e rimanendo così attaccati alla carta moschicida della trappola predisposta.

La navigazione per questi lunghi 200 giorni si è così svolta serenamente tra il lancio di un foglio di carta moschicidadal bordo del bastimento e una zuffa senza pari tra mosche alla ricerca della confutazione più corretta delle politiche della Regina Cleopatra. La verità dei fatti non interessando nessuno, poteva benissimo essere ignorata. Perché questo bastimento la Regina Cleopatra Meloni lo governa bene, ma certo non può nascondere i colpi allo scafo che hanno prodotto i banchi di sabbia incontrati lungo la costa né le onde forti in mare aperto. Nella navigazione di costa (in casa propria per così dire) e in mare aperto (con le altre regioni dellimpero) il bastimento non sempre ha retto i colpi, ed è venuto il momento di una riparazione al fasciame se non si vuole arrivare alla falla.

E la falla si chiama, cambusa vuota equipaggio affamato e approdo sicuro ancora lontano. Vengono strane notizie dal bastimento; il cambusiere lamenta la carenza di cibo fresco e la esiguità delle scorte che i pretoriani di Cesare leggono come ci servono più soldi per comprare il cibo fresco e riempire la cambusa e quindi per ora le vostre richieste stanno al palo; lettura giusta ma che può far infuriare più di un pretoriano. Gli ufficiali di bordo avanzano le loro richieste ciascuno guardando ai propri interessi, il che non è un male di per sé, ma lo diventa se non vi è una visione comune sulla rotta da seguire. Lequipaggio non si nutre bene da settimane e presto si ammalerà di pellagra, se non si ammutina prima. Significa cercare un porto il più presto possibile e rinunciare per adesso al porto sicurodisegnato sulle mappe.

Alla la Regina Cleopatra, da sola nella sua cabina di capitano, conviene inviare un messaggero che consegni a Cesare un messaggio semplice e conciso, sul da farsi, prima ancora che le onde del mare aperto aprano una falla nello scafo e mandino in malora il suo viaggio e pure il nostro. Sulla rocca della Gallia, il bardo di Asterix (lo ricordate a ottobre 2022, con il suo siamo qui se ti serve una mano?) guarda in lontananza la nave e canta.

Gabon, un nuovo golpe in Africa francofona: incalza l’alternativa al neocolonialismo.

Nella giornata di ieri, 30 agosto, si è infranta la coltre di silenzio sul Gabon, che perdurava dallo scorso 26 agosto, giorno in cui si sono tenute le elezioni presidenziali, svoltesi in un contesto di chiusura e di isolamento verso l’esterno, e di cui solo ieri sono stati resi noti ufficialmente i risultati, favorevoli al presidente uscente Ali Bongo Ondimba che però è stato deposto immediatamente dopo l’annuncio dell’esito delle elezioni, che sono state annullate, da un colpo di stato militare e messo agli arresti domiciliari. Subito dopo è stata ripristinata internet e hanno ripreso a fluire le informazioni. Non si segnalano episodi di violenza nonostante la forte tensione e le accuse di brogli rivolte a Ali Bongo da parte del suo principale sfidante Albert Ondo

La famiglia Bongo detiene la presidenza del Gabon da 56 anni ininterrottamente, dal 1967 al 2009, con Omar Bongo, padre del presidente deposto Ali Bongo il quale ha governato nei 14 anni successivi. I presidenti Bongo hanno garantito relazioni piuttosto amichevoli tra Gabon e Francia. Quest’ultima è molto presente nello sfruttamento delle ingenti risorse naturali di cui dispone il Paese africano.

Il Gabon è situato sulla costa atlantica dell’Africa centrale, ha una superficie poco più grande di quella della Romania ma ha appena 2 milioni e mezzo di abitanti. Il suo territorio interno, quasi interamente ricoperto da una fitta vegetazione equatoriale, rimane ancora tra i più inaccessibili dell’Africa. Ma è ricchissimo di materie prime come petrolio, gas, carbone, uranio, manganese. Il Gabon è il quinto paese produttore di petrolio in Africa, con il settore petrolifero che rappresenta circa il 50% del suo Pil e l80% delle esportazioni. Eppure nonostante una popolazione esigua e ingentissime ricchezze naturali, superiori addirittura nel complesso a quelle delle petro-monarchie del Golgo Persico, la gran parte del popolo gabonese non è ancora riuscita ad uscire dalla povertà.

Le reazioni internazionali al golpe militare in Gabon, capeggiato dal generale  Brice Oligui Nguema, a capo del “Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni”, che sostiene di rappresentare unitariamente le forze di difesa e di sicurezza, sono accomunate dalla richiesta di evitare ogni spargimento di sangue e di tornare al più presto a una situazione di normalità istituzionale. Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina sembrano convergere, inoltre, nell’esprimere preoccupazione per la stabilità dell’Africa sub-sahariana e dell’Africa centrale. Con il golpe avvenuto ieri a Libreville, dopo appena un mese da quello in Niger, sono saliti a dieci i colpi di stato negli ultimi tre anni in quell’area.

A testimonianza del fatto che l’aspirazione di molti popoli africani a superare le forme ancora esistenti di neocolonialismo e a riapproppriarsi delle loro risorse si diffonde in un tempo in cui l’Africa sta ritrovando un suo protagonismo politico e in cui nuovi equilibri geopolitici globali consetono anche a stati di medie o piccole dimensioni di far valere il loro diritto allo sviluppo attraverso rapporti economici e finanziari più equi e rispettosi delle identità e delle culture locali.

Anche attraverso questi vari traumatici cambi di regime, pur in sé deprecabili,  passa una esigenza di cambiameto che l’Italia e l’Ue devono saper interpretare, al di là di nuove anacronistiche logiche di blocchi. Molti stati africani cercano alleanze a geometrie variabili, multi-allineamenti in funzione di un percorso di sviluppo di cui loro vogliono definire le tappe e i modi. Quello che non è più pensabile nel mondo attuale è l’idea di poter mantenere rapporti così sfavorevoli, come nel caso del Gabon, verso la parte africana, già contrastati al suo tempo da Enrico Mattei, che non sono più tollerabili da questa generazione di africani e non lo devono essere anche da noi occidentali.

Smart working, cosa possono fare i docenti certificati come lavoratori fragili?

La legge 3 luglio 2023, n. 85 – “Proroga dei termini in materia di lavoro agilediniziativa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha rinnovato il lavoro agileper i lavoratori pubblici e privati, fino al 30 /09/2023. È stato inoltre prorogato al 31 dicembre 2023 il diritto di svolgere la prestazione lavorativa in tale modalità per:

i lavoratori dipendenti del settore privato che abbiano almeno un figlio, minore di anni 14, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito, in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa e che non vi sia genitore non lavoratore;

  i lavoratori dipendenti che, sulla base delle valutazioni dei medici competenti sono più esposti a rischio di contagio dal virus SARS-CoV-2, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapiesalvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio, accertata dal medico competente.

In ogni contesto lavorativopubblico o privato laccordo tra datore di lavoro e dipendente non incontra difficoltà oggettive. Allinizio dellanno scolastico si pone invece ancora una volta per i docenti della scuola dellinfanzia e per i collaboratori scolastici una situazione particolare finora irrisolta: quale tipo di lavoro agile possono svolgere a domicilio nel periodo assegnato dal medico competente? Questi che citiamo ad esempio sono profili di lavoro allatto pratico non convertibili nella stessa mansione lavorativa domestica.  

Per i primi non si può parlare di DAD data letà dei loro alunni, per i secondi ci si chiede se nel loro mansionario si rinvenga un qualche lavoro che possano effettuare da casa.

Solo il Governo Conte va dato atto – aveva istituito la tutela dellequiparazione dello stato di malattia in condizione di fragilità accertata al cd. ricovero ospedaliero: lonere di tale soluzione era equivalente a quello patrocinato dal Ministro del lavoro ora in carica.

Infatti, in condizione di assenza del titolare si deve provvedere alla nomina di un supplente, quale che sia la fattispecie giuridica dellassenza, se per fare smart workingo per essere posto in stato di malattia. Stiamo naturalmente parlando dei lavoratori fragili certificati tali in quanto le loro patologie sono comprese nel DM Salute del 4/2/2022. Poiché durante lo scorso anno scolastico si erano verificate situazioni diverse da istituto ad istituto, per la maggior parte dettate dal buon senso comune che ispirava laccordo tra le parti alla ratio della legge, che poi altro non è che la considerazione della condizione di fragilità certificata, in altre ma in misura minoritaria, fino allassegnazione di incarichi gravosi, come il trascorrere ore ed ore in connessione con la scuola o i promotori dei corsi di formazione previsti dal PNRR, che si accavallano tra di loro in quanto ad orario e calendario di svolgimento fino a creare contesti spazio-temporali incompatibili, verificandosi per questo incomprensioni, attriti e contenziosi.

Dato che la spesa pubblica non cambierebbe ci vuole tanto a capire che applicare il metodo-Conte risolverebbe ogni situazione problematica senza aggravio per le casse dello Stato? Non si può costringere i Dirigenti scolastici al ruolo di organi inquirenti di polizia né tantomeno si può obbligare un immunodepresso ad ore continuative di connessione fino allo svenimento davanti alla tastiera del PC. Siamo curiosi di sapere se la soluzione sperimentata dal Governo Conte potrà essere adottata in via di autotutela con senso pratico e celerità.

Il cuore batte al centro: la politica della CDU nel futuro della Germania.

La CDU è una delle ultime esperienze in Europa riconducibili al genere di partito popolare di matrice cristiano democratica. Negli ultimi tre decenni, caratterizzati dallo storico cambiamento del nostro continente – dalla fine della cortina di ferro fino alla matura progressione dell’unità europea – molti partiti fratelli sono scivolati nellinsignificanza o si sono completamente dissolti; invece, nellarco di questi stessi decenni, Helmut Kohl e Angela Merkel hanno assicurato alla CDU il profilo di forza di governo e di maggioranza grazie a una scelta di

modernità, con una politica di centro e quindi di equilibrio. Ciò dovrebbe contraddistinguere lorientamento programmatico della CDU.

Per quel che ci riguarda, un eccellente punto di partenza è dato dalla visione cristiana dell’uomo. I principi fondamentali – personalità, sussidiarietà, solidarietà e tutela della creato – non hanno perso nulla della loro attualità. Forniscono le basi per rispondere alle grandi domande del nostro tempo.

La democrazia cristiana pensa la politica a partire dalle persone. Ogni uomo merita di essere riconosciuto nella sua dignità, ogni uomo porta con sé abilità e talenti su cui possiamo fare leva. Crediamo che la politica, leconomia e la società esistano per l’uomo, non il contrario. La CDU è forte quando tende ad amalgamare gli opposti, a superarele divisioni e a trovare il giusto punto di equilibrio. Quindi, ilrispetto nei riguardi delle persone deve manifestarsi appieno nella concretezza dellagire politico, talché le decisioni devono prendere le mosse dalle condizioni di vita reale. E in politica abbiamo bisogno di un po’ più di umiltà.

Mettere i bambini al centro dell’attenzione

Un partito popolare di matrice democratico cristiana deve aver presente i bambini in quanto tali. Non conta da dove venga un bambino, che colore abbia la sua pelle, a quale religione appartengano i suoi genitori. Sono tutti nostri figli, da qui viene la formula del family first. Per i bambini la famiglia è lo spazio di vita e di apprendimento più importante. Ecco perché dobbiamo assumere le nostre decisioni prima di tutto con le famiglie, rafforzandole ovunque possiamo.

È necessario che questa scelta si applichi a vari livelli, ad esempio nella conciliazione tra famiglia e lavoro, negli sgravi per gli assegni familiari e le indennità fiscali, nella riduzione del carico burocratico ai fini dei benefici familiari, nellacquisto di unità immobiari che abbiano spazi adeguatiper i figli.

Tuttavia le condizioni di vita stanno cambiando, sono più diversificate. Oggi in Germania vivono 1,6 milioni di genitori single, per lo più donne, con figli sotto i 18 anni. Spesso anche per le famiglie dove sono presenti entrambi i genitori è abbastanza difficile conciliare tutto. In ogni caso, per i genitori single l’equilibrio quotidiano è una sfida ancora più grande. Molti single – sempre con le donne in prima filadevono sbarcare il lunario senza che l’altro genitore contribuisca. Questi genitori single hanno bisogno di una buona e affidabile assistenza per la cura dei bambini, possibilmente vicino a casa. Dunque, in quanto partito della famiglia, la CDU mette al centro proprio i genitori single dobbiamo essere noi il loro avvocato politico.

Politica delleducazione finalizzata a uno scenario di promozione sociale

In Germania siamo noi il partito dell’educazione perché abbiamo un orientamento che fa i conti con la realtà, non è legato al capriccio di rappresentazioni a sfondo ideologico. Prendere di petto la realtà può portare ad alcune scoperte molto amare. Innanzi tutto, a livello di istruzione la Germania versa in uno stato ben peggiore di quanto molti si aspettino. Se nella scuola primaria un bambino non riesce a seguire le sue maestre o i suoi maestri, allora l’azione educativa è finita prima ancora di iniziare. Insomma, dobbiamo prenderci davvero cura dei bambini che hanno difficoltà nei primi anni di scuola. Saper leggere, scrivere e far di calcolo non deve tradursi nella nostra società infattore di disuguaglianza.

Seconda scoperta: per rappresentare correttamente le condizioni in cui vivono questi bambini, dobbiamo anche rompere come CDU con lastrazione di un quadro onirico. Quando si tratta di pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, per molti bambini la sola famiglia di appartenenzanon basta a garantire laiuto necessario.

Subentra dunque lesigenza di sostegni statali, di assistenza e di istruzione. In tutti questi ambiti, volendo adempiere con lattività di formazione alla promessa di crescita sociale, è richiesto lintervento dello Stato.

La sussidiarietà come nucleo della nostra politica economica

La politica cristiano democratica vuole garantire alle persone lo sviluppo integrale alla luce dei diversi talenti e delle diverse capacità. Per questo è necessario che in parte lo Stato e la politica facciano un passo indietro, per intervenire ancor più risolutamente laddove le persone si misurano con i propri limiti e non possono far conto solo su se stesse.

Del resto, la priorità è assegnata allauto-organizzazione e allentità sociale possibilmente più piccola quale condizione per affrontare i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Dobbiamo nuovamente prendere sul serio, come cristiano democratici, questo aspetto fondamentale della nostra posizione politica, tanto nelleconomia quanto nella pubblica amministrazione.

Il nostro paese possiede una struttura economica robusta. Nutriamo fiducia nell’inventiva e nel senso di responsabilità sociale delle aziende, specie quelle a conduzione familiare, le PMI e le imprese artigianali. L’eccessiva regolamentazione e la burocrazia dilagante sono segni di uno Stato apprensivo e arrogante, sospettoso e invadente.

Incentivi fiscali alle imprese

Anche qui abbiamo bisogno di più fiducia nelle persone: inchiniamoci di fronte alle loro capacità, alle loro esperienze di vita e ai loro risultati. Al momento di tassare le imprese, lo Stato deve usare nel suo stesso interesse un podi prudenza. Il capitale per l’innovazione è necessario alleaziende, tant’è che gli incentivi fiscali costituiscono una leva per investimenti a ciò finalizzati.

La promozione sociale attraverso la politica scolastica, la coesione sociale, la sicurezza nelle città e nelle zone rurali, un clima più apprezzabile – e perciò la protezione dell’ambiente: ecco, la base per realizzare tutto questo è sempre un’economia stabile con posti di lavoro ben pagati. Qui si materializza l’economia sociale di mercato, ed è quello che la CDU rappresenta. Leconomia sociale di mercato è il modello giusto per sviluppare nuove tecnologie e portare rapidamente le innovazioni sul mercato.

Il dinamismo economico nasce dalla concorrenza, non dalla pianificazione statale. Pensare a una politica che muova dal basso verso l’alto porta a una maggiore vicinanza con icittadini. Per questo abbiamo bisogno che saffermi la rinascita dellautogoverno nellambito dei comuni, delleconomia e della scienza. Sono ambiti istituzionali prossimi alla vita quotidiana delle persone e dunque possono orientarne le decisioni in misura consona alla realtà.

La nostra componente social-sindacale: indispensabile

È chiaro che una società non può funzionare senza laiuto e il sostegno reciproco. La società civile fa molto per aiutare i singoli, tuttavia spetta allo Stato garantire l’equilibrio sociale.

La politica sociale della CDU è e rimane caratterizzata dalla dottrina sociale cattolica e dall’etica sociale protestante, nonché dalla sensibilità della nostra componente social-sindacale (Arbeitnehmerflügel). È indispensabile e ne abbiamo bisogno più che mai. Non deve più ripetersi nelle prossime elezioni federali che gli elettori non abbiano fiducia nella CDU come partito popolare di matrice solidarista. Tra i partiti della Repubblica Federale la CDU deve incarnare il momento della sensibilità sociale.

Chiunque voglia mantenere e proteggere lattuale rete di sicurezza sociale deve anche riformarla con cura, per poterla integrare. Dobbiamo anche essere solidali con quanti rendono possibili, grazie al loro lavoro, le prestazioni sociali a favore degli altri. Il principio del promuovere ed esigere (Fördern und Fordern) deve essere più forte che mai. Chi riceve benefici sociali deve accettare un lavoro dignitoso.

Con la previdenza supplementare estesa a tutti e la cosiddetta pensione attiva(prosieguo oltre letà pensionabile dellattività lavorativa, ndr) possiamo prevenire il rischio povertà in età avanzata e contenere la carenza di lavoratori qualificati.

Il mondo del lavoro e dell’industria sta cambiando rapidamente, sicché l’impatto sulla coesione sociale nel nostro paese non è ancora prevedibile. Di fronte a grandi mutamenti sta a noi come CDU ripensare il sociale e favorire la partecipazione economica alla vita delle aziende, agli utili, ai processi di trasformazione. Le persone affronteranno in modo più positivo i cambiamenti epocali se potranno ricavare vantaggio dalle loro dinamiche. Trasformazione e partecipazione devono essere interconnesse .

I modi migliori per proteggere il clima

La protezione del clima e la conservazione del creato sono tra le più grandi sfide del nostro tempo. La CDU possiedegli strumenti per gestirle, essendo sempre stata, negli ultimi cinque decenni, anche un forte partito ambientalista. Non abbiamo bisogno di nasconderci dietro nessuno.

Già nella nostra Piattaforma programmatica del 1978 – cioè due anni prima della fondazione dei Verdi – ci siamo espressi sulla omissione di misure come possibile causa di cambiamento climatico e abbiamo chiesto la definizione di convenzioni internazionali per la protezione dellambiente. Lantefatto della legge sulle energie rinnovabili, la legge sulla produzione di elettricità del 1991, fu un’invenzione dei cristiano democratici tedeschi. Nel 2010 il governo Merkel presentava infatti la prima organica strategia per il futuro approvigionamento energetico della Germania.

Dovremmo accogliere con coraggio e fiducia in noi stessi la competizione sui modi e i mezzi migliori per garantire la protezione del clima, dimostrando che abbiamo le soluzioni più adatte a combinare ecologia e prosperità economica. Grande è anche lopportunità per conciliare e compensare i conflitti sociali sulla protezione del clima, giacché il suo successo passa per la cooperazione piuttosto che per la contrapposizione.

Per una Germania impegnata a migliorarsi

In Germania supereremo le grandi sfide del tempo solo se saremo pronti, come paese e società, a migliorarci. Perché la trasformazione e innovazione sono associate a sforzi, impegni e difficoltà. Questo sarà ancora più importante nei prossimi anni quando la generazione dei baby boomer, che in Germania ha superato ormai vari decenni, andrà in pensione.

Gli anni passati hanno dimostrato che lo Stato è riuscito a sostenere le persone, alleviandone i disagi, nei momenti piùdifficili proprio perché, in tempi favorevoli, ha operato secondo regole solide. Proprio per questo è importante che lo Stato impari di nuovo a cavarsela con i soldi che gli vengono messi a disposizione.

La Germania deve anche disporsi ad affrontare la questione dei migranti. È tutto molto difficile per coloro che abbiamo bisogno urgente di accogliere nel nostro paese, per far sì che restino. Allo stesso tempo, per molti che non hanno diritto all’asilo è comunque troppo facile continuare a rimanere qui.

Noi come CDU siamo aperti al contributo di arricchimento proveniente da altre culture, ma chiediamo anche l’integrazione. Siamo il partito che sostiene i valori di umanità e ordine nellimmigrazione.

Partito popolare a base plurale

La sicurezza interna è la competenza principale e la funzione essenziale dello Stato. Siamo gli unici a lavorare,per la sicurezza, in città e nelle zone rurali, su norme e personale che riguardino le forze dellordine.

Una Germania che vuole migliorarsi può esistere solo se anche la politica è pronta a dare lesempio. La CDU lo fa nei Länder, dove ha responsabilità di governo, ma ancheattraverso lo sviluppo della nuova Piattaforma programmatica.

Questo nuovo programma deve essere chiaro su un punto fondamentale: la CDU è il partito che si fida della gente. La mediazione degli interessi appartiene saldamente all’identità della CDU, come pure la visione cristiana dell’uomo. Siamo noi che possiamo garantire nel miglior modo possibile l’equilibrio sociale. In quanto partito popolare a base plurale, siamo un incubatore di decisioni politiche che possono essere largamente accettate.

Costruiamo soluzioni politiche per il centro della società.Tuttavia è unaffermazione, questa, che non ci esonera dalla fatica di creare anche ulteriori opportunità didentificazione con il partito attraverso la nostra Piattaforma programmatica.

La politica con il cuore che batte al centro

Per 30 anni non pochi politologi tedeschi avevano predettoche la CDU sarebbe andata incontro alla stessa fine della maggior parte dei grandi partiti fratelli democristiani in Europa. No, noi siamo l’eccezione.

Il segreto del successo consiste nel rimanere fedeli ai nostri principi, senza chiudere le porte al cambiamento. Al contrario, sosteniamo il progresso per preservare ciò che esiste di buono.

Un partito popolare moderno nasce e sindirizza allo spazio politico di centro. Con questo leitmotiv Helmut Kohl e Angela Merkel hanno guidato il paese e il nostro partito.

Dovremmo essere l’ancora di stabilità del centro anche in futuro. La bellezza di una dottrina chiara dovrebbe essere patrimonio di tanti altri. Noi adottiamo una politica pragmatica per affrontare i problemi del tempo. Chi cerca di cavarsela a buon mercato e corre dietro ai populisti, scagliala scure contro le sue stesse radici e così precipita nel caos. Basta guardare i conservatori negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Italia. Lalternativa esiste.

Contro il dilagante culto dellimmediato

In Europa i partiti borghesi hanno avuto e continuano ad avere molto successo in virtù di un loro percorso chiaramente di centro, che sindirizza a una politica di equilibrio e quindi si rivolge ad ampi settori, anche di estrazione elettorale liberale, attenti alle questioni sociali eorientati ai temi dellecologia. Ciò vale per l’Unione di CDU e CSU in Germania, ma il discorso può estendersi ben oltre. Ora, questa elementare osservazione della realtà dovrebbe costituire una lezione per noi.

La CDU rifiuta il dilagante culto dellimmediato (Sofortismus), il desiderio elitario di riforme radicali e il populismo divisivo. Facciamo politica con il cuore che batte al centro.

Ma l’attuale impennata dei populisti di destra nei sondaggi mette in evidenza come neppure il programma migliore – quello più cristallino – sia daiuto quando lattività governativa risulti scadente. Tuttavia, questa responsabilità ricade sulla coalizione che governa a livello federale (SPD-Verdi-FDP, ndr) e solo in seconda battuta sulla democrazia cristiana per le proposte migliorative legate a precise alternative. Per questo sarà fondamentale la nuovaPiattaforma programmatica della CDU.

L’autore è il Presidente del Nord Reno-Westfalia e il Presidente della CDU regionale.

Titolo originale – Hendrik Wüst über die CDU: Das Herz schlägt in der Mitte (Frankfurte Allegmeine Zeitung – 15 giugno 2023)

Traduzione della redazione de Il Domani dItalia

Carlo Calenda, la velleità di una politica altalenante.

Certo, un dato è quasi oggettivo. E cioè, seguire le piroette politiche quotidiane del capo di Azione, Carlo Calenda, è sempre più difficile. Ed è anche difficile riassumerle in uno scritto necessariamente breve e stringato.

 

Dunque, prima il Centro fa schifo, e quindi e di conseguenza anche i centristi; poi si costruisce il terzo polo, cioè un campo centrista lontano dalla destra e dalla sinistra; poi si manda allaria il terzo polo; dopodichè si propone un fantomatico fronte repubblicano; nel frattempo si sostiene che in questo singolare ed anacronistico campo repubblicano faranno parte i popolari, i liberal democratici e i riformisti; però, e nello stesso momento, si sostiene in modo intransigente – a proposito dei cattolici democratici e dei popolari – la candidatura del turbo laicista Cappato al collegio senatoriale di Monza; e in ultimo, anche se la galleria del tutto e del contrario di tuttopotrebbe continuare ancora a lungo, si predica linadeguatezza strutturale dellattuale bipolarismo e il suo superamento senza alcuna attenuante e al contempo si va damore e daccordo con i populisti dei 5 stelle e con la sinistra radicale e massimalista della Schlein sui temi più scottanti dellagenda politica italiana. Per non parlare, come postilla finale, del cambiamento – nuovamente radicale e opposto – in materia di riforma istituzionale. Nello specifico, sul cosiddetto premierato.

Ora, senza infierire e, men che meno, senza alcun pregiudizio politico o personale, una domanda non possiamo non farla. Anche perchè Calenda, seppur a giorni alterni, sostiene di volere ricostruire una sorta di campo centrista, riformista, moderata e repubblicana. E quindi: ma gli elettori, gli eletti e i dirigenti nazionali e locali di Azione come fanno a condividere sempre e comunque questa sequela infinita di piroette politiche luna diversa dallaltra se non addirittura alternative? Delle due luna: o Azione è un partito strutturalmente – e forse anche statutariamente – personale e quindi il suo capo può sostenere, del tutto legittimamente, una tesi politica e il suo esatto contrario nellarco di pochi giorni oppure ci troviamo di fronte ad un partito che contribuisce, forse inconsapevolmente, a ridicolizzare la politica, il suo ruolo, la sua funzione, il suo prestigio e la sua autorevolezza. Perchè il nodo di fondo, parlando di Calenda e del suo partito personale, non è la deriva trasformistica ma, molto più semplicemente, la natura macchiettistica e carnevalesca della politica stessa.

Ecco perchè, essendo molto interessati al riguardo come cattolici democratici e popolari, ci permettiamo di sottolineare che chi vuole ricostruire il Centro, la politica di centroe un polo riformista lontano dalla sinistra massimalista e radicale del Pd e da alcuni settori sovranisti della destra, lunica strada che non deve percorrere e praticare è quella di inseguire le simpatiche, ma sterili, piroette politiche del capo incontrastato di Azione. Per la credibilità e il futuro politico e culturale del Centro, come ovvio, e non per altre motivazioni legate alla prospettiva altalenante è mutevole perseguita da Calenda.

Centro Euro Umanista, una lista nel solco di Draghi.

Il 25 settembre 2022, più di 2 milioni di italiani (7,8%) hanno votato per la lista unitaria del cosiddetto Terzo Polo. Un risultato incoraggiante, che tutti noi centristi abbiamo colto come un ottimo punto di partenza. Poi ci siamo persi, ma era inevitabile. Il partito unico non poteva nascere da una lista elettorale, ma dalla necessaria condivisione di cultura politica e valori.

Quello che non si può nascondere, al di là della cronaca politica, è la “domanda di centro” che nel Paese è sempre più forte. Mancano pochi mesi al voto per il rinnovo del parlamento europeo, nelle prossime settimane si dovrà procedere alla costruzione della lista europeista e umanista, seguendo lo stile Draghi.

 

Per stile Draghi intendo poche parole, promesse che si possono realizzare, programmi credibili. Non avremo un leader con la sua autorevolezza, ma potremo mettere in campo una squadra credibile che abbia tre qualità: competenza, coerenza e coraggio. Tra le poche parole, pronunciate da Mario Draghi, vorrei ricordare le seguenti: “Il populismo spesso è insoddisfazione, isolamento, alienazione. Questi temi si sconfiggono con un’azione di governo che risponde ai bisogni dei cittadini, ai bisogni degli italiani”.

Noi centristi non dobbiamo sottovalutare il rischio di emarginazione, dobbiamo elaborare proposte realizzabili per combatterla. Ogni persona è il nostro centro, ogni persona ha il diritto/dovere di essere lavoratore e cittadino, due qualità imprescindibili per il nostro progetto di “umanesimo civile 5.0*. Nelle prossime settimane si dovrà procedere all’istituzione di una commissione di saggi, individuati dai partiti, movimenti e associazioni, che intendono aderire al progetto, con lo scopo di redigere il programma elettorale per le elezioni europee e per avviare il cantiere della futura federazione/alleanza di Centro.

Un programma che abbia come faro l’Europeismo dei padri fondatori. Una serie di tasselli e passaggi temporali, che riducano la distanza tra l’Italia e l’Europa, con un impegno chiaro e concreto verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa. È il momento delle scelte, quale migliore occasione delle elezioni europee, con legge elettorale proporzionale, per costruire insieme il centro.

* Lumanesimo civile 5.0 è un progetto di società che valorizza la persona, la comunità, la natura e la tecnologia, promuovendo libertà, emancipazione, solidarietà, responsabilità e partecipazione, in armonia con i valori europei e costituzionali.

Lucia non entra nella Guardia di Finanza, vittima di mancato  oblio oncologico.

Lucia Palermo ha dato luce, oltre al suo nome, alla faccenda in cui è incappata, un faro acceso su norme dal sentore di ingiustizia. La donna, per come si comprende da notizie di stampa, ha ambito lavorare in una delle forze dellordine dello Stato. Ha superato le prove previste di carattere medico, psicoattitudinali e fisiche con relative dichiarazioni di oncologi a certificare che fosse pienamente in salute e in condizioni di svolgere ogni tipo di attività.Eppure questo non è bastato ed è stata ritenuta inidonea per partecipare ad un concorso pubblico nel ruolo di Psicologonella Guardia di Finanza. La legge ne ha previsto lesclusione ritenendo il post cancro incompatibile con la vita militare. Lucia ha avuto il cancro, questo lo stigma che porta appresso.

Del resto finanzain una delle sue accezioni sta anche per fine e cessazione; così è finito senza troppi fronzoli il sogno di Lucia. Ora si potrebbe argomentare che sarebbe stata inutile anche la partecipazione, a monte, alle prove già sostenute, se poi vietata quella decisiva al concorso in questione. Si potrebbe commentare che, pur daccordo sul requisito di sana e robusta costituzione, ad uno psicologo non sono richiesti ruoli operativi dove è richiesta una speciale preparazione fisica. Loggetto dellattenzione, di cui si discute anche in questi giorni, è nella sostanza una proposta di legge in materia di oblio oncologicoche prevede un periodo di dieci anni dalla fine della malattia. Con tale durata può accadere che così non si rientri nel limite di età richiesto per i concorsi pubblici.

Chi ha avuto il cancro sembra in questo modo non possa o non debba liberarsene. Se vi riuscisse, denuncerebbe un fisico che ti dà per guarito, a dispetto della mente che deve stare sempre sul chi vive, sui carboni accesi di una perenne sospensione su un baratro, che non emette mai la sua sentenza, costantemente riunita in camera di consiglio. Nel De Naturalibus Facultatibus si apprende che il cancro assume nome da vene che, compromesse dalla malattia, richiamano la forma delle zampe di un granchio che ti resta con le chele aggrappato addosso, anche se ti scuoti per anni come un dissennato per estirparlo dalla memoria pubblica.

Lucia è andato fuori concorso e non perché in precedenza abbia già vinto premi speciali ad omaggiarne le capacità.Konkurs in tedesco indica invece un fallimento che comporta il risarcimento verso un insieme di creditori. Nel nostro caso Lucia ha fallito nel perseguire il suo progetto, affidandosi oggi solo alloblio. Non le sarebbe restato che ritirarsi in buon ordine obbedendo ai versi del Tasso:

Ma l sonno, che demiseri mortali

Eco l suo dolce oblio posa e quiete,

Sopì cosensi i suoi dolori.

Invece si è ribellata e reclama il diritto alloblio, alla cancellazione del proprio passato, come se aver avuto il cancro sia una infamia al pari nei secoli scorsi della peste.Astor Piazzolla con la sua celebre composizione Oblivion” è stato tra gli iniziatori del  tango nuevo che si distingue da quello tradizionale anche per il modo della coppia di abbracciarsi. Nel primo è prevista la perdita ed il successivo recupero dellabbraccio che nel secondo è invece sempre costantemente mantenuto.

Lucia vorrebbe con ogni forza liberarsi dalla stretta della sua storia oncologica per poi riabbracciarla, vittoriosa, se finalmente affrancata da ogni pregiudizio. Il Parlamento potrebbe dare bel segno di sé portando una ventata di civiltà e di giustizia, riducendo drasticamente i tempi delloblio o, per spietata democrazia, estendendolo a tante altre malattie che affliggono uomini e donne del nostro Paese e che hanno tempi di guarigione altrettanto lunghi ed incerti.

Lucia, oltre a lottare per il suo futuro, deve sapere che un giorno felice potrà contare su un lavoro per la quale possa provvedere a se stessa. Altrimenti si aggiungerà altra tormentata prova in aggiunta a quella già sopportata. Siamo obbligati a sperare che questa volta non resteremo delusi. Vorremmo sorprenderci e rivedere la vita di Lucia come un vecchio film Lux, da cineteca, dove tutto è passato perché ora non è più così.

Un equivoco culturale rovina l’impianto della nostra autonomia scolastica

In un articolo comparso su Il Messaggero del 27/8 u.s., il presidente della Consob Giuseppe Vegas esordisce con un breve escursus storico che, partendo dalla legge Casati del 1859 e passando attraverso la Costituzione Repubblicana del 1948 fino a giungere allistituzione della Scuola media unica nel 1963, intende rendere ragione dei progressi che il sistema scolastico italiano ha registrato in tema di estensione a tutta la popolazione in età scolastica del diritto allaccesso agli studi e linnalzamento dellobbligo, come grandi conquiste sociali che hanno accompagnato la crescita del Paese.

La sintesi è efficace: mancano tuttavia almeno la Riforma Gentile, i programmi della scuola elementare del 1955, la legge 820/1971 sul tempo pieno, i decreti delegati del 1974 (che compiranno 50 anni lanno prossimo), la legge 517/1977 sul diritto allo studio e lintegrazione degli alunni disabili e con difficoltà, il DPR 275/1999 sulla cd autonomia scolastica. Per soffermarsi brevemente sui passaggi più significativi che ci hanno portato al presente. Non volendo scrivere un trattato sulla storia del sistema scolastico nazionale lanalisi di Vegas si sofferma tuttavia con particolare efficacia sulla crescente discrasia tra programmi scolastici e loro attualità, nonostante (e forse anzi a cagione) della crescente e pervasiva introduzione delle nuove tecnologie nelle metodologie dellinsegnamento-apprendimento, anche a motivo di una non corrispondente preparazione da parte del corpo docente.

Ma anche alla concorrenza sleale dei social che indirizzano verso una cultura dellomologazione e del riduzionismo, proponendo temi e linguaggi e purtroppo anche modelli etici che con la buona educazione nulla hanno a che fare. Particolarmente interessante è la riflessione che lautorevole estensore dellarticolo fa quando rileva ad esempio il progressivo ed ingiustificato decadimento di insegnamenti fondamentali come la storia e la geografia, indispensabili per consolidare una consapevolezza spazio-temporale che metta ordine agli altri apprendimenti, per inquadrarli in un contesto localizzato e cronologico dei fatti e dellevoluzione della cultura. Ciò per far posto a discipline nuove, estemporanee e spesso non sorrette da un adeguato supporto epistemologico: è la scuola dei progettifici, effimeri e transeunti che radicano nel vuoto della cultura trasmessa e vivono di neologismi, anglicismi, sigle, formule che si confondono in un mare magnum di apprendimenti posticci e subito obsoleti.

Resta fondamentale il radicamento agli apprendimenti tradizionali: molti alunni escono dai vari gradi scolastici senza saper localizzare un evento, distinguere lopera darte di un autore, senza aver letto i classici della letteratura mentre lingolfamento nozionistico prevale sul metodo delluso del pensiero critico. Sovente anche alle superiori abbiamo alunni che commettono errori madornali di tipo ortografico, grammaticale, sintattico, non sanno leggere un testo e attribuirgli un senso, non sanno scrivere un tema che renda loro merito della capacità espositivo-narrativa, del riuscire a restituire un componimento che abbia capo e coda e un senso compiuto. Già il compianto Tullio De Mauro aveva evidenziato come questo impoverimento culturale finisse per inglobare la società adulta dove il 70% delle persone non è in grado di padroneggiare i meccanismi della letto-scrittura. Vegas attribuisce a tale confusione culturale la sovrabbondanza dei controlli sui risultati in termini di apprendimento: che ci sia unenfasi irrituale sulluso e labuso dei test è di tutta evidenza.

Tuttavia chi lavora nella scuola sa bene che non vi è qualità senza controllo. La cultura della verifica viene meno e si finisce per legittimare tutto ciò che si fa sulla base di un giudizio sommario ed autoreferenziale. Controllo non significa imposizione o negazione dellautonomia ma rispetto dellortodossia. Va di moda scimmiottare in questi anni i sistemi scolastici di cultura anglosassone, nelluso della lingua, nei metodi, nella formazione. Non mi stancherò mai di ribadire che ciò risponde più ad una moda passeggera (legata anche alla terminologia delle nuove tecnologie): chi studia sistematicamente la pedagogia comparativa sa che in quei Paesi ci si sta muovendo nella direzione di un curricolo comune, il cd. common core, e che le scuole gestite a livello locale hanno mostrato tutti i limiti di modelli organizzativi e formativi dellautonomia portata agli eccessi.

Il Presidente Vegas sa che le scuole autonome fanno campagna acquisti di iscrizione di studenti e propone che esse siano messe in concorrenza tra loro per verificare quale istituto offre allutenza un servizio formativo migliore. Dimenticando tuttavia che senza un organismo di controllo interno ogni risultato diventa opinabile. Leccesso di autonomia nel sistema scolastico paradossalmente non stimola ma limita libertà di insegnamento, creatività, apprendimenti solidi e convincenti. Essendo svincolata da un sistema nazionale di istruzione-formazione che eviti diseguaglianze e disparità di trattamento, legate alla capacità e competenza della dirigenza scolastica, lautonomia diventa riduttivo localismo.

Quanto allabolizione dei titoli di studio citando Einaudi come primo propugnatore- non farebbe altro che rinviare il controllo dei livelli di istruzione raggiunti: meglio che sia la scuola a selezionare, indirizzare, emendarsi, correggersi nel quadro di un indirizzo programmatico nazionale. Il contrario sarebbe come dire: promossi dalla scuola ma bocciati nella vita.

Italia senza partiti, Meloni senza squadra, democratici senza coraggio: noi veniamo da un’altra storia.

Il Presidente della Repubblica, concludendo il meeting di Rimini dì Comunione e Liberazione, ha inviato sostanzialmente un messaggio alla maggioranza di governo, in cui le riserve per le progettate riforme costituzionali non sono nascoste. La elezione diretta del capo del governo, un Parlamento afono diroccato, regioni trasformate in staterelli (il disegno bossiano della secessione) il ruolo del Presidente della Repubblica ridimensionato nelle prerogative di garante e un sistema elettorale, che ha annullato il rapporto tra elettorato ed eletti, non sono solo aspetti di una riforma della Costituzione, ma un suo sovvertimento attraverso una nuova Forma di Stato e di governo.

La vicenda del generale Vannacci su cui la Presidente del Consiglio non si è espressa, ma ha lasciato che i suoi fedelissimi bacchettassero il Ministro della Difesa Crosetto per aver consentito la rimozione del generale da direttore dellIstituto Geografico di Firenze, è un sintomo grave di un’area di governo rabberciata. Uno scenario disarmonico, dunque, dalle prospettive non chiare su cui il Capo dello Stato ha approfittato dellAssise del meeting per paventare ulteriori involuzioni democratiche.

Il Presidente Mattarella per sua indiscussa onestà morale ritengo abbia consapevolezza che il sistema democratico, andato in crisi sin dalla metà degli anni 90 con il golpe di alcuni procuratori e di realtà della sinistra che prosciugò la politica e liquidò i partiti, oggi è in una fase terminale, dove avventurismo, incultura e supponenza sono la cifra degli errori del passato. Infatti la riforma elettorale che introdusse la nomina dei parlamentari ha sottratto al corpo elettorale la scelta dei propri rappresentanti. La democrazia partecipata è stata sostituita da quella dei laeder, degli eroi, delle signorie: solo monologhi, assemblee festose senza confronti e senza idee. Non c’è la fitta rete dei partiti, dellassociazionismo. Invocare la responsabilità in un sistema che ha esaltato e realizzato la deresponsabilità è un auspicio, solo un auspicio.

Uno Stato arlecchino con un pulviscolo di poteri che operano senza controlli. Autorità indipendenti da tutto che incidono sulle regole e sulle risorse sono aree di extraterritorialità dove il diritto è sospeso: copertura per i governi che operano senza subire i controlli del Parlamento: un regime. Il Capo dello Stato fa bene a preoccuparsi oggi più che mai. I contraccolpi nel passato erano mitigati da Forza Italia, partito formato da esponenti provenienti dai partiti democratici; oggi con il prevalere di una polarizzazione degli estremismi, con un Parlamento umiliato anche con la complicità della sinistra, responsabile anche della brutta riforma costituzionale del 2001 fatta in accordo con la Lega, senza sindacati, senza associazioni di categorie ormai funzionali al sistema di governo di qualunque colore, ci proietta in un futuro nebuloso. E landamento delleconomia? E il Pnrr? Un mistero!!

Il ministro della Economia Giorgetti farfuglia nel suo intervento registrato per Rimini posizioni divergenti dal resto del governo, ma poi resta dov’è: ricorda personaggi del passato di manzoniana memoria senza il dono del coraggio e della responsabilità. La Presidente del Consiglio,Giorgia Meloni, è attiva e si muove a passo bersaglieresco. Qualcuno dovrebbe dirle che bisogna fermarsi a volte per pensare e operare. Si può essere decisionisti dopo un confronto o per imposizioni in cui trovano spazio gli organigrammi. Noi veniamo da altre culture, da altre storie,ecco perché le improvvisazioni non ci hanno mai esaltato. Mattarella ha fatto la sua parte con serietà. Le scorciatoie non aiutano.

Negli anni 90 si vagheggiava una democrazia compiuta con il bipolarismo e lalternanza e ci troviamo oggi con i poli estremi. Sono santuari di formalismi e di supponenze mentre le decisioni sono declinate dai poteri che occupano glI spazi lasciati liberi dalla politica che non c’è! Poteri non investiti da nessun voto popolare ma dalla cerchia ristretta delle oligarchie!

[Tratto dal profilo Fb dellautore]

Anche Etiopia e Egitto fanno prevalere la visione dei BRICS sulle loro divisioni

Cosa avranno mai da dirci gli ultimi sviluppi di una annosa controversia per una diga sul Nilo che vede coinvolti tre grandi stati africani, l’Etiopia da una parte e Sudan ed Egitto dall’altra? Probabilmente assai più di quanto a prima vista può sembrare.

Gli aggiornamenti consistono nel fatto che Etiopia ed Egitto, che sono entrambi in procinto di divenire membri dei BRICS+, si sono dati quattro mesi, a partire dallo scorso luglio, per raggiungere un accordo sulla gestione della nuova diga sul Nilo Azzurro, che ad Addis Abeba chiamano Grandiosa Diga del Rinascimento Etiope (GERD). E a meno di una settimana dal Vertice BRICS di Johannesburg, durante il quale è stata accolta la richiesta di adesione dei due Paesi, l’altro ieri è arrivato dal Cairo l’annuncio di un nuovo round di colloqui per superare i problemi ancora irrisolti.

Uno sviluppo tutt’altro che scontato, poiché sin dallinizio della costruzione della GERD nel 2011, il Cairo la ha considerata come una minaccia vitale per la stabilità egiziana e regionale, in quanto questa diga consente all’Etiopia di controllare il flusso del Nilo Azzurro che, a differenza dell’altro ramo del grande fiume, il Nilo Bianco, presenta una forte irregolarità nella portata a seconda delle stagioni.

Ora però, dopo anni di aspro confronto nelle relazioni tra i due Paesi e seppur con l’incognita costituita dall’instabilità del terzo Paese coinvolto, il Sudan sconvolto dalla guerra civile, si prospetta una possibile intesa complessiva.

La vicenda della diga sul Nilo appare come una nuova conferma di come ciò che fa da collante a una collaborazione fra Paesi che aspirano a riformare l’ordine internazionale in senso multipolare, risulti più forte di ciò che li divide. I BRICS – sin dall’inizio, con la rivalità fra Cina e India, e ancor più dopo l’allargamento, con la presenza di Paesi come Arabia Saudita e Iran, fino a ieri su fronti opposti – sembrano configurarsi come un insieme di diversità accomunate dall’obiettivo che considerano superiore ad ogni possibile divergenza fra di loro, di costruire insieme a tutti, anche con l’Occidente e i Paesi non allineati, un mondo più inclusivo e giusto.

L’opinione pubblica in Italia sembra evidenziare soprattutto gli oggettivi limiti dei Paesi BRICS, e relegarli in un ruolo velleitario di antagonisti, in campo monetario o geopolitico, al quale essi non sembrano aspirare, e che comunque non sta in cima alle loro priorità, piuttosto che a individuare elementi che aiutino a cogliere la reale portata della loro iniziativa. Il dato con il quale la politica si deve confrontare è invece l’emergere di una visione e di una proposta politica comune di governo globale, che viene avanzata unitariamente da un gruppo significativo, che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale, di Paesi non occidentali e che detiene una quota considerevole di materie prime e di risorse energetiche necessarie al mondo intero. Potrebbe rivelarsi un grave errore sottovalutarlo e continuare a ragionare e ad agire come se nulla stesse cambiando.

Occorre invece sviluppare maggiormente il dibattito nella direzione del ruolo specifico che l’Italia e l’Ue possono assumere e del contributo che possono dare nel nuovo scenario globale, certi che gli Stati Uniti saranno più decisi, rapidi e più incisivi di noi europei nel farlo. Minimizzare i processi in corso nel Sud Globale, pensando che questo in qualche modo possa rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, rischia di essere solo un modo per giustificare la tentazione del nostro immobilismo.

Addio Brigata Wagner: cosa accadrà adesso in Africa? E in Russia?

Le domande principali restano due. Chi ha ucciso Yevgeny Prigozhyn decapitando il gruppo di comando della famigerata Brigata Wagner? Che ne sarà di questultima? Interrogativi fondamentali per comprendere cosa potrà accadere nel futuro non solo in Russia ma anche nella fascia saheliana dellAfrica, alla luce delle attività qui imbastite dal gruppo mercenario negli ultimi dieci anni per conto di Mosca e per proprio profitto.

Una considerazione di fondo dordine generale può essere espressa sin dora, e cioè che la colpevole decisione assunta da Putin di invadere lUcraina e il suo successivo sostanziale fallimento (senzaltro non previsto dalloligarca del Cremlino) ha attivato una serie di movimenti tellurici allinterno della cittadella del potere moscovita che dopo aver provocato dissesti interni alla catena di comando delle Forze Armate (e conseguente indebolimento delle truppe sul campo di battaglia) ora hanno raggiunto la superficie dapprima con la fallita marcia su Mosca due mesi fa proprio della Brigata Wagner e ora con il probabile attentato (ma se ne avranno mai le prove?) allaereo Embraer sul quale viaggiava il fondatore e capo della medesima.

Nel breve periodo temporale trascorso dalla rivolta contro il governo russo poi improvvisamente ritratta (con quella decisione, a detta di molti, Prigozhyn ha firmato la sua condanna a morte: ma nessuno ancora oggi conosce i veri motivi per i quali egli avviò quella improvvida iniziativa né il perché della sua repentina interruzione) i movimenti dellex cuoco di Putinsono stati alquanto oscuri e solo due giorni prima della sua morte lo si era visto in Africa a rivendicare i risultati colà conseguiti nel tempo dalla sua organizzazione e a rinnovare il proprio impegno nel continente ad esclusivo interesse della Russia. Unaffermazione intervenuta non per caso dopo il colpo di stato in Niger, che secondo molte fonti di intelligence è stato proprio dalla Wagner favorito se non addirittura pilotato. Come se Prigozhyn dopo essere stato tagliato fuori dalle operazioni in Ucraina volesse riprendere a tempo pieno il ruolo che aveva ricoperto per anni nel continente africano. E infatti aveva rivolto una sorta di invito agli investitori russi ad apportare capitali nella Repubblica Centrafricana, ove Wagner ha avuto di fatto in questi anni la propria sede operativa continentale.

La decapitazione della struttura di vertice del Gruppo Wagner (oltre a Prigozhyn è deceduto Dmitry Utkin, una delle figure chiave sin dai tempi delle operazioni in Siria, decisive ai fini della sopravvivenza del regime sanguinario di Assad), ne segna anche la fine. O quantomeno la fine di quello che esso è stato in questi anni. Molti suoi uomini di stanza in Bielorussia in questi ultimi due mesi stanno già lasciando le loro basi in quel paese, chi abbandonando il Gruppo chi ritornando nelle basi africane. Dove però, a questo punto, è difficile capire come potranno tornare ad essere operativi, salvo divenire forza assoldata di qualcuno dei dittatori locali che però, essendo tutti di matrice militare, difficilmente vedrebbero con grande favore un insediamento permanente sui propri territori di mercenari privi ormai di un referente, di un capo. Perché era direttamente Prigozhyn a gestire i rapporti con i signori della guerra, i capi militari, i politici corrotti, gli uomini daffari locali.

Difficile dunque che Wagner esista ancora in futuro. E in ogni caso Putin ha detto con chiarezza che ogni suo associato dovrà giurare fedeltà allo stato e allesercito russo. Una condizione che non lascia margini per una mera riproposizione della Brigata così come è stata organizzata in passato. Ora, posto che difficilmente si saprà mai la verità sullincidente aereo e ancor meno sulleventuale mandante delleventuale (probabile) attentato, e posto che naturalmente la Russia ha negato ogni coinvolgimento in esso (e ciò nondimeno quasi tutti gli osservatori internazionali ritengono che è al Cremlino che bisogna guardare per dare una soluzione al mistero) la seconda delle due domande iniziali cosa ne sarà del gruppo mercenario rimane aperta con tutto il suo estremo interesse geopolitico. Cosa ha in mente Putin per sostituire Wagner senza perdere i benefici ottenuti sul campo, nellAfrica saheliana soprattutto? Unarea geografica sulla quale Mosca ha scommesso molto, divenuta lepicentro del suo impegno in Africa.

Ma non è tutto. Chi ritiene che dietro la fine del capo della Wagner ci sia davvero Putin ritiene altresì che oltre agli effetti esterni leliminazione di Prigozhyn sia un messaggio tutto interno al sistema di potere russo: il terrore che esso genererà quali conseguenze produrrà sul conflitto in corso, proprio mentre gli attacchi ucraini condotti con i droni sui cieli di Russia e addirittura di Mosca cominciano a far paura?

È una lotta mortale. In Russia e in Ucraina. Che al momento non prevede una conclusione. Né un pareggio. Ma se continua così il rischio di un suo elevamento oltre il limite di guardia aumenta pericolosamente.

Spese militari, contro la Schlein rinnovata sintonia tra Italia Viva e Azione.

Dopo la presa di posizione dellex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, con parole certamente garbate ma non per questo poco incisive, non c’è solo il fronte riformista del Nazareno a tenere alto il dibattito sulla questione delle spese militari. Anche Italia Viva e Azione, nonostante la rottura del patto che dalle elezioni avrebbe dovuto portare alla costituzione di un nuovo partito di centro, dissentono dalla giovane segretaria del Pd.

“Elly Schlein decide scientemente, su un tema che a sinistra è delicato come quello della pace, di scaricare in un colpo tutte le politiche dei suoi predecessori per abbracciare in toto la posizione di Giuseppe Conte”. Questo è ciò che scrive il senatore di Italia Viva Enrico Borghi, presidente del Gruppo Azione-Italia Viva al Senato su IlRiformista.it.

“Quale credibilità – si legge – potrebbe acquistare un`Italia che si chiamasse fuori in sede NATO da accordi presi, nel momento in cui in quella sede vi è una discussione sul futuro dell`Alleanza dopo la guerra in Ucraina? In realtà la posizione sulle armi della segretaria Pd comporta una serie di conseguenze negative per il nostro Paese in termini di geopolitica e di politica esterna, interna e di difesa”.

“Il ‘nuovo Pd’ dell`estate militante – prosegue Borghi – pensa che sia più facile risolvere tutto cantando John Lennon in una ospitata televisiva o strimpellare una chitarra nel segno della ‘peace and love’, ovviamente sempre in favore di telecamera.

Peccato che, là fuori, il mondo sia terribilmente più complicato. E che le politiche di difesa, sicurezza e alleanza richiedono statisti dotati di lungimiranza e forza d`animo necessarie per guidare i loro popoli verso la speranza, e non – conclude il senatore di Italia Viva – demagoghi improvvisati, anche se travestiti da menestrelli pop”.

Analogo il tono della dichiarazione di Maria Stella Gelmini (Azione). “Dispiace che la segretaria del Pd Schlein scelga di archiviare una stagione atlantista, di buon senso, in politica estera, del suo partito. Non rispettare gli impegni Nato sulle spese militari rischia di diventare un abbraccio mortale con l’antiatlantismo di Giuseppe Conte: scelta ancor più incomprensibile perché la determinazione atlantica nel difendere le ragioni della comunità europea è il vero collante contro ogni nazionalismo fuori tempo”.

Allora, che conclusioni trarre in una battuta? In effetti la Schlein è riuscita a compiere il miracolo di rimettere insieme le forze neo-centriste. Almeno per un giorno.

Riflessioni sulla classe dirigente, con il suo stile, che l’Italia ha perso.

Ogniqualvolta si parla della Democrazia Cristiana e, soprattutto, dei leader e degli statisti democristiani, non manca quasi mai un riferimento al cosiddetto stileche caratterizzava quelle donne e quegli uomini. Per carità, nessuna inclinazione moralistica e nessuna presunzione di superiorità” morale od intellettuale rispetto ad altre esperienze politiche e culturali. Quella è una deriva che storicamente è riconducibile al campo della sinistra politica e ai suoi eredi. Non a caso, si tratta di una prassi valida e praticata, ieri come oggi, nei confronti di qualunque avversario che puntualmente diventa un nemico perché si contrappone alla verità” e alla ricetta politica, culturale e programmatica sostenuta e propugnata dalla sinistra e dal partito che la interpreta.

Ma, al di là di un fatto che ormai non fa neanche più notizia, quello che merita di essere sottolineato e richiamato è che lo stilepolitico e il comportamentoistituzionale dei democristiani sono due elementi che vengono da ormai molto tempo esaltati e adottati quasi come un modello, anche dagli storici detrattori di quella straordinaria esperienza politica, culturale e di governo. Un modo di essere in politica che, di norma, rifuggiva quasi sempre dagli schiamazzi e dalla polemica facile; dal colpire deliberatamente e frontalmente gli avversari che non erano mai nemici; dal perseguire una deliberata e violenta radicalizzazione della lotta politica e, in ultimo, dal trasformare la politica in una clava per delegittimare o ridicolizzare gli avversari. Lo zaino dei democristiani conteneva altri ingredienti: la cultura della mediazione, la ricerca della sintesi, la preparazione e la competenza come precondizione decisivi per essere in politica, il rigoroso rispetto politico dellavversario anche quando costoro si esercitavano in operazioni volgari di distruzione e di delegittimazione dei democristiani e il loro modo di fare politica e, dulcis in fundo, un profilo di forte e trasparente correttezza istituzionale.

Certo, cerano alti e bassi come in tutti i consessi umani e sociali. Ma lo stilepolitico e il comportamentoistituzionale dei leader e degli statisti democratici cristiani continuano ad essere dei modelli a cui ispirarsi, anche e soprattutto in una stagione politica caratterizzata da una profonda crisi della politica stessa e da una balbettante ed incerta postura istituzionale dei vari leader contemporanei e di entrambi i campi. E cioè, tanto della sinistra radicale e massimalista della Schlein quanto della destra sovranista e nazionalista, salvo rare eccezioni.

Ecco perchè, e senza alcuna regressione nostalgica, forse è arrivato anche il momento di recuperare le migliori risorse di un passato che è stato politicamente criminalizzato ma che, come quasi sempre capita, più trascorre il tempo e più ci si accorge della originalità e della modernità di quella esperienza. Nel caso specifico, del profilo e della consistenza di quella classe dirigente. Appunto, di quello stilepolitico e di quel comportamentoistituzionale. È appena sufficiente, del resto, scorrere anche se rapidamente, il percorso politico, umano e di governo di quelle donne e di quegli uomini per rendersene conto. Senza piaggeria e senza alcuna tentazione agiografica ma solo e soltanto per essere onesti intellettualmente con quella feconda, qualificata e inimitabile classe dirigente politica e di governo.

Democrazia e diritti umani, la Dc a 50 anni dal golpe in Cile.

Siamo vicini a commemorare i 50 anni dellevento che ha segnato la rottura democratica e istituzionale del Cile, lacerandone lanima. L’11 settembre, cilene e cileni, è una data triste e dolorosa per la storia del nostro paese. È un momento che segna un prima e un dopo. Abbiamo perso la democrazia ed è iniziato il periodo autoritario una notte buia che è durato 17 anni.

L’appuntamento che abbiamo con la storia ci esorta come società a una profonda riflessione, con i partiti politici che a riguardo hanno molto da dire. In questo quadro, alcuni pensano che dobbiamo dimenticare, altri invece invitano ad affrontare questo momento con precise dichiarazioni di buona volontà. Le domande più adatte sono le seguenti: Dovremmo dimenticare il Colpo di Stato? Possiamo davvero superare per decreto il dolore e l’orrore provocato dalla dittatura? Saremo in grado di sottoscrivere un impegno di vasta portata per la democrazia e i diritti umani nella nostra patria? Per noi non è né possibile né accettabile dimenticare, e in forza di questo assunto occorre ricostruire. Anche se constatiamo che nel paese ci sono visioni e interpretazioni diverse riguardo alla rotturanel 1973 del quadro democratico, questo non può impedire di tornare a impegnarci tutti insieme per la democrazia e idiritti umani.

I 50 anni dal Colpo di Stato richiedono di ripartire dalla memoria, per ricordare le vittime e ribadire la condannadella violazione dei diritti più elementari di cui noi esseri umani siamo detentori. Non dobbiamo mai più permettere che per il semplice fatto di pensarla in modo diverso ci si costringa a vivere l’orrore a cui siamo stati sottoposti con la dittatura civico-militare.

Parimenti, nel commemorare questi 5 decennicondanniamo di nuovo il Colpo di Stato. I problemi della democrazia si risolvono con più democrazia e secondoprocedure dettate dallordinamento istituzionale: mai attraverso la forza e mai attraverso la violenza.

Siamo nel momento propizio per pensare (e ripensare) agli errori politici del passato, per continuare a rivendicare verità e giustizia di fronte ai crimini commessi contro i nostri stessi compatrioti e impegnarci così a sviluppare la democrazia quale unico sistema politico entro cui affrontaretutti i conflitti economici, sociali, culturali e istituzionali che possono presentarsi.

La storia ci ricorda che, all’epoca della rottura del quadrodemocratico, il nostro paese era immerso in un clima di profondo contrasto ideologico, con una realtà economica e sociale precaria, una radicale polarizzazione politica e un governo con marcate carenze. Tutto questo nel quadro di un confronto tra visioni del mondo che la Guerra Freddaimponeva. È stata un’epoca dominata da estremismi e ostinazione, spesso da mancanza di dialogo proficuo.

Sulla base di tale constatazione, sentiamo il dovere di raccogliere gli insegnamenti che ci permettano di recuperare la speranza in quanto membri di una comunità che condivide lo stesso scopo e lo stesso destino, vale a dire la costruzione di un Cile migliore, più giusto e sviluppato, e quindi rispettabile.

Questa commemorazione ci vede nuovamente alla prese con divisioni politiche gravi. Non siamo riusciti a trovare la via che ci rimetta sul tragitto comune, con lo scopo principale di costruire una nazione dove la libertà e l’uguaglianza siano espressioni concrete e permanenti della nostra vita sociale. Abbiamo questioni centrali da affrontare con urgenza e senso di unità. Possiamo sfruttare la rievocazione storica per condividere un patto sociale moderno, unitario e inclusivo.

In base a quanto detto sopra, dichiariamo che i 50 anni del Colpo di Stato costituiscono una data che ci sollecita aricordare l’importanza della buona e sana politica, riconoscendo perciò che, al di là di ogni disaccordo e controversia, la convivenza pacifica tra tutti i cileni e le cilene è irrinunciabile. Il Cile è uno solo. Ciò è quantorivendica l’anima del nostro paese; un paese composto da milioni di volti, testimonianze e storie, il cui grido ricorda il dovere che come classe politica abbiamo davanti a noi: ovvero la costruzione di un paese migliore, più sicuro, meno disuguale, dove il benessere sia condiviso. Un paese con una democrazia migliore e con più giustizia sociale.

Facciamo appello con piena generosità e onestà a tutte le forze politiche affinché si dedichino a questo compito. Conta essere accomunati nel desiderio di costruire un paese migliore, con un domani che faccia tesorocostantemente di quello che è accaduto ieri. Invitiamo anche coloro che sono diffidenti riguardo a tale momento della nostra storia, e persino coloro che evocano lagiustificazione dellavvenuta rottura del quadro istituzionale, ad abbracciarsi in uno sforzo di unità attorno al futuro. Per la Patria, nessuno resti umiliato. Proprio nessuno.

Chiediamo a tutte le forze politiche di impegnarsi per la democrazia sempre, in ogni passaggio, senza eccezioni; impegnarsi per la libertà delle persone e la parità di diritti tra tutte e tutti, con i cittadini arbitri delle autorità nazionali, regionali e locali, con la libertà di stampa e la risoluzione pacifica dei conflitti, nonché con la condanna di ogni tipo di violenza politica; impegnarsi ad accettare e rispettare i governi eletti dalle maggioranze, oltre a garantire il rispettodelle minoranze: impegnarsi per l’effettiva separazione e indipendenza dei poteri dello Stato, per la gestione correttae il buon uso delle risorse pubbliche, per il rispetto delle diverse istituzioni della Repubblica.

Facciamo appello affinché tutte le forze politiche simpegnino in ogni momento, luogo e circostanza a rispettare i diritti umani; diritti che per altro sono stabiliti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di qualsiasi altra natura, origine nazionale o sociale, posizione economica, nascita o qualsiasi altra condizione, come indica appunto la suddetta Dichiarazione. Chiediamo che simpegnino a legiferare e ad agire in conformità con il rispetto dei diritti umani, quale che sia politicamente e socialmente la responsabilità di oggi o di domani. E che simpegnino con verità, giustizia, memoriae sentimento di riparazione, per assicurare il non ritorno al passato.

Infine, questi appelli sono stati preceduti dalla testimonianza e dalla consapevolezza di migliaia di cilene e di cileni in questi 50 anni, per difendere e poi recuperare la democrazia, e successivamente preservarla. Migliaia di cilene e di cileni diedero testimonianza a difesa e nel rispetto dei diritti umani, nella ricerca di verità e giustizia al tempo della dittatura, inizialmente organizzati intorno allaVicaría de la Solidaridade alla Commissione cilena per i diritti umani, per proseguire poi in tempo di democrazia. A tutti loro, uomini e donne, il nostro rispetto e la nostra ammirazione, specialmente per quanti hanno perso la vita a causa delle loro convinzioni democratiche.

Gli appelli di oggi sono stati anche preceduti da iniziative istituzionali sotto diversi governi, a partire dalla creazione della Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione (Commissione Rettig) nel 1990, il Tavolo di Dialogo sui Diritti Umani nel 1999, la Commissione Nazionale sulla Politica e la Tortura (Commissione Valech) nel 2003, la creazione dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani nel 2009 e il Sottosegretariato dei Diritti Umani nel 2015. Tutte iniziative che apprezziamo.

La sfida oggi, 50 anni dopo il Colpo di Stato, è quella di fare un passo avanti, lavorando tutti per la democrazia e i diritti umani. Dipende da questa generazione se lobiettivo sarà raggiunto, per amore del Cile e della sua gente.

Testo originale

MANIFIESTO POR LA DEMOCRACIA Y LOS DERECHOS HUMANOS UNA INVITACIÓN AMPLIA A 50 AÑOS DEL GOLPE DE ESTADO

Santiago, 28 luglio 2023.

https://www.pdc.cl/wp-content/uploads/2023/07/Manifiesto-por-la-Democracia-y-DDHH-PDC-28-07-2023.pdf?>

Dalle autonomie locali una nuova classe dirigente per il Paese

Il capitolo della selezione della classe dirigente è, da sempre, uno dei temi centrali e decisivi della politica italiana. Di ciò che resta dei partiti, innanzitutto, ma che coinvolge però lintero sistema politico italiano. Del resto, nel momento in cui le cosiddette agenzie formativesi sono, di fatto, progressivamente inaridite, è di tutta evidenza che i criteri che presiedono ad una corretta e ponderata selezione delle classi dirigenti politiche rispondono sempre più a criteri estemporanei per non dire addirittura casuali. Prevalgono, purtroppo, quei disvalori che hanno contribuito ad impoverire la stessa politica e lo spirito pubblico: ovvero, la fedeltà al capo, il servilismo nei confronti del potente di turno e, soprattutto, la non volontà di disturbare il manovratore.

Ora, a fronte di un quadro non particolarmente incoraggiante, esiste ancora un campo – seppur vasto, articolato e composito – che rappresenta un vero ed autentico giacimento di impegno, di militanza, di dedizione alla comunità e, soprattutto, di credibile impegno politico. Si tratta di quel mondo che genericamente viene definito come larea del civismo. Ovvero, migliaia e migliaia di amministratori locali che contribuiscono, con la loro presenza e il loro attivismo, a governare le comunità locali del nostro paese. Ben sapendo che la stragrande maggioranza dei Comuni italiani sono al di sotto dei 1000 abitanti – quasi il 70% del numero complessivo – e la quasi totalità al di sotto dei 5000 abitanti. Ed è proprio con quei luoghi, con quelle comunità, con quei consessi istituzionali che è indispensabile dialogare ed entrare in contatto. Non per arruolarli in un disegno politico o in un progetto di schieramento ma, al contrario, per coinvolgerli in un processo di recupero di credibilità e di nobiltà della politica. Unarea, è bene dirlo con chiarezza, che quasi antropologicamente si colloca al Centro dello schieramento politico. Unarea, ripeto, composita e variegata, che rifugge però dagli estremismi, dai massimalismi, dalle faziosità e soprattutto dai furori ideologici. Per capirci, si tratta di unarea alternativa alle Schlein di turno e a tutti coloro che hanno un approccio ideologico e settario alla politica e al governo. Di una comunità o di un paese non fa alcuna differenza.

Per questi semplici motivi, e anche per la nostra concreta provenienza culturale e storica, abbiamo quasi il dovere – come movimento politico Tempi Nuovi-Popolari uniti– di avviare un dialogo e un confronto con questi mondi vitali, come si sarebbero definiti un tempo. E questo non solo perché, per dirla con Luigi Sturzo, il Comune è la palestra democratica per eccellenzama anche per il semplice motivo che la cultura di questo immenso giacimento ideale, umano e amministrativo, è largamente riconducibile al filone ideale e al pensiero che si può riassumere come centro riformista, popolare, civico e moderato. Un mondo plurale, certamente, ma accomunato da valori e da una sensibilità culturale e quasi pre politica che lo porta ad essere una presenza che si colloca al centro della nostra vita pubblica. Un Centro, come ovvio e persino scontato, dinamico e operativo, riformista e concreto, attento ai bisogni e alle istanze della comunità e lontano da qualsiasi polarizzazione ideologica e radicalizzazione politica.

Ecco perché quando parliamo di selezione delle classi dirigenti, di nuova politica, di impegno concreto e di dedizione al territorio, non possiamo e non dobbiamo prescindere dal cosiddetto civismo. Un civismo, infine, che non è anti politico perché si auto organizza al di fuori dei partiti ma, semmai, che esprime una vera ed autentica passione culturale e politica. Un civismoche però, adesso, va interpretato e con cui va aperto un dialogo fecondo e costruttivo.

Adolescenti in balia della violenza: una questione sociale di grande rilievo.

Abbiamo quasi esaurito il lessico delle esecrazioni utili per commentare le vicende di violenza di cui quotidianamente abbiamo notizia. Colpiscono la reiterazione dei fatti, lo scatenarsi delle pulsioni a sfondo sessuale fino allo stupro e i femminicidi, senza riguardo alletà, lo sfociare di queste azioni criminose e di sopraffazione in gesti di deliberato e predeterminato annientamento delle vite umane, lassociazione a delinquere di giovani e giovanissimi- molti ancora minorenni- il senso di impunità che spiega la ripetizione di questi fatti di cronaca.

I più recenti avvenimenti sono accaduti in questi giorni a Palermo e nel napoletano, ma veramente uno sovviene allaltro e rimuove dalla memoria quelli precedenti, è stata unestate calda e distruttiva, come se un morbo inguaribile avesse soverchiato le regole del vivere civile: ma mettendo in fila tutti gli omicidi, i femminicidi, gli stupri solitari e di gruppo la linea del tempo ci porta molto indietro, contarli dallinizio di ogni anno è solo un fatto statistico. Quando la violenza diventa inarrestabile deriva sociale, quando gli istinti e le pulsioni accecano la coscienza fino ad annullarla qualche interrogativo va posto. Che cosa sta succedendo in noi e intorno a noi?  Certamente il coinvolgimento dei minori come attori di questa rimozione dei limiti e protagonisti di comportamenti disgustosi, ingiustificabili, terrificanti  ci invita a riconsiderare ladolescenza come età della crescita e degli apprendimenti, evidentemente non esistono più buoni maestri per coloro che si macchiano della scelta di fare del male, non ci sono più né a casa né a scuola: oppure bisogna ammettere che giovani e giovanissimi, pur istruiti al bene e allapplicazione di buone regole di vita disdegnano spesso gli insegnamenti tradizionali per assumere le sembianze di una generazione che attraverso i social e lemulazione collettiva, sta perdendo il senso del limite.  

Qualcuno ha scritto che i gruppi di ragazzi che si uniscono per compiere gesti di teppismo, distruggere le auto in sosta nel girovagare notturno, che allagano le scuole, che vedono nelle loro coetanee facili prede si cui sfogare le proprie pulsioni sessuali senza freni inibitori, che picchiano i disabili e uccidono i clochard,  indifferenti ai concetti di rispetto umano, di dignità della persona ma consapevoli di realizzare una concezione strumentale e distruttiva del corpo e dei sentimenti altrui, lasciando ferite indelebili, macchie che vanno oltre laccertamento del DNA,  questi gruppi che si accorpano e si gasanoper progettare azioni senza limiti fisici e morali non devono essere definiti come quelli del brancoo delle baby gang. Forse sono definizioni azzardate, forse chi si macchia di questi reati non ha ricevuto educazione alcuna, buoni esempi, raccomandazioni cogenti. Anche se esprimono comportamenti predatori tipici di chi si aggrega per delinquere. Non facciamone una questione nominalistica.

I social stanno alla base di questi meccanismi distruttivi o autolesionistici: non siamo stati capaci – noi adulti- a limitarne luso, non controlliamo in quali meandri paludosi naviganoin rete i nostri figli.

C’è poi la diffusione dello sballo come rifiuto di una quotidianità noiosa e castrante. Girano droghe di ogni tipo, ovunque. A scuola, per la strada, nelle discoteche: i pusher sono volti noti e non sempre hanno le sembianze del lupo mannaro. Accanto a questa diffusione massiva di stupefacenti, alcool, pasticche dello stupro ci sono molte armi che girano tra giovani e giovanissimi. Auto di grossa cilindrata a disposizione per challenge estremi.

Che cosa sanno i padri e le madri di questi adolescenti? Quasi nulla, certa fiducia senza controlli è più scellerata dei comportamenti dei figli. Sono gli adulti che hanno impartito in questi anni la didattica dei diritti e delle libertà sfrenate, crescendo una prole fondamentalmente viziata, dicendo sempre e solo dei sì”. Che cosa ci fanno ragazzini e ragazzine in giro alle tre di notte? Dove sono i loro genitori? Queste domande sono propedeutiche ad ogni spiegazioni postume, in molti casi li vanno a raccattare sui luoghi dei delitti, nei postriboli del sesso libero, nei meandri dello stordimento, tra i rottami degli incidenti stradali.

Questi giovani sono artefici del male e ne sono vittime.Viene da chiedersi se sia proprio deprecabile ritornare ad esercitare le proprie responsabilità di padri e di madri, se non sia giusto imporre dei limiti, ripristinare il verbo ubbidire, reintrodurre il concetto di castigo a fronte di comportamenti devianti e pericolosi, fino alla vera e propria delinquenza vissuta come passatempo perché “le cose belle si fanno tra amici.

Ricordano i protagonisti del libro di Gilbert Cesbron Cani perduti senza collare, una generazione di ragazzi allo sbando, lasciati soli davanti allimpatto con le difficoltà della vita, e chiamati a costruire da sé il proprio futuro attraverso gli errori e le incertezze della giovane età. La deriva pervasiva del male emulato come comportamento normale va fermata e corretta. E tocca a quello che resta di scuola e famiglia farlo senza indugio.

Impressioni di settembre. Suoni e parole tra sociologia del rock ed umanesimo sociale.

Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole, ma non c’è. Dorme ancora la campagna, forse no. Esveglia, mi guarda, non so. Con questo inizio, comincia la storia, il racconto del rock progressivo italiano. Era il 1971 e la Premiata Forneria Marconi (PFM) traccia il capitolo di un epoca di cambiamentoo meglio come dice oggi Papa Francesco è “il cambiamento di unepoca.

Giulio Rapetti Mogol, Mauro Pagani e Franco Mussida consegnano alle nuove generazioni unopera artistica senza tempo, senza limiti né confini ma solo luce e speranza. Testo e molteplici note che con lintroduzione del ritornello suonatoe del moog sembrano rievocare lattualità canora di quegli anni ribellie riflessivida figli dei fiori dei Jethro Tull, dei King Crimson e degli Yes. La voce onirica di Franz Di Cioccio ci accompagna nella modernità dellincertezza di ieri ma che rende attuale il costume e la società che stiamo vivendo. Cerco il sole, ma non c’è”. Cercare la luce, la speranza, il riscatto. È alba, è mattino, è “il nuovo inizio che ricomincia.

La campagna è la finestra sul Mondo, ci guarda, è sveglia, è vigile e attenta alla nostra instabilità e non conoscenza. Già lodore della terra, odor di grano. Sale adagio verso me. E la vita nel mio petto batte piano. Respiro la nebbia, penso a te. La terra, la natura, il circostanteha un suo profumo, una sua vitalità. Si respira la nebbia, le sofferenze dellessere e di un momento storico degli anni 70 che rende attuale oggi 2023  ogni fatto: guerre, povertà, crisi climatica, violenza sulle donne, questioni sociali, disoccupazione e il disorientamento della persona. Quanto verde tutto intorno e ancor più in là. Sembra quasi un mare lerba. E leggero il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda. La profonda argomentazione del verde, dellambiente che è unico con il mare, da prenderne le somiglianze, è la visione rock umanistica dei PFM il cui pensiero, parola, azione, si dissolve nella grandezza dellumanità, ovvero dellumano e della sua attualissima ecologia integraleche si riflette in essa.   

Lurlo graffiante del vocalist coniugato dallintercedere del colpo di batteria si infiamma nel suo disorientamento esistenziale No, cosa sono? Adesso non lo so. Sono un uomo, un uomo in cerca di stesso. No, cosa sono? Adesso non lo so. Sono solo, solo il suono del mio passo. È un poetico appello nel quale luomo o meglio la persona si agita, si scompone, si confonde tra allegoria, scienza e realtà sociale, politica ed ambientale verso un nuovo cammino, sentiero, strada e non sotterranei dellanima(ctz Aldo Carotenuto).  La consapevolezza di essere uomo – umanoma anche solo – solitudinetra la condizione dellimpotenza della persona e lisolamento sociale rende il pensiero libero e spicca il volo in una passione creativa e generativa. Ma lessere  in  comunione con il verde, con la natura, con la nebbia, con lerba, con gli animali e con il Mondo non rende soli, si econnessi gli uni con gli altri, si è in connessigrafia umanain una comunità inclusiva.

Ecco il sole, il sogno, il riscatto, la partecipazione attiva, lumanesimo dellimpegno che ci ha insegnato Jacques Maritain.  Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già. Il giorno come sempre sarà. È un nuovo inizio, senza mai più immobilismo ma solo entusiasmo per un Mondo che non ha scarti sociali ma unicità in ogni persona tra le persone unite per un nuovo modello solidale di sviluppo e di futuro.

Caso Vannacci, le razze non esistono ma il razzismo sì.

Lo studio della storia ha dimostrato che le razze non esistono mentre continua invece ad esistere il razzismo, pseudo teoria abusata per affermare la superiorità o l’inferiorità antropologica di una parte dell’umanità. La paleontologia e lo studio di dati genetici ormai certi dicono che l’Homo sapiens e viator  lasciò l’Africa circa 125.000 anni fa, si fermò per circa 50-60.000 anni in Medio Oriente e poi proseguì verso l’Europa e l’Asia dando vita all’umanità che oggi popola il pianeta, che pur con pigmentazioni della pelle diversa, nella sostanza è identica ai quattro angoli della terra. Insomma siamo tutti di origine africana e se ciascuno di noi potesse risalire la propria dinastia scoprirebbe tratti somatici ben diversi dagli attuali generati da tante ibridazioni.

 

La storia italica spiega che, nel fulgore dell’età imperiale, Roma fu una megalopoli di un milione di anime di etnie diverse figlie delle tante conquiste. Di questo è fatta l’Europa e l’Italia. E pur tuttavia il razzismo vive con noi da sempre giustificando le peggiori nefandezze: discriminazioni, schiavismi e dittature. La paura del diverso  -l’altro- è un concetto che viene dai antichi retaggi tribali, dove lo – straniero – è il pericoloso contaminatore che destabilizza il gruppo. L’enorme fiume di sangue causato e’ giunto fino ai tempi moderni trovando la sua bestiale apoteosi nel ‘900 con la seconda guerra mondiale ferocemente ispirata dal dogma nazista della supremazia della “razza” ariana che portò alla eliminazione sistematica della “razza” ebraica e di tutte quelle forme di vita considerate impure e indegne.

 

Più recentemente abbiamo assistito alle guerre balcaniche ispirate dalla pulizia etnica. I principi (art. 3 e 10) che reggono la Costituzione e l’unita’ della Patria affermano: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». La loro formulazione degli fu stabilita per contrastare il razzismo in qualsiasi forma (pregiudizi, propaganda, discriminazioni e violenza). Ora i massicci fenomeni migratori ravvivano le paure delle diversità e i gruppi nazionalisti assertori del suprematismo bianco ci sguazzano grazie alle facili comunicazioni via social. Il libro del Generale Roberto Vannacci che vorrebbe confutare l’idea del – pensiero unico -, ha riacceso il dibattito anche perché la politica politicante si nutre di questi consensi seppur maleodoranti.

 

Bene ha fatto il Ministro della Difesa Guido Crosetto a stigmatizzare i pensieri dell’alto ufficiale rimuovendolo dal suo ruolo, ciò però gli ha portato critiche da esponenti della sua area politica ove queste teorie sono un nervo scoperto perché bacini di consenso elettorali. La politica responsabile deve però comprendere che le paure sono umane e che gli antidoti sono il rispetto religioso, la cultura, l’istruzione e le risposte organizzative della convivenza sociale. Certamente quindi e’ vero che dinnanzi alle tragedie quotidiane nel Mediterraneo, l’Europa deve fare di più e che l’Italia non può essere lasciata sola. Al contempo bisogna prendere atto e superare ciò che blocca una maggiore solidarietà ovvero la competizione fra populismi, nazionalismi e razzismi con cui ogni paese fa i conti. Le democrazie devono essere determinate perché,  seppur imperfette, le alternative sono peggiori. All’alba del terzo millennio, segnato da impetuose novità tecno-scientifiche, la vera e continua sfida è il progresso dell’umano.

 

 

La Voce del Popolo | L’indulgenza della Meloni sul caso Vannacci

Il generale Vannacci divide la destra di governo, tra chi pensa che vada messo in riga e chi invece vi si allinea. Ma questa divisione a sua volta nasconde un problema ben più grande. E cioè svela il modo affrettato e inevitabilmente ambiguo in cui la compagine meloniana ha attraversato il confine tra la piazza e il palazzo. 

Il generale diventa un “caso” appunto perché l’argomento è stato per così dire lasciato a metà. Così che si sentono depositari del verbo sia quanti richiamano il generale alla disciplina repubblicana sia quanti invece ne fanno un’impropria bandiera politica. In altre parole, è mancato alla Meloni il sacramento del battesimo politico. E cioè quel rito con cui ci si dà un nome, si sancisce un’identità e di lì in poi ci si incammina lungo un solco. 

Si dirà che il dare un colpo al cerchio e uno alla botte è anche questo un modo di governare. Un modo, peraltro, che ha illustri predecessori e nobili propositi alle spalle. Peccato che esso possa essere praticato solo alla condizione di poter disporre di un corredo di princìpi di adamantina chiarezza. Quantomeno sui fondamentali della vita repubblicana. 

Ora, non si può certo accusare Meloni di indulgere a parole d’ordine sovversive o addirittura a derive golpiste. Ma ella resta pur sempre prigioniera dell’indulgenza con cui ha spesso trattato certe devianze politiche di casa sua. E ora fatica a guadagnare credito non essendo riuscita a saldare tutti i debiti che la sua storia le ha per così dire caricato in spalla. Le occorrerebbe avere qualche nemico in più alla sua destra per avere migliori relazioni con il resto del Paese.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 agosto 2023

Titolo originale: Attraversare il confine tra la piazza e il palazzo

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia]

Il lavoro povero è il fallimento della politica

L’11 agosto 2023 a Palazzo Chigi, sede del Potere Esecutivo, la Presidente del Consiglio dei ministri ha incontrato quasi tutti gli esponenti delle forze parlamentari di opposizione per discutere su una questione inerente alla legislazione ordinaria in materia di “lavoro”. Per la precisione, la questione riguarda proposte miranti alla definizione, per legge, del salario minimo dei lavoratori dipendenti. L’incontro si è concluso in modo interlocutorio.  La Presidente del Consiglio, dopo la fine dell’evento, ha rilasciato dichiarazioni usando più volte la locuzione “lavoro povero”.

Occuperebbe molte pagine la descrizione delle differenti opinioni dei decisori politici diffuse con grande clamore dai media. E poiché parecchi dei decisori politici presenti nell’attuale scena politica si sono avvicendati in ruoli governativi, anche più volte negli anni decorsi, ci sarebbero da fare numerose considerazioni incentrate sul perché e sul percome dell’esistenza del “lavoro povero”.

Mi limito a dire che risulta paradossale l’esistenza del fenomeno del “lavoro povero” nella Repubblica che ha scelto di essere “fondata sul lavoro”. Infatti, il primo articolo della Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, cioè più di 75 anni fa, così recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Inoltre, sono numerose e tutte coerenti col pilastro fondativo del lavoro di cui all’articolo 1 le norme di rilevanza costituzionale in materia di diritto del lavoro, di diritto al lavoro e di “rapporti economici”

Il lavoro povero, il lavoro servile e la schiavitù appartengono ad epoche storiche e a culture politiche, economiche e sociali antecedenti alla Costituzione repubblicana.

Quindi, il fenomeno del lavoro povero desta preoccupazione perché non è stato generato dal destino cinico e baro; perché in Italia le retribuzioni del lavoro dipendente sono ai livelli più bassi in Europa nel mentre l’inflazione è in paurosa crescita; perché viene reso di solare evidenza il crescente impoverimento del sistema Paese; perché è una mina piazzata ai principi e ai valori fondanti dell’ordinamento costituzionale.

Da molti anni l’Italia è finita in una lunga notte nella quale viene sistematicamente tolta la luce della Costituzione. Anche la semplice lettura della Costituzione ci svela che la nostra Carta fa luce ed ha, nelle sue parti precettive e programmatiche, il miglior programma politico, economico e sociale immaginabile per il nostro Paese.

Purtroppo, scelte di maggioranze governative sono state effettuate in difformità, se non in dispregio della Costituzione.  Non sono di poco conto le politiche che, in buona sostanza, riducono il pensiero politico alla mera occupazione dei palazzi del potere. Basta ricordare che sono state architettate normative elettorali riconosciute incostituzionali dalla Consulta grazie ai ricorsi effettuati in via giudiziaria da parte di semplici cittadini. Inoltre, sono ricorrenti “progetti governativi” rivolti a cambiare in modo radicale la Costituzione. Uso la locuzione “progetti governativi” per sottolineare la loro “anomalia” rispetto agli insegnamenti di Calamandrei, che aveva spiegato il perché, in materia di normative costituzionali, i banchi del governo in Parlamento debbano restare vuoti. I compiti dei governi e dei governanti, che nell’insediarsi giurano fedeltà alla Costituzione, non sono quelli di cambiare la Costituzione sulla quale hanno giurato, ma di attuarla. Purtroppo, sono stati molti (di sinistra e di destra) i governi impegnati a cambiare o a tentare di cambiare la Costituzione piuttosto che applicarla rigorosamente nelle parti precettive e attuarla puntualmente nelle parti programmatiche.

 

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I BRICS diventano 11, l’Europa ne deve valutare il peso geopolitico.

La storica decisione adottata ieri al XV vertice dei  BRICS dai cinque capi di stato e di governo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica di procedere all’allargamento del Coordinamento a altri sei Paesi – Argentina, Egitto, Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia – a partire dal primo gennaio 2024, rappresenta oggettivamente un fatto di rilevanza globale che non si può ignorare o sottostimare ma che va conosciuto e valutato per ciò che è, rispetto agli obiettivi di politica internazionale del nostro Paese e dell’Ue. A tal fine si possono formulare almeno quattro osservazioni.

Con questo primo allargamento, se si esclude l’ingresso del Sudafrica, che è avvenuto nel 2010, dopo appena un anno dalla loro fondazione, i BRICS passano al formato a 11, o BRICS11. I sei nuovi membri portano i BRICS a rappresentare il 47% della popolazione mondiale e il 36% del Pil globale. In pratica dal primo gennaio 2024 quasi un essere umano su due vivrà in un Paese BRICS. E si tratta solo del primo blocco di nuove adesioni. Dopo i suddetti sei stati, altri 16 stati sono in attesa di aderire.

Una seconda osservazione riguarda particolarmente l’Italia. Con l’adesione dell’Egitto, dovremmo familiarizzare sempre più con l’idea che la sponda Sud del Mediterraneo sarà prevalentemente composta in prospettiva da Paesi BRICS+. E quindi, l’Italia potrà svolgere un ruolo enorme per fare del Mediterraneo forse il principale laboratorio del dialogo tra UE, G7 e BRICS11.

Questa osservazione è speculare a un’altra: l’Unione Europea presenta una oggettiva necessità di stabilizzare la situazione al suo confine orientale con i BRICS (tra non molto potrebbe esservi anche la Bielorussia, oltre alla Russia) e di pensare a quale tipo di relazioni instaurare in un dopoguerra ucraino che prima o poi verrà. Adesso può sembrare irrealistico parlarne ma, ed è la quarta osservazione, questo allargamento dei BRICS dimostra che anche le cose ritenute impossibili possono realizzarsi, se si pensa che due Paesi come Arabia Saudita e Iran, che si sono a lungo combattuti in particolare nella terribile e lunga guerra per procura in Yemen, si ritrovano ora insieme. Una Unione Europea che voglia esser artefice del proprio destino dovrebbe guardare con interesse alla molla che ha fatto scattare il cambio di qualità nelle relazioni tra Teheran e Riyadh: il riconoscimento reciproco e la constatazione di guadagnare un futuro migliore per entrambi con la normalizzazione delle loro relazioni.

In definitiva i BRICS ci ricordano che il processo di transizione geopolitica in corso è inarrestabile. Nel futuro  non c’è solo una loro ulteriore crescita ma l’obiettivo di estendere l’uso delle rispettive valute nei loro scambi commerciali.

Dobbiamo temere questi processi, e dobbiamo temere i BRICS? Forse dobbiamo temere soprattutto il nostro deficit di volontà nell’affrontare le sfide che i tempi ci pongono. Come afferma con chiarezza e senza ambiguità la Dichiarazione di Johannesburg II, la dichiarazione finale di questo vertice BRICS, tutte le istanze portate avanti dai BRICS sono da loro stessi concepite nel quadro della Carta delle Nazioni Unite, al fine di costruire un meccanismo di governance globale più partecipato, equo e condiviso. Vi è anche il riconoscimento del G20 come il principale forum multilaterale nel campo della cooperazione economica e finanziaria internazionale.

Rimane allora più che altro una barriera culturale da superare. Perché l’approccio multilaterale su scala mondiale, implica anche un approccio culturalmente plurale e interclassista a livello domestico (nesso che dovrebbe interessare particolarmente alla tradizione del popolarismo), che, come magistralmente argomentato da Giorgio Merlo ieri su queste colonne, viene mortificato da una volontà di egemonia, potremmo dire di unipolarismo interno, di autoproclamatisi giudici del discorso pubblico. Credo quindi, che ai Popolari non debba mancare la consapevolezza del fatto che l’approccio giusto alle grandi sfide, come quella che viene dai BRICS11, parte da come si esercita, si garantisce, si ri-conquista uno stile di effettivo pluralismo nella politica interna e locale, quotidiana.

Chi tesse dietro le quinte la tela di ragno del politicamente corretto?

C’è una domanda che, come tante del resto, resta ad oggi del tutto inevasa: e cioè, chi è a capo del cosiddetto “politicamente corretto”? Detto in altri termini, chi è legittimato a distribuire pagelle su che cosa si può dire pubblicamente e su quello che viene immediatamente rispedito al mittente appena viene detto o pronunciato? E ancora, chi può ergersi a giudice morale ed etico per distribuire pagelle a destra e a manca – per la verità solo a destra e al centro – e decidere e selezionare i temi e gli argomenti che possono essere dibattuti e quelli che meritano invece solo disprezzo e sdegno?

Sono, queste, domande legittime quando si parla di “politicamente corretto”, che però hanno quasi sempre una precisa e pertinente risposta. Ovvero, il “tribunale moralistico” e “l’autorità etica” che si auto attribuiscono questo ruolo sono gli interpreti del cosiddetto “pensiero unico”. Detto in termini ancora più semplici e comprensibili, sono coloro che pensano di avere una egemonia culturale, ed etica, nella società e come tale la dispiegano e la declinano quotidianamente. Di norma, sono opinion leader, “guru” dell’informazione e dello spettacolo – la regola è che sono quasi tutti milionari, e sino a ieri miliardari -, alcuni organi di informazione dalla Tv alla carta stampata di proprietà di mastodontici gruppi industriali e finanziari e, in ultimo, i moralisti che allignano storicamente nel campo cosiddetto progressista.

Questo aggregato, plurale e composito, è però accomunato da un filo rosso: dettare l’agenda del “politicamente corretto”. O, detto con altre parole, come si declina il “pensiero unico”. Entrambe queste derive sono riconducibili ad un preambolo di fondo: e cioè, queste categorie di persone, espressione di veri e propri “poteri forti”, pensano tranquillamente – e lo dicono anche apertamente senza tema di essere smentiti – che il mondo contemporaneo è semplicemente diviso in due categorie: da un lato c’è il progresso, la civiltà, lo sviluppo e il bene; dall’altro, con altrettanta semplicità, il male, la barbarie, l’inciviltà e il precipizio. Da qui la conclusione, semplice e inappellabile: tutto ciò che è espressione del male e della inciviltà è semplicemente da buttare e da cestinare. Con disprezzo e anche con una inusitata violenza e spietatezza verbale. Punto.

Ecco perchè, di fronte ad uno scenario del genere, che peraltro è una costante del sistema politico italiano sin dal secondo dopoguerra anche se si è particolarmente affinato con l’avvento del populismo e dopo la scomparsa dei partiti, delle culture politiche e, purtroppo, anche della politica, l’unico antidoto vero e potente risiede ancora nella democrazia e nei principi costituzionali. Ovvero, e sino a prova contraria, se in Italia continuano ancora a decidere i cittadini attraverso il voto popolare i sacerdoti del “politicamente corretto” stentano ad avere il sopravvento. E questo perchè il voto popolare e i principi democratici, di norma, sono quasi sempre alternativi alla “democrazia dei moralisti” e alla fustigazione dei “prìncipi del sapere”. Con tanti e cari saluti al “politicamente corretto”, ai moralisti da strapazzo, ai milionari imbonitori della carta stampata e dei talk televisivi e ai detentori del “pensiero unico”

Stupro di Palermo, una condanna severa dovrebbe scaturire dal pentimento.

La città di Palermo dai Fenici era chiamata “fiore” mentre i Greci le diedero nome di “ampio porto”. Questa volta il suo fiore ha visto i suoi petali strappati da sette probabili delinquenti che hanno giorni fa violato il corpo di una ragazza che è rimasta vittima di una indicibile brutalità.  Hanno immaginato la giovane donna fosse un porto di accoglienza delle loro fantasie sessuali e hanno avuto bisogno di essere in tanti per essere sicuri di poter competere con il genere femminile. O forse l’hanno fatto ben numerosi così da poterselo vicendevolmente raccontare con quelle sfumature che solo i presenti sulla scena possono cogliere.  Ci penserà la giustizia a stabilire la verità dei fatti che per come appaiono hanno turbato i sentimenti di chiunque ne abbia appreso la notizia. 

Non sono esattamente dei delinquenti quelli che hanno perpetuato il misfatto. Delinquere indica il tralasciare qualcosa, più precisamente venir meno a un dovere. Questa volta i sette indagati per il reato commesso non si sono affatto tirati indietro, hanno piuttosto fatto tutti un passo avanti nel proporsi alla violenza perpetuata. Non hanno avuto l’onore ed il coraggio dei protagonisti del film “I sette samurai”, non sono neppure paragonabili agli uomini de “I magnifici 7” dove il tema è stato quello di una giusta causa da difendere mettendo a repentaglio le proprie vite. Neppure sono assimilabili ai “ 7 uomini d’oro” dove l’obiettivo era il furto di sette tonnellate del prezioso metallo ma non era per questo prevista alcuna violenza. Tanto meno sono stati sette fratelli per sette spose. Si sono accontentati di una sola ragazza per sfogare i propri istinti bestiali.

Lascia sconcertati, da quanto si legge in cronaca, come dopo il reato gli stupratori abbiano pensato di continuare la serata ritemprandosi in una rosticceria che è un posto dove si vendono al minuto pietanze che possono essere sbrigativamente portate via o consumate. Evidentemente sentivano di rifocillarsi sempre con lo stile e la tempistica di “una botta e via” senza troppo intrattenersi seduti formalmente ad un tavolo. Hanno consumato lo scempio con inaudita superficialità, tanto che perfino il male si è sentito trascurato per la scarsa considerazione che ha goduto presso quelli che pure lo hanno provocato e che non ne hanno colto la consistenza ed il valore. Ancor peggio la strategia di difesa degli indagati si è appellata al consenso della vittima e questa sarà materia di avvocati e giudici. Con senso di vomito andrebbero commentate le prime reazioni degli indagati la stessa sera della bravata riportate dai giornali.

A volte procedere per paradossi può aiutare ad avere chiarezza di ragionamento. Il punto decisivo è infatti un altro. Se si volesse, solo per esercizio teorico, accettare la ipotesi di una disponibilità della vittima a quel trattamento da bestie, resterebbe il fatto che nessuno di quelli, che si sono distinti per brutalità, si sia reso estraneo o rinunciatario alla ghiotta occasione di macelleria umana.  Nessuna repulsione è scattata nella intimità della loro coscienza per chiamarsi fuori dall’azione. Così, sempre proseguendo per paradossi, se invece di sette fossero stati invece settanta o settecento non avrebbero comunque avvertito alcuna censura, giustificati com’erano dal consenso della giovane donna che tutto assolveva e tutto permetteva. C’è da esserne sgomenti.

Salvini pare abbia rispolverato il vecchio tema della castrazione chimica; per le piante si usa il termine “emasculazione”, ma non sembra questa la soluzione che lega la pena, che indubbiamente va inflitta ai responsabili del fatto, con il loro futuro recupero. Nelle prime pagine di un bel saggio del teologo Camine Di Sante sul tema del “perdono” si legge che quest’ultimo presuppone necessariamente un ordine relazionale, riconoscendosi quindi colpevoli “alla presenza di un Tu al quale si chiede un gesto non di condanna, ma di benevolenza….”.  Inoltre il perdono “suppone il riconoscimento della dignità dell’altro che con la parola, il gesto o l’azione non si è onorata, ma violata. Non si chiede perdono a chi ci è indifferente o lo si è ridotto a oggetto o strumento…Il perdono, sia nel chiederlo che nel donarlo, è riconoscimento sempre dell’altro”. Nella circostanza in questione è facile commentare come sia stata negata ogni dignità alla vittima dello stupro ma sia stata nel contempo annientata la dignità all’interno della coscienza di ogni componente del gruppo che ha agito in modo animalesco, nel quale, per natura, è assente ogni senso di colpa per le uccisioni commesse. Infine il perdono pretende l’esistenza e la coscienza della colpa “che esige l’assunzione della responsabilità”. Di Sante porta l’esempio del caso di Carlo Lissi che dopo aver ucciso la moglie e due figli piccoli, chiese che gli fosse comminata la massima pena, una dichiarazione non autogiustificativa ma decisiva appunto della sua responsabilità.

Non si deve anche questa volta cadere nel perdonismo che 

ha il solo effetto di produrre una reazione ancora più aspra in termini di condanna. L’unica riparazione ammissibile sarebbe la piena confessione del delitto compiuto e il desiderio di voler impegnarsi per cancellare la macchia che ha sfregiato il cuore di una innocente. Gli autori dello stupro dovrebbero invocare per loro stessi la più severa delle condanne in quanto giusta e sola occasione di possibile riscatto sociale. Sarebbe di consolazione se in sede di giudizio si disponesse non uno sconto di pena per eventuali buone condotte ma, all’opposto, un aggravio di pena se i colpevoli non superassero, durante gli anni di detenzione carceraria, impegnative prove di formazione e di studi volti a ridefinire personalità smarrite nel totale annichilimento del capriccio del male. 

La prigione è una fabbrica di violenza e rabbia contro lo Stato che ti fa stare costretto più di venti ore al giorno in cella con altri, in una condizione di frustrazione e noia senza limiti. Può essere anche il tempo, se positivamente condotto, di una riflessione di consapevolezza del male fatto e di una ricostituzione di se stessi per una nuova relazione verso il prossimo. In questa prospettiva la pena diventa una meta agognata per cominciare una resurrezione già qui sulla terra. Per adesso vale l’affermazione del poeta Paul Eluard quando dice che non c’è salvezza sulla terra finché si può perdonare ai carnefici. Restiamo in attesa che i sette malvagi di Palermo sappiano con il tempo smentirlo.

BRICS, dal summit in Sudafrica via libera alle nuove adesioni.

Oggi a Johannesburg la giornata conclusiva del XV vertice BRICS prevede l’incontro dei leaders dei cinque Paesi del Coordinamento (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) con i rappresentanti dei Paesi “amici dei BRICS”, una quarantina  di stati, interessati all’adesione o a stipulare accordi di partenariato con i BRICS.

A conferma del fatto che questo vertice oltre a rappresentare un evento di oggettivo interesse mondiale, sta contribuendo ad aprire una nuova fase nelle relazioni internazionali caratterizzata da un approccio multilaterale ai problemi globali. E quindi, indirettamente, finisce per interpellare anche il nostro mondo occidentale sulle principali questioni.

Lo si è visto nella giornata di ieri, dedicata all’incontro dei presidenti dei cinque Paesi. Nella sessione pubblica di questo incontro in cui vi sono stati gli interventi di tutti e cinque i leader, il tema della pace è stato uno dei più toccati negli interventi, soprattutto in quelli del presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa e in quello del presidente del Brasile, Lula, costringendo il presidente russo Putin, intervenuto in videoconferenza, ad assumersi la propria parte di  responsabilità e permettendo al presidente cinese Xi Jinping di ribadire che il mondo attuale necessità di coordinamento e non di conflitto, e di chiedere il riconoscimento del diritto di ogni popolo a un equo sviluppo.

In questa implicita denuncia di un deficit di politica vi è a ben vedere anche una delle ragioni principali della nascita e del consolidamento dei BRICS, che non si sono sentiti adeguatamente rappresentati nelle istituzioni globali al crescere del loro peso economico e geopolitico. Un raggiante Narendra Modi soddisfatto del successo di Chandrayaan-3 la prima missione spaziale indiana atterrata sulla luna, ha sciolto le riserve del proprio Paese all’allargamento, dando così il via libera alla definizione dell’iter per le nuove adesioni ai BRICS,  le quali consentiranno in un tempo breve al Coordinamento che già oggi rappresenta oltre tre miliardi di esseri umani e una quota di Pil equivalente a quella dei Paesi G7,  di divenire rappresentativo della maggioranza della popolazione mondiale. Un altro tema sul quale si è registrato il consenso di tutti i cinque leaders è quello dell’incentivazione dei pagamenti in valuta locale fra Paesi BRICS e con i  Paesi partners, anche attraverso la Nuova Banca di Sviluppo, la banca dei BRICS con sede a Shanghai. Nel corso dell’incontro è arrivato pure l’annuncio dato da Putin in qualità di presidente della Russia che deterrà la presidenza di turno il prossimo anno, che il prossimo vertice dei BRICS si terrà a ottobre del 2024 (in pratica a ridosso delle elezioni americane) nella città di Kazan.

Nella prima giornata del Summit quella di martedì scorso, si è tenuto il Business Forum con rappresentanti della gran parte degli Stati dell’Africa e molti altri del Sud Globale. Di particolare rilievo il fatto che le intese firmate presentano tempi di avvio assai brevi – si parla di poche settimane – e il fatto che, come ha rilevato uno dei delegati cinesi al Forum, Wu Peng, i Paesi africani chiedono ora che la priorità per le loro economie passi dalle infrastrutture all’industrializzazione locale. Ciò per consentire ai Paesi produttori e estrattori di partecipare in misura maggiore alla creazione del valore aggiunto dalle loro risorse naturali, come chiede, fra gli altri, Félix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo.

L’evento che oggi si conclude a Johannesburg fa parte di quella transizione geopolitica che è interesse di tutti avvenga in modo pacifico e inclusivo. Il fatto di sforzarsi di valutare l’iniziativa dei BRICS nelle sue effettive dimensioni può aiutare a inquadrare un tale processo nella direzione auspicata da tutti.

Luna, l’India batte la Russia a colpi di rover.

L’India sulla Luna, la Russia no. Il successo lunare per Narendra Modi, mentre il summit Brics è ancora in corso, stride fortemente a poche ore dal riconoscimento ufficiale da parte russa e di Roskosmos dello schianto della stazione Luna-25, che doveva battere in corsa proprio Nuova Delhi nell’atterraggio lunare.

Secondo l’agenzia Rbk “Roskosmos ha stimato la probabilità di successo della missione al 70%, a luglio l’agenzia Lavochkin, che ha sviluppato il dispositivo, ha annunciato una probabilità di successo dell’80%”. Allo stesso tempo, l’astronomo russo Vladimir Surdin, in un’intervista con Ria Novosti, aveva stimato al 50% la probabilità di portare a termine la missione secondo i piani, a causa della complessità del volo. “Se atterra, significa che è molto fortunata”, ha detto alla BBC Ivan Moiseev, capo dello Space Policy Institute. E questo inevitabilmente, solleva dubbi sulle reali ragioni di perseguire in ogni caso il programma.

Parallelamente emergono critiche. Una delle più riprese e diffuse è la seguente: “La stazione Luna-25 che si è schiantata sulla Luna è un prodotto della società aerospaziale russa in rovina che prende il nome da S. A. Lavochkin, o come viene anche chiamata ‘Lavochkina’. I prodotti Lavochkina non volano da nessuna parte e sono in ritardo di 30 anni rispetto ai concorrenti stranieri in tutti i parametri tecnici. Questo fatto non è un segreto per i professionisti”, si legge in un commento del canale Telegram di opposizione VCK OGPU, ripreso anche da “Russian Monitor”. Lo stesso commento è stato diffuso su altri social, anche tradotto in altre lingue.

“Non poteva esserci altro esito per questa spedizione spaziale” prosegue il canale, particolarmente critico, e poi aggiunge: “Il vantaggio principale di Lavochka ora è la sua posizione, proprio accanto alla tangenziale di Mosca. Presto le ex aree industriali e scientifiche verranno demolite e al posto della struttura un tempo famosa appariranno nuovi complessi residenziali e centri direzionali. Questo è il destino di molte imprese oggi, inclusa Roskosmos e non solo…”. L’impresa ha sede a Khimki, nella regione di Mosca. Ed ebbe in realtà un passato glorioso: dalle stazioni “Luna-16” e “Luna-20” alle “Vega-1” e “Vega-2”, che trasmettevano alla Terra immagini uniche del nucleo della cometa di Halley.

Il commento ricorda recenti casi di corruzione e truffa che si sono visti tra le pareti di Lavochkina. In particolare Lenta.ru – citando l’Itar Tass – nel maggio 2014 riportava che Sergey Solodovnikov, vicedirettore generale delle risorse umane della Lavochkina – dai ranghi dell’Fsb, si aggiunge -, era stato arrestato dal tribunale cittadino di Odintsovo della regione di Mosca con l’accusa di appropriazione indebita.

Fonte: Askanews

Il ricordo di don Minzoni esige uno sforzo di approfondimento storico

Non serve la retorica per parlare di don Giovanni Minzoni. Lucio D’Ubaldo ha chiesto anche a me di scrivere qualcosa sulla nostra testata perché i cento anni dalla morte, oggi 23 agosto 2023, sono un anniversario storico, per il rilievo in sé e per il momento della vita del Paese in cui cade. Ma sento un disagio dentro a scrivere di una vicenda che oggi non trova l’ascolto che dovrebbe avere, da molti considerata solo uno scomodo avvenimento d’altri tempi. 

Forse sono condizionato da quanto mi è capitato, volendo fare in occasione del centenario una rievocazione di do. Minzoni che, appunto, non fosse retorica. Per questo assassinio fascista vennero celebrati due processi, uno farsa nel 1925, e uno vero nel 1947. Varie volte se ne è parlato nei decenni scorsi, in convegni di studio e in ricerche dedicate alla morte del parroco di Argenta.  Ma poi di questi processi, degli atti veri e propri dei procedimenti intendo, i fascicoli, le carte, nel tempo si sono perse le tracce.

Quando, già lo scorso anno, si pensò con Aldo Preda – il generoso e instancabile animatore della memoria antifascista romagnola, e non solo – di lavorare sull’anniversario di don Minzoni, venne subito l’idea di ricercare le carte processuali. Che fine avevano fatto? Federico Chabod insegna che lo studio di un qualsiasi avvenimento storico è in qualche modo un continuo oggetto di “revisionismo”, per i ritrovamenti ulteriori di documentazioni che si possono fare sulla verità di quel fatto, e per le domande diverse dal passato che nuove generazioni di studiosi possono così porsi su quel fatto. Quale servizio migliore, dunque, per onorare il centenario, di ricomporre le carte processuali e rendere possibili nuovi studi e interpretazioni di quegli avvenimenti sulla base non di quanto già proposto da altri, ma potendo esaminare nella loro ritrovata integrità i documenti necessari.

Ci siamo messi al lavoro, e tra febbraio e marzo di quest’anno le carte, che si credeva ormai perdute, sono venute fuori: erano presso la Corte d’Appello di Bologna. Non sto a dire quanti tentativi e ricerche sono stati compiuti per arrivare al risultato. Questo avrebbe fatto parte del racconto televisivo che si immaginava di realizzare per la serie “Italiani” di Rai Storia. Quale contenitore migliore poteva esserci, secondo la tradizione di quella testata, anche per l’interesse che era stato mostrato al riguardo. Ma inspiegabilmente, o forse no, non è avvenuto nulla: rinvii, e poi niente più. Alcuni bravi ricercatori ora ci stanno lavorando e presto avremo la pubblicazione di nuovi studi.

A chi scrive il rimpianto di non essere riuscito. Però di avere provato. Resta una mail ricevuta il 10 marzo 2023 dal Ministero della Cultura, Archivio di Stato di Bologna: “Si accoglie con favore la notizia della realizzazione di un documentario per la Rai, che abbia per oggetto le vicende  di don Minzoni nell’anniversario della sua uccisione. Le riprese potranno avvenire negli spazi di questo Istituto senza la corresponsione di alcun canone…”. L’autorizzazione resterà valida, sono sicuro, quando la Rai, in un futuro che si spera non lontano, riterrà opportuno offrire ai più giovani (e non solo a loro) la possibilità di conoscere la figura di don Minzoni e il suo apostolato civile e religioso – è in corso il suo processo di beatificazione – all’interno della storia del Novecento italiano.   

       

         

Don Minzoni, sacerdote combattente, era un popolare e prima ancora un democratico cristiano.

Dobbiamo rallegrarci che attorno alla figura di don Minzoni sia cresciuta l’attenzione nel centenario del suo assassinio ad Argenta, oggi frazione di Ravenna, per mano di sicari fascisti. Non altrettanto possiamo dire per la scelta della Rai, indisponibile a realizzare un docufim, già pronto nelle linee di fondo grazie al lavoro preliminare di Giuseppe Sangiorgi, per ragioni attribuite a ristrettezze di budget: ci siamo dovuti accontentare della rimessa in onda su Rai Storia, ieri alle 23.00 , di una vecchia pellicola di Marco Cassini. Forse si poteva evitare questa caduta nel grigio rigore amministrativo che pare fatalmente sconfinare nell’indifferenza per la vicenda più emblematica, insieme a quella dell’assassinio di Matteotti, del fascismo storico, in evoluzione rapida e drammatica da movimento armato a regime dittatoriale.

Questa comunque è la delusione più facile da intercettare e più semplice da raccontare, perché si collega a un qualche sentimento di sana diffidenza per il messaggio che la Destra al governo (anche della Rai) s’industria a veicolare in nome di un preteso post fascismo, spesso collimante con ambiguità e omissioni a riguardo proprio del fascismo e dell’antifascismo. C’è invece un’altra delusione che si nasconde nelle pieghe della rilettura storica e politica del misfatto; una delusione, in questo caso, che muove dal modo con il quale si racconta l’accaduto ai giorni nostri e si descrive, in particolare, il sacrificio del parroco di Argenta; finanche una delusione che sa di amaro retrogusto, per la contraddizione operante nello sforzo di celebrazioni calde e generose, ma non corrispondenti alla piena verità dei fatti.

Si potrebbero fare vari esempi, tutti all’insegna di una considerazione che porta a rilevare come spesso l’indagine storica invece di avanzare regredisca, perdendo di rigore e di mordente. Non rende giustizia a don Minzoni isolare l’aggressione mortale di cui fu vittima dal contesto politico in cui scattò l’ordine di punirne l’impegno sociale e pastorale. L’idea che a pagare sia stato l’educatore, solerte nel promuovere il gruppo degli scout o nel guidare le attività della parrocchia, non ci restituisce la complessità della sua testimonianza.

Giuseppe Donati, a un anno dalla morte, ne tracciò un profilo che dava conto della fervida ispirazione democratico cristiana; molto tempo dopo, nella grande commemorazione per il cinquantenario organizzata dalla Dc a Ravenna, fu Mario Scelba a stilare un ritratto accurato da cui emergeva la connotazione del prete scomodo, e scomodo anche per i socialisti. Se per i fascisti era chiaramente un avversario, nondimeno per i socialisti appariva un concorrente: metteva in pratica, nel rapporto con i suoi contadini ed artigiani, i valori del popolarismo.

Del suo sentirsi militante, allora sulla scia di Sturzo e prima ancora di Murri, c’è solo vaga traccia nel ricordo pubblicato da Alberto Melloni. sul Corriere della Sera (19 agosto). Don Minzoni si staglia come un profeta senza un ancoraggio alla politica di quegli anni. Aveva stabilito con se stesso – così si legge nell’articolo – che bisognava attraversare il Rubicone. E così fu, tanto che ne venne il martirio. Ma quel Rubicone è magnificato da Melloni dentro una citazione monca, priva cioè di una premessa fondamentale: don Minzoni, infatti, si dice pronto a tutto dopo aver constatato l’odio dei fascisti per i popolari. Melloni, in sostanza, dovrebbe riflettere sulle parole di Donati, il primo a smascherare coraggiosamente la responsabilità dei fascisti nell’agguato mortale: “In don Giovanni Minzoni – diciamolo alto e forte, perché è l’intera verità – venne colpita, come si voleva colpire, l’idea politica popolare, cioè l’idea democratica cristiana, che Egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente”.

Non è un punto qualunque. Per questo, come accennato all’inizio, viene da pensare a una dissipazione di memoria e profondità di conoscenza, come se la ricerca storica ripartisse da troppo lontano o da troppo vicino, essendo prevalente in entrambe le versioni il desiderio di rimuovere un ingombro consustanziale al “tempo che fu” del mondo democratico cristiano. Qui sta il distacco dal pur pregevole ricordo di Melloni. C’è un’atmosfera tutta politica — e di una politica ben chiara – che merita attenzione. Don Minzoni cadde a metà strada, certamente da eroe cristiano, quando già il Ppi con il congresso di Torino aveva scelto di stare all’opposizione di Mussolini e quando non ancora si era materializzata la volontà del Duce affinché in Vaticano si provvedesse all’eliminazione politica di Sturzo – costretto infatti, non molto tempo dopo, ad abbandonare l’Italia per un esilio durato più di vent’anni. In mezzo, non a caso, c’è il proditorio gesto di Argenta.

In questi giorni le celebrazioni per il centenario saranno caratterizzate fortemente da due contributi molto attesi: quello del Card. Matteo Zuppi, oggi pomeriggio alle 18 nella Messa che sarà da lui presieduta presso la Collegiata di San Nicolò, e quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in programma il 25 agosto al culmine delle commemorazioni. In questa cornice giova riportare per intero quanto scriveva don Minzoni a un amico parroco a proposito del citato Rubicone da passare: “Quando un partito (fascista), quando uomini di grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano una idea, un programma, un’istituzione quale quella del Partito Popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una sola soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre”. È quanto serve per capire fino in fondo il senso e il valore del sacrificio a cui fu chiamato, versando il suo sangue per un ideale pienamente incarnato nella vita quotidiana.

 

Per documentazione

1- La commemorazione di Giuseppe Donati

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Adobe-Scan-22-ago-2021.pdf

2- La commemorazione di Mario Scelba

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Don-Giovanni-Minzoni-Martire-per-la-libertà_compressed.pdf

Meeting, Stato e Regioni devono confrontarsi responsabilmente.

Serve responsabilità di tutte le parti nei tavoli di confronto  “È naturale che le Regioni chiedano molto e lo Stato tenga conto anche dei vincoli macroeconomici” nel Paese. “Questa è una dialettica che c’è sempre stata. L’unica osservazione che faccio è che in questa dialettica, più che mai oggi dopo il Covid, e in questa situazione complessiva del Paese, deve esserci una stella polare che è la compostezza istituzionale e la consapevolezza del senso di responsabilità che tutte le parti devono portare sul tavolo non solo nelle azioni ma anche nelle parole”. 

Lo ha sottolineato Fabio Pammolli, Professore ordinario di economia e management, Politecnico di Milano, che ha tracciato una fotografia economica dell’Italia.

“Il Paese ha un livello di spesa pubblica elevato – ha spiegato – e ha accumulato nel corso del tempo un livello di incidenza del debito pubblico sul Pil che è secondo solo a quello della Grecia a livello europeo. Questa situazione macroeconomica espone il Paese a una sfida della sotenibilità complessiva dell’insieme dei conti pubblici, a una sfida della crescita”. “Oltre a quella demografica – ha aggiunto Pammolli – l’Italia ha una seconda sfida, che è quella tecnologica”.

 

Fonte: AskaNews

Spagna, senza l’accordo tra popolari e socialisti si rischia di tornare alle urne.

Entrano nel vivo le consultazioni al Palazzo della Zarzuela. Il re Felipe VI incontrerà oggi i due maggiori partiti, PP e PSOE, entrambi intenzionati a far valere le rispettive ragioni in funzione dell’incarico per la formazione del nuovo governo. La scelta del sovrano si esercita sulla base dell’articolo 99 della costituzione e non è condizionata da altri soggetti istituzionali. La Presidente del Congresso (equivalente alla Camera dei Deputati), Francina Armengol, eletta nei giorni scorsi a seguito dell’accordo tra le forze di sinistra e i gruppi autonomisti, in particolare con i catalani di Puigdemont, può solamente regolare l’agenda per la presentazione dell’esecutivo. Non ha margini per intervenire nella designazione, come pure era stato accennato impropriamente da qualche commentatore italiano.

La soluzione non si presenta facile. Il Popolare Feijoo e il socialista Sánchez, Premier uscente, non sono in grado di fornire assicurazioni circa l’esistenza di una maggioranza a loro sostegno. Sulla carta i numeri potrebbero anche esserci: Sánchez conta di stabilizzare il rapporto con i catalani e raggiungere, in questo modo, i fatidici 176 voti. Se ciò non fosse, allora Feijoo avrebbe motivo di rivendicare l’incarico in virtù del fatto che il suo partito ha più seggi al Congresso, controlla il Senato e governa importanti Regioni, a partire da quella di Madrid. Potrebbe chiedere l’incarico con l’obiettivo di formare un governo di minoranza, in qualche modo garantito da un ipotetico atteggiamento di bon ton dell’opposizione socialista.

In questo conteso s’inserisce l’iniziativa di un migliaio di professori universitari, intellettuali, uomini d’affari, economisti, ingegneri e giuristi; un’iniziativa denominata “Consenso e Rigenerazione” che muove dalla preoccupazione per l’acuirsi della dialettica tra le due grandi compagini politiche, con il rischio che il tessuto democratico e costituzionale possa indebolirsi pericolosamente.     Dubqye, ergendosi a difensori della Costituzione, hanno firmato un manifesto – diffuso ieri, all’inizio cioè del giro di consultazioni del Re con i partiti – in cui chiedono al PP e al PSOE di “recuperare la cordialità politica” e aprire un processo di dialogo per evitare che la governabilità della Spagna dipenda da “opzioni estreme o da indipendentisti”.

Il documento esorta i due partiti maggiori a “intavolare un dialogo volto a forgiare accordi […] per i quali la diversità ideologica e il pluralismo non siano un ostacolo per capirsi e per concordare politiche fondamentali nell’interesse di tutti gli spagnoli e della nostra stessa democrazia”. In aggiunta Joaquín Villanueva, coordinatore dell’iniziativa, ha dichiarato a El Mundo, il secondo quotidiano dopo El Pais: “La Spagna ha bisogno di un accordo anche per portare avanti riforme come l’istruzione o le pensioni, che possono essere fatte solo con il concorso dei due grandi partiti”.

Questo è il quadro. Può darsi che il Re, finite oggi i colloqui, prenda ancora del tempo per valutare bene a chi conferire l’incarico. L’invito a non accelerare è venuto dal PNV, il partito basco di antica ascendenza democratico cristiana. Tuttavia il tempo a disposizione non è infinito, considerando pure che le urne hanno dato il loro verdetto due mesi fa. Nessuno esclude che la matassa s’ingarbugli e alla fine, come unica soluzione, non rimanga che il ricorso a nuove elezioni, probabilmente a dicembre.

Trump rimane un idolo per la base del partito

Il 71% dei suoi sostenitori crede alle verità dell’ex presidente. Secondo un sondaggio realizzato da CBS News e YouGov, gli elettori di Donald Trump credono più all’ex presidente americano che ai loro amici, familiari o leader religiosi. Tra coloro che stanno almeno considerando di votare per Trump, il 95% crede che “lotti per persone come me”, mentre il 99% crede che le cose andassero meglio sotto la sua presidenza.

Tra coloro che hanno intenzione di votare per Trump, il 71% ritiene che ciò che dice loro sia vero, più di quanto dicono gli amici e i familiari (63%), i personaggi dei media conservatori (56%) o i leader religiosi (42%).

Il sondaggio rileva che Trump continua a dominare la corsa per la nomination del 2024, con il 62% dei probabili elettori nelle primarie del GOP che lo sostengono, mentre solo il 16% si è pronunciato a favore del governatore della Florida Ron DeSantis.

La percentuale di coloro che considerano Trump una fonte di verità scende al 53% tra tutti i probabili elettori nelle primarie del GOP, segno che non pochi rimangono scettici sulle sue affermazioni.

Il 77% dei probabili elettori repubblicani ritiene infatti che le accuse contro Trump per aver tentato di ribaltare i risultati delle elezioni in Georgia siano politicamente motivate.

 

Fonte: AskaNews

La crisi immobiliare cinese infiamma i mercati per i rischi di default

John Ai

 

La settimana scorsa China Evergrande Group, la società immobiliare più indebitata del Paese, ha presentato istanza di protezione per fallimento presso un tribunale di New York. Nel frattempo, si profila all’orizzonte la crisi delle società di intermediazione finanziaria innescate dalle pesanti criticità del settore immobiliare. I default hanno scatenato le proteste degli investitori, mentre in queste ore – e per la seconda volta in tre mesi – la Banca centrale cinese (Pboc) ha tagliato di 10 punti base il Loan prime rate (Lpr, uno dei tassi di interesse chiave) a un anno, fissandolo al 3,45%.  Resta invariato al 4,2% il tasso a 5 anni, benchmark per mutui immobiliari, nonostante il già citato calo del settore.

 

Evergrande, uno dei colossi immobiliari cinesi, deve fronteggiare un’enorme quantità di debiti, pari a 300 miliardi di dollari (275,5 miliardi di euro). Negli ultimi due anni il gigante del mattone ha perso circa 80 miliardi di dollari (73,5 miliardi di euro), mentre rimbalzano voci sullo stato civile del suo presidente, Xu Jiayin, visto che Ding Yumei non è più indicata come coniuge di Xu nel rapporto annuale della società per il 2022. Al contrario, l’ultimo documento presentato alla Borsa di Hong Kong descrive Ding come “parte terza indipendente”. Alla fine del 2021, Ding, in qualità di persona che agisce di concerto e descritta ancora come moglie di Xu nella relazione della società, ha venduto 1,2 miliardi di azioni di Evergrande. Gli analisti ritengono che Xu e Ding abbiano divorziato utilizzandolo come pretesto per eludere i debiti e conservare i beni.

 

Un altro gigante immobiliare in crisi, Country Garden, sarà rimosso dall’indice Hang Seng di Hong Kong. Il prezzo delle azioni è sceso del 77% rispetto ai massimi livelli di quest’anno. Ad agosto la società non è riuscita a pagare due cedole obbligazionarie in dollari, alimentando nuovi timori fra gli operatori del settore. Gli analisti temono che i problemi dei giganti del mattone possano essere contagiosi per l’economia generale, dato che il settore immobiliare rappresenta quasi un terzo del Prodotto interno lordo (Pil) cinese. Inoltre, secondo il rapporto semestrale, gli utili dell’immobiliare Soho China sono scesi del 93% nella prima metà del 2023. Il rapporto ha anche rivelato che la società deve 1,9 miliardi di yuan (239,66 milioni di euro) di tasse, le quali possono causare inadempienze sui prestiti.

 

Intanto, la crisi del settore immobiliare si sta trasferendo sempre sul fronte interno alle società di intermediazione finanziaria. Zhongzhi Enterprise Group, uno dei maggiori gestori patrimoniali cinesi, sta affrontando un problema di liquidità che rischia di destabilizzare il sistema finanziario. L’azienda gestisce circa mille miliardi di yuan (126,3 miliardi di euro) di attività delle società di intermediazione finanziaria e sta cercando di correre ai ripari ristrutturando i debiti. Molti prodotti fiduciari di Zhongzhi erano sostenuti da Evergrande. Attualmente, Zhongzhi non è in grado di attingere a nuovi investimenti sufficienti per sostituire i portafogli in scadenza innescando un’insolvenza. Temendo il contagio, numerosi investitori preoccupati per la situazione stanno interrogando le società quotate in borsa sulla loro esposizione al gruppo.

 

Nel frattempo, la progressiva serie di inadempienze nel settore immobiliare e nel sistema para-bancario sta causando un aumento delle proteste negli ultimi anni. La scorsa estate, alcuni acquirenti di case hanno protestato per gli edifici incompiuti che avevano già pagato in precedenza. Di solito la polizia reprime le proteste e le autorità controllano le vittime, per evitare che presentino petizioni e denunce a Pechino. Lo stesso è accaduto agli investitori di Zhongzhi: dato che Zhongrong International Trust, filiale di Zhongzhi, ha mancato i pagamenti di decine di portafogli, alcuni investitori timorosi di perdere il capitale hanno protestato davanti alla sede di Zhongrong a Pechino. La polizia è intervenuta e ha convinto i manifestanti ad andarsene. Anche l’autorità di regolamentazione bancaria cinese sta esaminando i rischi di Zhongzhi cercando una soluzione per scongiurare un potenziale contagio.

 

Secondo un rapporto di Goldman Sachs, a causa della debolezza dell’economia e della crisi del settore immobiliare, gli hedge fund internazionali stanno vendendo azioni in Cina. La China Securities Regulatory Commission ha annunciato misure quali la riduzione delle commissione sugli scambi e il prolungamento dell’orario di negoziazione. Tuttavia, secondo gli osservatori questa politica non elimina le preoccupazioni legate al rallentamento dell’economia. L’Ufficio nazionale cinese di statistica ha sospeso la divulgazione del tasso di occupazione giovanile, che ha ormai superato il 20%, una censura subito rimbalzata sui media e i social. Il blocco si è poi esteso dato che, di recente, le autorità hanno oscurato altri dati critici come le vendite di terreni, le riserve di valuta estera, le transazioni obbligazionarie e i decessi di Covid-19. 

 

Fonte: AsiaNews

Orizzonte green per oltre 25.000 parrocchie italiane

Parrocchie ‘green’, attente alla transizione energetica e digitale. Un’energia vera è un’energia inesauribile: è questo il focus dell’incontro dal titolo Comunità energetiche e povertà energetica: la democratizzazione dell’energia, al Meeting di Rimini. È stato monsignor Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto a lanciare il tema. “La Cei – ha detto – ha costituito un tavolo costante di lavoro per favorire in tutte le diocesi e in tutte la parrocchie la costituzione di comunità rinnovabili, proposta creata durante la 49esima Settimana Sociale che si è svolta a Taranto. Abbiamo bisogno di circa 7 gigawatt di nuova produzione da fonti rinnovabili se vogliamo raggiungere l’obiettivo di emissioni nette zero nel 2050”, ha aggiunto l’arcivescovo. “In Italia ci sono 25.610 parrocchie; se si costituisse almeno una comunità energetica che produce al massimo possibile 200 kw o facendo nascere più comunità che arrivano a quella produzione possiamo arrivare a diminuire l’emissione del 2% di CO2 nel 2030 e possiamo arrivare ad eliminare totalmente le emissioni nel 2050”.

In tal senso “la Chiesa italiana si è messa in cammino per investire nelle parrocchie. Certo, non si può fare in tutte le parrocchie, c’è da studiare soluzioni e poi vanno rispettati i decreti del governo, però che grande progresso che si riuscirebbe a fare”.

Da parte sua il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha ricordato che “fin dal 2019 la Regione Puglia ha emanato una legge sulle comunità energetiche, che ha ispirato immediatamente diversi luoghi tra cui Biccari che è già partita in questa direzione. Nonostante in Puglia siano già stati investiti 14 milioni di euro per sostenere la creazione delle Comunità energetica il processo è ancora bloccato”, ha però denunciato Emiliano. “Se escludiamo l’idroelettrico su cui non siamo competitivi, per fotovoltaico ed eolico siamo la prima regione italiana come capacità produttiva”.

Emiliano ha poi sottolineato: “La Regione ha messo a disposizione qualche milione di euro – potremmo fare molto di più con l’aiuto del governo centrale – consentendo alle famiglie a basso reddito di installare su propria abitazione impianti di produzione di energia, di immettere surplus nella rete e con quello si riesce a ‘guadagnare’ dal surplus ri-alimentare il fondo”.

Per Fabrizio Iaccarino, Responsabile Sostenibilità e Affari Istituzionali Enel Italia, occorre “rimanere al passo con i tempi”. “Oggi Enel produce solo il 18% dell’energia elettrica italiana perché abbiamo quasi 2 milioni di produttori che siamo noi. Come società di distribuzione dell’energia elettrica – ha aggiunto – allacciavamo circa 60mila impianti da rinnovabili l’anno in tutta Italia, l’anno scorso 200mila, quest’anno al 30 luglio siamo a 220mila e supereremo le 350mila proiezione a fine anno”.

Infine, Mario Antonio Scino, Capo di Gabinetto Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha ribadito: “I soldi ci sono, gli incentivi ci sono, l’11 settembre scade il termine per la nostra risposta, stiamo organizzando una delegazione per andare a chiudere la vicenda a Bruxelles”.

 

Fonte: Askanews